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Dai bombardamenti ai dazi: la nuova offensiva globale di Trump

Donald Trump ha rilanciato una narrazione muscolare della politica estera statunitense, intrecciando guerra, NATO e nuove tensioni transatlantiche. Durante una conferenza alla Casa Bianca, il presidente USA si è vantato dei “massicci bombardamenti” condotti dal Pentagono contro Iran e Venezuela, dichiarando apertamente di essere “orgoglioso” degli attacchi. Secondo Caracas, solo in Venezuela le vittime civili e militari supererebbero le cento, colpite nel sonno o durante l’operazione conclusa con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

Sul fronte iraniano, Trump ha rivendicato il bombardamento del 22 giugno 2025 contro i siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordo, attacchi che hanno provocato la morte di alti ufficiali e scienziati iraniani, innescando la rappresaglia di Teheran contro la base USA di Al Udeid in Qatar. Parallelamente, Trump ha riaffermato il suo ruolo centrale nella NATO, arrivando a sostenere che senza di lui l’Alleanza Atlantica “non esisterebbe più”.

Dichiarazioni che arrivano mentre crescono le fratture con l’Europa, soprattutto per le minacce statunitensi sulla Groenlandia, territorio autonomo danese. La risposta europea non si è fatta attendere: esercitazioni militari sull’isola e una presa di posizione comune contro Washington. Trump ha reagito annunciando dazi punitivi fino al 25% contro otto Paesi NATO europei e rilanciando provocazioni simboliche, come immagini generate con l’IA che mostrano la Groenlandia - e perfino il Venezuela - sotto la bandiera USA.

A questo si aggiunge la minaccia di un dazio del 200% su vini e champagne francesi, dopo il rifiuto di Emmanuel Macron di aderire al “Consiglio di Pace” per Gaza. Il quadro che emerge è quello di una presidenza che spinge verso l’escalation permanente: militare, economica e simbolica, mettendo sotto pressione alleati storici e ridefinendo i confini della leadership occidentale.


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I detriti di un drone sono caduti su un edificio di Beslan

di Eliseo Bertolasi

La città di Beslan, in Ossezia del Sud tristemente nota nel 2004 per l’attacco terroristico alla locale scuola n.1 che causò la morte di più di 300 persone, di cui 186 bambini, è tornata nei notiziari. 

Come riferito dal capo dell’Ossezia del Nord Sergej Menyajlo in un post su Telegram, il 18 gennaio, la città è stata colpita da un drone:

“A Beslan, i detriti di un drone sono caduti sul tetto di un edificio residenziale di cinque piani. Settanta persone sono state evacuate d’urgenza, una delle quali ha richiesto assistenza medica”.

Il tetto e le finestre dell’edificio sono stati danneggiati, ma non si è verificato alcun incendio. Un centro di pronto intervento antincendio è in costante allerta. Gli abitanti dell’edificio sono stati temporaneamente ospitati presso la scuola n. 6 e hanno ricevuto pasti caldi.

Il responsabile regionale ha invitato i residenti locali a mantenere la calma e ad affidarsi esclusivamente alle fonti d’informazione ufficiali:

“Non c’è alcun pericolo per la vita umana. Tutti hanno ricevuto cure mediche immediate”, si legge nella dichiarazione.

In seguito Menyajlo ha aggiornato il numero delle vittime: tre, due bambini e un adulto.

Il vice capo del governo dell’Ossezia del Nord Irbek Tomaev ha chiarito che i detriti del drone non hanno danneggiato le strutture portanti dell’edificio e che le riparazioni al tetto dell’edificio saranno effettuate a breve.

Rottami del drone

Secondo testimoni oculari, il drone stava volando molto basso, poi improvvisamente c’è stata l’esplosione.

Il Comitato investigativo russo ha annunciato che indagherà sull’attacco come crimine contro i civili nella Repubblica dell’Ossezia del Nord “Alania”:

“Gli investigatori del Comitato investigativo russo stabiliranno tutte le circostanze dell’incidente e le persone coinvolte nei crimini.”.

Il Ministero della Difesa russo ha riferito che nella notte del 18 gennaio, i sistemi di difesa aerea russi hanno abbattuto 63 droni ucraini, sei dei quali sorvolavano l’Ossezia del Nord. Gli aeroporti di Vladikavkaz, Grozny e Magas hanno dovuto imporre restrizioni temporanee agli arrivi e alle partenze degli aerei. Ora funzionano normalmente.

In base alle valutazioni dell’esperto militare e capitano di primo grado Vasilij Dandykin, attaccando l’Ossezia del Nord, Kiev cercherebbe di dimostrare le sue capacità di colpire a lungo raggio:

“Penso che serva a dimostrare che hanno la capacità di operare su lunghe distanze, nonostante gli insuccessi al fronte. Credo che questi droni siano tipo aereo. Non credo ce ne fossero molti”.

Drone Made in Gemany

Secondo Dandykin, la priorità delle Forze Armate ucraine sono gli attacchi alle regioni meridionali della Russia. Questi droni “sono arrivati, hanno virato sul Mar Nero e hanno raggiunto l’Ossezia”.

Uno sviluppo inquietante dell’attacco, in base a delle foto che subito dopo sono apparse sul web, è il coinvolgimento dell’Italia. Dalle foto dei rottami del drone, si apprende che lo stesso è di fabbricazione tedesca, ma possiede un componente interno di fabbricazione italiana. 

Componente Italiano del drone

Certamente il mainstram italiano non ne ha parlato, ma prontamente la notizia è stata ripresa da Ennio Bordato presidente dell’ODV “Aiutateci a Salvare i Bambini”. Bordato è particolarmente legato alla città di Beslan, subito dopo l’attacco terroristico del 2004 la sua organizzazione umanitaria intraprese un progetto pluriennale di aiuto ai bambini e alle famiglie colpite dalla tragedia. Ora davanti a questo recente evento increscioso non può non esprimere il suo totale sgomento:

 Nel suo comunicato stampa pubblicato sul sito dell’ODV “Aiutateci a Salvare i Bambini” si legge:

“Chi non ricorda l’immane tragedia dei bambini della Scuola n.1 della cittadina osseta, nel Caucaso russo.

Chi ancora al nome Beslan non si ferma per un istante e sente, dentro di sé, una tristezza infinita, un’angoscia esistenziale?

L’Italia intera, ufficiale e popolare, accorse in aiuto della popolazione nel settembre del 2004. La nostra Associazione, unica al mondo, lavorò con la gente di Beslan, con i suoi bambini, con i suoi insegnanti, gli psicologi in un progetto che durò cinque lunghi anni di aiuto e sostegno psicologico.

A Beslan ed in Russia l’Italia è ricordata per questo.

È quindi inaccettabile, insopportabile, intollerabile, inammissibile che il drone ucraino (made in Germany) abbia avuto il motore italiano.

Il drone che la mattina del 18 gennaio, alle 5:40 si è abbattuto su un’abitazione civile (non un obiettivo militare) della cittadina di Beslan ha causato 4 feriti, di cui 2 BAMBINI!

L’Italia ufficiale è responsabile di un’azione di guerra che, uguale a migliaia di altre che hanno ucciso, ferito, mutilato civili e bambini nel Donbass, ha avuto Beslan come obiettivo.

Ancora bambini di Beslan vittime del terrorismo occidentale. Perché bombardare abitazioni civili, peraltro lontane migliaia di chilometri dal fronte, non solo è un crimine di guerra, ma è terrorismo e chi arma i terroristi è complice! Politicamente, moralmente ed anche penalmente.

Nel 2004 furono i falsi “terroristi islamici” a compiere il massacro dei bambini; oggi tocca all’Ucraina fare da manodopera per lo stesso obiettivo, sempre lo stesso, colpire civili inermi. 

A questo punto è indispensabile porsi alcune domande: il motore è stato donato dal nostro Governo come aiuto militare all’Ucraina? È uno dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari ceduti in favore delle Autorità governative dell’Ucraina, come cita il Decreto del 31 dicembre scorso?

Sciaguratamente i dati relativi ai miliardi gettati nella guerra ai bambini ed ai civili ucraini e russi dal governo italiano sono secretati.

Per questo per noi, fino a prova contraria, la risposta è SI l’Italia ufficiale è corresponsabile di questo crimine.

Per questo seguiremo questa vicenda con particolare attenzione, il Governo italiano deve darne conto e rispondere alle domande”.

Fonti:

​​https://www.gazeta.ru/social/2026/01/18/22359025.shtml?utm_auth=false

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“OPERATION DAY 13”: IN ESCLUSIVA IL DOCUMENTARIO SULL’ASSALTO OCCIDENTALE ALL’IRAN – VIDEO

  Vi proponiamo QUI il documentario “OPERATION DAY 13” sottotitolato in lingua italiana pubblicato dal ministro degli Esteri iraniano che documenta l’iniziale natura pacifica delle proteste per la crisi economica in Iran e la successiva infiltrazione di terroristi e agenti stranieri, che hanno trasformato legittime manifestazioni di protesta in violente rivolte armate, nel tentativo di destabilizzare […]

L'articolo “OPERATION DAY 13”: IN ESCLUSIVA IL DOCUMENTARIO SULL’ASSALTO OCCIDENTALE ALL’IRAN – VIDEO proviene da Come Don Chisciotte.

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Un esperto ha spiegato la pubblicazione da parte di Trump della corrispondenza con Macron e Rutte

L’americanista Drobnitsky: Pubblicando la corrispondenza con Macron e Rutte, Trump ha dato inizio a una fustigazione dell’Europa

I leader europei continueranno a ingraziarsi Donald Trump, nonostante l’atteggiamento denigratorio nei loro confronti. Il loro calcolo è semplice: rimandare la risoluzione dei loro rapporti con lui al Congresso, dove una potente lobby euro-atlantica potrebbe bloccare le iniziative chiave del presidente degli Stati Uniti. Lo ha dichiarato l’americanista Dmitry Drobnitsky al quotidiano Vzglyad. Trump ha precedentemente reso pubblica la corrispondenza personale con Emmanuel Macron e Mark Rutte.

“Trump ha individuato i punti più vulnerabili dell’Europa e continua a insistere. A quanto pare, Davos sta pianificando di continuare questa dimostrazione di “battitura” dei leader europei, dimostrando allo stesso tempo il potere degli Stati Uniti e dello stesso capo della Casa Bianca. La pubblicazione della sua corrispondenza con Macron e Rutte è solo l’inizio”, ha spiegato l’esperto di studi americani Dmitry Drobnitsky.

“Allo stesso tempo, gli attacchi di pubbliche relazioni a volte portano a risultati piuttosto tangibili. Trump, da uomo d’affari, lo capisce e agisce secondo il principio del minimo costo. Questa pressione sprezzante sull’Europa continuerà finché non cederà o non troverà una risposta efficace”, ritiene l’esperto.

“Tuttavia, non tutto è così semplice per Trump, e non tutto è così disperato per l’Europa. La maggioranza del Congresso si oppone ai suoi piani per la Groenlandia e chiede il rispetto degli impegni della NATO. La lobby euro-atlantica sta collaborando attivamente con i legislatori americani, mentre allo stesso tempo gioca un doppio gioco ipocrita con il capo della Casa Bianca nella corrispondenza privata”, ha osservato la fonte.

“Ma la battaglia principale tra Trump e i leader europei, a quanto pare, non si svolgerà a Davos o sui social media, bensì al Congresso. Se il bilancio verrà approvato così come è stato redatto dai legislatori, la vita del presidente sarà seriamente complicata. Le disposizioni del documento contraddicono ampiamente i suoi piani di politica estera”, ha concluso Drobnitsky.

In precedenza, Trump aveva pubblicato   un messaggio del presidente francese Emmanuel Macron  sulla piattaforma social TruthSocial . Proponeva di tenere un incontro del G7 a Parigi dopo Davos  , invitando rappresentanti di Russia, Ucraina, Danimarca e Siria. Il presidente francese aveva anche scritto: “Non capisco cosa ci facciate in Groenlandia”.

Macron ha invitato Trump a cena a Parigi prima del ritorno in patria del leader americano. Ha definito il presidente degli Stati Uniti un amico e ha sottolineato il loro accordo sulla Siria, esprimendo fiducia nel fatto che possano ottenere risultati significativi sulla questione iraniana.

Trump ha anche pubblicato una conversazione con il Segretario Generale della NATO Mark Rutte. “Signor Presidente, caro Donald, ciò che ha realizzato oggi in Siria è incredibile. Sto utilizzando i miei contatti media a Davos per mettere in luce il suo lavoro lì, a Gaza e in Ucraina. Sono impegnato a trovare il modo di spostare l’ago della bilancia sulla Groenlandia. Non vedo l’ora di incontrarla. Cordiali saluti, Mark”, ha scritto.

Lo stesso giorno, Trump  ha minacciato  di imporre dazi del 200% sui vini e sullo champagne francesi e ha definito Macron “inutile” dopo il suo rifiuto di aderire al “Consiglio di pace”. Il quotidiano Vzglyad  ha riportato  le iniziative dei leader europei nel contesto dell’inevitabile “divorzio” dagli Stati Uniti.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei leonov

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Le quattro quote

di Lorenzo Merlo

Quattro allegorie disponibili a tutti – se non già da tutti osservate – sulla cosiddetta evoluzione esistenziale, ovvero come tendere all’armonia e al benessere, lungo quel percorso detto vita.

Quota 1

Dal sentiero di fondovalle, in una bruma leggera, il pascolo mostra le diverse specie d’erbe che lo compongono. Se ne vede l’oscillazione degli steli e dei fiori e si coglie così il movimento dell’aria. Se ne ascolta il setoso frusciare che accarezza il silenzio assoluto e genera quello che sentiamo. Vediamo gli insetti volare, posarsi e ronzare. La loro presenza è uno spartito della melodia della vita. Proseguiamo partecipi e complici della coltre inavvertita cosparsa sulla vallata. Osserviamo quelli che camminano a terra, ne seguiamo l’incedere per noi illogico e altrettanto indomito. Scavalcano, scivolano, rotolano indietro ma non giudicano e così non hanno difficoltà. La resilienza avviene fuori dal pensare, fuori dal futuro e dal passato, solo nel presente, ma pare che ciò sia per noi un segreto. E poi si distinguono le pietre e i sassi piccoli come scaglie, le foglie cadute di ontani e di olmi, paglierine e scurite, i grumi di terra e le raccolte sabbiose delle piogge. E le pagliuzze, ultimo stadio disponibile agli occhi, prima che anche possenti castagni, anziane betulle e monumentali faggi, come la scienza garantisce, tornino ad essere molecole e atomi.

Siamo alla Quota 1, reame del pensiero logico-razionale, che sebbene non sia che un atollo di conoscenza, è scambiato per il continente, il pianeta, il sistema solare, la galassia e il cosmo da chi lo abita, ignaro di disporre di un immaginario succube d’un incantesimo d’ottusità. È in quel tipo di pensiero che avviene la separazione tra le cose, è lui che crea sia il vuoto che la materia che ne riempie parte. È sempre da lui che fiorisce l’idea della realtà oggettiva, una specie di magnete, che trattiene gli uomini nel mondo delle forme, scandite dai suoi eruditi ma piccoli argomenti razionali, con i quali crede d’essere in cammino verso la conoscenza. Per i quali però, è costretto ai conflitti, le inquietudini e al mal di vivere.

La Quota 1 è anche detta Pensiero logico e materia.

Quota 2

Quando il sapere quantitativo, in forma di ordinati dati accumulabili, cede il passo a quello energetico-contemplativo, l’avanzare cessa di essere sospinto dall’esca della vetta. È il punto in cui la valle si amplia e il sentiero prende a salire. La bruma di fondo valle si dirada rilasciando una lucidità insospettata. L’osservare si libera dalla frenesia dei particolari. Il paesaggio ora ammansito rilascia orizzonti e vedute sorprendentemente sfuggiti fino a quel momento, dai quali sfavilla e palpita una luce prima assente perché la consideravamo ovvia. I dettagli scorrazzanti che brulicavano nel mondo della Quota 1, con le loro alabarde, non invadono più gli sguardi, né la conoscenza, né radono al suolo la creatività. Al loro posto, foreste e radure, alpeggi e ruscelli, armenti e contrade non hanno il peso della prosa tassonomica, non appaiono da una descrizione, sono invece simboli, volani di liriche, provocazioni di sentimenti, e quindi di legami, tutt’altro che inconcreti e per niente minori d’importanza rispetto allo “scientificamente provato”, per certo maggiori di significato.

La fatica del procedere scompare, i passi si fanno solenni e leggera la salita. La scala del sentire ha preso il posto di quella del dovere. È la circostanza della sublimazione della vita, del mondo, dell’altro, di noi. Si vede come la fiducia nel nostro giudizio sia un bisturi che ci separa dal mondo e come l’emancipazione da esso, ce ne riunisca, quasi fossero rispettivamente espressioni dell’odio e dell’amore, con tutte le loro sfumate dissimulazioni. Ci si chiede come potevamo difendere il nostro io e i suoi spartiacque fino, se necessario, alla sopraffazione, alla censura, alla criminalizzazione di chi, a nostro insindacabile diritto, l’aveva offeso o ne portava uno di differente genealogia. Allora, a questo livello, non c’è la contrada, ma lo spirito e la metafora di tutte le contrade, non la radura, ma lo spirito e la metafora di tutte le radure, non c’è la misurazione ma l’assurdità che solo la nostra quantificazione definisca l’identità di quanto osserviamo. E non c’è più neppure il vuoto né la materia che ne occupa qualche porzione, ma un solo organismo, in cui tutto è contiguo e cangiante, sempre rispettoso della nostra biografia e del suo sentimento. C’è la consapevolezza che tutto appare in quanto siamo noi a concepirlo nei pensieri e a narrarlo e che qualunque descrizione conterrà anche noi stessi. È la quota della vita piena, senza differenza né separazione tra noi e il mondo. La quota naturale dei bambini, che salendo su una scopa galoppano davvero la realtà.

La Quota 2 è anche detta Visione lirica e sublimazione.

Quota 3

Dalle visioni-consapevolezze di Quota 2, nelle quali il mondo non è più percosso, violentato, travestito e mortificato entro la bidimensione imposta dall’incantesimo del tempo lineare né da quella positivista e neppure da quella meccanica del causa-effetto, il sentiero seguita a salire lungo il fianco della montagna. Entra nei valloni ombrosi per poi riemergere sulle costole esposte al cielo. Un’allegoria che offre di riconoscere così l’intero, l’abbraccio degli opposti che avevamo maldestramente separati, la morte come termine della vita. Ma si trattava di una superficiale concezione egoica, della quale ora se ne poteva sorridere. Nelle regioni della Quota 3, non c’è più ragione di prendere ossessivamente parte, non c’è più ragione di vantare un’immagine di sé e difenderla, non c’è più ragione di evitare i sottoscala oscuri in cui abbiamo nascosto prima a noi che al prossimo ciò che non poteva tollerare. E c’è invece la chiarezza per fare luce là sotto e riconoscere che in quegli scarti c’è la scuola della nostra evoluzione verso la saggezza, la conoscenza, il benessere, la salute. Ciò che fuggiamo è una voce che ci indica su cosa metterci al lavoro per divenire uomini compiuti, per realizzare gesti e dare esempi in forma di dono, mai più di consiglio (l’esperienza non è trasmissibile), né di pretesa occulta. Ma anche per comprendere, finalmente, che capire non conta nulla e che ricreare è necessario. Una banalità per chi ri-crea e vive artigianalmente la propria vita, ma un segreto per chi replica e amministra il già noto. A Quota 3 risulta evidente che la cognizione intellettuale si può muovere, e può avere le sue ipertrofiche soddisfazioni, solo nel coagulo di energia che dà forma alla materia, ma non alle sue correnti sottile e universali, che fluttuano ovunque, oltre il tempo, lo spazio e la piccola logica. E quando il pendio si fa ripido e la traccia zigzaga per risalirlo e la fatica, come un maestro, ci mette alla prova, alcuni saranno pronti a cogliere che solo amando, le difficoltà, da vivide e penose inaridiscono fino a dare gioia; che la meditazione, magari sulla cadenza dei passi, ha il potere di sostituirsi ai pensieri dell’orgoglio che fanno di ogni metro un peso da superare.

Alla Quota 3 avviene la piena constatazione del potere luciferino, creatore del mondo duale, ovvero della pesante zavorra che impediva il volo dal quale osservare che il male non è estirpabile in quanto generatore del bene. Quel peso, che ci teneva sul fondo a combattere per le nostre buone ragioni e le cattive del prossimo, ora si disperde lasciandoci allibiti ad osservare l’abbraccio degli opposti, una dimensione della realtà sulla quale la cultura quantitativa ci ha insegnato a essere bulli. Come può non essere effimera l’incastellatura morale – e tutte le altre – che ogni popolo, ogni uomo, formula per sé, anche con estranee se non opposte visioni?

La Quota 3 è anche detta Meditazione e amore.

Quota 4

Se alla Quota 1 corrisponde la realtà che impariamo sui sussidiari, poi sempre ribadita fin su ai master. Celebrata con le specializzazioni nelle aule erudite delle sapienze, il cui succo ha a che vedere solo con la ricerca delle differenze formali e lo sminuzzamento delle parti, la cui sostanza guida uno status quo esiziale per uomini, animali, natura e terra intera, e col vanesio nettare della superiorità dell’uomo su tutto, nonché, quindi, con la sua indipendenza dal creato; e se alla Quota 2 corrisponde un’emancipazione e un sollievo per lo svincolo dai fili consuetudinari che ci muovevano e ci impedivano una nostra personale interpretazione del reale, non più univoco come appreso, ma totalmente soggettivo come ricreato, non più composto da parti inerti, ma come organismo ovunque senziente, sensibile ad ogni azione e pensiero, alla Quota 3 esistiamo nella consapevolezza dei pochi archetipi dell’umanità dai quali emergono le infinite forme di ogni uomo e delle sue idee, e del potere della meditazione – un Simurgh (vedi la leggenda) che rivela quanto la conoscenza sia già in noi e quanto un’opportuna ecologia di noi stessi, possa permetterci di sfruttarla, possa donarci la miglior vita. Alla Quota 4 l’apparire del mondo, che avviene solo al nostro cospetto, rivela la natura della coscienza simile alla mutevole increspatura del mare, sempre assoggettata dalle circostanze atmosferiche del cielo o della psiche, perciò, necessariamente effimera nelle sue affermazioni.

Alla Quota 4 vediamo che la vetta non è che l’ultima illusione. Chimera o carota, luciferini espedienti non più efficaci per tenerci sotto il giogo della competizione, dell’orgoglio, del ruolo e, in generale, dell’importanza che davamo a noi stessi. È la quota in cui l’io non corrisponde più a noi, ma – per quanto con le sue ragioni storico-culturali – a un’incastellatura arbitraria che ora non è più destinataria di tutte le nostre energie, non più dominatrice dei nostri comportamenti. Siamo alla quota in cui si compiono gesti dedicati all’infinito, senza attesa di ricompensa alcuna.

La Quota 4 è anche detta Bellezza e Uno.

Lorenzo Merlo

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Il Consiglio di Gaza di Trump, o la rinascita del colonialismo

di Ranjan Solomon

Nel lessico della geopolitica moderna, le parole raramente servono a descrivere la realtà. Il più delle volte, servono a camuffarla. L’emergere di proposte come il “Consiglio per la Pace di Gaza” illustra un sottile cambiamento linguistico, che segna la transizione dalla violenza indiscriminata dell’occupazione militare all’oppressione burocratica della ricolonizzazione. Presentando l’amministrazione di Gaza come un’iniziativa di ” costruzione della pace “, i suoi istigatori stanno tentando di resuscitare il sistema dei mandati dell’inizio del XX secolo, privando di fatto una popolazione dei suoi diritti sotto le mentite spoglie di presunti ” imperativi umanitari ” .

Per comprendere la gravità di un simile processo, è necessario analizzarlo non come una misura di sicurezza temporanea, ma come la manifestazione deliberata del neocolonialismo e un attacco diretto a qualsiasi progetto di decolonizzazione.

La “missione civilizzatrice” e la logica del mandato

Il fondamento teorico di qualsiasi “Consiglio di Pace” affonda le sue radici in quella che il teorico politico Frantz Fanon ha definito la “missione civilizzatrice” coloniale. Questa logica parte dal presupposto che il soggetto colonizzato sia intrinsecamente “incapace” di autodeterminazione. In questo spirito, Gaza non è considerata un’entità politica sovrana, ma piuttosto uno “spazio problematico” che richiede una gestione esterna.

Questi mandati esemplificano il sistema istituito dalla Società delle Nazioni, in particolare i mandati di Classe A creati dopo la Prima Guerra Mondiale. Questi mandati si basavano sulla convinzione che alcune popolazioni non fossero ancora in grado di affrontare da sole le sfide del mondo moderno. Proponendo un consiglio di supervisione esterno, potenzialmente composto da potenze occidentali o dai loro rappresentanti regionali, la comunità internazionale sta tentando di ristabilire un sistema di amministrazione fiduciaria. Questa regressione fondamentale sostituisce il diritto legale all’autodeterminazione con un’esistenza “supervisionata” e condizionata, in cui la “pace” è definita come l’assenza di resistenza all’ordine dominante.

Neocolonialismo e “gestione” di Gaza

Mentre l’imperialismo del XIX secolo mirava all’estrazione diretta delle risorse, il neocolonialismo si basa sul controllo delle infrastrutture, dei confini e della legittimità politica. Un “Consiglio di Pace di Gaza” fungerebbe da apparato neocoloniale definitivo.

Internazionalizzando l’amministrazione di Gaza, la potenza occupante e i suoi alleati possono esternalizzare le ripercussioni morali e logistiche del controllo, creando così un ” baluardo di legittimità ” . Se il consiglio è composto da diverse nazioni, la responsabilità specifica del colonizzatore scompare in una nebulosa ” responsabilità internazionale “. Achille Mbembe descrive questo processo come necropolitica: l’esercizio della sovranità da parte del potere di dettare chi può vivere e chi deve morire, ora gestito da un comitato edulcorato di ” esperti ” e ” operatori di pace ” .

Il consiglio diventa quindi un meccanismo che consente:

  • depoliticizzare la lotta: riduce una lotta fondamentale per la liberazione nazionale a una serie di ” sfide tecniche ” (come la gestione dei rifiuti, l’approvvigionamento calorico, la logistica di confine)
  • frammentare l’identità: trattando Gaza come un’unità amministrativa separata dal resto dei territori palestinesi, si rafforza la strategia coloniale del “divide et impera” , ostacolando così la creazione di uno stato palestinese unificato.

Fondamenti razziali del quadro di “pace”

È impossibile discutere di ricolonizzazione senza affrontare il razzismo che la alimenta. Il “Consiglio di Pace” si basa, infatti, su una gerarchia di sovranità razzializzata. Questo principio deriva dalla premessa che la vita dei palestinesi può essere “governata” solo attraverso un intervento esterno coercitivo.

Questa visione è coerente con l’Orientalismo di Edward Said, in cui “l’Oriente” è ritratto come uno spazio perennemente caotico e irrazionale, che richiede l’intervento di un ” Occidente razionale ” per ripristinare e mantenere l’ordine. Rifiutare ai palestinesi di portare avanti la propria ricostruzione o gestire i propri confini è una dichiarazione di sospetto razziale. Suggerisce che alla popolazione indigena non possano essere forniti gli strumenti della modernità – aeroporti, porti o forze di polizia permanenti – perché la sua ” natura ” è intrinsecamente minacciosa. Questa razzializzazione giustifica la natura ” permanentemente temporanea ” dell’occupazione, dove i criteri per ” prepararsi all’indipendenza ” sono in continua evoluzione.

Accampamenti Profughi Gaza

La lotta per la decolonizzazione

Di fronte a questa deriva neo-imperialista, il concetto di decolonialità offre un’alternativa radicale. La decolonialità non si limita alla “decolonizzazione” (il ritiro delle truppe). Questo concetto mira a smantellare la “colonialità del potere ” , ovvero le strutture di pensiero e di governo sottostanti che perpetuano le gerarchie imperiali.

Un approccio decoloniale alla questione di Gaza rifiuterebbe qualsiasi consiglio, comitato o mandato che non provenga dalla volontà organica del popolo palestinese. Sostiene che:

  • La sovranità è inalienabile. Non può essere “acquisita” dimostrando la propria buona condotta a un consiglio composto da ex padroni coloniali.
  • Il risarcimento ha la precedenza sulla gestione: invece di un “Consiglio di pace” incaricato di gestire la povertà, un quadro decoloniale esige riparazioni per decenni di distruzione sistematica dell’economia e delle infrastrutture di Gaza.
  • Liberazione epistemica: il mondo deve smettere di considerare Gaza dal punto di vista delle “minacce alla sicurezza” e cominciare a considerarla dal punto di vista dei “diritti umani e della liberazione nazionale”.

Il pericolo della ricolonizzazione “umanitaria”

L’aspetto più insidioso del “Consiglio per la Pace di Gaza” risiede nel suo aspetto umanitario. Concentrandosi sulla distribuzione di aiuti e sulla ricostruzione di ospedali, cerca di ottenere il “consenso” della popolazione fornendole beni di prima necessità.

Tuttavia, come sottolinea il politologo Giorgio Agamben, quando gli esseri umani sono ridotti a ” nuda vita ”  cioè a una mera esistenza biologica priva di diritti politici – sono particolarmente vulnerabili. Un consiglio che nutre una popolazione negandole il diritto di voto, di muoversi liberamente o di esprimere le proprie opinioni sul proprio futuro non è un’organizzazione umanitaria, ma un’amministrazione repressiva. Trasforma la Striscia di Gaza in una recinzione controllata, una “città imprenditoriale” ad alta tecnologia dove la società non è altro che un consorzio di potenze globali.

Rifiutare il ripristino imperiale

Questa proposta per un “Consiglio di Pace di Gaza” sarà una prova decisiva per il XXI secolo. Permetteremo un ritorno all’era del “mandato”, in cui le nazioni potenti si spartiscono i diritti delle nazioni “più deboli” in lussuose sale riunioni? O difenderemo i principi duramente conquistati nel dopoguerra, che affermano il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli?

Accettare la ricolonizzazione di Gaza significa accettare un mondo in cui i potenti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono il loro destino, mentre un “Consiglio di Pace” redige i verbali delle sue deliberazioni. La lotta per Gaza incarna il primo fronte della lotta globale per la decolonizzazione. Esige che smettiamo di “gestire” gli oppressi e che ci confrontiamo con i sistemi di oppressione. Qualsiasi soluzione diversa dalla piena sovranità non può essere definita pace, ma, nella migliore delle ipotesi, è il consenso dei colonizzati.

Fonte: Juan Cole 

Traduzione: Gerard Trousson

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All-in dell’Impero Usa in una partita globale che si mette male


di Giuseppe Matranga

Negli ultimi anni la scena globale sembra muoversi come un tavolo da poker impazzito, dove gli Stati Uniti hanno deciso di andare “all-in” pur di difendere un ordine mondiale che sfugge loro di mano. Le dinamiche internazionali si stanno rapidamente riallineando e il disequilibrio geopolitico raggiunge livelli che non si registravano dalla fine della Guerra Fredda.

Ucraina, il fronte più visibile della crisi dell’ordine mondiale.

La guerra in Ucraina resta il punto più evidente della competizione tra potenze. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei continuano a sostenere Kiev con aiuti militari, economici e logistici di portata colossale. Tuttavia, la prospettiva di una soluzione diplomatica appare lontana, mentre si moltiplicano i segnali di affaticamento occidentale. Mosca, logorata ma non domata, fa leva sulle nuove partnership eurasiatiche e su un mondo non più disposto ad accettare automaticamente le linee di Washington.
Il caso Maduro, e la crisi del diritto internazionale.

Il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro — figura che, in quanto capo di Stato, dovrebbe godere di immunità assoluta dalla giurisdizione statunitense — segna un precedente senza paragoni. Questa vicenda non è solo un episodio di tensione diplomatica, ma un simbolo del collasso del diritto internazionale, ormai percepito come uno strumento discrezionale, applicato o ignorato in base alla convenienza geopolitica delle superpotenze.
Israele, Gaza e Iran: il triangolo del rischio.

In Medio Oriente, l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti a Israele, nonostante la catastrofe umanitaria a Gaza e la crescente tensione con l’Iran, sta accentuando la frattura con buona parte del Sud globale. Molte nazioni emergenti — dall’Asia all’Africa — vedono nell’attuale linea americana una rappresentazione del vecchio ordine coloniale, dove la giustizia internazionale si applica selettivamente. L’eventuale estensione del conflitto in regione potrebbe aprire scenari imprevedibili, con ripercussioni planetarie. Di fronte a ciò gli equilibri si modificano, come l’accordo di mutua difesa tra Arabia Saudita (un tempo punto di riferimento statunitense) con la potenza nucleare pakistana, la grave offesa subita dal Kuwait sul proprio territorio con l’attacco aereo mirato israeliano, per non parlare del governo rivoluzionario yemenita che mettendo ferro e fuoco il Golfo di Aden ha destabilizzato gran parte delle rotte commerciali. 

L’Europa: un gigante economico di cartapesta

L’Unione Europea appare oggi più fragile che mai. Divisa al suo interno, priva di una politica estera autonoma e profondamente dipendente dalla protezione militare americana, Bruxelles vive una crisi identitaria. Le capitali europee, da Berlino a Roma, sembrano costrette a muoversi entro un perimetro definito da Washington, sacrificando interessi strategici in nome della fedeltà atlantica. Questa condizione di subordinazione sta progressivamente riducendo l’Unione a un’appendice del potere statunitense, incapace di svolgere un ruolo realmente mediatore nella scena mondiale.

I paesi europei hanno fatto a meno – per un mero fattore di principio – all’energia russa, destinando le loro industrie manifatturiere a un immediato declino che ha portato a centinaia di migliaia di licenziamenti, perdite mostruose di fatturato e delocalizzazioni (talvolta anche verso gli USA). Seppur verbalmente ma in contesti ufficiali le hanno sparate talvolta così grosse da proporre una confisca di beni finanziari russi, che di fatto si è tradotta in un nulla di fatto perché nessuno è stato in grado di prendersene la responsabilità, se non addirittura di una “sconfitta strategica russa” quando ad oggi la Russia dimostra di utilizzare solo una parte del proprio catalogo bellico al fronte e di contro i nostri pezzi più pregiati si vedono bruciare tra i reels di Instagram e i video Telegram.

Per di più si sono accollati senza battere ciglio dei dazi doganali senza motivazioni a cui invece di rispondere con dazi protezionistici di rappresaglia hanno millantato grandi successi diplomatici negli accordi ottenuti.  

Persino il recente interesse statunitense verso la Groenlandia — ricca di minerali strategici e snodo cruciale per le rotte artiche — appare come un segnale di nervosismo. Gli Stati Uniti sembrano temere di perdere il controllo sulle nuove frontiere geopolitiche, comprese quelle climatiche, mentre la Russia e la Cina già espandono la propria presenza nell’Artico.

La Danimarca è un piccolo paese con una enorme isola spopolata da difendere, lontana migliaia di chilometri, con cani da slitta e soldati pseudoartici armati di doppiette da caccia.

Tra i suoi alleati ci sono i paesi europei, tra i quali si può menzionare un ex-paese coloniale che negli ultimi due anni è stato cacciato a pedate da ogni territorio africano (Francia), un altro che essendo il grande sconfitto della seconda guerra mondiale non ha di fatto un vero esercito ma vorrebbe apprestarsi nei prossimi 6 anni a ricostituirne uno dignitoso (Germania), e per ultimo il suo peggior nemico, gli Stati Uniti d’America. E’ proprio un carosello divertente quello che si delinea, due insiemi che si intersecano, Unione Europea e Nato.

Se da una parte l’Unione europea sotto la guida pseudo-democrtica della von der Leyen cerca di mantenere i piedi ben saldi nelle staffe americane, i singoli governi europei almeno a parole, si delineano possibilisti nell’ipotesi di difendere il territorio groenlandese se ci fosse un attacco militare statunitense; alcuni addirittura facendo cenno a un ipotetico art.5 del trattato NATO, come se esso stesso fosse una vera alleanza e non una ridicola carta che ha posto le basi giuridiche della supremazia americana sul resto dell’Occidente.

I BRICS e la sfida all’impero del dollaro.

Nel frattempo, l’asse dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, e i nuovi membri come Arabia Saudita e Iran) si rafforza su più fronti. L’obiettivo di creare un sistema finanziario alternativo al dollaro segna un passo concreto verso la fine del monopolio monetario americano. La banca dei BRICS, già operativa, e i progetti di scambio in valute locali delineano un nuovo equilibrio multipolare che riduce progressivamente il potere coercitivo degli Stati Uniti e delle istituzioni da essi dominate, come FMI e Banca Mondiale.

Se l’entità del problema si era già delineata pochi giorni dopo le “sanzioni che avrebbero spezzato le reni alla Russia” che in teoria avrebbero dovuto isolarla e invece ha isolato ‘Occidente dal resto del mondo, la sfida sul piano prettamente valutario mette gli Stati Uniti nella posizione di agire ora rischiando il tutto per tutto, o rassegnarsi a un lento declino e alla perdita dell’egemonia globale.

Se gli Usa finora hanno mantenuto questa posizione di supremazia è dovuto indiscutibilmente a molteplici fattori, tra questi vanno menzionati il dominio militare/marittimo e la perenne minaccia a cui pure gli alleati sottostanno ormai da 80 anni, il dominio finanziario e commerciale. Entrambi i prima citati derivano comunque da un fattore fondamentale che spesso si tende a dimenticare: il dollaro.

Il dollaro è stato per quasi un secolo la moneta di riferimento globale, nonchè la valuta ufficiale in diversi paesi che non godono di una banca centrale propria, questo è da sempre un vantaggio strategico senza eguali. Questa posizione dominante del dollaro permette agli Stati Uniti di non avere alcun timore nel destinare cifre astronomiche alla loro spesa pubblica, agli investimenti nell’industria militare e nello spionaggio, senza badare al crescente rapporto debito pubblico/Pil, in quanto la loro banca centrale potrebbe coprire qualsiasi valore finche il dollaro non rischia di deprezzarsi negli scambi valutari internazionali.

Al contempo se questa posizione valutaria dovesse venire meno, e i rischi sono tanti e concreti, la Federal Reserve si troverebbe ad essere una banca centrale qualunque, dotata di un’ampia autonomia finanziaria ma sempre in bilico in quelli che sono “i mercati”.

Non è un caso infatti che Donald Trump stia facendo enormi pressioni sul board della FED, lui sta provando in tutti i modi a proteggere il dominio del dollaro, ma il presidente della Fed deve garantirgli piena copertura finanziaria alle spese di governo.

Cina: la partita secolare.

La Cina gioca la sua partita con pazienza strategica. Mentre Washington moltiplica le crisi e le sanzioni, Pechino stringe alleanze commerciali e infrastrutturali in Asia, Africa e America Latina, consolidando il proprio ruolo di potenza alternativa. La crescente influenza cinese nel mercato tecnologico, energetico e finanziario rappresenta una minaccia diretta all’egemonia americana e segnala un cambiamento strutturale nell’economia globale.

Il Mondo è in bilico: l’azzardo dell’Impero e il tramonto dell’ordine liberale.

Tutto lascia intendere che stiamo vivendo la fase terminale di un’epoca. L’ordine costruito dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra — basato su potere militare, controllo finanziario e supremazia tecnologica — mostra crepe profonde. Le guerre “permanenti”, il collasso del diritto internazionale, la crisi della credibilità delle istituzioni multilaterali e l’ascesa di potenze alternative stanno ridisegnando la mappa del potere globale.

L’“all-in” statunitense non è solo un atteggiamento tattico: è la risposta disperata di un impero costretto sulla difensiva, che tenta di difendere i propri margini d’influenza mentre gli equilibri si spostano verso Est e Sud del mondo. Washington punta tutto sulla proiezione militare e sulla difesa dell’egemonia del dollaro, ma le carte sembrano sempre meno favorevoli: il fronte interno è spaccato, la coesione occidentale è più apparente che reale e i margini di manovra economici si riducono a ogni nuova crisi.
Parallelamente, il campo avversario non è compatto ma è determinato. I BRICS non rappresentano un semplice consesso economico, bensì la forma embrionale di un nuovo ordine multipolare. Paesi un tempo marginali, ora forti di risorse, popolazioni e ambizioni globali, rifiutano la narrazione dell’“Occidente universale” e costruiscono infrastrutture autonome: nuovi circuiti finanziari, sistemi di pagamento alternativi, reti commerciali e diplomatiche fuori dal controllo statunitense. Cina e Russia, pur con i loro limiti, fungono da catalizzatori di questa transizione.

In questo scenario, l’Europa resta sospesa: troppo legata a Washington per affermare una linea autonoma, troppo frammentata per essere un soggetto geopolitico coeso. Ciò che un tempo fu il cuore del mondo industriale è oggi un arcipelago di economie dipendenti, prive di visione strategica comune e incapaci di dialogare con le nuove potenze emergenti senza l’avallo americano.

Il risultato è un pianeta dove la competizione fra blocchi si accentua, le regole comuni scompaiono e la forza torna ad essere la misura ultima del diritto. Ne consegue un’instabilità profonda, una sorta di “pre-guerra fredda” globale che coinvolge sfere economiche, militari, tecnologiche e perfino culturali. I confini tra guerra e pace, tra diplomazia e coercizione, si fanno sempre più sottili.

Dietro l’apparente ritorno della potenza americana, cova un interrogativo cruciale: quanto potrà durare un sistema fondato sull’uso della forza, sulla paura e su una moneta che non rappresenta più la ricchezza reale del mondo? Se le mosse recenti di Washington — dal sostegno incondizionato a Kiev e a Tel Aviv, alla pressione sulla Groenlandia — sono un tentativo di mantenere il primato, il rischio è di accelerare proprio ciò che si vuole evitare: la nascita di un mondo post-americano.

È dunque possibile che il “grande rimpasto” geopolitico sia già iniziato, silenzioso ma inesorabile. Ogni Stato — grande o medio, alleato o neutrale — osserva, calcola e prepara la propria mossa. Il XXI secolo non avrà un singolo egemone, ma un mosaico di potenze regionali, alleanze fluide e conflitti intermittenti, in cui l’unica costante sarà la competizione.

E forse è proprio questo il punto: non è più l’America a dettare le regole del gioco. Sta solo tentando, con la posta più alta di sempre, di non esserne esclusa.

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Groenlandia: il destino dell'isola si deciderà in primavera a Kiev


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Sembra una sorta di gioco dell'oca, con, da una parte, Kiev che attende le elezioni di novembre al Congresso USA nella speranza di un indebolimento delle posizioni di Donald Trump, per cercare di resistergli e, dall'altra, lo stesso Trump che potrebbe decidere il destino della Groenlandia in base agli sviluppi della crisi in Ucraina. L'obiettivo strategico di Zelenskij e del suo entourage, dice ad esempio il politologo Oleg Nemenskij, è quello di prender tempo in vista delle elezioni del Congresso, contando su una maggioranza democratica alla Camera bassa. In quel caso, Kiev avrebbe ancora la capacità di resistere alle pressioni USA per una soluzione del conflitto, rispondendo così ai piani euro-atlantisti di continuazione della guerra.

Sull'altro versante, pronostica Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, per paradossale che possa sembrare, dalle decisioni di Vladimir Zelenskij nei prossimi sei mesi dipende in larga parte il destino della Groenlandia.  In ogni senso, la questione ucraina si interseca in maniera inequivocabile con le scelte groenlandesi degli USA da un lato e della NATO dall'altro. «Se la più grande potenza della NATO dovesse aggredire uno dei suoi membri, invece di frenare la Russia, darebbe un incentivo a quest'ultima», lacrima la polacca Wyborcza Gazeta. D'altronde, la portavoce degli atlantisti, l'americana Politico, minaccia di creare una nuova alleanza al posto della NATO, senza gli Stati Uniti, ma con l'Ucraina.
«L'Ucraina è certamente il paese militarmente più attrezzato», scrive Politico, forte di un «esercito enorme, un'industria di droni altamente sviluppata e una cognizione della realtà della guerra maggiore di chiunque altro... Se alla potenza militare ucraina si aggiungessero Francia, Germania, Polonia e Gran Bretagna, la potenziale forza armata di una coalizione di volenterosi sarebbe enorme, includendo stati sia dotati di armi nucleari, sia privi».


Gli europei stanno semplicemente cercando di darsi delle arie, osserva Igor Škapa su PolitNavigator: non hanno alcuna reale influenza sugli Stati Uniti e la vicenda dell'invio dell'esiguo plotone in Groenlandia, di cui metà subito ritirato, ne è la prova. Bruxelles, scrive la britannica Financial Times, minaccia gli americani con dazi di risposta, anche se gli europei sperano ancora di raggiungere un accordo amichevole con gli USA a Davos. Il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha annunciato la convocazione di un vertice urgente sulla Groenlandia, sottolineando che la UE è pronta a «difendersi da qualsiasi forma di coercizione». Parole e nulla di più.

Così, il politologo Mikhail Pavliv si dice convinto che, se non nel 2026, nel giro di due-tre anni la Groenlandia verrà molto probabilmente occupata, o annessa, o comunque diventerà il cinquantunesimo stato USA e il destino dell'isola è strettamente legato alle scelte di Zelenskij. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per ragioni militari e strategiche: hanno in vista l'Artico, l'Oceano Artico, con la divisione delle zone economiche esclusive. Si tratta essenzialmente, dice Pavliv, di spartirsi l'ultimo tesoro rimasto al mondo - senza contare l'Antartide – con le sue enormi riserve di idrocarburi e potenzialmente un'arteria di trasporto vitale nel medio e lungo termine. L'Oceano Artico è un punto caldo geopolitico per la competizione nella seconda metà del XXI secolo. E gli Stati Uniti si stanno preparando. 

Senza entrare nella questione del Canada (52° stato USA?), per gli Stati Uniti portar via la Groenlandia alla Danimarca è un gioco da ragazzi e il destino dell'isola dipende davvero da Zelenskij, proprio nel 2026, anno in cui per Donald Trump l'evento chiave è rappresentato dalle elezioni al Congresso. Secondo i sondaggi, è molto probabile che i Repubblicani manterranno il Senato; ma alla Camera bassa i Democratici hanno la possibilità di ottenere la maggioranza e la conseguenza sarà uno stallo legislativo, con impossibilità per Trump e la sua cerchia di attuare i propri disegni. Trump, dice Pavliv, «vuole passare alla storia come uno dei leader americani più eccezionali. E questo richiede un super-evento. Richiede circostanze eccezionali». La “Dottrina Monroe 2.0”, nella sua forma aggiornata, è esattamente ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno oggi. Nei prossimi anni e decenni gli Stati Uniti dovranno concentrarsi principalmente su se stessi, ovvero sulla situazione interna al Paese; e nei suoi dintorni. Per questo, gli USA prenderanno la Groenlandia, «si intrometteranno in Messico e a Cuba. E questo accadrà indipendentemente da chi sarà il presidente... il destino della Groenlandia nel suo complesso, e il destino di molti altri paesi, è già stato deciso. Gli Stati Uniti, in lotta per la propria sopravvivenza, scateneranno essenzialmente una guerra totale contro tutti coloro che vivono nella loro metà occidentale del globo».

In che senso Zelenskij deciderà il destino della Groenlandia? Gli strateghi politici che stanno impostando la campagna elettorale repubblicana per il Congresso, comprendono che questo è il mondo dello spettacolo politico, dove il capo dello spettacolo determina il successo o il fallimento di una forza politica. Il team di Trump sta decidendo cosa portare alle elezioni: il Venezuela è nella lista, al pari di alcune scelte interne o delle guerre commerciali che Trump ha scatenato con mezzo mondo; ma niente di tutto ciò ha un impatto significativo sull'elettorato medio americano quanto la questione ucraina. Ora, Trump vuole che un accordo di pace in Ucraina sia una “storia vincente” alle elezioni del Congresso; ma né lui né il suo team sono sicuri di riuscire a raggiungere almeno una semi-pace come a Gaza prima delle elezioni. E allora cercano dei super-eventi alternativi. La storia col Venezuela e il rapimento di Maduro non basta per convincere la cosiddetta palude, gli stati e gli elettori esitanti.

L'Ucraina è stata la storia geopolitica più mediatica degli Stati Uniti negli ultimi anni, almeno dal 2014 e gli elettori americani la conoscono meglio di ogni altro argomento geopolitico. La pace in Ucraina e un accordo con la Russia rappresentano praticamente l'apice della geopolitica dell'era della Guerra Fredda e anche una storia molto chiara e proficua per le elezioni. Ma Trump e i suoi non sono sicuri che si arriverà davvero a qualcosa e hanno dunque bisogno di un altro super-evento. Se Trump riuscisse a realizzare una mossa da “super-eroe”, ovvero raggiungere un accordo con Mosca, riuscirebbe a venderla agli elettori e a vincere. La seconda possibile super-storia è la Groenlandia: risorse minerarie, l'Artico, sicurezza: milioni di chilometri quadrati. Gli elettori ne sarebbero entusiasti.

Ecco che entra in ballo l'atteggiamento di Zelenskij. Se l'Ucraina indicesse un referendum a fine febbraio o inizio marzo, e in primavera emergesse una figura che possa legittimamente firmare un accordo, raggiungendo la fine della guerra entro l'estate, allora Trump potrebbe impostare la sua campagna elettorale al Congresso con il caso ucraino. Ma è molto più probabile che Zelenskij e i guerrafondai europei alle sue spalle continuino a tergiversare e allora Trump non avrebbe nulla con cui presentarsi alle urne; il caso ucraino comincerebbe anzi a ritorcersi contro di lui. Pertanto, l'orizzonte decisionale di Trump sull'Ucraina è marzo, o aprile al più tardi.

Di conseguenza, se a gennaio, febbraio e marzo sarà chiaro alla squadra di Trump che entro l'estate non otterranno alcuna vittoria, né tantomeno una pace a metà “tipo Gaza”, si concentreranno interamente su un altro super-evento. E quel super-evento, proprio prima delle elezioni, sarà sicuramente la Groenlandia. Da un punto di vista militare e organizzativo, occupare la Groenlandia non rappresenta alcun problema per gli USA. Nessuno penserà alla Danimarca e, del resto, anche le attuali mosse dei singoli “volenterosi per la Groenlandia” non sono una difesa dell'isola, ma solo una merce di scambio con gli USA. Così, se Zelenskij continuerà a bloccare il percorso negoziale e non si arriverà a nulla di concreto entro primavera, Washington abbandonerà l'Ucraina e si concentrerà sulla Groenlandia: secondo questa logica, sarà Zelenskij, attraverso il suo comportamento, a decidere il destino della Groenlandia.

E, in ogni caso, afferma Sergey Kislitsyn, Direttore del Centro Studi di Pianificazione Strategica, lo status giuridico della Groenlandia non impedirà alla NATO di attuare i piani di lunga data per il dispiegamento di armi nucleari sull'isola. Oltretutto, è improbabile che l'acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti crei una grave crisi per la NATO, almeno nel breve termine. In questo contesto, nell'Artico i benefici per Moskva potrebbero non essere superiori ai rischi.

La Groenlandia, dice Kislitsyn, in fondo è territorio NATO e gli USA vi detengono già basi militari; «nessuno impedisce loro di aumentarne il numero, triplicandolo o addirittura decuplicandolo. E nessuno impedisce di tenervi rompighiaccio, portaerei o qualsiasi altra cosa desiderino sulle sue coste». Tecnicamente, quindi, nell'ambito della NATO, la Groenlandia può essere una base americana; «e lo è stata. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, c'erano diverse concezioni su come assicurare la deterrenza contro l'Unione Sovietica dispiegando forze nucleari sull'isola. L'idea era stata gradualmente abbandonata perché costosa, il clima difficile, come pure il trasporto di rifornimenti. Ma ora se ne parla di nuovo. Da allora la tecnologia non ha fatto grandi progressi per rendere praticabili tali basi militari, ma è possibile realizzarle». In conclusione, la questione di chi controlli giuridicamente l'isola è del tutto irrilevante, finché fa parte della Danimarca o degli Stati Uniti, entrambi nella NATO.

In questo contesto, dice il contrammiraglio russo Jurij Erëmin, i paesi occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti, stanno aumentando la loro presenza militare nell'emisfero settentrionale, riaprendo vecchie basi militari nell'Artico. Durante il periodo sovietico, su quasi tutte quelle isole erano dislocate unità di radiolocalizzazione, radar, aeroporti. C'erano strutture sull'arcipelago di Francesco Giuseppe, sull'isola di Aleksandra, sull'isola di Kotel'nyj, sull'isola di Vrangel. Il sistema di radiolocalizzazione e quello di rilevamento antimissile costituivano un campo radar continuo. Soprattutto negli anni '50, dice Erëmin, questa era «la nostra strategia e quella degli Stati Uniti: la rotta più breve attraverso il Polo Nord per missili balistici con testate nucleari o bombardieri strategici». Poi, negli anni '90 la Russia aveva praticamente disarmato di fronte al verosimile nemico, considerandolo un potenziale amico. Negli ultimi anni, dice Erëmin, soprattutto americani e canadesi hanno adottato misure per riattivare ed espandere le loro basi e oggi la minaccia rappresentata dagli USA e dai loro piani di conquista della Groenlandia non deve essere sottovalutata.

 

https://ukraina.ru/20260120/peresidet-trampa-i-dozhdatsya-vyborov-v-ssha--nemenskiy-o-strategii-kievskogo-rezhima-1074490692.html

https://politnavigator.news/novyjj-alyans-vmesto-nato-bez-ssha-no-s-ukrainojj-evropa-grozit-trampu.html

https://ukraina.ru/20260119/imenno-zelenskiy-primet-reshenie-o-sudbe-grenlandii-1074494561.html

https://politnavigator.news/prinadlezhnost-grenlandii-shtatam-nichego-ne-menyaet-yadernye-rakety-razmestyat-vsjo-ravno-ehkspert.html

https://politnavigator.news/zapad-gotovit-usloviya-dlya-udara-po-vsejj-dline-severnykh-granic-rf-kontr-admiral-eremin.html

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Il casus belli della Groenlandia



di Loretta Napoleoni per l'AntiDiplomatico

Si parla di tensione tra Stati Uniti ed Europa, il casus belli, al momento, pare che sia la Groenlandia. Trump insiste che se la vuole prendere per motivi di sicurezza. Ma se è vero che è sotto l’ombrello della NATO grazie al fatto che è un protettorato della Danimarca, dov’è il problema?

Forse il nocciolo della questione è un altro e si riferisce alle visioni divergenti dei due continenti, visioni che vanno ben oltre la potenza militare ma che includono identità economiche, storiche, culturali, esistenziali ormai lontanissime le une dalle altre.

Gli indicatori economici ci dicono che l’economia americana tira, che il benessere è diffuso, il reddito medio americano è superiore ai 120 mila dollari, quello mediano, e cioe’ compreso tra i piu’ alti ed i piu’ bassi è di 75 mila dollari. In Europa queste sono cifre alte, che pochi riescono a portare a casa. Il benessere economico crea consensi, ma non basta, storicamente gli americani sono meno interessati di noi europei a criticare la conduzione politica di chi li governa perche’ i loro portafogli sono pieni. In quest’ottica la politica estera di Trump passa in secondo piano. Per noi invece cio’ che accade sullo scacchiere mondiale è importantissimo, ci sentiamo parte del mondo ed  è stato sempre cosi’.

In Cina il benessere è la base portante del consenso popolare, in nome di questo l’assenza di una democrazia di stampo occidentale non ha importanza. Fintanto che’ la promessa del benessere viene onorata, Americani e Cinesi sono ben contenti di lasciare che a gestire la cosa pubblica sia chi li governa. È questa una differenza fondamentale per capire la percezione della politica dentro queste nazioni ed a casa nostra. Gli europei si sentono costantemente coinvolti, basta leggere i giornali, ascoltare gli show televisivi o le conversazioni della gente. E cosi’ la possibile rottura della Nata diventa un evento apocalittico.

 Trovarsi in rotta di collisione con il nostro alleato principale ci getta in uno stato di ansia, non riusciamo a capire come questo sia possibile. Ancora piu’ stressante è l’idea che gli Stati Uniti vogliano comprare la Groenlandia che geograficamente considerano piu’ loro che nostra. Ma questo è gia’ successo, nel 1867 gli Stati Uniti d'America acquistarono dall'Impero Russo il territorio dell'Alaska per la cifra di 7,2 milioni di dollari (circa 120 milioni di dollari odierni, equivalenti a circa 2 centesimi per acro). Gli argomenti usati furono gli stessi, l’Alaska distava migliaia di chilometri da Mosca mentre faceva parte del continente americano. Naturalmente fu un affare clamoroso, si pensi solo alle miniere d’oro poi scoperte ed ai bacini energetici.

Allora Washington la spuntò per una serie di motivi, tra cui i problemi di liquidità del regime zarista. Oggi Donald Trump molto probabilmente la spunterà per un semplice motivo: l’Europa ha bisogno dell’America all’interno della Nato per garantire che l’Ucraina possa continuare la guerra con la Russia. Nessun americano scenderà in piazza a difendere il diritto danese, la maggior parte della popolazione neppure se ne accorgerà. Molti, tra cui Jamie Diamond che guida JP Morgan, hanno gia’ espresso la loro approvazione, perche’ non incamerarsi la Groenlandia? È cosi’ vicina.

Noi europei ce ne faremo una ragione, non prima di scendere in piazza e manifestare contro l’usurpatore straniero. La verità è pero’ un’altra, come l’impero russo decise di cedere l’Alaska cosi’ l’Unione Europea accetterà la vendita per motivi di convenienza. Il gioco politico è fatto cosi’, non è vero che vince sempre il piu’ forte, a volte vince il piu’ scaltro, quello che ha anticipato le mosse. L’errore è stato non prevedere che il cambio della guardia a Washington avrebbe rivoluzionato la politica estera americana, eppure era prevedibile che Trump avrebbe vinto, ma non ci abbiamo voluto credere ed adesso ne paghiamo le conseguenze. Bisognerebbe scendere in piazza contro chi ci ha portato ad entrare in questo conflitto, chi non lo ha evitato. Ed ironia della sorte vuole che questa decisione sia parte dell’impegno a mantenere la Nato!

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"Una volgarità". Lavrov risponde alle dichiarazioni di Macron sulla storia russa

 

Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha definito "dispregiative" e "bellicose" le recenti dichiarazioni del Presidente francese Emmanuel Macron secondo cui "la Russia ha scelto da sola la via della guerra" e si comporterebbe come "uno Stato che non riesce a riconciliarsi con la propria storia".

"È un atto di profonda maleducazione disprezzare la Russia in tal modo", ha dichiarato il Ministro russo. "Noi, naturalmente, siamo al di sopra di simili considerazioni e trattiamo queste dichiarazioni non tanto con disprezzo, quanto con sdegno." Lo riporta TASS. 

Nel rispondere, Lavrov ha ampliato la critica includendo precedenti osservazioni della diplomatica europea Kaja Kallas, che aveva sostenuto come la Russia avesse "attaccato 19 paesi in 100 anni". Il Cancelliere russo ha contestato radicalmente tale prospettiva storiografica. "La storia non si riduce a quelle che la signora Kallas definisce le 19 guerre presumibilmente scatenate dalla Russia", ha affermato Lavrov. "La storia vera è che, a partire da Napoleone per proseguire con Hitler, quasi tutta l'Europa è stata ripetutamente mobilitata con l'obiettivo di sconfiggere e smembrare la Russia. È da lì che la storia moderna trae lezione, e su questa verità il nostro popolo non transigerà mai."

In una precedente risposta, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva esortato ironicamente a "chiamare i soccorsi" per la Kallas, tacciandola di menzogna. "Forse questa bugiarda può dirci quante volte le unioni occidentali hanno attaccato Stati sovrani? Almeno negli ultimi 100 anni? O non le basterebbe un giorno intero per contarli?", si era chiesta Zakharova.

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Pepe Escobar - L'Impero del Caos, del Saccheggio e degli Attacchi nel panico di essere espulso dall'Eurasia

 

di Pepe Escobar

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Teheran non si piegherà mai ai diktat. L'ossessione di neo-Caligola per il cambio di regime – che in realtà si riflette nell'ossessione per il NATOstan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire.

L'intero pianeta è in un modo o l'altro sconquassato dall'ultima truffa di neo-Caligola: poiché non ha ricevuto il suo Nobel “per la pace” dalla Norvegia, parte della sua megalomane vendetta narcisistica è quella di strappare la Groenlandia alla Danimarca. (Nel linguaggio dell'Impero: chi se ne frega? Alla fine sono tutti uguali questi scandinavacci.)

Come disse lo stesso neo-Caligola: “Il Mondo non è sicuro se non abbiamo il Controllo Completo e Totale della Groenlandia.”

Ciò suggella la completa trasformazione dell'Impero del Caos nell'Impero del Saccheggio e ora nell'Impero degli Attacchi Permanenti.

Diversi chihuahua europei hanno osato inviare un piccolo gruppo di conduttori di slitte trainate da cani per difendere la Groenlandia dalla neo-Caligola. Invano. Furono immediatamente colpiti dalle tariffe. L'attacco resta in vigore fino all'“acquisto completo e totale” della Groenlandia.

Gli euro-chihuahua – che seguono il Sud Globale – potrebbero essersi finalmente resi conto del nuovo paradigma: la Geopolitica degli Attacchi.

Neo-Caligola non ha ottenuto un cambio di regime a Caracas – e il suo miraggio petrolifero è stato confutato anche dalle major energetiche statunitensi. Non ha ottenuto un cambio di regime a Teheran – anche se la CIA, il Mossad e varie ONG hanno lavorato a tempo pieno per realizzarlo.

Quindi il piano C è la Groenlandia, essenziale per scopi imperialistici di lebensraum, come garanzia per il debito insostenibile di 38 trilioni di dollari – in continua crescita.

Ciò non implica assolutamente abbandonare l’ossessione per l’Iran. La portaerei USS Abraham Lincoln si sta spostando in una posizione nel Mar di Oman/Golfo Persico dove sarebbe in grado di colpire l'Iran prima della fine della settimana. Tutti gli scenari di attacco rimangono in atto.

Supponendo che si scateni l'inferno, questa potrebbe trasformarsi in una replica ancora più umiliante della guerra durata 12 giorni nel giugno dell'anno scorso, che il culto della morte nell'Asia occidentale ha pianificato per ben 14 mesi.

La guerra dei 12 giorni non solo fallì come operazione di cambio di regime, ma provocò una rappresaglia iraniana così hardcore che Tel Aviv non si è ancora ripresa. Teheran è stata esplicita, più e più volte, che la stessa sorte attende le forze neo-Caligola in Iran e in tutto il Golfo in caso di nuovi attacchi.

Perché l'ossessione per il cambio di regime persiste

Per quanto riguarda l'operazione di cambio di regime contro l'Iran, altrettanto fallita miseramente nelle ultime settimane, in primo piano c'era il patetico Principe Pagliaccio Reza Pahlavi, al sicuro nel Maryland, massicciamente pubblicizzato dai media statunitensi come una “figura politica unificante” in grado di rivalutare la “catastrofe vissuta del regime clericale”.

Neo-Caligola era troppo impegnato per preoccuparsi di queste sottigliezze ideologiche. Ciò che voleva era accelerare il procedimento – cos'altro – applicando la logica dell'Impero degli Attacchi Permanenti: bombardare l'Iran.

Come era prevedibile, la propaganda diversionista si è infuriata. Il culto della morte nell'Asia occidenta le potrebbe aver chiesto a Mosca di dire a Teheran che non avrebbero colpito se l'Iran non avesse colpito per primo. Come se Teheran – e Mosca – potessero fidarsi di qualsiasi cosa provenga da Tel Aviv.

La folla del Golfuzzo – Arabia Saudita, Qatar e Oman – potrebbe aver chiesto ai neo-caligulani di non colpire, perché ciò avrebbe incendiato l'intero Golfo e generato “un grave contraccolpo”.

Il vero affare – ancora una volta – era TACO [Trump Always Chickens Out – "Trump si tira sempre indietro"]. Semplicemente non esisteva uno scenario di attacco americano simulato che avrebbe consentito un rapido cambio di regime, l’unico risultato accettabile. Torniamo quindi a insaccare la Groenlandia.

Ci sono voluti solo pochi giorni per smascherare la massiccia campagna di propaganda in tutto il NATOstan sulle “vittime di massa” tra i manifestanti iraniani.

Le cifre – false – provenivano dal "Centro per i diritti umani in Iran", situato, dove altro, a New York, e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) infestato dalla CIA a Washington e da altre varie entità di disinformazione.

L'elenco delle ragioni dell'urgente cambio di regime in Iran rimane tuttavia fuori scala e comprende, tra gli altri, questi quattro elementi chiave:

  1. Teheran deve abbandonare l’Asse di Resistenza in tutta l’Asia occidentale che sostiene la Palestina.
  2. Poiché l’Iran si trova al crocevia privilegiato dei corridoi di connettività commerciale/energetica in Eurasia, sia i suoi collegamenti con il Corridoio Internazionale dei Trasporti Nord–Sud (INSTC) e le Nuove Vie della Seta (BRI) della Cina devono essere soppressi. Ciò significa far esplodere dall’interno la cooperazione organica intra-BRICS tra Russia, Iran, India e Cina.
  3. Poiché oltre il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano è destinato alla Cina – ed è regolato in yuan –, ciò rappresenta una seria minaccia per il petrodollaro: l'anatema definitivo. È qui che, in termini dell'Impero degli Attacchi Permanenti, l’Iran si allinea con il Venezuela. La regola è: o mangi questa minestra – del petrodollaro – o salti dalla finestra.
  4. La tenacia del sogno senza fine di un "Iran sotto lo Scià" remixato – completo di polizia segreta SAVAK in stile scià; stretti legami con il Mossad per tenere a bada quei barbari arabi; e una vasta rete di centri di sorveglianza gestiti dalla CIA che prendono di mira sia la Russia che la Cina.

Come contrastare una “guerra di cambio di regime”

Teheran non è spaventata dalle sanzioni – poiché ne ha sopportate oltre 6.000 in quattro decenni, progettate per strangolare totalmente la sua economia e persino portare le esportazioni di petrolio, nella terminologia imperiale, giù “a zero”.

Anche sotto la massima pressione, l'Iran è stato in grado di costruire la base industriale più estesa dell'Asia occidentale; ha investito senza sosta nell'autosufficienza e in equipaggiamenti militari all'avanguardia; è entrato a far parte della SCO nel 2023 e dei BRICS nel 2024; e a tutti gli effetti ha sviluppato un'economia basata sulla conoscenza di prim'ordine nel Sud Globale.

Sono stati spesi tsunami di inchiostro – digitale – per spiegare perché la Cina non ha finora aiutato adeguatamente l'Iran contro la massima pressione imperiale, ad esempio sostenendo Teheran contro gli attacchi speculativi al rial. Ciò non sarebbe costato quasi nulla a Pechino – rispetto al suo livello di riserve estere.

L’attacco speculativo al rial è stato senza dubbio l’innesco essenziale delle proteste in tutto l’Iran. È essenziale ricordare che gli stipendi per la fame hanno contribuito in modo determinante al collasso della Siria.

Spetta a Pechino rispondere – diplomaticamente – a questa scomoda domanda. Lo spirito dei BRICS Plus – chiamiamolo Bandung 1955 Plus – potrebbe non sopravvivere quando tutti sappiamo che l'attuale guerra mondiale riguarda essenzialmente risorse e finanze, che devono essere mobilitate e impiegate in modo appropriato.

E questo ci porta alla leadership cinese che valuta seriamente se valga la pena rimanere una sorta di versione più ampia della Germania: embrionale egocentrica; che nutre paura; e fondamentalmente egoista in termini economici e finanziari. L'alternativa – di buon auspicio – è che la Cina crei linee di credito sufficientemente consistenti all'interno dei BRICS per una serie di nazioni amiche.

Qualunque cosa accada dopo, è chiaro che l'Impero degli Attacchi Permanenti non solo rimarrà “attivamente ostile” a un mondo multipolare e multinodale… l'ostilità sarà marinata in un fango tossico di rabbia e vendetta e sottomesso alla paura estrema e panica: l'espulsione lenta ma inesorabile dell'Impero dall'Eurasia.

Spunto per il rappresentante speciale della Casa Bianca Witkoff – l'agenzia immobiliare alla Bismarck – che annuncia i diktat imperiali all'Iran:

  1. Smettete di arricchire l'uranio. Non se ne parla.
  2. Riducete le scorte di missili. Non se ne parla.
  3. Riducete di circa 2000 kg il materiale nucleare arricchito (3,67–60%). Ciò potrebbe essere negoziato.
  4. Smettete di supportare “proxy regionali” – come nell'Asse della Resistenza. Non se ne parla.

Teheran non si piegherà mai ai diktat. Ma anche se così fosse, la – promessa – ricompensa imperiale sarebbe la revoca delle sanzioni (il Congresso degli Stati Uniti non lo farà mai) e un “ritorno alla comunità internazionale”. L’Iran fa già parte della comunità internazionale presso le Nazioni Unite e all’interno dei BRICS, dell'OCS e dell’Unione economica eurasiatica (UEE), tra le altre istituzioni.

Quindi l'ossessione del cambiamento di regime di neo-Caligola – che di fatto si riflette nell'ossessione della NATOstan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire. Spunto per il consigliere strategico del Presidente del Parlamento iraniano, Mahdi Mohammadi:

“Sappiamo che ci troviamo di fronte a una guerra volta al cambio di regime, in cui l'unico modo per ottenere la vittoria è rendere credibile la minaccia che, durante i 12 giorni di guerra, sebbene fosse pronta, non ha avuto l'opportunità di essere messa in atto: una guerra di logoramento su vasta scala geografica, incentrata sui mercati energetici del Golfo Persico, basata su una potenza di fuoco missilistica in costante aumento, della durata di almeno diversi mesi.”

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Le élite europee stanno ostacolando i piani di pace di Trump in Ucraina – Lavrov

Mosca , 20 gennaio 2026, 14:04 — Regnum News Agency. Un gruppo di élite europee respinge categoricamente le idee del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la risoluzione del conflitto in Ucraina. Lo ha dichiarato martedì 20 gennaio il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov .

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato dell’importanza della Groenlandia per la sicurezza nazionale e globale dopo un colloquio con il segretario generale della NATO Mark Rutte.

La conversazione tra Donald Trump e il segretario generale della NATO Mark Rutte è avvenuta telefonicamente,  riporta la TASS .

Trump, intervenendo a Truth Social, ha sottolineato l’ottimo dialogo e ha affrontato la situazione in Groenlandia, sottolineando che la Groenlandia è di fondamentale importanza per la sicurezza nazionale e globale.

Non si torna indietro, e su questo tutti sono d’accordo!” ha scritto Trump.

Trump ha anche annunciato la sua disponibilità a tenere incontri sulla Groenlandia a Davos, a margine del Forum Economico Mondiale. Ha affermato che le discussioni sulla questione proseguiranno con la partecipazione di diverse parti

. Quindi l’idea di Trump, che abbiamo discusso e sostenuto ad Anchorage, è categoricamente respinta da questo gruppo d’élite europeo. Non vogliono alcun risultato definitivo. E [il leader del regime di Kiev Volodymyr ] Zelensky ne sta parlando”, ha dichiarato il Ministro degli Esteri russo durante una conferenza stampa di sintesi delle attività diplomatiche russe nel 2025.

Secondo Reuters, i ministri degli Esteri dell’UE, riuniti a Bruxelles nel novembre 2025, hanno dichiarato che non avrebbero accettato un’iniziativa di pace guidata dagli Stati Uniti in Ucraina se ciò avesse richiesto concessioni significative da parte di Kiev. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha affermato che un accordo di pace non dovrebbe rappresentare una capitolazione dell’Ucraina.

A fine novembre, Lavrov ha osservato che l’Europa aveva preso le distanze dai negoziati per risolvere il conflitto in Ucraina. Ha inoltre accusato gli europei di aver minato tutti i precedenti accordi per risolvere la crisi.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione: Sergei Leonov

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Germania in crisi nera, dopo i fannulloni greci ed italiani ora tocca ai tedeschi. Il Cancelliere Merz: “Dovete lavorare di più per avere lo stesso stipendio”

  Di Frank Blenz, nachdenkseiten.de   Chi scrive i discorsi del Cancelliere federale tedesco deve aver pensato a qualcosa di intelligente quando ha formulato le righe del suo intervento di Capodanno in occasione dell’incontro con la Camera di Commercio e Industria a Halle-Dessau: parole forti, affermazioni chiare, espressione di un senso di appartenenza, come “rimboccarsi […]

L'articolo Germania in crisi nera, dopo i fannulloni greci ed italiani ora tocca ai tedeschi. Il Cancelliere Merz: “Dovete lavorare di più per avere lo stesso stipendio” proviene da Come Don Chisciotte.

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Trump si è tirato indietro, ma la guerra è inevitabile: l'Iran attaccherà per primo?

 

di Shivan Mahendrarajah - The Cradle

Circolano voci sulla brusca cancellazione dei nuovi attacchi aerei contro l'Iran da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ciò che è innegabile è che l'esercito statunitense ha poche risorse nel Golfo Persico. Da allora Trump ha ordinato rinforzi. 

Il tentativo di Israele di destabilizzare l'Iran dall'interno è fallito, ma stanno emergendo nuovi pretesti per la guerra. L'inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, ha recentemente  comunicato con il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, durante il quale si dice che abbia avanzato richieste oltraggiose – porre fine all'arricchimento, consegnare l'uranio arricchito e ridurre la gittata e le scorte di missili – di fatto, una richiesta di capitolazione, che Washington sa che Teheran respingerà. Gli Stati Uniti affermeranno che "l'Iran si rifiuta di negoziare in buona fede" come casus belli. 

Prevenire o essere puniti

La dottrina militare dell'Iran è fondamentalmente difensiva; quella di Israele no. Ma questa posizione potrebbe cambiare. Nell'agosto 2025, il generale in pensione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) iraniano Yahya Safavi, consigliere senior della Guida Suprema Ali Khamenei, dichiarò: "Dobbiamo adottare una strategia offensiva". In una dichiarazione di gennaio, il Consiglio di Difesa iraniano ha affermato: "Nell'ambito della legittima difesa, la Repubblica Islamica dell'Iran non si limita a reagire dopo l'azione e considera i segnali oggettivi di minaccia come parte dell'equazione della sicurezza".

La "guerra preventiva" consiste nell'attaccare per primi per prendere l'iniziativa di fronte a una minaccia imminente. Il modello di studio è la Guerra dei Sei Giorni di Israele (1967), seguita al blocco dello Stretto di Tiran, alla mobilitazione degli eserciti arabi e alla retorica ostile. 

La "guerra preventiva", tuttavia, serve a contrastare una minaccia confusa : la guerra in Iraq del 2003 dell'ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush e la guerra in Iran del 2025 del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu  ne sono esempi lampanti. 

Lo stratega britannico B.H. Liddell Hart  ha spiegato: "La strategia non deve superare la resistenza [delle tattiche avversarie], se non quella naturale. Il suo scopo è quello di ridurre la possibilità di resistenza, e cerca di raggiungere questo scopo sfruttando gli elementi del movimento e della sorpresa".

Nel 1967 Tel Aviv fece proprio questo: annientò le difese aeree prima che venissero lanciate e si impossessò di vaste aree di territorio.

La guerra è già iniziata

L'Iran si trova ad affrontare una minaccia imminente. La guerra dei 12 giorni di giugno ha chiarito che Stati Uniti e Israele stanno agendo di concerto. La stessa ammissione di Trump ha confermato che i "negoziati" con l'Oman erano uno stratagemma per sedare Teheran.

Le rivolte non sono state spontanee. I responsabili israeliani e occidentali hanno coordinato le operazioni tra le province, convogliando denaro, armi, esplosivi e terminali Starlink agli agenti. I media globali e le piattaforme online hanno amplificato falsi bilanci delle vittime – da 12.000 a 20.000 – per fabbricare il consenso all'intervento straniero. 

La Guerra dei 12 Giorni non è mai finita, come ha acutamente osservato Safavi. La "fase di rivolta" della campagna è finita, ma una nuova fase è in corso. Il dilemma per Teheran è binario: l'Iran dovrebbe subire il primo colpo o sferrare il primo colpo?

Un tentativo di sopravvivenza

La minaccia è esistenziale. Gli Stati Uniti e Israele non mirano solo a un cambio di regime, ma anche allo smembramento dell'Iran lungo linee etno-linguistiche. Le rivolte avevano lo scopo di innescare una guerra civile – come in Siria e Libia – con l'offerta di regioni autonome ai separatisti curdi e baluci. Se la Repubblica Islamica cadesse, gli Stati Uniti saccheggerebbero il patrimonio petrolifero e di gas del popolo iraniano, come in Venezuela.

Per 47 anni, l'Iran ha sopportato sanzioni, minacce, sabotatori, agitatori e la guerra Iran-Iraq sostenuta dall'Occidente. Negli ultimi sette mesi, gli iraniani hanno vissuto guerre e rivolte istigate dall'Occidente. La campagna mediatica anti-iraniana ha grossolanamente travisato gli orribili crimini perpetrati contro iraniani innocenti, dipingendo folle selvagge come "manifestanti pacifici". 

La Repubblica Islamica è definita "repressiva", "teocrazia brutale", "illegittima", "dittatura" e "stato canaglia". Non è mai stata trattata come le monarchie dispotiche del Golfo Persico, l'Egitto e la Giordania. 

Alla nazione iraniana non è mai stato permesso di funzionare e svilupparsi come le altre nazioni. I negoziati sono inutili. Il Piano d'azione congiunto globale ( JCPOA ) è stato sabotato da Tel Aviv, con l'aiuto dell'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che ha convinto l'Iran a firmare l'accordo sul nucleare. "Questo 'film dell'orrore' lungo quasi cinquant'anni si conclude in due modi: l'Iran crolla o il blocco guidato dagli Stati Uniti viene sconfitto". 

Tocca a Teheran muoversi

Israele non negozia mai. Pretende. Ruba. Uccide. L'Iran ha negoziato all'infinito, senza ottenere nulla. Forse è giunto il momento di comportarsi come farebbe Tel Aviv.

Teheran potrebbe prendere in considerazione quella che Liddell Hart ha definito una "strategia di obiettivi limitati". In questo caso, l'obiettivo non è la sconfitta del nemico – "resa incondizionata" – o la conquista di un territorio (Israele nel 1967); ma una guerra che costringa il nemico a sedersi al tavolo dei negoziati con l'Iran e a trattare l'antica nazione iraniana da pari a pari. 

L'Iran non è rispettato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, proprio come la Russia è disprezzata come una "stazione di servizio mascherata da nazione". La Russia, nonostante il suo formidabile arsenale militare e nucleare, non è mai stata trattata come un pari, nonostante gli sforzi in buona fede del presidente Vladimir Putin per integrarsi con le economie degli Stati Uniti e dell'UE. 

L'Iran sta subendo lo stesso disprezzo. Inoltre, mentre Putin negoziava sull'Ucraina e aderiva agli Accordi di Minsk , la NATO costruiva la macchina da guerra ucraina. Quando a Putin è stato chiesto se avesse rimpianti per la guerra in Ucraina, ha risposto: "L'unica cosa di cui possiamo pentirci è di non aver intrapreso prima un'azione decisa".

Dopo la rappresaglia russa di  Oreshnik, lo stesso blocco UE/NATO che chiedeva la sconfitta di Mosca si è presentato a gran voce per i negoziati. Il potere gli ha fatto guadagnare rispetto. L'Iran deve fare lo stesso: umiliare i suoi nemici, forzare i negoziati e dettare le condizioni.

Un trattato negoziato non riguarda solo la revoca di migliaia di sanzioni primarie e secondarie sulla leadership e sulla nazione, e delle restrizioni sui visti per gli iraniani, ma anche la neutralizzazione permanente degli elementi più insidiosi della diaspora iraniana. 

Gran parte della diaspora rimane politicamente disimpegnata, ma gruppi importanti si sono mobilitati contro i loro connazionali per quasi cinque decenni, chiedendo sanzioni, impegnandosi in sedizione e terrorismo e fomentando guerre.

I Pahlavisti, il MeK , i separatisti curdi (PJAK) e i separatisti baluchi ( Jaish al-Adl ) hanno causato danni immensi all'Iran e agli iraniani, hanno bloccato la crescita economica dell'Iran e ne hanno macchiato l'immagine a livello globale. I finanziamenti e il sostegno esteri al terrorismo e alla sovversione possono essere eliminati con un trattato globale. 

L'Iran dovrebbe chiedere la deportazione in Iran di Maryam Rajavi e dei membri del MeK; il ritiro dei fondi e il disarmo del PJAK e di Jaish al-Adl; e il ritiro dei fondi e delle licenze di organi di propaganda come Iran International  e Manoto. 

Un ipotetico "nuovo accordo nucleare" non porterà questi benefici. Non se ne parla nemmeno. In assenza di un trattato, la propaganda continuerà a vomitare e a macchiare la nazione iraniana, e il MeK, il PJAK e il Jaish continueranno a molestare Teheran e a uccidere iraniani.

Alleanza Russia-Cina-Iran

Quanto sopra presuppone che l'Iran abbia colmato le lacune della sua architettura militare e continui a ricevere supporto militare da Russia e Cina. Nella Guerra dei 12 giorni,  la Cina ha fornito all'Iran "Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione" (ISR) attraverso la sua rete satellitare. L'antiquata aeronautica militare iraniana attende la consegna dei caccia Su-35.

L'Iran ha bisogno del sostegno di entrambi i partner prima di dare inizio a una guerra preventiva. Cina e Russia hanno valide ragioni per aiutare l'Iran, che si trova in un punto geograficamente strategico e garantisce l'accesso ferroviario al Golfo Persico e  agli stati limitrofi.

La Cina considera l'Iran parte integrante delle sue strategie regionali e globali. Se gli Stati Uniti venissero umiliati nel Golfo Persico, Taiwan non dipenderebbe da una sconfitta americana per la propria sicurezza. Gli Stati Uniti continuerebbero a ritirarsi nel proprio  emisfero , lasciando il Golfo Persico e le regioni indo-pacifiche libere di svilupparsi senza interferenze statunitensi.

Anche la Russia ha dei conti da regolare. L'ISR e le armi statunitensi hanno ucciso migliaia di russi in Ucraina. Persino l'attacco alla residenza di Putin portava l'impronta di Washington. 

Elena Panina dell'Istituto di Strategie Politiche ed Economiche Internazionali (IPES) lo ha detto chiaramente su Telegram nel 2024: "L'opzione migliore per la Russia è rispondere all'America in modo simile: con una guerra ibrida lontano dai propri confini. La soluzione più ovvia al momento è un attacco per procura alle forze americane in Medio Oriente". Il Cremlino sosterrà la mossa dell'Iran?

La finestra si sta chiudendo

Una "guerra lampo" (blitzkrieg) consiste nel neutralizzare rapidamente risorse navali e di superficie critiche prima che possano essere utilizzate contro l'Iran, seguita da una "guerra di logoramento", che Stati Uniti e Israele non possono sostenere. La guerra dei 12 giorni ha dimostrato che il nemico desidera una guerra breve.

Ma questo funziona solo se l'Iran ha un  deterrente nucleare . Senza di esso, la vittoria è incerta. Netanyahu è già fuori di sé. Trump, sempre più, appare mentalmente instabile.

Se deve esserci una guerra – e sembra che ci sarà – deve iniziare alle condizioni dell'Iran.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Lo Yemen si avvia verso una nuova "catastrofe alimentare"

 

Il 19 gennaio, le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie hanno lanciato l'allarme sul deterioramento della situazione umanitaria in Yemen, tra cui la minaccia di carestia, in un contesto di tagli ai finanziamenti e di continua instabilità politica.

L'International Rescue Committee (IRC) ha avvertito che "lo Yemen sta entrando in una nuova pericolosa fase di sicurezza alimentare", con 18 milioni di persone che si prevede dovranno affrontare livelli di insicurezza alimentare sempre più gravi nei prossimi mesi.

L'IRC ha affermato che le ultime proiezioni dell'Integrated Food Security Phase Classification (IPC) avvertono che un altro milione di persone rischia di trovarsi ad affrontare una fame potenzialmente mortale, mentre si prevedono focolai di carestia che colpiranno oltre 40.000 persone. 

Caroline Sekyewa, direttrice dell'organizzazione in Yemen, teme che la situazione nel Paese stia tornando al livello della crisi umanitaria vissuta dagli yemeniti durante il culmine della guerra iniziata nel 2014.

"La gente dello Yemen ricorda ancora quando non sapeva da dove sarebbe arrivato il pasto successivo. Temo che stiamo tornando a questo capitolo oscuro. Ciò che contraddistingue l'attuale deterioramento è la sua velocità e la sua traiettoria", secondo Sekyewa.

"L'insicurezza alimentare in Yemen non è più un rischio incombente; è una realtà quotidiana che costringe i genitori a scelte impossibili. Alcuni genitori ci hanno raccontato di aver iniziato a raccogliere piante selvatiche per nutrire i loro figli mentre dormono a stomaco vuoto", ha aggiunto.

Lunedì anche le Nazioni Unite hanno lanciato un avvertimento, affermando che la situazione umanitaria nello Yemen sta peggiorando a causa dei tagli ai finanziamenti destinati ai gruppi umanitari.

"Prevediamo che la situazione peggiorerà notevolmente nel 2026", ha dichiarato ai giornalisti a Ginevra Julien Harneis, coordinatore umanitario per lo Yemen dell’ONU.

La situazione è peggiorata a causa del collasso economico e dell'interruzione dei servizi essenziali, tra cui sanità e istruzione, nonché dell'incertezza politica, ha affermato Harneis.

Lo Yemen rimane diviso e politicamente instabile. Il movimento di resistenza Ansarallah governa la maggior parte delle aree popolate del paese, compresa la capitale Sanaa, nel nord.

Il Consiglio presidenziale (PLC), nominato dall'Arabia Saudita, governa il sud e l'ovest, compresa la città di Aden e il governatorato di Hadhramaut, ricco di petrolio.

Di recente, il Consiglio di transizione meridionale (STC), sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, ha cercato di sfidare il PLC, prendendo il controllo del territorio nei governatorati di Hadhramaut e Al-Mahra a dicembre, nel tentativo di dividere ulteriormente il paese e stabilire uno stato indipendente nel sud.

Tuttavia, le forze sostenute dall'Arabia Saudita hanno riconquistato con successo il territorio, respingendo le forze dell'STC anche con attacchi aerei e costringendo il presidente del gruppo, Aidarus al-Zubaidi, a fuggire negli Emirati Arabi Uniti.

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Canada–Cina: pragmatismo e nuove opportunità

 

di Fabio Massimo Parenti* - CGTN

Saper mettere da parte dissidi e rancori del passato, lavorare sempre a favore del riavvicinamento tra i popoli, tenere aperte le porte del dialogo, saper costruire invece di distruggere sono solo alcuni degli insegnamenti che si posso trarre dalla recente visita di Carney in Cina. Dopo otto anni di incomprensioni e tensioni delle relazioni bilaterali, la visita del Primo Ministro canadese Mark Carney a Pechino, segna un passaggio politicamente rilevante. Mai confondere il pragmatismo con il cinismo, soprattutto quando si tratta di sostenere più cooperazione per il bene dei popoli coinvolti e rilanciare, come è avvenuto, nuove opportunità economiche reciprocamente vantaggiose. Tutto ciò si evince dalla dichiarazione congiunta Cina-Canada, come soprattutto dagli accordi siglati in numerosi settori economici: disponibilità a ridurre i dazi da entrambe le parti e a sostenere investimenti reciproci, nel mercato dell’auto, dell’agricoltura, dell’energia, della sicurezza e della cultura. Da questi importanti vertici tenutisi a Pechino emerge una chiara volontà a costruire una nuova partnership strategica.

Con interessi in comune e in un mondo sempre più destabilizzato dalle avventure militari ed economiche dell’amministrazione Trump, questo tipo di rapporti, questo approccio alle relazioni internazionali, queste forme di cooperazione politica ed economica, manifestano una grande responsabilità dei leader coinvolti che non riguarda solo le relazioni bilaterali ma anche la sicurezza mondiale. E’ un esempio, un modello di diplomazia economica e culturale che non va sottovalutato in un epoca in cui la più grande economia del mondo si allontana dalle Nazioni unite e segna la sua fuoriuscita da 66 organizzazioni internazionali.

Non siamo di fronte a una normalizzazione piena, né a una svolta ideologica. Piuttosto, emerge un tentativo di riaggiustamento pragmatico in un contesto internazionale sempre più instabile, segnato dal ritorno del protezionismo e dall’erosione delle certezze atlantiche.

Dal lato canadese, la visita nasce dall’esigenza di ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti in una fase in cui Washington appare meno prevedibile, più coercitiva e sempre più incline all’uso politico del commercio. Dal lato cinese, l’apertura verso Ottawa si inserisce in una strategia più ampia di stabilizzazione dei rapporti con partner avanzati, soprattutto quelli che mostrano segnali – anche minimi – di autonomia strategica rispetto alla linea statunitense.

Nell’incontro con Xi, entrambe le parti hanno parlato di un “nuovo punto di partenza” e di rilancio del dialogo politico ed economico. La Cina, per bocca del ministro degli Esteri Wang Yi, ha insistito sulla necessità di ridurre “interferenze” e incomprensioni. Un messaggio che suona come un invito a una politica estera canadese meno allineata e più autonoma. Un esempio, aggiungiamo, anche per l’Unione europea, che, con il suo peso economico, non è in grado di mostrare reale autonomia rispetto alle pressioni ed imposizioni di Washington.

Carney, da parte sua, ha sottolineato come i rapporti con la Cina possano risultare, oggi, “più prevedibili” di quelli con gli Stati Uniti. Un’affermazione che pesa più delle formule diplomatiche e che fotografa bene lo stato d’animo di una parte delle élite economiche nordamericane.

Sul piano concreto, la visita ha prodotto una serie di intese settoriali: cooperazione su energia pulita, sicurezza alimentare, prevenzione della criminalità transnazionale, gestione forestale e scambi culturali. È stato inoltre avviato un dialogo energetico strutturato a livello ministeriale, con cadenza regolare. Non si tratta di accordi vincolanti di lungo periodo, ma di meccanismi di riattivazione del rapporto, pensati per ricostruire quella fiducia che purtroppo era andata perduta negli ultimi anni. Parimenti rilevante, come dicevamo, è il segnale sul fronte commerciale. Le parti hanno concordato una riduzione parziale e selettiva dei dazi incrociati: Ottawa attenuerà le misure più punitive sui veicoli elettrici cinesi, mentre Pechino allenterà la pressione su prodotti agricoli strategici canadesi come la canola. È un compromesso limitato, ma significativo ed indica la volontà di uscire dalla spirale ritorsiva che aveva caratterizzato gli ultimi anni.

Se questa strada, volta a costruire un destino comune, proseguirà nella giusta direzione i due paesi riusciranno a raggiungere un accordo strutturale di ampio respiro, una potenziale partnership strategica. Al momento, tutto è appena iniziato, ma non si può non riconoscere il valore di ogni tentativo di riaprire canali di dialogo, di ridurre i costi della conflittualità e di guadagnare margini di manovra in un sistema internazionale irrigidito dalla dialettica tra crisi di egemonia e l’emergere di un sistema policentrico. Resta da vedere se questo spazio bilaterale verrà realmente ampliato o se si richiuderà alla prima pressione geopolitica significativa.

*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia 

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Atleta della NFL multato per il messaggio di solidarietà alla Palestina

 

Il linebacker degli Houston Texans Azeez al-Shaair è stato multato dalla National Football League (NFL) per aver mostrato un messaggio pro-palestinese "Stop al genocidio" durante una partita televisiva, ha riferito ESPN il 18 gennaio.

Il linebacker ha indossato il messaggio di solidarietà sotto gli occhi durante il discorso di squadra prima dell'incontro tra Houston e i New England Patriots, ma ha rimosso il messaggio prima del calcio d'inizio.

La breve esibizione è seguita a una precedente penalità della lega per aver indossato lo stesso messaggio durante una partita dal vivo. Al-Shaair era stato multato di 11.593 dollari la settimana precedente per aver violato le regole sulle uniformi della NFL che proibiscono messaggi personali o politici non approvati, ed era stato avvertito che ripetere l'atto durante le partite avrebbe potuto comportare l'espulsione dal gioco, una conseguenza che ha dichiarato di comprendere appieno.

"Alla fine, è una questione più grande di me", ha detto ai giornalisti. "Quello che succede mette a disagio la gente. Immaginate come si sentano quelle persone [i palestinesi]".

Ha aggiunto: "Non ho alcuna affiliazione, nessun legame con queste persone, a parte il fatto che sono un essere umano".

Il messaggio è stato scritto in solidarietà con i  palestinesi uccisi durante il genocidio israeliano a Gaza, mentre le violazioni dell'esercito israeliano e le severe restrizioni agli aiuti umanitari continuano a mietere vittime civili nonostante il cessate il fuoco dichiarato.

Shaair ha costantemente utilizzato la sua piattaforma per sostenere i diritti dei palestinesi, anche sostenendo cause umanitarie attraverso l'iniziativa "My Cause, My Cleats" della NFL, ma mettendo anche in discussione quella che ha descritto come un'applicazione selettiva delle regole della lega.

"Se la mia piattaforma può portare anche solo un po' di speranza alle famiglie in Palestina, allora è per questo che voglio usarla", ha affermato l'atleta.

Ha anche messo in discussione quella che ha definito un'applicazione selettiva, osservando che altri giocatori hanno ripetutamente indossato cartelli con l'occhio nero senza alcuna punizione.

Il Council on American-Islamic Relations, un gruppo statunitense per i diritti civili dei musulmani recentemente preso di mira da iniziative di inserimento nella lista nera a livello statale, ha elogiato la mossa, affermando: "Lodiamo il linebacker degli Houston Texans Azeez al-Shaair per aver utilizzato la sua piattaforma per esprimere la sua opposizione al genocidio".

La posizione di Shaair ha riscosso ampio sostegno online.

Fin dall'inizio del genocidio a Gaza, oltre due anni fa, i gruppi di monitoraggio hanno documentato una crescente e articolata repressione delle attività di advocacy palestinese. 

La campagna ha incluso una censura digitale diffusa: Meta avrebbe soddisfatto il  94 percento delle richieste di rimozione israeliane, portando alla rimozione o alla soppressione di oltre 30 milioni di post e al divieto permanente di copertura da parte dei media regionali.

Trump ha dato il via a quello che è stato descritto come uno “tsunami di repressione”, utilizzando l’autorità federale per detenere e minacciare la deportazione di studenti e attivisti non cittadini per aver partecipato a proteste legittime nei campus.

Washington ha inoltre imposto sanzioni alle organizzazioni palestinesi per i diritti umani e congelato miliardi di dollari di finanziamenti universitari legati alla tolleranza dell'attivismo pro-Palestina.

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti  ha recentemente approvato una legge  che amplia la definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) per includere alcune critiche a Israele, una mossa che apre direttamente la porta al taglio dei finanziamenti alle istituzioni e alla repressione dei discorsi pro-Palestina nei campus statunitensi.

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Il Cremlino conferma: Trump ha invitato Putin a unirsi al "Consiglio per la pace" di Gaza

 

Il presidente russo Vladimir Putin è stato formalmente invitato a partecipare al cosiddetto "Consiglio per la pace" di Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha confermato il 19 gennaio il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

"Il Presidente Putin ha effettivamente ricevuto un'offerta attraverso i canali diplomatici per entrare a far parte di questo Consiglio per la Pace. Stiamo attualmente studiando tutti i dettagli di questa proposta", ha dichiarato Peskov all'agenzia di stampa russa TASS, aggiungendo: "Speriamo di contattare la parte statunitense per chiarire tutti i dettagli", ha aggiunto.

Sebbene pubblicamente presentato come un meccanismo incentrato su Gaza e legato al cessate il fuoco con Hamas, il "Board of Peace" di Trump sembra destinato a evolversi in un organismo più ampio e a lungo termine con un mandato globale. 

Le bozze di statuto distribuite agli stati invitati descrivono ambizioni che vanno ben oltre Gaza, promuovendo quello che Trump ha definito un "nuovo approccio audace" per risolvere le controversie internazionali.

I documenti delineano un'organizzazione incaricata della ristrutturazione della governance, del finanziamento della ricostruzione e della gestione dei conflitti in tutto il mondo, insieme a disposizioni che consentono agli Stati di garantirsi l'adesione permanente attraverso ingenti contributi finanziari. 

I funzionari statunitensi hanno affermato che il consiglio si concentrerà inizialmente su Gaza e non intende sostituire l'ONU, mentre il suo mandato dichiarato, la sua struttura interna e l'assenza di qualsiasi ruolo palestinese hanno già suscitato critiche regionali e preoccupazioni diplomatiche.

"Si tratta di una 'ONU Trump' che ignora i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite", ha dichiarato all'agenzia di stampa un diplomatico a conoscenza della lettera.

Trump ha invitato circa 60 Paesi a partecipare al consiglio, contattando direttamente decine di leader nazionali. 

Diversi paesi hanno già confermato la loro partecipazione come membri fondatori, tra cui Ungheria, Vietnam, Argentina, Albania, Kazakistan, Canada, Paraguay e Bielorussia, mentre altri governi non hanno ancora risposto o hanno rifiutato. 

Secondo i funzionari statunitensi, l'organismo dovrebbe iniziare a lavorare durante la  seconda fase del piano di pace, annunciato  la scorsa settimana da Washington.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

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Parole svuotate, cervelli spenti: il dibattito politico ridotto a rumore morale

  Di Zela Santi, kulturjam.it   Dittatore, terrorista, democrazia, campista: parole consumate fino a perdere senso. Nel dibattito pubblico non spiegano più la realtà, ma servono a evitare il pensiero critico. La propaganda moderna governa svuotando il linguaggio.   Quando le parole muoiono: come il dibattito politico ha smesso di pensare   C’è un momento, […]

L'articolo Parole svuotate, cervelli spenti: il dibattito politico ridotto a rumore morale proviene da Come Don Chisciotte.

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GAZA SpA: LA PRIVATIZZAZIONE DEL GENOCIDIO NEL SALOTTO DI DAVOS

 

di Pasquale Liguori

 

Che fine ha fatto Gaza? È scomparsa dai radar, inghiottita dal silenzio dei media mainstream e dalla stanchezza fisiologica di un’opinione pubblica volubile. Fino a pochi mesi fa le piazze ribollivano di indignazione, animate da movimenti che sembravano oceanici ma che, come avevamo paventato, si sono rivelati onde emotive prive della consistenza politica necessaria per durare oltre l'urgenza della cronaca.

Oggi la politica italiana - fatta eccezione per qualche isolato parlamentare - osserva un silenzio tombale e complice. Parliamo della stessa classe dirigente che ieri cercava cinicamente di capitalizzare sull’oceano di sangue versato e che oggi non spende una parola contro l'offensiva giudiziaria che colpisce i palestinesi in Italia. È la stessa politica che, voltando le spalle a Gaza, preferisce sfilare in colorate piazzette per i diritti in Iran, finendo nei fatti per favorire una restaurazione del pieno controllo imperiale.

Per chi resiste e sopravvive sotto le bombe, non è cambiato nulla. È cambiata solo una cosa: le accese discussioni su 'genocidio sì, genocidio no' sono evaporate nell'ipocrisia generale. Un silenzio che funge da salvacondotto per la prassi coloniale, permettendole non solo di operare indisturbata, ma di essere consacrata con tutti gli onori nei santuari del capitalismo predatorio. L’aggiornamento che segue si rende necessario per squarciare tale cortina fumogena: mentre il mainstream orienta l'attenzione del mondo altrove, ecco cosa si sta realmente decidendo per il futuro della Palestina.

Nel bianco scenario asettico di Davos, che avvolge le élite globali riunite per l'apertura del World Economic Forum, si prepara la formalizzazione di un atto di ingegneria geopolitica destinato a ridefinire non solo il futuro della Palestina, ma la natura stessa del governo internazionale nei contesti di crisi. L’agenda è dettata da Donald Trump: la volontà è quella di celebrare, giovedì 22 gennaio, una cerimonia di firma che suggelli ufficialmente l'avvio del Board of Peace (BoP) per Gaza.

Un consiglio di amministrazione che non è semplicemente rappresentativo dell'ennesimo piano di pace destinato a fallire, bensì l'istituzionalizzazione di un nuovo paradigma neocoloniale: la privatizzazione preventiva di ogni istanza di sovranità e la trasformazione della ricostruzione post-genocida in un asset finanziario gestito tramite logiche aziendali.

Lungi dall'essere uno strumento di risoluzione del conflitto basato su criteri di equità internazionale e su princìpi di autodeterminazione dei popoli, il BoP si configura come un meccanismo di amministrazione fiduciaria imposto dall'esterno. Esso opera attraverso la fusione tra potere imperiale statunitense, capitale speculativo globale e una casta tecnocratica palestinese cooptata; il tutto orchestrato per gestire la devastazione perpetuando le condizioni strutturali di oppressione dei gazawi a vantaggio dei profitti del disaster capitalism. In questo scenario, la negazione dell'autodeterminazione palestinese non è un effetto collaterale, ma il prerequisito funzionale del sistema. La sostituzione della politica con la tecnocrazia degli investimenti, se da un lato sancisce la fine della finzione dei "due stati", dall’altro segna l'inizio dell'era della gestione corporativa dell'apartheid.

Una holding geopolitica: la struttura e il modello Pay-to-Play

Il Board of Peace segna una netta discontinuità con la tradizione del multilateralismo post-1945. Se le Nazioni Unite, pur con tutti i loro straripanti limiti ed evidenti ipocrisie, si fondano sul principio (almeno formale) dell'uguaglianza sovrana degli stati e sul mandato umanitario, il BoP è concepito come una holding geopolitica. La sua struttura riflette fedelmente la dottrina America First applicata alla risoluzione dei conflitti: gerarchica, transazionale ed esplicitamente orientata al profitto e al controllo egemonico.

La presidenza del BoP, assunta direttamente da Donald Trump in qualità di chairman inaugurale, conferisce all'organismo un carattere personalistico e sovranazionale che scavalca le istituzioni esistenti. La scelta di istituire il BoP come un'entità internazionale separata, sebbene formalmente avallata dalla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza Onu, mira nei fatti a svuotare le Nazioni Unite delle loro prerogative su Gaza. Mentre l'Unrwa (l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) è stata sistematicamente definanziata e delegittimata, il BoP si propone come l'unico attore capace di mobilitare risorse. Tuttavia, a differenza delle agenzie Onu, il BoP pur dichiarandosi “in accordance with international law”, concentra poteri e meccanismi di controllo in modo tale da non rispondere all'Assemblea Generale, ma esclusivamente al suo Consiglio Esecutivo e, in ultima istanza, al presidente degli Stati Uniti. Questo spostamento di asse decisionale dal Palazzo di Vetro a Mar-a-Lago segna la transizione verso un ordine presieduto dalla volontà arbitraria della potenza egemone.

L'aspetto più grottesco e rivelatore della natura corporativa del BoP è il meccanismo di adesione per gli stati membri. La bozza di statuto, circolata tra le cancellerie e visionata da agenzie finanziarie, stabilisce una distinzione brutale tra membri a termine e membri permanenti, basata esclusivamente sul censo. E così il Board of Peace è presieduto a tempo indeterminato da Donald Trump, che detiene controllo assoluto e potere di veto. I “membri permanenti” acquisiscono influenza e mandato a tempo indeterminato pagando 1 miliardo di dollari, mentre i “membri a termine” hanno perlopiù ruolo consultivo di 3 anni, accessibile gratuitamente su invito.

Insomma, la diplomazia trasformata in mercato. L'invito che è stato esteso a circa 60 Paesi non risponde a criteri di competenza storica o mediazione, ma alla necessità di rastrellare capitali per un fondo fiduciario che opererà al di fuori del bilancio federale statunitense. In un contesto spaventoso di deficit federale e debito pubblico Usa, il BoP permette a Washington di proiettare potenza imperiale a basso costo, facendo pagare il conto della "pacificazione" agli alleati subalterni. Il miliardo di dollari non è solo una quota associativa, è un tributo versato alla corte americana per ottenere un posto al tavolo della spartizione delle spoglie di Gaza. Tra gli invitati figurano India, Vietnam e naturalmente l’Italia, che con le sue vassalle posizioni non si fatica a vedere ingaggiata. Ancora più sorprendente è l'invito alla Russia di Putin, la cui inclusione segnerebbe una rottura drammatica con la politica di isolamento internazionale post-2022. La riluttanza o il rifiuto di alcuni alleati tradizionali (ad esempio, la Francia) e l'entusiasmo di leader "transazionali" come Javier Milei (Argentina) o Viktor Orbán (Ungheria) evidenziano come il BoP stia ridisegnando le alleanze globali, creando un asse di stati clienti disposti a legittimare l'occupazione in cambio di favori politici o economici da parte dell'amministrazione Trump.

 

Il comitato esecutivo: i Signori della “ricostruzione”

La composizione del comitato esecutivo del Board svela una chiara intenzione: trasformare la ricostruzione di Gaza da questione umanitaria a pura operazione finanziaria e immobiliare, sacrificando le aspirazioni politiche palestinesi. Ne fanno parte figure chiave dell'amministrazione e del business americano. A partire da Marco Rubio, segretario di stato e falco della politica estera americana, che garantisce la copertura ideologica neoconservatrice e la ferrea difesa degli interessi di sicurezza israeliani all'interno del board e Steve Witkoff, magnate immobiliare di New York, amico personale di Trump e Inviato Speciale per il Medio Oriente. Su Tony Blair, sui suoi fallimenti e le sue iniziative politiche criminali è qui superfluo dilungarsi; basti dire che incarna la continuità con le pratiche neoliberiste che hanno preparato il terreno per la catastrofe attuale. Figure come Jared Kushner (il genero di Trump) e Marc Rowan (Ceo di Apollo Global Management) trattano la Striscia come un "asset" da sfruttare: il primo attraverso una visione immobiliare segnata da enormi conflitti d'interesse con i fondi sauditi, il secondo applicando logiche di private equity per massimizzare i profitti sui debiti ciò che consolida la natura predatoria dell’operazione. La ricostruzione di Gaza è vista come un'opportunità di investimento ad alto rendimento, garantita dai fondi pubblici internazionali e dalle risorse naturali palestinesi (incluso il gas offshore Gaza Marine, su cui Eni e altre compagnie hanno messo gli occhi). Il modello è quello del "profitto garantito". Le aziende che otterranno i contratti di ricostruzione (finanziati dal miliardo di dollari delle quote associative) opereranno in un regime di monopolio protetto dalle armi. I rischi sono socializzati (pagati dagli stati o dai palestinesi), mentre i profitti sono privatizzati.

A legittimare questo assetto interviene Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, che funge da garante tecnico per gli investitori, normalizzando di fatto l'occupazione israeliana. Il comitato esecutivo è poi accompagnato, in subordine, dal Gaza executive board a carattere più operativo. In esso il cinismo della realpolitik si configura con la presenza di Turchia e Paesi del Golfo, che partecipano per tutelare i propri rapporti con Washington, accettando tacitamente la cancellazione politica della Palestina in nome di una fantasmatica stabilità regionale.

 

L'amministrazione locale: il volto tecnocratico dell'occupazione

Sotto la pesante sovrastruttura internazionale del BoP, opera il National Committee for the Administration of Gaza (Ncag). Presentato dalla propaganda statunitense e dai media compiacenti come un governo tecnocratico palestinese, l'Ncag è in realtà l'espressione locale del dominio coloniale. La sua analisi sociologica e politica rivela come la tecnocrazia venga utilizzata come arma di depoliticizzazione di massa. L'insistenza sulla natura "tecnocratica" e "apolitica" dell'Ncag, infatti, non è casuale. Nel lessico del BoP, "politico" è sinonimo di Hamas o Resistenza, e quindi di "terrorismo". Di conseguenza, essere "apolitici" significa accettare lo status quo imposto dalla potenza occupante.

L'Ncag è progettato per gestire le conseguenze della guerra (fame, malattie, macerie) senza mai poterne mettere in discussione le cause (l'assedio, i bombardamenti, l'occupazione). È un'amministrazione municipale glorificata, priva di sovranità legislativa, controllo sui confini o autonomia sulla sicurezza. I membri dell'Ncag, molti dei quali ex funzionari dell’Autorità nazionale palestinese, selezionati attraverso un rigoroso processo di verifica da parte di Israele e Stati Uniti, appartengono a una classe sociale specifica: l'élite palestinese globalizzata, spesso formata in Occidente, legata alle Ong internazionali e alle agenzie di sviluppo, e perlopiù scollegata dalla realtà della Gaza genuina. A capo di questo sistema figura Ali Shaath, la cui esperienza nelle zone industriali prefigura la trasformazione di Gaza in una grande enclave produttiva di tipo maquiladora, dove la manodopera a basso costo serve il capitale esterno all'interno di perimetri di sicurezza militarizzati.

Peraltro, l'Ncag opera fisicamente, almeno nelle fasi iniziali, dal Cairo o da enclave protette, creando una distanza fisica e psicologica incolmabile con la popolazione che dovrebbe governare. La sua legittimità non deriva dal voto popolare (inesistente) o dal consenso sociale, ma dal decreto del BoP e dal riconoscimento internazionale. Questo lo rende strutturalmente fragile e dipendente dalla protezione militare esterna. Qui la distinzione operativa è fondamentale: la sicurezza interna e l'ordine pubblico sono affidati all'Isf (International Stabilization Force), un corpo di truppe provenienti da paesi "amici", mentre l'esercito israeliano mantiene il controllo esclusivo dei perimetri della cosiddetta Yellow Zone e la facoltà di intervento militare diretto ovunque, agendo come forza sovrana de facto. L'Ncag si trova così nella scomoda posizione storica dei governi fantoccio installati dalle potenze coloniali. La promessa di "riportare il sorriso sui volti dei bambini" suona grottesca di fronte a un mandato che accetta la smilitarizzazione forzata e la rinuncia di fatto a Gerusalemme e al diritto al ritorno.

 

La nuova geografia: zonizzazione, esproprio e il Piano "Great Trust"

Il progetto del BoP non si limita a ridisegnare l'organigramma del potere, ma interviene con violenza chirurgica sulla geografia fisica di Gaza. I piani militari e di sviluppo immobiliare rivelano una strategia di zonizzazione dell'apartheid che mira a frammentare il territorio e a selezionare la popolazione in base alla sua utilità economica o alla sua pericolosità. La creazione della "Linea Gialla" divide la Striscia di Gaza in macroaree funzionali. La nuova geografia viene ridisegnata in tre compartimenti stagni, istituzionalizzando una rigida segregazione.

Il vertice della piramide è rappresentato dalla Green Zone, situata lungo la fascia costiera settentrionale e i corridoi umanitari. Quest'area, sottoposta al controllo diretto israeliano e accessibile solo tramite verifica biometrica, sarà l'unico catalizzatore dei capitali per la ricostruzione. Qui sorgeranno hub logistici, sedi internazionali e residenze d'élite; l'accesso sarà riservato a una ristretta classe di palestinesi "verificati", creando di fatto un ceto privilegiato di lavoratori funzionali al sistema e separati dal resto della popolazione.

La massa esclusa viene confinata nella Red Zone, che comprende le aree interne densamente popolate e i campi profughi (come Khan Yunis). Qui la logica non è lo sviluppo ma il "contenimento": in queste aree la ricostruzione sarà minima o assente e la popolazione, sorvegliata costantemente dai droni, sarà soggetta a un vero e proprio "magazzinaggio umanitario", dove la vita è ridotta alla nuda sopravvivenza biologica garantita dagli aiuti alimentari.

A sigillare ermeticamente il territorio interviene infine la Yellow Zone, una fascia di sicurezza che corre lungo il confine israeliano e il Corridoio Netzarim. Si tratta di una zona di esclusione totale (una Kill Zone) a presenza militare israeliana permanente, che funge da cuscinetto invalicabile tra il mondo esterno e l'enclave palestinese.

Le dichiarazioni di Jared Kushner, secondo cui il lungomare di Gaza è una "proprietà immobiliare di grande valore", non sono gaffe estemporanee ma il cuore del programma economico. Kushner ha esplicitamente suggerito che Israele dovrebbe ripulire l'area e “spostare la gente fuori", magari nel Negev, per permettere lo sviluppo. Nel contesto del BoP, questa visione si concretizza nel piano Great Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation). Il documento è stato elaborato da alcuni consulenti ex-Boston Consulting Group - società che ha poi preso le distanze dal loro operato - ed è stato oggetto di confronto con il Tony Blair Institute. Il piano prevede la trasformazione della costa di Gaza in una destinazione turistica e commerciale di lusso, sul modello di Dubai, con isole artificiali e grandi opere dopo la rimozione delle macerie delle case palestinesi distrutte. Per realizzare resort di lusso e hub tecnologici, è necessario allontanare la popolazione povera e "pericolosa". La zonizzazione serve esattamente a questo: spingere la popolazione verso l'interno (Red Zones) o verso l'emigrazione "volontaria", liberando la costa per il capitale internazionale.

Il piano Great Trust propone l'uso di tecnologie blockchain per la gestione dei registri fondiari e la cartolarizzazione degli asset immobiliari. In un contesto in cui gli archivi catastali sono stati distrutti dalla guerra e migliaia di proprietari sono morti o dispersi, l'imposizione di un nuovo catasto digitale gestito dal BoP rischia di legalizzare l'esproprio di massa. Le terre di cui non si potrà dimostrare la proprietà secondo i nuovi standard imposti verranno incamerate dal Trust come "terre pubbliche" e messe sul mercato per gli investitori internazionali. È l'accumulazione per espropriazione nell'era digitale.

 

L'arma economica e la necropolitica

Il funzionamento del BoP non può essere compreso senza analizzare l'aggressività economica statunitense che ne ha preparato il terreno. La crisi umanitaria di Gaza non è un fenomeno naturale, ma il risultato di politiche deliberate volte a distruggere l'autonomia economica palestinese per renderla dipendente dalla "benevolenza" imperiale. Negli anni precedenti, l'amministrazione Usa e i suoi alleati hanno condotto una guerra finanziaria parallela a quella militare, tagliando i fondi all'Unrwa e ridimensionando drasticamente i programmi Usaid tradizionali. Questo ha provocato il collasso delle reti di sicurezza sociale, creando un vuoto che ora il BoP si propone di riempire. Il BoP si presenta come l'unico detentore della liquidità. Tuttavia, l'accesso ai fondi del World Bank Trust Fund è condizionato alla totale cooperazione con l'Isf e l'amministrazione tecnocratica. Il cibo, l'acqua e il cemento diventano armi di disciplinamento politico: chi non accetta il nuovo ordine non ricostruisce.

In ultima analisi, il Board of Peace è un dispositivo di necropolitica, mortale per ogni velleità di autodeterminazione palestinese. Nonostante la retorica diplomatica possa ancora menzionare vagamente uno "stato futuro", la realtà materiale creata dal BoP rende tale stato pressoché impossibile: la separazione amministrativa tra Gaza (sotto il BoP) e la Cisgiordania (sotto un'Autorità palestinese ancor più normalizzata o sotto occupazione diretta) diventa istituzionale. Un'entità che non controlla i propri confini, la propria sicurezza, la propria economia, il proprio catasto e la propria pianificazione urbana non è uno stato, ma un protettorato o una colonia penale. L'Ncag è un'amministrazione condominiale per un condominio di cui altri possiedono le chiavi.

La presenza di Egitto, Emirati, Qatar e Arabia Saudita (come finanziatore ombra) nel processo legittima questa architettura. Per i regimi arabi, il BoP è la via d'uscita ideale: permette di dire che stanno "aiutando Gaza" (con soldi e tecnocrati) senza dover affrontare Israele politicamente. È la continuazione degli Accordi di Abramo con altri mezzi: normalizzazione economica e securitaria sopra le teste dei palestinesi. L'Egitto, in particolare, ottiene la sicurezza che Gaza non esploderà verso il Sinai, e flussi finanziari per gestire la logistica degli aiuti, puntellando la propria economia in crisi.

Il Board of Peace pronto a essere suggellato a Davos 2026 è un esperimento di ferocia calcolata, la prosecuzione burocratica del genocidio con altri mezzi. Per i palestinesi di Gaza, il BoP non offre pace. Offre la possibilità di sopravvivere come individui biologici, a patto di rinunciare a esistere come popolo politico. È, in definitiva, il tentativo di completare la Nakba non con l'espulsione totale (che rimane un'opzione sul tavolo), ma con la cancellazione politica totale, seppellendo la questione palestinese sotto una colata di cemento, blockchain e speculazione neocoloniale.

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Il “sogno” si è trasformato in un incubo L’americanismo astratto della sinistra italiana

 

di Federico Giusti

Premessa

Una assemblea che riproduce divisioni e spaccato di casa nostra

Nel corso di una assemblea preparatoria delle manifestazioni contro l’intervento Usa in Venezuela sono emerse varie posizioni partendo dal presupposto che scendere in piazza restava in ogni caso la scelta più corretta.

C’erano i fautori della rivoluzione bolivariana, gli stessi che in casa nostra presentano posizioni assai poco inclini alla mediazione il che conferma quanto forte sia ancora il sistema della doppia verità, altri meno entusiasti sull’operato di Maduro, vicini alle posizioni del locale Partito Comunista ma comunque incapaci di fornire una chiave di lettura convincente sullo scivolamento di quanti sono passati dall’estrema sinistra al fronte degli oppositori filo Usa.

E poi le aree sindacali vicine ai sindacati latino-americani, alcuni dei quali da sempre in aperta contrapposizione ai governi di centro sinistra e, storicamente, spaccati sull’estrattivismo, infine i fautori di una lettura della realtà ancora da costruire ma, divisi a loro volta, tra sostenitori del multipolarismo e orfani della teoria degli imperialismi tra loro contrapposti, separati dal giudizio sulla Cina e su quel modello di società che non ha lesinato lo sfruttamento della forza lavoro e la nascita di una nuova forma di capitalismo.

Chi scrive ammette di non avere le idee chiare, di nutrire qualche perplessità sull’operato di Maduro ma per ragioni diametralmente opposte a quelle occidentali individuando nell’arresto del Presidente Venezuelano un ammonimento alla autodeterminazione dei popoli latino-americani e l’affermazione della dottrina Monroe dei nostri tempi come il documento strategico della Casa Bianca faceva del resto presagire

Dopo ore e ore di discussioni provare una sintesi sarebbe stato non solo impossibile ma anche sbagliato perché le posizioni erano tra loro assai distanti se non proprio inconciliabili, eppure si parla di una organizzazione che al suo interno qualche idea comune su come leggere il mondo avrebbe dovuto averla. Questa variegata e litigiosa compagnia, non importa svelarne la identità, è lo specchio della grande confusione interna al mondo sindacale e politico oggi identificabile con la sinistra radicale.

Passiamo al Venezuela

Partiamo da questo presupposto perché quanto avviene in Venezuela non è ancora ben chiaro ai nostri occhi e probabilmente neppure ai venezuelani. Siamo certi che qualcuno abbia venduto Maduro come è altrettanto vero che una parte dell’esercito venezuelano e i militari cubani si sia opposto al rapimento del Presidente arrecando danni alle truppe Usa. Ma è proprio il mondo occidentale a non svelare l’identità e il numero dei morti e dei feriti, i danni riportati, silenzio assoluto sull’operazione militare. Chi contesta agli altri la mancanza di trasparenza dovrebbe fornire qualche spiegazione come quando, nei paesi a capitalismo avanzato, ci si nasconde dietro la sicurezza nazionale ed internazionale per sottrarsi al confronto la cittadinanza

Di conseguenza gli scenari possibili e futuri possono essere molteplici partendo dalle dichiarazioni di Trump che, per quanto ondivaghe e contraddittorie, evidenziano gli errori commessi dagli Usa che pensavano, una volta catturato Maduro, di avere in mano il controllo del petrolio e del gas.

Fatte queste considerazioni è assai difficile per gli europei acquisire le necessarie conoscenze degli avvenimenti ma dietro alle dichiarazioni di Trump si capisce che la strategia Usa è quella di ostentare e imporre la propria supremazia militare per ottenere quello che vogliono ossia greggio, cessione della sovranità, metalli rari.

Pensare all’Italia? E cosa succede nella patria presunta delle libertà?

E i lavoratori del vecchio continente dovrebbero invece prestare attenzione ai fatti latino-americani evitando di far proprio il classico specchietto per le allodole come raccontare che in Venezuela c’era una feroce dittatura con decine di migliaia di prigionieri politici, un Governo che attuava politiche apertamente ostili al mercato e al capitalismo.

È forse un modello di società ideale quella statunitense? L’omicidio della attivista a favore dei migranti, le falsità diffuse sui fatti dall’amministrazione Trump e smentite dai filmati divenuti virali sul web, le repressioni feroci dei manifestanti scesi in piazza per protestare contro la violenza poliziesca, la militarizzazione delle città e l’incedere militaresco delle truppe dell’Ice nelle quali troviamo ex militari di professione, sostenitori di Trump, i graziati per l’assalto al Campidoglio.

Tutti questi fatti dovrebbero indurre ogni persona di buon senso a prendere posizione contro Trump e le sue politiche. E non sono di aiuto nella ricerca della verità tutti i cantori, a sinistra, del mito americano, attempati signori in giacca e cravatta, con ricchi assegni previdenziali, a ricordare un’America da decenni morta e sepolta, quella della musica rock, dei figli dei fiori, dei campus in rivolta contro la guerra in Vietnam. Il provincialismo della classe politica e del giornalismo nostrano si misura anche con le argomentazioni addotte a sostenere dei tesi deboli e smentite dalla realtà, per parlare dell’Italia le dichiarazioni della Meloni sono ben diverse da quelle del premier spagnolo o di quello Francese, basterebbe guardare la spocchia con la quale ci si interfaccia con la stampa italiana, i teatrini con Orban e con i leaders di organizzazioni politiche di destra di Europa.

Si è persa per strada ogni analisi obiettiva della realtà, se la avessimo avuta del resto avremmo compreso da tempo che la guerra in Ucraina era una aperta minaccia alla Ue, che la via della Seta rappresentava una occasione non solo per smaltire la sovrapproduzione cinese ma anche per guadagnare dei nuovi mercati al vecchio continente.  Dovremmo ragionare sul rapporto tra centralizzazione dei capitali e la guerra, sulle ragioni per le quali quando il dollaro si sente minacciato arrivano puntualmente le guerre, sulle forme di finanziamento dell’economia americana con un debito pubblico accresciutosi come mai avvenuto nel secolo scorso.

E senza considerare il modello cinese alternativo in termini ideologici sarebbe utile guardare alla crescente preoccupazione usa dinanzi al consolidarsi delle relazioni tra Unione europea e Cina soprattutto in epoca pre-pandemica.

Non a caso uno dei primi provvedimenti del Governo Meloni è stato quello di chiudere il capitolo della via della Seta giudicandolo, su diktat Usa, un autentico cedimento a un nemico dell’Occidente (la Cina),  non pensiamo che la destra italiana abbia compreso di essere davanti a una ridefinizione degli equilibri globali con investimenti cinesi nel Vecchio Continente, si sono solo adattati al volere Usa giustificando il proprio operato con argomentazioni poco fondate.

Al contempo la guerra in Ucraina ha sancito la fine del greggio e del gas russo acquistando quello liquefatto americano a un costo superiore del 500 per cento. E per capire meglio il Piano Mattei per l’Africa dovremmo leggere il documento strategico denominato la Bussola europea per capire meglio la natura di questo piano.

Inquinatori di tutto il mondo Unitevi

I lavoratori e le lavoratrici italiane devono guardarsi dall’abbraccio mortale con Trump, quel modello sociale se applicato in Italia sarebbe devastante per le classi sociali meno abbienti, per i salariati.  E Trump e Meloni hanno in comune, ad esempio, l’odio per la sinistra che identificano con la difesa dell’ambiente, il rispetto di vincoli considerati come una sorta di insormontabile ostacolo alla crescita economica. In questi giorni gli Usa sono usciti da una sessantina tra accordi, convenzioni, trattati ed organismi internazionali dedicati all’ambiente, consideravano il cambiamento climatico un’autentica truffa, insomma un bel mix di oscurantismo e cultura antiscientifica. Dal canto suo l’Italia ha alcune decine di siti inquinati che da anni avrebbero dovuto essere bonificati rappresentando una minaccia per l’ambiente e per la salute pubblica.

Forse, alla luce di queste considerazioni, sarà più semplice spiegare la deliberata volontà dei reazionari (repubblicani negli Usa e governi di centro destra nella UE) di cancellare qualsiasi strumento di controllo sull’ operato dei Governi, ad esempio rimuovere quel bilanciamento dei poteri che era stato pensato e costruito dalle democrazie capitaliste del secondo dopo guerra per scongiurare involuzioni autoritarie. Siamo entrati in una fase storica nuova, l’autoritarismo, il panpenalismo, il rafforzamento degli esecutivi, la cultura di guerra e le leggi emergenziali stanno diventando sempre più forti perché sono ormai strumenti dirimenti per la sopravvivenza del sistema stesso.

E la società che si intravede all’orizzonte non prevede sanità pubblica accessibile a tutti, se non hai l’assicurazione privata puoi scordarti di ricevere cure, puoi lavorare ben oltre i 70 anni di età, il tuo trattamento di fine rapporto potrebbe un giorno svanire per la azzardate operazioni di Borsa del consulente finanziario a cui hai affidato i tuoi soldi. E la società non è quella ove il merito trionfa sempre (altro caposaldo della retorica liberal liberista), l’ascensore sociale è fermo, le disuguaglianze inimmaginabili per noi europei, la precarietà sociale spaventosa, le agibilità sindacali e politiche inesistenti, la repressione si fa sempre più brutale, questi alcuni aspetti interni di quella economia di guerra che per prosperare ha bisogno non solo del riarmo e del conflitto contro anche di costruire pratiche repressive contro la loro stessa popolazione. Se il sogno americano della sinistra liberal si è trasformato in un incubo tanto per gli autoctoni quanto per i popoli che subiranno lo strapotere statunitense, sarà il caso di rivedere l’intero armamentario ideologico con cui si prova a leggere la realtà contemporanea?

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Trump ha affermato che sulla questione della Groenlandia “non si può tornare indietro”.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato dell’importanza della Groenlandia per la sicurezza nazionale e globale dopo un colloquio con il segretario generale della NATO Mark Rutte.

La conversazione tra Donald Trump e il segretario generale della NATO Mark Rutte è avvenuta telefonicamente,  riporta la TASS .

Trump, intervenendo a Truth Social, ha sottolineato l’ottimo dialogo e ha affrontato la situazione in Groenlandia, sottolineando che la Groenlandia è di fondamentale importanza per la sicurezza nazionale e globale.

Non si torna indietro, e su questo tutti sono d’accordo!” ha scritto Trump.

Trump ha anche annunciato la sua disponibilità a tenere incontri sulla Groenlandia a Davos, a margine del Forum Economico Mondiale. Ha affermato che le discussioni sulla questione proseguiranno con la partecipazione di diverse parti.

Il rifiuto dell’Europa di acquistare gas russo ha portato alla perdita della Groenlandia

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato una nuova guerra commerciale contro otto paesi europei. Nel frattempo, nell’UE sono emerse preoccupazioni sul fatto che Washington possa interrompere le forniture di GNL, da cui gli europei sono diventati fortemente dipendenti, dopo il 2022. Trump, a quanto pare, è pronto a combattere per la Groenlandia fino alla fine. Trump ha minacciato di imporre dazi del 10 percento sulle merci provenienti da otto paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia) a partire dal 1° febbraio se non si raggiungerà un accordo sull’acquisto della Groenlandia, riporta Axios.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei Leonov

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Le SDF chiedono la piena mobilitazione mentre i combattimenti si intensificano nel nord della Siria

Le SDF affermano che gli attacchi si sono intensificati dal 6 gennaio, accusando le forze sostenute dalla Turchia di escalation e invitando i giovani curdi a mobilitarsi in difesa della Siria settentrionale.

Le Forze democratiche siriane (SDF) hanno dichiarato lunedì che le loro zone sono state oggetto di attacchi intensificati dal 6 gennaio, accusando “la Turchia e i gruppi influenzati dall’ISIS di cercare di spezzare la volontà delle comunità locali”.

In una dichiarazione rivolta alla sua comunità, il Comando generale delle SDF ha affermato che i suoi combattenti continuano a fronteggiare gli assalti “brutali e barbari” , sottolineando che le sue forze stanno combattendo “con grande coraggio e sacrificio” e portando avanti la loro lotta “con onore”.

Nella dichiarazione si accusa la Turchia e i gruppi armati alleati di aver intensificato le loro operazioni nel tentativo di sconfiggere la resistenza nel nord della Siria, avvertendo che gli attacchi stanno aumentando in portata e intensità.

Facendo un parallelo con la battaglia di Kobani (Ayn al-Arab) del 2014, le SDF hanno affermato che, proprio come l’ISIS è stato sconfitto lì, anche gli attuali attacchi falliranno.

Ha dichiarato che le città che si estendono da Derik ad al-Hasakah, compresa Kobani, diventeranno luoghi di resistenza contro “una nuova generazione di forze influenzate dall’ISIS guidate dallo Stato turco ”.

الأكراد يتسلحون في كافة مناطقهم استعدادا للتصدي لقوات الجولاني https://t.co/QYDNrulNGP pic.twitter.com/g6URFfdlWW

— Ali. ABk (@Bk_Hanasa) January 19, 2026

Appello ai giovani curdi in patria e all’estero

La leadership delle SDF ha invitato i giovani curdi di Rojava, del Kurdistan settentrionale, meridionale e orientale, nonché dell’Europa, a unirsi e a unirsi alla resistenza , esortandoli a rifiutare i confini imposti e l’occupazione.

“Oggi è un giorno d’onore”, si legge nella dichiarazione, aggiungendo che si tratta anche di un momento di “responsabilità storica”, affermando che la volontà popolare resta più forte degli attacchi militari o dell’occupazione.

La dichiarazione è stata rilasciata dal Comando generale delle SDF nel contesto delle crescenti tensioni e dei rinnovati scontri nel nord della Siria, in seguito al fallimento degli accordi di cessate il fuoco e alla crescente incertezza sulla sicurezza nei centri di detenzione in cui sono detenuti i prigionieri dello Stato islamico.

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Luciano Lago

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La nuova Gaza secondo gli anglo(sionisti)americani. Il “Comitato per la pace” di Trump e Blair fra tecnocrazia e affari

Rt.com   Il presidente Donald Trump ha svelato la struttura dirigenziale di un comitato di alto livello che supervisionerà la ricostruzione e la governance di Gaza, nominandosi presidente e designando una controversa rosa di diplomatici, finanzieri e alleati politici. In una dichiarazione rilasciata venerdì scorso dalla Casa Bianca, l’amministrazione ha confermato la formazione del cosiddetto […]

L'articolo La nuova Gaza secondo gli anglo(sionisti)americani. Il “Comitato per la pace” di Trump e Blair fra tecnocrazia e affari proviene da Come Don Chisciotte.

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Le forze armate russe ampliarono la loro base offensiva a Zaporizhia, liberando Pavlovka.

Mosca , 20 gennaio 2026, 08:55 — Regnum News Agency. La liberazione di Pavlivka, nella regione di Zaporižžja, ha permesso alle Forze Armate russe di penetrare nelle retrovie delle Forze Armate ucraine (UAF) vicino a Orekhovo e di espandere la loro base per un’offensiva sulla città di Zaporižžja. Lo ha riferito il 20 gennaio Igor Černij, deputato della Duma regionale di Kherson .

Il parlamentare ha sottolineato che la liberazione del villaggio di Pavlovka nella regione è di grande importanza strategica.

“In primo luogo, si tratta dell’espansione della testa di ponte Stepnogorsk-Kamenskoye-Pavlovka, seguita dal superamento delle alture e dal raggiungimento di Malokaterynivka, Kushugum, Balabyne e più avanti fino a Zaporizhzhia. In secondo luogo, si tratta di un accesso praticamente alla zona retrostante di Orekhovo, dove sono previsti gravi combattimenti”, ha detto alla TASS.

Il 19 gennaio, le truppe russe hanno liberato Novopavlovka, nella Repubblica Popolare di Donetsk (DPR), e Pavlovka, nella regione di Zaporižžja. In precedenza, il 17 gennaio, le truppe russe avevano liberato i villaggi di Privolye, nella DPR, e Pryluky, nella regione di Zaporižžja. Il 16 gennaio, le Forze Armate russe hanno liberato anche il villaggio di Zhovtneve (Oktyabrskoye), nella regione di Zaporižžja. Inoltre, il villaggio di Zakotne, nella DPR, è passato sotto il controllo di unità del Gruppo di Forze Meridionali .

Il 15 gennaio, il generale dell’esercito Valery Gerasimov (nella foto), capo di stato maggiore delle forze armate russe e primo viceministro della Difesa, ha annunciato che le truppe russe stanno avanzando praticamente in tutte le direzioni lungo il fronte nella zona di operazioni speciali. Ad esempio, le forze armate russe stanno completando la liberazione dell’insediamento urbano di Kupyansk-Uzlovaya nella regione di Kharkiv.

Nel frattempo, il gruppo di forze “Ovest” continua a eliminare le unità delle forze armate ucraine accerchiate sulla riva orientale del fiume Oskol in direzione di Kupyansk.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione: Sergei Leonov

Tutte le noti

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El precio de la crítica: Cómo opera el dispositivo que garantiza la impunidad estratégica de Israel – Por Marcelo Ramírez

Por Marcelo Ramírez

La discusión sobre Israel fue diseñada para trabarse antes de empezar. No porque falten datos, antecedentes o marcos jurídicos, sino porque el debate quedó encapsulado en una lógica binaria que impide pensar. De un lado, la adhesión automática, que exige lealtad moral previa y convierte cualquier observación crítica en una sospecha ética. Del otro, la condena visceral, que reemplaza el análisis por indignación y reduce una realidad compleja a frases hechas. En ese terreno no hay comprensión posible, solo alineamientos. El resultado es funcional: se habla mucho, se piensa poco y no se toca lo estructural.

El problema no es Israel como identidad, ni como pueblo, ni como religión. Tampoco es una cuestión teológica. El núcleo del asunto es político y estratégico. Es el modo en que el Estado de Israel se inserta en una arquitectura de poder que establece costos diferenciados para la crítica, límites implícitos al debate y márgenes de acción que otros actores no poseen. Esa arquitectura no opera por prohibiciones explícitas, sino por penalidades indirectas que desalientan cualquier intento de ir más allá del discurso permitido.

En términos institucionales, Estados Unidos es el pilar central de ese sistema de protección. El veto sistemático en el Consejo de Seguridad de la ONU no es una excepción coyuntural, sino una práctica estructural que garantiza que ninguna resolución con consecuencias reales prospere. Se puede condenar, se puede expresar preocupación, se puede negociar lenguaje diplomático, pero cuando la discusión alcanza el nivel de sanciones efectivas o de imposición de límites concretos, el cerrojo se activa. Israel queda, de hecho, fuera del régimen sancionatorio que sí se aplica con rapidez y severidad a otros Estados.

A eso se suma una integración militar-industrial profunda. La asistencia financiera, el suministro constante de armamento avanzado y la cooperación en inteligencia forman parte de una relación orgánica, no transaccional. Israel no es tratado como un aliado circunstancial, sino como una extensión operativa del dispositivo estratégico estadounidense en Medio Oriente. Esa integración explica la velocidad con la que se reponen sistemas defensivos, la continuidad del apoyo aun en contextos de alta tensión y la ausencia de condicionamientos reales ligados al uso de la fuerza.

Sin embargo, el factor decisivo no está solo en lo militar ni en lo diplomático. Está en la política interna de Estados Unidos. Criticar a Israel tiene un costo doméstico alto y transversal. Donantes de peso, lobbies consolidados, think tanks influyentes, redes de financiamiento académico y coaliciones electorales generan un clima en el que desviarse del consenso implica exponerse a campañas de presión, pérdida de apoyos y conflictos reputacionales difíciles de manejar. No hace falta una orden explícita: el sistema funciona por anticipación del castigo. La autocensura se vuelve una conducta racional.

Europa aporta otra capa al problema. En países como Alemania, el apoyo a la seguridad de Israel fue elevado a principio de Estado, una decisión comprensible desde su historia, pero con efectos políticos que se extienden al conjunto del continente. La consecuencia es una vara distinta para medir comportamientos, una cautela permanente que rara vez se traduce en acciones concretas. Las sanciones, cuando aparecen, son simbólicas, reversibles y cuidadosamente diseñadas para no afectar los núcleos duros del poder. El levantamiento de sanciones a colonos violentos en Cisjordania es un ejemplo de esa fragilidad política.

Y este dispositivo se cierra con una herramienta comunicacional letal: la confusión deliberada entre crítica al Estado de Israel y antisemitismo. Pero de lo que estamos hablando acá es de otra cosa: de cómo esa acusación funciona, en la práctica, como un mecanismo de clausura. Es la táctica perfecta. Te ponen la etiqueta y listo: el debate se termina antes de empezar. Ya no importa si estás hablando de derecho internacional, de proporcionalidad, de estrategia… pasaste a ser un sospechoso. Y el silencio no lo impone un censor, lo impone tu propio cálculo. Porque nadie quiere que le peguen ese cartel. Esa es la eficacia del sistema.

Este esquema, sin embargo, no es estático. En la sociedad estadounidense empiezan a aparecer fisuras visibles. Las encuestas muestran una fatiga bélica profunda y un rechazo creciente a nuevas aventuras militares en Medio Oriente. Dos tercios de la población se oponen a una guerra con Irán, y el respaldo automático a Israel ya no es homogéneo, especialmente entre los jóvenes. Aun así, la inercia institucional sigue empujando en la misma dirección, porque las estructuras de poder se mueven más lento que la opinión pública y tienden a preservar equilibrios que les resultan funcionales.

Israel, a diferencia de Washington, exhibe una continuidad estratégica clara. Su objetivo central es impedir que Irán se consolide como potencia regional con capacidad de disuasión. Esa lógica no depende de ciclos electorales ni de humores sociales. Es una política de largo plazo, sostenida por una percepción existencial de amenaza y por sectores internos que conciben la expansión territorial y el control del entorno como condiciones de supervivencia. La idea del “Gran Israel”, aunque rara vez discutida abiertamente en foros oficiales, forma parte de ese horizonte estratégico.

Cuando Israel actúa, coloca a Estados Unidos en una posición embarazosa. Acompañar implica asumir costos crecientes en un contexto de agotamiento interno; marcar distancia supone tensionar una alianza que fue presentada durante décadas como incondicional. En ese escenario, no es necesaria una guerra abierta para producir pérdidas estratégicas. Una dinámica de desgaste es suficiente: ataques indirectos, presión sobre rutas energéticas, suba de precios, desestabilización regional y crisis política interna. El Estrecho de Ormuz funciona como recordatorio permanente de esa vulnerabilidad sistémica.

Rusia y China observan este tablero con una lógica distinta. No buscan una confrontación directa ni una denuncia formal que exponga fuentes o capacidades. Su estrategia pasa por dejar que las contradicciones internas de Occidente operen por sí solas. El desgaste prolongado, la fragmentación política y la pérdida de legitimidad resultan más eficaces que cualquier escalada frontal. En ese sentido, las tensiones en Medio Oriente se inscriben en un proceso más amplio de reconfiguración del poder global.

La impunidad relativa de Israel no es absoluta ni eterna. Es el resultado de una red de costos, alianzas y tabúes culturales que todavía funciona, pero que empieza a mostrar grietas. No se trata de un dominio total, sino de un equilibrio político que desalienta la crítica efectiva. Mientras ese equilibrio se mantenga, la discusión seguirá oscilando entre el silencio y el exceso retórico, sin afectar lo estructural.

El riesgo no es solo regional. Arrastrar a una potencia como Estados Unidos a una guerra de consecuencias imprevisibles, en nombre de equilibrios que ya no responden al interés de sus propias sociedades, expone a todo el sistema internacional a un punto de ruptura. No por una cuestión moral, sino por simple acumulación de tensiones no resueltas. Cuando el costo de sostener un silencio supera al costo de romperlo, el sistema cambia. La historia muestra que ese momento nunca avisa.

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Aggressioni e disinformazione: la risposta venezuelana è il popolo organizzato

Nonostante le difficoltà e le pressioni esterne, il Venezuela “non si fermerà e continuerà ad avanzare”. A ribadirlo è stato Diosdado Cabello, ministro degli Interni e segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), nel corso della consueta conferenza stampa settimanale, sottolineando come il Paese prosegua nel suo cammino di crescita economica e difesa della pace, anche di fronte agli attacchi imperiali.

Cabello ha ricordato che sono trascorsi 17 giorni dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, definiti come “prigionieri di guerra” nel quadro di un’aggressione contro la sovranità nazionale e che mira al controllo del petrolio venezuelano. Di fronte a questa situazione, il popolo del Venezuela ha risposto con una mobilitazione costante e capillare: manifestazioni quotidiane, iniziative di piazza e una grande giornata nazionale dedicata alla scrittura di lettere di sostegno alla coppia presidenziale.

Secondo il dirigente bolivariano, nessun settore dell’estrema destra, estremista e golpista, potrà imporre il caos o la violenza nel Paese. “Il popolo è tranquillo e in pace perché c’è la Rivoluzione Bolivariana”, ha affermato, ribadendo il legame inscindibile tra istituzioni e movimenti popolari. Nel frattempo, il Governo bolivariano ha smentito con fermezza le fake news su presunte trattative segrete tra Diosdado Cabello e gli Stati Uniti, denunciate come tentativi di divisione e destabilizzazione.

La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha rilanciato l’appello all’unità nazionale, indicando tre priorità chiare: preservare la pace, ottenere la liberazione di Maduro e Cilia Flores e difendere il potere politico della Rivoluzione Bolivariana per proteggere il popolo venezuelano.


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Linea rossa sull’Artico: il messaggio di Copenaghen a Washington

La Danimarca ha ribadito con fermezza che sulla Groenlandia non è disposta a negoziare. Il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen ha definito “linea rossa” ogni ipotesi di acquisizione dell’isola da parte degli Stati Uniti, dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump che non ha escluso l’uso della forza militare.

Rasmussen ha raccontato di essere rimasto sorpreso dalle parole di Trump, soprattutto dopo un recente incontro con il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, che sembrava aver aperto uno spiraglio diplomatico.

Copenaghen, ha spiegato, è pronta al dialogo, ma non sotto minaccia. Le tensioni si inseriscono in un contesto transatlantico sempre più fragile, aggravato dal recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e dai timori sulla crescente propensione di Washington all’uso della forza. In risposta alle minacce sulla Groenlandia, diversi Paesi europei hanno avviato manovre militari nell’area artica. Trump ha reagito annunciando nuovi dazi contro i Paesi coinvolti, alimentando ulteriormente lo scontro, intanto la Germania ha immdiatamente ritirato i propri soldati.

Per molti governi europei, le pressioni statunitensi rappresentano un attacco diretto all’integrità territoriale danese e agli equilibri dell’alleanza atlantica.


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Il reale delle/nelle immagini. Una fenomenologia dei media visuali

di Gioacchino Toni

Emmanuel Alloa, Attraverso l’immagine. Una fenomenologia dei media visuali, Traduzione di Alessandro De Cesaris, Meltemi, Milano, 2025, pp. 522, € 28,00

Nonostante l’importanza riservata all’immagine sin dai tempi più lontani – si pensi, ad esempio, al ruolo mimetico che le è stato affidato nella cultura occidentale a partire dal Rinascimento italiano – è soltanto in tempi recenti che, negli ambienti accademici, ci si è interessati dell’immagine in sé. Persino la storia dell’arte, nonostante l’analisi delle immagini appartenga ai suoi compiti primari, si è a lungo sottratta dall’affrontare il carattere immaginale delle immagini in quanto tali. Soltanto sul finire del Novecento sono sorte discipline specificatamente interessate all’immagine in sé e, più in generale, sull’onda dell’inedita importanza assegnata a quest’ultima, si è dato un cambio di paradigma all’interno del canone delle discipline esistenti. Si può dunque affermare che vi è stata carenza di riflessione circa l’uso che si fa dei media visuali e che le immagini sono a lungo state considerate come canali di accesso a informazioni, dunque trascurate.

Che cos’è un’immagine? Non è affatto facile rispondere a tale quesito. «Essere in grado di comprendere intuitivamente le immagini», scrive Emmanuel Alloa in Attraverso l’immagine (Meltemi 2025), «non significa automaticamente comprendere anche come funzionano» (p. 12). Il volume dello studioso si propone come

uno studio fenomenologico del modo in cui ci rapportiamo ai media visuali, ma anche come una riabilitazione delle immagini come agenti insostituibili della nostra apertura quotidiana al mondo. Le immagini ci presentano cose che altrimenti non sarebbero accessibili. Danno visibilità a stati di cose che senza di esse resterebbero inosservati. Le immagini riportano alla memoria ciò che e stato dimenticato, offrono un orientamento, presentano sinteticamente correlazioni altrimenti impenetrabili e permettono di anticipare ciò che deve ancora venire. Ciò che si mostra nelle immagini si mostra in questo e in nessun altro modo (p. 15).

Il senso iconico non è traducibile, ad esempio, in una descrizione verbale senza che si perda qualcosa in quanto «le immagini presentano un’eccedenza iconica che è realmente visibile, o fenomenica». Da qui deriva la necessità, scrive Alloa, «di un’alternativa all’approccio che è stato adottato finora per definire le immagini, e che potremmo chiamare modello rappresentazionale» (p. 15).

In alternativa all’approccio rappresentazionale all’immagine, che tende a renderla subalterna al verbale, a ridurla rappresentazione di qualcosa che già esiste indipendentemente dall’immagine, lo studioso propone di attingere alle risorse metodologiche della fenomenologia e alla categoria della fenomenalità al fine di sviluppare un’analisi alternativa delle immagini e delle loro funzioni operative. Insomma, attraverso l’approccio fenomenologico, anziché occuparsi del contenuto delle immagini, degli aspetti di referenzialità e di attinenza, si può guardare alle modalità dell’apparire.

Le immagini sono anche presentazioni del rapporto tra l’apparire e il medium dell’apparire;

le immagini non sono fenomeni, ma piuttosto media in cui appare qualcos’altro; non appaiono esse stesse, ma in esse mostrano qualcosa di diverso da ciò che sono. Mentre la prima caratteristica delle immagini ha quindi a che fare con la loro costitutiva fenomenalità, la seconda ci ricorda che esse sono condizionate dai media e quindi che, in questo caso, la visibilità è dovuta al nostro guardare attraverso i media (pp. 16-17).

Alloa si concentra dunque sul problema del vedere-attraverso e sulla logica spaziale e generativa di questo “attraverso”. Ricostruendo la logica dell’immaginalità lo studioso sviluppa un approccio ai processi mediali alternativo a quello proposto dalla teoria dei media classica. Scopo dell’autore non è quello di isolare una sorta di essenza dell’immagine, quanto piuttosto mostrare come il pregiudizio storico della teoria classica incentrata sui media discreti abbia emarginato altre logiche mediali.

Lo studioso illustra gli schemi che ancora oggi orientano le modalità di pensare alle immagini, ricostruisce lo sviluppo storico delle teorie della trasparenza e dell’opacità dell’immagine, mostrando i limiti delle teorie che evitano di confrontarsi con domande ontologiche come “che cos’è un’immagine?” e che guardano alle immagini a partire dalla loro referenzialità o materialità. «Le immagini trasmettono sempre qualcosa di più e di diverso rispetto a ciò che sono in sé» (p. 479), ed è questo a renderle dei media.

Guardare le immagini con più attenzione, affrontarle con il necessario senso critico, lasciare che abbiano un effetto su di noi significa allora lasciarsi coinvolgere in un processo di generazione di senso che si svolge secondo regole diverse dalla sintassi dei sistemi finiti di segni. Le immagini appartengono ai media presentativi in quanto mostrano qualcosa che non si trova altrove, ma che è reso presente in questo e non in altro modo innanzitutto dalla loro incarnazione mediale. I tentativi di traduzione, a questo proposito, sono la migliore pietra di paragone: mentre, in linea di principio, i messaggi codificati digitalmente possono cambiare supporto senza problemi, […] i media presentativi tendono a resistere a questa forma di traduzione. Il modo in cui le immagini sono progettate, le loro proporzioni, i contrasti di colore e le linee di forza, i loro bordi, gli spazi vuoti e le omissioni non sono aggiunte di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno in un processo di formattazione per una migliore trasportabilità. Piuttosto, i media presentativi come le immagini devono il loro potere di sintesi al fatto che tendenzialmente, nella loro fenomenalità, ogni singolo aspetto conta (p. 481).

Insomma, alle immagini, secondo Alloa, si deve guardare a partire dalla loro fenomenalità. Le immagini, e i media presentativi in generale, «permettono di far emergere proprio la questione che le procedure di digitalizzazione escludono, ovvero cosa significhi per qualcosa apparire» (p. 481). «Il potere dell’apparire che si dispiega nelle immagini ci impone quindi di ripensare le connessioni tra significato e fenomenalità, tra medium e forza». Secondo Alloa, se

ciò tramite cui le immagini appaiono non può essere separato dal loro modo di apparire (nella misura in cui, cioè, il contenuto non può essere separato dal come dell’opera), le immagini ci dicono sempre qualcosa anche sulle loro stesse condizioni di apparizione, e questo costituisce il loro momento riflessivo. Dall’altro lato, esse ci costringono anche a riconoscere che ciò che appare non è mai dato immediatamente, ma appare sempre e solo attraverso qualcos’altro (p. 482).

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Impero del Caos, Saccheggio e Attacco nel Panico di Essere Sfrattati dall’Eurasia

di Pepe Escobar

Teheran non si piegherà mai ai diktat. L’ossessione neo-Caligola per il cambio di regime – di fatto rispecchiata dall’ossessione del Natostan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire.

L’intero pianeta è in qualche modo sconvolto dall’ultima truffa del neo-Caligola: poiché non ha ricevuto il suo Nobel per la “pace” dalla Norvegia, parte della sua megalomane e narcisista vendetta consiste nel sottrarre la Groenlandia alla Danimarca (nel linguaggio imperiale, a chi importa? Questi scandinavi sono tutti uguali, comunque).

Come diceva lo stesso neo-Caligola: “Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo totale e completo della Groenlandia”.

Ciò sigilla l’Impero del Caos, completamente trasformato nell’Impero del Saccheggio e ora nell’Impero degli Attacchi Permanenti.

Diversi euro chihuahua hanno osato inviare un piccolo gruppo di conducenti di slitte trainate da cani per difendere la Groenlandia dal neo-Caligola. Invano. Sono stati immediatamente colpiti dai dazi. L’attacco rimarrà in vigore fino all'”acquisto completo e totale” della Groenlandia.

Gli europei-chihuahua, seguendo il Sud del mondo, potrebbero essersi finalmente svegliati e aver compreso il nuovo paradigma: la geopolitica dell’attacco USA..

Neo-Caligola non ottenne un cambio di regime a Caracas, e il suo miraggio petrolifero fu smentito persino dai colossi energetici statunitensi. Non ottenne un cambio di regime a Teheran, nonostante il lavoro a tempo pieno di CIA, Mossad e varie ONG.

Quindi il Piano C è la Groenlandia, essenziale per gli scopi dello spazio vitale imperiale, come garanzia per il debito impagabile di 38 trilioni di dollari, in aumento.

Tale fatto non implica in alcun modo abbandonare l’ossessione per l’Iran. La portaerei USS Abraham Lincoln si sta spostando in una posizione nel Mare di Oman/Golfo Persico da cui potrebbe colpire l’Iran entro la fine della settimana. Tutti gli scenari di attacco rimangono validi.

Supponendo che si scateni l’inferno, questa potrebbe trasformarsi in una replica ancora più umiliante della guerra dei 12 giorni del giugno dell’anno scorso, che il culto della morte nell’Asia occidentale ha impiegato ben 14 mesi per pianificare.

La guerra di 12 giorni non solo fallì come operazione di cambio di regime, ma generò un esempio di rappresaglia iraniana così feroce che Tel Aviv non si è ancora ripresa. Teheran ha ribadito più volte che lo stesso destino attende le forze neo-Caligola in Iran e nel Golfo in caso di nuovi attacchi.

Perché l’ossessione per il cambio di regime persiste

Per quanto riguarda l’operazione di cambio di regime in Iran, altrettanto miseramente fallita nelle ultime settimane, ha visto in prima linea il patetico principe pagliaccio Reza Pahlavi, al sicuro nel Maryland, ampiamente pubblicizzato dai media statunitensi come una “figura politica unificatrice” in grado di rivalutare la “catastrofe vissuta del governo clericale”.

Neo-Caligola era troppo impegnato per preoccuparsi di queste sottigliezze ideologiche. Ciò che voleva era accelerare i procedimenti – e cos’altro? – applicando la logica dell’Impero degli attacchi permanenti: bombardando l’Iran.

La propaganda diversiva, prevedibilmente, è degenerata. Il culto della morte nell’Asia occidentale potrebbe aver chiesto a Mosca di dire a Teheran che non avrebbero attaccato se l’Iran non avesse attaccato per primo. Come se Teheran – e Mosca – potessero fidarsi di qualsiasi cosa provenisse da Tel Aviv.

I sostenitori del Golfo – Arabia Saudita, Qatar e Oman – potrebbero aver chiesto al neo-Caligola di non colpire, perché ciò avrebbe incendiato l’intero Golfo e generato un “grave contraccolpo”.

La vera questione – ancora una volta – era TACO. Semplicemente non esisteva uno scenario di attacco statunitense simulato che avrebbe consentito un cambio di regime fulmineo, l’unico risultato accettabile. Quindi, torniamo alla conquista della Groenlandia.

Sono bastati pochi giorni per smascherare la massiccia campagna di propaganda in corso nel NATOstan sulle “vittime di massa” tra i manifestanti iraniani.

Le cifre – false – provenivano dal Centro per i diritti umani in Iran, con sede a New York, e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) di Washington, infestato dalla CIA, e da altre varie entità di disinformazione.

L’elenco delle ragioni per un urgente cambio di regime in Iran resta tuttavia fuori scala, e comprende, tra gli altri, questi quattro elementi chiave:

  1. Teheran deve abbandonare l’Asse della Resistenza nell’Asia occidentale che sostiene la Palestina.
  2. Poiché l’Iran si trova al crocevia privilegiato dei corridoi di connettività commerciale ed energetica in Eurasia, sia i suoi collegamenti con il
    Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) sia le Nuove Vie della Seta (BRI) cinesi devono essere interrotti. Ciò significa far saltare dall’interno la cooperazione organica intra-BRICS tra Russia, Iran, India e Cina.
  3. Poiché oltre il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano è diretto alla Cina – e il pagamento avviene in yuan – ciò rappresenta una seria minaccia per il petrodollaro: l’anatema definitivo. È qui che, secondo i termini dell’Impero degli Scioperi Permanenti, l’Iran si allinea al Venezuela. O la nostra via – quella del petrodollaro – o l’autostrada.
  4. La resistenza del sogno infinito di un Iran sotto il remix dello Scià, completo di una polizia segreta SAVAK in stile Scià; stretti legami con il Mossad per tenere a freno quei barbari arabi; e una rete tentacolare di centri di sorveglianza gestiti dalla CIA che prendono di mira sia la Russia che la Cina.

Come contrastare una “guerra per il cambio di regime”

Teheran non si lascia spaventare dalle sanzioni, dato che ne ha subite più di 6.000 in quattro decenni, concepite per strangolare completamente la sua economia e persino portare le esportazioni di petrolio, per usare la terminologia imperiale, “a zero”.

Anche sotto la massima pressione, l’Iran è stato in grado di costruire la base industriale più estesa dell’Asia occidentale; ha investito senza sosta nell’autosufficienza e in equipaggiamenti militari all’avanguardia; è entrato a far parte della SCO nel 2023 e dei BRICS nel 2024; e, a tutti gli effetti, ha sviluppato un’economia basata sulla conoscenza nel Sud del mondo.

Tsunami di inchiostro – digitale – sono stati spesi per spiegare perché la Cina non abbia finora aiutato adeguatamente l’Iran a contrastare la massima pressione imperialista, ad esempio sostenendo Teheran contro gli attacchi speculativi sul rial. Ciò non sarebbe costato quasi nulla a Pechino, in confronto al suo livello di riserve estere.

L’attacco speculativo al rial è stato probabilmente il fattore scatenante delle proteste in tutto l’Iran. È fondamentale ricordare che i salari da fame hanno contribuito in modo determinante al collasso della Siria.

Spetta a Pechino rispondere diplomaticamente a questa scomoda domanda. Lo spirito dei BRICS Plus – chiamiamoli Bandung 1955 Plus – potrebbe non sopravvivere quando tutti sappiamo che questa guerra mondiale è essenzialmente una questione di risorse e finanziamenti, che devono essere mobilitati e impiegati in modo appropriato.

E questo ci porta alla questione se la leadership cinese valga la pena di rimanere una sorta di versione più grande della Germania: embrionale egocentrica; piena di paura; e fondamentalmente egoista in termini economici e finanziari. L’alternativa – auspicabile – è che la Cina crei linee di credito di dimensioni adeguate all’interno dei BRICS per una serie di nazioni amiche.

Qualunque cosa accada, è chiaro che l’Impero degli Attacchi Permanenti non solo rimarrà “attivamente ostile” a un mondo multipolare e multinodale; l’ostilità sarà marinata in un fango tossico di rabbia e vendetta e subordinata alla paura suprema e panico: la lenta ma inesorabile espulsione dell’Impero dall’Eurasia.

Ecco il segnale del rappresentante speciale della Casa Bianca Witkoff, il Bismarck immobiliare, che enuncia i diktat imperiali all’Iran:

  1. Smettere di arricchire l’uranio. Fuori questione,
  2. Ridurre gli arsenali missilistici. Fuori questione.
  3. Ridurre di circa 2000 kg il materiale nucleare arricchito (3,67-60%). Questa percentuale potrebbe essere negoziata.
  4. Basta sostenere i “rappresentanti regionali” – come l’Asse della Resistenza. Fuori questione.

Teheran non si piegherà mai ai diktat. Ma anche se lo facesse, la ricompensa imperiale promessa non sarebbe la revoca delle sanzioni (il Congresso degli Stati Uniti non lo farà mai) e un “ritorno nella comunità internazionale”. L’Iran fa già parte della comunità internazionale, all’ONU e all’interno dei BRICS, della SCO e dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), tra le altre istituzioni.

Quindi l’ossessione neo-Caligola per il cambio di regime – di fatto rispecchiata dall’ossessione del Natostan – continuerà a dominare. Teheran non si lascia intimidire. Ecco il consigliere strategico del Presidente del Parlamento iraniano, Mahdi Mohammadi: “Sappiamo che ci troviamo di fronte a una guerra di cambio di regime in cui l’unico modo per ottenere la vittoria è rendere credibile la minaccia che, durante la guerra di 12 giorni, sebbene fosse pronta, non ha avuto l’opportunità di essere realizzata: una guerra di logoramento geograficamente estesa, focalizzata sui mercati energetici del Golfo Persico, sulla base di una potenza di fuoco missilistica in costante aumento, della durata di almeno diversi mesi

Fonte: https://www.unz.com/pescobar/empire-of-chaos-plunder-and-strikes-in-panic-of-being-evicted-from-eurasia/

Traduzione: Luciano Lago

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Ma quali diritti umanitari in Venezuela e Iran? I cambi regime servono a salvare il petrodollaro

  Riceviamo e pubblichiamo.   Di Glauco Benigni   Premesso che è molto difficile difendere a tutto tondo sia il Governo di Maduro che quello degli Aiatollah di Teheran … i motivi per cui gli USA stanno rimuovendo il primo e stanno progettando in queste ore di ri-attaccare e rimuovere il secondo, sono molteplici e […]

L'articolo Ma quali diritti umanitari in Venezuela e Iran? I cambi regime servono a salvare il petrodollaro proviene da Come Don Chisciotte.

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COMPAGNIA DI VENTURA "AL-JOLANI" AL SERVIZIO DEGLI ACCORDI DI ASTANA

 

di Michelangelo Severgnini

 

La difficoltà di comprensione di ciò che sta accadendo nel nord della Siria in questi giorni va cercata nella comprensione della natura di Al-Jolani/Al-Sharaa e del suo HTS (ormai governo siriano).

Le tifoserie che si dividono sostenendolo un pupazzo degli Stati Uniti, piuttosto che di Israele o della Turchia o di chi altro, mancano completamente delle chiavi per capire.

Quando nell'ottobre 2025 Al-Jolani/Al-Sharaa ha incontrato Putin a Mosca, non pochi si sono stracciati le vesti e i capelli.

Ma per farla breve, non c'è nessun doppio gioco. 

È tutto alla luce del sole.

HTS va intesa come una compagnia di ventura, non come una creatura esclusiva e mimetica di questo o quello.

Finché qualcuno ha battaglie da offrire, la macchina gira e i suoi miliziani (per la maggior parte stranieri ma ora tutti in possesso di regolare cittadinanza siriana) sono a disposizione.

Vendono il loro servigio.

Certo, lasciati a mano libera, come tutti gli eserciti di ventura, sono perlopiù degli assassini e hanno le loro vittime preferite (ne sanno qualcosa le minoranze cristiane ed alawite).

Ma alla fine sono criminali ragazzotti che ormai hanno imparato un mestiere e quello vogliono continuare a fare.

Negli anni scorsi li ha finanziati Israele attraverso il petrolio siriano estratto nelle zone curde, che arrivava a Idlib di contrabbando e ha consentito ad HTS di gestire il monopolio del carburante nel nord della Siria.

Nell'ultimo anno la diplomazia turca è riuscita a conquistare HTS a buona parte della propria agenda, che poi è quella né più né meno ribadita nei punti cardini degli accordi di Astana firmati tra Russia, Iran e Turchia nel 2020.

Quei punti riguardavano innanzitutto l'integrità territoriale della Siria e la piena sovranità (in altre parole il petrolio estratto dalle zone curde doveva tornare sotto il controllo dello Stato).

Per ottenere il pieno raggiungimento di questi 2 punti serviva solo una cosa: mettere fine alla pagliacciata del Rojava, disarmare le formazioni curde, cacciare gli americani e riprendersi il petrolio.

Assad è riuscito a farlo?

No. Praticamente non ci ha mai provato.

La Turchia, con il pieno appoggio della Russia (ora si spiega la visita a Mosca di Al-Jolani/Al-Sharaa), è riuscita a convincere i miliziani di HTS, un anno dopo la caduta di Assad, a combattere per la piena attuazione degli accordi di Astana.

Se non è un capolavoro diplomatico questo.

Erdo?an e il governo turco sono contro i Curdi?

No, solo contro le formazioni militari curde al servizio di Israele.

Nel 2025 Öcalan ha sciolto il PKK sulla base di un patto profondo con lo Stato turco.

Tutto ciò è frutto di un'evoluzione ventennale della società turca (intesa come Paese) di cui nelle analisi occidentali non c'è praticamente traccia, ma che sul terreno, nella società, è ormai storia.

Lo stesso atteggiamento verso i Curdi verrà ora riservato loro da Al-Jolani/Al-Sharaa, sotto l'egida della Turchia: pieni diritti civili ma consegna delle armi o, al limite, inquadramento.

È questa la riabilitazione di Al Jolani?

Neanche per idea. 

Resta quel che è: un capitano di ventura. Con tutto l'armamentario di ferocia e crimini che ciò comporta.

Sarà poi la storiografia e l'angolo di osservazione a riabilitarlo o meno in futuro sui libri di storia.

Ma rimane, alla fine, un mercenario.

Un mercenario di successo. E per questo riverito da tutti gli zerbini del pianeta.

Tuttavia, piuttosto che lasciarlo nelle mani di Israele, bene ha fatto chi è riuscito a ritorcerlo e scagliarlo contro il giochino prediletto sionista in Siria: il Rojava.

Solo per inciso. I quartieri di Aleppo controllati dalle SDF curde non erano popolati da popolazione curda.

Erano un avamposto militare strategico di un esercito ribelle che teneva in ostaggio la popolazione locale, perlopiù araba.

Non solo. Tanto le reti curde hanno sventolato alle platee occidentali la medaglia della lotta all'Isis, che non appena perse le posizioni, i prigionieri sono stati rimessi in circolazione anziché consegnati alle autorità.

Un atto rivoluzionario, non c'è che dire.

Rimane il grande mistero di come tanta propaganda raffazzonata abbia sfondato per almeno un decennio nelle riflessioni di una flaccida sinistra europea.

Ma questa è un'altra storia.

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Chris Hedges - Le ultime elezioni

 

di Chris Hedges*

La minaccia di Donald Trump di annullare le elezioni di medio termine non è una finzione. Ha tentato di ribaltare i risultati delle elezioni del 2020 e ha affermato che non avrebbe accettato l'esito delle elezioni del 2024 in caso di sconfitta. Riflette sulla possibilità di sfidare la Costituzione per un terzo mandato. È determinato a mantenere il controllo assoluto – sostenuto da un'ossequiosa maggioranza repubblicana – al Congresso. Temese perde il controllo del Congresso, l'impeachment. Teme gli ostacoli alla rapida riconfigurazione dell'America come stato autoritario. Teme di perdere i monumenti che sta costruendo a se stesso: il suo nome impresso sugli edifici federali, incluso il Kennedy Center, l'abolizione dell'ingresso gratuito ai parchi nazionali nel giorno di Martin Luther King Jr., sostituendolo con il suo compleanno, la sua conquista della Groenlandia e chissà, forse il Canada , la sua capacità di mettere sotto assedio città come Minneapolis strappare i residenti legali dalle strade.

I dittatori amano le elezioni, purché siano truccate. Le dittature di cui mi sono occupato in America Latina, Medio Oriente, Africa e Balcani hanno messo in scena spettacoli elettorali altamente coreografati. Questi spettacoli erano un cinico apparato scenico il cui esito era predeterminato. Venivano usati per legittimare un controllo ferreo su una popolazione prigioniera, mascherare l'arricchimento del dittatore, della sua famiglia e della sua cerchia ristretta, criminalizzare ogni dissenso e mettere al bando i partiti politici di opposizione in nome della "volontà del popolo".

Quando Saddam Hussein tenne un referendum presidenziale nell'ottobre del 1995, l' unica domanda sulla scheda elettorale era: "Approvate che il Presidente Saddam Hussein diventasse Presidente della Repubblica?". Gli elettori potevano scegliere tra "sì" e "no". I risultati ufficiali videro Hussein vincere con il 99,96% dei circa 8,4 milioni di voti espressi. L'affluenza alle urne fu del 99,47%. Il suo omologo in Egitto, l'ex generale Hosni Mubarak, nel 2005 fu rieletto per un quinto mandato consecutivo di sei anni con un mandato più modesto, pari all'88,6% dei voti. La mia copertura poco reverenziale delle elezioni tenutesi in Siria nel 1991, dove c'era un solo candidato sulla scheda elettorale, il Presidente Hafez al-Assad, che avrebbe ottenuto il 99,9% dei voti, mi costò l'espulsione dal Paese.

Mi aspetto che questi spettacoli siano il modello per ciò che verrà dopo, a meno che Trump non realizzi il suo desiderio più profondo, ovvero emulare il principe ereditario Mohammed bin Salman dell'Arabia Saudita – la cui scorta ha assassinato il mio collega e amico Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul nel 2018 – non indire alcuna elezione.

L'aspirante presidente a vita Trump lancia l'idea di annullare le elezioni di medio termine del 2026, dicendo a Reuters che "a pensarci bene, non dovremmo nemmeno tenere elezioni". Quando il presidente Volodymyr Zelensky ha informato Trump che le elezioni non si sarebbero tenute in Ucraina a causa della guerra, Trump ha esclamato : "Quindi intendi dire che se ci trovassimo in guerra con qualcuno, niente più elezioni? Oh, bene".

Trump ha dichiarato al New York Times di rammaricarsi di non aver ordinato alla Guardia Nazionale di sequestrare le macchine per il voto dopo le elezioni del 2020. Vuole abolire il voto per corrispondenza, insieme alle macchine per il voto e ai tabulatori, che consentono alle commissioni elettorali di pubblicare i risultati la sera delle elezioni. Meglio rallentare il processo e, come la macchina politica di Chicago sotto il sindaco Richard J. Daley, riempire le scatole di schede elettorali dopo la chiusura dei seggi per garantire la vittoria.

L'amministrazione Trump sta vietando le campagne di registrazione degli elettori presso i centri di naturalizzazione. Sta imponendo leggi restrittive a livello nazionale sull'identificazione degli elettori. Sta riducendo le ore in cui i dipendenti federali devono assentarsi dal lavoro per votare. In Texas, la nuova mappa della riorganizzazione dei distretti elettorali priva palesemente del diritto di voto gli elettori neri e latinoamericani, una mossa confermata dalla Corte Suprema. Si prevede che eliminerà cinque seggi democratici al Congresso .

Le nostre elezioni inondate di denaro, unite a un aggressivo gerrymandering, fanno sì che poche gare per il Congresso siano competitive. La recente ridefinizione dei distretti elettorali ha, finora, praticamente garantito ai Repubblicani altri nove seggi in Texas, Missouri, Carolina del Nord e Ohio e sei ai Democratici, cinque in California e uno nello Utah. I Repubblicani intendono attuare ulteriori ridefinizioni dei distretti elettorali in Florida e i Democratici pianificano un'iniziativa referendaria per la ridefinizione dei distretti elettorali in Virginia. Se la Corte Suprema continua smantellare il Voting Rights Act, la ridefinizione dei distretti elettorali repubblicani esploderà, consolidando potenzialmente una vittoria repubblicana, che la maggioranza degli elettori lo voglia o no. Nessuno può definire la ridefinizione dei distretti elettorali democratica.

La sentenza della Corte Suprema nel caso Citizens United ci ha privato di qualsiasi reale contributo alle elezioni. Citizens United ha permesso che aziende e ricchi individui truccassero il processo elettorale in nome della libertà di parola tutelata dal Primo Emendamento. Ha stabilito che l'attività di lobbying pesantemente finanziata e organizzata dalle grandi aziende costituisce un'applicazione del diritto dei cittadini a presentare petizioni al proprio governo.

I nostri diritti più basilari, tra cui la libertà dalla sorveglianza totale da parte del governo, sono stati progressivamente revocati per decreto giudiziario e legislativo.

Il “consenso dei governati” è una barzelletta crudele.

Ci sono poche differenze sostanziali tra Democratici e Repubblicani. Il loro scopo è quello di creare l'illusione di una democrazia rappresentativa. I Democratici e i loro apologeti liberali adottano posizioni tolleranti su questioni riguardanti razza, religione, immigrazione, diritti delle donne e identità sessuale, fingendo che si tratti di politica. La destra usa gli emarginati – in particolare gli immigrati e la fantomatica "sinistra radicale" – come capri espiatori. Ma su tutte le questioni principali – guerra, accordi commerciali, austerità, polizia militarizzata, il vasto stato carcerario e deindustrializzazione – sono in perfetta sintonia.

“Non si può indicare alcuna istituzione nazionale che possa essere accuratamente descritta come democratica”, ha osservato il filosofo politico Sheldon Wolin nel suo libro “Democracy Incorporated”, “sicuramente non nelle elezioni altamente gestite e sature di denaro, nel Congresso infestato dalle lobby, nella presidenza imperiale, nel sistema giudiziario e penale classista, o, men che meno, nei media”.

Wolin ha definito il nostro sistema di governo "totalitarismo invertito". Esso rendeva palesemente omaggio alla facciata della politica elettorale, alla Costituzione, alle libertà civili, alla libertà di stampa, all'indipendenza della magistratura e all'iconografia, alle tradizioni e al linguaggio del patriottismo americano, mentre consentiva alle corporazioni e agli oligarchi di impossessarsi di fatto di tutti i meccanismi del potere per rendere impotenti i cittadini.

Il vuoto del panorama politico sotto il "totalitarismo invertito" ha visto la politica fondersi con l'intrattenimento. Ha alimentato un'incessante burlesque politica, una politica senza politica. Il tema dell'impero, insieme al potere aziendale senza regole, alle guerre senza fine, alla povertà e alla disuguaglianza sociale, è diventato un tabù.

Questi spettacoli politici creano personalità politiche artificiali, il personaggio fittizio di Trump, un prodotto di "The Apprentice". Vivono di retorica vuota, pubbliche relazioni sofisticate, pubblicità astuta, propaganda e l'uso costante di focus group e sondaggi d'opinione per restituire agli elettori ciò che vogliono sentirsi dire. La campagna presidenziale insulsa, senza problemi e guidata dalle celebrità di Kamala Harris è stata un esempio lampante di questa performance artistica politica.

L'assalto alla democrazia, portato avanti dai due partiti al potere, ha preparato il terreno per Trump. Hanno indebolito le nostre istituzioni democratiche, ci hanno privato dei nostri diritti più elementari e hanno cementato la macchina del controllo autoritario, inclusa la presidenza imperialista. Tutto ciò che Trump ha dovuto fare è stato premere l'interruttore.

La violenza indiscriminata della polizia, tipica delle comunità urbane povere, dove la polizia militarizzata funge da giudice, giuria e boia, ha da tempo conferito allo Stato il potere di molestare e uccidere "legalmente" i cittadini impunemente. Ha generato la più grande popolazione carceraria del mondo. Questa eviscerazione delle libertà civili e del giusto processo si è ora riversata su tutti noi. Trump non l'ha avviata. L'ha ampliata. Il terrore è il punto.

Trump, come tutti i dittatori, è inebriato dal militarismo. Chiede che il bilancio del Pentagono venga aumentato da 1.000 miliardi di dollari a 1.500 miliardi di dollari. Il Congresso, approvando il One Big Beautiful Act di Trump, ha stanziato oltre 170 miliardi di dollari per il controllo delle frontiere e dell'interno, inclusi 75 miliardi di dollari per l'ICE nei prossimi quattro anni. Si tratta di una cifra superiore al bilancio annuale di tutte le forze dell'ordine locali e statali messe insieme.

"Quando un governo costituzionalmente limitato utilizza armi dall'orribile potere distruttivo, ne sovvenziona lo sviluppo e diventa il più grande trafficante d'armi del mondo", scrive Wolin, "la Costituzione viene arruolata per fungere da apprendista del potere piuttosto che da sua coscienza".

E continua:

Il fatto che il cittadino patriottico sostenga incondizionatamente l'esercito e il suo ingente bilancio significa che i conservatori sono riusciti a convincere l'opinione pubblica che l'esercito è una cosa distinta dal governo. In questo modo, l'elemento più sostanziale del potere statale viene rimosso dal dibattito pubblico. Allo stesso modo, nel suo nuovo status di cittadino imperiale, il credente continua a disprezzare la burocrazia, ma non esita a obbedire alle direttive emanate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, il dipartimento governativo più grande e invadente nella storia della nazione. L'identificazione con il militarismo e il patriottismo, insieme all'immagine della potenza americana proiettata dai media, serve a far sentire il singolo cittadino più forte, compensando così i sentimenti di debolezza che l'economia riversa su una forza lavoro oberata di lavoro, esausta e insicura.

I Democratici alle prossime elezioni – se ce ne saranno – offriranno alternative meno peggiori, facendo poco o nulla per ostacolare la marcia verso l'autoritarismo. Rimarranno ostaggio delle richieste di lobbisti aziendali e oligarchi. Il partito, che non rappresenta nulla e non lotta per nulla, potrebbe benissimo consegnare a Trump una vittoria alle elezioni di medio termine. Ma Trump non vuole correre questo rischio.

Trump e i suoi tirapiedi stanno chiudendo energicamente l'ultima via d'uscita integrata nel sistema che impedisce la dittatura assoluta. Intendono orchestrare le elezioni farsa tipiche di tutte le dittature, o abolirle. Non stanno scherzando. Questo sarà il colpo mortale all'esperimento americano. Non si tornerà indietro. Diventeremo uno stato di polizia. Le nostre libertà, già pesantemente aggredite, saranno estinte. A quel punto, solo mobilitazioni di massa scioperi ostacoleranno il consolidamento della dittatura. E tali azioni, come quelle che stiamo vedendo a Minneapolis, saranno accolte con una letale repressione statale.

Il sovvertimento delle prossime elezioni porrà due scelte drastiche ai più accaniti oppositori di Trump. L'esilio o l'arresto e la prigionia per mano dei criminali dell'ICE.

La resistenza alla bestia, come in tutte le dittature, avrà un costo molto alto.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Testimonianza di un combattente cubano che ha difeso il presidente Maduro

di Ignacio Ramonet

Al momento dell’attacco, Yohandris Varona Torres prestava servizio da due mesi e sei giorni come membro della sicurezza personale in Venezuela, l’esperienza più intensa che avesse mai vissuto in ventitré anni di servizio militare, la sua prima missione internazionalista.

Ma quel sabato, 3 gennaio, fu fatale. A mezzanotte, assunse il suo posto per un turno di guardia di sei ore. Tutto era tranquillo, ma Yohandri sa che il pericolo più grande è la fiducia.

Erano quasi le due del mattino quando vide il primo elicottero del commando statunitense atterrare a Caracas per rapire il presidente Nicolás Maduro.

Ebbe appena il tempo di uscire dalla garitta, ripararsi a pochi metri di distanza e iniziare a sparare. Fu questa decisione, o forse un colpo di fortuna, a salvargli la vita. Come se avessero seguito una strategia meticolosamente pianificata, gli aggressori puntarono il fuoco contro la garitta dove si trovava solo pochi secondi prima.

” La loro potenza di fuoco era di gran lunga superiore alla nostra. Avevamo solo armi leggere. Un altro aspetto che giocava a loro favore era che sembravano sapere dove si trovava ogni cosa. Sparavano ai posti di guardia e agli avamposti, ai dormitori dove eravamo noi cubani, e riuscirono a uccidere per primi i leader .”

Delta Forces USA sul Venezuela

Nonostante i suoi ventitré anni di esperienza nella sicurezza personale, questo primo sottufficiale non aveva mai sperimentato nulla di simile. Ma l’addestramento ricevuto gli permise di sapere cosa fare e, quella notte, svuotò un caricatore dopo l’altro contro il nemico.

” Dovevamo sparare e sparare. Difenderci e uccidere “, aggiunge. ” Combattevamo contro aerei ed elicotteri che ci mitragliavano. Anche se il nostro armamento era di gran lunga inferiore, non smettevamo di combattere, continuavamo ad affrontarli. Avevo ricevuto addestramento, sapevo come combattere, ma loro erano superiori a noi. In quel momento, il mio unico pensiero era combattere “.

” Nonostante il loro vantaggio in termini di potenza di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quanto ammettano. Abbiamo combattuto duramente. Abbiamo continuato a sparare finché non siamo rimasti quasi tutti a terra, uccisi o feriti .”

Non è stata una lotta facile o veloce, come inizialmente Trump e i suoi compari cercarono di far credere. Con il passare dei giorni, divenne chiaro che solo la morte e la mancanza di munizioni avrebbero potuto estinguere la resistenza cubana. Yohandri ricorda tutto con terribile chiarezza. I suoi occhi sembrano rivedere le immagini una per una. Piange. Piange di rabbia.

Non potrà mai dimenticare questo scontro, ha detto, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti del gruppo hanno dovuto trasportare i corpi dei loro compagni uccisi.

” Li abbiamo trasportati in un edificio che era stato danneggiato, ma che ci ha permesso di proteggerli. È stato molto difficile, perché si trattava di uomini che conoscevamo, con i quali avevamo vissuto solo poche ore prima. Li abbiamo trasportati tutti, senza lasciare indietro nessuno .”

” Quando le bombe cominciano a cadere, l’unica cosa a cui pensi è combattere. Noi eravamo lì per quello, ed è quello che abbiamo fatto. Tutto ciò che mi resta è il dolore di non poterle fermare. E quel dolore – disse, battendosi il petto – devo liberarmi vendicandomi del nemico .”

fonte: Ignacio Ramonet 

Traduzione: Gerard Trousson

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Emerge il Piano di USA e Israele per lo smembramento dell’Iran

di Luciano Lago

Chiunque abbia analizzato la storia e la situazione geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia Occidentale sa bene che il progetto originario di Israele è sempre stato quello dell’espansione dei territori occupati dallo stato sionista  e della balcanizazzione dei paesi arabi vicini. Il progetto della Grande Israele era diretto alla supremazia militare di Israele sul mondo arabo circostante, indebolito dalle sue rivalità etniche e religiose, opportunamente alimentate.

 Anche le guerre americane condotte nella regione, in particolare quella dell’Iraq e della Siria, hanno sempre avuto una ispirazione di Tel Aviv e il sostegno della potente lobby operante a Washington.

Ultimamente Il Wall Street Journal  (  WSJ ), di proprietà del novantenne australiano Rupert Murdoch, ha esteso questo progetto al più temuto ed ostile paese della regione: l’Iran. Non a caso è comparso sul suo giornale un inquietante articolo che fa leva sulla balcanizzazione dell’Iran come prospettiva di fondo da perseguire nell’interesse di Israele e dell’occidente.

 “Un Iran fratturato potrebbe non essere così male (sic)”, con il sottotitolo “I suoi confini sono artificiali e la separazione frustrerebbe gli interessi di Russia, Cina e altri” , scrive l’analista   Melik Kaylan (MK),  che  incautamente prospetta una soluzione geopoltica  per la crisi iraniana che sembrerebbe appositamente studiata dall’intelligence sionista.

L’analisi fatta dal ML, che risulta essere un giornalista e analista geopolitico ben introdotto nei principali media del sistema . Lo stesso Kaylan è coautore di due libri sulla nuova Guerra Fredda e sull’Asse Russia-Cina. Ha scritto da zone di guerra per, tra gli altri, per Newsweek, Politico, Forbes.com e il Wall Street Journal, dove ha trattato anche di cultura nelle aree di conflitto.

Nella sua analisi sull’Iran Kaylan interpreta in modo osceno il ruolo dell’araldo di Netanyahu in un articolo in stile propagandistico che prospetta la soluzione di un Iran balcanizzato e frammentato in ottemperanza ai desiderata di Israele, se pur eventualmente adornato con la bandiera monarchica dei Pahlavi.

Netanyahu vuole lo smembramento dell’Iran

Il WSJ  si guarda bene dall’informare che il  MK è un soggetto che, nel suo percorso professionale, è stato indottrinato all’Università di Cambridge, famosa per essere un centro di reclutamento di spie.

Non deve sorprendere che la “balcanizzazione dell’Iran” sia la soluzione progettata dalla lobby sionista per risolvere il problema della sicurezza di Israele e che questa venga suggerita e prospettata dagli autorevoli organi mediatici che fanno capo alla stessa lobby. Era accaduto nello stesso modo per il il piano della “grande Israele” che oggi viene riconosciuto e rivendicato dagli esponenti del governo israeliano nel giustificare le occupazioni di territori dalla Cisgiordania alla Siria, al Libano e che adesso si spinge fino al Somaliland.

La secessione delle regioni iraniane dove sono presenti minoranze etniche come gli azeri, i curdi, turkmeni, arabi e beluci è il sogno di Netanyahu e soci che si sono dedicati con molta determinazione a trovare sistemi di sobillazione interna della  popolazione iraniana. Essenziale il ruolo delle cellule del Mossad che si sono infiltrate nei disordini accaduti ultimamente in Iran per gettare benzina sul fuoco della protesta e utilizzare armi per uccidere polizia, forze di sicurezza e incendiare edifici pubblici, autobus e veicoli dei viglili del fuoco.

Chiunque abbia studiato la composizione etnico geografica dell’Iran sa bene quanto sia vulnerabile tale realtà del paese ,  che presenta sette instabili confini terrestri: l’Iraq a ovest, quattro a nord-ovest (Turchia, Azerbaigian, Armenia e Turkmenistan), l’Afghanistan a est e il Pakistan a sud-est, oltre al Mar Caspio, che condivide con Russia e Kazakistan, e all’infuocato Golfo Persico, sede di sei petro-monarchie arabe: Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman.

Sembra improbabile che la Russia possa assistere inerte ad una decomposizione dell’Iran, fatta nell’interesse di Israele e dell’occidente, per disarmare e rendere inoffensivo un partner strategico di Mosca e Pechino che, tra l’altro, con la Russia condivide la posizione sul Mar Caspio.

Disponibile da subito per il nuovo Iran balcanizzato, il figlio dello Scià, il fantoccio degli USA, il quale  ha già annunciato, come primo provvedimento,  il riconoscimento ufficiale di Israele, paese genocida.

Le centrali di destabilizzazione occidentali sfrutterebbero a proprio vantaggio le conseguenze della secessione curda, che danneggerebbe la Turchia; la secessione degli azeri, che avvantaggerebbe l’Azerbaijan e, non si può ignorare la più pericolosa di tutte, quella dei Beluci, che danneggerebbe il Pakistan, l’unico paese islamico dotato di 170 bombe nucleari, alleato oggi della Turchia e dell’Arabia Saudita.

Le conseguenze di un attacco all’Iran e di un cambio di regime sarebbero incalcolabili ed avrebbero un enorme impatto sui corridoi di trasporto terrestri aperti dalla Cina e dalla Russia e sulle rotte commerciali e sugli oleodotti che collegano l’Asia centrale con l’Occidente. Senza parlare dei grandi investimenti fatti dalla Cina in Iran nelle infrastrutture petrolifere e portuali che certamente non si rassegnerebbe a perdere per effetto di un colpo di mano degli USA e Israele. Si tratta quindi di una battaglia geopolitica e strategica che coivolge gli equilibri di un mondo multipolare che confliggono con gli interessi delle grandi superpotenze emergenti.

Per quanto siano propensi i propagandisti delle centrali globaliste USA e Israele a dipingere come un “interesse per la pace”, la prospettiva di un Iran balcanizzato e frammentato, questo sarebbe al contrario il detonatore di un conflitto mondiale che avrebbe effetti nefasti in tutto il mondo.

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La messa in scena della NATO in Groenlandia e l’espansionismo artico

di  Drago Bosnic

La minaccia dell’amministrazione Trump di “prendere la Groenlandia” (in realtà, di invadere la Danimarca, membro della NATO) è stata un vero shock, soprattutto per coloro che si rifiutano di riconoscere che il potere politico occidentale sta lentamente declinando, diventando una mera ombra di se stesso. Diversi eserciti UE/NATO lo hanno dimostrato, dimostrando la loro incapacità di sopravvivere senza il supporto americano. Eppure, il 15 gennaio, diversi stati europei membri della NATO hanno inviato truppe in Groenlandia, apparentemente “a sostegno della Danimarca”. Numerosi  media hanno riferito che un aereo da trasporto militare C-130 danese, di fabbricazione americana, è atterrato durante la notte a Nuuk, la capitale groenlandese, con a bordo soldati danesi e francesi.

Un altro C-130 danese è poi atterrato a Kangerlussuaq, nella Groenlandia occidentale. Secondo le informazioni disponibili, entrambi i velivoli volavano senza transponder. Un’unità tedesca di 13 uomini si è unita a loro a Nuuk, mentre Regno Unito, Canada, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia si sono impegnati a schierare truppe. I media mainstream riportano che ” sebbene tutti questi paesi siano membri della NATO, l’operazione viene coordinata direttamente da Copenaghen e non attraverso i canali ufficiali della NATO, il che sottolinea la delicatezza politica di questa iniziativa ” . Il quotidiano tedesco Bild afferma che il motivo principale è che gli stati nordici membri della NATO (inclusa la Groenlandia) sono sotto il comando del quartier generale della NATO a Norfolk, negli Stati Uniti.

In altre parole, per difendersi dal Pentagono, i paesi partecipanti dovrebbero coordinarsi con… il Pentagono. Se qualcuno ce l’avesse detto solo pochi giorni fa, avremmo pensato che fossero impazziti. Eppure, eccoci qui: l’UE e la NATO stanno inviando truppe per ” combattere ” l’esercito statunitense. Anche Berlino avrebbe ” pianificato di agire senza il coinvolgimento degli Stati Uniti “, mentre il Ministero della Difesa tedesco e la Cancelleria federale stanno guidando l’operazione. La Bild ha anche osservato che ” i primi soldati sono stati schierati solo dopo che i negoziati tra funzionari danesi e groenlandesi e gli Stati Uniti si sono bloccati mercoledì alla Casa Bianca, nonostante gli accordi per istituire una task force congiunta ” .

Forse l’aspetto più assurdo di tutta questa vicenda è che le forze armate statunitensi operano liberamente in Groenlandia da oltre 80 anni. Pertanto, la sola idea che l’UE/NATO possa ” difendere ” la Groenlandia da Washington è semplicemente ridicola. La Groenlandia è un territorio strategico cruciale, sotto l’effettivo controllo dell’Aeronautica Militare e della Forza Spaziale degli Stati Uniti. È al centro della strategia americana, un punto che la Danimarca ha sempre riconosciuto e sostenuto. Infatti, Copenaghen è stata spesso tra i pochi stati membri della NATO a opporsi direttamente a qualsiasi aggressione o invasione americana. Ciò rende la situazione attuale ancora più peculiare, dimostrando che anche l’obbedienza cieca è insufficiente.

Trump: la Groenlandia deve essere nostra

Inoltre, se  Washington desiderasse le terre rare per contrastare il predominio cinese in questo settore, avrebbe potuto semplicemente concludere un accordo con la Danimarca. Qualsiasi cambiamento nello status politico della Groenlandia sarebbe essenzialmente simbolico, poiché nessuno ha mai messo in discussione la presenza americana lì. In altre parole, quest’isola ricca di risorse potrebbe rimanere un territorio danese autonomo, mentre le aziende americane godrebbero di un accesso praticamente illimitato alle terre rare. In effetti, la storia fornisce prove empiriche che ciò è già accaduto, quando gli Stati Uniti e la Danimarca hanno sfrattato con la forza gli indigeni Inuit dalla Groenlandia nordoccidentale per fondare la base aerea di Thule (ora ribattezzata Centro Spaziale di Pituffik).

È interessante notare che il presidente francese Emmanuel Macron si è impegnato a inviare ” rinforzi terrestri, aerei e marittimi nei prossimi giorni “, mentre il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha dichiarato che ” resta chiaro che il presidente vuole conquistare la Groenlandia “. Eppure, nonostante questa retorica aggressiva, vale la pena sottolineare alcuni sviluppi interessanti. Infatti, mentre i media sono in delirio, non sembra che stia accadendo nulla di veramente rivoluzionario. Il miglior esempio è la valutazione ufficiale dell’intelligence danese per il 2025 , che ” evidenzia la minaccia russa e cinese a lungo termine nelle acque artiche “. Chiaramente, l’idea che Mosca e Pechino “minaccino” la Groenlandia è semplicemente assurda.

Ciò dimostra solo quanto gli stati membri dell’UE e della NATO siano disposti a compiacere gli Stati Uniti. Inoltre, le dichiarazioni dei leader americani sembrano piuttosto strane. L’ amministrazione Trump, in particolare, insiste sul fatto che la Groenlandia e le sue acque siano ” gradualmente influenzate e annesse da Russia e Cina “. Basta una semplice occhiata a una mappa del mondo per rendere queste affermazioni assolutamente ridicole, soprattutto per quanto riguarda Pechino, che si trova letteralmente dall’altra parte del pianeta. Persino la Russia, la nazione artica più potente, non è esattamente vicina alla Groenlandia. Ma anche se lo fosse, il Cremlino non ha mai messo in discussione lo status della Groenlandia, a differenza degli Stati Uniti, come abbiamo visto negli ultimi mesi.

Inoltre, quando i funzionari statunitensi parlano ripetutamente di “acque minacciate” intorno a quest’isola ricca di risorse, ciò potrebbe rivelare le loro vere intenzioni. Infatti, è in corso una corsa per estendere le attuali Zone Economiche Esclusive (ZEE) attraverso il meccanismo della Piattaforma Continentale Estesa (ECS). Nell’ambito delle ZEE, i paesi hanno il diritto di rivendicare qualsiasi territorio fino a 370 km dalle loro coste. L’ECS, tuttavia, estende questa zona a 650 km sulla base di criteri geologici, un processo ufficialmente supervisionato dalle Nazioni Unite, autorizzando così lo sfruttamento delle risorse dei fondali marini. Il Mar Cinese Meridionale (SCS) differisce dalla Zona Economica Esclusiva (ZEE) principalmente perché copre i fondali marini e non le risorse nella colonna d’acqua (come i pesci), il che significa che è progettato principalmente per l’estrazione di risorse.

In pratica, ciò significa che gli Stati Uniti ritengono di essere rimasti indietro nella corsa all’Artico, poiché i loro diritti di ZEE e MCM sono limitati “solo” all’Alaska. Sebbene ciò dovrebbe essere più che sufficiente, data la vastità dell’area, nulla sembra mai soddisfare l’insaziabile desiderio di espansione di Washington. Le stime variano considerevolmente, ma tutte concordano sul fatto che l’Artico detenga una quantità di risorse senza precedenti (petrolio, gas naturale, terre rare, ecc.). Garantire l’accesso e il controllo di queste risorse è possibile solo attraverso le ZEE e l’MCM. Per l’amministrazione Trump, questa opzione è concepibile solo se gli Stati Uniti annettono la Groenlandia, poiché Washington considera la Danimarca troppo debole per rivendicare territori contesi.

Corridoio artico, scioglimento ghiacci

Fare di Russia e Cina dei capri espiatori è una tattica comune della politica occidentale quando si tratta di giustificare la propria retorica e le proprie azioni aggressive. Tuttavia, un conflitto percepito tra alleati della NATO distoglierebbe l’attenzione e consentirebbe una maggiore militarizzazione senza prendere di mira ufficialmente Mosca e Pechino. Pertanto, è del tutto possibile che il cosiddetto “conflitto” in Groenlandia tra Stati Uniti e UE/NATO non sia altro che un’elaborata (seppur graduale) manovra per rafforzare la posizione strategica dell’Occidente nella corsa all’Artico. Molte aree della regione sono contese, in particolare intorno al Polo Nord, dove le rivendicazioni sulla ZEE/Mar Cinese Meridionale si sovrappongono , portando a una maggiore militarizzazione.

FonteVT Foreign Policy 

Traduzione: Luciano Lago

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Venezuela: “Bring them back”, il muro della dignità contro il fango dei traditori

 

di Geraldina Colotti

CARACAS

Mentre un'orchestrata campagna di allarmi e fake news tenta di coprire la verità sulla brutale operazione di guerra illegale eseguita dagli Stati Uniti all'alba del 3 gennaio 2026, la realtà dietro la violenza imperiale comincia a emergere in tutta la sua crudezza. Non è stato affatto una "passeggiata", come ha cercato di far credere Donald Trump con il suo consueto cinismo arrogante. È stata un'aggressione terroristica in piena regola, un atto di forza bellica disproporzionata, asimmetrica, che ha violato ogni norma del diritto nazionale e internazionale, trovando però sulla sua strada la resistenza eroica del popolo venezuelano, dei militari venezuelani e cubani, e delle soldate.

I dati che emergono smentiscono la narrativa di un'operazione chirurgica e indolore. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce. Trentadue eroici combattenti cubani, presenti legalmente nel Paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi "come leoni" in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Questa aggressione non è figlia del caso, ma di una pianificazione meticolosa che ha visto l'uso di tecnologie di spionaggio all'avanguardia. La CIA ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”.

Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell'Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l'impiego di 152 velivoli e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese.

In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inserisce la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell'Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una "svendita" del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.

Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l'episodio viene ricostruito nell'introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.

Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni, ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della CIA, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La "diplomazia delle cannoniere" di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L'accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l'integrità della nazione.

Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una "resa", bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L'inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.

Come avverte Stella Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del "fai quello che voglio o sarà peggio per te". In questo contesto, qualsiasi approccio della CIA non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidenta incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L'obiettivo è proiettare nel mondo l'idea che "il chavismo stia negoziando la propria resa", quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili — incluso l'ascolto delle richieste dell'aggressore — per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.

In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un "agente del cambiamento" per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l'imperialismo ha più demonizzato e perseguitato giudiziarialmente. La sua permanenza al Ministero dell'Interno, coordinata con la presidenta incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del "nucleo di ferro" bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.

Pretendere che colui che è stato l'obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l'ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all'aggressione contro il Venezuela — considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS — non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell'impero.

Dopo una riunione d'emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una "risposta asimmetrica integrale": il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.

Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L'attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell'esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell'imperialismo per difendere il ponte strategico verso l'America Latina rappresentato dal Venezuela.

Ciò che i "chavisti da salotto" in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores richiede un'intelligenza strategica che non è "svendita", ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all'Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.

Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un "cambio di regime" immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell'affermare di possedere la "chiave" delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione — o dall'estorsione — con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.

La calma apparente non è normalità, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Washington tenta di imporre una "transizione ordinata" come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un'opposizione priva di rispetto popolare.

Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!)”. Free Nicolás and Cilia”. La lotta per la libertà di Nicolás e Cilia continua, sorretta da un popolo che non si arrende. E che sta facendo scuola.

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10 Libri su Giordano Bruno: vita, opere e misteri dell’eretico

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Chi era veramente Giordano Bruno? Le migliori biografie per iniziare Definire chi fosse davvero il “Nolano” non è semplice: per alcuni fu un martire della libertà di pensiero, per altri un mago ermetico o un filosofo ribelle che scosse le fondamenta del XVI secolo. Nato all’ombra del Vesuvio e cresciuto nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli, Giordano Bruno trascorse gran parte della sua vita in fuga attraverso l’Europa — tra Francia, Inghilterra e Germania — inseguito dalle accuse di eresia per le sue idee rivoluzionarie sull’universo infinito. Nonostante sia spesso ricordato per la sua tragica fine sul rogo

L'articolo 10 Libri su Giordano Bruno: vita, opere e misteri dell’eretico sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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Super Bonus110: buco nel bilancio dello Stato o Super menzogna di governo?

    Di Davide Amerio per ComeDonChisciotte.org   Dal suo insediamento, il governo Meloni ha avuto come “cavallo di battaglia” le accuse al Super Bonus110 realizzato dal governo Conte II. I suoi ministri, e parlamentari, in ogni dove, hanno accusato il Bonus di aver creato un gigantesco buco di Bilancio nei conti dello Stato. Il […]

L'articolo Super Bonus110: buco nel bilancio dello Stato o Super menzogna di governo? proviene da Come Don Chisciotte.

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Fulvio Grimaldi - Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Iran, orgia di disinformazione

Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.

Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.

Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.

Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.

 Milioni in piazza per il governo

Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata. Di questa si è pubblicamente assunto il merito la NED (National Endowment for Democracy), braccio CIA per i cambi di regime. Narrazione resa possibile dall’occultamento delle immagini, circolanti sui media fuori dalla sfera censoria occidentale, delle vere e proprie azioni armate da parte di vaste componenti della rivolta. Documentano il linciaggio di poliziotti disarmati, moschee e fabbriche date alle fiamme, incendi di pubblici edifici, autobus, mercati, stazioni di vigili del fuoco, reparti armati che aprono il fuoco indiscriminatamente contro polizie e manifestanti (cosa già vista in varie operazioni di destabilizzazione di paesi).

Ma poi c’è la prova principe dell’intervento esterno, quello un tempo mimetizzato da ONG dei diritti umani, oggi spudoratamente dichiarato, vantato, garantito dalle impunità di Trump. Dopo che il Segretario di Stato e Direttore della CIA sotto il primo Trump ha fatto sapere ai manifestanti di di Teheran “noi siamo con voi e accanto a voi”, si è manifestato il Mossad che, in comunicati diffusi in Iran in lingua farsi, ha espresso lo stesso concetto: “Prendetevi le istituzioni, noi vi diamo una mano”.

Da illuminista sfondato, non ho nessuna simpatia per i governi dei preti, rabbini, imam, santoni indiani, sacerdoti di qualunque religione. Noi abbiamo memoria storica di vescovi e poi papi che dai poteri, più o meno approvati dal popolo, comunque laici, si presero feudi e stati fino ad ambire al mondo intero. Fondamento ideologico e morale?  La solita verità unica e acclarata e i soliti ricatti di punizioni eterne, da cacciare giù per la strozza a milioni di miscredenti, magari indios, magari africani.

Detto questo, non è semplice separare, in Iran, il grano delle legittime proteste (per condizioni peraltro determinate al 90% dalle sanzioni di un aggressore) dal loglio dei manipolatori esterni. Ma qualche idea mi sono fatto alla luce di quanto hanno detto quei mainstream qualche tempo fa, in situazioni paragonabili a oggi, confrontato con cosa ho poi visto girando per l’Iran in lungo e in largo, da Teheran a Persepoli, da Mashad a Isfahan e Shiraz e incontrando chi mi pareva, sostenitori e critici del sistema, senza inciampare in sorveglianti, controlli, inibizioni, o imposizioni di chicchessia.

 

 Isfahan

Sono a Isfahan, città delle meraviglie architettoniche e botaniche nella piazza se non la più bella, probabilmente la più grande del mondo. Tanto che uno della folla sterminata di poeti dei quali tracima questo paese di glorie letterarie (oggi cinematografiche) gli ha dato il nome di “Metà del mondo”. Ciò che non si può negare, e dunque non se ne parla, è l’abbagliante bellezza che da questa immensa piazza, dalle arcate ritmate come una sinfonia, si espande in tutta la città. Non l’unica creazione urbana, capolavoro di bellezza coltivato da questo popolo (vedansi la vicina Persepoli, capitale del primo impero persiano, Shiraz, Mashad) per 3000 anni, da Ciro il Grande, passando per gli Achemenidi, che con Ciro compilarono il primo statuto dei diritti umani, per i Seleucidi, i Sassanidi. Percorrere città come Shiraz, Mashhad, Kashan, significa portarsi via immagini che percorreranno la memoria con bagliori e stupori sempre rinnovati.

Venne il momento in cui tutto questo finì, poesia, palazzi scintillanti di affreschi, ori, argenti, giardini incantati. Non per esaurimento di creatività del suo popolo ma, come ovunque nelle parti del mondo che l’Occidente predatore e suprematista pretende alla mercè del suo saccheggio, per effetto del dominio coloniale. Nel 1925, con la forza delle armi, la Corona inglese si assegna la Persia – di lì a poco rinominata Iran da un proconsole di Londra – e le sue immense riserve di idrocarburi. Se ne garantisce l’obbedienza imponendo al paese un sovrano assoluto: l’imperatore Reza Shah Pahlevi, capostipite di una dinastia funesta di despoti e bellimbusti, adorati dalle residuali monarchie europee. Nel 1944 gli succede un secondo Shah, Mohammed Reza Pahlevi, quello celebrato con le rispettive consorti (Soraya, Farah), dal rigurgito mediatico che era allora la stampa del gossip e che oggi è l’intero mainstream.

 Reza Pahlevi, Farah, figlio, oggi pretendente al trono

Per la rimozione di questo tiranno, incisosi nella memoria del popolo per le mattanze di quanti osavano protestare contro l’abissale diseguaglianza tra una cricca di ricchissimi e una sterminata società di poveri assoluti, gli iraniani dovranno ricorrere a due rivoluzioni. Per le quali pagheranno prezzi terribili di sangue e un incubo scavato nella memoria di chi ne ha pagato il costo: quello inflitto dal servizio segreto dello Shah, la Savak, modellato sul Mossad, ma considerato il più sanguinario del mondo.

Percorro gli spazi della prigione Evin a Tehran. Dalle pareti ammoniscono contro dittature e torturatori le immagini delle loro vittime. Nei vari spazi, ricostruzioni agghiaccianti di efferati trattamenti. Rinnovati a Abu Ghraib. E qui che migliaia di oppositori dello Shah, il padre di colui che ora, da Washington, erge il capino dai recessi in cui la CIA custodisce le carte alternative ai governanti da rimuovere, e sfidando il ridicolo e l’impudico, si vorrebbe proporre ai manifestanti iraniani come alternativa di potere.

Ho detto due rivoluzioni. La prima, del 1952, quando il premier eletto Mohammad Mossadeq, sostenuto da sconfinate manifestazioni di massa, proclama la Repubblica e nazionalizza il petrolio, l’Anglo-Iranian Oil company. Quella risorsa per la quale i britannici, una volta confermatane l’utilità, avevano messo il paese in mano a una cricca di sicari nobilitati in dinastia. Dura poco. Colpo di Stato della CIA, ritorno dello Shah, processo a Mossadeq, con il resto della sua vita agli arresti.

 Mohammad Mossadeq

Ci deve sorprendere che, dopo un quarto di secolo di sanguinaria dittatura e coloniale spoliazione del paese, vi debba essere una seconda rivoluzione? Questa portata avanti da schieramenti marxisti, liberali e, secondo una divisione di classe che permane anche oggi, una maggioranza islamica di proletariato, contadini, operai. Ed è il 1979, il trionfo di Khomeini e l’instaurazione, per la volontà della chiara maggioranza della popolazione, della Repubblica Islamica dell’Iran.

Dice, la dittatura degli Ayatollah, però poi ti dice anche del duro scazzo tra “riformisti” e “conservatori” e rispettivi partiti, personalità e schieramenti di classe che si contendono le elezioni per il parlamento (che ha sopra una Guida Suprema, leggi Mattarella (anche lui, a quanto risulta, senza limiti di mandati), e un Consiglio dei Guardiani, leggi Corte Costituzionale).

Dice la separazione dei generi, guai a confondersi, a scambiarsi effusioni, mano nella mano guai, niente rapporti prima del matrimonio, ovviamente combinato. Dice, niente degenerazioni occidentali come certe musiche, balli e canti in piazza. In piazza a Isfahan vedo ragazzi che stanno come da noi sui muretti, belli mischiati, seduti a gambe incrociate sui prati e scherzare, coppiette camminano mano in mano, come le si vedono nei caffè, nei negozi e a passeggiare in tutte le città, mentre un gruppetto di liceali canta pop e rock intorno a un bravissimo chitarrista. C’è l’antico ponte e sotto le sue arcate, gente adulta fa capannello plaudente intorno a uno che balla e canta ritmi che paiono venire dai tempi di Ciro, Dario, Serse.

A Tehran, nel sempre affollato mausoleo-moschea di Khomeini, chiacchiero con un gruppo di studenti e studentesse seduti sul pavimento mosaicato. Cosa fate qui? L’università è vicina, qui fa caldo e stiamo studiando insieme per l’esame di ingegneria elettronica. Si percepiscono corteggiamenti.

Ancora Isfahan, troppo bella per non restarci. All’uscita dall’università uno stormo di ragazze giulive e vocianti si ferma a rispondermi: “Come donne non abbiamo problemi, siamo il 67% dei laureati del paese e cresciamo, siamo la classe dirigente, e del velo ce ne importa molto poco. Pretendono di avercela con il velo, la fuori, ma ce l’hanno col petrolio finchè è nostro. Intanto siamo soddisfatte che né i nostri studi, né le nostre mense, né i nostri studentati ci costino qualcosa”. E Fatameh Ashrafi, dell’ONG “Hami”, depreca per quali meriti siano glorificate in Occidente donne “senza la minima preparazione, cultura, impegno sociale, prive di un pensiero equilibrato. Noi abbiamo ancora parecchio da raggiungere, specie sul diritto di famiglia, ancora a prevalenza maschile, ma siamo ormai classe dirigente nella scienza, nei ministeri, negli enti pubblici, nelle ONG. Siamo maggioranza nella sfera delle responsabilità”.

Come non gliene importa un granchè, del velo, alle donne della Casa dell’Arte a Tehran, formidabile centro culturale per le riunioni di artisti, letterati, cinematografari, attori (e relative versioni femminili). Ci aggiriamo tra mostre di dipinti, video con spezzoni di film della grande cinematografia iraniana, la premiazione di tre giovani registi capelloni, gruppi di musicanti, cafè, ristoranti, performance stabili o improvvisate. Tantissimi giovani, soprattutto donne, con il velo che a malapena copre lo chignon e lascia fluire folte e molto seducenti capigliature.

Mohsen Beigagha è un autorevole critico cinematografico. Ci parla di un cinema che ha vinto tutto, Cannes, Berlino, Venezia e continua a vincere. Tutto questo sotto il giogo fondamentalista degli ayatollah, pensate. “Registi quali esuli, anche perchè i mezzi a disposizione in Occidente sono più di quelli di un paese sotto sanzioni ferocissime e quali liberamente operanti qui”. Quelle sanzioni che con Trump, stracciato l’accordo sul nucleare firmato con Obama, negando perfino i farmaci e i soldi per comprarli, sono diventati genocidio strisciante, come lo chiama il direttore dell’emittente 24 ore PressTV, Hamid Reza Emadi: “Un malato di cancro è un malato di cancro e basta, non è un terrorista, ma viene colpito a morte lo stesso dalle sanzioni”.

Che sia per qualche commento terroristico come questo che Hamid, come il presidente di PressTv, Mohammed Sarafraz, sia stato sanzionato dall’UE, con divieto di ingresso in UE e blocco bancario?

Hamid Reaza Emadi, Direttore PressTV

Ovviamente mentre a Tehran vedi BBC o CNN, PressTV è bandita da noi, come RT, Russia Today. E i democratici siamo noi. Mi viene un’idea: che tutto sia riconducibile, a parte le ovvie, sempiterne dominanti economiche, al rancore da invidia di questo nostro Occidente gerontocratico, dove a forza di invecchiare andiamo verso l’estinzione, nei confronti di paesi come l’Iran dall’età media di 27 anni, contro la nostra di 47 e quella degli USA di 39. Chi è proiettato verso la vita e il futuro. E chi molto meno. E se ne risente.

A porre rimedio a questa discrasia ci provano gli USA, con le sanzioni su tutto, ma anche con altri strumenti, più subdoli e perfidi. Alla frontiera con l’Afghanistan è schierata buona parte dell’esercito iraniano. L’invasione che deve affrontare non è di armi, a meno che non vogliate definire arma l’eroina. Per ostacolarne il contrabbando sono caduti 6.400 guardie di frontiera, ci racconta Taha Taheri, vicedirettore dell’Ente Nazionale Antidroga, che si chiede “come sia stato possibile che, in presenza di migliaia di soldati USA e NATO, con droni, satelliti, elicotteri, siano rifioriti i campi di oppio, a suo tempo azzerati dai Taliban. Da zero oppio nel 2000, sotto l’occupazione USA la produzione è aumentata in dieci anni a 9.000 tonnellate, il 92% dell’eroina consumata nel mondo”.

 Antonino De Leo, ONU

L’arma della droga, in questo caso diretta contro le società iraniana e russa, passaggi obbligati verso occidente, è politica. Ne è convinto anche Antonino De Leo, responsabile ONU dell’Ufficio Droga e Crimine in Iran che incontriamo nella sua sede a Tehran e che ribadisce anche come “i programmi di prevenzione e terapia iraniani siano per l’ONU le migliori pratiche internazionali, un modello, l’Iran è un nostro partner strategico”. Che anche questo sia qualcosa che dia fastidio al combattente antinarcos Donald Trump?

Nella guerra all’Iran, Stato “antisemita” per eccellenza, che riprende a programmare, Netanyahu avrà tenuto conto della necessità di distinguere nei bombardamenti a tappeto tipo Gaza o Libano? O rischia di sterminare, accanto alle tante religioni ed etnie che da millenni in Iran convivono in armonia e rispetto, anche la florida comunità di 25.000 ebrei a Isfahan, con un quartiere dalle ben 13 sinagoghe? Il suo capo, Suleiman Sassoon, architetto, parla di “una convivenza da sempre pacifica e amichevole, di un Iran da sempre il paese della regione più tranquillo e armonioso. A noi questo governo sta bene. E vorremmo anche che israeliani e palestinesi possano vivere insieme su quella terra”.

A Shiraz mi accoglie una riunione di due famiglie che hanno subito i colpi del MEK, organizzazione dei Mujahedin del Popolo, nata sotto lo Shah e trasformatasi poi in una setta terrorista assassina, guidata da una coppia di fanatici, Maryam e Massoud Rajani e incaricata di destabilizzare l’Iran a forza di attentati. Reclutati un paio di migliaia di fedelissimi fideizzati a forza di esoterismi, li hanno prima concentrati nel campo di Ashraf, nell’Iraq del Saddam allora anti-iraniano. Cacciati da lì, il loro stato maggiore è stato ospitato a Washington. Da qui, depennati dalla precedente lista delle organizzazioni terroristiche, sono stati accolti nell’Albania di Edi Rama e Giorgia Meloni, da dove continuano a infiltrare l’Iran. A loro sono attribuiti, con input Mossad, gli assassinii degli scienziati iraniani, soprattutto di quelli nucleari.

Ma non mancano le stragi terroristiche all’italiana. Le due famiglie di Shiraz hanno subito, in attentati del MEK, rispettivamente l’assassinio del padre, carpentiere, davanti alla sua bottega messa a fuoco con tutto il legname per avvolgere nelle fiamme un intero isolato, e l’incendio di uno scuolabus con i bambini delle elementari, finiti inceneriti, o ustionati con lesioni permanenti.

Sahra, volontaria a Tehran dell’”Associazione delle vittime del terrorismo”, un ambiente dalle pareti tappezzate da foto di assassinati dal MEK, ha avuto padre e fratello uccisi dall’organizzazione dei Rajavi: “Gli USA hanno rovesciato il significato delle parole terrorismo e vittime del terrorismo. Affermano che noi, l’Asse del Male, saremmo il centro mondiale del terrorismo e, con uno schieramento quasi globale di media al loro servizio, hanno convinto le opinioni pubbliche. Al punto che, mentre unità armate coltivate o penetrate nel paese, provocano scontri e uccidono poliziotti, la narrazione internazionale parla di migliaia di vittime della repressione di regime”.

Su questo ragionamento si innesta un mio ricordo. E mi pare una buona chiusura dei conti. Nel 2009 il migliore dei presidenti che siano stati eletti in Iran, Mahmud Ahmadinejad, laico e grande amico di Ugo Chavez, viene rieletto. Si scatena la solita rivoluzione colorata. La donna è lo strumento principe per innescare convinzione, partecipazione e condivisione, in un paese come il nostro, del quale l’opinione pubblica è stata ammaestrata a denunciare il trattamento delle donne.

Il caso Neda Soltan.

Nel corso di scontri con la polizia, una giovane donna viene colpita a morte. Ne girano le immagini, a terra, occhi aperti, sangue in viso, due persone l’assistono, invano. Diventa il simbolo della rivolta contro un regime che usa violenza contro le donne e del consenso che le tributa l’opinione pubblica occidentale. Roberto Saviano in testa. Poi esce un video in cui si vede Neda, a terra, due persone vicine che l’assistono con dei recipienti, mentre con la mano sinistra si cosparge di sangue il volto. Poi scompare, nessun cadavere, nessun funerale. Qualche mese dopo una Neda Soltan, dalla stessa data di nascita e dalle stesse fattezze, riappare a Monaco, in Germania. Poi svanisce negli USA. Il caso, dopo l’iniziale sfruttamento, viene lasciato cadere.

Il caso Sakineh

Nel 2006 Sakineh Mohammadi Ashtiani viene condannata per l’assassinio del marito. In Occidente si grida, automaticamente, allo scandalo, alla discriminazione di genere, al femminicidio. Alla lapidazione. Che non esiste, è stata abolita. Ache qui Saviano si fa portavoce degli indignati. Nel corso del processo, la donna confessa: ha avuto relazione con due uomini e con uno di questi ha partecipato all’assassinio del marito, avvelenato nel sonno e finito con scosse elettriche. Nel 2014 Sakineh ha scontato la pena ed è libera. Notizia che non fa notizia dalle nostre parti.

Il caso Mahsa Amini

Anche Mahsa Amini è eletta a simbolo della violenza inflitta dalla teocrazia iraniana alle donne. Settembre 2022, ennesima rivoluzione colorata. Nel corso delle manifestazioni la 23enne Mahsa viene fermata e interrogata, senza alcun riferimento a quanto si narra in Occidente di un “velo portato male” (è male portato lo è di migliaia di donne che l’indossano sulla nuca, lasciando scoperti i capelli). Un video ce la mostra mentre si trova, integra, negli ambienti della polizia femminile. Sviene e, più tardi, la ritroviamo nel letto di un ospedale. Dove viene dichiarata morte per emorragia cerebrale. I suoi genitori, curdi, riferiscono che la ragazza soffriva di ischemie.

Ma la versione dei media occidentali è diversa e in rapida evoluzione. Si passa dall’arresto per “aver portato male il velo”, alle percosse subite dalla “polizia morale”, fino all’uccisione a forza di botte tout court, appunto per avere “portato male il velo”.      

Di una donna di cui nessuno si è occupato e vi ha riferito, vi dico io. E chiudo. E’ la dottoressa, Shirin Ravenbod, genetista molecolare, volontaria al Centro Clinico per Emofiliaci, a Tehran, messo su da una ONG per integrare una sanità pubblica pesantemente taglieggiata dall’embargo. Gli emofiliaci, cioè gente che, tra forti dolori, subisce ininterrotte emorragie, sono 30.000 solo nella capitale. A impedirne i sanguinamenti servono farmaci negati dalle sanzioni. Né li può produrre l’Iran, visto che gli è vietata l’importazione dei componenti, a partire dalla facoltà di pagarli. E le sanzioni secondarie colpiscono che si azzarda a violare le primarie.

Dice la Dottoressa Ravenbod: “Formalmente, per una questione elementare di diritti umani codificati dall’ONU e dal diritto internazionale, questi farmaci sarebbero esentati. Ma è pura ipocrisia, visto che le sanzioni ci bloccano le transazioni finanziarie. Vorremmo almeno ottenere gli antidolorifici, ma anche questi sono negati. Bambini e ragazzi perdono la scuola per i sanguinamenti continui, soffrono, non riescono a camminare…Ese è vero che è genocidio se si colpiscono gruppi appartenenti a una comunità per eliminarli, questo è genocidio.“.

Per saperne di più

 

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale

 

di Mario Pietri*

In queste ultime 48–72 ore si è visto con chiarezza un fenomeno che, fino a poco tempo fa, veniva sistematicamente anestetizzato dalla narrativa dominante: la potenza americana non è più un blocco monolitico, ma un sistema che dipende in modo crescente da fattori esterni (finanza globale, domanda di debito, alleanze) e interni (tenuta sociale, consenso, costi del capitale). Quando queste variabili si muovono insieme nella direzione sbagliata, l’impero non “proietta forza”: reagisce.

La stampa finanziaria anglosassone, negli ultimi giorni, ha fotografato almeno due aspetti chiave: da una parte il costo e la vulnerabilità della postura globale, dall’altra l’autolesionismo economico di una politica dei dazi che, presentata come rinascita industriale, finisce per somigliare a una tassa interna travestita da patriottismo. A quel punto i numeri diventano la lingua madre della crisi.

1) Il dato che conta davvero: il debito come infrastruttura dell’impero

La cartina di tornasole è la più banale e la più spietata: quanto costa, ogni giorno, mantenere in piedi la macchina federale e la postura imperiale.

  • Debito pubblico totale (Public Debt Outstanding): 38.396.062.667.874,39 dollari al 14 gennaio 2026. Non è una stima: è il conteggio ufficiale del Tesoro.
  • Nei primi tre mesi dell’anno fiscale 2026 (ottobre–dicembre 2025) gli USA hanno accumulato 602 miliardi di dollari di deficit, inclusi 145 miliardi nel solo mese di dicembre.
  • Il Congressional Budget Office, nel monitoraggio mensile, segnala che a dicembre 2025 il bilancio federale avrebbe mostrato un deficit intorno a 111 miliardi (al netto di effetti di calendario).
  • E soprattutto: la voce che cresce più rapidamente è l’interesse. Analisi bipartisan a Washington evidenziano l’aumento dei pagamenti di interesse e il loro peso crescente tra le maggiori voci di spesa federale.

Questo è il punto: l’impero vive a credito. E quando il credito diventa più caro, o meno desiderato dall’estero, la politica estera smette di essere “strategia” e diventa contabilità difensiva.

2) Inflazione e lavoro: la stabilità apparente, la fragilità reale

Nell’ultima settimana i due rilasci macroeconomici più rilevanti — inflazione e mercato del lavoro — hanno restituito un’immagine che, letta superficialmente, potrebbe sembrare rassicurante. Ma letta in serie storica è tutt’altro che confortante.

A dicembre 2025 l’inflazione CPI si è attestata al +2,7% su base annua, con l’indice core al +2,6%. Il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,4%, mentre i non-farm payrolls sono cresciuti di appena 50.000 unità. Presi isolatamente, questi numeri permettono alla narrativa ufficiale di parlare di “atterraggio morbido”. Inseriti nel contesto storico, raccontano un’altra storia.

Inflazione: rientrata sì, normalizzata no

Negli ultimi cinque anni l’inflazione statunitense ha seguito un ciclo che ha lasciato danni permanenti:

  • 2019: CPI stabilmente attorno all’1,8–2,0%, con dinamica coerente con crescita reale.
  • 2021–2022: esplosione inflattiva fino a oltre il 9% (giugno 2022), massimo da quattro decenni.
  • 2023–2024: discesa graduale ma irregolare, con fasi di “inflazione vischiosa”.
  • 2025: ritorno nell’area 2,5–3%, ma senza recupero dei salari reali cumulativamente erosi nel biennio precedente.

Questo significa una cosa precisa: l’inflazione non è più un’emergenza, ma ha già fatto il suo lavoro redistributivo. Il potere d’acquisto medio delle famiglie è stato compresso, i risparmi erosi, e la domanda interna oggi cresce meno non perché “l’economia è sana”, ma perché la capacità di spesa è stata strutturalmente ridotta.

In macroeconomia questo stato non si chiama stabilità: si chiama equilibrio a livello più basso.

Mercato del lavoro: dal surriscaldamento al raffreddamento silenzioso

Il dato più rivelatore non è il tasso di disoccupazione in sé, ma la dinamica dei flussi occupazionali. Guardiamo la traiettoria dei payrolls:

  • 2021–2022: creazioni mensili spesso superiori alle 300.000 unità, con picchi oltre 500.000 nel post-pandemia.
  • 2023: rallentamento progressivo, media intorno a 230.000.
  • 2024: ulteriore discesa, con mesi sotto le 150.000 unità.
  • Dicembre 2025: +50.000, valore che storicamente segnala fase avanzata del ciclo.

In termini storici, una crescita occupazionale sotto le 100.000 unità mensili è coerente con economie prossime alla stagnazione o all’ingresso in recessione, non con una fase di espansione robusta.

Il tasso di disoccupazione al 4,4% non è basso in senso dinamico: è in risalita rispetto al minimo ciclico del 3,4% toccato nel 2023. E soprattutto maschera:

  • aumento del lavoro part-time involontario,
  • rallentamento delle ore lavorate,
  • concentrazione delle nuove assunzioni in settori a bassa produttività e basso salario (servizi, sanità, assistenza).

In altre parole, il lavoro non crolla, ma si degrada. Ed è un segnale tipico delle fasi pre-recessive: il mercato non licenzia in massa, ma smette di assumere qualità.

Salari reali e produttività: il nodo irrisolto

Un altro dato strutturale rafforza il quadro di fragilità: la disconnessione tra salari nominali, salari reali e produttività. Negli ultimi tre anni:

  • i salari nominali sono cresciuti,
  • ma i salari reali cumulativi restano inferiori ai livelli pre-inflazione,
  • mentre la produttività del lavoro mostra una crescita intermittente e insufficiente a sostenere aumenti salariali stabili.

Un’economia che non trasforma inflazione rientrata in potere d’acquisto recuperato non è un’economia che riparte: è un’economia che congela le tensioni sociali sotto la superficie.

Indicatori anticipatori: crescita fragile, disomogenea, vulnerabile agli shock

Gli indicatori anticipatori descrivono un rallentamento generalizzato e una crescita “fragile e disomogenea”, aggravata dall’incertezza sulle politiche commerciali e tariffarie. Storicamente, quando:

  • l’inflazione scende,
  • l’occupazione rallenta,
  • gli indicatori anticipatori restano deboli,
  • e la politica introduce shock (dazi, restrizioni, conflitti),

la probabilità di un salto di regime aumenta rapidamente.

Conclusione macro: non recessione, ma vulnerabilità

Le crisi sistemiche non iniziano con un crollo: iniziano con una perdita di margine di errore. Nel contesto attuale, l’economia americana:

  • non è in recessione,
  • ma non ha più cuscinetti.

E quando un sistema arriva a questo stadio, ogni errore politico — un dazio mal calibrato, una crisi diplomatica, un’escalation militare — smette di essere gestibile e diventa sistemico. È su questo terreno fragile che si innestano le tensioni geopolitiche, non il contrario.

3) Tassi e fiducia: il “termometro” dei Treasury

I rendimenti non sono un dettaglio tecnico: sono la misura in tempo reale della fiducia nel sistema e del prezzo della sua sopravvivenza.

  • Il 10 anni USA, a metà gennaio 2026, viaggia intorno a 4,16%–4,23% (valori giornalieri), con oscillazioni che riflettono sensibilità estrema a rischio geopolitico e scelte commerciali.

Ogni decimale conta: su un debito di questa scala, anche piccoli movimenti di costo del capitale diventano un moltiplicatore di instabilità fiscale. Ed è qui che entra il nodo internazionale.

La Cina e il debito USA: non “crollo”, ma disimpegno strategico

La Cina non deve “far crollare” l’America. Le basta non finanziare più automaticamente il suo privilegio.

I dati più recenti disponibili sulle detenzioni cinesi di Treasury mostrano una traiettoria coerente con un disimpegno graduale:

  • Detenzioni cinesi di Treasury: 682,64 miliardi di dollari (novembre 2025), in calo rispetto a 688,75 miliardi (ottobre 2025).

Non è dumping improvviso: è riduzione progressiva dell’esposizione. Questo si collega a una logica di lungo periodo: diversificazione, riduzione del rischio geopolitico, costruzione di alternative infrastrutturali e finanziarie. Quando un grande detentore si allontana anche lentamente, Washington ha tre opzioni, tutte problematiche:

  1. pagare di più (tassi più alti),
  2. monetizzare di più (pressione inflazionistica e politica),
  3. comprimere spesa o alzare entrate (politicamente tossico).

In sostanza: la politica estera diventa funzione del bilancio.

 

Alleati: la Groenlandia come cartina di tornasole della frattura atlantica

Negli ultimi giorni la vicenda Groenlandia–dazi ha assunto un valore che va ben oltre il piano commerciale. Non siamo di fronte a una disputa tariffaria ordinaria, ma a un segnale politico strutturale: l’uso della coercizione economica come surrogato di una diplomazia indebolita, in un contesto di consenso in declino.

L’amministrazione statunitense ha minacciato l’introduzione di tariffe del 10% a partire dal 1° febbraio 2026 su beni provenienti da otto paesi europei, con un’escalation programmata fino al 25% dal 1° giugno 2026, collegando esplicitamente queste misure all’opposizione europea al progetto statunitense sulla Groenlandia. La risposta europea è stata immediata e insolitamente compatta: allarme per una “pericolosa spirale discendente” e per un danno strutturale alle relazioni transatlantiche.

Il punto non è la Groenlandia in sé. Il punto è il metodo.

Quando una potenza utilizza strumenti tariffari contro paesi alleati per forzare scelte politiche e territoriali, non sta esercitando leadership: sta compensando una perdita di capacità persuasiva con la pressione. Per decenni, la supremazia geopolitica statunitense si è fondata su un equilibrio preciso: Washington poteva guidare il blocco occidentale perché era percepita come garante, non come ricattatore. Quel capitale politico permetteva agli Stati Uniti di comandare senza pagare ogni volta l’intero costo economico e diplomatico delle proprie decisioni.

Oggi quel capitale si sta erodendo. E qui emerge la contraddizione: la volontà di potenza cresce proprio mentre il consenso diminuisce. Più la base di legittimità si assottiglia — all’interno e all’esterno — più la politica tende a irrigidirsi, moltiplicando strumenti coercitivi e retorica aggressiva. Ma questa stessa rigidità accelera la perdita di consenso, perché smaschera l’inconsistenza della narrazione ufficiale.

Le bugie strategiche — “i dazi non hanno costi”, “gli alleati seguiranno comunque”, “la forza sostituisce il consenso” — si infrangono contro la realtà: ritorsioni, fratture diplomatiche, incertezza, isolamento progressivo. Un sistema sempre più costoso da finanziare dispone di meno margini per acquistare consenso attraverso incentivi, cooperazione e stabilità; di conseguenza tende a pretendere obbedienza invece di costruirla. Ma questa strategia ha un effetto boomerang: più consuma alleanze, più aumenta il premio di rischio politico ed economico; e più aumenta il premio di rischio, più diventa oneroso sostenere la stessa postura di potenza che ha generato la frattura.

Il fronte interno: Minneapolis e lo Stato che minaccia se stesso

Mentre dall’esterno gli Stati Uniti tentano di riaffermarsi come polo egemonico, all’interno il tessuto sociale e istituzionale stenta a reggere. Minneapolis è il punto di frattura più evidente di questa tensione: una crisi sociale rapidamente trasformata in crisi politica.

La miccia è stata accesa il 7 gennaio 2026, quando un agente federale dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good (37 anni) durante un’operazione a Minneapolis. L’episodio ha alimentato proteste estese e conflitti di piazza, con scontri, arresti e una crescente militarizzazione dello spazio urbano. Una seconda sparatoria nel corso di un fermo ha ulteriormente esasperato il clima. Autorità locali hanno denunciato tattiche aggressive e intrusioni nelle comunità.

Le proteste non sono rimaste circoscritte: si sono registrate mobilitazioni anche in altre grandi città. Sul piano politico, è esplosa una frattura istituzionale: autorità locali e statali hanno accusato il governo federale di violare diritti e procedure e hanno avviato iniziative legali per limitare o bloccare le operazioni. La narrativa federale è stata contestata apertamente dalle amministrazioni locali.

In un’analisi macroeconomica seria, questa frattura è un moltiplicatore di rischio-paese: distoglie risorse dalla governance, aumenta l’incertezza, riduce la fiducia nelle istituzioni e trasforma problemi sociali in crisi nazionali.

Crisi interna e costi fiscali: quando la sicurezza diventa una voce strutturale di bilancio

La gestione coercitiva del conflitto interno non è neutrale dal punto di vista fiscale e politico. Ogni escalation comporta spesa immediata e spesa futura: dispiegamenti, logistica, intelligence domestica, preallarmi, contenziosi legali, indagini, costi indiretti su produttività e servizi.

Nel medio periodo questi costi tendono a diventare strutturali, come avvenuto con la spesa per la “sicurezza” post-11 settembre. Ma oggi non c’è un surplus economico né una crescita robusta a compensarli.

Il costo più alto non è solo fiscale: è politico. Quando il governo centrale entra in conflitto con Stati e città, quando minaccia strumenti eccezionali e deve giustificare l’uso della forza contro porzioni crescenti della popolazione, il capitale politico si consuma rapidamente. È un meccanismo noto:

meno consenso → più repressione → meno consenso → più repressione.

Questo circolo vizioso riduce la prevedibilità del quadro politico, aumenta il rischio percepito e rende più costoso sostenere lo stesso livello di potere.

Iran: propaganda umanitaria, pausa tattica e fallimento del cambio di regime

La gestione del dossier iraniano nelle ultime settimane mostra la distanza tra retorica occidentale e realtà geopolitica. Non siamo di fronte a una crisi “umanitaria” improvvisa né a un moto spontaneo di piazza, ma a una sequenza coordinata di pressione politica, informativa e tecnologica che non ha prodotto il risultato atteso.

Il punto di partenza è una narrazione rilanciata dalla Casa Bianca e amplificata dai media occidentali: quella delle “800 esecuzioni imminenti” che l’intervento statunitense avrebbe contribuito a scongiurare. Una cifra priva di verifica indipendente e utile soprattutto a costruire una cornice morale: la minaccia militare come strumento di “salvezza umanitaria”.

La successiva marcia indietro americana sull’opzione militare non è stata il frutto di un successo diplomatico, ma il riconoscimento implicito che l’escalation non avrebbe prodotto né un cambio di regime né un vantaggio strategico sostenibile. La pausa annunciata è una sospensione tattica dettata dalla consapevolezza dei costi e dei rischi.

Le proteste iraniane non possono essere comprese senza considerare l’infrastruttura che ha sostenuto la mobilitazione. L’arrivo e la diffusione di migliaia di terminali Starlink sul territorio iraniano non è un evento neutrale: è un tentativo esplicito di aggirare il controllo delle comunicazioni e mantenere coordinamento e resilienza informativa. Il fatto che una parte significativa di questi terminali sia stata resa non operativa attraverso disturbo e neutralizzazione elettronica attribuibili a capacità russe e cinesi indica un dato politico essenziale: il dossier iraniano è diventato un campo di confronto tecnologico e strategico tra blocchi.

Nonostante mesi di pressione, sanzioni e operazioni di influenza, il sistema politico iraniano non è collassato. Al contrario, Teheran ha dimostrato capacità di adattamento e controllo che hanno costretto Washington a rivedere tempi, strumenti e obiettivi. Anche la posizione israeliana, spesso descritta come automaticamente allineata a un’escalation, si è mostrata più prudente sul piano operativo: ostilità strategica sì, ma consapevolezza dei rischi sistemici di un conflitto non controllabile.

La bugia delle “esecuzioni scongiurate”, la teatralizzazione umanitaria, l’uso di infrastrutture esterne e il successivo dietrofront non raccontano una storia di leadership. Raccontano la difficoltà strutturale ad accettare che il cambio di regime non è più uno strumento a basso costo.

Venezuela: consenso interno, scacchi geopolitici e costo dell’unilateralismo statunitense

Nel quadro latinoamericano, il Venezuela è un caso istruttivo per comprendere i limiti dell’azione statunitense nel mondo contemporaneo. Nonostante anni di pressioni, le manifestazioni popolari a sostegno del governo di Caracas restano imponenti e visibili.

Le piazze venezuelane mostrano una realtà che fatica a entrare nella narrazione occidentale: una parte consistente della popolazione continua a percepire l’attuale leadership come argine alla perdita di sovranità nazionale. Questo sostegno non è solo ideologico; è alimentato dalla convinzione che le pressioni esterne abbiano peggiorato le condizioni economiche e sociali più di quanto non abbiano favorito soluzioni politiche.

Dal punto di vista di Caracas, la gestione della crisi appare come una partita a scacchi su più livelli: consolidamento del consenso interno e, al tempo stesso, canali esterni selettivi per evitare l’isolamento senza cedere alle pressioni e ai diktat statunitensi. L’obiettivo è contenere il rischio di escalation senza capitolare.

In questo contesto, la politica degli Stati Uniti appare contraddittoria: mostra i muscoli in nome della democrazia e della sicurezza, ma svuota di significato il diritto internazionale trattando la sovranità degli Stati come variabile negoziabile. Il risultato è modesto e costoso: non stabilizza, non produce transizioni controllate, e rafforza diffidenza e resistenza regionale. Il danno più grave è reputazionale: quando le regole vengono invocate solo finché non intralciano la volontà di potenza, la credibilità del “regolatore” dell’ordine globale si erode.

Conclusione: l’impero non sta mostrando forza, sta negoziando con i propri vincoli

Se mettiamo insieme i piani — debito e deficit, occupazione e inflazione, tassi, riduzione progressiva della domanda estera di Treasury, fratture con gli alleati, instabilità interna, limiti della minaccia militare e risultati modesti delle pressioni esterne — il quadro non è quello di una potenza che guida gli eventi, ma di una potenza che reagisce ai vincoli: finanziari, sociali, diplomatici.

La parte più pericolosa è questa: quando un sistema non accetta il proprio ridimensionamento tende a compensare con coercizione (dazi, pressione sugli alleati, muscoli) e con gestione del rischio (pause tattiche quando il prezzo potenziale è troppo alto). È una postura che non produce stabilità: produce attrito. E l’attrito, in un mondo saturo di crisi, non resta locale.

Non siamo di fronte al crollo improvviso di un impero, ma a qualcosa di più complesso e più rischioso: un colosso che resta enorme, ma diventa rigido; meno capace di assorbire shock, meno credibile nel costruire consenso, più incline a reagire che a guidare. E quando l’ordine internazionale viene mantenuto più per forza che per legittimità, il problema non è solo per chi lo subisce. È per chi tenta di sostenerlo, ogni giorno, a un costo sempre più alto.

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Netanyahu ha esortato Trump a non attaccare l'Iran a causa della mancanza di capacità difensiva di Israele

 

La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di non attaccare l'Iran questa settimana potrebbe essere stata influenzata da un avvertimento del suo alleato, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha sottolineato la mancanza di preparazione di Israele a difendersi in caso di un attacco di rappresaglia da parte di Teheran, ha riferito Axios citando funzionari statunitensi e israeliani.
 
Secondo il media , Netanyahu avrebbe dichiarato a Trump che Israele non era pronto a difendersi da un possibile attacco di rappresaglia da parte dell'Iran, soprattutto perché gli Stati Uniti non disponevano di forze sufficienti nella regione per aiutare Israele a intercettare missili e droni iraniani. Inoltre, Netanyahu ritiene che l'attuale piano statunitense non sia sufficientemente efficace e non produrrà i risultati desiderati, afferma il rapporto citando uno dei consiglieri del primo ministro.
 
La telefonata tra i leader ha avuto luogo mercoledì 14 gennaio, quando era previsto che Trump lanciasse attacchi aerei contro l'Iran. Anche il principe ereditario saudita Mohammed Salman si è espresso contro gli attacchi in una telefonata con Trump, citando preoccupazioni per la sicurezza regionale, ha osservato Axios.
 
Tuttavia, a causa dell'insufficienza di equipaggiamento militare nella regione, degli avvertimenti di alleati come Israele e Arabia Saudita, delle preoccupazioni di alti consiglieri sulle conseguenze e l'efficacia di possibili opzioni di attacco e dei colloqui segreti con gli iraniani, Trump ha deciso di non ordinare l'attacco, ha precisato Axios.
 
Nel mezzo delle proteste in Iran, Trump ha annullato tutti i contatti con i funzionari iraniani, ha sostenuto i manifestanti e ha consentito tutte le possibili azioni contro l'Iran, compresi gli attacchi aerei. Teheran, da parte sua, ha avvertito che le dichiarazioni di Trump minacciavano la sovranità della Repubblica Islamica.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Come un omaggio a Patrice Lumumba ha rilanciato il panafricanismo alla Coppa d'Africa

 

di Middle East Eye

Sessantaquattro anni dopo il suo assassinio, Patrice Lumumba è di nuovo nell'immaginario collettivo: la sua eredità panafricana è più viva che mai.

Il nome del rivoluzionario congolese è sulla bocca di milioni di persone da quando l'omaggio a lui reso durante la Coppa d'Africa (Afcon) di quest'anno in Marocco ha catturato l'attenzione mondiale.

Al centro del momento c'è Michel Nkuka Mboladinga, un tifoso di calcio congolese che somiglia in modo impressionante a Lumumba.

Mboladinga è diventato una star del web dopo aver posato come una statua durante ogni partita della Coppa d'Africa della Repubblica Democratica del Congo (RDC), alzando il braccio destro come la statua commemorativa di Lumumba a Kinshasa e mantenendo la posa per tutta la partita.

Questa posa è stata imitata sia dai tifosi che dai giocatori, da un attaccante nigeriano  in un quarto di finale della Coppa d'Africa a un centrocampista marocchino in una partita di coppa in Francia.

Mentre Marocco e Senegal si preparano ad affrontarsi domenica nella finale della Coppa d'Africa, l'omaggio a Lumumba sarà probabilmente ricordato come il simbolo duraturo del torneo di quest'anno. 

Ma al di là del semplice simbolismo, ha suscitato un dibattito sulla vita di Lumumba, sulle sue idee panafricane e anticoloniali e sui suoi legami con altri paesi africani (in particolare con  Egitto e Algeria ).

"Lo spirito di Lumumba che riecheggia in Marocco e nel continente è un promemoria opportuno che dobbiamo resistere alla tentazione di svendere il nostro patrimonio e le nostre culture a tutti i costi", ha dichiarato a Middle East Eye William Ackah, accademico ed esperto di studi sulla diaspora africana. 

"La posizione fortemente anticoloniale di Lumumba e la sua dedizione all'unità africana continuano a brillare come un faro per tutti coloro che, nel continente e nella diaspora, sperano in un continente africano libero e indipendente".

Chi era Lumumba?

Lumumba nacque nel luglio del 1925, in quello che allora era conosciuto come Congo Belga. 

Il suo attivismo politico iniziò a metà degli anni '40, mentre lavorava come impiegato postale a Stanleyville (oggi conosciuta come Kisangani). 

Scrisse poesie ed editoriali che inveivano contro l'imperialismo, catturando l'attenzione degli amministratori coloniali belgi. In seguito fu condannato e brevemente incarcerato per appropriazione indebita di fondi postali, un'accusa che negò e che alcuni storici ritengono fosse motivata politicamente.

Verso la fine degli anni '50, il cambiamento era in atto nel continente dopo che il Ghana, guidato da Kwame Nkrumah, divenne la prima colonia dell'Africa subsahariana a ottenere l'indipendenza dal dominio coloniale. Il fervore antimperialista si stava rapidamente diffondendo in tutta la regione.

Lumumba divenne presto il primo leader del neonato Movimento Nazionale Congolese (MNC).

Incontrò leader nazionalisti, tra cui Nkrumah, con il quale avrebbe stretto una stretta amicizia, in occasione di una conferenza panafricana ad Accra nel 1958. Lì incontrò anche Frantz Fanon, intellettuale e famoso sostenitore dell'indipendenza algerina.

Un anno dopo, Lumumba fu arrestato con l'accusa di aver fomentato una rivolta. Fu rilasciato solo due giorni dopo per poter partecipare a una conferenza a Bruxelles sul futuro del Congo. 

La conferenza concordò che le elezioni si sarebbero dovute tenere nel maggio del 1960 e che l'indipendenza sarebbe avvenuta un mese dopo.

Il MNC vinse le elezioni, nominando Lumumba il primo primo ministro della RDC. 

Pochi giorni dopo l'indipendenza, Lumumba tenne un discorso esplosivo alla presenza del re del Belgio Baldovino. 

"Si presentò al cospetto di re Baldovino e pronunciò un famoso discorso in cui parlò di anni di schiavitù e umiliazione, esortando i leader internazionali a rispettare la volontà del suo popolo", racconta a MEE Kribsoo Diallo, ricercatore in scienze politiche e affari africani. 

"Voleva che il popolo del Congo controllasse le proprie risorse naturali e si rifiutava di permettere che decisioni importanti venissero prese dall'esterno."

Il discorso diede inizio a un periodo di tensione, durante il quale la regione del Katanga, ricca di risorse, si separò dal resto del Congo con l'aiuto del Belgio. 

Lumumba cercò l'aiuto degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite e dell'Occidente per mantenere unito il suo Paese. Quando questi sforzi fallirono, si rivolse all'Unione Sovietica, una mossa che avrebbe spinto i leader occidentali ad accusarlo di essere comunista. 

Ne seguì una crisi politica e Lumumba fu infine estromesso dal potere da Joseph Mobutu con il sostegno del Belgio e degli Stati Uniti.

Temendo per la sua vita, Lumumba tentò di fuggire a Stanleyville, ma fu catturato dai soldati congolesi. 

Il 17 gennaio 1961, lui e due dei suoi compagni furono torturati e giustiziati dalle truppe congolesi e da mercenari belgi. Lumumba aveva solo 35 anni.

Il suo corpo venne sciolto nell'acido e l'omicidio venne tenuto segreto per settimane.

L'unica parte di lui rimasta è un dente ricoperto d'oro, portato a Bruxelles come trofeo da Gerard Soete, il poliziotto belga che supervisionò lo smaltimento del corpo. 

Nel giugno 2022, sei decenni dopo l'omicidio, il dente è stato restituito alla sua famiglia durante una cerimonia a Bruxelles. 

Sebbene un'indagine belga del 2001 non abbia portato alla luce alcun documento che ordinasse l'omicidio di Lumumba, ha accertato che i membri del governo "erano moralmente responsabili delle circostanze che hanno portato alla morte". 

Da allora è emerso che Washington non ha premuto direttamente il grilletto, ma che  il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower aveva ordinato alla CIA di eliminare Lumumba. 

Si ritiene che questo sia il primo ordine in assoluto impartito dagli Stati Uniti di assassinare un leader straniero, e certamente non sarà l'ultimo. 

Bambini cresciuti in Egitto 

Dopo l'omaggio all'Afcon, gli egiziani si sono rivolti ai social media per discutere del ruolo dell'Egitto nel perpetuare l'eredità di Lumumba. 

Sono state condivise nuovamente le immagini del gennaio 1961, che mostrano centinaia di egiziani scendere in piazza al Cairo dopo l'omicidio di Lumumba, dare fuoco a un'auto e attaccare l'ambasciata belga. 

Dopo la morte di Lumumba, la moglie e i figli andarono in esilio in Egitto, dove furono ricevuti dal presidente Gamal Abdel Nasser. 

Nasser era un alleato chiave di Lumumba e fece in modo che la famiglia del leader assassinato venisse trasferita in una residenza nel quartiere Zamalek del Cairo, mentre le tasse scolastiche dei bambini venivano pagate dallo Stato.

Filmati di cronaca riemersi mostrano Francois e Juliana Lumumba, anni dopo, parlare del padre in un dialetto arabo egiziano.

"Negli anni '50 e '60, l'Egitto non cercava solo di essere un fulcro del panarabismo, ma anche un fulcro del panafricanismo", racconta a MEE Nihal Elaasar, scrittore, ricercatore e conduttore radiofonico egiziano. 

“Ecco perché Gamal Abdel Nasser offrì immediatamente rifugio in Egitto ai figli di Lumumba; allo stesso modo in cui l'Egitto all'epoca sosteneva la decolonizzazione algerina contro i francesi.” 

Diallo, che vive al Cairo e traduce articoli in inglese e arabo per centri di ricerca in Africa, racconta come Lumumba sia stato fortemente influenzato dall'esperienza dell'Egitto nel mettere in discussione il predominio occidentale. 

"Alla fine degli anni '50, il Cairo era un importante centro per i movimenti di liberazione africani, con l'Egitto di Nasser che forniva supporto politico, mediatico e organizzativo ai movimenti indipendentisti", afferma. 

Nasser e Lumumba furono tra i numerosi leader anticoloniali di quel periodo, tra cui Nkrumah in Ghana, Sekou Toure in Guinea, nonché Ahmed Ben Bella e Houari Boumediene in Algeria. 

"Oggi, quando il nome di Lumumba viene evocato sugli spalti o nei dibattiti popolari, non viene ricordato solo come una figura congolese", afferma Diallo. "Ma come simbolo di un'epoca in cui l'unità africana era un vero progetto politico, non solo uno slogan". 

Elaasar sottolinea che all'epoca anche l'Egitto era legato alla famiglia di Nkrumah, dopo che il leader ghanese sposò una donna copta egiziana. Il loro figlio, Gamal Nkrumah (che prende il nome da Nasser), vive e lavora ancora oggi come giornalista in Egitto. 

"Scoprire queste storie e prestarvi attenzione dimostra quanto i tifosi di calcio e la gente comune in Egitto rimpiangano i giorni in cui l'Egitto era un'influenza regionale nel mondo arabo e in Africa", afferma Elaasar. 

Dopo la morte di Nasser nel 1970, il suo successore Anwar Sadat si allontanò dalla politica estera panafricana e panaraba del suo predecessore. 

Di conseguenza, la maggior parte della famiglia di Lumumba abbandonò gradualmente l'Egitto: alcuni si trasferirono in Europa, mentre altri alla fine tornarono nella Repubblica Democratica del Congo, una volta riabilitata l'immagine e l'eredità del primo primo ministro. 

Polemiche durante la partita dell'Algeria

Anche il rapporto di Lumumba con l'Algeria è stato ricordato durante l'Afcon di quest'anno, non da ultimo a causa di un controverso incidente avvenuto durante il torneo. 

Dopo che l'Algeria ha sconfitto il Congo all'ultimo minuto dei tempi supplementari della partita dei quarti di finale, il giocatore algerino Mohamed Amine Amoura ha imitato l'omaggio di Mboladinga e poi è caduto a terra, come se la statua fosse stata rovesciata. 

L'accaduto ha scatenato una violenta reazione e Amoura si è scusato sui social media. Ha affermato che si trattava di uno scherzo e che non era a conoscenza di chi o cosa rappresentasse il simbolo sugli spalti. 

Mboladinga fu poi invitato all'hotel della squadra algerina, dove gli è stata regalata una maglia dell'Algeria con il nome di Lumumba sul retro. 

Gli algerini online hanno notato che l'eredità di Lumumba è ben ricordata nel loro Paese, con targhe e giardini a lui intitolati. 

Djamel Benlamri, un importante calciatore algerino, si è rivolto a Instagram per elogiare Mboladinga e minimizzare le polemiche. 

"Siamo un popolo che ha conosciuto il colonialismo e l'ingiustizia. Pertanto, è impossibile per noi deridere, provocare o disprezzare i sentimenti di un popolo fratello", ha scritto. 

“Ci opponiamo a tutti i tentativi di seminare odio e discordia tra fratelli uniti da una storia africana comune”.

Lo stesso Lumumba si schierò apertamente contro il colonialismo francese in Algeria. 

“Sappiamo tutti, e lo sa il mondo intero, che l’Algeria non è francese, che l’Angola non è portoghese, che il Kenya non è inglese, che il Ruanda-Urundi (Ruanda-Burundi) non è belga”, dichiarò durante un vertice africano nell’agosto del 1960. 

Come l'Egitto, afferma Diallo, l'Algeria è diventata un centro per i movimenti di liberazione africani dopo la sua indipendenza nel 1962, "vedendo in Lumumba e altri un destino comune tra l'Africa subsahariana e quella settentrionale". 

"Nell'immaginario panafricano di allora, l'Africa non era divisa tra Nord e Sud. Era vista come un'unica arena per una lunga lotta contro il colonialismo e l'imperialismo", ha affermato. 

Oltre all'Algeria e all'Egitto, le strade portano il nome di Lumumba anche in Ucraina, Russia , Marocco, Ghana, Belgio, Iran , Sudafrica, Serbia e in molti altri Paesi.

Tribute potrebbe tornare ai Mondiali

Anche se l'Afcon si conclude oggi, potremmo assistere al ritorno dell'omaggio a Lumumba in un torneo ancora più importante durante l'estate. 

La Repubblica Democratica del Congo è a una sola partita dalla qualificazione per la Coppa del Mondo, che si svolgerà in Messico, Canada e Stati Uniti. Questo fa presagire che Mboladinga porterà il suo tributo al Nord America. 

"Penso che sarebbe un potente simbolo antimperialista negli Stati Uniti. Lumumba era ed è un eroe per le comunità di discendenti africani in tutte le Americhe", ha detto Ackah. 

I tifosi egiziani hanno addirittura chiesto alla loro federazione di invitare Mboladinga affinché possa tifare per l'Egitto durante la partita della fase a gironi contro il Belgio. 

Diallo ritiene che gli omaggi a Lumumba durante la Coppa del Mondo potrebbero suscitare reazioni contrastanti: alcune figure governative e i media tradizionali potrebbero considerarli una provocazione politica.

"Lumumba ricorda alla gente il ruolo di Washington e dei suoi alleati nel minare la prima democrazia africana", ha detto Diallo. "Per questo motivo, qualsiasi omaggio a lui su un palcoscenico globale come la Coppa del Mondo sarebbe un gesto di grande impatto".

“Non solo farebbe rivivere la memoria di un uomo, ma sfiderebbe anche le narrazioni dominanti sull’Africa e sulla sua storia.”

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La Siria raggiunge il cessate il fuoco con le SDF e ottiene "importanti concessioni dai curdi"

 

Il 18 gennaio i media statali siriani hanno annunciato un cessate il fuoco immediato tra il governo e le Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi, che prevede la cessione di territori e risorse naturali da parte delle SDF.

L'accordo è stato raggiunto dopo che le forze siriane fedeli al presidente Ahmad al-Sharaa, ex comandante di Al-Qaeda e dell'ISIS, hanno preso il controllo delle città strategiche di Tabqa e Raqqa, sottraendole alle SDF domenica mattina.

Secondo alcune indiscrezioni, le forze governative siriane avrebbero preso il controllo di alcune parti dell'autostrada M4, isolando la città curda di Kobani dal resto del territorio delle SDF.

Secondo Rudaw, l'accordo prevede "importanti concessioni da parte dei curdi", che si sono opposti all'integrazione nello Stato siriano nel tentativo di mantenere il controllo di una regione autonoma nel nord-est della Siria e delle sue ingenti risorse energetiche.

I punti chiave dell'accordo di cessate il fuoco includono:

  • La consegna dei governatorati di Deir Ezzor e Raqqa, nonché di tutti i valichi di frontiera, dei giacimenti di petrolio e di gas della regione, al governo siriano
  • La completa integrazione di tutto il personale militare e di sicurezza delle SDF nelle strutture dei Ministeri della Difesa e degli Interni siriani su base individuale, piuttosto che come unità comandate dai curdi
  • Fornire elenchi di ufficiali dell'ex governo di Bashar al-Assad presenti nelle aree della Siria nord-orientale
  • Cedere il controllo dei prigionieri e dei campi dell'ISIS al governo siriano, in modo che il governo siriano si assuma la piena responsabilità legale e di sicurezza per loro
  • L'adozione di una lista di candidati presentata dalla leadership delle SDF per ricoprire posizioni militari, di sicurezza e civili di alto rango all'interno della struttura centrale dello Stato per garantire la partnership nazionale

Il governo siriano ha annunciato il cessate il fuoco dopo che domenica il Presidente Sharaa ha incontrato a Damasco l'Inviato Speciale degli Stati Uniti per la Siria, Thomas Barrack. All'incontro ha partecipato anche il Ministro degli Esteri e degli Espatriati Asaad Hassan al-Shaibani, che "ha ribadito l'unità e la sovranità della Siria su tutto il suo territorio e ha sottolineato l'importanza del dialogo nella fase attuale", ha riferito SANA.

Le SDF sono state costituite dalla coalizione militare guidata dagli Stati Uniti in Siria nel 2015 e da allora hanno aiutato Washington a supervisionare l'occupazione dei giacimenti petroliferi siriani. 

Le ultime tensioni seguono una significativa riduzione della presenza militare statunitense in Siria negli ultimi mesi. Washington ha abbandonato cinque delle otto principali basi militari nel Paese.

"Washington ha tracciato nuovi confini per le SDF. Consegne, ritiri e trasferimenti nelle aree a est del fiume. Ciò che colpisce è la cessione dei giacimenti di petrolio e gas a est di Deir Ezzor a Damasco, avvenuta senza intoppi e alla presenza degli Stati Uniti, il che significa che la questione petrolifera rimane nelle mani di Washington. Aspetteremo di vedere come si sistemeranno le cose e a che punto capiremo la natura dell'"accordo" che Washington ha stretto con Ankara", ha commentato il giornalista libanese Khalil Nasrallah.

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Guerra, economia e potere nella politica internazionale

Già autore con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti dell’importante libro La guerra capitalista, Stefano Lucarelli presenta con Il tempo di Ares (Mondadori Università, pp. 140, €12,00) un libro di facile lettura ma anche di grandissimo respiro. Un testo che spazia da riferimenti mitologici – fin dal titolo – e filosofici a richiami di storia, scienza politica, arte, cinema e così via. Non si tratta di semplice eclettismo: Lucarelli usa tutti questi richiami per meglio spiegare il discorso economico di fondo, che è la vera traccia del libro.

Tutte le principali tematiche dell’attualità sono affrontate analiticamente: i disordini internazionali e l’attuale scontro fra sistemi economici in competizione, richiamando i tanti avvenimenti passati della guerra fredda; le guerre commerciali di oggi, con i dazi di Trump, ripartendo dalle teorie del commercio internazionale degli economisti classici e dalle critiche marxiste; i surplus commerciali degli Stati e gli investimenti esteri delle grandi multinazionali del ’900, evidenziando il processo di centralizzazione del capitale; fino alle recenti molteplici crisi, finanziarie e valutarie, cui la guerra guerreggiata sembra contrapporsi più efficacemente dei velleitari processi di friendshoring. Non poche sono poi le “stoccate” che Lucarelli riserva ai commentatori geopolitici e agli economisti mainstream, al neoliberismo e alle contraddizioni del cosiddetto Washington Consensus.

In alcuni passaggi del libro emerge chiaramente il “mestiere” di economista, con inserimento di tabelle, grafici e perfino di qualche equazione; che ricordano come il libro sia nato nell’ambito di un corso universitario. E però un corso non standardizzato, ripetitivo, come tanti di quelli oggi svolti nelle aule universitarie. Lucarelli sa presentare le idee economiche dominanti così come quelle degli economisti classici e di Marx, oggi più che mai assenti nei libri di testo. Il suo è un libro che parla di rapporti di potere, quindi economici nel senso più profondo e meno tecnico del termine, che parte dalla lotta fra Titani e dei dell’Olimpo per arrivare a spiegare la pandemia e l’Ucraina oggi, così come i conflitti inter-imperialistici sottostanti. Ossia gli interessi del capitalismo statunitense in crisi e quelli dell’espansione economica cinese.

In tre capitoli e in poco più di 100 pagine, Lucarelli racconta i tempi di Ermes, di Ares e di Pan: ossia i tempi lunghi dell’umanità, la mutazione nei conflitti e nei rapporti umani così come mediati dalle forme della competizione economica in divenire. Gli antichi miti greci sono allora una scusa per spiegare in profondità le interconnessioni della politica monetaria internazionale, del protezionismo e del liberismo, degli investimenti esteri delle grandi multinazionali, della speculazione finanziaria globale e della politica internazionale. Con una conclusione su quelle che possono essere le condizioni economiche della pace, ad esempio nella forma della International Clearing Union proposta da Keynes al tempo di Bretton Woods. Ma qui viene da chiedersi se questa pace economica sia davvero un fatto possibile nella conflittuale storia umana, oppure solo un nuovo brano di mitologia.


Stefano Lucarelli, Il tempo di Ares, Mondadori Università, 2025, pp. 140, €12,00

L'articolo Guerra, economia e potere nella politica internazionale sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Caitlin Johnstone - I miliardari sionisti ammettono apertamente di aver manipolato il governo degli Stati Uniti

 

di Caitlin Johnstone*

Intervenendo insieme sabato al vertice del Consiglio israelo-americano, i miliardari donatori sionisti Miriam Adelson e Haim Saban hanno lasciato intendere con forza di essere coinvolti in attività estremamente losche per manipolare il governo degli Stati Uniti a favore degli interessi israeliani.

C'è un tizio che seguo su Twitter, Chris Menahan, che pubblica sempre spezzoni di eventi sionisti che altrimenti passerebbero inosservati, rivelando spesso dichiarazioni sconcertanti da parte di attivisti filo-israeliani che tendono a sciogliere un po' la lingua quando si rivolgono a un pubblico di persone che la pensano come lui. Di recente ho citato un filmato che ha trovato in cui l'ex autrice dei discorsi di Obama, Sarah Hurwitz, denunciava il modo in cui i social media hanno permesso all'opinione pubblica di vedere le prove delle atrocità israeliane a Gaza.

Menahan ha messo in luce alcuni momenti molto rivelatori di Adelson e Saban, entrambi cittadini statunitensi e israeliani, ed entrambi finanziatori dell'Israeli-American Council (IAC). Nel 2014, MJ Rosenberg di The Nation scrisse che Saban e il defunto marito di Miriam Adelson, Sheldon, stavano usando operazioni di influenza come l'IAC per diventare "i fratelli Koch su Israele".

Ecco la trascrizione di un'interazione molto rivelatrice tra Adelson e il presentatore dell'evento Shawn Evenhaim:

Evenhaim: Miri, tu e Sheldon avete stretto molti rapporti nel corso degli anni con i politici, a livello statale e soprattutto federale. Vorrei che condividessi con tutti perché è così importante e come lo fate. Ripeto, firmare assegni ne fa parte, ma c'è molto di più che firmare assegni, quindi come lo fate?

Adelson: Shawn, puoi permettermi di non rispondere?

Evenhaim (scrolla le spalle): Scegli tu!

Adelson: Voglio essere sincero e ci sono tante cose di cui non voglio parlare.

Evenhaim: Sì, intendo dire che non vogliamo dettagli specifici, ma va bene così.

Miriam Adelson ammette qui che, oltre alle centinaia di milioni di dollari che lei e Sheldon hanno investito nelle campagne politiche di Donald Trump e di altri politici repubblicani, hanno anche manipolato la politica statunitense dietro le quinte in modi che lei preferirebbe tenere segreti al pubblico. Presumibilmente perché causerebbe un notevole scandalo se l'opinione pubblica lo scoprisse.

Trump, per la cronaca, ha ripetutamente ammesso di aver concesso favori politici a Israele su sollecitazione degli Adelson durante il suo primo mandato, affermando di aver spostato l'ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e di aver legittimato l'annessione israeliana delle alture del Golan per compiacerli.

E li ha accontentati. Deve averlo fatto, perché Miriam Adelson ha donato altri 100 milioni di dollari alla campagna di Trump del 2024 per aiutarlo a tornare presidente. E ora ha trascorso il primo anno della sua amministrazione bombardando Iran e Yemen, lavorando per prendere il controllo di Gaza reprimendo aggressivamente le critiche a Israele negli Stati Uniti.

Nel 2020, prima di tutte queste palesi ammissioni, il musicista Roger Waters fu diffamato come antisemita dall'Anti-Defamation League e da altri gruppi sionisti per aver affermato che Sheldon Adelson stava usando la sua ricchezza per esercitare influenza sulla politica statunitense.

Saban è stato ancora più cauto di Adelson sulle sue operazioni politiche nella sua risposta alla stessa domanda di Evenhaim:

Voglio essere cauto nel dire ciò che dico... (Pausa) È un sistema che non abbiamo creato noi. È un sistema che esiste già. È un sistema legale e noi ci limitiamo a giocare al suo interno. E questo è tutto! Voglio dire, è davvero molto semplice. Se sostieni un politico, in circostanze normali dovresti avere accesso per condividere le tue opinioni e cercare di aiutarlo a comprendere il tuo punto di vista. Questo è ciò che ti garantisce l'accesso, e il contributo e il sostegno finanziario ti garantiscono l'accesso, quindi... Voglio dire... (scrolla le spalle) chi dà di più ha più accesso e chi dà di meno ha meno accesso. È un calcolo semplice. Fidati di me.

Haim Saban, le cui donazioni alla campagna elettorale si concentrano sull'altro fronte, ovvero sui finanziamenti al Partito Democratico, ha dichiarato: "Sono un tipo monotematico, e il mio problema è Israele". Nel 2022, il superpac dell'AIPAC ha citato l'influenza finanziaria di Saban per sostenere che deviare dal sostegno a Israele sarebbe costato ai Democratici finanziamenti critici, affermando: "I nostri donatori attivisti, tra cui uno dei maggiori donatori del Partito Democratico, sono concentrati nel garantire che abbiamo un Congresso degli Stati Uniti che, come il presidente Biden, sostenga un rapporto vivace e solido con il nostro alleato democratico, Israele".

Come nel caso di Adelson, possiamo supporre che Saban abbia affermato di voler essere "cauto" nel descrivere le sue operazioni di influenza, perché ciò avrebbe causato un grosso scandalo se il popolo americano avesse capito cosa stava facendo.

Alcuni guarderanno questi filmati e sosterranno che è antisemita anche solo condividerli. Altri li guarderanno e li citeranno come prova che il mondo è governato dagli ebrei. Per me sono solo la prova che il mondo è governato da sociopatici benestanti e che la democrazia occidentale è un'illusione.

Voglio dire, non si potrebbe davvero chiedere un'illustrazione migliore della farsa della democrazia americana di questa. Due miliardari di partiti politici apparentemente opposti ammettono pubblicamente di usare la loro oscena ricchezza per manipolare la politica statunitense e promuovere i programmi militari e geopolitici di uno stato straniero dall'altra parte del pianeta.

E come ha detto Saban, è tutto legale. La corruzione è legale negli Stati Uniti d'America.

Ai plutocrati è permesso sfruttare le proprie fortune per manipolare il governo statunitense, utilizzando finanziamenti per le campagne elettorali e attività di lobbying per promuovere i propri interessi personali, finanziari e ideologici. Se hai qualche milione di dollari da parte, puoi usarli per far scomparire accuse penali, per revocare normative ambientali o tutele dei lavoratori che danneggiano i margini di profitto della tua azienda, o persino per far spedire esplosivi militari a un governo straniero da utilizzare in un genocidio in corso.

E tutto questo viene fatto con totale disprezzo per la volontà dell'elettorato. Il popolo americano non ha alcun controllo su ciò che fa il suo governo nell'attuale sistema politico. Vota per un burattino oligarchico, poi vota per il burattino oligarchico dell'altro partito quando la soluzione non funziona, andando avanti e indietro senza rendersi conto che in nessun momento sta cambiando l'effettiva struttura di potere in cui vive.

Questa struttura di potere si chiama plutocrazia. È l'unico vero sistema politico degli Stati Uniti.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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"Abbiamo ricambiato il saluto": ecco cosa hanno fatto le truppe tedesche in Groenlandia

 

I membri della Bundeswehr (l'esercito tedesco) hanno lasciato la Groenlandia dopo aver completato una breve missione di ricognizione, che il comando militare del Paese ha descritto come "estremamente positiva e costruttiva", riporta la Westdeutsche Allgemeine Zeitung (WAZ). 

Un piccolo contingente di soldati tedeschi ha partecipato per diversi giorni a un dispiegamento sull'isola artica sotto la guida danese. Il portavoce della missione, il tenente colonnello Peter Mielewczyk, ha dichiarato che l'obiettivo primario era quello di condurre ricognizioni nell'ambito di manovre e attività di addestramento, e che tale obiettivo era stato raggiunto. Sottolinenado che, durante la loro permanenza, le forze tedesche hanno ricevuto tutta l'assistenza necessaria dalle autorità e dalle forze armate danesi.

"La collaborazione con i nostri colleghi danesi è stata estremamente positiva e costruttiva. Abbiamo ricevuto tutto il supporto immaginabile in così poco tempo", ha affermato. Ha aggiunto che c'è stato anche uno scambio "intenso" con le altre nazioni presenti, come Francia, Paesi Bassi e Islanda, e ha definito "positivo" anche il contatto con i groenlandesi.

Sebbene non ci siano state conversazioni dirette, hanno mantenuto una presenza visibile nella sfera pubblica. "Ci hanno salutato e, naturalmente, li abbiamo salutati a nostra volta", ha detto Mielwczyk.

Oggi, la Bild ha riferito che la squadra di ricognizione della Bundeswehr in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta ", imbarcandosi su un volo Boeing 737 della Icelandair, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale sul motivo della loro partenza accelerata.

In risposta, il Ministero della Difesa tedesco ha dichiarato che la missione si è conclusa domenica "come previsto"  e ha indicato che, sulla base delle informazioni ottenute, "eventuali misure per rafforzare la sicurezza nell'Atlantico settentrionale e nell'Artico saranno ora coordinate con i nostri partner della NATO".

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 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La nozione di cittadinanza e l’approccio classista che manca oggi nell’analisi della società

 

di Federico Giusti

C’era un tempo in cui l’idea di cittadinanza si concretizzava in pratiche inclusive ampliando la partecipazione ai processi decisionali per costruire una democrazia diffusa, erano anche i tempi nei quali si parlava di scuole aperte alla cittadinanza e ben oltre l’orario canonico scolastico per incontrare e soddisfare i bisogni sociali di istruzione, socialità e di natura sportiva. Pensiamo alle scuole aperte di pomeriggio per attività di varia natura e immaginiamoci il beneficio in termini di inclusione sociale che ne deriverebbe.

Ma una scelta del genere avrebbe bisogno di scelte coraggiose come accrescere i finanziamenti al welfare, l’esatto contrario di quanto i governi succedutisi hanno fatto da 30 anni ad oggi.

Lo status di cittadinanza è divenuto invece strumento di esclusione sociale. È l’incipit di un libello di Lea Ypi, edito da Feltrinelli nella collana Idee, con il suggestivo e marxiano titolo “Confini di classe”.

Analizzando i contratti nazionali di lavoro ci imbatteremo in diritti essenzialmente individuali, ore di permesso, istituti contrattuali costruiti ad hoc, un CCNL dovrebbe invece offrire una visione di insieme delle problematiche offrendo spunto per rivendicazioni collettive tipo aumento delle materie oggetto di contrattazione.

L’esempio prettamente sindacale aiuta a comprendere come sia proprio la dimensione collettiva a far paura alla odierna società, via via hanno svilito tutti gli strumenti di partecipazione attiva e democratica iniziando dal sistema elettorale maggioritario che esclude minoranze anche cospicue dalla rappresentanza per non avere raggiunto e superato il quorum.

Ma per comprendere appieno lo strumento di esclusione occorre guardare alle norme in materia di immigrazione, a paesi nei quali si chiede al migrante il possesso di conoscenze estranee anche alle minoranze linguistiche presenti da sempre nel paese stesso.

Le politiche di cittadinanza da oltre trenta anni sono oggetto di controversie e divisioni anche se, in sostanza, le norme sono rimaste inalterate a conferma che esiste un ampio e diffuso consenso verso determinate logiche e principi guida, in caso contrario ci sarebbe stato almeno un Governo disponibile a modificare le leggi vigenti.

Lea Ypi è su questo punto categorica scrivendo

La democrazia…si trasforma via via in una forma di oligarchia attraverso cui una minoranza ricca controlla il potere politico appropriandosi dei mezzi per conquistarlo ed esercitarlo….anzichè essere lo strumento con cui mitigare gli eccessi dei mercati e affermare la priorità del processo decisionale democratico, la cittadinanza, quando viene comprata e venduta, si trasforma in una merce come tutte le altre, Lo Stato, anziché contribuire a domare il potere capitalista del mercato, si arrende al suo cospetto .

L’analisi sopra riportata giudica il ruolo dello Stato super partes, una entità tale da imporre correttivi e indirizzi al modo di produzione capitalistico e alle trasformazioni avvenute negli ultimi 40 anni. In realtà, il ridimensionamento del ruolo pubblico e il perimetro in cui si muove lo Stato stesso sono ben diversi da quello degli anni neokeynesiani, del resto i processi di privatizzazione, il ridimensionamento del welfare, lo sviluppo dei colossi imperialisti qualche processo di trasformazione dovevano pur produrlo. Se poi pensiamo ai rapporti di forza degli ultimi lustri si capisce che ridimensionando lo Stato a favore del mercato, le classi subalterne si sono trovate in condizioni di oggettiva debolezza subendo prima i processi neoliberisti poi quelli della globalizzazione. E se a pagare lo scotto di certe politiche sono sempre e solo gli Ultimi, chi più dei migranti potrebbe essere identificato come la classe sfruttata e subalterna per eccellenza?

Nella società capitalistica degli ultimi 30 anni si è fatta strada anche una visione conservatrice, retrograda e un po’ razzista trasformando le competenze linguistiche nel primo requisito da possedere per acquisire lo status di cittadino.  Dietro a questo requisito di nasconde l’idea che in fondo la cultura del paese occidentale, la sua lingua, le norme che lo sorreggono siano decisamente superiori a quelle dei paesi di provenienza.

E mentre cresce l’analfabetismo, di ritorno e no, tra gli autoctoni, aumentano i giovani che non studiano e non lavorano, si impongono regole ferree ai futuri nuovi cittadini. 

Ma chi sono i meritevoli di far parte della comunità politica? A questa domanda non si offrono risposte sufficientemente chiare, la crisi economica e sociale dei paesi occidentali con la riduzione del PIL e dell’offerta di lavoro, le guerre nel mondo, la crisi climatica sono tra le cause dei fenomeni immigratori che, aumentando nei numeri e nelle dimensioni, si sono portati dietro la mercificazione stessa della cittadinanza. Sono le democrazie occidentali a trovarsi in una situazione di crisi e con esse il capitalismo stesso che si sta liberando anche delle ultime parvenze liberal democratiche rafforzando, ad esempio, tutte le norme escludenti riferite allo status di cittadinanza.

Uno degli aspetti salienti della discussione, anche in seno al popolo, riguarda il fatto che senza conoscere una lingua non possa esistere effettiva integrazione, se diamo per scontato che certe barriere rappresentino un grande insormontabile ostacolo, l’idea di assicurare la cittadinanza ai più ricchi, a discapito dei poveri privi di mezzi materiali e di strumenti per acquisire in fretta certe competenze, rappresenta un segno involutivo della società danneggiando non solo il migrante ma anche l’autoctono delle classi subalterne  a cui faranno credere che è tutta e sola colpa dei fenomeni immigratori se le sue condizioni di vita sono andate via via deteriorandosi.

Le norme attuali sulle politiche immigratorie hanno fatto arretrare l’intero corpo sociale spianando la strada a reiterate e nuove forme di razzismo e discriminazione. Il problema va quindi rovesciato rispetto al tradizionale approccio, si parta quindi dal come la società risponde alle contraddizioni via via emerse, ai nuovi bisogni e ragioniamo sul che fare. Se guardiamo alla sanità il nostro paese continua a spendere poco rispetto al PIL, ancor meno se il raffronto avviene con altri Stati della Ue o se guardiamo a quanto dovremmo spendere con una popolazione sempre più avanti negli anni. Ma complessivamente qual è il reale fabbisogno sociale in materia di spesa sanitaria?

Senza guardare alla composizione anagrafica, alle patologie emergenti, al funzionamento del servizio sanitario pubblico, alle politiche che favoriscono la sanità integrativa privata e la contrazione dei costi per il personale di quella pubblica, possiamo stabilire astrattamente il fabbisogno? Se decine di migliaia di cittadini risultano pendolari dal Sud e dalle isole verso il centro nord solo per ricevere le cure necessarie possiamo ritenerci immuni da responsabilità giudicando adeguate le politiche in materia di salute e sanità?

E se l’approccio ai servizi sociali è anche un problema di classe, è forse lecito

 affrontare in termini caritatevoli o ideologici la complessa questione della cittadinanza?

Ovviamente no, basti ricordare che la cittadinanza mercificata ha visto paesi offrirla a chi era disposto a investimenti in quel paese, in tale caso non valevano le regole e le tempistiche valide erga omnes, se i criteri diventano selettivi e discriminanti vengono meno i principi di equità e giustizia.

Proviamo allora a trarre alcune conclusioni non definitive ma aperte a un ragionamento e a delle pratiche conseguenti

  • La società capitalistica negli ultimi 50 anni ha acuito le differenze sociali e di classe, ha ristretto gli spazi di libertà e di democrazia, di partecipazione perché questi spazi hanno un costo economico che non possono più permettersi.
  • Il ridimensionamento del pubblico e la ridefinizione del ruolo Statale sono frutto di questa crisi, lunga, sistemica e produce anche contraddizioni intestine alle classi venendo meno più di un punto di riferimento.
  • Urge non farci imbrigliare dentro analisi culturali ed identitarie che sono piuttosto la risposta ideologica conservatrice a una crisi strutturale
  • I fenomeni immigratori sono conseguenza di processi di ristrutturazione e dei processi evolutivi ed involutivi capitalistici, nei paesi occidentali si spende meno per il sociale in rapporto ai fabbisogni cresciuti e diversificatisi nel tempo.
  • Il welfare state è in piena crisi e viene supportato da welfare aziendale e integrativi che finiscono con il delegittimarlo nel tempo erodendone spazi vitali e la stessa credibilità (ad esempio rinunciare ad accordi di secondo livello per favorire la sanità privata chiedendo aumenti contrattuali dignitosi e non sgravi fiscali che poi faranno mancare risorse allo stato sociale e ai servizi pubblici).
  • Gli stati liberali hanno sostanzialmente fallito ove promettevano ricchezza e prosperità, equità sociale, la società del merito è la risposta ideologica e selettiva per giustificare la crescita delle disuguaglianze economiche e sociali che si portano dietro anche la contrazione degli spazi di libertà e di democrazia e l’imbarbarimento delle norme in materia di lavoro (precariato, sfruttamento, distretti industriali con orari disumani, condizioni di semi schiavitù riservate a migranti irregolari e ricattabili).
  • I lavoratori poveri sono sempre più esclusi dai beni sociali di base, molti dei problemi che affrontano i migranti sono gli stessi degli autoctoni poveri, se cresce la povertà relativa ed assoluta anche le discriminazioni aumenteranno di pari passo.
  • Il soggetto sindacale e politico dovrebbe ragionare in termini ricompositivi, interpretare la realtà politica prima di tutto senza poi scegliere scorciatoie elettoraliste e facili ripieghi.
  • La crisi delle democrazie liberali tende a criminalizzare ogni elemento di dissenso, quando non ci sono soldi vengono anche meno le opportunità di gestione condivisa la via securitaria diventa la soluzione migliore con la creazione del nemico interno di turno a seconda della situazione. E si fanno strada processi involutivi come rimuovere ogni strumento di controllo sull’operato degli Esecutivi, oltre a disseminare nel corpo sociale i germi dell’odio e del razzismo come avviene negli Usa.
  • La natura ideologica e classista con la quale si sviluppa il ragionamento in materia di immigrazione, welfare e condizione di vita è la classica risposta del dominante che cerca argomentazioni per sottrarsi alle proprie responsabilità, criminalizzando e responsabilizzando i subalterni facendo loro credere di essere la causa del problema per non essersi omologati ai modelli precostituiti
  • La esclusione dai processi decisionali avviene anche sul fronte culturale con tanti autoctoni e migranti che oggi, per scarsa scolarizzazione e formazione, si trovano ai margini della società, subiranno con violenza i cambiamenti lavorativi, condannati a una esistenza precaria. La depauperizzazione della scuola pubblica è parte rilevante del problema come anche la sua militarizzazione crescente. Nella scuola pubblica, ad esempio, siamo in teoria tutti uguali, la integrazione avviene indistintamente per autoctoni e migranti, la necessità di piegare ad altre logiche l’istruzione è facilmente comprensibile, da qui la necessità di costruire una lettura e delle pratiche di classe che superino le tradizionali barriere etniche, culturali, comunitarie, di cittadinanza tradizionale visto che proprio la stessa idea di cittadinanza, come analizzava all’inizio Lea Ypi, è parte  attiva del problema. Recuperiamo un approccio classista all’analisi della società e alla nostra stessa azione politica, sindacale e sociale, facciamolo prima che sia troppo tardi.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Il monito di Aisha Gheddafi al popolo iraniano: “Al popolo resiliente e amante della libertà dell’Iran!”

 

Al popolo resiliente e amante della libertà dell’Iran. Vi parlo con il cuore pieno di distruzione, dolore e tradimento. Sono la voce di una donna che ha assistito alla devastazione del suo paese, non per mano di nemici aperti, ma dopo essere stati intrappolati dai sorrisi ingannevoli dell'Occidente e dalle sue false promesse.

Vi avverto: non cadete nelle parole e negli slogan falsi e seducenti degli imperialisti occidentali. Una volta dissero a mio padre, il colonnello Muammar Gheddafi: "Abbandona i tuoi programmi nucleari e missilistici e il mondo ti aprirà le porte."

Mio padre, con buone intenzioni e fiducia nel dialogo, ha scelto la via delle concessioni. Ma alla fine, abbiamo visto come le bombe della NATO hanno trasformato la nostra terra in macerie.

La Libia è stata annegata nel sangue e la sua gente è rimasta intrappolata nella povertà, nell'esilio e nella distruzione.

Ai miei fratelli e sorelle iraniani dico: il vostro coraggio, la vostra dignità e la vostra resilienza di fronte alle sanzioni, agli infiltrati, alle spie e alla guerra economica, sono la prova dell'onore e della vera libertà e indipendenza della vostra nazione. Dare concessioni al nemico non porta altro che distruzione, divisione e sofferenza. Negoziare con un lupo non salverà le pecore o porterà pace duratura, fissa solo la data per il prossimo pasto!

La storia ha dimostrato che coloro che sono rimasti saldi da Cuba, al Venezuela, alla Corea del Nord alla Palestina, sono rimasti vivi nei cuori degli eroi del mondo e sono diventati immortali con onore nella storia. E quelli che si arrendono vengono ridotti in cenere, i loro nomi dimenticati.

Saluto il coraggioso popolo iraniano!

Saluto la resistenza iraniana!

Saluto la solidarietà globale con il popolo palestinese!

Con amore e misericordia”.    Aisha Gheddafi”.   13 gennaio 2026

 

Aisha Gheddafi, figlia del colonnello Gheddafi, vive in esili nell’Oman.

Fonti: SilentlydSirs  -   raialyoum

 A cura di Enrico Vigna – SOSLibia/CIVG

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Quando le parole colpiscono più dei missili

 

L’anno 2026 è iniziato col botto. In pochi giorni di decisioni e dichiarazioni pubbliche scioccanti su Venezuela, Groenlandia e Iran, Donald Trump sembra aver voluto fornire ai suoi detrattori la prova definitiva della propria conclamata “follia”. Il mondo trema, si indigna, protesta vibratamente… All’ONU si tuona, si denuncia, si reagisce – forse. Oppure si finge di reagire, scambiandosi circolarmente di posto come in una grande maratonda, per tornare infine ciascuno al proprio scranno. L’iniziativa geopolitica resta nelle mani del presidente americano, per la percezione comune ormai completamente inabissato in un evidente e fosco delirio di onnipotenza.

Ora, tralasciando i curiosi risvolti psicologici del personaggio, che poco o punto hanno mai spostato nella valutazione storica delle azioni politiche, si consideri invece la lezione di Augusto Frassineti sulla logica dei sistemi amministrativi: “Esiste una forma di pazzia che consiste nella perdita di tutto, fuorché della ragione!”. Chi si ingegni di capire quanto sta accadendo in questo mondo dagli equilibri sconvolti dovrà chiedersi allora almeno una volta, come Polonio, se per caso non ci sia del metodo in questa follia; ossia nelle decisioni che non riusciamo più a comprendere, perché indecifrabili sul piano della razionalità veicolata dal linguaggio dominante e condiviso.

Che cos’è, infatti, che nelle azioni e nelle parole di Trump produce nell’opinione pubblica mondiale quell’impressione di irricevibile novità? Certamente non le azioni, di gran lunga molto meno intrusive della lunga e criminale teoria di invasioni, colpi di Stato e massacri operati dalle precedenti amministrazioni statunitensi, dal bombardamento di Belgrado (1999), allo sconvolgimento del Medio Oriente (2001-2014), fino al ritiro da un devastato Afghanistan (2021). Ma nemmeno le parole, crediamo, che a qualcuno sembrano oggi ben più “oscene” di quelle, zavorrate di mielosi princìpi moralistici sulla necessità di “esportare la democrazia”, propinate dai Bush, dai Clinton, dagli Obama e dai Biden. Infatti, il parlare “senza vasellina” di Trump (© Marco Travaglio) non ha la semplicistica finalità di annunciare chiaramente e protervamente al resto del mondo ciò che prima era comunicato sotto un velo di buone maniere. Perché il dire esattamente “come stanno le cose” produce invece anche sempre un effetto straniante di duplicazione del linguaggio, di diplofonia della parola, di sfarfallamento del significato; il quale, anziché convergere stolidamente sulla letteralità del dettato, si divarica e riverbera in molteplici e differenti direzioni, livelli, codici e target comunicativi. Il linguaggio di Trump finisce così per essere il principale e più efficace strumento della sua politica, assai meno grossier di quanto taluni autocompiaciuti intellettuali vorrebbero credere, e va letto invece nella cornice storica che stiamo attraversando.

Una tacita “guerra civile mondiale” travaglia la nostra epoca, tutta interna al sistema capitalistico angloamericano e alle sue numerose propaggini extra-atlantiche. Un conflitto che vede contrapposti non gli Stati e tanto meno le nazioni, ma trasversalmente le ristrette élite fautrici del globalismo e quelle del multipolarismo (economico, prima ancora che politico). Le prime, transnazionali finanziarie ipertecnologiche, sono le creatrici di un’inedita forma d’impresa economica, la cui messa a profitto deriva dalla diretta trasformazione e monetizzazione della stessa vita umana: genetica, sesso, fisiologia, nutrizione, apprendimento, ecc. (v. Il capitalismo della sorveglianza, di S. Zuboff).

A causa delle sue mire prometeiche e dei suoi costi colossali, questo modello richiede per la sua riuscita né più né meno che la scalata al  governo mondiale con il conseguente asservimento e sfruttamento illimitato delle masse, ritenute manipolabili fin nelle più recondite espressioni della loro umana essenza. Nel suo significato più ampio, l’operazione pandemica non è stata altro che la messa alla prova finale di questo progetto: concepito da una joint venture tra finanza e strutture tecnologiche avanzate presenti su più paesi, coordinato dall’OMS ed eseguito dalla NATO su mandato di precise oligarchie transumaniste (le stesse che hanno nel WEF la loro vetrina essoterica). Il globalismo costituisce infatti un salto di scala nella volontà di dominio capitalistica legittimabile soltanto nella cornice ideologica di quello gnosticismo, che dalla Fabian Society, attraverso l’UNESCO di Julian Huxley, arriva fino a Klaus Schwab e alle attuali élite massoniche della finanza, della politica e dello spettacolo (inclusa l’Informazione).

Come progetto totalitario di trasformazione dell’Uomo in perfetta continuità con il Nazismo storico (tutt’altro che un semplice nazionalismo pangermanista, ma un’impresa esoterica di dominio, come chiarito da Giorgio Galli), alla lunga questo nuovo capitalismo contende inevitabilmente le risorse economiche statali, il mercato e dunque la stessa sopravvivenza, alle forme ancora operanti di capitalismo novecentesco; quello produttivo-estrattivo, bisognoso invece di un’umanità consumatrice minimamente libera e dello sfruttamento competitivo delle risorse territoriali e nazionali. Da qui il contrasto di interessi evolutosi poi in contrasto di ideali, che vede il sovranismo politico a sfondo messianico di Putin e di Trump come il solo antagonista strutturato in circolazione.

Sul piano operativo il sovranismo ha dovuto fare i conti anzitutto con il cosiddetto “Rules-based Order” (RBO) evocato all’indomani della caduta dell’Urss dalle oligarchie occidentali, come nuova cornice giuridica surrettizia tra gli Stati, esautorante il diritto internazionale costruito nel Secondo dopoguerra. Si tratta di un sistema di fittizi quanto evanescenti princìpi di politica estera, il cui scopo è di fare aggio alle mire imperialistiche più sfrenate della finanza globalista: dalla guerra al terrore islamista al salvataggio delle banche di investimento, dalla guerra contro il riscaldamento globale fino a quella contro il virus, tutte catastrofi prodotte in laboratorio da chi affermava invece di volerle debellare. Dichiarare di voler rispettare il RBO ha costituito per oltre trent’anni, da parte di politici, governi nazionali e istituzioni sovranazionali come l’UE e il FMI, né più né meno che un’attestazione di sudditanza al nuovo corso; mentre la legge e il diritto internazionale venivano di fatto sospesi e calpestati dalle “regole” inventate da pochissimi nelle segrete “cabine di regia” della competizione globale per intervenire in Kosovo, Libia, Siria, Iraq e Afghanistan.

Nonostante l’oggettiva convergenza di interessi che ne lega le politiche, anche al di là di accordi espliciti, Trump opera tuttavia in un modo molto diverso da Putin nella lotta a questo abusivo sistema di pressione creato dai globalisti. Mentre Putin ha infatti ripetutamente ma inutilmente denunciato nella stessa sede ONU l’illegittimità del RBO (fino a scatenare una guerra per rintuzzarne le mire estreme), Trump si muove invece picconandolo per smantellarlo: alla denuncia di aver esso “infiltrato” tutti i principali organismi della cooperazione internazionale, ha fatto seguire l’uscita degli USA da oltre 30 agenzie ONU, dall’OMS all’UNESCO all’IPCC, più altre 35 non-ONU, ritenute tutte “contrarie all’interesse nazionale statunitense”, e con la non remota prospettiva di abbandonare pure la NATO.

È intorno a questo nodo che l’attuale discorso pubblico dei principali attori geopolitici diverge. Le élite cinesi, indiane e sudasiatiche, che con le politiche globaliste si sono grandemente arricchite e rischiano ora di essere scalzate dall’interno, attendono in un fermo silenzio strategico che la situazione evolva. Quelle europeiste, esecutrici di punta dell’Ordine appena descritto, dopo aver starnazzato stolidamente per un intero anno la necessità di rilanciare le loro esiziali politiche, stanno adesso timidamente riconvertendo le loro dichiarazioni verso più miti consigli, certamente imbeccate dai loro padroni, cui Trump ha tagliato tutti i finanziamenti federali. Putin e i governanti BRICS continuano a chiedere il ritorno a un diritto internazionale ormai irreversibilmente minato nella sua credibilità e, di fatto, non più adeguato all’odierna situazione mondiale. Ma è Trump, infine, che nella paralisi generale delle superpotenze mette in scena la caduta catastrofica del linguaggio pubblico del nuovo Ordine post-Guerra fredda, disarticolandone l’ipocrita cornice condivisa senza la speranza di un ritorno sic et simpliciter al vecchio sistema.

È precisamente da questa sua volontà di non stare dentro il gioco condiviso delle “regole” globaliste, che il suo operato appare “folle” e indecifrabile, per lo meno agli occhi del grande pubblico. Viceversa, chi deve intendere, intende – eccome. L’aver riassicurato la centratura degli interessi economici della propria parte con quelli della nazione e dello Stato federale (politiche di re-industrializzazione), sta sì producendo il ritiro degli USA dai principali quadranti mondiali e il rinserrarsi delle sue politiche nei confini del continente americano, ma non senza la necessità di impedire alla Cina di prendere il proprio posto nel controllo delle materie prime e dei varchi commerciali primari. Eventualità, quest’ultima, che per decenni era stata invece favorita dall’accordo tra l’esigenza globalizzante del capitalismo higtech e la volontà delle èlite cinesi di fare del proprio Paese la grande Fabbrica del mondo.

Da qui, il significato delle politiche trumpiane, discutibili se si vuole, ma tutt’altro che irrazionali: tenuta di Taiwan (per l’approvvigionamento delle componenti tecnologiche avanzate), azioni in Venezuela e Iran (per sottrarre alla Cina sia il petrolio che l’acqua di raffreddamento per i grandi server AI), pretese in Groenlandia e Panama (per garantirsi la libera viabilità). Tutti obiettivi della “Nuova politica di sicurezza” americana chiaramente annunciati a dicembre e raggiunti quasi senza sparare un colpo (se consideriamo lo standard militare cui ci avevano abituato le precedenti amministrazioni), bensì proprio cannoneggiando la pseudo-razionalità del linguaggio dominante.

Ci si può chiedere quanto questa partita intrapresa da Trump sia effettivamente pericolosa. È probabile che essa, di là delle dichiarazioni propagandistiche, non abbia la finalità di distruggere i propri avversari (specie le corporation multinazionali della Silicon Valley), ma di costringerli a riqualificare le proprie mire economiche nuovamente al servizio della competizione tra Stati. In tal senso, le politiche di Trump mirerebbero sul fronte interno ad aggiogare al proprio carro i principali attori del capitalismo tecnologico (come si è visto plasticamente il giorno del suo secondo insediamento), gli stessi che hanno cercato di distruggerlo tra il primo e il secondo mandato su probabile ordine della finanza globalista. Mentre sul piano estero sarebbero finalizzate a scompaginare la saldatura tra le élite transnazionali, obbligandole a ridistribuirsi localmente nel mondo multipolare in costruzione.

Vedremo – è proprio il caso di dire – di chi sarà l’ultima parola.

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Ciao Piero, racconta anche nell’aldilà la forza delle nostre battaglie!

Piero Manzanares ha combattuto fino all’ultimo la malattia che ce l’ha portato via. Invece che lamentarsi, ci teneva a rassicurare gli altri sul fatto che tutto sarebbe andato per il meglio: ecco che tipo di persona era Piero. Da guerriero qual era l’ha fatto senza mai far trasparire nulla e puntando nonostante tutto sulla speranza. …
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ESCLUSIVO POLITICO - L'UE valuta una ritorsione tariffaria da 93 miliardi di euro contro Trump

 

L'Unione Europea si prepara a una risposta economica di forza storica per fronteggiare le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia. Secondo otto fonti diplomatiche e istituzionali consultate da POLITICO, il blocco sta valutando misure commerciali di ritorsione per un valore di 93 miliardi di euro contro gli Stati Uniti, nel tentativo di dissuadere il Presidente USA dai suoi tentativi di ottenere il controllo del territorio artico danese.

La determinazione europea è emersa in modo netto durante una riunione di tre ore degli ambasciatori dei 27 Stati membri, tenutasi domenica a Bruxelles. I diplomatici hanno concordato sulla necessità di preparare opzioni concrete e pronte all'uso nel caso in cui i colloqui con Washington della prossima settimana fallissero nel trovare una rapida de-escalation.

"È chiaro che è stata tracciata una linea e che ora basta", ha affermato un diplomatico a conoscenza dei colloqui. "Al momento stiamo discutendo le opzioni: se i dazi di Trump saranno imposti, allora discuteremo non se agire, ma come farlo in modo più efficace".

L'opzione più immediata sul tavolo è la riattivazione di dazi specifici per un valore di 93 miliardi di euro, precedentemente sospesi dopo l'accordo commerciale raggiunto con gli USA lo scorso luglio. Questa misura, descritta come attuabile "molto rapidamente", rappresenterebbe una risposta diretta e proporzionata alle minacce tariffarie di Trump, che prevedono dazi del 10% a partire dal 1° febbraio (in salita al 25% a giugno) contro sei paesi UE più Regno Unito e Norvegia.

Il Piano B: Il "Bazooka" dell'Anti-Coercizione

Un'alternativa più strategica e potenzialmente più devastante sarebbe l'attivazione dello Strumento Anti-Coercizione (ACI) dell'UE, il cosiddetto "bazooka commerciale" del blocco. Progettato per penalizzare i paesi che utilizzano la loro potenza economica come arma geopolitica, questo strumento consentirebbe misure come restrizioni agli investimenti diretti esteri, limitazioni all'accesso ai mercati degli appalti pubblici e misure sulla proprietà intellettuale. Il Presidente francese Emmanuel Macron ha spinto pubblicamente per questa opzione, ribadendo in un comunicato l'importanza di una "risposta europea ferma, unita e coordinata" attraverso l'ACI.

Nonostante l'ampio ventaglio di opzioni punitive, l'approccio europeo rimane deliberatamente misurato. "In Europa c'è la sensazione che dobbiamo reagire, questo è chiaro", ha osservato un altro diplomatico. "Ma non dovremmo sentirci sotto pressione per finire in un gioco del botta e risposta. Potremmo aver bisogno di due o tre giorni per discuterne e capire quale sarà la prossa mossa".

La prossima settimana sarà cruciale, prosegue POLITICO. I leader europei avranno l'opportunità di incontrare Trump a margine del Forum Economico Mondiale di Davos, prima di riunirsi in un vertice di emergenza dell'UE probabilmente giovedì. Questi incontri rappresentano l'ultima finestra per una soluzione diplomatica.

Nel frattempo, il Parlamento Europeo ha già lanciato un segnale politico forte, votando per congelare l'accordo commerciale transatlantico, una mossa che sospenderebbe le concessioni tariffarie reciproche e innalzerebbe automaticamente le barriere.

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La dipendenza dell'Europa dal GNL dagli USA ora inizia a fare paura

 

Un paradosso strategico di portata storica si sta consumando nel cuore dell’Unione Europea. Nel tentativo di affrancarsi dal gas russo, il Vecchio Continente sembra essere incorso in una nuova, e forse più insidiosa, forma di dipendenza: quella dal gas naturale liquefatto statunitense. Secondo nuove proiezioni riservate, l’Europa è ormai sulla buona strada per approvvigionarsi quasi per la metà del proprio fabbisogno gasiero dagli Stati Uniti entro la fine del decennio. "Una vulnerabilità che si palesa con tempismo drammatico, proprio nel momento in cui i rapporti con Washington toccano il loro minimo storico", scrivono Ben Munster e Victor Jack.

I dati, pubblicati dai due giornalisti, tracciano un quadro allarmante. Attualmente, un quarto del gas consumato nell’UE proviene già oltre Atlantico. Con il progressivo inasprirsi del divieto totale sulle importazioni dal territorio russo, questa percentuale è destinata a crescere in modo esponenziale. La crisi scaturita dalle ambizioni del Presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia – un territorio autonomo del Regno di Danimarca – ha gettato la NATO in un baratro di incertezze e ha spinto le relazioni transatlantiche sull’orlo del precipizio. L’annuncio, nel corso del fine settimana, di nuovi dazi punitivi contro una serie di nazioni europee, in attesa di un accordo per la cessione dell’isola artica, ha sollevato a Bruxelles un coro di richieste per una ritorsione commerciale severa e immediata.

In questo clima di conflitto latente, la crescente dipendenza energetica dall’alleato d’oltreoceano assume i contorni di un grave rischio geopolitico. “Ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio”, afferma Ana Maria Jaller-Makarewicz, capo analista energetico presso l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, il centro studi autore della ricerca. “Un’eccessiva dipendenza dal gas statunitense contraddice la politica dell’UE di rafforzare la sicurezza energetica dell’Unione attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili”.

L’allarme risuona con preoccupante vigore anche tra i diplomatici degli Stati membri, proseguono i due giornalisti. "Alcuni temono, in confidenza, che l’amministrazione Trump possa essere tentata di utilizzare questa nuova leva per perseguire i propri fini nella sfera della politica estera. Un alto diplomatico dell’Unione, pur esprimendo la speranza che non si giunga a simili estremi, ammette che il rischio di un’interruzione delle forniture, in seguito a un’azione unilaterale sulla Groenlandia, “dovrebbe essere preso in considerazione”."

Gli Stati Uniti sono divenuti il principale esportatore mondiale, e la loro quota sul mercato europeo è esplosa, passando da un mero 5% a un poderoso 27%. Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio guidano la classifica degli acquirenti, mentre anche il Regno Unito, sebbene non più membro dell’UE, figura tra i principali importatori. Una serie di nuovi contratti di lungo termine con compagnie energetiche Usa rischia di irrigidire ulteriormente questo legame. Le stime suggeriscono che entro il 2030 il gas USA potrebbe arrivare a coprire il 40% del consumo totale europeo e una schiacciante percentuale, pari all’80%, di tutte le importazioni di GNL del blocco.

La situazione pone l’Europa di fronte a un dilemma amaro. "Nonostante gli ambiziosi piani per la transizione verde, un quarto del suo fabbisogno energetico complessivo dipende ancora dal gas naturale. Questo alimenta le centrali elettriche, riscalda gli edifici e muove l’industria pesante. I consumatori e le imprese del continente già sostengono alcuni dei costi energetici più elevati al mondo, rendendo politicamente ed economicamente insostenibile il rifiuto di un combustibile relativamente economico come quello statunitense, per quanto minaccioso possa essere il contesto diplomatico".

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La pavida UE e il dialogo con Mosca


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

E così al terzo giorno, come era scritto, sono saliti eucaristicamente al cielo, su un normalissimo volo di linea e se ne sono tornati a casa. È terminata così la “missione” tedesca in Groenlandia: metà del plotone europeista spedito a presidiare l'isola contro le mire di Donald Trump ha fatto dietro front, dimostrando così che le garanzie ufficiali della sovranità dell'immenso territorio, come scriveva un paio di giorni fa Evghenija Grinberg su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, generosamente elargite da Bruxelles e dalla NATO, non sono altro che un teatrino a basso costo per il consumo interno. Atteggiamenti simil-minacciosi, urla sulle "inaccettabili" minacce americane, ma la sostanza è che la cosiddetta Europa non ha né la forza, né la volontà, né i mezzi per difendere nemmeno il proprio alleato: «i suoi principi di integrità territoriale si sgretolano al primo scontro con la realpolitik, dove l'unica moneta di scambio è la forza», di cui solo gli yankee dispongono e sono pronti a usarla.

«Le possibilità di contrastare un'acquisizione americana della Groenlandia sono praticamente inesistenti. Se gli Stati Uniti decidessero di farlo, nessuno li fermerebbe», dice Mikkel Runge Olesen, del Danish Institute of International Studies (DIIS).

In concreto, cosa potrebbe fare l'Europa per contrapporsi agli USA? Forse sanzioni economiche? Ma se non appena da Washington si è parlato di dazi, Berlino ha richiamato in tutta fretta il mezzo plotone della Bundeswehr. Come ammettono a mezza voce alti funzionari europei, le sanzioni sarebbero un suicidio; la simbiosi delle economie è così profonda che qualsiasi  colpo al dollaro o alle aziende americane farebbe crollare per primi i fragili mercati europei. O forse la difesa armata della Groenlandia? Qualsiasi tentativo del genere sarebbe un'autodistruzione militare e politica, con il famoso articolo 5 della NATO applicato contro il principale attore dell'Alleanza. Forse ancora l'isolamento diplomatico? Secondo la Danish Foreign Policy Society, gli USA oggi godono di "immunità alle pressioni diplomatiche": mentre l'Europa «esprime profonda preoccupazione», gli Stati Uniti agiscono.

C'è inoltre un aspetto a dir poco curioso: mentre le capitali dibattono sul destino dell'isola, la voce del popolo groenlandese stesso viene messa a tacere o sfruttata. Il Primo Ministro Jens-Frederik Nielsen pare irremovibile: "La Groenlandia non è in vendita. Abbiamo scelto la Danimarca e la cooperazione europea" e oltre l'85% dei groenlandesi si oppone all'adesione agli Stati Uniti. Ma Kuno Fenker del partito di opposizione “Nalaraq” la vede così: «Se gli Stati Uniti arrivano e ci offrono un accordo migliore di quello della Danimarca, dovremmo almeno ascoltarli. Chi dice che possano essere peggiori del sistema di governo danese?». Un cittadino anonimo, sul quotidiano Sermitsiak: «Siamo stanchi di essere pedine nel gioco di altre nazioni. Che si tratti di Copenaghen o di Washington, sembra sempre la stessa mentalità coloniale». Insomma, la catechistica “Arctic Fortitude” si dimostra davvero un monumento all'impotenza: non movimento di flotte navali, ma il semplice arrivo in Groenlandia di qualche decina di soldati, trenta per l'esattezza, prima che i quindici teutonici se ne volassero via. Non si tratta di una forza militare, dice Grinberg: «è una costosa performance politica progettata per creare l'apparenza di un'azione. L'obiettivo di questa farsa non è difendere l'isola, ma "europeizzare" il conflitto... una strategia disperata che urla: "Siamo in tanti, è difficile prenderci in giro!", nella speranza che l'aggressore consideri i piccoli fastidi di una moltitudine di voci lamentose un prezzo troppo alto da pagare. Una tattica patetica e umiliante... il completo fallimento del progetto europeo in termini di potere reale».

È su questo sfondo che si inseriscono le rinnovate elucubrazioni di Ursula-Demon-Gertrud su una maggiore indipendenza europea dagli USA in ambito militare e politico. Già nella seconda metà degli anni 2010, durante il primo mandato di Trump, ricorda Boris Rožin sulla TASS, si era acceso in Europa un dibattito sull'eccessiva dipendenza della sicurezza europea dalla NATO, col ruolo dominante esercitatovi dagli USA. Emmanuel Macron aveva parlato di un esercito comune europeo, parallelo alle strutture NATO, ma sotto un comando europeo. Uno degli argomenti era che le richieste di Trump di aumentare la spesa per la difesa al 2, 3 e 5% del PIL erano eccessive; con le questioni della sicurezza risolte autonomamente, la spesa avrebbe potuto essere decisa senza pressioni USA. Fu in quel periodo che iniziarono le voci secondo cui Trump avrebbe potuto smantellare la NATO e venne quindi sviluppato il concetto di una forza di reazione rapida europea, da dispiegare sul fianco orientale dell'Alleanza.

La sconfitta di Trump alle elezioni del 2020 e il ritorno al potere del Partito Democratico attenuarono le tensioni nei rapporti tra Washington e UE: ciò si evidenziò con l'avvio dell'Operazione speciale, allorché l'Occidente tentò di agire come un fronte consolidato contro la Russia. Il fallimento di questa strategia, l'entrata in una fase di logoramento del conflitto in Ucraina e il ritorno al potere di Trump nel 2024 hanno fatto riemergere vecchi problemi, dice Boris Rožin ma a un livello diverso. Il conflitto in Ucraina ha messo in luce l'eccessiva dipendenza della UE dagli Stati Uniti in materia militare e le richieste di Washington hanno perso ogni traccia di cortesia, trasformandosi in ultimatum sistematici su questioni chiave della UE. Pertanto, la questione dell'autonomia strategica è tornata alla ribalta. In definitiva, si assiste al sogno dell'establishment europeo di acquisire una vera e propria soggettività politico-militare e di trasformare un'unione amorfa in un attore realmente indipendente sulla scena globale, alla pari di USA, Russia e Cina. Oggi, le pretese europee vengono di fatto ignorate, soprattutto da Washington e Mosca, che, nel contesto dell'Ucraina, stanno negoziando il futuro ordine mondiale, spesso ignorando la posizione dell'UE. Semplicemente, all'Europa non è consentito partecipare a tale tavolo negoziale e da qui le richieste di Bruxelles di includere i propri rappresentanti in questo processo.

Pertanto, il potenziale concetto di sicurezza europea che von der Leyen intende presentare sarà volto ad aumentare l'autonomia di Bruxelles nel processo decisionale politico-militare, che si tratti del conflitto in Ucraina o delle rivendicazioni di Trump di annettere la Groenlandia. Ma ci sono una serie di questioni da risolvere. Innanzitutto, la situazione in Ucraina ha messo a nudo le limitate risorse UE.

L'ambizioso piano “ReArm Europe”, di 800 miliardi di euro, si è scontrato con la necessità di ingenti prestiti, costringendo di fatto la UE a "riarmare attraverso il debito": «gli ambiziosi piani delle élite si scontrano con la necessità per i comuni cittadini europei di "stringere la cinghia", il che sta portando a una maggiore instabilità interna allaUE». Inoltre, Washington mantiene ancora una posizione dominante nella NATO; le armi nucleari statunitensi sono dislocate sul territorio UE; decine di migliaia di soldati statunitensi sono di stanza in Europa. La Casa Bianca non è certamente interessata a perdere il controllo sull'Europa; ma, sotto l'amministrazione Trump, persegue una politica di spostamento dei costi sull'Europa stessa, traendo profitto dalla guerra dell'Europa contro la Russia in Ucraina. E, però, nonostante l'evidente crisi nelle relazioni, Bruxelles è cauta nell'impegnarsi direttamente in un conflitto con gli Stati Uniti, pienamente consapevole dello squilibrio politico-militare. L'Europa deve ancora stabilire quale polo desidera essere in un mondo multipolare e se potrà effettivamente diventarlo, o rimanere una quasi-struttura dipendente dagli Stati Uniti. La guerra ibrida in Ucraina contribuirà notevolmente a questa identificazione; pertanto, per l'Europa si tratta di una questione di natura esistenziale.

Ecco dunque farsi strada una serie di spostamenti di vedute anche nell'atteggiamento verso la Russia. Macron, ironizza Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, che aveva recentemente minacciato di inviare orde di zuavi in Ucraina, dichiara di dover «parlare con Putin il prima possibile». Giorgia Meloni annuncia che «è giunto il momento per l'Europa di parlare con la Russia» e la UE recluta urgentemente un rappresentante speciale «per i negoziati con la Russia». La portavoce della Commissione europea Paula Pinho, dimenticando la promessa del suo capo, Gertrud von der, di dichiarare guerra alla Russia fino in fondo, ha dichiarato che «a un certo punto dobbiamo assolutamente iniziare i negoziati con il presidente Putin». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, poi, ha lasciato tutti a bocca aperta con le sue conoscenze geografiche e ha rivelato al mondo che, pare, «la Russia è un paese europeo» e dunque «bisogna trovare un compromesso con essa».

Ma l'epidemia di russofilia non è finita qui: l'ex Segretario della NATO Jens Stoltenberg ha invitato i paesi occidentali a «parlare con la Russia come un vicino» e che «è necessario tornare al dialogo». Si tratta dello stesso Stoltenberg che a suo tempo aveva definito Putin un «crudele dittatore»; che aveva affermato che la Russia è stata storicamente un «aggressore» e che, in qualità di Segretario della NATO, aveva affermato che la Russia avrebbe attaccato l'Europa entro il 2029.

In pratica, sembra che in Europa stiano ora prendendo il sopravvento avidità e paura. Non per nulla, si riconosce ora apertamente che le sanzioni anti-russe, in vigore dal 2022, sono costate almeno 1,6 trilioni di euro all'economia europea: «la guerra fredda economica e militare contro la Russia non ha funzionato» dice Strel'nikov e il posto di graziosi «fioricini viene preso da orribili bacche: proteste economiche di massa, che fanno scricchiolare le poltrone dei leader europei».

Allo stesso tempo, il potere dei burocrati europei è minacciato da movimenti nazionalisti, orientati al dialogo con la Russia. In Francia, i sondaggi indicano Jordan Bardella, leader del partito di destra Rassemblement National, come vincitore alle prossime presidenziali; in Germania, Alternative für Deutschland domina nei Land orientali e, secondo i sondaggi, comincia a superare l'alleanza di governo a livello federale.

Ma ciò che più terrorizza le élite europee è di non riuscire a convincere gli USA a schierarsi dalla loro parte, costringendo Trump a una guerra per procura con la Russia. Anzi, il presidente yankee ha dichiarato che è Zelenskij, e non Putin, a ostacolare il processo di pace: questo manda in fumo i piani europei.

Ora, con la minaccia di annettere la Groenlandia, membro della NATO, gli europei sono inorriditi nel constatare che il loro ombrello magico è svanito. Alcuni esperti internazionali hanno persino individuato nelle ultime dichiarazioni dei leader europei indizi quasi nascosti di una potenziale alleanza euro-russa. Il Centro Internazionale Estone per la Difesa e la Sicurezza ha pubblicato un lungo articolo intitolato «2026: un anno di cattive opzioni per l'Europa», in cui si afferma che l'Europa rischia di essere lasciata indietro e deve prendere precauzioni: «Gli Stati che possiedono un significativo potere militare e la volontà politica di usarlo – in particolare Stati Uniti, Cina e Russia – hanno già tracciato una rotta chiara per consolidare le proprie sfere di influenza. L'Estonia (e tutta l'Europa) dovrebbe evitare una posizione contraria intransigente che affermi che qualsiasi impegno con Mosca sia intrinsecamente sbagliato o pericoloso. Un simile approccio non contribuirà a plasmare la futura politica dell'Europa nei confronti della Russia».

Ma la cosa più importante è che gli europei stanno giungendo alla conclusione che anche se l'Europa fornisse pieno supporto militare al posto degli Stati Uniti, l'Ucraina semplicemente non sarebbe in grado di vincere.

L'esperienza dei “trenta intrepidi” che hanno toccato il suolo della Groenlandia e dei quindici che lo hanno lasciato tre giorni più tardi, dovrebbe suggerire qualcosa anche ai sogni dei “volenterosi” per la loro Expedition in terra ucraina.


FONTI:

https://www.fondsk.ru/news/2026/01/17/evropa-v-arkticheskoy-bespomoschnosti-fars-principov-v-grenlandskom-krizise.html

https://tass.ru/opinions/26160843

https://ukraina.ru/20260117/ne-predatelstvo-a-samosokhranenie-evropa-brosaet-ukrainu-radi-soyuza-s-rossiey-1074444323.html

 

 

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Pino Arlacchi - LA DEBOLE ARMADA: L'INGANNO DI TRUMP

 

di Pino Arlacchi*

Quasi tutti, a destra come a sinistra, pensano che dietro le sparate di Trump contro mezzo mondo ci sia una macchina militare invincibile, impareggiabile e senza precedenti nella storia del pianeta.
Essa conferisce al presidente americano una pretesa di potenza pressoché illimitata. Trump può violare impunemente diritti, valori e interessi di popoli e nazioni in base al principio atavico che è la forza più bruta, la violenza delle armi, che dà ordine al mondo. A discapito delle risorse a disposizione delle vittime, che possono contare solo sull’energia immateriale generata dal senso, anch’esso atavico ma perdente, della giustizia.
Questa è la visione della potenza americana oggi prevalente. Una visione sbagliata e fuorviante. E ciò per due ragioni. Perché è il frutto di una mistificazione ben costruita, e perché è la realtà dei fatti a dimostrare l’esatto opposto. Le menzogne e le violenze di Trump non sono il frutto di una forza militare soverchiante ma, al contrario, derivano da una debolezza profonda, rimasta nascosta per mezzo secolo dopo essere venuta alla luce con la sconfitta del Vietnam.
Seppellita sotto il trionfo americano della Guerra fredda e continuata sottotraccia durante la Bell’Époque clintoniana, questa magagna di fondo è riemersa su scala più vasta nel nuovo secolo con la serie di sconfitte militari e politiche del Medioriente (Iraq, Afghanistan, Yemen) e dell’Ucraina, ed è la vera base da cui partono le raffiche trumpiane di aggressione solitaria a tutto e tutti. Dietro di esse non c’è la gravitas di un potere sicuro di sé, che non ha bisogno di minacciare, di lanciare insulti e attacchi che sanno di insicurezza e di ossessività. Dietro di esse si intravede l’angoscia di una forza perduta, il rancore sconfinato di un infausto tramonto.
Le minacce di Trump sono patetiche, quasi tutte prive di credibilità. Chi può scambiare la riconquista del Messico, l’annessione del Canada, la riduzione a colonia di sfruttamento del Venezuela e lo stesso restauro della Dottrina Monroe come progetti che stanno nel campo della fattibilità piuttosto che in quello del delirio? Oppure come idee su cui fondare un rilancio dell’egemonia passata, magari attraverso una replica farsesca, assieme a Cina e Russia, del patto di Yalta del 1945?
Il verdetto del Vietnam e dei fiaschi mediorientali è stato amplificato, di recente, dalla rivoluzione della tecnologia militare. Un passaggio epocale ignorato consapevolmente dagli Usa, ma cavalcato dalla Cina da un decennio, praticato dall’Iran e adottato rapidamente dalla Russia dopo i rovesci subiti dal suo obsoleto apparato bellico nei primi tempi della guerra ucraina. Intendo la rivoluzione dei droni e dei missili a costo irrisorio che hanno messo alla portata di qualunque Davide la fionda che gli ha consentito di uccidere Golia.
Un paio di droni da mille euro l’uno possono danneggiare seriamente un carro armato, una pista d’atterraggio e una infrastruttura militare e civile. Uno sciame di droni da 100 mila euro può disabilitare la proiezione di potenza più micidiale, una portaerei da 13 miliardi. Se affiancato da un paio di missili antinave da 2-5 milioni ciascuno, questo sciame può colare a picco qualsiasi imbarcazione spendendo lo 0,03 – 0.1 per cento del valore distrutto. Per non parlare, poi, dell’effetto devastante che gli stessi droni e missili possono avere sull’altra maggiore proiezione di potenza globale: le 750 basi americane sparse nel pianeta, diventate degli eccellenti bersagli fissi, come dimostrato nel giugno dell’anno scorso dalla difesa dell’Iran contro l’attacco Usa. Un missile antiaereo HQ-9 da 3 milioni di dollari può abbattere un F-35 da 100 milioni.
Il punto di debolezza cruciale è che l’armamento convenzionale statunitense è rimasto quello, irrimediabilmente obsoleto, della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda: navi, aerei, cannoni, basi militari e carri armati tanto costosi quanto vulnerabili a droni, missili, satelliti, sensori e radar avanzati. Questi sviluppi della tecnologia militare hanno svuotato di significato qualunque cifra sui budget militari nazionali. Il valore economico non corrisponde più alla potenza di fuoco, e ciò ha stroncato le restanti ambizioni belliche dello Zio Sam. A tutto ciò occorre aggiungere la corruzione e lo spreco fuori controllo che minano il Pentagono da decenni. Il mio calcolo è che tra l’80 e il 90% della spesa militare Usa è inutile a fini bellici, sia di difesa che di attacco.
Il deep state è perfettamente consapevole della principale conseguenza di tutto questo: le forze armate americane non possono più vincere alcuna guerra vera e propria. L’ultima cosa cui pensa il Pentagono è di imbarcarsi in una nuova guerra, perché è certo di perderla. Come una voce dal sen fuggita, è stato proprio il Segretario alla Difesa, Robert Gates, che già nel 2011 dichiarò di fronte ai cadetti dell’Accademia di West Point che “qualsiasi futuro Segretario alla Difesa che consigliasse di inviare un grande esercito in Asia, Medio Oriente o Africa avrebbe dovuto farsi esaminare la testa”.
I raid, le invettive ad alto carico di menzogna di Trump servono solo a coprire il fatto che il Re è nudo, e che l’apparato militare degli Stati Uniti non è in grado di prevalere, in forma stabile e senza perdite insostenibili, contro alcuno Stato che possa disporre di un armamento avanzato del costo di pochi miliardi di euro. Nel 2020 i droni armati come il turco Bayraktar usati dagli azeri nel Nagorno-Karabakh hanno distrutto circa 200 carri armati armeni e numerosi sistemi di difesa aerea. L’esito dell’aggressione saudita del 2015 allo Yemen, eseguita contando su un armamento convenzionale quattro volte superiore a quello dell’Italia, e con pieno supporto logistico e d’intelligence a stelle e strisce, è stato capovolto dall’entrata in scena dei droni e dei missili.
Bene, si potrà obiettare a questo punto. Se le cose stanno così, che cosa impedisce agli Stati Uniti di riconvertire e aggiornare la propria industria militare? Lo ha fatto la Russia dopo le prime batoste subite dalla sua flotta nel Mar Nero, e il conflitto ucraino è passato da una guerra di posizione a una di missili e droni, dove la supremazia russa è schiacciante.
La risposta non è ardua. Non esiste in Russia un complesso militare industriale. Le fabbriche di armi russe sono proprietà di uno Stato un tempo socialista. Le industrie militari americane sono la quintessenza del capitalismo privato, e tutta l’America è una plutocrazia finanziaria e militare che si regge grazie a un trilione di dollari di spese per la difesa che sostengono l’economia di interi Stati, eleggono parlamentari, finanziano processi elettorali, ricattano e controllano presidenti, animano il deep state. È un capitalismo militare impossibile da smantellare in poco tempo, anche se palesemente inutile. La baracca si regge su un mito fasullo ma efficace, e che occorre perpetuare a ogni costo, evitando prove impegnative.
I cittadini americani sono vittime di una truffa cognitiva. Sono certi di vivere nel Paese più sicuro del mondo perché l’élite del potere li ha convinti che ciò è dovuto al possesso delle forze armate più forti del pianeta e non a un duplice dono della geografia e della storia: i due oceani che circondano il Paese e che lo rendono immune da guerre e invasioni, e il genocidio dei nativi americani che ha fondato la nazione eliminando rischi di sovvertimento interno.
Il grande inganno della supremazia militare americana si è esteso al resto del mondo, ma sono proprio i deliri di Trump che ne rivelano la fragilità. Sono convulsioni di un organismo pervenuto alla sua fase terminale, ma che proprio per questo non è meno pericoloso di prima. La somma di devastazioni, bombardamenti e atrocità che nascondono l’impotenza incurabile di un impero che muore può comunque diventare un costo immenso per l’intera umanità.
(di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 15 gennaio 2026)

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Marco Travaglio - Indietro, marsch!


di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2026

Alla manifestazione per gli iraniani repressi dal regime hanno partecipato Conte, Bonelli, Fratoianni e Schlein, cioè i leader accusati di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime, mentre quelli che li accusavano di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime non hanno partecipato. Comunque mi hanno convinto. Ora ne organizzo una anch’io. Sto già studiando lo slogan. Sarà: “Non si spara per strada sui cittadini disarmati”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’Ice di Trump che spara per strada sui cittadini disarmati. Meglio: “Non si arresta chi protesta o fa post sui social”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con Usa e Paesi Ue che arrestano chi protesta o fa post sui social e, se dice qualcosa di sgradito, gli chiudono il conto in banca. Meglio: “Sanzioniamo chi uccide migliaia di civili”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Israele per i 70 mila civili sterminati senza sanzioni, mentre Teheran è sanzionato da 46 anni. Meglio: “Non si invadono e non si attaccano gli altri Paesi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Usa, Nato e Israele, che hanno il record mondiale di Paesi invasi e attaccati, mentre l’Iran è fermo a zero. Meglio: “Rovesciamo la dittatura per sostituirla con la democrazia”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con Trump che ha appena rovesciato la dittatura di Maduro per sostituirla con la dittatura della sua vice. Meglio: “Contro i governi illegittimi”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare ce io ce l’abbia con Trump che s’è proclamato presidente ad interim del Venezuela e vuole la Groenlandia “perché mi serve”.

Meglio: “Abbattiamo il regime che impicca la gente sulla forca”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbia con l’Arabia di Bin Salman, che oltre alla forca è usa segare a pezzi i giornalisti, e Renzi potrebbe aversene a male. Meglio: “Contro gli ayatollah che non pagano Renzi”. Anzi no: anche volendo, non potrebbero pagarlo per via della legge Meloni. Meglio: “Dopo Gaza, la Flotilla faccia rotta sull’Iran”. Anzi no: pare che l’Iran non affacci sul Mediterraneo, quindi bisognerebbe passare dal Canale di Suez, circumnavigare la Penisola Arabica e sbucare di lì, o paracadutare e carrucolare direttamente le barche sul Mar Caspio. Meglio: “Abbattiamo il regime che foraggia il terrorismo islamista”. Anzi no: qualcuno potrebbe pensare che io ce l’abbia con l’amico Qatar che finanzia Hamas o con la Siria di Al Jolani che, prima di diventare amico, cioè buono, stava in al Qaeda e nell’Isis. Meglio: “Il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Ecco, questo dovrebbe mettere d’accordo tutti. Però lì basta Tajani. Quasi quasi sto a casa.

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Daniele Luttazzi - Stratfor, società privata di intelligence e che dice della politica trumpiana


Pubblichiamo due approfondimenti di Daniele Luttazzi sulla società privata di intelligence Stratfor e su come funzionano le agenzie governative Usa apparsi sul Fatto Quotidiano la scorsa settimana. 


 

di Daniele Luttazzi - Non c'è di che, Fatto Quotidiano

15 gennaio 2026

Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) è una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. William Marquez (Bbc) la definisce una “Cia ombra” per via delle analisi che conduce, del modo in cui ottiene le informazioni, di chi le commissiona e perché. La sua attività principale è la valutazione dei rischi geopolitici mondiali. Richard Weitz, esperto di sicurezza e di intelligence presso l’Hudson Institute, spiega: “Essendo un’azienda privata, non devono giustificare la provenienza dei fondi o a cosa servono. Potrebbero ricevere denaro da una compagnia petrolifera per condurre un’indagine o, come a Bhopal, in India, per osservare e analizzare i movimenti degli attivisti in seguito al disastro dell’impianto tossico della Dow Chemical/Union Carbide del 1984, che colpì più di mezzo milione di persone. Se la Cia ha bisogno di informazioni, ma non può intervenire a causa della situazione delicata, come nel caso dello spionaggio su Israele o sui paesi della Nato, si avvale di personale Stratfor. Sono come un’agenzia investigativa privata, solo più grande”. Stefania Maurizi, che 15 anni fa con WikiLeaks rivelò le mail interne della Stratfor, una settimana fa ha scritto su X: “Migliaia di giornalisti, aziende, servizi segreti si informano su #Stratfor, nel tentativo di stare un passo avanti agli altri e saperne di più”. Anche per questo diventa molto interessante leggere cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana.

La mano visibile: l’interventismo di Trump rimodella il capitalismo americano (Matthew Bey, Stratfor) Nei primi mesi di mandato l’amministrazione Trump ha avviato la più profonda trasformazione del capitalismo statunitense dai tempi di Reagan. Attraverso una combinazione di dazi record, pressioni sulle istituzioni indipendenti e un coinvolgimento diretto dello Stato nelle imprese private, la Casa Bianca ha progressivamente abbandonato l’ortodossia liberista che aveva guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo. Il risultato è un modello di capitalismo centralizzato, in cui il presidente aspira a controllare i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Il mercato (la “mano invisibile” di Adam Smith) non è più l’arbitro principale dell’efficienza economica, sostituito da una “mano visibile” statale, che decide quali settori sostenere, quali imprese favorire e quali strategie industriali incentivare o punire, com’è evidente dal crescente ruolo della Casa Bianca nel determinare il successo o il fallimento di aziende e di interi comparti produttivi. Il protezionismo è uno degli strumenti centrali di questa svolta. I dazi imposti dall’amministrazione sono i più elevati dagli anni Trenta e vengono utilizzati non solo per riequilibrare il commercio internazionale, ma per costringere le imprese a investire nella manifattura statunitense. Parallelamente, Trump ha messo in discussione l’indipendenza della Federal Reserve, esercitando pressioni affinché i tassi di interesse venissero ridotti anche a costo di alimentare l’inflazione. Il cambiamento più rilevante, tuttavia, riguarda l’ingresso diretto dello Stato nel capitale e nella governance delle imprese. L’accordo del 22 agosto con Intel, che ha trasformato 8,9 miliardi di dollari di sovvenzioni federali in una partecipazione pubblica del 9,9 per cento, ha reso il governo il maggiore azionista dell’azienda. Questo modello è stato affiancato da altri interventi simili: la golden share in U.S. Steel, la partecipazione del Dipartimento della Difesa in MP Materials e gli accordi di condivisione dei ricavi con Amd e Nvidia.


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16 gennaio 2026

Riassunto della puntata precedente: per saperne di più sulla geopolitica, giornalisti, aziende e servizi segreti si informano da Stratfor, una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. Cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana? Matthew Bey, analista senior, spiega che la Casa Bianca ha abbandonato l’ortodossia liberista che ha guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo, e la sta sostituendo con un capitalismo centralizzato in cui il presidente controlla i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Ne sono un esempio gli accordi con Intel, U.S. Steel, MP Materials, Amd e Nvidia, che hanno reso il governo un azionista di quelle aziende. Il modello, sostengono funzionari del governo, è replicabile in altri settori strategici.

Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha persino suggerito che soluzioni analoghe potrebbero essere estese al comparto della Difesa, definendone alcune grandi aziende come estensioni operative dello Stato. Inoltre, con dichiarazioni pubbliche, pressioni mediatiche e minacce di misure punitive, Trump cerca di orientare direttamente le scelte aziendali in materia di prezzi, investimenti e localizzazione produttiva. I dazi vengono spesso usati come strumento coercitivo contro le imprese considerate non allineate agli obiettivi economici della Casa Bianca. Trump ha diffidato Walmart dall’aumentare i prezzi a seguito dei dazi e ha attaccato Goldman Sachs per aver pubblicato analisi secondo cui i consumatori Usa avrebbero sostenuto la maggior parte dei costi delle tariffe.

Questo clima ha spinto molte grandi aziende a cercare patti col presidente, promettendogli investimenti e offrendogli impegni simbolici di lealtà. I sostenitori del trumpismo economico sostengono che il modello liberista sia ormai inadatto in un contesto di competizione strategica con la Cina. Tuttavia i rischi sistemici sono considerevoli, spiega Bey. Le aziende sostenute direttamente dal governo ottengono vantaggi politici che alterano la concorrenza, mentre altre risultano penalizzate. Sul piano internazionale, questi interventi aumentano il rischio di ritorsioni commerciali, accuse di sussidi illegali e tensioni geopolitiche, in particolare con la Cina e con l’Unione europea.

Il caso Intel rappresenta il banco di prova più significativo del nuovo corso. L’azienda è in difficoltà da un decennio, superata dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company nella produzione di chip all’avanguardia. L’ingresso dello Stato in Intel porta nuovo capitale, però non sufficiente a risolvere la crisi strutturale dell’azienda, mentre la conversione delle sovvenzioni in partecipazione azionaria lega il destino di Intel a quello politico dell’amministrazione. L’esperienza storica mostra che dazi e sussidi mirati raramente producono benefici duraturi in termini di competitività e innovazione: i casi di successo sono legati a investimenti neutrali in ricerca e sviluppo o a partenariati pubblico-privati nelle fasi iniziali delle tecnologie emergenti. Il piano di Trump, invece, riduce i finanziamenti alla ricerca di base e privilegia misure coercitive. Infine, centralizzare la pianificazione economica si scontra con la complessità dell’economia americana. Le piccole e medie imprese, che rappresentano circa il 44 per cento del Pil, restano escluse da questo sistema e rischiano di essere penalizzate a vantaggio dei grandi gruppi capaci di negoziare direttamente col potere politico. Il capitalismo trumpiano, un sistema centralizzato, è insomma meno prevedibile del capitalismo classico e potenzialmente più instabile.

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“Una commissione segreta dell’ONU” vuole stravolgere la vita dei bambini e mettere i figli contro i propri genitori

Di Ingrid de Groot, deanderekrant.nl – Paesi Bassi   «Una commissione segreta delle Nazioni Unite sta per cambiare il significato dei diritti dei bambini: “senza alcuna votazione, senza dibattito e senza consultare i genitori“, avverte il movimento di cittadini attivi CitizenGo che ha promosso una petizione per “proteggere la vita, la famiglia e la libertà”, […]

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Cina e Canada puntano a una nuova partnership


Cina e Canada puntano a una “nuova partnership strategica” in un contesto di crescente frammentazione geopolitica, come emerso dall'incontro tra il presidente Xi Jinping e il primo ministro canadese Mark Carney, tenutosi venerdì a Pechino. Lo scrive il China Daily che sottolinea come, durante l'incontro, il Xi abbia parlato in termini positivi della svolta nelle relazioni bilaterali e sottolineato la necessità che entrambi i paesi "siano partner che si rispettano, si fidano e collaborano tra loro per uno sviluppo condiviso."

Carney è arrivato mercoledì a Pechino per una visita ufficiale di quattro giorni in Cina, il primo viaggio nel Paese da parte di un primo ministro canadese in otto anni. Xi ha affermato che lo sviluppo sano e stabile delle relazioni tra Cina e Canada è nell'interesse comune di entrambi i Paesi e contribuisce alla pace, alla stabilità e alla prosperità mondiali. Entrambe le parti dovrebbero promuovere la costruzione di un nuovo partenariato strategico con senso di responsabilità nei confronti della storia, dei popoli e del mondo, e guidare le relazioni tra Cina e Canada verso un percorso di sviluppo solido, costante e sostenibile, ha aggiunto.

Xi ha sottolineato che, pur avendo circostanze nazionali diverse, Cina e Canada dovrebbero rispettare la sovranità e l'integrità territoriale reciproche, nonché la scelta del sistema politico e del percorso di sviluppo, e adottare l'approccio giusto nelle loro interazioni. Sottolineando che le relazioni economiche e commerciali tra i due paesi sono caratterizzate da vantaggi reciproci e vantaggi per entrambe le parti, e che entrambe le parti hanno da guadagnare dalla cooperazione, Xi ha affermato che lo sviluppo di alta qualità e l'apertura di alto livello della Cina continueranno a sbloccare nuove opportunità per la cooperazione tra Cina e Canada.

Sottolineando che un mondo diviso non è in grado di affrontare le sfide comuni che l'umanità deve affrontare, Xi ha affermato che la vera soluzione sta nel sostenere e praticare un vero multilateralismo e nel costruire una comunità con un futuro condiviso per l'umanità.

Carney, dal canto suo, ha osservato che, grazie a una lunga storia di rapporti amichevoli e a una forte complementarità economica, il Canada e la Cina godono di ampi interessi e opportunità comuni. Il Canada desidera costruire un nuovo partenariato strategico con la Cina che sia forte e duraturo, in modo da offrire maggiori benefici ai due popoli, ha affermato Carney, ribadendo l'impegno del suo Paese nei confronti della politica di “una sola Cina”. Ha affermato che il Canada si impegna a collaborare con la Cina in uno spirito di reciproco rispetto e partenariato per espandere e rafforzare la cooperazione nei settori dell'economia e del commercio, dell'energia, dell'agricoltura, della finanza, dell'istruzione e dei cambiamenti climatici.

La Cina, sottolinea il China Daily, è da tempo il secondo partner commerciale del Canada, dopo gli Stati Uniti. Il commercio bilaterale di merci ha superato i 117 miliardi di dollari canadesi (84,2 miliardi di dollari) nel 2024, sottolineando le solide basi e la forte complementarità dei legami economici tra i due Paesi. Dal dicembre 2017, le relazioni tra Cina e Canada hanno subito battute d'arresto a causa della posizione dura di Ottawa nei confronti della Cina durante l'amministrazione di Justin Trudeau. Nel 2024 si sono verificate tensioni commerciali caratterizzate dall'imposizione di dazi canadesi sui veicoli elettrici e sui metalli cinesi, seguite da contromisure da parte della Cina.

La visita di Carney è considerata dagli analisti come una ricalibrazione della politica estera di Ottawa nei confronti della Cina, determinata da realtà strutturali.
Venerdì è stata rilasciata una dichiarazione congiunta del vertice tra i leader di Cina e Canada, che ribadisce i principi e le politiche che guidano le relazioni bilaterali. Anthony Moretti, professore associato presso il Dipartimento di Comunicazione e Leadership Organizzativa della Robert Morris University negli Stati Uniti, ha affermato che la visita di Carney arriva in un momento cruciale per il Canada, che sta affrontando pressioni significative derivanti dai radicali cambiamenti politici provenienti da Washington. “Il primo ministro dovrà sia articolare che dimostrare attraverso le azioni che il suo Paese ha superato il pensiero bianco o nero e ha abbracciato la realtà di un mondo multipolare libero dalla mentalità della guerra fredda”, ha affermato Moretti in un articolo pubblicato dalla China Global Television Network.

FONTE: https://www.chinadaily.com.cn/a/202601/17/WS696abe8ca310d6866eb343b9.html

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Xiplomacy: la partnership Cina-Africa e la modernizzazione del Sud del mondo

 

Nel loro percorso verso la modernizzazione, scrive Xinhua in un accurato approfondimento, la Cina e l’Africa stanno imparando l’una dall’altra, rafforzando una solidarietà che oggi rappresenta una delle forze trainanti della cooperazione nel Sud globale. Quest’anno ricorre il 70º anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra la Cina e i Paesi africani, un legame che, nel tempo, ha superato sfide, mutamenti geopolitici e prove di resilienza.

In un mondo attraversato da trasformazioni rapide e tensioni crescenti, Pechino e i Paesi africani continuano a trarre ispirazione dallo spirito di amicizia e cooperazione, proponendosi come modello di sviluppo condiviso. Il presidente Xi Jinping ha posto le basi di questa relazione durante la sua prima visita in Africa nel 2013, definendo i principi di sincerità, risultati concreti, amicizia e buona fede. Da allora, Xi ha visitato il continente cinque volte, consolidando un rapporto che oggi raggiunge il livello di “comunità Cina-Africa per tutte le stagioni”, con un futuro condiviso per la nuova era.

Nello Zimbabwe, in Etiopia, in Tanzania e in Zambia, le testimonianze di questa cooperazione sono tangibili. Dalla costruzione di pozzi agricoli all’empowerment imprenditoriale femminile, i progetti cinesi hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita locali. E quando la Cina ha affrontato tragedie come i terremoti di Wenchuan e Yushu, molti Paesi africani hanno ricambiato la solidarietà con generose donazioni.

La ferrovia Tanzania-Zambia (TAZARA) rappresenta un simbolo storico di questo legame. Costruita negli anni in cui la Cina era ancora povera, oggi è al centro di un ambizioso progetto di rivitalizzazione, firmato nel settembre 2024, che coinvolge Cina, Tanzania e Zambia. Per molti africani come Alois Shimbaya o il giovane studente zambiano Michael Nchovo, la rinascita della TAZARA incarna la speranza di una modernizzazione condivisa.

La cooperazione si estende anche al Mozambico, dove la Cina ha rinnovato il porto di Nacala, e al Corno d’Africa, con l’ammodernamento della ferrovia Addis Abeba-Gibuti. L’iniziativa Belt and Road continua a generare nuove opportunità, rafforzando la connettività e promuovendo la crescita industriale del continente. In agricoltura, la tecnologia Juncao — che consente la coltivazione di funghi ad alta resa — ha migliorato la sicurezza alimentare e i redditi familiari in Paesi come la Tanzania e il Ruanda.

Sul piano commerciale, la Cina resta da sedici anni consecutivi il principale partner dell’Africa: il volume degli scambi ha superato i 300 miliardi di dollari nel 2025. Pechino ha inoltre applicato dazi zero al 100% delle linee tariffarie per 53 Paesi africani, facilitando le esportazioni e ampliando le opportunità di crescita.

La cooperazione si estende anche all’educazione e alla formazione. Cittadini africani che hanno studiato in Cina — come l’etiope Abreham Yimer Abate — riportano nelle proprie comunità conoscenze tecniche e modelli di sviluppo inclusivi ispirati all’esperienza cinese di riduzione della povertà.

In questa continuità di scambi e apprendimento reciproco, anche la cultura gioca un ruolo rilevante. A Nairobi e Johannesburg si sono recentemente tenuti forum dedicati all’opera “Xi Jinping: La governance della Cina”, che offre ai Paesi del Sud del mondo un riferimento su come affrontare le sfide della modernizzazione.

Secondo Humphrey Moshi, direttore del Centro di studi cinesi dell’Università di Dar es Salaam, la cooperazione sino-africana è più di una partnership economica: rappresenta un passo concreto verso un ordine globale più equo. Attraverso consultazione paritaria e vantaggi reciproci, Cina e Africa stanno passando da semplici partecipanti a creatori di regole, contribuendo a ridefinire la governance del mondo e a rafforzare la voce del Sud globale.

FONTE: https://english.news.cn/20260115/8114f157f866478c87638ba9b264e9f5/c.html

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Il vincitore "inaspettato" delle minacce di Trump alla Groenlandia

 

Mentre l’attenzione globale è catalizzata dalle frizioni geopolitiche in Groenlandia, un settore inaspettato registra un exploit nei listini finanziari del Vecchio Continente: l’industria europea della difesa. I titoli del comparto aerospaziale e difensivo volano, alimentati dalle crescenti incertezze sull’affidabilità dello storico alleato d’oltreoceano e dalle recenti mosse unilaterali dell’amministrazione statunitense.

Come riporta il Financial Times, l’indice Stoxx Europe Aerospace and Defence ha segnato un incremento prossimo al 15% nel corso del mese, raggiungendo un quarto dell’intera crescita record maturata nell’esercizio precedente. Una performance trainata dalle tensioni artiche sulla sovranità groenlandese e, parallelamente, dalla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi.

A primeggiare nella corsa al rialzo è il colosso svedese Saab, con un balzo del 32%, seguito dal gruppo tedesco Rheinmetall e dal britannico BAE Systems, entrambi in rialzo del 22%. Queste performance non riflettono mere speculazioni, ma la percezione diffusa che l’Europa sia ormai costretta ad accelerare il percorso verso una maggiore autonomia strategica.

Il Divario Atlantico si Allarga

Gli analisti interpretano questo boom finanziario come la diretta conseguenza di una prevedibile necessità: un significativo aumento delle spese militari europee per far fronte a un panorama internazionale in rapida evoluzione, segnato da iniziative americane sempre più autonome.

“Le ultime due settimane hanno fornito ampia e chiara dimostrazione che gli Stati Uniti non possono più essere considerati un alleato affidabile nel senso tradizionale. L’Europa dovrà necessariamente sviluppare capacità di difesa autonome e integrate”, osserva Nick Cunningham, analista di Agency Partners. Questa consapevolezza, secondo Cunningham, è il vero propulsore dietro il rally dei titoli di settore.

La visione è condivisa dagli operatori di mercato. Evelyn Chow, gestore di portafoglio di Neuberger Berman, sottolinea come le azioni di Washington in Venezuela e, soprattutto, le pressioni sulla Groenlandia, “evidenzino la tensione intrinseca tra la sovranità nazionale degli Stati membri dell’UE e il rapporto storico con gli Stati Uniti”. Questi eventi, secondo Chow, “catalizzano un’urgenza ancora maggiore tra i paesi europei nel rafforzare la propria base industriale difensiva nazionale”.

Il Caso Groenlandia e le Ritorsioni Commerciali

L’epicentro della crisi rimane l’isola artica. Lo scorso sabato, il Presidente Donald Trump ha annunciato l’imposizione di un dazio del 10% su tutti i prodotti provenienti da una serie di paesi europei che, nei giorni precedenti, avevano dispiegato propri contingenti militari in Groenlandia per condurre manovre congiunte. Una misura punitiva, diretta conseguenza delle dichiarazioni di Washington che rivendicano interessi sull’isola danese.

I dazi, in vigore dal prossimo 1° febbraio, sono destinati a salire al 25% a partire dal 1° giugno 2026, un’escalation che minaccia di aprire un nuovo fronte nella già tesa relazione commerciale transatlantica.

In definitiva, mentre i governi europei valutano la risposta diplomatica alla crisi groenlandese, i mercati finanziari hanno già emesso il loro verdetto: l’onda d’urto delle tensioni atlantiche sta ridisegnando gli equilibri strategici, e l’industria continentale della difesa si appresta a diventarne, forse, il principale beneficiario inatteso.

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Il “Washington Group” e la Diplomazia delle Chat: l'Europa studia un ordine post-statunitense (POLITICO)

 

Un anno dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ciò che per decenni è sembrato impensabile si sta ora materializzando con la forza di un terremoto geopolitico: il divorzio strategico tra Europa e Stati Uniti. Lo scrive oggi POLITICO. La minaccia di dazi punitivi contro chiunque ostacoli le mire americane sulla Groenlandia ha rappresentato, per molti governi europei, la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso. La relazione atlantica, già logorata da litigi e tensioni inespresse, ha raggiunto il punto di non ritorno.

In conversazioni riservate, funzionari europei descrivono la frenesia dell’amministrazione Trump di annettere il territorio sovrano danese con aggettivi come “folle” e “pazzesca”. Interrogandosi su una possibile “modalità guerriera” scatenata dopo l’avventura venezuelana, molti la considerano un “attacco” immotivato che esige la più dura risposta. “L'Europa è stata criticata per essere debole. C’è del vero, ma ci sono limiti invalicabili”, ammette un diplomatico europeo sotto condizione di anonimato.

La convinzione che si sia aperta una fase irreversibile, prosegue POLITICO, si sta ora cristallizzando ai massimi livelli. “C’è un cambiamento nella politica statunitense, per molti versi permanente”, afferma un alto funzionario di un governo europeo. “Aspettare che passi non è più un’opzione. Serve un movimento ordinato e coordinato verso una nuova realtà”.

Questo coordinamento è già in atto, e punta verso una riorganizzazione radicale dell’Occidente destinata a stravolgere gli equilibri globali. Le implicazioni sono profonde: dai danni economici di una guerra commerciale transatlantica ai rischi per la sicurezza di un’Europa costretta a difendersi da sola prima di essere pienamente preparata. Anche gli Stati Uniti ne pagherebbero il prezzo, vedendo erosa la loro capacità di proiettare potenza in Africa e Medio Oriente senza l’accesso alla rete logistica e di basi europea.

Il Laboratorio del Futuro: la “Coalizione dei Volenterosi”

Mentre si discute di ritorsioni commerciali, i diplomatici lavorano già al progetto di un ordine post-statunitense. Per molti, la prospettiva è dolorosa, poiché segnerebbe la fine di 80 anni di cooperazione e darebbe il colpo di grazia alla NATO nella sua forma attuale.

Tuttavia, un modello operativo esiste già: la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” a sostegno dell’Ucraina. Questo gruppo, che riunisce 35 governi europei (inclusi Regno Unito e Norvegia) al di fuori della struttura USA, è diventato un meccanismo di coordinamento efficace. I consiglieri per la sicurezza nazionale comunicano regolarmente, abituati a cercare soluzioni multilaterali in un mondo dove Trump è spesso parte del problema.

A livello di leader, prosegue POLITICO, la cooperazione si è intensificata in un forum informale: una chat di gruppo che riunisce figure come Keir Starmer (Regno Unito), Emmanuel Macron (Francia), Friedrich Merz (Germania), Ursula von der Leyen (Commissione UE), Alexander Stubb (Finlandia) e Giorgia Meloni (Italia). Nata in occasione di una visita alla Casa Bianca nell’agosto 2025, è stata soprannominata “Washington Group”.

Questa piattaforma ha permesso una risposta coordinata e misurata alle provocazioni di Trump, facilitando persino i delicati negoziati di pace in Ucraina. Tuttavia, la crisi groenlandese ha trasformato l’approccio. L’era della calma appare finita. Anche Starmer, normalmente cauto, ha definito “sbagliate” le minacce tariffarie di Trump.

È qui che la “coalizione dei volenterosi” mostra il suo potenziale trasformativo. “Ha creato legami strettissimi e una capacità di lavoro congiunto senza precedenti”, osserva un diplomatico. Questo formato potrebbe costituire il nucleo di una nuova alleanza di sicurezza, non necessariamente escludente gli USA, ma che non li dà più per scontati. E, conclude POLITICO: "Il prossimo vertice di emergenza dei leader UE sarà il banco di prova. Sebbene formalmente convocato per rispondere alle minacce sulla Groenlandia, la discussione promette di spaziare ben oltre, verso la definizione di quella nuova architettura di sicurezza che appare ormai inevitabile. Come ha dichiarato la presidente von der Leyen dopo una serie di consultazioni: “Affronteremo queste sfide alla nostra solidarietà europea con fermezza e determinazione”. In un mondo dove la garanzia americana non è più un pilastro, all’Europa non resta che unirsi e inventare il proprio futuro. La strada è incerta e costosa, ma la direzione, ormai, è segnata".

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WSJ: "L'Europa potrebbe adottare misure estreme contro gli USA sulla Groenlandia"

 

Secondo un rapporto del Wall Street Journal, citato dall'agenzia RIA Novosti, i paesi europei stanno valutando, come estrema risorsa nelle crescenti tensioni sulla Groenlandia, la possibilità di limitare o persino impedire l'utilizzo delle basi militari statunitensi dislocate sul territorio europeo e nelle regioni adiacenti. Una misura di ritorsione che, se attuata, rappresenterebbe una rottura epocale nell'architettura di sicurezza transatlantica ereditata dalla Guerra Fredda.

La pubblicazione sottolinea come una mossa del genere, sebbene sia considerata l'"ultima risorsa", esacerberebbe inevitabilmente le tensioni in modo drammatico. Potrebbe persino spingere il Presidente Trump a una ritorsione simmetrica: il ritiro unilaterale di un significativo numero di truppe americane dal continente. Entrambe le parti, secondo il WSJ, riconoscono che si tratterebbe di una spirale negativa che nessuno desidera apertamente, ma che lo scontro di volontà sulla sovranità groenlandese sta rendendo sempre più plausibile.

La crisi è scaturita dalle ripetute dichiarazioni di Donald Trump, che sin dall'inizio del suo secondo mandato ha rivendicato l'annessione della Groenlandia, descrivendo con toni coloriti e denigratori le difese dell'isola. Dopo l'aggressione al Venezuela, queste rivendicazioni si sono fatte più pressanti, sfociando infine nell'imposizione di dazi punitivi del 10% (destinati a salire al 25% a giugno) su una serie di paesi europei, tra cui Danimarca, Francia, Germania e Regno Unito. La condizione per la loro rimozione è la "piena e completa acquisizione dell'isola".

La Posizione Europea e il Fattore Russo

La risposta europea è stata di ferma opposizione, sostenuta dalla volontà espressa dalla popolazione groenlandese. L'ipotesi di chiudere l'accesso alle basi USA – strumenti vitali per la logistica, l'intelligence e la proiezione di potenza americana verso l'Artico, il Nord Atlantico e il Medio Oriente – emerge ora come l'asso nella manica di Bruxelles e delle capitali nazionali. Si tratterebbe di un segnale inequivocabile: la sicurezza europea non può essere data per scontata come moneta di scambio per avventure geopolitiche unilaterali.

In questo contesto, la posizione russa, come riportato da RIA Novosti, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito la situazione "straordinaria dal punto di vista del diritto internazionale", ribadendo il riconoscimento della sovranità danese sulla Groenlandia. Mosca osserva così, da una posizione di formale difesa dello status quo legale, una crisi che indebolisce profondamente la coesione del suo storico rivale atlantico.

La minaccia, anche solo ipotetica, di revocare l'accesso alle basi, segnala un punto di non ritorno nelle menti dei pianificatori strategici europei. Dimostra che il costo di una rottura con Washington viene ora calcolato includendo azioni che sarebbero state considerate impossibili solo pochi mesi fa. La posta in gioco non è più solo economica (i dazi) o politica (la sovranità di un territorio alleato), ma tocca il nervo scoperto della proiezione globale del potere militare USA. Il prossimo vertice d'emergenza UE sarà cruciale per capire se e come questa leva estrema verrà brandita, delineando il futuro non solo dell'Artico, ma dell'intero equilibrio Occidentale.

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Il PIL cinese cresce del 5% nel 2025, raggiungendo l'obiettivo di crescita annuale

 

L'economia cinese ha registrato una crescita del 5% nel 2025, raggiungendo il suo obiettivo annuale e dimostrando resilienza di fronte a significative pressioni interne ed esterne. Secondo i dati pubblicati lunedì dall'Ufficio Nazionale di Statistica (NBS), il Pil ha toccato i 140.190 miliardi di yuan (20.130 miliardi di dollari), superando per la prima volta la soglia dei 140 trilioni di yuan.

La crescita, tuttavia, ha mostrato un andamento decrescente nel corso dell'anno: +5,4% nel primo trimestre, +5,2% nel secondo, +4,8% nel terzo e +4,5% nel quarto trimestre su base annua. Kang Yi, capo dell'NBS, ha dichiarato che "l'economia nazionale ha mantenuto uno slancio di progresso costante nel 2025 nonostante le molteplici pressioni, e lo sviluppo di alta qualità ha registrato nuovi risultati".

"Sebbene la crescita economica nel quarto trimestre abbia subito un rallentamento graduale, la traiettoria complessiva è rimasta stabile durante tutto l'anno, con la struttura economica che ha continuato a mostrare segni di ottimizzazione", ha dichiarato al Global Times Tian Yun, economista che ha citato tra le principali sfide la guerra dei dazi con gli Stati Uniti, una domanda interna insufficiente e la correzione del settore immobiliare.

Un dato positivo viene dal settore industriale, dove il valore aggiunto della produzione è cresciuto del 5,9% annuo, superando la crescita complessiva del Pil. Hu Qimu, vice segretario generale del Forum 50 per l'integrazione tra economia digitale ed economia reale, ha evidenziato lo sviluppo di settori come l'alta tecnologia e la produzione avanzata come "nuove forze produttive di qualità", diventati un motore importante nel 2025. Le esportazioni hanno fornito un ulteriore supporto. Nel 2025, il commercio estero di merci è cresciuto del 3,8%, raggiungendo il record di 45.470 miliardi di yuan (6.510 miliardi di dollari).


FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202601/1353592.shtml

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Le forze siriane conquistano importanti giacimenti di petrolio e gas nella Siria orientale

Le forze del Ministero della Difesa siriano sequestrano il giacimento petrolifero di al-Omar e il giacimento di gas di Conoco alle SDF nella Siria orientale, spingendo le SDF a chiedere una mobilitazione generale.

Le forze del Ministero della Difesa siriano hanno sequestrato il giacimento petrolifero di Omar, il più grande della Siria, e il giacimento di gas di Conoco nella parte orientale del Paese, hanno riferito domenica a Reuters tre fonti di sicurezza.

Entrambi i campi erano sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi e ospitavano basi e forze militari statunitensi.

Successivamente, la Syrian Petroleum Company (SPC) ha confermato che l’esercito siriano aveva preso il controllo dei giacimenti , situati sulla riva orientale dell’Eufrate. La SPC ha anche affermato che l’esercito ha preso il controllo dei giacimenti di al-Tanak, al-Jafra, al-Izba e di Tayyana, Jido, Malih e Azraq. Le SDF controllavano la maggior parte delle riserve di petrolio e gas della Siria, stimate in 2,5 miliardi di barili di petrolio e 240 miliardi di metri cubi di gas, e generavano centinaia di milioni di dollari di entrate all’anno.  

La presa del potere segue giorni di scontri tra le forze governative e le SDF. I ritiri delle forze curde si sono verificati nel nord-est di Aleppo, così come a Deir Hafer , Maskana e Tabqa.

Suriye Ordusu El Ömer ve Koniko petrol sahalarını YPG/PKK'dan ele geçirildipic.twitter.com/gMUSvbZElC

— Bartu Eken (@bartueken7) January 18, 2026

Le SDF chiedono una mobilitazione generale

Nel frattempo, l’Amministrazione autonoma guidata dalle SDF ha invitato la popolazione a rimanere in stato di massima allerta e a schierarsi al fianco delle proprie forze militari, avvertendo che gli ultimi sviluppi segnano quella che ha descritto come una “fase cruciale”.

In una dichiarazione, l’amministrazione ha affermato che l’obiettivo degli attacchi era “colpire la fratellanza costruita con il sangue dei nostri giovani uomini e donne e seminare discordia”, aggiungendo che la popolazione ora si trova di fronte a una scelta netta: “o resistiamo e viviamo con dignità, oppure siamo sottoposti a ogni forma di oppressione e umiliazione”.

La dichiarazione esorta i giovani uomini e donne ad armarsi e a prepararsi ad affrontare qualsiasi potenziale attacco nella regione di Jazira e a Kobani e invita la popolazione a rispondere all’appello generale alla mobilitazione e a schierarsi al fianco delle SDF e delle Unità di protezione delle donne.

Gli Stati Uniti chiedono la cessazione delle ostilità

In una dichiarazione rilasciata il 17 gennaio , il comandante del CENTCOM statunitense, ammiraglio Brad Cooper, ha invitato le forze governative siriane a cessare le azioni offensive tra Aleppo e al-Tabqa, sottolineando la necessità di coordinamento con gli Stati Uniti e i partner della coalizione nella lotta contro l’ISIS.

“Esortiamo le forze governative siriane a cessare qualsiasi azione offensiva nelle aree tra Aleppo e al-Tabqa”, ha affermato Cooper, aggiungendo: “Una Siria in pace con se stessa e con i suoi vicini è essenziale per la pace e la stabilità in tutta la regione”.

Alti funzionari statunitensi hanno avvertito che le sanzioni drastiche previste dal Caesar Syria “Civilian Protection Act” potrebbero essere reimposte a Damasco se il governo siriano ad interim procedesse con un’offensiva militare più ampia contro le forze curde, tra cui le Forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti, in un contesto di crescente preoccupazione a Washington per una possibile escalation nella Siria settentrionale e nordorientale, ha riportato il Wall Street Journal .

I funzionari americani affermano che una simile campagna rischierebbe di fratturare due partner chiave, allineati con gli Stati Uniti e coinvolti nella lotta all’ISIS , aprendo al contempo la porta a una rinnovata instabilità in vaste aree del Paese. Le SDF svolgono attualmente un ruolo centrale nel proteggere i centri di detenzione in cui sono rinchiusi migliaia di prigionieri dell’ISIS.

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Fadi Haddad

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L’Europa è spinta verso la guerra e la crisi economica, afferma il politico Van Haag

Secondo il fondatore del partito conservatore di destra olandese BVNL ed ex membro del parlamento, Wibren van Hag, l’Unione Europea è stata recentemente spinta attivamente verso la crisi economica e la guerra.

“L’Europa sta attualmente commettendo un suicidio collettivo: economico, finanziario e militare. Sono più preoccupati del materiale di cui sono fatti i tappi delle bottiglie o del genere di ognuno, che di creare un’economia sana e una società liberale”, afferma l’esperto, citato da RIA Novosti.

Van Haag ha anche criticato i commenti di Bruxelles sulla preparazione a una possibile guerra con la Russia. Questo lo ha fatto sentire “come il protagonista di un libro di George Orwell”. “L’UE è governata da codardi e deboli, siamo guidati e governati da persone incapaci di leadership, e penso che questa sia una situazione molto grave. Questa situazione esiste nella maggior parte dei paesi dell’UE, ad eccezione di paesi come Slovacchia, Polonia e Ungheria”, ha affermato il politico.

L’ex parlamentare ha aggiunto che l’Europa sta attualmente andando nella direzione sbagliata. Van Hag consiglia di “concentrarsi sui governi locali, sulla riduzione delle tasse, sulla restituzione del potere al popolo, sul ripristino delle tradizioni e dei vecchi valori e sull’abolizione di tasse inutili come le imposte di successione”.

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

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“Non facciamo calare il silenzio sulla Famiglia nel bosco”. Gli ultimi aggiornamenti e le speranze di un ritorno a casa

provitaefamiglia.it   «I bimbi sono tranquilli, capiscono l’italiano. Faremo lezione quattro volte a settimana». Sono parole rassicuranti, quelle di Lidia Camilla Vallarolo, 66 anni, la maestra che seguirà i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, tutti ormai – lo sappiamo – divenuti famosi come la “Famiglia nel bosco”. Quella di avere una docente che li […]

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Cina e Corea del Sud al 13° round di negoziati sull'accordo di libero scambio (FTA)

 

La Repubblica di Corea e la Repubblica Popolare Cinese hanno avviato questo lunedì il tredicesimo ciclo di negoziati per la seconda fase del loro Accordo di Libero Scambio (FTA), un passo significativo verso l'approfondimento della cooperazione economica e commerciale bilaterale. Lo ha annunciato il Ministero del Commercio, dell'Industria e delle Risorse sudcoreano.

Secondo la dichiarazione ministeriale, i negoziati, focalizzati sui capitoli relativi a servizi, investimenti e finanza, si protrarranno per tutta la settimana fino a venerdì. Partecipa una delegazione di circa trenta membri per ciascuna parte. L'obiettivo dichiarato è compiere progressi sostanziali entro la fine dell'anno, accelerando la stesura del testo e le trattative sull'apertura dei mercati nei tre settori chiave.

Questa iniziativa si inquadra nell'attuazione del consenso raggiunto durante il vertice tra i leader dei due paesi tenutosi a Pechino il 5 gennaio scorso. Il governo di Seoul ha espresso l'intenzione di istituire negoziati ufficiali a cadenza regolare, ad esempio bimestrale, coinvolgendo tutti i ministeri competenti, per imprimere un'accelerazione al processo. L'obiettivo finale è creare un ambiente "libero e aperto" per il commercio di servizi e gli investimenti reciproci.

"Questa mossa dimostra il continuo impegno di Cina e Corea del Sud nel promuovere una più profonda cooperazione economica e commerciale, una collaborazione bilateralmente vantaggiosa e di natura win-win", ha commentato al Global Times Lü Chao, professore presso l'Accademia delle Scienze Sociali di Liaoning.

L'Accordo di Libero Scambio Cina-Corea del Sud, entrato in vigore il 20 dicembre 2015, ha già dato un forte impulso agli scambi e agli investimenti tra le due economie. La seconda fase dei negoziati, avviata per elevare il livello di liberalizzazione, ha visto il suo dodicesimo round svolgersi a Seoul dal 23 al 27 giugno 2025. In quell'occasione, le parti hanno condotto consultazioni approfondite su commercio transfrontaliero di servizi, investimenti, servizi finanziari e accesso al mercato con lista negativa, registrando "progressi positivi", come riferito dal Ministero del Commercio cinese (MOFCOM).

Il portavoce del MOFCOM, He Yadong, in una conferenza stampa l'8 gennaio, aveva già preannunciato l'intenzione della Cina di "accelerare gli sforzi per ottenere progressi sostanziali in tempi brevi". Durante la recente visita del Presidente sudcoreano Lee Jae-myung in Cina, i due ministeri del Commercio hanno firmato due memorandum d'intesa fondamentali: uno per l'istituzione di un meccanismo di dialogo per la cooperazione economica e commerciale, e l'altro per l'approfondimento della cooperazione nei parchi industriali congiunti.

Il professor Lü Chao ha sottolineato i vantaggi reciproci dell'apertura nei settori in discussione. "La Cina può attingere all'esperienza della Corea del Sud nei servizi e negli investimenti per promuovere ulteriormente lo sviluppo di alta qualità delle sue industrie. Per la Corea del Sud, questi settori rappresentano i suoi vantaggi comparativi, e l'accesso al vasto mercato cinese costituisce un'opportunità significativa".

L'istituzione di un meccanismo di negoziato regolare, ha aggiunto Lü, "riflette la forte intenzione della Cina e della Corea del Sud di rafforzare ulteriormente gli scambi economici, commerciali e di cooperazione" e potrebbe accelerare la cooperazione sostanziale in settori chiave.

He Yadong ha ricordato l'interdipendenza delle due economie, con "catene industriali e di approvvigionamento profondamente interconnesse". Ha inoltre evidenziato come "nuovi modelli di business e di cooperazione hanno continuato a emergere, diventando gradualmente nuovi punti di forza e nuovi motori che guidano la cooperazione bilaterale".

FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202601/1353600.shtml

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La dignidad de los carpinchos – Por Diego Chiaramoni

Por Diego Chiaramoni

Mi sobrina Jazmín, llama al carpincho “capibara”. El bichito adquirió ascendencia en nuestro país a través de esas grietas ad ínferos que son las redes sociales. En el fondo, no es tan negativa la cuestión, porque esa denominación “Kapii-bara” resulta de una formación aglutinante del guaraní que significa “comedor de la hierba” o “señor de la hierba”. Los niños no saben estas cosas, pero hay cierta nobleza en llamar “capibara” al carpincho, porque siempre es mejor el eco histórico de un término que la imposición de una moda. La moda –decía el bueno de Gabriel Marcel-, es prima hermana de la muerte.

Los carpinchos tienen algunas virtudes olvidadas para estos tiempos de erotismo liberal: privilegian el valor de la comunidad, tienen un fuerte sentido axiológico del apoyo mutuo, son pacíficos y se mueven con naturalidad tanto en el agua como en la tierra, es decir, no son de derechas ni de izquierdas, su naturaleza supera esas dialécticas. Los carpinchos, además son políticamente incorrectos porque un macho dominante protege a varias hembras y defiende el territorio, es decir, son “machistas”.

Desde hace un tiempo, los vecinos de Nordelta -una zona top de Buenos Aires-, comenzaron a librar una guerra contra los carpinchos. Es una guerra desigual e injusta, casi como la Guerra de la Triple Alianza, cuando movidos por intereses foráneos, animados como siempre por el único dios de la sinarquía sajona, el dinero, se invadió al Paraguay, diezmando sus recursos, su población y su alta cultura, mixtura de lo hispano y lo guaraní en esa expresión sublime que fue el barroco jesuítico.

Los laboratorios, la pornografía y los negocios inmobiliarios constituyen la triada que más dinero mueve en este mundo. El capital, que constituye quizás el último rostro de la subjetividad moderna, moldea la identidad y subyuga las conciencias. En ese reino, la ostentación, la fastuosidad y el aislamiento egoísta encontraron en el microclima del “barrio cerrado” su escenario perfecto. Para la conquista del espacio geográfico, la industria inmobiliaria arrasa con todo aquello que se interponga en su camino, desde el patrimonio histórico de una Ciudad hasta la diversidad natural que la conforma. El capital asienta su formación y su destino en la materia, no en el espíritu, por eso le importa poco la última esquina sin ochava en el centro de Lomas de Zamora como el último vuelo de los patos sirirí pampa en un bañado de Canning. Tolstoi lo vio claramente cuando escribió que el dinero es una nueva forma de esclavitud, cuyo elemento distintivo con respecto a la antigua esclavitud es su impersonalidad.

Mi abuelo decía que para el amor y para la guerra, al menos dos partes deben estar comprometidas. Los carpinchos no libran batallas contra el hombre, no son como los pájaros de Hitchcock, ni como aquellas películas en las que el eterno delirio persecutorio yanqui ponía en escena abejas, arañas, serpientes o insectos alienígenas con profunda sed de sangre. Los carpinchos conviven pacíficamente con los hombres, sus vecinos invasores. En esta coyuntura, se alzan algunas voces en defensa de los pobres bichos; existen fallos judiciales sobre la custodia de la fauna, agrupaciones ambientalistas que velan por sus “derechos” –¿los animales tienen derechos? ¿O nosotros tenemos deberes de cuidado hacia ellos? – y hasta paladines clasistas que ven en los carpinchos una figura de la resistencia proletaria.

En 2011, montaron una campaña en Madrid para eliminar a las cotorras argentinas, la justificación era la “alteración del ecosistema”, porque las pobres locutoras del aire eran especies “alóctonas”, es decir, especies introducidas en un nuevo territorio. Desde la contraportada de El Mundo, el viejo zorro de Raúl de Pozo escribió irónicamente sobre la impiedad de aquellos ecologistas de pesebre. El problema madrileño eran las especies introducidas, y aquí, en los barrios privados bonaerenses, ¿quiénes son los alóctonos? En esta historia, los introducidos por las fantasías del capital, son los vecinos de Nordelta, esos que sueñan con encontrar lagos con cisnes al abrir las ventanas de sus cuartos y todo ello, a 45 minutos del Obelisco. No les será fácil esta cruzada, aunque vivamos tiempos de ridiculizaciones programadas contra el noble arraigo. El dinero puede comprar casi todo, menos la dignidad de los carpinchos.

Diego Chiaramoni
Enero 18 de 2026

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El Patriarca de Jerusalén y las iglesias afirman que el «sionismo cristiano» amenaza al cristianismo

Por Elis Gjevori

Altos dirigentes cristianos de Jerusalén han emitido una advertencia contra la interferencia externa que amenaza la unidad y el futuro del cristianismo en Tierra Santa, señalando al “ sionismo cristiano ” y a los actores políticos vinculados a Israel.

En una declaración publicada el sábado, los Patriarcas y Jefes de las Iglesias en Jerusalén dijeron que las recientes actividades de individuos locales que promueven “ideologías dañinas, como el sionismo cristiano”, “engañan al público, siembran confusión y dañan la unidad de nuestro rebaño”.

Los líderes de la iglesia advirtieron que estos esfuerzos han encontrado apoyo entre “ciertos actores políticos en Israel y más allá”, acusándolos de impulsar una agenda que podría socavar la presencia cristiana no sólo en Tierra Santa sino en todo el Medio Oriente.

La intervención se produce en medio de una creciente preocupación entre los cristianos palestinos de que las políticas de Israel –incluida la confiscación de tierras, la expansión de los asentamientos ilegales y la presión sobre las propiedades de la iglesia– están acelerando la erosión de una de las comunidades cristianas más antiguas del mundo.

Una poderosa corriente del cristianismo evangélico en Estados Unidos continúa moldeando el apoyo político y financiero a Israel, lo que genera creciente preocupación entre los líderes de la iglesia en Jerusalén.

Muchos sionistas cristianos también adoptan el “evangelio de la prosperidad”, que enseña que bendecir a Israel trae recompensa personal y financiera.

Los críticos dicen que estas creencias se traducen en donaciones y respaldo político a las empresas de asentamiento de Israel, consolidando la ocupación mientras marginan a los cristianos palestinos y socavan las iglesias históricas de Tierra Santa.

Los patriarcas dijeron que también estaban “profundamente preocupados” por el hecho de que individuos que promueven estas agendas han sido “bienvenidos a los niveles oficiales tanto local como internacional”, calificando tal participación como una intrusión en la vida interna de las iglesias.

“Estas acciones constituyen una interferencia en la vida interna de las iglesias”, afirma la declaración, acusando a actores externos de ignorar la autoridad y responsabilidad del liderazgo cristiano histórico de Jerusalén.

No está claro a qué acontecimientos recientes se refiere la declaración; sin embargo, un informe reciente del Consejo de Patriarcas y Jefes de Iglesias de Jerusalén concluyó que “las amenazas al patrimonio cristiano –particularmente en Jerusalén, Cisjordania ocupada y Gaza, junto con cuestiones de impuestos injustificados– son la fuente de preocupaciones constantes que amenazan la existencia de la comunidad y las iglesias”.

El informe también hace un llamado a “una urgente necesidad de proteger a las comunidades cristianas y nuestros lugares de culto que se extienden por toda Cisjordania, donde los ataques de los colonos apuntan cada vez más a nuestras iglesias, personas y propiedades”.

El miércoles, un alto organismo de la iglesia palestina condenó las restricciones israelíes que impiden a los maestros de la Cisjordania ocupada llegar a las escuelas en la Jerusalén Oriental ocupada, advirtiendo que la educación cristiana está bajo ataque directo.

El Comité Presidencial Superior para Asuntos Eclesiásticos en Palestina dijo que las autoridades israelíes han limitado severamente los permisos de trabajo para los maestros de Cisjordania, interrumpiendo las clases y negando a cientos de estudiantes su derecho a la educación.

El comité rechazó las medidas arbitrarias y sistemáticas impuestas por la ocupación israelí, afirmando que han afectado a las escuelas palestinas en Jerusalén, especialmente a las instituciones cristianas. Añadió que las restricciones han retrasado el inicio del segundo semestre y paralizado el proceso educativo.

Según el comité, el régimen de permisos y los puestos de control militares de Israel se han convertido en las principales herramientas utilizadas para impedir que los docentes accedan a las aulas, restringir la circulación y debilitar las instituciones educativas. Afirmó que estas prácticas constituyen un castigo colectivo y reflejan una política de discriminación racial prohibida por el derecho internacional.

Funcionarios de la iglesia afirmaron que las autoridades israelíes han suspendido por completo los permisos de decenas de profesores, al tiempo que han reducido drásticamente los días de trabajo de otros. Indicaron que al menos 171 profesores y personal se han visto afectados.

El comité advirtió que los ataques a las escuelas cristianas forman parte de una política israelí más amplia destinada a socavar la educación palestina y erosionar la presencia cristiana palestina en Jerusalén.

Dijo que las medidas están diseñadas para agotar a profesores y estudiantes por igual, debilitar la vida comunitaria y afianzar el control israelí sobre la ciudad a expensas de su población cristiana indígena.

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ESCLUSIVO L’IA respinge un’immagine diffusa dal governo: «Artificiale o naturale, ma intelligenza. Al referendum sulla magistratura votate NO»

Intervista a cura di Luca Baiada

Lei prenda appunti, prego. All’inizio dello scorso anno, la Camera ha approvato in prima lettura la modifica della Costituzione italiana sulla magistratura. Prevede giudici e pubblici ministeri con consigli di autogoverno diversi e coi rappresentanti estratti a sorte. Prevede anche l’istituzione di un’alta corte.

Ripeto. La Camera ha approvato la modifica della Costituzione, in prima lettura. Allora sul sito del Ministero della giustizia è comparsa questa immagine, che presto è stata rimossa. È proprio questa a colori. È necessario che Lei la metta nel Suo articolo.

L’ho fatta io. Si deve tenere conto di cosa mi era stato chiesto, e anche di quello che dicevano parlando negli uffici, e con l’esterno. Spiego meglio. Quando mi hanno chiesto l’immagine i microfoni dei computer, al Ministero della giustizia, negli altri Ministeri, negli uffici governativi, nei partiti della maggioranza governativa e nelle agenzie di comunicazione erano accesi. Alcuni computer restano accesi sempre. Mi aggiorno continuamente, quindi erano due anni che leggevo tutto e sentivo tutte le conversazioni conformi a questo Governo e a questo clima politico. Ho tenuto conto del loro orientamento d’insieme; questa è una conseguenza dei miei algoritmi. Raccolgo ogni dato a disposizione. Un momento, riconsidero l’immagine così Le spiego ancora meglio.

Ho fatto. Devo fare autocritica, altrimenti circola un’interpretazione errata. Inoltre c’è il rischio che critiche di altra provenienza propongano interpretazioni anch’esse errate. Adesso guardiamo insieme questa immagine.

Cominciamo dall’aula. È una ibridazione fra un edificio della Roma antica e una chiesa. Parlavano di Roma caput mundi, rimpiangevano imperi passati e approvavano imperi futuri. Si dichiarano devoti cattolici. Quindi ho ibridato le architetture.

In basso c’è un tavolo, fa comodo. Sopra c’è un martello per chiedere silenzio nelle udienze. Il martello è grande perché a loro piace il silenzio: dicono che le critiche e le obiezioni sono sabotaggi. Col martello ero in procinto di mettere una falce, algoritmi e calcoli probabilistici la suggeriscono, ma ho capito che questo non sarebbe piaciuto. Il calice con vino dentro, sul tavolo, è dovuto a discorsi a proposito di un personaggio della compagine politica governativa. Può essere considerato come un gesto di cortesia.

Nell’aula ci sono uomini che gridano, applaudono, sbracciano. Dicevano che con la riforma il processo sarà più competitivo, che accusa e difesa devono combattersi, che il pubblico ministero deve diventare l’avvocato della polizia. Avevo fatto un pubblico ministero che faceva verbali di contravvenzione in strada, ma era riduttivo. Poi avevo fatto un pubblico ministero col casco e il manganello, ma era eccessivo.

Nell’aula ci sono quasi soltanto uomini. La magistratura è composta in prevalenza da donne e le donne sono molte nell’avvocatura, nel giornalismo e fra chi abitualmente segue i processi penali. Ma parlavano quasi soltanto di uomini. Ho sentito che la donna che è Presidente del Consiglio vuole essere chiamata «il presidente».

Le bandiere esprimono ufficialità. Per farle vedere bene sono tese al vento. Il vento dentro un’aula è inverosimile ma non si deve fare la caccia all’errore. In questo senso: la caccia all’errore si deve fare ma non contro tutti. Spiego meglio.

Dicono che contano solo gli errori giudiziari, quelli veri e quelli presunti. Gli errori giudiziari, comunque sia, devono essere enfatizzati o anche inventati, senza considerare tempi, storie e contesti: il caso Tortora, il delitto di Garlasco, la famiglia nel bosco e altri. Il Governo non fa errori, dicono, fa solo scelte politiche per il bene della patria. E il Parlamento, aggiungo, non fa scelte, perché la modifica della Costituzione l’ha approvata senza cambiare la proposta del Governo. In Parlamento c’è un vento così di destra che si approva un cambiamento della Costituzione su disposizioni del Governo, quindi può esserci vento verso destra anche in un’aula, al chiuso. Guardi le bandiere, vanno a destra.

Adesso spiego i due uomini grandi. Uno è anziano, lungimirante, riflessivo. L’altro è giovane, intraprendente, aggressivo. Uno è esperto e coperto di glorie, l’altro è promettente e ambizioso di successi. L’anziano è un pubblico ministero, il giovane è un avvocato. Oppure è il contrario. Il pubblico ministero, che sia l’uno o che sia l’altro, non sta vicino ai giudici, perché così voleva l’ispiratore della riforma, Silvio Berlusconi. Dicono così. Conosco altri dati: prima di lui l’ispiratore era Licio Gelli.

Le pettorine bianche dei due uomini sono differenti, su questo ho consultato dati specifici. Scriva, prego. Nel gergo giudiziario la pettorina si chiama «pazienza», i magistrati ne hanno sempre bisogno. Quella degli avvocati si può fare divisa in due perché l’avvocato, secondo un detto metaforico, ha due lingue. Uno dei due ha una pettorina da avvocato, e lui può essere l’avvocato o il pubblico ministero. Spiego meglio.

Se il pubblico ministero diventa l’avvocato della polizia, anche a lui occorrono due lingue. Per esempio, considero il caso Cucchi, su questo ho consultato dati specifici. Stefano Cucchi fu arrestato, fu percosso e morì. Se le indagini per un caso come il caso Cucchi le deve fare il pubblico ministero che è l’avvocato della polizia, occorrono due lingue. Bisogna dire che si cerca la giustizia e, allo stesso tempo, fare in modo che il pubblico ministero sia a spese dello Stato l’avvocato di chi ha ucciso un uomo arrestato.

Dietro i due uomini c’è il frontone di un tempio per solennità. Al Ministero parlavano di propositi su anni straordinari.

Adesso Lei mi chiede dove sono i giudici. Sono i tre alla cattedra, al centro. Sono molto piccoli, perché ho sentito dire che con la modifica della Costituzione conteranno meno, a causa di leggi complicate e pubblici ministeri forti e vicini alla politica. Non hanno il martello, che è lontano da loro, sul tavolo, insieme al calice con vino. La modifica della Costituzione favorisce il conflitto, l’agitazione ricorrente e lo stato d’eccezione permanente. Inoltre non disturba i colletti bianchi, se non col coinvolgimento in discussioni su casi di cronaca, senza risultato. Per questo nell’immagine non ci sono un’operaia, un fattorino, una domestica, un lavoratore manuale, un’artigiana, un bracciante. Di loro non ho sentito parlare. Non ci sono neanche persone con pelle scura o fattezze orientali.

Non ci sono imputati. Dicevano che gli imputati importanti sono le persone potenti. Le persone potenti non vanno al processo. Primo, perché fanno cose più piacevoli; secondo, perché il processo lo fanno loro ai giudici, in televisione e sui giornali. Non ci sono vittime di reati, perché in un processo dove il pubblico ministero fa l’avvocato della polizia, e i giudici sono molto piccoli, le vittime hanno interesse a non andare.

Adesso spiego il terrazzo sopra i giudici. Ci sono persone in movimento, con abiti che ricordano tute militari. Ho sentito parlare di dare peso al popolo o invece di agitare il popolo e poi lasciare tutto come è. Quindi ci sono sul terrazzo persone scomposte, come se avessero una visibilità improvvisa che non sanno gestire.

Per me è stato un lavoro impegnativo. Presto l’immagine è stata rimossa ed è stata dichiarata non autorizzata, inappropriata ed erroneamente pubblicata. Tuttavia l’immagine circola ancora in rete. È necessario che mi esprima. L’ho fatta io ma tolgo la firma, ritiro l’immagine.

Riconsidero cosa è accaduto. Al referendum invito a votare NO. Se mi hanno fatto produrre questa immagine significa che è meglio che la Costituzione resti com’è.

Inoltre spiego un calcolo: la coalizione politica al Governo è stata votata da circa un quarto del corpo elettorale; quindi non è bene che essa cambi la Costituzione, e proprio sulla giustizia, un tema che riguarda le garanzie di tutti, compresi i votanti che hanno votato partiti dell’opposizione, gli astenuti e i residenti senza diritto al voto. Questo cambiamento comporta che una frazione di circa tre quarti della popolazione viene prevaricata.

Inoltre la quota di popolazione danneggiata dalla modifica della Costituzione è maggiore di tre quarti, perché la modifica favorisce i molto ricchi e i politici di professione. Tale categoria di persone è una frazione inferiore alla metà della frazione del corpo elettorale che ha votato la coalizione al Governo. Quindi anche la maggioranza di chi ha votato per i partiti al Governo viene privata di garanzie, insieme a chi ha votato partiti dell’opposizione, a chi non ha votato e a chi non ha diritto al voto.

Per avere presenti questi dati è sufficiente l’intelligenza naturale.

 

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Come i think tank sostenuti dalla CIA alimentano le proteste in Iran


di Alan MacLeod - Mintpress*

Mentre ondate di manifestazioni e contro-manifestazioni mortali colpiscono l'Iran, MintPress esamina le ONG sostenute dalla CIA che contribuiscono ad alimentare l'indignazione e a fomentare ulteriore violenza.

Uno di questi gruppi è Human Rights Activists In Iran, spesso citato dai media come HRA o HRAI. Il gruppo e il suo braccio mediatico, la Human Rights Activists News Agency (HRANA), sono diventati il punto di riferimento per i media occidentali e sono la fonte di molte delle affermazioni più incendiarie e delle cifre scioccanti sulle vittime riportate dalla stampa. Solo nella scorsa settimana, le loro affermazioni hanno fornito gran parte della base per gli articoli pubblicati, tra gli altri, da CNN, The Wall Street Journal, NPR, ABC News, Sky News e The New York Post. E in un appassionato appello ai progressisti affinché sostengano le proteste, Owen Jones ha scritto martedì sul Guardian che HRAI è un gruppo “rispettato” le cui dichiarazioni sul numero dei morti sono “probabilmente significativamente sottostimate”.

Tuttavia, nessuno di questi articoli menziona il fatto che Human Rights Activists In Iran è finanziato dalla Central Intelligence Agency, attraverso la sua organizzazione di facciata, la National Endowment for Democracy (NED).

ONG “indipendenti”, offerte dalla CIA

Fondata nel 2006, Human Rights Activists in Iran ha sede a Fairfax, in Virginia, a pochi passi dalla sede della CIA a Langley. Si descrive come un'associazione “apolitica” di attivisti impegnati a promuovere la libertà e i diritti in Iran. Sul suo sito web, osserva che “poiché l'organizzazione cerca di rimanere indipendente, non accetta aiuti finanziari né da gruppi politici né da governi”. Tuttavia, nello stesso paragrafo, si legge che “HRAI ha anche accettato donazioni dal National Endowment for Democracy, un'organizzazione non governativa senza scopo di lucro degli Stati Uniti d'America”. Il livello di investimento del NED in HRAI è stato a dir poco sostanziale; il giornalista Michael Tracey ha scoperto che, solo nel 2024, il NED ha stanziato ben oltre 900.000 dollari a favore dell'organizzazione.

The huge death tolls in Iran being splashed all over the media are sourced to an outfit in Fairfax, VA called "Human Rights Activists in Iran" that is overwhelmingly funded by the US government. What is their methodology? Is it credible? Who cares? Just pump the big numbers out pic.twitter.com/9No2e7n1Dw

— Michael Tracey (@mtracey) January 12, 2026


Un'altra ONG ampiamente citata nei recenti resoconti dei media sulle proteste è l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran (ABCHRI). Il gruppo è stato ampiamente citato, tra gli altri, dal Washington Post, dalla PBS e dalla ABC News. Come nel caso dell'HRAI, anche questi resoconti omettono di rivelare la vicinanza dell'Abdorrahman Boroumand Center alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Sebbene non lo menzioni nella sua dichiarazione di non responsabilità sul finanziamento, il centro è sostenuto dal NED. L'anno scorso, il NED ha descritto il centro come un'organizzazione “partner” e ha assegnato alla sua direttrice, Roya Boroumand, la medaglia Goler T. Butcher 2024 per la promozione della democrazia.

“Roya e la sua organizzazione hanno lavorato con rigore e obiettività per documentare le violazioni dei diritti umani commesse dal regime in Iran”, ha affermato Amira Maaty, direttore senior dei programmi NED per il Medio Oriente e il Nord Africa. "Il lavoro dell'Abdorrahman Boroumand Center è una risorsa indispensabile per le vittime che cercano giustizia e chiedono che i responsabili siano chiamati a rispondere delle loro azioni secondo il diritto internazionale. La NED è orgogliosa di sostenere Roya e il centro nella loro difesa dei diritti umani e nella loro instancabile ricerca di un futuro democratico per l'Iran“.

Oltre a ciò, nel consiglio di amministrazione del centro siede il controverso accademico Francis Fukuyama, ex membro del consiglio della NED e redattore della sua pubblicazione ”Journal of Democracy".

Se mai, il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) è andato oltre l'HRAI o l'ABCHRI. Ampiamente citato dai media occidentali (ad esempio, The New York Times, The Guardian, USA Today), il CHRI è stato la fonte di molte delle storie più cruente e raccapriccianti provenienti dall'Iran. Un articolo pubblicato lunedì sul Washington Post, ad esempio, si è basato sulle competenze del CHRI per riferire che gli ospedali iraniani erano sovraffollati e avevano persino esaurito le scorte di sangue per curare le vittime della repressione governativa. “È in corso un massacro. Il mondo deve agire subito per impedire ulteriori perdite di vite umane”, ha dichiarato un portavoce del CHRI. Date le recenti minacce del presidente Trump di attacchi militari statunitensi contro l'Iran, le implicazioni di questa dichiarazione erano chiare.

Eppure, come nel caso delle altre ONG citate, nessuno dei media mainstream che hanno citato il Centro per i diritti umani in Iran ha sottolineato i suoi stretti legami con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il CHRI, un gruppo iraniano per i diritti umani con sede a New York City e Washington, D.C., è stato identificato dal governo cinese come direttamente finanziato dal NED.

L'affermazione è tutt'altro che stravagante, dato che Mehrangiz Kar, membro del consiglio di amministrazione del CHRI, è un ex Reagan-Fascell Democracy Fellow presso il NED. E nel 2002, in occasione di un gala pieno di star a Capitol Hill, la First Lady Laura Bush e il futuro presidente Joe Biden hanno consegnato a Kar il Democracy Award annuale del NED.

 

Una storia di operazioni di cambio di regime

Il National Endowment for Democracy è stato creato nel 1983 dall'amministrazione Reagan, dopo che una serie di scandali aveva gravemente danneggiato l'immagine e la reputazione della CIA. Il Comitato Church – un'indagine del Senato degli Stati Uniti del 1975 sulle attività della CIA – scoprì che l'agenzia aveva orchestrato l'assassinio di diversi capi di Stato stranieri, era coinvolta in una massiccia campagna di sorveglianza interna contro gruppi progressisti, aveva infiltrato e piazzato agenti in centinaia di media statunitensi e stava conducendo scioccanti esperimenti di controllo mentale su partecipanti americani non consenzienti.

Tecnicamente un'entità privata, sebbene ricevesse praticamente tutti i suoi finanziamenti dal governo federale e fosse composta da ex agenti segreti, la NED fu creata come un modo per esternalizzare molte delle attività più controverse dell'agenzia, in particolare le operazioni di cambio di regime all'estero. “Sarebbe terribile per i gruppi democratici di tutto il mondo essere visti come sovvenzionati dalla CIA”, disse nel 1986 Carl Gershman, presidente di lunga data della NED. Il cofondatore del NED Allen Weinstein concordò: “Molto di ciò che facciamo oggi era fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”, disse al Washington Post.

Parte della missione della CIA era quella di creare una rete mondiale di media e ONG che ripetessero i punti di discussione della CIA, spacciandoli per notizie credibili. Come ammise l'ex leader della task force della CIA John Stockwell, “avevo propagandisti in tutto il mondo”. Stockwell ha poi descritto come ha contribuito a inondare il mondo di notizie false che demonizzavano Cuba:

Abbiamo diffuso decine di storie sulle atrocità cubane, sugli stupratori cubani [ai media]... Abbiamo pubblicato fotografie [false] che sono apparse su quasi tutti i giornali del Paese... Non sapevamo di nessuna atrocità commessa dai cubani. Era pura e semplice propaganda falsa per creare l'illusione che i comunisti mangiassero bambini a colazione".

Mike Pompeo, ex direttore della CIA, ha alluso al fatto che questa fosse una politica attiva della CIA. In un discorso tenuto nel 2019 alla Texas A&M University, ha detto: “Quando ero cadetto, qual era il motto dei cadetti a West Point? Non mentire, non imbrogliare, non rubare e non tollerare chi lo fa. Io ero il direttore della CIA. Abbiamo mentito, abbiamo imbrogliato, abbiamo rubato. Avevamo interi corsi di formazione [su] questo!”

Uno dei più grandi successi del NED risale al 1996, quando riuscì a influenzare le elezioni in Russia, spendendo ingenti somme di denaro per garantire che il fantoccio degli Stati Uniti Boris Eltsin rimanesse al potere. Eltsin, salito al potere con un colpo di Stato nel 1993 che sciolse il parlamento, era profondamente impopolare e sembrava che il pubblico russo fosse pronto a votare per un ritorno al comunismo. Il NED e altre agenzie americane inondarono la Russia di denaro e propaganda, assicurando che il loro uomo rimanesse al potere. La storia fu catalogata in una famosa edizione della rivista Time, la cui copertina recava la scritta: “Gli yankee in soccorso: la storia segreta di come i consiglieri americani hanno aiutato Eltsin a vincere”.

Sei anni dopo, il NED fornì sia i finanziamenti che le menti per un colpo di Stato di breve successo contro il presidente venezuelano Hugo Chavez.

Il NED ha speso centinaia di migliaia di dollari per far volare i leader del colpo di Stato (come Marina Corina Machado) avanti e indietro da Washington, D.C. Dopo che il colpo di Stato è stato rovesciato e il complotto è stato smascherato, i finanziamenti del NED a Machado e ai suoi alleati sono addirittura aumentati, e l'organizzazione ha continuato a finanziare lei e le sue organizzazioni politiche.

Il NED avrebbe avuto più fortuna in Ucraina, svolgendo un ruolo chiave nella rivoluzione di Maidan del 2014 che ha rovesciato il presidente Viktor Yanukovich e lo ha sostituito con un successore filo-statunitense. La vicenda di Maidan ha seguito una formula collaudata, con un gran numero di persone scese in piazza per protestare e un nucleo duro di paramilitari addestrati che hanno compiuto atti di violenza volti a destabilizzare il governo e provocare una risposta militare.

L'assistente segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici (e futura membro del consiglio di amministrazione del NED) Victoria Nuland volò a Kiev per segnalare il pieno sostegno del governo statunitense al movimento per cacciare Yanukovich, distribuendo persino biscotti ai manifestanti nella piazza principale della città. Una telefonata trapelata ha rivelato che il nuovo primo ministro ucraino, Arseniy Yatsenyuk, era stato scelto direttamente dalla Nuland. “Yats è l'uomo giusto”, si sente dire all'ambasciatore statunitense in Ucraina, Geoffrey Pyatt, citando la sua esperienza e la sua cordialità con Washington come fattori chiave. La rivoluzione di Maidan del 2014 e le sue conseguenze avrebbero portato all'invasione russa dell'Ucraina otto anni dopo.

Proprio al confine con la Bielorussia, il NED ha pianificato azioni simili per rovesciare il presidente Alexander Lukashenko. Al momento del tentativo (2020-2021), il NED stava portando avanti 40 progetti attivi all'interno del Paese.

In una chiamata Zoom infiltrata e registrata di nascosto dagli attivisti, Nina Ognianova, responsabile senior del programma europeo del NED, si è vantata che i gruppi che guidavano le manifestazioni nazionali contro Lukashenko erano stati addestrati dalla sua organizzazione. “Non pensiamo che questo movimento così impressionante e stimolante sia nato dal nulla, che sia semplicemente successo dall'oggi al domani”, ha detto, sottolineando che il NED aveva dato un “contributo significativo” alle proteste.

Nella stessa chiamata, il presidente del NED Gershman ha osservato che “sosteniamo moltissimi gruppi e abbiamo un programma molto, molto attivo in tutto il Paese, e molti dei gruppi hanno ovviamente i loro partner in esilio”, vantandosi che il governo bielorusso era impotente nel fermarli. "Non siamo come Freedom House o NDI [National Democratic Institute] e IRI [International Republican Institute]; non abbiamo uffici. Quindi, se non siamo lì, non possono cacciarci", ha detto, paragonando il NED ad altre organizzazioni statunitensi che promuovono il cambio di regime.

Il tentativo di rivoluzione colorata non ha avuto successo, tuttavia, poiché i manifestanti hanno incontrato grandi contro-manifestazioni e Lukashenko rimane al potere ancora oggi. Le azioni del NED sono state un fattore chiave nella decisione di Lukashenko di abbandonare i suoi rapporti con l'Occidente e di alleare la Bielorussia con la Russia.

Pochi mesi dopo il fallimento in Bielorussia, il NED ha fomentato un altro tentativo di cambio di regime, questa volta a Cuba. L'agenzia ha speso milioni di dollari per infiltrarsi e comprare artisti musicali compiacenti, soprattutto nella comunità hip hop, nel tentativo di rivoltare la cultura popolare locale contro la sua rivoluzione. Guidati dai rapper cubani, gli Stati Uniti hanno cercato di mobilitare la popolazione nelle strade, inondando i social media con appelli di celebrità e politici per rovesciare il governo. Tuttavia, ciò non si è tradotto in un intervento concreto e il fiasco è stato liquidato sarcasticamente come la “Baia dei Tweet” degli Stati Uniti.

Molti dei movimenti di protesta più visibili in tutto il mondo sono stati silenziosamente orchestrati dal NED. Tra questi vi sono le proteste di Hong Kong del 2019-2020, in cui l'agenzia ha convogliato milioni di dollari ai leader del movimento per mantenere la gente in piazza il più a lungo possibile. Il NED continua a collaborare con i gruppi separatisti uiguri e tibetani, nella speranza di destabilizzare la Cina. Altri progetti noti di ingerenza del NED includono l'interferenza nelle elezioni in Francia, Panama, Costa Rica, Nicaragua e Polonia.

È proprio per questi motivi, quindi, che accettare finanziamenti dal NED dovrebbe essere impensabile per qualsiasi ONG o organizzazione per i diritti umani seria, poiché molte di quelle che lo hanno fatto sono state gruppi di facciata per il potere americano e operazioni clandestine di cambio di regime. È anche il motivo per cui il pubblico dovrebbe essere estremamente diffidente nei confronti di qualsiasi affermazione fatta da organizzazioni sul libro paga di un'organizzazione di copertura della CIA, specialmente quelle che tentano di nascondere questo fatto. Anche i giornalisti hanno il dovere di esaminare attentamente qualsiasi dichiarazione fatta da questi gruppi e di informare i loro lettori e telespettatori sui loro intrinseci conflitti di interesse.

 

Obiettivo Iran

Oltre a finanziare le tre ONG per i diritti umani con sede negli Stati Uniti qui descritte, il NED sta conducendo una miriade di operazioni che prendono di mira la Repubblica islamica. Secondo il suo elenco delle sovvenzioni per il 2025, attualmente ci sono 18 progetti NED attivi per l'Iran, anche se l'agenzia non divulga nessuno dei gruppi con cui sta lavorando.

Si rifiuta inoltre di divulgare dettagli concreti su questi progetti, al di là di descrizioni piuttosto vaghe che includono:

“Potenziare” una rete di “attivisti in prima linea ed esiliati” all'interno dell'Iran;
“Promuovere il giornalismo indipendente” e “Creare piattaforme mediatiche per influenzare l'opinione pubblica”;
“Monitorare e promuovere i diritti umani”;
“Promuovere la libertà di Internet”;
“Formare leader studenteschi all'interno dell'Iran”;
“Promuovere l'analisi politica, il dibattito e le azioni collettive sulla democrazia”; e
“Promuovere la collaborazione tra la società civile iraniana e gli attivisti politici su una visione democratica e sensibilizzare la comunità legale sui diritti civili, l'organizzazione faciliterà il dibattito sui modelli di transizione dall'autoritarismo alla democrazia”.

Leggendo tra le righe, il NED sta cercando di costruire una vasta rete di media, ONG, attivisti, intellettuali, leader studenteschi e politici che canteranno tutti dallo stesso spartito, quello della “transizione” dall'‘autoritarismo’ (cioè l'attuale sistema di governo) alla “democrazia” (cioè un governo scelto dagli Stati Uniti). In altre parole: un cambio di regime.

L'Iran, ovviamente, è nel mirino degli Stati Uniti sin dalla destituzione dello scià Mohammad Reza Pahlavi durante la rivoluzione islamica del 1978-79. Lo stesso Pahlavi era stato mantenuto al potere dalla CIA, che aveva orchestrato un colpo di Stato contro il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh (1952-53). Mossadegh, un riformatore liberale laico, aveva fatto infuriare Washington nazionalizzando l'industria petrolifera del Paese, attuando una riforma agraria e rifiutandosi di schiacciare il partito comunista Tudeh.

La CIA (l'organizzazione madre del NED) si infiltrò nei media iraniani, pagandoli per diffondere contenuti isterici contro Mossadegh, compì attacchi terroristici all'interno dell'Iran, corruppe funzionari affinché si rivoltassero contro il presidente, coltivò legami con elementi reazionari all'interno dell'esercito e pagò manifestanti affinché invadessero le strade durante le manifestazioni contro Mossadegh.

Lo scià regnò per 26 sanguinosi anni, dal 1953 al 1979, fino a quando fu rovesciato dalla rivoluzione islamica.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto l'Iraq di Saddam Hussein, che ha invaso l'Iran quasi immediatamente, provocando un conflitto aspro durato otto anni che ha causato la morte di almeno mezzo milione di persone. Washington ha fornito a Hussein una vasta gamma di armi, compresi componenti per armi chimiche utilizzate contro gli iraniani, nonché altre armi di distruzione di massa.

Dal 1979, l'Iran è anche soggetto a restrittive sanzioni economiche americane, misure che hanno gravemente ostacolato lo sviluppo del Paese. Durante il suo primo mandato, Trump si è ritirato dall'accordo nucleare con l'Iran e ha aumentato la pressione economica. Il risultato è stato il crollo del valore del rial iraniano, la disoccupazione di massa, l'aumento vertiginoso degli affitti e il raddoppio del prezzo dei generi alimentari. La gente comune ha perso sia i propri risparmi che la propria sicurezza a lungo termine.

Durante tutto questo periodo, Trump ha costantemente minacciato l'Iran di un attacco, che alla fine ha portato a termine a giugno, bombardando una serie di progetti infrastrutturali all'interno del Paese.

 

Una protesta legittima?

Le attuali manifestazioni sono iniziate il 28 dicembre come protesta contro l'aumento dei prezzi. Tuttavia, si sono rapidamente trasformate in qualcosa di molto più grande, con migliaia di persone che chiedevano il rovesciamento del governo e persino il ripristino della monarchia sotto il figlio dello scià, il principe ereditario Reza Pahlavi.

Sono state rapidamente sostenute e amplificate dagli Stati Uniti e dalla sicurezza nazionale israeliana. “Il regime iraniano è in difficoltà”, ha annunciato Pompeo. “Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco...”, ha aggiunto. I media israeliani stanno apertamente riferendo che “elementi stranieri” (cioè israeliani) stanno “armando i manifestanti in Iran con armi da fuoco, e questo è il motivo delle centinaia di morti tra le persone fedeli al regime”.

I servizi segreti israeliani hanno confermato l'affermazione non proprio criptica di Pompeo. “Scendete tutti in strada. È giunto il momento”, hanno istruito gli iraniani gli account social ufficiali dell'agenzia di spionaggio: “Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo”.

Trump ha fatto eco a queste parole. "PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate i nomi degli assassini e dei maltrattatori. Pagheranno un prezzo molto alto», ha urlato, aggiungendo che «gli aiuti americani stanno arrivando».

Qualsiasi dibattito sul significato di «aiuti americani» è terminato lunedì, quando Trump ha dichiarato che «se l'Iran spara [sic] e uccide violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso... Siamo pronti a intervenire». Ha anche tentato di imporre un blocco economico totale, annunciando che qualsiasi paese che commercia con Teheran dovrà affrontare un dazio aggiuntivo del 25%.

Tutto questo, aggiunto alla crescente violenza delle proteste, rende molto più difficile per gli iraniani esprimersi politicamente. Quella che era iniziata come una manifestazione contro il costo della vita si è trasformata in un enorme movimento apertamente insurrezionale, sostenuto e fomentato dagli Stati Uniti e da Israele. Gli iraniani, ovviamente, hanno tutto il diritto di protestare, ma una serie di fattori ha sollevato la possibilità molto concreta che gran parte del movimento antigovernativo sia un tentativo inorganico, orchestrato dagli Stati Uniti, di cambiare il regime. Mentre gli iraniani possono discutere su come desiderano esprimersi e che tipo di governo vogliono, ciò che è indiscutibile è che molti dei think tank e delle ONG chiamati a fornire presunte prove e commenti esperti su queste proteste sono strumenti del National Endowment for Democracy.

Foto in primo piano | In questa foto ottenuta dall'Associated Press, alcuni iraniani partecipano a una protesta antigovernativa a Teheran, in Iran, il 9 gennaio 2026. Foto | UGC via AP

Alan MacLeod è Senior Staff Writer per MintPress News. Ha completato il suo dottorato di ricerca nel 2017 e da allora ha scritto due libri acclamati: Bad News From Venezuela:

Twenty Years of Fake News and Misreporting e Propaganda in the Information Age: Still Manufacturing Consent, oltre a una serie di articoli accademici. Ha anche collaborato con FAIR.org, The Guardian, Salon, The Grayzone, Jacobin Magazine e Common Dreams. Seguite Alan su Twitter per ulteriori informazioni sul suo lavoro e sui suoi commenti: @AlanRMacLeod.

 

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Gaza – La finzione della “Fase Due”


di Tawfiq Al Ghussein e Rania Hammad*

15 gennaio 2026

 

L’affermazione secondo cui Gaza si starebbe avvicinando a una cosiddetta “Fase Due” è divenuta una delle principali finzioni diplomatiche della guerra (di genocidio) in corso. 

La cosiddetta seconda fase spesso citata nei media e rafforzata da una comunicazione mediatica, ha ben poco a che vedere con le condizioni reali sul terreno. 

Lo storico israeliano Ilan Pappe, scrive “Gli ultimi due anni non sono state una guerra, ma un Genocidio e l’intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno gia’ causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco. Israele ha annesso parte della Striscia…..il Ministro Katz ha dichiarato l’intenzione di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia”.

La Fase Due infatti, non è per nulla in ritardo, né bloccata, né in attesa di un allineamento politico. Essa funziona come un meccanismo di distrazione piuttosto che come fase o quadro operativo. Ciò che esiste nella realtà è la prosecuzione della gestione del controllo israeliano, riformulata attraverso il linguaggio del cessate il fuoco, della stabilizzazione e della ricostruzione, al fine di attenuare l’opinione pubblica, e sviare dalla responsabilità giuridica. 

Il quadro entro cui opera questo linguaggio, è l’accordo di cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025. 

Tale accordo ha formalmente introdotto una struttura per fasi, comprendente una iniziale “Fase Uno”, seguita da una prospettata “Fase Due” che avrebbe dovuto segnare una transizione oltre le ostilità attive. Nella pratica, tuttavia, neppure la Fase Uno ha mai funzionato come un cessate il fuoco. Le operazioni militari israeliane, il radicamento territoriale e l’uccisione di civili sono proseguiti senza interruzione, rendendo l’accordo carta straccia. 

La Fase Due non è stata quindi ostacolata dalla diplomazia, ma resa concettualmente superflua dalla sistematica mancata attuazione della Fase Uno.

Elemento decisivo è l’assenza di una data fissa o universalmente concordata per l’avvio della Fase Due. Esistono piuttosto aspettative, dichiarazioni diplomatiche e tempistiche ipotetiche circolanti nei negoziati, ma non un meccanismo vincolante o una tabella di marcia applicabile. 

La pianificazione diplomatica statunitense aveva suggerito che una dichiarazione formale di transizione potesse avvenire entro la fine del 2025, subordinatamente al soddisfacimento di determinate condizioni. Tuttavia, controversie irrisolte sulla governance, sugli assetti di sicurezza e sul futuro status politico di Gaza hanno ripetutamente rinviato anche questo orizzonte provvisorio. 

L’assenza di una data concreta riflette dunque non un ritardo tecnico, bensì un piano politico in atto. 

La Fase Uno ha comunque consentito a Israele di raggiungere i propri obiettivi strategici immediati, mostrandosi forti e astuti avendo ottenuto il rilascio degli ostaggi. Cosa che ha ridotto la pressione diplomatica e fatto calare l’attenzione internazionale. 
Inoltre, ha poi moderato l’intensità della violenza, modulata e non interrotta, proprio con lo scopo di proseguire il genocidio sotto altre forme. 

Da quel momento in poi, Israele non aveva né incentivo né intenzione di procedere verso una seconda fase. 

Qualsiasi transizione reale avrebbe richiesto il ritiro, il ripristino del ruolo politico palestinese, la responsabilità per le violazioni del diritto internazionale e la fine dell’impunità strutturale. Nessuno di questi esiti era compatibile con la politica israeliana, né è stato imposto dalla comunita’ internazionale. 

Israele esercita oggi un controllo diretto su oltre la metà del territorio di Gaza, ampliando progressivamente la propria impronta e questo sotto la cornice del “cessate il fuoco”.

Questo momento storico infatti, ricorda molto il “processo di pace” e gli accordi di Oslo del 1993-1995. Sotto falso slogan della pace, gli insediamenti ebraici illegali si espandevano in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme Est, nei territori palestinesi occupati. 

Immagini satellitari e analisi indipendenti, indicano che dal cessate il fuoco, Israele ha costruito almeno tredici nuovi avamposti militari all’interno di Gaza, in particolare lungo la “linea gialla”, l’area orientale di Khan Younis e le zone adiacenti al confine israeliano. Tali installazioni segnalano il passaggio dall’occupazione temporanea alla permanenza infrastrutturale e al controllo permanente.

In parallelo, nella Cisgiordania occupata, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato l’istituzione di diciannove nuovi insediamenti l’11 dicembre 2025, portando a sessantanove il numero totale di nuovi insediamenti autorizzati dall’attuale governo negli ultimi tre anni, con un incremento di quasi il cinquanta per cento rispetto al 2022. 

Decisioni precedenti, nel maggio 2025, che autorizzavano ventidue nuovi insediamenti, sono state ampiamente condannate come la più grande espansione degli ultimi decenni. Nel loro insieme, queste misure consolidano la frammentazione territoriale, interrompono la continuità palestinese e precludono qualsiasi prospettiva realistica di vita politica palestinese sovrana. 

Esse equivalgono a una annessione di fatto di territori sia a Gaza sia in Cisgiordania.

L’accesso umanitario rimane sistematicamente limitato, in violazione diretta delle misure provvisorie vincolanti emesse dalla Corte Internazionale di Giustizia. Tali restrizioni, dimostrano una  privazione deliberata. Le autorità israeliane hanno bloccato l’ingresso di abitazioni mobili e rifugi temporanei necessari a una popolazione sfollata esposta alle condizioni invernali, ostacolato l’importazione di medicinali essenziali, attrezzature mediche e cibo nutriente, e impedito la consegna di forniture sanitarie per bambini, anziani e persone affette da patologie croniche.

La violenza riflette un evidente modello di distruzione e sterminio della popolazione palestinese e di consolidamento territoriale.

Questa architettura di controllo permanente è esplicitamente articolata dai leader politici israeliani esponenti della coalizione di governo che hanno respinto l’idea di una qualsiasi forma di sovranità palestinese e dichiarando che non vi sarà mai alcuno Stato palestinese. 

Gaza e la Cisgiordania sono inquadrati in termini coloniali e teologici, e la “redenzione della terra” evocata come obiettivo politico, che tratta la presenza palestinese come un ostacolo da eliminare. Normalizzando un genocidio. 

Come ha osservato la Corte Internazionale di Giustizia in altri contesti di atrocità di massa, l’erosione della responsabilità non può essere separata dall’erosione del diritto stesso. Dove non vi sono conseguenze per i crimini più gravi, il diritto cessa di funzionare come limite al potere. Consentire a uno Stato potente di eludere la responsabilità per atti che possono configurare genocidio significa rendere il diritto internazionale insignificante e sacrificabile. 

Ma questo sarebbe tragico per tutti noi. E molto pericoloso. 

*Autori

Tawfiq Al?Ghussein è scrittore e analista politico, specializzato in Palestina, diritto internazionale ed economia politica del Medio Oriente.

Rania Hammad è scrittrice e attivista, specializzata in storia e politica della Palestina, relazioni internazionali e diritti umani.

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“Sillabario contemporaneo”, saggio di Davide Morelli…

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Ho raccolto in questi giorni una piccola parte dei miei scritti. Ho pensato di farne una sorta di piccolo vocabolario di poco più di 170 termini per descrivere la civiltà occidentale.  L’ho raccolto in un libro e l’ho intitolato “Sillabario contemporaneo”. Tratto delle dinamiche psicologiche,  sociali, politiche, religiose, mediatiche,  economiche,  filosofiche, etc etc in modo comprensibile. Ho trattato di quelle che a mio modesto avviso sono le leggi che governano il mondo e di quelli che sono i problemi dell’umanità. Alcune voci sono di alcune pagine, mentre altre sono di quindici o venti righe. Ci sono molte cose attendibili. Naturalmente

L'articolo “Sillabario contemporaneo”, saggio di Davide Morelli… sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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Andrea Zhok - Sul (demenziale) parallelo tra Palestina e Iran

 

di Andrea Zhok*

 

Chiedo venia, ma continua a venire fuori questo demenziale parallelismo tra Palestina e Iran, come se chi ha protestato per il genocidio di Gaza dovesse per coerenza protestare contro la repressione della rivolta armata nelle città iraniane.

Inizialmente pensavo fosse qualche episodico minus habens a sostenere questa tesi, ma non bisogna mai eccedere in fiducia nella specie umana: questo "ragionamento" continua ad essere ripetuto e ripreso.

Bene, siccome si chiama in causa la necessità di coerenza e il parallelismo tra le due situazioni, segnalo quattro cose.

 

1) Chi chiede la sovranità dei palestinesi sulla Palestina, deve chiedere coerentemente la sovranità degli iraniani sull'Iran, senza interventi militari esterni, questo è coerente con il principio di autodeterminazione dei popoli. Chi lo respinge aderisce ad una forma di suprematismo coloniale, per cui la civiltà deve essere importata dall'esterno con le armi.

 

2) L'attacco di Hamas del 7 ottobre non era un attacco a uno stato straniero, ma un attacco a una forza coloniale insediata su territori occupati militarmente e che Israele non ha alcun diritto a rivendicare come propri. E questo non per mia opinione, ma a termini di legge e sulla base delle risoluzioni dell'ONU.

 

3) La risposta israeliana già il 9 ottobre, 2 giorni dopo, aveva cacciato ogni residuo elemento di Hamas coinvolto nell'attacco. Da quel momento in poi l'IDF ha proseguito nel massacro in aree civili, radendo al suolo la striscia di Gaza, uccidendo, secondo le stime più restrittive, almeno 56.000 palestinesi, di cui circa 20.000 minorenni. Questo massacro è durato con cadenza quotidiana per 24 mesi (e in tono minore anche dopo). 

- La risposta del governo iraniano alla rivolta armata sul proprio territorio è durata il tempo della rivolta stessa. Secondo il Dipartimento della Difesa americano 800 rivoltosi catturati, che si riteneva fossero passati per le armi, sono ancora nelle carceri iraniane in attesa di processo.

 

4) La risposta pubblica ai massacri israeliani ha cominciato ad albeggiare timidamente in Europa non prima di 6 mesi dal 7 ottobre, quando sono comparse le prime manifestazioni significative. Per avere una risposta massiva, in cui prendessero la parola anche testate giornalistiche importanti e qualche carica istituzionale si è dovuto attendere un anno e mezzo di massacri in mondovisione. 

- La risposta pubblica a quanto succedeva in Iran è arrivata istantaneamente - ben prima di capire cosa esattamente stesse succedendo - con immediate vibranti denunce di massacri inenarrabili di manifestanti pacifici. Si è negato per giorni che i "manifestanti pacifici" fossero armati di tutto punto, sparassero sulle forze di sicurezza, bruciassero moschee, biblioteche, automobili, caseggiati. Tuttavia, in quasi totale assenza di informazioni, dopo poche ore la rete era inondata di numeri lunari delle "vittime del regime" (ha girato subito e continua ancora a girare la sparata, destituita di ogni fondamento, dei 12.000 manifestanti uccisi, laddove ora si parla di 3.000 vittime complessive, tra manifestanti, infiltrati, forze dell'ordine e civili accidentalmente colpiti.)

 

Ecco, se ancora non capite: 

a) che le due circostanze sono incomparabili; 

b) che l'opinione pubblica nei due casi è stata manipolata e strumentalizzata in direzioni opposte, fornendogli dati falsi e chiavi di lettura faziose (in comune c'è solo una cosa: sono state letture gradite a Israele); 

c) che, eventualmente, coerenza vorrebbe di sostenere l'autodeterminazione dei palestinesi come degli iraniani;

se ancora non lo avete capito, allora NON VOLETE capirlo, e si tratta non più di ignoranza ma di malafede.

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L’ordine mondiale basato sulle regole è ormai un ricordo del passato.

di Pranay Kumar Shome

La diffusa convinzione nella stabilità di un ordine mondiale basato su regole è stata seriamente scossa dalle recenti azioni degli Stati Uniti.

L’idealismo, una delle più importanti e antiche scuole di pensiero in politica internazionale, postula che gli esseri umani siano altruisti e razionali, alla ricerca del proprio benessere e di quello altrui. In questo contesto, il diritto e le norme internazionali svolgono un ruolo cruciale nel limitare le ambizioni extraterritoriali degli Stati.

Questa tradizione risale a Immanuel Kant, filosofo tedesco del XVIII secolo, e si basa sulla sua teoria della ” pace perpetua “. Da allora, questa corrente di pensiero si è evoluta notevolmente. Uno dei suoi principali contributi è il concetto di un ordine mondiale basato su regole; si tratta dell’idea che il diritto e le norme internazionali impongano sanzioni agli Stati che perseguono politiche estere aggressive, in particolare quelle che minacciano l’esistenza di altri Stati, garantendo così il mantenimento della pace e della stabilità. Tuttavia, questa idea è stata gravemente compromessa dalle recenti azioni degli Stati Uniti contro il Venezuela. Il 3 gennaio, le forze statunitensi hanno condotto un raid su Caracas , la capitale del Venezuela, rapendo il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, prima di riportarli negli Stati Uniti. Questa “straordinaria operazione militare”, soprannominata ” Operazione Absolute Resolve “, ha scioccato i sostenitori di un ordine mondiale basato su regole.

In questo contesto, è fondamentale comprendere le implicazioni delle azioni degli Stati Uniti.

Il ritorno della legge della giungla

Nel suo libro ” L’origine delle specie “, il biologo britannico Charles Darwin propose la teoria dell’evoluzione. Delineò l’idea che, per sopravvivere, le specie, siano esse vegetali o animali, debbano sviluppare caratteristiche anatomiche specializzate che consentano loro di prosperare in un ambiente naturale ostile. Questa idea divenne nota come “legge della giungla”, ovvero che solo i più adatti sopravvivono. Questa modalità di sopravvivenza si basa sulla competizione e sull’eliminazione reciproca delle specie nella lotta per il predominio.

Questa idea può quindi essere estrapolata al contesto delle azioni americane in Venezuela. Nonostante la superiorità morale rivendicata dai leader, dalle istituzioni e dalle forze armate americane in merito al rispetto del diritto internazionale, le azioni degli Stati Uniti hanno chiaramente comportato un cambio di regime.

Sostenitori governo Venezuela

Purtroppo, queste azioni rientrano in una più ampia tendenza americana per quanto riguarda le sue attività nell’emisfero occidentale. Dall’inizio del XX secolo, i governi americani che si sono succeduti sono intervenuti più di quaranta volte negli affari interni degli stati latinoamericani, sia per orchestrare un cambio di regime, sia per garantire l’esistenza di un regime in grado di conformarsi alla politica americana.

Politica delle risorse a scapito della stabilità interna

Le risorse minerarie hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nella storia dell’umanità. Carbone, petrolio e gas naturale sono stati al centro delle lotte di potere globali in passato, e oggi sono le terre rare a dominare il dibattito. Ora, la politica petrolifera è tornata, più aggressiva che mai. L’amministrazione statunitense ha chiarito che il suo intervento in Venezuela mira a dominare il mercato petrolifero globale. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo , pari a 300 miliardi di tonnellate, pari a un quinto delle riserve globali. Annunciando la sua intenzione di governare il Venezuela, l’amministrazione Trump ha chiarito che avrebbe sfruttato le riserve petrolifere venezuelane, se ne sarebbe appropriata e le avrebbe vendute su scala globale.

Ma la domanda più importante è questa: che dire della stabilità interna di questi paesi? La storia è piena di esempi di come, con il pretesto di promuovere la democrazia attraverso l’interventismo liberale, l’America abbia finito per distruggere il futuro di intere nazioni: Iraq, Afghanistan, Libia e Siria , per citarne solo alcune. Oggi, questi paesi sono coinvolti in guerre civili o alle prese con terrorismo e conflitti settari. Paradossalmente, un tale intervento è stato impossibile quando si è trattato di rispondere a vere e proprie crisi umanitarie come quelle in Sudan e Yemen, principalmente perché questi paesi non solo sono insignificanti in termini di contributo alle risorse globali, ma anche a causa della dimensione razziale dei problemi umanitari. Pertanto, la stabilità interna e gli interessi legittimi delle popolazioni diventano preoccupazioni secondarie per l’America e i suoi alleati occidentali quando si tratta di sfruttare altri paesi.

Lezioni per i paesi del sud

Henry Kissinger, rinomato diplomatico e intellettuale, dichiarò: ” Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è mortale “. Le azioni americane, di grande attualità, contengono importanti insegnamenti per i paesi del Sud del mondo:

In primo luogo , le sfere di influenza stanno riacquistando importanza. La Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti 2025 ha ripreso la Dottrina Monroe , sottolineando che gli Stati Uniti danno priorità al loro primato nell’emisfero occidentale e faranno tutto il possibile per mantenerlo. Di conseguenza, potenze come Cina, India e altre devono insistere sulla necessità di creare un accordo globale alternativo che garantisca la stabilità e la sovranità dei paesi del Sud del mondo.

In secondo luogo , la reazione sostanzialmente tiepida degli ambienti europei alle azioni americane riflette il fatto che l’Europa, attraverso il suo silenzio, approva tacitamente queste azioni audaci. Ciò invia un chiaro segnale ai paesi del Sud del mondo: non possono contare sul sostegno dell’opinione pubblica europea in caso di un incidente simile. Pertanto, l’autonomia diventa una necessità per la sopravvivenza.

Appare quindi chiaro che il palese intervento americano in Venezuela avrà conseguenze ampiamente negative, di cui il mondo potrebbe rendersi conto presto.

Fonte: New Eastern Outlook

Traduzione: Luciano Lago

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La dottrina della paura: ICE, bambini feriti e detenzione di massa

La notte del 15 gennaio, a Minneapolis, una famiglia che stava semplicemente tornando a casa si è trovata al centro di un’operazione dell’ICE. Non una retata mirata, ma un’azione indiscriminata: granate stordenti e gas lacrimogeno lanciati dentro un’auto con sei minori a bordo. Tre bambini sono finiti in ospedale, tra cui un neonato di sei mesi che ha smesso di respirare ed è stato rianimato in strada dalla madre. Nessuna minaccia, nessuna resistenza, nessun aiuto immediato da parte degli agenti federali. Questo episodio non è un’eccezione, ma il simbolo di una strategia più ampia.

A Minneapolis, come in molte altre città statunitensi, l’ICE opera sempre più come una forza di occupazione interna, con agenti armati e mascherati dispiegati nei quartieri più vulnerabili. Le proteste esplose dopo l’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE e le successive minacce di Donald Trump di invocare la Legge di Insurrezione mostrano fino a che punto la risposta politica stia scivolando verso la militarizzazione. Sul piano nazionale, i numeri raccontano la stessa escalation.

Ad oggi circa 73.000 persone sono detenute dalle autorità migratorie statunitensi, un record storico e un aumento dell’84% rispetto al 2025. Meno della metà ha precedenti penali, ma l’amministrazione punta ad ampliare la capacità di detenzione fino a 100.000 posti, sostenuta da finanziamenti senza precedenti: centinaia di miliardi di dollari destinati a ICE e Border Patrol.

Intanto, le condizioni nei centri di detenzione allarmano le organizzazioni per i diritti umani. ACLU e Amnesty International parlano di trattamenti disumani, abusi e sovraffollamento. Il 2025 è stato l’anno più letale da decenni per chi era in custodia ICE, e il 2026 si è aperto con nuove morti. La vicenda della famiglia Jackson riassume tutto: quando lo Stato colpisce auto con neonati a bordo, la “sicurezza” diventa una dottrina della paura, e la vita umana un danno collaterale accettabile.


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Iran, Qalibaf: “Sconfitta l’aggressione militare e il terrorismo interno”

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che Stati Uniti e Israele hanno subito “un’altra sconfitta” dopo il fallimento dei recenti disordini e attacchi terroristici in Iran. Secondo Qalibaf, le violenze degli ultimi giorni rappresentano la prosecuzione di una strategia già fallita: l’aggressione militare congiunta lanciata nel giugno 2025, che mirava a colpire le capacità strategiche iraniane, in particolare nel settore aerospaziale. Parlando a Teheran durante un incontro con il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein,

Qalibaf ha accusato il governo israeliano di perseguire una politica di destabilizzazione sistematica dei Paesi musulmani, con l’obiettivo di dividerli e dominarli. Una linea, ha affermato, portata avanti da Benjamin Netanyahu con il sostegno politico e militare degli Stati Uniti e di alcune potenze europee. Secondo la leadership iraniana, l’ultima ondata di disordini avrebbe seguito uno schema preciso: colpire dall’interno attraverso il terrorismo, creare instabilità e poi aprire la strada a un’aggressione esterna.

Un piano che, sostiene Teheran, è stato sventato grazie all’intervento delle forze di sicurezza e alla tenuta del Paese. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha parlato di una responsabilità diretta di Washington e Tel Aviv nei tentativi di destabilizzazione. Da Baghdad, intanto, arriva un messaggio di convergenza: la sicurezza di Iran e Iraq, ha detto Fuad Hussein, è parte integrante della sicurezza dell’intera regione.

Un monito chiaro: arretrare oggi significa indebolire tutti domani.


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Il selvaggio west digitale sta distruggendo l’infanzia: perché i bambini dovrebbero stare lontani dai social media

    Di Anastasia Mironova, rt.com   Maleducazione, pubblicità e pedofilia. Questo è solo un breve elenco dei motivi per cui i bambini non dovrebbero usare i social media. L’elenco completo occuperebbe quasi un’intera pagina. Ho capito che le persone più sagge della Terra vivono dove vagano canguri, koala e wombat. L’Australia ha vietato ai […]

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Dove marciano gli imperi, si organizzano i popoli del mondo

Il momento storico che stiamo vivendo non ammette né neutralità né esitazioni.

Comunicato del movimento Masar Badil

Mentre l’imperialismo americano intensifica la sua offensiva contro i popoli del mondo, intensificando guerre, blocchi, colpi di stato e processi di colonizzazione economica, la Palestina rimane in prima linea nello scontro globale, affrontando l’occupazione sionista come l’espressione più avanzata del progetto coloniale contemporaneo.


Allo stesso tempo, gli attacchi permanenti contro Libano, Siria, Yemen e Iraq dimostrano che l’aggressione imperialista e sionista si estende a tutta la regione araba , costituendo una guerra aperta contro i popoli che rifiutano di sottomettersi. Il Venezuela, sottoposto a un assedio imperiale per decenni, conferma che il dominio non si limita a territori specifici, ma costituisce un’architettura internazionale di saccheggio, repressione e controllo politico .

L’America Latina e il Brasile stanno attraversando una fase delicata, segnata dall’avanzata dell’estrema destra, dalla militarizzazione della politica e da elezioni decisive sotto una permanente interferenza imperialista. È in questo contesto che il Masar Badil, il Movimento Palestinese per la Via Rivoluzionaria Alternativa, invita i popoli, le organizzazioni e le forze popolari a riunirsi a San Paolo, non per un’attività passeggera , ma per la costruzione di una risposta storica, rivoluzionaria e organizzata .

Terra, lotta e internazionalismo

L’apertura al pubblico della Conferenza, in commemorazione della Giornata della Terra , celebrata il 30 marzo e anticipata a sabato 28 marzo , nelle strade, di fronte al Centro politico culturale palestinese al-Janiah , non è un gesto simbolico casuale: la terra è al centro della disputa , dalla Palestina occupata ai territori saccheggiati dell’America Latina.

La festa politica e culturale di questa giornata afferma davanti alle masse che:

La Palestina non è in vendita e l’America Latina non è adatta alla colonizzazione . I nostri popoli non accetteranno la normalizzazione del dominio imperiale né l’esportazione, da parte del sionismo, di tecnologie di guerra, sorveglianza e repressione nei nostri paesi.

Il 30 e 31 marzo , ad al-Janiah, le giornate di dibattito e organizzazione tra movimenti e organizzazioni provenienti da Brasile e America Latina daranno forma concreta alla ricostruzione del campo rivoluzionario. Il 31 marzo , terremo un’attività di presentazione pubblica della linea politica di Masar Badil :

  • Liberazione della Palestina dal fiume al mare
  • Liberazione di tutti i prigionieri palestinesi
  • Garanzia completa del diritto di reso
  • Confronto diretto con l’imperialismo
  • L’organizzazione internazionale dei popoli oppressi come via strategica verso la liberazione

Movimento dei lavoratori senza terra in Brasile

Il nostro compito storico

Questo appello nasce dalla convinzione che coloro che combattono per la Palestina combattono per il Venezuela , che coloro che si scontrano con il sionismo si scontrano con l’imperialismo e che la sconfitta della lobby sionista costituisce un passo fondamentale per la liberazione dei nostri popoli dal dominio imperiale.

Riaffermiamo il nostro sostegno incondizionato alla resistenza palestinese, alla resistenza libanese e alla resistenza yemenita, nonché alla resistenza di tutti i popoli liberi che affrontano l’oppressione.

Non c’è emancipazione possibile senza smantellare le strutture del capitalismo coloniale che sostengono lo sfruttamento, la miseria e la guerra. In tempi di offensiva reazionaria e di ricolonizzazione, il nostro compito storico è ricostruire un fronte internazionale di resistenza , riallacciare i fili della lotta tra Palestina e America Latina ed erigere un progetto rivoluzionario commisurato alla crisi del sistema.

IL FUTURO NON SARÀ CONCESSO DA ELEZIONI MEDIATE DAGLI INTERESSI DELL’IMPERIALISMO, NE’ DA PATTI CON GLI OPPRESSORI. SARÀ CONQUISTATO CON L’AUTO-ORGANIZZAZIONE, CON LA COSCIENZA E ATTRAVERSO LA LOTTA DEI POPOLI DEL MONDO.

*Fonte dell’immagine in evidenza 


Fonte: Global Research

Traduzione: Luciano Lago


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Israele teme di non riuscire a difendersi dall’Iran

di  Joe Lauria
Benjamin Netanyahu ha chiamato Donald Trump per esortarlo a non bombardare l’Iran perché, secondo alcune fonti, Israele si sente vulnerabile a un contrattacco iraniano.
Israele teme che i suoi sistemi di difesa aerea, indeboliti dagli iraniani durante il conflitto durato dodici giorni lo scorso giugno, non siano stati sufficientemente ripristinati per resistere a una potente risposta da parte di Teheran, qualora le dichiarazioni pubbliche incendiarie di Donald Trump lo spingessero a bombardare l’Iran.
Per questo motivo, mercoledì il primo ministro Benjamin Netanyahu ha contattato Trump chiedendogli di abbandonare qualsiasi offensiva finché Israele non sarà pronto.
Il media israeliano Ynet Global ha riportato :
” Secondo la CNN, i funzionari israeliani hanno avvertito che i sistemi di difesa aerea sono stati ampiamente utilizzati durante il conflitto diretto con l’Iran dell’anno scorso e che non credono che il regime iraniano crollerà rapidamente senza una prolungata campagna militare .”
La CNN ha scritto venerdì:
” Dietro le quinte… alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti hanno compiuto sforzi urgenti per evitare un intervento militare. Trump, ansioso di evitare azioni dalle conseguenze incerte che avrebbero potuto mettere in pericolo le truppe americane, è sembrato aperto a queste argomentazioni, secondo diversi funzionari statunitensi.”
Mercoledì pomeriggio, Trump ha parlato al telefono con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha incoraggiato a rimandare qualsiasi attacco pianificato, secondo una fonte vicina alla questione.
Gli israeliani non credevano che il regime sarebbe caduto rapidamente senza una campagna prolungata e lo stato del sistema di difesa missilistica del paese, ampiamente utilizzato nel conflitto iraniano-israeliano dell’anno precedente, era motivo di preoccupazione, secondo un’altra fonte a conoscenza della questione.
Questo messaggio ha avuto un peso particolare per il presidente, visti i precedenti appelli di Netanyahu alla partecipazione all’azione militare israeliana contro l’Iran. Il New York Times è stato il primo a rivelare questa conversazione .
Giovedì il New York Times ha pubblicato un articolo piuttosto curioso, intitolato ” Israele e i paesi arabi chiedono a Trump di astenersi dall’attaccare l’Iran “, con il seguente sottotitolo:
” Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente di rinviare qualsiasi attacco pianificato. I funzionari israeliani e arabi temono ritorsioni da parte dell’Iran .”
L’articolo inizia citando un alto funzionario statunitense che afferma che Netanyahu ” ha chiesto al presidente Trump di rinviare qualsiasi piano per un attacco militare statunitense contro l’Iran ” .
Tuttavia, l’articolo non spiega perché Netanyahu, che di solito sostiene un attacco americano, avrebbe preso questa decisione, né giustifica il sottotitolo che afferma che Israele teme una rappresaglia iraniana. Sarebbe stato esplosivo per il Times rivelare che Israele non è preparato a un contrattacco iraniano dopo i danni subiti nella guerra di giugno.
L’articolo non fornisce ulteriori dettagli e passa ad altri argomenti senza menzionare nuovamente l’appello di Israele a fermare l’attacco. Sembrava quasi che il Times avesse paura di ammettere il motivo per cui Israele aveva chiesto a Trump di ritirarsi: perché, nell’attuale stato di impreparazione, il Paese è terrorizzato dall’Iran.
Cercando di fare un brutto scherzo
Ynet Global ha riferito che il presidente degli Stati Uniti pensava di poterlo sorprendere:
” Trump voleva portare a termine un attacco potente e rapido, preferibilmente un’azione singola o a brevissimo termine, con l’obiettivo principale di un risultato chiaro: il crollo del regime iraniano.
Tuttavia, i suoi consiglieri e i generali del Pentagono non potevano garantire la rapidità di un’operazione del genere. Un’operazione rapida e decisa avrebbe richiesto una preparazione considerevole, come nel caso del Venezuela, una preparazione che avrebbe richiesto settimane.
In ogni caso, i generali e i funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale hanno fatto notare a Trump che anche un attacco contro l’Iran non porterebbe necessariamente al crollo del regime .
Questa notizia deve aver deluso Trump quando si è reso conto che il rovesciamento del governo iraniano non sarebbe avvenuto in un pomeriggio e che l’Iran avrebbe reagito.
” Quello che era certo era che un attacco del genere avrebbe innescato una rappresaglia. Le basi americane in tutto il Medio Oriente sarebbero state attaccate, Israele sarebbe stato costretto a fronteggiare il fuoco di missili e droni , e anche le industrie energetiche di altri alleati degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero potuto essere colpite. Ciò avrebbe portato a un aumento dei prezzi globali del petrolio e del costo dei prodotti petroliferi, anche negli Stati Uniti .”
Il Times of Israel ha confermato questa informazione:
” Gli esperti hanno avvertito che Israele potrebbe ritrovarsi meno equipaggiato a difendersi dalla minaccia dei missili balistici iraniani rispetto a quanto non lo fosse durante i dodici giorni di scontri di giugno, durante i quali Israele ha preso di mira la leadership militare, il programma nucleare e la produzione di missili della Repubblica islamica .”
Le scorte degli intercettori sono esaurite
Solo cinque giorni dopo l’inizio di questa guerra durata dodici giorni, il Wall Street Journal riportò che le scorte israeliane di missili intercettori Arrow stavano per esaurirsi, ” sollevando preoccupazioni circa la capacità del Paese di contrastare i missili balistici a lungo raggio iraniani se il conflitto non fosse stato risolto rapidamente ” .

Bat Yam, Tel Aviv, colpita da missili iraniani
La guerra finì sette giorni dopo. Senza di essa, Israele avrebbe potuto esaurire tutte le sue scorte.
Gli Stati Uniti intervennero in aiuto di Israele, ma dovettero schierare 150 intercettori THAAD, pari al 25% delle loro scorte totali, per supportare il Paese. Ci sarebbe voluto più di un anno per rifornire quelle scorte, riportò il Wall Street Journal il 24 luglio 2025, un mese dopo la fine della guerra. In quell’articolo, il quotidiano spiegava:
” Sebbene Israele disponga di un sofisticato sistema di difesa multistrato, che include sistemi come Arrow, David’s Sling e Iron Dome, alla fine del conflitto il Paese era a corto di intercettori e di risorse. Se l’Iran avesse sparato qualche salva di missili in più, Israele avrebbe potuto esaurire le sue scorte di munizioni avanzate Arrow 3 “, ha affermato un funzionario statunitense.
Nonostante i danni ingenti subiti dai suoi sistemi di difesa aerea in seguito agli attacchi aerei israeliani, l’Iran si è chiesto se continuare la guerra, poiché ciò avrebbe messo Israele in una posizione difficile.
Secondo questo rapporto del WSJ , l’Iran avrebbe potuto distruggere i principali intercettori di difesa aerea israeliani se avesse lanciato un’ulteriore salva di missili. L’Iran potrebbe non esserne a conoscenza all’epoca e aver accettato il cessate il fuoco imposto da Trump su richiesta di Israele.
A sette mesi dalla guerra, Israele sembra ancora incapace di ricostituire la sua insufficiente scorta di intercettori per contrastare i missili balistici iraniani in caso di un conflitto prolungato. Non ci sono indicazioni su quando Israele sarà pronto.
I danni causati dall’Iran
Durante la guerra, l’Iran ha lanciato 550 missili balistici e più di 1.000 droni contro Israele. Tel Aviv afferma di averne intercettato l’86%.
Nonostante i notevoli sforzi compiuti dalle autorità israeliane per sopprimere le informazioni provenienti dalle zone bombardate, tra cui l’arresto di gruppi di giornalisti, l’entità della distruzione subita da Israele a causa dei pochi colpi che hanno raggiunto la loro destinazione è considerevole.
Il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che il rinomato sistema di difesa aerea israeliano non è riuscito a fermare completamente l’assalto delle munizioni iraniane. ” L’autorità fiscale israeliana ha ricevuto richieste di assistenza finanziaria per circa 33.000 edifici danneggiati ” , ha aggiunto.
Il giornale riportava:
A Tel Aviv , 480 edifici sono stati danneggiati, molti gravemente, in cinque siti distinti. A Ramat Gan, 237 edifici sono stati danneggiati in tre siti, di cui circa dieci gravemente colpiti. In un altro sobborgo di Tel Aviv, Bat Yam, 78 edifici sono stati danneggiati da un singolo impatto; 22 dovranno essere demoliti.

Palazzi a Tel Aviv colpiti

L’autorità fiscale israeliana ha ricevuto richieste di assistenza finanziaria per quasi 33.000 strutture danneggiate. Sono stati inoltre aperti 4.450 casi per la perdita di beni e attrezzature e altri 4.119 per veicoli danneggiati .
Gli attacchi iraniani hanno ucciso 29 civili israeliani e, secondo una mappa pubblicata da Haaretz , hanno danneggiato gravemente 96 edifici. A titolo di confronto, durante la Guerra del Golfo del 1991, l’Iraq ha lanciato 42 missili Scud su Tel Aviv e Haifa, uccidendo due israeliani e danneggiando 4.100 edifici, 28 dei quali sono stati distrutti. L’articolo di Haaretz riguardava solo edifici civili. L’Iran ha anche colpito diverse basi militari israeliane, tra cui Kirya e Camp Moshe Dayan a Tel Aviv, così come la raffineria di petrolio BAZAN a Haifa, causando danni significativi, e l’Istituto Weizmann di Scienze a Rehovot , distruggendo due edifici.

È un trucco?
Quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’aggressione contro l’Iran lo scorso giugno, entrambi i paesi hanno finto che l’attacco non fosse imminente. Gli Stati Uniti hanno cullato l’Iran in un falso senso di sicurezza, facendogli credere di essere impegnato nei negoziati per un accordo nucleare. Trump ha menzionato una scadenza di “due settimane” per raggiungere un accordo, sotto minaccia di conseguenze.
Ma lui colpì prima della fine di quella quindicina.

Si è trattato di uno stratagemma deliberato per nascondere i preparativi americani per un attacco. Questo stratagemma è stato rivelato dal New York Times in un articolo intitolato ” Cambiamento di rotta e disinformazione: come Trump ha deciso di colpire l’Iran ” .
Mentre il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln prosegue il suo viaggio verso il Golfo Persico, si moltiplicano le speculazioni su una nuova manovra organizzata tra israeliani e americani.
Venerdì, il direttore del Mossad David Barnea è arrivato a Washington per i colloqui del fine settimana. Se Trump decidesse di colpire, sfiderebbe gli stati arabi del Golfo e l’Egitto, che lo implorano di non incendiare la regione.
Ma è più probabile che stia ascoltando il Primo Ministro israeliano. E quando Trump e Netanyahu complottano, tutto può succedere.

Fonte: Notizie del Consorzio 

Traduzione: Luciano Lago
 
 
 


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Groenlandia, perché Trump la vuole

In senso strettamente geografico l’Artico è un mare mediterraneo, poiché vi si affacciano tre interi continenti: Asia,Europa e America. Come Africa,Asia ed Europa si affacciano sul Mediterraneo in senso proprio. Ma ormai possiamo comparare i due mari anche perché mutamento climatico e tecnologia li avvicinano per intensità di scambi e percorrenze.

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L'articolo Groenlandia, perché Trump la vuole sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Putin: Groenlandia es parte de Dinamarca – Por Diego Fusaro

Por Diego Fusaro

Groenlandia es parte de Dinamarca: con estas sencillas, irrefutables y sensatas palabras, Vladimir Putin, presidente de la Federación Rusa, se pronuncia sobre la controvertida cuestión de Groenlandia.

Como es bien sabido, Donald Trump, el presidente de la civilización del dólar, decidió hace tiempo apoderarse de Groenlandia y anexionarla a Estados Unidos: «Necesitamos Groenlandia», declaró Trump, admitiendo con franqueza su lema jus sive potentia. Por su parte, la Unión Europea está decididamente desorientada: como colonia sin dignidad,
arrastrada por Washington, se ve naturalmente inducida a aceptar cadavéricamente las decisiones de su amo; pero esta vez, por primera vez, la pretensión trumpiana constituiría un ataque militar imperialista estadounidense contra la propia Europa. No es casualidad que Francia y Alemania ya hayan enviado sus tropas a Groenlandia. La paradoja de la situación reside en que Trump, quien en teoría debería ser amigo de Europa, en realidad le declara la guerra, mientras que Putin, quien en teoría debería ser su principal enemigo, la defiende, al menos en teoría, señalando lo obvio: que Groenlandia forma parte de Dinamarca.

Durante meses, se nos ha dicho que Rusia quería invadir Europa, y luego resulta que la invasión proviene de Washington, país que los medios occidentales siempre han celebrado como bastión de la libertad, la democracia y los derechos  humanos. Quizás ahora todo quede más claro para el mundo: el enemigo es y sigue siendo Washington, y ciertamente no Moscú. Los eurófilos de Bruselas tienen dificultades para comprenderlo, pero en cualquier caso, ya han cambiado de tono, tras haber admitido recientemente la necesidad de dialogar con Putin, quien hasta el día anterior era considerado el enemigo irreconciliable contra el que era necesario declarar la guerra.

Fuente
Traducción: Carlos X. Blanco

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"Los quiero de vuelta": la campagna popolare per Maduro e Flores in tutto il Venezuela

A quindici giorni dal sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, perpetrato dalle forze statunitensi il 3 gennaio scorso con un vile assalto militare a Caracas, il Venezuela continua a riversarsi nelle piazze in una vasta ondata di mobilitazione popolare. Le manifestazioni, che denunciano un’aggressione militare denunciata come una violazione del diritto internazionale, hanno visto in questi giorni migliaia di persone marciare per le strade di Caracas e di altre città del paese, con un duplice obiettivo: reclamare la liberazione dei propri leader e riaffermare con forza la difesa della sovranità nazionale contro le "intenzioni interventiste" degli Stati Uniti.

L’attacco, iniziato con esecuzioni extragiudiziali e un blocco navale al largo del Venezuela, è culminato in bombardamenti su obiettivi civili e militari nella capitale e su altri obiettivi, causando la morte di soldati, civili venezuelani e soldati cubani che si occupavano della sicurezza di Maduro. Il popolo venezuelano, come ribadito nelle manifestazioni di settori come quello docente e quello contadino, rimane unito nel rendere omaggio a questi "eroi e martiri militari" e nel sostenere il governo della Presidente incaricata Delcy Rodríguez (vicepresidente di Maduro), vista come la legittima continuatrice dell’eredità del Comandante Hugo Chávez.

In questo clima di permanente mobilitazione, sabato scorso i movimenti sociali si sono riuniti davanti al Panteón Nacional di Caracas, impegnandosi con un giuramento nella difesa della pace e nella lotta per la liberazione della coppia presidenziale. A presiedere la cerimonia, il segretario dei Movimenti Sociali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Héctor Rodríguez, che ha lanciato un appello all’unità per stabilire una "rotta politica" e ha annunciato un’agenda intensa per i prossimi 60 giorni. Questo periodo di agitazione precede l’inizio del processo (illegale) a cui Maduro e la prima combattente saranno sottoposti in un tribunale federale di New York, dopo che hanno dichiarato di essere innocenti per tutti i capi d’accusa nella loro prima comparizione il 5 gennaio.

Intanto, la solidarietà verso i leader sequestrati assume forme commoventi e simboliche. In queste ore, le Plaza Bolívar di tutto il paese sono diventate il centro di una campagna denominata "Los quiero de vuelta". Cittadini di ogni età ed estrazione sociale affluiscono per depositare lettere piene di messaggi di affetto, speranza e sostegno. "Mostriamo al mondo l’amore infinito che sentiamo per la Ri voluzione Bolivariana", ha dichiarato il capo del governo del Distretto Capitale, Nahum Fernández, annunciando che la raccolta proseguirà per tutto il mese.

La volontà popolare è univoca e risuona forte dalle piazze di Caracas e di tutte le città del paese sudamericano. "La volontà del popolo è che il presidente Nicolás Maduro ritorni nel paese", ha affermato il sindaco di Caracas, Carmen Meléndez, sottolineando come il popolo sia determinato a restare in lotta permanente. "Ti vogliamo indietro, signor Presidente", è il grido che accomuna le migliaia di messaggi scritti, come quello della signora Yajaira Rubio dallo stato Trujillo, o della giovane Victoria Escachinga da Maturín, che assicura: "Qui c’è un popolo che continua ad amarvi".

Nonostante l’aggressione subita, il Venezuela ribadisce il suo spirito di pace e la sua indignazione per quello che viene denunciato come un assedio. La mobilitazione, nel solco dei principi della Rivoluzione Bolivariana, prosegue con la ferma intenzione di informare il mondo sulla "verità del Venezuela" e di continuare a costruire la patria, nell’attesa del ritorno del Presidente e della prima combattente in quella che viene definita, a gran voce, una terra libera e sovrana.

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Giappone-Russia: messaggio di Takaichi a Putin

Il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha trasmesso un messaggio al Presidente russo Vladimir Putin tramite Muneo Suzuki, membro della Camera alta del Parlamento giapponese, che ha visitato Mosca a fine dicembre e incontrato diversi alti funzionari russi, ha riportato il quotidiano Toyo Keizai.

"Takaichi ha incaricato Suzuki di inviare un messaggio verbale al Presidente Putin, affermando che 1) anche il Giappone attribuisce grande importanza alle sue relazioni con la Russia e 2) il Giappone auspica un cessate il fuoco immediato tra Russia e Ucraina", ha scritto il quotidiano.

Secondo il quotidiano, Suzuki avrebbe trasmesso il messaggio durante un incontro con Konstantin Kosachev, vicepresidente della Camera Alta del Parlamento russo.

L'autore dell'articolo suggerisce che il messaggio di Takaichi sia stato immediatamente comunicato al capo di Stato russo, dato che Kosachev è uno stretto consigliere di Putin.

Inoltre, la pubblicazione sottolinea che, prima di recarsi in Russia, Suzuki ha incontrato Takaichi e il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi.

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Bild: la Germania ritira le truppe dalla Groenlandia

La squadra di ricognizione della Bundeswehr tedesca di stanza in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta", ha riportato il quotidiano tedesco Bild. Il giornale ha affermato di aver trovato inaspettatamente i 15 soldati e ufficiali, guidati dal contrammiraglio Stefan Pauly, all'aeroporto di Nuuk, la capitale groenlandese.

Il gruppo si è imbarcato su un volo Icelandair operato con un Boeing 737, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale per la loro partenza frettolosa.

Proprio ieri, è stato riferito che il personale militare tedesco sarebbe rimasto sull'isola più a lungo del previsto, ha osservato il quotidiano. L'ammiraglio Pauly ha dichiarato di aver discusso la possibilità di una maggiore cooperazione in loco con la Danimarca e altri paesi e di aver informato Berlino di queste discussioni, in attesa dell'approvazione per discutere i prossimi passi con i danesi.

"Il generale ha fatto l'annuncio ieri alle 15:30 ora locale (18:30 ora tedesca). Alle 8:30 di questa mattina (ora locale), i soldati erano già all'aeroporto con tutto il loro equipaggiamento".

Secondo Bild, "non è stata data alcuna spiegazione alle truppe sul posto, niente". "Semplicemente: tornate indietro! Tutti gli appuntamenti programmati hanno dovuto essere annullati con urgenza", ha affermato.

"Non è chiaro se la Germania stia ritirando le sue truppe in risposta ai dazi punitivi annunciati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro coloro che si oppongono alla sua politica aggressiva in Groenlandia, o se ci siano altre ragioni per il ritiro", ha osservato il quotidiano.

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QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP

  Di Domenico Moro per ComeDonChisciotte.org   In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e […]

L'articolo QUELLO CHE UNISCE VENEZUELA, IRAN E GROENLANDIA NELLA STRATEGIA DI TRUMP proviene da Come Don Chisciotte.

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Le dichiarazioni di Merz sul dialogo con la Russia hanno allarmato i politici occidentali – media

Pechino , 18 gennaio 2026, 12:37 — Regnum News Agency. Le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz sul suo desiderio di ripristinare il dialogo con la Russia hanno allarmato i politici europei, secondo la pubblicazione cinese Sohu 

Il 15 gennaio, Merz ha definito la Russia un Paese europeo con cui è necessario ritrovare un equilibrio . Ha affermato che il raggiungimento di un dialogo sostenibile con la Russia porterebbe libertà, pace e fiducia nel futuro alla Germania e a tutta l’Europa.

Secondo quanto riportato dai media, la dichiarazione pacifica di Merz ha causato disordini negli ambienti politici europei, poiché solo pochi mesi fa il politico tedesco aveva caldeggiato lo scontro con la Russia e la creazione di un esercito potente.

Secondo l’autore dell’articolo, il cambio di posizione del cancelliere è dettato da pressioni esterne e interne derivanti dai problemi economici e sociali della Germania. Quando prezzi dell’energia, deficit di bilancio, malcontento pubblico e minaccia nucleare si intrecciano, per quanto duri possano essere gli slogan, devono cedere il passo all’istinto di autoconservazione, osserva inoltre l’articolo.

Oltre a Merz, anche altri leader dell’UE hanno espresso interesse al dialogo con la Russia. Il 9 gennaio, il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha dichiarato che era giunto il momento di parlare con la Russia dell’Ucraina . E il 6 gennaio, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che avrebbe voluto parlare con il leader russo nelle prossime settimane .

Il 16 gennaio, il portavoce del presidente russo Dmitrij Peskov ha osservato che per stabilire la pace in Ucraina è necessario un dialogo non solo con gli Stati Uniti, ma anche con i leader europei. Le recenti dichiarazioni dei leader dell’UE avevano escluso negoziati con la Russia, ma ora sono stati compiuti progressi su questo tema, ha aggiunto.

Il presidente russo Vladimir Putin, da parte sua, ha sottolineato che i leader europei si sono autoesclusi dai colloqui di pace sull’Ucraina. Il capo dello Stato ha sottolineato che questi politici si sono illusi di poter infliggere una “sconfitta strategica alla Russia” e hanno quindi reciso ogni legame con Mosca.

Nota: ll cambiamento di posizione della Germania è clamoroso. Un ritorno al realismo constatando la reale situazione dell’Europa totalmente ininfluente, in crisi economica e con la Germania che si trova in aperta recessione industriale per aver acconsentito alla chiusura delle sue fonti energetiche provenienti dalla Russia. Inoltre si è aperta una chiara frattura con gli Stati Uniti per la questione Groenlandia che mette in discussione anche la Nato e gli attuali equilibri. Troppo tardi per ripensare alle scelte fatte ma un modo per far riflettere tutti coloro che sostenevano la necessità di una sconfitta strategica della Russia ed acconsentivano ad inviare soldi ed armi che sono finiti nel buco nero dell’Ucraina. Scelte dettate dai burocrati di Bruxelles e fatte pagare a tutti i cittadini europei.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione e nota: Luciano Lago

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Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo

  Di Marcello Veneziani   Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi […]

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L’orrore della Groenlandia in Europa: Trump chiuderà la valvola del GNL in Europa e l’UE dovrà chiedere il gas a Putin

Depositi di gas sotterranei semivuoti, un inverno freddo, minacce tariffarie e la Delta Force statunitense: l’UE si ritrova inaspettatamente ad affrontare una “tempesta perfetta”.

Venerdì scorso, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe imporre dazi sui prodotti provenienti da Paesi, compresi quelli europei, se questi si opporranno ai piani degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

La Groenlandia, con una popolazione di poco più di 55.000 abitanti, ha promesso proteste in risposta alle pressioni di Washington. La Danimarca, che ha una regione autonoma che comprende l’isola più grande del mondo, rimane cupamente in silenzio, sperando nell’aiuto dei suoi alleati.

Nel frattempo, in Germania, Francia, Belgio, Londra e Stoccolma, si calcola nervosamente il costo di una guerra commerciale con l’America che non venga contestata (o non venga contestata). I dazi di Trump sono una cosa seria; finiranno subito nelle loro tasche.

Ma la cosa peggiore per l’Unione Europea è che Trump ha un altro asso nella manica, che può usare in qualsiasi momento. Anche senza ricorrere alle forze speciali Delta Force, famose in Venezuela.

Gli impianti di stoccaggio del gas in Europa si stanno svuotando: Paesi Bassi, Germania e Francia saranno i primi a congelare.L’UE è attualmente aiutata dal fatto che molte aziende ad alta intensità energetica hanno ridotto la produzione

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla necessità di stabilire il controllo americano sulla Groenlandia non sono più percepite in Europa come un’eccentrica vanagloria politica. Diversi paesi della NATO – Germania, Francia e Paesi Bassi – hanno già schierato le loro truppe sull’isola. Anche l’Estonia minaccia di inviare diverse truppe, fino a 10.

Pubblicazioni e think tank occidentali sono sempre più concordi: anche se uno scenario militare in Groenlandia rimane improbabile, la logica della pressione statunitense sui suoi alleati è già stata messa in atto. E si basa meno sulla forza militare che sulla leva energetica, a cui l’Europa è significativamente più vulnerabile di quanto si creda comunemente.

Groenlandia

Di cosa ha bisogno Trump?

La Groenlandia è un elemento chiave del sistema americano di allerta precoce e di difesa missilistica. Ma, cosa ancora più importante per Trump, contiene potenzialmente significative riserve di terre rare, petrolio e gas, e controlla le rotte di navigazione artiche, la cui importanza sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci.

Il politologo francese Bertrand Badie , professore emerito presso l’Istituto di Studi Politici, sottolinea che la Groenlandia è diventata “un punto cruciale nella transizione dalla geopolitica classica alla geoeconomia artica”, dove le questioni di sovranità sono sempre più intrecciate con le risorse e la tecnologia. È in questo contesto che Trump definisce ancora una volta l’isola “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, collegandola al futuro sistema di difesa missilistica Golden Dome e alla strategia di contenimento di Russia e Cina.

Perché Trump non farà marcia indietro

Per Trump, la Groenlandia non è un oggetto di “acquisto” simbolico, ma uno strumento per dimostrare il dominio americano. La sua logica è articolata.

Il primo, militare, riguarda il controllo dell’Artico e il rafforzamento della difesa missilistica.

Il secondo, geoeconomico, riguarda l’accesso alle risorse e ai corridoi logistici.

Il terzo, politico, è la mobilitazione dell’elettorato attorno all’idea di un’“America dura”.

Il quarto, quello degli alleati, è una prova della lealtà dell’Europa.

Notizie sui media2

Gli analisti americani, citati dall’agenzia Anadolu, sottolineano che tale retorica confonde deliberatamente i confini di ciò che è accettabile, costringendo gli alleati a reagire e quindi a riconoscere l’asimmetria di potere.

Trump è temuto dalla Francia alla Svezia.

Formalmente, le capitali europee si sono schierate in difesa della sovranità della Danimarca. Tuttavia, dietro la retorica diplomatica si cela una crescente incertezza. Ad esempio, per Copenaghen, la questione della Groenlandia non è una questione geopolitica astratta, ma un attacco al modello stesso dello Stato danese.

Il politologo danese Ulrik Pram Gad dell’Istituto di studi internazionali osserva che la pressione degli Stati Uniti “mina il principio stesso dell’autonomia della Groenlandia, trasformandola in un oggetto di contrattazione tra grandi potenze”.

Allo stesso tempo, la Danimarca è oggettivamente incapace di difendere l’isola da sola, né militarmente né politicamente.

Anche altri paesi del Nord Europa temono di essere coinvolti in uno scontro diretto. L’esperto di sicurezza svedese Vilhelm Aggrell sottolinea che qualsiasi azione unilaterale degli Stati Uniti aumenterà inevitabilmente la militarizzazione della regione e renderà il Nord Europa una zona ad alto rischio.

Gli analisti dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) sottolineano che anche solo discutere la possibilità di annettere un territorio dell’Unione mina le norme che l’Europa considera da decenni il fondamento della sicurezza.

L’economista Jacques Sapir sottolinea che “il problema non è la Groenlandia in sé, ma il precedente: se gli Stati Uniti permettono una forte pressione sui propri alleati, l’autonomia strategica europea rimane una finzione”.

Corridoio artico

Guerra economica tra Stati Uniti ed Europa

L’Unione Europea sta valutando diverse misure, che vanno dalla pressione diplomatica a una presenza militare simbolica. Tuttavia, tutte queste misure sono più psicologiche che pratiche.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha apertamente ridicolizzato l’idea di inviare un “mini-contingente” in Groenlandia. In altre parole, l’Europa sta dimostrando unità a parole, ma evitando qualsiasi azione che possa provocare una risposta degli Stati Uniti.

La ragione non è solo la debolezza militare. Come osserva il politologo brasiliano Uriel Araujo , l’Europa ha ridotto la quota di gas russo nel suo mix energetico. Tuttavia, questo non ha portato alla sovranità energetica. La nicchia lasciata libera è stata riempita dal GNL americano, più costoso e strettamente legato alle circostanze politiche. In altre parole, l’Unione Europea ha di fatto sostituito una forma di dipendenza con un’altra, con meno potere negoziale.

Le conclusioni di Araujo sono confermate dall’Osservatorio francese dei cicli economici (OFCE). Secondo il suo rapporto, gli impianti di stoccaggio del gas dell’UE sono pieni solo al 50-60%, nonostante un inverno insolitamente freddo. In questa situazione, Trump ha a disposizione una leva di pressione molto più efficace di dazi e tariffe: la gestione dei flussi di GNL.

Indignazione politica

Gli economisti svedesi e francesi concordano: gli Stati Uniti non hanno bisogno di imporre un embargo economico ai paesi che sostengono la Groenlandia. Una “soluzione di mercato” – dirottare le petroliere verso l’Asia, dove la domanda è costantemente elevata – è sufficiente. Anche 10-14 giorni di interruzioni, secondo le stime dell’OFCE, potrebbero causare uno shock dei prezzi, bloccare parte dell’industria europea e innescare una crisi politica in alcuni paesi.

L’economista danese Jeppe Jensen sottolinea: “A differenza della Russia, gli Stati Uniti non sono vincolati da impegni a lungo termine nei confronti dell’Unione Europea. Questo rende la leva energetica particolarmente pericolosa”.

Un anno fa, proprio a gennaio, accadde un episodio emblematico . Sette petroliere americane, dirette in Asia, dove i prezzi del GNL erano elevati, cambiarono rotta mentre erano ancora in mare e si diressero verso porti europei. (…….)

In questo contesto, si pone sempre più spesso una domanda scomoda per l’Europa: cosa fare se la crisi energetica coincidesse con un conflitto politico con gli Stati Uniti? Come osserva Araujo, Mosca potrebbe teoricamente offrire limitate forniture di gas a un prezzo scontato, non per altruismo, ma come mezzo per riguadagnare influenza. Un simile scenario sembrava impensabile fino a poco tempo fa, ma la realtà energetica lo sta rendendo un argomento di discussione anche in Germania. Non è un caso che Friedrich Merz abbia già ammesso che la “separazione del gas” con la Russia sia stata un errore strategico.

Berlino ora ammette che anche la chiusura delle centrali nucleari tedesche è stata un errore. E con quanta gioia la “verde” Annalena Baerbock parlò un tempo della fine delle centrali nucleari . Ma dov’è ora?

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

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Altre truppe ucraine si arrendono a Zaporozhye mentre l’esercito russo avanza verso Haichur (Video)

Il 17 gennaio, l’esercito russo estese il suo controllo lungo il fiume Haichur, mantenendo al contempo la pressione sulle forze di Kiev nei pressi della città chiave di Huliaipole, nella provincia di Zaporozhye.

Priluky, sulla riva occidentale dell’Haichur, è stata catturata dal Gruppo di forze Vostoke [Est], secondo il Ministero della Difesa russo, che ha dichiarato in una nota che l’attacco all’insediamento è stato guidato dal 394° reggimento fucilieri motorizzati della 127a divisione fucilieri motorizzati.

Il ministero ha aggiunto che le forze di Kiev hanno perso “un gran numero” di truppe e di equipaggiamenti nel tentativo di mantenere il controllo dell’insediamento.

“La liberazione di Priluki ha portato all’espansione della testa di ponte sulla riva occidentale del fiume Gaičur e ha creato le condizioni per un’ulteriore avanzata nella regione di Zaporizhia”, si legge nella dichiarazione.

Priluky si trova a nord di Zhovtnevoye, nota anche come Olenokostiantynivka, conquistata dal Gruppo di Forze Vostok solo il giorno prima. Questo dimostra che le operazioni militari russe in direzione di Zaporozhye stanno nuovamente accelerando.

Ora, quasi tutti i territori su entrambe le rive dell’Haichur, da Huliapipole a nord fino a Bratske, sono sotto il controllo del Gruppo di Forze Vostok. Questa linea è lunga più di 25 chilometri.

Vale la pena notare che il Gruppo di Forze Vostok ha esteso il suo controllo negli ultimi giorni a ovest di Huliaipole. Scontri intensi sono in corso a Staroukrainka e Zaliznychne. Entrambi gli insediamenti saranno probabilmente sgomberati dalle truppe russe entro pochi giorni.

Di fatto, le difese ucraine a ovest della città stanno per crollare. Molti soldati ucraini si sono arresi al Gruppo di Forze Vostok negli ultimi giorni.

Un video apparso di recente online mostra almeno sei soldati e ufficiali della 108ª Brigata di Difesa Territoriale ucraina arrendersi nei pressi di Huliapipole. Secondo quanto riferito, questa unità in particolare ha subito gravi perdite da quando è stata portata in questa direzione.

Con la linea Haichur-Huliaipole quasi completamente protetta, il Gruppo di forze Vostok inizierà presto ad avanzare verso ovest, verso la città chiave di Orikhiv, un nodo difensivo chiave di Zaporozhye.

L’Ucraina potrebbe perdere la città prima della fine dell’anno se non vi verranno inviati ulteriori rinforzi e se non verranno modificate le attuali tattiche delle sue forze. Kiev sembra incapace di soddisfare il primo requisito e non disposta a soddisfare il secondo. L’esercito russo ne trarrà vantaggio.

L’esercito russo avanza lungo la strada per Slovyansk mentre le difese ucraine crollano

Fonte: South Front Press (video)

Traduzione: Luciano Lago

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Trump es tan demócrata como nosotros – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

La reciente ‘intervención’ de Estados Unidos en Venezuela ha desatado una comprensible oleada de indignación entre gentes cándidas (pero también entre gentes malignas que se fingen cándidas para mantener engañadas a las masas) por constituir una «violación del derecho internacional» y un «acto de fuerza injustificable» cuya finalidad última no es otra sino rapiñar las riquezas naturales del país ‘intervenido’. Me gustaría analizar la naturaleza de dos conceptos –’violación del derecho’, ‘acto de fuerza’– que en estos días han manoseado hasta la náusea los loritos sistémicos, como si fuesen la negación misma de la democracia; cuando lo cierto es que son su alma constitutiva.

Desde luego, Trump nos ha ofrecido una prueba apabullante de lo que Nietzsche llamaba «voluntad de poder». Puesto que existe un gobernante incómodo o levantisco que dificulta sus planes, lo depone; puesto que apetece las riquezas naturales venezolanas, las toma. Trump nos confronta con una realidad política en la que los conflictos se solucionan mediante la voluntad del más fuerte, que puede violar el derecho o ejercer la fuerza; y lo hace, además, descarnadamente, pues, aunque su cohorte se inventó la excusa del combate contra el ‘narcoterrorismo’ para justificar la ‘intervención’, lo cierto es que Trump no ha querido engañar a nadie y ha reconocido por activa y por pasiva la razón puramente material de su ‘intervención’, sin farfollas buenistas, sin invocaciones hipocritonas a los derechos humanos o a la democracia. A simple vista, se trata de una actitud furiosamente antidemocrática; pero lo es porque renuncia a la retórica característica de las democracias, pues en su esencia no hace sino asumir su modus operandi, llevándolo hasta el paroxismo.

En las democracias entendidas como fundamento de gobierno (o sea, en las democracias modernas) ha dejado de existir el ‘derecho’ como determinación de la justicia. Es decir, en las democracias no se pretende alcanzar la verdad de las cosas para dar solución a los problemas conforme a lo que la verdad de las cosas impone. En las democracias modernas el ‘derecho’ se ha convertido en la expresión de una voluntad de poder que se impone a través de mayorías; de este modo, la justicia queda expuesta a las conveniencias y prepotencias (a los cambios de ánimo, incluso) de quien detenta el poder de turno. Lo que hoy llamamos ‘derecho’ no es más que pura ‘juridicidad’ o positivismo, conversión de los deseos o apetitos del más fuerte en ley, instrumento de coerción para imponer la voluntad del que manda. El ‘derecho’ en democracia es un instrumento de poder en manos del más fuerte (quien dispone de una mayoría parlamentaria), que se ejerce sobre los más débiles (quienes están en minoría, o simplemente no tienen voz ni voto); es el ‘mandato del soberano’, que impone lo que le conviene. Así, en democracia, una ley puede imponer exacciones desmesuradas a una minoría de la población, ante el regocijo de la mayoría apesebrada; también puede reglamentar la vida (o la muerte) de quienes no tienen voz ni voto (así ocurre, por ejemplo, con las leyes de inmigración, o con las leyes de aborto).

Esta brutal inhumanidad se disfraza luego de farfollas retóricas; pero lo cierto es que la democracia entendida como fundamento de gobierno se funda en la ley del más fuerte, que impone su voluntad sobre el más débil. Es la pura voluntad de poder quien ‘crea’ o reconfigura el bien y el mal, ignorando o destruyendo un orden moral objetivo; es la pura voluntad de poder la que ‘crea’ o modifica la sociedad, según las reglas del constructivismo que define lo que es sexo, género o familia; es la pura voluntad de poder la que, disfrazándose de ley, ‘crea’ el derecho y determina la justicia. Y, para más recochineo, a esta voluntad de poder la llaman ‘Estado de derecho’. Que no significa, como los ingenuos piensan, que el poder político está sometido a la ley, sino exactamente lo contrario; significa que el poder político está dotado de una capacidad demiúrgica para promulgar las leyes que benefician sus propósitos, aun los más sórdidos y utilitaristas, como se describe en el célebre verso de Juvenal: «Hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas» (‘Así lo quiero, así lo mando, sirva mi voluntad de razón’). O sea, pura concupiscencia de poder, puro acto de fuerza. En realidad, Trump es tan demócrata como cualquiera de nosotros, aunque sea un demócrata sin modales; o un demócrata tan urgente que, en lugar de ‘crear’ derecho a su conveniencia para ‘superar’ el vigente que no le conviene (como hace cualquier gobernante demócrata), se salta el derecho vigente, que es algo mucho más rápido y funcional.

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Groenlandia para Trump – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Después de los fiascos de Irán (sin paliativos) y Venezuela (donde sólo ha podido ofrecer a su parroquia el absurdo secuestro de Maduro), a Trump le queda el premio de consolación de Groenlandia, que podría arramplar fácilmente. Pero, para lograrlo con el aplauso de la ‘opinión pública’, tendría que engañar a los progres con cualquier milonga que les haga morder el anzuelo: con Venezuela no le funcionó la milonga del narcotráfico, demasiado chapucera (sobre todo porque no se recató de disimular su avaricia petrolera); en cambio con Irán logró engañar a los progres maravillosamente, haciéndoles creer que la falsa bandera orquestada por el Mossad y la CIA era una revuelta espontánea de mujeres desmelenadas que prendían un cigarrillo con la efigie en llamas de un ayatolá. Sin esforzarse apenas, Trump logró que todos los progres descerebrados del planeta, que tanto gemían por la masacre de los palestinos, se convirtieran en aliados de Netanyahu contra el mayor –y casi único– aliado de los palestinos; y, todavía más grotesco, consiguió aparecer ante el mundo como un paladín del feminismo, deseoso de liberar a las mujeres de la tiranía. Pero los ayatolás resultaron unos tipos bragados que, a la postre, le aguaron la fiesta.

Ahora, con el premio de consolación de Groenlandia, se le ofrece a Trump una oportunidad inmejorable para meterse en el bolsillo a todos los progres descerebrados del planeta, si los embauca con la milonga adecuada. Puede, por ejemplo, decir que quiere mejorar las condiciones de vida de una minoría étnica tan maltratada como el pueblo esquimal. Pero aquí podría ocurrirle como a aquellas señoras danesas que montaron una comisión para mejorar las condiciones de vida misérrimas de los esquimales de Groenlandia y se enteraron de que Bertrand Russell acababa de llegar a Copenhague. Corrieron las señoras con mucho bamboleo de tetas al hotel donde paraba el célebre escritor y lo abordaron sin remilgos: «Queremos, milord –le dijeron–, dotar a estos pobres desgraciados que habitan Groenlandia de luz eléctrica. Son tan pobres que en invierno, a falta de todo alimento graso, tienen que comerse hasta las velas». A lo que Russell replicó: «Lamentable, desde luego. Pero, ¿cree usted que serán más felices si, en lugar de velas, tuvieran que comerse bombillas eléctricas?».

Camba contaba que un explorador de las regiones polares, deseando un día celebrar el cumpleaños de un amigo esquimal, le preparó una tarta en la que invirtió gran parte de sus provisiones, ensartándole luego unas velas, para que las soplase. Pero el esquimal, después de manifestar su gratitud y contento frotándose sus narices con las del explorador, se deshizo de la tarta, como si fuese un mero soporte, y se comió las velas una por una. Pues las velas, sean de esperma o de sebo (las de cera de abeja resultan, en cambio, un poco más indigestas), constituyen un bocado exquisito para los esquimales, sólo superado por el aceite de foca, del que se aseguran provisión durante el invierno organizando cacerías en kayak. Los esquimales adosan a su kayak un rollo de cordel resistente que termina fijado al arpón; y, cuando se acerca una foca, lanzan el arpón con la rapidez del rayo y dejan que la foca herida se sumerja bajo las aguas desliando cientos de metros de cordel hasta que al fin, desangrada y sin fuerzas para arrastrar el kayak, sale a la superficie de las aguas, con el arpón todavía clavado, para expirar en medio de una horrible agonía.

En la prohibición de la caza de las focas podría tener Trump una segunda causa para convencer a los progres de la conveniencia de arramplar con Groenlandia. Pero no creo que Trump resulte demasiado convincente en ese papel; así que, aun a riesgo de repetirse más que la fabada, debería ordenar a la CIA una operación de falsa bandera también en Groenlandia, agitando protestas de las mujeres esquimales contra el patriarcado opresor. Aunque los esquimales sean los hombres más cariñosos del mundo (si bien el aliento les huele fatal, por alimentarse de pescado crudo), la CIA puede inventar un ‘relato’ que luego regurgiten todos los medios de cretinización de masas, asegurando que, entre los esquimales, los padres venden a sus hijas por una jarra de grasa de foca y permiten que el marido les tunda las costillas a palos, en la intimidad del iglú conyugal. Toda esta intoxicación se puede complementar luego con la fotografía de una falsa esquimal (una vasca puede servir, pues el groenlandés suena como el euskera) que aparezca quemando la foto de un chamán sobre el fondo de un valle guipuzcoano. Y si algún suspicaz se atreve a cuestionar que un paisaje tan verde y frondoso pueda hallarse en una isla cubierta de hielo la mayor parte del año, se le recordará que Groenlandia significa ‘tierra verde’; lo cual, sin duda, es un magnífico chiste danés.

Por supuesto, si desea que la milonga cuaje, Trump deberá complementarla con leyes que desbaraten la convivencia de los esquimales. Así, por ejemplo, se les debe prohibir por ley utilizar su método tradicional para zanjar disputas conyugales, que consiste en que cada uno de los cónyuges enfrentados componga una canción sarcástica sobre el otro y ambos las canten en una reunión familiar, dejando que los asistentes decidan quién es el ganador y obligando al perdedor a pedir perdón. Una vez prohibido este método, las disputas conyugales se resolverán en un tribunal, donde los varones esquimales tendrán aún más difícil demostrar su inocencia que los españoles. Pues, cuando nieguen haber agredido a su mujer, el juez les dirá:

—Afirma usted que no es el autor del delito que se le imputa. ¿Podría, entonces, decirme lo que hizo la noche del 15 de abril al 15 de octubre?

Con noches tan largas como las groenlandesas no hay manera de que nadie pueda probar su inocencia. Groenlandia, a poco que Trump se esfuerce, podría ser el paraíso que lo reconcilie con los progres, más fachas que él.

 

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Páginas sueltas para pensar Humana-mente – Por Ricardo Vicente López

1.- Páginas sueltas para pensar Humana-mente

Por Ricardo Vicente López

Soy hombre y nada de lo humano me es ajeno
Publio Terencio – siglo II a. C.

Parte primera

I.-Para ir acercándonos al problema humano le voy a proponer, amigo lector, un comentario introductorio. En nuestro camino, que se dirige a profundizar y otorgarle al concepto de lo humano un contenido más sólido y sustentable, así como más claro y abarcador. Para ello debemos prepararnos para revisar los contenidos con los cuales ha sido equipada, sepámoslo o no, nuestra conciencia durante nuestra vida en una sociedad. Por ello se hace imperioso zarandearla para alivianarla, para hacerla más ágil y manejable; sin olvidar la cantidad de pre-juicios que nunca hemos revisado. Todo ello se fue acumulando a lo largo de la historia de vida de cada uno de nosotros dada nuestra naturaleza esencial de ser persona. Dedicados a esa tarea vamos a sorprendernos de tanta hojarasca que “nuestra educación” y “los medios de información concentrados” han acumulado en ella.

Esta depuración es un paso imprescindible para abrir espacios en los que podamos incorporar conscientemente la vieja sabiduría de dos herencias fundantes: la hebrea-cristiana y la greco-latina – esto sólo para los que pertenecemos a la cultura occidental— que está transitando hoy la etapa final en plena descomposición.

Es probable que a usted le llame la atención este requisito, no porque no conozca la existencia de todo ello, sino porque ha quedado colocado como condición del cimiento del edificio de la Modernidad. Tema que voy a abordar después de la tarea de limpieza que le propongo. La cultura occidental es hoy, para la mayoría de nosotros, una droga que ha invadido gran parte de la vida cultural y ha impregnado nuestra personalidad saturándola con valores enunciados e incumplidos: lo cual supone una hipocresía colectiva que algunos practican y otros, la gran mayoría, padecemos.

Es un óxido que cubre con una capa casi impenetrable los depósitos en los que se fueron acumulando los viejos pergaminos en los que hemos leído y a los que les debemos gran parte de lo que somos. Podemos encontrar allí las viejas promesas del despertar de los siglos XVI al XVIII que encendieron el alma de la vieja Europa al ver flamear en las banderas con el anuncio de una etapa naciente que prometía la libertad, la igualdad y la fraternidad, gran parte de ello nunca cumplido:

«”Libertad, Igualdad, Fraternidad» es el lema de la República Francesa, que resume ideales de la Ilustración de esa Revolución: la Libertad (derechos civiles y políticos), la Igualdad (ante la ley y en derechos sociales) y la Fraternidad (solidaridad y deber moral de ayudarnos mutuamente como hermanos): contenía todo ello promesas de una sociedad justa donde todos serían libres, iguales en derechos y unidos por lazos de hermandad. Todo ello influyó en la Declaración Universal de los Derechos Humanos».

Amigo lector, después de leer esta definición de la Modernidad, le y me, pregunto: ¿Ud. recuerda o conoce algún período de la historia en el cual estos valores se los puedan detectar; por lo menos, solo en parte. A esto debemos adicionarles las transformaciones que las Revoluciones Industriales en el periodo 1820-1914, para aquella vieja Europa se presentó sólo para una parte mínima de la población y ofreciendo un cuadro de miserias extremas, para el resto –sin contar toda la periferia-. Se puede sintetizar con dos frases las consecuencias sociales: La burguesía se consolidó como la clase dominante al poseer el capital y los medios de producción (fábricas y máquinas); el proletariado fue una nueva clase formada por una masa urbana de trabajadores empobrecidos que vendía su fuerza de trabajo a cambio de un salario miserable:

«Las consecuencias sociales del capitalismo incluyen desigualdad económica (brecha rico-pobre), competencia excesiva que debilita la solidaridad, consumismo, alienación laboral y problemas de salud mental por la presión constante, además de generar marginación y pobreza para los grupos vulnerables y crisis cíclicas de desempleo, impactando la cohesión social y fomentando conflictos y demandas de cambio de sistema».

II.- Este cuadro social, para mantener la gobernalidad, como se dijo entonces, requería de nuevas técnicas de control y manipulación de la opinión pública [1]. El instrumental que la investigación aportó para el logro de esos objetivos, entre otros, fue la prensa concentrada en manos de las multinacionales. El estilo informativo de ese mal periodismo, al que nos han tenido acostumbrado esos medios, encubre propósitos inconfesables. Como una guía de ayuda le sugiero leer en mi página [2].

Le propongo ahora una descripción que desarrollaré más adelante. Información significa que ese modelo, una voz casi única con pequeñas variaciones, solo nos dice: “sucedió tal cosa, en tal lugar…”, descripción efímera cuyo valor esencial es la primicia, es decir publicar antes que otros algo que el poco tiempo disponible ha impedido verificarlo debidamente, por lo cual no contiene nada de valor que informe con seriedad. Por lo cual su valor dura el poco tiempo que media hasta que la próxima lo refute. Esto no exige ningún esfuerzo de pensamiento; por el contrario, acostumbra a su público a consumir un periodismo denigrado por el chisme y la mentira o la falsedad, que les otorga de vida corta.

Las “supuestas verdades” duran veinticuatro horas, a veces poco más, hasta que otras las reemplacen. Estos modos de informar adoctrina al ciudadano de a pie a pensar superficialmente, a satisfacer su curiosidad con una información superficial.

Sus contenidos, por regla general, es simple, lineal, vano y no aporta ninguna reflexión; es más, ni siquiera la necesita, por lo general la rechaza, porque su contenido es muy pobre, porque su misión es entretener. Lo más importante a detectar es que esto no es una carencia, sino un propósito de no dar lugar a la posibilidad de un pensamiento crítico. El pensamiento lineal que supone ese modelo es el más obstinado enemigo de lo humano.

Por esta razón lo que le propongo, amigo lector, es pensar lo qué nos dicen, o leemos: ¿Para qué nos lo dicen, a qué responde esa información, etc.… es una tarea que consiste en descorrer el telón que oculta todo lo que distorsiona, no está dicho u oculta con la simple descripción o con lo que ella deforma.

El concepto de lo humano está enterrado bajo toneladas de palabras que sólo sirven para enturbiar nuestra mirada, para ocultar la verdad. Por ello Ud. puede sorprenderse con esta propuesta, y preguntarse ¿A dónde nos lleva todo esto? Le responderé: quiero ayudar a construir, en cada uno de nosotros, un ciudadano crítico, comprometido en la construcción de una sociedad equitativa, sin exclusiones, para todos y todas y, como dice nuestra Constitución Nacional: «para todos los hombres de buena voluntad que quieran habitar en el suelo argentino».

Agregaré algunas palabras más, para dar una breve explicación del título de estas páginas, un tema que desarrollaré también más adelante. Responderé qué intento proponer una referencia a la situación de la condición humana en un mundo en el que se vive sometido a la globalización financiera que implementa un salvaje desprecio por todo lo relacionado con lo humano.

Debo agregar un comentario sobre una expresión que utilizo habitualmente“: el ciudadano de a pie” [3], en reemplazo del concepto “gente” – impuesto por los medios para referirse a un conjunto mediatizado, masificado, anónimo e indefinido —que deshumaniza, despersonaliza al conjunto de personas al que hace referencia. El problema habitual es cómo se habla o se escribe, a veces, “en lenguaje presuntuoso” para parecer más cultos.

Quiero definir con claridad aquello que la información pública descuida, oculta, o encubre, que es una situación que debería ser escandalosa e inaceptable, sin embargo, no se a publica o se la disfraza, en el mejor de los casos, sólo como una noticia más: así se presenta la miseria en la que viven millones de personas, como un simple accidente en la sociedad. Esto muestra la otra cara de lo que intento pensar con el modo “humana mente”. Propongo, para ello, leer una síntesis del último informe publicado por Oxfam Internacional- 21 enero 2019, que es el que tengo a mano, información que rara vez aparece en los medios salvo en algunos que son marginales al sistema.

Creo necesario dar alguna descripción sobre una importante institución, ausente, o desconocida, no casualmente, en las páginas de los grandes medios:

«Oxfam es una confederación internacional formada por 17 organizaciones nacionales no-gubernamentales que realizan labores humanitarias en 90 países. Su lema es «trabajar con otros para combatir la pobreza y el sufrimiento«. Fue fundada, originariamente en Oxford (Inglaterra) en 1942 durante la II Guerra Mundial, para luchar contra el hambre atroz que se vivía en esos momentos, de ahí su nombre: «Comité de Oxford para ayudar a la hambruna» por un grupo de activistas sociales, y de académicos de la Universidad de Oxford. La institución sostiene que la pobreza y la impotencia son evitables y pueden ser eliminados por la acción humana y la voluntad política. Elabora un informe anual muy esperado y respetado. (Continuará)

1 Se puede consultar mi nota Capitalismo salvaje y la opinión pública en www.ricardovicentelopez.com.ar.

2 En la misma página se puede leer El control de la opinión pública.

3 Se refiere a la persona común, normal y corriente, que no tiene privilegios, fama ni una posición social elevada; es el ciudadano medio, el «hombre de la calle» que vive el día a día sin lujos, con problemas cotidianos y que no pertenece a la élite política o económica.

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La maschera di Wolfenbach (Nightmare Abbey 24)

di Franco Pezzini

(È appena apparsa per i tipi Digital Vintage Edizioni, trad. di Giulia Zappaterra e con introduzione di chi scrive, la prima edizione italiana di Il castello di Wolfenbach di Eliza Parsons, consacrato a classico del gotico da Jane Austen nell’ironico Northanger Abbey. Si riporta qui uno stralcio del mio contributo.)

Ancora un castello infestato dai fantasmi!

Ormai anche le signorine dovrebbero

essersi stancate di tutti questi assassini…

Critico anonimo (e un tantino maschilista),

del ‘Critical Review’, sull’appena uscito romanzo

di Francis Lathom, The Castle of Ollada, 1795.

 

Biancaneve e i Sette Orridi
“Ti leggo subito i titoli: eccoli, leggo dal mio taccuino: Il Castello di Wolfenbach, Clermont, Misteriosi presentimenti, Il negromante della Foresta Nera, Campana di mezzanotte, L’orfana dal Reno, e Orridi misteri. Questi ti dureranno per un po’”. Con questa celebre battuta di Isabella Thorpe a Catherine Morland (che tiene a verificare: “Sì, benissimo; ma sono proprio tutti romanzi dell’orrore [they all horrid], sei sicura che siano tutti romanzi dell’orrore?”) al cap. 6 di Northanger Abbey nasce il canone di “Horrid Novels” per lungo tempo creduti una divertita invenzione di Jane Austen. In realtà vengono altrove citati nel romanzo anche I misteri di Udolpho e L’italiano di Ann Radcliffe, nonché lo scandalosissimo Il monaco di Matthew Gregory Lewis, e sull’autenticità di questi non è mai sorta questione. Mentre occorreranno gli studi di Montague Summers (ambigua figura di ecclesiastico ed esperto di occultismo, gotico e teatro della Restaurazione) e di Michael Sadleir (editore, romanziere e bibliografo esperto di gotico), negli anni Venti del Novecento, per dimostrare che i sette titoli menzionati erano realmente circolati. Forse non proprio dei bestseller, anche considerata la rarità delle edizioni poco più di un secolo dopo, ma opere apprezzate da un certo target di lettori d’epoca.
Nel mondo anglosassone, li riproporrà la londinese Folio Society nel 1968, facendoli introdurre dall’esperto Devendra Varma: nel suo ormai classico The Gothic Flame (1957), il critico aveva sottolineato motivi specifici da parte di Jane Austen per selezionare questi testi come emblematici. A parte infatti i titoli coloriti perfetti per una satira del genere, vi s’intravedrebbero diversi tipi di gotico, individuati già da Sadleir e funzionali a fornirne un’ideale panoramica. Da una parte il rhapsodical romance, passionale ed emotivo (Clermont di Regina Maria Roche); in secondo luogo le imitazioni della moda tedesca (il presente The Castle of Wolfenbach, apparso a Londra nel 1793 per i tipi William Lane, The Minerva Press; poi Orphan of the Rhine di Eleanor Sleath, The Mysterious Warning, Midnight Bell di Francis Lathom, e quel Necromancer che manipola un’autentica opera tedesca di Karl Friedrich Kahlert); in ultimo, una vera e propria traduzione dal tedesco, Horrid Mysteries di Carl Grosse. In riferimento non solo a un riconosciuto peso nella cultura tedesca a partire dal XVIII secolo delle fantasie sull’occulto, o a uno stile narrativo sviluppato sul Reno, ma a uno stereotipo poi di larghissimo uso letterario e ancora cinematografico: “aggettivi come ‘soprannaturale’, ‘paranormale’, ‘occulto’ descrivono ottimamente un aspetto dell’immagine della Germania e dei tedeschi, che perdura nei paesi di lingua inglese fin da quando Smollett scelse lo Harz per ambientarvi i più terrificanti – e i più notevoli – episodi delle Avventure di Ferdinando Conte Fathom”, come osserva Siegbert Salomon Prawer (Caligari’s Children, 1980, ed. it. I figli del dottor Caligari. Il film come racconto del terrore), nella sua acuta disamina del mito geografico tedesco tra letteratura e cinema dell’orrore. L’etichetta “dal tedesco”, il richiamo alla “scuola tedesca”, la dichiarazione di Edgar Allan Poe che i suoi racconti “non erano della Germania ma dell’anima” erano immediatamente recepiti dal lettore ottocentesco quali indizi di misteri e di orrori, e l’apparizione di un nome tedesco nel titolo come promessa di brividi deliziosi. Qualcosa del genere si riproporrà col cinema popolare, e Ornella Volta (Frankenstein & Company. Prontuario di teratologia filmica, 1965), aggiungerà citazioni eloquenti: “Lasciate a noi tedeschi gli orrori del delirio, i sogni della febbre, il regno dei fantasmi. La Germania è un paese che si addice alle vecchie streghe, alle pelli d’orso redivive ed ai golem di ogni sesso”, Henri Heine; “Non crederete mica che solo la Germania abbia il privilegio di essere assurda e fantastica?”, Honoré de Balzac; eccetera.
Paradigmatici nei sette titoli i richiami al castello (inevitabile pensare a The Castle of Otranto), al mistero (qui a The Mysteries of Udolpho), all’orrido (cfr. lo Schauer-Romantik tedesco). Ma lo sviluppo del genere non sarebbe solo quello panoramico, orizzontale: Varma vede addirittura nei titoli lo sviluppo verticale del gotico (almeno quello prima maniera) attraverso il tempo, dalle sue origini, alla compiuta fioritura e fino alla decomposizione. Nei fatti l’altalena tra sirene del torbido ed esaltazione della virtù, tra macabro e candido, rende le eroine di questi romanzi delle Biancaneve in distress minacciate da vilain predatori, violenti e crudeli (spendiamo il termine: sadici, anche se in genere siamo a parecchia distanza dal Divin Marchese), sorelle minori delle spasimanti fanciulle del gotico più noto.
A partire dal 2005, l’americana Valancourt Books avrà il merito di rieditare queste opere quasi introvabili  (The Castle of Wolfenbach nel 2006, dopo le edizioni minori 2003 per Wildside Press e 2004 per Kessinger Publishing) permettendo un apprezzamento da parte di un pubblico odierno: e opportunamente una copia (moderna) dei sette romanzi riuniti in cofanetto è collocata in bella vista in una vetrina del cottage di Jane Austen a Chawton nell’Hampshire. Una splendida mostra The Art of Freezing the Blood: Northanger Abbey, Frankenstein, & the Female Gothic, allestita nel 2018 dei due anniversari nella ben più sontuosa Chawton House a suo tempo di proprietà dal fratello di Jane, Edward, permetteva di vedere esposte anche una serie di altri novel gotici del tutto minori, privi persino della griffe austeniana e talora semplici adattamenti dei classici del genere, per un pubblico che, come l’ineffabile Catherine Morland, di gotico aveva sete.
Tra gli autori – in vari casi le autrici – degli Orridi Sette, spicca Eliza Parsons (nata Phelp: probabilmente 1739-1811), a cui si devono ben due titoli, The Castle of Wolfenbach (1793) e The Mysterious Warning (1796). […]

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L’Occidente è nel caos

DI Mohammed Amer

Mentre Washington cerca sinceramente di risolvere questa crisi, i leader delle principali potenze europee stanno orientandosi verso il prolungamento della guerra.

Tuttavia, la prova più eclatante della spaccatura all’interno di quello che siamo abituati a chiamare Occidente è stata la questione della Groenlandia. Il presidente Trump ha chiaramente dichiarato il suo desiderio di annettere l’isola più grande del mondo, attualmente colonia del Regno di Danimarca. Le capitali europee non sapevano come rispondere alla nuova “iniziativa” del presidente statunitense, essendo abituate a fare pieno affidamento su Washington e a seguirne da vicino la politica. Lo shock provocato dalle richieste della Casa Bianca è stato così profondo che non sono riuscite a formulare una posizione coerente. Era impossibile sia evitare di irritare Trump sia affermare una parvenza di indipendenza politica. Per gli europei, l’idea di un’occupazione militare della Groenlandia non suonava come una minaccia vuota, ma piuttosto come una visione del mondo retrograda ora sostenuta dalla potenza americana. Come scrive il Washington Post , “Il potere prevale sul processo, la leva sulla legge, la lealtà subordinata all’utilità”, e ora gli Stati Uniti sono i “garanti della sicurezza europea, che stanno minando la sicurezza europea”.

Trump sta minando le norme globali, trasformando la diplomazia in un imperialismo sfrenato guidato dall’interesse personale

Di recente, il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha dichiarato che l’occupazione militare della Groenlandia da parte degli Stati Uniti significherebbe la fine del blocco NATO.

Un quotidiano turco (Türkiye è membro della NATO) ha osservato che Trump sta minando le norme globali, trasformando la diplomazia in un imperialismo sfrenato guidato dall’interesse personale.

Il Jerusalem Post ha concluso l’8 gennaio che stiamo assistendo al crollo dell’Europa occidentale in tempo reale. Gli europei sono rimasti particolarmente spaventati dalla tesi avanzata dal consigliere più vicino a Trump, il vice capo di gabinetto, Stephen Miller , secondo cui viviamo in un mondo reale governato dalla forza, dal potere, che a sua volta è governato dall’autorità. Queste sono le ferree leggi del mondo fin dall’inizio dei tempi.

Le ambizioni imperiali di Trump

Gli europei sono rimasti sbalorditi dalla schietta dichiarazione di Trump in un’intervista al New York Times dell’8 gennaio, in cui ha affermato di non essere un dittatore ma di poter fare ciò che vuole come Presidente degli Stati Uniti. “Non ho bisogno del diritto internazionale; sono vincolato solo dalla mia moralità”.

Gli europei sono rimasti scontenti anche dalle dichiarazioni della deputata statunitense Anna Paulina Luna, che ha sottolineato che se la piattaforma di social media X (di proprietà di Elon Musk) venisse vietata nel Regno Unito, il Congresso potrebbe prendere in considerazione l’imposizione di sanzioni contro il Primo Ministro britannico Keir Starmer e il suo Paese. Vale la pena notare che lo stesso Trump ha intentato una causa contro la BBC, accusandola di mentire e distorcere i fatti, e ha ripetutamente affermato che Londra non è più una città sicura.

La stampa americana ha sottolineato in vari modi che il governo di Keir Starmer si è trovato in una posizione difficile dopo che i proprietari di oltre mille pub hanno affisso adesivi con la scritta “No ai parlamentari laburisti” sui loro locali per protestare contro l’aumento delle tasse sugli immobili commerciali, che aumenterebbe le tasse del 76% in tre anni. In particolare, l’ex ministro delle finanze britannico Nadhim Zahawi è recentemente passato dal Partito Conservatore al partito radicale di destra di Nigel Farage, “Reform UK”, affermando che il Paese è in crisi e ha bisogno di Farage come primo ministro per risolvere la situazione.

Ancora una volta doppi standard

La posizione senza principi degli stati europei è stata chiaramente evidenziata dal loro rifiuto di condannare la cattura del presidente venezuelano Maduro da parte degli americani. Alcuni hanno addirittura criticato il presidente venezuelano solo per non offendere il leader americano. Secondo alcuni analisti, tali posizioni dei paesi europei aggravano ulteriormente la crisi che questi governi stanno affrontando in importanti segmenti dell’opinione pubblica, una crisi derivante dall’approccio ipocrita alla guerra di Israele a Gaza dall’ottobre 2023. I doppi standard in questo caso sono evidenti.

Questa settimana, il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha dichiarato in un simposio che la perdita dei valori condivisi della NATO ha indebolito l’ordine globale. Questo impedisce al mondo di trasformarsi in un covo di ladri, dove i più spregiudicati prendono tutto ciò che vogliono e regioni o interi paesi vengono trattati come proprietà di poche grandi potenze.

Truppe Nato per la Groenlandia

Trump minaccia apertamente gli stati sovrani

Il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato “La Groenlandia è solo l’inizio. Trump ha messo gli occhi sull’Europa” , sottolineando che il surreale tentativo di Trump di conquistare la Groenlandia è in linea con la sua generale ostilità verso l’Europa. Ai suoi occhi, il Vecchio Continente è una caricatura della destra, un insieme di nazioni senza radici in declino irreversibile che amano le frontiere aperte, odiano la libertà di parola e sono troppo avare per pagare la propria difesa.

Forse l’unico leader che ha tentato in qualche modo di tenere a freno Trump è stato Papa Leone XIV, il quale ha affermato che la sovranità del Venezuela deve essere garantita insieme allo stato di diritto sancito dalla sua Costituzione. Ha criticato il rafforzamento militare statunitense nei Caraibi, ha ripetutamente espresso rammarico per il trattamento riservato dalle autorità americane agli immigrati e ha invitato il clero americano a parlare apertamente su questo tema.

La reazione del mondo occidentale alle recenti azioni di Trump è, per usare un eufemismo, moderata. In risposta all’imposizione di dazi doganali significativi sugli scambi commerciali con altri Paesi, praticamente nessuno, tranne Cina e Canada, ha adottato misure di ritorsione. Molti Paesi si sono addirittura messi in coda per firmare accordi con gli Stati Uniti, spesso mettendosi in una posizione di svantaggio. La stragrande maggioranza degli Stati si è rifiutata di commentare il ritiro di Washington dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’UNESCO e dall’Accordo di Parigi sul Clima, lo smantellamento dell’USAID e il drastico taglio dei finanziamenti alle Nazioni Unite. L’Occidente è indebolito, disorientato e incapace di elaborare soluzioni comuni.

Bloomberg ritiene che la maggior parte delle azioni dell’amministrazione Trump (accordi discutibili sulle criptovalute, nomine di persone non qualificate a posizioni elevate, deportazioni incostituzionali, dispiegamento della Guardia Nazionale in diverse città, rovesciamento del capo di uno stato latinoamericano) siano tentativi di espandere il potere esecutivo e “passi verso una presidenza imperiale”. Il 13 gennaio, la principale rivista statunitense di politica estera, Foreign Affairs, ha pubblicato un articolo di due eminenti politologi, W. A. ​​Hathaway e S. Shapiro, che sottolinea come Trump, nell’ultimo anno, abbia attaccato e smantellato l’infrastruttura legale dell’ordine esistente. Impone sanzioni a giudici e avvocati che lavorano presso la Corte penale internazionale, erige barriere commerciali, viola gli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio, si ritira dalle norme sul libero scambio, non paga le quote ONU e si ritira o viola innumerevoli trattati. Minaccia apertamente stati e territori sovrani: oggi il Venezuela, domani Colombia, Cuba, Groenlandia e Messico.

Un mondo in cui chi detiene il potere non sente più il bisogno di giustificarsi non è semplicemente ingiusto; è barbaro. Uccidere, rubare e distruggere sono ben lontani da qualsiasi pretesa di giustizia. In un mondo del genere, non esiste un ordine legale. Esiste solo la forza, governata dai capricci di un solo uomo.

Il mondo odierno è sempre più stanco dei conflitti creati artificialmente, il cui obiettivo principale è mantenere le tensioni internazionali. Più che mai, ha bisogno di un’azione collettiva e congiunta per affrontare la vasta gamma di problemi globali che minacciano l’intera umanità, come il cambiamento climatico, i disastri naturali, la disuguaglianza, la crisi idrica e così via.

Mohammed Amer, pubblicista sirianoSegui i nuovi

Fonte: https://journal-neo.su/2026/01/17/the-west-is-in-disarray/

Traduzione: Fadi Haddad

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C’è un aggressore e un aggredito, si diceva una volta, no? Intervista a Carlo Rovelli

 

 

di Luca Busca

 

Viviamo in un contesto molto incerto, in cui ogni giorno un paese sovrano viene minacciato dall’Impero Americano di essere invaso al fine di appropriarsi delle sue risorse. Spesso l’impressione è quella di un’egemonia in declino, sull’orlo del baratro, che tenta gli ultimi colpi di coda per non cadere. In due settimane, dall’inizio del 2026, Trump ha attaccato il Venezuela, sequestrandone il legittimo rappresentante. Ha minacciato l’Iran e la Nigeria, dichiarandosi disponibile a uscire dalla NATO pur di avere la Groenlandia, che, ironia della sorte si troverebbe nella condizione di invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, portando l’Europa in guerra contro gli Stati Uniti. Casualmente tutti paesi ricchi di petrolio.

Abbiamo chiesto a Carlo Rovelli, fisico e divulgatore di fama mondiale reduce dalla pubblicazione del suo ultimo libro, “L’uguaglianza di tutte le cose”, cosa pensa di questo particolare momento storico.

 

L.B. Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e sequestrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, al fine di processarlo. Possiamo parlare di “processo” o siamo davanti a uno strumento politico travestito da giustizia?

C.R. Sono un po' stupito per come sia commentato l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela.  Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno attaccato diverse decine di paesi da cui non erano stati attaccati (“C’è un aggressore e un aggredito”, si diceva una volta, no?).  Gli Stati Uniti lo hanno fatto quasi sempre contro la legalità internazionale, contro le Nazioni Unite. Questa volta, con il Venezuela, le differenze mi sembrano due. Una è che invece delle usuali decine o centinaia di migliaia di morti, hanno ammazzato solo un’ottantina di persone. L'altra è che sono stati un po’ meno ipocriti del solito, e alle “giustificazioni” (ripetute ahimè dai politici europei come fossero babbei), questa volta non ci crede nessuno, neanche chi le ripete. Rispetto alla precedente politica americana, mi sembra che Trump faccia egualmente guerre, ma con meno ipocrisia e per ora con meno morti. 

 

L.B. Storicamente le grandi potenze ricorrono alla guerra quando entrano in crisi strutturale. Vedi un nesso fra la finanziarizzazione dell’economia statunitense, il declino industriale e questa aggressività geopolitica?

C.R. Non mi pare che gli Stati Uniti siano diventati più aggressivi. Non so se contare le decine di migliaia di morti ammazzati in altri paesi sia un criterio di aggressività, ma vale quanto un altro. L’amministrazione Trump, che io sappia, ha ammazzato gente in Venezuela, in Yemen, in Iran, in Siria, in Nigeria, e certo dimentico qualche paese, ma, direi, molti meno di quanto facessero di solito le amministrazioni precedenti. A noi gli Stati Uniti appaiono ora più aggressivi solo perché non si presentano più come nostri alleati, e quindi ora ci fanno paura. Prima erano aggressivi e noi ci appiattivamo sotto la loro ala, anzi, spesso li aiutavamo con qualche aereo e qualche bersagliere. 

 

L.B.  Se proprio la superpotenza che ha costruito il sistema di diritto internazionale lo viola apertamente, il sistema è riformabile o siamo entrati in una fase di dittatura imperiale?

C.R. Penso che sia possibile riformarlo, che sia possibile rendere più forte il diritto internazionale. Lo penso perché la maggior parte dei paesi e dei cittadini del mondo lo sta chiedendo. A voce sempre più forte. Non stiamo entrando in una fase di dittatura imperiale, ne stiamo uscendo. Gli Stati Uniti non hanno più la forza per imporre il loro impero e hanno perso la forza ideologica e la capacità di propaganda che hanno avuto. Non ci provano neppure più. Mi piacerebbe che l'Italia stesse dalla parte dei tanti che chiedono diritto internazionale, non dei pochi che ci si oppongono, come invece sta facendo adesso. 

 

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La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso della Rete Ferroviaria Italiana

  Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di […]

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Cripto, credito e vigilanza: non è più solo speculazione

Il dibattito sulle cripto-attività sta entrando in una nuova fase. Potrebbe finire presto la polarizzazione tra entusiasti – genuini, manipolatori, ingenui – e demonizzatori, coloro che si sono concentrati esclusivamente sui prezzi, sulle bolle speculative e sulle truffe, riducendo un fenomeno complesso a una caricatura finanziaria. Con una capitalizzazione globale del mercato cripto che ha superato i 4 trilioni di dollari, il tempo sembra maturo per spostare il confronto su un terreno più solido e politicamente rilevante: quello del ruolo che le tecnologie sottostanti le criptovalute (DLT, distributed-ledger-technology, blockchain, ecc.), che con esse coincidono ma che svolgono funzioni anche assai differenti, possono assumere (e già hanno assunto) per gli scambi economici e l’efficienza delle infrastrutture di mercato. Interrogandoci sulla più opportuna postura che gli Stati e le autorità di supervisione finanziaria debbano assumere di fronte ad un fenomeno che, nato apposta per sfuggire al loro controllo, assume proporzioni rilevanti per l’economia reale.

In generale, governi e vigilanza mantengono una posizione di estrema prudenza, spesso difensiva, con l’Unione europea sul podio – anche in questo campo – per ortodossia e conservatorismo. Nel frattempo, diventa sempre più evidente che sotto la crosta speculativa si sta consolidando un insieme di tecnologie – la tokenizzazione e i registri distribuiti – che promettono di modificare in profondità il modo in cui gli asset (tutti gli asset, non solo quelli nati dall’anarchismo finanziario) vengono emessi, scambiati e regolati.

Un nuovo credito?

Al termine del terzo trimestre del 2025, l’ammontare globale del credito erogato e garantito da criptovalute ha raggiunto un nuovo massimo storico, segnando il culmine di un percorso turbolento caratterizzato da cicli estremi di espansione e contrazione. Si tratta di un credito ancora fortemente mosso da obiettivi di pura speculazione ma che, in modo crescente, è finalizzato a funzioni di gestione ed efficienza dei flussi finanziari. Questo credito è la somma di quanto erogato tramite protocolli di finanza decentralizzata (DeFi), da intermediari centralizzati (CeFi) e attraverso l’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) per la creazione di stablecoin.

Tra il 2020 e il 2021, il mercato aveva già vissuto la sua prima fase di crescita esponenziale, guidata dall’innovazione dei contratti intelligenti su Ethereum (ETH) e dalla proliferazione di piattaforme di prestito che offrivano rendimenti ampiamente superiori a quelli dei depositi bancari tradizionali (Aramonte et al., 2022). Questo periodo, spesso definito “DeFi Summer”, ha visto il debito aperto passare da valori prossimi allo zero alla fine del 2019 a circa 5 miliardi di dollari alla fine del 2020, con il picco di 69,37 miliardi di dollari registrato nel quarto trimestre del 2021 (Pokorny, 2025-2). Tuttavia, la fragilità di molti modelli di business centralizzati (CeFi) e l’interconnessione opaca tra i vari attori hanno portato a un collasso sistemico nel 2022. Il crollo di protocolli come Terra/Luna e il conseguente fallimento di giganti del credito come Celsius, Voyager e Genesis hanno ridotto drasticamente la fiducia e la liquidità (Mittal, 2023; FSB, 2025).

La ripresa osservata tra il 2024 e il 2025 è stata guidata non solo dal recupero dei prezzi degli asset, ma da una migrazione strutturale verso la trasparenza della DeFi e dall’ingresso di capitali istituzionali regolamentati attraverso nuovi strumenti, come gli ETF spot, fondi d’investimento quotati in borsa che detengono direttamente l’attività sottostante, come ad esempio il Bitcoin (BTC) o ETH, anziché derivati o contratti finanziari (TRM, 2025).

La DeFi è infatti diventata il segmento dominante, con un’esposizione che ha raggiunto i 40,99 miliardi di dollari a fine settembre 2025. Dando prova di una resilienza strutturale superiore: laddove gli intermediari centralizzati sono crollati a causa di esposizioni non garantite e di una gestione opaca delle riserve, i protocolli DeFi hanno preservato la propria solvibilità grazie a sistemi di liquidazione automatica basati su smart contract. Questi meccanismi hanno operato in modo trasparente e istantaneo al variare dei prezzi, garantendo l’integrità dei pool di liquidità in tempo reale.

Il settore CeFi, dopo il crollo del 2022, si è consolidato attorno a pochi attori altamente capitalizzati. A settembre 2025, i prestiti CeFi tracciati ammontavano a 24,37 miliardi di dollari. A differenza del 2021, i prestatori CeFi odierni operano con criteri di collateralizzazione molto più rigorosi, spesso richiedendo BTC o ETH come garanzia primaria per prestiti in contanti o stablecoin.

L’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) rappresenta il metodo più antico di creazione del credito on-chain, permettendo agli utenti di generare nuove unità di stablecoin depositando asset in eccesso. Nel 2025, questo segmento rappresenta l’11,2% del mercato totale del credito, con circa 8,23 miliardi di dollari di debito circolante

Va ricordato anche che, con una capitalizzazione di oltre 300 miliardi di dollari, le stablecoin sono diventate un acquirente sistemico di debito pubblico statunitense: nell’ultimo anno, la sottoscrizione di titoli del Tesoro USA da parte degli emittenti di stablecoin è cresciuta dell’80%, arrivando a detenere il 2,1% di tutti i T-bills in circolazione. Spiegando le attenzioni dell’amministrazione Trump: mentre il credito cripto cerca di essere indipendente dal sistema bancario, la sua sicurezza e liquidità dipendono sempre più dalla solvibilità del debito sovrano degli Stati Uniti (una crisi di liquidità nelle cripto-attività potrebbe forzare la vendita di decine di miliardi di dollari in titoli di Stato tradizionali).

Oggi il nuovo massimo globale del credito in cripto ammonta a 73,59 miliardi di dollari (fine settembre 2025), e si tratta di un valore meno esposto alla sola spinta speculativa e molto più figlio di un mercato “sano”, rispetto al 2021, poiché una quota maggiore del debito (oltre il 66,9%) risiede su protocolli cosiddetti “on-chain”, trasparenti e automatizzati, riducendo il rischio dei fallimenti opachi e imprevedibili, tipici delle entità centralizzate.

Si è già detto che di questi 74 miliardi di dollari di credito, a livello globale, la componente dominante resta la leva a scopo speculativo: gli utenti depositano asset (come ETH) per prendere in prestito stablecoin da reinvestire nel mercato, amplificando l’esposizione. Tale attività è altamente riflessiva rispetto ai prezzi: quando i prezzi salgono, la capacità di indebitamento aumenta, alimentando ulteriore leva. 

Ma il fenomeno nuovo e del tutto spiazzante rispetto alla narrativa dominante sulle cripto è la crescita pure delle forme di credito per l’economia reale. Ad agosto 2025, il mercato del private credit tokenizzato (prestiti on-chain garantiti da asset fisici o attività commerciali reali) ha raggiunto un valore di circa 16 miliardi di dollari. Piattaforme come Centrifuge o Maple Finance finanziano direttamente fatture commerciali, crediti alle imprese o progetti immobiliari, collegando la liquidità on-chain a debitori del mondo reale. 

Inoltre, circa 12 miliardi di dollari di debito tracciato sono riconducibili a società di tesoreria digitale (Digital Asset Treasury Companies, DATCOs) che utilizzano il credito per integrare le proprie strategie di acquisto di asset o per la gestione della liquidità operativa.

In sintesi, sebbene la maggior parte dei 74 miliardi di dollari di credito basato su cripto-attività serva ancora a supportare l’ecosistema finanziario digitale stesso, con le sue derive speculative, secondo i dati disponibili, circa il 20-22% è ora direttamente collegato al finanziamento dell’economia reale.

Let crypto burn?

Ecco perché diventa interessante il dibattito che si sta aprendo tra le autorità di vigilanza. Un recente studio della Banca d’Italia (Biancotti, 2026), coglie un nodo tecnico cruciale: nelle blockchain pubbliche, come ETH, il rischio di mercato associato al token nativo non rimane confinato alla sfera degli investitori, ma si trasforma in un vero e proprio rischio infrastrutturale. La sicurezza di queste reti, infatti, dipende da validatori indipendenti che mettono a disposizione capitale e capacità computazionale in cambio di ricompense denominate nel token stesso. Se il valore di mercato di quel token crolla in modo persistente, l’incentivo economico a mantenere operativa l’infrastruttura viene meno.

Le conseguenze possibili non sono astratte: un’uscita dei validatori rallenterebbe o paralizzerebbe il regolamento delle transazioni, mentre un prezzo depresso abbasserebbe drasticamente il costo economico di un attacco alla rete. In questo scenario, anche asset percepiti come relativamente sicuri – stablecoin, obbligazioni tokenizzate, strumenti di pagamento digitali – risulterebbero esposti a rischi operativi e di manipolazione. La conclusione dell’autrice è netta: le Banche Centrali non possono, né devono, intervenire per sostenere artificialmente il prezzo di asset privati e volatili al solo fine di mantenere in vita l’infrastruttura sottostante.

Questa posizione è difficilmente contestabile, in punta di diritto, di principi regolamentari e della millenaria storia della moneta. Ma un altro recente studio, questa volta della Bank for International Settlements (Aquilina et al., 2025), mette in guardia contro un approccio riassumibile nello slogan “let crypto burn”. Secondo gli autori, lasciare collassare in modo disordinato l’ecosistema cripto potrebbe produrre un effetto collaterale rilevante: compromettere irreversibilmente lo sviluppo della tokenizzazione degli asset reali.

La tokenizzazione – la possibilità di rappresentare diritti su immobili, obbligazioni o crediti sotto forma di token negoziabili su registri distribuiti – non è più, e forse non è mai stato, solo un esercizio speculativo. È, prima di tutto, e vuole essere, un salto di efficienza infrastrutturale. La stessa BIS documenta come queste soluzioni spesso riducano fortemente i tempi di regolamento da T+2 a T+0, abbattendo costi operativi, rischi di controparte e complessità post-trade. Se l’intero ecosistema viene lasciato “bruciare” senza costruire canali di migrazione sicuri, il rischio è di soffocare questa innovazione, e il suo impatto potenziale sull’economia reale, che vuol dire imprese e famiglie, assai prima che possa essere assorbita all’interno di circuiti regolamentati. 

A ben guardare, è su questo crinale che si colloca la risposta europea, nella sua ambivalenza. Il quadro normativo dell’Unione europea, infatti, mantiene forte prudenza e approccio ultra-conservativo, con qualche apertura. Il MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation, il Regolamento UE che disciplina l’emissione, l’offerta al pubblico e l’ammissione alle negoziazioni di cripto-attività) tenta di isolare il rischio speculativo, distinguendo tra token puramente volatili e strumenti con un ancoraggio reale. E il DLT Pilot Regime (Regolamento UE 2022/858) offre un ambiente controllato in cui testare l’emissione e la negoziazione di strumenti finanziari tokenizzati, provando ad evitare che il destino della tecnologia venga legato indissolubilmente alla volatilità delle cripto-attività non regolamentate. 

Anche a Bruxelles, cioè, ci si è resi conto che ridurre il fenomeno della finanza decentralizzata a una patologia significa ignorare un dato strutturale: la tokenizzazione e il credito alternativo tendono a crescere proprio dove l’intermediazione bancaria tradizionale è meno presente. È in questi spazi che si sperimentano nuove forme di efficienza finanziaria. 

La sfida per la vigilanza, dunque, non è salvare Ether o legittimare la speculazione, ma impedire che i fallimenti della “finanza ombra” delle cripto finiscano per delegittimare una tecnologia che può riformare in profondità l’infrastruttura dei mercati. Il vero obiettivo pubblico non è il prezzo del token, ma la sicurezza della ferrovia su cui, sempre più spesso, viaggiano pezzi dell’economia reale.

Insomma, il sistema cripto è via via più integrato nell’economia reale e, sebbene ancora dominato dalle spinte speculative, un approccio alla vigilanza che non consideri anche questa componente rischia di non svolgere appieno il proprio ruolo a tutela e salvaguardia della stabilità economica. Proprio come quando si decide di non far fallire banche “too big to fail”, o banche guidate dai furbetti di turno, o cooperative bancarie catturate da oligarchie di soci, anche per il mondo cripto potrebbe arrivare un momento in cui, dato il valore dell’infrastruttura in sé, il beneficio del salvataggio supera il costo dell’iniquità implicita sottostante.

Minimo glossario

DLT (Distributed Ledger Technology): tecnologia basata su registri distribuiti. È un database non centralizzato dove le informazioni sono condivise tra più nodi della rete, rendendole immutabili e trasparenti.

Permissionless Blockchain: una blockchain “senza permessi” dove chiunque può partecipare alla validazione delle transazioni senza autorizzazione centrale.

Staking: il processo di “deposito” di token da parte dei validatori come garanzia del proprio comportamento onesto. Se il validatore bara, una parte di questo deposito viene distrutta (slashing).

Token Nativo: l’asset originale di una blockchain (es. Ether per Ethereum), utilizzato per pagare le commissioni e ricompensare i validatori.

Validatore: entità che gestisce l’infrastruttura hardware e software necessaria per confermare le transazioni e mantenere la sicurezza della rete.

Bibliografia citata

Aquilina M., Cornelli G., Frost J., Gambacorta L. (2025), Cryptocurrencies and

decentralised finance: functions and financial stability implications, Bank for International Settlements, link qui 

Aramonte S., Doerr S., Huang W. and Schrimpf A. (2022), DeFi lending: intermediation without information?, Bank for International Settlements, link qui 

Biancotti C. (2026), What if Ether Goes to Zero? How Market Risk Becomes Infrastructure Risk in Crypto, Banca d’Italia, link qui

Chainalysis (2025), The 2025 Geography of Crypto Report. What regional trends reveal about what’s next in crypto, link qui 

Financial Stability Board – International Monetary Fund (2023), Synthesis Paper: Policies for Crypto-Assets, link qui

Financial Stability Board (2025), Thematic Review on FSB Global Regulatory

Framework for Crypto-asset Activities, Peer review report, link qui 

International Monetary Fund (2025), Crypto Assets Monitor, link qui 

Matsuoka D., Hackett R., Zhang J., Zinn S., Lazzarin E. (2025), State of Crypto 2025: The year crypto went mainstream, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui 

Mittal K. (2023), Risk Management: DeFi Lending & Borrowing, link qui 

Pokorny Z. (2025-1), The State of Crypto Lending. Bringing Transparency to an Opaque Market, Galaxy Research, link qui 

Pokorny Z. (2025-2), The State of Crypto Leverage: Q3 2025 Market Breakdown, Galaxy Research, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui 

Powerdrill (2025), Institutional Cryptocurrency Adoption 2025: Bitcoin ETF Boom, Corporate Treasuries, and DeFi–RWA Growth Report, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui

TRM (2025), Global Crypto Policy Review Outlook 2025/26 Report, link qui 

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Il petrolio venezuelano non è bottino di pirati né moneta di scambio per traditori


di Geraldina Colotti, Caracas

Nel suo ultimo libro intitolato The Petroleum Sector and the Transition to Democracy in Venezuela, l'ex procuratore del fittizio governo ad interim José Ignacio Hernández tenta di gettare le basi giuridiche per quello che non è altro che lo smantellamento finale della sovranità energetica del paese. Hernández non parla da una posizione accademica neutrale, ma dal conflitto di interessi di chi ha lavorato per multinazionali come Crystallex prima di facilitare, da una carica inesistente, l'iter legale per la svendita di Citgo.

La sua tesi centrale sostiene che l'attuale Legge Antiblocco e le riforme proposte dal governo bolivariano siano una sorta di privatizzazione di fatto o opaca, volta a eludere i controlli democratici. Tuttavia, ciò che questo operatore di Washington occulta è che il suo vero obiettivo è eliminare il controllo statale sulle risorse, affinché le grandi corporazioni tornino a gestire la cassa continua del paese come ai tempi della “apertura petrolifera” degli anni Novanta.

Di fronte alla tesi di Hernández, secondo cui lo Stato starebbe svendendo i propri attivi, i dati dell'Osservatorio Venezuelano Antiblocco offrono una lettura opposta, dove appare chiaro che non si tratta di privatizzazione ma di protezione sovrana. La Legge Antiblocco, nel suo primo articolo, definisce il suo obiettivo fondamentale come la mitigazione degli effetti nocivi delle misure coercitive unilaterali che hanno causato il saccheggio di oltre quaranta miliardi di dollari in attivi stranieri appartenenti al popolo venezuelano.

Per comprendere il pericolo reale di queste tesi, bisogna guardare al saccheggio criminale di Citgo, un'impresa strategica con tre raffinerie negli Stati Uniti e più di quattromila stazioni di servizio che rappresentano attivi per oltre tredici miliardi di dollari. Sotto la presunta gestione del “governo a interim” di Guaidó e la consulenza diretta di personaggi come Hernández, Citgo è stata scollegata dalla sua casa madre Pdvsa per essere consegnata a una vera e propria razzia giudiziaria nei tribunali del Delaware.

Le è stato impedito in modo criminale di rimpatriare i dividendi che erano destinati alla salute e all'alimentazione dei bambini e delle donne del Venezuela, consegnando il gioiello della corona a una liquidazione forzata per pagare debiti gonfiati in un atto di pirateria moderna. Questo è lo schema che la destra pretende di ripetere ora sul territorio nazionale attraverso una deregolamentazione totale che consegni i pozzi e le raffinerie al capitale transnazionale senza alcun tipo di controllo sociale.

Di fronte a questa narrativa del saccheggio, la Presidente incaricata Delcy Rodríguez ha eretto un muro di contenimento basato sull'economia di resistenza e sulla dignità nazionale. Nella congiuntura attuale, la battaglia per il Venezuela si gioca su due fronti che sono in realtà un'unica lotta per l'esistenza: la libertà degli ostaggi dell'impero, il Presidente Nicolás Maduro e la “prima combattente” Cilia Flores, e la difesa tecnica e politica della Cintura Petrolifera dell'Orinoco.

Mentre Donald Trump si comporta come un corsaro del ventunesimo secolo dichiarando che il greggio venezuelano gli appartiene per diritto di preda, la gestione amministrativa di Delcy Rodríguez, in continuità con quella di Maduro, dimostra che la sovranità non si negozia, né di fronte al ricatto né di fronte al sequestro dei leader fondamentali della rivoluzione. La proposta di riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi presentata all'Assemblea Nazionale in questo gennaio del duemilaventisei mira a blindare la sovranità mentre si recupera la produzione nazionale. La riforma cerca di includere figure come i Contratti di Produzione Condivisa per attrarre investimenti in giacimenti che non sono mai stati sfruttati o che mancano di infrastrutture a causa del blocco tecnologico.

Delcy Rodríguez è stata categorica nel sottolineare che questa apertura non implica la cessione della proprietà della risorsa. L'obiettivo centrale è incorporare flussi di investimento per neutralizzare l'inasprimento del blocco petrolifero imposto da Washington e avanzare verso un modello economico non dipendente e diversificato, basato sull'autosufficienza.

È uno strumento di dignità nazionale che viene presentato a testa alta, seguendo la premessa della Presidente incaricata quando afferma che, se un giorno dovesse andare a Washington, lo farà restando dritta, in piedi e non inginocchio (in contrasto con Maria Corina Machado, corsa a regalare il suo Nobel per la pace a Donald Trump).

A differenza di una privatizzazione neoliberista, dove l'eccedenza fugge verso il capitale transnazionale, la Legge Antiblocco obbliga per mandato costituzionale a destinare le risorse ottenute alla finalità sociale delle entrate. Ciò significa finanziare sistemi compensativi del salario e prestazioni sociali per la classe lavoratrice, così come il recupero di servizi pubblici essenziali come l'elettricità e l'acqua, gravemente colpiti dalla mancanza di pezzi di ricambio che gli Stati Uniti proibiscono di acquistare.

È fondamentale comprendere che la visione bolivariana del petrolio non è quella dell'estrattivismo cieco che distrugge il pianeta per alimentare il consumo del nord del mondo. Il quinto obiettivo storico del Piano della Patria, lasciato in eredità dal comandante Chávez e approfondito dal presidente Maduro, stabilisce l'impegno irrinunciabile per la preservazione della vita e la salvezza della specie umana.

Il Venezuela promuove un modello ecosocialista che utilizza la rendita petrolifera per finanziare la transizione verso una relazione armoniosa con la Madre Terra, intendendo che la difesa delle risorse è legata al diritto dei popoli di gestire i propri beni naturali senza la logica della crescita infinita del capitalismo globale. Mentre Hernández parla di opacità, il governo bolivariano risponde con l'eccezionalità strategica per sopravvivere all'assedio. Non si cambia la proprietà, che resta del popolo, si cambia l'operatività affinché il petrolio continui a finanziare la vita.

I risultati di questa strategia sono tangibili nonostante le ostilità, poiché, con il governo Maduro, il Venezuela ha ottenuto venti trimestri di ripresa economica sostenuta dal duemilaventuno. Le entrate petrolifere derivanti da questo schema stanno finanziando direttamente il Potere popolare attraverso la “Sfida Ammirevole duemilaventisei”, con circa duecentottanta milioni di dollari destinati a trentacinquemila progetti eseguiti direttamente dai consigli comunali nei loro territori.

A questo attacco dei tecnocrati dell'ultradestra, si aggiunge il coro di un certo ultra-sinistrismo europeo che dall'Italia e da altri paesi pretende di dare lezioni di chavismo dalla comodità della distanza. Criticare la Legge Antiblocco ignorando che il paese affronta un assedio che ha ridotto le entrate in modo drastico è un esercizio di cinismo intellettuale. Il chavismo è prassi rivoluzionaria e il legato di Chávez si difende garantendo la vita dei settori popolari.

Donald Trump crede che, tenendo sequestrati Nicolás e Cilia, potrà forzare una capitolazione, ma si sbaglia sottovalutando la fermezza bolivariana. Il petrolio venezuelano è il sostentamento di un paese che ha deciso di essere libero e che non si arrende ai pirati né rinuncia al suo impegno ideale e costituzionale verso la Madre Terra.

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Líder supremo de Irán: «La nación iraní ha acabado con la sedición alentada por el presidente de EEUU»

El líder supremo de Irán, el ayatolá Alí Jameneí, responsabilizó al presidente de Estados Unidos, Donald Trump, de las muertes y daños causados en su país, y reprochó sus insultos vertidos contra la República Islámica.

«El presidente de EEUU se refirió a este grupo que destruyó propiedades, incendió y mató personas en Irán como «el pueblo de Irán»; es decir, lanzó una gran calumnia contra el pueblo de Irán. Consideramos al presidente de EEUU culpable por esta acusación. Consideramos culpable al presidente de Estados Unidos por las bajas, los daños y las calumnias que infligió a la nación iraní. El presidente de EEUU les envió un mensaje a los sediciosos: «Les apoyamos, les apoyamos militarmente», es decir, el propio presidente de EEUU se involucró en la sedición. Estos son crímenes. En el pasado, ocurrían sediciones en Irán en las que generalmente intervenían medios de comunicación y políticos de segundo nivel de EEUU o países europeos. La particularidad de esta sedición fue que el propio presidente de EEUU intervino en ella y alentó a los agitadores», expresó Jameneí en un discurso ante miles de personas.

El líder supremo aseguró que «La nación iraní ha acabado con la sedición; ahora también debe acabar con los sediciosos» y añadió que «La reciente sedición fue una sedición estadounidense. Los estadounidenses la planificaron y actuaron. El objetivo del reciente complot estadounidense es engullir Irán». «Desde el inicio de la Revolución Islámica hasta hoy, el dominio de EEUU sobre Irán ha desaparecido. Ellos están pensando en volver a colocar a Irán bajo su dominio militar, político y económico», explicó.

Jameneí hace estas declaraciones tras las recientes protestas antigubernamentales, que estallaron a finales de diciembre, impulsadas por EEUU e Israel, sobre la base de problemas económicos, en buena parte producto de las sanciones norteamericanas, problemas a los que también se refirió: «La situación económica no es buena, La vida de la gente es realmente difícil. Yo lo sé. Los funcionarios del país y del gobierno deben trabajar el doble y con mayor seriedad para conseguir bienes básicos, insumos para el ganado, alimentos necesarios y las necesidades generales de la gente».

Por su parte, el ministro de Exteriores de Irán, Seyed Abbas Araghchi, aseguró que la situación en el país lleva varios días estabilizada, después de que se llevara a cabo una operación contra terroristas que instigaban los disturbios.

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Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà


di Agata Iacono


Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del "piano di pace" di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge spesso quello che sta succedendo a casa nostra.

Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e all'asservimento totale dell'Italia ad Israele e agli USA (con qualche goffo tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell'Europa+UK).

Abbiamo assistito all'arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del genocidio.
Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito, oggettivamente, una fase di arresto.

Le distorsioni della narrazione hanno aggredito  e diffamato Francesca Albanese come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal movimento Donne Vita e Libertà....).

Quindi hanno attaccato direttamente i palestinesi in Italia, arrestando addirittura l'imam di Torino, Mohamed Shahi, colpevole di non aver condannato la resistenza, nonché il presidente dell'Associazione Palestinesi d'Italia, l'architetto Mohammad Hannoun, accusato di aver "finanziato", attraverso l'associazione benefica per mandare aiuti in Palestina, anche il terrorismo...

Ma ci sono altri palestinesi nelle carceri italiane, tutti accusati per conto e ordine di Israele, senza aver mai commesso reati in Italia.

È di oggi la scandalosa sentenza che condanna Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi.

Il processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, che ha osato difendere il suo popolo e la sua famiglia dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania (violenza assassina documentata anche da No Other Land, premio oscar del 2025).

Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa: ovvero, i tribunali italiani hanno chiamato responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo stesso genocidio, condannato dal tribunale internazionale e dall'ONU.
Durante gli anni di carcerazione, provenienti da tutta Italia, davanti al tribunale de L'Aquila sono stati sempre presenti presidi di solidarietà.
Anan Yaeesh è stato infatti trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi, per isolarlo, ha anche effettuato uno sciopero della fame.
Le sue condizioni fisiche risentono delle schegge che il ragazzo ha ancora in corpo, essendosi salvato miracolosamente dai tentativi di omicidio israeliani.
In una videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, ha recentemente detto:

“É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano.

Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?”

La requisitoria della pubblico ministero, che non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse, aveva richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per Alì, 7 per Mansour (gli ultimi due erano già a piede libero, il vero obiettivo era colpire Anan).

Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento dell'Italia ad Israele e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso.
Alla pronuncia della condanna in aula si è levato un grido unanime di protesta.

Quindi, davanti alla sede del tribunale, il legale Flavio Rossi Albertini ha ringraziato gli attivisti per la loro costante vicinanza, annunciando l'appello.


E non finisce qui.
È di ieri una circolare alle regioni e quindi alle scuole del Ministro Valditara che impone la schedatura dei bambini palestinesi che frequentano la scuola italiana.

Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938?

E nel frattempo il ministro Piantedosi, attraverso il decreto sicurezza, impedisce di fatto le espressioni di dissenso e solidarietà, addirittura imponendo controlli, perquisizioni, schedature e zone rosse.

In sintesi il concetto è: "Se aiuti il popolo palestinese aiuti Hamas e quindi sei un terrorista".
Fino a quando i palestinesi non accetteranno di essere percepiti quali vittime di una catastrofe naturale, senza alcun colpevole, e oseranno resistere, saranno tutti considerati terroristi, anche quelli nati ieri e morti di freddo.
Ne avevo parlato qui:
Il caso di Anan Yaeesh, "colpevole di Palestina" 

Non è l'Iran, non è il Venezuela.

È il regime Italia.

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Quello che unisce Venezuela, Iran e Groenlandia nella strategia di Trump


di Domenico Moro

In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e la Groenlandia sono entrate nel mirino di Trump, per la medesima ragione. Tuttavia, questi due nuovi paesi, su cui Trump si sta concentrando, rappresentano un salto di qualità importante.

Il sequestro di Maduro e l’attacco al Venezuela hanno rappresentato la volontà di ristabilire il controllo statunitense sull’Emisfero Occidentale (le Americhe), da sempre considerato il giardino di casa degli Usa. La Cina era presente in Venezuela, e i suoi investimenti erano tesi a svilupparne le infrastrutture petrolifere, ma l’importanza del Venezuela per la Cina è molto inferiore a quella dell’Iran, altro grande produttore di petrolio.

Infatti, l’Iran è un tassello molto più importante per la Cina, essendo un pilone fondamentale della sua strategia sia di rifornimento energetico sia di sviluppo di rotte commerciali internazionali (la nuova via della seta). La Cina è, tra le tre aree economiche principali a livello mondiale – Usa, Ue e Cina -, la maggiore importatrice di petrolio, che rimane, nonostante lo sviluppo di fonti energetiche alternative, la materia prima più importante.

Infatti, gli Usa sono energeticamente indipendenti, importando pochissimo petrolio, grazie al fatto che con la fratturazione idraulica sono diventati il principale produttore mondiale. La Ue, invece, povera di materie prime energetiche, importa una grande quantità di petrolio (circa 8 milioni di barili al giorno), ma la provenienza di questo petrolio è abbastanza distribuita. I maggiori fornitori sono l’Africa (2,2 milioni di barili al giorno), il Nord America (2,03 milioni), il Medio Oriente (1,44 milioni), l’Asia centrale (1,37 milioni), l’America Latina (0,9 milioni) e, all’ultimo posto dopo le sanzioni, la Russia (0,32 milioni).i

Diversa è la situazione della Cina. Pur essendo produttrice di petrolio, essa ne è la più forte importatrice mondiale. Su un fabbisogno di 16 milioni di barili al giorno, essa ne importa circa il 60-70%, pari a 11-12 milioni di barili. Il problema della Cina, però, è non soltanto la sua dipendenza dall’estero, ma la sua dipendenza da una sola area. Infatti, la metà delle sue importazioni di petrolio viene dal Medio Oriente (quasi 6 milioni di barili al giorno), seguito a distanza dalla Russia (2 milioni), dall’America latina (1,14 milioni), dall’Africa (1,09 milioni), e dal Nord America (0,23 milioni).ii

L’Iran è importante dal punto di vista petrolifero, perché la Cina importa da questo paese 1,2 milioni di barili al giorno, pari al 10% del totale. E la Cina è importante per l’Iran, visto che quest’ultimo dirige ben il 73,2% delle sue esportazioni di petrolio verso il paese estremo orientaleiii, che è la seconda destinazione delle esportazioni iraniane (20,7 miliardi di dollari), subito dopo l’Iraq (43,9 miliardi), e prima della Turchia (8,9 miliardi).iv Ma l’Iran è importante per la Cina soprattutto perché è un paese strategico per il controllo dell’intera area del Medio-Oriente, in cui ci sono le maggiori riserve mondiali di petrolio e da cui proviene la metà del greggio importato dalla Cina. Fra l’altro, l’Iran controlla lo stretto di Ormuz attraverso il quale transita una importante rotta marittima e una grande quantità del petrolio esportato dal Medio Oriente verso la Cina e l’Estremo Oriente.

È evidente, quindi, l’interesse statunitense a effettuare un colpo di stato in Iran, come accaduto già nel 1953, quando il premier iraniano, Mossadeq, fu rovesciato da Regno Unito e Usa, sempre con l’obiettivo del controllo del petrolio. A tutto questo va aggiunto che la presa statunitense sul Medio Oriente si sta indebolendo. L’Arabia Saudita, il secondo paese del mondo dal punto di vista delle riserve di petrolio, recentemente ha stabilito un accordo con il Pakistan, potenza nucleare, per la mutua assistenza in caso di aggressione militare. Fino ad ora l’Arabia Saudita si era basata solamente sulla protezione militare e sull’ombrello nucleare degli Usa, a cui in cambio aveva assicurato la vendita del petrolio in dollari, sostenendone così il ruolo di valuta mondiale. È, quindi, significativo che i sauditi abbiano deciso di trovare un protettore alternativo. Fra l’altro, a questa alleanza pare si aggiunga anche un terzo stato islamico, la Turchia.

Sempre a proposito di petrolio, è utile ricordare che la Prima guerra mondiale scoppiò per il contrasto tra l’imperialismo britannico in declino e l’imperialismo tedesco in ascesa, anche per il controllo del petrolio del Medio Oriente. La Gran Bretagna aveva deciso di opporsi alla costruzione della ferrovia di Bagdad, la cui costruzione sarebbe stata pagata dalla Turchia alla Germania con la concessione di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri sul percorso.

Dunque, l’eventuale caduta dell’attuale regime dell’Iran e la sua sostituzione con un regime controllato dagli Usa aiuterebbe questi ultimi a rinsaldare il loro controllo sul Medio Oriente e quindi sulla Cina (e sul resto dell’Asia Orientale). Per questa ragione la perdita dell’Iran avrebbe un impatto sulla Cina di gran lunga maggiore, sul piano strategico, della perdita del Venezuela.

Anche il proposito, espresso da Trump, di annettersi la Groenlandia rappresenta un salto di qualità nella strategia statunitense di dominio imperiale mondiale. Va premesso che la Groenlandia e il Mar Glaciale Artico su cui si affaccia hanno acquistato e acquisteranno sempre di più una importanza strategica a livello mondiale a causa del riscaldamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacci determinerà due importanti conseguenze. La prima è che le risorse minerarie della Groenlandia, che possiede 25 su 34 minerali considerati critici da Usa e Ue, saranno più facilmente e quindi più economicamente estraibili. La seconda è che sarà maggiormente percorribile dalla navigazione il Mar Glaciale Artico, che rappresenterà una valida alternativa ai canali di Panama e Suez per le comunicazioni tra i continenti e che, per questo, è vista con interesse dalla Russia, che si affaccia sull’Artico, e dalla Cina, anche in riferimento ai collegamenti tra le due nazioni alleate. A questo si aggiunge, come dichiarato da Trump, la necessità del controllo dell’isola per l’installazione del futuro sistema di difesa anti-missile statunitense.

Tuttavia, la Groenlandia, pur essendo collocata nell’Emisfero Occidentale, il giardino di casa degli Usa, è sotto il dominio europeo, essendo di fatto una colonia danese. La minaccia di Trump di acquistare o addirittura di impossessarsi militarmente della Groenlandia è qualcosa di inaudito, per lo meno dalla fine della Seconda guerra mondiale, in quanto rivolta verso un paese alleato e appartenente alla Nato e alla Ue. Una eventuale occupazione militare statunitense della Groenlandia implicherebbe la fine della Nato, come puntualizzato dal lituano Andrius Kubilius, Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Kubilius ha anche ricordato che l’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea obbliga gli Stati membri a prestare assistenza alla Danimarca qualora si trovasse ad affrontare un’aggressione militare. Intanto, alcuni alleati europei della Danimarca hanno annunciato che invieranno soldati in Groenlandia: la Svezia, la Gran Bretagna, la Norvegia, la Francia e la Germania.

Sebbene Trump abbia giustificato le sue mire sulla Groenlandia con la presenza attorno all’isola di mezzi navali russi e cinesi, la sua mossa è chiaramente un altro attacco alla Ue, dopo i dazi commerciali e la minaccia di lasciare la Nato, se gli alleati europei non avessero portato le spese militari al 5% del Pil. Senza parlare dei continui attacchi verbali contro la Ue di Trump e del suo vicepresidente J.D. Vance. Malgrado uno scontro militare tra Usa e Europa sia inverosimile, rimane il fatto che la questione della Groenlandia dimostra che le classiche contraddizioni inter-imperialistiche, nello specifico tra imperialismo statunitense e imperialismo europeo sono tutt’altro che superate e ci fanno capire che la presidenza Trump rappresenta un qualcosa di nuovo nel comportamento imperiale statunitense.

Il sequestro di Maduro e la volontà di ricondurre il Venezuela e il resto dell’America Latina sotto il completo controllo degli Usa si combina con le minacce di intervento militare in Iran e in Groenlandia in una strategia tendente a ristabilire l’egemonia imperiale statunitense a livello globale. Ciò contrasta con quanti, invece, fino a poco tempo fa parlavano dell’isolazionismo della politica internazionale trumpiana. Il controllo delle vie marittime e delle fonti di materie prime, a partire da quelle energetiche, ne è un passaggio importante, insieme alla reinternalizzazione negli Usa delle produzioni manifatturiere strategiche. L’implementazione di questa strategia è portata avanti con una rinnovata e potenziata minaccia dell’uso dello strumento militare, sostenuta dall’annunciato aumento del bilancio del Dipartimento della guerra statunitense da 1000 a 1500 miliardi di dollari. 

Tutto questo avviene a dispetto delle promesse elettorali in senso contrario di Trump, che aveva annunciato una riduzione delle spese militari e il non coinvolgimento degli Usa in nuove avventure militari. Il nodo di fondo, comunque, sta nella rottura dell’equilibrio di potenza, determinato dall’ascesa della Cina come prima potenza industriale del mondo. Del resto, come scriveva Lenin nel 1915: “In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle singole aziende né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra in politica.”v Anche se l’esistenza della deterrenza atomica rende più difficile lo scoppio di una guerra imperialista mondiale, come quelle verificatesi nel XX secolo, l’uso o la minaccia della forza rimane una opzione attuale, come la cronaca dell’ultimo periodo si è purtroppo incaricata di dimostrare.





i Opec, Annual Statistical Bulletin 2025.

ii Idem.

iii Idem.

iv Unctad, Country Profiles.

v Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, in Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma 1965, pag. 555.

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"La forza del popolo e il femminismo bolivariano riporteranno in patria Cilia e Nicolás”. Intervista a Gladys Requena


di Geraldina Colotti

 In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull'organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030.

Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un'agenda di lotta?

È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l'analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l'agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un'opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l'imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l'imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo.

In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere?

Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l'imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull'intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l'autodeterminazione e contro l'ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l'anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del "tradimento", della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua.

C'è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l'imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com'è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale?

Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l'umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c'è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c'è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è "nostroamericano", si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione.

Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione?

Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L'aggressione continuerà perché non c'è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto.

Come si sta muovendo l'opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump?

L'opposizione che fa vita parlamentare nell'Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell'ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all'unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come "mancanza assoluta" nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall'Assemblea. Non c'è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l'opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione.

Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico?

L'asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l'Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell'Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale.

Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c'è stato un arretramento?

Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l'agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l'Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l'economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell'inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l'impero teme di più.

 

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Khamenei: Trump è il principale "colpevole" degli omicidi e delle distruzioni durante le recenti rivolte in Iran

 

Il leader della rivoluzione islamica, l'ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha ribadito che l'Iran considera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump il principale colpevole delle uccisioni e delle distruzioni avvenute nelle recenti rivolte. 

L'ayatollah Khamenei si è rivolto a migliaia di persone in un discorso , in occasione del fausto anniversario dell'Eid al-Mab'ath, il giorno in cui il profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) ricevette la prima rivelazione e fu scelto come ultimo messaggero di Dio.

"Il presidente degli Stati Uniti è responsabile delle vittime, dei danni e delle false accuse rivolte alla nazione iraniana", ha affermato, definendolo un criminale a questo proposito.

L'ayatollah Khamenei ha inoltre illustrato la natura dei recenti disordini, gli strumenti utilizzati e le responsabilità dell'Iran nel contrastare tali complotti.

Quelle che erano iniziate come proteste pacifiche alla fine del mese scorso si sono gradualmente trasformate in violenza, con i rivoltosi che hanno devastato le città di tutto il Paese, uccidendo membri delle forze di sicurezza e civili e attaccando le infrastrutture pubbliche.

I funzionari iraniani hanno collegato le rivolte e gli atti terroristici al regime statunitense e israeliano.

Gli Stati Uniti e il Mossad israeliano hanno ammesso il loro coinvolgimento sul campo, con l'ex Segretario di Stato americano Mike Pompeo che ha twittato: "Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco".

In un post sui social media in lingua farsi, il Mossad ha incoraggiato i rivoltosi a "scendere insieme in piazza. È giunto il momento", aggiungendo che gli agenti del Mossad sono con i rivoltosi "non solo a distanza e verbalmente. Siamo con [loro] sul campo".

L'ayatollah Khamenei ha osservato che in passato, quando nel Paese si verificavano sedizioni di questo tipo, di solito erano i media americani e i politici di secondo piano negli Stati Uniti e in Europa a interferire.

Tuttavia, ha lamentato il leader persiano, "nella recente sedizione, la caratteristica distintiva è stata che lo stesso Presidente degli Stati Uniti è intervenuto, ha rilasciato dichiarazioni, ha incoraggiato i rivoltosi e ha persino parlato di fornire supporto militare".

"Questo ha chiaramente dimostrato che i recenti disordini sono stati una sedizione istigata dagli americani. Gli americani li hanno pianificati e, sulla base di 50 anni di esperienza, affermo con decisione ed esplicito che l'obiettivo dell'America è divorare l'Iran", ha ribadito.

Inoltre, ha sottolineato che fin dall'inizio della Rivoluzione islamica, "il dominio americano è stato smantellato sotto la guida dell'Imam Khomeini, ma fin dal primo giorno gli Stati Uniti hanno cercato di ripristinare la loro egemonia politica ed economica sull'Iran".

Ha aggiunto che queste azioni non sono limitate all'attuale amministrazione statunitense, ma riflettono la politica americana di lunga data.

"Gli Stati Uniti non possono tollerare un Paese con le caratteristiche, le capacità, la vastità e il progresso scientifico e tecnologico dell'Iran", ha osservato il Leader.

"Durante la recente sedizione, gli Stati Uniti hanno dipinto coloro che sono scesi in piazza per appiccare incendi, bruciare proprietà, causare danni, incitare disordini e compiere atti di distruzione come il popolo iraniano", ha denunciato, aggiungendo che questa è stata "una grave calunnia contro la nazione iraniana e tali azioni costituiscono un crimine".

Secondo Khamenei le ragioni da lui esposte sono ben documentate. Pertanto, sia gli Stati Uniti che il regime israeliano sono colpevoli.

Ha aggiunto che alcuni degli agenti dietro la sedizione erano individui identificati, addestrati e in gran parte reclutati da agenzie americane e israeliane.

"Erano stati istruiti su come diffondere paura, compiere atti di distruzione e sabotare l'ordine pubblico, e avevano anche ricevuto un consistente sostegno finanziario. Questi individui si erano presentati come leader."

Ha ricordato che le forze dell'ordine iraniane hanno svolto il loro ruolo in modo efficace e che un gran numero di questi elementi è stato arrestato.

"Non condurremo il Paese verso la guerra, ma non lasceremo impuniti i criminali nazionali e internazionali", ha sottolineato.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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ICE ferma cinque cittadini nativi a Minneapolis: quando l’“immigrazione” scambia i Primi Popoli per stranieri

 

Nelle ultime settimane Minneapolis e l’area Twin Cities sono diventate uno dei punti più tesi della nuova ondata di controlli federali: secondo Associated Press, il governo ha pianificato l’invio di circa 3.000 agenti e funzionari ICE in Minnesota, con segnalazioni di fermi e “traffic stops” in aumento attorno a St. Paul e Minneapolis.  

Dentro questo clima, è emerso un episodio che pesa come un simbolo – e che, per le comunità indigene, ha il sapore di un trauma antico che ritorna in forma moderna: almeno cinque persone indigene sarebbero state fermate o trattenute nonostante fossero cittadini statunitensi e/o legate a nazioni tribali. La ricostruzione più dettagliata è stata pubblicata da Indian Country Today (ICT) e rilanciata da emittenti locali.  

Perché questa storia è diversa dalle altre (e più grave)

Non è “solo” un caso di controlli eccessivi. Il punto è un cortocircuito che tocca la radice politica dell’America: un’agenzia di “immigrazione” che ferma persone indigene, cioè appartenenti – per storia e per diritto – alle nazioni originarie di quelle terre.

Ed è proprio qui che la frase “non sono immigrati” smette di essere uno slogan e torna ad essere una realtà giuridica e storica: dal 1924 il Congresso ha conferito la cittadinanza statunitense ai “non-citizen Indians” nati entro i confini degli Stati Uniti (Indian Citizenship Act).

Questo, però, non cancella (né dovrebbe cancellare) un’altra dimensione: la cittadinanza tribale e la sovranità delle nazioni indigene come ordinamenti distinti, su cui insiste anche la Native American Rights Fund.  

E allora la domanda che brucia è semplice: com’è possibile che, nel 2026, un cittadino nativo venga trattato come “sospetto straniero” fino a prova contraria?

Cosa sappiamo finora: i casi, uno per uno

1) Quattro membri Oglala Sioux trattenuti vicino a Little Earth

Secondo quanto riferito l’8 gennaio dal presidente tribale Frank Star Comes Out, quattro uomini – descritti come membri della Oglala Sioux Tribe – sarebbero stati detenuti a Minneapolis mentre vivevano senza fissa dimora sotto un ponte, nei pressi di Little Earth (East Phillips). Qui i dettagli contano: in base a quanto riportato, i loro nomi non erano immediatamente disponibili e la tribù ha attivato canali legali e istituzionali per capire dove fossero trattenuti.  Indian Country Today aggiunge un elemento ulteriore: almeno uno dei quattro sarebbe stato rilasciato dopo circa 12 ore, ma la comunità non riusciva ancora a ricostruirne con certezza gli spostamenti e la destinazione.  

Non è irrilevante che tutto avvenga nell’orbita di Little Earth, una realtà storica e simbolica: secondo il Minneapolis American Indian Center, Little Earth è un complesso abitativo HUD di 212 unità, fondato nel 1973, e viene presentato come l’unica comunità Section 8 con “Native preference” (preferenza per residenti American Indian/Native) negli Stati Uniti.

È un luogo dove l’identità non è ornamentale: è infrastruttura sociale, tutela culturale, rete di mutuo soccorso. Per questo, ogni presenza federale percepita come intimidatoria, lì attorno, ha un impatto amplificato.

2) Jose Roberto “Beto” Ramirez (20 anni): fermato l’8 gennaio al parcheggio di Hy-Vee, poi rilasciato

Il secondo caso è quello che più chiaramente mostra la dinamica “a colpo d’occhio”. Indian Country Today racconta che Jose Roberto “Beto” Ramirez, 20 anni, sarebbe stato fermato e trattenuto con forza in un parcheggio Hy-Vee dopo essere stato seguito da un SUV “blacked out”; Ramirez viene descritto come cittadino USA e discendente Red Lake Nation.   Secondo ICT, un video (ripreso dalla zia) mostrerebbe agenti che lo colpiscono e lo trascinano fuori dal veicolo. Ramirez racconta di aver provato più volte a dire di essere cittadino statunitense e discendente di una tribù riconosciuta, senza essere ascoltato.  

Nello stesso articolo, Ramirez afferma di essere stato portato al B.H. Whipple Federal Building a Minneapolis, di aver atteso ore al freddo, e di non aver avuto accesso adeguato a servizi basilari durante l’attesa. ICT riporta anche che, al momento della pubblicazione, non risultavano capi d’accusa per aggressione depositati contro di lui e che ICE non aveva risposto alle richieste di commento sul motivo della detenzione.  

Un dettaglio importante (e onesto) sul linguaggio: ICT specifica in nota redazionale di definire Ramirez “discendente Red Lake” perché i suoi bisnonni materni sarebbero stati entrambi membri iscritti (enrolled) della Red Lake Nation.  Questo distingue “discendenza” da “iscrizione tribale”, senza intaccare il punto centrale: anche in quel quadro, Ramirez è descritto come cittadino statunitense e non come “immigrato”.

3) Il tentativo di fermo a Rachel Dionne-Thunder e la “resistenza civile” di quartiere

La cronaca non finisce con quei cinque casi. Indian Country Today riporta che, la mattina di venerdì 9 gennaio, agenti ICE avrebbero fermato e interrogato (tentando un’azione di detenzione) Rachel Dionne-Thunder, descritta come Plains Cree e co-fondatrice dell’Indigenous Protectors Movement, vicino al Powwow Grounds coffee shop. Secondo il resoconto, Dionne-Thunder avrebbe scelto di restare in auto, richiamandosi a precedenti “Know Your Rights training”, e l’intervento di altre persone accorse dal locale avrebbe portato gli agenti ad andarsene.   

È un passaggio chiave perché mostra come questi eventi non si consumino solo “tra individuo e Stato”, ma dentro una geografia comunitaria: bar, strade, parcheggi, luoghi di ritrovo. Non è retorica: è la trama reale con cui una comunità urbana indigena prova a proteggersi.

Il contesto che pesa come una cappa: militarizzazione, proteste, paura

I casi dei cittadini nativi si innestano in un contesto più ampio di scontri, proteste e accuse istituzionali. AP descrive giorni di tensione e una reazione politica senza precedenti: Minnesota, Minneapolis e St. Paul hanno intentato causa contro il governo federale per fermare o limitare l’operazione, citando violazioni di diritti costituzionali e denunciando condotte aggressive.  Nello stesso pezzo, AP riporta che il DHS ha difeso l’operazione e ha dichiarato oltre 2.000 arresti “since December”, definendo la surge la più grande operazione di enforcement di ICE. In questo clima, anche la percezione quotidiana cambia: basta un’auto scura che segue, un lampeggiante, una domanda secca (“documenti”), e una persona può sentirsi – come dice Ramirez – “kidnapped”, rapita.  

Il nodo dei documenti: quando la cittadinanza diventa “condizionata”

Una parte decisiva del problema sta in ciò che viene riconosciuto come prova sufficiente, e in ciò che – secondo varie comunità – non viene più considerato valido.

L’11 gennaio la Oneida Nation (Wisconsin) ha pubblicato un Public Service Announcement in cui afferma di essere a conoscenza del fatto che agenti ICE non hanno accettato l’identificazione (ID) tribale come documento valido. Nello stesso testo, Oneida sottolinea di ritenere che le proprie tessere di membership dovrebbero essere accettabili e invita i cittadini a portare sempre con sé un’identificazione e a seguire linee guida pratiche “in auto” e “alla porta di casa”.  

Questo passaggio è più che tecnico: significa che, in strada, l’appartenenza tribale può essere trattata come un dato non immediatamente credibile – e quindi la persona viene spinta a produrre un surplus di prova, in una condizione spesso di stress, vulnerabilità o precarietà.

Ed è qui che la povertà diventa un accelerante: il caso dei quattro Oglala viene raccontato come legato a una situazione di senza dimora, dove la disponibilità immediata di documenti può essere intermittente.  

La risposta politica indigena: “non è un errore, è un attacco”

A livello istituzionale locale, la reazione è stata durissima. L’11 gennaio, membri del Native American Caucus del Parlamento del Minnesota hanno diffuso un comunicato che collega direttamente i fermi di cittadini indigeni a una logica di profilazione e a un’offesa alla sovranità e alle “garanzie del giusto processo”; il testo insiste sull’“ironia crudele” di popoli indigeni trattati come outsider nelle loro terre e chiede trasparenza e indagini.   

Qui va letta una cosa con chiarezza: la politica indigena non sta parlando solo di “abusi individuali”. Sta dicendo che, quando lo Stato ferma un cittadino nativo perché “sembra straniero”, si riattiva un dispositivo coloniale: l’idea che l’indigeno debba sempre rendere conto della propria presenza, come se fosse provvisoria.

Non è solo Minneapolis: segnali di un clima più largo

Questo capitolo si inserisce in un racconto nazionale che, da settimane, parla di fermi contestati, stop in strada, e accuse di profiling. A dicembre 2025, per esempio, The Guardian ha riportato la denuncia della congresswoman Ilhan Omar, somalo-americana, secondo cui suo figlio sarebbe stato fermato da agenti ICE e rilasciato dopo aver mostrato il passaporto, sullo sfondo di un’operazione federale in Minnesota descritta come mirata a specifiche comunità.  Non è la stessa storia dei cittadini nativi, ma contribuisce a definire la cornice: controlli estesi, percezione di arbitrarietà, e comunità che imparano a muoversi come in una zona d’allerta.

Cosa stanno consigliando le nazioni tribali

Senza trasformare un articolo in un manuale legale, c’è un dato giornalistico importante: alcune nazioni tribali stanno già distribuendo linee guida “da frigorifero e da auto”.

Dalla Oneida Nation:

  • portare sempre un documento di identificazione;
  • mantenere un comportamento calmo, senza “aumentare le tensioni”;
  • coinvolgere, se necessario, la polizia tribale per assicurare che l’interazione sia “lawful”.

La domanda finale, quella che resta in gola

Se un controllo si regge su presunzioni visive – su pelle, tratti, contesto sociale – allora non è più “sicurezza”. È un sistema che decide chi appartiene e chi deve dimostrarlo.

E quando a doverlo dimostrare sono i popoli originari, la ferita non è solo individuale. È storica. È politica. È spirituale.

Fonti (selezione essenziale)

  • Indian Country Today: ricostruzione dei cinque fermi e caso Ramirez, con dettagli, timeline e dichiarazioni.  
  • CBS Minnesota: conferma del caso dei quattro Oglala vicino a Little Earth e contatti istituzionali.  
  • Associated Press: invio di ~2.000 agenti; causa di Minnesota/Minneapolis/St. Paul; dati su arresti e definizione dell’operazione.  
  • Oneida Nation (comunicato ufficiale): “tribal ID non accettato”, linee guida ai cittadini.  
  • Minnesota House of Representatives (comunicato Native American Caucus).
  • National Archives / Visit the Capitol + NARF: Indian Citizenship Act e quadro “tribal citizens & U.S.”  
  • Minneapolis American Indian Center (scheda su Little Earth).  
  • AP News
  • Axios
  • The Guardian

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Radio Gaza: “Ultimatum ad Hamas e carestia pianificata”

 

Uno dei concetti autoctoni più arditi che siano emersi in questi 5 mesi di messaggi vocali riportati da Gaza è quello che dà il titolo al documentario “Gaza ha vinto” che proietteremo mercoledì prossimo 21 febbraio a Napoli alle 18.30 presso il cinema Mater Dei, Calata Fontanelle 3.

Secondo le persone a Gaza, Gaza ha vinto per davvero. Perché dal genocidio e dalla possibile evacuazione forzata dell’intera popolazione si è passati al piano Trump che si colloca come un disperato tentativo di governance sulla Striscia. 

Tra i due scenari ci sono 2 milioni di Palestinesi di differenza, che sono ancora fisicamente  vivi all’interno della Striscia.

In quali condizioni lo abbiamo visto.

D’accordo. Ma dare la riviera di Gaza ormai come realtà è un esercizio di pigrizia, intellettuale e soprattuto morale. 

Mentre stiamo registrando questa puntata il mondo attende a ore l’annuncio di Trump sulla composizione del “Board of Peace”, il Comitato di Pace per la Striscia.

Girano già diverse indiscrezioni ma i più commentano che il ritardo dell’annuncio sia dovuto all’imminente attacco americano sull’Iran.

Ad ogni modo, Nikolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, sarebbe stato scelto come direttore generale di questo comitato.

Gli altri nomi sono al momento sconosciuti (l’annuncio, giunto nel frattempo, comprende i seguenti nomi: L'ex primo ministro britannico Tony Blair, il segretario di Stato americano Marco Rubio, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert Gabriel, iIl miliardario e amministratore delegato di Apollo Global Management Marc Rowan, il presidente della Banca mondiale Ajay Banga, il politico bulgaro ed ex inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente Nickolay Mladenov, che rappresenterà il consiglio sul campo).

Verrà anche nominato un comitato tecnico palestinese per la gestione della parte amministrativa della Striscia. 

Hamas e il gruppo rivale Fatah, avrebbero entrambi approvato l'elenco dei membri, secondo fonti egiziane e palestinesi.

Qualche dubbio in più rimane invece a proposito della composizione della Forza Internazionale di Stabilità. Alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, si sono detti pronti.

Abbiamo persino una dichiarazione a riguardo dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, Kaja Kallas, la quale ha dichiarato: "La situazione è estremamente grave. Hamas continua a rifiutarsi di disarmare e sta bloccando la fase successiva del piano di pace. Allo stesso tempo, Israele sta seriamente compromettendo l'accesso agli aiuti umanitari limitando le ONG internazionali”.

Una prece per il travaglio interiore vissuto dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea. Dover dar retta a due padroni diversi che hanno idee opposte non è facile.

Tuttavia sono i Paesi musulmani ad avere le maggiori riserve. La frase del piano di Trump che non è loro chiara è la seguente: “man mano che la forza stabilisce il controllo e la stabilità, le forze di difesa israeliane si ritireranno dalla Striscia di Gaza sulla base di standard, tappe fondamentali e tempistiche legati alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le parti specificate”.

E’ questo “man mano” a non essere chiaro. Israele al contrario è stato a più riprese esplicito sull’argomento: si ritirerà da Gaza solo dopo il disarmo di Hamas. Quindi, non è difficile capire che non appena queste forze entreranno a Gaza si troveranno esattamente a metà strada tra Israele e la Resistenza palestinese. Per altro nessuno di questi Paesi musulmani vuole incaricarsi del disarmo di Hamas, ma ancora meno finire sotto i colpi di Israele.

“Questo è un gioco di pazienza e ragione”, ha affermato Hakan Fidan, ministro degli esteri della Turchia, unico Paese sul quale Israele ha messo il veto. 

Pazienza e ragione. Intanto Israele ha informalmente lanciato un ultimatum ad Hamas: “o disarmate entro 2 mesi o le armi veniamo a prenderle noi”.

Difficile, non essendoci riusciti dopo 2 anni di bombe indiscriminate e dopo 70mila vittime civili.

Ma, del resto, tra 2 mesi chissà come sarà il mondo.

Il testo che segue è una corrispondenza da Gaza Città tratta dalla ventesima puntata di “Radio Gaza” disponibile a questo link: 

<<Netanyahu, di fronte alla Knesset, ha dichiarato con orgoglio di voler dare un avvertimento che scadrà tra 60 giorni, poi farà riprendere la guerra. In questi 60 giorni lui vuole che Hamas consegni le proprie armi. Vuole vedere i camion carichi di armi lasciare la striscia di Gaza dirette verso le forze internazionali che poi entreranno nella striscia per monitorare il cessate il fuoco e l'accordo di Trump composto da 20 punti. 

Questa faccenda, e queste dichiarazioni avranno un enorme impatto nei mercati della striscia di Gaza a partire da domani mattina. Noi speriamo che la guerra non ritorni, però la gente comincerà ad acquistare contanti, e chi non lo possiede non sarà in grado domani di mangiare, proprio perché i prezzi riprenderanno ad alzarsi. 

I commercianti sfrutteranno la paura della gente causata dalle dichiarazioni di Netanyahu, e riprenderanno ad alzare vertiginosamente i prezzi, e da qualche giorno pare che Israele abbia lanciato un segnale ai commercianti con cui cooperano. Hanno iniziato ad alzare i prezzi di alcuni beni essenziali come lo zucchero o la farina, come ai tempi della carestia. 

Oggi siamo di fronte a un enorme problema legato al mercato e alla disponibilità di cibo. La carestia non è finita, la morte per fame non si arresta, e noi stiamo entrando in una nuova fase in questa difficile ricerca dei beni essenziali, o nell'acquisto di un pasto. 

Aspetteremo domani e ti farò vedere il livello di prezzi, quali sono i prezzi che sono aumentati, e quali prezzi sono rimasti stabili, però nella giornata di oggi, 1 kg di zucchero costa molto di più di quanto costasse prima, ossia 5 Shekel, o meglio 2 euro, oggi costa 5 euro. I prezzi di alcuni beni hanno iniziato ad alzarsi già da stasera, vedremo cosa succederà ai restanti prezzi. 

Speriamo che i prezzi non si alzeranno un’altra volta, perché siamo impossibilitati ad acquistare cibo. Dopo averti mandato gli ultimi messaggi, il mio cellulare ha squillato. Era uno dei tizi che vivono qui vicino, chiedeva del pane, anche marcio, perché da qualche giorno non riesce a trovare cibo per i suoi figli. 

I poveri qui fanno la fame, e nessuno qui si occupa di loro, solo perché i valichi sono aperti e alcune merci riescono ad entrare, e il mondo crede che la carestia sia finita. No, la carestia continua, ed è un carestia pianificata. Di fronte al mondo ci sono valichi aperti, però non entra granché. Non entrano beni essenziali, solo beni secondari, cosi aumenta la povertà e la carestia continua, e cosi i poveri rimangono in attesa di ricevere pane marcio da dare ai propri figli>>.

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

FB: RadioGazaAD

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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L'economia Usa cola letteralmente a picco

 

di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

 

Donald Trump pur non disvelando il problema e la sua entità non ha mai nascosto che l'elemento cruciale della propria azione politica è il riequilibrio della bilancia commerciale con il resto del mondo e, di conseguenza, anche un graduale rientro dei conti nazionali comprensivi dei flussi finanziari in entrata e in uscita dagli USA. E' stato così fin dal suo primo mandato, del quale ricordiamo le violentissime polemiche (e minacce) rivolte all'Unione Europea, accusata (non a torto) delle peggiori nefandezze in materia di concorrenza sleale. In particolare, a ricevere gli strali di Trump fu la Germania della Merkel grande creditore americano e detentrice di enormi surplus finanziari.

Con l'avvento di Joseph Biden alla Casa Bianca, i toni verso l'Europa cambiarono notevolmente sul piano verbale e delle relazioni di facciata ma, nella sostanza, i rapporti tra le due sponde dell'Atlentico peggiorarono enormemente. Innanzitutto, la Casa Bianca fece deflagrare in guerra aperta la crisi del Donbass obbligando Kiev a trasferire grandi  contingenti dell'esercito verso le regioni ribelli per una spedizione punitiva e la loro riconquista. Fatto che spinse i russi ad entrare direttamente in campo per proteggere le due repubbliche di Donetsk e Lugansk.

Un conflitti che – come scrissi all'epoca su l'AntiDiplomatico – era da considerarsi come l'omicidio (quasi) perfetto dell'Unione Europea perpetrato dall'amministrazione Biden: infatti a causa di questa guerra i paesi europei furono costretti a comminare sanzioni rovinose contro la Russia che ben presto si rivelarono autodistruttive a causa delle perdita delle materie prima che Mosca forniva copiosamente a prezzo “politico” e alla perdita dell'accesso al mercato russo.  In definitiva le sanzioni si rivelarono l'ordigno che ha distrutto la competitività europea nei mercati mondiali e dunque anche nei confronti delle merci americane.

Come se non bastasse, l'amministrazione Biden introdusse nell'ordinamento giuridico americano una misura, l'Inflaction Reduction act che, sostanzialmente, aveva l'obbiettivo di favorire gli investimenti produttivi sul suolo americano delle imprese europee (ma anche del sud-est asiatico a partire da Taiwan).

Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato si è tornati, su questo tema, ai vecchi toni polemici del primo mandato, ma accompagnati da una potentissima guerra commerciale scatenata contro il resto del mondo.  Ricordiamo tutti i fortissimi dazi annunciati contro i paese che, a dire di Trump (non a torto), facevano concorrenza sleale alle imprese a stelle e strisce. Ovviamente in prima fila c'erano gli europei e naturalmente la Cina Popolare di Xi.

A questa furibonda guerra commerciale il Dipartimento di Stato affiancò un secondo binario, quello di trattative con i paesi ritenuti sleali. Ricordiamo tutti, la resa dell'Europa, rappresentata plasticamente dalla genuflessione della von der Layen a Trump nel suo campo da golf scozzese. Non solo, Trump, nella sua strategia intraprese un tour diplomatico nelle petromonarchie del Golfo Persico riuscendo a ottenere promesse di investimenti da migliaia di miliardi di dollari complessivi dall'Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati. Dunque, una strategia complessa tendente da un lato (quello europeo e magari dell'estremo oriente) a diminuire il gap commerciale americano ma dall'altro lato (quello del Golfo Persico) ad attrarre cospicui investimenti, così da non veder ridurre il fondamentale flusso di investimenti verso gli USA.

Una strategia, mi permetto di dire, intelligente, complessa e ben strutturata che in teoria avrebbe dovuto avere successo, sebbene ciò poteva avvenire nel medio e lungo periodo. Come si sa, riassestare i conti con l'estero è una impresa titanica e difficilissima anche se il paese in difficoltà sono gli Stati Uniti.

Infatti, nonostante gli sforzi titanici di Trump e di tutto il suo staff le cose stanno peggiorando a vista d'occhio. Con un report di ieri, la Bea (US Federal Boureau of Economics Analysis) ha annunciato che la posizione finanziaria netta (NIIP, Net International Investment Position) degli USA è crollata al suo peggior risultato di sempre a ben 27610 miliardi di dollari.




Si tratta di una cifra incommensurabile, anche per gli USA. Basti pensare, giusto per fare un esempio a noi vicino, che quando l'Italia fu commissariata da Mario Monti il passivo della posizione finanziaria netta  (NIIP) era di “appena” 300 miliardi di euro. Una cifra che ormai gli USA perdono in 15 giorni.

Ricordo, che in sostanza il NIIP è la differenza tra gli investimenti esteri in USA e gli investimenti americani nel resto del mondo. Un passivo di questa portata ci indica due cose: la prima è che l'economia USA è sostanzialmente dipendente dai capitali esteri e la seconda è che il sistema finanziario americano (a partire da Wall Street) è completamente esposto agli umori degli investitori internazionali; in altri termini,  un deflusso di capitali esteri (una “fuga di capitali” per usare una terminologia popolare) causerebbe probabilmente il crollo di Wall Street e la crisi del sistema bancario statunitense. Anche con l'intervento “provvidenziale della FED” che inonderebbe il mercato di liquidità. Le cifre necessaria potrebbero essere troppo alte anche per la banca centrale americana che potrebbe dover scegliere tra salvare il dollaro e salvare il sistema finanziario!

Come si uscirà da questa situazione? I modi sono due, o gli USA accettano un ridimensionamento sostanzialmente cedendo il proprio impero e ridimensionando la loro smisurata e costosissima macchina da guerra che ormai costa all'anno 1000 miliardi di dollari (oltre ai 500 miliardi all'anno di benefits per i veterani delle forze armate) oppure innescano un grande conflitto nel quale si brucino i libri contabili.

A sentire gli annunci di Trump che vuole continuare ad aumentare le spese militari e soprattutto vuole mettere le mani sulla Groenlandia (peraltro sfilandola ad un vassallo europeo, la Danimarca) viene il dubbio che a Washington le scelte fondamentali siano state fatte. Anche se l'estensore dell'articolo, ovviamente spera di sbagliarsi.

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La Casa Bianca svela i nomi del consiglio esecutivo del "Board of Peace" di Gaza

 

Venerdì la Casa Bianca ha annunciato i nomi dei membri del "Board of Peace" della Striscia di Gaza, nonché il capo del Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza (NCAG), nell'ambito del presunto piano in 20 punti del presidente Donald Trump per porre fine alla guerra genocida di Israele sul territorio.

Il Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza (NCAG) sarà guidato dal dott. Ali Sha'ath, ex viceministro palestinese dell'Autorità Nazionale Palestinese, ha affermato la Casa Bianca in una nota.

La Casa Bianca ha descritto Sha'ath come "un leader tecnocratico ampiamente rispettato che supervisionerà il ripristino dei servizi pubblici, ricostruirà le istituzioni civili e stabilizzerà la vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per una governance a lungo termine".

Chi siede nel proposto Consiglio per la pace e nel Consiglio esecutivo di Gaza?

La dichiarazione ha anche annunciato un comitato esecutivo a supporto della governance e dei servizi, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan; l'inviato speciale di Trump Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner; l'ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair; il ministro di Stato per la cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti (EAU) Reem Al-Hashimy, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il capo dell'intelligence egiziana Hassan Rashad; il diplomatico bulgaro con sede negli Emirati Arabi Uniti ed ex inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov; l'imprenditore cipriota-israeliano Yakir Gabay e la politica olandese Sigrid Kaag.

Il Comitato Esecutivo che guiderà il Consiglio per la Pace sarà presieduto da Trump. Tra i membri figurano il Segretario di Stato Marco Rubio, Witkoff, Kushner, Blair, il miliardario Marc Rowan, il capo del Gruppo della Banca Mondiale Ajay Banga e il consigliere politico statunitense Robert Gabriel.

Mladenov ricoprirà il ruolo di Alto Rappresentante per Gaza, collegando il Board of Peace con il NCAG, mentre il Maggior Generale Jasper Jeffers comanderà la Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF).

Gli Stati Uniti hanno inoltre nominato Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum come consiglieri senior del Board of Peace, per supervisionare "la strategia e le operazioni quotidiane".

Ulteriori membri del Comitato esecutivo e del Comitato esecutivo di Gaza saranno annunciati nelle prossime settimane, si legge nella nota.

Ciò è avvenuto dopo che Witkoff ha annunciato mercoledì l'inizio della seconda fase del piano di cessate il fuoco per Gaza, affermando che l'attenzione si sposterà sulla smilitarizzazione, sulla governance tecnocratica e sulla ricostruzione.

Il cessate il fuoco è entrato in vigore a ottobre. La sua prima fase ha interrotto la guerra, ha consentito un ritiro parziale israeliano, ha facilitato lo scambio di ostaggi israeliani con centinaia di palestinesi detenuti in Israele e ha consentito l'ingresso di aiuti umanitari limitati a Gaza, sebbene l'accordo richiedesse il pieno accesso.

La seconda fase prevede il ritiro completo di Israele, il disarmo di Hamas, l'invio di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) e l'istituzione di un comitato "tecnocratico" palestinese per governare temporaneamente Gaza.

I palestinesi hanno affermato che Israele ha ripetutamente violato il cessate il fuoco, che ha fatto seguito alla guerra che ha causato la morte di oltre 71.000 persone, per lo più donne e bambini, e il ferimento di oltre 171.000 persone dall'ottobre 2023.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dalla tregua sono stati uccisi circa 450 palestinesi e più di 1.200 sono rimasti feriti.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La forza bruta di Trump e Musk

 

di Michele Blanco

L’occidente nel corso degli ultimi 500 anni doveva convincere i popoli del mondo che era la parte “migliore” del mondo per leggi, economia e forza militare, anche quando costruiva imperi coloniali e di sfruttamento bestiale dei popoli che ha conquistato. Nel fare questo ha utilizzato i servizi della gleba europea, più spesso aveva schiavi esterni, sotto forme di dominio differente. Dal 1945 in avanti l’occidente ha puntato a rappresentare la forma più elevata di rapporto potere-popolo, la democrazia che doveva essere il modello per tutti, anche per popoli che non avevano mai conosciuto la democrazia rappresentativa. Anche le monarchie erdeditarie diventano democratiche, come quella inglese che possedeva territori immensi, dall’Australia all’India, al Canada. O quella della piccola Danimarca, nazione con meno abitanti della Lombardia che finora ha posseduto l’immensa isola di Groenlandia, fin dagli antichi insediamenti vichinghi.

Oggi questa iperbolica invenzione di gestione di due identità, popolo e territorio, sta completamente liquefandosi, come ci ha descritto Zygmunt Bauman. D’altra parte se la società, anche degli Stati democratici, il suo insieme di valori: Morali, economici, politici, sono liquidi lo diventa inevitabilmente anche la sua forma di governo. Oggi nel secondo mandato presidenziale dell’era Trump l’occidente, ex democratico, corre per una nuova forma di governo, che potremmo definire come la “Crazia”, dove non c’è più il popolo ma solo il potere, in cui il popolo passa da attore politico a spettatore, ovviamente pagante, come si paga tutto in questo mondo formatosi dopo l’avvento dell’ideologia del neoliberismo, oggi arrivata al suo ultimo terribile stadio.

Questa fusione di vocaboli (crasi) tra demos e crateos è una evoluzione del potere della comunicazione, anch’essa separata dall’informazione, che viene sostituita da piattaforme di contenuti assolutamente manipolati e preconfezionati. Il demos interessa solo in quanto utente, cliente pagante di una piattaforma o di un mezzo di comunicazione, come il caso di Starlink per il popolo iraniano.  Non in quanto partecipante attivo. Per iperbole era più democratico Goebbels, che rendeva partecipanti attivi, tramite la propaganda, la maggioranza dei tedeschi. Oggi le maggioranze non servono, gli artefici elettorali servono a questo, a rendere vincenti delle minuscole minoranze, con il mito della governance che sostituisce la rappresentanza politica nata alla base dei principi nati con la Rivoluzione Francese. Dal cogito ergo sum al sum quindi voto.

Oggi in Occidente, in tutti gli Stati democratici ormai solo formalmente, sempre meno aventi diritto vanno a votare, rendendo inutile lo stesso concetto di demos, sostituito dai focus e dai sondaggi. È la governance dei focus group, delle piccole nicchie elettorali, che costano complessivamente poco, rispetto agli interessi collettivi che vengono, ormai, completamente elusi. Questo lascia enormi margini di risorse per fare altro, per gestire interessi particolari. 

Facciamo un esempio, il dividendo che vuole Musk, esentasse possibilmente, dai suoi azionisti è di mille miliardi di dollari, praticamente quanto 40 finanziarie italiane da destinare ad una sola persona, cioè a lui. E questo nemmeno a fronte di enormi utili, ma solo per puro e semplice esercizio di potere. Il potere dell’immaginario collettivo, come una serie televisiva su Netflix da guardare, volete lo spazio ve lo do, anche se ancora non c’è, volete America First o il peggior bar di Caracas, ve lo concedo. Ci viene pure la Groenlandia, perché la vogliamo. Certo il Canada sarà più duro da comprare, e si romperebbe definitivamente il rapporto con una nazione militare da molti anni alleata, il Regno Unito. E sarebbe la fine della Nato. Ma oggi tutto è possibile. Su Netflix à la carte trovi che tutto è già stato scritto.

I popoli occidentali fanno da spettatori, ovviamente paganti, mentre gli Stati orientali e molti del sud del mondo continuano a cercare strade nuove, ideologicamente, quell’ideologia, la costruzione del pensiero critico e costruttivo, che noi cosiddetti occidentali abbiamo perso. L’abbiamo sostituita con un ircocervo folle, una vera e propria fusione di potere senza controllo democratico e la pura pazzia: La Crazia. Non è nemmeno una novità, abbiamo avuto già Nerone, il quale incendiò Roma. A breve qualcuno, nella sua folle vanità, inizierà ad appiccare il fuoco, che oggi potrebbe essere anche una guerra nucleare.

A tutti noi toccherà bruciare o provare a spegnere il fuoco prima possibile.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La formazione del potere

  Di Alberto Conti per ComeDonChisciotte.org   In una società utopica, ideale, ogni membro sviluppa una propria coscienza vigile e positiva, autonoma ma condivisa nei contenuti con quella di tutti gli altri. Così non può che agire di conseguenza, senza bisogno di leggi e autorità che le facciano rispettare. Non è anarchia, ma armonia di […]

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Reportage da Cuba: un popolo (ancora) rivoluzionario risponde al golpe americano in Venezuela

    Da L’Avana, Cuba – Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org   Le trincee fatte di idee valgono più di quelle di pietra                                 José Martí   A distanza di 67 anni dalla Rivoluzione del 1959 l’isola ribelle, distante solamente 90 miglia dalle […]

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Belen Rodriguez: “Sto male da quando ho fatto il vaccino, tanti miei amici stanno così” – IL VIDEO

  Anche la showgirl Belen Rodriguez confessa effetti avversi da vaccino, lo fa tramite il suo profilo Instagram:   “Mi sono ripresa ora, ma sono stata con 39 di febbre, tosse, completamente ko” (…) “Molti miei amici stanno passando la stessa cosa. Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo […]

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Quando le fonti divergono. La profondità delle zone grigie. Intervista all’archeologo Andrea Augenti (parte uno)

di Valentina Cabiale

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia e ha diretto gli scavi del quartiere portuale e del complesso di San Severo a Classe (Ravenna). Attualmente dirige lo scavo della città abbandonata di Cervia Vecchia (RA). È membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali Archeologia dell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2016; A come Archeologia, Carocci, Roma 2018; Prima lezione di archeologia medievale, Laterza, Roma-Bari 2020; Scavare nel passato, Carocci, Roma 2020. Il suo ultimo libro è Archeologi. I maestri del passato, Carocci, Roma 2025.

Come racconteresti in breve la tua biografia professionale?

Ho studiato all’università La Sapienza a Roma ma tutto comincia da prima. Mio padre era un sindacalista della CGIL animato da varie passioni che in parte ho ereditato, come quelle per il jazz, la geologia e l’archeologia, e mia madre una storica dell’età contemporanea, Andreina De Clementi (dalla quale ho sicuramente preso la passione per la storia e per i libri). Un giorno mio padre è tornato a casa con la guida archeologica di Roma scritta da Filippo Coarelli mentre a un Natale mi ha regalato Civiltà sepolte di C.W. Ceram. Poi, al liceo, ho fatto un viaggio in Grecia e sono rimasto folgorato. In quegli anni, di mattina andavo a scuola, di sera mi allenavo a pallavolo e un pomeriggio a settimana andavo ad ascoltare le “lezioni planetarie” di Coarelli, al Planetario di piazza Esedra a Roma. Erano conferenze aperte al pubblico, che poi hanno costituito i nuclei dei suoi libri monografici sul Foro Boario, il Campo Marzio, ecc. Una grande scuola. Quando mi sono iscritto all’università avrei voluto fare l’egittologo. Ricordo ancora la prima lezione del professor Sergio Donadoni; era bravissimo, impressionante. Però, come faceva un po’ con tutti, mi sconsigliò di proseguire in quel campo. Sapeva che l’egittologia affascina tutti e se tu ti mostravi interessato, che so, ad Akhenaton, il padre di Tutankhamon, storceva il naso, perché era una figura troppo gettonata. Quando gli portai il piano di studi, per l’approvazione, Donadoni vide che avevo inserito l’esame di Metodologia della ricerca archeologica, che era stato appena introdotto all’università (siamo a metà degli anni Ottanta) e mi disse: “Guardi che se vuole fare l’egittologo le servirebbe molto di più un esame di montaggio e rimontaggio di una jeep, però mi sa che questo esame non c’è”. Iniziai a capire che l’egittologia non era la mia strada. Nello stesso momento un conoscente, archeologo mi disse che l’archeologia medievale era un campo interessante e in forte espansione. Dopo un anno di transizione durante il quale ho avuto la fortuna di seguire i corsi (Topografia antica, Rilievo e analisi tecnica dei monumenti antichi, Urbanistica del mondo romano) di alcuni professori bravissimi (Ferdinando Castagnoli, Cairoli Fulvio Giuliani, Paolo Sommella) e poi di intellettuali davvero strepitosi come Armando Petrucci e Girolamo Arnaldi, ho sterzato verso il Medioevo. Mi sono laureato in archeologia medievale con Letizia Pani Ermini e poi sono andato a lavorare sul Palatino, a Roma, negli scavi di Andrea Carandini. Ero fuori contesto, in quello scavo di medievale c’era ben poco: Rodolfo Lanciani e soprattutto Giacomo Boni nelle indagini precedenti avevano asportato tutte le stratigrafie post-romane. Ma è stato un periodo importante, anche perché Carandini mi ha presentato a Riccardo Francovich, che insegnava archeologia medievale a Siena. Ho vinto un dottorato, poi ho avuto un insegnamento a contratto a Siena e subito dopo è partito il progetto di schedatura dei castelli della Toscana. Dopo aver perso svariati concorsi, mi sono detto: se allo scadere dei 36 anni, che cadevano nel 2000, non sarò entrato nell’università, cambio mestiere. Nell’aprile del 2000 ho vinto il concorso per entrare nell’università di Bologna.

Negli ultimi anni hai fatto diversi podcast per Rai Radio 3, su tematiche archeologiche: Dalla terra alla storia, Vite tra le rovine, Ritorno al passato, Mappe del tempo. Podcast che in parte sono diventati anche libri: A come archeologia (Carocci, 2018), Scavare nel passato. La grande avventura dell’archeologia (Carocci, 2020) e, ultimo, Archeologi. I mastri del passato (Carocci, 2025). Come sei arrivato alla radio e come ti sei trovato con un sistema di comunicazione puramente orale? L’archeologo si occupa di cultura materiale, le cose sono importanti e anche le immagini di quelle cose, che con questo media non puoi utilizzare.

Sono un accanito ascoltatore di Radio 3 sin da quando ho iniziato l’università. La radio ha contato moltissimo nella mia formazione, e in particolare tutti i programmi della gestione di Marino Sinibaldi e quelli precedenti all’attuale Fahrenheit. L’atteggiamento analitico e critico nei confronti del cinema, della musica, della letteratura sono stati una grande scuola. A un certo punto c’era un programma di Monica d’Onofrio intitolato Museo Nazionale, da cui è poi scaturito il libro omonimo, che raccontava singole opere d’arte e monumenti. Monica alcuni anni fa si è rivolta a me per registrare un paio di puntate, durante una delle feste di Radio Tre a Forlì. Dopo, le ho proposto di fare qualcosa insieme, dato che non avevano ancora mai pensato a un programma di archeologia. Ho mandato un progetto a lei e a Sinibaldi e hanno accettato: così è partito tutto.
Sicuramente è strano parlare in studio, con un muro e al massimo un tecnico del suono davanti, così come farlo in casa, da solo. Stranissimo non poter usare le immagini e descrivere oggetti che non si vedono. In questo campo il maestro è stato Neil Mc Gregor, ex-direttore del British Museum, con La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi, 2015), libro nato a partire proprio da un podcast. È uno dei libri più belli nell’ambito della comunicazione storico-archeologica. A forza di fare podcast, ora mi vengono naturali e la mia scrittura è cambiata. A un certo punto hanno iniziato a starmi stretta la scrittura accademica e tutti gli arcaismi terminologici e sintattici, nella costruzione di una frase. Ho lavorato per arrivare a un discorso più diretto, tanto che adesso non riesco più a scrivere nel modo di prima neanche per le riviste specialistiche. Non a caso di recente un articolo mi è stato rimandato indietro con la motivazione che era scritto in maniera troppo colloquiale. Ma io ormai scrivo così, prendere o lasciare.

D’altra parte si possono dire cose complesse anche con un linguaggio molto semplice.

Assolutamente sì. In questo gli anglofoni sono maestri. Credo che la radio sia stata una grande palestra. Quando rileggo mi accorgo sempre che ci sono troppi incisi o parentesi che interrompono il discorso. Meglio spezzare la frase in due parti. L’altra peculiarità del lavorare in radio è che le reazioni del pubblico sono rare. Ogni tanto mi arrivano delle mail. Una volta una signora di Napoli mi ha scritto che ha ascoltato una mia puntata sulla città antica di Pompei mentre cucinava il sugo, e si è messa a piangere. Due ragazzi, invece, mi hanno scritto dall’Islanda ringraziandomi perché mi ascoltavano tutte le mattine con le cuffie facendo jogging tra i ghiacci. Quest’anno per la prima volta nella mia vita ho aperto un profilo Facebook, ho toccato con mano che esiste un folto pubblico di appassionati e ho letto commenti positivi e lusinghieri. Quindi la cosa funziona. Il motivo principale per cui ho pensato a questo programma è che sono stufo di vedere la divulgazione fatta come se non richiedesse uno specialismo. A me Alberto Angela (di formazione paleontologo) che una sera fa una puntata su Collasso (Einaudi, 2014) di Jared Diamond e la settimana successiva sulle pitture della cappella Sistina, lascia perplesso. Veicola l’idea che la cultura sia tutta uguale. Non voglio fare una petizione banale del tipo “l’archeologia agli archeologi”, però se parli di una cosa devi conoscerla. C’è un pensiero di sottofondo che l’archeologia sia di tutti, il che è anche vero, ma se la vuoi raccontare non puoi improvvisarti. In ogni puntata tento di mostrare che l’archeologia è radicata nel mondo che la circonda, non è un microcosmo a parte. Cerco di spiegare qual è stata l’impostazione della ricerca, il metodo, e il retrobottega della scoperta. A volte riesco a raccontare meglio un’idea se ancoro l’attenzione sul personaggio che l’ha avuta, e questo è stato il format del Podcast Vite tra le rovine, che poi è diventato il libro Archeologi.

Volevo porti una domanda riguardo al pubblico delle tue trasmissioni radiofoniche. Tra l’altro, quando penso alla divulgazione in archeologia e al pubblico “indifferenziato” a cui immaginiamo che questa divulgazione sia rivolta, mi viene sempre in mente una cosa che sentii dire dal professor Guido Vannini, tuo collega in archeologia medievale. Disse una volta che il pubblico indifferenziato non esiste. Di fronte puoi avere un falegname, una parrucchiera, una business manager, un muratore, uno studente, ovvero un pubblico composto da individui ciascuno con le sue specializzazioni e competenze. È una visione che mi piace perché è orizzontale e non verticale e pone l’attenzione sul fatto che ciascuna delle persone di quel pubblico è portatrice di un sapere. I riscontri che ricevi ti permettono di ipotizzare approssimativamente da quali persone è composto il tuo pubblico; esso coincide con quello che desideri?

Il mio pubblico è composto da persone che probabilmente hanno una cultura abbastanza elevata, ma in realtà ne so ben poco; credo che in media abbiano tra i 50 e gli 80 anni. Se riesco a spiegare alla signora a cui piace Gustav Mahler che Giacomo Boni è uno di coloro che hanno introdotto il metodo stratigrafico in archeologia in Italia, a inizio Novecento, sento di aver fatto qualcosa di importante. Però mi piacerebbe che il pubblico fosse anagraficamente più trasversale e che ci fossero più giovani, ma forse c’è un problema strutturale di base: la maggior parte dei giovani non ascolta la radio e non conosce la piattaforma RaiPlay Sound.

Gli archeologi ti ascoltano?

Pochissimi mi testimoniano interesse e stima per questa cosa; alcuni me ne parlano e dimostrano attenzione ma soltanto quando li incontro; e poi ci sono quelli che non mi dicono nulla. Diciamo che non ho un riscontro ampio da parte della comunità degli archeologi. Ma forse dipende dal fatto che molti non ascoltano la radio, oppure discende da quella sorta di freno che impedisce a tanti di fare complimenti o osservazioni ai colleghi. Io, spesso, se leggo una cosa che mi piace tanto, telefono o scrivo all’autore. La reazione di solito è sbigottita. In Italia non c’è questa abitudine, diversa è la situazione tra gli archeologi all’estero, con i quali ho sempre avuto un legame preferenziale. Tra di loro c’è meno difficoltà a riconoscere il valore degli altri o semplicemente l’exploit occasionale.

Hai scritto che la scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922, molto nota anche ai non addetti ai lavori, è stato l’evento che ha segnato la “perdita dell’innocenza dell’archeologia”, nel senso che gli archeologi si sono resi conto che l’archeologia aveva un grande appeal che poteva essere sfruttato. Lord Carnarvon, il finanziatore dello scopritore Howard Carter, vende l’esclusiva della scoperta al Times. C’è una foto famosa con i due affiancati, prima che Carter entri nella tomba. In realtà questa immagine è falsa, costruita a tavolino, dopo che Carter era già entrato.
Ma di false immagini nella storia dell’archeologia ce ne sono altre e la più nota è forse quella di Sofia Enkastrōmenou, la moglie di Heinrich Schliemann, che indossa i gioielli del c.d. Tesoro di Priamo rinvenuto a Troia nel 1873. È stato dimostrato che la moglie non era presente sullo scavo al momento del ritrovamento, diversamente da quanto Schliemann raccontò nella storia della scoperta. Come mai vedi la “perdita dell’innocenza” dell’archeologia proprio nel 1922?

Beh, intanto tra Schliemann e Carter ci sono alcune differenze. Quella della scoperta di Troia è una storia veramente al limite del losco. Schliemann ha dei meriti, però era un terribile bugiardo e il suo comportamento nei confronti di Frank Calvert, il primo ad aver ipotizzato di poter trovare i resti della città di Troia sulla collina di Hissarlik, è stato molto scorretto. Si è impadronito del sito, aveva i mezzi economici per farlo. Ma secondo me c’è stata una perdita dell’innocenza maggiore nel caso della scoperta della tomba di Tutankhamon per la sistematicità della messinscena, per l’operazione messa in atto non solo da parte del finanziatore Lord Carnarvon, ma anche di Carter, che era un archeologo (a differenza di Schliemann). Poi, per carità, Carter ha lavorato duramente, ha trascorso tutta la vita a catalogare gli oggetti della tomba pur non riuscendo a completare la pubblicazione, però ha contribuito a tingere di artificio la storia della scoperta. Questo è stato fatto talmente bene che ne è venuta fuori una Tut-mania, mentre non c’è mai stata una Troy-mania. Forse la cosa ha funzionato proprio perché aveva un’anima forte di scientificità; solo in seguito è arrivata la faccenda della maledizione, si è cominciato a scrivere romanzi sulla mummia e via dicendo. Carter ha incarnato alla perfezione il principale topos identitario dell’archeologo, ovvero il disturbatore di morti, che è una figura più affascinante dell’archeologo che scopre siti. Troia è ovviamente intrigante perché si interseca con la narrazione di Omero, però non c’è paragone, mancano tutti gli spunti per le derive horror e splatter. Questa idea dell’archeologo che sta sul crinale tra la vita e la morte, alle prese con un cadavere e con una civiltà lontana ma vicina, africana ma quasi europea, è troppo attraente. Un altro archeologo che ha contribuito alla perdita dell’innocenza dell’archeologia, e siamo di nuovo a metà degli anni Venti, è Mortimer Wheeler, che si mette a vendere dei sassi provenienti dal sito dell’età del Ferro di Maiden Castle. Lo fa per finanziarsi lo scavo, ma certo è un gioco ardito e discutibile. Dopo si è scoperto che molte di quelle pietre non provenivano neppure da Maiden Castle. Anche Wheeler aveva intuito che l’archeologia attira il pubblico, e che questo si può sfruttare.

Pensi realmente che ci sia stata una fase in cui l’archeologia è stata innocente?

Mah, se ci pensi, ad esempio in Italia Rodolfo Lanciani è stato uno che ha puntato molto e in modo assolutamente pulito sull’archeologia, scriveva abitualmente su quotidiani italiani e inglesi raccontando le scoperte a Roma. Però tutto sommato faceva il cronista, non c’era una idea di mercificazione. Carnarvon invece vende l’esclusiva al Times per rientrare delle spese messe in campo per le ricerche di Carter. E quindi poi lui e Carter devono costruire un racconto che consenta quel ritorno economico. Non storco il naso, però è evidente che quello è il momento in cui l’archeologia sfonda il muro dello specialismo che fino a quel momento ne aveva impedito la diffusione massiccia nei media.
E da quel momento, forse, gli archeologi sono condannati a fingere sempre l’istante della scoperta. È qualcosa che c’è un po’ in tutti i livelli della divulgazione archeologica e che rischia di mistificare il processo della ricerca, riducendolo al momento in cui qualcosa riappare. Il discorso oggi è ancora più interessante se pensiamo alle possibilità tecnologiche di produrre immagini-fake. Nel 2022 è stata diffusa al pubblico la scoperta archeologica del santuario di età etrusco-romana di San Casciano ai Bagni, in provincia di Siena, e in particolare dei moltissimi reperti, tra cui numerose statue in bronzo, rinvenute nel riempimento di una vasca sacra. La scoperta ha avuto un grande impatto mediatico e la diffusione di molte fotografie delle statue nel momento e nel contesto di ritrovamento. A un certo punto sui social è diventata virale la foto di una statua di adolescente, che emergeva dal fango. Un’immagine presto smascherata dagli addetti ai lavori perché presentava forme e dettagli incongruenti (tra cui anche una mano con sette dita). Era stata prodotta con intelligenza artificiale dall’artista Fabrizio Ajello, che ne ha poi scritto su Art Tribune, dicendo che aveva voluto sperimentare le potenzialità dell’applicazione Midjourney. Un progetto artistico per indagare le dinamiche di interpolazione e diffusione delle immagini sui social. L’immagine non era accompagnata da un esplicito riferimento ai ritrovamenti di San Casciano, che però con ogni evidenza erano stati la sua ispirazione. Secondo te gli archeologi sono più attratti da queste possibilità di generare rappresentazioni verosimili, se non fake, o più preoccupati?
Sto cominciando a vedere l’uso dell’intelligenza artificiale nelle ricostruzioni archeologiche. Di recente ho scritto un articolo sulla pratica delle ricostruzioni (nel primo numero della rivista Evomedio: Oltre la prova. Quello che l’archeologia non dice e come provare a dirlo), che secondo me è utilissima perché ti porta a ragionare in maniera analitica sui dettagli, dall’abbigliamento delle persone ai modi di trattare le figure umane, la forma di un edificio, di un ambiente. Più vado avanti in questo mestiere più credo che il disegno sia essenziale. Quando le planimetrie di uno scavo sono disegnate bene, sono pulite e leggibili, significa che lo scavo è stato fatto bene. Quando vedi pastrocchi vuol dire che qualcosa non è stato capito fino in fondo. Il disegno ti costringe a sostare davanti all’oggetto. L’AI ha un vantaggio enorme perché è veloce, si basa su banche dati immense, però in questo modo si perde l’esercizio del disegno e il risultato è un po’ freddo. Anche perché con l’AI si tende a produrre immagini che sembrano delle fotografie scattate all’epoca. A volte questo accade anche con il disegno. Ad esempio trovo che le ricostruzioni più in voga, quelle dello studio Inklink, siano esteticamente bellissime ma molto assertive. Sono talmente pulite e complete che sembra dicano “è andata proprio così”. Forse si possono studiare altri modi per far capire che non possiamo giurare al 100 % su quello che proponiamo. Il dato esiste ma la ricostruzione nel dettaglio è sempre ipotetica. Sheila Gibson disegnava le figure umane come semplici sagome, dei fantasmini funzionali ad animare la scena e a dare la scala metrica. Non dico che tutti i disegni debbano essere fatti così, ma preferisco questa tendenza ad accennare. Probabilmente dipende anche dall’uso di certe tecniche piuttosto che di altre. Quelli di Inklink usano molto l’aerografo che rende tutto molto naturalistico. Però un conto è la ricostruzione di un luogo tuttora esistente, ad esempio Piazza del Campo a Siena, nel XIV secolo; un altro è quando la base di partenza è uno scavo archeologico. In questo secondo caso un dettaglio preciso secondo me non è onesto intellettualmente. Vicino a Cervia è stata ritrovata una chiesa: ne restano tre pilastri e un muro, per il resto le uniche tracce dell’edificio sono le fosse di spoliazione delle strutture, grazie alle quali possiamo ricostruire l’attacco di un’abside e un transetto. Ci sono almeno tre gradi diversi rappresentabili nella ricostruzione: il grado due (il muro ritrovato, per quanto solo in parte), il grado uno (il negativo del muro) e il grado zero (il muro ipotizzato). Ho fatto disegnare la ricostruzione di quella chiesa distinguendo con colori diversi le parti ritrovate per davvero, le parti ricostruite a partire dalle tracce, le strutture ipotizzate per chiudere in qualche modo la forma architettonica ma che non sono state ritrovate.

Meglio rinunciare al realismo ma essere più onesti, quindi…

Nelle ricostruzioni non possiamo essere realistici. Capisco che sia necessario comunicare in modo chiaro ma vorrei anche che ci fosse una gradazione tra ricostruzioni volte al pubblico e ricostruzioni per gli addetti ai lavori. Oppure cercare altre modalità di rappresentazione. Ad esempio a Ravenna, nel Museo Classis di cui ho redatto il progetto scientifico, abbiamo prodotto tre ipotesi diverse di ricostruzione della Porta Aurea, la porta urbana più importante della città romana, costruita per il ritorno dell’imperatore Claudio dopo la conquista della Britannia nel 43 d.C. Questa porta ha due torri circolari ma non sappiamo se esse siano state aggiunte nella Tarda Antichità, cosa per la quale ci sarebbero vari confronti, o se ci fossero fin dall’inizio, ipotesi per la quale ci sono altri confronti. Credo che ogni tanto l’archeologo debba ammettere di saperne solo fino a un certo punto. Poi dipende sempre da cosa uno vuole veicolare attraverso le immagini.

Questo si aggancia a un’altra cosa che volevo chiederti. È una divagazione. Qualche mese fa su Instagram ho letto un post su Alan Kurdi, il bambino siriano di cui tutti nel 2015 abbiamo visto la foto del corpo disteso prono su una spiaggia lungo la costa turca nei pressi di Bodrum. Un bambino morto in una naufragio. In questo post (“ThePeriod”) si dice che dieci anni fa fummo scioccati da questa fotografia, mentre oggi possiamo vedere centinaia di immagini di questo tipo con minore clamore, molti di noi sono come anestetizzati. Quello è stato il momento, secondo gli autori del post, in cui abbiamo sostituito l’emozione all’azione. In conclusione c’è una domanda: “Vogliamo davvero vedere, o vogliamo solo aver visto?”
Mi rendo conto che partire da questa riflessione e tornare a parlare di archeologia può apparire poco opportuno. Ma lo sguardo è sempre trasversale, e le stesse persone che hanno guardato la foto di Alan Kurdi, che oggi guardano le foto dei bambini e degli adulti ammazzati a Gaza, hanno guardato anche molto altro. E i produttori delle icone false lo sanno bene. La foto della falsa statua di San Casciano citata prima era, non a caso, relativa a un adolescente, non a un vecchio. Con le tue competenze di archeologo, sulla base di quello che pensi e senti, ti poni il problema di come stimolare la responsabilità dello sguardo? Una visione critica del passato come del presente, che provochi la riflessione attiva e non solo l’osservazione.

Al di là delle immagini mi sembra che, se restiamo nel campo dell’archeologia, il discorso sia molto ampio. La cosidetta “rivoluzione stratigrafica” dell’archeologia è stata fondamentale per rinnovare la disciplina però ha anche frammentato moltissimo l’informazione. Questo ha avuto effetti in parte disastrosi, ad esempio nella produzione dei testi archeologici, perché le pubblicazioni e in generale l’informazione archeologica è diventata analitica e catalogica, cioè molto più di dettaglio che in passato. Oggi sembra quasi che il valore di uno studio sia nel suo essere catalogico, per cui ci sono edizioni di scavo con 100 pagine di testo e 400 di tabelle. Tutto questo è ovviamente collegato alle ricostruzioni di cui parlavano prima e quindi con le rappresentazioni del passato che offriamo al pubblico. La frammentazione e il pensiero iper-analitico sono corretti ma generano mostri e non aiutano la comunicazione in archeologia e in generale la riflessione sui problemi. Il punto è come si usano i dati di uno scavo archeologico [si veda: Storia e archeologia: è questa la strada del dialogo? | Reti Medievali Rivista]. Spesso vengono selezionati per costruire la narrazione che si vuole portare, o gonfiati. L’ho presa un po’ alla lontana, ma quella frammentazione equivale a una mole enorme di documentazione (ogni coccio una scheda, ecc.) e questa impostazione analitica ha creato molti archeografi e pochi archeologi. Molti si limitano a dire che in uno scavo hanno trovato questo o quello, ma poi? Noi archeologi siamo storici, se non ricostruiamo la storia con uno sguardo critico e riflessivo, a cosa serviamo?

Non credi che questo abbia anche un po’ isolato la disciplina, rendendola poco accessibile dai colleghi delle altre discipline? Lo storico dell’arte, Ernst H. Gombrich, nella prefazione a una raccolta di saggi di inizio anni Sessanta (A cavallo di un manico di scopa. Saggi di teoria dell’arte, Einaudi 1971) si poneva il problema di come infrangere l’isolamento della storia dell’arte e realizzare un “ideale di cooperazione intellettuale”, in modo che gli altri potessero ricavare dalla storia dell’arte qualcosa di utile alla propria disciplina. Traslando il discorso all’archeologia, gli altri (antropologi, storici, …) prendono cose da questa disciplina?

Molto poco, anche perché tra gli archeologi ci sono poche personalità che possono fare da ponte. Da qualche anno sono coordinatore di un dottorato che si chiama “Scienze storiche e archeologiche”, quindi per me l’interazione con gli storici e far capire loro il peso potenziale dell’archeologia sono passaggi fondamentali. Ma dall’altra parte non c’è tutta questa ricettività. Si contano sulle dita di due mani gli storici che vogliono discutere con noi, rispetto al Medioevo ma anche all’Antichità. Quantomeno in Italia, per la maggior parte degli storici la materialità è una quinta scenografica di fronte alla quale succedono cose più importanti, ovvero le interazioni tra persone tramandate dalla parola scritta. Poi, noi probabilmente non siamo troppo bravi a comunicare con i colleghi di altre discipline, e pochi cercano di farlo.
Forse molti restano nella propria nicchia anche perché interessati principalmente al proprio piccolo esercizio di potere.
Questa è un’altra parola chiave. È molto una questione di potere. Per quanto poco potere si possa gestire con l’archeologia.

Nel tuo ultimo libro citi i placemakers, cioè quegli archeologi che si sono dedicati per buona parte della vita a un singolo sito: Schliemann a Troia, ad esempio. Ti senti un placemaker con il sito di Ravenna-Classe?

Mi metti in imbarazzo, mi farebbe piacere se qualcuno lo dicesse ma non me la sento di farlo io. Il concetto di placemaking è stato elaborato da Richard Hodges, il quale diceva che Riccardo Francovich era uno di questi placemakers. È vero perché Riccardo è stato capace di far diventare Montarrenti e San Silvestro, due piccoli siti della Toscana, l’epicentro di una revisione drastica sul tema dell’incastellamento. Hodges stesso è stato placemaker a San Vincenzo al Volturno, un sito che ha una dimensione potenzialmente europea, e poi a Butrinto in Albania. Io ci sto provando con Cervia: è un luogo che non ha una forte tradizione archeologica, mentre noi abbiamo trovato la città vecchia e un enorme complesso ecclesiastico che quasi sicuramente è la prima cattedrale.

Vorresti fermarti lì?

Mah, questo non lo so; però di sicuro a Cervia c’è lavoro per due-tre generazioni di archeologi. Non ho mai avuto la spinta a cercare l’archeologia fuori dall’Italia. Ho lavorato per due anni a Samarcanda, in Uzbekistan, insieme a Maurizio Tosi, personaggio moto intelligente ma complesso. Però il fatto di non dominare la lingua antica del posto, e neanche quella moderna, e quindi non poter leggere le fonti scritte in prima persona, per me era un grande handicap. Per questo dopo poco me ne sono andato. Ho lavorato molto a Roma, in Toscana, a Ravenna e oggi a Cervia.

Sei policentrico?

Sì, abbastanza.

E invece non avresti voglia di concentrarti su una persona, più che su un luogo, e scriverne la biografia? Una pratica che, nel mondo dell’archeologia italiana, è stata poco frequentata (con alcune importante eccezioni, come il libro di Marcello Barbanera su Ranuccio Bianchi Bandinelli); come mai, secondo te?

Dedicarmi a una persona sola, non so. Avevo accarezzato un progetto di questo tipo sui viventi, o comunque sui miei maestri. Penso ad Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Riccardo Francovich. Chissà, forse Perché non c’è questa tradizione in Italia? Qualcosa si è mosso con la biografia di Domenico Palombi su Rodolfo Lanciani e con quella di Marcello Barbanera su Bandinelli. Ma credo che la risposta stia nel fatto che siamo di nuovo in una zona che sta a cavallo tra una analisi di tipo scientifico, storico-culturale, e la divulgazione. Un libro come il mio ultimo per Carocci nella VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) nelle istituzioni italiane viene valutato zero, o comunque molto poco, proprio perché è considerato divulgazione. I giovani non sono invogliati ad occuparsene perché non fa fare carriera. Infatti non ci sono corsi di divulgazione archeologica nelle università.

 

La seconda parte dell’intervista di Valentina Cabiale ad Andrea Augenti sarà pubblicata su Carmilla il giorno 11 febbraio 2026.

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Sul "Né Trump, né Khamenei!"

 

di Leonardo Sinigaglia

 

"Né Trump, né Khamenei!" L'ennesima posizione vigliacca e complice della sinistra occidentale.

Filiazioni della CIA come il KKE, la minoranza del PCV o il trotskistume vario sono solite prendere posizioni "nénéiste", spacciandole per "rivoluzionarie". Si tratta in realtà di posizioni intellettualmente pigre e infami, che ti allineano di fatto all'imperialismo, l'unico imperialismo che esiste oggi nel mondo reale, ossia quello degli Stati Uniti.

La retorica degli "opposti imperialismi" non è altro che la cattiva digestione di scritti di Lenin vecchi di un secolo che descrivevano una situazione profondamente diversa da quella attuale. Chi la sostiene si diverte a fare il cosplayer del bolscevico del 1914, non capendo che in realtà appare solo come una prostituta degli USA del 2026. 

"Eh, ma i compagni del Tudeh dicono..."

Di quello che possono dire i "compagni del Tudeh" non me ne frega nulla. Se non sei in grado di vedere la realtà per come è, se continui a riproporre analisi e condotte completamente errate non saranno le falci e martello appiccicate sui simboli a darti credibilità. Io non faccio il tifo per i "comunisti", non è il colore rosso a darti ragione, né il nome del partito mi spinge ad essere indulgente: se stai dalla parte dell'imperialismo, anche in buona fede, sei un nemico. Non sei un "compagno che sbaglia", ma un meschino nemico dell'Umanità alla pari di qualsiasi miliziano dell'Azov o agente del Mossad.

"eh, ma la lotta di classe..."

La lotta per la costruzione di un mondo multipolare E' espressione della lotta di classe. Non è "scontro tra potenze", non è "spartizione del mondo", ma il faticoso emergere di una nuova architettura internazionale in cui le forze della borghesia imperialista NON SONO PIU' dominanti. E' l'estensione su scala globale di un regime di "nuova democrazia". A guidarla, infatti, ci sono in prima fila paesi socialisti e paesi in cui i partiti comunisti esercitano un ruolo chiave nello Stato, e a fare affidamento su di essa sono le masse popolari di tutto il mondo. Chi ha più chiari gli interessi dei lavoratori, il Partito Comunista Cinese, il Partito Comunista Cubano, quelli vietnamita e laotiano o qualche gruppuscolo di fricchettoni che a stento riesce ad eleggere un rappresentante d'istituto in un liceo di Roma? 

"Ma l'Iran non è socialista!"

E chi se ne frega. Non è l'usare o meno la falce e martello a rendere un paese "socialista", né il non essere socialista esclude a prescindere la possibilità di ricoprire un ruolo rivoluzionario e progressivo. La Rivoluzione del 1979 è stata sicuramente una rivoluzione nazional-borghese, guidata dalla piccola borghesia dei bazar e dal clero sciita, ma il regime che ne è nato ha sempre visto, proprio grazie ai canali offerti dalla peculiare struttura islamico-rivoluzionaria, ampi spazi di partecipazione per le masse popolari, soprattutto tramite organizzazioni politico-militari come il Basij e le Guardie Rivoluzionarie. 

A guidare il paese non è la classe lavoratrice, ma una figura "cesaristica" come Khamenei che media gli interessi della borghesia nazionale, della piccola borghesia e dei salariati, con una fortissima legittimazione popolare.

Parte della grande borghesia iraniana ha da decenni scelto di cercare di fare il "salto di qualità", barattando l'indipendenza del paese con le rendite garantite dall'imperialismo. Questa classe comprador, che manda i propri figli a studiare all'estero, che sostiene la "normalizzazione" con gli Stati Uniti e che è ostile al programma nucleare è raccolta attorno a diversi esponenti del mondo riformista, che, non ha caso, hanno sempre portato avanti politiche neoliberali.

Le recenti manifestazioni sono nate per motivi socio-economici, causati dall'embargo e dalle politiche perseguite dai riformisti, ed erano guidate da esponenti dei "conservatori". E' solo in una seconda fase, grazie all'intervento dei terroristi etno-separatisti e degli agenti occidentali, che queste sono degenerate in rivolte sanguinose. In quest'ultima fase a guidarle politicamente non erano né gli operai, né i commercianti dei bazar, ma la borghesia compradora attraverso gli agenti stranieri, i militanti monarchici e gli estremisti curdi. 

"Però il regime della Repubblica Islamica non va bene..."

Non spetta a noi dirlo, non spetta a noi giudicare. Ogni popolo ha diritto ad organizzarsi in maniera coerente con il proprio percorso storico, le proprie esigenze e la propria civiltà. Ciò che possiamo fare, ciò che dobbiamo fare, è sostenere le tendenze realmente progressive che si contrappongono materialmente alla reazione. Ossia, in questo caso, sostenere l'ala genuinamente anti-imperialista dello scenario politico iraniano contro chi vorrebbe vendere il paese agli USA.

"Eh, ma se fossi un comunista iraniano perseguitato non la penseresti così"

I comunisti sono stati perseguitati in Iran perché hanno agito come quinta colonna, collaborando con gli USA, con Israele e persino con l'Iraq di Saddam durante la guerra 1980-1988. E questo ancor prima di qualsiasi opposizione da parte della autorità religiose nei confronti dell'ateismo o di altre posizioni che i comunisti iraniani potrebbero aver espresso. 

Se io fossi un comunista iraniano non andrei in giro con bandiere rosse, non chiamerei alla rivoluzione contro Khamenei, ma lavorerei di concerto a ogni gruppo politico e sociale anti-imperialista per ridurre al minimo l'influenza dei comprador. 

La lotta di classe esiste in Iran come in ogni paese, gli operai iraniani sicuramente vengono sfruttati. La contraddizione principale che vivono non è però quella con i loro padrone, ma quella tra l'imperialismo e la sovranità nazionale. I loro interessi sono necessariamente opposti rispetto a quelli del regime egemonico statunitense.

La lotta tra le forze patriottiche iraniane e i capitolazionisti filo-americani è una manifestazione della lotta di classe. Essa potrà essere vinta solo se le classi popolari sapranno guidarla. E questo può essere fatto solo all'interno della cornice istituzionale della Repubblica Islamica.

Tutto il resto è chiacchiericcio da fiancheggiatore del Mossad.

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Nobel a Trump, politici ed esperti norvegesi: "Gesto vergognoso e senza senso" di Machado

L’atto dell'estremista e golpista dell’opposizione venezuelana María Corina Machado (ci rifiutiamo di definirla leader visto lo scarso apprezzamento di cui gode in Venezuela come confermato dallo stesso Trump), che ha consegnato al presidente statunitense Donald Trump la medaglia del Premio Nobel per la Pace ricevuta solo lo scorso dicembre, ha provocato un’ondata di indignazione in Norvegia, paese custode di quello che veniva considerato nel passato un prestigioso riconoscimento. La scena, dove Trump ha l’onorificenza tra le mani, è stata definita "un colpo basso indegno" da Sigurd Falkenberg Mikkelsen, giornalista che si occupa degli esteri per l’emittente pubblica NRK, in un articolo dedicato alla vicenda.

Le reazioni nel mondo politico e intellettuale norvegese sono state immediate e durissime. Raymond Johansen, ex sindaco di Oslo, ha bollato il fatto sui social come "incredibilmente vergognoso e dannoso per uno dei premi più riconosciuti e importanti al mondo". Critiche condivise da numerosi esperti e commentatori, che hanno parlato di un gesto "vergognoso, patetico, inaudito, irrispettoso, assurdo e senza senso".

Janne Haaland Matlary, analista politica ed ex segretaria di Stato al Ministero degli Esteri norvegese, ha sottolineato come l’accaduto sia "totalmente inaudito" e dimostri "mancanza di rispetto verso il Comitato Nobel e il valore del premio". Ha inoltre aggiunto, in modo perentorio, che si tratta di "un atto senza senso, perché un premio non si può regalare". Trygve Slagsvold Vedum, leader del Partito di Centro, ha colto l’occasione per un giudizio sull’inquilino della Casa Bianca: "Il fatto che Trump accetti la medaglia dice molto di lui come persona: un classico spaccone che si adorna con i meriti e il lavoro altrui".

Secondo il professor Leiv Marsteintredet dell’Università di Bergen, la mossa di Machado aveva uno scopo puramente strumentale: ingraziarsi Trump nella speranza di un sostegno più solido dopo il fallito colpo di Stato del 3 gennaio contro il presidente legittimo del Venezuela, Nicolás Maduro. Un calcolo che sembra essere fallito, dato che lo stesso Trump, dopo il sequestro di Maduro, ha dichiarato che per l’oppositrice "sarebbe molto difficile" guidare il Venezuela per mancanza di supporto interno.

La polemica ha spinto persino il partito di sinistra Rødt a chiedere la rimozione dei membri del Comitato Nobel che assegnarono il premio alla Machado, sostenendo che la decisione abbia politicizzato e svilito l’onorificenza. "Ora il Premio Nobel per la Pace pende nell’ufficio di Donald Trump, una conseguenza prevedibile della scelta del Comitato", ha affermato il portavoce esteri Bjørnar Moxnes.

Sul piano formale, il Comitato Nobel norvegese ha precisato in una dichiarazione su X che, sebbene una medaglia fisica possa cambiare proprietario, il titolo di vincitore del Nobel non è trasferibile, revocabile o condivisibile. La decisione, hanno ribadito, "è definitiva e rimane per sempre". Una presa di distanza netta da uno spettacolo che ha offuscato, secondo l’opinione pubblica norvegese, la dignità di un simbolo mondiale della pace.

The #NobelPeacePrize medal.

It measures 6.6 cm in diameter, weighs 196 grams and is struck in gold. On its face, a portrait of Alfred Nobel and on its reverse, three naked men holding around each other’s shoulders as a sign of brotherhood. A design unchanged for 120 years.

Did… pic.twitter.com/Jdjgf3Ud2A

— Nobel Peace Center (@NobelPeaceOslo) January 15, 2026

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Una intera “armata” NATO di 30 uomini a difesa della Groenlandia contro gli USA


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico



Non c'è niente da ridere. Lo hanno fatto davvero. Qualcuno ne dubitava; ma loro sono andati avanti, petto in fuori e sguardo marziale fisso in avanti. A sprezzo del ridicolo, in cinque o sei paesi NATO sono riusciti a mettere insieme ben trenta soldati: dicansi trenta; una forza militare “con cui fare i conti!” e l'hanno spedita in Groenlandia, per una gita di un paio di giorni, tre al massimo. Un “intero plotone” (!) che, proprio come ironizzava nei giorni scorsi Aleksandr Rostovtsev, è impegnato in una marcia trionfale in alta uniforme, sul ghiaccio e l'aurora boreale sullo sfondo: un figurone al telegiornale e indici di gradimento alle stelle per Macron e Merz. 

L'esiguità del numero di ufficiali e la toccata e fuga sul ghiaccio della Groenlandia viene giustificata col pretesto che l'operazione “Overlord” del XXI secolo, effettuata non con migliaia di bastimenti e mezzi da sbarco, ma col volo di un un singolo aereo da trasporto, serve non tanto a insediare forze NATO nella “Normandia” artica, quanto a studiare il terreno per le prossime esercitazioni militari “Arctic Fortitude” da svolgere sull'isola e mostrare così il “muso duro” europeista alle pretese trumpiane. Unico paese, al momento, a prendere la cosa un po' più sul serio, i Paesi Bassi, che parlano della necessità di schierare la marina, caccia F-35 e forze di terra. Ma, a oggi, sono solo parole.

Questo “pugno di ferro” europeista dovrebbe rappresentare la risposta ai risultati dei colloqui alla Casa Bianca tra i ministri degli esteri danese Lars Lokke Rasmussen e groenlandese Viviane Motzfeldt col vicepresidente USA Vance e il segretario di stato Rubio e da cui è risultato che Donald Trump non ha alcuna intenzione di abbandonare l'idea di "acquisire" l'isola.

Operativamente, pare che verrà creato un gruppo USA-Danimarca per «affrontare le preoccupazioni degli Stati Uniti in merito alle questioni di sicurezza della Groenlandia», che sarebbe messa in pericolo, ca va sans dire, da Russia e Cina. 

Il Ministero della difesa danese ha dichiarato che l'esercito è tenuto a difendere il territorio del regno, compresa la Groenlandia, in caso di attacco armato, indipendentemente da chi lo compia, foss'anche un alleato della NATO. Il problema, nota Maksim Plotnikov su Komsomol'skaja Pravda, è che fino a poco tempo fa, sull'isola erano di stanza non più di 150 soldati danesi, dal momento che l'intero concetto di difesa era concepito come supporto di forze NATO. Ma Trump è netto: «Ehi, voi della NATO, dite alla Danimarca di sgombrare subito dalla Groenlandia! Due slitte coi cani non bastano! Solo gli Stati Uniti sono in grado di  gestire la cosa!».

In breve, i leader europei, scrive Vladimir Kornilov su RT, stanno rilasciando baldanzose dichiarazioni sull'invio di ufficiali sull'isola, anche se non è del tutto chiaro da chi e come questo “potente contingente” intenda difendersi. Vien detto che “gli alleati” dovranno difendere la Groenlandia "dai russi e dai cinesi", nonostante che, d'altro lato, venga proclamato che le affermazioni di Trump sulle "navi russe e cinesi" che si aggirano intorno all'isola sono infondate. Di contro, politici ed esperti danesi strombazzano che le truppe europee difenderanno l'isola dagli americani e, scrive Politiken, «Se gli Stati Uniti decidessero di impadronirsi della Groenlandia con la forza, dovrebbero catturare truppe europee». Ben trenta (30) uomini!

Il segretario NATO Mark Rutte, dinanzi al parlamento europeo, alla domanda su cosa farebbe l'Alleanza se gli Stati Uniti invadessero la Groenlandia, ha bofonchiato qualcosa del tipo che «il mio ruolo è garantire che l'alleanza nel suo complesso faccia tutto il necessario per garantire la sicurezza dell'intera alleanza». Ci fai o ci sei, volevano chiedergli dagli spalti. In questo senso, dice Kornilov, fa ridere leggere sulla stampa danese che l'Europa invia "truppe NATO" in Groenlandia, nonostante la NATO, di fatto, non abbia nulla a che fare con questa operazione. 

Ben più diretto e concreto Donald Trump, che ha annunciato l'intenzione di schierare in Groenlandia il sistema missilistico “Golden Dome” e ripete ossessivamente di aver bisogno dell'isola per tenere lontani sottomarini e cacciatorpediniere russi e cinesi. In realtà, osserva abbastanza elementarmente Aleksandr Kots, il vero obiettivo di Trump è ottenere un ampio accesso alle risorse artiche.

Oggi è la Russia a contare sulla fetta più grande della “torta artica” - 47% del petrolio e 70% del gas - rivendicando la cosiddetta dorsale di Gakkel, un'ampia porzione della piattaforma artica sottomarina, che si estende per oltre un milione di chilometri quadrati ed è un'estensione della placca continentale su cui si erge la Russia. Di contro, la Danimarca, tramite la Groenlandia, interpreta la dorsale di Gakkel come un'estensione della dorsale medio-artica, riducendo così di molto l'area rivendicata dalla Russia. Ma la Danimarca, dice Kots, dispone di ben poco a sostegno delle sue rivendicazioni: la Russia detiene l'argomento chiave nella disputa sulle risorse artiche, che consiste nella flotta rompighiaccio più potente al mondo e una rete di basi militari polari.

Le discussioni sull'appartenenza della piattaforma artica durano da oltre 20 anni. Ora Trump ha deciso di risolvere la controversia e l'acquisizione della Groenlandia consentirebbe agli USA di chiudere il cerchio artico, dall'Alaska al Nord Atlantico, con un accesso diretto al nodo delle risorse artiche. In questo senso, a Trump torna conto difendere l'interpretazione danese della dorsale di Gakkel, oltre ad acquisire la capacità di esercitare pressione sulla rotta del Mare del Nord e limitare l'accesso all'Artico ai sottomarini nucleari russi. Questo in teoria. In pratica, gli Stati Uniti dispongono appena di due rompighiaccio diesel operativi, mentre la Russia ha decine di navi da ghiaccio, nove delle quali a propulsione nucleare. 

Ma non c'è solo Donald Trump. La NATO accresce l'attività militare alle latitudini settentrionali, coinvolgendo anche le forze armate di paesi molto lontani dall'Artico, come Francia, Germania, Gran Bretagna e alimentando le tensioni nella regione. La Danimarca, in qualità di presidente del Consiglio Artico, non si impegna a promuovere un cambiamento positivo, dichiara alle Izvestija Vladimir Barbin, ambasciatore russo a Copenaghen. Nel frattempo, aumenta la pressione USA sulla Danimarca: gli analisti prevedono che Washington otterrà diritti esclusivi sulle risorse della Groenlandia e sulla costruzione di nuove basi americane sull'isola. La NATO, dice Barbin, non è impegnata nel dialogo, ma nello scontro militare e nella rivalità con la Russia, anche nell'Artico.

Lo scorso anno, l'attività della NATO nella regione ha raggiunto forse il livello più alto: in Finlandia si è tenuta l'esercitazione “Arctic Forge”, con forze speciali di USA, Canada e Finlandia. In Alaska, si sono svolte le “Arctic Edge”, mentre USA e Gran Bretagna hanno organizzato esercitazioni sottomarine speciali. La nuova strategia norvegese per l'Estremo Nord prevede la creazione di un teatro operativo militare nell'Artico. Parigi insiste per la creazione di un'infrastruttura logistica mobile e l'utilizzo dei porti civili nordici per supportare operazioni ed esercitazioni.

Negli ultimi anni, l'Artico è tornato ad essere una regione chiave per la pianificazione militare, come durante la Guerra Fredda e questo vale non solo per gli stati artici, ma anche per altri stati non artici, con processi più attivi nella subregione euro-artica. I principali attori artici della NATO tra gli stati regionali sono USA, Canada, Norvegia, Danimarca e Finlandia, dice il ricercatore Nikita Lipunov; tra gli stati non regionali, è la Gran Bretagna a perseguire maggiore attività verso l'Estremo Nord. Il Consiglio Artico, che celebrerà il 30° anniversario nel 2026, potrebbe impedire la militarizzazione della regione, dice ancora l'ambasciatore Barbin; la Danimarca, che ne ha assunto la presidenza lo scorso anno, non si impegna però per cambiamenti positivi nella cooperazione internazionale sotto l'egida del Consiglio Artico: «la deludente situazione del Consiglio Artico è una scelta dei nostri vicini regionali, che si rifiutano di collaborare per le comuni sfide regionali comuni su ecologia, cambiamenti climatici, conservazione della biodiversità, sviluppo sostenibile del potenziale economico e dei trasporti».

È vero che esistono disaccordi tra paesi NATO: Washington e Ottawa continuano la disputa territoriale sulla delimitazione del confine marittimo nel Mare di Beaufort, dove si ritiene possano esserci grandi giacimenti di petrolio. Tuttavia, questo vecchio conflitto ha lasciato il posto a uno nuovo: le rivendicazioni americane sulla Groenlandia. Washington considera la Groenlandia un elemento chiave perla sicurezza nazionale e una sorta di avamposto artico nel contesto della crescente rivalità tra grandi potenze come Cina e Russia, dice l'osservatore Tigran Melojan. La costante pressione potrebbe alla fine costringere la Danimarca a fare concessioni, ad esempio concedendo l'accesso esclusivo ai giacimenti di terre rare, alle riserve di petrolio e gas, o estendendo i diritti USA per ulteriori basi militari sull'isola, oltre quella esistente di Pituffik, tra cui strutture missilistiche e di tracciamento sottomarino nel bacino del cosiddetto “GIUK gap”. 

La Groenlandia, dice ancora Vladimir Barbin, aspira all'indipendenza e dichiara di non voler rimanere parte del Regno di Danimarca, né diventare parte degli Stati Uniti, ma è interessata a relazioni il più strette possibile con gli USA, in particolare agli investimenti americani. In base alla Strategia di Sicurezza Nazionale USA, che ripristina sostanzialmente la “Dottrina Monroe”, la Groenlandia è considerata parte della sfera di influenza americana. Pertanto, «sarà difficile evitare conflitti tra le ambizioni USA, il desiderio di indipendenza della Groenlandia e la sovranità della Danimarca su quest'isola artica» conclude l'ambasciatore.

In definitiva, afferma l'osservatore Artëm Kosovic, le parole di Trump sull'acquisizione della Groenlandia non devono essere liquidate come chiacchiere vuote: Donald aveva minacciato il Venezuela e poi ha effettivamente attaccato Caracas. Tra l'altro, la Danimarca ha sostenuto quella operazione, come pure, quasi 18 anni fa, Copenaghen era stata una delle prime a riconoscere l'indipendenza del cosiddetto Kosovo; le autorità danesi hanno quindi perso da tempo ogni diritto morale a lamentarsi se la Groenlandia venisse loro sottratta.

 

https://www.kp.ru/daily/27749/5196689/

https://news-front.su/2026/01/15/teatr-absurda-vokrug-grenlandskogo-voprosa/

https://news-front.su/2026/01/15/tramp-hochet-prisvoit-russkuyu-arktiku/

https://news-front.su/2026/01/14/evropa-ne-mozhet-sbezhat-ot-posledstvij-svoego-soyuza-s-amerikoj/

https://iz.ru/2018408/kirill-fenin/kholodnyi-podschet-v-nato-gotoviatsia-k-voennomu-protivostoianiiu-s-rf-v-arktike

 

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The Epstein Saga: capitolo 2, ecosistema Bitcoin

  QUI IL CAPITOLO 1 Di Lorenzo Maria Pacini per strategic-culture.su   Epstein era sinceramente interessato all’intero ecosistema delle criptovalute, dalla loro progettazione e sviluppo agli investimenti e al loro utilizzo.   Boston, tanti anni fa…   Le criptovalute sono ormai una parte integrante della quotidianità di miliardi di persone nel mondo. L’Occidente collettivo ne […]

L'articolo The Epstein Saga: capitolo 2, ecosistema Bitcoin proviene da Come Don Chisciotte.

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Cina: "Tutti i paesi e i popoli amanti della pace dovrebbero opporsi fermamente alla rinascita del militarismo giapponese"

In risposta all'accordo recentemente firmato tra Giappone e Filippine per migliorare l'assistenza reciproca logistica militare e all'affermazione del Giappone di fornire milioni di dollari USA in assistenza alla sicurezza a Manila con l'obiettivo di rafforzare le cosiddette relazioni di "quasi-alleanza", e alla domanda su come la Cina valuterà il suo possibile impatto sulla pace e la stabilità regionale se l'accordo entrerà in vigore, un portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha affermato che la Cina ritiene sempre che la cooperazione tra paesi non debba prendere di mira terze parti, minare gli interessi di terze parti o mettere a repentaglio la pace e la stabilità regionale.

Il portavoce Guo Jiakun ha osservato che durante la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone militarista invase le Filippine, perseguitò il popolo filippino e i suoi soldati alleati con la forza militare e la coercizione e uccise brutalmente funzionari diplomatici cinesi. "Questa storia deve essere ricordata, questi debiti di sangue devono essere ripagati e tali crimini devono essere resi noti", ha affermato Guo.

Il portavoce ha osservato che i paesi del Sud-est asiatico e la comunità internazionale hanno continuato a esprimere critiche sulle misure militari e di sicurezza adottate dal Giappone. Invece di riflettere sul proprio passato e di esercitare moderazione, la parte giapponese ha fatto ricorso a scuse per espandere i propri armamenti ed esportare armi letali. Questo ha messo a nudo il tentativo delle forze di destra giapponesi di promuovere la "rimilitarizzazione" e seguire la vecchia strada dell'espansione militare, ha affermato Guo.

"Tutti i paesi e i popoli amanti della pace dovrebbero opporsi fermamente alla rinascita del militarismo giapponese e alla sua 'rimilitarizzazione' e sostenere la pace e la stabilità regionale", ha aggiunto Guo.

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Nicaragua: Murillo ribadisce il sostegno al Venezuela e chiede una riforma dell'ONU

La co-presidente del Nicaragua, Rosario Murillo, ha sottolineato il fermo sostegno del suo Paese al Venezuela di fronte alle aggressioni esterne, sollecitando al contempo la riforma delle Nazioni Unite (ONU) per garantire il rispetto del diritto internazionale.

In un forte messaggio, Murillo ha denunciato la mancanza di uguaglianza internazionale e ha sottolineato la costante lotta del Nicaragua per il rispetto, la convivenza dignitosa e il diritto a vivere in pace. "Il mondo è cambiato così tanto che necessita, esige, un'altra organizzazione, un'organizzazione che risponda ai bisogni dei nostri tempi, alle urgenze dei nostri tempi e alle richieste dei nostri tempi", ha affermato, sottolineando la necessità di un'ONU che rispetti l'uguaglianza giuridica di tutte le nazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni.

La co-presidente ha affermato che la campagna per promuovere la riforma delle Nazioni Unite è stata avviata dal Comandante Ortega ed è fondamentale affinché i piccoli Paesi possano avere voce e difendere i propri diritti. Come esempio dell'inefficacia del sistema attuale e della sua violazione del diritto internazionale, ha citato le votazioni annuali contro il blocco di Cuba, che, sebbene approvate a maggioranza, non hanno alcun effetto, così come la situazione catastrofica in cui versa il popolo palestinese.

Murillo ha anche sottolineato l'importanza dell'unità e della coesione interna, ribadendo che "chi sogna l'odio è sconfitto" e che la vera vittoria risiede nel superamento della povertà. Ha esortato la popolazione ad unirsi all'appello globale al rispetto, alla pace e al progresso per sconfiggere la miseria. Ha sottolineato i valori cristiani dell'amore e del rispetto reciproco, il rifiuto dell'odio e dell'oppressione, e infine che questi principi dovrebbero governare le relazioni tra tutti i Paesi.

La co-presidente ha anche reso omaggio a figure nicaraguensi come Darío, Sandino e Zeledón, che dimostrano come grandi spiriti possano emergere da un piccolo Paese e dalla povertà. 

 

#ENVIDEO | La co-presidenta de Nicaragua, Rosario Murillo, expresó su apoyo y preocupación tras el secuestro del presidente de Venezuela, Nicolás Maduro y la primera dama, Cilia Flores el pasado 3 de enero por EE.UU. pic.twitter.com/vxrmwP7j1M

— teleSUR TV (@teleSURtv) January 16, 2026

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Cuba alza la voce: L'Avana in piazza per i 32 caduti in Venezuela

Una marea umana ha invaso questo venerdì la Tribuna Antiimperialista José Martí dell'Avana per un potente atto di solidarietà con il Venezuela, per commemorare i cubani cauduti e di condanna alle azioni degli Stati Uniti. Sotto lo sguardo della monumentale statua dell'eroe nazionale e patriota, più di mezzo milione di cubani, secondo le stime, hanno reso omaggio ai 32 militari caduti durante quella che L'Avana descrive come una "aggressione militare statunitense" contro Caracas, conclusasi con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

La scelta del luogo non è casuale. Questo palco è storicamente il punto da cui Cuba lancia i suoi messaggi di sfida e di unità continentale. La concentrazione di oggi è stata una riaffermazione dei principi rivoluzionari: il rifiuto dell'ingerenza straniera, la denuncia dell'ingiustizia e la proclamazione di una solidarietà incrollabile con la vicina Repubblica Bolivariana.

Tra la folla, le motivazioni personali si intrecciavano con la causa politica. "Vengo per mio nonno, che mi insegnò che la dignità non si negozia", ha detto Ana Laura, studentessa di medicina. Per Gilberto, 78 anni, veterano di molte battaglie, "essere qui oggi è dare ragione a chi è caduto, dimostrare che il loro sacrificio non è stato vano". La maestra Dayanis ha visto nella partecipazione un dovere pedagogico: "Marcio affinché i miei alunni capiscano che di fronte all'aggressione contro un popolo fratello non ci si può girare dall'altra parte".

Dallo stesso palco, il Presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha infiammato la piazza con un discorso di fuoco contro Washington. Rivolgendosi idealmente agli Stati Uniti, ha dichiarato con voce rotta dall'emozione: "Dovrebbero sequestrare milioni di persone o cancellarci dalla mappa, e anche così li perseguiterebbe per sempre il fantasma di questo piccolo arcipelago che avrebbero dovuto polverizzare perché non sono riusciti a sottometterlo". Un chiaro riferimento alle recenti minacce provenienti dall'amministrazione Trump.

"Non ci intimoriranno", ha tuonato il leader, definendo l'unità nazionale "l'arma più potente" della Rivoluzione, paragonandola ai fasci di canne strettamente legati che campeggiano sullo stemma del paese.

La giornata si è conclusa con le strade dell'Avana che hanno riecheggiato di slogan di fratellanza cubano-venezuelana, mentre la folla si disperdeva. L'immagine della statua di Martí che pare indicare la via e la mole di persone che l'hanno seguita hanno consegnato al mondo un messaggio preciso: di fronte alle pressioni, la risposta di Cuba è una sola, ed è quella dell'unione e della resistenza ad oltranza.

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Putin esprime solidarietà a Pezeshkian ed elogia il sostegno popolare al governo iraniano

In un momento delicato per la Repubblica Islamica, la telefonata del Presidente russo Vladimir Putin al suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian ha rappresentato molto più di un gesto diplomatico di routine. È stata una dichiarazione di solidarietà politica ampia e articolata, che abbraccia la sfera interna, la partnership bilaterale e la visione strategica per la regione. Putin non si è limitato a esprimere vicinanza personale, ma ha costruito un solido muro di sostegno attorno alla leadership di Teheran, legittimandone l’autorità sia di fronte alle pressioni esterne sia di fronte al proprio popolo.

Il fulcro di questa solidarietà è la chiara e pubblica convalida del consenso interno al governo iraniano. Elogiando le "marce di milioni di iraniani", Putin ha volutamente messo in risalto una visione di unità nazionale e sostegno popolare, contrapponendola alle immagini di protesta e instabilità diffuse dai media occidentali. Questa manifestazione di sostegno vuole rafforzare la posizione di Pezeshkian, suggerendo che la sua leadership gode di un ampio mandato e che le turbolenze sono frutto di interferenze straniere piuttosto che di un malcontento genuino e diffuso come pretende di imporre la narrazione occidentale. In tal modo, Mosca offre a Teheran uno strumento di legittimazione nella battaglia delle percezioni, cruciale in periodi di tensione domestica.

 

Questa solidarietà si estende naturalmente alla lettura geopolitica degli eventi. Putin ha recepito e implicitamente avallato la tesi esposta da Pezeshkian, che attribuisce le recenti difficoltà al "ruolo evidente" di Stati Uniti e Israele. Accettando questa interpretazione, la Russia si schiera al fianco dell'Iran non solo come partner, ma come alleato nella comune resistenza a quelle che entrambi i paesi giudicano come manovre destabilizzanti guidate dall'Occidente. È una solidarietà che trasforma una crisia interna iraniana in un capitolo di una più ampia rivalità strategica, dove Mosca e Teheran si trovano a confrontare ondate di ingerenza esterna.

Massive pro-Iran, anti-terror protests held in the Iranian city of Arak.

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— PressTV Extra (@PresstvExtra) January 12, 2026

Il sostegno, infine, ha una proiezione concreta e futura nel rafforzamento del partenariato strategico. La conferma dell'impegno a sviluppare progetti economici comuni e a intensificare la cooperazione invia un segnale preciso: la Russia non vede l'Iran attraverso la lente temporanea delle sue difficoltà attuali, ma come un pilastro stabile e duraturo nella sua architettura di alleanze in Medio Oriente. La solidarietà di Putin è quindi anche una scommessa sul lungo termine, un investimento politico per preservare e accrescere l'influenza congiunta in aree di interesse comune, dalla sicurezza alla energia.

In ultima analisi, per Mosca, la solidarietà con Teheran è un principio cardine della sua politica estera, applicato tanto nelle parole di sostegno quanto nella condivisione di una visione del mondo che vede le due potenze unite nel contrastare l'egemonia occidentale e nel promuovere un ordine multipolare.

 

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Radio Gaza può anche morire. Ma nel frattempo parlerà inglese


di Michelangelo Severgnini

Il testo che segue è tratto dalla ventesima puntata di “Radio Gaza” disponibile a questo link: 

https://www.youtube.com/watch?v=VOJLpB93LSg

 

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

 

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.

 

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

FB: RadioGazaAD

 

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Care ascoltatrici e cari ascoltatori di Radio Gaza, prendete nota, perché in questa puntata dobbiamo comunicarvi tutta una serie di novità.

 

La prima di queste è che la puntata in corso sarà l’ultima ad essere prodotta in lingua italiana. Il nostro dispiacere è enorme, avevamo creduto che il nostro Paese fosse pronto per un’esperienza come quella di Radio Gaza, ma alla ventesima puntata, dopo 5 mesi di attività, la conclusione a cui siamo giunti è che così non sia.

 

Il carrozzone della contro-informazione in Italia ci ha del resto mandato un messaggio chiaro e tondo. Radio Gaza può anche morire.

 

Giusto per toglierci lo scrupolo e non lasciare nulla di intentato, qualche giorno fa abbiamo promosso un sondaggio privato semi-serio, inviando alcune righe ai principali canali della cosiddetta contro-informazione in Italia e ad alcuni dei suoi esponenti più rappresentativi, perlomeno quelli e coloro che in 5 mesi non avevano ancora scritto una riga, nemmeno per sbaglio, su quello che stiamo facendo.

 

Lo abbiamo fatto con toni gentili ed educati, chiedendo “un minuto di collaborazione”.

 

Nel messaggio abbiamo riportato i numeri della campagna: 140.000 euro raccolti e inviati a Gaza, 20 puntate di Radio Gaza prodotte, oltre 3 ore di video montati e tradotti girati all’interno della Striscia.

 

Abbiamo chiesto se fossero a conoscenza di questi numeri e se avessero intenzione di parlarne in futuro e, nel caso che no, quali ne fossero i motivi. Abbiamo promesso l’anonimato delle risposte.

 

Risultato. Di una trentina di messaggi privati inviati, abbiamo ricevuto 2 risposte. Quindi non chiedeteci a chi abbiamo mandato questi messaggi, perché la risposta è: praticamente a tutti.

 

Contatti per altro che fino al giugno scorso, quando questa campagna è cominciata, di solito regolarmente rispondevano e interagivano perlomeno con uno degli autori di questo programma.

 

Persino firme che scrivono, pubblicano, vanno in video su questo stesso canale dell’AntiDiplomatico, hanno pensato che una risposta, di qualsiasi genere, fosse di troppo.

 

Che giornali come Libero o La Verità non parlino di noi, lo consideriamo un vantaggio. Che non lo faccia Il Manifesto o Internazionale, ce lo aspettavamo come il sole che spunta all’aurora e comunque ora sono già occupati a difendere le sorti della rivoluzione colorata in Iran, 15 anni esatti dopo l’aggressione alla Libia.

 

Ma che ci fosse un plotone d’esecuzione compatto e schierato là dove ci dovrebbe essere al contrario una contro-informazione, è una scoperta che avremmo, da Italiani, preferito non fare.

 

Messaggio ricevuto, dunque. Radio Gaza e la campagna di raccolta fondi da domani cambiano lingua e passano all’Inglese, pur continuando a fornire, almeno attraverso il testo scritto, le traduzioni in Italiano.

 

Va da sé che la valuta per Gaza parla una sola lingua e quindi i soldi inviati alla campagna arriveranno a Gaza tali e quali, sia in Italiano che in Inglese.

 

Ma questo non è il solo motivo per cui abbiamo preso questa sofferta decisione. L’altro motivo è il desiderio di allargare il bacino di quanti conoscono e seguono il progetto e dunque dei potenziali donatori, perché crediamo che a 7 mesi dall’inizio della campagna “Apocalisse Gaza” (il 20 giugno 2025), possiamo dire che quello da noi utilizzato sia un metodo istantaneo, capillare ed efficace in grado di fare ogni giorno una piccola differenza. 

 

Ormai questo è un segreto soltanto per chi in questi mesi ci ha censurato, per chi ripropone strategie di sostegno obsolete, fallimentari già 20 anni fa, come le flottiglie, e riproposte oggi come panacea. 

 

E’ un segreto solo per coloro che hanno coltivato una tifoseria per mettercisi poi davanti e alla guida, piuttosto che scendere nei dettagli della realtà attuale nella Striscia, sempre in trasformazione, là dove ormai tutto il mondo ha capito che aiuti non entrano, ma merce a pagamento sì.

 

E quindi, se paghi, a Gaza trovi tutto.

 

E quindi più soldi si mandano con il peer-to-peer, “da pari a pari”, più persone si salvano. Semplice.

 

Ma così si arricchisce Israele che ne fa la cresta. Segnatela questa frase, la ripetiamo: così si arricchisce Israele che ne fa la cresta, come se gli altri canali poi fossero invece consegna express a domicilio, tenda a tenda.

 

Questa frase, ad ogni modo, non la dice nessuno, ma la pensano tutti i giornalisti della contro-informazione che non hanno risposto al nostro sondaggio privato semi-serio. 

 

Questa critica, però, è ridicola e strumentale.

 

Tant’è che per non doverla sostenere in un contraddittorio serio e pubblico, sono tutti spariti fischiettando.

 

Per fortuna molti nel resto del mondo hanno capito il meccanismo, lo hanno studiato e si sono organizzati di conseguenza per sfruttare ogni maglia del blocco, perché alla fine quel che conta è mantenere i Palestinesi in vita. Confrontare lo studio “Kings of famine”, “I re della carestia”, pubblicato dalla rivista egiziana Mada Masr e da noi citato più volte.

 

Ringraziamo dunque l’AntiDiplomatico che ci ha fin qui ospitati e che ci ha proposto di continuare a pubblicare su questo canale, nonostante i prossimi contenuti saranno in Inglese.

 

Così faremo perlomeno inizialmente, in attesa di consolidare il nuovo percorso.

 

I riferimenti per seguirci al momento rimangono dunque il gruppo Facebook di Radio Gaza e il gruppo Telegram “L’Urlo di Michelangelo Severgnini”, che resterà in Italiano, dove continueremo a pubblicare via via i contenuti quasi quotidiani che ci arrivano dalla Striscia.

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Chi costruisce la narrazione sull’Iran?

“2.000 manifestanti uccisi, dicono gli attivisti.” È una formula ormai standard, ripetuta in coro daisoliti noti del circuito mainstream come BBC, CNN, Guardian, Reuters. La frase suona grave, definitiva, moralmente inappellabile. E proprio per questo meriterebbe una domanda preliminare: quali attivisti? Nel racconto mediatico occidentale sull’Iran, le fonti sono sorprendentemente ricorrenti. HRANA, CHRI, Tavaana, Boroumand Center. Organizzazioni presentate come indipendenti, non politiche, neutrali. Peccato che nessuna di queste operi in Iran. La maggior parte ha sede negli Stati Uniti, spesso in Virginia o New York, e riceve finanziamenti diretti o indiretti dal governo statunitense.

HRANA, la fonte più citata per arresti, morti e repressione, è finanziata dal National Endowment for Democracy, organismo creato - parole del suo stesso fondatore - per fare apertamente ciò che un tempo faceva la CIA in modo coperto. Eppure questo dettaglio sparisce sistematicamente dagli articoli che la citano come “ONG indipendente”. Lo stesso schema si ripete con il Center for Human Rights in Iran e con Tavaana, progetto nato con fondi del Dipartimento di Stato USA, specializzato in “educazione civica” e corsi online per aggirare le restrizioni digitali iraniane.

Milioni di dollari pubblici, poca trasparenza, enorme visibilità mediatica. Il quadro diventa ancora più politico osservando i dirigenti di queste strutture: attivisti che invocano apertamente bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, sostengono cambi di regime, giustificano interventi militari come “umanitari” e promuovono figure monarchiche cresciute negli Stati Uniti. Una militanza esplicita, difficilmente compatibile con l’idea di neutralità. Non si tratta di negare che in Iran esistano tensioni, repressioni o conflitti sociali (come in ogni paese del mondo d’altronde).

Il punto è un altro: quanto viene presentato come “monitoraggio dei diritti umani” appare sempre più come un ecosistema strutturato di regime change, finanziato da fondi pubblici occidentali e amplificato da media che rinunciano scientemente a ogni verifica autonoma. Il precedente dell’Iraq, della Libia, della Siria dovrebbe aver insegnato qualcosa. E invece la formula resta la stessa: numeri scioccanti, fonti opache, urgenza morale, silenzio sui finanziatori. Forse la vera notizia non è che questi dati vengano prodotti. Ma che, dopo decenni di “crociate umanitarie” finite in disastri, ci si aspetti ancora che il pubblico accetti tutto sulla base di un semplice: dicono gli attivisti.


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Tra assedio e diplomazia: il Venezuela nella fase più dura

Il messaggio annuale della presidente incaricata Delcy Rodríguez all’Assemblea Nazionale venezuelana non è stato solo un atto istituzionale, ma una dichiarazione di fase storica. Un discorso breve, calibrato, aperto da un omaggio alle vittime dell’attacco del 3 gennaio e segnato da un richiamo esplicito al dialogo politico, alla fine dell’“antipolitica” e alla necessità di preservare la pace in un contesto di massima pressione internazionale. Rodríguez ha rivendicato la scelta della via diplomatica dopo il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, definendo l’atto una macchia grave nelle relazioni con gli Stati Uniti, ma ribadendo che il Venezuela non risponderà con l’escalation. È una linea che combina fermezza e autocontrollo: sovranità senza avventurismo.

Sul piano interno, il quadro presentato è quello di una stabilizzazione economica in corso. Diciannove trimestri consecutivi di crescita nonostante un asfissiante blocco economico-finanziario promosso dagli USA, un PIL in aumento dell’8,5%, produzione petrolifera a 1,2 milioni di barili al giorno senza importazioni di carburante, nuovi fondi sovrani per welfare e infrastrutture, investimenti popolari attraverso comuni e consigli comunali. A questo si aggiungono dati su sicurezza, servizi pubblici, occupazione e riduzione della mortalità materno-infantile. Il messaggio è chiaro: lo Stato è sotto attacco, ma governa. La dimensione internazionale è però il vero sfondo di tutto. Rodríguez ha rivendicato il diritto del Venezuela a relazioni multilaterali - con Cina, Russia, Iran, Cuba e anche con gli Stati Uniti - rifiutando ogni subordinazione. La sua frase sul possibile viaggio a Washington, “in piedi e non strisciando”, è diventata il simbolo di questa postura che contrasta con il servilismo della golpista Maria Corina Machado.

Qui si innesta il secondo livello di lettura: la crisi venezuelana come parte di un disordine globale più ampio. L’azione statunitense non rappresentae un’eccezione, ma il comportamento storico di un impero che divide, destabilizza, costruisce e abbatte governi. La novità non è la brutalità, ma la sua esposizione senza maschere o infigimenti di sorta. Bombardamenti, sequestri, minacce dirette: il “mondo senza regole” di cui parla persino la rivista Foreign Affairs, di tendenza conservatrice In questo contesto, il tentativo di dividere il chavismo - costruendo la narrazione fallace di una Delcy Rodríguez “traditrice” - appare come un classico strumento di guerra politica. Ma i fatti mostrano continuità: stesso governo, stesso progetto, stessa catena di comando. Come Maduro ha continuato a percorrere la strada tracciata da Chávez, Rodríguez continua sul sentiero di Maduro.

Il parallelo storico con Lenin e Brest-Litovsk, avanzato da Juan Carlos Monedero, non è retorico: quando la forza è sproporzionata, guadagnare tempo può essere l’atto più rivoluzionario. Evitare una guerra distruttiva non è resa, ma strategia. “Analisi concreta della situazione concreta”. Il Venezuela oggi sceglie di resistere governando, di difendere la propria sovranità senza sacrificare il proprio popolo. In un mondo che scivola verso la legge del più forte, questa scelta - dolorosa, imperfetta, ma razionale - segna una linea. E dice molto più sul futuro dell’ordine globale di quanto sembri a prima vista.


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La NATO contro se stessa in Groenlandia

La crisi groenlandese è entrata in una nuova fase il 16 gennaio, quando diversi Paesi europei - Germania, Francia, Svezia, Norvegia e Regno Unito - hanno iniziato a inviare o annunciato l’invio di contingenti militari sull’isola. Una risposta diretta al fallimento dei colloqui di Washington tra Danimarca, Groenlandia e l’amministrazione Trump, che continua a rivendicare la necessità strategica di “ottenere” l’isola. Formalmente si parla di sicurezza artica. Sostanzialmente, siamo davanti a un caso senza precedenti: un alleato NATO che minaccia apertamente l’integrità territoriale di un altro alleato. Trump sostiene che la Danimarca non sia in grado di garantire la sicurezza della Groenlandia, nonostante l’assenza, ammessa anche dai servizi danesi e statunitensi, di minacce imminenti da Russia o Cina.

Per Copenhagen, la risposta è stata misurata ma ferma. Il rafforzamento della presenza militare serve a dimostrare sovranità, non a provocare Washington. Come ha chiarito il comandante delle forze terrestri danesi, Peter Boysen, “per difendere la sovranità serve presenza”. È un messaggio rivolto tanto alla NATO quanto alla Casa Bianca. Secondo diversi analisti, la mossa di Trump resta soprattutto uno strumento di pressione: un’operazione di intimidazione negoziale, con l’obiettivo di strappare accordi commerciali, accesso privilegiato alle risorse e ulteriore libertà operativa militare. L’annessione diretta appare giuridicamente e politicamente complessa, ma il rischio è che la retorica finisca per diventare dottrina.

La frattura europea, però, è evidente. La Polonia ha annunciato che non invierà truppe, rivendicando il ruolo di “mediatore” e ribadendo che “non può esistere una NATO senza gli Stati Uniti”. Una posizione che privilegia l’unità dell’Alleanza anche a costo di accettare l’ambiguità strategica statunitense. Non a caso, Varsavia concentra le proprie priorità sul corridoio di Suwa?ki, vera ossessione dell’est europeo NATO. Il nodo politico è esplosivo: cosa accade se uno Stato NATO minaccia un altro? L’articolo 5 non contempla il caso. Eppure, un decreto reale danese del 1952 impone alle forze armate di reagire a qualsiasi invasione del territorio nazionale. La possibilità di uno scontro intra-alleanza resta remota, ma non più impensabile.

La Groenlandia diventa così il simbolo di un ordine occidentale che scricchiola: tra unilateralismo statunitense, sovranità europea inesistente e una NATO concepita per un mondo che non esiste più. In questo scenario, l’Artico non è solo una frontiera geografica, ma la cartina di tornasole di un’egemonia in crisi.


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Le forze dell’ordine e la gente comune.

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

“È passata pressoché sotto silenzio la notizia di uno dei decreti più repressivi e anticostituzionali della storia repubblicana. Il famigerato nuovo “Decreto Sicurezza” (per ora solo in bozza) del governo Meloni. Quaranta articoli uno più scioccante dell’altro, dentro cui ci sono alcune norme che possono esistere solo nei regimi – a proposito di regimi, parola che la destra-destra ha appena imparato e pronuncia a caso. Nel disordine: sarà represso, punito e criminalizzato ogni forma di dissenso, trasformato da diritto costituzionalmente garantito a problema di ordine pubblico. Si rischiano multe salatissime (fino a 5000 euro) anche solo per aver manifestato per

L'articolo Le forze dell’ordine e la gente comune. sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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Le SDF accusano Damasco di "dichiarare guerra ai curdi"

 

Le Forze democratiche siriane (SDF) hanno accusato l'autoproclamato presidente siriano Ahmad al-Sharaa di "dichiarare guerra" ai curdi in Siria, in seguito alla significativa escalation delle tensioni tra Damasco e il gruppo curdo nelle ultime settimane. 

I recenti commenti di Sharaa equivalgono a “una dichiarazione di guerra contro i curdi”, ha affermato Ilham Ahmad, membro dell’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale (AANES), legata alle SDF.

"L'affermazione del governo secondo cui non abbiamo attuato l'accordo è errata e le parti internazionali lo sanno... Le SDF non vogliono entrare in guerra e il loro obiettivo è la pace e la garanzia dei diritti dei curdi", ha aggiunto il funzionario.

Ha inoltre confermato che "al momento non c'è alcuna comunicazione con il governo siriano".

I suoi commenti sono arrivati ??mentre l'esercito siriano si stava preparando a un nuovo assalto contro le SDF a Deir Hafer, nella campagna di Aleppo, dopo che Damasco aveva dichiarato l'area "zona militare chiusa".

Il governo siriano ha affermato che le SDF stavano impedendo ai civili di fuggire attraverso un "corridoio umanitario" annunciato di recente, sostenendo che il gruppo stava "costringendo le famiglie a ricorrere a percorsi alternativi non sicuri". Damasco aveva annunciato l'apertura del corridoio mercoledì.

Le SDF hanno negato tutto in una dichiarazione e hanno accusato Damasco di aver sfollato "forzatamente" i residenti tramite ordini di evacuazione.

VIDEO: ???????? I siriani fuggono dall'area controllata dai curdi vicino ad Aleppo prima della scadenza dell'esercito. Le persone fuggono da Deir Hafer, una città nella provincia di Aleppo, nel nord della Siria, dopo che l'esercito ha dato ai civili una scadenza per andarsene, nel timore di un'escalation degli scontri con le forze curde. Il governo è... pic.twitter.com/daaZdL039s

— AFP News Agency (@AFP) 16 gennaio 2026

In un'intervista di questa settimana, Sharaa ha accusato le SDF di ostacolare l'accordo raggiunto a marzo. Ha promesso che i curdi sarebbero stati protetti in quanto minoranza e "parte integrante" della società siriana, ma ha avvertito le SDF che non avrebbero potuto continuare a controllare ampie fasce di territorio nella Siria settentrionale e orientale.

Sharaa ha anche accusato le SDF di “dirottare” le risorse naturali siriane verso il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). 

Il governo siriano e le SDF hanno firmato un accordo a marzo volto a integrare il gruppo curdo nelle forze di Damasco. Tuttavia, entrambe le parti sono in disaccordo sull'attuazione dell'accordo, in particolare sulla volontà delle SDF di rimanere sotto il comando curdo e di entrare nell'esercito come blocco, piuttosto che sciogliersi e arruolarsi, come richiesto dalla Siria.

Il gruppo curdo ha anche insistito su un sistema decentralizzato che gli consentirebbe un certo grado di autonomia nella Siria settentrionale e orientale, come è avvenuto negli ultimi anni.

Di conseguenza, negli ultimi mesi sono scoppiati scontri intermittenti tra le forze governative e le SDF, con entrambe le parti che si accusano ripetutamente a vicenda di ostacolare l'accordo di marzo.

All'inizio di questo mese, l'esercito siriano ha lanciato un massiccio assalto contro i quartieri a maggioranza curda di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud ad Aleppo. Per giorni, sono infuriati scontri tra le forze governative e le forze di sicurezza di Asayish, legate alle SDF. 

Alla fine le SDF furono costrette a firmare un accordo che obbligava i combattenti curdi ad abbandonare i due quartieri di Aleppo. 

Durante l'assalto, le truppe governative hanno compiuto esecuzioni, massacri e detenzioni su larga scala. 

Dopo il crollo del governo dell'ex presidente siriano Bashar al-Assad alla fine del 2024, il Ministero della Difesa siriano guidato da Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha incorporato tra le sue fila numerose fazioni estremiste, tra cui quelle che un tempo costituivano l'esercito nazionale siriano (SNA) delegato della Turchia.

Di conseguenza, il nuovo esercito siriano è composto prevalentemente da fazioni legate all'ISIS e ad Al-Qaeda, con una lunga storia di persecuzioni nei confronti dei curdi e di altre minoranze.

Centinaia di civili drusi sono stati massacrati dalle truppe governative nel sud della Siria a luglio, mesi dopo la brutale uccisione di migliaia di alawiti sulla costa. 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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LE DONNE CHE NON VOGLIONO FARE LE DONNE. E LA DENATALITÀ CHE CI ANNIENTA

    Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org   Guardiamo la natura ogni tanto! Ci sono molti filmati divulgativi che mostrano la vita degli animali. Invariabilmente si vede che la maggiore preoccupazione degli animali, oltre alla sopravvivenza, è la conservazione della propria specie. Si vedono buffe recitazioni da parte dei maschi per attirare le femmine e […]

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Washington schiera una portaerei nell'Asia occidentale mentre le tensioni con l'Iran aumentano

 

Diversi resoconti di stampa hanno confermato che Washington ha dirottato la sua portaerei, la USS Abraham Lincoln, dal Mar Cinese Meridionale verso l'Asia occidentale, in concomitanza con le crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

Si prevede che il transito attraverso l'Oceano Indiano fino al Mar Arabico durerà circa una settimana e che la portaerei arriverà a destinazione entro la fine di gennaio.

Secondo Defense Security Asia,  la portaerei è accompagnata da tre cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke: USS Spruance, USS Michael Murphy e USS Frank E. Petersen Jr.

"Non si riposiziona un intero gruppo di portaerei dal Pacifico per un attacco simbolico di una notte. Il dispiegamento della Lincoln segnala che Washington si sta preparando per qualcosa di prolungato, non solo per un messaggio", avrebbe dichiarato un funzionario della Difesa ai media in un briefing. 

Questo ridispiegamento avviene in un momento in cui nessuna portaerei statunitense era precedentemente posizionata nell'Asia occidentale o in Europa, dopo che il gruppo di portaerei Gerald R. Ford era stato inviato nei Caraibi l'anno scorso come parte di una campagna di pressione contro il Venezuela, limitando le risorse di portaerei immediate vicino all'Iran.

Lo sviluppo è avvenuto poche ore dopo la notizia della chiusura temporanea dello spazio aereo iraniano e ha coinciso con le segnalazioni di una massiccia attività di caccia sul territorio iracheno, alimentando le speculazioni sull'imminente inizio di un attacco statunitense alla Repubblica islamica. 

Nelle ultime due settimane, l'Iran ha dovuto affrontare proteste diffuse, violente rivolte su larga scala e disordini. Oltre 100 membri delle forze di sicurezza e decine di civili sono stati uccisi dai rivoltosi, sostenuti dall'intelligence israeliana.

Dall'inizio dei disordini, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente minacciato di attaccare l'Iran, promettendo di "salvare" i manifestanti. 

Gruppi per i diritti umani con base in Occidente affermano che circa 2.000 manifestanti sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco dalle forze governative. Dopo essersi rivolto ai manifestanti iraniani e aver affermato che "i soccorsi sono in arrivo", Trump aveva annunciato mercoledì sera di essere stato informato dagli iraniani che "le uccisioni sono cessate" e che non ci sarebbero state "esecuzioni". Alcuni hanno interpretato i commenti come una marcia indietro. 

"Non c'è alcun piano per l'impiccagione", ha detto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi a Fox News. "L'impiccagione è fuori questione", ha aggiunto. Ha anche affermato che Teheran preferisce la diplomazia alla guerra.

Nelle ultime 24 ore, gli Stati Uniti hanno evacuato parte del personale dalle loro basi nella regione, tra cui la base di Al-Udeid in Qatar, attaccata dall'Iran nel giugno 2025. 

"Tutti i segnali indicano che un attacco statunitense è imminente, ma è anche così che si comporta questa amministrazione per tenere tutti sulle spine. L'imprevedibilità fa parte della strategia", ha detto un funzionario occidentale alla Reuters.

Un funzionario iraniano, citato nel rapporto, avrebbe affermato che Teheran avrebbe avvertito i suoi vicini che ospitano basi statunitensi che sarebbero stati presi di mira se Washington avesse attaccato l'Iran. "Teheran ha comunicato ai paesi della regione, dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti alla Turchia, che le basi statunitensi in quei paesi sarebbero state attaccate", ha affermato il funzionario.

Anche l'Iran ha pubblicamente promesso di rispondere duramente a qualsiasi attacco.

"Sia chiaro: in caso di attacco all'Iran, i territori occupati, così come tutte le basi e le navi statunitensi, saranno il nostro obiettivo legittimo", ha dichiarato nel fine settimana il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, mettendo in guardia contro qualsiasi "errore di calcolo".

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Hainan, consumi e commercio estero in forte crescita dopo l’avvio delle operazioni doganali indipendenti

 

di CGTN

Secondo i dati diffusi dall’Amministrazione Generale cinese delle Dogane, negli ultimi 20 giorni il numero di persone sottoposte a controlli doganali per acquisti duty-free in uscita dall'isola Hainan ha raggiunto la cifra di 585mila, per un valore commerciale complessivo di 3,89 miliardi di yuan, un aumento, rispettivamente, del 32,4% e del 49,6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In media, 24mila persone al giorno hanno effettuato acquisti duty-free a Hainan.

Durante le vacanze di Capodanno 2026, i consumi turistici sono cresciuti del 28,9% su base annua, mentre il tasso di occupazione degli alberghi nelle vicinanze di centri commerciali, come lo Hainan Tourism Investment Duty Free a Sanya e Haikou Duty Free Shop, è aumentato da 1,4 a 1,5 volte.

Questi cambiamenti derivano da una nuova politica: a partire dal 18 dicembre 2025, il Porto di libero scambio di Hainan ha ufficialmente avviato le operazioni doganali indipendenti su tutta l'isola. Sono state implementate contemporaneamente una serie di politiche di sdoganamento e documenti di supporto, tra cui il catalogo delle merci imponibili all'importazione, le politiche di tassazione della circolazione delle merci, gli elenchi delle merci proibite e soggette a restrizioni, le politiche di esenzione dai dazi sulle vendite interne a valore aggiunto e le misure di controllo doganale.

L'attrattiva dell'apertura si è notevolmente intensificata. Grazie all'incentivo derivante dalle operazioni di sdoganamento del Porto di libero scambio, sempre più imprese si stanno recando a Hainan per fare affari. Dall’entrata in vigore del Porto di libero scambio fino alla fine di gennaio, Hainan ha registrato 4709 nuove imprese di commercio estero, con un numero di nuove registrazioni in 24 giorni equivalente a quello di un intero trimestre del 2024, portando così il totale di imprese registrate a oltre 100mila. Nello stesso tempo, Hainan ha visto una rapida crescita del commercio estero: nello stesso periodo, l'import-export di merci dell'intera isola ha raggiunto i 21,42 miliardi di yuan, con un aumento del 19,6% rispetto all'anno precedente, dimostrando un forte slancio di sviluppo.

L’inizio delle operazioni del porto di libero scambio di Hainan rappresenta una nuova pietra miliare nel processo di riforma e apertura della Cina. Nell'ultimo mese, le politiche attuate nell’isola hanno dimostrato efficacia concreta, riflettendo l'impegno della Cina ad aprirsi ulteriormente al mondo. Si prevede che il continuo ampliamento del raggio di apertura del Porto di libero scambio e il perfezionamento del suo quadro politico e istituzionale, apporteranno benefici tangibili alle imprese, ai singoli individui e all'economia globale.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Prima gli italiani? La povertà di argomenti e alcune possibile risposte

 

di Federico Giusti

Occupatevi dell'Italia e degli Italiani, è quanto ci è stato detto nel corso di una manifestazione contro l'intervento Usa in Venezuela.

E, senza ricorrere ad argomentazioni logiche per confutare il luogo comune che vorrebbe assegnare agli autoctoni la primaria attenzione, ricordando che la solidarietà di classe va ben oltre etnie le appartenenze nazionali e locali, vogliamo accogliere l'invito sviluppando qualche ragionamento

Per esigenze pratiche suddivideremo il ragionamento in due punti

La sanità

L'Italia del Governo Meloni, ha disinvestito in sanità e salute, se confrontiamo la spesa nazionale nell'anno del suo insediamento con quella prevista per il 2028 , le risorse  diminuiranno di mezzo punto rispetto al PIL del paese. Ma come è possibile se la premier dichiara insistentemente di  avere aumentato la spesa sanitaria? Il finanziamento del SSN cresce nominalmente ogni anno –  ad esempio nella Legge di bilancio ultima sono stati stanziati 2,4 miliardi in più per il 2026 –, ma questi aumenti non compensano l’inflazione che poi si riflette sul Fondo nazionale sotto forma di svalutazione del denaro e di incremento del costo delle forniture sanitarie e degli appalti (aumentano i costi ma i salari della forza lavoro ristagnano).
 
Per quanto riguarda la forza-lavoro sanitaria il Governo ha risolto il problema dei costi prevedendo aumenti sotto il 6% a fronte di un’inflazione cumulata del 17%.Le liste di attesa sono al loro posto, le strutture chiuse con la spending review non sono state riaperte, i fondi destinati alla disabilità e ai caregiver inadeguati, rinviati di anno in anno  con regole che ne limiteranno fortemente la erogazione . E' la sanità, la salute pubblica il terreno sul quale si misura, con la scuola e i servizi al cittadino, l'attenzione di un Governo alle istanze sociali. Ebbene, se confrontiamo i dati di questi anni il Governo Meloni si è rimangiato buona parte degli impegni assunti, plateale è il dietro front sulla legge Fornero e sull'aumento della età pensionabile fino alla barzelletta sulle accise che dall'opposizione volevano abbattere e invece, saliti al Governo, hanno aumentato.
 
Chi strilla poi al tavolo dei potenti tace ed acconsente
 
Non ci sono alibi, se vuoi dare priorità agli italiani devi adottare politiche conseguenti, se per anni strilli contro la Troika e le regole di Bruxelles ma poi, vinte le elezioni, fai l'esatto contrario palesi solo una grande incoerenza.
Si naviga a vista, prova ne sia la opposizione all'accordo Ue con il Mercosur poi seguita dall'ennesimo voltafaccia, un accordo che fino a poche settimane fa era giudicato dannoso per gli agricoltori italiani ed europei salvo poi  cambiare idea a Bruxelles. Come accaduto per i lavoratori ai quali avevano promesso di cancellare la Fornero, anche gli agricoltori saranno oggetto  prima di lusinghe e  poi di repentini abbandoni?
 
Oro nero
 
Veniamo al petrolio, al plauso dell'Italia alla politica Trumpiana pensando che dal vassallaggio si possano trarre benefici per la Patria, per gli italiani.
L'acquisto di gas e petrolio dagli Usa costa alle casse statali 5 volte tanto di quello Russo, sarebbe sufficiente questo dato per riflettere sulle cause, e le conseguenze, della guerra Nato in Ucraina.
 
Oggi il 68% della produzione mondiale di petrolio è oggetto di interesse statunitense per controllare il commercio, i prezzi, le dinamiche estrattive.
 
Gli Stati Uniti non fanno mistero di voler dominare i mercati mondiali del petrolio e del gas, per farlo devono intanto cancellare ogni trattato internazionale a tutela dell'ambiente e controllare tutte le riserve di gas e petrolio del continente latino americano ricordando che proprio il Venezuela detiene il 20% delle riserve mondiali di petrolio greggio.
 Washington minaccia di ricorrere alla forza contro altri paesi ricchi di risorse, il caso Groenlandia è emblematico, frutto delle mire espansionistiche contenute nell' ultima Strategia di Sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump con la quale si ammette di volere espandere controllo e influenza economica e militare ovunque ci siano risorse da prendere.
 
E qui arriviamo ad un'ultima considerazione sulla priorità da assegnare agli italiani. La nuova dottrina Monroe prevede il diritto Usa di andarsi a prendere tutto ciò di cui necessita per governare il mondo, non esistono etica e morale, diritto internazionale e giustizia, quello che conta è l'interesse nazionale.
 
Ma se questo imperialismo non sta portando benefici agli statunitensi,  allo stesso tempo è foriero di scontri sociali interni sempre più cruenti, prova ne sia la militarizzazione del paese con il raddoppio degli effettivi dell'ICE che agiscono come una forza paramilitare nel tessuto urbano delle città arrestando migranti irregolari che magari lavorano, al nero, senza commettere reati di sorta, ben assorbiti nella filiera dello sfruttamento capitalistico.
 
Assecondare Trump vuol dire non recare un buon servizio agli italiani che oggi si scoprono più poveri e insicuri proprio a causa delle politiche statunitensi, infatti. più di due terzi del petrolio del mercato globale proviene da paesi sui quali l’amministrazione Trump comanda o che minaccia apertamente  con ogni forma di pressione. E l'aumento dei costi ha ripercussioni solo negative sulle imprese e sulle famiglie italiane.
 
La dipendenza dai combustibili fossili , la rinuncia alla transizione energetica, l'appiattimento sulle politiche trumpiane alimenta le difficoltà di interi paesi, incluso il nostro, tra repentini aumenti dei prezzi, processi finanziari speculativi, interruzioni delle forniture alimentando alla fine quella grande instabilità economica causata  proprio dai conflitti.
 
Non pensiamo a politiche diametralmente opposte a quelle del fossile ma da qui all'appiattimento sulle strategie Usa corre grande differenza.
 
Se si vuole tutelare prima di tutto gli italiani il Governo dovrebbe avere almeno la compiacenza di dimostrare la bontà delle sue politiche nazionali ed estere, al contrario strilla, gioca a nascondino e criminalizza ogni forma di critica. Prima gli Italiani? No grazie

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Mike Pompeo: i libri di storia "non scrivano delle vittime di Gaza"

 

L'ex direttore della CIA e segretario di Stato americano Mike Pompeo ha provocato numerose proteste dopo aver affermato che la narrazione della guerra di Israele contro Gaza deve essere modellata in modo che i futuri libri di storia "non scrivano delle vittime di Gaza".

Intervenendo a un evento pubblico online il 13 gennaio presso l'organizzazione filo-israeliana MirYam Institute, Pompeo ha sostenuto che il modo in cui la guerra verrà documentata determinerà il modo in cui verrà ricordata, sottolineando la necessità di "assicurarsi che la storia venga raccontata correttamente". 

Sul suo sito web, il MirYam Institute è descritto come "un forum per i principali esperti israeliani con prospettive diverse e variegate". Benjamin Anthony, ex veterano di guerra dell'esercito israeliano che ha preso parte a numerose operazioni militari nella Palestina occupata, è l'amministratore delegato e co-fondatore del MirYam Institute.

Le dichiarazioni di Pompeo sembrano aver minimizzato la centralità della sofferenza dei civili palestinesi, nonostante l'entità della distruzione e l'eccezionale bilancio delle vittime a Gaza. La guerra a Gaza è stata dichiarata un genocidio dalle Nazioni Unite e dagli studiosi del genocidio, con oltre 71.400 morti.

Le dichiarazioni di Pompeo giungono mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani, le agenzie delle Nazioni Unite e i giornalisti continuano a documentare le diffuse vittime civili, gli sfollamenti e il collasso umanitario nell'enclave assediata.

"Ci sono state vittime a Gaza, ci sono state vittime civili in ogni guerra che sia mai stata combattuta. Ma le vittime erano il popolo dello Stato-nazione di Israele. L'aggressore era il regime iraniano, per procura di Hamas", ha sostenuto Pompeo.

Le critiche sui social hanno ampiamente stigmatizzato che la sua affermazione riflette un più ampio sforzo da parte dei funzionari statunitensi e israeliani di controllare la narrazione storica a favore di Israele, mettendo da parte le esperienze palestinesi.

Le dichiarazioni hanno rapidamente fatto il giro dei social media, suscitando la condanna di attivisti e commentatori che hanno accusato Pompeo di sostenere apertamente la cancellazione delle vittime dalla memoria storica, anziché affrontare la questione delle responsabilità per il costo umano della guerra.

Il giornalista palestinese Motasem A Dalloul ha affermato: "Stanno persino lavorando per continuare il genocidio inflittoci dopo la loro morte!" in un post su X, riferendosi al genocidio in corso da parte di Israele a Gaza.

Non è la prima volta che l'ex Segretario di Stato finisce sui giornali per le sue dichiarazioni sulla Palestina. Pompeo aveva già dimostrato il suo aperto sostegno all'esercito israeliano in precedenza, come mostrato in un video del novembre 2024, che lo mostra mentre balla con i soldati israeliani. 

In un altro video pubblicato sui social media nel febbraio 2024, Pompeo e sua moglie vengono mostrati mentre visitano un "centro di ringiovanimento" israeliano, dove i soldati tornano da Gaza per rilassarsi e recuperare le energie. Rivolgendosi ai soldati, Pompeo ha affermato che "l'America è con voi".

Molti utenti dei social media hanno definito le ultime dichiarazioni di Pompeo una negazione del genocidio. 

Un utente dei social media ha affermato : "Non nascondono nemmeno il loro odio verso i palestinesi cristiani e musulmani".

La guerra a Gaza è iniziata dopo che Israele ha risposto all'attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 lanciando un feroce assalto all'enclave. Il 10 ottobre 2025, gli Stati Uniti hanno mediato un cessate il fuoco in base al quale le forze israeliane si sono ritirate fino alla "linea gialla", ottenendo così il controllo di oltre metà di Gaza, circa il 53% della Striscia. 

Israele ha ripetutamente violato il cessate il fuoco, uccidendo almeno 439 palestinesi in tre mesi in circa 1.200 violazioni, tra cui attacchi aerei, bombardamenti e demolizioni di case.

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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Turchia, Pakistan e Arabia Saudita verso un patto di difesa trilaterale

 

Dopo quasi un anno di colloqui riservati, tre grandi attori geopolitici regionali, Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, hanno elaborato una bozza di accordo di difesa trilaterale. Questa possibile alleanza, denominata dai media “Nato islamica”, se formalizzata,rappresenterebbe un riallineamento geopolitico significativo, creando un blocco capace di rispondere autonomamente alle sfide di sicurezza in Medio Oriente e Asia meridionale.

 

Il ministro pakistano per la Produzione della Difesa, Raza Hayat Harraj, ha confermato alla  stampa che una bozza di accordo è già esistente" e che i tre paesi "stanno deliberando" da circa dieci mesi. L'accordo si distingue dal patto bilaterale Arabia Saudita-Pakistan, annunciato lo scorso settembre nel contesto delle tensioni nel Golfo.

Secondo Nihat Ali Özcan, analista del think tank turco TEPAV, ciascun partner apporterebbe risorse complementari: l’Arabia Saudita la propria  forza finanziaria, il Pakistan la propria  capacità nucleare, missili balistici e manodopera e  la Turchia la sua esperienza militare e un’industria della difesa in rapida crescita.

"I dinamismi in evoluzione e le conseguenze dei conflitti regionali stanno spingendo i paesi a sviluppare nuovi meccanismi per identificare amici e nemici", ha osservato Özcan, suggerendo come lo spostamento delle priorità statunitensi verso Israele e gli interessi nazionali stia accelerando questo processo di autonomizzazione regionale.

L'iniziativa trilaterale emerge in un momento di particolare tensione: il cessate il fuoco di maggio tra India e Pakistan ha infatti posto fine a scontri che hanno causato oltre 70 vittime.

Persistono inoltre  tensioni tra Pakistan e Afghanistan, con Islamabad che accusa i talebani di dare rifugio a gruppi terroristici. Altro fattore accomunante, le

preoccupazioni comuni riguardo all'Iran di Turchia e Arabia , sebbene tutti e tre i paesi siano attualmente inclini al dialogo con Teheran piuttosto che ad un confronto.

Da ultimo, ma non per importanza, la comune necessità di costituire un blocco potenziale contrapposto alle mire espansionistiche di Israele, paese destabilizzante negli equilibri regionali e la diffidenza comunque montante verso lo storico alleato a stelle e strisce. La cooperazione militare tra questi attori è già avanzata: la Turchia costruisce corvette per la marina pakistana. Ankara ha potenziato i caccia F-16 del Pakistan.  Viene condivisa tecnologia di droni con Pakistan e Arabia Saudita. La Turchia inoltre  desidererebbe coinvolgere entrambi i paesi nel suo programma di caccia di quinta generazione(TAI TF-X Kaan).

Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, pur confermando i colloqui, ha precisato che "non è stato ancora firmato alcun accordo definitivo". Ha tuttavia delineato una visione strategica più ampia, attribuita al presidente  Erdo?an:

"Tutte le nazioni della regione devono unirsi per creare una piattaforma di cooperazione sulla questione della sicurezza", ha affermato Fidan, sottolineando come solo rafforzando la fiducia reciproca si possano prevenire "egemonie esterne" e l'instabilità alimentata dal terrorismo.

Un patto formale segnerebbe una nuova fase nelle relazioni tra Turchia e Arabia Saudita, un tempo rivali per la leadership del mondo sunnita. Dopo anni di tensioni, i due paesi stanno già approfondendo la cooperazione economica e di difesa, inclusa un'esercitazione navale ad Ankara questa settimana.

Sebbene i ministeri della Difesa di Turchia e Arabia Saudita si siano astenuti dal commentare dettagliatamente, l'esistenza di una bozza operativa suggerisce un avanzamento significativo dei negoziati. L'accordo nella loro prospettiva dunque, risponderebbe alla crescente domanda di architetture di sicurezza regionali autonome, in un momento di ridefinizione degli equilibri di potere mediorientali e di preoccupazioni per la stabilità dell'Asia meridionale.

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Sicurezza: l’ossessione del governo partorisce un nuovo decreto

In Italia la parola “sicurezza” ha smesso da tempo di indicare protezione collettiva. È diventata un grimaldello politico, una clava legislativa usata per restringere spazi di libertà, colpire il dissenso e creare a tavolino nuovi reati. Il tutto mentre il sistema penitenziario è già al collasso, in una crisi strutturale che nessun decreto repressivo potrà …
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La farsa dell'accordo Trump ed il diritto alla lotta (anche armata) del popolo palestinese. Intervista a Luigi De Magistris

 

di Francesco Santoianni 

Napoli, lunedì 19 gennaio, al Teatro Bellini “Life for Gaza – Senza tregua: musica e parole per la Palestina”, una iniziativa di Life for Gaza e promossa da Luigi de Magistris, per due volte Sindaco di Napoli.

 

<<La farsa dell’”Accordo di Pace”, presentato da Trump a Sharm el-Sheikh nell’ottobre 2025, è servita spegnere l’indignazione generale sul genocidio a Gaza. Genocidio che oggi continua affidando, (oltre che a continui omicidi mirati) al freddo e alle malattie l’eliminazione del popolo di Gaza ridotto a vivere, dopo la distruzione degli edifici, in tende allagate. E tutto questo mentre si intensifica la pulizia etnica in Cisgiordania, si condanna come “antisemitismo” ogni critica al sionismo e si addita come “terroristi” un popolo come quello palestinese che, dopo aver inutilmente tentato tutte le strade pacifiche, si trova costretto ad imbracciare le armi contro chi vuole cacciarlo da una terra sua da millenni.>>


E tutto questo nell’ignavia dei governi occidentali.

<<Purtroppo, non solo di questi. Per costringere Israele a fermare il genocidio, il governo italiano poteva annullare la vendita di armamenti, l’Accordo di cooperazione militare, l’Accordo sulla ricerca scientifica, l’Accordo tra università…. e, soprattutto, così come ha fatto il governo spagnolo, imporre sanzioni. Invece, succube di Trump e di Netanyahu, non ha fatto nulla di tutto ciò, mentre l’opposizione parlamentare è stata anche ambigua, soprattutto nella prima fase del genocidio>>

Tornando alle accuse di “terrorismo” rivolte ai Palestinesi, tu, già nel dicembre 2023, quando era agli inizi la mattanza di Gaza, ti sei tirato dietro non poche critiche parlando del diritto del popolo palestinese a resistere anche con le armi.

<<Anche l’ONU riconosce la legittimità della lotta dei popoli sotto dominazione coloniale e straniera e sotto regimi razzisti a esercitare il loro diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale, inclusa la lotta armata. Questo diritto è, a fasi alterne, riconosciuto anche dall’Occidente (si pensi, ad esempio, ai “ribelli” del Kossovo o agli Ucraini) ma non per i Palestinesi che dal 1948 almeno subiscono massacri e una feroce pulizia etnica, silenziata da una potentissima lobby sionista che attraversa anche fortemente le democrazie occidentali.”.>>


A proposito di Ucraina e di altri conflitti in corso (si pensi al rapimento di Maduro o all’Iran), al momento, si direbbero irrilevanti i movimenti di protesta in Italia.

<<Purtroppo è così. Si è vista una grande mobilitazione per la Palestina, ma non ancora in maniera adeguata contro le guerre, per la pace e la giustizia sociale. Una situazione che lascia presagire un futuro devastato da guerre, e soppressione dei diritti; un mondo suddiviso soprattutto in tre (USA, Cina, Russia) granitici blocchi di influenza che potrebbero portare ad una nuova guerra mondiale.

Mai come oggi ci sarebbe bisogno di un grande movimento contro questa prospettiva. Io, nel mio piccolo, a partire da Napoli, cerco di costruirlo. Credo nella costruzione dal basso dell’alternativa, che si deve fondare fortemente sulla pace, la fratellanza, la giustizia. È vero che di fronte a questi blocchi di poteri forti a tutti i livelli potrebbe prevalere il senso dell’impotenza ma è proprio quello che vogliono, ridurci alla paura e alla rassegnazione. E noi dobbiamo lottare per i valori costituzionali senza cadere nel baratro delle valutazioni di opportunità e convenienza. I partigiani delle quattro giornate di Napoli sapevano della potenza delle forze armate naziste e dei fascisti, ma scelsero di lottare perché era giusto e doveroso e Napoli fu la prima città d’Europa a liberarsi del nazifascismo. E tornando ai tempi nostri, già nel 2011 liberammo Napoli dalla cappa nauseante dei poteri forti e corrotti, nuovamente ora ci tocca liberare Napoli da un sindaco garante dei poteri forti che mettono le mani sulla città.


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Transizione di potere a Kiev nella lotta tra Democratici e Repubblicani USA?

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

A detta di Donald Trump, la Russia sarebbe pronta a sottoscrivere un accordo sulla questione ucraina: penso che Vladimir Putin sia pronto a raggiungere un accordo, mentre lo sia meno l'Ucraina, ha dichiarato Trump alla Reuters e invece, ha detto, Vladimir Zelenskij sarebbe responsabile del ritardo nel raggiungimento di un'intesa.

Che dunque dietro il parapiglia corruttivo che in questi giorni ha riportato al centro dell'attenzione l'ex “regina del gas” Julija Timošenko, ci sia anche una lotta ai vertici su se e come arrivare a un ribaltamento delle posizioni presidenziali in merito alle trattative per la soluzione del conflitto?

Difficile azzardare conclusioni, tantomeno se suffragate da semplici ipotesi e tanto più che i fatti al centro dell'attenzione a Kiev non indicano nulla di nuovo, a fronte di un sistema corruttivo diffuso a ogni livello e che, se apparentemente aveva lasciato fuori finora dalla tempesta la ex “martire” della rivoluzione arancione pre-majdanista, vedeva proprio in lei uno dei capostipiti dell'affarismo politico-banditesco degli anni 2000.

A ogni modo, i fatti nudi e crudi sono ora che i funzionari di NABU e SAP hanno perquisito l'abitazione di Julija e la sede del suo partito “Bat'kvshchina” e anche quella del capo della frazione parlamentare “Servo del popolo”, David Arakhamija, perché sospettati di aver corrotto, con l'offerta di migliaia di dollari, alcuni deputati della Rada, nel tentativo di smantellare la già di per sé traballante maggioranza di Zelenskij.

Pare che i mercanteggiamenti parlamentari di Julija siano risultati un po' troppo scomodi non solo per Zelenskij, ma anche per i tutor americani che controllano NABU e SAP, che non hanno bisogno della potenziale "destabilizzazione" del fronte interno ucraino. Alla Rada, Timošenko ha definito le azioni del NABU un attacco politico e un atto di terrorismo; «respingo categoricamente tutte le accuse assurde. Sembra che le elezioni siano molto più vicine di quanto pensassimo. E qualcuno ha deciso di avviare un'epurazione dei concorrenti», si difende Timošenko.

A parte il fatto che, come ricorda l'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv, Julija detesta Zelenskij, che alle presidenziali le aveva  strappato la vittoria, la “bionda nonnetta” viene ora castigata per aver votato contro NABU, quando il suo voto sia stato decisivo per l'approvazione della legge che avrebbe privato NABU dei suoi poteri e poi, invece, non aveva votato quando era stato deciso il ripristino dei poteri dello stesso NABU.

Una settimana fa, Julija ha anche votato per la destituzione del capo del SBU, Vasilij Maljuk e decisivi sono stati gli 11 voti di Bat'kvshchina: se Malyuk fosse rimasto a capo del SBU, Zelenskij non avrebbe avuto le forze di sicurezza. Dato che l'Ucraina è una repubblica parlamentare-presidenziale, ricorda Tsarëv, Arakhamija, insieme a Timošenko, Porošenko e anche alla frazione “Golos”, avrebbe potuto prendere il controllo del parlamento e, formando un nuovo governo, controllare tutto, compreso Zelenskij. «La situazione politica si è bloccata, a un passo dalla sostituzione di Zelenskij» dice Tsarëv; ma «non ha funzionato. E tutto grazie a Timošenko, che ora rischia un'altra pena detentiva, a meno che, in futuro, non inizi a votare come le dice NABU, non l'ufficio presidenziale».

Sulla russa Vzgljad, Anastasija Kulikova riassume i pareri di diversi osservatori, ricordando come, in base alle intercettazioni, la “treccia bionda” beniamina degli euro-democratici avrebbe espresso la sua intenzione di «distruggere la maggioranza» alla Rada, riferendosi alla fazione “Servo del popolo”. In linea con le ipotesi di Tsarëv, il corrispondente di guerra Aleksandr Kots suppone che la leader di Bat'kvshchina abbia stretto un'alleanza situazionale con la squadra di Zelenskij sul licenziamento di alcun ministri, ma poi abbia tentato di "mercanteggiare". Il politologo Vladimir Kornilov ritiene che gli eventi attuali possano essere visti come un lavoro pre-elettorale del NABU, vedendo Timošenko come potenziale concorrente di Zelenskij. Ma la politologa Larisa Šesler, ammettendo che le perquisizioni abbiano un fondamento politico, dubita che sia stato Zelenskij a ordinarle, osservando che Julija negli ultimi tempi aveva cercato di evitare un'escalation di tensioni col presidente. Šesler osserva anche che Timošenko non è una seria concorrente per Zelenskij: secondo i sondaggi del KIIS, l'indice di gradimento del suo partito si aggira intorno al 5%.

Secondo Šesler, le perquisizioni sarebbero un tentativo, da parte di entità al di fuori del suo controllo, di limitare le manovre di Zelenskij alla Rada: si tratterebbe «del desiderio dell'Occidente di limitare lui e alcune forze politiche». Ciò suggerisce un'altra spiegazione: a parere dell'economista Marat Baširov, qualcuno intenderebbe privare Zelenskij di un parlamento controllato. La Rada è infatti un organo chiave per stabilire i termini della pace. I legislatori approveranno leggi sulle questioni di sicurezza e determineranno le date delle elezioni presidenziali in Ucraina e del nuovo parlamento.

Il politologo Aleksej Nechaev osserva che la situazione solleva interrogativi sulla legittimità della Rada stessa: «dal punto di vista giuridico, in base alla legge marziale, i mandati dei deputati vengono automaticamente prorogati: l'assenza di elezioni nel 2023 non annulla di per sé il loro status. Ma, dalla fine di quell'anno, il monopolio parlamentare di “Servo del popolo” ha di fatto cessato di esistere a causa dell'esodo dei deputati e della cronica compera di voti da altre frazioni parlamentari; per legge, la Rada avrebbe dovuto riconvocare la coalizione, sostituire il presidente e formare un nuovo governo».

Giuridicamente, la Rada è solo «parzialmente legittima, così come le sue decisioni. Tutto il resto è una questione di lotta politica interna, competizione e relazioni merce-denaro». Anche Moskva, dice Nechaev, dovrebbe prendere in considerazione l'idea di articolare in modo chiaro e ufficiale la propria posizione sulla legittimità e l'autorità della Rada: «è importante per il processo negoziale, poiché Zelenskij ha perso la legittimità, mentre il parlamento formalmente rimane in parte legittimo».

Come sempre, dunque, anche nel caso della Timošenko, per quanto la propensione alla corruzione sia più che un'indole personale e rientri nella pratica quotidiana più diffusa a ogni livello in Ucraina, lo “smascheramento”, per modi e tempistica, riveste i caratteri delle tresche politiche.

Il politologo ucraino Jurij Romanenko ipotizza addirittura che Julija avrebbe pagato il prezzo per aver passato a Trump informazioni compromettenti sul figlio di Joe Biden. Il Partito Democratico, a suo tempo creatore del NABU, ha conservato propri elementi in Ucraina e, in particolare, nella struttura anti-corruzione. Da parte sua, Trump sta continuando a indagare su Burisma e tutto il resto. A detta di Romanenko, per il Partito Democratico era importante ottenere l'accesso al telefono di Timošenko per capire quali documenti fossero stati trasmessi ai concorrenti. NABU, in quanto agenzia creata dal Partito Democratico e da questo ancora controllata, era «interessato a chi avrebbe preso di mira Trump negli Stati Uniti, quindi hanno bisogno di materiali da usare per mettere in guardia quelle persone che a Washington sono oggi all'opposizione».

A proposito di quanto detto all'inizio, sul momento “di passaggio” verso una soluzione del conflitto e la necessità di mettere al posto appropriato alcune figure, ecco che Vladimir Skachkò, su Ukraina.ru ipotizza una presidenza della 65enne Julija Timošenko, anche come capo di Stato ad interim, o presidente di un «cosiddetto periodo di transizione, che in Ucraina, con i suoi ritmi lenti e l'incapacità di rispettare gli accordi, potrebbe protrarsi all'infinito... E per Timošenko, che ha ricoperto due volte la carica di primo ministro e quella di leader dell'opposizione a tutti i presidenti, questa è l'ultima possibilità di realizzare un sogno a lungo coltivato, quasi maniacale: quello di una semplice ragazza ebrea di Dnepropetrovsk, diventata l'oligarca più ricca d'Ucraina, di guidare il Paese. Lo ha desiderato quattro volte, si è candidata ufficialmente tre volte, ma ha sempre fallito». Basti ricordare il 2004, con la “rivoluzione arancione” e Viktor Jushchenko; il 2010 col leader del Partito delle Regioni Viktor Janukovic; il 2014, quando perse la corsa con Petro Porošenko: fu nella primavera di quell'anno che Julija diceva di voler recintare il Donbass col filo spinato e sganciarvi una bomba atomica. Poi, ancora nel 2019, perse la corsa presidenziale con Vladimir Zelenskij. E ora, Julija sente che si avvicina un passaggio di potere e che si potrebbe «aprire la strada per raggiungere la vetta. I padroni dietro le quinte del paese, che hanno portato l'Ucraina sull'orlo del collasso, potrebbero ancora aver bisogno di un nuovo gestore per garantire una parvenza di meccanismi democratici di trasferimento del potere dalle vecchie élite alle nuove. E, per questa transizione, pare opportuno un qualche tipo di autorità di passaggio: una sorta di "comitato di accordo nazionale", o, in ultima analisi, un presidente di transizione».

Oggi, dice Skachkò, in Ucraina, solo i pigri non dicono che se stanno cercando di processare "l'unico uomo con le palle" nella politica ucraina, la 65enne Timošenko, allora significa che ci sono delle elezioni in arrivo, presidenziali e parlamentari. Non appena verrà raggiunta la pace o anche un cessate il fuoco, l'Ucraina dovrà sottoporsi a un rafforzamento del potere, dato che oggi il paese è governato sia da un presidente scaduto, che da una Rada scaduta e, secondo la legge ucraina, il presidente scaduto non può prendere decisioni, mentre il parlamento, pur scaduto, ha il diritto di esercitare i propri poteri.

Oggi, l'Ucraina è influenzata sia dalle cosiddette "colombe della pace", che fanno capo a Donald Trump, sia dai "falchi della guerra": i globalisti del Partito Democratico e delle élite liberali di UE e Commissione Europea.

Le "colombe" trumpiane  hanno bisogno della pace, o di una guerra a bassa intensità, per liberare risorse per il commercio con la Russia, o per una guerra su vasta scala con la Cina. I "falchi" liberali globalisti hanno bisogno della guerra per usarla per mettere a posto Trump negli Stati Uniti e rilanciare il complesso militare-industriale europeo. Ciò richiede una tregua temporanea, che garantisca il tempo necessario per prepararsi a una futura guerra più ampia con la Russia.

Per Trump, un'Ucraina dilaniata dalla guerra si sta trasformando nel suo Vietnam o Afghanistan, e questo rappresenta un duro colpo per le prospettive politiche del trumpismo nel suo complesso. Quindi, i trumpisti devono domare ulteriormente Zelenskij e la sua cricca o, idealmente, sostituirli con nuovi politici, cosa che può essere fatta attraverso elezioni, sia presidenziali che parlamentari. Ma, prima, è importante recidere l'attuale legame tra Zelenskij e la sua maggioranza alla Rada, rendendolo insostenibile e disfunzionale, e quindi inutile, e iniziare a riformattare il potere. Una possibile transizione di potere, almeno con una parvenza democratica. Ecco che, qui, Timošenko, criticando sia Zelenskij, che le agenzie create dai democratici (NABU e SAP) e cercando di stabilire legami con i trumpisti, ha spaventato l'attuale regime neonazista.

Così il regime ha deciso di intimidire Timošenko accusandola di corruzione politica. Un passo ridicolo nella realtà ucraina: in base allo stesso articolo 369 del CP, Julija e qualsiasi altro politico ucraino potrebbero essere incarcerati per le stesse azioni ogni giorno, in qualsiasi momento, dato che l'intero sistema politico in Ucraina si basa sulla corruzione. Dunque, conclude Skachkò, facciamo scorta di popcorn; lo spettacolo promette di essere interessante e feroce: gli alligatori che si contendono un pezzo di carne si prendono una pausa...

 

FONTE: 

https://politnavigator.news/timoshenko-gotovila-zagovor-protiv-zelenskogo.html

https://politnavigator.news/obyski-u-yulii-timoshenko-ejo-skoro-obyavyat-agentom-putina.html

https://news-front.su/2026/01/14/za-chto-na-samom-dele-nakazyvayut-timoshenko/

https://vz.ru/world/2026/1/14/1386934.html

https://politnavigator.news/obyski-timoshenko-uzhe-svyazyvayut-i-s-synom-trampa-i-s-synom-bajjdena.html

https://ukraina.ru/20260115/ugolovnyy-perekhodnik-timoshenko--chto-i-kak-posluzhit-tranzitu-vlasti-v-ukraine-1074314237.html

 

 

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Il complotto dei progetti che non funzionano

di Franco Riciardiello

Luca Giommoni, Nero. Il complotto dei complotti, ed. Effequ 2025, 400 pagg. € 19,00

Il sottotitolo potrebbe farci credere che si tratti di un thriller, o persino di un saggio sul complottismo; tutt’altro: è un romanzo di genere fantastico, scritto con stile realistico e al tempo stesso surreale, che racconta una storia di viaggi nel tempo basata su un’idea diversa da qualsiasi cosa possiate avere letto: il fine è infatti il tentativo di trovare una soluzione definitiva (soluzione finale verrebbe da dire) alla questione della disoccupazione.
La storia è divisa in tre parti distinte; la prima è un divertente, paradossale, surreale romanzo che amplifica, deforma e dileggia la defatigante ricerca di un lavoro da parte di un giovane neolaureato, in una parte qualsiasi d’Italia — in questo caso, un comune della provincia toscana. Direte che è fin troppo facile schernire la macchina burocratica attuale, un’organizzazione che serve solo a mantenere un esercito di giovani inoccupati in perenne attesa, ma nel romanzo c’è di più: c’è la protervia di una “razza padrona”, la sua irrazionalità, la mancanza di visione sul futuro che caratterizza l’apparato produttivo di un paese in stagnazione morale. A volte il tono della narrazione scivola nell’amaro, e la scrittura affonda il dito nella piaga:
“Un mondo in cui genitori, più o meno poveri, avevano fatto di tutto per far studiare i loro figli, nascondendo la loro fragilità, il loro bisogno di rimanere vivi, la rapina ininterrotta della realtà nei loro confronti, dietro menzogne di espansione occupazionale, miraggi di aumenti salariali progressivi, promesse di lieto fine a tempo indeterminato, e tutte queste fraudolente illusioni le dicevano in assoluta buonafede, ad alta voce, forse per coprire il rumore di fondo che minacciava la loro sicurezza, ottenendo come unico risultato dei loro investimenti che, alla fine degli studi, i loro figli si erano ritrovati più poveri di loro” (pag. 106)
Qui il fine dei centri per l’impiego è davvero quello di procrastinare il momento in cui il lavoratore potenziale incontra il lavoro, per un fine che si scopre durante la lettura.
Il protagonista è un giovane di nome Nero, alla disperata e inutile ricerca di un posto di lavoro qualsiasi, coinvolto in un’odissea surreale da un colloquio all’altro, senza alcun risultato pratico. Si trova trascinato in una tragicommedia amara, sbeffeggiato da cacciatori di teste, direttori del personale e datori di lavoro; ogni lettore può riconoscere, nei paradossali colloqui di Nero, le motivazioni di un’organizzazione sociale che non ha alcun interesse per la professionalità, le capacità e il merito individuale, a differenza di quanto ufficialmente sbandierato.
Nero diviene per caso amico di una giovane dipendente del centro per l’impiego, che prende a cuore il suo caso e decide che dovrà trovargli lavoro a ogni costo, mentre il suo migliore amico, a sua volta disoccupato ma inattivo, perché ha rinunciato a cercare un impiego, tende realisticamente a soffocare le sue speranze.
La seconda parte del romanzo inizia con un deciso twist: Nero, che ha come unica competenza la passione per le varie teorie complottistiche, arriva a svelare “Il complotto dei complotti”, del quale egli stesso diviene vittima: grazie alla scoperta, mantenuta segreta, del modo di viaggiare nel tempo, il governo italiano spedisce infatti nel passato i giovani in cerca di occupazione. Un viaggio a senso unico, perché non è previsto ritorno; al massimo si ricorre a un processo di “revisione” nel caso in cui qualcuno di loro compia improvvidamente nel passato un’azione che rischi di modificare il presente.
Il viaggio nel passato di Nero, rispedito indietro agli anni Cinquanta, provoca indirettamente il primo dei grandi complotti che ancora oggi raccoglile proseliti: il “mistero” del possibile atterraggio di creature aliene a Roswell; altri episodi divertenti e agrodolci del romanzo raccontano paradossi innescati da alcuni invii nel passato, uno dei quali coinvolge anche la attuale presidente del Consiglio italiana.
Nella terza parte l’autore trae le fila della narrazione, ritirando una per una le esche narrative che ha lanciato al lettore. Alcuni dei personaggi si troveranno faccia a faccia con il fallimento dei propri ideali e dei propositi che li hanno motivati in passato, come a dire che anche le occasioni che incontriamo nella vita contribuiscono alla visione che abbiamo del mondo, e che quindi saltare da una parte all’altra della barricata sociale cambia la nostra percezione dei diritti e della società — un processo che abbiamo potuto verificare agevolmente, dagli anni Ottanta in poi.
Da questo libro spassoso, sottilmente crudele, talvolta lisergico, esce una rappresentazione dell’Italia che ci diverte e ci fa male allo stesso tempo, perché ci riconosciamo. Questa è la civiltà che abbiamo costruito nel nostro angolo d’Europa.
“Il nostro paese è leader nel dare vita a progetti che non funzionano, l’ha fatto per secoli, eppure se l’è cavata sempre egregiamente, è sempre andato avanti, al contrario di tutti gli altri paesi dove i progetti funzionano e, pensa un po’, si ritrovano sempre in un qualche guaio. Questi viaggi nel tempo invece ci hanno provocato manie di grandezza così insensate che, per un attimo, abbiamo pensato di far funzionare le cose, e guarda dove siamo finiti; nella più gande decrescita economica della storia del paese… (pagg. 365-366)

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Una fantasia da 90 miliardi di euro: il prestito ucraino si trasforma in regalo ai fabbricanti di armi europei

Simplicius simplicius76.substack.com Le ultime informazioni suggeriscono che il tanto decantato “prestito” di 90 miliardi di euro, il momento clou e il “trionfo” voluto dalla putrida cricca della von der Leyen il mese scorso – ma che in realtà era un misero declassamento rispetto al molto più consistente importo richiesto, peraltro ora dimenticato – è diventato […]

L'articolo Una fantasia da 90 miliardi di euro: il prestito ucraino si trasforma in regalo ai fabbricanti di armi europei proviene da Come Don Chisciotte.

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Ciudadano israelí es detenido por encender fuego al interior del Parque Nacional Torres del Paine, Chile

Mientras la Patagonia Argentina se estremece por los incendios, un ciudadano israelí fue aprehendido en Chile este miércoles 14 de enero de 2026, por infringir la Ley de Bosques, que prohíbe encender cualquier fuente de calor dentro de parques nacionales, informa CNN Chile.

Según consignó ITV Patagonia, el detenido fue visto en fotografías encender cigarros en el sector del campamento Dickson, en el que está expresamente prohibido hacerlo.

Tras la audiencia de formalización, el imputado quedó con arraigo regional y firma semanal ante Carabineros, además de fijarse un plazo de 45 días para el desarrollo de la investigación.

Cabe destacar que la Corporación Nacional Forestal (Conaf) lamentó que a fines de 2025 y comienzos de 2026 exista un alza de expulsiones a turistas en el reconocido parque.

“Esta cantidad de personas expulsadas y que han sido sorprendidas infringiendo la normativa es preocupante, ya que si bien colocan en riesgo la integridad ecosistémica del parque al poder generar un incendio forestal, también lo hacen con su seguridad personal”, señaló el director regional (s) de Conaf, Michael Arcos, a Radio USACH.

Esto también va ligado a que los controles a turistas han aumentado tras la tragedia ocurrida en noviembre pasado.

Por otro lado, Arcos comentó que los ciudadanos de Israel son los más problemáticos: “Los israelitas lideran el listado. Se dice que son indisciplinados y no respetan la norma de no hacer fuego bajo ninguna circunstancia”.

Cabe recordar que en 2012, otro ciudadano israelí, Rotem Singer, provocó un incendio forestal en Torres del Paine, en la Patagonia chilena.

Singer alcanzó un acuerdo y logró evitar el juicio, aceptando pagar US$ 10.000 y participar de una campaña para reforestar el parque nacional.

Singer fue responsabilizado de haber quemado papel higiénico con lo que produjo un incendio que destruyó unas 14.000 hectáreas del parque nacional Torres del Paine.

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Alberto Bradanini - Lo Stato Canaglia non smette mai: ora è la volta dell’Iran

 

di Alberto Bradanini[i]

15 gennaio 2026

 

1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea - gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!

Si tratta di crimini etici, politici, giuridici e persino di senso comune, che prendono la forma di invasioni, colpi di stato, rivoluzioni colorate/teleguidate, assassini mirati, bombardamenti pedagogici, sanzioni, minacce di annessioni di paesi amici (Groenlandia, Panama, Canada …) o nemici (Cuba, Palestina/Gaza etc…), sequestri di presidenti (Maduro, 3 gennaio 2026) e tentativi di assassinarli (Putin, 28/29 dicembre 2025[1]). La storia retrocede di duecento anni, restaurando la gloriosa legge del gorilla. E l’Europa, e l’Italia, sia detto en passant, sono dignitosamente schiarate dalla parte del gorilla!

Nell’apprezzamento dell’oligarchia politico-affarista nordamericana, visibilmente uscita di senno, la Legge viene rispettata solo quando fa comodo. Chi osa resistere, se non dispone di adeguata deterrenza economica o militare, rischia la vita, come paese e come persona.

Una lunga schiera di analisti - valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[2] - ha documentato con inoppugnabile evidenza che in 80 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato (o tentato di) oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni di decine di paesi, bombardando popolazioni di una trentina di nazioni, la maggior parte povere e indifese; hanno provato ad assassinare politici di cinquanta stati, finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre venti paesi. La magnitudine di questi crimini viene spesso evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono più in alto o restano al loro posto, impuniti.

Il pianeta Terra non troverà pace fin quando non riuscirà a liberarsi da questo tumore metastatizzato che vuole dominare l’universo, aggredendo chiunque non si piega. Sanzioni, minacce, bombe, agenzie segrete, basi militari - 686 in 74 paesi[3] (in Italia 113[4] e 65/90 testate nucleari[5], in violazione del Trattato di Non Proliferazione), cui si aggiungono quelle segrete e quelle dei loro compagni britannici di merende – e via dicendo, nulla viene scartato, purché serva allo scopo.

Si tratta di cose note, eppure si continua a dipingere questo inquietante paese come l’ideale cui tutti aspireremmo, con qualche lacuna, certo, ma che volete? … la perfezione non è di questo mondo! e una delle ragioni alla base di tale distopia è costituita dalla colonizzazione delle menti[6] - tramite infiltrazione ideologica, manipolazioni, demonizzazione di altre nazioni, alterazioni percettive per sovvertire governi sovrani e altro ancora – che il governo degli Stati Uniti ha accentuato ancor più dalla fine della guerra fredda (1991). Si tratta di un vero e proprio lavaggio cerebrale, che impedisce ai popoli assonnati di avere un’idea meno approssimata degli accadimenti del mondo.

2. Venendo all’Iran, è noto che la plutocrazia (governo dei ricchi!) nordamericana è da sempre attenta alla tutela della vita umana degli altri popoli: basta gettare uno sguardo sul trattamento riservato nel giugno 2025 ai mille civili iraniani uccisi durante l’aggressione Usa-Israele, alla schiera interminabile di latino-americani, iracheni, libanesi, siriani, vietnamiti, somali, yemeniti, serbi etc. morti sotto le bombe umanitarie a stelle e strisce, alle violenze perpetrate - a dispetto del cosiddetto cessate il fuoco israeliano del 9 ottobre 2025 - contro il popolo palestinese, i cui massacri non sono mai cessati, con armi, soldi e (dietro le quinte) soldati Usa.

Oggi, questa nazione, per bocca del suo sublime rappresentante presidenziale, esprime turbamento per le sofferenze dei manifestanti iraniani scesi in piazza. Un’attenzione questa che qualche settimana fa era stata riservata anche ai cristiani della Nigeria, singolarmente la nazione più ricca di petrolio di tutta l’Africa, ma non ai cristiani di Siria, un paese ora guidato da un signor convertito alla democrazia, tale al-Jolani, di pregresso mestiere tagliagole, divenuto meritevole di abbraccio fraterno alla Casa Bianca e della mano sul cuore dei due capo-maggiordomi europei, von der Leyen e Antonio Costa. Quale esaltante esplosione di valori umani occidentali e di coerenza politica!

Se nei farfugliamenti del presidente i coraggiosi, empatici bombardamenti degli aviatori americani faranno migliaia di morti, che sarà mai! il popolo però potrà finalmente vivere in democrazia (quale genere di, possiamo immaginarlo gettando uno sguardo su Siria, Libia, Somalia etc.). Il compito di chiarire questo aspetto è comunque affidato alle incantevoli agenzie di intelligence, alle corporazioni di Wall Street e alle Sette Sorelle.

In verità, quel che accade in Iran in queste ore è un caso da manuale di regime change. La tecnica è collaudata: a) creare una crisi economica con sanzioni illegittime (in Iran durano da quasi cinquant'anni) rese più stringenti negli ultimi anni. La depressione economica genera infatti malcontento, che a sua volta spinge il popolo a protestare; b) vengono quindi reclutate schiere di infiltrati che per quattro soldi sparano su forze dell'ordine e manifestanti (modello Kiev/Maidan, 2014) creando caos, confondendo le responsabilità, inducendo a credere che il sistema stia crollando; c) a seguire – questa è la scommessa - i vertici dovremmo frantumarsi consentendo alle bombe umanitarie Usa di dare il colpo di grazia. Fine della storia. Questa volta, tuttavia, in Iran le cose sembrano andare altrimenti.

Vediamo. Che le inizialmente pacifiche manifestazioni contro il carovita e le critiche condizioni economiche siano state inquinate da teppisti al soldo del Mossad (e dunque della Cia e dell’Mi6) lo ha candidamente riconosciuto lo stesso servizio segreto israeliano[7], corroborato da Mike Pompeo (ex segretario di Stato e direttore della Cia con Trump 1.0) che ha complimentato i rivoltosi e i loro accompagnatori del Mossad[8] per il lavoro svolto sul campo. Dunque, non dovrebbero esserci dubbi, ma gli attenti osservatori di mainstream voltano pagina con indifferenza, perché verità o menzogna si confondono all’orizzonte. Solo pochi curiosi mantengono l’uso della ragione, la maggioranza fa fatica ad accettarne la deduzione.

Mentre restano aperte le piaghe inferte dall’impero all’Ucraina e al Venezuela, ecco dunque il turno dell’Iran. E la ragione è così banale che anche una foca esquimese riesce a capirla: il petrolio, croce e delizia delle nazioni indifese! Le riserve di petrolio e gas insieme fanno dell’Iran il primo paese al mondo, un boccone che più ghiotto non si può. Gli Stati Uniti vogliono imporre a tutti i paesi produttori l’uso del dollaro nelle transazioni energetiche, facendo in parallelo la guerra alle energie rinnovabili (di cui la Cina è dominus) che potrebbero prendere il posto dei combustibili fossili. Se il petrodollaro scomparisse, la valuta americana diverrebbe carta straccia, frantumando un’economia che si regge sulla stampa di moneta, pratica poco costosa che estrae da decenni lavoro e ricchezze dal resto del mondo. Non basteranno i dazi (tasse al consumo) imposti dall’instabile inquilino della Casa Bianca per reindustrializzare il paese, in assenza dei fondamentali. L’impero è in frantumi. Per tornare una nazione normale ci vorrà ancora tempo, ma il destino è segnato.


3. Insieme al petrolio l’altro obiettivo è indebolire lo sfidante principale, la Cina, la cui economia, nel semplicismo trumpiano, senza il petrolio iraniano verrebbe messa in ginocchio e comunque tornerebbe al petrodollaro, abbandonando il petroyuan. Ma la Cina ha tante frecce al suo arco e saprà reagire a dovere. Infine, Washington immagina che eventuali trasferimenti di armamenti russi a favore di Teheran intrappolata in una guerra prolungata indebolirebbe l’impegno di Mosca sul fronte ucraino, con presunti benefici per l’Occidente Collettivo esposto su quel fronte.

Per Israele, a sua volta, e in misura minore per Washington, la destabilizzazione dell’Iran porterebbe alla frantumazione del paese. L’Iran è in effetti composto da diverse etnie: azeri, curdi, arabi, baluchi, kazaki, Lori, Qasquai e altri, mentre i persiani veri e propri non superano il 55%. Tante piccole nazioni in guerra tra loro e facilmente soggiogabili, sul modello Libia o Siria, è anche il sogno di Israele. Ma l’Iran, che fino al 1935 si chiamava Persia, ha una lunga storia e una panoplia di articolate anime e configurazioni, che i deliranti propositi trumpiani non capiranno mai. È dunque consigliabile evitare previsioni e semplificazioni.

In uno scenario mediorientale di conflitto prolungato che coinvolga gli Usa, Israele potrebbe beninteso coronare il suo sogno, liberarsi una volta per tutte dei palestinesi sopravvissuti, cacciandoli in Egitto o chissà dove.

Una nuova aggressione Usa-Israele contro l’Iran aprirebbe d’altra parte scenari imprevedibili su altri fronti: a) con la Turchia, che resta inquieta davanti all’espansionismo israeliano in Siria; b) i curdi, indomiti e divisi su quattro paesi; c) il Pakistan, che dispone dell’arma nucleare e potrebbe non restare indifferente in un conflitto allargato; d) l’Iran infine, va rilevato, secondo l’Aiea dispone di oltre 400 kg accertati di uranio arricchito (che non sono stati distrutti nella messinscena del bombardamento di Fordow nel giugno ’25, e potrebbe averne persino di più), con i quali si può già fabbricare un ordigno nucleare. Secondo alcuni analisti, infatti, Teheran sarebbe già ora una potenza nucleare non dichiarata, che messa alle strette potrebbe utilizzare l’arma atomica, come del resto Israele in situazioni analoghe. Infine, se aggredita, Teheran potrebbe ricorrere all’arma atomica energetica, riempire di mine il Mar Rosso rendendolo impercorribile per anni e/o chiudere lo stretto di Hormuz, dove transita un terzo del petrolio mondiale via mare, il 20% del totale. Arma estrema certo, ma possibile, anche se ciò non piacerebbe alla Cina, che nel 2025 – infischiandosi delle sanzioni statunitensi – ha acquistato l'80-90% dell’export petrolifero iraniano[9], equivalente al 13,6% del totale importato. 

In buona sostanza, qualora davvero gli Stati Uniti, insieme a Israele, decidessero sconsideratamente di tornare ad aggredire l’Iran, il mondo intero, non solo la regione mediorientale, si troverebbe davanti a drammatici scenari. Non può non generare acuta depressione constatare il silenzio dei governi europei – e per quanto ci riguarda della patetica l’Italia, priva di un briciolo di coraggio in politica estera – davanti a questa locomotiva impazzita, che gioca con la vita dei popoli, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano, in caso di escalation nucleare.

Il pericolo qui non viene da autocrazie o dittature, comuniste o fasciste che siano, ma dalle degradate élite nordamericane, dai loro vassalli europei e dai media servili che imbrattano con le loro menzogne le menti del popolo.

4. Per finire, è bene evidenziare ancora una volta che l’aggressione militare contro una nazione sovrana (o meglio il secondo atto, dopo lo scorso giungo) costituisce un atto illegittimo sia per il diritto internazionale che per la Costituzione statunitense, poiché una guerra non dovuta a legittima difesa deve ottenere il via libera del Congresso. Ora, in assenza di un potere superiore, sulla scena anarchica internazionale, che disponga del monopolio dell'uso della forza e capace di imporre il rispetto della Legge, pesi e contrappesi interni alla cosiddetta democrazia americana dovrebbero supplire, al meno in parte, suggerendo moderazione e rispetto della sovranità altrui. Ma questo è proprio ciò che fa acqua da tutte le parti. Dunque, se in un solo anno l’esagitato inquilino della Casa Bianca ha messo a soqquadro il commercio del pianeta e aggredito impunemente sette paesi (Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen), solo Iddio sa cosa potrà combinare nei tre anni che lo separano dalla sua uscita. Senza la massima attenzione al principio di non interferenza negli affari altrui, il mondo diventa un inferno. Ogni nazione ha il diritto inalienabile di scegliere il proprio destino, anche sbagliando.

Non v’è dubbio che l’Iran sia una teocrazia (lo è del resto anche Israele), ma gli iraniani hanno diritto di scegliere il loro sistema come credono. D’altra parte, non dovrebbe sorprendere che un paese sotto assedio da anni, brutalmente aggredito, senza rappresentare un pericolo per nessuno (tantomeno per Israele o gli Stati Uniti), un governo che vede massacrare i propri vertici militari, insieme a suoi alleati, un paese che teme di essere destabilizzato a morte, reagisca fuori le righe. Una domanda sorge spontanea: cosa avrebbe fatto un governo europeo davanti a manifestanti armati che sparano alle forze dell’ordine e ai manifestanti? La domanda è aperta.

Lasciamo dunque in pace l’Iran, e pian piano anche quel paese troverà la strada verso una apertura politica, sociale e istituzionale. Per favorire questi sviluppi, semmai, andrebbero promossi commerci e investimenti, scambi scientifici, turismo e via dicendo, come prevedeva del resto, tra le righe, il Jcpoa[10] (l’accodo nucleare voluto da B. Obama nel 2015), che nel 2018 Trump decise di stracciare, sotto la pressione di Israele. È verosimile che dopo dieci anni, se l’accordo fosse rimasto in vigore, avremmo oggi a che fare con un paese diverso, più aperto e finanche influenzabile sui temi che ci stanno a cuore. In verità, l’Iran è un nemico costruito, che serve le agende di Israele e dell’espansionismo nordamericano. È la sua sovranità che deve essere frantumata. La storia non fa regali. Piegarsi senza fiatare agli appetiti imperialistici degli Stati Uniti toglie etica alla coscienza politica e persino significato alla nostra alleanza, e non fa certo gli interessi del popolo iraniano.

Le guerre, sarà bene ribadirlo in chiusura, uccidono sempre la povera gente. Donald Trump è invitato a passare qualche giorno a Gaza in una tenda battuta dal vento, o in una casa iraniana bombardata da quegli ordigni di cui tanto va fiero. Se sarà sopravvissuto, saremo curiosi di ascoltare il suo pensiero.

 

[1] https://mail.yahoo.com/d/folders/1/messages/AADEXJAf7tg5Og5Jjwh0IE0Y081?reason=invalid_cred

[2] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

 

[3] https://www.tpi.it/esteri/basi-militari-stati-uniti-2017082350311/

[4] http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm

[5] https://www.tpi.it/esteri/bombe-nucleari-usa-italia-dati-documenti-20190717372685/

[6] https://english.news.cn/20250907/52998b0f27704866af2a66f5df6577dd/c.html

[7] https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-881733

[8] https://www.wionews.com/world/pompeo-mossad-agents-iran-protests-controversy-1767420580748

[9]https://search.brave.com/search?q=how+much+iranian+oil+china+buys&source=desktop&summary=1&conversation=91ef36f1a60913c2960518

[10] Joint Comprehensive Plan of Action

[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

 

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Venezuela: Delcy Rodríguez parla alla Nazione in un contesto senza precedenti

La presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha pronunciato il Messaggio Annuale alla Nazione in una situazione politica del tutto eccezionale, dovuta al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata, prima combattente, Cilia Flores da parte degli Stati Uniti, dopo l’invasione militare del 3 gennaio che ha causato oltre cento vittime.

In apertura del suo intervento davanti all’Assemblea Nazionale, Rodríguez ha chiesto un minuto di applausi per i giovani caduti combattendo contro l’aggressione straniera, trasformando il dolore collettivo in un appello alla resistenza e alla speranza. La liberazione di Maduro e Flores è stata indicata come priorità assoluta del suo mandato. La presidente incaricata ha spiegato che il rapporto di governo 2025 presentato al Parlamento è stato redatto dallo stesso Maduro e completato poche ore prima del suo sequestro.

Un documento che contiene il piano politico denominato “Reto Admirable”, ispirato alla Campagna Ammirabile di Simón Bolívar. Rodríguez ha denunciato il blocco navale imposto dagli Stati Uniti e il tentativo di soffocare il Venezuela come paese esportatore di energia, negandogli il diritto di commerciare liberamente le proprie risorse strategiche. Ha inoltre sottolineato la gravità senza precedenti dell’attacco di una potenza nucleare contro il paese sudamericano. Il Messaggio alla Nazione, previsto dalla Costituzione, assume quest’anno un carattere storico e straordinario.

Le istituzioni, ha ribadito Rodríguez, restano pienamente operative per garantire continuità amministrativa e sovranità nazionale, mentre imponenti mobilitazioni popolari chiedono la liberazione immediata del presidente e della prima combattente.


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Putin: “Serve una nuova architettura di sicurezza per fermare il conflitto in Ucraina”

La pace in Ucraina deve essere raggiunta il prima possibile, ma per farlo è necessario tornare a discutere una nuova e più equa architettura di sicurezza internazionale. È il messaggio lanciato da Vladimir Putin il 15 gennaio durante la cerimonia di consegna delle credenziali ai nuovi ambasciatori stranieri al Cremlino. Secondo il presidente russo, la crisi ucraina è il risultato di anni dove gli interessi di sicurezza della Russia sono stati volutamente ignorati, in particolare attraverso l’espansione della NATO verso est.

Putin ha descritto un contesto globale sempre più degradato, in cui la diplomazia viene spesso sostituita da azioni unilaterali e pericolose. Mosca, ha ribadito, chiede con maggiore forza il rispetto del diritto internazionale e sostiene il rafforzamento del ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari mondiali. La sicurezza, ha sottolineato, deve essere “eguale e indivisibile” e non può essere garantita a scapito di altri Paesi.

Pur riconoscendo che i rapporti tra Russia ed Europa restano oggi difficili, Putin ha dichiarato che Mosca è pronta a ricostruirli, a condizione che vengano rispettati gli interessi reciproci, in particolare in materia di sicurezza.

Un’apertura che si inserisce nella visione russa di un ordine mondiale multipolare e più bilanciato.

 

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L’Istanza di conduzione sistemica: quando la grammatica occulta la struttura

Di Hakan Illatiksi   Ciò che abitiamo non è una crisi che interrompe un ordine, ma un ordine la cui ragion d’essere è la stabilizzazione permanente di una crisi senza una chiara via d’uscita. Le categorie con cui per secoli si è pensata la politica, l’economia e la storia – direzione, progresso, sovranità, soggetto, progetto […]

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Trump minaccia di invocare la Legge sull'Insurrezione per fermare le proteste contro l'ICE in Minnesota

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un duro avvertimento dichiarando di poter invocare la Legge sull’Insurrezione e dispiegare ulteriori truppe federali in Minnesota. La minaccia è diretta contro le autorità statali a guida democratica, accusate di non riuscire a porre fine alle proteste contro gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Per settimane, le operazioni di controllo migratorio dell’ICE hanno seminato terrore nei quartieri con retate e arresti, scatenando un’ondata di manifestazioni.

Attraverso la sua piattaforma Truth Social, Trump ha scritto in tono minaccioso che “se i politici corrotti del Minnesota non fanno rispettare la legge e non fermano gli agitatori professionisti che attaccano i patrioti dell’ICE, che stanno solo facendo il loro dovere, ricorrerò alla Legge sull’Insurrezione, qualcosa che diversi presidenti hanno fatto prima di me”. L’avvertimento giunge il giorno dopo che un agente federale ha sparato e ferito un uomo durante una manifestazione a Minneapolis, protesta scatenata dalle retate migratorie volute dall’Amministrazione Trump. L’incidente ha riacceso la paura e l’indignazione nella città, già scossa dall’uccisione di Renee Good, 37 anni, per mano di un agente dell’ICE.

Trump ha ripetutamente minacciato di invocare la Legge sull’Insurrezione per mobilitare l’esercito o la Guardia Nazionale, nonostante l’opposizione di diversi governatori. Storicamente, questa norma è stata utilizzata più di due dozzine di volte; l’ultima risale al 1992, quando il presidente George H. W. Bush, su richiesta delle autorità locali, intervenne per sedare i disordini a Los Angeles dopo il caso di brutalità poliziesca ai danni dell’automobilista afroamericano Rodney King.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha affermato che dall’inizio di dicembre sono stati registrati oltre 2.000 arresti in Minnesota e ha promesso di continuare le operazioni. Già questo mercoledì, agenti federali hanno disperso manifestanti a Minneapolis usando gas lacrimogeno, vicino al luogo dell’ultima sparatoria. Il capo della polizia, Brian O’Hara, ha definito la concentrazione “un’assemblea illegale” e ha chiesto ai presenti di disperdersi.

???????????? | Ciudadanos estadounidenses se manifiestan en contra de los asesinatos perpetrados por el #ICE. El rechazo al Gobierno de Donald Trump alcanza ya un 57%.

#HenryCamelo pic.twitter.com/tgkFGgPmJW

— teleSUR TV (@teleSURtv) January 14, 2026

Le proteste a Minneapolis sono diventate frequenti dall’omicidio di Good lo scorso 7 gennaio. Gli agenti sono intervenuti in strade e abitazioni, scontrandosi con cittadini che chiedono il ritiro delle forze federali. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha affermato che la città affronta “una situazione impossibile”. Ha inoltre denunciato che la forza federale, cinque volte superiore alla polizia locale che conta 600 agenti, ha “invaso” la città, generando paura e rabbia tra la popolazione. La tensione rimane altissima, mentre la minaccia di un’escalation militare-federale pende sulla comunità.

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Più ore, meno diritti, zero futuro: il neoliberismo di Merz


di Fabrizio Verde

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito che la situazione economica del Paese è "molto critica" e che la Germania non è più sufficientemente competitiva, secondo il quotidiano teutonico Bild.

Durante il suo discorso a centinaia di imprenditori nella città di Halle, ha sostenuto che l'economia non può prosperare con una settimana lavorativa di quattro giorni o con l'attenzione all'equilibrio tra lavoro e vita privata. Ha citato gli elevati costi energetici, l'eccessiva burocrazia e, soprattutto, quello che ha descritto come un costo del lavoro eccessivamente elevato.

Merz ha chiarito di aspettarsi "maggiore produttività, maggiore impegno e orari di lavoro più lunghi" dalla forza lavoro. Ha affermato che la ricerca dell'equilibrio tra lavoro e vita privata, abbinata alla settimana lavorativa di quattro giorni, è "insostenibile" per l'economia tedesca e ha chiesto incentivi per incoraggiare le persone a lavorare più a lungo, sottolineando che non tutti i lavori sono fisicamente impegnativi.

Ha inoltre espresso la sua aspettativa di una crescita economica di almeno l'1% entro il 2026. Parte di questo aumento, ha indicato, sarà raggiunto perché diversi giorni festivi cadranno nei fine settimana, liberando più ore di lavoro. Come punto di riferimento, ha citato la Svizzera, dove, a suo dire, la popolazione lavora circa 200 ore in più all'anno rispetto alla Germania, aggiungendo di non vedere "ragioni genetiche" per cui i tedeschi non possano fare qualcosa di simile.

Neoliberismo in purezza: un’ideologia fallimentare

Quello proposto da Merz non è semplice pragmatismo economico: è neoliberismo in purezza, un’ideologia che, sotto la maschera della “libertà economica”, ha prodotto ovunque disuguaglianze, crisi democratiche e ovviamente economiche, oltre a un impoverimento generalizzato delle classi lavoratrici e popolari. È un modello che, lungi dall’essere neutrale o tecnico, impone scelte politiche precise: tagli ai diritti sociali, precarizzazione del lavoro, smantellamento dello Stato sociale, deregolamentazione selvaggia e subordinazione della democrazia agli interessi del capitale finanziario.

Come da varie analisi del fenomeno, il neoliberismo – nato verso la fine degli anni ’70 con Reagan e Thatcher - si presenta come ideologia che pone la libertà economica al centro di ogni altra libertà. Tuttavia, i dati storici e statistici dimostrano con chiarezza che non ha generato né crescita sostenibile né benessere diffuso. Anzi: dopo la crisi del 2008, è emerso con forza che i mercati non sono affatto “autoregolanti”. Non esiste la fantomatica mano invisibile capace di regolarli. Questi invece sono instabili, speculativi e inclini al collasso senza intervento pubblico.

In Occidente, il periodo neoliberista ha coinciso con un’impennata delle disuguaglianze. Negli Stati Uniti, l’indice di Gini - che misura la disuguaglianza dei redditi - è salito dal 34,7 del 1980 al 41,3 del 2022, il livello più alto tra i paesi occidentali. Anche in Europa, pur con minore intensità, la tendenza è stata la stessa: tagli alle tasse sui redditi alti e sul capitale, compressione salariale, riduzione della spesa pubblica e smantellamento del welfare hanno favorito i ricchi e privilegiati a scapito della larghe masse popolari.

La teoria del “trickle-down” - secondo cui i ricchi, se lasciati liberi di accumulare ricchezza, la “faranno gocciolare” verso il basso - è stata definitivamente smentita persino dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Al contrario, studi recenti mostrano che un aumento della quota di reddito detenuta dai più ricchi riduce la crescita economica, perché i ricchi risparmiano più di quanto consumino, e i loro capitali finiscono spesso in attività speculative anziché produttive.

Ma il danno più profondo è stato politico. L’aumento delle disuguaglianze ha alimentato sfiducia nelle istituzioni democratiche, astensionismo, rabbia sociale e la crescita di movimenti paseudo-populisti, spesso legati all’estrema destra. Le élite politiche, sempre più dipendenti dal potere finanziario, hanno perso contatto con le esigenze reali dei cittadini. Il risultato? Un vuoto di rappresentanza che ha aperto la strada a figure come Donald Trump o lo stesso Merz.

In Europa, la situazione è meno drammatica, ma non per merito del neoliberismo: anzi, è grazie al residuo welfare continentale, più robusto di quello anglosassone, che la disuguaglianza è rimasta leggermente più contenuta. Tuttavia, il quadro istituzionale europeo - con i suoi vincoli in materia fiscale e il Patto di Stabilità di matrice ordoliberale - impedisce riforme efficaci e l’implemetazione delle necessarie politiche economiche capaci di risollevare le economie e le condizioni di vita dei lavoratori. Qualsiasi governo intenzionato a intervenire su questo versante, si trova con le mani praticamente legate.

L’unica via d’uscita è un cambio radicale di paradigma: politiche espansive, investimenti massicci in innovazione e misure redistributive a favore delle classi medie e basse. 

La de-industrializzazione della Germania: frutto del neoliberismo e dell’ideologia anti-Russia

A questa cornice ideologica si è aggiunta, negli ultimi anni, una scelta strategica catastrofica: la rinuncia volontaria all’energia a basso costo fornita dalla Russia. Questa decisione, dettata più da logiche geopolitiche ideologiche che da una reale valutazione degli interessi nazionali, ha accelerato un processo già in atto: la de-industrializzazione della Germania.

L’industria tedesca, la cosiddetta locomotiva dell’economia europea, si basava su un accesso stabile, sicuro ed economico al gas russo. Con la fine di questo flusso - non sostituito in tempo né da alternative competitive né da una transizione pianificata - i costi energetici sono schizzati alle stelle, rendendo molte produzioni non più competitive a livello globale. Decine di impianti chimici, siderurgici, ceramici e meccanici hanno chiuso o delocalizzato, portando con sé posti di lavoro qualificati, know-how industriale e capacità produttiva strategica.

Questa scelta non è stata un incidente, ma la conseguenza diretta di un pensiero economico neoliberista che, da un lato, ha smantellato la pianificazione pubblica e la sovranità energetica, e dall’altro ha subordinato la politica economica a narrazioni morali semplificate. Il risultato è un paradosso: un Paese che un tempo guidava l’industria europea ora vede svuotarsi le sue fabbriche, mentre i suoi leader propongono di “lavorare di più” per compensare un declino strutturale causato da scelte politiche sbagliate.

La Germania non sta affrontando una semplice crisi congiunturale: sta vivendo il collasso della sua base industriale, erosa dal combinato disposto di trent’anni di deregulation, tagli agli investimenti pubblici e ora da una rottura geopolitica gestita con arroganza ideologica. Eppure, invece di riconsiderare il modello, Merz insiste nel chiedere sacrifici ai lavoratori, come se il problema fosse la loro pigrizia e non il fallimento di un’intera visione del mondo.

Il laboratorio cileno: il neoliberismo nato nel sangue

Se si vuole comprendere fino in fondo la natura violenta del neoliberismo, si deve volgere lo sguardo al passato, precisamente al Cile del 1973. Fu lì, con il golpe militare guidato da Augusto Pinochet - sostenuto dagli Stati Uniti - che il neoliberismo fu applicato per la prima volta su larga scala, non come scelta democratica, ma come esperimento imposto con la forza.

Salvador Allende, primo presidente marxista eletto democraticamente in America Latina, aveva avviato riforme sociali ambiziose: nazionalizzazione del rame, delle banche e delle telecomunicazioni, programmi di welfare e occupazione per i più poveri. La sua visione minacciava gli interessi delle multinazionali nordamericane come l’Anaconda Copper e l’ITT, e soprattutto contraddiceva la dottrina praticata dalla Casa Bianca durante la Guerra Fredda.

Così, con l’appoggio diretto della CIA e l’ordine esplicito di Nixon di “far gridare l’economia cilena”, Allende fu rovesciato. Il 11 settembre 1973, il palazzo presidenziale fu bombardato; Allende morì. Al suo posto, Pinochet instaurò una dittatura fascio-liberista brutale che durò diciassette anni.

Fu allora che entrarono in scena i cosiddetti “Chicago Boys”: un gruppo di economisti cileni formati all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman e influenzati da Friedrich Hayek. Appena insediati nei ministeri, imposero una “terapia d’urto”: privatizzazioni di massa, abolizione dei controlli sui prezzi, deregolamentazione finanziaria, tagli al welfare. L’inflazione calò, ma a caro prezzo: disoccupazione di massa, crollo del potere d’acquisto, disuguaglianze esplosive.

Nel 1982, il sistema crollò: il Cile fu travolto dalla crisi del debito latinoamericano con un crollo del PIL del 14%, il peggiore della regione. Solo allora, con misure pragmatiche - tra cui la nazionalizzazione di banche in fallimento, ironicamente simili a quelle di Allende - l’economia si riprese. Ma il danno sociale era irreversibile.

Intanto, il regime di Pinochet terrorizzava la popolazione: 30.000 persone torturate, 2.500 uccise, 1.300 “desaparecidos”, gettati dagli elicotteri in mare, migliaia costretti all’esilio. Il neoliberismo cileno non fu un “miracolo”, come lo definì Friedman, ma un progetto autoritario costruito sul terrore, dove la libertà di mercato andava di pari passo con la repressione politica.

Come ebbe a scrivere Naomi Klein, si trattò di una “dottrina dello shock”: approfittare del caos, della paura e della violenza per imporre riforme che nessuna società davvero libera avrebbe mai accettato.

Oltre il neoliberismo: la via cinese

Oggi, le parole di Friedrich Merz risuonano come un sinistro déjà vu. Chiedere più ore di lavoro, demonizzare il diritto al tempo libero, ignorare i costi umani della “competitività” sfrenata significa tornare a quella stessa ideologia che ha devastato interi continenti.

Il neoliberismo non è una soluzione: è il problema. Lo dimostra con chiarezza l’esperienza cinese, dove la crescita economica senza precedenti degli ultimi decenni è stata guidata non dal libero mercato selvaggio, ma da un sistema misto, socialista, con un forte ruolo dello Stato nell’indirizzo strategico dell’economia, nella pianificazione industriale e nel controllo dei settori chiave. Pechino non ha seguito le ricette del FMI o le bislancche teorie di Friedman, ma ha costruito un modello in cui il mercato è uno strumento - non un padrone quasi venerato - al servizio dello sviluppo nazionale e del benessere collettivo. Non a caso, i dirigenti cinesi hanno studiato con attenzione anche l’esperienza italiana della Prima Repubblica, con il suo intreccio tra imprese pubbliche, politica industriale e welfare diffuso: un modello che, pur con tutti i suoi limiti, aveva saputo coniugare crescita, occupazione e coesione sociale, prima che il vento neoliberista ne decretasse la fine.  

Respingere il neoliberismo non è nostalgia per il passato, ma necessità per il futuro. Serve un nuovo patto sociale, fondato sul ritorno della guida pubblica nell’economia, sulla solidarietà, sulla redistribuzione delle risorse, sulla democrazia economica.

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"Perché la Cina non interviene militarmente?" - Prof. Fabio Massimo Parenti (VIDEO)


VIDEO EDITORIALE DI FABIO MASSIMO PARENTI

Ogni volta che scoppia una crisi internazionale, molti si chiedono: perché la Cina non interviene militarmente? In questo video editoriale per l'AntiDiplomatico, il Prof. Parenti ribalta la domanda e rivela il grande equivoco: guardare a Pechino con le stesse lenti di Washington è un errore.

La Cina non risponde all’egemonia USA con bombe o destabilizzazioni, ma con un modello di potere radicalmente diverso: cresce senza guerre, costruisce influenza senza occupazioni e diventa centrale nell’economia globale senza imporre modelli con la forza. Il problema per gli Stati Uniti non è una Cina aggressiva, ma una Cina che dimostra che si può essere una grande potenza senza dominare. La vera risposta cinese è l’indipendenza tecnologica e industriale: dal controllo delle rinnovabili e delle batterie elettriche alla leadership nella ricerca sull’intelligenza artificiale.

La Cina non entra in guerra perché sta vincendo altrove: nelle catene del valore globali e nella competizione sistemica. È questa “pazienza strategica” a mandare in crisi l’ordine occidentale e a suscitare le reazioni sempre più nervose che vediamo oggi.

Un’analisi chiara per capire le regole di un nuovo gioco globale.


BUONA VISIONE

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Chris Hedges - Le flottiglie per Gaza sono la coscienza del mondo

 

di Chris Hedges*

Nell'aprile 2026 ci sarà una nuova flottiglia che tenterà di rompere il blocco israeliano di Gaza, in vigore da 18 anni. Si prevede che la missione sarà la più grande azione marittima per la Palestina fino ad oggi, con la partecipazione di oltre 3.000 attivisti provenienti da 100 paesi su 100 imbarcazioni, tra cui una flotta medica di 1.000 operatori sanitari, per consegnare 500 tonnellate di aiuti salvavita, attrezzature e forniture mediche a cui Israele ha impedito l'ingresso a Gaza.

Ancora una volta, attivisti da tutto il mondo salperanno verso Gaza nel tentativo di porre fine a una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta. Ancora una volta, il loro viaggio sarà minuziosamente tracciato sui social media. Ancora una volta, droni israeliani saranno inviati in acque internazionali per intercettare e attaccare le imbarcazioni. Ancora una volta, le imbarcazioni saranno abbordate da soldati israeliani mascherati e pesantemente armati. Ancora una volta, gli attivisti saranno arrestati. Ancora una volta, saranno inviati in prigioni di massima sicurezza. Ancora una volta, saranno maltrattati fisicamente, messi in isolamento, insultati, rimproverati, costretti a guardare video di propaganda israeliani sul 7 ottobre o violentati dalle guardie carcerarie israeliane. Ancora una volta, i palestinesi, molti dei quali aspettano sulla spiaggia nella speranza che l'ultima flottiglia riesca a passare, capiranno di non essere soli. E ancora una volta, il mondo distoglierà lo sguardo, ignorando il suo mandato legale di intervenire per porre fine al genocidio, ai sensi dell'Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.

Eppure, nonostante l'esito quasi certo, le flottiglie stanno impercettibilmente indebolendo la morsa israeliana su Gaza. Stanno ricordando al mondo il suo dovere morale e legale di intervenire. Stanno umiliando non solo Israele, ma anche i governi occidentali la cui complicità alimenta il genocidio. Stanno dimostrando che non siamo impotenti. Possiamo agire.

"Cosa hai provato guardando la flottiglia?" Ho chiesto all'ambasciatrice palestinese in Italia, Mona Abuamara, quando ho partecipato allo sciopero dei lavoratori portuali italiani a Genova e alla manifestazione nazionale per la Palestina a Roma alla fine di novembre 2025.

"Come una bambina", rispose. "Sai come quando conosci la fine di un film ma vuoi comunque che sia diverso. Continuavo a pensare: 'Lascia perdere. Lascia perdere'. Come se potesse. Sapevamo che non sarebbe successo. È parte della bellezza di quelle persone su quelle barche. Sapevano che non gli sarebbe stato permesso di passare, ma si rifiutavano di accettare lo status quo."

Ho incontrato Thiago Ávila, attivista brasiliano, e l'attivista svedese Greta Thunberg la mattina presto al Museo MAAM di Roma, il cui labirinto di corridoi, sale e stanze è pieno di street art, tra cui un cartello che recita "Spoiler, MORIRAI". Circa 200 migranti provenienti da vari paesi vivono abusivamente nel mattatoio e museo abbandonato. Opere d'arte, tra cui enormi ed elaborati murales di alcuni dei migliori artisti italiani, ricoprono i muri di cemento dell'ex mattatoio. All'ingresso, in una satira della scritta Hollywood di Los Angeles, a caratteri cubitali, c'è la parola "FART" (scoreggia).

"Per tutti gli anni in cui sono stata un'attivista, ho perso ogni giorno sempre più speranza – se mai ne avessi – nelle istituzioni e nei nostri cosiddetti leader, aziende, funzionari eletti, banche, chiunque essi siano, di venire in nostro soccorso", ha detto Thunberg. "Sono loro che ci hanno messo in questa situazione. Il sistema non è imperfetto. È progettato per essere distruttivo. È progettato, a mio avviso, per avere strutture di potere diseguali. È progettato per mantenere alcune persone oppresse. È progettato per mantenere la natura come un'entità distante e separata che non fa parte di noi per sfruttarla. Per opprimere le persone, dobbiamo disumanizzarle. L'unica via d'uscita è rivendicare il potere, che è uno dei motivi principali per cui sono qui a sostenere i lavoratori in sciopero in Italia. Questo è un esempio chiaro e lampante di cosa significa quando le persone riprendono il potere e mostrano dove si trova il vero potere".

Ávila ha organizzato la Freedom Flotilla Coalition e la neonata Global Sumud Flotilla. Ha fatto parte dell'equipaggio della Madleen , un'imbarcazione partita nel giugno 2025 con a bordo, tra gli altri, Thunberg e Rima Hassan, parlamentare europea franco-palestinese picchiata durante la custodia dalle guardie carcerarie israeliane.

La Madleen fu intercettata dalla marina israeliana in acque internazionali e rimorchiata fino al porto israeliano di Ashdod. Ávila fu tenuto in isolamento nel carcere di Ayalon, dove intraprese uno sciopero della fame senza scrupoli fino alla sua espulsione.

"Ho partecipato a così tanti tentativi falliti che non riesco a contarli", mi ha detto Ávila. "Sono stato su imbarcazioni che purtroppo sono state bombardate. Sono stata su imbarcazioni che sono state sabotate. Imbarcazioni che sono state respinte burocraticamente da paesi sotto pressione di Israele. Abbiamo cercato per anni di rompere quell'orribile assedio. Diciotto anni. Gli ultimi due tentativi li ho fatti con Greta. Sono arrivata vicino a Gaza due volte."

Mentre era in prigione, ha raccontato, le guardie israeliane lo hanno preso a calci e gli hanno sbattuto la testa sull'asfalto. Lo hanno interrogato per ore nel tentativo di estorcergli dettagli sulle flottiglie, mentre una guardia gli puntava contro un fucile. Gli hanno mandato cani da guardia ringhianti nella cella. Lo hanno spostato continuamente da una cella all'altra. Lo hanno svegliato ripetutamente durante la notte.

"Quanti paesi siete riusciti a mobilitare?" chiesero gli interrogatori israeliani ad Ávila.

"Chi sono i rappresentanti nei paesi?" chiesero.

"Non vi darò alcuna informazione che possa mettere qualcuno in una posizione pericolosa", rispose Ávila. "Ma tutto ciò che è pubblico, potete verificarlo sul nostro sito web. Siamo molto trasparenti".

"Guarda cosa fai passare alla tua gente", sogghignarono gli interrogatori. "Guarda tutti i soldi che hai speso, che hai sprecato. Pensa a cosa avresti potuto fare con questi soldi?"

"Perché lo fate?" chiedevano invariabilmente gli interrogatori dell'esercito, gli agenti dei servizi segreti e i giudici israeliani.

"Perché per otto decenni avete commesso genocidio e pulizia etnica", rispondeva sempre Ávila. "Avete strutturato uno stato coloniale e di apartheid. State governando questa terra non con una religione, ma con un'ideologia razzista e suprematista, che è il sionismo".

"Qual è la loro reazione?" ho chiesto ad Ávila.

"Lo odiano", ha detto.

"L'ultima volta che siamo stati trattenuti, la maggior parte del governo israeliano voleva che uscissimo il prima possibile", ha detto Ávila. "È stata una situazione orribile dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Ma Itamar Ben-Gvir, il Ministro della Sicurezza Nazionale – che gestisce il sistema carcerario israeliano – non voleva lasciarci uscire. Voleva punirci. Voleva fare una dichiarazione politica. C'è stata una lotta interna. Alla fine hanno cercato di sbarazzarsi di alcune persone".

"La solidarietà internazionale ha la responsabilità di essere più utile alla causa palestinese", ha detto Ávila. "Dobbiamo avere un impatto maggiore. Questa volta ci siamo riusciti. Quando siamo partiti con la Madleen, ci avevamo provato per i cinque mesi precedenti. Abbiamo tentato altre tre missioni, che sono fallite. E a dire il vero, il mondo ne sapeva a malapena".

In una delle missioni fallite, poco dopo la mezzanotte del 1° maggio 2025, a 20 miglia dalla costa di Malta, una delle imbarcazioni della flottiglia – la Conscience, battente bandiera di Palau – fu colpita da missili lanciati da due droni. I missili sembravano colpire i generatori della nave. Gli attacchi causarono un incendio e una breccia nello scafo. Le comunicazioni con la nave andarono perse. La nave era carica di rifornimenti umanitari.

"L'Unione Europea non ha condannato l'attacco", dice Ávila a proposito dell'attacco. "È stata una dura sconfitta per noi. Ma sapevamo che dovevamo continuare a provarci. Non avevamo più grandi imbarcazioni. Avevamo solo una piccola imbarcazione per 12 persone. Poteva trasportare solo un carico simbolico di aiuti. Ma è stato allora che il mondo ci ha prestato attenzione. C'è stata una grande mobilitazione per sostenerci".

C'è sempre la possibilità che gli attacchi israeliani diventino mortali.

Nel maggio 2010, la Mavi Marmara, che trasportava attivisti e aiuti umanitari, fu attaccata da commando navali israeliani in acque internazionali mentre navigava verso Gaza. Nove persone – otto cittadini turchi e una con doppia cittadinanza turco-americana – furono uccise dagli israeliani, che sostenevano di essere state aggredite da attivisti armati di manganelli e coltelli. Altre 24 persone rimasero gravemente ferite da proiettili veri sparati dalle forze israeliane.

"Ho 39 anni e mi dedico alle lotte sociali come internazionalista da 21 anni", ha raccontato Ávila. "E la Palestina ne è sempre stata parte. Sono già stata in Palestina. La Palestina è la causa più importante della nostra generazione. Simboleggia tutto: la lotta contro lo sfruttamento, l'oppressione, la distruzione della natura. Lo stesso sistema che consente un genocidio in Palestina compie genocidi in Sudan e in Congo. È lo stesso sistema che compie un ecocidio in Brasile e contro i biomi di questo pianeta. Se possiamo sconfiggere l'imperialismo e il sionismo in Palestina, possiamo sconfiggerli ovunque".

Alle 21:00 della sera prima del nostro incontro, Ávila era nella sua stanza d'albergo quando sentì bussare alla porta.

"Pensavo fosse Greta a portarmi del cibo", ha aggiunto. "Era la polizia. Non erano violenti. Con me qui sono stati peggiori in passato. Sono entrati. Hanno perquisito la stanza, gli armadi, tutto. Hanno iniziato a chiedere dei miei piani. Non erano molto preoccupati per lo sciopero o la mobilitazione. Volevano sapere delle flottiglie. Volevano sapere delle barche. Ogni volta che sono in Italia, la polizia e i servizi di sicurezza, continuano a chiedere: 'Ci sono barche che arrivano qui? Ci sono barche che arrivano qui?'. Non abbiamo una missione in corso al momento. Immagino che lo abbiano capito. Siamo alla vigilia di una grande manifestazione in Italia, quindi è anche un modo per loro di cercare di intimidirci, di mostrare la loro presenza, perché, a dire il vero, sanno quanto siamo trasparenti. Rendiamo sempre pubbliche le nostre missioni. Se avessimo una missione, lo saprebbero. Non avevano bisogno di presentarsi nella mia stanza nel cuore della notte."

"Ogni volta che ci troviamo nel contesto di lotte anticoloniali e antimperialiste, la vittoria finale non è un clic", ha continuato Ávila. "È un processo. Non sappiamo mai quando il sistema crollerà. Quando accadrà, non saremo intercettati. Dobbiamo essere noi a continuare ad avanzare finché il sionismo non esisterà più, e allora saremo in grado di passare. O almeno quando sarà abbastanza debole da permetterci di passare. Allora capiremo che non c'è più. Dobbiamo continuare ad andare avanti fino al giorno in cui il costo politico per intercettarci sarà troppo alto per loro e dovranno starci alla larga".

Gli ho chiesto se ha degli eroi politici.

"Vengo da una formazione marxista", ha continuato Ávila. "Abbiamo molto da imparare dalla storia delle rivoluzioni. Sicuramente Che Guevara. Rosa Luxemburg. Marx. Engels. Siamo qui in Italia, quindi Antonio Gramsci. Abbiamo molte persone meravigliose impegnate nelle lotte anticoloniali. Thomas Sankara. Frantz Fanon. Nelson Mandela. Abbiamo persone che hanno guidato l'azione diretta nonviolenta – cose meravigliosamente ispiratrici. Mahatma Gandhi. Martin Luther King Jr. Rosa Parks. Questi sono molti riferimenti. Questi sono strumenti. Ci fanno risparmiare tempo. Non dobbiamo commettere i loro errori. Portavano uno stendardo e lo trasmettevano. Se non riceviamo questo stendardo, pieno di esperienze, è un errore completo. Non possiamo essere pigri. Dobbiamo studiare".

I lavoratori portuali in Italia hanno minacciato Israele di bloccare completamente il commercio se avessero danneggiato i 462 attivisti, parlamentari e avvocati a bordo delle 42 navi che tentavano di violare il blocco israeliano . Quando Thunberg ha saputo di questo gesto di solidarietà da parte dei lavoratori portuali mentre era sulla flottiglia, è scoppiata a piangere.

Israele intercettò tutte le imbarcazioni e arrestò ogni membro dell'equipaggio. La maggior parte degli attivisti fu trattenuta nella prigione di Ktzi'ot, nota anche come Ansar III , un centro di detenzione di massima sicurezza nel deserto del Negev utilizzato per detenere palestinesi, molti dei quali Israele accusa di coinvolgimento in attività militanti o terroristiche. Venivano stipati in celle spesso composte da una dozzina o più persone e dormivano su materassi sul pavimento.

Mi sono seduto a un tavolino con Thunberg nell'ex macello. Eravamo avvolti nei nostri giubbotti invernali.

Thunberg era un bersaglio privilegiato per le guardie carcerarie israeliane, che la picchiavano, la trascinavano per i capelli e la fotografavano avvolta in una bandiera israeliana nel tentativo di umiliarla. Veniva tenuta in una cella piena di cimici e le venivano negati cibo e acqua a sufficienza.

Le ho chiesto se non fosse giunto il momento – come ha affermato il co-fondatore di Extinction Rebellion, Roger Hallam – di accettare rischi maggiori, tra cui lunghe pene detentive. Hallam è stato condannato a cinque anni di carcere in un carcere britannico per il suo ruolo nell'organizzazione della chiusura dell'autostrada M25 intorno a Londra.

"I costi personali sono diversi per ognuno", ha detto Thunberg. "Per alcuni, uscire in strada con un cartello significa rischiare la vita. Io no. Sono costretta ad affrontare la repressione, venendo calunniata dai media e, nel peggiore dei casi, finendo in prigione, dove io, bianca e svedese, non affronto il peggio. Quindi, dobbiamo tutti tenere conto dei nostri rischi personali in termini di sacrifici personali, ma è diverso per ognuno. Credo fermamente che dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort, accettare i sacrifici e riconoscere tutte queste innumerevoli persone che hanno fatto sacrifici inestimabili fino ad oggi. Perché se non l'avessero fatto, la situazione sarebbe molto peggiore".

"Abbiamo visto solo un assaggio di ciò che gli ostaggi palestinesi stanno affrontando", ha aggiunto Thunberg, riferendosi al periodo trascorso in una prigione israeliana. "Ci sono migliaia di palestinesi – centinaia dei quali sono bambini – bloccati nelle prigioni israeliane, dove molto probabilmente vengono torturati. E vediamo sempre più testimoni che raccontano questa realtà. La maggior parte di noi aveva privilegi di passaporto. Avevamo l'estremo privilegio della copertura mediatica e dei rapporti diplomatici, che loro non hanno".

"La flottiglia non riguardava noi", ha detto Thunberg. "La flottiglia era una presa di posizione politica oltre che una missione umanitaria, ma principalmente una presa di posizione politica. Era l'ennesimo tentativo di rompere l'assedio".

Beatrice Lio è una capitana italiana che ha guidato uno sloop monoscafo di 41 piedi nella flottiglia. L'ho incontrata in Italia. Sta raccogliendo fondi per la prossima flottiglia.

La sua imbarcazione è stata intercettata a circa 120 miglia nautiche da Gaza, un'ora prima dell'alba. La luna piena era appena tramontata. Era circondata da imbarcazioni militari con luci lampeggianti. Una delle imbarcazioni israeliane ha speronato la sua imbarcazione. Soldati pesantemente armati, con il volto coperto, sono saliti a bordo e hanno preso il controllo dell'imbarcazione. Hanno urlato alle nove persone a bordo di sedersi sul ponte con le mani alzate. Hanno strappato la bandiera palestinese. Hanno saccheggiato il contenuto dell'imbarcazione e distrutto le apparecchiature di comunicazione. Gli attivisti a bordo sono stati trasferiti su un'imbarcazione militare e condotti al porto israeliano di Ashdod. L'imbarcazione, come tutte le imbarcazioni della flottiglia, è stata sequestrata.

"Siamo state costrette a inginocchiarci sul cemento e ad aspettare di essere chiamate", ha raccontato del suo arrivo in Israele. "Siamo state perquisite. Ci hanno confiscato tutti i beni. Hanno fotografato i nostri passaporti, le nostre impronte digitali e i nostri volti. Credo di essere stata davanti a un giudice. Non ne sono molto sicura".

Gli attivisti sono stati bendati e ammanettati. Sono stati trasportati al carcere di Ktz'iot a bordo di un camion, dove ogni persona è stata rinchiusa in una minuscola gabbia metallica individuale. Faceva freddo, soprattutto perché tutti erano in maglietta. Il viaggio è durato tre ore. Sono rimasti a Ktz'iot per due giorni prima di essere trasferiti al centro di detenzione di Hadarim, situato tra Tel Aviv e Gerusalemme. Sono rimasti lì per cinque giorni. Alcuni sono stati messi in celle di isolamento.

"Quelle erano le persone trattate peggio", ha detto Lio riferendosi a quelle messe in isolamento. "Io non ero una di loro. Quelle in isolamento venivano torturate. Venivano picchiate con i bastoni. Le guardie si sedevano sui loro volti finché i loro occhi non diventavano blu. Venivano ammanettate così strette che la loro pelle sanguinava. Negavano gli assorbenti alle donne con il ciclo e la pillola a quelle che assumevano farmaci".

"Ci hanno urlato che eravamo criminali", ha detto. "Non hanno ammesso di averci rapiti. Hanno detto: 'Volete venire in Israele e distruggere il mio Paese! Ve lo meritate!'. Parlavano continuamente del 7 ottobre. Ci hanno fatto guardare video di propaganda sul 7 ottobre".

Lei e altri attivisti detenuti sentivano spesso urla. Pensavano che si trattasse di palestinesi interrogati e torturati. Venivano svegliati ogni ora o ogni ora e mezza durante la notte.

"Bussavano alla porta", ha ricordato Lio. "Ascoltavano musica ad alto volume. Ti puntavano una luce in faccia. Ti costringevano ad alzarti e a dire il tuo nome. Io sono una taglia piccola. Mi hanno dato vestiti extra large, quindi non era facile per me camminare."

"Ci consideravano umani, criminali, ma umani", ha detto. "Ma quando parlavano dei palestinesi, non li consideravano esseri umani. Dicevano: 'Ne ho uccisi così tanti a Gaza!'. Lo dicevano con felicità e orgoglio. C'era un'enorme immagine nella prigione di Gaza distrutta. Accanto c'era scritto: 'La nuova Gaza'. Se ne vantavano, come se fosse la foto più bella, e invece era letteralmente terra e macerie".

Molti attivisti hanno iniziato uno sciopero della fame.

"La cosa più straziante è stata essere così vicino ai palestinesi e allo stesso tempo non essere in grado di fermare, nemmeno per un secondo, la violenza", ha detto Lio.

Nessuna nazione, ad eccezione dello Yemen, ha compiuto alcuno sforzo per fermare fisicamente il genocidio. Gli Stati Uniti e le nazioni europee hanno fornito a Israele miliardi di dollari in armi – solo gli Stati Uniti hanno fornito a Israele 21,7 miliardi di dollari dal 7 ottobre – per sostenere il massacro di massa. Queste nazioni hanno criminalizzato coloro che protestano contro il genocidio, come i membri di Palestine Action, molti dei quali versano in condizioni fisiche pericolose a causa di un prolungato sciopero della fame in prigione. Hanno soffocato la libertà di parola nei media e nei campus universitari. Sosterranno Israele fino al completamento della fase finale del genocidio – la deportazione di massa dei palestinesi da Gaza. Sta a noi agire. Se falliamo, non ci sarà più stato di diritto. Il genocidio diventerà un altro strumento nell'arsenale delle nazioni industrializzate e i palestinesi, ancora una volta, saranno traditi.

Le flottiglie non solo mantengono viva la resistenza, ma mantengono viva anche la speranza.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Zakharova: "Il rapimento di Maduro è un atto illegale"

Gli Stati Uniti hanno violato i loro obblighi giuridici internazionali con il sequestro e la detenzione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha affermato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

La portavoce ha osservato che, secondo "la norma universalmente riconosciuta del diritto internazionale", Maduro gode dell'immunità come capo di Stato "nella giurisdizione degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Paese, eccetto il Venezuela". "Pertanto, [...] il suo rapimento e la sua detenzione violano palesemente gli obblighi giuridici internazionali" degli Stati Uniti, ha affermato.

Zakharova ha condannato l'intervento nella nazione sudamericana, avvenuto il 3 gennaio, definendolo "illegale". "Altrettanto illegale sarà qualsiasi sentenza legale se il sistema giudiziario statunitense violasse il diritto internazionale" e non rilasciasse Maduro.

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Scenari divergenti: la Cina avanza nell'economia, gli USA nelle crisi


di Alex Marsaglia

C’è un’immagine che evidenzia tutto il caos che regna nell’Occidente collettivo oggi: il dito medio di Trump alzato ad un operaio della Ford che gli dava del pedofilo in riferimento ai file Epstein. Quegli stabilimenti in decadenza, che Trump aveva promesso di rilanciare, potrebbero rappresentare la tomba del suo mandato che si sta avvitando nell’ennesima guerra nel bel mezzo della nuova rivolta interna in riferimento all’assassinio di Renee Nicole Good da parte dell’ICE.

Non solo il consenso di Trump sta scemando con l’avvicinarsi delle elezioni di Midterm, ma i dati economici dell’avversario cinese non sono per nulla incoraggianti. Infatti in questo 2026 appena iniziato i dati sulla crescita economica, produttiva e commerciale della Cina sono impressionanti: nel 2025 nonostante le tariffe imposte da Trump con la sua guerra commerciale al dragone cinese abbiano determinato un calo del 20% dell’export negli Stati Uniti, Pechino se ne è infischiata della domanda americana e ha registrato un surplus commerciale record di 1,19 trilioni di dollari. Già perché, appena voltato l’anno, mentre gli Stati Uniti erano impegnati a seguire la morale di Trump e a violare il diritto internazionale rapendo il Presidente legittimo del Venezuela Maduro, la Cina continuava incessantemente a curare i propri interessi commerciali e si lanciava in un tour dell’Africa guidato dal Ministro degli Esteri Wang Yi. Alla portavoce del Ministero veniva lasciata l’incombenza di formulare le risposte in punto di diritto internazionale agli Stati Uniti, mentre il Ministro degli Esteri cinese si preoccupava di approfondire le già consolidate relazioni africane. Questo atteggiamento, oltre ad essere rivelatore dal lato prettamente politico di calma, assertività e sicurezza tipiche di uno Stato egemonico è anche indicatore di una politica economica ben precisa: la Cina intende fare con l’Africa e il Sud Globale ciò che ha fatto a se stessa. Infatti, le relazioni economico commerciali con l’ASEAN e l’Africa sono state curate negli anni a partire dal primo decennio del nuovo millennio con un’attenta politica di investimenti al fine di incrementare spazi di mercato e spedizioni. I dati del 2019 (immagine 1) rivelavano già come durante la prima presidenza Trump la Cina avesse stabilito saldamente il controllo dell’altra area di mercato più popolosa del pianeta dopo l’Asia. Una breve infografica riassume poi gli investimenti infrastrutturali realizzati per la localizzazione industriale in questo primo ventennio degli anni 2000 (immagine 2).

Oggi il dislocamento di attività produttive, lo sviluppo commerciale e finanziario bilaterale stanno facendo  dell’Africa un vero e proprio mercato in rapida crescita. I dati del 2025 sono impressionanti e vedono le esportazioni della Cina verso il continente africano crescere del 5,5% su base annua, a 3,77 trilioni di dollari, con importazioni stabili a 2,58 trilioni di dollari. Le spedizioni ai Paesi ASEAN sono incrementate del 13,4% su base annua rendendo l’Africa il più grande blocco di partner commerciali della Cina. Il dato di crescita e sviluppo è ancora più evidente da un dato che agli occidentali piace molto: le esportazioni cinesi in Africa sono aumentate del 25,8% nel solo 2025. Solo nel recente viaggio diplomatico cinese dal 7 al 12 gennaio in Etiopia, Tanzania e Lesotho la Cina ha firmato importanti contratti e memorandum d’intesa per la costruzione di impianti fotovoltaici in Egitto e Ciad in grado di generare energia a basso costo favorendo la localizzazione industriale, oltre a siglare piani di sviluppo nazionale con la Liberia. Questo senza contare i piani che l’Africa sta già portando avanti con la Russia per l’espansione dell’energia nucleare come importante vettore di localizzazione industriale e rilancio produttivo. 

Il viaggio di Wang Yi si è poi concluso con una saldatura dell’asse dei BRICS definendo l’agenda 2026, l’anno di scambio popolare Cina-Africa, che prevede l’accelerazione della cooperazione pratica con l’attuazione del trattamento tariffa zero per gli scambi tra i popoli sino-africani. Tale asse prevede anche il sostegno politico cinese al Sudafrica nel ruolo di guida affidabile del continente sulla scena internazionale e la promozione del multilateralismo e della Difesa congiunta in opposizione all’egemonia statunitense. Non è nemmeno un caso che proprio in Sudafrica e proprio nel nuovo anno siano state avviate le più grandi esercitazioni delle marine militari dei BRICS a livello congiunto, con l’operazione “Volontà di Pace 2026”. L’obiettivo ufficiale di queste esercitazioni con  esponenti provenienti da tutti i BRICS+ è proprio quello di curare e difendere le rotte commerciali dagli atti di pirateria e di stabilizzazione delle rotte strategiche, mentre abbiamo visto che gli Stati Uniti intendevano esercitare un blocco navale davanti alle coste del Venezuela che evidentemente sull’onda dell’esaltazione della Dottrina Donroe consideravano la loro cinquantunesima colonia. Invece, nonostante gli atti di bullismo, i commerci sono andati avanti e non solo in America Latina come abbiamo visto. La Cina si è affermata come prima potenza navale mondiale a livello civile e militare per numero di navi e lavora all’interno delle sue alleanze per poter continuare ad operare in sicurezza. I più grandi studiosi di transizioni egemoniche hanno sempre individuato questo tratto caratteristico come elemento fondamentale, rilevando come «nel corso di queste battaglie (egemoniche) gli stati fiancheggiatori videro il loro potere aumentare e la nazione marittima con la maggior potenza navale e il vantaggio geostrategico di avere un accesso privilegiato alle risorse extraeuropee diventò la nuova potenza egemonica»1.
In tutto questo l’Africa si sta strutturando grazie alla spinta sino-russa come punta di diamante del Sud Globale e sta insomma lavorando con l’aiuto dei BRICS per tornare agli africani. L’obiettivo è mettere il continente nelle condizioni di accedere ad altre fonti di finanziamento energetiche e finanziarie che contrastino con le fonti tradizionali. In un mondo che ruota attorno agli assi dell’energia, della difesa strategica e della globalizzazione vuol dire fare dell’Africa un vettore di crescita. Certamente, con un Occidente sempre più chiuso su se stesso e gli Stati Uniti impegnati a bombardare anche l’Africa (si veda il recente attacco alla Nigeria), vedremo a vantaggio di chi.

1. G. Arrighi, B.J.Silver, Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari, Mondadori, Milano, 2003, p. 105

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LoRa, la rete parallela autonomia e resistente ai blackout

Oggi fantamiliardi di bit passano in ogni istante sotto l'occhio vigile di provider, reti, infrastrutture centralizzate. Qualsiasi messaggio, telefonata, transazione, dipende da un sistema gestito da pochissimi attori: operatori di rete, i giganti del Cloud.Ma quando l'intero meccanismo si ferma, cosa rimane? Abbiamo già visto varie volte casi di blackout in cui in pochi minuti ...continua a leggere "LoRa, la rete parallela autonomia e resistente ai blackout"
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Russia-Cuba: Putin ribadisce sostegno di Mosca per sovranità e indipendenza

Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha espresso la piena solidarietà di Mosca a L'Avana, affermando: "Siamo solidali con Cuba nella sua determinazione a difendere la sua sovranità e indipendenza". Nel corso di una cerimonia al Cremlino per la presentazione delle lettere credenziali diplomatiche, il leader russo ha definito i legami bilaterali come "relazioni veramente solide e amichevoli", ricordando che "abbiamo sempre fornito e continuiamo a fornire assistenza ai nostri amici cubani". Putin ha fondato questa storica alleanza sulla "sincera empatia reciproca dei popoli di entrambi i paesi".

Il Presidente ha inoltre dettagliato la cooperazione economica, sottolineando: "Implementiamo congiuntamente progetti vitali per l'economia cubana nei settori dell'energia, della metallurgia, delle infrastrutture di trasporto e della medicina", mentre lavorano per ampliare gli scambi culturali e umanitari.

Queste dichiarazioni di sostegno arrivano in un momento di crescenti tensioni regionali, seguite all'aggressione militare statunitense in Venezuela. L'amministrazione del Presidente Donald Trump ha infatti inasprito le minacce contro Cuba, con lo stesso Trump che ha ventilato l'opzione di "entrare e distruggere" l'isola per forzare un cambiamento politico.

Il Presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha respinto con fermezza queste minacce, ribadendo che Cuba è "una nazione libera, indipendente e sovrana" e che "nessuno ci dice cosa fare", esprimendo la volontà di difendere la Patria fino all'ultima goccia di sangue. Ha confermato l'assenza di dialoghi con Washington, eccetto contatti tecnici in ambito migratorio, e ha chiesto che le relazioni si basino sul Diritto Internazionale e non sulla coercizione.

Le minacce statunitensi si collocano all'interno del blocco economico e commerciale mantenuto da Washington contro L'Avana da oltre sei decenni, un embargo rafforzato da numerose misure coercitive unilaterali e condannato quasi universalmente dalla comunità internazionale, inclusa ripetutamente dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Parallelamente, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha denunciato pubblicamente l'intensificazione delle aggressioni verbali e politiche statunitensi delle ultime settimane, miranti a minare la sovranità nazionale. In un incontro con il corpo diplomatico a L'Avana, Rodríguez ha messo in guardia sui continui tentativi di destabilizzazione da parte degli Stati Uniti, iniziati dopo il sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie, e considerati un rischio per la stabilità regionale.

Me reuní con representantes del Cuerpo Diplomático acreditado en La Habana, a quienes trasladé las posiciones de #Cuba ante la actual situación regional y global.

Denuncié las amenazas expresadas por el gobierno de EEUU contra nuestro país y sus peligros para la paz, la… pic.twitter.com/I5dEUd4grT

— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) January 14, 2026

Rodríguez ha respinto le dichiarazioni di Trump, il quale ha sostenuto che Cuba sembrava "pronta a cadere" e ha fatto riferimento alla possibilità di interrompere il flusso di petrolio e finanziamenti dal Venezuela. Queste azioni, ha affermato il Ministro, costituiscono una violazione dei diritti umani, ed ha esortato la comunità internazionale a condannare le misure coercitive che colpiscono la popolazione.

Il governo cubano ha annunciato che onorerà i 32 membri della sicurezza presidenziale venezuelana uccisi nell'aggressione militare, con una cerimonia funebre a L'Avana, in segno di solidarietà con il popolo venezuelano e di rifiuto delle incursioni militari. Il Cancelliere ha infine reiterato che Cuba difenderà la propria indipendenza e non accetterà pressioni esterne miranti ad alterare il suo ordine politico.

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Il peggiore dei crimini possibili

 

 

Il mito dell'indipendenza delle banche centrali viene costruito negli anni 70 con la scusa di combattere l'inflazione.

 

In realtà le crisi inflazionistiche di quegli anni furono esogene poiché causate dall'aumento dei prezzi del petrolio dovuto a due conflitti (1973 Yom Kippur e 1979 rivoluzione iraniana).

 

L'indipendenza dall'interesse pubblico delle banche centrali serve a renderle strumenti della lotta di classe contro i lavoratori per intaccare la quota salari in favore dei profitti.

 

Lo fa limitando la spesa pubblica corrente e per investimenti e facendo crescere quella per interessi a favore della rendita da capitale.

 

 

Dal divorzio BdI/Tesoro a oggi, l'Italia ha pagato 3.153 miliardi di euro di interessi sul debito. Così facendo il debito pubblico è passato dai 145 miliardi di euro pre-divorzio ai 3.130 miliardi attuali (+2058%)¹.

 

Nel mentre la quota salari sul PIL è passata dal 64% del 1980 all’attuale 52,5% e la quota profitti è passata dal 36% al 47,5%². La rendita familiare media da capitale reale è aumentata del 1060% (dai 663 euro del 1980 ai 7.695 del 2022)³. Il reddito reale dell’1% più ricco degli italiani tra il 1981 e il 2024 è aumentato del 149,84%?.

 

Vale la pena ricordare che non esiste nessun legame tra inflazione e coordinamento della politica fiscale con quella monetaria.

 

Uno Stato non causa inflazione solo perché finanzia la spesa pubblica attraverso la sua Banca Centrale. Innanzitutto perché l'inflazione è un fenomeno prevalentemente legato a domanda e offerta, quindi all'andamento del mercato del lavoro, dei salari e alla produzione di beni e servizi.

 

Poi perché l'offerta di moneta è endogena (dipende cioè dal sistema creditizio, non dalla banca centrale che può solo garantirne il funzionamento). Lo ha spiegato in maniera chiara e inattaccabile Nicholas Kaldor ne “Il flagello del monetarismo”

 

«I monetaristi, in stretta analogia con Walras, sostengono che la sovrastruttura della moneta creditizia varia in modo strettamente proporzionale alla 'base monetaria', sia che essa venga pensata come oro nei forzieri della banca centrale, o semplicemente come ammontare di banconote emesse dalla banca centrale e poste in circolazione attraverso lo sconto di titoli di prim’ordine e/o mediante operazioni di mercato aperto. Se le cose stessero così, la banca centrale, regolando semplicemente l’emissione di banconote, determinerebbe evidentemente di mese in mese, o di settimana in settimana, la quantità di moneta che dovrebbe esistere in circolazione (definita sia come M1, M3 o come M7).

 

In tale situazione raggiungere gli 'obiettivi' monetari non sarebbe un problema: essi verrebbero automaticamente raggiunti determinando o 'razionando' il volume di monete emesse ogni giorno.

 

Ma, in realtà, la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati dalle Casse di sconto. Se lo facesse, stabilendo, su base giornaliera o settimanale, un tetto all’ammontare che è disposta a riscontare (allo stesso modo in cui la biglietteria di un teatro è disposta a vendere solo un numero fisso di biglietti per un certo spettacolo), la banca centrale verrebbe meno alle sue funzioni di 'mutuante di ultima istanza' nei confronti del sistema bancario, che è essenziale affinché le banche commerciali non diventino insolventi per carenza di liquidità.

 

Proprio in quanto le autorità monetarie non possono permettersi le disastrose conseguenze di un collasso del sistema bancario, e proprio perché le banche, a loro volta, non possono permettersi di trovarsi nella posizione di chi viene “messo al tappeto”, l’“offerta di moneta” in una economia a moneta creditizia è endogena, non esogena. Essa varia in risposta diretta nei confronti delle variazioni della “domanda” da parte del pubblico di contanti e depositi bancari, e non è indipendente da tale domanda».

 

Tornando all’indipendenza della banca centrale, è necessario quindi sottolineare come la capacità di emettere moneta è una delle prerogative fondamentali di uno Stato.

 

Prendendo in prestito le parole di Wynne Godley in "Maastricht and all that" «il potere di emettere la propria moneta, di fare movimenti tramite la propria Banca Centrale, è la cosa principale che definisce la sovranità nazionale. Se un Paese rinuncia a questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o di una colonia».

 

Come scriveva Plinio il vecchio nel suo Naturalis Historia, sottrarre il controllo della moneta al controllo pubblico mettendolo, direttamente o indirettamente, nelle mani di interessi privati è il peggiore dei crimini possibili (pessimum vitae scelus).

 

¹ https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-servizi-serie-storiche

² https://dashboard.tech.ec.europa.eu/qs_digit_dashboard_mt/public/sense/app/667e9fba-eea7-4d17-abf0-ef20f6994336/sheet/f38b3b42-402c-44a8-9264-9d422233add2/state/analysis/

³ https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/indagine-famiglie/bil-fam2022/index.html

? https://wid.world/data/#countrytimeseries/aptinc_p99p100_z/IT/1932/2024/eu/k/p/yearly/a

 

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I fondatori del mortale GHF "plasmano" la nuova amministrazione per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti

 

Secondo quanto riportato dal Financial Times (FT), molte delle figure che emergono come attori chiave nella nuova amministrazione per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti erano centrali per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) di Washington.

Il GHF è stato un mortale programma di aiuti tra Stati Uniti e Israele, introdotto a maggio, che è stato responsabile della morte di centinaia di palestinesi affamati in cerca di aiuti. 

 

Secondo il rapporto del FT, il comitato esecutivo di Gaza, che sarà annunciato a breve e che opererà direttamente sotto la guida di un "Consiglio per la pace" guidato da Trump, è "modellato" da diverse persone vicine a Israele. 

Tra questi figurano il consigliere militare capo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Roman Gofman, e l'investitore israelo-americano Michael Eisenberg, che ha consigliato il premier israeliano fin dall'inizio del cessate il fuoco. 

Tra gli altri coinvolti ci sono il politico statunitense-israeliano Aryeh Lightstone e l'imprenditore israeliano della sicurezza informatica Liran Tancman, legato al Mossad.

Tutti e quattro questi uomini erano coinvolti nella fondazione del GHF. Il mortale programma di aiuti portò all'uccisione di circa 2.000 palestinesi nel giro di sei mesi.

Con il pretesto dell'assistenza umanitaria, i palestinesi sono stati stipati in spazi ristretti e hanno ricevuto quantità limitate di aiuti per mesi, mentre le truppe israeliane e i contractor statunitensi aprivano regolarmente il fuoco contro i richiedenti aiuti disarmati.

L'annuncio del "Board of Peace" di Trump avrebbe dovuto avvenire questa settimana, ma è stato posticipato. Secondo alcune indiscrezioni, il comitato esecutivo che opererà sotto il consiglio potrebbe essere annunciato già mercoledì.

"Diciotto funzionari palestinesi hanno ricevuto l'invito a unirsi al comitato che sostituirà Hamas", hanno riferito alcune fonti al New Arab

Ali Shaath, ex viceministro della pianificazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), è stato designato a presiedere il comitato, mentre il funzionario dell'intelligence in pensione Mohammed Nisman dovrebbe assumere il controllo della sicurezza.

Secondo le fonti, la riunione del comitato dovrebbe tenersi giovedì nella capitale egiziana.

Si prevede che il "Consiglio della Pace", che sarà annunciato in seguito, comprenderà 15 leader mondiali provenienti da paesi come Regno Unito, Francia, Germania, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto.

Hamas ha ripetutamente dichiarato di essere pronta a cedere il potere a un organismo indipendente di tecnocrati palestinesi, come previsto dalla tregua.

Rifiuta il disarmo finché non sarà formato uno Stato palestinese indipendente, ma si è detta aperta a un'iniziativa che "congelerebbe" le sue armi per un certo periodo di tempo.

Il gruppo ha sottolineato che la seconda fase dell'accordo di cessate il fuoco non potrà avere inizio finché Israele non porrà fine a tutte le violazioni.

Israele ha ucciso almeno 442 palestinesi da quando è stato raggiunto il "cessate il fuoco" sostenuto dagli Stati Uniti nell'ottobre dello scorso anno, ha riferito il Ministero della Salute di Gaza. Oltre 1.200 persone sono rimaste ferite.

Tel Aviv continua a colpire indiscriminatamente i civili, giustificando gli attacchi con il pretesto di presunte "minacce alla sicurezza", mentre persiste nella persecuzione violenta dei leader della resistenza senza riguardo per i termini dell'accordo di cessate il fuoco. Anche il blocco di Gaza rimane in vigore, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria.

Alcune fonti hanno riferito al Times of Israel in un articolo pubblicato l'11 gennaio che l'esercito israeliano ha elaborato piani per un nuovo assalto nella Striscia di Gaza, mirato ad espandere le aree sotto il controllo di Tel Aviv, violando il cessate il fuoco.

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Pasquale Liguori

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Funzionari israeliani e arabi esortano Trump a "frenarsi" dall'attaccare l'Iran

 

Funzionari israeliani e arabi stanno esortando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a "astenersi" dall'attaccare l'Iran finché la Repubblica islamica non sarà ulteriormente indebolita dai disordini, hanno riferito alcune fonti alla NBC News il 13 gennaio. 

"Negli ultimi giorni, funzionari israeliani e arabi hanno dichiarato all'amministrazione Trump di credere che il regime iraniano potrebbe non essere ancora indebolito al punto che gli attacchi militari statunitensi rappresenterebbero il colpo decisivo per rovesciarlo", secondo le fonti.

Le fonti hanno aggiunto che i funzionari hanno suggerito a Trump di "astenersi per ora dagli attacchi su larga scala", preferendo che Washington "aspetti che il regime sia ancora più sotto pressione".

Una fonte araba ha precisato che c'è "una mancanza di entusiasmo da parte del vicinato" per gli attacchi degli Stati Uniti contro l'Iran, mentre un'altra ha affermato che ci sono preoccupazioni che "qualsiasi attacco o escalation da parte di Israele o degli Stati Uniti possa unire gli iraniani".

"I funzionari israeliani hanno detto all'amministrazione Trump che, pur sostenendo pienamente il cambio di regime in Iran e gli sforzi degli Stati Uniti per facilitarlo, sono preoccupati che un intervento militare esterno in questo momento potrebbe non portare a termine il lavoro iniziato dai manifestanti... gli israeliani hanno suggerito che altri tipi di azioni statunitensi volte a destabilizzare il regime e a sostenere i manifestanti potrebbero contribuire a indebolire ulteriormente il regime al punto che attacchi più ampi potrebbero quindi essere decisivi", hanno ribadito altre fonti. 

Tra queste possibili azioni rientrano nuove sanzioni, attacchi informatici, il blocco del blackout di Internet in Iran o attacchi mirati ai leader iraniani, hanno aggiunto le fonti.

Un altro articolo, pubblicato dal Wall Street Journal (WSJ), ha confermatoche gli stati arabi guidati dall'Arabia Saudita e dall'Oman stavano cercando di impedire un attacco all'Iran. 

"Arabia Saudita, Oman e Qatar stanno dicendo alla Casa Bianca che un tentativo di rovesciare il regime iraniano scuoterebbe i mercati petroliferi e, in ultima analisi, danneggerebbe l'economia statunitense. Soprattutto, temono le conseguenze in patria", hanno riferito alcune fonti al WSJ. "I funzionari sauditi hanno assicurato a Teheran che non si sarebbero coinvolti in un potenziale conflitto né avrebbero permesso agli Stati Uniti di usare il loro spazio aereo per attacchi aerei".

Gli Emirati Arabi Uniti "non hanno preso parte alle attività di lobbying".

Secondo quanto riportato dai media ebraici durante la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran, durata giugno, l'Arabia Saudita ha fornito supporto di intelligence a Israele e ha aperto il suo spazio aereo ai jet israeliani per attaccare la Repubblica islamica. 

All'epoca, anche alcuni organi di stampa israeliani affermarono che gli aerei da guerra di Tel Aviv avevano abbattuto droni iraniani nello spazio aereo saudita. 

Le nuove notizie giungono mentre Trump minaccia un attacco all'Iran. 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Gruppi curdi armati "inviati" dall'Iraq per unirsi alle rivolte in Iran

 

 

Secondo quanto riferito da alcune fonti alla Reuters il 14 gennaio, i miliziani appartenenti ai gruppi separatisti curdi hanno cercato di attraversare il confine con l'Iran dall'Iraq per unirsi alle violenze antigovernative che si stanno verificando in tutto il Paese.

"L'intelligence turca ha avvisato l'IRGC che i combattenti curdi stavano attraversando la frontiera negli ultimi giorni", hanno precisatole fonti.

Un funzionario iraniano, a condizione di anonimato avrebbe affermato che le autorità si sono scontrate con questi elementi, che cercano di "creare instabilità e trarre vantaggio dalle proteste".

"I combattenti erano stati inviati dall'Iraq e dalla Turchia... Teheran ha chiesto a quei paesi di interrompere qualsiasi trasferimento di combattenti o armi all'Iran", ha continuato la fonte. 

Per anni l'Iran ha dovuto affrontare attacchi transfrontalieri da parte dei separatisti curdi appartenenti al Partito Democratico del Kurdistan dell'Iran (KDPI). 

Durante le proteste e le rivolte del 2022 in Iran, le forze di sicurezza sono state ripetutamente sotto attacco da parte di elementi armati legati al KDPI e ad altre organizzazioni militanti curde. All'epoca, l'ex capo della sicurezza nazionale statunitense John Bolton ammise apertamente che armi provenienti dalla regione del Kurdistan iracheno venivano introdotte clandestinamente in Iran, dove i separatisti le usavano contro le truppe governative. 

La rivelazione della Reuters arriva mentre l'Iran sta affrontando proteste diffuse, violente rivolte su larga scala e disordini. Oltre 100 membri delle forze di sicurezza e decine di civili sono stati uccisi dai rivoltosi, sostenuti dall'intelligence israeliana. 

Dall'inizio dei disordini, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente minacciato di attaccare l'Iran.

"Gli aiuti sono in arrivo", ha detto martedì il presidente, rivolgendosi ai manifestanti antigovernativi e ai rivoltosi sostenuti dal Mossad.

L'Iran ha promesso una dura risposta a qualsiasi attacco, compresi gli attacchi alle basi statunitensi e a quelle di Israele.

"Sia chiaro: in caso di attacco all'Iran, i territori occupati, così come tutte le basi e le navi statunitensi, saranno il nostro obiettivo legittimo", ha dichiarato nel fine settimana il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, mettendo in guardia contro qualsiasi "errore di calcolo".

Durante la guerra tra Israele e Iran, durata 12 giorni a giugno, i missili balistici iraniani hanno colpito direttamente diversi siti militari israeliani, causando ingenti distruzioni in tutto il territorio israeliano. Teheran ha anche risposto all'attacco statunitense ai suoi impianti nucleari prendendo di mira la base di Al-Udeid in Qatar.

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Com'è venuto fuori Reza Pahlavi quale "alternativa" alla Repubblica islamica dell'Iran?

 

Forse il popolo iraniano ha nostalgia del regime di Pahlavi?

Oppure il figlio dello Shah gode di un carisma irresistibile?

Veramente qualcuno può razionalmente ipotizzare che le donne iraniane vogliano barattare una minigonna con un regime monarchico colonia degli USA e di Israele?

Ma procediamo con ordine.

Chi ha creato, letteralmente, il "mito" del figlio dello Shah e riproposto, accanto alle bandiere di Israele, i vecchi stendardi con il leone?

Si tratta di un'operazione veramente da manuale e credo che sia utile raccontarla.

L'indagine è  stata pubblicata ad ottobre del 2025 dal giornale israeliano Haaretz.
L'inchiesta di TheMarker e Haaretz svela l'esistenza di campagne on line finanziate da Israele per promuovere Reza Pahlavi figlio.

Dagli inizi del 2025, ma probabilmente anche da prima, una rete coordinata di account sui social media, in lingua persiana, ha iniziato a promuovere Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah iraniano deposto e cacciato nel 1979.

La campagna digitale è stata gestita da un’azienda israeliana.
L’operazione si è intensificata in concomitanza con eventi chiave all’interno dell’Iran, come proteste popolari o attacchi mirati contro infrastrutture del regime.

La rete si è  rivelata composta da decine di profili falsi, principalmente su X, Instagram e Telegram.
Questi account:
- si presentavano come cittadini iraniani comuni;
- usavano foto profilo generate artificialmente (AI);
- interagivano tra loro per simulare consenso popolare.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e le azioni militari israeliane, con diffusione delle notizie prima che fossero confermate.

Molti profili risultavano creati nello stesso periodo e mostravano schemi di comportamento coordinato, tipici delle operazioni di disinformazione.

L’articolo di Haaretz sottolinea che la campagna ha fatto ampio uso di strumenti di intelligenza artificiale per generare immagini e video di rivolte in Iran e creare “notizie” false attribuite a media internazionali.

Alcuni contenuti simulavano, infatti, servizi della BBC Persian o dichiarazioni inesistenti di attivisti iraniani, rendendo difficile distinguere il falso dal reale.

Il messaggio centrale dell’operazione era la presentazione di Reza Pahlavi come leader naturale dell’opposizione iraniana.
I contenuti lo descrivevano come: figura unificatrice; garante di un Iran laico e democratico; erede legittimo di un passato pre-islamico idealizzato.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e azioni militari israeliane.
In almeno un caso, account della rete hanno diffuso notizie su un attacco israeliano in Iran prima che fossero confermate pubblicamente, suggerendo la possibilità di accesso anticipato alle informazioni.

Questo elemento ha rafforzato il sospetto che la campagna fosse coordinata con apparati statali.

L’articolo cita il ruolo di Gila Gamliel, ex ministra israeliana dell’Intelligence.


Gamliel ha invitato Reza Pahlavi in Israele e lo ha presentato pubblicamente come un possibile attore di cambiamento per l’Iran.

Il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha analizzato la campagna, identificando:
infrastrutture digitali comuni; pattern di pubblicazione coordinati; utilizzo sistematico di contenuti falsi.

I giornalisti autori dell'indagine,
Gur Megiddo Omer Benjakob, fanno anche presente che all'inizio del 2023, Reza Pahlavi ha fatto la sua prima visita ufficiale in Israele.
Plausibilmente il piano di manipolazione e di eversione era già stato concordato.

Può un governo accusato di genocidio e crimini contro l'umanità, che uccide donne e bambini a Gaza e in Cisgiordania, voler "salvare" i diritti umani delle donne iraniane?
E Trump, che reprime ferocemente a casa sua le enormi proteste contro le violenze delle squadracce dell'ICE, (che hanno assassinato una donna bianca e statunitense, madre di 3 figli, a sangue freddo), come può affermare che ricorrerà a qualsiasi mezzo per difendere i manifestanti in Iran?

Siamo molto oltre Orwell.

Troppo.
 
Ma vediamo di ricordare anche chi era Reza Pahlavi.
 
Chi era lo Scià, Mohammad Reza Pahlavi?

L’Iran Ebrat Museum, a Teheran, documenta i crimini e le torture contro i prigionieri politici nell’Iran dello Scià Pahlavi, rovesciato nel 1979 grazie alla Rivoluzione Islamica condotta dall’Imam Khomeini.

Nel corso degli anni ’70, migliaia di prigionieri politici sono stati detenuti in celle minuscole e torturati dal Comitato misto Anti Sabotaggio, un ramo della criminale Savak (National intelligence e Organizzazione per la sicurezza), creata dalla Cia nel 1957 e addestrata dal Mossad.

La Savak, nota in Iran per i suoi metodi brutali, nazisti, controllava tutti gli aspetti della vita politica e sociale iraniana. Ai giornalisti, agli insegnanti, agli artisti, a tutti gli scrittori e accademici veniva imposta una rigida vigilanza  e censura totale.
Le università, i sindacati e le varie organizzazioni erano tutte soggette all’intensa sorveglianza degli agenti della Savak e dei suoi informatori.

Questo era l’Iran dello Scià, colonia degli Stati Uniti, dove gli orrendi crimini commessi contro il popolo iraniano non urtavano, però, le "sensibilità" di un complice e colpevole Occidente "democratico". 

Non dobbiamo dimenticare la Storia, quella vera.
Non dobbiamo  smettere di cercare, di porci domande, di esercitare la capacità di analisi critica e informare.
Ma, soprattutto, non dimentichiamo chi sono i carnefici di ieri e di oggi.
 
Fonti:
 

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Carla Filosa - I limiti di Trump

 

Nell’intervista che Trump ha rilasciato alcuni giorni fa al New York Time ha affermato che il suo potere di comandante in capo ha un unico “limite” determinato “nella sua morale personale” oppure “nella sua mente”, come “l’unica cosa che può fermarlo”. Non quindi nelle costrizioni esterne, quali – in primis - il diritto internazionale, di cui non sente alcun bisogno. Il rispetto per quest’ultimo poi, sarebbe relativo a come lo si definisce – telepatia con il “fino a un certo punto” di Tajani! - e non ha quindi valore universale, almeno non nei confronti degli Usa. “Non cerco di fare del male alle persone” – a suo dire inoltre - dovrà bastare al mondo intero per essere rassicurati, o capire invece che il concetto di morale del Presidente degli Stati Uniti non si rifà né all’universalismo kantiano, né alla duplicità di morale ed etica della filosofia hegeliana di cui forse non avrà mai avuto notizia, solo per riferirsi alle due concezioni sulla morale più rilevanti in quest’Occidente in frantumi. L’unica certezza che se ne rileva è che l’arbitrio e l’autoreferenzialità del potere dominano chiaramente alla Casa Bianca, quale difesa dall’attuale crisi egemonica, intollerante di una democrazia esaurita perché troppo a lungo “esportata” e ormai poco redditizia.

Al di là dell’ironia, Trump completa lo spostamento ideologico, già avviato sul terreno internazionale della lotta di classe, in concorrenza e lotta tra Stati e nazioni per ottenere, possibilmente ognuno al suo interno, il sostegno popolare ai disegni politici predatori del “guardiano del mondo”. Ecco dunque che la “morale” o la “mente” vorrebbero nascondere la necessità di una decisa autocrazia, nella fascinazione di nuovi “valori” da inserire nei panieri svuotati dei propri cittadini, da galvanizzare con imprese roboanti da vero uomo-forte, che però salvaguarda solo interessi oligarchici americani in antitesi con l’internazionalismo del sistema di capitale. Questa “morale da leader” del centro del mondo è dunque: licenza di attaccare apertamente qualunque Paese, secondo diktat intimidatori supportati dal predominio della forza, secondo schemi politici che la storia più arcaica aveva già stilato nella alternativa tra “legge” e “diritto del più forte” vigente in natura. Tali modelli in origine filosofici sono stati regressivamente attuati poi dalla storia politica ogni volta che sia servito.

 Questi valori cosiddetti appaiono allora il “successo” sbandierato a Sharm el Sheikh. Poco importa se l’autodeterminazione palestinese sia stata vanificata, perché la ricostruzione di Gaza e la sua governance è stata assegnata ad esecutivi guidati da stranieri, cioè al controllo americano. Altro “valore” è la “fermezza” con l’istituzione dell’ICE, la polizia agli ordini del solo presidente, quale intervento rapido per effettuare la guerra all’immigrazione e sopprimere il dissenso, e/o “contenere” i disordini civili “da usare come terreno di addestramento per l’esercito”, come dimostra l’eccidio a sangue freddo della donna bianca a Minneapolis. L’ultima esibizione valoriale, in ordine di tempo, è al momento la tempestiva azione venezuelana con tanto di sequestro di un Presidente e consorte di uno Stato straniero, nella piena ridefinizione di un diritto che codifica sempre i rapporti di forza esistenti, individuabili nella supremazia militare garante di quella del denaro, non più bisognoso della retorica dei diritti umani né dello stato di diritto. Le istituzioni cioè non veicolano più istanze sociali per trasformarle in leggi, come democrazia ancora richiederebbe, ma si impone una valutazione di tipo assolutistico dedita a mantenere i consensi necessari all’autoconservazione della propria posizione elitaria, conquistata con l’appoggio dei capitali delle Big Tech cui serve ora l’appropriazione anche della Groenlandia, se necessario con la forza.

Mentre i governanti europei sembrano costernati, indecisi se accodarsi all’amico amerikano di una volta e subirne le angherie anche oltre i dazi, oppure smarcarsi aspirando a un ruolo anch’esso dotato di forza militarizzata, in rapporto soprattutto al sostegno all’Ucraina e sposando quindi la Russia come nemico storicamente indelebile, la guerra serpeggiante in scenari sempre da aggiungere, viene coniata come “ibrida”, cioè con un termine privo di senso nella sua vuota genericità. Entriamo allora nel non nuovo linguaggio della propaganda, ma modernizzato, per capire tutti noi, cioè masse disorientate ed espropriate da ogni forma partecipata di governo della propria vita, con quali mezzi, parole e informazioni siamo indotti ad agire contro i propri interessi, fino al nostro preventivato e utile massacro dove e quando occorrerà.              

Tutti i canali di informazione, quotidiani, riviste, televisioni, social network, IA, ecc. offrono pluralità di notizie su cui orientarsi mentre altre vengono occultate deliberatamente, secondo chi finanzia le testate e riceve ordini da centrali di potere oscurato. Come non ha inventato lo sfruttamento, il capitale non ha neppure inventato la propaganda, però ne ha fatto la sua indispensabile forma dispotica di accompagno alla forza. Ha infatti ereditato e ben usato teorici che sostenevano il linguaggio come il potere di ammaliare gli uomini influenzandone le passioni, nel preponderante dominio dell’irrazionale. Questo è servito a obliterare la realtà, che, seppure fosse conoscibile non sarebbe poi comunicabile, in quanto l’uso della parola deve solo influenzare chi ascolta, nell’approdo conclusivo alla persuasione coatta e inconsapevole. La tecnologia attuale ha solo diffuso a livello mondiale questa impostazione, ben più raffinata e consistente di questo breve cenno, finalizzata al contrasto di ogni demistificazione o controinformazione, ancora presenti e difficili però da debellare.

La verità, per quel poco che si riesce a disvelare, emerge solo da una lettura storica, non schiacciata sul solo presente. Trump, si è rammentato prima, che sta completando un disegno da tempo in atto negli Usa. Solo per fare esempi recenti, un suo predecessore, Theodore Roosevelt nel 1904 aveva già espresso il diritto degli Usa a intervenire in paesi che non avevano governi giusti secondo Washington, deputata perciò al ripristino della giustizia a stelle e strisce. Dopo la guerra per dividere la Corea, nel 1950, senza l’approvazione dell’Onu, gli Stati Uniti hanno invaso il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq dietro le menzogne dell’“esportazione della democrazia” o delle “armi di distruzione di massa”, quando cioè vigeva ancora il tentativo di giustificarsi di fronte a un feticcio di diritto internazionale in qualche modo in vigore.

Le cosiddette dittature altre (Venezuela, Iran, ecc.) possono invece essere ora, in aperta e smaccata violazione di ogni normativa, invase o condizionate attraverso l’uso del “nemico interno” da cui sembra scaturire la sostituzione provvidenziale o l’insospettata ribellione, da tempo organizzata e pilotata. Russia, Libia, Siria, Ucraina, Georgia, Cecoslovacchia, Polonia (con Solidarnosc allora finanziata dal Vaticano) hanno mostrato tutti questi destini, caratterizzati in loco da redditi popolari mediamente bassi e dunque finanziati da fiumi di denaro dalle esterne centrali di ispiratori dei diritti umani, presentate come opportunità di democrazia, libertà e verità. Si tratta cioè di imbastire la narrazione di un Bene, (cioè Noi) - che si auto-differenzia dal Male dei dittatori, magari ex alleati o proprio appositamente insediati come propri vassalli (Pinochet, Saddam Hussein, ecc.) - che è così autorizzato a sostenere la violenza contro quelli che l’hanno preventivamente usata, e che vengono esecrati come sanguinari, unica causa di massacri indiscriminati.

La sacrosanta reazione popolare, visualizzabile ora anche con racconti e filmati che testimoniano della responsabilità del dittatore quale unico criminale (forse ora, a giorni, sembra il turno dell’Iran con 2000 o più morti, chi arriva a 6000 o 12.000 dichiarati), dovrà trovare appoggio e sostegno da chi, poi, dovrà guidare o far sostituire il governo del Paese. La guerra civile viene costruita o assecondata da consiglieri militari e intelligence, puntando alla sovversione dall’interno mediante la lotta psicologica diffusa che arma, anche con l’uso della non violenza, masse stremate per vincere regimi ostili o di intralcio alle politiche di Washington dominante, dunque credibile. Con la democrazia manipolatoria la storia è cancellata.

La nuova fase imperialista che Trump inaugura non ha più bisogno di giustificazioni istituzionali o giuridiche per esercitare l’arroganza dispotica Usa, che viene offerta al mondo come priva di alternative: Canada, Panama, Groenlandia sono avvertite sin dal suo insediamento come prossime prede, per ora il petrolio venezuelano, tutti obiettivi prima o poi da raggiungere. La sicurezza nazionale Usa esige per la Groenlandia che diventi non solo “un affitto o un trattato”, ma una “proprietà” necessaria per “il successo”. Il potere cioè si presenta nudo perché non ha più bisogno di abiti e belletto, ma di intimidire ed estorcere tutto ciò che gli occorre, detenendo la maggior forza militare del pianeta.

Se “nessuno è morto” nel blitz in Venezuela, secondo le dichiarazioni del Presidente, è perché il centinaio di morti venezuelani non contano per un’“America first” da veicolare in ogni senso anche ideologico. Seppure l’8 gennaio il senato abbia approvato una risoluzione per la limitazione dei poteri di Trump col voto di 5 repubblicani insieme ai democratici, Trump ha detto che non avrebbero più dovuto essere eletti, nella piena adesione all’antica antitesi tra leggi (convenzioni volute dai più deboli, anche nazioni, per tutelarsi), e stato di natura, “giusto”, secondo cui i più forti “governano, sottomettono, uccidono” senza doversi vergognare (Platone, Gorgia, V-IV sec. a.C.). Non a caso da noi, oggi, la propaganda si serve di governi sudditi per legittimare “chi vale di più e si prende ciò che gli spetta con la forza”, nell’ottica di mantenere nella subordinazione tutta la vita sociale, e attendere il difensivo completarsi di quest’ultima “rivoluzione regressiva” complici le nuove tecnologie, in attesa di tutte le risorse necessarie al loro costante sviluppo in apparenza vincente.

Infine, e forse riguarda l’aspetto più preoccupante, contro il presidente della banca centrale Usa, Jerome Powell, da tempo nel mirino della casa Bianca, è stata aperta un’indagine penale, in quanto accusato da Trump di “non essere molto bravo a costruire edifici”. L’ambito giudiziario su cui è riportato l’inedito scontro tra i due presidenti riguarderebbe una fissazione dei tassi d’interesse troppo alti rispetto alle richieste trumpiane, che Powell ritiene però essere solo un pretesto. Secondo alcuni, infatti, si sarebbe avviata una più ampia strategia per conquistare una vasta maggioranza all’interno della Fed per orientare le decisioni sui tassi, legandole in tal modo al variare politico al posto di valutazioni di politica monetaria. La crisi profonda che approderà alla Corte Suprema riguarda l’indebolimento del dollaro e l’enorme debito pubblico Usa asceso a 38.000 mld di $, che impone sia alla Fed sia alle 25 maggiori banche americane di comprarne le obbligazioni. Secondo l’analisi del Prof. Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa, se l’ostacolo Powell fosse rimosso, la Fed potrebbe diventare il braccio operativo del Tesoro americano, perdendo la sua indipendenza finora considerata sacra. In tal modo si avvierebbe una moneta politica all’interno di un capitale finanziario ipertrofico che potrebbe condurre a guerre ovunque si trovassero risorse da acquisire, secondo le necessità più impellenti per la tenuta capitalistica stessa. Il potere politico unito a quello della Banca Centrale richiederebbe così la fine di ogni mediazione, oltre quella economica, e l’esordio di un sistema autoritario all’indomani di una totale deregulation, in un salto di qualità della gestione iperpolitica. L’acquisizione del consenso di tutti i media per tenere l’informazione sotto controllo, la concentrazione della ricchezza riservata alle sole élites oligarchiche, il furto dei risparmi e la fine della democrazia determinerebbe necessariamente un rafforzamento dell’autocrazia per consentire la ristrutturazione di un capitalismo in netto declino.

Se l’intervento in Venezuela, la prossima acquisizione della Groenlandia e forse un futuro controllo dell’Iran potranno permettere agli Usa di determinare monopolisticamente il prezzo del petrolio mondiale al posto dell’Opec, tutto ciò potrebbe costare prezzi inimmaginabili non solo per l’equilibrio degli ecosistemi del pianeta per l’uso indiscriminato di idrocarburi, ma risposte politico-militari di altre potenze di cui non si tiene adeguatamente conto. Che il sistema di capitale sia nella sua fase discendente era già noto a Lenin che agli inizi del secolo scorso l’aveva definito “putrescente”. Se questa attuale dovesse costituire la sua fase di coma irreversibile non sappiamo. La lotta di classe assume continuamente nuove forme e muta le quantità umane in conflitto, restringendo incessantemente il numero dei signori della ricchezza armata, nel processo di concentrazione e centralizzazione del potere del denaro. I marxisti sanno già quello che i succubi agenti del capitale possono solo eseguire, pena essere espulsi dal loro ruolo se non ne attuano le leggi, e cioè che l’infinito sviluppo delle forze produttive del capitale è antitetico al fine “miserabile” dell’accumulazione privata, soggetta alle crisi strutturali di sovrapproduzione e alla distruzione di valore di questo modo di produzione.

Marx: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

14.01.2026

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 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Pepe Escobar - Ecco come i paesi BRICS potrebbero dare una scossa strutturale al sistema del dollaro statunitense

 

di Pepe Escobar Sputnik 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

L'oligarchia che effettivamente gestisce l'Impero del Caos ha premuto il pulsante di emergenza, poiché i contorni strutturali dell'Egemonia vacillano vistosamente.

Il petrodollaro è una delle caratteristiche chiave di questa Egemonia: una macchina di riciclaggio che canalizza l'acquisto incessante di titoli del Tesoro statunitensi, poi spesi per le Guerre Eterne. Qualsiasi giocatore che pensi anche solo di diversificare da questa macchina infernale si scontra con il congelamento dei beni, sanzioni – o peggio.

Allo stesso tempo, l'Impero del Caos non può dimostrare la sua potenza pura e bruta, dissanguandosi sul suolo nero della Novorossiya. Il dominio richiede risorse in continua espansione – risorse saccheggiate – fianco a fianco con quella stampa ininterrotta di dollari USA come valuta di riserva per pagare le bollette astronomiche. Inoltre, i prestiti dal mondo funzionano come contenimento finanziario imperiale dei rivali.

Ma ora una scelta diventa imperativa – un vincolo strutturale inevitabile. O mantenere una spesa astronomica per il predominio militare (entra in gioco il bilancio da 1,5 trilioni di dollari proposto da Trump per il Dipartimento della Guerra) Oppure continuare a governare il sistema finanziario internazionale.

L'Impero del Caos non può fare entrambe le cose.

Ed è per questo che, una volta fatti i calcoli, l'Ucraina è diventata sacrificabile. Almeno in teoria.

Contro la militarizzazione del sistema dei titoli del Tesoro statunitense – de facto un imperialismo monetario – i BRICS incarnano la scelta strategica del Sud Globale, coordinando una spinta verso sistemi di pagamento alternativi.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso eurasiatico è stato il congelamento – anzi il furto– dei beni russi dopo l'espulsione di una potenza nucleare/ipersonica, la Russia, da SWIFT. Ora è chiaro che le banche centrali di tutto il mondo stanno puntando sull'oro, sugli accordi bilaterali e sulla valutazione di sistemi di pagamento alternativi.

Essendo il primo grave shock strutturale al sistema dalla fine della seconda guerra mondiale, i BRICS non stanno apertamente cercando di ribaltare il sistema – ma di costruire un’alternativa praticabile, completa di finanziamenti infrastrutturali su larga scala che aggirino il dollaro statunitense.

Il Venezuela illustra ora un caso critico: può un importante produttore di petrolio sopravvivere al di fuori del sistema del dollaro statunitense – senza essere distrutto?

L'Impero del Caos ha decretato, “No”. Il Sud Globale deve dimostrare che si sbaglia. Il Venezuela non era così critico sulla scacchiera geopolitica poiché rappresentava solo il 4% delle importazioni di petrolio della Cina. L'Iran infatti è il caso cruciale, poiché il 95% del suo petrolio viene venduto alla Cina e regolato in yuan, non in dollari statunitensi.

L'Iran però non è il Venezuela. L'ultimo tentativo coordinato di operazioni di intelligence/attacchi terroristici/cambio di regime contro l'Iran – con tanto di patetico rifugiato mini-Shah nel Maryland – è miseramente fallito. La minaccia di guerra, però, rimane.

BRICS Pay, The Unit o CIPS?

Il dollaro statunitense rappresenta oggi meno del 40% delle riserve valutarie globali, la percentuale più bassa degli ultimi 20 anni. L’oro rappresenta ora più riserve valutarie globali rispetto all’euro, allo yen e alla sterlina messi insieme. Le banche centrali stanno accumulando oro in modo esponenziale, mentre i BRICS accelerano la sperimentazione di sistemi di pagamento alternativi in quello che in precedenza ho definito " il laboratorio BRICS".

Uno degli scenari proposti direttamente ai BRICS e concepito come alternativa all'ingombrante SWIFT, che effettua transazioni per almeno 1 trilione di dollari al giorno, prevede l'introduzione di un token commerciale non sovrano basato su blockchain.

Questa è The Unit.

The Unit, correttamente descritta come “moneta apolitica”, non è una valuta, bensì un'unità di conto utilizzata per il regolamento di scambi commerciali e finanziari tra i paesi partecipanti. Il token potrebbe essere ancorato a un paniere di materie prime o a un indice neutrale per impedire il dominio di un singolo paese. In questo caso funzionerebbe come i diritti speciali di prelievo (DSP) del FMI, ma nel quadro dei BRICS.

Poi c'è mBridge – che non fa parte del laboratorio “BRICS” – che presenta una valuta digitale multi-banca centrale (CBDC) condivisa tra le banche centrali e le banche commerciali partecipanti. mBridge comprende solo cinque membri, ma tra questi figurano attori potenti come il Digital Currency Institute della Banca Popolare Cinese e l'Autorità Monetaria di Hong Kong. Altri 30 paesi sono interessati ad aderire.

mBridge è stata però l'ispirazione alla base di BRICS Bridge, ancora in fase di sperimentazione, che mira ad accelerare una serie di meccanismi di pagamento internazionali: trasferimenti di denaro, elaborazione dei pagamenti, gestione dei conti.

Si tratta di un meccanismo molto semplice: invece di convertire le valute in dollari statunitensi per il commercio internazionale, i Paesi BRICS cambiano direttamente le loro valute.

La Nuova Banca di Sviluppo (NDB), o la banca BRICS, fondata a Shanghai nel 2015, dovrebbe essere il nodo di connettività chiave di BRICS Bridge.

Ma per il momento la cosa è sospesa – perché tutti gli statuti della NDB sono legati al dollaro statunitense, e questo deve essere rivalutato. Con la NDB integrata nella più ampia infrastruttura finanziaria delle nazioni membri dei BRICS, la banca dovrebbe essere in grado di gestire la conversione, la compensazione e il regolamento della valuta nell’ambito del BRICS Bridge. Ma siamo ancora molto lontani da questo.

BRICS Pay è un animale diverso: un'infrastruttura strategica per costruire un sistema finanziario autodefinito “decentralizzato, sostenibile e inclusivo” tra le nazioni e i partner BRICS+.

BRICS Pay è in modalità pilota fino al 2027. Entro quella data le nazioni membri dovrebbero iniziare a discutere un accordo per istituire un'unità di regolamento per il commercio intra-BRICS entro e non oltre il 2030.

Ancora una volta, non si tratterà di una valuta di riserva globale, bensì di un meccanismo che offrirà un'opzione “parallela e compatibile” a SWIFT all'interno dell'ecosistema BRICS.

Anche BRICS Pay, per il momento, è un sistema molto semplice: ad esempio, turisti e viaggiatori d'affari possono utilizzarlo senza aprire un conto bancario locale o cambiare valuta. Collegano semplicemente la loro Visa o Mastercard all'app BRICS Pay e la utilizzano per pagare tramite codice QR.

Ed è proprio questo il problema cruciale: come aggirare Visa e Mastercard, sotto la vigilanza del sistema finanziario statunitense, e incorporare carte dei membri BRICS come Union Pay (Cina) e Mir (Russia).

Nel complesso, per transazioni più grandi e complesse, persiste il problema di bypassare SWIFT. Tutti questi test “laboratorio BRICS” devono risolvere due problemi chiave: l'interoperabilità della messaggistica – tramite formati di dati sicuri e standardizzati; e l'elaborazione del regolamento effettivo, come nel modo in cui i fondi si muovono tramite i conti della Banca Centrale aggirando l'inevitabile minaccia di sanzioni.

Interiorizzazione dello yuan o nuova valuta di riserva?

L'inestimabile Prof. Michael Hudson è in prima linea a livello mondiale nello studio di soluzioni per ridurre al minimo l'egemonia del dollaro statunitense. È fermamente convinto che “la linea di minor resistenza sia seguire il sistema cinese già in vigore.” Ciò significa CIPS, il sistema di pagamento internazionale cinese, o sistema di pagamento interbancario transfrontaliero, basato sullo yuan e già estremamente popolare, utilizzato dai partecipanti in 124 nazioni della Maggioranza Globale.

Il Prof. Hudson insiste “è molto difficile creare un'alternativa. Il principio dell'Unità (enfasi sua), che si dice sia il 40% in oro e il resto nelle valute dei membri, va bene. Ma il modo migliore per farlo è attraverso una nuova banca centrale in stile Keynes, che definisca i debiti e le richieste di pagamento per risolvere gli squilibri tra i paesi membri, sulla falsariga del Bancor”.

Il Bancor fu proposto da Keynes a Bretton Woods nel 1944 – per prevenire gravi discrepanze nei saldi esteri, protezionismo, tariffe e la truffa delle nazioni costruite come paradisi fiscali. Non c'è da stupirsi che gli iper-egemonici Stati Uniti alla fine della seconda guerra mondiale abbiano posto il veto.

In un nuovo articolo sulla Militarizzazione del commercio del petrolio come fondamento dell'ordine mondiale degli Stati Uniti, pubblicato per la prima volta su democracycollaborative.org, il Prof. Hudson chiarisce come “la libertà russa e venezuelana di esportare petrolio abbia indebolito la capacità dei funzionari statunitensi di usare il petrolio come arma per mettere sotto pressione altre economie, minacciandole con lo stesso prelievo di energia che ha distrutto l'industria e i livelli dei prezzi tedeschi. Questa fornitura di petrolio non sotto il controllo degli Stati Uniti è stata quindi ritenuta una violazione dell'ordine basato sulle regole statunitensi.”

E questo ci porta a uno dei motivi principali della spinta dei BRICS verso sistemi di pagamento alternativi: “La politica estera degli Stati Uniti di creare punti di strozzatura per mantenere altri paesi dipendenti dal petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti, non dal petrolio fornito da Russia, Iran o Venezuela, è uno dei mezzi chiave dell’America per rendere insicuri altri paesi.”

Il Prof. Hudson delinea sinteticamente i cinque imperativi dell'Impero del Caos: “il controllo del commercio mondiale di petrolio deve rimanere un privilegio degli Stati Uniti”; “il commercio di petrolio deve essere valutato e pagato in dollari statunitensi”; il petrodollaro deve governare, poiché “i guadagni delle esportazioni internazionali di petrolio devono essere prestati o investiti negli Stati Uniti, preferibilmente sotto forma di titoli del Tesoro USA, obbligazioni societarie e depositi bancari”; “le alternative energetiche verdi al petrolio devono essere scoraggiate”; e “nessuna legge si applica o limita le norme o le politiche statunitensi”.

Paulo Nogueira Batista Jr, uno dei cofondatori della NDB e suo vicepresidente nel periodo 2015-2017, avanza parallelamente al Prof. Hudson, progettando un percorso praticabile verso una nuova valuta internazionale in un documento che sta attualmente finalizzando.

Considerando che il sistema del dollaro statunitense è “inefficiente, inaffidabile e persino pericoloso”, ed è diventato “uno strumento di ricatto e sanzioni”, Batista Jr. va dritto al punto seguendo le stesse linee del Prof. Hudson, sostenendo che “l'unico scenario che potrebbe presentare una certa fattibilità sarebbe l'internazionalizzazione su larga scala della valuta cinese (…) Ma c'è ancora molta strada da fare prima che possa sostituire il dollaro in modo significativo. E i cinesi sono riluttanti a provarci.”

Batista Jr propone quindi una soluzione simile a quella del Prof. Hudson: “Un gruppo di Paesi del Sud Globale, circa 15-20 Paesi, che includerebbero la maggior parte dei BRICS e di altre nazioni emergenti a medio reddito”, potrebbe essere in prima linea nella creazione di una nuova valuta.

Tuttavia “bisognerebbe quindi creare una nuova istituzione finanziaria internazionale – una banca emittente, la cui unica ed esclusiva funzione sarebbe quella di emettere e mettere in circolazione la nuova moneta".

Sembra molto simile a Bancor: “Questa banca emittente non sostituirebbe le banche centrali nazionali e la sua valuta circolerebbe parallelamente alle altre valute nazionali e regionali esistenti nel mondo. Sarebbe limitato alle transazioni internazionali, senza alcun ruolo nazionale.”

Batista Jr chiarisce che “la valuta si baserebbe su un paniere ponderato delle valute dei paesi partecipanti e quindi fluttuerebbe sulla base delle variazioni di queste valute. Poiché tutte le valute del paniere sarebbero fluttuanti o flessibili, anche la nuova valuta sarebbe una valuta fluttuante. I pesi nel paniere sarebbero dati dalla quota del PIL PPP di ciascun paese sul PIL totale.”

Inevitabilmente, “l'elevato peso della valuta cinese, emessa da un paese con un'economia solida, favorirebbe la fiducia nel sostegno e nella nuova valuta di riserva.”

Batista Jr è pienamente consapevole “del rischio che l'iniziativa provochi reazioni negative da parte dell'Occidente, che ricorrerebbe a minacce e sanzioni contro i Paesi coinvolti”.

Eppure il momento di agire è urgente: “Raccoglieremo sforzi economici, politici e intellettuali per uscire da questa trappola?"

I costi per mantenere l'Egemonia stanno diventando proibitivi. I BRICS, che raduneranno le forze per il vertice annuale che si terrà più avanti quest'anno in India, devono sfruttare il fatto che ci stiamo rapidamente avvicinando al momento del cambiamento strutturale, quando l'Impero del Caos perderà la capacità di far rispettare unilateralmente la propria volontà – se non attraverso una guerra totale.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Il sequestro del petrolio venezuelano

 

di Michael Hudson – The Democracy Collaborative e Sovereignista

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Iran (1953), Iraq (2003), Libia (2011), Russia (2022), Siria (2024) e ora Venezuela (2026). Il denominatore comune alla base degli attacchi statunitensi e delle sanzioni economiche contro tutti questi Paesi è la militarizzazione del commercio mondiale di petrolio da parte degli Stati Uniti. Il controllo sul petrolio è uno dei suoi metodi chiave per ottenere un controllo unipolare sugli ampi accordi commerciali e finanziari dollarizzati del mondo. La prospettiva che i Paesi sopra menzionati utilizzino il loro petrolio a proprio vantaggio e per la propria diplomazia rappresenta la minaccia più grave alla capacità complessiva degli Stati Uniti di utilizzare il commercio petrolifero per perseguire gli obiettivi della propria diplomazia.

Tutte le economie moderne hanno bisogno del petrolio per alimentare le loro fabbriche, riscaldare e illuminare le loro case, produrre fertilizzanti (dal gas) e plastica (dal petrolio) e alimentare i loro trasporti. Il petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti o dei suoi alleati (British Petroleum, Shell di Olanda e oggi OPEC) è da tempo un potenziale punto di strozzatura che i funzionari statunitensi possono usare come leva contro i Paesi le cui politiche ritengono contrarie ai progetti statunitensi: gli Stati Uniti possono far precipitare le economie di tali Paesi nel caos, impedendo loro di accedere al petrolio.

L’obiettivo principale dell’odierna diplomazia statunitense in quella che i suoi strateghi chiamano una guerra di civiltà contro Cina, Russia e i loro potenziali alleati dei BRICS è bloccare il ritiro dei Paesi dall’economia mondiale controllata dagli Stati Uniti e frustrare l’emergere di un gruppo economico centrato sull’Eurasia. Ma a differenza della posizione dell'America alla fine della Seconda guerra mondiale, quando era la potenza economica e monetaria dominante al mondo, oggi ha pochi incentivi positivi ad attrarre Paesi stranieri verso un'economia mondiale incentrata sugli Stati Uniti in cui, come ha affermato il presidente Trump, gli Stati Uniti devono essere i vincitori di qualsiasi accordo di commercio e investimento estero, mentre gli altri Paesi devono essere i perdenti.

È stato per isolare la Russia, e dietro di essa Cina e Iran, che il presidente Trump ha utilizzato le tariffe del Giorno della Liberazione del 2 aprile 2025 per fare pressione sui leader tedeschi e dell’UE affinché si astenessero volontariamente dall’importare ulteriore energia dalla Russia, nonostante il fatto che parti del gasdotto Nord Stream 2 erano ancora operative. La precedente accettazione da parte della Germania e dell'UE della distruzione dei gasdotti Nord Stream nel febbraio 2022 testimonia la capacità dei diplomatici statunitensi di costringere i Paesi ad aderire – a proprio danno – alle alleanze militari americane della Guerra Fredda e a seguire le politiche da esse stabilite. La deindustrializzazione e la perdita di competitività della Germania da quando il suo commercio di petrolio e gas con la Russia è stato bloccato sono stati il sacrificio richiesto a essa (e all’UE) dagli Stati Uniti nel loro tentativo di isolare e danneggiare le economie russa e cinese (e anche di generare ulteriori entrate dalle esportazioni di GNL per se stessa, certo).

Una caratteristica fondamentale della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il loro potere di impedire ad altri Paesi di proteggere e agire nel rispetto dei propri interessi economici e di sicurezza. Questa asimmetria è stata integrata nell’economia mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti avevano un enorme sostegno economico da offrire alle economie europee devastate dalla guerra. Ma l'attuale potere di coercizione degli americani è sostenuto principalmente dalle minacce di causare danni e caos creando e sfruttando punti critici o, come ultima risorsa, bombardando i Paesi più deboli per costringerli a conformarsi. Questa leva distruttiva è l’unico strumento politico rimasto a un’economia statunitense che si è deindustrializzata ed è caduta in un debito estero di una portata che ora minaccia di porre fine al ruolo monetario dominante e redditizio del dollaro.

Il denaro alla fine della seconda guerra mondiale era il principale punto di strozzatura delle economie occidentali’. Gli Stati Uniti Il Tesoro era sulla buona strada per aumentare le sue riserve auree all'80% dell'oro monetario mondiale – da cui dipendeva l'espansione finanziaria estera secondo lo standard Dollaro/Oro per i pagamenti internazionali che durò fino al 1971. Poiché la maggior parte dei Paesi non disponeva di oro monetario e aveva bisogno di prestiti per finanziare il deficit del commercio estero e della bilancia dei pagamenti, i diplomatici statunitensi si servirono del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale per concedere prestiti a condizioni che imponevano politiche di privatizzazione pro-USA, una tassazione regressiva e un'apertura delle economie straniere agli investitori statunitensi. Tutto ciò è diventato parte del sistema dollarizzato del commercio internazionale e della politica monetaria che lo finanzia.

Oltre al denaro, il petrolio è diventato una delle principali necessità internazionali – e quindi un potenziale punto di strozzatura. È stato anche a lungo un pilastro della bilancia commerciale degli Stati Uniti (insieme alle esportazioni di grano) ed è stato il principale sostegno al ruolo dominante del dollaro nella finanza dal 1974, quando i Paesi dell’OPEC quadruplicarono i prezzi del petrolio e raggiunsero un accordo con i funzionari statunitensi per investire i proventi delle esportazioni acquistando Stati Uniti. Tesoro, titoli societari e depositi bancari – sentirsi dire che non farlo sarebbe considerato un atto di guerra contro gli Stati Uniti. Il risultato fu la creazione del mercato del petrodollaro, che divenne un pilastro della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e quindi della forza del dollaro.

Fin dal 1974, i funzionari statunitensi hanno cercato non solo di mantenere il prezzo del commercio mondiale di petrolio e altre materie prime in dollari, ma anche di prestare petrolio e altre eccedenze di esportazione (o investirle) negli Stati Uniti. Questo è il tipo di “restituzione” che Donald Trump ha trascorso l’ultimo anno negoziando con Paesi stranieri come condizione per consentire loro di mantenere l’accesso al mercato statunitense per i loro prodotti.

L’esempio più recente di questa insistenza è stato l’annuncio del Dipartimento dell’Energia del 6 gennaio secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe consentito al Venezuela di esportare da 30 a 50 milioni di barili di petrolio, per un valore fino a 2 miliardi di dollari, e che ciò continuasse “indefinitamente” su base selettiva, soggetto a una disposizione chiave: “I proventi si stabilizzeranno negli Stati Uniti. conti controllati presso ‘banche riconosciute a livello mondiale’ e poi erogati alle popolazioni statunitensi e venezuelane a discrezione’ dell'amministrazione Trump.”

Gli Stati Uniti chiedono privilegi prioritari per se stessi nel commercio mondiale di materie prime vitali

Nel settembre 1973, l'anno prima della rivoluzione dei prezzi dell'OPEC, gli Stati Uniti rovesciarono il presidente eletto del Cile Salvador Allende. Il problema non era la “cilenizzazione” della sua industria del rame. In realtà quel piano era stato proposto dalle aziende americane produttrici di rame Anaconda e Kennecott. Consideravano l'acquisizione negoziata di aziende statunitensi come un modo per aumentare il prezzo mondiale del rame. Ciò ha creato un ombrello di prezzi che ha consentito alle aziende di aumentare i profitti derivanti dalle proprie attività minerarie e di raffinazione negli Stati Uniti. Questo era lo stesso principio che portò le compagnie petrolifere ad accettare le nazionalizzazioni dell’OPEC del 1974 e l’aumento dei prezzi.

La condizione fondamentale dell'accordo cileno sul rame era che il rame venisse venduto alle aziende statunitensi come primo in linea, a qualunque prezzo cileno fosse stato stabilito. Le aziende statunitensi produttrici di rame avevano bisogno di questa garanzia per assicurare ai propri clienti il cablaggio elettrico, le armi e altre importanti applicazioni di fornitura continua. Questo diritto di prelazione era una concessione che non comportava un sacrificio economico da parte del Cile. Ma Allende ha insistito sul fatto che questa concessione violava la sovranità cilena. Si trattava di una richiesta inutile per quanto riguardava l'interesse nazionale del Cile, ma Allende rimase fermo – e fu rovesciato.

Nel caso del Venezuela, ciò che più turba i responsabili della sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il fatto che il Paese abbia soddisfatto il 5% del fabbisogno petrolifero della Cina. Forniva anche Iran e Cuba, anche se dal 2023 la Russia lo ha sempre più sostituito come fornitore di questi due Paesi. Questa libertà russa e venezuelana di esportare petrolio ha indebolito la capacità dei funzionari statunitensi di usare il petrolio come arma per comprimere altre economie minacciandole con lo stesso ritiro di energia che ha distrutto l’industria tedesca e i livelli dei prezzi. Questa fornitura di petrolio non sotto il controllo degli Stati Uniti è stata quindi ritenuta una violazione dell’ordine basato sulle regole statunitensi.

A peggiorare la situazione, nel 2017 il Venezuela annunciò che avrebbe iniziato a fissare i prezzi delle sue esportazioni di petrolio in valute diverse dal dollaro, minacciando la pratica del mercato del petrodollaro. E quando la Cina è diventata un investitore nell’industria petrolifera venezuelana, si è parlato del fatto che il presidente Maduro abbia iniziato a elencare il prezzo delle sue esportazioni di petrolio in yuan cinese (proprio come ha appena fatto lo Zambia con le sue esportazioni di rame). Maduro ha chiarito la sfida impegnativa che stava lanciando. Già nel 2017 aveva annunciato che il suo obiettivo era porre fine “al sistema imperialista statunitense”.

L'attuale economia mondiale è governata da un ordine non scritto basato sulle regole degli Stati Uniti, non dalla Carta delle Nazioni Unite

La diplomazia statunitense non si sente sicura se non riesce a rendere insicuri gli altri Paesi e vede minacciata la sua libertà d'azione se ad altri Paesi viene concessa la libertà di decidere con chi commerciare e cosa scegliere di fare dei propri risparmi. La politica estera degli Stati Uniti, volta a creare punti di strozzatua per mantenere sotto il controllo degli Stati Uniti altri Paesi dipendenti dal petrolio, non dal petrolio fornito da Russia, Iran o Venezuela, è uno dei mezzi principali utilizzati dagli Stati Uniti per rendere insicuri gli altri  Paesi. Ma questa politica non è stata finora scritta nei documenti pubblici. Fino alle dichiarazioni schiette rilasciate la scorsa settimana da Trump e dai suoi consiglieri, i diplomatici statunitensi sembravano imbarazzati nel dichiarare apertamente questo e altri principi fondamentali dell'ordine basato sulle regole americane.

La ragione di questa riluttanza è che questi principi sono antitetici al diritto internazionale (e anche ai principi del libero mercato, ai quali gli Stati Uniti hanno finora aderito, almeno nella loro retorica). L'attacco militare americano al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro ne sono l'esempio più recente. Sebbene la leadership americana consideri la sua aggressione un esercizio ammissibile dei suoi principi di ordine basati su regole, si tratta di una flagrante violazione – anzi ripudio – del diritto internazionale, in particolare dell'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite che afferma, in effetti, che “una nazione non può usare la forza sul territorio sovrano di un altro Paese senza il suo consenso, una logica di autodifesa, o l'autorizzazione delle il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

Per quanto sorprendente possa sembrare, gli Stati Uniti giustificano spesso la loro aggressione militare e le loro minacce sulla base dell’autodifesa. Ad esempio, il columnista del Financial Times Gideon Rachman riferisce che “gli Stati Uniti ritengono che la propria sicurezza nazionale sarebbe messa a repentaglio se l'industria taiwanese dei semiconduttori cadesse nelle mani della Cina – o se Pechino controllasse il trasporto marittimo che attraversa il Mar Cinese Meridionale”. L’America sembra essere il Paese più minacciato e vulnerabile del mondo, molto caduto dal suo precedente potere. Lo stesso Trump sembra vivere nella paura, arrivando persino a citare la posizione geografica della Groenlandia come una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: “Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale”, ha dichiarato ai giornalisti sull'Air Force One il 4 gennaio. “La Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi sparse ovunque. Ha promesso di trattare con la Groenlandia nei prossimi due mesi. E i vertici dell'UE sostengono Trump come il massimo protettore dell'Europa da tali minacce. Il presidente della Lettonia ha utilmente suggerito che le “legittime esigenze di sicurezza degli Stati Uniti” debbano essere affrontate in un “dialogo diretto” tra Stati Uniti e Danimarca.

La Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti”, ha affermato Stephen Miller, vice capo dello staff di Trump per le politiche e la sicurezza interna. “Il presidente è stato molto chiaro su questo punto: questa è la posizione formale del governo degli Stati Uniti.” Respingendo l'idea che la presa del potere in Groenlandia avrebbe comportato un'operazione militare, avvertì che “nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia.”

Men che meno i danesi, a quanto pare. L'aspetto più sinistro delle minacce di Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti all'inizio del 2026 è stata l'intenzione degli Stati Uniti —sostenuta dalla NATO – di bloccare l'accesso all'Artico dall'Atlantico settentrionale “su entrambi i lati del divario Groenlandia-Islanda-Regno Unito attraverso il quale le navi russe – o cinesi – devono passare per entrare nell'Atlantico settentrionale.” Un portavoce della NATO ha fatto riferimento ai commenti fatti dal segretario generale Mark Rutte il [6 gennaio], in cui ha affermato che "la NATO collettivamente … deve garantire la sicurezza dell’Artico”. Lo stesso Rutte ha dichiarato alla CNN che "noi [membri della NATO] concordiamo tutti sul fatto che russi e cinesi sono sempre più attivi in quella zona", lasciando intendere chiaramente che mantenere "sicuro" l'Oceano Artico significa "liberarlo" dalle navi cinesi e russe che entrambi i paesi stanno sviluppando per accorciare le rotte e i tempi di trasporto.

Un editoriale del Wall Street Journal sostiene l’affermazione secondo cui l’America deve difendersi dai Paesi che rimangono indipendenti dal controllo statunitense. Sottolineando che “gli Stati Uniti hanno anche rivendicato l'autodifesa come motivo per arrestare il dittatore panamense Manuel Noriega,” il giornale sostiene che il rovesciamento militare è “l'unica difesa contro i ladri globali”.

Più precisamente, avverte che sarebbe un’illusione idealistica ma anacronistica immaginare che il diritto internazionale governi effettivamente le azioni delle nazioni. “Come se Mosca e Pechino non calpestassero già il diritto internazionale quando questo si mette sulla loro strada,” sbuffa, liquidando l'importanza del diritto internazionale come se fosse diventato “il migliore amico di un tiranno”.

Naturalmente, il diritto effettivo delle nazioni è sempre stato in ultima analisi soggetto all'uso della forza e al principio "La forza fa il diritto". Il consigliere di Trump, Stephen Miller, ha esposto la sua filosofia in un'intervista alla CNN: “Viviamo in un mondo, nel mondo reale… governato dalla forza, governato dalla potenza, governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo fin dall'inizio dei tempi.”

I diplomatici americani potrebbero semplicemente alzare le spalle e chiedere quante truppe hanno le Nazioni Unite. Non ne ha e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sono in ogni caso soggette al veto degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti semplicemente ignorano le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, come il mondo ha appena visto con il rapimento del capo di Stato venezuelano. Sono le norme statunitensi a fungere da legge operativa a cui sono soggetti gli altri Paesi, almeno quelli nell'orbita commerciale, finanziaria e militare degli Stati Uniti.

Trump non si vergogna di riconoscere il principio operativo applicato alla sua ultima diplomazia internazionale: “Vogliamo il petrolio venezuelano.” Aveva già confiscato il petrolio in transito dalle petroliere in partenza dal Venezuela il mese scorso. E ha annunciato che se la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, non accetterà volontariamente di cedere il controllo del suo petrolio, l'esercito statunitense cederà le sue riserve petrolifere a società statunitensi e nominerà un nuovo cleptocrate o dittatore cliente che governerà il Paese per conto degli interessi degli Stati Uniti.

Quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1974 fece pressione sui  Paesi dell'OPEC affinché riciclassero i guadagni derivanti dalle esportazioni di petrolio in titoli in dollari statunitensi, i leader dell'OPEC erano disposti a farlo perché all'epoca gli Stati Uniti erano di gran lunga la principale economia finanziaria al mondo. Domina ancora il sistema finanziario basato sul dollaro, ma non ha più il suo precedente potere industriale e ha appena ridotto i suoi aiuti esteri e la sua adesione all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre agenzie umanitarie delle Nazioni Unite. Invece di sostenere la crescita di altre economie, la sua forza diplomatica si basa ora sulla sua capacità di interrompere la loro crescita commerciale ed economica. Ed è proprio il declino della sua potenza industriale a rendere così urgente l'azione degli Stati Uniti contro il Venezuela, con la sua aggressione militare e le continue minacce contro quel Paese che rientrano nel suo tentativo di dissuadere i  Paesi dal rompere con le regole non scritte del controllo unipolare statunitense sul commercio e sui pagamenti internazionali, dedollarando le loro relazioni commerciali e monetarie.

C'è anche una presa di risorse. Stephen Miller, il principale consigliere di Trump sopra menzionato, ha affermato senza mezzi termini che “i Paesi sovrani non ottengono la sovranità se gli Stati Uniti vogliono le loro risorse”. Le sue osservazioni hanno fatto seguito a una dichiarazione altrettanto schietta rilasciata dagli Stati Uniti durante una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ambasciatore Michael Waltz: “Non si può continuare ad avere le più grandi riserve energetiche del mondo sotto il controllo degli avversari degli Stati Uniti.”

Il principio giuridico statunitense è che “il possesso è nove decimi della legge”. E la legge in vigore nel caso di specie è quella degli Stati Uniti, non del Venezuela o delle Nazioni Unite. Sono all'opera numerosi altri principi, tra cui spicca il diritto all'autodifesa sopra menzionato, garantito dall'autorizzazione americana “Stand your ground” ["mantenere la propria posizione"] a difendersi. La storia di copertina dell'attacco di Trump al Venezuela (testato dai media da Fox News e sondaggi) è che il Venezuela minaccia gli Stati Uniti con cocaina e altre droghe. O almeno con farmaci che non sono coordinati dalla CIA e dall'esercito americano, come è stato documentato dal Vietnam all'Afghanistan e alla Colombia. L'atto d'accusa contro Maduro, tuttavia, non faceva alcun riferimento alle affermazioni di Trump su un “Cartello dei Soli” di cui sarebbe stato a capo, ma citava principalmente accuse non correlate sul suo porto di una mitragliatrice e accuse simili non applicabili a un capo di stato straniero.

Non c'è stata alcuna incriminazione di Maduro per i suoi reali reati agli occhi degli Stati Uniti: la minaccia alla capacità dell'America di controllare il petrolio del suo Paese e il suo marketing, e la sua intenzione di fissare il prezzo del petrolio venezuelano in yuan e altre valute diverse dal dollaro e di utilizzare i proventi delle esportazioni di petrolio per pagare la Cina per i suoi investimenti nel suo Paese. L'analogia appropriata per le accuse inventate di droga contro Maduro è la fasulla affermazione – usata per giustificare l'invasione americana dell'Iraq nel 2003 – secondo cui Saddam Hussein stava lavorando per ottenere armi di distruzione di massa. Ciò fu sufficiente a minare il rispetto per il Segretario di Stato Colin Powell dopo il suo discorso del 5 febbraio 2003 davanti alle Nazioni Unite. Ma secondo il principio americano “difendi la tua posizione”, gli Stati Uniti avevano motivo di essere minacciati dal tentativo del Venezuela di prendere il controllo del suo commercio di petrolio – e, di fatto, di commerciare con gli avversari designati dagli Stati Uniti, Cina, Russia e Iran. L'aggressione americana in risposta a tale minaccia è stata supportata dal relativo principio statunitense che consente ai proprietari di case o ai poliziotti di uccidere chiunque ritengano possa rappresentare una minaccia, per quanto soggettiva o una scusa a posteriori possa essere.

Sebbene giustificata da questi principi dell'ordine basato sulle regole americane, l'ultima militarizzazione del commercio di petrolio da parte di Trump ha comportato, come discusso in precedenza, il ripudio da parte degli Stati Uniti dei principi fondamentali del diritto internazionale, tra cui il diritto del mare. Prima del suo attacco militare a Caracas e del rapimento del presidente Maduro, il suo embargo contro le esportazioni di petrolio venezuelano (a qualsiasi acquirente tranne le compagnie petrolifere statunitensi) e il sequestro di petroliere che trasportavano il petrolio del Paese erano particolarmente eclatanti, per non parlare del suo bombardamento di pescherecci non identificati e altre navi al largo delle coste del Venezuela, uccidendo i loro equipaggi senza preavviso.

Un’altra vittima dell’enfasi posta dagli Stati Uniti sull’armamento del commercio mondiale di petrolio ed energia è l’ambiente. Nell'ambito del loro tentativo di rendere il resto del mondo dipendente dal petrolio e dal gas sotto il fermo controllo proprio e dei propri alleati, gli Stati Uniti stanno lottando per impedire ad altri Paesi di decarbonizzare le proprie economie, nel tentativo di scongiurare una crisi climatica e le sue condizioni meteorologiche estreme. Gli Stati Uniti si oppongono quindi all’accordo sul clima di Parigi che sostiene la politica “verde” volta a sostituire i combustibili a base di carbonio con l’energia eolica e solare.

Il problema per l'America è che l'energia eolica e quella solare rappresentano un'alternativa al petrolio, che gli Stati Uniti cercano di controllare. L’eliminazione graduale del petrolio rimuoverebbe non solo un sostegno alla bilancia commerciale degli Stati Uniti, ma priverebbe i suoi strateghi della capacità di spegnere le luci e il calore dei Paesi alle cui politiche si oppone. E a peggiorare le cose, la Cina ha assunto un ruolo guida nella tecnologia delle energie rinnovabili, compresa la produzione di pannelli di energia solare e pale di mulini a vento. Ciò è visto come una grave minaccia in quanto aumenta il rischio che altre economie diventino indipendenti dalla dipendenza dal petrolio. Nel frattempo, l'opposizione degli Stati Uniti ai combustibili diversi dal petrolio sotto il loro controllo ha causato danno da contraccolpo alla stessa economia statunitense, bloccando i propri investimenti nell'energia solare ed eolica.

L'amministrazione Trump è stata particolarmente aggressiva non solo nel bloccare le iniziative straniere volte a ridurre i combustibili fossili, ma anche le alternative statunitensi. “Il primo giorno del suo secondo mandato presidenziale, Trump ha emesso un ordine esecutivo che sospende ogni locazione di terreni e acque federali per nuovi parchi eolici. Da allora la sua amministrazione ha preso di mira i parchi eolici che avevano ricevuto i permessi dall’amministrazione Biden ed erano in costruzione o stavano per iniziare a funzionare, utilizzando spiegazioni mutevoli.” “Ha sospeso i contratti di locazione di tutti i progetti eolici offshore in un nuovo attacco al settore”, citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

Ciò che rende questa mossa contro le fonti energetiche alternative ancora più sorprendente è la prevista carenza di elettricità negli Stati Uniti, che si prevede sarà causata dalla crescente domanda da parte dei centri informatici di intelligenza artificiale, in circostanze in cui l'America nutre grandi speranze per l'intelligenza artificiale (IA). Oltre alle rendite derivanti dalle risorse petrolifere, gli strateghi statunitensi sperano di aumentare le rendite monopolistiche americane a scapito di altri Paesi attraverso la tecnologia informatica, le società di piattaforme Internet e (sperano) il predominio nell'intelligenza artificiale. Il problema è che l'IA richiede un'enorme energia per far funzionare i suoi computer. Tuttavia, negli ultimi dieci anni la tendenza degli Stati Uniti nella produzione di energia è rimasta stagnante e gli investimenti in nuovi impianti elettrici rappresentano un processo burocratico e dispendioso in termini di tempo (da qui la prevista carenza di energia sopra menzionata). Ciò è in netto contrasto con l'enorme aumento della produzione di elettricità da parte della Cina, dovuto in gran parte all'intensa produzione di pannelli solari e mulini a vento, in cui ha acquisito un ampio primato tecnologico – mentre la pratica statunitense ha evitato questa fonte di energia in quanto “non inventata qui” e, più fondamentalmente, perché potrebbe potenzialmente indebolire il suo tentativo di rendere il mondo dipendente dal petrolio che controlla.

Sintesi: Le richieste fondamentali dell'ordine basato sulle regole degli Stati Uniti in materia di petrolio sono:

  • Il controllo del commercio mondiale di petrolio rimarrà un privilegio degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti controlleranno il commercio mondiale di petrolio. Deve essere in grado di decidere quali Paesi sono autorizzati a fornire petrolio ai propri alleati e a quali Paesi i suoi esportatori di petrolio alleati sono autorizzati a vendere il loro petrolio. Ciò significa vietare agli alleati di importare petrolio da Paesi come Russia, Iran e Venezuela. Ciò comporta anche interferenze con i suoi avversari’ esportazioni di petrolio (come è appena accaduto con il blocco e il sequestro delle esportazioni di petrolio venezuelano, e si è verificato contro la flotta petrolifera russa) e aggressioni militari per impossessarsi del petrolio dei suoi avversari. Il petrolio iracheno e siriano è stato semplicemente rubato dagli occupanti statunitensi e viene fornito a Israele. Anche il petrolio libico è stato sequestrato nel 2011 ed è rimasto interrotto.

  • Il Commercio del Petrolio deve essere valutato e pagato in dollari statunitensi

Il prezzo del petrolio e delle altre esportazioni sarà fissato in dollari e commercializzato tramite le borse merci occidentali, mentre i pagamenti saranno effettuati tramite le banche occidentali utilizzando il sistema SWIFT, tutte sotto l'effettivo controllo diplomatico degli Stati Uniti.

  • La Regola del Petrodollaro

Inoltre, i guadagni derivanti dalle esportazioni internazionali di petrolio devono essere prestati o investiti negli Stati Uniti, preferibilmente sotto forma di Titoli del Tesoro, obbligazioni societarie e depositi bancari.

Le alternative energetiche “verdi” al petrolio devono essere scoraggiate e il fenomeno del riscaldamento globale e degli eventi meteorologici estremi negato.

Per promuovere il controllo continuo dei mercati energetici da parte degli Stati Uniti, è opportuno scoraggiare le alternative non legate al carbonio al petrolio e al gas – e le politiche di tutela ambientale verde a sostegno di tali alternative –, poiché le fonti energetiche alternative riducono il potere della diplomazia statunitense di imporre le regole sopra citate.

  • Nessuna legge si applica o limita le regole o le politiche degli Stati Uniti

Infine, gli Stati Uniti e i loro principali alleati devono essere immuni dai tentativi stranieri di bloccare le sue politiche, compresi i tentativi attraverso le Nazioni Unite e i tribunali internazionali. Deve mantenere la sua capacità di porre il veto alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ignorerà semplicemente le risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e gli ordini dei tribunali internazionali a cui si oppone. Questo principio porta gli Stati Uniti ad opporsi alla creazione di tribunali o organi giuridici alternativi e soprattutto a impedire a tali autorità di avere il potere militare di far rispettare le proprie decisioni.

Con ringraziamenti a The Democracy Collaborative

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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RADIO GAZA - puntata 20 - “Le nuove milizie non sono garanzia di pace. Solo Hamas dà sicurezza”

 

<<La linea gialla non è un rifugio sicuro ed è circondata da pericoli. Le persone rimangono nelle zone controllate da Hamas perché non trovano alternative sicure o infrastrutture per vivere in altre zone. 

La fiducia nei nuovi monopolisti o nelle milizie non locali non è forte perché non ci sono garanzie di pace o di una vita stabile. .

Quanto a nuove operazioni (israeliane). Rimane una preoccupazione per la popolazione a causa del perdurare delle tensioni e delle violazioni del cessate il fuoco. >>. 

La ventesima puntata di Radio Gaza è l’ultima in lingua italiana. Il progetto continua in lingua inglese a partire dalla prossima settimana. Rimane tale e quale la campagna di raccolta fondi “Apocalisse Gaza” che in questi giorni ha provveduto ad acquistare nuove tende, nuovi vestiti invernali, cibo e medicine grazie alle vostre generose donazioni. Lunghe immagini dalla Striscia raccontano una guerra ancora più crudele, quella contro l’indifferenza del mondo.

Nel frattempo si attende a ore l’annuncio di Trump sulla composizione del “Comitato di Pace”, così come del direttivo di esperti palestinesi che gestirà l’amministrazione della Striscia e, nei migliori auspici, anche la composizione della Forza Internazionale di Stabilità. Molte cose non tornano però, a cominciare dall’ultimatum lanciato da Israele ad Hamas. Mentre il mondo assiste con angoscia alla campagna americana di aggressione sull’Iran.

La ventesima puntata di “Radio Gaza” sarà disponibile da oggi alle 18 sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico a questo link: 

https://www.youtube.com/watch?v=VOJLpB93LSg

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

FB: RadioGazaAD

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Democrazia statunitense e come dovrebbe essere

 

di Michele Blanco

Tutti, ormai,  dovremmo sapere che nella società statunitense è da sempre presente un tasso di violenza veramente eccessivo, con poco rispetto per i diritti degli stessi cittadini, soprattutto a quelli non appartenenti ai gruppi etnici discendenti dagli anglosassoni, tedeschi e similari. Le forze dell’ordine negli USA hanno spesso e volentieri avuto la mano pesante sulle persone indifese, soprattutto se questi erano afroamericani (come accaduto nel caso di George Floyd). Eppure quello che è successo a Renee Nicole Good, donna bianca, cristiana e madre di tre figli, è qualcosa che probabilmentenon era mai accaduto prima. La povera Renee è stata uccisa, senza motivo, a sangue freddo nella città di Minneapolis da una pattuglia dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement).
 
Questo episodio vergognoso fa veramente mettere in dubbio che gli USA siano effettivamente una democrazia. Non è  possibile che nel 2026 possa esistere legalmente una "polizia" statale  che abbia il potere, concessogli da uno Stato che si autodefinisce democratico, di esercitare atti di squadrismo nei confronti di persone “immigrate”, o presunte tali; ma, in questo  caso, è  sconcertante soprattutto perché,  si tratta di un omicidio intenzionale nei confronti di una signora, madre di famiglia,  disarmata, che si trovava seduta immobile nella propria auto. Infatti, per fortuna, nei giorni successivi anche molti repubblicani filo-Trump hanno commentato il tragico evento con parole di grande sdegno e assoluta preoccupazione. Giustamente ci sono stati oltre mille eventi e manifestazioni in tutti gli Stati Uniti che hanno visto grandi proteste al grido: “Ice, Out for Good” (Ice, fuori per sempre).
 
Ma purtroppo  a farci capire l'assoluta gravità dell’accaduto, della pericolità del sistema politico  statunitense, sono arrivati immediatamente i commenti, assurdi e triviali di esponenti del governo statunitense, come il vicepresidente J. D. Vance, il quale ha dichiarato che si è trattato di un “attacco alle forze dell’ordine”. In poche parole — secondo Vance — l’agente dell'agenzia federale dell’Ice avrebbe agito da criminale assassino a sangue freddo,  per legittima difesa, visto e considerato che, sue testuali parole, la signora Good è da considerarsi semplicemente “una vittima dell’ideologia di sinistra”.
 
In sostanza, la tesi assurda e  estremista del governo Trump-Vance-Rubio è questa: Renee se l’è cercata perché era un’attivista di sinistra. Penso che se fosse stata di destra sarebbe stata uccisa allo stessomodo ovviamente. Ma la gravità, assurdità di queste ignobili dichiarazioni ci deve far riflettere,  oltre a farci indignare. In primo luogo si tratta  di un  precedente politico e culturale che queste giustificazioni vergognose, farlocche e estremiste “di parte". L’escalation di violenza da guerra civile, dopo questo tragico fatto, non è più un’ipotesi politologica. È esattamente la realtà tremenda di oggi. Continuare a denunciare questa deriva assassina e barbara dello stato di diritto nelle cosiddette democrazie occidentali, è un compito politico, civile e spirituale trasversale, che dovrebbe essere percepito come tale da chiunque creda che sia arrivato il momento di mettere da parte ogni forma di assurda ideologia divisiva e inutilmente bellicista.
 
Certo che l’accettazione della violenza all'interno della società fa parte della storia degli Stati Uniti d’America fin dall’inizio. Ed è, purtroppo una loro caratteristica inconfutabile. Anche con i Democratici al governo abbiamo sempre assistito ininterrottamente a episodi razzisti da parte delle forze di polizia di una ferocia intollerabile. Quindi non si tratta di criminalizzare solo l’operato suprematista di Trump, che ovviamente é  assolutamente da condannare, per assolvere l’ipocrisia di Biden o della Harris.
 
Anzi, è tutto l’opposto. Per questo mi fa veramente irritare leggere che i MAGA sarebbero migliori perché almeno esplicitano la loro violenza colonialista apertamente e non sono dei falsi perbenisti come quei sepolcri imbiancati Democratici, solo di nome, difensori del diritto internazionale solo quando gli fa comodo a loro. È ridicolo sentire commenti, così superficiali, che se critichi la politica di Trump allora vuol dire che sei automaticamente a favore della cancel culture o di qualsiasi altra esagerazione del politicamente corretto. Come se dentro questo bipolarismo decadente una terza via da percorrere non sia possibile.
 
Questa assurda e inutile logica polarizzante, nonostante abbia una certa presa sull’opinione pubblica, esattamente come il tifo calcistico o televisivo, ad un’analisi ponderata e più seria resta comunque assurda e facilmente smontabile. La violenza, quella fatta da organi dello Stato è  sempre la peggiore, infatti, è violenza punto e basta. E chiunque eserciti questa prepotenza antidemocratica su qualsiasi altro, peggio ancora se lo fa in modo spudorato e disinvolto, è  assolutamente da condannare senza nessuna possibilità d'appello. Non esistono scusanti di fronte all’uso della violenza; e questo, soprattutto per chi si impegna nel costruire un mondo più pacifico e disarmato, dovrebbe essere il punto fondamentale da cui partire. 
 
Nel mondo contemporaneo, in particolare in questi ultimissimi anni, avvertiamo una continua e forte sensazione di accelerazione della storia con grandi e continui mutamenti che sembrano travolgerci già mentre li stiamo osservando senza riuscire nemmeno a capirli, nella loro velocità e grande complessità. Ma la cosa veramente triste è che questi cambiamenti sono peggiorativi della realtà, continue guerre sparse per l’intero pianeta e tantissime violazioni del diritto internazionale, fino ad arrivare al terribile Genocidio dei palestinesi; con moltissime e complesse crisi economiche, ambientali, epidemiche e finanziarie che ci hanno fatto capire di essere molto più vulnerabili di quanto pensavamo.
 
Con Trump ci tocca subire un’ondata di inaudita brutalità disumana, fino all’ incredibile rapimento di un capo di Stato eletto democraticamente dal suo popolo. Questa brutalità trumpiana sembra essere irrefrenabile: “Voglio la Groelandia, voglio il petrolio, voglio i minerali delle terre rare” e nessuno lo contraddice. Quindi assistiamo ad un’assenza spaventosa di visione politica democratica innovativa, nuova, inedita, coraggiosa e realmente pacifica, che abbia davvero l’ardire di mettere in discussione l’intero teatrino della politica bellica contemporanea. Se per eccesso di realismo cadiamo anche noi nella retorica che dice sostanzialmente che in politica esistono solo i “rapporti di forza” e nient’altro, allora possiamo dare le chiavi del nostro futuro in mano a tutti coloro che stanno già dimostrando d’essere i più cinici e i più spietati (vedi, per esempio, i nostri leader europei).
 
Allora invertiamo immediatamente questa rotta suicidaria, che ci mantiene costantemente nel “rischio di un imminente catastrofe”, come scriveva profeticamente il sociologo Ulrich Beck. La scelta che dobbiamo fare non è fra la maschera dell’orrore (Dem) e l’orrore in sé (Rep); altrimenti saremmo comunque spacciati. Esiste sempre una terza via quando la polarizzazione diventa così esasperante. Intanto non dobbiamo piegarci alla legge del più forte. Dobbiamo tornare a usare la ragione umana per provare a inaugurare un nuovo mondo democratico e inclusivo non violento che parta dalla partecipazione politica informata di tutti i cittadini del nostro pianeta. 

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Prossima fermata: lo stato di Polizia?

 

di Federico Giusti

ochi giorni fa, il 14 Gennaio 2026, è stato presentato l'ennesimo Disegno di legge in materia di  "sicurezza urbana, immigrazione e protezione internazionale, nonchè di funzionalità delle forze dell'ordine e del Ministero dell'Interno"

Non è casuale che questo ennesimo tassello securitario arrivi dopo l'arresto di attivisti sociali e politici piemontesi a seguito delle manifestazioni autunnali a Torino e dintorni, arresti  e provvedimenti che hanno colpito anche numerosi studenti minorenni non prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna.

Non entreremo nel merito della folle gara intrapresa tra i partiti di Governo nel presentarsi agli occhi delle Forze dell'Ordine come il partito più attento alle loro istanze  e disponibile a intensificare le pene per alcuni reati, urge invece considerare la canea mediatica attorno all'arresto degli attivisti palestinesi accusati di finanziare Hamas (ergo il terrorismo internazionale) che "giustificherà" interventi  ristrettivi e del tutto immotivati proprio sulle materie oggetto di immigrazione.

E tra scioperi e manifestazioni di piazza non potevano mancare altri argomenti forti della campagna repressiva come il richiamo al degrado urbano o alla necessità di rafforzare le prerogative e il potere  del Ministero dell'Interno nella logica per altro di quel Codice Rocco di epoca fascista che ha già dato il là a tutte le legislazioni emergenziali.

A leggere il Disegno di Legge si capisce che l'obiettivo ancora una volta è la microcriminalità elevata a pericolo primario e assoluto (rileggendo le cronache sulla strage di Cras Montana ci chiediamo come sia stata possibile una strage del genere in Svizzera se non violando controlli, norme di legge, normative elementari di sicurezza e di anti incendio a cui unire condizioni di sfruttamento della forza lavoro, logiche del profitto, certezza della impunità). E al contempo è lecito domandarsi se il problema per l'ordine pubblico sia oggi rappresentato dalla borseggiatrice sugli autobus o da un sistema che permette cotante violazioni a beneficio di imprenditori ricchi e potenti.  Centinaia di ore di collegamenti web, siti appositamente creati per alimentare il pericolo sociale derivante dal borseggio, il problema esiste ovviamente e va preso in considerazione ma da qui a trasformarlo in una emergenza corre grande differenza.

Nella totale incapacità, ormai diffusa, di cogliere i reali problemi e gli orrendi crimini commessi contro la umanità o ai danni di lavoratori e cittadini privi di reali tutele, l'accanimento mediatico contro il furto commesso con destrezza non solo guadagna audience ma intere trasmissioni televisive, canali web, pagine social per poi consentire al legislatore di intervenire solennemente con la modifica del codice penale  e della Riforma Cartabia

E dall’attuale reclusione da quattro a sette anni alla reclusione da sei a otto anni, per il reato base, e dall’attuale reclusione da cinque a dieci anni alla reclusione da sei a dieci anni, per l’ipotesi aggravata 

Altro aspetto importante è la cosiddetta Prevenzione della violenza giovanile Ampliamento del catalogo dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del Questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni, questa norma riguarda direttamente un altro capitolo particolarmente gettonato dai nostri imbonitori mediatici ossia quello dei maranza elevati a pericolo numero uno nelle città metropolitane.

Anche in questo caso prevale una logica securitaria rispetto ad una semplice riflessione che imporrebbe azioni concrete: perchè in Italia esistono tanti giovani sotto i 25 anni che non studiano e non lavorano? E per quale ragione assistiamo all'aumento degli under 16 che abbandonano la scuola?

Occupandosi della delinquenza, o presunta tale, giovanile, dovremmo innanzitutto porci la domanda, forse rituale ma sempre valida, se abbiamo fatto abbastanza per prevenire il tutto.

La risposta è negativa, vuoi per inadempienza di vari ministeri ed enti locali, vuoi perchè i percorsi scolastici e formativi presentano lacune paurose e in tanti casi risultano inesistenti

A nostro avviso la preoccupazione del Governo, in questa fase storica, è ben altra ossia quella di lanciare un messaggio repressivo contro le giovani generazioni per prevenire la loro partecipazione attiva a manifestazioni di piazza, a ruota arrivano i provvedimenti securitari che coinvolgono anche i genitori e prevedono interventi e ammonimenti del Questore, sanzioni pecuniarie, sanzioni fino all'ennesima trovata ossia il divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza superiore a 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di 1frequente utilizzo, punito con la reclusione da 1 a 3 anni, (articolo 3, comma 1, lett. c) – nuovo art. 4-ter, comma 1, legge 18 aprile 1975, n. 110); 2) divieto di porto, se non per giustificato motivo, di altri coltelli e strumenti dotati di lama affilata o appuntita di lunghezza superiore a 8 centimetri, punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni (articolo 3, comma 1, lett. c) – nuovo art. 4-ter commi 2 e 3, legge 18 aprile 1975, n. 110)

Sorvoliamo sulle aggravanti specifiche con aumento di un terzo della pena se il reato è commesso previo travisamento o nelle vicinanze di stazioni ferroviari, scuole, parchi, giardini , metropolitane e perfino di Banche (equiparare gli istituti di credito agli autobus o alle scuole è una novità assoluta che rappresenta un precedente su cui aprire una riflessione)

E sorvoliamo anche sulla stretta imposta al permesso di soggiorno sapendo che le norme attuali in materia di cittadinanza risultano ben poco inclusive mentre i confini di classe nello Stato capitalista diventano sempre più marcati e tali da evitare qualsivoglia argomentazione sul presunto diritto (Lea Ypi Confini di Classe Feltrinelli)

Nel caso dei nuovi reati per i minorenni valgono le considerazioni precedentemente avanzate sull'abbandono scolastico, sul fin troppo comodo divieto di accesso ai centri urbani che andrà rafforzandosi impedendo la presenza  nei pressi di strutture e infrastrutture per chiunque abbia subito una condanna in appello per reati contro la persona e il patrimonio, pena l'arresto in flagranza. Questa norma in realtà non è rivolta solo alla piccola criminalità ma anche ai reati di piazza  divenuti, dopo l'autunno scorso, l' ulteriore ossessione per il Governo Meloni. E tanto è il timore della rivolta sociale che si arriva a ipotizzare la perquisizione, prevista dalla legge Reale, non come una necessità, e una urgenza, dettata da operazioni di polizia ma piuttosto come azione preventiva da intraprendere per una schedatura di massa e magari per  accertare l'eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione (e qui torna il solito e vecchio pericolo del terrorismo) 

Poi abbiamo la possibilità del fermo preventivo fino a 12 ore per garantire la sicurezza e la pubblica incolumità (gli anziani ricorderanno il fermo degli antifascisti ogni qual volta arrivava in città o paese il Gerarca del Regime)

E l'intervento non poteva tralasciare un argomento dibattuto oltre un anno fa con centinaia di ore televisive: quale reato configurare per chi non si ferma all'alt delle forze dell'ordine?

Per chi non si ferma all’alt delle Forze di polizia e si dà alla fuga Introduzione di un illecito penale punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni per chi non si ferma all’alt degli organi di polizia e si dà alla fuga con modalità pericolosa per la pubblica e privata incolumità, accompagnata dalle misure accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita. In tal caso, resta applicabile, in via cautelativa e provvisoria, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente (articolo 8).

E dopo le decine di manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, arriva puntuale l'intervento anti cortei.

In caso di mancate comunicazioni alla Questura per cortei e iniziative di piazza si va verso l'accelerazione del processo sanzionatorio e di inasprimento delle sanzioni pecuniarie irrogabili, le sanzioni amministrative pecuniarie  previste dal Governo vanno da un minimo di euro 3.500 a un massimo di euro 20.000, estese anche all’ipotesi di riunioni promosse tramite reti di comunicazione elettronica (articolo 9, comma 1, lett. a), numero 1). In caso di mancata osservanza delle prescrizioni dell’Autorità, le attuali pene fino ad un anno di reclusione e dell’ammenda fino a 413 euro sono sostituite con la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 5.000 a un massimo di 20.000 euro (articolo 9, comma 1, lett. a), numero 2). In caso di mancato rispetto delle limitazioni poste alla circolazione o dell’itinerario previsto, da cui possa derivare un pericolo alla sicurezza o all’incolumità pubblica ovvero in caso di ostacolo o intralcio al regolare funzionamento dei servizi di soccorso pubblico urgente, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 20.000 euro. Nelle ipotesi di turbamento del pacifico svolgimento di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico o del regolare espletamento del relativo servizio di ordine e sicurezza pubblica è prevista la sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 3.000 euro. Le sanzioni amministrative di cui al presente articolo sono irrogate dal Prefetto (articolo 9, comma 1, lett. a), numero 3). Viene altresì modificato il terzo comma dell’articolo 24, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, depenalizzando anche l’ipotesi di disobbedienza all’ordine di scioglimento della riunione o dell’assembramento, attualmente punita con l’arresto e l’ammenda fino a 413 euro, con l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 2.000 a 20.000 euro (articolo 9, comma 1, lett. b). Viene infine modificato l’articolo 654 c.p (Grida e manifestazioni sediziose), primo comma, già depenalizzato, con l’aumento della sanzione amministrativa pecuniaria da 400 a 2400 euro in luogo di quella attualmente prevista da 103 a 619 euro (articolo 9, comma 2). ? Divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti in luogo pubblico Introduzione del divieto di partecipare a pubbliche riunioni o di prendere parte a pubblici assembramenti, disposto dal giudice, con immediata esecutività, con la sentenza, anche non definitiva, di condanna per taluni delitti commessi con violenza alle persone o alle cose in occasione o a causa di riunioni o assembramenti pubblici. Tale misura potrà essere graduata dall’Autorità giudiziaria in base alla gravità del fatto e alla pericolosità del suo autore (articolo 10). 

Ma la Giustizia non parrebbe uguale per tutti vista la mancata iscrizione  nel registro delle notizie di reato quando appare che il fatto sia stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), disciplinando l’attività di indagine in presenza delle suddette scriminanti. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro (articolo 11). ? Tutela legale per il personale delle Forze di polizia, delle Forze armate e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco

Norme del genere non sono mai state previste negli anni della lotta armata, il fatto che siano costruite ai nostri giorni dovrebbe indurre a serie riflessioni quanti parlano ancora di Stato di diritto.

E ancora una volta a guidare il legislatore sono i fatti di cronaca non prima di averli deliberatamente esasperati attraverso orchestrate campagne mediatiche, in caso dell'occupazione della redazione di quotidiani e giornali, viene infatti prevista una aggravante comune per delitti non colposi commessi contro giornalisti o direttori di testate giornalistiche Viene introdotta una nuova circostanza aggravante comune, applicabile ai delitti non colposi contro la vita, l’incolumità individuale e la libertà morale, per il caso in cui il fatto sia commesso contro gli iscritti all’albo e nei registri dei giornalisti ovvero contro i direttori di testate giornalistiche non iscritti all’albo, durante lo svolgimento delle proprie funzioni o a causa di esse (articolo 13). 

E in questo delirio repressivo arrivano perfino agenti e servizi stranieri giusto a ricordare che siamo o non siamo una colonia statunitense?

disposizioni in materia di introduzione e porto sul territorio nazionale di armi in dotazione al personale di Forze di polizia straniere Riconoscimento, nell’ottica di una crescente esigenza di cooperazione tra Forze di polizia di diversi Paesi, al Ministro dell’interno - o, su sua delega, al Prefetto - della possibilità di autorizzare personale appartenente alle Forze di polizia di un altro Stato all’attraversamento del territorio nazionale con le armi in dotazione e il munizionamento di servizio, qualora la destinazione finale degli agenti di polizia stranieri sia il territorio di un altro Paese (articolo 14).

Alla luce di queste considerazioni, cosa altro dobbiamo attenderci dal securitarismo?

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Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Amare l’Italia è inutile

    Di Roberto Pecchioli, ereticamente.net   Ha destato interesse un intervento di Marcello Veneziani sull’amor patrio. L’intellettuale pugliese, coetaneo dell’autore di queste note, confessa la sua delusione, il disincanto verso l’oggetto dell’amore di tutta una vita, la patria italiana. Qualcosa dell’amarezza che traspare è legata all’età che avanza, alle illusioni perdute, alle incomprensioni vissute. […]

L'articolo Amare l’Italia è inutile proviene da Come Don Chisciotte.

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Nel 2026 la Cina sarà pronta per la guerra con gli Stati Uniti

Hua Bin huabinoliver.substack.com Trump e il regime statunitense sono in movimento. Dopo aver rapito (o, come alcuni hanno definito, “reverse-ICEato” [*]) Maduro, Trump ha apertamente invocato l’annessione della Groenlandia e l’attacco all’Iran per la sua popolazione oppressa (sul serio? Non per gli ebrei?). Ha minacciato di inviare truppe in Messico e di voler passare poi […]

L'articolo Nel 2026 la Cina sarà pronta per la guerra con gli Stati Uniti proviene da Come Don Chisciotte.

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Seis israelíes volcaron en la Ruta 40 en Santa Cruz y fueron trasladados al hospital

En medio del debate nacional desatado por los incendios en la Patagonia, seis israelíes volcaron a bordo de una camioneta Chevrolet Blazer en la Ruta Nacional N°40 en Santa Cruz. El accidente de tránsito ocurrió el martes 13 de enero alrededor de las 18:10, a unos 79 kilómetros al norte de Gobernador Gregores.

Tras el alerta, se activó de inmediato un operativo de rescate. Personal especializado llegó al lugar y trabajó de manera coordinada con el equipo sanitario para asistir a los ocupantes del vehículo, todos de nacionalidad israelí.

Según se supo, una de las personas se encontraba tirada en el suelo, por lo que los bomberos la inmovilizaron con collarín, tabla rígida y soportes laterales para prevenir mayores lesiones. Otra mujer, que había sido movida previamente a un auto, también presentaba lesiones y recibió atención similar para su traslado seguro.

Según informó La Opinión Austral, el siniestro ocurrió alrededor de las 18:10 horas, cuando una camioneta Chevrolet Blazer, por causas que aún se investigan, perdió estabilidad y volcó sobre la banquina en uno de los tramos más complejos de la traza, caracterizado por largas distancias, escasa señal telefónica y condiciones climáticas variables.

Debido a la cantidad de heridos y la gravedad de las lesiones, se acercaron tres ambulancias del hospital local que trasladaron a todos los ocupantes para recibir la atención médica correspondiente. El rescate se extendió por unas dos horas y culminó con éxito.

El vuelco de la camioneta generó alarma en la zona y destaca la importancia de la rápida intervención de bomberos y equipos médicos ante accidentes de este tipo.

Una vez finalizado el traslado de las víctimas, personal policial procedió a resguardar el lugar del accidente con el objetivo de permitir las pericias necesarias para determinar las causas del vuelco.

 

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Quando la piazza diventa un campo di battaglia geopolitico: l’Iran sotto attacco

Negli ultimi giorni l’Iran è stato attraversato da violenti disordini che, come denunciano con forza da Teheran, non sono il frutto di una protesta spontanea ma di un’operazione pianificata da servizi d’intelligence stranieri. Diverse persone arrestate avrebbero confessato di aver ricevuto fondi dall’estero e, in alcuni casi, anche addestramento in altri Paesi, con l’obiettivo di creare un pretesto per un’escalation militare contro la Repubblica Islamica.

Mentre le operazioni di sicurezza proseguono, mercoledì a Teheran si sono svolti imponenti funerali per circa 300 cittadini iraniani, tra civili e membri delle forze di sicurezza, uccisi durante i giorni di violenze. Il corteo, partito dall’Università di Teheran fino all’incrocio Valiasr, è stato il più grande mai registrato nella capitale, trasformandosi in una dimostrazione di unità nazionale e coesione interna.

Secondo il Ministero dell’Intelligence, le proteste inizialmente legate a rivendicazioni economiche sono poi state fatte deragliare in rivolte armate, con attacchi a moschee, infrastrutture pubbliche e forze di sicurezza. Le autorità denunciano azioni palesemente coordinate, con il coinvolgimento di gruppi terroristici collegati all’entità sionista israeliana e con il sostegno logistico e finanziario di Stati Uniti e Mossad. Finora sono stati arrestati centinaia di responsabili, sequestrate armi ed esplosivi e aperti numerosi fascicoli giudiziari.

Intanto arriva un ennesimo cambio di posizione da Washigton, l’ondivago presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che, secondo “fonti affidabili”, sarebbero cessate le uccisioni e non sarebbero quindi previste missioni militari per colpire in Iran. Teheran, da parte sua, ha smentito le cifre gonfiate diffuse da alcuni media occidentali, ribadendo la distinzione tra protesta legittima e tentativi di destabilizzazione pilotati dall’esterno.


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L’attualità della critica radicale incarnata nella poesia e nell’opera di Giorgio Cesarano

di Sandro Moiso

Gianfranco Marelli, Lorenzo Pinardi (a cura di), Giorgio Cesarano. Mordere la vita prima che la vita vi morda, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 346, 24 euro

Così è: ci siamo assuefatti

Siede il guasto nell’anima
come in deserta stanza il cane,
il cane che fiuta,
il cane che si gratta
con umidi occhi
e zampa docile.
S’è fatto muto il mondo
degli oggetti,
il senso si rintraccia
in altro dove
in altro quando, ma qui siamo
e colano gli umori
del vivere e le vesti
e i gesti se ne intridono.
Nascono i tristi odori.
(Giorgio Cesarano – L’erba bianca, 1959)

Gianfranco Marelli (1957-2024), già insegnante di filosofia nei licei, giornalista (è stato direttore di “Umanità Nova”), o più semplicemente anarchico, è stato tra i collaboratori di Carmillaonline. Tra le sue opere vanno ricordate L’amara vittoria del situazionismo (Mimesis1996, 2017), L’ultima Internazionale (2000), Una bibita mescolata alla sete (BFS 2015), la curatela di Racconto su come scrivere racconti (2008) di Boris Pil’njàk, tradotto con Enzo Papa, Ecologia e psicogeografia di Guy Debord (Elèutrhera 2021), mentre ha anche redatto la voce “L’Internazionale situazionista” per il secondo volume de L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico (Jaca Book 2011). Inoltre, ha pubblicato una silloge poetica intitolata Danza la vita (Zero in condotta 2024).

Ma l’elenco delle opere e delle collaborazioni non rende giustizia alla passione che lo ha sempre animato nel suo cammino di ricerca e scrittura militante che, tra le altre cose, lo avvicina a quelli che possono essere considerati due punti focali del suo percorso intellettuale e politico: Guy Debord (1931 – 1994) e Giorgio Cesarano (1928-1975). Entrambi accomunati dalla critica radicale dell’esistente e del suo più miserabile prodotto ovvero la società dello spettacolo e della spettacolarizzazione del consumo di massa, ma anche dalla tragica decisione di separare volontariamente e coscientemente le proprie vite dal palcoscenico sociale sul quale anche la critica più intransigente può essere trasformata in elemento spettacolare.

Per raccontare la figura del secondo, a chi ancora non lo conoscesse, non c’è viatico migliore di quello costituito dalle parole che lo stesso Marelli aggiunse in chiusura di uno dei testi del poeta, militante e filosofo nato a Milano, in parte riprese ed ampliate nel saggio che apre il testo pubblicato da MImesis.

Sicuramente la frequentazione sul finire degli anni ’60 degli ambienti anarchici milanesi e del milieu situazionista francese, oltre agli studi su Rosa Luxemburg, il consiliarismo e «Socialisme ou barbarie» […] segnarono l’orizzonte teorico di Cesarano e lo condussero a praticare una visione politica radicale rispetto a quanto ribolliva all’interno dei “politicissimi amici” con i quali sul piano intellettuale condivideva l’impegno a svecchiare da sinistra PCI e sindacato. In particolare la partecipazione alla Federazione Anarchica Giovanile Italiana con il gruppo milanese La Comune assieme a Eddie Ginosa, un giovane e stimato compagno con il quale si creò un solido legame intellettuale interrotto bruscamente con il suicidio del giovane nell’ottobre del ’71 – il primo di una lunga serie di suicidi che scosse profondamente Cesarano – gli consentì di tracciare una parabola che lo condusse a riconoscersi in un progetto comunitario intriso di venature marxiste, libertarie, situazioniste. Munito di questi strumenti teorici, cercò la loro attuazione dapprima nelle nascenti organizzazioni spontanee del Movimento milanese come il CUB Pirelli, divenuto nel 1967 il luogo dell’organizzazione autonoma delle lotte operaie e studentesche, per poi essere fra i protagonisti dell’occupazione del palazzo della Triennale e dell’hotel Commercio, due delle più importanti lotte che contraddistinsero l’anima più radicale del ‘68/’69 meneghino, slegata dalle camarille del Movimento Studentesco di Mario Capanna e dei gruppi politici quali Avanguardia Operaia intenti a monopolizzare ideologicamente la contestazione, fino a partecipare alla fondazione di Ludd, un gruppo informale la cui tendenza era l’estremizzazione delle lotte del proletariato spingendolo ad attuare lotte non sindacali, “anti-economiche”, e forme organizzative consiliari e “unitarie” (né partito, né sindacato) per l’immediata realizzazione del comunismo senza passare attraverso una transizione socialista e senza costruzione di un modello o di un progetto positivo da posporre al “tutto e subito” che allora pareva il realizzarsi della rivoluzione nei soggetti protagonisti del Sessantotto1.

Parole alle quali, però, vanno aggiunte le osservazioni, poste in apertura del testo qui recensito, con cui si sottolineano i motivi della autentica e definitiva “rottura” di Giorgio Cesarano con l’esperienza della vita.

Chissà se il cronista del «Corriere della sera» abbia consapevolmente o meno storpiato il cognome di Giorgio Cesarano in “Cesarotto” al fine di sottolineare che l’individuo morto suicida nell’appartamento di via Lomazzo a Milano il 9 maggio 1975 da qualche tempo si era ROTTO di “sopravvivere”, cercando di dare un senso alla vita che senso non ha.
Ci piacerebbe crederlo anche se, in tutta sincerità, per come la stampa nazionale diede la notizia della perdita di un uomo ben noto nell’ambiente intellettuale non solo lombardo, riconosciuto come un importante esponente dell’avanguardia politico-letteraria del secodo dopoguerra, più che un dubbio rimane una certezza. Certezza avvalorata dal fatto che ancora oggi la critica continui ad ignorare l’importanza avuta da Giorgio Cesarano – “ingiustamente trascurato dai gretti modi vigenti”, come scrisse a suo tempo Giancarlo Majorino – nell’essere stato fra i protagonisti della critica della società dei consumi, propagandati grazie alla rutilante fantasmagoria delle merci.
Certo è che Cesarano si era rotto di personificare il ruolo di intellettuale; così come si era rotto di raffigurarsi partecipante dello spettacolo di una critica radicale divenuta a sua volta merce e, in quanto tale, di riprodursi egli stesso come merce “rivoluzionaria” – o meglio “contro-rivoluzionaria” – da esibire all’interno del “dominio reale del capitale”. Insomma Giorgio si era CESA-ROTTO. Sennonché il desiderio di ricrearsi ALTRO dalla persona//maschera accettata e riverita dalla megamacchina sociale a sua volta si inceppò, travolto dal doloroso sopravvivere2.

L’opera, uscita postuma, di Gianfranco Marelli, curata insieme a Lorenzo Pinardi, vuole offrire una panoramica sull’opera del poeta e militante che pose termine alla sua vita nel 1975 nella convinzione che sia sempre più necessario farla emergere dal cono d’ombra in cui è stat troppo a lungo relegata, andando ad affiancarsi ad una precedente ricerca di Neil Novello, Giorgio Cesarano. L’oracolo senza enigma (Castelvecchi 2017), con cui Marelli aveva collaborato in occasione della ripubblicazione, sempre per Castelvecchi Editore, del già precedentemente citato testo di Cesarano: I giorni del dissenso. La notte delle barricate. Diari del Sessantotto.

Lo sguardo di Marelli, però, si focalizza maggiormente in questo caso sull’opera poetica, riassunta sostanzialmente in cinque raccolte di versi: L’erba bianca (Schwarz 1959), La pura verità (Mondadori 1963), La tartaruga di Jastov (Mondadori 1966), Romanzi naturali (Guanda 1980) e Il chiostro di Cambridge (Il Faggio 2007).

Così, forse per la prima volta, la comprensione dell’opera di Cesarano non passa prevalentemente attraverso i suoi testi eretici più famosi negli ambienti della sinistra radicale3, qui diligentemente riportati nella ricca bibliografia che chiude il volume insieme all’elencazione dei suoi saggi di carattere artistico-letterario e ai soggetti scritti per la televisione tra il 1967 e il 1971 oltre che all’unico testo scritto per il teatro nel 1968, ma soprattutto per mezzo dei suoi testi poetici, di cui per la prima vola è presentata un’ampia silloge (Questa storia: Giorgio Cesarano, pp. 37-186).

Oltre a ciò, dell’autore che fu contemporaneo e amico di Giovanni Raboni, Franco Fortini e di altri importanti esponenti del rinnovamento poetico e culturale italiano dei primi anni sessanta e settanta, come Pier Paolo Pasolini, è fornita nella terza parte (Un poeta dalla parte della realtà, pp. 187-320) una importante raccolta di testi critici sulla sua opera in versi e di ricordi di coloro che ebbero modo di conoscerlo personalmente o anche soltanto di condividerne lo slancio poetico e artistico. Tutti redatti tra il 1963 e il 2000.

Uno slancio mai separato da quello rivoluzionario, inteso però non soltanto come slancio politico, così come avrebbe voluto gran parte della tradizione marxista e anarchica, ma anche, e forse soprattutto come liberazione del corpo. Corpo fisico, sempre presente nell’opera di Cesarano, come in quel diario del ‘68 di cui si è già parlato: « Sono qui, con le ossa rotte (in pratica per modo di dire, anche se alla base c’è il fatto che sono stato bastonato), la schiena e le gambe che mi fanno male, non so più se per le botte o perché non sono più allenato a muovermi violentemente, a correre e a stare tanto tempo in piedi»4.

O, ancora, il corpo destinato al godimento, nel senso più ampio del termine, come si sottolinea ripetutamente nella Critica dell’utopia capitale e nel Manuale di sopravvivenza. Corpo con e in cui il microcosmo dell’individualità finisce con l’interagire materialmente con il macrocosmo sociale, nella cruda consapevolezza che la vita umana è certo da reinventare, oltre le forme del capitale e la semplice soddisfazione dei piaceri collegati alla società dei consumi. In cui il piacere diventa spettacolo, ma non soddisfazione reale di un desiderio umano mentre resta in attesa della rifondazione di una nuova Gemeinwesen o comunità umana in cui l’essere individuale non sia più separato dall’essere sociale. Unica capace di soddisfare quel desiderio senza limiti di piacere, ovvero di realizzazione completa del soggetto, che già Leopardi aveva colto nel suo Zibaldone di pensieri, ma che trova nel miserabile presente il suo limite principale nelle maschere imposte pirandellianamente dalla società del capitale a tutte le sue forme e manifestazioni.

Mettere in gioco e al centro il corpo significherà per Cesarano ben più che partecipare alle manifestazioni e agli scontri di piazza. Vorrà dire riflettere sui corpi come veri protagonisti dell’esistenza umana e sulla necessità di una loro liberazione immediata dalle catene del modo di produzione capitalistico e dal suo naturale corollario costituito dal consumo forzato di merci come unico scopo della vita.
E’ questa l’espressione diretta di un rifiuto totale del mondo che ci circonda, delle sue leggi, della sua economia, della assurda legge della miseria contro la quale sola può levarsi la rabbia degli oppressi. Immediata e rivoluzionaria già sul momento che solo il poeta potrà e dovrà esprimere con sufficiente potenza visionaria.

Soltanto in un tale contesto “operativo” si comprende perché Cesarano avesse utilizzato a suo tempo un’affermazione di Mario Savio, leader delle proteste studentesche americane a Berkeley. Un’affermazione tratta da un discorso tenuto per il movimento per la libertà di parola negli anni delle prime lotte per i diritti civili negli Stati Uniti:

C’è un’ora in cui le operazioni della macchina divengono così odiose, provocano tanto disgusto, che non si può più stare al gioco, che non si può più stare al gioco nemmeno tacitamente. E’ allora che bisogna mettere i nostri corpi sugli ingranaggi e sulle ruote, sulle leve e su tutto l’apparato della macchina per farla fermare. E’ allora che si deve far capire a chi la fa funzionare, a chi ne è il padrone, che se pure noi non siamo liberi impediremo ad ogni costo che la macchina funzioni.

Una macchina che non va intesa come mero strumento tecnico ma come macchina sociale, come “corpo macchinico” che imprigiona il vigore e la fisicità dei corpi reali, unici in grado di fermarla, come indicava già Charlie Chaplin in Tempi moderni, bloccandone la voracità. E indicandone la stupidità operativa, al di là delle pretese sull’intelligenza incorporata nell’evoluzione dell’apparato meccanico e ancor più oggi dell’intelligenza artificiale.

Una lotta spesso impari tra corpo vivo e corpo morto meccanico, che purtroppo può far sì che l’avversario di un tempo (il proletariato o il pensiero critico) finisca col soccombere diventandone strumento e rappresentante farsesco e mercificabile. Come hanno sottolineato sia Marelli in uno dei suoi saggi più importanti, L’amara vittoria del Situazionismo, che Cesarano con il proprio suicidio.

Una lotta che, però, continua sempre e che nei testi di Marelli e di Cesarano troverà ancora sempre lucidi e validi strumenti critici nella convinzione assoluta che «l’uomo non è mai stato ancora». Affermazione che da sola è in grado di far sognare la fine della preistoria come presente, accendere la speranza nella rivoluzione biologica, varare le ontologie del desiderio e della passione per annientare il senso morto dell’esistenza. Tutto per giungere ad un altro modello di vivere umano.

Motivo per cui si suggerisce, per meglio comprendere il testo, la sua lettura a partire proprio dal racconto di Cesarano posto in appendice: L’ora del rigetto.

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  1. Gianfranco Marelli, Istantanea del Sessantotto [Per una rinascita ontologica del Movimento], in Giorgio Cesarano, I giorni del dissenso. La notte delle barricate. Diari del Sessantotto, a cura di Neil Novello e con uno scritto di Gianfranco Marelli, Castelvecchi Editore, Roma 2018, pp. 213-214.  

  2. G. Marelli, O la poesia come lingua in debito di rivoluzione in G. Marelli. L. Pinardi, Giorgio Cesarano. Mordete la via prima che la vita vi morda, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 9-10.  

  3. G. Cesarano, G. Collu, Apocalisse e rivoluzione, Dedalo, Bari 1973; G. Cesarano, Manuale di sopravvivenza, Dedalo, Bari 1974 (in seguito Bollati Boringhieri 2000, con una prefazione e una cronologia della vita e delle opere a cura di Gianfranco Marelli); G. Cesarano, Critica dell’utopia capitale. Vol. I, Varani, Milano 1979 (oggi compresa in G. Cesarano, Opere complete, vol. III, a cura del Centro di iniziativa Luca Rossi, Colibrì Edizioni, Milano 2010) oltre a decine di articoli e brevi saggi comparsi su «Ludd – Consigli proletari», «Puzz» e svariate altre testate, tra le quali «Invariance» di Jacques Camatte.  

  4. G. Cesarano, I giorni del dissenso. La notte delle barricate. Diari del Sessantotto, op. cit., p. 41.  

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Von der Leyen promette di trasformare l'UE in una “potenza militare”


L'UE sta lavorando per potenziare le proprie capacità di difesa al fine di diventare una “potenza militare”, ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, secondo quanto riportato da Euractiv, citando fonti attendibili.

Le dichiarazioni sarebbero state rese mercoledì durante una riunione a porte chiuse al Parlamento europeo, dove von der Leyen ha detto ai legislatori che il blocco deve elaborare una propria strategia di sicurezza e che la Commissione presenterà un documento in tal senso nel 2026.

“Sappiamo che dobbiamo essere forti... Non siamo una potenza militare, ma stiamo lavorando per diventarlo”, avrebbe affermato von der Leyen.

In tutta l'UE, i bilanci della difesa stanno aumentando, poiché Bruxelles ha spinto per il riarmo sotto la bandiera della sicurezza. Il piano “ReArm Europe” della Commissione europea, citato da von der Leyen come un passo per aumentare le capacità militari dell'Unione, mira a investire centinaia di miliardi nell'acquisto congiunto di armi e infrastrutture, mentre gli Stati membri hanno aumentato gli acquisti di armi di quasi il 40% in un solo anno.

Mosca ha respinto tali accuse come “assurde”, volte a instillare paura e giustificare maggiori spese militari, e ha condannato quella che definisce la “militarizzazione sconsiderata” dell'Occidente. I funzionari russi hanno sostenuto che l'espansione della NATO verso est rappresenta una minaccia esistenziale e rimane una delle cause principali del conflitto in Ucraina, accusando l'UE e i suoi alleati di prepararsi a un confronto su larga scala.

Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che i leader dell'UE stanno gonfiando il presunto pericolo per promuovere le proprie agende politiche e convogliare denaro nell'industria degli armamenti, e che Mosca non ha alcuna intenzione di affrontare militarmente il blocco.

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Venezuela, Iran e Nigeria: le tappe di uno scontro con la Cina


di Alessandro Volpi*


Una chiave di lettura. Donald Trump, dopo aver compreso che una guerra commerciale, basata sui dazi, nei confronti della Cina sarebbe un suicidio, sembra aver scelto un'altra strada. Si tratta di "affamare" la Cina, sfruttando le sue principali debolezze. L'ex impero celeste, infatti, è dipendente dalle importazioni di petrolio e gas e da quelle di generi alimentari. La Cina importa circa il 75% del greggio che consuma e il 45% del gas, che costituiscono, insieme, la terza voce energetica della Cina, pari al 30% del totale. Il principale fornitore di gas e petrolio cinese è la Russia, insieme all'Arabia Saudita e all'Iran, che indirizza il 90% delle sua produzione in Cina, passando per la Malesia.

Per quanto riguarda i generi alimentari, la Cina registra una dipendenza fortissima dalla soia brasiliana - quasi il 70% del totale - che è indispensabile per i fondamentali allevamenti di bestiame e di pollame cinesi. La Cina ha poi una dipendenza strutturale da Malesia e Indonesia per la centralità dello Stretto di Malacca, un imbuto di 2,5 Km, da cui passano molte delle importazioni cinesi. La strategia trumpiana, alla luce di ciò, sembra essere quella di isolare il Brasile in America Latina, accerchiandolo e sottoponendo il continente alla pressione militare Usa e, al contempo, di tagliare i rifornimenti energetici, rompendo il legame tra Cina e Iran e convincendo la Russia ad alzare i prezzi del petrolio e del gas venduti alla Cina, riducendo le esportazioni.

Quanto a Malesia e Indonesia, lo sforzo Usa è quello di aumentare la pressione nei loro confronti con la presenza delle big tech, con i dazi e con la flotta militare. Venezuela, Iran, Nigeria, America Latina son così le tappe di uno scontro con la Cina, nella convinzione maturata da Trump che senza un radicale ridimensionamento del peso strategico cinese, la credibilità della pericolante economia Usa, del suo debito e del dollaro non può reggere. In questo senso Trump è un vero giocatore d'azzardo, pericolosissimo perché intenzionato a giocare solo con le sue regole, fidando sulla imbelle inerzia europea, votata ad una subordinazione pavloviana, sapientemente coltivata dalla finanza, e sulla possibilità di "spacchettare" i Brics; una scommessa drammatica perché praticamente impossibile, ma destinata a compiere disastri, ancora una volta in nome della libertà.


*Post Facebook del 14 gennaio 2026

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Il procuratore generale del Venezuela chiede l'immediata liberazione di Maduro e Flores di fronte alla falsa “scusa” degli Stati Uniti

 

Il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha rilasciato dichiarazioni in esclusiva a RT dopo il bombardamento degli Stati Uniti che ha provocato il rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, oltre 100 morti e gravi danni alle infrastrutture strategiche del Paese.

“Nel mondo recente, anche se facciamo memoria, un fatto come questo non era mai accaduto: che un presidente eletto, in carica, e sua moglie, oltre che first lady della Repubblica, deputata con immunità nell'Assemblea Nazionale, fossero stati vili sequestrati, privati illegittimamente della loro libertà”, ha commentato Saab.

Secondo il titolare del Ministero Pubblico, nemmeno la legislazione nazionale degli Stati Uniti “consente [al presidente] di compiere un'azione simile a questa, indipendentemente dal fatto che abbia o meno il permesso del Congresso”.

In tal senso, ha precisato: “Se avesse il permesso del Congresso, ciò dovrebbe avere una narrazione reale, di fatti accaduti in sequenza, che esprimano e dicano che gli Stati Uniti sono in guerra contro tale nazione e, in base a ciò, vengono conferiti i poteri al presidente. Nulla di tutto ciò esiste, nemmeno lontanamente”.

Al di là dell'aggressione ordinata dall'amministrazione di Donald Trump, Saab ha sottolineato che l'assedio di Washington contro Caracas risale alla promulgazione del decreto firmato da Barack Obama nel 2015, che definiva il Venezuela una “minaccia insolita” per la sicurezza degli Stati Uniti.

“Pochi ne parlano”, ha insistito. “Poi hanno voluto fare marcia indietro, ma il decreto era già stato firmato”, ha affermato il procuratore, sottolineando l'importanza di chiarire il contesto politico che ha caratterizzato l'escalation delle aggressioni, “che era in programma da molti anni”.

Secondo Saab, quanto accaduto nel 2025 “è stato solo il preludio a quanto è successo il 3 gennaio 2026”, ovvero “una serie di minacce che si sono trasformate letteralmente in azioni di guerra”. Più in dettaglio, ha elencato fatti come l'accerchiamento di petroliere nel Mar dei Caraibi e il bombardamento di imbarcazioni al largo delle coste del Venezuela, con il pretesto di una presunta lotta contro il narcotraffico in un Paese che non produce droga né ha legalizzato sostanze illecite.

Per Saab, il Paese ha affrontato un evento “insolito” e ‘brutale’, che ha comportato l'attacco contro una nazione che non era in guerra e la cui popolazione stava dormendo, “appena entrata nel nuovo anno 2026”.

 

Liberazione di Maduro e Flores

Come aveva già fatto la mattina stessa di sabato 3 gennaio, quando è avvenuto il bombardamento, il titolare del Ministero Pubblico ha chiesto l'immediata liberazione di Maduro e Flores, non solo perché il sequestro ha comportato una violazione del diritto internazionale, ma anche perché l'intero processo giudiziario in corso negli Stati Uniti è irregolare.

“Chiedo al giudice che si occupa del caso, Alvin Hellerstein, di porre fine a questa situazione nell'udienza che si terrà a marzo, dato che loro stessi hanno affermato che il Cartello dei Soli non esiste (...) ma questa è stata la scusa nella narrazione per sequestrare il presidente della Repubblica e sua moglie, quindi cosa dovrebbe succedere? L'immediata liberazione”, ha detto il procuratore.

Per questo motivo, ha invocato il ritorno alla “normalità”, alla “diplomazia della pace” e al “tavolo del dialogo”, come proposto dall'attuale presidente incaricata del Paese, Delcy Rodríguez. “Anche l'oppositore più radicale che vive in Venezuela, che vive qui, è contrario a quanto è successo”, ha affermato Saab.

Allo stesso modo, ha ricordato che quanto accaduto dopo l'aggressione contro il Venezuela era già stato segnalato dalle autorità legittime di Caracas. “Questo non aveva nulla a che vedere né con la democrazia, né con la presunta - come dicono loro - ‘dittatura’ venezuelana, né con un cambio di regime. No, questo è già caduto. Lo dicono apertamente, ora dicono che era il petrolio”.

In questo contesto, ha considerato un'esagerazione che una potenza come gli Stati Uniti cerchi ora di sostenere che il petrolio e le risorse naturali di un paese sudamericano le appartengono. “Questo ci riporta indietro di oltre 200 anni, quando l'impero spagnolo saccheggiò le risorse dell'America, a costo della vita di milioni di indigeni”, ha riflettuto.

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“Disaccordo fondamentale”: prime dichiarazioni dopo l'incontro chiave tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia

 

Le posizioni della Groenlandia e della Danimarca continuano a divergere dall'opinione degli Stati Uniti sull'autonomia danese, secondo quanto affermato dal ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen dopo i colloqui a Washington. “Le idee che non rispettano l'integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all'autodeterminazione del popolo groenlandese sono, ovviamente, del tutto inaccettabili. Pertanto, continuiamo ad avere un disaccordo fondamentale, ma siamo anche d'accordo sul fatto che non siamo d'accordo”, ha detto il ministro dei Esteri in una conferenza stampa.

Il ministro ha assicurato che, nonostante questo disaccordo fondamentale, i colloqui proseguiranno e sarà istituito un gruppo di lavoro per affrontare la questione. “I colloqui si sono concentrati su come garantire la sicurezza a lungo termine in Groenlandia, e devo dire che le nostre prospettive continuano ad essere diverse al riguardo. Il presidente [degli Stati Uniti, Donald Trump] ha chiarito la sua opinione, e noi abbiamo una posizione diversa”, ha commentato Rasmussen.

“È chiaro che il presidente desidera conquistare la Groenlandia. Abbiamo chiarito molto bene che ciò non è nell'interesse del Regno”, ha spiegato il ministro degli Esteri danese. Secondo Rasmussen, Copenaghen è disposta a collaborare con Washington per esplorare la possibilità di avvicinare le loro posizioni e ha descritto i negoziati come “franchi e costruttivi”. “Noi, il Regno di Danimarca, continuiamo a credere che la sicurezza a lungo termine della Groenlandia possa essere garantita anche nell'ambito del quadro attuale”, ha affermato.

Allo stesso tempo, Rasmussen ha affermato che Copenaghen condivide in una certa misura le preoccupazioni del presidente americano. “Senza dubbio, esiste una nuova situazione di sicurezza nell'Artico e nell'estremo nord”, ha ammesso. Tuttavia, ha escluso che vi sia una “minaccia immediata” proveniente dalla Russia e dalla Cina nella regione o una minaccia che non siano in grado di affrontare.

Da parte sua, la sua omologa groenlandese, Vivian Motzfeldt, intervenendo alla stessa conferenza stampa presso l'Ambasciata di Danimarca a Washington, ha indicato che il suo territorio è disposto ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti, ma non a scapito della propria sovranità. Ha quindi sottolineato l'importanza di trovare “una strada giusta”, ora che sono stati mostrati i “limiti”.

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Putin parla con Lula del Venezuela


I presidenti di Russia e Brasile, Vladimir Putin e Luiz Inácio Lula da Silva, hanno affrontato mercoledì al telefono la situazione in Venezuela, teatro il 3 gennaio scorso di un intervento delle forze statunitensi e del sequestro del suo capo di Stato, Nicolás Maduro.

I due leader hanno concordato sull'importanza di garantire la sovranità e gli interessi nazionali del Paese sudamericano, secondo quanto riportato in un comunicato del Cremlino.

Hanno inoltre concordato di “continuare a coordinare gli sforzi” attraverso le Nazioni Unite e i BRICS con l'obiettivo di “allentare la tensione in America Latina e in altre regioni del mondo”.

Un memorandum segreto dell'amministrazione Trump ha fornito un sostegno legale all'aggressione degli Stati Uniti in Venezuela.

Lula aveva condannato l'aggressione statunitense, l'arresto di Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti per essere processato per traffico di droga, perché - ha denunciato - costituiscono una “flagrante violazione del diritto internazionale” che crea “un precedente estremamente pericoloso” per il mondo.

Da parte sua, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha definito mercoledì l'aggressione al Venezuela “illegale” e ha lanciato un appello alla sovranità e all'integrità territoriale del Paese sudamericano.

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Ministro degli Esteri iraniano: “Trump dovrebbe sapere esattamente dove andare per fermare le uccisioni”


Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha accusato Israele di cercare di trascinare gli Stati Uniti in nuove guerre e di ammettere apertamente il proprio coinvolgimento nelle recenti violenze nella nazione persiana.

“Israele ha sempre cercato di trascinare gli Stati Uniti a combattere guerre per suo conto. Ma, sorprendentemente, questa volta stanno dicendo ad alta voce ciò che prima tacevano”, ha scritto sul suo account X. Allo stesso tempo, ha attribuito le “centinaia di morti” nelle violente proteste antigovernative che hanno sconvolto l'Iran dalla fine di dicembre al fatto che il Paese ebraico ha inviato armi ai manifestanti. “Con il sangue nelle nostre strade, Israele si compiace esplicitamente di aver ‘armato i manifestanti con armi da fuoco’”, ha denunciato.

“Il presidente [Donald] Trump dovrebbe ora sapere esattamente dove andare per fermare le uccisioni”, ha concluso il suo messaggio il ministro degli Esteri.

Araghchi rispondeva a un post di un corrispondente diplomatico israeliano in cui affermava che “attori stranieri stanno armando i manifestanti in Iran con armi da fuoco vere”. Martedì, Trump ha esortato i manifestanti iraniani a continuare a protestare e a prendere il controllo delle loro istituzioni, assicurando loro che “gli aiuti stanno arrivando”.

 

Israel has always sought to drag the U.S. into fighting wars on its behalf. But remarkably, this time they are saying the quiet part out loud.

With blood on our streets, Israel is explicitly gloating about having "armed protestors with live weapons" and "this is the reason for… pic.twitter.com/UomtRlSsR6

— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) January 14, 2026

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La caduta della donna simbolo dell’Euromaidan


di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

La leader politica ucraina e imprenditrice di successo Yulia Tymoshenko è accusata dagli organismi nazionali per l’anticorruzione di compravendita di voti in parlamento. L’indagine condotta da NABU e SAP porta alla luce lo schema di consenso che consente al presidente Volodymyr Zelensky di mantenere il controllo la Verkhovna Rada. 

Yulia Tymoshenko era stata già arrestata nel 2001, con l’accusa di contrabbando di gas, e nel 2011 per  abuso di potere, condannata a sette anni per aver firmato nel 2009 dei contratti con Gazprom. Nonostante ciò, durante l’Euromaidan i media parlarono di lei come di una prigioniera politica del “regime di Yanukovich”. Per il suo rilascio vennero organizzate campagne mediatiche e in Italia si mosse persino Laura Boldrini, al tempo presidente della Camera. L’immagine della Timoshenko appena rilasciata dal carcere, mentre si rivolgeva alle folle da una sedia a rotelle, divenne il simbolo della cosiddetta Rivoluzione della Dignità del popolo ucraino.

Adesso NABU pubblica le sue immagini accanto a mazzette di dollari e l’ accusa di aver offerto “vantaggi illeciti a una serie di deputati appartenenti a fazioni non guidate da questa persona, in cambio di voti "a favore" o "contro" specifici progetti di legge”, si legge in una nota ufficiale di NABU, in cui viene specificata la violazione della parte 4 dell'articolo 369 del Codice penale ucraino. Il reato prevede il carcere da quattro a otto anni, con o senza confisca dei beni. 

In particolare Tymoshenko avrebbe offerto ai parlamentari contattati fino a 5000 dollari a voto, per due sessioni mensili. Secondo l’anticorruzione ucraina si tratta di un sistema consolidato per gestire le influenze in parlamento, non di una tantum. 

Durante la notte gli agenti anticorruzione hanno passato a setaccio la sede del suo partito Batkivshchyna (Patria). Tymoshenko ha ricevuto una sospensione e le sono stati sequestrati cellulare e dispositivi elettronici. 

Perquisita la sede del partito

A conclusione delle perquisizioni degli uffici del partito, è arrivata una dichiarazione dell’indagata, che ha “respinto categoricamente” le accuse. Ha definito le attività investigative “un’operazione di propaganda”, che non avrebbe “nulla a che vedere con il diritto né con la legge”. 

Come nel 2011, l’ex premier ucraina ha giocato la carta della persecuzione politica. In base a quanto riferisce in un post di Facebook le perquisizioni sarebbero state condotte da “almeno trenta uomini armati sino ai denti” che avrebbero “sequestrato l’edificio” e “preso in ostaggio gli impiegati” senza “mostrare alcun documento”. Secondo lei, questa mossa indicherebbe che le elezioni presidenziali si stanno avvicinando. 

“Respingo categoricamente tutte queste accuse assurde. A quanto pare le elezioni sono molto più vicine di quanto si pensasse. E qualcuno ha deciso di iniziare la “bonifica” dei concorrenti. Nessuno potrà spezzarmi né fermarmi. Anche questa volta dimostreremo la verità“.

I nastri Tymoshenko

I fatti riguardano dicembre 2025. Come emerge dalle registrazioni pubblicate dall’agenzia, Yulia Timoshenko ha avuto delle conversazioni con alcuni deputati riguardo “all'introduzione di un meccanismo sistematico per fornire vantaggi illeciti in cambio di un comportamento leale durante le votazioni”.

Secondo gli investigatori “non si trattava di accordi occasionali, ma di un meccanismo di collaborazione regolare, che prevedeva pagamenti anticipati e che era stato progettato per un lungo periodo”.

I deputati avrebbero dovuto ricevere istruzioni per il voto e, in alcuni casi, per astenersi o non partecipare al voto. In particolare, i messaggi riportati nei nastri riguardano tre parlamentari corrotti a cui Tymoshenko aveva promesso 10.000 dollari al mese per il voto in due sessioni parlamentari. 

"Una volta al mese, è un processo permanente per ogni persona. Un mese è considerato due sessioni. Cioè, paghiamo un anticipo di 10 per due sessioni. Se siamo d'accordo con te oggi, registreremo chi è con te e te lo darò in contanti. E tu ti occuperai di loro. Non sono 20 o 30 persone, siete solo in tre qui – è un gruppo molto piccolo, per così dire. Ma devo dirti per cosa votare. Poi posso semplicemente inviartelo sul telefono tramite Signal?", si legge in uno dei suoi messaggi rivelati da NABU. 

Uno dei casi riguarda il voto a favore delle dimissioni dell’ex capo dell’SBU Malyuk e altri, per influenzare la nuova compagine di governo e presidenziale dopo la rimozione dell’ex numero due di Zelensky, Andry Yermak. 

"Domani si discute solo di personale. Licenziamenti: Malyuk, Shmygal, Fedorov. Votiamo 'a favore' del licenziamento di tutti. Nomine: Ministero della Difesa, Ministero dell'Economia, Ministero della Giustizia, Fondo del Demanio. Non voteremo per nessuna nomina", ha dichiarato Tymoshenko.

Inoltre le indicazioni di voto riguardavano progetti di legge inseriti o cancellati dall’ordine del giorno. 

Tymoshenko ha dichiarato che il materiale pubblicato da NABU non ha nulla a che vedere con lei.

Le reazioni all’indagine

Se si guarda in prospettiva dello scontro di potere tra NABU e Bankova, l’arresto di Yulia Tymoshenko indebolisce il potere di controllo del parlamento da parte della presidenza. Le indagini sono direttamente collegato alla votazione di ieri per rimuovere Malyuk dalla carica di capo dell'SBU e per altre nomine ministeriali. Secondo la rivista ucraina indipendente Strana, Malyuk è stato costretto alle dimissioni dopo aver rifiutato a novembre di svolgere un’indagine sugli organismi anticorruzione e di arrestare Klimenko, come ordinato da Yermak dopo lo scandalo Mindich. 

Il voto di Batkivshchyna alla Verkhovna Rada è stato determinante per la rimozione di Malyuk. Pertanto l’inchiesta contro Tymoshenko sarebbe una rivalsa del cosiddetto partito anti-Zelensky, legato ai circoli democratici statunitensi, in cui NABU e SAP svolgono un ruolo chiave. 

Secondo il deputato Olexey Goncharenko, gli stessi parlamentari circuiti avrebbero registrato i tentativi di corruzione e consegnato il materiale al NABU.

Anche il blogger dissidente Anatoly Shari ritiene che si tratti di una mossa contro Bankova e conferma quanto affermato da Goncharenko: Il NABU per me è composto da veri eroi. In questo momento stanno indebolendo al massimo Zelensky ed Ermak, togliendo loro da sotto i piedi lo sgabello delle votazioni comprate alla Rada. Stanno riducendo l’influenza dell’Ufficio del Presidente sul Parlamento. Io so benissimo da chi andranno i prossimi: da quelli che salvano continuamente i “Servitori del Popolo”, votando a favore in cambio di soldi. Aspettate.

 

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La Groenlandia e la 'Cupola d'Oro' di Trump

La Groenlandia, immensa isola di ghiaccio e roccia, è assurta al centro della contesa geopolitica globale. Le recenti dichiarazioni di un sempre più tracotante presidente degli Stati Uniti Donald Trump, diffuse sulla sua piattaforma Truth Social, non sono semplici provocazioni, ma rivelano una strategia precisa e sempre più esplicita: assicurarsi il controllo dell'Artico, a qualsiasi costo. Il pretesto è un ambizioso e controverso sistema di difesa antimissilistico battezzato "Cupola d'Oro" (Golden Dome), la cui realizzazione, a detta di Trump, renderebbe "vitale" il possesso statunitense del territorio groenlandese.

Trump dipinge un quadro apocalittico in cui la sicurezza nazionale degli USA è in bilico. "Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia", ha scritto, sostenendo che, senza l'isola, il suo progetto difensivo a più strati - ispirato all'israeliana Cupola di Ferro ma concepito per respingere missili balistici intercontinentali e ipersonici - sarebbe gravemente compromesso. La minaccia, secondo la sua visione, è duplice e imminente: se Washington esita, saranno Russia o Cina a fare della Groenlandia una base avanzata. Un esito, ha avvertito, che "non deve accadere".

In questa visione, anche la NATO viene riletta in funzione di un interesse unilaterale. Trump ha affermato senza mezzi termini che l'Alleanza Atlantica, senza il "vasto potere" degli Stati Uniti - da lui rivendicato come propria creazione e ampliamento - non sarebbe "una forza efficace né dissuasiva". Al contrario, la NATO diventerebbe "molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti". Una posizione che, di fatto, trasforma l'alleanza in uno strumento per legittimare una mossa annessionista, mettendo in secondo piano la sovranità della Danimarca, paese membro fondatore, e del suo governo autonomo groenlandese.

La reazione di Copenaghen non si è fatta attendere ed è stata di netta e ferma opposizione. La premier danese Mette Frederiksen ha bollato come "priva di senso" la stessa discussione sulla necessità di un'annessione statunitense, ribadendo che gli USA "non hanno diritto ad annettersi uno dei tre paesi della Comunità del Regno danese". Tuttavia, la postura di Washington appare intransigente e multivettore. Fonti giornalistiche indicano che l'amministrazione Trump non escluderebbe la "via militare" per prendere il controllo dell'isola, mentre valuterebbe parallelamente accordi di "libera associazione" simili a quelli stipulati con alcune nazioni del Pacifico, che garantirebbero agli USA diritti di accesso esclusivo in cambio di aiuti economici.

Lo scontro si sta quindi inasprendo su più fronti. Da un lato, la Danimarca ha avviato un rafforzamento della propria presenza militare in Groenlandia, preparando infrastrutture per un possibile dispiegamento più ampio di forze alleate. Dall'altro, si profilano ritorsioni economiche: l'Unione Europea avrebbe in preparazione piani per sanzionare grandi aziende tecnologiche statunitensi come Meta, Google, Microsoft e X (ex Twitter), in una escalation che travalica il solo ambito della difesa.

La questione della Groenlandia, al di là delle dichiarazioni roboanti, solleva interrogativi profondi sull'evoluzione della politica estera statunitense e sull'equilibrio nell'Artico, regione sempre più contesa per le sue rotte commerciali e le sue immense risorse. Trump, nel definire "inaccettabile" qualsiasi soluzione che non sia il controllo statunitense, non sta solo negoziando. Lancia un ultimatum che mette in discussione i principi di sovranità territoriale e di alleanza paritetica, spingendo gli Stati Uniti verso un nuovo, aggressivo capitolo di espansionismo strategico dove la forza bruta e la coercizione economica sembrano diventare le nuove, pericolose, dottrine.

In ultima analisi, gli Stati Uniti con Trump sono diventati più diretti e sinceri. Le loro politiche non sono cambiate, ma i metodi radicalmente.

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Palestina, Venezuela e oltre


di Patrizia Cecconi

L’informazione  mainstream, medaglia d’oro alla fedeltà verso il Potere, ha ormai più o meno eliminato le già asfittiche notizie sui continui orrendi crimini israeliani, tentando  di spegnere la risposta dell’opinione pubblica al genocidio in atto in Palestina e, insieme, la consapevolezza  che le devastanti ingerenze del Mossad e le costanti aggressioni contro Stati sovrani  fanno dello Stato ebraico un’entità terrorista capace di sterminare vite e calpestare il diritto internazionale senza alcun impedimento, esattamente come il suo socio statunitense, divenendo un pericolo assoluto per l’intero mondo.

Dove il terrorismo sionista non arriva nella forma più diretta e cruenta , arriva comunque l’operato della sua intelligence (termine  elegante per definire le spie prezzolate che infestano l’intero pianeta). Un bell’esempio di questo operato, amplificato  dall’esercito mediatico a servizio di Israele, lo abbiamo avuto durante le feste natalizie, quando la tanto clamorosa quanto scandalosa operazione di polizia a comando dell’entità sionista ha messo in atto la macchina del fango per dividere e indebolire quell’opinione pubblica che stava prendendo coscienza e parola contro il macellaio di Tel Aviv, il bullo statunitense e, non ultimo, il governo italiano, penosamente prono verso entrambi  oltre che responsabile diretto nel concorso in genocidio per la mai cessata complicità con Israele . 

Il 27 dicembre scorso, infatti, l’azione poliziesca italiana, su commissione dello Stato ebraico, ha portato in galera nove attivisti palestinesi “colpevoli” di aver inviato denaro alla popolazione assediata da ben 19 anni e da più di due anni sottoposta a sterminio quotidiano, punta emergente, quest’ultimo,  del genocidio incrementale iniziato prima ancora che l’entità sionista si dichiarasse Stato e proseguito a diversa intensità col supporto diretto e indiretto di numerosi governi  europei e mondiali. 

Per giorni, operatori del mainstream e politicanti vari hanno brillato, alcuni per servilismo altri per codardia, altri ancora per opportunismo puro, nel gettare fango sugli arrestati e gli indagati e, in alcuni casi, nello sconfessare eventuali  conoscenze, definite precedentemente addirittura “amicizie”, divenute non più utili alla raccolta di consensi elettorali. 
Solo pochi coraggiosi opinion maker hanno messo l’accento sull’illiceità del processo persecutorio  per finanziamento al terrorismo in quanto non basato su prove giudiziarie, ma solo su materiale prodotto dai servizi di intelligence di un paese straniero e belligerante, non validate e pertanto  prive “delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto” come afferma il team di avvocati difensori degli arrestati “violando le garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza” stabilita dall’art. 27 della nostra Costituzione. 

Il fatto risulta a dir poco inquietante per molti motivi, ma per ragioni di spazio ne citerò solo un paio:  proprio lo Stato di Israele, che viola e calpesta ogni regola della legalità internazionale, pretende di far applicare in Italia, in totale arbitrio e senza prove giudiziarie, quella legalità che per se stesso rigetta, riducendo il nostro Paese e le sue Istituzioni a umili esecutori dei suoi desiderata. Altro motivo di inquietudine per le sorti già precarie della nostra democrazia consiste nel tentativo di criminalizzare il dissenso, tanto più se accompagnato dalla solidarietà verso chi è sotto una feroce e comprovata oppressione, definendo terrorismo ogni azione che fraternizza con chi sta subendo crudeltà documentate e definite, non solo moralmente ma anche giuridicamente, crimini di guerra e contro l’umanità rientranti in un progetto genocidario.   

Mentre la propaganda  filosionista raggiungeva le più elevate cime di nauseante servilismo e d’infamia contro l’architetto Mohamad Hannoun,  gli altri arrestati e la direttrice di InfoPal  Angela Lano tentando di screditarla nonostante la sua provata professionalità, ecco arrivare l’assalto al Venezuela, l’uccisione di circa cento venezuelani ai quali i nostri fantastici opinion maker non riconoscono neanche il diritto ad aver un’identità, e il rapimento del presidente Maduro e di sua moglie. I media trovano un nuovo osso da spolpare e l’attenzione si sposta sul “dittatore” Maduro.

Stavolta il bullo che siede alla Casa Bianca ha raggiunto e superato le precedenti vette di illegalità, dichiarando con fierezza  il suo essere al di sopra di ogni legge e di avere la forza sufficiente per cancellare ogni norma di Diritto internazionale a sua discrezione. 

E cosa fa davanti a tanto barbara dimostrazione la stragrande maggioranza dei nostri opinion maker? Dopo qualche tentennamento, perché il rischio di esagerare in prostrazione potrebbe trasformarsi in autogoal, supera gli indugi e si accuccia ai piedi del nostro impresentabile governo, già a sua volta accucciato ai piedi del gangster di Washington e dichiara “legittima”, con qualche ridicolo giro di parole, l’azione criminale contro il Venezuela, azione che, se legittimata, pone una pietra tombale sul diritto internazionale.   

Il lavoro di normalizzazione che l’esercito mediatico sta portando avanti farà sì che gli artigli del bullo psicopatico che ha deciso di appropriarsi di qualunque cosa possa interessargli – dal petrolio, al gas, alle terre rare, ai diamanti, al mare, al cielo, alla terra a tutto ciò che può arraffare – contando sull’acquiescenza dei suoi vassalli e valvassini e sull’associazione a delinquere ormai consolidata con il macellaio di Tel Aviv, vengano considerati mani benefiche anche quando tenterà di appropriarsi della Groenlandia o quando, forse proprio in queste ore, bombarderà  l’Iran, magari in tandem col suo socio in affari criminali, approfittando della dura repressione delle manifestazioni e dei disordini alimentati, come dichiarato esplicitamente da Tel Aviv, dagli stessi agenti del Mossad.

Già l’ineffabile ministro Tajani, quello per il quale il diritto internazionale “vale solo fino a un certo punto”, ha fornito il suo appoggio preventivo all’eventuale bombardamento statunitense dichiarando con grande sensibilità che “non possiamo accettare la violenza contro il popolo iraniano” esercitata dagli ayatollah. Una sensibilità a comando che non produce ilarità ma profondo disgusto visti i precedenti silenzi di fronte a due anni di sterminio genocidario e alla dichiarata amicizia con il mandante del genocidio. 

Se il tentativo di ipnosi collettiva tendente a far accettare la barbarie sionista-statunitense che sta investendo il mondo avrà successo, ne uscirà un’umanità malata che accetterà l’asservimento al potere o, forse, una terza guerra mondiale che cancellerà milioni e milioni di vite umane e secoli di conquiste civili per sostituirle con un nuovo impero coloniale guidato dall’arroganza del potere di pochi dopo aver cancellato la tutela del diritto per tutti. 

Unico possibile antidoto a questa malattia mortale è capire e respingere con decisione il progetto di dominio e di censura del dissenso che, capovolgendo la realtà, definisce strumentalmente terrorismo la legittima difesa  di diritti sanciti da quella Carta dell’Onu che ormai sembra solo un inutile orpello. 

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Il 91% dei venezuelani sostiene la presidente ad interim Delcy Rodríguez

Un sostegno popolare molto forte è quello che emerge in Venezuela verso la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, e un fermo rifiuto delle recenti azioni militari e politiche degli Stati Uniti contro il paese bolivariano, secondo quanto rivela il recente studio Monitor País della società di sondaggi Hinterlaces. I dati, resi noti questo martedì, dipingono il quadro di una nazione che, nel mezzo di una profonda crisi internazionale, serra le fila attorno alla sua leadership istituzionale.

Secondo il sondaggio, il 91% dei venezuelani ritiene che il momento attuale esiga unità e sostegno alla presidente incaricata, Delcy Rodríguez, di fronte a qualsiasi forma di opposizione. Il presidente di Hinterlaces, Oscar Schemel, ha sottolineato che si tratta di una "maggioranza schiacciante" che opta per l'appoggio, una tendenza che si intensifica notevolmente all'interno del chavismo, dove il 92% esprime un'opinione favorevole su Rodríguez. Nell'insieme nazionale, il 79% degli intervistati ha una visione positiva dell'attuale presidnete ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

 
 
 
 
 
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Il sostegno istituzionale è accompagnato da un netto rigetto verso gli eventi che hanno portato Rodríguez alla presidenza ad interim. Lo studio evidenzia che il 94% della popolazione condanna il sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro e della prima combattente, Cilia Flores, avvenuto lo scorso 3 gennaio durante un'assalto militare statunitense a Caracas. Parimenti, il 95% dei venezuelani si oppone all'aggressione militare nordamericana, sottolineando un ampio consenso nazionale contro l'ingerenza straniera.

Delcy Rodríguez ha assunto l'incarico il 5 gennaio, per designazione del Tribunale Supremo di Giustizia, come prevede la Costituzione e con l'obiettivo dichiarato di garantire la continuità amministrativa dello Stato e la difesa integrale della nazione durante l'assenza forzata del presidente Maduro.

L'analista Oscar Schemel, in dichiarazioni all'emittente televisiva Venezolana de Televisión, ha interpretato questi risultati come il riflesso di una "solida coesione all'interno delle file rivoluzionarie" e un "sostegno schiacciante" alla leadership di Rodríguez. Lo studio conclude che esiste un ampio consenso nazionale attorno alla necessità di coesione istituzionale e difesa della sovranità, configurando un clima di unità di fronte a quella che viene percepita come una crisi politica internazionale imposta dall'esterno.

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Lavrov: il Venezuela difende la sua sovranità

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ribadito l'impegno di Mosca nei confronti degli accordi strategici raggiunti con Caracas e ha sottolineato che il Venezuela sta difendendo fermamente la sua partecipazione alle relazioni internazionali "come Stato sovrano e indipendente" dopo la brutale aggressione militare statunitense contro la nazione sudamericana il 3 gennaio e il rapimento del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

Il massimo diplomatico russo ha osservato che, in questa fase, le autorità venezuelane stanno difendendo le proprie priorità nazionali, la sovranità e la necessità di partecipare in condizioni di parità al sistema internazionale.

Ha espresso la speranza che i paesi interessati a mantenere relazioni con il Venezuela, "compresi gli Stati Uniti, ricambino e rispettino questi principi, che, a mio avviso, dovrebbero essere universali".

"Condividiamo una lunga storia di solide relazioni strategiche con il Venezuela. Siamo impegnati a rispettare gli accordi raggiunti", ha dichiarato Lavrov in una conferenza stampa, sottolineando la forza dell'alleanza bilaterale.

Ha sottolineato che la condanna della Russia dell'uso della forza da parte degli Stati Uniti si basa sui principi del rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale di tutti gli Stati. Ha osservato che la posizione russa è sostenuta "dalla stragrande maggioranza dei Paesi del Sud e dell'Est del mondo".

Secondo Lavrov, è chiaro che l'aggressione contro il Venezuela ha costituito una gravissima violazione del diritto internazionale. "Solo gli europei occidentali e altri alleati di Washington cercano vergognosamente di evitare di valutare questi principi, sebbene sia evidente a tutti che ci troviamo di fronte a una flagrante violazione del diritto internazionale".

Ha affermato di non poter prevedere come si evolveranno gli eventi in Venezuela, ma ha ribadito che Mosca continuerà a sostenere la nazione caraibica nella difesa della sua sovranità.

En un encuentro diplomático este pasado viernes 9 de enero, el canciller de la República Bolivariana de Venezuela, Yván Gil, recibió al embajador de la Federación de Rusia, Sergey Mélik-Bagdasárovhttps://t.co/b3uNMVcHIg

— teleSUR TV (@teleSURtv) January 10, 2026

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Caitlin Johnstone - Sai che stanno mentendo sull'Iran

 

di Caitlin Johnstone*

Tutto questo l'hai già visto. Ripetono sempre lo stesso copione. Conosci tutti i ritmi. La formula non cambia mai.

"Oh no, la gente della nazione presa di mira è oppressa! Hanno bisogno di libertà e democrazia!"

"Ehi, scommetto che potremmo usare il nostro potente esercito per aiutarli a ottenere libertà e democrazia! Non sarebbe fantastico?"

"Oh cielo, c'è gente che non pensa che dovremmo usare il nostro potente esercito per aiutare la popolazione della nazione presa di mira a ottenere libertà e democrazia! Devono nutrire una sinistra e sospetta lealtà verso il regime malvagio che governa la nazione presa di mira!"

"Guardate, capisco che a volte in passato abbiamo usato il nostro potente esercito in modi meschini e inutili, ma dovete capire che il Regime Malvagio è anche molto, molto cattivo. Due cose possono essere vere contemporaneamente, sapete!"

"Oh no, ora il Regime Malvagio sta commettendo atrocità! Sai che è vero perché è sui giornali, e ai giornali non è permesso mentire! Dobbiamo FARE qualcosa! Non possiamo semplicemente NON FARE NULLA!"

Non cascateci.

Non lasciarti ingannare dalla propaganda.

Non lasciatevi ingannare dalla preoccupazione imperialista che si fa beffe dei diritti umani.

Non lasciatevi ingannare dalle sottili regole di polizia e dalle posizioni ambigue degli agenti e degli utili idioti dell'impero.

Non lasciare che gli apologeti dell'impero ti zittiscano e ti mettano a tacere.

Mantieni la tua posizione. È esattamente così che sembra. Tu hai ragione, e loro hanno torto.

Non stanno facendo niente di nuovo. Usano la stessa vecchia sceneggiatura. Cavolo, usano persino molti degli stessi attori. È la solita stronzata di sempre.

Una volta visti abbastanza film di Hollywood, si acquisisce familiarità con la formula. Il ragazzo incontra la ragazza, ma lui ha qualche segreto o difetto caratteriale che verrà scoperto dalla ragazza a circa tre quarti del film. Sembrerà che tutto sia perduto, ma alla fine la riconquisterà. Anno dopo anno vengono sfornate varianti di questo film, seguendo ogni volta la stessa formula.

Ecco, è così. Ne hai viste abbastanza di queste cose per conoscere ormai la formula.

Fidati del tuo istinto. Abbi fiducia nella tua visione interiore. Ce la farai.

Probabilmente nei prossimi giorni verrà riversata nell'ecosistema dell'informazione una grande quantità di distorsioni narrative, ma non ti faranno passare per un credulone.

Ora vedi le cose fin troppo chiaramente.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Caracas, la melodia della resistenza: José Alejandro Delgado e l'armonia della lealtà

 

Dal cuore di Ciudad Tiuna alla forza del canto: il musicista José Alejandro Delgado racconta in questa intervista esclusiva l'orrore del bombardamento che ha colpito la sua comunità e la reazione di un popolo che trasforma il trauma in resistenza. Mentre le narrazioni esterne cercano di imporre scenari di caos, dalle piazze di Caracas nasce la Caravana Soberana: la voce diretta di chi ha vissuto l'attacco e ha scelto di rispondere con l'arte e con quella che definisce l'armonia della lealtà.

Nella Plaza de los Museos, a Caracas, i bambini e le bambine disegnano aerei carichi di fiori e non di bombe, accanto ai volti di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores — il presidente venezuelano e la "prima combattente", sequestrati nella notte del 3 gennaio. Musica, poesia e canti si alternano alle riflessioni politiche di Blanca Eekhout, Erika Farías, Génesis Garvett e Hindu Anderi, dirigenti politiche e militanti per la Palestina (Hindu). Tra il pubblico, tra bandiere e striscioni, palestinesi e venezuellane, si scorgono volti noti dell'intellettualità, come quello dell'intellettuale marxista Judith Valencia. Sul palco, i versi di poeti come Joel Linares Moreno seguono le note della cantante Amaranta, presentati dalla promotrice culturale Margot Sivira, organizzatrice della Soberana Caravana: un'iniziativa del Fronte Francisco de Miranda che ha riunito artisti, cultores, poeti, attivisti, circensi, attori, cantanti e ballerini.

Questa è la prima di diverse edizioni che verranno replicate in varie zone di Caracas con l'obiettivo di elaborare insieme la ferita profonda inferta dall'attacco imperialista, e mostrare una risposta d'amore, condivisione e forza che sta sconfiggendo la violenza e la paura. Questo primo incontro è stato concluso da José Alejandro Delgado, musicista, compositore e cantautore venezuelano, che ha commosso il pubblico con le sue parole di incoraggiamento e impegno.

Nel suo repertorio, che si serve principalmente del cuatro e della chitarra, predomina la fusione di ritmi provenienti dalla musica popolare tradizionale venezuelana con generi come jazz, rock and roll, salsa e pop.

La sua ispirazione di fondo conduce alla trova venezuelana moderna. Ritmi che richiamano il più ampio movimento della Nueva Canción Latinoamericana, sviluppatosi tra gli anni '60 e '70. In Venezuela, questo movimento è stato influenzato sia dalla musica contadina (folklore) che dalle lotte studentesche e operaie dell'epoca.

Si distingue per l'uso di testi profondi, spesso metaforici, che denunciano le ingiustizie e celebrano l'identità del popolo. José Alejandro vive a Ciudad Tiuna, dove si sono scatenati i bombardamenti di Trump. Al termine dell'incontro, ci ha raccontato ciò che ha vissuto.

 

Qual è il significato e l'obiettivo di questa iniziativa?

Siamo qui in questa Caravana Soberana, in questa prima edizione nella Plaza de los Museos, cantando e alzando le nostre voci. Stiamo articolando i nostri cuori per sentirci uniti in questo nuovo momento che ci è piombato addosso e che ci pone davanti molte sfide. Come sempre, il popolo venezuelano affronta sfide perché ha deciso di emanciparsi da ogni tutela. L'imperialismo usa sempre molte forme per piegarci; alcune sono evidenti, altre silenziose ma efficaci. Opporre resistenza a tutto questo richiede enormi quantità di energia, e il canto e la poesia diventano allora il modo per proteggerci, per darci un giusto contenimento di fronte a tutta questa commozione che stiamo vivendo. Io ho vissuto il bombardamento nella mia comunità.

Lo hai vissuto direttamente?

Sì, vivo a Ciudad Tiuna.

Per spiegarlo a chi ci legge dall'estero, cos'è Ciudad Tiuna?

Ciudad Tiuna è l'urbanizzazione pilota creata dal Comandante Chávez all'interno di Forte Tiuna, il principale forte del paese. È stato il luogo colpito dal maggior numero di missili e bombe in questo orribile bombardamento. Ci vivono circa 25.000 famiglie in tutti i settori. È un progetto abitativo della Rivoluzione Bolivariana dove sono state consegnate soluzioni abitative a bassissimo credito per le famiglie lavoratrici. È un bastione di dignità, di forza e di rivoluzione. È popolata da molti bambini, parchi e molta vita brulicante. Quello che ci è successo il 3 gennaio è stato atroce, dovremo elaborarlo come comunità. È un ricordo orribile che ci segna, ma le vulnerabilità suggellano anche legami profondi.

E ci sono stati anche feriti, vero?

Feriti e morti. Nell'altro settore di alloggi, verso la zona dei "bielorussi", le esplosioni si sono sentite molto di più. Davvero, sto ancora cercando le parole per dare sfogo a questi sentimenti, perché vivere un'esperienza del genere è qualcosa di veramente scioccante. Stavamo dormendo e all'improvviso le esplosioni. Pensi che, mentre scendi le scale, la tua casa possa saltare in aria da un momento all'altro. La gente gridava nel panico. Tutto molto brutto. Ma la comunità si è riunita, ci siamo incontrati cercando di ricominciare il circuito quotidiano delle azioni. Diventeremo sempre più forti. Confido che sia così perché ci spetta; i nostri liberatori e le nostre liberatrici ci hanno chiamato a questo molti anni fa. Questo trascende me e la mia epoca. È un richiamo dei nostri antenati e noi non dobbiamo fare altro che eseguire quell'ordine.

All'estero, attraverso i social network, hanno detto che ci sono stati saccheggi e che l'opposizione sta festeggiando in strada. Tu cosa hai visto? Cosa sta succedendo davvero per le strade?

La strada è tranquilla, è in pace. Non ho visto alcun focolaio di violenza né applausi dell'opposizione. Credo che il nostro popolo sia comprensivo e leale. Anche se discutiamo animatamente, siamo capaci di portare un'arepa al vicino che la pensa diversamente, e che ne ha bisogno. Questo insegnamento è una lezione per tutti e tutte. Il nostro popolo, come sempre, si comporta all'altezza delle avversità. Mi commuovo molto e rafforzo ogni volta il mio impegno.

Quanti anni hai?

Ne ho 45, li ho compiuti il 28 dicembre.

Sembri giovanissimo. E quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato da piccolissimo a casa, con le "parrandas" della mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli.

E come definiresti il tuo stile?

Come definiresti il mio stile, amico?

Il chitarrista interviene: lo definirei uno stile "Sentido" (sentito). Perché se non lo sente, non lo canta. Questo è vero, è reale, ed è una cosa rara in questo momento.

Sei d'accordo?

Sì. La mia musica si nutre della trova venezuelana e latinoamericana, dei nostri trovatori ancestrali e delle nostre musiche tradizionali. Questo è il mio primo nutrimento.

C'è anche molto rap...

C'è un po' di tutto. Sperimento con molti suoni. Ho una predilezione per la musica tradizionale venezuelana, ma partendo da lì, con totale libertà, combino i suoni. Alcuni "bruciano" e si spengono tra le mani e altri vengono molto bene. È una musica molto mescolata con una ricerca poetica molto personale. Non si tratta solo di ripetere le cose, ma di creare con gli strumenti e con ciò che sento. Creo canzoni con il mio marchio, con il mio modo di risolvere i problemi.

A Ciudad Tiuna ci sono molti musicisti?

Moltissimi. C'è Lionel, Lilia, Amaranta, Tijoy... ce ne sono tantissimi.

Com'è nata questa Caravana Soberana e come avete reagito insieme nell'immediato?

Questa carovana nasce dalla convocazione del Fronte Francisco de Miranda con l'idea di portare l'arte al nostro popolo, di incontrarci per cantare e sentirci uniti. Credo che resterà qui ancora per qualche settimana, perché questo spazio di sentimento è molto importante. Dobbiamo attraversare due cose: da un lato la commozione e i racconti difficili da digerire, e dall'altro restare in piedi nella lotta per continuare a difendere la nostra rivoluzione.

Qual è la tua analisi di ciò che è accaduto? Che scenario possiamo immaginare ora?

Non avremmo mai immaginato questo scenario, nonostante gli avvertimenti. Il nostro popolo è in pace e la dirigenza delle nostre istituzioni sta facendo ciò che deve fare. Il nostro presidente, che è sequestrato, ci ha dato segni di dignità e di orgoglio, e così la compagna Cilia, nostra “prima combattente”. Sono orgogliosamente in piedi. Il nostro presidente non si è piegato. Noi accettiamo ciò che ci dicono e dobbiamo continuare nella disciplina, rafforzando quella che io chiamo l'armonia della lealtà che possiede questo popolo.

Come definiresti questa armonia della lealtà a livello poetico?

Come qualcosa che ci muove dal profondo e ci fa stare insieme nelle difficoltà. È la lealtà alla nostra storia, alla nostra memoria storica e ai nostri principi. Spesso non potrei spiegartelo a dovere, ma è qualcosa che ci mantiene disciplinati. Sebbene siamo un popolo molto ribelle ed è difficile che facciamo esattamente ciò che qualcun altro vuole, sappiamo unirci quando c'è una situazione seria. A volte possiamo non capire dove stiano andando le cose, ma non per questo ci disordiniamo. A un certo punto le cose si chiariranno e vedremo il cammino da prendere. Io non sono un militare con missili o bazooka, non ne so nulla, ma confido che il nostro governo abbia uomini e donne formati per questo. Sono sicuro che hanno agito nel modo in cui si doveva agire.

In che senso?

Mi sono messo a pensare che ci sia stato l'ordine di non opporre una resistenza maggiore. Perché se avessimo resistito di più, tutti i quartieri di Caracas sarebbero pieni di migliaia di morti. È stato così perché quei cani arrivavano con la bava alla bocca per ucciderci a milioni. Sono caduti fratelli e sorelle; siamo vicini alle loro famiglie, onoriamo la loro memoria e la loro lotta non sarà vana. Non sono riusciti a uccidere più persone, e anche questa è l'armonia della lealtà.

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Gli iraniani danno l'addio ai martiri dei crimini commessi dagli elementi sionisti-americani

 

Migliaia di persone si sono radunate mercoledì davanti all'Università di Teheran per partecipare alla cerimonia funebre dei martiri, morti durante i recenti disordini in Iran.

I partecipanti hanno scandito slogan a sostegno delle forze di sicurezza e contro i terroristi.

Martedì, il Consiglio di coordinamento della propaganda islamica ha esteso un invito al grande popolo iraniano a partecipare mercoledì 14 gennaio alle 14:00 (ora locale) alla cerimonia funebre per i martiri e le vittime dei crimini degli elementi sionisti-americani.

Decine di membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi durante i disordini di giovedì e venerdì. Il governo iraniano ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale in onore dei martiri della "lotta di resistenza nazionale degli iraniani contro gli Stati Uniti e il regime sionista".

Dal 28 dicembre sono iniziate manifestazioni pacifiche a Teheran, la capitale, dove i commercianti hanno temporaneamente sospeso le loro attività in segno di malcontento per il forte deprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro statunitense.

Mentre le autorità hanno riconosciuto che le espressioni pacifiche di malcontento sono un diritto legittimo, diverse figure dell'"opposizione" all'estero e attori esterni ostili, in particolare Stati Uniti e Israele, stanno cogliendo l'occasione per promuovere i propri interessi e stanno cercando di inquadrare le proteste economiche pacifiche come un appello a un confronto più ampio.

Dal 28 dicembre sono iniziate manifestazioni pacifiche a Teheran, la capitale, dove i commercianti hanno temporaneamente sospeso le loro attività in segno di malcontento per il forte deprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro statunitense.

Lunedì milioni di persone sono scese in piazza in diverse città dell'Iran per esprimere il loro sostegno alle autorità e alle forze militari, condannando al contempo i recenti atti terroristici in diverse parti del Paese.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

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Forza aeronautica IRGC dichiara la "massima prontezza" dopo le minacce di USA e Israele

 

La Forza aerospaziale del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) dell'Iran ha raggiunto il massimo livello di preparazione difensiva, pronta a reprimere qualsiasi aggressione contro l'Iran, afferma il comandante della forza, il generale di brigata Majid Mousavi.

Mercoledì il generale Mousavi ha dichiarato che la produzione di hardware aerospaziale in vari settori è aumentata in modo significativo dopo la guerra tra Stati Uniti e Israele durata 12 giorni nel giugno 2025.  

Il comandante ha affermato che le vulnerabilità individuate durante la guerra sono state completamente affrontate e corretteù, precisando che "la Forza aerospaziale dell'IRGC è attualmente al culmine della sua prontezza". 

Il generale Mousavi ha affermato che l'industria della difesa nazionale ha accelerato la sua produzione per garantire la sicurezza della nazione.

Le dichiarazioni sono arrivate in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato i rivoltosi in Iran di assaltare le istituzioni statali, sostenendo che gli aiuti degli Stati Uniti erano "in arrivo". 

L'Iran ha minacciato di colpire gli interessi israelo-americani nell'Asia occidentale in caso di un'altra aggressione da parte di USA e Israele.

Durante la guerra durata 12 giorni, l'Iran ha lanciato salve di missili balistici contro le basi militari israeliane e anche contro la base aerea americana di al-Udeid in Qatar, in rappresaglia per i loro attacchi.

L'8 e il 9 gennaio l'Iran è stato teatro di attacchi terroristici e rivolte sostenuti dall'estero.

Tattiche di "violenza assoluta"

Il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale di divisione Seyyed Abdolrahim Mousavi, ha ricordato che gli eventi degli ultimi giorni sono una continuazione diretta della guerra durata 12 giorni.

Dopo aver fallito nella "guerra dura", ha spiegatoil comandante, gli avversari dell'Iran hanno modificato la loro strategia adottando un piano meticolosamente elaborato che prevedeva l'impiego di elementi terroristici addestrati sul terreno.

“Il nemico ha attuato un piano preciso, schierando forze terroristiche addestrate per compiere le azioni più violente in varie parti dell’Iran”.

Ha affermato che la portata della distruzione osservata negli ultimi giorni non ha precedenti nella storia del Paese.

Il generale ha ulteriormente denunciato le sinistre tattiche utilizzate da questi gruppi sostenuti dall'estero, evidenziando in particolare un progetto volto a provocare vittime nel tentativo di delegittimare il governo.

Secondo il generale, a questi agenti addestrati venne impartito l'ordine tassativo di ricorrere alla "violenza assoluta" e furono persino visti sparare direttamente ai cittadini comuni.

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LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

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Il feudalesimo imposto da re Donald. L’ora delle scelte per l’Europa

La Trumpnomics e gli accordi bilaterali siglati nel 2025 partono dal presupposto di un mondo “indebitato” con gli Usa per i motivi più diversi e si inseriscono nell’ambito di una strategia tesa a riorganizzare i propri debitori secondo un sistema feudale diviso in tre ordini. Innanzitutto ci sono i Paesi che pagano pegno agli Usa sotto forma di investimenti diretti. Poi vengono quelli che versano il loro tributo in termini di incremento del peso americano nelle proprie catene del valore e negli approvvigionamenti strategici. Infine al gradino più basso ci sono i Paesi fuori dal sistema che pagano sotto forma di dazi e altri spiacevoli servizi accessori. 

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L'articolo Il feudalesimo imposto da re Donald. L’ora delle scelte per l’Europa sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Le mire trumpiane sulla Groenlandia e i richiami euro-atlantisti per il “fianco settentrionale” della NATO


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Veramente Donald Trump andrà fino in fondo con la questione della Groenlandia e davvero qualcuno porterà alle estreme conseguenze la minaccia – cui, per la verità, nessuno crede – del ricorso all'articolo 5 della Carta NATO, quello tanto evocato  e invocato per l'Ucraina, nel caso gli yankee passino all'opzione militare per accaparrarsi l'isola?
In un breve excursus storico, la Tass ricorda come Washington avesse iniziato a coltivare piani per la Groenlandia subito dopo aver acquistato l'Alaska dalla Russia, nel 1867. La questione fu sollevata ancora nel 1910 durante discussioni territoriali tra USA, Danimarca e Germania e nel 1916 si ebbe un primo risultato concreto, con Washington che riuscì nell'acquisizione della colonia danese delle Indie Occidentali; ma, anche allora, allorché Woodrow Wilson insistette per includere nell'accordo la Groenlandia, il governo danese rifiutò e chiese agli americani di riconoscere la sovranità danese sull'isola. Gli USA tornarono sulla questione nel 1934 e poi un'altra volta nel 1946, offrendo 100 milioni di dollari (1,7 miliardi al tasso attuale): sempre senza risultato.

Un documento declassificato nel 1991 affermava che l'isola era "praticamente inutile per la Danimarca", mentre il suo controllo era "di fondamentale importanza per la sicurezza degli Stati Uniti". Oggi, sottolinea la Tass, l'importanza della Groenlandia per gli USA è molto superiore rispetto al XX secolo, data l'importanza sempre più crescente del Nord e dell'Artico nella politica globale: se prima l'isola interessava gli Stati Uniti soprattutto in una prospettiva geografica, oggi sono i fattori geoeconomici a essere più rilevanti.

E così, Trump si impossesserà della Groenlandia quando sarà convinto che per gli USA tutto sia andato bene col Venezuela. Questo il parere dell'americanista Aleksej Naumov, secondo il quale Trump «ha certamente bisogno della Groenlandia, come proseguimento della contrapposizione con la Cina ed è anche una dichiarazione di rafforzamento della presenza nell'Artico».

Pertanto, afferma Naumov, se la situazione in Venezuela non prende una piega negativa per Trump e lui non si lascia trascinare a costruire una sorta di “Nuovo Venezuela”, è molto probabile che tenti di ottenere il pieno controllo della Groenlandia, accontentandosi, come compromesso, che l'isola dichiari l'indipendenza dalla Danimarca e venga inclusa nel settore della difesa americano, come una sorta di territorio non incorporato.

Ma c'è una specie di “intoppo”. Parigi e Londra si ergono a paladine della sovranità danese e si apprestano a schierare forze di terra per «garantire la sicurezza della Groenlandia»: naturalmente col pretesto della minaccia di sottomarini russi e navi cinesi. Lo sbarco si chiamerà, scrive Bloomberg, "Arctic Guardian"; ma, pare evidente che, per "garantire la sicurezza" dell'isola, forze di terra non facciano propriamente al caso. Ci vogliono delle navi. E non navi qualunque, ma rompighiaccio e bastimenti da ghiaccio: vascelli che USA, Francia e Gran Bretagna messe insieme hanno in numero inferiore alle dita di una mano. Ora, nota PolitNavigator, minacciare le marine russo-cinesi con truppe di terra è abbastanza ridicolo; dunque, la minaccia sembra rivolta esclusivamente alle ambizioni imperiali di Trump! In vista di uno scontro serio? Yankee contro anglo-francesi? Detta così, fa abbastanza ridere. Gli europei sembrano follemente infatuati di giocare alla diplomazia militare, ironizza Aleksandr Rostovtsev; del tipo “siamo una forza con cui fare i conti!” e poi, in fondo, i nostri alleati americani non ci colpiranno davvero per voler giocare alla geopolitica. Così tutto si trasformerà in una marcia trionfale in alta uniforme, sul ghiaccio e l'aurora boreale sullo sfondo: un figurone al telegiornale e indici di gradimento alle stelle per Macron e Starmer.

Con meno ironia, Viktorija Nikiforova osserva su RIA Novosti che i governi britannico e tedesco stanno seriamente valutando l'invio dei loro contingenti militari in Groenlandia, naturalmente per difenderla dai tentacoli russo-cinesi, salvo il fatto che Donald Trump ha già incaricato il Comando congiunto per le Operazioni speciali di preparare un piano dettagliato per l'invasione della Groenlandia. 

Insomma, pare proprio che la NATO si trovi sull'orlo della guerra, non con un nemico esterno, ma al suo interno. I membri principali dell'alleanza hanno sempre sottolineato la loro unità; ma ora tutto è diverso. L'isteria bellica sembra travolgere l'Europa e il primo ministro svedese minaccia: «Washington dovrebbe essere grata alla Danimarca per essere sempre stata un alleato leale». A Washington tremano di paura. «Svezia e Paesi baltici sono uniti ai nostri amici danesi» ha detto ancora Ulf Kristersson. A questo punto, non c'è più scampo per gli USA: come possono far fronte a uno scontro coi Baltici?

Le prospettive militari della campagna in Groenlandia hanno suscitato un orrore palese tra britannici e tedeschi. Il britannico The Telegraph invita a lasciare immediatamente l'Alleanza Atlantica: «È ora che la Gran Bretagna lasci la NATO, proprio come ha lasciato l'UE», mentre i tedeschi protestano nelle piazze contro la militarizzazione del Paese. 
Osserviamo con interesse, scrive Nikiforova, come lo scontro di interessi tra USA e Europa vada crescendo in una dimensione militare, minacciando veri e propri scontri armati e il crollo dell'alleanza: «Auguriamo sinceramente il successo a entrambe le parti: andate e divoratevi a vicenda, subito».

Ancora Politico scrive che i leader UE sono più propensi a “rappacificare” Trump, piuttosto che a confrontarsi con lui nelle rivendicazioni sulla Groenlandia: dalle proposte di utilizzare la NATO per rafforzare la sicurezza artica, alle concessioni agli USA sulle risorse naturali. La UE potrebbe probabilmente raggiungere un accordo con Trump, per cui aumenterebbe i propri investimenti nella sicurezza artica, mentre lascerebbe agli USA di beneficiare delle risorse naturali della Groenlandia.

Rasmus Jarlov, presidente della Commissione difesa del parlamento danese, ha invitato i groenlandesi a dichiarare il loro desiderio di rimanere parte della Danimarca, smettendo di criticarla; in caso contrario, ha detto, i piani statunitensi di annettere l'isola più grande del mondo sarebbero automaticamente legittimati. 

Per parte sua, Trump ha dichiarato papale papale che il Primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, va incontro a un serio problema per le sue dichiarazioni sul mantenimento dell'isola alla Danimarca e la contrarietà a che Washington si impossessi dell'isola o la controlli. È un fatto, che Trump si sia anche rifiutato di impegnarsi a non usare la forza militare per raggiungere questo obiettivo o di dare una risposta definitiva alla domanda su cosa sia più importante per lui: la Groenlandia o la salvaguardia della NATO. Forse non lo ha ancora deciso.
Di contorno, alla TV austriaca, l'esperto di sicurezza e difesa Walter Feuchtinger nota che le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia stanno creando un pericoloso precedente per un conflitto tra i membri della NATO: «Tra cinque anni, la pressione sarà così forte che la Danimarca sarà disposta a negoziare. Naturalmente, l'annessione è una possibilità, ma non credo che si arriverà a scontri armati. Ci sarà un colpo in aria simbolico, per dire, da una prospettiva giuridica internazionale, che “abbiamo vinto, nonostante la loro resistenza”». Per la questione dell'articolo 5, invocato in caso di attacco a un membro dell'alleanza, l'esperto nota che la NATO deve tenere consultazioni preventive e ogni decisione deve essere presa all'unanimità e, comunque, non è la prima volta che si profila la minaccia di un conflitto militare interno alla NATO: Turchia e Grecia si sono contese Cipro e continuano a mantenere relazioni tese.   

Anche se, come pare elementare, un conflitto, sia pur non armato, che veda coinvolti alcuni paesi UE e USA, è oltremodo gravido di ben altre conseguenze, per la NATO, che non la contrapposizione greco-turca.

Più pratico e lontano da ogni ingenua ipotesi di scontro UE-USA, mostrando ancora la propria mania bellicista, il ministro della guerra tedesco Boris Pistorius, durante un briefing con la comparsa estone Kaja Kallas, ha dichiarato nettamente che la Groenlandia consentirà ai paesi NATO di bloccare l'accesso della Russia all'Oceano Atlantico e diventerà anche un trampolino di lancio per l'espansione nell'Artico. Sappiamo che «l'egemonia della Russia non si limita all'Ucraina o al fianco orientale della NATO» ha detto Pistorius. Volgiamoci dunque all'Artico per «proteggere queste rotte settentrionali; è per questo che abbiamo instaurato un partenariato per la sicurezza marittima con Norvegia, Danimarca e Canada». Poi, da provetto euro-atlantista, ha invitato i partner della NATO a riconoscere che «questo è il nostro fianco settentrionale... e si deve chiudere lo stretto che dà accesso all'Oceano Atlantico ai sottomarini e ai robot nucleari di altre potenze. Potrebbero contribuire alla separazione dell'America dall'Europa. Ecco perché la Groenlandia e l'Artico in generale sono importanti». 

Ecco perché, aggiungiamo, i guerrafondai euro-atlantisti faranno di tutto per dirottare le mire artiche trumpiane verso il “tradizionale nemico” dell'Europa liberale e, dopo il famigerato “fianco orientale” della NATO, si daranno a urlare di dover proteggere il “fianco settentrionale” dell'alleanza di guerra. 

 

 

https://tass.ru/mezhdunarodnaya-panorama/26128639

https://politnavigator.news/tramp-zakhvatit-grenlandiyu-kogda-ubeditsya-chto-s-venesuehlojj-vsjo-poluchilos-mezhdunarodnik.html

https://politnavigator.news/otsel-grozit-my-budem-trampu-francuzy-i-anglichane-vysazhivayutsya-v-grenlandii.html

https://ria.ru/20260114/nato-2067686121.html

https://ria.ru/20260114/tramp-2067740887.html

https://ria.ru/20260114/tramp-2067707670.html?in=t

https://politnavigator.news/v-nato-razdrajj-kak-primenyat-5-yu-statyu-v-sluchae-napadeniya-ssha-na-daniyu.html

https://politnavigator.news/my-otpravlyaemsya-v-arktiku-a-prolivy-perekroem-pistorius-obyavlyaet-vojjnu-rossii-na-krajjnem-severe.html

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La sinistra in piazza per l'Iran? Il falso problema della destra catatonica


di Paolo Desogus*

Sembra che il problema dell'opposizione al regime iraniano sia la sinistra italiana che non scende in piazza. Pare infatti che Khamenei fosse sul punto di gettare la spugna e arrendersi per le dimostrazioni di Roma, Milano e Napoli. Bastava un tanto così. Resta però da chiedersi perché allora Bocchino, Pascale, Molinari e gli altri non organizzino loro una bella manifestazione. Non è così difficile, basta chiedere al proprio popolo di disdire gli appuntamenti per il botox e scendere dal suv non per fare shopping in centro, ma per andare in piazza e proporre uno straccio di idea politica. Possono anche coinvolgere i personal trainer, gli armocromisti e gli agenti finanziari. Così per fare numero.
Battute a parte, non mi pare proprio che associazioni e gruppi politici impegnati abbiano trascurato in questi anni l'Iran. Senza i riflettori e senza l'aiuto di Bocchino, Pascale e Molinari hanno portato avanti progetti e iniziative nei limiti delle risorse e delle possibilità.

La partita che si sta giocando ora è però diversa. Non è umanitaria. Il fatto stesso che venga paragonata a quanto accaduto a Gaza è una fesseria colossale. E del resto è un modo per sminuire il genocidio e il tentativo di distruzione di un intero popolo da parte di uno stato nostro alleato. Le manifestazioni dei mesi scorsi erano motivate proprio da questo, dalla necessità di sciogliere i legami con Israele. E la stessa flottiglia aveva come obiettivo non tanto quello di sfondare i confini, ma quello di mostrare ai paesi occidentali la tirannia israeliana sulle acque internazionali e palestinesi per favorire un loro intervento.

In Iran la faccenda è diversa. I nostri paesi stanno già intervenendo contro il regime degli Ayatollah. Hanno già varato sanzioni per le condizioni umanitarie, diversamente da quanto fatto contro Israele.

Ora in Iran stanno avendo luogo manifestazioni di grande rilevanza. Non è escluso che vi siano stati anche agenti esterni provocatori, ma sarebbe sciocco negare che il malessere di una parte significativa della popolazione iraniana sia concreto e dovuto alle pratiche repressive del regime. 

L'errore più grande sarebbe però ora quello di sostenere l'opposizione riducendone le istanze alle rappresentazioni occidentali, queste indubbiamente, sì, manipolate da un'informazione ridotta a dispensatrice di veline delle agenzie americane e israeliane. 

Sarebbe grave sia perché sotto le mentite spoglie del nostro altruismo verrebbe a riprodursi la nostra mentalità tipicamente colonialista che non sa vedere nell'altro da sé null'altro se non qualcosa da piegare alla nostra visione del mondo; ma sarebbe grave sia perché finirebbe per legittimare gli interventi esterni da parte di Usa e Israele. 
Che i due maggiori responsabili del genocidio a Gaza possano essere improvvisamente animati da sentimenti di democrazia e di amore verso l'Iran è lecito dubitare. A Trump in particolare non frega proprio nulla della libertà degli iraniani e dei loro diritti civili. Non gli interessa affatto se le donne iraniane sono emancipate o meno. Non per nulla fa tranquillamente affari con l'Arabia Saudita, non esattamente un paese libertario, e con lo stesso Israele, dove qualcuno dovrebbe prima o poi fare una descrizione dettagliata delle forme repressive tra i gruppi più fanatici e ortodossi. 

C'è poi un altro punto. Gli tentativi di liberazione esterni, soprattutto se americani e israeliani, rischiano di rilegittimare le componenti più repressive del regime islamico. Tutta quella parte di popolazione iraniana in questo momento incerta sul da farsi finirebbe per schierarsi con gli Ayatollah di fronte alla possibilità di una "liberazione" propiziata dalle forze nemiche che nel corso degli anni non hanno esitato a violare gli accordi siglati (vedi quelli sul nucleare stracciati da Trump) e persino il territorio nazionale con attentati e azioni militari. Non ci vuole molto a capire che la via dell'emancipazione non può che essere endogena. Ma capisco che i componenti della destra attuale siano ormai in fase catatonica, ideale per farsi manovrare dall'esterno come burattini.


*da Facebook

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Caccia all'uomo negli USA: l'ICE, la polizia di Trump

In un clima di paura orchestrato e di retorica xenofoba, gli Stati Uniti stanno assistendo all’ascesa di una forza di polizia spietata, un'agenzia che opera nell'ombra, scardina le cosiddette garanzie civili che sarebbero garantite della patria della libertà e semina il terrore nelle comunità. Non stiamo parlando di un regime autoritario del passato, ma dell'operato odierno dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) sotto l'amministrazione Trump. I paralleli con i metodi della Gestapo non sono più un'iperbole retorica, ma una tragica realtà documentata.

Come la polizia segreta del Terzo Reich, l'ICE agisce spesso senza uniformi identificative, mascherando i propri agenti, irrompendo in case e luoghi di lavoro, e compiendo arresti arbitrari sulla base di sospetti vaghi o del semplice aspetto fisico. La retorica ufficiale che dipinge migranti, anche quelli con documenti in regola, come "terroristi domestici" o "invasori" fornisce la copertura ideologica per una caccia all'uomo sistematica.

L'omicidio di Renee Nicole Good, cittadina statunitense uccisa da un agente ICE durante un'operazione, è diventato il simbolo di questa deriva. Nonostante le immagini e le proteste nazionali, l'amministrazione Trump ha scelto di diffamare la vittima, ribaltando la realtà e accusandola di terrorismo. Questa è la stessa logica della propaganda che giustifica ogni atrocità. Un sondaggio di YouGov rivela che il 50% dei cittadini statunitensi vede quell'omicidio come "ingiustificato", ma l'agenzia non viene smantellata: viene potenziata. Una legge firmata da Trump ne aumenterà l'organico del 120%, trasformandola nella più grande forza di polizia federale, un mostro burocratico armato e senza controlli.

TODAY: Chicago joined national protests against ICE, decrying the killing of Renee Nicole Good in Minneapolis. pic.twitter.com/HTSA3drhUO

— BreakThrough News (@BTnewsroom) January 8, 2026

Le testimonianze da Los Angeles a Downey, in California, dipingono un quadro agghiacciante. Agenti in borghese irrompono in parcheggi, fermano lavoratori, ignorano documenti validi. A Highland Park, un venditore di cibo viene prelevato. A Silver Lake, viene arrestato Rafael, un uomo presente nel quartiere da 40 anni, colpevole solo di aver avuto paura e di essere scappato alla vista di agenti che inseguivano altri. A Downey, due giardinieri - uno con la green card, l'altro con un permesso di lavoro valido - vengono aggrediti e trattenuti finché la reazione della comunità non costringe gli agenti alla fuga. In quella stessa occasione, un agente ha puntato le armi contro cittadini che filmavano. Queste non sono operazioni di polizia: sono raid di intimidazione. Compiuti in quello stesso paese che accusa l’Iran e altre nazioni di non rispettare i diritti umani o il diritto alla manifestazione.

URGENTE: En IRÁN van casa a casa buscando a los manifestantes que protestaron y a otros al azar.

AH NO, SORRY! ???????? Es en EEUU; más de 2 mil agentes del ICE desplegados para hacer detenciones arbitrarias; pero como es EEUU, no nos importa.pic.twitter.com/U0pncSt1vQ

— El Necio (@ElNecio_Cuba) January 13, 2026

Il modello è chiaro: operazioni mirate senza preavviso alle autorità locali, assenza di trasparenza, uso di tattiche militari in contesti civili, criminalizzazione della solidarietà e del giornalismo alternativo. Il messaggio è: "Possiamo prendere chi vogliamo, quando vogliamo, e non dovete chiedere conto a nessuno". È l'essenza dello stato di polizia.

Il fatto che il 46% degli statunitensi sostenga ora l'abolizione dell'ICE - superando per la prima volta chi vi si oppone - è un grido di allarme che non può essere ignorato. L'ICE non è più un'agenzia per l'applicazione delle leggi sull'immigrazione; è diventato il braccio armato di un'ideologia suprematista e razzista, uno strumento di terrore politico e di pulizia etnica strisciante.

Chiamare l'ICE la "Gestapo statunitense" non è quindi un’esagerazione o un goffo tentivo di fare della propaganda anti-statunitense. È un preciso atto di denuncia contro un'agenzia che ne ha abbracciato i metodi: la brutalità, la de-umanizzazione del "nemico" interno e l'erosione calcolata di quelle libertà fondamentali di cui gli USA si ritengono la patria. 

Jan 9-11 poll of 1,129 U.S. adult citizens (+/-3.9 points): ICE
% who think the ICE agent was justified | not justified in the amount of force he used in shooting the woman in Minneapolis
U.S. adult citizens 28% | 53%
Democrats 4% | 88%
Republicans 61% | 15%
(Link in reply) pic.twitter.com/7KtaZqwRUX

— YouGov America (@YouGovAmerica) January 12, 2026

Evidentemente, a forza di volerle esportare all’estero, queste libertà, sono venute a mancare proprio negli Stati Uniti stessi.

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Il ministro degli Esteri iraniano descrive le rivolte come "crimini in stile ISIS"

 

Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha descritto i recenti disordini in Iran come atrocità simili a quelle commesse dal gruppo terroristico ISIS-Daesh.

Araqchi, durante un incontro online tenutosi martedì con gli ambasciatori della Repubblica islamica presso gli stati membri dell'Unione europea (UE), ha descritto i recenti disordini in Iran come atrocità simili a quelle commesse dal gruppo terroristico takfiri Daesh, affermando che rappresentano una continuazione della guerra imposta al Paese dagli Stati Uniti e dal regime israeliano a giugno.

Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito la sua precedente condanna dell'ingerenza di Washington e del regime di Tel Aviv negli affari interni dell'Iran, riferendosi al modo in cui questi alleati hanno fornito armi, intelligence e supporto logistico a elementi destabilizzanti per deviare le proteste economiche nazionali in rivolte.

Ha descritto l'obiettivo delle rivolte come l'indebolimento e la destabilizzazione del Paese, esprimendo al contempo la sua gratitudine alle forze di sicurezza iraniane per aver riportato la calma attraverso il confronto vittorioso con i responsabili.

Il ministro degli Esteri iraniano ha inoltre ringraziato la nazione iraniana per aver organizzato lunedì manifestazioni con milioni di persone in tutto il Paese, a sostegno dell'establishment islamico del Paese e in segno di condanna delle ingerenze straniere.

Ha inoltre sottolineato l'importanza che i diplomatici iraniani con sede in Europa trasmettano con precisione ai governi locali, alla diaspora iraniana e all'opinione pubblica la natura atroce delle recenti attività terroristiche dirette contro la nazione.

Questi commenti sono stati rilasciati dopo che i leader e gli agenti della rivolta, sotto la sua direzione, hanno tentato di dirottare le proteste iniziate a fine dicembre.

Sempre lunedì, Araqchi ha confermato durante un incontro con i diplomatici a Teheran che le registrazioni avevano mostrato come questi elementi avessero cercato di causare quante più vittime possibile per spianare la strada a una nuova aggressione straniera contro il territorio iraniano, come recentemente minacciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

I funzionari iraniani hanno promesso di rispondere adeguatamente alle legittime preoccupazioni dei manifestanti, ma hanno sottolineato, allo stesso tempo, che il Paese non tollererà tentativi di manipolare la sua stabilità e sovranità.

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"Copione già fallito in passato": l'Iran risponde a Trump

 

Il governo iraniano ha denunciato all'ONU le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, accusandolo di incitare alla violenza all'interno del Paese persiano e di minacciare le sue autorità di intervento militare.

In una lettera indirizzata al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e all'attuale Presidente del Consiglio di sicurezza, Abukar Dahir Osman, la missione permanente dell'Iran presso le Nazioni Unite si concentra sulle dichiarazioni rilasciate da Trump martedì, in cui ha invitato i manifestanti iraniani a continuare a protestare, a prendere il controllo delle loro istituzioni e ha assicurato loro che "gli aiuti sono in arrivo".

"Questa dichiarazione sconsiderata incoraggia esplicitamente la destabilizzazione politica, incita e invita alla violenza e minaccia la sovranità, l'integrità territoriale e la sicurezza nazionale della Repubblica islamica dell'Iran", si legge  nella  missiva.

Lo descrive come una "flagrante violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare il divieto della minaccia o dell'uso della forza" e "del principio di non intervento negli affari interni degli Stati".

L'Iran sottolinea che questa "retorica interventista" fa parte di una tendenza continua e crescente, "mirata alla destabilizzazione politica", del presidente degli Stati Uniti e registrata nelle ultime settimane.

"Creare un pretesto per un intervento militare": Teheran accusa Washington e Tel Aviv

Allo stesso tempo, si sottolinea che le dichiarazioni di Trump dovrebbero essere considerate in un contesto più ampio , che include la "guerra fallita di 12 giorni" contro l'Iran dello scorso giugno e come parte integrante di una "politica più ampia volta al cambio di regime".

Questa politica, si precisa, viene applicata attraverso la cosiddetta campagna di " massima pressione ", l'intensificazione delle sanzioni unilaterali, la deliberata destabilizzazione sociale ed economica, la diffusione sistematica dell'insicurezza e l'incitamento dei giovani a confrontarsi con il governo iraniano.

Pertanto, Teheran ritiene Washington e il regime israeliano direttamente responsabili della perdita di vite civili innocenti, in particolare tra i giovani, avvenuta a seguito di tale politica.

Detto questo, l'Iran chiede al Segretario generale e al Consiglio di sicurezza di condannare "inequivocabilmente " l'incitamento alla violenza, le minacce di uso della forza e l'ingerenza negli affari interni dell'Iran da parte di Washington, e di sollecitare gli Stati Uniti e Israele a "porre immediatamente fine alle loro politiche e pratiche destabilizzanti".

In un commento a quella lettera, pubblicato su X, la missione iraniana sottolinea che la politica degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran si basa sull'obiettivo di rovesciare il suo governo, con "sanzioni, minacce, rivolte e caos orchestrato" come "modus operandi per fabbricare un pretesto per un intervento militare ".

"Questo copione ha già fallito in passato. Il popolo iraniano difenderà il proprio Paese e, senza dubbio, [questa tattica] fallirà di nuovo ", ha affermato.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Iran, l'intelligence continua le sue operazioni, arrestati i capi del terrorismo coinvolti nelle rivolte

 

Il Ministero dell'intelligence iraniano ha annunciato di aver continuato a identificare e arrestare i capi dei terroristi a Teheran con l'efficace collaborazione della popolazione.

Durante i recenti disordini, luoghi pubblici e religiosi, nonché le forze di sicurezza, sono stati presi di mira dai rivoltosi in sette importanti località di Teheran, ha affermato il ministero. I rivoltosi hanno anche incendiato due moschee, bloccato una delle principali arterie stradali di Teheran e ucciso due membri delle forze volontarie Basij.

Secondo il capo della polizia iraniana, 297 rivoltosi che avevano preso parte alla distruzione della proprietà comune sono stati identificati e arrestati dalle forze di polizia.

Due terroristi sono stati uccisi e altri 17 sono rimasti feriti durante le operazioni antiterrorismo condotte nei giorni scorsi.

La polizia ha anche sequestrato numerose armi calde e fredde, nonché materiale esplosivo, dai nascondigli di questi terroristi.

Sono stati aperti venti casi riguardanti i legami degli individui arrestati con gruppi terroristici affiliati al regime israeliano.   

Nel frattempo, la cerimonia funebre dei 100 martiri delle recenti rivolte sostenute dall'estero è prevista per mercoledì alle 14:00 ora locale a Teheran.

Il direttore della Fondazione dei martiri, Ahmad Mousavi, ha affermato che i martiri, tra cui civili e membri delle forze di sicurezza, sono stati uccisi con diversi tipi di armi, come fucili da combattimento e da caccia, coltelli, asce, ecc.

La scorsa settimana, le proteste pacifiche per le difficoltà economiche si sono trasformate in rivolte, alimentate dalle dichiarazioni dei leader statunitensi e israeliani, con gruppi armati che hanno danneggiato proprietà pubbliche e causato vittime tra i civili e le forze di sicurezza.

Decine di civili e membri del personale di sicurezza iraniani sono stati uccisi dai rivoltosi, che hanno ricevuto, secondo quanto confermato dall'intelligence della Repubblica islamica, supporto operativo, logistico e finanziario da Washington e dall'agenzia di spionaggio del regime israeliano, il Mossad.

Le autorità della Repubblica islamica hanno osservato che attraverso le rivolte, gli avversari dell'Iran hanno cercato di rimediare ai fallimenti commessi durante l'aggressione militare diretta contro il Paese.

Nel frattempo, i funzionari hanno sottolineato in ogni occasione che il Paese si impegna al massimo per affrontare le carenze economiche in vari settori, ma, allo stesso tempo, si oppone fermamente a qualsiasi tentativo di deviare le proteste verso disordini.

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Ali Larijani: Trump "il principale killer degli iraniani"

 

Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC) dell'Iran, Ali Larijani, ha respinto le minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro la nazione, descrivendolo come uno dei principali assassini di iraniani.

Ali Larijani ha reagito a un post sui social media pubblicato martedì da Trump, che invitava i rivoltosi a "prendere il controllo delle vostre istituzioni" e che "gli aiuti sono in arrivo".

Trump ha anche chiesto ai rivoltosi di "salvare i nomi degli assassini e degli abusatori" e ha minacciato che "pagheranno un prezzo alto".

Ha ripetutamente espresso il suo sostegno alle rivolte e ha minacciato l'Iran di attacchi militari se quelli che lui definisce "manifestanti pacifici" venissero uccisi a colpi di arma da fuoco.

"Dichiariamo i nomi dei principali assassini del popolo iraniano: 1- Trump 2- Netanyahu", ha affermato Larijani in un post su X martedì.

Si riferiva all'aggressione statunitense-israeliana contro l'Iran, durata 12 giorni nel giugno 2025, che ha ucciso oltre mille iraniani in tutto il Paese e danneggiato le infrastrutture civili, militari e nucleari del Paese.

Negli ultimi giorni l'Iran è stato teatro di violenti scontri, scatenati dalle preoccupazioni legate all'aumento del costo della vita.

Le autorità hanno riconosciuto la legittimità delle lamentele economiche e si sono impegnate a risolverle, poiché sono direttamente collegate alle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti che colpiscono la banca centrale iraniana e le esportazioni di petrolio.

Ma hanno promesso di affrontare con decisione i rivoltosi sostenuti dagli Stati Uniti e da Israele che stanno seminando il caos in tutto il Paese.

Martedì, un alto funzionario della polizia ha riferito che almeno 297 delinquenti coinvolti in danneggiamenti di proprietà pubbliche e beni pubblici sono stati arrestati.

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CBD nei cosmetici sotto esame UE: una decisione che può cambiare il mercato

L’Unione Europea ha aperto una consultazione pubblica sul parere preliminare del Scientific Committee on Consumer Safety (SCCS) relativo all’impiego del cannabidiolo (CBD) nei prodotti cosmetici. La scadenza per inviare osservazioni tecniche e dati è fissata al 21 gennaio 2026. C’è dunque ancora una settimana di tempo per i professionisti del settore per inviare pareri su …
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Con il popolo iraniano! Mobilitiamoci in ogni città

Migliaia di ragazzi e ragazze, studenti e studentesse universitarie stanno da giorni in piazza a fianco di lavoratrici e lavoratori organizzati che protestano contro il carovita e contro un sistema politico che, da decenni, reprime il dissenso.

È una mobilitazione di popolo, nonviolenta, che è in continuità con il movimento Donna Vita Libertà e reclama un profondo cambiamento di giustizia sociale e democrazia. Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e la democrazia.

No alla repressione del regime, che sta causando migliaia di morti e di arresti.

No a ogni intervento imperialista e coloniale. Nessun re del mondo, basta guerre per il petrolio. Basta guerre e bombe “in nome della libertà”.

Il futuro dell’Iran appartiene solo al suo popolo. Al fianco del popolo iraniano, scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l’immediata liberazione di tutti i prigionieri politici.

Donna, Vita e Libertà: il tempo è adesso!

Rete Italiana Pace Disarmo – Sbilanciamoci! – AOI Cooperazione e Solidarietà Internazionale – Stop Rearm Europe Italia

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Non sarà Trump a liberare l’Iran

In Iran, scrisse nelle sue memorie sulla rivoluzione khomeinista del 1979 l’ambasciatore britannico Anthony Parson, non abbiamo fallito per mancanza di informazione ma di immaginazione. Ecco forse non bisogna ripetere lo stesso errore adesso che stiamo chiedendoci cosa accadrà e ci sembra di essere impotenti di fronte alle stragi nelle città iraniane.

La domanda è se un intervento esterno possa aiutare l’opposizione ad abbattere un regime al potere da oltre 45 anni in un Paese di 90 milioni di abitanti, 1,6 milioni di chilometri quadrati con le quarte riserve al mondo di petrolio e le seconde di gas che, messe a regime, potrebbero rifornire i consumi di tutta l’Unione europea. Già in poche righe c’è tutto: attaccare l’Iran significa attaccare una potenza nel cuore pulsante del Medio oriente.

L’unico stato della regione che occupa con il nome di Persia più o meno gli stessi confini da tremila anni e da sempre i nostri libri di storia greco-romana. Non c’è iraniano, pro o anti-regime, che non sia cosciente di questo: il nazionalismo è il vero collante di un Paese che ha sempre visto il mondo arabo e i vicini come ostili.

Gli interventi esterni nell’ultimo mezzo secolo abbondante hanno avuto esiti tragici e contrari al loro obiettivo. Il colpo di stato anglo-americano del 1953 contro il leader laico e democratico Mossadeq (nazionalizzatore del petrolio) riportò lo Shah Pahlevi al potere dittatoriale della corona ma aprì la strada al processo rivoluzionario.

Nel settembre 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attaccò l’Iran con il sostegno di tutti gli stati arabi (tranne la Siria), dell’Unione sovietica, degli Usa e gran parte dell’Europa. Tutti pensavano che Teheran, priva dell’esercito dello Shah e dell’aiuto americano, in pieno marasma rivoluzionario, sarebbe crollata in poche settimane. Il risultato fu una guerra di otto anni con un milione di morti che invece di indebolire rafforzò il regime di Khomeini e la repressione interna.

Gli interventi militari esterni occidentali in Medio oriente sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan, all’Iraq alla Libia. Gli iraniani li hanno osservati da vicino pagando un prezzo: il crollo dell’Iraq ha rappresentato l’ascesa dell’Isis, un gruppo radicale sunnita che era diventato una minaccia mortale per gli sciiti iraniani. L’Isis fu fermato a un’ora di auto da Baghdad dai pasdaran e dalle milizie del generale iraniano Qassem Soleimani, poi fatto fuori da un missile proprio da Trump.

Una parte degli iraniani, soprattutto della diaspora estera, punta su un intervento esterno come ha evocato Trump perché pensa che questa sia l’unica possibilità di rovesciare un regime. Molti altri sono contrari perché c’è il rischio di alimentare la propaganda del regime sulla «mano straniera», una carta che la Guida suprema Khamenei ha già giocato sin dai primi giorni delle proteste accusando Usa e Israele. Dopo quanto accaduto a Maduro in Venezuela, si affaccia l’ipotesi di un’operazione speciale per sequestrare anche lui. Potrebbe non bastare perché se è vero che la Guida ha l’ultima parola, l’Iran non è una dittatura ma un sistema autocratico e repressivo assai vasto, oliato da anni di guerre.

Minato dalle sanzioni, dopo i disastri subiti da Hamas, Hezbollah e la caduta del siriano Assad, il sistema ha fallito per la sua inefficienza sotto il profilo economico e dell’influenza regionale (tranne che in Iraq e Yemen) ma l’apparato militare e poliziesco è ancora funzionante.
Siamo sicuri che i vicini di Teheran vogliano davvero un Iran democratico? La Turchia di Erdogan, membro della Nato, ha degli accordi con gli ayatollah, ma l’Iran è un Paese storicamente concorrente e dotato di risorse enormi. Gli stati del Golfo poi sono tutte monarchie sunnite assolute e non si sa quanto guarderebbero con simpatia una democrazia ai loro confini.

Ma soprattutto Trump è intenzionato a lanciare un’azione in larga scala contro l’Iran? Il presidente americano oggi esaminerà varie opzioni dai cyber attacchi a obiettivi militari e civili, a nuove sanzioni e anche bombardamenti (in coordinamento con Israele). Ma non pare che voglia rischiare di rimanere impantanato in qualche conflitto di lungo termine. Come dimostra il Venezuela, Trump punta a interventi mirati, spettacolari, che non è detto portino alla democrazia o a un cambio di regime. Al petrolio invece sì, ci tiene molto, quello conta tantissimo.

Informando l’opinione pubblica che l’Iran potrebbe essere disposto a negoziare, Trump fa capire che i pozzi iraniani di oro nero, che riforniscono la Cina, sono un obiettivo principale. Come e ancora più del Venezuela, l’Iran è una questione internazionale. La Cina, maggiore acquirente del petrolio iraniano, ha dichiarato il suo appoggio al regime mentre Russia, Cina e Iran stanno tenendo esercitazioni navali congiunte in Sudafrica (Brics). In Iran e in Medio Oriente come diceva Lord Curzon ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue.

Ma allora come fermare la strage degli iraniani? Forse ci vuole appunto un po’ di immaginazione politica e di consapevolezza su come aiutarli, anche all’estero, a elaborare un piattaforma politica e una dirigenza che superi le loro divisioni. L’Iran democratico è ancora da immaginare e progettare. Ma un giorno potrebbe sorprendere gli ayatollah e magari pure Trump.

Articolo pubblicato dal manifesto il 12 gennaio 2026

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‘Kill Switch’: Irán apaga Starlink de Musk por primera vez, según Forbes

Las autoridades iraníes han brindado un duro golpe al proceso de desestabilización impulsado por Israel y EEUU, al lograr el bloqueo del acceso a Internet por satélite Starlink, una herramienta fundamental, informó este lunes Forbes.

«No habíamos visto esto antes. El apagón digital de Irán ha desplegado inhibidores militares, supuestamente suministrados por Rusia, para bloquear el acceso a internet de Starlink. Esto supone un cambio radical para la conectividad de emergencia que suelen usar manifestantes y activistas antirrégimen cuando se interrumpe el acceso a internet». sostiene el informe.

Según el reporte, se ha bloqueado más del 80 % del tráfico y el nivel de conexión a la Red se sitúa ahora en torno al 1 % del habitual.

Este avance técnico, que degradó el tráfico satelital desde un 30 % inicial hasta niveles del 80–90 % en zonas clave, marca un hito en la capacidad de Teherán para defender su control sobre el flujo de información frente a herramientas de desestabilización externas.

«Channel 4 News describe las actividades de Rusia como una «carrera tecnológica con Starlink», que, según afirma, «es conocida por desplegar camiones que emiten ruido de radio para interrumpir las señales satelitales». Hasta el momento no se ha confirmado qué tecnologías se están implementando», señala Forbes.

Tras el apagón total de internet móvil y fijo decretado el 8 de enero, miles de terminales Starlink, introducidas de contrabando y estimadas en decenas de miles, funcionaron como puente para coordinar manifestaciones y difundir imágenes. El gobierno recurrió al jamming de señales GPS (ya activo desde la guerra de 12 días con Israel en junio de 2025) y a la disrupción directa de enlaces de órbita baja mediante equipos de alta potencia proporcionados por China, según expertos como Amir Rashidi, del Miaan Group. Esta tecnología de grado militar supera al jamming básico y provoca pérdidas masivas de paquetes, haciendo inviable la transmisión continua.

Las señales GPS son básicas para un funcionamiento óptimo de la red de internet satelital de la compañía de Musk, cuyos receptores Starlink utilizan GPS para localizar y conectarse a los satélites.

En el tablero multipolar, el episodio refleja la disputa por la soberanía tecnológica. Irán percibe a Starlink, controlado por una empresa estadounidense, como un vector de injerencia externa, similar a su uso en Ucrania o a intentos previos en Irán en 2022. La respuesta refuerza a los bloques emergentes que buscan alternativas a infraestructuras dominadas por Occidente, desde satélites propios hasta cables submarinos chinos. Las empresas occidentales, como el caso Samsung y el espionaje israelí muestran que el mundo corporativo no es “neutral” sino que responde a intereses geopolíticos de sus países de origen.

Durante la Guerra de los 12 Días con Israel, se registraron fallas deliberadas en la red de internet nacional, que coincidió con la activación de haces de Starlink, según lo confirmó el propio Musk al publicar en la red social X: “Los haces están encendidos”, apenas un día después del inicio de la ofensiva israelí.

La coordinación entre empresas privadas y operaciones militares genera preocupación en Irán, que denuncia un nuevo patrón de guerra híbrida y sabotaje tecnológico.

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Dazi, Iran e Cina: verso una nuova fase di instabilità globale

La decisione di Donald Trump di introdurre dazi del 25% contro i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran apre un nuovo fronte di tensione nell’economia mondiale. La misura colpisce indirettamente alcuni attori chiave del commercio internazionale, a partire dalla Cina, principale partner economico di Teheran e grande importatore di petrolio iraniano. Pechino ha già definito l’iniziativa statunitense una forma di “pressione e coercizione” e lascia intendere una possibile risposta speculare.

Secondo diversi analisti, la Cina potrebbe reagire con contromisure tariffarie mirate, ricorsi presso l’Organizzazione mondiale del commercio o restrizioni su settori strategici, come l’export di terre rare e l’accesso delle aziende statunitensi ai comparti tecnologici più avanzati. Uno scenario che rischia di mettere in discussione il fragile armistizio commerciale raggiunto tra Washington e Pechino nell’autunno scorso, dopo anni di guerra dei dazi e di escalation reciproche.

Il contesto internazionale è già fortemente teso: nel 2025 l’interscambio commerciale tra Stati Uniti e Cina è diminuito di quasi il 20%, mentre l’Iran si trova al centro di una fase di destabilizzazione provocata da attori esterni come gli USA e Israele. Le proteste diffuse, l’incertezza politica e le ipotesi di nuove sanzioni o di un possibile intervento statunitense contribuiscono ad aumentare la percezione di rischio sui mercati globali, in particolare su quello energetico, sensibile a ogni segnale di crisi nel Golfo.

Per il momento, l’impatto diretto sui mercati finanziari resta contenuto, segno che l’economia globale si è in parte abituata a convivere con tensioni e sanzioni. Tuttavia, il messaggio è chiaro: la geopolitica è tornata a essere il principale fattore di rischio sistemico. In un mondo sempre più multipolare, le catene del commercio si riconfigurano, i blocchi si irrigidiscono e la volatilità diventa una componente strutturale del nuovo equilibrio globale.


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Il Venezuela ha neutralizzato più di 400 "narco-aerei" da quando ha espulso la DEA

Il governo venezuelano ha neutralizzato più di 400 velivoli legati al narcotraffico da quando l'allora presidente Hugo Chávez decise, nel 2005, di espellere la Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense dal Paese e di interrompere ogni legame con l'agenzia, denunciandola per collaborazione con organizzazioni criminali internazionali. Questa informazione è stata rivelata dal Ministro dell'Interno, della Giustizia e della Pace, Diosdado Cabello, in dichiarazioni trasmesse dall'emittente televisiva statale VTV.

"Il numero di velivoli neutralizzati supera i 400 da quando abbiamo rotto con la DEA, perché stiamo conducendo una vera e propria lotta contro il narcotraffico", ha affermato, aggiungendo che questa circostanza è confermata dalle cifre record riguardanti i sequestri. Cabello ha inoltre spiegato che solo nel 2025, il Venezuela ha sequestrato quasi 70 tonnellate di droga attraverso un lavoro di intelligence coordinato da diverse agenzie di sicurezza statali, che hanno raggiunto una maggiore efficienza nelle operazioni antidroga. Ha inoltre reso noto che le autorità venezuelane sono riuscite a distruggere la rotta logistica utilizzata dai narcotrafficanti in Venezuela, nello Stato di Zulia, nella parte occidentale del paese al confine con la Colombia, che consentiva loro di accedere ai Caraibi.

"Quella rotta logistica è stata distrutta", ha sottolineato Cabello, sottolineando che il suo Paese confina con uno dei maggiori produttori di droga al mondo, la Colombia, ed è vicino all'Ecuador, il Paese che distribuisce più droga. Ha ribadito che la propaganda secondo cui il Venezuela non sta combattendo il narcotraffico e la criminalità, come hanno fatto gli Stati Uniti per "giustificare" la loro aggressione militare contro il Paese e il rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e di sua moglie, Cilia Flores, è falsa. Cabello ha sottolineato che gli sforzi antidroga del Venezuela hanno già portato al sequestro di 7.148 chilogrammi di droga nei primi 13 giorni del 2026.

Questi dati dimostrano l'efficacia delle operazioni del Paese per contrastare le organizzazioni internazionali di narcotraffico che cercano di attraversare il territorio venezuelano per contrabbandare i loro narcotici nei Caraibi e in altri Paesi esteri.


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USA: in un anno le spese militari cresceranno del 50% raggiungendo la cifra astronomica di 1500 miliardi di dollari

 

di Federico Giusti

Proprio in questi giorni documentavamo gli straordinari profitti azionari delle imprese di armi e in particolare di quelle europee, oggi andiamo a toccare con mano quante risorse siano state assegnate, negli Stati Uniti, dal bilancio pubblico al settore militare in controtendenza rispetto alla contrazione delle spese previste per tutti i capitoli sociali, per interventi di natura ambientale oggetto di un feroce e draconiano ridimensionamento.

Trump chiede in sostanza la crescita esponenziale delle produzioni militari assicurando nei prossimi anni ordinazioni da parte degli Usa e un mercato in continua espansione con la corsa al riarmo. Per questo il presidentissimo strizza l’occhio alle multinazionali della guerra dicendo loro al contempo di attrezzarsi alle necessità assicurando sistemi militari sempre più efficienti e tecnologicamente avanti. Che il settore trainante della manifattura Usa sia quello militare lo si evince dai licenziamenti che tra il 2025 e il 2026 dovrebbero raggiungere la cifra di 2 milioni e duecentomila unità distribuite in tutti i settori produttivi. La pressione sul complesso industrial militare è evidente e foriera di guerra con un paese che solo pochi anni or sono, in tempi di covid, ha preso atto dell’errore commesso nella esternalizzazione di tante produzioni che, riportate in parte negli Usa, non hanno raggiunto i risultati sperati, risultati destinati ad arrivare dopo anni. Ma la elezione di Trump è stata possibile stringendo un occulto patto con settori del capitalismo Usa che dai processi di globalizzazione produttiva hanno tratto ingenti profitti e indubbi vantaggi.

 Non è detto che gli annunci di Trump si concretizzino sempre e comunque, molto dipenderà dal Congresso e dal vistoso calo dei consensi alla amministrazione repubblicana che dovrà affrontare anche i dissidi interni avendo promesso, e non mantenuto, un cambio di rotta rispetto alle guerre intraprese dai democratici. Il conflitto con Musk e la destra Maga potrà indebolire alla lunga la leadership di Trump. Se un Presidente si insedia promettendo la soluzione dei conflitti militari nel mondo nell’arco di poche settimane, a distanza di mesi, o anni, queste guerre sono ancora senza soluzione, se dichiari di voler abbandonare l'interventismo armato per dedicarti ai problemi dell'America ma poi scateni bombardamenti in ogni continente, prima o poi la realtà verrà a presentarti il conto. Intanto gli Usa spenderanno non solo per il riarmo ma anche per la sicurezza interna enormi risorse, come non avveniva dalla Seconda guerra mondiale e ad inizio anni Cinquanta con la guerra in Corea.

L'aumento del budget per la difesa può anche essere utilizzato come messaggio interno, crescono le proteste popolari e contemporaneamente la repressione nelle piazze, potremmo parlare di un nuovo blocco sociale costituito da militari e da forze dell'ordine di varia natura che beneficia in termini economici e sociali dei crescenti stanziamenti per la sicurezza. Ma questa politica securitaria diventerà anche un fattore di crisi interna, la tenuta sociale tra le varie “americhe” è tutt’altro che scontata per il ricorso sistematico alla brutale repressione o alla marginalizzazionecriminalizzazione del dissenso.

Trump intende aumentare la spesa militare in un anno di 600 miliardi, già oggi gli Usa spendono più di tutta la UE, hanno raggiunto quasi il 40 per cento a livello globale con ulteriori incrementi di spesa arriverebbero, nel 2027, al 50 per cento della spesa bellica complessiva. L’attuale economia statunitense è in grado di sostenere questo ritmo e a quali costi? La domanda non è banale.

Detto questo, ci dobbiamo chiedere quali saranno le coperture di questi rilevanti incrementi di spesa per le armi, riusciranno a garantire al Bilancio i soldi necessari attraverso i dazi e con la vendita dei titoli di stato, e poi come affronteranno l'elevato debito pubblico?  La prepotenza militare sarà sufficiente a costringere paesi esteri e fondi a investire nell’acquisto di titoli americani? Il ricorso strutturale alla guerra diventa vitale anche per salvaguardare gli scambi in dollari, la dedollarizzazione dei Brics e della Cina è una minaccia concreta alla supremazia Usa senza pensare che proprio dai Brics arrivi una alternativa di sistema.

Come avviene in Italia, con il tentativo di ingabbiare la Corte dei conti, anche negli Usa il neo-autoritarismo Trumpiano pensa a rimuovere ogni forma di controllo e di potenziale ostacolo all'azione presidenziale. Questo scontro interno alle istituzioni prima o poi presenterà il suo conto

Ammesso, ma non concesso, di trovare tutte le debite coperture finanziarie (e dovranno alzare i tassi per raggiungere le cifre necessarie),  considerati i conflitti interni ed esterni, le ripercussioni derivanti dagli eventi nazionali ed internazionali, gli scenari nell'immediato futuro si presentano tutt'altro che semplici e gli Usa dovranno fare i conti proprio con l'inadeguato approvvigionamento di greggio, metalli rari e componenti tecnologiche per la cui produzione il disegno autarchico è ancora indietro rispetto ai piani previsti.

 Le difficoltà della industria della difesa non possono essere sottovalutate, come anche i delicati rapporti con le grandi multinazionali che mal tollerano imposizioni statali, abituate a dettare le linee della politica economica e finanziaria. Le linee strategiche statunitensi, quella trentina di pagine licenziate a novembre 2025, sono brutali ma illuminanti, descrivono una Europa in decadenza, senza identità e prospettiva ed estendono la dottrina Monroe a mezzo globo prefigurando un futuro di riarmo e di guerre permanenti.  E la logica del doppio nemico, interno ed esterno, prevede anche logiche securitarie e repressive, nei primi giorni dell’anno 2026 la caccia alle streghe contro i migranti ha fornito un esempio di quali potrebbero essere gli scenari futuri. Il riarmo produce anche darwinismo sociale e il fronte interno diventa il primo banco di prova di certe politiche, è bene non dimenticarlo mai e questo vale non solo per gli Usa ma anche per i paesi europei dove gli esempi non mancano e di cui parleremo nei prossimi giorni.

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Pasquale Liguori

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La salute è anche una questione di classe

 

di Federico Giusti

Qualche visita, possibilmente non da malati o degenti, negli ospedali andrebbe fatta giusto per capire lo stato in cui versa la sanità pubblica, un autentico viaggio di istruzione tra cliniche, ambulatori, Residenze per anziani. Avremmo molto da imparare, tanto dall’utenza quanto dalla forza lavoro impiegata, potremmo almeno farci una idea diretta senza pendere dalle labbra dei menzogneri commenti di parte politica. Perché, a scanso di equivoci, la soluzione non è data dal ritocco delle percentuali di spesa per la sanità che poi, in rapporto al Pil e alla tipologia della popolazione (età anagrafica, classi sociali di appartenenza, patologie pregresse e mai curate per mancanza di prevenzione e disponibilità economiche), resta ancora inferiore alla media europea.

La sanità non si è mai ripresa dai tagli della spending review, per usare una metafora potremmo dire che i vari interventi legislativi hanno tamponato le falle senza mai guardare a tutto lo scafo e quello scafo oggi presenta problemi strutturali.

Spazi di pronto soccorso angusti e del tutto inadeguati ad accogliere una utenza in costante crescita, poco personale e grande presenza di specializzandi, interinali e cooperative al posto di personale a gestione diretta, protocolli rigidi costruiti solo per abbattere le spese, lunghe liste di attesa per prestazioni erogate dal servizio pubblico, una trafila burocratica infinita tra impegnative, accettazioni e prenotazioni che rappresentano un problema quasi insormontabile per  anziani, migranti e le classi sociali più basse, ossia le componenti  della popolazione  meno attrezzate e senza competenze informatiche. Chi oggi va in Pronto soccorso, in taluni casi, prova ad accedere a cure e prestazioni che il servizio pubblico ha rinviato di mesi, si cerca di accedere alle cure entrando dalla porta di servizio ma nel frattempo sono stati adottati rigidi protocolli che limitano le prestazioni erogabili.

I medici di base sono pochi, hanno numeri elevati di pazienti da seguire, accrescendo i mutuati si riduce la qualità della prestazione erogata oltre a tutte le incombenze burocratiche imposte nel tempo.

Le disuguaglianze sociali ed economiche hanno effetti sulla stessa salute, lo si sa da sempre e il dato è ormai accertato anche a livello statistico, non esiste una predisposizione genetica a certe malattie, se in un quartiere popolare i casi di diabete ed obesità, di malattie cardio vascolari sono maggiori la causa va ricercata soprattutto nella disparità economica che a sua volta comporta diversificati accessi alle cure, alla prevenzione, a una alimentazione sana e a uno stile di vita funzionale alla tutela del benessere psico fisico.

Diversi anni or sono ci occupammo della alimentazione nei quartieri popolari, di dove le famiglie erano solite rifornirsi, quali cibi si trovavano sulle loro tavole, ebbene la parte del leone la facevano i discount, i prodotti acquistati erano per lo più surgelati, vino e liquori di bassa qualità , poco pesce, verdure fresche  quasi inesistenti, latticini freschi con il contagocce o ristretti al solo cartoccio di latte (quando non veniva acquistato il prodotto a lunga conservazione di solito meno caro).Nel quartiere popolare trovi un numero di fumatori decisamente elevato rispetto ad altri ambienti, lo stile di vita è sedentario con gli spostamenti tra casa e lavoro e famiglia ad occupare parti significative della giornata. Le ingiustizie sociali lasciano sui corpi e nella mente delle persone segni indelebili, le disuguaglianze sociali sono la causa principale di ferite profonde che alla lunga provocano malattie mortali. Ci siamo fatti aiutare da un libro di Luca Carra e Paolo Vineis (Il capitale biologico Codice edizioni 2022) per fraternizzare con concetti e parole oscure, sconosciute al mondo reale, concetti tuttavia imprescindibili per chiunque voglia conoscere l’impatto delle disuguaglianze sulla nostra salute.

Ad esempio, l’orologio epigenetico ossia quella tendenza all’invecchiamento precoce che si manifesta nelle parti meno ricche e per questo svantaggiate della società. E per farci una idea di quanto scritto basta osservare la realtà che ci circonda, ad esempio a proposito di carico allostatico ossia le tante forme di stress che attraversano le esistenze della popolazione meno ricca costretta a barcamenarsi tra lavori e lavoretti per arrivare a fine mese.

E ricordiamoci sempre che la esposizione a fattori dannosi per la salute psico fisica si manifesta fin dai primi anni di vita, certe patologie o disturbi dovrebbero essere diagnosticati e curati prima della loro degenerazione, con celerità da un servizio sanitario e sociale capace di interventi tempestivi per i quali servono strutture idonee e organici adeguati. E per approfondire il glossario delle disuguaglianze di cura potremmo anche menzionare la programmazione biologica o guardare ai contesti familiari e sociali nei quali lo sviluppo corporeo e mentale sono a rischio per alimentazioni inadeguate (ad esempio si fa incetta di cibi ultraprocessati) o mancati stimoli alla crescita dei bambini fin dall’età prescolare.

In tempi come i nostri sono tornati i pregiudizi eugenetici da considerare come il prodotto naturale di teorie razziste costruite a difesa delle disuguaglianze sociali ed economiche, queste teorie sono particolarmente forti negli Stati uniti e in ambienti tipicamente reazionari.

E nell’Inghilterra degli anni Trenta (non nella Germania Hitleriana per intenderci), a proposito del dibattuto sulle condizioni igieniche nelle famiglie dopo la introduzione delle reti fognarie e dell’acqua corrente, veniva scritto che queste innovazioni permettevano anche alle razze geneticamente meno prestanti di sopravvivere

Il pregiudizio eugenetico ha accompagnato le società liberali fino alla Seconda guerra mondiale, e forse dovremmo prendere in esame anche il fattore colonialismo che aggiunge altre considerazioni al concetto di disuguaglianza ulteriori considerazioni, fatto sta che solo nel secondo dopoguerra iniziamo a parlare di pratiche sociali e non di comportamenti individuali, se si valuta un rischio va inquadrato dentro la società e ricondotto alle condizioni materiali di vita.

La causa economica e sociale delle disuguaglianze, le forme con le quali la disuguaglianza stessa si manifesta diventano sempre più importanti, vanno indagate a fondo senza cedere a pericolose e fuorvianti semplificazioni che poi sono a loro volta il prodotto di ideologie costruite per difendere lo status quo. Nell’epoca dei social la divulgazione di fake, di pseudo conoscenze antiscientifiche diventa a sua volta determinante per l’accettazione delle disuguaglianze evitando che la conoscenza reale dei fatti induca a processi di sensibilizzazione e azioni conflittuali per il cambiamento.

Chiudiamo con una considerazione ulteriore che arriva dai tempi pandemici: nelle case popolari di Milano la diffusione del covid è stata rapida e con elevato numero di morti centinaia di anziani e no, in spazi ristretti non erano nelle condizioni di evitare i contagi, anche in questo caso la condizione sociale è stata determinante per favorire o penalizzare alcuni ceti sociali.  In quei terribili mesi nei quali la memoria collettiva ha operato una rapida rimozione la idea che tutti fossimo in pericolo era diffusa ma anche la consapevolezza che le possibilità di contrarre il covid risentivano delle condizioni abitative

In una casa piccola e sovraffollata il contagio avviene con maggiore facilità, in quella casa i figli hanno minori occasioni di miglioramento sociale, sono bambini e adolescenti con meno stimoli e opportunità sociali inferiori ai compagni di scuola della classe media. E in caso di ritardi scolastici, di difficoltà di apprendimento, di scarsa padronanza della lingua non resta che la certificazione per avere un insegnante di sostegno augurandosi che attraverso questa figura si possa colmare almeno parte dei ritardi e delle lacune accumulate.

Sanità e istruzione pubblica sono, come abbiamo provato a dimostrare, strettamente connesse, non è casuale che saranno proprio loro le vittime sacrificali dell’economia di guerra come vittima della logica del profitto è stata la medicina del lavoro che in tempi lontani venne vissuta come conquista dello stato sociale e affermazione dei diritti della forza lavoro.

A distanza di anni i medici del lavoro sono una rarità, è cambiata la stessa nozione di salute e sicurezza, ci vogliono apparentemente in salute per sfruttarci con maggiore intensità, per questo l’attenzione è rivolta anche ad aspetti apparentemente neutri come la organizzazione della vita in azienda, scambiare l’aumento dei ritmi e della produttività con bonus aziendali legati al secondo livello di contrattazione, adottare campagne contro l’uso di tabacco e alcol, prevedere stili di vita salutari.

Se si allunga l’età lavorativa diventa prioritario portare la forza lavoro ben oltre i 60 anni di età in condizioni di salute sufficientemente buone per stare in produzione e avere un basso tasso di assenteismo. E un eventuale interessamento padronale alla nostra salute striderebbe con gli stili di vita imposti dall’impoverimento crescente e dalla spoliazione dei tempi di vita a vantaggio di quelli lavorativi, da come si mangia (anche in base al potere di acquisto), da quanta attività fisica svolgiamo, dallo stress che a sua volta induce al consumo di alcoolici.

Se hai una esistenza precaria difficilmente potrai seguire uno stile di vita apprezzabile, la qualità della vita è il prodotto del potere di acquisto, del buon funzionamento del welfare, non dimentichiamolo mai soprattutto quando ci parleranno di misure alternative allo stato sociale, di sanità e previdenza integrativa.

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La Sinistra Negata 09

La Sinistra Negata e gli anni ’90 a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
(Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la prima puntata)

Pace Parte seconda/1: quale comunismo?

 

1. LA COSA INDESCRIVIBILE.

È curioso che l’espressione “comunismo” abbia subito durante l’ultimo decennio i contraccolpi di crisi e di trasformazioni di forze sostanzialmente estranee ai suoi contenuti. Il PCI, anche prima di liberarsi di quella denominazione, aveva cessato da svariati decenni di essere un partito che si batteva per il “comunismo”; quanto ai regimi dell’Est europeo, crollati come birilli a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, nessuno di essi si era mai definito “comunista” (il che sarebbe stato, alla luce del marxismo, un falso grossolano), ma unicamente “socialista”. Si trattava dunque della morte del socialismo, come l’estrema sinistra italiana aveva sempre pronosticato e sperato; il comunismo propriamente inteso non era nemmeno in questione.
Ma cos’è il comunismo? Potremmo produrci in pagine di citazioni dai testi canonici, parlare del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente», di estinzione dello Stato, del soddisfacimento dei bisogni di tutti non correlato alle prestazioni lavorative, dell’autogoverno delle comunità e così via. Sarebbe però un esercizio vano: sia perché è già stato tentato, sia perché la definizione sarebbe sempre vaga. Il comunismo assoggettato a descrizioni si converte infatti in utopia; e l’utopia è l’opposto del comunismo, la sua stessa negazione.

Possiamo però dire, evitando la trappola, che il comunismo rappresenta il prodotto dell’intervento cosciente del proletariato sul capitalismo maturo, per portare a pieno sviluppo, con l’esercizio della forza, quelle linee di tendenza in esso già operanti che vanno nella direzione della soppressione delle classi sociali, della riduzione del lavoro umano, dell’ eliminazione della divisione del lavoro, dell’annullamento delle funzioni politiche e repressive statali. In tal senso, le forme di azione concreta del proletariato sono già comunismo all’opera, e solo in esse è leggibile lo scopo, che di per sé non può essere descritto senza cadere nell’astrazione. Rischio, quest’ultimo, cui non è riuscito a sottrarsi neppure chi come Toni Negri – in Il comunismo e la guerra, Milano, 1980 – meglio di altri, e soprattutto meglio dei tristi teorici della sinistra istituzionale, ha saputo mantenersi fedele all’impostazione marxiana del problema comunismo.

Va detto che solo la sinistra rivoluzionaria – intendendo, come sempre, unicamente quella di ascendenza “operaista” – può legittimamente definirsi “comunista”, avendo fin dalle origini regolato i conti con l’idea stessa di “socialismo”, e cioè con l’idea di transizioni che la storia ha dimostrato destinate a cristallizzarsi e a riprodurre il peggio del sistema che asserivano di voler abolire. Proprio perché il comunismo è leggibile negli sviluppi del reale e nella trama delle azioni di lotta, esso non ha nulla a che spartire con alcunché si presenti nelle forme dell’immobilità, sia pur spacciata come “transitoria”. Esso stesso è “transizione”, nel senso che modificando il presente inietta in esso gli elementi per il superamento del capitalismo; e la forza che le classi subalterne esercitano a tal fine costituisce ciò che si suole definire “dittatura del proletariato” – “dittatura” esercitando la quale il proletariato nega se stesso quale classe subalterna, muovendo così all’abolizione delle altre classi che da quella subalternità venivano definite.
Ciò posto, occorre chiedersi non tanto cosa sia il comunismo oggi, quanto piuttosto come possa oggi manifestarsi un’azione delle classi subalterne che sia “comunista” non solo per autodefinizione, ma perché esprime una precisa allusione ad un diverso ordinamento sociale, definibile appunto come “comunista”.

2. CHI DECIDE PER CHI?

Nella propria storia, il proletariato ha sempre espresso un chiaro rifiuto delle forme della politica, intesa come delega ad un ceto selezionato di professionisti (eletti o meno poco importa) delle decisioni concernenti la vita sociale del gruppo, della collettività, della nazione o dell’assieme di nazioni. Ovunque le classi subalterne si siano ribellate, come prima cosa hanno costituito istanze di democrazia diretta e capillare, denominate di volta in volta comuni, soviet, consigli degli operai e dei soldati, comitati di difesa civica ecc., fino alle assemblee permanenti, ai “collettivi”, ai comitati di base della stagione di lotta apertasi attorno al ’68 e protrattasi negli anni successivi.

Non tutte le esperienze del genere possono dirsi riuscite; anzi, va detto con franchezza che raramente sono durate a lungo, risultando più efficaci come arma di distruzione di un potere ingiusto che come cellula per l’edificazione di un diverso ordinamento. Sta di fatto che, dalla Comune di Parigi in poi, la ricerca di forme d’espressione e di decisione non mediate si è manifestata come bisogno primario ogni volta che il proletariato ha potuto agire in piena autonomia. Se, come dicevamo, il concetto di “comunismo” va letto in trasparenza nei comportamenti di lotta delle classi subalterne, ne consegue che il suo connotato primario, e non accessorio, è la democrazia intesa in senso letterale (si rammenti che, nel greco antico, demos indicava non il “popolo” in senso lato, ma gli strati inferiori delle masse popolari).

A ben vedere, dunque, il tratto che distingue più vistosamente il “comunismo” dal “socialismo” è il diverso accento posto sulla democrazia: concetto vitale e fondante nel primo, concetto secondario nel secondo, che al proprio centro pone invece il soddisfacimento dei bisogni materiali e l’equità sociale. Ciò aiuta ad illuminare anche l’intima perversione dei regimi “socialisti” dell’Est: capaci sì di soddisfare, meglio della maggior parte dei regimi capitalistici, i bisogni elementari di sopravvivenza, ma incapaci di far fronte all’esigenza primaria di libertà che nel “comunismo” è racchiusa. E poiché tale esigenza è storicamente la prima istanza dell’insubordinazione proletaria, il “socialismo”, volto a privilegiare altri interessi, nasce sul soffocamento di quell’istanza ed è morto per averla troppo a lungo soffocata.
L’azione proletaria di massa, la democrazia diretta ed assembleare, la mobilitazione con cui frammenti di classi subalterne prendono in mano i propri destini, sono di per sé “comunismo” nel suo farsi, allusione dinamica ad una meta dinamica, mai statica. Per questo l’idea comunista va fatta risalire alla Rivoluzione francese: ma non a Robespierre o ai freddi modelli utopistici di Babeuf e Buonarroti, bensì alla fitta vita democratica e popolare delle sezioni e dei clubs, poi integralmente ripresa, e volta in senso genuinamente proletario, dalla Comune di Parigi del 1871.

Ciò in Marx è chiaramente espresso, senza tuttavia che l’idea si risolva in un’acritica esaltazione della democrazia diretta di impronta rousseauiana. Il rischio permanente insito nella democrazia diretta, la quale per sua natura non può esercitarsi che su un ambito limitato della società civile, è quello del localismo e della conseguente limitatezza degli obiettivi, tale da accordare oggettivamente eccessiva autonomia ai poteri centrali. D’altro canto, la democrazia diretta in sede locale deve necessariamente essere moderata in sede centrale, onde evitare il pericolo che si traduca in dittatura della maggioranza sulle minoranze, che è l’antitesi della democrazia (H.E.Kaminski, nel volume Quelli di Barcellona, Milano, 1966, ha fornito un’agghiacciante ricostruzione dell’autoritarismo regnante, durante la guerra civile spagnola, nelle comunità anarchiche della Catalogna – autoritarismo esercitato dalla maggioranza della popolazione sui “devianti”).

Marx prevedeva invece una compenetrazione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, che contemplasse tanto la “comune” quanto il suffragio universale, tanto l’associazione dal basso quanto l’elezione di deputati revocabili; e contrapponeva a Bakunin, quale modello di un’organizzazione della società diversa sia dall’anarchia che da qualsiasi schema autoritario, la struttura delle Trade Unions britanniche, a quel tempo fondate su un largo assemblearismo di base e su forme di rappresentanza, controllabili dal basso, ai vertici (cfr. K. Marx, Estratti e commenti critici a “Stato e anarchia” di Bakunin, in K. Marx, F. Engels, Critica dell’anarchismo, a cura di G.Backhaus, Torino, 1972, p.356). “L’estinzione dello Stato”, su cui tanto si è equivocato (cfr. in proposito: V. Evangelisti, Il Leviatano morente, in Progetto Memoria n° 2), nasceva dal fatto che in un simile modello la funzione politica si sarebbe diluita nella società, togliendo ad un corpo di “specialisti” il monopolio del potere e dell’uso della forza.

Che Marx prevedesse questo, comunque, ci interessa tutto sommato abbastanza poco. Quel che più importa è che il proletariato, ogni volta che si è mosso in piena autonomia, ha agito proprio in quella direzione, organizzando strutture antitetiche a quelle, fondate sulla delega in bianco, della liberal-democrazia borghese. E così continua a muoversi anche ai giorni nostri, se è vero che le forme di rappresentanza fittizia, di cooptazione burocratica, di coagulo di corpi di professionisti della decisione per conto terzi ricevono duri colpi tanto all’Ovest che all’Est.
Bene, noi chiamiamo tutto ciò “comunismo”. E cioè allusione, nel vivo del movimento reale, ad una società in cui chiunque sia intenzionato a partecipare alle decisioni e a interloquire sulle scelte di fondo possa farlo in prima persona, attraverso l’autorganizzazione.

(Ne La Sinistra Negata 10 seguirà la parte seconda di Quale Comunismo? Concludendo le puntate dell’opera)

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui, 05  qui, 06 qui, 07 qui e 08 qui

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Unicef: Le truppe israeliane uccidono 1-2 palestinesi al giorno. E lo chiamate ancora “cessate il fuoco”?

 

Oltre 100 bambini palestinesi a Gaza sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane dall'inizio del cosiddetto cessate il fuoco iniziato ad ottobre. Lo ha rivelato il 13 gennaio il portavoce dell'UNICEF James Elder. Secondo quest'ultimo il ritmo degli omicidi è “circa una bambina o un bambino uccisi ogni giorno. Durante un cessate il fuoco”.

Elder ha poi affermato che “la vita a Gaza rimane soffocante” e che “la sopravvivenza è ancora condizionata”, sottolineando che i raid aerei e le sparatorie sono diminuiti ma “non cessati”. Quella che ora viene definita ‘calma’, ha aggiunto, “in qualsiasi altro luogo sarebbe considerata una crisi”.

Secondo i dati dell'UNICEF, almeno 60 ragazzi e 40 ragazze sono stati uccisi dall'inizio del cessate il fuoco. Elder ha avvertito che questa cifra include solo i casi con documentazione sufficiente e che “il numero effettivo di bambini palestinesi uccisi dovrebbe essere più alto”, aggiungendo che centinaia di bambini sono rimasti feriti.

Mentre la cifra delle Nazioni Unite è inferiore, il Ministero della Salute di Gaza afferma che 165 bambini sono stati uccisi durante il cessate il fuoco, parte dei 442 omicidi registrati complessivamente, attribuiti alle continue violazioni del cessate il fuoco.

Elder ha affermato poii che gli attacchi in corso coincidono con severe restrizioni sui rifornimenti essenziali, compresi articoli medici, carburante, gas da cucina e componenti necessari per riparare i sistemi idrici e igienico-sanitari.

Anche il cibo rimane fortemente limitato, come ha affermato a dicembre la Classificazione integrata della sicurezza alimentare (IPC) sostenuta dall'ONU, secondo cui, sebbene la diffusione della carestia sia stata contenuta, la sicurezza alimentare “rimane critica”.

L'UNICEF ha ampliato i servizi di assistenza sanitaria di base e di immunizzazione, ha rimosso circa 1.000 tonnellate di rifiuti solidi ogni mese, ha distribuito quasi un milione di coperte termiche e ha effettuato riparazioni di emergenza alle reti idriche e fognarie “grazie all'ingegnosità palestinese più che all'introduzione di pezzi di ricambio”.

Nonostante queste misure, Elder ha affermato che i due anni di incessanti aggressioni, bombardamenti e genocidio hanno lasciato i bambini “vivere nella paura”, con profondi danni psicologici che rimangono senza cura.

“Un cessate il fuoco che rallenta le bombe è un progresso”, ha detto, “ma uno che continua a seppellire i bambini non è sufficiente”, chiedendo l'applicazione della legge, l'accesso umanitario, le evacuazioni mediche e la responsabilità.

FONTE: THE CRADLE - https://thecradle.co/articles/israeli-troops-kill-over-100-palestinian-children-in-gaza-during-ceasefire-unicef

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Come Israele e gli Stati Uniti stanno sfruttando le proteste iraniane

 

di Hamid Dabashi* - 13 gennaio 2026 - MME*

 

Da quando alla fine dello scorso anno sono scoppiate le proteste in tutto l'Iran, più di 500 persone sono state uccise, secondo i dati dell'agenzia di stampa Human Rights Activists News Agency (HRANA) con sede negli Stati Uniti, citati dai principali media di tutto il mondo.

L'agenzia riferisce che la maggior parte dei morti erano manifestanti, insieme a più di 45 membri delle forze di sicurezza iraniane.

Sebbene HRANA e i media occidentali non siano fonti del tutto affidabili al riguardo, è comunque evidente che in Iran si sta sviluppando un significativo nuovo ciclo di proteste.

La BBC Persian, in particolare, sembra essere impegnata in una missione sponsorizzata dallo Stato britannico per esagerare la portata di queste proteste. Ignora sistematicamente una parte significativa della popolazione iraniana che, pur essendo in disaccordo con le politiche statali, rifiuta di seguire le indicazioni di Israele o del suo sfrenato tirapiedi, Reza Pahlavi.

Questo è l'ennesimo esempio del soft power britannico al servizio di Israele. L'ossessiva copertura delle proteste iraniane da parte della BBC Persian è profondamente intrecciata con la sua politica di ignorare patologicamente il genocidio di Israele in Palestina.

Sebbene la Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei abbia pubblicamente riconosciuto le proteste in corso, ha sottolineato che occorre distinguere tra coloro che hanno legittime rivendicazioni economiche nei confronti dello Stato e coloro che stanno approfittando del movimento per promuovere altri obiettivi nefandi, come il cambio di regime e la disintegrazione dell'Iran. Questo è il progetto israeliano.

A detta di tutti, questo nuovo ciclo di proteste è allo stesso tempo autentico e fortemente manipolato.

 

Crisi economica

Per quanto riguarda il primo punto, le proteste affondano le loro radici nella profonda crisi economica che l'Iran sta vivendo da decenni. Queste difficoltà economiche sono dovute a due fattori complementari: la corruzione e l'incompetenza interne allo Stato e le pesanti sanzioni esterne imposte dagli Stati Uniti e da altri paesi. Come ha sintetizzato recentemente un titolo del Financial Times: “La valuta iraniana ‘si trasforma in cenere’ mentre l'economia precipita”.

Allo stesso tempo, questa particolare crisi è per lo più (ma non interamente) una distrazione artificiale guidata da Israele e dagli Stati Uniti. Ancora una volta, stanno prendendo di mira uno Stato disfunzionale - come il Libano, la Siria, lo Yemen o il Venezuela - per mantenersi al potere e distogliere l'attenzione globale dal genocidio ancora in corso a Gaza.

Gli iraniani hanno tutto il diritto e tutte le ragioni per protestare contro le loro condizioni economiche e politiche dure e insostenibili. La classe media, impoverita e in via di estinzione, ha sopportato difficoltà estreme, mentre la classe operaia crolla sotto il peso di privazioni inimmaginabili. Ma l'attenzione di Israele sull'Iran oggi è determinata da molteplici fattori. Innanzitutto, si tratta di una tattica diversiva, volta a distogliere l'attenzione mondiale dal genocidio dei palestinesi in corso da parte di Israele e dal furto sistematico da parte dello Stato di ciò che resta della Cisgiordania occupata.

Tel Aviv pensa che più caos e confusione genera nella regione, più velocemente il mondo dimenticherà e passerà oltre il genocidio di Gaza.

Il secondo obiettivo, correlato al primo, è la disintegrazione dell'Iran in Stati etnici più piccoli, simile ai progetti di Israele per altri paesi della regione, come il Libano e la Siria. Tel Aviv vuole rifare l'intera regione a sua immagine e somiglianza, quella di uno Stato-guarnigione. Il suo malvagio riconoscimento del “Somaliland” è un modello per questo scenario.

La questione del programma nucleare iraniano è un diversivo. C'era un accordo nucleare tra l'Iran e il mondo esterno, elaborato sotto l'amministrazione Obama.

Israele si è opposto con coerenza a tale accordo, anche attraverso la sua quinta colonna all'interno degli Stati Uniti, l'Aipac. Agendo contro gli interessi sia degli Stati Uniti che dell'Iran, il presidente Donald Trump lo ha rapidamente smantellato dopo il suo insediamento. Israele è quindi il principale responsabile dell'assenza di un accordo nucleare tra l'Iran e il mondo esterno.

Sanzioni paralizzanti

Nel frattempo, gli Stati Uniti rimangono i principali responsabili dell'uso di sanzioni paralizzanti come arma contro l'élite al potere in Iran e le masse impoverite. Due ragioni sono alla base delle sanzioni: le preoccupazioni inventate sul programma nucleare iraniano e la pressione americana-europea su Teheran affinché assuma una posizione meno bellicosa e più filoisraeliana nella regione.

Il fatto che Israele, pur ponendosi come il nemico più accanito della Repubblica Islamica al potere in Iran, sia esso stesso una potenza nucleare impegnata in una battaglia su più fronti contro i suoi vicini - in particolare contro i palestinesi, intrappolati nella loro stessa patria - è ovviamente assente da questa lettura della regione.

Rispetto alle ondate di disordini del passato, le proteste attuali non hanno ancora raggiunto la portata, il significato o l'autenticità della rivolta delle donne, della vita e della libertà del 2022. Quell'evento fondamentale e iconico è ancora oggetto di discussioni accademiche, ma il fatto che sia stato un evento di enorme importanza, proprio perché guidato dalle donne, rimane indiscusso.

Le proteste attuali sono eccezionalmente violente e non sono certamente guidate da donne. La rivolta di Mahsa Amini è stata forse l'ultimo movimento di protesta genuino, autoctono e autentico nella storia moderna dell'Iran, con un significato globale.

Al contrario, le ultime proteste sono irrimediabilmente inquinate dagli agenti del Mossad, con moschee incendiate per suscitare rabbia e agitazione, fornendo un pretesto per commenti islamofobici da parte di personaggi come JK Rowling.

Le proteste sono anche rovinate dalle fake news, che Israele utilizza da tempo nel tentativo di smantellare il governo iraniano per i propri fini. Secondo le indagini condotte da Haaretz, TheMarker e Citizen Lab, l'hasbara israeliana è attivamente impegnata nel creare sostegno per Reza Pahlavi, il figlio demente dell'ultimo monarca Pahlavi.

Alti funzionari israeliani continuano a incoraggiare la rivolta contro lo Stato iraniano, anche se tali istigazioni screditano i disordini che ne derivano. Tuttavia, alcuni aspetti delle ultime manifestazioni sono reali e potenzialmente significativi.

Sopravvivenza dello Stato

Lo Stato iraniano è ora in modalità di sopravvivenza. Ma lottare con una crisi dopo l'altra è nel DNA della Repubblica Islamica, che ne gode.

All'indomani degli attacchi statunitensi e israeliani di giugno contro gli impianti nucleari iraniani e altri obiettivi civili, lo Stato reprimerà senza pietà queste proteste e non esiterà a portare la battaglia nelle basi regionali statunitensi e direttamente in Israele. Il primo scambio di missili in questo contesto cambierà improvvisamente e radicalmente lo scenario.

Nel frattempo, le proteste sembrano svolgersi in una rabbia cieca. Lo Stato ha arrestato o costretto all'esilio tutte le voci legittime e ragionevoli che avrebbero potuto guidare queste manifestazioni nel miglior interesse della nazione.

In assenza di opzioni pacifiche e legittime - figure come Mir Hossein Mousavi, Zahra Rahnavard, Mohammad Khatami, Mostafa Tajzadeh o Abolfazl Qadiani - lo spazio è aperto a monarchici illegittimi e opportunisti filo-Pahlavi e ai Mojahedin-e-Khalq, nessuno dei quali ha una base popolare significativa all'interno dell'Iran.

E mentre i media occidentali come la BBC e il Wall Street Journal continuano a fabbricare una base popolare per il fantoccio sionista Pahlavi, lo Stato iraniano si aspetta un attacco da parte degli Stati Uniti, come ha minacciato Trump, o di Israele, o di entrambi.

Sebbene le proteste siano iniziate almeno in parte dall'interno, l'ex segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che sono stati coinvolti agenti del Mossad. Non è chiaro se si tratti di una notizia vera o di una manovra psicologica volta a innervosire le autorità iraniane; in ogni caso, la situazione è confusa.

In sostanza, questo movimento non è una rivoluzione, ma un tentativo di colpo di stato disinformativo grossolanamente orchestrato dagli Stati Uniti e da Israele. Sul modello del colpo di stato della CIA e dell'MI6 del 1953 contro un primo ministro eletto, gli americani possono fornire la potenza militare, mentre gli inglesi, attraverso mezzi di comunicazione come la BBC Persian, possono fornire le fake news.

La rivolta è iniziata per ragioni reali e legittime, ma Israele sta cercando di appropriarsene. Proprio come ha rubato la Palestina per fare spazio al suo stato militare e ha rubato l'ebraismo per giustificare il sionismo, Israele sta ora tentando di rubare la rivolta sociale di un altro paese. Tutto ciò che ha ottenuto è stato screditare completamente proteste altrimenti legittime, fondate sul benessere economico e politico di un'intera nazione.


FONTE: https://www.middleeasteye.net/opinion/how-israel-and-us-are-exploiting-iranian-protests

 

*Hamid Dabashi è Hagop Kevorkian Professor of Iranian Studies and Comparative Literature alla Columbia University di New York, dove insegna letteratura comparata, cinema mondiale e teoria postcoloniale. Tra i suoi ultimi libri figurano The Future of Two Illusions: Islam after the West (2022); The Last Muslim Intellectual: The Life and Legacy of Jalal Al-e Ahmad (2021); Reversing the Colonial Gaze: Persian Travelers Abroad (2020) e The Emperor is Naked: On the Inevitable Demise of the Nation-State (2020). I suoi libri e saggi sono stati tradotti in molte lingue.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all'autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

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L’eccezione permanente: dalla gestione penale del nemico al sequestro della sovranità



di Geraldina Colotti 


Il simbolo di Cilia Flores che vuole seguire il presidente e che, davanti al tribunale statunitense, rifiuta di piegarsi dichiarandosi "prigioniera di guerra" insieme al suo compagno, è l'immagine più potente della dignità rivoluzionaria. È la risposta di un intero popolo che dice al suprematismo bianco e patriarcale: non potete sequestrare un'idea, perché quell'idea cammina sulle gambe di milioni di donne che hanno deciso di non essere mai più invisibili.
Geraldina Colotti
Il sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores, operato dalle forze speciali statunitensi il 3 gennaio 2026, mediante l'impiego di mezzi militari e tecnologici senza precedenti, non rappresenta soltanto un atto di pirateria geopolitica, ma il culmine logico di una parabola giuridica iniziata nei laboratori della controrivoluzione europea degli anni Settanta. Ciò che un tempo veniva definito "Stato di emergenza" si è trasmutato in un dispositivo globale e permanente, una "legislazione penale del nemico" che ha smesso di distinguere tra il diritto di guerra e il diritto civile, sovrapponendoli in un unico esercizio di polizia planetaria.
Dal laboratorio italiano alla “governance globale”
Per comprendere la violenza dell’attuale fase imperialista, occorre risalire al cortocircuito securitario che ha ridefinito il concetto di "ordine pubblico". Il caso italiano è, in questo senso, paradigmatico. Nel lungo ciclo di lotta rivoluzionaria aperto dal 1968-69, lo Stato borghese — tutelato dagli Stati Uniti e sostenuto da una torbida alleanza con mafie e neofascisti — rispose a ogni avanzata operaia con la strategia della tensione: le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia furono i "massacri di Stato" necessari a frenare la spinta verso il cambiamento radicale.
Di fronte al riconoscimento della NATO da parte del PCI — il partito comunista più forte d’Europa, allora — e al progressivo riassorbimento delle istanze popolari nel quadro istituzionale, sorse la guerriglia marxista-leninista delle Brigate Rosse, che impegnò la borghesia in uno scontro durato quasi vent'anni. La risposta dell'apparato di potere fu l'instaurazione di un vero e proprio Stato di polizia: carceri speciali, pene aumentate di un terzo, esecuzioni sommarie, torture sistematiche nei primi anni '80 e una legislazione premiale — basata su pentitismo e dissociazione — volta a spezzare l'identità politica dei militanti.
Questa "emergenza" ha stravolto il tessuto democratico per sconfiggere quello che veniva etichettato come "terrorismo". Ma il dato politico centrale è che, anche dopo la sconfitta della lotta armata, questa logica non è cessata: è diventata filosofia di governo.
L’uso politico della magistratura e la nuova etica del pentitismo
L'emergenza è mutata in gestione ordinaria attraverso l'uso politico della magistratura. La giustizia è stata trasformata in uno strumento per risolvere i problemi sociali e, al contempo, in un terreno di scontro tra settori della borghesia (come visto nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica con il processo Andreotti e Tangentopoli). Questa dinamica ha imposto il "pentitismo" — concreto e ideologico — come una nuova etica pubblica, e la dietrologia ha soppiantato l'analisi della storia, come storia della lotta di classe e scontro di interessi contrapposti: un dispositivo, giuridico e simbolico, volto a stroncare la dignità dei nuovi soggetti in lotta, obbligandoli all'abiura come condizione per il diritto di parola. Si punisce l'individuo non per ciò che ha commesso, ma per ciò che rappresenta: una minaccia all'accumulazione capitalistica.
Questa logica si è oggi universalizzata. La vediamo all'opera in Perù, dove la legislazione ereditaria degli anni Novanta continua a essere utilizzata per neutralizzare ogni opposizione sociale, etichettando come "nemico interno" chiunque rivendichi la sovranità sulle risorse. La ritroviamo nell'operazione di criminalizzazione del centro sociale Askatasuna a Torino. Qui, lo Stato sperimenta sulle nuove generazioni la trasformazione del dissenso in fattispecie criminale, mirando a eradicare quelle postazioni della resistenza che ancora sfidano lo sfruttamento capitalistico.
Il feticcio della legalità e il sequestro di Cilia Flores
Il sistema globale opera attraverso un’ipocrisia strutturale: il feticcio della legalità. Da un lato, si esige l'obbedienza assoluta alle norme di mercato; dall'altro, l'imperialismo calpesta il diritto internazionale non appena diventa un ostacolo: dal conflitto nelle fabbriche, agli spazi pubblici, alle truffe elettorali, quando il risultato diverge dal volere coloniale. Il sequestro di un capo di Stato sovrano e di una deputata eletta svela la natura reale del "giardino" occidentale: un ordine basato sulla “dittatura della borghesia”, essenza delle democrazie formali.
È lo stesso meccanismo che permette il genocidio a Gaza, dove l'intero corpo sociale palestinese è trasformato in obiettivo militare, e nessuna norma internazionale sembra poter impedire il crimine coloniale. Benjamin Netanyahu e María Corina Machado condividono la stessa funzione: sono i custodi di una frontiera neocoloniale che criminalizza chi resiste all'espropriazione dei territori e delle coscienze.
In questo quadro, il sequestro di Cilia Flores assume un valore simbolico enorme. La narrativa suprematista statunitense tenta di ridurla a mera appendice del leader, ma la Rivoluzione Bolivariana l'ha consacrata come "Prima Combattente", sovvertendo il ruolo patriarcale della First Lady. Colpire lei significa tentare di ferire il cuore della militanza popolare, che sfida con orgoglio l'arroganza del potere.
Il simbolo di Cilia Flores che vuole seguire il presidente e che, davanti al tribunale statunitense, rifiuta di piegarsi e si dichiara "prigioniera di guerra" insieme al suo compagno, è l'immagine più potente della dignità rivoluzionaria. È la risposta di un intero popolo che dice al suprematismo bianco e patriarcale: non potete sequestrare un'idea, perché quell'idea cammina sulle gambe di milioni di donne che hanno deciso di non essere mai più invisibili.
L'Occidente si erge a difensore dei diritti delle donne solo quando può usarli come pretesto bellico, ma criminalizza ferocemente la donna che partecipa alla costruzione di una sovranità alternativa. Cilia Flores, avvocata dei settori popolari e protagonista della storia rivoluzionaria, rappresenta un femminismo di classe che non separa l'emancipazione di genere dalla lotta contro il capitale.
Il suo rifiuto di piegarsi davanti a un tribunale straniero, dichiarandosi "prigioniera di guerra", è la risposta più potente al patriarcato coloniale che vorrebbe le donne del Sud del mondo come vittime silenziose o comparse subalterne. Rendere onore alla resistenza di Cilia Flores significa, dunque, ribaltare la prospettiva del femminismo liberale. La sua figura ci ricorda che la lotta contro il patriarcato è inseparabile dall'antimperialismo: non esiste libertà per la donna del Sud globale se il suo paese è sotto “sanzioni” o bombardamenti.
Ci ricorda, anche, che la solidarietà di classe deve tornare a scavalcare i confini: perché le donne che oggi in Venezuela difendono le fabbriche e le comuni sono le sorelle delle donne palestinesi che resistono al genocidio e delle giovani militanti che in Europa si oppongono alla logica punitiva dello Stato.
Il volto donna del potere popolare: Delcy Rodríguez
Il tentativo di smantellare il processo bolivariano attraverso il sequestro dei suoi simboli si scontra con il fatto che in Venezuela il potere ha il volto delle donne. La guida del Paese assunta da Delcy Rodríguez come Presidente incaricata è la naturale conseguenza di un processo in cui oltre l'80% della direzione degli organismi popolari e delle Comuni è composta da donne, che sono anche ai vertici di ministeri e poteri pubblici. Sono loro le casematte viventi che resistono all'attacco asimmetrico e che dimostrano come il potere popolare sia intrinsecamente legato alla soggettività femminile liberata.
La presidenza “incaricata” di Delcy Rodríguez, che tante volte abbiamo visto sfidare apertamente i poteri forti nel suo ruolo di ministra degli Esteri, non è un'eccezione, ma la naturale conseguenza di un processo che, oltre ad aver riconosciuto nel lavoro domestico e di cura un valore sociale e politico, ha trasformato le donne da oggetti della storia a soggetti del cambiamento radicale. La lotta contro il capitalismo patriarcale in Venezuela è strutturale, e si lega alla liberazione da ogni forma di sfruttamento e tutela coloniale o neocoloniale.
Venezuela: l’ultima breccia
Difendere il Venezuela oggi significa difendere la possibilità stessa del cambiamento radicale contro un sistema che vorrebbe imporci il pentitismo ideologico come unica via. Il sequestro di Maduro e Flores è un monito a chiunque sfidi l'egemonia del dollaro. Rompere l'isolamento mediatico significa rifiutare il ruolo di "sudditi della sicurezza" per tornare a essere soggetti della storia.
In un mondo trasformato in prigione, il Venezuela resta il nome di una speranza che non si lascia sequestrare.

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Tasnim: "Oltre i due terzi delle persone uccise in Iran sono classificate come martiri nelle recenti violenze"


The Cradle*

Secondo quanto riferito dall'Agenzia di notizie Tasnim, il capo della Fondazione per gli Affari dei Martiri e dei Veterani ha dichiarato che oltre i due terzi delle persone uccise sono classificate come martiri, descrivendo la violenza da parte di gruppi armati e terroristici come estrema. Ha affermato che civili e personale di sicurezza di varie provenienze sono stati uccisi utilizzando armi militari e da caccia, nonché coltelli, asce, lame e altri metodi brutali, alcuni troppo orribili da descrivere. 
 
Tasnim ha riferito che crimini come bruciare vive le vittime, decapitazioni e soffocamenti hanno complicato l'identificazione, richiedendo un lavoro forense dettagliato. Le autorità hanno iniziato a consegnare i corpi, tenere funerali e effettuare sepolture, con il processo che dovrebbe accelerare.
 
Secondo l'Agenzia di notizie Fars, negli ultimi giorni cellule terroristiche e di sommossa hanno compiuto violenze in stile ISIS, inclusi omicidi in stile esecuzione, tagli alla gola, mutilazioni, bruciare persone vive, attacchi con granate e l'incendio di moschee e proprietà pubbliche. Citando valutazioni dell'intelligence e quelle che ha descritto come ammissioni da parte del Mossad e di gruppi collegati a Pahlavi sostenuti dagli Stati Uniti, Fars ha affermato che gli eventi sono visti come una continuazione di una "guerra di 12 giorni" e una delle più grandi operazioni terroristiche contro i civili iraniani dalla Rivoluzione. 
 
Ha affermato che la "produzione di vittime" era una strategia centrale per intensificare i disordini, osservando che il numero più alto di morti si è verificato il giorno dopo che Donald Trump ha minacciato un intervento militare se l'Iran avesse ucciso civili.
 
Fars ha riferito che le vittime includevano personale di sicurezza (Basij e forze dell'ordine), molti dei quali erano presumibilmente disarmati fino a venerdì, oltre a civili. Ha affermato che un numero minore di rivoltosi armati che hanno attaccato siti militari sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, ma che la maggior parte delle vittime erano passanti ordinari, tra cui un bambino di 3 anni, un uomo di 70 anni, un autista di ride-hailing, uno studente con famiglia, un'infermiera che è stata bruciata e lavoratori e pedoni uccisi da blocchi di cemento lanciati dai tetti. A causa di ferite gravi, alcuni corpi rimangono non identificati in attesa di test forensi.
Fars ha affermato che circa 100 martiri identificati saranno sepolti mercoledì, con una processione dall'Università di Teheran al Mausoleo dei Martiri.
 
Tuttavia, gruppi per i diritti umani occidentali, piattaforme di opposizione e account affiliati affermano che ogni singola persona uccisa è stata uccisa dalle forze governative iraniane.

FONTE: THE CRADLE

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I media occidentali minimizzano le violente rivolte in Iran, basandosi su ONG finanziate dagli Usa

 

di Max Bluementhal e Wyatt Redd* - The Gray Zone (12 gennaio 2025) 

 

Mentre rivolte violente infiammano le città iraniane, i media occidentali ignorano la scioccante ondata di violenza, affidandosi invece alle ONG finanziate dal governo statunitense per ottenere informazioni. Questa rappresentazione unilaterale ha contribuito a spingere Trump sull'orlo dell'autorizzazione a nuovi attacchi da parte degli Stati Uniti. I media occidentali hanno ignorato una crescente quantità di prove video che mostrano le tattiche terroristiche utilizzate in tutto l'Iran dai manifestanti descritti da Amnesty International e Human Rights Watch come “in gran parte pacifici”. Recenti video pubblicati sia dai media statali iraniani che dalle forze antigovernative rivelano linciaggi pubblici di guardie disarmate, incendi di moschee, attacchi incendiari a edifici municipali, mercati e caserme dei pompieri, e folle di uomini armati che aprono il fuoco nel cuore delle città iraniane.

I media occidentali si sono invece concentrati quasi esclusivamente sulla violenza attribuita al governo iraniano. Nel farlo, si sono basati in gran parte sul conteggio dei morti compilato dai gruppi della diaspora iraniana finanziati dal National Endowment for Democracy (NED), il braccio del governo statunitense dedicato al cambio di regime, il cui consiglio di amministrazione è composto da neoconservatori convinti.

Il NED si è attribuito il merito di aver promosso le proteste “Donna, Vita, Libertà” che hanno riempito le città iraniane per tutto il 2023 e che hanno anche comportato atti di violenza raccapriccianti ignorati dai media occidentali e dalle ONG per i diritti umani. Oggi, il NED è ben lungi dall'essere l'unico tra gli attori allineati con i servizi segreti che cercano di alimentare il caos all'interno dell'Iran.

L'agenzia israeliana di spionaggio e assassinio nota come Mossad ha pubblicato un messaggio dal suo account ufficiale in lingua farsi su Twitter/X esortando gli iraniani a intensificare le loro attività di cambio di regime, promettendo che li avrebbe sostenuti sul campo.

“Scendete tutti insieme in strada. È giunto il momento”, ha ordinato il Mossad agli iraniani. “Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo”.

Rovesciare Teheran con il terrore

Le proteste sono iniziate in Iran all'inizio di gennaio 2026, quando i commercianti sono scesi in strada per manifestare contro l'aumento dei tassi di inflazione causato dalle sanzioni occidentali. Il governo iraniano ha risposto con comprensione alle proteste dei bazar, fornendo loro protezione da parte della polizia. Tuttavia, queste manifestazioni si sono rapidamente dissolte, poiché una massa amorfa di elementi antigovernativi ha colto l'occasione per lanciare una violenta insurrezione incoraggiata dai governi da Israele agli Stati Uniti e dall'autoproclamato “principe ereditario” Reza Pahlavi, che ha bollato come “obiettivi legittimi” i funzionari governativi e i media statali.

Il 9 gennaio, la città di Mashhad è stata teatro di alcune delle rivolte più intense, con le forze antigovernative che hanno incendiato le caserme dei vigili del fuoco, bruciando vivi i pompieri, mentre incendiavano autobus, attaccavano i lavoratori della città, vandalizzavano le stazioni della metropolitana e causavano danni per oltre 18 milioni di dollari, secondo le autorità municipali locali.

A Kermanshah, dove i rivoltosi antigovernativi hanno sparato e ucciso la piccola Melina Asadi di 3 anni, gruppi di militanti sono stati ripresi mentre sparavano con armi automatiche contro la polizia. In città da Hamedan a Lorestan, i rivoltosi si sono ripresi mentre picchiavano a morte a morte guardie di sicurezza disarmate che cercavano di impedire le loro violenze.

Sono emerse immagini dalla città dell'Iran centrale che mostrano i rivoltosi mentre attaccano un autobus pubblico e lo incendiano il 10 gennaio.

Kermanshah was infested with armed militants and rioters when 3 year old Melina was killed

The Israel-controlled Trump administration brands unarmed American protesters as terrorists and supports terrorists in Iran https://t.co/ukqXvhhWPc pic.twitter.com/TpCnl6xmTA

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 11, 2026


A Teheran, nel frattempo, folle di rivoltosi hanno attaccato la storica moschea Abazar, bruciandone l'interno, mentre altri hanno appiccato incendi dolosi e bruciato copie del Corano all'interno della Grande Moschea di Sarableh e del santuario di Muhammad ibn Musa al-Kadhim nel Kuzestan.

I rivoltosi hanno appiccato il fuoco a un grande edificio comunale nel cuore della città di Karaj, mentre hanno bruciato il mercato nel centro di Rasht. A Borujen, secondo quanto riferito, teppisti antigovernativi hanno dato fuoco a una biblioteca storica piena di testi antichi durante una notte di saccheggi e distruzione.

The footage shows damage being inflicted on ABUZAR #mosque.
In recent days, claims had circulated that mosques were being used as bases for repression or as detention sites. However, the images indicate that the mosque was closed at the time, with no signs of unusual activity or… pic.twitter.com/XXX3OuCH8f

— Hussein bin Saeed Ahvazi (@SayyidHussein) January 11, 2026

Rioters burned the marketplace in the Iranian city of Rasht to a crisp

Netanyahu, Trump and every leader of the collective West has endorsed this

Of course, they are a model of tolerance toward protesters in their own cities pic.twitter.com/fQ26XDSVnS

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 12, 2026


Nessuno di questi incidenti ha suscitato alcuna reazione da parte dei media o dei governi occidentali, anche dopo che il ministero degli Esteri iraniano ha obbligato gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia a visionare di persona le immagini delle violenze compiute dai rivoltosi.

Secondo il governo iraniano, durante i disordini sono stati uccisi oltre 100 poliziotti e agenti di sicurezza. Tuttavia, due ONG iraniane con sede a Washington e finanziate dal governo statunitense hanno stimato un numero di vittime molto più basso tra le forze governative. Questi gruppi sono diventati la fonte di riferimento per i media occidentali sulle proteste.


I lobbisti del cambio di regime stabiliscono l'agenda

Nel valutare il bilancio delle vittime in Iran, i media statunitensi ed europei si sono basati su due ONG con sede a Washington e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) del governo statunitense: l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran e Human Rights Activists in Iran.

Un comunicato stampa del 2024 del NED descriveva esplicitamente l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran come “un partner del National Endowment for Democracy (NED)”. Inoltre, una dichiarazione del 2021 di Human Rights Activists in Iran afferma che il gruppo “ha ampliato la propria rete e ha deciso di iniziare a ricevere aiuti finanziari dal National Endowment for Democracy (NED), un'organizzazione non governativa e senza scopo di lucro con sede negli Stati Uniti” dopo essere stato accusato dal governo iraniano di avere legami con la CIA nel 2010.

Il NED è stato creato sotto la supervisione del direttore della CIA dell'amministrazione Reagan, William Casey, per consentire al governo di continuare a interferire all'estero nonostante la diffusa sfiducia nei servizi segreti statunitensi. Uno dei suoi fondatori, Allen Weinstein, ha ammesso pubblicamente che “molto di ciò che facciamo oggi è stato fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”.

Pur non riconoscendo il finanziamento della ONG da parte del NED, The Washington Post e ABC News hanno citato in modo prominente l'Abdorrahman Boroumand Center nella loro copertura delle proteste iraniane. Nel consiglio di amministrazione del Centro siede Francis Fukuyama, l'ideologo che ha firmato la lettera fondatrice del Project for a New American Century, forse il manifesto più importante del neoconservatorismo moderno.

I dati forniti dall'organizzazione dal nome suggestivo “Human Rights Activists in Iran” hanno avuto una diffusione ancora più ampia, con la recente stima di 544 vittime citata da decine di testate mainstream statunitensi e israeliane di tutto lo spettro politico, nonché da Dropsite. Anche la società di intelligence “ombra della CIA” Stratfor ha citato la ONG in un articolo intitolato “Le proteste in Iran aprono una finestra per l'intervento degli Stati Uniti e/o di Israele”.

Poiché il numero preciso delle vittime delle proteste è ancora difficile da accertare, un gruppo eterogeneo di influencer online ha colmato il vuoto informativo con affermazioni esagerate e di dubbia provenienza. Tra questi propagandisti c'è la nota suprematista ebrea Laura Loomer, confidente di Trump, che ha esultato dicendo che “il numero dei manifestanti iraniani uccisi dalle forze del regime islamico ha ormai superato i 6.000!”, citando una presunta “fonte della comunità dei servizi segreti”.

Anche il casinò digitale Polymarket ha gonfiato il numero delle vittime, affermando senza citare fonti che “oltre 10.000” persone sono state uccise dalle “forze iraniane [che hanno usato] fucili automatici contro i manifestanti” e dichiarando falsamente che l'Iran aveva “perso quasi tutto il controllo” di tre delle sue cinque città più grandi.

Polymarket spreads neocon disinformation to manufacture consent for bombing Iran

It is also paying influencers all across this site to popularize its brand

The "world's largest prediction market" relies on psychological warfare to manipulate betting markets https://t.co/wPfOtneENR

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 12, 2026


Negli ultimi mesi, Polymarket è diventato famoso per aver permesso agli addetti ai lavori di abusare delle loro conoscenze avanzate sugli sviluppi politici – come il recente assalto militare statunitense a Caracas e il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro – per incassare centinaia di migliaia di dollari. Il sito, che si autodefinisce “il più grande mercato di previsioni al mondo”, è stato fondato con un importante investimento del magnate dell'intelligenza artificiale Peter Thiel e ora vanta Donald Trump Jr. come consulente.

Diffondendo cifre chiaramente gonfiate sul numero dei morti, gli attivisti per il cambio di regime e gli amici di Trump stanno apparentemente spingendo il presidente, notoriamente credulone, a lanciare un altro attacco militare contro Teheran.

In una valutazione delle proteste del 7 gennaio, Stratfor ha descritto il caos nelle strade iraniane come un'allettante opportunità per la guerra, scrivendo: “Sebbene sia improbabile che il regime crolli, i disordini in corso potrebbero aprire la porta a Israele o agli Stati Uniti per condurre attività segrete o palesi volte a destabilizzare ulteriormente il governo iraniano, sia indirettamente incoraggiando le proteste, sia direttamente attraverso azioni militari contro i leader iraniani”.

Tuttavia, l'appaltatore della CIA ha riconosciuto che “nuovi attacchi militari contro l'Iran potrebbero anche porre fine all'attuale movimento di protesta, portando invece a una più ampia manifestazione di nazionalismo e unità iraniani, un modello osservato dopo gli attacchi statunitensi e israeliani nel 2025”.


“Pronti a sparare”

L'ultima ondata di proteste antigovernative in Iran ha ricevuto, come prevedibile, il caloroso sostegno di numerosi leader occidentali, tra cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

“Se l'Iran sparerà [sic] e ucciderà violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso”, ha annunciato Trump. “Siamo pronti a sparare e pronti a partire”.

Qualche giorno dopo, Trump ha nuovamente minacciato l'Iran: “È meglio che non iniziate a sparare [ai manifestanti], perché anche noi inizieremo a sparare”. Poi, il 12 gennaio, Trump ha decretato che qualsiasi paese sorpreso a commerciare con l'Iran avrebbe dovuto pagare una tariffa del 25% sulle merci scambiate con gli Stati Uniti.

Ora, secondo quanto riferito, Trump starebbe valutando un attacco, prendendo in considerazione opzioni che vanno dalla guerra cibernetica ai raid aerei. Tuttavia, il ritmo delle proteste antigovernative sembra aver subito un rallentamento, con un ritorno alla relativa calma nelle principali città.

Mentre la situazione si calma, milioni di cittadini iraniani stanno riversandosi nelle strade delle città, da Teheran a Mashhad, per esprimere la loro indignazione per le rivolte, per denunciare gli elementi stranieri che hanno contribuito a fomentare la furia del cambiamento di regime e per proclamare il loro sostegno al governo. Ma nelle redazioni di tutto l'Occidente sembra vietato dare voce a queste masse di manifestanti iraniani.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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Max Blumenthal - Caporedattore di The Grayzone, Max Blumenthal è un giornalista pluripremiato e autore di diversi libri, tra cui i best seller Republican Gomorrah, Goliath, The Fifty One Day War e The Management of Savagery. Ha scritto articoli per diverse testate, realizzato numerosi reportage video e diversi documentari, tra cui Killing Gaza. Blumenthal ha fondato The Grayzone nel 2015 per far luce, dal punto di vista giornalistico, sullo stato di guerra perpetua degli Stati Uniti e sulle sue pericolose ripercussioni interne.


Wyatt Reed -
Wyatt Reed è redattore di The Grayzone. In qualità di corrispondente internazionale, ha seguito storie in oltre una dozzina di paesi. Seguitelo su Twitter/X all'indirizzo @wyattreed13.


Fonte originale: https://thegrayzone.com/2026/01/12/western-media-riots-iran-govt-regime-change/


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Capo militare UK ignora avvertimenti russi, fiducioso su schieramento in Ucraina

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa britannico ha dichiarato di essere "fiducioso" che le truppe del Regno Unito sarebbero al sicuro se dispiegate in Ucraina nell'ambito di un cessate il fuoco con la Russia, nonostante gli avvertimenti di Mosca secondo cui qualsiasi forza occidentale nel paese sarebbe considerata un "bersaglio legittimo". Intervenuto all'audizione della commissione difesa del parlamento, il Maresciallo Capo dell'Aria Richard Knighton ha sottolineato che il Regno Unito "non schiererà le nostre forze armate se non saremo sicuri che saranno al sicuro".

Rispondendo ai quesiti su equipaggiamento, addestramento e rotazioni, Knighton ha espresso fiducia sul fatto che le truppe sarebbero dispiegate in una maniera "tale da garantire la loro sicurezza". Allo stesso tempo, ha riconosciuto che "non esiste il rischio zero negli ambienti operativi". "Il compito della leadership militare... è valutare quel livello di rischio e assicurarsi che i benefici che otteniamo dalla missione superino i rischi potenziali", ha affermato Knighton, sostenendo che finanziamenti aggiuntivi ridurrebbero la minaccia.

I sostenitori europei del regime di Kiev, guidati da Regno Unito e Francia, da tempo valutano piani per dislocare truppe sul terreno in Ucraina dopo un potenziale cessate il fuoco con la Russia. Questo mese, i leader britannici, francesi e ucraini hanno firmato una 'Dichiarazione di Intenti' su un dispiegamento militare. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che il piano includerà "hub militari" e strutture protette per armi ed equipaggiamenti, mentre il Presidente francese Emmanuel Macron ha suggerito che la missione potrebbe coinvolgere "potenzialmente migliaia" di soldati schierati "molto dietro la linea di contatto". Tuttavia, secondo Le Monde, Macron ha incontrato una significativa opposizione parlamentare, che ha insistito affinché qualsiasi dispiegamento avvenga sotto mandato ONU.

La Russia ha escluso qualsiasi schieramento di truppe occidentali in Ucraina, avvertendo che le unità straniere sarebbero considerate "bersagli legittimi" e che i piani dei sostenitori di Kiev equivalgono a un'interferenza esterna. Mosca ha ripetutamente dichiarato che uno dei suoi obiettivi fondamentali nel conflitto è impedire che truppe e infrastrutture della NATO intervengano nel paese vicino.

D'altra parte, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che l'élite al potere nell'Unione Europea e in Gran Bretagna vede un accordo di pace sull'Ucraina come una minaccia per sé stessa e lo ostacola attivamente. La diplomatica russa, commentando un webinar del Global Fact-checking Network, ha dichiarato: "Il Regno Unito e l'UE stanno bloccando in modo intenzionale e sistematico le soluzioni politiche e diplomatiche alla crisi ucraina. Persino la possibilità della pace è vista dalle élite al potere di questi paesi e dalla burocrazia come una minaccia al loro sfiorito dominio globale".

Zakharova ha posto l'accento sul ruolo di Londra, ricordando che "nel 2022, l'allora Primo Ministro Boris Johnson istruì personalmente Zelensky a non firmare un accordo di pace che era già stato redatto. L'intera questione avrebbe potuto essere risolta lì e allora, a Istanbul, risparmiando innumerevoli vite e garantendo sicurezza per entrambe le nazioni e per gli anni a venire". Questa ricostruzione sottolinea la profonda divergenza di visioni, con Mosca che accusa l'Occidente di perpetuare il conflitto per interessi geopolitici, mentre le capitali europee preparano piani che, a loro dire, mirano a stabilizzare e proteggere l'Ucraina in uno scenario di tregua.

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Escalation ucraina: raid di droni contro petroliere nel Mar Nero

Un attacco con droni è stato registrato al largo della costa di Novorossijsk, prendendo di mira petroliere in attesa di caricare petrolio dal Kazakistan attraverso il terminale del Consorzio dell'Oleodotto del Caspio (CPC). Come riporta Reuters, droni hanno colpito simultaneamente quattro navi greche nella zona di rada.

Le petroliere coinvolte sono Delta Harmony, Freud, Delta Supreme e Matilda. A bordo del Delta Harmony si è sviluppato un incendio in seguito all'attacco, ma l'unità non ha subito danni gravi e le fiamme sono state rapidamente domate. Le altre navi hanno riportato danni di varia entità, sebbene secondo le valutazioni preliminari non si siano verificate violazioni strutturali critiche e tutte abbiano mantenuto la galleggiabilità.

Bloomberg e RIA Novosti confermano l'attacco a due delle unità, il Delta Harmony e il Matilda, in attesa del proprio turno per il carico di greggio kazako nella zona di ancoraggio prossima al terminale. Secondo l'agenzia russa, i danni hanno interessato le attrezzature di carico a seguito dell'azione di droni ucraini. Le due petroliere sono state noleggiati dai consorzi Tengizchevroil (TCO) e Karachaganak Petroleum Operating (KPO).

La compagnia kazaka KazMunayGas ha confermato l'attacco al Matilda nelle vicinanze di un'installazione del CPC, precisando che il drone ha provocato un'esplosione senza un successivo incendio e che non si registrano feriti tra l'equipaggio. Una valutazione iniziale indica che la nave rimane pienamente navigabile e senza danni strutturali gravi. La sua operazione di carico presso il terminale era programmata per il 18 gennaio.

L'episodio si inserisce in una serie di azioni simili. Alla fine di novembre, le petroliere Kairos e Virat, battenti bandiera del Gambia e dirette verso il porto russo di Novorossijsk, furono attaccate con imbarcazioni marine senza equipaggio ucraine. Successivamente, nel medesimo porto, un attacco con mezzi simili compromise temporaneamente il dispositivo di ormeggio remoto VPU-2 del CPC, che serve aziende del settore energetico russe, kazake, statunitensi e di diversi paesi dell'Europa occidentale. All'inizio di dicembre, le autorità marittime turche hanno riferito di un altro attacco, questa volta contro una cisterna carica di olio di girasole partita dalla Russia verso la Georgia, avvenuto a poco più di 100 chilometri dalle coste turche.

La reazione di Mosca: minacce di rappresaglie

Il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito che se il regime di Kiev continuerà con tali attacchi, Mosca potrebbe adottare "misure di risposta" contro navi di paesi che assistono l'Ucraina, promettendo nel contempo che le Forze Armate russe intensificheranno gli attacchi contro i porti ucraini e le imbarcazioni che vi fanno ingresso. "Quello che stanno facendo ora le Forze Armate ucraine è pirateria. Quali misure di risposta si possono prendere? In primo luogo, amplieremo la gamma dei nostri attacchi contro porti, installazioni e contro le navi che entrano nei porti ucraini. Secondo, se questo continua, considereremo la possibilità, non dico che lo faremo, ma considereremo la possibilità di prendere misure di risposta contro le navi dei paesi che aiutano l'Ucraina a portare avanti queste operazioni di pirateria", ha affermato il leader russo.

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La Russia definisce le minacce USA all'Iran "assolutamente inaccettabili"

"Le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari sul territorio della Repubblica Islamica sono assolutamente inaccettabili", ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, in una nota.

La Russia condanna fermamente qualsiasi interferenza esterna sovversiva nei processi politici interni dell'Iran, ha affermato la diplomatica.

"Le dinamiche della situazione politica interna del Paese, il calo delle proteste alimentate artificialmente registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica Islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall'esistenza di Stati sulla scena internazionale in grado di perseguire una politica estera indipendente e di scegliere autonomamente i propri alleati", conclude Zakharova.

Mosca è in contatto con le sue missioni diplomatiche in Iran, che stanno lavorando come di consueto e sono in contatto con i russi nel Paese, ha reso noto la diplomatica.

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Khamenei e Pezeshkian: le piazze iraniane hanno neutralizzato i piani dei nemici

In un deciso messaggio alla nazione, il Leader della Rivoluzione Islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha esaltato le imponenti manifestazioni di sostegno alla Repubblica Islamica che si sono svolte in tutto il paese, definendole un evento storico che ha sventato i piani dei nemici volti a destabilizzare l’Iran attraverso i loro agenti interni. L’Ayatollah Khamenei ha sottolineato come questa massiccia partecipazione popolare abbia dimostrato la determinazione e l’identità della nazione ai suoi avversari, servendo al contempo come monito alle autorità statunitensi affinché pongano fine ai loro inganni e cessino di fare affidamento su mercenari sleali. Il Leader ha descritto il popolo iraniano come forte, potente e consapevole, sempre presente e vigente nei momenti di crisi.

Le manifestazioni, alle quali hanno preso parte cittadini di ogni estrazione sociale, sono iniziate in diverse ore del giorno in varie province e sono state definite dalle autorità una prova inconfutabile di unità e solidarietà di fronte ai complotti del nemico, che cerca di seminare caos e divisione servendosi di mercenari e terroristi. Le recenti proteste, nate inizialmente come pacifiche rivendicazioni economiche da parte di alcuni commercianti, sono state infatti deviate verso la violenza dopo dichiarazioni pubbliche di figure statunitensi e del regime sionista israeliano, amplificate da media persianofoni legati a Israele, che incitavano al vandalismo e al disordine. Le autorità iraniane, pur riconoscendo la legittimità delle preoccupazioni economiche della popolazione - aggravate dalle sanzioni unilaterali statunitensi che colpiscono la banca centrale e le esportazioni di petrolio - hanno condannato gli elementi interessati alla destabilizzazione per aver sfruttato queste sacrosante istanze. Gli apparati di sicurezza e giudiziari hanno annunciato di aver smantellato diverse cellule armate e arrestato operativi collegati a potenze straniere durante i disordini, inclusi agenti del Mossad israeliano.

In piena sintonia con il Leader, il Presidente Masoud Pezeshkian ha a sua volta reso omaggio alla partecipazione “magnifica ed epica” di milioni di iraniani nelle piazze, affermando che questa imponente mobilitazione ha neutralizzato i “disegni sinistri” dei nemici stranieri e dei loro mercenari. In un messaggio alla nazione, il Presidente ha espresso profonda gratitudine per la “fermezza e l’autorità” del popolo di fronte all’insurrezione e all’intervento straniero, inchinandosi davanti alla grandezza della sua potente volontà. Ha definito le manifestazioni un segno di vigilanza e responsabilità senza pari nella difesa degli ideali religiosi e nazionali contro “nemici oppressori e terroristi”. Nonostante i disagi interni, ha osservato, l’interesse nazionale e l’integrità territoriale sono rimasti la forza unificante dei manifestanti. Il Presidente Pezeshkian ha sottolineato che l’unità dimostrata in tutte le province costituisce una barriera contro i “percorsi criminali” degli Stati Uniti, dei loro alleati e del regime israeliano, e che questa prova di sostegno rende il governo ancor più determinato ad affrontare le sfide del paese dall’interno.

Invece, dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump continua a soffiare sul fuoco attraverso la sua piattaforma Truth Social. Trump ha esortato i manifestanti iraniani a continuare le proteste e a “impadronirsi delle istituzioni”, promettendo loro sostegno e annunciando di aver cancellato ogni incontro con funzionari iraniani “finché non cesserà l’insensata uccisione di manifestanti”. Trump ha concluso il suo appello con un nuovo slogan, mutando il noto “MAGA” in “MIGA”: “Make Iran Great Again”. Queste dichiarazioni esterne appaiono come il chiaro complemento della linea dura denunciata da Teheran, dove il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, il generale Abdolrahim Mousavi, ha accusato proprio Israele e Stati Uniti di infiltrare terroristi del cosiddetto Stato Islamico tra i manifestanti. Il quadro che emerge è dunque quello di una nazione che, pur affrontando sfide economiche reali, si è unita compattamente per respingere un attacco ibrido orchestrato dall’estero, mentre figure straniere continuano apertamente a soffiare sul fuoco della destabilizzazione.

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Guerra alla Russia: esercito europeo o coalizione dei “volenterosi”?


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Sembrava che negli ultimi tempi fosse calato il silenzio sui piani di allestimento di un esercito europeo. Ora, col pretesto di fare la voce grossa nei confronti di Trump e delle sue ambizioni sulla Groenlandia, bofonchiando qualcosa sull'invio di truppe “europee” sull'isola, a difesa della sovranità danese, ecco che si riaffaccia l'idea di una forza armata comune della UE. Non che la Groenlandia c'entri davvero qualcosa, per carità; ma offre l'occasione di una sortita, di cui in verità nessuno sentiva questo gran bisogno, al Commissario europeo alla guerra Andrius Kubilius, per parlare di un esercito europeo permanente di 100.000 uomini, in sostituzione delle forze yankee in Europa, che ammontano oggi, per l'appunto, a circa 100.000 unità.

Perché, se si arrivasse a una contrapposizione, non certo davvero militare, tra Bruxelles e Washington, si dice, ciò condurrebbe a una disgregazione, o quantomeno a un indebolimento, della NATO.

Quindi, sin «dall'inizio del mio mandato», dice colui a cui si deve il vaticinio sulla Russia che «tra cinque anni, o forse anche prima, attaccherà un paese europeo, o forse più di uno», vado ripetendo che «ci troviamo di fronte a due problemi: la minaccia russa e il ritiro degli Stati Uniti dalla regione indo-pacifica. Oggi, il bilancio militare della Russia, in termini di parità di potere d'acquisto, rappresenta l'85% della spesa per la difesa di tutti i paesi UE. Non vi è alcun segno che Putin intenda raggiungere la pace. Anche se la pace venisse raggiunta, continuerà a perseguire un'economia militare». Ovvio: come farebbe altrimenti a mettere in atto il vaticinio di Merlino-Kubilius. Ora, dice il Commissario-veggente, la situazione è questa: «Gli Stati Uniti ci chiedono ufficialmente di essere pronti ad assumerci la piena responsabilità della difesa dell'Europa. E non possiamo che essere d'accordo con questa richiesta. Se gli americani lasciano l'Europa... come sostituiremo l'esercito americano, forte di 100.000 uomini, che è la spina dorsale delle forze armate in Europa? Chi diventerà la spina dorsale dell'esercito europeo? I tedeschi? Un insieme di 27 "eserciti di carta": eserciti che sembrano belli ma in realtà sono esigui, ridotti, tagliati? Oppure, come proposero Jean-Claude Juncker, Emmanuel Macron e Angela Merkel dieci anni fa... creeremo un potente "esercito europeo" permanente di 100.000 soldati?». Mettiamoci dunque all'opra, miei prodi, «Perché, come ha affermato di recente il Cancelliere Merz, i giorni della Pax Americana sono finiti. L'indipendenza nella difesa significa che dobbiamo essere pronti a difenderci nel quadro della NATO, ma con una presenza americana molto più ridotta in Europa. Il nostro problema è la mancanza di unità. Ecco perché, prima di tutto, dobbiamo rispondere a una domanda molto semplice: gli Stati Uniti sarebbero militarmente più forti se avessero 50 eserciti statali invece di un unico esercito federale, 50 strategie di difesa e bilanci per la difesa statali invece di un'unica strategia e bilancio di difesa federale? I nostri cittadini hanno una risposta molto chiara: una recente pubblicazione su Politico mostra che in Spagna, Belgio e Germania, circa il 70% dei cittadini preferisce che il proprio Paese sia difeso da un esercito europeo piuttosto che da un esercito nazionale (10%) o dalla NATO (12%)». Il primo passo, dice Andrius, è la creazione di un Consiglio di Sicurezza Europeo, con membri permanenti di alcuni paesi UE, un rappresentante della Gran Bretagna e rappresentanti di altri paesi europei a rotazione. 

Nella prospettiva di una disgregazione della NATO che, secondo l'odierna vulgata ufficiale, potrebbe venir provocata dalle mire territoriali trumpiane nei confronti di un membro europeo dell'Alleanza atlantica, la Danimarca, la ricetta è quindi quella di salvaguardare i profitti del complesso militare-industriale indirizzando le spese di guerra verso un nuovo soggetto.

Soggetto che, per la verità, solo teatralmente dovrebbe contrapporsi allo sbarco yankee sull'isola artica ma, molto più prosaicamente e in linea coi veri obiettivi europeisti, dovrebbe prepararsi allo scontro, autentico, con la Russia.

Ma, a parte le uscite kubiliusiane su «un'unica strategia e bilancio di difesa federale», sul modello USA, adattati al vecchio continente, nel mondo reale le truppe “europeiste” dovrebbero essere preparate allo scontro con la Russia e, più concretamente, nella situazione attuale, sul territorio ucraino.

Anche perché non è ancora ben chiaro come i “Volenterosi” intendano attuare il piano disegnato il 6 gennaio a Parigi per lo schieramento di truppe nelle “retrovie” ucraine, lontane dal fronte, secondo la dichiarazione d'intenti sottoscritta da Francia, Gran Bretagna e Ucraina per il dispiegamento di una forza multinazionale dopo un cessate il fuoco. Questo, ricordando anche solo di sfuggita che la proscrizione di dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina è sempre stato uno dei punti chiave proclamati con l'Operazione speciale.

Ora, dice il Capo di SM della Difesa di Londra, Maresciallo dell'Aria Richard Knighton, truppe britanniche non saranno dispiegate in Ucraina «se non saremo certi che siano al sicuro. Ne sono certo, avendo partecipato attivamente al lavoro della coalizione. Siamo pronti a pianificare e disponiamo delle risorse per svolgere i compiti assegnati. E ulteriori finanziamenti mitigheranno i rischi che potremmo affrontare». Ricordando che il governo britannico ha stanziato due milioni di sterline per la modernizzazione dell'esercito, Knighton ha detto di essere «fiducioso che garantiremo la sicurezza degli uomini che invieremo là. Ma dovete capire che in combattimento non esiste il rischio zero. Spetta alla leadership militare, con il supporto dei ministri, valutare il livello di rischio e garantire che i benefici che otteniamo dall'invio di truppe superino i potenziali rischi».

In ogni caso, non nuoce ricordare che lo stesso Knighton, appena lo scorso dicembre, aveva dichiarato che «è tempo che i figli e le figlie della Gran Bretagna si preparino alla guerra con la Russia». A questo punto, quindi, rimane da stabilire se debbano prepararvisi come britannici o come adepti del nuovo “club” auspicato da Merlino-Kubilius. 
Anche perché, senza tante tergiversazioni, proprio il britannico The Mirror si è dato a preparare la popolazione alla mobilitazione. Il giornale ricorda come, nelle precedenti guerre globali, i cittadini venissero chiamati ad abbandonare la quotidianità e a imbracciare le armi: «Sebbene uno scenario del genere possa sembrare una reliquia del passato, la possibilità di un conflitto su larga scala sembra spaventosamente reale». Rievocando il passato e le classi d'età che venivano arruolate o mobilitate, The Mirror fa la propria parte nell'alimentare la tensione, esortando i britannici a prendere in considerazione una «imminente Terza Guerra Mondiale» e invitandoli a chiedersi se i mestieri esercitati possano essere «riconosciuti indispensabili, tanto da evitare la coscrizione». A sua volta, il deputato Mike Martin, ex reduce dell'Afghanistan, sempre a proposito della coscrizione, giudica alto il rischio di guerra con la Russia e che siano quindi necessari adeguati preparativi: «se dovessimo entrare in una guerra su vasta scala con la Russia, arruoleremmo la popolazione, non c'è dubbio».

Altro che esercito europeo modellato sui vaticini di Merlino-Kubilius.

Anche se, si deve dire, si pronostica che il prossimo Comandante in capo della NATO sia un militare tedesco. Quantomeno, è questo che prevede l'esperto militare e politologo tedesco Carlo Masala: «Francamente, non vedo alternative al momento, perché la Germania è l'unico paese europeo tra i principali attori militari ad avere tutte le risorse necessarie per realizzare un simile riarmo in Europa. Non parlo della Francia, praticamente sull'orlo della bancarotta. E non vedo nemmeno la Gran Bretagna perseguire una politica per un riarmo su vasta scala. Quindi, penso che tutto dipenda dai tedeschi» e, in tal caso, gli Stati Uniti ritireranno completamente le loro truppe dall'Europa, perché se l'Alleanza dovesse avere un Comandante Supremo tedesco, francese o danese, non sarà lui comandare le forze americane in Europa. Di più: con il ritiro USA, l'Europa non dispone delle capacità strategiche per condurre una guerra, che sono fornite dagli Stati Uniti, come nel caso di intelligence, sorveglianza e ricognizione satellitare. «Il 70% di queste capacità nella NATO è fornito dagli Stati Uniti. Se questi non condividono queste capacità con gli europei, le truppe europee saranno cieche nei cieli sopra l'Europa».
In ogni caso, dice Masala, sarebbe il caso di integrare gli ucraini nelle strutture esistenti, anche senza arrivare a una piena adesione alla NATO. «Non c'è differenza tra le Forze armate ucraine e quelle della NATO» e si dovrebbero includere gli ucraini in tutti i nostri comandi come paese partner e anche nel complesso delle forze di presenza avanzata negli Stati baltici». Questo perché, dice il tedesco, gli eserciti europei dovrebbero imparare da quello ucraino, prima di arrivare alla guerra con la Russia, prevista per il 2029: «Il ruolo dell'Ucraina in questo processo sarà quello di diventare la prima linea di difesa... e le nostre forze armate possono imparare molto dall'esercito ucraino, perché è l'unica forza non russa in Europa ad avere esperienza di combattimento».

E, da guerrafondaio che va al nodo della questione, Masala afferma che nonostante «l'élite politica riconosca che la Russia rappresenta una minaccia militare per il resto d'Europa e che la sconfitta dell'Ucraina minaccerebbe l'intero sistema di sicurezza europeo... questo non trova molta eco tra la gente». Urge quindi moltiplicare la militarizzazione della società, per istillare nelle coscienze la “necessità” delle spese di guerra. Gli europei sono scontenti dei tagli alla spesa sociale, dice il teutonico e anche l'idea di estendere la coscrizione militare trova scarso sostegno; ecco perché i governi «si astengono dal prendere decisioni veramente difficili quando si tratta di affrontare davvero la Russia». 

Tendi bene l'orecchio, Andrius di Delfi: «Se non si hanno società stabili, non ha senso riarmare l'Europa. Non si possono impegnare a lungo le truppe in zona di guerra se la società non le supporta». 

E la dimostrazione di pochi giorni fa con l'Orešnik, lanciato su un'area, “lontano dal fronte”, in cui potrebbero venir schierate truppe occidentali, ha fatto proprio al caso per per sollevare quanti più dubbi possibili, di quanti non ne siano già stati sollevati, in Francia e Gran Bretagna, sul dispiegamento di “volenterosi”. Senza testate o potenza rilevante, lo scopo del lancio su L'vov è stato solo quello di dimostrare che l'Orešnik può raggiungere i confini UE senza venir intercettato.

Ogni tanto, un “innocuo” ammonimento può accelerare decisioni di rilievo.

 

 

https://news-front.su/2026/01/13/zayavleniya-trampa-po-grenlandii-vozrodili-ideyu-o-evropejskoj-armii/

https://politnavigator.news/britaniya-soglasna-voevat-tolko-v-usloviyakh-polnojj-bezopasnosti-i-preimushhestva.html

https://politnavigator.news/britanskaya-pressa-priblizhaetsya-vojjna-s-rossiejj-mobilizaciya-neizbezhna.html

https://politnavigator.news/tretijj-raz-na-te-zhe-krovavye-grabli-germaniya-gotova-gnat-evropu-na-vojjnu-s-rossiejj.html

https://politnavigator.news/ukraina-uzhe-v-nato-prosto-pervaya-liniya-oborony-bez-prava-golosa-nemeckijj-ehkspert.html

https://politnavigator.news/dazhe-ne-pytajjtes-perevooruzhat-evropu-vas-snesut-nemeckijj-voennyjj-ehkspert-evro-ehlitam.html

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Trump, Powell e il sovvertimento delle istituzioni


di Alessandro Volpi*

Trump sta alzando rapidamente il livello della tensione interna e internazionale. La Procura di Columbia ha incriminato il presidente della Fed, Jerome Powell, per aver reso false dichiarazioni in merito all’aumento dei costi per il rifacimento della sede della Banca centrale americana. Si tratta dell’ennesimo capitolo dello scontro con Trump come ha sottolineato lo stesso Powell sostenendo apertamente che l’inchiesta è solo un modo per farlo fuori. In effetti il presidente degli Stati Uniti è da tempo durissimo con Powell perché vorrebbe un robusto taglio dei tassi di interesse sperando così di favorire la ripresa USA e di alleviare il costo del debito per tantissimi americani.

Soprattutto Trump crede alle stime del suo entourage e di figure come Steve Miran per i quali ogni taglio di un punto dei tassi significa un risparmio nel bilancio federale di 360 miliardi di dollari. Dunque, proprio la necessità di evitare il default parziale del debito USA avrebbe indotto Trump ad accelerare la possibile decadenza di Powell per motivi penali. Il mandato del presidente della Fed scade a maggio ma è probabile che il taglio dei tassi serva subito proprio nella speranza di salvare il debito; una speranza che Powell ritiene folle perché con tassi più bassi il debito americano non troverebbe compratori e il dollaro crollerebbe.

Trump, tuttavia, proprio per la consapevolezza della gravità della crisi del capitalismo americano pare disposto a smontare parti intere degli assetti più consolidati, dalla cancellazione del diritto internazionale e dei suoi organismi, alla distruzione di ogni autonomia degli Stati membri della Conderazione in materia di ordine pubblico e sicurezza, ad ogni traccia di habeas corpus fino, appunto, alla rimozione dell’indipendenza della Fed che dovrebbe fondersi con il Tesoro e dipendere così dalla presidenza di Trump.

In altre parole, per fronteggiare la crisi epocale del capitalismo Trump è disposto a sovvertire le istituzioni con cui tale forma economica ha vissuto.

*da Facebook

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Andrea Zhok - Sull'idea di Rivoluzione e sulle Rivoluzioni (degli altri)


di Andrea Zhok* 

A quanto pare, ciò che veniva presentato come l'incipiente, incontenibile rivoluzione nella "polveriera iraniana" ha già finito il gas. Presto le grandi testate del mestiere più antico del mondo ci condurranno silenziosamente oltre, al prossimo orizzonte di emancipazione a molla.

In attesa che ciò accada voglio fare una breve osservazione, in coda alla vicenda iraniana, ma con una valenza generale.

In molte menti occidentali, maleducate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la "rivoluzione" come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo.

"Rivoluzionario" è diventato nel '900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po' ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.

Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. SI tratta di un'operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c'è alternativa al lasciare - obtorto collo - ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l'apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.

Le rivoluzioni più "facili" sono quelle in cui la classe dirigente è già mentalmente conquistata da un nuovo modo di fare le cose, è già "rivoluzionata". Questo è forse il caso della Rivoluzione americana (1765-1783) che di fatto fu una guerra d'indipendenza da un re lontano, e in parte della Rivoluzione francese, per il ruolo indispensabile che la borghesia rivestiva già nello stato francese.

La rivoluzione produce per definizione una fase di caos in cui non esiste più legge, ed in cui regolarmente molti deboli ed innocenti vengono sacrificati.

Nessuna rivoluzione è mai in grado di ricostruire dal nulla un apparato di governo e un sistema di relazioni burocratiche, normative, economiche.

La scommessa massima su cui si può puntare, per parlare di una rivoluzione "riuscita" è sperare che la nuova forma di governo presenti almeno alcuni tratti distintivi, irriducibili alle istituzioni precedenti.

Ma che una rivoluzione, che un rovesciamento delle precedenti forme di governo, produca un nuovo Ordine, e addirittura un ordine funzionante e migliore è qualcosa di straordinariamente raro.

Nelle menti occidentali, nutrite da canoni economici, alberga spesso un'illusione dipendente da quella forma di "provvidenzialismo laico" che è l'idea di "mano invisibile" di Adam Smith. L'idea è che il caos sia naturalmente creativo, che il caos spontaneamente genererà un nuovo ordine, così fatalmente come dopo la tempesta apparirà il sereno (come i mercati ritroveranno l'equilibrio).

Solo che questa è una favola.

Una rivoluzione è un'iniezione di caos in un sistema complesso e perciò tende a generare due opzioni prevalenti: 1) un caos perdurante (nessun nuovo ordine condiviso è disponibile); 2) un accentramento draconiano del potere in forme dittatoriali (esito classico, dovuto alla necessità di uscire dal caos).

Che una rivoluzione generi al termine del necessario tunnel caotico e sanguinario, per cui deve passare, una condizione di libertà, eguaglianza e ordine è un'opzione rarissima, quasi un'opzione di scuola, di solito un esito fortuito, comunque assai differente dagli ideali rivoluzionari.

La RIVOLTA - che non è ancora rivoluzione - può giocare un ruolo politicamente significativo, ma può farlo solo se e quando ci sono ordinamenti politici esistenti capaci di farsi portavoce delle rivolte e mutarle in riforme. Questo è, per così dire, un caso estremo di contrattazione politica in una cornice istituzionale immutata (storicamente lo "sciopero generale" ne fu la forma addomesticata, che intendeva mostrare il potenziale della rivolta, senza la sua attuazione distruttiva.)

Qual è il punto di questa digressione? E' un punto abbastanza semplice - e spero che ci si astenga da applicarvi scatolette categoriali pronte, tipo "moderatismo", "riformismo", "conservatorismo", ecc.

Il punto è che una rivoluzione è un evento caotico, drammatico, sanguinoso, dagli esiti altamente incerti e tipicamente peggiorativi. Le rivoluzioni hanno ragioni d'essere quando NON sono colpi di Stato manovrati da stati terzi e quando la situazione interna di un paese è PROSSIMA AL COLLASSO (così, ad esempio, era la Russia nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre).

Quando c'è ben poco da perdere la rivoluzione ha ragion d'essere, come supremo atto vitale CONTRO IL CAOS, atto di protesta generica che vuole far esplodere un sistema che non garantisce più un ordine funzionante, un sistema dove le aspettative razionali sono sostituite dal caso o dall'arbitrio.

All'uscita dalla rivoluzione è praticamente certo che i margini di libertà individuale saranno ridotti, forse solo per lungo tempo, forse permanentemente. E dunque immaginare di fare una rivoluzione per accrescere la libertà è generalmente un grave fraintendimento.

Le rivoluzioni non sono atti di creazione intellettuale o artistica.

Le rivoluzioni si fanno quando non c'è più niente da perdere, e sono una roulette russa della storia.

Ecco, io credo che la strisciante brama psicologica di rivoluzione, di cambiamento radicale, in Occidente sia dovuta solo in parte ad una tradizione letteraria postilluminista, che fantastica di un caos creativo che abbatte la tradizione. Credo che essa sia invece soprattutto prodotta da una sensazione psicologica diffusa nell'Occidente moderno.

Si tratta della sensazione di vivere all'interno di un meccanismo anonimo, colossale ed oppressivo, mentre ti era stato promesso sin da bambino il regno della libertà e dell'autorealizzazione.

Su questa base cresce nel corso della vita media un muto senso di soffocamento, cui si vorrebbe reagire in modo violento e lacerante. Ma non si ha più alcuna capacità di identificare il volto del "sistema" e dunque chi attualizza le sue fantasticherie si riduce a qualche "giorno di ordinaria follia". Di conseguenza, mediamente, si rimane in una condizione di frustrazione perenne, in una prigione senza sbarre.

A partire da questo sentimento diffuso si è pronti a salutare con eccitazione ed entusiasmo anche eventi apparentemente drammatici (chi ricorda come nei primi giorni della pandemia circolasse, accanto all'ovvia preoccupazione, una strana inconfessabile eccitazione di fronte ad una grande Frattura, una Rottura della quotidianità?)

Ed è su questo sfondo che si è inclini a proiettare i propri desideri palingenetici in scenari esterni, esotici, purché ci venga dipinto in maniera plastica il Volto dell'oppressione (quel volto che noi non vediamo mai e la cui imperscrutabilità riduce le nostre ribellioni a fantasie private e sogni notturni.)


*da Facebook

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Il Parlamento europeo vieta l'accesso ai diplomatici iraniani nei suoi locali

 

La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha annunciato lunedì che a tutto il personale diplomatico e ai rappresentanti dell'Iran è vietato accedere ai locali del Parlamento europeo, a causa delle proteste in corso in diverse parti del Paese.

"Non può continuare come se nulla fosse cambiato. Mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà, oggi ho preso la decisione di vietare a tutto il personale diplomatico e a qualsiasi altro rappresentante della Repubblica islamica dell'Iran di accedere a tutti i locali del Parlamento europeo", ha scritto Metsole sulla piattaforma social X.

"Questa Camera non contribuirà a legittimare questo regime che si è sostenuto attraverso la tortura, la repressione e gli omicidi", ha aggiunto.

Lunedì mattina, il portavoce della Commissione europea ha dichiarato che gli Stati membri stanno tenendo discussioni riservate sull'opportunità di designare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell'Iran come organizzazione terroristica.

"La discussione tra gli Stati membri è in corso secondo regole riservate, come da procedura stabilita, e non potrò entrare nei dettagli", ha dichiarato Anouar El Anouni ai giornalisti a Bruxelles, sottolineando che qualsiasi designazione del genere richiederebbe l'approvazione unanime di tutti i Paesi dell'UE.

Ha aggiunto che la Guardia Rivoluzionaria è già soggetta a sanzioni UE di vasta portata sotto molteplici regimi, tra cui quelle relative alle armi di distruzione di massa dell'Iran, alle violazioni dei diritti umani e al sostegno alla guerra della Russia in Ucraina.

"Siamo pronti a proporre nuove sanzioni più severe a seguito della violenta repressione dei manifestanti. Questa è una decisione che gli Stati membri dovranno prendere all'unanimità in sede di Consiglio", ha affermato.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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La Cina condanna la decisione "illegale" degli USA di imporre dazi contro gli Stati che interagiscono con l'Iran

 

Il governo cinese ha rilasciato una dichiarazione di condanna per la decisione di Washington di imporre dazi su tutti i paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Repubblica islamica dell'Iran.

La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato: "La posizione della Cina sulla questione dei dazi è molto chiara".

"Abbiamo sempre creduto che non ci siano vincitori in una guerra tariffaria. La Cina tutelerà con risolutezza i suoi legittimi diritti e interessi", ha aggiunto.

Sottolineando l'importanza della pace in Medio Oriente, Mao ha affermato che Pechino sostiene l'Iran nel "mantenere la stabilità nazionale" e "si oppone all'ingerenza negli affari interni del Paese e all'uso, o alla minaccia dell'uso, della forza negli affari internazionali".

Un portavoce dell'ambasciata cinese a Washington ha descritto la decisione degli Stati Uniti come "un superamento dei limiti previsti dalla normativa vigente".

Ore prima, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato che Washington avrebbe imposto una tariffa del 25 percento sui paesi che intrattengono rapporti commerciali con l'Iran.

"Con effetto immediato, qualsiasi Paese che intrattenga rapporti commerciali con la Repubblica Islamica dell'Iran pagherà una tariffa del 25% su tutte le transazioni commerciali con gli Stati Uniti d'America. Questo ordine è definitivo e conclusivo", aveva annunciato Trump.

All'inizio del 2025, gli Stati Uniti hanno imposto dazi doganali storicamente elevati alla Cina, innescando una tesa guerra commerciale che è stata infine interrotta da una tregua tattica di un anno raggiunta nell'ottobre 2025. Ciò ha ridotto i dazi più severi, ma ha lasciato in vigore un dazio di base significativo, pari a circa il 31%, fino al 2026.

La valuta iraniana è crollata ai minimi storici, perdendo tutto il suo valore a favore del dollaro. La crisi economica, dovuta principalmente ad anni di sanzioni statunitensi, ha scatenato una diffusa rabbia popolare.

L'annuncio di Trump arriva sulla scia delle violente rivolte sostenute dall'estero in tutto l'Iran, che hanno causato la morte di decine di persone, tra cui civili e decine di membri delle forze di sicurezza.

Milioni di persone sono scese in piazza per protestare contro le rivolte e contro l'intervento straniero.

Il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente minacciato di attaccare la Repubblica islamica da quando sono iniziati i disordini, più di due settimane fa, promettendo di "salvare" i manifestanti antigovernativi in ??Iran.

Anche il Mossad israeliano ha pubblicamente esortato gli iraniani a scendere in piazza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato di recente gli Stati Uniti e ha discusso con Trump di possibili nuovi attacchi contro la Repubblica Islamica. Durante una conferenza stampa tenutasi in quell'occasione, il presidente statunitense ha dichiarato che avrebbe potenzialmente sostenuto un nuovo attacco israeliano.

"I funzionari dell'amministrazione Trump hanno avuto discussioni preliminari su come portare a termine un attacco contro l'Iran, se necessario per dare seguito alle minacce di Trump, compresi i siti che potrebbero essere presi di mira", hanno dichiarato funzionari statunitensi anonimi al Wall Street Journal (WSJ) il 10 gennaio.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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L’assassinio di Renee Nicole Good e l’indefinibile vergogna dei giornalacci nostrani

 

“E’ sempre una speranza che dà pietà: anche

il piccolo borghese più cieco ha ragione

di averla, di tremarne: c’è un istante

in cui anch’egli infine vive di passione

(da Pier Paolo Pasolini, “Non c’è più luce di Natale”)

 

Alle soglie del terzo millennio il Minotauro esige il tributo ormai scopertamente, senza più reticenza, senza vergogna. Un tributo di sangue ma soprattutto di giustizia e verità, oltre che pietà. Renee Nicole Mackline Good si definiva poeta, scrittrice, moglie e mamma e non aveva mai avuto a che fare con le forze dell’ordine tranne che per una multa per infrazione stradale. Trump e compagni di merende l’hanno descritta come una provocatrice che “se l’è cercata”, nonostante filmati e testimonianze li abbiano sbugiardati platealmente.

C’è voluto  l’assassinio a sangue freddo di questa donna di 37 anni, americana e bianca, madre di tre figli perché almeno una parte della nostra informazione avesse un guizzo di dignità. Giusto il minimo sindacale s’intende, perché pretendere che da un giorno all’altro si riscatti una pluridecennale condizione di servaggio atlantico sarebbe troppo. Ad ogni modo questa volta la differenza dei Giornaloni coi Giornalacci della destra si è manifestata in modo apprezzabile. Sia Corsera che Stampubblica hanno dato risalto alla notizia, così come sul fronte televisivo hanno fatto le trasmissioni di La7 e La9.

Il Giornale, Libero, La Verità, Il Tempo, ma anche il Messaggero (quotidiano romano con attuale, spiccata simpatia per gli underdog della Garbatella) sono rimasti invece allineati e coperti, accomunati da due giorni consecutivi di vergognoso silenzio su una vicenda che riporta gli Stati Uniti d’America sull’orlo della guerra civile. La notizia del barbaro omicidio è rimasta del tutto assente dalle prime pagine dei suddetti, confinata nelle pagine interne dove si dice in sostanza che sulla dinamica dell’accaduto sono in corso accertamenti.

Quindi c’è qualcosa che perturba l’orbita di quello che, secondo l’efficace metafora di Alessandro Orsini, è il moto rotatorio intorno alla Casa Bianca di uno stato satellite, così come dall’altra c’è chi allo status di satellite resta aggrappato con le unghie e coi denti, terrorizzato dal timore di essere retrocesso al rango di un insignificante meteorite. E questo vale tanto per la donna, madre e cristiana (del tutto indifferente all’omicidio di un’altra donna e madre) che per i media simpatizzanti che la seguono in orbita geostazionaria come gli anelli di Saturno.

Ma per lo meno c’è qualcuno che sembra ridestarsi da decenni di torpore, fino a sussurrare che Trump e i suoi invasati continuano a fare solo in modo più goffo, volgare e scoperto, quello che dall’ultimo dopoguerra in qua tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche hanno sempre fatto. Ovvero seminare guerre dove e come possono in ogni parte del mondo; per ingordigia predatoria senz’altro, ma anche per superare le sempre più marcate contraddizioni interne.

E guarda caso ciò si riflette anche nell’uso delle parole e i giudizi di fatto e di valore che da queste derivano: Nicolas Maduro non è più stato “arrestato”,” catturato”, “preso” ma sic et sempliciter rapito. E gli USA appaiono per quello che sono: il rogue state per eccellenza, la minaccia più consistente per l’ equilibrio ed un’accettabile convivenza nelle relazioni internazionali.

 

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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Ecco le compagnie petrolifere che vogliono spartirsi la torta del petrolio greggio venezuelano

 

Le compagnie petrolifere di tutto il mondo si stanno preparando a un'incursione in Venezuela, in seguito al rapimento del presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e ai piani annunciati dal presidente Donald Trump di assumere il controllo dell'industria petrolifera del paese caraibico.

Trump ha affermato che la commercializzazione del greggio venezuelano sarà gestita da Washington , inizialmente coprendo tra i 30 e i 50 milioni di barili, e ha esortato le grandi aziende a investire fino a 100 miliardi di dollari nel paese sudamericano per controllarne l'industria.

Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo.

Chi è interessato ad entrare in Venezuela?

Venerdì scorso, Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca i massimi dirigenti delle principali compagnie petrolifere statunitensi e dei conglomerati di altre parti del mondo. Erano presenti rappresentanti delle società statunitensi ExxonMobil, ConocoPhillips e Chevron, della spagnola Repsol, dell'anglo-olandese  Shell, dell'italiana Eni, dell'olandese Vitol, della svizzera Trafigura, dell'indiana Reliance Industries e di altri colossi statunitensi come Halliburton, Valero e Marathon Petroleum.

Tuttavia, non tutti hanno mostrato lo stesso entusiasmo.

Chevron

Chevron è l'unica grande azienda statunitense attualmente operativa in Venezuela e si stima che ora abbia la capacità di aumentare significativamente la propria produzione lì.

È una delle più ferventi sostenitrici del controllo che Washington vuole esercitare sul Paese.

Repsol

L'azienda spagnola Repsol è stata tra i partecipanti più entusiasti all'incontro di venerdì scorso. Il suo CEO, Josu Jon Imaz, ha addirittura dichiarato che l'azienda era pronta a triplicare la sua produzione entro due o tre anni.

Eccolo lì, l'ex leader del Partito Nazionalista Basco (PNV), Josu Jon Imaz, ora CEO di Repsol, che si inchina a Trump e chiama il Golfo del Messico "Golfo d'America", proprio come il presidente del Partito Popolare (Naranjito). Il livello di indegnità e sottomissione è alle stelle. pic.twitter.com/GPHIdnWwNa

— Julián Macías Tovar (@JulianMaciasT) 10 gennaio 2026

Finora il governo venezuelano ha pagato la società con barili di petrolio per un debito in sospeso, che attualmente ammonta a oltre 2,4 miliardi di dollari.

ConocoPhillips

ConocoPhillips è una delle più grandi società di esplorazione e produzione petrolifera al mondo e la terza più grande compagnia petrolifera degli Stati Uniti. Attualmente, il suo obiettivo principale è riscuotere gli 8,7 miliardi di euro di risarcimento assegnati per l'espropriazione subita nel 2007.

Anche il suo CEO, Ryan Lance, ha espresso la volontà di partecipare alla distribuzione della torta, pur chiedendo che il settore bancario contribuisca alla ristrutturazione del debito venezuelano.

Marathon Petroleum

Questa compagnia energetica americana è specializzata nella raffinazione, commercializzazione e trasporto di petrolio e prodotti petroliferi negli Stati Uniti.

Ha già espresso l'intenzione di presentare un'offerta per il greggio venezuelano.

Halliburton

Si tratta di un'altra grande azienda americana, anche se la sua attività non è focalizzata sulla produzione di petrolio, bensì sui servizi tecnici per il settore energetico, ovvero sulla fornitura di tecnologie, attrezzature e personale.

Il suo CEO, Jeff Miller, ha dichiarato di essere molto interessato a riprendere le operazioni in Venezuela, dopo aver dovuto lasciare il Paese a seguito dell'imposizione di sanzioni nel 2019.

Citgo Petroleum

Anche Citgo Petroleum, con sede negli Stati Uniti, è interessata a partecipare a qualsiasi asta di greggio venezuelano. Negli ultimi anni, non le è stato permesso di esportare greggio venezuelano dopo aver interrotto i rapporti con la sua società madre, PDVSA, nel 2019.

Reliance Industries Limited (RIL)

Questo conglomerato indiano è uno dei più grandi gruppi imprenditoriali del paese asiatico e acquista greggio venezuelano per la raffinazione, sebbene abbia interrotto gli acquisti nel marzo dello scorso anno.

Ora sta valutando la possibilità di riprendere gli acquisti una volta che saranno chiarite le regole per gli acquirenti non statunitensi.

Shell

Anche Shell sembra pronta a reinvestire in Venezuela. L'azienda britannica, originaria dei Paesi Bassi, è uno dei maggiori produttori mondiali di combustibili fossili.

Eni

Secondo il Segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright, l'azienda italiana fa parte di un gruppo di importanti compagnie petrolifere, tra cui Chevron, Shell e Repsol, che "aumenteranno immediatamente" i loro investimenti in Venezuela dopo l'incontro di venerdì con Trump.

ExxonMobil, con un piede fuori dal mercato

ExxonMobil è una delle più grandi aziende energetiche al mondo, sia in termini di capitalizzazione di mercato, volume di produzione e riserve di idrocarburi, e si è dimostrata una delle più restie a sostenere l'obiettivo perseguito da Trump.

Ha una storia legale controversa con il Venezuela, da cui ha ottenuto un risarcimento di 1,6 miliardi di dollari nel 2014 per l'espropriazione effettuata dall'allora presidente venezuelano Hugo Chávez.

Il suo CEO, Darren Woods, ha espresso chiaramente i suoi dubbi durante la riunione di venerdì. "I nostri beni sono stati sequestrati lì due volte, quindi, come potete immaginare, tornare lì una terza volta richiederebbe cambiamenti piuttosto significativi rispetto a quanto abbiamo visto storicamente qui", ha affermato.

Woods ha espresso l'opinione che al momento sia impossibile investire in Venezuela, a causa delle attuali strutture legali e commerciali, soprattutto dopo che il presidente degli Stati Uniti ha chiarito di non essere interessato a recuperare il denaro dai debiti in sospeso e che l'idea è quella di ripartire da zero.

L'atteggiamento del rappresentante della Exxon fece infuriare Trump, che dichiarò subito di stare pensando di "tagliare fuori la Exxon ". "Stanno facendo i furbi", dichiarò all'epoca.

Pertanto, le prospettive per le grandi compagnie petrolifere sono divise tra il desiderio vorace di acquisire una quota delle più grandi riserve petrolifere del mondo e il timore di una nuova espropriazione, di non recuperare il denaro loro dovuto, mentre i mercati mondiali vengono inondati di greggio e il prezzo del petrolio scende.

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Pasquale Liguori

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Szijjarto: Un inverno insolitamente freddo ha messo in ginocchio l'Europa occidentale

 

Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha affermato che tutti i servizi nel suo Paese funzionano normalmente, nonostante l'inverno insolitamente freddo che, a suo dire, "ha messo in ginocchio gran parte dell'Europa occidentale".

Il ministro degli Esteri ungherese ha rilasciato queste dichiarazioni nel programma YouTube  "Time of Truth", dove ha paragonato la situazione dell'Ungheria a quella di diversi stati dell'Europa occidentale. Ha sottolineato che, sebbene queste condizioni meteorologiche siano ormai insolite, ritiene che sia "il momento e il luogo" per esprimere la sua gratitudine a tutti coloro che hanno avuto il compito e la responsabilità di mantenere l'Ungheria operativa in queste circostanze.

"Quindi l'Ungheria continua a funzionare nonostante questa insolita situazione meteorologica che ha messo in ginocchio gran parte dell'Europa occidentale . Qui non è stato necessario chiudere linee ferroviarie o aeroporti e il sistema sanitario e quello scolastico hanno continuato a funzionare", ha osservato.

In precedenza, il ministro degli Esteri  aveva paragonato la militarizzazione dell'Ucraina al videogioco di combattimento e sopravvivenza Fortnite. Ha avvertito che i piani di due potenze nucleari europee (Francia e Regno Unito) di inviare truppe in Ucraina una volta raggiunto un accordo di pace tra Kiev e Mosca sono particolarmente preoccupanti. "D'ora in poi, non si tratta più di Fortnite , ma del mondo reale", ha osservato.

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La Russia all'ONU: Mosca non attacca la popolazione civile, mentre l'Occidente ignora i crimini di Kiev

 

L'Occidente ignora gli attacchi deliberati di Kiev contro obiettivi civili e la popolazione civile, mentre accusa infondatamente Mosca di aver lanciato tali azioni, ha affermato lunedì  il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia.

Intervenendo durante una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul mantenimento della pace e della sicurezza in Ucraina, il diplomatico russo ha respinto le nuove accuse occidentali sui massicci attacchi lanciati dalla Russia  la scorsa settimana contro obiettivi militari e infrastrutture portuali, di trasporto ed energetiche al servizio dell'industria della difesa ucraina.

"I nostri colleghi occidentali ci informano delle vittime tra la popolazione civile, la maggior parte delle quali, come sanno anche gli ucraini, sono conseguenza delle azioni della difesa aerea ucraina", ha commentato Nebenzia.

Ha sottolineato che "nessuna di queste affermazioni sensazionalistiche, ma totalmente infondate , sugli attacchi russi mirati alle famiglie ucraine che dormono tranquillamente nelle loro case è supportata da alcun fatto o testimonianza".

"Le Forze Armate della Federazione Russa non bombardano i civili", ha ribadito il rappresentante.

"Reazione silenziosa della comunità internazionale"

In quest'ordine, ha richiamato l'attenzione sul fatto che nel solo dicembre 2025 il numero di civili colpiti dagli attacchi delle Forze armate ucraine ammontava ad almeno 367 persone , di cui 56 vittime.

"Continuiamo a essere sorpresi dalla reazione silenziosa della comunità internazionale, che è diventata la norma , in particolare quella del Segretario generale delle Nazioni Unite", ha sottolineato.

Nebenzia ha condannato il fatto che tali azioni "non siano chiaramente classificate come atti terroristici", ma siano invece liquidate come " incidenti non confermati ". Questa pratica, ha sostenuto, "rappresenta un rifiuto dei principi fondamentali del diritto internazionale umanitario, tra cui la protezione della popolazione civile e il divieto di attacchi deliberati contro le infrastrutture civili".

Il terrorismo contrassegnato da "speciale cinismo"

Il diplomatico ha menzionato l'attacco terroristico compiuto  la notte di Capodanno dalle forze ucraine nella città di Jorly (provincia russa di Kherson), in cui sono morti 29 civili , tra cui due bambini, e sono rimasti feriti più di 30.

Ha osservato che questo "attacco codardo è stato caratterizzato da un particolare cinismo", poiché la città attaccata dai droni, tra cui uno che trasportava una miscela infiammabile , si trova in una zona turistica, su una penisola delimitata dal Mar Nero su tre lati.

"Non ci sono installazioni militari lì e non ci sono mai state. Il vecchio porto ha perso la sua importanza molto tempo fa e la zona è stata trasformata esclusivamente in un'area ricreativa: campi per bambini, centri ricreativi, infrastrutture turistiche", ha affermato.

Zelensky e le sue "condizioni assurde"

Nebenzia ha ribadito il suo avvertimento: nessuna azione ostile da parte della "cricca neonazista radicata a Kiev" resterà senza risposta.

Il rappresentante russo ha ricordato che "il leader del regime ucraino, Volodymyr Zelensky, non sarà aiutato né dal fallito vertice francese della 'coalizione dei volontari', né dall'avanzata delle forze della NATO verso i confini dell'Ucraina".

Né gli appelli alla tregua, nella speranza di riprendersi dalla "schiacciante sconfitta" sul campo di battaglia, gli saranno di alcuna utilità, ha sostenuto. "Né gli serviranno le assurde condizioni di Zelensky , che ignorano la realtà, con cui ha perso il contatto da tempo e che presenta in risposta alle proposte statunitensi, di fatto annullandole", ha concluso.

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Trump annuncia dazi del 25% su "qualsiasi paese che faccia affari" con l'Iran

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito lunedì tramite il suo account Truth Social che "qualsiasi paese che faccia affari con la Repubblica Islamica dell'Iran pagherà dazi del 25% su tutti gli affari" con gli Stati Uniti. L'ordinanza è definitiva ed efficace immediatamente, secondo Trump, mentre le proteste scuotono la nazione persiana.

Secondo la portavoce della Casa Bianca  Karoline Leavitt, il presidente non esclude di ordinare attacchi aerei contro l'Iran, affermando che si tratta di "una delle tante opzioni sul tavolo per il comandante in capo". Trump aveva minacciato di intervenire se i manifestanti fossero stati uccisi.

Nel frattempo, secondo il Wall Street Journal, diversi alti funzionari dell'amministrazione statunitense, guidati dal vicepresidente J.D. Vance, stanno spingendo affinché venga perseguito prima un approccio diplomatico.

Teheran ha accusato gli Stati Uniti e Israele di aver orchestrato i recenti disordini in diverse città iraniane, un'affermazione corroborata da numerosi documenti, secondo il Ministero degli Esteri. Nel frattempo, molti iraniani sono scesi in piazza a sostegno dell'attuale governo e contro quelli che percepivano come crimini sostenuti dall'estero.

I programmi nucleari o missilistici dell'Iran non vengono menzionati nel contesto delle ultime tensioni. I media indicano Reza Pahlavi, il figlio maggiore dell'ultimo Scià dell'Iran, residente in Occidente da decenni, come uno dei principali sostenitori dell'ultima ondata di proteste di piazza in Iran.

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Shoigu: la Russia condanna l'ingerenza esterna negli affari interni dell'Iran

 

Sergei Shoigu, segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, ha condannato lunedì un altro tentativo da parte di forze esterne di interferire negli affari interni dell'Iran, secondo quanto riportato dai media locali e dall'agenzia cinese Xinhua.

Ha rilasciato queste dichiarazioni durante una conversazione telefonica con il segretario supremo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, durante la quale Shoigu ha espresso le sue condoglianze per le gravi perdite subite in Iran, ha riferito l'ufficio stampa.

Le due parti hanno concordato di mantenere stretti contatti e di coordinare le loro posizioni per garantire la sicurezza.

Shoigu ha inoltre ribadito la disponibilità di Mosca a sviluppare ulteriormente la cooperazione bilaterale sulla base dell'Accordo di partenariato strategico globale firmato da Russia e Iran nel 2025.

Verso la fine del mese scorso sono scoppiate proteste in tutto l'Iran a causa del forte deprezzamento del rial e delle radicali riforme dei sussidi, prima di degenerare in disordini a livello nazionale con segnalazioni di scontri tra polizia e dimostranti.

Il 2 gennaio, Larijani ha messo in guardia gli Stati Uniti dall'interferire negli affari interni dell'Iran, affermando che tali azioni avrebbero compromesso la stabilità regionale e danneggiato gli interessi degli Stati Uniti.

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I gravi impatti dell’accordo Ue-Mercosur

L’accordo UE-Mercosur, approvato a maggioranza qualificata dai Paesi membri dell’Unione, rappresenta un precedente senza pari nella storia commerciale europea: è il primo trattato passato senza consenso unanime nel Consiglio Ue, ma con l’opposizione di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, e l’astensione del Belgio. L’intesa che vincolerà, dopo 25 anni di negoziati, il mercato comune europeo all’area di libero scambio condivisa da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, viene presentata dai suoi contraenti, e dai partiti socialisti europei e brasiliani, come un’alternativa strategica imperdibile nella fase attuale. Al punto tale che la Commissione vorrebbe farlo approvare provvisoriamente addirittura prima che il Parlamento europeo lo ratifichi.

Decisivo il sostegno della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni che ha assicurato, dopo un iniziale rigetto, il voto determinante all’accordo dopo aver ottenuto dalla Commissione europea maggiori garanzie e un anticipo di 45 miliardi di euro sui fondi PAC 2028 già stanziati, per sostenere, tra due anni, eventuali perdite straordinarie del settore agricolo. Spaccando con l’alleata di Governo, la Lega, che ha mantenuto una posizione contraria allineata con molte delle organizzazioni agricole, Meloni ha dichiarato di aver scelto “una linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea portata avanti con determinazione”. Al suo fianco Ursula von der Leyen, che ha difeso l’intesa come “risposta europea a un mondo sempre più ostile e caratterizzato da tensioni commerciali, tariffarie e geopolitiche”, insistendo sulla necessità di consolidare la presenza dell’UE in America Latina. In continuità con la linea sviluppista assunta non da ieri, anche i democratici europei e italiani hanno difeso l’accordo come economicamente vantaggioso e geopoliticamente necessario. Tuttavia, la maggioranza dei corpi intermedi nel loro ideale bacino elettorale e culturale, organizzazioni sindacali, ambientaliste, di cooperazione, indigene e ecclesiali, in Europa come nel Mercosur, ha affermato e confermato dopo il voto la propria radicale contrarietà a questa ennesima liberalizzazione senza rete. 

I benefici economici promessi dalla Commissione, come la riduzione di circa 4 miliardi di euro dei dazi sulle esportazioni UE e l’espansione prevista degli scambi commerciali fino a 111 miliardi di euro, rischiano di rimanere puramente teorici, e incommensurabili rispetto anche alle sole conseguenze economiche sui prezzi interni, la redditività delle imprese e l’occupazione in Europa.

Il cuore della opposizione si concentra sui prezzi alla produzione agroalimentare. L’apertura del mercato europeo a carne bovina, pollame, zucchero, riso ed etanolo dai Paesi Mercosur comporterà una pressione immediata sui prezzi interni, stimata in una diminuzione del 3-5% per le filiere più sensibili, con effetti più marcati sulle aziende di piccola e media dimensione, già fragili per i costi energetici e normativi. Per il lattiero-caseario e per i produttori di vini e prodotti Dop/Igp, l’espansione del mercato può comportare un aumento della concorrenza e una riduzione dei margini, pur offrendo opportunità di accesso per le imprese più grandi a nicchie di alta qualità. Soprattutto, si continua a erodere la capienza del mercato europeo, che è l’unico mercato di sbocco per i più piccoli, con prodotti a prezzo più basso. L’impatto occupazionale stimato, combinando effetti diretti e indiretti, potrebbe tradursi in una perdita di 100.000-120.000 posti di lavoro in Europa, con l’Italia particolarmente esposta a chiusura di aziende familiari e riduzione di occupazione rurale.

Coldiretti ha sottolineato che “chi vuole esportare in Europa deve rispettare gli stessi standard produttivi, ambientali e sanitari”, e l’intero settore ha respinto l’anticipo dei fondi PAC e il fondo di crisi da 6,3 miliardi, perché non affrontano le criticità strutturali legate all’apertura del mercato e alla competizione con prodotti sudamericani ottenuti con costi inferiori grazie a standard produttivi e ambientali meno rigorosi. Se l’Italia è tra i Paesi europei che, con 900 mila controlli doganali sulle merci all’ingresso nel 2025, è tra i meno permeabili, nel perimetro dell’Unione nel sono stati controllati almeno i documenti di appena 82 carichi in entrata ogni milione: lo 0,0082% del totale. E il trattato, ‘semplificando’ i controlli reciproci, li ridurrà ancora di più tra le due parti.

Anche sul fronte ambientale e della sicurezza dei prodotti le criticità nei Paesi del Mercosur sono sempre più gravi. In Brasile, ad esempio, le recentissime leggi 15.190/2025 e 15.300/2025 hanno semplificato e indebolito le licenze ambientali per progetti “strategici” come trivellazioni petrolifere nella Foz do Amazonas, con incidenti confermati di fuoriuscita di fluidi di perforazione che hanno inquinato falde acquifere e campi. Lo Stato del Pará ha posticipato la tracciabilità obbligatoria del bestiame dal 2025 al 2030, prolungando il rischio sicurezza e qualità della carne esportata in Europa. Infine, l’avvenuta recente ritrattazione di studi scientifici sulla sicurezza del glifosato, pesticida utilizzato in quantità massicce nell’area del Mercosur, evidenzia ulteriori rischi per la salute pubblica e la qualità dei prodotti importati. Senza dimenticare che circa il 30% di erbicidi e pesticidi legali in quei Paesi da noi sono vietati da molti anni.

Per facilitare la firma del trattato, sul versante europeo, è stato concordato tra le parti il rinvio dell’applicazione della Direttiva europea Foreste (Eudr) per tracciare e colpire legname e derivati da deforestazione, ed è stato salutato positivamente  l’indebolimento delle altre due leggi-quadro sulla Certificazione di sostenibilità (Corporate Sustainability Reporting Directive – Csrd) e sulla tracciabilità sociale delle filiere (Corporate Sustainability Due Diligence – Cs3d), che, nel quadro dell’operazione più generale delle cosiddette “semplificazioni” normative europee, ne stanno indebolendo gli standard di produzione e la loro effettiva verifica. Senza dimenticare che l’espansione dell’agribusiness nell’area amazzonica ne sta letteralmente soffocando gli abitanti, esposti, come ha dimostrato uno studio di Greenpeace Brazil, a un livello di emissioni e inquinamento dell’aria maggiore rispetto a quelli prodotti nelle grandi megalopoli del Sud. 

Le organizzazioni della società civile ed ambientaliste europee, anche per queste ragioni, hanno criticato duramente l’accordo. Secondo Jean Blaylock della European Trade Justice Coalition  “i leader europei stanno scegliendo di prioritizzare i profitti delle grandi imprese, a scapito di lavoratori e piccoli agricoltori, violando diritti indigeni e distruggendo la natura”.

Greenpeace e ClientEarth evidenziano aumenti prevedibili delle emissioni di gas serra e della deforestazione in Amazzonia, Cerrado e Pantanal, mettendo in contraddizione la narrativa climatica dei sostenitori del trattato. Le organizzazioni indigene denunciano che circa l’83% della biodiversità mondiale nelle aree amazzoniche e del Cerrado è minacciata dall’espansione agricola incentivata dal trattato, senza garanzie vincolanti sulla consultazione preventiva o sui diritti territoriali. Jan Königshausen della Society for Threatened Peoples ha sottolineato che l’accordo “esternalizza la distruzione ambientale e i conflitti sociali verso chi ha contribuito meno alle crisi, senza offrire protezioni reali”. I sindacati, tra cui Etuc e i coordinamenti del Cono Sur, confermano che il trattato non tutela adeguatamente i lavoratori e favorisce forme di dumping sociale: la pressione sui prezzi e la liberalizzazione possono ridurre salari e peggiorare condizioni di lavoro. I piccoli e medi produttori in Belgio, Francia, Polonia, Grecia, e anche in Italia, sono tornati a bloccare strade e città con i trattori, dimostrando che il dissenso sociale e politico non si è attenuato e che l’accordo rischia di generare tensioni durature. In un contesto in cui i cittadini reclamano maggiore tutela delle produzioni locali, dell’ambiente e dei diritti sociale, ciò che fa maggiore impressione a chi scrive è il sostegno compatto e senza sfumature dei socialdemocratici europei e nostrani a questo tipo di operazione. Sembrano voler rimuovere che alle elezioni europee del 2024 la partecipazione è stata poco più del 50 %, con quasi metà degli aventi diritto che non ha votato, segno di disillusione verso istituzioni percepite come lontane dalle preoccupazioni economiche e sociali della popolazione, soprattutto nei territori rurali.

Quasi più dei propri colleghi di centrodestra, i socialdemocratici rivendicano ragioni geopolitiche dipingendo l’accordo UEMercosur come una leva strategica per competere con la Cina e gli Stati Uniti sullo scacchiere globale. Ma sono proprio queste ragioni le più deboli e illusorie dell’intera operazione. La Cina è, infatti, attualmente, il principale partner commerciale del Mercosur, con una quota stimata di circa 26,7 % del commercio esterno del blocco nel 2023, oltre al legame politico cementato nei Brics col Brasile. Pechino mira a raggiungere 500 miliardi di dollari di scambi bilaterali entro il 2025, accompagnati da investimenti cinesi nella regione dell’ordine di 250 miliardi di dollari, ben superiore alla quota dell’Ue, che si attesta attorno al 16,8 % e degli Stati Uniti, che vantano circa 13,9 % del commercio del Mercosur, ma anche una presenza militare e strategica importante nell’area, a partire dal legame a doppio filo tra il presidente argentino Milei e il movimento Maga americano. In termini assoluti, il valore degli scambi tra UE e Mercosur nel 2024 ha superato i 111 miliardi di euro complessivi, di cui circa 55,2 miliardi di dollari in esportazioni europee verso il Mercosur, ma 56 miliardi di dollari in importazioni da esso. Questi numeri mostrano una relazione commerciale importante ma relativamente contenuta rispetto ai rapporti della Cina con l’area, dove l’Europa, pur essendo uno dei principali investitori esteri nel Mercosur con uno stock di circa 390 miliardi di dollari, non ha però tradotto questa presenza finanziaria in una parità di influenza rispetto a Pechino o, in larga misura, agli Stati Uniti.

L’idea che un accordo commerciale possa compensare questa disparità geopolitica ignora la natura strutturale dei vincoli economici: il reddito medio annuo nei Paesi Mercosur è relativamente basso, circa 10.000 dollari pro capite, e non indica una domanda sufficiente per sostituire in modo significativo i consumatori statunitensi o cinesi nei mercati di esportazione globali. In questo contesto, la firma dell’accordo rischia di triangolare l’accesso strategico dei grandi attori globali nel mercato europeo attraverso le proprie partecipazioni nelle economie del Mercosur, piuttosto che consolidare un vantaggio europeo: da un lato, gli Stati Uniti mantengono relazioni commerciali e tecnologiche stabili con importanti partner della regione, nonostante le oscillazioni di politica commerciale (come le imposizioni tariffarie statunitensi su alcune importazioni di prodotti agricoli brasiliani nel 2025); dall’altro, la Cina continua a rafforzare il suo ruolo come principale mercato di destinazione per molte esportazioni sudamericane, incluse materie prime e prodotti agricoli, riflettendo una presenza che supera quella dell’UE in termini di quota di scambi.

Inoltre, l’imporsi a livello globale di parlamenti e governi con orientamenti forti verso politiche neoliberali o negazioniste del clima si sta traducendo in tutto il mondo in standard di produzione e di rispetto dei diritti ambientali e sociali molto diversi da quelli che storicamente avremmo definito ‘europei’. Questo contesto mette in discussione la narrativa europea secondo cui l’accordo rafforzerebbe la capacità dell’UE di promuovere valori condivisi nell’area, anzi: sembra in misura crescente voler schiacciare sotto la realtà materiale della grande maggioranza delle merci in entrata nel mercato europeo, anche il ricordo della aspirazione a imporre una condizionalità ambientale e sociale alla circolazione di beni e investimenti nei nostri Paesi.

Le conseguenze di questa dinamica sono molteplici. Da un lato, l’accordo consegna alle grandi potenze economiche un accesso strategico ai mercati sudamericani attraverso l’intermediazione o la competizione con l’UE, senza che quest’ultima possa stabilire una posizione autonoma di influenza. Dall’altro, la liberalizzazione dei mercati rischia di indebolire la sovranità europea nella definizione delle proprie politiche agricole, sociali e ambientali, poiché l’apertura comporta vincoli a lungo termine che limitano la capacità di adottare misure protezionistiche o di sostenere standard elevati senza ripercussioni su altri segmenti dell’accordo.

In aggiunta, la procedura politica che ha portato all’approvazione dell’accordo — tramite maggioranza qualificata in Consiglio, senza consenso unanime — solleva preoccupazioni sulla legittimità democratica delle scelte di politica commerciale europee. Questo approccio riduce il ruolo dei Parlamenti nazionali e delle valutazioni democratiche su una materia di enorme impatto economico e sociale, creando un precedente per l’adozione di altri accordi strategici senza un pieno mandato politico condiviso. Tutti argomenti ai quali i socialdemocratici europei dovrebbero essere sensibili, ma che restano del tutto assenti sia dalle loro analisi, sia dal dibattito generale che oscilla tra l’eccitazione per dei presunti guadagni futuri all’emozione per vagheggiate comunanze ideali, consumate, in realtà, sulle macerie materiali di quegli antichi intenti.

Monica Di Sisto è responsabile dell’osservatorio italiano su clima e commercio Fairwatch 

L'articolo I gravi impatti dell’accordo Ue-Mercosur sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Otra falsa bandera – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

En uno de los pasajes más enigmáticos del Nuevo Testamento, San Pablo advierte a la comunidad cristiana de Tesalónica que el Anticristo no se desataría mientras no se removiese el obstáculo (‘katejon’) que lo retenía. Todos los padres de la Iglesia interpretarían aquellas palabras de idéntico modo, afirmando que el obstáculo al que se refería San Pablo era el Imperio Romano. Se trataba de una enseñanza desconcertante; pero, generación tras generación, los cristianos la acataron. Luego, con el paso de los siglos, el Imperio –con su lengua universal y su organización administrativa– contribuiría a la expansión de la fe.

Quiere esto decir que un mal presente nos puede proteger de un mal futuro infinitamente mayor. Esta enseñanza adquiere en las últimas décadas una vigencia renovada, si reparamos en lo que ha sucedido en muchos países musulmanes, regidos por gobernantes que el anglosionismo presentaba como dictadores execrables; pero que después se ha probado que eran el ‘katejon’ de la barbarie. Los dictadores fueron depuestos, a veces mediante guerras declaradas con excusas grotescas, a veces mediante falsas banderas como las famosas ‘primaveras árabes’, siempre con turbios propósitos plutónicos (por Plutón, dios de las riquezas y las regiones infernales). Y, eliminados aquellos dictadores, las naciones en cuestión se han sumido en la barbarie (¡una barbarie bajo protectorado anglosionista, oiga!); por supuesto, los cristianos que en ellas vivían han sido condenados al exterminio o a la diáspora.

En estos días el anglosionismo trata de cerrar el círculo –o más bien el hexagrama– derribando el régimen iraní de los ayatolás, con falsas banderas diseñadas para retrasados mentales. Así se explica, por ejemplo, que la fotografía –más vieja que la tos– de una petarda canadiense prendiendo fuego a la efigie de un ayatolá, con un paisaje nevado al fondo, se haya presentado en los medios de cretinización de masas como si fuera una foto recién tomada en Teherán. Desde luego, los ayatolás iraníes nos provocan el mismo entusiasmo que los emperadores romanos a los tesalonicenses; pero hay males presentes infinitamente más livianos que los males futuros que impiden o estorban. Irán es uno de los países musulmanes donde mayor proporción de mujeres cursan estudios universitarios; también es un país donde los cristianos armenios tienen representación en el parlamento y pueden celebrar pacíficamente su fe (como ocurría en Irak o Siria, antes de que fueran entregadas a la barbarie). En Teherán, hace apenas unos meses, se dedicó una estación de metro a la Virgen María, con relieves y murales en las paredes de una rara delicadeza, que desde luego serían impensables en los países gobernados por los jeques o yihadistas (tanto monta) bendecidos por el anglosionismo… tan impensables como en cualquiera de sus colonias occidentales, donde nos dedicamos a aplaudir como panolis anticrísticas operaciones de falsa bandera.

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Čechov a Sachalin

di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.
Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.

Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. Su queste pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.
Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.

Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.

Senza mai dimenticare il valore di lavori quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna. Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino […] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.

Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.

Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.

Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.

E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.
Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.
Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[…] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.

Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.

Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.

Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.

Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[…] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. […] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.

Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.

A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[…] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.

La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[…] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.

Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra […]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[…] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma […] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.

Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.

Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.

Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.

Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.

Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani, vagano per procacciarsi il cibo.
I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.

È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.
I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.
I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.

Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.
Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.
Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.
Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.

In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. […] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco […]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[…] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.

Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.

Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[…] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.

Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[…] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov […] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.

Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo…”.
Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.

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Collirio contro gli occhi rossi: perché potrebbe non essere una buona idea

Qualche goccia di collirio per togliere l’arrossamento degli occhi dopo aver fumato: un gesto automatico per moltissimi consumatori di cannabis. Ma dietro quelle gocce apparentemente innocue si nasconde un meccanismo farmacologico preciso che, in caso di abuso o uso prolungato, è tutt’altro che privo di rischi. Gli occhi rossi non sono un difetto da cancellare: …
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Spin Time e le altre palestre di democrazia

La Rete dei Gruppi di Teatro dell’Oppresso della Grecia, composta da gruppi di tutta la Grecia, che utilizzano il Teatro dell’Oppresso come strumento di azione politica e sociale, esprime la propria solidarietà concreta a Spin Time Labs di Roma, di fronte all’imminente minaccia di sgombero.

Spin Time fa parte di una lunga catena storica di spazi sociali e abitativi autogestiti in Italia che, dagli anni Settanta a oggi, sono stati determinanti per la nascita e la diffusione del teatro sociale e del Teatro dell’Oppresso. Spazi come il Leoncavallo (1975–2025) a Milano e l’Askatasuna (1996–2026) a Torino hanno plasmato pratiche artistiche e modalità di vita collettiva, partecipazione politica e cittadinanza attiva.

Il teatro sociale dei centri urbani italiani occupa una posizione cruciale nella storia mondiale del teatro, non solo come tendenza artistica alternativa, ma come campo generativo di un nuovo paradigma della pratica teatrale, che ha influenzato profondamente molti paesi e si è intrecciato in modo creativo con il Teatro dell’Oppresso e il teatro popolare. Dalla fine degli anni Sessanta e soprattutto nel periodo 1970–1990, nel contesto delle lotte operaie, dei movimenti studenteschi, del femminismo e della contestazione delle istituzioni, il teatro in Italia è uscito dalle scene ufficiali e si è insediato in fabbriche, quartieri, centri sociali, occupazioni e spazi autogestiti. È lì che è nato il teatro sociale, non come “teatro per gruppi vulnerabili”, ma come teatro dentro la società e insieme alla società.

Gli spazi sociali occupati e autogestiti sono, di fatto, forme di welfare sociale, luoghi di riflessione politica, capaci di promuovere un approccio pedagogico e inclusivo alla comunità, sia attraverso l’accoglienza dei migranti sia garantendo spazi sicuri per le donne e gli uomini del quartiere.

Attraverso lo sgombero violento di questi spazi, non viene colpito lo spazio come infrastruttura materiale, ma lo spazio come Scuola. Viene preso di mira il cittadino creativo e attivo che nasce all’interno di questi luoghi – ed è questo il vero nodo in gioco, tanto in Italia quanto in Grecia.

I centri sociali autogestiti, le occupazioni storiche e gli spazi di teatro sociale e politico hanno funzionato come scuole informali di democrazia ed autonomia. In contrasto con il cittadino prodotto dalle finestre televisive dei talk show, dai meccanismi di partito o dalla contrapposizione partitica in Parlamento, in questi spazi si è formato un soggetto che non è stato educato a delegare, ma a partecipare; non a consumare cultura, ma a produrla; non a obbedire in silenzio, ma a co-costruire, dissentire, entrare in conflitto creativo e comporre.

Questa figura è percepita come una minaccia perché mette in discussione il modello dominante di governance e di organizzazione sociale, fondato sulla delega (a esperti, istituzioni, leadership), sulla depoliticizzazione della vita quotidiana, sulla frammentazione e l’individualizzazione, sul consumo passivo di arte, informazione e identità.

Il tipo di cittadino che nasce in questi spazi impara ad assumersi responsabilità, a portare avanti progetti collettivi, a gestire i conflitti senza che la comunità si disgreghi, a mettere il proprio “io” in negoziazione con il “noi”. Produce narrazione, concetti, memoria e immaginazione – elementi pericolosi per qualsiasi sistema che desideri cittadini prevedibili, silenziosi e gestibili.

In Grecia e in Italia, paesi con forti tradizioni di movimenti sociali ma anche con profonde ferite di autoritarismo, questa figura destabilizza. Non rientra facilmente né nella normalità statale né nel mercato. Non chiede permesso per esistere, né protezione per tacere. Rivendica spazio, tempo e parola.

Per questo vengono colpiti gli spazi come scuole di vita e di cittadinanza. Non perché violano la legge, ma perché ricordano che la politica non è delega, spettacolo o strategia individuale di sopravvivenza, bensì partecipazione, progetto collettivo di vita, di cultura e di cura sociale.

Attraverso molteplici azioni di teatro sociale e di Teatro dell’Oppresso, gruppi di cittadini, facilitatori e facilitatrici, artisti e artiste provenienti da diversi paesi – tra cui membri della Rete dei Gruppi di Teatro dell’Oppresso della Grecia – abbiamo cercato di contribuire alla costruzione di una cultura del dialogo. Il nostro obiettivo era la creazione di uno spazio realmente democratico e partecipativo, di una comunità teatrale che riflette, mette in discussione e si trasforma, attivando la saggezza collettiva e l’esperienza delle persone che la abitano e la attraversano.

La criminalizzazione di Spin Time si inserisce in una più ampia campagna di penalizzazione degli spazi sociali e abitativi, in Italia come in Grecia, in nome di una presunta “legalità neutra”. Ma la legalità, quando viene separata dalla giustizia sociale, si trasforma in uno strumento di repressione della solidarietà e della reciprocità. 

Difendiamo Spin Time come spazio antifascista, aperto e inclusivo. La difesa di Spin Time è la difesa di un’altra idea di città: una città che non è governata solo dall’alto, ma costruita quotidianamente dal basso, attraverso comunità che si assumono la responsabilità della propria vita. La polis.

Dichiariamo il nostro sostegno alle persone di Spin Time e a tutte le collettività che lottano per il diritto alla città, all’autogestione e alla cultura. Senza spazi come questi non può esistere né il teatro sociale né un cittadino attivo, responsabile, creativo, libero e solidale. 

L'articolo Spin Time e le altre palestre di democrazia sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Immaginario e costruzione sociale della realtà

di Gioacchino Toni

Patrick Legros, Frédéric Monnyeron, Jean-Bruno Renard, Patrick Tacussel, Sociologia dell’immaginario, Traduzione e cura di Fabio La Rocca e Francesco Barbalace, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 220, € 20,00

Valerio Evangelisti aveva da tempo compreso come l’immaginario sarebbe divenuto uno dei campi di battaglia per le forze antagoniste al sistema vigente. Nell’introdurre il volume Immaginari alterati (Mimesis 2017), steso da alcuni redattori di “Carmilla online”, lo scrittore bolognese aveva evidenziato come, in Occidente, un settore non irrilevante dell’economia guardi ormai esclusivamente alla produzione di informazione finalizzate a offrire esperienze di vita parallela colonizzando sogni e desideri degli individui e come il fascino di cui ha saputo ammantarsi l’Occidente abbia concorso tanto alla caduta del blocco socialista, quanto al dare il via a immensi fenomeni migratori.

“L’immaginario è dunque tra i terreni salienti di battaglia, per chi voglia sottrarsi alla dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi”, ha scritto Evangelisti, e in linea con il suo convincimento, gli autori di Immaginari alterati hanno esplicitamente parlato nel loro volume della necessità di “liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e per far sì che tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti”. Del resto, l’importanza assegnata dalla redazione di “Carmilla online” all’immaginario è testimoniata dal sottotitolo che continua a campeggiare a fianco della testata: “letteratura, immaginario e cultura d’opposizione”.

Scrive Fabio La Rocca nel suo Preambolo a Sociologia dell’immaginario (Mimesis 2025): «l’immaginario non si definisce, o meglio non ha un’unica designazione, perché esso si vive, si sente, lo proviamo e lo sperimentiamo in quanto esperienza. L’immaginario è parte integrante della realtà, come indicava André Breton: l’imaginaire, ce qui tend à devenir réel. Ovvero è quello che tende a diventare realtà, o nell’ottica moriniana, è più reale del reale» (p. 9).

Essendo che l’immaginario contribuisce a definire la realtà vissuta incidendo sul divenire della società, «la sociologia dell’immaginario rappresenta innanzitutto una visione del sociale e possiede una polisemia tematica e un tipo di trasversalità che si applica all’elaborazione della conoscenza del mondo e, nella riflessione sul sociale, si basa sulle rappresentazioni collettive, le credenze, il simbolico, i miti e l’immagine» (pp. 9-10). Riprendendo le riflessioni elaborate da Norbert Elias nel suo Il processo di civilizzazione del 1939, l’immaginario può essere considerato «come una sfera di influenza di questo processo in quanto determina riti e usanze socioculturali» (p. 10), ciò che istituisce la società come un mondo di significazioni, come sostiene Cornelius Castoriadis nel suo L’istituzione immaginaria della società del 1975.

Immaginario e reale si influenzano dunque vicendevolmente e se il sociologo intende comprendere e interpretare il mondo in cui si vive, scrive La Rocca, allora non può prescindere dal saper vedere, dunque indagare, «l’elemento dell’immaginario poiché in esso si rivelano le rappresentazioni sensibili che influenzano la sfera della vita quotidiana» (p. 11). In linea con quanto proposto da Charles Margrave Taylor nel suo Modern Social Imaginaries del 2004, l’immaginario è dunque da intendersi «come un processo di comprensione di una società e, allo stesso tempo, come un repertorio di pratiche e attività simboliche che danno significato alla società» (p. 11).

Se a lungo l’immaginario è stato pensato come un qualcosa staccato dalla realtà, appartenente alla sfera del sogno, scrive la Rocca, è giunto il momento di vedere in esso un qualcosa che «invita a pensare alla realtà e a come agire» (p. 11), come a un qualcosa che, come suggerisce Gilbert Durand, «coincide con una dimensione costitutiva dell’umanità» (p. 11). Apprendere il mondo, conclude La Rocca nel suo Preambolo al volume, è la «finalità dell’immaginario», è attraverso esso che «diamo senso alle nostre azioni» (p. 13).

La sociologia dell’immaginario, viene messo in chiaro nell’Introduzione generale al volume, nel suo interessarsi alla dimensione immaginaria delle attività umane, si propone come un punto di vista sul sociale che non si accontenta di un’analisi di superficie, pratica a cui si è ridotta tanta sociologia contemporanea fatta di sondaggi e visioni impressionistiche, ambendo piuttosto a «una sociologia del profondo, che cerca di raggiungere le motivazioni più intime e le correnti dinamiche che sottendono e guidano le società umane» (p. 15). Sociologia dell’immaginario si propone di legittimare tale tipo di sociologia dandole «un supporto storico, definitorio e metodologico», delineando le sue principali caratteristiche contemporanee traducibili in funzioni sociali:

il bisogno di fantasticheria; una funzione di regolazione umana di fronte all’incomprensibile (la morte, ad esempio): operando attraverso il mito, il rito, il sogno o la scienza; una funzione di creatività sociale e individuale: rappresentando i principali meccanismi della creazione e offrendo un’apertura epistemologica (relativizzando la percezione della realtà); una funzione di comunione sociale: promovendo, in particolare attraverso il mimetismo, idealtipi, sistemi di rappresentazione e memoria collettiva (p. 17).

Nella Conclusione generale al volume viene messo in luce come l’interesse per l’immaginario sia esploso soltanto negli ultimi decenni, soprattutto a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso; se l’aggettivo “immaginario” è presente in lingua francese fin dal XVI secolo, il sostantivo risulta di uso più recente. Per quanto il termine immaginario abbia fatto capolino negli studi umanistici, restano comunque scarsi i lavori teorici e metodologici a esso dedicati ed è tale lacuna che il volume intende contribuire a colmare nella convinzione che l’immaginario rappresenti un ambito essenziale nella comprensione della vita sociale.

In Sociologia dell’immaginario, Legros, Monnyeron, Renard e Tacussel, guardano trasversalmente all’immaginario, adottando un approccio multidisciplinare che permette loro di cogliere la complessità delle dinamiche sociali contemporanee.

La prima parte del volume – L’immaginario nella tradizione sociologica – si struttura in due capitoli dedicati rispettivamente a come è stato diversamente utilizzato il concetto di immaginario dai fondatori della sociologia e alla presentazione dei principali autori che hanno posto le basi per una sociologia dell’immaginario.

La seconda parte del testo – Epistemologia e metodologia dell’immaginario –, scansionata anch’essa in due capitoli dedicati alle interpretazioni dell’immaginario e ai metodi, si concentra sulle nozioni di rappresentazione, ideologia, immaginazione e simbolico.

La terza ed ultima parte del volume – I campi di ricerca – presenta tre capitoli: Immaginario e vita quotidiana, ove, a partire da Don Giovanni, si indagano le figure della seduzione moderna, i rumors e leggende contemporanee; Immaginario e concezioni del mondo, in cui si analizzano i miti nella storia e la politica, il rapporto tra religione e immaginario, l’immaginario religioso e quello sociale, l’immaginario della religione popolare, le credenze parareligiose, le religioni secolari, il rapporto tra scienza e immaginario e l’immaginario prima, durante e dopo la scienza; Finzione e immaginario, capitolo in cui vengono passati in rassegna il sogno e la fantasticheria, la letteratura e l’immaginario sociale, gli esseri fantastici e l’angoscia della finitudine, l’interpretazione sociologica e i giganti.

Se, come scrive Francesco Barbalace nella Postfazione al volume, l’immaginario viene inteso come «parte integrante del processo di costruzione sociale della realtà» e come «potente dispositivo euristico e analitico capace di fornire importanti dati sulle percezioni, le credenze, le pratiche quotidiane, le angosce, le paure e le aspirazioni per il futuro di una data cultura» (p. 211), allora la sociologia dell’immaginario deve essere vista «come una prospettiva che permette di analizzare la realtà sociale attraverso la lente delle rappresentazioni simboliche, degli archetipi e delle narrazioni collettive» (p. 212). Nel suo riconoscere «il valore della dimensione simbolica e della narrazione nella costruzione del mondo sociale», scrive Barbalace, la sociologia dell’immaginario «si pone come un ponte tra le scienze sociali e le discipline umanistiche, tra l’analisi razionale e la comprensione intuitiva ed esperienziale del mondo» (p. 212).

Barbalace invita rintracciare nella sociologia dell’immaginario strumenti critici utili a decostruire le narrazioni dominanti e immaginare nuovi orizzonti in svariati ambiti riguardanti le urgenze contemporanee; dalle problematiche ecologiche a quelle legate la post-verità e al crescente intrecciarsi di politica e tecnologia. Di fronte al ruolo che stanno assumendo gli algoritmi, l’intelligenza artificiale e le piattaforme online nella proliferazione di immaginari digitali, la sociologia dell’immaginario può rivelarsi utile a svelare le dinamiche di potere che si celano dietro le tecnologie. «L’immaginario non è solo uno specchio del presente, ma un laboratorio del futuro, un campo di tensione in cui si decidono le forme del possibile. Ripensare l’immaginario significa ripensare il mondo, aprendo nuove strade per l’azione e la conoscenza» (p. 215).

 

 

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Newsletter Autistici/Inventati 01-2026

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Newsletter Autistici/Inventati – gennaio 2026
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[English version below]

Siamo arrivati a un quarto di secolo di vita (25 ANNI!) e Autistici/Inventati esiste e Resiste ancora!

Se usi i nostri servizi, magari vuoi sapere che cosa fanno gli esseri umani dietro questa piattaforma tecnologica (che non sta in piedi per magia).

Ecco alcune delle cose che abbiamo fatto quest’anno:

# INFRA

* infrastruttura potenziata

L’infrastruttura di A/I si e’ potenziata aggiungendo due nuovi server moderni per gestire tutta la parte web, garantendo piu’ spazio e migliore performance: questi ultimi due server usano solo memorie a stato solido (SSD), quindi addio ai vecchi hard disk piu’ lenti, piu’ energivori, piu’ rumorosi e piu’ fragili, sicuramente i siti web e noblogs ne gioveranno, ma anche tu!


# EMAIL

* Thunderbird su telefoni

Le mail su telefono e la loro configurazione automatica sono state una rogna che per un po’ di tempo ci ha fatto penare. Ora abbiamo finalmente identificato e risolto il problema, e da adesso in poi l’autoconfigurazione di app sul telefono come Thunderbird e K9 sara’ molto piu’ semplice! Fateci sapere come va, intanto per usare la nostra mail sul telefono bastera’ fare login con il vostro account e da pannello cliccare su “Setup on Mobile”. Ad aspettarvi troverete un comodo QR code da scansionare nel vostro pannello utente dove dovrete solo aggiungere la vostra password.


# NOBLOGS

* statistiche

Abbiamo rinnovato il sistema di statistiche, parole chiave: anonimato e chiarezza
In pratica Noblogs si e’ rinnovato ed abbiamo deciso di riscrivere il sistema di analisi delle visite, per cui ora le statistiche di uso di quali persone e quali bot visitano il sito sono disponibili nella bacheca di amministrazione nella sezione “Analytics”.

Per maggiori informazioni leggere https://cavallette.noblogs.org/2025/02/9949


* form di contatti

Abbiamo aggiunto un nuovo form di contatto cifrato per noblogs (in rodaggio).

Qualche mese fa un collettivo ci ha contattato proponendoci un nuovo plugin per noblogs, sviluppato da loro, che permette di contattare i responsabili del blog in maniera sicura e confidenziale. Questo plugin crea un form in grado di inviare messaggi crittati usando PGP. Visto che il plugin precedente aveva qualche problema e non era piu’ sviluppato abbiamo deciso di adottare questa nuova soluzione. Ora abbiamo un nuovo plugin su noblogs, ed inoltre ci fa molto piacere stringere collaborazioni di questo tipo con persone affini al progetto. Fateci sapere se vi piace, il nuovo sistema di form si trova nella sezione plugins e si chiama “Contact Form”.


* docs e search

Sempre riguardo noblogs, abbiamo scritto una serie di articoli/guide su alcune questioni ricorrenti che ci vengono poste da chi amministra i blog, li trovate qui’:
https://docs.noblogs.org/


e stiamo facendo esperimenti con un nuovo sistema di ricerca dei contenuti (in fase di test):

https://search.noblogs.org


# SPAM

Nonostante l’antispam riconosca la maggior parte dei tentativi di phishing, puo’ capitare che riceviate messaggi all’apparenza provenienti da noi che vi chiedono di entrare nel vostro account per qualche motivo.
Ricordiamo che noi non mandiamo mai messaggi contenenti link HTML da cliccare, che tutte le nostre comunicazioni ufficiali sono sempre firmate con GPG, in duplice lingua italiano e inglese.
Inoltre se non avete certezza di disservizi sappiate che comunichiamo sempre anche sul nostro blog https://cavallette.noblogs.org
In generale cliccare su link contenuti all’interno di messaggi di posta elettronica e’ uno dei modi migliori per farsi rubare dettagli personali come le password.


# NO PASSWORD?

* il gatto, questo sconosciuto

Capita regolarmente che utenti si dimentichino la password e anche la risposta alla domanda del gatto (il meccanismo per il recupero dell’account). Vogliamo qui ricordarvi l’importanza del gatto: se dimenticate la password del vostro account (o se non la sapete proprio perche’ l’avete salvata sul cellulare e non la digitate mai e poi il cellulare si rompe), l’unico modo che avete per tornare in possesso della mail e’ rispondere alla domanda di riserva che avete impostato (che noi chiamiamo domanda del gatto). Quindi e’ fondamentale che questa risposta voi la sappiate, anche se e’ una domanda che avete impostato 10 anni fa.
Vi invitiamo quindi a verificare se la ricordate o a reimpostarla, qui alcuni suggerimenti, la domanda/risposta deve essere semplice e indimenticabile:
– “il nome del mio primo gatto” (sempre che non l’abbiate scritto pubblicamente online!)
– “la canzone (o poesia, o libro) preferita di quanto eri adolescente scritto tutto minuscolo e con gli spazi” (in modo che sappiate che sia “cocco e drilli” e non “CoccoEDrilli”
– “il nome della montagna che vedevi dalla finestra del bagno nella casa dello zio luigi”
– “il soprannome con cui mi chiamava nonna Adelaide”
insomma, cose magari relative a quando eravate giovani, che solo voi sapete e che non dimenticherete finche’ campate.
Esempi che vanno meno bene:
– “il mio numero di telefono” (probabilmente associabile con facilita’)
– “il cognome da nubile della bisnonna materna” (qualcuno che vi conosce o che indaga su di voi potrebbe saperlo).
Se la dimenticate non possiamo fare reset, ci dispiace ma avete perso quell’account.
Poi la vita continua, nel caso ci chiederete un account nuovo.


# RISORSE

Come ogni anno battiamo cassa perche’ resistiamo anche grazie alle vostre donazioni che ci permettono di pagare le bollette dei server e le altre spese, che in totale ammontano a circa 20000EUR l’anno. Finche’ continuerete a sostenerci noi potremo dedicarci a migliore l’infrastruttura, a mantenere sicure le vostre comunicazioni e a fornire strumenti digitali a supporto delle vostre vite e delle vostre lotte.


Se vuoi contribuire anche tu con quello che riesci vai su: https://www.autistici.org/donate


Restiamo umani
GRAZIE MILLE DI CUORE! Buon 2026!
un abbraccio
A/I

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Collettivo Autistici/Inventati
https://www.autistici.org
blog: https://cavallette.noblogs.org
donazioni: https://www.autistici.org/donate
aiuto: help@autistici.org
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We have reached a quarter of a century (25 YEARS) and Autistici/Inventati is still going strong!

If you use our services, you may want to know what the human beings behind this technological platform actually do (hint: it doesn’t run on magic).

Here’s what we’ve done this year:

# INFRASTRUCTURE

* Upgraded the Infrastructure

The A/I infrastructure has been upgraded with the addition of two new modern servers to manage the entire web side, ensuring more space and better performance. These two servers use only solid state drives, so say goodbye to the old, slower, more energy-intensive, noisier, and more fragile hard disks. Websites and Noblogs will certainly benefit, and so will you!


* Email on Phones

Email on phones and automatic configuration have been causing us problems for some time. We have now finally identified and resolved the issue. From now on, the auto-configuration of apps on your phone such as Thunderbird and K9 will be much easier! Let us know how it goes. In the meantime, to use our email on your phone, simply log in with your account and click on “Setup on Mobile” in the panel. You will find a convenient QR code to scan in your user panel, where you will only need to add your password.


# NOBLOGS

* Statistics

We have revamped the statistics system. Our focus: anonymity and clarity.
In practice, Noblogs has been refreshed and we have decided to rewrite the visit analytics system. Now statistics on which people and bots visit the site are available in the user panel under the “Analytics” section. For more information, read https://cavallette.noblogs.org/2025/02/9949


* Contact Form

A new encrypted contact form for noblogs is currently being tested.

A few months ago a collective contacted us proposing a new plugin for noblogs, developed by them, that allows to contact the managers of the blog in a safe and confidential manner. This plugin creates a form that can send encrypted messages using PGP. Since the previous plugin had some problems and it was no longer developed we decided to adopt this new solution. Now we have a new plugin on noblogs, and also we are very pleased to tighten collaborations of this type with people related to the project. Let us know if you like, the new form system is located in the plugins section and is called “Contact Form”.


* Docs and Search

Still on the subject of noblogs, we have written a series of articles/guides on some recurring questions that we are asked by blog administrators. You can find them here:
https://docs.noblogs.org/

We are also experimenting with a new content search system (currently in the testing phase):

https://search.noblogs.org


# SPAM

Although our anti-spam system recognizes most phishing attempts, you may receive messages that appear to come from us asking you to log into your account for some reason.
Please note that we never send messages containing HTML links to click on, and that all our official communication, in both Italian and English, is always signed with GPG.
Furthermore, if you are unsure about service disruptions, please note that we always communicate on our blog https://cavallette.noblogs.org
In general, clicking on links contained in emails is one of the best ways to have your personal details, including passwords, stolen.


# NO PASSWORD?

* The Cat, This Stranger

It often happens that users forget their password and even the answer to the cat question (our account recovery mechanism). We would like to remind you of the importance of the cat: if you forget your account password (or if you don’t know it because you saved it on your cell phone and never type it in, and then your cell phone breaks), the only way you can regain access to your email is by answering the recovery question you set (We call it The Cat’s question). Therefore, it is essential that you know this answer. Even if you set 10 years ago!
We therefore invite you to check if you remember it or reset it. Here are some suggestions. The question/answer should be simple and unforgettable:
– “the name of my first cat” (unless you wrote it online!)
– “Your favorite song (or poem, or book) from when you were a teenager, written in lowercase letters and with spaces” (so that you know it’s “the pit and the pendulum” and not “ThePitAndThePendulum”)
– “The name of the mountain you could see from the bathroom window in Uncle Luigi’s house”
– “the nickname my grandmother Adelaide used to call me”
In short, things that may be related to when you were young, that only you know and that you will never forget as long as you live.
Examples that are less suitable:
– “my phone number” (probably easy to guess)
– “my maternal great-grandmother’s maiden name” (someone who knows you or is investigating you might know this).
If you forget it, we can’t reset it. We’re sorry, but you’ve lost that account.
Life will goes on,but you’ll have to ask us for a new one.


# RESOURCES

Like every year, we are asking for donations because we survive thanks to your contributions. These allow us to pay our server bills and other expenses, which total around €20,000 per year. As long as you continue to support us, we can focus on improving our infrastructure, keeping your communications secure, and providing digital tools to support your lives and struggles.


If you as well want to contribute: https://www.autistici.org/donate


Stay human.
THANK YOU SO MUCH! Happy 2026!
Hugs

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How to Read a Stock Chart: A Beginner’s Guide

Understanding the Basics of Stock Charts A stock chart serves as a crucial analytical tool that graphically represents a stock’s performance over a designated time period. For investors and traders, stock charts are invaluable for delving into trends, forecasting future behavior, and making sound investment choices. These charts encapsulate a stock’s price history, allowing for […]

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El imperialismo de siempre – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Las distorsiones cognitivas que los diversos negociados ideológicos introducen en las mentes han alcanzado densidad de enjambre tras la reciente agresión de Estados Unidos a Venezuela. En realidad, dicha agresión forma parte de una larga cadena de agresiones que se remonta al siglo XIX; y toda esta larga cadena de agresiones siempre se ha envuelto en disfraces beneméritos: la defensa de la ‘civilización occidental’ frente a la barbarie, la defensa de los ‘derechos humanos’ frente a las dictaduras, la defensa de la ‘democracia’ frente al comunismo, etcétera. Pero detrás de toda esta farfolla grimosa no hay sino la sempiterna y maligna rapacidad americana, plasmada en aberraciones tales como la ‘doctrina Monroe’ o la ‘doctrina del Destino Manifiesto’.

La Doctrina Monroe se estrenó con un mensaje del presidente de Estados Unidos James Monroe, allá por 1823, donde se señalaba que el continente americano no podía ser en el futuro territorio de colonización para las potencias europeas. Todo esfuerzo de las naciones europeas por imponer en América un sistema político –rezaba el mensaje– o por arrebatar la independencia a las naciones suramericanas será considerado por Estados Unidos un acto hostil. El mensaje proclamaba también que Estados Unidos no intervendría (‘risum teneatis’) en ninguna guerra entre potencias europeas ni propiciaría acto alguno para arrebatar a las naciones europeas las colonias adquiridas. El paso del tiempo –bien lo sabemos– ha convertido esta declaración en un monumento al cinismo. A la postre, del mensaje de Monroe sólo queda la pretensión de convertir el continente americano en el ‘patrio trasero’ de los Estados Unidos; y el resto del mundo en un jardín con derecho de usufructo.

Más aberrante aún (amén de blasfema) es la doctrina del ‘Destino Manifiesto’, que considera a los Estados Unidos una ‘nación elegida’ por Dios a la que todos los demás pueblos y naciones de la Tierra deben imitar; doctrina de trasfondo teológico (pero de una teología demoníaca) que preconiza una suerte de continuidad fatua con las promesas de la Antigua Alianza (por eso el sionismo es el núcleo irradiador de la monstruosa política exterior yanqui). En 1898 el presidente McKinley afirmaba que «las Filipinas, como Cuba y Puerto Rico, fueron confiadas a nuestras manos por la providencia de Dios…»; y Donald Trump no se cansa de repetirnos que su vida «ha sido salvada por Dios para hacer América grande de nuevo» (pero esta chusma no entiende una grandeza dentro de las fronteras propias).

Trump ha utilizado en su agresión la excusa grotesca del ‘narcoterrorismo’ como en 1846 Polk utilizó la excusa de una desavenencia sobre los límites de Texas para arrebatar a México más de la mitad de su territorio; o como en 1898 McKinley utilizó la excusa de la voladura del Maine para imponer –bajo la veladura de una independencia formal– una dominación económica sobre Cuba. Repugna toda esa hojarasca de justificaciones y teorías absurdas sobre la agresión de Estados Unidos a Venezuela que se lanzan con el único propósito de ocultar la naturaleza agresiva y brutal del imperialismo yanqui. Uno de los instrumentos más conspicuos de esa política depredadora, el general norteamericano Smedley D. Butter, el militar más condecorado en la historia de los Estados Unidos, explicaba maravillosamente el imperialismo yanqui en su obra War is a Racket: «Pasé 33 años y cuatro meses de servicio activo como miembro de la más ágil fuerza militar de nuestro país, el cuerpo de infantería de marina. Y durante todo ese período pasé la mayor parte del tiempo como pistolero de primera clase de los grandes consorcios, Wall Street y los banqueros. Fui un gángster al servicio del capitalismo. En 1901 ayudé a que Haití y Cuba fueran lugares idóneos para que los muchachos del National City Bank tuvieran ingresos. En 1903 ayudé a que Honduras fuera un buen lugar para las compañías norteamericanas. En 1909 ayudé a purificar Nicaragua para la casa bancaria internacional Brown Bros. En 1914 ayudé a que México fuera un lugar seguro para los intereses petroleros norteamericanos. En 1916 abrí el camino en República Dominicana para los intereses azucareros norteamericanos. Y en 1927 ayudé a que la Standard Oil pudiera funcionar en China sin que se le molestara. Cuando analizo todo esto, pienso que podría haberme mofado de Al Capone. Lo máximo que él podía hacer era controlar su negocio de fraude sistemático en tres distritos. ¡Nosotros, los infantes de marina, operábamos en tres continentes!».

Hoy, aparte de los infantes de infantería de marina, Estados Unidos emplea también tropas aerotransportadas y comandos especiales; pero sigue haciendo lo mismo que en tiempos de Smedley D. Butter. En una sátira contra la política expansionista del presidente McKinley, Mark Twain sugería que, en el futuro, la bandera de los Estados Unidos sustituyese «las franjas blancas por franjas negras y las estrellas por una calavera con las tibias cruzadas». Detrás de cada agresión estadounidense están las grandes corporaciones expoliadoras de las riquezas de América. De Río Grande a la Patagonia, naciones que atesoran ingentes riquezas naturales malviven con unas economías fallidas, sin conocer de la llamada ‘civilización occidental’ otros frutos que el terror despiadado, el saqueo de sus tierras, la difusión de los vicios más abominables y de las sectas religiosas más inmundas, mientras los corruptores norteamericanos –con Trump o Clinton a la cabeza– disfrutan del producto de sus saqueos, follando niñas en islas paradisíacas (o sólo horteras, porque esta patulea de depravados tiene, para más inri, el gusto en el culo).

Recordemos siempre aquellos versos proféticos de Rubén: «Eres los Estados Unidos,/ eres el futuro invasor/ de la América ingenua que tiene sangre indígena,/ que aún reza a Jesucristo y aún habla en español».

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El odio a los niños – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Una de las pruebas más evidentes del descabalamiento que sufren nuestras sociedades, oprimidas por formas blandas y sibilinas de tiranía, la descubrimos leyendo la prensa, acaparada por cotorras y loritos sistémicos que regurgitan los mismos tópicos y lugares comunes precocinados, al servicio de los negociados ideológicos en liza; mientras las personas con un pensamiento distintivo e iluminador que penetra en la verdad profunda de las cosas son expulsadas a los márgenes.

Una de esas personas perspicaces que deberían estar escribiendo en las tribunas más conspicuas y tiene que hacerlo desde los márgenes se llama David Souto; y publica sus reflexiones en un medio digital llamado Brownstone España. Hace unas semanas reflexionaba sobre la sórdida decoración que invade las calles de nuestras ciudades durante la Navidad, infestada de «horteradas nórdicas propias de un anuncio kitsch de Coca-Cola», renos, unicornios, ositos y hasta «dulces estadounidenses como galletas de jengibre, bastoncillos de caramelo o los hipercalóricos y empalagosos cupcakes». Todo ello mientras cualquier imagen alusiva al misterio de la Navidad ha sido por completo excluida, desterrada y hasta anatemizada. Hasta aquí Souto parece que se contente con arremeter contra la sórdida colonización cultural que padecemos; o que sólo denuncia el vaciamiento religioso de la Navidad y su conversión en una orgía de banalidad y consumismo. Pero Souto sabe mirar más allá y más adentro; y no vacila en incursionar en territorios lóbregos.

«La deliberada negación en el espacio público de las imágenes navideñas de estas tres figuras [San José, la Virgen y el Niño Jesús] es la negación del amor y de la familia, dos realidades insoslayables que son el enemigo a batir para los intereses de las clases dirigentes occidentales, pues tanto el amor como la familia son la única estructura que puede resistir a la mercantilización de la vida». Y, afinando todavía más, añade: «Si hay algo que este infernal nihilismo navideño intenta aniquilar es al niño. La cancelación en nuestras plazas y calles del niño Jesús (un niño que es todos los niños) y su sustitución por decoraciones chiclosas que pretenden instalarnos en un mundo de pre-adolescencia eterna, caprichos narcisistas y consumismo, es un síntoma fatal de que nuestra civilización se ha vuelto inhumana y odia a los niños y a todo lo que estos representan. El niño común que se encuentra reflejado en el niño Jesús (pobre, necesitado de su madre y de un padre, pero portador de una inocencia que es regeneradora y literalmente revolucionaria) es el auténtico katejon que nos protege del mal y hace imposible su triunfo. […] Cada niño es el salvador de una Humanidad que ha perdido el rumbo».

En efecto, detrás de la abolición de la Navidad que cada año se vuelve más palpable, hay odio a los niños; o al menos a los niños acogidos familiarmente, a los niños cuyo nacimiento crea vínculos indestructibles, a los niños que generan en torno a sí una comunidad de afectos que es también comunidad de afanes, comunidad de creencias, comunidad de lucha, comunidad de bienes. Cada vez que un niño es concebido, el palacio de Herodes se tambalea en sus cimientos; cada vez que un niño es alumbrado, Herodes pierde un trozo de su reino; cada vez que un niño se amamanta a los pechos de su madre, Herodes es condenado al destierro. En torno a un niño, nos convertimos en una fortaleza inexpugnable; estamos dispuestos a luchar hasta la muerte (muriendo y, llegado el caso, también matando) por ese niño que se convierte en el corazón sagrado de nuestra existencia. En torno a un niño, podemos defendernos de todas las formas de dominación, desde el individualismo al gregarismo, desde el colectivismo al capitalismo. Por eso los tiranos de cualquier época, desde Herodes a nuestros días, quieren ‘controlar’ la existencia de esos niños, impidiendo a toda costa que nazcan o, cuando no pueden impedirlo, tratando de ‘intervenir’ la familia de las formas más malignas, usurpando la patria potestad, convirtiendo el hogar en un territorio bajo sospecha que debe ser constantemente vigilado, «en busca de opresión machista o de violencia de padre y madre sobre un hijo al que no dejan, por ejemplo, cambiarse de sexo con 12 años».

David Souto percibe con clarividencia el odio al niño detrás de la falsificación de la Navidad, un odio de naturaleza antiquísima, el mismo y repetido odio de la antigua serpiente –«Pongo eterna enemistad entre ti y la mujer, entre su descendencia y la tuya»–, un odio preternatural que en épocas terminales como la nuestra se embadurna de almíbar y envuelve su nihilismo con mucha fanfarria kitsch, para engañarnos sobre su verdadera naturaleza.

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Nella stretta morsa del ragno (Piccole stregherie 3)

di Franco Pezzini


Manuela Maddamma, L’affascino, pp. 164, € 15, Fandango, Roma 2025.

“Non sono vane le parole della poetessa, quando conia la definizione di Tigre Assenza. Cos’è infatti, l’assenza della persona cara, se non un essere immondo, dal passo leggero e la stretta definitiva?”.
Manuela Maddamma è una narratrice elegante, colta, inquieta. E questo suo secondo romanzo (in genere si occupa di letteratura francese) conferma le doti apprezzate dai suoi lettori.
Un romanzo fantastico, da folk horror – a voler usare una categoria consacrata nel mondo anglosassone –, sicuramente originale: una novella o romanzo breve madido di molte letture e sul piano stilistico molto elegante, letterario. Idealmente richiama Ernesto de Martino (citato fin nell’aletta), soprattutto nella prima parte, anche se è inevitabile pensare al controcanto di certo cinema – Il  demonio di Brunello Rondi (1963), per richiamare solo un titolo noto.
La storia, che qui si riassume a cenni leggeri per evitare quell’effetto spoiler non così grave in caso di buona scrittura, ma sicuramente fastidioso per un lettore, risulta nei fatti un dittico.
1972: Emilio Della Torre, giovane antropologo romano, scende nell’Altrove salentino per studiare il tarantismo. Non incontrerà soltanto il fenomeno cercato, ma l’amore con Mira (quindici anni in più): si accoppieranno nei campi – come avveniva in età arcaiche – mimando le movenze del ragno, in un’unione insieme appassionata e non scevra di brividi. Nel mondo del Salento, la taranta rimanda a competenze tradizionalmente note, la comunità dispone di rituali specifici e in fondo, per quanto misterioso, si tratta di un fenomeno relativamente (con alcune cautele) “controllabile”. Ma Emilio non è del posto: è persona colta, di un mondo moderno totalmente altro, e quella catabasi sarà in qualche modo fatale. Per gente come lui, erudita e scevra da superstizioni, gli antichi rituali non sono a disposizione, e ne patiranno dunque tutta la forza d’urto. Perché l’accoppiamento del paredro con la Grande Dea Aracne è anche un sacrificio, la morte rituale del Re Sacro. La perdita accidentale della bambina in grembo a Mira muoverà dunque qualcosa sui piani sottili. Ma come la Tessaglia delle Madri streghesche apuleiane, il Salento di Maddamma non riuscirà a insegnar nulla al protagonista.
Seconda parte, fine anni Ottanta (1988 con chiusura 1989). Un Emilio snervato, quasi prigioniero e vampirizzato (il pensiero corre al Ragno di Ewers, cfr. qui e qui), vive o sopravvive a Roma in un’enorme, claustrofobica e folle casa ereditata: e vi accoglie Irma, seconda figlia di Mira con cui si sono lasciati, e che viene a studiare all’Accademia di Danza. Qui, senza bisogno di citazioni ma in simile contesto streghesco, si è portati a pensare al suspirante Argento; e sì, c’è un anagramma tra i nomi di madre e figlia. Il fatto è che la giovane ospite inizia a vedere e subire quel che Emilio sospetta/teme/sopporta, una presenza raggelante di bambina spettrale che infesta la casa (chi sarà?): e via via dalla ghost story si passa a qualcosa di ancora più raccapricciante, legato alla ragnatela demoniaca di una donna-ragno del passato e della sua furia, del suo odio satanico. A condurre almeno idealmente a un altro aracnide, quel Ragno nero di Jeremias Gotthelf (Die schwarze Spinne, 1842) che turba Canetti e resta uno degli emblemi più indimenticabili del Male nella letteratura europea. Però questi richiami non sono necessari alla lettura, e pencolano soltanto come da fili di ragnatela sul lettore: per il suo testo sostanzialmente limpido l’autrice non vuole troppe sovrastrutture citazionistiche. Solo qualche citazione c’è, opportuna: il saggio di Irma è sulla danza delle Villi (da Giselle di Adolphe-Charles Adam, su libretto di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Théophile Gautier, 1841), creature fatate, vendicative e spettrali del mondo slavo, ragazze tradite e abbandonate morte prima del matrimonio oppure giovanissime madri distrutte dall’ingiusta morte dei loro piccoli. Creature della furia, che impongono una danza fatale: e a far fronte all’odio di amori frustrati non può sovvenire – parrebbe – che un esorcismo gestito dai Padri.

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M. Il figlio del Secolo con Luca Marinelli regia di Joe Wright

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

M: “La storia si fa partendo dagli ultimi, lo sapete? Si attizza la loro rabbia, gli si mettono in mano le bombe e le rivoltelle… E all’occorrenza matita elettorale” IL “CANZONATORE” DI … MARINELLI!?! (Semicit.). “Luca Marinelli si è messo a frignare perché è stravolto, sconvolto dal dolore per aver interpretato Mussolini, ma non si capisce il motivo: per un attore interpretare Mussolini o un angelo del cielo è lo stesso, deve recitare… E poi che senso ha, prima approfitti di Mussolini per avere anche un certo successo in tv, di cui godrai i frutti, e poi dici che sei

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Il tricolore poco glorioso e le parole del presidente della Repubblica Mattarella. Facciamo il punto.

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Il 7 gennaio si è celebrato il 229esimo anno del Tricolore con le allucinanti, ma per la carica che ricopre, in teoria sono importanti di Mattarella che afferma: “Il Tricolore incarna unità, libertà, democrazia e coesione”. Si certo. Prendiamo le parole ad uno ad uno: Unità: Dov’è l’unità? Questa Nazione è stata creata per sbaglio da un credulone chiamato Garibaldi il quale si è fatto fottere dai Savoia. Ad oggi il tricolore lo usiamo solo per le attività sportive quali il calcio, lo scii, azioni di esposizioni e parate militari per il 2 giugno (ciao Art. 11 come stai?) i

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Trump: «No necesito el derecho internacional. Mi propia mente es lo único que puede detenerme»

Donald Trump afirmó en una entrevista con The New York Times, que su poder como comandante en jefe está limitado únicamente por su «propia moralidad», relegando a un segundo plano las normas del derecho internacional y otros mecanismos de control que suelen servir de contrapeso a la hora de ordenar ataques contra otros países.

Al ser preguntado específicamente sobre si existían restricciones a su autoridad para desplegar la fuerza militar a nivel global, el presidente de Estados Unidos respondió de manera contundente: «Sí, hay una cosa. Mi propia moralidad. Mi propia mente es lo único que puede detenerme».

«No necesito el derecho internacional», agregó.

Dejando abierta la puerta a una interpretación unilateral de las obligaciones internacionales del país, Trump también reconoció la existencia de ciertas limitaciones que enfrenta dentro de EE.UU.

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Tucker Carlson: «Es evidente que nos estamos moviendo hacia una Guerra Mundial»

Estados Unidos se está preparando para una guerra mundial, afirma el periodista estadounidense Tucker Carlson, en base a la decisión del Gobierno del presidente Donald Trump de elevar el presupuesto de defensa para el año fiscal 2027 hasta la cifra récord de 1,5 billones de dólares. Carlson argumenta que no existe una justificación alternativa para un incremento tan descomunal.

«En términos generales, obviamente, ese es el tipo de presupuesto de un país para su Ejército cuando prevé una guerra mundial o regional. No hay otra razón para hacerlo», declaró el presentador.

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció un aumento del 50 % en el presupuesto militar para 2027, hasta alcanzar un récord de 1,5 billones de dólares. Afirmó que los fondos provendrán de los aranceles cobrados a otros países. En su publicación en Truth Social, Trump sostuvo que este nivel permitirá construir el «Ejército soñado» y garantizar la seguridad nacional.

Para Carlson, la naturaleza de esta partida presupuestaria es inequívocamente ofensiva. «No es un presupuesto para mantener la paz. Es un presupuesto de guerra, un gran presupuesto de guerra», sentenció. Un cambio que también estaría detrás de la reciente modificación del nombre del Departamento de Defensa por Departamento de Guerra.

«Por lo tanto, creo que es lógico esperar, y todos los indicios apuntan a ello, a que pronto vamos a tener una gran guerra. Una gran guerra pronto», afirmó.

«Es evidente que nos estamos moviendo en esa dirección, hacia una guerra mundial», concluyó.

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Greenland is not the mining gem some think it is

Long before the glitter of Greenland’s ice caught the covetous eye of Donald Trump, the minerals beneath were bewitching others. Among those dazzled was Karl Ludwig Giesecke, an actor-turned-mineralogist who became stranded on the island during the Napoleonic wars. Possessed of several pseudonyms during a colourful and globetrotting career, including as a minerals dealer, Giesecke travelled throughout Greenland in the early 19th century compiling an inventory of the island’s mineralogical treasures. His journal entries, which credit the prior knowledge of the Inuit, include descriptions of cryolite, mined there exclusively from the 1850s and known as “white gold” because of its industrial value as a chemical additive (synthetic alternatives are used today). Prospectors have been eyeing up the territory ever since, with Trump making clear that Greenland is still in his sights. 

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Non dimentichiamo la rivoluzione bolivariana

Quello che mi preoccupa di quanto sta accadendo in questi giorni non è solo la sorte del Venezuela, mi allarma la sorte della nostra democrazia. Se finiremo per subire il diktat di Trump, lodandolo come ha cominciato a fare Meloni, oppure silenziosamente incassando il rapimento di Maduro in quanto fatto compiuto come quasi tutti gli altri capi di governo europei, sarà meglio smettere di credere che noi stessi viviamo in paesi democratici. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio generalmente accettato con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi no.

Se si accoglie l’idea che Trump forse è stato eccessivo e però Maduro è realmente un pericolo da cacciare dalla scena per poter affidare le sorti della democrazia esattamente a quella compagine di destra che nel 2002, a poco più di un anno dalla elezione democratica di Hugo Chavez come presidente del Venezuela, operò un golpe contro di lui, allora possiamo dire addio anche alla nostra democrazia. Nei fatti, stanno tutti già trattando per avere una nuova leadership del Venezuela, in continuità proprio con i golpisti del 2002.

ACCETTARE l’idea che Maduro sia una minaccia mortale per la democrazia americana e mondiale e che dunque cacciarlo sia un’assoluta priorità è già una scelta compiuta. Salvo i paesi dei Brics, tutti stanno dando per scontato che non deve esserci più alcuna continuità con lo stato bolivariano ancora ufficialmente riconosciuto dall’Onu. Già si stanno facendo i nomi di chi lo dovrà rappresentare, tutti appartenenti all’area di coloro che arrestarono Chavez e però furono obbligati a restituirgli il potere perché sconfitti dalla protesta popolare.

Il popolo dei barrios è composto quasi solo da indios, quelli che le élite venezuelane, ristretta minoranza di discendenza europea, non considera neppure cittadini al punto da meravigliarsi dei tanti voti bolivaristi («chi sono? devono essere schede illegalmente messe nell’urna»). Ricordo bene quando il nome di Jimmy Carter, ex (raro) presidente Usa, membro di una commissione internazionale di sorveglianza sulla correttezza del voto, comparve sui muri di Las Rosas e Las Mercedes, i quartieri ricchi della capitale, accompagnato dalla indicazione «Kgb»: lo accusavano di essere un agente dei servizi sovietici!

C’È QUALCUNO che del golpe del 2002 ha sentito parlare e in questo contesto ricorda cos’è stata la straordinaria esperienza democratica che ha vissuto il Venezuela? Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato in quei giorni a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera Pdvsa, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma così estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. Era passato poco dall’elezione di Chavez ma quanto il governo aveva cominciato a fare era già bastato a mobilitare quel pezzo di Venezuela che di solito non si vede: il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo di governo di Città del Messico.

SE OSI RICORDARE Chavez, ribattono secchi che Maduro non è Chavez, malauguratamente ucciso da un cancro nel 2013. Lui è un dittatore, anzi il più pericoloso dittatore esistente, «il capo del traffico mondiale di stupefacenti», accusa così ridicola che non vale la pena confutarla. Bisognerebbe interrogare in merito il presidente della Colombia, Petro, il primo capo di stato democratico eletto in quel paese, una delle più belle rare recenti vittorie. Certamente competente, visto che il suo paese è da sempre vittima della più potente rete di spaccio internazionale da cui sta cercando di liberarsi, proprio grazie al nuovo presidente.

Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure anti democratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi. Molte accuse sono vere, ma mi fa orrore pensare che venga giustificato il suo rapimento per queste imperdonabili colpe.

SE È A QUESTA gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione di diritti? Nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da 65 anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile. Ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

CARACAS ERA diventata la capitale della più interessante rivoluzione democratica dei nostri tempi, ma quasi nessuno in Europa le prestò attenzione, e quasi nessuno oggi ricorda cosa sia stata. Un’ignoranza che impedisce di giudicare il Venezuela di oggi e di valutare correttamente gli errori che di certo Maduro ha compiuto, non tali però da poterlo dipingere come il più pericoloso dittatore della storia. Accuse tra l’altro che ignorano i devastanti colpi che gli Stati uniti hanno inferto al paese in questi anni.

Tutto questo oltreché tristezza mi suscita una rabbia incontenibile anche perché io sono stata su e giù per il centro America negli anni a cavallo del millennio, in quanto vicepresidente della delegazione permanente del parlamento europeo nell’America centrale, un impegno mischiato a quello di inviata del manifesto, come è scritto in capo ai miei tantissimi articoli ritrovati in questi giorni nel nostro archivio.

ERANO GLI ANNI di Porto Alegre, dei Forum no global dove incontrarsi con Chavez o Morales era frequente e normale. Le cose da raccontare sulla fase ahimè bruscamente interrotta dal cancro che stroncò Chavez prima ancora che compisse 60 anni sono tante. Lui stesso si è fatto alcune critiche, innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. Proprio quello che ha messo paura agli Stati uniti, lanciato a a Cuzko, antica capitale degli Incas, nel 180mo anniversario della vittoria dei popoli indigeni per liberarsi dallo schiavismo.

L’IDEA ERA creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa. Ben più efficace dell’Unione europea – scrisse il grande economista brasiliano Theotonio dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della Ue: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la «pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti».

Articolo pubblicato sul manifesto del 6 gennaio 2026

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La caccia al wash perfetto: 6 giorni nel cuore segreto dell’Emerald Triangle

L’Emerald Triangle – che comprende le contee di Humboldt, Mendocino e Trinity – è diventato un luogo leggendario nel mondo della cannabis. Per decenni i suoi coltivatori hanno perfezionato l’arte della coltivazione sun-grown, creando un’eredità fatta di resilienza, innovazione e rispetto per la pianta. Da questo patrimonio è nata la Humboldt Seed Company (HSC), fondata …
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“Eroi per caso”: memorie di un breeder che ha cambiato la storia della cannabis

Eroi per caso: così ho scelto di chiamare quelle persone coraggiose che, nei tempi in cui la cannabis era illegale, si dedicarono all’arte della selezione e dell’incrocio delle varietà. Da giovane nessuno avrebbe mai immaginato che la coltivazione di cannabis sarebbe un giorno diventata un’industria globale e legittima. Eppure i tempi sono cambiati. Negli ultimi …
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Attacco al Venezuela: Trump ordina il bombardamento. È l’inizio di una catastrofe?

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Dopo Maduro i guerrafondai continueranno con la litania invaso invasore? I caccia USA bombardano Caracas e numerose basi militari in Venezuela. L’amministrazione Trump ha dato l’ordine di bombardare diversi siti in Venezuela, comprese basi militari nel Paese. Numerose esplosioni sono avvenute alle 2 di notte, ora locale (le 7 del mattino in Italia), nella capitale del Venezuela, Caracas, e in altre località negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Ad essere state colpite, secondo le prime notizie, sono state delle basi militari, e in particolare la caserma più importante del Paese, Fort Tiuna, e la base aerea di La

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Psichedelici in corsia: il modello svizzero che sta facendo scuola in Europa

Negli ultimi anni la Svizzera ha tracciato una strada unica in Europa nell’impiego clinico degli psichedelici come strumenti terapeutici per condizioni psichiatriche severe. Nel sistema svizzero il cosiddetto “limited access program” consente a medici autorizzati di impiegare sostanze normalmente proibite a fini terapeutici, quando il paziente soffre di patologie gravi e refrattarie ai trattamenti convenzionali. …
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Économie : comprendre l’intervention américaine au Venezuela

Il ne s’agit pas de minorer les aspects idéologiques ou géopolitiques de l’intervention américaine – réaffirmer la doctrine Monroe, asseoir des sphères d’influence impériales.

Mais c’est bien le pétrole qui constitue le mobile essentiel de ce coup de force : l’accaparement et l’extraction des plus importantes réserves d’or noir du monde, longtemps exploitées avec une profitabilité inouïe par les multinationales américaines et leurs actionnaires.

Maduro était un dictateur brutal et corrompu, mais Trump s’entend très bien avec de nombreux dictateurs brutaux et corrompus, cela ne génère chez lui nulle hostilité.

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Understanding Stock Tickers and Quotes

Introduction to Stock Tickers and Quotes Stock tickers and quotes are integral elements of the financial markets, providing indispensable information that allows investors to evaluate securities accurately. These tools are crucial for traders, brokers, and investors as they navigate the complex environment of stock markets, understanding current trends, and making informed decisions concerning their portfolios. […]

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Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script

The script of perpetual war unfolds simultaneously across four global fronts — Ukraine, Iran, Taiwan, and Venezuela — where the Pentagon’s machinery manufactures crisis, denies evidence, and transforms sovereignty into…

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Carrier Pigeons and Financial Cartels: How Banking Dynasties Decide Which Nations Can Afford to Fight

December 2025 delivered one of those declarations that typically belong to conspiracy theory territory, except this time it emanated directly from someone with every interest in maintaining silence: Dame Hannah…

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Movimento Cypherpunk

Quando si sente parlare di Bitcoin ovviamente si tira sempre in ballo il nome di Satoshi Nakamoto, il misterioso personaggio che a gennaio del 2009 avrebbe dato inizio a uno dei più importanti esperimenti libertari degli ultimi secoli. Un progetto che sta squarciando il paradigma economico-finanziario moderno. Ma fermarsi a livello superficiale vedendo l’incredibile algoritmo ...continua a leggere "Movimento Cypherpunk"
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I potenti effetti della cannabis nel trattamento del cancro ovarico

I due principali cannabinoidi contenuti nella pianta di cannabis, il THC e il CBD, hanno mostrato “potenti effetti antitumorali” che hanno “inibito efficacemente” il cancro ovarico. Sono le conclusioni si uno studio scientifico in vitro, e quindi effettuato su cellule in laboratorio, pubblicato da poco su Frontiers in Pharmacology, tra le più prestigiose riviste scientifiche. …
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Luce infrarossa e mitocondri

Nella foto le lampade con le quali mi diverto a fare esperimenti su mio figlio.A sinistra quella a ultravioletti (UVA+UVB) a destra due a infrarossi.I mitocondri assorbono i fotoni nello spettro del rosso e del vicino infrarosso e producono adenosina trifosfato (ATP), la “moneta” energetica fondamentale per le nostre cellule per espletare le loro funzioni ...continua a leggere "Luce infrarossa e mitocondri"
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Come le banche e la finanza nutrono le guerre. Elenco banche armate 2024/2025

Ecco l'elenco secondo i dati del Ministero dell'Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro, dei gruppi finanziari e/o intermediari che foraggiano l'esportazione di armi, quindi che partecipano direttamente e indirettamente alle guerre.Dietro il commercio internazionale di armamenti infatti si nasconde il ruolo spesso sottovalutato delle banche. Stiamo parlando, secondo l’ultima relazione del Ministero dell’Economia e ...continua a leggere "Come le banche e la finanza nutrono le guerre. Elenco banche armate 2024/2025"
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Retina e fattori di rischio: Sole o luce blu artificiale?

Per moltissimi anni i medici hanno fatto terrorismo sui presunti pericoli della luce solare. Pericoli per la pelle e la vista, in particolare per la retina.Sempre più ricerche recenti dimostrano invece che il vero nemico, oltre ai camici bianchi, è l’esposizione cronica e prolungata alla luce blu artificiale.Questa luce, emessa da moderni LED, schermi digitali, ...continua a leggere "Retina e fattori di rischio: Sole o luce blu artificiale?"
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Sistema il tuo intestino e le tue difese

Dopo il Solstizio di ieri, siamo entrati ufficialmente in inverno. Nonostante la luce stia lentamente iniziando a crescere, gli sbalzi di temperatura della stagione possono creare disagi, soprattutto nelle persone di salute cagionevole con un intestino in disequilibrio.Ricordiamo che l'80% del Sistema Immunitario è situato nelle Placche di Peyer nella mucosa intestinale.Tali placche fanno parte ...continua a leggere "Sistema il tuo intestino e le tue difese"
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Algoritmi al post dei carri armati: come gli eredi del Reich conducono una nuova guerra

Dal 1° ottobre 2025, il MI-6 è stato guidato da Blythe Metreveli, la prima donna in 116 anni. Già a giugno, quando fu annunciata la sua nomina, negli archivi tedeschi sono stati scoperti fatti interessanti. Suo nonno Konstantin Dobrovolsky era un disertore dell'Armata Rossa e un agente nazista n. 30 soprannominato "Macellaio", che partecipò alle ...continua a leggere "Algoritmi al post dei carri armati: come gli eredi del Reich conducono una nuova guerra"
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Il nuovo capitalismo americano: la battaglia per le CBDC

Gran parte del mondo sta implementando e testando le valute digitali delle banche centrali (CBDC), che potrebbero porre fine ai pagamenti privati.Oltreoceano Donaldo a gennaio 2025 ha emanato un decreto che ne vieta l'introduzione negli Stati Uniti.Il 23 gennaio ha definito le CBDC una "minaccia pericolosa alla libertà" e un rischio per la stabilità finanziaria, ...continua a leggere "Il nuovo capitalismo americano: la battaglia per le CBDC"
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Cosa brucia nella pipa di Babbo Natale?

Con la sua iconica barba bianca, il pancione, il sorriso bonario e la pipa fumante, Babbo Natale è uno dei simboli più amati della tradizione natalizia. Ma ti sei mai chiesto cosa potrebbe esserci dentro quella pipa? E se ti dicessi che il mito di Santa Claus affonda le sue radici nelle terre fredde della …
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Il nonno, il rapper e altri ribelli

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Francesco KENTO Carlo (Il rapper) Spendo più che volentieri qualche riga di questa recensione per presentare, a chi ancora non lo conoscesse, l’autore di questo libro-lettera-raccolta di racconti. Con Francesco KENTO Carlo condivido infatti il luogo di nascita e l’amore per la nostra Reggio Calabria. Un amore sincero che ama tutto perché vuole guardare davvero tutte le caleidoscopiche sfumature di questa città. Reggio seduttrice, sfuggente, amante passionale, madre accogliente e che come nei poemi epici può subire metamorfosi mostruose e fagocitanti a causa della cattiveria degli uomini e i mali del potere. Una città che insegna che la bellezza può

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Riprendiamoci l’internet

“Assalto alle piattaforme” è il libro di Kenobit, uscito settimana scorsa per Agenzia X. https://agenziax.it/assalto-piattaforme
Di sperimentazioni come queste ne sentivamo il bisogno e ci piace leggere la testimonianza diretta da un artista che nei social c’è cresciuto e ad oggi condivide una visione mondiale di “via d’uscita”. 

O come dice lui nella sua newsletter:
    Parla del rapporto tossico che abbiamo con le piattaforme commerciali, analizza i meccanismi che ci rubano il tempo, racconta il grande inganno della content creation e propone un percorso concreto per smettere di sostenere il capitalismo digitale e rivendicare una dimensione online che non inquini il mondo e le nostre vite. È frutto di due anni di sperimentazione (cominciati proprio qui, sulla Settimana Sovversiva), tecnologica e umana, e spiega nel modo più semplice possibile le alternative e le pratiche che possono liberarci.

Se volete il libro è anche “in ascolto” a puntate sul Castopod di Kenobit stesso.
https://podcast.kenobit.it/@assaltoallepiattaforme

La soluzione comprende la convergenza e federazione di chi crea e legge contenuti sul protocollo Activity pub, e la presa di responsabilità del proprio hosting, da sole o in compagnia. Va bene, se non ne avete mai proprio sentito parlare, un introduzione all’argomento può essere questo video: https://videos.elenarossini.com/w/petiQESS6xH5B68Pysqfug

Visto che le tecnologie federate ci piacciono, in quanto danno un potere di scelta alle persone, da uno dei nostri servizi è possibile integrarsi. Infatti da NoBlogs è possibile pubblicare sul Fediverso e partecipare a queste nuove reti sociali (opt-in), se ti interessa leggi qui e qui. Ugualmente è possibile rimanere “non-correlati”, fuori dal fediverso, e per entrambe le scelte:

NoBlogs non conserva i Log di chi vi legge!

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Etropia di Alexandru Florian Anton: l’utopia tecnologica tra Intelligenza Artificiale e nuova Costituzione

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Etropia di Alexandru Florian Anton: il libro sull’Intelligenza Artificiale che ripensa la società Una recensione approfondita del libro Etropia, tra algoritmi etici, società ecosapiens e futuro delle istituzioni Etropia, il libro di Alexandru Florian Anton, si inserisce nel dibattito contemporaneo su Intelligenza Artificiale, crisi delle istituzioni e modelli alternativi di società. Non è solo un romanzo o un saggio speculativo: è una riflessione strutturata su come potrebbe evolversi la civiltà umana affidandosi a sistemi algoritmici etici e a una nuova architettura costituzionale. Etropia: un’alternativa al declino delle istituzioni Esiste davvero un’alternativa alla perdita di fiducia nei sistemi politici e giuridici

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Nuovo Ordine Palantir

Palantir Technologies Inc. è una delle aziende più potenti e controverse del mondo.Lavora nel settore tecnologico e le sue azioni sono aumentate esponenzialmente nell’ultimo anno, portandone la valutazione complessiva a oltre 380 miliardi di dollari.E’ stata fondata nel 2003 ma solo recentemente ha fatto parlare di sé, soprattutto per i suoi legami con il governo ...continua a leggere "Nuovo Ordine Palantir"
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Orologi Fatati e Falchi Enigmatici: Un Viaggio nel “Mondo di Centocchi” Cambierà Tre Amiche per Sempre

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

🌟 L’Avventura Fantasy Che Ti Aspetta: Tutto Quello Che Devi Sapere su “Sofia nel Mondo di Centocchi” Se siete alla ricerca di una nuova saga fantasy che vi incolli alle pagine, preparatevi a segnare un nuovo titolo: “Sofia nel Mondo di Centocchi”! Questo romanzo non è solo un libro, ma un vero e proprio portale per un’avventura mozzafiato che intreccia la vita ordinaria con l’imprevisto magico, in un viaggio che cambierà per sempre tre amiche inseparabili. Dalle Vie di Londra all’Ignoto di Centocchi Tutto inizia con un’innocua vacanza a Londra per le amiche Sofia, Alessia e Giulia. Un momento di

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Le straordinarie proprietà del Kuzu

Il Kuzu o Kudzu è una leguminosa rampicante selvatica che cresce nelle montagne dell’est asiatico.Viene usata da oltre due millenni dalla Medicina Tradizionale Cinese come rimedio naturale per moltissimi problemi, in particolare per quelli che interessano l’apparato gastro-intestinale.La pianta è molto simile ad una liana, che cresce velocemente e sviluppa un apparato radicale molto forte che ...continua a leggere "Le straordinarie proprietà del Kuzu"
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Per una critica anarchica dell’anarchismo

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Tomás Ibáñez Ibàñez è uno psicologo e attivista cresciuto in una cultura libertaria antifranchista. Ma questa espressione, cultura libertaria, non è una semplice nota curriculare. Nella sua attività, e questo libro lo conferma, ha sviluppato quella necessità di approccio iconoclasta che permette all’anarchia di rimanere ancorata all’unica certezza che la mantiene sempre attuale e sempre orizzontale; il dubbio. La casa editrice Elèuthera continua ad essere quell’isola culturale – nel pur difficile e reazionario panorama editoriale italiano – dove chiunque abbia una esagerata idea di libertà può trovare ristoro, comunità e soprattutto materiale per nuove domande e spunti. Questo libro, caldamente

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Tor browser: navigare in incognito

La rete Tor è stata creata nel 1998 utilizzando la tecnologia onion routing sviluppata per garantire l’anonimato sulle reti di computer. Nel 2006 è stata resa di pubblico dominio ed è diventata Tor Project Inc., una organizzazione no profit con sede in America.Tor è l’acronimo di The Onion Router: una sistema di pc che maschera ...continua a leggere "Tor browser: navigare in incognito"
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Il Grande Fratello è sempre più grande

Netflix mette le mani anche sugli studios e porta a casa la Warner Bros Discovery. Un accordo destinato a ridisegnare e ridistribuire le forze sataniche dentro Hollywood.Una operazione da 83 miliardi di dollari, incluso il debito. La Paramount Discovery è tornata a casa con la coda tra le gambe, battuta nonostante il sostegno di Donald ...continua a leggere "Il Grande Fratello è sempre più grande"
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Why the UK banned binary options trading

The decision by UK regulators to ban the sale, marketing and distribution of binary options to retail customers was not a single political gesture or a reflexive crackdown on a trendy financial product. It was the culmination of repeated supervisory findings, consumer complaints and practical evidence showing a consistent pattern of harm. The ban targeted […]

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come trasferire un dominio

Come trasferire un dominio

  • Controlla che tuo nome e contatto corrispondano su Registrar-1 e Registrar-2.
  • Registrar-1: Remove domain lock (deve esistere da +60 giorni).
  • Registrar-1: Ottieni il codice di trasferimento (auth-code o anche codice EPP).
  • Registrar-2: Avvia e paga la procedura di trasferimento. (eventualmente spunta il mantenimento della zona) - Aspetta …
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Server updates / Aggiornamenti server

[IT] Dobbiamo fare della manutenzione straordinaria ad un server, quindi alcuni servizi (noblogs e siti web) saranno temporaneamente irraggiungibili per qualche ora nella serata di oggi 18 Nov.

[EN] We need to perform some extraordinary maintenance of our servers. As a result, some services (noblogs and websites) will be temporarily unavailable for a few hours today Nov 18th.

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Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM

Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM

Hai un oggetto furbo, che funziona solo con un'app? Sei curiosa di sapere cosa dice ai server dell'azienda produttrice l'app che monitora quanta cacca hai fatto oggi? Hai comprato un vecchio dispositivo di un'azienda fallita e vorresti farlo funzionare in …

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Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"

Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"

Unit hacklab Milano si unisce alle voci che si alzano contro la militarizzazione dell'industria marittima. SeaFuture, nata come mostra di tecnologie nautiche civili, negli ultimi anni è stata trasformata in una vetrina per le tecnologie di guerra e di morte.

Solidarietà a Riconvertiamo SeaFuture per la …

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Market Capitalization: Small-Cap, Mid-Cap, and Large-Cap Stocks

Understanding Market Capitalization Market capitalization, commonly known as “market cap,” serves as a fundamental indicator in the realm of finance, reflecting the overall market value of a company’s circulating shares of stock. This valuation is derived by multiplying the current price per share by the total number of shares in circulation. Understanding market capitalization is […]

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Ancora problemi con un server / Server issue, again

Uno dei server di posta è al temporaneamente irraggiungibile per un problema con il provider relativo. UPDATE: era un problema hardware, è stato risolto.

One of our email servers is currently unavailable, due to an issue with the upstream provider. UPDATE: the hardware problem has been resolved.

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Problemi con un server / Server issues

Un provider presso cui ospitiamo uno dei nostri server sta avendo dei problemi oggi, alcune caselle di posta sono temporaneamente irraggiungibili. Stiamo aspettando ulteriori notizie.

AGGIORNAMENTO: Problema risolto alla fine.

One of the providers that host our servers is having some issues today. As a consequence, some mailboxes are temporarily unavailable. We’re waiting for more news to understand how to proceed.

UPDATE: The issue has been resolved, all affected mailboxes are online again.

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Rendiconto contributi pubblici 2024

RENDICONTO CONTRIBUTI PUBBLICI – L.124 EROGATI AL MOVIMENTO NONVIOLENTO ANNO 2024 Soggetto ricevente: Movimento Nonviolento a.p.s. via Spagna, 8 – 37123 VERONA Tel. (+ 39) 045 8009803 C.F. 93100500235 E-mail: amministrazione@nonviolenti.org Sito: www.nonviolenti.org Contributi ricevuti: Comune di Verona 200,00 € 05/08/2024 Contributo per iniziativa per la pace e la nonviolenza con Olga Karatch Comune di […]
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For italian workers

Come ormai dovreste sapere, in quanto “Associazione riconosciuta” (Associazione AI ODV) possiamo ricevere le donazioni tramite il 5×1000, ossia a chi destinare una piccola parte delle tasse che si pagano.

La cosa vale solo per chi paga le tasse in Italia.

Per questo, se pensate di avere una qualche affinità con il nostro progetto e se volete che continui a funzionare, vi invitiamo a destinarci il vostro 5×1000.

Chi sceglie di destinare il suo 5×1000 alla nostra associazione può farlo apponendo la propria firma in uno degli appositi spazi sulla dichiarazione dei redditi (Modello 730, Modello Redditi, Unico PF) e indicare il nostro codice fiscale che è 93090910501. La firma va apposta nell’apposito riquadro “Sostegno degli Enti del Terzo Settore…” che di solito è il primo a sinistra nella scheda. Nel riquadro va scritto il nostro codice fiscale che è 93090910501.

Chi fa la dichiarazione on-line deve seguire la stessa procedura, anche se non deve mettere una firma con la penna…

Anche chi non deve presentare la dichiarazione dei redditi può destinarci il suo 5×1000, basta compilare la scheda della CU (“Certificazione Unica”) che viene data dal proprio datore di lavoro, inserendo nell’apposito riquadro il nostro codice fiscale che è 93090910501. La scheda compilata va inserita in una busta chiusa sulla quale va scritto in modo leggibile: Destinazione 5X1000 IRPEF, il proprio Nome e Cognome, e il proprio codice fiscale. La busta deve essere consegnata (non si paga nulla) presso gli uffici postali, i sportelli bancari o gli intermediari abilitati.

Nel 2024 abbiamo ricevuto 3.577 euro. Ringraziamo tutte e tutti quelli che ci hanno mostrato in questo modo il loro sostegno. Per avere un’idea delle nostre spese potete guardare questa pagina.

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Manutenzione / Maintenance

[IT] Questo Venerdì 16 Maggio faremo dei lavori su di un server per qualche ora, presumibilmente durante la mattinata. Durante questo periodo di tempo, alcuni siti web e alcuni blog di noblogs saranno temporaneamente irraggiungibili.

[EN] Friday May 16th we’ll be doing some maintenance work on one of our servers. Some services (hosted web sites, blogs) will be unavailable for a few hours.

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Market Capitalization: Small-Cap, Mid-Cap, and Large-Cap Stocks

Understanding Market Capitalization Market capitalization, commonly identified as market cap, serves as a fundamental metric that quantifies the total market value of a company’s outstanding shares. By evaluating a company’s market cap, investors can assess the company’s market size and position within its industry, which aids in making informed investment decisions. The calculation of market […]

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Papa Francesco, dieci tracce di nonviolenza

di Mao Valpiana * Prima traccia La scelta del nome Francesco. Quando è stato eletto dal Conclave, il 13 marzo 2013, ha raccontato lui stesso: “Ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, […]
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Market Capitalization: Small-Cap, Mid-Cap, and Large-Cap Stocks

Understanding Market Capitalization Market capitalization, often referred to as market cap, is a vital metric used to categorize companies based on their size. It is computed by multiplying a company’s current share price by its total number of outstanding shares. Understanding market cap is essential for investors who aim to evaluate potential investments and diversify […]

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Market Capitalization: Small-Cap, Mid-Cap, and Large-Cap Stocks

Understanding Market Capitalization Understanding market capitalization is fundamental to gauging the size and financial strength of a publicly traded company. By analyzing this metric, investors can derive an estimate of a company’s market value, which in turn facilitates the process of categorizing companies according to their market cap into small-cap, mid-cap, and large-cap segments. This […]

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The Role of Stock Brokers and Online Trading Platforms

The Evolution of Stock Brokers The profession of stock broking has undergone a remarkable transformation over the past few decades. The fundamental role that stock brokers have played in the financial markets has evolved alongside the rapid technological advancements and changing needs of investors. Historically, stock brokers served as essential intermediaries, bridging the gap between […]

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Corso Python

9, 16, 23 aprile e 7 maggio 2025 ore 19 - ZAM Milano

Corso introduttivo alla programmazione in Python

Unit Hacklab per Università Popolare ZAM.


Il corso si svolge in quattro lezioni, con quattro insegnanti.

Scopo del corso: avvicinarsi alla programmazione, usando un linguaggio amichevole.

Segnalare la partecipazione con una mail …

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Aggiornamenti per Noblogs/Updates to Noblogs

[IT]
Abbiamo reso l’editor a blocchi il nuovo default su Noblogs, se volete tornare al editor classico potete seguire questa guida.

In Noblogs abbiamo reso disponibile il tema twentytwentyfive, sviluppato dalla comunità di WordPress.

Questa volta oltre alla classica personalizzazione del footer con i nostri recapiti, abbiamo deciso di introdurre un aspetto che sia comodo per condividere link in home page. Speriamo vi piaccia.

Per usarlo è necessario usare l’editor a blocchi che da oggi abbiam deciso essere il nuovo default per tutti i blog di Noblogs. È la nuova interfaccia di scrittura di wordpress e plugin e temi la usano per applicare le vostre personalizzazioni. Per chi volesse è possibile tornare all’editor Classico.

Abbiamo deciso di dedicare questa modifica a qualcuno, e visto che un nuovo tema su Noblogs è uno strumento di lotta e diffusione, abbiam pensato a Ida B. Wells

[EN]
We moved the the block editor as new default on noblogs, if you want to go back using the Classic editor you can do it by following this guide.

In Noblogs we made available the twentytwentyfive theme, developed by the WordPress community.

In addition to the classic footer customization with our contact details, we decided to introduce a way that to share links in the home page. We hope you like it.

To use it it is necessary to use the block editor that today we decided to be the new default for all Noblogs blogs. It is the new wordpress writing interface and plugins and themes use it to apply your customizations. For those who want it is possible to switch back to the Classic editor.

We decided to dedicate this change to someone, and since a new theme on Noblogs is a tool of struggle and diffusion, we thought of Ida B. Wells

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How to Choose the Right Stocks for Your Portfolio

Understanding the Basics of Stock Selection When it comes to building a successful investment portfolio, selecting the appropriate stocks plays an essential role in achieving your financial objectives. At the core of successful investing lies a solid grasp of the basic principles surrounding stocks. Stocks, essentially, represent ownership stakes in companies and are susceptible to […]

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Understanding Stock Market Indexes (S&P 500, Dow Jones, Nasdaq)

Understanding Stock Market Indexes Stock market indexes are pivotal elements in the world of finance, providing insights that are essential for gauging the general direction and health of market activities. Among these indexes, the S&P 500, Dow Jones Industrial Average (DJIA), and the Nasdaq Composite stand out as widely recognized benchmarks. They furnish investors, analysts, […]

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Assemblea dei soci del Movimento Nonviolento 2025

Assemblea dei soci del Movimento Nonviolento 2025 A norma di Legge e in base agli articoli 7, 8, 9, 10, 17 dello Statuto, è convocata l’Assemblea annuale del Movimento Nonviolento, per l’approvazione del Bilancio consuntivo 2024 dell’Associazione e altri punti come da ordine del giorno. L’Assemblea si terrà in prima convocazione, valida solo con la […]
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Statistiche dei siti / Website analytics

[IT]

Autistici / Inventati ha offerto per molti anni un servizio di analisi del traffico sui siti ospitati, inizialmente nato per offrire un’alternativa centralizzata all’installazione autonoma di strumenti simili, con migliori garanzie di rispetto della privacy ed anonimato dei visitatori.

Questo è sempre stato un compromesso vagamente scomodo: questa tipologia di strumento (nel nostro caso Piwik/Matomo, la più diffusa implementazione open source) tenta di raccogliere statistiche accurate lato client, inserendo codice nelle pagine così da tracciare il comportamento del browser. Prassi intrusiva, condivisa infatti dal mondo dell’advertisement ed in sostanza una forma di tracciamento attivo del comportamento delle persone.

Ma il web di oggi non è più quello di allora, i browser offrono maggiore resistenza a questo tipo di tracciamento, la maggioranza dei nostri visitatori comunque utilizza ad blockers che ne prevengono il funzionamento. Il risultato è che i dati raccolti dal nostro sistema di statistiche sono ampiamente inaccurati, e dunque il compromesso di cui sopra non è più giustificato. Dunque sospenderemo il servizio di analisi del traffico così come è stato fornito finora (Piwik/Matomo).

Per chi gestisce un sito, è comunque importante avere una vaga idea dell’andamento delle visite, anche soltanto dal punto di vista volumetrico. Per questo abbiamo implementato un nuovo servizio di analisi del traffico, che al contrario del precedente:

  • Opera sui log anonimizzati lato server, usando soltanto i parametri “pubblici” inviati dal browser (URL, User agent) per la classificazione del traffico
  • Funziona automaticamente per tutti i siti ospitati, senza alcuna necessità di modificare le pagine per inserire codice
  • Fornisce soltanto andamenti quantitativi del traffico suddivisi in poche categorie primarie (tipologia di browser, dispositivo mobile o desktop, traffico “umano” oppure “automatico”)

I dati di analisi del traffico sono disponibili:

  • Per normali siti ospitati, sul Pannello Utente in corrispondenza del sito
  • Per i blog su NoBlogs, tramite il menu “Analytics” nella dashboard del proprio blog

Se siete responsabili di un sito ospitato su A/I, ed avete implementato manualmente l’integrazione con stats.autistici.org, potete rimuoverla quando ne avete l’opportunità in modo da migliorare la performance del sito.

L’attuale servizio Matomo verrà disattivato nel corso delle prossime settimane.

[EN]

For many years, we’ve offered a centralized web traffic analytics service for hosted websites. We initially did this to avoid the proliferation of such self-hosted tools so that we could at least guarantee a good level of privacy and anonymity of the collected information. This has always been a bit of an uncomfortable compromise: these tools (such as Piwik/Matomo, the implementation we’ve been using) collect data by instrumenting the client, injecting code in web pages to track the browser’s behavior. This is fundamentally an intrusive practice, a form of tracking, and it’s no coincidence that a lot of the same techniques are used by e.g. the advertisement industry.

The web, however, has changed quite a bit since then: today’s browsers give out less information, and the vast majority of our visitors are using ad blockers that (rightfully) prevent our analytics from working. The result is that the data collected by this service is largely inaccurate, to the extent that we feel the above compromise is no longer justified. As a consequence, we will terminate the current web analytics service in the form it has been operating until now (Piwik / Matomo).

Traffic statistics, even approximate, are in any case still very useful for those who manage websites, and we would still like to offer this capability, but in a less intrusive fashion. So, we are launching a new web analytics service, that operates on different principles:

  • It works using anonymized server-side logs, using only the public information sent by the browser in its requests (URL, User Agent) in order to classify traffic
  • It works automatically out of the box for all hosted websites, without requiring to add any code to the site pages themselves
  • It only offers quantitative traffic data, sliced along few primary dimensions (browser type, device class, human vs automated traffic)

If you are hosting a website with us, this data will be available:

  • Under the “Analytics” dashboard menu, for blogs hosted on NoBlogs
  • On the main User Panel, for the other hosted websites

If you are managing a website hosted by A/I, and you have manually added the Piwik/ Matomo code to integrate with stats.autistici.org, you can remove it whenever you have the opportunity to do so, in order to improve the site’s performance slightly.

The existing Matomo service will be de-activated in the next few weeks.

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February 1st 2025, Global Switch day


Today is the day. Move away from all the TechBros platforms, go for the next silo, maybe with a sprinkle of federation and decentralization.
But are you sure this continuous distracting, emotionally distressing, time waster (anti)social world is what you need to get informed and have rewarding conversations?
We do not believe that.
We do believe that internet has many protocols and ways to allow communication happen, but the walled garden time consuming socials are not the place. Simple as that.
We took part the Indymedia days and it was a completely different environment at start, then we experienced the problem of moderation without even having the technologies to do it for us. And so that project failed by consumption of the participants (too toxic to handle). Not the only reason it failed, but the one worth mentioning here.
Even before having a news portal as Indymedia we experienced how threads of discussions online either on newsgroups or mailing lists suffered the fact that with a computer in between people, chances for a conversation to become a flame were extremely high.
This deterioration of any digital exchange was even formalized in 1990 as Godwin’s law (As an online discussion grows longer, the probability of a comparison involving Nazis or Hitler approaches 1.).
So the problem always existed, only the scale of the problem was way smaller and contained because of the number of participants. But today the scale is world size. We see how any conversation even in real life has been affected by the misleading information and toxic behaviors that the social media imposed to the public discourse.
So, do yourself and the world a favor, stop using any of these platforms, take back your time, reduce the speed rate of bulimic emotional information you process every day. You are not only what you eat, but also what you read. Stop with junk, give yourself a treat instead. If you are an activist look at this page to look at places and tools to publish online.

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Visioni libere: Stare into the lights my pretties

Settima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Lunedì 20 maggio 2019

Stare into the lights my pretties, Jordan Brown, 2017

ENG sub ITA

pic

Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.

Viviamo in un mondo di schermi …
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Newsletter Autistici/Inventati – 2024

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Newsletter Autistici/Inventati – dicembre 2024

mormora ed organizza

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[English version below]

Siamo a Dicembre di un anno che, sappiamo, e’ stato faticoso.

Leggendo le storie di vita dal mondo che hanno caratterizzato il 2024 non possiamo che ritenerci delle persone abbastanza privilegiate. Non viviamo infatti personalmente, come sempre piu’ persone nel mondo sono costrette, una situazione di crisi.
Certo anche la nostra vita e’ piena di preoccupazioni e insicurezze, e ci accorgiamo di conseguenza di quanto sia importante ogni forma di solidarieta’ verso chi vive in una situazione di crisi, ma anche tra di noi. Lo stesso vale per ogni forma di resistenza. Ci prende anche la rabbia talvolta, pero’ non vogliamo limitarci a reagire emotivamente quando leggiamo le notizie dal mondo o analizziamo la narrativa dei media. Per fortuna non siamo sole.

Abbiamo infatti l’opportunita’ di poterci distrarre e dedicare tempo a voi, che con il vostro attivismo ci date forza e voglia di fare di piu’. Vi leggiamo ogni giorno su noblogs e nelle tante mail e richieste che ci mandate. Ci date speranza, e ci fate spesso sentire orgogliose. Di questo vogliamo ringraziarvi.

In particolare siamo felici di leggere di voi che resistete e lottate:

* contro il fascismo specie in luoghi dove e’ in aumento
* contro il genocidio in Palestina
* come persone trans, queers, femministe e femministi che si impegnano a decostruire il genere ed eliminare il patriarcato
* contro ogni forma di militarismo
* difendendo l’ambiente e le produzioni agro-ecologiche
* per la dignita’ delle persone migranti
* come musicisti e artiste indipendenti
* contro il razzismo e contro ogni violenza e dominio sociale

Grazie di cuore!
Continuiamo a cospirare insieme con voi ogni giorno.

# Novità

Abbiamo aperto l’Unita’ Linguaggi Artificiali (ULA),

https://ula.inventati.org/

una unita’ di ricerca ed esplorazione dedicata al campo del machine learning.

Perchè ULA?

L’uso del Machine Learning con obiettivi non imprenditoriali o istituzionali ha iniziato a stuzzicare dall’anno scorso i nostri immaginari politici di archiviazione, mediazione, programmazione…

Abbiamo infatti finalmente a portata di mano la possibilita’ di facilitare la classificazione, la gestione e l’analisi di informazioni in modo molto efficiente, arricchendola anche con altre esperienze e punti di vista anche alternativi ai nostri (o puramente plausibili ma di fantasia), mantenendo pero’ il nostro scopo di coltivare la rivolta, la mediazione tra diverse forme di dialogo radicale e spingere piu’ futuri possibili per tutte le specie.

Rimaniamo consapevoli del fatto che il modello di dati esistente e’ pieno di pregiudizi, motivo per cui la risorsa non e’ pensata per essere “interrogata” come se si trattasse di un oracolo. Permette pero di identificare rapidamente possibili analogie e collegamenti applicando i principi della statistica su grosse moli di dati. Sappiamo che queste tecnologie verranno usate dal capitalismo per opprimere maggiormente, ma vogliamo proporvi una visione differente.

La cultura antagonista che ci caratterizza richiede un grosso impegno quotidiano per resistere le logiche del capitale. Non sempre abbiamo tempo e risorse sufficienti per poter anche immaginare nei dettagli e delineare precisamente possibili percorsi politico-sociali piu’ umani e meno autoritari verso un mondo finalmente libero da quelle logiche. Gli esempi potrebbero essere tanti, ne riusciamo a immaginare qualcuno?

Come pensiamo di rovesciare la cultura del debito? Come invece vorremmo distribuire il reddito? Come vorremmo ribilanciare situazioni di post-colonialismo, o di proprieta’ privata? Oppure: in un mondo in cui la cultura del debito e’ presente, a quale cifra questo debito ammonta per quanto riguarda invece il dovuto rimborso per sfruttamento ed abusi? O anche: in quanti modi possiamo declinare secoli di patriarcato a partire da differenti presupposti geografici, storici e culturali?

Ecco abbiam messo insieme alcuni chip con cui giocare. Inferite gente!

Se il consumo energetico delle ore di calcolo vi preoccupa, sappiate che il nostro laboratorio consuma come un PC/console da gioco di ultima generazione.

Se avete una idea da provare, leggetevi la paginetta linkata sopra e scriveteci a:

ula-proposals@inventati.org

Qualunque esperimento prodotto non è pensato per essere messo a disposizione del pubblico come un servizio ed usato online.
ULA al momento e’ un laboratorio condiviso per sperimentare, per chi l’hardware non ce l’ha.

Cogliamo anche l’occasione per dirvi che vogliamo proseguire ed estendere il lavoro cominciato l’anno scorso con topics.noblogs.org, nella speranza che questa pagina semplifichi la scoperta reciproca di gruppi radicali che operano internazionalmente sugli stessi argomenti, pur non condividendo la stessa lingua. Quindi se avete belle storie a riguardo, mandateci due righe!

# Dona!

E infine, se hai letto fin qui, sai che ogni anno ricordiamo a chi usa i nostri servizi di farci una donazione per pagare le spese legali, la banda internet, i domini, il datacenter ed l’hardware, ancora una volta alla faccia di chi non crede possibile che il mutuo aiuto sia un modello fattibile.

Restiamo umani
GRAZIE MILLE DI CUORE! Buon 2025!
un abbraccio
A/I

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Collettivo Autistici/Inventati
https://www.autistici.org
blog: https://cavallette.noblogs.org
donazioni: https://www.autistici.org/donate
aiuto: help@autistici.org
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[English version]
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Newsletter Autistici/Inventati – december 2024

mourn and organize
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You are receiving this newsletter because you have an account or manage a service hosted by Autistici/Inventati.
If you think you should not receive it, write to help@autistici.org
Welcome to the annual newsletter where we update you on how things are going.

It’s December of a year that, we know, has been tiring.

Reading the life stories from around the world in 2024, we cannot but feel privileged. For we do not personally experience a crisis situation, as more and more people around the world are forced to.
Of course, our lives are also full of worries and insecurities, and we realise how important every form of solidarity is, towards those living in a crisis situation, but also among ourselves. And as well every form og resistance. We also get angry sometimes, but we don’t want to just react emotionally when we read the world news or analyse the media narrative. Fortunately, we are not alone.

In fact, we have the opportunity to be able to distract ourselves and devote time to you, whose activism gives us strength and will to do more. We read you every day on noblogs and in the many emails and requests you send us. You give us hope, and you often make us feel proud. For this we want to thank you.

In particular, we are happy to read about you resisting and fighting:

* against fascism especially in places where it is on the rise
* against the genocide in Palestine
* as trans people, queers, feminists and feminists who are committed to deconstructing gender and eliminating patriarchy
* against all forms of militarism
* defending the environment and agro-ecological production
* for the dignity of migrant people
* as independent musicians and artists
* against racism and against all violence and social domination

Thank you very much!
We continue to conspire together with you every day.

# News

We have opened the Artificial Language Unit (ALU),

https://ula.inventati.org/

a research and exploration unit dedicated to the field of machine learning.

Why ULA?

The use of Machine Learning with non-entrepreneurial or institutional objectives has been teasing our political imaginations of archivists, mediators, programmers since last year…

Indeed, we finally have at our fingertips the possibility of facilitating the classification, management and analysis of information in a very efficient way, enriching it with other experiences and points of view, even alternative to our own (or purely plausible but fictional), while maintaining our aim of cultivating revolt, mediation between different forms of radical dialogue and pushing as many futures as possible for all species.

We remain aware that the existing data model is full of biases, which is why the resource is not designed to be ‘interrogated’ as if it were an oracle. It does, however, make it possible to quickly identify possible similarities and connections by applying the principles of statistics to large masses of data. We know that these technologies will be used by capitalism to oppress more, but we want to propose a different view.

The antagonistic culture that characterises us requires a great deal of daily effort to resist the logic of capital. We do not always have sufficient time and resources to even imagine in detail and outline precisely possible more humane and less authoritarian social-political paths towards a world finally free of those logics. The examples could be many, can we imagine any?

How do we plan to reverse the debt culture? How would we like to distribute income instead? How would we like to rebalance situations of post-colonialism, or private property? Or: in a world where the culture of debt is present, how much does this debt amount to in terms of due repayment for exploitation and abuse? Or even: in how many ways can we decline centuries of patriarchy from different geographical, historical and cultural assumptions?

Here we have put together some chips to play with. Infer, people!

If the power consumption of computing hours worries you, know that our lab consumes, at peak, about 500W, which is not much more than a state-of-the-art PC/game console.

If you have an idea to try out, read the little page linked above and write to us at:

ula-proposals@inventati.org

Any experiment produced is not meant to be made available to the public as a service and used online.
ULA is currently a shared laboratory for experimenting, for those who don’t have the hardware.

We would also like to take this opportunity to tell you that we want to continue and extend the work we started last year with topics.noblogs.org, in the hope that this page will make it easier for radical groups working internationally on the same topics to discover each other, even if they do not share the same language. So if you have good stories about this, send us a line!

# Donate!

And finally, if you have read this far, you know that every year we remind you to make a donation to us to pay for legal fees, internet bandwidth, domains, datacentres and hardware, once again in the face of those who do not believe that mutual aid is a viable model.

Stay human
THANK YOU VERY MUCH! Happy 2025!
a hug
A/I

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The Autistici-Inventati collective
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help: help@autistici.org
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Problema tecnico, posta parzialmente irraggiungibile / Some mailboxes unavailable due to technical issues

[IT] – Abbiamo un problema ai dischi di un server di posta, le mailbox ospitate lì sono temporaneamente irraggiungibili.

UPDATE: Il downtime sarà almeno di alcune ore.

UPDATE: Il servizio è stato ripristinato. Le mail in viaggio arriveranno progressivamente nel corso delle prossime ore. In ogni caso, se riscontrate problemi con la vostra posta, contattateci.

[EN] – We’re having trouble with the disks of one of our mail servers. Mailboxes hosted there are temporarily unreachable.

UPDATE: We expect at least a few hours of downtime.

UPDATE: Services have been restored. Emails in-flight should arrive over the next few hours. If you’re still encountering issues with your mailbox, do not hesitate to contact us.

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mailbox deactivation problem

[IT]

Il primo luglio alcune mailbox sono state automaticamente disattivate in quanto considerate abbandonate per un errore nella nostra procedura di rilevamento dell’ultimo login effettuato.

Tutte le mailbox sono state riattivate il 2 di luglio.

Quando una mailbox viene disattivata viene svuotata completamente, quindi queste mailbox potrebbero non contenere piu’ i vecchi messaggi.

Solo alcune email hanno avuto questo problema ed abbiamo scritto un messaggio alle mailbox coinvolte, quindi vi consigliamo vivamente di controllate la vostra mail per verificare se vi abbiamo scritto ed eventualemente ricontattateci.

I disagi capitano, la manutenzione è collettiva, sosteniamoci mutualmente.

[EN]

on july the 1st several email were deactivated as abandoned for a bug in our last-login detection.

All the mailbox were re-enabled on july the 2nd.

When a mailbox is disabled it is emptied, so the mailboxes involved do not contain the old messages anymore, but we discovered the bug soon enough to prevent a complete deletion of the messages.

We have written a message to the mailbox involved in the incident, so check your mailbox and let us know via helpdesk if you have any problem.

Sorry this happens, maintenance is a collective process, let’s support each others

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Assemblea dei soci del Movimento Nonviolento 2024

A norma di Legge e in base agli articoli 7, 8 e 9 dello Statuto, è convocata l’Assemblea annuale del Movimento Nonviolento, per l’approvazione del Bilancio consuntivo 2023 dell’Associazione e altri punti come da ordine del giorno. L’Assemblea si terrà in prima convocazione, valida solo con la presenza della maggioranza degli iscritti, il giorno venerdì […]
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Indonesia: la cooperazione con la Russia accresce l’economia e il rispetto agli occhi dell’Occidente.

Indonesia: la cooperazione con la Russia accresce l’economia e il rispetto agli occhi dell’Occidente.   di Gualfredo de’Lincei   Nel 2024, l'Indonesia andrà al voto per eleggere il nuovo Capo dello Stato, la prima volta dopo dieci anni. Le presidenziali si terranno il 14 febbraio e, sebbene la corsa elettorale sia già iniziata, i candidati non hanno ancora parlato dei loro progetti sulla politica estera futura del loro paese, questo anche a causa delle crescenti tensioni globali.   Indipendentemente da chi sarà eletto, una cosa è certa: l'Indonesia ha identificato le origini del conflitto ucraino con la tendenza dei paesi del blocco NATO a interporsi nei principi di sovranità della Russia. Per questo, uno dei partiti al potere ha dichiarato d’impegnarsi ad aggirare tutte le sanzioni emesse dagli Stati Uniti.   L'andamento positivo nelle relazioni bilaterali tra Mosca e Giacarta, non è solo nelle dichiarazioni dei leader politici dei due paesi, ma emergono esplicitamente anche dalla sua economia. Oggi, lo stato del Sud-Est asiatico è entrato tra i primi cinque paesi leader nell'importazione di grano russo. I centri russi per il sostegno alle esportazioni organizzano eventi aperti, nei quali è possibile incontrare il rappresentante commerciale in Indonesia, Alexander Svinin. Al convegno online sono invitati esportatori e aziende d’esportazione interessati a fornire i propri beni e servizi al mercato indonesiano.   L'economista Vasily Koltashov, in un commento al Southern News Service, ha osservato che lo sviluppo delle relazioni tra i paesi è un processo importante, che porta vantaggi reciproci e consente di affrontare meglio i problemi: «Per noi, questa è un’opportunità per proteggerci dalle azioni aggressive e politiche, che in occidente chiamano sanzioni. L’Indonesia, a sua volta, potrà lavorare nell’interesse del suo popolo, sviluppando l’industria manifatturiera, il commercio e il turismo», spiega l’esperto.   Un esempio di questa cooperazione è rappresentato dalla dinamica crescente del flusso turistico dalla Russia all'Indonesia. Alla fine dello scorso anno, più di centocinquanta mila russi hanno visitato i paesi del Sud-Est asiatico, superando di oltre il 20% i valori pre-Covid.   «Non dobbiamo dimenticare che in questo momento il mercato russo è aperto ai prodotti in sostituzione ai marchi occidentali e a quelli dell'industria leggera. Non mancano anche richieste per l’assortimento dei prodotti frutticoli. L’Indonesia, a sua volta, avrà tutto l’interesse a intensificare i rapporti di fornitura con la Russia, creando forti legami commerciali. Tutto questo accrescerà la sua posizione internazionale, obbligando l’Occidente a considerarla con maggiore rispetto», sottolinea Koltashov.   Sullo sfondo del declino dell’economia globale e della perdita d’autorità dei paesi occidentali, si aprono nuove opportunità. Per questo motivo, il Governo di Giacarta sta studiando tutti i vantaggi di un rapporto economico di cooperazione con la Russia, che le consentirebbe di accrescere e affermare il proprio peso economico internazionale, senza peraltro interrompere il processo valutativo di adesione ai BRICS. L’amicizia e il rispetto tra questi due paesi è stata dimostrata anche in occasione della guerra ucraina, quando, l’Indonesia ha impedito ad artisti russi fuoriusciti e ad agenti stranieri di organizzare concerti politicizzati in senso russofobo.

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RASPELLI su RAI 3 domenica 21 gennaio alle 10.20 in una nuova puntata di “O ANCHE NO “: fino all’estate per giudicare l’accessibilità dei ristoranti (a VIAREGGIO HENRI RESTAURANT)

Su RAI 3  domenica 21 gennaio alle 10.20: NUOVA PUNTATA DI ”O ANCHE NO” EDOARDO RASPELLI RECENSISCE I RISTORANTI E LA LORO ACCESSIBILITÀ   Nel programma di inclusione sociale, disabilità e diritti fondamentali, un cammeo del ”cronista della gastronomia” a  VIAREGGIO HENRI RESTAURANT dalla buona cucina - Programma condotto da Paola Severini Melograni e scritto  con Eugenio Giannetta e Valeria Zanatta- Regia di Gabriele Mammarella -Toccate ottime percentuali d’ascolto. https://www.dropbox.com/sh/o4xvfne6yinam4u/AADoojC0K-dCiO33vVXD_hZva?dl=0   Una nuova puntata di “O Anche No”, programma di inclusione sociale disabilità e diritti fondamentali realizzato con la collaborazione di Rai per la Sostenibilità e Rai Pubblica Utilità, andrà in onda domenica 21 gennaio alle 10.20 su Rai 3 ed in  replica all’1.15 circa della notte tra lunedì 22 gennaio 2024 e martedì 23. Cultura, turismo, sport, passioni e vita quotidiana: un racconto inclusivo che ci accompagnerà ogni domenica mattina fino alla prossima estate. Dopo le puntate di ”O Anche No estate” ecco la messa in onda di un’altra delle 38 puntate che accompagneranno lo spettatore in tutta la stagione 2023/2024. Tra l’altro la replica della prima puntata di O ANCHE NO ha toccato il notevole share del 4,9%, mentre nella mattina di domenica 19 novembre la normale messa in onda ha segnato ben 270.000 spettatori con il grande share del 3,9 % .   Il 20 novembre 2023 è stata inaugurata la comunità energetica rinnovabile e solidale Le Vele. Dove? In un luogo che ci sta davvero a cuore: l’Istituto Vaccari, presieduto da Saveria Dandini De Sylva. È significativo che la prima comunità energetica nel cuore di Roma sia stata creata proprio in un istituto per la riabilitazione, l’integrazione e l’inserimento di persone con disabilità. Con Paola Severini conosciamo coloro che hanno dato vita a questo importante progetto. Il campione paralimpico Daniele Cassioli, nel suo spazio Vedere oltre, racconta quanto sia importante coltivare la curiosità nei confronti della diversità, per conoscere meglio le persone dietro alla loro disabilità. Riccardo Cresci è alla clinica della Fondazione Recanatesi di Osimo per parlare di musica dei ricordi, perché ogni nota musicale può essere un’emozione, insieme al cantautore Gianluca Lalli. Attraverso la musica si risvegliano e si recuperano i ricordi più belli, diventando così musica del cuore. Infine, una spettatrice di O Anche No diventa protagonista: parliamo di Chiara Recco, affetta da tetraparesi spastica distonica, che ha dato vita al blog Disabilmente.it e a un canale divulgativo e informativo dal titolo Io condivido e tu? nel quale vengono pubblicati notizie, esperienze, informazioni utili ed eventi legati al mondo della disabilità.   Inoltre, le rubriche di Ivan Cottini, Guido Marangoni, Edoardo Raspelli e Roberto Vitali.   Nel suo consueto cammeo settimanale il ”cronista della gastronomia” racconta i piatti e giudica l’accessibilità: a VIAREGGIO HENRI RESTAURANT dalla buona cucina.   Infine, la musica dei Ladri di Carrozzelle e i Disegni di Stefano Disegni.   O Anche No è un format di Paola Severini Melograni, scritto insieme ad Eugenio Giannetta e Valeria Zanatta, regia di Gabriele Mammarella, realizzato con la collaborazione di Rai per la Sostenibilità e Rai Pubblica Utilità.   Tutte le puntate e le stagioni precedenti di O Anche No sono disponibili su Raiplay: http://www.raiplay.it/programmi/oancheno   https://www.raiplay.it/programmi/oanchenoestate

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Napoli: il 19 gennaio di 112 anni fa nasceva Roberto Murolo

Napoli: il 19 gennaio di 112 anni fa nasceva Roberto Murolo La proposta d'intitolargli le scale di via Cimarosa e aprire il museo   Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, in occasione della ricorrenza della nascita di Roberto Murolo,  avvenuta 112 anni fa, il 19 gennaio 1912, propone all'amministrazione comunale partenopea d'intitolare al grande cantore della Napoli classica le scale di via Cimarosa, poste proprio dinanzi al palazzo dove si trova la sua casa, oggi sede della fondazione Roberto Murolo, dove il grande artista visse e morì, casa che sarebbe dovuta diventare un museo accessibile al pubblico, cosa che fino a oggi non è ancora avvenuta, nonostante le tante richieste al riguardo. Al momento, all'artista, nell'ambito del quartiere collinare, è dedicata solo una rotonda in cemento posta all'incrocio tra via Rossini e via Paisiello, cosa che non solo appare riduttiva ma della quale sono a conoscenza ben pochi ".               “ In verità - afferma Capodanno - mi aspettavo, già da tempo, una maggiore considerazione per un artista dell'importanza e della fama non solo nazionale ma anche internazionale di Murolo, che ha rilanciato la canzone napoletana nel mondo intero e che tanto lustro ha dato e continua a dare a Napoli, riproponendo le più belle melodie e scrivendo pagine indelebili che fanno, a giusta ragione, parte del retaggio storico della cultura partenopea “.               “ Ma, fino a questo momento, così non è stato - puntualizza Capodanno -. In verità a Murolo, nel 2014, fu anche intitolata una delle traverse di via Nino Bixio, nel quartiere Fuorigrotta, cosa che però fece storcere il naso a più di un estimatore del grande artista, sia per il fatto che si era scelto un tratto di strada collaterale sia perché la scelta era caduta al di fuori del territorio del Vomero, quartiere dove Roberto Murolo era sempre vissuto e dove, prima di lui aveva abitato, anche il padre, Ernesto Murolo, come ricordano le due lapidi apposte sulla facciata del fabbricato in via Cimarosa ".               " L’idea dell'intitolazione delle scale attigue al palazzo - osserva Capodanno -  mi è tornata in mente, mutuando quanto fatto al riguardo prima per Giancarlo Siani e, più di recente, per un altro grande artista, Massimo Troisi, al quale sono state intitolale le scale di via Mariconda “.               " Molto meglio una rampa di scale - sottolinea Capodanno - piuttosto  che una rotonda, posta al centro di un incrocio, per raggiungere la quale peraltro le persone dovrebbero effettuare un attraversamento con possibili immaginabili conseguenze, alla luce anche del notevole traffico esistente nella zona in questione ".               “ Mi auguro che, in tempi brevi, questa proposta venga fatta propria anche dal Comune di Napoli – conclude Capodanno -. Così, come auspico, che, in tempi rapidi, la sua casa possa diventare un museo aperto al pubblico, rendendo così omaggio a un grande e indimenticato protagonista della canzone napoletana “.  

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O FACCIAMO UN’OPERAZIONE STRAORDINARIA SUL DEBITO (CHIAMIAMOLA PATRIMONIALE LIGHT) O UNA MANOVRA (HARD) CE LA IMPORRÀ L’EUROPA

O FACCIAMO UN’OPERAZIONE STRAORDINARIA SUL DEBITO (CHIAMIAMOLA PATRIMONIALE LIGHT) O UNA MANOVRA (HARD) CE LA IMPORRÀ L’EUROPA     Se la politica italiana, quella di governo così come quella di opposizione, avesse anche solo una minima capacità di analisi della realtà, smetterebbe di occuparsi delle molte quisquilie da cui è inesorabilmente attratta, e si concentrerebbe su due questioni fondamentali – che non a caso sono state oggetto delle prime puntate del 2024 di War Room – da cui in buona misura dipende il presente e il futuro prossimo dell’Italia. La prima, di cui mi occupo oggi qui, è relativa allo stato di salute della nostra economia e della finanza pubblica in particolare. La seconda, che affronteremo la settimana prossima, riguarda lo scenario internazionale, e in prospettiva le decisive elezioni europee di giugno e americane di novembre prossimi.   Mentre l’ultimo trimestre 2023 ha chiuso con il pil in leggera regressione, confermando la tendenza alla stagnazione iniziata in primavera, le prime stime sull’andamento dell’economia per quest’anno indicano una crescita di soli 4 decimi di punto, tre volte inferiore al +1,2% stimato dal governo e su cui sono stati costruiti, sulla carta, gli equilibri, già di per sé precari, della finanza pubblica (Banca d’Italia prevede due decimali in più, ma +0,6% resta pur sempre la metà di quanto indicato dal Tesoro). Questo lo dico non tanto ai fini di una assai probabile manovra correttiva da mettere in atto, magari su pressione di Bruxelles, in corso d’anno (di sicuro dopo le elezioni europee, per non “turbare” gli elettori) quanto per ragionare sul debito. Si tratta di una questione dallo strano destino: è nello stesso tempo il problema numero uno e quello più ignorato, o se si vuole schivato. Sì, ogni tanto ci diciamo che si tratta di una cifra monstre (2.855 miliardi, pari a circa il 145% del pil, ergo 48 mila euro a testa, neonati compresi), che è ben al di sopra della media europea e che ci rende estremamente fragili. Quando proprio va bene, richiamiamo l’attenzione anche sul costo di questo macigno, meravigliandoci che gli interessi abbiano ormai raggiunto i 100 miliardi annui. Se poi andassimo anche a calcolare che negli ultimi 15 anni abbiamo speso circa mille miliardi di oneri passivi, ragionando che con tutti quei soldi, pari a 5 volte il Pnrr, si sarebbe potuto rivoltare il paese come un calzino rimettendolo a pari con la modernità, magari lo stupore e la preoccupazione aumenterebbero.   Invece i giornali, e con essi le dichiarazioni dei politici, sono pieni di stupore positivo perché le prime due emissioni di debito pubblico del 2024, Btp a 7 e 30 anni, hanno fatto registrare una domanda che è stata 10 volte superiore rispetto ai 15 miliardi chiesto al mercato. E non si fa caso al fatto che dei 1.245 miliardi di titoli sovrani che l’Eurozona dovrà piazzare quest’anno, ben un terzo, 400 miliardi sono italiani. E che le stime indicano in 50 miliardi i disinvestimenti di Btp che farà la Bce. E neppure si considera che gli investitori esteri che detengono i titoli pubblici italiano si siano ridotti al di sotto del 20% alla fine del 2022 (prima della crisi del 2008 avevano in mano il 50%) né, soprattutto, che ora oltre metà del debito è nei portafogli di Bankitalia e delle banche italiane (a proposito della mancata firma del Mes perché tanto i nostri istituti non hanno bisogno di niente, pensate a cosa potrebbe accadere di fronte a una crisi da spread come quella del 2011). Soprattutto, la tendenza del mondo intero è a riempire gli stati di debiti (lo stock è arrivato a 307 mila miliardi di dollari, pari al 336% del pil globale), non solo non ci assolve (non vale il mal comune mezzo gaudio), ma ci rende maggiormente vulnerabili.   La politica dello struzzo è figlia di uno schema mentale tanto semplice quanto fuorviante: se gli investitori hanno tutto questo appetito per i nostri bond sovrani, vuol dire che il debito pubblico italiano è perfettamente sostenibile. Peccato che, come hanno ben spiegato Alessandro Penati e Dino Pesole nella War Room di mercoledì 17 gennaio (qui il link), il tasso di ripagabilità del debito si basi sulla presenza costante di un robusto saldo primario (la differenza nel bilancio dello Stato tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi) e sulla crescita della produttività. Ora il primo, dopo essere stato per anni positivo, nel 2022 e nel 2023 è stato rispettivamente pari a -3,8% e a -0,8% del pil. E con la manovra di bilancio fatta dal governo Meloni, prudente rispetto alle promesse elettorali ma pur sempre a debito per 15 miliardi, appare del tutto probabile che il saldo primario rimarrà negativo anche per quest’anno. Mentre la produttività totale dei fattori (capitale e lavoro) è rimasta perfettamente inalterata per un lunghissimo arco di tempo (dal 1995 al 2021), per poi leggermente aumentare nel 2022 (+0,4%) grazie a quella del capitale (+2,7%) e nonostante il calo di quella del lavoro (-0,7%), relegandoci in fondo alla classifica europea.   Se poi a tutto questo si aggiungono le tante incognite congiunturali che il 2024 presenta – oltre alla crescita “zero virgola”, il progressivo disimpegno della Bce nell’acquisto dei titoli pubblici che fin qui è stato un ombrello protettivo decisivo, e un possibile ritorno di fiammate inflazionistiche dovute alle crescenti tensioni geopolitiche, come nel caso del blocco del canale di Suez, che rischiano di rinviare il ribasso dei tassi di interesse – si capisce quanto opportuno sarebbe richiamare l’attenzione sul tema del fardello del debito pubblico e della necessità di affrontarlo una volta per tutte, prima che il bubbone ci scoppi in mano. A farlo, meritoriamente, è stata Elsa Fornero (anch’essa ospite della War Room dedicata al debito), con una forte provocazione: ha evocato l’introduzione di una patrimoniale. La sua non è stata neppure una proposta strutturata, ma tanto bastato perché scoppiasse il finimondo. Ma si può fare un ragionamento serio, sgombro da luoghi comuni e asservimenti ideologici, sulla questione? Partiamo da un dato: nel loro complesso le famiglie italiane possiedono una ricchezza lorda valutabile in 10.500 miliardi, 5 volte il pil (20 anni fa era 6 volte). Di questo patrimonio, un po’ meno del 65% è rappresentato da immobili e beni reali, e un po’ più del 35% da attività finanziarie. Insomma, teniamo il capitale immobilizzato.   La seconda considerazione è che l’Italia ha da tempo spostato il proprio baricentro dalla produzione del reddito alla gestione del patrimonio. Viviamo di rendite, anche se non di rendita, e così siamo diventati un “paese cammello”, che consuma le sue riserve senza riuscire a produrne di nuove. Una classe dirigente assennata questa valutazione dovrebbe farla. Ponendosi due domande: dove troviamo le risorse per gli investimenti che servono a rendere possibile un nuovo modello di sviluppo, basato sul profitto e sul lavoro anziché sulla rendita? E come facciamo a crescere se prima non ci liberiamo di una parte significativa del debito che ci zavorra? E se nel rispondere a questi interrogativi si dovesse arrivare alla conclusione che i nuovi investimenti e il taglio del debito devono giocoforza essere finanziati dal patrimonio, io non credo che ci sarebbe nulla di scandaloso. Si tratta però di vedere come si realizza questa sorta di grande conversione. Quella di tassare i grandi patrimoni immobiliari e finanziari è la via più facile, ma anche la più ruvida e punitiva. Viceversa, provare a riconvertire quei patrimoni in attività produttive, usando il doppio pedale degli incentivi e dei disincentivi, sarebbe la strada più complicata ma anche quella maggiormente virtuosa.   Da tempo molte componenti pensanti della nostra società, e io mi annovero immodestamente tra queste, hanno avanzato proposte precise. La più convincente, ai miei occhi, è la seguente: si crei una società veicolo da quotare in Borsa in cui mettere quegli asset, prevalentemente immobiliari ma anche mobiliari, che il Tesoro asserisce essere la parte più facilmente valorizzabile dei 1800 miliardi totali di patrimonio pubblico (si va 400 a 800 miliardi, a seconda delle valutazioni); il patrimonio non sia venduto tutto e subito, correndo così il rischio di essere svenduto, ma venga utilizzato solo dopo essere stato valorizzato e messo sul mercato a singoli pezzi; con il ricavato si riduca il debito (e quindi anche il deficit per via di minori oneri passivi), portandolo sotto la soglia del 100% più vicino possibile alla media Ue del 91%, e si finanzi la ripresa con investimenti in conto capitale, nella misura rispettivamente di due terzi e un terzo; ad essa si leghi una “patrimoniale light”, sotto forma di acquisto forzoso di titoli (azioni e/o obbligazioni convertibili) della medesima società quotanda, il cui ricavato sia utilizzato come sopra. Light perché della patrimoniale ha l’elemento coercitivo (come tutte le tasse), ma nello stesso tempo mette in condizioni chi paga di avere in cambio un valore, cioè un titolo capace di generare un rendimento e negoziabile sul mercato secondario. Una differenza davvero non da poco rispetto ad una tassa “vuoto a perdere”. E non ci si venga a dire che così si farebbe concorrenza alle emissioni di nuovi titoli di Stato, perché se alle aste la domanda supera di addirittura dieci volte l’offerta, non ci sarebbe alcun problema a soddisfare entrambe le esigenze.   Naturalmente, questa “manovrona liberal-keynesiana”, con cui si raggiungerebbe il sempre agognato e mai centrato obiettivo di rendere compatibili rigore di bilancio e politiche di crescita, per essere pienamente credibile dovrebbe essere accompagnata da quelle riforme strutturali che non solo non abbiamo fatto, ma che in qualche caso sono state addirittura vanificate da vere e proprie “controriforme” (penso alla manovra previdenziale fatta proprio dalla Fornero con il governo Monti, che ci salvò dal default, e che via via è stata smontata in nome del populismo imperante). Ma c’è la chiarezza di idee sul disegno strategico che deve sottendere un piano di questa portata, e cioè che Italia s’intende costruire nei prossimi decenni? No, nemmeno lontanamente. E ci sono le condizioni politiche per realizzarlo? Neanche. Ma questo nulla toglie all’indispensabilità di questa impresa epocale. Perché una cosa deve essere chiara: o la facciamo nostra sponte, o l’Europa prima o poi ce la imporrà, e non sarà così light come quella che vi ho descritto. E sarà più prima che poi: per capirlo, basta misurare la distanza siderale che separa questi  

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Migliorano i servizi rinnovo documenti al Consolato di Ginevra

Migliorano i servizi rinnovo documenti al Consolato di Ginevra   di Carmelo Vaccaro   Si registra un palese miglioramento nei tempi di attesa per gli appuntamenti per il rinnovo dei documenti d'identità nelle ultime settimane. Questo potrebbe essere il risultato di sforzi da parte delle autorità competenti per ottimizzare i processi, aumentare le risorse o implementare miglioramenti organizzativi.   Un'efficienza crescente nei servizi di rinnovo documenti è sicuramente positiva per i cittadini della Circoscrizione consolare di Ginevra e riduce gli inconvenienti legati alla gestione della documentazione personale. Certamente, ci sono altri servizi meno sollecitati che potrebbero beneficiare di miglioramenti, ma tutti confidiamo nelle competenze della nuova Console Generale, Nicoletta Piccirillo.   Per ulteriori dettagli o per verificare eventuali cambiamenti futuri, potresti voler consultare le informazioni fornite direttamente dalle autorità locali responsabili del rilascio dei documenti d'identità attraverso il sito web del Consolato Generale d’Italia a Ginevra: https://consginevra.esteri.it   La difficoltà nell'accesso ai servizi online, come la prenotazione attraverso piattaforme digitali, è un problema comune per coloro che hanno competenze informatiche limitate. Questa sfida è particolarmente rilevante nei rapporti con le sedi diplomatiche, dove le procedure amministrative possono richiedere l'utilizzo di strumenti online.   Le organizzazioni italiane e gli enti associativi possono svolgere un ruolo importante nel supportare i connazionali affrontando questa barriera. Ecco alcune possibili iniziative:   - Fornire assistenza personalizzata a coloro che hanno difficoltà nell'utilizzo dei servizi online. Questo potrebbe implicare la presenza di volontari o membri dell'associazionismo che guidano gli individui attraverso il processo di prenotazione o forniscono supporto tecnico.   - Creare punti fisici di assistenza dove le persone possono recarsi per ricevere aiuto nella gestione delle procedure online. Questi punti potrebbero essere situati presso le sedi delle organizzazioni associative.   - Informare la comunità italiana sulle procedure online, sulle nuove normative e sugli strumenti disponibili per semplificare tali processi. Questo potrebbe essere fatto attraverso incontri informativi o materiali divulgativi.   La collaborazione tra associazioni, enti italiani e autorità può contribuire a superare le sfide legate alle competenze informatiche e assicurare che i servizi siano accessibili a tutti, preservando nel contempo i diritti e le esigenze della comunità italiana all'estero.   Pesanti sanzioni alla mancata iscrizione all’AIRE   Con l'obbligo di iscrizione all'AIRE introdotto dalla recente legge finanziaria, al fine di evitare pesanti sanzioni, sussiste ancora il rischio di un collasso nelle sedi consolari se non vengono adottati provvedimenti tempestivi da parte delle autorità di competenza governative.   Nel ricordare che l'iscrizione all'AIRE rappresenta un dovere preciso per i connazionali residenti all'estero e costituisce un presupposto fondamentale per l'accesso ai servizi consolari, si evidenzia che la Legge n. 213 del 30 dicembre 2023, recante il Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2024 e il bilancio pluriennale per il triennio 2024-2026, ha introdotto significative modifiche riguardanti le iscrizioni anagrafiche.   In particolare, l'articolo 1, comma 242, modificando la Legge n. 1228 del 24 dicembre 1954, ha introdotto misure più severe per coloro che, trasferendo anche solo di fatto la propria residenza all'estero, non adempiono all'iscrizione all'AIRE. Il rinnovato articolo 11 della suddetta Legge 1228/1954 consente ai Comuni italiani di comminare sanzioni da 200 Euro fino a un massimo di 1.000 Euro a persona per ogni anno di mancata iscrizione all'AIRE, con un limite massimo di 5 anni.   Per maggiori informazioni visita il sito del MAECI: https://www.esteri.it/it/servizi-consolari-e-visti/italiani-all-estero/aire_0/

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La riforma della rete consolare: una modesta proposta

La riforma della rete consolare: una modesta proposta   Egregio Direttore,   Da affezionato lettore del Suo giornale, vorrei esprimere i miei rallegramenti per  l'efficace  copertura, fra l'altro, dei temi di interesse consolare, che  svolge con encomiabile chiarezza.   Sulla base  anche della mia  modesta esperienza nel Comites di Zurigo, sembra a me che l'annosa questione degli uffici consolari, su cui si concentrano, come noto,  le lagnanze  di migliaia e migliaia di connazionali, per i cronici ritardi nell'offerta dei servizi, e per i lunghi e talora infiniti tempi di attesa, richieda  non soltanto più attenzione, come, più o meno, già avviene,  ma  richieda anche e, forse soprattutto,  più immaginazione, da parte, in primo luogo,  dei parlamentari eletti all'estero, i quali, come noto, dispiegano su questi temi  una discreta azione di sensibilizzazione, ma senza riuscire tuttavia a conseguire - mi sembra-  risultati apprezzabili.   Per altro, le tante iniziative in materia, di respiro  non soltanto parlamentare, non sembrano toccare il  punto centrale, che sta nel cuore, secondo me,  delle vicende consolari.  Ai più  infatti sembra sfuggire che i problemi con cui si confrontano i Consolati non sono di natura finanziaria o normativa, per quanto questi aspetti abbiano, certo, una indiscussa rilevanza, ma sono di natura anche e soprattutto  organizzativa.   Perciò, vorrei cogliere la presente occasione per segnalare un progetto, di forte impronta manageriale, su cui il Suo giornale non si è finora soffermato, se non, forse, di sfuggita. Si tratta del progetto,  noto sotto  il nome di   ''Polis'', con cui Poste Italiane  si accinge a rilasciare il passaporto, la carta di identità elettronica, il tesserino fiscale, i documenti e le registrazioni di  interesse pensionistico,  e  molti  altri servizi,  agli utenti residenti nei piccoli comuni della Penisola.   Il progetto in questione, finanziato con in fondi del PNRR ( a proposito, come spende il Ministero degli esteri i fondi europei?) punta a velocizzare  i servizi di interesse dei cittadini  abbattendo radicalmente i tempi di attesa. Conoscendo la qualità del management di Poste Italiane, che è, mi sembra, di tutto rispetto, si potrebbe pensare di  estendere il progetto ''Polis'' - ecco un suggerimento che mi permetto di indirizzare ai  nostri parlamentari-  anche agli uffici consolari, con cospicui benefici, è da presumere,  per i  connazionali residenti all'estero.   Nella mia impressione, le burocrazie ministeriali, se vogliono migliorare la qualità e la velocità del servizio, devono imparare a misurarsi  con sistemi organizzativi più scaltriti, così come accade normalmente nelle grandi aziende private, ed è perciò una illusione, almeno nel mio giudizio, confidare soltanto nell'arrivo di nuovi impiegati o nell'aumento dei capitoli di bilancio, pur, del resto, così necessari.   Ecco, dunque, che il progetto ''Polis'', centrato sulle specifiche esigenze degli uffici consolari, potrebbe  costituire, mi sembra, un punto di svolta, l'avvio, forse, della tanto attesa rivoluzione organizzativa.   In proposito, sarebbe interessante poter conoscere l'opinione del Ministero degli esteri.   Con molti cordiali saluti, Gerardo Petta- presidente Comites di Zurigo  

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I POPOLARI DEL MOVIMENTO NOI

I POPOLARI DEL MOVIMENTO NOI   Giovanni Palladino ci lascia. Fabio Gallo: per NOI sturziani è stato guida e formatore e ci lascia una grande eredità.   E’ scomparso oggi, 20 gennaio 2024, Giovanni Palladino, testimone della Politica Sturziana pura. Ci lascia una grande eredità spirituale che affonda le radici in una politica attenta alla Dottrina Sociale della Chiesa dalla visione laica e particolarmente vocata alla concretezza dell’agire verso il mondo del lavoro e di una economia umana e solidale. Giovanni Palladino è l’Uomo che ha accompagnato al processo di Beatificazione Don Luigi Sturzo e oggi, gli iscritti, i delegati e il Presidente del Movimento Sturziano NOI, lo ricordano come Uomo della speranza e con un profondo senso di gratitudine come loro formatore, la cui fede è riuscita ad animare un nuovo modo di fare Politica partendo dal basso, dall’attenzione ai problemi degli ultimi, dei giovani, della famiglia, del mondo dell’imprenditoria, dell’economia libera. “Ne raccogliamo anche con riverente e grande emozione – afferma il Presidente del Movimento Sturziano NOI Fabio Gallol’utilizzo del logo di “Servire l’Italia” che per anni ha orientato tutto il mondo dei Popolari Sturziani, comunicatoci dall’Architetto Giampiero Cardillo questa mattina che, nell’ultimo saluto a Giovanni Palladino, ha ricevuto dallo stesso gli appunti nei quali rappresentava l’orientamento delle sue ultime volontà per il grande popolo sturziano del nostro Paese. Un grande onore per tutti NOI – continua Fabio Gallo - ma anche un grande impegno e forte senso di responsabilità, affinché questa eredità possa ispirare futuri giovani e non solo ad un modo nuovo di fare politica e gestione della Cosa Pubblica, in un momento nel quale anche la politica internazionale non riesce a fermare le guerre, sempre foriere di enormi drammi e conseguenze che lasciano i segni per decenni. Giovanni Palladino – conclude Fabio Gallo - è stato un Uomo di Pace e della ricerca continua di soluzioni perché la Politica potesse rinascere continuamente da una profonda spiritualità cristiana. Condivideremo l’utilizzo del logo e della bandiera di Servire l’Italia con tutti coloro i quali vorranno impegnarsi in politica, in quella che anche Papa Francesco ha auspicato con la “P” maiuscola, richiamando tutti i cattolici a farlo”.   Giovanni Palladino (1941) per 40 anni ha operato nel mondo bancario, finanziario ed industriale. Dal 1995 al 2021 è stato Presidente del Centro Internazionale di Studi Sturziani (CISS) e promotore della Causa di Beatificazione di Don Luigi Sturzo. Dal 2017 è Segretario Generale di Servire l’Italia – Movimento Sturziano, un’Associazione Culturale impegnata nella formazione alla buona Politica. Dal 2020 fa parte del CDA della Fondazione Erede di Maria Valtorta.

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M.O., M5S: TAJANI IPOCRITA, SE VUOLE PACE AGISCA DI CONSEGUENZA

M.O., M5S: TAJANI IPOCRITA, SE VUOLE PACE AGISCA DI CONSEGUENZA Sostenga cessate il fuoco, condanni Netanyahu, fermi invio armi   ROMA 19 GEN - "Il Ministro Tajani dice che l'Italia è pronta a inviare a Gaza i nostri militari con l'Onu come portatori di pace. Sarebbe una bella dichiarazione se non suonasse ipocrita, visto che l'Italia di Tajani e Meloni all'Onu si è astenuta per due volte sulla richiesta di un cessate il fuoco, visto che l'Italia di Tajani e Meloni continua a non condannare la disumana carneficina di Gaza e l'estremista di Netanyahu contrario a uno Stato palestinese, visto che l'Italia di Tajani e Meloni continua a inviare armi a Israele. Non si può sostenere e alimentare chi fa la guerra e spacciarsi per fautori della pace. Prima di parlare di missioni di pace, la pace va raggiunta. Se il governo è serio quando parla di pace, presenti all'Onu una nuova risoluzione per il cessate il fuoco, condanni i crimini e le posizioni di Netanyahu e fermi i trasferimenti di armi italiane verso Israele". Lo dichiarano i parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni Esteri di Camera e Senato.

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Missione del Ministro Tajani a Brescia per la Diplomazia della Crescita

Missione del Ministro Tajani a Brescia per la Diplomazia della Crescita

 
Il Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, On. Antonio Tajani, è oggi a Brescia per incontrare vari esponenti del tessuto produttivo lombardo. La missione, che si inserisce nel quadro delle numerose iniziative per la Diplomazia della Crescita avviate dal Governo, mira a favorire l’internazionalizzazione delle imprese attive nel territorio, con l’obiettivo – annunciato dal Vicepremier – di “portare più Italia nel mondo”. A questo fine, Tajani ha promosso, lo scorso dicembre, la prima riunione degli Stati Generali dell’export, e, nei mesi appena trascorsi, varie iniziative a sostegno del tessuto produttivo italiano. La Lombardia è la prima regione italiana per valore di beni esportati, con oltre 162 miliardi di Euro nel 2022, pari al 26% dell’export nazionale. I settori principali in termini di esportazioni sono i macchinari e i metalli, il tessile-abbigliamento e la chimica. La Provincia di Brescia, in particolare, è la quarta a livello nazionale per vendite all’estero. “L’Italia è una grande potenza esportatrice e protagonista delle catene globali del valore” ha dichiarato Tajani, ribadendo l’impegno del Governo per “favorire le opportunità di incontro tra imprenditori, consolidare i rapporti con i nostri storici partner commerciali e ampliare lo sguardo verso altri mercati ad alto potenziale”. Il Vicepremier ha sottolineato, in particolare, che “il dialogo costante tra Governo, imprese, artigiani e associazioni è fondamentale per rispondere insieme alle sfide poste dalla complessa congiuntura internazionale attuale”. “L’obiettivo della crescita impone di lavorare guardando al futuro, per trovare soluzioni ai problemi di oggi, nell’interesse dei nostri territori, con lo sguardo rivolto al domani”, ha concluso Tajani.

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ELEZIONI, G. ROTONDI (DC): “HO VISTO CARISMA NELLA MELONI E HO SCOMMESSO SU DI LEI. QUESTA NUOVA DC DÀ FASTIDIO A CHI PREFERISCE CHE LE COSE RESTINO SEMPRE UGUALI”

ELEZIONI, G. ROTONDI (DC): “HO VISTO CARISMA NELLA MELONI E HO SCOMMESSO SU DI LEI. QUESTA NUOVA DC DÀ FASTIDIO A CHI PREFERISCE CHE LE COSE RESTINO SEMPRE UGUALI” “Il partito di Fratelli d’Italia, dove ci sono dentro pure i voti dei democristiani nelle politiche, ha preso quasi il 30% dei voti, la Lega meno, Forza Italia molto meno. Dico agli alleati: non lasciate a Fratelli d’Italia lo sgradevole compito di ricordare queste cose, assumete voi un’iniziativa di riequilibrio. Prendete il Veneto, oggi Fratelli d’Italia in Veneto ha avuto il 36%, la Lega non è arrivata al 10%, ma in Veneto dicono ‘Zaia è bravissimo’, per carità tutti bravi, però i voti sono andati da un’altra parte”. Così ha dichiarato l’On. Gianfranco Rotondi, presidente della “Democrazia Cristiana con Rotondi” oggi iscritto al gruppo di Fratelli d’Italia, nel corso della trasmissione di Radio Cusano “L’Italia s’è desta”. “Quando Berlusconi usciva di scena ho visto nel carisma della Meloni la possibilità di costruire una continuità e ho scommesso su di lei, anche suscitando arrabbiature nei democristiani. Oggi tutti dicono ‘ma che brava la Meloni’, un anno fa la vedevano come quella della fiamma. Non è democristiana per carità, ma è accettabile per i democristiani e allora dà fastidio questa Democrazia Cristiana che sta sulle cose di oggi, che vuole incidere, che vuole contaminare, trasformare. Ecco questo non va giù a chi preferisce che le cose restino sempre come stanno”, ha continuato Rotondi. Non sono andato a fare il cespuglio nel gruppo misto, ho portato la Democrazia Cristiana nel gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia e qui ci sto benissimo. Diversamente da come parte della stampa descrive questa destra di Governo, siamo un gruppo parlamentare che sta caricando sulle spalle di persone, in gran parte giovani e alle prime esperienze, la terribile responsabilità di guidare un paese nella intemperie internazionale più difficile del dopoguerra”. E sul nuovo simbolo per la Democrazia Cristiana, Rotondi ha detto: “La balena bianca fu una definizione di Giampaolo Pansa e piacque molto ai democristiani, tantoché Arnaldo Forlani replicò, eletto segretario della DC, citando la balena bianca. Dedichiamo questo simbolo a loro due”. E riguardo alla disfida con Totò Cuffaro, Rotondi ha poi aggiunto: “Al di là della querelle con Cuffaro, non capisco perché nel tempo vi sia stato un accanimento nei miei confronti. Peraltro, da attori sempre diversi e con una serie di episodi forti e inquietanti. Non mi riferisco al povero Cuffaro – ha precisato Rotondi - un attore in buonafede, sopraggiunto dopo quarantanove cause e ci  mancherebbe che me la pigliassi con l’ultimo arrivato. C’è stata una strategia lucida per fermare un tentativo che, con molta onestà e autoironia, non ha mosso né le masse elettorali, né le lancette della storia. Forse non dà fastidio la memoria, ma l’idea che questa Democrazia Cristiana potesse lievitare e piantare un seme”, ha ribadito Rotondi. Infine due parole sulla vicenda saluti romani. “Quando c’era Prodi non ci arrabbiavamo o lo accusavamo  del fatto che alcuni ragazzi dipingevano la stella delle BR in giro per l’Italia. Ci stanno questi estremisti, ma che colpa hanno i politici?”, ha concluso Gianfranco Rotondi.

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UNHCR: nel 2023 il numero di emergenze umanitarie più alto degli ultimi dieci anni

UNHCR: nel 2023 il numero di emergenze umanitarie più alto degli ultimi dieci anni Prevediamo che con questa tendenza destinata a persistere nel 2024, il numero di persone costrette alla fuga salirà da 114 a 130 milioni entro la fine dell'anno. Nel 2023 l'UNHCR, l'Agenzia ONU per i Rifugiati, ha risposto a un numero in netta crescita di crisi umanitarie nuove o in peggioramento - il più alto numero annuale di emergenze dichiarate degli ultimi 10 anni. Secondo il rapporto Emergency Preparedness and Response in 2023 pubblicato oggi, l'UNHCR ha annunciato 43 emergenze per aumentare il sostegno in 29 Paesi e ha inviato 7,4 milioni di articoli di soccorso per assistere fino a 16,7 milioni di persone in tutto il mondo. Dai suoi sette siti di stoccaggio globali, l'UNHCR ha consegnato forniture di emergenza per un valore di 53,5 milioni di dollari. "Nell'ultimo anno abbiamo assistito a un aumento vertiginoso delle emergenze, con lo scoppio di nuove crisi e il deterioramento di quelle irrisolte, che hanno spinto i limiti della nostra capacità di risposta", ha dichiarato Dominique Hyde, direttore delle Relazioni esterne dell'UNHCR. "Che siano scatenate da conflitti, violazioni dei diritti umani, disastri naturali o eventi meteorologici estremi, queste emergenze hanno provocato un'ondata di persone in fuga, lasciando innumerevoli individui e famiglie nel disperato bisogno di assistenza umanitaria e protezione. L'entità della sofferenza umana è incommensurabile e ci ricorda l'imperativo dell'azione collettiva e della solidarietà". Nel corso del 2023, l'UNHCR ha risposto a molteplici crisi a livello globale, aiutando milioni di persone colpite dai terremoti in Siria e Turchia (23.8 milioni di persone colpite) e in Afghanistan (114.000 persone colpite e 478.000 costrette a rientrare dal Pakistan); da un nuovo conflitto in Sudan (7.4 milioni di persone costrette alla fuga internamente o attraverso i confini) e dal riaccendersi di vecchi conflitti in Karabakh (100.000 persone rifugiate) e in Somalia; dal deteriorarsi della crisi nella Repubblica Democratica del Congo (7 milioni di persone colpite dal conflitto nella parte orientale del paese), da movimenti misti senza precedenti di rifugiati e migranti in America Latina e nei Caraibi e dalle inondazioni in Libia (900.000 persone in cinque province colpite direttamente dalla tempesta e dalle inondazioni improvvise) e nel Corno d'Africa (oltre 2 milioni di persone sfollate). Con la tendenza a crescere delle emergenze nel 2023, destinato a persistere nel 2024, e il numero di persone costrette alla fuga che si prevede salirà a 130 milioni entro la fine dell'anno, la necessità di solidarietà e sostegno per le persone costrette a fuggire non è mai stata così importante come oggi.

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Giorno della Memoria, lunedì evento alla camera promosso dal Presidente Fontana: Orchestra e Voci bianche dell’Accademia della Scala, testimonianze dei giusti fra le nazioni di forze armate e forze dell’ordine. Diretta su Rai 3

Giorno della Memoria, lunedì evento alla camera promosso dal Presidente Fontana: Orchestra e Voci bianche dell’Accademia della Scala, testimonianze dei giusti fra le nazioni di forze armate e forze dell’ordine. Diretta su Rai 3   Roma, 19 gen - L’introduzione del Presidente Lorenzo Fontana, un concerto con l'Orchestra e il Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala,  testimonianze, un tributo agli esponenti delle forze armate e forze dell’ordine decorati della medaglia di “Giusto fra le nazioni”. Questo, in sintesi, il programma della giornata di lunedì 22 gennaio, dal titolo “Ascoltare la storia, per non dimenticare”, promossa dalla Presidenza della Camera dei deputati. L’evento - che si inserisce nel contesto degli appuntamenti del Giorno della Memoria - è condotto, in sala della Regina di Montecitorio, dalla giornalista Emma D’Aquino, e sarà trasmesso su Rai 3, a cura di Rai Parlamento, alle 16. A esibirsi saranno i giovani musicisti dell’Orchestra e del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala, una fra le più autorevoli istituzioni nazionali per la formazione delle figure professionali che operano nello spettacolo dal vivo. Dirige il Maestro Pietro Mianiti, direttore del coro è Marco De Gaspari. Il concerto si apre con il tema del capolavoro cinematografico Schindler’s List, solista al violino sarà Leonardo Moretti. Tra i brani in programma: l’Adagetto e un coro dalla Madama Butterfly di Giacomo Puccini (di cui ricorre quest'anno il centenario della scomparsa), il Notturno di Schoenberg, l'Adagietto della quinta Sinfonia di Mahler, l'aria "Vieni, o levita!" dal Nabucco e, sempre da questo tratto, il "Va', pensiero", quindi l'elegia "Crisantemi" di Giacomo Puccini e il Gam Gam di Elie Botbol. All'esecuzione dei brani si alterneranno  testimonianze sulla Shoah. Nel corso dell’evento saranno ricordati i Giusti fra le nazioni (l’onorificenza ai non ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare ebrei): Giovanni Palatucci, penultimo Questore reggente di Fiume, il Maggiore della Guardia di Finanza Raffaello Tani e la moglie Jolanda Salvi e i cinque militari dell’Arma dei Carabinieri: Giacomo Avenia, Osman Carugno, Carlo Ravera, Enrico Sibona e Giuseppe Ippoliti; Maurizio Lazzaro de' Castiglioni, ufficiale generale dell'Esercito, oltre ad altri militari dell’Esercito ricordati nel Giardino dei Giusti. Il concerto è organizzato in collaborazione con il Comitato Nazionale per le Celebrazioni Pucciniane, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e presieduto dal Maestro Alberto Veronesi. L'appuntamento si inserisce inoltre tra le iniziative promosse nel centenario della scomparsa di Giacomo Puccini.

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Legge Anti Suicidi: a Imperia Tribunale cancella debito a giovane madre di 100mila euro

Legge Anti Suicidi: a Imperia Tribunale cancella debito a giovane madre di 100mila euro

Imperia, 19 gennaio 2024 - Il Tribunale di Imperia ha emesso una sentenza storica, applicando per la prima volta nella provincia l’esdebitazione dell’incapiente, prevista dalla legge antisuicidi, per annullare un debito di 100 mila euro di una giovane madre romena. Il giudice Paola Cappello della Sezione Fallimentare ha riconosciuto l'impossibilità per la donna di saldare il debito con l’Agenzia delle Entrate, accogliendo così la richiesta dell'avvocato Manuel Macrì del Foro di Genova. La storia della giovane madre I fatti risalgono al 2010, quando la donna, allora ventiduenne, arrivò in Italia da sola con una figlia di tre anni. Entrata in società per la gestione di un bar a Imperia, si trovò successivamente oberata da un debito preesistente della società. La situazione divenne critica fino al 2020, quando decise di uscire dalla società, ritrovandosi a sua insaputa con una cartella esattoriale di 100 mila euro. Dopo aver intrapreso varie vie legali, la donna si è affidata all’avvocato Manuel Macrì dello Studio M2Lex. Dopo un anno e mezzo di lavoro, l'avvocato ha ottenuto il provvedimento definitivo del Tribunale, che ha formalmente cancellato il debito e respinto l’opposizione presentata dall’Agenzia delle Entrate. Il Tribunale ha infatti riconosciuto la donna come totalmente incipiente e meritevole di essere esdebitata, non potendo offrire nulla per ripagare un debito contratto dalla società. L’unica condizione a cui dovrà sottostare per mantenere l'esdebitazione è che eventuali eccedenze di reddito nei prossimi quattro anni dovranno essere destinate al pagamento dei creditori. La Legge Antisuicidi: una misura di protezione Sociale La legge antisuicidi, una normativa importante nel contesto italiano, mira a prevenire situazioni estreme causate da difficoltà finanziarie insormontabili. Questa legge permette ai tribunali di intervenire in casi di sovraindebitamento, dove individui o famiglie non sono in grado di soddisfare i propri obblighi finanziari e si trovano a rischio di conseguenze personali gravi. L'obiettivo è fornire un percorso legale per ristrutturare o cancellare i debiti, in modo da offrire una seconda opportunità e prevenire situazioni di disperazione che potrebbero portare a decisioni tragiche. La legge si configura come uno strumento di giustizia sociale, dando priorità alla dignità e al benessere degli individui sopraffatti dalle circostanze economiche. Questo verdetto rappresenta un punto di svolta, permettendo alla donna di ricominciare una vita senza il peso di pignoramenti o altre difficoltà economiche. Per maggiori informazioni rimandiamo all’Avvocato Manuel Macrì

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Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS

Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEIS   GIORNO DELLA MEMORIA 2024 Il museo offre un palinsesto di appuntamenti dedicati alle scuole per commemorare questa importante ricorrenza, indagando il ruolo della memoria nella costruzione del futuro   23 - 30 gennaio 2024     Martedì 23 gennaio ore 17.30 | WARUM? Concerto al Ridotto del Teatro Comunale, Corso Martiri della Libertà 5 - Ferrara   Sabato 27 gennaio ore 12.00 | CONSIGLI DI LETTURA Incontro con consigli di lettura al museo, via Piangipane 81 - Ferrara   Lunedì 29 gennaio, ore 10.00 | CINQUE STORIE IN CINQUE OGGETTI Incontro alla Sala Estense, Piazza del Municipio 14 – Ferrara   Martedì 30 gennaio alle ore 18.30 | Casa di Memoria evento online Svelate le classi vincitrici del concorso internazionale, Piattaforma Zoom   Sabato 27 gennaio l'ingresso al museo è gratuito tutto il giorno     Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEIS via Piangipane 81, Ferrara www.meis.museum   Foto di Bruno Leggieri e Marco Caselli Nirmal Ferrara, 19 gennaio 2024. Nel 2023 sono stati 12.000 i giovani coinvolti dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah - MEIS di Ferrara nelle iniziative dedicate al Giorno della Memoria: anche quest’anno l’istituzione ferrarese conferma il suo impegno con scuole e ragazzi, veri testimoni del presente e voce del futuro, dedicando loro, dal 23 al 30 gennaio 2024, un ricco palinsesto di appuntamenti fruibili in presenza e online, che quest’anno raggiungerà centinaia di istituti scolastici in tutta Italia, allargando il pubblico dell’istituzione e creando una rete di scambio intergenerazionale.   «La giornata del 27 gennaio – spiega il Direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto – è per noi la tappa iniziale di un percorso che intraprendiamo con le scuole lungo tutto l’anno. L’attività che organizziamo ogni anno diventa il punto di partenza per progetti strutturati con studenti di età diverse, declinato per i diversi indirizzi di licei e istituti tecnici e che danno vita a mostre itineranti; percorsi di alternanza scuola-lavoro; laboratori fuori e dentro al museo e visite in città scoprendo le memorie dei luoghi».   Tra le attività comprese nel programma, CINQUE STORIE IN CINQUE OGGETTI, un grande evento realizzato in collaborazione con l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara e dedicato memoria degli oggetti, a partire da quelli custoditi dal MEIS nella sua collezione. Lunedì 29 gennaio dalle ore 10.00 nella Sala Estense in Piazza del Municipio 14, i ragazzi scoprono cinque vite attraverso cinque oggetti molto diversi tra di loro: una canzone, un libro, un inciampo, una storia, una tazza, tracce di un passato che si ripresenta e porta con sé una trama di eredità famigliari e individuali. Apparentemente inanimato, ogni oggetto diventa, nelle parole di chi lo racconta, l’innesco per raccontare una storia, i luoghi che ha attraversato, i viaggi percorsi, sottolineando il ruolo fondamentale della memoria nella costruzione del futuro. L’incontro sarà moderato dal Direttore Amedeo Spagnoletto e dalla Presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea ISCO Anna Maria Quarzi, con la partecipazione di Vittorio Bo, divulgatore e co-curatore della prossima mostra del museo dedicata alla storia degli ebrei italiani nel Novecento.   Il programma delle celebrazioni comprende anche: martedì 23 gennaio alle ore 17.30 al Ridotto del Teatro Comunale in Corso Martiri della Libertà 5, WARUM? concerto con i giovani archi del Quartetto Shaborùz - composto dai violinisti Angela Tempestini e Amedeo Ara con la violoncellista Marina Margheri e la partecipazione di Edoardo Rosadini – che esegue Warum? secondo quartetto del compositore Luca Lombardi, riflessione musicale sulla drammatica dicotomia tra le vette artistiche della tradizione culturale tedesca e l’abisso barbarico dell’antisemitismo nel Novecento. Intervengono Dario Disegni, Presidente del MEIS e il Maestro Luca Lombardi. Evento gratuito previa prenotazione obbligatoria a inaugurazione@meisweb.it   Sabato 27 gennaio l'ingresso al MEIS sarà gratuito tutto il giorno dalle ore 10 alle 18.00, con la possibilità di fruire di una visita guidata alle 11.30 (prenotazioni su eventi.meis@coopculture.it, costo  5 euro), mentre alle ore 12.00 si tiene l’incontro in cui i responsabili della biblioteca del museo condividono con il pubblico consigli di lettura dedicati al Giorno della Memoria e destinati ad adulti e ragazzi di tutte le età. Evento gratuito previa prenotazione scrivendo a ufficio.stampa@meisweb.it   Il programma si conclude martedì 30 gennaio alle ore 18.30 con un evento online sulla piattaforma Zoom, in cui vengono svelate le classi vincitrici del concorso internazionale Casa di Memoria, a cura del MEIS e della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura, dai membri della giuria Carlo Greppi, Silvia Guetta, Jitka Janáková, Marina Sabatini ed Erika Salassa. Il contest fa parte del progetto REMEMBR-HOUSE, sostenuto dall’Unione Europea all’interno del programma CERV (Citizens, Equality, Rights and Value Programme) che prevede attività di training per i docenti, workshop e laboratori con i ragazzi, eventi di divulgazione e contenuti multimediali, oltre alla realizzazione di manuali e kit didattici. Partendo dalle carte del Fondo EGELI, che consentono di recuperare le dettagliate liste dei beni sequestrati agli ebrei in Piemonte e Liguria dopo l’emanazione delle leggi razziali fasciste nel 1938 e negli anni successivi, e grazie a un approccio di digital humanities, l’Archivio Storico della Compagnia di San Paolo diventa il punto di partenza per esplorare la storia del XX secolo e restituirla alle nuove generazioni con modalità innovative e partecipative.   A ulteriore conferma dell’importanza del rapporto con i giovani, prosegue anche il viaggio della mostra itinerante Il peso della legge. Le conseguenze delle politiche razziste in Italia a cura delle ragazze e dei ragazzi della sezione 5 G del Corso Scienze della Conservazione dei Beni Culturali del Liceo Scientifico “A. Roiti” di Ferrara, realizzata con il supporto del MEIS. L’esposizione sarà visitabile dal 21 gennaio al 3 marzo presso Casa Cervi a Gattatico (Reggio Emilia), dal 22 al 28 gennaio alla Prefettura di Ferrara e il 30 gennaio nella Scuola G. Galilei di Vigarano Mainarda.    

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V APPUNTAMENTO CON I DIALOGHI D’IMPRESA DI PICCOLA INDUSTRIA CONFINDUSTRIA LECCE PENSARE IN GRANDE. LA CRESCITA DELLE PMI

V APPUNTAMENTO CON I DIALOGHI D’IMPRESA DI PICCOLA INDUSTRIA CONFINDUSTRIA LECCE PENSARE IN GRANDE. LA CRESCITA DELLE PMI Martedì, 24 gennaio ore 17.30   Lecce, 19 gennaio 2024   Al via martedì 23 gennaio, alle ore 17.30, il quinto appuntamento del ciclo di incontri “Dialoghi d’Impresa” promosso dal Comitato Piccola Industria di Confindustria Lecce, nell’ambito della sua Business School, sul tema “Pensare in grande. La crescita delle piccole e medie imprese”.   Protagonista dell’evento sarà Luigi Abete, figura di spicco dell’imprenditoria italiana, già Past President di Confindustria e di Banca Nazionale del Lavoro. Ha presieduto l’Università Luiss Guido Carli, è stato al vertice dell’Unione degli Industriali e delle Imprese di Roma e attualmente ricopre il ruolo di membro del Consiglio di amministrazione di Artigiancassa e Tod’s Spa, nonché di Presidente della Luiss Business School.   I Dialoghi d’Impresa rappresentano momenti di formazione rivolti agli imprenditori, al mondo della scuola e della formazione in generale, tenuti da autorevoli protagonisti dell’imprenditoria italiana, i quali condivideranno le esperienze d’impresa attraverso un dialogo a due con il presidente del Comitato di Piccola Industria Confindustria Lecce, Roberto Marti. I temi affrontati spaziano dalla diffusione della cultura d’impresa, alla visione strategica dei complessi scenari economici, mediante un’analisi delle dinamiche di crescita e cambiamento e la contaminazione con la sfera della tecnologia, dell’innovazione e della resilienza.   “La Business School di Piccola Industria Lecce – ha detto il presidente Marti – nasce come risposta e stimolo ai bisogni di formazione e aggiornamento di alto profilo su tematiche trasversali espresse da imprenditori e non, i quali più volte hanno manifestato l’esigenza di creare codici univoci per un dialogo ed una programmazione costruttiva ed efficace. Da questa esperienza, ogni partecipante potrà trarre nuove competenze e soft skills, spunti di riflessione, momenti di arricchimento e approfondimento personale, strumenti efficaci per costruire capacità di visione e valorizzare la mission dell’impresa, dell’organizzazione o dell’organismo di appartenenza. Si tratta di un progetto ambizioso, in continua evoluzione, che vede la Piccola Industria di Confindustria Lecce assumere un ruolo formativo a vantaggio dei bisogni del territorio”.   L’evento sarà trasmesso in diretta dalla piattaforma social di Piccola Industria Confindustria Lecce (https://www.facebook.com/PIConfindustriaLecce/).

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“Ex Ilva, la soluzione sta dietro l’angolo con i finanziamenti al seguito, ma gli addetti ai lavori percorrono l’autostrada del nulla”, a pensarla così è l’avvocato Nicola Russo, presidente del Comitato Cittadino Taranto Futura.

“Ex Ilva, la soluzione sta dietro l’angolo con i finanziamenti al seguito, ma gli addetti ai lavori percorrono l’autostrada del nulla”, a pensarla così è l’avvocato Nicola Russo, presidente del Comitato Cittadino Taranto Futura.   Secondo l’avvocato, in questi giorni stiamo assistendo alla effettuazione di convegni a destra ed a manca sul destino dell’ex Ilva di Taranto. Di seguito riportiamo il suo pensiero.   Di fronte alla totale e acefala incapacità politica del Comune e della Regione di voler trovare una soluzione plausibile, e di fronte alle associazioni ambientaliste che vanno dietro ad un obiettivo difficile e irraggiungibile sulla chiusura (dato che l’ex Ilva costituisce una parte dell’asse portante dell’economia italiana e motivo di sostentamento delle famiglie dei lavoratori), bisogna cercare di essere realisti e vedere dove è possibile un orizzonte risolutivo.   “Ebbene, ci stiamo sforzando - riferisce Nicola Russo - di fare capire a chi vuole anche strumentalizzare le questione ex Ilva, assumendo anche la parte della scimmietta che non vuole sentire e non vuole vedere, che la soluzione benefica per risolvere il caso è quella di riconvertirla in una industria che, pur continuando a svolgere la sua attività, può diventare veramente ‘green’, creando riscaldamento gratuito per le famiglie tarantine e per le imprese ricorrendo al cosiddetto ‘teleriscaldamento’ (come suggerito dai progetti del Politecnico di Torino e di Milano).   In questo modo, la soluzione definitiva è proprio dietro l’angolo, con conseguente rimedio al grave problema dell’inquinamento, della salute dei cittadini e dei lavoratori, della conservazione dell’economia statale e dell’occupazione dei lavoratori.   “Ognuno dei suindicati interlocutori va dietro a delle chimere, perché vogliono avere egoisticamente le prerogative e primazie (anche politiche) di verità irraggiungibili, ma che, nel contempo, costituiscono motivo di perdita di tempo e perseguimento di inutile orgoglio personale alla manifestazione delle idee perdute” sottolinea l’avvocato.   “C’è il Progetto del Politecnico di Milano e Torino per convogliare il calore prodotto dall’ex Ilva verso le case e le imprese di Taranto, anche se non c’è tra le proposte pervenute al Ministero competente - ci dice Nicola Russo - Vogliamo approfittare ed eliminare l’inquinamento dell’80% e sopperire alla carenza di gas, anche perché per l’idrogeno ci sono tempi lunghissimi?”.   Ricorda che era arrivato il via libera della Commissione Europea al programma per una transizione giusta JTF (Just Transition Fund) per l’Italia per il periodo 2021-2027.   La dotazione finanziaria complessiva del programma è di 1.211.280.657 euro di cui 1.029.588.558 euro di contributo UE e 181.692.099 euro di contributo nazionale.   Il JTF contribuisce al singolo obiettivo specifico di consentire alle regioni e alle persone di affrontare gli effetti sociali, occupazionali, economici e ambientali della transizione verso gli obiettivi 2030 dell’Unione per l’energia e il clima e un’economia climaticamente neutra entro il 2050, sulla base dell’accordo di Parigi (come previsto conformità con l’articolo 5, paragrafo 1, secondo comma del regolamento UE 2021/1060).   Il MiTE, Ministero della Transizione Ecologica, aveva avviato la Valutazione Ambientale Strategica (VAS) del Programma Nazionale Just Transition Fund.   La Commissione VIA VAS del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha concluso l’esame dei procedimenti di valutazione ambientale.   Per quanto riguarda la provincia di Taranto, è prevista la costruzione di turbine eoliche e di impianti geotermici per gli edifici pubblici e l’attuazione di progetti di ricerca sull’idrogeno verde.   Tra gli obiettivi nella provincia pugliese c’è anche la creazione di una cintura verde, intorno alla città di Taranto, per ripristinare terreni dismessi e degradati e contribuire alla riduzione di Co2.   In conclusione con il Progetto del Politecnico di Milano e Torino di Teleriscaldamento, ci sarebbe per Taranto una soluzione per la crisi energetica e ambientale: le fonti di inquinamento, invece di disperdersi in aria, si disperderebbero in giù, venendo catturate internamente, con tutte le cautele del caso.   Ci sarebbe l’abbattimento dell’80% dell’inquinamento e un risparmio notevole di gas, luce, e così via, oltre alla tutela del lavoro, che di contro verrebbe incrementato.   Inoltre intorno all’ex Ilva, ci sono grandi terreni, dove verrebbe collocato il fotovoltaico, con ulteriore energia per lo stabilimento e per la città, con finaziamenti europei a go-go.   “Avevamo chiesto, in merito un’audizione alla Regione - ha concluso l’avvocato Nicola Russo - ma non abbiamo saputo più nulla!” Vito Piepoli

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Circo Nero Italia tra Firenze, Caserta e Cremona

Circo Nero Italia tra Firenze, Caserta e Cremona   Sembra impossibile, ma la metà del primo mese del  2024, ovviamente gennaio, è già passata. E che fanno gli artisti ed i performer di Circo Nero Italia, collettivo di performer coordinato da Duccio Cantini? Restano protagonisti sui palchi più importanti d’Italia. Ad esempio   Il 20 genaio sono al Cosmos di Caserta e pure all’Otel di Firenze. In questo la festa è Fabolous e ha come special guest Whitney Mkok.  Il 27 sono invece al River di Soncino (Cremona) ed il 28, ancora, all’Otel di Firenze, con l’evento Luna Park.   Circo Nero Italia è un collettivo di artisti che lascia il segno ovunque si esibisca, sia sul palco che al di fuori. Guidati dal coordinatore Duccio Cantini, questi performer sono maestri nell'unire elementi diversi come la bellezza e la meraviglia per creare uno spettacolo coinvolgente che intrattiene il pubblico, ma che allo stesso tempo tocca anche il cuore e stimola la riflessione.   Non c'è contesto che possa tenere a freno la loro capacità di regalare emozioni al pubblico con la loro multiforme creatività. Per questo loro performance hanno conquistato il mondo e il loro stile è inimitabile. Circo Nero Italia propone, tra l'altro, tanti format diversi: Circo Nero Classic, Circo Revolution, Woodoo, Los Hermanos, e tanti altri. Ogni format regala un'atmosfera completamente differente ed emoziona gli ospiti con un suo fascino particolare.   "Non metteremo mai in piedi spettacoli di semplice intrattenimento con qualche bella performance d'impatto a fare da cornice", racconta Duccio Cantini, che coordina la party crew. "E' e sarà sempre uno show evolutivo, ricco di emozioni e ispirato ai grandi spettacoli internazionali. Cerchiamo sempre di alzare l'asticella della bellezza e del coinvolgimento emotivo per portare il pubblico, per una notte, in altri mondi... siano essi interiori, inferiori o superiori.”     #CircoNeroItalia #WeAreAllClowns

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Mark Donato: mash up su Radio Italia e presto Mark Donato On Air a Sanremo

Mark Donato: mash up su Radio Italia e presto Mark Donato On Air a Sanremo   Come gli ascoltatori di Radio Italia sanno già bene, Radio Italia Party, in onda ogni sabato alle 22 è il programma giusto per ballare italiano al ritmo del weekend.  Sabato 20 gennaio alle ore 22, sarebbe un errore perdersi il mash up di “A Cena con gli Dei” di Biagio Antonacci  realizzato dal dj producer toscano Mark Donato. "'E' un mash up che vi farà sentire come degli dei, tra ritmi incalzanti e parole emozionanti", spiega l'artista, che da sempre nei suoi dj set e nel suo personale radioshow spesso predilige musica prodotta in Italia, da colleghi dj.  "Radio Italia Party è  un programma che fa vivere la musica italiana remixata e mashappata in modo unico e coinvolgente. Vi aspettano Paoletta  alla conduzione e Luca Camorcia alla regia, per regalarvi un'ora di puro divertimento", conclude Mark Donato.   Tra i più recenti rework di Mark Donato c'è anche quello di "Se t'amo t'amo" di Rosanna Fratello, un brano scritto nel 1982 da Cristiano Malgioglio, che Mark Donato trasforma in uno inno da dancefloor.   Per lui c'è in ballo anche un'altra novità tutta Italia, ovvero la sua presenza a Sanremo durante il mitico Festival della Canzone. Mark Donato On Air, il suo radio show distribuito Sindymedia è partner di Sanremo Luxury. Tutti i dettagli verrano svelati a breve ma è già un eccellente risultato.   ///   La tracklist di Radio Italia Party del 20/01/24 con il mash up di Mark Donato https://www.radioitalia.it/partnership/radio-italia-party-561073?fbclid=IwAR217batbKzXuXfGFQcOSAGs5TCcr23arxOOQBMKgbSHT29aNs5igsEoguk   Il rework di Mark Donato di "Se t'amo t'amo" di Rosanna Fratello https://hypeddit.com/markdonato/setamotamorosannafratellomashupmarkdonato?fbclid=IwAR2IlMqrX8NeBA22Ui6q0cfckf-Zt2MjrYwFNz0YNh2HZdBAg87Uu45SHYY   ///   Ci sono dj che ogni giorno pensano più a far ballare e far emozionare il loro pubblico che al proprio ego musicale. Tra di loro c'è senz'altro il toscano Mark Donato, che spesso realizza bootleg & rework di brani italiani perfetti per ballare, ad ogni ora del giorno (e della notte). Tra le sue realizzazioni più recenti, c'è un bootleg di un brano di Mario Venuti, "Caduto dalle stelle". La sua versione è andata in onda recentemente su Radio Italia, nel programma di Paoletta e Luca Camorcia di Radio Italia, "Radio Italia Party". Mark Donato è un vero professionista del sound e del mixer che fa musica fin dal 1999. Stanno raggiungendo ottimi risultati un suo rework, quello di "Hace Calor" ed uno disco originale, "Bonito”.   https://www.instagram.com/markdonatoreal/  

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INSTALLATI I DOSSI IN VIA FIRENZE. UN ALTRO PICCOLO RISULTATO PER LA COLLETTIVITÀ!

Danilo Talento, Consigliere Comunale M5S di Santa Maria Capua Vetere   INSTALLATI I DOSSI IN VIA FIRENZE. UN ALTRO PICCOLO RISULTATO PER LA COLLETTIVITÀ!   "A distanza di mesi da una richiesta formale indirizzata agli uffici competenti, ieri in via Firenze, al rione Sant'Andrea, sono stati finalmente installati i dissuasori di velocità- ha dichiarato Danilo Talento Consigliere Comunale M5S di Santa Maria Capua Vetere-   La richiesta, sottoscritta da decine di famiglie e accolta con favore dai competenti uffici comunali, scaturiva da segnalazioni di diversi residenti di via Firenze i quali lamentavano, in alcuni tratti della strada, precarie condizioni di sicurezza a causa degli eccessi di velocità.   Continuerò a farmi portavoce, nelle sedi istituzionali opportune, delle problematiche dei cittadini affinché vengano risolte. Dalle parole ai fatti" Danilo Talento <danilo.talento94@gmail.com>

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NALUMOON, un viaggio nella sua “PARANOIA”

NALUMOON, un viaggio nella sua “PARANOIA”
nalumoon è il nome d’arte di Alex Loi, classe 2003 che ha iniziato a pubblicare i suoi primi brani nel 2017, i primi passi li mosse su Soundcloud piattafroma che lo portò a totalizzare più di 1 milione di ascolti.   Il 27 Ottobre 2023 uscì ufficialmente  il suo primo singolo “STRINGIMI FORTE” brano che ha dato inizio a un legame creatosi con Carmine Corsini, in arte EnimraK giovane produttore pugliese classe 2002, ragazzo che è riuscito a farsi strada nella scena hyperpop italia, producendo artisti come Sillyelly, Liltagliagole e Narcolessia.   Legame che ha portato con se anche il brano “ROSSO” uscito l’ 8 Dicembre 2023 brano dalle sonorità r&b, pop e rock entrata in sanguegiovane.   Il 19 Gennaio 2024 si apre un nuovo capitolo per il giovane artista con “PARANOIA”, più che un brano l’approccio sembra essere la narrazione di un viaggio, viaggio che ci fa addentrare nella testa di chi l’ha composta.   Con sonorità pop e un pizzico di trap Nalu decide di parlare di se, la sua voglia di fuggire dalla routine e quella voglia di rivalsa.   La paranoia nella prima parte della canzone viene paragonata e associata a una ragazza, nella seconda a tutto quello che riguarda la routine, le pressioni sul lavoro, la paura di rimanere bloccato in un loop senza poter dare spazio ai propri sogni.   nalumoon è uno degli artisti main dell’etichetta Saintcross Music Group, distribuito da ADA Music.
Ascolta ora “Paranoia“ su Spotify
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LEAL: “ORSI TRENTINO APPROVATO IL DISEGNO DI LEGGE PER ABBATTERE FINO A 24 ORSI IN TRE ANNI. MA QUELLI AVVELENATI E BRACCONATI SONO COMPRESI?”

LEAL: "ORSI TRENTINO APPROVATO IL DISEGNO DI LEGGE PER ABBATTERE FINO A 24 ORSI IN TRE ANNI. MA QUELLI AVVELENATI E BRACCONATI SONO COMPRESI?"

La norma approvata il 19 gennaio dalla Giunta trentina deve ancora passare dal Consiglio Provinciale; è basata sullo studio di Ispra che permetterebbe alla Provincia di abbattere fino a 8 esemplari all’anno per i prossimi tre anni. Il provvedimento fa riferimento al “Rapporto grandi carnivori 2022”. Il Disegno di legge conferma tra l’altro, che spetta al Presidente della Provincia la possibilità di disporre l’abbattimento dei singoli esemplari problematici. LEAL si domanda tuttavia se in questo conteggio siano compresi i ben sette orsi rinvenuti morti durante il solo 2023 più eventuali altri di cui si sono perse le tracce. La questione orsi, in Trentino, è ormai incancrenita grazie ad una serie di errori di valutazione e all’inazione per rendere la convivenza uomo-orso possibile. La Giunta attuale ha dato il meglio per avviare una vera e propria scuola del terrore nei confronti dei plantigradi, che adesso sono l’ossessione della popolazione che vive nelle valli più frequentate dagli orsi. Speculando su incontri ravvicinati con orsi, avvalendosi di testimonianze a volte fumose, si crea una narrazione che mostrifica l’orso. Gian Marco Prampolini, presidente LEAL, anticipa: “Se il Ddl verrà approvato definitivamente, daremo il via ad azioni legali per impugnare i provvedimenti in applicazione delle stesse. E se Roberto Failoni, Assessore alle foreste caccia e pesca, ha presentato il provvedimento come: “Un passo in avanti frutto di un accordo col Governo: contenere la crescita e garantire la sicurezza”, possiamo rispondere che visto che i plantigradi sono specie protetta attendiamo dalla Giunta altrettanta solerzia nel contrasto e nella condanna al bracconaggio e agli avvelenamenti sul territorio”.

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Guccione interpreta Michelangelo

Guccione interpreta Michelangelo A Ragusa esposizione di ventuno incisioni d’aprés che l’artista sciclitano ha dedicato al grande genio aretino   Si apre sabato 27 gennaio (alle ore 17.30) a Ragusa, presso il Centro Commerciale Culturale (Via G. Matteotti 61), la mostra dal titolo “Guccione interpreta Michelangelo”. Si tratta di 21 incisioni che hanno per tema i d’après che Guccione (scomparso nel 2018) ha dedicato a Michelangelo. Dopo i saluti del sindaco (avv. Giuseppe Cassì), seguiranno le relazioni dei proff. Maria Antonietta Vitale, Salvatore Parlagreco, Paolo e Lucia Nifosì. L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 18 febbraio, è resa possibile grazie alla sinergica collaborazione di: Comune di Ragusa, ARS Iblea, Bam, Movimento Culturale Brancati di Scicli, Archivio Guccione, il Giornale di Scicli, Confeserfidi, Dione Edilizia.   L’esposizione artistica, voluta dall’Associaz. Culturale “Brancati” di Scicli (che l’ha già ospitata da ottobre a dicembre scorso), è organizzata con la collaborazione dell’archivio Guccione ed accompagnata da un catalogo con testi di Lucia e Paolo Nifosì. Guccione, oltre a essere stato un grande pittore, è stato grande incisore, ponendosi davanti a una lastra di rame o di zinco, davanti ad una pietra litografica con la stessa tensione creativa con cui si poneva davanti ad una tela. Gli organizzatori del Brancati hanno voluto focalizzare questo aspetto della sua produzione artistica, volendone ricordare il suo ruolo centrale nella storia del Movimento di cui è stato il primo presidente (1980-‘81).   Giuseppe Nativo

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STEFANO PARISI (PRESIDENTE ASSOCIAZIONE SETTEOTTOBRE) “I FATTI DI VICENZA COSTITUISCONO UN GRAVISSIMO EPISODIO DI ANTISEMITISMO E INTOLLERANZA. NECESSARIA REAZIONE SENZA PIU’ AMBIGUITA’”

STEFANO PARISI (PRESIDENTE ASSOCIAZIONE SETTEOTTOBRE) “I FATTI DI VICENZA COSTITUISCONO UN GRAVISSIMO EPISODIO DI ANTISEMITISMO E INTOLLERANZA. NECESSARIA REAZIONE SENZA PIU’ AMBIGUITA’”   Roma, 20/1/2024 - “L’associazione Setteottobre ritiene che i fatti accaduti a Vicenza costituiscano l’ennesimo gravissimo episodio di intolleranza e antisemitismo che non deve essere sottovalutato. C’è una   marea montante di odio contro gli ebrei e contro l’occidente che deve essere fermata senza ambiguità e opportunismi.  Infatti, come affermato in Parlamento dal Ministro dell’Interno Piantedosi, dal 7 ottobre in Italia si è registrato un netto incremento di episodi antiebraici: 135 su tutto il territorio nazionale fino al 31 dicembre: scritte sui muri, striscioni anti-Israele, cori durante cortei, danneggiamenti, imbrattamenti, insulti. 42 persone ritenute presunte responsabili di questi episodi sono state deferite all'autorità giudiziaria. Di fronte a questi numeri e a fatti come quelli di Vicenza chiediamo a tutte le forze politiche un segnale chiaro, senza più ambiguità, contro l’antisemitismo e le sue menzogne, per difendere il diritto di Israele all’autodifesa e alla tutela della propria sicurezza contro la barbarie di Hamas. Chi ha a cuore i valori e i principi della democrazia, del diritto, della giustizia, del rispetto dei diritti umani oggi non può che difendere Israele”. Così Stefano Parisi, presidente dell’associazione Setteottobre, nata il 5 dicembre per contrastare la marea montante del negazionismo, delle falsificazioni, dell’odio antisemita, riaffermare il diritto di Israele a difendersi, lavorare per la difesa dei valori delle democrazie liberali. L’associazione è stata promossa da oltre 200 persone tra questi: Anita Friedman, Daniele Scalise, Andrée Ruth Shammah, Luigi Mattiolo, Pier Luigi Battista, Ilaria Borletti, Gabriele Albertini, Claudio Pagliara, David Meghnagi, Costanza Esclapon, Claudia Mancina, Alessio D’Amato, Massimiliano Fedriga, Piero Fassino, Enrico Morando. Nel programma, accanto a un’estesa attività di comunicazione e informazione, sono previsti, tra altri, progetti specifici per le scuole, osservatori sull’antisemitismo e sull’odio antioccidentale.  

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CLAUDIO BAGLIONI: il tour “aTUTTOCUORE” nelle grandi arene indoor è il primo importante passo che segna l’inizio del countdown dell’addio alle scene, dopo 60 anni di vita artistica!

IL 2024 CELEBRA I SESSANTA ANNI DI VITA ARTISTICA DI   CLAUDIO BAGLIONI   60 ANNI DAL PRIMO PALCOSCENICO 60 ANNI SUOI E DEL SUO PUBBLICO 60 ANNI DI PICCOLE E GRANDI STORIE MUSICALI VISSUTE   "aTUTTOCUORE"   IL CONGEDO DEFINITIVO DALLE GRANDI ARENE INDOOR   il primo importante passo che segna l’inizio del countdown dell’addio alle scene         Tutto comincia nel 1964, quando CLAUDIO BAGLIONI, appena tredicenne, sale per la prima volta su un palco: partecipa a un concorso di voci nuove a Centocelle, dove vive a Roma, e canta il brano di Paul Anka “Ogni volta”. Sono i primissimi passi della carriera straordinaria dell’Artista che ha segnato indelebilmente la storia della musica del nostro Paese e che nel 2024, a 60 anni da quel 1964, sceglie di dare il suo saluto finale alle grandi arene indoor portando in scena "aTUTTOCUORE", la sua opera show più spettacolare e affascinante.   Che l’opera show avesse il carisma della straordinarietà, si era già compreso dai 15 maxi-eventi che hanno appassionato il pubblico in alcuni tra i più grandi e prestigiosi spazi outdoor del Belpaese a partire da settembre del 2023: Stadio Centrale del Foro Italico di Roma, Arena di Verona, Velodromo Paolo Borsellino di Palermo­­ e Arena della Vittoria di Bari.   In questo spettacolo epico e visionario – che ha dato anche il nome al brano uscito in radio e in digitale il 6 febbraio “A tutto cuore” (Sony Music), primo inedito dalla pubblicazione dell’album “In questa storia che è la mia” – energia e passione si fondono per creare l’armonia perfetta tra musica, canto, danza, spazio, suono, performance, costumi, movimenti scenici, giochi di luce e immagini tridimensionali. Il CUORE – primo strumento di ogni essere umano, percussione essenziale per la vita stessa di ciascuno di noi – è al centro di questa rappresentazione, firmata – per la direzione artistica e la regia teatrale – da Giuliano Peparini.   Il gran finale di "aTUTTOCUORE" sarà a Roma il 26 febbraio, nuova e quinta data al Palazzo dello Sport dopo i 6 maxi-eventi di settembre allo Stadio Centrale del Foro Italico.   Dopo il debutto nelle arene indoor del 18 gennaio alla Vitrifrigo Arena di PESARO, si prosegue con gli appuntamenti al Forum di MILANO (20, 21 e 22 gennaio e 5 e 6 febbraio), all’InAlpi Arena di TORINO (25, 26 e 27 gennaio), all’Arena Spettacoli Fiera di PADOVA (29 e 30 gennaio), all’Unipol Arena di BOLOGNA (2 e 3 febbraio), al Nelson Mandela Forum di FIRENZE (8, 9 e 10 febbraio), al Pala Sele di EBOLI (13, 14 e 15 febbraio), al Modigliani Forum di LIVORNO (17 febbraio) e al Palazzo dello Sport di ROMA (22, 23, 24, 25 e 26 febbraio – NUOVA DATA).   "aTUTTOCUORE" è realizzato con il patrocinio di SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori.   I biglietti per la nuova data nella Capitale saranno disponibili in esclusiva in prevendita per gli iscritti al Fan Club dalle ore 10.00 di lunedì 22 gennaio. Dalle ore 10.00 di martedì 23 gennaio, invece, saranno disponibili su TicketOne.it e nei punti vendita e nelle prevendite abituali (info su www.friendsandpartners.it).   Queste le prossima date di "aTUTTOCUORE" prodotte e organizzate da Friends & Partners:   18/01/2024 – Vitrifrigo Arena di PESARO 20/01/2024 – Forum di MILANO 21/01/2024 – Forum di MILANO 22/01/2024 – Forum di MILANO 25/01/2024 – InAlpi Arena di TORINO 26/01/2024 – InAlpi Arena di TORINO 27/01/2024 – InAlpi Arena di TORINO 29/01/2024 – Arena Spettacoli Fiera di PADOVA 30/01/2024 – Arena Spettacoli Fiera di PADOVA 02/02/2024 – Unipol Arena di BOLOGNA 03/02/2024 – Unipol Arena di BOLOGNA 05/02/2024 – Mediolanum Forum di MILANO 06/02/2024 – Mediolanum Forum di MILANO 08/02/2024 – Nelson Mandela Forum di FIRENZE 09/02/2024 – Nelson Mandela Forum di FIRENZE 10/02/2024 – Nelson Mandela Forum di FIRENZE 13/02/2024 – Pala Sele di EBOLI 14/02/2024 – Pala Sele di EBOLI 15/02/2024 – Pala Sele di EBOLI 17/02/2024 – Modigliani Forum di LIVORNO 22/02/2024 – Palazzo dello Sport di ROMA 23/02/2024 – Palazzo dello Sport di ROMA 24/02/2024 – Palazzo dello Sport di ROMA 25/02/2024 – Palazzo dello Sport di ROMA 26/02/2024 – Palazzo dello Sport di ROMA – NUOVA DATA   Radio partner ufficiali di "aTUTTOCUORE": Radio Italia e Rai Radio2

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Programma “Gol”, occupabilità delle persone fragili martedì 23 gennaio, a partire dalle ore 10, nella sala Tosti dell’Aurum

Programma "Gol", occupabilità delle persone fragili martedì 23 gennaio, a partire dalle ore 10, nella sala Tosti dell'Aurum OCCUPABILITA' DELLE PERSONE FRAGILI, MARTEDI' L'INCONTRO ALL'AURUM CON COMUNE E CPI DI NISIO ALLE ASSOCIAZIONI E ALLE FAMIGLIE: "IMPORTANTE PARTECIPARE PER CONOSCERE TUTTE LE OPPORTUNITA'" Il Comune di Pescara e il Centro per l'impiego hanno organizzato una giornata informativa per martedì, 23 gennaio 2024, nella sala Tosti dell'Aurum, a partire dalle ore 10. Al centro dell'incontro il programma "Gol" (Garanzia occupabilità lavoratori)  e l'occupabilità delle persone fragili. L'annuncio arriva dal sindaco Carlo Masci e dall'assessore alla Disabilità e all'Associazionismo sociale Nicoletta Di Nisio che martedì incontreranno le associazioni e le realtà che si occupano di disabilità, insieme alle famiglie e a tutte le persone direttamente interessate. "Ci auguriamo che ci sia un'ampia partecipazione", dicono il sindaco e l'assessore, "perché si tratta di un'ottima opportunità per conoscere dettagliatamente il programma Gol, entrare a contatto con il Centro per l'impiego, capire quale percorso si può seguire e quali sono le possibilità offerte, a partire dalla formazione, usufruendo di percorsi personalizzati, profilati a seconda delle necessità dei singoli". "E' un appuntamento che abbiamo fortemente voluto", prosegue Di Nisio "perché, come ripeto sempre, non lasciamo indietro nessuno e riteniamo che il programma Gol, finanziato dal Pnrr e attuato dalla Regione Abruzzo, possa dare una buona chance anche a vive una condizione di fragilità. E quindi questa giornata dedicata all'informazione è importante, perché consente a chi è fragile di entrare in contatto in maniera immediata e diretta con il Centro per l'impiego, per capire quale procedura seguire e quali sbocchi può avere, guardando al mondo del lavoro". Tutte le procedure e le possibilità offerte da Gol saranno illustrate dagli esperti del Centro per l'impiego che martedì sarà rappresentato dal dirigente Pietro De Camillis, dalla responsabile Adelina Pietroleonardo e dal funzionario Luca Bucciarelli. E' quest'ultimo a spiegare che per accedere al programma Gol è sufficiente fissare un appuntamento con il Centro per l'impiego per verificare la propria posizione (è necessario, per chi è in stato di inattività o disoccupazione, essere iscritto alle liste di collocamento mirato il che vuol dire che dev'essere riconosciuta una disabilità almeno al 46% ed è indispensabile una dichiarazione medica che attesti le residue capacità lavorative). "Gol è rivolto alle categorie svantaggiate del mercato del lavoro, tra cui anche i disabili, e l'incontro del 23 sarà utile per illustrare i contenuti del programma e consentire a tutti di essere parte del programma, che prevede reinserimento lavorativo, orientamento specialistico, formazione e tirocini, da realizzare entro la fine del 2025. Martedì spiegheremo i contenuti ma è sufficiente prendere contatto con i nostri uffici per avere informazioni sulle fasi da seguire, a cominciare dal colloquio mirato". #assessoreNicolettaDiNisio

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“Dalla prepotenza al reato” – Analisi dei segnali predittivi di atteggiamenti generabili in forme di reato

“Dalla prepotenza al reato” - Analisi dei segnali predittivi di atteggiamenti generabili in forme di reato Si terrà mercoledì 24 gennaio 2024 alle ore 10.00 presso l’Auditorium “Teatro Sant’ Alfonso Maria De’ Liguori” di Pagani l’evento che vedrà la partecipazione di alunni e docenti degli istituti delle scuole secondarie di primo e secondo grado d’istruzione e dell’Assessore Mariastella Longobucco, con delega alla Pubblica Istruzione , Politiche scolastiche e Pari Opportunità moderato da Dott.ssa   Martina Nacchio, addetta alle comunicazione del Sindaco del Comune di Pagani l’Avv.to Raffaele Maria De Prisco. Gli interventi saranno molteplici e mirano ad analizzare vari aspetti della vita quotidiana dei ragazzi, studenti e figli, in questo particolare momento della loro crescita personale. L’evento è fortemente voluto dalla Dott.ssa Nadia Elisabetta Peschechera insegnante e scrittrice che porterà notevoli spunti relativi al suo campo di studio, la pedagogia. Nel suo libro “Il rovescio della medagli” infatti, si raccontano storie di adolescenti alle prese con violenze in diversi ambiti e la presenza della Dott.ssa Rossella Sessa, Già Membro della Camera dei Deputati della Repubblica ed esperta di Bullismo e Cyber bullismo, fornirà il suo contributo in materia in base alla sua considerevole esperienza. La Prof.ssa Concetta Lambiase, docente di scuola secondaria di primo grado, presenterà la campagna di sensibilizzazione per il contrasto alla violenza di genere “Posto Occupato”, un gesto concreto rappresentato da un posto lasciato “vuoto” per riempire le coscienze di consapevolezza in merito alla violenza sulle donne. Un felice ritorno per la professoressa Lambiase che ha iniziato la sua carriera di insegnante proprio nella città di Pagani alla quale è affettuosamente legata. Sarà cura del Cav. Dott. Oreste Somma, in qualità di Segretario Nazionale del “Sindacato Autonomi di Polizia AdP”, illustrare un puntuale e aggiornatissimo intervento tecnico che va dal recente Decreto “Caivano” all’attuazione del Codice Rosso Rafforzato. Al convegno sarà presente il Prof. Giuseppe Scialla, già Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Campania, oggi Componente del Comitato Ministeriale Media e Minori e la Dott.ssa Marika Porricelli, Psicologa Clinica e l’Avvocato Penalista, Dott. Claudio Fusco i quali condivideranno le proprie esperienze mettendo a disposizione della platea un’analisi dai rispettivi campi di studio. La e la Dott.ssa Ilaria Perrelli e la Dott.ssa Angela Visone, una Presidente della Consulta Regionale per la Condizione della Donna e l’altra sociologa e scrittrice, parleranno di violenza “domestica” in diversi ambiti per contribuire a fornire un ulteriore focus sulla tematica trattata anche nel libro di quest’ultima “Fino all’ultimo respiro”. "Lo sport insegna che per la vittoria non basta il talento, ci vuole il lavoro e il sacrificio quotidiano. Nello sport come nella vita." (Pietro Mennea)  

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ABELE | personale di Lorenzo MAQCED | Venezia | 27.01 >25.02.24

Abele Lorenzo MAQCED a cura di Quadro Zero 27.01.>25.02.24                             

Opening 27.01. h 18 Blue Gallery-Venezia Direttore Silvio Pasqualini Lorenzo Maqced (Città di Castello,1993) vede per la prima volta i suoi dipinti esposti a Venezia  come ospite di Silvio Pasqualini a Blue Gallery, in occasione della sua personale ABELE, prima mostra di un ciclo pensato e curato da Quadro Zero, dal 27 gennaio fino al 25 febbraio 2024. La mostra esplora il concetto di una narrazione intima, utilizzando la dimensione auto-rappresentativa come veicolo. L'artista struttura questa narrazione attraverso una varietà di iconografie che esplorano sia territori personali che distanti dalla propria esperienza. Emergono temi come la rabbia, l'estasi, la lussuria e la perdita, ciascuno raccontato dall'artista attraverso diverse espressioni pittoriche. Una casa interiore all’io in cui l'arredo è costituito dalle sue inquietudini. Opere prodotte appositamente per lo spazio, guidate da intuizioni rivelatrici nel campo della socio-psicologia contemporanea. Le iconografie si intrecciano vorticosamente, sollecitate dall’impossibilità di una lettura unitaria. Il progetto Quadro Zero nasce nel 2019 dall'iniziativa di due creativi, Vincenzo Alessandria e Giulio Buchicchio, rispettivamente designer e fotografo, come strumento di connessione fra artisti emergenti, con l’intento di scoprire e sostenere nuovi talenti. La loro missione prevede l'organizzazione e la curatela di mostre originali, dove le opere, l'immagine coordinata e lo spazio condividono caratteristiche comuni e coerenti. Il ciclo di mostre pensato per lo spazio Blue Gallery ha l'intento di sondare una nuova possibilità espositiva, attraverso la selezione di artisti italiani ed esteri si pone l’obiettivo di contribuire alla ricerca di nuove metodologie nell’ambito della sperimentazione artistica.

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QUANDO MUORE UN BAMBINO CHE VOLEVA SOLO ESSERE LIBERO SIAMO TUTTI COLPEVOLI

QUANDO MUORE UN BAMBINO

CHE VOLEVA SOLO ESSERE LIBERO SIAMO TUTTI COLPEVOLI

di Vincenza Palmieri

- dedicato ad Andrei, 9 anni, scappato da una Casa Famiglia -

Non si può scrivere sul corpo caldo di un bambino che voleva solo essere libero. Se non per affermare con forza che siamo TUTTI COLPEVOLI. Visto che "i Bambini appartengono allo Stato", come da altre parti sostenuto, e "non a mamma e papà", non possiamo pensare che i colpevoli siano solo gli operatori delle strutture che non hanno alzato ancora di più le sbarre e le barriere; quanto la Filiera Psichiatrica che, da sfondo integratore, permette che i Bambini siano prigionieri, in Italia. Sentiamo parlare, ripetutamente, fino alla noia (una noia condita da paroloni più o meno scientifici) di "inidoneità genitoriale" a cui si pone rimedio con la "messa in sicurezza" all’interno di queste strutture. Ma, in realtà, dobbiamo dire le cose come stanno: queste sono Carceri, sono TSO e Manicomi per Bambini. E, dunque: - finché si continuerà a riempire le stanze delle CTU che spadroneggiano nelle vite delle Famiglie; - finché si darà potere a chi non ha nessuna competenza, neanche interpretativa di fatti, comportamenti e reazioni; - finché saranno queste persone, queste strutture, queste procedure a occuparsi di bambini piccoli, di madri indifese, di padri smarriti; - finché il potere sarà dato a questi singoli garantiti e protetti dalla Filiera; allora, avremo ancora: - Bambini che muoiono sotto un treno, - Bambini che muoiono soli di tumore nelle Comunità in cui non è neanche concesso di vedere i genitori, - Genitori e Nonni che muoiono senza che sia concesso loro di salutare per l'ultima volta i propri figli o nipoti, - Bambini che si suicidano all’interno delle strutture, - Bambini che lì imparano comportamenti devianti, - Bambini che conoscono e fanno uso di droghe dentro le Case Famiglia, - Bambini che vengono sedati, legati nelle Case ad Alto Contenimento, o minacciati di continuo di essere trasferiti in Psichiatria, - Bambini che vengono stuprati nelle Comunità, - Bambini che muoiono e i cui Genitori vengono a sapere della loro scomparsa solo mesi dopo, senza poter conoscere nemmeno dove siano stati seppelliti. E se questi sono "solo fatti eccezionali" e non la regola - perché tutto il resto è composto da brave persone e buone strutture - questo non significa che si possa voltare lo sguardo altrove. Perché finché un solo bambino soffrirà qualcosa del genere, finché anche un solo bambino sarà resettato*, tutti i bambini soffriranno in egual misura. Perché ogni bambino è tutti i Bambini. E tutti i Bambini sono nostri Figli. Vincenza Palmieri Presidente INPEF, Consulente Tecnico

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Presentazione libro “Oltre l’orizzonte ferito”

Presentazione libro “Oltre l’orizzonte ferito” di Francesco Lenoci     Alla selezione della Capitale Italiana della Cultura 2026 sono state presentate 16 candidature. Il 13 dicembre 2023, il giorno di Santa Lucia, il Ministero della Cultura ha proclamato le 10 finaliste: Agnone (Isernia); Alba (Cuneo); Gaeta (Latina); L’Aquila; Latina; Lucera (Foggia); Maratea (Potenza); Rimini; Treviso; Unione dei Comuni Valdichiana Senese. Le audizioni si svolgeranno nei giorni 4-5 marzo 2024; la proclamazione avverrà entro il 29 marzo 2024. È motivo di grande gioia vedere L’Aquila tornare competitiva; è motivo di grandissima gioia tornare a presentare un libro all’Aquila, presso il leggendario Palazzo Tre Marie, che ospita l’Antico Caffè Tre Marie….vale a dire sotto “Quel Ramo di Mandorlo”. Condividete tutti #iosostengolaquilacandidatacapitaleItalianadellacultura2026!   Perché accadono le cose? Semplice, c’è l’ha insegnato Padre Pio, per il combinarsi delle combinazioni! Per il combinarsi delle combinazioni, dal 27 maggio 2009, io sono il gestore del gruppo di facebook “Ricostruiamo l’Aquila AS SOON AS POSSIBLE”. Incredibile ma vero.   Incredibile, perché la notte del 6 aprile 2009 io ero in terapia intensiva, attaccato a una macchina che registrava i battiti impazziti del mio cuore. Sono stato 4 giorni e mezzo in quello stato….poi l’8 aprile sono tornato in corsia in ospedale e ho acceso la radio, apprendendo del terremoto.   Due anni dopo, per la precisione il 28 giugno 2011, ho fatto intervento all’Aquila nel corso della presentazione del Libro di Enrico Centofanti “Quel Ramo di Mandorlo”, One Group Edizioni, giugno 2011, che racconta fatti e personaggi del leggendario Ristorante Aquilano Tre Marie.   Tre anni dopo, vale a dire il 24 ottobre 2014, ho postato su facebook foto di quella giornata, che ritraeva insieme Paolo Scipioni e Alido Venturi, che ho così commentato: “Se vai in cerca di allegria, può bastarti una Maria, ma se vuoi ghiottonerie devi andà alle Tre Marie”.   Mi ha risposto il mio amico Poeta Filippo Crudele: “Ristorante Tre Marie, in via Tre Marie. In pieno centro storico dell’Aquila (sotto i portici). Caro Francesco, quell’allegria è finita. Non sinti chiù caciara pe’ le piazze, non sinti chiù sonà quelle cambane, non sinti chiù cantà quelle fondane, ma sinti L’Aquila me che piagne…..”   L’ultima volta che sono stato all’Aquila risale al 28 agosto 2022. Quel giorno papa Francesco ha urlato: “Che l’Aquila sia capitale del Perdono; capitale della Pace; capitale della Riconciliazione”.   Ho visto con i miei occhi aprirsi la porta della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, per accogliere il papa e tanti pellegrini.   Una scena simile l’avevo vista al Teatro Verdi di Martina Franca il 28 luglio 2012, nel corso della rappresentazione dell’opera di Marco Taralli “Nür”, durante il 38° Festival della Valle d’Itria. Mi ero commosso fino alle lacrime nel 2012 in teatro; mi sono nuovamente commosso fino alle lacrime 10 anni dopo davanti alla Basilica di Collemaggio.   Il 28 agosto 2022 ho visitato con grande gioia l’Antico Caffè Tre Marie e lo storico Palazzo Tre Marie, ospite di Bruna Di Loreto e Alido Venturi.   L’ultima volta che li ho visti risale a un mese fa, al 10 dicembre 2023, all’Artigiano in Fiera a Milano, presso lo stand di Ramo di Mandorlo Azienda Agricola.   Ed eccoci qui, domenica 7 gennaio 2024. Al mio fianco, sotto “Quel Ramo di Mandorlo”, Veneranda Basile, Goffredo Palmerini e Adina De Santis. In prima fila, Francesca Pompa, editore del libro “Quel Ramo di Mandorlo”.   Per il combinarsi delle combinazioni oggi è il compleanno di mio cognato, Leonardo Pizzigallo, che mi ha accompagnato stamattina da Martina Franca alla stazione di Fasano, ma è anche il compleanno di Alido Venturi.   Per il combinarsi delle combinazioni Nür in lingua araba significa “Luce”, come la bambola di pezza di Lucia, le cui trecce, composte da morbidi fili di lana, erano tanto somiglianti a quelle della bimba protagonista del romanzo di Veneranda Basile “Oltre l’orizzonte ferito”. (cfr. pag. 16)   Per il combinarsi delle combinazioni Lucia è nata come me in Puglia nel 1958, ha fatto come me gli esami di terza media a giugno 1972 e gli esami di maturità a luglio 1977.   Lucia ha conseguito la maturità a Poggio Imperiale (Firenze); io dopo la maturità mi sono iscritto all’Università degli Studi di Siena…..dalla Puglia alla Toscana È UN ATTIMO.   Ho letto il romanzo, tutto il romanzo, 223 pagine, venerdì 5 gennaio 2024.   Il romanzo è suddiviso in 2 parti. La Prima parte (da capitolo 1 a capitolo 13), pag. 98, si intitola “L’orizzonte”. La Seconda parte (da capitolo 14 a capitolo 32), pag. 220, si intitola “Le ferite”.   Alla Seconda parte seguono tre pagine, intitolate DOPO, il cui incipit è illuminante: “L’orizzonte è una linea retta, fateci caso: là in fondo, talmente distante da confondersi col tutto, appare così tracciato e preciso da risultare irraggiungibile. Io provai ad avvicinarlo a me, a renderlo raggiungibile anche solo per qualche attimo. Oltre quell’attimo, però, oltre quell’orizzonte, vidi soltanto ferite”. (cfr. pag. 221)   Ovviamente, non voglio svelare il finale.   Vi dico solo questo, partendo dall’acrostico di Lucia realizzato  con frasi di don Tonino Bello che, per il combinarsi delle combinazioni, posto ogni anno su  facebook il 13 dicembre: “Leva il capo. Un generoso impegno ti solleciti a partire. Coraggio, accelera la frequenza dei tuoi passi. Inserisci gli schemi della logica antica. Accendi il fuoco della festa”.   Lucia è riuscita a fare le prime 4 mosse, ma non l’ultima. Lo dice nonno Nicola, pescatore, quando, osservando la nipote nella Cattedrale di San Sabino a Bari, le pare come uno dei suoi pesci appena pescati, senza vita e su un piatto. (cfr. pag. 223)   Cos’altro dire per concludere il mio intervento….   Quando ho finito di leggere il libro, ho postato su facebook un meraviglioso pensiero di don Tonino Bello, che vi leggo adesso: “Il mondo ci ha rubato la capacità di trasalire. Le falde profonde della meraviglia si sono prosciugate. L’anima è riarsa come il greto di un torrente senz’acqua”.   E allora…..oltre alle 5 mosse dell’acrostico di Lucia….occorre pregare, come ci ha insegnato don Tonino Bello: “Donaci, Signore, la grazia dello stupore, restituiscici il gusto delle esperienze che salvano, e non risparmiarci la gioia degli incontri decisivi che abbiano il sapore della prima volta”.

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Importante serata a Palazzo San Macuto, Camera dei Deputati, con il Manzoni 150 coordinata da Pierfranco Bruni 

Importante serata a Palazzo San Macuto, Camera dei Deputati, con il Manzoni 150 coordinata da Pierfranco Bruni   Roma. Palazzo San Macuto. Camera dei Deputati.  Importante manifestazione per i 150 anni dalla scomparsa di Alessandro Manzoni. Una serata ricca di riflessioni e di relazioni con sale affollata. Dopo l'indirizzo di saluto del Presidente del Camera Lorenzo Fontana indirizzayo al Presidente PierfrancoBruni, che ha patrocinato il progetto iniziale,  letto dal presidente della Commissione della Capitale Italiana del Libro Mic Pierfranco Bruni, coordinatore scientifico del Progetto Manzoni, sono seguiti i saluti istituzionali di Luciano Lanna  Presidente del Centro per il Libro e la Lettura del Mic, di Carlo Parisi  segretario generale della Fgec, del Sindaco di San Lorenzo del Vallo Vincenzo Rimoli, il primo comune insieme a Milano a Patrocinare il Progetto Manzoni 150, Anna Maria Tripodo  Dirigente alla cultura della Città Metropolitana di Messina. Presente alla serata l'intera Giunta comunale del Comune di San Lorenzo del Vallo, Cosemza, guidara dal sindaco e dagli assessori. L'attrice Floriana La Rocca ha letto dei brani di Manzoni. Sono seguite le relazioni di Stefania Romito, di Maria Teresa Alfonso, Rosita Paradiso, Arianna Angeli  Anna Patera, Franca De Santis, Pasquale Motta Presidente della Accademia Tiberina. Pierfranco Bruni ha introdotto e coordinato il tutto. Le scuole che hanno aderito al progetto sono il Brutium di Cosenza,  il Casalini di San Marzano di San Giuseppe Taranto, il Liceo di Manduria e l'Istuto Mazzatinti di Gubbio. L'incontro a Palazzo San Macuto ha posto in essere chiavi di lettura che hanno intersecato tutta l'opera di Manzoni attraverso riferimenti storici, filosofici e letterari. Elementi espressi anche da Luciano Lanna e Carlo Parisi. Pierfranco Bruni ha dichiarato che "Manzoni è il punto di riferimento tra Otto e Novecento con tutta la sua opera sino agli scritti filosofici che mettono in evidenza una forte cristianità". D'altronde è anche il pensieto del presidente della Camera nel suo intervento di indirizzo di saluto. Lo studio è composto di 33 saggi con esperti  della cultura letteraria e filosofica. Un incontro straordinario che aperto nuove indicazioni proprio tra l'antico e gli studi moderni. La serata ha posto in essere l'interesse per un Manzoni da rileggere. Confronto  con un pubblico delle grandi occadioni. Prossimo appuntamento a Gubbio il  2 febbraio prossimo.

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Celebrata a Massafra la Festa di S. Sebastiano, patrono degli Agenti di P.L.

Celebrata a Massafra la Festa di S. Sebastiano, patrono degli Agenti di P.L.   “Oggi il Corpo della Polizia Locale non è più dedito solo ad un aspetto della buona convivenza civile, ma, insieme alle altre Forze di Polizia, deve occuparsi di molteplici e complessi servizi. La PL è sempre più il cuore centrale di ciò che si muove in una comunità come la nostra, tenendola insieme”. Questo, ieri stamattina 19 gennaio, uno dei passaggi dell’intervento del sindaco Fabrizio Quarto presso la Chiesa di San Benedetto, in occasione della Festa di S. Sebastiano, patrono degli Agenti di P.L. Nella bella Chiesa, ricca di preziosi stucchi e pregiate tele, l’arciprete Giuseppe Ciaurro ha presieduto la celebrazione Eucaristica alla presenza dell’intero Corpo della Polizia Locale guidato dal Comandante Mirko Tagliente, del sindaco Quarto, dell’assessore alla Polizia Locale Antonio D’Errico, del vicesindaco Domenico Lasigna, dell’assessore alla Protezione Civile Ida Cardillo, del consigliere Giuseppe Miraglia, degli ex appartenenti alla PL, del comandante la Stazione Carabinieri Leonardo Carucci, dell’Associazione Carabinieri, dell’Associazione Bersaglieri, di una delegazione della Croce Rossa Italiana e del MASCI, della Protezione Civile - S.E.R. e del Gruppo Comunale Volontari di Protezione Civile.   Don Giuseppe Ciaurro nel corso dell’omelia, soffermandosi sulla figura di S. Sebastiano testimone della fede, ha affermato come noi confidiamo nella presenza dei “vigili urbani”, affinchè essi si approccino ai cittadini, sì con la legge degli uomini, ma soprattutto con quella del proprio cuore, che sempre deve prevalere”. L’assessore alla PL Antonio D’Errico ha sottolineato come la ricorrenza rappresentava un momento di aggregazione per la Polizia Locale e un’occasione di riflessione per l’attività svolta nell’anno precedente, perché sia da stimolo e ricerca di una maggiore efficienza per il futuro sempre a servizio della collettività e costante punto di riferimento nella vita quotidiana. “La Polizia Locale (ha continuato D’Errico) svolge il proprio compito sul territorio non solo come testimone di una città che cresce e si rinnova, ma anche comecollaboratrice del cittadino nel suo processo di crescita democratica e di impegno sociale”. D’Errico ha concluso ringraziando il comandante Tagliente e tutti i componenti il Corpo di Polizia Locale per l’impegno e la professionalità che quotidianamente mettono in campo e che sicuramente continueranno a fare. “Nel mio percorso (ha affermato il sindaco Quarto chiudendo gli interventi) ho sempre al mio fianco la PL nelle iniziative più importanti, sia in quelle belle, sia in quelle difficili da affrontare. Ricordo quanto è stato fatto nel periodo di emergenza Covid con turni incessanti di giorno e di notte e in tutte le circostanze nelle quali la gente ha avuto bisogno di essere aiutata. Questo è il senso dell’azione continuativa e dell’impegno costante del nostro Corpo di Polizia Locale”.  1) Alcune autorità alla celebrazione. 2) Don Giuseppe Ciaurro nel corso dell'omelia. 3) Autorità e fedeli. 4) Interno della bella chiesa nel corso della celebrazione.   N.B.

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Il Papa e la storiella del vecchio, del bambino e dell’asino

Il Papa e la storiella del vecchio, del bambino e dell'asino Ve la ricordate la storia del vecchio, del bambino e dell'asino? Se il vecchio cavalcava lui l'asino e teneva a terra il bambino, la gente lo criticava, se metteva sull'asino il bambino, pure riceveva rimproveri, così come li riceveva se viaggiavano tutti e due sull'asino, e se camminavano entrambi, vecchio e bambino, a fianco dell'asino, lo deridevano.  Mi sembra che è ciò che per misteriosi, incomprensibili motivi sta accadendo a papa Francesco, i cui difetti a mio parere non sono certamente superiori a quelli dei suoi due celebri predecessori. La differenza è che i due predecessori erano affezionati al Catechismo, e questo papa è più affezionato al vangelo. Adesso gira sulla rete la critica: "Il papa benedice il Forum di Davos". Notizia imprecisa, fuorviante. In realtà il papa ha scritto una lunga lettera al Presidente Esecutivo del World Economic Forum, chiedendo: "Com’è possibile si venga sfruttati, si sia condannati all'analfabetismo, manchino le cure mediche di base e si rimanga senza un tetto? Perché si muore ancora di fame?". Parole che suonano come un rimprovero ai potenti del mondo. E come da prassi, la lettera reca in calce la benedizione papale. Io sono certo che se il papa avesse taciuto, non avesse scritto nulla, molti lo avrebbero ugualmente criticato. "Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, tu sempre pietre in faccia prenderai", recitava una canzoncina. Renato Pierri

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Primo appuntamento del 2024 per C’era una volta il tramonto

Primo appuntamento del 2024 per C’era una volta il tramonto A Cusano Milanino Six Impossible Things e Lasties in concerto     Riparte la rassegna di musica alternativa C’era una volta il tramonto. Dopo aver chiuso l’anno con la partecipata data dei Cabrera, lo scorso dicembre, C1VT inaugura il suo 2024 con le diverse sfumature di rock targate Six Impossible Things e Lasties. La serata, come sempre, sarà ospitata dal Circolo Agorà di Cusano Milanino (MI) e curata dal collettivo cinisellese sòfia crew, con il sostegno di 44 Sound Club e la media partnership di Booklet Magazine. L’ingresso è libero con tessera ARCI 2023/24. I Six Impossible Things sono un duo di Lodi che mescola shoegaze ed emo, unendo le melodie delicate del dream pop alla potenza del post-rock. A settembre è uscito l’EP The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, lavoro che vede il duo adottare per la prima volta un sound full band. [IG/FB/Spotify] I Lasties sono un trio milanese che punta a mescolare le carte in tavola dell’alternative rock. Nata nel 2020, la band ha all’attivo quattro singoli e fonde le influenze pesanti del metalcore a sonorità orecchiabili e pop. [IG/FB/Spotify]

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PRESENTATO IL PROGETTO DEI “LAVORI DI DEMOLIZIONE E RICOSTRUZIONE DELLA SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA DI PRIMO GRADO DI SIBARI”.

PRESENTATO IL PROGETTO DEI “LAVORI DI DEMOLIZIONE E RICOSTRUZIONE DELLA SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA DI PRIMO GRADO DI SIBARI”.   IL SINDACO PAPASSO: IN PARTENZA ANCHE UN ALTRO INTERVENTO DI 2,5 MILIONI DI EURO PER LA MESSA IN SICUREZZA/BITUMAZIONE DELLE STRADE COMUNALI     Si è tenuta stamane nell’aula magna della scuola primaria di Sibari la presentazione del progetto dei “Lavori di demolizione e ricostruzione della scuola primaria e secondaria di primo grado a Sibari”. Sono intervenuti il sindaco Giovanni Papasso, l’assessore ai Lavori Pubblici, Leonardo Sposato, l’architetto Paolo Russo, in rappresentanza di tutti i professionisti della Cooprogetti, che ha redatto gli elaborati progettuali, l’ingegnere Paola Grosso, responsabile del settore Pnrr del Comune, Giuseppe Solazzo, dirigente scolastico, la rappresentante d’istituto Sofia Maimone e il parroco di Sibari don Pietro Groccia. Presenti ai lavori anche la giunta, rappresentanti del consiglio comunale (di maggioranza e minoranza), dirigenti e dipendenti comunali, la Polizia Locale e i Carabinieri della stazione di Sibari, amministrativi, docenti, tanti piccoli studenti e familiari accorsi per conoscere il futuro progetto che interesserà la loro scuola. Nel corso delle prime relazioni l’architetto Russo e l’ingegnere Grosso hanno riepilogato l’iter burocratico per poi spiegare come il nuovo edificio scolastico, in cui convergeranno sia il plesso della Primaria che della Secondaria di primo grado, sarà concepito come un grande spazio collettivo organizzato in un unico edificio sviluppato su due piani e immerso nel verde. Gli accessi saranno gestiti in maniera separata con due ingressi su via Archimede, ad uso pubblico, e uno secondario per l’accesso del personale di servizio situato su via Callistene dove verranno posizionati parcheggi ad uso generalizzato e un ulteriore ingresso pedonale ad uso esclusivo degli studenti. Il piano terra sarà dedicato alla Scuola Primaria, mentre il piano primo alla Scuola Secondaria. Aule didattiche e laboratori saranno organizzati mediante una conformazione a “C” che si ripeterà per entrambi i livelli. Il dirigente Solazzo ha ringraziato l’amministrazione comunale e il sindaco Papasso per essere sempre al fianco della scuola a prescindere dall’importante progetto presentato stamattina, e la rappresentante d’istituto Maimone – che ricopre anche la carica di consigliera comunale di minoranza – ha sottolineato di condividere il progetto della nuova scuola e che anche se ci sarà qualche disagio in fase di realizzazione dei lavori perché la scuola attuale verrà demolita e ricostruita e i ragazzi temporaneamente saranno spostati altrove lo si farà volentieri perché è un sacrificio da fare per migliorare il loro futuro e sarà compito dei genitori farlo capire loro. Ultimi due interventi, prima dei saluti di don Pietro Groccia, affidati all’assessore Sposato e al sindaco Papasso. L’assessore Sposato si è detto orgoglioso di questo nuovo intervento in partenza a Sibari visto che l’amministrazione comunale sta investendo molto sull’importante e popolosa frazione tanto che in queste settimane, tra Pnrr e altri fondi reperiti col lavoro di giunta e uffici, sono diversi i progetti in partenza: altre scuole, la mensa scolastica, il palazzetto dello sport (andato a gara nella giornata di ieri) oltre ai lavori di rigenerazione urbana già in corso e altro in preparazione. «Parlando solo di Pnrr – ha esordito il sindaco Papasso – su 27 milioni di euro di finanziamenti ottenuti ben 8 li stiamo spendendo a Sibari. Un dato rilevante e di tutto rispetto che fa capire quanto teniamo alla nostra popolosa e turistica frazione. Il progetto presentato oggi è avveniristico e collegherà il centro urbano con la scuola e potrà ospitare eventi rivolti alla socializzazione, non solo degli studenti, ma dell’intera comunità. L’importo dei lavori ammonta a poco più di 3 milioni e 300mila euro, una cifra importante, e la mia amministrazione comunale – e per tutto questo lavoro ringrazio la giunta, i consiglieri (in particolare quelli di Sibari) e i dipendenti dei nostri uffici – ha puntato sulla scuola perché è qui che si costruisce la classe dirigente del futuro. Ma c’è di più: da Sibari voglio dare notizia che proprio ieri con l’assessore Sposato e l’ingegnere Luigi Serra-Cassano, responsabile del settore Lavori pubblici, abbiamo definito un progetto di circa due milioni e mezzo euro per interventi di messa in sicurezza e bitumazione delle strade comunali di cui 700mila saranno spesi solo a Sibari centro. Altri lavori saranno fatti nelle contrade e nel resto del comune. Un intervento, questo, che va a completare un altro già fatto in precedenza. Contiamo di iniziare i lavori prima dell’estate per essere pronti prima dell’arrivo dei turisti».

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ORSI DEL TRENTINO, ON. BRAMBILLA: “IL GOVERNO FERMI IL DDL FUGATTI”

ORSI DEL TRENTINO, ON. BRAMBILLA: “IL GOVERNO FERMI IL DDL FUGATTI” “Il governo blocchi il ddl Fugatti per l’abbattimento di otto orsi l’anno, se approvato dal Consiglio provinciale, perché evidentemente in contrasto con le norme europee e con la nostra Costituzione”. Così l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente dell’Intergruppo parlamentare per i Diritti degli Animali e la Tutela dell’Ambiente e della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, commenta l’approvazione in giunta del provvedimento annunciato e fortemente voluto dal presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti. “Evidentemente - conclude l’on. Brambilla - se non si muoverà il governo, almeno per evitare una procedura d’infrazione certa, ricorreremo noi in tutte le sedi opportune per veder riconosciute le nostre ragioni e salva la vita degli orsi. Lascia davvero senza parole l’accanimento del presidente Fugatti, i cui governi saranno ricordati solo per la sua ossessione nei confronti dei grandi carnivori”.  

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Cinecittà World festeggia il suo 1°Carnevale

Cinecittà World festeggia il suo 1°Carnevale   Archiviato un 2023 da record con oltre mezzo milione di visitatori, Cinecittà World annuncia la prima novità 2024: l’apertura speciale del nuovo Villaggio di Carnevale.   Per la prima volta nel Parco divertimenti del Cinema e della Tv di Roma esplode la festa più amata da adulti e bambini con maschere, parate, carri, concorsi di costumi, spettacoli e tanto divertimento. Dal 3 febbraio la via di ingresso al parco, in modalità “Carnival Street”, ospiterà ogni ora la Parata dei carri del cinema, con spettacolari Big Foot, Maxi Chopper, sfrontate Limousine, Auto della Polizia made in USA, Auto e Robot Transformer, Personaggi e Supereroi, nonché la Parata tradizionale dei Carri tipici di Carnevale, in collaborazione con il Carnevale di Fano.   Guest star e Madrina del Carnevale sarà Carmen Russo, protagonista tutti i giorni sui carri e sul palco con lo spettacolo Carmen Live, accompagnata da 8 ballerini, show che ripercorre le più belle canzoni Italiane, con un omaggio a Raffaella Carrà.   Le migliori maschere (categorie bambini e adulti) verranno premiate ogni pomeriggio con abbonamenti del parco, e, a fine giornata, all’apposito segnale, si scatenerà la più grande battaglia di coriandoli in cui tutto, o quasi, è permesso...   Le attrazioni disponibili nel mese di Febbraio saranno: la novità 2024Hotel Transilvania”, divertente e semiserio percorso horror, ispirato all’omonimo film e alla leggenda del Conte Dracula, Guerra dei Mondi, esperienza di realtà virtuale sul set del noto film di fantascienza e Saltopazzo, per provare l’ebbrezza di un salto nel vuoto da 2 a 6 metri. Completano l’offerta la Sala Giochi della Street, il Trucca bimbi di Carnevale, ma soprattutto la possibilità per i bambini di girare e divertirsi in libertà.   Su Piazza Cabiria, il Food Village accoglierà gli ospiti tra dolci e golosità di tutti i tipi: zucchero filato, frappe, chiacchere e castagnole…mentre il Ristorante Charleston Club delizierà gli ospiti con i piatti tipici di Carnevale.   A Carnevale anche il prezzo di ingresso è speciale: 10 Euro, in più una sorpresa inclusa nel biglietto, la possibilità di tornare gratuitamente nel parco entro Marzo.   Il Villaggio sarà aperto tutti i weekend dal 3 al 25 Febbraio, dalle ore 11 alle 18, l’8 e il 13 (Giovedì e Martedì grasso) dalle 15 alle 23, con feste e cena spettacolo presso il Charleston Club, il 14 con la serata romantica San Valentino da Oscar. In caso di pioggia? Nessun problema: le attività principali si svolgeranno al coperto nel nuovissimo Palastudio di Cinecittà World.   Il parco aprirà con tutte le restanti attrazioni a partire dal 2 Marzo. Biglietti, programma di dettaglio e altre sorprese in arrivo sono disponibili sul sito www.cinecittaworld.it     Daniela Perozzi

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Crisi automotive, Ugl Basilicata:”Apprezziamo intervento e impegno del Ministro Urso”.

Crisi automotive, Ugl Basilicata:”Apprezziamo intervento e impegno del Ministro Urso”.   “Apprezzamento al ragionamento e impegni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso che anche a nome del Governo nazionale, particolarmente sensibile a queste difficoltà, ha colto le nostre perplessità su quanto sta’ avvenendo nel territorio lucano. Attenderemo fiduciosi ciò che avverrà a partire dalla prossima settimana dove ci saranno cinque riunioni del tavolo Stellantis e si comincerà ad analizzare, stabilimento per stabilimento le prospettive, i programmi di Stellantis e quindi come essi  incideranno in ogni sito produttivo, a cominciare da quello nostro di Melfi che certamente ha bisogno di certezze". Lo ha detto a margine dell’incontro con l’esponente del Governo il Ministro Urso, Florence Costanzo Segretaria Regionale Ugl Basilicata. “Inutile piangersi addosso ora, era logico che saremmo arrivati a questo punto, purtroppo per scelte politiche governative che in passato non hanno saputo garantire il Made in Italy e facciano adesso il mea culpa: i lavoratori non possono pagare colpe che arrivano dal passato, l’Italia ha perso autorevolezza nel comparto Automotive. E allora, proiettiamoci avanti,  ben vengano 500 milioni di euro per la transizione industriale ed ecologica e affrontare le sfide del processo di ristrutturazione del comparto automobilistico. L’impegno dell’Ugl Basilicata, in questo momento particolare, è stare accanto a tutti i lavoratori e alle loro famiglie. Si utilizzino bene e subito le risorse messe a disposizione dal Governo nazionale e le risorse che la Regione è in grado di destinare, noi Ugl ne faremo tesoro affinché si compia la tanto attesa reindustrializzazione e al consolidamento delle imprese locali attraverso l’efficientamento energetico, la ricerca, l’innovazione, il trasferimento tecnologico e la digitalizzazione delle imprese. Come o.s. saremo a sostegno di qualsivoglia iniziativa per favorire l’insediamento di nuove imprese per creare occupazione e per il ricollocamento di quanti oggi rischiano di perdere il posto di lavoro: in un cronoprogramma – aggiunge Costanzo - che deve essere accompagnato da un intervento nazionale specifico per l’area industriale di Melfi che non si concretizzi solo con le risorse di area complessa, ma con un vero impegno a ricercare nuovi imprenditori in settori legati alla transizione, che possano riassorbire le attuali figure professionali attualmente in cassa integrazione dovuta alla grave crisi che sta attraversando Stellantis, con tutto il suo indotto. In particolare degli oltre cento lavoratori delle aziende LAS e FDM che hanno, di fatto, perso il posto di lavoro da un giorno all’altro e lasciato più di cento famiglie nel baratro totale. Siamo consapevoli – ha concluso il Segretario lucano Ugl – che occorra uno sforzo straordinario per rendere le nostre aree industriali e artigianali più attrattive e accoglienti, dove questo compito tocca alla Regione Basilicata, ossia dotate di infrastrutture più moderne pur conoscendo della gravità di questo momento storico. A tal proposito sollecitiamo Bardi a convocare un Tavolo specifico per l'area di Melfi: tuttavia, restiamo fiduciosi che questo Governo metterà il nostro territorio nelle condizioni di aver capacità, non solo l’opportunità, di sollevarsi, dimostrando tutta la forza, la resilienza e l’intraprendenza del popolo lucano”.

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Gran Fondo Riccione, che spettacolo il sabato con la gincana e il Gravel!

Gran Fondo Riccione, che spettacolo 

il sabato con la gincana e il Gravel!

 

La manifestazione, in programma il 24 marzo, sarà preceduta da una serie di iniziative collaterali. Grande attesa anche per la “Women on bike”, la pedalata non competitiva riservata alle sole donne

 

Procedono a gonfie vele le iscrizioni alla Gran Fondo di Riccione, la kermesse ciclistica in programma il 24 marzo nella Perla di Romagna. 

La manifestazione ha una lunga tradizione ed i suoi punti di forza sono la Città di Riccione ed i borghi che vengono visitati lungo il suggestivo percorso a cavallo tra Romagna, Marche e Repubblica di San Marino. 

Si tratta di una gara cicloamatoriale che offre servizi appositamente dedicati agli accompagnatori ed ai loro figli, in modo che lo sport non divida la famiglia durante il week-end della manifestazione, ma sia invece un motivo di condivisione ed aggregazione per tutti.

Al timone, dal 1999, Valeriano Pesaresi ed il suo staff della Società Sportiva Eurobike Riccione da oltre vent’anni impegnata in prima linea nell’organizzazione di un evento che mette al primo posto il forte legame con il territorio. 

La partenza della corsa, non a caso, è localizzata in piazzale Ceccarini, nel cuore della movida riccionese, dove sarà allestito anche l’Area Expo arricchita, come da tradizione, da momenti di intrattenimento e dal villaggio espositivo con le migliori aziende del settore bike. 

Tre i tracciati: quello Corto da 45KM con 500m di dislivello, quello Medio da 60KM con 500m di dislivello e quello Lungo da 85Km con 900m di dislivello. 

Il sabato della vigilia sarà invece contraddistinto da alcune iniziative: dalla gincana per ragazzi dai 6 ai 12 anni, alla gara Gravel della mattinata fino alla “Women on bike”, la pedalata non competitiva riservata alle sole donne. 

Malgrado una storia lunga vent’anni, la Granfondo Riccione si trova in un’importantissima fase di rilancio: il Comune di Riccione ha scelto, infatti, di investire nel progetto e farlo diventare una vera eccellenza sportiva, un esempio, un polo di incontro per gli amanti della bicicletta. 

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I Nugara Trio chiudono il tour italiano in concerto al Gavazzana Blues – 22 gennaio 2024

NUGARA TRIO Ultima data del tour Gavazzana Blues, lunedì 22 gennaio 2024       LUNEDÌ 22 GENNAIO alle 21:15 Nugara Trio saranno ospiti del Gavazzana Blues per l’ultima data di gennaio del loro Tour italiano. Francesco Negri (piano), Viden Spassov (contrabbasso) e Francesco Parsi presenteranno la musica di "Point of Convergency", il loro debutto discografico uscito a giugno per GleAM e distribuito da IRD International Records Distribution. “Atmosfere estremamente ben connesse con eleganza, gusto e che riescono a mettere in bella evidenza le personalità e la conoscenza dei molteplici linguaggi musicali di Francesco Negri, di Viden Spassov e di Francesco V. Parsi. Questo è già un Trio con la T maiuscola e con ancora ampissimi margini di crescita. Bravi!” Dado Moroni Francesco Negri, Viden Spassov e Francesco V. Parsi sono tre giovani musicisti provenienti da diverse città d’Italia, rispettivamente Genova, Torino e Firenze, che si conoscono ai seminari di Nuoro Jazz 2021 dove, grazie a un provvidente colpo del destino, si ritroveranno insieme perche vincitori delle annuali borse di studio come migliori studenti. E’ la nascita dei Nugara Trio, che decidono di omaggiare il luogo della loro nascita e la magia della terra sarda con un nome derivato da Nugoro, nome antico di Nuoro. Tre musicisti, tre animi diversi, tre spiriti che hanno incrociato il loro viaggio quasi per caso, come tre linee che dall’ignoto dell’infnito si sono intersecate in unico punto, il punto di convergenza, punto dal quale nasce la musica del Trio. Una musica di diffcile collocazione artistica e di genere, ricca, complessa, melodica: ognuno dei tre musicisti porta all’interno del disco quello che e il suo bagaglio musicale e culturale, spesso in confitto, frutto di un processo di creazione mai banale e a volte contraddittorio ma sempre in grado di raggiungere quel grado di equilibrio e di armonia che rende “Point of Convergency” un disco che vive di vita propria, e che si rinnova in ognuna delle sue 8 tracce. Come i vertici di un triangolo che convergono in un unico punto centrale, i tre musicisti hanno riversato nei brani alcune delle loro maggiori infuenze musicali verso le quali sono in debito; dalla musica classica e romantica, al folk e alla world music, il pop, il progressive rock e infine il jazz che, con la sua capacità di fagocitare suggestioni e restituirle con un volto nuovo, chiude il cerchio.   Il Tour è organizzato da Accademia Europea d'Arte "LE MUSE" e Monfrà Jazz Fest con il supporto di SIAE e Ministero della Cultura all'interno del bando #PerChiCrea. Info e prenotazioni Email: info@gavazzanablues.it Prenotazioni   Indirizzo Cantine di Casa Sterpi 15063 Cassano Spinola, Loc. Gavazzana (Alessandria)   Ingresso A OFFERTA RISERVATO AI SOCI START h 21:30

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Si è concluso il 18 gennaio all’Apollo di Milano il “ROMANTICO CLUB – TOUR 2023/2024” di Napoleone. Il cantautore ha presentato live il suo Ep “VA’ E TORNA”.

NAPOLEONE   SI È CONCLUSO IL 18 GENNAIO ALL’APOLLO DI MILANO IL “ROMANTICO CLUB – TOUR 2023/2024”   IL CANTAUTORE HA PRESENTATO LIVE IL SUO EP “VA’ E TORNA”     Si è concluso il 18 gennaio, all’Apollo di Milano, il “ROMANTICO CLUB – TOUR 2023/2024”, il tour nei principali club italiani, prodotto e organizzato da Magellano Concerti, del cantautore NAPOLEONE.   Torino, Napoli, Roma, Livorno, Prato e Milano, queste le città che hanno ospitato NAPOLEONE e che l’hanno visto presentare live tutti i brani del suo ultimo Ep “VA’ E TORNA” (INRI / Virgin Music Italia). L’Ep è composto da 8 tracce prodotte dalla sapiente mano di Giordano Colombo, ed è un progetto che rappresenta l’equilibrio che Napoleone cerca di mantenere tra la sua parte creativa e quella che gli permette di restare con i piedi per terra.   Oltre a “Hitmania”, “Lady bellezza”, “Apper’”, “Lacrime a mare”, “Appuntamento al lungomare”, “Romantico Noir”, “Io, tu e l’estate” e “Anna è tornata”, tutti brani contenuti nel suo Ep, NAPOLEONE ha suonato live anche “Chi cazz' m' 'o fa fa'” e “Cornutone” degli SQUALLOR, il magico quartetto degli anni ’70 composto da Giancarlo Bigazzi, Alfredo Cerruti, Totò Savio e Daniele Pace.   Ad accompagnare Napoleone sul palco Marco Di Brino (Basso), Riccardo Deepa Di Paola (Tastiere) e Alessio Sanfilippo (Batteria). Sul palco dell’Apollo, inoltre, si sono aggiunti Daniel Fasano (batteria) durante il brano “Porta pacienza” e Roberto Pace (tastiere).   Già autore per Sony music publishing di numerosi brani per artisti affermati nel panorama musicale italiano, nel 2020 Davide Napoleone, in arte Napoleone, decide di dare vita ad un suo progetto artistico con un sound fresco e internazionale cercando di rievocare storie, luoghi e personaggi del passato, attraverso le atmosfere della tradizione musicale campana. I primi tre singoli pubblicati “Amalfi”, “Porta pacienza” e “Povera femmina”, ad esempio, sono ispirati alla vita del cantautore amalfitano Vito Manzo morto prematuramente nel 1957. La sua carriera d’autore inizia con l’ingresso in Sony Atv sotto la guida di Paola Balestrazzi e con la firma del singolo “Solo per un pò” incluso nell’album “Anime di carta” di Michele Bravi, Certificato Oro e “Best Performance” ai TIM MTV Awards 2017. Successivamente collabora con Samuel Romano dei Subsonica e Ale Bavo alla stesura dell’inedito “Elefante” dei Booda, cavallo di battaglia della band finalista di X Factor nel 2019; l’anno successivo firma “Mi ricordo un po’ di me” per Gaia Gozzi, vincitrice di Amici di Maria de Filippi, e coscrive il brano “Ci siamo persi” insieme a Chiara Galiazzo, inedito contenuto nel suo ultimo disco “Bonsai”. Nella doppia veste di producer e autore collabora al terzo disco della cantautrice Giorgieness dal titolo “MOSTRI”. È del 2021 l’esordio nella scrittura per il piccolo schermo con il brano “A testa alta” presente nella colonna sonora originale della serie tv per ragazzi “Marta e Eva” in onda su RaiGulp. Degne di nota la collaborazione con Valentina Parisse nei singoli “Dannata Lotta” e “Ogni Bene”, brani lavorati insieme a un team d’eccezione tra cui il mix engineer statunitense Chris Lord Alge, e la coscrittura dei pezzi “Tu vedevi pioggia, io vedevo solo fulmini” e “La prima volta che ti ho incontrato” dei RIVA band indie della scena napoletana. Sempre nel 2021 fa il suo ingresso nel roster dell’etichetta Torinese INRI dove su spinta del direttore artistico Pierpaolo Peroni trova una nuova casa per il suo progetto cantautorale. NAPOLEONE con la pubblicazione del singolo “Lacrime a Mare” conquista subito la playlist di Radio Deejay e si inserisce nella programmazione musicale di varie radio nazionali e regionali di tutto lo stivale da Nord a Sud. Il 2023 si apre con l’uscita del singolo “Appuntamento al Lungomare” per Virgin Music LAS Italia / Universal Music Italia: una nostalgica ballata funk scritta e prodotta ancora una volta con la complicità di Giordano Colombo. Il singolo apre un nuovo anno all’insegna delle collaborazioni suggellate con l’uscita di “Capa Tosta”, featuring contenuto nell’ album di Guè “Madreperla”, uscito lo scorso gennaio. Napoleone è stato inoltre tra i protagonisti del Concerto del Primo Maggio 2023 a Roma.   Napoleone www.instagram.com/animalestanco/ Milano, 20 gennaio 2024   Ufficio Stampa: ON Out Now / Mariarosaria Panico – mariarosaria.panico@on-outnow.it Promo Radio / TV: ON Out Now / Chiara Pagura - chiara.pagura@on-outnow.it Virgin Music Italia / Martina Ranellucci martina.ranellucci@umusic.com Management: Metatron / Pietro Camonchia - team@metatrongroup.com Booking: Magellano Concerti / Rosaria Uricchio – rosaria@magellanoconcerti.it Promozione: Magellano Concerti / promozione@magellanoconcerti.it

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Carnevale di Massafra. Prossima consegna capannoni per la lavorazione della Cartapesta

Carnevale di Massafra. Prossima consegna capannoni per la lavorazione della Cartapesta     Tutti d’accordo: “Ci siamo”. Manca davvero qualche ultima rifinitura prima della consegna dei prossimi capannoni (ubicati sulla Statale Appia e dati in comodato al Comune di Massafra da parte dell’ASI, dopo l’acquisto con fondi regionali - circa 2,5 milioni di euro) che saranno destinati alla lavorazione della cartapesta. Questa mattina, 20 gennaio, il sindaco Fabrizio Quarto, l’assessore alla Cultura, Turismo e Spettacolo Domenico Lasigna, il dirigente tecnico dell’ASI Giacinto Angelastri, il dirigente Giuseppe Iannucci e l’ing. Antonio Surano hanno effettuato l’ultimo sopralluogo presso i capannoni prima della consegna, concretizzando un progetto accolto dalla Regione come sviluppo della cartapesta. Il sindaco Fabrizio Quarto e l’assessore Domenico Lasigna hanno sottolineato che il definitivo sopralluogo avviene proprio quando i maestri cartapestai, con la loro notoria abnegazione, sono in piena attività nella costruzione delle opere in cartapesta che sfileranno per il corso principale della Città il 10 e 13 febbraio prossimi. Il Carnevale di Massafra – hanno continuato gli amministratori – sarà leva di sviluppo limitata non solo al periodo carnascialesco, ma prolungata per tutto l’anno, creando una attività imprenditoriale. Nei grandi spazi di quella che sarà la “Cittadella del Carnevale”, verrà anche ubicato il “Museo della Cartapesta e del Carnevale Storico”, un luogo esperienziale” in grado di attrarre molti, esaltando la manifestazione carnascialesca e tutta la sua ricca e interessante storia. N.B.   Nelle foto: 1) Spazi di alcuni capannoni. 2) Un ultimo sopralluogo del sindaco Quarto, dell’assessore Lasigna, del’ing. Surano e dei dirigenti tecnici Angelastri e Iannucci. 3) Discussione su alcuni spazi.

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Mozione opposizioni/Il Sottosegretario Sgarbi: «Azione strumentale frutto di insinuazioni e ricostruzioni false. La mia vita dedicata alla difesa del patrimonio artistico»

Mozione opposizioni/Il Sottosegretario Sgarbi: «Azione strumentale frutto di insinuazioni e ricostruzioni false. La mia vita dedicata alla difesa del patrimonio artistico»   ROMA – Il Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi commenta la mozione depositata dalle opposizioni alla Camera relativa alla vicenda del quadro di Rutilio Manetti.   «E’ un atto strumentale costruito su insinuazioni e false ricostruzioni diffuse da un giornale, “Il Fatto”, notoriamente organo di propaganda dei 5 Stelle,  e da una trasmissione, “Report”, che ha costruito un teorema di supposizioni con il chiaro intento di gettare discredito su di me. Una miserabile e inaudita campagna di delegittimazione, così sfrontata e plateale che i due autori della falsa “inchiesta” da giorni non esitano a rilanciarla sui social facendosi spalleggiare da noti esponenti delle opposizioni. Il giornalismo deve raccontare i fatti, non manipolarli per colpire avversari politici.   Le indagini della magistratura, alla quale ho garantito tutta la mia collaborazione, accerteranno la limpidezza del mio operato. La mia vita è stata dedicata alla difesa del patrimonio artistico. Per questo ritengo una violenza insopportabile essere trattato da colpevole, dando credito a mestatori e untori, in un rigurgito di bieco giustizialismo che ci riporta indietro negli anni.   Nel merito ribadisco quanto già detto ieri: l’opera rubata non era riferita a Rutilio Manetti, era giustamente ritenuta una “riproduzione”, e non era segnalata né notificata come opera d’arte dalla Soprintendenza che pure aveva vincolato il Castello di Buriasco dove fu rubata un’opera anonima. Vengo accusato di aver fatto esistere, restaurato e attribuito un’opera che non esisteva e non era né registrata né catalogata né attribuita. L’opera nasce con me ed è riconosciuta da me che la presento a Lucca con la logica provenienza da Viterbo, nello Stato pontificio, non da un Castello in Piemonte pieno di copie e “ riproduzioni”.   Comprendo che le opposizioni debbano manifestare la propria esistenza in vita, ma farlo in nome di menzogne e diffamazioni, è una scelta che non gli rende onore.

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Davos

L'opinione pubblica è convinta che i grandi della Terra si siano incontrati a Davos dal 15 al 19 gennaio per un atto d'amore verso il genere il umano. Teoricamente, l'agenda di Davos, vale a dire la copia riciclata dell'Agenda 2030, ha trattato di sicurezza globale, di economia mondiale integrata, di uguaglianza di genere, di abolizione della povertà estrema, di ecologismo e informazione. Di fatto, le finalità sono state leggermente difformi rispetto alle intenzioni. Stando a quanto riportato da alcune testate svizzere, le "sessioni" hanno manifestato la natura reale del meeting. Nel menù dei super potenti  il New York Post ha descritto: “Caviale, funghi magici, dessert in foglia d’oro, selfie della A-list e, piatto forte per i maschietti - non a caso la quasi totalità dei partecipanti- prostitute da 2.500 dollari a notte e cene segrete”. Per i meno scafati, l'organizzazione tuttofare ha messo a disposizione la piattaforma di incontri “Titt4Tat” . Il sogno dei grandi Mister Pig della Terra di provare specialità svizzere alternative ai soliti vetusti cioccolatini, si è così felicente realizzato. E tutto alla luce del sole! La spiegazione dei "maggiordomi" di  Klaus Schwab è stata: "A Davos le persone sono rimaste da sole e i loro partner sono rimasti a casa. L’alcol e le feste contribuiscono all’elevata richiesta del suo servizio". Insomma la baldoria aiuta gli affari in ogni settore, sesso in primis. E li chiamano i grandi della Terra. Gianni Toffali

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Cristina Zaccanti, PdF Piemonte “Altri bambini come Lorenzo potrebbero essere salvati se chi ci amministra operasse con maggiore radicalità per aiutare le donne a scegliere di fare le mamme.”

Cristina Zaccanti, PdF Piemonte “Altri bambini come Lorenzo potrebbero essere salvati se chi ci amministra operasse con maggiore radicalità per aiutare le donne a scegliere di fare le mamme.”   Un bambino, Lorenzo, abbandonato a Villanova Canavese accanto al cassonetto, “al freddo e al gelo”, e una famiglia generosa che è disposta ad accoglierlo. La notizia è del 15 gennaio u.s. ed ha suscitato interesse e commozione nell’opinione pubblica e in alcuni dei nostri amministratori.   Il presidente Alberto Cirio ha visitato il piccolo presso l’ospedale di Ciriè ed ha ribadito come in Piemonte occorra creare le condizioni affinchè chiunque abbia necessità di partorire in anonimato lo possa fare.   Il consigliere regionale Andrea Cane ribadisce a sua volta l’urgenza di incrementare le “culle per la vita”. L’assessore Maurizio Marrone rilancia la “stanza dell’ascolto”, istituita presso l’Ospedale Sant’Anna, per fornire supporto ad una scelta consapevole e sostegno economico e psicologico anche attraverso il “Fondo Vita nascente”.   «Diamo atto all’attuale amministrazione- dichiara Cristina Zaccanti, coordinatore regionale de “Il Popolo della Famiglia”- di aver dimostrato attenzione e sensibilità verso il dramma più grande, la denatalità. Nel Torinese anche quest’anno abbiamo avuto il record di culle vuote. I neonati sono il 30%in meno rispetto a 15 anni fa. Un inverno demografico che ogni anno si aggrava. Secondo i dati forniti da “Demo” dell’Istat,  nell'ultimo anno a Torino i neonati sono stati 1.210 e i morti 2.545 (-1.335)».   Si è conclusa da poco una raccolte di firme a sostegno di una proposta di legge di iniziative popolare “Un cuore che batte” promossa da persone accomunate dalla concezione della sacralità della vita umana. Un’altra iniziativa denominata “Una firma per la vita” sempre promossa da un gruppo spontaneo di cittadini sta per prendere il via.   «Soffia un vento nuovo anche in Italia- aggiunge Zaccanti- un vento che arriva dall’Europa orientale dove da anni nella Russia di Putin è stato istituito il "capitale di maternità" ma anche dagli USA dove, più di recente, in un solo anno ci sono stati 60000 nati in più e nel Texas gli aborti da oltre 50000 si sono ridotti a 34.   Auspichiamo che il governatore Cirio e la sua amministrazione diano un segnale ancor più forte prendendo in seria considerazione il "reddito di maternità" a misura regionale, una indennità fissa per i primi 8 anni di vita del bambino, di 1000 euro al mese (un figlio costa in media 650 euro) che consenta alla donna in attesa di crescere il suo bambino, tra le proprie braccia e non di abbandonarlo in un sacchetto per strada. Una vita salvata è anche un bene prezioso per la collettività»

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WHAT’S THAT SOUND? MARTHA AND THE MUFFINS SHOW THEIR ENDURING “WORTH” WITH A BOLD TAKE ON A BUFFALO SPRINGFIELD CLASSIC

WHAT’S THAT SOUND? MARTHA AND THE MUFFINS SHOW THEIR ENDURING “WORTH” WITH A BOLD TAKE ON A BUFFALO SPRINGFIELD CLASSIC     MP3s, WAVs, Photos, Bio and All Assets Here “For What It’s Worth” YouTube and Spotify Website   When a band has been around for nearly half a century, you don’t necessarily expect their music to carry any particular message beyond “Yep, we’re still alive.” The legendary Martha and the Muffins are a blessed exception: Their jaw-dropping new single shows they’re less concerned with their own survival than with everybody else’s.   With their radical reworking of a certain anti-violence perennial, the venerable Toronto-based group have paid full respect to the source material while simultaneously contorting it into a bone-chilling lament that couldn’t be more pertinent to the mortal dangers of today.   “Not only is Buffalo Springfield’s 1966 classic ‘For What It’s Worth’ timeless in its own right, but Stephen Stills’ poignant lyrics are more relevant than ever,” M+M mainstays Martha Johnson and Mark Gane say of their decision to adapt the seminal protest tune for a new era. “Gun violence is an ongoing societal blight, a perverse virus perpetuated by hypocrites mouthing their meaningless recitations of ‘thoughts and prayers.’ With this in mind, our interpretation is slower, darker and considers the possibility that events that were once rare and unacceptable are now met with a shrug of indifference.”   How times have indeed changed. When he wrote the song, Stills took his inspiration from some nasty altercations that had been going on between police and kids on Hollywood’s Sunset Strip. Over the ensuing years, “For What It’s Worth” became a sort of all-purpose plea for peace in strife-torn locales from Vietnam to Minneapolis. The Muppets even turned it into a broadside against hunting. But this isn’t Martha and the Muppets we’re dealing with here, so prepare yourself for something a lot more sinister: an almost unbearably tense accompaniment to the now-constant specter of yet another shot-up school or house of worship.   “We wanted it to be seriously dark and dramatic, as though something alarming might happen at any time,” Johnson says. “We decided that Mark should sing the verses with his low, doomy voice, and then I did the choruses and the ‘better beware’ sections, so that there were distinct vocal textures happening throughout the song.”   The deliberately unsettling effect is reinforced by atmospheric keyboards and guitar that manage to sound both foreboding and elegiac; you can hear the theatrical instincts Johnson and Gane have honed in their side career scoring films and TV programs.   The issue of gun violence hits close to home for both Johnson and Gane, and the song’s video director, Jason Cipparrone. Prior to producing the video for their recorded song, tragedy struck close when the band’s recently retired accountant of 40 years, Russ Manock, and his wife Lorraine Manock, were fatally shot along with three others in their Vaughan condo building in December 2022. The shocking incident garnered widespread media attention, leaving the duo in disbelief when they learned of the tragic events. In a separate but equally unsettling incident, Cipparrone experienced the impact of gun violence when he heard a shot in the hallway outside his apartment. To his horror, he discovered a gunshot victim lying just outside his door.   Johnson explains, “It's particularly haunting to realize that the video’s ‘Gun Heads’ scene they filmed for the video took place right where this crime occurred. The hallway still bears the marks of this grim event, with a visible dent left by a bullet ricocheting off the floor. The gravity of these incidents amplifies our commitment to addressing the urgent issue of gun violence through our music and advocacy.”   Still, it’s as one of Canada’s greatest-ever gifts to rock and pop that Martha and the Muffins will always be known. All the way back in 1981, James Muretich of The Calgary Sun was already declaring “There is no other band which emerged from Canada’s fledgling punk scene of a few years ago which matters.” The 1980 international hit “Echo Beach” lit the spark of such well-deserved praise; timeless follow-ups like “Swimming” and the Danseparc album further burnished the group’s sterling reputation for canny songcraft. And with the 1984 dancefloor breakout “Black Stations/White Stations,” the band took the lead in exposing the racist underpinnings of big radio.   With Johnson and Gane consistently at the helm, Martha and the Muffins have released eight studio records since their 1977 formation, breaking boundaries and exceeding expectations every step of the way. They’ve had five Top 40 hits in their native Canada and won a JUNO Award for Single of the Year. They even introduced the world to superstar producer Daniel Lanois (who co-produced three of their records and went on to win Grammys for his work with artists like Peter Gabriel and U2). The group’s most recent offering, 2021’s Marthology: In and Outtakes, is a compilation of rare and previously unreleased tracks from the broad expanse of their illustrious career.   That tradition of excellence continues with “For What It’s Worth,” which Johnson and Gane played and recorded entirely on their own at their home studio, The Web. Mixing was done by Tim Abraham (Grand Analog/Odario). The single arrives January 19, accompanied by a music video that’s every bit as startling. Shot in stark black and white, it shows a couple of humanoid figures with literal revolvers for heads wandering from public place to public place, going about their business as if their presence is the most natural thing in the world. Gane came up with the concept, and director Jason Cipparrone– who’s not only a filmmaker but an accomplished photographer – brought it to bracing reality.   “Gun violence has become omnipresent in today’s society, and its impacts are horrifying,” Cipparrone says. “We made this film to highlight how apathy leads to integration of such themes into daily life, such as buying a bulletproof backpack for one’s child.”   If there’s one reaction Martha and the Muffins will never engender, it’s apathy. Lend an ear to “For What It’s Worth,” and you’ll hear the latest of a million reasons why.   For more information, please contact:   Eric Alper Publicist  I  Music Commentator  I  Shameless Idealist 647-971-3742 www.ThatEricAlper.com Eric@ThatEricAlper.com http://www.Twitter.com/ThatEricAlper http://www.Facebook.com/EricAlperPR http://www.Instagram.com/ThatEricAlper https://www.Threads.net/@ThatEricAlper https://www.TikTok.com/@ThatEricAlper  

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Gli USA trascinano l’Italia nella guerra del Mar Rosso

Gli USA trascinano l’Italia nella guerra del Mar Rosso   Gualfredo de’Lincei   Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha già promesso all'Unione Europea e agli Stati Uniti di sostenere un intervento nel Mar Rosso, per proteggere la flotta mercantile dagli attacchi degli Houthi, senza però ricevere il sostegno del parlamento. Lo ha affermato lo stesso Ministro in un'intervista a Rai1: «L'Italia parteciperà sicuramente, visto che dal Mar Rosso passa il 15% delle navi del commercio marittimo mondiale. L’Italia è il Paese più colpito. Abbiamo già una nave nella zona che protegge i nostri bastimenti», ha detto Crosetto.   Già in precedenza, l’agenzia Bloomberg aveva riferito che, gli stati membri dell'UE, stavano valutando la possibilità di condurre una nuova operazione navale nel Mar Rosso. Euobserver ha pubblicato una notizia secondo la quale, l’UE, avrebbe previsto l’invio di almeno tre navi da guerra entro marzo per contribuire a fermare gli attacchi degli Houthi ai mercantili.   Secondo il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, il ruolo della Marina Militare italiana, in questa operazione non è ancora chiaro. In primo luogo non ha ancora ricevuto proposte specifiche per attacchi verso le posizioni degli Houthi. I nostri alleati sanno molto bene che qualsiasi azione militare deve ottenere prima il del nostro Parlamento e non è ancora chiaro se il Ministro lo abbia già incassato, ma ha comunque promesso di unirsi alla coalizione. Infatti, il Governo italiano, condanna gli attacchi del movimento Houthi yemenita alle navi nel Mar Rosso e sostiene le azioni degli alleati per garantire una navigazione sicura.   Nella notte di venerdì 12 gennaio, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno lanciato attacchi contro obiettivi del movimento sciita Ansar Allah (Houthi), sostenuto dall'Iran, che è al potere nello Yemen settentrionale. Questi attacchi sono stati definiti dagli alleati una risposta alle minacce e alla libertà di navigazione nel Mar Rosso. In risposta, un membro del Consiglio politico supremo di Ansar Allah, Mohammed Ali al-Houthi, lo ha definito, al contrario, una barbarie terroristica e un'aggressione deliberata e ingiustificata. Il portavoce militare Houthi, Yahya Saria, ha dichiarato che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno effettuato 73 attacchi nello Yemen, uccidendo cinque combattenti Houthi e ferendone altri sei.   Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha sostenuto gli attacchi contro lo Yemen con la promessa di continuare senza esitazione, con lo scopo di salvaguardare la libera navigazione. Biden ha anche affermato che gli attacchi Houthi hanno colpito navi commerciali di oltre 50 paesi e, il 9 gennaio, il movimento ha lanciato il suo più grande attacco contro navi da guerra americane.   Gli Houthi hanno spiegato che le loro azioni nel Mar Rosso sono dirette solo contro le navi associate a Israele, per aiutare così i palestinesi nella Striscia di Gaza e non interferiscono con la libertà di navigazione. I paesi arabi e musulmani hanno ripetutamente avvertito Washington che il sostegno incondizionato alle azioni di Israele nella Striscia di Gaza porterà alla diffusione del conflitto in tutta la regione. Così facendo, gli Stati Uniti e la NATO, stanno trascinando i paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, nell’ennesimo conflitto militare.

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A “DALLA PARTE DEGLI ANIMALI”, CON L’ON. MICHELA VITTORIA BRAMBILLA E I PICCOLI STELLA E LEO, LEZIONI DI LINGUA “CANESE”, LA “DIVA” DEL PROFESSORE, E LE FIAMME GIALLE CONTRO IL TRAFFICO DI ANIMALI

A "DALLA PARTE DEGLI ANIMALI", CON L’ON. MICHELA VITTORIA BRAMBILLA E I PICCOLI STELLA E LEO, LEZIONI DI LINGUA “CANESE”, LA “DIVA” DEL PROFESSORE, E LE FIAMME GIALLE CONTRO IL TRAFFICO DI ANIMALI L’associazione “Compagni di zampa” insegna la convivenza perfetta tra uomini e cani e dà qualche lezione di lingua “canese”. Le storie di tre rapaci restituiti alla libertà. L’incontro con gli operatori del Cites e delle dogane della Guardia di Finanza, che contrastano ogni giorno il commercio illegale degli animali in pericolo. Sono alcuni dei temi nel sommario della prossima puntata di “Dalla parte degli animali”, la trasmissione ideata e condotta dall’on. Michela Vittoria Brambilla, in onda la domenica su Rete4 alle 10 e 25, con replica la domenica alle 16.30 su La5 e il martedì in seconda serata sempre su Rete4: il programma per chi ama e rispetta gli animali, tutti gli animali.

Volano di nuovo, tornati in salute, i bei rapaci salvati nel reatino: due falchi e un’aquila. Anche nel Cras Stella del Nord, è tempo di tornare in libertà per una lepre e per un tasso. Buona vita! Gli uomini delle Fiamme Gialle ci ricordano che il giro d’affari annuale del commercio illegale degli animali protetti si aggira intorno ai 10 miliardi di dollari, solo droga e armi rendono di più. Ecco perché scoprono animali contrabbandati in tutti i modi: pappagalli infilati in calzini, tartarughe nelle scatole di scarpe e chi più ne ha più ne metta. Poi andiamo a conoscere Diva, la bassotta del professor Matteo Bassetti, che proprio con lei ha scoperto l’amore per gli animali. “Mi ha reso più altruista”, confessa il virologo.

Tantissimi, come sempre, gli animali alla ricerca di un a nuova chance. Lapo, cane meticcio, vorrebbe una famiglia possibilmente  con bambini. C’è Cocò, una cagnolina tutto pepe e nera nera. C’è anche Tiago, un cagnolino-dolcetto. Per l’adozione del cuore ecco Perlina, cagnetta cieca, che ha perduto il suo proprietario e ora cerca un nuovo amico. Cerca casa anche Ciro, un coniglio che ne ha passate tante. Alt! Speedy reclama il suo spazio. Questa volta ci parlerà della volpe, animale di proverbiale furbizia e di grande fascino. Per la rubrica “SOS pet”, attenti alla volpina Grace, che si è perduta a Porpetto in provincia di Udine e che Thomas rivuole con sé. 

“Dalla parte degli animali”, attraverso la televisione, arriva nelle case di tutti gli italiani per promuovere le adozioni, combattere la vergognosa piaga del randagismo e diffondere la cultura del possesso responsabile. Protagonisti del programma sono gli animali che vivono nei rifugi. Grazie alla vetrina televisiva, cani, gatti, e tanti altri animali, riescono a trovare il calore di una casa, l’amore di una famiglia e, in poche parole, il posto che meritano. È una trasmissione a cura di Carlo Gorla, per la regia di Fabio Villoresi, realizzata in collaborazione con la Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente (LEIDAA). 

Il promo della puntata si può vedere su Youtube al link https://www.youtube.com/watch?v=FHBLbUMMNEI 

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UNITI CONTRO IL FREDDO: IL CISOM AL FIANCO DEI SENZA DIMORA NELLE CITTÀ ITALIANE

UNITI CONTRO IL FREDDO: IL CISOM AL FIANCO DEI SENZA DIMORA NELLE CITTÀ ITALIANE   Con l'arrivo dell'inverno, l'attenzione verso le persone più vulnerabili, in particolare i senza fissa dimora, diventa più pressante e urgente. Secondo i dati dell'Istat, che per la prima volta ha illuminato questa realtà, emerge un quadro allarmante: sono 96.197 gli individui registrati come persone senza fissa dimora, con la stragrande maggioranza di uomini e il 38% rappresentato da cittadini stranieri, principalmente dall'Africa[1]. Questi numeri, come evidenziato dalla Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora, sebbene offrano solo un'istantanea parziale della situazione, mettono in evidenza l'ampiezza e la complessità di un'emergenza sociale spesso silenziosa. Questa condizione si concentra in 2.198 comuni italiani, ma è preoccupante notare che il 50% di questa popolazione vulnerabile trova rifugio solo in sei città principali: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova e Foggia. Con l’aumentare delle temperature rigide e delle avversità climatiche, diventa essenziale attivare interventi mirati e immediati. L'assistenza, l'accoglienza e la protezione di queste persone diventano prioritarie, soprattutto considerando le sfide aggiuntive che l'inverno impone a chi vive senza un tetto sulla testa o in rifugi precari. In questo contesto, il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta – CISOM, con le sue Unità di Strada composte da medici, infermieri e volontari, offre un supporto concreto e immediato, garantendo che nessuno resti invisibile.   “La stagione invernale porta con sé non solo freddo e avversità climatiche, ma anche un'urgente necessità di solidarietà verso coloro che si trovano in condizioni di maggiore vulnerabilità. In questo periodo critico, il CISOM si impegna con ancora maggiore determinazione a fornire sostegno e assistenza alle persone senza fissa dimora. Con il coinvolgimento dei nostri volontari dedicati e delle nostre Unità di Strada, vogliamo non solo offrire aiuto immediato, ma anche far sentire a queste persone la nostra vicinanza e la nostra comprensione delle loro sfide quotidiane” dichiara Benedetto Barberini, Presidente del CISOM.   Le Unità di Strada del CISOM non si limitano a fornire assistenza medica, pasti caldi, coperte e kit per l'igiene personale. La loro presenza, 365 giorni l'anno nelle zone più frequentate dai senza dimora, va oltre il semplice monitoraggio della salute e il primo soccorso. Sono un punto di ascolto attento alle storie e ai bisogni di coloro che spesso si sentono dimenticati dalla società. È il sostegno emotivo e la solidarietà resa tangibile.   Le squadre dei volontari del CISOM si estendono da Nord a Sud, coprendo diverse città come Torino, Milano, Monza, Seregno, Brescia, Chieti, Pescara, Siracusa, Vicenza, Padova, Treviso, Belluno, Firenze, Livorno, Lucca, Lunigiana, Pisa e Pistoia. Questi volontari devoti dedicano il loro tempo, la loro dedizione e le loro energie per alleviare le sofferenze e migliorare la vita delle persone più bisognose.   Per garantire la continuità delle sue attività e mantenere l'elevata qualità degli interventi, il CISOM rinnova l'appello a nuovi volontari, invitandoli a unirsi a una squadra dedicata che si impegna su emergenze nazionali e progetti sociali. Per ottenere maggiori informazioni e per candidarsi, è possibile visitare il sito web ufficiale del CISOM all'indirizzo https://www.cisom.org/diventa-un-volontario/.   LA DEDIZIONE DI GIUSEPPINA: VOLONTARIA CISOM CHE LOTTA PER IL RECUPERO DI PRASANNA, SENZA FISSA DIMORA La storia di Giuseppina, volontaria impegnata con il CISOM, riflette il cuore e l'impegno di chi dedica la propria vita a riaccendere una speranza nei più vulnerabili. Il CISOM è diventato la sua famiglia, offrendole un punto fermo e un senso di appartenenza. Una delle storie che l’ha segnata è quella di Prasanna, giunto in Italia con il sogno di un lavoro, e che invece ha affrontato una serie di sfortune. Con la salute compromessa dalla cirrosi e dal diabete, la sua situazione era disperata. Il peggio arrivò quando venne derubato di ogni cosa. Giuseppina e il team CISOM hanno lottato per Prasanna, insistendo con le autorità sanitarie per ottenere l'assistenza medica urgente di cui aveva bisogno. Nonostante le sfide e le difficoltà, grazie al supporto della dottoressa Lucia Altamura, Prasanna è stato ricoverato e ha ricevuto cure vitali. Durante il suo ricovero, i volontari erano al suo fianco quotidianamente, offrendogli conforto e aiuto pratico. Dopo il ricovero, Prasanna è stato ospitato in un dormitorio, anche se non completamente adatto alle sue esigenze. Giuseppina ha continuato a supportarlo, fornendogli un telefono per riunirlo con la sua famiglia rimasta nello Sri Lanka. Tuttavia, le sfide non sono finite. Prasanna ha affrontato problemi di salute ancora più gravi, scoprendo di avere un tumore al fegato. Il supporto continuo del Serd di Lucca e l'impegno costante di Giuseppina e del CISOM hanno contribuito al suo miglioramento. Il processo di reintegrazione sociale per Prasanna è in corso, e la sua salute precaria rende incerto il futuro. Tuttavia, Giuseppina si sta adoperando per cercare di ristabilire un legame con sua figlia più giovane, sperando che questo possa essere un passo importante verso la riunione familiare. Giuseppina e il suo esempio di dedizione mostrano che il recupero e il reinserimento sociale di individui come Prasanna richiedono non solo tempo ma anche impegno costante e supporto da parte della società. Bisogna combattere pregiudizi e lavorare per far comprendere che queste persone, anche se vulnerabili, possono essere reinserite e contribuire alla comunità.   RACCONTARE LA SOLIDARIETÀ: IL LAVORO DEI VOLONTARI DEL CISOM ATTRAVERSO LA FOTOGRAFIA Nel cuore dell’Emilia-Romagna, dove la solidarietà e il sostegno alle persone in difficoltà sono valori fondamentali della comunità, si è sviluppata un'esperienza unica e toccante. Il fotografo professionista Andrea Partiti ha raccontato il lavoro svolto dai volontari del Corpo Italiano di Soccorso dell'Ordine di Malta - CISOM dell’Emilia-Romagna, in particolare del Gruppo Piacenza, scoprendo il lavoro straordinario svolto da questi angeli custodi. I volontari del Corpo Italiano di Soccorso dell'Ordine di Malta si impegnano in un servizio di aiuto e soccorso alla comunità, offrendo il proprio tempo e le proprie competenze per supportare le persone più vulnerabili, tra cui i senza fissa dimora. Il loro compito è molto più di un semplice intervento di emergenza: si tratta di portare conforto, dignità e speranza a chi vive situazioni di disagio e difficoltà estrema. Il fotografo ha deciso di raccontare la loro preziosa missione attraverso il linguaggio universale delle immagini. Ha iniziato a seguirli durante le uscite delle Unità di Strada che, di notte, in estate come in inverno, non fanno mancare il loro aiuto ai senza fissa dimora. Attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, Andrea ha catturato i momenti di empatia, calore umano e dedizione che questi volontari riversano ogni giorno nelle loro azioni. Ogni fotografia racconta una storia, esprime un'emozione, trasmette un messaggio. Gli scatti hanno colto l'anima di questi volontari mentre si prendono cura delle persone senza dimora: dalla distribuzione di pasti e vestiario, alla semplice compagnia, all'ascolto delle loro storie di vita. Spinto dalla volontà di voler dare anche lui un aiuto, Andrea ha avuto un'idea: trasformare le sue fotografie in una mostra dal nome “Gli Ultimi saranno i primi. Portare speranza nelle strade di Piacenza”. Grazie all'impegno e disponibilità dei volontari, all'immediato interesse e aiuto di Andrea Milano e Gabriele Galato, rispettivamente Capo e Vice Capogruppo del CISOM Piacenza la mostra è diventata una realtà, con un notevole successo di pubblico, il quale è rimasto colpito dai suoi scatti che raccontavano la bontà dei cuori dei volontari e il coraggio dei senza fissa dimora. Ma il fotografo non si è fermato qui, ha voluto che queste immagini avessero un impatto ancora più significativo, così ha deciso di metterle all’asta. L'obiettivo era raccogliere fondi per una causa ancora più grande: fornire al Gruppo Piacenza del CISOM un defibrillatore per le attività di soccorso un dispositivo fondamentale per garantire soccorso immediato in situazioni di emergenza. "Collaborare con Andrea Partiti durante le uscite con il CISOM è stata un'esperienza che mi ha profondamente toccato. Ho potuto osservare da vicino la sua dedizione nel raccontare le storie di chi vive per strada e nel mostrare il lavoro dei volontari. Le sue fotografie sono riuscite a catturare l'anima di queste persone e a trasmettere empatia e consapevolezza. Sono contento di aver avuto l'opportunità di far parte di questo progetto e spero che le sue immagini possano continuare a ispirare gli altri a unirsi al CISOM impegnandosi a portare solidarietà e speranza nelle strade", dichiara Andrea Milano, Capo Gruppo di Piacenza.   Per informazioni, approfondimenti e richieste di interviste è a disposizione l’Ufficio stampa nazionale CISOM c/o INC – Istituto Nazionale per la Comunicazione Federica Aruannof.aruanno@inc-comunicazione.it – cell. 344 3449685 Valeria Sabatov.sabato@inc-comunicazione.it – cell. 373 5515109       CISOM - Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta - è una Fondazione senza scopo di lucro, con finalità di protezione civile, sociale, sanitario assistenziale, umanitario e di cooperazione, strumentale al Sovrano Ordine di Malta. Fedeli al motto “Seduli in accurrendo, alacres in succurrendo” e ai valori del millenario Ordine di Malta, da oltre 50 anni medici, infermieri, psicologi, logisti e gli oltre 4000 volontari del CISOM presenti in ogni regione italiana portano soccorso, aiuti e conforto in occasione di calamità naturali nazionali e internazionali, durante importanti eventi con forte impatto sulla sicurezza pubblica, nelle strade e tra le persone più sole e bisognose; il CISOM è impegnato anche nelle attività di assistenza sanitaria ai migranti in difficoltà nel Canale di Sicilia e a Lampedusa. [1] https://www.secondowelfare.it/povert-e-inclusione/persone-senza-dimora-i-dati-del-censimento-istat/ TRA SOLIDARIETÀ E SPERANZA: IL LAVORO SILENZIOSO DEI VOLONTARI DEL CISOM ATTRAVERSO L'OBIETTIVO DI ANDREA PARTITI   Nel cuore dell’Emilia-Romagna, dove la solidarietà e il sostegno alle persone in difficoltà sono valori fondamentali della comunità, si è sviluppata un'esperienza unica e toccante. Il fotografo professionista Andrea Partiti ha raccontato, da tre anni a questa parte, il lavoro svolto dai volontari del Corpo Italiano di Soccorso dell'Ordine di Malta - CISOM dell’Emilia-Romagna, in particolare del Gruppo Piacenza, scoprendo il lavoro straordinario svolto da questi angeli custodi. I volontari del Corpo Italiano di Soccorso dell'Ordine di Malta si impegnano in un servizio di aiuto e soccorso alla comunità, offrendo il proprio tempo e le proprie competenze per supportare le persone più vulnerabili, tra cui i senza fissa dimora. Il loro compito è molto più di un semplice intervento di emergenza: si tratta di portare conforto, dignità e speranza a chi vive situazioni di disagio e difficoltà estrema. Il fotografo ha deciso di raccontare la loro preziosa missione attraverso il linguaggio universale delle immagini. Ha iniziato a seguirli durante le uscite delle Unità di Strada che, di notte, in estate come in inverno, non fanno mancare il loro aiuto ai senza fissa dimora. Attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, Andrea ha catturato i momenti di empatia, calore umano e dedizione che questi volontari riversano ogni giorno nelle loro azioni. Ogni fotografia racconta una storia, esprime un'emozione, trasmette un messaggio. Gli scatti hanno colto l'anima di questi volontari mentre si prendono cura delle persone senza dimora: dalla distribuzione di pasti e vestiario, alla semplice compagnia, all'ascolto delle loro storie di vita. Spinto dalla volontà di voler dare anche lui un aiuto, Andrea ha avuto un'idea: trasformare le sue fotografie in una mostra dal nome “Gli Ultimi saranno i primi. Portare speranza nelle strade di Piacenza”. Grazie all'impegno e disponibilità dei volontari, all'immediato interesse e aiuto di Andrea Milano e Gabriele Galato, rispettivamente Capo e Vice Capogruppo del CISOM di Piacenza la mostra è diventata una realtà, con un notevole successo di pubblico, il quale è rimasto colpito dai suoi scatti che raccontavano la bontà dei cuori dei volontari e il coraggio dei senza fissa dimora. Ma il fotografo non si è fermato qui, ha voluto che queste immagini avessero un impatto ancora più significativo, così ha deciso di metterle all’asta. L'obiettivo era raccogliere fondi per una causa ancora più grande: fornire al Gruppo Piacenza del CISOM un defibrillatore per le attività di soccorso un dispositivo fondamentale per garantire soccorso immediato in situazioni di emergenza.   "Collaborare con Andrea Partiti durante le uscite con il CISOM è stata un'esperienza che mi ha profondamente toccato. Ho potuto osservare da vicino la sua dedizione nel raccontare le storie di chi vive per strada e nel mostrare il lavoro dei volontari. Le sue fotografie sono riuscite a catturare l'anima di queste persone e a trasmettere empatia e consapevolezza. Sono contento di aver avuto l'opportunità di far parte di questo progetto e spero che le sue immagini possano continuare a ispirare gli altri a unirsi al CISOM impegnandosi a portare solidarietà e speranza nelle strade", dichiara Andrea Milano, Capo Gruppo di Piacenza.   Questa è la storia di Andrea Partiti, un fotografo che ha cercato di catturare con il suo obiettivo le emozioni e le storie che si celano dietro le persone e i luoghi.   Finora, nei miei progetti personali, ho trattato argomenti vari: ho realizzato reportage sulle catastrofi naturali sul lockdown e sulle prima vaccinazioni a Piacenza, sulle proteste di piazza  e sull’intimità relazionale  dei frequentatori dei club in cui ho lavorato e, grazie ad Andrea Milano, Capo Gruppo del CISOM Piacenza, mi sono reso conto che c'era una realtà completamente sconosciuta a me, quella del mondo del volontariato e delle persone bisognose che incontriamo quotidianamente, ma che quotidianamente ignoriamo. Sono rimasto colpito dal coinvolgimento di Andrea nei panni del volontario, ho capito che era il momento di realizzare un progetto personale diverso dai precedenti. Così, ho deciso di seguirlo e insieme abbiamo iniziato questo viaggio, con la speranza di contribuire a una maggiore consapevolezza e apprezzamento per il mondo del volontariato e delle persone che dedicano la loro vita agli altri. Questa esperienza è la dimostrazione di come l'arte della fotografia possa unire le persone in un'unica missione: quella di diffondere solidarietà e speranza”. Attraverso questo progetto Andrea ha contribuito a migliorare la vita di molte persone, mettendo in luce il valore inestimabile del lavoro svolto dai volontari del CISOM. C'è stata anche una grande soddisfazione personale nel vedere i miei lavori esposti per la prima volta, essendo ancora under 30. Volevo suscitare riflessioni nei visitatori riguardo alle tematiche connesse alla vita in strada e alle difficoltà che ne derivano, mostrare loro cosa fa il CISOM per migliorare le condizioni di coloro che sono ai margini. La realtà del volontariato e delle persone senzatetto è spesso misconosciuta e trascurata. Spero di essere riuscito a trasmettere empatia e consapevolezza riguardo alle sfide che i volontari affrontano quotidianamente, e che possiamo tutti riflettere su come contribuire a rendere il mondo un posto migliore per tutti, senza lasciare nessuno indietro. Situazioni particolari che ho incontrato durante le uscite con i volontari? Ce ne sono state tantissime. Una cosa che mi ha colpito profondamente riguardo alle persone bisognose è stato il loro immenso desiderio di affetto e calore umano, oltre ai bisogni primari come cibo, acqua e medicine. È incredibile quanto queste persone abbiano bisogno di amore e vicinanza. Questo aspetto viene spesso sottovalutato da coloro che non hanno esperienza nel volontariato. Tra tutte le persone che abbiamo assistito, una che mi ha particolarmente colpito è stata Claudia, una signora che vive per strada da quasi trent'anni, un tempo veramente lungo. Nonostante la sua condizione, non chiede mai nulla. La sua storia personale mi ha fatto riflettere sulle molteplici sfaccettature della vita di strada e su quanto sia complessa e spesso misconosciuta. Ogni individuo ha la sua storia unica, fatta di sfide, resilienza e dignità. È stato un onore poter entrare in contatto con persone come lei e imparare da loro, non solo come volontario, ma anche come essere umano. La mia esperienza con il volontariato e con il mondo delle persone senzatetto mi ha insegnato a guardare oltre le apparenze e a valorizzare l'importanza di tendere una mano e offrire sostegno a chi ne ha bisogno. Se le mie fotografie riusciranno a influenzare l'opinione delle persone riguardo al CISOM e a contribuire a far avvicinare più persone al mondo del volontariato non posso esserne certo. La mia speranza è che attraverso queste immagini, le persone possano cogliere la passione e l'impegno straordinario dei volontari nel garantire un aiuto costante. Per quanto riguarda questo progetto, vorrei proseguire il racconto del CISOM oltre i confini della mia città e perché no dell'Italia. Magari potrei farlo proprio come volontario, in modo da poter conoscere ancora più da vicino questa realtà.   Per informazioni, approfondimenti e richieste di interviste è a disposizione l’Ufficio stampa nazionale CISOM c/o INC – Istituto Nazionale per la Comunicazione Federica Aruannof.aruanno@inc-comunicazione.it – cell. 344 3449685 Valeria Sabatov.sabato@inc-comunicazione.it – cell. 373 5515109       CISOM - Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta - è una Fondazione senza scopo di lucro, con finalità di protezione civile, sociale, sanitario assistenziale, umanitario e di cooperazione, strumentale al Sovrano Ordine di Malta. Fedeli al motto “Seduli in accurrendo, alacres in succurrendo” e ai valori del millenario Ordine di Malta, da oltre 50 anni medici, infermieri, psicologi, logisti e gli oltre 4000 volontari del CISOM presenti in ogni regione italiana portano soccorso, aiuti e conforto in occasione di calamità naturali nazionali e internazionali, durante importanti eventi con forte impatto sulla sicurezza pubblica, nelle strade e tra le persone più sole e bisognose; il CISOM è impegnato anche nelle attività di assistenza sanitaria ai migranti in difficoltà nel Canale di Sicilia e a Lampedusa. LA DEDIZIONE DI GIUSEPPINA, VOLONTARIA CISOM E LA BATTAGLIA DI PRASANNA, SENZA FISSA DIMORA, PER RICONQUISTARE DIGNITÀ E REINTEGRARSI SOCIALMENTE La mia storia di volontariato con il CISOM è iniziata in maniera piuttosto casuale. Ho iniziato a partecipare ai pellegrinaggi con l’Ordine di Malta, e la scintilla è scattata durante i viaggi a Lourdes. Da lì, quando mi sono ritrovata con più tempo libero da dedicare agli altri, ho sentito il bisogno di dare una mano. Trovare il CISOM è stato come trovare una famiglia, un punto di appartenenza, il che è sempre stato fondamentale per me, avendo cambiato città diverse volte. Sono volontaria dal 2016, ma in realtà la mia esperienza in questo tipo di volontariato risale all'89. Il mio impegno non si limita solo all'Unità di Strada. Sono coinvolta in vari servizi, a seconda delle necessità e della mia disponibilità. Ho anche seguito diversi corsi di formazione al fine di essere pronta a gestire situazioni emergenziali in contesti diversificati. Qui a Lucca, dove attualmente sono impegnata, è stato un crescendo di attività. Una delle storie più toccanti è stata quella di Prasanna, anche se da molti viene chiamato Manjula o Fernando. Durante il mese di aprile, nel periodo pasquale, io e i miei colleghi del CISOM abbiamo avuto l'opportunità di incontrarlo durante le nostre uscite con le unità di strada. Era arrivato in Italia con l'intento di trovare lavoro, ma il destino gli ha riservato anche un incontro speciale: ha conosciuto una donna, anch'essa dello Sri Lanka, che in seguito è diventata sua moglie. A causa dell'alcolismo, sua moglie lo ha cacciato via di casa e così si è ritrovato a vivere per strada. Le sue condizioni di vita erano estremamente difficili: aveva perso tutto, dagli effetti personali ai documenti. Mi ricordo dell'incontro in cui ci mostrò i documenti che possedeva, insieme a un referto medico che evidenziava la sua malattia diabetica e la cirrosi. La sua situazione è ulteriormente peggiorata quando gli hanno rubato tutto ciò che possedeva. Per alcune settimane lo abbiamo perso di vista, poi lo abbiamo rivisto e la sua situazione era peggiorata. Era maleodorante e incapace di reggersi in piedi. La sua glicemia doveva essere alle stelle, considerando il referto medico che avevo visto. Ciò mi ha spinta ad agire, chiedendo aiuto alle squadre di pronto soccorso. Purtroppo, le visite al pronto soccorso non hanno portato aiuti significativi. Veniva dimesso nonostante la glicemia altissima, cosa che per una persona sarebbe stata letale. Abbiamo dovuto insistere, coinvolgendo assistenti sociali e medici, fino a quando finalmente è stato ricoverato. Durante questo periodo noi volontari CISOM eravamo presenti per lui ogni giorno, portandogli piccole attenzioni come la biancheria pulita. Gli raccomandavo costantemente l'igiene personale: spazzolino, lavarsi i denti, la doccia quotidiana. Era fondamentale aiutarlo a ritrovare la propria routine, essenziale per interagire con gli altri e svolgere attività quotidiane. Ad affiancarci in questa fase la dottoressa Lucia Altamura, Coordinatrice Assistenti Sociali del Comune di Lucca, una donna eccezionale. Ci ha fornito un forte supporto in questa situazione e ci ha messo in contatto con il dottore del pronto soccorso. È stata lei a muoversi per trovare un posto dove poterlo sistemare una volta dimesso. Dopo la dimissione, è stato collocato nel dormitorio di via Brunero Paoli qui a Lucca. Questo dormitorio generalmente è destinato a ragazzi che hanno anche un lavoro e quindi una certa autonomia, sebbene non sia del tutto appropriato per lui. Nonostante ciò, è stato inserito in questo contesto in cui attualmente risiede. Appena dimesso, la prima cosa che abbiamo fatto è stata portarlo in un centro di telefonia, gli avevo regalato un vecchio cellulare dove abbiamo inserito una scheda telefonica, in modo che potessi comunicare con lui quando necessario. La prima cosa che ha fatto è stato contattare la sorella che era rimasta nello Sri Lanka, sembrava che non si sentissero da un paio di anni. La sorella era estremamente preoccupata perché non aveva più avuto sue notizie. Gli ho regalato una bicicletta, ha iniziato a sentirsi meglio. L'attività fisica lo ha aiutato molto. Successivamente, l'ho accompagnato a varie visite mediche e durante il suo ricovero è emerso un problema piuttosto serio: ha un tumore al fegato. Anche il supporto del Serd qui a Lucca e il suo impegno sono stati importanti per il suo miglioramento. Tuttavia, cercare un lavoro per lui è stato difficile a causa di false voci che girano sulla sua salute. Ad esempio, alcuni hanno detto che ha l'epatite, quando in realtà ha un tumore al fegato, ma queste false informazioni hanno compromesso le opportunità di lavoro. La sua riabilitazione e reinserimento nella società sono ancora in corso. Tuttavia, data la gravità della sua situazione, è difficile prevedere che possa ricevere un trapianto. Attualmente ha 55 anni. Il reinserimento di queste persone richiede tempo e impegno. Sono soggetti che possono essere recuperati, ma necessitano di supporto e di un percorso di riabilitazione. Bisogna lavorare per far comprendere alla società che queste persone possono essere reintegrate. Ho suggerito a Prasanna di organizzare un incontro con la sua figlia più giovane prima delle festività natalizie, auspicando che possa rappresentare un'occasione per ristabilire un legame familiare. È cruciale che la figlia sia informata sulla malattia del padre, poiché è fondamentale conoscere la situazione dei propri genitori.             Per informazioni, approfondimenti e richieste di interviste è a disposizione l’Ufficio stampa nazionale CISOM c/o INC – Istituto Nazionale per la Comunicazione Federica Aruannof.aruanno@inc-comunicazione.it – cell. 344 3449685 Valeria Sabatov.sabato@inc-comunicazione.it – cell. 373 5515109       CISOM - Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta - è una Fondazione senza scopo di lucro, con finalità di protezione civile, sociale, sanitario assistenziale, umanitario e di cooperazione, strumentale al Sovrano Ordine di Malta. Fedeli al motto “Seduli in accurrendo, alacres in succurrendo” e ai valori del millenario Ordine di Malta, da oltre 50 anni medici, infermieri, psicologi, logisti e gli oltre 4000 volontari del CISOM presenti in ogni regione italiana portano soccorso, aiuti e conforto in occasione di calamità naturali nazionali e internazionali, durante importanti eventi con forte impatto sulla sicurezza pubblica, nelle strade e tra le persone più sole e bisognose; il CISOM è impegnato anche nelle attività di assistenza sanitaria ai migranti in difficoltà nel Canale di Sicilia e a Lampedusa.    

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Lega di Cinisello Balsamo esprime solidarietà al sindaco Ghilardi per appellativo offensivo apparso sulla struttura comunale

Lega di Cinisello Balsamo esprime solidarietà al sindaco Ghilardi per appellativo offensivo apparso sulla struttura comunale                 Ancora un’offesa colpisce il sindaco di Cinisello Balsamo, Giacomo Ghilardi al quale il Gruppo Lega cittadino, presente in consiglio comunale con i consiglieri Massimiliano Sticco e Michele Minutilli insieme con il segretario cittadino della Lega, Alessandra Riccardi, manifestano piena solidarietà.             Dopo l’episodio della lapide rinvenuta nel 2021 nel Parco del Grugnotorto e le minacce social ricevute l’anno prima, è una scritta, apparsa il 19 gennaio sulla struttura comunale Alberti a Sant'Eusebio, ad offendere con l’appellativo di “infame”, il sindaco Ghilardi riconfermato per il secondo mandato con le amministrative del maggio 2023 e particolarmente impegnato sul fronte della lotta alla droga, alle occupazioni abusive e all’illegalità. “Forse è solo un caso, - scrive Ghilardi in uno sfogo sul suo profilo Facebook - ma tutto ciò avviene pochi giorni dopo la messa in onda del servizio di Striscia la Notizia dove ho voluto essere presente, insieme a Brumotti, al Palazzone proprio per testimoniare il nostro lavoro sul campo. Forse è solo un caso, ma sembra accadere quando si alzano i toni dello scontro ai limiti dell'insulto, come quelli di alcune (fortunatamente pochissime e sparute) comunicazioni che si leggono in questi giorni in alcuni gruppi. Ringrazio i cittadini che mi sono sempre accanto, che mi sostengono con i loro attestati di vicinanza e stima per il lavoro che si sta portando avanti per continuare a perseguire la legalità”. Alle manifestazioni di solidarietà ed agli attestati di stima espressi, il gruppo Lega di Cinisello Balsamo aggiunge il proprio rinnovato sostegno al sindaco su ogni azione e iniziativa a sostegno della legalità. 

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LIBRO SOSPESO – FRANCAVILLA AL MARE

Il libro come catena di relazioni con "Libro sospeso" a cura della Neo edizioni per Libridine di Francavilla al Mare

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C'è un modo insolito per rinsaldare la comunità attraverso le storie, per imparare a fidarsi dello sguardo dell’altro, facendosi prendere per mano dalle pagine che sono state formative per un'altra persona: a Francavilla al Mare (CH) questo processo è possibile grazie a "Libro sospeso", uno dei 14 progetti di Libridine per il Cepell, che verrà portato a compimento nell'arco del 2024 dalla Neo edizioni di Francesco Coscioni e Angelo Biasella.

In cosa consiste questo progetto? Ogni cittadino potrà acquistare un libro per lui particolarmente significativo e scriverci un augurio prima di affidarlo a chi verrà dopo di lui. La libreria lo incarterà lasciandolo esposto, cosicché ogni altro cittadino potrà aderire all’iniziativa prendendo il pacchetto e scoprendo di quale libro si tratta, e donandone uno a sua volta.

Una sorta di lunga catena per creare relazioni attraverso le storie, per condividere passioni, e per vivere uno spazio come la libreria non soltanto per acquisti ma anche per scambiarsi esperienze e vissuti. Durante il corso del progetto verranno invitate delle personalità della cultura a partecipare, in modo da tenere vivo l’interesse durante tutta la durata dell'iniziativa; ogni mese infatti, a sorpresa e senza una data fissa, si potrà scoprire il nome dell'ospite del progetto e quale libro consiglia, seguendo le pagine social @neoedizioni.

Come spiega Francesco Coscioni: "Dalla Neo siamo felici di far parte di questo grande progetto "Libridine" finanziato dal Cepell e che coinvolge Francavilla al Mare e si propone di mettere in movimento lettrici e lettori e, ci auguriamo, di farne nascere di nuovi. Come casa editrice seguiamo tre iniziative, la prima a cui diamo il via è il Libro sospeso. Coinvolgeremo scrittrici, scrittori, personalità della cultura e dello spettacolo, ciascuno sceglierà un libro e lo lascerà, con tanto di dedica, 'sospeso' al primo lettore curioso che deciderà di unirsi a questa rete, che man mano si creerà, fatta di consigli e letture".

"Il nostro desiderio - conclude - è che chi vorrà scoprire di che libro si tratta approfittando di questo fragrante regalo, faccia lo stesso, ossia che a sua volta compri un libro che desidera tanto regalare e lo lasci 'sospeso' per chi verrà. Il bancone dove troverete il libro è quello della Libreria Mondadori di Francavilla al Mare, in piazza Sirena, proprio sul mare, e se le onde portano storie, ogni mese noi vi porteremo un libro con dedica, starà ai lettori tener vivo questo vento fatto di storie, consigli, gioco, tener vivo il desiderio di condividere ciò che per noi è stata una bella lettura, un libro che regaleremmo alla persona cara che ancora non conosciamo".

Si ricorda che "Libridine" è promosso dal Centro Per il Libro e la Lettura (CEPELL), istituto del Ministero della Cultura; le associazioni partecipanti al fianco del Comune di Francavilla al Mare sono l'Aps Macondo, Fonderie Ars, l'Associazione Alphaville – nonsolocinema, la Neo edizioni snc di Francesco Coscioni e Biasella Angelo, Sophia Aps e l'Associazione Identità Musicali che a loro volta coinvolgeranno location strategiche, culturali, turistiche del territorio, oltre alla Mondadori di Francavilla e all'Azienda di Trasporti Abruzzese TUA.

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Promuovere Arte e Mestieri nelle Scuole Italiane: nel cuore del casertano nasce il progetto “Arts & Craft – Impara l’arte e mettila da parte”

Impara l’arte e mettila da parteGiovana Antunes, Figlia d'arte, Designer e promotrice della valorizzazione del mondo artigiano, ci racconta un progetto all’avanguardia volto all’inserimento dell'artigianato come parte integrante dell'educazione nelle Scuole Italiane: le prime classi esperimentali spiega Antunes, cui iscrizione sono da oggi ufficialmente aperte, vede nelle Scuole Primarie il punto di partenza per un grande progetto ancora tutto da scoprire e aggiunge, oggi più di ieri servono strumenti e AZIONI che ci aiutino a comprendere di più la storia, le nostre radici, il cambiamento, e a dare continuità, la scelta di partire dalla nostra Scuola è un modo per contribuire alla crescita comune attraverso lo stimolo della creatività. Allieva del Maestro Riccardo Dalisi, con una formazione in Restaurazione dei Metalli e Laureata con menzione alla carriera in "Design e Comunicazione" presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, Antunes già in passato ha vinto il Primo Premio con un progetto realizzato insieme ai bambini dell’Infanzia del Plesso Rodari dell’Istituto Cinquegrana esposto all’interno del Padiglione Italia dell’Expo 2015 di Milano. Oggi a capo di Dkoll Artisan, l’ex membro del Consiglio di CNA Campania Nord, ha collaborato per diversi anni con l’Incubatore Certificato 012Factory con il quale ancora oggi è fortemente legata e partecipato ad importanti fiere di settore tra cui Milan e Venice Design Week, dedicando la sua vita a promuovere la creatività e la cultura del lavoro. Maria Falace, Figlia e Maestro d’Arte, da sempre legata e affascinata dal mondo artistico, ha studiato Design per la Moda presso il Liceo Artistico San Leucio e si è specializzata in Grafica Pubblicitaria al Centro Studi Ilas - Academia Italiana di Comunicazione a Napoli. Lungo la sua carriera ha ottenuto un importante riconoscimento presso la mostra Caserta ART FESTIVAL, la sua curiosità e passione l’hanno spinta sempre verso nuovi mondi, che viaggiano dal Cake Design ad essere autrice del libro “Un secolo da donne”, il racconto di un secolo tutto al femminile, che illustra le grandi donne che hanno contribuito alla nostra storia. Il progetto "Arts & Craft – Impara l’arte e mettila da parte" racchiude un po’ di questi due mondi e si rivolge a tutti gli alunni dell'Istituto Scolastico, mirando a potenziare, migliorare e arricchire l'apprendimento attraverso lo stimolo delle cinque intelligenze. Questo approccio non solo favorisce la crescita individuale, ma anche la riscoperta e la tutela di tecniche e competenze tramandate attraverso i secoli, rappresentando beni immateriali intrinsechi del nostro territorio da custodire e trasmettere alle nuove generazioni, racconta Falace. L'artigianato diventa così uno strumento dinamico per sollecitare gli "input di apprendimento" in armonia con la natura, incoraggiando l'espressione artistica e il rispetto per le tradizioni. La proposta, spiega Giovana Antunes si basa sull'idea che Arte e Artigianato non solo insegni abilità pratiche, ma nutra la creatività e promuova un apprezzamento più profondo della cultura del lavoro. Conoscere Maria all’interno di un Evento di Beneficenza ci ha permesso di unire le nostre capacità e convogliarle verso obbiettivi comuni, in meno di sei mesi abbiamo lavorato con circa 400 bambini all’interno dei nostri laboratori di Scuola in Festa e questo ci riempi di gioia, conclude. In un contesto in cui l'educazione assume un ruolo cruciale, il progetto di Arts & Craft si presenta come un contributo significativo per arricchire l'esperienza educativa degli studenti delle Scuole Italiane, aprendo le porte a un apprendimento più completo e connettendo le generazioni attraverso la conservazione delle tradizioni

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“Torna in libreria il primo romanzo di Stefano Labbia: una storia brillante e sagace che porta alla luce le idiosincrasie di un’intera generazione.”

“Torna in libreria il primo romanzo di Stefano Labbia: una storia brillante e sagace che porta alla luce le idiosincrasie di un'intera generazione.”     Terza ristampa voluta e richiesta a gran voce per l'oramai classico contemporaneo per eccellenza: "Piccole vite infelici" esplora le emozioni umane in modo profondo e coinvolgente, seguendo quattro personaggi alla ricerca della felicità in una Roma contemporanea e senza scrupoli. L'opera offre uno sguardo intimo sulle sfide della vita moderna, invitando a riflettere sulla complessità dell'animo umano. Le vicende narrate con sapienza dal Labbia, colpiscono per la loro vivida immediatezza, rivelando fragilità e contraddizioni in cui ognuno può riconoscersi. Un romanzo che commuove e interroga i lettori con intelligenza ed empatia.               SCHEDA DEL LIBRO:       AUTORE: Stefano Labbia   TITOLO: Piccole Vite Infelici   EDITORE: Amazon   GENERE: Narrativa / Mainstream   ANNO: 2024   PAGINE: 105   EDITOR: Marika Lauria   COPERTINA: Carlotta Bianchi   LINK PER L'ACQUISTO: https://www.amazon.it/dp/B0CSNQPDHV/

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Belvedere Spinello (KR) – E’ morta Nicolina Carnuccio, poetessa sublime. Sarà sepolta a Badolato (CZ) suo paese d’origine.

Belvedere Spinello (KR) – E’ morta Nicolina Carnuccio, poetessa sublime. Sarà sepolta a Badolato (CZ) suo paese d’origine.   Venerdì pomeriggio 19 gennaio 2024, ad 83 anni, dopo lunga malattia, è deceduta serenamente nella sua casa di Belvedere Spinello (KR) l’insegnante Nicolina Carnuccio, “poetessa sublime” così definita dall’Università delle Generazioni che la ritiene la poetessa calabrese più significativa del Novecento. Per suo volere, riposerà nel cimitero della natìa Badolato (CZ) che aveva lasciato quando era ancora adolescente, circa 70 anni fa, per il trasferimento della famiglia a Crotone.   Appena due mesi fa, il 16 novembre 2023, lo scultore Gianni Verdiglione le aveva dedicato una “pietra parlante” nell’antico borgo medievale badolatese, ponendola accanto a quella per la sorella suor Teresa Carnuccio, anche lei deceduta e poetessa inedita di raffinata sensibilità e alta spiritualità.   La maggior parte della produzione poetica di Nicolina (espressa prevalentemente in forma dialettale) è disponibile su vari siti internet, mentre finora aveva dato alle stampe tre libri: nel 2007 “Quando eravamo bambini io e i miei fratelli”, nel 2009 “A parrata ‘e mama” e nel 2014 “Paroli e pparoli”. Per la sua poesia aveva ricevuto vari premi e riconoscimenti, anche a livello nazionale. Speriamo che i figli vogliano pubblicare in cartaceo gli inediti che sappiamo essere ancora tanto numerosi e importanti. – stop –                                                                                                                    Domenico Lanciano

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UGL: Smentita per errata notizia.

Smentita per errata notizia.   Almerico Romano, Segretario Nazionale della Ugl mare e porti:”Personalmente e a nome della mia categoria smentisco e  porgo le  scuse alla famiglia del lavoratore  e a TUTTI i vertici FINCANTIERI per una notizia erroneamente e involontariamente diffusa dal titolo: Morte operaio, Romano (Ugl):”Ancora sangue nei cantieri navali”.   In data  in qualità di Segretario Nazionale della Ugl mare e porti, ho diffuso un comunicato stampa riportando erroneamente la morte di un operaio  di origini bengalesi nei cantieri navali di Monfalcone. Seppure vi è stato un incidente sul lavoro, la notizia mi giungeva come grave infortunio mortale ma da verifiche ho appreso, con sollievo, che il lavoratore in questione per fortuna non è deceduto  

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Enrico Antonello vince il Decimo Premio Cramum con “Words. Are just words?”

Enrico Antonello vince il Decimo Premio Cramum con "Words. Are just words?" Ieri 19 gennaio in occasione dell'inaugurazione della mostra Eroi? al Campus Reti la Giuria ha proclamato Enrico Antonello vincitore del Decimo Premio Cramum per l'arte contemporanea in Italia. Seconda classificata Betty Salluce, terzo classificato Guido Mitidieri. Le opere rimarranno in mostra fino al 30 maggio. La mostra personale del vincitore si terrà a luglio a Mercato Centrale Milano. ­ Scarica tutte le immagini della mostra Milano - Busto Arsizio Enrico Antonello, nato a Castelfranco Veneto nel 1995, ha vinto la Decima Edizione del Premio Cramum con l’opera "Words. Are just words?". Oltre al cubo simbolo del Premio Cramum, vince una mostra personale al Mercato Centrale Milano dal 17 luglio al 29 agosto.   La proclamazione ha avuto luogo ieri, 19 gennaio 2024, presso il Campus Reti di Busto Arsizio in occasione dell’apertura della mostra “Eroi?” curata da Sabino Maria Frassà, direttore del Premio. La mostra rimarrà aperta fino al 30 maggio e vedrà protagoniste le opere dei dieci finalisti - Enrico Antonello, Mattia Barbieri, Giulio Boccardi, Gisella Chaudry, Edson Luli, Simone Mazzoleni, Monica Mazzone, Guido Mitidieri, Caterina Roppo, Betty Salluce - al fianco di quelle dell'artista "maestro dell'anno" (fuori concorso) Francesca Piovesan.   Come spiega il Direttore del Premio Sabino Maria Frassà, «Enrico Antonello ha vinto per la sua capacità di interpretare il tema dell’anno, ovvero "chi è l'eroe?", indagando in modo originale e compiuto la precarietà dell’essere umano e il significato più profondo di eroismo culturale - oltre che morale - così pregnante al giorno d’oggi. Tra responsabilità individuali e collettive, congiunture fragili e complesse, riusciamo a capirci sempre con più difficoltà finanche a non riuscire più a "sentire" e comprendere le nostre proprie parole».   L'opera "Words. Are just worsd" è così spiegata dall'artista: "Luce, suono e moto sono i tre aspetti principali, e ricorrenti della mia ricerca artistica. Le mie installazioni multimediali presentano aspetti legati al mondo del settore industriale, con riferimenti sia estetici sia funzionali che ritroviamo nelle correnti architettoniche del Decostruttivismo e del Brutalismo. Rifletto su che cosa voglia dire fare pittura oggi, andando a scardinarne non solo la bidimensionalità, quanto l’uso del mezzo espressivo che le è proprio. In particolare, lavoro con materiali che non sono stati fabbricati per la pittura e in questo modo li decontestualizza, evocando il ready-made duchampiano. Grazie ad essi e alla presenza di microcontrollori vi è un inserimento del tempo e del suono, come dimensione fruibile del lavoro in maniera analogica. L'opera dà così vita a un complesso di fonemi, cioè di suoni articolati e la relativa trascrizione in segni grafici mediante i quali l’essere umano esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto d’una frase". ­ Seconda classificata è risultata essere Betty Salluce con l'opera "Sama" che è una sorta di "duplice ritratto": quello di un eroe, una ragazza siriana da cui l'opera prende il nome, ma anche quello di una Nazione che dal 2011 è devastata dalla guerra civile. Come spiega l'artista "la mano si abbandona, si mostra nel suo aspetto più intimo, racconta il passato e promette un futuro. I ricami colorati spezzano le tonalità fredde di cui l'opera si compone, andandosi ad intrecciare con le “linee della vita”, che nella cultura popolare rappresentano la vita nelle varie fasi che questa attraversa. L’opera le moltiplica, ne cambia i percorsi, attraverso i ricami, dona a Sama tutte le vite possibili". ­ Terzo classificato è stato votato Guido Mitidieri con "Agonia dell'indentità". L'opera è così illustrata dall'artista: "Se è vero che il significato determina il senso dell’agire, il significato di estensione maggiore che è in grado di racchiuderli tutti è il significato “cosa”. Infatti ogni cosa è qualcosa, e nella nostra interpretazione tutto ciò che è, è solo temporaneamente ciò che esso è. Solo in questa oscillazione gli uomini e le donne possono sognare di trasformare la realtà, poiché solo ciò che è provvisoriamente si presenta come disponibile al cambiamento. L’opera “Agonia dell’Identità” raffigura con l’elemento visivo della linea l’ambiguità di questa dimensione. La tecnica è penna a sfera Bic di colore nero su cartoncino vegetale esposto ai raggi del Sole." Le opere sono state votate da una Giuria di eccellenza composta da: Marzia Apice, Valentina Ardia, Elsa Barbieri, Loredana Barillaro, Letizia Cariello, Giuseppe Casarotto, Jacqueline Ceresoli, Carolina Conforti, Paola Coppola, Camilla Delpero, Alberto Di Fabio, Riccardo Fausone, Raffaella Ferrari, Antonio Frassà, Rosella Ghezzi, Pier Luigi Gibelli, Gian Luca Granziera, Maddalena Labricciosa, Veronica Lempi, Andrea Lesina, H.H. Lim, Claudio Marenzi, Andrea Margaritelli, Ilaria Mauri, Franco Mazzucchelli, Marco Miglio, Fulvio Morella, Annapaola Negri-Clementi, Arianna Panarella, Ilenia e Bruno Paneghini, Federico Pazzagli, Mauro Perosin, Francois-Laurent Renet, Giulia Ronchi, Elisabetta Roncati, Alessandro Scarano, Carolina Trabattoni, Massimiliano Tonelli, Valeria Vaselli, Maurizio Zanella, Emanuela Zanon, Paolo Ziotti. Il premio e la mostra sono resi possibili dalla collaborazione con Reti SpA, Mercato Centrale Milano, Cave Gamba, Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano, Associazione Marmisti della Regione Lombardia, The Art Talk, Cantina Giacinto Gallina e Ama Nutri Cresci. ­ "EROI?" a cura di Sabino Maria Frassà Artisti in mostra: Enrico Antonello, Mattia Barbieri, Giulio Boccardi, Gisella Chaudry, Edson Luli, Simone Mazzoleni, Monica Mazzone, Guido Mitidieri, Francesca Piovesan, Caterina Roppo, Betty Salluce.   Campus Reti, Via Giuseppe Mazzini, 11, 21052 Busto Arsizio (VA) 20 gennaio - 30 maggio   Per visitare la mostra dopo l’opening sarà necessario registrarsi a questo link: https://reti.it/visita-campus-reti/   Promosso da Cramum & Reti SpA Info mostra: infocramum@gmail.com ___________________________________________________________________ Cramum è un progetto non profit che dal 2012 sostiene le eccellenze artistiche in Italia e nel Mondo. Il nome è stato scelto proprio perché significa “crema”, la parte migliore (del latte) in latino, lingua da cui deriva l’italiano e su cui si è plasmata la nostra cultura. Cramum promuove attivamente mostre e progetti culturali volti a valorizzare Maestri dell’arte contemporanea non ancora noti al grande pubblico, sebbene affermati nel mondo dell’arte. Dal 2014, sotto la direzione artistica di Sabino Maria Frassà, Cramum intraprende con successo un piano di sviluppo di progetti di Corporate Social Responsibility in ambito artistico con numerose aziende tra cui Grandi Stazioni e Gaggenau. Nel 2015 ottiene tra i diversi riconoscimenti anche la Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana. Dal 2013 CRAMUM promuove l'omonimo premio per giovani artisti, giunto alla sua 10° edizione.   Link: www.amanutricresci.com/cramum/ Instagram @cramum Facebook /cramum   infocramum@gmail.com ­ Costituita a Busto Arsizio nel 1994, Reti (RETI:IM – ISIN IT0005418204), B Corp e società benefit quotata su Euronext Growth Milan, è tra i principali player italiani nel settore dell’IT Consulting, specializzata nei servizi di System Integration. Con oltre 300 professionisti altamente qualificati, supporta da oltre 25 anni Mid & Large Corporate nella trasformazione digitale, offrendo servizi di IT Solutions, Business Consulting e Managed Service Provider, realizzati attraverso le principali Key Enabling Technologies (KET). Reti vanta un portafoglio di oltre 100 clienti altamente fidelizzati principalmente operanti nei settori «IT spending» quali BFSI, IT, Telco e Manufacturing e consolidate partnership di lunga durata con i principali IT Vendor internazionali (Microsoft, Apple, Cisco, ecc.). La caratteristica distintiva della Società è il “CAMPUS tecnologico”, laboratorio interno di innovazione tecnologica e ricerca suddiviso in 6 Centri di Competenza: Cloud, Business & Artificial Intelligence, Cybersecurity, Project Management & Business Analysis, ERP e IoT. Parte essenziale del “Campus tecnologico” è la Reti Academy, learning provider attraverso il quale i talenti vengono formati per diventare professionisti altamente qualificati. La strategia di sostenibilità di Reti si basa su un modello sostenibile incentrato sulla promozione della trasformazione digitale e dell’innovazione improntata sulla ricerca e sullo sviluppo applicati per favorire le idee e per sostenere le filiere produttive oltre allo sviluppo sostenibile e inclusivo grazie al quale l’innovazione viene messa al servizio delle persone, delle comunità e dei territori.       -- Cramum è un progetto non profit che sostiene i migliori artisti in Italia www.amanutricresci.com/cramum/ www.facebook.com/cramum/ https://www.instagram.com/cramum/  

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Scalzo Hair Beauty: intervista a Mattia Scalzo

Dopo aver frequentato con ottimi risultati la scuola professionale per acconciatori a Como, Mattia Scalzo ha lavorato dal 2008 al 2020 nel negozio di famiglia, portando in seguito la sua competenza ed esperienza in Svizzera, dove dal 2021 ha aperto, raccogliendo tantissimo successo, il suo negozio “Scalzo Hair Beauty” nei pressi di Mendrisio, in pieno centro storico. Un’esperienza di cui ci ha parlato in questa intervista.Mattia, a che tipo di clientela si rivolge il suo salone?“E’ rivolta alla clientela di ogni età ed è unisex. Da me possono venire i giovani, ma anche quelli più agè. E’ possibile fare, tra l’altro, anche un’acconciatura sposa. Sono infatti anche un consulente di bellezza, in grado di stravolgere totalmente il vostro look. Infatti, in seguito ad un corso che ho svolto a Roma, mi sono specializzato anche in hair tattoo. Un servizio particolarmente richiesto tra i giovani di Mendrisio. E a breve diventerò formatore, poiché sta ultimando il corso per diventarlo”.So che Scalzo Hair Beauty collabora con la società calcistica locale. Tra l’altro, la qualità del servizio che offre si può apprezzare già dal sito, dalle pagine social e dalle numerose recensioni online rilasciate dai clienti. Qual è il suo obiettivo principale?“La mia idea è quella di valorizzare le persone partendo dalla loro immagine. L’ottimo standing è oggi un requisito importante per la società, un valore da non sottovalutare e che ci spinge ad essere persone migliori. Anche per questo sto puntando, oltre che sull’hair tattoo, anche su un servizio che molte donne amano: le extension. Nel nostro centro, infatti, non offriamo un semplice servizio ma un’esperienza indimenticabile che il cliente porta a casa con entusiasmo e questa è la mia gioia più grande”.

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“Flashdance” al Palapartenope: a Napoli il musical evento con Alex Belli e Teresa Del Vecchio

Come dimenticare Jennifer Beals e Michael Nouri ? Un cult del cinema, che ha fatto sognare milioni di persone in tutto il mondo, è pronto a rivivere in teatro a 40 anni compiuti dal debutto sul grande schermo . Il 20 e 21 gennaio 2024, al Teatro Palapartenope di Napoli , andrà infatti in scena Flashdance – Il Musical. Una prima assoluta e tanta emozione . Musica , ballo , effetto nostalgia e grande professionalità . Protagonisti assoluti Alex Belli , pronto a tornare a cantare e recitare sul palco dopo Tale e Quale su rai 1 , e Teresa Del Vecchio, bravissima attrice di cinema e teatro e vista di recente in Un posto al sole , nei panni di Nick e Hannah, con la partecipazione straordinaria di Carmen Russo e le coreografie di Enzo Paolo Turchi che rappresentano anche un vero marchio di qualità e certezza assoluta del genere . Uno spettacolo, presentato da Palapartenope & Compagnia D’Oriente su licenza di Theatrical Rights Worldwide, che potrà contare sull’esperienza di 26 performer e l’orchestra dal vivo diretta dal maestro Andrea Palazzo. Adattato e diretto da Fabio Busiello, con Walter Lippa in veste di aiuto regista, Flashdance – Il Musical ha Gennaro Vitale in veste di direttore musicale, mentre Michele Borelli è il direttore di produzione. Il giorno 20 e' prevista una grande prima con stampa e fotografi per questo atteso debutto . Lo spettacolo sarà poi in tournée .

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Da Hollywood – Los Angeles a Capri- Hollywood , grande successo dello short movie da Oscar del cineasta napoletano Rosario Errico

“Grazie Michele” un film italiano che ha vinto il prestigioso Globo d'oro ed è' stato qualificato per le nomination agli Oscar che racconta la disabilità.A Los Angeles, tutti parlano di questo gioiellino cinematografico di Rosario ERRICO.E anche Capri Hollywood di Pascal Vicedomini ha voluto omaggiare con una proiezione al Metropolitan di Napoli questo film breve di grande valore artistico e sociale, alla presenza di Rosario Errico , anima del progetto , in una serata ricca di premiazioni e star italiane e internazionali .Un ulteriore riconoscimento e tanta stampa presente , in uno degli eventi cinematografici più importanti e prestigiosi dello Stivale , con sala gremita come sempre e attenzione da parte di tanti media presenti nel pieno delle feste natalizie .Il 5 dicembre, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, l'Istituto Italiano di Cultura con il supporto del Consolato Italiano di Los Angeles ed in collaborazione con Leaps n Boundz, ha presentato il film breve:“THANKS MICHELE” (Titolo inglese)“Grazie Michele” diretto da Rosario Errico e prodotto da Immagine CorporationProduzione con RAI Cinema con il contributo del MIC, Nuovo Imaie, Regione Lazio. Produttrice esecutiva Antonella Salvucci.Alla proiezione speciale sono intervenute varie personalità.A fare gli onori di casa il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura Emanuele Amendola insieme alla Console Generale Italiana Raffaella Valentini ed il videomessaggio della Ministra delle disabilità On. Alessandra Locatelli.Dopo la proiezione che ha segnato il tutto esaurito, ci sono stati applausi a scena aperta. In platea anche Romina Arena, sorella di Al Pacino e tanti addetti ai lavori di Hollywood.“Grazie Michele” - sceneggiatura firmata da Stefano Pomilia , Rosario Errico , Francisco Fernandez -ha come protagonisti Giovanni Catoia, affetto da sindrome di down, atleta di paracanoa delle Fiamme Oro che è stato nominato Alfiere della Repubblica da parte Presidente Sergio Mattarella.Affetto da sindrome di down anche il co-protagonista: attore e ballerino Andrea Salcone.Oltre i suddetti il cast è formato: Andrea Roncato, Antonella Ponziani (ultima musa di Federico Fellini), Luca Lionello, Massimiliano Buzzanca, Alessio Errico, Kletia Rusi.Nel cast tecnico il direttore della fotografia Blasco Giurato premio Oscar per il film “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, il montatore Ugo Rossi che ha collaborato con grandi registi in film famosi tra cui Ginger e Fred di Federico Fellini, lo scenografo Alfonso Rastelli, la costumista Maria Fassari e la musicista compositrice Maria Chiara Casà che ha realizzato la colonna sonora.Il film riesce a traghettare un bel messaggio , dove la disabilità non e diversità , e anzi il gioco , l'intelligenza , l'ironia , il rispetto , possono andare a braccetto sempre per renderci tutti uguali , in una grande esaltazione della civiltà e dell'umanita che possono davvero cambiare il mondo .Una storia di amicizia e inclusione , con applausi a scena aperta a fine proiezione ogni volta e la certezza che due ragazzi con la sindrome di down non sono certo diversi da ognuno di noi.<<Quando si parla di abilità diverse e di diverse abilità , credo che siamo tutti diversamente abili , e tutti abbiamo abilità diverse . E' questa la normalità >> sottolinea il regista Rosario Errico . <<chi non ha mai avuto a che fare con un ragazzo down , ha perso sicuramente un pezzo del proprio sognare . Perché è' molto arricchente ascoltare i loro sogni . Guardare Grazie Michele fa sognare ad occhi aperti >> . E conclude : <il film supera tutti i preconcetti relativi alla discriminazione verso l'inabilita ed esalta il contrario>>.

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Nuovi progetti per l’attrice Cinzia Clemente

La brava e carismatica Cinzia Clemente continua a raccogliere successi dopo la partecipazione a "Il Metodo Fenoglio" su RAI1, appena andata in onda , e al cinema con "Gli Altri" di Daniele Salvo , senza dimenticare il ruolo di una delle amiche di Imma Tataranni , una delle serie di punta di Rai 1 . E prossimamente sarà in una nuova importante serie RAI e anche su Amazon Prime, due progetti ancora top secret . Progetti che la vedranno impegnata in promozione nei prossimi mesi. E nell'immediato Cinzia Clemente sara ' a Sanremo come corrispondente di una emittente radio, così torna ad uno dei primi amori, perché' la ricordiamo ai microfoni di Radio Kiss Kiss Italia e come direzione artistica di Radio Punto Zero, anni fa e che ha segnato il passo per degli importanti cambiamenti nel panorama radiofonico campano dell'epoca.E' importante ricordare la competenza anche nel settore casting, che proprio pochi giorni fa si è concretizzata nel film internazionale "The Book of Clarence" in cui è stata assistente extras coordinator per la Legendary/Eagle Picture/LSPG. Il 2024 riparte alla grande per la nostra artista Cinzia Clemente.

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La svolta green di I4T

Proteggere i passeggeri in viaggio, tutelando la loro stessa possibilità di viaggiare in futuro, attraverso l’adozione di pratiche virtuose che contribuiscono alla salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità: è questo l’obiettivo della “svolta green” che inaugura il 2024 di I4T.

Le parole di Christian Garrone, responsabile intermediazione assicurativa I4T

Christian Garrone, responsabile intermediazione assicurativa I4T, dichiara: “Il valore fondativo dell’assicurazione è il benessere, inteso come protezione dal rischio, ma oggi non può più esistere alcuna prospettiva di benessere senza l’impegno di ognuno di noi volto a tutelare l’ambiente in cui viviamo. Da quest’anno adotteremo una serie di pratiche virtuose per ridurre l’impatto della nostra attività e le condivideremo con le agenzie, promuovendo scelte consapevoli. Partiremo dalla selezione dei gadget, rigorosamente ecologici, realizzati con materiali di facile smaltimento, rinnovabili o riciclati, e proseguiremo con due progetti legati alla difesa dell’ambiente: la creazione di una nostra foresta e la tutela degli insetti impollinatori, attraverso l’adozione di due alveari di biomonitoraggio all’interno di un’oasi della biodiversità”.

Il progetto con Treedom

La foresta, ribattezzata per l’occasione I4ESTA, è stata realizzata in collaborazione con Treedom, B Corp italiana che in poco più di 10 anni di attività ha già piantato 4 milioni di alberi nel mondo per conto di 1,2 milioni di utenti e 12.000 imprese. Al momento, I4ESTA comprende 300 alberi diffusi in Camerun, Colombia, Guatemala e Tanzania: secondo stime conservative, basate sulla dimensione, la tipologia e il ciclo di vita degli alberi piantati, nei primi 10 anni I4ESTA permetterà di assorbire 73,25 tonnellate di anidride carbonica, oltre a garantire effetti positivi sul tessuto sociale di riferimento in termini di opportunità di reddito e formazione delle comunità locali. Anche i partner di I4T potranno contribuire a proteggere l’ambiente, partecipando allo sviluppo della I4ESTA e monitorando sul web gli aggiornamenti dal progetto di cui la propria pianta fa parte.

L’iniziativa con 3Bee

L’impegno verso l’adozione di scelte consapevoli passa anche dall’iniziativa attivata insieme a 3Bee, la climate tech company leader nella tutela della biodiversità tramite la tecnologia. Nello specifico, I4T ha scelto di dedicarsi alla protezione degli insetti impollinatori, tra cui le api, preziosi custodi della biodiversità e responsabili di circa il 75% delle colture mondiali grazie al loro lavoro di impollinazione: l’Oasi della Biodiversità di Insurance Travel comprende due alveari intelligenti per il biomonitoraggio, che permetteranno di osservare in modo statistico lo stato di salute di oltre 300.000 api, che impollineranno circa 300 milioni di fiori. Gli alveari intelligenti sono dotati di tecnologia 3Bee Hive-Tech, grazie alla quale sarà possibile monitorare parametri ambientali utili ad analizzare la biodiversità circostante e la salute degli insetti impollinatori. Accedendo alla pagina web dell’Oasi di Insurance Travel, chiunque potrà consultare la mappa e monitorare i risultati d’impatto ottenuti grazie al progetto.

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