L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi.
Una proposta si fa nuovamente strada nel dibattito pubblico: tassare i super-ricchi. Alcuni la chiamano patrimoniale – agitando lo spauracchio della classe media ingiustamente colpita – altri, più propriamente, tassa sui grandi patrimoni o, appunto, tassa sui super-ricchi. Di fatto, per chi strumentalizza la proposta non c’è alcuna differenza. Il punto fondamentale da cui partire, tuttavia, è un altro.
Il sistema impositivo italiano negli ultimi quarant’anni è stato devastato da riforme frammentarie e sbagliate. Sul lato della tassazione dei redditi abbiamo assistito a un susseguirsi di tagli al numero di scaglioni Irpef e alle singole aliquote – si è passati dalle 32 aliquote previste per i relativi scaglioni di reddito dalla riforma tributaria del ’73 alle attuali 3 – e al crescente ricorso a forme di tassazione separata che sottraggono parte delle entrate – spesso riferibili a forme di rendita, tra cui affitti brevi e rendite finanziarie – dalla base imponibile Irpef applicando un’aliquota fissa (flat tax). Di conseguenza, si è andati a erodere la base imponibile Irpef e a indebolire la progressività dell’imposta. La ratio è quella della semplificazione fino ad arrivare, presumibilmente, ad una vera e propria flat tax sui redditi da lavoro. Ossia, l’anti-progressività in nome dell’effetto trickle-down: l’idea che senza il peso delle imposte, le fasce di reddito più alte siano libere di consumare e investire i propri redditi e patrimoni con effetti benefici, a cascata, per le fasce di reddito inferiori. Al contrario, quello che si è ottenuto, ad oggi, è un sistema regressivo che penalizza i redditi medio-bassi. Sul lato dei patrimoni, si è andati direttamente a ridurre, o eliminare, le varie forme di tassazione, fatta eccezione per l’Imu sugli immobili non di residenza e le imposte di bollo e di registro.
In termini complessivi, dunque, abbiamo assistito a uno spostamento del carico impositivo dai patrimoni (capitale) ai redditi (lavoro) e dai redditi da lavoro autonomo e di impresa (profitti) ai redditi da lavoro dipendente.
Parallelamente, il quadro macroeconomico e strutturale è stato investito da trasformazioni profonde che hanno coinvolto la distribuzione sia dei redditi che della ricchezza, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche. Da un lato, è cambiata la distribuzione funzionale del reddito aggregato (il Pil) tra i fattori che lo generano – ossia tra capitale e lavoro –, con una riduzione progressiva della quota salari (wage share) in molte delle economie avanzate, senza eccezioni per l’Italia, e una conseguente minor rilevanza della base imponibile da lavoro rispetto a quella da capitale. Se fino agli anni ’70, infatti, la quota della base imponibile relativa ai redditi da lavoro era prevalente rispetto ai redditi da capitale, oggi questa è pari al 40% mentre quella relativa ai redditi da capitale è il 50% (la restante parte è costituita dalle imposte indirette). Dall’altro, è aumentata la concentrazione della ricchezza e la sua composizione ha registrato, anche in Italia, una crescente rilevanza della componente finanziaria – soprattutto per i più ricchi – che si va ad aggiungere a quella reale e, in particolare, immobiliare. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza nazionale, a fronte del 7% posseduto dal 50% più povero. Ma c’è di più. La ricchezza in Italia non è solo concentrata nelle mani di pochi, ma si trasferisce anche in larga misura per via ereditaria. Circa il 60% di questa ricchezza deriva infatti da successioni.
La fotografia che emerge è drammatica. Cresce il peso della ricchezza, sia immobiliare che finanziaria, e dei patrimoni trasferiti per via ereditaria e, di conseguenza, peggiora la mobilità sociale. Peggiora la distribuzione funzionale del reddito nazionale a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro, così come la distribuzione dei redditi a svantaggio delle fasce medio-basse, in presenza di meccanismi di redistribuzione inefficaci o, peggio, regressivi.
Il risultato? Un’insostenibile pressione su quelle fasce di reddito che negli ultimi anni hanno pagato e stanno pagando anche l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle crisi inflattive post-Covid – in attesa delle conseguenze della crisi di Hormuz –, la persistente stagnazione salariale e, dulcis in fundo, il c.d. fiscal drug. Ossia, l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, in presenza di salari nominali invariati e, dunque, di salari reali più bassi.
In un quadro macroeconomico evidentemente complesso e problematico, negli anni delle policrisi e di cambiamenti sistemici radicali, un fisco iniquo e incapace di mettere in moto una qualsivoglia leva redistributiva impedisce dunque di reagire o anche solo di attutire i colpi.
Eppure, come sottolineato ripetutamente da Sbilanciamoci!, basterebbe seguire i due principi cardine che la Costituzione ci indica per informare il sistema impositivo (art. 53 Cost.): il principio di capacità contributiva e il principio di progressività dell’imposizione.
Come? Le proposte che abbiamo avanzato negli anni sono chiare.
Innanzitutto, tassare i grandi patrimoni – dall’1% fino al 5% più ricco – rappresenterebbe un primo passo importante per rendere più equa la tassazione per tutti. Tuttavia, si tratta di un intervento necessario ma non sufficiente a disegnare un sistema impositivo realmente equo e funzionale a delle prospettive di crescita e di benessere socioeconomico.
Sul fronte patrimoniale, sarebbe auspicabile l’introduzione di una tassazione progressiva che tenga conto sia della dimensione che della composizione dei patrimoni – sia reali che finanziari – in modo da incidere efficacemente sulla concentrazione della ricchezza. Chiaramente, questo tipo di intervento deve necessariamente essere affiancato a una riforma del catasto che eviti le ben note distorsioni dovute alla discrasia tra rendite e valori catastali e di mercato degli immobili a cui si applica tale imposta.
Anche le successioni dovrebbero essere soggette a una tassazione progressiva – con contestuale riduzione della franchigia attualmente prevista pari a un milione di euro – in modo da intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.
Sul fronte della tassazione dei redditi, occorrerebbe ripristinare una struttura di aliquote Irpef che consenta una vera progressività – aumentando il numero degli scaglioni – e operare una ricomposizione della base imponibile – che includa le varie fonti reddituali derivanti da rendite di diversa natura attualmente soggette a tassazione piatta e separata – a cui applicare le relative aliquote, in modo da rispettare e valorizzare il principio di capacità contributiva.
A questo andrebbe chiaramente aggiunto un serio contrasto all’evasione (e all’elusione) fiscale, che per il Ministero di Economia e Finanza (MEF) ammonta a circa 100 miliardi di euro all’anno, senza nascondersi dietro alla minaccia della fuga di capitali e auspicando un processo di armonizzazione fiscale a livello europeo che inibisca e impedisca la presenza di paradisi fiscali interni e il fenomeno del dumping fiscale che favorisce soprattutto i super-ricchi, le multinazionali e le big-tech.
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