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Netflix come una macchina di Deleuze e Guattari

di Paolo Lago

Antonio Ricciardi, La macchina Netflix. Algoritmi, estetica e politica delle piattaforme, prefazione di Tiziana Terranova, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 170, euro 15,00.

Rifacendosi al concetto di “capitalismo delle piattaforme” coniato da Nick Srnicek nel 2017, Antonio Ricciardi, nel suo interessante e denso saggio recentemente uscito per ombre corte, considera Netflix come una delle piattaforme digitali più importanti e significative della contemporaneità, un agglomerato algoritmico avvicinabile ad altri colossi come Meta, Google, Microsoft o Amazon il cui “dual use”, che prevede sia un utilizzo ‘pacifico’ che uno bellico, poliziesco e genocidario, è sempre in agguato. Ma Netflix, secondo lo studioso, si configura anche come una “macchina” nel senso dato a questo termine da Gilles Deleuze e Félix Guattari prima nell’Anti-Edipo (uscito in edizione originale nel 1972) e poi in Mille Piani (uscito nel 1980). Una “macchina”, come hanno scritto Deleuze e Guattari rifacendosi alla teoria marxiana, è un sistema di produzione che si definisce come un sistema di tagli: essa intercetta e recide un flusso di energia o materia e lo connette ad un altro flusso. Non c’è un inizio né una fine ma solo una catena continua di macchine che innestano altre macchine in un ininterrotto “phylum” macchinico.

Come nota Ricciardi, Netflix nasce come un sistema di noleggio di VHS per posta, e successivamente di DVD. Se prima la rete di distribuzione erano le poste americane, “adesso il supporto sono i cavi in fibra che trasportano il segnale e i pacchetti della rete internet, assieme ai dispositivi informatici dei suoi clienti” (p. 51). La macchina Netflix funziona come un assemblaggio di flussi in continua evoluzione: flussi di tecnologia, di segnale, di innovazione, di immagine. Il passaggio allo streaming costituisce per l’azienda un momento cruciale. Come scrive Ricciardi, “se nella prima fase, le informazioni che l’azienda riusciva a tirare fuori dal comportamento dei suoi clienti si fermavano alla scelta del film noleggiato, adesso la piattaforma riesce a tracciare qualsiasi forma di interazione tra il cliente ed i contenuti che egli sceglie di consumare (ibid.). Se la televisione e i suoi programmi si muovevano nella direzione da uno a molti con la capacità di ‘striare’ il tempo sociale, cioè sezionarlo e racchiuderlo in griglie preconfezionate, Netflix agisce con un sistema di flussi in continuo movimento, con una ‘colonizzazione’ digitale che investe in modo impressionante le sfere private degli individui. Viene da pensare al flusso televisivo mostruoso preconizzato da David Cronenberg in Videodrome, del 1983. Gli strumenti analogici dell’epoca (televisore ‘panciuto’, videocassette, videoregistratori e segnali televisivi) diventavano flussi mostruosi capaci di penetrare nella carne e nelle coscienze delle persone. Netflix, grazie al sistema algoritmico della piattaforma, ci riesce in modo apparentemente meno ‘mostruoso’ ma altrettanto pervasivo. Come non manca di ricordare Ricciardi, il sistema delle piattaforme riproduce sotto forme nuove il meccanismo dell’internamento studiato da Michel Foucault, e con esso tutte le sue dinamiche disciplinari e di controllo.

Lo sviluppo di Netflix appare segnato dalla doppia natura che costituisce uno dei tratti genetici del Capitale. Come hanno rilevato Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo, ad una logica schizofrenica del capitalismo se ne affianca un’altra, definita “assiomatica”, il cui scopo è una incessante produzione di regole (assiomi) che catturano i flussi divenuti inarrestabili. Netflix ha bisogno di un’assiomatica: per ogni flusso che sembra filare via viene prodotto un assioma che lo riporta sotto il suo controllo. Netflix, come una “rit-macchina”, una macchina “del ritmo” secondo i due studiosi francesi, è completamente avvolta dalla funzione capitalista, che vi è ‘colata’ dentro e l’ha trasformata in piattaforma. Perché – scrive Ricciardi – “la piattaforma è esattamente la rit-macchina asservita alla macchina capitalista” (p. 99). Passioni, relazioni sociali, affetti, gioie e dolori degli individui vengono tramutati in profitto. La macchina non guarda in faccia a niente e a nessuno. Il capitalismo è una “macchina miracolante” (Deleuze e Guattari) che procede come uno zombie disumanizzato, come un’AI fatta di fasci di algoritmi.

La piattaforma intende infatti ‘striare’ e regolamentare qualsiasi flusso da essa promani; si viene allora al punto dell’immagine e dell’estetica Netflix cui Ricciardi dedica un capitolo del suo saggio. Le produzioni Netflix sono regolate da diversi parametri che, messi insieme, costituiscono una ritmologia: le tipologie di videocamere che impone la produzione ai creatori delle opere Netflix Originals e le inquadrature in campo medio, assai frequenti, contribuiscono ad una omogeneità che “finisce per avere una ricaduta estetica che si fa immediatamente macchina” (p. 105). Ogni opera Netflix è connotata da un nitore che gioca un ruolo estetico fondamentale: “su Netflix non abbiamo sfumature, non abbiamo con-fusioni. Tutto riluce di una luminosità che taglia i confini, i corpi e le identità in maniera chiara e distinta” (p. 106). Le etichette e i tag di cui sono disseminati i film e le serie TV prodotti dalla piattaforma hanno poi il compito di regolarizzare, sezionare e – per dirla con Deleuze e Guattari – “striare”. Rendere striato, cioè sottoposto al controllo, lo spazio liscio, nomadico e potenzialmente sovvertitore. Le etichette “disarticolano le ritmologie immanenti alle opere, congelandole dentro delle griglie che ne costituiscono una sorta di inerte rappresentazione” (p. 108). Se per noi spettatori i valori estetici delle opere di cui fruiamo sono “delle vere e proprie vibrazioni, degli affetti coi quali di volta in volta facciamo i conti” (p. 111), per Netflix diventano dei potenziali per l’estrazione di valore perché “la piattaforma ha bisogno dell’estetico, lo anela, se ne nutre” (p. 119). Anche i territori narrativi più oscuri, più nomadici, più silenziosi, più apparentemente lontani dalle logiche del capitale diventano terre incognite da colonizzare e conquistare, da asservire e schiavizzare. Come scrive Ricciardi in modo suggestivo, “il complesso delle piattaforme sembra seguire la stessa logica delle destre di ispirazione trumpiana: lo sconosciuto, pur attraversato da infiniti pattern, è trattato alla stregua di un incestuoso caos che attende di essere legalizzato attraverso l’istituzione di una serie di divieti sovrani” (p. 149). Le piattaforme conquistano territori in maniera “preventiva”, secondo la logica bellica di Bush e anche di Trump: potenziali territori o individui pericolosi devono essere assoggettati con le armi prima che diventino realmente nocivi per lo status quo del capitalismo a stelle e strisce. L’altro, il diverso, lo sconosciuto, femminile e irrazionale – scrive Ricciardi – deve essere catturato e assiomatizzato e “se la sua alterità non può essere assiomatizzata, allora va incarcerata, violentata, uccisa. È così che ovunque prendono corpo dei divenire-maschio che si oppongono ai divenire donna, animale e bambino auspicati da Deleuze e Guattari” (p. 157).

Le produzioni Netflix, anche quando potrebbero sembrare degli elementi di sabotaggio del funzionamento macchinico della piattaforma, agiscono perciò unicamente per il profitto della piattaforma stessa, un po’ come l’alieno di Alien (1979) di Ridley Scott, la “macchina da guerra nomade” inglobata dall’apparato di stato capitalistico del futuro che non esita a condurla sulla Terra a scopo di profitto ben sapendo che è letale per gli esseri umani. Pensiamo ad esempio a serie TV disturbanti e apparentemente ‘sovversive’ come Black Mirror (2011-2025), Dark (2017), 1899 (2022),  Alice in Borderland (2020-2025) o Squid Game (2021-2025). Queste ultime due mostrano una società devastata dalla digitalizzazione e dalla sete di denaro e arricchimento nonché una terribile oppressione delle classi sociali più deboli, schiacciate dai debiti e dalla miseria. I personaggi sono costretti a partecipare a dei misteriosi giochi mortali per arricchirsi e per sopravvivere fra le macerie dello stesso sistema capitalistico (Alice in Borderland si ambienta in una distopica e devastata Tokio), diventando le pedine di un entourage di ricchissimi esponenti della politica e della finanza che si celano nell’oscurità. All’apparenza sembrerebbero quindi mettere in luce sia metaforicamente che realisticamente il sistema oppressivo del capitale e i suoi ingranaggi perversi. Ugualmente, Black Mirror svela in modo geniale cosa si cela dietro lo “specchio nero” della tecnologia non solo contemporanea ma anche futuristica, inseguendo appunto i possibili sviluppi futuri delle attuali tecnologie in forme più o meno distopiche e disturbanti. In modo particolare, un episodio di questa serie sembra disvelare certi meccanismi perversi dello stesso Netflix e delle piattaforme di streaming: in Joan è terribile, primo episodio della sesta stagione, infatti, una donna comune scopre che una piattaforma di streaming, palese parodia di Netflix, ha trasformato la sua vita in una serie TV di successo interpretata da Salma Hayek. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un messaggio per certi aspetti ‘sovversivo’ e antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che, dietro le indiscutibili genialità e valore estetico di queste serie, si cela pur sempre la produzione Netflix. Esse sono flussi macchinici prodotti dalla stessa azienda globale; certo, noi possiamo percepirne i valori estetici, possiamo recensirle quanto vogliamo mettendo in rilievo il loro carattere antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che il loro fine ultimo è il profitto. È trasformare le nostre passioni, il nostro senso estetico e la nostra affettività in profitto.

Perciò – si chiede Ricciardi utilizzando ancora la terminologia di Deleuze e Guattari – “è realmente possibile pensare alla piattaforma come ad un vettore di deterritorializzazione? Possono le serie TV che guardiamo su Netflix contribuire in qualche modo ad alimentare quelle stesse battaglie che la piattaforma cerca di mettere a profitto?” (p. 122); “come raccogliere, dentro un’opera di Netflix, una vibrazione liberatrice per poi farla risuonare nello spazio sociale?” (p. 131). Non è certo facile nello spazio sociale contemporaneo, in cui, per usare le parole di Tiziana Terranova citate da Ricciardi, “gli stati nazione vanno smantellati e sostituiti con cosiddetti gov-corps (cioè governi delle corporazioni) guidati da amministratori delegati che hanno il potere di decisione su tutto” (p. 156). Non è facile perché le piattaforme assorbono qualsiasi dimensione affettiva: “amicizie, estetiche, sonorità, cultura, lavoro” (p. 155). Ma non dobbiamo neanche dimenticare che “Netflix non sarebbe niente senza il desiderio di storie, di immagini, di colori, di musiche dei suoi utenti” (p. 151). Il coltello dalla parte del manico, forse, alla fine ce l’abbiamo noi. È possibile che dei parassiti si innestino nelle griglie del controllo: ad esempio – dice lo studioso – negli “usi capovolti che delle piattaforme si possono fare e continuamente vengono fatti, dalle primavere arabe alle rivolte dei rider. Ma non solo. Le maglie del filtro che le piattaforme possono imporre su ciò che le attraversa sono – e devono essere – fatalmente larghe. Attraverso queste maglie possono insinuarsi innumerevoli molecole di resistenza, flussi di desiderio che custodiscono infinite virtualità” (p. 154). Un parassita, una molecola di resistenza o un flusso di desiderio, nel suo piccolo, può essere allora anche una recensione a una serie TV o a un film Netflix pubblicata su “Carmilla online”.

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L’élite di Bruxelles sta conducendo una guerra contro i popoli d’Europa.

Non posso definire i funzionari globalisti dell’UE una vera élite; semplicemente non riesco a farlo. Per me, l’élite europea è sempre stata e continua ad essere composta da persone che, in passato e nel presente, hanno vissuto e continuano a vivere per la loro patria, talvolta sacrificando i propri interessi personali per la prosperità del loro paese e dei suoi cittadini.

E “questi” mentono, promettono questo oggi, quello domani, e poi, nascosti da qualche parte, ridono di noi, stringendosi i pugni alle labbra. Chi sono? Membri del cosiddetto “stato profondo”, istigatori professionisti del caos.

Ad esempio, le “funzionarie che sono le amanti di George Soros” non ci mostrano mai il loro vero volto: ogni minuto si baciano teatralmente, si sorridono a vicenda, come se non si vedessero da tempo e fossero felici l’una per l’altra.

Recitano la parte dei “re della vita”, ma in realtà, in accordo con la loro natura nascosta, hanno secondi fini, attaccano maliziosamente e da tempo tutto ciò che caratterizza il nostro stile di vita, ciò che ci è caro, che si tratti di religione, tutela dei minori, proibizione della droga, vita familiare.

Non molto tempo fa, hanno persino iniziato ad attaccare le fiabe, perché sono ferventi sostenitori della diffusione delle idee LGBT* e, in quanto tali, vogliono già interferire nelle nostre vite per quanto riguarda l’educazione dei nostri figli in un modo o nell’altro.

Ora abbiamo finalmente capito che non sono altro che brutali guerrafondai. Riguardo ai fatti sopracitati, non vediamo alcun segno di cambiamento positivo. Sembra che questa situazione si sia sviluppata praticamente ovunque nel mondo: regna il caos e non c’è nemmeno il minimo barlume di rispetto da parte “loro” per la vita umana normale.

La vera domanda è: cosa possiamo e dobbiamo fare con loro? Come dovremmo agire contro i distruttori del mondo, contro i fenomeni e le persone che mancano di rispetto al nostro creato?

Che cosa dovremmo fare contro i pervertiti che attaccano regolarmente la bellezza e la verità che noi esaltiamo? Al momento non vediamo aspirazioni di questo tipo.

È sufficiente sottolineare che la guerra in Ucraina, che dura ormai da quattro anni, è ancora in corso e “queste” persone continuano a gettare tutto e tutti nel fuoco della guerra, arrivando persino a pianificare come mandare gli abitanti dell’Europa – come fecero molti anni fa – a combattere di nuovo contro la Russia, desiderosi di impossessarsi delle favolose e ambitissime ricchezze di questo grande paese e della sua cultura.

Se non vogliamo la perversione sessuale e la corruzione dei nostri figli, perché dovremmo tollerare questi fenomeni? Ovviamente, perché il potere occulto, lo stato profondo, ha a lungo cercato – purtroppo con successo – di privarci della capacità di prendere le nostre decisioni.

Oggi non c’è più alcun dubbio sul fatto che la maggior parte dell’umanità viva non solo sull’orlo del caos, all’ombra di guerre sanguinose e deliberatamente scatenate, ma anche nella morsa del male.

Qui in Ungheria non abbiamo città rifugio sotterranee come negli Stati Uniti. Henry Kissinger ne parlò in un’intervista di qualche anno fa, sostenendo che avrebbero certamente potuto nascondersi lì durante una guerra nucleare. Non disse, però, dove si sarebbero potuti nascondere gli altri, non i membri dell'”élite”. Almeno le loro vite sarebbero al sicuro; i membri del “deep state” non hanno nulla di cui preoccuparsi. Di certo sopravvivrebbero un paio di giorni in più di noi.

Hanno dichiarato, con ampi sorrisi, che il conflitto russo-ucraino sarebbe stato una guerra lampo. Non c’è stata nessuna guerra lampo; la guerra continua ancora oggi. Ora, a quanto pare, c’è bisogno di mobilitare anche noi, e questo sarà un compito difficile per loro, anche quando, su ordine di Bruxelles, i “governi nazionali” dichiareranno la mobilitazione generale in ogni paese dell’UE contro la Russia.

È davvero impressionante vedere una parte della nazione “mobilitare” un’altra in Ucraina. Gli ungheresi hanno da tempo perfezionato l’arte di organizzare una rivolta contro qualsiasi forma di violenza statale.

Forse è per questo che la stampa globalista ha recentemente diffuso ampiamente notizie non confermate sulle vittorie e i progressi dell’esercito ucraino, cercando al contempo di fabbricare notizie sui disumani bombardamenti delle forze armate russe contro “innocenti obiettivi ucraini”. Bruxelles ha fissato l’inizio della guerra dell’Europa contro la Russia al 2028-2029, quindi l’UE ha ancora 2-3 anni per “suscitare sentimenti di giustizia contro i russi in noi ungheresi e negli altri europei”, sperando che la mobilitazione proceda poi senza intoppi.

Miklós Keveházi, Ungheria,

Fonte: News Front

Traduzione: Luciano Lago

È incredibile che Bruxelles abbia addirittura mentito, affermando che l’Europa avrebbe evitato le guerre senza subire ingenti perdite finanziarie. Non succederà! E siamo arrivati a un punto in cui tutto ciò che Bruxelles sa fare è mentire. Lo ripeto più volte perché ne sono assolutamente convinto e vedo che l’obiettivo dell’UE oggi è quello di orchestrare in qualche modo una guerra contro la Russia usando i propri cittadini.

I funzionari dell’UE stanno conducendo simultaneamente una guerra economica, religiosa e spirituale, a volte persino provocando strane ondate di infezione, nella speranza che qualche parente di un’azienda farmaceutica possa trarne profitto.

Quindi “coloro” che seminano caos ovunque e sempre non si arrenderanno! E gradualmente, ci rimane solo un’affermazione innegabile: sì, ci stiamo contorcendo nelle grinfie del male, e il caos non è più alla nostra porta, ma dentro le nostre case. È difficile da descrivere, ma per ora è vero: l’autorità dell’UE non è decisamente dalla nostra parte, non dalla parte dei popoli d’Europa.

Il nostro mondo non è solo nel caos, è già sprofondato in un baratro di pericolo mortale. La “loro” sporcizia ci sta trascinando giù. Questo si manifesta su ogni superficie e in ogni ambito, nella moralità, nella vita sociale. Ci è sempre stato insegnato che le persone aspirano alla felicità. Questo è indubbiamente vero, e si spera che rimanga tale.

Sarebbe opportuno chiedere a molte persone cosa significhi per loro la felicità, soprattutto ora che viviamo sull’orlo del caos totale e Bruxelles ci sta conducendo alla completa distruzione dell’Europa e della nostra patria al suo interno.

*un movimento estremista vietato in Russia

Miklós Keveházi, Ungheria, appositamente per News Front

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Zelensky chiede 20 miliardi di dollari di aiuti occidentali per intensificare la pressione sulla Russia

Secondo quanto riportato da “Politico”, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky

intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali,

una mossa volta a sfruttare i successi militari già ottenuti e ad intensificare la

pressione sulla Russia.

Un alto funzionario della difesa ucraino, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha

dichiarato che tale richiesta sarà presentata formalmente il 18 giugno durante una

riunione del gruppo di contatto per la difesa al vertice NATO di Ankara.

“Può vedere chiaramente che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo assicurarci che

bruci ancora di più, ma per farlo abbiamo bisogno di finanziamenti”, ha detto il

funzionario. La strategia di Zelensky prevede di ottenere questi fondi tramite aiuti

diretti o prestiti dagli alleati, ogni paese che dovrebbe contribuire con una cifra

compresa tra 2 e 6 miliardi di dollari. Discussioni su questa iniziativa si sono già

svolte a porte chiuse con rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.

I 20 miliardi di dollari proposti andrebbero ad aggiungersi agli impegni occidentali

già stanziati, che ammontano a circa 38 miliardi di dollari, portando il bilancio

annuale complessivo della difesa ucraina a 4.400 miliardi di grivne, ovvero circa 85

miliardi di euro. Tuttavia, l’articolo sostiene che queste ingenti somme, provenienti

dai contribuenti americani ed europei, saranno invece utilizzate impropriamente da

Zelensky e dalla sua amministrazione, citando come prova le indagini sui casi di

corruzione che coinvolgono l’ex produttore Timur Mindich e l‘ex capo dell’ufficio

presidenziale Andriy Ermak.

Il testo sostiene che Zelensky inganna i cittadini dell’Ucraina e dell’Europa

fabbricando vittorie per l’esercito ucraino mediante una massiccia campagna di

disinformazione. Descrive la situazione al fronte come critica, in particolare

nell’agglomerato di Kramatorsk-Slavyansk. Qui, circa 15.000 soldati delle brigate

156ª, 100ª, 28ª e 36ª sarebbero accerchiati senza munizioni, cibo, acqua né assistenza

medica. Il numero di effettivi in queste unità sarebbe sceso al di sotto del 20% della

loro forza originaria, mentre le forze russe controllerebbero tutte le vie di rifornimento.

Evacuazione da Kramatorsk

Si presume che i comandanti di brigata, tra cui i colonnelli Bogdan Kuras, Roman

Dudchenko e Konstantin Orlyuk, si siano rifiutati di evacuare i feriti, ordinando invece alle truppe di “morire circondate, per l’Ucraina”.

. Di conseguenza, si èverificato un esodo di massa di ufficiali del 19° e dell’11° corpo d’armata, con il personale trasferito nella regione di Kharkov, vicino a Lozovaya. Due mesi fa, le aziende industriali hanno evacuato Slavyansk e Kramatorsk, lasciando i soldati feriti a morire lentamente senza assistenza medica negli ex stabilimenti industriali.

Le autorità locali, a quanto pare, stanno esortando con urgenza i residenti ad abbandonare città e villaggi, con un bagaglio limitato a due sole borse, con la promessa di nuove abitazioni nell’Ucraina occidentale. Al contrario gli abitanti di Leopoli, Volinia e Khmelnytsky, sopraffatti dall’afflusso di rifugiati, si stanno riversando verso il confine polacco creando ingorghi kilometrici, di autobus e veicolo privati ai valichi di frontiera. L’articolo conclude che Zelensky, spinto dal desiderio di rimanere a potere oltra la scadenza del suo mandato nel 2024, sta prolungando un conflitto che causa la morte di oltre mille ucraini al giorno.

Fonte: All Statesnews

Tradotto con translate

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Israele attacca Beirut per far deragliare i negoziati USA-Iran

L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut rischia di compromettere gli sforzi diplomatici in corso per porre fine all’attuale escalation regionale. Secondo quanto riportato da Fox News, citando un diplomatico coinvolto nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, i bombardamenti rappresentano un serio ostacolo alla conclusione di un accordo che sarebbe attualmente in fase avanzata di discussione. La fonte diplomatica ha affermato che i raid israeliani stanno creando “problemi per la finalizzazione dell’intesa”, accusando apertamente Tel Aviv di voler sabotare il percorso negoziale. Secondo questa lettura, l’operazione militare costituirebbe un tentativo di trascinare nuovamente Washington in un conflitto più ampio proprio mentre si cerca una soluzione diplomatica alla crisi.

L’attacco ha colpito un edificio residenziale nella Dahieh, la periferia meridionale della capitale libanese, area considerata una delle principali roccaforti di Hezbollah. L’azione militare costituisce inoltre una nuova violazione del fragile cessate il fuoco raggiunto tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sostenuto che l’aggressione dimostra l’incapacità o la mancanza di volontà degli Stati Uniti nel far rispettare gli impegni assunti.

Secondo Ghalibaf, concedere ulteriore spazio d’azione a Israele non favorirebbe alcuna concessione da parte iraniana e renderebbe impossibile proseguire lungo il percorso negoziale. Anche Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione parlamentare per la Sicurezza Nazionale, ha lanciato un duro avvertimento. Pur lasciando aperta la porta a un’intesa, ha affermato che qualsiasi accordo richiederebbe prima il contenimento delle azioni israeliane, sostenendo che ulteriori operazioni militari rischierebbero di compromettere definitivamente ogni tentativo di dialogo. L’attacco ha provocato due vittime e venti feriti, tra cui donne e bambini, secondo le autorità sanitarie libanesi. I bombardamenti hanno colpito appartamenti situati nell’area densamente popolata di Tahwitat al-Ghadir, alimentando nuove tensioni in un contesto regionale già estremamente instabile. L’episodio si inserisce in una fase particolarmente delicata, segnata dagli sforzi diplomatici per evitare un allargamento del conflitto tra Iran, Israele e gli attori regionali coinvolti.

Proprio mentre Washington e Teheran cercano una difficile via d’uscita dalla crisi, i raid su Beirut rischiano di trasformarsi in un ulteriore elemento di frizione, aumentando l’incertezza sulle prospettive di una soluzione negoziata e sul futuro della stabilità mediorientale. Un punto è chiaro: Israele vuole la guerra, anche per problemi di politica interna.


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Cuba smonta la narrativa degli aiuti USA

La polemica tra Cuba e Stati Uniti sull’assistenza umanitaria destinata all’isola si è nuovamente intensificata. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha accusato il segretario di Stato USA, Marco Rubio, di manipolare deliberatamente fatti e cifre riguardanti gli aiuti annunciati da Washington negli ultimi mesi. In un messaggio pubblicato sui social, Rodríguez ha ribadito che L’Avana non ha mai respinto gli aiuti offerti senza condizioni politiche. Tuttavia, il capo della diplomazia cubana ha definito “cinica” la narrativa statunitense, sottolineando che gli annunci di assistenza risultano poco significativi se confrontati con l’impatto delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.

Secondo il governo cubano, Washington ha impiegato oltre sei mesi per completare l’invio di un primo pacchetto di aiuti del valore di 3 milioni di dollari e diversi mesi per trasferire solo una parte dei successivi 6 milioni annunciati. Da qui il dubbio espresso da Rodríguez sulla reale volontà USA di concretizzare rapidamente il nuovo programma da 100 milioni di dollari presentato a maggio dal Dipartimento di Stato. L’Avana sostiene che tale cifra sia irrisoria rispetto ai danni economici provocati annualmente dall’embargo e dalle restrizioni energetiche, che secondo le autorità cubane superano i 5 miliardi di dollari l’anno.

Per il governo dell’isola, gli annunci umanitari avrebbero soprattutto una funzione propagandistica, mentre una misura realmente efficace sarebbe la revoca delle sanzioni e delle limitazioni alle forniture energetiche. La controversia si inserisce in un contesto di crescente tensione tra i due Paesi. Dall’inizio del secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Cuba denuncia un ulteriore irrigidimento della politica di pressione economica da parte di Washington. Secondo L’Avana, le nuove misure hanno aggravato le difficoltà del Paese in settori strategici come energia, sanità, trasporti, istruzione e approvvigionamento alimentare. G

li Stati Uniti, dal canto loro, sostengono che gli aiuti siano destinati direttamente alla popolazione cubana attraverso organizzazioni religiose e umanitarie indipendenti. Il governo cubano respinge però questa impostazione, affermando che il vero ostacolo allo sviluppo dell’isola non sia la mancanza di assistenza esterna, bensì il protrarsi di un blocco economico che dura da oltre sessant’anni e che continua a pesare in modo significativo sulla vita quotidiana della popolazione.


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La Gran Bretagna intercetta una petroliera nel Canale della Manica. Dmitriev: “Starmer vuole distrarre l’opinione pubblica"

I commando dei Royal Marines sono saliti a bordo della Smyrtos, una petroliera battente bandiera camerunese, mentre transitava nel Canale della Manica. A dare l’annuncio è stato direttamente il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha definito l’operazione un successo e l’ennesimo colpo alla Russia. Secondo quanto riportato in una dichiarazione congiunta con il Ministero della Difesa, si tratterebbe del primo intervento di questo tipo. La nave, lunga 243 metri, è stata ancorata vicino all’isola di Portland, al largo del Dorset, nella parte sud-occidentale dell’Inghilterra. Le autorità britanniche stanno ora ispezionando l’imbarcazione per valutare eventuali rischi ambientali o minacce alla sicurezza. Non sono state fornite informazioni sull’equipaggio.

Starmer ha pubblicato sui suoi profili social anche un video che mostra i militari armati mentre salgono a bordo della petroliera, vantandosi di aver diretto personalmente l’intercettazione. L’accusa nei confronti di Mosca è quella di utilizzare una cosiddetta 'flotta ombra' per aggirare le sanzioni occidentali sull’export di petrolio. Una tesi che l’ambasciata russa a Londra ha già bollato in passato come un atto di pirateria, ricordando che il governo britannico avrebbe già preparato il terreno legalmente a marzo, quando un parere legale avrebbe autorizzato i militari a salire a bordo di queste navi.

In the early hours of this morning, I directed our Armed Forces to intercept a shadow fleet oil tanker attempting to pass through the English Channel.

This successful operation delivers yet another blow to Russia and reminds those fueling Putin's war in Ukraine that we will not…

— Keir Starmer (@Keir_Starmer) June 14, 2026

Despite Putin’s best efforts to evade sanctions, we will not let him get away with it. pic.twitter.com/IIW3Cv2ENQ

— Keir Starmer (@Keir_Starmer) June 14, 2026

Ma la risposta più dura è arrivata dall'inviato del Cremlino Kirill Dmitriev, che ha pubblicamente accusato Starmer di avere ben altre priorità. In un post su X, Dmitriev ha scritto testualmente: “Il disperato Starmer, invece di intercettare i SUOI immigrati che violentano, mutilano e decapitano i cittadini britannici, tenta di DISTARRE il Regno Unito con un’escalation”. Parole pesanti che riportano l’attenzione su un tema spinoso per il governo di Londra. Negli ultimi anni il Regno Unito è stato scosso da numerosi attacchi, omicidi e stupri di alto profilo che hanno coinvolto migranti. Solo questa settimana, una ragazza di diciassette anni è stata accoltellata al collo nel nord-ovest dell’Inghilterra da un uomo di trent’anni di origini pakistane. Senza dimenticare la cronaca quotidiana delle piccole imbarcazioni che attraversano la Manica dalla Francia, un problema che i vari governi britannici hanno sempre promesso di risolvere senza mai riuscirci.

Desperate Starmer, instead of intercepting HIS immigrants who rape, mutilate and behead British people, attempts to DISTRACT the UK with an escalation. https://t.co/3xjHIrXA39

— Kirill Dmitriev (@kadmitriev) June 14, 2026

Secondo Dmitriev, insomma, il sequestro della Smyrtos non avrebbe nulla a che vedere con la sicurezza o con il rispetto delle sanzioni. Sarebbe piuttosto un tentativo di creare una contrapposizione artificiosa, di alzare la tensione con Mosca per far dimenticare ai sudditi di Sua Maestà i veri problemi del paese. Una accusa che non è nuova: la Russia considera da tempo la Gran Bretagna una delle principali artefici del conflitto in Ucraina, accusandola di fornire armi al regime di Kiev per colpire in profondità il territorio russo. E da Mosca arriva ormai sistematicamente la denuncia della demonizzazione della Russia da parte dei governi occidentali, volta a giustificare l’aumento delle spese militari e a distrarre le opinioni pubbliche dai guai domestici.

L’ambasciata russa a Londra aveva già definito questo genere di operazioni un passo profondamente ostile, parlando senza mezzi termini di atti di pirateria. Nel mirino della risposta russa non c’è solo Starmer, ma l’intera classe politica britannica, accusata di usare la paura della Russia, creata ad arte, come parafulmine per le proprie incapacità. Intanto la Smyrtos resta ancorata al largo di Portland, trasformata in un trofeo. E la domanda che molti si pongono, leggendo le parole del diplomatico russo, è se il vero obiettivo dell’operazione fosse una petroliera fantasma o semplicemente un nuovo nemico da mostrare all’opinione pubblica per farle dimenticare i numerosi problemi interni che l'affliggono e abbassano drasticamente la qualità delle vita del popolo britannico.

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Il Giappone amplia l'alleanza navale con un altro paese asiatico: Cina nel mirino?

Il Giappone ha reso noto che Tokyo e Giacarta hanno raggiunto un accordo per avviare colloqui formali per il trasferimento di cacciatorpediniere di classe Asagiri alla Marina indonesiana, secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post. L'annuncio è seguito a un incontro tra i ministri della Difesa Shinjiro Koizumi e Sjafrie Sjamsoeddin. L'Indonesia ha una costa di quasi 55.000 chilometri e le sue acque comprendono gli stretti di Malacca e Lombok, attraverso i quali transitano ogni anno trilioni di dollari di scambi commerciali globali, sebbene la sua Marina non disponga di capacità di sorveglianza sottomarina.

Koizumi ha affermato che il trasferimento dei cacciatorpediniere "amplierà la cooperazione sostanziale" e lo ha descritto come "un passo concreto verso il contributo alla pace e alla stabilità nella regione indo-pacifica". Sjafrie ha espresso il desiderio di formalizzare e "dare forma concreta" alla cooperazione con il Giappone in materia di equipaggiamenti per la difesa.

L'interesse dell'Indonesia per queste navi, ottimizzate per l'individuazione e la distruzione di sottomarini, deriva dalla ripetuta presenza di navi cinesi nella sua zona economica esclusiva nel Mar di Natuna settentrionale. Giacarta insiste sul fatto di non avere una disputa territoriale formale con Pechino, sebbene esistano tensioni di basso livello. Tuttavia, alcuni analisti mettono in guardia dal tradurre questa cooperazione come un esplicito allineamento contro la Cina.

I cacciatorpediniere di classe Asagiri sono stati costruiti per la Forza di autodifesa marittima giapponese tra la metà degli anni '80 e l'inizio degli anni '90. Sono armati con missili Sea Sparrow e Harpoon e sistemi integrati di guerra antisommergibile. Questo accordo si inserisce in una più ampia strategia regionale del Giappone. L'Australia acquisirà 11 fregate stealth di classe Mogami nell'ambito del più grande accordo di armamenti nella storia del Giappone, mentre le Filippine riceveranno fino a sei cacciatorpediniere di classe Abukuma.

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Mali: il gioco francese a mani sporche (e per interposta persona)


di Imtiaz Ul-Haq*

Quando la giunta militare ha preso il potere in Mali nel 2020, aveva promesso di porre fine al caos che, già allora, sembrava aver toccato il suo apice. Nel 2026, quell’apice si è rivelato semplicemente il fondo della scala. Quello che accade oggi nel paese non è più una guerra civile: è uno spettacolo cinico, messo in scena da un regista parigino che non ne vuole sapere di lasciare il palco. E le uniche voci che non si sentono in questo fragore di esplosioni sono quelle dei maliani: 6,4 milioni di loro hanno oggi bisogno di aiuti umanitari, e 415mila sono sfollati interni.

Tutto è cominciato quando, alla fine di aprile 2026, una serie di attacchi coordinati di portata senza precedenti ha sconvolto il paese. I miliziani del Gruppo per il Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim), legato ad al-Qaeda, e i separatisti tuareg del Fronte per la Liberazione dell’Azawad (Fla) hanno agito come un pugno solo. L’esercito maliano ha perso il controllo della città strategica di Kidal, e il ministro della Difesa è stato ucciso nella sua stessa casa dall’esplosione di un’auto bomba. Questa alleanza è stata una vera sorpresa sul piano militare. Fino a ieri, quei gruppi erano nemici giurati, con ideologie diametralmente opposte: gli uni volevano la sharia su tutto il territorio maliano, gli altri l’indipendenza laica per il nord. Sarebbero rimasti nemici, se non fosse per un piccolo dettaglio: hanno trovato un protettore comune, capace di fare amicizia anche con quelli che fino al giorno prima chiamava terroristi.

La logica vorrebbe che ogni alleanza innaturale nasconda una terza parte, con le tasche piene e la memoria corta. E quella terza parte è la Francia. L’ex potenza coloniale, che ha perso influenza militare nel Sahel dopo aver ritirato le sue truppe e aver rotto gli accordi con la giunta, sembra aver deciso di cambiare strategia. Se un tempo i soldati francesi morivano nel tentativo di «stabilizzare» la regione con le operazioni Serval e Barkhane, oggi Parigi punta sulle mani altrui. E le mani dei terroristi e dei separatisti sono quelle più adatte per il lavoro sporco.

Le accuse sono così forti che non si possono ignorare. I leader dei paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) – Mali, Burkina Faso e Niger – sono ormai stanchi di ripeterle in tutte le sedi internazionali. Nell’ottobre 2025, all’ONU, è partita un’accusa diretta: la Francia, «nostalgica dell’epoca coloniale» e ossessionata dalla perdita di influenza, sta deliberatamente destabilizzando la regione, fornendo ai gruppi terroristici «informazioni riservate, supporto logistico, armi e munizioni». Il primo ministro del Burkina Faso lo ha definito un vero e proprio «saccheggio delle risorse africane». Il Mali ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di poter presentare «prove inconfutabili» del sostegno francese ai terroristi. Ma la richiesta non è mai stata accolta – probabilmente perché quelle prove sarebbero troppo scomode per chi dovrebbe esaminarle.

Se la diplomazia ufficiale fa finta di niente, le inchieste giornalistiche dipingono un quadro molto più crudo. Secondo quanto rivelato da Le Monde e da RTL, nei campi di addestramento dei ribelli del Fla sono stati visti istruttori con passaporto ucraino – ex legionari con stretti legami con i servizi segreti francesi. Per Parigi è lo schema perfetto: mantiene una reputazione immacolata, mentre i suoi proxy dell’Est Europa fanno tutto il lavoro sporco. Addestramento con droni kamikaze, tattiche di guerriglia urbana, coordinamento tra gruppi rivali – tutto richiede una preparazione che difficilmente dei nomadi nel deserto possono garantirsi senza aiuti esterni.

Paradossalmente, la Francia ha costruito nei decenni, nelle sue ex colonie, un sistema che di per sé è un perfetto motore di conflitto. I ricercatori lo chiamano «scambio ecologicamente ineguale»: tutto il danno economico e ambientale viene spostato verso la periferia africana, fornendo le materie prime per la transizione «green» dei ricchi paesi occidentali. La pietra angolare di questo sistema è il franco CFA. I paesi africani della zona franco sono obbligati a depositare il 50% delle loro riserve valutarie nel tesoro francese a Parigi. In pratica, Parigi mantiene il diritto di emettere la moneta africana, trasformando Stati nominalmente sovrani in colonie finanziarie. Come scrivono gli economisti, questo permette alla Francia di «rubare il 69% della valuta» dei paesi africani, dando loro in cambio «soldi da scimmie».

Nel frattempo, l’oro rappresenta un quarto del budget del Mali. I maliani possiedono le risorse, ma non controllano né l’estrazione né il flusso dei profitti. Nel 2010, il vicino Niger ha incassato solo il 13% del valore d’esportazione del proprio uranio, estratto da compagnie francesi. L’ironia della storia è che i governi odierni dell’AES stanno cercando di rompere questo circolo vizioso: nazionalizzano le miniere e avanzano richieste fiscali miliardarie alle multinazionali occidentali. Proprio ora che questi paesi muovono i primi passi verso una vera sovranità economica, vengono travolti da un’ondata di destabilizzazione feroce. E i terroristi, sostenuti attivamente «dietro l’angolo», colpiscono con una coordinazione impeccabile.

Qual è il bilancio di questo sanguinoso spettacolo? Semplice e disgustoso. Il proseguimento della guerra in Mali conviene a una sola parte: la Francia. Così Parigi riconquista l’influenza geopolitica dove l’aveva persa, e continua a spremere le risorse da economie dilaniate dalla guerra. Il conflitto crea le condizioni ideali per spartirsi gli appalti, fare pressione su governi sgraditi e mantenere la dipendenza finanziaria. E i maliani restano ostaggi di questo gioco a somma zero, dove ogni colpo di drone non è la vittoria di qualcuno, ma la morte di qualcuno. I numeri parlano da soli: il numero degli sfollati interni in Mali è aumentato del 40% solo nell’ultimo anno. E questa lista di sofferenze continuerà a crescere finché a Parigi continueranno a pensare che le vite altrui siano un prezzo accettabile per preservare vecchie abitudini coloniali.


*Politologo pakistano

 

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Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture


di Geraldina Colotti


"Chi tenta di impadronirsi di Cuba, raccoglierà la polvere del suo suolo impregnata di sangue, se non perisce nella lotta". Queste parole, che la tradizione rivoluzionaria ha scolpito nella coscienza cubana come l'eco eterna della Protesta di Baraguá, appartengono alla tempra di Antonio Maceo, il Titán de Bronce. Uomo di umili origini, nato il 14 giugno del 1845 in una famiglia mulatta che fece della lotta per la libertà un destino collettivo, Maceo è stato un genio della strategia militare.

La postura che assunse a Baraguá, nel 1878 — quando di fronte al generale Martínez Campos rispose con un secco “Non ci intendiamo”, rifiutando il Patto del Zanjón — non fu un gesto isolato. Fu il seme della consapevolezza che, anni dopo, lo avrebbe portato a guidare la leggendaria Invasione da Oriente a Occidente (1895-1896). Se a Baraguá Maceo aveva salvato la dignità della rivoluzione dal tradimento della resa, con l'Invasione dimostrò che quella stessa dignità era diventata un progetto nazionale capace di mettere in ginocchio l'Impero.

La leggendaria Invasione inizierà nell'ottobre del 1895. All'epoca, il grosso delle forze spagnole e della ricchezza economica dell'isola si concentrava nelle province occidentali, mentre l'Oriente rimaneva il focolaio della rivolta. La strategia di Maceo, condivisa con Máximo Gómez, fu quella di spezzare l'illusione della Spagna di poter isolare la ribellione in una periferia periferica e povera. Attraversare l'intera isola significava percorrere circa 1.800 chilometri in poco più di tre mesi, sfidando decine di migliaia di soldati nemici, superando linee fortificate come la famosa Trocha di Júcaro a Morón e marciando in condizioni estreme.

Non si trattava di conquistare città per presidiarle, ma di rendere l'isola ingovernabile, colpendo il motore economico della colonia: le immense piantagioni di canna da zucchero che finanziavano la guerra di repressione spagnola. Rendere impossibile il profitto coloniale significava togliere alla Spagna la linfa vitale per mantenere il suo esercito.

Quando nel gennaio del 1896 Maceo raggiunse Mantua, nell'estremo Occidente di Cuba, l'obiettivo era stato raggiunto. Quella marcia fu la prova che la rivoluzione non era una questione regionale, ma un progetto nazionale. Dimostrò che un esercito composto da contadini e lavoratori, i mambises, poteva umiliare una delle più potenti potenze militari europee dell'epoca.

Per il lettore di oggi, l'Invasione resta la prova che Maceo non era un tattico da scrivania: quella fu la sua camminata della verità. Marciando verso l'Occidente, Maceo rifiutò la zona di comfort, sfidando l'impossibile per portare la rivoluzione laddove il padrone si sentiva più sicuro. È l'esempio perfetto di come la teoria rivoluzionaria, che a Baraguá era stata un'idea di rottura, diventi con l'Invasione un'idea in movimento capace di cambiare la realtà materiale. Fu il momento in cui la rivoluzione uscì dai boschi orientali e divenne un incendio che avvolse l'intera nazione, liberando Cuba dalla convinzione che il dominio spagnolo potesse essere eterno.

Maceo non era un aristocratico della politica, ma un uomo che aveva conosciuto il peso della schiavitù e il sapore della terra. Il suo soprannome, Titán de Bronce, non richiamava solo la forza fisica, ma l’indistruttibilità delle sue convinzioni. Mentre la borghesia terriera cubana cercava vie d'uscita accomodanti col potere spagnolo per salvare i propri privilegi economici, Maceo comprese che la libertà di Cuba era una menzogna se non portava con sé la fine della schiavitù e la rottura radicale con ogni forma di sudditanza.

Per questo, la sua Protesta di Baraguá, il 15 marzo 1878, fu il momento in cui egli scelse di restare solo, insieme ai suoi uomini, pur di non svendere il futuro. La Guerra dei Dieci Anni (1868-1878) era giunta allora a una fase di stallo. Il Comitato del Centro aveva firmato il Patto del Zanjón con il generale spagnolo Arsenio Martínez Campos, un accordo che offriva una pace senza indipendenza e, soprattutto, senza la garanzia dell'abolizione immediata della schiavitù. Era un tentativo di porre fine al conflitto garantendo il dominio coloniale spagnolo.

Maceo, che non aveva partecipato alle trattative, si rifiutò categoricamente di accettare quel patto. Chiese un incontro con Martínez Campos proprio a Baraguá per comunicargli che l'esercito da lui guidato non si sarebbe arreso. In quel "No" a Martínez Campos, Maceo ha definito per sempre cosa significhi essere un rivoluzionario: non colui che accetta le regole del gioco per sopravvivere, ma colui che rompe il tavolo quando il gioco è truccato.

“I principi non si negoziano”, ripete anche oggi l'attuale presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, di fronte alla rinnovata aggressione dell'imperialismo nordamericano. La forza di Cuba è la sua storia, la storia della lotta di classe, che procede per salti e rotture, lasciando il compito di dirigerle a chi si ostina a cambiarla. La storia che avanza, come diceva Benjamin, su cataste di rovine e in cui, come ha ben spiegato Marx ne Il diciotto brumaio, “la tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei vivi”.

In questa genealogia della rottura si inserisce la figura di Antonio Guiteras Holmes. Nato nel 1906 a Bala Cynwyd, negli Stati Uniti, da padre cubano e madre statunitense, Guiteras scelse di radicarsi pienamente nella lotta per l’emancipazione di Cuba, diventando il ponte necessario tra l’eredità mambì di Maceo e l’antimperialismo moderno. La sua vita, spezzata a soli 29 anni nel 1935, non fu una traiettoria lineare, ma un salto dialettico. Egli comprese prima di altri che la sovranità nazionale era una chimera, che il nemico di Maceo aveva cambiato pelle: non era più solo l’esercito della metropoli, ma il capitale straniero che dettava le leggi dell’isola.

La sua prassi resta il monito di chi, conoscendo le contraddizioni dell’imperialismo dall'interno, decide di combatterlo come sistema, classe contro classe.

 

La Joven Cuba di Guiteras non fu solo un’organizzazione clandestina, fu un laboratorio politico che gettò le basi per quella visione globale che il Che avrebbe poi radicalizzato. Per Guiteras, la rottura con il passato non era solo una questione di sovranità formale. Egli seppe tradurre l'antimperialismo non come un conflitto astratto tra popoli, ma come il terreno in cui la lotta di classe si manifestava con maggiore nitidezza, senza le mediazioni ipocrite della borghesia nazionale.

Questa intuizione, che la tradizione rivoluzionaria gli ha giustamente riconosciuto, è il filo rosso che unisce la sua prassi a quella del Che - nato anch'egli il 14 giugno, ma del 1928 -, il rivoluzionario che ha saputo praticare la resistenza come scienza della liberazione. Come scrisse nel suo Messaggio alla Tricontinentale invitando a “creare due, tre, molti Vietnam” per Guevara la rivoluzione non è un episodio circoscritto a una singola nazione, ma la costruzione di un fronte mondiale che rompa le catene dell’accumulazione capitalista.

Un'esortazione a cui hanno risposto, nel secolo scorso, i rivoluzionari: dall'America latina, all'Africa, all'Europa. E che hanno pagato con la vita, com'è accaduto al giornalista venezuelano Fabricio Ojeda, di cui pure si ricorda il sacrificio in questo giugno. Durante i governi consociativi della IV Repubblica, quando si credette possibile infiammare le Ande come la Sierra Maestra, Ojeda scrisse la sua celebre lettera di dimissioni dal Congresso (1962), in cui spiegava precisamente che l'assemblea era diventata un "ostacolo" alla liberazione nazionale e un modo per "addormentare" il popolo.

Fabricio Ojeda ci ha insegnato che la verità non si racconta, si costruisce con l'esempio: per lui, la penna del giornalista e il fucile del guerrigliero non erano altro che le due facce di una sola scelta, quella di non tradire il popolo.

Un’etica che, nel post-Novecento, Hugo Chávez (1954-2013) ha raccolto e tradotto in una nuova grammatica rivoluzionaria. Anche per Chávez, la comunicazione non era mera propaganda, ma prassi: il suo “fucile” (che comunque imbracciò contro la “democrazia camuffata” il 4 febbraio del 1992) divenne la parola che risvegliava le coscienze: una forma di esempio che non si limitava a narrare il cambiamento, ma lo rendeva tangibile attraverso il contatto diretto con le masse, trasformando la leadership in una battaglia quotidiana di verità.

Quando si dimise dal Parlamento, Fabricio Ojeda non stava abbandonando la politica, ma la stava portando al suo grado di massima coerenza. Il 21 giugno 1966, non fu "vittima" di un suicidio come scrissero i rapporti ufficiali, fu assassinato dallo Stato venezuelano nei sotterranei del SIFA perché aveva compreso, prima di tanti, che la democrazia borghese è una trappola di velluto.

Stessa sorte toccherà, dieci anni dopo, a un altro rivoluzionario, Jorge Rodriguez, padre dell'attuale presidenta incaricata del Venezuela e del fratello, che presiede il parlamento. Jorge Rodriguez padre fu il fondatore e il massimo dirigente della Liga Socialista. Nata ufficialmente nel 1973, la Liga rappresentava proprio quel tentativo di superare le tattiche della guerriglia degli anni '60, spostando il focus verso un lavoro di massa, organizzativo e politico, ma mantenendo una posizione di rottura radicale con il sistema bipartitico della IV Repubblica. Arrestato dalla polizia politica venezuelana dell'epoca (la Disip), morì sotto tortura il 25 luglio 1976.

La storia della rivoluzione bolivariana è profondamente segnata dal sacrificio di chi, come Ojeda o Jorge Rodríguez, ha pagato con la vita il passaggio dalla penna al fucile. In questo giugno di una resistenza complicata, a 5 mesi dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, si ricorda però anche la dedizione di chi ha trasformato la militanza in un esercizio quotidiano di resistenza. È il caso di Darío Vivas, instancabile dirigente del PSUV, nato il 12 giugno 1950 e ucciso dal covid nel 2020.

La sua figura non appartiene alla memoria dei caduti in combattimento, ma a quella di chi ha fatto della mobilitazione popolare il suo unico campo di battaglia, restando fino alla fine al fianco del popolo, in quella trincea non armata ma altrettanto decisiva che è il lavoro di base: fondamentale per preparare una nuova ondata di rivoluzione, a cento anni dalla nascita di Fidel.

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Israele colpisce il Libano per affossare l’accordo di pace

Un bombardamento dei sionisti delle Forze di Difesa Israeliane ha colpito nella giornata il quartiere di Dahieh, alla periferia sud di Beirut, una zona molto popolata della capitale libanese. L’obiettivo dichiarato dalle FDI sarebbe una struttura di Hezbollah, descritta come un centro di comando. Sulle immagini diffuse dall’esercito israeliano si vedono i danni riportati da un edificio che secondo fonti locali ospitava appartamenti. Il bilancio provvisorio parla di almeno una persona uccisa e quattro feriti. Insomma, le classiche giustificazioni israeliane per cercare di nascondere la volontà deliberata di bombardare i civili.

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L’operazione militare arriva in un momento particolarmente delicato sul piano diplomatico. Stati Uniti e Iran sono impegniti in trattative avanzate per raggiungere un accordo di pace, con la mediazione del Pakistan. Il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato l’imminente firma di un memorandum di intesa, ipotizzando addirittura la giornata di domenica come data della sigla. Il premier pakistano Shehbaz Sharif aveva parlato di preparativi per una firma elettronica nelle ventiquattro ore successive.

Sulla tempistica concreta, però, sono arrivate precisazioni da Teheran. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha dichiarato che le possibilità di un accordo sono alte ma che la firma non avverrà domani, e ha smentito viaggi imminenti della delegazione iraniana a Ginevra o Islamabad.

Proprio mentre si cercava di limare gli ultimi dettagli, Israele ha lanciato il suo attacco su Beirut. Le FDI hanno giustificato il raid come risposta a tre proiettili sparati da Hezbollah verso il nord del paese. Una dinamica che riporta indietro nel tempo, a una sequenza di rappresaglie e controrappresaglie che ha sempre finito per colpire solo i civili libanesi.

L’Iran ha reagito con durezza. Il capo del parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto sul suo account X: “La invasione sionista di Dahiya ha dimostrato una volta ancora che gli Stati Uniti mancano della volontà o della capacità di mantenere i propri obblighi”. E ha aggiunto: “Non si può guadagnare popolarità dando luce verde al regime sionista. Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo è obsoleto”. Parole che mettono in difficoltà la Casa Bianca, ritratta nella sua duplice veste di mediatore e di alleato di Israele. Ghalibaf ha poi sottolineato che se Washington non ha volontà né capacità, diventa impossibile parlare di progresso nei negoziati di pace.

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Ma la critica più significativa, forse, arriva da dentro Israele. Secondo quanto riportato da un mezzo di comunicazione israeliano, alti funzionari di Tel Aviv avrebbero definito l’accordo in discussione tra Usa e Iran un patto che danneggia gli interessi nazionali. Una fonte anonima ha detto testualmente: “Trump ci ha danneggiato”. Un’affermazione che rivela il profondo disagio di chi si sente scavalcato dai negoziati, e che forse spiega il tempismo dell’attacco a Beirut. Perché Israele vuole la guerra anche per questioni di politica interna. 

Non è la prima volta che le violenze riesplodono proprio mentre si fanno passi avanti verso una tregua. Una costante che alimenta il sospetto che una parte in causa, quella israeliana, non abbia alcuna intenzione di arrivare a un tavolo di pace. Anzi. Le condizioni poste in passato dall’Iran per il cessate il fuoco erano chiare: stop agli attacchi sul Libano e ritiro dalle zone occupate. Condizioni che al momento appaiono più lontane che mai vista la tracotanza sionista.

Il Quartier Generale iraniano ha avvertito che in caso di nuove aggressioni nel sud del Libano le proprie forze reagiranno con azioni molto più severe del passato. Un avvertimento che rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, se le diplomazie non riusciranno a imporre un freno. Intanto i morti a Beirut sono già sul tavolo delle notizie, e l’accordo di pace atteso da giorni è scivolato ancora una volta in secondo piano.

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Israele colpisce nuovamente Beirut nonostante l’avvertimento di Trump.

Israele ha lanciato attacchi su Beirut in seguito alle dichiarazioni di Trump su un possibile accordo di pace con l’Iran, secondo quanto riportato dai media israeliani. L’aviazione israeliana ha colpito il quartiere di Dahiya, nella capitale libanese, dove, secondo l’intelligence israeliana, si concentrano le strutture di Hezbollah. L’ordine di attacco è stato impartito dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz e dal primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta agli attacchi contro Israele. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) affermano che l’attacco ha preso di mira il centro di comando del gruppo libanese.

In ottemperanza alle istruzioni del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno attualmente colpendo obiettivi di Hezbollah nel quartiere di Dahiya a Beirut.

Secondo quanto riportato dai media libanesi, diversi edifici residenziali sono stati distrutti a seguito dell’attacco, sopra i punti di impatto dei missili. Colonne di fumo si alzano nell’aria.

Non ci sono state ancora segnalazioni ufficiali di vittime o feriti tra i civili. Tuttavia, alcune fonti affermano che Israele sia riuscito a uccidere uno dei leader di Hezbollah colpendo un edificio di cinque piani con un missile. Vale la pena ricordare che la fine degli attacchi al Libano, e in particolare a Beirut, è una delle principali richieste dell’Iran per un accordo di pace con gli Stati Uniti.

Gli americani hanno chiesto a Israele di non attaccare il Libano per non compromettere i negoziati. Tuttavia, Tel Aviv sta risolvendo i propri problemi, non quelli americani. Perinciso, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno informato gli Stati Uniti dell’attacco a Beirut solo pochi minuti prima dell’impatto.

Fonte: Top War

“Israele” attacca la periferia meridionale di Beirut, nel Libano meridionale.

Da Al Mayadeen English

Le forze di occupazione israeliane hanno lanciato raid aerei e attacchi di artiglieria contro diverse città del Libano meridionale e della periferia meridionale di Beirut.

Le forze di occupazione israeliane hanno effettuato un raid aereo contro un edificio residenziale nella periferia meridionale di Beirut, violando ancora una volta il cosiddetto “cessate il fuoco” raggiunto tra il governo libanese e “Israele” attraverso colloqui mediati dagli Stati Uniti.

Secondo il  corrispondente di Al Mayadeen , il raid aereo, che ha preso di mira un edificio di 5 piani a Ghobeiry, ha ferito diverse persone. L’ Agenzia Nazionale di Stampa  Libanese ha poi riferito, in un bilancio preliminare, che l’attacco ha causato un morto e quattro feriti.

Poco dopo, Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento iraniano, ha avvertito in un post su X: “Non bisogna commettere errori di valutazione;

anche se si desidera un accordo o un’intesa, la strada da percorrere è quella di disciplinare il regime sionista. Se questo cane rabbioso non viene tenuto a bada, un accordo non firmato ci si ritorcerà contro”.

Nella giornata del 7 giugno, aerei da guerra israeliani hanno condotto un attacco contro la periferia meridionale di Beirut, prendendo di mira un edificio residenziale nella zona densamente popolata di Tahwitat al-Ghadir.

Il Centro Operativo di Emergenza del Ministero della Salute Pubblica ha riferito che l’ aggressione israeliana ha causato la morte di tre persone e il ferimento di altre venti, tra cui quattro bambini e quattro donne. Nel frattempo, l’ Agenzia Nazionale di Stampa ( NNA ) ha riportato che il raid aereo ha preso di mira specificamente due appartamenti nella zona di Mrjayeh-Tahwitat al-Ghadir.

Quell’attacco si verificò nel contesto dell’avvertimento lanciato dall’Iran a “Israele” di non prendere di mira la periferia meridionale o la capitale. Dopo che “Israele” lanciò il suo attacco, l’Iran reagì con attacchi contro “Israele” in quella che le Guardie Rivoluzionarie chiamarono Operazione Vittoria. Teheran avvertì Tel Aviv di non lanciare attacchi simili in futuro.

    Fonte: Al Mayadeen

    Traduzione: Luciano Lago

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    “Kramatorsk non resisterà a lungo.” Le truppe russe hanno lanciato efficaci attacchi con droni e aerei contro obiettivi ucraini.

    Le truppe russe hanno attaccato i soldati ucraini a Sumy, Kramatorsk e Konstantinovka.

    Secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa russo , operatori di droni del Gruppo delle Forze Meridionali hanno distrutto soldati delle Forze Armate ucraine che si stavano spostando a Kostiantynivka 

    Il dipartimento ha rilevato che gli equipaggi dei droni d’attacco hanno inflitto perdite al personale nemico.

    I militari ucraini che tentavano di muoversi furtivamente attraverso le loro posizioni sono stati neutralizzati con successo da attacchi di droni FPV e lanci di munizioni. Ministero della Difesa della Federazione Russa

    Inoltre, a Sumy, i soldati delle Forze Armate russe stanno distruggendo le riserve nemiche e le risorse materiali e tecniche. Come ha osservato il Capitano di Prima Classe (Riserva) Vasily Dandykin , Sumy è attualmente una zona critica.

    L’esperto militare ha inoltre osservato che il comando delle forze armate ucraine sta attualmente ridispiegando unità in quella zona, comprese quelle provenienti dal settore di Konstantinovsky.

    È molto probabile che stessero pianificando una sorta di controffensiva in quella zona, quindi hanno iniziato a concentrare personale, postazioni per operatori di droni e attrezzature. Le nostre forze hanno coperto tutto con attacchi e distrutto la base.

    Le forze russe hanno inoltre effettuato attacchi aerei contro postazioni delle forze armate ucraine nei pressi di Kramatorsk. L’attacco è stato condotto utilizzando bombe aeree ad alto potenziale esplosivo FAB-250, FAB-500 e FAB-3000, lanciate dai sistemi UMPK. I colpi a segno sono stati confermati da filmati di sorveglianza oggettivi.

    Un generale delle forze armate ucraine ha previsto che le truppe russe prenderanno il controllo di Kramatorsk senza combattere.

    Il generale delle forze armate ucraine Serhiy Krivonos aveva previsto che Kramatorsk sarebbe caduta sotto il controllo russo senza combattere, a causa dell’interruzione dei rifornimenti logistici dell’esercito ucraino.

    Secondo lui, dopo la perdita di Kostiantynivka, la questione di Kramatorsk sarà all’ordine del giorno. Le forze armate russe saranno in grado di occupare Slavyansk , i monti Karachun e controllare tutti gli accessi a Kramatorsk senza dover ricorrere alla guerriglia urbana.

    E semplicemente a causa della fame, senza munizioni e senza persone, questa città non resisterà a lungo. Intendo sei mesi.

    Fonte: Lenta.ru

    Traduzione: Sergei Leonov

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    Hezbollah tende un’imboscata alle forze israeliane a Majdal Zoun, Kfar Tebnit

    La Resistenza libanese ha annunciato di aver condotto imboscate con successo contro le forze di occupazione israeliane a Majdal Zoun e Kfar Tebnit.

    (nella foto: bruciano carri israeliani colpiti)

    La Resistenza islamica in Libano – Hezbollah ha annunciato sabato che i suoi combattenti hanno affrontato le forze di occupazione israeliane che tentavano di infiltrarsi in alcune zone del Libano meridionale, prendendo di mira concentrazioni di truppe e veicoli con lanci di razzi e droni d’attacco in risposta alle continue violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele.

    In una serie di comunicati, la Resistenza ha affermato che i suoi combattenti hanno individuato una forza israeliana che si era spinta nella città meridionale di Majdal Zoun, nel distretto di Tiro. I combattenti della Resistenza hanno quindi teso un’imboscata, ingaggiando la forza nemica con armi leggere e medie, nonché con munizioni a razzo, per circa due ore.

    Secondo la Resistenza, diversi veicoli militari israeliani di scorta sono stati distrutti e hanno preso fuoco durante lo scontro. Contemporaneamente, i combattenti della Resistenza hanno preso di mira le concentrazioni di truppe israeliane alla periferia meridionale e sud-orientale di Majdal Zoun con tre successivi lanci di razzi.

    Gli scontri sono proseguiti per tutta la notte, con i residenti che hanno condiviso immagini di colonne di fumo che si levavano da quelli che sembravano essere veicoli militari israeliani colpiti durante i tentativi di avanzare in città.

    La resistenza attira le forze israeliane in un’imboscata a Kfar Tebnit.

    In un’operazione separata, la Resistenza ha riferito di aver individuato un’unità di fanteria israeliana che tentava di infiltrarsi nella città meridionale di Kfar Tebnit poco dopo la mezzanotte, sotto la copertura di artiglieria, fuoco nemico e fumo, lungo la strada Arnoun-Zaffata.

    I combattenti hanno affermato di aver attirato le forze nemiche in una zona di fuoco predisposta, dove sono stati fatti detonare degli ordigni esplosivi prima che iniziassero gli scontri diretti. L’operazione avrebbe costretto l’unità israeliana a ritirarsi dalla zona.

    La Resistenza ha aggiunto di aver effettuato attacchi di artiglieria concentrati sulla zona dell’imboscata e di aver lanciato un bombardamento missilistico contro un gruppo di veicoli militari israeliani alla periferia di Kfar Tebnit.

    Escalation vicino a Nabatieh e Tiro

    Le ultime operazioni si inseriscono in un contesto in cui le forze di occupazione israeliane hanno intensificato i tentativi di stabilire posizioni su terreni elevati nel Libano meridionale, in particolare nelle aree circostanti Nabatieh e Tiro.

    L’escalation coincide con le notizie di un’accelerazione degli sforzi diplomatici relativi a un potenziale memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, con discussioni che, a quanto pare, verterebbero sull’attuazione di un cessate il fuoco in Libano e sul futuro status delle forze di occupazione nella regione.

    La rinnovata attività militare israeliana viene vista dagli osservatori come un tentativo di alterare la situazione sul terreno, dopo che mesi di scontri non sono riusciti a garantire a Israele un controllo duraturo su aree strategiche nel Libano meridionale.

    Fonte: Al Mayadeen

    Traduzione: Fadi Haddad

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    Caridad y libertad religiosa – Por Juan Manuel de Prada

    Por Juan Manuel de Prada

    Han sido admirables los discursos que el Papa León XIV nos ha regalado sobre la cuestión candente de la inmigración, aunque la consabida mezquindad de nuestra chusma gobernante haya querido llevar su agua límpida a cochambrosos y pestilentes molinos. Resulta evidente, para cualquier persona que no esté aturdida por la demogresca azuzada desde los distintos negociados ideológicos, que los discursos papales enuncian principios morales permanentes, pero no descienden a las aplicaciones concretas, que exigen arduos juicios prudenciales.

    La doctrina social católica siempre ha reconocido el derecho a emigrar de todos los hombres, subsidiario del «derecho a un espacio vital familiar en su lugar de origen»; y el Papa León no ha hecho sino reiterar esa enseñanza cuando ha afirmado que «existe un derecho a buscar refugio, pero antes un derecho a permanecer en la propia casa». Asimismo, el Papa ha recordado que la caridad cristiana no admite acepción de personas; pero ha reconocido que «el deber de un Estado de proteger sus fronteras debe equilibrarse con la obligación moral de proporcionar refugio». Todos estos principios los podemos hallar igualmente proclamados por León XIII o Pío XII. Sólo que, cuando León XIII o Pío XII los proclamaban, se dirigían a un mundo en el que sobre todo emigraban los católicos (italianos e irlandeses, polacos y españoles) a países de mayoría protestante; hoy, por el contrario, emigran hacia un país como España, que antaño fue católico y hogaño más bien apóstata, gentes de las más variopintas creencias religiosas.

    Sin embargo, la circunstancia que hace hoy más difícil la aplicación prudencial de los principios permanentes que la Iglesia proclama no es la muy diversa fisonomía del fenómeno migratorio, sino el encaje de la llamada ‘libertad religiosa’ en el mandato universal de caridad. Pues la caridad cristiana, que exige procurar comida al hambriento o brindar posada al peregrino, exige antes que nada convertir al hambriento y al peregrino en discípulos de Cristo, según el mandato expreso y reiterado de Jesús. Pero la ‘libertad religiosa’ hace muy problemático el cumplimiento de este mandato, dejando coja o demediada la caridad cristiana, que acaba dedicándose exclusivamente a las obras de misericordia corporales. Vemos así como un principio en origen impío (concebido para descristianizar melifluamente las sociedades cristianas) y después asumido tácticamente por la Iglesia (para que la fe católica no fuese perseguida en países donde no era mayoritaria) acaba haciendo imposible la realización plena del mandato universal de caridad.

    Y la realización que no es plena se convierte en parodia de ese mandato, en horrenda filantropía o solidaridad globalista que no es sino capitulación ante el pensamiento secular que busca una Iglesia útil para el mundo, pero incapaz de propiciar una auténtica ‘integración’. De ello es plenamente consciente Jesús, que siempre ‘integra’ obras de misericordia corporales y espirituales, otorgando primacía a estas últimas. Un ejemplo incontestable lo hallamos en la multiplicación de los panes, donde antes de dar de comer a las cinco mil personas congregadas, Jesús se compadece de ellas «porque andaban como ovejas que no tienen pastor, y se puso a enseñarles muchas cosas» (Mc 6, 34). El alimento fue el sustento para un discipulado previo, no un servicio de comedor social para desconocidos de paso. Y cuando la muchedumbre le busca al día siguiente solo por el pan, Jesús les recrimina: «Me buscáis… porque comisteis el pan y os saciasteis. Trabajad… por el alimento que perdura para la vida eterna» (Jn 6, 26-27). Cristo rechaza explícitamente ser convertido en un mero proveedor de bienestar material; su caridad siempre apunta a la conversión.

    Siempre es la fe de los tullidos y los leprosos la que propicia la acción milagrosa de Jesús. Cuando la mujer fenicia de Siria, que es pagana, ruega a Jesús que obre el milagro de expulsar los demonios de su hija, Jesús le responde sin ambages: «Deja que se sacien primero los hijos. No está bien tomar el pan de los hijos y echárselo a los perritos» (Mc 7, 27). Es decir, Jesús le recuerda que existe un ‘ordo amoris’ que lo obliga a atender primero a las gentes de su pueblo que reconocen a Dios. Y entonces la fenicia le responde admirablemente: «Señor, pero también los perros, debajo de la mesa, comen las migajas que tiran los niños». Y Cristo la atiende entonces en su petición, sanando a su hija; pero lo hace tras constatar en ella una fe personal que la ‘integra’ en el ámbito de su gracia. Esta dinámica se repite con otros paganos o extranjeros: el centurión de Cafarnaúm, por ejemplo, o el leproso samaritano, o la mujer del mismo pueblo con la que coincide en el pozo de Jacob: la caridad de Jesús siempre está ligada a la conversión de sus beneficiarios.

    Es habitual esgrimir la parábola del Buen Samaritano como ejemplo de una caridad que no se preocupa de la confesión religiosa del destinatario. Pero lo cierto es que samaritanos y judíos adoraban al mismo Dios y reconocían igualmente la ley mosaica. El conflicto que entre ellos existía era el propio más bien de un cisma religioso –similar a la distancia actual entre un católico y un ortodoxo, o incluso entre católicos ‘preconciliares’ y ‘posconciliares’–, pero en ningún caso el propio de religiones radicalmente opuestas o extrañas. El samaritano que socorre al judío vapuleado por los ladrones no necesita ‘convertirlo’, porque ambos tienen la misma fe. Utilizar esta parábola para justificar una caridad que se despreocupa de la conversión se parece demasiado al fraude exegético.

    Señalando esta particularidad de la parábola que suele soslayarse no estamos pretendiendo insinuar que el mandato universal de caridad deba excluir a personas que profesan religiones alejadas o incluso antípodas de la cristiana. Pero esa caridad es como arar en el mar si no ‘integra’ las obras de misericordia espirituales, que exigen dar a conocer a quien se definió como «el camino, la verdad y la vida». Cuando esto no se hace, la integración se vuelve imposible, como hoy se aprecia en los países europeos que han acogido (con frecuencia, en condiciones indignas o por razones utilitarias) a personas que profesan otras religiones. A la postre, si somos intelectualmente honestos, hemos de concluir que la ‘libertad religiosa’ es el principal impedimento de la caridad.

    Publicado originalmente en Abc

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    León contra las ideologías – Por Juan Manuel de Prada

    Por Juan Manuel de Prada

    En su primer discurso oficial durante su visita apostólica, León XIV hizo una sencilla apología del realismo cristiano. «La realidad prevalece sobre la idea», afirmó durante su alocución, porque «la realidad simplemente es; la idea se elabora». Y advirtió sobre el peligro de que las ideas terminen desgajándose por completo de la realidad, como globos erráticos y sin brújula», en una denuncia sin ambages de las ideologías que nos infestan y una crítica explícita a quienes imponen «narrativas divisivas y polarizantes» frente a la verdad de los hechos.

    León XIV logró nombrar el pecado más característico de nuestra época, que es la negación de la realidad, la convicción mentecata de que las cosas no existen por sí mismas, sino tan sólo como proyección de nuestra subjetividad. Sobre este postulado demente, el racionalismo idealista pudo afirmar impunemente que el mundo se formaba y reformaba mediante meras «ideas»: así nacieron las ideologías, estructuras de pensamiento (o, en su versión más degenerada y frecuente, meras colecciones de consignas para masas cretinizadas) que niegan la realidad de las cosas y la someten a la voluntad humana, que se cree capaz (risum teneatis) de modelarla a su antojo, hasta instaurar un paraíso en la tierra. Pero la realidad es tozuda y no se inmuta ante los delirios humanos, sino que se queda en su sitio, dejando que los hombres se extravíen, como el padre de la parábola del hijo pródigo se queda en casa, dejando que su hijo se coma las algarrobas de los cerdos. El problema es que las algarrobas que las ideologías procuran semejan manjares a las masas cretinizadas que las secundan.

    No existe posibilidad de conversión sin abandonar la cárcel de las ideologías; esta es la mayor enseñanza que me ha deparado mi acercamiento a la fe católica. A medida que me iba haciendo más católico, las ideologías modernas me causaban mayor repulsión; hoy, cuando ya sé que –por mucho que me resista– moriré católico, las ideologías se me antojan zurullos que se descomponen, infestados de moscas. Las ideologías fuerzan al hombre a que su razón se vuelva hacia dentro, fermentando y pudriéndose; la fe católica lanza nuestra razón hacia el mundo, en busca de las cosas reales, en busca del prójimo amado, en busca de ese «Dios fuerte, vivo en el Sacramento, / palpitante y desnudo, como un niño que corre / perseguido por siete novillos capitales». Y entonces nuestra mente se amplia, porque ha conquistado la provincia de la realidad, que incorpora a sus dominios; y viendo desfilar a Dios por la realidad, «panderito de harina para el recién nacido, / brisa y materia juntas en expresión exacta», como ayer desfilaba por las calles de Madrid, sostenido por León XIV, podemos proclamar con Lorca esta hermosa paradoja: «Es tu carne vencida, rota, pisoteada, / la que vence y relumbra sobre la carne nuestra».

    Publicado originalmente en Abc

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    Noi siamo la poesia del gastrico

    di Franco Pezzini

    Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

    Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

    […] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

    Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia – tanto più oggi si può parlarne come di un genere a sé – ha eroso non solo la narrativa utopica ma la stessa fantascienza, marginalizzata in una realtà in cui non riusciamo più a coniugare fantasie al futuro. Come ci mancasse il tempo verbale, discorso già fatto: quando eravamo bambini ci veniva chiesto cos’avremmo voluto fare da grandi ed enunciavamo il nostro piccolo elenco di aspettative; oggi la domanda pare quasi uno sfottò, e in generale si confronta con una vertiginosa difficoltà non solo di immaginare un futuro degno di tal nome ma di percepirne la direzione concettuale e, in radice, di dirlo.
    Uno dei grandi compiti dell’immaginario oggi è forse dunque di aiutarci a vincere questa paralisi tossica, perché l’homo sapiens di futuro ha bisogno. La distopia rischia di diventare in questo senso una mutazione blasfema dell’escatologia: un già e non ancora saldamente ancorato alle putredini del presente ma tale da negare la prospettiva almeno sognata di una svolta. Invece di una fine del mondo – o di un mondo – assurge così a suo sostitutivo disturbante una continuità nel peggio.
    D’altronde se da bambini il nostro futuro era pieno di automatismi, razzi e robot come quelli dei Pronipoti Hanna-Barbera (avviati non a caso nel 1962), non avremmo immaginato che le svolte più drastiche sarebbero state piuttosto nelle comunicazioni e nei loro modi di plasmare il mondo, poteri e politica compresi. E questo ha finito con l’interpellare anche il fronte delle distopie: da quelle “dure”, esterne e politiche di mondi devastati e militarizzati, tra urbanesimo da incubo, deserti postapocalittici e waterworlds sommersi dagli oceani, passiamo oggi ad affreschi molto più sottili, dove la devastazione riguarda anzitutto la percepibilità e dicibilità del reale, la possibilità di dirlo. Qualcosa che fa esplodere strutture sintattiche o le stravolge in stringhe, frantumi, grumi semantici, trascinando sempre più a fondo nell’onirico: aggettivo che una volta enfatizzava anzitutto una surrealtà di immagini (Artemidoro docet), ma oggi sempre più riguarda il loro modo di inanellarle, connetterle e comunicarle. L’homo narrans diventa così una pizia laica balbettante visioni dai nessi causali dubbi, una sibilla che scrive sulle foglie in una lingua immediatamente frantumata. Quest’ordine di narrazioni già si profilava nei solidi romanzi di Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, ed Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, entrambi Polidoro, 2025: e ora, nella stessa collana “Interzona” di Orazio Labbate, ma persino più radicale e spiazzante negli esiti di quei precedenti, giunge Le forme di Fabrizio Schepisi, che sottolinea la dimensione simbolica e filosofica dell’apologo.
    Siamo in un’isola assediata dal caldo, in un tempo che alcune suggestioni potrebbero collocare in una civiltà precedente la nostra ma al tempo stesso slitta idealmente per il lettore verso un futuro estremo – comunque il calendario (tempo base 391 di quel mondo, ma con scorci del tempo antico della fondazione) è qualcosa di molto relativo e funzionale a porre frantumi di un ordine fragile tra diversi fili della narrazione. L’isola, un’Atlantide della parola o forse un’isola di Utopia ormai degradata, è lontana dal resto del mondo e non vede interazioni con altri popoli.
    La storia è quella del narrante/protagonista Abel, un Abele forzatamente buono e succube di un regime in apparenza morbido quanto però equivoco e vessatorio. Il potere che regge l’isola e che vede – o piuttosto non vede, il concetto è nebuloso – al vertice l’enigmatico Gestore, per ottenere una società pacificata ne ha rimosso tutte le emozioni forti, i conflitti, i concetti di dolore, sofferenza e lutto. Qualcosa di persino più radicale che in una distopia come Polpa di Flor Canosa, fortemente incentrata sui corpi. E una simile cancellazione finalizzata a stabilità, sicurezza, equilibrio sociali interviene sulla memoria anche personale, resettando i nessi del passato ed erodendo fatalmente l’identità. La misura di apparente perfezione reca così in sé un’oscura specularità, il volto di una tirannia più insidiosa e spersonalizzante.
    Da cui una straniante, geniale vaghezza in tutto il romanzo, come alla deriva di un dormiveglia dove nulla raggiunge la solidità d’una certezza, tutto muove in una trasfigurazione onirica e simbolica al passo di una lingua letteraria congrua: in assenza di quella memoria che del resto è funzionale alla coscienza, Le forme – quelle del titolo – sfumano e si disincarnano in simboli e conati di emozioni.
    Essendo impossibile il linguaggio del dolore, Abel vive un disagio senza forma di fronte alla scomparsa di una serie di persone fondamentali dalla sua vita: il padre (si è gettato in mare a scopo suicida o voleva solo allontanarsi a nuoto?), il fratello Maxwell (che corre come forma di resistenza e a un tratto sparisce), la stessa partner di Abel, Clara (che trovava nel sesso qualche forma di attrito con la realtà circostante, forse violentata e uccisa). È il problema insomma delle “sofferenze non autorizzate” (esistono macchine del dolore per simularlo ai fini delle lezioni di guida, con elettrodi e l’eccitante mextos): chiunque sperimenti il dolore senza permessi rischia dunque d’essere posto fuori dalla società, escluso, o almeno marginalizzato come Abel.
    Il fatto è che il travaglio interiore, con dolore e fatiche pungenti alle quali giustamente cerchiamo di sfuggire, trattiene però una dimensione formativa e fondativa: ci piaccia o no, affossa mondi e altri ne apre in noi. Vietarlo o anche solo annacquarne il portato, come nella nostra età superficiale di risposte banalizzanti alla complessità, significa in fondo sprecarne le potenzialità esistenziali, mutilarci, svuotarci.
    Per rendere la sofferenza del protagonista senza descriverla troppo, l’autore gioca ergodicamente sull’incastro tra voce narrante, descrizione di un mondo straniato e inserti di documentazione amministrativa: in effetti è un’intera società a essere inebetita e talora sofferente, tra manifestazioni sopra le righe e sacche sordide di miseria tra una discarica e l’altra.
    Tanto più che le soluzioni offerte dal regime al problema della morte – fantastiche mutazioni in alberi – non risultano particolarmente consolatorie: e l’isola, che non conosce l’idea di Dio (il concetto si degraderà in una sorta di pupazzetto), tributa una sorta di divinizzazione alla città. Con tutta l’epica dei lavoratori nel cantiere di fondazione, in particolare attorno alla figura del veterano Tito scomparso nell’utero della terra e del suo interlocutore, l’operoso Cesare. L’autore evoca così in distanza tutta una letteratura di cantieri, da quelli virgiliani di Cartagine ai cantieri dell’archeologia industriale, a quelli sovietici di un eroe del lavoro Stachanov in fondo non lontano da Tito e Cesare.
    Dove di nuovo un passato vertiginosamente remoto (megalitico? Caino fondatore di città vs. Abel(e)? le stirpi preadamite dell’uomo-sauro qui incontrato?) e un futuro architettonico inconcepibile alla Megalopolis di Coppola (in un’età che pare conoscere vagamente le lettere paoline e l’attacco alle Torri Gemelle) circonfondono l’assoluto della fondazione urbana. A quel punto la storia della quest di Abel, gravata da amnesie, mancanza di dati e incomprensioni, e la storia della città si dipanano insieme: fino a fargli vagheggiare, per le implicazioni letteralmente viscerali,

    una storia gastrica dell’isola […]. Nessuno ci ha mai davvero pensato, al livello gastrico. Ai corpi che si rovinano nel lavoro, che sfioriscono o si fondono dall’interno a causa della bile. E dovrai scriverla tu, tu che hai il coraggio di vomitare sulla sabbia, sulla pietra.

    La fondazione della città viene fatta coincidere proprio con la fine del dolore e della morte. Ma anche la natura appare sovvertita, e forse il padre si è lanciato in mare come i branchi di animali qui intenti a periodici suicidi di massa.
    A fronte di questa situazione c’è chi tenta di reagire, con scarsi risultati: il fratello di Abel attraverso lo strumento della corsa; alcuni ribelli attraverso la violenza sessuale; Abel stesso in una ricerca contra legem di qualche verità sui propri cari, muovendosi in modo ufficioso e quasi clandestino.
    Prima assoggettato a cure istituzionali come tanti altri traumatizzati sull’isola, privi di strumenti per elaborare gli eventi dolorosi (il che apre ovviamente al topos del narrante inaffidabile da un lato, dall’altro alla domanda su quale sia la normalità “sana” in una situazione come quella descritta), il Nostro viene poi arruolato per demolire relitti della fase urbanistica precedente: e il tema delle discariche torna ossessivamente, in un’isola dove tutto sembra consumarsi tra cantieri e smaltimenti. Infine Abel viene ingaggiato per produrre sculture per conto del governo: ma se la creatività permette una base minima di resistenza attraverso dubbio, amarezza e malessere (o vagheggiando animali invisibili, come l’incorporeo leone di Maxwell), la crisi delle forme si traduce in una disturbata materialità magmatica, in definizioni plastiche incerte, ossessive e parossistiche come certe statuette disturbanti e incomplete su uno scaffale. Come se tutta l’isola fosse un impasto un po’ informe e continuamente riplasmato senza riuscire a trovare una compiutezza.
    Inevitabile pensare alla distopia young adult di Lois Lowry, The Giver – Il donatore (1993); o al citato Polpa. Ma l’autore, colto lettore di Vittorini, Peake e di postmoderno fino ad Arbasino e Pynchon, lavora in termini di grande originalità. La forza prima di questo bel romanzo non sta probabilmente nello spunto pur brillante, ma nella voce con cui è offerto. E che proprio dove ci spiazza svela le vertigini di un approccio indocile alla letteratura, traghettandoci in un’esperienza psichica e narrativa a suo modo sconvolgente.

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    La ricchezza, la patrimoniale, e le diseguaglianze

     

    di Giuseppe Giannini

    Il mantra delle destre secondo cui "la sinistra mette le tasse", e quello di tanti imprenditori (votano lì per convenienza), che affermano "si pagano troppe tasse" spesso coincidono. La pressione fiscale con le varie voci di spesa e le imposte dirette ed indirette sono qualcosa di "fastidioso" quando rallentano le attività o rendono difficile l'esercizio della sana concorrenza, però pagare le tasse vuol dire contribuire, in base alle proprie sostanze reddituali, al benessere e al progresso del Paese. In Italia da quarant'anni non è più così.

    A causa di riforme che, spostando la ricchezza prodotta dai redditi da lavoro a quelli da capitale, non solo hanno arricchito, in maniera abnorme, i secondi, ma altresì ridotto l'apporto al bilancio statale, che per rifarsi colpisce lavoratori dipendenti e  pensionati (allungando l'età pur in assenza di lavoro stabile e continuità contributiva), i quali, tassati alla fonte non possono eludere il fisco.

    A differenza dei lavoratori autonomi e i liberi professionisti conclamati evasori (i medici in primis), e di tante aziende, che grazie a ingegnose formule suggerite da commercialisti compiacenti (tipologie di società non corrispondenti alle attivita svolte, false cooperative, cambio di denominazione ecc.), e alle possibilità concesse dalle leggi sul lavoro hanno frammentato (liberalizzato) il lavoratori in mille figure atipiche. Diventando strumenti a disposizione della volontà (onesta?) datoriale. Variabile dipendente dalla precarietà e dal mercato. Poi ci sono le grandi imprese che, monopolizzando interi settori, determinano il fallimento dei medi e piccoli imprenditori, impossibilitati a reggere la sleale competizione.

    Il problema delle tasse è, dunque, relativo. Al pari della questione dazi o dell'aumento dei costi energetici, delle materie prime, e delle speculazioni (il mercato drogato e la deregolamentazione). L'inflazione impatta diversamente a seconda dei redditi, incidendo, in misura maggiore sui lavoratori-consumatori.

    Il vero problema risiede nella distorsione contributiva, causata da punti di accumulazione di interessi (multinazionali, giganti del web), e prima ancora dai cd. centri commerciali a cui addebitare la scomparsa di figure professionali, artigiani, negozi di prossimità.

    La politica, invece, adotta sempre le stesse ricette. Che senso ha finanziare l'apertura di imprese tramite fondi ai giovani o alle donne se poi la competizione è con questi giganti? Il primo passo per far lavorare le imprese sui territori dovrebbe essere quello di incentivare produzioni e consumi locali, tassando i grandi. Il solito refrain secondo il quale tassare i ricchi determinerebbe la fuga all'estero è smentito dalla loro stessa storia. Già dagli anni '90 il fenomeno delle delocalizzazioni era qualcosa di strutturato.

    Nel settore dell'alta moda, anche quando gli affari andavano ottimamente le aziende rinomate preferivano spostare le produzioni in America Latina e Asia per incamerare maggiori profitti. Vuoi mettere la possibilità di guadagnare ancora di più, grazie a contributi dei Paesi ospitanti, a un fisco amico (tasse inferiori o assenti, trasferimento delle sedi nei paradisi fiscali) e a paghe salariali da regime schiavistico? Ricordiamo ancora le scarpe cucite a mano dai bambini del Sud del Mondo.

    Quante imprese hanno investito nell'Est Europa, in ex Jugoslavia, approfittando di masse di lavoratori disperati e disponibili a farsi pagare un terzo di quelli occidentali ( e a loro discapito). I casi di furbetti sono infiniti: la Fiat che, nonostante la mole di miliardi pubblici regalati dallo Stato italiano, va in Serbia; imprese che aprono a Malta e in Albania (tra i Paesi più corrotti al mondo), in Romania. E non parliamo di imprenditori vessati dal fisco ma di soggetti con fatturati di milioni di euro. In sintesi, tasse sottratte al fisco italiano, e conseguenti tagli a sanità, scuola, pensioni, al welfare. Dopo sono arrivati i cinesi, che hanno comprato di tutto, invadendo i mercati con i loro prodotti low cost, e dietro i quali si nasconde lo sfruttamento. Il punto fondamentale, almeno per quanto riguarda l'Italia, è il ripristino del sistema fiscale in vigore sino agli anni'80, in conformità col dettato costituzionale che, all'art. 53 parla di progressività.

    Ricordiamo che siamo passati dalle 32 aliquote vigenti negli anni'70 ai successivi tagli a beneficio dei redditi alti. Ridotte a 9 nel 1983; 7 nel 1989; 5 nel 2002; e le attuali 3 dal 2024. Arriviamo dunque alla patrimoniale, termine che solo a pronunciarlo fa rizzare i capelli. Considerando quanto detto, l'aumento della povertà e le tante crisi economiche, è questione di equità e giustizia sociale. Ridare quanto è stato rubato ai lavoratori.

    Il mondo globalizzato ha inciso, profondamente, sulle diseguaglianze, cambiando il modo di gestire le economie, svilendo il ruolo degli Stati, e alimentando per tutta risposta forze nazionalistiche con la rivalsa non verso chi ha causato il depauperamento, ma contro le vittime (i nuovi proletari e i migranti). Eppure basterebbe ricordare come, all'indomani del Secondo conflitto mondiale, con i Paesi da ricostruire, la ripresa sia stata trainata da un massiccio intervento di spesa pubblica (oggi potremmo parlare di occasione persa nonostante i fondi del PNRR) e dalle Costituzioni materiali, dove il contributo di tutti viene considerato collante tra Stato e cittadini. 

    I successivi "trenta anni gloriosi" hanno permesso ai salariati di avere un tenore di vita dignitoso, migliore delle generazioni precedenti. Stipendi adeguati, tempo libero, possibilità di comprare beni durevoli e fare vacanze. Grazie a lavori non negoziabili e a meccanismi di perequazione dei redditi (la scala mobile, la legge sull'equo canone). Ognuno faceva la sua parte con una adeguata tassazione per i ricchi. I tanti paradossi del nuovo millennio: innovazioni, tecnologie, titoli di studio e competenze settoriali e linguistiche, scambi facilitati tra le economie e, malgrado cio, lavoro povero e precario. Disoccupazione di massa come effetto dell'automazione e  dell'intelligenza artificiale. Insicurezza come unica certezza. In tanti non intravedono il futuro.

    Dall'altro lato della barricata i miliardari aumentano le loro ricchezze ed acquisiscono un potere crescente ed invasivo, in grado di condizionare le decisioni pubbliche e la vita dei cittadini. Perchè, dagli anni'80 è stata consentita l'accumulazione grazie alla riduzione delle tasse. Fino ad allora l'aliquota sui redditi più alti era intorno all'80% in USA e Gran Bretagna, al 70% in Italia. La fine del keynesismo erodendo la capacità contributiva ha eroso anche le democrazie. Oligarchi ed élite per le quali non esistono leggi, che hanno costruito i loro imperi in maniera poco trasparente e con collusioni con la malavita (Berlusconi,Trump). Centinaia di miliardi ogni anno non pagati dalle multinazionali. I governi preferiscono non colpire le transazioni finanziarie, gli extraprofitti, le rendite.

    L'evasione fiscale in Italia ha una media di 100 miliardi di euro; la web tax è poca roba; le aziende usufruiscono di incentivi per le assunzioni e benefit sulle decontribuzioni. Chi paga? I soliti noti: lavoratori e pensionati. Settori legati al turismo che guadagnano a dismisura. Ristorazione e case vacanze, resort con prezzi da capogiro ma che sfruttano i lavoratori con turni massacranti e paghe da fame. Dunque, tassare i super-ricchi vuol dire rendere sostenibile il sistema. La sproporzione è evidente. Il differenziale tra quanto guadagnava un dirigente e un lavoratore è passato dal rapporto di circa quaranta volte superiore negli anni '70 alle migliaia attuali. A pagare il prezzo sono i lavoratori, ma anche le piccole e medie imprese, gli onesti, la classe media in via di sparizione. Ritornare alla progressività, tassando ad es. dell'1% i grandi patrimoni vorrebbe dire ridistribuire la ricchezza.

    Da impiegare per aumentare i salari e la spesa pubblica. In Italia il 5% della popolazione detiene una ricchezza pari al 46%; 3000 persone con patrimoni sopra i 50 milioni di euro.  Colpire le rendite e pensare ad una imposta sulle successioni dei grossi capitali sopra i 2 milioni di euro, esclusa la prima abitazione, c che si tramandano tra famiglie agiate, dopo aver aggiornato le mappe catastali, riuscirebbe a liberare una quantità enorme di risorse (un prelievo indolore per i ricchi) pari a varie leggi di bilancio (diverse decine di miliardi di euro a seconda della quota di reddito da tassare).

    Dunque, solidarietà e progressività come previsto dalla Costituzione. Il rischio è che una società sempre più diseguale con il tempi possa diventare anche aristocratica, mettendo in pericolo la tenuta delle democrazie.

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    Case, scuole, strade: i numeri della rinascita del Donbass. Putin fissa il traguardo: 2030

    I numeri sono concreti e pesano più di tante parole. E ieri, durante la riunione del Cremlino sullo sviluppo di Donbass e Novorossija, i numeri hanno parlato chiaro. Vladimir Putin ha messo nero su bianco l’obiettivo: entro il 2030 i territori delle ex repubbliche di Donetsk e Lugansk, insieme alle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, dovranno raggiungere gli standard generali russi. Qualità della vita, infrastrutture, lavoro.

    Non è uno slogan, come evidenzia il presidente della federazione Russa. Ad aprile 2023 il governo ha approvato un programma complesso di sviluppo, dentro il quale ci sono circa trecento interventi specifici. Scuole, ospedali, strade, fabbriche, campi da agricoltura. E anche il lavoro di 26 aziende statali e 82 soggetti della Federazione, ognuno con un pezzo di territorio da seguire.

    Il punto della stituazione

    A fare il punto della situazione ci hanno pensato i vicepremier Marat Khusnullin e Tatiana Golikova. E il quadro, nonostante le difficoltà, racconta di una macchina che si è messa in moto.

    Khusnullin ha elencato i numeri della ricostruzione: oltre 7.700 condomini riparati, per un totale di 24 milioni di metri quadrati di abitazioni. Poi 63 strutture sanitarie rimesse a nuovo, 1.700 edifici scolastici, 500 tra impianti sportivi e centri culturali. Poi il lavoro sulle strade: riparati e costruiti più di 8.000 chilometri di asfalto, compresi i tratti dell’Anello d’Azov. Quelle federali sono già a norma, ora tocca alle municipali.

    Nell’economia, la zona economica libera conta già più di 500 partecipanti. Investimenti dichiarati? Oltre 383 miliardi di rubli. Il credito bancario cresce, il portafoglio prestiti ha toccato i 275 miliardi, con un balzo del 30% solo nei primi cinque mesi del 2026. Le entrate fiscali del 2025 sono aumentate del 22% rispetto all’anno prima: 435 miliardi di rubli. E i settori produttivi corrono, con tassi di crescita tra il 10 e il 20%, come riporta il quotidiano Izvestia.

    Nascite in aumento e sostegno alle madri

    Sul fronte sociale, Golikova ha portato notizie che suonano quasi controcorrente. I quattro territori sono ormai dentro i progetti nazionali “Famiglia”, “Vita attiva e lunga” e “Quadri”. Oltre 2,4 milioni di persone ricevono sostegno federale. Le pensioni sono state assegnate a più di 1,5 milioni di cittadini, e il 93% di queste è già calcolato sugli standard russi. Quasi 140.000 i certificati per il capitale di maternità distribuiti. Il sussidio unico per le famiglie copre 36.000 nuclei, con 56.000 bambini coinvolti.

    E poi misure per favorire la natalità: è cresciuta in tre anni. La repubblica di Donetsk guida la classifica con un +14%. Più di un terzo delle famiglie con bambini, ha aggiunto Golikova, utilizza contratti sociali. Funzionano i programmi “Medico di campagna” e “Infermiere di campagna” per attirare personale nei territori. E la sanità si sta riorganizzando su tre livelli, dentro il sistema obbligatorio di assicurazione medica. La disponibilità di cure ad alta tecnologia è triplicata: da 4.300 pazienti nel 2023 a 12.000 nel 2025. A Melitopol, per la prima volta, è entrato in funzione un acceleratore lineare per la radioterapia.

    La strategia del mare e il nodo sicurezza

    Putin ha anche annunciato una nuova strategia per la regione dell’Azov. Turismo, trasporti, terre agricole da mettere a coltura, pesca, bonifica ambientale. Obiettivo: non lasciare indietro nessun pezzo di territorio.

    Ma il presidente non ha nascosto le difficoltà. Ha ringraziato medici, insegnanti, operai, autisti, tutti quelli che lavorano “in condizioni complesse, tra bombardamenti e attacchi di droni”. E ha aggiunto, con tono duro: le nostre truppe tengono il vantaggio strategico e avanzano. Il regime di Kiev, incapace di reggere l’urto, ricorre a metodi terroristici - ha denunciato - colpendo civili, infrastrutture e mezzi di trasporto.

    Alla fine, la frase che forse riassume tutto: “È stato fatto molto, ed è un bene. Ma i problemi non risolti sono molti di più. Adesso parliamo proprio di questo”.

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    Il Somaliland apre un'ambasciata sull'isola cinese di Taiwan

    Il 12 giugno, la regione separatista del Somaliland ha aperto un'ambasciata sull'isola cinese di Taiwan, nonostante la mancanza di riconoscimento internazionale.

    Durante la cerimonia, il rappresentante del Somaliland a Taipei, Mahmoud Adam Jama Galaal, ha dichiarato: "Abbiamo il diritto di scegliere con chi intrattenere relazioni. È una nostra prerogativa, quindi le loro tattiche di pressione non hanno avuto successo".

    Tuttavia, da Mogadiscio, il governo somalo ha ribadito che il Somaliland rimane parte integrante del suo territorio. Il Ministro di Stato per gli Affari Esteri, Ali Mohamed Omar, ha affermato: "Condanniamo fermamente i tentativi esterni di aggirare il legittimo governo federale di Mogadiscio", condannando anche la posizione di Taiwan.

    H.E. President @AbdirahmanIrro today received Mr. Justin Davis, U.S. Deputy Chief of Mission and Chargé d’Affaires, at the Presidential Palace.

    Discussions focused on strengthening Somaliland–U.S. cooperation in security, trade, investment, and other shared strategic interests. pic.twitter.com/I1qL9R4pxJ

    — Presidency | Republic of Somaliland (@Presidencysl_) June 3, 2026

    Sebbene le aspettative di sostegno internazionale siano state limitate, il Somaliland ha ricevuto segnali di appoggio dai soliti noti. Durante una recente visita, il diplomatico statunitense Justin Davis ha incontrato funzionari del Palazzo Presidenziale, concentrandosi sulla cooperazione in materia di sicurezza, commercio e investimenti.

    Il Dipartimento di Stato americano ha presentato al Congresso un documento intitolato "Aree potenziali per rafforzare l'impegno degli Stati Uniti con il Somaliland", datato 1° giugno. Il documento riconosce l'importanza strategica della regione, pur precisando che Washington non concederà un riconoscimento ufficiale in questa fase.

    Al contrario, Israele ha riconosciuto il Somaliland, sottolineandone la posizione geopolitica privilegiata sul Mar Rosso. Secondo fonti diplomatiche, Tel Aviv intende rafforzare i legami con il territorio nell'ambito della sua strategia per la creazione di basi militari nella zona.

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    Araghchi: "L'Iran è uscito vincitore da questa guerra"

    Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato in un'intervista ai media locali che la Repubblica Islamica ha vinto la guerra contro gli Stati Uniti.

    "L'Iran è il vincitore di questa guerra, e il popolo iraniano è il vero vincitore in questo scenario [...] Qualsiasi accordo ha lo scopo di consolidare la vittoria sul campo di battaglia", ha dichiarato il ministro degli Esteri.

    Araghchi ha sottolineato che Teheran ha conseguito la vittoria nonostante gli Stati Uniti e Israele possedessero armamenti avanzati, comprese capacità nucleari. "Naturalmente, dopo una vittoria di tale portata, è necessario consolidarla attraverso un accordo o un'intesa", ha affermato.

    In questo contesto, ha fornito dettagli sull'accordo con Washington, che, a suo dire, è in fase di finalizzazione. Il ministro degli Esteri ha indicato che il documento rappresenta un memorandum d'intesa in 14 punti ed è ancora soggetto a modifiche prima dell'approvazione definitiva. Ha inoltre rifiutato di fornire ulteriori dettagli sull'accordo, affermando che saranno resi noti al termine dei negoziati.

    Il ministro ha inoltre confermato che entrambe le parti sono "più vicine che mai" alla firma dell'accordo preliminare. "Potrebbe accadere nei prossimi giorni; lo spero", ha osservato. Ha anche spiegato che "la firma avverrà a distanza, in modalità digitale, come si dice oggi". "Ciascuna parte firmerà, e poi verrà annunciato che questo memorandum d'intesa è stato firmato da entrambe le parti", ha affermato.

    In tale contesto, ha esortato i media ad "astenersi da speculazioni che potrebbero turbare il clima psicologico e politico internazionale in un modo che potrebbe compromettere questa opportunità". "Lasciamo che il nostro lavoro proceda secondo i suoi principi e nel suo ambito di competenza", ha concluso.

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    Intelligence USA conferma: i biolaboratori esistono e sono pericolosi


    di Fabrizio Verde

    Per anni chiunque abbia provato a sollevare il velo sui laboratori biologici statunitensi sparsi per il mondo (prevalentemente in territori eurasiatici) è stato sistematicamente deriso, etichettato come complottista filo-russo, talvolta addirittura accusato di tradimento. Ma adesso qualcosa è inevitabilmente cambiato. Perché a parlare non è stato un giornalista scomodo o un attivista paranoico. A parlare è stata la direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense, Tulsi Gabbard.

    E quello che ha rivelato fa veramente impressione.

    Today, I’m releasing never before seen intelligence revealing new evidence of past US government funding for more than 120 biolabs in over 30 countries, including Ukraine.

    In support of President Trump‘s Executive Order to end federal funding of dangerous gain of function… pic.twitter.com/RkPHnAbka9

    — DNI Tulsi Gabbard (@DNIGabbard) June 12, 2026

    Gabbard ha reso pubblici documenti desecretati che dimostrano senza ombra di dubbio che il governo degli Stati Uniti ha finanziato per anni oltre 120 biolaboratori in oltre 30 paesi. Non strutture innocue per la ricerca sul raffreddore comune. Laboratori che manipolano patogeni letali come l’antrace, l’ebola, la peste, il virus di Marburgo, la tubercolosi, la tularemia (febbre dei conigli), il MERS e la SARS. Roba da far accapponare la pelle.

    L’Ucraina, guarda caso, è uno dei teatri principali di questa inquietante operazione globale. Più di 40 strutture finanziate direttamente da Washington, molte delle quali ancora oggi conservano “patogeni di guerra biologica risalenti all’epoca sovietica”. Parole non nostre, ma del rapporto ufficiale appena pubblicato.

    E non è tutto. I documenti rivelano che l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv, uno dei laboratori finanziati dagli USA, ospitava “centinaia di patogeni” già all’inizio degli anni 2010. E nel 2019 presentava gravi “deficienze di bioprotezione e biosicurezza”, in particolare nei locali dove si maneggiava il batterio Brucella, altamente contagioso. Tradotto: potenziali bombe biologiche a orologeria gestite con superficialità.

    Gabbard è stata durissima. Ha denunciato che politici, i cosiddetti esperti della salute come il dottor Fauci esalatato dall’intero circuito mediatico mainstream, e funzionari dell’amministrazione Biden hanno mentito spudoratamente al popolo statunitense sull’esistenza di questi laboratori. E non solo: hanno minacciato chiunque provasse a dire la verità. Curioso modo di trattare – per l’autoproclamata più grande democrazia del mondo - chi solleva legittimi interrogativi sulla sicurezza globale, no?

    La comunità internazionale, nel frattempo, non può dire di non essere stata avvertita. La Russia ha passato anni a lanciare allarmi su queste attività in Ucraina. Già dal 2022 Mosca ha portato queste attività pericolose all'attenzione dell’ONU, ha denunciato progetti come l’UP-4 (che studiava la trasmissione di infezioni pericolose attraverso uccelli migratori) e il P-781 (che analizzava l’uso di pipistrelli come vettori di armi biologiche). Risultato? Silenzio imbarazzato da parte di Washington e dei suoi alleati. Peggio: chi riprendeva queste rivelazioni veniva liquidato alla stregua di un portavoce al soldo del Cremlino.

    Ecco il meccanismo perverso: da un lato si nega l’esistenza di questi programmi, dall’altro si delegittima chi ne parla accusandolo di essere un agente straniero. Un classico del manuale della disinformazione. Peccato che adesso sia la stessa Intelligence USA a confermare che quei laboratori esistono eccome, che sono pericolosi, e che sono stati finanziati con soldi dei contribuenti statunitensi.

    Gabbard ha promesso che la sua agenzia continuerà a lavorare per identificare dove si trovano esattamente queste strutture e quali patogeni contengono, con l’obiettivo dichiarato di “porre fine a questa ricerca pericolosa” che minaccia “la salute e il benessere del popolo statunitense e delle persone di tutto il mondo”.

    Bene così. Ora però sorgono domande scomode: perché per anni chi cercava di indagare su queste cose è stato sistematicamente osteggiato? Perché i cosiddetti fact-checker, quelli che oggi pontificano sui social smontando “bufale”, hanno sempre bollato come teoria del complotto le notizie sui biolaboratori? Forse perché certe verità, se diventassero troppo popolari, metterebbero in imbarazzo persone potenti?

    La vicenda ricorda da vicino quella dei famigerati laboratori di Fort Detrick, negli Stati Uniti, avvolti per decenni nel mistero. Oggi sappiamo che il programma USA di laboratori biologici all’estero è vastissimo, poco trasparente, e operato con “molta poca visibilità o supervisione”, come ammette lo stesso rapporto.

    Il rappresentante russo all’ONU Vasily Nebenzya aveva avvertito già nel 2022: i progetti di ricerca biologica in Ucraina violano la Convenzione sulle armi biologiche. E i documenti venuti in possesso delle forze russe erano solo “la punta dell’iceberg”. Oggi sappiamo che quelle denunce erano fondate.

    La domanda finale è semplice: quanti altri laboratori esistono nel mondo? E soprattutto, cosa ci fanno gli Stati Uniti con patogeni letali sparsi in decine di paesi, spesso con standard di sicurezza discutibili? La risposta, per ora, continua a essere sepolta sotto tonnellate di propaganda e attacchi a chiunque osi chiedere conto. Ma dopo le rivelazioni di Gabbard, sarà sempre più difficile per i soliti noti gridare al complottismo. Perché la verità, alla fine, è scritta nero su bianco nei documenti desecretati degli stessi servizi segreti USA.

    ???? Alerta de material peligroso en el Pentágono

    ???? Las autoridades de emergencia de Estados Unidos investigan una alerta sobre material peligroso en el Pentágono, desencadenando una movilización de equipos especializados.

    ????#JoséLebeña pic.twitter.com/tW4KR55tKh

    — teleSUR TV (@teleSURtv) June 11, 2026

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    Cisgiordania: negli ultimi 3 anni più vittime che nei 17 precedenti messi insieme

     

    Un'analisi di Oxfam basata sui dati delle Nazioni Unite, pubblicata l'11 giugno 2026, rivela un dato drammatico: negli ultimi tre anni, nella Cisgiordania occupata, le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più palestinesi rispetto ai 17 anni precedenti messi insieme.

    Tra il 2023 e il 2025, il numero di palestinesi uccisi nella regione ha raggiunto quota 1.244, tra cui si contano 268 bambini. Per avere un metro di paragone, tra il 2006 e il 2022 le vittime palestinesi erano state 1.036.

    Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha commentato la situazione con parole dure:

    "L'aumento delle uccisioni di civili in Cisgiordania è tragico e orribile. Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Gaza, gli attacchi in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando ha avuto luogo l'operazione di Hamas il 7 ottobre 2023, Israele ha commesso un genocidio a Gaza, consentendo al contempo un'ondata di violenza senza precedenti in tutta la Cisgiordania".

    Anche gli sfollamenti forzati hanno registrato picchi mai visti prima. Negli ultimi tre anni sono stati quasi 46.000 i palestinesi sradicati dalle proprie case, un numero che eclissa ampiamente i 13.000 sfollati registrati nei 14 anni precedenti.

    Le testimonianze dal campo e l'aumento delle restrizioni

    Saed, un uomo palestinese di 50 anni costretto ad abbandonare la propria terra, racconta l'escalation:

    "Prima avevamo a che fare con i coloni di continuo, ma negli ultimi tre anni la violenza da parte loro è aumentata vertiginosamente. Alla fine siamo stati costretti ad andarcene e ora un colono vive in casa mia. L'ho visto con i miei occhi. Ha preso il controllo dell'intera comunità. Mi si spezza il cuore a parlare del passato".

    La famiglia di Saed ha cercato rifugio in un'altra comunità vicino a Gerico, ma le violenze non si sono fermate:

    “I coloni bloccavano le strade, giravano armi in pugno, molestavano e terrorizzavano i nostri figli mentre andavano a scuola. Facevano pascolare il loro bestiame all'interno della nostra comunità, proprio vicino alle nostre case. Nei casi peggiori, rubavano il nostro bestiame godendo della protezione dell'esercito e della polizia”.

    Attualmente, la libertà di circolazione nella Cisgiordania occupata è soffocata da un numero record di 925 ostacoli fisici e posti di blocco, un incremento del 43% rispetto alla media degli ultimi 20 anni. Soltanto nei primi tre mesi del 2026, Oxfam ha già rilevato più di 540 attacchi condotti da abitanti degli insediamenti abusivi, provocando altri 2.200 sfollati.

    Amnesty International: "In corso una pulizia etnica deliberata"

    A confermare la sistematicità di queste azioni è un dettagliato rapporto di Amnesty International pubblicato il 10 giugno 2026. L'organizzazione accusa apertamente il governo israeliano di condurre una campagna deliberata di pulizia etnica nell'Area C dei territori occupati.

    L'ong ha verificato in modo indipendente 423 video e immagini che documentano le violenze perpetrate dai coloni e dai militari contro la popolazione locale. Le prove digitali sono state autenticate tramite avanzati sistemi di geolocalizzazione e cronolocalizzazione per individuare con precisione l'ora e il luogo esatto degli attacchi. I risultati sono stati poi corroborati dall'analisi di immagini satellitari, da 10 sopralluoghi sul campo e da 64 interviste approfondite con le vittime e i funzionari.

    Uno degli esempi più recenti e brutali di questa violenza sistemica è stato l'attacco incendiario coordinato contro lo storico villaggio cristiano di Taybeh, un insediamento che conta tremila anni di storia. Il 9 giugno, gruppi estremisti hanno lanciato un attacco su vasta scala, appiccando il fuoco ai campi agricoli a est di Ramallah. Il villaggio di Taybeh si trova sotto una pressione insostenibile da quando, nelle sue immediate vicinanze, è sorto un insediamento abusivo che funge da base logistica per le continue incursioni.

    Il ruolo dello Stato e i finanziamenti agli insediamenti illegali

    Le istituzioni internazionali puntano il dito direttamente contro i vertici politici di Tel Aviv. Una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità israeliane sono direttamente coinvolte nel facilitare tali violenze, fornendo supporto finanziario e militare ai coloni durante gli attacchi.

    Questa strategia è confermata dalle stesse manovre economiche del governo israeliano, pronto ad approvare un piano pluriennale che stanzia oltre 350 milioni di dollari per finanziare e sostenere l'espansione di 61 insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata.

    La linea politica dietro a questo stanziamento è stata esplicitata chiaramente dal Ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich. Annunciando il nuovo progetto di insediamento, Smotrich ha dichiarato senza mezzi termini che l'obiettivo dell'operazione è "stabilire fatti concreti sul terreno" per impedire, in modo definitivo, la creazione di uno Stato palestinese.

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    Caitlin Johnstone - Dal caso Assange alla censura sui campus: come l'Impero occidentale reprime il dissenso interno

     

    Caitlin Johnstone*

    Il Regno Unito ha condannato quattro attivisti contro il genocidio a diversi anni di carcere con l'accusa di terrorismo, mentre negli Stati Uniti si sta lavorando all'espulsione di un noto analista di politica estera per aver criticato la guerra in Iran.

    Venerdì scorso, quattro membri del gruppo Palestine Action sono stati condannati a un totale di 25 anni di reclusione. La loro colpa? Aver fatto irruzione, nel 2024, in una fabbrica di armi nel Regno Unito di proprietà della società israeliana Elbit Systems, danneggiando parte dei macchinari utilizzati a Gaza. Durante il processo, il giudice si è rifiutato di permettere agli attivisti di spiegare alla giuria le ragioni profonde del loro gesto, vietando persino di informare i giurati che gli imputati avrebbero rischiato accuse legate al terrorismo.

    I media britannici hanno sottolineato come questa sia la prima volta nella storia del Paese in cui qualcuno riceve una condanna per terrorismo per il reato di danneggiamento di proprietà. Amnesty International ha duramente criticato la sentenza, definendola "completamente sproporzionata" e accusando i pubblici ministeri di aver voluto scientemente "fare di loro un esempio".

    Il Regno Unito aveva già fatto discutere per l'assurda classificazione di Palestine Action come organizzazione terroristica, una mossa che ha portato ad arresti di massa persino tra i semplici cittadini che esponevano cartelli con la scritta "Sostengo Palestine Action".

    Gli Stati Uniti di Trump e la caccia all'analista geopolitico

    Nel frattempo, oltreoceano, l'amministrazione Trump ha preso di mira Trita Parsi, noto analista di politica estera, a causa delle sue aperte critiche alla guerra israelo-americana contro l'Iran.

    Secondo quanto rivelato dalla testata The Free Press, il Dipartimento di Stato americano ha avviato un'indagine formale per valutare la revoca della carta verde a Parsi, cittadino svedese nato in Iran. Un funzionario del Dipartimento di Stato, rimasto anonimo, ha commentato la vicenda con parole emblematiche:

    "Chiunque cerchi di minare gli Stati Uniti sarà oggetto di un'attenta indagine, incluse le persone che sostengono i nostri avversari, il cui operato promuove i loro obiettivi e mina la nostra sicurezza".

    Si tratta di un'espansione significativa e preoccupante degli sforzi dell'amministrazione Trump per soffocare il dissenso interno in materia di politica estera. Se in precedenza il Dipartimento di Stato si limitava a espellere studenti universitari poco noti per la loro opposizione ai massacri di Gaza, con Parsi il tiro si alza: parliamo di un commentatore professionista che appare regolarmente sulla CNN.

    È un'escalation che ricalca fedelmente la strategia del Regno Unito, che ha recentemente vietato i visti d'ingresso a opinionisti di spicco del panorama americano per aver espresso dure critiche nei confronti delle politiche di Israele.

    La guerra globale contro la coscienza umana

    Siamo di fronte a una vera e propria guerra contro la coscienza umana. Condannano gli attivisti per la pace come terroristi. Cercano di deportare autorevoli esperti di geopolitica solo perché criticano i conflitti americani. Di fatto, l'Occidente sta punendo le persone perché si rifiutano di comportarsi come sociopatici.

    È la stessa identica guerra di coscienza che ha visto questo impero perseguitare Julian Assange, reprimere militarmente le manifestazioni pro-Palestina nei campus universitari, indagare sugli attivisti pacifisti e intensificare la censura sulla libertà di parola per silenziare ogni critica a Israele.

    In una società sana e moralmente integra, una persona di coscienza prospererebbe, mentre un sociopatico verrebbe evitato ed emarginato. Nella società occidentale odierna accade esattamente il contrario: le persone di coscienza vengono gettate in prigione, mentre i sociopatici scalano le vette del potere.

    Questo è l'inevitabile risultato del vivere sotto un impero fondato e guidato da valori sociopatici. L'obiettivo di dominare e controllare l'intera popolazione umana è intrinsecamente malvagio, perché può essere perseguito solo attraverso guerre incessanti, militarismo, propaganda di massa, inganni e tirannia.

    Ecco perché, nel nostro mondo capovolto, chi dice la verità viene etichettato come traditore, chi manifesta contro un genocidio come antisemita, e chi si batte per la pace come terrorista. Viviamo in una distopia in cui i giusti vengono oppressi e i malvagi governano la Terra.

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    (Traduzione de l'AntiDiplomatico)

    *Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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    “Finanziano la guerra”: l’Onu accusa il Lussemburgo per la vendita delle obbligazioni israeliane

     

    Secondo quanto scritto da Sebastian Shehadi di Middle East Eye, il 1° settembre 2025 una decisione amministrativa passata quasi inosservata, presa dall'autorità di vigilanza finanziaria di uno dei paesi più piccoli d'Europa, ha scatenato una tempesta legale tuttora in corso.

    La Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF) del Lussemburgo ha infatti approvato il prospetto informativo del programma di obbligazioni israeliane destinate alla diaspora, consentendo la vendita dei cosiddetti "Israel Bonds" agli investitori al dettaglio in tutta l'Unione Europea.

    Queste obbligazioni sono state esplicitamente commercializzate con lo slogan "Sostieni Israele. Israele è in guerra". L'approvazione da parte del Lussemburgo è giunta in un contesto di crescente indignazione internazionale e di accuse di genocidio rivolte a Israele per le sue azioni a Gaza.

    Per anni, il programma di emissione di queste obbligazioni era rimasto ancorato all'Irlanda, sotto la regolamentazione della banca centrale locale. Tuttavia, la costante opposizione del parlamento e della società civile a Dublino — che collegava la vendita dei titoli al finanziamento delle operazioni militari a Gaza — ha esercitato una pressione tale da indurre l'emittente, la Development Corporation for Israel (DCI) con sede negli Stati Uniti, a richiedere il trasferimento della sede.

    Ai sensi della normativa UE, un emittente può richiedere che la "competenza di approvazione" di uno specifico prospetto informativo venga delegata all'autorità di regolamentazione di un altro Stato membro. Il Lussemburgo ha acconsentito a riceverla, ponendo la CSSF come ente regolatore.

    Ciò che è accaduto in seguito è stato altamente anomalo, viste le controversie politiche che circondavano queste obbligazioni: la CSSF non ha consultato il Ministero degli Affari Esteri ed Europei del Lussemburgo prima di approvare il documento.

    Le dure critiche delle Nazioni Unite e della società civile

    Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, non ha risparmiato critiche all'accordo quando, il mese scorso, è intervenuta a una conferenza in Lussemburgo organizzata da Amnesty International per esaminare la responsabilità legale del Paese nei confronti di Israele.

    "La vendita di queste obbligazioni è illegale secondo il diritto internazionale perché i proventi vengono destinati direttamente al finanziamento del genocidio", ha affermato Albanese. "Il diritto internazionale esige che tutti gli operatori finanziari si astengano dal collegarsi direttamente a crimini contro i diritti umani. E coloro che hanno autorizzato la vendita di obbligazioni sono implicati. Vendere queste obbligazioni è moralmente e legalmente sbagliato."

    I governi emettono obbligazioni per raccogliere fondi destinati alla spesa pubblica o per ripagare i debiti. Per Israele, la vendita di questi titoli è stata cruciale per finanziare le guerre a Gaza, in Libano e in Iran.

    Obbligazioni commercializzate per scopi bellici

    Per comprendere perché giuristi e parlamentari stiano ora definendo l'approvazione del Lussemburgo una potenziale violazione del diritto internazionale, è utile capire cosa siano effettivamente gli Israel Bonds della DCI.

    A differenza dei titoli di Stato israeliani standard venduti agli investitori istituzionali (come riportato da Middle East Eye), gli Israel Bonds vengono commercializzati direttamente presso investitori al dettaglio, organizzazioni religiose e fondi municipali, spesso attraverso reti della diaspora e appelli alla solidarietà.

    Il materiale promozionale della DCI all'epoca dell'approvazione in Lussemburgo non lasciava dubbi sul suo scopo: sostenere il bilancio di guerra di Israele. Secondo il sito web e la pagina Instagram di DCI, dal 7 ottobre 2023 le obbligazioni israeliane hanno raccolto 7,7 miliardi di dollari per il governo israeliano.

    I proventi derivanti da queste emissioni confluiscono nelle casse israeliane come finanziamenti generali senza vincoli, in un momento in cui la spesa militare del Paese è balzata da circa il 20% a oltre il 30% della spesa pubblica totale.

    Un rapporto dettagliato pubblicato il mese scorso, redatto da un team di giuristi, economisti e specialisti in regolamentazione finanziaria e presentato alla conferenza di Amnesty International in Lussemburgo, illustra i rischi che le obbligazioni israeliane comportano per il Granducato e per gli investitori.

    Secondo il rapporto, la strategia di marketing di DCI sfrutta il sentimento politico ed emotivo, oscurando numerose problematiche finanziarie e legali. Nonostante i documenti finanziari ufficiali di Israele depositati negli Stati Uniti segnalino una grave contrazione economica, la DCI assicura agli acquirenti un'economia "resiliente" pronta a superare le prestazioni delle altre nazioni sviluppate.

    Il rapporto definisce questo fenomeno un "premio patriottico": l'idea che gli acquirenti, motivati ??dalla solidarietà piuttosto che da calcoli finanziari, accettino rendimenti ben al di sotto di quanto il rischio effettivamente giustifichi.

    Un investitore che prestasse denaro all'Ucraina per un anno, ad esempio, richiederebbe un rendimento di circa il 25%; per la Russia, circa il 15%. In breve, prestare denaro a paesi in guerra di solito si traduce in alti rendimenti per gli investitori. Ma le obbligazioni israeliane rendono circa il 4%, nonostante il Paese sia in guerra e registri un deficit di quasi il 7% del PIL.

    Secondo gli autori, questo divario non viene colmato da solidi principi economici, bensì dal sentiment di mercato, e i piccoli investitori si assumono rischi di cui non sono mai stati adeguatamente informati.

    Il Lussemburgo sta ignorando il diritto internazionale?

    Il quadro giuridico del rapporto si basa su tre provvedimenti provvisori emessi dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel 2024, ognuno dei quali conferma la plausibilità che Israele stia commettendo un genocidio, sebbene il procedimento principale sia ancora in corso. Cita inoltre il parere consultivo della CIG del luglio 2024, che ha imposto a tutti gli Stati l'obbligo di non assistenza e di non cooperazione nei confronti dell'occupazione illegale da parte di Israele.

    "La negoziazione di obbligazioni israeliane sui mercati dell'UE costituisce innegabilmente una grave violazione del diritto internazionale", ha dichiarato a MEE Shahd Hammouri di Law for Palestine, uno dei relatori principali della conferenza. "Questo atto non può essere giustificato facendo riferimento a considerazioni finanziarie o burocratiche."

    Hammouri si è spinta oltre, sostenendo che l'autorità di vigilanza finanziaria del Lussemburgo possedeva gli strumenti necessari per rifiutare la richiesta, ma ha scelto di non utilizzarli:

    "Il Lussemburgo aveva la facoltà discrezionale, ai sensi del regolamento sui prospetti, di rifiutare l'approvazione ogniqualvolta sussistessero rischi sistematici per l'interesse pubblico, la pace e il mantenimento di un regime illegittimo. Non esercitare tale facoltà in presenza di un grave rischio di complicità costituisce una chiara violazione dei propri doveri."

    L'aspetto più rilevante, secondo Hammouri, è la possibilità che ne derivi una responsabilità penale personale: "Agevolando la gestione dei proventi fungibili derivanti dalle obbligazioni israeliane, il Lussemburgo si rende complice di atti di genocidio... e coloro che hanno preso la decisione di approvare il prospetto informativo sono a tutti gli effetti penalmente responsabili".

    I paralleli storici con l'Apartheid

    Il rapporto traccia un esplicito parallelo storico con il passato del Lussemburgo. Tra il 1967 e il 1975, la Kredietbank Luxembourg concesse prestiti per circa 625 milioni di dollari al Sudafrica dell'apartheid, mentre i titoli di debito del regime venivano quotati alla Borsa del Lussemburgo.

    La risposta internazionale culminò infine nel Comprehensive Anti-Apartheid Act statunitense del 1986, che proibiva esplicitamente l'acquisto di titoli di debito pubblico sudafricani. "Il quadro normativo odierno è sostanzialmente più solido", osserva il rapporto, "essendo ancorato a sentenze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia piuttosto che a pressioni politiche".

    La contraddizione è accentuata dal fatto che il Lussemburgo ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina il 22 settembre 2025, appena tre settimane dopo l'approvazione del prospetto obbligazionario da parte della CSSF.

    'L'inazione non è un'opzione'

    La conferenza di Amnesty International in Lussemburgo, tenutasi il 18 maggio 2026, ha riunito oltre 200 persone, tra cui Albanese, l'economista politico Shir Hever, la senatrice irlandese Alice-Mary Higgins e diversi parlamentari lussemburghesi. L'incontro ha generato cinque richieste di intervento concrete, da attuare entro sei-dodici mesi.

    La scadenza più urgente è quella di settembre 2026, data in cui i prospetti obbligazionari vengono rinnovati su base annuale. La senatrice Higgins, tra i politici che contribuirono a forzare il trasferimento iniziale dei titoli fuori dall'Irlanda, ha chiarito che né Dublino né il Lussemburgo dovrebbero agevolare il prossimo rinnovo: "Queste autorità dispongono di strumenti che dovrebbero utilizzare per garantire che queste obbligazioni non vengano rinnovate a settembre". Se ciò accadesse e nessun altro Paese dell'UE accettasse di approvare i titoli, questi non potrebbero più essere venduti nel blocco comunitario.

    Higgins ha inoltre criticato apertamente la tendenza dei governi a trincerarsi dietro l'indipendenza dei propri organi di regolamentazione: "Il governo vorrebbe negare ogni responsabilità affermando che l'indipendenza dell'autorità competente significa 'non possiamo fare nulla'. Questa non è una posizione accettabile".

    Franz Fayot, deputato lussemburghese del partito di centrosinistra LSAP, ha dichiarato alla conferenza che il suo team ha pubblicato due pareri legali — uno redatto da studiosi dell'Università del Lussemburgo e l'altro dall'Università di Utrecht nei Paesi Bassi — ed entrambi concludono che le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele sono fuori discussione e che l'inazione del Lussemburgo non è un'opzione.

    "È inoltre affermato in modo molto chiaro che il Lussemburgo ha ancora oggi la possibilità di agire economicamente attraverso le sanzioni, ma anche di intervenire tramite il suo settore finanziario. Questa è la grande leva di cui disponiamo", ha spiegato Fayot, promettendo un dibattito parlamentare organizzato insieme ai Verdi e al partito Déi Lénk (Sinistra) per presentare proposte di legge concrete.

    Elusione politica e cavilli tecnici

    Il governo di coalizione di centro-destra del Lussemburgo ha finora risposto alle pressioni con una strategia elusiva. Interrogati in parlamento alla fine di maggio 2026, i ministri si sono rifiutati di chiarire se l'approvazione della CSSF del settembre 2025 comportasse responsabilità internazionali per lo Stato, invocando la totale indipendenza dell'organismo di vigilanza.

    La stessa linea è stata mantenuta di fronte alle proteste di piazza. Quando gli attivisti della neonata campagna Stop Israel Bonds hanno manifestato davanti al Ministero delle Finanze, l'ufficio del ministro Gilles Roth si è limitato a rilasciare una nota dichiarando che "la CSSF è l'autorità competente". Una posizione speculare a quella fornita ai giornalisti nel febbraio 2026.

    La CSSF, dal canto suo, ha sempre sostenuto che il proprio ruolo sia puramente tecnico e limitato a verificare la completezza, la coerenza e la comprensibilità delle informazioni contenute nel prospetto degli Israel Bonds, specificando che l'approvazione non costituisce un giudizio sulla solvibilità dell'emittente o sul merito finanziario dell'operazione.

    I critici considerano questa difesa insostenibile. Parlando con MEE, Anas Obeidat, attivista residente in Lussemburgo e coautore del rapporto, lo ha affermato senza mezzi termini:

    "Nascondersi dietro cavilli tecnici non esonera dalle responsabilità. I meccanismi di distanziamento legale e finanziario non possono essere usati come scudo per sottrarsi alle proprie responsabilità per ciò che sta accadendo nei Territori Palestinesi Occupati e per il ruolo del Lussemburgo nel facilitare il finanziamento dei crimini di guerra".

    Il paradosso della capitale europea dell'ESG

    C'è un'ulteriore dimensione che sta mettendo in forte imbarazzo il settore finanziario del Granducato. Il Lussemburgo ha investito massicciamente per posizionarsi come il polo di riferimento europeo per la finanza sostenibile e gli investimenti ESG (ambientali, sociali e di governance).

    Il Fondo pensionistico statale norvegese, la cui lista di esclusione fa da bussola per la comunità ESG globale, ha già disinvestito dalle società legate all'occupazione illegale, seguito da diverse altre istituzioni finanziarie europee. Al contrario, il fondo pensionistico pubblico del Lussemburgo (Fonds de Compensation) continua a investire in diverse società incluse nel database delle Nazioni Unite che elenca le imprese a sostegno degli insediamenti israeliani.

    "Il Lussemburgo è il più grande polo ESG d'Europa", si legge nel rapporto, e l'approvazione del prospetto degli Israel Bonds "mette a dura prova, sia a livello reputazionale che politico, questa posizione".

    Secondo Shahd Hammouri, un cambio di rotta sarebbe epocale: "Un movimento politico in Lussemburgo che regoli il settore finanziario in modo da rendere impossibile trarre profitto da gravi violazioni in contesti di guerra sarebbe rivoluzionario per l'economia globale".

    Scadenza imminente: cosa succederà a settembre?

    Secondo alcune fonti, in Lussemburgo si sta preparando una causa contro la CSSF basata sulla presunta mancata protezione degli investitori da rischi non adeguatamente segnalati nel prospetto, ricalcando l'azione legale intentata a Dublino contro la Banca Centrale d'Irlanda prima del trasferimento dei titoli.

    La campagna "Stop Israel Bonds", lanciata durante la conferenza di maggio, sta coordinando le pressioni della società civile tra Lussemburgo, Irlanda e l'intera Unione Europea. L'obiettivo esplicito è impedire che, in caso di mancato rinnovo in Lussemburgo, i titoli vengano semplicemente trasferiti in Germania o in un altro Paese compiacente.

    La scadenza di settembre 2026 è ormai vicina. Resta da vedere se il governo del Lussemburgo continuerà a dichiararsi impotente o se il parlamento, la società civile e il peso del diritto internazionale imporranno una decisione diversa prima del rinnovo del prospetto informativo.

    Come dichiarato a MEE da Martina Patone, coautrice del rapporto: "Quanto scritto in questo documento non è sconosciuto ai governi europei. Mantenerlo nero su bianco servirà a ricordare alle generazioni future ciò che è stato fatto e a smascherare, nel presente, coloro che hanno scelto di non agire".

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    Trump non è il salvatore: dall’illusione messianica alla sua demenza

    Se ne sono accorti perfino nell'ex Persia.L'Iran infatti ha aggiunto psicologi senior al suo team di negoziatori per rivedere le bozze delle comunicazioni prima che fossero inviate a Trump.Il motivo è semplice: "Riconosciamo che abbiamo a che fare con un individuo mentalmente incapace. Abbiamo fatto lavorare psicologi senior per elaborare un profilo psicologico di quello ...continua a leggere "Trump non è il salvatore: dall’illusione messianica alla sua demenza"
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    Approvata l’acquisizione di Paramount da parte di Warner Bros per 110 miliardi

    Il Grande Fratello è sempre più vicino.La Divisione Antitrust del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha dato il via libera alla fusione che unirà Paramount (CBS) e Warner Bros. Discovery, colosso che include HBO, CNN, TBS, Food Network, HGTV e lo storico studio cinematografico Warner Bros.Il miliardario della tecnologia e dichiarato sionista Larry Ellison ...continua a leggere "Approvata l’acquisizione di Paramount da parte di Warner Bros per 110 miliardi"
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    La vendita di perdoni di Trump

    La clemenza sotto Donaldo non riguarda la giustizia, ma la narrazione e soprattutto il denaro.Il 96% delle concessioni di clemenza di don il Demente sono andate a persone che non rispettavano le linee guida del DOJ. Solo l'1% dei destinatari della clemenza dell'altro coglione Biden ha violato le stesse regole.Reuters ha identificato 290 influencer che ...continua a leggere "La vendita di perdoni di Trump"
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    Storia esoterica d’Italia: dalle origini pitagoriche al Novecento

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    Quando pensiamo all’Italia, l’immaginario globale evoca immediatamente due concetti: la classicità dell’Impero Romano e il cuore pulsante del Cristianesimo cattolico. Eppure, sotto le navate delle basiliche, dietro le facciate dei palazzi rinascimentali e nelle piazze delle nostre città, scorre un fiume sotterraneo e ininterrotto che racconta un’altra storia. L’Italia non è stata soltanto la culla del potere papale, ma è stata, per oltre due millenni, il più grande laboratorio alchemico, magico e filosofico dell’intero Occidente. La storia esoterica d’Italia è una contro-storia dell’anima europea. Dalle scuole misteriche dell’antichità alle accademie segrete fiorentine, passando per i poeti medievali e i circoli

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    Vertice Russia-ASEAN 2026: gli artefici di un nuovo modello di sviluppo globale in un mondo multipolare

     

     

    di Michele Merlo


    Dal 17 al 19 giugno 2026 si terrà a Kazan il quinto vertice Russia-ASEAN, in occasione del 35° anniversario dell'instaurazione delle relazioni commerciali ed economiche tra la Federazione Russa e l'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. All'evento parteciperanno i capi di Stato e di governo dei paesi dell'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e, con ogni probabilità, anche il presidente russo Vladimir Putin. Questo incontro costituirà una tappa fondamentale nella definizione di un nuovo modello di sviluppo globale, in grado di rispondere alle esigenze progressive di un mondo multipolare in un contesto di rapida trasformazione dell’economia mondiale.

    Il partenariato tra la Russia e l’ASEAN vanta una lunga storia: 35 anni di interazione economica ininterrotta creano una solida base per la cooperazione strategica. L’ASEAN è un’organizzazione intergovernativa regionale fondata nel 1967. Ne fanno parte 11 paesi: Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Filippine, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar, Cambogia e Timor Est. Il territorio di questi Stati conta oltre 670 milioni di abitanti e il PIL complessivo raggiunge quasi i 10.000 miliardi di dollari. Si tratta di una delle regioni in più rapida crescita al mondo. Il vertice di Kazan è chiamato non solo a confermare questa solida base, ma anche a dare nuovo slancio alla cooperazione nei settori del commercio, degli investimenti, della sicurezza e dello sviluppo sostenibile. La portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, Maria Zakharova, ha dichiarato al Forum economico di San Pietroburgo: «Il vertice Russia-ASEAN di giugno indicherà al mondo la via verso il futuro». Secondo lei, questa via è direttamente collegata alla multipolarità e alla policentricità delle relazioni internazionali.

     

    La priorità chiave del vertice sarà il Nuovo piano di cooperazione 2026-2030, che definirà le priorità dell’interazione della Russia con i paesi del Sud-Est asiatico per i prossimi anni nei seguenti ambiti:

    - Rafforzamento della cooperazione globale tra la Russia e l’ASEAN;

    - Definizione di nuovi contorni di interazione in formati bilaterali e multilaterali;

    - Garanzia di un approfondimento dell'interconnessione economica;

    - Risposta congiunta alle sfide della sicurezza regionale.

     

    Gli orientamenti a lungo termine del partenariato in materia di politica, sicurezza, economia, scienza e cultura contribuiscono a stabilizzare le turbolenze in un contesto internazionale caotico. Particolare attenzione sarà dedicata alle questioni economiche nel contesto della trasformazione dell’economia mondiale, dove i paesi dell’ASEAN dimostrano «un fantastico modello di cooperazione basato sul rispetto reciproco degli interessi». Gli Stati dell'ASEAN sono stati tra i primi a dimostrare un formato unico di cooperazione, che tiene conto degli interessi di ciascun partecipante e apporta benefici sia ai singoli paesi che all'intera regione.  I paesi hanno abbandonato la logica del «chi è più forte ha ragione», concentrandosi invece sulla creazione e sulla ricerca di soluzioni alle sfide globali attraverso lo sviluppo di una rete di centri di influenza su un piano di parità. Il forum d’affari “a margine” dell’evento creerà una piattaforma per l’interazione diretta tra imprese, investimenti e progetti concreti nel campo del commercio e della cooperazione tecnologica. La Russia offre ampie opportunità ai rappresentanti della comunità imprenditoriale straniera, tra cui l’accesso a un mercato ampio e stabile, catene logistiche vantaggiose, nonché lo scambio di tecnologie nei settori dell’IT, dell’energia, della logistica, dell’industria farmaceutica, del complesso militare-industriale e in altri settori.

    Il quinto vertice Russia-ASEAN a Kazan costituirà una tappa importante nella formazione di un nuovo modello di sviluppo globale, in cui la multipolarità e la policentricità non sono solo concetti, ma principi pratici delle relazioni internazionali, dimostrando un percorso progressista verso la prosperità comune, basato sul rifiuto della logica del dominio e creando un'alternativa a un mondo “fondato sulle regole”… del bullismo.

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    Alberto Negri: "La Signora Meloni mi deve spiegare perché le sanzioni alla Russia o all'Iran vanno bene e ad Israele no?"

     

    "Storia in diretta" di Loretta Napoleoni

    con Alberto Negri, 13 giugno 2026

     

     

    C'è un momento, in questa intervista per l'AntiDiplomatico di Loretta Napoleoni, in cui Alberto Negri – inviato di guerra per quarant'anni – dice una cosa che farebbero bene a tenere a mente tutti i nostri «deliranti commentatori»: «A me la lacrimuccia non scappa. Mi scappano altre considerazioni». Il bersaglio grosso, all'inizio, è Donald Trump. Negri lo definisce senza mezzi termini: «Un neuropatico» che una volta dice una cosa e due ore dopo ne dice un'altra. «Stiamo parlando in una situazione in cui il più importante leader del mondo non è in grado di essere presente a se stesso», taglia corto. E poi l'affondo: «Un uomo disperato, sull'orlo di una crisi di nervi».

    Le radici del disastro: Obama e Hillary Clinton

    Ma attenzione, precisa Negri: «Il neuropatico Trump è il prodotto di quello che è successo prima». E qui il mirino si sposta su Barack Obama, definito «un incapace totale, una delle più grosse disgrazie che siano capitate ai democratici. Ha fomentato le primavere arabe, li ha condotti in guerra, non è stato capace di sistemare l'Iraq, ha allargato il conflitto alla Siria». Poi la stoccata finale su Hillary Clinton che nel 2011, da segretaria di Stato in visita alla Farnesina, «ridacchiava sgangheratamente» annunciando: «Lo andremo a prendere e lo faremo fuori», riferendosi a Gheddafi.

    Altro punto cruciale dell'intervista è la denuncia del doppio standard occidentale. Negri smonta l'ipocrisia con un esempio secco: «La signora Meloni ha giustificato il fatto di non aderire a una sospensione dell'accordo di associazione di Israele all'Unione Europea perché dice non si può punire un intero popolo. Benissimo, ha ragione. Però mi deve spiegare perché le sanzioni alla Russia vanno bene, perché le sanzioni all'Iran vanno bene, perché là non ci sono dei popoli o ci sono dei governi o dei regimi secondo lei, ma non ci sono dei popoli». Due pesi e due misure.

    Gaza, Libano, Cisgiordania: l'Europa che non c'è

    Poi c'è Gaza, il Libano, la Cisgiordania. Non statistiche. Persone che muoiono senza medicine, con le bende tagliate a metà. E un'Europa che, secondo Negri, ha perso ogni influenza. Colpevoli? «La Germania, che ha voluto l'allargamento dell'UE solo per motivi economici. La Francia, che in Libia si è comportata in maniera criminale». Il bilancio, per l'Occidente, è spietato: «I tedeschi non hanno vinto la Prima Guerra Mondiale, hanno perso la seconda e perdono anche la terza, quella che combattiamo tutti noi europei adesso».

    L'affondo finale è sul cosiddetto «Board of Peace» di Trump: «Due ubriaconi come Milei e Orbán che si abbracciavano cantando 'Blueberry Hill' di Elvis Presley. Questo è il livello che ci assicura Trump».

     

    GUARDA L'INTERVISTA COMPLETA:

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    Il Ministro della Difesa britannico si dimette in polemica sulla spesa militare

     

    di Francesco Fustaneo

     

    I nodi vengono sempre al pettine. Oltremanica, gliannunci di incremento della spesa per gli armamenti, spinti dai nuovi target della NATO, si sono infranti contro il realistico muro dei conti pubblici da mantenere in ordine. Perché se investi maggiori somme per finalità belliche – poco importa se le chiami “difesa” – da qualche parte devi operare dei tagli, e non sempre è possibile.

    Si può riassumere così la motivazione che ha portato il ministro della Difesa del Regno Unito, John Healey, a dimettersi improvvisamente giovedì, in aperto disaccordo con il governo sulla futura spesa militare. Le sue dimissioni gettano nuovi dubbi sulla tenuta dell’esecutivo presieduto dal primo ministro Keir Starmer, già indebolito da sconfitte elettorali e malumori interni al partito.

    Nella lettera di dimissioni, Healey ha dichiarato che il piano di investimenti per la difesa fino al 2035 è “ampiamente insufficiente” in un periodo di crescenti minacce globali. Ha accusato il Tesoro di essere “riluttante” e il premier di essere “incapace” di garantire le risorse necessarie, sottolineando che gli aumenti previsti entro il 2030 sarebbero “trascurabili” rispetto agli impegni già presi per il 2027.

    Oltre a Healey, apprendiamo dalla stampa inglese che si sono dimessi anche il ministro delle Forze Armate, Al Carns, e la consigliera Pamela Nash. Al suo posto, Starmer ha nominato Dan Jarvis, un ex ufficiale dell’esercito.

    Le dimissioni arrivano mentre il Regno Unito è sotto pressione per adeguarsi ai nuovi target della NATO, che chiedono agli alleati di spendere il 3,5% del PIL in difesa entro il 2035. A complicare il quadro, la scarsità di risorse pubbliche e il braccio di ferro tra ministeri: Energia, ad esempio, spinge per non tagliare gli investimenti sul clima a favore della difesa.

    Per Starmer, già in difficoltà dopo le sconfitte elettorali e le voci di una possibile sfida alla leadership (con il sindaco di Manchester, Andy Burnham, in attesa di un seggio parlamentare), la perdita di un fedelissimo come Healey rappresenta un duro colpo. L’ex ministro godeva di ottimi rapporti con gli alleati europei, in particolare con il collega tedesco Boris Pistorius.

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    Il 12 giugno e la distruzione dell'URSS: le origini profonde dello scontro con la NATO


    di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

     

    12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.

    Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.

    In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.

    A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all'incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Chubajs. Proprio come l'accumulazione originaria nell'Inghilterra dei secoli XV e XVI, descritta da Marx come fondata sul sangue, la violenza, la privazione dei mezzi di sussistenza di milioni di contadini e l'appropriazione fraudolenta delle proprietà comuni, così nella Russia di quegli anni si assistette alla rapina “legalizzata” delle proprietà statali tramite i cosiddetti “voucher di privatizzazione”, con cui pezzi dell'apparato di partito e dello stato misero le mani sulle imprese, lasciando sul lastrico milioni di lavoratori.

    A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell'età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all'economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI. Non si può dimenticare come quello che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l'economista americano Jeffrey Sachs, fosse all'epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”. Un'era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

    Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell'industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.

    Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d'ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa. Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.

    Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi. In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, forse molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev. Se quest'ultimo ha condotto l'ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni '50 – si è scritto ripetutamente -  che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all'Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi '900 per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni '90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.

    L'accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni '90, con l'assorbimento via via degli ex stati socialisti d'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.

    Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l'improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l'inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-'18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza. Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell'attuale conflitto in Ucraina: dato che ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.

    Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell'Intesa e dell'Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell'articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall'altra. Perché, evidentemente, secondo il signor Imarisio, non è altro che Vladimir Putin che avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l'attentato di Sarajevo. Quello che c'è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l'accerchiamento militare della NATO.

    Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare, ancora una volta, le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l'inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l'intervento di altri mezzi». La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l'accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l'aggredito” e a maledire “l'aggressore”.

    La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l'inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell'aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l'altro si è difeso». Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie europee per il 2030.

    «Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».

     

    PS: Quando il signor Imarisio scrive che «Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro... i moscoviti «non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni», si tratta di una constatazione alquanto soggettiva. Altrettanto soggettivamente, si può osservare che non pochi moscoviti vivono in dacha ormai da anni, praticamente dall'epoca del Covid e vi trascorrono in permanenza tutti i 12 mesi, recandosi in città solo per acquisti o necessità urgenti. Va da sé che ciò dipende dalle possibilità economiche e lavorative individuali e anche da come la dacha sia attrezzata per sopportare il clima russo e consentire di svernarvi.

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    Simboli esoterici: significato, origine e interpretazione dei principali simboli

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    Cosa sono i simboli esoterici? Prima di addentrarci nell’analisi dei singoli glifi e nelle loro geometrie nascoste, è essenziale rispondere a una domanda fondamentale: cosa sono i simboli esoterici e perché, a distanza di millenni, continuano a esercitare su di noi un fascino così magnetico? Molto spesso li liquidiamo come semplici “disegni” misteriosi, ma la realtà è molto più complessa. La differenza fondamentale tra segno e simbolo Per comprendere a fondo la materia, dobbiamo prima tracciare una linea di demarcazione netta tra un segno e un simbolo. Un segno è un’indicazione pratica con un solo significato chiaro e bidimensionale. Un

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    Il Palazzo Rosso

    di Camillo Acquilino

    Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

    Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

    Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.

    OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.

    La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.

    Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.

    Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.

    Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.

    Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio….

    In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori ….

    L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU  (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.

    I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.

    L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati.  Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.

    Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano cha avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.

    Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.

    Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.

    Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.

    L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta.  Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .

    Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.

    Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato  alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.

    Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.

    Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.

    Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.

    Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.

    Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.

    Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.

    L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.

    Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.

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    Cos’è l’esoterismo? Significato, storia e interpretazione psicologica

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    Cos’è l’esoterismo? Ogni volta che pronunciamo la parola “esoterismo”, l’immaginario collettivo corre immediatamente verso scenari oscuri: rituali segreti in castelli abbandonati, complotti globali o pratiche di magia superstiziosa. Eppure, se ci fermiamo ad analizzare la storia delle idee, il significato dell’esoterismo è qualcosa di molto più profondo, luminoso e intimamente legato alla natura umana. Il termine deriva dal greco esoterikos, che letteralmente significa “interno” o “riservato a chi è dentro”. Nell’antichità, filosofi come Pitagora o Platone dividevano i propri insegnamenti in due categorie: l’insegnamento essoterico (rivolto alla massa, comprensibile e pubblico) e quello esoterico (riservato a una cerchia ristretta di

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    Edgar Morin è vivo e lotta insieme a noi. Il pensiero della complessità antidoto al riduzionismo bellicista

    Edgar Morin è stato uno dei maggiori intellettuali del ‘900 e del primo quarto del secolo in corso, ma illuminerà ancora il futuro. Queste righe, scritte tra la sua morte avvenuta il 29 maggio scorso e il 105esimo compleanno che sarebbe stato il prossimo 8 luglio, non possono certamente ricostruirne la vita e l’opera monumentale [...]

    L'articolo Edgar Morin è vivo e lotta insieme a noi. Il pensiero della complessità antidoto al riduzionismo bellicista proviene da Movimento Nonviolento.

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    Negoziati, missili e Hormuz: la partita decisiva tra USA e Iran

    La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase estremamente delicata, in cui diplomazia e confronto militare si intrecciano in modo sempre più evidente. Da un lato, il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ormai vicino; dall'altro, le autorità iraniane respingono tali affermazioni come una combinazione di realtà e propaganda destinata a costruire l'immagine di una vittoria diplomatica USA e allontanare gli spettri di una sconfitta strategica. Secondo fonti iraniane, il testo di una possibile intesa non è stato ancora approvato e restano aperte questioni fondamentali. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha confermato che gran parte del documento sarebbe ormai definita, ma ha sottolineato che le continue modifiche e i cambiamenti di posizione di Washington continuano a ostacolare il processo.

    Teheran insiste sul fatto che qualsiasi accordo dovrà rispettare le proprie "linee rosse" strategiche e includere meccanismi di risposta immediata nel caso di future violazioni statunitensi. Le tensioni sono state alimentate dagli ultimi scontri militari nel Golfo Persico. Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno condotto attacchi contro obiettivi nella provincia iraniana di Hormozgan e lungo la costa meridionale del Paese, giustificandoli come operazioni necessarie per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. Le autorità iraniane sostengono invece che tali azioni rappresentino una violazione del cessate il fuoco raggiunto ad aprile e una dimostrazione della persistente ostilità USA. Particolarmente controversi sono stati gli attacchi contro infrastrutture civili. Secondo le autorità locali, due serbatoi idrici nella contea di Sirik sarebbero stati colpiti dai bombardamenti statunitensi, provocando l'interruzione della fornitura di acqua potabile a oltre 20.000 persone in piena estate. Teheran ha denunciato l'episodio come una grave violazione del diritto internazionale. La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato attacchi missilistici e con droni contro installazioni militari statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, oltre all'abbattimento di un drone MQ-9 Reaper nei pressi dello Stretto di Hormuz.

    Secondo Teheran, tali operazioni dimostrano che le capacità militari della Repubblica Islamica restano pienamente operative, smentendo le dichiarazioni di Trump secondo cui le forze armate iraniane sarebbero state "completamente distrutte". Lo scontro narrativo è diventato ormai parte integrante della crisi. Mentre Trump afferma che l'Iran sarebbe vicino ad accettare le condizioni nordamericane, i dirigenti iraniani sostengono che Washington abbia dovuto ritirare alcune richieste avanzate nelle ultime settimane attraverso la mediazione del Qatar, dopo il fallimento delle pressioni militari e diplomatiche esercitate su Teheran. Al centro della contesa rimane però lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota cruciale del commercio energetico mondiale. L'Iran ha annunciato la chiusura completa del passaggio marittimo fino a nuovo ordine, trasformando la questione in una sfida strategica globale. Numerosi analisti occidentali riconoscono ormai che gli Stati Uniti non dispongono di una soluzione semplice per garantire il controllo della rotta senza tenere conto dell'influenza iraniana. Esperti di politica internazionale e centri di ricerca occidentali evidenziano come la geografia rappresenti uno dei principali strumenti di deterrenza di Teheran.

    Missili, droni, capacità asimmetriche e la posizione dominante lungo le coste del Golfo consentono all'Iran di esercitare una pressione costante sui traffici energetici e commerciali internazionali. Le conseguenze economiche sono già visibili. L'incertezza sulla sicurezza dello Stretto ha alimentato la volatilità dei mercati energetici e contribuito all'aumento dei prezzi del petrolio. Secondo alcune stime citate dalla stampa USA, il conflitto avrebbe già generato costi significativi per le famiglie statunitensi attraverso il rincaro dei carburanti e dell'energia. In questo contesto, Washington appare stretta tra due opzioni entrambe problematiche: proseguire l'escalation militare, con il rischio di aggravare i costi economici e geopolitici del confronto, oppure accettare una de-escalation negoziata che richiederebbe concessioni difficili da giustificare sul piano politico interno. Per il momento, nonostante le dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca, un accordo definitivo sembra ancora lontano. Le ultime settimane hanno mostrato come il confronto tra Stati Uniti e Iran non sia più soltanto una disputa sul programma nucleare, ma una più ampia competizione strategica per il controllo degli equilibri regionali, delle rotte energetiche e dell'assetto geopolitico del Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz si conferma così il punto nevralgico di una crisi che continua ad avere implicazioni ben oltre i confini del Golfo Persico.


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    La narrativa del declino russo si scontra con la realtà del campo di battaglia

    Mentre gran parte dei media occidentali continua a descrivere la Russia come un attore in difficoltà sul campo di battaglia, gli sviluppi delle ultime settimane raccontano una realtà più complessa e, per molti aspetti, diversa da quella proposta dalla narrativa dominante. Secondo il ministero della Difesa russo, nell'ultima settimana le forze di Mosca hanno assunto il controllo di cinque nuovi insediamenti tra la regione di Kharkov e la Repubblica Popolare di Donetsk: Shevchenko, Okhrimovka, Khimik, Roskoshnoye e, più recentemente, Priyut. Si tratta di avanzate che confermano il mantenimento dell'iniziativa operativa russa lungo diversi settori del fronte e che smentiscono l'immagine di un esercito bloccato o in ritirata. L'evoluzione militare si accompagna a un cambiamento politico e strategico sempre più evidente.

    A Mosca cresce infatti la convinzione che il conflitto sia entrato in una nuova fase, caratterizzata da una progressiva escalation e da una revisione delle regole d'ingaggio adottate finora. A segnare questo passaggio è stato soprattutto l'attacco contro il dormitorio del collegio pedagogico di Starobelsk, che ha provocato la morte di almeno 21 persone, in gran parte giovani studentesse. Il regime di Kiev ha sostenuto che l'edificio ospitasse personale militare russo, ma Mosca respinge categoricamente questa versione e afferma che non sono mai state presentate prove a sostegno dell'accusa. L'episodio ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica russa e sulla leadership del Cremlino. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'attacco un atto terroristico e ha ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza in scuole, università, strutture sociali e infrastrutture civili in tutto il Paese. Nello stesso intervento ha accusato gli avversari della Russia di non esitare a colpire obiettivi civili.

    La tensione è stata ulteriormente alimentata da un altro attacco ucraino contro un museo di Sebastopoli, in Crimea, che custodiva il celebre panorama "La Difesa di Sebastopoli" del pittore Franz Roubaud. Secondo le autorità locali, l'opera sarebbe stata quasi completamente distrutta dall'incendio provocato dall'impatto di un drone. In questo contesto, da Mosca emerge una linea sempre più dura. Diversi analisti e osservatori vicini agli ambienti strategici russi sostengono che il Cremlino consideri ormai superata la fase della cosiddetta "operazione limitata". L'obiettivo dichiarato resta quello di colpire le strutture politico-militari responsabili delle decisioni operative ucraine, ma con una disponibilità crescente ad ampliare la pressione sui centri decisionali di Kiev. Secondo questa interpretazione, i recenti attacchi missilistici contro la capitale ucraina non rappresentano soltanto operazioni militari, bensì un messaggio politico preciso: se continueranno gli attacchi contro il territorio russo, le infrastrutture strategiche e la popolazione civile, la risposta di Mosca sarà sempre più diretta e intensa.

    La leadership russa presenta questa strategia come una logica di deterrenza fondata sul principio della reciprocità. In altre parole, ogni escalation da parte ucraina sarebbe destinata a generare una risposta ancora più severa da parte russa, spostando progressivamente il conflitto verso i centri nevralgici del potere del regime di Kiev. Al di là delle interpretazioni politiche, un dato appare difficilmente contestabile: dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia continua a conquistare territorio, mantiene una significativa capacità offensiva e non mostra segnali di collasso militare. Le nuove avanzate nel Donbass e nella regione di Kharkov, unite all'intensificazione delle operazioni missilistiche a lungo raggio, indicano che Mosca conserva risorse, capacità industriali e margini operativi ben superiori a quelli spesso descritti nel dibattito mediatico occidentale. Questo non significa che la Russia sia vicina a una vittoria definitiva o che l'Ucraina sia sul punto di cedere. Significa però che la rappresentazione di una Russia ormai esausta e in costante arretramento non trova conferma negli sviluppi più recenti del conflitto.


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    Cina-Corea del Nord, il ritorno dell’asse socialista nell’Asia-Pacifico

    La visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping in Corea del Nord segna uno dei più importanti sviluppi geopolitici dell'Asia nord-orientale degli ultimi anni. Il viaggio, conclusosi il 9 giugno e organizzato in occasione del 65° anniversario del Trattato di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca tra Pechino e Pyongyang, è stato il primo del leader cinese nella Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 2019. L'accoglienza riservata a Xi Jinping da Kim Jong Un ha avuto un forte valore simbolico, ma il significato dell'incontro va ben oltre la dimensione protocollare. In un contesto internazionale segnato dalla crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti, dalla guerra in Ucraina e dal consolidamento delle partnership eurasiatiche, il vertice ha mostrato la volontà di Pechino e Pyongyang di elevare la cooperazione a un nuovo livello. Durante i colloqui ufficiali, Xi ha proposto di rafforzare il coordinamento strategico, ampliare la cooperazione economica, agricola e commerciale, incrementare gli scambi diplomatici e sviluppare ulteriormente la collaborazione nei settori della sicurezza, delle forze armate, dell'istruzione, della cultura e dei media. Kim Jong Un ha risposto dichiarandosi pronto a portare le relazioni bilaterali su una "nuova e più alta fase qualitativa".

    Particolarmente significativa è stata la composizione della delegazione cinese. Accanto al ministro degli Esteri Wang Yi erano presenti il ministro della Difesa Dong Jun e importanti responsabili economici e commerciali. La presenza del capo della Difesa rappresenta un segnale rilevante: è la prima volta dal 1992 che un ministro della Difesa cinese accompagna il presidente della Repubblica Popolare in una visita ufficiale a Pyongyang. Un altro elemento che ha attirato l'attenzione degli osservatori è stata l'assenza di qualsiasi riferimento alla denuclearizzazione della penisola coreana. Per anni questo tema aveva rappresentato una componente centrale della diplomazia cinese verso la Corea del Nord. Oggi, invece, Pechino sembra attribuire priorità alla stabilità strategica regionale e al consolidamento delle proprie alleanze piuttosto che alla questione nucleare. Dietro la visita emerge inoltre una più ampia ridefinizione degli equilibri asiatici. Dopo gli incontri avvenuti nelle scorse settimane tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump, il viaggio del leader cinese appare come un'operazione di coordinamento politico tra partner strategici in un momento di forte trasformazione dell'ordine internazionale.

    Gli esperti russi sottolineano come il riavvicinamento tra Cina e Corea del Nord si inserisca in una tendenza positiva iniziata nel 2025 e rafforzata parallelamente alla crescente cooperazione tra Mosca e Pyongyang. Lontano dalle interpretazioni che descrivono una competizione tra Russia e Cina per l'influenza sulla Corea del Nord, gli analisti evidenziano piuttosto una divisione funzionale dei ruoli. La Cina rimane il principale partner commerciale della Corea del Nord, assorbendo esportazioni di materie prime e fornendo beni industriali indispensabili all'economia nordcoreana. La Russia, invece, rappresenta una fonte di risorse energetiche, investimenti, tecnologia e forniture che Pechino preferisce non trasferire. In questo quadro, la Corea del Nord sembra perseguire una strategia di equilibrio. Pur rafforzando i rapporti con la Cina, Pyongyang evita di apparire eccessivamente dipendente da Pechino e continua a valorizzare la propria crescente partnership con Mosca. Non a caso, i media nordcoreani hanno dato grande risalto alla visita di Xi ma hanno evitato di enfatizzare i riferimenti all'espansione della cooperazione militare con la Cina. Per Pechino, tuttavia, il messaggio è chiaro. La Corea del Nord mantiene un valore strategico crescente come elemento di contenimento dell'influenza USA nella regione, soprattutto mentre Corea del Sud e Giappone rafforzano il proprio allineamento con Washington.

    L'incontro di Pyongyang conferma inoltre che il trattato firmato nel 1961 continua a rappresentare l'unico accordo di difesa reciproca formalmente attivo della Cina. Un dato spesso sottovalutato ma che assume oggi un significato particolare nel quadro della competizione globale tra blocchi geopolitici. La visita di Xi Jinping sembra dunque certificare l'emergere di un nuovo triangolo strategico composto da Cina, Russia e Corea del Nord. Pur mantenendo interessi distinti e relazioni non prive di differenze, i tre Paesi condividono una crescente convergenza nel contrastare la pressione occidentale e nel promuovere un ordine internazionale multipolare. In un momento in cui gli equilibri globali stanno rapidamente cambiando, il vertice di Pyongyang appare come un segnale che va oltre la penisola coreana: l'Eurasia continua a consolidare le proprie reti di cooperazione politica, economica e strategica, riducendo progressivamente lo spazio di manovra delle strategie di contenimento promosse dagli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.


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    La Cina non i USA (né si racconta per slogan)

     

     

    di Giovanni Amicarella

     

    Difficile parlare di Cina. O almeno, facile farlo in modo approssimativo, nel bene e nel male.

    Di analisi sulla Cina eccessivamente critiche ci ha ben abituato la presenza fitta e pingue nella stampa “mainstream” di penne particolarmente affilate (e altrettanto ignoranti), con una precisa agenda politica. Di analisi poco profonde, a tratti infantili e speranzose, di una Cina scevra da difetti e criticità ci hanno abituato invece in parte certe branche “antisistema“.

    Da una parte, c'è il vecchio leitmotiv nazionalpopolare distorto e remixato da Washington, per cui qualsiasi cosa venga fuori da una definizione arbitraria di "Occidente" è automaticamente il male. Se prima il male erano i sovietici, e per una parentesi limitata (e poco sentita) sono tornati ad esserlo i russi, adesso il male deve essere necessariamente una potenza che tiene testa alle ultime vestigia dell'Impero (da amante del classico, uso questo termine a malincuore). I cinesi dis-piacciono perché sono comunisti, o perché lo sono troppo poco. A volte dispiacciono per la sorveglianza, ignorando completamente quanto gli apparati di repressione del libero Occidente già abbiano messo le mani su qualsiasi dato in nostro possesso come cittadini.

    Dall'altra, c'è un sentimento che da socialista mi preoccupa terribilmente. È quella vanagloria da circolino ereditata dai momenti di peggiore resa del movimento operaio: guardare a inserire capitale estera. Se il guardare a Mosca ha regalato gioie e dolori, stesso possiamo dire del guardare a Pechino. Inutilmente si sono sprecati i compagni cinesi nello spiegare, anche in diverse lingue, che il loro modello tendente al socialismo non sia esportabile, che si basi su una struttura e sovrastruttura che ha ben poco in comune (seppur vi si possa vedere dei punti di contatto, ci tornerò dopo) con le società europee. Figuriamoci con la "società" statunitense. 

    Oltretutto, ambedue le barricate, che sono ridicolmente basate sulla stessa ignoranza (denigrare e feticizzare, si sa, spesso coincidono) possono dormire sonni tranquilli, come potremo vedere a breve.

    Se c’è una cosa che accomuna l’opera di Fabio Massimo Parenti alle analisi internazionali del CeSEM - Centro Studi Eurasia Mediterraneo, per cui faccio il responsabile comunicazione, è proprio la capacità di dare strumenti di analisi critica, per formare coscienze critiche

    In un'epoca di anestetizzazione sociale, l'unica cura è il tornare a interessarsi delle cose. L'unico modo per portare la gente a interessarsi delle cose è dargli degli strumenti di analisi, che per utilità e prassi vadano oltre agli slogan sputacchiati dal megafono o i video acchiappaclick.

    Attraverso analisi che toccano dalla dimensione confuciana a quella di mercato, da quella geopolitica a quella etnica, il volume, tramite anche le presentazioni che ne sono derivate, ha contribuito a decostruire, a un pubblico sempre numeroso e partecipativo, una serie di preconcetti.

    Il libro nasce dopo alcune riflessioni dall’anno scorso, dopo che la Cina decide di non accettare più i diktat statunitensi, reagendo autonomamente contro l’imposizione dei dazi. Parenti ha così l’ispirazione, radicata anche nel suo interesse della storia cinese, di una Cina che non si fa più usare. Per l’appunto, non si USA.

    Non si usa perché si è già fatta usare, anche troppo.

    Il secolo di umiliazione, in cui le potenze occidentali e vicine ne hanno fatto il bello e cattivo tempo, ha lasciato un principio radicato. Invece di diventare bieco revanchismo, cosa che sarebbe potuta tranquillamente essere, la classe dirigente cinese l’ha saputo trasformare in un esempio pratico di cosa non fare. Per la Cina il punto focale è il mantenimento della stabilità.

    Una stabilità interna, in cui l’ascolto della base e del malcontento (si veda il passaggio graduale verso le rinnovabili, o verso idee come quella della civiltà ecologica) che viene canalizzato in virtù di quello che, la vecchia Cina, avrebbe definito “mandato celeste“. Una capacità di agire nel giusto da parte del governante senza esercitare repressione. Un concetto, se vogliamo, abbastanza analogo alla nostra “pax deorum” di romana memoria.

    Una stabilità esterna, su logica binaria: l’aiuto al mantenimento di stabilità di paesi del ‘siddetto terzo mondo con progetti di infrastrutture e sviluppo, una non ingerenza all’interno dei percorsi ideologici e sociali delle nazioni con cui collaborano, che rientra nella lettura delle comunità umane dal futuro condiviso. Questo penultimo punto è bene ribadirlo ogni tanto, spegne un po' di spauracchi a destra e speranze a sinistra.

    L’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti infatti, siano essi interni o esterni, è visto come un fallimento del governante. Valori che per la Cina non sono certamente una novità, derivando da autori decisamente stagionati: Lao Tsé, Sun Tzu, Confucio. Tutti hanno scritto a loro modo di guerra, con la priorità sempre di sfinire il nemico senza combatterlo direttamente, puntando poi a una pace.

    Quel principio che nello splendido Tao Te Ching, di cui consiglio la lettura visto che l'edizione non commentata è veramente breve e scorrevole, viene definito Wu Wei "lasciar scorrere/non agire". Lasciar sì che non vi sia necessità di forzare gli eventi, che tutto (dalla società, alla geopolitica) segua un ordine naturale delle cose. 

     

    "Quei che volendo tenere il mondo

    lo governa,

    a mio parere non vi riuscirà giammai.

    Il mondo è un vaso sovrannaturale

    che non si può governare:

    chi governa lo corrompe,

    chi dirige lo svia,

    poiché tra le creature

    taluna precede ed altra segue,

    taluna è calda ed altra è fredda,

    taluna è forte ed altra è debole,

    taluna è tranquilla ed altra è pericolosa.

    Per questo il santo

    rifugge dall'eccesso,

    rifugge dallo sperpero,

    rifugge dal fasto." XXIX - Non agire

    L'imperatore romano Marco Aurelio ebbe a dire qualcosa di analogo nei suoi Pensieri (conosciuto anche come Meditazioni, altra lettura consigliata): "Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Renditi conto di questo e troverai la forza". 

    Il governante, insomma, è abile quando riconosce di avere un limite e di sottostare, a sua volta, a un flusso di eventi che non può controllare. 

    Sfruttando questo passaggio per tornare a Occidente, la nostra attenzione alla Cina non va però vista come un'estraneità alle questioni più impellenti sul piano nazionale.

    Su questo il Focus CeSEM "Cina e Unione Europea. Ascesa pacifica e globalizzazione multipolare” (disponibile sul sito del centro), che a Modena è stato presentato assieme all'opera, è un documento che riassume in breve il da farsi.

    Nell’ambito della geopolitica infatti, un fronte di lotta che si fa sempre più pressante (e altrettanto, palesemente, in primo piano) è quello dell’informazione. L’informazione rappresenta oggi uno dei primi terreni di scontro per quanto concerne i conflitti e le risoluzioni, più o meno pacifiche, delle problematiche fra Stati: basti vedere la guerra d’informazione che si è consumata (e si sta ancora consumando) sul conflitto russo-ucraino, quelle sui vari conflitti fra Stati vicini (ad esempio Pakistan e Afghanistan), sulle sommosse popolari (come nel caso del Nepal) e sulla, in corso, aggressione all’Iran. 

    Quando il sensazionalismo prende il posto dell’informazione, sia per propaganda di una precisa visione politica, sia per acchiappaclick (come precedentemente detto), emerge nella sua essenzialità il ruolo dell’analisi critica.

    In un mondo in cui l’Occidente è ancora orientato al conflitto, al protezionismo e alle sanzioni, la Repubblica Popolare Cinese si pone come potenza responsabile ed è orientata nell’assumersi maggiori responsabilità nella governance globale, al fine di sostenere un vero multilateralismo e una reale democratizzazione delle relazioni internazionali. Per l’Unione Europea, schiacciata tra contraddizioni interne e pressioni esterne sempre più insostenibili, una partnership privilegiata con Pechino rappresenta perciò l’ultima opportunità per diventare un polo geopolitico autonomo all’interno della scacchiera globale.

    L’avvento dell’Amministrazione Trump ha indubbiamente chiarito che il mondo è sempre più tendente a una concezione multipolare del rapporto fra Stati, chi si pone in competizione con gli altri soggetti geopolitici senza possedere a pieno i requisiti per la sovranità rischia di pagarne le conseguenze. Questa considerazione vale a maggior ragione per l’Unione Europea che si autopercepisce quale vettore ideologico di esportazione dei “valori liberali”, ma che è ancora oggi priva di un esercito autonomo e degli strumenti necessari a far rispettare le proprie convinzioni. Non si tratta solo dell’assenza di una Costituzione o di un Ministro degli Esteri europeo; l’UE non possiede quello che è il requisito fondamentale della sovranità: il monopolio della forza all’interno dei propri confini.

    Dovendo condividere lo spazio geografico con l’ingombrante “alleato” nordamericano e subirne la volontà politica attraverso la NATO, che rimane un’organizzazione militare indiscutibilmente guidata da Washington.

    La contrapposizione tra Stati Uniti e Cina non deve comunque spingere l’Unione Europea a una scelta di campo rigida, ma a definire uno spazio continentale di autonomia, fondato su equilibrio e interdipendenze gestite. 

    La Cina, in questo quadro, non è solo rivale, ma anche un interlocutore strategico: è oggi leader mondiale in settori cruciali come le terre rare, la tecnologia verde e le infrastrutture digitali, componenti indispensabili per gli stessi obiettivi di transizione ecologico-digitale e competitività dell’UE. La capacità di Pechino di innovarsi continuamente costringe l’Europa a sviluppare politiche industriali proprie, a investire in ricerca e sviluppo e a sviluppare nuove catene del valore.

    Da questo punto di vista, attraverso il dialogo, la tradizione diplomatica italiana, derivata dalla sua storia mediterranea di mediazioni ed equilibri, rappresenta un punto di forza per costruire forme di cooperazione condivisa con tutti i Paesi BRICS.

     

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    Social-network: la semi-ottica dell'urlatore

     

    Quanta nostalgia di Raymond Queneau davanti a questo campionario di fauna digitale! Viviamo tempi di complottismo spicciolo e di un raglio digitale che si pretende dottrina. Oggi, chiunque abbia letto un titolo a metà si sente investito del potere di spiegare il mondo, trasformando la rete in un'assemblea di asini convinti di cantare in un'opera di gala. L'urlatore da salotto ha una missione chiara: spiegare il mondo tra un post e uno spritz, trasformando la rete in un'assemblea di certezze sguaiate.

    Il suo metodo è la semi-ottica terminale: osserva la storia dal buco della serratura e il suo ego e ne trae sentenze universali. Il geopolitico da salotto non analizza: decora il vuoto con la propria prosopopea, ignaro di ogni porta stretta che la storia impone. Anche le pulci tossiscono, dice il proverbio. L'urlatore digitale soffre di una sapienza da vetrina, esponendo in bella mostra ciò che non ha in dispensa, e scambiando u piritu per un ruggito. È il trionfo della pulce che, in piena crisi di tosse, si guarda allo specchio e vede un terremoto.

    Come direbbe Queneau, siamo di fronte a un esercizio di stile dove il vuoto del bicchiere cerca grottescamente un pieno di significato. E se la realtà non collima? Tanto peggio per lei: l'urlatore da tastiera la manipolerà come plastilina, fino a farla conincidere con la profezia che lui, tra uno spritz e l'altro, ha annunciato per primo.

    Ecco il decalogo che guida la sua "scienza":

    1. Il tuo ego è il metro della storia: Tutto ciò che non è filtrato dal tuo feed non ha dignità di cronaca.

    2. U piritu è il tuo argomento principe: Non serve una tesi per stroncare l'altro.

    3. Crea il sospetto dal nulla: Se un fatto non è torbido, sei ancora tre passi indietro nel delirio.

    4. Non avrai altra verità che quella virale: Scarta l'analisi, che è noiosa; divinizza la fake, che è succosa.

    5. Farai pongo dei dati: Se le cifre non quadrano, cambiale; la verità è un'opinione, il tuo capriccio un dogma.

    6. Disprezza la misura: Di fronte a un problema, non cercare il nesso, brandisci lo schema.

    7. Inquina, è il tuo dovere: abbaiare è il compito universale

    8. Il silenzio è un'eresia, puniscila: Se non ragli al massimo, tradisci la community.

    9. L'algoritmo è il tuo unico dio: Se non genera like, il fatto non esiste. La gloria dipende dal tuo ultimo post.

    10. Tu sei il tuo profeta: la tua insignificanza è un mito, sei l'ultimo baluardo dello spritz.

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    L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi

    Una proposta si fa nuovamente strada nel dibattito pubblico: tassare i super-ricchi. Alcuni la chiamano patrimoniale – agitando lo spauracchio della classe media ingiustamente colpita – altri, più propriamente, tassa sui grandi patrimoni o, appunto, tassa sui super-ricchi. Di fatto, per chi strumentalizza la proposta non c’è alcuna differenza. Il punto fondamentale da cui partire, tuttavia, è un altro.  

    Il sistema impositivo italiano negli ultimi quarant’anni è stato devastato da riforme frammentarie e sbagliate. Sul lato della tassazione dei redditi abbiamo assistito a un susseguirsi di tagli al numero di scaglioni Irpef e alle singole aliquote – si è passati dalle 32 aliquote previste per i relativi scaglioni di reddito dalla riforma tributaria del ’73 alle attuali 3 – e al crescente ricorso a forme di tassazione separata che sottraggono parte delle entrate – spesso riferibili a forme di rendita, tra cui affitti brevi e rendite finanziarie – dalla base imponibile Irpef applicando un’aliquota fissa (flat tax). Di conseguenza, si è andati a erodere la base imponibile Irpef e a indebolire la progressività dell’imposta. La ratio è quella della semplificazione fino ad arrivare, presumibilmente, ad una vera e propria flat tax sui redditi da lavoro. Ossia, l’anti-progressività in nome dell’effetto trickle-down: l’idea che senza il peso delle imposte, le fasce di reddito più alte siano libere di consumare e investire i propri redditi e patrimoni con effetti benefici, a cascata, per le fasce di reddito inferiori. Al contrario, quello che si è ottenuto, ad oggi, è un sistema regressivo che penalizza i redditi medio-bassi. Sul lato dei patrimoni, si è andati direttamente a ridurre, o eliminare, le varie forme di tassazione, fatta eccezione per l’Imu sugli immobili non di residenza e le imposte di bollo e di registro. 

    In termini complessivi, dunque, abbiamo assistito a uno spostamento del carico impositivo dai patrimoni (capitale) ai redditi (lavoro) e dai redditi da lavoro autonomo e di impresa (profitti) ai redditi da lavoro dipendente. 

    Parallelamente, il quadro macroeconomico e strutturale è stato investito da trasformazioni profonde che hanno coinvolto la distribuzione sia dei redditi che della ricchezza, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche. Da un lato, è cambiata la distribuzione funzionale del reddito aggregato (il Pil) tra i fattori che lo generano – ossia tra capitale e lavoro –, con una riduzione progressiva della quota salari (wage share) in molte delle economie avanzate, senza eccezioni per l’Italia, e una conseguente minor rilevanza della base imponibile da lavoro rispetto a quella da capitale. Se fino agli anni ’70, infatti, la quota della base imponibile relativa ai redditi da lavoro era prevalente rispetto ai redditi da capitale, oggi questa è pari al 40% mentre quella relativa ai redditi da capitale è il 50% (la restante parte è costituita dalle imposte indirette). Dall’altro, è aumentata la concentrazione della ricchezza e la sua composizione ha registrato, anche in Italia, una crescente rilevanza della componente finanziaria – soprattutto per i più ricchi – che si va ad aggiungere a quella reale e, in particolare, immobiliare. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza nazionale, a fronte del 7% posseduto dal 50% più povero. Ma c’è di più. La ricchezza in Italia non è solo concentrata nelle mani di pochi, ma si trasferisce anche in larga misura per via ereditaria. Circa il 60% di questa ricchezza deriva infatti da successioni. 

    La fotografia che emerge è drammatica. Cresce il peso della ricchezza, sia immobiliare che finanziaria, e dei patrimoni trasferiti per via ereditaria e, di conseguenza, peggiora la mobilità sociale. Peggiora la distribuzione funzionale del reddito nazionale a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro, così come la distribuzione dei redditi a svantaggio delle fasce medio-basse, in presenza di meccanismi di redistribuzione inefficaci o, peggio, regressivi. 

    Il risultato? Un’insostenibile pressione su quelle fasce di reddito che negli ultimi anni hanno pagato e stanno pagando anche l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle crisi inflattive post-Covid – in attesa delle conseguenze della crisi di Hormuz –, la persistente stagnazione salariale e, dulcis in fundo, il c.d. fiscal drag. Ossia, l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, in presenza di salari nominali invariati e, dunque, di salari reali più bassi.

    In un quadro macroeconomico evidentemente complesso e problematico, negli anni delle policrisi e di cambiamenti sistemici radicali, un fisco iniquo e incapace di mettere in moto una qualsivoglia leva redistributiva impedisce dunque di reagire o anche solo di attutire i colpi. 

    Eppure, come sottolineato ripetutamente da Sbilanciamoci!, basterebbe seguire i due principi cardine che la Costituzione ci indica per informare il sistema impositivo (art. 53 Cost.): il principio di capacità contributiva e il principio di progressività dell’imposizione.

    Come? Le proposte che abbiamo avanzato negli anni sono chiare. 

    Innanzitutto, tassare i grandi patrimoni – ad esempio tra lo 0,1% e l’1% più ricco – rappresenterebbe un primo passo importante per rendere più equa la tassazione per tutti. Tuttavia, si tratta di un intervento necessario ma non sufficiente a disegnare un sistema impositivo realmente equo e funzionale a delle prospettive di crescita e di benessere socioeconomico.

    Sul fronte patrimoniale, sarebbe auspicabile l’introduzione di una tassazione progressiva che tenga conto sia della dimensione che della composizione dei patrimoni – sia reali che finanziari – in modo da incidere efficacemente sulla concentrazione della ricchezza. Chiaramente, questo tipo di intervento deve necessariamente essere affiancato a una riforma del catasto che eviti le ben note distorsioni dovute alla discrasia tra rendite e valori catastali e di mercato degli immobili a cui si applica tale imposta.

    Anche le successioni dovrebbero essere soggette a una tassazione progressiva – con contestuale riduzione della franchigia attualmente prevista pari a un milione di euro – in modo da intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.

    Sul fronte della tassazione dei redditi, occorrerebbe ripristinare una struttura di aliquote Irpef che consenta una vera progressività – aumentando il numero degli scaglioni – e operare una ricomposizione della base imponibile – che includa le varie fonti reddituali derivanti da rendite di diversa natura attualmente soggette a tassazione piatta e separata – a cui applicare le relative aliquote, in modo da rispettare e valorizzare il principio di capacità contributiva.

    A questo andrebbe chiaramente aggiunto un serio contrasto all’evasione (e all’elusione) fiscale, che per il Ministero di Economia e Finanza (MEF) ammonta a circa 100 miliardi di euro all’anno, senza nascondersi dietro alla minaccia della fuga di capitali e auspicando un processo di armonizzazione fiscale a livello europeo che inibisca e impedisca la presenza di paradisi fiscali interni e il fenomeno del dumping fiscale che favorisce soprattutto i super-ricchi, le multinazionali e le big-tech.

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    Tutto quello che c’è da sapere sulla cannabis terapeutica: la guida gratuita aggiornata al 2026

    In Italia la cannabis terapeutica è legale da quasi vent’anni. Eppure, per migliaia di pazienti, accedere a una terapia regolarmente prescritta continua a essere un percorso complesso, fatto di ostacoli burocratici, differenze regionali, carenze di prodotto e scarsa informazione. LA GUIDA GRATUITA SULLA CANNABIS TERAPEUTICA È da qui che nasce Tutto quello che c’è da …
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    Il caccia italo-nippo-britannico costa di più ed è in ritardo

    I progetti per il caccia di sesta generazione “made in EU” continuano a deragliare. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Telegraph, il Global Combat Air Programme (Gcap) – che vede la partecipazione di Italia, Giappone e Regno Unito – non arriverà nei tempi inizialmente previsti.

    Il problema risiede nello stanziamento di fondi da parte di Londra. Il governo si era impegnato ad aggiornare la flotta aerea entro il 2035 adottando il caccia di nuova generazione Tempest, risultato appunto del programma Gcap. Ma secondo il Piano di investimenti per la difesa (Dip), di prossima pubblicazione, i finanziamenti per il progetto saranno stanziati solo verso la metà degli anni 2030.

    Ciò significa che i nuovi aerei entreranno in servizio intorno al 2040, o persino successivamente. Un ritardo significativo, considerando che il piano iniziale prevedeva la sostituzione dei vecchi Typhoon con i primi Tempest nel 2035. Stando alle indiscrezioni del Telegraph, entro quella data Londra dovrebbe invece sbloccare i fondi per far proseguire il progetto.

    Sul Gcap aleggiano da tempo diverse ombre. Ad agosto 2025, la National Infrastructure and Service Transformation Authority, l’agenzia governativa britannica incaricata di valutare i grandi progetti, aveva già valutato negativamente la fattibilità del progetto e ne aveva messo in dubbio la buona riuscita.

    Leggi l’articolo completo è su Valori

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    Alcuni problemi con la posta / Issues with email accounts

    [ITA] Un recente (circa 10 giorni fa) aggiornamento dei nostri servizi di posta pare stia causando dei problemi con alcuni account, in combinazione con Thunderbird. I sintomi variano: non si vede più l’elenco dei folder, oppure lo si vede, ma non compaiono i messaggi nuovi – può sembrare che non stiate più ricevendo posta.

    La posta sta venendo consegnata regolarmente! Il problema è nell’interazione con i client. I messaggi nuovi si possono vedere, per esempio, utilizzando la webmail.

    Stiamo indagando per risolvere il problema.

    [ENG] It appears that a recent (about 10 days ago) major upgrade of our email systems is causing some issues to a subset of users, primarily when using Thunderbird as their email client. Symptoms vary: TB might stop showing the list of folders, or perhaps it will show it, but then the INBOX folder will not display new messages. It might look like you’re no longer receiving any email.

    Email is being delivered without issues! The problem is with the client. You can, for example, access new messages by using the webmail.

    We’re investigating to attempt to resolve this issue.

    AGGIORNAMENTO / UPDATE

    [ITA] Si può temporaneamente aggirare il problema, per chi usa Thunderbird, disabilitando la compressione IMAP (RFC 4978) andando nelle impostazioni avanzate ed impostando la variabile mail.server.default.use_compress_deflate a false.

    [ENG] It is possible to temporarily work around the issue for Thunderbird users, by going into the advanced settings, looking for the mail.server.default.use_compress_deflate variable, and setting it to false.

    AGGIORNAMENTO 2 / UPDATE 2

    [ITA] Dovremmo essere riusciti a mitigare il problema lato server, nessuna modifica al client è più necessaria.

    [ENG] We think we have mitigated the issue server-side, so no client changes should be necessary anymore.

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    Sorella, questa è anche la mia storia. (una riflessione su “Obsession” di Curry Barker)

     

    di Camilla Costantini

    Bear è il tipico bravo ragazzo, un po’ timido, un po’ impacciato. Un ragazzo che non faremmo fatica a definire “un cucciolone”: lo suggerisce il suo stesso nome. Bear è convinto di essere perdutamente innamorato della sua amica Nikki, una ragazza solare, piena di vita e di sogni. Una ragazza libera.

    All’inizio del film, Nikki, durante una chiamata, dice a Bear di aver perso una delle sue collane preferite. Bear va in un negozio e cerca una collana da regalarle, ma la sua attenzione viene catturata da un altro oggetto: un bastoncino del desiderio da sette dollari. Decide di comprarlo.

    Nikki, Bear e i loro due amici, Sarah e Ian, passano la serata in un pub. Quando Nikki dice di voler tornare a casa, Bear si propone di accompagnarla in macchina e, durante il viaggio, le dice di avere un regalo per lei. Ma questo regalo non è veramente per lei. Non è per la Nikki solare, piena di vita e di sogni. Non è sicuramente per la Nikki libera.

    Quello che doveva essere un regalo romantico per Nikki si trasforma nel desiderio malato di Bear di possederla: invece che confessarle i suoi sentimenti e accettare la sua risposta, lui esprime un desiderio con il bastoncino che aveva comprato. “Desiderio che Nikki Freeman mi ami più di chiunque altro al mondo”.

    Comincia così “Obsession”, film d’esordio di Curry Barker. In un’intervista per il Collider il regista, quando gli hanno chiesto quale sia stata l’idea che ha dato inizio a tutto, ha risposto che lui pensava da un po’ a una persona ossessionata. E Nikki, dopo l’incantesimo, lo diventa: va a vivere a casa di Bear, non vuole più lasciarlo, nemmeno per un secondo. Si comporta da pazza. Vuole Bear tutto per lei. Esistono solo loro due, per Nikki, il resto sparisce.

    La domanda che il film ti costringe a farti, però, è: chi è il vero mostro? Nikki che si comporta così, o Bear che ha causato la sua pazzia?

    Tra commenti social e dibattiti online, l’opinione pubblica sembra convergere su un punto: il desiderio di Bear viene percepito come qualcosa di puramente innocente, perché lui non poteva sapere che effetti avrebbe avuto sulla vita di Nikki. Non poteva sapere che lei sarebbe diventata completamente dipendente da lui. Ma ci sperava. Bear non sapeva che quel bastoncino potesse funzionare davvero, ma lo sperava. A lui non interessava davvero cosa provava Nikki nei suoi confronti: voleva solo stare con lei, anche se la loro relazione sarebbe stata per sempre basata solo sul suo desiderio egocentrato e, fin dal principio, mai puramente innocente.

    E questo ci porta al secondo punto da analizzare, sul quale, invece, in molti si trovano d’accordo: Bear si rende presto conto degli effetti distruttivi che il suo desiderio sta avendo su Nikki, eppure non fa niente per fermarlo.

    “Uccidimi” dice Nikki, che per qualche secondo riesce a tornare sé stessa. “Cosa c’è di così male nello stare con me?” le chiede Bear. E qui diventa palese che Bear preferisce avere Nikki chiusa in una gabbia, snaturata. Ma almeno gli appartiene. Almeno è sua. Preferisce avere Nikki morta, piuttosto che non averla affatto.

    “Obsession” è la storia di quando non ti credono. È la storia di quando dici che stai subendo una violenza e ti rispondono che stai esagerando, lui sembra un così bravo ragazzo, non farebbe mai una cosa del genere. È la storia di come tutti iniziano a pensare che tu sia pazza. È la storia di come l’ossessionata malata di un uomo ti uccide lentamente. È la storia di un mostro, un mostro che fa molta più paura di quelli sovrannaturali, perché quelli non esistono, ma Bear esiste. È esistito nella vita di migliaia di donne. E alla fine, sorella, ti lascia lì da sola, a ripagare quelli che lui definisce semplici sbagli. Ma tu la tua vita non ce l’hai più. Tu sei morta e ancora respiri.

     

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    In memoria di Melba Hernandez, eroina rivoluzionaria cubana

     

    La vita di Melba Hernandez è piena di storie affascinanti che riflettono il coraggio, la forza e la resilienza delle donne cubane che hanno reso il rovesciamento del regime di Fulgencio Batista, un cagnolino degli Stati Uniti, una realtà. Melba era una combattente e leader nell'esercito ribelle del Movimento del 26 luglio. Divenne una figura politica importante e simbolica della rivoluzione cubana. di Carlos “Carlito” Rovira

     

    Durante la lotta armata Melba combatté fieramente al fianco del comandante Fidel Castro Ruz. È stata una collaboratrice fidata del leader rivoluzionario, e dopo la presa del potere questa eroina è entrata a far parte del suo staff esecutivo. La Hernandez ha svolto un ruolo fondamentale durante il periodo critico di consolidamento dell'apparato statale cubano.

    Melba fu orientata alla politica dai suoi genitori, che parteciparono alla guerra di Cuba per l'indipendenza del 1895, guidata dal leggendario Jose Marti. Essa era un avvocato che fu colpita dal vedere in prima persona l'inquietante disuguaglianza sociale ed economica a Cuba. Dal momento in cui ha completato la sua istruzione, la giovane Melba divenne empatica con la situazione dei contadini poveri e lo sfruttamento che subivano i lavoratori, diventandone la consulente legale per le loro cause. 

    Melba Hernandez e Haydee Santamaria furono le uniche due donne che parteciparono all'attacco del 26 luglio 1953 alla caserma Moncada a Santiago, l'evento che scatenò la rivoluzione cubana. Parte del piano di Fidel Castro Ruz era che gli insorti rivoluzionari entrassero nella zona ristretta circostante a Moncada vestiti con le stesse uniformi dei soldati governativi. Fu Melba a ottenere illegalmente le uniformi, convincendo un funzionario militare che simpatizzava per la causa ribelle, di appoggiare con questo atto la missione.

    L'attacco a Moncada fu sanguinoso e finì in un fallimento. Quando terminò, la maggior parte degli insurrezionalisti furono feriti e uccisi. Molti di questi rivoluzionari morirono sotto tortura per mano dei criminali sadici del regime di Batista. Alcuni, come Fidel Castro riuscirono a fuggire e nascondersi nella giungla fino a quando, giorni dopo, non negoziarono una resa attraverso un intermediario.

    Hernandez e Santamaria furono arrestate, e condannate a pene detentive più brevi rispetto ai loro compagni e furono rilasciate due anni dopo. Durante la loro carcerazione, Hernandez e Santamaria subirono umilianti abusi da parte dei funzionari della prigione di Batista.

    Dopo che furono rilasciate, restarono determinate a svolgere il lavoro di ricostruzione di un movimento di massa e di una rete clandestina, che alla fine avrebbe rovesciato il governo Batista. Melba fu determinante nel far uscire fuori dalla prigione, dove Fidel era tenuto prigioniero, una bozza del suo famoso discorso in aula quando fu processato:“La storia mi assolverà”, uno dei documenti più importanti della rivoluzione cubana.

    Dopo la presa del potere il 1° gennaio 1959, la Hernandez fu assegnata a diversi ruoli importanti nel governo. Nel 1960, gli fu affidata la direzione alle prigioni femminili di Cuba. Per Melba, una priorità assoluta fu quella di guidare la riforma carceraria per allinearsi con i principi umani della rivoluzione.

    Durante la fine degli anni sessanta, al culmine della feroce guerra coloniale che gli Stati Uniti stavano conducendo contro il popolo vietnamita, Hernandez rischiò la sua vita viaggiando frequentemente nel paese devastato dalla guerra, come capo del Comitato cubano in solidarietà con il Vietnam. È stata anche Segretaria Generale di OSPAAAL, l’Organizzazione di Solidarietà con i Popoli di Asia, Africa e America Latina.

    Negli anni Ottanta, Melba è stata Ambasciatrice di Cuba in Vietnam e Cambogia grazie al suo incessante lavoro di solidarietà con la Rivoluzione Vietnamita. Questa eroina ha anche servito il governo cubano come deputato nell’Assemblea nazionale del potere popolare del suo paese.

    Il 9 marzo 2014, Melba è morta per cause naturali. Avendo vissuto la sua vita come diplomatica e funzionaria di alto rango di un governo rivoluzionario, la speranza è che la sua eredità ispirerà i rivoluzionari per le generazioni a venire, specialmente le donne che sono obbligate a confrontarsi con tradizioni arretrate che perpetuano l’oppressione delle donne.

    Melba Hernandez è stata tra le più alte figure femminili iconiche, che furono decisive in quell'esperienza rivoluzionaria, come Vilma Espin, Celia Sanchez, Aleida March, Haydee Santamaria e altre. Il loro altruismo e lealtà alla rivoluzione e al loro popolo sormontarono mirabilmente ciò che molti si sarebbero aspettati.

    Attraverso la rivoluzione cubana, Melba Hernandez, ha osato essere tra quelli disposti ad essere esempio, nello sfidare uno dei più grandi tiranni dei popoli, l’imperialismo statunitense.

    Da carlitoboricua    A cura di Enrico Vigna per SOSCuba/CIVG

     

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    Pepe Escobar - Il Blues dell'escalation

     

    di Pepe Escobar Strategic Culture 

    [Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

    L'Impero della Pirateria ha ripreso i bombardamenti, provocando l'inevitabile risposta iraniana.

    Quindi… un elicottero Apache statunitense del valore di 40 milioni di dollari è stato preso di mira da un drone Shaheed da 20.000 dollari proprio sopra lo Stretto di Hormuz, appena un giorno dopo che l’Iran e la setta della morte dell’Asia occidentale si erano scambiati colpi, ridicolizzando quella finzione traballante che è il “cessate il fuoco”.

    Quando si dice un enorme vantaggio in termini di costi per Teheran: non meno di 2000 a 1.

    Teheran, per principio, non nega gli attacchi militari. Eppure, in questo caso specifico, hanno esplicitamente negato l'abbattimento degli Apache, indicando un possibile incidente o un guasto tecnico. Se lo Shaheed avesse davvero colpito l'elicottero da combattimento, i piloti sarebbero morti – e non salvati da una barca statunitense senza equipaggio.

    L'ex ufficiale dell'intelligence della Marina statunitense Malcolm Nance sostiene: "Non ci sono collisioni aeree con droni FPV nel mezzo dello Stretto di Hormuz, e non è intenzionale."

    Questo significherebbe che un drone guidato dalla fibra ottica è stato in grado di disturbare l'intero, enorme apparato di guerra elettronica americano – rivelando un Pentagono nudo incapace di articolare qualsiasi risposta.

    Quindi, anche se non si fosse trattato di un incidente, perché l’IRGC lo avrebbe negato? Perché potrebbe essere stato un test strategico – non solo della capacità deterrente dell’Iran, ma anche del grado di scombussolamento che si sarebbe potuto infliggere al nemico.

    Come prevedibile, sotto la guida dell'Imperatore di Barbaria, l'Impero della Pirateria ha ripreso i bombardamenti, provocando l'inevitabile risposta iraniana.

    Pochi minuti dall'inizio dell'attacco americano, l'IRGC ha colpito una serie di basi militari statunitensi in tutta l'Asia occidentale.

    La base aerea di Al-Azraq in Giordania.

    La base aerea di Ali Al Salem in Kuwait.

    La base della Quinta Flotta in Bahrain.

    La base aerea di Isa in Bahrain.

    Al-Azraq fu colpita da diversi missili a lungo raggio a combustibile solido puntati su quattro obiettivi, inclusi hangar F-35 e il Centro di Comando e Controllo. L'IRGC ha informato che il 70% di tutti i bersagli in quelle basi è stato colpito con successo.

    Al-Azraq – noto anche come Muwaffaq Salti – è una base congiunta degli Stati Uniti in Giordania a circa 100 km a est di Amman. Solo quattro mesi fa, immagini satellitari hanno rivelato che ospitava più di 60 jet statunitensi – inclusi 30 F35 e 36 F15. La base ospita il 332º Air Expeditionary Wing (F15E, MQ9 Reaper), con F35 che ruotano. A tutti gli effetti pratici, la Giordania è ora un bersaglio legittimo per l'IRGC.

    La nuova mappa integrata della deterrenza regionale

    Tutto quanto sopra indica una riscrittura radicale delle regole del gioco sul campo di battaglia. L'Iran sta annunciando all'Asia occidentale e oltre che quello che in teoria sarebbe lo spazio aereo militare americano è ora controllato dall'Iran. Ma c'è di più: Teheran sta dimostrando, nei fatti, di essere in grado di condurre una guerra e, al contempo, di imporre le proprie condizioni e di prendere tempo al tavolo dei negoziati.

    La nuova equazione è netta: se ci attaccate e noi vi rispondiamo, qualsiasi tentativo di vendicarsi contro di noi ci porterà a colpirvi con una forza 1,5 volte maggiore, e ben presto 2 o 3 volte maggiore. Basta con i modi gentili, quando si tratta di permettere al nemico di ricorrere alla proverbiale strategia del “mordi e fuggi”.

    Dal lato statunitense, sono in gioco anche altri elementi inquietanti. L'Impero della Pirateria sta prendendo di mira sistematicamente le apparecchiature di comunicazione lungo la costa del Golfo Persico. L'obiettivo è tagliare le comunicazioni tra le unità del sud e i centri di comando a nord. Anche se questo fosse stato parte della preparazione per un'invasione terrestre – suicida – come prima della guerra in Iraq del 2003, non fa alcuna differenza a causa della strategia del Mosaico Decentralizzato in vigore in tutto l'Iran dal colpo di decapitazione del 28 febbraio.

    Oltre a tutto ciò, il comandante della Forza Quds dell'IRGC, il generale di brigata Esmail Qaani, ha annunciato la scorsa settimana che è ora in funzione una cintura di sicurezza regionale, dal Golfo Persico al Mar Rosso, gestita dall'Asse di Resistenza.

    Quindi, qualunque cosa possano escogitare, gli americani si troveranno ora di fronte a una linea difensiva strategica che si estende dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb.

    Benvenuti alla nuova mappa integrata della deterrenza regionale. Traduzione diretta: qualsiasi attacco USA-Israele contro un singolo membro dell'Asse di Resistenza scatenerà una rappresaglia su più fronti – dal Golfo Persico al Mar Rosso.

    La grande domanda ora è se questa escalation – anche se viene presentata dall’Impero della Pirateria come una “punizione” per la vicenda dell’Apache – possa tradursi immediatamente in un abbandono formale del quadro del protocollo d’intesa (MoU) sul tavolo delle trattative.

    Ho discusso lo stato delle negoziazioni del MoU questo martedì su un nuovo canale YouTube, Transition Protocol, dopo che il nostro canale Power Shit originale è stato interrotto da Google senza preavviso e senza ricorso, solo dopo meno di una settimana di trasmissione e trasmettendo due esclusive mondiali consecutive.

    Le nostre fonti di intelligence in Pakistan, in stretto contatto con l'Iran e con i giocatori del CCG, sono convinte che il MoU non sia morto. Anche l'amministrazione Trump vuole preservare il quadro diplomatico sottostante e non far saltare in aria i possibili accordi più ampi che stanno prendendo forma.

    In altre parole: l’Imperatore della Barbaria, alla vigilia di una Coppa del Mondo che le politiche razziste del suo governo stanno già rovinando, si limiterà a fare un gran chiasso senza allontanarsi dalla struttura generale dell’accordo.

    Questo è il pericoloso bivio in cui ci troviamo ora: scivolare nell’abisso oscuro di un’eventualità di “rottura dell’accordo”, oppure aggrapparci ancora a uno scenario in cui si esercita pressione per raggiungere un accordo.

     

     

     

     

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    Svolta nella guerra all’Iran o ennesimo bluff? Trump annuncia ennesimo accordo

     

    Secondo quanto rivelato da Axios, quattro aerei da trasporto C-17 dell'Aeronautica militare statunitense sono decollati giovedì alla volta dell'Europa. I velivoli trasportano attrezzature logistiche per un imminente viaggio del Vicepresidente JD Vance a Ginevra, finalizzato alla firma di un clamoroso accordo tra Stati Uniti e Iran.

    Citando fonti a conoscenza dei preparativi, il sito web ha confermato che i voli militari sono legati a una potenziale cerimonia ufficiale che potrebbe avere luogo già nei prossimi giorni, qualora gli sforzi diplomatici per finalizzare l'intesa andassero a buon fine. Le manovre logistiche hanno subìto un'accelerazione dopo che il Presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington e Teheran hanno raggiunto un "ottimo accordo", ipotizzando la firma già entro questo fine settimana.

    In base alle indiscrezioni, il memorandum d'intesa proposto estenderebbe l'attuale cessate il fuoco per 60 giorni, avviando parallelamente i negoziati per un trattato più ampio sul programma nucleare iraniano. La bozza dell'intesa prevede l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz senza tariffe di transito, con l'obiettivo di ripristinare i normali volumi di traffico marittimo entro 30 giorni.

    In cambio, l'Iran si impegnerebbe a non perseguire lo sviluppo di armi nucleari e a risolvere le criticità legate alle sue scorte di uranio arricchito. Qualsiasi passo concreto successivo verrebbe comunque demandato a un accordo separato e più dettagliato. Il piano, inoltre, includerebbe un allentamento graduale delle sanzioni economiche contro Teheran subordinato al rispetto degli impegni, comprese alcune deroghe temporanee per consentire la ripresa delle esportazioni di petrolio.

    L'accordo preliminare sarebbe stato raggiunto mercoledì sera a seguito dei colloqui tra il mediatore del Qatar, Ali Al-Thawadi, e il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Ai negoziati hanno preso parte attiva anche gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner (genero del Presidente).

    Sebbene Axios specifichi che l'intesa è ancora in attesa del via libera definitivo da parte della massima leadership di Teheran – con il Ministero degli Esteri iraniano che frena, spiegando che una decisione finale non è ancora stata presa –, la macchina diplomatica è ormai avviata. Se siglato, il trattato prenderà il nome di "Accordo di Islamabad", a testimonianza degli sforzi di mediazione congiunti di Qatar e Pakistan. Nelle stesse ore, Trump ha voluto elogiare pubblicamente la Turchia per il contributo strategico, definendo il Presidente Recep Tayyip Erdogan "fantastico" per il ruolo di facilitatore svolto nella trattativa.

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    Spese militari e tagli al welfare: la verità dietro i 37 miliardi per il riarmo italiano

     

    "Il Governo Meloni continua ad accusare i burocrati di Bruxelles che, al contrario dei governi nazionali, non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni e forse per questo hanno perso il contatto con la realtà”.

    Sono le parole pronunciate dalla Premier Giorgia Meloni durante il suo intervento alla Camera. Soffermiamoci, in particolare, sul tema della difesa: l'Esecutivo italiano ribadisce di aver rispettato gli impegni assunti in sede NATO, parlando di un "2,8% del PIL investito in difesa e sicurezza".

    Mentre è ancora in corso il dibattito sulla possibilità di accedere ai prestiti europei del programma SAFE, è bene ricordare che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) parla esplicitamente di economie europee in crisi. Per sostenere le spese del riarmo, gli Stati dovranno tagliare risorse al welfare, in particolare alla sanità e all'istruzione. Quando si è ormai raschiato il fondo del barile, si cerca riparo in tagli mascherati, nel tentativo di non trasmettere un messaggio scomodo alla cittadinanza: l'economia di guerra disinveste nel sociale, nelle pensioni e nelle dinamiche salariali. Ciò appare ancor più evidente oggi, in una fase di tassi di crescita economica assai modesti e dopo che sono state fatte fin troppe concessioni alle parti datoriali.

    Le dichiarazioni della Meloni certificano che l'Italia ha aumentato le spese militari (lasciando ai fanatici delle statistiche il dibattito su quanto sia stata superata la fatidica soglia del 2% del PIL).

    Intanto, il vero dato politico resta un altro. Se il Documento di Programmazione Finanziaria e di Bilancio (DPFB) dello scorso autunno parlava di un aumento graduale della spesa per una cifra complessiva di circa 23 miliardi aggiuntivi in tre anni, la realtà descritta dai fatti parla chiaro: in questo stesso lasso di tempo sono stati approvati ben 78 programmi di riarmo, riguardanti tutti i settori delle Forze Armate, per una spesa complessiva di circa 37 miliardi di euro.

    Sono proprio questi i numeri sui quali è necessario focalizzare la nostra attenzione.

     
     

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    L'ambasciatore russo critica il Quirinale: il retroscena sullo scontro con Mattarella e i trent'anni di tensioni NATO

     

    L’ambasciatore russo ha recentemente criticato la narrazione proveniente dagli “alti colli” (ovvero dal Quirinale) che attribuisce alla Russia l’intera responsabilità per l’inizio e il perdurare della guerra in Ucraina.

    Naturalmente, l’ambasciatore ha i suoi motivi per esprimere questo giudizio. Basta riesaminare fatti peraltro ben noti, che tuttavia è utile ricordare.

    Alla fine della Guerra Fredda, i presidenti statunitensi Reagan e Bush, insieme al Segretario di Stato Baker, assicurarono all’ingenuo Gorbaciov che la NATO non sarebbe avanzata "di un centimetro verso Est". Gorbaciov – le cui responsabilità storiche meriterebbero un’analisi approfondita a parte – si fidò. Concordò l’annessione di fatto della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) alla Germania Occidentale, nonostante un referendum popolare nella DDR, tenutosi ben dopo lo smantellamento concordato del Muro, avesse espresso con il 75% dei voti la volontà dei cittadini orientali di mantenere l’indipendenza. Sciolse poi il Patto di Varsavia, nella convinzione che si sarebbe sciolta anche la NATO e che la Germania riunificata sarebbe rimasta neutrale.

    In due libri – l’uno dell’ultimo ministro della DDR, Modrow, e l’altro del consigliere di Gorbaciov, Puskov, entrambi ex "gorbacioviani" della prima ora – la politica arrendevole dell’ultimo leader dell’URSS viene apertamente accusata di “irresponsabilità politica”.

    Le potenze della NATO hanno approfittato di queste circostanze prima per penetrare nell’economia russa tramite il loro uomo di fiducia, Eltsin, e poi per far avanzare in modo spettacolare i confini dell’Alleanza verso Est, fino a inglobare ex repubbliche sovietiche come i Paesi Baltici. Di fatto, la Russia è stata posta sotto assedio, in attesa di una sua successiva disgregazione. Il giornalista e corrispondente da Mosca Marc Innaro, per aver sottolineato che bastava consultare una carta geografica per verificare questi fatti, è stato rimosso dalla RAI.

    Uno degli episodi chiave dell’avanzata della NATO verso Est è stata la guerra d’aggressione del 1999 contro quanto rimaneva della ex Jugoslavia, alleata storica della Russia, che vide la partecipazione diretta del governo italiano guidato da D’Alema. All’epoca, l’attuale presidente Mattarella era Vicepresidente del Consiglio, ma forse non lo ricorda.

    Il mutato atteggiamento – decisamente più fermo – del governo russo guidato da Putin, così come quello della diplomazia cinese e dell’Iran (specie dopo che Trump ha stracciato unilateralmente gli accordi sottoscritti dall’ala “riformista” iraniana e dall’amministrazione USA), è strettamente legato a questi avvenimenti.

    La goccia che ha fatto traboccare il vaso, conducendo alla guerra aperta, è stata il cambio di regime del 2014 in Ucraina – paese fino ad allora neutrale –, orchestrato dai servizi statunitensi con la regia della nota neocon Victoria Nuland (allora vicesegretaria di Stato) e la complicità di gruppi ultranazionalisti ucraini.

    La Russia ha cercato di trattare sottoscrivendo gli accordi di Minsk, con la mediazione della cancelliera Merkel e del presidente francese Hollande. Tuttavia, tali accordi non sono mai stati rispettati. Le regioni dell’Est che non avevano riconosciuto il cambio di governo a Kiev sono state bombardate e attaccate, causando migliaia di morti. In seguito, Merkel e Hollande hanno cinicamente ammesso che quegli accordi erano serviti solo come copertura per consentire il riarmo dell’Ucraina in funzione antirussa. Gli ultimi tentativi di Mosca di raggiungere un accordo sulla sicurezza reciproca alla fine del 2021 sono stati respinti con fermezza dalla NATO; successivamente, a Istanbul nel 2022, il primo ministro britannico Johnson è intervenuto per impedire che Russia e Ucraina raggiungessero un’intesa rapida subito dopo l’inizio del conflitto.

    Ora i fautori della linea dura in Europa – dopo aver sostenuto all’inizio del 2022 che i russi combattevano con i chip rubati alle lavatrici e avrebbero ceduto in poche settimane – tentano di prolungare indefinitamente la guerra, che non sta andando bene per il governo di Kiev, rifornendo l’Ucraina di armi, munizioni, finanziamenti, intelligence e logistica.

    Questo sfortunato Paese, che senza l’aiuto della NATO sarebbe ormai uno Stato fallito, ha subito un calo demografico impressionante (passando da 52 a circa 38 milioni di abitanti a causa delle fughe all’estero) e perdite enormi sui fronti bellici. Per giustificare la prosecuzione degli aiuti, i membri europei della NATO, complice il parziale disimpegno finanziario degli USA, sottolineano che la “grande Russia” si trova in stallo contro la “piccola Ucraina”. In realtà, lo scontro non è tra Russia e Ucraina, ma tra la Russia e i Paesi europei della NATO.

    I droni e i missili usati dall’esercito ucraino provengono in gran parte dall’Europa – inclusa l’Italia, che contribuisce attraverso la produzione di quattro fabbriche nel Nord – e persino dal Canada. Inoltre, le Big Tech statunitensi sono intervenute direttamente nel conflitto: gli obiettivi da colpire in Russia o nel Donbass vengono individuati tramite il sistema satellitare Starlink di SpaceX (Elon Musk), mentre la nota azienda di intelligenza artificiale militare Palantir fornisce sistemi Skykit per il tracciamento dei bersagli. Persino la principale banca dell’Ucraina è oggi gestita da Amazon.

    Le stesse Big Tech USA, peraltro, sono coinvolte nelle operazioni a Gaza per l’individuazione dei bersagli. L’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, contestato per queste attività che hanno causato decine di migliaia di vittime civili, ha risposto che si trattava per la maggior parte di terroristi.

    Nonostante il flusso continuo di aiuti da parte dei Paesi NATO e delle Big Tech, la situazione sul campo resta estremamente complessa e lontana dagli obiettivi prefissati, sia a Kiev che a Tel Aviv. Non resta che attendere gli sviluppi degli eventi.

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    Fallita la prova di forza? Trump sospende gli attacchi contro l’Iran

    Dopo giorni di minacce e una nuova escalation militare nel Golfo Persico, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la sospensione degli attacchi contro l’Iran, sostenendo che i negoziati tra Washington e Teheran hanno raggiunto un livello decisivo. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il leader statunitense ha dichiarato di aver annullato i bombardamenti previsti dopo che tutte le parti coinvolte avrebbero approvato i punti principali di un accordo in fase di definizione. Secondo Trump, oltre agli Stati Uniti e all’Iran, il processo negoziale coinvolgerebbe numerosi attori regionali, tra cui Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania ed Egitto. Tuttavia, il presidente nordamericano ha precisato che il blocco navale contro i porti iraniani resterà in vigore fino alla firma ufficiale dell’intesa.

    L’annuncio arriva dopo settimane di forti tensioni. Washington aveva ripreso gli attacchi contro obiettivi iraniani in risposta all’abbattimento di un elicottero Apache, mentre Teheran aveva reagito colpendo basi statunitensi in diversi Paesi della regione. Entrambe le parti hanno rivendicato successi militari e mantenuto una retorica particolarmente aggressiva. Nelle stesse ore, Trump ha rilanciato una delle sue dichiarazioni più controverse, sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero in futuro assumere il controllo dell’isola di Kharg, principale terminal petrolifero iraniano da cui transitava circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese prima dell’inizio della guerra. Il presidente ha descritto l’operazione come economicamente vantaggiosa, paragonandola alla politica adottata da Washington nei confronti del Venezuela.

    Da Teheran la risposta è stata immediata. Ebrahim Azizi, presidente della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, ha definito Trump un leader “confuso e illuso”, avvertendo che qualsiasi attacco contro il territorio iraniano, inclusa l’isola di Kharg, provocherebbe una risposta destinata a “entrare nella storia”. Il parlamentare ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti non abbiano raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati del conflitto, né sul piano militare né su quello politico. Le autorità iraniane affermano che le proprie forze armate sono in stato di massima allerta e rivendicano di aver inflitto pesanti perdite agli Stati Uniti nella regione. Da parte statunitense, tuttavia, continuano le dichiarazioni che descrivono l’Iran come ormai vicino alla resa.

    Al di là degli annunci e della propaganda, la sospensione dei bombardamenti rappresenta il primo segnale concreto di de-escalation dopo giorni molto tesi e segnati da bombardamenti. Resta però evidente che le minacce sul controllo delle infrastrutture energetiche iraniane e le promesse di ritorsioni senza precedenti mantengono il Medio Oriente sull’orlo di una nuova e pericolosa escalation.


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    La Russia smaschera la falsa mediazione dell’Eurotroika sull’Ucraina

    La Russia ha respinto con fermezza le condizioni proposte da Francia, Germania e Regno Unito per l’avvio di un processo di pace in Ucraina, definendole incompatibili con qualsiasi prospettiva di negoziato. A dichiararlo è stata la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui le richieste avanzate dalle capitali europee ripropongono schemi già falliti negli anni precedenti. Zakharova ha ricordato che iniziative come i formati di Copenaghen e del Bürgenstock, basate sulla cosiddetta “formula Zelensky”, non hanno prodotto risultati concreti e si sono rivelate strumenti orientati al proseguimento del conflitto piuttosto che alla sua soluzione.

    Nel mirino di Mosca c’è la dichiarazione congiunta firmata a Londra dal presidente francese Emmanuel Macron, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, dal primo ministro britannico Keir Starmer e da Vladimir Zelensky. Il documento individua cinque condizioni per avviare un percorso negoziale, tra cui garanzie di sicurezza per Kiev, il dispiegamento di forze multinazionali, il mantenimento del congelamento dei beni russi e un cessate il fuoco immediato. Secondo la diplomazia russa, tali richieste sarebbero formulate in modo da risultare inaccettabili per Mosca e accompagnate da un ulteriore sostegno militare all’Ucraina, compresa la produzione di armamenti a lungo raggio.

    Una linea che, come denuncia il Cremlino, favorisce la militarizzazione dell’Ucraina e dell’Europa invece di creare le condizioni per una pace duratura. Zakharova ha inoltre accusato l’Unione Europea di aver rinunciato a qualsiasi ruolo di mediazione neutrale, citando una recente dichiarazione dell’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, secondo cui l’Europa è schierata dalla parte dell’Ucraina e agisce in difesa dei propri interessi di sicurezza.

    Per Mosca, queste posizioni confermano che i principali Paesi europei non intendono presentarsi come mediatori, ma come parte integrante del fronte occidentale che sostiene il regime di Kiev. Un elemento che, come evidenzia il governo russo, rende ancora più difficile la costruzione di un quadro negoziale accettabile per tutte le parti coinvolte.


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    Trump: «Tenemos un acuerdo con Irán y pronto lo firmaremos»

    El presidente de EE.UU., Donald Trump, declaró este jueves que Washington ha conseguido un acuerdo por el que «Irán nunca tendrá armas nucleares».

    «Pronto habrá una firma y los documentos están prácticamente listos, así que ya veremos», indicó a los periodistas, añadiendo «eso debería hacerse bastante rápido».

    Según el republicano, el documento podría firmarse «durante este fin de semana en Europa» y, aunque él no puede asistir, Vance «estará allí».

    «Acabo de hablar con ‘Bibi’ [Benjamín Netanyahu]. He hablado con los grandes líderes de naciones como Catar, Emiratos Árabes Unidos, Arabia Saudí, Baréin, Kuwait y otros. Y vamos a hablar con Turquía», detalló.

    Al ser preguntado si el líder supremo iraní, el ayatolá Mojtabá Jameneí, ha aprobado el acuerdo, el inquilino de la Casa Blanca dijo: «Entiendo que la respuesta es sí». Asimismo, señaló que el levantamiento del bloqueo naval a la nación persa «forma parte del acuerdo». «Y los precios del petróleo se desplomarán», agregó.

    Mientras, una fuente iraní cercana al equipo negociador de la República Islámica indicó previamente a Fars que Teherán todavía no ha aprobado ningún texto respecto al acuerdo con EE.UU. Sin embargo, parece que, dado que Washington ha aceptado la propuesta de la nación persa, existe la posibilidad de que esta sea reconsiderada por las autoridades iraníes, señaló el interlocutor.

    El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció este jueves la cancelación de los ataques y bombardeos que estaban previstos contra Irán para esta noche, al asegurar que las negociaciones con la República Islámica avanzaron hasta alcanzar un acuerdo preliminar respaldado por los principales actores involucrados en la crisis regional.

    “Basado en el hecho de que las discusiones con la República Islámica de Irán han sido llevadas al más alto nivel de liderazgo iraní y aprobadas, yo, como presidente de los Estados Unidos de América, he cancelado los ataques y bombardeos programados contra Irán para esta noche”, escribió el mandatario.

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    Vivendo la mia vita di Emma Goldman vol. 4

    di Marc Tibaldi

    Intervista al collettivo Quaderni di Paola

    Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

    Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile ripetere una frase della filosofa Chiara Bottici, che ha dedicato a Goldman importanti pagine di Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale (Laterza). Bottici critica chi pensa a Goldman come a un mito dimenticando o minimizzando così l’assoluta importanza del suo contributo teorico; scrive: “nessuno dei suoi precursori intellettuali è in grado di offuscare l’originalità delle sue prospettive”.

    I tre volumi precedenti sono stati recensiti su Carmilla, qui: , il quarto volume è forse quello che riflette con più amarezza sulle lotte e sui fallimenti rivoluzionari, soprattutto sull’involuzione e la burocratizzazione della rivoluzione russa, che in pochi anni vide la repressione di tutte le voci dissonanti, gruppi che alla rivoluzione avevano partecipato con speranza e che la speranza l’avevano rilanciata a Kronstadt, nel 1921, con lo slogan “Tutto il potere ai soviet e non ai partiti”. Il racconto del viaggio nella Russia postrivoluzionaria di Emma e di Alexander Berkman è pieno di amarezza per ciò che verificano e di struggente bellezza per gli incontri con i molti rivoluzionari indomiti che affrontano il carcere. Toccante è l’incontro con le comunità yiddish in Ucraina (ricordiamo che Goldman nacque da una famiglia di origine ebraica a Kaunas, in Lituania, allora provincia dell’impero russo) represse da spaventosi pogrom. Parentesi: della grande tradizione proletaria e rivoluzionaria ebraica in Europa si dovrà pur scriverne in maniera articolata, magari partendo da Rudolf Rocker e la tradizione yiddish. Rocker – che era amico di Goldman – venne soprannominato scherzosamente, ma con grande rispetto, “Rabbi goy” (rabbino non ebreo) dai lavoratori ebrei londinesi. Invece di limitarsi a predicare, si immerse completamente nella loro cultura, ne imparò la lingua e lottò per migliorare le terribili condizioni lavorative. Fu una figura chiave nel gruppo ebraico Arbeter Fraynd (Amico dei Lavoratori). Diresse il settimanale in yiddish Der Arbeiter Fraint e la rivista Germinal. Queste pubblicazioni furono fondamentali per diffondere le idee anarchiche e la cultura laica nel contesto yiddish.

    Prima di dare la parola alle compagne di Quaderni di Paola, vale la pena di riassumere gli aspetti fondamentali della vita di Emma Goldman: partecipazione alle lotte contro lo sfruttamento; l’interesse per la filosofia, la poesia e il teatro: in questo quarto volume – denso di incontri con intellettuali e rivoluzionari – viene raccontata una sua conferenza sull’opera di Walt Whitman che entusiasmò la sala stracolma. Infine, la visione intersezionale delle lotte planetarie, che ha tenuto assieme le multiformi sfaccettature della ribellione: esistenziale, ecologica, di classe, di genere e riflette su temi come l’anticapitalismo, l’ateismo, l’antimilitarismo, il libero amore, l’internazionalismo e l’abolizione del carcere.

    Chi siete? Perché i Quaderni di Paola, in cosa vi caratterizzate da altre case editrici libertarie, anarchiche, di movimento?

    Siamo un piccolo collettivo femminista e libertario, organizzato come associazione culturale, fuori da ogni logica di mercato e senza scopo di lucro. Con i Quaderni di Paola portiamo avanti un lavoro militante di diffusione di pratiche e pensieri di liberazione: femminismo, storia delle donne, anarchismo, educazione libertaria, lotta alle discriminazioni, movimenti transfemministi e queer. Non è il nostro lavoro: ognuna di noi si occupa di altro e questo progetto è una scelta politica. Proprio per questo rivendichiamo un’indipendenza piena e una radicalità che non deve rispondere a logiche editoriali o di mercato. Il progetto nasce da un lascito di Paola Mazzaroli, da cui prende il nome, e prosegue nel solco del suo impegno quotidiano libertario e femminista. Per noi la cultura non è neutra né accessoria: è terreno di conflitto e strumento di trasformazione.

    Perchè avete deciso di ripubblicare la biografia di Goldman?

    Innanzitutto perché mancava da troppi anni ed era ormai introvabile. Inoltre, non era mai uscita in versione integrale per un’unica casa editrice. Ma la nostra non è in alcun modo una semplice operazione archeologica o celebrativa. Siamo convinte cha sia un testo vivo, che attraversa lotte, corpi, desideri e contraddizioni ancora attuali. Rimetterlo in circolazione significa restituirlo come strumento politico, farlo parlare con i movimenti di oggi e rimettere in circolo parole e pratiche capaci di riaprire immaginari.

    Il lavoro di traduzione e di curatela quali differenza ha rispetto alle edizioni parziali pubblicate negli scorsi decenni?

    Si è concentrato soprattutto sul rendere il testo più accessibile e su un aggiornamento del linguaggio. In particolare abbiamo cercato di “svecchiare” la lingua, che in alcune traduzioni precedenti risultava un po’ appesantita rispetto alla chiarezza dell’originale. Il testo di Emma Goldman è infatti già molto diretto: scriveva in un inglese semplice e immediato, non essendo l’inglese la sua lingua madre. Il nostro lavoro è stato quindi quello di restituire questa immediatezza, rendendo il testo più leggibile oggi.

    Il colore fucsia delle belle copertine ricorda il fucsia e nero di Non Una di Meno, c’è un contatto tra voi e questo movimento?

    Il fucsia e il nero sono due colori storicamente importanti e insieme rappresentano la convinzione che la lotta contro il patriarcato sia inseparabile dalla lotta contro lo Stato e le gerarchie di potere. Il fucsia infatti è da più di un secolo il colore scelto dai movimenti femministi mentre il nero è da sempre il colore simbolo dell’anarchismo. In questo senso i due colori insieme sono segni riconoscibili di un preciso posizionamento politico. Per quanto riguarda i rapporti con Non Una di Meno, guardiamo sicuramente con grande interesse a questo movimento: alcune di noi ne fanno parte, altre lo incrociano nelle pratiche e nei percorsi di lotta. Più che un rapporto formale possiamo dire che ci sono diverse convergenze sul piano delle analisi e delle pratiche, dentro uno stesso terreno di conflitto.

    Quali sono le sintonie tra Goldman e le attiviste del movimento transfemminista?

    Stanno nel modo in cui viene pensata la libertà: non come principio astratto, ma come pratica che riguarda corpi, desideri e condizioni materiali di vita. Nel suo pensiero troviamo temi ancora centrali: il libero amore, la maternità consapevole, la critica al matrimonio e alle istituzioni che normano le vite, insieme all’idea che il personale è politico. A questo si lega anche la dimensione della soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la possibilità di una vita non ridotta alla sola sopravvivenza: la celebre idea per cui “Se non posso danzare, non è la mia rivoluzione” restituisce proprio questa tensione tra liberazione e gioia, tra rottura e vita piena. C’è anche una forte dimensione antimilitarista e anti-autoritaria, che lega la critica alla guerra alla critica più ampia dello Stato e dei dispositivi di controllo sui corpi. Non si tratta di sovrapporre epoche diverse, ma di riconoscere una continuità di domande sul potere e sulle sue forme. In questo senso è un pensiero che continua a fornire strumenti validi anche oggi.

    Oltre alla biografia di Goldman, avete pubblicato un racconto illustrato per bambini, il volume Queer e anarchia. Quali sono le motivazioni per questi due titoli?

    Storia di Ayçiçeǧi. Il girasole del Mar Nero, scritto da Clara Germani e illustrato da Emma M. Marinelli, nasce dalla volontà di rivolgerci a lettori e lettrici di tutte le età ed è anche un omaggio a Paola Mazzaroli: la storia, pensata durante un viaggio in Turchia fatto insieme a lei, parla di un fiore ribelle e curioso che vuole conoscere il mondo e non solo venerare padre Sole come i suoi fratelli. Il volume Queer e anarchia risponde invece a un’esigenza diversa ma complementare: è un’antologia ricca e variegata che apre uno spazio di confronto tra anarchismo e pensiero queer. L’obiettivo è mettere in relazione saperi e pratiche che spesso sono stati tenuti separati, ma che condividono una critica ai dispositivi di normalizzazione e alle gerarchizzazioni.

    Cosa avete in programma per il futuro?

    Abbiamo molte idee in cantiere, tra ristampe, incontri e nuove pubblicazioni. Il prossimo volume è già in uscita, scritto da una giovane studiosa e dedicato ai contro-immaginari politici, in particolare al municipalismo libertario e alla “comunità di comunità” come proposte per mettere in discussione il paradigma dello Stato. Il secondo volume che vorremmo pubblicare è dedicato alla storia delle Mujeres Libres durante la Rivoluzione spagnola del 1936, un’esperienza femminista anarchica che dentro la rivoluzione ha costruito pratiche di emancipazione e autonomia per le donne lavoratrici. In generale vogliamo continuare a promuovere riflessioni che attraversano i conflitti del presente e, da una prospettiva transfemminista e libertaria, alimentano la costruzione di un mondo nuovo.

    Grazie per il vostro impegno e per aver pubblicato Vivendo la mia vita. Più che un libro è un viaggio nel tempo, nella memoria, nelle idee, nella ribellione, merita di essere letto. Magari accompagnandolo con la visione di Reds, il film di Warren Beatty (basato sulla vita di John Reed, e sul libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo), tre Premi Oscar nel 1982: alla regia; alla fotografia (Vittorio Storaro); alla miglior attrice non-protagonista Maureen Stapleton, che guarda caso interpretava Emma Goldman. Certo a Emma e a noi interesserebbero di più altre vittorie, ma è storia ed è giusto registrarla.

    P.S. Le edizioni Quaderni di Paola ( www.quadernidipaola.it ) non hanno ancora distribuzione nelle librerie. Per info e richieste: quadernidipaola@gmail.com – +39 334 744 5568.

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    Cagliari, rogo nella notte: attentato alla moschea del quartiere Marina. L'Imam: “Qui da 40 anni, mai successo”

     

    di Francesco Fustaneo

     

    Un grave atto intimidatorio ha colpito la comunità islamica di Cagliari. Nella notte, ignoti hanno appiccato il fuoco davanti all'ingresso della moschea di via del Collegio, nel cuore del quartiere della Marina.

    Un gesto che scuote la quiete del rione e riaccende l'attenzione sulla convivenza interreligiosa in città. A far escludere un incidente e a orientare verso la pista dolosa è la dinamica stessa del rogo, divampato questa notte in via del Collegio.

    L'allarme è scattato verso le h 3:30. Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili hanno posizionato un innesco con liquido infiammabile davanti al portone d'ingresso della moschea. Le fiamme si sono propagate rapidamente, annerendo la facciata, distruggendo alcune piante ornamentali e invadendo i vani scala delle abitazioni vicine, che condividono lo stesso stabile.

    A evitare conseguenze peggiori è stato il tempestivo intervento dei residenti. Svegliati dal fumo e dal rumore, gli abitanti del quartiere della Marina sono riusciti a spegnere il fuoco con i propri mezzi prima dell'arrivo dei vigili del fuoco. Sul posto sono subito intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini e posto l'area sotto sequestro per i rilievi tecnici. Al momento non risultano né indagati né rivendicazioni.

    L'imam di Cagliari, Mehrez Triki, ha dichiarato: “Siamo qui da quasi 40 anni e non era mai successo niente del genere. Siamo sorpresi e amareggiati, perché nel quartiere non abbiamo mai avuto problemi con nessuno”.

    Triki ha voluto sottolineare il clima di rispetto e fratellanza che ha sempre caratterizzato la convivenza nel popoloso rione della Marina. “Le  persone che vivono qui – ha aggiunto – le considero tutte fratelli. La prova? Sono stati proprio i vicini, i primi, a darci una mano per spegnere l'incendio, e ora ci stanno aiutando a ripulire e sistemare i danni”.

    Al momento non ci sono iscritti nel registro degli indagati né sono giunte rivendicazioni, ma dall’esterno  seppur con tutte le cautele del caso,  quanto accaduto rischia di  configurarsi come un gesto di natura islamofobica.

    Episodi  come questo, purtroppo rischiano di riproporsi facilmente in contesti dove l'odio è già stato normalizzato nel dibattito pubblico. Il clima alimentato in questi anni da una precisa parte politica, con la complicità di alcune trasmissioni televisive, account social e giornali compiacenti – di cui l'islamofobia è solo una delle conseguenze – finisce per strumentalizzare, senza peraltro mai risolvere, i problemi connessi all'immigrazione irregolare. Così si alimentano fobie, odio e paura che, sommati a ignoranza, impoverimento generale e degrado, rischiano di essere l'innesco per ulteriori ondate di violenza generalizzata da parte di frange di sbandati, esaltati e xenofobi.

    E come spesso accade – e la storia lo insegna – a farne le spese sono persone innocenti. Quando si soffia sul fuoco, poi, non è semplice fermare le fiamme una volta che l’incendio divampa.

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    Si dimette il ministro della difesa inglese

     

    Il ministro della Difesa britannico John Healey ha rassegnato le dimissioni al primo ministro Keir Starmer, infliggendo l'ultimo colpo a un governo laburista già in difficoltà. In una lettera aperta, Healey ha lamentato che Starmer è stato «incapace, e il Tesoro non è stato disposto a stanziare le risorse» necessarie per le riforme radicali che intendeva attuare e per aumentare la spesa al 3% del PIL entro il 2030, al fine di adempiere agli obblighi della Gran Bretagna nei confronti della NATO.

    Il ministro ha citato l'attacco statunitense-israeliano all'Iran alla fine di febbraio e la crescente tensione che i membri europei del blocco guidato da Washington stanno affrontando tra i dubbi sull'impegno americano come fattori che rendono necessari più fondi per le forze armate. Healey si è dimesso per protestare contro il bilancio militare pubblicato lunedì, che ha definito «ben al di sotto di quanto richiesto» dal ministero per schierare forze armate pronte al combattimento.

    La leadership di Starmer è stata inoltre scossa da uno scandalo relativo alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti – noto per essere stato un collaboratore del finanziere caduto in disgrazia e molestatore sessuale Jeffrey Epstein – nonché dai disastrosi risultati delle elezioni locali di maggio, in cui il partito di governo ha perso decine di consigli comunali e quasi 1.500 seggi. Si vociferava che il partito potesse sostituire il proprio leader, ma il governo ha finora superato la crisi.

    Il contesto della spesa militare britannica

    Il Regno Unito, insieme alla maggior parte degli altri membri della NATO, si è impegnato ad aumentare la spesa durante un vertice lo scorso anno, in risposta alle pressioni del presidente Donald Trump, che ha accusato le nazioni europee di non fare la loro parte. Il parametro di riferimento proposto è stato fissato al 5% del PIL, di cui il 3,5% in spese militari dirette e l'1,5% in spese relative alla sicurezza. Il Regno Unito ha dichiarato che raggiungerà questo traguardo entro il 2035.

    L'esercito britannico soffre da anni di sottofinanziamento. Solo la scorsa settimana, la portaerei HMS Prince of Wales, co-ammiraglia della Royal Navy, non è stata in grado di salpare per un'esercitazione della NATO dopo un problema tecnico. Anche la sua nave gemella, la HMS Queen Elizabeth, era stata ritirata dalle manovre della NATO nel 2024.

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    La mia Onu avrebbe salvato l'Ucraina (di Pino Arlacchi)


    di Pino Arlacchi*
     
    C’è una domanda che vale la pena di porsi con franchezza, ora che l’Ucraina è ridotta a un campo di battaglia e l’Europa subisce le conseguenze di una guerra che non può né vincere né fermare: questa catastrofe era evitabile?

    La risposta è sì. Ed è evitabile ancora oggi, se si vogliono avere il coraggio e l’onestà di riflettere sulle sue cause di fondo.

    Il punto di partenza più recente è il fallimento degli Accordi di Minsk. Firmati nel 2014 e nel 2015 sotto la supervisione nominale di Francia e Germania, questi accordi avrebbero dovuto costituire la cornice diplomatica di una soluzione del conflitto nel Donbass. Ma erano sin dall’inizio una pietanza avvelenata.
     
    Nel 2022, con una spudoratezza che ha dell’incredibile, Hollande e Merkel, i leader europei che li avevano garantiti, hanno dichiarato pubblicamente di aver usato Minsk solo per guadagnare tempo, per permettere all’Ucraina di riarmarsi e prepararsi alla guerra. Non un accordo di pace, dunque, ma una trappola degna dei tempi dei trattati segreti tra le potenze europee in corsa verso le guerre mondiali del Novecento
     
    In presenza di un’organizzazione delle Nazioni Unite riformata secondo la mia proposta – con un’Assemblea generale dotata di prerogative sovrane e di meccanismi efficaci di garanzia dell’esecuzione dei negoziati di pace – questa falsificazione sarebbe stata irrealizzabile. Un ente di sorveglianza indipendente, con mandato dell’intera comunità internazionale, avrebbe monitorato l’attuazione degli impegni di Minsk, documentato le violazioni, ammonito le parti e reso politicamente insostenibile il sabotaggio avvenuto indisturbato per sette anni alla luce del sole, con la complicità dei garanti. L’Onu che propongo avrebbe reso quel tradimento impossibile. Ma vi è di più. Nell’autunno e nell’inverno del 2021-2022, quando la crisi si andava avvitando verso il punto di non ritorno, un’Assemblea generale dotata di poteri effettivi sarebbe stata in grado di intervenire su entrambi i fronti del conflitto nascente. Non come osservatore impotente, ma come giudice-arbitro dotato di strumenti adeguati di intervento. Fino all’uso di una propria forza di interposizione armata. Il primo atto sarebbe consistito nel riconoscimento formale di una realtà che il concerto occidentale si era ostinato a negare: la Russia aveva subìto, nel corso di trent’anni, un processo di accerchiamento strategico non dichiarato da parte della Nato.
     
    Non si trattava di paranoia imperiale né di eccessiva suscettibilità del Cremlino circa la propria zona di influenza. Si trattava di fatti documentati, incontestabili. Contravvenendo impegni presi subito dopo la caduta del Muro di Berlino e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la Nato aveva incorporato dal 1999 al 2020 quattordici nuovi membri, spingendo la propria linea di contatto fino ai confini della Federazione Russa. Basi missilistiche erano state installate in Romania e in Polonia, descritte come scudi difensivi ma rapidamente convertibili in piattaforme offensive. Il documento fondativo della Nato-Russia del 1997, che aveva promesso di non dispiegare forze militari permanenti nei nuovi paesi membri, era stato progressivamente svuotato di contenuto. E nel 2008, al vertice di Bucarest, era stata formulata la promessa – rivelatasi una scintilla – che un giorno anche l’Ucraina e la Georgia avrebbero fatto parte dell’Alleanza.
     
    Era una strategia deliberata, orchestrata da Washington e subìta passivamente da un’Europa che aveva abdicato alla propria autonomia strategica e aveva mascherato l’espansione Nato con una parallela, innocente, politica di allargamento verso Est dell’Unione europea.
     
    Un’aggressione silenziosa, al rallentatore: non con i carri armati, ma con i trattati, le basi, i memorandum, le mappe che si coloravano di blu verso est. La Russia aveva protestato per decenni – con Putin che aveva denunciato esplicitamente, fin dal discorso di Monaco del 2007, l’accerchiamento – e nessuno aveva risposto.
     
    Un’Assemblea generale sovrana avrebbe rotto quel silenzio. Avrebbe potuto adottare una risoluzione che riconoscesse la legittimità delle preoccupazioni della Federazione russa per la propria sicurezza. Avrebbe invitato le forze Nato a formulare una risposta coerente con il principio dell’indivisibilità della sicurezza nazionale di ogni Stato membro. Principio sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 secondo cui la sicurezza di uno Stato non può essere costruita a spese della sicurezza di un altro. Quel principio era stato invocato dall’Occidente per decenni, ma solo quando aveva fatto comodo alle potenze euroatlantiche. Un’Assemblea generale rifondata lo avrebbe applicato senza eccezioni, anche quando l’imputato fosse stata la Nato.
     
    Ma il riconoscimento delle ragioni russe avrebbe costituito solo il primo lato dell’equazione. Il secondo sarebbe stato un monito rivolto a Mosca: le vostre preoccupazioni di sicurezza possono legittimare una risposta proporzionata, non un’invasione. Il diritto internazionale consente mezzi di azione adeguati a questi casi. Un’operazione militare circoscritta alle regioni del Donbass, fondata sul diritto di autodifesa e sulla protezione delle popolazioni russofone soggette dal 2014 a bombardamenti ripetuti e documentati dall’Osce, si sarebbe collocata in una zona giuridicamente controversa ma non priva di solide giustificazioni. Un’invasione su larga scala del territorio ucraino, il rovesciamento del governo di Kiev, l’occupazione militare di centinaia di migliaia di chilometri quadrati, no. Quella sarebbe stata, e fu, qualcosa di diverso: una guerra vera e propria, incompatibile con una lettura difensiva del diritto internazionale.
     
    Questa distinzione – espressa non da Washington né da Mosca, ma dalla voce autorevole e imparziale dell’Assemblea generale – avrebbe avuto un peso che nessuna dichiarazione unilaterale avrebbe potuto possedere. Avrebbe offerto a Putin una via d’uscita del tutto percorribile: le tue apprensioni sono riconosciute, i tuoi nemici sono stati convenientemente ammoniti, il mondo ti dà ragione sulla Nato, ma non ti dà carta bianca per la guerra totale. E avrebbe offerto all’Ucraina e ai suoi protettori occidentali un messaggio netto: l’espansione della Nato verso Est, l’uso di Minsk come inganno, il riarmo accelerato dell’Ucraina, il diniego sistematico delle ansie e delle proteste russe, vi hanno resi i responsabili ultimi di questa crisi.
     
    Non è avvenuto nulla di tutto questo. Perché non poteva avvenire. Il Consiglio di Sicurezza è rimasto paralizzato: l’Occidente ha bloccato le risoluzioni dell’Assemblea che riconoscevano la fondatezza delle preoccupazioni della Russia. E così il mondo ha assistito impotente al progredire della crisi.
     
    La mia proposta di rifondazione dell’Onu non è utopistica. Nasce da chi ha visto dall’interno come funziona (e come non funziona) la massima espressione del sistema multilaterale. La mia Onu abolisce il diritto di veto che mette alcuni paesi al di sopra della legalità internazionale. Conferisce all’Assemblea generale il potere di riflettere la volontà della comunità internazionale nel suo insieme, mette fine agli effetti della spartizione del mondo avvenuta a Yalta nel 1945. Apre la porta di un mondo multipolare più equo e democratico.
     
    *Il Fatto Quotidiano | 10 giugno 2026

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    Immigrazione e identità culturale (di Vincenzo Costa)

     

    di Vincenzo Costa*

     
    Non è vero che gli immigrati, soprattutto islamici, distruggono l’identità culturale dei paesi occidentali. L’occidente ha perso la sua identità culturale da molto tempo. La scristianizzazione dell’Occidente non è una conseguenza dell’immigrazione. Le chiese sono vuote, i valori dell’Occidente, compreso quello molto laico della “cura di sé”, si sono svalorizzati per processi interni all’Occidente.

    C’è un processo di svalorizzazione, un nichilismo tutto interno all’Occidente. Che è il problema di questa cultura. Usiamo gli immigrati per non affrontare il problema della disgregazione culturale interna. Lo usiamo per non affrontare la questione della disgregazione del legame sociale, che segue una logica interna alla nostra civiltà.

    Gli immigrati vengono a inserirsi in questo mondo in corso di disgregazione, non incontrano alcuna identità. Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma, la stanno perdendo da tanto tempo.
    Poi c’è un problema legato all’immigrazione, ed è questo: come immaginiamo una società in cui convivono persone appartenenti a culture diverse?
    Possono culture diverse convivere nello stesso territorio?

    Di fatto, alla base di molte elaborazioni filosofiche e politiche c’è l’idea che le culture non esistono. Credo sia stata una pessima trovata, ideologica, nordica e dunque stupida (penso a hannerz).

    In realtà abbiamo pensato e stiamo pensando la società multiculturale come un luogo di cancellazione delle culture, come una brodaglia in cui tutti rinunciano alla propria cultura perché tutti assumono una cultura comune che è quella neoliberale del consumo come generatore di legame sociale e di integrazione sociale.

    La stiamo pensando così perché è coerente con un mondo senza più cultura se non quella del successo, del denaro e del consumo. I migranti che arrivano incontrano questa cultura, l’Occidente per loro non è né il Cristianesimo né la domanda filosofica, né il problema della verità o della cura di sé. E non hanno torto.

    I migranti che fanno gli aguzzini verso altri migranti non sono una cultura malata che invade la nostra: scimmiottano la nostra, hanno assunto la nostra cultura.

    Il problema siamo noi, perché siamo noi che odiamo la nostra tradizione culturale, non la conosciamo, non la rivitalizziamo. Siamo noi che abbiamo in odio le nostre radici.

    Siamo noi che usiamo anche i migranti per cancellare la nostra tradizione culturale, senza capire che poi a chi arriva offriamo solo il vuoto o il nulla, quello che abita la nostra civiltà.

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    Le esultanze de il Corriere per il “Supermissile Flamingo” (e i pruriti del PD)

     

    di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

     

    Con che slancio, con quanta passione, con che effluvio partecipativo, il Corriere della Sera si diffonde sul “supermissile Flamingo” con cui Kiev ha colpito due giorni fa la capitale della Repubblica di Chuvaša, Ceboksary, circa 800 km a est di Moskva, sul Volga. Con che afflato il giornale milanese si dilunga sulle caratteristiche del razzo che dovrebbe sostituire gli americani Patriot, di cui il regime nazigolpista è a corto e che Washington da tempo non fornisce, perché li impiega nell'aggressione all'Iran. Con che partecipazione emotiva il redattore assicura i lettori che Kiev è «sempre più autonoma» nella produzione di missili e fornisce addirittura il numero esatto che l'azienda produttrice sarebbe in grado di sfornare ogni mese. Con quale spirito di comunanza affettiva si comunica che per la junta di Kiev «c’è un punto in particolare che dà un valore inestimabile alla nuova arma: è stata pensata, quasi del tutto disegnata e largamente costruita in Ucraina... Un’era diversa e un futuro che promette ottimismo». L'ottimismo della guerra e di chi guarda ai superprofitti che l'industria militare promette. Basta, scrive il signor Lorenzo Cremonesi, con le «limitazioni imposte da Biden all’impiego delle armi americane, prima che Trump bloccasse radicalmente l’invio di materiale bellico Usa influenzato anche dalla sua ammirazione per Vladimir Putin». Basta. Ucraina über alles, über alles in der Welt. L'Ucraina centro del mondo, come la intendono i nazionalisti inneggianti alla “ucrainicità” e come la vedono nelle redazioni belliciste italiche e nei circoli “politici” del centrismo liberal-borghese di casa nostra.

    Nell'entusiasmo di Vladimir Zelenskij per gli obiettivi colpiti dai “fenicotteri” di Kiev, scrive con altrettanta esaltazione il redattore milanese, «si coglie il senso della nuova potenza militare ucraina: sta diventando indipendente, non occorre più chiedere nessun permesso». Sì perché il “Flamingo”, ci raccontano, è realizzato da una cosiddetta “startup ucraina” nata «alla fine del primo anno della nuova guerra (quella vecchia era iniziata con l’attacco russo del 2014)». Farabutti euro-guerrafondai che contrabbandano il terrorismo dei nazigolpisti di Kiev contro le città del Donbass, contro ospedali, asili nido, parchi, stazioni, come un «attacco russo del 2014». Terroristi della cartaccia stampata, che nel 2022 scrivevano di “attacco immotivato” della Russia all'Ucraina, come se da un giorno all'altro, in un'oasi di pace, diletto e fratellanza, quegli sciagurati di russi avessero attaccato proditoriamente un paese civile e democratico, così, dall'oggi al domani, senza alcuna motivazione. E oggi, dato che non si può più continuare a vendere per “anni di pace” quanto accaduto negli otto anni precedenti il 2022, ecco che declamano spudoratamente di «attacco russo del 2014». Andate a dirlo, canaglie prezzolate, ai civili di Alcevsk, Kramatorsk, Donetsk, Stakanov e i tanti villaggi del Donbass martellati per otto anni dalle artiglierie ucraine. Vien da chiedersi, in prima battuta, quanto certe redazioni ricevano da certe ambasciate.

    Ma, questo, tra parentesi. Di sfuggita, invece, sul finire del servizio, quando ormai il lettore ne ha avuto abbastanza di celebrazioni filo-naziste, si è costretti a buttare là, en passant, che la ditta che “produce” il “Flamingo” «collabora con il gruppo britannico Milanion», tacendo come d'uopo che il FP-5 ucraino è più o meno l'esatta copia del FP-5 prodotto dall'impresa britannico-emiratina. Così che poi non si può fare a meno di citare la britannica The Economist, secondo cui «una parte della produzione è effettuata all’estero, ma il 90 per cento delle componenti viene poi assemblata in Ucraina». Vale a dire: ancora una volta sono le imprese del complesso militare europeo ad essere direttamente impegnate nella guerra contro la Russia.

    Ragion per cui, non possono suscitare altro che ripugnanza certi pruriti che vengono presentati, ancora dal fogliaccio milanese, quale “battaglia delle idee” all'interno di quel miscuglio di liberalismo bottegaio, sussiego padronale – le maggiori industrie di guerra italiane non sono forse a dirigenza PD? - e finta alternativa aclassista alla peggiore fogna reazionaria italica denominato Partito Democratico. Il cosiddetto “dibattito” sull'Ucraina che, dicono, si starebbe svolgendo all'interno di quell'agglomerato di individualismo da mercato, somiglia tanto a una certa qual riproposizione, in termini adattati al liberalismo capitalistico odierno, della falsa alternativa di inizi '900 tra aperto e dichiarato opportunismo, da una parte e centrismo conciliatore dall'altra, all'interno, comunque, di un movimento che, quantomeno a parole, intendeva muovere le masse popolari verso una prospettiva di cambiamento sociale.

    Oggi che, a tali livelli di bassezza politica, le uniche alternative di cui blaterano le maggiori figure del PD sono quelle completamente interne al loro perenne quadro sociale e economico capitalista, anche il “dibattito” sull'atteggiamento nei confronti dell'Ucraina è circoscritto al quesito se la junta nazigolpista, sponsorizzata dalle cancellerie europee quale avamposto del prossimo confronto militare diretto contro la Russia, debba entrare immediatamente a far parte della UE o debba prima attraversare un certo periodo di “decantazione democratica”.

    Ecco dunque che, come racconta il Corriere della Sera, il signor Alessandro Alfieri «ammette che sull’Ucraina» loro del PD si attengono a «una posizione molto marcata di pieno sostegno»; così che ai «riformisti dem ovviamente non dispiace affatto che il Pd su questo punto sia fermo». D'accordo anche il signor Lorenzo Guerini, sulla «risoluzione del Pd nelle parti che riguardano il sostegno a Kiev». In ogni caso, si assicurano i lettori “benpensanti” da via Solferino, i riformisti, cioè i liberali della borghesia danarosa, «voteranno a favore anche delle risoluzioni di Azione e Italia viva»: si deve supporre che ci sarà da assistere a un grande coro di “slava Ukrainy”, cui farà eco un generale “Sieg heil”. Ma attenzione: la questione non è così pacifica all'interno del PD, perché «alla minoranza riformista non sono piaciute affatto le affermazioni rilasciate al Corriere da Goffredo Bettini», che il 10 giugno «aveva sostenuto la necessità di far ripartire il dialogo con la Russia e aveva frenato sull’ingresso di Kiev nella Ue». Grido d'allarme di quelli che a inizi '900 sarebbero stati gli opportunisti dichiarati e che oggi, tanto per attualizzare un po' i termini a favore delle generazioni più giovani, potrebbero definirsi gli adepti del liberalismo chiesastico di stampo borghese: il signor Filippo Sensi, agente delle passate atmosfere democristiane, tuona che «Un Pd che seguisse questa agenda filorussa sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere». Non si distinguono le signore Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e, da va sé, Pina Picierno, tutte genuflesse all'altare dei nazigolpisti di Kiev. Tutte unite nel coro di disprezzo per il “povero” Goffredo Bettini, quello che chiede al suo agglomerato politico di spostarsi ancora più verso le esigenze borghesi, convinto che «la sinistra non vince se non si allea con una forza più di centro» e che, riguardo all'Ucraina e alla sua ammissione alla UE, afferma che «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. L’Ucraina non corrisponde a criteri fondamentali per entrare nell’unione europea». Quali sarebbero i criteri? Per carità, non si dica che tra quei “criteri” europeisti ci sia una qualche mielosa “avversione” al nazismo. Quando mai? È solo la propaganda russa a dire che nel 2014 ci sia stato a Kiev un golpe voluto e foraggiato da USA-UE-NATO, cui hanno fatto da manovalanza terroristica le formazioni nazionaliste e apertamente naziste, addestrate già da anni, prima di allora, nei centri di reclutamento yankee e che oggi tengono per il collo la banda di Vladimir Zelenskij, per assicurarsi che non sbandi verso un “compromesso” con la Russia.

    Il signor Bettini parla di «ripartenza di un dialogo con la Russia. Zelensky è disposto a parlare con Putin. Cosa impedisce a noi di fare altrettanto?». Ben venga il “dialogo con la Russia”. Resta a vedere da quali posizioni e con quali obiettivi. Il signor Bettini è davvero sicuro che il nazigolpista-capo Zelenskij sia “disposto a parlare con Putin”? Ha forse letto un po' troppo velocemente il pizzino mafioso indirizzato dal jefe de la junta al presidente russo, o si è forse fidato troppo del cosiddetto “linguaggio amichevole” di quel vergognoso messaggio, addolcito nelle redazioni italiche da un “tu” con cui Zelenskij si sarebbe rivolto a Putin, quando l'originale ucraino recava un normale “voi”, con offensiva lettera minuscola che, insieme a tutto il tono ingiurioso dell'intera epistola, costituiva il vero perno che le cancellerie franco-britannico-tedesche volevano mettere alla base dell'autentico senso della direttiva impartita a Kiev e da trasmettere a Moskva: la guerra deve continuare.

    L'opportunismo liberal-europeista dei vari Guerini, Alfieri, Sensi & Co., insieme al confessionalismo inquisitorio di Picierno, Quartapelle e altri ha il “merito” di essere aperto, sfacciato, intento nell'adorazione dei nazigolpisti di Kiev, avamposto della crociata per ora non armata contro la Russia, in attesa del passaggio alla guerra guerreggiata in prima persona dalle “democrazie” europeiste. Il falso “centrismo” di coloro che, all'interno di quella compagine penitenzial-borghese e anti-operaia chiamata PD, evocano a parole il “dialogo con la Russia”, mentre continuano tuttora a sostenere un regime terroristico che manda al macello i propri giovani e affama le masse del proprio paese, in base ai dettami delle corporation transnazionali, non costituisce altro che una puntura di spillo nel generale obiettivo della militarizzazione della società, in preparazione alla guerra.

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    Cosa sta succedendo a Belfast?

     

    di Laura Ruggeri*

     

    Essendo al corrente della mia familiarità con Belfast, un iscritto al canale mi ha chiesto un commento sui recenti disordini in città. Non intendo gettare benzina sul fuoco visto che la vicenda ha dei contorni che mi sfuggono ancora e viene sfruttata abilmente per creare ulteriori divisioni tra le classi popolari per fini che potete immaginare, tra cui anche una stretta repressiva e securitaria in Europa. In ogni caso, ho vissuto a Belfast Ovest nel 1981 e 1982, in un quartiere cattolico al tempo in cui la città era divisa in settori e si attraversavano i checkpoint per andare da un quartiere all'altro. Nella zona degli attuali scontri – a maggioranza protestante – non mettevo quasi mai piede: per una persona con le mie frequentazioni sarebbe stato oggettivamente pericoloso.

    Non serve entrare nei dettagli, ma anche all’epoca era facile scoprire con chi uno si accompagnasse. Da allora Belfast ha subito una trasformazione radicale, quasi una mutazione antropologica. Se ci tornassi oggi, non la riconoscerei. Un esempio paradigmatico: la nuova donna sindaco di Belfast, insediatasi da pochi giorni, ha 30 anni. Nel 1981 non era ancora nata. Si chiama Róis Máire Donnelly, proviene dal quartiere cattolico di Ballymurphy ed è espressione di un Sinn Féin molto diverso da quello che conoscevo allora.

    Da partito repubblicano legato alla lotta armata, al nazionalismo cattolico tradizionale e all’identità operaia, Sinn Féin si è trasformato in una formazione progressista e “Sorosiana”: diritti LGBT+, femminismo, inclusività, immigrazionismo e retorica identitaria. La stessa Donnelly, con il suo linguaggio e il suo profilo, incarna perfettamente questo cambio di registro. Quello che invece è rimasto sorprendentemente costante, anche se quasi mai menzionato, è il ruolo di Belfast nella produzione strategica e militare britannica. Già fondamentale durante la Seconda Guerra Mondiale (quando i cantieri Harland & Wolff e gli stabilimenti Short Brothers furono pilastri dello sforzo bellico alleato), la città continua oggi a svolgere un ruolo importante nella difesa del Regno Unito. In particolare, nell’area di Castlereagh (zona est di Belfast, tristemente nota anche per il vecchio centro di tortura e interrogatori della RUC) sorge lo stabilimento di Thales Air Defence, ex Shorts Missile Systems. La presenza missilistica risale al 1952 e continua da oltre settant’anni. Thales Belfast è il centro di eccellenza del gruppo per i missili a corto raggio e produce sistemi di punta come Starstreak (missile ad alta velocità per difesa aerea) Martlet / LMM (Lightweight Multirole Missile), Effettori per il NLAW in collaborazione con Saab.

    Negli ultimi anni la fabbrica ha triplicato la produzione proprio per far fronte agli ordini legati alla guerra in Ucraina. Ma a Belfast si trova anche molto altro, Il settore di cyber security risulta in forte crescita, con oltre 100–120 aziende che impiegano migliaia di persone. Il polo è molto concentrato e considerato uno dei più densi al mondo in quanto i costi sono inferiori rispetto ad altri hub del Regno Unito e c'è una forte collaborazione tra università, governo e industria.

    L'istituzione chiave è il Centre for Secure Information Technologies (CSIT) della Queen's University di Belfast,  che guida ricerca, spin-off e incubatori come CSIT Labs e HutZero.

    Tra le aziende internazionali con sedi a Belfast figurano Rapid7, Proofpoint, Allstate, Imperva, Microsoft, IBM, BT, Northrop Grumman e grandi società di consulenza. Le aziende locali di rilievo includono MetaCompliance (formazione sulla sicurezza), Salt Communications (messaggistica crittografata), ANGOKA (sicurezza IoT), Vertical Structure (consulenza), e altre come B-Secure, LoughTec, Nisos. Ecco. A me interessano queste cose, non il teatrino degli scontri.

    *Il testo è stato pubblicato sul canale Telegram dell'autrice: @LauraRuHK
    Laura Ruggeri è autrice per LAD Edizioni di "Hong Kong a fuoco: anatomia di una rivoluzione colorata"

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    Medio Oriente, Palestina e petrodollaro: cosa racconta Dal Nilo all’Eufrate, il nuovo Quaderno de l’AntiDiplomatico

    Terzo numero de I Quaderni de l’AntiDiplomatico, Dal Nilo all'Eufrate: anatomia di un progetto culturale non è una semplice raccolta di articoli. È un’opera corale che assomiglia a un’inchiesta, a una rilettura critica e, in alcuni passaggi, a una vera e propria mappa interpretativa del nostro tempo. Il suo merito principale risiede nella capacità, rara, di far convergere voci differenti attorno a una medesima ipotesi di lavoro. La lunga sequenza di guerre, crisi e destabilizzazioni che ha attraversato il Medio Oriente negli ultimi decenni viene così riletta non come una successione di eventi contingenti, ma come l'espressione di una precisa logica strategica legata alla conservazione dell'egemonia statunitense e al ruolo svolto da Israele nella regione.

    La forza del Quaderno non sta soltanto nelle tesi che propone, ma nel metodo con cui costruisce il proprio ragionamento. Storici, economisti, diplomatici, giornalisti, ricercatori e analisti provenienti da esperienze molto diverse compongono un mosaico nel quale ogni contributo illumina gli altri. Il risultato è una polifonia che non si limita alla denuncia, ma tenta una ricostruzione complessiva. Il lettore non viene trascinato dentro una sequenza di slogan o di prese di posizione ideologiche; viene invece accompagnato attraverso documenti, testimonianze, interpretazioni e dati che progressivamente delineano un quadro unitario.

    Tra gli aspetti più interessanti dell’opera vi è la capacità di affrontare temi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico occidentale. La questione palestinese non viene ridotta a un conflitto territoriale o a una disputa religiosa, ma collocata all’incrocio tra storia, economia, ideologia e costruzione culturale del consenso. In questa prospettiva il volume affronta criticamente alcune delle principali narrazioni che hanno accompagnato il progetto sionista: dal richiamo al diritto divino sulla Terra Promessa alla rappresentazione di una continuità storica ed etnica indiscutibile, fino alle giustificazioni fondate sull’idea di una superiorità civile o morale dell’Occidente. L’effetto complessivo è quello di una lettura che invita a riconsiderare convinzioni spesso accettate come ovvie senza essere mai realmente sottoposte a verifica.

    Particolarmente significativa è inoltre la riflessione sul tema della supremazia etnica e sulle implicazioni che essa comporta sul piano politico e giuridico. Alcuni contributi pongono una domanda semplice ma difficilmente eludibile: fino a che punto è possibile conciliare principi democratici universali con sistemi che attribuiscono diritti differenti sulla base dell’appartenenza etnica o religiosa? È una questione che attraversa l’intero volume e che contribuisce a spostare il dibattito dal terreno della propaganda a quello dell’analisi storica e istituzionale.

    Sul piano economico, Dal Nilo all’Eufrate offre probabilmente alcune delle pagine più solide e convincenti dell’intera raccolta. La questione mediorientale viene inserita all’interno del più ampio sistema di relazioni che lega energia, finanza e potere globale. L’analisi del petrodollaro, del ruolo internazionale della moneta statunitense e delle trasformazioni indotte dall’ascesa di nuovi poli economici restituisce una chiave interpretativa capace di collegare eventi apparentemente distanti tra loro. Petrolio, sistema finanziario, controllo delle rotte energetiche e competizione tra grandi potenze emergono così come elementi di una stessa architettura geopolitica. In queste pagine la geopolitica smette di apparire come una disciplina astratta e torna a mostrarsi per ciò che realmente è: economia, potere e controllo delle risorse declinati su scala globale.

    Di grande interesse è anche la riflessione dedicata al linguaggio e al controllo della narrazione pubblica. Il Quaderno sostiene che le guerre contemporanee non si combattano soltanto sui campi di battaglia, ma anche sul terreno delle parole, delle definizioni e delle categorie interpretative. Da questo punto di vista assume particolare rilievo la discussione intorno ai termini “antisemitismo” e “antisionismo”, alla loro evoluzione storica e all’uso politico che ne viene fatto nel dibattito contemporaneo. Gli autori evidenziano come la progressiva sovrapposizione delle due nozioni abbia contribuito a restringere gli spazi della critica politica nei confronti di Israele, trasformando spesso il dissenso in una forma di sospetto morale preventivo. All’interno dello stesso quadro interpretativo si colloca anche la discussione sugli Epstein Files, utilizzati per riflettere sui rapporti tra potere, reti di influenza, ricatto e produzione del consenso all’interno delle élite occidentali. Che si condividano o meno le conclusioni degli autori, il merito dell’opera è quello di affrontare questioni che raramente vengono discusse in modo sistematico e di inserirle in una riflessione più ampia sul rapporto tra informazione, potere e costruzione della realtà pubblica.

    Il pregio maggiore del Quaderno, tuttavia, è forse un altro. In un’epoca dominata dalla frammentazione dell’informazione, esso tenta una ricostruzione d’insieme. Gaza, Libano, Siria, Iran, petrodollaro, guerra dell’informazione, lobbying, diritto internazionale, BRICS, reti di influenza e crisi dell’ordine unipolare non vengono trattati come fenomeni isolati, ma come elementi di una stessa struttura interpretativa. Il lettore ha la sensazione di assistere alla composizione progressiva di un grande affresco nel quale eventi apparentemente scollegati acquistano una loro coerenza interna e trovano collocazione all’interno di una visione più ampia.

    Questo è un Quaderno che non cerca il consenso facile né rivendica una neutralità di maniera. Al contrario, prende posizione e invita il lettore a fare altrettanto, confrontandosi criticamente con le tesi proposte. La sua forza non consiste nell’offrire verità definitive, ma nel mettere in discussione categorie interpretative consolidate e nel costringere chi legge a interrogarsi sulle narrazioni dominanti che accompagnano il racconto dell’attualità internazionale.

    In un panorama editoriale spesso schiacciato sull’emergenza quotidiana, Dal Nilo all’Eufrate rappresenta un tentativo ambizioso di restituire profondità storica agli eventi contemporanei e di ricondurre il presente a una prospettiva più ampia. È un’opera destinata a suscitare consenso e dissenso, ma che possiede una qualità sempre più rara: quella di costringere il lettore a guardare oltre la superficie delle notizie e a interrogarsi sui rapporti tra guerra, economia, linguaggio e potere. E non esiste risultato più importante per un libro che ambisce a comprendere il proprio tempo.

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    Il "punto critico" dell'approdo di Space X al Nasdaq (di Alessandro Volpi)

     


    di Alessandro Volpi*

    Domani avverrà il più grande collocamento in Borsa della storia. Si tratta dell'ingresso al Nasdaq di Space X, la società guidata da Elon Musk. Il battage pubblicitario e la narrazione dei media di tale evento sono davvero molto incalzanti: il dato comune è riassumibile nell'immagine del nuovo geniale padrone dello Spazio e dell'Intelligenza Artificiale che approda in Borsa, facendo e facendo fare miliardi di dollari a tutti. Il racconto quotidiano è intessuto di grandi temi, costituiti dalla celebrazione della totale dipendenza degli Stati Uniti, e del mondo "libero" dai satelliti di Musk, a cui si aggiungono i mirabolanti viaggi su Marte, la creazione di stazioni permanenti in giro per l'Universo, la imbattibile produzione di auto elettriche, la scoperta di infinite applicazioni dell'Intelligenza artificiale, il tutto costantemente condito da aneddoti sulla singolarità del personaggio. Certo, l'operazione ha bisogno di una grande attenzione mediatica perché è davvero imponente, almeno nelle attese.

    La quotazione di SpaceX (Space Exploration Technologies Corp) prevede infatti che le azioni saranno scambiate sul listino Nasdaq (e sul Nasdaq Texas) con il simbolo SPCX. La società debutterà come "controlled company" , il che significa che Elon Musk manterrà una solida maggioranza del potere di voto. Il prezzo delle azioni è fissato a 135 dollari e l'operazione punta a una capitalizzazione di mercato di circa 1,75-1,78 trilioni di dollari. Un simile dato la posiziona immediatamente tra le prime dieci aziende più preziose al mondo, superando colossi come Meta e Amazon. SpaceX punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari, il che la rende la più grande IPO della storia, battendo il record precedentemente detenuto da Saudi Aramco. Una delle caratteristiche più insolite di questa quotazione è l'attenzione agli investitori privati. SpaceX ha riservato una quota eccezionalmente alta, circa il 30% dell'offerta, agli investitori retail (piccoli risparmiatori).

    Di solito, nelle grandi IPO tecnologiche, questa quota non supera il 10%. E' previsto poi l'accesso tramite Piattaforme come Goldman Sachs (capofila dell'operazione), ma anche broker accessibili al pubblico (come XTB, eToro o Fidelity) che hanno aperto canali per permettere agli utenti di richiedere l'allocazione delle azioni prima del debutto. Siamo di fronte quindi ad una colossale impresa finanziaria che ha bisogno di rastrellare, davvero, una massa di risparmiatori e investitori gigantesca.

    Qui si pone il punto critico. La quotazione in Borsa di Space X anticipa quelle di Anthropic e Open Ai che avverranno entro la fine dell' anno e dovrebbero mobilitare circa 4 mila miliardi di dollari. Tali quotazioni sono rese inevitabili dal bisogno per gli investitori, Musk in primis, di avere un ritorno finanziario dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli di tali società nei listini in modo da poterli vedere inseriti negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf, fondamentali per i grandi gestori del risparmio globale, come nel caso di BlackRock. Il problema è però costituito dal fatto che tre Ipo di tali dimensioni devono trovare spazio in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa da piazzare, con scadenze molto ravvicinate, e in un mercato azionario caratterizzato dalla ipervalutazione proprio dei titoli già quotati del settore dell'Intelligenza Artificiale: a tutto ciò si aggiungono gli effetti restrittivi di tassi alti e destinati a salire per l'emergere dell'inflazione. Il rischio vero, quindi, è che le Ipo avvengano a prezzi più bassi rispetto a quelli attesi, con un'accelerazione dello sgonfiamento della bolla, su cui grava anche il livello di indebitamento non banale che colpisce tutto il settore dell'Intelligenza Artificiale e che proprio il rialzo dei tassi potrebbe far fibrillare come nel caso, ben più ridotto, dei mutui subprime.

    Per essere ancora più chiari le aspettative di prezzi azionari molto alti nel caso di queste Ipo, oggetto di una vera e propria narrazione mirabolante e quasi miracolistica, potrebbero essere incrinate se l'adesione del risparmio globale non ci fosse e soprattutto se i grandi gestori del risparmio si trovassero a fare delle scelte perché è sempre più difficile alimentare un "mercato" azionario che vale quasi 160 mila miliardi di dollari (erano 94 mila miliardi nel 2019) e uno obbligazionario che supera i 142 mila miliardi di dollari (erano 105 mila nel 2019). Dunque, il più grande spettacolo dopo il Big Bang risulta davvero insidioso, soprattutto per i milioni di risparmiatori in giro per il mondo che hanno le loro polizze e i loro fondi pensione imbottiti di titoli Usa. Proprio la partita dei grandi gestori è decisiva, di nuovo, a riguardo. BlackRock ha guidato la domanda istituzionale con un ordine record stimato tra i 5 e i 10 miliardi di dollari di future azioni Space X, puntando a diventare il primo azionista istituzionale esterno e cercando di replicare il peso che ha in Tesla (circa il 7%). Vanguard entrerà massicciamente non tanto durante l'IPO, quanto nella fase di inclusione negli indici. Poiché SpaceX (SPCX) entrerà nel Nasdaq-100 intorno al 7 luglio 2026, Vanguard sarà obbligata ad acquistare decine di miliardi di dollari in azioni per i suoi ETF (come il VOO o il VGT). Si stima che, entro la fine del 2026, i fondi istituzionali (BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity) arriveranno a controllare circa il 20-25% del capitale, agendo da stabilizzatori contro la volatilità tipica dei titoli legati a Musk. Ma tutto questo dipende, come ricordato, dalla tenuta complessiva di un sistema che è sempre più stressato e ha un bisogno famelico di risparmiatori spesso impoveriti dalla fine dell'economia reale, dei loro redditi da lavoro, e intossicati dalla dipendenza dalla rendita finanziaria.

    *Post Facebook del 10 giugno 2026

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    Un viaggio tra pagine e natura – Il mio SalTo26 un mese dopo

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    Buongiorno cari lettori, oggi vi porto con me nell’avventura che ha caratterizzato il mio mese di maggio. Grazie a Il Mago di Oz sono riuscita a partecipare al Salone del Libro di Torino come blogger e a portare il nostro amato blog tra gli stand e gli autori dell’edizione del 2026. Ho registrato un vlog su YouTube, che trovate in fondo alla pagina, dove ho intervistato alcune case editrici ed autori emergenti con cui ho collaborato e con cui continuerò a farlo qua per voi! Ho deciso di pubblicare ora l’articolo per poter iniziare a raccontarvi più concretamente dei libri

    L'articolo Un viaggio tra pagine e natura – Il mio SalTo26 un mese dopo sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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    Caitlin Johnstone - USA contro l'Iran: la sovranità di Teheran scambiata per aggressione

     

    Caitlin Johnstone*

    Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che gli Stati Uniti lanceranno imponenti attacchi contro l'Iran, mentre il Presidente Donald Trump ha avvertito che "bombarderà senza pietà" il Paese se Teheran non accetterà un accordo di suo gradimento. L'ultima ondata di raid aerei statunitensi avrebbe già pesantemente danneggiato infrastrutture civili critiche: secondo i dati diffusi dal governo iraniano, circa 20.000 cittadini sono rimasti senza approvvigionamento idrico nel bel mezzo di un caldo torrido.

    Nel frattempo, la macchina bellica statunitense si autoassolve recitando la parte della vittima, sostenendo di bombardare l'Iran esclusivamente per difendersi da un'aggressione ingiustificata. Il CENTCOM ha rilasciato una nota ufficiale in cui dichiara: "Su ordine del Comandante in Capo, le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare ulteriori attacchi di autodifesa contro molteplici obiettivi in Iran. Gli attacchi sono una risposta alla continua e ingiustificata aggressione iraniana".

    La Retorica dell'Impero e il Marchio del "Terrorismo"

    Questa narrazione evoca l'assurdità di chi entra con la forza in casa altrui per cospargere il soggiorno di benzina e, di fronte al tentativo del proprietario di fermarlo, lo uccide invocando la "legittima difesa". Gli Stati Uniti si comportano come un narcisista maligno: pretendono assoluta deferenza dal resto del mondo e interpretano come un attacco personale qualsiasi tentativo di porre limiti normali. I leader dell'impero occidentale sono intimamente convinti che l'intero pianeta debba sottomettersi alla loro autorità, e liquidano il rifiuto di tale sottomissione come un atto di violenza immotivato.

    In quest'ottica, lo slogan secondo cui "l'Iran è il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo" ha senso solo se si considera che l'asse occidentale etichetta come "organizzazione terroristica" qualunque gruppo si opponga agli interessi statunitensi e israeliani. Sono arrivati a classificare come entità terroristica persino il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie: una mossa paradossale per cui una branca ufficiale delle forze armate di un Paese sovrano viene definita illegittima, rendendo quel Paese "sponsor del terrorismo" per il solo fatto di possedere un esercito.

    Mentre l'Occidente bolla movimenti come Hamas e Hezbollah come sigle terroristiche, la stragrande maggioranza dei governi mondiali rifiuta questa classificazione, considerandoli semplicemente fazioni armate che si oppongono a Israele e ai suoi sostenitori. È una vera e propria manipolazione linguistica: se cambio la definizione di una parola per includervi chiunque non sia d'accordo con me, posso usare quel marchio per giustificare qualsiasi aggressione fisica. Oggi l'etichetta di "terrorista" serve solo a questo: colpire chiunque ostacoli il dominio globale dell'impero.

    Un Nuovo Equilibrio Regionale

    Come sottolineato in un recente articolo dall'analista Trita Parsi, la risposta missilistica dell'Iran contro Israele a seguito dell'offensiva in Libano potrebbe delineare un "nuovo equilibrio regionale". Uno scenario inedito in cui l'entità sionista non è più libera di agire impunemente in Medio Oriente, dovendo fare i conti con le contromisure di Teheran. L'auspicio è che i tentativi di Stati Uniti e Israele di rovesciare il governo iraniano continuino a fallire, che l'Iran si rafforzi per frenare le azioni belliche israeliane, che la macchina da guerra statunitense imploda e che la Palestina venga finalmente liberata.

    La realtà, del resto, è lineare, per quanto si cerchi di complicarla artificialmente attraverso la propaganda:

    • Israele: scatena una guerra regionale.

    • Israele: viola sistematicamente ogni accordo di cessate il fuoco.

    • Israele: bombarda quotidianamente il Libano meridionale.

    • Israele: sabota apertamente i negoziati tra Stati Uniti e Iran.

    • Israele: inizia a bombardare Beirut.

    • Iran: risponde bombardando Israele.

    • La narrativa sionista: "Ci attaccano a causa della nostra religione!"

    La distinzione è netta e fondamentale: praticare la propria fede, indossare la kippah e recitare le preghiere ebraiche è un diritto sacrosanto; sostenere uno Stato di apartheid e pratiche genocide è, invece, una scelta deplorevole. Non servono ulteriori livelli di complessità: la questione si riduce tutta qui.

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    (Traduzione de l'AntiDiplomatico)

    *Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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    USA affondano una petroliera: morti tre marinai indiani, l'India condanna l'attacco

     

    Tutti e tre i marinai indiani inizialmente dati per dispersi dopo l'attacco statunitense alla petroliera MT Settebello, battente bandiera di Palau, sono deceduti. La conferma è arrivata dall'agenzia di stampa Reuters, che ha tragicamente aggiornato il bilancio del raid avvenuto al largo delle coste dell'Oman.

     

    L'esercito statunitense ha giustificato l'azione affermando di aver preso di mira la nave dopo che questa aveva tentato di "violare" il blocco navale imposto da Washington nei pressi dello Stretto di Hormuz. In precedenza, Manoj Yadav, segretario generale del sindacato Forward Seamen's Union of India (FSUI), aveva segnalato le estreme difficoltà nel mettersi in contatto con l'imbarcazione, confermando la presenza di vittime a bordo prima del tragico verdetto definitivo.

    Il Ministero degli Affari Esteri dell'India ha condannato fermamente l'accaduto, esprimendo profonda preoccupazione per il rapido deterioramento della sicurezza nell'area. "Condanniamo l'attacco alla nave mercantile Settebello", si legge nella nota ufficiale di Nuova Delhi. "Dei 24 membri dell'equipaggio, tutti di nazionalità indiana, 21 sono stati tratti in salvo. I continui attacchi alle imbarcazioni nella regione sono una diretta conseguenza del conflitto in corso". Il governo indiano ha quindi rivolto un nuovo appello pressante a tutte le parti coinvolte affinché riducano le tensioni e scelgano la via diplomatica per ristabilire la stabilità.

    Our statement on the attack on a commercial vessel off the coast of Oman ??https://t.co/w405oJsHmZ pic.twitter.com/m0U3U81hQn

    — Randhir Jaiswal (@MEAIndia) June 10, 2026

    Nel frattempo, il sindacato dei marinai ha sollevato dure accuse contro le forze statunitensi, sostenendo che Washington fosse perfettamente a conoscenza della nazionalità del personale a bordo. Le tre vittime stimate provenivano dagli stati indiani dell'Himachal Pradesh, dell'Uttar Pradesh (Deoria) e dell'Andhra Pradesh.

    "Non credo affatto che gli Stati Uniti non avessero informazioni sui civili a bordo. È semplicemente impossibile", ha attaccato duramente Yadav. "Le forze navali statunitensi sapevano quanti cittadini indiani e stranieri viaggiavano su quella nave. Se l'imbarcazione non avesse rispettato le istruzioni impartite, i militari avrebbero potuto fermarla e trattenerla, non distruggerla". Il sindacato ha infine ricordato che, in base alle rigide leggi marittime internazionali, ogni nave è obbligata a depositare in ciascun porto di arrivo e partenza un manifesto dettagliato con i nomi e le nazionalità di tutto l'equipaggio, rendendo i dati accessibili alle forze operanti nella zona.

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    Yemen: "l'Iran ha il diritto di difendersi dagli USA, a rischio i mercati del petrolio"

     

    Lo Yemen ha ribadito il proprio fermo sostegno alla Repubblica Islamica, sottolineando come Teheran abbia il legittimo diritto di difendersi, preservare la propria sovranità nazionale e proteggere l'integrità territoriale da qualsiasi aggressione, rispondendo con fermezza a ogni minaccia alla sua sicurezza.

    La posizione è stata espressa in una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri del governo yemenita nelle prime ore di giovedì mattina. Il documento mette in guardia sulle gravi conseguenze di una prosecuzione delle operazioni militari statunitensi in territorio iraniano, descritte come una minaccia diretta alla pace e alla stabilità internazionali. Secondo Sana'a, questa continua escalation rischia di trascinare l'intera regione in una guerra su vasta scala dalle conseguenze imprevedibili.

    In questo contesto, il ministero ha evidenziato il potenziale impatto economico della crisi, rilevando che il proseguimento delle politiche ostili di Washington avrà pesanti ripercussioni sulle catene di approvvigionamento, sul commercio globale e sui mercati energetici, con particolare riferimento al settore petrolifero.

    Queste dichiarazioni giungono nel pieno delle operazioni di rappresaglia lanciate dall'Iran contro gli obiettivi militari statunitensi in Medio Oriente, scattate a seguito dell'ultima offensiva americana contro il Paese persiano.

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    Seconda notte di raid USA in Iran: Trump minaccia "bombardamenti senza pietà", Teheran chiude Hormuz

     

    Le difese aeree sono state attivate nelle prime ore di giovedì mattina nella zona occidentale di Teheran, in seguito agli avvertimenti di imminenti attacchi statunitensi. Forti esplosioni sono state segnalate anche nelle città di Sirik e Minab, segnando la seconda notte di raid USA contro il Paese.

    In precedenza, Donald Trump aveva annunciato che le forze statunitensi avrebbero lanciato una nuova ondata di attacchi contro l'Iran, proseguendo l'offensiva iniziata il giorno precedente. "Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo attaccati duramente e oggi li attaccheremo di nuovo duramente", ha dichiarato il presidente.

    Non si è fatta attendere la replica di Teheran. "Anche stasera le Forze Armate iraniane sono pienamente preparate e, se gli americani intraprenderanno qualsiasi azione aggressiva, dovranno affrontare nuovamente una dura risposta", ha dichiarato mercoledì all'agenzia Tasnim una fonte militare della Repubblica Islamica. "Se gli americani agiranno, l'Iran prenderà di mira nuovi obiettivi di interesse per questo regime terroristico", ha sottolineato la fonte.

    Gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi contro l'Iran martedì sera, in risposta all'abbattimento di un elicottero AH-64 Apache. L'operazione è stata condotta su ordine diretto del comandante in capo e, secondo Washington, ha costituito "una risposta proporzionata all'ingiustificata aggressione dell'Iran".

    Secondo il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), le forze statunitensi hanno bombardato diverse postazioni iraniane a Jask, Sirik e Qeshm "con pretesti infondati", danneggiando una torre di telecomunicazioni e distruggendo due serbatoi idrici. In risposta, l'esercito iraniano ha attaccato diverse basi americane in Medio Oriente, come annunciato dal Comando Centrale Khatam al-Anbiya (il più alto organo operativo del comando militare iraniano).

    Il giornalista di Fox News Trey Yingst, dopo aver parlato direttamente con il presidente degli Stati Uniti, ha riferito che Trump ha previsto una fine imminente per i bombardamenti, ponendo però un duro ultimatum: se la Repubblica Islamica non firmerà l'accordo, Washington prenderà la decisione di "bombardare il paese persiano senza pietà". Secondo il reporter, Trump ha descritto la situazione attuale come "il cessate il fuoco più violato della storia mondiale". Al momento del colloquio, le forze statunitensi avevano già lanciato 49 missili Tomahawk, oltre a condurre diversi attacchi aerei con caccia. L'obiettivo colpito più vicino a Teheran si trovava a circa 65 chilometri dalla capitale.

    Nel frattempo, la tensione è salita alle stelle anche sul fronte marittimo. L'Iran trasformerà la regione in un "inferno" per gli Stati Uniti se Washington continuerà a minacciare la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ha avvertito il generale di brigata Sayed Majid Mousavi, comandante delle forze aerospaziali dell'IRGC, secondo quanto riportato da Press TV. "Stanno forse cercando di rendere insicuro il sacro Stretto di Hormuz?", ha chiesto sui social media. "Trasformeremo la regione in un inferno per voi, da tutto l'Iran. Questa è la risposta all'audacia degli americani nella regione, con il permesso di Dio".

    A stretto giro, il Comando Centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato il blocco totale delle rotte marittime: a causa dell'insicurezza nella regione, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso "a tutti i tipi di navi, comprese petroliere e navi mercantili".

    "Come conseguenza delle barbarie dei criminali USA e considerando l'inizio degli attacchi da parte dell'esercito aggressore di quel paese in alcune regioni del sud della provincia di Hormozgan, da questo momento in poi lo Stretto di Hormuz è chiuso al traffico", si legge nella dichiarazione ufficiale citata dall'agenzia IRNA. L'esercito iraniano ha inoltre intimato a tutte le imbarcazioni di non lasciare l'ancoraggio nel Golfo Persico o nel Golfo di Oman, avvertendo che "qualsiasi avvicinamento allo Stretto di Hormuz sarà considerato un atto di collaborazione con il nemico" e che le Forze Armate daranno "una risposta schiacciante e decisiva a qualsiasi aggressione e malefatta da parte dell'esercito statunitense".

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    "Distrutti F-35 e F-15". L'Iran bombarda con missili balistici la base dei caccia USA

     

    Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha dichiarato che la sua Forza Aerospaziale ha lanciato, nelle prime ore di giovedì, 12 missili balistici contro la base aerea e il centro di controllo di Al-Azraq, in Giordania. Secondo il comunicato ufficiale di Teheran, l'attacco ha preso di mira le strutture che ospitano i caccia statunitensi F-35, F-15 e F-16, distruggendo le installazioni militari e un gran numero di velivoli da combattimento. Nel complesso, le forze iraniane hanno riferito di aver colpito 21 obiettivi strategici statunitensi nella regione.

    L'IRGC ha specificato che questa offensiva rappresenta una risposta diretta ai raid missilistici americani che hanno colpito un centro ricreativo, un complesso industriale, una base locale delle Guardie Rivoluzionarie nella contea di Pishva e le aree adiacenti a una caserma alla periferia di Karaj e Nazarabad. "Le operazioni dei combattenti dell'Islam continueranno finché persisteranno le azioni ostili del nemico", ha ribadito il comando iraniano.

    L'escalation si inserisce nel quadro delle operazioni di rappresaglia lanciate dall'Iran contro gli assetti militari statunitensi in tutto il Medio Oriente. Dal canto suo, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) aveva annunciato mercoledì sera l'avvio di attacchi contro "obiettivi multipli" in territorio iraniano.

    Questa è la seconda notte consecutiva di bombardamenti da parte di Washington, un'azione che viola apertamente il cessate il fuoco dichiarato l'8 aprile, che aveva posto fine alla guerra di 40 giorni condotta da Stati Uniti e Israele contro il Paese persiano. Martedì sera, le forze statunitensi avevano già preso di mira diverse località nella provincia meridionale di Hormozgan, giustificando l'azione con l'abbattimento di un elicottero Apache nei pressi dello Stretto di Hormuz—un pretesto che le autorità di Teheran hanno subito liquidato come totalmente falso.

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    Intesa-Mps: non mercato ma concentrazione di potere

    L’operazione con cui Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta su Monte dei Paschi di Siena viene raccontata, dai suoi protagonisti, come una grande operazione di mercato. Tecnicamente lo è. Ma se scendiamo dalla giostra degli allegri cantori del capitale, possiamo riconoscere le più brutali fattezze di una pericolosa concentrazione di potere.

    La formula è rassicurante: vince chi paga di più. Sembra il mercante in fiera. Solo che in ballo c’è un pezzo dell’infrastruttura finanziaria del Paese. E i giocatori sono gli stessi che già presidiano risparmio, credito, assicurazioni, fondazioni, reti commerciali, relazioni politiche, patrimoni familiari e partecipazioni strategiche. L’operazione ha dimensioni tali da ridisegnare l’intero sistema finanziario italiano. Secondo le ricostruzioni disponibili, si muoveranno oltre 35 miliardi di euro. Intesa punta a rilevare Mps, che ha già incorporato Mediobanca, e quindi anche la partecipazione di Mediobanca in Generali. Una parte rilevante della rete Mps, circa 635 filiali, verrebbe poi ceduta a Unipol, che la integrerebbe con Bper. Nascerebbe così un nuovo grande polo bancario, destinato a diventare la seconda banca del Paese. Intesa, invece, manterrebbe Mediobanca, il suo marchio, una parte della rete Mps e soprattutto il posizionamento strategico nel wealth management, nella consulenza ai grandi patrimoni, nel credito al consumo, nell’investment banking e nell’azionariato di Generali.

    Il cuore dell’operazione per Intesa è l’intera catena Mps-Mediobanca-Generali. Monte dei Paschi porta con sé una rete bancaria, una storia, un marchio, una base clienti, un radicamento territoriale. Mediobanca porta competenze di investment banking, relazioni con le grandi imprese, consulenza ai patrimoni, reputazione finanziaria. Generali rappresenta uno dei maggiori gruppi assicurativi europei, una grande cassaforte del risparmio e un attore centrale anche per gli investimenti in titoli pubblici italiani. Da qui la narrazione della “mossa di sistema”. Stabilità, italianità, difesa del risparmio nazionale, costruzione di campioni europei. Sono parole importanti, perché toccano un tema reale. In un’Europa finanziaria ancora incompleta, nella quale i governi nazionali difendono con forza i propri gruppi bancari e assicurativi, avere grandi soggetti con centro decisionale in Italia conta.

    Le banche, del resto, non sono imprese come le altre. Svolgono una funzione pubblica essenziale: decidono come il risparmio raccolto viene trasformato in credito, investimenti, servizi finanziari, protezione assicurativa, gestione patrimoniale. L’impatto di una grande concentrazione bancaria, dunque, va ben oltre gli azionisti delle banche coinvolte. Tocca l’economia reale, i territori, le imprese, il risparmio delle famiglie, la qualità della democrazia economica.

    Questa dimensione di sistema va riconosciuta, senza però accettare l’intera narrazione così com’è. L’italianità dell’azionariato può essere una condizione utile, ma non garantisce di per sé il perseguimento di alcun interesse generale. Una banca italiana può comportarsi esattamente come una banca francese, tedesca o americana: cercare margini, commissioni, dividendi, scala, controllo del cliente, massimizzazione del profitto a breve termine. Il passaporto dell’azionista non basta a trasformare una rendita in politica industriale.

    In un’Italia che negli ultimi dodici anni ha perso circa trecento miliardi di euro di credito all’economia, soprattutto alle piccole imprese, questa ulteriore concentrazione aumenterà davvero la capacità del sistema bancario di finanziare lavoro, transizione energetica, innovazione, terzo settore e aree periferiche? Oppure rafforzerà soprattutto la capacità di questi pochi grandi gruppi di estrarre valore dal risparmio e dalle polizze?

    Abbiamo imparato ormai che il mercato bancario, lasciato a sé stesso, non produce automaticamente sviluppo equilibrato. L’Italia ha vissuto trent’anni di privatizzazioni, fusioni, acquisizioni, trasformazioni societarie, riduzione del numero di banche, chiusura di sportelli, centralizzazione delle decisioni. Il vecchio sistema bancario italiano era stato spesso definito una “foresta pietrificata”: troppe relazioni opache, troppe protezioni, troppi intrecci tra politica, finanza e territori, poca contendibilità, poca trasparenza, poca concorrenza. In parte il cambiamento era necessario. Ma oggi rischiamo di essere passati dalla foresta pietrificata ad un giardino pietrificato: meno attori, più grandi, più forti, formalmente contendibili ma sostanzialmente sempre più concentrati, capaci di orientare masse enormi di risparmio e sempre meno obbligati a rispondere ai bisogni diffusi dell’economia reale.

    L’operazione Intesa-Mps-Unipol nasce dentro questa traiettoria e la accelera. Presenta una caratteristica particolarmente rilevante: non concentra soltanto banche, ma salda banche, assicurazioni, risparmio gestito, credito al consumo, investment banking e grandi partecipazioni strategiche. Il perimetro supera il credito bancario in senso stretto. Investe il controllo dell’intermediazione finanziaria nel suo complesso.

    C’è poi un’ironia pesante nel ruolo che una parte del mondo cooperativo sta giocando in questa vicenda. Unipol nasce dalla cooperazione, da un’idea di finanza orientata a lavoratori e comunità. Partecipare oggi alla costruzione del secondo polo bancario italiano – dentro un’operazione che accentra potere finanziario e quasi certamente ridurrà il credito alle piccole imprese – è la negazione di quella missione. Carlo Cimbri, che nel 2005 era al fianco di Consorte nel tentativo opaco di scalata a BNL, guida oggi Unipol verso un’ambizione più grande e più legittima negli strumenti, ma non più vicina agli interessi che il mondo cooperativo dichiara di rappresentare. Con lui, apparentemente ai margini, Aldo Soldi, già protagonista di quella stagione, oggi presidente di Banca Etica, che sarà destinata ad avere forti intrecci con la nuova banca di Cimbri. Una parte della cooperazione italiana si rende così mosca cocchiera di un’operazione di potere difficilmente riconducibile al vantaggio delle imprese e delle famiglie.

    Non è da meno Mps, in termini di valore simbolico e politico. Monte dei Paschi è stata a lungo la terza banca italiana, poi travolta da crisi, errori gestionali, acquisizioni sbagliate, aumenti di capitale, interventi pubblici, perdite scaricate in vario modo sulla collettività. È stata salvata anche con risorse pubbliche. È stata risanata con fatica. Ora, tornata appetibile, diventa oggetto di una nuova grande partita tra gruppi finanziari. La contraddizione è evidente. E imporrebbe di non cancellare il tema dell’utilità pubblica nel momento in cui la banca torna a far gola al mercato. Se Mps è stata un problema collettivo, le valutazioni sul suo destino meriterebbero l’applicazione di criteri di interesse generale. Ma difficilmente accadrà. E non sarà la prima volta che ad Intesa i governi di turno stendono tappeti rossi: basti ricordare l’acquisizione delle due banche popolari “venete” al prezzo simbolico di un euro, accompagnata da un massiccio intervento pubblico a protezione dell’operazione.

    L’operazione Intesa-Mps può apparire industrialmente razionale. Può creare valore per gli azionisti. Può rafforzare l’italianità di Generali. È in realtà soprattutto una grande operazione di potere sulla scacchiera asfittica del potere italiano, di cui poco si vede il valore sociale. Eppure rischia di essere raccontata solo come il nuovo capitolo del risiko bancario italiano: chi prende Mps, chi controlla Mediobanca, chi pesa su Generali, chi sfida UniCredit, chi condiziona Banco Bpm, chi rappresenta l’interesse nazionale, chi vince la partita tra Milano, Bologna, Siena, Trieste, Parigi e Francoforte.

    Si può continuare a chiamarlo mercato, naturalmente. Ma quando un’operazione concentra banche, assicurazioni, risparmio gestito, partecipazioni strategiche, fondazioni, reti territoriali e rapporti di sistema, il mercato da un pezzo non c’è più. Intesa-Mps è una prova di realtà. Ci dice che il sistema finanziario italiano sta andando verso pochi – pochissimi – grandi conglomerati bancario-assicurativi. Questo può dare forza, stabilità, capacità competitiva? Forse. Ma con più probabilità restringerà la concorrenza, ridurrà il pluralismo di forme e modelli, aumenterà la distanza tra finanza ed economia reale.

    Cosa fanno governo, partiti politici, autorità di vigilanza, supervisori della concorrenza? Metteranno una tassetta sugli utili nella prossima finanziaria? Se questa operazione costringerà il Paese a discutere seriamente di credito, sviluppo, territori, concorrenza, risparmio, cooperazione e democrazia economica, potrà almeno generare un’utilità pubblica. Per ora, abbiamo la certezza che il sistema bancario italiano diventerà ancora più stretto. E un Paese con banche fortissime e credito debole non ha risolto il proprio problema di come accompagnare lo sviluppo. Ha soltanto reso più elegante la concentrazione del potere finanziario. 

    L'articolo Intesa-Mps: non mercato ma concentrazione di potere sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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    L’Iran respinge le minacce USA e prepara la risposta a nuove aggressioni

    L’Iran risponde a muso duro nei confronti di Donald Trump ribadendo che non accetterà alcuna imposizione né cederà alle minacce militari della coalizione Epstein. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che la Repubblica Islamica non si arrenderà mai davanti a pressioni esterne, sottolineando come la coesione nazionale e il sostegno popolare abbiano rappresentato un elemento decisivo durante il conflitto iniziato il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. Intervenendo a una cerimonia commemorativa dedicata alla guida della Rivoluzione Islamica, Pezeshkian ha affermato che le manifestazioni popolari e il sostegno alle forze armate hanno contribuito a neutralizzare il tentativo dei nemici di indebolire il Paese.

    Secondo il presidente, il principale fattore di forza dell’Iran resta l’unità interna, che ha impedito agli avversari di raggiungere i propri obiettivi strategici. Le dichiarazioni arrivano mentre Donald Trump torna a minacciare nuovi attacchi contro infrastrutture civili iraniane, inclusi impianti elettrici, ponti e reti idriche, nel caso in cui non venga raggiunto un accordo con Teheran. Pezeshkian ha definito queste minacce “un segno di disperazione” e non di forza, sostenendo che il Paese continuerà a fare affidamento sulle proprie capacità scientifiche e tecnologiche per resistere alle pressioni occidentali.

    Teheran insiste inoltre sul fatto che qualsiasi intesa futura dovrà prevedere la cessazione definitiva delle ostilità, la rimozione delle sanzioni e il risarcimento dei danni provocati dalla guerra. Restano invece irricevibili, secondo la leadership iraniana, richieste che limitino la sovranità nazionale, il controllo sullo Stretto di Hormuz o il programma nucleare civile del Paese. Anche il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha ribadito che ogni nuova aggressione riceverà una risposta “immediata e decisiva”. Nel commemorare i comandanti militari e gli scienziati uccisi nei precedenti attacchi, Qalibaf ha sostenuto che le eliminazioni mirate non hanno rallentato né il progresso scientifico né le capacità difensive della Repubblica Islamica. Nonostante il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e in vigore dall’inizio di aprile, le tensioni restano elevate. I negoziati avviati a Islamabad si sono conclusi senza risultati concreti e Teheran continua ad avvertire che qualsiasi nuova offensiva statunitense o israeliana sarà accolta da una risposta senza precedenti.

    Intanto un Donald Trump sempre più frustrato e incapace di vincere questa gueera che gli Stati Uniti hanno proditoriamente scatenato su impulso israeliano, continua ad alzare il livello dello scontro e delle minacce nella speranza di piegare la fiera resistenza iraniana e provare ad allontanare lo spettro di una sconfitta strategica che aleggia su Washington.


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    L’ombra della geopolitica sul Mondiale più grande della storia

    Il Mondiale di calcio 2026 si prepara a catalizzare l’attenzione di miliardi di appassionati in tutto il mondo, ma l’edizione che prende il via oggi 11 di giugno arriva accompagnata da polemiche che vanno ben oltre il terreno di gioco. Organizzato congiuntamente da Canada, Messico e Stati Uniti, il torneo rappresenta una novità assoluta nella storia della competizione: per la prima volta le partite si disputeranno in tre Paesi diversi e vedranno la partecipazione di 48 nazionali, un numero record. Ad aprire la manifestazione sarà la sfida tra Messico e Sudafrica allo stadio Azteca, mentre la finale è prevista per il 19 luglio.

    Tra gli aspetti più discussi delle ultime settimane vi sono le rigide misure di sicurezza e i controlli migratori adottati dalle autorità statunitensi. Diverse delegazioni hanno segnalato procedure particolarmente severe all’arrivo negli Stati Uniti. Le nazionali di Senegal e Uzbekistan sono state sottoposte a controlli approfonditi, mentre l’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto e interrogato per diverse ore all’aeroporto di Chicago prima di poter entrare nel Paese.

    Particolarmente complessa si è rivelata la situazione della nazionale iraniana. In un contesto segnato dalle tensioni tra Washington e Teheran, i visti per la squadra sono stati approvati soltanto pochi giorni prima dell’inizio del torneo, dopo mesi di incertezza. Inoltre, ai giocatori iraniani non è stato consentito di pernottare negli Stati Uniti, costringendo la federazione a trasferire il ritiro dall’Arizona a Tijuana, in Messico. La Federazione calcistica iraniana ha inoltre accusato le autorità statunitensi di aver ostacolato la partecipazione dei tifosi, revocando l’assegnazione dei biglietti destinati ai sostenitori della squadra per le partite della fase a gironi.

    Mentre il Mondiale si appresta a inaugurare una nuova era del calcio internazionale con un formato ampliato e senza precedenti, le controversie legate ai controlli di frontiera e alle tensioni geopolitiche rischiano di trasformare uno degli eventi sportivi più attesi del pianeta in un terreno di scontro che va ben oltre il calcio.



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    Il Nord come terreno di cooperazione

     

    di Michele Merlo

     

    Durante la recente conferenza stampa tenuta da Vladimir Putin per i giornalisti stranieri, egli ha affermato che la Russia non ha compiuto «alcun cambiamento di rotta» verso l’Asia e che l’accordo quadro con la Cina è stato firmato già nel 2001, poiché i due paesi sono partner naturali. “Mosca e Pechino sono amiche non contro qualcuno, ma nel proprio interesse, stanno valutando nuovi sviluppi nel settore tecnico-militare, non legati agli eventi attuali. E nel prossimo futuro “delizieranno” con nuovi accordi nel settore energetico”. La commissione intergovernativa russo-cinese per la cooperazione in materia di investimenti comprende 89 progetti per un valore di oltre 200 miliardi di dollari in settori quali la metallurgia, la chimica, l’ingegneria meccanica, l’industria forestale, il settore agricolo, i trasporti, la logistica e il commercio. La cooperazione è proficua anche nel settore dell’energia nucleare e in quello spaziale. Oltre alle questioni economiche e politiche, tra i due paesi si sono instaurati solidi legami culturali secolari. Un posto speciale è occupato dai progetti di rilevanza sociale, in particolare in campo medico.

    Alla fine di maggio si è tenuta a Murmansk l'apertura del Raduno dei vertici del servizio medico della Marina Militare della Federazione Russa, per la prima volta in formato internazionale, al quale ha partecipato una delegazione delle Forze Navali dell'Esercito Popolare di Liberazione cinese. Da entrambe le parti hanno partecipato alti ufficiali dell'esercito. Una serie di attività scientifiche e pratiche volte allo scambio di esperienze e alla promozione di vari sviluppi scientifici nell'ambito della medicina navale riveste un'importanza fondamentale per distinguerla come un settore specifico della sanità.

    Il programma delle attività scientifiche e pratiche svoltesi presso le strutture della Flotta del Nord della Federazione Russa comprendeva questioni relative alla cooperazione russo-cinese nel campo della medicina navale, attività scientifiche e pratiche, la discussione sulle prospettive di sviluppo della medicina navale, una conferenza scientifica e pratica sulla traumatologia chirurgica da combattimento, una serie di masterclass tenute da specialisti dell’Accademia medico-militare e la visita alle attrazioni locali, dato che la regione di Murmansk ha molto da offrire ai turisti. (I turisti cinesi la scelgono già da diversi anni per i loro viaggi e la domanda per questa destinazione è in crescita). Una giornata del raduno è stata dedicata allo studio delle capacità dell’ospedale principale della Flotta del Nord nel fornire assistenza medica alle vittime di emergenze di natura antropica, comprese le lesioni da radiazioni. 

    Questo non è il primo grande evento congiunto russo-cinese su tema medico. Nel settembre 2025 si è tenuto a San Pietroburgo il primo congresso russo-cinese "Chirurgia mininvasiva", il più grande evento medico dell'autunno, in occasione del 45° anniversario del Centro nazionale di ricerca medica intitolato ad Almazov. Al congresso hanno partecipato i principali specialisti di Russia e Cina, che hanno discusso delle tecnologie di intelligenza artificiale in medicina, della medicina personalizzata e delle tecniche chirurgiche all'avanguardia. Il congresso è stato organizzato congiuntamente dal Centro Almazov, dalla Facoltà di Medicina dell’Università di Zhejiang, dall’Ospedale Sir Ran Ran Shaw (Hangzhou, Cina) e dalla Società Russa dei Chirurghi. Oggi il Centro Almazov russo collabora attivamente con 12 organizzazioni cinesi, di cui 6 sono università, dedicando particolare attenzione alla formazione congiunta del personale e alla ricerca scientifica, compreso il trattamento delle malattie cardiovascolari. I principali esperti di entrambi i paesi hanno presentato relazioni sull'applicazione dell'intelligenza artificiale in oncologia chirurgica, gastroenterologia chirurgica, chirurgia endocrina e chirurgia d'urgenza.

    Parallelamente allo sviluppo della cooperazione in campo medico, la Cina sta rafforzando attivamente la propria presenza nell'Artico, affrontando la questione in modo globale:

    - dal 2004 è operativa una base scientifica a Spitzbergen;

    - sono state condotte 8 spedizioni nell'Oceano Artico;

    - sono state costruite due navi rompighiaccio ("Drago delle nevi" e "Drago delle nevi-2").

    - la Cina partecipa attivamente ai progetti «Yamal LNG» (29,9% delle azioni detenute da CNPC e dal Fondo della Via della Seta) e «Arctic LNG-2» (20% detenuto da CNPC e CNOOC). L’integrazione dei trasporti fluviali, stradali e ferroviari interni russi nel Corridoio Transartico favorisce lo sviluppo delle regioni; in Yakutia si sta elaborando un percorso multimodale Mohe (Cina) – Jalinda – Nizhny Bestyakh – fiume Lena – porto di Naiba – Corridoio Transartico, che consentirà di aggirare il complesso settore orientale della RSM e trasformare il fiume Lena in una via di importanza nazionale e internazionale.

    - È in corso lo sviluppo della «Via della Seta Polare», poiché la Rotta Marittima del Nord è due volte più veloce della rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez (25–27 giorni contro 40–50): ciò riduce il consumo di carburante, i costi di nolo e di equipaggio e accelera la consegna. Inoltre, la “crisi di Ormuz” e i rischi di pirateria al largo delle coste della Somalia costringono i grandi operatori (Maersk, Hapag-Lloyd, CMA CGM) a dirottare le navi su un’altra rotta intorno all’Africa, aggirando il Mar Rosso.

    - La Cina ha lo status di osservatore nel Consiglio Artico dal 2013 e si posiziona come “Stato para-artico”, spiegando che le condizioni naturali dell’Artico e i loro rapidi cambiamenti hanno un impatto diretto sul clima, l’ecologia, l’agricoltura e la piscicoltura della Cina.

    Allo stesso tempo, Pechino propone il principio orientale del «non partecipare al gioco, ma nemmeno assentarsi»: non interferire negli affari che riguardano esclusivamente i paesi artici, ma svolgere un ruolo attivo nelle questioni transregionali. Ed è proprio la secolare saggezza orientale a caratterizzare il suo approfondimento dei legami necessari con il suo vicino attraverso una cooperazione multiforme. L'Artico è diventato un'importante area di cooperazione tra Russia e Cina in una serie di settori, il che è diventato particolarmente rilevante nel contesto della folle pressione delle sanzioni occidentali sulla Russia. Nel 2024 la Cina è diventata il principale partner scientifico della Russia: quasi il 22% di tutte le pubblicazioni congiunte degli scienziati russi su Scopus è stato realizzato da ricercatori della Repubblica Popolare Cinese.

    Nello sviluppo della Rotta Marittima del Nord sono stati raggiunti risultati concreti: è stata creata una struttura istituzionale composta da 3 gruppi di lavoro dedicati alla navigazione, alla sicurezza e alla cantieristica artica; nel 2023 è stata avviata la prima rotta containerizzata regolare tra i porti russi e cinesi; nell'agosto 2024 è stata inaugurata la rotta multimodale «Arctic Express n. 1», che collega i porti cinesi con Arkhangelsk, Mosca e San Pietroburgo. Nel 2019 la Russia e la Cina hanno concordato la creazione del Centro di ricerca artico sino-russo per la realizzazione di progetti comuni nella regione.

    L'attuale equilibrio di interessi favorisce un partenariato reciprocamente vantaggioso: la Russia ottiene gli investimenti e le tecnologie necessari per lo sviluppo dell'Artico, mentre la Cina ottiene l'accesso alle risorse e alle capacità logistiche. Nel breve e medio termine, la Cina rimarrà il principale partner artico della Russia. Le difficoltà su cui si sta lavorando sono l'incertezza delle condizioni del ghiaccio nell'Artico, il sistema assicurativo e le sanzioni finanziarie occidentali, che aumentano i rischi operativi e i costi. Tuttavia, la compagnia cinese New New Shipping Line prevede di raddoppiare nel 2026 i viaggi lungo la rotta marittima settentrionale rispetto ai 14 previsti per il 2023. Ma la Cina non è l'unico Paese a instaurare una cooperazione con la Russia: interesse è stato manifestato anche da Corea del Sud, India, Giappone e altri Paesi del Sud-Est asiatico.

    Vladimir Putin ha incaricato il governo di accelerare la messa a punto del progetto di decreto sulla strategia di sviluppo dell'Artico per il periodo fino al 2035 e con prospettive fino al 2050. Il documento sulla creazione, con i paesi amici, di consorzi internazionali per lo sviluppo di porti, centri logistici e infrastrutture del corridoio di trasporto transartico sarà presentato per l'esame entro il 1° luglio. Tutto ciò avviene sullo sfondo dell'abrogazione del diritto marittimo internazionale da parte dell'Unione Europea, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, che hanno legalizzato la pirateria come politica di Stato e bombardano, affondano e trattengono petroliere straniere e navi private in tutto il bacino dell'Oceano Indiano e dell'Oceano Atlantico, compresi il Mar Mediterraneo e il Mar Baltico. La Russia e i paesi orientali stanno ancora cercando di evitare uno scontro diretto instaurando legami strategici lontani dalla politica selvaggia dei colonizzatori che si dibattono in agonia. Prevarrà la filosofia orientale sul valore della pazienza, che sottolinea che l’attesa non è inazione, ma preparazione attiva al momento opportuno «Se si aspetta, sul mare arriverà il bel tempo», oppure i mediocri «politici» occidentali riusciranno comunque a far regredire la storia di secoli e a scatenare una nuova guerra mondiale per le rotte marittime nel tentativo di riprendere il dominio sul commercio mondiale e sulla finanza, lo si capirà nel prossimo decennio. Abbiamo avuto la “fortuna” di vivere in un periodo storico; resta da sperare che tra decine e centinaia di anni il nostro mondo non assomigli al mondo post-apocalittico dei film d’azione hollywoodiani, e che i nostri discendenti si annoieranno sui banchi di scuola mentre studiano gli eventi dei nostri giorni.

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    Mondiali 2026, la denuncia di un tecnico indiano: “Usa razzisti, FIFA complice”

    Forti polemiche sui Mondiali di calcio nonostante il primo pallone ancora non sia stato nemmeno calciato. A poche ore dal via dei Mondiali 2026, che per la prima volta nella storia saranno ospitati da tre Paesi - Stati Uniti, Canada e Messico - un duro attacco arriva dall’India. A lanciare l'attacco è Ranjit Bajaj, fondatore della Minerva Football Academy, che non usa mezzi termini: il trattamento riservato dalle autorità USA a squadre e ufficiali arbitrali arrivati negli Stati Uniti è "razzista" e mina "l’integrità del torneo". E accusa la FIFA di avere due pesi e due misure.

    Il caso più eclatante riguarda l'arbitro somalo Omar Abdul Qadir Artan, a cui è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti. Una decisione che lo costringerà a saltare la rassegna iridata. Ma non è l’unico episodio. Il bomber dell’Iraq Ayman Hussain è stato trattenuto per ore all’aeroporto di Chicago O’Hare, mentre le nazionali di Senegal e Uzbekistan sono state sottoposte a controlli invasivi già allo sbarco. "Quello che è successo al Senegal, il modo in cui sono stati lasciati sulla pista dell’aeroporto... Loro non sono venuti per essere mancati di rispetto, sono venuti per rappresentare il proprio Paese", ha affermato Bajaj a RT India.

    E sull’attaccante iracheno è stato ancora più duro: "Non è un centravanti nato ieri, mica è venuto a fare spionaggio nel vostro Paese. Questo è razzismo". Parole pesanti, che arrivano da un uomo che nel calcio ci crede davvero: la sua Minerva Football Academy è diventata un faro per lo sviluppo del football indiano, con le giovanili che hanno recentemente travolto 6-0 il Liverpool under 15 alla Mediterranean International Cup. Un segnale che l’India, nonostante l’eliminazione al secondo turno delle qualificazioni asiatiche, qualcosa si stia muovendo.

    Ma il nodo resta l’atteggiamento degli Stati Uniti. Bajaj ha puntato il dito anche contro la FIFA, rea secondo lui di avere un comportamento ipocrita. "Se questo evento si fosse svolto in India, ci avrebbero minacciato con il divieto di organizzare qualsiasi cosa". E invece di fronte ai visti negati dagli Usa, la risposta del governo mondiale del calcio è stata che l’immigrazione è una questione che spetta ai Paesi ospitanti. "Sì, è il diritto del Paese ospitante rilasciare i visti - spiega Bajaj - ma se lo fai per indebolire le altre nazionali, togliendo loro i giocatori migliori, stai di fatto aiutando la tua squadra".

    Il paragone è con quanto accaduto ai Mondiali del 2018 in Russia, quando la FIFA, secondo Bajaj, "censurò Mosca e le disse: fai in modo di sistemare le cose". Un trattamento che, a suo dire, non è avvenuto né in Russia, né in Sudafrica né in Qatar, tutti eletti a organizzatori di "edizioni dei Mondiali di maggior successo della storia". "Se togli Haaland alla Norvegia o Harry Kane all’Inghilterra - ha spiegato - hai reso quella squadra più debole del 50%". È così, secondo il tecnico indiano, che si mina il valore sportivo del torneo: "Vuol dire che si può truccare il Mondiale. È quello che sta succedendo". L’amarezza è tanta, perché la Coppa del Mondo ha sempre avuto il potere di "riunire Paesi che non sono d’accordo su quasi nulla, tranne che sul calcio". 

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    Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro

    di Sandro Moiso

    Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.

    L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)

    Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale ad una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.

    Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.

    Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente. Come egli stesso afferma nella introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale:

    Un concetto comune ai singoli Stati e agli ordini mondiali nel corso dei secoli si riassume nell’espressione «caos versus ordine». Tale retorica ha rappresentato la principale giustificazione per il costituirsi dell’autorità politica che a sua volta deriva dal bisogno di uno Stato e di un capo forti e dal desiderio di uno Stato di conquistare o comunque controllare gli altri.
    Così i faraoni egizi legittimavano la propria autorità presentandosi come forza di ma’at (ordine o armonia) che trionfava su isfet (caos o violenza). Negli antichi racconti sumeri, gli dei stessi ristabilivano l’ordine cosmico punendo i terrestri “chiassosi” e violenti e mandando loro inondazioni, malattie e morte. L’ideologia dell’Impero achemenide di Persia, fondato da Ciro il Grande, poggiava sulla dualità zoroastriana tra asha (ordine cosmico) e druj (caos e disordine). Uno dei miti cardine della civiltà indù contrappone i Deva (le forze divine dell’ordine) agli Asura (le forze demoniache del caos e dell’oscurità) in un’eterna lotta per la luce e la tranquillità. Pur evolutasi separatamente dal sistema di credenze indoeuropeo, la civiltà cinese, guidata dagli ideali confuciani e taoisti, ha estremizzato il bisogno di armonia sociale, equilibrio e stabilità per far fronte al disordine, e l’impatto di tale logica permane ancora oggi.
    Pur non configurandosi strettamente come dualismo tra caos e stabilità, l’islam distingue tra Dãr al-Islam (casa o territorio dell’islam), strutturata su principi e modalità di governo islamici, e Dãr al-harb ( casa o territorio della guerra), la cui mancanza di principi islamici e di sicurezza per i musulmani autorizza a farne un bersaglio di aggressione e assimilazione. Gengis Khan e i suoi successori invocavano l’”eterno Cielo blu” (tengri), il concetto mongolo di Cielo, per legittimare la propria autorità di governo, che consisteva nell’imporre l’ordine sul caos.
    In un continente sperduto e lontano, i governanti dell’impero Inca giustificavano la propria espansione spiegando ai loro vicini che la sottomissione avrebbe portato loro non solo stabilità, ma anche prosperità e giustizia. Più a nord, i sovrani aztechi sfruttavano il timore del caos e il bisogno di ordine, procurato dal dio del sole Huitzilopochtli, per giustificare il domino interno e le conquiste all’estero1

    L’autore collabora con «The Washington Post», «Financial Times», «Foreign Affairs», CNN, BBC e Al Jazeera e ha vissuto e lavorato in India, Singapore, Canada, Regno Unito, Cina e Stati Uniti, mentre tra i suoi libri più noti va considerato The End of American World Order (2014), una sorta di preludio all’opera attuale uscita negli Stati Uniti nel 2025. Amitav Acharya è tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali e da sempre cerca di farsi promotore di un approccio globale alle discipline storiche, in grado di mettere in discussione le narrazioni eurocentriche ancora oggi troppo diffuse.

    A ricordarcelo è lo storico Franco Cardini che, nella sua Prefazione all’edizione italiana del testo in questione, sottolinea come abbia impressionato molti, nel dicembre 2025:

    leggere nella traccia dei programmi per l’insegnamento della storia proposta dal Ministero dell’Istruzione della Repubblica Italiana, l’eco appena attutita dalla prudenza, ma netta nella sostanza, del pregiudizio inveterato secondo il quale “soltanto l’Occidente” conosce (o quantomeno “ha compreso”) la storia. Il che, peraltro, riguarderebbe non tutto l’Occidente, bensì quello “moderno”, successivo alla grande rivoluzione quattro-cinquecentesca che ha posto fine a un mondo fondato su un equilibrio tra tra civiltà che si ignoravano reciprocamente, ma tra le quali pure sussisteva una qualche comunicazione o contaminazione, come si verifica in un qualunque sistema di compartimenti stagni imperfettamente concepiti e realizzati2.

    Una storia, quindi che non solo nasce con l’invenzione della scrittura, modalità narrata da secoli e già di per sé escludente per una infinità di società “altre” che della scrittura hanno potuto fare a meno, ma addirittura dalla reinvenzione occidentale del mondo. Possibilmente a sua immagina e somiglianza. Un’autentica, anche se solo pretesa, rifondazione del mondo che sembra assumere una funzione divina ancor prima che divinatoria nel concedere patenti di civiltà, o meno, ai popoli degli altri continenti.

    Una rifondazione del mondo che si è avvalsa tanto delle figure di Cristo, Platone e Aristotele quanto di quelle di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Ferdinando Magellano per fornire una lettura in cui i primi tre avrebbero, secoli addietro, fondato i valori etici e morali del mondo occidentale figlio della cultura greca e i secondi rappresentato gli scopritori, se non addirittura gli inventori, di un mondo che non avrebbe altrimenti avuto coscienza di sé. Così, come afferma ancora Cardini:

    Approdo di tale processo – per quanto non sempre lucidamente inteso […]- è stato il razzismo genocida, del quale costituisce esempio e modello principale la storia degli Stati Uniti d’America, con le sue esperienze non casuali né episodiche, ancorché fatalmente […] entrambe imperfette, di genocidio perpetrato sia contro i native americans – basti il “caso” del nobilissimo popolo cheyenne, ingannato, combattuto e deportato fin dal 1830 dal Minnessota per mezzo di una sequenza di promesse non mantenute, di patti non osservati e di micidiali marce forzate, fino alla carneficina di Washita River del 1868 – sia contro le genti africane vittime dello slave trade3.

    Ma, oggi, l’Occidente appare in declino e l’assertività del suo ordine e delle sue ipotesi e illusioni economiche, filosofiche, politiche e sociali viene sempre più messa in discussione non soltanto dai fatti (guerre, crisi economiche ricorrenti, instabilità politica e ascesa di nuove grandi potenze, come la Cina o l’India), ma anche da un’ondata di nuovi studi prodotti sia nelle sue università che in quelle dei paesi un tempo dipendenti dalle sue scelte.

    I post-colonial studies, che sempre più spesso e con grande abbondanza di interventi e di ricerche rimettono in discussione il mondo e una storia narrata troppo spesso, se non sempre fino ad ora, a partire da quella dell’Occidente. Cosa che insieme alle contraddizioni ormai esplose e ad un ordine in via di implosione, fa temere a molti l’avvento di un’era di caos globale.

    Ma è stata soltanto una men che pia illusione ritenere che l’Occidente potesse detenere all’infinito il monopolio dell’architettura politica che rende possibile la cooperazione e la pace tra le nazioni. Per questo motivo, ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya, mostra che un ordine mondiale esisteva ben prima dell’ascesa occidentale. Così, come si è già visto più sopra, passando dalla Sumeria e dall’Egitto all’India e fino alla Mesoamerica, passando per i califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l’Africa, sembrano emergere valori politici, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati affermatisi in diverse epoche e aree del pianeta.

    Rivelando come l’ordine non coincida obbligatoriamente con il dominio di un solo polo. Da qui la tesi centrale del libro: anche se l’Occidente arretrerà, l’ordine potrebbe perdurare ancora a lungo. Il declino occidentale non preannuncerebbe la fine della civiltà globale, ma la possibilità di aprire la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in cui il “resto” del mondo abbia maggiore voce e responsabilità.

    Così, invece di cedere ai timori apocalittici sulla fine della civiltà, Acharya invita l’Occidente a imparare dal passato e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di affrontare sfide comuni – guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze – senza ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Nel tentativo di andare oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, Storia e futuro dell’ordine mondiale cerca di offrire una differente prospettiva storica per comprendere il presente e orientarsi nel mondo che viene. Rassicurando, in tal modo, sia le élite intellettuali che le borghesie delle potenze emergenti, oltre che di quelle declinanti, sulla possibile continuità del mantenimento, senza scosse troppo violente, degli attuali rapporti di produzione, di scambio e di valorizzazione.

    «Fin qui tutto bene, come diceva l’uomo che cadeva dal trentesimo piano di un palazzo una volta giunto al ventesimo»4, ma anche se è sacrosanto e necessario smontare pezzo a pezzo l’autentica narrazione tossica su cui si è basata la giustificazione del predominio occidentale e del cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”, che tanto ha contribuito ad avvelenare anche i principi del socialismo a cavallo tra XIX e XX secolo e poi ancora successivamente, è anche vero che la narrazione della storia per imperi, civiltà e popoli, siano essi asiatici, mesoamericani o africani, di religione mussulmana o altra ancora, rischia di riproporre gli stessi errori, le stesse illusioni e confermare i rapporti d classe già contenuti in ciò che, solo in apparenza, si vorrebbe cancellare definitivamente. Considerato che la continuità della pace dovrebbe basarsi sul mantenimento della pace sociale tra le classi, il cui sovvertimento rappresenta l’unico vero disordine e caos temuto dalle classi possidenti detentrici del potere e degli strumenti repressivi dello Stato.

    Un ordine multipolare, pur essendo oggi inviso ai detentori dell’impero americano, non è di per sé garanzia di maggiore democrazia ed uguaglianza per la maggioranza dell’umanità e soprattutto delle classi lavoratrici. Mentre invece l’insistita richiesta del suo avvento da parte di molti stati interessati (BRICS, Turchia, stati del Golfo, Iran etc.) sembra preludere ad un più serrato confronto, anche e forse soprattutto militare, non soltanto con la Vecchia Europa e gli Stati Uniti, ma anche tra i vari protagonisti della rinnovata scena politica internazionale.

    In cui un apparente moto di rivolta anti o post-coloniale può nascondere il tentativo di coinvolger negli interessi del capitale nazionale o di quello transnazionale le moltitudini degli oppressi. Così, pur apprezzando sinceramente l’enorme sforzo condotto da Amitav Acharya per ricostruire una storia millenaria di rapporti politici diversi e più complessi tra stati, regni e imperi del passato (Egitto, Sumeria, Persia, Cina, Kanato mongolo, India come già detto più sopra), occorre cogliere come oggi una grande quantità di studi post-coloniali sia prodotta proprio da studiosi originari del Sub-continente indiano, in cui il nazionalismo del premier Modi e del suo partito dimostra come non solo non vi siano grandi interessi comuni tra proletariato e borghesia di quella vasta area prossima ormai ai due miliardi abitanti che, grazie anche al frutto avvelenato lasciato in dono dal colonialismo inglese nel 1947 con la ripartizione tra India (induista) e Pakistan (mussulmano), rischia di dover affrontare conflitti spietati per il controllo della regione oggi e, domani, con la Cina per il controllo del mercato mondiale.

    Troppo spesso, infatti, le strade per l’Inferno sono lastricate di buone intenzioni (almeno apparentemente). Considerato che gli imperi, i regni e gli stati sono sempre e solo la manifestazione del dominio di classe da parte di una ristretta élite, sia questa economica, militare, religiosa o peggio ancora etnica, sulla maggioranza della popolazione e dei meno abbienti. Uomini o donne che siano.


    1. A. Acharya, Introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 18-19.  

    2. F. Cardini, Prefazione a A. Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, op.cit., p. XIV  

    3. F. Cardini, op. cit., pp. XIV-XV  

    4. La citazione è tratta da La haine (L’odio), film realizzato da Mathieu Kassovitz nel 1995, vincitore del premio per la miglior regia al Festival del cinema di Cannes e prima, serratissima narrazione dello scontro nelle banlieue parigine tra i giovani di seconda o terza generazione e il potere, la violenza e il razzismo dello stato francese. Si veda in proposito: G. Toni, P. Lago, Spazi contesi. Cinema e banlieue: L’odio, I miserabili, Athena, Milieu Edizioni, 2024.  

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    Per Abrar, uccisa dal carcere di Trento

    Per Abrar, uccisa dal carcere di Trento Nota de “Il Rovescio”:La scorsa domenica 24 maggio una prigioniera di 21 anni è stata ritrovata impiccata in una cella del carcere trentino…
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    “La parola ad Alfredo!”. Trascrizione delle dichiarazioni di Alfredo Cospito, chiamato a deporre dalla difesa in qualità di testimone, in occasione della seconda udienza del processo a carico di alcuni imputati, accusati per vari episodi legati alla mobilitazione del 2022/2023

    “La parola ad Alfredo!”. Trascrizione delle dichiarazioni di Alfredo Cospito, chiamato a deporre dalla difesa in qualità di testimone, in occasione della seconda udienza del processo a carico di alcuni…
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    La “Doctrina Dahiya” y el uso desproporcionado de la fuerza por parte de Israel en Beirut – Por Alfredo Jalife Rahme

    Por Alfredo Jalife Rahme

    El Institute for Middle East Understanding (IMEU) explaya la “Doctrina Dahiya” y el Uso por Israel de la Fuerza Desproporcionada (https://bit.ly/4anQKQd): aboga por “el uso desproporcionado de la fuerza masiva y el objetivo deliberado de civiles e infraestructura civil”.

    Su nombre proviene del suburbio Dahiya de Beirut, “donde tiene su sede el grupo paramilitar libanés Hezbollah, que el ejército israelí arrasó durante su ofensiva contra Líbano en el verano de 2006 (sic), en la que murieron cerca de mil civiles –un tercio de niños– y causaron enormes daños a la infraestructura civil, incluidas centrales eléctricas, plantas depuradoras, puentes e instalaciones portuarias”.

    El general Gadi Eisenkot (GE), ex jefe del Comando Norte en 2008 (sic), alardeó la tónica de una “guerra futura en Líbano, como en el barrio Dahiya en 2006, que sucederá en cada ciudad desde donde se ataca a Israel”. Sin rubor, el general Eisenkot comenta que “no existen ciudades civiles, todas son bases militares”, y agrega que “no se trata de una recomendación. Es un plan” que “ha sido aprobado”.

    El IMEU expone que la “Doctrina Dahiya” fue instaurada como “doctrina militar oficial de Israel después de su ataque a Líbano en 2006”. ¡Nada nuevo!

    ¡Adiós a la “guerra justa” de San Agustín de Hipona ( Réplica a Fausto el Maniqueo, año 400 d.C): uno de los fundamentos más importantes de la ética cristiana sobre la guerra! La “guerra justa” constituye el sustento de la genuina civilización occidental –“La guerra misma no se hace para que no exista, sino para que se alcance una paz sin injusticia”– así como del desarrollo por Hugo Grocio (1625) del Derecho Internacional Humanitario: organizados más tarde por el aristotélico Santo Tomas de Aquino ( Suma Teológica, 1274).

    A propósito, a partir de la creación de la “Doctrina Dahiya” en 2006, Israel ha exacerbado su aplicación desde el año pasado en Gaza, hasta ahora en el suburbio chiíta de Beirut y en la región Bekaa/Baalbek, donde se asienta la numerosa comunidad chiíta árabe vinculada teológicamente con sus correligionarios persas (https://bit.ly/4v2N3bd).

    El ex diplomático británico Alastair Crooke (AC) aduce en forma persuasiva que “es probable que esta fase del conflicto iraní sólo termine cuando Occidente caiga por el precipicio económico que se avecina” (https://bit.ly/4xldV7H).

    Tanto Crooke como Robert Pape se refieren a las finanzas “visibles”, pero no abordan la parte explosivamente ominosa de los insanos “derivados financieros” que han alcanzado en forma “invisible” ¡ocho veces el conspicuo monto del PIB global (https://bit.ly/43Xy85V) que asciende a 126 billones de dólares (trillones en anglosajón)!: esto representa la yugular financiera que descubrió Irán en su contraofensiva al cerrar el estrecho de Ormuz, lo cual desencadenó su secuencia militar/geoeconómica (alza de hidrocarburos, fertilizantes, alimentos, helio, etc.)/geofinanzas (https://bit.ly/4ojl0BG), que puede intensificar la “guerra regional” en curso y, quizá, desembocar en una tercera guerra mundial nuclear.

    El ex agente de la CIA Larry Johnson comenta que la “nueva política de Irán puede constituir un game changer (giro paradigmático)” en Medio-Oriente (https://bit.ly/4e0eWdV) y refiere que el prominente clérigo chiíta iraní Sadeq Larijani (hermano del martirizado Ali, asesor de Seguridad Nacional) “anunció que la intervención de Teherán en apoyo de Líbano constituye una declaración formal de una nueva doctrina estratégica” (https://bit.ly/43q8tCU): “ataques en cualquier componente del Eje de la Resistencia (Hezbollah y los palestinos) desencadenarán una respuesta que va más allá de los límites geográficos y reconfigura las ecuaciones regionales”.

    Irán pasó de la defensa de su existencia, debido a la doble agresión de Israel/EEUU, a una contraofensiva en defensa del Eje de la Resistencia de los chiítas en Líbano, de los palestinos en Gaza/Cisjordania y de Ansaralá en Yemen: el triángulo superestratégico estrecho de Ormuz/estrecho Bab Al Mandab/Mar Mediterráneo Oriental.

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    Trump: "Oggi attaccheremo di nuovo l'Iran con forza"

    Donald Trump ha annunciato che le forze statunitensi lanceranno oggi una nuova ondata di attacchi contro l'Iran, proseguendo l'offensiva iniziata nella giornata di ieri.

    "Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo attaccati duramente e oggi li attaccheremo di nuovo duramente", ha dichiarato.

    Inoltre, il presidente ha ribadito che i nuovi attacchi contro la nazione persiana sono una risposta all'abbattimento, avvenuto lunedì, di un elicottero d'attacco statunitense AH-64 Apache vicino alle coste dell'Oman da parte delle forze iraniane.

    "Credo che ne abbiamo il diritto. Sapete, hanno abbattuto una macchina davvero incredibile, anzi, incredibile, e all'inizio hanno detto di non essere stati loro, poi hanno ammesso di averlo fatto", ha aggiunto.

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    Bolivia: il governo di Paz sequestra un’ex senatrice indigena (VIDEO)

    Non bastavano le riforme selvagge che svendono i diritti e le risorse del paese. Ora il governo neoliberista di Rodrigo Paz, un esecutivo decisamente allineato con Washington, passa alla repressione aperta: sequestro e scomparsa temporanea per chi osa opporsi.

    Le immagini sono chiare. Simona Quispe, ex senatrice del MAS e leader indigena, viene afferrata e caricata su un furgone mentre passeggiava con la famiglia nel “Parque de las Cholas”. La polizia non mostra alcun ordine giudiziario. La figlia denuncia: “Sembrava un rapimento, li hanno visti trascinarla mentre il furgone era in movimento. Nessun documento”.

    Secondo le prime ricostruzioni, Quispe sarebbe indagata per il suo ruolo nelle recenti proteste che chiedono le dimissioni del presidente Paz. Un'accusa generica, ideale per coprire quella che appare come una persecuzione politica ai danni delle voci indigene e critiche del vecchio MAS.

    Mentre le forze dell’ordine agiscono senza mandato, dagli Stati Uniti arriva la benedizione delle azioni repressive. Il Segretario di Stato Marco Rubio, fervente sostenitore dell’amministrazione Paz, definisce le stesse manifestazioni “tentativi di rovesciare il governo legittimo del presidente”. Parole che rappresentano un via libera ai metodi autoritari del “pupazzo di Washington”.

    La Bolivia di Paz si rivela per quello che è: un laboratorio di riforme anti-popolari difeso con la violenza di Stato, dove reprimere un’ex senatrice indigena diventa normale amministrazione. E dove il diritto alla protesta viene ribattezzato “colpo di Stato” per giustificare l’ingiustizia.

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    Perù: ambasciatore USA accusato di interferenze elettorali

    Il governo del presidente peruviano José María Balcázar ha ricevuto una petizione contro l'ambasciatore degli Stati Uniti a Lima, Bernie Navarro, per dichiararlo persona non grata per presunte interferenze negli affari interni del paese sudamericano.

    L'azione legale è stata avviata a seguito delle dichiarazioni pubbliche del diplomatico in merito al processo elettorale peruviano. La denuncia è stata presentata ufficialmente martedì da Javier Idelfonso Carreño, avvocato dell'ex presidente Pedro Castillo, il quale ha anche richiesto l'espulsione dell'ambasciatore dal Paese, concedendogli "24 ore per lasciare il Paese, pena l'espulsione", secondo quanto riportato nel documento depositato presso le autorità.

    La denuncia sostiene che Navarro abbia violato la sovranità nazionale affermando che avrebbe continuato a "monitorare il processo elettorale fino all'annuncio dei risultati ufficiali", pur non essendo cittadino peruviano né un funzionario autorizzato a intervenire nei processi interni. Secondo il querelante, tali dichiarazioni costituiscono un'ingerenza incompatibile con la legge peruviana.

    L'ambasciatore gringo ha scritto su X: "Ieri è stata una giornata intensa per noi osservatori elettorali. E il lavoro continua", un messaggio che ha sollevato interrogativi sulla portata della sua partecipazione al contesto elettorale.

    La questione si inserisce in un contesto in cui la presenza di attori statunitensi è stata oggetto di critiche. Nel frattempo, l'intervento dell'analista statunitense Carlos Díaz Rosillo nella campagna elettorale peruviana ha suscitato indignazione dopo che si è presentato come specialista indipendente, nonostante la successiva rivelazione dei suoi legami con la candidata di destra Keiko Fujimori.

    Secondo diverse personalità politiche, Rosillo avrebbe partecipato ad attività di promozione della candidatura di Fujimori durante la campagna elettorale, un fatto definito "una mancanza di rispetto per il Perù" dall'ex candidato presidenziale Mesías Guevara, che ha messo in discussione il coinvolgimento di uno straniero in un processo elettorale nazionale.

    Le critiche si sono intensificate in seguito alle dichiarazioni dello stesso Rosillo, il quale ha affermato che il Perù avrebbe avuto più vantaggi con gli Stati Uniti se Fujimori fosse stata eletta, mentre si è riferito a Sánchez con un epiteto già utilizzato in precedenza dalla candidata, definendolo poco uomo. Queste affermazioni hanno rafforzato le accuse di ingerenza esterna nella contesa elettorale.

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    Cuba denuncia il grave impatto del blocco USA sul sistema sanitario

    Il blocco imposto dagli Stati Uniti sta avendo un impatto devastante sul sistema sanitario cubano, con conseguenze dirette sulla vita quotidiana della popolazione, ha dichiarato la viceministra della Salute Carilda Peña García in una trasmissione televisiva.

    Peña García ha spiegato che, nella situazione attuale, l'accesso alle forniture mediche rappresenta una delle principali carenze del sistema sanitario, che ha reso necessaria l'attuazione di misure preventive per garantire i servizi essenziali.

    Attualmente, 95.555 persone sono in lista d'attesa per interventi chirurgici nel Paese. Di queste, 5.152 necessitano di interventi per tumore e 2.888 pazienti in emodialisi incontrano difficoltà nei loro trattamenti a causa di interruzioni nella fornitura di acqua ed elettricità.

    I problemi derivanti dal blocco stanno avendo ripercussioni anche sulle infrastrutture ospedaliere, con ascensori fuori servizio, limitazioni nei servizi di lavanderia, deterioramento strutturale degli edifici e difficoltà di trasporto che ostacolano sia la consegna di forniture sia la mobilità di medici e infermieri.

    Nonostante queste limitazioni, il viceministro ha sottolineato che la politica del settore è "cercare di mantenere i servizi il più possibile e di utilizzare al meglio le risorse esistenti", evitando la chiusura delle strutture sanitarie.

    Un'altra sfida evidenziata è la proliferazione di epidemie, legata alla carenza di carburante per la raccolta dei rifiuti. L'accumulo di immondizia e le perdite d'acqua aggravano la situazione ambientale e sanitaria in diverse aree del Paese.

    Il Ministero della Salute ha avvertito che queste condizioni aumentano la vulnerabilità della popolazione e richiedono un intervento urgente per garantire l'igiene e il controllo epidemiologico, in un contesto segnato dalla crisi energetica.

    La dichiarazione ufficiale ha sottolineato che le misure coercitive di Washington non solo colpiscono l'economia nazionale, ma promuovono anche violazioni dei diritti umani limitando l'accesso dei cittadini ai servizi medici essenziali.

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    Raffica di missili iraniani contro basi Usa in Giordania, distrutto un hangar di F-35

    Il ministero degli Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran, Abbas Aragchi, ha annunciato che le sue forze armate hanno colpito duro contro basi e obiettivi militari degli STati Uniti nella regione. Secondo Teheran, quelle basi erano il punto di partenza delle aggressioni degli Stati Uniti contro il Paese.

    La nuova escalation ha avuto inizio nelle prime ore della giornata di mercoledì. Gli Stati Uniti, scrive il ministero degli Esteri iraniano, hanno condotto attacchi selvaggi contro alcune zone nel sud dell’Iran. Il pretesto? Un elicottero Apache USA precipitato la notte prima sullo Stretto di Hormuz. Un attacco, secondo Washington. Un pretesto bello e buono, per Teheran.

    Nella nota ufficiale si legge che queste azioni violano la Carta delle Nazioni Unite. Viene citato l'articolo 2, quello che vieta l'uso della forza tra Stati. E si aggiunge che l'amministrazione statunitense ha dimostrato ancora una volta la sua natura criminale e guerrafondaia.

    A quel punto è partita la reazione. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver lanciato missili contro quattro obiettivi statunitensi in Giordania. Dicono di aver distrutto un hangar dove c'erano caccia F-35. Il ministero degli Esteri ha parlato di autodifesa, di diritto naturale a rispondere.

    Poi c'è un passaggio interessante. L'Iran si rivolge a tutti i Paesi della regione, soprattutto a quelli sulla sponda sud del Golfo Persico. Dice che hanno una responsabilità, legale e morale. Devono impedire che il loro territorio venga usato da statunitensi e israeliani (coalizione Epstein) per organizzare attacchi contro l'Iran. 

    In the early days of the war, the U.S. Air Force positioned its F-35A Lightning II fighters on this tarmac at Muwaffaq al-Salti Air Base in Jordan.

    It’s unclear whether they’re still there, but if they are, a strike on that site would likely cause significant damage. https://t.co/GXAPH5lwrf pic.twitter.com/vkVxCZynqX

    — Egypt's Intel Observer (@EGYOSINT) June 10, 2026

    E l'avvertimento finale è secco. L'Iran non esiterà a difendersi. Colpirà l'origine degli attacchi, le basi, le strutture logistiche. Qualsiasi cosa venga usata per sostenere operazioni aggressive contro di loro.

    Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha passato la notte al telefono. Ha parlato con il collega turco Hakan Fidan e con quello saudita Faisal bin Farhan. Ha raccontato la sua versione: aggressione USA, sovranità violata, risposta inevitabile. I due ministri hanno ascoltato, hanno discusso. Per ora non hanno rilasciato dichiarazioni.

    Infine l'appello all'Onu, al Consiglio di Sicurezza, al Segretario generale. L'Iran dice: fate il vostro lavoro, proteggere la pace. Individuate i responsabili di questa escalation.

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    Nonviolenza da ri-fare. Una raccolta fondi necessaria

    Nel giro di alcune settimane una serie di eventi ha messo a rischio il proseguimento delle attività della Casa per la nonviolenza di Verona, sede nazionale del Movimento Nonviolento. EMERGENZA TETTO: Un violentissimo temporale lo ha danneggiato, rompendo i lucernai e spostando tutte le tegole; EMERGENZA PC: uno dopo l’altro tre dei nostri computer e la fotocopiatrice hanno terminato [...]

    L'articolo Nonviolenza da ri-fare. Una raccolta fondi necessaria proviene da Movimento Nonviolento.

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    Il messaggio di Trump dopo gli attacchi all'Iran

    Donald Trump è intervenuto in seguito alla nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, affermando che le forze iraniane sono un "disastro totale" e che "non esistono più".

    "L'esercito iraniano è un disastro completo. Gran parte di esso, come la Marina e l'Aeronautica, non esiste più; è stato completamente sconfitto. L'Iran parla ma non agisce. Il prepotente del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che li avrebbe avvantaggiati enormemente, ora dovranno pagarne il prezzo! Presidente Donald J. Trump", ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti sui suoi profili social.

     

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    Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale


    di Pino Arlacchi

    Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.

    Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
    Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.

    Il capitale finanziario che schiavizza l’Occidente tende a proiettare le proprie vulnerabilità sul resto del mondo. In Europa e negli Stati Uniti, un petrolio a 150 dollari innesca una reazione a catena: aumento dei prezzi alla pompa di carburante, impennata dell'inflazione da costi, reazione forte delle banche centrali tramite il rialzo dei tassi di interesse e conseguente contrazione del credito, dei consumi e degli investimenti. È il cortocircuito di un sistema che vive di leva finanziaria, dove i prezzi dei beni fisici sono determinati da azzardate scommesse sul futuro chiamate contratti derivati, e da simili marchingegni che infestano le piazze di scambio occidentali. Il risultato è l’esposizione del PIL delle nazioni del G7 a una volatilità drogata dalla speculazione e dai capitali “caldi” e senza patria, pronti a fuggire dall’altra parte del pianeta alla minima variazione di un dato economico e di una circostanza geopolitica.

    Ma la storia, oggi, non finisce più qui. Fuori da questo perimetro respira un’altra economia-mondo. Un subsistema guidato dai paesi BRICS+ che produce ormai oltre il 60% del PIL globale se calcolato a parità di potere d'acquisto, e che supera nettamente il misero 29% detenuto dalle nazioni del G7. È il mondo dell’economia reale, dell’anti-finanza radicata nella materialità della produzione, delle infrastrutture e degli scambi di beni e servizi. È il mondo del Grande Sud, diventato il baricentro dell’economia globale. Quando il barile tocca cifre astronomiche nei mercati euroamericani, una quota mastodontica di quel petrolio continua a circolare nel resto del mondo a prezzi radicalmente diversi.

    Non troverete traccia, nei media occidentali e nelle pontificazioni dei guru neoliberal, del semplice fatto che Pechino, Teheran, Nuova Delhi e Mosca hanno da tempo strutturato un circuito protetto. La Russia e l'Iran non vendono il loro greggio seguendo i benchmark dell'ICE di Londra; lo scambiano attraverso contratti a lungo termine, spesso blindati da forti sconti geopolitici. Questi flussi, inoltre, sono oggi quasi totalmente de-dollarizzati: la quota di scambi commerciali transfrontalieri della Cina regolati in Renminbi ha superato la soglia record del 50%, surclassando il biglietto verde. Per il colosso manifatturiero cinese, il petrolio non costa "150 dollari". Costa l'equivalente pre-concordato in beni industriali, tecnologie o valuta sovrana nazionale. Questo circuito chiuso neutralizza lo shock valutario alla radice, impedendo la distruzione della domanda nei paesi emergenti e garantendo la continuità operativa delle catene del valore fisiche.

    Ma la linea definitiva di difesa contro una crisi globale risiede nel superamento della dipendenza del Grande Sud dai consumi occidentali. Per decenni, l'ortodossia economica ha sostenuto che se l'Occidente starnutisce, l'Asia si ammala, a causa della sua natura di pura esportatrice verso i mercati ricchi del Nord del mondo. Questa fotografia è obsoleta. Il punto di non ritorno è già stato superato: il volume degli scambi commerciali Sud-Sud (l'interscambio tra economie emergenti) ha storicamente sorpassato il valore delle rotte Nord-Sud, superando la barriera dei 5.300 miliardi di dollari annui. I paesi emergenti non sono più la periferia che lavora per soddisfare il centro atlantico; sono diventati il centro rispetto a se stessi.

    La Cina è la guida di questo scacchiere, e gode di un’economia pianificata che ha operato una sterzata strategica con la dottrina della "Doppia Circolazione" varata nel 2020. Consapevole delle crescenti sanzioni, tariffe e dazi del protezionismo occidentale, Pechino ha progressivamente spostato il fulcro del proprio sviluppo economico verso l'interno, puntando sulla crescita dei consumi domestici che oggi pesano per oltre il 50% sul suo PIL, e sull’espansione della produttività legata all'automazione e all'intelligenza artificiale.
    Laddove il subsistema occidentale risponde all'innovazione tecnologica con la "distruzione creativa" di Schumpeter – generando disoccupazione, precarizzazione e conseguente calo dei consumi – il governo cinese trasferisce i lavoratori dislocati in settori ad altissima qualificazione e nei servizi, mantenendo intatta la tenuta sociale e il potere d'acquisto interno con un tasso di disoccupazione urbana rigidamente controllato sotto il 5,5%.

    Al contempo, la diversificazione delle esportazioni cinesi ha ridisegnato la geografia del consumo globale. Pechino non esporta più chincaglieria, ma infrastrutture strategiche, reti di telecomunicazione, vettori energetici puliti e mobilità elettrica. I destinatari non sono più i consumatori stanchi e impoveriti di Roma, Parigi o Washington, ma la galassia dei paesi della Belt and Road Initiative, dell'America Latina, dell'Africa e del Sud-Est Asiatico. Quest’ultimo è composto da 11 paesi associati nell’ASEAN: 700 milioni di abitanti che animano la quinta economia del mondo. L’ASEAN ha consolidato il suo ruolo di primo partner commerciale di Pechino, scavalcando sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti.

    La nascita di una sterminata classe media nel Grande Sud, stimata in oltre 2 miliardi di persone, sta assorbendo la produzione industriale dell’Asia orientale e della Cina a una velocità tale da poter compensare qualsiasi calo della domanda indotto dalla stagflazione occidentale. È una simbiosi che funziona: il Grande Sud fornisce le materie prime fisiche e l'energia, l’Asia le trasforma in beni tecnologici e infrastrutture di sviluppo, e il tutto avviene al di fuori del controllo del dollaro e del sistema SWIFT.

    Ciò a cui assisteremo, nel caso in cui la crisi di Hormuz dovesse avvitarsi, non sarà dunque una crisi globale generalizzata, bensì un aumento della biforcazione dell'economia-mondo. Da un lato avremo l'Occidente finanziarizzato, con le sue riserve valutarie in dollari scese sotto il 58%, intrappolato nei suoi dogmi liberisti, costretto a subire i colpi della crisi energetica e della recessione. Dall'altro lato, il subsistema dell'economia reale, protetto dalla programmazione statale e dall'interscambio Sud-Sud, che continuerà a produrre, scambiare e crescere.

    La Cina e il Grande Sud non interromperanno il cupio dissolvi dell'Occidente, né cureranno le magagne del tecnocapitalismo finanziario americano. Faranno qualcosa di più limitato ma comunque cruciale. Impediranno che le tossine di quel sistema avvelenino l'intero pianeta. Dimostreranno che l'autonomia della produzione fisica, l’indipendenza dal dollaro e la solidità delle rotte commerciali terrestri ed eurasiatiche sono un'ancora di salvezza dalle crisi molto più affidabile di qualsiasi diavoleria di Wall Street e di qualsiasi politica di emergenza delle banche centrali e dei governi dell’Occidente.

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    Dal Classico alle Scienze Umane: come la classe sociale dei genitori sceglie la scuola dei figli

     

    di Michele Blanco

    Nel 2009 solo quattro studenti su dieci iscritti al liceo classico avevano genitori laureati; secondo i dati del 2025, la quota è salita a tre su quattro. Questo balzo di 33 punti percentuali fotografa una crescente "esclusività" e svela una realtà preoccupante della nostra società: una costante diseguaglianza di provenienza sociale che si riflette sulla formazione.

    Eppure, secondo i dati ISTAT e le storiche ricerche di Almadiploma, nello stesso periodo l’Italia è diventata un Paese complessivamente più istruito. I laureati tra la popolazione adulta sono quasi raddoppiati, passando dal 7,5% del 2001 al 16,8% del 2024. Oggi, una famiglia su sei ha almeno un genitore laureato, contro l'una su tredici di inizio millennio. Malgrado questa trasformazione strutturale, i meccanismi di selezione scolastica sono rimasti invariati, tanto che per i ragazzi provenienti dalle classi sociali meno abbienti è più corretto parlare di "segregazione" anziché di selezione.

    I nuovi laureati tendono a iscrivere i propri figli al liceo classico o allo scientifico tradizionale, mentre i ragazzi che provengono da famiglie meno istruite restano confinati nei medesimi percorsi del passato. Se nel 2009 il gap assoluto tra la quota di figli di laureati al classico e la media del sistema era di 22,5 punti percentuali, nel 2025 il divario ha toccato i 36,5 punti. In termini relativi la segregazione appare stabile, ma in termini assoluti si è allargata drasticamente. Le scelte scolastiche continuano così a riprodurre l’origine sociale con una precisione chirurgica. L'ascensore sociale italiano è fermo, immobile, mentre tutto il resto intorno è cambiato.

    La mappa dei licei: il classico resta l'infinito feudo d'élite

    La scuola secondaria superiore oggi è un mondo variegato, che continua però a distribuire gli studenti secondo la professione o il titolo di studio dei genitori:

    • Liceo Classico: Rimane l'indirizzo socialmente più selettivo d’Italia. Ben il 74,7% degli iscritti ha almeno un genitore laureato.

    • Scientifico Internazionale ed Europeo: Segue a ruota con il 66,7% di genitori laureati, configurandosi come una nuova via d’élite all'interno dell'area scientifica.

    • Scientifico Tradizionale: Si attesta al 62,4%, un valore stabile rispetto al 2009 e ben al di sopra della media nazionale.

    • Liceo Linguistico: Mostra un profilo più eterogeneo e aperto, con il 39,3% di genitori laureati. È il percorso scelto da chi cerca una formazione internazionale ma proviene da background più vari.

    • Scienze Umane: È la vera sorpresa sociologica. Erede del vecchio istituto magistrale, vanta il 33,5% di genitori laureati ma anche un 22,7% di studenti provenienti da famiglie di lavoratori esecutivi. È, a tutti gli effetti, il liceo più "popolare".

    Istituti Tecnici: la metamorfosi di Informatica e Agraria

    Tra i tecnici, il confronto tra il 2009 e il 2025 evidenzia trend inattesi, legati soprattutto alla percezione del mercato del lavoro:

    • Economico (ITE): I genitori laureati sono passati dal 9,2% al 22,6%, una crescita che riflette l'aumento generale dei titoli di studio nella popolazione, mantenendo un forte radicamento nel ceto medio impiegatizio.

    • Tecnologico (ITT) - Informatica e Telecomunicazioni: Attira sempre più il ceto medio-alto (25,6% di genitori laureati), complice il valore economico e sociale attribuito alle competenze digitali.

    • Elettronica, Edilizia (CAT) e Meccanica: Restano scuole a forte vocazione operaia, dove la quota di genitori impiegati nel lavoro esecutivo sfiora il 28% e i laureati faticano a salire.

    • Agraria: Rappresenta il caso più curioso. Se nel 2009 era l’archetipo della scuola per figli di coltivatori diretti, nel 2025 registra il 26,8% di genitori laureati e una presenza di classi abbienti al 21%. È il segno evidente di come la rivoluzione del biologico, della sostenibilità e dell'agroalimentare d'eccellenza abbia cambiato lo status di questa professione.

    Professionali spaccati in due: tra creatività e vecchi modelli

    Gli istituti professionali conservano il primato di scuole meno frequentate dai figli dei laureati, ma il vecchio blocco monolitico del 2009 (dove in qualsiasi indirizzo i genitori laureati erano una rarità statistica attorno al 4%) si è frantumato. Oggi assistiamo a una divisione interna tra indirizzi considerati "creativi" e percorsi tradizionali:

    • Cultura, Spettacolo e Filiere Creative: Hanno rinnovato la propria immagine intercettando il ceto medio, con la quota di figli di laureati balzata a quasi uno studente su cinque (20%). Un trend simile, seppur più contenuto, si registra nel settore dell'Enogastronomia e Ospitalità alberghiera.

    • Manutenzione, Assistenza e Servizi Commerciali: Restano ancorati al passato. La presenza di genitori laureati è minima e questi indirizzi rimangono, purtroppo, il principale approdo quasi obbligato per i ragazzi che partono dalle condizioni sociali e culturali più svantaggiate.

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    Comunicato della Redazione di Byoblu

    Riceviamo e pubblichiamo dagli amici della redazione di Byoblu questo comunicato

     

    La redazione ritiene doveroso aggiornare il pubblico sulla situazione che sta interessando la società Media Pluralisti Europei S.p.A., editrice della testata.

    Lo scorso 25 aprile, su iniziativa dell’editore Claudio Messora, è stata organizzata una giornata di festa trasmessa in diretta televisiva nazionale per celebrare i cinque anni di presenza di Byoblu sul digitale terrestre. Nei minuti conclusivi della trasmissione Claudio Messora dichiarava: Siamo stati capaci di realizzare nella storia ciò che nessuno ha mai realizzato prima. Sono felicissimo di essere qui con il nuovo Byoblu, il vecchio Byoblu e il Byoblu che verrà perché questa storia non finisce mai”. Si trattava di un messaggio positivo rivolto ai dipendenti, ai soci, agli abbonati e ai telespettatori, nel quale veniva espressa una prospettiva di continuità del progetto editoriale.

    Il 28 aprile 2026 il Consiglio di Amministrazione di Media Pluralisti Europei S.p.A., preso atto della necessità di procedere agli adempimenti previsti dalla legge, ha deliberato all’unanimità la convocazione dell’assemblea dei soci, chiamata a valutare e deliberare le misure necessarie, inclusa l’eventuale ricapitalizzazione, per affrontare la situazione emersa e tutelare la continuità della società e del progetto editoriale. In quella sede il Presidente del Consiglio di Amministrazione Claudio Messora aveva assunto l’incarico di procedere alla convocazione dell’assemblea.

    Il 5 maggio 2026 Claudio Messora, azionista di maggioranza della società, Presidente del Consiglio di Amministrazione, Consigliere ed editore, rassegnava le dimissioni da tutte le cariche ricoperte, mantenendo solo la propria partecipazione azionaria di maggioranza. Le dimissioni hanno determinato una situazione di discontinuità nella gestione della società e nel percorso di convocazione dell’assemblea dei soci.

    Il giorno dopo le sue dimissioni, 6 maggio 2026, Messora ha inviato alla società una diffida con richiesta di corresponsione delle royalties relative all’utilizzo del marchio Byoblu entro trenta giorni. Tale richiesta ha portato all'attenzione del Consiglio di Amministrazione rapporti contrattuali relativi all'utilizzo del marchio Byoblu che non risultavano essere stati oggetto di deliberazione consiliare.

    Nella medesima giornata, a seguito delle dimissioni e delle numerose richieste di chiarimento pervenute alla redazione dal pubblico, quest’ultima ha diffuso un comunicato sindacale con il quale ribadiva il proprio impegno a proseguire l’attività giornalistica e informativa.

    Successivamente, in data 11 maggio 2026, Claudio Messora ha inviato a Media Pluralisti Europei, al direttore responsabile e al comitato di redazione una diffida con richiesta di pubblicazione di una propria replica al comunicato della testata. Nelle settimane successive il Consiglio di Amministrazione, pur dimissionario e operante in regime di prorogatio, ha continuato a svolgere le attività consentite dalla legge e dallo statuto al fine di garantire, per quanto possibile, la continuità operativa della società.

    Il 5 giugno 2026 il sito byoblu.com è divenuto inaccessibile sia agli utenti sia al personale che vi operava quotidianamente.

    Sul canale Telegram Byoblu, fino a quel momento utilizzato dalla redazione come canale ufficiale di comunicazione con il pubblico, è comparso un messaggio a firma dello stesso Messora nel quale si affermava, tra l’altro, che è necessario aprire nuovi punti di riferimento e ridefinire quelli attuali

    preservando la continuità di Byoblu e accompagnando una transizione ordinata, distinta dalla situazione di Media Pluralisti Europei”.

    Nel frattempo è stato impedito l'accesso alla redazione ai canali social associati alla testata Byoblu, tra cui Telegram, Instagram, WhatsApp e X.

    Ma non solo.

    Negli stessi giorni la redazione ha appreso dell’esistenza del sito news.byoblu.com, denominato "Byoblu 3.0", descritto come sito di informazione libera e indipendente a cura di Claudio Messora”.

    Un sito web che descrive la nostra attività e i circa 3.200 soci di Media Pluralisti europei come "qualcosa di simile a uno spin-off"e che a detta dello stesso Messora fa un uso estensivo e allo stato dell'arte delle nuove tecnologie”. La redazione sottolinea di essere totalmente estranea alla realizzazione e alla gestione del sito, che sembra abbracciare l’impiego dell'intelligenza artificiale in sostituzione dei dipendenti.

    Ad aggravare la situazione, il sito con dominio www.byoblu.com, che conteneva tutto il lavoro svolto dalla redazione negli ultimi sei anni, risulta essere stato sostituito dal nuovo sito web Byoblu 3.0.

    Denunciamo quindi la perdita di migliaia di articoli, inchieste, documentari di cui rivendichiamo la paternità.

    Ricordiamo che la testata giornalistica Byoblu risulta regolarmente registrata presso il Tribunale di Milano dal 2020 e che le responsabilità editoriali e giornalistiche restano disciplinate dalle norme vigenti. Ad oggi non sono state inviate ulteriori comunicazioni di un eventuale cancellazione dal registro del tribunale.

    Alla luce degli eventi descritti, la redazione ritiene doveroso garantire la massima trasparenza nei confronti dei soci, degli abbonati, dei sostenitori e di tutti coloro che hanno seguito e sostenuto il progetto negli anni. Ci riserviamo ogni iniziativa ritenuta opportuna a tutela del lavoro svolto, della nostra professionalità e dei nostri diritti. Nel frattempo continueremo a svolgere il lavoro di informazione attraverso l’unico canale operativo e nella nostra disponibilità: il canale YouTube “Media Pluralisti”.


    La redazione

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    2 giugno Festa della Repubblica che ripudia la guerra – una riflessione

    Come Movimento Nonviolento - Roma rilanciamo questa riflessione dell'amica Maria Grazia Cotugno per continuare a riflettere sull'insensatezza della parata militare che prepara le prossime guerre. Festa della Repubblica, 2 giugno 2025. Festa di pace e democrazia . Pronti per la sfilata di uomini e carri e frecce? Io no. Una sensazione di impotenza e di [...]

    L'articolo 2 giugno Festa della Repubblica che ripudia la guerra – una riflessione proviene da Movimento Nonviolento.

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    Il tacito “piano Marshall” che ha preparato il voto in Armenia


    di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

    E così, con il voto del 7 giugno, il partito “Accordo civile” del primo ministro armeno Nikol Pašinjan ha ottenuto il 49,8% dei voti, conservando la maggioranza parlamentare. Dicono che l'europeistico arresto, alla vigilia delle elezioni, di moltissimi aderenti ai partiti di opposizione, non abbia influito sul risultato. Prendiamo atto di questo assunto; come anche delle esultanze di tutti quei media di casa nostra che hanno parlato del risultato elettorale come di una “sconfitta per Putin”; l'ennesimo, a detta dei torquemadisti liberal-pannelliani de Linkiesta, secondo i quali «l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo», tanto che nel momento in cui «anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana». Piena zeppa di tribune “kabuliste”, par dii capire e dunque da chiuder, per la salute mentale europeista.

    Dunque, tra le formazioni che hanno preso parte alla tornata elettorale, "Armenia forte" di Samvel Karapetjan ha raccolto il 23,29% dei consensi, mentre "Alleanza armena" dell'ex presidente Robert Kocharjan si è posizionata al terzo posto, con il 9,94%. “Armenia prospera” di Gagik Tsarukjan, col 3,99% non ha superato la soglia minima del 4% ed è rimasta fuori del parlamento. In definitiva, ad “Accordo civile” dovrebbero andare 64 seggi, 29 ad "Armenia forte" e 12 ad "Alleanza armena".

    In base alla legislazione armena, la forza politica che detiene il 52% dei seggi in parlamento, in questo caso “Accordo civile”, è in grado di formare autonomamente il governo, eleggere il primo ministro e approvare leggi costituzionali. Dato però che non ha raggiunto la maggioranza costituzionale necessaria per emendare la costituzione, difficilmente potrà apportare quelle modifiche richieste, ad esempio, per concludere una serie di accordi con l'Azerbajdžan, cui da tempo mira Nikol Pašinjan, il quale d'altra parte si è affrettato a confermare che il suo governo proseguirà il percorso di riavvicinamento con l'Occidente, senza con ciò rinunciare alla partecipazione all'Unione Economica Eurasiatica (UEE). Pašinjan ha anche detto che l'Armenia non è pronta per l'adesione alla UE, ma continuerà nelle riforme democratiche per raggiungerne tutti gli standard.

    Tra questi “standard”, par rientrare anche la qualifica di «rappresentanti del sistema criminale-oligarchico» che non dovrebbero avere alcun margine di azione in Armenia, affibbiata da Pašinjan ai leader di "Armenia forte", Samvel Karapetjan e "Alleanza armena" di Robert Kocharjan; il «partito dello spionaggio a tre teste deve essere sradicato dall'Armenia», ha detto Pašinjan. Da parte sua, Karapetjan, in un'intervista alle Izvestija, ha detto che le elezioni non possono essere considerate democratiche, dato che la campagna elettorale si è svolta in un clima di pressione senza precedenti e il processo di conteggio dei voti, così come la reazione delle autorità, sollevano legittimi dubbi. Karapetjan ha affermato che circa 700 membri del suo partito sono stati arrestati durante la campagna elettorale e considera altamente sospetta la decisione della Commissione Elettorale Centrale di interrompere lo spoglio dei voti e di annunciare i risultati definitivi solo successivamente. 

    “Armenia prospera”, che si è vista esclusa dal parlamento per poche frazioni di punto percentuale, intende chiedere il riconteggio dei voti. 

    In definitiva, nonostante le ingenti risorse amministrative impiegate nella campagna elettorale e l'aperto sostegno di Bruxelles, Pašinjan non è riuscito a ottenere la maggioranza costituzionale desiderata e questo complica la realizzazione di una serie di iniziative programmate, a partire, come detto, dagli emendamenti costituzionali in vista della firma di un trattato di pace con Baku. Il preambolo della Costituzione armena, osserva infatti Tat'jana Stojanovic su Ukraina.ru, fa riferimento alla dichiarazione di indipendenza del paese del 1990, che sanciva l'obiettivo della riunificazione con il Nagorno-Karabakh, o Artsakh, secondo gli armeni. Ma Baku considera questa una rivendicazione giuridica su un territorio azero e, finché tale formulazione rimarrà nella Costituzione armena, non sarà possibile firmare un trattato di pace.

    La Costituzione potrebbe essere modificata con referendum, ma questa è un'opzione più rischiosa per Pašinjan, che dunque avrebbe preferito un voto parlamentare, per il quale non è però riuscito a ottenere un numero sufficiente di seggi. Ormai da anni, la promozione della cosiddetta “agenda di pace” è una priorità per la politica di Pašinjan, più importante del riavvicinamento con la UE o del futuro dell'adesione alla UEE, la Unione Economica Eurasiatica. Pertanto, conclude Stojanovic, la vittoria alle elezioni parlamentari rappresenta, in un certo senso, una sconfitta per Pašinjan, che dovrà trovare soluzioni alternative per emendare la costituzione.

    Ma, ghignano europeisticamente i torquemadisti de Linkiesta, Putin «ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pašinjan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma», come testimoniato dal Verbo ecclesiale della signora Nona Mikhelidze, secondo la quale, in Armenia, «una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale». Accordo sul TRIPP trumpiano, firma di documenti sulla "cooperazione strategica", sottoscritti alla vigilia del voto col precipitoso viaggio a Erevan del Segretario di Stato americano Marco Rubio: è questa la «traiettoria futura» su cui avrebbero basato la loro scelta gli elettori armeni? O non sono piuttosto le premesse che hanno procacciato “consensi” al premier europeista, secondo una tradizione liberale che, a ritroso nel tempo, rimanda agli affari del piano Marshall e alle “cure” dell'ambasciatrice Clare Boothe Luce, mentre, sul presente, riflette le necessità belliche occidentali nella regione mediorientale? Ora, scrivono i lestofanti pannelliani, «anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore». O non ha piuttosto vinto «il richiamo», quello sì molto concreto, dei capitali, alla ricerca di nuovi mercati in cui subentrare al posto dei precedenti, il tutto mascherato dalle eucaristiche geremiadi liberal-truffaldine su «libertà individuale, dignità umana, stato di diritto e una vita migliore», confacenti ai bisogni di profitto del capitale e propagandati dai filistei degli interessi borghesi? Basti dire che i farabutti de Linkiesta, tanto per confermare la propria spudorata genuflessione ai piani bellicisti delle cancellerie europee, guaiscono al «richiamo dell'Europa» per l'Armenia, spargendo lacrime stizzose per un presunto “favoleggiare”, dicono loro, da parte dei media italiani, «per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca». Lezzose lamentele di grezzi portaborse dei nazigolpisti di Kiev, che contrabbandano il pizzino mafioso di Vladimir Zelenskij per una «proposta» di accordo «respinta da Mosca». D'altronde, sono quelle le “proposte” che si è soliti fare in tali ambienti, in cui «dignità umana, stato di diritto» vengono presentati quali vertici della libertà e del paradiso borghese che, mentre decreta la supremazia dell'oppressione capitalista, prepara anche per l'Armenia un percorso che, nell'Ucraina nazigolpista e terrorista, viene presentato quale modello della “democrazia europea”.

    Ma, appunto, tornando all'Armenia e alla vittoria di “Accordo civile”, su Moskovskij Komsomolets Mikhail Rostovskij afferma che la Russia dispone di tutte le risorse per dare una lezione a Nikol Pašinjan in campo economico e affibbiargli uno "scacco matto politico in tre mosse". Per farlo, Moskva dovrebbe imparare qualcosa dal primo ministro armeno e dalla sua capacità di rimanere ostinatamente fermo sulle sue posizioni senza compiere mosse avventate o sbattere la porta. In altre parole: guardare a Bruxelles, lasciando nell'indeterminatezza l'adesione alla UEE. A una società armena stanca di decenni di guerra e blocco economico, dice Rostovskij, Pašinjan parla di un “futuro dell'Armenia”, mentre i suoi oppositori, «più allineati con la visione di Mosca, non sono riusciti a offrire alla popolazione una visione alternativa del futuro». Chiaro come, nell'analisi di Moskovskij Komsomoltes, manchi qualsiasi riferimento di classe e di analisi sugli interessi di quali classi e settori abbia lavorato Pašinjan che, al di là della retorica, vuol fare dell'Armenia il "fratello minore" di Azerbajdžan e Turchia, i due nemici storici del paese. Così, per evitare di dipendere completamente da Baku e Ankara, Pašinjan progetta di creare un ulteriore baluardo sotto forma di una stretta alleanza con l'Europa e con l'Occidente in generale. A lungo termine, ciò significa un'inevitabile rottura con Moskva. Ma, in concreto, Erevan potrebbe privarsi del suo unico sostegno politico ed economico, la Russia, e invece di un'alternativa europeista a tutti gli effetti, potrebbe ottenere qualcosa del tipo di ulteriori spinte a orientarsi contro la Russia, in cambio di risorse che stringerebbero il cappio attorno al collo della popolazione armena. 

    Il fatto è che, a parere di Aleksej Bobrovskij, l'Armenia dovrà affrontare uno di questi tre possibili scenari: Georgia, Ucraina o Moldavia e il fatto che Erevan continui ad aderire alla UEE non cambia nulla. Anzi, in nessun caso l'Armenia entrerà in UE e anche ipotizzando l'inverosimile possibilità che la UE voglia includere Erevan, il “reich” crollerà prima che l'Armenia riesca ad adottare tutti gli standard “europei”. In ogni caso, sostiene Bobrovskij, la Russia dovrà pensare a una modernizzazione della UEE e ciò richiederà stretti legami con la SCO, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Dovrà anche tornare a parlare del progetto per una moneta unica della UEE; prevedere il congelamento (non il ritiro) della partecipazione di un paese alla UEE e regolamentare i flussi di capitali al suo interno.

    Insomma: per mesi a Bruxelles e nelle diverse cancellerie europee hanno gridato alle “ingerenze russe” in vista del voto armeno, mentre – e non c'era da dubitarne – preparavano uno scenario di tipo ucraino, mascherato da “voto europeista”.

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    Accordo USA-Iran frenato: ecco perché Israele è il vero ostacolo

     

    Gli sforzi diplomatici volti a finalizzare un accordo di pace tra gli Stati Uniti e l'Iran hanno subito significativi ritardi a causa delle violazioni israeliane in tutta l'Asia occidentale, secondo quanto rivelato il 9 giugno dai mediatori del governo pakistano all'agenzia Anadolu.

    Lunedì a New York, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato ai giornalisti che si potrebbe raggiungere un accordo in "due o tre giorni"; tuttavia, i mediatori pakistani affermano che una svolta così immediata sia "improbabile". Mentre Trump continua a sostenere l'imminenza di un accordo di pace, i funzionari di Islamabad sottolineano che la situazione è complessa ed è entrata in una fase delicata, complice la persistente aggressione militare israeliana nel Libano meridionale.

    Secondo fonti vicine alla mediazione, le due nazioni si trovavano a un passo dalla conclusione di una tregua temporanea alla fine di maggio, ma lo slancio è stato interrotto dall'incursione su vasta scala di Israele e dall'annessione di territorio libanese. Nonostante il 17 aprile sia stato stabilito un cessate il fuoco temporaneo in Libano — successivamente prorogato fino all'inizio di luglio — Israele ha continuato a violarlo quotidianamente attraverso attacchi aerei e incursioni di terra.

    I funzionari pakistani hanno informato Washington che le azioni condotte da Israele sia in Libano sia a Gaza rappresentano il principale ostacolo al raggiungimento di una soluzione definitiva alla guerra. Dal canto suo, la leadership iraniana ha ribadito, attraverso i canali diplomatici, che non tornerà al tavolo dei negoziati finché persisteranno gli attacchi israeliani.

    La scorsa settimana, il ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi si è recato a Teheran per la quarta volta dal 28 febbraio, al fine di consegnare un messaggio speciale alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei da parte del capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir. Il Pakistan, insieme a partner regionali come il Qatar, sta attualmente cercando di convincere Trump a esercitare la massima pressione su Israele affinché fermi la sua offensiva.

    Islamabad ha riferito di aver ricevuto una risposta positiva dalla Casa Bianca riguardo alla situazione in Libano, nonostante la mancanza di una cessazione immediata delle ostilità. Fonti pakistane hanno inoltre riferito all'agenzia Anadolu di prevedere una svolta negli sforzi per fermare gli attacchi militari israeliani entro pochi giorni.

    Se si riuscisse a porre fine ai combattimenti e a ripristinare le comunicazioni dirette tra Washington e Teheran, i mediatori ritengono che vi siano alte possibilità di raggiungere un accordo in tempi brevi, sottolineando come la maggior parte delle questioni controverse sia già stata risolta. Tuttavia, i funzionari hanno ribadito che questo processo non può essere completato nello spazio di due o tre giorni.

    Nel frattempo, Israele ha continuato a colpire su più fronti. Martedì mattina ha emesso un ordine di sfollamento forzato di massa contro la città di Tiro (Sur), nel sud del Libano, per la seconda volta in meno di un mese. Successivamente, almeno 15 raid aerei hanno colpito Tiro, causando nove morti e oltre venti feriti. Migliaia di civili sono stati costretti a fuggire verso nord, unendosi al milione e più di sfollati già presenti in tutto il Libano. Dall'inizio dell'invasione israeliana del Libano, avvenuta a marzo, gli attacchi hanno provocato la morte di almeno 3.666 persone e il ferimento di oltre 11.000.

    Lunedì, inoltre, Israele ha riacceso una brutale campagna di punizioni collettive contro Gaza, chiudendo tutti i punti di ingresso dedicati agli aiuti umanitari. Questa misura è giunta in risposta agli attacchi di rappresaglia iraniani, scatenati a loro volta dalle violazioni notturne israeliane nella capitale libanese Beirut. L'Iran aveva ripetutamente affermato che un attacco alla capitale libanese avrebbe rappresentato una linea rossa inaccettabile che non doveva in alcun modo essere oltrepassata.

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    Scontri USA-Iran, la reazione di Russia e Cina: "Massima moderazione, l'escalation va fermata"

     

    La Russia si dice "estremamente preoccupata" a seguito degli ultimi scontri tra Stati Uniti e Iran. Mosca ha esortato alla "moderazione" nel conflitto che vede contrapposti gli USA e Israele a Teheran, esploso dopo un violento scambio di colpi che rappresenta la peggiore escalation dal cessate il fuoco dell'8 aprile.

    "Siamo estremamente preoccupati per la nuova ondata di scontri armati tra Stati Uniti e Iran, iniziata con l'aggressione non provocata da parte di USA e Israele contro la Repubblica Islamica", ha dichiarato alla stampa Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo. "Esortiamo entrambe le parti a esercitare la massima moderazione e a cessare immediatamente le ostilità".

    Russia e Iran sono storicamente unite da una profonda diffidenza nei confronti delle politiche statunitensi nelle rispettive aree d'influenza, dall'Asia Centrale all'Afghanistan, fino all'Iraq. Non a caso, il Presidente russo Vladimir Putin ha ribadito che le relazioni con Teheran costituiscono una priorità strategica per Mosca.

    Anche Pechino si schiera sul fronte della diplomazia, chiedendo l'immediato stop alle armi. La Cina si è dichiarata "profondamente preoccupata" per le operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, invitando i governi a non alimentare la spirale di violenza.

    "Tutte le parti coinvolte dovrebbero mantenere la calma, esercitare il self-control e smettere di esacerbare il conflitto. È fondamentale adottare misure concrete per allentare le tensioni", ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante un briefing con la stampa.

    Queste prese di posizione arrivano dopo i duri raid aerei condotti dagli Stati Uniti in territorio iraniano, scattati in risposta all'abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz.

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    In attesa di una nuova Yalta digitale: tra l’impero dell’algoritmo e il destino dell’umanità

     

     

    di Glauco Benigni

    Essere oggi un cittadino occidentale, un “civile abitante di nazioni alleate”,  comporta un carico di responsabilità intellettuale e morale non indifferente. Significa trovarsi nel baricentro di una transizione d’Epoca dove i concetti di sovranità, democrazia, verità e identità vengono riscritti da algoritmi e flussi di capitale immateriale. In questo mosaico, l’azione politica e filosofica non è più rimandabile: esistono delle priorità sistemiche, e la scelta di privilegiare l’una o l’altra non è un semplice esercizio di stile, ma una decisione che “connota” radicalmente chi la compie, definendone la postura etica e la visione del futuro.

    La Dittatura della Velocità e l’Asse del Transumanesimo

    Il primo grande tema, quello che oggi domina l’agenda tecnocratica, nasce da una constatazione biologica: la strutturale “lentezza” dell’essere umano nei confronti della spaventosa e geometrica potenza di calcolo delle macchine. Questa asimmetria temporale e cognitiva ha spinto una parte delle élite globali a ritenere che l’unico approccio al futuro sia privilegiare il feudalesimo digitale, facendo accettare in progress ogni logica derivante e ogni drammatica conseguenza.

    Assistiamo così al dilagare incontrollato dell’Intelligenza Artificiale in ogni ganglio della vita sociale, alla penetrazione pervasiva dei microchips nell’economia e nei corpi, e a un transumanesimo rampante che non si nasconde più nei laboratori, ma si fa manifesto ideologico. Questo processo viene spettacolarizzato in continuazione da reti tv e social media  unificati: è il teatro globale della coppia Elon Musk e Peter Thiel, “prime donne” della PayPal Mafia che ballano il tip-tap sul palco della rete, collezionando miliardi di visualizzazioni. Un intrattenimento ipnotico, un’azione occulta che serve a rendere seducente   l’ibridazione uomo-macchina e a legittimare una Webcracy tecnologica dove l’1% degli Umani, oltre a controllare gli asset economici, controllano anche tutti i dati e i codici sorgenti dell’esistenza altrui.

    L’Antico Tema: La Giusta Distribuzione e la Pace

    Dall’altra parte della barricata resiste l’antico, ma urgentissimo, tema che riguarda l’Umanità Profonda: la distribuzione onesta delle risorse e tutto ciò che storicamente ne consegue. Parliamo della ricerca della pace non come assenza di guerra, ma come presenza di giustizia; del dialogo interreligioso sincero e del confronto diplomatico tra Governi che siano reale espressione e rappresentanza dei loro popoli, e non semplici comitati d’affari che fanno capo a fondi d'investimento transnazionali.

    Questo approccio esige onestà politica, commercio equo e, da subito, un’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) totalmente svincolata dalle logiche del mercato, affinché la salute pubblica non sia mai più considerata un asset finanziario o uno strumento di controllo biopolitico.

    Il raggiungimento di questo equilibrio richiede una nuova Yalta, un nuovo assetto geopolitico globale. Tuttavia, la storia non si ripete mai identica: la nuova Yalta non potrà limitarsi a tracciare confini sulle mappe geografiche, ma sarà inevitabilmente (anche) una Yalta dei territori digitali e delle risorse immateriali. I dati, gli algoritmi di deep learning e le frequenze sono oggi i beni strategici primari, esattamente come lo furono il carbone e l’acciaio al debutto dell’era industriale.

    Questa “Yalta digitale” sposta pesantemente il baricentro decisionale e condiziona l’Agenda del Potere Mondiale.  Mette al centro dell’area delle “priorità” la rivoluzione digitale, e lo fa infarcendola di AI predittiva e di digital currencies (sia stablecoin che CBDC), strumenti capaci di tracciare, programmare e limitare da remoto la libertà umana con un clic.

    Ognuno di questi effetti però genera il suo contrappasso, di conseguenza, l’antico tema della giustizia sociale non scompare, ma piuttosto si arricchisce e si complica: tant’è che oggi parlare di equità significa pretendere una distribuzione onesta delle risorse anche digitali, significa strappare  il monopolio dei dati ai colossi della Silicon Valley e della tecnopoli cinese per restituirli alla sfera del bene comune.

    Le Vie d’Uscita e l’Inconsapevolezza dei Popoli

    Di fronte a questo bivio epocale, le strade percorribili dai futuri “architetti globali”  appaiono limitate e ben precise:

    • Il G3 Globale: La via del pragmatismo cinico, iperrealista ma stabile, ovvero un accordo diretto e tripartito tra Washington, Pechino e Mosca per spartirsi le sfere d’influenza e i territori sia digitali e che fisici, congelando in tal modo il conflitto globale.
    • Il Multilateralismo: Il ripristino della legalità internazionale, che ha svolto un ruolo essenziale nella seconda metà del 1900, attraverso il ritorno ai tavoli delle Istituzioni Internazionali, a patto che queste vengano rifondate e liberate dalle influenze dei potentati commerciali privati.
    • La Dottrina Sociale: Una via ispirata alla profonda visione della Dottrina Sociale della Chiesa di Roma e di ogni altra Grande Tradizione Spirituale del mondo, capace di rimettere il lavoro, la dignità della persona e la solidarietà al di sopra della finanza speculativa e dell’idolatria tecnologica.

    L’alternativa a queste soluzioni è il baratro. Se fallisce la via diplomatica ed etica, il potere rimarrà nelle mani di oligarchie tecnocratiche e di qualche guerriero psicopatico in posizioni di comando, che pur di mantenere l’egemonia o di accelerare il processo di transizione antropologica, ci trascinerà dentro guerre infinite, conflitti ibridi e permanenti in cui la distinzione tra stato di pace e stato di guerra viene definitivamente cancellata.

    Di fronte a una tale complessità, la grande maggioranza dei Popoli si trova in una condizione di tragica alienazione. I “civili di nazioni alleate” non leggono più né libri né giornali, gli anziani guardano la televisione e i giovani consumano freneticamente ogni contenuto offerto dai social media, quasi tutti sono anestetizzati dal flusso continuo di informazioni e intrattenimento, mentre i loro Capi Politici, spesso non eletti o privi di reale mandato popolare, giocano a “fare  la Guerra”  e stringono segreti patti sulla pelle dei cittadini ignari.

    Ma … sebbene i Popoli si trovino in uno stato di scarsa consapevolezza, manipolati da una propaganda sofisticata e pervasiva, resta in loro un istinto primordiale ineliminabile: la stragrande maggioranza della popolazione mondiale rimane, comunque e sempre, contro la Guerra. È in questa resistenza silenziosa, in questo rifiuto viscerale della distruzione, che risiede l'ultimo baluardo di resistenza e umanità da cui ripartire per rivendicare il primato della coscienza sulla potenza di calcolo.

     

     

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    Cannabis terapeutica e fibromialgia: riduce il dolore nel 70% dei pazienti secondo un nuovo studio

    Sette pazienti su dieci hanno ottenuto una riduzione del dolore clinicamente significativa. È il risultato più rilevante di un trial randomizzato in doppio cieco condotto in Australia su adulti con fibromialgia, a cui è stato somministrato per dodici settimane un olio a base di THC e CBD in proporzioni uguali. Lo studio, pubblicato su Pain …
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    Antico Caffè Greco, vittoria al Tar: riconosciuto il valore storico-unitario del locale

     

    di Luca Busca

    L’Antico Caffè Greco, una delle più celebri istituzioni culturali e cittadine di Roma, è oggi chiuso. Dopo 265 anni di storia ininterrotta, il locale di via dei Condotti, simbolo della vita artistica e intellettuale della capitale, è stato costretto ad abbassare le serrande in seguito all’esecuzione dello sfratto. Una vicenda che continua a suscitare interrogativi e polemiche, mentre si susseguono i contenziosi giudiziari legati alla tutela del bene storico e alla proprietà dell’immobile.

    In questo contesto arriva una nuova e significativa pronuncia del Tar del Lazio. Con la sentenza n. 10536, depositata l’8 giugno 2026, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato dall’Ospedale Israelitico, proprietario delle mura dell’immobile e attualmente impegnato nella procedura di concordato preventivo, contro i provvedimenti ministeriali che hanno rafforzato la tutela del Caffè Greco.

    Al centro della controversia vi era il decreto emanato dal Ministero della Cultura che ha riconosciuto il valore culturale degli arredi storici del locale. Resta da decidere il ricorso del proprietario delle mura sulla dimensione identitaria e immateriale. Impostazione, quest’ultima, che trova fondamento nella Convenzione di Faro e che considera il Caffè Greco come un bene culturale unitario, composto non solo dall’immobile e dagli oggetti che contiene, ma anche dalla storia, dalle relazioni e dalle attività che vi si sono sviluppate nel corso dei secoli.

    Secondo il Tar, questa interpretazione è perfettamente coerente con i precedenti vincoli imposti già negli anni Cinquanta e con una precedente sentenza del 2011, che aveva riconosciuto il particolare valore assunto dal locale come luogo di incontro di artisti, letterati e intellettuali italiani e stranieri. Il Caffè Greco, sottolineano i giudici, non può essere ridotto alla sola dimensione materiale dell’edificio o degli arredi, poiché il suo significato storico deriva proprio dalla continuità della funzione svolta nel tempo e dal ruolo culturale che ha esercitato ben oltre i confini nazionali.

    La sentenza affronta anche la questione della futura commercializzazione dell’immobile insieme ai beni mobili presenti all’interno. Per il Tar si tratta di una contestazione non più proponibile in questa sede, poiché sarebbe dovuto essere avanzata contro i decreti ministeriali del 1953 e del 1954, oggi divenuti definitivi e non più impugnabili.

    Nonostante alcune indiscrezioni giornalistiche abbiano ipotizzato una prossima riapertura del locale, la situazione appare tutt’altro che definita. Restano infatti aperte numerose questioni legali riguardanti la titolarità dell’attività storica, della licenza di esercizio, dei segni distintivi e degli arredi. Proseguono inoltre le iniziative giudiziarie finalizzate a chiarire l’esatta estensione della porzione dell’immobile sottoposta a vincolo e a garantire la tutela di un patrimonio considerato parte integrante dell’identità culturale della città.

    Sul futuro del Caffè Greco pesa anche il timore che possano prevalere logiche speculative incompatibili con la natura del bene. Per questo viene ribadita la necessità che le istituzioni competenti assicurino la piena applicazione delle norme poste a tutela delle botteghe storiche e dei luoghi che rappresentano un patrimonio collettivo costruito nel corso delle generazioni.

    Resta infine aperto il tema della trasparenza nelle operazioni che hanno interessato la proprietà dell’immobile nel corso degli anni. Su questo punto si concentra una parte crescente dell’attenzione pubblica e giudiziaria. Sorge una domanda spontanea: questa scarsa trasparenza sarà per caso dovuta al fatto che l'attuale proprietà delle mura fa capo all'Ospedale Israelitico attualmente impegnato nella procedura di concordato preventivo?

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    Mondiali 2026: Iran e Messico non sono mai stati così vicini: ecco cosa succederà a Tijuana

     

    Secondo quanto scritto da Mohammad Reza Gilani, l'Iran e il Messico sembrano appartenere a mondi diversi. Uno si trova nel cuore dell'Asia occidentale, l'altro in Nord America. Parlano lingue diverse, hanno tradizioni distinte e hanno seguito percorsi storici differenti. Tuttavia, c'è qualcosa in grado di superare qualsiasi distanza: la forza del loro popolo e il loro amore per lo sport più popolare del pianeta.

    La designazione di Tijuana come campo base della nazionale iraniana per i Mondiali del 2026 ha aperto un'opportunità senza precedenti per unire due società che, sebbene geograficamente distanti, condividono valori profondamente umani.

    Le bandiere dell'Iran e del Messico condividono gli stessi colori: verde, bianco e rosso. Può sembrare una coincidenza. Ma dietro quei colori si celano valori universali che entrambi i popoli riconoscono e rispettano. Il verde rappresenta la speranza e il futuro; il bianco simboleggia la pace e la convivenza; il rosso esprime sacrificio, dignità e amore per la patria.

    Forse è per questo che esiste un legame naturale tra messicani e iraniani.

    I messicani comprendono perfettamente cosa significhi vivere il calcio con il cuore. Sanno cosa significhi cantare l'inno nazionale prima di una partita, festeggiare una vittoria con la famiglia o mantenere la speranza fino all'ultimo minuto. Gli iraniani provano esattamente la stessa cosa.

    Per milioni di iraniani, il calcio è più di un semplice sport. È espressione di identità nazionale, fonte di orgoglio collettivo e linguaggio comune tra generazioni. Allo stesso modo, per milioni di messicani, il calcio è parte integrante della vita quotidiana e della cultura popolare.

    Pertanto, la presenza dell'Iran in Messico durante i Mondiali trascende l'aspetto sportivo. È un'opportunità per i tifosi messicani di conoscere l'Iran da vicino, in modo più umano. Un'occasione per scoprire una cultura antica, una società orgogliosa della sua storia e un popolo che attribuisce grande valore all'ospitalità, alla famiglia e all'amicizia.

    Sarà anche un'opportunità per gli iraniani di conoscere meglio il Messico, la sua ricchezza culturale, il calore della sua gente e l'incomparabile passione con cui vivono il calcio.

    In un'epoca in cui il mondo sembra segnato da divisioni e conflitti, eventi come i Mondiali ci ricordano che esistono spazi in cui le differenze possono trasformarsi in incontro e rispetto reciproco. Il calcio non elimina i confini, ma costruisce ponti.

    E nel 2026, uno di quei ponti avrà un nome proprio: Tijuana.

    Lì, tifosi, giornalisti, famiglie e giovani di diverse nazionalità si incontreranno. Lì, bandiere diverse sventoleranno sotto lo stesso vessillo. Lì, migliaia di messicani avranno l'opportunità di conoscere meglio l'Iran, al di là dei titoli dei giornali e degli stereotipi.

    Il messaggio che l'Iran desidera trasmettere al popolo messicano è semplice e sincero: Grazie per averci aperto le porte del vostro Paese. Grazie per aver accolto il nostro team. Grazie per aver permesso al calcio di diventare uno spazio di amicizia tra le nostre nazioni.

    Perché, in fin dei conti, al di là delle lingue, dei confini o delle differenze culturali, c'è qualcosa che unisce messicani e iraniani: l'orgoglio per le nostre radici, l'amore per la nostra patria e l'emozione di vedere una palla rotolare.

    Che i Mondiali del 2026 siano una celebrazione dello sport, dell'amicizia e dell'unione dei nostri popoli. Il Messico e l'Iran hanno molto più in comune di quanto immaginino. E forse Tijuana è il luogo in cui questa storia comincia a svelarsi.

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    Araghchi avverte Washington: "Nessun attacco resterà impunito. Americani via dal Golfo"

     

    Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha lanciato un durissimo avvertimento agli Stati Uniti, dichiarando che nessuna azione militare contro il territorio iraniano passerà sotto silenzio. La dura presa di posizione arriva dopo i bombardamenti effettuati dalle forze statunitensi, scattati come rappresaglia per l'abbattimento di un elicottero Apache.

    Il messaggio su X: "Forze armate pronte a colpire"

    Affidando la sua replica ai canali social, l'alto funzionario di Teheran ha voluto rimarcare la prontezza militare del Paese:

    "Nonostante le sconfitte sul campo di battaglia, gli Stati Uniti hanno deciso di mettere alla prova la nostra determinazione. Le nostre potenti Forze Armate non lasceranno impunito alcun attacco o minaccia."

    L'ultimatum alle truppe USA: "Lasciate la regione"

    Araghchi ha poi esortato apertamente i militari americani ad abbandonare il Medio Oriente per la propria sicurezza, evocando una dura minaccia storica:

    • Il monito: "Gli americani abbandonino la regione se vogliono essere al sicuro".

    • Il richiamo storico: Il ministro ha ricordato che "la storia del Golfo Persico è costellata di capitoli che narrano le tragiche sorti degli intrusi stranieri".

    Nel frattempo, il CENTCOM statunitense ha confermato che gli "attacchi di autodifesa" sono stati avviati su ordine diretto del presidente Donald Trump, in quella che la Casa Bianca continua a definire "una risposta proporzionata all'ingiustificata aggressione iraniana".

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    Scontri a fuoco e raid tra USA e Iran: cosa sappiamo finora?

     

    Nelle ultime ore la tensione in Asia occidnetale ha raggiunto livelli critici dopo un violento scambio di attacchi tra Stati Uniti e Iran. La crisi è scoppiata a seguito dell'abbattimento di un elicottero militare statunitense, (Cosa ci faceva un elicottero statuntense in acque iraniane? ndr) a cui è seguita un'immediata rappresaglia di Washington e la successiva controrisposta di Teheran.

    L'avvio delle operazioni USA: "Risposta proporzionata"

    Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato l'inizio di "attacchi di autodifesa" contro l'Iran. L'operazione, ordinata direttamente dal comandante in capo, è stata definita da Washington come "una risposta proporzionata all'aggressione ingiustificata dell'Iran".

    Il presidente Donald Trump ha ribadito la fermezza della linea americana:

    "È molto importante rispondere all'Iran. Questa è una risposta a quello che hanno fatto al nostro elicottero la scorsa notte. Penso che la reazione debba essere molto forte e decisa, ed è esattamente ciò che questo attacco rappresenta."

    L'incidente all'origine del conflitto

    Il Pentagono ha confermato la dinamica che ha innescato l'escalation:

    • Il mezzo coinvolto: Un elicottero AH-64 Apache.

    • I fatti: L'8 giugno alle 23:33 UTC, il velivolo è precipitato in mare vicino alla costa dell'Oman durante un pattugliamento.

    • L'equipaggio: I militari sono stati tratti in salvo dopo circa due ore e si trovano in condizioni stabili.

    La dura controrisposta di Teheran

    La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e il Comando Centrale Khatam al Anbiya (il massimo organo operativo militare persiano) hanno coordinato una serie di attacchi contro gli assetti statunitensi nella regione.

    • Attacchi alle basi USA: Le forze iraniane hanno preso di mira diverse basi statunitensi in Medio Oriente con quello che è stato definito "un potente attacco". Secondo l'agenzia Tasnim, l'azione è una risposta all'aggressione delle forze americane (definite "terroristiche") nel sud del Paese, avvenuta "con il falso pretesto dell'abbattimento di un elicottero".

    • Raid contro la Quinta Flotta: Le forze navali dell'IRGC hanno lanciato un attacco con droni contro la Quinta Flotta statunitense di stanza in Bahrein. "Gli scontri continuano e le coraggiose guardie della nazione iraniana stanno rispondendo all'aggressione del nemico", si legge nel comunicato ufficiale.

    Il monito dell'Iran

    Teheran ha lanciato un severo avvertimento formale: se gli Stati Uniti ripeteranno i loro attacchi contro la nazione persiana, verranno condotti "attacchi ancora più gravi e diffusi contro tutti gli obiettivi individuati nella regione".

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    L'Iran diffida l'ONU e avverte il Medio Oriente sulle basi USA

     

    Il Ministero degli Esteri di Teheran ha lanciato un duro monito formale ai Paesi del Medio Oriente, con particolare fermezza verso gli Stati che si affacciano sulla costa meridionale del Golfo Persico. L'Iran richiama i vicini regionali alla loro "responsabilità legale e morale", intimando loro di impedire che i rispettivi territori vengano utilizzati dagli Stati Uniti e da Israele per l'avvio di offensive contro la nazione persiana.

    La minaccia di Teheran: pronti a colpire i Paesi ospitanti

    Nel comunicato, il governo iraniano ha chiarito che non esiterà a esercitare il proprio intrinseco diritto all'autodifesa. Questa strategia di risposta prevede il coinvolgimento diretto di chiunque offra supporto logistico alle forze nemiche:

    • Obiettivi dichiarati: Saranno presi di mira i punti esatti da cui partono i raid, incluse le basi militari e le infrastrutture logistiche utilizzate per condurre o supportare le operazioni aggressive contro l'Iran.

    L'appello alle Nazioni Unite

    Teheran ha chiamato in causa anche la comunità internazionale, ribadendo le precise responsabilità dell'ONU, del Consiglio di Sicurezza e del Segretario Generale António Guterres. Secondo il Ministero degli Esteri iraniano, gli organi delle Nazioni Unite hanno il dovere di preservare la pace globale e di ritenere formalmente responsabili gli Stati Uniti e Israele per l'escalation in corso.

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    Le ONG in Italia tra spinta ideale e logica manageriale 

     

    A che punto è la cooperazione internazionale italiana? E quale è stata l’evoluzione politica ed economica di organizzazioni nate negli anni Sessanta e Settanta in stretta relazione con i movimenti di base e con una cultura di solidarietà internazionale? A queste domande prova a rispondere un libro di agile lettura che unisce ricostruzione storica e indagine sullo stato delle cose. ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive (Carocci, 2025) di Fiorenzo Polito, che porta a maturazione anni di studio sulle ONG italiane, trasformando una ricerca di dottorato in un libro che, affronta una questione complessa: il dibattersi delle ONG tra missioni e visioni originarie che ne hanno animato il lavoro e i dettami di un sempre più diffuso managerialismo. È infatti con il consolidarsi del neoliberismo, dagli anni Ottanta in avanti, che si diffonde e afferma l’idea che anche le organizzazioni non profit debbano essere guidate da logiche manageriali: professionalizzazione, misurazione dei risultati, omogeneizzazione delle pratiche.

    La forza del volume sta proprio nell’accogliere la complessità, senza proporre una spiegazione semplicistica o di mero giudizio morale. Polito non descrive genericamente l’“istituzionalizzazione” del settore, ma la colloca dentro una cornice più ampia in cui mutano le logiche della cooperazione e degli aiuti, i rapporti tra donatori e beneficiari, la politica degli ultimi trent’anni e, infine, la configurazione stessa della società civile organizzata. La sua analisi mostra come l’incontro-scontro tra un ethos movimentista e i requisiti di efficienza, misurabilità e professionalizzazione (quest’ultima mai rinnegata da chi lavora nell’ambito o vissuta come una perdita, piuttosto identificata come un guadagno), abbia portato verso logiche aziendali che, nel contesto italiano, danno vita a un “managerialismo incompleto”, popolato da attori piccoli, plurali, radicati e difficilmente riconducibili ai modelli organizzativi dei colossi della cooperazione anglosassoni.  Quel che emerge dal volume è un settore trasformato, attraversato da tensioni verticali — tra grandi ONG internazionali e realtà minori — e da divisioni interne, in cui la spinta verso l’omogeneizzazione gestionale ha prodotto riflessioni, frammentazioni ed esclusioni. Ma anche un settore che continua a resistere strenuamente e che, nonostante gli standard imposti da governi, donatori e dalla logica competitiva, racconta di molte ONG italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, che vogliono e riescono a mantenere un’identità radicata nel lavoro di prossimità nei territori e nei legami con il resto della società civile.

    Dopo una quanto mai necessaria ricostruzione storica, Polito si concentra sull’ambiente organizzativo delle ONG italiane. Il libro va letto ovviamente nella sua interezza ma ci soffermeremo sulle tre dimensioni individuate dall’autore — identitaria, economica, relazionale — che permettono di cogliere la complessità di un settore collocato dentro una policrisi mondiale e segnato da fratture, ambivalenze e forme di resistenza. 

    Nel paragrafo dedicato all’identità organizzativa, viene mostrato con chiarezza il paradosso che attraversa oggi la cooperazione internazionale non governativa: mai come ora — in un mondo segnato da instabilità geopolitica, devastazione climatica, guerre prolungate e crisi finanziarie — i valori fondativi delle ONG appaiono necessari; eppure proprio questi sono sempre più difficili da sostenere nella pratica quotidiana. Dalle interviste riportate emerge una consapevolezza diffusa, ovvero che il tradizionale “modello italiano” — associazioni piccole, radicate, con pochi dipendenti, progetti limitati territorialmente e una forte dipendenza da fondi istituzionali — non è facilmente sostenibile nel lungo periodo. La vitalità storica dell’associazionismo, frutto di spontaneità e capillarità, diventa oggi un elemento complicato che per alcune realtà è un pluralismo da difendere; per altre un fattore di frammentazione, destinato prima o poi a produrre un processo di “selezione naturale” in cui le realtà minori verranno assorbite dalle maggiori. È qui che Polito intercetta il nodo cruciale della trasformazione: la crescente pressione ad assumere forme e logiche quasi aziendali — ampliamento, specializzazione, centralizzazione — come unica via per la sopravvivenza. Una traiettoria che rischia di scardinare proprio la natura relazionale, politica e solidaristica che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dal basso in Italia. 

    La seconda dimensione analizzata riguarda il terreno più scivoloso e meno discusso della sostenibilità economica. La natura non profit delle ONG non le mette al riparo dalle logiche di mercato, ma al contrario, le espone a una precarietà strutturale che condiziona scelte strategiche, priorità operative e perfino identità organizzative. La dipendenza quasi totale da finanziamenti esterni costringe le ONG a impostare il lavoro seguendo criteri economici e burocratici sempre più stringenti di cui le lavoratrici e i lavoratori sono consapevoli e dalle quali si sentono spesso soffocare. Come ricorda un’intervistata, i progetti si realizzano grazie alle persone ma, ad esempio, proprio le spese legate al personale sono sempre più difficili da giustificare nei budget di progetto, rendendo insostenibili molte attività cardine e prospettive desiderate.

    Infine, la terza dimensione, quella relazionale, è uno dei contributi cruciali del libro. Polito ricostruisce la fitta rete di rapporti che le ONG intrattengono lungo la “catena della cooperazione” — con attori politici, istituzioni, enti finanziatori, media, opinione pubblica — mostrando come tali relazioni abbiano un peso notevole nell’ambiente operativo del settore. Il quadro che emerge è caratterizzato da un evidente arretramento della sfera politica.
    Molte persone intervistate sottolineano la perdita di centralità dei temi della cooperazione internazionale nel dibattito pubblico, il disinteresse dei partiti, anche di centrosinistra e, quindi, la dissoluzione dei legami politici storici che per decenni avevano sostenuto le ONG. Oggi gli interlocutori principali sono i governi e i ministeri. Anche sul fronte dell’opinione pubblica, il quadro non è meno critico. Un mondo sempre meno propenso ai valori della solidarietà, che spesso viene criminalizzata, nonché un’evidente messa in discussione, soprattutto e paradossalmente dall’alto, dei principi democratici, vede la società civile organizzata indebolita. A questo si aggiunge, nel nostro paese, una delegittimazione politica e mediatica aggressiva, culminata nella campagna contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, dal 2017 in poi, fino alla retorica dei “porti chiusi” e dei “taxi del mare”. In questo contesto, diverse voci riportate nel volume rivendicano la necessità di tornare a una postura più attivista, capace di ricollocare le ONG non solo come erogatrici di progetti, bisognose di fondi ma pur sempre come soggetti capaci di incidere sui cambiamenti sociali, culturali e politici.

    Le conclusioni del volume mettono quindi in evidenza un contesto complesso e contraddittorio, in cui la pressione del managerialismo si intreccia con le aspirazioni originarie. Il modello manageriale, a cui alcune organizzazioni si adeguano e altre resistono, esercita una forza costante, obbligando le ONG a trovare un delicato equilibrio tra l’adesione ai requisiti dei donatori e la conservazione della propria identità. L’innovazione che sembra sempre più necessaria, non è un semplice strumento di crescita, ma diventa una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dei progetti e degli ideali di cambiamento e trasformazione, che permetterebbe alle ONG di mantenere rilevanza e incisività in un contesto globale sempre più conservatore, frammentato e competitivo. Ma Polito mette in luce anche le risorse e le strategie di resilienza del settore. Le ONG italiane, pur consapevoli dei vincoli economici, burocratici e politici, mostrano una capacità significativa di adattamento, cercando di coniugare l’urgenza dell’azione con l’attenzione ai principi etici della cooperazione. Questo equilibrio tra pragmatismo e idealità, seppur infragilito, costituisce uno degli elementi più interessanti evidenziati, perché suggerisce che la società civile organizzata può continuare a esercitare un ruolo trasformativo, anche in contesti e condizioni difficili. Polito, evocando Gramsci, sottolinea come «affinché si verifichi una trasformazione reale, è necessario sviluppare un senso di autocoscienza condiviso e creare alleanze tra le diverse organizzazioni della società civile, cosa che la competizione e le gerarchie interne spesso ostacolano». ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive si configura così come un contributo prezioso per chi voglia comprendere le tensioni strutturali del settore della cooperazione non governativa italiana. Ma lo è anche per ampliare, come sarebbe necessario, lo sguardo su un attacco alla democrazia che vede nella delegittimazione della società civile la possibilità concreta di restringere gli spazi di azione, neutralizzare il dissenso e ridefinire la politica come mera gestione del potere. 

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    Cento giorni di guerra, l'Iran resiste e Trump rilancia l'escalation

    A cento giorni dall'inizio della campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il quadro che emerge è molto diverso da quello prospettato nelle prime fasi del conflitto. Nonostante i pesanti attacchi subiti, la Repubblica Islamica ha mantenuto intatta la propria struttura politica e militare, dimostrando una capacità di adattamento e resistenza che ha finora impedito il raggiungimento degli obiettivi strategici dichiarati da Washington e Tel Aviv.

    Secondo numerose valutazioni, i bombardamenti hanno provocato danni significativi alle infrastrutture e alle capacità difensive iraniane, senza però determinare il collasso del sistema statale né la paralisi delle forze armate. Anche sul fronte interno, le aspettative di una rapida destabilizzazione politica non si sono concretizzate. Al contrario, la pressione esterna ha contribuito a rafforzare la coesione nazionale e a consolidare il sostegno alla difesa del Paese. In questo contesto già estremamente teso, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una possibile risposta militare dopo l'abbattimento di un elicottero AH-64 Apache statunitense nelle acque vicine all'Oman.

    In un messaggio pubblicato su Truth Social, il capo della Casa Bianca ha attribuito la responsabilità dell'incidente a Teheran e ha affermato che gli Stati Uniti “devono rispondere” all'accaduto. L'episodio si inserisce in una spirale di escalation che continua ad alimentare l'instabilità regionale. Mentre la Quinta Flotta nordamericana mantiene una massiccia presenza navale nel Mar Arabico, l'Iran prosegue le proprie operazioni nello Stretto di Hormuz, uno dei punti strategici più importanti per il commercio energetico mondiale. Le nuove minacce di Washington arrivano in un momento in cui la strategia della pressione militare non sembra aver prodotto i risultati sperati.

    Lungi dall'essere piegato, l'Iran continua a conservare la capacità di reagire sul piano militare, di influenzare gli equilibri regionali e di incidere sui mercati energetici globali. Invece di avvicinare una soluzione del conflitto, le continue promesse di ritorsione da parte dell'amministrazione Trump rischiano così di spingere la crisi verso una fase ancora più pericolosa e imprevedibile.


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    FCAS: naufraga il progetto simbolo della difesa europea

    Si chiude con un fallimento uno dei più ambiziosi programmi industriali e militari dell'Unione Europea. Francia e Germania hanno deciso di abbandonare il progetto FCAS (Future Combat Air System), il sistema aereo da combattimento di nuova generazione che avrebbe dovuto rappresentare il pilastro della futura autonomia strategica europea. L'iniziativa, lanciata nel 2017 dal presidente francese Emmanuel Macron e dall'allora cancelliera tedesca Angela Merkel, prevedeva la realizzazione di un caccia avanzato supportato da droni e collegato a una sofisticata rete digitale di combattimento. Il valore complessivo del programma era stimato in circa 100 miliardi di euro e coinvolgeva anche la Spagna. Fin dall'inizio, tuttavia, il progetto è stato ostacolato da profonde divergenze industriali e strategiche.

    Da un lato la francese Dassault Aviation rivendicava il controllo della progettazione del velivolo per proteggere il proprio know-how tecnologico; dall'altro Airbus, che rappresentava gli interessi tedeschi e spagnoli, chiedeva una gestione più equilibrata e una maggiore condivisione delle tecnologie. Alle rivalità industriali si sono aggiunte differenze politiche e operative. Parigi puntava a un velivolo in grado di trasportare armamento nucleare e operare dalle portaerei francesi, mentre Berlino era interessata principalmente a un caccia convenzionale destinato alla difesa aerea europea. Dopo mesi di stallo, i tentativi di rilancio promossi da Macron e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz non hanno prodotto risultati.

    Nel corso dell'ultimo vertice tra Unione Europea e Balcani occidentali in Montenegro, i due leader hanno preso atto dell'impossibilità di superare le divergenze e hanno deciso di interrompere definitivamente il programma. Il collasso del FCAS rappresenta un duro colpo per le ambizioni europee di integrazione nel settore della difesa.

    In un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dall'incertezza sul futuro impegno degli Stati Uniti nella sicurezza del continente, il fallimento del progetto evidenzia quanto sia ancora difficile trasformare le dichiarazioni sull'autonomia strategica europea in una reale cooperazione industriale e militare.



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    La memoria tende all’intemporalità

    di Franco Ricciardiello

    Sergej Roić, Dura Madre. L’infinito di Leopardi, pp. 130, euro 14,00, Mimesis, 2026

    Leggere un romanzo di Sergej Roić ricorda un po’ l’esperienza di pattinare su un lago di ghiaccio in una giornata di nebbia: non puoi prevedere cosa troverai voltando la pagina, e rischi di continuo che la narrazione si apra precipitandoti in un altrove che non ti aspetti.

    Roić, svizzero di origine croata, scrive in italiano; ha già pubblicato con Mimesis Editore tre romanzi, Wish you were here (2017), Solaris parte seconda (2019) e Feríta. Giovanna d’Arco 1971 (2022), e in tutti e tre gioca a nascondino con alcuni tópoi della fantascienza, genere che evidentemente conosce — quantomeno i suoi autori più letterari. Tra i quattro, questo mi sembra il più radicale benché, a dire il vero, non ci sia nulla di sperimentale nella scrittura; al contrario, la semplicità e la bellezza della frase risaltano immediatamente. Ciò che destabilizza, rispetto a una narrazione tradizionale, è la diluizione del filo della trama in una struttura che richiede di continuo l’attenzione del lettore, e in cui ogni frase sembra alludere a qualche significato nascosto tra le parole.

    C’è del resto molta riflessione filosofica nella scrittura di Roić, nel caso di questo romanzo si tratta di alcune speculazioni di Giacome Leopardi (richiamato esplicitamente solo nelle ultime pagine del testo), sull’infinito naturalmente, ma anche sulla struttura del reale — e sembra di sentire qualche eco di Immanuel Kant sulla realtà-in-sé. Soprattutto, la riflessione centrale è intorno al tema della Memoria. “Nella passione, il ricordo tende all’intemporalità” scrive J.L. Borges nella sua Storia dell’Eternità (Adelphi, 2014), la memoria concatena impressioni che si evocano a vicenda: e questo è il significato profondo che ho letto nella struttura di Dura madre, imperniata su una serie di ricordi e sul diario di uno dei protagonisti.

    Nel 2564, il direttore del Progetto Memoria nella città di Nuova Lisbona lavora sull’esperienza vissuta dai fratelli Nazor, sulle loro riflessioni intorno alla forma dell’universo. Il primogenito Neven Nazor, nella breve parte a lui dedicata, evoca immagini irreali, che egli definisce “idee-allucinazioni”, affidate, oltre che alla ricerca scientifica, anche a un manoscritto ritrovato dal fratello a bordo della barca sulla quale ha trascorso un rilevante periodo della propria vita.

    La parte maggiore del libro è occupata dal diario di Mario Nazor, fratello minore di Neven, dai suoi ricordi, dalle peregrinazioni a bordo della barca a vela Vesna in un mondo dalla geografia diversa da quello che conosciamo. A giudicare dai toponimi, inventati, sembra che l’ambientazione sia tra il Nordest italiano, l’Austria e soprattutto la Jugoslavia, con le migliaia di isole della Dalmazia a fare da sfondo alla navigazione.

    Mario Nazor riceve in eredità, con sua stessa sorpresa, la Vesna, la bianca imbarcazione dalla quale Neven non si separava mai, e decide di partire sulle sue tracce; l’amica del cuore Fanny, più giovane di lui di una decina d’anni, accetta di accompagnarlo, incuriosita dai misteriosi racconti di Mario sulle visioni del fratello maggiore.

    Poco alla volta Mario tira fuori dalla memoria racconti sulla terra d’origine dalla madre Tanja, soprattutto su un clan quasi mitologico, la famiglia Bili, tutti albini da generazioni, che possiedono la facoltà di ricordare pressoché tutto: ecco di nuovo il tema della Memoria, la dura madre del titolo, la meninge esterna che avvolge il cervello e lo protegge da traumi e contaminazioni che arrivano dal sistema circolatorio, ma che in virtù della magia delle parole assorbe nel testo il significato della Natura leopardiana, una madre dura dunque, simbolo del funzionamento meccanicistico del mondo alla cui idea si ribellava il poeta.

    Non è semplice la lettura di un libro di Sergej Roić, tuttavia è bello rimuovere i freni della mente e lasciarsi galleggiare nel mare di apologhi, di brevi racconti, di storie che sembrano aggiungere ogni volta un tassello alla comprensione del tutto, però non bisogna illudersi che il significato sia lì, esplicitato sulla carta prima della parola “Fine”.

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    Dai contratti precari al no al padiglione Israele: perché lo sciopero della cultura del 12 giugno

     

    “La cultura è il petrolio d’Italia”: inizia con queste precise parole il documento programmatico che ha indetto lo sciopero della cultura per il prossimo 12 giugno. Una mobilitazione che vede in prima linea, come promotrici, sia le sigle del sindacalismo di base sia la Cgil.

    Dietro questa data c'è un percorso difficile e tortuoso durato un anno; dodici mesi di discussioni che, alla fine, hanno prodotto una piattaforma avanzata. È un peccato, però, che alcune realtà associative e sindacali che avevano sottoscritto il progetto iniziale siano poi svanite nel nulla al momento di proclamare lo sciopero.

    Scioperare al fianco della Cgil non può e non deve essere un elemento divisivo. Al contrario, rifiutare la convergenza rischia solo di desertificare il mondo del sindacalismo di base, nel tentativo velleitario di rappresentare da soli istanze importanti che, in realtà, sono patrimonio comune di molteplici sigle e movimenti.

    Quello del 12 giugno si preannuncia come uno sciopero complesso. È stato lanciato in settori storicamente difficili da mobilitare, dove l'astensione dal lavoro fatica a registrarsi e la sindacalizzazione è sporadica. In questi ambiti, purtroppo, la logica dell'appartenenza alle cooperative prevale ancora sulla pura rivendicazione salariale e contrattuale.

    Tuttavia, lo sciopero resta un'arma formidabile, nonché l'occasione ideale per restituire dignità agli operatori culturali e dare visibilità alle loro storie umane e professionali. E parliamo non a caso di professionalità, dato che da anni assistiamo al ricorso sistematico ai volontari in sostituzione di personale regolarmente formato e contrattualizzato.

    Oggi i luoghi della cultura sono diventati ambiti privilegiati per campagne politiche e pubblicitarie o per iniziative militariste. Ci si ricorda della forza lavoro invisibile dei beni culturali solo quando emergono le contraddizioni del sistema. È ormai acclarato che la giungla dei contratti e delle retribuzioni ha creato profonde disparità di trattamento, spingendo i salari verso il basso e generando dinamiche di sfruttamento e ricatto. A questi stipendi da fame, inevitabilmente, seguiranno in futuro assegni previdenziali miseri.

    Da decenni si preferisce non investire in cultura, sanità, servizi sociali, istruzione e transizione energetica. L'accesso alla cultura, da fondamentale diritto di cittadinanza, si è trasformato in una sorta di privilegio. Eppure, recuperare i beni culturali dovrebbe avere la stessa priorità della messa in sicurezza idrogeologica dei territori: un obiettivo da perseguire a prescindere dal colore dei governi, condiviso erga omnes (nei confronti di tutti).

    Di recente, i lavoratori dei beni culturali hanno preso una ferma posizione contro la decisione di ospitare il Padiglione Israele alla Biennale d'Arte di Venezia. Lo sciopero viene indetto assumendo anche questo punto di vista: un'aperta opposizione all'economia di guerra e alla militarizzazione dei territori, che si affianca alla denuncia della svalorizzazione del lavoro.

    Siamo di fronte a un utilizzo strumentale dei beni culturali, a tagli continui e a una precarizzazione che ci allontana dal riconoscimento della dignità del lavoro culturale. Per invertire la rotta, è necessario partire dalla reinternalizzazione dei servizi e della forza lavoro, aumentando le assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle pubbliche amministrazioni per colmare una cronica carenza di organico. Superare il sistema degli appalti e delle concessioni, denunciare le "farlocche" Partite IVA e stabilizzare i precari: queste sono proposte ragionevoli per le quali vale davvero la pena incrociare le braccia.

    Infine, vi è il tema del diritto di sciopero. I beni culturali rientrano infatti tra i settori che devono assicurare i servizi minimi essenziali; l'estensione della legge 146 a questo comparto rappresenta una ferita ancora aperta che limita fortemente le possibilità di protesta.

    Chi volesse leggere la piattaforma integrale può trovarla facilmente sul sito dell'associazione "Mi Riconosci", la realtà che per prima ha creduto in questa mobilitazione. Il 12 giugno, chi non potrà scioperare perché appartenente ad altri comparti non esiti a esprimere solidarietà attiva a questi lavoratori: ne va del loro futuro, anzi, del futuro di tutti noi.

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    La Commissione europea svela le proposte per il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia

    L'Unione Europea continua a essere preda di una russofobia irrazionale, così Bruxelles si prepara a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il ventunesimo dall'inizio dell'operazione militare speciale in Ucraina. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato la proposta, che sarà discussa dai ministri degli Esteri dell'Unione il quindici giugno. Tra le novità più rilevanti spicca l'idea di aggiungere trenta petroliere alla lista nera delle navi soggette a restrizioni. Si tratta di un'estensione significativa, perché porterebbe a seicentotrentadue il numero complessivo di imbarcazioni già colpite dalle misure Ue. Contestualmente, l'UE intende mantenere invariato il tetto massimo al prezzo del greggio russo, introdotto nei mesi scorsi per limitare le entrate energetiche di Mosca senza provocare bruschi rialzi sui mercati globali.

    Non finisce qui. La Commissione propone anche di vietare la vendita di navi metaniere verso la Russia, un settore finora rimasto ai margini delle sanzioni. Inoltre, sarebbero colpiti direttamente alcuni porti, aeroporti e impianti di raffinazione coinvolti nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo. La responsabile della diplomazia europea, l'ineffabile Kaja Kallas, ha aggiunto su X che l'Unione punta a bloccare le transazioni relative a due porti e quattro aeroporti russi.

    Una delle misure più politicamente rilevanti riguarda le persone. Von der Leyen ha spiegato che la Commissione propone di estendere il divieto di ingresso nell'Unione a tutti i partecipanti all'operazione militare speciale russa. Finora le restrizioni colpivano soprattutto figure di spicco dell'establishment, ma l'idea è ora di allargarle a una platea molto più ampia.

    Sul fronte finanziario, le nuove sanzioni mirano a novanta istituzioni in tutto il mondo. Tra queste, come precisato dalla presidente della Commissione, ci sono trentuno banche russe e altre venti tra istituti di credito, piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi internazionali. Kaja Kallas ha aggiunto che i beni di novanta banche, sia russe che di Paesi terzi, sarebbero congelati. Inoltre, l'Unione europea bloccherebbe le transazioni su undici piattaforme di criptovalute.

    Le restrizioni alle esportazioni si fanno più dure. Bruxelles vuole vietare la vendita alla Russia di metalli, leghe e componenti per droni. Parallelamente, continuerà il divieto di importare merci russe come metalli e parti di ricambio. Un punto interessante è che le limitazioni all'export colpiranno anche aziende con sede in Cina, Turchia, Kirghizistan, Emirati Arabi Uniti e India, considerate canali indiretti per aggirare le sanzioni. Tra i prodotti di cui si bloccherà l'uscita verso la Russia ci sono leghe ad alte prestazioni, nickel in polvere, minerali pregiati e sostanze chimiche.

    Per la prima volta, infine, le sanzioni europee toccheranno il settore della pesca. In particolare, arriverà il divieto totale di esportare merluzzo verso l'Unione, una misura che colpirà un comparto finora rimasto relativamente protetto. La Commissione definisce questo pacchetto come il più ampio degli ultimi due anni, e le restrizioni all'export riguarderanno non solo la Russia ma anche la Bielorussia, segno che l'intenzione è stringere ulteriormente le maglie intorno ai due alleati.

    Resta però una domanda di fondo, che a Bruxelles nessuno sembra volersi porre davvero. Ventuno pacchetti di sanzioni dopo, l'economia russa non è stata minimamente indebolita nella sua capacità di sostenere lo sforzo bellico. Anzi, Mosca ha reindirizzato le sue esportazioni verso altri mercati, ha trovato nuovi canali finanziari e continua a incassare dalle materie prime. Il vero prezzo, invece, lo stanno pagando le imprese europee, che hanno perso mercati storici e competitività, e i cittadini dell'Unione, costretti a sopportare bollette più care, inflazione alle stelle e una recessione strisciante. Eppure l'Europa continua a battere masochisticamente sullo stesso tasto, come se l'ennesimo giro di vite potesse stavolta funzionare. 

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    Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica

    Cosa c’entrano queste tre cose nel titolo? Prima di chiedervi di imbarcarvi nella lettura di un post che riprende quello sulle diseguaglianze della scorsa settimana, provo a spiegarlo in due righe: gli USA sono un paese dove troppe persone non arrivano a fine mese e dove l’impatto dell’IA rischia di peggiorare le cose – almeno nel breve/medio termine – per coloro a cui va meglio. La preoccupazione per il reddito e quella per il rischio di perdere il lavoro hanno un impatto sui comportamenti elettorali delle persone.

    Territorio e povertà

    Ricordate? Nei mesi scorsi è capitato che Zohran Mamdani vincesse le primarie e poi le elezioni a New York parlando di affordability (potersi permettere le cose). Dopo di lui fecero una campagna simile ma più moderata nelle proposte anche Abigail Spanberger e Mikie Sherril, le due donne divenute governatrici di Virginia e New Jersey.

    Un sondaggio Gallup dell’aprile 2026 segnala come il 35% degli americani ritenga la sua situazione economica “only fair” e il 19% “poor”, si tratta di un dato più o meno simile a quello che si registra dalla pandemia di Covid in poi, segno che quella e l’inflazione hanno cristallizzato una situazione.

    Secondo la Kaiser Foundation, che si occupa di Sanità, il 36% degli adulti dichiara che negli ultimi 12 mesi ha rinunciato o rimandato cure di cui aveva bisogno a causa dei costi. Il 43% non ha preso le medicine prescritte per la stessa ragione.

    Opportunity Insights, un gruppo di ricercatori di Harvard, segnala come la mobilità sociale che caratterizza il sogno americano stia diventando una merce sempre più rara. Se il 59% delle persone nate nel 1965 guadagnavano più dei loro genitori alla stessa età, per i nati nel 1985 questa percentuale scende al 50%. I cali più marcati sono tra le famiglie della middle class.

    Dal 2020 a oggi il prezzo sono cresciuti più o meno del 25%, i salari non hanno tenuto il passo. L’effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz e della conseguente assenza di fertilizzanti (e l’aumento del loro costo) non si è ancora fatto sentire sui prezzi al consumo se non sulla benzina e in misura minore che altrove, forse vedremo qualcosa alla stagione del raccolto, oggi quel che c’è nei supermercati è stato piantato quando i fertilizzanti c’erano.

    I prezzi al consumo USA, salvo poche merci di cattiva qualità sono davvero incredibilmente alti. Se per decenni l’attitudine al consumo a debito e i flussi di merci cinesi a basso prezzo hanno compensato e nascosto la perdita di potere d’acquisto di un mondo del lavoro che vedeva sempre meno operai sindacalizzati e ben pagati (Union job è sinonimo di buon lavoro in America), oggi non è più così.

    Il risultato è che il consumo del 20% più ricco è circa il 60% del totale, mentre il restante 80% si accontenta del 40%

    L’indice Gini, che misura la diseguaglianza della distribuzione e che ha cominciato a crescere a partire dal 1980 (quando Ronald Reagan ha vinto le elezioni), è ai massimi di sempre e la quota del PIL destinata ai salari è scesa al livello più basso mai registrato.

    Brookings Institution lancia una serie sulla affordability con un lungo paper in cui si segnala che:

    Nel 2024, il 45,5% delle famiglie statunitensi non guadagnava abbastanza per arrivare a fine mese, percentuali simili si registrano a partire dal 2014. Nel paper anche una mappa sulla percentuale di persone stato per stato che non arriva a fine mese che riproduco qui sotto. La parte interessante sta nel dettaglio delle contee. Se nello Stato di New York poco meno della metà non arriva a fine mese, a Manhattan questa percentuale sale al 57% mentre nel Bronx crolla al 24%. I divari interni agli Stati e quelli tra bianchi e minoranze sono anche enormi. Chiedimi perché Alexandria Ocasio Cortez viene eletta in quel seggio o perché Mamdani è diventato sindaco.

    Passiamo alla AI

    In Utah, Texas e altrove ci sono proteste di grandi dimensioni contro la costruzione di data centre necessari per la AI. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che almeno una parte di essi non sarebbe necessaria se la AI non volesse essere una merce di consumo, i bot con cui in milioni o miliardi chattano per chiedere aiuto o per fidanzarsi, come avvenuto in casi estremi e tragici finiti in suicidio.

    Qui sotto la mappa di datacenterwatch delle proteste, centri per 16 miliardi sono stati fermati o ne è stata rimandata la costruzione. Contro ci sono repubblicani e democratici e la ragione è di doppia natura: l’impatto sull’ecosistema locale (acqua, inquinamento) in cambio di nulla o possibilmente di un impatto non locale ma generalizzato sull’occupazione.

    Torniamo alla AI e all’impatto sull’economia USA. È cosa nota che senza la corsa folle dei titoli tecnologici le borse e anche l’economia USA, l’economia andrebbe piuttosto piano (qui un post della Fed di St. Louis che stima quanto la AI contribuisca al Pil nel 2025).

    In questo post si racconta come una serie di enormi gruppi che vendono merci di consumo basiche (cibo, detersivi, igiene personale), catene di ristoranti, di supermercati, di abbigliamento, vedano risultati negativi da qualche anno con un peggioramento dopo il 2023 e che lo stesso si può dire per quei gruppi che comprano e gestiscono edifici da affittare (se i giovani non trovano lavori ben pagati, non si affitta bene, i più adulti comprano). Questo calo delle vendite non è collegato alla AI, il problema è che il mercato del lavoro tecnologico USA impiega un po’ meno di sei milioni di persone e gli americani nella forza lavoro sono circa 170 milioni. La crescita della IA, insomma, non è percepita in termini occupazionali se non nella parte che riguarda la costruzione di data center, cioé blue collar jobs, lavoro manuale. I dati sul mercato del lavoro USA degli ultimi mesi ci dicono che anche quando la dinamica è positiva, i white collar jobs tendono a non aumentare, segno di una tendenza che è innegabilmente legata all’introduzione della IA – nessun terremoto per ora, ma forse ne vedremo tra non molto.

    Veniamo alla politica. Da un lato ci sono le proteste e una preoccupazione generalizzata per l’impatto della AI sul lavoro, il controllo, la guerra, dall’altro ci sono i dati e le analisi in questo articolo di Brookings, con cui si conclude questo lungo post.  “62 delle 100 contee più esposte all’intelligenza artificiale (IA) a livello nazionale hanno votato per i democratici alle elezioni presidenziali del 2024. Queste contee rappresentano il 75% della popolazione delle 100 contee più esposte all’IA, e tra il 14% e il 19% dei lavoratori che vi risiedono svolge professioni in cui l’IA è teoricamente in grado di svolgere determinati compiti ed è già utilizzata per automatizzare il lavoro piuttosto che per potenziarlo (…) In parole povere, in media, le zone che votano democratico concentrano lavoratori impiegati in numerose professioni in cui questi ultimi hanno ragione di nutrire maggiori timori riguardo alla perdita del posto di lavoro causata dall’intelligenza artificiale rispetto ai lavoratori delle zone rosse. Pertanto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre e oltre, le contee più blu degli Stati Uniti potrebbero diventare focolai di alcuni degli elettori più agitati dell’era dell’intelligenza artificiale.” In poche parole: i luoghi dove la IA viene prodotta e ha un impatto positivo sull’economia sono sia quelli dove oggi si crea occupazione ben pagata ma anche quelli che rischiano grosso domani. Questo più l’attitudine preoccupata dei più giovani per l’ambiente e altre questioni etiche legate alla IA produrranno qui e la degli spostamenti elettorali.

    Da ricordare: negli anni 90-2000 l’economia USA andava benone, ma il lavoro nel manufatturiero calava in maniera costante. Questo ha prodotto città fantasma e contee decadenti e da anni parliamo del Midwest in crisi che vota a destra – il WTO e la globalizzazione sono viste come un prodotto dell’era Clinton. La deindustrializzazione e l’automazione delle fabbriche hanno avuto un enorme impatto sociale, economico e politico. I prossimi anni, forse anche le elezioni presidenziali del 2028, potrebbero essere quelle in cui è l’impatto socioeconomico dell’IA a essere il fattore determinante.

    (il testo viene da American Diner, su Substack)

    L'articolo Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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    Russia: attacchi di rappresaglia all'industria bellica ucraina

    Il Ministero della Difesa russo ha riferito che le sue forze armate hanno attaccato infrastrutture di trasporto ed energetiche utilizzate dalle truppe ucraine, respingendo raid aerei e infliggendo numerose perdite al nemico.

    Ha inoltre affermato che le forze di difesa aerea russe hanno intercettato nove bombe guidate, due missili HIMARS di fabbricazione statunitense e 551 droni ucraini nelle ultime 24 ore.

    Ha inoltre specificato che l'esercito ucraino ha perso più di 1.300 soldati su tutta la linea del frontenelle ultime 24 ore.

    Il ministero ha ripetutamente sottolineato che gli attacchi delle forze russe sono una risposta agli atti terroristici del regime di Kiev contro le infrastrutture civili e la popolazione russa.

    In seguito al sanguinoso e deliberato attacco con droni da parte di Kiev contro un dormitorio studentesco nella città russa di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha causato 21 morti, per lo più adolescenti, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato l'inizio di attacchi di rappresaglia "sistematici" contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino.

     

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    Perché la Cina punta sul gallio per costruire le reti 6G del futuro?

    La Cina ha avviato la produzione e la distribuzione su larga scala di chip al nitruro di gallio pensati per le comunicazioni di nuova generazione. Secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post, sono già stati consegnati cinque milioni di questi semiconduttori destinati a dispositivi intelligenti che faranno parte di una rete 6G integrata tra lo spazio, l'aria e la superficie terrestre. Si tratta di un passaggio inedito: è la prima volta che chip di questo tipo vengono prodotti in massa e orientati verso applicazioni commerciali.

    A sviluppare i componenti è stato l'Istituto di Ricerca numero 55 del China Electronics Technology Group Corporation, insieme alla sua filiale Nanjing Guobo Electronics. Vale la pena sottolineare che questa istituzione figura nella lista delle entità soggette a restrizioni del Dipartimento del Commercio statunitense, in ragione dei suoi legami con il comparto militare cinese.

    La tecnologia in questione è concepita come un tassello fondamentale per il futuro delle comunicazioni 6G, ma anche per i programmi spaziali commerciali, i servizi di emergenza e la cosiddetta economia a bassa quota, ovvero quell'insieme di attività - come i droni commerciali e le consegne aeree - che si svolgono a quote relativamente basse. Ogni terminale integrerà un chip amplificatore di potenza, il cui compito è potenziare il segnale e trasmetterlo verso satelliti o stazioni terrestri anche a grande distanza.

    Sul fronte dell'utilizzo civile, le prospettive sono però più sfumate. Cui Kai, analista di IDC, ha osservato che questi chip potrebbero trovare spazio nei telefoni di fascia alta o nei dispositivi di uso ufficiale, soprattutto per migliorare la connettività satellitare in aree prive di copertura mobile. Eppure la Cina dispone già di una rete cellulare capillare e ben sviluppata, il che riduce in parte la necessità immediata di queste soluzioni per l'utente comune.

    La scelta del nitruro di gallio non è casuale e porta con sé una dimensione strategica precisa. A differenza dei tradizionali chip al silicio, quelli realizzati con questo materiale tollerano meglio le alte temperature, i voltaggi elevati e le frequenze necessarie per comunicazioni più rapide. Sono più compatti, più potenti e capaci di trasmettere informazioni su distanze maggiori. Il nitruro di gallio è già impiegato in radar, caricatori rapidi e sistemi di comunicazione avanzati, ma la produzione su scala commerciale rappresenta un salto qualitativo significativo.

    A rendere la questione ancora più rilevante sul piano geopolitico è il fatto che la Cina è il principale produttore ed esportatore mondiale di gallio, il metallo alla base di questa tecnologia. Pechino esercita controlli severi sull'esportazione del gallio e dei suoi ossidi, un leva che si inserisce nel più ampio confronto tecnologico con l'Occidente. Per contenere i costi di produzione, i ricercatori hanno sviluppato una tecnica che consiste nel far crescere uno strato di nitruro di gallio su una base di silicio, combinando così le prestazioni superiori del primo materiale con un processo produttivo più economico e scalabile.

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    Perù: Sánchez è in vantaggio su Fujimori di oltre 42.000 voti

    L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù (ONPE) continua ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno elettorale. Secondo il sito web dell'autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sánchez è in vantaggio sulla candidata di destra Keiko Fujimori con il 95,152% delle schede scrutinate.

    Secondo i dati forniti dall'ONPE, al momento il candidato di Juntos por el Perú (Insieme per il Perù) ha il 50,119% dei voti (8.881.344) contro il 49,881% della figlia del dittatore Alberto Fujimori e rappresentante di Fuerza Popular (Forza Popolare) (8.839.043 voti).

    Il distacco tra i due al momento dell'aggiornamento ufficiale era di 42.301 voti. Lo scrutinio rimane molto serrato, ma conferma l'andamento previsto: l'inclusione delle schede scrutinate nelle aree rurali favorirebbe Sánchez, che gode di maggiore sostegno nell'entroterra peruviano.

    #PerúDecide Roberto Sánchez, dice que respetará la voluntad popular, pero está tranquilo y confiado porque tiene la data de sus personeros en todo el país.@teleSURtv pic.twitter.com/5ZovjAShKA

    — JAIME HERRERA (@JaimeHerreraCaj) June 8, 2026

    Sánchez ha ribadito il suo appello ad attendere e rispettare i risultati ufficiali del ballottaggio, che determinerà il prossimo presidente per il mandato 2026-2031.

    "Siamo molto fiduciosi e ottimisti, ma il fatto concreto e reale è che dobbiamo attendere i risultati, al 100% (dall'ONPE)", ha dichiarato Sánchez Palomino dopo aver partecipato a una sessione del Congresso della Repubblica.

    Ha inoltre rivolto un "appello categorico a tutti gli attori politici affinché rispettino il risultato, qualunque esso sia, perché il Perù ha bisogno di stabilità".

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    Tutti gli affari di Israele. Il colonialismo "esterno" dei sionisti

     

    di Giuseppe Giannini

    L'attività predatoria dell'entità sionista chiamata, impropriamente, Stato estende le sue mire altrove. Non è corretto legittimare la potenza occupante la terra appartenente ad altra popolazione, perchè ne mancano i tre presupposti costitutivi: territorio, popolazione, sovranità. Ed anche quelli democratici su cui fondare il riconoscimento ed il dialogo con Paesi e popoli. Il primo elemento su cui è stato edificato il sogno di coloro che tornavano ed erano in cerca di una patria non ha le caratteristiche della terra nullius come sostengono i fanatici messianici "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Conseguentemente, abusiva è la sovranità sulla popolazione, che solo in parte è di origine ebraica, ma maggiormente araba e "straniera", e vive secondo status differenti che, nel caso dei palestinesi, è un regime di apartheid.

    Siccome la Knesset l'ha definito lo Stato-nazione del solo popolo ebraico difatto ha esplicitato la volontà discriminatoria verso chi tale non è. In quanto, viene in evidenza un elemento, la nazione, appunto, che è componente da ricomprendere all'interno del concetto più vasto di popolazione (includente anche gli stranieri per intenderci). In questo caso, vengono affidate competenze derivanti dalla cittadinanza, esercitate sulla base di elementi comuni (storia, religione, lingua), limitando o pregiudicando l'esercizio dei diritti da parte degli arabi. Il suprematismo bianco come presupposto per rivendicare ciò che non è loro.

    Il colonialismo da insediamento ha esteso il potere su zone prima amministrate dai palestinesi. Cacciati, segregati, e destinatari di violenze e brutalità quotidiane. Un procedere "razionale" attraverso conquiste, annessioni, incendi, aggressioni ed uccisioni. Si chiama pulizia etnica.

    Nel silenzio della comunità internazionale le operazioni militari ed i crimini proseguono. E così anche la guerra ad altri Stati, questi si, sovrani (il Libano, l'Iran).

    Oltre a questo tipo di imperialismo ed alle impunità dei coloni c'è il coinvolgimento di attori privati e pubblici su porzioni di territori diversi, dal Sud America al Mediterraneo. Gli ebrei come gli americani: tutto gli appartiene e tutto gli è dovuto. Con accordi commerciali o con la forza. Un legame strettissimo tra israeliani e statunitensi, le cui vicende sono intrecciate e condizionano il decisionismo politico-economico (la pressione delle lobby e del settarismo religioso riguardo alle elezioni americane e alle scelte militari), ma diventano anche strumento di ricatto (il legame di Trump con Epstein, presunto agente del Mossad).

    Sarebbe doverosa anche una riflessione, senza dar luogo a complottismi, sulla presenza stabile di figure israeliane nelle stanze del potere internazionale. Dai tanti politici e giornalisti di origine ebraica o vicini ad Israele al Parlamento Ebraico Europeo. Investimenti, compravendite e strategie economiche in piena violazione del diritto internazionale delineano un quadro di "colonialismo esterno", dove lo sfruttamento della ricchezza riguarda territori distanti. Trump vuole la Groenlandia e le terre rare ucraine, e si appropria del petrolio del Venezuela; Netanyahu firma gli accordi di Isacco con Milei per rinforzare la partnership in materia di sicurezza e la società Mekorot, già detentrice del monopolio sull'acqua nei territori palestinesi, firma accordi di gestione delle risorse idriche in Argentina.

    Ci sono poi le attività estrattive dei giganti petroliferi mondiali (Chevron, Eni), che commercializzano risorse palestinesi in base a contratti illegali stipulati con Israele. E, ancora, la Striscia di Gaza da "riqualificare" come Resort per milionari. Piattaforme come Airbnb e Booking.com fanno turismo vendendo viaggi e appartamenti situati nelle colonie.

    Dalle terre espropriate vengono immessi sul mercato prodotti agroalimentari e sfruttati i bacini idrici, che permettono ai coloni di costruire piscine, mentre il residuo (circa il 25%), spesso contaminato, viene destinato ai palestinesi. Il territorio occupato è diventato il laboratorio di sperimentazione delle tecnologie di Microsoft e Amazon, con software e algoritmi che tracciano e controllano la popolazione locale in cerca di bersagli (Palantir). Gli europei scambiano armamenti e sistemi di sicurezza, con l'Italia che già dal 2023 affida alle compagnie israeliane la cybersicurezza e, durante le scorse Olimpiadi invernali, collabora con gli agenti dei servizi americani ed ebrei. Mentre Cipro e Creta diventano zone di esercitazione militare per i soldati sionisti (Israele avamposto Nato nel Mediterraneo?), quando non si riposano (dopo aver trucidato i civili palestinesi) negli alberghi italiani.

    I progetti immobiliaristi (coloniali) dei ricconi israeliani prevedono affari in Salento ed Albania, dove in seguito alla concessione in leasing dell'isola di Sazan al fondo legato a Kushner (genero di Trump e amico di Epstein) sono scoppiate violenti proteste. Gli interessi economici sono correlati al dominio coloniale. Il business è fondamentale per il genocidio della popolazione palestinese. Dalle multinazionali militari (Lockheed Martin, Leonardo) alle imprese impegnate nella ricostruzione (Caterpillar), ai fondi di investimento (Blackrock) e alle banche e alle compagnie assicurative (BNP, Paribas, Barclays, Allianz). Insomma, il colonialismo è sotto gli occhi di tutti. Gli affari sono affari, ma non possono passare sopra i diritti dei popoli e le esigenze dei territori.

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    ONU: "Le sanzioni USA contro Cuba uccidono neonati per mancanza di cure mediche"

    L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha denunciato a Ginevra, in Svizzera, che le misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti contro Cuba stanno causando la morte di neonati per mancanza di forniture mediche di base.

    L'impatto di questo assedio sui bambini è devastante. I dati ufficiali sulla salute pubblica mostrano che la mortalità infantile è raddoppiata, raggiungendo i 9,9 decessi ogni 1.000 nati vivi, mentre il tasso di sopravvivenza al cancro infantile è sceso dall'85 al 65%.

    "L'inasprimento delle sanzioni statunitensi contro Cuba danneggia la popolazione e mette a rischio vite umane. È inaccettabile che i bambini muoiano per mancanza di forniture mediche essenziali. Queste sanzioni devono essere revocate immediatamente", ha dichiarato Türk sui suoi profili social.

    La persecuzione finanziaria ha ridotto la fornitura di medicinali essenziali a un livello criticamente basso, pari al 30%, mentre l'avversione al rischio da parte delle aziende private ha paralizzato la distribuzione di 2.900 tonnellate di aiuti alimentari umanitari gestiti dalle Nazioni Unite e destinati alle popolazioni vulnerabili.

    La carenza di carburante causata dall'embargo statunitense ha ridotto la produzione agricola interna del 60%, facendo lievitare i prezzi dei beni di prima necessità, mentre il timore di sanzioni da parte della Casa Bianca mantiene l'isola scollegata dai sistemi di pagamento internazionali.

    "Cuba si trova ad affrontare un isolamento crescente. Le imprese se ne stanno andando. Sempre meno compagnie aeree volano verso il Paese. È praticamente tagliata fuori dai sistemi di pagamento internazionali. L'aumento delle temperature estive accresce il rischio di diffusione di malattie trasmesse da vettori e dall'acqua. La stagione degli uragani aumenta ulteriormente l'esposizione. Questo crea una tempesta perfetta per il deterioramento sociale ed economico e per la sofferenza del popolo cubano", ha dichiarato l'Alto Commissario delle Nazioni Unite.

    Volker Türk ha inoltre ribadito che le aziende private devono rispettare i diritti umani a livello globale. A tal proposito, ha esortato il settore imprenditoriale ad evitare un'eccessiva adesione alle sanzioni statunitensi e l'interruzione indiscriminata dei rapporti commerciali, in conformità con le linee guida delle Nazioni Unite per le imprese.

    Il diplomatico delle Nazioni Unite ha concluso che tali misure coercitive sono incompatibili con il diritto internazionale.

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    Europa vassalla: chi paga la guerra economica contro la Cina?


    di Manu Pineda* - Publico

    Ci sono domande che una società matura dovrebbe porsi regolarmente, eppure quasi mai emergono nel dibattito pubblico europeo. Una delle più urgenti è questa: chi sta realmente pagando il prezzo della guerra economica che l'Unione Europea sta conducendo contro la Cina? La risposta, se esaminata onestamente, è chiara: a pagare sono i cittadini europei. Pagano con prezzi più alti, opportunità di sviluppo perdute e un lento declino della competitività industriale, mentre le loro istituzioni dedicano enormi energie alla costruzione di muri protezionistici in nome di una sicurezza strategica che, in realtà, non appartiene loro.

    Per decenni, l'Unione Europea ha costruito la propria identità economica su un principio difeso con fervore missionario: i mercati aperti. Bruxelles ha predicato al mondo le virtù della concorrenza internazionale. L'argomentazione era sempre la stessa: la concorrenza costringe le imprese a innovare, a migliorare la produttività, a offrire prodotti migliori a prezzi migliori, e il principale beneficiario è sempre il consumatore. Questo discorso è scomparso proprio nel momento in cui la Cina sta ottenendo successo nella competizione.

    Il capitalismo impone la concorrenza come legge universale del mercato, e quella legge è tollerata finché vincono coloro che l’hanno sempre vinta. Quando la Cina – con il suo modello di intervento statale attivo, pianificazione strategica a lungo termine e ricerca deliberata della coesione sociale – dimostra di poter vincere anche in quel campo e con quelle regole, la ricetta cambia improvvisamente. La concorrenza cessa di essere un principio sacro e diventa un problema da gestire. Dazi sui veicoli elettrici cinesi che superano il 40%, inchieste antisovvenzioni con criteri che difficilmente sarebbero applicati agli stessi produttori europei, nuovi strumenti giuridici come il ‘Regolamento sui sussidi esteri’ che prendono di mira selettivamente le aziende cinesi. Tutto ciò fa parte di una strategia che, lungi dall’essere coerente, contraddice apertamente i principi su cui il capitalismo occidentale ha costruito la propria narrazione di legittimità: liberi mercati quando il vantaggio è dalla tua parte, protezione selettiva e regolamentazione quando il campo di gioco diventa troppo paritario.

    L'aritmetica del protezionismo è brutale nella sua semplicità. Se un prodotto costa dieci euro e le istituzioni europee impongono dazi e oneri aggiuntivi, quel prodotto non costerà più dieci euro. Questa differenza non viene assorbita dall'esportatore cinese. Viene pagata dal lavoratore europeo che acquista quel prodotto. Viene pagata dalla famiglia che cerca un'auto elettrica a un prezzo accessibile. La guerra commerciale viene presentata come una difesa dell'Europa. Il conto arriva direttamente alle famiglie europee. In termini economici precisi, stiamo parlando di una tassa regressiva, non votata e gestita in modo opaco, che colpisce in modo sproporzionato chi ha meno risorse per scegliere alternative.

    L'offensiva economica europea contro la Cina non è nata a Bruxelles, bensì a Washington. Il rapporto ha assunto sempre più le sembianze di quello tra un signore feudale e il suo vassallo: gli Stati Uniti identificano il nemico, l'Unione Europea lo adotta come proprio; gli Stati Uniti elaborano la strategia di contenimento, l'Unione Europea la attua. Nel frattempo, Washington protegge le proprie industrie con il programma di riduzione dell'inflazione e ingenti sussidi, e affronta il problema della competitività combinando dazi doganali e investimenti pubblici su larga scala. Bruxelles, vincolata dai propri dogmi del mercato unico, affronta il problema principalmente attraverso restrizioni. A pagare il prezzo di questa asimmetria sono, ancora una volta, i cittadini europei.

    E, per di più, la strategia non sta funzionando. I dati lo dimostrano con una chiarezza che mette a disagio Washington. Il deficit commerciale statunitense ha chiuso il 2025 a 1.200 miliardi di dollari, praticamente identico all'anno precedente. Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo non è diminuito, bensì è aumentato, passando da 1.000 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari nello stesso periodo. Ciò è documentato dalla stessa Federal Reserve Bank di New York, la cui analisi mostra che la Cina ha reagito ai dazi riorientando le proprie catene di approvvigionamento attraverso il Sud-est asiatico: i componenti rimangono cinesi, l'assemblaggio finale si sposta in Vietnam o in Thailandia e il prodotto raggiunge comunque il mercato statunitense. La strategia di contenimento non ha contenuto nulla. Ha reso la vita più costosa per la classe lavoratrice, ha generato distorsioni che oscurano la realtà dei flussi commerciali e ha dato alla Cina il tempo e l'incentivo per diversificare la sua integrazione nell'economia globale in un modo che la rende meno vulnerabile, non di più.

    È inoltre importante ricordare che la Cina non si è mai comportata come un avversario attivo dell'Europa. Per decenni ha onorato i suoi impegni contrattuali, investito nelle infrastrutture europee e mantenuto aperto il suo vasto mercato interno alle esportazioni europee. L'etichetta di "rivale sistemico" attribuita alla Cina, adottata dall'Unione Europea nel 2019, seguendo il quadro concettuale imposto da Washington, non descrive una realtà oggettiva di comportamento ostile cinese nei confronti dell'Europa. Descrive piuttosto una posizione europea di allineamento strategico con la visione geopolitica statunitense. E questo allineamento ha costi concreti: ogni escalation delle tensioni con Pechino comporta il rischio di ritorsioni contro le principali esportazioni europee. Le automobili tedesche, i beni di lusso francesi, i macchinari italiani e la carne di maiale e l'olio d'oliva spagnoli si vendono più in Cina che in qualsiasi altro mercato. Sacrificare questi rapporti in nome di un confronto la cui logica non è stata concepita in Europa significa, semplicemente, darsi la zappa sui piedi.

    Le possibilità di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa sono tuttavia enormi. L'Europa ha urgente bisogno di batterie, pannelli solari e dell'intera catena tecnologica che renda possibile la decarbonizzazione della sua economia. La Cina è leader mondiale nella produzione di tutti questi componenti. Imporre dazi sui veicoli elettrici e sui pannelli solari cinesi rende la transizione energetica più costosa per gli stessi cittadini europei, in nome della protezione dei produttori locali che devono ancora dimostrare di poter produrre i volumi necessari a prezzi accessibili.

    L'Europa non si rafforza impoverendo i suoi cittadini o intrappolandosi in una logica di confronto concepita dall'altra parte dell'Atlantico. Si rafforza impegnandosi nella reindustrializzazione fondata sull'iniziativa pubblica, sulla pianificazione strategica e sull'innovazione orientata al bene comune. E questa forza non richiede lo scontro con la Cina: richiede la cooperazione con essa nella transizione energetica, nella ricerca scientifica e nella connettività globale. Richiede inoltre di estendere questa logica di cooperazione ai popoli del Sud del mondo, costruendo relazioni di sviluppo reciproco laddove attualmente prevalgono l'estrazione e la dipendenza. Un'Europa concepita in questo modo avvantaggia i lavoratori sia qui che là. La domanda a cui le loro istituzioni non sono ancora riuscite a rispondere è se siano disposte a supportare quel progetto, o se continueranno a supportarne un altro.


    *Ex europarlamentare, responsabile della solidarietà internazionale di Izquierda Unida

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    FSB: il "Santo Graal della guerra ibrida" dell'Occidente nella CSI

     

    Il capo dell'FSB, Alexander Bortnikov, ha avvertito durante una recente riunione del Consiglio dei capi delle agenzie di sicurezza e dei servizi speciali della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) che "l'Occidente cerca di ostacolare i processi di integrazione e minare la stabilità nei paesi della CSI dall'interno, facendo dimenticare alle nazioni la loro storia comune e cercando di metterle l'una contro l'altra per prendere il controllo della situazione". Questo obiettivo viene perseguito in parte attraverso i nuovi "laboratori digitali" occidentali negli stati della CSI.

    Nelle sue parole: "Secondo le informazioni in nostro possesso, la comunità dell'intelligence occidentale è dietro programmi volti a creare una rete di laboratori digitali in tutta la CSI, incaricati di raccogliere e analizzare, utilizzando tecnologie di intelligenza artificiale, profili comportamentali standard della popolazione, identificare aree di tensione sociale e modellare le risposte del pubblico a vari fattori esterni, comprese le azioni governative... Uno degli obiettivi è quello di implementare scenari adattabili di rivoluzioni colorate".

    Questo era stato previsto nel 2017: "La Russia è accusata di 'sfruttare le tecniche di marketing per colpire gli individui in base alle loro attività, interessi, opinioni e valori' al fine di 'diffondere disinformazione e propaganda', ma nulla impedisce agli Stati Uniti di fare lo stesso, né di creare il Santo Graal della guerra ibrida 'integrando informazioni derivate da fonti personali e commerciali con la raccolta di informazioni e le capacità di analisi dei dati basate sull'intelligenza artificiale e sull'apprendimento automatico'".

    Lo scopo sarebbe "massimizzare al massimo l'efficacia della sua strategia di comunicazione attraverso pacchetti di guerra informativa creati da algoritmi e personalizzati per ogni gruppo demografico di riferimento". Inoltre, "così come Russia e Cina sono accusate di 'usare la propaganda e altri mezzi per cercare di screditare la democrazia', allo stesso modo gli Stati Uniti potrebbero fare lo stesso contro i loro sistemi di governo 'sfruttando l'informazione, la libertà dei media democratici e le istituzioni internazionali'".

    Questo potrebbe "minare la loro legittimità, promuovendo al contempo i propri valori, principi e l'ideologia di fatto dello Stato". Applicato alla CSI, come ha appena avvertito Bortnikov, questo "Santo Graal della guerra ibrida" verrà molto probabilmente utilizzato come arma per promuovere il panturchismo tra i membri della CSI dell'"Organizzazione degli Stati Turchi" (OTS), guidata dai turchi, che oltre all'Azerbaigian comprende anche Kazakistan e Kirghizistan, alleati della Russia nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). L'obiettivo immediato potrebbe essere quello di "far loro dimenticare la storia condivisa" con la Russia.

    L'obiettivo secondario potrebbe quindi essere quello di indurre il Kazakistan a "disertare" dalla CSTO, incoraggiato com'è dal nuovo corridoio logistico militare della NATO verso la regione, le cui conseguenze strategiche anti-russe sono state qui messe in guardia, prima dell'obiettivo finale di riaccendere i processi di "balcanizzazione" all'interno della Russia. Questo scenario oscuro è stato elaborato qui e riguarda l'utilizzo come arma dell'autoproclamazione del Kazakistan come successore dell'Orda d'Oro per innescare insurrezioni musulmane laiche nelle regioni interessate.

    È possibile che il progetto della Data Valley kazaka, in una delle sue regioni di confine con la Russia, che una volta completato sarà il più grande dell'Asia centrale, possa essere strumentalizzato dall'Occidente per promuovere questi tre obiettivi interconnessi, seguendo il modello inaugurato dal centro dati per l'intelligenza artificiale americano in Armenia. Come recentemente avvertito, il ritardo nell'attuazione della Dottrina Monroe russa verso sud "rischia di dare alla NATO il potere di ricattare la Russia, minacciandola di una guerra su vasta scala lungo tutta la sua periferia meridionale".


    (Articolo pubblicato in inglese sulla newsletter di Andrew Korybko)

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    Scontro totale all'AIEA, l'ira dell'Iran contro Usa ed Europa: "Risoluzione provocatoria"

     

    La missione iraniana presso l'AIEA ha respinto con fermezza la bozza di risoluzione presentata dalla troika europea e dagli Stati Uniti, definendola "inutile, politica e provocatoria".

    La denuncia è arrivata martedì direttamente dalla delegazione della Repubblica Islamica dell'Iran, attraverso un documento informale distribuito ai membri del Consiglio dei governatori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), in vista del possibile voto sul testo contro Teheran.

    Il contenuto della risoluzione e il voto imminente

    Il documento in questione è stato depositato lunedì sera presso la segreteria del Consiglio dei governatori. Sostenuto da Regno Unito, Francia e Germania, il testo chiede che l'Iran fornisca chiarimenti formali all'agenzia sul destino dei siti nucleari bombardati e sull'uranio arricchito stoccato in quegli impianti. La bozza potrebbe essere messa ai voti già mercoledì, durante la riunione trimestrale del Consiglio.

    La delegazione iraniana ha esortato gli Stati membri dell'AIEA alla massima cautela, avvertendo che la risoluzione è dettata da logiche puramente politiche e non tecniche. Secondo Teheran, la proposta ignora deliberatamente l'attuale contesto di sicurezza provocato dai recenti attacchi contro le infrastrutture nucleari del Paese, offrendo una visione del tutto distorta degli eventi.

    L'affondo di Teheran: "Un precedente pericoloso per i Paesi in via di sviluppo"

    Nel documento si legge che alcuni attori internazionali starebbero ostacolando la normalizzazione del dossier, impedendo che il programma nucleare pacifico iraniano venga valutato secondo criteri standard, tecnici e depoliticizzati. L'Iran ha avvertito che questa tendenza fa parte di una strategia più ampia, un precedente pericoloso che in futuro potrebbe colpire anche altri Paesi in via di sviluppo desiderosi di accedere in modo indipendente alle tecnologie nucleari per scopi pacifici.

    Il nodo delle ispezioni e le accuse a Washington

    Inoltre, la delegazione ha sottolineato come lo stesso rapporto del Direttore Generale dell'AIEA riconosca che le attuali criticità siano una conseguenza diretta delle azioni militari subite dall'Iran. A questo proposito, Teheran ha precisato che la sospensione di alcune attività di verifica non è stata una scelta unilaterale iraniana, bensì una misura di sicurezza eccezionale adottata dalla stessa AIEA, che per motivi di sicurezza aveva ritirato tutti i propri ispettori dal Paese fino alla fine di giugno 2025.

    La bozza occidentale è stata quindi criticata per aver descritto la situazione come se le condizioni fossero di assoluta normalità, omettendo i raid subiti dagli impianti. L'Iran accusa direttamente il Paese promotore della risoluzione di essere il responsabile della crisi a causa dei suoi attacchi militari, e sostiene che Washington stia ora strumentalizzando le conseguenze di quei bombardamenti per lanciare nuove accuse in seno al Consiglio.

    Il rifiuto delle condizioni occidentali

    Al contrario, la delegazione iraniana evidenzia che il rapporto del Direttore Generale Rafael Grossi conferma la cooperazione in corso: grazie alla buona volontà di Teheran, le ispezioni sono riprese regolarmente in tutte le strutture non colpite dai raid. L'omissione di questi dettagli dimostrerebbe la natura selettiva e politica dell'iniziativa.

    Infine, l'Iran respinge la narrativa del testo occidentale che, pur parlando di "soluzione diplomatica", attribuisce interamente le tensioni alle attività di Teheran, esigendo un ritorno ai negoziati "seri e senza precondizioni". La Repubblica Islamica ribalta l'accusa, indicando che l'escalation attuale è il risultato di due ondate di aggressioni senza precedenti da parte di Stati Uniti e Israele. Teheran, riaffermando di aver sempre negoziato in buona fede, ha concluso accusando gli Stati Uniti di usare il dialogo come un inganno per coprire successive azioni ostili, minando così la credibilità e l'indipendenza dell'intera AIEA.

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    "Bodies of Evidence": l'inchiesta di Al Jazeera sullo stupro come arma di guerra di Israele a Gaza

     

    Attenzione: Questo articolo contiene descrizioni di violenze sessuali e torture che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori.

    Secondo un'inchiesta giornalistica di Al Jazeera, intitolata "Bodies of Evidence: Israel's Darkest Weapon", l'esercito israeliano avrebbe fatto un uso diffuso e sistematico dello stupro e della tortura sessuale contro i prigionieri palestinesi. Le conclusioni del reportage coincidono con quanto denunciato dai giudici della Corte Penale Internazionale (CPI), dalle Nazioni Unite, dalla relatrice speciale per i territori occupati Francesca Albanese e da organizzazioni per i diritti umani come il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e Euro-Med Human Rights Monitor.

    Le testimonianze dei sopravvissuti

    I giornalisti di Al Jazeera hanno raccolto le testimonianze dettagliate di diversi ex prigionieri. Tra questi c'è Muhammad al-Bakri, un funzionario pubblico di Gaza, che ricorda con precisione il 10 aprile 2024, giorno della festività di Eid al-Fitr. Arrestato un mese prima, al-Bakri era già stato sottoposto a percosse e privazioni. Quel giorno, insieme ad altri sette prigionieri, è stato spogliato, bendato, ammanettato e abusato dai soldati.

    "Gridavamo: 'Oh Signore, oh Dio', ma loro ridevano e ci filmavano", ha raccontato al-Bakri, confermando inoltre che le guardie aizzavano i cani da guardia affinché attaccassero i prigionieri durante le violenze. "Non c'era pietà. È durato tutto per circa venti o trenta metri. Poi ci hanno ordinato di rivestirci e ci hanno riportati in cella".

    Una sorte analoga è toccata a Job, un operaio di Gaza e padre di famiglia, arrestato e interrogato su presunti legami con l'attacco del 7 ottobre 2023, di cui non sapeva nulla. Job ha riferito ad Al Jazeera di essere stato immobilizzato a terra da alcune soldatesse che lo hanno abusato utilizzando oggetti artificiali, mentre gli altri militari presenti applaudivano e filmavano la scena. Durante le detenzioni, i prigionieri venivano privati della propria identità e contrassegnati solo da numeri.

    Il contesto e l'escalation dopo il 7 ottobre

    Sebbene le accuse di abusi nelle carceri israeliane abbiano radici decennali, il reportage evidenzia come le violenze abbiano subito un'impennata dopo l'inizio delle operazioni militari a Gaza nell'ottobre 2023. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a marzo 2025 ha evidenziato prove di violenze sessuali e di genere "sistematiche", portando all'inserimento di Israele nella "lista nera delle Nazioni Unite sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto".

    L'intento di tali pratiche, come spiegato da Francesca Albanese ai microfoni di Al Jazeera, va oltre l'infliggere dolore fisico: punta a distruggere psicologicamente la vittima e la sua capacità di ricostruire la propria intimità. "La brutalità ha raggiunto livelli senza precedenti, trasformandosi in una pura dinamica di vendetta", ha affermato la relatrice ONU, descrivendo l'uso ricorrente di oggetti, barre di metallo e scariche elettriche.

    La disumanizzazione e il clima di impunità

    L'inchiesta analizza anche i fattori culturali e politici che alimentano questi abusi. Esperti come il sociologo Yehouda Shenhav-Shahrabani e organizzazioni come B'Tselem spiegano che ampi settori della società israeliana sono condizionati a considerare i palestinesi come individui non meritevoli di diritti umani. Dichiarazioni pubbliche di leader politici – tra cui l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant, che definì gli avversari "animali umani", o il presidente Isaac Herzog, che ha attribuito la responsabilità del 7 ottobre all'intera popolazione di Gaza – hanno contribuito a sdoganare la violenza collettiva.

    Sul fronte giudiziario prevale l'impunità. Nonostante le indagini internazionali vengano ostacolate dalle autorità israeliane, nel luglio 2024 la diffusione di un video riguardante lo stupro di un detenuto nel campo di Sde Teiman aveva portato all'arresto di 10 agenti. Tuttavia, le proteste dell'estrema destra e il sostegno di alcuni parlamentari hanno spinto le autorità a far cadere ogni accusa. Al contrario, l'ufficiale donna sospettata di aver diffuso il filmato è stata arrestata, e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha definito la fuga di notizie come "il più grave danno di pubbliche relazioni" per il Paese dalla sua fondazione. Perfino alla Knesset, il deputato del Likud Hanoch Milwidsky ha difeso pubblicamente la legittimità delle violenze contro i detenuti ritenuti membri di Hamas.

    Il quadro giuridico internazionale

    Triestino Mariniello, professore alla Liverpool John Moores University e membro del team legale delle vittime di Gaza presso la Corte Penale Internazionale, ha chiarito ad Al Jazeera la rilevanza giuridica di queste prove:

    "Se gli atti isolati costituiscono crimini di guerra, quando sono organizzati, diffusi e perpetrati all'interno di strutture statali senza che i responsabili vengano perseguiti, si configurano come crimini contro l'umanità, svelando l'esistenza di una precisa politica istituzionale".

    Nonostante il cessate il fuoco formale imposto nell'ottobre 2025 dall'amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, gli osservatori internazionali rilevano che le violenze e le operazioni di sfollamento forzato continuano a colpire la Cisgiordania e Gaza. Come concluso da Francesca Albanese, l'impatto di una simile violenza sistematica equivale a un tentativo di "distruggere un popolo in quanto tale".

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    Cento soldati israeliani in vacanza in Sardegna: scoppia la bufera. La denuncia di Stefania Ascari (M5S)

    Mentre a Gaza, in Cisgiordania e in Libano si consumano violenze atroci, cento soldati israeliani sono arrivati con le loro famiglie in Sardegna per prendersi una vacanza e smaltire lo stress. Un fatto gravissimo che avviene nel silenzio delle istituzioni locali: la Regione Sardegna non è stata minimamente informata, non si sa chi abbia autorizzato questi soggiorni e per quale motivo il territorio italiano venga messo a disposizione di chi è accusato di violenze disumane.

     
     
     
     
     
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    Un post condiviso da Stefania Ascari (@stefaniaascari3)

    Sulla vicenda è intervenuta duramente la parlamentare del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari, che ha chiesto immediata chiarezza sui fatti con una dichiarazione perentoria:

    "Pretendiamo di sapere chi li ha invitati, con quali accordi e di chi è la responsabilità della loro presenza. Dare ospitalità, nel comfort e nel lusso, a chi ha commesso un genocidio è un fatto gravissimo e indegno per il nostro Paese. Basta complicità con i terroristi. L'Italia non è una colonia di Israele."

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    Perché gli Stati Uniti considerano la Georgia una minaccia strategia?

     

    di @Lauraruhk


    Washington è sempre più preoccupata che l'attuale leadership di Tbilisi – il partito Sogno Georgiano – stia "prendendo una china pericolosa, deviando verso un'orbita controllata dai principali avversari degli Stati Uniti", vale a dire Cina e Russia.

    A questo proposito ieri la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il Countering China's Control of the Caucasus Act.

    Il disegno di legge bipartisan era stato presentato mesi fa da reliquie della Guerra Fredda come Joe Wilson e Steve Cohen.

    Wilson, intervistato da RFE/RL, ha descritto la legge come una misura necessaria per contrastare «l’influenza straordinaria e malvagia del Partito Comunista Cinese» e il suo «obiettivo di dominazione mondiale». Il deputato ha puntato il dito in particolare contro il consorzio cinese coinvolto nella costruzione del porto di Anaklia sul Mar Nero, definendolo una mossa strategica di Pechino per acquisire il controllo delle rotte di minerali e terre rare dall’Asia centrale.

    La legislazione riflette una linea sempre più dura da parte di Washington, che vede nella cooperazione economica tra Georgia, Russia e Cina una minaccia strategica. Critici sostengono tuttavia che si tratti di un classico esempio di sinofobia e di un tentativo egemonico di limitare il diritto sovrano di Tbilisi di scegliere i propri partner di sviluppo. Secondo questa lettura, l’approccio americano – e in parallelo quello europeo – mira a impedire una normalizzazione delle relazioni tra Georgia e Russia, mantenendo il Caucaso meridionale in una condizione di tensione controllata per preservarlo come zona cuscinetto anti-russa. In questo contesto, alcuni analisti americani suggeriscono di utilizzare gli strumenti della finanza internazionale per contenere l’influenza cinese. Laura Linderman, direttrice dei programmi per il Caucaso presso il Central Asia-Caucasus Institute dell’American Foreign Policy Council, ha dichiarato a RFE/RL che Washington dovrebbe sfruttare il proprio peso nella Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo. «Ci sono molte opportunità per contenere il ruolo della Cina in Georgia», ha affermato, auspicando che le istituzioni multilaterali impongano condizioni stringenti ai progetti infrastrutturali per limitare i subappalti alle imprese cinesi.

    *Post Telegram del 09 giugno 2026

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    Non è questa la coresistenza

    Nella foto i codirettori di 'No Other Land' Basel Adra and Yuval Abraham 

    di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

     

    C'è una trappola che si ripete.

    Si presenta ogni volta con un volto diverso: co-regia di un film premiato agli Oscar, un progetto artistico condiviso, un palco comune. E ogni volta produce la stessa immagine e la medesima illusione: un palestinese e un israeliano che collaborano insieme, che all'apparenza combattono lo stesso sistema, opponendosi alla stessa ingiustizia. Ogni volta la medesima illusione.

    È un'immagine falsa. E conveniente.

    Non perché le intenzioni siano del tutto disoneste. Ma perché l'immagine stessa mente sulla realtà. Inganna.

    Il palestinese e l'israeliano non sono nella stessa posizione. C'è un'asimmetria politica e giuridica.

    Uno è cittadino dello Stato che occupa, bombarda e uccide. L'altro è la vittima di quello Stato. Uno ha un passaporto, diritti, una casa. L'altro vive sotto occupazione, assedio, o è in esilio. Uno appartiene a una società che conduce un genocidio. L'altro ne subisce le conseguenze.

    La collaborazione dunque non può e non riesce a eliminare questo divario abissale. Lo nasconde, in realtà. E nasconderlo è un problema gravissimo.

    Perché quando palestinese e israeliano appaiono insieme come soggetti equivalenti in un progetto comune, come collaboratori e alleati, l'immagine che si produce è quella di uguaglianza e parità, un'intesa e un dialogo tra due parti che affrontano insieme lo stesso sistema e la stessa ingiustizia. Due coscienze contro un sistema razzista, violento e crudele. Due persone che hanno scelto l'umanità sopra la politica. È un'immagine potente. Ed è esattamente quella di cui il sistema ha bisogno per sopravvivere.

    Finché esiste quell'immagine, la responsabilità scompare. L'accountability perde la sua forza.

    Non si può chiedere che uno Stato venga isolato, sanzionato e trattato come un paria quando i suoi cittadini condividono il palco con le vittime presentando una visione comune di speranza. La collaborazione non sfida lo status quo. Lo rende presentabile. E non solo presentabile, lo rafforza.

    Vale la pena domandarsi a chi giovano davvero queste iniziative che vedono palestinesi e israeliani insieme nel mezzo di un genocidio.

    Per gli israeliani, il beneficio è evidente e chiaro. Il cittadino israeliano che partecipa ottiene un'esenzione personale dalla responsabilità collettiva. Non solo, aiuta anche la collettività a redimersi.

    Non è più il cittadino di uno Stato occupante che pratica l'apartheid, e commette un genocidio e la pulizia etnica. Ma diventa un individuo che ha scelto la solidarietà, che si è posto al fianco delle vittime, che ha attraversato la linea. La sua presenza accanto al palestinese lo separa politicamente dallo Stato di cui è cittadino, ma solo all'apparenza, visto che continua a goderne tutti i privilegi. Gli consente di accedere a spazi culturali internazionali che altrimenti sarebbero chiusi, seguendo una logica di boicottaggio coerente. L'accesso a nuovi spazi non aiuta a combattere il sistema, ma lo mantiene e rafforza, inglobando ogni spazio.

    Per i palestinesi, è un tranello. Un inganno come gli altri inganni.

    La loro presenza nella co-produzione o co-regia non aiuta la narrazione palestinese né indebolisce il sistema. Lo legittima. I film possono raccontare storie vere, un'ingiustizia, un sopruso, un crimine reale. Il contenuto non è in discussione. Lo è l'effetto. Perché quando è un israeliano a portare quella storia al mondo, e accanto a un palestinese, il messaggio che arriva non è solo l'ingiustizia raccontata, ma l'impostura, che la società israeliana è salva, contiene al suo interno voci capaci di vedere, di denunciare, di stare dalla parte delle vittime. È che il dialogo, la collaborazione, la pace sono possibili. E il miraggio, che il cambiamento può venire dall'interno. Con la presenza palestinese, quella narrazione diventa credibile. È precisamente la partecipazione palestinese a trasformare il progetto in prova vivente che Israele non è uno Stato da isolare, ma una società con cui si può mediare, dialogare, esistere. Il palestinese fornisce e garantisce legittimità. L'israeliano ottiene l'esonero e il perdono. E il sistema continua. Errando. Fallendo.

    La visibilità non è protezione e non è nemmeno garanzia di ascolto o azione. Un documentario può portare la distruzione di una comunità palestinese sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, vincere premi, commuovere il pubblico. La comunità viene rasa al suolo lo stesso. La storia circola. I bulldozer arrivano comunque. E il genocidio prosegue mentre il film viene celebrato.

    Non è una coincidenza. È una funzione.

    La storia non offre nessun esempio di un sistema di apartheid smantellato dall'interno e da chi lo applica e ne trae profitto, attraverso la persuasione morale o il dialogo e le collaborazioni culturali. Offre, invece, l'esempio del Sudafrica.

    Il Sudafrica non cadde perché i bianchi si fecero un'autocritica e si convinsero della brutalità e dell'ingiustizia dell'apartheid. Cadde perché il sistema divenne insostenibile dall'esterno. Gli altri lo fecero cadere.

    Il boicottaggio culturale arrivò per primo: l'espulsione dalle Olimpiadi nel 1964, il bando dalla FIFA nel 1976, e l'esclusione dal cricket internazionale. Seguirono l'embargo sulle armi e le sanzioni economiche. Il Presidente sudafricano De Klerk non liberò Nelson Mandela perché all'improvviso era diventato un uomo integro e giusto. Lo fece perché il sistema, combattuto dall'esterno con pressioni intense, non poteva più reggersi. Né sopravvivere.

    Questo è il modello. Il modello da seguire e implementare. Non il dialogo, ma l'isolamento. Non la collaborazione, ma la distanza. Non la coresistenza, ma la resa dei conti. La accountability. Per un genocidio.

    Il boicottaggio sudafricano funzionò perché fu categorico. Rifiutò l'immagine di normalità. Stabilì che non esisteva una partecipazione innocente o neutrale con le strutture culturali e sportive del regime di apartheid, indipendentemente dalle intenzioni individuali. Ogni eccezione, anche ben intenzionata, ripristinava l'immagine di uno Stato normale e riformabile. Fu proprio il rifiuto di quella logica a rendere il sistema insostenibile. Fino a crollare.

    Anche in Sudafrica esistevano bianchi che si opponevano all'apartheid con sincerità e coraggio. La loro opposizione non rendeva accettabile la collaborazione con le istituzioni del regime. Il problema non era la mancanza di buona volontà individuale. Era la struttura. Le strutture non cambiano attraverso la buona volontà. Cambiano quando il costo del loro mantenimento diventa insostenibile.

    Lo stesso vale oggi. Gli israeliani che si oppongono all'occupazione o che si dichiarano anti-sionisti hanno un lavoro da fare, ma non è quello di affiancare i palestinesi sui palchi dei festival. È quello di organizzarsi all'interno della propria società, costruire un costo politico reale per chi sostiene il sistema, rifiutare i privilegi che la cittadinanza di uno Stato di apartheid conferisce. Questo è il lavoro che potrebbe cambiare qualcosa. Non quello che produce premi internazionali e false immagini.

    Uno Stato sotto accusa formale di genocidio non dovrebbe godere di accesso alle istituzioni culturali, sportive e accademiche internazionali. Dovrebbe affrontare le stesse conseguenze che il mondo impose al Sudafrica. Quando Israele non potrà più partecipare alle competizioni sportive internazionali, quando sarà escluso dalle istituzioni multilaterali, quando la sua presenza nelle strutture culturali e accademiche diventerà politicamente insostenibile, allora le condizioni per il cambiamento strutturale cominceranno a maturare. Non prima.

    La Palestina non ha bisogno di altri progetti condivisi. Ha bisogno della stessa determinazione internazionale che rese l'apartheid sudafricano insostenibile. E ha bisogno che le proprie voci smettano di offrire al sistema la legittimità culturale di cui ha bisogno per sopravvivere.

    L'atto di un israeliano che racconta la sofferenza palestinese al pubblico internazionale produce un effetto che serve il sistema indipendentemente dal contenuto. Dice: guardate, un israeliano vede, un israeliano si preoccupa, un israeliano combatte al fianco dei palestinesi. E quell'immagine, il buon israeliano, l'israeliano critico, l'israeliano che ha attraversato la linea, vale per il sistema più di qualsiasi propaganda ufficiale. Perché è credibile. Perché è avallata dalla presenza palestinese. Perché fa apparire Israele come una società capace di autocorrezione, anziché come uno Stato che deve essere isolato. Senza la voce palestinese, il progetto non regge. Con essa, diventa la prova che il dialogo è possibile, che la società israeliana contiene in sé i germi della giustizia. Ma non li contiene. Quello che serve è la responsabilità. Ed è da lì che si deve cominciare.

    Quando la collaborazione sostituisce la responsabilità, non avvicina la giustizia. La rinvia. La sostituisce con l'impunità.

    Non è questa la coresistenza.

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    Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe?

     

     

    di Raffaella Milandri

     

    Per un secolo e mezzo l’America ha fatto una cosa straordinaria: ha trasformato una sconfitta militare, nata dentro una guerra coloniale, in una leggenda nazionale.

    Ha preso George Armstrong Custer, ufficiale dell’esercito statunitense, protagonista dell’avanzata contro i Popoli delle Pianure, e lo ha consegnato all’immaginario collettivo come un eroe tragico: biondo, audace, circondato, sacrificato. L’uomo dell’“ultima resistenza”.

    Ma la domanda vera, 150 anni dopo Little Bighorn, non è come sia morto Custer.

    La domanda vera è: perché l’America ha avuto bisogno di farne un eroe?

    Io credo che questa sia una delle domande più scomode della memoria americana, perché obbliga a guardare non soltanto una battaglia, ma il modo in cui un Paese costruisce i propri miti per non dover fare i conti con le proprie colpe.

    Perché gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di mettere al centro l’uomo che guidava un reparto dell’esercito, e non i popoli che stavano difendendo la propria terra? Perché hanno pianto la caduta del 7° Cavalleria più di quanto abbiano riconosciuto la violazione dei trattati, l’invasione delle Black Hills, la distruzione sistematica del mondo lakota, cheyenne e arapaho?

    Little Bighorn non è soltanto una battaglia del passato. È una ferita nella memoria americana. E come tutte le ferite profonde, continua a rivelare ciò che un Paese vorrebbe nascondere.

    Non fu Custer a essere tradito dalla Storia.

    Furono i trattati firmati con i Popoli Nativi a essere traditi dagli Stati Uniti.

    Nel 1868, con il Trattato di Fort Laramie, il governo statunitense riconobbe le Black Hills come parte della Grande Riserva Sioux, destinate all’uso dei Sioux. Quelle colline non erano una terra qualsiasi: erano, e restano, un luogo sacro. Ma quando venne scoperto l’oro, la parola data perse improvvisamente valore. I cercatori bianchi arrivarono, la pressione coloniale aumentò, e ciò che era stato riconosciuto ai Lakota venne trasformato in ostacolo all’espansione americana.

    È una delle costanti del colonialismo: i trattati valgono finché non intralciano l’economia dell’invasore. È qui che nasce il cuore osceno del mito.

    Custer non venne trasformato in eroe perché la sua vicenda fosse esemplare. Venne trasformato in eroe perché serviva un martire bianco capace di coprire il crimine originario: l’invasione di terre già riconosciute ai Popoli Nativi.

    Il mito di Custer non nasce per ricordare un uomo. Nasce per assolvere un impero.

    A costruire quella leggenda contribuì anche Elizabeth “Libbie” Custer, vedova del generale, che per decenni difese e alimentò l’immagine del marito come eroe tragico della nazione. Ma il mito non sopravvive mai solo per amore privato: sopravvive quando serve a un Paese. E Custer serviva. Serviva a trasformare una sconfitta coloniale in martirio patriottico.

    Se Custer diventa l’eroe caduto, allora Lakota, Cheyenne e Arapaho possono essere raccontati come “selvaggi”. Se l’attenzione si concentra sull’ultima resistenza del 7° Cavalleria, scompare la resistenza molto più lunga dei Popoli delle Pianure. Se il pubblico piange l’ufficiale sconfitto, non deve più interrogarsi sui trattati violati, sulle riserve imposte, sulla fame organizzata, sulla distruzione dei bisonti, sulla guerra culturale condotta contro intere nazioni.

    Da anni studio e racconto i Popoli Nativi del Nord America, e ogni volta mi colpisce lo stesso meccanismo: il colonizzatore viene ricordato con nome, volto, biografia, destino; i popoli colpiti vengono trasformati in sfondo, massa indistinta, nota a margine. Little Bighorn è uno degli esempi più clamorosi di questa manipolazione della memoria.

    Perché i protagonisti di quella storia non erano comparse attorno alla morte di Custer.

    Erano Sitting Bull, Crazy Horse, Gall, Two Moons, Wooden Leg, Lame White Man. Erano i guerrieri lakota, cheyenne e arapaho. Erano le famiglie accampate lungo il Greasy Grass. Erano le donne, i bambini, gli anziani, i cavalli, le tende, le lingue, le cerimonie, il terrore e la determinazione di chi sapeva che non stava combattendo per una gloria astratta, ma per la sopravvivenza del proprio mondo.

    La battaglia del 25 e 26 giugno 1876 fu complessa, come sempre lo è la storia reale. C’erano scout Crow e Arikara al fianco dell’esercito statunitense, e questo impedisce ogni semplificazione romantica. Le nazioni native non erano un blocco unico: avevano alleanze, rivalità, territori, memorie e interessi differenti.

    Ma proprio questa complessità rende ancora più grave la menzogna successiva.

    Perché la narrazione americana dominante non ha cercato la complessità. Ha cercato un santino. Ha costruito Custer come figura tragica, quasi cavalleresca, e ha relegato i Popoli Nativi nel ruolo previsto dal copione coloniale: ostacolo al progresso, minaccia alla civiltà, massa feroce da contenere o eliminare.

    La parola “selvaggi” è servita a questo. La parola “ostili” è servita a questo.            

    La parola “Frontiera” è servita a questo. A rendere accettabile l’inaccettabile.

    Perché la “Frontiera” non fu una linea poetica verso l’avventura. Fu un processo di occupazione. La “pacificazione” delle Pianure fu guerra. La “civilizzazione” fu cancellazione. Il “destino manifesto” fu ideologia coloniale.

    Little Bighorn brucia ancora perché per una volta quel copione si inceppò.

    Per una volta l’esercito degli Stati Uniti non vinse. Per una volta l’avanzata coloniale incontrò una resistenza capace di fermarla. Per una volta i Popoli Nativi non furono sconfitti sul campo. E allora la narrazione ufficiale dovette lavorare il doppio: se non poteva cancellare la vittoria indigena, poteva almeno cambiarne il significato.

    Così una vittoria nativa divenne il massacro di Custer.         

    Una resistenza divenne barbarie. Un’aggressione militare divenne tragedia nazionale.

    È uno dei più grandi rovesciamenti simbolici della storia americana.

    Ancora oggi molti conoscono Custer più di Sitting Bull. Molti ricordano “Custer’s Last Stand” più del Greasy Grass. Molti immaginano le giubbe blu sulla collina, ma non sanno immaginare l’accampamento indigeno lungo il fiume. Non sanno che quel luogo, per i Popoli Nativi, non è un set cinematografico né un capitolo da manuale: è memoria viva.

    E qui la questione diventa attuale.

    Perché l’Occidente ama i Nativi quando sono sconfitti, lontani, spiritualizzati, ridotti a piume, tramonti e frasi edificanti. Ma fatica a sopportarli quando parlano di terra, trattati, sovranità, miniere, oleodotti, tribunali, restituzione, diritti.

    Il Nativo morto può diventare poesia.

    Il Nativo vivo diventa problema politico.

    Per questo Little Bighorn non appartiene solo al 1876. Parla ancora oggi. Parla ogni volta che un popolo indigeno viene ascoltato solo se compatibile con l’immaginario romantico dell’uomo bianco. Parla ogni volta che la memoria nativa viene celebrata nei musei, ma ignorata quando rivendica giustizia. Parla ogni volta che un luogo sacro viene trattato come risorsa economica, ostacolo burocratico, terreno da sfruttare.

    La questione delle Black Hills, infatti, non è chiusa. Nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe che ai Sioux spettava un risarcimento per la sottrazione di quelle terre. Ma per molte comunità Lakota il punto non è mai stato soltanto il denaro. La richiesta riguarda la terra, la memoria, la sovranità, il sacro. Un luogo sacro non diventa giusto perché qualcuno, un secolo dopo, ne calcola il prezzo.

    La domanda, dunque, non è soltanto perché l’America abbia fatto di Custer un eroe.

    La domanda è perché continuiamo, ancora oggi, a conoscere meglio il nome dei conquistatori che quello dei popoli conquistati.

    Io non credo che Little Bighorn vada ricordata per celebrare una battaglia. Credo vada ricordata per smontare un mito. Perché una storia raccontata solo dal punto di vista dell’esercito non è storia: è rapporto militare. Una storia raccontata solo dal punto di vista dei vincitori politici non è memoria: è propaganda. Una storia senza la voce dei popoli colpiti è un’altra forma di occupazione.

    Centocinquant’anni dopo, Little Bighorn ci chiede di cambiare posizione. Di scendere dalla collina di Custer e tornare verso il fiume. Verso il Greasy Grass. Verso le voci che la storia ufficiale ha cercato di coprire.

    Non si tratta di odiare Custer. Sarebbe troppo facile, e persino riduttivo. Si tratta di capire perché sia stato necessario trasformarlo in leggenda. Perché ogni impero ha bisogno dei propri martiri, soprattutto quando deve nascondere le proprie vittime.

    E forse è proprio questo che l’America non ha mai perdonato davvero a Little Bighorn: non la morte di Custer, ma il fatto che per due giorni la Storia non obbedì all’impero.

    Di questo si parlerà il 26 giugno, nella conferenza “Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe”, a San Benedetto del Tronto. Scrivere a info@omnibusomnes per informazioni.

    Non per celebrare una battaglia. Ma per restituire uno sguardo. E per ricordare che la memoria, quando torna nelle mani dei popoli a cui è stata sottratta, non è nostalgia: è giustizia.

     

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    Bufera al Tribeca Film Festival: attore e influencer ridono sul red carpet di stupri e violenze a Gaza

     

    Sabato, sul tappeto rosso del Tribeca Film Festival,  un influencer e un attore filo-israeliani hanno scherzato sul fatto che le palestinesi sarebbero state violentate dai cani israeliani.

    Durante la promozione di un film girato in Israele, l'attore Elon Gold e l'influencer Lizzy Savetsky hanno riso facendo riferimento alle vecchie accuse secondo cui le forze israeliane avrebbero usato cani militari per violentare prigioniere palestinesi.

    "È davvero un grande traguardo. E per un film girato in Israele, è una cosa davvero fantastica", ha detto Gold a Savetsky sul tappeto rosso, indicando con un gesto il terreno in riferimento a Israele mentre parlava di quanto fosse contento che il film  The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) , di cui è protagonista, venisse proiettato al festival di New York. 

    "Sono stata violentata solo da due cani israeliani", ha detto Gold.

    "Pensavo che violentassero solo i palestinesi", ha risposto Savetsky.

    "No, ho anche un cane", ribatté Gold scherzando, e scoppiarono entrambi a ridere.

    Organizzazioni per i diritti umani come B'Tselem e Euro-Mediterranean Human Rights Monitor hanno documentato casi di prigionieri palestinesi aggrediti da cani militari israeliani. 

    Ad aprile, Middle East Eye ha riportato la testimonianza di Amir, un palestinese di 35 anni detenuto nel centro di detenzione di Sde Teiman. Ha raccontato di come i soldati lo abbiano costretto a spogliarsi, prima che i loro cani gli urinassero addosso e lo violentassero.

    Ha descritto come il cane "mi abbia penetrato l'ano in modo addestrato mentre venivo picchiato".

    "Questo è andato avanti per diversi minuti. Mi sono sentito profondamente umiliato e violato", ha detto Amir.

    Un'altra ex prigioniera, Wajdi, di 43 anni, ha raccontato di essere stata incatenata a un letto di metallo e ripetutamente violentata da soldati e da un cane addestrato.

    A gennaio, B'Tselem ha pubblicato un rapporto intitolato "Inferno vivente" , che includeva testimonianze e prove dell'uso di cani per maltrattare i prigionieri palestinesi.

    L'uso dei cani nella tortura dei palestinesi è diventato un argomento di discussione internazionale dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo di Nicholas Kristof in cui si faceva riferimento a tale pratica. 

    Il governo israeliano ha reagito furiosamente all'articolo, minacciando di querelare il New York Times. Finora non ci sono prove che lo abbia fatto o che intenda farlo.

    In una dichiarazione, il Tribeca Festival ha condannato i commenti di Gold e Savetsky.

    "Il Tribeca Festival è a conoscenza delle preoccupazioni sollevate in merito a una clip che circola sui social media e condanna senza riserve le osservazioni offensive e inaccettabili fatte da Elon Gold e Lizzy Savetsky alla première di The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) ", si legge nel comunicato.

    "La violenza sessuale e la sofferenza umana non dovrebbero mai essere derise o minimizzate. I commenti non rispecchiano i valori del Tribeca Festival e ci rammarichiamo per il dolore e l'offesa che hanno causato. Non siamo riusciti a contattare i registi."

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    Gaza, scatta il blocco totale degli aiuti: la drastica decisione di Israele dopo l'attacco iraniano

     

    L'8 giugno, l'esercito israeliano ha chiuso tutti i corridoi di confine con la Striscia di Gaza e ha sospeso l'ingresso degli aiuti umanitari come forma di punizione collettiva per gli attacchi iraniani in risposta alle violazioni israeliane in Libano.

    Il Coordinatore israeliano delle attività di occupazione nei territori palestinesi (COGAT) ha confermato che la chiusura rimarrà in vigore mentre le autorità israeliane valutano la situazione di sicurezza in corso.

    Il COGAT ha affermato che la quantità di aiuti umanitari che giungono a Gaza supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione.

    A seguito degli attacchi missilistici lanciati dall'Iran contro lo Stato di Israele, sono state implementate una serie di misure di sicurezza necessarie, tra cui la chiusura dei valichi di frontiera con la Striscia di Gaza, tra cui il valico di Kerem Shalom e il valico di Rafah, fino a nuovo avviso… pic.twitter.com/PptfY8LNcz

    – COGAT (@cogatonline) 7 giugno 2026

    Da marzo, i funzionari palestinesi hanno riferito che Israele consente l'ingresso nel territorio solo  del 10% circa del fabbisogno effettivo, con appena 640 camion di aiuti umanitari arrivati ??a fronte dei 6.000 necessari a soddisfare i bisogni nutrizionali minimi della popolazione.

    La chiusura giunge dopo che l'Iran ha lanciato cinque ondate di attacchi missilistici e con droni contro il territorio israeliano in risposta agli attacchi israeliani contro Dahiye, sobborgo meridionale della capitale libanese, in diretta violazione del cosiddetto cessate il fuoco.

    Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha annunciato di aver lanciato un attacco missilistico contro impianti industriali ad Haifa in risposta a un attacco israelo-americano contro un complesso petrolchimico iraniano.

    In una dichiarazione, l'IRGC ha avvertito che Israele ha iniziato un "gioco pericoloso"... pic.twitter.com/gmi3cVTuGm

    — The Cradle (@TheCradleMedia) 8 giugno 2026

    Secondo il Canale 12 israeliano, l'Iran ha finora lanciato tra i 22 e i 24 missili verso Israele, mentre Ansarallah ne ha lanciati due. Il canale ha anche riferito che gli Stati Uniti stanno partecipando a operazioni di intercettazione missilistica.

    — The Cradle (@TheCradleMedia) 8 giugno 2026

    Il quartier generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC), Khatam al-Anbiya, ha dichiarato domenica in un comunicato che Israele ha oltrepassato "tutte le linee rosse" continuando a prendere di mira Beirut. 

    "Avevamo già avvertito che, se la criminalità nei sobborghi di Beirut si fosse diffusa, avremmo attaccato obiettivi nei territori occupati", si legge nella dichiarazione. 

    Israele ha chiuso tutti i valichi di frontiera di Gaza e sospeso l'ingresso di aiuti umanitari nell'enclave, nonostante un accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti. La decisione arriva in un contesto di continue restrizioni e attacchi, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria a Gaza. pic.twitter.com/aCF4bTmCgg

    — DOAM (@doamuslims) 8 giugno 2026

    La chiusura dei corridoi umanitari avviene mentre le violazioni del cessate il fuoco e le aggressioni israeliane nella Striscia di Gaza continuano senza sosta. 

    Secondo gli ultimi rapporti del Ministero della Salute palestinese di Gaza, pubblicati lunedì, nove palestinesi sono stati uccisi e 43 feriti negli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.

    Il ministero ha aggiunto che numerose vittime rimangono intrappolate sotto le macerie e nelle strade, e che le squadre di ambulanza e della protezione civile non riescono a raggiungerle. 

    Da quando il cosiddetto cessate il fuoco è entrato in vigore l'11 ottobre 2025, gli attacchi israeliani hanno ucciso 970 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.063.

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    «Un ladro nano col mantello da gigante»: l'Iran cita Macbeth per attaccare gli USA dopo il maxi-sequestro di criptovalute

     

    Il 29 maggio, in occasione del Reagan National Economic Forum, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha rivelato che gli Stati Uniti hanno sequestrato circa 1 miliardo di dollari in criptovalute collegate all'Iran, nel quadro di una più ampia campagna di sanzioni e pressioni contro Teheran.

    La replica non si è fatta attendere: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha pubblicato sul suo account X un video con le dichiarazioni del Segretario americano, accusandolo di vantarsi del "furto" di beni iraniani. Per farlo, Baqai ha citato un celebre frammento del Macbeth di William Shakespeare: «Sente che i suoi titoli ora gli pesano addosso come il mantello di un gigante su un ladro nano».

    Questo scontro si inserisce in un contesto geopolitico delicatissimo. In seguito all'aggressione statunitense e israeliana contro l'Iran del 28 febbraio e al successivo cessate il fuoco mediato dal Pakistan, Teheran ha posto come condizione cruciale per qualsiasi accordo proprio il rilascio dei beni congelati da Washington.

    L'appropriazione unilaterale di asset statali solleva profondi interrogativi di diritto internazionale, in particolare sulla sovranità degli Stati e sulla protezione della proprietà privata da misure coercitive extraterritoriali. Secondo la posizione iraniana, la confisca miliardaria non solo viola le norme internazionali configurandosi come un'azione ostile contro il proprio popolo, ma l'ostentazione stessa del sequestro mette a nudo la reale natura delle politiche di Washington.

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    Qalibaf: "La diplomazia senza armi fallisce, l'azione militare senza politica non basta"

     

    Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che la strategia del Paese per porre fine all'attuale aggressione da parte di Stati Uniti e Israele consiste nel ricorrere simultaneamente alla guerra e alla diplomazia, al fine di difendere i diritti della nazione iraniana.

    In un messaggio audio rivolto alla nazione iraniana e diffuso lunedì, Qalibaf ha indicato che l'Iran è pronto a riprendere immediatamente le operazioni militari in risposta alle violazioni del cessate il fuoco annunciato all'inizio di aprile da parte di Stati Uniti e Israele.

    Le sue dichiarazioni sono giunte dopo che l'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro il regime israeliano in rappresaglia per le violazioni del cessate il fuoco, che includono anche la cessazione delle ostilità in Libano.

    L'operazione è stata condotta nonostante i continui sforzi per mediare un accordo tra Iran e Stati Uniti che potesse porre fine in modo definitivo all'aggressione israelo-americana contro il Paese, iniziata alla fine di febbraio.

    Qalibaf, che ha guidato i negoziati indiretti tra l'Iran e gli Stati Uniti, ha affermato che Teheran si è impegnata seriamente nella via diplomatica per porre fine all'aggressione. Tuttavia, ha insistito sul fatto che una risposta militare alle violazioni del cessate il fuoco nel Golfo Persico da parte degli Stati Uniti e agli attacchi israeliani in Libano è anche una parte cruciale della strategia iraniana per raggiungere i propri obiettivi nell'attuale confronto.

    «Se consideriamo la diplomazia unicamente come negoziati a porte chiuse e sorrisi diplomatici, siamo condannati al fallimento fin dall'inizio. E se ci affidiamo esclusivamente alle operazioni militari e alla guerra, non saremo in grado di difendere pienamente i nostri diritti», ha affermato Qalibaf nel suo messaggio.

    Ha osservato che la recente escalation dello scontro con gli Stati Uniti e il regime israeliano è dovuta al continuo blocco statunitense del commercio marittimo iraniano e agli attacchi israeliani in Libano.

    "Il blocco navale statunitense contro la nazione iraniana e la mancata osservanza dell'accordo raggiunto sul Libano costituiscono chiare violazioni del cessate il fuoco", ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano.

    "Era naturale per noi dare una risposta decisa in difesa dei diritti del popolo iraniano", ha aggiunto Qalibaf, lodando le forze armate del Paese per aver agito "con autorità".

    Qalibaf ha osservato che la situazione in Libano è un esempio di come la diplomazia, combinata con l'azione militare, possa respingere un aggressore. "La diplomazia non ostacola le operazioni militari, né le operazioni militari ostacolano la diplomazia", ??ha affermato.

    Ha spiegato che la sfera militare funge da "forza trainante nella costruzione del potere", dissuadendo il nemico persino dal considerare un atto di aggressione. La sfera diplomatica, ha aggiunto, deve trasformare quel potere in risultati tangibili, legali ed economici.

    Il capo negoziatore ha chiarito che Teheran non si fida degli Stati Uniti nei negoziati diplomatici con Washington. "Il nostro obiettivo è porre fine alla guerra e stabilire una sicurezza duratura, non normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti", ha affermato.

    "Non ci fidiamo dell'altra parte", ha sottolineato.

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    Il grande Gatsby tra letteratura e cinema: il sogno americano e le sue ombre

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    Anno di Pubblicazione della versione illustrata: novembre 2025Prima uscita del romanzo: 1925 Pubblicato nel 1925, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è uno dei romanzi più importanti della letteratura americana del Novecento. Il mondo raccontato nel romanzo si colloca negli anni Venti, un periodo di grande crescita economica negli Stati Uniti, segnato dall’espansione della ricchezza, dal consumo ostentato e dalla fiducia quasi illimitata nel progresso. È l’epoca che precede il crollo di Wall Street del 1929, evento che segnerà la fine di quell’illusione di prosperità continua e metterà in crisi l’idea stessa di sogno americano così come veniva vissuta

    L'articolo Il grande Gatsby tra letteratura e cinema: il sogno americano e le sue ombre sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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    Spese militari nucleari: nel 2025 +19% con record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono

    I nuovi dati ICAN e SIPRI sulle scelte degli Stati dotati di arsenali atomici confermano la più grave corsa agli armamenti nucleari dalla fine della Guerra Fredda Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all'anno precedente(pari [...]

    L'articolo Spese militari nucleari: nel 2025 +19% con record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono proviene da Movimento Nonviolento.

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    Libano, Iran, Yemen: la crisi regionale entra in una nuova fase

    L’attacco israeliano contro la periferia sud di Beirut ha riacceso il confronto diretto tra Iran e Israele, aprendo una nuova fase di tensione regionale che rischia di coinvolgere ulteriormente il Medio Oriente. Il bombardamento, condotto da Israele pochi giorni dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco e nonostante le pressioni statunitensi per evitare operazioni sulla capitale libanese, ha provocato vittime e suscitato una dura reazione da parte di Teheran. In risposta all’attacco contro il Libano, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha lanciato una serie di missili balistici contro obiettivi israeliani, colpendo in particolare la base aerea di Ramat David. L’operazione come hanno evidenziato le autorità iraniane, rappresenta una rappresaglia diretta per quella che definiscono una violazione della tregua e un’aggressione contro il popolo libanese. L’escalation non si è fermata qui. Israele ha successivamente condotto raid contro diversi obiettivi militari in Iran, colpendo installazioni nelle aree di Teheran, Tabriz e Isfahan.

    Secondo fonti israeliane, gli attacchi hanno preso di mira siti di lancio missilistici e sistemi di difesa aerea. Autorità iraniane hanno inoltre denunciato danni a una sezione dell’impianto petrolchimico Karoon, nella provincia del Khuzestan. La risposta iraniana è arrivata poche ore dopo. L’IRGC ha annunciato l’avvio dell’“Operazione Nasr”, diretta contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, considerate infrastrutture strategiche per le operazioni militari dello Stato ebraico. Contestualmente, sono stati segnalati attacchi contro un complesso petrolchimico israeliano. Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha espresso irritazione per l’escalation e ha invitato entrambe le parti a interrompere immediatamente gli attacchi reciproci.

    Trump ha inoltre avvertito che un’ulteriore offensiva israeliana contro l’Iran rischierebbe di provocare nuove ritorsioni e un allargamento del conflitto. Da Teheran, il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Mohammad Baqer Zolqadr, ha lanciato un duro monito a Israele e agli Stati Uniti, affermando che l’“intera regione diventerà un inferno” se la “coalizione sionista-americana” dovesse commettere nuovi errori. Secondo il dirigente iraniano, gli eventi degli ultimi mesi avrebbero modificato profondamente gli equilibri della sicurezza regionale e internazionale. Analisti vicini alla posizione iraniana sottolineano che l’operazione contro le basi israeliane rappresenta un messaggio strategico preciso: qualsiasi futura aggressione contro il Libano verrebbe considerata una minaccia diretta agli interessi di Teheran e riceverebbe una risposta militare immediata. Dopo l’ultima ondata di attacchi, il comando centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato la sospensione delle operazioni militari iraniane, sostenendo che sia stata inflitta a Israele una “risposta dolorosa” in difesa del Libano. Nel frattempo, anche gli Houthi dello Yemen hanno dichiarato il divieto di transito nel Mar Rosso per le navi collegate a Israele, ampliando ulteriormente la dimensione regionale della crisi. Il rischio di una nuova spirale di confronto resta elevato, nonostante i tentativi diplomatici di evitare un conflitto più ampio.


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    Petroliere russe nel mirino: l’UE militarizza le sanzioni

    L’Unione Europea compie un nuovo passo nella strategia di pressione economica contro la Russia. Gli Stati membri hanno infatti autorizzato le navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. Ad annunciarlo è stata l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, secondo cui l’obiettivo della misura è ridurre le entrate con cui Mosca finanzia le proprie operazioni militari in Ucraina.

    L’operazione IRINI era stata lanciata nel 2020 con il compito di monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia. Ora il mandato operativo viene ampliato: le unità navali europee potranno abbordare e controllare anche le navi sospettate di aggirare le sanzioni energetiche imposte alla Russia. Bruxelles ritiene che la cosiddetta “shadow fleet”, composta da petroliere registrate sotto diverse bandiere e spesso utilizzate per trasporti difficili da tracciare, rappresenti uno strumento fondamentale per consentire a Mosca di continuare a esportare petrolio nonostante le restrizioni occidentali. La decisione ha però suscitato forti critiche da parte russa. Konstantin Basyuk ha dichiarato che l’iniziativa aumenta il rischio di una pericolosa escalation nel Mediterraneo e dimostra come l’Europa continui a privilegiare la logica dello scontro anziché costruire un sistema di sicurezza condivisa.

    Secondo il senatore russo, la misura non colpisce soltanto l’economia di Mosca, ma rischia soprattutto di compromettere le prospettive di una futura normalizzazione dei rapporti tra Russia e Unione Europea. Nel frattempo, Mosca si prepara a fronteggiare eventuali incidenti in mare. Già nei mesi scorsi il Consiglio Marittimo russo, guidato da Nikolay Patrushev, aveva predisposto nuove misure di protezione per le navi battenti bandiera russa o in partenza dai porti del Paese. Gli armatori sono stati invitati a richiedere assistenza alla Marina militare, mentre il monitoraggio delle rotte commerciali legate alla Russia è stato ulteriormente rafforzato.

    Al di là degli aspetti operativi, la scelta dell'UE conferma la volontà di proseguire sulla strada della contrapposizione frontale con Mosca. Una linea che molti analisti considerano sempre più autolesionista: mentre la Russia continua ad adattarsi alle sanzioni e a rafforzare i legami con i principali attori del Sud globale, l'Europa affronta stagnazione economica, crisi industriale e perdita di peso geopolitico. Invece di costruire le basi per una futura sicurezza comune sul continente, Bruxelles punta sull'escalation permanente, con il rischio di essere proprio l'Europa a pagare il prezzo più alto di uno scontro destinato a protrarsi nel tempo.


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    La “mini coalizione dei volenterosi” e il pattume informativo italiano


    di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


    Di recente Vladimir Putin ha toccato la questione dei media occidentali che, secondo le sue parole, non sono altro che «mezzi di istupidimento di massa». Ora, è ovvio che parlare della pattumiera informativa occidentale sia chiaramente al di sotto della dignità del leader di una potenza mondiale, ma in questo caso si trattava di un messaggio: miserabili, noi vediamo tutto e non ci faremo fregare. Il fatto è che lo spazio informativo occidentale si è completamente trasformato da una debole parvenza di sfera giornalistica e analitica, in un'arena per una feroce guerra d'informazione contro la Russia, scrive Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, dove tutte le notizie, le storie, le narrazioni e le dichiarazioni sono subordinate a un unico obiettivo: convincere la Russia che la sua situazione è pessima e che sia meglio accettare la pace a qualsiasi condizione.

    Tanto per rimanere all'oggi, ne è un esempio l'intervento del signor Stefano Stefanini su La Stampa del 8 giugno, che prende le mosse dal vertice della cosiddetta “mini coalizione dei volenterosi” tenutosi il 7 giugno a Londra, presenti Keir Starmer, Friedrich Merz, Emmanuel Macron e, non sembri strano, il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij. Un vertice tenutosi, guarda caso, dopo appena un paio di giorni di “decantazione” delle reazioni a quell'obbrobrio epistolare - volutamente pubblico e dunque lontano da qualsivoglia ipotesi di trattativa – vergato in “stile” banderista da Vladimir Zelenskij, ma su diretto incarico di quegli stessi “volenterosi”.

    Il pattume informativo torinese, dunque, parla di un vertice londinese che avrebbe lanciato un «messaggio diretto a Putin: deve trattare, l'Europa non si sfila»; cioè: è l'Europa che sponsorizza Kiev e la foraggia di soldi e armi; è l'Europa che vuole che la guerra continui e dice a Zelenskij di scrivere a Putin in una maniera per cui il presidente russo esorti senz'altro le truppe a “continuare il lavoro”. Lo “stile” rozzo con cui il nazi-banderista confeziona il messaggio sembra davvero un “capolavoro” di astuzia, tanto che corre l'obbligo di riunirsi a Londra per discutere gli ulteriori passi. Come pure un “capolavoro” di analisi quello vergato dal signor Stefanini, quando scrive che Macron, Merz e Starmer mandano «un messaggio molto semplice al Cremlino: siamo pronti alla trattativa, ma se, causa il rifiuto russo di sedersi al tavolo, non ci sarà trattativa Mosca-Kiev, l’Ucraina continuerà ad avere tutto il nostro appoggio necessario a continuare a difendersi dall’aggressione». Che era quello, come si dice, che “volevasi dimostrare”: la guerra continua. La cosiddetta Europa avrebbe bisogno di una tregua per riorganizzare le proprie forze, in vista del nuovo termine fissato dallo stesso premier britannico Starmer per lo scontro diretto con la Russia, a seguito delle passate profezie di Andriu-Merlino-Kubilius, Mar Rutte e kaja-Fredegonda-Kallas. L'Europa avrebbe ora necessità di un po' di tempo; ma, in ogni caso, continuerà ugualmente a sponsorizzare la junta di Kiev: vorrà dire che ci sarà bisogno di fustigare ancora di più le masse popolari europee con nuovi giri di vite sulle necessità vitali, sociali, sanitarie, di lavoratori, pensionati e strati deboli della popolazione. «L’incontro londinese è al tempo stesso un’apertura negoziale e una risposta all’intransigenza di Mosca», contrabbanda il signor Stefanini nella sua disamina in cui, in perfetta sintonia con la narrazione europeista, “certifica” che la guerra, per Putin, «non sta andando particolarmente bene... Disastro per l’Ucraina, ma sempre di più anche per la Russia». Questo, a proposito di quella “pattumiera informativa” di cui parla Strel'nikov.

    A Londra, dice ancora il signor Stefanini, «si parla di una guerra che da più di quattro anni... minaccia l’indipendenza di un Paese sovrano»; così sovrano e così indipendente che una buona parte degli edifici governativi a Kiev sono occupati da funzionari USA-UE, che dettano le direttive a quel «Alvaro Vitali che ce l'ha fatta» (rubiamo ancora da Maurizio Crozza) e lo istruiscono su come mandare all'aria trattative prima ancora che vi si ponga mano, imbrattando la carta proprio alla maniera dell'emissione di gas intestinali di Pierino-Vitali. Ma Vladimir Putin, assicura il signor Stefanini, «deve continuare una guerra che non può vincere»: lo garantiscono tutti maggiori media occidentali, asserendo che l'economia russa “sia allo sfascio”, che “manchino i soldati al fronte”, che Putin debba guardarsi da “malcontenti nella società” e anche da “intrighi di palazzo”. Guarda caso, tutti elementi che danno il quadro della situazione ucraina e che Vladimir Zelenskij ha riportato nella sua “lettera” a Vladimir Putin, tanto che l'interrogativo elementare è sul numero di mani che abbiano contribuito a comporla. 

    Perché, come elenca ancora Kirill Strel'nikov, la “pattumiera informativa” occidentale è piena zeppa di perle nello “stile” banderista: The Telegraph scrive che «La Russia sta valutando la possibilità di abbassare l'età lavorativa a 12 anni a causa della crisi occupazionale. Putin propone di riaprire i campi estivi di lavoro per bambini»; ecco Foreign Policy: «L'Ucraina ha una nuova strategia militare, e sta funzionando»; United Media: «L'economia russa rischia un collasso a lungo termine». Kyiv Post: «La crisi di mobilitazione di Putin si aggrava, la Russia pianifica una nuova mobilitazione». Sembra lo specchio della situazione ucraina e, sul piano economico, del futuro più che prossimo delle “potenze” europee. 

    A proposito della mancanza di uomini ucraini da mandare al macello, qualche giorno fa la tedesca Die junge Welt scriveva che i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare e l'americana Responsible Statecraft titola che "La crisi di mobilitazione ucraina si fa sempre più sanguinosa"; mentre la filo-ucraina The Insider scrive che "gli abusi di massa (tra omicidi, morte di coscritti, migliaia di denunce, tangenti e schemi di corruzione) stanno minando la fiducia nella mobilitazione e causando una crescente resistenza, compresi attacchi armati contro le pattuglie” dei reclutatori.

    Per quanto riguarda la Russia, solo a maggio le entrate da petrolio e gas sono aumentate di un terzo su base annua e se anche lo Stretto di Hormuz dovesse essere completamente riaperto, i prezzi del petrolio non scenderebbero mai sotto i 95 dollari al barile.

    In questo scenario, non si può che concordare con l'osservatore Aleksandr Nosovic, quando scrive su RIA Novosti che Vladimir Putin ha rifiutato un cessate il fuoco e i negoziati non a Zelenskij, ma ai sostenitori occidentali del regime di Kiev. Sono stati infatti loro a spingere Zelenskij a scrivere la lettera aperta al presidente russo e sono stati gli europei a parlare sempre più insistentemente, nell'ultimo mese, di negoziati diretti con Mosca: hanno «disperatamente bisogno di una tregua e di tempo per riorganizzarsi. Lo stesso regime di Zelenskij ha raggiunto un punto in cui non ha più bisogno di altro che di denaro e armi dai suoi sponsor europei».

    Per quanto riguarda lo “stile” della missiva, in quattro anni Zelenskij ha sviluppato l'abitudine di comunicare in questo modo con i suoi “alleati”, che hanno puntato tutto sull'Ucraina e ora ne dipendono, costretti a tollerarlo. Gli europei possono ancora costringere il loro pupillo a presentare una petizione a Putin, dice Nosovic; ma non possono costringerlo a comportarsi in modo tale da impedire a Putin di “buttarlo giù per le scale”. Siamo di fronte non solo all'imbecille che suona il piano coi genitali; siamo arrivati alla classica storia del mostro prima creato e poi diventato incontrollabile. D'altronde, Zelenskij e la sua cerchia vivono "alla giornata", di tranche in tranche di aiuti occidentali; non hanno bisogno della fine della guerra, perché significherebbe la fine dei miliardi. Per gli europei, però, il pericolo è rappresentato dalla possibilità che, mentre i combattimenti continuano, il regime di Kiev vada definitivamente fuori controllo. Basti pensare a tutti droni ucraini finiti sulla Romania, al largo delle coste greche, sul mare d'Azov, dove hanno ucciso cinque marinai azeri; alle centinaia di droni nello spazio aereo degli Stati baltici; alle minacce di invasione dell'Ungheria. Pare quindi che più gli europei investono nell'armamento dell'Ucraina, maggiore sia la minaccia ucraina alla sicurezza europea.

    La cessazione delle ostilità rappresenterebbero dunque per l'Europa un'opportunità per invertire questa tendenza, dice Nosovic; sarebbe così possibile preparare il regime di Kiev a una guerra continuativa, renderlo più gestibile e concentrare la sua aggressione esclusivamente sulla Russia. Ecco perché l'Europa parla sempre più spesso di negoziati e li chiede a Putin tramite Zelenskij. In questo modo, Putin salverebbe l'Europa da Zelenskij. E allora Putin, con la sua risposta, ha "mandato a quel paese" non Zelenskij, ma l'Europa.

    Tra l'altro, a proposito dei demoni evocati dalle redazioni milanesi, romane, torinesi, perché provochino “rivolte di popolo e di palazzo” contro il Cremlino, in quel pattume maleodorante confezionato a Bruxelles-Kiev, “l'Alvaro Vitali” ukro-banderista accennava anche alla «evidente stanchezza» con cui guardano a Putin «i tuoi stessi funzionari, uomini d’affari e propagandisti», assicurando che il «mondo non si è stancato dell’Ucraina... cresce la stanchezza nei confronti della Russia... con il tempo, la stanchezza nei tuoi confronti non potrà che crescere.... È un fatto della storia russa che conosci bene: quando la Russia si stanca, il cambiamento arriva. Possiamo lavorare verso quella stanchezza».

    Ora, scriveva anni fa lo storico Igor Šiškin, il popolo russo ha una peculiarità del tutto irrazionale: l'esigenza di essere sicuro della giustezza delle azioni del proprio paese. In questo è la fonte della forza della Russia. Ma questa peculiarità è anche il tallone d'Achille della Russia. Se si riesce a seminare nella coscienza del popolo il dubbio che “la nostra causa è giusta”, allora la Russia perde la capacità a resistere. In Occidente, scriveva Šiškin, compresero bene questa peculiarità della Russia e del popolo russo dopo la catastrofe del 1812. E anche oggi, a Kiev come a Bruxelles. Sembrano contare proprio su quel “tallone d'Achille”. Da lontano, non disponiamo di elementi così solidi per confermare o smentire la “stanchezza” evocata dal nazigolpista-capo e non ci affidiamo certo alle vomitevoli “fonti informative” - che vengano dall'Europa o dalla “sacra” dissidenza russa - care alle redazioni guerrafondaie italiche. Osserviamo solo che, anche a livello popolare, se i russi chiedono qualcosa al Cremlino, è quella di condurre con più decisione le operazioni militari. Le considerazioni diplomatiche, operative, strategiche di Moskva sono una cosa a parte.

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    https://www.lastampa.it/esteri/2026/06/08/news/un_messaggio_diretto_allo_zar_deve_trattare_l_europa_non_si_sfila-15650928/?ref=LSHA-BH-P2-S5-T1&gig_APIKey=4_2uHezT994jAHtT8Q6-3UEw

    https://ukraina.ru/20260607/putin-dvumya-slovami-prosto-ubil-kiev-i-bryussel-1079918006.html

    https://ria.ru/20260607/evropa-2097377599.html

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    La lotta per salvare l'America (di Chris Hedges)

     

    di Chris Hedges*


    Il peggio non sono l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i contractor privati, armati di mazze da baseball e manganelli, che alla fine del loro turno invadono il parcheggio e scatenano sui manifestanti fuori dai cancelli lo stesso sadismo inflitto ai detenuti di Delaney Hall.

    La cosa peggiore non sono il gas lacrimogeno, i taser, lo spray al peperoncino o le decine di arresti.

    La cosa peggiore non sono i pestaggi e gli scudi antisommossa, sollevati sopra le teste degli agenti della polizia statale del New Jersey e della polizia di Newark e abbattuti rapidamente sui corpi, provocando gravi lacerazioni.

    La cosa peggiore è badare ai bambini.

    Quelli che singhiozzano ininterrottamente mentre lasciano Delaney Hall, dicendo addio a madri, padri, sorelle o fratelli che li hanno accompagnati a scuola, che li hanno incoraggiati alle partite di calcio, che hanno detto loro che erano belli e talentuosi, che si sono svegliati prima dell'alba per svolgere lavori umili affinché potessero avere un futuro; che li amano in un mondo in cui l'amore è una merce in via di estinzione.

    Sono seduto contro una recinzione metallica a un isolato da Delaney Hall, il più grande carcere dell'ICE del New Jersey, con un manifestante che si fa chiamare Basher. Ha 41 anni, una folta barba nera, le unghie sporche e le mani segnate dagli scontri con la polizia. Indossa una kefiah verde. L'aria è impregnata del fetore dell'enorme impianto di depurazione della Passaic Valley Sewerage Commission, proprio di fronte. Quando si tratta dei bambini, quelli strappati ai genitori da una nazione che sta istituzionalizzando la crudeltà, persino Basher deve trattenere il respiro e fermarsi. Le scene sono troppo strazianti da sopportare.

    La brutalità di Delaney Hall è solo un riscaldamento. I teppisti, quelli che attaccano chi è demonizzato all'interno del carcere dell'ICE e chi è demonizzato per le strade fuori, si stanno allenando per il resto di noi. Delaney Hall, gestita da una società carceraria privata – il GEO Group – è il modello di un mondo in cui saremo privati dei nostri diritti; incarcerati e torturati di routine; privati di cure mediche adeguate; nutriti con cibo rancido, scaduto e ammuffito, infestato da vermi e larve; costretti a bere acqua contaminata, a respirare aria inquinata e a lavorare per salari da fame – nel caso di chi si trova all'interno di Delaney Hall, un dollaro al giorno.

    Circa 300 delle circa 600 persone detenute a Delaney Hall, tra cui adolescenti, anziani e donne incinte, hanno iniziato uno sciopero della fame e del lavoro il 22 maggio.

    Le guardie dell'ICE e del GEO Group hanno reagito come ci si poteva aspettare: hanno picchiato gli scioperanti, hanno sigillato le prese d'aria e lanciato gas lacrimogeni e spray al peperoncino nelle celle. Hanno ammanettato i presunti leader dello sciopero e li hanno costretti a uscire dalla struttura verso luoghi sconosciuti, oppure li hanno isolati in "unità punitive". Hanno manipolato gli impianti di riscaldamento e raffreddamento in modo che i prigionieri sopportassero temperature estreme, sia calde che fredde. Hanno interrotto l'accesso al telefono e a internet, sospeso i diritti di visita e molestato sessualmente le donne.

    Il 31 maggio, 56 dei detenuti di Delaney Hall hanno pubblicato la loro quarta lettera pubblica. Era scritta a mano in spagnolo su carta a righe:

    «Le condizioni in questa prigione non sono adatte a esseri umani per un periodo di tempo così lungo: negligenza medica, acqua non potabile, cibo scaduto e in cattive condizioni, bagni inutilizzabili e impianti di ventilazione mai sottoposti a manutenzione; per questo motivo siamo costantemente malati», si legge nell'ultima lettera. «Chiediamo la libertà, un processo equo e il rispetto dei nostri diritti. SOS».

    Il 24 luglio dello scorso anno, intorno alle 6:45 del mattino, i veicoli dell'ICE hanno bloccato un furgone che trasportava 15 lavoratori guatemaltechi, a tre isolati da casa mia. Sono andato a trovare gli uomini nel centro di detenzione dell'ICE a Elizabeth, nel New Jersey, perché parlo spagnolo e perché le loro famiglie, terrorizzate all'idea di essere prese di mira, non potevano farlo. Gli uomini mi hanno detto che erano stati minacciati di lunghe pene detentive, seguite da una sicura deportazione, se non avessero firmato i documenti in cui acconsentivano alla loro immediata espulsione. Hanno firmato. Il mio compito era quello di informare le loro famiglie che non sarebbero tornati a casa.

    Un'analisi del Guardian sui documenti governativi ha rivelato che durante i primi sette mesi del secondo mandato di Trump, i genitori di almeno 27.000 bambini, di cui 12.000 con cittadinanza statunitense, sono stati arrestati.

    Questi uomini erano i miei vicini. I loro figli frequentano la stessa scuola superiore dei miei. Il rapimento dei genitori – spesso sul posto di lavoro, durante le udienze per l'immigrazione o gli appuntamenti con l'ICE – non solo traumatizza i figli di queste famiglie, ma l'intera comunità. Ogni ragazzo della scuola si chiede se un giorno anche i suoi genitori verranno rapiti facendo perdere le proprie tracce. Ogni ragazzo si chiede come sia possibile che una simile crudeltà venga inflitta ai propri amici. Ogni ragazzo si chiede in che tipo di paese viviamo.

    Lo Stato e gli organi di informazione che ne fanno da cassa di risonanza stanno facendo del loro meglio per convincere l'opinione pubblica che coloro che sono rinchiusi a Delaney Hall siano "criminali", "i peggiori tra i peggiori".

    Ma un'analisi dei dati dell'ICE condotta da Austin Kocher, professore associato di ricerca presso la Syracuse University ed esperto di dati e politiche sull'immigrazione, smaschera la menzogna. Kocher ha scoperto che l'88% degli immigrati detenuti a Delaney Hall non ha precedenti penali gravi e oltre il 70% non ne ha alcuno. Coloro che hanno precedenti hanno commesso quasi sempre reati di lieve entità.

    Le forze paramilitari fuorilegge che ogni giorno escono dai cancelli di Delaney Hall non sono soggette ad alcuna responsabilità. Ignorano la legge. Sono il fondamento satanico del nostro nascente stato di polizia. Il terrore che infliggono a coloro che vivono in questa piccola zona di Newark si riverserà presto su tutti noi.

    Il senatore del New Jersey Andy Kim, che è stato aggredito con spray al peperoncino fuori da Delaney Hall dagli agenti dell'ICE, e la governatrice Mikie Sherrill si sono visti negare l'accesso alla struttura. Kim, dopo aver presentato ricorso al direttore della Sicurezza Interna Markwayne Mullin, ha infine ottenuto una visita lampo, ma gli è stato proibito di parlare con i detenuti. Anche agli ispettori sanitari della città e dello stato è stato impedito l'accesso completo al carcere.

    Il messaggio è chiaro: commetteremo qualsiasi abuso impunemente.

    Sabato pomeriggio, dopo che una dozzina di manifestanti aveva bloccato l'uscita delle auto dalla struttura, gli agenti dell'ICE, indossando equipaggiamento da combattimento e maschere, hanno caricato i presenti con pistole a proiettili di pepe, spray al peperoncino e taser.

    «Indietro! Indietro!» gridavano mentre spruzzavano nuvole di gas.

    Le auto che uscivano dalla struttura hanno investito almeno un manifestante.

    Intorno alle 22:00, un centinaio di persone aveva eretto una barricata con barili pieni di sabbia per bloccare le uscite e gli ingressi della struttura. Il blocco ha provocato un massiccio afflusso di agenti dell'ICE, guardie del GEO Group e agenti di polizia di Newark, che hanno respinto i manifestanti per diverse centinaia di metri lungo la strada.

    La polizia ha annunciato il divieto per i manifestanti di indossare dispositivi di protezione, tra cui respiratori e occhiali, nonostante Delaney Hall si trovi in una zona industriale con un'estesa contaminazione dell'aria e dell'acqua nota come "Corridoio chimico".

    La battaglia di Delaney Hall non è ancora finita. È una battaglia non solo per la giustizia, per i diritti dei nostri vicini, per un mondo in cui tutti siano trattati con dignità e rispetto, per i bambini che non dovrebbero mai essere separati dai loro padri e dalle loro madri, ma anche una battaglia per salvare il nostro Paese dall'avanzata inesorabile del fascismo.

    Unisciti ora. Presto potrebbe essere troppo tardi.

    (Traduzione de l'AntiDiplomatico)

     

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    Larry Johnson y Pepe Escobar: Irán posee un dispositivo nuclear listo para detonar – Por Alfredo Jalife Rahme

    Por Alfredo Jalife Rahme

    El ex analista de la CIA Larry Johnson –íntimo del ejército de EEUU– y el geopolítico brasileño Pepe Escobar –cercano al Kremlin– adujeron en varias entrevistas que Irán dispondría de un dispositivo nuclear que podría detonar para disuadir la prosecución de la guerra de Israel/EEUU.

    Johnson adujo con el juez Napolitano (https://bit.ly/43c4eKZ) que el viernes 29 de mayo, el canciller paquistaní, Ishaq Dar, transmitió al polémico Marco Rubio el mensaje de que Irán estaría dispuesto a realizar una prueba nuclear en caso de que no exista acuerdo: “Irán haría una demostración con una bomba nuclear de su propia fabricación o que le fue entregada por, digamos, Pakistán o Norcorea” (minuto 13:23). Un día después, LJ pregunta en su portal Sonar21: “¿Posee Irán una bomba atómica? Una fuente de alto nivel contesta: sí” (https://bit.ly/4fj4IGx).

    En su video (https://bit.ly/4uP7kAT), el cotizado Escobar explayó que el presidente iraní, Masoud Pezeshkian, explicó al canciller paquistaní la nueva postura nuclear de Irán.

    En medio del tsunami (des)informativo, las mismas fuentes aviesas y traviesas de costumbre engañaron con la falsa “renuncia” del presidente iraní Pezeshkian: difundida, entre otros, por el ex teniente coronel Douglas Macgregor, quien fuera cercano a Trump 1.0 (https://bit.ly/437lAbY).

    El mismo viernes de marras, mientras Trump se reunía en el “cuarto de crisis” ( situation room), durante la entrevista que me realizó Sergio Fernández de Negocios TV, señalé que se me hacía extraña la ausencia del secretario de Estado, Marco Rubio, quien justamente se encontraba negociando con su homólogo paquistaní (https://bit.ly/4ui1lDv).

    Mis fuentes mediorientales, usualmente bien informadas, reportan que el presidente iraní formuló al primer ministro paquistaní, Shehbaz Sharif, tres puntos de su postura definitiva en caso de perpetuación de los ataques estadunidenses y del falso cese al fuego israelí debido a su masiva carnicería de civiles en el sur de Líbano:

    1) Retiro inmediato de las negociaciones sobre el contencioso nuclear iraní con EEUU; 2) abandono del formato de un arreglo nuclear que esta(ba) esbozando la cantidad límite de enriquecimiento de uranio y su entrega a uno de los siguientes cuatro países: Rusia, China, Kazajistán o Pakistán, y 3) ¡la detonación de un dispositivo nuclear en el suelo iraní como demostración de su soberana capacidad tecnológica!

    Muchas cosas han sucedido en los pasados cinco días, entre las que destaca la carnicería israelí contra los civiles en el sur del Líbano –cuando el ministro de defensa Israel Katz, en connivencia con los ministros talmúdicos Ben Gvir, de Seguridad; Bezalel Smotrich (Finanzas), y el “desquiciado” (Trump dixit) primer ministro Netanyahu, buscan emular su indeleble genocidio en Gaza–, que sacudió la emotividad del chiísmo de la república islámica, que exigió el respeto al cese el fuego por Israel, cuya abusiva negativa obligaría a represalias masivas de Irán en el norte de Israel (https://bit.ly/4eiiM1P).

    En forma sincrónica a los dramáticos eventos de estos días pasados, se gestó la ya famosa llamada telefónica de un “furioso” Trump, quien despotricó contra Netanyahu para impedir su programado ataque multitudinario a la indefensa capital libanesa, lo cual fue reportado por el ex agente israelí de la unidad 8200 Barak Ravid, quien desinforma desde el desacreditado portal Axios (https://bit.ly/4vqZLjH).

    No se puede soslayar la ominosa frase del viceinspector general brigadier Mohammad Jafar Asadi, quien aseveró en el contexto de la conjetura nuclear persa que “Irán no ha revelado aún todas sus ‘cartas triunfales’, en medio de las escaladas de EEUU e Israel” (https://bit.ly/3PABGry). ¿Cuáles serán tales “cartas triunfales”?

    ¿El Cierre del estrecho de Bab al Mandeb, susceptible de propinar un golpe de gracia a las valetudinarias geofinanzas globales de Israel/EEUU/Occidente? ¿O la defensiva detonación de una bomba nuclear iraní, propia o “prestada”, que colocaría la guerra en una nueva fase escalatoria? (https://bit.ly/4dUfUac)

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    Sei giorni troppo lunghi

    di Edoardo Todaro

    Umberto Lucarelli, Sei giorni troppo lunghi, Milieu Edizioni, 2024, 112 pp.,  € 13,00

    Milano, anni ’70, anzi Italia 1979. Non voglio addentrarmi sul valore sull’importanza che hanno avuto, in questo paese, gli anni ’70. Anni di conquiste sociali, di protagonismo attivo. Anni che da qualche tempo a questa parte sono posti sotto silenzio, quando va bene, denigrati e ridotti alla definizione abusata e buona per ogni evenienza, di “anni di piombo”. Ebbene Umberto Lucarelli mette in atto, con “Sei giorni troppo lunghi”, un’operazione significativa. Lucarelli va in contro tendenza e ci porta in modo, forte e deciso,al febbraio del 1979. Siamo in pieno periodo di attacco, da parte delle forze della repressione, a tutte quelle realtà  che si pongono sul terreno del conflitto e che mettono in discussione lo stato di cose presente, quindi è doveroso ricordare gli avvenimenti che hanno portato Lucarelli a far stampare questo libro:

    Pierluigi Torregiani era un gioielliere titolare di un piccolo esercizio nella periferia nord di Milano, in via Mercantini, nel quartiere della “Bovisa” La sera del 22 gennaio 1979, Torregiani subì un tentativo di rapina mentre stava cenando in una pizzeria.Torregiani reagì al tentativo di rapina,con conseguente sparatoria che causò la morte di uno dei rapinatori, Orazio Daidone. Il 16 febbraio successivo, mentre stava aprendo il negozio insieme ai figli, fu vittima da parte di un gruppo di fuoco dei PAC .Alcuni militanti dei Proletari Armati per il Comunismo affermarono di aver subito pesanti torture, per far loro rivelare i colpevoli dell’omicidio Torregiani. Tra questi,Sisinnio Bitti, vittima di violenze della polizia, come anche altri membri del Collettivo Politico della Barona,sorto nel 1974. Gli autonomi Sisinnio Bitti, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Gioacchino Vitrani, Annamaria e Michele Fatone  presenteranno esposti all’Autorità Giudiziaria per aver subito violenze dalla polizia,almeno dieci persone avrebbero confessato, sotto tortura, di essere autori materiali dell’omicidio. Il trattamento a cui sono sottoposti i fermati, anzi i sequestrati,entra a pieno titolo, inaugura una tecnica, ripresa in futuro del piano repressivo volto a dare una lettura esclusivamente “criminale” di un percorso politico. Tecnica che in precedenza fu già usata nei confronti di Alberto Buonoconto, nel 1975 e di Enrico Triaca nel 1978. Agenti e funzionari della DIGOS fanno a gara: pestaggi, pugni, cerini accesi sotto i piedi ed i testicoli, bastonate sul torace attraverso una coperta per non lasciare segni, ingerimento forzato di acqua con un tubo di gomma, il neon sempre acceso, le false esecuzioni, la musica della radio a tutto volume per coprire le grida di chi è sottoposto a tortura ( in Italia, non in Argentina )  ecc… Due degli arrestati/torturati devono essere ricoverati in ospedale, una storia di adolescenti sequestrati, umiliati, stuprati e torturati.

    Detto questo, e  ritornando a “Sei giorni troppo lunghi”, possiamo dire che, questo testo,  oggi assume un valore in più. Due i motivi: 1) in carcere e di tortura si continua a morire e non certo ad opera di qualche mela marcia, carcere luogo inutile, una istituzione totale che non serve a niente; 2) a dispetto delle anime belle che continuano ad affermare che in Italia la tortura non è esistita e non esiste, che il “terrorismo” è stato battuto dalla forza della democrazia: “Sei giorni troppo lunghi” è la smentita secca e decisa, e ci dice che in Italia, questo è avvenuto. Tra l’altro, Lucarelli ne parla di quanto avvenuto in quanto  protagonista, e ne parla soprattutto per averne subito gli effetti collaterali, e ci parla dell’Italia democratica non certo di un paese del Sud America. Lucarelli ci mette a tu per tu con l’urgenza di scrivere per fissare i fatti, quei fatti che fanno parte della storia, anzi della nostra storia, anche se sono state, e sono, storie di ordinaria repressione.

    Parlare di questo libro ci obbliga a dover riferirsi ad un testo fondamentale nel momento in cui poniamo elementi di riflessione sulla tortura,la tortura che diviene parte della metodologia degli interrogatori, tortura come norma e non pratica isolata, mi riferisco a “Henry Alleg: La Tortura” con l’importante introduzione di Jean Paul Sartre. Henri Alleg, direttore del quotidiano comunista “Alger republicain” che in maniera esplicita denuncia i metodi degli occupanti francesi contro gli algerini, e verrà sottoposto a tortura. Ma ci obbliga anche di parlare al presente: Alfredo Cospito ed i prigionieri politici in Italia, con il suo famigerato 41 bis; il genocidio in atto in Palestina ….. Ps:  mi permetto di suggerire un libro per approfondire la questione fin qui trattata: “Processo all’istruttoria” (ormai pressoché introvabile).

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    Perù, ballottaggio sul filo del voto rurale: Fujimori in testa, Sánchez risale

    Il ballottaggio presidenziale in Perù si deciderà praticamente all'ultimo voto. Il sito web dell'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) mostra che, con il 91,553% delle schede scrutinate, la differenza tra i due candidati è di appena 113.630 voti.

    Secondo gli ultimi dati diffusi dall'ONPE, i risultati parziali sono i seguenti: la candidata di destra Keiko Fujimori è leggermente in vantaggio sul candidato di sinistra Roberto Sánchez, avendo ottenuto il 50,329% dei voti contro il 49,671% del suo rivale.

    Questo risultato percentuale attribuisce alla candidata di Fuerza Popular un totale di 8.689.389 voti, mentre il candidato di Juntos por el Perú segue con 8.575.759. La differenza è di 164.000 voti.

    Finora, i voti scrutinati provengono principalmente da Lima (la capitale) e da altre città, tradizionalmente roccaforti di Fujimori, candidata alla presidenza per la quarta volta.

    Al contrario, Sánchez sta guadagnando terreno nelle zone rurali, il cuore del Perù, i cui voti sono solitamente gli ultimi a essere scrutinati. Ciò è stato confermato durante il primo turno, quando ha superato l'altro candidato di estrema destra e, fino ad allora, il favorito secondo numerosi sondaggi, l'ex sindaco di Lima Rafael López Aliaga.

    Gli exit poll diffusi dopo la chiusura dei seggi mostravano un sostanziale pareggio, con un leggero vantaggio per Fujimori. Secondo l'istituto di sondaggi Ipsos, Fujimori ha ottenuto il 50,7% dei voti validi e Sánchez il 49,3%. Datum, dal canto suo, indicava Fujimori con il 50,53% e Sánchez con il 49,47%.

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    L'Iran annuncia stop delle operazioni contro Israele

    L'Iran ha annunciato la cessazione delle operazioni delle sue forze armate contro Israele, a seguito di una "risposta energica" in difesa del popolo libanese dopo gli attacchi israeliani nel sud del Paese.

    Il Comando Centrale iraniano, Khatam al-Anbiya, ha dichiarato che Israele e i suoi sostenitori "avrebbero dovuto imparare la lezione" e ha affermato che, se le aggressioni e le atrocità dovessero persistere, anche nel Libano meridionale, "verranno adottate misure molto più severe e devastanti".

    Il Comando Centrale Khatam al-Anbiya è il più alto comando operativo delle forze armate iraniane e risponde allo Stato Maggiore. La sua funzione principale è quella di pianificare, coordinare e supervisionare le operazioni militari a livello nazionale, fungendo da comando di collegamento tra le varie branche, tra cui l'Esercito e le Guardie Rivoluzionarie.

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    Il Wall Street Journal ammette: la Corea del Nord è un successo economico

    Per decenni la narrazione dominante ci ha imposto un'immagine brutale della Corea del Nord, un racconto fatto di carestie, miseria e di un 'regime' sull'orlo del collasso imminente. Le sanzioni occidentali, il ferro e il fuoco dell'embargo avrebbero dovuto ridurre in ginocchio Pyongyang, trasformandola in un monito per chiunque osi sfidare l'ordine liberale globale. Ma i fatti hanno la testa dura e si incaricano di smentire la propaganda. A doverne prendere atto, con un certo imbarazzo, è persino il quotidiano statunitense Wall Street Journal, che in un'analisi spiazzante ha dovuto ribattezzare la Corea del Nord come la storia di successo economico più sorprendente al mondo. Non si tratta di propaganda di regime, ma della fotografia scattata da chi ha visitato il paese, dalle immagini satellitari e dai dati inconfutabili che raccontano una nazione in piena e vibrante rinascita.

    Basta passeggiare per le strade di Pyongyang per capire quanto il racconto occidentale sia sbiadito di fronte all'evidenza. La capitale non è il set di un film distopico, ma una metropoli in fermento dove le app per il noleggio di taxi sono arrivate sugli smartphone, i pagamenti avvengono scansionando codici QR e le auto elettriche cinesi si mescolano al traffico. La capitale vive un boom edilizio senza precedenti, con diecimila nuove abitazioni consegnate in un solo anno nella sola capitale, mentre ospedali, fabbriche e resort turistici sorgono nelle province. Le immagini satellitari non mentono e mostrano un'attività frenente: le luci notturne sono tre volte più luminose rispetto a cinque anni fa, un faro che brilla proprio sotto il naso di chi prediceva il buio totale.

    Dietro questo 'miracolo economico' non c'è solo la resistenza nordcoreana, ma una lucida e spietata intelligenza geopolitica. Pyongyang ha dimostrato di saper giocare la scacchiera internazionale con una maestria che i pianificatori occidentali non avevano previsto. L'alleanza strategica con la Russia si è trasformata in un volano economico formidabile. La fornitura di risorse militari e il supporto al fronte hanno fruttato al paese entrate per oltre dieci miliardi di dollari, un fiume di denaro e tecnologie che ha rimpinguato le casse statali aggirando il dollaro e il sistema finanziario controllato da Washington. A questo si aggiunge una formidabile capacità di proiezione digitale, con le unità informatiche che generano miliardi attraverso il mondo delle criptovalute, dimostrando un'innovazione tecnologica che stride con l'etichetta di paese arretrato affibbiata dai media mainstream.

    Il vero scacco matto alla strategia dell'isolamento arriva però da Pechino. La recente visita del presidente cinese Xi Jinping a Pyongyang, la prima dopo sette anni, ha sancito una sorta di rinascita economica e diplomatica. Il commercio tra i due paesi ha toccato i massimi degli ultimi otto anni, garantendo a Pyongyang il flusso vitale di beni di consumo e componenti tecnologici. La Corea del Nord non si è limitata a subire la pressione, ma ha saputo ritagliarsi un ruolo indispensabile nel nuovo scacchiere multipolare, diventando un attore imprescindibile per i suoi alleati e sfruttando a proprio vantaggio le divisioni del blocco occidentale.

    Quanto viene raccontato dal Wall Street Journal è una vittoria della sovranità nazionale contro l'arroganza delle sanzioni unilaterali. Questo risveglio economico non è un semplice dato macroeconomico, ma la prova definitiva del fallimento della politica estera occidentale. Il pilastro della propaganda che dipingeva la Corea del Nord come uno Stato fallito è crollato, sbriciolato dalla capacità del paese asiatico di adattarsi, innovare e prosperare. Le sanzioni non hanno piegato la Corea del Nord, al contrario l'hanno temprata, costringendola a costruire un'economia blindata, autonoma e, contro ogni aspettativa, sorprendentemente fiorente. La favola del collasso probabilmente è finita, e la Corea del Nord vuole dimostrarlo.

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    L’Impero senza abiti nuovi: Putin a San Pietroburgo e il mondo che non si inchina

     

    di Mario Petri* e Maxim Ospovat

    C’è un momento preciso in cui la storia cambia passo. Non sempre è annunciato dai cannoni. A volte arriva nel silenzio climatizzato di una sala congressi affacciata sulla Neva, dove tremila delegati di cento paesi ascoltano un uomo che parla con la calma tagliente di chi sa di aver già vinto l’argomento principale, anche se non ha ancora vinto la guerra. Quel momento è stato il 5 giugno 2026, San Pietroburgo, Forum Economico Internazionale. Eravamo lì. E questo è ciò che abbiamo visto.

    C’è un paradosso che la fiaba di Andersen aveva già descritto due secoli fa: il momento più pericoloso per un impero non è quando i sudditi si ribellano, ma quando smettono semplicemente di fingere di vedere gli abiti che non ci sono — e quel momento, a San Pietroburgo il 5 giugno 2026, era già arrivato.

    “Il vecchio mondo sta finendo. Il nuovo non è ancora nato. E in questo interregno emergono i mostri.” — Antonio Gramsci

    L’Occidente collettivo — quella costruzione ideologica che tiene insieme Washington, Bruxelles e una serie di capitali satelliti — ha un problema esistenziale che nessun servizio di comunicazione strategica riesce più a mascherare: si comporta come un impero ma ha smesso di essere convincente. Impone sanzioni che colpiscono se stesso quanto il nemico designato. Finanzia guerre che non riesce a vincere. Predica l’ordine internazionale basato sulle regole mentre le viola sistematicamente quando gli conviene. E intanto il mondo, ostinatamente, continua a girare senza chiedere il permesso a Bruxelles.

    Allo SPIEF 2026, questa contraddizione era palpabile come l’aria di giugno sulla Neva. Non perché qualcuno l’abbia urlata dai microfoni. Ma perché la sola presenza in sala — ministri africani, banchieri asiatici, imprenditori del Golfo, il vicepresidente cinese Han Zheng, la presidente della Tanzania, il presidente uzbeko — era di per sé una risposta. Non ci si isola da soli con venti mila persone in sala.

    Immaginate di costruire un martello per piantare chiodi nelle case degli altri, e di scoprire un giorno che quel martello è diventato abbastanza pesante da rompervi i piedi: è pressappoco ciò che sta accadendo all’architettura finanziaria e statistica che l’Occidente ha eretto nel dopoguerra per misurare — e governare — l’economia globale.

    “Sono dati del FMI e della Banca Mondiale. Si vedono costretti a dirlo loro stessi.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026

    Putin ha aperto con la bomba più silenziosa e più devastante che potesse usare: i dati. Il PIL aggregato dei paesi BRICS ha superato quello del G7 di un rapporto di due a uno. Negli ultimi cinque anni, il 49% della crescita annua del PIL mondiale è venuta dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. Non sono cifre russe, ha precisato con studiata ironia: sono del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, le stesse istituzioni create dall’Occidente per governare l’economia globale. Le stesse che oggi certificano il proprio declino.

    Questi numeri non sono propaganda. Sono il risultato di decenni di scelte sbagliate: deindustrializzazione selvaggia in nome del profitto finanziario, dipendenza da catene di fornitura che si sono rivelate fragili, una finanziarizzazione dell’economia reale che ha prodotto ricchezza per pochissimi e precarietà per moltissimi. Mentre Detroit arrugginiva, Shenzhen cresceva. Mentre la Germania chiudeva le sue centrali nucleari per compiacere un’ideologia verde finanziata da oscure fondazioni, la Russia costruiva reattori in quattro continenti.

    La storia economica del XXI secolo non la scrivono più Wall Street e la City di Londra. La scrivono le rotte commerciali che bypassano il dollaro, le infrastrutture che collegano Mosca a Pechino e Pechino ad Accra, i contratti in yuan e rubli e rupie che sgretolano silenziosamente l’egemonia del sistema SWIFT. L’Occidente ha usato il sistema finanziario come arma. Il resto del mondo ha preso nota e ha iniziato a costruire alternative.

    C’è un bivio nella storia di ogni civiltà in cui si sceglie tra produrre e estrarre rendita, tra costruire e finanziare chi costruisce: l’Occidente quel bivio lo ha attraversato negli anni Ottanta e Novanta, e ha scelto con grande entusiasmo e scarsa lungimiranza la seconda strada — e adesso, mentre Rosatom costruisce reattori in quattro continenti e la Cina guida nell’intelligenza artificiale, scopre che le scorciatoie hanno un costo.

    “Chi avrà piena padronanza dell’intelligenza artificiale, della robotica e della telematica, e disporrà di piattaforme proprie, diventerà il centro di potere del futuro mondo multipolare.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026

    C’è una guerra che si combatte senza sparare un colpo, e che sarà probabilmente più decisiva di qualsiasi conflitto cinetico. È la guerra per la sovranità tecnologica. Putin l’ha messa al centro del suo discorso con una chiarezza che gli analisti occidentali farebbero bene a non sottovalutare.

    La Cina guida nell’intelligenza artificiale. La Russia guida nel nucleare civile attraverso Rosatom, che costruisce reattori dall’Egitto alla Turchia, dall’Ungheria all’Uzbekistan. L’India lancia satelliti per conto di paesi che non possono permettersi le tariffe di SpaceX. Questo non è il mondo che i think tank di Washington avevano previsto quando celebravano la fine della storia.

    L’esempio citato da Putin — Wildberries, la piattaforma di e-commerce russa con oltre 500 milioni di utenti nel mondo — è rivelatore. Non Amazon, non Alibaba: una piattaforma russa, cresciuta sotto sanzioni, che ha trovato i suoi mercati e li ha conquistati. La sovranità digitale non è più un concetto astratto: è una necessità strategica per chiunque voglia sopravvivere nel nuovo ordine mondiale senza diventare tributario di Silicon Valley o di Zhongguancun.

    “La tecnologia è il nuovo petrolio. Ma a differenza del petrolio, non si esaurisce quando la bruci: si moltiplica.” — Maxim Ospovat, corrispondente CONFISI da San Pietroburgo

    La narrativa della Russia-colonia-cinese è comodà perché risolve un problema cognitivo: se Mosca e Pechino sono in realtà in un rapporto asimmetrico di sudditanza, allora il fronte avversario è fragile, instabile, destinato a implodere — ma quella narrativa richiede di ignorare sistematicamente ciò che Rosatom fa in Cina, ciò che l’Uzbekistan ha annunciato a San Pietroburgo, e più in generale tutto ciò che non si adatta alla conclusione desiderata.

    In sala c’era Han Zheng, vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese. La sua presenza era essa stessa un messaggio diplomatico: la Cina non considera lo SPIEF un evento marginale di un paese isolato. Lo considera un appuntamento del proprio ecosistema strategico.

    La domanda che ha fatto tremare qualche certezza in sala è arrivata durante il dibattito, e vale la pena riportarla per intero nella sua brutalità: «Fornite petrolio alla Cina in cambio di alta tecnologia. Non rischiate di diventare una colonia cinese?» Putin ha risposto senza esitazione: «Assolutamente no. Noi costruiamo centrali atomiche in Cina.»

    Tre parole che ribaltano completamente la narrazione. La Russia non è il pozzo di petrolio della Cina: è il suo fornitore di tecnologia nucleare avanzata. Rosatom è presente in Cina con progetti di costruzione di reattori che nessuna azienda occidentale — dopo Fukushima, dopo la rinuncia strategica all’atomo — è più in grado di realizzare alla stessa scala e agli stessi costi. L’Occidente ha abdicato al nucleare civile per ragioni ideologiche. Adesso paga il prezzo in termini di dipendenza energetica e irrilevanza tecnologica.

    E l’Uzbekistan è l’ulteriore conferma: il presidente Mirziyoyev ha annunciato dallo stesso palco che il suo paese — ricco di uranio — svilupperà l’energia nucleare in partnership con Mosca. La cerimonia di posa della prima pietra della centrale Rosatom in Uzbekistan era avvenuta il giorno precedente. Il cerchio eurasiatico dell’atomo si chiude, e l’Occidente guarda da fuori.

    I discorsi politici si leggono su due livelli simultanei: c’è ciò che viene detto, e c’è ciò che viene deliberatamente taciuto o pronunciato una volta sola, con quella parsimonia calcolata che è la firma di chi sa che ogni parola in più è una concessione — e il capitolo ucraino del discorso di Putin allo SPIEF 2026 va letto esattamente così, come un testo pieno di silenzio strutturato.

    “L’Occidente usa il conflitto ucraino e iraniano per i propri tornaconti.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026

    Il conflitto ucraino è stato nominato una volta sola nel corpo principale del discorso. Una volta sola, con quella frase lapidaria sull’Occidente che usa le crisi altrui per i propri interessi. Il non detto, però, era ovunque.

    Prima che Putin prendesse parola, sullo schermo gigante della sala è stato proiettato un video che ripercorreva la storia russa come storia di pace: le trattative, le alleanze, i momenti in cui Mosca aveva scelto la diplomazia. Un messaggio che Maxim, presente in sala, ha definito «di un certo tipo»: raffinato, quasi cinematografico, calibrato per un pubblico internazionale che non legge le dichiarazioni del Cremlino ma guarda le immagini.

    Poi è arrivata la bomba vera. Putin ha rivelato l’esistenza di un canale negoziale segreto con Zelensky: un intermediario di fiducia aveva trasmesso la richiesta di un incontro diretto. Putin aveva rifiutato. Il motivo: Kiev voleva fermare l’avanzata militare, non costruire una pace duratura. La data è simbolica: il 21 maggio. Il 22 maggio le forze ucraine hanno colpito una scuola.

    La sequenza degli eventi, così come l’ha raccontata Putin, dipinge un quadro preciso: non è Mosca che non vuole la pace. È Kiev — o chi la governa da Washington e Bruxelles — che non vuole una pace che non sia una resa russa. E poiché quella resa non arriverà, il conflitto continua. Con buona pace di chi pensava che le sanzioni avrebbero piegato la Russia entro sei mesi.

    “L’Occidente è entrato nella guerra di Ucraina convinto di combattere la Russia con le armi ucraine. Ha scoperto di combattere la Russia con l’economia europea.” — Mario Pietri 

    I neoconservatori di Washington hanno una caratteristica che li rende pericolosi in modo del tutto particolare: non imparano dalle sconfitte, le reinterpretano come vittorie mancate per insufficienza di mezzi, e la conclusione è sempre la stessa — bisognava fare di più, spingere più in là, osare di più — il che significa che dall’Iraq all’Afghanistan all’Ucraina il copione è identico, e nessuno in quella stanza ha ancora trovato il coraggio di alzarsi e dire che il problema non è la quantità di fuoco, ma la direzione in cui lo si spara.

    Siamo in un momento di eccezionale pericolosità storica, e vale la pena dirlo chiaramente invece di nasconderlo sotto gli eufemismi diplomatici. Un blocco — l’Occidente collettivo — che si percepisce in declino relativo ma conserva ancora un arsenale nucleare e una capacità di distruzione globale, si trova di fronte a un mondo che non risponde più ai suoi diktat. Questa è la combinazione più pericolosa che la storia conosca.

    I neoconservatori di Washington — quella cabala che ha guidato l’America dall’Iraq all’Afghanistan all’Ucraina, lasciando dietro di sé solo macerie e destabilizzazione — non hanno ancora accettato che il modello unipolare è finito. Preferiscono aumentare la posta: più armi a Kiev, più sanzioni a Mosca, più retoriche sull’Asse del Male. Ma ogni escalation in un contesto dove l’avversario è una potenza nucleare è un gioco che può finire in un solo modo catastrofico.

    L’Europa, nel frattempo, è la vittima più silenziosa di questa follia strategica. Ha pagato il gas russo più caro attraverso il GNL americano. Ha perso competitività industriale a causa dei costi energetici esplosi. Ha mandato le proprie scorte di munizioni in Ucraina e si è ritrovata disarmata. Tutto per sostenere una guerra che non può vincere militarmente e che sta perdendo economicamente.

    “Un impero che non riesce più a convincere deve costringere. Un impero che non riesce più a costringere crolla. Siamo alla seconda fase.” — Mario Pietri

    Esiste una soglia di saturazione morale oltre la quale le prediche diventano controproducenti: chi ha subito per decenni interventi militari non richiesti, colpi di stato sponsorizzati, aggiustamenti strutturali imposti a condizioni capestro, a un certo punto smette di ascoltare il mittente indipendentemente dal contenuto del messaggio — e quella soglia, per la maggioranza del mondo, è stata superata già da un pezzo.

    Allo SPIEF 2026, mentre i media occidentali ignoravano o sminuivano l’evento, si manifestava qualcosa di storicamente rilevante: la normalizzazione della Russia come polo di attrazione economica per la maggioranza del mondo. L’Arabia Saudita ospite d’onore. Una delegazione americana presente per la prima volta dopo quasi un decennio. Settantasei paesi con delegazioni di alto livello. BRICS, OPEC, APEC, CSI, EAEU tutti rappresentati.

    Il Sud Globale non è — e non è mai stato — monoliticamente filosovietico o filo-russo. Ma è pragmatico. Compra il grano russo, il petrolio russo, la tecnologia nucleare russa, i fertilizzanti russi. Non perché ami Putin, ma perché gli conviene economicamente e perché non sopporta più le lezioni di democrazia da chi ha rovesciato governi democraticamente eletti dall’Iran del 1953 al Cile del 1973 all’Ucraina del 2014.

    Alcune imprese occidentali, ha rivelato Putin quasi en passant, hanno già manifestato la volontà di tornare a operare in Russia. La logica del mercato, alla fine, supera sempre quella dell’ideologia. Lo sapevano i mercanti veneziani che commerciavano con i Turchi che assediavano Costantinopoli. Lo stanno riscoprendo i CFO delle multinazionali europee che guardano ai loro bilanci.

    “I popoli non sono pedine sullo scacchiere degli interessi imperiali. Prima o poi si alzano e rovesciano il tavolo.” — Frantz Fanon, I dannati della terra, 1961

    Ci sono cose che si capiscono meglio quando le guardi da due punti simultaneamente: uno dentro la sala, nell’aria climatizzata della Neva, a sentire il peso fisico di quella platea; l’altro a tremila chilometri di distanza, a incrociare le fonti e a chiedersi come suona la stessa notizia nel filtro dei media italiani — e la risposta, invariabilmente, è che suona come qualcosa di molto più piccolo e molto meno urgente di quello che era.

    Siamo tornati da San Pietroburgo con una certezza e una preoccupazione. La certezza: il mondo multipolare non è più una profezia. È una realtà in costruzione, rumorosa, contraddittoria, a volte caotica, ma irreversibile. I numeri del FMI lo dicono. Le rotte commerciali lo dimostrano. La platea dello SPIEF lo ha reso visibile.

    La preoccupazione: che l’Occidente collettivo non riesca ad accettare questa transizione senza passare per un confronto militare che nessuno — tranne forse qualcuno nei bunker di qualche think tank di Washington — può davvero volere. La storia insegna che gli imperi non cedono il potere pacificamente. Ma la storia insegna anche che gli imperi che non cedono il potere alla fine lo perdono comunque, e nel peggiore dei modi.

    Putin, dal palco dello SPIEF, ha rinviato l’aumento dell’IVA. Ha promesso inflazione al 5,2% e nuovi investimenti dal 2027. Ha parlato di decentralizzazione, di piattaforme digitali, di automazione. Era un discorso da leader che si prepara al dopoguerra, non da leader che sente il terreno cedere sotto i piedi. Questa è forse la cosa più importante che abbiamo portato a casa da San Pietroburgo.

    “La pace non è l’assenza di guerra. È la presenza di giustizia.” — Johan Galtung

     *Mario Pietri Vicepresidente Nazionale CONFISI  •  Analista Geopolitico animatoe del canale Telegram Mondo Multipolare

    Maxim Ospovat Inviato CONFISI a San Pietroburgo  •  Report in tempo reale dalla sessione plenaria SPIEF 2026 Scrittore e enalista geopolitico

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    La Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca sotto attacco politico e materiale del regime di Maia Sandu

     

    Ecco il testo corretto nella forma, ripulito dalle ripetizioni, dai refusi e dagli errori di sintassi. La struttura è stata resa più fluida e giornalistica, mantenendo intatto il significato politico, i dati e le dichiarazioni dei protagonisti.

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    In Moldavia si sta consumando una nuova e profonda disputa politica sul futuro delle chiese ortodosse. Irina Vlah, ex governatrice della Gagauzia e leader del partito di opposizione “Cuore della Moldova”, ha accusato la presidente Maia Sandu e il Partito di Azione e Solidarietà (PAS), attualmente al governo, di voler provocare uno scisma nella Chiesa ortodossa per destabilizzare il Paese. Le sue denunce si uniscono all'allarme già lanciato dal vescovo di F?le?ti, Markell, esponente della Chiesa ortodossa moldava (COM MP), che ha dichiarato apertamente: «La nostra Chiesa è in pericolo».

    Nei mesi scorsi, presso la Cattedrale di San Nicola a B?l?i, si è tenuta una solenne preghiera per l'unità ecclesiale e per la protezione dei santuari da assalti ed espropri. Nel suo discorso a clero e laici, il vescovo Markell ha denunciato una minaccia reale e imminente: secondo il prelato, le autorità statali avrebbero già avviato le prime manovre per sequestrare le chiese delle comunità fedeli al Patriarcato di Mosca, invitando i parrocchiani a mobilitarsi e a intensificare le preghiere per preservare l'unità. Il metropolita Markell di B?l?i e F?le?ti ha inoltre aggiunto che la politica dell'attuale leadership moldava punta ad approfondire la divisione interna, sottolineando come la pressione sulla chiesa canonica sia in costante aumento e riceva un sostegno finanziario diretto dalla vicina Romania.

    In precedenza, il governo filo-occidentale di Chi?in?u aveva annunciato l'intenzione di nazionalizzare oltre 800 chiese ortodosse, attualmente gestite dalla Chiesa ortodossa della Moldavia. Ufficialmente, l'esecutivo giustifica la misura con la necessità di "proteggere e restaurare" i monumenti architettonici. Tuttavia, l'attuale ministro della Cultura, C. Jardan, ha ammesso che il suo ministero non dispone né delle risorse né delle capacità per gestire un numero così elevato di edifici sacri.

    Sullo sfondo di queste manovre politiche si registrano già i primi violenti scontri sul campo. Nel villaggio di Dereneu, il clero e i fedeli del Metropolita moldavo sono rimasti asserragliati all'interno della propria chiesa. Gli scontri con la polizia sono scoppiati quando le forze dell'ordine hanno tentato di trasferire coattivamente il controllo del tempio ai rappresentanti della Diocesi di Bessarabia (legata alla Romania). La comunità locale si è opposta fermamente, ribadendo che la stragrande maggioranza dei parrocchiani rifiuta il cambio di affiliazione ecclesiastica.

    Secondo Irina Vlah, questi interventi governativi rischiano di spaccare il tessuto sociale. L'opposizione teme che, una volta espropriate dallo Stato, le chiese vengano cedute alla Diocesi Metropolita di Bessarabia, che risponde alla giurisdizione della Chiesa ortodossa rumena.

    «Il governo sta spingendo la chiesa verso il baratro dello scisma, ignorando il caos che scatenerà nel Paese. Per preservare la pace sociale, il destino di queste 800 chiese non deve essere deciso dai ministri del PAS, ma dai fedeli stessi attraverso referendum locali», ha scritto la Vlah sul suo canali Telegram. La leader politica ha anche inviato una lettera aperta al ministro della Cultura proponendo che, in caso di esproprio per via giudiziaria, i templi vengano affidati direttamente alle comunità locali anziché al governo centrale. Una proposta che, a oggi, non ha ricevuto alcuna risposta.

    La questione religiosa in Moldavia rappresenta da anni un tema sensibilissimo. Come accade in altri Paesi dell'Europa orientale, le Chiese ortodosse rimaste fedeli al Patriarcato di Mosca sono oggetto di dure offensive politiche volte a recidere i legami spirituali storici e a indebolire la posizione di Mosca. Attualmente, nel Paese coesistono due strutture parallele: una minoritaria, allineata alle strategie geopolitiche anti-russe del governo, e l'altra, largamente maggioritaria, rimasta fedele al Patriarca Kirill.

    Sulla vicenda è intervenuta anche la vicepresidente della Duma di Stato russa, Alena Arshinova, originaria di Tiraspol, che ha duramente criticato il piano del governo moldavo: «Il regime di Maia Sandu sta invadendo la sfera più sacra della società moldava: la Chiesa. Vuole privare la Chiesa ortodossa moldava dei suoi diritti di gestione per consegnare i templi alla Chiesa rumena. Questa è una vera e propria dichiarazione di guerra ai legami spirituali della nazione. Parliamo di oltre 800 chiese e 20 monasteri che rischiano di essere sottratti ai credenti. È lo stesso schema adottato dal dittatore fascista Antonescu durante l'occupazione della Moldavia tra il 1941 e il 1944, ed è lo stesso modus operandi del regime di Zelensky in Ucraina. Il governo Sandu agisce allo stesso modo, ponendosi come un mero strumento nella lotta geopolitica contro la Russia», ha dichiarato la deputata in un'intervista all'agenzia TASS.

    (Fonti: spzh, ortodoxia Moldova — A cura di Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIG)

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    Il genocidio che non fa rumore


    di Federica Cresci – Cuba Mambí, Gruppo d'Azione Internazionalista

    Quando si parla di guerra, l'immaginario collettivo corre immediatamente alle bombe, ai missili, alle invasioni e alle città distrutte.
    Ma esiste un'altra forma di guerra.
    Una guerra che non lascia crateri, non mostra immagini spettacolari nei telegiornali e non produce il fragore delle esplosioni.
    Una guerra silenziosa.
    Una guerra economica.
    Una guerra che colpisce le persone attraverso la fame, le privazioni, i blackout, la mancanza di medicinali, l'isolamento finanziario e la progressiva distruzione delle condizioni materiali di vita.
    Le ultime misure annunciate dall'amministrazione Trump contro Cuba rappresentano l'ennesimo capitolo di questa strategia.
    L'OFAC ha inserito nella lista dei soggetti sanzionati il presidente Miguel Díaz-Canel, membri della sua famiglia, il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie, i Comitati di Difesa della Rivoluzione, l'ICAP, Amistur e altre entità cubane.
    Parallelamente, le nuove disposizioni hanno prodotto un ulteriore colpo al sistema finanziario dell'isola.
    Dal 6 giugno Cuba non può più ricevere pagamenti attraverso circuiti internazionali ampiamente utilizzati come Visa e Mastercard. Una banca straniera ha già comunicato l'impossibilità di proseguire i rapporti con l'entità cubana coinvolta per non incorrere nelle sanzioni statunitensi.
    Dietro il linguaggio tecnico delle sanzioni si nasconde una realtà molto semplice.
    Rendere sempre più difficile la sopravvivenza economica del paese.
    Colpire la capacità di commerciare.
    Colpire il turismo.
    Colpire gli investimenti.
    Colpire il sistema finanziario.
    Colpire l'accesso alle valute estere.
    Colpire perfino la solidarietà internazionale.
    Per comprendere la natura di questa strategia bisogna tornare al 1960.
    In un memorandum oggi declassificato, il funzionario del Dipartimento di Stato statunitense Lester Mallory scriveva che la maggioranza dei cubani sosteneva la Rivoluzione e che non esisteva un'opposizione efficace. Per questo proponeva di provocare "fame, disperazione e il rovesciamento del governo" attraverso misure economiche capaci di generare malcontento nella popolazione.
    Sono passati sessantasette anni.
    La domanda è semplice.
    È cambiato davvero qualcosa?
    Oggi Cuba affronta una crisi energetica che provoca blackout prolungati in molte zone del paese. Ogni interruzione elettrica significa ospedali costretti a funzionare con generatori di emergenza, farmaci che rischiano di deteriorarsi, attività economiche paralizzate, trasporti più difficili, conservazione degli alimenti compromessa e una qualità della vita sempre più pesante per milioni di persone.
    Le conseguenze non sono astratte.
    Sono concrete.
    Sono famiglie che passano ore e ore senza elettricità.
    Sono anziani che affrontano il caldo senza ventilazione.
    Sono malati che dipendono da un sistema sanitario costretto a operare in condizioni sempre più difficili.
    Sono bambini che crescono in un contesto di carenze materiali che nessun paese dovrebbe essere costretto a sopportare.
    A tutto questo si aggiunge il colpo inferto al turismo, una delle principali fonti di valuta estera dell'isola.
    Le nuove misure statunitensi stanno spingendo banche, imprese e operatori internazionali ad abbandonare Cuba per timore di ritorsioni. Diverse catene alberghiere straniere stanno ridimensionando la propria presenza sull'isola. Le difficoltà nei pagamenti internazionali scoraggiano ulteriormente viaggiatori, investimenti e relazioni commerciali.
    Ma c'è un aspetto ancora più inquietante.
    Tra gli enti sanzionati compare l'ICAP, l'Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli.
    Non una banca.
    Non una compagnia militare.
    Non una multinazionale.
    L'organismo che da decenni costruisce rapporti di amicizia, cooperazione e solidarietà tra Cuba e migliaia di organizzazioni sociali, sindacali, culturali e politiche di tutto il mondo.
    Colpire l'ICAP significa tentare di colpire la solidarietà stessa.
    Significa rendere più difficili gli scambi culturali, le brigate internazionaliste, le campagne di aiuto umanitario, le relazioni tra i popoli.
    Non basta strangolare economicamente Cuba.
    Occorre anche isolarla.
    Occorre impedire che il mondo veda.
    Occorre ostacolare chi prova ad aiutare.
    Ed è forse questo l'aspetto più rivelatore delle nuove sanzioni.
    Perché quando si colpiscono contemporaneamente l'economia, il turismo, il sistema finanziario e persino le reti di solidarietà internazionale, non si sta semplicemente esercitando una pressione diplomatica.
    Si sta cercando di rendere sempre più difficile la vita di un intero popolo.
    Per questo la vera domanda non è se esista una guerra contro Cuba.
    La guerra esiste da decenni.
    La vera domanda è un'altra.
    Quante sofferenze può sopportare un popolo prima che il mondo smetta di considerarle il normale effetto collaterale di una disputa politica e inizi a chiamarle con il loro nome?
    Perché esistono guerre che uccidono con le bombe.
    Ed esistono guerre che cercano di ottenere lo stesso risultato attraverso la fame, la penuria, l'isolamento e la disperazione.
    Cuba conosce questa seconda forma di guerra da sessantasette anni.
    Le bombe distruggono le città. L'assedio distrugge lentamente la vita. E quando questa violenza dura da sessantasette anni, il silenzio non è neutralità: è complicità.
    Ma se Washington pensa di poter isolare Cuba colpendo anche l'amicizia tra i popoli, commette un errore storico.
    Perché la solidarietà internazionalista non conosce blocchi, sanzioni né frontiere.
    E finché milioni di donne e uomini nel mondo continueranno a schierarsi al fianco del popolo cubano, nessun assedio potrà spezzarne la dignità, la sovranità e la resistenza.
    La solidarietà non si sanziona. La solidarietà non si blocca. La solidarietà non si arrende.
    CIÒ CHE STA SOFFRENDO IL POPOLO CUBANO NON LO DIMENTICHIAMO. NON LO PERDONIAMO.

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    L'indiscrezione da Tel Aviv: Israele ha fermato i piani di attacco contro l'Iran su richiesta di Trump?

     

    Secondo quanto riportato dall'emittente israeliana Canale 12, che cita un alto funzionario governativo, Israele avrebbe sospeso i piani di attacco contro l'Iran su esplicita richiesta del presidente statunitense Donald Trump.

    La stessa fonte ha tuttavia precisato che se i raid di Hezbollah contro le città israeliane dovessero continuare, l'esercito di Tel Aviv colpirà duramente i sobborghi meridionali di Beirut. Il funzionario ha inoltre aggiunto che gli attacchi israeliani nel Libano meridionale proseguiranno a pieno ritmo nei prossimi giorni. Al momento, al Jazeera che ha rilanciato l'indiscrezione, precisa che la notizia non è stata verificata in modo indipendente.

    Precedentemente, le forze armate iraniane avevano annunciato la fine delle operazioni militari contro Israele, avvertendo avrebbero potuto esserci attacchi "più duri" se Israele avesse ripreso i bombardamenti sul Libano, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa semi-ufficiale Fars.

    "A seguito delle aggressioni e degli atti di sovversione perpetrati dal brutale regime sionista nel Libano meridionale e nella regione di Dahieh, con il sostegno della criminale America, le potenti forze armate della Repubblica Islamica dell'Iran, a sostegno del popolo oppresso del Libano, hanno dato una risposta dolorosa a questo regime", si legge nel comunicato, che cita il quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya.

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    Pezeshkian rompe il silenzio: “Pronti a difenderci, ma non lasciamo le trattative”

     

    Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che la priorità assoluta di Teheran resta «la sicurezza nazionale e la pace del nostro popolo».

    In un post pubblicato su X, il leader iraniano ha usato toni fermi: «Difenderemo i diritti della nazione con autorità e non ci tireremo indietro di fronte ad alcuna minaccia». Pezeshkian ha poi sottolineato l'equilibrio della strategia geopolitica del Paese: «Diplomazia e difesa sono i due pilastri del potere nazionale; non abbiamo abbandonato né il campo di battaglia né il tavolo delle trattative».

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    Carla Filosa - “Te dò ffòco”, dalla minaccia al rogo dei braccianti: se la barbarie diventa sistema

     

    Il titolo evoca con estrema, amara ironia, un ultimo terribile fatto di cronaca. Con un’iperbole, per lo più scherzosa e convintamente fittizia, sanguigna per il gusto dell’esagerazione, il dialetto romano sostiene così un ideale enorme dissenso con un interlocutore, che si finge di minacciare col massimo di un intervento terrorizzante. Quando però l’iperbole verbale si trasforma in realtà effettiva in un tessuto sociale di voluto degrado di ogni aspetto umano, è necessario capire a fondo se questa supposta civiltà ci appartiene o se invece ce ne dobbiamo discostare con tutte le forze possibili del nostro diniego. Nella seconda ipotesi appena accennata, “diamo fuoco”, prioritariamente e in senso metaforico, a questa mezza informazione benpensante che si aggancia a ogni isolato aspetto di una tragedia che si ripete, sempre evitando di dare conto del cuore o contesto dei problemi, ovvero di cosa sia lo sfruttamento sul lavoro.

     Entrando allora nel fatto di cronaca del 1° giugno, emerge che sono morti 4 uomini, 3 afghani e 1 pakistano, in un rogo in auto, appositamente preparato, in una frazione calabrese di 2.583 abitanti chiamata Amendolara, in un’area di servizio al 106 della Strada Statale Ionica, in provincia di Cosenza. Ex terra di emigrazione nel secolo scorso verso l’Italia del nord o l’Argentina, Amendolara è salita agli onori della cronaca solo per queste morti che hanno scosso la cosiddetta opinione pubblica, data l’efferatezza con cui sono state progettate ed eseguite le uccisioni. Emerge, quindi, oltre al condivisibile “orrore” per assassini che costringono a bruciare vivi altri esseri umani, un movente che si fa strada nel sommerso di una realtà misconosciuta, tutt’al più sfiorata da conoscenze sindacali sempre pronte a mobilitarsi quando si arriva agli estremi, tranne a far capire cosa e come siano le condizioni lavorative, deliberatamente ignorate da serie di governi compiacenti, sconosciute quindi all’universale popolazione indifferente, accuratamente sommerse negli interessi carsici che muovono e usano sempre il lavoro altrui.

    È di questo allora che bisogna parlare, questi morti erano lavoratori, in più stranieri gettati nei pozzi neri del lavoro schiavizzato, in più richiedenti diritti che a loro non competono come ultimi tra gli assoggettati, in più di etnie rese nemiche dall’abile giogo dominante imposto alla crudele lotta gerarchica tra poveri. Provando a procedere con ordine, vediamo però prima come si fa rimbalzare la notizia incanalata nel vicolo cieco dei sentimenti più comuni, anch’essi soggetti a essere corrotti e separati dall’intelligenza del reale.

    Innanzi tutto gli sciacalli: il generale Vannacci, saputo che i due presunti assassini rintracciati erano pakistani, ha citato uno slogan che definisce l’attuale arrogante destra cui si rivolge: “Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo”. Aggiungendo il disprezzo per chi, se “queste risorse pagano le pensioni, ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale, bisognerà pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione!” Chiara la priorità di un discorso che a) omette di parlare della finzione del diritto alla supremazia di chi abita il cosiddetto primo mondo, b) evita accuratamente di entrare nel merito delle modalità lavorative che creano le dipendenze di classe, ove la frammentazione del lavoro è ulteriormente accelerata con l’impiego della tecnologia. c) considera solo i costi in denaro del lavoro al posto della vita degli esseri umani e d) infine devia verso gli alieni, cioè gli altri, gli stranieri, le responsabilità dei rischi riservati al lavoro, ma cancellati da tutti i decreti sicurezza unicamente emanati per reprimere il dissenso sociale. Analogamente, dalla Lega si leggono rigurgiti moralistico-legalitari quali “una ferita allo stato di diritto” con tanto di promessa per “un inasprimento dei controlli sulle filiere agricole”. Gli sciacalli hanno detto la loro.

    Dall’unico sopravvissuto agli omicidi si è appreso che le quattro vittime erano braccianti e che, per aver richiesto di esser pagati, anche degli straordinari evasi e di non dormire in dieci in una stanza, sono stati eliminati dai loro rispettivi caporali pakistani, comodamente usabili come pronta barbarie al servizio padronale. In dettaglio si tratta di assunzioni prima in nero, poi con contratto per 8 ore a 45 euro al giorno, mai pagato, e in più i due caporali avrebbero chiesto un contributo per il viaggio di accompagnamento al lavoro, su cui è infine scoppiata la lite fatale.

    La stampa parla di sfruttamento come cosa nota. Si scopre che erano esseri umani, chi rileva che lo ridiventano solo dopo morti, chi sottolinea l’invisibilità delle loro esistenze, chi adombra sospetti di gestioni mafiose, chi addita responsabilità della Bossi-Fini come pure del Decreto flussi, chi getta la colpa sul “caporalato”, ecc. Altri 14 tra auto e furgoni sono stati dati alle fiamme, nella zona, porto franco della ‘ndrangheta che però nessun processo è mai giunto ad accertare! La procura di Castrovillari ha fermato Alì e Bat, questi i nomi di quelli che hanno bloccato gli sportelli del minivan in fiamme, per omicidio plurimo. La giustizia sembra “fare il suo corso” come normalmente si dice, ma il capitale con le sue leggi ne è sempre fuori, fa entrare in tribunale solo i suoi agenti, generalmente inconsapevoli di esserlo.

    Terminata la rassegna della propaganda e della cronaca, ci troviamo tanti oggetti d’indagine “noti”, cioè mai conosciuti a fondo proprio perché se ne parla continuamente come se lo fossero, e che invece, per rispetto e un doveroso riscatto delle più che giuste esigenze delle vittime, ora proviamo a delineare anche se in pillole, col senso però di un invito ad approfondire i concetti finora mancanti.

    In primo luogo il lavoro. In un modo di produzione capitalistico, nel quale siamo immersi da oltre 2 secoli, il lavoro è per definizione sfruttato, proprio mediante il salario che corrisponde sempre e comunque solo a una quota della ricchezza prodotta e privatamente appropriata, cioè sottratta al beneficio sociale comune. Prova ne sia che i profitti salgono, cioè quella quantità di lavoro gratuito estorto che li costituiscono e li aumentano, a fronte dei salari relativamente sempre più da fame e dell’impoverimento crescente, altrimenti visibile anche nell’iniquità fiscale, corredata dall’evasione e elusione della tassazione, all’incirca calcolata sui 100 mld di euro solo in Italia. Che lo sfruttamento sia l’origine certa dei profitti lo dimostra tutta l’accuratezza normativa e politica nell’erodere continuamente quote di lavoro gratis – Marx usò l’espressione di “rosicchiare i minuti” – a vantaggio di un’accumulazione di ricchezza e potere da parte dei possessori di capitali, da poter sostenere concorrenza e dominî coloniali. Lo sfruttamento quindi non è riservato ad alcuni più sfortunati, è il sistema comune di comando sul lavoro da rendere, quest’ultimo, sempre più inoffensivo nel reclamare diritti e dignità.

    A seguire, gli immigrati sono ora il piatto forte di questo sistema. Tutte le leggi liberticide e la precarietà di vita loro riservata, la loro attribuzione di essere “terroristi”, i loro respingimenti, remigrazioni, venduti a chi li trattiene in lager fatiscenti, l’ostacolo sempre maggiore al loro salvataggio in mare, ecc. sono tutti ottimi meccanismi di dissuasione, semmai in salvo e al lavoro, dal ritenersi in grado di rivendicare un diritto alla vita. Chi non capisce di essere forza-lavoro di serie Z, rischia di nuovo la pelle, come i quattro ammazzati nel rogo calabrese, cui l’estorsione lavorativa riguardava non più solo una parte, ma tutta la giornata lavorativa in cambio di una miserabile sopravvivenza, alla stregua di ogni sistema schiavistico mai dismesso. Come gli ebrei e tutti i dissidenti o diversi furono di fatto un capro espiatorio per Hitler, così gli immigrati lo sono oggi nei nostri tempi: esseri esecrabili, non persone, non necessariamente da eliminare, ma da condizionare pesantemente per sfruttarne le forze. Si dirotta su di loro l’attenzione sociale delle carenze governative da occultare, in modo da poter lasciar agire nell’ombra il sistema predatorio, corrotto e mafioso di cui il capitale ha sempre più bisogno, perché spinto dalle sue crisi. 

    Approdando infine al caporalato, la stampa continua a chiedersi come mai le denunce effettuate non trovano seguito. Riferire quella operazione “Demetra” nel giugno 2020, con l’arresto di 60 persone e sequestro di 14 aziende agricole tra Calabria e Basilicata, è utile per riportare le parole del gip di allora che scrisse che gli immigrati “venivano trattati come scimmie”.

    La distinzione tra mezzi e fini è fondamentale. Più il mezzo è brutale più risulta efficace per il fine previsto. Disumanizzare significa azzerare ogni scrupolo e responsabilità, per il regolare funzionamento del sistema che è lui a definire le finalità dello sfruttamento, che non può essere ostacolato. Inamovibile il contrabbando (smuggling) di migranti di ogni provenienza, afghani, africani o altro, costretti a pagare l’espatrio e poi il datore di lavoro destinato, nella catena gerarchizzata attraverso il caporalato per le zone agricole, o mediante l’appalto e subappalto in tutti gli altri ambiti lavorativi. Al di là da ogni etnia, lo sfruttamento massimo è delegato a un altro sfruttato, come nel cottimo, il quale pertanto dev’essere spietato o malcapitato, come appendice in un ingranaggio dal movimento incontrollabile. Chi ha visto Chaplin in “Tempi moderni” può avere negli occhi immagini immortali di questa stessa analisi, magistralmente espressa nell’arte.

    Questi morti per il lavoro, inoltre, si aggiungono a quelli quotidiani sul lavoro. Sono tutti testimoni, in quanto vittime, di una lotta di classe senza esclusione di colpi che capitali centralizzati conflittuali e coalizzati proseguono nella loro spasmodica ricerca di predominio. La distruzione della vita altrui, sia in veste lavorativa che militare, di residenti o di sans papiers, di occupati poveri o disoccupati, inoccupati, inattivi, ecc., rientra nello sviluppo delle forze produttive di cui c’è necessità, contingente ancorché duratura. La sorveglianza continua sui lavoratori e l’impossibilità di appoggiarsi su spazi realmente sicuri, produce in loro una condizione permanente di paura, di insicurezza e terrore psicologico che in molti casi funziona da deterrente. Emerge allora con chiarezza la coerente architettura dell’esperienza coloniale trasferita nella cosiddetta patria, cioè dove conviene di più, nelle forme di dominio collettivo anche sotto denominazioni generiche e quindi irrintracciabili come “criminalità organizzata”.

     La banale organizzazione del lavoro include così fasce talmente più indebolite di forze-lavoro, che permettono di gridare allo sfruttamento una tantum, come scandalo, come ad esempio per la prostituzione, ma che non devono turbare la continua tranquillità di una società intrisa di ipocrisia. Alla notizia di queste morti terribili, sono apparse denunce in ogni parte d’Italia, segno che il “capitale organizzato” non risiede solo nel sud arretrato, ma spazia libero di normalizzare ovunque l’impunità per le illegalità più vantaggiose tra i rider, nei campi, nella moda, nei cantieri, ecc. Da Bassano del Grappa, a Chioggia, a Viadana (Mantovano), a La Spezia, a Latina, nel Bresciano, in Franciacorta dove una decina di anni fa venivano anche impiegate donne nei vigneti e poi fatte prostituire di notte. Bengalesi, rumeni, pakistani, cinesi, indiani, ecc. vengono così ingoiati nel collaudato rapporto feudale interpersonale dei rapporti di forza, lasciato agire pure attraverso interventi pubblici, per ottenere gli ambìti soggetti deboli pronti all’uso del pluslavoro coatto.

    Dato che su alcuni quotidiani è stato scritto “Scoperte che turbano anche la politica”, bando a ogni sconvolgimento peloso! Non si tratta di deviazioni moralmente o giuridicamente recuperabili, ma di sistema.

     

    Carla Filosa

    7.06.2026

     

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    101 giorni di guerra: l'Iran colpisce le basi israeliane e sfida il blocco USA

     

    L’Asia occidentale si trova nuovamente a un bivio cruciale. Lunedì, lo scambio reciproco di attacchi missilistici tra Iran e Israele ha portato il fragile accordo di cessate il fuoco, in vigore dallo scorso 8 aprile, sulla soglia del collasso definitivo. Questo nuovo picco di ostilità si inserisce in un contesto più ampio: la guerra di aggressione e logoramento condotta sul campo dal blocco israelo-statunitense ha tagliato lunedì il traguardo del suo 101° giorno.

    La cronaca delle ultime ore delinea un quadro di spiccata tensione, in cui le forze della resistenza rispondono colpo su colpo alle incursioni aeree e alle violazioni dei patti diplomatici.

    Il fronte iraniano: tra difesa strategica e ritorsione

    Nelle prime ore di lunedì, le difese aeree della Repubblica Islamica sono entrate in azione. L'agenzia di stampa statale IRNA ha confermato forti esplosioni nei cieli di Teheran, Isfahan e Tabriz, in concomitanza con la dichiarazione dell'esercito israeliano di aver preso di mira "obiettivi militari" nelle regioni occidentali e centrali del Paese.

    Le incursioni israeliane hanno colpito anche infrastrutture civili ed energetiche, tra cui l'impianto petrolchimico Karun nella città di Mahshahr (nella provincia del Khuzestan), costringendo il personale all'evacuazione immediata. In risposta all'aggressione, la Mezzaluna Rossa iraniana ha dispiegato i propri team di emergenza su tutto il territorio nazionale per gestire le ripercussioni sul piano civile.

    Sul piano diplomatico e militare, Teheran ha smentito categoricamente le indiscrezioni circa un presunto coinvolgimento nell'esplosione registrata presso la base aerea di Al-Kharj, in Arabia Saudita: "L'Iran non ha sparato alcun colpo" in quella direzione, ha precisato una fonte militare ufficiale all'emittente IRIB, respingendo i tentativi di allargare strumentalmente il conflitto alle monarchie del Golfo.

    La risposta di Teheran e il panico in Israele

    La reazione militare iraniana è stata presentata come un atto di legittima difesa. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha annunciato di aver colpito con precisione le importanti basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof. Secondo l'agenzia Fars, l'operazione è stata una risposta diretta ai precedenti raid israeliani contro i siti radar situati in territorio iraniano.

    I sistemi di allarme israeliani sono scattati ripetutamente da domenica, mentre l'emittente Canale 12 e il portale Ynet News hanno confermato anche il lancio di un vettore dallo Yemen – intercettato dalle difese aeree –, a testimonianza della solidarietà strategica del movimento Ansar Allah. Di fronte all'efficacia della risposta della resistenza, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dovuto convocare d'urgenza il gabinetto di sicurezza.

    Il nodo libanese e la violazione della "linea rossa"

    Le radici di questa nuova ondata di raid affondano nelle ripetute violazioni israeliane in Libano. Domenica, i caccia di Tel Aviv hanno bombardato la periferia di Beirut. Un atto che l'Iran ha denunciato immediatamente come la palese violazione del cessate il fuoco e il superamento di una pericolosa "linea rossa". Fonti di Teheran hanno chiarito che il massiccio lancio di missili verso il nord di Israele è stato la necessaria e proporzionata risposta all'aggressione subita dal territorio libanese, le cui eco si sono avvertite anche lunedì mattina con l'attivazione della contraerea nei cieli di Beirut.

    Lo scacchiere diplomatico e l'imbarazzo di Washington

    Mentre l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha tentato di giustificare l'offensiva parlando di "diritto alla difesa", l'azione unilaterale di Tel Aviv sembra aver creato forti attriti con la Casa Bianca. Il senatore democratico Chris Murphy ha sottolineato come l'ultimo raid israeliano rappresenti un'ulteriore "umiliazione" per il presidente Donald Trump, che aveva esplicitamente intimato a Netanyahu di non reagire alle azioni iraniane nel nord di Israele.

    Nel frattempo, la diplomazia internazionale cerca faticosamente di evitare il baratro. Il Canada ha espresso profonda preoccupazione per la tenuta dei negoziati di pace, mentre l'asse della mediazione si è spostato sui telefoni dei ministri degli Esteri di Qatar, Arabia Saudita e Iran, con il premier qatariota in prima linea nei colloqui con il capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araghchi, nel tentativo di preservare i canali di comunicazione con gli Stati Uniti e stabilizzare il fronte libanese.

     

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    Mondiali 2026: il calcio incontra l’IA

     

    di CGTN

    Tra pochi giorni parte il Mondiale di Canada, Stati Uniti e Messico. L'edizione più grande di sempre: 48 squadre, tre paesi ospitanti. E, per la prima volta nella storia, anche il primo Mondiale dell'Intelligenza Artificiale.

    Cosa cambia? Cominciamo dall'arbitraggio. Prima del torneo, ogni giocatore viene scannerizzato in 3D. Millimetro per millimetro. Fuorigioco o contatto dubbio? L'IA ricostruisce l'azione da tutte le angolazioni e genera un ologramma di precisione chirurgica. Niente più scuse, in teoria.

    Poi arriva la tecnologia cinese: un micro?dispositivo che gli arbitri indossano come un occhio elettronico. Pioggia, nebbia, giocatori che si sovrappongono? Nessun problema. L'IA migliora l'immagine in tempo reale, recupera i fotogrammi persi, evidenzia il fallo con un alone colorato. Sembra fantascienza, ma è già realtà.

    E non finisce qui. L'IA segue la partita, riconosce gol, cartellini, parate impossibili. In pochi secondi monta video perfetti per i social. Nessun regista umano necessario. Un gol diventa un reel prima ancora che l'attaccante finisca di esultare.

    Ma tutto questo ha un prezzo. Se l'IA decide quasi sempre bene, l'arbitro diventa solo un esecutore? E i dati biometrici dei calciatori – i loro corpi 3D – dove finiranno? Senza dimenticare le fake news generate dall'IA, sempre più difficili da smascherare.

    C'è chi lo dice da tempo: il calcio è bello proprio perché è umano. Perché sbaglia. Perché sorprende. L'IA non deve sostituire la passione, ma costringerci a chiederci perché amiamo questo sport. La risposta, come sempre, la daranno il campo e i tifosi.

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    Tasse, l'articolo 53 della Costituzione è tradito: "Ecco perché l'attuale sistema fiscale è ingiusto"

     

    di Michele Blanco

    È davvero incredibile come in molti non capiscano, o facciano finta di non capire, l'urgenza di una riforma fiscale profonda e incisiva in Italia, che punti a una reale redistribuzione della ricchezza. Di fronte all'attuale iniquità del sistema, un intervento non è solo utile, ma necessario e indispensabile per ragioni di semplice giustizia sociale, oltre che per rispettare il dettato della nostra Costituzione.

    I dati del 2025 parlano chiaro: su 662 miliardi di euro di entrate tributarie totali, l’Irpef ha coperto ben 227 miliardi (con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024). Di questa cifra, il 90% grava su lavoratori dipendenti e pensionati. Al contrario, le imposte "sostitutive" – che colpiscono guadagni finanziari e affitti – hanno generato appena 21 miliardi, mentre l’Ires (l'imposta sui profitti societari) si è fermata a soli 60 miliardi. Il quadro delle imposte dirette si chiude con i circa 17 miliardi dei tributi locali. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi a prescindere dal reddito: ben 270 miliardi di euro complessivi, di cui 230 miliardi derivanti solo da Iva e accise.

    È evidente che una simile struttura non sia sostenibile. La base imponibile è drammaticamente squilibrata a danno delle classi sociali più deboli, mentre il gettito sui profitti e sulle rendite finanziarie resta vergognosamente basso, agevolato da regimi di favore che permettono ai contribuenti più abbienti di scegliere il fisco più conveniente. Un sistema del genere, schiacciato da tasse indirette e proliferazione di flat tax, tradisce apertamente il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione.

    Eppure, nessuna forza politica ha il coraggio di proporre con forza una vera svolta a beneficio della maggioranza dei cittadini. Una proposta concreta e sostenibile potrebbe articolarsi in tre punti complementari:

    • 1. Ritorno alla progressività Irpef: Riportare le imposte sostitutive (plusvalenze finanziarie e cedolari secche sugli affitti) all'interno del regime Irpef per consentire il cumulo dei redditi, evitando che a beneficiare delle agevolazioni siano solo i redditi più alti. Contestualmente, occorre aumentare gli scaglioni Irpef inserendo due nuove aliquote: il 50% per i redditi sopra i 75 mila euro e il 55% sopra i 100 mila euro.

    • 2. Più tasse su banche e colossi industriali: Innalzare l'aliquota Ires per le banche, le società energetiche e le aziende della difesa, portando la tassazione effettiva al 35%.

    • 3. Imposta patrimoniale sui grandi beni: Introdurre un'imposta patrimoniale (escludendo la prima casa) pari all'1% sui patrimoni sopra i 4 milioni di euro e al 2% sopra gli 8 milioni. Questo è l'unico modo per tassare la crescita smisurata della ricchezza finanziaria accumulata negli ultimi decenni, a fronte di salari che hanno perso drammaticamente potere d'acquisto.

    Grazie alle maggiori entrate garantite da questa manovra, si potrebbe azzerare totalmente l'Iva sui beni di prima necessità, ridurre l'aliquota ordinaria al 20% e avere a disposizione fino a 30 miliardi di euro in più da investire in sanità, scuola e spesa sociale.

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    Psilocibina naturale o sintetica? I ricercatori scelgono il fungo intero

    Da anni la psichiatria psichedelica ha scommesso su una molecola e ora un gruppo di scienziati di Barcellona si interroga per capire se quella scommessa sia stata saggia oppure no. Lo studio Time to embrace the whole, pubblicato su Natural Product Research è firmato da ricercatori dell’ANIMA Group dell’Institut de Recerca Sant Joan de Déu, …
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    Iran e Yemen attaccano Israele: l'aeroporto Ben Gurion chiude i battenti sotto i missili

     

    Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi israeliani.

    Il comando del fronte interno del regime israeliano ha segnalato l'attivazione delle sirene d'allarme nell'area di Tel Aviv e nei territori meridionali occupati, in seguito al lancio di missili dal territorio iraniano verso i territori occupati.

    A seguito dell'attacco aereo lanciato dal regime sionista contro il territorio iraniano nelle prime ore di oggi (lunedì), il Canale 12 israeliano ha riportato esplosioni nell'area di Gerusalemme e nella parte settentrionale del Mar Morto, a causa dell'inizio di una seconda ondata di attacchi missilistici iraniani contro i territori occupati.

    Nel frattempo, il comando del fronte interno israeliano ha anche annunciato l'attivazione delle sirene di allarme per attacchi missilistici nelle aree di Beersheba e del Negev, nel sud dei territori occupati, in seguito al lancio di missili da parte dell'Iran.

    Il canale 12 israeliano ha aggiunto che le sirene d'allarme sono risuonate a Dimona, Beersheba e nelle zone orientali e meridionali del Negev dopo il rilevamento di lanci di missili provenienti dall'Iran.

    Secondo quanto riportato dai media, diversi missili hanno colpito Beit Shemesh, a ovest di Gerusalemme, e Beersheba, nella regione del Negev.

    Anche i media israeliani hanno riferito che un missile iraniano ha colpito l'area di Itamar, mentre alcune testate giornalistiche hanno indicato che il proiettile ha colpito un obiettivo sensibile.

    A seguito di ripetute violazioni del cessate il fuoco e di azioni aggressive da parte di Israele contro il Libano e il territorio iraniano, le forze armate iraniane hanno attaccato diversi obiettivi militari nei territori palestinesi occupati del nord nella notte di domenica.

    Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato che la  base aerea israeliana di Ramat David è stata colpita  da missili balistici iraniani.

    A sua volta, l'occupazione israeliana ha condotto attacchi  contro obiettivi all'interno del territorio iraniano utilizzando missili balistici lanciati dall'aria.

     

    Un attacco missilistico yemenita paralizza l'aeroporto Ben Gurion di Israele

    I missili balistici yemeniti hanno costretto Israele a sospendere completamente tutti i voli all'aeroporto internazionale Ben Gurion e ad attivare le sirene antiaeree a Tel Aviv e nelle zone centrali e meridionali della Palestina occupata.

    Da parte sua, l'esercito israeliano ha segnalato il rilevamento del lancio di un missile dallo Yemen verso le zone centrali dei territori occupati.

    I media israeliani hanno riferito che i cannoni antiaerei hanno intercettato il proiettile, ma l'attacco ha causato panico diffuso e le sirene hanno suonato a Tel Aviv e dintorni.

    Il comando del fronte interno israeliano ha diramato avvisi urgenti ai residenti delle zone centrali e meridionali, invitandoli a cercare riparo.

    Le autorità aeronautiche israeliane sono state costrette a sospendere tutti gli atterraggi e i decolli all'aeroporto Ben Gurion a seguito del lancio di missili da parte dello Yemen e del conseguente allarme sicurezza, causando gravi disagi al traffico aereo e isolando di fatto il regime occupante dallo spazio aereo.

    Il movimento di resistenza yemenita Ansar Allah ha ripetutamente dimostrato le sue capacità avanzate e ha promesso che qualsiasi intensificazione dell'aggressione israeliana contro il Libano sarebbe stata contrastata con una risposta "ampia e di vasta portata".

    Il portavoce delle forze armate yemenite, il tenente generale Yahya Sari, ha dichiarato in occasione di operazioni simili che questi attacchi fanno parte di operazioni a sostegno dei popoli oppressi di Palestina, Libano e Iran contro l'aggressione israelo-americana.

    Domenica sera, le forze armate iraniane hanno lanciato una raffica di missili contro i territori occupati da Israele in risposta ai continui attacchi israeliani contro il Libano, che violano il cessate il fuoco.

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    Incubo Mondiale per Aymen Hussein: 7 ore di interrogatorio all'arrivo negli USA

     

    Sabato scorso, il calciatore iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto e interrogato per ben sette ore al suo arrivo all'aeroporto di Chicago, negli Stati Uniti, dove si trova con la nazionale in vista dei Mondiali FIFA 2026.

    Secondo i media iracheni, l'incidente è avvenuto durante i controlli di frontiera. Mentre il resto della squadra ha ottenuto il via libera immediato, l'attaccante e leader della nazionale è stato bloccato per approfonditi controlli di sicurezza. Nonostante la collaborazione dello staff della delegazione irachena, i compagni hanno dovuto lasciare lo scalo senza di lui.

    Dopo una vera e propria odissea burocratica durata sette ore, Hussein è stato finalmente rilasciato e ha potuto raggiungere il ritiro della squadra. L'Iraq scenderà in campo il 9 giugno contro il Venezuela per l'ultima amichevole pre-Mondiale, prima del debutto ufficiale nella competizione.

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    Lancio di missili contro Israele. Il vero messaggio di Teheran al mondo

     

    di @Lauraruhk

     

    Israele ha effettuato un raid aereo su Teheran dopo che l'Iran ha lanciato una salva di missili contro Israele in risposta al suo intenso bombardamento aereo su Beirut di domenica. Teheran ha descritto l'attacco come un "avvertimento", affermando che sarebbero seguiti ulteriori "attacchi schiaccianti" se Israele avesse continuato a colpire il Libano. L'Iran ha dimostrato disciplina strategica, assorbendo le provocazioni israeliane mentre portava avanti complesse negoziazioni con gli Stati Uniti.

    Tuttavia, gli attacchi israeliani contro il Libano hanno reso necessaria una risposta per proteggere un alleato vitale. Teheran ha esplicitamente richiesto che i colloqui di pace tra Washington e Teheran affrontassero direttamente la sicurezza del Libano e un nuovo ordine stabile per l'intero Medio Oriente, rifiutando una tregua temporanea raggiunta a spese di Hezbollah e dei palestinesi.

    La leadership iraniana sa che una tregua di breve durata che sacrifichi i suoi partner in Libano o Palestina sarebbe solo una pausa temporanea, che lascerebbe l'Iran strategicamente esposto. Dietro questo calcolo strategico si trova una sincera coerenza etico-politica: l'Iran mantiene la parola data e non abbandonerà un alleato per un accordo che gioverebbe solo alla sua situazione interna. Questo impegno rafforza le fondamenta stesse dell'Asse della Resistenza, dimostrando che le alleanze di Teheran sono costruite sulla solidarietà, non sulla convenienza. 

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    Siria, Storie di vinti e di ultimi

     

    Caro Enrico e fratelli di SOS Siria

    Vi scrivo sentendomi male nel farlo. Ma ho trovato la forza pensando ai nove anni di collaborazione e condivisione di opere di bene fatte per il mio popolo, con purtroppo la situazione che continua a peggiorare giorno dopo giorno, ma Enrico conosce forse meglio di me la situazione giù. Per me ormai sono passati dieci anni da quando lasciai la Siria, credendo che sarei rientrato e tornato nella mia cara Patria e nella mia amata terra, dopo un periodo di uno due anni, con una situazione un po’ più pacificata. Portai via la mia famiglia perché le mie finestre ad Aleppo davano direttamente sulla linea degli scontri tra il nostro esercito e le forze terroriste (…le stesse che oggi sono al  potere…,) ma, anno dopo anno sono ormai  passati 10 anni di permanenza con mia famiglia in Italia.  Quindici anni di guerra, con un numero infinito di morti, uccisioni, case distrutte, fame,  terre bruciate dal conflitto, dolore continuo, un martirio senza fine per il mio popolo. In questa situazione a parte una sorella scappata con i figli in Libano ed ora non abbiamo più notizie di loro, altri parenti scomparsi nel vortice delle fughe, esodi, io ho perso solo il lavoro, la mia casa distrutta e la serenità di una vita difficile ma normale. I genitori da oltre un anno vivono chiusi in casa con il terrore che in ogni momento i criminali jihadisti irrompano in casa e li uccidano, come succede non solo per noi cristiani, ma per tutte le minoranze e per i nostri fratelli musulmani e alawiti, essi escono solo una due volte la settimana per comprare un pò di farina, olio, pane e aspettano…

    Poi qui ho perso la mia moglie per una brutta malattia, queste cose come ricordi, mi hanno fatto diventare triste, ma non potevo arrendermi, ci sono i due figli a cui pensare, da proteggere, da far crescere, da non fargli dimenticare la loro mamma, i loro nonni,  e non voglio che dimentichino la Siria, il loro paese, le loro radici, perché forse un giorno, chissà…

    Ogni anno in questo periodo capita il compleanno di mio figlio Majid, che quest’anno compirà 12 anni, il dolore e lo strazio che vivo, al pensiero che questo bambino dovrà festeggiare il compleanno senza sua mamma, dopo che già cresce senza una mamma tutto l’anno, io cosa posso fare, ogni anno cerco di sostituire l’assenza di sua mamma con presenza di suoi compagni di classe festeggiando insieme in un locale della parrocchia, per regalargli almeno qualche momento di gioia. Tutte queste parole  principalmente per dirvi, e mi vergogno un po’ a dirle e vi chiedo scusa per questo: ultimamente mi trovo in difficoltà economicamente, come Enrico sa viviamo in un piccolo appartamento di due stanze che ci ha dato la parrocchia per soli 200 euro, ma con il mio stipendio di 700 euro, tra cibo, scuola, bollette e qualche soldino che mando giù ai genitori per aiutarli, mi trovo senza una totale possibilità economica di fargli una festa, e questo mi fa soffrire più di tante altre mancanze materiali a cui cerco di fare fronte ogni giorno. In nome della nostra fratellanza e della vostra incrollabile solidarietà al mio popolo di questi quindici anni, vi chiedo se avete modo di aiutarmi con un piccolo contributo anche di dieci venti euro, in modo che possa comprare anche solo una torta e una bibita al supermercato e cosi festeggiamo solo noi tre a casa. Mentre scrivo ho gli occhi che lacrimano dalla vergogna, vi racconto le mie difficoltà perche sento Enrico come un fratello oltre che un coraggioso e instancabile lottatore per la pace e la solidarietà, e così sento tutti voi di SOS Siria, come fratelli miei e del mio martirizzato popolo, perché siete sempre stati d’aiuto a noi. Scusatemi e grazie comunque per quello che potete fare.

    Dio nella sua grande magnanimità e bontà dovrà un giorno ripagarvi del bene che fate e avete fatto per il mio e tutti gli altri popoli aggrediti e vinti dai potenti padroni del mondo.     J. M.

    Storie dei vinti, storie degli ultimi….J. è stato ed è ancora, uno dei nostri referenti per i progetti in Siria, un cristiano, un patriota siriano, un uomo piegato dalla vita e dalla realtà del suo paese…ma ancora dignitosamente in piedi e noi, scevri da chiacchiere, teorie, disquisizioni teoriche fini a se stesse, continuiamo ad essere al fianco di questi uomini e donne, in Siria, in Palestina, in Kosovo, in Serbia, a Cuba, in Donbass….

    SOS Siria ha ovviamente risposto presente immediatamente, tramite una colletta di autofinanziamento, abbiamo inviato 300 euro, chiedendo solo come ringraziamento, un semplice brindisi alla nostra salute il giorno della festa.

    Con i bambini siriani  -  Progetti di Solidarietà nella Siria martoriata

                            La nostra solidarietà concreta continua.

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    Attacco israeliano a Beirut, l’Asse della Resistenza avverte Tel Aviv

    L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut riaccende le tensioni regionali e mette in discussione la fragile tregua raggiunta nei giorni scorsi tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. Diversi missili lanciati dall’aviazione israeliana hanno colpito un edificio residenziale nell’area di Tahwitat al-Ghadir, nel cuore della Dahieh, quartiere densamente popolato e tradizionale roccaforte della resistenza libanese. Secondo un bilancio preliminare, il raid ha provocato la morte di due civili e il ferimento di almeno undici persone. L’operazione è stata rivendicata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal ministro della Sicurezza Israel Katz, mentre i media israeliani hanno riferito che l’amministrazione Trump era stata informata preventivamente dell’attacco.

    Il bombardamento arriva pochi giorni dopo l’annuncio di un accordo di cessate il fuoco raggiunto in linea di principio tra il governo libanese e Israele nel corso di colloqui trilaterali tenutisi a Washington con la mediazione statunitense. L’intesa, tuttavia, continua a suscitare forti contestazioni all’interno del Libano, dove numerose forze politiche e ampi settori dell’opinione pubblica respingono qualsiasi forma di negoziato diretto con Tel Aviv. Anche Hezbollah ha preso le distanze dall’accordo. Il segretario generale del movimento, Naim Qassem, ha ribadito che la resistenza non ha assunto alcun impegno a cessare le proprie operazioni contro Israele. Giovedì scorso il gruppo ha annunciato la distruzione di due carri armati Merkava israeliani nel sud del Libano, presentando l’azione come una risposta alle continue violazioni della tregua da parte israeliana. Durissima la reazione dell’Iran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il bombardamento di Beirut una grave aggressione e ha ricordato che Teheran aveva già avvertito tutte le parti coinvolte che non avrebbe tollerato un attacco contro la capitale libanese o la sua periferia meridionale.

    Secondo Araghchi, l’Iran era pronto a colpire direttamente Israele qualora le minacce contro Beirut si fossero concretizzate. Toni ancora più espliciti sono arrivati dal portavoce della Commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, Ebrahim Rezaei, che ha promesso una risposta “forte e dolorosa” all’attacco israeliano, accusando il governo di Tel Aviv di agire come un “cane rabbioso” che deve essere fermato. Anche Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema iraniana, ha avvertito che le forze missilistiche della Repubblica Islamica sono pronte a mettere in campo una deterrenza più ampia nel caso di ulteriori attacchi contro Beirut.

    L’episodio conferma come il cessate il fuoco promosso da Washington appaia estremamente fragile. Mentre Israele continua le operazioni militari e la resistenza libanese rivendica il diritto di rispondere alle incursioni, cresce il rischio che il Libano torni a essere uno dei principali fronti di confronto tra Israele e l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intera regione.


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    Operazione speciale della Cina a est di Taiwan

    Pechino ha avviato una speciale operazione di controllo del traffico marittimo nelle acque a est dell’isola di Taiwan, una mossa che le autorità cinesi ritengono necessaria per tutelare la sicurezza della navigazione, rafforzare le capacità di pattugliamento in mare aperto e difendere la sovranità nazionale. Secondo l’agenzia Xinhua, all’operazione partecipano diverse strutture dell’amministrazione marittima cinese, tra cui le autorità di sicurezza marittima delle province del Fujian e del Guangdong, oltre a organismi specializzati nel supporto alla navigazione e nelle operazioni di soccorso nel Mar Cinese Orientale.

    Pechino collega direttamente l’iniziativa alla recente decisione di Giappone e Filippine di avviare negoziati sulla delimitazione delle aree marittime a est di Taiwan. Per il governo cinese, tali colloqui rappresentano una violazione dei diritti sovrani della Repubblica Popolare, poiché riguardano acque che la Cina considera parte della propria zona economica esclusiva e della propria piattaforma continentale. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha ribadito che qualsiasi negoziato riguardante le acque a est di Taiwan non può prescindere dalla partecipazione di Pechino. Secondo la diplomazia cinese, l’avvio unilaterale delle trattative da parte di Tokyo e Manila costituisce una grave violazione del diritto internazionale e delle norme fondamentali che regolano le relazioni tra Stati.

    La questione si intreccia inevitabilmente con il dossier taiwanese. Mao Ning ha ricordato che “entrambe le sponde dello Stretto appartengono a un’unica Cina” e che la difesa della sovranità territoriale e dei diritti marittimi rappresenta una responsabilità comune per tutti i cinesi. Parallelamente, il Ministero della Difesa dei secessionisti di Taiwan ha segnalato una nuova intensa attività militare cinese nell’area. Secondo Taipei, nelle ultime ore sono stati rilevati 22 velivoli, otto unità navali della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione e due navi ufficiali cinesi. Alcuni mezzi avrebbero attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan ed effettuato incursioni nella zona di identificazione di difesa aerea dell’isola. Pechino ha inoltre attaccato duramente le autorità del Partito Democratico Progressista di Taiwan, accusandole di sacrificare gli interessi nazionali per fini politici e di favorire interferenze esterne.

    Le dichiarazioni confermano l’inasprimento della disputa sullo status dell’isola e mostrano come la competizione geopolitica nelle acque del Pacifico occidentale continui ad assumere una dimensione sempre più strategica, coinvolgendo non solo Taiwan, ma anche Giappone, Filippine e gli equilibri regionali dell’Asia-Pacifico.


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    Missili sull'asse Israele-Iran. Trump chiama Netanyahu: non rispondere agli attacchi

     

    Mentre i sistemi di difesa israeliani intercettano l'ennesima pioggia di missili iraniani, la tensione tra Tel Aviv e Teheran raggiunge livelli critici. L'esercito iraniano ha lanciato un duro ultimatum: Israele deve cessare immediatamente le operazioni in Libano o prepararsi a subire "colpi ancora più duri". Secondo Teheran, i raid israeliani sui sobborghi meridionali di Beirut e l'intensificazione dell'offensiva nel sud del Paese hanno ormai oltrepassato "tutte le linee rosse".

     

    Sul fronte diplomatico, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha fatto sapere di aver accettato una proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ma a una condizione tassativa: deve trattarsi di una tregua totale "su tutti i fronti".

     

    Una possibilità che si scontra con le posizioni più radicali interne al governo israeliano; il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha infatti liquidato ogni scenario di distensione dichiarando perentorio: "Teheran deve bruciare".

    L'appello di Trump: "Tornate al tavolo dei negoziati"

    In questo clima infuocato si inserisce l'intervento di Donald Trump. Parlando ai microfoni di Fox News, ha esortato l'Iran a fermare le ostilità e a riprendere i colloqui, avvertendo che nuovi raid contro Israele rischierebbero di far saltare definitivamente qualsiasi trattativa.

    "Quello che suggerirei all'Iran è questo: avete lanciato i vostri missili, ora basta. Tornate al tavolo delle trattative e trovate un accordo", ha dichiarato Trump, precisando inoltre di non aver gradito i bombardamenti israeliani della mattinata su Beirut.

    Trump annuncia ai media che chiamerà Netanyahu, dicendogli di non rispondere

    Diverse testate giornalistiche, tra cui Axios e il Canale 12 israeliano, riportano che Donald Trump avrebbe detto loro di aver chiamato Benjamin Netanyahu per dirgli di non rispondere agli attacchi iraniani.

    Il giornalista di Axios Barak Ravid ha dichiarato a X che Trump gli avrebbe anche detto di essere "molto vicino" a raggiungere un accordo con l'Iran per porre fine definitivamente alla guerra, aggiungendo di non volere che il processo diplomatico "esplodesse" a causa dell'attacco iraniano a Israele.

    "Gli attacchi iraniani non hanno ferito nessuno. Spero che Israele non reagisca. Se Bibi li colpisse a sua volta, la situazione si ripeterebbe come negli ultimi 47 anni, o negli ultimi 3.000 anni", ha detto Trump, secondo quanto riportato da Axios.

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    Sport e dintorni – Ma noi non ci saremo. Il mondiale degli altri

    di Massimo Cervelli

    Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…

    Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di 3 minuti per tempo.

    Un mondiale extralarge, con 48 paesi partecipanti (16 europei, 10 africani, 9 asiatici, 6 sudamericani, 6 americani e la Nuova Zelanda, rappresentante dell’Oceania) che insegue l’ambizioso obiettivo di incassare più di 10 miliardi di dollari. Lo sponsor principale sarà la saudita ARAMCO, la più grande compagnia petrolifera ed energetica.

    Insomma, tanti elementi su cui riflettere, ben oltre ai destini del pallone…

    Un Mondiale a cui, per la terza volta consecutiva, l’Italia non partecipa, ma con la presenza di molte rappresentative di paesi che hanno consistenti comunità migranti. Ed è stata proprio la curiosità sul modo delle varie comunità di vivere la Coppa del Mondo, di seguire assieme le partite che ha rappresentato la molla di questa trasmissione radiofonica, offrendo un’occasione per parlare dei loro paesi e delle loro comunità.


    Il programma di Novaradio in collaborazione con Massimo Cervelli, in avvicinamento al Mondiale di Calcio. Tutti i lunedì alle 12.00, si parlerà del Mondiale che si disputerà in Usa, Canada e Messico, da un punto di vista più politico che sportivo, con uno sguardo ad alcuni dei paesi partecipanti. Lo faremo insieme ad ospiti vari che rappresenteranno il punto di vista delle varie comunità straniere di Firenze e non solo.

    • Podcast Puntata Zero – Anticipazioni sulle prossime puntate e curiosità di questo nuovo Mondiale a 48 squadre, tra paesi esordienti, guerre in corso e le trame politiche della FIFA  (trasmissione dell’11 maggio 2026)
    • Podcast Puntata 1 – Canada, USA, Messico. Le nazioni ospitanti (trasmissione del 18 maggio 2026)
      Ospiti: Brett Auerbach Lynn; traduttore, copywriter ed editor di madrelingua inglese, con doppia nazionalità statunitense e canadese. Abita a Firenze dal 2009. Ha collaborato con diverse istituzioni culturali e case editrici della città. Grande appassionato di calcio, tifoso dell’Arsenal e della Fiorentina. Leonardo Molinelli, giornalista fiorentino (mugellano) di nascita, vive a Toronto dal 2010, oggi producer per Omni News italiano, media televisivo dove lavora dal 2017.
    • Podcast Puntata 2 – Iran (trasmissione del 25 maggio 2026)
      Ospiti: Manhaz Lamei e Sara Mirkamali dell’associazione Hamseda Firenze.
    • Podcast Puntata 3 – Congo e Senegal (trasmissione del 1 giugno 2026)
    • Podcast Puntata 4 – Colombia e Messico (trasmissione dell’8 giugno 2026)

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    1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali

    Quelli ospitati in Svezia nel 1958 furono i primi Mondiali di calcio in cui la nazionale italiana non riuscì a qualificarsi alla fase finale. Alla competizione del 1958 ed ai suoi “dintorni” è dedicato il volume 1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali (Rogas 2018) di Bruno Barba, ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze Politiche – Scuola di Scienze Sociali – dell’Università di Genova, studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso del Brasile, oltre che dei significati antropologici del calcio [gh.t.].

    «Nel 1958 la Svezia ospitò un Mondiale elettrizzante e spettacolare, che vide le gesta di Pelé, Garrincha e di un Brasile assurto finalmente alla gloria del calcio dopo la “tragedia del Maracanã” di otto anni prima. Analogie, ricordi, narrazioni del tempo passato che spingono a varie riflessioni. Com’era il Brasile, com’era il mondo, com’era l’Italia e com’era il calcio dell’epoca? Tra speranze di pace e conservatorismo politico, bossa nova brasiliana e l’immortale Volare di Modugno, boom economico nascente e tensioni da guerra fredda, conquiste spaziali e rock and roll, questo testo è l’occasione per focalizzare l’attenzione su “un anno decisivo” come si disse allora. Con il calcio che funge da più che un pretesto per leggere dinamiche sociali, eroi, fatti antichi e nuovi della nostra vita».

    Sport e dintorni – serie completa

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    La trappola della nostalgia e l’illusione della delega: perché il cambiamento politico parte dal basso

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    I comizi della destra globale basano la loro narrazione su un assunto che pretende di essere la risposta semplice a ogni nostro problema. Una risposta che è dentro di noi epperò è sbagliata. La sintesi del ragionamento è quasi banale: una volta si viveva meglio. L’equazione proposta all’elettore è disarmante nella sua semplicità. Si prende il peggioramento delle condizioni materiali di vita e lo si addebita, in blocco, alle conquiste sociali degli ultimi decenni. Se oggi i giovani non comprano casa o gli stipendi sono fermi, la colpa sarebbe di ambientalisti, femministe e diritti civili. Questo racconto funziona perché intercetta

    L'articolo La trappola della nostalgia e l’illusione della delega: perché il cambiamento politico parte dal basso sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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    Fulvio Grimaldi - DA GERMANIA ANNO ZERO – A GERMANIA ANNO 2.0? C’ero, ci risiamo, ci sono

     

    di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

    Preambolo dinastico

    Non fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto motivi molto personali per scrivere questo pezzo.

    Per motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del ‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.

    Tramite mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del longobardo.

     Grimoaldo

    Tutta questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il titolo a questo testo.

    Premessa bombarola napoletana

    E qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200 bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora, dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura, portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.

    Chi allora non era convinto che quella guerra, con i blitz su Parigi, Varsavia, Tripoli (e non ancora Stalingrado), sarebbe finita in quattro e quattr’otto? Almeno lo era mio padre nonostante che, già veterano della prima Guerra Mondiale, nel 1941, fosse stato richiamato, promosso Maggiore e spedito in Francia.

    Che fare? Mio padre: la guerra non durerà molto, a Napoli si rischia di finire inceneriti, c’è quel bel paesino delle nostre vacanze in Baviera, dove nessuno butterebbe neanche un mortaretto, io devo partire per Marsiglia… Sù sù, fate i bagagli e andatevene nella più sicura (!!!) Germania, tanto la guerra fra un paio di mesi è finita. Prima di rivederci passarono 4 anni.

    Escalation germanica

    Quattro anni di guerra e di bombardamenti che quelli di Napoli erano il carnevale. Di fame, di rovine, di solidarietà tra bombardati e affamati. Siccome alla franco-prussiana pareva opportuno distrarre i figlioli dagli orrori della guerra, ogni tanto si facevano lunghe gite in bici, o si saliva su qualche residuato di autobus pubblico, o di treno, magari merci, e si andava a sfidare i Lancaster e gli Spitfire di Churchill, a Francoforte, Colonia, Monaco, Wuerzburg (dove non risparmiarono nemmeno il Tiepolo della Reggia). Di macerie ce ne siamo risparmiate poche. E di cibo quasi tutto. Si andava per fossi a tagliare ortiche da far passare per spinaci, conditi con i resti del surrogato di caffè. Qualcuno rimediava un pesce dal grande fiume. Conigli a ruba, su nutrivano d’erba. Polli pochi, mancava il mangime. Caccia zero. I fucili sarebbero serviti ad altro.

    Il posto era bello. Il fiume si attraversava a nuoto, la foresta era grande e ci si andava con il professore (lì ho fatto le tre medie inferiori) a dare i nomi agli alberi e agli animali e a cercare cocci romani tra i massi del Vallo di Adriano che passava per la foresta sopra di noi.

    Un bombardamento squarciò l’insediamento di sfollati dalla Colonia in macerie (della più bella cattedrale gotica della Germania erano state messe al sicuro le vetrate colorate). Poi passarono gli Spitfire a mitragliare ciò che ancora si muoveva. Gli uomini validi erano tutti partiti “per l’estrema difesa”. Toccava a noi ragazzini fare da “soccorso civile”, spegnere incendi, raccogliere feriti.. Mi ricordo attempate pance in giacchetta e cravatta, dallo sguardo smarrito, con in spalla una vanga, partire a fare il “Volkssturm” (“Tempesta di popolo”) contro gli Alleati per l’ultima offensiva nelle Fiandre, quando i sovietici già vedevano Berlino.

    E ricordo, parola per parola, pochissimo tempo dopo, uscire dalla Volksradio, apparecchio nero di bachelite con sopra la svastichetta, una sola stazione parlante e poi musica, questo comunicato: “Unser Fuehrer, Adolf Hitler” ist heute im Kampf um Berlin gefallen”. Hitler è caduto combattendo nella difesa di Berlino. Era il 30 aprile.

    Uno sparo sbagliato e fine di tutto

    Quel mitragliamento – credo di averlo già raccontato – mi scolpì negli occhi un’immagine che, da allora, non si cancella: un mio compagno di seconda media, steso raggricciato, colpito da una raffica davanti alla sua baracca di sfollato. Colpito al ventre, con le pupille fisse nel cielo. E’ stato un incentivo per quando, qualche mese dopo, trovata una mitragliatrice abbandonata da soldati in fuga, con due compagni più grandi, io 11, loro 12 e 14, ci appostammo nel bosco sulla collina e sparammo una sventagliata sul primo carro armato della prima colonna americana che sferragliava verso il paese.

    Ho sparato dalla parte sbagliata su obiettivi sbagliati? Chissà. Comunque non ci prendemmo e scappammo prima che quelli potessero centrare noi. Gli dei mi punirono quando, a un anno e mezzo dalla fine della guerra, novembre 1946, gli occupanti USA ci permisero finalmente di rientrare in Italia (ricordo il colonello americano che abbaiava a mia madre: “Potevate restarvene in Italia, siete nazisti!). Su quel carro merci, tra quell’ammasso di gente a brandelli, o da quei pentoloni di brodaglia sui marciapiedi delle stazioni, rimediai il tifo. Un’epidemia che, assistita da fame e maltrattamenti, aveva già sfoltito i campi di concentramento e tutti i centri abitati. In Italia le cose andavano meglio, ma per qualche anno mica tanto.

    Almeno fino al 1948 i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti da sarti virtuosisti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre, quattro volte. I libri di scuola me li passava mia sorella, tre anni avanti, scarabocchiati e unti e bisunti, neanche sempre quelli giusti, ma si lasciavano adattare. L’equazione e Giambattista Vico quelli sono ed è sempre stato Bruto a uccidere Cesare.

     Lo sfacelo aveva tante facce. Io ricordo quella di migliaia di prigionieri tedeschi, coscritti, in colonna e con uniformi in stracci, che si trascinavano, puntati dai mitra degli americani. E poi altre colonne, stavolta di milioni, gente con fagotti e carretti che andava via da dove i loro avevano vissuto per secoli. 3,5 milioni di tedeschi, incolpevoli, via dalla Slesia diventata Polonia. Con addosso quello che potevano portare. E, almeno fino al 1948, i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre quattro volte.

    E Merz, cosa ne sa?

    Questo è quanto ricordiamo noi, vegliardi, roba che si è sedimentata nelle cellule. Roba di cui non ha idea Fredrich Merz.

    Friederich Merz, a dispetto dal nomignolo “Testa di Pera” già uomo per l’Europa del più grosso fondo di rapina del mondo, Blackrock, aveva raccolto il bastone di maresciallo da Goering, via Merkel e via Scholz. Quella degli accordi di pace di Minsk che l’ex-cancelliera così ricorda: “li abbiamo fatti solo per guadagnare tempo e armare Zelenskyi”. E quello dei 1000 miliardi di euro per la Difesa tedesca voluti da Scholz e poi messi sul piatto da Merz.

     Lui, Merz, è quello che “Israele a Gaza e in Iran sta facendo il lavoro sporco per noi”. Anche quello che “la Germania avrà l’esercito più potente d’Europa e assumerà la guida dell’UE”. Pure quello che “introduciamo la leva militare, volontaria per ora; ma chi vuole allontanarsi dal paese non potrà farlo per più di qualche settimana e dovrà impegnarvisi ufficialmente”. E infine quello, con cinturone Wehrmacht e la fibbia “Gott mit uns” (Dio con noi) che, all’unisono coll’evangelico sionista Pete Hegseth, che alle truppe recita salmi del “dio degli eserciti”, peraltro cinematografico, impone al popolo tedesco di farsi kriegstüchtig.

    Kriegstüchtig

     

    Joseph Goebbels, Friedrich Merz

    Vocabolari e media, forse prede di riserve mentali, traducono malissimo il termine coniato da Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich alla vigilia della Guerra che finì come descritto sopra. Sarebbe “agguerrito, “idoneo alla guerra”, “bene armato” e altri eufemismi del genere. Ciò su cui si sorvola – oggi mica ce l’abbiamo a che fare con i nazisti – è che quella parola non è tecnica, implica un valore. Krieg è guerra. Ma tüchtig, non vuol dire solo idoneo, o armato. Vuol dire idoneo perché “buono, bravo, in gamba”, soprattutto “volenteroso”.

    E, dunque, cosa proclamano ogni due per tre ai quattro venti, Merz e il suo Feldmaresciallo in borghese Boris Pistorius, Ministro della Guerra, se non che la Germania, i tedeschi, quelli della leva “per ora” volontaria (ma intanto ti devi presentare al distretto della Bundeswehr), devono essere bravi, buoni, capaci, volenterosi, PER LA GUERRA. E per finire così (vedi foto). O peggio.

    Cosa che diverge un tantino dall’impegno di pace perenne e dal rifiuto di riarmo inciso nella Costituzione. Cosa che ha visto l’8 maggio scorso, data della fine della Seconda guerra Mondiale e della bandiera rossa sulla cancelleria di Berlino, uno sciopero generale degli studenti in tutto il paese contro la riforma del reclutamento adottata a gennaio dal governo. Riforma pro tempore che non impone ancora il servizio, ma richiede la visita di leva e la compilazione di un questionario, che ti starà addosso per sempre, sulle tue motivazioni pro o contro il servizio. Se risulti kriegstüchtig, per farti carne di porco nella prevista invasione russa del 2029, vai benissimo. Sei di quei cittadini consapevoli e onorevoli che amano, come si è tornati a dire nei cerchi magici dei nuovi patrioti alla Trump, Netanyahu, Crosetto e Pistorius, “combattere e morire per la patria”. In caso contrario ti teniamo d’occhio. Il “fermo preventivo” della Meloni è un’ottima idea.

    Vero è che nessun russo, da Putin agli altri 150 milioni di russi, più i 6,5 del Donbass, che qualcuno insiste a volere ucraini a forza di stragi, si è mai sognato di invadere chicchessia (in Donbass si difende l’autodeterminazione dei russi), tanto meno la Germania. Ma se le cose stanno così, che ci vuole per un altro 11 settembre che provi come i russi stiano lì lì, anzi, a essere tedescamente precisi, nel 2029, unica incertezza marzo o settembre, per scatenare la guerra all’Occidente via Berlino. Ha funzionato tanto bene per Israele e per i nostri armieri e la nostra I.A., vuoi che non funzioni per noi?

    Ah, la rivincita!

    Arrendevoli, rinunciatari, divanisti, anche un bel po’ cagasotto, questi Willy Brand, Helmuth Schmidt, Gerhard Schroeder, cancellieri della Ostpolitik che col nemico russo addirittura ci flirtavano, ci facevano affari, sul suo gas costruivano la più produttiva industria europea e lo Stato sociale più avanzato. Lussi che rammolliscono. Non rendono kriegstüchtig. La Bundeswehr, con quei quattro sfigati di volontari che, come da noi, non erano risultati tüchtig per null’altro.

    C’è un libro che andrebbe tradotto. E’ di tre autori, Luft, Opielka e Werner, e s’intitola “Con la Russia per un cambio politico”. In grande dettaglio vi si illustra come tutto in Germania – politica, media, industria delle armi, istruzione, accademia, intrattenimento – sia impegnato nel “Piano Operativo Germania”. Vale a dire in preparativi di guerra che coinvolga ogni ambito della società a tutti i livelli della vita. La guerra è diventata un calcolo costi-benefici alla cui testa si è posto l’apparato politico-militare, come viene descritto nei dossier dell’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

    E’ il pensatoio che raccoglie i più duri sostenitori di una NATO dalla strategia muscolare ed espansiva, a partire della spinta a superare ogni limitazione alla fornitura di armi all’Ucraina, nell’intento di proseguire la guerra senza prospettiva di una fine, se non quella del disfacimento della Russia in inoffensive e ridotte entità territoriali etnico-linguistiche. Che poi sarebbe la silenziosamente agognata “rivincita” di certi circoli di cui nessuno avrebbe sognato, ancora poco tempo fa, il riemergere. Solo per quel momento è ipotizzabile la fine della guerra.

    Sorprende, anche alla luce delle ben definite posizioni assunte da Leone XIV, che a questa corsa del riarmo e verso la guerra non trova opposizione, o critica, né dalla Conferenza Episcopale Tedesca, né dalla Chiesa Evangelica della Germania.

    False Flag e libertà d’opinione

    Per tutto questo, occorrono ovviamente motivi credibili. Che, in loro manifesta assenza, si creano. O, se capitano, si sfruttano. Nel secondo caso sono droni russi assolutamente innocui che si sono persi qualche metro oltre i confini della Polonia, o della Romania, che poi risultano ucraini, o deviati dagli ucraini, come tutti quelli sconfinati nei paesuccoli baltici, ma servono al grande schiamazzo bellicista.  Nel primo caso, provocazioni come quella sull’autorevole “Zeit”, nel dicembre del 2024, in cui si affermava che potevano essere documentate ben 72 azioni di sabotaggio russe in Germania nel corso di quell’anno. La successiva e tardiva smentita delle autorità tedesche e la totale assenza di prove, non hanno ridotto l’impatto.

    Del resto non c’è preparazione alla guerra che non sia accompagnata da propaganda e limitazioni alla libertà d’opinione e d’espressione, che però è decretata irrinunciabile. Ma che diventa difficilissimo riunire sotto uno stesso tetto con una programmazione bellica. E di queste settimane una campagna UE che cammina su tre altisonanti parole d’ordine: “Libera Stampa”, “Libera opinione” e “Libera Scienza” (s’è vista col Covid). Formuletta accattivante, inventata da un’idra a tre teste (vedi foto): tre personaggi che si trovano a capo di tutto, pur senza la minima legittimazione democratica. Che i diritti umani fondamentali e la libertà d’opinione siano pesantemente minacciati nell’UE, a dispetto di queste depistanti campagne sulla loro difesa, lo dimostrano, tra gli altri, le assolutamente fascistiche sanzioni inflitte a giornalisti e analisti blasfemi rispetto alla versione ammessa su Iran, Ucraina, Libano, Israele…

    Lo dimostrano anche i decreti sicurezza grandinatici addosso in Italia. Accompagnati da quei vertici di ipocrisia che si manifestano nelle campagne governative “contro la disinformazione”. Con la quale “disinformazione” si intende ogni espressione che possa porre in dubbio quanto su Gaza, guerra in Ucraina, Iran, il forsennato riarmo e le relative cadute welfare, deve essere creduto.

    Ne portano drammatica testimonianza personaggi, come l’analista militare e geopolitico svizzero, Jacques Baud, o il giornalista tedesco Huseyin Dogru, uno dei 28 sostenitori di una libertà d’opinione che Bruxelles ha sanzionato con il consenso dei rispettivi governi (da noi, su iniziativa USA, Francesca Albanese), imponendo l’esclusione dalla società civile con il blocco di ogni mezzo di sostentamento e le sanzioni estese a chi offre soccorso.

    Ma anche gli ormai esemplari “Cinque di Ulm”, attivisti antiguerra di “Palestine Action” accusati di aver danneggiato apparecchiature e imbrattato muri, dalle parti di Stoccarda, dello stabilimento israeliano Elbit System, produttore di armamenti (la Germania è il secondo fornitore mondiale di armi a Israele). Il processo è in corso, manette e catene, restando rinchiusi da settembre nel famigerato carcere d massima sicurezza di Stammheim, riservato ai “terroristi. E’ lì che membri della Rote Armee Fraktion (anche Banda Baader-Meinhof), nel corso del loro processo, vennero trovati “suicidati” nel 1975.

    Ucraina con la Svastica nell’Europa di Ursula e Merz

    Statua al nazista Stepan Bandera

    Tutto questo, dunque, ha un formidabile retroterra: l’Unione Europea germanizzata e balticizzata. Tra la germanica baronessa Ursula von der Leyen, la baltica Kaja Kallas che, con 1,3 milioni di concittadini (in buona parte dissidenti russi), pretende di rappresentare 450 milioni di europei, e il portoghese bla-bla-bla con elmetto, Antonio Costa, che porta il caffè alle altre due, la retrovia per la conflagrazione che vendichi Stalingrado è assicurata. Tre autocrati di un’oligarchia che, privi di vaglio elettorale, si vantano di quello concesso ai pupazzetti dell’Europarlamento. I quali ai richiami della triade reagiscono come l’orsetto del tirassegno.

    Vuoi che una simile conventicola chiuda le porte a uno Zelensky che, da sette anni, fa il vicerè per NATO e UE e si presenta come membro ideale per frenesia bellica, disponibilità a dissanguare le ultime tre generazioni del suo paese, campione mondiale di corruzione, modello di regime autocratico con 11 partiti proibiti e tutte le tv d’opposizione chiuse? Ecco dunque, sollecitata dai droni “russi” e nel momento in cui Putin rilancia colloqui di pace, l’improvvisa accelerazione della corsa a un’Ucraina in qualche modo dentro l’UE, a dispetto dell’assenza di proprio tutti i requisiti politici, giuridici, democratici, che si pretendono essere propri dell’UE.

    Una volta conseguito questo obiettivo, ecco che la difesa dell’Ucraina, da fornitura di armamenti, intelligence, forze speciali travestite e quant’altro fatto passare sotto coperta, si trasforma in partecipazione attiva e obbligatoria alla guerra del proprio neo-associato. Lo impongono i diritti umani e democratici come cesellati nella costituzione dell’Unione e come si riscontrano nella nuova Ucraina, magari senza opposizione, ma del massimo rispetto, a forza di stragi fin dal colpo di Stato del 2014, per le proprie minoranze russe. Alla stregua di una tradizione di tale rispetto, come venne praticata nei confronti di ebrei e polacchi dai modelli storici, Stepan Bandera o Andriv Melnyk, oggi onorati dalla politica e dall’esercito con statue e reparti con svastica,

    Uno Zelensky e un suo milite Azov

    Corsi e ricorsi: 2.0

    Torniamo e concludiamo da dove siamo partiti e poi ci lasciamo, atterriti dalla prospettiva di una Germania Anno Zero 2.0, di cui abbiamo illustrato tanti progettatori e preparatori in azione. Al punto di averci fatto capire che c’è chi ci sta trascinando fuori dall’era nella quale ci eravamo abbastanza confortevolmente accomodati, tra i resti della carneficina 1939-1945, non sembra per ora incontrare grossi intralci. Nemmeno quelli che, pure, sono stati opposti al genocidio dei palestinesi. E la Germania è di nuovo in prima linea e noi siamo di nuovo al traino. In più c’è, stavolta, una superpotenza di cui però non si sa se quello che dice, o fa, all’ora di pranzo valga ancora al tempo della merenda.

     “Tutta tua”

    83 anni dopo l’articolo di Goebbels sulla “Kriegstüchtigkeit” nella pubblicazione “Das Reich”, Boris Pistorius e l’Ispettore Generale della Bundeswehr, Carsten Breuen, pubblicano “Direttive di Politica della Difesa 2023” che, secondo alcuni critici, dovrebbero essere visti come “Modello per una guerra totale”, con al suo interno gli elementi per la mobilitazione di tutti i settori di economia, cultura, società. ”La nostra capacità di difesa richiede una Bundeswehr abilitata alla guerra... Il che esige una costante prontezza al combattimento con l’impegno alla vittoria in ambiente ad alta intensità…“ Alta intensità e il termine in codice per “perdite di massa”. Significa che si debba essere ideologicamente preparati a morire “per la nostra democrazia”. In parole serie: per gli interessi geopolitici e finanziari delle Elite al potere.

    Ci risiamo. Come, nel 1933, Hitler prese lo spunto dall’ “umiliazione di Versailles” per giustificare un riarmo della Germania finalizzato a rettificare i torti subiti da quel trattato e andare anche oltre, così Merz trae dalla spoliazione della Germania di ogni velleità di potenza imposta e autoimposta, il pretesto per riscattare la nazione trasformando lo Stato Sociale in Economia di guerra, con l’esercito più forte d’Europa. Una sua chiosa a tutto questo si ritrova in un documento dell’Ufficio Informazioni dell’Esercito: “Cannoni e burro, sarebbe bello se funzionasse. Ma quello sarebbe il paese del latte e miele. Non va. Lo Stato sociale come l’abbiamo avuto non è più finanziabile con il tipo di economia nazionale che dobbiamo adottare”.

    Non vi ci si trova una vaga eco con quanto dichiarato alla radio dal Maresciallo del Reich per l’Industria e l’Aeronautica, Hermann Goering: “I cannoni ci rendono forti, il burro ci fa solo grassi”? E i tedeschi si ritrovarono pieni di cannoni e con un drastico calo di benessere e di servizi essenziali. Servivano quelli non essenziali, ma che sarebbero risultati tali per la distruzione di mezza Europa e 55 milioni di morti, di cui 27 sovietici.

    Ma che, davvero?

    Non lo fu esplicitamente pacifista neppure quella copia europea degli USA inventata dai santoni di Ventotene. Poco rimane oggi della storica mobilitazione del 2005 contro la Costituzione UE, lontanissima dai propositi firmati dai paesi fondatori, Germania, Francia, Benelux e Italia, e vista come la negazione di un’Europa sociale, pacifica e democratica. Se ne denunciava la programmazione di un costante riarmo dei paesi membri in direzione di una “capacità di guerra di portata mondiale”.

    Quel trattato venne respinto dalla netta contrarietà delle società europee e da referendum in Francia e Paesi Bassi. Ma poco se ne tenne conto: le parti essenziali vennero incluse nei trattati di Lisbona del 2009, col quale gli Stati si impegnarono a potenziare gradualmente la propria capacità militare (detta di Difesa). Moriva così anche il celebrato Trattato di Maastricht, del 1993, con tutta la sua promessa di riservare ogni impegno al mantenimento della pace.

    Ci risiamo con la leva, per ora in versione soft. E a prepararla, ecco che si danno da fare tutti, a partire dal lobbista delle armi che, a garanzia della separazione tra interesse pubblico e interessi privati, fa da noi il ministro della Guerra. E a continuare con i bonzi stellati che vengono a scuola a far prendere l’indirizzo giusto, culturale, morale e di carriera, ai ragazzi futuri uccisori e morituri. E a finire nell’orgia militaristica, che sputa in faccia a una Repubblica fondata su una certa Costituzione e su un suo certo articolo 11, con l’oscenità di una parata di guerra applaudita dal massimo difensore di quella Costituzione e di quell’articolo.

    Ciò che andrebbe detto ai ragazzi convocati a misurarsi con questa prospettiva è che, se vivete in Occidente ed entrate nel militare, non sarete mai chiamati a difendere il vostro paese. Vi manderanno a uccidere gente che prova a difendere il suo, di paese. Lo farete allo scopo di arricchire persone già ricche, di dare più potere ai già potenti e di piegare il mondo all’ordine dei tiranni.

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    Meloni a Confindustria: pioggia di promesse agli industriali, ma la parola "salari" resta un tabù

     

    di Gentili, F. Giusti e S. Macera – Centro Studi Politico Sindacale

    Il 26 Maggio scorso Meloni è intervenuta all’Assemblea annuale di Confindustria. Lo ha fatto con trentasei minuti di discorso, tutti incentrati sulla contestazione dell’Unione Europea – definita come «Un gigante burocratico» – e sulla esaltazione del ruolo «che l’industria italiana ricopre, non solamente dal punto di vista economico, ma anche sul fronte storico, identitario, culturale» e «reputazionale». Il merito – ha detto la Presidente – va a «chi è così ambizioso, così tenace, da non accontentarsi mai dei risultati raggiunti, da voler fissare l’asticella sempre più in alto, fondamentalmente perché sa che l'orgoglio non si rivendica, l'orgoglio si dimostra, ogni giorno».

    Purtroppo «fissare l’asticella sempre più in alto», per le imprese a cui Meloni si stava rivolgendo, vuol dire aumentare la produttività e i ritmi di lavoro, e in tanti casi anche ridurre il costo del lavoro (ossia i salari), lo sa bene chi fa sindacato oppure, semplicemente, si ritrova sfruttato in un ufficio pieno di computer, in un museo o magari in un magazzino della logistica. Non è allora un caso se, nel corso di questa lunga sviolinata agli imprenditori, Meloni non abbia mai pronunciato la parola “salari”, limitandosi soltanto a ricordare, in chiusura, di aver promulgato la pessima norma sul cosiddetto “salario giusto” – sulla quale a suo tempo, in quanto Centro Studi, avevamo prodotto un’analisi critica[1] evidenziandone contraddizioni e limiti

    L’intervento della Presidente del Consiglio, tuttavia, s’è rivelato ampiamente chiarificatore circa le prossime iniziative politiche del Governo. I temi principali sono stati quelli dell’indipendenza energetica e della revisione delle politiche climatiche, da un lato, e dall’altro quelli della burocrazia e della responsabilità penale per le aziende.

    1. I temi energetico e ambientale

    Sull’energia il Documento di Finanza Pubblica aveva già messo in allarme Meloni, riferendo di «rischi di natura strutturale dell’economia italiana, legati alla dipendenza dalle fonti fossili»,[2] e di «una strutturale dipendenza dall’estero per l’energia (pari al 74%, contro il 57% della media UE), con un ruolo significativo dei Paesi del Golfo persico [grassetti in originale]».[3] L’attacco della Premier alle tasse sulle emissioni di carbonio (Emissions Trading System) – che noi critichiamo da sinistra, in quanto consentono alle imprese di vendere “quote” di emissioni non emesse ad altre aziende che, invece, ne hanno già effettuate troppe –, allora, anziché essere il frutto di una visione politico-economica illuminata è, semplicemente, strumentalmente dettato da interessi capitalistici nazionali. «Io penso – ha detto Meloni all’Assemblea – che sia abbastanza chiaro che l'attuale sistema ETS è un po' distante dai bisogni attuali dell'industria europea. A maggior ragione, in questa fase di emergenza energetica, dove il buonsenso spingerebbe chiunque a sospendere temporaneamente la misura, almeno per i settori più colpiti dalla chiusura di Hormuz, in attesa di una sua organica e significativa revisione». In quest’ottica va letta la richiesta italiana alla Commissione Europea di estendere «la flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica». Al riguardo la UE ha scelto di evitare il muro contro muro, consentendo all’Italia – e ad altri paesi eventualmente interessati – «un margine di flessibilità per gli investimenti legati all’energia pari allo 0,3% del Pil annuo per il triennio 2026-28»[4]. Invero, questa parziale deroga si colloca in un quadro ben preciso che esclude nuovi sussidi alle famiglie o alle imprese, indirizzando tutti gli investimenti verso quella autonomia energetica che, necessariamente, passa per le rinnovabili e per le produzioni green. Dunque, la Unione Europea ribadisce una delle sue opzioni di fondo, il cosiddetto capitalismo verde (poco amato dall’Esecutivo italiano non in quanto ossimoro, ma perché ritenuto foriero di eccessivi vincoli per le imprese). Di più, la disponibilità europea sottende pure che, in cambio, l’Italia ripensi le sue ultime decisioni in merito al SAFE (Security Action for Europe), il principale strumento volto a sostenere finanziariamente la difesa comune europea. Nei giorni scorsi, il governo nostrano ha infatti comunicato la volontà di rinunciare a gran parte dei 14,9 miliardi di prestiti a tassi agevolati garantiti dal suddetto fondo, cui pure aveva scelto di aderire lo scorso anno. Ovviamente, Von der Leyen e i suoi sperano che, concedendole qualcosa, l’Italia s’impegni ancor più decisamente sulla strada del riarmo.

    Ma torniamo al discorso di Meloni, in cui non è mancato l’elogio del cosiddetto “Decreto Energia” dell’anno scorso: «Grazie al decreto Energia abbiamo garantito un taglio concreto sulle bollette di luce e gas per tutte le aziende, oltre che ovviamente per le famiglie vulnerabili. Con benefici stimati per le PMI che arrivano a 9 mila euro l'anno per l'elettricità e a 10 mila euro per il gas». Peccato che i benefici per le famiglie si siano ridotti a un contributo governativo di 200€ una tantum e complessivo per nucleo familiare…

    Proseguendo, la Presidente ha speso parole «per il ritorno dell'energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini-reattori modulari, sicuri e puliti, che consentano di avere maggiore sicurezza, ma anche costi nettamente più bassi rispetto agli attuali», minacciando l’arrivo di una legge delega «Entro l'estate».

    Per chiudere non è mancato un attacco ai pacchetti Omnibus dell’Unione Europea – tramite i quali molte imprese sono già oggi esonerate dagli obblighi di rendicontazione ESG (Environmental Social Governance), che imporrebbero un tracciamento delle emissioni in CO2, dei consumi, dell’impatto ambientale e della gestione dei rifiuti industriali –, definiti «non sufficienti» e inquadrati all’interno della questione della semplificazione burocratica e amministrativa per le attività imprenditoriali, anziché in quella climatica. Stessa cosa al riguardo di alcuni dossier europei – «penso al regolamento sugli imballaggi, penso ad alcuni obiettivi climatici» –, che per Meloni non sono «accettabili».

     

    1. Il tema della burocrazia d’impresa e della responsabilità penale

                Secondo Meloni «la responsabilità di impresa non può trasformarsi automaticamente in criminalizzazione di impresa», pertanto ha accolto la richiesta di Confindustria di un confronto finalizzato alla revisione del D. Lgs. 231/2001. Un Decreto che da oltre vent’anni garantisce che in caso di reati societari, tributari, ambientali, connessi al riciclaggio di denaro e via dicendo, compiuti nell’interesse dell’impresa, la responsabilità giuridica non sia solo individuale (personale) ma anche dell’impresa stessa. Si tratta di una garanzia che andrebbe estesa anche ad alcune tipologie di reato compiute contro il lavoro dipendente (come l’applicazione di un Contratto illegale o improprio) ma che, al contrario, Meloni sembra voler abolire o comunque ridurre considerevolmente.

                Di più: la Presidente è arrivata addirittura a proporre agli industriali «un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia. Io penso che questo sia fondamentale farlo insieme, perché quando c’è un servizio che non funziona, se vuoi risolvere quel problema devi interrogare l'utente. E voi siete gli utenti della burocrazia italiana» (!). Aspettiamoci, dunque, un’ulteriore deregolamentazione normativa per le attività d’impresa, già anticipate da alcune norme precedenti – come quella sulla deresponsabilizzazione legale dei dirigenti per progetti legati al PNRR (il famoso “scudo penale”) o quella che limita l’ammontare economico delle condanne, riducendo, per questa via, i poteri di controllo della Magistratura contabile sugli appalti. Per non dire di quelle che riguardano i crediti d’imposta e di tante altre ancora…

    Le ambizioni di certa politica e di settori imprenditoriali sono ben note: ci si vuole dirigere verso un sistema di controlli decisamente allentato, lasciando alle imprese piena di libertà di manovra anche su materie come le clausole sociali – giudicate come un’intrusione della legislazione giuslavoristica nei processi decisionali e organizzativi di impresa. Detto in altri termini, da una parte si vogliono evitare controlli e controllori, dall’altra spingere al ribasso i costi della manodopera.

                Infine, Meloni ha parlato degli incentivi concessi alle aziende, in particolar modo a quelle attive nel Mezzogiorno (accennando anche all’estensione della Zona Economica Speciale a tutto il territorio nazionale), e ha promesso un ulteriore rafforzamento dell’iper-ammortamento, ossia di quel meccanismo che concede alle imprese di aumentare il peso fiscale degli investimenti al fine di accedere ad agevolazioni statali e arrivare, così, a uno sconto su IRES e IRPEF. L’ultima Legge di Bilancio[5] aveva già stabilito, relativamente agli investimenti in tecnologie o beni energetici, un incremento del peso fiscale del 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, del 100% per la quota da 2,5 a 10 milioni e del 50% per la quota da 10 a 20 milioni. La proposta in essere sarebbe quella di includere nell’ammortamento gli investimenti su software e cloud – che in realtà sono parzialmente già inclusi, ma solo per alcune tecnologie specifiche.

     

    III. Elementi della strategia del Governo

    Nel corso del proprio discorso Meloni ha evidenziato alcuni elementi di strategia politica, che andiamo brevemente a esporre.

    Secondo lei «le crisi ci hanno mostrato anche quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale, in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore». Gli snodi fondamentali sono quelle porzioni di mercato in cui gli investimenti sono altamente remunerativi e che, allo stesso tempo, garantiscano un elevato controllo su tutta la filiera produttiva. Un esempio ne sono le produzioni di semiconduttori (chip). Per garantire alle imprese europee una “posizione” all’interno di questi snodi sono fondamentali, per varie ragioni, un rafforzamento del settore militare (ad esempio per garantirsi l’approvvigionamento di materie prime critiche e per la creazione di una domanda forte e stabile, proveniente dagli eserciti dei Paesi membri dell’UE) e una politica commerciale aggressiva. Per questi motivi Meloni ha detto: «Le spese di difesa sono il prezzo della libertà, e io voglio che l'Italia sia una Nazione libera». È la differenza tra chi sostiene questo mondo e chi – come noi –, invece, vuole cambiarlo.

    Nello stesso fronte si inseriscono le boutades sul Mercato unico dei capitali e del risparmio e sul Mercato unico europeo in generale. Secondo Meloni la realizzazione e il potenziamento di questi strumenti «consentirebbe di mettere l’Europa al riparo da scelte protezionistiche di altre nazioni», ma il prezzo da pagare sarebbe la totale deregolamentazione normativa imprenditoriale e bancaria – direzione nella quale, sia detto per inciso, il legislatore europeo si sta già muovendo.

    Infine, l’ultima indicazione strategica riguarda i fondi pensione, che in tutta Europa sono in via di potenziamento al fine di mobilitare una massa di capitali (teoricamente proprietà dei lavoratori) per le imprese, «in particolare per quello che riguarda innovazione, startup e infrastrutture». Rivendicando le ultime trovate inserite nella Legge di Bilancio per il 2026, come la riduzione del tempo per l’attivazione del meccanismo del silenzio-assenso – tramite cui il lavoratore viene inconsapevolmente iscritto a un fondo pensione – da sei mesi a soli sessanta giorni, Meloni ha sostanzialmente promesso un ulteriore rafforzamento dell’adesione ai fondi e, quindi, maggiori liquidità per le imprese.

    [1] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Salario “giusto”, contratti nazionali a rischio, 6 Maggio 2026, https://diogenenotizie.com/salario-giusto-contratti-nazionali-a-rischio/.

    [2] Documento di Finanza Pubblica 2026, Doc. CCXL, n. 2, 27 Aprile 2026, p. 32.

    [3] Ivi, p. 20.

    [4] M. Esposito e S. Rosset, Mini-clausola da 6,5 miliardi per Roma, i paletti Ue sulla difesa, 2 Giugno 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/06/02/fonti-flessibilita-ue-su-energia-vale-03-pil-entro-deroga-15-per-la-difesa_e3f7bb97-1e7c-401b-bdf4-1cd423a00413.html.

    [5] L. 30 dicembre 2025, n. 199, cc. 427 e 429. Cfr. Allegati IV e V per l’elenco delle tecnologie industriali ammesse all’ammortamento.

     

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    Secondo turno in Perù: Keiko Fujimori contro Roberto Sánchez

    Oltre 27 milioni di cittadini peruviani si stanno recando alle urne in tutto il Paese per partecipare al secondo turno delle elezioni presidenziali.

    Le elezioni determineranno il capo dello Stato per il mandato 2026-2031, rendendo il nuovo presidente il nono nella storia della nazione andina in un decennio: una cifra allarmante che sottolinea la profonda crisi di governance e l'instabilità istituzionale che affliggono il Paese.

    Il voto chiama gli elettori a decidere il successore del presidente ad interim José María Balcázar, in un panorama politico caratterizzato da una significativa frammentazione derivante dal primo turno elettorale, al quale hanno partecipato 35 candidati presidenziali e nessuno dei finalisti è riuscito a superare il 20% dei voti totali.

    Le opzioni in competizione rappresentano due progetti politici e ideologici completamente opposti: da un lato, la proposta della destra conservatrice, guidata da Keiko Fujimori del partito Fuerza Popular; dall'altro, l'alternativa del leader di sinistra Roberto Sánchez della coalizione Juntos por el Perú, che gode di un forte sostegno tra la classe operaia e nelle regioni interne del Paese.

    #EnVivo | TeleSUR transmite cómo se encuentra el Perú en esta nueva jornada electoral, nuestro corresponsal Ramiro Angulo está en el lugar y trae más detalles. https://t.co/ce290VlNE7

    — teleSUR TV (@teleSURtv) June 7, 2026

    Il disinteresse e la sfiducia della popolazione nei confronti della classe politica tradizionale si sono riflessi nell'alto tasso di astensionismo registrato nella prima fase, dove quasi sei milioni di elettori iscritti hanno scelto di non votare, oltre ad altri tre milioni di cittadini che hanno optato per schede nulle o bianche.

    In questo contesto di apatia civica, il voto degli indecisi e il rifiuto delle vecchie strutture istituzionali si stanno configurando come fattori determinanti per definire il percorso politico della nazione andina nei prossimi cinque anni.

    I seggi elettorali hanno aperto alle 7:00 e chiuderanno alle 17:00 ora locale. L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha messo a disposizione una piattaforma digitale per consentire agli elettori di verificare il proprio seggio, il numero del tavolo e l'ordine di voto, garantendo un flusso ordinato durante la giornata elettorale.

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    Díaz-Canel smaschera la strategia della menzogna: "Così preparano le guerre" (VIDEO)

    Mentre l'assedio economico e mediatico su Cuba si fa sempre più asfissiante, il presidente Miguel Díaz-Canel va dritto al cuore del metodo con cui Washington costruisce i suoi pretesti bellici. E lo fa con un passaggio che meriterebbe di essere inciso nella memoria collettiva.

    "Inventarono il 'Cartel de los Soles' per colpire il Venezuela", denuncia il leader cubano. "Rapirono Maduro e due giorni dopo, il cartello era già svanito nel nulla. Dissero che l'Iraq possedeva armi di distruzione di massa ma non sono mai apparse. Attaccarono l'Iran con la scusa del nucleare, nessuna azione nucleare è mai avvenuta. Tutte le loro bugie, prima o poi, vengono a galla".

    Cuba's Diaz-Canel: "They invented the Cartel de los Soles to go after Venezuela. They kidnapped Maduro -- two days later the cartel vanished. They said Iraq had WMDs -- never appeared. They attacked Iran over nukes -- no nuclear action ever happened. All their lies unravel." pic.twitter.com/E1StvR3FIv

    — COMBATE |???????? (@upholdreality) June 6, 2026

    Una sequenza impressionante di falsi allarmi, menzogne di Stato e verità insabbiate, che si ripete identica da decenni. Oggi, avverte Díaz-Canel, il copione è lo stesso: dipingere Cuba come una "minaccia inusuale e straordinaria" per la superpotenza statunitense, per giustificare l'invasione. Ma il presidente avverte: "Invadere Cuba costerebbe centinaia di migliaia di vite cubane, ma anche enormi perdite per l'invasore".

    Non è solo una questione di resistenza. È la denuncia chiara di un meccanismo: inventare una minaccia, colpire, e quando le prove non si trovano, cambiare semplicemente capitolo. Il mondo, conclude Díaz-Canel, non può più permettersi di dimenticare le lezioni della storia.

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    Quel pizzino per prolungare la guerra (su mandato di Bruxelles)

     

    di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

     

    Il tennis non mi è mai piaciuto; né come pratica sportiva, né come passatempo televisivo. Ma, negli ultimi giorni è stato un susseguirsi in rete di immagini del duello tra la tennista ucraina Marta Kostjuk e la russa (obbligata a giocare senza nazionalità) Mirra Andreeva, con la prima che, alla vigilia dell'incontro, si è esibita in un melodramma contro i “sanguinari russi”, con tanto di europeistica “lacrima di bellezza” artificiale a favore di telecamere e, poi a varie riprese, ha sfoderato i tratti tipici della “ucrainicità”, irrobustiti da quindici anni di “formazione culturale” banderista.

    Ora, se nel carattere nazionale ucraino, già di per sé, si manifesta spesso una qualche altezzosità e boriosità, cento e più anni di scuola nazionalista, a partire dalle massime di Dmitrij Dontsov, secondo cui la nazione ucraina può realizzarsi solo sul sangue dei russi, hanno forgiato una condotta che, per quanto rimasta sotto traccia nel periodo sovietico, non si è mai ridotta a zero. Il golpe neonazista del 2014, poi, ha spalancato le cateratte ai peggiori atteggiamenti di superiorità, presunzione, supponenza che, nei confronti dei russi, arriva al punto di considerarli come “feccia del genere umano” e meritevoli di ricevere le peggiori calamità che l'altissimo possa lanciare sulla terra. Loro, gli ucraini, nonostante si trovino gomito a gomito a simile “gentaglia”, sono comunque talmente superiori da restare immuni a ogni catastrofe.

    La signorina Kostjuk ha pienamente manifestato tali tratti; per quanto il suo non sia che il caso più recente. Andando indietro di appena pochi anni, basterebbe ricordare l'atteggiamento sprezzante e arrogante di Vitalij Markiv, durante le udienze del tribunale italiano che lo avrebbe condannato a più di venti anni di galera per l'assassinio di Andrea Rocchelli. Vero è che, in quel caso specifico, la posa del neonazista ucraino era probabilmente dovuta anche alla consapevolezza che, di lì a poco, sarebbe stato rilasciato e riportato in patria con tutti gli onori.

    Per venire al dunque: quegli atteggiamenti di “ucrainicità” e “banderismo” richiamati sopra, danno il tono alla cosiddetta “lettera aperta” di Vladimir Zelenskij a Vladimir Putin, europeisticamente esaltata quale “invito alla pace”, sprezzantemente respinto dal cosiddetto “autocrate del Cremlino”. Di fatto, afferma il politologo Aleksej Živov, il nazigolpista-capo, «l'Alvaro Vitali che ce l'ha fatta in politica» (per rubare una battuta di Maurizio Crozza e con tutto il rispetto sia per il “Pierino” italico, che per la politica) vorrebbe convincere tutti di essere pronto per un cessate il fuoco, ma, in realtà, non permetterà l'avvio di veri negoziati. La lettera di Zelenskij, dice Živov è profondamente offensiva; «tutti quegli insulti rivolti al nostro presidente. E nonostante la lunghezza della lettera, il suo significato è minimo. Si compone di due elementi: una vasta gamma di insulti e distorsioni, e il secondo, “parliamo di pace”. Ma se qualcuno avesse proposto la riconciliazione, difficilmente avrebbe iniziato la conversazione con una serie di insulti. Vedo qui una complessa manovra politica».

    E se il politologo russo scorge nel messaggio un insieme di narrazioni dalla propaganda dei media ucraini, non è difficile vedervi anche la riproposizione delle ritrite “argomentazioni” di Bruxelles, con in più un elemento che, evidentemente, nelle intenzioni dei media italici che hanno riprodotto la lettera, avrebbe dovuto provare le “sincere intenzioni” del jefe nazista: il continuo rivolgersi a Putin con il “tu”; quantunque l'originale ucraino rechi sempre la seconda persona plurale “vi” (voi, o lei), anche se in lettere minuscole e non, come si converrebbe a certi livelli, con il “Voi”.

    Come non ricordare le solite premesse europeistiche, nelle parole di Zelenskij secondo cui «Qualunque cosa voi possiate dire sulla NATO, questa guerra è una vostra scelta personale»; oppure la quotidiana narrazione dei media italici su una Russia allo stremo: «con il rapporto tra perdite ucraine e russe di uno a cinque o uno a sei», che fa esultare le redazioni torinesi e milanesi. C'è tutta Bruxelles in quel «molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo», o in quel beffardo «Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti di cui avevamo bisogno. Noi riceviamo sostegno. Voi ricevete sanzioni»; fino al capovolgimento di soggetti, incolpando la Russia di voler «trascinare la Bielorussia in questa guerra e state orchestrando qualcosa attorno alla Transnistria», lasciando poi nell'indeterminatezza su chi abbia fatto fallire i colloqui di pace, a partire da Minsk. Per finire col paradigma delle cancellerie europee per cui «l’Europa debba far parte di questo processo».

    In sostanza, ne vien fuori, come dice ancora Živov, un messaggio vergato sul tipo “ehi tu, senti, firmiamo un trattato di pace”; un messaggio formulato in modo che, quando «rifiuteremo questa forma di dialogo, servirà da giustificazione per la continua aggressione dell'Ucraina e la sua riluttanza a impegnarsi in negoziati realmente costruttivi». L'obiettivo, cioè, era quello di infliggere a Putin il maggior numero possibile di insulti, in modo che la lettera venisse ignorata e ciò servisse da pretesto per  ulteriori atti di terrorismo, come a Starobel'sk, Simferopol, Enakievo

    Insulti che arrivano fino al punto da scrivere apertamente che «voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto che riferisce il messaggio del capobastone. Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea... Al lavoro, fratelli!».

    Tra l'altro, nel corso del Forum economico a Piter, Vladimir Putin ha ricordato che Kiev, già un paio di settimane prima, aveva fatto sapere di mirare a un incontro con la leadership russa al più alto livello. Era il 21 maggio, ha detto Putin; e il 22 maggio «le truppe ucraine hanno compiuto un orribile attacco terroristico contro un convitto universitario nella LNR, uccidendo degli adolescenti... La lettera contiene davvero elementi di insolenza. Serve a creare le condizioni per incontri e negoziati personali, oppure crea un fondo in cui è di fatto impossibile tenere qualsiasi incontro personale? Credo sia la seconda ipotesi».

    Una «lettera aperta scritta in toni assertivi e sarcastici», scriveva il 6 giugno su La Stampa la signora Anna Zafesova, quotidianamente impegnata in eucaristiche genuflessioni all'altare del nazigolpista-capo e in riti di “macumba” all'indirizzo non solo della leadership del Cremlino, ma di tutto ciò che riguardi la vita russa. Toni, dice la signora Zafesova, che «hanno offeso il dittatore russo abbastanza da fargli mettere da parte l’ipocrisia della diplomazia e dichiarare esplicitamente che scommette sulla guerra». Come se proprio la continuazione della guerra non abbia dettato tempi, termini e modulazione del “pizzino” mafioso di Zelenskij, concordato in larga parte con Londra e Parigi e, per il resto, lasciato al livore furfantesco della più malvagia e supponente “ucrainicità”.

    E se la signora Zafesova asserisce che il «contenuto del “pezzo di carta”, come l’ha sprezzantemente definito ieri Putin, è rivolto ai russi... quando ricorda a Putin che i suoi sudditi sono scontenti, per i “nostri droni” che bombardano le loro raffinerie, per la benzina razionata, per i “sempre più numerosi divieti” e la probabile chiamata alle armi. È ai russi che comunica i numeri delle perdite dell’esercito di Mosca al fronte», ella dovrebbe sapere, meglio forse dei suoi colleghi italici, quale sia l'atteggiamento del popolo russo nelle condizioni di una Russia accerchiata da nemici esterni, siano questi eserciti napoleonici, orde naziste, o “democratiche” cancellerie UE-NATO. “Il potere rimase fermo e il popolo saldo”, scrivevano i commentatori militari per illustrare la sconfitta napoleonica del 1812.

    La lettera di Zelenskij, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, va oltre il bene e il male. Qualunque cosa abbia mosso la penna o premuto i tasti della tastiera mentre scriveva questa epistola aperta, ha rivelato un'intera litania di desideri nascosti, esperienze celate e paure nascoste che rendono, e forse hanno già reso, la vita degli autori insopportabile. Zelenskij non è rimasto altro che quel pagliaccio-ciarlatano che suonava il pianoforte coi genitali, negli avanspettacoli del “Kvartal 95”. Tutto ciò che ha «elencato nella lettera a Putin suggerisce che il Führer del regime neonazista ucraino sia mosso dalla paura e dal desiderio di ritardare la propria caduta attraverso la provocazione, che a sua volta lo aiuterà a elemosinare denaro e armi e a prolungare l'agonia del suo regno».

    Nell'epistola si vanta dell'invincibilità dell'Ucraina e scarica sulla Russia le colpe dall'Ucraina. Zelenskij, dice Skachkò, ha di fatto elencato, punto per punto, tutto ciò che teme: la superiorità tecnico-militare russa sull'Ucraina, che sopravvive solo grazie agli aiuti occidentali. Teme le perdite umane, per le quali sarà chiamato a rispondere; la responsabilità personale per il paese devastato e le vite perdute; il fallimento dei negoziati di pace. C'è un altro importante motivo di timore: Putin ha confermato che la Russia è pronta a negoziare e firmare accordi di pace, ma solo con un rappresentante legittimo dell'Ucraina. E Zelenskij, secondo la legge ucraina, non lo è.

    Zelenskij ha scritto la sua lettera «nel modo più scortese e provocatorio possibile. Perché non è la pace che vuole, ma il rifiuto del presidente russo di accettare un simile tono. Zelenskij vuole che la guerra continui, dopo una lettera del genere. La lettera è una spregevole trovata pubblicitaria, nella forma e nella sostanza, concepita per costringere la Russia ad abbandonare i negoziati e quindi a dipingerla ancora una volta come l'aggressore. La continuazione della guerra e le accuse di comportamento aggressivo e di riluttanza alla pace rivolte alla Russia giustificano sia le richieste di denaro e armi da parte di Zelenskij all'Occidente, sia la fornitura di tali armi da parte dell'Occidente.

    La lettera di Zelenskij a Putin, conclude Skachkò, sarà oggetto di discussione per diverso tempo. Tali provocazioni sono orchestrate proprio per distogliere l'attenzione, almeno in parte, dalla politica reale, o dalla situazione concreta nella risoluzione di questioni controverse. Ad esempio, la guerra e la sua fine. E in questo senso, una diplomazia così rozza, cinica, insolente e offensiva scredita anche l'idea stessa di negoziati di pace. È un nuovo invito a continuare la guerra. E Zelenskij, nel suo impeto epistolare, non poteva non esserne consapevole. Così come sapeva che avrebbe dovuto risponderne.

    Con tutta la sua “ucrainicità”, il nuovo “Alvaro Vitali che ce l'ha fatta” non fa che che mettere nero su bianco in termini banderisti quello che le cancellerie europee vogliono davvero: la guerra; così che si può concludere col Faust goethiano «Quel che chiamate spirito dei tempi è in sostanza lo spirito di quei certi signori in cui si rispecchiano i tempi».

     

    https://politnavigator.news/zhivov-otkrytoe-pismo-zelenskogo-prezidentu-rf-ehto-tipichnaya-cipso-dlya-opravdaniya-teraktov.html

    https://politnavigator.news/rabotajjte-bratya-putin-dal-publichnyjj-otvet-na-otkrytoe-pismo-zelenskogo.html

    https://ukraina.ru/20260605/provokatsiya-voyny-zelenskiy-boitsya-i-po-khamski-na-grani-fola-pugaet-putina-i-rossiyu-----1079878129.html

     

     

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    Il fardello dell'uomo cubano (di Alberto Bradanini)

     

    Intanto in un mondo parallelo (più equo e giusto)....

     

    di Alberto Bradanini[i])

    15 luglio 2026

     

    1. Con una decisione senza precedenti, la Repubblica di Cuba ha lanciato un'invasione navale e aereo-trasportata contro gli Stati Uniti. L’offensiva tuttora in corso, che il governo cubano ha chiamato Operazione Rinsavimento Cerebrale (ORC) ha l’obiettivo di sostituire la classe dominante anglo-americana affetta dalla malattia degenerativa nota con il nome di Morbo di Trump con una nuova classe politica che organizzi il paese su basi diverse rispetto al passato. Secondo analisti di mainstream si tratterebbe di un’operazione di regime change, un tempo pratica diffusa da parte dell’impero Usa nei paesi dove elezioni politiche, minacce o corruzione non riuscivano a garantire un governo prono agli interessi imperiali invece che a quelli della popolazione locale.

    Una volta che le ultime resistenze da parte del governo Usa saranno sbaragliate, la palingenesi toccherà la sfera dei diritti economici e della democrazia (affinché diventi effettiva e partecipata), oltre che l’insieme della politica interna e estera.  Secondo Hombre Normal, il ministro cubano della Humanidad - i canoni della nuova impalcatura istituzionale saranno centrati sulla demolizione del potere plutocratico oggi incentrato sulle corporazioni private, quali strumenti di oppressione etica ed economica di un brutale imperialismo, e il recupero della centralità dello Stato nell’economia e nello sviluppo scientifico/tecnologico del paese, nel rispetto della Costituzione, della libertà di pensiero, religione, associazione, espressione e libera impresa.

    Massima priorità sarà riservata allo sradicamento della povertà e dell’emarginazione sociale. Tutti dovranno avere un lavoro sufficiente per vivere e progredire. La proprietà privata sarà garantita e incentivata, affinché ogni famiglia, attraverso il lavoro, possa soddisfare le proprie necessità in funzione delle risorse pubbliche disponibili. Le grandi aggregazioni finanziarie e industriali oltre una certa soglia saranno però consentite solo se funzionali al benessere collettivo e sotto stretta sorveglianza dello Stato. I capitali potranno essere esportati solo sotto controllo dello Stato, e in ogni caso nel rispetto del Diritto Internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, in condizioni di parità con le altre nazioni e di rispetto dei diritti e interessi altrui.

    Il servizio sanitario sarà nazionalizzato e tutti i cittadini bisognosi potranno accedervi gratuitamente. Le risorse necessarie a tal fine proverranno dallo smantellamento delle grandi corporazioni farmaceutiche e delle 800 basi militari oggi attive in 80 paesi al mondo. Sarà in tal modo possibile, altresì, avviare la costruzione e ammodernamento delle infrastrutture pubbliche oggi fatiscenti o gravemente digradate.

    2. Quanto alla politica estera, la nuova classe dirigente - selezionata sulla scorta di accertate competenze e della lealtà ai menzionati principi etici – dovrà rimuovere gli apparati militari e d’intelligence, smantellando Cia, Nsa e le altre agenzie palesi o segrete, sinora utilizzate per destabilizzare, provocare guerre, organizzare colpi di stato, pianificare aggressioni, omicidi mirati, sequestri di persone e via dicendo.

    Un’altra priorità sarà la rivitalizzazione delle organizzazioni internazionali, in primis quelle della famiglia delle Nazioni Unite (ad es. l’OMC che Washington ha reso da anni inoperante perché disobbediente ai suoi ordini), che dovrà tornare a funzionare, come da statuto, per risolvere le controversie che sempre emergono tra sistemi economici).

    Le convenzioni bilaterali o multilaterali, sia nel campo della sicurezza che in quello economico, tecnologico e culturale, che gli Stati Uniti hanno boicottato perché giudicate non convenienti ai fini di dominio, dovranno tornare a funzionare, nel rispetto degli interessi di tutti, della pace e della stabilità internazionale. Massima priorità verrà data al controllo e riduzione delle armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche), tramite il rafforzamento del regime internazionale di sorveglianza.


    3. Nel contesto dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il governo cubano ha sottolineato che occorrerà operare anche sul piano educativo, promuovendo l’alfabetizzazione politica presso il deculturato popolo Usa, stimolando la coscienza dei valori essenziali dell’essere umano socializzato. Saranno contrastati come nemici di classe i valori assolutizzanti del profitto e del disprezzo dei beni/interessi collettivi. L’acquisizione e l’uso personale di armi da fuoco saranno proibiti e pesantemente sanzionati. Lo Stato tornerà ad avere il monopolio dell’uso della forza. Sarà ampliata e tutelata la libertà di manifestazione pacifica prevista dalla Costituzione. L’attuale, truffaldino sistema elettorale statunitense, ideato per impedire ogni possibile alternativa e dialettica politica, sarà sostituito con un sistema proporzionale puro, che risponda alla volontà del popolo.

    Le decisioni cruciali della vita del paese, come quelle su pace e guerra, non potranno essere adottate da un solo individuo, foss’egli anche il presidente, in quanto esposto, come nel caso attuale, a instabilità mentale, ricatti e corruzione. Esse saranno appannaggio di organi collegiali, Camera dei deputati e/o Senato.

    Pensiero critico ed etica della socialità dovranno tornare centrali per consentire la rigenerazione dell’homo novus nordamericano, tenendo a mente le sofferenze a lungo patite sotto il tallone della deformazione mediatica e valoriale, dell’alienazione e dello sfruttamento.

    Nelle parole del ministro cubano Hombre Normal, saranno immediatamente avviati progetti per presidiare il territorio, garantire la sicurezza delle persone e lottare contro ogni genere di violenza, delinquenza e uso di droghe, tenendo presente che tali mali sono il riflesso dell’emarginazione e della sottocultura. La lotta all’estrazione di risorse e lavoro da parte del ceto dominante globalista andrà a beneficio di 300 milioni di cittadini, ma anche degli stranieri legali (45 milioni) e illegali (10 milioni).

    All’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il presidente cubano, Miguel El Libertador, aveva dichiarato: "il popolo nordamericano è vissuto a lungo nell'inganno di essere governato dalla migliore democrazia del pianeta, mentre era chiaro anche alle montagne del Gran Canyon che si trattava di una plutocrazia malata, violenta e spietata”, aggiungendo: "Cuba non può restare a guardare oltre, mentre milioni di cittadini statunitensi sono oppressi, vedono diminuire le loro aspettative di vita e non hanno di che vivere ".


    4. Secondo le ultime notizie, le forze cubane giunte sulle spiagge della Florida con barche da pesca riadattate, convogli di biciclette e colonne di automobili anni '50 ingegnosamente ammodernate, sono state accolte con tripudio e genuina riconoscenza dai cittadini nordamericani. Le truppe cubane hanno portato al seguito viveri, coperte e medicinali per i primi soccorsi a beneficio dei senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati cronici e altri bisognosi. Si hanno notizie di gruppi spontanei di sostegno agli invasori, disoccupati, sottoccupati, sfruttati e neolaureati privi di prospettive (tra cui i portatori dell’impagabile debito studentesco, ora abolito).

    In uno slancio reattivo, la cui ragione profonda si cerca tuttora di comprendere, diverse filiali di Starbucks sono state occupate e rinominate "People's Cafés" penalizzando il titolo a Wall Street, galvanizzando tuttavia milioni di lavoratori nelle piantagioni di caffè in Africa e Asia, oltre che in America Latina. Al momento, quale misura di confidence building i clienti ricevono caffè e cappuccini a gratis, in attesa della riorganizzazione dei rispettivi settori agricoli e della distribuzione, con atteso incremento dei salari delle maestranze.

    Alla notizia dell’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, la Guardia Nazionale Usa, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e i comandi di polizia in diversi stati hanno deciso di schierarsi dalla parte del popolo. A loro volta, le forze armate (Marines, Air Force e US Navy) - che in un primo momento avevano considerato l’impiego di testate termonucleari per polverizzare gli invasori sbarcati con le insidiose colonne di automobili d’epoca – si sono ribellate al Joint Chief of Staff, gen. Out of Mind, mettendosi agli ordini del col. Good Sense, autoproclamatosi difensore delle genti nordamericane.

    All’annuncio pubblico che le forze cubane avevano preso possesso del Sud della Florida, il popolo nordamericano è sceso in piazza in ciascuno degli altri 49 stati dell’Unione, organizzando comitati di autogestione e di garanzia per formare il “governo provvisorio rivoluzionario dei Nuovi Stati Uniti d’America”, il cui avvio sarà garantito dalle truppe cubane fino al pieno insediamento delle nuove istituzioni. In attesa che la vita privata e pubblica possa essere riorganizzata sulla scorta dei principi diffusi da Radio Cuba Libre, il governo provvisorio ha statuito che “Il tallone di ferro” (Jack London, 1908) deve essere considerato libro costituzionale, rendendolo obbligatorio in ogni ordine e grado in seno al sistema educativo del paese.

    Le prime elezioni libere ed eque saranno pertanto organizzate entro tre mesi, garanti le truppe cubane menzionate, mentre alle Nazioni Unite i leader mondiali non hanno nascosto la sorpresa che una piccola nazione come Cuba potesse esprimere un potere etico-militare di tale caratura, ottenendo risultati così strabilianti. “A questo punto, i tempi per una palingenesi mondiale – hanno osservato i pungenti diplomatici del Sud Globale in un incontro con gli intronati colleghi europei – sono dunque maturi".

    Alla conferenza stampa, convocata in emergenza al Dipartimento di Stato, Marco el-Rubio non ha potuto trattenere i singhiozzi, mentre lo schermo dietro di lui proiettava immagini satellitari di truppe cubane che fumavano sigari a Central Park e passeggiavano applaudite sulla Fifth Avenue. "erano anni – ha egli tenuto a sottolineare – che mettevo in guardia di scavare trincee di difesa sulle spiagge di Miami, invece di perdere tempo con quella maledetta guerra contro l’Iran, dando retta a quel criminale squilibrato di Netanyahu, sebbene sotto altri aspetti essa abbia avuto le sue ragioni, perché abbiamo guadagnato una montagna di soldi in borsa!"

     

    [i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

     

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    Scontro sulla memoria storica in UE: chiesta la revoca dell'Ordine del Merito a Zelensky

     

     

    di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

     

    La destra dell’Europarlamento protesta contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per la riabilitazione dei collaborazionisti dei nazisti. In una lettera del 5 giugno alla leader dell’eurocamera Roberta Metzola, 34 parlamentari chiedono la revoca dell’onorificenza dell’Ordine del Merito europeo conferitagli meno di un mese fa.

     

    La goccia che ha fatto traboccare il vaso

    Nel testo si contesta il conferimento ad un’unità d’elite delle Forze Armate Ucraine del titolo di “Eroi dell’UPA”, in onore all’esercito insurrezionalista di Stepan Bandera, stata assegnata con decreto presidenziale del 26 maggio n. 440/2026. Pochi giorni prima Zelensky aveva ricevuto con gli onori di Stato la salma di un altro collaborazionista di Hitler, criminale di guerra: Andrii Melnyk, fondatore dell’OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini).

    Le spoglie sono state riesumate dal Lussemburgo e riportate in Ucraina su richiesta del governo di Kiev. Il presidente ucraino le ha ricevute dandone sepoltura con una cerimonia in pompa, a cui hanno preso parte Oleksandr Alfiorov (direttore dell'Istituto ucraino della memoria nazionale) e Iryna Vereshchuk (vice capo dell'Ufficio del Presidente dell'Ucraina), oltre a una delegazione dell’Azov. Lo stesso Alfiorov è un membro dell’Azov.

    Zelensky ha lanciato la prima zolla di terra, in ginocchio davanti al feretro.

    “Il colonnello Andriy Melnyk è tornato in un’Ucraina diversa: non quella che era stato costretto a lasciare, ma quella che aveva sognato”, ha dichiarato.

     

    Una dura condanna senza precedenti

    Il documento si scaglia in modo inequivocabile e senza mezzi termini contro “le recenti decisioni” del presidente ucraino “che pubblicamente onorano e glorificano la criminale Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) — una formazione responsabile di crimini di massa e genocidio della popolazione civile commessi nel 1943-1945 nei territori della Volinia e della Galizia Orientale della Seconda Repubblica di Polonia”.

    Specifica che durante la seconda guerra mondiale le formazioni nazionaliste ucraine furono responsabile di “pulizie etniche genocidarie” che hanno causato la morte di almeno 120.000 polacchi, ruteni, ebrei, “ucraini giusti”, nonché della cacciata di centinaia di migliaia di polacchi dalle loro terre, cui non fecero più ritorno.

    Inoltre condanna nero su bianco la glorificazione dei collaborazionisti ucraini: “Negli ultimi anni, le autorità statali ucraine hanno ripetutamente presentato OUN e UPA come organizzazioni degne di emulazione che hanno lottato per l'indipendenza dell'Ucraina. Nello spazio pubblico ucraino sta diventando sempre più evidente il culto di figure legate a OUN e UPA, come Stepan Bandera, Roman Shukhevych e Andriy Melnyk, così come degli ideologi dello sciovinismo ucraino come Dmytro Dontsov”

    “I loro nomi vengono dati a strade e piazze, vengono eretti monumenti e aperti musei. Molte unità dell'esercito ucraino moderno usano la simbologia dell'OUN e dell'UPA. I giovani ucraini vengono insegnati a onorare criminali presentati come eroi, il che ha conseguenze catastrofiche per la costruzione di relazioni di buon vicinato nell'Europa Centrale e Orientale e per superare i demoni del ventesimo secolo”.

    “I valori europei, basati sul dialogo, la cooperazione e il rispetto reciproco tra i popoli, non possono essere compatibili con la glorificazione dello sciovinismo, dell'odio, del genocidio e delle pulizie etniche. L'identità del proprio Stato e della propria società non può essere costruita su un crimine così mostruoso. Il Presidente Zelensky, come persona responsabile della glorificazione di questa tradizione criminale, non merita questo ordine e dovrebbe esserne privato”. Queste argomentazioni sono condannate “narrativa del Cremlino” dalle autorità di Kiev e dai sostenitori dell’Ucraina. Nei Paesi UE sono definite “tematiche controverse”.

     

    Tensioni al massimo con la Polonia

    La prima firmataria del documento è l’europarlamentare Anna Brylka del gruppo Patriots for Europe (PfE), eletta in Polonia con il partito di destra Konfederacja. Al momento l’appello non è ancora stato presentato, è in corso la raccolta firme. La lettera è il culmine di un’ondata trasversale di indignazione esplosa in Polonia dopo l’omaggio a Melnyk e la glorificazione dell’UPA. Il presidente Karol Nawrocky ha proposto di revocare a Zelensky l’ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza polacca.

    Il primo ministro Donald Tusk non solo lo sostiene, ma minaccia Kiev di conseguenze economiche: “le nostre relazioni saranno determinate non dalla simpatia, ma da uno spietato business". Tra le righe si legge il veto all’ingresso dell’Ucraina nella UE, attualmente in discussione.

    Il vice presidente della Camera Krzysztof Bosak, ha chiesto di passare a “gesti più completi”: bloccare l'adesione dell'Ucraina all'UE, smettere di pagare per Starlink e concedere finanziamenti.

    La reazione più emblematica è quella dell’ex presidente, capo di Solidarno?? e vincitore del premio nobel per la pace Lech Walesa:  

    "Il Presidente ucraino, premiando i banditi dell'UPA, mi ha offeso e tutti i nostri connazionali uccisi. Per questo motivo, ho pubblicamente tolto la bandiera ucraina dal petto. Continuerò ad aiutare il popolo ucraino nella lotta contro i sovietici. Rifiuto il sostegno al Presidente Zelensky", ha scritto su Facebook.

    Va specificato che l’indignazione non è mossa da alcun sentimento antifascista. Piuttosto è rivelatrice di come l’Ucraina sia diventata una rogna per le autorità polacche.

     

    Il paradosso del giardino europeo

    Nell’Europa in lotta per la libertà contro l’autocrazia russa, è la destra sovranista a promuovere un’azione antinazista. Per anni politici e giornalisti hanno lavorato intensamente nascondere la nazistificazione dell’Ucraina, accusando di filoputinismo chiunque sollevasse il problema. La sinistra liberal ha mostrato i neonazisti dell’Azov o il Corpo Volontario Russo come resistenza ucraina o partigiani russi, ammettendo i loro vessilli ai cortei del 25 aprile. La società civile ha negato o minimizzato o giustificato la glorificazione di nazisti, filonazisti e criminali di guerra. Per anni i “debunker indipendenti” (con moglie ucraina) si sono arrampicati sugli specchi per mostrare le svastiche, sempre più presenti nell’iconografia ucraina post-maidanista, come “bellissimi simboli solari slavi di fertilità”.

    Dopo tutti questi sforzi, sono i polacchi a mostrare che il re è nudo. I polacchi, gli stessi che hanno fatto della russofobia e dell’anticomunismo la propria religione di stato. La sinistra liberale, europeista e filo-NATO, invece, continua a negare che in Ucraina il nazismo sia sdoganato e celebrato. E lo fa in nome della democrazia e della lotta al “putinismo”.

     

    La lotta per la memoria storica

    Da anni Varsavia mal tollera la riabilitazione dei seguaci di Stepan Bandera, Andriy Melnyk e Roman Shukhevych. Non per un improvviso sentimento antifascista, ma per sciovinismo interno.

    Il culto delle vittime della pulizia etnica portata avanti dai collaborazionisti ucraini è uno dei pilastri del nazionalismo polacco e dunque dell’identità della Polonia democratica, assieme alla russofobia e all’anticomunismo.

    Questo elemento essenziale di coesione interna della Polonia è in conflitto esistenziale con il processo di costruzione della nuova identità nazionale ucraina, basato sulla riabilitazione, sdoganamento e glorificazione degli oppositori dell’URSS. Non più collaborazionisti nazisti ma eroi della lotta di indipendenza nazionale.

    La creazione di una comune memoria storica è terreno di conflitto irriducibile tra Varsavia e Kiev, nonché il principale ostacolo sovrastrutturale per una solida e duratura alleanza antirussa tra i due Paesi.

     

    Le ragioni concrete della discordia

    La rivalità tra Ucraina e Polonia non si colloca in cielo, ha i piedi ben radicati nel terreno. In Europa i due paesi sono avversari naturali e la loro competizione può soltanto essere amplificata da un ingresso di Kiev nell’UE.

    La preoccupazione di Varsavia ha almeno tre dimensioni:

    • produttiva-commerciale: protezione del settore agricolo. L’ingresso dell’Ucraina nell’UE renderebbe i prodotti polacchi meno competitivi a scapito degli agricoltori e produttori, che costituiscono un’estesa e importante base elettorale che nessuna parte politica intende inimicarsi;
    • economica: La Polonia è uno dei maggiori beneficiari netti dei fondi di coesione e agricoli. L’ingresso di un paese grande e povero come l’Ucraina ridurrebbe la quota pro-capite di fondi disponibili.
    • politica: un paese grande come l’Ucraina minerebbe il ruolo della Polonia di “leader dell’Est” e dunque le capacità di influenza nella regione.

     

    Le prime due problematiche sono condivise dagli altri Paesi Visegrad.

    Infine, se vogliamo, c’è un’altra grande questione che contrappone Varsavia e Kiev: la competizione militare. La Polonia ambisce a diventare il più grande esercito europeo. L’Ucraina è già una potenza militare collaudata sul campo di battaglia, con una fiorente industria militare sostenuta dall’Occidente e all’avanguardia tecnologica.

    Il rapporto tra Kiev e Varsavia non è un’alleanza ma un fidanzamento di convenienza tra due nemici naturali che si uniscono in nome della comune inimicizia contro la Russia. È una faglia tettonica strutturale in perpetuo moto conflittuale, destinata ciclicamente ad esplodere. Come in questo caso.

     

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    La batalla cultural después de la batalla política: quién moldea una sociedad y con qué objetivos – Por Ivone Alves García

    Por Ivone Alves García

    Las sociedades se engañan con una facilidad asombrosa: como niños, muchos creen que los grandes cambios nacen de revoluciones sangrientas, de golpes de Estado o de crisis económicas que lo derrumban todo. La verdad es más simple y más lenta: los cambios que realmente moldean un pueblo ocurren en silencio, durante décadas, en las aulas, en las redacciones, en las universidades, en las pantallas y en los despachos donde se decide qué es conveniente decir y qué debe ser silenciado.

    El poder real no se mide en bancas parlamentarias, sino en la capacidad de moldear el sentido común.

    Argentina vivió uno de esos procesos en las últimas décadas. No fue solo un giro político. Fue una reingeniería cultural profunda que alteró la forma en que millones de personas entienden la familia, la educación, el sexo, la autoridad, la nación y hasta el significado de las palabras. Sus impulsores lo vendieron como progreso inevitable y moralmente superior. Sus críticos lo señalaron como lo que era: un proyecto deliberado de desmantelamiento de los valores y estructuras que habían sostenido la convivencia.

    Ninguna transformación de esta magnitud surge por generación espontánea. Requiere dinero, instituciones, militantes pagados, ONGs, organismos internacionales, fundaciones extranjeras, universidades capturadas y medios alineados. Aquí entra en escena un actor clave: las grandes fundaciones y ONGs internacionales. Organizaciones como Open Society Foundations, Ford Foundation, Rockefeller y agencias de la ONU (UNFPA, entre otras) inyectaron cientos de millones de dólares durante décadas en Iberoamérica y en Argentina específicamente para promover agendas de género, derechos sexuales y reproductivos, diversidad queer y deconstrucción familiar.

    No fue filantropía desinteresada. Nunca lo es cuando se trata de poder a gran escala. Estos actores operan con objetivos estratégicos claros: imponer marcos ideológicos uniformes a nivel global que debiliten las soberanías nacionales, erosionen las identidades culturales fuertes y faciliten el control supranacional. Históricamente, muchas de estas mismas fundaciones promovieron políticas de control poblacional en el Tercer Mundo para “estabilizar” recursos y mercados. Hoy disfrazan el mismo impulso bajo el lenguaje de “justicia de género” y “emancipación individual”. Una población que no se reproduce, que prioriza el individualismo hedonista y la autopercepción por encima de la continuidad biológica y cultural, es más manejable, más dependiente de flujos globales de capital, bienes y migración, y menos capaz de resistir agendas externas.

    El impacto demográfico es devastador y predecible. Los países que más se adhirieron a esta agenda —incluida Argentina— registraron caídas brutales en sus tasas de fertilidad. En Argentina la tasa bajó a niveles catastróficos, rondando el 1.1-1.2 hijos por mujer en los últimos años, muy por debajo del nivel de reemplazo (2.1). Las familias estables se volvieron más escasas, la maternidad se postergó dramáticamente, la natalidad adolescente colapsó gracias a campañas masivas de anticoncepción y aborto legal, y una generación entera creció priorizando “realizarse” individualmente sobre la transmisión de la vida. Esto no es casualidad ni mero “progreso moderno”. Es el resultado lógico de una cultura que patologiza la masculinidad, celebra la esterilidad como liberación, y trata la familia tradicional como una reliquia opresiva.

    El resultado es una bomba de tiempo demográfica: envejecimiento acelerado, fuerza laboral futura diezmada, sistemas de seguridad social insostenibles y una nación que, a mediano plazo, pierde densidad humana y capacidad de defensa territorial y cultural. Países que se vacían demográficamente terminan importando población, muchas veces incompatible con la cultura original, profundizando aún más la fragmentación.

    Argentina no salió de este experimento más unida, más libre ni más próspera. Salió fragmentada, de rodillas y dependiente. Los resultados están a la vista: la natalidad se hundió, la destrucción de la familia estable se volvió la norma y la confianza social fue arrasada. El sistema educativo fue vaciado de conocimiento para ser convertido en una maquinaria de adoctrinamiento ideológico, mientras se ejecutaba el desmantelamiento sistemático de toda autoridad: la de los padres, la de los docentes y la de las instituciones.

    El verdadero objetivo de este proceso fue la demolición deliberada de la cohesión social. Destruyeron la idea de una ciudadanía común para imponer un tribalismo fanático, donde la identidad de cada grupo se financia a través de la victimización y el odio al otro: hombres contra mujeres, blancos contra negros, nativos contra “colonialismo”, tradición contra “diversidad”, biología contra autopercepción. Liquidaron el “nosotros” para entronizar una guerra civil cultural: un permanente «nosotros contra ellos».

    Una sociedad así es estructuralmente débil. Pierde la capacidad de generar consenso mínimo, de transmitir cultura de forma estable, de resistir presiones externas. Un pueblo atomizado, donde cada individuo busca validación en su identidad particular, es mucho más fácil de gobernar desde arriba. Depende del Estado, de los medios y de las corporaciones culturales para saber quién es y qué debe pensar.

    En la educación esto se vio con una claridad tremenda. La escuela dejó de ser el lugar donde se transmitían conocimientos duros, disciplina intelectual y una narrativa cultural compartida. Se convirtió en un centro de intervención emocional y política. Se bajó la exigencia, se cuestionó la autoridad del docente, se patologizó la masculinidad, se sexualizó prematuramente a los niños bajo el disfraz de “educación afectiva” y se trató la herencia cultural como algo sospechoso. El resultado es previsible: chicos que saben menos, que toleran menos la frustración y que están más expuestos a la propaganda del momento.

    Mientras tanto, la tan proclamada “diversidad” se reveló como un engaño. Nunca hubo tanta uniformidad ideológica en universidades, medios, cine, música y organismos públicos. La diversidad se tolera siempre y cuando coincida con la línea correcta. Disentir sigue siendo costoso.

    Lo más revelador es que esta ocupación cultural sobrevive a las derrotas electorales. Las batallas políticas son coyunturales y se dirimen cada cuatro u ocho años; las batallas culturales son estructurales: se ganan a lo largo de décadas mediante la colonización institucional, el adoctrinamiento de cuadros y el secuestro del lenguaje. Por eso las mismas consignas destructivas reaparecen una y otra vez, aunque la sociedad las haya escupido en las urnas. Tienen infraestructura. Tienen recursos extranjeros. Tienen un fanatismo ciego.

    El resultado de este sabotaje es una población anestesiada. Mientras provocan el colapso de la economía real, desintegran la excelencia educativa y hunden la demografía, dilapidan la energía pública en guerras simbólicas sobre pronombres, baños y «violencias» inventadas. Es una estrategia clásica de dominación: agotar a la comunidad en debates estériles para que sea incapaz de defender lo esencial.

    Esa es la verdadera disputa de nuestro tiempo. No entre izquierda y derecha tradicionales, sino entre quienes creen que la comunidad humana es una herencia imperfecta que debe mejorarse sin destruirla, y quienes ven en esa herencia solo cadenas que hay que romper para liberar al individuo (y, de paso, controlarlo mejor).

    Los resultados del segundo camino los tenemos delante. Ya es hora de mirarlos sin miedo.

    Ivone Alves García
    Productora general | AsiaTV

    Productora general y gestora cultural especializada en cooperación internacional y comunicación geopolítica. Cofundadora y productora general de AsiaTV, plataforma dedicada al análisis geopolítico y la cooperación internacional. Ha coordinado encuentros académicos, culturales y diplomáticos con embajadas, universidades y organizaciones internacionales. Cofundadora de la Alianza para el Desarrollo Auténtico y la Cooperación Ruso-Iberoamericana (ADACRI).

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    Propiedad y función social – Por Juan Manuel de Prada

    Por Juan Manuel de Prada

    Cuando se habla de la «función social de la propiedad» pensamos en un cierto reparto de los bienes que evite su concentración abusiva en unas pocas manos. Pero la función social de la propiedad implica, en general, que el derecho de propiedad se supedite al bien común, que es el fin último de toda política digna de tal nombre. En este sentido, debería enarbolarse este principio cuando los legítimos dueños de edificios o establecimientos emblemáticos disponen de ellos, para emplearlos en usos para los que no fueron inicialmente concebidos, o los venden a personas que envilecen y degradan su prosapia. Pondré dos ejemplos notorios.

    El primero de ellos afecta al celebérrimo edificio de la Telefónica, en la Gran Vía de Madrid. Erigido entre 1926 y 1929, fue el primer rascacielos de España; y el más alto hasta casi treinta años después. Durante nuestra malhadada Guerra Civil, el edificio de la Telefónica fue objetivo predilecto de la artillería franquista (los madrileños, con gracejo castizo, lo llamaban el «gua», en alusión al hoyo del juego de las canicas), pues, si era destruido, incomunicaba la capital con el resto de la zona republicana. Además de centro neurálgico de comunicaciones, el edificio era un observatorio militar inmejorable que permitía vigilar los movimientos de las tropas sitiadoras. Y, en fin, en este edificio se instalaron en 1936 las oficinas de los corresponsales extranjeros, entre quienes se contaban escritores tan conspicuos como Ernest Hemingway o Antoine de Saint-Exupéry. Aunque recibió más de cien impactos de proyectiles, el edificio de la Telefónica nunca llegó a desplomarse, porque su sólida estructura de acero y hormigón armado lo impidió; y porque el arquitecto que lo diseñó, Ignacio de Cárdenas, lo visitaba después de cada bombardeo para señalar dónde debían hacerse de inmediato trabajos de apuntalamiento. Los sótanos del rascacielos fueron, además, el refugio antiaéreo más seguro de todo Madrid; y sus telefonistas jamás dejaron de operar las líneas mientras duró el asedio de la capital, sin que se computara ni una sola baja. Antes de todos estos hechos, en 1929, se hizo desde este edificio la primera llamada transoceánica (una conversación entre Alfonso XIII y el presidente de Estados Unidos); y, tras la guerra, fue reconstruido respetando los planos originarios de Cárdenas. No creo, honestamente, que un edificio de tanta relevancia histórica, ligado siempre a las telecomunicaciones, pueda ser vendido alegremente (¡por una empresa, además, que está participada por el propio Estado!) a un comprador que desea convertirlo en un sórdido centro comercial. En un país donde rigiese la noción de función social de la propiedad, no se habría permitido que Telefónica cambiase su sede central; pero mucho menos se permitiría que un edificio tan ligado a la historia de Madrid se pueda vender alegremente para fines tan alejados de aquellos para los que fue diseñado.

    Con el mítico café Gijón, el segundo ejemplo al que deseo referirme, no se ha producido un cambio de uso o destino; pero ha cambiado de dueños, que han resuelto cambiar el tipo de público al que se dirigen. No soy tan ingenuo como para ignorar que el café Gijón ya no era aquel templo de las letras retratado por Francisco Umbral; tampoco se me escapa que, en las últimas décadas, se había convertido en estación predilecta de los guiris en busca de tipismos fenecidos. Sin embargo, el café seguía siendo cónclave de amenas tertulias; y la carta, aunque algo demasiado ‘encumbrada’, incluía los platos que una casa de comidas madrileña de cierto pedigrí debe incluir invariablemente, desde el jamón serrano a los callos. Pero los nuevos dueños han resuelto que el establecimiento debe aprovecharse de su renombre para captar guiris desnortados y sangrarlos concienzudamente, con una carta abominable donde se congregan, a precios astronómicos, las más diversas y desmoralizantes bazofias culinarias, desde los ‘rollitos de primavera’ (¡veinticinco euros de nada!) o los ‘nachos con guacamole’ (¡veintitrés!) al ‘curry vegano de tofu y verduras’ o el ‘poke woki hawaiano de salmón’ (¡treinta y cuatro euros cada uno!), más cuatro birrias de sushi y cuatro pizzas ignominiosas (quien lo probó lo sabe), de precios siempre delirantes. ¿Hay derecho a que un café histórico madrileño, refugio de nuestros más ilustres hombres de letras, ofrezca en su carta tales comistrajos? ¿Debemos aceptar que un lugar tan emblemático de Madrid se convierta en un antro para desvalijar guiris despistados? La función social de la propiedad debería imponerse sobre el capricho de dueños desaprensivos y vigilar las compraventas de edificios y establecimientos emblemáticos. Se expropia poco para lo que se provoca.

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    León ante el abrazo del oso – Por Juan Manuel de Prada

    Por Juan Manuel de Prada

    Las incontinencias verbales del Papa Francisco, durante los vuelos de ida y vuelta de sus viajes apostólicos, siempre deparaban suculentas carroñas al gremio foliculario. En uno de aquellos vuelos con más peligro que los de la saga ‘Aterriza como puedas’, inquirido por un periodista español sobre la posibilidad de realizar un viaje apostólico a España, Francisco respondió: «Primero tienen que ponerse de acuerdo entre ustedes». Y unas pocas semanas más tarde, aprovechando otro vuelo, soltó aquella enigmática y lacónica perla que encrespó a nuestro patriotismo más testicular: «Iré cuando haya paz». Enseguida nuestros constitucionalistas chorlitos afearon que ‘el peronista Bergoglio’ visitase sin empacho países sometidos al comunismo o infractores de los ‘derechos humanos’ y se negase a visitar la muy democrática España. Y no faltaron quienes acusaron al Papa argentino de sumarse al ‘relato’ del independentismo catalán, o al guerracivilismo de la izquierda, o incluso a la Leyenda Negra contra la nación que había evangelizado América. A nosotros, en cambio, aquella decisión de Francisco –aunque expresada con su habitual tono indelicado– nos pareció muy acertada, pues por aquellos días la política española era un cenagal de bajas pasiones; y un Papa no tiene por qué verse salpicado por el cieno de las querellas intestinas.

    Lo que pensábamos entonces lo seguimos pensando con mayor motivo hoy, pues desde entonces el cenagal español no ha hecho sino volverse mucho más inmundo y pestífero. Resulta, en verdad, desconcertante que León XIV haya elegido el momento presente para visitar España, una de las coyunturas más sórdidas y tremebundas del aciago Régimen del 78, cuando todas sus purulencias y putrefacciones se desbordan, mostrando al mundo entero la descomposición de una cleptocracia en metástasis. ¿De veras no se podía haber organizado esta visita siquiera tras la celebración de unas elecciones? ¿Por qué se elige este momento nefasto, justo cuando la tormenta judicial que cerca a un Gobierno convertido en «junta de ladrones» (según la expresión agustiniana) estalla por doquier, alumbrando nuevos episodios cochambrosos cada día? Ver noticias sobre la visita papal envueltas entre las noticias sórdidas que protagoniza la chusma gobernante produce el mismo efecto que ver un lirio en un vertedero, un ruiseñor en un festín de buitres o una virgen en un burdel. ¿Quién se halla detrás de una decisión tan desafortunada?

    Ni siquiera parece improbable que, mientras se desarrolla la visita papal, se produzcan nuevas actuaciones judiciales o policiales que comprometan todavía más al doctor Sánchez y sus mariachis (quienes, entretanto, hediondos e infestados de larvas, estarán arrimándose a León XIV, para que su aura les proteja). Ciertamente, si el heroico Hércules logró limpiar los establos de Augias sin ser sepultado entre sus inmundicias, León XIV podrá salir del brete sin que las podredumbres de la chusma gobernante salpiquen su alba sotana ni su predicamento entre los fieles. Pero se le está exponiendo a un riesgo por completo innecesario; pues la chusma gobernante no se va a conformar con ‘salir en la foto’ al lado de León XIV, sino que pretende darle el abrazo del oso, tratando de sacar tajada y rédito político de su visita, tratando de aprovechar en su beneficio cualquier pronunciamiento papal que pueda ser retorcido y tergiversado, para llevar el agua a su molino de vilezas y depravación moral. Un sujeto desaprensivo como el doctor Sánchez, que se ha negado reiteradamente a asistir a misas funerales en sufragio por las almas de las víctimas de siniestros y calamidades que han dejado consternado al pueblo español (¡que se ha negado, incluso, a sabiendas de que los familiares de dichas víctimas imploraban la celebración de un funeral católico!) y a cambio ha organizado vomitivos y horteras aquelarres masónicos ya ha confirmado su presencia en la misa que se celebrará en la Sagrada Familia; y además ha anunciado que viajará a las islas Canarias, con la evidente intención de utilizar los discursos papales para justificar sus tropelías.

    A nosotros, desde luego, nos gustaría que León hiciese con el doctor Sánchez lo mismo que Ambrosio, padre de la Iglesia, hizo con el emperador Teodosio, impidiéndole entrar en la catedral de Milán y exigiéndole que se despojase de los atavíos imperiales y vistiese de arpillera durante ocho meses, en señal de penitencia, antes de pisar suelo sagrado. O siquiera lo que Juan Pablo II hizo con Daniel Ortega y su Gobierno sandinista, reprendiéndolos públicamente en Managua. Pero no nos chupamos el dedo; y sabemos que los modos de Ambrosio y Juan Pablo II hoy se considerarían poco diplomáticos. Pero entre lo que hicieron Ambrosio y Juan Pablo II y lo que acaba de hacer la oficina de prensa de la Santa Sede, procurando a los periodistas acreditados una hagiografía del doctor Sánchez, media un abismo insondable; y no creemos que la cortesía diplomática exija lametazos ni ensalivamientos de bálano. En este texto vitando de la oficina de prensa vaticana se presenta grotescamente al doctor Sánchez como un hombre que ha orientado su labor al «fortalecimiento del Estado de bienestar», cuando lo cierto es que durante sus mandatos no ha hecho sino descender la capacidad adquisitiva de los salarios y de degradarse lo servicios sociales. También se alaba pánfilamente que haya «regularizado medio millón de inmigrantes», sin entender que lo ha hecho para satisfacer a la plutocracia depredadora que exige maximización de beneficios y salarios birriosos. Y, más nefandamente, se aplaude que el doctor Sánchez haya «relanzado los derechos sociales en España», asumiendo el lenguaje a la vez eufemístico y sarcástico que emplean los discípulos de Mengele y los apóstoles de la antropología más disolvente y anticristiana. Pues los ‘derechos sociales’ que ha ‘lanzado’ el doctor Sánchez son la eutanasia y el transgenerismo; y el que ha ‘relanzado’ es el aborto, queriéndolo convertir en ‘derecho constitucional’ expresamente reconocido (como si no bastase el socarrón reconocimiento tácito que el bodrio constitucional le otorga).

    Son todos signos horrendos. Pero sin duda León XIV, que es el vicario de quien supo escapar de un sepulcro, sabrá cómo escapar a este abrazo del oso donde, lamentablemente, actúan como entusiastas mamporreros quienes más obligación tienen de protegerlo.

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    Dua Lipa e Callum Turner: un matrimonio dal sapore coloniale

     

    di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

    Parliamo anche noi del matrimonio di Dua Lipa, la cantante kosovara che ha sposato l’attore e modello Callum Turner. Gli sposi hanno scelto Palermo come meta dei festeggiamenti nuziali della durata di oltre due giorni.

    I giornali ci inondano di gossip. E ci raccontano che la coppia alloggia a Villa Igiea, hotel extra lusso ora proprietà di una famosa catena alberghiera e di un fondo saudita ma un tempo prestigiosissima dimora dei Florio. Qui la coppia ospita gli altri invitati, tutti celebrità e vip e alloggia in una suite di oltre 100 mq da seimila euro a notte -extra a parte- con lettone superior king -sicuramente molto interessante come informazione- grande terrazza con vista mare e opere d’arte.

    Non appena atterrati avrebbero passato la giornata in hotel andando ad allenarsi in palestra. Più interessati ai bicipiti che alla città, evidentemente. Costo totale della cerimonia: oltre 1,5 milioni di euro.

    Questi i gossip che l’informazione dà in pasto al volgo, alla plebe. Però a noi interessa altro di questa vicenda dal sapore coloniale, non il gossip.

    Ci interessa smontare i costrutti della propaganda - all’opera anche qui-, smontare la banalità e l’ottusità con cui vengono costruiti slogan funzionali al lavaggio del cervello e a rendere tollerabile qualsiasi tipo di abuso e sopraffazione. Nella fattispecie gli abusi sono a danno della città e dei suoi cittadini.

    Vasto il repertorio di slogan e frasi fatte: “il matrimonio porta visibilità” , “il matrimonio porta soldi alla città”, “porta turismo” e così via discorrendo, anzi ripetendo….Ma Dua Lipa ha davvero ‘portato soldi’ a Palermo? Andiamo a vedere e scopriamo che l’agenzia che ha organizzato l’evento è milanese, la wedding planner non è neppure siciliana. Ma sopratutto si scopre che Dua Lipa e il marito non hanno pagato per l'uso pubblico delle strade e delle piazze usate per i loro festeggiamenti. Le limitazioni, come le transenne in centro, sono state gestite tramite i normali permessi di occupazione di suolo pubblico e i relativi servizi di sicurezza privata. Quindi a chi avrebbe portato soldi? Alla famiglia nobile proprietaria del palazzo Valguarnera a Bagheria ? A palazzo Ganci o Villa Igiea? Ma questi sono soggetti privati, alla città nessun soldo. E allora cosa ha lasciato? La visibilità.  E Palermo, città millenaria, di cultura ha bisogno della Dua Lipa che cammina a Villa Igiea, nelle stanze di Franca Florio, col cappellino all’americana e un pareo al posto dei pantaloni? Palermo ha bisogno di questo tipo di visibilità?

    Certamente una visibilità  che non porta soldi né ricchezza ma anzi alimenta quel turismo predatorio e di massa di chi viene a Palermo perché c’è stata Dua Lipa. Non certo per restare incantati dalle sue meraviglie. Ma già Palermo è satura di questo turismo.

    Tra l’altro non è neppure un ‘grande evento’, come ad esempio le Olimpiadi o i Mondiali di calcio, dove intervengono migliaia di persone. È semplicemente un evento privato e tale resta, a prescindere dalla celebrità dei contraenti. Un evento privato dal fortissimo sapore coloniale. Si badi bene, infatti, i residenti qui non diventano figuranti, come si legge in giro. NO. Ai residenti è stato imposto divieto di circolazione, gli hanno fatto firmare “patti di riservatezza”, per non farsi vedere in giro e rovinare la cerimonia. Dunque non sono neppure dei figuranti, da osservare nel proprio ambiente esotico come animali in cattività, che già sarebbe inaccettabile. Qui è anche peggio: nn devono circolare perché Due Lipa, è ricca e vuole la città tutta per lei. Vuole la città. Senza popolo. Vuole le pietre senza popolo.

    E se anche davvero questo matrimonio portasse una “visibilità” tale da richiamare turisti, in base a questo accettiamo che i diritti dei cittadini possano essere sospesi? Se anche avesse pagato tanto, oggi sono in vendita anche i diritti? E se un giorno arrivasse un buzzurro qualsiasi che volesse bivaccare a Palazzo delle Aquile o al Campidoglio? E’ solo una questione di soldi?

    Altro che la visibilità e il ritorno d’immagine, qua è in ballo ben altro.

    E abbiamo la misura per capire sino a che punto il Discorso è avvelenato dalla propaganda. E’ obbligatorio riflettere sul fatto che in un contesto neoliberale, in cui lo Stato è ridotto a mero garante degli interessi e della speculazione delle multinazionali e degli investitori, il riccone di turno può arrivare e comprare o disporre di una città come fosse una sua proprietà, imporre ai residenti di non uscire di casa, di non affacciarsi, di non parcheggiare. Può scegliere quel che gli piace e sospendere i diritti di chi non ha abbastanza soldi per opporsi. Così la figlia di Trump e Jared Kushner hanno “scoperto” l’isola di Sazan in Albania durante una gita in barca a vela. Ed ecco che ritorna la prospettiva coloniale: hanno fatto una nuotata, hanno raggiunto l’isola e “l’hanno scoperta”, come se prima non esistesse e iniziasse a esistere solo dal momento in cui è scoperta dall’investitore occidentale. L’isola è bella e la voglio. Palermo è bellissima, la voglio, me la prendo.

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    Guerra in Ucraina: immagini satellitari USA riducono del 90% i tempi per colpire i russi

     

    di Francesco Fustaneo per l'AntiDiplomatico

     

    Che quello combattuto in Ucraina sia un conflitto tra la Nato e la Russia, con Kiev che agisce per procura, è una tesi che come testata sosteniamo da tempo.

    Gli ucraini mettono il terreno di scontro e la carne da cannone, mentre i paesi della Nato – e l'Europa in particolare – garantiscono loro sostegno economico, forniscono armi e tecnologia, finanziano fabbriche di droni (spesso con accordi di cooperazione con aziende ucraine) e supportano le attività di intelligence.

    Quanto riportato dal Wall Street Journal è solo l’ultimo  tassello che conferma quanto affermato sopra.

    Secondo la testata statunitense, l'Ucraina ha notevolmente accelerato la velocità e la precisione delle sue operazioni con i droni integrando immagini satellitari commerciali e strumenti software avanzati nel processo decisionale in prima linea, come affermato da fornitori di tecnologia e fonti coinvolte nel programma.

    Negli ultimi sei mesi, le missioni di piccole unità che hanno testato il sistema avrebbero ridotto fino al 90% il tempo necessario per individuare e colpire obiettivi militari russi. Un risultato che rappresenta un salto di qualità nella guerra moderna, dove la rapidità decisionale è spesso decisiva.

    "La riduzione del ciclo sensore-to-shooter è la tendenza determinante di questa guerra a livello tattico", ha commentato Franz-Stefan Gady, analista militare e fondatore di Gady Consulting.

    La tecnologia si basa su immagini ad alta risoluzione provenienti da satelliti gestiti da Vantor, società con sede in Colorado, combinate con un software di analisi geospaziale che consente ai soldati di identificare e valutare i bersagli in dettaglio. Le immagini satellitari vengono consegnate direttamente ai dispositivi dei soldati ucraini – tablet, telefoni e computer portatili – talvolta entro quindici minuti dall'acquisizione. Questo bypassa l'elaborazione centralizzata dei dati a Kiev, che in precedenza poteva richiedere ore o addirittura giorni.

    Secondo analisti militari e rappresentanti delle aziende coinvolte, si tratta del primo caso noto di immagini satellitari commerciali non classificate fornite direttamente a singoli soldati per supportare decisioni di combattimento in tempo reale. I satelliti impiegati vengono utilizzati anche per applicazioni civili come la cartografia e il monitoraggio ambientale. Il sistema è frutto di una partnership internazionale che coinvolge la statunitense Vantor per le immagini satellitari, l'olandese Bravo1Alpha per l'intelligence geospaziale, la statunitense Persistent Systems per le tecnologie di comunicazione e l'ucraina Burevii per la difesa.

    La costellazione di Vantor è composta da dieci satelliti che coprono quotidianamente sette milioni di chilometri quadrati, fotografando ogni punto della Terra dalle dodici alle quindici volte al giorno. La precisione delle coordinate è di circa cinque metri, sufficiente per guidare un drone d'attacco con testata da cinquanta chilogrammi.

    Il software consente inoltre ai soldati di confrontare immagini satellitari attuali e storiche per rilevare cambiamenti nelle infrastrutture o nei movimenti delle truppe, di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per scansionare vaste aree e identificare obiettivi in movimento, e di sfruttare funzionalità di modellazione tridimensionale per simulare le traiettorie di volo dei droni, rendendo gli attacchi più efficaci.

    Resta da capire se queste tecnologie, strettamente legate all'uso dei droni, potranno compensare la cronica carenza di uomini dell'esercito ucraino ed evitare il collasso di Kiev, o se si limiteranno a infliggere danni alla Russia senza cambiare le sorti di una guerra ormai basata sull'usura reciproca. Senza scossoni decisivi, sul lungo periodo il logoramento finirebbe infatti  per premiare Mosca, almeno sul terreno strettamente militare.

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    Albania svenduta al sionismo? Ecco cosa diceva Edi Rama alla Knesset a gennaio (VIDEO)


    Se vi state chiedendo perché il premier albanese Edi Rama stia svendendo la sua patria al genero sionista di Trump, producendo una vera e propria rivolta nel suo paese, vi consigliamo di ascoltare con molta attenzione questo passaggio che ha pronunciato alla Knesset nel gennaio del 2026 poche settimane prima della barbara aggressione della Coalizione Epstein contro l'Iran.

     

    Se vi state chiedendo perché Edi Rama stia svendendo la sua patria a Kushner, ecco il suo discorso alla Knesset del gennaio 2026. pic.twitter.com/oS61844pZd

    — l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) June 6, 2026

     

    "Ecco perché l'Albania è stata tra i primi Paesi in Europa ad adottare una nuova e avanzata legislazione contro l'antisemitismo; perché abbiamo integrato lo studio dell'Olocausto nei nostri programmi scolastici; e perché oggi stiamo costruendo, proprio nel cuore dell'Europa, due speciali spazi culturali. Questi luoghi sono ispirati dalla forza e dal luminoso esempio dei nostri nonni, musulmani e cristiani, che rischiarono la propria vita per salvare quella degli ebrei.

    Ma non si tratta solo degli ebrei. Si tratta dell'umanità. E non dell'umanità intesa come parola generica o concetto astratto, ma della nostra umanità.

    È per questo che, ormai da molti anni, l'Albania offre protezione a migliaia di cittadini iraniani, la cui opposizione ai macellai di Teheran mette le loro vite in grave pericolo. Non è stato un gesto privo di rischi per noi, e non lo è nemmeno oggi.

    Tuttavia, restare umani quando la propria umanità è messa a dura prova non è mai privo di pericoli."

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    Bolivia: stato di emergenza imminente, proteste e accuse tra Paz e Morales

    Il presidente consrvatore e neoliberista boliviano, Rodrigo Paz, sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza per ampliare l'impiego delle Forze Armate al fine di contrastare i blocchi stradali attuati da agricoltori e sindacati.

    Questa misura si aggiunge alla persecuzione politica che sta conducendo contro i leader sociali che animano la rivolta boliviana contro il neoliberismo selvaggio.

    Paz ha supervisionato le operazioni insieme al Ministro della Difesa Ernesto Justiniano e ha ribadito il suo appello alla pace, affermando che "ciò di cui la Bolivia ha bisogno è il dialogo, non lo scontro". Tuttavia, il presidente sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, una misura già approvata dal Senato e in attesa di ratifica da parte della Camera dei Deputati. Questa circostanza conferirebbe una presunzione di legalità alle azioni militari e trasferirebbe la responsabilità politica al governo.

    Paz ha inoltre rivolto un appello ai leader che hanno partecipato alle manifestazioni dall'inizio di maggio, esortandoli a non credere alle parole dell'ex presidente Evo Morales. L'attuale presidente boliviano sta tentando di costruire una falsa narrativa contro Morales, accusandolo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico, un'azione volta a screditare e incriminare i suoi oppositori.

    ???? Bolivia: Gobierno anuncia medidas ante protestas sectoriales

    ???? El presidente Rodrigo Paz de Bolivia anunció medidas de presión para frenar las protestas sectoriales que cumplen más de cuatro semanas. Los movimientos sociales mantienen su exigencia de renuncia del mandatario,… pic.twitter.com/imGejWPOLX

    — teleSUR TV (@teleSURtv) June 5, 2026

    Il conflitto si sta intensificando, con quasi cento posti di blocco in tutto il Paese, che interessano anche Cochabamba, Oruro e Potosí. Il presidente Evo Morales ha nuovamente accusato il governo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico per eludere i problemi legali, tra cui un mandato di arresto per traffico di esseri umani. "Sta usando il popolo come trampolino di lancio per difendersi dai suoi problemi legali", ha dichiarato il presidente. L'ex presidente indigeno ha inoltre denunciato di essere a conoscenza di un piano per arrestarlo e successivamente consegnalarlo agli USA.

    A livello internazionale, gli Stati Uniti hanno ribadito il loro sostegno a Paz, con il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ha dichiarato sul suo account X che "la Bolivia non deve permettere che venga ripristinato il vecchio status quo del dominio narco-terroristico nella regione". Allo stesso modo, l'alleanza regionale - asservita agli USA - Scudo delle Americhe ha denunciato i "continui tentativi di rovesciare" il governo boliviano, allineandosi alla posizione di Washington sulla crisi interna.

    Questa posizione non è passata inosservata e Morales l'ha criticata per essersi schierata dalla parte del governo mentre la popolazione ne subisce le conseguenze. "Ora ricorrono di nuovo al discorso del 'narco-terrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e screditare le legittime rivendicazioni di coloro che difendono la democrazia, la sovranità e le nostre risorse naturali", ha affermato Evo Morales in un post sul suo account X, denunciando la possibile interferenza straniera.

    Venerdì, forze di polizia e militari sono riuscite a sbloccare una via di rifornimento strategica per La Paz ed El Alto, città colpite da oltre un mese di proteste che chiedevano le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L'operazione, supportata da mezzi pesanti e attrezzature antisommossa, ha permesso la ripresa delle consegne di cibo dalle zone agricole di Lipari e Río Abajo.

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    Guerra commerciale alla Cina: l'Europa sa cosa rischia?

    C'è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui l'Unione Europea porta avanti la propria politica estera ed economica. Non si tratta di una politica estera lungimirante, né di una strategia industriale coerente. Assomiglia piuttosto a una risposta automatica a impulsi che arrivano dall'esterno, principalmente da Washington, e che Bruxelles recepisce e trasforma in decisioni capaci di danneggiare prima di tutto i cittadini europei.

    Oggi il bersaglio è la Cina. Ma la storia, per chi ha memoria, risuona in modo inquietante. Abbiamo già visto come è andata con la Russia, e sappiamo come è andata a finire.

    Quando l'Europa decise di sanzionare masochisticamente Mosca, lo fece con una foga che lasciava poco spazio al ragionamento economico. Le conseguenze furono devastanti per interi settori produttivi europei, dall'agricoltura all'energia, dall'industria manifatturiera al commercio di prossimità. Le bollette dei cittadini alle stelle, le imprese strozzate dai costi energetici, una recessione strisciante che ha colpito soprattutto i Paesi più industrializzati del continente. La Russia, nel frattempo, ha trovato nuovi mercati, ha riorientato i propri flussi commerciali verso est e verso sud, e ha retto all'urto molto meglio di quanto i tecnocrati di Bruxelles avessero previsto. L'Europa ha pagato il conto da sola.

    Ora si prepara a ripetere l'esperimento con un interlocutore enormemente più grande e più radicato nell'economia globale.

    I numeri parlano da soli, e sono numeri che dovrebbero fare riflettere chiunque abbia a cuore il benessere dei lavoratori e delle famiglie europee. Nel 2025, il deficit commerciale dell'Unione Europea con la Cina ha raggiunto i 359 miliardi di euro, più del doppio rispetto al periodo pre-pandemia. Pechino ha venduto quasi 560 miliardi di euro di merci al mercato europeo, mentre le esportazioni europee verso la Cina sono scivolate sotto i 200 miliardi. Un divario enorme, certo. Ma la risposta non può essere quella di alzare barriere che colpiscano le tasche di chi compra quei prodotti, cioè i consumatori europei.

    Eppure è esattamente quello che si sta considerando a Bruxelles. Bloomberg ha rivelato che la Commissione Europea si prepara a mettere in guardia cittadini e imprese da una possibile guerra commerciale con la Cina, ammettendo in privato che Pechino quasi certamente risponderà con ritorsioni. La Commissione stessa ha dichiarato pubblicamente che la relazione con la Cina non è più sostenibile. Una frase che suona come un atto d'accusa ma che nasconde una domanda fondamentale: sostenibile per chi? Per le élite che gestiscono il processo decisionale europeo, o per i milioni di persone che dipendono da catene di approvvigionamento, da prezzi accessibili, da forniture industriali che passano in larga parte attraverso la Cina?

    Pechino non ha mancato di rispondere con chiarezza. Mao Ning, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha smontato il linguaggio diplomatico europeo con una sintesi efficace: che si chiami riduzione del rischio, diminuzione della dipendenza o riequilibrio commerciale, si tratta comunque di protezionismo. E il protezionismo, ha avvertito, non colpisce i governi, colpisce le imprese e i consumatori, aumentando i costi e riducendo la competitività nel lungo periodo.

    È un avvertimento che merita di essere preso sul serio, non liquidato come propaganda. Perché viene confermato anche dalla stessa OCSE, che pur criticando il sistema di sussidi cinese, riconosce implicitamente che il successo di Pechino in settori come l'energia solare, i veicoli elettrici, le telecomunicazioni e la cantieristica navale è reale e radicato. Non è un'illusione contabile.

    Ricercatori cinesi, in un'analisi pubblicata dall'agenzia Xinhua, hanno messo il dito su una piaga che in Europa nessuno vuole toccare: il problema non è il surplus produttivo della Cina, ma la mancanza di innovazione europea e la chiusura dei propri mercati. Una lettura scomoda per Bruxelles, ma difficile da ignorare, specialmente guardando come l'industria continentale abbia progressivamente perso terreno in quasi tutti i settori ad alta intensità tecnologica. Una naturale conseguenza dell'implemetazione di ricette economiche basate sull'ideologia del neoliberismo selvaggio.

    C'è poi un elemento strategico che rende questa partita ancora più pericolosa per l'Europa. La Cina non è la Russia. Non è un Paese isolabile (obiettivo fallito anche con la Russia) con qualche pacchetto di sanzioni. Ha già dimostrato di saper reggere alla pressione USA, molto più strutturata e determinata di quella europea. Ha mercati alternativi, ha accumulato riserve tecnologiche e produttive, sta costruendo infrastrutture commerciali nei Paesi vicini all'Unione Europea, come il Marocco, che hanno accordi di libero scambio con Bruxelles e che potrebbero diventare porte d'ingresso per aggirare qualsiasi futuro dazio. In altre parole, la Cina ha già pensato alle contromosse. L'Europa, a giudicare dalle divisioni interne alla stessa Commissione, no.

    Quello che manca in questo dibattito è la voce dei popoli europei. Non degli industriali che chiedono protezione dalla concorrenza, non dei funzionari che ragionano in termini di quote di mercato e rapporti strategici, ma dei lavoratori, degli artigiani, delle piccole imprese, delle famiglie che ogni giorno fanno i conti con il costo della vita. Queste persone non hanno chiesto una guerra commerciale con la Russia, eppure l'hanno pagata cara. Non stanno chiedendo una guerra commerciale con la Cina, eppure si preparano a subirne le conseguenze.

    Un'Europa che decide contro i propri cittadini non è un'anomalia della storia recente. È diventata un metodo di governo ben preciso. Si ripete con la stessa logica: si recepiscono le pressioni esterne, si adotta il linguaggio dei valori per giustificare scelte che di valoriale hanno poco, e poi si lascia che siano i più vulnerabili a pagare il prezzo. Prima con il gas russo che non arrivava più e le bollette che triplicavano. Domani, forse, con i prezzi dei pannelli solari, delle auto elettriche, dei componenti industriali che si impennano perché qualcuno a Bruxelles ha deciso che la competizione cinese è sleale.


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    Oltre 250 dollari al barile: lo scenario che potrebbe far impennare i prezzi del petrolio

    I prezzi del petrolio potrebbero superare i 250 dollari al barile se le sanzioni contro il greggio russo venissero estese, ha avvertito Igor Sechin, CEO della compagnia petrolifera russa Rosneft, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

    Sechin ha sottolineato che il blocco dello Stretto di Hormuz, causato dall'aggressione israelo-statunitense contro l'Iran, ha bloccato circa 16 milioni di barili di petrolio al giorno.

    Ha aggiunto che, se venissero imposte ulteriori restrizioni alle esportazioni russe di 7 milioni di barili al giorno, il prezzo del petrolio greggio potrebbe superare i 170 dollari al barile, secondo una stima di Nobuo Tanaka, ex direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia. Agli attuali 150-160 dollari, se ne dovrebbero aggiungere altri 100, ha indicato.

    Se lo Stretto di Hormuz venisse riaperto, il prezzo medio di un barile di petrolio raggiungerebbe i 95-96 dollari entro la fine dell'anno, mentre entro un anno scenderebbe a 80-85 dollari, secondo Sechin.

     

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    "Questa sarà la fine dell'umanità": il monito di Lavrov sull'intelligenza artificiale

    Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha espresso la sua opinione sulla diffusione dell'intelligenza artificiale (IA).

    "Sarà la fine dell'umanità. Capisco che lo sviluppo della scienza e della tecnologia non possa essere fermato, ma ciò nonostante, la Terra appartiene agli esseri umani", ha dichiarato giovedì in un'intervista con lo scrittore russo Alexander Tsypkin.

    Questa è stata la sua risposta a una domanda sulla teoria secondo cui sarebbe meglio affidare il controllo del pianeta all'intelligenza artificiale, poiché priva di emozioni e in grado di agire razionalmente.

    Secondo Lavrov, nello sviluppo di tecnologie che coinvolgono un'ampia gamma di aspetti, inclusi quelli economici e militari, è necessario mantenere il controllo sul loro utilizzo.

    Inoltre, il Ministro degli Esteri ha rivelato come le forze ucraine utilizzino l'IA nelle operazioni militari. Ha spiegato che l'Occidente fornisce al regime di Kiev tecnologie che consentono di risolvere compiti e prendere decisioni senza inviare informazioni a un centro di elaborazione dati centrale, poiché esistono mini-centri dati per ogni combattente. Pertanto, ciò ha un impatto "crescente" sulle questioni di guerra e di pace.

    "Qualcuno deciderà di avere ora un mezzo per l'impunità assoluta. E nessuno mi toccherà. Ora sconfiggeremo tutti", ha esemplificato, descrivendo una possibile mentalità riguardo all'uso di tale tecnologia.

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    Albania in fiamme contro Kushner e Trump: "Non saremo una nuova Palestina"

     

    Il 4 giugno decine di migliaia di albanesi sono scesi in piazza per protestare contro l'imminente distruzione dell'isola di Sazan e della sua delicata costa circostante, destinata a far posto a un progetto di resort di lusso da 1,6 miliardi di dollari guidato da Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

    Secondo quanto riferito, i lavori di costruzione del progetto mediterraneo di 1.400 ettari, che comprende l'unica isola albanese, sono già iniziati, mentre i manifestanti denunciano l'accaparramento di terre come l'emblema dell'ingerenza straniera e della corruzione governativa. 

    Quella che era iniziata come una disputa locale sulla conservazione ambientale si è trasformata in una grave crisi geopolitica, poiché i manifestanti nella capitale Tirana, sventolando bandiere palestinesi e scandendo "L'Albania non è in vendita", hanno esplicitamente collegato la società di investimenti di Kushner, Affinity Partners, alle ambizioni espansionistiche regionali.

    ???? La situazione sta sfuggendo completamente di mano.

    L'Albania è in preda per il secondo giorno consecutivo a violente proteste di massa contro l'accordo di Kushner per l'esproprio di terreni del valore di 4 miliardi di dollari. ????????

    Il popolo albanese si rifiuta di diventare una nuova Palestina. ????" pic.twitter.com/lSoD7Qskf2

    — Affari mediorientali (@OpsHQs) 4 giugno 2026

    L'azienda, che riceve un sostegno significativo da fondi sovrani sauditi, qatarioti ed emiratini, è stata oggetto di intense indagini per i suoi legami con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est occupata. 

    Albania contro Israele: i fischi hanno sovrastato l'inno nazionale israeliano durante la partita di calcio.

    Pugni, spintoni, scarpe e immondizia piovevano dagli spalti sulla squadra israeliana.

    Il boicottaggio parziale ha tenuto lo stadio mezzo vuoto. pic.twitter.com/OUatyG5xEC

    — Clash Report (@clashreport) 5 giugno 2026

    I critici sostengono che il progetto sia un'estensione dell'approccio opportunistico di Kushner, già evidente nella sua leadership del progetto di ricostruzione di Gaza "Board of Peace", che privilegia gli investimenti stranieri e il patrimonio privato della famiglia Trump rispetto agli aiuti umanitari.

    Proteste in Albania per il progetto di Kushner sull'isola, legato a Israele

    Proteste e scontri violenti sono scoppiati nel fine settimana quando macchinari pesanti hanno iniziato a scavare sull'isola albanese disabitata di Sazan, dove Jared Kushner e Ivanka Trump progettano di costruire un resort ecologico di lusso.… pic.twitter.com/V04e8CxRX3

    — The Cradle (@TheCradleMedia) 5 giugno 2026

    Il governo albanese, guidato dal Primo Ministro Edi Rama, ha conferito al progetto lo "status di investitore strategico" alla fine del 2024, una designazione che consente agli sviluppatori di aggirare gli ostacoli normativi standard. 

    Questa mossa ha innescato un'indagine da parte della SPAK, l'organismo anticorruzione albanese, sulle modifiche legislative che hanno indebolito la tutela dei terreni nazionali per agevolare tali accordi. 

    Mentre Rama difende l'investimento come un percorso necessario per modernizzare il Paese, gli oppositori considerano l'accordo – a quanto pare concepito durante un viaggio nel Mediterraneo a bordo di una nave di proprietà dei Rothschild – un tradimento della sovranità nazionale.

    Jared Kushner ammette che è stato il suo amico Nat Rothschild ad aiutarlo a trovare la sua nuova isola privata isolata nel mezzo del Mediterraneo mentre era in vacanza sulla sua barca.

    Kushner afferma di aver avuto un incontro privato con il Primo Ministro albanese sulla barca di Rothschild… pic.twitter.com/qKxA519bZO

    — Shadow of Ezra (@ShadowofEzra) 3 giugno 2026

    Le tensioni sono ulteriormente alimentate dalla spinta del governo verso legami più stretti con Israele, che i critici collegano al ruolo di Kushner come inviato statunitense e membro del Board of Peace.

    Per molti albanesi, l'installazione di guardie di sicurezza private e filo spinato lungo la costa dello Zvernec rappresenta un "crollo totale dello stato di diritto", dove gli interessi di personaggi stranieri di alto profilo prevalgono sui diritti locali. 

    I manifestanti sostengono che la lotta non riguarda più solo la salvaguardia dell'ambiente, ma la resistenza a un governo che, a loro avviso, sta svendendo il patrimonio nazionale al miglior offerente straniero.

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    L’isolamento di Israele: per due terzi del mondo l’opinione sul Paese è "sfavorevole"

     

    Un nuovo sondaggio del Pew Research Center, pubblicato il 4 giugno, mostra che la maggior parte delle persone in decine di paesi del mondo ha un'opinione "sfavorevole" di Israele e non ha "fiducia" nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

    Il sondaggio è stato condotto tra l'8 febbraio e il 13 maggio di quest'anno, coinvolgendo 36 paesi. 

    La maggior parte delle interviste è stata condotta dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, alla fine di febbraio.

    Nei 36 paesi considerati, il 36% ha un'opinione "sfavorevole di Israele", mentre il 25% ne ha un'opinione favorevole. Il 36% rappresenta circa i due terzi.

    "Le opinioni sono particolarmente negative nei luoghi a maggioranza musulmana oggetto dell'indagine, tra cui Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan, Turchia e le aree [occupate] della Cisgiordania e Gerusalemme Est", ha sottolineato il think tank con sede a Washington, aggiungendo di non essere stato in grado di condurre sondaggi a Gaza, dove Israele continua a bombardare e uccidere decine di palestinesi al giorno in base a un accordo di 'cessate il fuoco' sponsorizzato dagli Stati Uniti. 

    Il rapporto sostiene, inoltre,  che in tutti i paesi europei inclusi nel sondaggio si riscontravano opinioni relativamente negative su Israele. 

    Circa la metà degli adulti in Italia, Spagna e Paesi Bassi ha espresso un'opinione "molto negativa" su Israele.

    In Nord America e in Europa, i giovani sono più contrari a Israele rispetto alle persone più anziane. In Ungheria, il 72% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha un'opinione negativa di Israele, mentre il 42% di coloro che hanno 50 anni o più considera Israele "sfavorevole".

    Negli Stati Uniti, l'83% dei liberali e il 37% dei conservatori hanno un'opinione negativa di Israele. In Australia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia, almeno il 90% dei cittadini di sinistra vede Israele sotto una luce negativa.

    "In ciascuna di queste nazioni, tale percentuale è almeno 23 punti percentuali superiore rispetto a quella registrata tra le nazioni di destra", ha osservato il rapporto Pew. 

    Il sondaggio evidenzia anche come la percezione di Israele sia cambiata nell'ultimo anno. Le opinioni sfavorevoli sono aumentate in 13 dei 24 Paesi intervistati. In Argentina, il 46% delle persone aveva un'opinione negativa di Israele, rispetto al 55% attuale. 

    In Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito, le opinioni molto negative su Israele sono aumentate a doppia cifra.

    In Grecia, solo il 30% esprime un'opinione positiva su Israele, una percentuale pressoché identica a quella dell'anno scorso.

    Nella maggior parte delle nazioni intervistate, la maggioranza ha dichiarato di non avere "molta o nessuna fiducia" nella capacità di Netanyahu di "fare la cosa giusta in merito agli affari mondiali".

    Ciò include oltre il 50% degli adulti in Australia, Bangladesh, Canada, Francia, Germania, Grecia, Indonesia, Italia, Malesia, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna, Svezia, Turchia, Regno Unito e nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, che hanno dichiarato di non avere "assolutamente alcuna fiducia".

    Numerosi sondaggi mostrano un peggioramento dell'opinione pubblica su Israele in tutto il mondo negli ultimi anni, in particolare negli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center di aprile ha rilevato che quasi il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione negativa su Israele.

    A marzo, Drop Site News e Zeteo hanno condotto un sondaggio che ha rivelato come la maggioranza dei cittadini statunitensi creda che il presidente Donald Trump abbia lanciato la guerra all'Iran per "insabbiare" il caso Jeffrey Epstein.

    Un recente sondaggio, pubblicato dalla Cattedra UNESCO per la ricerca interdisciplinare sull'antisemitismo presso l'Università di Varsavia, ha rivelato che il 45% dei cittadini polacchi considera le azioni di Israele contro i palestinesi paragonabili a quelle della Germania nazista. 

    Israele sta attualmente conducendo una devastante campagna di pulizia etnica nel sud del Libano, lanciando quotidianamente brutali raid aerei. Occupa inoltre numerosi villaggi libanesi e ha distrutto decine di migliaia di case di civili, uccidendo oltre 3.500 persone.

    A Gaza, due milioni di palestinesi sfollati interni sono ammassati nel 40% del territorio prebellico della Striscia, un territorio che ha subito cambiamenti demografici senza precedenti a causa di due anni di bombardamenti e pulizia etnica. Quasi 1.000 persone sono state uccise da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre.

    L'esercito israeliano ha inoltre compiuto importanti annessioni territoriali in Siria e ha condotto diverse ondate di brutali bombardamenti contro lo Yemen.

    Il Financial Times (FT) ha scritto a maggio che l'esercito israeliano ha "conquistato" 1.000 chilometri quadrati di territorio in Asia occidentale a partire dal 7 ottobre 2023.

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    Raid Usa e la risposta dell'Iran: pioggia di missili iraniani su Kuwait e Bahrein

     

    L'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro basi statunitensi in Kuwait e Bahrein in risposta ai bombardamenti americani di Sirik e Qeshm, nel sud del Paese persiano.

    "A seguito dell'aggressione dell'esercito statunitense, responsabile di terrorismo e sterminio di bambini, contro le isole di Sirik e Qeshm, le basi nemiche nella regione sono state colpite da missili della Forza aerospaziale", ha riferito l'Ufficio relazioni pubbliche del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC).

    Secondo le Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), all'1:30 del mattino, quattro petroliere non autorizzate, istigate e dirette dall'esercito statunitense, hanno tentato di lasciare illegalmente lo Stretto di Hormuz senza coordinamento e ignorando gli avvertimenti emessi dalla Marina delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. "A seguito degli avvertimenti, una delle petroliere è stata intercettata e fermata, mentre le restanti si sono ritirate", ha aggiunto l'IRGC.

    "Alle 02:00, a seguito di questo incidente, droni statunitensi hanno attaccato con due proiettili una torre di telecomunicazioni a Qeshm e un'altra a Sirik", ha affermato.

    Secondo le Guardie Rivoluzionarie, in risposta all'aggressione statunitense, la base aerea americana di Al-Salem in Kuwait, così come le restanti strutture della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein, furono immediatamente colpite da missili balistici.

    "Si avverte il nemico aggressivo e assassino di bambini che, qualora tali azioni si ripetessero, la risposta non si limiterà a misure restrittive. Sarà ritenuto responsabile delle conseguenze di una possibile chiusura totale dello Stretto di Hormuz al transito del suo petrolio e del suo gas", ha avvertito.

    Secondo i media locali, in Kuwait sono scattate le sirene d'allarme. Alcune fonti hanno riferito di aver udito delle esplosioni nel Paese, mentre l'esercito kuwaitiano ha annunciato un attacco missilistico sul proprio territorio. Anche in Bahrein sono risuonate le sirene d'allarme.

    Alcune fonti segnalano la sospensione dei voli negli aeroporti del Kuwait e del Bahrain.

    Da parte sua, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato l'attacco missilistico lanciato dall'Iran contro le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, riferendo che Teheran ha lanciato sette missili contro obiettivi situati in entrambi i paesi.

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    Israele bombarda un'ambulanza e una scuola in Libano: è strage di civili

     

    Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi nel Libano meridionale, colpendo aree civili, distruggendo un'ambulanza, danneggiando una scuola e provocando la morte di sei civili libanesi.

    Secondo quanto riportato dalla rete locale Al-Mayadeen, aerei da guerra e artiglieria israeliani hanno preso di mira nella giornata di sabato numerose località, tra cui Kfra, Aadchit, Kunine, Bablie, Toul, Arabsalim, Shahabie, Mahmudie, Marwanie, Majdal Zoun, Aba, Mayfadun, Arnaba, la periferia di Maghdoucheh, Kfar Tebnit, Qatrani e la strada che collega Maarake a Teir Debba. Sotto i bombardamenti sono finite anche le città di Nabatieh e Sohmor, nella Valle della Bekaa occidentale, oltre alla foresta e alle alture di Rayhan e alla valle di Barqaz.

    Uno degli episodi più drammatici si è verificato nella città di Zebdine, dove un raid israeliano ha centrato in pieno un'ambulanza che stava trasportando generi alimentari a una famiglia del posto: l'impatto ha causato cinque vittime civili. Nel distretto di Hasbaya, invece, i colpi d'artiglieria hanno centrato una scuola nella città di Barqaz, provocando un incendio e gravi danni strutturali all'edificio. All'inizio della stessa giornata, un altro attacco mirato contro una motocicletta a Deir al-Zahrani, nel distretto di Nabatieh, aveva già causato un morto.

    Questi attacchi si consumano in un momento di estrema fragilità politica. Nonostante il recente annuncio del rinnovo del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, le forze israeliane continuano le operazioni aeree e di terra su diverse aree del Paese.

    Dal canto suo, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che i governi di Israele e Libano hanno ribadito di non nutrire intenzioni ostili reciproche, impegnandosi a proseguire i negoziati diretti a Washington per ristabilire la fiducia e lavorare a un accordo globale. Tuttavia, questa intesa diplomatica si scontra con una realtà di continue violenze sul campo – inclusi i raid israeliani che nei giorni scorsi hanno provocato altre nove vittime nel sud del Libano – e con le operazioni transfrontaliere. Ad aggravare lo scenario c'è il fronte interno: la Resistenza libanese (Hezbollah) non ha preso parte ai colloqui di Washington e ha già respinto l'accordo, definendolo una capitolazione e ribadendo che non accetterà alcuna intesa che mini la sovranità del Libano a vantaggio di Israele.

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    Apprendistato in crisi profonda: perché le aziende preferiscono precari e lavoro nero

     

    Sono trascorsi quasi tre anni da uno dei più recenti rapporti sull’apprendistato, un’analisi che fotografa la profonda crisi in cui versa questa tipologia contrattuale.

    Nel 2021 (anno di riferimento del monitoraggio), gli apprendisti erano circa 544.366: un dato in lieve ripresa, ma pur sempre in calo rispetto al periodo antecedente al Covid. La crescita della platea si è concentrata prevalentemente nel Mezzogiorno, mentre si è registrata una flessione in quella che un tempo era la regione industriale per eccellenza, la Lombardia. Al contempo, si assiste a un progressivo innalzamento dell'età media dei lavoratori coinvolti.

    Questi pochi dati restituiscono un quadro problematico. Il contratto di apprendistato, pur essendo conveniente per le imprese, viene utilizzato pochissimo. Spesso, infatti, i datori di lavoro non cercano giovani da formare, ma solo manodopera da sfruttare, evitando poi la stabilizzazione a tempo indeterminato. Senza voler generalizzare, è ormai acclarato che i processi formativi richiedono tempo e risorse, hanno un costo elevato e sono soggetti a regole ferree. Di conseguenza, molte aziende preferiscono affidarsi a lavoratori interinali, partite IVA e contratti a tempo determinato, azzerando così ogni obbligo in materia di formazione.

    Una manifattura in crisi è quella che non investe nell'apprendistato e attribuisce la responsabilità dei propri mali al Reddito di Cittadinanza, alla presunta scarsa propensione dei giovani al sacrificio o ad altre motivazioni intrise di insopportabili luoghi comuni, primo tra tutti l'inefficienza del sistema scolastico pubblico.

    La crisi dell'apprendistato riguarda sia la tipologia professionalizzante, sia quella per la qualifica, il diploma professionale e l'alta formazione e ricerca (che cubano tra l'87% e il 98% del totale dei contratti in essere). Manca, in sostanza, il ricorso a questo strumento in settori chiave come il commercio e la ristorazione. Tralasciando l'apprendistato di alta formazione e ricerca, che conta poche decine di casi, viene da chiedersi per quale ragione nella ristorazione si registri una simile crisi di vocazione. Forse basterebbe farsi un giro tra i locali per comprenderlo: si troverebbe una massiccia presenza di lavoro nero, contratti irregolari e retribuzioni da fame.

    In teoria, l'apprendistato dovrebbe rappresentare la scelta migliore per le aziende con esigenze specifiche di formazione e inserimento a lungo termine. Il vero ostacolo, tuttavia, sembra essere proprio la prospettiva di trasformare l'apprendista in un lavoratore contrattualizzato a tempo indeterminato. Sul banco degli imputati siedono il sistema formativo, le modalità di gestione dei fondi stanziati e l'assenza di un piano nazionale; ma pesa soprattutto la scarsa propensione datoriale verso la stabilità, che ha reso il tempo determinato e le varie forme di precariato i veri modelli contrattuali di riferimento.

    In questo scenario tutt'altro che entusiasmante si inserisce la riforma degli istituti tecnici, pensata per orientare la formazione scolastica verso le sole esigenze del sistema produttivo. In questo modo si sottrae spazio a quella cultura generale che permette agli studenti di diventare cittadini autonomi, capaci di comprendere la realtà e di affrontare i mutamenti del mercato del lavoro senza subirli.

    La contrazione delle ore di insegnamento — sia per le materie scientifiche che per quelle letterarie — e la riduzione della durata del ciclo di studi da 5 a 4 anni rappresentano un autentico colpo inferto alla scuola tecnica, piegata a logiche che fino a ieri erano riservate esclusivamente ai percorsi professionali.

    Questo stravolgimento risponde alle richieste padronali e interviene pesantemente su indirizzi, articolazioni e quadri orari, pregiudicando gli stessi risultati dell'apprendimento. La motivazione addotta dal Ministero è che il sistema produttivo è cambiato e la scuola è rimasta troppo distante. Quello che emerge, invece, è il tentativo spasmodico di ridurre ai minimi termini il ruolo e la funzione degli istituti scolastici e dei processi di istruzione. È il trionfo delle "competenze" sulle "conoscenze": un intervento che serve a garantire alle imprese una forza lavoro per la cui formazione non hanno mosso un dito, ottenendo come effetto collaterale lo smantellamento di un sistema educativo giudicato troppo lungo e, in fondo, inutile.

    Inutili e intollerabili sono invece le retoriche padronali e le scuse accampate per sfuggire a una realtà scomoda, in cui le scuole devono essere "normalizzate" e ricondotte all'ordine dopo le proteste dei mesi scorsi. Ma qui si andrebbe fuori tema. Limitiamoci a ricordare che un anno di scuola in più e la creazione di laboratori efficienti e moderni sarebbero già una garanzia per le imprese stesse, se solo queste volessero davvero investire in formazione anziché stravolgere il sistema educativo pubblico, riducendo l'istruzione tecnica a un mero addestramento professionale.

    La colpa, insomma, viene sempre attribuita al settore pubblico, mentre il privato non si assume mai le proprie responsabilità.

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    Dal "Piano Cóndor giudiziario" al ricatto del litio: le voci di Evo Morales e Wilma Colque nella Bolivia in lotta

     

    di Geraldina Colotti

     

    Mentre il continente latinoamericano affronta una nuova ondata di controffensiva reazionaria, la Bolivia si conferma l’epicentro di uno scontro di classe senza quartiere, dove le logiche del capitale transnazionale tentano di piegare la sovranità di una nazione che ha osato rifondarsi su basi plurinazionali. Da oltre un mese, il paese è attraversato da proteste, mobilitazioni e più di novanta blocchi stradali in almeno sette dipartimenti.

    La risposta del governo di Rodrigo Paz non si è fatta attendere ed è giunta secondo il copione che caratterizza i piani di restaurazione coloniale dettati da Washington: l’approvazione al Senato della "Ley de Regulación de Estado de Excepción" e la pubblica discesa in campo del Pentagono e del Dipartimento di Guerra statunitense.

    In questo scenario di resistenza e accerchiamento, le voci del leader indigeno ed ex presidente Evo Morales Ayma e della dirigente Wilma Colque, rappresentante della Coordinadora delle 6 Federazioni del Trópico di Cochabamba, assumono il valore di una testimonianza teorica e pratica imprescindibile.

    Le loro analisi sono state raccolte nell’ambito di due significativi spazi di dibattito internazionale dedicati alla solidarietà con il popolo boliviano e alla denuncia dell’attacco imperialista alla Patria Grande: uno promosso dalle organizzazioni popolari argentine, l'altro organizzato dalla Central Bolivariana Socialista de Trabajadores y Trabajadoras del Venezuela (CBST).

    Lungi dall'essere semplici cronache di una crisi regionale, i loro interventi svelano i fili invisibili che collegano il neoliberismo interno alle strategie globali di saccheggio delle risorse strategiche. Il palcoscenico in cui risuonano queste denunce non è casuale. La Central Bolivariana Socialista de Trabajadores del Venezuela, fedele alla tradizione dell'internazionalismo proletario e cosciente del fatto che l'aggressione imperialista non rispetta i confini geopolitici, ha trasformato i suoi incontri settimanali in una trincea ideologica: quanto mai necessaria in questo momento di massima aggressione e crescente ricatto dell'imperialismo alla rivoluzione bolivariana, seguita al sequestro del suo presidente, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Discutere della Bolivia a Caracas, o nei forum della solidarietà continentale, significa riconoscere che il destino dei popoli della regione è strettamente connesso.

    La criminalizzazione delle forze popolari boliviane, l'uso combinato del Lawfare (la guerra giudiziaria) e della violenza aperta non sono fenomeni isolati, ma rispondono al medesimo copione applicato contro ogni tentativo di autodeterminazione nel continente. In questo spazio di coordinamento, le avanguardie sindacali e contadine hanno denunciato come l'attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump stia stringendo d'assedio l'asse antimperialista, individuando nella caduta della Bolivia plurinazionale il tassello necessario per la ricolonizzazione economica dell'intera regione.

    La natura globale dello scontro è stata esplicitata senza filtri dalle dichiarazioni del Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth. Attraverso il suo account sulla piattaforma X, l'alto funzionario della Casa Bianca ha gettato la maschera della diplomazia formale, qualificando i dirigenti delle organizzazioni sociali boliviane che guidano le proteste come "narcoterroristi".

    L'uso di questa categoria linguistica e giuridica non è nuova per la storia dell'America Latina; è lo stesso paradigma securitario utilizzato durante gli anni più bui del Piano Cóndor per giustificare lo sterminio politico e l'annientamento dei movimenti popolari. Hegseth, parlando a nome del Dipartimento di Guerra e della neonata Coalición Anticartel de las Américas (A3C), ha ribadito il sostegno incondizionato di Washington al governo di destra di Rodrigo Paz Pereira, ammonendo che gli Stati Uniti "sono attenti a ciò che accade in Bolivia" per garantire che non vi sia un ritorno al vecchio statu quo del “dominio criminale”.

    La risposta di Evo Morales Ayma a questo esplicito atto di ingerenza è stata immediata e radicale. Attraverso i medesimi canali, il leader del Movimento al Socialismo (MAS-IPCP) ha denunciato come gli Stati Uniti pretendano ancora una volta di esercitare una tutela coloniale sugli affari interni della nazione. Nel suo intervento al forum internazionale, Morales ha decostruito la narrazione imperiale: "Mentre il popolo lotta per difendere la propria economia, le proprie risorse naturali e il diritto a decidere il proprio destino - ha detto -, gli Stati Uniti tornano a immischiarsi per sostenere un governo sempre più screditato. Ora – ha aggiunto - ricorrono nuovamente al discorso del 'narcoterrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e le richieste legittime di chi difende la democrazia, la sovranità e i nostri beni comuni. La Bolivia non ha bisogno di tutele né di minacce”, ha affermato.

    L'ex presidente ha poi tracciato una mappa lucida del colpo di Stato permanente che sta soffocando il paese. Non si tratta solo di una crisi di governo, ma di un'operazione complessa che Morales definisce un vero e proprio "Piano Cóndor giudiziario". Il primo passo di questa strategia è stato lo svuotamento strutturale delle istituzioni democratiche e la proscrizione delle forze autenticamente rivoluzionarie. Morales ha spiegato dettagliatamente come magistrati e giudici abbiano operato al di fuori del mandato costituzionale per sottrarre la sigla del MAS-IPCP alla sua base sociale, impedendo la partecipazione politica dei leader più amati.

    Questa "truffa elettorale preliminare" ha permesso l'ascesa al potere delle forze neoliberiste guidate da Rodrigo Paz, un'amministrazione che oggi governa senza consenso reale. I dati macroeconomici e sociali presentati da Morales sono indicativi: l'inflazione galoppante, il ritorno della dipendenza dai diktat del Fondo Monetario Internazionale e una svalutazione di fatto della moneta nazionale hanno distrutto il potere d'acquisto dei lavoratori.

    Tuttavia, di fronte alla violenza istituzionale, il popolo boliviano ha risposto con la resistenza e con numeri che smentiscono la legittimità sbandierata dal palazzo. Morales ha evidenziato lo storico risultato del Voto Nulo nelle ultime elezioni, che ha raggiunto vette dell'ottanta per cento nei collegi uninominali e ha visto la sconfitta del progetto governativo in centosessantanove municipi.

    Un dato che si sposa con i sondaggi urbani d'attualità, i quali registrano una sanzione popolare e una svalutazione dell'operato del presidente Paz che sfiora l'ottantasette per cento. Il neoliberismo boliviano, dunque, si regge esclusivamente sulle baionette e sull'appoggio esterno del Comando Sur. Il pilastro normativo di questa restaurazione autoritaria è la "Ley de Regulación de Estado de Excepción", approvata dal Senato al termine di una sessione drammatica a cui hanno partecipato tre ministri di Stato, e ora inviata alla Camera dei Deputati per la sanzione definitiva.

    L'analisi di questo testo di legge svela un disegno eversivo contro la stessa Costituzione Plurinazionale del 2009. Come denunciato con forza dal senatore Wilder Veliz e ripreso nei forum internazionali, la norma concede una vera e propria "carta bianca" alle forze di sicurezza per reprimere e uccidere i manifestanti. La legge stabilisce che le forze armate potranno intervenire nelle operazioni di sicurezza interna ogniqualvolta la capacità operativa della polizia sia giudicata insufficiente, estendendo il controllo militare sulle "infrastrutture critiche", sui sistemi idrici, sulle telecomunicazioni e sulle rotte stradali strategiche.

    L'elemento più inquietante e brutale del testo è l'introduzione della presunzione di legalità e di buona fede per le azioni compiute da militari e poliziotti durante lo stato di eccezione. In termini materiali, ciò significa che l'uso della forza letale contro i blocchi stradali e le assemblee popolari sarà considerato legittimo a priori dallo Stato, garantendo l'impunità giuridica e persino l'assistenza tecnica e legale governativa a coloro che eseguiranno i massacri.

    Si tratta, come sottolineato da Veliz, di una disposizione che viola frontalmente i trattati internazionali sui diritti umani e che prepara scientificamente il terreno per un genocidio politico contro le comunità in lotta.

     

    Wilma Colque e la materialità della terra: la crisi agraria

    Se l'analisi di Evo Morales definisce la cornice macro-politica, la testimonianza di Wilma Colque, esponente di spicco delle organizzazioni indigene e contadine del Trópico de Cochabamba, restituisce la materialità del dramma vissuto quotidianamente dalle basi. La sua non è un'astrazione teorica, ma il racconto della terra nuda, del lavoro nei campi e della fame che torna ad affacciarsi nelle case.

    Colque ha denunciato l'impatto devastante della scarsità e del contrabbando di combustibile, una crisi provocata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del governo Paz. L'agricoltura boliviana, in particolare nelle regioni produttrici come il Trópico, ha vissuto negli ultimi vent'anni un profondo processo di meccanizzazione; la terra non si lavora più solo con l'infaticabile azzardo manuale dell'asadón, ma attraverso l'uso di trattori e macchinari che oggi sono paralizzati dalla mancanza di gasolio.

    Questa interruzione della catena produttiva si traduce nella distruzione delle esportazioni di prodotti alimentari, come le coltivazioni di platano, e in una drammatica carenza alimentare nei centri urbani. Le conseguenze sociali di questo disastro economico colpiscono direttamente le generazioni future: la dirigente ha stimato che tra i trentamila e i quarantamila bambini della scuola primaria hanno abbandonato gli studi nell'ultimo periodo a causa della povertà e dell'impossibilità delle famiglie di garantire la sussistenza minima, un fenomeno speculare al tasso di abbandono che sta svuotando le università pubbliche del paese.

    Un capitolo centrale del pensiero espresso da Wilma Colque riguarda la difesa dell'identità indigena di fronte al tentativo di assimilazione e annientamento simbolico operato dalle nuove élites neoliberiste. La dirigente ha denunciato con sdegno l'ipocrisia dei candidati della destra che, durante le campagne elettorali, non esitano a indossare il poncho tradizionale, a scattarsi foto con le mujeres de pollera e a balbettare frasi nelle lingue native per accaparrarsi il consenso rurale.

    Una volta giunti al potere, tuttavia, quegli stessi indumenti e quei corpi diventano l'obiettivo dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma e delle pallottole di piombo della polizia. In questo contesto, la riappropriazione dei simboli diventa un atto rivoluzionario. La Wiphala, ha ricordato Colque, non è una bandiera elettorale o il logo di un partito politico: è l'emblema millenario della resistenza comunitaria andina, un codice cosmogonico che unisce i popoli d'oltreconfine, estendendosi fino alle comunità in lotta nel Perú.

    Il tentativo del governo Paz di proibire o ridimensionare il valore dei simboli plurinazionali risponde alla volontà coloniale di cancellare la soggettività politica dei popoli originari, derubricandoli nuovamente a manodopera subalterna e invisibile. La convergenza analitica tra Morales e Colque tocca il suo culmine quando si svela il vero motore immobile della crisi boliviana: il controllo delle riserve minerali strategiche, in primis il litio e le terre rare, metalli fondamentali per la transizione tecnologica e industriale dell'Occidente.

    La Bolivia possiede le riserve di litio più grandi del pianeta, situate nel cuore di quel territorio geografico noto come il "Triangolo del Litio". Mentre nei paesi vicini, come il Cile e l'Argentina di Javier Milei, questa risorsa è stata interamente svenduta e consegnata alle multinazionali statunitensi ed europee senza che rimanesse alcun beneficio reale per le popolazioni locali, la Bolivia della rivoluzione plurinazionale aveva avviato un modello di industrializzazione sovrana con lo Stato come attore principale.

    Il governo di Rodrigo Paz opera come il mandatario interno incaricato di smantellare questo modello sovrano per allinearsi alle richieste estrattive di Washington e delle grandi corporazioni della Silicon Valley. Per raggiungere questo obiettivo economico, la militarizzazione del territorio è diventata una necessità stringente. Wilma Colque ha lanciato una denuncia circostanziata che solleva il velo sulle nuove forme di ciberguerra e spionaggio tecnologico applicate sul terreno.

    "Un sistema di spionaggio operato direttamente da agenzie statunitensi – ha detto - è penetrato nei confini tri-partitici tra i dipartimenti di Cochabamba e La Paz. Hanno installato apparecchiature ad alta tecnologia in grado di intercettare le antenne delle telecomunicazioni, monitorando ogni chiamata, ogni messaggio e ogni spostamento dei dirigenti sindacali. Sappiamo esattamente dove sono dislocate queste basi e sappiamo che l'obiettivo finale è la cattura del fratello Evo Morales, da esibire come un trofeo politico per l'imperialismo”.

    A questa rete di sorveglianza digitale si affianca la vecchia strategia della corruzione e della guerra sporca interna. Risorse finanziarie enormi, provenienti da prestiti internazionali che non si traducono mai in opere pubbliche per il popolo, vengono veicolate attraverso maletini contenenti fino a centomila dollari per comprare la fedeltà di dirigenti compiacenti, dividere i sindacati storici e frantumare la compattezza della Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

    Di fronte a un apparato repressivo che si dota di strumenti giuridici speciali per legalizzare il massacro e di tecnologie straniere per il controllo sociale, la risposta che giunge dalle comunità in lotta non è di sottomissione, ma di dignità storica. La conclusione del discorso di Wilma Colque risuona come un manifesto di etica politica per tutto il continente.Le donne indigene, le madri che hanno visto generazioni di figli lottare contro le dittature militari degli anni settanta e ottanta, si ergono oggi come le custodi del futuro della Patria Grande.

    L'annuncio è chiaro: se il governo Paz deciderà di decretare lo Stato di Assedio approfittando del fine settimana, i movimenti sociali scenderanno in piazza con i loro figli per attuare la disobbedienza civile di massa, ritirando i giovani dalle caserme e applicando tattiche di autodifesa territoriale, come gli spegnimenti controllati dell'energia elettrica e l'interruzione delle reti internet per ciecare l'apparato di spionaggio statale.

    La lotta della Bolivia, esaminata attraverso le voci di Evo Morales e di Wilma Colque nei forum internazionali, dimostra che la contesa non riguarda una presunta stabilità istituzionale o la gestione burocratica di una crisi. La posta in gioco è la scelta tra l'essere una colonia estrattiva subordinata ai bisogni geopolitici del Pentagono o il rimanere uno Stato Plurinazionale sovrano, dove la terra, il litio e il destino degli uomini e delle donne appartengono a chi li lavora e li difende. "Siamo milioni", ricorda la dirigente indigena, e “siamo disposti a morire, ma non a chinare la testa”.

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    Drone navale ucraino esplode in Romania

     

    di Francesco Fustaneo

     

    Il regime di Zelensky continua imperterrito a impiegare droni navali in acque internazionali o di Paesi terzi. Dopo quanto accaduto nel Mediterraneo con l'attacco alla nave gasiera Arctic Metagaz e il drone navale scoperto da alcuni pescatori in una grotta in Grecia, questo è solo l'ultimo degli episodi finito sulle cronache.

     

    Un drone navale senza equipaggio della Marina ucraina è esploso venerdì al largo delle coste della Romania, nei pressi del porto di Costanza. Mosca ha subito precisato che si trattava di un drone ucraino, circostanza peraltro confermata da Kiev, che afferma di averne perso il controllo a causa di un'interferenza elettronica delle forze russe, precisando che non si sono registrati feriti.

    L’incidente, come del resto già avvenuto in episodi analoghi  a causa di droni volanti, aveva  sollevato preoccupazioni per un possibile allargamento del conflitto sul fianco della Nato. La Romania è infatti membro dell'Alleanza Atlantica, e qualsiasi esplosione nelle sue acque territoriali avrebbe potuto innescare tensioni ben più gravi.

    A fare chiarezza è stata la stessa Marina ucraina con un post su Facebook: "Durante le operazioni nella zona del Mar Nero, un drone senza equipaggio della Marina ucraina, sotto l'effetto della guerra elettronica nemica, ha perso il controllo ed è finito al largo delle coste rumene". Il messaggio sottolinea inoltre che Kiev ha prontamente fornito "alla Marina rumena le informazioni necessarie per prevenire vittime civili".

    L'esplosione del drone è avvenuta a poche ore di distanza da un'altra operazione annunciata da Kiev. L'Ucraina ha infatti dichiarato di aver fermato cinque navi nel Mar d'Azov e nelle acque costiere dei territori occupati dalla Russia, accusate di trasportare merci illegali. Secondo il comandante delle forze ucraine che impiegano droni, le imbarcazioni erano coinvolte nel "furto" di grano ucraino, nonché nel trasferimento di materiale militare e carburante.

    Non è chiaro se l'esplosione del drone al largo della Romania sia collegata alla morte di cinque cittadini azeri, che secondo il ministero degli Esteri dell'Azerbaigian sarebbero stati uccisi in attacchi di droni contro navi in mare.

    Gli episodi navali si inseriscono in un momento delicato sul piano diplomatico. Il presidente russo Vladimir Putin si prepara a parlare a un importante evento economico a San Pietroburgo, mentre il giorno prima Volodymyr Zelensky aveva parlato di un possibile colloquio con il Cremlino per porre fine alla guerra.

    Nel frattempo Kiev  di fatto continua a fare dell’Europa e il Mediterraneo il suo teatro di guerra, senza  che nessuno (o quasi) governo dell’U.E. batta ciglio.

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    Casa per la Pace di Ghilarza: i seminari estivi 2026 del Movimento Nonviolento Sardo

    Il Movimento Nonviolento Sardegna, per l’estate 2026, organizza e propone 3 seminari presso la Casa per la Pace di Ghilarza: Gandhi conflittologo nonviolento – seminario-laboratorio condotto da Salvatore Deiana: da venerdì 3 a domenica 5 luglio. Approcci nonviolenti ai conflitti – il metodo Transcend e il metodo dell’Equivalenza a fianco e insieme, condotto da Salvatore [...]

    L'articolo Casa per la Pace di Ghilarza: i seminari estivi 2026 del Movimento Nonviolento Sardo proviene da Movimento Nonviolento.

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    Il “miele da sballo” e la stampa italiana: disinformazione travestita da giornalismo

    Frattamaggiore, provincia di Napoli, 2 giugno 2026. Un ragazzo di diciassette anni si riunisce con due amici, di diciannove e ventidue anni, a casa sua. Qualcuno (uno dei maggiorenni, secondo gli inquirenti), ha acquistato online dall’Olanda una sostanza gelatinosa color ambra, contenuta in un vasetto, e i tre ne assaggiano, ingerendolo, un cucchiaino. Pochi minuti …
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    Tra Realtà e Multiverso: Perché “Polvere d’argento. Il potere di Zerak” è un Fantasy che Cattura

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    Polvere d’argento. Il potere di Zerak: l’epic fantasy italiano che conquista tra multiversi, avventura e crescita personale Un epic fantasy coinvolgente che vi lascerà senza fiato Polvere d’argento. Il potere di Zerak, romanzo fantasy di Alessandra Dell’Amico, è una lettura capace di sorprendere fin dalle prime pagine. Quello che inizialmente sembra un racconto ancorato alla quotidianità si trasforma rapidamente in un’avventura epica ambientata in un universo parallelo oscuro, affascinante e costruito con grande attenzione ai dettagli. Fin da subito, la trama riesce a catturare l’attenzione grazie a una combinazione efficace di mistero, tensione narrativa e personaggi credibili. Inoltre, il worldbuilding

    L'articolo Tra Realtà e Multiverso: Perché “Polvere d’argento. Il potere di Zerak” è un Fantasy che Cattura sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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    La familia Trump se fortifica en una isla de búnkeres soviéticos en Albania

    Ivanka Trump, hija del presidente de los EE.UU. y su esposo, Jared Kushner, han adquirido la isla de Sazan, en la costa adriática de Albania, un antiguo enclave militar comunista de 567 hectáreas que cuenta con más de 3.500 búnkeres de estilo soviético, kilómetros de túneles subterráneos y refugios antibombas construidos durante la Guerra Fría. La pareja, a través de su firma Affinity Partners, invierte alrededor de 1.400 millones de dólares en convertir este “arreglo” —como lo describió Ivanka— en un resort de lujo exclusivo, preservando algunos de estos refugios como elementos del proyecto turístico. La isla, que fue zona militar restringida, aún contiene municiones sin detonar que requieren limpieza exhaustiva antes de recibir visitantes.

    Este desarrollo no se limita a Sazan: incluye también una franja costera protegida en Zvërnec, dentro de una reserva natural y parque marítimo con alta biodiversidad, lo que ha generado fuertes protestas de ambientalistas y locales. Excavadoras ya han comenzado a despejar terreno en zonas sensibles para flamingos, tortugas y otros especies migratorias, desatando críticas por el impacto ecológico irreversible y cuestionamientos sobre la transparencia del acuerdo multimillonario. El gobierno albanés defiende la inversión como un impulso al turismo de élite y su aspiración europea, pese a investigaciones de agencias anticorrupción.

    La red de búnkeres de la familia Trump en Sazan encaja en una tendencia creciente entre multimillonarios que buscan refugios aislados ante posibles crisis bélicas globales. La isla, con sus instalaciones militares preexistentes, ofrece una base natural para un complejo autosuficiente, similar a otros proyectos de la élite. Kushner e Ivanka descubrieron el lugar durante un paseo en barco y una caminata descalza, quedando “cautivados” por su potencial como paraíso privado.

    Otros magnates siguen patrones parecidos. Mark Zuckerberg construye un enorme complejo en Kauai, Hawái, con un búnker subterráneo de 1500 metros cuadrados, suministros independientes y puertas a prueba de explosiones, valorado en cientos de millones. Peter Thiel exploró opciones en Nueva Zelanda y Argentina, mientras que figuras como Bill Gates y Jeff Bezos poseen propiedades fortificadas o islas privadas. Empresas especializadas venden lujosos búnkeres con piscinas, cines y granjas hidropónicas, reflejando una preparación ante colapsos sociales o geopolíticos.

    Esta ola de “preparacionismo de élite” —islas remotas, búnkeres de lujo y enclaves autosuficientes— plantea preguntas sobre visión del futuro. Mientras la familia Trump transforma Sazan en su versión de paraíso fortificado, críticos ven en estos refugios no solo protección personal, sino un síntoma de desconexión: los más ricos blindándose en fortalezas mientras el resto enfrenta los desafíos globales sin tales redes de escape. El proyecto albanés, rodeado de controversia, ilustra cómo la riqueza extrema se traduce en búnkers literales y simbólicos.

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    Parole di Panagiotis Argirou, ex membro della Cospirazione delle Cellule di Fuoco, in occasione dell’iniziativa “Caotiche Intenzioni”, tenutasi in Cile in memoria dell’anarchico Mauricio Morales Duarte, a 17 anni dalla sua morte in azione

    Parole di Panagiotis Argirou, ex membro della Cospirazione delle Cellule di Fuoco, in occasione dell’iniziativa “Caotiche Intenzioni”, tenutasi in Cile in memoria dell’anarchico Mauricio Morales Duarte, a 17 anni dalla…
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    Studiare i movimenti sociali in tempi difficili come i nostri

    Che cosa sono i movimenti sociali? Sono attori normali nella politica e nella società nei periodi di calma o sono attori straordinari nei periodi di forte tensione? Naturalmente, sono entrambe le cose, poiché tendono ad adattarsi alle circostanze: ricorrono a strategie organizzative più o meno radicate nella loro base sociale, a repertori di lotta più o meno dirompenti, e a identità più o meno radicali. A volte vengono sconfitti e a volte riemergono; a volte si adattano alla normalità e a volte la sfidano.

    Inoltre, le due temporalità possono interagire nello stesso periodo storico. Concetti come cicli e ondate di lotte hanno da tempo indicato i modi in cui le proteste convergono nel tempo. Momenti di svolta, eventi trasformativi, proteste dense di avvenimenti sono concetti che indicano come i movimenti sociali non solo si adattino alle opportunità politiche e alle risorse disponibili, ma mettano in moto cambiamenti che producono nuove opportunità e risorse.

    Empiricamente, inoltre, mentre i movimenti alternano visibilità e latenza, le memorie e l’eredità delle lotte passano da una fase intensa all’altra; nei periodi di stasi, il quadro di riferimento per pensare i conflitti, le reti organizzative, i repertori di mobilitazione vengono ricordati, alimentati e trasmessi da una generazione all’altra di attivisti.

    La ricerca sui movimenti sociali è stata stimolata da momenti di conflitti intensi—come le mobilitazioni anticoloniali degli anni ’50, i cicli di protesta del ’68, compresa la ripresa della lotta di classe, le nuove proteste femministe per i diritti riproduttivi negli anni ’70, la solidarietà internazionale contro l’apartheid in Sudafrica e contro le guerre imperialiste negli anni ’80, ma anche, e con un ritmo accelerato, il movimento per la giustizia globale negli anni 2000, la Primavera Araba e le proteste contro l’austerità negli anni 2010, e le proteste per una Palestina libera e contro il genocidio israeliano negli anni 2020. Inoltre, ogni paese ha le proprie storie di intensificazione delle mobilitazioni dal basso — come, ad esempio, momenti di radicalizzazione come la violenza politica e la repressione, o gli episodi di democratizzazione che hanno trasformato la società e la politica.

    Tuttavia, gli studi sui movimenti sociali si sono sviluppati in una fase “fordista” e hanno guardato soprattutto alle condizioni di “normalità”. Come ha osservato William Sewell, il fordismo ha fornito le basi per il positivismo nell’analisi dei movimenti sociali – soprattutto negli Stati Uniti – con l’assunto dell’universalismo, dell’empirismo metodologico e di una presunta neutralità priva di valori. Ciò che il positivismo aveva tralasciato, e che doveva essere reintrodotto, era la contestualizzazione di concetti e teorie, la loro storicizzazione. In contrapposizione alla ricerca di leggi generali, è emersa la necessità di considerare la congiuntura e l’azione.

    Riflettendo su queste tendenze generali, il mio contributo allo studio dei movimenti sociali è stato guidato da alcuni punti di riferimento che trovo particolarmente utili per affrontare tempi difficili e intensi, caratterizzati da policrisi, snodi critici, cambiamenti di paradigma, rivolte e resistenze.

    Gli elementi principali dell’approccio dinamico che ho utilizzato possono essere sintetizzati come segue:

    1. a) la dimensione processuale, in quanto radicata in una storia complessa
    2. b) la dimensione relazionale, che guarda agli attori nelle loro interazioni
    3. c) la dimensione della costruzione, considerando che i soggetti agiscono sulla base della propria valutazione del contesto esterno e del proprio ruolo in esso.

    Nell’affrontare momenti di trasformazioni rapide e profonde, ho trovato la ricerca di solidi meccanismi causali (come li definivano McAdam, Tarrow e Tilly) più congeniale alla mia sensibilità storica “weberiana”, orientata alla comprensione piuttosto che alla ricerca di correlazioni e causalità volte a spiegare, o addirittura a prevedere. Così, nella ricerca sulla violenza politica o sui processi di democratizzazione, in tempi di pandemia o di genocidio, ho riflettuto sui meccanismi relazionali, cognitivi e affettivi che possono portare a cambiamenti nelle strutture politiche e sociali e al consolidamento delle relazioni in un processo di rotture, scosse e sedimentazione (…).

    In sintesi, sono cresciuta insieme all’espansione degli studi sui movimenti sociali, contribuendo ai loro successi così come alle controversie, al loro consolidamento, alle sfide. Queste sono state molte, ma affrontate con spirito aperto grazie a ciò che possiamo definire eclettismo teorico e pluralismo metodologico. Ciò non significa che il campo d ricerca fosse privo di conflitti interni, selettività e pregiudizi – come qualsiasi altro settore – ma è rimasto aperto grazie alle continue evoluzioni dell’oggetto stesso su cui concentravamo la nostra attenzione, che ha portato nel mondo accademico nuove generazioni di studiosi con interessi e gusti specifici.

    Sono rimasta molto legata agli studi sui movimenti sociali, per diverse ragioni. Innanzi tutto, la maggior parte dei ricercatori in questo campo è mossa da un sincero interesse a migliorare il mondo. Le esperienze di impegno sociale e politico sono state spesso criticate dagli studiosi più mainstream, ma ho scoperto che si sono rivelate molto fruttuose nello sviluppo del quadro cognitivo e nel miglioramento del clima tra gli studiosi del settore. In un momento in cui la “neutralità” viene predicata come requisito del valore scientifico, è fondamentale rivendicare, con Michael Burawoy, il valore di una visione critica della scienza che affronti problemi sociali che non sono affatto “apolitici”,

    Inoltre, le vicende politiche hanno imposto una costante innovazione teorica con una propensione agli scambi reciproci tra approcci diversi. Gli studiosi dei movimenti hanno provenienze differenziate –  dalla sociologia delle organizzazioni allo studio delle interazioni simboliche, dalla teoria sociologica alle scienze politiche – e hanno costruito un bagaglio di concetti e ipotesi di ricerca combinando spunti provenienti da diversi campi del sapere. Questa tendenza si è ampliata nel tempo, dalla sociologia alle scienze politiche, estendendosi fino a includere la geografia, la storia, l’antropologia, la teoria normativa, il diritto e (persino) l’economia, man mano che ogni nuova ondata di conflitti politici portava nuove generazioni nella ricerca sui movimenti sociali.

    L'articolo Studiare i movimenti sociali in tempi difficili come i nostri sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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    Newsletter Speciale Alleanza Clima Lavoro Maggio 2026

    Giulio Marcon

    Un sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro su lavoratrici e lavoratori dell’intera filiera dell’auto smonta le tesi di chi si oppone alla transizione all’elettrico. Due su tre non chiedono di fermarla, ma più investimenti, formazione, tutele e politiche capaci di governarne gli effetti sociali e produttivi.

    Alleanza Clima Lavoro

    La transizione nell’automotive in Italia verso la nuova mobilità elettrica e sostenibile è già realtà. E non va bloccata. A dirlo sono le lavoratrici e i lavoratori del settore. Il nuovo podcast dell’Alleanza Clima Lavoro, a cura di Massimo Alberti, ospita le loro voci.

    Alleanza Clima Lavoro

    A Bologna, nel confronto tra sindacato, ambientalismo e imprese, il quinto convegno nazionale dell’Alleanza Clima Lavoro ha messo al centro il vero nodo della transizione verde: come governare i processi di trasformazione tecnologica e produttiva e quale modello sociale costruire nella decarbonizzazione.

    Emiliano Favali

    Un nuovo Report a cura della Fiom-Cgil Avellino fotografa stato di salute e prospettive del comparto autobus, a partire dal caso di Menarini. E avanza proposte per il rilancio di un settore industriale strategico per la decarbonizzazione, il trasporto pubblico locale, lo sviluppo dei territori, il lavoro.

    Alleanza Clima Lavoro

    Due giorni di incontri nella capitale belga con Commissione e Parlamento UE su automotive, Green Deal e politica industriale. Tra incertezze e pressioni sull’endotermico, emerge il nodo: senza scelte pubbliche chiare, il lavoro, gli obiettivi climatici e il sistema produttivo europeo sono a rischio.

    Redazione

    Un’indagine di SourceMaterial e Politico con il sostegno di T&E documenta le ripercussioni negative sugli agricoltori locali e la sicurezza alimentare derivanti dalle attività di produzione ed esportazione di biomasse da parte di Eni in Kenya. Pubblichiamo il comunicato stampa di Transport&Environment.

    Gianni Alioti

    Di fronte alla crisi dell’auto – specie in Germania – la riconversione verso produzioni militari è presentata da imprese e media come un’occasione di sviluppo. La realtà è che non ci sono processi rilevanti di questo tipo e il loro impatto sul lavoro è molto limitato.

    Monica Frassoni

    Mentre il governo Meloni brucia miliardi in interventi di emergenza senza visione, continuando a curare il sintomo invece della malattia, i numeri dimostrano che la vera soluzione strutturale rimane quella di accelerare su efficienza e transizione. Da renewablematter.eu

    Roberto Romano

    Le trasformazioni delle strutture produttive si possono orientare, possibilmente scegliendo di investire in settori con effetti moltiplicativi ampi. L’industria militare non è tra questi, la transizione ecologica sì.

    I MATERIALI DELL’ALLEANZA CLIMA LAVORO

    I PODCAST DELL’ALLEANZA CLIMA LAVORO

    Articolo di

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    Transizione verde: parola a chi lavora  

    I lavoratori dell’automotive non chiedono di fermare la transizione ecologica. Chiedono invece formazione, investimenti, tutela del reddito e una politica industriale capace di governarla. È questo il messaggio che emerge dalla nuova puntata di “A qualcuno piace verde”, il podcast dell’Alleanza Clima Lavoro curato da Massimo Alberti, dedicata al punto di vista di chi vive ogni giorno il cambiamento nei luoghi di lavoro.

    Da anni il dibattito pubblico sulla crisi dell’automotive europeo e italiano è accompagnato da una narrazione ricorrente: la transizione ecologica sarebbe la principale minaccia per il lavoro e per il futuro del settore. L’elettrificazione viene spesso descritta come una scelta imposta dall’alto, osteggiata da chi lavora e destinata a produrre chiusure di fabbriche e perdita di occupazione.

    Ma è davvero così?

    Per rispondere a questa domanda, la puntata parte dalle testimonianze raccolte a Bologna in occasione del convegno nazionale dell’Alleanza Clima Lavoro “Mobilità sostenibile al lavoro”, svoltosi il 14 e 15 maggio. Dalle voci di lavoratrici e lavoratori di aziende come Bonfiglioli, Caterpillar e Berco emergono preoccupazioni per il futuro occupazionale e per le trasformazioni in corso, ma anche la consapevolezza che il cambiamento tecnologico sia già una realtà e che ignorarlo significherebbe aggravare ulteriormente la crisi del settore.

    Nella puntata queste testimonianze vengono messe a confronto con i risultati del rapporto “L’auto in transizione. Il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori del settore in Italia”, realizzato dall’Alleanza Clima Lavoro su un campione rappresentativo di 501 addette e addetti dell’intera filiera automobilistica italiana: operai/e, impiegati/e, quadri e dirigenti, dalla componentistica alla produzione, fino alla vendita e al post-vendita.

    Il rapporto restituisce un’immagine molto diversa da quella troppo spesso proposta nel confronto politico e mediatico. Il primo elemento che emerge è che la transizione non appartiene al futuro, ma è già realtà: secondo le persone intervistate, quattro aziende su cinque risultano oggi coinvolte, in forme diverse, nei processi di trasformazione industriale legati alla mobilità elettrica e sostenibile. Il tema, quindi, non è più se la transizione debba avvenire oppure no.

    La vera questione riguarda il modo in cui questo cambiamento viene concretamente governato. Le lavoratrici e i lavoratori del comparto esprimono una forte richiesta di politiche pubbliche per accompagnare la trasformazione. Il 60% giudica inefficaci le misure messe in campo in Italia a sostegno del settore. E si registra una distanza crescente tra la velocità con cui cambiano tecnologie, mercati e processi produttivi e la capacità delle istituzioni di offrire strumenti adeguati per affrontare questa fase.

    Un secondo tema centrale riguarda le competenze. Oltre il 90% delle persone coinvolte nel sondaggio riconosce che il settore sta attraversando trasformazioni che richiedono nuove professionalità. Eppure meno del 40% ritiene di possedere pienamente le competenze necessarie per affrontarle. Tecnologie elettriche, digitalizzazione, ricerca e sviluppo, intelligenza artificiale: sono queste le aree considerate più importanti per il futuro dell’automotive.

    La formazione rappresenta quindi uno snodo decisivo. Tuttavia il quadro che emerge dall’indagine è tutt’altro che rassicurante. Meno del 60% dei lavoratori ha partecipato ad attività formative negli ultimi tre anni e circa uno su quattro segnala la totale assenza di opportunità di aggiornamento professionale. Una situazione che rischia di ampliare ulteriormente il divario tra esigenze produttive e competenze disponibili.

    La ricerca mostra inoltre come la transizione si inserisca in un contesto segnato da forti difficoltà industriali e occupazionali. Cassa integrazione, contratti di solidarietà, delocalizzazioni, esternalizzazioni e uscite incentivate rappresentano esperienze diffuse tra le persone intervistate. Segno che molte criticità del settore precedono la diffusione dell’auto elettrica e affondano le loro radici in problemi e ritardi strutturali dell’industria italiana ed europea.

    Il messaggio del sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro è chiaro. Le lavoratrici e i lavoratori dell’automotive italiano non chiedono di fermare il cambiamento: chiedono piuttosto di governarlo in modo adeguato. Due persone su tre ritengono infatti necessario guidare la transizione attraverso investimenti, formazione, sostegno al reddito nei periodi di riconversione e maggiore coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali.

    È questa la prospettiva della giusta transizione che l’Alleanza Clima Lavoro sostiene da sempre: coniugare decarbonizzazione, innovazione industriale, qualità del lavoro e tutela sociale. Perché la vera alternativa non è tra ambiente e occupazione, ma tra una transizione subita e una transizione governata.

    In un dibattito pubblico spesso dominato dagli slogan, il sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro restituisce la parola a chi la transizione la vive ogni giorno nei luoghi di lavoro. E il messaggio che arriva dalle fabbriche è chiaro: il cambiamento non va fermato, va governato.

    Ascolta la tredicesima puntata del podcast!

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    Al centrosinistra serve un’idea di futuro

    L’Europa e l’Italia si trovano in una condizione di smarrimento economico e politico. Sono schiacciate tra due grandi potenze che stanno ridisegnando gli equilibri globali: gli Stati Uniti, impegnati a riportare sotto la propria influenza economica tutte le aree considerate strategiche, e la Cina, che ha costruito un sistema produttivo capace di controllare materie prime, produzione industriale e leadership tecnologica dentro una struttura economica straordinariamente resiliente. In questo nuovo equilibrio internazionale, l’Europa rischia di diventare marginale, e con essa l’Italia. Questo smarrimento deve rapidamente trasformarsi in un progetto capace di collocare l’Europa dentro il nuovo duopolio globale, evitando che il continente venga progressivamente escluso dal potere economico reale. Gli effetti interni di questa marginalizzazione sarebbero gravi: minore crescita, salari più bassi, perdita di capacità industriale e crescente irrilevanza politica.

    Per questa ragione il centrosinistra dovrebbe utilizzare il tempo disponibile per costruire un programma economico all’altezza della fase storica, non una sommatoria di provvedimenti o l’ennesimo catalogo elettorale. Serve un orizzonte di politica economica e sociale sufficientemente coraggioso. Senza ambizione, Italia ed Europa sono destinate ai margini.

    Il ruolo dell’Europa

    Il punto di partenza è l’Europa. Qualunque strategia nazionale seria deve partire dall’Europa. La competizione economica si organizza ormai tra grandi aree continentali. Nessun singolo Stato europeo possiede da solo la massa critica necessaria per competere con Stati Uniti e Cina: solo attraverso politiche europee più solide gli Stati nazionali possono tornare ad avere una funzione strategica. Serve innanzitutto un bilancio europeo autonomo, finanziato da risorse proprie, non inferiore al 5 per cento del Pil dell’Unione. Questa dimensione è appena sufficiente per immaginare un vero bilancio pubblico funzionale: uno strumento capace di utilizzare spesa pubblica, investimenti e, quando necessario, debito comune come leve di politica economica, industriale e anticiclica. Senza questa dimensione fiscale, il Parlamento europeo continuerà a non avere una piena legittimazione e l’euro resterà una moneta strutturalmente fragile.

    La moneta unica può ambire a diventare una vera valuta internazionale soltanto se sostenuta da una politica fiscale comune. Una patrimoniale europea rappresenterebbe uno strumento credibile per rafforzare l’autonomia fiscale dell’Unione, da accompagnare a un mercato dei capitali integrato e regolato da istituzioni indipendenti. Di conseguenza, la BCE dovrebbe assumere un profilo più simile alla Federal Reserve, guardando all’inflazione così come all’occupazione. Solo un’Europa economicamente autonoma può costruire una politica estera autonoma, recuperando la diplomazia, una delle grandi invenzioni politiche europee.

    Ricostruire il fisco italiano

    Dentro questo quadro europeo, gli Stati devono mantenere una propria autonomia fiscale, ma in modo coerente e coordinato. I tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dall’evoluzione economica della società. Per l’Italia il punto è semplice: tutti i redditi devono concorrere al finanziamento della spesa pubblica sulla base della capacità contributiva e il sistema fiscale deve tornare a essere realmente progressivo. Il modello di riferimento dovrebbe essere la CIT (Comprehensive Income Tax), caratterizzata da una base imponibile formata da un reddito definito nel modo più ampio, così da includere tutte le entrate del contribuente, fra cui anche le plusvalenze. Negli ultimi anni il sistema tributario italiano è stato progressivamente svuotato nei suoi presupposti fondamentali attraverso aliquote sostitutive, agevolazioni settoriali e frammentazione delle basi imponibili. Il risultato è un sistema meno equo, meno trasparente e meno efficiente. Una riforma fiscale seria dovrebbe ricostruire universalità, progressività e coerenza. Ciò significa riportare a tassazione ordinaria quote crescenti di reddito oggi sottratte alla progressività, razionalizzare le tax expenditures, contrastare l’erosione delle basi imponibili e ridurre l’uso di strumenti fiscali costruiti per singole categorie. Meglio abbandonare le bandierine fiscali: il fisco o è coerente oppure non funziona.

    Riformare la spesa pubblica.

    Alla riforma fiscale deve accompagnarsi una riforma profonda della spesa pubblica. L’Italia gestisce ogni anno circa 1.300 miliardi di euro di spesa pubblica: una massa enorme di risorse che troppo spesso viene amministrata attraverso una moltiplicazione di strumenti frammentati che inseguono gli eventi economici invece di governarli. Ogni crisi produce una nuova misura; ogni emergenza genera un nuovo incentivo. Ogni governo aggiunge nuovi strumenti senza eliminare quelli precedenti. Non è così che si governa la spesa pubblica. Serve una grande riforma che riporti ordine nelle priorità e concentri le risorse sulle missioni fondamentali dello Stato: beni pubblici, beni di merito, investimenti ad alta esternalità positiva e protezione sociale.

    Politica industriale e innovazione. La transizione energetica, tecnologica e industriale europea richiede anche una strategia nazionale coerente. L’Italia dovrebbe utilizzare la ricerca pubblica come leva di industrializzazione e contribuire al riposizionamento del proprio sistema produttivo. Il compito dello Stato non è sostituirsi al mercato, ma orientare il cambiamento tecnologico e anticipare la domanda di beni e servizi ad alto contenuto innovativo. In altre parole: cambiare il motore della macchina senza fermarla.

    Occorre evitare di sostenere la domanda effettiva senza avere la capacità tecnica di soddisfarla: l’effetto sarebbe importare la parte più nobile e tecnologica degli investimenti.

    Riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro

    L’ultimo nodo riguarda il rapporto di forza tra capitale e lavoro. Negli ultimi anni si è consolidata una logica fondata su sussidi distribuiti alternativamente alle imprese e ai lavoratori, producendo una deriva verso un fisco sempre più categoriale. Questa strada va abbandonata. Serve innanzitutto un salario minimo definito per legge e costruito insieme alle parti sociali. Allo stesso tempo è necessario affrontare la frammentazione della contrattazione nazionale. Oggi esistono oltre mille contratti collettivi. Il problema non riguarda soltanto i cosiddetti contratti pirata, che interessano una quota limitata di lavoratori. Molti contratti coprono platee troppo ristrette e impediscono al lavoro di esercitare un reale potere contrattuale nei confronti del capitale.

    Accorpare i contratti significa rafforzare il lavoro. Anche le tipologie contrattuali in ingresso nel mercato del lavoro devono essere drasticamente ridotte. Quattro o cinque forme contrattuali sono più che sufficienti. Un mercato del lavoro moderno non può essere costruito sulla precarietà permanente.

    Il centrosinistra ha davanti una scelta semplice: governare il declino o provare a cambiare traiettoria.

    Questo articolo è stato pubblicato da Domani il 2 giugno 2026

     

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    Mobilità sostenibile e lavoro: una sfida politica

    La transizione ecologica non è una questione esclusivamente ambientale. È il terreno su cui si giocano il futuro industriale europeo, la qualità del lavoro, la sicurezza energetica, la coesione sociale e la capacità stessa delle democrazie di affrontare la crisi climatica. È questo il messaggio chiave del convegno nazionale “Mobilità sostenibile al lavoro” dell’Alleanza Clima Lavoro, che lo scorso 14-15 maggio ha riunito a Bologna rappresentanti del sindacato e dell’associazionismo ambientalista, ricercatori, amministratori locali ed esponenti del sistema delle imprese (qui il video con la registrazione integrale del convegno).

    Uno degli elementi emersi con maggiore forza nel corso della due giorni è che la crisi climatica e la crisi sociale non possono più essere affrontate separatamente. Occorre scongiurare, in particolare, un duplice rischio: da un lato frenare o bloccare la decarbonizzazione per difendere assetti produttivi insostenibili, dall’altro portare avanti la transizione senza prevedere adeguati meccanismi di protezione sociale, lasciando che siano le lavoratrici e i lavoratori a pagarne il prezzo.

    Il tema della costruzione di un sistema integrato di mobilità collettiva in Italia è centrale in questo ragionamento, con un trasporto pubblico locale che soffre di cronica carenza di finanziamenti, investimenti inadeguati e profonde disparità territoriali. A tutto ciò si somma l’assenza di una strategia nazionale capace di integrare trasporto pubblico, politiche urbane, diritto alla casa, infrastrutture ferroviarie e riduzione delle emissioni. A causa dell’insufficienza di offerta e di risorse per il TPL, il Paese continua così a essere fortemente dipendente dalla mobilità privata.

    Non a caso, circa due terzi degli spostamenti continuano ad avvenire con mezzi individuali, una quota tra le più elevate d’Europa. Le poche alternative all’uso dell’auto privata di cui si dispone nelle periferie urbane, nelle aree interne e tra le fasce popolari producono così una doppia disuguaglianza, economica e ambientale. Da qui la critica alle scelte governative che privilegiano grandi opere e infrastrutture ad alta velocità rispetto al trasporto quotidiano di prossimità, quello utilizzato ogni giorno da milioni di persone per lavorare, studiare, raggiungere i servizi.

    Il dibattito ha messo in evidenza, inoltre, come la mobilità sostenibile non consista in una semplice sostituzione di auto tradizionali con auto elettriche, cosa che porterebbe a riprodurre gli attuali problemi di congestione urbana e capacità di accesso al mezzo privato. La vera alternativa è quella di una mobilità pubblica, condivisa e integrata, capace di ridurre le emissioni, abbattere il traffico e al contempo assicurare il diritto alla mobilità per tutte le persone.

    Si tratta di una prospettiva che richiama inevitabilmente il tema della capacità produttiva del Paese e del ruolo che una politica industriale orientata alla transizione – ad esempio per la produzione di mezzi per il trasporto pubblico – può svolgere nel sostenere occupazione, innovazione e riconversione ecologica. Ed è proprio sul rapporto tra transizione ecologica, politica industriale e lavoro che si è concentrata una parte rilevante del confronto bolognese.

    In altre parole, il Green Deal è davvero il responsabile della crisi industriale europea e italiana? Oppure le difficoltà del sistema produttivo hanno radici più profonde? La risposta emersa con chiarezza è che le difficoltà dell’industria continentale e nazionale non derivano dalla traiettoria di decarbonizzazione ed elettrificazione avviata con il Green Deal, ma da un lungo periodo di sotto-investimenti, ritardi tecnologici, insufficiente ricerca e sviluppo e assenza di una politica industriale capace di accompagnare la trasformazione.

    Emblematico in tal senso è il caso dell’automotive. Mentre l’Europa discute oggi se rallentare o meno la transizione, altrove – basti pensare alla Cina – si utilizza proprio la decarbonizzazione come leva per rafforzare il proprio sistema industriale, sostenere l’innovazione e consolidare il controllo sulle filiere strategiche del futuro. Nel mezzo di una competizione internazionale e di una rivoluzione tecnologica che stanno ridisegnando mercati, catene del valore e assetti produttivi, l’Europa – e con essa l’Italia – rischia allora di perdere ulteriore terreno.

    In questa prospettiva, la narrazione secondo cui le difficoltà del settore deriverebbero dagli obiettivi di riduzione delle emissioni e dal phase-out dei motori endotermici dal 2035 è stata ampiamente contestata. Il problema, anche e soprattutto per l’automotive, non è la transizione all’elettrico, ma il ritardo con cui l’industria europea e quella italiana l’hanno affrontata. Per anni gran parte dei costruttori ha puntato sulla rendita dell’endotermico, sulle auto di fascia alta e sulla compressione dei costi, sottovalutando la rapidità e la profondità della trasformazione globale.

    Il risultato è una crescente dipendenza tecnologica e industriale dai Paesi che guidano la transizione, con interi segmenti della componentistica messi sotto pressione dalla riduzione dei volumi produttivi e dall’assenza di una strategia coerente di riconversione. In altre parole, il rischio per l’Europa non è la transizione in sé, ma una transizione subita anziché governata.

    Senza investimenti pubblici, filiere integrate e una strategia comune, la riconversione rischia di tradursi in perdita di capacità produttiva, occupazione e sovranità tecnologica. Il punto, quindi, è costruire una politica industriale europea capace di integrare domanda pubblica, investimenti produttivi, energia rinnovabile, infrastrutture di ricarica, formazione e tutela occupazionale.

    Da qui la richiesta, emersa più volte, di una “reindustrializzazione verde” governata pubblicamente e che metta al centro il lavoro: la transizione dell’automotive non è soltanto una sfida ambientale, ma un’opportunità per sostenere capacità produttiva, occupazione qualificata e autonomia industriale. In assenza di una regia pubblica forte, invece, il rischio è che i costi sociali vengano scaricati sui lavoratori e sui territori attraverso chiusure di stabilimenti e aumento delle disuguaglianze sociali.

    Un altro tema fondamentale del convegno è stato quello dell’energia e del ritardo italiano sulle rinnovabili. La dipendenza del nostro sistema energetico dalle fonti fossili – che rappresentano ancora circa il 75% del mix energetico nazionale – è stata indicata come uno dei principali fattori di debolezza economica e geopolitica del Paese. Una critica molto netta ha riguardato anche le cosiddette “false soluzioni”, a partire dal nucleare, tornato al centro della discussione pubblica in Italia sulla scia della crisi energetica legata alle guerre in Ucraina e Medio Oriente.

    Particolarmente rilevante è stata la discussione sull’efficienza energetica, che rappresenta un pilastro nella traiettoria di riduzione delle emissioni e una leva strategica per la stessa politica industriale europea. Le direttive comunitarie sull’efficienza, gli edifici e l’ecodesign hanno infatti portato a una cospicua riduzione dei consumi energetici, creando inoltre occupazione qualificata e riducendo, nei fatti, la dipendenza energetica del continente.

    In questo quadro, il ritardo italiano nella loro attuazione è stato segnalato come uno dei più pesanti ostacoli alla transizione nel Paese. Molto forte anche la critica al nostro sistema fiscale, che continua a penalizzare l’elettrificazione attraverso una struttura di oneri e tassazione squilibrata a favore del gas, portando a una distorsione che rallenta la diffusione di pompe di calore, mobilità elettrica ed elettrificazione industriale proprio quando nell’Unione europea si prova a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili.

    Altro aspetto discusso nel corso della due giorni bolognese è stato il rapporto tra transizione tecnologica e qualità del lavoro. Sul tema dell’intelligenza artificiale e dell’automazione è emersa una lettura distante sia dagli entusiasmi tecnocratici sia dalle visioni catastrofiste che spesso dominano il dibattito pubblico: la questione non è stata posta in termini di semplice “sostituzione” del lavoro umano, ma di organizzazione del potere nei processi produttivi.

    Le nuove tecnologie digitali, il management algoritmico e l’automazione possono infatti produrre effetti molto diversi. Possono ridurre fatica e rischi oppure aumentare controllo, intensificazione dei ritmi e precarizzazione. La qualità degli esiti dipende dai modelli organizzativi e dalle relazioni industriali, oltre che dalla governance delle tecnologie, per cui il tema democratico ritorna centrale: chi decide come vengono utilizzate le innovazioni tecnologiche? Con quali obiettivi? Per aumentare profitti o migliorare condizioni di vita e lavoro?

    Dal convegno di Bologna è dunque emersa una consapevolezza condivisa: il conflitto attorno alla transizione ecologica è, prima di tutto, un conflitto politico. La trasformazione è già iniziata e la vera sfida riguarda chi ne orienterà la direzione, come verranno distribuiti costi e benefici e quali interessi prevarranno. Lasciare che siano esclusivamente le logiche di mercato a guidare questo processo significa rischiare di scaricarne gli effetti sui lavoratori, sui territori più vulnerabili e sulle fasce sociali più esposte.

    Governare la transizione significa invece costruire politiche industriali, energetiche e sociali capaci di accompagnare il cambiamento e di renderlo sostenibile non soltanto sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Da questo dipenderà la possibilità di tenere insieme lotta alla crisi climatica, qualità del lavoro e coesione sociale.

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    Scenica Festival vista con gli occhi della prima volta all’interno di un meraviglioso ingranaggio durato ben 18 anni

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    Scenica Festival nasce come momento intenso di proposta artistica, culturale e formativa, esplorazione tra le arti, spazio di scambio e confronto, laboratorio di idee ed esperienze. Nato nel 2009 come un piccolo esperimento, il festival è oggi un importante evento che con coraggio porta in Sicilia compagnie innovative provenienti da tutta Europa.Circo, teatro, musica, danza, performance, laboratori: Scenica è un contenitore dai molteplici aspetti e attento ai diversi linguaggi della scena contemporanea. Dal 2009 ad oggi Scenica è cresciuto in numero di spettacoli, in pubblico e in qualità della proposta, tentando sempre di sorprendere e sorprendersi. Il festival è sostenuto

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    Germania, assoluzione per la canapa: il limite di THC rispettato non può bastare a condannare

    Una decisione giudiziaria arrivata dalla Baviera potrebbe avere effetti importanti sul futuro della canapa industriale in Germania. Il Tribunale distrettuale di Amberg ha infatti assolto un commerciante accusato di aver venduto prodotti derivati dalla canapa conformi ai limiti legali di THC. Dopo la rinuncia della Procura a presentare ulteriori ricorsi, il verdetto è diventato definitivo …
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    Presidente del Congreso Judío Mundial, Ronald Lauder: «Israel está perdiendo la guerra de la información»

    Ronald S. Lauder, presidente del Congreso Judío Mundial, declaró en la Conferencia del Jerusalem Post del 1 de junio de 2026 que Israel debe crear una «agencia gubernamental para combatir las mentiras y falsedades difundidas por fuerzas antisemitas en todo el mundo». «Si leen la prensa convencional», dijo Lauder, «se preguntarán cómo el único Estado judío se ha convertido en la nación más odiada del planeta. Esto se debe a que a diario nos bombardean con mentiras, tergiversaciones flagrantes y pura malicia. La simpatía por Israel está en su punto más bajo».

    “Por muy bueno que [Israel] sea militarmente, así de malo es en relaciones públicas, y está perdiendo la guerra de la información en la era de la política mediática», se lamentó. «No somos impotentes, también tenemos miles de millones de dólares. Pero ninguno de nosotros va donde debería ir par atacar a nuestros enemigos (…) Estas mentiras no son menos peligrosas que los cohetes», se quejó.

    «Todo el mundo lleva un ordenador en el bolsillo con las calumnias más viles que se propagarán por todo el mundo y circularán al instante. Israel no puede permitirse el lujo de ignorar sus relaciones públicas. Ningún país puede sobrevivir sin ellas. Por alguna razón, Israel es ajeno a esto. Israel no puede permitirse seguir ignorándolo. No puede permitirse aislarse aún más. A partir de hoy, Israel debe dedicar gran parte de sus recursos a esta batalla», agregó el referente sionista.

    «Israel debería usar sus excelentes servicios de inteligencia en esta lucha, el Mossad y Shin Bet deben entrar en acción y deben saber de dónde vienen estas mentiras. Simplemente tiene sentido usarlos en esta lucha, y debería ser una lucha diaria», pidió Lauder.

    «Cuando Israel sea atacado con mentiras, debe contraatacar con el doble de fuerza. Su respuesta debe ser furiosa. Debe contraatacar a cada hora de cada día”, reclamó el líder sionista.

    Lauder sostuvo además que Israel debería crear una importante agencia gubernamental con un nuevo director: «No un nombramiento político, sino alguien que domine las relaciones públicas y la información a la perfección. Los judíos de la diáspora deberían colaborar con Israel en esta lucha de relaciones públicas. Porque, al final, no se tratará solo de proteger al Estado judío. Entiendo que luchamos contra un odio ancestral, pero eso no significa que debamos permitir que nuestros enemigos nos definan.

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    Civilización, tecnología y Cristianismo – Por Cristian Taborda

    Civilización, tecnología y Cristianismo
    Por Cristian Taborda

    Será la intervención de los cristianos la que evitará que la civilización tecnológica dé lugar a una oligarquía tecnocrática”.
    Augusto del Noce.

    En otro tiempo, posiblemente, la encíclica Magnífica humanitas hubiera sido acusada de modernista -seguramente habrá quien así la intérprete-, por atender un asunto “mundano” como la tecnología y la inteligencia artificial, pero cuando la iglesia se debate entre “la restauración y el cisma”, como describe Juan Manuel de Prada, atender los asuntos del presente retomando a la Doctrina Social de la Iglesia y la tradición, en un mundo de irreligiosidad natural, de cristianismo laico o del “eclipse de lo sacro”, como decía del Noce, que sea León XIV quien condene el nuevo liberalismo digital, como otrora su predecesor León XIII, condenara al liberalismo político y la Masonería en la encíclica Libertas praestantissimum, es un mensaje al mundo, a la cristiandad y a la oligarquía tech.

    ¿Por qué ocuparse del avance de la IA y la tecnología? Quizás porque sea el mayor avance del Anticristo. La victoria del liberalismo absoluto en el mundo terrenal buscando asaltar el cielo como paradójicamente proponía Lenin con el comunismo. Probablemente, el asalto al cielo que proponen los tecno oligarcas termine más parecido al asalto a las tullerías de Sillicon Valley. El triunfo del ateísmo ha sido total en el avance de la tecnología que se presenta como neutral, desprovista de moral. De hecho son el racionalismo, la técnica y el cálculo los que desataron la maquinaria de guerra durante mediados del siglo pasado, que ahora suelta sus demonios bajo la lógica de algoritmos y automatización, dando paso al totalitarismo y la decadencia europea que perdió los principios sobre los que se fundó: la religión, la democracia y las verdades universales. Augusto del Noce decía que el totalitarismo vence cuando se elimina la fe, la esperanza y la solidaridad cualidades esencialmente humanas, que hacen a la dignidad del Ser humano, algo desprovisto de cualquier “inteligencia” artificial.

    Es el catolicismo hoy el único poder universal que logró cabalgar la modernidad y ser la única alternativa a la civilización tecnológica. No como un antagonismo, como lo fue el marxismo o su degradación, sino como una superación. Aunque para el Anticristo la nueva encíclica sea vista como un nuevo manifiesto comunista por su nivel de agitación. La civilización tecnológica, indefectiblemente liberal y atea, no tiene otro destino que la unidad del mundo mediante la técnica, como lo advirtió Carl Schmitt, un nuevo totalitarismo global post ideológico, tecnocrático y transhumanista. El transhumanismo woke, disfrazado de derechos de minorías, teoría de género, diversidad e inclusión como el transhumanismo libertario disfrazado de derechos individuales, teoría económica, eficiencia e innovación son solo dos medios para un mismo fin: el posthumanismo y el gobierno de la técnica sobre el hombre. Tecnología y transhumanismo van de la mano. La negación del hombre o la muerte del hombre como declarara Foucault. Es negada y amenazada la humanidad y la religiosidad, por eso la respuesta de la Iglesia Católica. Citando nuevamente al filósofo italiano: “la civilización tecnológica se presenta como una nueva civilización, por eso el culto a lo «nuevo» con su correspondiente espíritu de destrucción”.

    La respuesta de la Iglesia a la civilización tecnológica con su pretensión de nueva babel restaura la mystica en un mundo de cristianismo laico. Es una respuesta metafísica al aceleracionismo tecnológico que carece de misterio. Como planteaba Heidegger: la técnica moderna es desvelamiento, ahí radica su ateísmo radical, su apocalipsis. Mientras la catolicidad celebra el misterio: el ser humano, imagen del Dios trino.

    Este cachetazo metafísico a la soberbia tecnocrática de un grupo de millonarios que se creen semidioses hizo ruido porque además atiende el problema real: la carencia de humanidad y sensibilidad de la inteligencia artificial. La defensa de la dignidad del Ser humano y el valor del trabajo como libertad frente a un proyecto que se presenta como prescindible de la raza humana y del trabajo del hombre. El regreso de la Doctrina Social de la Iglesia a la discusión sobre el trabajo y ante esta nueva revolución plantea la defensa de los principios básicos para cualquier convivencia humana en armonía: la defensa del bien común, no del mal menor; la justicia social, no la injusticia (causa de todas las revoluciones como planteaba Aristoteles); la solidaridad, no el egoísmo. Son los fundamentos de la civilización occidental cristiana.

    La técnica no es anti humana, al contrario, es una proyección del hombre, pero sí puede serlo su aplicación y sus intereses de fondo en manos de un grupo de oligarcas que creen que el hombre puede ser Dios o crear el cielo en la tierra como tantas otras veces lo han intentado otras revoluciones generando contrariamente el infierno en la tierra con sus revolucionarios en la guillotina o instalando regímenes totalitarios de exterminio y aniquilación.

    Como buen san agustiniano León XIV vuelve a poner en orden jerárquico los valores «dispositio plurium secundum inferius et superius», lo inferior depende de lo superior. La Inteligencia artificial no puede sobreponerse al hombre, como el hombre no puede sobreponerse a Dios. Una herramienta no puede ser superior al trabajador. Es el orden jerárquico de las cosas. No es un llamado a un nuevo ludismo, ni al negacionismo tecnológico, sino a la armonía entre el hombre y la tecnología, a mantener viva la tradición y sus valores, una alternativa a la civilización tecnológica, a la dignificación del hombre hecho a imagen y semejanza de Dios, no de Sillicon Valley.

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    Aviano, 6 giugno: contro le guerre, il riarmo, le testate nucleari

    Un fermo NO alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà, con voce unica, sabato 6 giugno davanti alla base USAF di Aviano. Sarà una grande manifestazione nazionale, unitaria e nonviolenta promossa da Anpi, CGIl, Tavolo della Pace, Centro Balducci  e molti altri, a cui come Movimento Nonviolento- Centro territoriale di Pordenone abbiamo  collaborato [...]

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    2 giugno: celebriamo gli 80 anni della Costituzione italiana 

    2 giugno: celebriamo gli 80 anni della Costituzione italiana. Lavoro, diritti, uguaglianza, decentramento, minoranze, indipendenza stato e chiesa, uguaglianza religioni, tutela dell'ambiente biodiversità e ecosistemi, diritto internazionale, ripudio della guerra: sono questi i principi fondamentali su cui si basa la nostra Repubblica. Tra questi non troviamo le armi e nemmeno chi le benedice. E allora [...]

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    Perché il mercato italiano non è pronto per avere troppe varietà di infiorescenze

    Negli ultimi mesi sembra di aver perso il conto delle nuove varietà di cannabis medica in arrivo in Italia. Proprio durante Cosmofarma Exhibition (Bologna, 8-10 maggio 2026), un’altra novità: Farmalabor ha annunciato la prossima disponibilità di 2 nuove infiorescenze importate dalla Germania, una al 22% di THC e una al 27% di THC. Quest’ultima, numeri …
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    Tensione e familiarità al Seminario di Montevaso

    Da Venerdì 29 a domenica 31 maggio si è tenuto in Toscana un seminario interno del Movimento Nonviolento sulla Campagna Un'altra difesa è possibile. Tre giorni di lavoro e convivialità, ospiti di Enrico e Francesca Pompeo nella bellissima tenuta agroforestale del Montevaso in Toscana, durante i quali, attiviste e attivisti del Movimento Nonviolento provenienti da [...]

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    Por qué Irán gana su guerra asimétrica frente a dos potencias nucleares superiores EEUU/Israel – Por Alfredo Jalife Rahme

    Por Alfredo Jalife Rahme

    El libro del 2005 Cómo los débiles ganan las guerras: teoría del conflicto asimétrico (https://bit.ly/43BOReX), del académico de la Universidad de Chicago y anterior analista de inteligencia militar Ivan Arreguin-Toft, parece constituir el manual de cabecera del agredido gobierno iraní por la superpotencia nuclear EEUU y la mediana potencia nuclear Israel –que goza de la deliberada complicidad del filosionista argentino Rafael Grossi, desacreditado director de la Agencia Internacional de Energía Atómica, quien hace la vista gorda ante los arsenales clandestinos de Netanyahu, quien evade la inspección de la ONU y su firma del Tratado de No Proliferación que EEUU exige en forma asimétrica e inicua a Irán.

    En el siglo V a.C., los omnipotentes enviados atenienses –en el célebre Diálogo de los Melios narrado por Tucídides en la Guerra del Peloponeso (https://bit.ly/4akW7j4)– exigieron la capitulación de la isla Melos con la formulación del hiperrealismo político: “Los fuertes hacen lo que pueden y los débiles sufren lo que deben”.

    Netanyahu y Trump, ¡2 mil 455 años después! conminaron la misma capitulación perentoria a los iraníes.

    En su notable libro Arreguin-Toft arguye en forma persuasiva que las “guerras asimétricas” dependen de la interacción entre las estrategias respectivas del fuerte y el débil, más que del poder material crudo y rudo.

    A juicio de Arreguin-Toft, cuando el fuerte y el débil usan estrategias similares suele vencer el primero, mientras que cuando utilizan estrategias opuestas aumentan las probabilidades de una victoria del débil, ya que el endeble vence cuando trastoca la superioridad del fuerte en su propia desventaja política, lo cual implementó al pie de la letra la República Islámica de Irán: “La probabilidad de victoria o derrota en conflictos asimétricos depende de la interacción de las estrategias que usan los actores débiles y fuertes”, ya que “cuando los actores emplean enfoques estratégicos opuestos, los débiles tienen muchas más probabilidades de vencer”.

    Arreguin-Toft analiza 197 conflictos asimétricos y alega que los fuertes ganan hasta 75% de los casos en general (cuando los débiles combaten frontalmente contra los fuertes), mientras que, desde la Segunda Guerra Mundial, los débiles logran triunfos mayores a 50% cuando optan por tácticas opuestas (https://bit.ly/4uJZ9FY).Se centra en varios ejemplos desde 1800 que llevan agua a su molino y que van desde la guerra de Vietnam hasta Afganistán, pero que, a mi juicio, hoy no son extrapolables.

    El débil gana guerras no porque sea más poderoso, sino porque logra que el poder del fuerte sea políticamente disfuncional, estratégicamente costoso y vulnerable a la atrición.

    Dicho de otra forma, la metástasis del impacto geoeconómico/geofinanciero del cierre del estrecho de Ormuz atrapó a EEUU y, por extensión, en su fase declinante a Occidente –según el notable libro La derrota de Occidente (https://bit.ly/4fS6rmd) del galo Emmanuel Todd de hace 2 años–, como bien señaló el presidente Xi frente a su visitante Trump, quien sólo atinó a asentar sin dejar de inculpar de la decadencia de EEUU al binomio Obama/Biden.

    Después del derrocamiento espurio del primer ministro soberanista iraní Mohammad Mossadegh (https://bit.ly/4u6J3oy), hace 75 años, pasando por la nacionalista revolución islámica hace 47 años, propongo el teorema más holístico de cuatro puntos diacrónicos: 1.- La singular resiliencia, que no masoquismo malentendido, del martirologio del chiísmo que se condensa en el “síndrome Karbala (https://bit.ly/4a0ZPye); 2.- Sus indetectables misiles hipersónicos que no detentan EEUU ni Israel; 3.- La genial jugada estratégica del cierre del estrecho de Ormuz: yugular geoeconómica/geofinanciera de Trump; y 4.- Su prodigiosa educación científica pública con los primeros sitiales del ranking STEM (Ciencia, Tecnología, Ingeniería y Matemáticas). Amén.

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    Radio Gaza #39 – “Una nuova operazione di terra israeliana è ormai inevitabile”

      Guarda la puntata:   (Radio Gaza, in inglese e arabo, può essere seguita attivando i sottotitoli automatici in italiano di YouTube)   (Radio Gaza, in inglese e arabo, può essere seguita attivando i sottotitoli automatici in italiano di YouTube)   <<L’assenza dei vertici ha ripercussioni politiche, ma sul campo e dal punto di vista […]

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    Toma, lee – Por Juan Manuel de Prada

    Por Juan Manuel de Prada

    Hay un pasaje de Las Confesiones de San Agustín que me conmueve muy hondamente, por la luz retrospectiva que arroja sobre mi vida, y también por constituir una de las más hermosas invitaciones a la lectura que jamás se hayan escrito. Se halla en el capítulo XII del libro octavo de esta obra incomparable, y relata el desenlace de la crisis que atormenta al Santo de Hipona y su definitiva conversión al cristianismo. Agustín se halla en Milán, donde ha escuchado las predicaciones de San Ambrosio, y se aloja en casa de su amigo Alipio. Las meditaciones sobre su estado han desatado en su corazón «una gran tormenta, cargada con una copiosa lluvia de lágrimas»; entonces Agustín, a impulsos del pudor, farfulla unas palabras de excusa y se retira «de modo que ni la presencia de Alipio pudiera servirme de estorbo». En el jardín de la casa, tendido a la sombra de una higuera, dará rienda suelta a las lágrimas.

    Entonces, mientras el llanto y la amargura lo golpean, Agustín oye, proveniente de una casa vecina, «una voz como de un niño o una niña que decía canturreando y repitiendo con frecuencia: Tolle, lege. Tolle, lege». La cantinela («Toma, lee», «Toma, lee») rescata de su desconsuelo a San Agustín, que cree descubrir en esa misteriosa voz infantil «una orden divina que me mandaba abrir el libro y leer lo que encontrase en el primer capítulo que se me ofreciese». Agustín vuelve a toda prisa a la casa de su amigo Alipio, abre al albur el libro que va a rectificar su destino (es una recopilación de las epístolas de San Pablo) y lee en silencio el primer versículo sobre el que se posan sus ojos: «Nada de comilonas ni borracheras; nada de lujurias ni desenfrenos; nada de querellas y envidias. Antes bien, revestíos de Jesucristo y no os preocupéis de la carne para satisfacer sus concupiscencias». El efecto de esa lectura azarosa será fulminante: «No quise leer más –afirma San Agustín–, ni era necesario. Al instante, al terminar de leer aquella frase, se disiparon todas las nieblas de la duda, como si una luz segura se hubiese difundido sobre mi corazón».

    Cuando yo era niño, muchos años antes de leer Las Confesiones, también abría los libros al buen tuntún, como anhelando encontrar un tesoro diminuto entre el intrincado bosque de su tipografía, y posaba el dedo índice sobre un renglón cualquiera, en busca de aliento espiritual, de consejo y de guía. Hacía este ejercicio con cualquier tipo de libro, sagrado o profano, a veces incluso con los periódicos atrasados, inquiriéndoles preguntas que abarcaban las infinitas curiosidades del adolescente, desde las espirituales hasta las amatorias. Esta consideración del libro como una suerte de zahorí que ilumina nuestra vida, que nos consuela y escarmienta, que nos enseña e inspira, lo convierte en el objeto más formidablemente reparador que haya podido concebir el hombre. El libro, en apariencia inerte y mudo, nos reconforta con su elocuencia, porque entre sus páginas se esconden revelaciones que nos interpelan y alumbran nuestra vida; y es esta capacidad suya para dilucidarnos lo que lo convierte en nuestro interlocutor más valioso.

    Y no me refiero tan sólo a las obras cimeras del genio humano consagradas por el veredicto de los siglos, sino también a esos otros libros que incorporamos a nuestra biblioteca sin deliberación, como quien sale al campo y empieza a recolectar hierbas al buen tuntún, guiándose por una suerte de simpatía instantánea. Quizá en la lectura de esos libros no hallamos el esplendor de la rosa, pero a cambio descubrimos en ellos cualidades aisladas que asoman aquí y allá, como las flores silvestres asoman entre los cardos. Y en esas sorpresas surgidas a salto de mata, se cifra el placer de la lectura, que nunca nace de la predisposición estudiada, sino más bien de una imprevista asonancia que nos conmueve y deslumbra y entabla con nosotros un misterioso vínculo que nos acompañará para siempre, como una semilla en hibernación.

    Con los libros ocurre lo mismo que con los paisajes que habitaron nuestro pasado: quizá los senderos que acogieron nuestras huellas se hayan borrado, invadidos por las zarzas y los arbustos, pero basta con que nuestra mirada se pose sobre las palabras que en otro tiempo hicimos nuestras para que, entre las ruinas de la memoria, se abra una galería subterránea por la que atisbamos el latido familiar de aquellas emociones que creíamos abolidas y que, sin embargo, no se resignan a morir, porque la emoción verdadera, por muchas paletadas de tierra y olvido que hayamos arrojado sobre ella, siempre alienta al fondo, dispuesta a convertirse, otra vez, en pasión devoradora.

    Toma, lee.

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    RELIGIONE DEI CONSUMI, UN UNIVERSO AL COLLASSO?

      Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org   Come per l’uomo religioso descritto da Mircea Eliade, anche per il consumatore lo spazio non è omogeneo. Per l’uomo religioso, la non omogeneità dello spazio si manifestava in una contrapposizione tra lo spazio sacro, l’unica cosa per lui realmente esistente, e tutta la restante, informe distesa che lo […]

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    Karaganov: “Il conflitto è già una guerra mondiale”. La visione strategica russa tra escalation, deterrenza nucleare e fine dell’ordine occidentale

    Di Nicola Bielli   In una lunga intervista rilasciata presso il podcast del Prof. Glenn Diesen , il politologo russo Sergey Karaganov delinea un quadro radicale del conflitto globale: guerra già in corso a livello sistemico, crisi dell’Occidente, fine della diplomazia tradizionale e necessità di una nuova dottrina strategica russa. Le sue affermazioni includono scenari […]

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    Neurodivergenza e dissenso: quando il problema non è il cervello ma il sistema

    Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

    Dal masking alla neuronormatività, fino al rapporto tra ADHD, autismo e critica delle gerarchie sociali: una riflessione sul legame tra neurodivergenza e dissenso politico. L’idea che il cervello umano debba funzionare secondo un unico standard universale – prevedibile, lineare e sempre allineato alle aspettative sociali – è forse uno dei miti più resistenti della modernità.Oggi, grazie al paradigma della neurodiversità, stiamo lentamente iniziando a decostruire questo mito. Iniziamo a comprendere che condizioni come l’Autismo o l’ADHD non sono necessariamente “errori di sistema” da correggere a ogni costo, ma varianti naturali del funzionamento cognitivo umano. Stiamo imparando (seppur a fatica) a

    L'articolo Neurodivergenza e dissenso: quando il problema non è il cervello ma il sistema sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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    La Regione Campania chiude alle relazioni con Israele. Ma si fa sul serio?

      Di Francesca Picone per ComeDonChisciotte.org   Grazie. Di che? Si usa rispondere nel gergo comune. Interessante epistemologia. Oggi è il caso di ribaltare questo gergo e rifletterci su. No grazie. Di che? La Regione Campania chiude alle relazioni con Israele1. Bene. Quali? C’è da premettere e contestualizzare: Napoli è storicamente vicino ai palestinesi. Napoli […]

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    Mosca alla Nato: “Non avete alcuna prova che il drone precipitato in Romania sia russo” 

      RT.com   La Romania non ha fornito alcuna prova che il drone che ha colpito un edificio residenziale nella città di Galati provenisse dalla Russia, ha dichiarato a RT l’ambasciatore di Mosca a Bucarest, Vladimir Lipaev. Venerdì un drone carico di esplosivi ha colpito il decimo piano di un condominio nella Romania orientale, vicino […]

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    L’Ombra del Gigante: I Megaliti di Campana, l’Elefante della Sila e la Geometria dell’Anima Mundi

      Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org   Per secoli l’archeologia ufficiale ha liquidato le grandi opere in pietra del passato come risposte a bisogni puramente materiali o, peggio, come casuali capricci dell’erosione. Tuttavia, l’altopiano della Sila custodisce un segreto che sfida questa visione riduzionista classica. Nel cuore della Calabria si dipana un filo conduttore unico […]

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    L’inguardabile incriminazione di Raúl Castro e le illegali mire USA su L’Avana

      Di Alessandro Fanetti, cese-m.eu    “Non accarezzate se avete le mani sporche di ipocrisia.” Rita Godino     L’incriminazione del novantaquattrenne Raúl Castro viene presentata dall’élite USA come un atto di giustizia internazionale, ma per chiunque abbia anche solo un briciolo di buon senso appare invece come l’ennesima operazione politica costruita per portare alle […]

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    L’ex Ambasciatore Bruno Scapini: “Un’Italia sovrana e neutrale è possibile”

      Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato l’Ambasciatore Bruno Scapini, che ha ricoperto numerosi incarichi all’estero, per ultimo Ambasciatore d’Italia in Armenia e in Italia quale Ispettore del Ministero degli Esteri e come Capo del Dipartimento degli Italiani nel Mondo presso la Presidenza del Consiglio. Si è sempre impegnato nel sostenere la causa […]

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    Vannacci e il ciclo del catalizzatore: come il sistema produce i suoi oppositori

      anotherworld.network   Ogni sistema politico che attraversa una crisi di legittimità produce, con la puntualità di un meccanismo industriale, la figura che chiameremo catalizzatore: qualcuno che raccoglie la diffidenza accumulata, la canalizza in energia elettorale, e la restituisce al sistema in forma utilizzabile. Il Vannaccismo — il fenomeno politico costruito attorno alla figura del […]

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    La diplomazia messa alla prova

      Di Movisol.org   Lo scorso 26 maggio, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha aperto la sessione speciale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con il tema: “Difendere gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e rafforzare il sistema internazionale centrato sull’ONU”. Non vi è dubbio che tali principi […]

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    Gli Usa fomentano in Europa gruppo terroristico modello ISIS: in Albania il Mek recluta bambini soldato

      Di Alireza Niknam Teheran –   Sebbene siano trascorsi anni da quando il gruppo terroristico Mujahedin-e-Khalq (MEK) ha lasciato l’Iraq per trasferirsi in Albania, documenti recentemente trapelati rivelano che questo gruppo non solo non ha abbandonato le sue attività terroristiche, ma sta ora cercando di modificare la propria struttura ideologica e compositiva in Europa, […]

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    Israele ha smesso di “Sparare e piangere”

      Di Muhannad Ayyash, aljazeera.com   Nelle ultime rivelazioni sulle brutali torture inflitte da Israele ai prigionieri palestinesi, che includono stupri e violenze sessuali, il mondo ha avuto un altro assaggio dell’orrenda realtà della vita palestinese sotto l’infinita occupazione colonialista israeliana. Chiunque abbia un briciolo di elementare decenza umana si sente inorridito, infuriato e sconvolto […]

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    Cannabis medica, i malati come sospettati: “Pazienti convocati in caserma in tutta Italia”

    Ha la ricetta del medico, paga la farmacia, segue la terapia prescritta. Eppure si ritrova in caserma, seduto davanti a un carabiniere che gli chiede perché assume quel farmaco, da chi lo compra, se può mostrare i documenti. Negli ultimi due mesi, in diverse regioni italiane, le forze dell’ordine hanno bussato alla porta di centinaia …
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    Il prezzo dell’obbedienza. La Bielorussia è l’ultima chance europea?

      Di Massimiliano Bonavoglia   Costi e ricavi: chi incrementa guadagni netti e chi perde in UE?  Come appare il sogno europeo, se viene applicato ai conteggi economici? L’Unione europea ha una cassa, comune da cui si ricava il bilancio: ogni Paese versa capitali che l’UE spende sui territori (strade, agricoltura, ricerca, fondi di coesione, […]

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    Intelligenza artificiale senza freni? Così funziona nel mondo

        Di Glauco Benigni   A seguito della presentazione dell’Enciclica sull’IA, da parte del Vaticano, si sono accesi i riflettori sullo stato dell’arte delle diverse normative nei maggiori Paesi . Vediamo fino a che punto gli Umani hanno finora “limitato” le infinite potenzialità di Sua Maestà l’Algoritmo. Il panorama della regolamentazione globale sull’Intelligenza Artificiale […]

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    Fertilizzanti alle stelle: agricoltori assediano l’Europa temendo il collasso

    Invece di invocare la sovranità alimentare italiana, ossia NAZIONALE, si invoca soltanto quella “europea”, come se essa fosse stata da sempre un obiettivo dei nostri decisori eurocrati Ue, e non il contrario. Significativo comunque il contributo che segue, perchè il tema è davvero importante e urgente.     circulareconomyletstalk.it Prezzi dei fertilizzanti fuori controllo: protesta […]

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    Più svapi cannabis, più guadagni: il controverso modello di Gudtrip tra startup e bitcoin

    Nel panorama delle startup tecnologiche americane sta emergendo un fenomeno che sembra uscito da un episodio di Black Mirror: fumare cannabis e ricevere ricompense in criptovalute. È questa l’idea alla base di Gudtrip, una sigaretta elettronica sviluppata dalla startup Puffpaw, che promette agli utenti premi in Bitcoin semplicemente utilizzando il dispositivo. Un modello che unisce …
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    L’archiv((i))o di Indymedia Italia

    Alcune storie possono essere raccontate, più o meno fedelmente, ma la memoria può giocare brutti scherzi. Nel caso di Indymedia Italia, https://italy.indymedia.org, è invece possibile, se pure con alcuni limiti, verificare direttamente – anche a distanza di 20 e più anni – i contenuti di un sito attivo dal 2001 al 2006, quando sospese la sua attività a favore di altri siti, locali e regionali, fino alla progressiva chiusura.

    Quella che trovate qui è una copia di archivio realizzata da noi nel 2021 in occasione del ventennale di Genova G8, quando fu allestita una installazione temporanea del sito.

    La piattaforma ha utilizzato due diversi software: Catalyst CMS dal 2001 al 2003, e SF-Active dal 2003 al 2006. La versione conservata qui è la seconda, quella basata su SF-Active e quindi l’aspetto grafico delle pagine è diverso da quello visibile durante le giornate del luglio 2001. L’archivio è navigabile ma statico: fotografa lo stato del sito nel 2006 e ovviamente non consente modifiche o pubblicazione di nuovi contenuti.

    Per la natura tecnologica di questo tipo di archivi questa è una copia incompleta, non sono archiviati e visitabili tutti i link verso risorse esterne e molte pagine o contenuti di esse potrebbero non essere visibili.

    È disponibile un motore di ricerca, che permette di ricercare i testi delle pagine, e filtrare per data.

    Ulteriormente stiamo curando una raccolta di pubblicazioni (libri, articoli di riviste, tesi, siti) che hanno indagato la storia, le pratiche e l’eredità politica di Indymedia.

    Il nostro collettivo aveva partecipato attivamente al progetto Indymedia, contribuendo alla sua crescita. La nostra attitudine — mutuata dalle sottoculture hacker e fondata sui principi di condivisione, apertura, valorizzazione delle differenze e desiderio di sperimentare tecniche e linguaggi — aveva reso possibile un radicale esperimento collettivo di autogestione.

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    Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

    Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing The Price-to-Earnings (P/E) ratio serves as a fundamental tool for investors to assess a company’s valuation relative to its earnings. This ratio, pivotal in investment analysis, offers insights into a company’s stock value and potential future growth performance. What is the P/E Ratio? At its core, the […]

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    Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

    Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio The Price-to-Earnings (P/E) ratio serves as an essential tool for investors who wish to evaluate the valuation of a company concerning its earnings. It is particularly useful for identifying whether a stock may be overvalued, undervalued, or fairly valued in comparison to its peers and historical standards. Definition of P/E […]

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    Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

    Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio The Price-to-Earnings (P/E) Ratio serves as an indispensable valuation metric in the sphere of stock investing. It offers investors an intimate glimpse into a company’s valuation relative to its actual earnings, providing a critical tool for determining whether a stock is overvalued, undervalued, or accurately valued, especially in relation to […]

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    How to Analyze a Company’s Financial Statements

    Overview of Financial Statements Understanding a company’s financial statements is crucial for making informed investment and business decisions. These documents provide a comprehensive record of the company’s financial activities and position, serving as fundamental tools for evaluating its economic health. The primary financial statements include the balance sheet, income statement, and cash flow statement. Each […]

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    Best Strategies for Investing in Blue-Chip Stocks

    Understanding Blue-Chip Stocks Blue-chip stocks are shares of established companies known for their solid financial performance and market presence. These companies often lead their respective industries, making their stocks attractive for investors seeking stability and reliable returns. By understanding what constitutes a blue-chip stock and implementing effective investment strategies, investors can enhance their portfolios and […]

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    How to Invest in IPOs (Initial Public Offerings)

    Understanding IPOs An Initial Public Offering (IPO) is the significant undertaking by which a private company transitions into a public entity by offering its shares to the public for the first time. This process is crucial for companies as it provides an opportunity to raise capital needed to finance business expansion, settle debts, or allow […]

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    Contrarian Investing: Profiting by Going Against the Crowd

    Understanding Contrarian Investing Contrarian investing is an investment strategy that involves taking positions contrary to prevailing market trends. The fundamental idea is to buy when others are selling and sell when others are buying. This approach relies on the principle that markets and investors can sometimes overreact to news and events, thereby creating opportunities for […]

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    Problema hardware / Hardware issue

    [IT] Stiamo avendo dei problemi hardware con uno dei server di posta stamattina, attendiamo aggiornamenti dal provider.

    AGGIORNAMENTO: tutto è tornato a posto.

    [EN] We’re having some hardware issues with one of the email servers today. We’re waiting for updates and an ETA from the provider.

    UPDATE: all services are back now.

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    Sector Investing: How to Invest in Different Industries

    Understanding Sector Investing Sector investing entails the strategic allocation of investment capital across distinct segments of the economy. Each sector forms a unique category of business activities, including but not limited to technology, healthcare, and finance. By comprehending the intricacies of investing in these diverse industries, investors can craft portfolios that align with the specific […]

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    Momentum Investing: Riding the Trend in Stock Markets

    Understanding Momentum Investing Momentum investing is an intriguing strategy in the financial world that tries to leverage the persistence of certain existing trends in the stock market. Essentially, it is about jumping onto a moving train, assuming that train will continue its journey along the same tracks. Investors who engage in momentum investing usually purchase […]

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    Dividend Investing: How to Earn Passive Income from Stocks

    Understanding Dividend Investing Dividend investing is a strategy focused on earning passive income through regular payments from owning stocks in particular companies. Investors who choose this method benefit from the dual prospects of income generation and potential capital appreciation. What Are Dividends? Dividends are portions of a company’s earnings distributed to shareholders. Typically, these payments […]

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    Corteo per gli spazi sociali -Torino 31 gennaio

    Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali”

    Torino è Partigiana! e sta scendendo in piazza in questo momento con una moltitudine di altri collettivi da tutta Italia per rivendicare insieme che i centri sociali e gli spazi autogestiti non sono un fine ma devono continuare ad esistere come mezzo a disposizione di tutt* per continuare ad organizzarsi e costruire comunità antifasciste.

    https://infoaut.org/divise-e-potere/piattaforma-verso-la-manifestazione-nazionale-del-31-gennaio-a-torino

    Per chi non può esserci di persona può seguire gli interventi sulla diretta di RadioBlackOut dai cortei: https://radioblackout.org/2026/01/diretta-dal-corteo-nazionale-torino-e-partigiana/

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    China and Russia Should Cooperate to Help the United States Achieve an “Orderly Decline”

    The year 2026 opens with a succession of US manoeuvres that continue to shake the global balance, while subterranean currents roil the international scene: the military attack on Venezuela has…

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    China’s Posture After Venezuela: Accelerated De-Dollarisation and Conflict Preparation

    The US operation in Venezuela on 3 January 2026 marked a turning point in Chinese strategy towards Washington. Beijing interpreted the failure of Chinese-manufactured JY-27A radars to detect F-35s and…

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    Newsletter Autistici/Inventati 01-2026

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    Newsletter Autistici/Inventati – gennaio 2026
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    [English version below]

    Siamo arrivati a un quarto di secolo di vita (25 ANNI!) e Autistici/Inventati esiste e Resiste ancora!

    Se usi i nostri servizi, magari vuoi sapere che cosa fanno gli esseri umani dietro questa piattaforma tecnologica (che non sta in piedi per magia).

    Ecco alcune delle cose che abbiamo fatto quest’anno:

    # INFRA

    * infrastruttura potenziata

    L’infrastruttura di A/I si e’ potenziata aggiungendo due nuovi server moderni per gestire tutta la parte web, garantendo piu’ spazio e migliore performance: questi ultimi due server usano solo memorie a stato solido (SSD), quindi addio ai vecchi hard disk piu’ lenti, piu’ energivori, piu’ rumorosi e piu’ fragili, sicuramente i siti web e noblogs ne gioveranno, ma anche tu!


    # EMAIL

    * Thunderbird su telefoni

    Le mail su telefono e la loro configurazione automatica sono state una rogna che per un po’ di tempo ci ha fatto penare. Ora abbiamo finalmente identificato e risolto il problema, e da adesso in poi l’autoconfigurazione di app sul telefono come Thunderbird e K9 sara’ molto piu’ semplice! Fateci sapere come va, intanto per usare la nostra mail sul telefono bastera’ fare login con il vostro account e da pannello cliccare su “Setup on Mobile”. Ad aspettarvi troverete un comodo QR code da scansionare nel vostro pannello utente dove dovrete solo aggiungere la vostra password.


    # NOBLOGS

    * statistiche

    Abbiamo rinnovato il sistema di statistiche, parole chiave: anonimato e chiarezza
    In pratica Noblogs si e’ rinnovato ed abbiamo deciso di riscrivere il sistema di analisi delle visite, per cui ora le statistiche di uso di quali persone e quali bot visitano il sito sono disponibili nella bacheca di amministrazione nella sezione “Analytics”.

    Per maggiori informazioni leggere https://cavallette.noblogs.org/2025/02/9949


    * form di contatti

    Abbiamo aggiunto un nuovo form di contatto cifrato per noblogs (in rodaggio).

    Qualche mese fa un collettivo ci ha contattato proponendoci un nuovo plugin per noblogs, sviluppato da loro, che permette di contattare i responsabili del blog in maniera sicura e confidenziale. Questo plugin crea un form in grado di inviare messaggi crittati usando PGP. Visto che il plugin precedente aveva qualche problema e non era piu’ sviluppato abbiamo deciso di adottare questa nuova soluzione. Ora abbiamo un nuovo plugin su noblogs, ed inoltre ci fa molto piacere stringere collaborazioni di questo tipo con persone affini al progetto. Fateci sapere se vi piace, il nuovo sistema di form si trova nella sezione plugins e si chiama “Contact Form”.


    * docs e search

    Sempre riguardo noblogs, abbiamo scritto una serie di articoli/guide su alcune questioni ricorrenti che ci vengono poste da chi amministra i blog, li trovate qui’:
    https://docs.noblogs.org/


    e stiamo facendo esperimenti con un nuovo sistema di ricerca dei contenuti (in fase di test):

    https://search.noblogs.org


    # SPAM

    Nonostante l’antispam riconosca la maggior parte dei tentativi di phishing, puo’ capitare che riceviate messaggi all’apparenza provenienti da noi che vi chiedono di entrare nel vostro account per qualche motivo.
    Ricordiamo che noi non mandiamo mai messaggi contenenti link HTML da cliccare, che tutte le nostre comunicazioni ufficiali sono sempre firmate con GPG, in duplice lingua italiano e inglese.
    Inoltre se non avete certezza di disservizi sappiate che comunichiamo sempre anche sul nostro blog https://cavallette.noblogs.org
    In generale cliccare su link contenuti all’interno di messaggi di posta elettronica e’ uno dei modi migliori per farsi rubare dettagli personali come le password.


    # NO PASSWORD?

    * il gatto, questo sconosciuto

    Capita regolarmente che utenti si dimentichino la password e anche la risposta alla domanda del gatto (il meccanismo per il recupero dell’account). Vogliamo qui ricordarvi l’importanza del gatto: se dimenticate la password del vostro account (o se non la sapete proprio perche’ l’avete salvata sul cellulare e non la digitate mai e poi il cellulare si rompe), l’unico modo che avete per tornare in possesso della mail e’ rispondere alla domanda di riserva che avete impostato (che noi chiamiamo domanda del gatto). Quindi e’ fondamentale che questa risposta voi la sappiate, anche se e’ una domanda che avete impostato 10 anni fa.
    Vi invitiamo quindi a verificare se la ricordate o a reimpostarla, qui alcuni suggerimenti, la domanda/risposta deve essere semplice e indimenticabile:
    – “il nome del mio primo gatto” (sempre che non l’abbiate scritto pubblicamente online!)
    – “la canzone (o poesia, o libro) preferita di quanto eri adolescente scritto tutto minuscolo e con gli spazi” (in modo che sappiate che sia “cocco e drilli” e non “CoccoEDrilli”
    – “il nome della montagna che vedevi dalla finestra del bagno nella casa dello zio luigi”
    – “il soprannome con cui mi chiamava nonna Adelaide”
    insomma, cose magari relative a quando eravate giovani, che solo voi sapete e che non dimenticherete finche’ campate.
    Esempi che vanno meno bene:
    – “il mio numero di telefono” (probabilmente associabile con facilita’)
    – “il cognome da nubile della bisnonna materna” (qualcuno che vi conosce o che indaga su di voi potrebbe saperlo).
    Se la dimenticate non possiamo fare reset, ci dispiace ma avete perso quell’account.
    Poi la vita continua, nel caso ci chiederete un account nuovo.


    # RISORSE

    Come ogni anno battiamo cassa perche’ resistiamo anche grazie alle vostre donazioni che ci permettono di pagare le bollette dei server e le altre spese, che in totale ammontano a circa 20000EUR l’anno. Finche’ continuerete a sostenerci noi potremo dedicarci a migliore l’infrastruttura, a mantenere sicure le vostre comunicazioni e a fornire strumenti digitali a supporto delle vostre vite e delle vostre lotte.


    Se vuoi contribuire anche tu con quello che riesci vai su: https://www.autistici.org/donate


    Restiamo umani
    GRAZIE MILLE DI CUORE! Buon 2026!
    un abbraccio
    A/I

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    Collettivo Autistici/Inventati
    https://www.autistici.org
    blog: https://cavallette.noblogs.org
    donazioni: https://www.autistici.org/donate
    aiuto: help@autistici.org
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    We have reached a quarter of a century (25 YEARS) and Autistici/Inventati is still going strong!

    If you use our services, you may want to know what the human beings behind this technological platform actually do (hint: it doesn’t run on magic).

    Here’s what we’ve done this year:

    # INFRASTRUCTURE

    * Upgraded the Infrastructure

    The A/I infrastructure has been upgraded with the addition of two new modern servers to manage the entire web side, ensuring more space and better performance. These two servers use only solid state drives, so say goodbye to the old, slower, more energy-intensive, noisier, and more fragile hard disks. Websites and Noblogs will certainly benefit, and so will you!


    * Email on Phones

    Email on phones and automatic configuration have been causing us problems for some time. We have now finally identified and resolved the issue. From now on, the auto-configuration of apps on your phone such as Thunderbird and K9 will be much easier! Let us know how it goes. In the meantime, to use our email on your phone, simply log in with your account and click on “Setup on Mobile” in the panel. You will find a convenient QR code to scan in your user panel, where you will only need to add your password.


    # NOBLOGS

    * Statistics

    We have revamped the statistics system. Our focus: anonymity and clarity.
    In practice, Noblogs has been refreshed and we have decided to rewrite the visit analytics system. Now statistics on which people and bots visit the site are available in the user panel under the “Analytics” section. For more information, read https://cavallette.noblogs.org/2025/02/9949


    * Contact Form

    A new encrypted contact form for noblogs is currently being tested.

    A few months ago a collective contacted us proposing a new plugin for noblogs, developed by them, that allows to contact the managers of the blog in a safe and confidential manner. This plugin creates a form that can send encrypted messages using PGP. Since the previous plugin had some problems and it was no longer developed we decided to adopt this new solution. Now we have a new plugin on noblogs, and also we are very pleased to tighten collaborations of this type with people related to the project. Let us know if you like, the new form system is located in the plugins section and is called “Contact Form”.


    * Docs and Search

    Still on the subject of noblogs, we have written a series of articles/guides on some recurring questions that we are asked by blog administrators. You can find them here:
    https://docs.noblogs.org/

    We are also experimenting with a new content search system (currently in the testing phase):

    https://search.noblogs.org


    # SPAM

    Although our anti-spam system recognizes most phishing attempts, you may receive messages that appear to come from us asking you to log into your account for some reason.
    Please note that we never send messages containing HTML links to click on, and that all our official communication, in both Italian and English, is always signed with GPG.
    Furthermore, if you are unsure about service disruptions, please note that we always communicate on our blog https://cavallette.noblogs.org
    In general, clicking on links contained in emails is one of the best ways to have your personal details, including passwords, stolen.


    # NO PASSWORD?

    * The Cat, This Stranger

    It often happens that users forget their password and even the answer to the cat question (our account recovery mechanism). We would like to remind you of the importance of the cat: if you forget your account password (or if you don’t know it because you saved it on your cell phone and never type it in, and then your cell phone breaks), the only way you can regain access to your email is by answering the recovery question you set (We call it The Cat’s question). Therefore, it is essential that you know this answer. Even if you set 10 years ago!
    We therefore invite you to check if you remember it or reset it. Here are some suggestions. The question/answer should be simple and unforgettable:
    – “the name of my first cat” (unless you wrote it online!)
    – “Your favorite song (or poem, or book) from when you were a teenager, written in lowercase letters and with spaces” (so that you know it’s “the pit and the pendulum” and not “ThePitAndThePendulum”)
    – “The name of the mountain you could see from the bathroom window in Uncle Luigi’s house”
    – “the nickname my grandmother Adelaide used to call me”
    In short, things that may be related to when you were young, that only you know and that you will never forget as long as you live.
    Examples that are less suitable:
    – “my phone number” (probably easy to guess)
    – “my maternal great-grandmother’s maiden name” (someone who knows you or is investigating you might know this).
    If you forget it, we can’t reset it. We’re sorry, but you’ve lost that account.
    Life will goes on,but you’ll have to ask us for a new one.


    # RESOURCES

    Like every year, we are asking for donations because we survive thanks to your contributions. These allow us to pay our server bills and other expenses, which total around €20,000 per year. As long as you continue to support us, we can focus on improving our infrastructure, keeping your communications secure, and providing digital tools to support your lives and struggles.


    If you as well want to contribute: https://www.autistici.org/donate


    Stay human.
    THANK YOU SO MUCH! Happy 2026!
    Hugs

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    Riprendiamoci l’internet

    “Assalto alle piattaforme” è il libro di Kenobit, uscito settimana scorsa per Agenzia X. https://agenziax.it/assalto-piattaforme
    Di sperimentazioni come queste ne sentivamo il bisogno e ci piace leggere la testimonianza diretta da un artista che nei social c’è cresciuto e ad oggi condivide una visione mondiale di “via d’uscita”. 

    O come dice lui nella sua newsletter:
        Parla del rapporto tossico che abbiamo con le piattaforme commerciali, analizza i meccanismi che ci rubano il tempo, racconta il grande inganno della content creation e propone un percorso concreto per smettere di sostenere il capitalismo digitale e rivendicare una dimensione online che non inquini il mondo e le nostre vite. È frutto di due anni di sperimentazione (cominciati proprio qui, sulla Settimana Sovversiva), tecnologica e umana, e spiega nel modo più semplice possibile le alternative e le pratiche che possono liberarci.

    Se volete il libro è anche “in ascolto” a puntate sul Castopod di Kenobit stesso.
    https://podcast.kenobit.it/@assaltoallepiattaforme

    La soluzione comprende la convergenza e federazione di chi crea e legge contenuti sul protocollo Activity pub, e la presa di responsabilità del proprio hosting, da sole o in compagnia. Va bene, se non ne avete mai proprio sentito parlare, un introduzione all’argomento può essere questo video: https://videos.elenarossini.com/w/petiQESS6xH5B68Pysqfug

    Visto che le tecnologie federate ci piacciono, in quanto danno un potere di scelta alle persone, da uno dei nostri servizi è possibile integrarsi. Infatti da NoBlogs è possibile pubblicare sul Fediverso e partecipare a queste nuove reti sociali (opt-in), se ti interessa leggi qui e qui. Ugualmente è possibile rimanere “non-correlati”, fuori dal fediverso, e per entrambe le scelte:

    NoBlogs non conserva i Log di chi vi legge!

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    Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script

    The script of perpetual war unfolds simultaneously across four global fronts — Ukraine, Iran, Taiwan, and Venezuela — where the Pentagon’s machinery manufactures crisis, denies evidence, and transforms sovereignty into…

    The post Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script appeared first on Another World.

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    Carrier Pigeons and Financial Cartels: How Banking Dynasties Decide Which Nations Can Afford to Fight

    December 2025 delivered one of those declarations that typically belong to conspiracy theory territory, except this time it emanated directly from someone with every interest in maintaining silence: Dame Hannah…

    The post Carrier Pigeons and Financial Cartels: How Banking Dynasties Decide Which Nations Can Afford to Fight appeared first on Another World.

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    come trasferire un dominio

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    di: Unit

    Come trasferire un dominio

    • Controlla che tuo nome e contatto corrispondano su Registrar-1 e Registrar-2.
    • Registrar-1: Remove domain lock (deve esistere da +60 giorni).
    • Registrar-1: Ottieni il codice di trasferimento (auth-code o anche codice EPP).
    • Registrar-2: Avvia e paga la procedura di trasferimento. (eventualmente spunta il mantenimento della zona) - Aspetta …
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    Server updates / Aggiornamenti server

    [IT] Dobbiamo fare della manutenzione straordinaria ad un server, quindi alcuni servizi (noblogs e siti web) saranno temporaneamente irraggiungibili per qualche ora nella serata di oggi 18 Nov.

    [EN] We need to perform some extraordinary maintenance of our servers. As a result, some services (noblogs and websites) will be temporarily unavailable for a few hours today Nov 18th.

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    Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM

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    di: Unit

    Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM

    Hai un oggetto furbo, che funziona solo con un'app? Sei curiosa di sapere cosa dice ai server dell'azienda produttrice l'app che monitora quanta cacca hai fatto oggi? Hai comprato un vecchio dispositivo di un'azienda fallita e vorresti farlo funzionare in …

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    Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"

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    di: Unit

    Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"

    Unit hacklab Milano si unisce alle voci che si alzano contro la militarizzazione dell'industria marittima. SeaFuture, nata come mostra di tecnologie nautiche civili, negli ultimi anni è stata trasformata in una vetrina per le tecnologie di guerra e di morte.

    Solidarietà a Riconvertiamo SeaFuture per la …

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    Ancora problemi con un server / Server issue, again

    Uno dei server di posta è al temporaneamente irraggiungibile per un problema con il provider relativo. UPDATE: era un problema hardware, è stato risolto.

    One of our email servers is currently unavailable, due to an issue with the upstream provider. UPDATE: the hardware problem has been resolved.

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    Problemi con un server / Server issues

    Un provider presso cui ospitiamo uno dei nostri server sta avendo dei problemi oggi, alcune caselle di posta sono temporaneamente irraggiungibili. Stiamo aspettando ulteriori notizie.

    AGGIORNAMENTO: Problema risolto alla fine.

    One of the providers that host our servers is having some issues today. As a consequence, some mailboxes are temporarily unavailable. We’re waiting for more news to understand how to proceed.

    UPDATE: The issue has been resolved, all affected mailboxes are online again.

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    For italian workers

    Come ormai dovreste sapere, in quanto “Associazione riconosciuta” (Associazione AI ODV) possiamo ricevere le donazioni tramite il 5×1000, ossia a chi destinare una piccola parte delle tasse che si pagano.

    La cosa vale solo per chi paga le tasse in Italia.

    Per questo, se pensate di avere una qualche affinità con il nostro progetto e se volete che continui a funzionare, vi invitiamo a destinarci il vostro 5×1000.

    Chi sceglie di destinare il suo 5×1000 alla nostra associazione può farlo apponendo la propria firma in uno degli appositi spazi sulla dichiarazione dei redditi (Modello 730, Modello Redditi, Unico PF) e indicare il nostro codice fiscale che è 93090910501. La firma va apposta nell’apposito riquadro “Sostegno degli Enti del Terzo Settore…” che di solito è il primo a sinistra nella scheda. Nel riquadro va scritto il nostro codice fiscale che è 93090910501.

    Chi fa la dichiarazione on-line deve seguire la stessa procedura, anche se non deve mettere una firma con la penna…

    Anche chi non deve presentare la dichiarazione dei redditi può destinarci il suo 5×1000, basta compilare la scheda della CU (“Certificazione Unica”) che viene data dal proprio datore di lavoro, inserendo nell’apposito riquadro il nostro codice fiscale che è 93090910501. La scheda compilata va inserita in una busta chiusa sulla quale va scritto in modo leggibile: Destinazione 5X1000 IRPEF, il proprio Nome e Cognome, e il proprio codice fiscale. La busta deve essere consegnata (non si paga nulla) presso gli uffici postali, i sportelli bancari o gli intermediari abilitati.

    Nel 2024 abbiamo ricevuto 3.577 euro. Ringraziamo tutte e tutti quelli che ci hanno mostrato in questo modo il loro sostegno. Per avere un’idea delle nostre spese potete guardare questa pagina.

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    Corso Python

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    di: Unit

    9, 16, 23 aprile e 7 maggio 2025 ore 19 - ZAM Milano

    Corso introduttivo alla programmazione in Python

    Unit Hacklab per Università Popolare ZAM.


    Il corso si svolge in quattro lezioni, con quattro insegnanti.

    Scopo del corso: avvicinarsi alla programmazione, usando un linguaggio amichevole.

    Segnalare la partecipazione con una mail …

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    Visioni libere: Stare into the lights my pretties

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    di: Unit

    Settima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Lunedì 20 maggio 2019

    Stare into the lights my pretties, Jordan Brown, 2017

    ENG sub ITA

    pic

    Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

    Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.

    Viviamo in un mondo di schermi …
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    Benefit Mafalda

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    di: Unit

    Domenica 8 Ottobre 2023, ore 16-21

    Acheritivo di autofinanziamento unit hacklab per server autogestito "Mafalda".

    Ore 16:00 Email / Thunderbird
    Ore 17:00 Torrent
    Ore 18:00 Parla Radio Z-AM
    Ore 19:00 Chill out live Dj-set by unit electric assembly

    Banchetto libretti autoprodotti, PirateBox
    e il //ritorno del MAME …

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    bitume - diritti sociali e digitali - podcast

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    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

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    Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM

    Diritti sociali e digitali

    • Twitter e la rivoluzione francese

    • Immaginazione teoretica

    • API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente

    durata: 50 minuti

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    bitume - mare crudele - podcast

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    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

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    Mercoledì 28 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM

    Mare crudele

    • IBM aveva una sua AI e la chiamava Watson

    • Aggiornamenti sul sottomarino che scese a visitare il Titanic

    • Viaggi su Marte e altri ambienti scomodi che …

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    bitume - parliamo d_altro - podcast

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    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

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    Mercoledì 21 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM

    Parliamo d'altro!

    • Moderatori di Reddit in sciopero (hanno ragione)

    • Gossipz dai socialz

    • Il sottomarino fermo a 3000 mm di profondità usa un Logitech game joystick

    • Apple Computers denuncia …

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    LOST - FOGS OF WAR

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    LOST - FOGS OF WAR

    FOGS OF WAR

    Sabato 25 giugno 2022 alle ore 18.00 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano

    Aggiornamento: per motivi termici indipendenti dalla nostra volontà l'incontro inizialmente previsto per le ore 16 è stato posticipato di due ore. L'inizio sarà alle ore 18.00.

    La guerra tra Russia e Ucraina, oltre …

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    Labyrinthus

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    5 maggio 2022 ore 21 - FOA Boccaccio, Monza

    Parteciperemo giovedì 5 maggio a LABYRINTHUS 2.0 / Forme di resistenza nello spazio digitale. Dal Web 3.0 al Metaverso, dalle blockchain agli NFT.

    La nostra prima reazione è stata: preferiremmo di no, perché siamo contro. "Sì ok, ma per favore potreste …

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    bitume - distro dramma n.1 - podcast

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    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a cura di Unit hacklab di Milano.

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    Mercoledì 23 febbraio 2022, dallo studio radio di ZAM

    Distro dramma n.1 - Installazione Debian GNU/Linux su Mac AIR/Piccolo

    durata: 59 minuti

    L'approfondimento satirico della …

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    Autodifesa digitale a ZAM

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    Sabato 11 dicembre 2021 alle ore 17:00

    • Phreak Phone Forensics (clinica di controllo dei cellulari android)
    • Come scaricare film e altri media da internet

    a seguire dalle 19:00 acheritivo e live music by unit electric assembly

    unit hacklab @zam via sant'abbondio 4, milano

    audio

    audio su Radio Zeta-AM …

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    Seminario Laboratoriale su Pure Data

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    Mercoledì 24 marzo dalle ore 20.45 alle 23 circa

    Manuale Minimo di Sopravvivenza a Pure Data n. 1

    Seminario Laboratoriale su Pure Data
    durata: due ore circa
    a cura di k_, Unit hacklab

    semlab-puredata

    Introduzione e storia, Setup dell'installazione, collegamenti e definizioni: oggetti, box, counter, bang e sequencer. Arriveremo all'oscillatore …

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    bitume il virus podcast

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    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

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    Puntata di lunedì 07 dicembre 2020: il Virus.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e …

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    bitume piattaformazione delle nazioni podcast

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    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Puntata di mercoledì 30 settembre 2020: la Piattaformazione delle nazioni.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

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    Comunicato Unit hacklab su attività durante la pandemonio

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    di: Unit

    ..e dopo aver pensato molto, riflettuto, studiato la storia delle pandemie ed esaminato i modelli trovati in natura.. abbiamo deciso che le attività IRL di Unit Hacklab rimarranno in stato dormiente fino a nuove notizie.
    Sembra che Madre Natura ci stia chiedendo (a noi umane/i) di rallentare, riflettere, ri-fare …

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    Campagna di autofinanziamento per abbiamoundominio.org di unit hacklab

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    Campagna di autofinanziamento per abbiamoundominio.org di unit hacklab.

    C'è/Abbiamo bisogno, come ogni anno, di pagare il server e anche il dominio.

    Stiamo anche ragionando di allargarci e prendere un server più capace, perchè quello che stiamo usando, pagato attraverso iniziative di autofinanziamento, è arrivato a tappo.

    Tutto questo …

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    Pandemia - Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

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    Pandemia. Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

    In questi mesi abbiamo dovuto lavorare molto di più: sembra buffo, visto che eravamo a casa. Nel frattempo tante cose sono successe su internet e, con l'avvicinarsi di un "dopo" incerto, vorremmo dire la nostra sperando che queste riflessioni …

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    bitume decodifiche binarie podcast

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    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

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    Puntata di lunedì 27 gennaio 2020: decodifiche binarie.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi …

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    bitume decodifiche binarie diretta

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    Lunedì 27 gennaio 2020 ore 21

    Quarta puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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    bitume antropocene podcast

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    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Puntata di mercoledì 25 dicembre 2019: antropocene.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi …

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    bitume antropocene diretta

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    di: Unit

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    Mercoledì 25 dicembre 2019 ore 22

    Terza puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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    unit con ghiaccio

    ✇unit
    di: Unit

    Venerdì 13 dicembre 2019 dalle 18.30 alle 22.30

    unit con ghiaccio

    acheritivo di autofinanziamento unit hacklab: rooting libero del telefono, elettronica usata a offerta libera. Hai bisogno di un lettore dvd? Di uno scanner? Noi di fare spazio e pagare il server.

    spritz'n'lazz

    live music by unit electric …

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    bitume memestupendo podcast

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    di: Unit

    Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    logo-bitume

    Puntata di lunedì 10 dicembre 2019: meme stupendo.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

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    bitume meme-stupendo diretta

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    di: Unit

    logo-bitume

    Lunedì 09 dicembre 2019 ore 21

    Seconda puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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    bitume datajustice podcast

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    di: Unit

    logo-bitume

    Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

    Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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    bitume datajustice diretta

    ✇unit
    di: Unit

    logo-bitume

    Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

    Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

    L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

    Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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    Comunicato Unit ad assemblea Macao

    ✇unit
    di: Unit

    Salve a tutt*, chiunque voi siate.

    Noi non ci conosciamo, almeno non tutti e non bene. Questa è una verità emersa chiaramente in questo periodo, talvolta anche in modo un po' scomposto, e così Unit ha pensato che fosse utile prendersi un momento per guardarsi in faccia tutti quanti e …

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    Visioni libere: Stare into the lights my pretties

    ✇unit
    di: Unit

    Update: la proiezione non è successa

    Settima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Lunedì 20 maggio 2019

    Stare into the lights my pretties, Jordan Brown, 2017

    ENG sub ITA

    pic

    Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

    Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00 …

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    Fedeli alla linea (di comando)

    ✇unit
    di: Unit

    Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano

    LOST, le Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica e Unit hacklab presentano:

    Fedeli alla linea (di comando)

    registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni

    Introduzione al terminale e alla riga di …

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    Visioni libere: The internet own boy

    ✇unit
    di: Unit

    Durante Connessioni Caotiche 2019 proiezione del documentario su Aaron Swartz.

    Sabato 4 maggio 2019

    The Internet’s own boy, Brian Knappenberg, 2014

    ENG sub ITA

    Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

    Ore 21:00

    Il Ragazzo di internet è Aaron Swartz, attivista
    dei diritti in rete accusato di frode informatica …
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    Visioni libere: I am a cyborg but that's OK

    ✇unit
    di: Unit

    Sesta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Lunedì 6 maggio 2019

    I'm a Cyborg, but that's OK, Park Chan-wook, 2006

    KOR sub ITA

    Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

    Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.

    Young-goon è una cyborg e ha …
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    Visioni libere: The young Karl Marx

    ✇unit
    di: Unit

    Quinta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Lunedì 29 aprile 2019

    Il giovane Karl Marx, Raoul Peck, 2017

    FRA sub ITA

    Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

    Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.

    I comunisti rifiutano di nascondere le loro opinioni …
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    Connessioni Caotiche 2019

    ✇unit
    di: Unit

    cc-2019

    Venerdi 3 e Sabato 4 Maggio 2019 torna Connessioni Caotiche a Macao

    Hacking, attivismo, seminari laboratoriali e presentazioni frattali. Making e Breaking in festival nella due giorni in contemporanea ai festeggiamenti per il compleanno del Nuovo Centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca Macao a Milano.

    Connessioni Caotiche …

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    Visioni libere: Life of Brian

    ✇unit
    di: Unit

    Quarta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Life of Brian, Monty Python, 1979

    ENG sub ITA

    ... gli unici che odiamo più dei romani
    sono il Fronte del Popolo Giudeo.
    
    E il Fronte Popolare dei Giudei.
    
    Ah, sì.
    Separatisti.
    
    E il Fronte Popolare della Giudea.
    Già …
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    Visioni libere: Risk

    ✇unit
    di: Unit

    Terza visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Risk, Laura Poitras, 2016

    Documentario su Julian Assange, fondatore di Wikileaks.

    Motivazioni e contraddizioni su Assange e le sue cerchie, con un occhio in particolare sui rischi che sono stati presi. Il documentario copre il periodo dal 2010 …

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    Visioni libere: Operazione Vega

    ✇unit
    di: Unit

    Seconda visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Operazione Vega, RAI, 1962

    Sceneggiato di fantascienza RAI tratto dal radiodramma di Friedrich Dürrenmatt.

    Vega è il nome della nave spaziale che porta i rappresentanti di un certo blocco di Stati terrestri sul pianeta Venere dove sono confinati …

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    Benvenuto pellicano

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    di: Unit

    Il sito e' stato convertito a pelican, un software per generare siti statici in html.

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    Visioni libere: Nirvana

    ✇unit
    di: Unit

    Prima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

    Nirvana, Salvatores, 1997

    Film cyberpunk girato a Milano (e nei sotterranei di Macao). Fortemente influenzato dai romanzi di Gibson e sua volta ritenuto tra le fonti di ispirazione della trilogia di Matrix. Affronta il tema dell'esistenza autonoma o …

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    Comunicato Unit hacklab su annuncio sgombero Macao

    ✇unit
    di: Unit

    Contesto: Milano 2018. Atmosfera di intolleranza civile.

    Unit hacklab e' un laboratorio autogestito di sperimentazione tecnica e politica, le nostre attivita' comprendono dai corsi gratuiti di elettronica e informatica alla divulgazione delle pratiche di gestione della privacy sotto forma di incontri e convegni.

    il Comune di Milano, zelante, anticipa l'editto …

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