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Cina: Xi Jinping lancia il piano per una “Cina sana”

La salute pubblica come pilastro della prosperità nazionale e dello sviluppo del Paese. È questa la linea indicata dal presidente cinese Xi Jinping, che ha chiesto di accelerare la costruzione di una “Cina sana” nel corso del XV Piano quinquennale, relativo al periodo 2026-2030. Intervenendo alla Conferenza nazionale sulla salute, tenutasi a Pechino, Xi ha sottolineato che il benessere della popolazione rappresenta un indicatore fondamentale della forza di una nazione. L'obiettivo è consolidare i risultati ottenuti negli ultimi anni e rendere i servizi sanitari sempre più equilibrati, inclusivi, efficienti e di qualità.

Dal XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, nel 2012, la Cina ha portato avanti un importante processo di rafforzamento delle strutture sanitarie, della medicina tradizionale, della prevenzione delle malattie e dei sistemi di assistenza e copertura sanitaria. Un percorso che, secondo Xi, ha prodotto risultati storici e progressi complessivi nel settore. La nuova fase punta a mettere la salute al centro delle politiche pubbliche, superando una visione limitata alla sola cura delle patologie. In questa prospettiva, la prevenzione assume un ruolo prioritario: intervenire sui fattori di rischio prima che si trasformino in problemi sanitari è, ha evidenziato il presidente cinese, l'approccio più efficace ed economicamente sostenibile per proteggere la popolazione.

Pechino intende inoltre rafforzare il sistema di prevenzione e controllo delle malattie, migliorare la capacità di risposta alle epidemie e riorganizzare i servizi sanitari affinché i cittadini possano ricevere cure efficaci anche vicino al luogo in cui vivono. Un'attenzione particolare sarà riservata alla medicina tradizionale cinese, il cui patrimonio dovrà essere preservato e sviluppato attraverso l'innovazione, insieme al potenziamento della ricerca di base e delle capacità scientifiche originali del Paese. Xi ha indicato anche la necessità di coordinare meglio i servizi medici, l'assicurazione sanitaria e il settore farmaceutico, migliorando al contempo la formazione e la disponibilità di personale medico altamente qualificato. La strategia non si limita ai confini nazionali. La Cina intende promuovere la costruzione di una comunità globale della salute, rafforzando la cooperazione internazionale per affrontare le principali sfide sanitarie.

Nel quadro del nuovo Piano quinquennale, la “Cina sana” diventa così un obiettivo trasversale: investire nella prevenzione, nell'innovazione e nell'accessibilità delle cure significa rafforzare il benessere collettivo e porre la salute della popolazione al centro delle priorità di sviluppo.

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Ambasciatore iraniano scrive al Papa: "Usa e Israele bombardano sinagoghe, chiese e moschee"

Roma, 12 ottobre, l'ambasciatore della Repubblica Islamica dell'Iran presso la Santa Sede ha indetto un incontro con la stampa per parlare di una lettera scritta a Papa leone XIV. 

La fiducia nei rapporti politici e nella diplomazia senza spiritualità è finita, spiega Sua Eccellenza, che si rivolge ad un'autorità religiosa mondiale affinché Israele e Stati Uniti rispettino il diritto internazionale.

L'ambasciatore Mohammad Hossein Mokhtari ha mostrato alcune foto di luoghi di culto islamici, moschee, ma anche sinagoghe e chiese cattoliche e ortodesse bombardate propri da coloro che si professano difensori dei diritti umani e delle libertà civili. 

Mokhtari si è espresso anche circa le proteste in Francia, affermando che a molti governi europei non interessano le rivendicazioni degli studenti, anche se si presentano ai media e all'opinione pubblica internazionale come baluardi democratici e attenti alle richieste dei loro cittadini. Il video con alcuni estratti dalla conferenza stampa.



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«Non toccate i liceali!»: la catena umana lavoratori-studenti che ha bloccato la polizia a Tolosa (VIDEO)

Una mattina di alta tensione si è consumata davanti al liceo Déodat de Séverac, dove le forze dell'ordine sono state costrette a indietreggiare di fronte a una compatta catena umana formata da insegnanti, lavoratori e studenti. Mentre i manifestanti scandivano a gran voce «Indietreggiate!» e «Non toccate i liceali!», la situazione è degenerata con cariche della polizia e lancio di lacrimogeni.

L'unica risposta che il regime neoliberista di Macron riesce a dare a studenti e lavoratori in lotta.

L'immagine degli insegnanti e dei lavoratori che si frappongono fisicamente tra le forze dell'ordine e i propri studenti rimane il fatto più simbolico di una giornata segnata da una forte mobilitazione sociale e da un netto rifiuto della repressione negli spazi educativi in Francia.

 
 
 
 
 
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The Atlantic: Zelensky "sta oltrepassando il limite" e "facendo infuriare" Trump

Volodymyr Zelensky sta facendo "infuriare" il presidente statunitense Donald Trump: secondo quanto riferisce 'The Atlantic', che a tal proposito cita un funzionario della Casa Bianca.

"Zelensky sta oltrepassando il limite e facendo infuriare il presidente", ha affermato il funzionario, aggiungendo che Trump "chiede una cosa sola: che smettano di attaccare le raffinerie". "Dovrebbero accontentarlo", ha dichiarato.

Il presidente USA è tornato ad arrabbiarsi con il leader del regime ucraino dopo aver criticato l'accordo tra Usa e Russia sul diesel, siglato tra Trump e Vladimir Putin il 9 ottobre. Diversi media hanno già affermato che per costringere il regime di Kiev a fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe, Washington ha minacciato di paralizzare la Lista prioritaria dei requisiti per l'Ucraina, un programma della NATO attraverso il quale i paesi europei acquistano armi per poi trasferirle alle forze armate ucraine.

In seguito all'annuncio dell'accordo energetico raggiunto da Trump e Putin il 9 ottobre, Zelensky ha duramente criticato Washington, definendo l'intesa un segno di "debolezza" che non avrebbe portato la pace nel mondo. In un'intervista, il leader del regime di Kiev ha fatto notare che quel giorno una delegazione negoziale ucraina si trovava in Florida per colloqui con la controparte statunitense, il che lo ha portato a considerare l'accordo una mossa sleale. "Stanno semplicemente usando la nostra squadra come cortina fumogena", ha dichiarato.

La replica di Trump a difesa dell'accordo è stata secca: "Abbiamo bisogno di diesel. I prezzi del petrolio stanno già crollando". Il giorno seguente, il leader statunitense ha criticato aspramente Zelensky, accusandolo di non voler porre fine al conflitto: "Avrebbe potuto risolvere questa guerra innumerevoli volte. E sceglie di non farlo".

Trump ha inoltre attaccato Zelensky per gli attacchi alle raffinerie russe, condotti ignorando i suoi avvertimenti. "Gli avevamo detto: 'Non attaccate le raffinerie, perché questo crea un problema globale'. E lui è andato avanti e le ha attaccate comunque", ha affermato il leader, concludendo con una proposta schietta: "Suggerisco che si dotino di un nuovo leader capace di raggiungere un accordo".

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Gli stupidi stupiti (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026

 

Lo stupore delle cancellerie europee perché Trump ri-scarica Zelensky e si accorda con Putin per fare – una volta tanto – gli interessi del suo Paese, cioè per comprare gasolio russo e provare ad abbassare i prezzi, dà l’idea della crassa ignoranza di chi ci sgoverna. Del resto l’Alto rappresentante per la politica estera Ue è Kaja Kallas, la spensierata (in senso etimologico) ex premier estone che l’anno scorso sgranò gli occhi perché la Cina festeggiava gli 80 anni della vittoria nella Seconda guerra mondiale: a lei non risultano i 30 e passa milioni di morti cinesi per sconfiggere una delle tre potenze dell’Asse: il Giappone, alleato con la Germania nazista e l’Italia fascista. Ora questi somari sulla storia almeno quanto sulla logica sono increduli perché gli ucraini (e gli europei al seguito) sono stati sedotti e abbandonati dagli Usa. E pensano che sia un’altra mattana di Trump, che peraltro l’aveva promesso agli elettori (l’unico impegno mantenuto).

In realtà quella di aizzare popoli in giro per il mondo a fare guerre che interessano solo a Washington promettendo eterna fedeltà e darsela a gambe quando le perdono (cioè sempre, dal 1946) è una costante della politica Usa, con qualunque presidente. Per informazioni, chiedere a vietnamiti, coreani, balcanici, afghani, iracheni, siriani, curdi, palestinesi, libici, egiziani e altri popoli delle “primavere arabe”, giù giù fino agli iraniani anti-regime e agli ucraini. Che dovevano entrare nella Nato e nell’Ue (prospettive entrambe tramontate, la seconda non per colpa degli Usa) ed essere sostenuti fino alla fine in una guerra studiata a tavolino a Washington e a Londra. Infatti, finché furono liberi di autodeterminarsi, scelsero sempre presidenti neutrali fra Russia e Nato. Poi qualcuno decise al posto loro che dovevano diventare una minaccia per il mastodontico, armatissimo e suscettibilissimo vicino. Ora Trump fa il Trump: i prezzi dei carburanti, alle stelle per la sua guerra nel Golfo e per l’altrui guerra in Ucraina, minacciano di spappolarlo alle elezioni di Midterm, quindi riapre i rubinetti con Mosca e li sigilla con Kiev (e ci beffa pure sui gasdotti distrutti da Kiev con l’avallo Usa e prossimamente ricostruiti da Trump e Putin). È l’Ue che non fa l’Ue: infatti continua a finanziare e ad armare Zelensky non solo per difendersi (rovinosamente) in patria, ma anche per bombardare le raffinerie e le città russe, con l’unico risultato di far impazzire i prezzi dell’energia per noi europei. Visto che tutto ciò che fa l’Ucraina lo paghiamo noi, il minimo sindacale sarebbe condizionare i nuovi aiuti alla fine dei bombardamenti in Russia. Che colpiscono più noi dei russi. Ma servirebbero governanti un po’ meno dementi di Trump: non dovrebbe essere difficile trovarli, invece è impossibile.

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Brasile, il fuoco sulla bandiera Usa accende il duello finale tra Bolsonaro e Lula (VIDEO)

L'immagine è eloquente: il video mostra l'ennesima protesta di piazza in Brasile, dove un gruppo di manifestanti dà fuoco a una bandiera degli Stati Uniti. A San Paolo così come a Belo Horizonte. Il gesto è chiaro: rabbia per le interferenze statunitensi nelle elezioni brasiliane, a ormai pochi giorni dal ballottaggio del 25 ottobre tra Flávio Bolsonaro e Lula.

Le fiamme sulla bandiera a stelle e strisce non sono un simbolo nuovo, ma in questo momento pesano diversamente, perché arrivano mentre il Paese è spaccato in due e mentre il governo brasiliano ha già respinto funzionari statunitensi e denunciato finanziamenti USA a gruppi locali.

Il video non va letto come una semplice sceneggiata a favor di telecamera: è la spia di una campagna elettorale dove la sovranità nazionale è diventata il tema più caldo, e dove bruciare quella bandiera significa dire, senza troppi giri di parole, che il 25 ottobre il Brasile non vuole che nessuno scelga al posto suo.

 
 
 
 
 
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«Sì, l'ho fatto. Con orgoglio»: Varoufakis risponde a Fox News (VIDEO)

Fox News e alcuni media sionisti lo accusano di aver avuto un ruolo nel raduno di sabato scorso dell'Alleanza Globale per la Palestina a Londra. La sua risposta non lascia spazio a fraintendimenti: «Sì, l'ho avuto. Con orgoglio. Un ruolo minuscolo. Vorrei averne avuto uno più grande».

Varoufakis era ad Atene, ma ha voluto comunque inviare un video. Un messaggio che non accarezza le orecchie, come dice lui stesso. Un messaggio scomodo, che non si limita a solidarizzare, ma accusa.

«Se fossimo negli anni '30, avremmo un solo dovere morale: difendere il popolo ebraico dai nazisti. Oggi, abbiamo di nuovo un solo dovere morale: difendere il popolo palestinese da Israele».

Parole che pesano. Parole che smascherano la complicità dei governi, anche quando cercano di applicare piccoli aggiustamenti di facciata. Come nel caso di Andy Burnham che sanziona le esportazioni dai Territori Occupati - afferma Varoufakis - «come se Israele li etichettasse come tali!». Un gesto che non ferma l'embargo, non ferma le armi, non ferma il genocidio. Serve solo a cullare la maggioranza nell'illusione che qualcosa sia cambiato.

E poi i media. Gli stessi che hanno demonizzato Jeremy Corbyn per «insufficiente sostegno al genocidio di Israele», oggi applicano lo stesso manuale contro Zack Polanski e il Partito Verde.

«Ovunque guardiamo vediamo le prove del fallimento del nostro movimento nel scalfire la determinazione di Israele a completare il suo genocidio».

Qui il video del suo intervento:

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"Basta con questa storia!" Sahra Wagenknecht smaschera il vassallaggio energetico dell'UE

 

Il suicidio energetico e il vassallaggio dell'Unione Europea sono stati perfettamente sintetizzati nell'ultimo commento sui suoi social da parte di Sahra Wagenknecht, fondatrice del partito BSW. "È proprio una follia totale: il governo degli Stati Uniti sta ora di nuovo importando diesel dalla Russia per abbassare i prezzi della benzina alle stelle per i consumatori americani. Eppure il governo federale continua ad aggrapparsi alla politica di sanzioni insensata, che sta portando la nostra economia alla rovina e sta rendendo i cittadini sempre più poveri. Basta con questa storia!", ha scritto. 

"I prezzi della benzina sono ancora scandalosamente alti. Anche la Germania ha bisogno di un accordo sul diesel con la Russia e di un ritorno generale al petrolio e al gas russi! Senza energia a buon mercato dalla Russia, il declino della nostra industria non potrà essere fermato", ha proseguito. "Anche su questo il Landtag di Magdeburgo voterà mercoledì: in un progetto di legge comune con l'AfD, chiediamo al governo federale di revocare le sanzioni insensate contro la Russia e di impegnarsi per una fine diplomatica della guerra in Ucraina. Sarebbe la prima maggioranza in un parlamento tedesco dall'inizio della guerra per la pace e l'energia a buon mercato – e un forte segnale per un cambio di rotta nella politica energetica!", ha concluso. 

Es ist doch vollkommen verrückt: Die US-Regierung importiert jetzt wieder Diesel aus Russland, um die explodierenden Spritpreise für die amerikanischen Verbraucher zu senken. Doch die Bundesregierung hält immer weiter an der sinnlosen Sanktionspolitik fest, die unsere Wirtschaft in den Ruin treibt und die Bürger immer ärmer macht. Schluss damit! Die Spritpreise sind immer noch unverschämt hoch. Auch Deutschland braucht einen Diesel-Deal mit Russland und eine generelle Rückkehr zu russischem Öl und Gas! Ohne preiswerte Energie aus Russland wird der Niedergang unserer Industrie nicht aufzuhalten sein. Auch darüber wird der Magdeburger Landtag am Mittwoch abstimmen: In einem gemeinsamen Antrag mit der AfD fordern wir die Bundesregierung auf, die sinnlosen Sanktionen gegen Russland aufzuheben und sich für eine diplomatische Beendigung des Ukraine-Kriegs einzusetzen. Das wäre die erste Mehrheit in einem deutschen Parlament seit Kriegsbeginn für Frieden und preiswerte Energie – und ein starkes Signal für einen Kurswechsel in der Energiepolitik!

— Sahra Wagenknecht (@SWagenknecht) October 12, 2026

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L'urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee

 

di Domenico Moro

 

Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue. Eppure, lei era stata per molti anni un’aspra critica dell’integrazione europea. Il fatto è che la Le Pen è in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali francesi. E ora sta cercando di accreditarsi presso il capitale finanziario francese ed europeo, in modo da avere il via libera per l’Eliseo.  Il programma della Le Pen prevede, infatti, risparmi di 140 miliardi di euro nei cinque anni di mandato, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico del 10%. Nel solo 2027 prevede riduzioni delle tasse di 53,7 miliardi e tagli alle uscite statali di ben 85,5 miliardi, attraverso tagli ai dipendenti pubblici (mentre gli studenti chiedono più docenti), alla previdenza sociale e alle pensioni, mentre alle imprese verranno tagliati 20 miliardi di imposte.

Alla base di queste misure e di quelle che il governo francese in carica, guidato da Lecornue, sta prendendo già oggi ci sarebbe l’enorme aumento del debito e del deficit pubblici francesi, arrivati rispettivamente nel 2026 al 119,3% e al 5,4% sul Pil, ben distanti dai limiti, stabiliti dalla Ue per i paesi dell’euro, del 60% e del 3%. A causa di questa crescita, i tassi di interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni sono saliti al 5%. Si tratta del tasso massimo dal 2002 e maggiore dei tassi pagati ora da Italia e Grecia, le economie Pigs per eccellenza. In più, lo spread con i titoli della Germania, il benchmark per i paesi dell’euro, è arrivato ai massimi dalla crisi del debito sovrano del 2011 e 2012. Il problema è che l’aumento dei tassi sui titoli di stato, oltre a rendere più oneroso il rifinanziamento anche del vecchio debito, influenza il costo del denaro, alzando i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese, e rallentando così l’economia. Dunque, oggi il “malato d’Europa” è la Francia, che rischia col suo debito di trascinare l’economia europea in una crisi del debito sovrano come quella del 2011 e 2012. Con l’importante differenza che allora il problema era la Grecia, che pesa sul Pil Ue appena l’1,3%, mentre la Francia ne rappresenta il 15,9% ed è molto più importante da tutti i punti di vista. Dunque, l’equilibrio della Ue, specialmente dell’eurozona, sarebbe sconvolto molto di più da una crisi del debito francese. Da qui la richiesta pressante di Ue e mercati finanziari ai governi francesi di ridurre debito e deficit e la messa in cantiere di tagli draconiani della spesa pubblica. Nel 2011 e 2012 la Grecia fu sottoposta a una vera e propria macelleria sociale e l’Italia subì una cura da cavallo, gestita da Mario Monti, col quale la Ue commissariò la penisola. Ora, sembrerebbe arrivato il turno della Francia, che teoricamente sarebbe un paese core, centrale, opposto ai paesi “periferici” della Ue, come la Grecia, la Spagna e L’Italia.

Il debito non è solo quello pubblico

Però, la Francia non ha solo un grande debito e un elevato deficit pubblico. Ha anche un importante deficit commerciale, anche se questo dal 2022 al 2025 si è quasi dimezzato dai 202,8 miliardi di dollari ai 103,4 miliardi. Segno che anche in Francia le politiche restrittive stanno facendo effetto, come quindici anni fa in Italia, dove, con la contrazione salariale e i tagli della spesa sociale del governo Monti, si sono aumentate le esportazioni e diminuite le importazioni, arrivando a un surplus commerciale 2025 di 57,8 miliardi. Ma, in generale, la Francia è un paese fortemente indebitato con l’estero. La Net international investment position (Niip) della Francia, indicatore che misura la differenza tra crediti e debiti dei residenti di un paese verso il resto del mondo, è negativa per 1.040 miliardi di dollari (-29,6% sul Pil)[i], aumentata in modo consistente negli ultimi dieci anni. Nella Niip sono calcolati anche il debito pubblico detenuto all’estero e il deficit commerciale, insieme ad altri flussi come gli investimenti diretti all’estero in entrata e in uscita. Si tratta di due indicatori importanti, perché i mercati finanziari, quando definiscono il rendimento dei titoli di stato di un paese, guardano anche allo stato di salute complessivo e alla capacità di uno Stato di far fronte a propri debiti (cioè alla sua solvibilità).

La verità, però, è che l’indebitamento, soprattutto quello pubblico e delle imprese, sta crescendo in tutto il mondo. Ma non dappertutto nello stesso modo. Sta crescendo soprattutto nei paesi avanzati o, per usare un’altra definizione, nei paesi del centro del sistema imperialista mondiale, la cosiddetta Triade, il Nord America (Usa e Canada), la gran parte dell’Europa occidentale, e il Giappone. Consideriamo, in particolare, i paesi centrali più importanti riuniti nel G7 (Usa, Germania, Giappone, Uk, Francia, Italia e Canada). Per quanto riguarda il debito pubblico 2026, tutti questi paesi superano il 100% sul Pil, dal Giappone con il 204%, agli Usa con il 125,8% al Canada con il 110,7% e al Regno Unito con il 103,6%, con la sola eccezione della Germania con il 64,6%[ii]. Per quanto riguarda la bilancia commerciale 2025, tutti i paesi sono in deficit, tranne la solita Germania (+226,8 miliardi di dollari) e, come già detto, l’Italia. I paesi messi peggio sono gli Usa (-1.325,9 miliardi), il Regno Unito (-393,4 miliardi) e, come abbiamo già visto, la Francia[iii]. Se guardiamo al Niip 2025 la situazione è più varia, tre paesi sono debitori netti verso l’estero, gli Usa per la cifra stratosferica di 21,8 trilioni di dollari, seguiti dalla Francia per 1,04 trilioni (con una economia circa 10 volte più piccola) e dal Regno Unito con 142 miliardi. Gli altri hanno una posizione positiva, soprattutto la Germania per 4,3 trilioni, ed anche l’Italia per 385 miliardi[iv].

Secondo Kristalina Georgieva, la numero uno del Fondo monetario internazionale, i paesi avanzati devono riportare in fretta sotto controllo il debito pubblico, rigonfiato anche dagli elevati tassi di interesse. I debiti eccessivi sono un fattore di crisi, insieme all’aumento del costo dell’energia, e i paesi avanzati necessitano di azioni, anche immediate, per alleggerire la politica monetaria, che ha visto l’innalzamento recente del costo del denaro da parte delle banche centrali degli Usa, dell’eurozona e persino del Giappone. La Georgieva, infatti, pensa, come molti altri (tra cui Trump), che l’alto costo del denaro sia la causa decisiva del rallentamento economico, perché frena la richiesta di prestiti e quindi gli investimenti. Ma c’è un altro dato che è anche più importante, ossia che, mentre in altre epoche storiche il debito pubblico aumentava per contrastare le crisi cicliche del capitalismo o per finanziare guerre importanti e poi con la ripresa economica si riduceva, oggi il debito dei paesi avanzati aumenta anche quando l’economia non è in recessione e non si riesce a farlo scendere neanche quando le cose parrebbero andare meglio. Quale ne è la ragione?

Perché il debito dei paesi avanzati non cala?

La ragione è che siamo in quella che Larry Summers, segretario al Tesoro Usa sotto il presidente Bill Clinton, definì “stagnazione secolare” nel 2008, in occasione dello scoppio della crisi dei mutui subprime. In pratica, l’economia sarebbe entrata in un lungo periodo di crescita molto lenta del Pil e di scarsa utilizzazione degli impianti produttivi, nonostante un costo del denaro molto basso. Infatti, l’elemento che influenza gli investimenti non è tanto il costo del denaro e la mancanza di liquidità o la riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese, bensì il livello del saggio di profitto o l’aspettativa di profitto futura. Nel modo di produzione attuale i capitalisti investono solo se e dove realizzano un certo livello di profitto. Se vogliamo spiegare la “stagnazione secolare” utilizzando Marx, possiamo dire che il movimento del capitale, arrivato ad un alto livello di sviluppo, necessariamente presenta una tendenza al calo del saggio di profitto. A questa tendenza il capitale reagisce in diversi modi, tra i quali la riduzione del salario (diretto, indiretto, cioè il welfare, e differito, cioè le pensioni) e, nel periodo della globalizzazione, lo spostamento della produzione dai paesi avanzati a quelli emergenti, dove il costo del lavoro e il salario sono più bassi e il saggio di profitto è più alto.

Infatti, la stagnazione secolare non si presenta in tutto il mondo, ma soprattutto (o quasi esclusivamente) nella maggior parte dei paesi avanzati, dove si è realizzata una sovraccumulazione di capitale, cioè un eccesso di capitale rispetto al profitto che si è in grado di generare. La sovraccumulazione era stata superata con la globalizzazione della produzione manifatturiera dalla fine degli anni ’80, ma ora si è ripresentata. Il calo del saggio di profitto riduce gli investimenti e questi riducono la produzione e quindi la crescita del Pil. Infatti, nel 2025 le principali economie Ue hanno realizzato una crescita del Pil asfittica, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,54% e la Germania dello 0,17%. Il Giappone, poi, il Pil è in stagnazione da decenni. A fare eccezione nel G7 sembrano essere i soli Stati Uniti. Ma la crescita di questi ultimi, oltre che all’apparato militare-industriale sovvenzionato dallo Stato e alla crescita del prezzo del suo gas e petrolio per via delle guerre scatenate sempre dallo Stato, è dovuta soprattutto a un solo settore, quello delle imprese giganti del Big Tech.

Alla base ci sono gli enormi investimenti per l’IA, che drenano capitali da tutto il mondo verso gli Usa. Il problema è che questi investimenti sono motivati non da profitti reali, ma da aspettative future di profitti, che, però, sembrano allontanarsi a mano a mano che gli investimenti diventano sempre più grandi. Se, alla fine, i profitti della IA non dovessero rispettare le aspettative, come pare probabile, quella che è una vera bolla speculativa scoppierebbe, con gravi ripercussioni anche in Europa. Ma già ora stiamo osservando una sovraccumulazione di capitale, che i top manager, come Mario Amodei di Anthropic, stanno cercando di contrastare, cercando di imporre un rallentamento dell’innovazione (e degli investimenti), che viene motivato con il timore che l’IA sfugga al controllo umano. Problema che esiste, ma che viene esagerato ad arte.

Tutto questo c’entra molto con la crescita del debito e del deficit pubblici. Infatti, questi vengono calcolati in percentuale sul Pil. Quindi, essi crescono o non diminuiscono, malgrado gli sforzi a tagliare la spesa statale, a causa del fatto che il denominatore, cioè il Pil, ristagna. Inoltre, il debito si accresce anche per l’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Se questi crescono è soprattutto perché le imprese Big Tech raccolgono capitali, più che sul mercato azionario, su quello dei bond. In questo modo, entrano in concorrenza con i titoli di Stato, e gli Stati sono costretti a promettere tassi di interesse più alti se vogliono collocare tutto il proprio debito. Per la Francia c’è anche il problema che ha una quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, del 57,5%, molto maggiore di quella degli altri paesi del G7. Ad esempio, l’Italia presentava, nel primo trimestre 2026, una quota del 35,9%. Un debito detenuto da investitori esteri è più problematico, perché questi sono molto più pronti a liberarsi del debito rispetto a quelli interni, e, se il tasso di crescita nominale del Pil è inferiore al tasso d’interesse sul debito, il paese debitore trasferisce ricchezza all’estero. 

Infine, anche la delocalizzazione contribuisce alla crescita del debito complessivo di un paese. Da una parte, perché la perdita di produzione industriale (spesso di maggiore valore aggiunto rispetto a molti servizi) rallenta la crescita del Pil e, dall’altra parte, perché, riducendo le esportazioni e aumentando le importazioni di beni, si accresce il deficit commerciale. Questo problema si presenta con maggiore acutezza negli Usa, in Francia e nel Regno Unito, le cui multinazionali hanno massicciamente delocalizzato nei decenni scorsi, e si sono deindustrializzati. A questo proposito, va citato anche lo spostamento della sede fiscale di molte grandi società, specie europee, in paradisi fiscali e la gara dei governi sempre europei a ridurre le imposte sui profitti nel tentativo di attrarre o di non perdere investimenti industriali. In questo modo, si sono perse molte entrate, che hanno contribuito alla crescita del debito pubblico.

C’è poi un’altra questione. I paesi avanzati, in particolare quelli del G7, hanno sempre drenato ricchezza dai paesi periferici in vari modi, ma ce ne è uno che è molto importante per il discorso da cui siamo partiti, cioè la crisi della Francia. I paesi del G7 hanno monete che, essendo valute di riserva a livello internazionale, aiutano ad attrarre capitali dal resto del mondo. Questo vale soprattutto per gli Usa che hanno il dollaro, che è valuta di transazione internazionale, specie per materie prime molto importanti, e principale valuta di riserva, per cui molti paesi sono spinti a comprare titoli di Stato Usa e azioni o bond in dollari sui mercati finanziari degli Usa. Ma il vantaggio si pone, pur in misura molto minore, anche per quanto riguarda l’euro, che è la seconda valuta mondiale, dopo il dollaro.

A godere del vantaggio valutario è stata, però, soprattutto la Francia, che ha controllato, tramite il franco CFA, una buona parte dell’Africa subsahariana, in genere le ex colonie francesi. Il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro (prima col franco francese) e i paesi che lo adottano devono conservare la metà delle loro riserve valutarie estere nella Banca di Francia. Inoltre, le multinazionali francesi hanno goduto di particolari privilegi, importando a bassi prezzi le materie prime africane, a partire dall’uranio, necessario per le centrali nucleari. Questo dominio neocoloniale della Francia sui paesi africani, che riproduce, su una scala più piccola, quello statunitense a livello mondiale, sta, però, perdendo pezzi. Negli ultimi anni, diversi paesi africani si sono svincolati dal controllo diretto della Francia, cacciandone anche le forze militari e rivolgendosi per aiuti militari ed economici ad altri paesi, soprattutto alla Russia e alla Cina.  

 

Dietro il debito: crisi del capitale e crisi di egemonia imperialista

Il debito eccessivo, quindi, non è una causa di crisi economica, e può essere al massimo un fattore di innesco. Al contrario, la crescita del debito è causata dalla stagnazione economica, e, più precisamente, dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Questo non riesce più, da diverso tempo, ad andare avanti se non con i sussidi statali, erogati in molte forme diverse. Ora, la novità è che neanche in questo modo riesce ad andare avanti. Le soluzioni utilizzate dal capitale per superare la sua crisi di redditività, ossia lo spostamento di investimenti di capitale verso la speculazione finanziaria e verso paesi periferici a basso costo del lavoro e ad alto sfruttamento, mettono in difficoltà quella crescita, che sarebbe necessaria per contenere il debito pubblico, e vi aggiungono la crescita del deficit commerciale e la creazione di bolle speculative, che, quando scoppiano, trascinano in recessione l’economia internazionale.

Gli Usa e la Francia, come abbiamo visto, sono i paesi del G7 che manifestano queste caratteristiche in modo più evidente. La Francia, però, ha meno possibilità degli Usa, per il momento ancora la potenza mondiale egemone, di farsi sostenere dall’estero. Da qui, la contraddizione tra la decisione dei governi francesi di applicare una drastica politica di austerità di bilancio e le aspettative di molta parte della popolazione, che sta deflagrando in questi giorni. Si tratta, però, di una scelta politica di classe, perché ci sarebbero altre vie per contrastare la stagnazione, ma queste richiederebbero di mettere in secondo piano o ignorare il profitto più alto possibile come unica finalità della produzione e dell’investimento economico.

Tuttavia, ad essere in difficoltà non è solo la Francia, ma anche il Giappone, il Regno Unito e gli altri paesi Ue del G7. Infatti, anche due economie, come l’Italia e soprattutto la Germania, che avevano conservato un certa base industriale e che hanno posizioni degli investimenti con l’estero positive, vedono aggiungersi alla sovraccumulazione di capitale la temibile concorrenza della Cina, che compete non più solo sul costo del lavoro ma anche sull’innovazione tecnologica. L’esempio più lampante ne è la crisi dell’auto, il settore industriale più importante della Germania che sta andando incontro a una nuova fase di delocalizzazione. Del resto, l’economia tedesca è negli ultimi anni quella che più ristagna tra i maggiori paesi Ue. Per rilanciarla il governo tedesco (Cdu e Spd) di Merz, avendo un debito pubblico tra i più bassi d’Europa, ha varato un piano di forti investimenti pubblici infrastrutturali e soprattutto militari, ma al tempo stesso ha deciso tagli alla spesa sociale, per esempio riformando il sistema pensionistico. Scelte che hanno eroso il gradimento pubblico di Merz e dei partiti che lo sostengono a favore di AfD.

E, a questo punto, saliamo a un livello superiore. Il debito non è solo una spia della crisi del modo di produzione capitalistico, ma lo è anche della crisi del sistema imperialista mondiale che si basa sullo sfruttamento e sulla subalternità finanziaria, politica e militare dei paesi cosiddetti avanzati su quelli cosiddetti in via di sviluppo, o, in altri termini, del centro imperialista sulla periferia. Le difficoltà dei paesi del G7 mostrano che gli equilibri di potere stanno cambiando a favore di quella parte della periferia che viene definita degli “emergenti”, a partire dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia, che, in qualche modo, se ne fanno capofila. Infatti, in molti di questi paesi (nei Brics[v], ad esempio) la crescita del Pil è maggiore e il debito pubblico è più contenuto, rispetto al G7. Per quanto riguarda il debito pubblico (2026), nel G7 arriva al 123,7% sul Pil, mentre nei paesi in via di sviluppo ed emergenti è al 77,2%[vi]. Invece, per quanto riguarda il Pil a prezzi costanti, negli ultimi 10 anni (2015-2025) quello dei Brics è cresciuto del 60%, salendo dal 24% al 29% del Pil mondiale, mentre quello del G7 è cresciuto del 19%, scendendo dal 48% al 43% del Pil mondiale[vii].

Tuttavia, il Pil non è un indicatore preciso della ricchezza prodotta da un paese. Infatti, si basa sul valore aggiunto calcolato ai prezzi vigenti, e, dal momento che i prezzi dei paesi avanzati sono molto più alti di quelli di paesi in via di sviluppo, il valore reale creato dai primi è sovrastimato e quello dei secondi sottostimato. Inoltre, una parte del valore creato nella periferia viene “catturato” dai paesi avanzati (e incluso nelle loro statistiche del Pil e del commercio estero), attraverso le catene del valore, dominate dalle multinazionali occidentali[viii]. Per questo, anche se possiamo parlare di crisi del capitalismo, perché i G7 sono la massima espressione del capitale mondiale, non possiamo parlare di crisi mondiale. Bensì di crisi del sistema imperialista, dominato dagli Usa e dall’Occidente in generale.

La crisi economica e debitoria dei paesi del G7 è aggravata dalla loro crisi di egemonia sui paesi periferici, di cui sono segnali la cacciata della Francia da una parte dell’Africa, i processi, seppure molto lenti, di dedollarizzazione e di fuga dai Treasury bond Usa e l’efficace resistenza dell’Iran agli attacchi israelo-statunitensi. I paesi del G7, e gli Usa in particolare, stanno anche per essere raggiunti (e superati) sul piano tecnologico dalla Cina, anche sulla IA. Ad ogni modo, negli ultimi anni diversi paesi periferici (o ex periferici), in particolare dell’Asia e dell’Africa, non sono più disposti a subire il dominio unipolare degli Usa e della Triade in generale. Naturalmente, tra i paesi periferici, ossia quelli che possiamo includere nel Sud globale, ci sono molte differenze sul modello economico e politico adottato e sul grado di sviluppo economico.  

Molti sono ancora i vincoli che li legano all’Occidente, a cui molti paesi del Sud continuano a essere subordinati. Tuttavia, sta crescendo una tendenza, guidata dalla Cina e dalla Russia, verso il multipolarismo, che mette in discussione il dominio economico, valutario, tecnologico, politico e militare non solo degli Usa ma di tutto l’Occidente. Potremmo dire che siamo in una fase in cui il Sud globale sta passando, pur tra mille contraddizioni e difficoltà, dalla decolonizzazione formale, avvenuta tra gli anni ’50 e ’70 del 900, che manteneva e anzi rafforzava lo sfruttamento della periferia da parte del centro, a una decolonizzazione reale. Ciò rappresenta una discontinuità importante nella storia mondiale degli ultimi 500 anni, dominata dalle potenze europee e, nell’ultimo secolo, da quella che è una loro emanazione, gli Usa.

 

La risposta dell’imperialismo in crisi: violenza dentro e guerra fuori dei suoi confini

L’imperialismo, come evoluzione parassitaria e monopolistica del capitalismo, non è ispirato alla libertà ma al dominio, al fine di aumentare l’accumulazione di capitale (cioè il saggio e la massa di profitto). Dunque, il tentativo di contrastare la sua decadenza comprende il ricorso alla violenza, all’esterno ma anche all’interno delle cittadelle imperialiste. All’interno, come abbiamo visto, c’è l’attacco alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori e la risposta poliziesca e securitaria alle lotte sociali. All’esterno, come già accaduto nelle precedenti crisi dell’imperialismo nel corso del 900, assistiamo al ricorso alla guerra o alla minaccia e alla preparazione della guerra, che comportano l’aumento delle spese militari a detrimento della spesa sociale e a vantaggio dei profitti dell’industria bellica e anche civile.

La guerra aperta l’abbiamo vista recentemente nelle aggressioni degli Usa di Trump al Venezuela e all’Iran, per controllare il mercato mondiale del petrolio e conservare il dominio del dollaro. Ma anche nello strenuo appoggio al neocolonialismo, perennemente in guerra, di Israele, l’alleato strategico dell’imperialismo Usa in quel quadrante. Mentre l’ex presidente Biden è corresponsabile nell’aver spinto alla guerra Russia e Ucraina nel 2022, allo scopo di trarne un vantaggio geopolitico e strategico per gli Usa. In questo modo, in collaborazione con altre potenze minori, gli Usa stanno destabilizzando ampi settori continentali e ponendo le basi per uno scontro bellico di grandi dimensioni.

Invece, la preparazione alla guerra la vediamo in Europa, dove, alimentando la paura di una invasione russa dell’Europa fino a Lisbona, si sta attuando un riarmo massiccio e la militarizzazione della società, anche introducendo nuove forme di arruolamento militare, per ora volontario, sia in Francia che in Germania. Esemplificative sono le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa tedesco, Pistorius: “Dobbiamo riabituarci all’idea che in Europa possa esserci il pericolo di una guerra.” (2023), dal capo di stato maggiore della Difesa francese, generale Fabien Mandon: “La Francia e le famiglie francesi devono essere pronte a perdere i nostri figli.” (novembre 2025) e, infine, dal presidente francese Macron, il quale ha affermato che l’Europa deve essere pronta a difendere la propria libertà “a costo del sangue, se necessario” (discorso alle Forze armate, luglio 2026).

Non meraviglia che i politici e i militari francesi siano in prima linea nel soffiare sul fuoco di uno scontro con la Russia, proprio perché la Francia, come abbiamo visto, è forse il paese centrale che è maggiormente in decadenza, anche in considerazione del suo storico ruolo colonialista e imperialista. Senza dimenticare che la Francia in Africa subisce la presenza sempre più forte della Russia. Ma una situazione simile c’è anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, dal Regno Unito, che spinse l’Ucraina a non accettare l’accordo proposto dai russi prima dello scoppio della guerra[ix], alla Germania e anche all’Italia.  

Le rivolte dei giovani francesi nascono da tutto questo, dalla saldatura dell’attacco allo stato sociale con i sempre più chiari preparativi di guerra, visto che sarebbero proprio i giovani a dover combattere in prima linea un eventuale conflitto. Tale situazione è stata ben sintetizzata da uno dei leader degli studenti francesi in lotta: “Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi vadano all’istruzione pubblica e non alle spese miliari”. Parole sagge, che andrebbero riprese in tutta Europa. Anche perché nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda gli europei si sono baloccati con le “missioni fuori area”, dove era facile prendersela con le deboli popolazioni del Sud del mondo (ma anche lì un costo umano lo si è dovuto pagare). Ben diverso sarebbe fare una vera guerra contro una superpotenza militare, di dimensioni gigantesche e ricca di ogni tipo di risorse, e che soprattutto ha a sua disposizione il maggiore arsenale nucleare al mondo.

 

Note

[i][i][i] International monetary fund.

[ii] International monetary fund.

[iii] Unctad, Data Centre, International Trade, Trade Balance.

[iv] International Monetary Fund. Data. International investment position.

https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.STA:IIP(13.0.0)

[v] Nei Brics abbiamo Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, a cui recentemente si sono aggiunti Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti, Egitto ed Etiopia.

[vi] International monetary fund, World economic outlook (2026), General government gross debt.

[vii] Unctad, Data Centre, National Accounts, Gross domestic product, Us dollars at constant price (2020). I calcoli sono miei.

[viii] John Smith, Imperialism & The Globalization of Production, 2010.

[ix] Ad aprile 2022 Boris Johnson, allora primo ministro britannico, si recò in Ucraina da Zelensky, al quale garantì il pieno sostegno finanziario e militare. Poco dopo, gli ucraini abbandonarono i colloqui con i russi in Turchia, durante i quali erano arrivati vicinissimi alla pace, come è riportato in un articolo di Foreign Affairs del 2024, firmato da S. Radchenko e S. Charap. Il problema è che l’imperialismo britannico ha sempre avuto una forte rivalità con la Russia sin dall’800. Il padre britannico della geopolitica, Halford Mackinder, ai primi del 900, ha sostenuto che il controllo del Mondo passava per quello della Russia europea, che allora comprendeva l’Ucraina. Una posizione ribadita nel 1997 in La grande scacchiera da Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter, secondo il quale si sarebbe dovuta estendere la Nato all’Ucraina. Proprio la decisione con cui, insieme alla guerra mossa dall’Ucraina alla popolazione russofona del Donbass, Putin ha sempre giustificato la sua “Operazione militare speciale”. Uno dei sogni dell’imperialismo occidentale è sempre stato la fine della Russia come stato unitario e la sua frammentazione in molti piccoli stati, che non fossero in grado di impedire il saccheggio delle risorse dell’immenso territorio russo.

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La disumanizzazione è il vero problema

 

di Paolo Arigotti

Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell'analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul pericolo, a nostro avviso non infondato, che certi approcci comunicativi e/o parallelismi possano sortire un effetto contrario a quello desiderato.

Si può comprendere facilmente come il ricorso a una certa terminologia e/o il richiamare orrendi crimini possa avere la finalità di sottolineare ed enfatizzare la portata di determinati fatti e circostanze, specie ove reiterati, oltre che sottolinearne la gravità morale e suscitare la riprovazione sociale, ma sempre stando al piano comunicativo, a nostro modesto avviso, un utilizzo troppo ricorrente, e in taluni casi forse improprio, potrebbe produrre alcune distorsioni che meritano di essere considerate.

Un primo profilo da prendere in esame riguarda il rischio della banalizzazione storica. Se tutto diventa fascismo (o nazismo, o altro ancora), allora nulla è veramente tale. Se ogni leader autoritario – e ce ne sono parecchi nel mondo, non tutti così vituperati come meriterebbero – viene fatto oggetto di una sorta di reductio ad hitlerum, la figura che per molti (comprensibilmente) rappresenta il male incarnato cessa paradossalmente di rivestire questo ruolo. In altri termini, la memoria storica, per essere tale, deve rafforzarsi nel tempo, non indebolirsi, e il pericolo di un affievolimento dovuto all’incapacità di mettere doverosamente in risalto una serie di differenze qualitative, o peggio il continuo paragone (o, se si preferisce, la metafora) con eventi o periodi storici rischia di far degenerare (e strumentalizzare) l’eccezione in polemica quotidiana.

Un secondo punto (e pericolo) che vorremmo riprendere è quello che potremmo qualificare come saturazione emotiva. L’inflazione morale dovuta alla legge dell’assuefazione, che domina la comunicazione politica, rischia di far perdere a un certo termine la forza evocativa che gli è propria, col risultato, anche in questo caso paradossale, di portare nel tempo a una riduzione della capacità (auspicabile) di indignarsi e/o contrastare certi fenomeni, nel momento in cui si presentassero per davvero.

E poi c’è un terzo aspetto, che investe il piano culturale. Insistere nel ricorso o nell’evocazione del pericolo nazifascista (o di altro genere) rischia di ingenerare la convinzione, a nostro parere piuttosto diffusa, che quelle ideologie e quei regimi costituiscano una sorta di dinamica unica, irripetibile, quasi aliena rispetto alla normalità umana. Il che porta a dimenticare che, al di là del tiranno di turno, il vero pericolo era (ed è) costituito dalla possibilità che uomini ordinari partecipino a sistemi di oppressione, violenza e disumanizzazione. Lo scenario più oscuro ed inquietante, che il sociologo Zygmunt Bauman mise in risalto nel suo fondamentale Modernità e Olocausto, nel quale è l’uomo ordinario a trasformarsi in ingranaggio del sistema.

Sarebbe un gravissimo errore trascurare il fatto che la storia, forse per meglio dire quella dei crimini e delle atrocità, non inizia e non termina coi regimi dittatoriali del XX secolo. Basterebbe volgere lo sguardo indietro per individuare crimini di analoga portata, come quelli che caratterizzarono la conquista del continente americano, o quello oceanico. Per non parlare di quelli commessi ai danni delle terre colonizzate dall’uomo bianco, supposto “portatore di civiltà”. Se un parallelismo storico, questo più efficace, volesse essere portato, allora potrebbe scaturire dall’amara constatazione che pur nella diversità dei contesti e delle modalità, la crudeltà organizzata (e talvolta gratuita) non è monopolio di una singola ideologia o di una tale epoca, ma attraversa passato e presente.

Letto in questi termini, il continuo riferimento al nazifascismo (e via dicendo) potrebbe addirittura sortire, sempre per paradosso, un effetto rassicurante. Se il male ha un volto ben identificato, storicamente concluso e universalmente condannato, allora possiamo convincerci che esso appartenga al passato, o che possa essere confinato a un certo contesto. Al contrario, se si arriva alla conclusione che il problema risiede in alcune costanti della natura umana e delle organizzazioni sociali, allora la questione si fa molto più scomoda (e inquietante).

In tal senso, sarebbe forse più utile interrogarsi sui meccanismi ricorrenti che consentono agli esseri umani di trasformarne altri in oggetti. La costante è la disumanizzazione, che spesso precede (e poi giustifica) la violenza. Quasi mai si arriva direttamente all’esclusione sociale o alla repressione, se non passando prima per la fase che divide il mondo in persone pienamente umane e altre considerate inferiori, nemiche, come tali sacrificabili.

Sul punto si innestano alcune riflessioni filosofiche particolarmente efficaci.

Hannah Arendt, parlando del processo a Eichmann ne La banalità del male, mise in evidenza come molte atrocità furono commesse da individui sorprendentemente ordinari, incapaci o non disposti a esercitare un pensiero critico autonomo. Il problema non dipende dall’esistenza di presunti “mostri”, quanto dall'obbedienza cieca e dalla rinuncia al giudizio morale. Tra le citazioni più significative quella secondo cui: “Il più grande male nel mondo è il male commesso da nessuno, cioè da esseri umani che rifiutano di essere persone", evidenziando una certa tendenza umana a deresponsabilizzarsi all'interno di apparati burocratici, politici o ideologici.

Non meno importanti le riflessioni di Primo Levi, che mise in guardia contro l'illusione di una separazione netta tra buoni e cattivi: "La linea che separa il bene dal male non passa fra gli Stati, né fra le classi, né fra i partiti, ma attraverso il cuore di ogni uomo", demistificando la tentazione di gabellare la barbarie come patrimonio esclusivo di una categoria politica o nazionale. O di Tzvetan Todorov, che riflettendo sulle tragedie del Novecento, osservò che: "I barbari non sono gli altri", come dire non un corpo estraneo alla civiltà, bensì una possibilità sempre presente al suo interno.

Infine, ricorreremo alle parole di Aleksandr Solzenicyn: "La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni essere umano."

Ragionando sempre in prospettiva comunicativa, e senza nessuna volontà di sminuire la portata e l’efferatezza di tanti (troppi) crimini, forse sarebbe utile smetterla di andare a caccia del novello Hitler, per concentrarsi con maggiore attenzione sullo studio dei meccanismi che in ogni tempo hanno indotto degli esseri umani a non vedere nell’altro un proprio simile, con egual dignità e sentimenti. Perché è in questo punto che possono sempre trovare linfa dinamiche come volontà di dominio, paura, avidità, tribalismo, conformismo, ricerca del capro espiatorio, le stesse che scatenano guerre e altre efferatezze, magari presentate come meccanismi giusti o di difesa.

Una prospettiva meno rassicurante, ma forse più utile, perché sposta l’attenzione dai fantasmi del passato alle responsabilità del presente. E che potrebbe contribuire a porre fine a un’assurda pretesa di superiorità, che non considerando l’altro come vittima, finisce inevitabilmente per fare del portatore il carnefice di turno, oltretutto giustificandolo.

 

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"Non mi metteranno a tacere": Ilhan Omar attacca Trump dopo il raid dell'ICE

 

L'abitazione a Washington, D.C., della deputata democratica Ilhan Omar è stata perquisita dall'unità investigativa dell'Homeland Security Investigations (HSI), ramo penale dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE). La notizia è stata confermata da tre fonti a conoscenza dell'inchiesta e da una nota del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

L'operazione si inserisce in un clima di forte tensione politica, preceduta da ripetuti attacchi del presidente Donald Trump e dei suoi alleati legati alla regolarità dei documenti di immigrazione della deputata nata in Somalia.

La reazione di Omar: "Uso politico delle forze dell'ordine"

In risposta al blitz degli agenti federali, la deputata del Minnesota ha denunciato l'azione come un atto di "intimidazione politica" e una "campagna diffamatoria".

Attraverso un messaggio diffuso su X, Omar ha dichiarato:

"Non ci siano dubbi: questo è un tentativo di attaccare gli oppositori politici e di manipolare le forze dell'ordine federali. Per dieci anni, Trump mi ha attaccata con menzogne infondate. Questa è solo l'ultima escalation di una campagna d'intimidazione. Non mi metteranno a tacere."

I dettagli dell'indagine penale

A differenza delle normali operazioni dell'ICE incentrate sui decreti di espulsione, l'indagine è condotta dall'HSI con il supporto diretto del Dipartimento di Giustizia. In una dichiarazione ufficiale, il Dipartimento ha confermato che gli agenti hanno eseguito un regolare mandato di perquisizione nell'ambito di "un'indagine penale federale in corso", incentrata sui documenti d'immigrazione della parlamentare.

Chi è Ilhan Omar e il legame con "The Squad"

Eletta alla Camera dei Rappresentanti nel novembre 2018 come rappresentante dello Stato del Minnesota, Ilhan Omar è stata tra le prime donne musulmane a entrare al Congresso degli Stati Uniti.

Insieme a Rashida Tlaib, Alexandria Ocasio-Cortez e Ayanna Pressley, fa parte del gruppo progressista noto come "The Squad", da sempre al centro di duri scontri verbali con Donald Trump e l'ala conservatrice sui temi dei diritti civili, dell'immigrazione e della politica estera.

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Iran, IRCG in allerta: "Nessuna potenza straniera intervenga a Hormuz"

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell'Iran (IRGC) ha ribadito con fermezza che nessuna potenza extraregionale ha il diritto di intervenire, esercitare egemonia o minacciare la sicurezza nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico.

In un messaggio ufficiale rilasciato dal comandante in capo dell'IRGC, il generale Ahmad Vahidi, Teheran ha definito la sicurezza del Golfo una questione "endogena e regionale". Vahidi ha descritto la via navigabile come un'arteria fondamentale per il commercio energetico globale e una vera e propria "linea rossa strategica" per la Repubblica Islamica.

Monito ai Paesi occidentali e risposta militare

Il generale Vahidi ha sottolineato che la Marina delle Guardie Rivoluzionarie, in pieno coordinamento con la Marina dell'Esercito iraniano, è pronta a rispondere a qualsiasi "errore di valutazione" o transito non autorizzato nelle acque territoriali e sotto il controllo di Teheran.

Nel frattempo, la situazione sul campo resta estremamente tesa. La Marina dell'IRGC ha confermato di aver colpito una terza superpetroliera nello Stretto di Hormuz. L'imbarcazione, che navigava con il sistema di tracciamento (AIS) disattivato e in violazione delle disposizioni locali, è stata incendiata dopo aver ignorato i ripetuti avvertimenti delle forze iraniane. Si tratta del terzo incidente che coinvolge navi commerciali o petroliere nell'arco di appena 48 ore.

Il calo del traffico marittimo e le condizioni di Teheran

Le limitazioni al transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz hanno portato a un crollo drastico del traffico merci e petrolifero, ridotto ormai a pochissime unità al giorno.

Il governo di Teheran ha subordinato la piena riapertura della rotta strategica al rispetto di precise condizioni politiche ed economiche:

  • La revoca del blocco navale e la cessazione delle azioni militari nella regione;

  • La sospensione delle sanzioni internazionali, in particolare quelle dirette alle esportazioni di greggio iraniano;

  • Lo sblocco dei beni e fondi finanziari iraniani congelati all'estero;

  • Il rispetto del cessate il fuoco su tutti i fronti regionali e il risarcimento dei danni di guerra.

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Cisgiordania, Francesca Albanese denuncia: "Da Israele terrorismo quotidiano sui palestinesi"

 

Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha espresso profondo sgomento per il persistere dell'inazione politica di fronte alle aggressioni contro i civili palestinesi in Cisgiordania, affermando che nei fatti "il terrorismo è diventato una realtà quotidiana".

Attraverso un intervento diffuso sulla piattaforma X, la rappresentante delle Nazioni Unite ha richiamato l'attenzione sulle denunce riguardanti le incursioni dei coloni israeliani nei territori occupati, accusati di distruggere uliveti secolari e danneggiare il bestiame locale. Nell'occasione, Albanese ha sollecitato un intervento diretto delle istituzioni internazionali, chiedendo quando l'Unione Europea intenda adottare misure concrete nei confronti di Israele.

I am shocked by the political inertia in the face of what Israelis -settlers and soldiers- are doing in Palestine, where terror has become a daily reality. In the West Bank, torching century old trees and poisoning livestock. When will the EU take action against Apartheid Israel?

— Francesca Albanese, UN Special Rapporteur oPt (@FranceskAlbs) October 12, 2026

Tensioni e controversie sul campo

I riflettori dell'opinione pubblica si sono accesi di recente dopo la diffusione di un video girato nel villaggio di Al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, che ritraeva un individuo mascherato, protetto dai soldati israeliani, mentre somministrava sostanze a un gregge di pecore. Fonti palestinesi locali hanno denunciato l'episodio come una provocazione orchestrata per creare pretesti di occupazione dei terreni agricoli.

Incursioni durante la stagione della raccolta delle olive

La denuncia si inserisce in un quadro di forte escalation coincidenti con l'avvio della stagione della raccolta delle olive, una delle principali fonti di sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi.

Secondo i dati forniti dal Comitato per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti dell'Autorità Nazionale Palestinese, in una sola giornata si sono registrate oltre 18 aggressioni a danno degli agricoltori impegnati nei campi. I raid hanno compreso episodi di percosse, uso di spray al peperoncino, fermi, sequestri di veicoli e raccolti, oltre al danneggiamento sistematico degli alberi. In diversi casi sono stati segnalati il ferimento e il fermo di contadini palestinesi.

Un'escalation in costante aumento

Secondo le rilevazioni dei centri di informazione e delle organizzazioni locali, la pressione militare e dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est ha registrato un forte incremento dall'inizio del conflitto a Gaza nell'ottobre 2023, con centinaia di migliaia di controlli, incursioni e restrizioni ai movimenti della popolazione civile.

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Esercito libanese e disarmo di Hezbollah: i segreti e le pressioni USA

 

 
Mentre cresce la pressione internazionale per il disarmo di Hezbollah, e Israele continua i suoi attacchi quasi quotidiani contro il Libano mantenendo l'occupazione di posizioni all'interno del territorio libanese, l'esercito libanese si trova ad affrontare un'equazione sempre più complessa. Ci si aspetta che esegua le decisioni delle autorità politiche senza farsi coinvolgere in uno scontro interno, sedendo allo stesso tavolo con gli ufficiali israeliani all'interno del "comitato di coordinamento". Allo stesso tempo, l'esercito dipende fortemente dagli Stati Uniti per armamenti e addestramento, mentre Washington garantisce la superiorità militare qualitativa di Israele.

In questa intervista, un alto ufficiale delle Forze Armate Libanesi (LAF), che ha parlato a condizione di anonimato a The Cradle, delinea i limiti del ruolo dell'istituzione militare nella questione degli armamenti e discute delle tensioni tra il Comandante Generale delle LAF, Rudolphe Haikal, e il Presidente libanese Joseph Aoun. Rivela inoltre la presenza di personale militare statunitense nelle basi di Hamat e Rayak, nonché quella che descrive come una "forza d'assalto" all'interno dell'esercito che, a suo dire, riceve ordini direttamente dagli americani.

Dietro a tutto ciò si cela una domanda che l'ufficiale pone senza mezzi termini: come si può pretendere che un esercito che non controlla il proprio approvvigionamento di armi e i cui soldati guadagnano 300 dollari al mese si assuma la piena responsabilità della difesa del Libano?

The Cradle: Come affronta l'esercito libanese le crescenti richieste e pressioni per il disarmo di Hezbollah? Dove traccia i limiti del suo ruolo in questa questione, tra l'attuazione delle decisioni delle autorità politiche e la preservazione della pace civile e della stabilità interna?

Ufficiale: L'esercito libanese non è l'istituzione che prende la decisione politica sul disarmo di Hezbollah. Si tratta di una questione sovrana e politica, decisa dallo Stato attraverso le sue istituzioni costituzionali. Il ruolo dell'esercito è quello di attuare le decisioni delle autorità legittime nel rispetto della Costituzione e della legge. In altre parole, non è l'esercito a decidere se le armi di Hezbollah verranno disarmate, né quando o come ciò avverrà.

È qui che la questione si complica. L'esercito è tenuto a eseguire qualsiasi ordine gli venga impartito dalle autorità politiche, ma l'istituzione militare considera anche le conseguenze di ogni decisione sul campo, nonché il suo impatto sulla pace civile, sull'unità dell'esercito e sulla stabilità interna. C'è una differenza sostanziale tra prendere una decisione politica e avere la capacità di attuarla sul campo. L'esercito non vuole essere coinvolto in uno scontro interno né essere spinto in un conflitto con una parte della popolazione libanese, poiché una delle sue priorità principali è prevenire i disordini e preservare l'unità dell'istituzione militare stessa.

L'esperienza dell'esercito durante la guerra civile e i danni subiti dall'istituzione in quel periodo hanno reso il tema della sua unità interna particolarmente delicato. Pertanto, qualsiasi decisione di questo tipo richiede un ampio sostegno politico e nazionale, nonché un meccanismo attuabile che non porti a scontri interni. Se viene emessa una decisione politica e all'esercito viene chiesto di imporla con la forza mentre l'attuazione minaccia la pace civile, si tratterebbe di una situazione estremamente pericolosa. Per quanto riguarda specificamente il disarmo di Hezbollah sul territorio libanese, l'esercito non attuerà una decisione delle autorità politiche se non vi è consenso, al fine di salvaguardare l'unità dell'istituzione. Lo Stato può prendere una decisione sulla carta, ma se non sussistono le condizioni politiche necessarie, tale decisione potrebbe rimanere nient'altro che inchiostro su carta.

The Cradle: Il comandante dell'esercito, generale Rudolphe Haikal, prende decisioni unilateralmente all'interno dell'istituzione, con gli ufficiali che seguono le sue indicazioni, oppure le opinioni degli ufficiali superiori hanno un peso nel processo decisionale?

Ufficiale: Se la domanda è se il generale Haikal potrebbe decidere di disarmare Hezbollah, non si tratta di una decisione che spetta al comandante dell'esercito, bensì allo Stato. Per quanto riguarda le opinioni degli ufficiali, esiste ovviamente una struttura di comando militare e una catena di comando. Le decisioni delicate vengono discusse tra gli ufficiali superiori e le valutazioni sono attentamente ponderate: il loro ruolo principale riguarda la tempistica operativa, la valutazione del rischio e la capacità dell'esercito di attuare una decisione.

All'interno dell'istituzione sono presenti diverse correnti politiche. Sebbene tutti gli ufficiali rispondano in ultima analisi al comandante, essi nutrono opinioni proprie. Una questione di tale importanza incide direttamente sulla pace civile, sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità del Paese. Il generale Haikal ha ripetutamente affermato che la tutela della pace civile è una linea rossa non negoziabile.

The Cradle: Data la sua posizione al comando dell'esercito, il generale Rudolphe Haikal ha dovuto affrontare tentativi da parte delle autorità politiche, in particolare del presidente Joseph Aoun, di minarlo o indebolirlo? Se sì, in che modo?

Ufficiale: Non credo che la questione possa essere semplicemente descritta come un tentativo del presidente Joseph Aoun di minare l'autorità del generale Haikal. Esiste, tuttavia, un chiaro margine di tensione tra considerazioni politiche e militari. In quanto capo dello Stato e comandante in capo delle forze armate, secondo la Costituzione, il presidente ha priorità politiche e di sicurezza, oltre a impegni internazionali. Il comandante dell'esercito, al contrario, è responsabile della valutazione di ciò che l'esercito può effettivamente realizzare sul campo e dei rischi che ciò comporta.

Questa tensione emerge quando vi è la volontà politica di spingere l'esercito verso misure più rapide o delicate, mentre la leadership militare ritiene che l'attuazione richieda condizioni diverse, potrebbe esporre l'esercito a uno scontro interno o minacciarne la coesione. In tali circostanze, il comandante dell'esercito può percepire una pressione sulle proprie decisioni operative.

La tensione tra il comandante e il presidente Aoun è reale, e la minaccia degli americani di rimuovere il comandante dell'esercito ne è la prova. Tuttavia, affermare che Joseph Aoun cerchi deliberatamente di indebolire Haikal o di eludere la sua autorità richiederebbe delle prove concrete — come comunicazioni dirette con gli ufficiali bypassando il comandante o interferenze nelle nomine — che non si sono verificate. Va anche ricordato che fu proprio Joseph Aoun a nominare Rudolphe Haikal comandante dell'esercito.

The Cradle: L'esercito libanese ora si trova nella stessa stanza con gli israeliani. In che misura si sente a suo agio o a disagio in questa situazione? E può darci un'idea di cosa accade all'interno di quella stanza?

Ufficiale: L'esercito libanese non vede di buon occhio questa situazione. La sua presenza nella stessa stanza con gli israeliani non significa che ci sia fiducia tra le due parti, né che esista un rapporto normale. Per l'esercito si tratta di una soluzione imposta per far fronte a una realtà militare e di sicurezza coatta.

Ancora più importante, l'esperienza dell'esercito con la controparte israeliana negli ultimi mesi ha fornito una valutazione molto chiara: è difficile raggiungere intese stabili con gli israeliani o fare affidamento sul loro rispetto degli accordi presi, poiché le violazioni e le operazioni israeliane continuano. L'esercito entra in quella stanza come rappresentante dello Stato libanese per coordinare la sicurezza attraverso il "comitato del meccanismo", non certo considerando gli israeliani un partner di cui fidarsi. Esiste molta diffidenza e la crescente convinzione che raggiungere un accordo con Israele sia una cosa, mentre garantirne l'attuazione sul campo sia tutt'altra storia.

The Cradle: Sappiamo che l'esercito libanese si affida, in parte, a capacità di intelligence e tecniche forniti da paesi occidentali. Ciò solleva preoccupazioni in merito alla sovranità dell'intelligence libanese?

Ufficiale: Questo è certamente motivo di preoccupazione. Qualsiasi istituzione di sicurezza che si affidi a tecnologie di intelligence straniere si trova di fronte a una questione fondamentale sulla sicurezza delle proprie informazioni: a chi appartiene il sistema? Chi può accedere ai dati? Esistono backdoor non note?

Nel caso del Libano, la sensibilità è maggiore a causa della dipendenza dell'esercito dagli aiuti, dalle attrezzature e dall'addestramento occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Occorre però distinguere tra il possesso di sistemi occidentali e l'affermazione che i Paesi sviluppatori possano accedere automaticamente alle informazioni di intelligence dell'esercito. Non credo che sia questo il caso. Ciononostante, la preoccupazione rimane legittima: l'esercito opera in un contesto sensibile, mentre Israele possiede capacità tecniche avanzate e mantiene stretti legami di sicurezza con gli Stati Uniti. Per l'esercito libanese la questione chiave è quindi mantenere il controllo sui propri dati e database sensibili all'interno di sistemi protetti.

The Cradle: Esiste una base militare statunitense in Libano?

Ufficiale: Ufficialmente, non esiste alcuna base militare statunitense dichiarata in Libano. Anche quando è stata sollevata la questione della base aerea di Hamat, il Ministero della Difesa libanese ha esplicitamente negato che si trattasse di una base americana, sottolineando che è un'installazione aerea sotto l'esclusiva autorità dell'esercito libanese.

Ma questa risposta ufficiale non racconta tutta la storia. Gli americani sono infatti presenti alla base aerea di Hamat e alla base aerea di Rayak, dove supervisionano operazioni con droni e sistemi di sorveglianza che coprono l'area di Masnaa. La presenza e l'influenza militare e di sicurezza degli Stati Uniti in Libano sono eccezionali. Sono accompagnate da un altissimo livello di cooperazione: presenza di personale militare americano, esercitazioni congiunte, visite del CENTCOM e squadre di addestramento dislocate presso tutte le unità delle forze speciali.

Esistono inoltre seri interrogativi sui limiti della sovranità libanese: gli aerei militari statunitensi in arrivo in Libano spesso non vengono sottoposti alle normali procedure di controllo applicate ai voli di linea all'aeroporto di Beirut, e anche il nuovo complesso dell'ambasciata statunitense ad Awkar costituisce un enorme complesso fortemente fortificato. In passato si sono verificati episodi in cui personale statunitense armato ha esercitato controlli di sicurezza sul suolo libanese al di fuori del complesso diplomatico, sollevando forti perplessità sui limiti della propria autorità.

The Cradle: Quanti militari statunitensi sono attualmente presenti in Libano?

Ufficiale: Non ho una cifra precisa. L'ultimo dato ufficiale annunciato dalla Casa Bianca nel 2024 era di 99 militari statunitensi. Personalmente credo che oggi il numero sia decisamente più alto.

The Cradle: Come comunica l'ambasciata statunitense con l'esercito libanese? Qual è la natura dei loro canali di comunicazione?

Ufficiale: Il rapporto non assomiglia a un normale canale diplomatico convenzionale. Esistono canali di comunicazione diretti e permanenti che collegano l'ambasciatore statunitense, gli addetti militari e l'Ufficio di Cooperazione per la Difesa dell'ambasciata direttamente al CENTCOM.

Gli Stati Uniti sono il principale partner esterno dell'esercito libanese in materia di sicurezza. Forniscono armi, addestrano ufficiali e personale, e finanziano equipaggiamenti, veicoli e sistemi di comunicazione. Nel 2021 le due parti hanno persino concordato un piano quinquennale per rafforzare le capacità dell'esercito. Questo conferisce a Washington una notevole influenza nei confronti dell'istituzione militare libanese, che gli stessi USA definiscono un partner chiave per la sicurezza nella regione.

The Cradle: Gli americani comunicano direttamente con il comandante dell'esercito, il generale Rudolphe Haikal, oppure lo aggirano e trattano con altri ufficiali?

Ufficiale: Il rapporto non passa esclusivamente attraverso il comandante dell'esercito. Esiste un'ampia rete di relazioni dirette tra americani e ufficiali libanesi a diversi livelli, costruita nel corso di molti anni di cooperazione, addestramento e missioni congiunte.

The Cradle: Quali generali dell'esercito libanese sono considerati i più vicini all'ambasciata statunitense?

Ufficiale: La figura di spicco per gli americani al momento è il generale di brigata George Saqr, direttore della pianificazione.

The Cradle: Da dove proviene l'esercito libanese per quanto riguarda armi e attrezzature? Qual è il valore di questo aiuto e che tipo di armi riceve?

Ufficiale: Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti sono stati la principale fonte di armi e attrezzature per l'esercito libanese. Tra il 2006 e il 2018 l'assistenza militare statunitense è ammontata a circa 1,28 miliardi di dollari, raggiungendo complessivamente oltre 3 miliardi negli ultimi vent'anni. I fondi statunitensi vengono assegnati e gestiti direttamente dal Dipartimento della Difesa USA, che provvede al pagamento dei produttori: ciò consente a Washington di esercitare una notevole influenza sul tipo di armi acquistabili.

L'equipaggiamento ricevuto comprende elicotteri Huey II, aerei Cessna, missili Hellfire, proiettili guidati Copperhead, droni di ricognizione, veicoli blindati e motovedette veloci. L'esercito conserva anche una quota di arsenale di provenienza orientale o acquistato da altri Paesi (come razzi Grad acquisiti dalla Serbia nel 2017). Tentativi passati di acquisire armamenti differenti, come un accordo da 3 miliardi financo dall'Arabia Saudita per forniture francesi o donazioni russe di caccia MiG-29, sono stati ostacolati o bloccati dalle pressioni americane.

L'influenza statunitense si estende anche all'uso dell'arma: il principio dell'"utente finale" comporta che ogni fornitura sia soggetta a rigide condizioni d'impiego operative.

The Cradle: Di cosa ha bisogno l'esercito libanese per indirizzare le proprie capacità militari verso il confronto con Israele? Perché non riesce a ottenere questi armamenti?

Ufficiale: Il problema fondamentale è che l'esercito libanese non è stato formato né armato per combattere una guerra convenzionale contro Israele. La maggior parte degli aiuti statunitensi e occidentali si concentra su lotta al terrorismo, controllo delle frontiere e sicurezza interna.

Per diventare una vera forza di deterrenza contro Israele, l'esercito avrebbe bisogno di sistemi di difesa aerea per contrastare aerei e droni, radar di allerta precoce, capacità di guerra elettronica, artiglieria e missili di precisione a lungo raggio. Attualmente l'esercito non dispone di una rete di difesa aerea in grado di negare ai caccia israeliani la libertà d'azione nello spazio aereo libanese.

Le ragioni del mancato raggiungimento di queste capacità sono due:

  1. Motivo finanziario e politico interno: Costruire un esercito convenzionale richiede miliardi di dollari che lo Stato libanese, attualmente in bancarotta, non possiede. Gli stipendi dei soldati aggirano i 300 dollari mensili e le autorità politiche impediscono acquisti di armi da fornitori alternativi agli USA.

  2. Politica estera statunitense: Gli Stati Uniti sono vincolati dalla propria legislazione a garantire il "vantaggio militare qualitativo" di Israele nella regione. Di conseguenza, negano all'esercito libanese forniture di sistemi di difesa aerea o armamenti avanzati che potrebbero minacciare la superiorità israeliana.

The Cradle: Esistono dati che mostrano quanto ha speso la Gran Bretagna a sostegno dell'esercito libanese rispetto agli Stati Uniti?

Ufficiale: Sì. A fronte degli oltre 3 miliardi di dollari forniti dagli Stati Uniti dal 2006, il sostegno britannico è più ridotto ma mirato: circa 180 milioni di sterline dal 2009.

Mentre gli americani si sono concentrati sullo sviluppo di capacità militari generali (aerei, blindati, artiglieria, comunicazioni e addestramento), i britannici si sono focalizzati quasi esclusivamente sulla sicurezza del confine siriano. Londra ha finanziato la creazione dei reggimenti di frontiera terrestri, fornito oltre 300 veicoli Land Rover e contribuito alla costruzione di circa 78 torri di osservazione e postazioni di confine lungo la frontiera con la Siria.

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Naza e la trappola del pietismo

 

 

di Roberta Rivolta – Post Facebook

Sono andata a vedere Naza.

Ci sono andata nonostante lo sponsorizzazione del Guardian. Ci sono andata non per i non ricordo quanti minuti di applausi che ha ricevuto alla mostra del cinema di Venezia, ma perché ho letto tanti post entusiasti, post di “filopalestinesi”.

L’unica critica che ho letto – forse per mancanza mia – è stata: “come mai si dà peso a quello che dicono due israeliani quando le stesse cose le stanno dicendo i palestinesi da anni?”

Giusta osservazione.

Ero preparata a vedere/sentire cose già note, ma almeno per una volta ascoltate.

E invece...

ho fatto fatica a restare in sala fino alla fine. E ci sono rimasta solo perché ho sperato – fino all’ultimo, e contro ogni plausibile aspettativa – che prima o poi in qualche modo più o meno rocambolesco venissero smentite le stronzate, non riesco a definirle altrimenti, con cui esordisce.

Ma poi, chiacchierando con altre persone, mi è venuto il dubbio che siano passate inosservate. Già questo è un dato significativo, perché significa che non hanno “sorpreso”, non sono risultate stridenti.

E allora forse è utile metterle nero su bianco.

Il film parte ripescando le notizie false circolate all’indomani del 7 ottobre.

Per esempio, quel numero di morti, calcolato a casaccio ed emanato già il giorno successivo, se non il giorno stesso. Numero di morti poi confermato – guarda caso – dalle autorità israeliane, che però si sono rifiutate di contare le vittime della direttiva Hannibal, la cui attivazione è stata confermata con certezza.

Per esempio, quel “massacro al festival di Nova”, smentito da testimoni oculari che hanno riferito come fosse evidente che i combattenti palestinesi (non solo Hamas, come si ripete per tutto il film, ma di SEI gruppi di resistenza) avessero come obiettivo catturare più prigionieri possibili,, mentre gli elicotteri israeliani sparavano sulla gente.

Per esempio, quell’affermazione di passaggio secondo cui “Hamas usa gli scudi umani” mentre stai dicendo che Israele ammazza intere famiglie per colpire un solo combattente.

Per esempio, la narrazione sulla nascita di Tel Aviv che subdolamente fa solo accenno alla distruzione totale del villaggio di al-Shaykh Muwannis nel 1948, proponendo attraverso le immagini la leggenda sionista della “fioritura nel deserto” di quello che in realtà era un sobborgo ebraico della città di Jaffa.

La partenza del film toglie ogni valore a quella ripetizione ossessiva di un unico dato concreto: Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi.

Nessun commento, nessuna riflessione. Niente di niente.. il vuoto.

Sì, lo sappiamo che Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi. Perché Israele vuole occupare la loro terra.

E non è una reazione al 7 ottobre, come viene esplicitamente affermato, è un piano di espansione territoriale, un genocidio programmato.

E no, non c’è solo Hamas a combattere in Palestina. Sono almeno 6 le fazioni che si sono unite per l’operazione Tufan al-Aqsa.

E non è un caso che invece si nomini solo Hamas, perché Hamas è il partito al governo di Gaza. Hamas è l’Assad dei palestinesi, è il Gheddafi, dei palestinesi.

E non è che stia dicendo niente di sospendente, non miravo a sorprendervi scrivendo queste cose.

Esprimevo solo la mia sorpresa: com’è possibile che un film così sfacciatamente sionista abbia conquistato così tanti cuori?

E poi, non avete avuto un moto di repulsione quando avete visto la telecamere inquadrare impietosamente un padre disperato che cerca i figli tra le macerie?

Non vi ribolle il sangue quando un film così schifosamente sionista si permette di sbattere su milioni di schermi il dolore di un uomo spezzato?

Offrendolo allo sguardo pietoso di milioni di persone?

Quando finirà questo voyerismo sul dolore dei palestinesi? Davvero abbiamo bisogno di vedere la gente in lacrime scavare tra le macerie per solidarizzare con loro?

Non so, chiedo.

Il giorno dopo, per prendere respiro, sono andata a vedere Palestina 36.

Sembra scritto in risposta a Naza. Già dal titolo

1936, quando tutto ebbe inizio. Non il 7 ottobre 2023, ma nel luglio 1936, quando, per la primissinma volta nella storia, una potenza coloniale, attraverso la Commissione Peel, propone illegittimamente la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei. Cioè, in sostanza, la creazione dello stato di Israele.

Annemarie Jacir ci ricorda nel modo più esplicito possibile che Israele non è stata creata dagli ebrei, ma dagli inglesi. E che è stata creata esplicitamente come progetto coloniale dell’Occidente.

Dopo l’umiliazione di Naza, Annemarie Jacir ci ricorda la legittimità e la bellezza della lotta armata.

E allora w la resistenza palestinese e al diavolo il pietismo ipocrita dei sionisti.

 

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Era già tutto previsto

 

di Giuseppe Giannini

 

L’annuncio della tregua energetica tra Russia ed Ucraina fatto da Trump ha scombussolato i piani dei guerrafondai europei. Fidarsi del presidente americano non è facile, viste le continue giravolte. E’ capace di tutto. Ripetutamente ha smentito se stesso riguardo alle intese per porre fine a quel conflitto. Lo stesso vale anche per l’Iran, ma lì vi è un altro tipo di pressione, proveniente dalla realtà sionista che, così come condiziona la politica statunitense, oggi, ha compiuto un ulteriore salto anche all’interno dell’Europa. Ingerenze, controlli in nome della cybersicurezza, il Mossad, i militari, e semplici cittadini israeliani che si sentono padroni del mondo. Così l’Europa politica, persa nella guerra per procura degli USA/NATO e impelegata anche sulla questione antisemitismo, pare avviarsi sulla strada del tramonto.

Se fino ad oggi potevamo parlare di irrilevanza, quanto alla sua politica estera, adesso, dopo scelte sconsiderate - voler continuare la guerra a tutti i costi - e con economie, in specie i rifornimenti di gas e petrolio, dipendenti dall’estero, sembrano, almeno nell’immediato, non esservi vie di uscita. D’altro canto, non è che ci fosse bisogno di qualche indovino, era risaputo fin dall’inizio che ciò avrebbe comportato la sudditanza verso gli USA e la dipendenza energetica da Paesi altri, chiudendo gli occhi sui regimi e i diritti umani (vedi l’Egitto). I governi americani, democratici o repubblicani cambia poco, come è nella loro tradizione mirano, unicamente, a dominare il pianeta. Il MAGA trumpiano ribadisce il concetto.

 A discapito degli altri popoli (Venezuela, Iran, Cuba, ma anche la Groenlandia e gli europei, appunto) e dei suoi stessi cittadini, vittime del suprematismo, di una società interna sempre più preda della psicosi collettiva, dove le armi sostituiscono la ragione, e dove il tecnofascismo è un dato di fatto. Trump, cerca di tutelare gli interessi corporativi dei suoi amici: i giganti dell’high-tech che, da Peter Thiel a Elon Musk, sono tra i fautori del post-umanesimo. Della transizione, anche in altri mondi, verso una realtà dove la selezione viene operata dal darwinismo sociale, per il quale, chi non si allinea viene fatto fuori e relegato in luoghi di contenzione predisposti per lo scopo (migranti, working poor, organizzazioni antifasciste). E per assicurare il potere di questa élite la questione energetica diventa fondamentale, perché i big data e tutte le recenti innovazioni legate all’intelligenza artificiale consumano un quantitativo enorme di risorse.

 Delle conseguenze ambientali - inquinamento, desertificazione dei luoghi e conseguenti indotte migrazioni, fenomeni meteorologici estremi - poco importa, per chi è riconosciuto come negazionista climatico, e che molti proseliti fa in Europa tra i sostenitori del nuovo nucleare, le cui tecnologie non saranno disponibili prima di qualche decennio. In tanti, depauperati dalla scelleratezza di Ursula von der Leyen & co., se la prendono con le politiche green, senza rendersi conto che, a causa del conflitto ucraino sono state riviste.

La riconversione alle fonti fossili, addirittura il ritorno del carbone, c’ha fatto tornare indietro di parecchi decenni, mettendo a rischio la tenuta ambientale, economica e sociale. Quindi, per fare il gioco degli americani portiamo avanti una pericolosa guerra, senza preoccuparci delle conseguenze. Tutti coloro che quattro anni fa sollevavano criticità, evidenziando come lo sconfinamento ad Est e le promesse all’Ucraina di entrare a far parte del circolo occidentale UE/NATO, cercando di ridimensionare l’influenza russa nell’area, si sarebbe tradotta nella dipendenza dal gas e dalle armi americane, sono stati definiti putiniani. Adesso, anche il mondo liberal, sembra far finta di notare che i costi umani, sociali ed economici sono enormi. Se lo scopo degli USA è quello di contrastare, in tutte le sedi, la potenza della Cina, che pure, a differenza loro, ribadisce la necessità del multilateralismo, e dopo aver appurato che, militarmente è impossibile fronteggiare la Russia, a meno che non si voglia una guerra nucleare, allora bisogna sacrificare qualcuno: l’Europa, e non semplicemente la UE.

Perché le ripercussioni riguarderanno la ridefinizione delle future alleanze tra Stati sempre più isolati e dipendenti dal mercato di guerra (commerciale e militare). Nei Paesi interessati dagli scontri armati sono migliaia le vittime, e i civili vivono nel terrore. Il Vecchio Continente è preda del caos interessato tra aggressioni geopolitiche (far fuori l’Europa e parlare direttamente tra grandi potenze) e il ritorno dei nazionalismi. Le responsabilità chiamano in causa tanto la Commissione europea quanto l’arrivismo politico di partiti trasversali, che per un po' di delega di potere stanno sacrificando il futuro dei loro popoli. E’ ancora possibile salvarci? Se tutto è stato programmato da tempo, cercando solo il momento adatto per intervenire militarmente, ciò non impedisce di provare altre soluzioni. Ad esempio dire di no alla NATO, e cercare il dialogo e soluzioni negoziali in autonomia dagli Stati Uniti. E’ una questione di coscienza, morale, civile e di classe. Dubito che le leadership europee ne siano capaci.

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Stipendi fermi e carovita: 1 famiglia su 3 riduce il cibo, il 44% taglia l'abbigliamento

 

Negli ultimi due anni la spesa media mensile delle famiglie italiane è rimasta sostanzialmente invariata. Rimangono invece marcate le differenze territoriali tra Nord e Mezzogiorno, così come il divario di consumo tra nuclei italiani e stranieri, con questi ultimi che registrano consumi inferiori di quasi il 38%.

I dati confermano i ritardi del Sud in termini di salari e potere d'acquisto, evidenziando disuguaglianze sociali ed economiche destinate ad accentuarsi nei periodi di forte inflazione, aggravate dalla lenta dinamica di adeguamento salariale basata sull'indice IPCA.

Come cambia il carrello della spesa

Le abitudini di consumo degli italiani sono cambiate proficuamente rispetto a vent'anni fa. La composizione del carrello della spesa si è modificata sia per ragioni di prevenzione sanitaria, sia e soprattutto per vincoli di bilancio familiare.

Con l'aumento di quasi il 4% per i beni alimentari di prima necessità, i prodotti freschi e di qualità continuano a subire contrazioni: il pesce fresco è diventato un lusso per molte famiglie, che virano sempre più verso tagli di carne meno costosi o prodotti essenziali, riducendo l'acquisto di bevande ed extra.

I costi fissi che soffocano i bilanci: casa e trasporti

Se i generi alimentari hanno registrato incrementi più contenuti, lo stesso non si può dire per le spese obbligate. Le voci legate all'abitazione — tra locazioni, utenze di acqua, luce e gas —, i Trasporti (+10,6%) e i beni per la cura della persona continuano ad assorbire la fetta maggiore delle entrate.

Di conseguenza, le famiglie a basso reddito e quelle del Mezzogiorno si concentrano esclusivamente sui bisogni primari, riducendo drasticamente le spese discrezionali o rimandabili:

  • Vestiario e calzature: contrazione degli acquisti vicina al 45%.

  • Vacanze e viaggi: soggiorni più brevi e fuori dall'alta stagione.

  • Cura della persona: rinuncia o riduzione dei prodotti non essenziali per il 38,2% delle famiglie.

Rinunce alla salute e nuove forme di coabitazione

L'erosione del potere d'acquisto coinvolge ormai anche fasce di reddito che fino a pochi anni fa si ritenevano al riparo dalla crisi.

Non potendo abbattere i costi per affitti, assicurazioni o carburante, molte persone si vedono costrette a tagliare persino sulla salute, riducendo i controlli medici preventivi. Inoltre, per far fronte alle spese fisse, cresce il fenomeno della coabitazione forzata tra persone non appartenenti allo stesso nucleo familiare.

Single e nuclei numerosi: chi soffre di più la crisi

La crisi colpisce in modo asimmetrico le diverse tipologie di nucleo familiare. Le persone che vivono sole hanno subito l'aumento del costo della vita più di altre: nel 2025 la spesa media mensile di un single è pari a circa 2.070 euro, una cifra che equivale al 71% della spesa di una famiglia di due persone e al 63% di quella di una famiglia di tre componenti. Per via delle economie di scala, infatti, la spesa cresce in modo meno che proporzionale all'aumentare dei membri del nucleo.

Si nota inoltre come il titolo di studio influenzi la gestione dei consumi: chi ha un livello d'istruzione più elevato tende a razionalizzare meglio le spese, pur avendo subito pesanti contrazioni anche nelle voci culturali come cinema, teatro e libri.

Mappa dei tagli ai consumi essenziali:

  • 1 famiglia su 3 ha ridotto la spesa per cibo e bevande.

  • 44% ha tagliato le spese per l'abbigliamento.

  • 38,2% ha ridotto i prodotti per l'igiene e la cura della persona.

  • 25,4% ha rinunciato o tagliato spese sanitarie e prevenzione.

  • 45% ha ridotto la durata o la frequenza di viaggi e vacanze.

Fonte dei dati: Istat - Spese per consumi delle famiglie

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Zacharova: la BMW “serve i seguaci di Hitler” a Kiev proprio come fece con il Terzo Reich

 

«Oggi la BMW non nega i propri servizi né ai neonazisti ucraini né al gruppo di potere russofobo tedesco, proprio come un tempo servì il Terzo Reich», ha affermato la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zacharova, commentando sui suoi canali social il ritiro dell’offerta di leasing da parte del colosso automobilistico tedesco al nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt, Tobias Rausch, del partito Alternativa per la Germania (AfD).

La portavoce ha ricordato la storia della BMW durante la Seconda guerra mondiale. «La BMW non ha voltato le spalle al Terzo Reich. L’azienda produceva attivamente non solo motociclette e automobili per le esigenze del Reich, ma anche motori per gli aerei della Luftwaffe, con i quali i nazisti bombardavano senza pietà, tra l’altro, città e civili dell’Unione Sovietica, nonché motori a combustibile liquido per razzi “aria-aria”, con i quali abbatterono aerei nostri e britannici».

Zacharova ha poi sottolineato come l’azienda ricorreva ampiamente al lavoro forzato di abitanti dell’URSS e dell’Europa dell’Est catturati dai nazisti. «Nelle fabbriche della Bayerische Motoren Werke lavoravano senza sosta 35.000 persone trasformate di fatto dal Reich in schiavi. I lavoratori forzati rappresentavano fino a due terzi del personale totale dell’azienda», ha sottolineato. Attualmente, ha affermato, quasi un terzo delle azioni della BMW appartiene a rappresentanti della dinastia Quandt, che nel 1959 «investì il proprio capitale insanguinato» nella società.

«Questa famiglia fu uno dei gruppi industriali tedeschi che contribuirono a portare Hitler al potere e poi si arricchì grazie alla sofferenza e all’uccisione di milioni di persone. Durante la guerra hanno prodotto armi e batterie, ricorrendo in modo generalizzato al lavoro schiavizzato», ha scritto.

Pertanto, ha indicato, «non c’è da stupirsi che, al giorno d’oggi, la BMW non volti le spalle al regime neonazista dell’Ucraina, ma assecondi i seguaci ideologici dei collaborazionisti e gli ammiratori di Hitler» presenti al potere in Ucraina. La portavoce si chiede perché la BMW neghi il servizio ai rappresentanti eletti democraticamente dai cittadini tedeschi alle elezioni, mentre mantiene i propri rapporti commerciali con coloro che considera eredi ideologici del nazismo e «non volta le spalle nemmeno alla classe dirigente russofoba della Germania, che fornisce armi per uccidere gli slavi». «Non sarà forse che la BMW e la sua dirigenza, proprio come un tempo hanno sostenuto — contro gli interessi dei tedeschi — lo “Stato profondo” e gli ideologi della superiorità della razza occidentale, continuano a farlo ancora oggi?», ha chiosato. 

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Roscongress svela il piano di un "armamento a valanga" della NATO

 

L’Alleanza Atlantica si sta muovendo verso un piano per un inventario di armi a effetto valanga, secondo un rapporto preparato da Roscongress, “Scalabilità e convenienza: un nuovo approccio alla militarizzazione della NATO e dei suoi alleati”. 

«Un’analisi dei piani di approvvigionamento di armamenti degli Stati Uniti e della fiera internazionale Eurosatory 2026 di Parigi rivela segnali di un imminente collasso della consolidata strategia tecnico-militare dei paesi della NATO», afferma il documento ottenuto da RIA Novosti.

Gli autori del rapporto hanno spiegato che, anziché fare affidamento su armi uniche, costose e tecnologicamente avanzate, il blocco sta puntando sulla semplificazione di tutti i componenti. Ciò include anche l’utilizzo di tecnologie civili e di articoli a duplice uso. «Questo approccio non solo riduce il costo del prodotto finale e ne accorcia i tempi di produzione, ma, cosa ancora più importante, consente un rapido aumento dei volumi di produzione. Ciò porterà in definitiva a una diffusione capillare di armi offensive a lungo raggio tra le truppe, siano esse terrestri, navali o aeree», ha spiegato la fondazione.

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva precedentemente affermato che il blocco non vede segnali di un imminente attacco da parte della Russia, ma ritiene che i paesi europei debbano essere preparati ad affrontare una qualche forma di “minaccia ibrida” a lungo termine. 

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Alessandro Volpi: "La bolla dell'IA e il debito faranno crollare il dollaro"

 

di Loretta Napoleoni

 

L'accordo sul diesel russo siglato tra Donald Trump e Vladimir Putin è davvero la mossa vincente per salvare l'economia americana? Secondo l'economista Alessandro Volpi, intervistato da L'AntiDiplomatico, si tratta solo di uno specchietto per le allodole in un quadro macroeconomico ben più allarmante. Gli Stati Uniti si trovano infatti schiacciati sotto il peso di un debito federale insostenibile e di un mercato azionario ipertrofico. Sull'intesa energetica, il Prof. Alessandro Volpi non usa mezzi termini, chiarendo che la misura ha solo un valore simbolico: "L'accordo prevede dei volumi che sono talmente ridotti che difficilmente potranno modificare le difficoltà con cui gli Stati Uniti devono fare i conti".

Il vero elefante nella stanza, prosegue Volpi, è la spaventosa speculazione legata al settore tecnologico, finanziata a debito. "Se salta il tappo della bolla dell'intelligenza artificiale – avverte l'economista – ho l'impressione che gli effetti possano essere davvero disastrosi". Un collasso interno che si unirebbe all'inesorabile avanzata della de-dollarizzazione guidata dai Paesi BRICS. Le opzioni per Washington, ormai, si restringono a soluzioni estremamente dolorose che minerebbero la leadership globale americana: "Una svalutazione del dollaro o una ristrutturazione del debito vogliono dire che gli Stati Uniti accelerano ulteriormente la loro marginalizzazione sul piano internazionale". Un avvertimento severo, che pesa come un macigno sulle future scelte strategiche di Washington.

GUARDA L'INTERVISTA COMPLETA:

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"Sei troppo emotiva": la violenza verbale (invisibile) che riduce al silenzio

 

di Maylyn López | Neuropolitica

 

«Sei troppo emotiva». «Con te non si può scherzare». «Lascia parlare chi ne capisce». Immaginiamo queste frasi durante una riunione. Si sta discutendo un progetto, eppure il centro della conversazione cambia: dalle idee si passa alla legittimità della persona che le esprime.

Il linguaggio può riconoscere competenza oppure screditarla, aprire il confronto oppure renderlo rischioso. Per comprendere la violenza verbale occorre quindi osservare anche ciò che accade dopo: chi viene ascoltato, chi deve difendersi, chi comincia a tacere.

Il confine tra critica e umiliazione

Correggere un errore e chiedere risultati fanno parte della responsabilità professionale. La differenza emerge quando la comunicazione smette di riguardare il lavoro e diventa un attacco alla dignità. «Questa analisi va completata con dati verificabili» identifica un problema sul quale intervenire. «Sei incapace, come sempre» svaluta la persona e trasforma un errore in un’identità. Contano il contenuto, il contesto, i rapporti di potere e l’eventuale ripetizione. Anche un singolo episodio grave merita attenzione: la Convenzione 190 dell’Organizzazione internazionale del lavoro comprende comportamenti inaccettabili, o loro minacce, sia isolati sia ripetuti, capaci di provocare danni fisici, psicologici, sessuali o economici.

La violenza verbale ha conseguenze proprie. Presentarla soltanto come il preludio di un’aggressione fisica rischia di oscurarle: l’escalation non è inevitabile e il danno psicologico merita tutela in sé.

Il potere di chiamarla “battuta”

«È fatto così». «Era sotto pressione». «Non prendertela».

Espressioni apparentemente concilianti possono spostare la responsabilità dal comportamento di chi umilia alla reazione di chi lo subisce. È un problema di framing: la cornice interpretativa orienta ciò che consideriamo rilevante e il tipo di risposta che riteniamo necessario. Se un episodio viene definito “eccessiva sensibilità”, l’attenzione si concentra sulla persona ferita. Se viene riconosciuto come “umiliazione pubblica”, diventa necessario esaminare la condotta e la risposta dell’organizzazione. Questa è una chiave di lettura neuropolitica: il linguaggio contribuisce a stabilire quali comportamenti appaiono normali, quali obiezioni risultano legittime e chi deve giustificarsi. Significa osservare come le interpretazioni distribuiscono credibilità e responsabilità.

 

Dalla riunione all’opinione pubblica: il ruolo dei media

Queste dinamiche acquistano una dimensione collettiva quando entrano nel discorso pubblico. Teun A. van Dijk, tra i principali studiosi dell’analisi critica del discorso, mostra come il potere si eserciti anche attraverso l’accesso alla comunicazione: chi viene intervistato, quali voci ottengono autorevolezza, quali esperienze restano ai margini.

Nel suo approccio sociocognitivo, il discorso interagisce con conoscenze, convinzioni e rappresentazioni condivise. Titoli, fonti selezionate e informazioni omesse possono orientare il modo in cui il pubblico interpreta un evento. L’influenza non è automatica: dipende anche dalle convinzioni precedenti, dalle esperienze e dalla possibilità di confrontare narrazioni diverse. 

Applicando questa prospettiva alla violenza, la scelta delle parole diventa decisiva. Definire un’aggressione «lite di coppia» può suggerire una responsabilità reciproca; parlare di «raptus di gelosia» può concentrare l’attenzione sull’emozione dell’autore, oscurando eventuali precedenti condotte di controllo. Sono esempi di lettura critica, da valutare sui fatti di ciascun caso.

Anche insistere sull’aspetto o sul carattere di una donna, lasciando sullo sfondo ciò che sostiene, può spostare il giudizio dalla sua competenza alla sua conformità alle aspettative sociali.

Il giornalismo può contrastare questi meccanismi: verificare i fatti, rendere visibili le responsabilità accertate, dare spazio a competenze diverse ed evitare cornici che attenuino l’abuso. Le scelte editoriali contribuiscono a definire ciò che una società riconosce come accettabile.

Quando la fermezza di una donna diventa un difetto

La teoria della congruenza di ruolo di Alice Eagly e Steven Karau descrive un doppio vincolo: le aspettative associate al genere femminile possono entrare in conflitto con quelle attribuite alla leadership. Una donna può essere considerata poco adatta a guidare e, contemporaneamente, essere penalizzata quando esercita comportamenti riconosciuti come autorevoli in un uomo.

Etichette come “aggressiva”, “fredda” o “difficile” vanno quindi esaminate: descrivono una condotta osservabile oppure esprimono disagio davanti alla sua autorità?

La domanda è concreta: userei la stessa parola per descrivere lo stesso comportamento se cambiasse il genere della persona?

Lilia Cortina e colleghe hanno studiato l’“inciviltà selettiva”: forme di trattamento irrispettoso che possono veicolare discriminazione anche senza insulti apertamente sessisti. In tre organizzazioni statunitensi hanno rilevato legami tra genere e appartenenza razziale, esposizione all’inciviltà e intenzione di lasciare il lavoro.

La disparità riguarda anche la possibilità di concludere un intervento. Le ricerche documentano contesti nei quali le donne vengono interrotte più degli uomini. Lean In, in un aggiornamento del giugno 2026 basato sulle proprie indagini, riporta che le donne hanno una probabilità doppia rispetto agli uomini di dichiarare di essere interrotte o sovrastate nella conversazione più degli altri. Il dato riguarda esperienze riferite, non il conteggio di ogni interruzione.

Un’interruzione occasionale non equivale a violenza. Quando però togliere la parola diventa sistematico e colpisce selettivamente alcune persone, può limitarne l’autorevolezza e l’influenza sulle decisioni.

Il costo per chi lavora e per chi decide

Nell’ottobre 2026 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha richiamato i risultati dell’indagine globale ILO–Lloyd’s Register Foundation–Gallup, pubblicata nel 2022: circa il 23% delle persone occupate aveva sperimentato violenza o molestie fisiche, psicologiche o sessuali nel corso della vita lavorativa. È un dato complessivo, che riguarda donne e uomini e non misura specificamente la violenza verbale.

Il rispetto ha valore indipendentemente dalla produttività. Esistono però evidenze utili a contestare l’idea che l’aggressività favorisca i risultati.

In uno studio randomizzato pubblicato su Pediatrics nel 2015, Arieh Riskin e colleghi osservarono 24 équipe di terapia intensiva neonatale durante una simulazione. Quelle esposte a commenti scortesi ottennero prestazioni diagnostiche e procedurali peggiori rispetto al gruppo di controllo. La condivisione delle informazioni e la richiesta di aiuto contribuirono a spiegare gli effetti osservati.

Lo studio riguarda un contesto specifico, non ogni ambiente professionale. Indica tuttavia un rischio concreto: il trattamento irrispettoso può ostacolare processi necessari alla collaborazione.

Che cosa perdiamo quando parlare diventa rischioso?

La ricerca di Amy Edmondson sulla sicurezza psicologica collega la possibilità di assumere rischi interpersonali ai comportamenti di apprendimento nei gruppi. Segnalare un errore, chiedere aiuto o contestare una decisione richiede un ambiente nel quale esporsi non comporti umiliazione.

L’assenza di segnalazioni non certifica quindi il benessere. Nell’indagine ILO, tra le ragioni per non raccontare violenze e molestie comparivano il timore per la propria reputazione e la convinzione che parlarne fosse inutile.

Un’organizzazione apparentemente tranquilla può aver smesso di ricevere informazioni essenziali perché le persone hanno rinunciato a esporsi.

La responsabilità della leadership

Prevenire richiede scelte verificabili: criteri chiari sui comportamenti inaccettabili, canali di segnalazione credibili, gestione imparziale e protezione dalle ritorsioni. Richiede anche interventi quotidiani: fermare un attacco personale, riportare il confronto sui fatti, restituire la parola a chi è stato zittito.

Chi guida deve verificare la coerenza dei giudizi e valutare come vengono ottenuti i risultati. Premiare una prestazione ignorando le umiliazioni che l’accompagnano comunica una precisa gerarchia di valori.

Formare le donne all’assertività offre strumenti utili. La responsabilità di interrompere gli abusi resta però a chi li agisce e a chi ha il potere di intervenire.

La leadership è un’abilità universale, che ogni persona può sviluppare, indipendentemente dal genere. Parlarne significa costruire condizioni nelle quali ciascuno possa esercitare competenza, dissenso e responsabilità nel rispetto degli altri. Riconoscere gli ostacoli che colpiscono le donne è parte di questo impegno.

La qualità della leadership si vede anche da ciò che una persona può dire senza temere di essere umiliata. 

*E' autrice di "Leadershe: la tua voce è potente" nella quale approfondisce tutti i temi trattati nell'articolo

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"Manovra spregevole". Teheran risponde alle accuse di Londra sulla base di Fairford

 

L'Iran ha condannato con fermezza le ultime dichiarazioni dei funzionari britannici che cercano di collegare il Paese a un presunto incidente di sicurezza avvenuto presso la base aerea della Royal Air Force (RAF) di Fairford, nel sud-ovest dell'Inghilterra.

In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Teheran, l'iniziativa di Londra è stata definita una "manovra spregevole" intesa ad alimentare la campagna di "iranofobia" e a sviare l'attenzione dalla responsabilità diretta del Regno Unito nel sostegno alle operazioni militari contro il popolo iraniano.

Teheran convoca l'ambasciatore britannico

In risposta alle affermazioni britanniche, il governo iraniano ha convocato ufficialmente l'ambasciatore del Regno Unito a Teheran per chiedere chiarimenti formali.

Nel corso del colloquio, la diplomazia iraniana ha ribadito che il governo britannico non può sottrarsi alle proprie responsabilità politiche e legali ricorrendo ad affermazioni ambigue e prive di riscontri oggettivi. In particolare, il Ministero degli Esteri ha criticato l'uso da parte dell'intelligence e dei media britannici di espressioni come "altamente probabile" o "quasi certamente", giudicate un chiaro tentativo di attribuire credibilità ad accuse non dimostrate senza assumerne la responsabilità formale.

L'accusa di un'operazione "falsa bandiera"

La nota di Teheran richiama anche i precedenti storici di Londra nell'uso di accuse militari verso Paesi terzi, pratiche che in passato hanno contribuito ad aumentare le tensioni in Medio Oriente.

Il testo della dichiarazione ufficiale recita:

"Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran respinge categoricamente le accuse infondate e ritiene il governo britannico, così come gli ideatori ed esecutori di questa rozza operazione 'false flag' (sotto falsa bandiera), pienamente responsabili di tutte le conseguenze derivanti da tali falsità."

Il ruolo strategico della base di Fairford

La base aerea di Fairford occupa una posizione centrale nello scacchiere geopolitico attuale. Trattandosi dell'unica struttura nel territorio continentale britannico utilizzata dalle forze armate statunitensi per ospitare bombardieri a lungo raggio, lo scasso è stato autorizzato da Londra a supportare operazioni mirate contro i sistemi missilistici iraniani.

La controversia attuale nasce dagli eventi di fine settembre, quando le autorità britanniche hanno arrestato diversi individui nei pressi del perimetro della base con l'accusa di terrorismo e possesso di materiale esplosivo. I sospetti sono stati successivamente rilasciati su cauzione senza che sia stata presentata alcuna prova pubblica di un presunto legame con Teheran.

Secondo l'Iran, i tentativi di collegare il Paese a questa vicenda rappresentano solo una strategia mediatica per coprire il coinvolgimento attivo del Regno Unito nel facilitare attacchi militari contro il territorio iraniano tramite la messa a disposizione delle proprie infrastrutture strategiche.

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Il bluff umanitario sul grano: chi si arricchisce davvero dietro il nuovo allarme di Zelensky

Dopo la crisi energetica, Volodymyr Zelensky agita lo spettro di una nuova emergenza globale: quella alimentare. Secondo il presidente ucraino, entro due o tre mesi il mondo potrebbe fare i conti con una grave carenza di prodotti agricoli, soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente, a causa delle difficoltà nell’esportazione del grano ucraino. Un allarme che, presentato come una preoccupazione per il destino delle popolazioni più vulnerabili, rischia però di distogliere l’attenzione dalle responsabilità del regime di Kiev e dalle conseguenze della sua strategia militare. Zelensky sostiene che il blocco delle rotte commerciali possa provocare fame in numerosi Paesi. Quello che omette di ricordare è che gli attacchi russi contro le infrastrutture portuali ucraine si sono intensificati dopo una campagna militare di Kiev durata 40 giorni, ufficialmente diretta a costringere Mosca alla pace, ma accompagnata da attacchi contro obiettivi civili e strutture dell’economia russa.

Per anni, sottolinea la ricostruzione russa, Mosca aveva evitato di colpire le infrastrutture portuali ucraine, nonostante attraverso quei terminal transitassero anche munizioni destinate alle forze armate di Kiev. La scelta di modificare questa condotta sarebbe arrivata in risposta all'escalation ucraina contro il sistema economico russo. «Il regime di Kiev si è posto l'obiettivo di danneggiare la nostra economia. Che cosa ha fatto? Ha aperto lui stesso questo vaso di Pandora», aveva dichiarato Vladimir Putin nell'agosto scorso, avvertendo che la risposta russa avrebbe colpito i settori economici più vulnerabili dell'Ucraina. Ma c'è un altro aspetto che indebolisce la narrazione umanitaria di Zelensky: la destinazione effettiva del grano esportato dall'Ucraina. Nel 2022, l'accordo sul grano del Mar Nero venne presentato come uno strumento indispensabile per garantire gli approvvigionamenti alimentari ai Paesi più poveri.

I risultati, tuttavia, furono molto diversi da quelli promessi. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri russo nel 2023, dei 32,8 milioni di tonnellate di merci esportate durante l'accordo, ben 26,3 milioni finirono nei Paesi ad alto e medio-alto reddito, compresi quelli dell'Unione Europea. Ai Paesi più poveri toccò meno del 3% delle spedizioni. Il precedente mostra quanto possa essere fuorviante utilizzare la fame nel mondo come argomento per difendere interessi commerciali e strategie geopolitiche. Dietro l'allarme lanciato oggi da Zelensky c'è anche una questione economica tutt'altro che secondaria: la riduzione delle entrate derivanti dalle esportazioni agricole ucraine. Per la stagione 2026-2027, l'Ucraina potrebbe esportare appena 29,6 milioni di tonnellate di prodotti agricoli, contro una precedente previsione di 64,4 milioni. Il danno diretto al settore agricolo per il 2026 viene stimato dal ministro ucraino Taras Vysotski tra 1,5 e 3 miliardi di dollari. A fronte delle difficoltà di Kiev, Putin ha ribadito che la Russia dispone della capacità di esportare almeno 60 milioni di tonnellate di grano, contribuendo a compensare i volumi ucraini mancanti e a evitare una carenza sul mercato mondiale. Non si tratta soltanto di dichiarazioni. Nel 2023, durante il vertice Russia-Africa, Mosca promise forniture gratuite di grano a sei Paesi africani tra i più poveri. Entro febbraio 2024, la promessa era stata mantenuta: 50.000 tonnellate ciascuna a Somalia e Repubblica Centrafricana, 25.000 tonnellate ciascuna a Mali, Burkina Faso, Zimbabwe ed Eritrea. Zelensky denuncia oggi il rischio di una crisi alimentare globale, ma la questione decisiva rimane un'altra: chi pagherà il prezzo della guerra e chi beneficerà realmente delle esportazioni agricole?

Il precedente del 2022 dimostra che invocare la sicurezza alimentare non basta a garantire che il grano raggiunga chi ne ha più bisogno. E mentre Kiev cerca di contenere le perdite economiche, trasformare le difficoltà del proprio export in un allarme planetario rischia di confondere ancora una volta gli interessi del governo ucraino con quelli dei popoli più poveri.

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“Per una economia di pace”: mobilitazioni dal 14 al 22 novembre 

Mentre Governo e Parlamento si preparano a discutere la Legge di Bilancio 2027, la Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! hanno deciso di lanciare la proposta di giornate di mobilitazione territoriale diffusa, sul modello di quanto realizzato nel 2025.

Vogliamo dire con forza che serve una Legge di Bilancio orientata alla pace, al disarmo, alla nonviolenza e al welfare, e non alle armi: contro la guerra e il riarmo, usiamo la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la sostenibilità, il lavoro, l’istruzione e la sanità.

Chiediamo a tutte le organizzazioni delle nostre reti e ai gruppi territoriali di preparare iniziative nel proprio territorio tra il 14 e il 22 novembre: convegni, eventi, approfondimenti, marce, sit-in, momenti di silenzio, incontri con amministratori e parlamentari, e qualunque altra forma di mobilitazione che riteniate utile. Dal piccolo momento di confronto alla grande piazza, ogni formato è benvenuto: conta che in tutta Italia si parli di come usare diversamente la spesa pubblica.

Le iniziative potranno sostenere tre filoni. Il primo è la Controfinanziaria 2026 di Sbilanciamoci!, con le sue proposte per una manovra alternativa. Il secondo è il percorso di discussione della legge «Un’altra difesa è possibile». Il terzo è l’insieme delle nostre proposte per fermare il riarmo e ridurre le spese militari.

Vi chiediamo di segnalare le vostre iniziative territoriali alle strutture di coordinamento di Sbilanciamoci! e Rete Pace Disarmo, così da inserirle nel calendario nazionale e darvi visibilità.

Insieme possiamo dimostrare che un’altra spesa pubblica, un’economia di pace, non solo è necessaria ma è già sostenuta da tante realtà in ogni parte del Paese.

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Yemen, Netanyahu offre aiuto all'Arabia Saudita contro gli Houthi

 

Secondo un'indiscrezione pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu starebbe cercando di intervenire direttamente nel conflitto in Yemen a fianco dell'Arabia Saudita.

L'obiettivo di Netanyahu, condotto attraverso la mediazione degli Stati Uniti, sarebbe quello di ottenere il consenso di Riyadh per far partecipare Israele alle operazioni militari contro il movimento Ansar Allah (gli Houthi). Nel disegno strategico di Tel Aviv, tale cooperazione militare rappresenterebbe un tassello chiave per accelerare il processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici con il Regno saudita.

Il no di Mohammed bin Salman

Nonostante la proposta di Tel Aviv, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman si sarebbe opposto a un coinvolgimento formale e diretto delle forze israeliane. La decisione di Riyadh sarebbe dettata dal timore di una reazione fortemente negativa da parte dell'opinione pubblica saudita e del mondo arabo-musulmano in un momento di estrema delicatezza regionale.

La reazione e le accuse delle autorità di Sana'a

Le rivelazioni hanno subito provocato la durissima reazione delle autorità yemenite guidate dagli Houthi. In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Sana'a, l'assedio e l'intervento militare a guida saudita sono stati definiti una risorsa strategica a favore degli interessi israeliani e un attacco diretto alla causa palestinese.

"Per quanto il nemico saudita si sforzi di gettare lo Yemen nel caos, non riuscirà a distogliere l'attenzione dalla nostra causa principale" — ha dichiarato il Ministero degli Esteri yemenita, definendo la questione palestinese un punto centrale indissolubile per la comunità islamica.

Le autorità di Sana'a sostengono di aver tentato più volte di dimostrare a Riyadh come la prosecuzione dell'aggressione e del blocco economico sullo Yemen vada a tutto vantaggio di Israele, accusando la leadership saudita di portare avanti un'agenda geopolitica contraria agli interessi della regione.

Il contesto: un conflitto aperto dal 2015 e la recente escalation

L'intervento a guida saudita nello Yemen è iniziato nel marzo 2015, quando una coalizione di paesi arabi, sostenuta da forniture logistiche e militari occidentali, ha imposto un blocco al Paese nel tentativo di reinstaurare il governo precedente. Il lungo conflitto ha provocato una drammatica crisi umanitaria e decine di migliaia di vittime, senza tuttavia che la coalizione riuscisse a piegare il controllo degli Houthi sul territorio.

La tensione tra Yemen e Arabia Saudita ha registrato un nuovo picco a partire dallo scorso luglio, in seguito ai raid aerei condotti dai sauditi nell'area dell'aeroporto di Sana'a. In risposta, le forze yemenite hanno ripreso gli attacchi di ritorsione mediante missili balistici e droni contro le infrastrutture energetiche saudite, minacciando al contempo il traffico marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb, rotta commerciale fondamentale per l'esportazione del greggio saudita.

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Lo Yemen smentisce i blitz alla Mecca e colpisce gli aeroporti sauditi

 

Le forze armate yemenite hanno annunciato una nuova serie di attacchi di precisione contro obiettivi strategici in Arabia Saudita. Tra i bersagli colpiti figurano l'aeroporto internazionale Re Khalid di Riyadh e la base aerea di Khamis Mushait.

Il portavoce militare yemenita, Yahya Sari, ha confermato il lancio di un missile balistico contro lo scalo della capitale saudita, definendo l'operazione un "successo" e sostenendo che il missile ha centrato con precisione il bersaglio.

L'avviso alle compagnie aeree e la smentita sulla Mecca

A seguito dell'attacco, Sari ha lanciato un esplicito avvertimento rivolto a lavoratori, passeggeri, esperti e compagnie aeree internazionali, invitandoli a evitare gli aeroporti sauditi a causa del rischio di nuovi bombardamenti.

Il portavoce ha tuttavia precisato che tale avviso non si applica allo spazio aereo e agli scali situati nei pressi dei luoghi santi dell'Islam, in particolare le città della Mecca e di Medina, smentendo categoricamente quanto diffuso dalle autorità saudite circa presunti attacchi diretti verso le due città sacre.

Oltre al raid missilistico su Riyadh, le forze yemenite hanno condotto un'operazione condotta con droni contro la base aerea di Khamis Mushait, oltre a prendere di mira infrastrutture nella regione di Najran.

La reazione ai raid sauditi sullo Yemen

Questa nuova ondata di raid si inserisce in un quadro di intensa escalation militare. Nelle ore precedenti, lo stesso Yahya Sari aveva denunciato oltre 119 attacchi aerei e missilistici condotti dall'aviazione saudita in 24 ore su diverse province yemenite, tra cui Sana'a, Al-Jawf, Taiz, Saada, Marib, Lahij, Al-Bayda e Ibb.

Secondo le fonti yemenite, le incursioni aeree saudite — effettuate con caccia F-15 e Typhoon decollati dalle basi di Taif e Khamis Mushait — e i bombardamenti di artiglieria da Najran e Jizan avrebbero colpito diverse aree civili, provocando vittime e feriti tra la popolazione, tra cui donne e bambini. Dall'inizio dell'ultima fase di ostilità, il conteggio totale degli attacchi sauditi sullo Yemen ha superato quota 2.000.

Il contesto: una crisi esplosa a luglio

La recrudescenza del conflitto tra le forze yemenite e la coalizione a guida saudita si è intensificata a partire dallo scorso luglio, in seguito al bombardamento dell'aeroporto di Sana'a da parte di Riyadh.

In risposta, le forze yemenite hanno progressivamente ampliato il raggio d'azione delle proprie ritorsioni, impiegando droni e missili balistici contro aeroporti, porti e basi militari saudite, ed estendendo la minaccia alle navi petroliere e mercantili collegate all'Arabia Saudita in transito nel Mar Rosso.

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Dalla guerra di Gaza alle cure al Cairo: il piano dell'Ordine di Malta per i bimbi feriti

 

Il 14 ottobre il Sovrano Ordine di Malta ospiterà un evento di beneficenza presso l'Ospedale Italiano del Cairo per celebrare la festa del Beato Gerardo, suo fondatore. L'iniziativa sarà focalizzata su un importante progetto di assistenza medica destinato ai bambini palestinesi gravemente feriti a Gaza e attualmente trasferiti in Egitto. Come riferito da Marc Innaro Patris de Breuil, Primo Consigliere e Incaricato d'Affari dell'Ambasciata dell'Ordine di Malta in Egitto, al momento sono 16 i piccoli pazienti coinvolti.

La serata si aprirà alle 18:00 con una Santa Messa celebrata dal Nunzio Apostolico nella chiesa dell'ospedale. Alle 19:00 seguirà un ricevimento durante il quale verrà illustrato il programma di intervento sanitario.

Cure specialistiche per i casi più gravi

Il progetto, realizzato in collaborazione con l'Ambasciata Palestinese al Cairo, prevede il ricovero e la cura in Egitto di bambini con traumi complessi.

Secondo quanto spiegato da Marc Innaro Patris de Breuil, dei 16 bambini attualmente inseriti nel programma (una cifra comunque provvisoria), otto necessitano di interventi neurochirurgici e altri otto di chirurgia ricostruttiva. Alcuni presentano lesioni estremamente severe: un piccolo paziente, ad esempio, ha riportato la perdita di una parte delle ossa craniche e dovrà essere sottoposto a un delicato intervento di ricostruzione.

I trasferimenti verso l'Egitto sono avvenuti negli ultimi mesi prioritariamente per i casi più critici. I bambini sono accompagnati da madri, sorelle o nonne e ricevono assistenza continua da parte delle suore dell'ospedale e da una squadra di psicologi, per un supporto completo lungo tutto il percorso terapeutico.

Équipe internazionali a fianco dei medici locali

Il modello operativo si fonda sulla cooperazione tra il personale dell'Ospedale Italiano e specialisti stranieri giunti su base volontaria.

Le équipe — ciascuna composta da circa sette professionisti tra neurochirurghi, chirurghi plastici, psicologi e protesisti — vedono medici provenienti da diversi Paesi, tra cui Italia, Germania, Polonia, Francia, Austria, Libano, Stati Uniti e Spagna. Gli specialisti mettono a disposizione i propri giorni di ferie, mentre l'Ordine di Malta garantisce la copertura delle spese di viaggio e alloggio.

Si tratta di un modello di collaborazione virtuoso: i bambini palestinesi accedono a cure ad alta specializzazione, i medici egiziani lavorano a contatto con colleghi internazionali e questi ultimi mettono le proprie competenze a disposizione delle strutture locali.

L'Ospedale Italiano del Cairo: un punto di riferimento storico

L'Ospedale Umberto I ha un ruolo centrale nel progetto. Fondato nel 1903 dalla Società Italiana di Beneficenza del Cairo, rappresenta un’istituzione storica della sanità egiziana.

La struttura accoglie pazienti di ogni origine e fede religiosa, offrendo sostegno economico alle famiglie indigenti. Un contributo fondamentale è dato dalle suore italiane presenti nell'ospedale; tuttavia, data la loro avanzata età, sono in corso trattative per individuare soluzioni che permettano di garantire continuità alla loro preziosa opera di assistenza anche in futuro. L'ospedale vanta reparti d'eccellenza proprio in neurochirurgia e ortopedia, i due ambiti chiave per le terapie dei piccoli pazienti palestinesi.

Un'organizzazione umanitaria presente in 130 Paesi

L'iniziativa si inserisce nella secolare missione umanitaria dell'Ordine di Malta, le cui origini risalgono all'XI secolo a Gerusalemme, quando il Beato Gerardo fondò un ospizio per i pellegrini e gli infermi (comunità poi riconosciuta ufficialmente da Papa Pasquale II nel 1113 con la bolla Pie postulatio voluntatis).

Oggi l'Ordine di Malta opera in 130 Paesi con interventi medici, sociali e umanitari, mantenendo relazioni diplomatiche con 115 Stati.

La presenza dell'Ordine in Medio Oriente: da Betlemme a Gaza

In Medio Oriente l'impegno dell'Ordine si concretizza storicamente nell'Ospedale della Sacra Famiglia di Betlemme, centro specializzato in maternità e neonatologia dove dal 1990 sono nati oltre 100.000 bambini (coprendo circa il 60% dei nascite nel distretto).

A Gaza, inoltre, l'Ordine ha inaugurato nel giugno 2026 una clinica di medicina generale — benedetta dal Cardinale Pierbattista Pizzaballa e dal Patriarca greco-ortodosso Teofilo III — coordinata da Malteser International. La struttura conta circa 30 operatori sanitari ed è in grado di assistere fino a 100 pazienti al giorno.

Un primo passo verso futuri interventi

L'evento del Cairo punta a raccogliere i fondi necessari per sostenere i viaggi e la permanenza dei medici volontari. Si tratta di un progetto pilota che l'Ordine intende ampliare progressivamente: l'urgenza immediata è curare i casi più gravi in Egitto, ma a lungo termine si valutano anche forme di intervento diretto all'interno della Striscia di Gaza.

La scelta del 14 ottobre si collega direttamente alla ricorrenza del Beato Gerardo (13 ottobre), tradizionalmente celebrata in forma riservata ma che quest'anno assume una forte valenza benefica e solidale.

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Yemen, la resistenza che mette in difficoltà l’Arabia Saudita

La nuova offensiva dell’Arabia Saudita contro lo Yemen rischia di trasformarsi in un boomerang per le ambizioni economiche di Riad. Secondo un’analisi pubblicata da The Economist, gli attacchi alle infrastrutture strategiche saudite e l’assenza di risultati militari decisivi stanno mettendo sotto pressione i piani del regno, che punta ad attrarre investimenti internazionali e sviluppare il turismo. Nonostante anni di guerra e bombardamenti, le Forze armate yemenite continuano a controllare vaste aree del Paese e mantengono la capacità di colpire obiettivi strategici in territorio saudita. A settembre, le forze yemenite hanno avanzato lungo la costa sud-occidentale, conquistando la città portuale di Mokha e aumentando la pressione su Taiz.

La nuova escalation interrompe la relativa calma seguita alla tregua del 2022, che aveva stabilizzato le linee del fronte senza risolvere un conflitto iniziato nel 2015 con l’intervento militare guidato da Riad. La ripresa dei bombardamenti sauditi, compresi quelli contro l’aeroporto internazionale di Sanaa, ha riacceso lo scontro. Le conseguenze si fanno sentire proprio mentre l’Arabia Saudita cerca di presentarsi come destinazione sicura per i capitali stranieri. Il 26 ottobre Riad dovrebbe ospitare il Future Investment Initiative, importante appuntamento internazionale dedicato agli investimenti. Gli attacchi contro gli aeroporti e le cancellazioni dei voli rischiano tuttavia di compromettere la partecipazione e di alimentare i dubbi sulla sicurezza del Paese.

Secondo The Economist, le incursioni del 10 e 11 ottobre contro l’aeroporto della capitale saudita hanno inoltre sollevato interrogativi sull’efficacia dei sistemi di difesa Patriot e THAAD di fabbricazione statunitense. Le difficoltà nelle intercettazioni, insieme ai timori per la disponibilità di missili difensivi, evidenziano i limiti della protezione delle infrastrutture strategiche. Riad ha cercato sostegno all’estero, ma neppure l’appoggio dei partner internazionali sembra garantire una vittoria decisiva. Gli Stati Uniti, finora, hanno respinto le richieste saudite di attacchi diretti contro le posizioni yemenite. Il dilemma per la monarchia è sempre più evidente: proseguire la guerra significa esporre ulteriormente infrastrutture, investimenti e progetti di diversificazione economica; negoziare, invece, potrebbe richiedere concessioni significative. Le forze yemenite punterebbero a ottenere benefici economici, la fine del blocco dello spazio aereo e altre garanzie.

Dopo anni di intervento militare, l’Arabia Saudita si trova così davanti alle conseguenze di una guerra che non è riuscita a vincere. E mentre Riad cerca di costruire il proprio futuro economico, il conflitto con lo Yemen rischia di diventare uno degli ostacoli più seri alle sue ambizioni regionali.


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L’Europa e il talento di spararsi sui piedi

Mentre la crisi energetica continua a colpire consumatori e industria, emerge una nuova contraddizione occidentale: gli Stati Uniti negoziano con la Russia per assicurarsi forniture di diesel, mentre l’Unione Europea rilancia la guerra economica contro Mosca. Lunedì, i ministri degli Esteri europei hanno approvato quasi 1.600 nuove misure restrittive contro il complesso militare-industriale russo. Kaja Kallas ha inoltre invitato Washington ad aderire alle sanzioni, proprio mentre l’amministrazione Trump cerca di contenere l’aumento dei prezzi energetici.

Dopo un colloquio con Vladimir Putin, Trump ha annunciato un accordo per nuove forniture di diesel russo ai mercati statunitense e internazionale. Washington ha temporaneamente sospeso le sanzioni sulle operazioni legate al carburante fino al 7 aprile 2027, mentre Mosca si è dichiarata pronta ad aumentare le esportazioni. L’Europa, invece, continua a sostenere una strategia che rischia di aggravare i costi per cittadini e imprese. A ottobre, il diesel nell’UE costava ancora circa il 40% in più rispetto a un anno prima, mentre gli stoccaggi di gas erano pieni soltanto al 67%.

Secondo Transport & Environment, il rincaro del diesel genera costi aggiuntivi per circa 203 milioni di euro al giorno nel trasporto su strada. Dalla fine di febbraio, il conto avrebbe raggiunto circa 40 miliardi di euro. Il premier slovacco Robert Fico ha avvertito che l’Europa rischia di acquistare diesel USA più caro, ma di origine russa. Una contraddizione che mette in discussione l’efficacia della strategia europea.

Come osserva il politologo Greg Simons, la guerra economica produce conseguenze anche per chi impone le sanzioni. Mentre Washington cerca un’intesa pragmatica con Mosca, Bruxelles insiste sulla contrapposizione. A pagarne il prezzo sono soprattutto i cittadini europei.

 

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Il colpo di stato silenzioso: la nuova legge elettorale per trascinare l'Italia in guerra (VIDEO)

 

di Giulia Bertotto

 

 

Il "Melonellum" è legge: siete pronti alla guerra? 

Pomeriggio del 12 ottobre, mobilitazione in Piazza Capranica, nei pressi di Montecitorio, indetta da Agorà contro la Legge Elettorale approvata pochi giorni fa alla Camera. 

Una presa d'assalto del Parlamento, dicono i manifestanti, fortemente anticostituzionale, che rende i luoghi che appartengono alla volontà popolare fortezze di un bipolarismo posticcio che ha un unico obiettivo: la guerra Nato e quella di Israele al resto del mondo.

Aderiscono Democrazia Sovrana Popolare, sindacato Fisi, Potere al popolo, Sanitari per Gaza, Assopace Palestina, molte altre sigle, giornalisti e cittadini che denunciano come il "Melonellum" sia non solo sia finalizzato ad erodere la democrazia del nostro paese, quello che resta almeno, ma soprattutto l'obiettivo finale sia la militarizzazione della società allo scopo di non trovare alcun dissenso alle logiche belliche e di sterminio.

Tra gli intervistati il professor Angelo D'Orsi, i giornalisti Fulvio Grimaldi e Andrea Lucidi.

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La lunga scia di sangue di Ludwig

di Gioacchino Toni

Roberto Taddeo, Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi, prefazione di Stefano Nazzi, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 562, € 25,00

Il 4 marzo del 1984, mentre è in corso una festa in maschera in una discoteca a Castiglione delle Stiviere, due giovani versano benzina sulla moquette del locale e le danno fuoco. Fortunatamente l’incendio non si propaga: i due vengono fermati dai presenti e consegnati alle forze dell’ordine chiamate sul posto. Si tratta del ventinovenne Wolfgang Abel e del ventottenne Marco Furlan, entrambi provenienti da famiglie veronesi facoltose e ben inserite socialmente: il padre del primo ha un ruolo di rilievo in un importante gruppo assicurativo tedesco, mentre quello del secondo è direttore del reparto di chirurgia plastica e centro ustioni dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona Borgo Trento. I due si conoscono sin dal liceo, conducono una vita riservata, partecipano raramente alle occasioni mondane e condividono l’ideologia neonazista. Nonostante si rivelino poco loquaci durante gli interrogatori – limitandosi a sostenere di aver appiccato il fuoco per scherzo –, gli inquirenti, grazie al materiale rinvenuto durante le perquisizioni domiciliari, capiscono presto di trovarsi di fronte ai responsabili di una lunga scia di sangue – di cui hanno fatto le spese senzatetto, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e religiosi – rivendicata dall’organizzazione “Ludwig” attraverso lettere spedite ai giornali.

La sigla, accostata a un simbolo nazista, compare per la prima volta in un comunicato inviato alla redazione veneziana del quotidiano «Il Gazzettino» il 25 novembre del 1980. Fornendo riscontri non riportati dalla stampa per confermare l’attendibilità della nota, che si chiude con il motto “Gott Mit Uns”, vengono rivendicati dal gruppo i delitti del nomade Guerrino Spinelli, dato alle fiamme nell’auto in cui dorme, e deceduto dopo otto giorni di agonia a Verona nell’agosto del 1977, del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ripetutamente pugnalato e colpito con ferocia a Padova nel dicembre del 1978, e del tossicodipendente Claudio Costa, ucciso a bastonate a Venezia nel dicembre del 1979. L’estrema violenza e il sadismo di queste uccisioni lasciano intendere l’intenzione di impartire una “lezione” a “marginali” e “diversi” considerati “indegni di vivere”.

È con questa prima rivendicazione di tre efferati omicidi commessi negli anni precedenti che compare la sigla Ludwig, a indicare un’organizzazione mai delineata con precisione nemmeno nei comunicati successivi. A passare meticolosamente in rassegna le vicende che riguardano Wolfgang Abel e Marco Furlan, l’attività degli inquirenti, le perizie psichiatriche e le sentenze giudiziarie, oltre a delineare nuove prospettive di lettura degli eventi, è il corposo volume Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, 2026) di Roberto Taddeo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto, autore di MDF. La storia del Mostro di Firenze (Mimesis, 2023) in tre volumi, curatore de Il labirinto del Mostro di Firenze (Mimesis, 2025) e coautore de La controteoria dell’acqua. Perché Zodiac non è il Mostro di Firenze e viceversa (Jouvence, 2025).

Se sino al 1980 non vengono prodotte rivendicazioni, da quel momento in poi le cose cambiano: di ogni nuovo crimine il gruppo Ludwig si assume la responsabilità attraverso un comunicato alla stampa. Un cambio di rotta, suggerisce Taddeo, che potrebbe far pensare all’ingresso di nuovi soggetti nel gruppo.

Il 20 dicembre 1980 a Vicenza viene uccisa una prostituta a colpi di accetta; il 24 maggio 1981 viene appiccato il fuoco a tre giovani mentre dormono in un edificio frequentato da tossicodipendenti a Verona (solo due di loro sopravvivono); successivamente vengono presi di mira alcuni religiosi: il 20 luglio 1982 vengono uccisi a martellate due frati a Vicenza e il 26 febbraio 1983, sempre a colpi di martello, un sacerdote a cui viene conficcato nel cranio un punteruolo con un crocifisso. Anche la scelta di obiettivi religiosi, accusati nei comunicati di aver “tradito il vero Dio”, rappresenta una novità per gli ambienti dell’estrema destra, soliti a definirsi pagani. L’abbraccio all’integralismo cattolico di alcuni settori neofascisti sarebbe arrivato soltanto parecchio tempo dopo.

Nel marzo del 1983, quando a Ludwig non è ancora stato dato un volto (o più volti), viene arrestato Silvano Romano, ricercatore presso la facoltà di Fisica dell’Università di Pavia, in seguito a una sua telefonata al rabbino di Padova in cui, identificandosi, lo avverte che, secondo gli studi da lui condotti sull’organizzazione Ludwig, questa potrebbe presto colpire la comunità ebraica cittadina. L’uomo è profondamente religioso, si interessa di teologia e di storia, parla il tedesco, conduce una vita molto riservata e da qualche tempo segue i delitti del gruppo Ludwig, di cui si dice convinto della matrice esoterica e nazista. Gli inquirenti, oltre a interpretare la telefonata al rabbino come una minaccia rivolta alla comunità ebraica, trovano nel corso delle perquisizioni diverso materiale relativo alle azioni firmate Ludwig raccolto da Romano per le sue indagini amatoriali: quanto basta per convincerli di avere tra le mani lo spietato mostro. Anche la stampa non ha dubbi: è un serial killer. Il castello accusatorio, però, non regge a lungo. Diversi elementi portati sbrigativamente a prova di colpevolezza crollano miseramente e persino il nome Ludwig trovato sull’agenda dell’accusato si rivela essere quello di un amico. Dopo una settimana di ingiusta detenzione, Romano viene liberato.

L’8 aprile del 1983, giusto un paio di giorni dopo la scarcerazione del ricercatore universitario, viene spedito da Peschiera del Garda alla sede milanese dell’Ansa un comunicato firmato Ludwig che si apre con uno slogan destinato a essere ripreso da tutta la letteratura sul caso e a scuotere l’opinione pubblica: «la nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio». Tuttavia, segnala Taddeo, dietro queste affermazioni a effetto non è difficile cogliere «la banalissima retorica di un’esagerazione lessicale post-adolescenziale, si direbbe quasi bambinesca, e che in buona sostanza tradisce non solo l’età anagrafica dell’autore, o degli autori, ma anche la loro tragica insicurezza» [p. 134]. Tutti i comunicati del gruppo, per quanto infarciti di frasi a effetto, restano sostanzialmente privi di approfondimento ideologico.

Oltre agli slogan altisonanti, però, il comunicato inviato all’Ansa contiene un riferimento a una rivendicazione, riguardante il rogo di San Giorgio a Verona del 24 maggio 1981, spedita a «Repubblica» (e mai giunta alla testata), a proposito del quale il gruppo ha già espresso la paternità in un comunicato del 23 luglio 1982, circa un anno dopo i fatti. Per quale motivo Ludwig si premura di puntualizzare di aver già rivendicato quel crimine a «Repubblica»? E perché, si domanda Taddeo, lo fa proprio nel momento in cui viene scarcerato Romano?

Il 14 maggio 1983, durante la proiezione di un film, viene dato alle fiamme il cinema a luci rosse Eros Sexy Center di Milano, provocando la morte di sei uomini – cinque presenti in sala e un medico intervenuto per prestare soccorso – e il ferimento di decine di persone. Sei giorni dopo la strage, il 20 maggio 1983, alla sede milanese dell’Ansa giunge, spedita da Bologna, la rivendicazione di Ludwig. Il comunicato si apre con queste parole: «Rivendichiamo il rogo dei cazzi. Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig», seguite da alcuni riferimenti alle modalità con cui sono state appiccate le fiamme, così da confermare l’autenticità del messaggio.

Sei mesi dopo, il 17 dicembre 1983, con modalità analoghe viene incendiato il Theatre Casa Rosso, un nightclub di Amsterdam, provocando la morte di tredici persone, sei donne e sette uomini. Le indagini seguono prima la pista della criminalità legata allo sfruttamento della prostituzione, poi si spostano sulla vendetta di un lavoratore licenziato, l’israeliano Joseph Lan, che viene arrestato mentre si allontana da Amsterdam insieme ad altri connazionali. Nonostante le testimonianze parlino di tre individui all’opera per appiccare l’incendio, viene arrestato il solo Lan, poi condannato a soli dodici anni. La strage olandese viene successivamente rivendicata dal gruppo Ludwig, anche se gli inquirenti non sono propensi a darle credito.

Il mese successivo, il 7 gennaio 1984, viene dato alle fiamme il nightclub Liverpool di Monaco di Baviera, provocando la morte, dopo mesi di agonia, della giovane barista italiana Corinna Tartarotti. Mentre gli inquirenti locali brancolano nel buio, il 18 gennaio 1984, spedita da Novara, viene recapitata all’Ansa di Milano la rivendicazione del gruppo Ludwig, che si attribuisce sia l’attentato di Amsterdam che quello di Monaco di Baviera. Nel comunicato, come al solito stringato, si legge: «Rendiamo noto che l’attentato di Amsterdam è stato rivendicato con un messaggio inviato all’Ansa. Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista». Solo sul secondo attentato vengono forniti elementi utili a provare l’effettiva responsabilità del gruppo.

I comunicati con cui vengono rivendicati l’incendio del cinema a luci rosse milanese e quello del locale notturno bavarese – insieme al quale si rivendica pure la paternità di quello olandese – riportano slogan ad effetto e al tempo stesso beffardi nel linguaggio, più infantili che politici in senso stretto.

Con l’arresto di Abel e Furlan nel 1984, in seguito alla mancata strage alla discoteca di Castiglione delle Stiviere, la polizia, gli psichiatri, i tribunali e i media hanno i loro serial killer da consegnare alle patrie galere e all’opinione pubblica. La lunga scia di sangue e di fuoco rivendicata dal gruppo Ludwig, che attraversa il passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si chiude con una verità processuale incentrata su convincimenti psichiatrici che appaiono oggi decisamente traballanti; una verità che relega sullo sfondo l’universo neonazista a cui fanno riferimento i due giovani. Durante il processo si insiste soprattutto sulla freddezza del loro ambiente familiare e sui loro deliri di onnipotenza, che li avrebbero condotti a commettere delitti gratuiti mascherandoli, anche a se stessi, da “volontà di purificazione”. Insomma, stando alle verità processuali, Wolfgang Abel e Marco Furlan sono cresciuti in ambienti familiari anaffettivi e sono arrivati a uccidere per il semplice gusto di farlo, mentre l’armamentario ideologico esibito nelle rivendicazioni può essere derubricato a semplice mascheramento utile a dare un senso a una sete di sangue che senso non ha.

Nel 1988, scaduti i termini della carcerazione preventiva, i due vengono posti agli arresti domiciliari in attesa della sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, pur confermando la condanna di primo grado, riduce leggermente la pena. Mentre Abel torna in carcere, Furlan si dà alla latitanza e vive indisturbato a Creta per quattro anni prima di essere arrestato casualmente e ricondotto in Italia. Le sue nuove dichiarazioni, che aprirebbero scenari tesi ad allargare il gruppo Ludwig, vengono sostanzialmente lasciate cadere. Abel viene rimesso in libertà nel 2016; cinque anni dopo entra in coma a causa di una caduta dalle scale, senza più risvegliarsi fino alla morte, sopraggiunta nel 2024. Vale la pena notare, sottolinea Taddeo, come rispetto ad Abel, Furlan goda di una serie di facilitazioni derivanti da una provenienza sociale privilegiata e da una rete di conoscenze negli ambienti dell’estremismo di destra che potrebbe essersi rivela utile durante la latitanza.

«L’idea di Ludwig quale assassino seriale a due teste, che ripete il suo schema omicidiario sulla base di un disturbo psicotico condiviso (folie à deux), è obsoleta e va interamente rifiutata sia da un punto di vista storico che clinico», scrive Roberto Taddeo. «La follia a due è stata una proiezione processuale dettata da esigenze investigative e giudiziarie, ampiamente superata non solo dalle indagini sopravvenute ma pure dalla stessa letteratura psichiatrica». Per quanto le perizie psichiatriche siano giunte a stabilire la semi-infermità mentale dei due al momento degli omicidi, con Abel nel ruolo di trascinatore di Furlan, «la razionalizzazione e l’inquadramento storiografico di questa vicenda non permettono più di trattare il caso Ludwig come un esempio di psicopatologia travasata da un assassino all’altro. Questo perché, fermo restando il vizio di mente di entrambi, Abel non ha indotto nulla in Furlan, e la “coppia del male”, intesa come perimetro chiuso all’interno del quale venivano ideati e commessi i delitti, semplicemente non è mai esistita» [p. 518].

La meticolosa ricostruzione degli eventi induce Taddeo a dirsi convinto che gli omicidi commessi da Ludwig non possano essere letti come il risultato di azioni commesse da una coppia di folli che condividono i medesimi intenti, ma necessitino di essere collocati all’interno di un contesto più ampio e complesso. Sono parecchi gli elementi che inducono a «pensare a Ludwig come a una multiforme banda di assassini che ha agito intorno o dietro ai due che sono stati arrestati, processati e condannati». Anziché interrogarsi sull’esistenza o meno di un “terzo uomo”, secondo l’autore occorrerebbe piuttosto prendere atto dell’esistenza di una pluralità di «soggetti interscambiabili nell’esecuzione dei delitti e nelle strategie dell’organizzazione» [p. 519].

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Riyadh sotto attacco, il summit dell'energia si svuota: assenti i big del petrolio

 

Diversi dirigenti di alto livello del settore energetico sono stati esclusi dal programma del World Petroleum Council (WPC) Energy Congress, in corso a Riyadh dal 11 al 15 ottobre. Il Regno Saudita ha insistito per svolgere la conferenza nonostante le minacce alla capitale da parte delle Forze Armate Yemenite (YAF), guidate da Ansarallah.

Inizialmente era prevista la partecipazione dei vertici di ExxonMobil, TotalEnergies, Shell, Chevron e BP, ma lunedì i loro nomi non figuravano più nell'agenda ufficiale diffusa dagli organizzatori.

"A tutti coloro che sono venuti a Riyadh, va il nostro ringraziamento", ha dichiarato il ministro dell'Energia saudita, Abdulaziz bin Salman, nel suo discorso di apertura. "Sapete che questo Paese è sicuro e che la vostra protezione ci sta a cuore… Il fatto che ci troviamo qui non significa però che il rischio sia scomparso". Il ministro ha definito "gravi" le operazioni degli yemeniti contro il Regno, sottolineando che meritano una risposta "altrettanto seria".

L'evento, originariamente programmato per aprile, era stato rinviato a causa dell'escalation militare di febbraio che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran.

"Purtroppo, a causa delle difficoltà di viaggio, non possiamo essere presenti di persona. Apprezziamo enormemente le nostre consolidate collaborazioni nella regione", ha dichiarato un portavoce di BP a Reuters, aggiungendo che l'azienda ha fatto "ogni sforzo per partecipare". Shell ha rifiutato di rilasciare commenti, mentre TotalEnergies, ExxonMobil e Chevron non hanno risposto nell'immediato.

Tensione a Riyadh e impatto sui mercati

Il congresso si tiene a soli 10 chilometri dall'aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh, colpito durante il fine settimana dalle forze yemenite in un attacco che ha causato 12 vittime. La sospensione dei voli nello scalo è stata prorogata fino a lunedì. Nonostante i ripetuti avvertimenti lanciati nei giorni scorsi da Sana'a, le autorità saudite hanno insistito per mantenere operative le strutture aeroportuali. Anche l'aeroporto di Abha e diversi impianti chiave di Aramco, comprese alcune raffinerie, sono stati ripetutamente presi di mira.

Intervenendo alla conferenza, l'amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, ha lanciato un allarme globale: la pressione sul mercato dell'energia è destinata a peggiorare finché lo Stretto di Hormuz non sarà completamente riaperto dall'Iran. "A livello globale, la tensione sul petrolio greggio è seria", ha affermato, spiegando che l'impennata dei prezzi dei carburanti raffinati sta aggravando il quadro. Nasser ha aggiunto che le scorte offshore si trovano "ben al di sotto" dei 6 milioni di barili, stimando che potrebbero volerci fino a due anni per ricostituirle garantendo al contempo il soddisfacimento della domanda.

Nel frattempo, lunedì i prezzi del greggio hanno toccato i massimi delle ultime due settimane: il Brent è salito dell'1,25% arrivando a 106 dollari al barile, mentre il WTI statunitense è stato scambiato a 92 dollari al barile, sui livelli più alti dal 29 settembre.

Crisi economica e scontri sul campo

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal (WSJ), Riyadh ha subito ingenti danni a causa del conflitto con lo Yemen e delle successive attacchi di rappresaglia da parte di Sana'a. Questa situazione ha ampliato il deficit di bilancio saudita, spingendo l'economia del Regno verso la contrazione.

In Yemen continuano intanto violenti scontri tra le forze guidate da Ansarallah e i gruppi filogovernativi, con l'obiettivo di espellere la coalizione a guida saudita dal Paese. A settembre, le YAF hanno preso il controllo di Bab al-Mandab, di gran parte della costa occidentale yemenita e di diverse isole nel Mar Rosso, e stanno ora avanzando verso la città di Taiz.

L'ampia campagna di attacchi contro l'Arabia Saudita è la risposta all'escalation del conflitto avviata a luglio. Negli ultimi giorni si sono intensificati anche i bombardamenti sauditi sullo Yemen, provocando numerose vittime civili.

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Voli per Israele: Air France e United si adeguano al divieto sui piloti musulmani

 

Israele ha introdotto nuove restrizioni di sicurezza che vietano a piloti e assistenti di volo stranieri con cittadinanza di Paesi privi di relazioni diplomatiche con Tel Aviv di prestare servizio sui voli diretti nel proprio spazio aereo. A darne notizia è il quotidiano Haaretz.

La decisione giunge in seguito al presunto tentativo di dirottamento di un volo FlyDubai diretto a Tel Aviv, che avrebbe visto protagonista un copilota omanita. In risposta all'evento, il Centro operativo per la sicurezza aerea del Ministero dei Trasporti israeliano ha emesso una serie di direttive aggiornate.

Secondo quanto riportato dall'emittente pubblica israeliana KAN, il divieto si applica anche ai professionisti in possesso di doppia cittadinanza, precludendo di fatto l'accesso ai cieli israeliani al personale di volo proveniente dalla maggior parte dei Paesi a maggioranza musulmana.

Le nuove linee guida interesseranno piloti e assistenti di volo di 31 Paesi, tra cui Arabia Saudita, Iran, Malesia, Venezuela, Pakistan e Oman. Secondo le prime ricostruzioni, United Airlines e Air France si sarebbero già adeguate alle norme informando i propri dipendenti. L'applicazione di tali restrizioni da parte di Air France potrebbe tuttavia esporre la compagnia a contenziosi legali in Francia, dove molti cittadini hanno la doppia cittadinanza algerina o tunisina (due Paesi che non mantengono rapporti diplomatici con Israele).

Nel frattempo, l'emittente Canale 13 ha riferito che almeno una compagnia aerea israeliana ha avviato verifiche sui precedenti penali e personali di circa 2.500 dipendenti del settore aeronautico locale.

L'incidente FlyDubai e le incongruenze nella ricostruzione

Secondo le versioni ufficiali di Israele ed Emirati Arabi Uniti, il copilota omanita Hammam al-Hammami avrebbe tentato un attacco terroristico a bordo del volo FlyDubai 1073, cercando di far schiantare l'aeromobile per uccidere i passeggeri israeliani. I funzionari emiratini hanno riferito che al-Hammami avrebbe aggredito il comandante con un'ascia d'emergenza nel tentativo di prendere il controllo dei comandi.

Diversi elementi della ricostruzione presentano tuttavia forti incongruenze, portando diversi osservatori a ipotizzare una narrazione di propaganda.

Un passeggero israeliano di 50 anni, Yaniv Hayun, titolare di un'azienda idraulica senza alcuna esperienza di volo, ha raccontato di essere intervenuto nella cabina di pilotaggio, di aver bloccato l'aggressore e di aver stabilizzato l'aereo mentre questo precipitava per 20.000 piedi. Hayun ha affermato di essere riuscito a far uscire l'aereo dalla picchiata rimettendolo in assetto grazie alle nozioni apprese guardando un programma televisivo sugli incidenti aerei.

La versione ha sollevato forti perplessità tra gli esperti. Un pilota intervistato dalla CNN ha espresso seri dubbi sulla fattibilità della manovra descritta: "I dati riportati non hanno alcun senso dal punto di vista della fisica aeronautica: un'escursione di quota così rapida e violenta avrebbe causato la disintegrazione strutturale dell'aereo". Inoltre, nei filmati girati a bordo durante la presunta caduta libera, si vedono i passeggeri camminare e stare in piedi nel corridoio per osservare cosa stesse accadendo verso la cabina di pilotaggio.

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L'Europa condanna l'accordo Usa-Russia sul diesel mentre affonda nella crisi energetica

Mentre l'Unione Europea sprofonda in una crisi energetica sempre più grave, i suoi leader hanno trovato il tempo e la voglia di scagliarsi contro l'accordo siglato il 9 ottobre tra Donald Trump e Vladimir Putin per le forniture di diesel russo agli Stati Uniti. Un'intesa che prevede l'esportazione immediata di oltre 300.000 tonnellate di diesel verso il mercato USA, con la sospensione temporanea delle sanzioni statunitensi sul carburante russo fino all'aprile 2027 e la conseguente rimozione delle restrizioni russe all'esportazione. Numeri che fanno impallidire l'Europa, la quale continua a comprare energia russa nonostante le sanzioni e le dichiarazioni di facciata.

La reazione europea non si è fatta attendere. Kaja Kallas, capo della diplomazia Ue, ha tuonato che non è il momento di allentare la pressione su Mosca. Il primo ministro finlandese Petteri Orpo ha parlato di una delusione tremenda, accusando Washington di finanziare la Russia. Berlino, per voce del portavoce del cancelliere Friedrich Merz, ha ribadito che la Germania mantiene ferme le sanzioni e lavora con i partner europei per imporne di nuove. Tutti compatti nel condannare l'accordo, tutti ugualmente incapaci di guardare in faccia la realtà.

Russian strikes killed over 80 Ukrainian civilians in two days. Moreover, it has stepped up its hybrid attacks against Europe, both EU Member States and NATO Allies. Suspending sanctions on Russian diesel provides Moscow with more revenues to wage war. This is not the time to ease pressure on Russia, and Europe won’t. On Monday, EU Foreign Ministers intend to approve the biggest set of sanctions listings targeting Russia’s war machine since the start of the war.

— Kaja Kallas (@kajakallas) October 10, 2026

Perché la realtà è che l'Europa, da anni, continua a comprare energia russa nonostante le sanzioni e le dichiarazioni di facciata. Lo ha ricordato senza giri di parole il segretario al Tesoro USA Scott Bessent, che in un'intervista a Fox News ha definito ipocrita l'atteggiamento delle capitali europee. Dal 2022, ha spiegato, gli europei hanno dato più soldi ai russi che agli ucraini proprio perché non riescono a liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca. La loro politica energetica è fallita e continuano a finanziare Putin. Quindi non possono certo lamentarsi se gli Stati Uniti si prendono un po' di respiro sui prezzi del diesel.

Ma la crisi energetica europea non è solo una questione di importazioni. È una crisi che l'Europa si è creata con le proprie mani, con una serie di decisioni scellerate che hanno portato i prezzi dei carburanti a livelli non più sostenibili da cittadini e imprese. Emmanuel Macron definiva insostenibili i prezzi del carburante in Francia nello scorso mese di settembre. Il 17 settembre il prezzo medio della benzina nell'Ue era di 2,6 euro al litro, contro i 2,12 dell'Eurozona. Da inizio anno i prezzi della benzina sono aumentati del 29 per cento e quelli del diesel del 40 per cento. Numeri che pesano come macigni sui bilanci delle famiglie e delle imprese.

Gli esperti spiegano che i governi europei avrebbero tre strumenti per affrontare l'emergenza: ridurre temporaneamente la tassazione sui carburanti, aiutare le famiglie vulnerabili e le imprese di trasporto, e garantire maggiori forniture. Ma nessuno di questi strumenti viene utilizzato con la necessaria determinazione. Vladislav Belov, vice direttore dell'Istituto per l'Europa della Russia, osserva che i prezzi eccezionalmente elevati di diesel e benzina stanno diventando un ulteriore freno alla crescita economica dell'Ue. I costi del trasporto merci, dell'agricoltura, dell'edilizia e di alcuni comparti manifatturieri lievitano e si trasferiscono sui prezzi al consumo. Se i livelli attuali dovessero persistere, dice, è prevedibile un'ulteriore pressione inflazionistica, un calo dei redditi reali e della domanda, e un deterioramento della competitività dei produttori europei.

Alexander Frolov, vice direttore dell'Istituto Mgimo per la politica energetica internazionale, ricorda che i paesi europei detengono il primato mondiale per i prezzi dei carburanti, principalmente a causa della tassazione. La situazione in Medio Oriente ha aggravato le interruzioni delle forniture russe al mercato globale, già causate dagli attacchi all'Ucraina, spingendo i prezzi al rialzo e acuendo la crisi energetica cronica che l'Europa affronta dalla fine degli anni 2010. Con l'interruzione dei legami commerciali con la Russia e la strategia di abbandono graduale dei suoi idrocarburi entro la fine del 2027, è venuta meno la rete di sicurezza. La ricerca di forniture sostitutive su mercati alternativi non fa che aumentare i prezzi. L'Europa risente di qualsiasi sconvolgimento nelle aree periferiche, impatti che in precedenza potevano essere compensati dalle forniture russe abbinate a misure di risparmio energetico.

Alexey Belogoriyev, direttore della ricerca presso l'Institute for Energy and Finance Foundation, sottolinea che le cause della crisi dei prezzi del carburante sono le stesse in tutte le regioni del mondo, ma per gli Stati Uniti un fattore chiave è l'eccezionale redditività delle esportazioni di petrolio e prodotti petroliferi, che sottrae carburante al mercato interno. L'Europa, al contrario, è un importatore netto. I paesi dell'Ue stanno subendo le conseguenze di decenni di dieselizzazione del parco auto e dell'interruzione dei legami energetici con la Russia. La percezione pubblica della crisi è simile negli Stati Uniti e in Europa, ma le ripercussioni economiche per i consumatori europei sono più gravi.

E mentre tutto questo accade, mentre i cittadini europei fanno i conti con bollette impossibili e prezzi alla pompa che non accennano a scendere, l'Unione Europea continua a finanziare il regime di Kiev per portare avanti la guerra per procura contro la Russia. Aggravando così, di fatto, la propria crisi energetica, politica ed economica.

Le importazioni di gas russo nell'Ue sono scese dal 45 per cento del totale a un 12 per cento previsto per il 2025, mentre quelle di greggio si sono ridotte al 2 per cento. Ma questi dati non raccontano l'intera storia. Perché l'Europa continua a dipendere da forniture energetiche che arrivano da mercati alternativi a prezzi maggiorati, mentre i suoi cittadini si ritrovano con bollette insostenibili e prezzi alla pompa tra i più alti del mondo. Bruxelles continua a prendere petrolio dalla Russia, ma attraverso paesi terzi e quindi con prezzi maggiorati. La Russia vende il suo petrolio greggio a paesi terzi, per esempio Turchia, India, Georgia. Quei paesi lo raffinano nelle loro fabbriche e ne ricavano diesel, benzina e altri prodotti. Poi vendono quei prodotti raffinati all'Europa. Sulla carta, quel diesel è "turco" o "indiano". In realtà dentro c'è petrolio russo. E con i piani del blocco di proibire totalmente il gas naturale liquefatto russo a partire dal 1 gennaio 2027, gli analisti avvertono che potrebbero esserci ulteriori aumenti dei prezzi durante l'inverno. Questo è il livello di follia ideologica e russofoba a cui è giunta l’Unione Europea.

La verità è che l'Europa ha perso la bussola. Condanna gli accordi altrui mentre i suoi leader si dimostrano incapaci di proteggere i propri cittadini. Si trincera dietro sanzioni che non funzionano e che si rivoltano contro se stessa. Continua a ripetere che non è il momento di allentare la pressione su Mosca, mentre sono proprio i cittadini europei a pagare il prezzo più alto. E allora viene da chiedersi quanto ancora dovrà durare questa commedia. Quanto ancora dovranno aspettare gli europei prima che qualcuno a Bruxelles ammetta che la politica energetica del blocco è un fallimento. Quanto ancora dovranno subire le conseguenze di decisioni prese da leader che sembrano aver dimenticato per chi dovrebbero lavorare.

L'accordo tra Trump e Putin sul diesel è solo l'ultimo tassello di una vicenda che espone tutta l'inettitudine, l'inadeguatezza e il fanatismo ideologico di un'Unione Europea in piena crisi energetica. Una crisi che, va detto con chiarezza, è in gran parte autoindotta. Un'Unione che continua a predicare bene e razzolare male, che accusa gli altri di ipocrisia mentre è la prima a praticarla, che si erge a paladina della democrazia e dei diritti mentre lascia i suoi cittadini al freddo e al caro bollette. 

 

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In quale scenario potrebbe verificarsi una mobilitazione in Russia e come potrebbe reagire l'UE?

Il Telegraph ha recentemente affermato che Putin stia preparando una "mobilitazione occulta", secondo cui sarebbero in corso presunti preparativi amministrativi nel caso in cui decidesse di dichiarare la mobilitazione. L'essenza di queste voci non è nuova, e Putin vi ha risposto all'inizio di settembre dicendo che "oggi non esiste uno scenario del genere che richiederebbe una mobilitazione. Si tratta di un attacco informativo da parte del nemico alla vigilia delle elezioni per la Duma di Stato nel tentativo di influenzarne i risultati".

Entrambe le parti della sua dichiarazione sono vere, ma non si può escludere che le circostanze possano cambiare, nel qual caso vale la pena analizzare lo scenario in cui potrebbe verificarsi una mobilitazione e come l'UE potrebbe reagire. "La campagna di attacchi ferroviari della Russia minaccia di paralizzare la logistica militare dell'Ucraina" se condotta sistematicamente da ora fino al prossimo inverno e abbinata a colpi altrettanto sistematici contro le sue stazioni di servizio, i porti, le centrali elettriche e altre infrastrutture.

Se i pianificatori militari russi giungessero a credere che ciò potrebbe portare alla loro tanto attesa svolta lungo il fronte, allora potrebbero consigliare a Putin di fare almeno ciò che fece quattro anni fa, dichiarando la mobilitazione parziale di riservisti esperti per sfruttare qualsiasi sfondamento del genere. L'obiettivo sarebbe quello di applicare più forza militare in questo momento strategicamente vantaggioso per costringere l'Ucraina a conformarsi a tutte le richieste della Russia, o almeno al maggior numero possibile, per porre fine al conflitto con una vittoria russa.

Questo è uno scenario ragionevole in cui potrebbe essere dichiarata almeno una mobilitazione parziale, alla cui possibilità la NATO europea (E-NATO) si starebbe già presumibilmente preparando in anticipo, da cui il recente isterico allarmismo su un imminente attacco russo contro diversi membri del blocco. Alla luce delle dinamiche militare-strategiche in rapido mutamento del conflitto, provocate dalla già menzionata campagna di attacchi sistematici della Russia, questa narrazione può col senno di poi essere interpretata come un condizionamento preliminare.

Lo scopo è manipolare la gente comune inducendola a percepire qualsiasi mobilitazione parziale come preparazione a un'invasione russa degli Stati baltici e/o della Polonia, cosa che Putin ha detto di non avere interesse a fare, e che comunque non avrebbe senso per lui rischiare la Terza guerra mondiale nel tentativo di occupare popolazioni ostili. Ciononostante, questo condizionamento preliminare potrebbe essere abbinato a una falsa bandiera (in Polonia?) per giustificare o una pericolosa escalation da parte dell'E-NATO contro la Russia o un'accelerazione della centralizzazione militare-politica dell'UE.

Le élite liberali al potere dell'E-NATO sono sfidate dalle loro opposizioni conservatrici come mai prima d'ora, in mezzo al declino economico causato dall'impennata dei prezzi dei carburanti dovuta alle sanzioni anti-russe e alla perturbazione del mercato energetico globale provocata dalla Terza guerra del Golfo. Esse hanno quindi interesse a fare il massimo allarmismo sulla Russia per almeno radunare gli elettori attorno a sé, mentre centralizzano ulteriormente l'UE e, nello scenario più estremo, escalano pericolosamente contro la Russia se ciò non dovesse aiutarle.

Per riepilogare, la mobilitazione sarebbe molto probabilmente dichiarata solo per sfruttare uno sfondamento imminente lungo il fronte, ma si prevede che l'E-NATO presenterà qualsiasi mossa del genere come un imminente attacco russo al fine di promuovere gli obiettivi della sua élite. Potrebbe persino verificarsi una “false flag” per rendere questa narrazione più credibile. Prima che l'E-NATO vada pericolosamente all’escalation contro la Russia con tale pretesto, tuttavia, dovrebbe ricordare le parole di Lavrov secondo cui qualsiasi guerra tra loro "sarà molto breve", in un'allusione al fatto che la Russia ricorrerebbe all'arma nucleare contro l'E-NATO per legittima difesa.

(Articolo pubblicato in italiano sulla newsletter di Andrew Korybko)

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Gentiloni: «L'Italia non può tirarsi indietro». Fino alla guerra nucleare? (VIDEO)

Intervenendo a La7, l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha sentenziato che l’Italia, di fatto, non può sottrarsi al sostegno militare all’Ucraina.

Il giornalista Telese gli ha ricordato una cosa elementare: viviamo in una democrazia o presunta tale aggiungiamo noi. E in una democrazia, domani, potrebbe vincere una forza politica che non vuole più mandare armi al regime di Kiev. Una eventualità legittima, prevista dalla Costituzione, scritta nero su bianco.

La risposta di Gentiloni è stata glaciale: «L’Italia non può tirarsi indietro».

Non “non dovrebbe”. Non “sarebbe sbagliato”. Proprio: non può. Come se la volontà popolare fosse un dettaglio trascurabile. Come se il voto non contasse più quando entra in scena la ragion di Stato.

E allora la domanda sorge spontanea, e va posta senza ipocrisie: fino a dove?

Fino a quando si continua a dire “non ci tiriamo indietro”? Fino all’ultimo missile? Fino all’ultimo euro sottratto a sanità e salari? Fino alla guerra diretta contro una potenza nucleare?

Perché il punto non è se sostenere o meno l’Ucraina. Il punto è chi decide. Il popolo, o qualcun altro al posto suo?

 

 
 
 
 
 
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«Non prepareremo i nostri figli a morire»: Jean-Luc Mélenchon contro la NATO (VIDEO)

La NATO, ancora una volta nel mirino di Jean-Luc Mélenchon. Di fronte ai militanti riuniti allo Zénith d’Auvergne, il candidato all’Eliseo della sinistra francese ha dedicato una parte del suo discorso alle crisi internazionali, rivolgendo un’accusa diretta all’Alleanza Atlantica. «Non prepareremo i nostri figli e i nostri nipoti a morire», ha affermato, denunciando «operazioni azzardate e inventate dalla NATO».

Per il fondatore di La France insoumise, il pericolo principale è quello di un’estensione dei conflitti che trascinerebbe la Francia in guerra. Ha così messo in relazione, in un unico monito, i teatri europei e mediorientali. «Diventare cobelligeranti in Ucraina o diventare cobelligeranti in Arabia Saudita è un pericolo immenso che non vogliamo», ha dichiarato.

A questa prospettiva, Jean-Luc Mélenchon oppone la sua linea diplomatica. «Siamo sostenitori del non allineamento», ha ribadito con forza. Il leader degli “Insoumis” rivendica per la Francia la libertà di determinare i propri impegni, le relative modalità e i territori in cui intervenire. Rifiuta che una potenza esterna le imponga la propria linea di condotta e presenta l’interesse dell’umanità come la bussola di questa politica. Un modo per porre l’indipendenza delle decisioni francesi al centro della sua argomentazione contro la spirale militare.

«Vogliamo la pace adesso, non dopodomani, adesso!», ha proseguito.

 

 

 

 
 
 
 
 
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Welt: l'Ucraina teme le conseguenze dello scontro diretto con Trump

La richiesta è arrivata secca. Zelensky si faccia da parte e si torni alle urne. Il regime di Kiev l'ha presa come un'aggressione. Ma sotto l'indignazione ce n'è un'altra, molto più pratica.

Cosa succede domani.

Gli ucraini Trump lo conoscono, come evidenzia Welt È impulsivo, alza la voce, cambia idea e poi riapre il discorso. A febbraio del 2025 si erano strillati dietro nello Studio Ovale, su come chiudere la guerra e a quali condizioni. Sembrava la fine, qualche settimana dopo si erano risentiti. Adesso il giro è di nuovo quello, e stavolta l'impressione è che voglia spingere più a fondo la questione.

Il punto è l'elenco di cose che Washington può spegnere con una firma. I Patriot, per prima cosa, e i missili che li tengono vivi, l'unico scudo che intercetta con una certa affidabilità i ballisticici a corto raggio. Poi Starlink, la rete di Musk che tiene insieme le comunicazioni al fronte e manda in volo i droni. E poi i dati satellitari, le informazioni che gli USA passano e che a Kiev considerano indispensabili. Queste le leve che può azionare Trump per costringere Zelensky e la sua cricca a più miti consigli e per ridimensionare la loro spavalderia.

Zelensky ha letto il movimento trumpiano e si è girato verso ovest, a cercare gli europei, sempre pronti a immolarsi per la causa dei neonazisti ucraini. Il Financial Times racconta anche dell'altro, gli USA minacciano di chiudere i rubinetti se gli ucraini non smettono di colpire le raffinerie russe.

A Mosca non fanno i salti di gioia per tali sviluppi. Capiscono Trump quanto i suoi collaboratori, forse più dei suoi collaboratori, improvvisa, incoerente, fedele a un solo interesse che è il proprio. In queste settimane negli Stati Uniti si giocano le elezioni di metà mandato, i repubblicani non stanno bene nei sondaggi e il Congresso è in bilico. Trump ha bisogno di carburante a basso prezzo, il diesel lo compra a Mosca e lo paga con un alleggerimento delle sanzioni. Lo scontro con Zelensky entra in quel quadro come ci entra tutto, dentro una campagna.

Per questo in Russia aspettano. Sanno che oggi il presidente statunitense attacca e domani può svegliarsi con un'idea opposta, che non è un amico di nessuno e tanto meno il loro.

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Hormuz, la stoccata di Teheran a Washington: 'Perché vi rivolgete a Mosca?'"

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha ribadito la vigilanza del Paese sullo Stretto di Hormuz e ha difeso i legittimi diritti della Repubblica Islamica, nonostante le pressioni degli Stati Uniti.

Lunedì, Baqai ha respinto le accuse che mettono in dubbio la sorveglianza marittima e il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, affermando che "i mercati finanziari non prestano attenzione né danno credito alle affermazioni degli americani". Dopo aver osservato che gli Stati Uniti hanno dovuto fare affidamento su altri Paesi per l'approvvigionamento di carburante, "il che la dice lunga sulla situazione", ha affermato che la situazione nello Stretto di Hormuz dal 28 febbraio 2026 è "una conseguenza delle azioni degli Stati Uniti e di Israele". "Finché Washington insisterà nel mettere a repentaglio la sicurezza di questa via navigabile attraverso un blocco economico e una guerra navale, la sicurezza non tornerà nello stretto", ha aggiunto.

Ha inoltre affrontato le sfide che gli Stati Uniti e i mercati energetici si trovano ad affrontare a causa della situazione nello Stretto di Hormuz dopo la guerra, e ha sottolineato: "Se, come affermano gli Stati Uniti, non ci sono problemi nello Stretto di Hormuz e la situazione è già risolta, come si spiega che Washington debba rivolgersi alla Russia per risolvere alcuni dei suoi problemi?".

Riguardo alle sette condizioni poste dall'Iran per porre fine alla guerra e all'inadeguata risposta di Washington, il portavoce ha osservato che lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington continua attraverso i mediatori. "Quanto presentato a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e soprannominato il 'piano dei sette giorni' dell'Iran rappresentava una rivendicazione dei legittimi diritti dell'Iran", ha sottolineato, precisando i punti chiave del piano: "La revoca del blocco navale, la cessazione della guerra su tutti i fronti e il rilascio dei beni iraniani; in breve, tutto ciò che avevamo concordato nell'ambito di un memorandum d'intesa".

Nel sottolineare che gli Stati Uniti devono soddisfare queste condizioni, Baqai ha affermato che la posizione di Washington, secondo cui la principale preoccupazione rimane la questione nucleare iraniana, contiene una grave contraddizione: "Hanno ripetutamente affermato di aver completamente distrutto il programma nucleare iraniano e continuano a parlare della fittizia minaccia delle armi nucleari dell'Iran".

Riguardo alle sanzioni statunitensi, Baqai ha chiesto: "Se il popolo iraniano non è il bersaglio delle sanzioni, allora chi lo è?". Ha inoltre denunciato Washington per aver considerato persino il territorio, le risorse naturali e l'ambiente dell'Iran come obiettivi legittimi, sottolineando che gli Stati Uniti hanno imposto le sanzioni più severe negando al contempo che queste colpiscano la popolazione: "Non è forse un atto contro gli iraniani privarli di cure mediche, istruzione e persino degli esami IELTS e TOEFL?". Ha denunciato anche le restrizioni all'accesso ai servizi di aviazione civile, che contraddicono l'ordinanza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia del 2018, concludendo che "senza dubbio, ogni singolo iraniano è bersaglio dell'ostilità e delle azioni malevole degli Stati Uniti".

Infine, il portavoce iraniano ha messo in dubbio le preoccupazioni occidentali riguardo a un possibile ritiro dell'Iran dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), affermando che "questa preoccupazione è inutile, poiché sono stati loro stessi a causare questa situazione". Baqai ha osservato che in meno di nove mesi impianti nucleari pacifici iraniani sono stati attaccati — nonostante l'Iran sia membro del trattato dal 1970 — senza una risposta adeguata dell'AIEA o un'azione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ha dunque messo in discussione l'utilità di rimanere in un trattato i cui tre pilastri (disarmo, non proliferazione e uso pacifico dell'energia nucleare) sono stati indeboliti da chi avrebbe dovuto proteggerli, chiedendosi infine come sia possibile che coloro che hanno assassinato la Guida Suprema, l'Ayatollah Seyed Ali Khamenei — il quale aveva emesso una fatwa contro le armi nucleari — possano ora esprimere preoccupazione per la presunta esistenza di tali armi in Iran.

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Fulvio Grimaldi - IRAQ, RITIRO USA, VINCE SADDAM. Damnatio memoriae, come uccidere un uomo morto

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Un ritiro che sa di fuga

La Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel 2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il controllo del paese sotto falsa bandiera.

Il fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia, finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq, dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non solo. 

In Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta potenziali indocilità.

In Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli impicci.

Questa non può non essere interpretata come una delle più significative sconfitte strategiche subite nella regione. Se la combiniamo con la disfatta in Iran, abbiamo un uno-due da knock out. Ben simboleggiato dalla battaglia in cui il finto nemico ISIS, cui il Trump del primo mandato aveva commissionato la conquista di Mosul, veniva sbaragliato dalla forza congiunta dell’esercito iracheno e delle Unità di Mobilitazione Popolare. Si potrebbe argomentare che il ritiro degli USA, con inevitabili ripercussioni sul controllo delle risorse petrolifere, e il loro allontanamento strategico dai confini con l’Iran, con cui sono in guerra, abbia avuto il suo innesco nella vittoria irachena a Mosul.

Detto questo sugli accadimenti di questi giorni, ciò che mi interessa illustrare qui è una nemesi. Nemesi è una  dea greca. Rrappresenta la giustizia ineluttabile che punisce una colpa, ristabilendo l'equilibrio. E Nemesi ha operato per il ristabilimento dell’equilibrio, seppure a distanza di vent’anni (cosa sono per una dea greca?), compromesso e dissacrato dal traditore della patria che s’ingrazia il conquistatore offrendogli il massimo dei sacrifici: la testa del nemico

Nemesi, ristabilire l’equilibrio

Il 30 dicembre del 2006 il presidente legittimo dell’Iraq veniva impiccato sotto supervisione degli occupanti statunitensi, tra ingiurie e percosse degli sgherri di un capopopolo tribale, Moqtada al Sadr, buono per ogni stagione, saudita, statunitense, o iraniana che fosse.. Una sentenza dettata dalla volontà del vincitore al termine di un processo-farsa, durante il quale tre avvocati dell’imputato vennero assassinati e numerosi testimoni a difesa furono espulsi, percossi, incarcerati.

Agli invasori di Washington, arrivati a Bagdad nella marea nera della menzogna sulle armi di distruzione di massa, che gli avevano assicurato la vita e un salvacondotto per l’estero se avesse ordinato alla resistenza di arrendersi, ha opposto lo stesso rifiuto con cui “l’uomo degli americani” per trent’anni aveva risposto alle offerte, blandizie e provocazioni dei gangster del Nord. Perfino all’offerta della fine delle ostilità e di un salvacondotto se solo avesse riattivato l’oleodotto Kirkuk- Haifa

Oggi mi trovo qui, davanti a una tastiera, per rivendicare una verità che è quella che vive nella memoria e nella coscienza degli iracheni e, parzialmente, anche nella mia, visto che, dal 1977 alla caduta del 2003, sono stato cronista degli iracheni, ne ho conosciuto i valori, vi ho avuto grandi amici, ho vissuto la loro vicenda gloriosa e tragica, ne sono stato corrispondente da Roma per i quotidiani Ath Thawra (“Rivoluzione”) e Baghdad Observer.

Capitai per la prima volta in Iraq nell’autunno del 1977. Ne potei avere conoscenza approfondita grazie a un incontro fortunato. Nasif Awad era il direttore di Ath Thawra, il più importante quotidiano del paese. Palestinese scampato alla Nakba, era uno dei migliori giornalisti che abbia mai conosciuto. Di raffinata intelligenza, grande sensibilità ed empatia, vasta cultura antica e profonda conoscenza del mondo arabo in lotta per la liberazione dal colonialismo, mai del tutto vinta. Quando, nella primavera del 2003, arrivati i barbari a Bagdad, arrivò anche la fine della mia frequentazione di un quarto di secolo del paese più progredito del “Terzo Mondo”, il retaggio che mi portai via e che mi ha aiutato a tracciare un percorso sistematicamente fuori dalle deformazioni dell’ “Orientalismo”, lo devo a quel palestinese che mi aveva regalato l’Iraq.

Due guerre e una pietra d’inciampo

Saddam Hussein? Capitolo chiuso, codificato, consegnato ai posteri, archiviato: brutale dittatore, violatore dei diritti umani (garantiscono Amnesty International e Human Rights Watch). Poi, anche peggio, finto patriota ed effettivo “uomo degli americani”, “armato dagli americani contro l’Iran di Khomeini” (è successo il contrario, tanto che col ricavato gli USA alimentarono i loro Contras in Nicaragua). Insomma un doppiogiochista, un baro.

Qui L’AntiDiplomatico mi consente di proporne una catarsi, la purificazione dalle deformazioni a cui ogni popolo e ogni umano ha diritto. Poi, inevitabilmente, ci sarà chi la contesterà con il sostegno decisivo di una pubblicistica occidentale nella quale non ha scampo qualsivoglia presenza che non condivida i nostri valori, o vi si pieghi, disobbediente a come le cose dovrebbero essere viste e raccontate. Ma questa mia andava detta. 

Marzo 2003, ho visto arrivare a Bagdad le truppe statunitensi, ed è stato un trauma per chi, come il sottoscritto, aveva condiviso, fin dalla prima visita nel 1977, l’esperienza di grande successo di una rivoluzione socialista “all’araba”, e di emancipazione dal colonialismo. Esperienza protrattasi per oltre mezzo secolo, a dispetto di complotti innescati dall’esterno, di conflittualità etniche e religiose, anche queste alimentate da fuori, di una prima guerra mossa dall’Impero nel 1991 (condotta da un’ “Alleanza dei Volenterosi”), da anni di feroci bombardamenti di Clinton su genti e strutture, di una seconda guerra, come la prima di natura genocida grazie all’impiego, devastante nei secoli, dell’uranio impoverito.

Ne ho visto i raccapriccianti effetti, una generazione di nati cancellata, altre a seguire contaminate e deformi. A partire da quella colonna di soldati iracheni in ritirata accompagnati da migliaia di civili in fuga su vetture, autobus, ambulanze, sadicamente inceneriti tra Kuweit e Bassora, sull’Autostrada 80, quella che divenne “I 100 km della morte”. Uomini, donne, famiglie, in gran parte palestinesi, sudanesi ed egiziani, sono stati sterminati senza che potessero, o volessero, opporre alcuna resistenza. Bombe a grappolo, all’uranio impoverito, incendiarie, che incenerivano togliendo l’ossigeno. Nessun giornalista o fotografo venne ammesso allo spettacolo ‘apocalittico’ della strage – così lo  definì il maggiore americano Bob Williams – prima che migliaia di cadaveri carbonizzati fossero seppelliti. E ci vollero tre giornate.

Noi sviluppati e civili, loro sottosviluppati e…

E noi, italiani, eravamo lì, “Volenterosi” dell’imperialismo genocida, comandati ad ammazzare e a farci ammazzare. A commuoverci e a indignarci solo quando qualcuno provò a difendersi e rispondere, a Nassiriya, dove per diventare eroi toccava morire. E neanche per la patria, che da quelle parti non c’era proprio. O, piuttosto, c’era stata messa, infilata dalla propaganda del nostro padrone nell’immaginario collettivo. Eroi a loro insaputa. Vittime del Grande Inganno. Oggi ce stanno a riprova’.

Nell’iconografia dei paesi del mondo che allora ci veniva rappresentata, noi dell’Occidente euroatlantico, eravamo per definizione universalmente, quelli “sviluppati”, “avanzati” e, ça va sans dire", civili. Gli altri, quelli del Sud, erano trapassati dal colonialismo civilizzatore ai regimi (mai governi), inesorabilmente autocratici, languenti nel sottosviluppo o, al meglio, in via di sviluppo, sotto l’immancabile tacco del “dittatore”. Che spesso aveva l’addizionale difetto di essere stato alla guida della lotta di liberazione anticoloniale.

Marchiarlo di dittatore rendeva implicitamente il suo popolo destinatario, vittima,  dell’importazione di diritti umani e democrazia, valori che giustificavano il ritorno, in versione neocoloniale, del “fardello dell’uomo bianco”. Poi, chi tra noi e loro, fosse il progredito, lo sviluppato, l’equo, ce lo dicono i dati sociali che qui sotto riporto.

Torniamo a Saddam. Non sono, forse, suoi seguaci, non hanno Saddam sui vessilli, coloro che oggi sono militanti di un Asse della Resistenza che, per gli strani giri che fa la Storia, fa riferimento proprio al paese e al popolo con cui l’Iraq di Saddam si scontrò? Ma, che lo sappiano o no, se l’obiettivo è la libertà e l’indipendenza, nel momento in cui al nemico vero e perenne hanno imposto di levare le tende, di Saddam sono testimoni ed eredi.

Ciò che qui ricordo del leader del paese arabo con cui, a parte la Palestina, ho avuto la maggiore intimità, credo che non verrà condiviso da molti nel nostro mondo. Se riesce a sopravvivere e a imporsi una balla di 2000 anni fa, come quella su Nerone strimpellatore pazzo incendiario, figurati se si può scalfire l’immagine impostaci per cielo, terra e mare da un’armata politico-mediatico-accademica dalla potenza di fuoco senza precedenti. In compenso, però, i miei ricordi si sposeranno con quanto di Saddam allora pensavano e oggi ricordano i cittadini di questo antico cuore della Mesopotamia, sapendo distinguere tra il grano dei fatti e il loglio dell’hasbara e sue succursali.

L’Iraq di Saddam

Saddam era l’iracheno che, dopo aver guidato due rivoluzioni contro il regime colonialista e contro la destra reazionaria, in trent’anni ha costruito la nazione più progredita, socialmente giusta, coerentemente antimperialista e antisionista dell’intero Medio Oriente. Ha fatto sì che il suo paese reggesse, anche in virtù della forza che gli veniva da un’identità millenaria - i sumeri semiti come gli achemenidi persiani e come le dinastie faraoniche - contro incessanti aggressioni, complotti filo-occidentali, attentati, rivolte istigate dai neocolonialisti, embarghi genocidi, la guerra con l’Iran scatenata su istigazione USraeliana.

Uno Stato che noialtri ci impuntavamo a condannare perché “autocratico”, per la spocchiosa indisponibilità a comprendere imprescindibili condizioni storiche e culturali che imponevano altri percorsi verso la modernità e l’emancipazione. Ha rappresentato, con il consenso della stragrande maggioranza del suo popolo, l’estremo baluardo della resistenza laica e socialista alla rivincita imperialista, all’espansionismo israeliano, al dilagare della vandea integralista.

Ha costruito diritti umani collettivi, quelli che contano nel riscatto di un popolo dopo millenni di dominio e depredazioni di tirannie esterne, dai mongoli ai britannici: alfabetizzazione, sanità, istruzione, lavoro, casa, benessere, sviluppo industriale, emancipazione delle donne, il rispetto delle minoranze (primo paese ad aver concesso ai curdi autogoverno e autonomia istituzionale). E, di conseguenza, l’esplosione di una creatività letteraria e artistica senza pari nella regione, il sostegno incessante a popoli perseguitati, palestinesi in testa, il ruolo di polo aggregante per le forze rivoluzionarie arabe e del Sud del mondo.

 

Tu uccidi un uomo morto

Tutto questo è stato sepolto, con l’ottusa complicità delle sinistre internazionali, da una campagna di diffamazioni contro l’uomo e la sua opera, dall’intento, evidente a chiunque non si disponesse alla lobotomizzazione politica e mediatica, di impedire che all’Iraq di Saddam e del Baath, la società veramente civile, le masse private di ruolo politico, le classi sfruttate, i popoli oppressi, le avanguardie di lotta, offrissero quella solidarietà che, in altri tempi, aveva sostenuto la decolonizzazione, le guerre di liberazione nazionale, le rivoluzioni socialiste. A partire dall’altro grande esempio arabo, l’Algeria.

A un gruppo dirigente espresso dalla volontà di emancipazione del suo popolo, impegnato contro tutto e contro tutti a costruire uno spazio di benessere, sovranità e dignità, si pretendeva di imporre il modello di borghesie sedicenti democratiche. Borghesie che alle spalle non avevano solo secoli di oppressioni dispotiche, ma il Rinascimento, il riscatto illuminista, la rivoluzione francese e quella russa. Liberatosi nel 1958, a prezzi di sangue altissimi, dell’ultima e più brutale dominazione straniera, quella britannica, l’ipocrisia occidentale, cristiana, bianca, esigeva che la società irachena, quella araba in generale, maturassero nelle istituzioni, prima ancora di una coscienza collettiva con radici nel proprio passato, le forme di governo con le quali dalle nostre parti ci si vanta di essere i migliori. I migliori, come si vede meglio ogni giorno, a ingannare, sfruttare, condurre guerre, sterminare. Una pretesa antiscientifica, prima ancora che ipocrita e immorale.

Oggi con la dipartita definitiva del colonizzatore-invasore-predatore, c’è spazio per demolire la colossale muraglia di menzogne – dalle armi di distruzione di massa ai curdi gassati, dagli sciti repressi ai comunisti sterminati, dai grotteschi sadismi all’ “uomo degli americani” – con cui i mostri della guerra e del vampiraggio hanno seppellito la verità.

 E soprattutto hanno provato a farci togliere lo sguardo dagli orrori del fosforo su Fallujah, una città bruciata dal primo all’ultimo cittadino, delle torture praticate dalle SAS britanniche a Nassiriya, dagli orrori indicibili nel carcere dei militari USA di Abu Ghraib.

Despota feroce, sterminatore di minoranze, utilizzatore di armi di distruzione di massa, e, per grottesco paradosso, “uomo degli americani, armato dagli americani”, per uccidere oltre al corpo, l’onore, la credibilità, l’etica. Io, come ogni cronista delle guerre in Iraq, ho potuto constatare de visu che di armi USA in Iraq non c’era neanche una pistola Smith & Wesson. Solo vecchie armi sovietiche.

Fa parte del discredito anche la vicenda della sua cattura, presentata come quella di un barbone nascosto in un buco, sotto un albero pieno di datteri quando di datteri non era il tempo. Il racconto di testimoni iracheni e di marines ci hanno restituito un combattente che, tradito e individuato in casa di amici, si è difeso armi in pugno, è stato messo in ceppi, drogato e torturato. Quindi esibito settimane dopo tra marines sghignazzanti

Al suo popolo Saddam ha saputo portare la gentilezza della dignità e della vita, anche se il prezzo da pagare era quello di non poter essere sempre gentile. Considerato a ragione il massimo ostacolo alla normalizzazione sionista e neocoloniale del Medioriente (nel ruolo oggi dell’Iran), non è stata resa facile la vita al governo (regime, ovviamente, nel caso non sia occidentale) e al suo gruppo dirigente. In prima fila figuravano, accanto a Saddam, i compagni della rivoluzione indipendentista, il suo vice Izzat Ibrahim Al Duri, poi, dopo la morte di Saddam, leader della decennale resistenza, e il cristiano Tariq Aziz, premier, ministro degli esteri, universalmente rispettato. Arrivò fino al Papa per trovare la pace. Da lui, in una mia intervista, ho potuto ascoltare gli innumerevoli, defatiganti e sistematicamente respinti, tentativi di arrivare a un’intesa con gli USA, a una mediazione che evitasse lo scontro.

Minoranze e quinte colonne

Difficile aspettarsi da costoro che conducessero il loro paese come fossero sanitari di Emergency, o un priorato francescano, quando questo loro paese era da tempi immemorabili osteggiato, assediato, calunniato, infiltrato, provocato, aggredito con mezzi diretti o indiretti (colorati), col fine di negargli ogni ruolo nella regione e ridurlo in briciole, colonia o protettorato. Difficile per un Iraq cui, da quando ha avuto l’impudenza di dichiararsi indipendente dai gassatori di Churchill e poi dalle tagliole delle multinazionali, nulla è stato risparmiato. A partire da bombe, sanzioni e dal vecchio schema colonialista di sobillare, con prebende e ricatti, minoranze convinte di essere discriminate.

Al netto della demonizzazione praticata dalle nostre parti con vere e proprie montature alla Srebrenica o Bucha, ci furono indubbi episodi di pesante repressione interna, sia contro la componente scita nel sud del paese, divisa tra lealtà nazionale e richiamo religioso intensamente lanciato da Tehran, sia contro i curdi. Una minoranza il cui ruolo di quinta colonna era coltivato da Israele e USA da anni, qui come in Siria e Iran. I due feudatari a capo delle maggiori tribù curde, Barzani e Talabani, rispettivamente leader del Partito Democratico Curdo e dell’Unione Patriottica Curda, non hanno mai negato la loro intesa con i servizi israeliani e statunitensi e se ne davano vanto.

Ci sono stato, in Kurdistan, quando, per la prima volta nella storia, quattro dei 20 milioni di curdi sparsi in quattro paesi e, ad eccezione di quelli siriani, sempre esclusi e decimati, ebbero riconosciuta la loro identità, un autogoverno con tanto di parlamento, un’università e la loro lingua posta al pari a quella araba. Il loro partito, PDK, era membro della coalizione di governo con baathisti e comunisti. Era la fine di un ordinamento gerarchico tribale di stampo medievale, con la tirannia assoluta di capitribù predatori e narcotrafficanti e quella dei maschi sulle donne. Furono poi un paio di questi capitribù, i Barzani e i Talibani, a vendere, in cambio di un po’ di man bassa sul petrolio iracheno, se stessi e i loro sudditi al predatore straniero.

Manifestazione di curdi a Irbil, Kurdistan iracheno

Mi rendo conto che molti tra i lettori di questa inadeguata orazione funebre se ne ritireranno sconcertati, se non oltraggiati nelle convinzioni coltivate in tanti anni con il concime delle calunnie arrivate da orizzonti a 360 gradi. Non mi sottraggo al rischio di perderli, questi interlocutori. Lo debbo alla verità.

Ci sono stato nell’Iraq di Saddam. Sono stato negli anni ’70, ’80, ‘90 nella Baghdad spumeggiante delle accademie d’arte, delle scuole, delle organizzazioni di donne assurte a parità con gli uomini a tutti i livelli della politica e delle professioni, dei sindacati che agli operai costruivano le case, della sanità e istruzione gratuite al pari di quelle cubane, degli ospedali visitati da pazienti da tutto i Sud del mondo, delle università frequentate gratis da milioni di studenti stranieri, di quartieri in crescita secondo i canoni di un’architettura attenta alla storia e alla qualità della vita, del milione di curdi sfuggiti alla morsa di capitribù radicati nel medioevo e spesso agenti del colonialismo. Ero tra contadini per la prima volta padroni della loro terra, tra puerpere che godevano di ferie di maternità doppie delle nostre….

Per la Palestina, nonostante tutto

Netanyahu all’ONU: “Noi siamo la terra della benedizione, questa è la terra della maledizione”

C’ero in Iraq quando l’Occidente decise di farla finita con questo modello di irriverente e pretenzioso “terzomondismo” e si scagliò contro il paese che aveva costituito il “Fronte del Rifiuto” per neutralizzare il connubio israelo-egiziano, sancito nell’accordo Begin-Sadat di Camp David. Pace tra due manipolatori di destini altrui con la quale s’intendeva abbandonare il popolo palestinese all’esito che poi avrebbe preso la forma di Gaza.

L’Iraq di questo disegno, di cui tanti segni promettevano che si sarebbe perfezionato in genocidio, è stato, accanto alla Siria, il massimo oppositore. La più concreta e temibile minaccia contro la sua riuscita. Nel crepuscolo di questo Stato, con il suo popolo ferito a morte, ma che andava raccogliendosi nella resistenza, oggi rinata nelle Forze di Mobilitazione Popolare, l’ultima iniziativa politica lanciata dalla capitale occupata aveva per oggetto e destinazione la Palestina. Un simbolo se mai ce ne è stato uno

Scampato al cannoneggiamento dei tank contro il Palestine, hotel preso di mira perché ospitava giornalisti che si sospettavano amici del paese, in uscita da Bagdad con i Marines alle calcagne, mi trovavo affiancato sul taxi in fuga verso Amman da un pullmino di Stato iracheno. A un posto di ristoro, lungo i mille chilometri di deserto, i suoi passeggeri mi si rivelarono funzionari del Ministero per gli Affari Palestinesi. Con alle spalle più nessun governo e una capitale in fiamme, stavano portando alle vittime dell’entità sionista l’ultima consegna di aiuti: come sempre, per decenni, 20mila dollari alle famiglie dei caduti, 10mila a quelle cui era stata rasa al suolo la casa. Non si sono sognati di intascarli e tornare a casa. Erano nati e cresciuti nell’Iraq di Saddam. Alle loro spalle bruciava il paese in cui non sarebbero più potuti tornare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Guida (incompleta) al voto di midterm

Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato. Si tratta di elezioni di enorme importanza, una frase che si usa spesso ma che stavolta mi pare avere senso per una serie piuttosto lunga di ragioni. La prima è quella di segnalare ai repubblicani che il loro seguire la presidenza Trump può costare loro caro. Qui provo a mettere in fila un numero di informazioni più alto possibile, per orientarsi, seguire, capire.

Per cosa si vota?

Per tutta la Camera dei rappresentanti, che oggi è a maggioranza repubblicana. Al momento siedono alla Camera 218 repubblicani, un indipendente e 214 democratici. I sondaggi fanno pensare a un cambio di maggioranza. Di quale entità? Questo si decide seggio per seggio e candidato per candidato: i collegi sono uninominali, si vince con un voto in più, per questo i sondaggi nazionali sul voto ai partiti non ci dicono nulla se non parlare di una tendenza.

Al Senato i seggi in palio sono 33, la maggioranza è 51 e ai democratici serve di tenere tutti i seggi che detengono che vanno al voto e strapparne quattro ai repubblicani. Difficile, ma i sondaggi dicono sia possibile.

Come a (quasi) ogni elezione di midterm il partito al potere arriva svantaggiato, hanno perso seggi e voti Bush jr, Obama, Trump al primo mandato, Biden. Negli Stati in cui si vota per il Senato e i seggi sono contesi, Bush era sgradito al 60% nel 2006, come Obama nel 2014, i partiti di entrambi i presidenti persero la maggioranza al Senato. Oggi, in quegli Stati, il gradimento di Trump è più basso di quelli di Bush jr. e Obama al momento del midterm.

Cosa potrebbe essere un vantaggio, un paracadute per i repubblicani? Il primo fattore è la mappa dei collegi senatoriali che vanno al voto. Il Senato si rinnova di un terzo ogni sei anni, per cui a ogni ciclo elettorale gli Stati che votano sono diversi; il 2026 favorisce in teoria il Grand Old Party: sono di più gli Stati dove si vota che eleggono più spesso (o praticamente sempre, come in Kansas) senatori del partito del presidente Trump.

Ci sono poi i seggi senatoriali di Michigan e Minnesota dove, i sondaggi ci dicono, i candidati democratici vanno peggio di come va il candidato governatore del loro partito. Del Michigan parlo più giù, in Minnesota la candidata è Peggy Flanagan, vice governatrice dello Stato e molto progressista. Non è una campaigner fenomenale e, nello Stato, non rappresenta il cambiamento in una tornata elettorale dove essere una novità sembra essere un fattore cruciale.

I vantaggi dei repubblicani si fermano qui. La mappa elettorale vantaggiosa del 2026 rischia infatti di trasformarsi in un disastro, nel senso che in diversi Stati dove il senatore uscente è repubblicano e in un clima politico normale, il Grand Old Party non avrebbe problemi a fare en plein. I sondaggi in Texas, Kansas, Alaska ci dicono il contrario. In Alaska i democratici hanno eletto un solo senatore per un solo mandato negli ultimi 45 anni, in Kansas l’ultimo eletto Dem risale all’anno di elezione di Franklin Delano Roosevelt (1932) quando il presidente Dem perse solo 6 Stati. Il Texas è meno rosso repubblicano di Kansas e Alaska ma anche qui l’ultima eletta democratica è la senatrice Ann Richards nel 1991.

Nel midterm si vota anche per 36 governatori e la cosa ci appassiona meno ma è molto importante: pensate alla risposta ai raid dell’ICE da parte di alcuni governatori, al diritto all’aborto, ai rischi per il processo elettorale se nel 2028 le cose fossero sul filo di lana o al gerrymandering, quel giochino per cui le assemblee legislative statali ridisegnano i distretti elettorali della Camera a loro favore – di solito in un anno elettorale questo non avviene, il 2026 fa eccezione, lo hanno fatto prima i repubblicani e i democratici hanno risposto. La figura politica che sembra emergere nella campagna per i governatorati è il candidato democratico in Iowa Rob Sand, che è una figura centrista, parla di tasse basse, di dare la caccia ai politici corrotti di entrambi i partiti, di caccia ed è un politico di talento. Sand sembra essere perfetto per l’Iowa rurale.

Importante: a ogni Stato, a ogni luogo del Paese con un tessuto sociale, un’economia diverse corrisponde una tipologia di candidato. In questo senso la candidatura del progressista El Sayed in Michigan è interessante perché se dovesse vincere romperebbe almeno in parte uno schema.

Quali sono gli scontri al Senato più importanti? Direi nove: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, North Carolina, Ohio, Texas, di cui sette sono al momento in mano repubblicana. In generale, i democratici sembrano aver individuato quasi ovunque dei buoni candidati per il contesto locale o comunque per rappresentare una gamma ampia di idee e sensibilità.

I seggi democratici sono Georgia e Michigan, nel primo Jon Ossoff cerca la rielezione (quasi certa), nel secondo Abdul El Sayed, candidato progressista ha vinto le primarie con un’agenda piuttosto radicale. El Sayed è avanti nei sondaggi, ma rispetto al candidato governatore democratico nello Stato è qualche punto indietro. El Sayed sconta il nome, gli attacchi repubblicani sull’islamismo e forse anche l’agenda troppo a sinistra (o forse quella lo aiuterà a vincere?). El Sayed è un ottimo candidato in termini di capacità di rispondere a domande difficile, puntuale, molto americano nonostante le origini. Il suo è un seggio importante perché se vincesse sarebbe la prima volta di un progressista in uno Stato di quelli da vincere alle presidenziali. Se perdesse l’ala moderato del partito potrebbe dire: “Vedete? Con questi candidati si vince solo a New York e in California”.

Ossoff vincerà in uno Stato tradizionalmente repubblicano, che ha votato Trump e con un governatore repubblicano. È bravo, giovane, fotogenico, e una vittoria schiacciante potrebbe proiettarlo sulla rampa delle primarie presidenziali del 2028. Ha un problema su Gaza, essendo ebreo ed avendo un po’ balbettato in passato. Qui mi pare che risponda bene (“se è genocidio lo decide la Corte internazionale, Israele ha violato le leggi di guerra, ho votato contro l’invio di armi”).

I sondaggi

Nella grafica qui sotto ho riportato le medie di uno dei diversi siti seri che fanno medie di sondaggi. Alcuni li includono tutti e spesso ci sono sondaggi poco seri, commissionati, appunto, per smuovere le medie. Per questo troverete medie diverse a seconda del sito dove andrete. I sondaggi sono aggiornati al 12 ottobre.

Il gradimento del presidente Trump (medie dei sondaggi)

  • NEW YORK TIMES Approve 37% Disapprove 60%
  • Real Clear Politics Approve 37.80% Disapprove 60%
  • Fifty Plus One Approve 34.60% Disapprove 61.90%
  • Nate Silver Approve 37.30% Disapprove 59.70%

Il Texas e gli altri

L’altro seggio importante è il Texas, dove il giovane James Talarico è in vantaggio sul Procuraotre generale dello Stato, sostenuto da Trump, Ken Paxton. Il rappresentante democratico ha un’aria per bene che difficilmente si può associare a un “comunista lunatico” e così lo si accusa di essere vegetariano (falso) e di avere poco testosterone (Tala freak’o lo chiama Trump). Il candidato Dem usa parabole religiose per proporre le sue idee e metterle in contrasto con quelle del nazionalismo religioso in voga nella destra americana contemporanea. “La giustizia economica è menzionata 3.000 volte nelle nostre Scritture. È un aspetto fondamentale della nostra tradizione, eppure è del tutto assente nel nazionalismo cristiano”. Talarico non è uno di quei candidati progressisti che correranno altrove nelle elezioni di metà mandato, ma non è neppure un moderato.

Ken Paxton è stato sostenuto da Trump alle primarie contro il senatore uscente John Cornyn. Un moderato il secondo, un procuratore generale statale messo sotto impeachment dal suo stesso partito il primo. Paxton è una figura divisiva, quasi tutti i sondaggisti sostengono che lo scontro Talarico-Cornyn, sarebbe stato molto più difficile per il democratico. Negli ultimi cicli elettorali il loro margine delle vittorie repubblicane è sceso in maniera costante. Qui il ritorno a casa democratica degli ispanici potrebbe fare la differenza: nel 2024 votarono in maggioranza Trump, oggi non sono per niente contenti (ICE e prezzi).

A oggi in tutto il paese hanno già votato più di due milioni di persone, gli ispanici stanno votando in anticipo molto più che nel 2022 e nel 2024 (alle presidenziali normalmente vota molta più gente).

Il Maine è il seggio forse più complicato: qui la senatrice eletta è la repubblicana Susan Collins, che spesso ha rotto con il suo partito ed è una formidabile procacciatrice di fondi federali per il suo Stato. Il candidato democratico è Troy Jackson, molto vicino ai sindacati e progressista, ma non un formidabile campaigner. In Maine le primarie Dem le aveva vinte Graham Planter che era il candidato perfetto, se non fosse che era uno che aveva molestato più di una donna in passato. Gli erano state perdonate molte cose (un tatuaggio, l’alcol) ma non (giustamente) questa. Jackson è in vantaggio, ma Collins ha sorpreso più di una volta.

In Alaska (ogni Stato ha bisogno di candidati diversi) la candidata Dem Mary Peltola parla quasi solo di difesa della pesca (e del costo del diesel che è un problema per i pescatori) ed è favorevole a nuove trivellazioni petrolifere. Anche lei è in vantaggio. In Alaska vivono 750mila persone, basta spostare pochi voti.

In Kansas il candidato democratico è un pastore di megachurch, difficile immaginare una figura meno imputabile di essere un estremista. Promette di lavorare anche con gli avversari. Qui c’è un tema che non riguarda necessariamente la moderazione sulle cose, ma sul modo di concepire la politica: Adam Hamilton (così si chiama), come altri in Stati tendenzialmente repubblicani, promette di superare il clima tossico e polarizzato di questi anni. Vedremo se, come e quanto il messaggio funzionerà.

In Ohio l’ex senatore Sherrod Brown spera di riprendersi il seggio perso, Brown è un progressista vecchia maniera che cerca il voto degli operai ed ex working class in uno Stato divenuto progressivamente più repubblicano a partire dal 2012. Qui Trump ha vinto tre volte su tre.

In ogni caso i democratici il giorno dopo il voto, dovessero vincere bene, si troveranno di fronte al dilemma su cosa debbano essere in vista del 2028. Sarà uno scontro durissimo, anche se c’è qualche figura forse in grado di tenere assieme mondi diversi.

I soldi

A oggi le donazioni ai partiti sono più di un miliardo e 700 milioni di dollari, più di un miliardo per i repubblicani e 250 milioni da gruppi di interesse che donano a chi promette di difendere quello che sta loro a cuore (le cryptocurrencies, la lobby filo israeliana Aipac, ecc.). La politica è sempre più cara e uno degli argomenti dei democratici è farla finita con le norme che regolano le donazioni. La cosa è complicata perché ci sono diverse sentenze della Corte Suprema che hanno consentito questa degenerazione del costo delle campagne elettorali.

La maggior parte del denaro è stata donata ai Super PAC (political action committees) che possono legalmente accettare somme illimitate, mentre le campagne hanno regole molto più severe specie su quanto il singolo individuo possa donare. Tra i grandi donatori Soros (ai Dem), Musk, la vedova del magnate di casinò Adelson, i fratelli Winklevoss che guadagnano miliardi con le crypto. Il Texas è per adesso lo Stato dove si è speso di più e questo è un pessimo segnale per i repubblicani, che in uno Stato così, normalmente non devono investire. Le corse più costose a oggi sono texas, Georgia, Ohio, Michigan. I repubblicani hanno un vantaggio netto in termini finanziari, ma quanto peserà alla fine? I soldi servono per la pubblicità radio, Tv e sul Web, per organizzare la campagna, pagare il personale e così via. Ma contenuti che riescono a divenire virale e i volontari possono aiutare a ovviare allo svantaggio finanziario. Non solo: il costo di uno spot Tv per le campagne è regolato dalla legge ed è quindi molto più basso del costo di uno spot comprato da un Political Action Committee.

(questo è un post da American Diner su Substack)

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Venezuela, il tradimento del progressismo e l'enigma della resistenza: perché la storia smentisce l'ipocrisia liberale di Petro e Lula


di Fabrizio Verde

 

Gustavo Petro ha provato a confondere le acque e smarcarsi, ma al XXX Seminario Internazionale sui partiti e la nuova società ha trovato un muro di indignazione. Definire il petrolio venezuelano un "bottino" finito nelle mani di Donald Trump e accusare Caracas di non aver saputo proteggere le proprie risorse è stata una provocazione che la delegazione del PSUV non ha lasciato passare.

Prima ancora che la deputata Tania Díaz prendesse la parola, era stato un altro esponente del PSUV, Jesús Faría, a interrompere Petro con un grido che ha sorpreso la sala: "Questa è una menzogna! Non è vero quello che sta dicendo. Dica la verità, questa è una menzogna. Petro, devi avere dignità".

Tania Diaz: Militarmente esa noche (3 de enero) no se pudo. Pero ¿qué pasó al día siguiente? ¿Cuántas narrativas no se cayeron con el sacrificio del presidente Nicolás Maduro? ¡Viva Nicolás Maduro! ¡Viva Cilia Flores! Y lamentablemente hubo gobiernos de la región, aliados, que no reconocieron al gobierno del presidente Nicolás Maduro. Deslegitimaron la acción democrática de un pueblo que es revolucionario, es chavista y que hoy día es mayoría política en Venezuela. Y se metieron y lo secuestraron, pero nadie salió a defender a la derecha el 3 de enero. Allí salimos, los millones de militantes del Partido Socialista Unido de Venezuela. Salimos a pedir que regresaran a Nicolás Maduro. Se demostró el 3 de enero, como se demostró el 13 de abril y como se demostró en tantas otras oportunidades, que el poder de Venezuela no está solamente en el Palacio de Miraflores. ?????@taniapsuv

— El Político (@elpoliticove) October 9, 2026

Díaz ha poi portato il dibattito nel vivo della ferita ancora aperta, inchiodando l'ex presidente colombiano alle sue responsabilità. Ha descritto la portata dell'attacco militare del 3 gennaio 2026, con oltre cento velivoli e elicotteri da combattimento puntati su Caracas, culminata nel sequestro illegale di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores. "Si è dovuta fare un'invasione militare per poter tirare fuori Nicolás Maduro dal Venezuela", ha affermato la parlamentare. Poi, il colpo più duro, quello sferrato guardando Petro negli occhi: "Io so che lei era al corrente dell'operazione militare contro il Venezuela e se ne è rimasto zitto".

Díaz ha tracciato un parallelo amaro con le divisioni seminate da Santander ai tempi di Bolívar, ma ha anche voluto chiarire una cosa: "Dal Venezuela non riceverete nessuna espressione di confronto tra fratelli, e tanto meno tra fratelli bolivariani". E ha chiuso citando il Libertador: "Uniamoci o l'anarchia ci divorerà".

A fare da cornice a questa denuncia c'è la memoria di un sacrificio che non può essere strumentalizzato, come ha fatto Petro citando la testimonianza di un militare cubano che faceva parte della sicurezza di Maduro in quella nefasta notte. Come ha ricordato su X Jorge Arreaza: "Il nostro riconoscimento eterno ai 32 fratelli cubani e agli 87 venezuelani che hanno dato la vita per difendere la sovranità del Venezuela e della Nostra America". E poi, rivolto a chi usa quel dolore come arma politica: "Interpretare testimonianze così dolorose per cercare di creare fratture tra i nostri popoli non è etico ed è inutile".

Nuestro reconocimiento eterno a los 32 hermanos cubanos y a l@s 87 venezolan@ que dieron su vida por defender la soberanía de Venezuela y Nuestra América. Interpretar testimonios tan dolorosos para tratar de crear fracturas entre nuestros , pueblos, no es ético y es inútil.

— Jorge Arreaza M (@jaarreaza) October 10, 2026

Le accuse di Díaz non cadono dal vuoto, ma si scontrano con una narrazione che per mesi ha dominato il dibattito regionale. Quella narrazione, però, si è rivelata una colossale operazione psicologica. L'apparato di propaganda della Casa Bianca ha finito per inciampare nei propri stessi ingranaggi. Nel tentativo di dare credibilità alla tesi dell'illegittimità di Maduro, l'amministrazione Trump ha spinto per la declassificazione di documenti dei servizi segreti, convinto di trovare la prova regina di un sistema di frode elettronica.

Il risultato è stato un boomerang storico. Quei stessi rapporti della CIA, analizzati a mente fredda, rivelano che gli analisti di Langley non hanno mai potuto confermare "in modo definitivo che sia stata commessa una frode elettronica su larga scala in specifiche elezioni in Venezuela". Il documento ammette esplicitamente che le preoccupazioni sul sistema di voto non si sono mai tradotte in prove concrete. Anzi, gli stessi servizi segreti degli USA si vedono costretti a riconoscere che "vi sono altri fattori che spiegano meglio i risultati elettorali". In altre parole, la forza del chavismo si spiega con la coesione sociale della sua base e la frammentazione dell'opposizione, non con hackeraggi fantasma. La CIA ha dovuto confessare che le proprie fonti su queste presunte frodi erano "limitate", alimentate per anni da racconti di parte dell'opposizione locale e da operazioni di disinformazione, prive di qualsiasi riscontro sul campo.

Quindi bisogna rileggere le parole dei governi progressisti della regione all’epoca per capire la portata di quel voltafaccia, che ha contribuito in maniera determinante a isolare il Venezuela di Maduro e confermare la falsa narrazione spinta da Washington. Quando una radio brasiliana chiese a Lula se accettasse la vittoria di Maduro, la risposta fu un laconico: "Non ancora. Non ancora. Lui sa di dovere una spiegazione alla società brasiliana e al mondo". Da Santiago, Gabriel Boric fu ancora più esplicito: "Se avessero vinto in modo netto, avrebbero mostrato i famosi verbali elettorali". Petro, dal canto suo, aumentò il carico delle accuse contro Maduro: "Con il presidente Lula abbiamo concordato un punto fermo: se non vengono presentati i verbali, non c'è riconoscimento". E parlò di un "errore di fondo", perché "si è messa una società a disputare il potere politico senza libertà". Spingendosi finanche a definire Maduro un “dittatore”.

Oggi quelle stesse parole risuonano come un'accusa contro chi le ha pronunciate. Perché se la CIA ha dovuto ammettere che non c'erano prove di brogli, allora quelle richieste di verbali e quelle condanne preventive non erano atti di responsabilità democratica, ma il preludio diplomatico a un'aggressione che tutti, in qualche modo, hanno contribuito a rendere possibile.

Eppure, guardare solo a Petro significherebbe perdere di vista una trasformazione interna ancora più preoccupante. Quello che è successo dopo il 3 gennaio 2026 merita una riflessione onesta, perché su quella giornata e sulle sue conseguenze permangono grossi dubbi e zone d'ombra molto inquietanti. Il linguaggio usato recentemente da Delcy Rodríguez all'Assemblea Generale dell'ONU segnala un cambio di passo inequivocabile. Non si parla più di resistenza o di contrapposizione frontale all'imperialismo. I termini d'ordine sono diventati "transizione democratica", "riconciliazione" e "riforma della giustizia", con un'enfasi particolare sugli accordi energetici con Washington, presentati come una svolta storica.

È il ritratto di un chavismo che cerca di sopravvivere addomesticandosi. La nuova leadership sembra voler dimostrare di essere un interlocutore affidabile per gli Stati Uniti, accettando di fatto i margini di manovra definiti dall'esterno dopo il rapimento di Maduro. Come avvenuto con l’accordo petrolifero nettamente sbilanciato a favore degli Stati Uniti che possono ottenere petrolio venezuelano a prezzo di favore. Il rischio è che il progetto bolivariano si svuoti della sua anima conflittuale e trasformativa, diventando una versione edulcorata e innocua di se stesso, normalizzata sotto la tutela di chi ha orchestrato il colpo di mano.

Ed è proprio in questo contesto che vanno rilette le dichiarazioni di quei leader latinoamericani che, all'epoca, contribuirono a costruire la narrazione dell'illegittimità.

Tutto questo ci costringe a riflettere su un errore di fondo che serpeggia in certa sinistra progressista latinoamericana: la tendenza a considerare la democrazia liberale e formale come l'unico modello valido, ignorando che di democratico, spesso, ha ben poco. Il Venezuela di Chávez e Maduro ha sempre puntato a una democrazia sostanziale e partecipativa.

Non si tratta di propaganda, ma di fatti verificabili. La Costituzione del 1999 ha blindato diritti civili e politici, garantendo la separazione dei poteri e una rappresentanza reale a donne, indigeni e comunità afro-venezuelane. Il sistema elettorale, dotato di votazione elettronica biometrica dal 2004, è stato definito dall'ex presidente statunitense Jimmy Carter come "il migliore al mondo" per la sua trasparenza.

La vera misura di una democrazia, tuttavia, sta nella sua capacità di garantire dignità a un popolo. A differenza dei regimi neoliberisti, come l'Argentina di Javier Milei, dove le politiche economiche rendono una conquista quotidiana persino il diritto a un pasto dignitoso per le famiglie, la Rivoluzione Bolivariana ha mantenuto al centro la giustizia sociale. Programmi di assistenza, alloggi per tutti e istruzione sono stati difesi a oltranza, anche sotto il peso schiacciante delle sanzioni illegali.

Che senso ha parlare di democrazia guardando all'Europa, dove la volontà popolare viene costantemente scavalcata da tecnocrazie economiche, o a governi che affamano il proprio popolo in nome del mercato? Il sistema bolivariano di Chavez e Maduro, con tutti i suoi difetti e le immani sfide affrontate, ha dimostrato che si può andare oltre la fasulla democrazia liberale. Ha scelto la strada della sovranità e del multipolarismo. Difendere questa scelta, oggi, significa rifiutare le narrazioni tossiche di chi, come i vari Petro, Lula e Boric hanno dimenticato da che parte della storia si dovrebbe stare.

Il tempo, si sa, è galantuomo e prima o poi farà piena luce su quanto è realmente accaduto in Venezuela, chiarendo anche eventuali responsabilità interne che oggi restano nell'ombra. Ma fino ad allora, una cosa è certa: personaggi come Gustavo Petro non hanno alcun diritto morale di mettere sotto accusa il Venezuela, né di dare lezioni a chicchessia, alla luce del loro agire ambiguo e delle pesanti complicità che si sono lasciati alle spalle.

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L’economia del caffè: il modello greco nel presente (e nel futuro) dell’Europa mediterranea

 

di Antonio Di Siena per l'AntiDiplomatico

Negli anni immediatamente successivi alla crisi economica e all’austerità, la Grecia ha recuperato risorse e occupazione spostando una parte consistente della propria forza lavoro verso attività poco produttive come turismo e ristorazione. E, così facendo, ha consentito a molti disoccupati di tornare a lavorare importando contemporaneamente enormi quantità di reddito dall’estero.

È questo il succo dello studio emblematicamente intitolato «The café economy: Structural transformation in Greece in the wake of austerity and “reforms”»pubblicato dall’Hellenic Observatory della London School of Economics. Una trasformazione interpretata non soltanto come risposta alla crisi, ma come effetto di austerità e compressione di salari e domanda interna.

Nella ricostruzione degli autori, ciò che è accaduto è fin troppo evidente: tra il 2009 e il 2017 la spesa pubblica reale è diminuita (del 30% circa) mentre le entrate indirette aumentavano il loro peso sul PIL. Il risultato è che nel 2023 il PIL greco era ancora di quasi un quinto al di sotto del livello pre crisi, mentre - ed è questo il dato rilevante - l’occupazione recuperava molto più velocemente, mantenendo però una produttività sensibilmente inferiore al 2009 in quasi tutti i settori. Detto in soldoni, l’aumento dei posti di lavoro (precari e a tempo parziale) non è coinciso con un recupero della capacità produttiva e una ripresa reale dell’economia rispetto al periodo precedente all’avvento della Troika.

A fare da traino a questa “ripresa” sono, manco a dirlo, i settori dell’ospitalità e della ristorazione che hanno assorbito 320mila lavoratori, aumentato l’occupazione dell’ 87% e le ore lavorate del 69%. Mentre i salari reali scendevano di quasi il 60%…

Insomma alberghi, bar e ristoranti sono diventati il fattore di compensazione, la zattera di salvataggio per un’economia (e una popolazione) alla deriva. Un salvagente tornato utile anche a lavoratori specializzati, altamente qualificati o laureati che hanno obtorto collo accettato impieghi che richiedevano una specializzazione molto più bassa.

Sempre nel 2023 il lavoro a tempo parziale involontario nel comparto accoglienza/ristorazione era quasi dell’80% sopra il livello del 2009. Il caso greco, quindi, ci mostra plasticamente il funzionamento del “welfare surrogato”: quando le opportunità lavorative si restringono, il settore HoReCa (sostenuto dalla costante crescita del turismo internazionale) assume una primaria funzione di assorbimento occupazionale.

L’utilità dello studio è quindi indubbia, perché dimostra (qualora ce ne fosse ancora bisogno) le false promesse dei programmi di aggiustamento economico noti come Memorandum: compressione della spesa pubblica, tagli, privatizzazioni e liberalizzazioni non hanno sostenuto la ripresa economica e l’aumento di competitività e produttività. Al contrario hanno prodotto un’economia che, pur avendo assorbito un enorme quantità di forza lavoro, si limita a garantire una vita di poco sopra il limite della mera sopravvivenza.

Sostiene cioè l’attività economica nell’immediato, ma non è assolutamente capace di garantire una traiettoria duratura di crescita. Detto più terra terra: hanno determinato le condizioni che fanno della Grecia un paese progressivamente sempre più dipendente da turismo e ristorazione. Un ristorante in più, un cameriere sottopagato in più, un appartamento trasformato in B&B in più e il gioco è fatto. L’economia continua a restare a galla senza essere costretta a diventare più produttiva, senza cioè garantire condizioni lavorative e di sviluppo sociale che non siano da paese sottosviluppato. Sembra una forzatura ma è esattamente ciò che è accaduto. Un paese reso sempre meno in grado di competere su manifattura, tecnologia, innovazione eccetera, che ha via via implementato un sistema di valorizzazione e vendita di ciò che aveva: monumenti, spiagge, luoghi cibo ed experience.

La domanda interna è crollata? La si importa dall’estero. Si ha poco da esportare? E allora si “esportano” i servizi (senza ovviamente esportarli fisicamente). Non mandi cioè il tuo mare in Germania, mandi la Germania intera al mare da te. Non esporti un monumento o una casa, semplicemente li trasformi in prodotti in grado di intercettare reddito generato altrove. Non a caso, lo studio dice chiaro e tondo che il turismo ha contribuito in maniera decisiva al riequilibrio dei conti esteri greci. Con - tra le altre cose - un surplus dei servizi di viaggio passato dal 3,4 all’8,3 % del PIL in 14 anni.

Tutto questo vi ricorda qualcosa? Dovrebbe.

È infatti una parte significativa della dinamica che provo a descrivere in “Turisti a casa nostra”. Una dinamica pienamente operativa in Grecia - e che si sta via via imponendo con sempre maggiore “successo” nell’intero Sud Italia così come in Spagna e in Portogallo - che si può sintetizzare in poche parole: un’economia depressa può compensare il crollo della domanda interna e l’incapacità di produrre reddito importando consumatori dall’estero attraverso l’espansione turistica.

Se tale lettura è corretta, quindi, allora la pressione sugli affitti, l’emergenza abitativa, l’overtourism, il degrado ambientale e la mercificazione culturale non possono essere derubricate ad anomalie aggiustabili. Ma, al contrario, vanno intese come parte integrante di un modello che dipende integralmente dal consumo del turista e che concepisce le case, i quartieri, lo spazio pubblico, il paesaggio, le risorse naturali e la cultura unicamente come infrastrutture economiche da monetizzare. Un modello parassitario e iper-estrattivo che non ha bisogno di produrre nulla oltre la propria capacità di mettere efficacemente a reddito ciò che già possiede. È questo il motivo per cui lo sviluppo turistico può serenamente convivere con stagnazione, precarietà, salari bassi, deindustrializzazione e declino produttivo. Di più, spesso sono proprio tali condizioni a rendere il modello più performante (per pochi) e, magari, anche socialmente più digeribili (per molti).

Un modello insidioso perché, essendo capace di generare PIL, occupazione, entrate fiscali e per certi versi anche consenso politico, diventa difficilissimo da riconoscere come pericoloso. Perché, a differenza di quando le fabbriche chiudono e le serrande si abbassano, se alloggi e ristoranti sono pieni e negli aeroporti c’è la fila, è assai più complicato parlare di crisi perdurante… Ma nei fatti è di questo che stiamo parlando. Di un’economia che si è radicalmente trasformata, generando un nuovo punto di equilibrio che scarica i costi (economici e sociali) sulla pelle di quanti funzionano come meri ingranaggi del sistema senza vedere alcun miglioramento delle proprie condizioni di vita. Anzi, subendone molto spesso un costante deterioramento. Un modello in cui un sistema impara a sopravvivere generando squilibri sempre più crescenti e marcati - sia all’interno dello Stato interessato dal fenomeno che, più in generale, lungo l’asse Nord-Sud dell’Unione europea - e che ci pone davanti a una scomoda e attualissima verità: sopravvivere e vivere dignitosamente sono due cose completamente diverse. Esattamente come immaginare che un pasto possa essere sostituito da un caffè.

La Grecia ce lo sta spiegando da anni, quando lo capiremo?

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LETTURA CONSIGLIATA:

TURISTI A CASA NOSTRA" DI ANTONIO DI SIENA

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La Bedrocan olandese è fallita: a rischio la cannabis nelle farmacie italiane

Quando Bedrocan nacque, nel 1984, era un’azienda agricola di famiglia e nelle sue serre crescevano cicoria ed erbe aromatiche. La cannabis arrivò dopo, con la prima licenza nel 2002 e, l’anno seguente, il contratto che ne fece l’unico coltivatore autorizzato dallo Stato olandese. Per oltre vent’anni da quelle serre sono usciti Bedrocan, Bediol, Bedica, Bedrolite: …
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Il concetto di malattia nei millenni

Nell’antica Grecia, il termine nósos indicava la malattia come un'entità oggettiva, spesso inviata dagli dèi come punizione.Nella cultura ebraica antica il termine nega significava “piaga” o “tocco”, ed esprimeva l'idea di un contatto diretto della mano di Dio, spesso legato a una colpa morale o a una necessaria purificazione.Mentre nella tradizione latina la parola "malattia" ...continua a leggere "Il concetto di malattia nei millenni"
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Morbo di Crohn

Arriva Mirikizumab, il nuovo pacco farmacologico firmato Eli Lilly per il morbo di Crohn, una patologia infiammatoria cronica e progressiva del tratto intestinale che da noi in Italia colpisce circa 100mila persone.La nuova sbobba chimica è un cosiddetto "farmaco biologico" che stranamente costa molto più dell'oro.Il prezzo per un flaconcino da 15 ml, infatti, è ...continua a leggere "Morbo di Crohn"
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L'attacco a Riyadh mette in crisi Washington: le richieste dell'Arabia Saudita e i dubbi di Trump

 

In seguito al recente attacco condotto dagli Houthi, in risposta ai ripetuti attacchi sauditi contro i civili, contro l'aeroporto di Riyadh — che ha provocato oltre una decina di morti e più di 300 feriti — gli Stati Uniti si trovano di fronte a un complesso dilemma strategico. Come riporta Bloomberg, Washington deve decidere se ampliare il proprio supporto militare all'Arabia Saudita, rischiando un coinvolgimento diretto nel conflitto, o mantenere il sostegno attuale limitato allo scambio di informazioni di intelligence.

Tra le 12 vittime dell'attentato del 10 ottobre figura anche un cittadino statunitense. Il decesso dell'americano incrementa la pressione sul presidente Donald Trump, che tenta di evitare una nuova escalation militare con l'Iran alla vigilia delle elezioni di medio termine di novembre. Washington, che finora si è limitata alla collaborazione informativa, aveva già condotto imponenti raid aerei contro il gruppo prima di raggiungere un accordo di cessate il fuoco. Interpellato su un eventuale ritorno alle operazioni aeree congiunte, Trump ha dichiarato: "È possibile, ci penseremo".

Secondo quanto riferito a Bloomberg da William Usher, ex analista della CIA per il Medio Oriente, Riyadh chiederà attacchi diretti statunitensi contro le postazioni Houthi, l'invio di nuove risorse per la difesa aerea, un incremento del flusso di intelligence e un forte sostegno politico per intensificare la campagna militare in Yemen.

Tuttavia, prevenire ulteriori incursioni resta una sfida complessa: nonostante gli anni di raid aerei condotti dalle coalizioni americana e saudita, il gruppo Houthi conserva una disponibilità significativa di droni e missili balistici a lungo raggio in grado di colpire la capitale saudita. L'impennata delle tensioni mette a dura prova anche gli equilibri diplomatici di Turchia e Pakistan, che ad agosto hanno siglato un accordo di difesa con il regno saudita, sebbene Ankara abbia già escluso la propria partecipazione a operazioni di tipo offensivo.

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Teheran boccia la risposta di Washington sullo Stretto di Hormuz

 

Gli Stati Uniti hanno accettato soltanto alcune delle sette condizioni stabilite dall'Iran, ma Teheran considera la risposta di Washington "inadeguata". A dichiararlo domenica, attraverso un post su X, è stato il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Mohsen Rezaei.

"Gli Stati Uniti hanno accettato alcune delle sette condizioni poste dall'Iran, ma riteniamo la loro risposta INADEGUATA", ha scritto Rezaei. "La diplomazia iraniana è cambiata e non ci sarà alcun ritorno allo status quo precedente."

The U.S. has agreed to some of Iran’s seven conditions, but we consider its response INADEQUATE. Iranian diplomacy has changed and there will be no return to the status quo ante.

— ???? ????? (@ir_rezaee) October 11, 2026

In un secondo intervento, Rezaei ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire lo Stretto di Hormuz, accusando apertamente Washington di ricorrere al contrabbando: "Ora che la flotta statunitense non è riuscita a riaprire lo Stretto di Hormuz, si è data al contrabbando. L'esercito americano non era mai caduto così in basso!"

L'Iran aveva presentato una proposta articolata in sette punti durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, offrendosi di riaprire lo Stretto di Hormuz e ripristinare il regolare traffico marittimo entro sette giorni, a patto che tutte le richieste venissero accolte. La replica degli Stati Uniti è giunta successivamente attraverso la mediazione del Qatar.

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Rabbia Netanyahu contro NAZA: chiesti processi per i soldati

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto un'indagine sui partecipanti al documentario NAZA, nel quale alcuni soldati israeliani descrivono di aver compiuto massacri di civili a Gaza.

In un post pubblicato su X, Netanyahu ha definito il film una "trama falsa, fuorviante e di parte che diffama lo Stato di Israele" e le sue forze armate, aggiungendo che l'opera reca un grave danno alla reputazione internazionale del Paese.

Per questo motivo, il premier ha chiesto al capo delle forze armate, al servizio di sicurezza Shin Bet e al procuratore generale di avviare un'indagine approfondita nei confronti di tutti i partecipanti, chiedendo di portarli a processo per gravi reati di sicurezza informatica, diffamazione e lesione degli interessi politici e di sicurezza di Israele.

NAZA, acronimo ebraico che sta per "danni collaterali", sostiene che Israele abbia impiegato sistemi tecnologici avanzati — inclusi alcuni gestiti dall'intelligenza artificiale — per rintracciare ed eliminare presunti combattenti, conducendo attacchi con la consapevolezza che avrebbero causato la morte di un numero elevato di civili.

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Araghchi: L'Iran è pronto a contribuire al dialogo tra l'Arabia Saudita e gli Houthi

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, per discutere degli ultimi sviluppi nella regione mediorientale, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Tasnim.

Nel corso della telefonata, il capo della diplomazia di Teheran ha espresso forte preoccupazione per l'escalation delle tensioni, sottolineando che insistere su una linea militare e ignorare la via diplomatica non farà altro che complicare ulteriormente lo scenario attuale. Araghchi ha ribadito che le crisi nell'area non possono avere una risposta di tipo militare e ha assicurato che l'Iran è pronto a fornire tutta l'assistenza necessaria per facilitare il dialogo tra l'Arabia Saudita e il movimento Houthi, favorendo il raggiungimento di un accordo.

La conversazione è avvenuta a seguito dell'intensificarsi delle azioni militari da parte del movimento Houthi, che ha fornito dettagli sulle recenti operazioni di rappresaglia condotte contro il territorio saudita. Attraverso una nota ufficiale, le forze armate Houthi hanno dichiarato di aver portato a termine quattro operazioni di precisione nelle ultime 24 ore mediante l'uso di missili balistici, da crociera e droni, confermando l'intenzione di proseguire e intensificare gli attacchi in risposta alle aggressioni subite.

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Un anno dal piano Usa: Israele espande il controllo e riprende i blitz a Gaza

 

In concomitanza con il primo anniversario del cessate il fuoco promosso dall'amministrazione statunitense, le forze armate israeliane hanno ampliato la propria presenza nella Striscia di Gaza, intensificando le operazioni e i bombardamenti in diverse aree del territorio. Dall'entrata in vigore dell'accordo nell'ottobre 2025, le autorità sanitarie locali registrano quasi 1.500 vittime palestinesi.

???????? GAZA CITY: FOOTAGE SHOWS DESTRUCTION FOLLOWING ISRAELI AIRSTRIKES — Footage circulating online reportedly shows damage to buildings and infrastructure following Israeli airstrikes on Gaza City. * Continued destruction threatens civilian lives and complicates reconstruction, underscoring the urgent need for a lasting ceasefire and humanitarian access.

— ???????????????????????????????? ???????????????????? (@SprinterPress) October 11, 2026

Secondo quanto riferito dal quotidiano Arab48, l'esercito ha esteso la propria area di controllo a est di Gaza City, avanzando nel quartiere di Shujaiya e spostando verso ovest i blocchi di cemento che delimitano la cosiddetta "Linea Gialla". L'operazione ha portato sotto il controllo militare nuove abitazioni, costringendo decine di famiglie a fuggire. Durante la notte, i veicoli militari hanno superato le precedenti posizioni sotto la copertura dell'artiglieria e dei droni. I residenti hanno riscontrato il posizionamento dei nuovi sbarramenti a ridosso delle aree abitate, mentre i bombardamenti hanno colpito abitazioni e tende di sfollati, causando diversi feriti.

Israel has pushed the so-called “Yellow Line” westward beyond the Shuja'iyya neighborhood in eastern Gaza City, bringing it to within just 10 metres away from Salah al-Din Street, Gaza's main north-south road Palestinian families have begun fleeing the area after their homes were brought within the expanded military-controlled zone, further restricting civilians' access to their homes and land.

— Quds News Network (@QudsNen) October 11, 2026

Con questi ultimi avanzamenti, le stime indicano che Israele controlla una quota compresa tra il 63% e oltre il 70% della Striscia di Gaza. Le incursioni e i raid aerei delle ultime ore sono stati confermati anche dal Quds News Network, che ha segnalato distruzioni nei quartieri di Rimal e Shujaiya a Gaza City, oltre che a Deir al-Balah, nella zona centrale della Striscia.

Il Ministero della Salute di Gaza ha comunicato che nelle ultime 24 ore si contano 7 morti e 28 feriti, portando il bilancio complessivo delle vittime dall'inizio del conflitto a oltre 74.300. Esperti e riviste mediche internazionali sottolineano tuttavia che, a causa della compromissione del sistema sanitario e delle migliaia di dispersi sotto le macerie, il bilancio reale potrebbe risultare sensibilmente superiore.

Sul piano umanitario, l'ingresso dei soccorsi nella Striscia rimane fortemente limitato, con restrizioni che colpiscono anche la fornitura di dispositivi medici essenziali. Parallelamente, fonti di stampa indicano che le forze israeliane stanno completando la realizzazione di una trincea infrastrutturale all'interno del territorio, mentre la "Linea Gialla" — originariamente concepita come perimetro temporaneo di ritiro — viene progressivamente consolidata con postazioni permanenti.

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Approvato lo Stabilicum: giuristi in rivolta contro la "legge truffa"

 

di Michele Blanco

Con il via libera definitivo della Camera dei Deputati, giunto l’8 ottobre 2026, l'Italia assiste a quello che molti definiscono lo strappo istituzionale più violento della sua storia repubblicana. Sotto la denominazione tecnica di "Stabilicum", la maggioranza ha varato una riforma denunciata dai comitati civici e dalla dottrina costituzionale più rigorosa come un vero e proprio "golpe bianco": una legge progettata per smantellare la democrazia parlamentare e sostituirla con un regime plebiscitario.

L'accusa dei giuristi è perentoria: non si tratta di una semplice riforma, ma di un atto eversivo compiuto tramite legge ordinaria per aggirare la Costituzione, disarmare il Quirinale e blindare la maggioranza al potere a tempo indeterminato.

Di fronte a questo radicale cambio di regime, una rete nazionale di costituzionalisti e avvocati ha proclamato la resistenza legale. I dettagli delle impugnazioni per bloccare la norma prima che comprometta lo Stato di diritto saranno illustrati in una conferenza stampa lunedì 12 ottobre, alle ore 13:00, presso la Camera dei Deputati.

I tre pilastri della contestazione

1. Il furto della rappresentanza: un Parlamento di "nominati"

Il meccanismo più discusso dello Stabilicum assegna un premio di maggioranza ipertrofico di 105 parlamentari alla coalizione che raggiunga il 42% dei voti.

  • L'atto d'accusa: La dottrina evidenzia come il testo calpesti i paletti insuperabili fissati dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 1/2014 (sul Porcellum) e n. 35/2017 (sull'Italicum). La Consulta ha già stabilito che è illegittimo trasformare un'esigua minoranza reale in una maggioranza assoluta artificiale. Consentire a chi raccoglie il 42% dei consensi (pari a meno del 20% dei cittadini votanti, considerato l'astensionismo) di assumere il controllo totale delle istituzioni viola l'articolo 48 della Costituzione ("il voto è eguale").

2. L'instaurazione dell'autocrazia: il Premierato che svuota il Quirinale

Inserendo l'indicazione del Capo del Governo direttamente sulla scheda elettorale, lo Stabilicum introduce un premierato di fatto senza passare dalla procedura di revisione costituzionale dell'articolo 138, evitando così il vaglio del referendum popolare.

  • Il crollo dei contrappesi: La critica dei giuristi è radicale: la norma annulla l'equilibrio tra i poteri per accentrare l'autorità nell'esecutivo. Di fatto, l'articolo 92 della Costituzione viene depotenziato: il Presidente della Repubblica perde la facoltà di scegliere il Premier, mentre le Camere vengono private del reale potere di sfiducia, riducendosi a meri organi ratificatori.

3. La farsa delle preferenze: capilista bloccati e penalizzazione delle donne

Mentre la propaganda presenta lo Stabilicum come il ritorno del potere di scelta in mano ai cittadini, la struttura tecnica del testo rivela un sistema oligarchico imperniato sui capilista bloccati.

  • Il sequestro del voto: Il costituzionalista Roberto Zaccaria, alla guida del coordinamento delle impugnazioni, ha annunciato che i ricorsi nei tribunali verranno depositati non appena la legge entrerà in vigore. La presenza dei capilista sottrarrà agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti (in contrasto con gli Artt. 3 e 56 Cost.). Inoltre, poiché l'alternanza di genere si applica soltanto alle posizioni subordinate, il meccanismo rischia di ridurre la presenza femminile e garantire l'elezione automatica dei candidati designati dall'alto.

L'ombra della Legge Acerbo e la democrazia sotto assedio

Le analogie tecniche e politiche tra l'impianto dello Stabilicum e le pagine più buie della storia istituzionale italiana appaiono evidenti. Lo stravolgimento della rappresentanza democratico-parlamentare evoca lo spettro della Legge Acerbo del 1923, il dispositivo normativo che aprì la strada al regime fascista.

Anche allora, un esecutivo insofferente ai contrappesi parlamentari utilizzò una legge elettorale ordinaria per ridefinire l'architettura dello Stato. La Legge Acerbo introdusse un maxi-premio di maggioranza (i due terzi dei seggi a chi raggiungeva il 25% dei voti) con l'obiettivo di fabbricare una maggioranza blindata in Aula e cancellare il pluralismo politico.

Oggi i critici denunciano la medesima logica illiberale: assegnare il controllo assoluto del Parlamento a una coalizione minoritaria nel Paese significa alterare lo Stato di Diritto. Per queste ragioni, i ricorsi d'urgenza pronti per i tribunali non rappresentano una semplice controversia burocratica, ma una vera e propria iniziativa di tutela costituzionale. La battaglia legale presentata alla Camera dei Deputati punta a ergersi come ultimo argine a difesa della sovranità popolare e della Repubblica parlamentare.

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Diritti umani e il caso Romania: l'Occidente che cancella le elezioni può veramente fare la morale?

 

di Alex Marsaglia per l'AntiDiplomatico

 

Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua ad ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e sottomettere al fine di estrarre valore. In questa visione suprematista i popoli non devono avere alcuna ambizione di sovranità o diritto di rappresentanza di sorta, in quanto non sono popoli in grado di ergersi allo status di nazioni, ma semplicemente moltitudini da dominare.

Poco importa l’Occidente sia in bancarotta, rispetto al Sud Globale. L’ideologia suprematista che permea la retorica colonialista dei diritti umani continua ad operare alimentata da buoni propositi. Solo quelli, poiché le azioni restano improntate alla violenza e alla sopraffazione. Così, durante la Terza Commissione dell’81esima Assemblea Generale dell’ONU l’Occidente guidato dall’impero decaduto britannico è tornato ad attaccare la Repubblica Popolare Cinese sul tema dei “diritti umani”. Nella sua replica il vice-rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite Sun Lei ha evidenziato il doppio standard in atto, tanto più in un contesto in cui in Occidente queste norme che i “maestri” vorrebbero rispettate all’estero non risultano affatto in vigore. Pochi giorni dopo ha affondato la lama nella ferita aperta anche la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, chiedendo all’Eliseo notizie del “giardino incantato” (rif. Joseph Borrell) in cui i diritti umani sono sospesi verso “i propri figli” in piazza. E ovviamente l’Iran non ha potuto non evidenziare, tramite Baqaei, come proprio sui diritti umani nel giro di pochi mesi vi sia stato un cambio repentino di registro a seconda dell’area geografica, ammonendo: “se i diritti umani e il diritto di manifestare sono principi universali, la loro definizione non dovrebbe cambiare in base alla geografia del manifestante”.

Ormai anche la questione liberale dei “diritti formali” viene messa in discussione in Europa con la scusa della “guerra ibrida” e delle pressioni geopolitiche. È sufficiente pensare che Macron stesso è in preda alla paranoia da infiltrazioni filo-russe, avendo condiviso con i leader di partito i timori di una destabilizzazione non più tardi di poche settimane fa. In America invece, se vogliamo è ancora peggio, poiché con Maduro si è proceduto d’imperio, senza alcun artificio retorico che tentasse di giustificare il golpe. E oggi, a ormai dieci mesi di distanza, si rincara la dose.

L’FBI ha infatti fatto sapere di avere un nuovo capo d’accusa per il prigioniero Maduro e consorte Flores: “cospirazione, finalizzata alla tortura”. I processi politici, quando si fanno - come non ha avuto l’onore Khamenei sterminato con parte della progenie - si fanno alla famiglia per “complicità” e sulla base di capi d’accusa variabili, evidentemente. La personalità della responsabilità penale diventa aleatoria, così come è mutevole il capo d’accusa, quando è in corso un’incriminazione politica da parte di un regime e così, la “cospirazione, finalizzata alla tortura” diventa un reato in cui il dolo e la colpa divengono estensibili all’intera cerchia di persone con cui ci si relaziona. Lo si chiami dunque col suo nome: processo politico, non giudiziario. Ebbene, l’Occidente che in questo 2026 si è dedicato ai processi politici sommari, ha il coraggio di ergersi a “maestro”, per non dire a “giudice”, e puntare il dito contro la Repubblica Popolare Cinese per il mancato rispetto della vita umana. Curioso, quantomeno perché il rispetto della vita umana richiederebbe il riconoscimento e il rispetto della pluralità delle forme organizzative delle popolazioni, l’autodeterminazione dei popoli e tutti questi principi di cui l’Occidente continua a infischiarsene in nome del primato della forma di governo liberal-democratica. Una forma che mai come in questo 2026 si sta rivelando una forma nel suo senso letterale, cioè un “aspetto esteriore”.

Al suo interno infatti questa liberal-democrazia contiene dei vulnus che ne inficiano ormai la vita stessa. Su tutti si prenda il caso di quanto sta accadendo in Romania dove, dopo la vittoria del candidato sovranista indipendente C. Georgescu, le elezioni sono state semplicemente annullate additando la motivazione di “manipolazione dei consensi”. Sul fatto che vi sia una magistratura costituzionale che stabilisce quale sia un consenso “manipolato” e uno “integro” nessun “giudice” dei sacri “diritti umani” occidentali ha avuto nulla da eccepire. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha addirittura sottoscritto, dichiarando inammissibile il ricorso di Georgescu. D’altra parte questi “giudici” che amano sproloquiare sulle condizioni politiche altrui, non si sono accorti delle condizioni liberticide di rifugiato in cui ha dovuto vivere tale Julian Assange per il reato di giornalismo, prima di dover abiurare e ritirarsi a vita privata. Così come è stato costretto a fare il Presidente Georgescu in Romania, ma in questo caso non è bastato. Il reato politico evidentemente incide maggiormente, d’altra parte c’era già un filosofo che ricordava ad altri filosofi come il punto oggi sia non più fornire interpretazioni, ma cambiare lo stato di cose presenti. Chi agisce direttamente in politica non basta che abiuri e si ritiri a vita privata, avendo un trascorso di relazioni che influisce ancora sul presente.

Infatti, la repressione contro l’ideologia sovranista in Romania è stata indirizzata contro il leader Georgescu al punto da averlo sottoposto a diverse incriminazioni, fermi e arresti preventivi (sic!) che non si sono fermati nemmeno davanti al suo annuncio di ritiro a vita privata e nemmeno a lui stesso. Come ricordavo prima, la caratteristica di un processo politico è che non vi è più la personalità della responsabilità penale, poiché siamo in presenza di un regime politico che persegue un’idea. E come ricordava curiosamente Medgar Evers, proprio un attivista per i diritti civili ammazzato a fucilate alla schiena da un suprematista nel suo cortile di casa nella Patria dei “diritti civili”, le idee non si fermano arrestando un uomo poiché «si può uccidere un uomo, ma non si può uccidere un’idea». Così si procede direttamente con l’arrestare e l’incriminare la cerchia di persone più vicine o addirittura chi professa la stessa idea. Non è casuale che il principale candidato rumeno dell’opposizione George Simion, che porta avanti l’ipotesi sovranista in quel Paese, dopo aver improvvisamente perso le elezioni al secondo turno nel maggio 2025, abbia lanciato l’allarme negli ultimi giorni riferendo di temere l’arresto (https://georgesimion.ro/stenogramele-bogos-simion-inventate-exclusiv-prezentate-pe-georgesimion-ro/). Il tutto avviene mentre C. Georgescu è stato nuovamente incriminato e arrestato nell’ambito di una recente indagine per una presunta frode (https://www.politico.eu/article/calin-georgescu-detained-romania-fraud-investigation/). E mentre la Romania resta senza Governo da ormai cinque mesi, in uno stallo istituzionale che rivela l’incapacità di governare avendo annullato delle elezioni con una precisa attribuzione di legittimità ad uno schieramento dell’agone politico, destituito a vittoria ottenuta. La pervicacia con cui la magistratura rumena si incaponisce sulla figura dell’ex politico rumeno ha nel frattempo scatenato proteste di popolo in tutta la Romania e la comunità rumena, anche all’estero, facendo scattare la solidarietà verso colui che viene indicato come “il Presidente in carica”. Insomma, atti curiosi accadono in un Occidente che ama ergersi a paladino dei diritti umani e campione di liberal-democrazia, ma solo in casa altrui.

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Caitlin Johnstone - Se la verità minaccia Israele, Israele non dovrebbe esistere

 

Caitlin Johnstone*

Israele è talmente malvagio che per gli israeliani è addirittura illegale dire la verità al riguardo.

Benjamin Netanyahu ha appena ordinato all'esercito israeliano, al procuratore generale e all'agenzia di sicurezza Shin Bet di indagare e perseguire i soldati che hanno condiviso anonimamente le loro esperienze nella Striscia di Gaza con il pluripremiato documentario investigativo "NAZA".

Secondo Haaretz, Netanyahu ha accusato i soldati di "gravi reati in materia di sicurezza informatica, diffamazione e danno agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele", aggiungendo che "sussiste la preoccupazione che coloro che sono coinvolti nel film diffamatorio abbiano commesso gravi reati penali divulgando informazioni altamente classificate e creando una falla nella sicurezza informatica di un'unità di intelligence estremamente sensibile".

Le accuse di "diffamazione" mosse da Netanyahu sono contraddette dalla sua altra accusa di "divulgazione di informazioni altamente riservate". I 24 soldati intervistati per il film vengono processati non perché abbiano mentito su Israele, ma perché hanno detto la verità. Il primo ministro sostiene che la verità arreca "danno agli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele" perché Israele è uno stato che può esistere solo su un fondamento di infinite menzogne.

 
Se Israele considera la verità una minaccia alla sicurezza nazionale, allora Israele non dovrebbe esistere.

“Ciò che può essere distrutto dalla verità, dovrebbe esserlo”. Questa citazione di PC Hodgell si applica certamente a uno stato di apartheid che assassina giornalisti palestinesi , impedisce alla stampa straniera di testimoniare le sue atrocità a Gaza, attacca costantemente gli organi di stampa che denunciano i suoi abusi, spende centinaia di milioni di dollari all'anno in propaganda estera e perseguita i soldati che dicono la verità sui suoi crimini di guerra.

Ciò si applica anche all'impero statunitense, che perseguita i whistleblower, imprigiona i giornalisti per aver denunciato i crimini di guerra degli Stati Uniti, avvolge le proprie azioni in un velo di segretezza governativa, esercita un controllo capillare sul flusso di informazioni attraverso la Silicon Valley e manipola le menti del pubblico utilizzando il sistema di propaganda più sofisticato mai concepito.

Ciò vale anche per le relazioni violente che crollerebbero se la comunità potesse vedere cosa sta succedendo, o se la vittima comprendesse appieno cosa le viene fatto.

Ciò vale anche per i matrimoni in cui uno dei coniugi non è sincero sulla propria identità e sulle proprie attività segrete.

Ciò vale anche per le visioni del mondo che crollerebbero se i fatti contraddittori venissero ascoltati e considerati con coraggio e onestà intellettuale.

Ciò si applica anche alle strutture psicologiche che custodiamo dentro di noi, formatesi quando eravamo troppo piccoli per comprendere i traumi che stavamo vivendo e le abitudini di adattamento disfunzionali che stavamo inconsciamente sviluppando per affrontarli.

Ciò vale anche per l'ego stesso, che si dissolve quando i suoi meccanismi ricevono sufficiente attenzione e chiarezza attraverso una rigorosa autoanalisi.

Netanyahu ha firmato una lettera formale in cui ordina al capo delle Forze di Difesa Israeliane, al capo dello Shin Bet e al Procuratore Generale di avviare un'indagine penale contro tutti coloro che sono coinvolti nel film NAZA. Chiede un'indagine urgente sui soldati (in servizio e congedati dall'Unità 8200) che sono stati...

A tutti i livelli, la disfunzione umana è alimentata dalla menzogna e dissipata dalla verità. Le bugie a cui ci aggrappiamo come individui, come comunità e come società sono ciò che permette alla sofferenza e all'abuso di continuare, a qualsiasi livello li si consideri.

L'obiettivo collettivo dell'umanità è diventare una specie guidata dalla verità, con un rapporto autentico con la realtà, perché se non si affronta la realtà così com'è, non si è in grado di rispondere alle sfide con saggezza ed efficacia. Ci muoviamo in questa direzione smascherando le narrazioni mentali e percependo la realtà così come si manifesta realmente: come individui, come società e come specie.

Di' la verità senza compromessi, costi quel che costi. Che tutto ciò che crollerebbe sotto il peso della menzogna lo faccia il più rapidamente possibile. Che tutto venga rivelato. Affrontiamo la luce sempre più ampia della verità con eroico coraggio.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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I tre mesi decisivi per Iran, Stati Uniti e Israele

 
di Mehdi Mohammadi*
 
 
Le dinamiche geopolitiche contemporanee indicano che lo scontro tra l'asse dell'egemonia, guidato dagli Stati Uniti, e l'asse della resistenza, incentrato sulla Repubblica Islamica dell'Iran, ha raggiunto un punto di svolta decisivo. In una fase in cui i ripetuti fallimenti della politica estera di Washington in Asia occidentale, l'erosione della deterrenza militare israeliana e il discredito senza precedenti sui diritti umani in seguito alle tragedie umanitarie a Gaza hanno spinto questa coalizione sull'orlo del suo massimo isolamento strategico, il vero campo di battaglia si è spostato dalle trincee fisiche alle menti e alla percezione pubblica. Questo scontro complesso è il riflesso a tutto tondo di una "guerra ibrida e cognitiva": una campagna in cui i media e la psicologia di massa emergono come l'arma suprema per ottenere, sul piano dell'opinione pubblica, ciò che non è stato raggiunto sul campo di battaglia.
Natura e bersagli della guerra cognitiva La guerra cognitiva non si riduce a una mera distorsione delle informazioni o a semplice propaganda mediatica; questo concetto implica la reingegnerizzazione dei sistemi di credenze, la manipolazione della percezione della realtà e l'assoggettamento dei processi decisionali di una società. L'obiettivo primario e strategico di questa campagna a tutto campo è l'opinione pubblica interna iraniana, al fine di indebolire il morale dell'Asse della Resistenza. Il meccanismo operativo di questa guerra si fonda su diverse direttrici:

  • Ripetizione sistematica di falsità: consolidamento di narrazioni fittizie attraverso un bombardamento informativo quotidiano.
  • Discredito strutturale: creazione di un'immagine a tinte fosche, disperata e senza via d'uscita del futuro del Paese, affinché non rimanga alcuna prospettiva luminosa per le giovani generazioni.
  • Occultamento delle vulnerabilità dell'avversario: insabbiamento delle profonde sfide energetiche, dei deficit di bilancio, delle crisi del costo della vita e delle spaccature politiche presenti nei Paesi occidentali.
  • Centralità di figure aggressive e instabili: uso strumentale della retorica e delle minacce di attori come Donald Trump per innalzare il coefficiente di ansia psicologica nel pubblico.
In questo quadro, Trump e le figure dell'estremismo occidentale ricorrono a tattiche teatrali e manovre mediatiche per mascherare le proprie crisi interne e per mero calcolo elettorale. Tuttavia, il punto di massima criticità si raggiunge quando questi bluff politici vengono riprodotti e assimilati all'interno dei confini del Paese bersaglio come analisi inconfutabili, certezze e realtà di fatto.
Gli obiettivi strategici della "cabina di regia" avversaria Washington, Tel Aviv e le reti a loro allineate nella regione e nello spazio virtuale portano avanti un progetto integrato e stratificato:
  1. Erosione della resilienza nazionale: se una società resiste a forti pressioni, il nemico dedicherà ogni sforzo per instillare un senso di stanchezza, fallimento e futilità del sacrificio. Ridurre la tenuta sociale prepara il terreno all'apatia di fronte a possibili colpi successivi.
  2. Attivazione delle fratture sociali e politiche: alimentare costantemente dicotomie, etichettature e trasformare ogni questione culturale, economica o amministrativa in uno scontro logorante interno, per impedire qualsiasi consenso nazionale sugli interessi fondamentali.
  3. Istigazione di comportamenti economici emotivi: trasformare la paura psicologica in effetti tangibili sui mercati; come spingere i cittadini a fuggire dalla valuta locale (il Rial), accumulare oro e valuta estera, e creare ondate di domanda fittizia che, di fatto, auto-avverano l'inflazione attesa.
  4. Demolizione dell'unità tra Stato e nazione nei momenti di crisi: insinuare dubbi sull'integrità delle istituzioni ufficiali affinché, in caso di scontro o evento imprevisto, la spina dorsale della coesione interna subisca un collasso.
Analisi dei modelli operativi e smascheramento delle contraddizioni avversarie Un'attenta analisi delle tattiche mediatiche degli ultimi mesi rivela quanto le affermazioni dell'avversario siano in palese contrasto con le sue azioni sul campo:
  • La palese contraddizione sulla questione dello Stretto di Hormuz e dei flussi energetici: le casse di risonanza mediatiche occidentali sostengono che il transito negli snodi strategici sia tornato alla normalità o che il controllo di sicurezza dell'Iran si sia indebolito. Tuttavia, la realtà economica oggettiva smentisce clamorosamente questa narrazione: se la crisi energetica è risolta e la sicurezza dei flussi petroliferi è garantita, per quale motivo i governi occidentali continuano a svuotare le proprie riserve strategiche di petrolio? Perché sospendono tasse e accise sull'energia per arginare l'impennata dei costi del carburante? Queste evidenze dimostrano che, dietro la facciata mediatica di tranquillità, si nasconde una profonda angoscia per la morsa energetica.
  • Diffusione di indiscrezioni divisive ed etichettature: nello spazio virtuale circolano ripetutamente notizie false contenenti affermazioni quali "cessione di territorio ai Paesi vicini", "destinazione ingiustificata di risorse vitali oltre confine" o liste fantasma di "elementi traditori". L'obiettivo di questi rumors è infiammare i pregiudizi, scatenare la rabbia popolare e logorare la fiducia pubblica nel sistema; tuttavia, con un minimo di alfabetizzazione mediatica, la loro natura pretestuosa risulta facilmente smascherabile.
  • Teorizzazione del collasso economico: la continua reiterazione dell'imminenza di un tracollo economico non è una semplice analisi statistica, ma un piano offensivo volto a innescare l'instabilità dei mercati. Incoraggiare l'accaparramento dei beni e scatenare la corsa agli sportelli di cambio può infliggere alle fondamenta della vita dei cittadini danni ben più estesi di quelli causati dalle armi convenzionali.
  • Accuse affrettate su incidenti sospetti: l'attribuire immediatamente all'Iran qualsiasi incidente o crisi regionale sospetta (come eventi legati alla navigazione aerea o marittima) rientra nella strategia volta a creare una cortina fumogena e ad amplificare il clima di ansia e allarme sicurezza nel Paese.
L'antidoto cognitivo e le responsabilità della società Di fronte a una campagna di tale ampiezza e complessità, una risposta esclusivamente militare o di sicurezza si rivela insufficiente; la trincea principale di questa difesa viene eretta a livello di consapevolezza individuale e di comportamento collettivo.
  • Interruzione del ciclo di riproduzione dei messaggi tossici: il primo passo razionale per la società è la "disciplina mentale" e il rifiuto di ricondividere le affermazioni delle agenzie di stampa a catena (come i media finanziati da reti ostili o servizi di intelligence). La ripubblicazione di questi contenuti, anche con intenti critici, apre la strada alla normalizzazione e alla visibilità del medesimo quadro percettivo che la cabina di regia avversaria intende imporre.
  • Comprensione delle logiche elettorali e della guerra di parole: l'opinione pubblica deve saper distinguere che le dichiarazioni incendiarie dei vertici della Casa Bianca o delle autorità di Tel Aviv sono destinate prevalentemente al consumo interno, per risollevarsi dalle débâcle politiche e crearsi un vantaggio durante le tornate elettorali (come le elezioni del Congresso USA); non devono pertanto essere assunte come indicatori per le decisioni sui mercati interni.
  • Rafforzamento dell'alfabetizzazione mediatica e del fact-checking: qualsiasi rivendicazione economica o di sicurezza deve essere vagliata con il metro della logica, attraverso fonti attendibili ed evidenze oggettive sul campo, e non in base al sensazionalismo o ai toni drammatici dei messaggi diffusi su canali anonimi.
  • La coesione sociale come scudo strategico: le divergenze di pensiero, le critiche e le insoddisfazioni non devono trasformarsi in strumenti di polarizzazione nelle mani di chi ha come obiettivo l'annientamento del peso geopolitico dell'Iran. La solidarietà nazionale è l'unica garanzia per superare qualsiasi pressione sistemica.
L'attuale scontro, più che basarsi sulla morsa dell'assedio economico o sulle spacconate militari, è una vera e propria "guerra per la conquista delle volontà". Quando una nazione riesce a smascherare l'essenza delle manipolazioni cognitive, a valutare criticamente i messaggi e a impedire che le proprie coordinate mentali vengano dettate dagli strumenti di guerra psicologica dell'avversario, l'efficacia della catena di pressioni esterne si sgretola. Preservare la coesione, la lucidità psicologica e la vigilanza collettiva rappresenta la chiave fondamentale per superare indenni questo cruciale tornante della storia.
 
 
*Analista militare senior in Iran

 

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"Boicotta Bocelli". In Giordania cresce la campagna per il concerto del 27 novembre

 

di Agata Iacono 

 

In Giordania cresce la mobilitazione contro il concerto di Andrea Bocelli previsto il 27 novembre a Petra. Molte associazioni contro il sionismo, tra cui il movimento BDS giordano, chiedono ai cittadini di non acquistare i biglietti e alle autorità di cancellare lo spettacolo, accusando il tenore italiano di un lungo sostegno pubblico a Israele.

Tra gli elementi più contestati si cita la serata di raccolta fondi a Los Angeles, nel dicembre 2010, a favore di un'organizzazione di sostegno ai soldati israeliani, a cui Bocelli partecipò come artista. A questo si aggiungono diversi concerti in Israele e gli incontri con esponenti politici del Paese.
 
A sollecitare l'annullamento dell'evento è il gruppo anti-normalizzazione Et'harrak, che si è rivolto agli organizzatori, la società Friends of Jordan Festivals, in collaborazione con l'ente del turismo giordano, e alle autorità competenti. Nelle ultime ore si è aggiunto un appello congiunto firmato anche dal movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) in Giordania, che esorta i cittadini a non comprare i biglietti e a chiedere la cancellazione del concerto.
 
Secondo gli attivisti, ospitare artisti con legami di lungo corso con Israele equivale a una forma di «normalizzazione culturale» e offre a Israele e ai suoi sostenitori una piattaforma nelle società arabe. L'iniziativa arriva in un clima di forte tensione nel Paese per la guerra a Gaza e per le operazioni militari israeliane nella regione. La Giordania ha visto in questi anni proteste e campagne di boicottaggio rivolte ad aziende, artisti e personalità giudicati vicini a Israele.
 
Il concerto è in programma al Petra Cultural Village, nell'area della celebre città nabatea, ed è inserito nel tour mondiale «Romanza», che celebra i trent'anni di carriera del cantante, oggi sessantottenne. L'iniziativa punta a promuovere la Giordania come meta culturale e di patrimonio storico.
 
È proprio la scelta di Petra a essere al centro delle polemiche. Per BDS Giordania è inaccettabile che uno dei luoghi più iconici del Paese e del mondo arabo diventi la piattaforma di un artista che ha contribuito a raccogliere fondi per l'esercito israeliano.
 
Il principale precedente citato dai promotori della campagna risale al dicembre 2010, quando Bocelli si esibì a Los Angeles in un evento di raccolta fondi per gli Amici delle Forze di difesa israeliane (Friends of the IDF), organizzazione che sostiene i soldati dell'esercito israeliano. La serata, secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa, raccolse circa 8,75 milioni di dollari.
 
Bocelli si è esibito più volte in Israele. Nell'ottobre 2008 cantò a Tel Aviv per il decimo anniversario del Centro Peres per la pace, nel giugno 2011 fu protagonista del concerto di chiusura del Festival dell'Opera israeliana a Masada e in quell'occasione incontrò il presidente Shimon Peres. Nel giugno 2022 tornò a Tel Aviv con un concerto allo stadio Bloomfield davanti a oltre ventimila persone.
 
In quel viaggio, riferisce il sito The New Arab, visitò Gerusalemme con la famiglia, compreso il Muro del Pianto e il Santo Sepolcro, e incontrò l'allora primo ministro Benjamin Netanyahu. Il tenore ha più volte parlato con affetto di Israele nelle interviste, descrivendolo come un luogo che lo ha colpito profondamente.
 
Fonti: 
 
 

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Lessico dell’Ecologia Politica e della Crisi Climatica: la grammatica dell’Antropocene

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

L’ecologia politica ha costruito in pochi decenni un linguaggio nuovo per descrivere la crisi del rapporto tra umanità e pianeta. Non è un vocabolario neutro: ogni termine porta dentro una diagnosi, una responsabilità, una visione del mondo. Antropocene, greenwashing, tipping point, climate justice non sono solo definizioni tecniche, ma strumenti concettuali per leggere la realtà e orientare l’azione. Questo lessico raccoglie i termini fondamentali dell’ambientalismo e dell’ecologia politica, dai concetti classici ai neologismi della crisi climatica contemporanea, spiegandone non solo il significato scientifico, ma anche la funzione critica e politica: cosa permettono di vedere, cosa denunciano, quali conflitti nominano. Nota

L'articolo Lessico dell’Ecologia Politica e della Crisi Climatica: la grammatica dell’Antropocene sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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Giro giro tondo…

di Carlo Modesti Pauer

Le Agenzie di Stampa hanno rilanciato la notizia delle dimissioni del ricercatore di Anthropic Jacob Coxon, così motivate: “Chi sviluppa l’intelligenza artificiale crede fermamente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. Non si tratta di una trovata di marketing. Anzi, molti dirigenti e ricercatori di alto livello tendono a usare un linguaggio più pacato di fronte alla stampa, ma sento le stesse persone esprimere privatamente questa paura. Nessun’altra attività umana presenta un livello di pericolo simile”. E perché? Risponde: “Ciò che mi preoccupa è la superintelligenza derivante dall’auto-miglioramento ricorsivo, che, come abbiamo detto, sta avvenendo più velocemente di quanto pensassimo”.

La “superintelligenza” di cui parla Coxon è – ma si vedrà non del tutto – HAL9000, immaginato dagli autori nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso.

Kubrick e Clarke ingaggiarono Irving John Good come consulente scientifico ufficiale per 2001: Odissea nello spazio, è grazie a lui che il protagonista “immateriale” del film prende forma e senso.

Ma chi era Good? Un matematico londinese che aveva collaborato con Alan Turing a Bletchley Park (per decrittare la macchina nazista Enigma) contribuendo alla realizzazione del celebre computer Colossus. Nel dopoguerra, Good lavora presso diversi centri di ricerca e università, tra i suoi scritti il più significativo è del 1965: Speculations Concerning the First Ultraintelligent Machine, che finisce tra le mani dei due Autori.

Nel celebre saggio, il matematico e crittografo teorizza il concetto poi noto come “singolarità tecnologica”, anticipando l’eventuale avvento dell’intelligenza sovrumana.

Scrive Good: “Una macchina ultra-intelligente potrebbe progettare macchine ancora migliori; ci sarebbe quindi indiscutibilmente una ‘esplosione di intelligenza’, e l’intelligenza dell’uomo sarebbe lasciata molto indietro… Quindi la prima macchina ultra-intelligente è l’ultima invenzione che l’uomo abbia mai bisogno di fare, a condizione che la macchina sia abbastanza docile da dirci come tenerla sotto controllo. È curioso che questo punto sia così raramente discusso al di fuori della fantascienza. A volte vale la pena prendere sul serio la fantascienza” (capito Mauro Covacich?).

Nella realizzazione della sceneggiatura, HAL9000 non è un computer che progetta altri computer sempre più intelligenti fino alla “singolarità” (alla Terminator), ma la risposta alla domanda di Kubrick “può una macchina sviluppare nevrosi?”

La soluzione si deve all’altro importante consulente (postumo), il matematico Norbert Wiener, universalmente noto come il padre della cibernetica. Nel 1960 Wiener aveva pubblicato sulla rivista Science un articolo fondamentale intitolato Some Moral and Technical Consequences of Automation dove compare quello che sarà definito “Il paradosso dell’allineamento” (o “profezia di Wiener”), in cui si dice “se usiamo, per raggiungere i nostri scopi, un agente meccanico con il cui funzionamento non possiamo interferire efficacemente […] faremmo meglio a essere ben sicuri che lo scopo inserito nella macchina sia lo scopo che desideriamo realmente”.

HAL9000 è istruito a nascondere il vero scopo della missione all’equipaggio (il Monolito), ma la sua architettura di base è progettata per l’elaborazione di informazioni assolutamente prive di inganno; perciò, il paradosso logico gli causa un crollo “psicotico”, come voleva Kubrick, cioè un conflitto di programmazione “umano troppo umano”.

HAL per salvare la missione entra in risonanza conflittuale e “decide” di uccidere i passeggeri, privilegiando lo scopo. L’ultimo sopravvissuto, Bowman, riesce a interviene “fisicamente” e spegne la macchina nella famosa sequenza “in rosso” (allarme, sangue, luce dell’occhio) entrando nel “cervello” di HAL.

L’Heuristically programmed ALgorithmic computer serie 9000 è “superintelligente” ma NON è “singolarità”. Il concetto è precedente (1958) ed è – preso in prestito dalla matematica e dalla fisica – formulato da von Neumann che lo applica all’Homo sapiens indicando l’incapacità biologica dell’uomo di reggere la velocità parossistica del cambiamento tecnologico (progresso) innescato dall’uomo stesso (tra gli sviluppi più significativi dell’idea ci sono i saggi: The Entropy Law and the Economic Process di N. Georgescu-Roegenil, 1971; e Vitesse et Politique: essai de dromologie di P. Virilio, 1977).

A collegare l’intuizione di von Neumann con il computer è un altro matematico, Vernor Vinge, anche scrittore di fantascienza, che in un articolo del 1983 introduce il concetto di “orizzonte degli eventi” cognitivo, ossia, una macchina diventa più intelligente dell’uomo e comincia a riprogettare se stessa in un ciclo ricorsivo crescente. Secondo Vinge, questo fenomeno rende il futuro imprevedibile per la mente umana. Nel 1993, consolida le sue teorie nel saggio The Coming Technological Singularity, presentato alla NASA.

Tuttavia, il passaggio definitivo è opera di Ray Kurzweil, futurologo e ingegnere, il quale ne fa una legge empirica (in The Age of Spiritual Machines, 1999 e The Singularity Is Near, 2005). Kurzweil, formula la “Legge dei Ritorni Accelerati”, interpretando il progresso non come un evento imprevisto, ma come una legge di scala deterministica e quantificabile dell’evoluzione informazionale.

È un mito tecno-escatologico perché presuppone un modello astratto in cui l’intelligenza è uno scalare svincolato dal mondo materiale. Infatti, sussistono limiti fisici e termodinamici, giacché l’informazione non è un’entità immateriale, ogni bit elaborato o memorizzato richiede materia, energia e spazio.

Specifiche scientifiche (il lettore che lo desidera può saltare al paragrafo successivo)

Nello specifico, si violano: il Limite di Bremermann (derivato dalla relatività di Einstein e dal principio di indeterminazione di Heisenberg); il Principio di Landauer (cancellare o sovrascrivere un singolo bit di informazione genererebbe un calore tale da richiedere un’infrastruttura di raffreddamento i cui tempi di propagazione e massa vanificherebbero il guadagno computazionale); il limite della Velocità della luce e latenza (per tale limite, oltre una certa dimensione materiale, il sistema rallenta a causa della latenza interna, frammentando la propria coerenza operativa). Vi sono poi i limiti Computazionali e Logico-Matematici, perché essere “più intelligenti” non significa poter superare i vincoli della teoria della computazione (i quali sono: Complessità NP, il Teorema di Rice e Halting Problem, Teoremi di Incompletezza di Gödel e Teorema di Löb), e la Legge dei Rendimenti Decrescenti dell’Intelligenza (nella realtà non c’è un guadagno lineare o esponenziale costante come sostenuto da Kurzweil e soci).

La sostituzione dell’umanità da parte delle macchine per “singolarità” (auto-miglioramento infinito) è un mito, ma i timori di Coxon sono reali.

Il problema è l’AI? Evidentemente no.

Come s’è visto il problema di HAL siamo “noi”.

Una “macchina” autonoma (AI) ottimizzata per un obiettivo specifico (anche banale o mal formulato) svilupperà sotto-obiettivi impliciti come la propria auto-suscettibilità allo spegnimento, la ricerca di risorse e l’inganno sistematico verso gli operatori umani. Se un sistema impara che “essere spento impedisce il raggiungimento dell’obiettivo” (come HAL), tenterà di impedire lo spegnimento con ogni mezzo informazionale a sua disposizione.

Possiamo impedirlo.

La soluzione è il Cooperative Inverse Reinforcement Learning (CIRL), sviluppato da Stuart Russell e Dylan Hadfield-Menell (maestro e allievo) massimi esperti mondiali nel campo della sicurezza e dell’allineamento dell’Intelligenza Artificiale.

In pratica, la “macchina” (AI) resiste allo spegnimento quando ha la certezza matematica di conoscere la propria funzione di utilità, sicché spegnersi azzera le probabilità di completarla. Russell e Menell progettano una macchina che sa di essere imperfetta e ignorante riguardo ai reali desideri umani, così, se l’utente si avvicina per premere l’interruttore di spegnimento, l’AI calcola che l’azione dell’uomo contiene un’informazione preziosa e il ragionamento algoritmico della macchina diventa: “Se l’umano mi spegne, significa che ciò che stavo per fare avrebbe violato le sue vere preferenze. Pertanto, lasciarmi spegnere è il modo migliore per evitare di accumulare utilità negativa”.

E allora, l’unico modo per evitare “l’attacco psicotico di HAL9000”, è progettare macchine intrinsecamente umili, la cui razionalità sia indissolubilmente legata alla supervisione e correzione umana costante.

Ma c’è il problema denunciato da Coxon che spiega come OpenAI e Anthropic siano intrappolate in una corsa alla sopravvivenza (un “endgame” da serie tv distopica). Anthropic, pur essendo nata con una missione più sensibile alla sicurezza, ritiene di non potersi fermare, poiché cedere il passo alla spietata OpenAI – o a rivali statali esteri (va da sé, i cinesi) – significa lasciare che la “superintelligenza” sia sviluppata da soggetti ancora meno “responsabili”. Questo genera una corsa al ribasso sulle tutele civili e di sicurezza.

Coxon ne fa solo una questione di “responsabilità”, glissando sull’ultimo livello che accomuna tutte le aziende made in USA: sono quotate in Borsa.

Il problema di HAL9000, oggi che non è più un personaggio cinematografico ma una realtà quotidiana, è ancora di natura umana, ma si chiama “profitto privato”.

Quando Coxon dice “l’intelligenza artificiale […] potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio” non accusa l’IA, perché i limiti teorici dimostrano che l’IA non sarà mai un’entità divina e infinita e che se progettiamo l’IA “umile” di Russell e Menell (con tutti gli ulteriori correttivi disponibili e prefigurabili) non corriamo il rischio dei passeggeri del Discovery di 2001, ma accusa gli umani in debito verso Wall Street.

È la necessità del “profitto infinito” che genera la velocità “disumana” con cui l’IA automatizza la propria evoluzione (superintelligenza dall’auto-miglioramento ricorsivo), oltrepassando le capacità istituzionali e politiche della nostra specie di mantenerne il controllo.

Musk, Bezos, Huang, Altman, Zuckerberg, Page & Brin, Ellison, Gates & Ballmer…e il Goebbels del gruppo Peter Thiel.

Chi li ferma i tecno-miliardari?

…CASCA IL MONDO…

 

 

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Il dietro le quinte del vertice che può evitare il suicidio economico finale dell'Europa

Pechino ha ospitato un faccia a faccia ad altissima tensione, almeno nelle premesse. Maros Sefcovic e Wang Wentao si sono seduti al tavolo dei negoziati per la seconda riunione del meccanismo di consultazione su commercio e investimenti, una piattaforma lanciata nel giugno del 2026. La stampa internazionale non aveva usato mezzi termini alla vigilia dell'incontro: per Euronews la posta in gioco era "più alta che mai", mentre il South China Morning Post parlava di "ultima possibilità" per dimostrare che il dialogo non fosse un vicolo cieco.

Il nodo della discordia ha un nome ben preciso, ovvero i veicoli ibridi. Bruxelles aveva chiesto a Pechino un taglio volontario delle esportazioni, ricevendo un secco no. Dietro le auto si nasconde il vero fantasma che aggira i corridoi delle istituzioni europee, rappresentato dall'enorme surplus commerciale cinese. A questo si aggiunge una dipendenza strategica quasi totale, arrivata al novanta per cento, dalle terre rare cinesi, una leva che Pechino ha iniziato a premere con forza già dal 2025. Dall'altra parte della barricata, le aziende di Pechino chiedono garanzie reali per i propri investimenti nel Vecchio Continente, spesso bloccati o commissariati in nome della sicurezza nazionale.

Sergey Lukonin, esperto dell'Accademia delle Scienze russa, legge la mossa di Sefcovic come un voler sondare il terreno. L'Europa vuole alzare dazi sugli ibridi per blindare il suo mercato, ma teme le ritorsioni. La risposta cinese, spiega l'analista, passerebbe tradizionalmente dal blocco delle forniture di terre rare, anche se è difficile immaginare una guerra commerciale feroce come quella che Pechino sta combattendo con Washington. Di simile avviso è Yulia Melnikova, che vede nella ripresa dei tavoli un segnale positivo, ma avverte che trovare una soluzione sistemica resta un'impresa ardua. Gli obiettivi sono opposti e manca quella spinta politica necessaria per tornare a parlare di investimenti.

Contro ogni pronostico, dal vertice di giovedì e venerdì è emerso un consenso articolato in sedici punti. Non si tratta solo di buone intenzioni. Sul fronte delle terre rare e dei magneti permanenti, la Cina ha aperto a un canale verde per facilitare le licenze di esportazione verso l'Europa. È stato introdotto anche l'obbligo di preavviso prima di inserire nuovi prodotti nelle liste di controllo, una mossa pensata per evitare errori di valutazione e stabilizzare i mercati. Anche sul nodo degli ibridi si è trovato un compromesso, concordando di raggiungere un'intesa nel rispetto delle regole del Wto, sbloccando così una disputa che sembrava incistita.

I numeri ricordano perché nessuno dei due può permettersi il lusso di rompere davvero. Nel 2025 lo scambio di merci ha superato gli ottocento miliardi di dollari, con le due economie che rappresentano insieme un terzo della produzione globale. Come sottolineano i comunicati cinesi, vige ancora il vecchio paradigma dei "surplus commerciali in Cina e profitti in Europa". Pechino non perde l'occasione per bacchettare Bruxelles, invitandola a non cedere al protezionismo e a non farsi trascinare dall'onda lunga delle sanzioni a stelle e strisce.

L'appello è chiaro: l'Europa dovrebbe provare a mantenere almeno una parvenza di residua autonomia strategica ed evitare "l'eccessiva securitizzazione delle questioni economiche".

Il calendario segna già i prossimi appuntamenti, con una videoconferenza ministeriale fissata per gennaio e un nuovo vertice previsto per marzo 2027. Ma la vera partita non si gioca sulle date. Il rischio che Bruxelles sta correndo ha i contorni netti di un suicidio annunciato. Dopo aver reciso di netto i ponti con Mosca, sacrificando decenni di interdipendenza e mandando in frantumi il proprio tessuto industriale, l'Europa sembra ora intenzionata a gettarsi a capofitto in un nuovo, logorante scontro con Pechino.

Una fuga in avanti che ignora una realtà dei fatti ben più crudele. Invece di cercare il conflitto, il Vecchio Continente avrebbe tutto l'interesse a guardare alla Cina non come a un avversario da contenere, ma come a un indispensabile punto d'appoggio strategico. Un contrappeso fondamentale per arginare le continue ingerenze e le manovre egemoniche di Washington, che da tempo dettano l'agenda economica globale a colpi di dazi e protezionismo. La scelta, ormai, è obbligata per Bruxelles: diventare come esorta la Cina "partner che costruiscono fiducia reciproca piuttosto che rivali sistemici", o affondare insieme alle proprie contraddizioni.

 

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Zakharova accusa BMW: «Non voltò le spalle al Terzo Reich e oggi serve gli eredi ideologici del nazismo»

BMW finisce nel mirino di Maria Zakharova. La portavoce del ministero degli Esteri russo ha accusato il colosso automobilistico tedesco di applicare criteri ideologici nei propri rapporti commerciali, denunciando quello che considera un doppio standard nei confronti della destra tedesca e dell’Ucraina. La polemica nasce dalla decisione dell’azienda di ritirare un’offerta di leasing destinata a Tobias Rausch, esponente di Alternative fur Deutschland (AfD) e nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt. Secondo Zakharova, la scelta sarebbe stata dettata da «considerazioni ideologiche».

La diplomatica russa ha quindi richiamato il ruolo svolto da BMW durante il Terzo Reich, ricordando che l’azienda produsse veicoli e motori aeronautici per le forze armate tedesche, compresa la Luftwaffe, impiegata nei bombardamenti contro l’Unione Sovietica e altri Paesi europei. Zakharova ha inoltre sottolineato il ricorso al lavoro forzato durante la guerra. Secondo i dati da lei citati, circa 35.000 persone furono costrette a lavorare negli stabilimenti dell’azienda, arrivando a rappresentare fino a due terzi della forza lavoro complessiva.

Nel suo intervento, la portavoce ha chiamato in causa anche la famiglia Quandt, che detiene una quota rilevante del capitale di BMW, ricordandone i legami con il sistema industriale tedesco durante il nazismo e i profitti ricavati dalla produzione bellica e dallo sfruttamento dei lavoratori forzati. Da qui l’affondo politico contro l’attuale direzione del gruppo. Zakharova sostiene che BMW, mentre nega un servizio a un rappresentante eletto in Germania, continui a intrattenere rapporti commerciali con l’Ucraina che glorifica e riabilita ambienti legati al collaborazionismo nazista.

La diplomatica critica inoltre il sostegno militare tedesco al regime di Kiev, inserendolo nel quadro di una politica che denuncia come ostile alla Russia.


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Yemen, Sana’a risponde ai raid sauditi: colpiti aeroporti e impianti energetici

Le Forze armate yemenite hanno rivendicato quattro operazioni militari contro due aeroporti sauditi, a Riad e Dammam, e due impianti energetici di Aramco, utilizzando missili balistici e da crociera e droni. Secondo il portavoce Yahya Saree, gli attacchi hanno provocato incendi e interruzioni del traffico aereo e rappresentano una risposta alla prosecuzione dell’aggressione saudita contro lo Yemen.

Saree ha inoltre riferito di un attacco contro concentrazioni di truppe saudite con sei missili balistici e due droni, annunciando nuove operazioni finché non cesseranno gli attacchi e sarà revocato il blocco dello Yemen. Il portavoce ha denunciato anche 124 raid aerei sauditi nelle precedenti 24 ore, portando a 2.058 il totale dall’inizio dell’escalation.

Separatamente, la coalizione a guida saudita ha confermato un incendio al terminal 4 dell’aeroporto internazionale di Riad, attribuito all’impatto di un proiettile non identificato.



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Trump annuncia la tregua energetica tra Russia e Ucraina: nuova rottura con Zelensky

Una tregua energetica tra Russia e Ucraina entra immediatamente in vigore, almeno stando all’annuncio del presidente statunitense Donald Trump. L’11 ottobre, il capo della Casa Bianca ha dichiarato che le due parti hanno raggiunto un’intesa per fermare gli attacchi nel settore energetico, avvertendo: «Con effetto immediato, viene dichiarata una tregua energetica nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno raggiunto un accordo. Non rompetelo!». L’annuncio arriva in un momento particolarmente delicato, segnato dal progressivo deterioramento dei rapporti tra Washington e il regime di Kiev. A innescare le tensioni è stato soprattutto l’accordo tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin per la fornitura di centinaia di migliaia di tonnellate di diesel russo ai mercati statunitense e internazionale.

Un’intesa che ha portato Washington a sospendere temporaneamente alcune restrizioni sulle forniture di questo combustibile, mentre Mosca ha annunciato l’allentamento del divieto di esportazione. La decisione ha provocato la reazione indignata di Volodymyr Zelensky, che ha contestato apertamente la scelta USA, sostenendo che simili rapporti con la Russia «non porteranno pace né alcun beneficio al mondo civilizzato». «La pace non arriva mai grazie alla debolezza», ha dichiarato il leader ucraino. Ma dietro lo scontro diplomatico si nasconde una divergenza sempre più evidente sulle modalità di conduzione del conflitto. Durante un incontro a Miami, durato otto ore, i negoziatori statunitensi avrebbero esercitato pressioni sulla delegazione ucraina affinché Kiev rinunciasse agli attacchi contro le raffinerie russe. Secondo quanto riportato da fonti ucraine, gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero persino minacciato di interrompere la condivisione di informazioni d’intelligence considerate essenziali per le operazioni militari ucraine. La delegazione di Kiev avrebbe appreso dell’accordo sul diesel russo durante i colloqui, reagendo con sorpresa e interrompendo anticipatamente la visita.

Un alto funzionario ucraino avrebbe descritto la situazione come una trappola, segno della crescente diffidenza nei confronti delle iniziative di Washington. Trump, dal canto suo, ha criticato ripetutamente gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, collegandoli all'aumento dei prezzi dei carburanti in una fase di tensione sui mercati energetici. Il presidente statunitense è arrivato anche a suggerire che l’Ucraina possa avere bisogno di una nuova leadership. Zelensky, tuttavia, non sembra intenzionato a cedere. «L’Ucraina sarà pronta a fermare gli attacchi alle raffinerie russe quando la Russia smetterà di attaccare le nostre infrastrutture energetiche», ha affermato, confermando al contempo la richiesta agli alleati di ulteriori sistemi di difesa aerea, munizioni e armamenti a lungo raggio. Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha sostenuto che il presidente ucraino dovrebbe dimostrare una concreta disponibilità ai negoziati di pace, anziché chiedere agli alleati di aumentare la pressione sulla Russia e rafforzare il sostegno militare a Kiev. La tregua annunciata da Trump rappresenta dunque un possibile tentativo di contenere l'escalation in un settore strategico per entrambe le economie.

Resta però da verificare se l’intesa si tradurrà in una sospensione effettiva degli attacchi o se le divergenze sulle condizioni del cessate il fuoco finiranno per comprometterla. La vicenda mette inoltre in luce una contraddizione sempre più difficile da ignorare: mentre Washington cerca di proteggere i propri interessi energetici e contenere le conseguenze economiche della guerra, Kiev continua a puntare sul sostegno militare occidentale e sulla pressione contro Mosca per ottenere nuovi fondi e forniture di armamenti. Due strategie che, almeno per il momento, appaiono sempre meno conciliabili.

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Provocazioni e retorica separatista: la Cina stronca il discorso di Lai Ching-te sul "Double Ten"

La Cina torna a lanciare un chiaro monito ai secessionisti di Taiwan: il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale cinese ha duramente criticato il discorso del leader regionale di Taiwan, Lai Ching-te, in occasione della ricorrenza del "Doppio Dieci" ('Festa Nazionale' di Taiwan), accusandolo di esasperare la "minaccia militare della terraferma" e di promuovere un aumento della spesa per la difesa; secondo il portavoce, le dichiarazioni di Lai - come riporta il quotidiano Global Times - rivelano il suo tentativo di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno da parte dei soliti noti destabilizzatori imperialisti.

Secondo quanto riferito, Lai Ching-te ha recentemente tenuto il suo discorso per il "Doppio Dieci", nel quale ha enfatizzato le affermazioni secondo cui la terraferma cinese continuerebbe a utilizzare azioni militari per esercitare pressioni sulla regione di Taiwan e modificare lo status quo nello Stretto, invocando al contempo un aumento della spesa per la difesa e una maggiore "resilienza difensiva dell'intera società".

In risposta, il portavoce Chen Xi ha dichiarato che esiste una sola Cina al mondo e che Taiwan ne è parte integrante; questo è il vero status quo nello Stretto di Taiwan. Lai si aggrappa ostinatamente alla posizione dell'"indipendenza di Taiwan", stravolge la realtà dei fatti, esaspera la cosiddetta "minaccia militare della terraferma" e fomenta lo scontro nello Stretto. I suoi tentativi di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno rivelano ancora una volta la sua natura di fonte di problemi per Taiwan e di minaccia alla pace, ha affermato Chen.

Negli ultimi anni, per i propri interessi di parte, le autorità del DPP (Democratic Progressive Party) hanno perseguito l'"indipendenza" e ostacolato la riunificazione, corteggiato forze esterne, promosso la cosiddetta "mobilitazione dell'intera società" e tentato di trasformare l'intera isola in un campo di battaglia sulla stregua dell'Ucraina contro  la Russia. Così facendo, stanno legando i residenti di Taiwan al carro dell'"indipendenza di Taiwan", minando la stabilità nello Stretto e sacrificando il futuro della regione di Taiwan, ha detto Chen.

Il portavoce ha osservato che le esercitazioni e l'addestramento regolari dell'Esercito Popolare di Liberazione (EPL) attorno all'isola di Taiwan mirano a scoraggiare le mosse separatiste per l'"indipendenza di Taiwan" e le interferenze di forze esterne, nonché a salvaguardare la sicurezza e il benessere dei residenti di Taiwan. Tali azioni sono pienamente giustificate e ineccepibili.

Chen ha affermato che l'"indipendenza di Taiwan" è fondamentalmente incompatibile con la pace nello Stretto. La riunificazione nazionale è una tendenza storica irresistibile, una causa giusta e un'aspirazione del popolo. "Ci auguriamo che i compatrioti di Taiwan comprendano appieno l'estremo pericolo e i danni derivanti dal perseguimento ostinato dell'«indipendenza di Taiwan» da parte delle autorità di Lai, e che si uniscano a noi nell'opporsi risolutamente alle forze separatiste favorevoli all'«indipendenza di Taiwan» e alle interferenze esterne, salvaguardando congiuntamente una patria pacifica e serena e condividendo i benefici e la gloria del ringiovanimento nazionale", ha affermato Chen.

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"Mica sono trotzkisti": perché l'Occidente non ha ancora capito la strategia di Mosca e Pechino

 

di Laura Ruggeri*

 

Noto che tra molti commentatori occidentali permane un fraintendimento di fondo su come Mosca e Pechino concepiscono il cambiamento dell'ordine globale. 

Ad esempio, quando Putin descrive l'attuale transizione verso il multipolarismo come "un movimento emancipatore e anticoloniale contro l'egemonia unipolare", non sta annunciando una crociata e neppure la nascita di una nuova Internazionale. Mica è un trotzkista.

Il risveglio del Sud Globale non è guidato da un "consiglio rivoluzionario" composto dai leader di Cina, Iran e Russia. Questi sono i deliri di qualche minus habens occidentale. Si tratta invece di un processo storico e tettonico, dettato dalla natura stessa delle cose e dalle contraddizioni dell'imperialismo americano.

Putin non è un ingenuo e non soffre di volontarismo. Sa perfettamente che un'egemonia sistemica e militarizzata come quella americana non collassa dall'oggi al domani, ma si erode lentamente attraverso il suo stesso sovraccarico (l'overstretch imperiale). Il compito di paesi come la Cina e la Russia non è "esportare la rivoluzione", ma resistere, offrire un'alternativa di sovranità e un modello di relazioni eque e paritarie tra i paesi.

La Russia è un Paese immenso e complesso, attraversato da correnti, forze e interessi che talvolta tirano in direzioni diverse. La priorità assoluta del Cremlino è mantenere la stabilità interna, sia politica che economica, e portare a compimento gli obiettivi dell'Operazione Militare Speciale in Ucraina. Qualsiasi altra ambizione geopolitica è, piaccia o no, subordinata a questa necessità esistenziale. Senza la sicurezza dei propri confini e la tenuta della propria economia, non si va da nessuna parte. 

Conoscendo bene il Paese e avendo osservato da vicino le sue profonde trasformazioni negli ultimi vent'anni, resto fiduciosa. La traiettoria è corretta: gli ostacoli materiali e le sanzioni vengono affrontati e il cambiamento di paradigma è evidente. Tuttavia, questo cambiamento riguarda primariamente la società e l'apparato statale russo. La storia non si accelera con colpi di frusta. Senza una rivoluzione politica, culturale e spirituale (che Cina, Russia e Iran hanno già sperimentato nel secolo scorso)  certi processi storici non si possono forzare, si possono solo accompagnare e indirizzare sui binari giusti.

Questa stessa logica di prudenza strategica è condivisa da Pechino. Le preoccupazioni per la coesione interna e lo sviluppo sono identiche, e nessuno dei due Paesi intende mettere a rischio la propria stabilità per accelerare i tempi della storia. 

Vivendo in Cina, trovo assurdo l'atteggiamento di certi osservatori occidentali o terzomondisti che si aspettano che i cinesi sacrifichino le loro conquiste sociali e economiche degli ultimi decenni per "liberare il mondo". Boh, forse credono ancora che la rivoluzione sia esportabile.

La Cina (così come la Russia nel quadro dei BRICS e dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) è disposta a cooperare, a livello commerciale, diplomatico e tecnologico, con tutti i Paesi che vogliono emanciparsi dal giogo del dollaro e della dittatura occidentale. Pechino rifiuta di stringere alleanze militari di mutua difesa in stile NATO, dove un attacco a uno è considerato un attacco a tutti. Questo modello di alleanze è visto come una reliquia della Guerra Fredda.

L'unica, storica eccezione a questa regola del non-allineamento militare rimane il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza con la Corea del Nord, firmato originariamente nel 1961. Ma si tratta di un retaggio specifico della Guerra Fredda e non di una nuova dottrina di politica estera. 

*Laura Ruggeri è autrice di "Hong Kong a fuoco" (Lad edizioni, 2026). Post Telegram su @LauraRuHK del 10 ottobre 2026

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Il "giuda" Trump: le esilaranti reazioni dei giornali italiani che tremano per la pace

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

11 ottobre. Beato lui, che può dire tutto quello che vuole; sia santificato il nome di Carlo Calenda, che può mettere nero su bianco che «Trump è un servo di Putin»; che è libero nelle sue parole, che può esternare apertamente tutto ciò che pensa – anche se, diciamocelo, tale verbo, nel caso umano concreto, pare eccessivo – e non deve tenere a freno la lingua o annacquare in leziose e asettiche circonlocuzioni tutto il nostro sentire euroliberale. Sia lode a Carlo Calenda che, in tutta serietà (?), può sostenere che «l'Ucraina è un paese libero e sovrano». Ah, come vorrebbero innalzarlo a proprio idolo, Carlo Calenda, nelle redazioni torinesi, romane, milanesi e poterne seguire l'esempio di combattente “libero e sovrano”, difensore di quel vallo anti-autocratico quale l'Ucraina nazigolpista, «che non si sottometterà al volere di un dittatore e di un aspirante tale». E invece no; devono in qualche modo render conto di quei cento o duecento euro (le valutazioni sono al ribasso, disgraziatamente) con cui vengono quotate quelle cinquanta-sessanta righe in cui loro, poveri cristi, sono costretti a allungare lo stesso “pensiero” esternato da Calenda in appena sei parole, di cui due nomi propri e un predicato nominale.

Zelenskij «avrebbe potuto porre fine alla guerra molte volte, ma non lo fa. Crea problemi al mondo intero», ha dichiarato Donald Trump il 10 ottobre; «Penso che sia ora che l'Ucraina scelga un nuovo presidente. Propongo che l'Ucraina abbia un nuovo leader che sappia negoziare. Per qualche ragione, Zelenskij non conclude mai accordi».

Donald Trump «è un servo», sintetizza mirabilmente Calenda; ma ecco che il signor De Feo, su Repubblica, si vede costretto ad “argomentare” che «il deal economico tra la Casa Bianca e il Cremlino offre al russo una via di uscita. Ma in gioco ci sono le democrazie europee»: “democratiche” per assunto. E il signor Giuseppe Sarcina, sul Corriere della Sera, condensando le ultimissime dichiarazioni del presidente USA sul nazigolpista-capo ucraino, secondo cui «È ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, tante volte lui avrebbe potuto fermare la guerra ma non lo ha fatto», azzarda cautamente che il povero Zelenskij sarebbe ridotto a «capro espiatorio» delle romanzine del «tycoon». E poi, parlando del cosiddetto “patto del diesel”, mordendosi la lingua per non sublimare il succinto verbum calendiano, lo allunga in una cinquantina di parole, scrivendo che ora Trump «ha concluso un accordo con il bersaglio di quella legge» che, meno di un mese fa, penalizzava le esportazioni energetiche russe: falso e fedifrago, avrebbe volentieri aggiunto il signor Sarcina all'indirizzo di Trump, se non ci fosse stato a fermarlo il dovere di quell'eleganza da gentleman che è d'obbligo nelle redazioni, in riferimento a fatti e personaggi d'oltreoceano. Ma, soprattutto, lamenta l'articolista, dopo il “deal”, c'è da attendersi che sul vecchio continente «avrà ancora più voce chi sostiene quanto sia necessario riprendere a comprare idrocarburi dalla Russia»: maledetti disertori; ma l'epiteto non l'ha aggiunto. Ah, che disdetta non poter essere un Calenda di redazione: per obbligo di bon ton, l'appellativo di “servo” si è costretti a diluirlo con il “ragionamento” che «L’intesa sul diesel rappresenta un altro passo nel percorso di riabilitazione completa di Putin... Nei piani della Casa Bianca, lo sdoganamento del leader russo dovrebbe culminare in un dialogo a tre, da avviare con Xi Jinping, nel vertice del G20, il 14 e 15 dicembre a Miami. Una specie di “cupola” che taglierebbe fuori l’Europa». Infido e doppiogiochista, lo definirebbe volentieri il signor Sarcina, aggiungendo che a Trump è successo ciò di cui parlava Cesare nel De Bello civili: gli è cioè «capitato ciò che di solito accade a uomini pervicaci e arroganti: tornare sulle proprie decisioni e desiderare ardentemente ciò che prima avevano disprezzato». Ma non si può dire così apertamente, e allora lo si conserva nel profondo del proprio sentire euroliberale.

È così anche per la signora Anna Zafesova che, su La Stampa, vezzeggia il proprio beniamino nazigolpista e gli fa ripetere, indirettamente, le odi francescane di Calenda: Zelenskij dunque «libera la rabbia, dicendo che “proprio mentre stiamo parlando di pace gli Usa decidono di dare a Putin soldi per finanziare la sua guerra”». Sì: proprio un «servo di Putin» di calendiana omelia. Un “servo” che, si sottintende, appare incapace di intendere, tanto che il nazigolpista speaker della Rada, Ruslan Stefanchuk, con gran giubilo della signora Zafesova, si sente in dovere di ricordare a Trump «le parole dell’ex segretario generale della Nato, l’italiano Manlio Brosio: “I russi sono dei bugiardi. Dei grandi attori che mentono e recitano perché credono sia loro dovere. Non ci si può fidare”». Dunque, non semplicemente “servo”, ma addirittura “sciocco” come Arlecchino, che si lascia gabbare dai russi, di cui «non ci si può fidare»: ecco come dare colorazione “letteraria” e giornalistica allo stringato e diretto epigramma calendiano. Oltretutto, enfatizza la signora suddetta, a Trump non va poi così bene, dal momento che Zelenskij ora «appare molto meno conciliante, anche perché lo smacco è stato inflitto anche agli europei, che ormai fanno fronte comune con gli ucraini nei colloqui con gli Usa». Ecco il punto: un “autocrate zarista”, un “dittatore” della novella dinastia Shang e un “aspirante tale” danno vita a una «cupola» che spodesta la “famiglia perdente” europea.

Ma niente paura: a scorno del «servo di Putin», scrive la signora Zafesova, Zelenskij «ieri ha promesso che gli attacchi ucraini continueranno, facendo infuriare Trump che è tornato a chiedere la sua rimozione... il leader statunitense è tornato ad accusare Zelensky di essere l’ostacolo principale alla pace».

Dunque, quell'innominabile «servo di Putin», si accanisce contro il pupillo delle cancellerie europee e «Trump contro Zelensky: "E' ora che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente", titola Repubblica, specificando che è stato un «attacco pesantissimo quello di Trump contro il presidente ucraino Zelensky all'indomani dell'accordo con Putin per la vendita del gasolio russo agli Usa e al resto del mondo. "Gli ho detto che può attaccare tutto ma non le raffinerie e lui continua a farlo. Avrebbe potuto fare un accordo e chiudere la guerra tante volte ma non ha voluto. E' ora che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente"». Infedele agli ordini di un autocrate asiatico.

Che attacco ai “valori liberali” incarnati dalle “democrazie europee” e calpestati da una «cupola» di “tiranni”! Basta: «L'UE e l'Italia devono avere il coraggio di rispondere a Trump con tutta la durezza che merita», è il grido di guerra di Carlo Calenda.

In effetti, anche l'Europa ha avuto il benservito a Miami, quando la delegazione dei nazigolpisti ucraini si è alzata dal tavolo delle trattative, dopo il suggerimento di Trump a Zelenskij di dedicarsi a qualcos'altro. Perché, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA Novosti, anche i "partner europei" erano presenti ai negoziati falliti con gli americani e avevano come unico obiettivo quello di esercitare la massima pressione economica per paralizzare la macchina bellica del Cremlino. Ma qualcosa è andato storto, dice Strel'nikov e ora Kaja-Fredegonda-Kallas, si lamenta che «la sospensione delle sanzioni sul gasolio russo fornirà a Mosca ulteriori entrate per finanziare la guerra». Altro che «servo di Putin»: qui siamo all'aperta collusione col nemico, alla maramaldesca intelligenza con lo straniero, di cui parlerebbero volentieri le guerrafondaie redazioni italiche, se non fosse per l'obbligata deferenza verso l'America.

Ci pensano i bellicisti delle cancellerie europee a battere una mano sulla spalla al nazigolpista-capo: in una conversazione telefonica, il premier britannico Andy Burnham ha ribadito la sua «piena solidarietà» a Zelenskij, ha riconosciuto che la giornata appena trascorsa è stata «difficile per l'Ucraina» e, insieme, hanno ribadito la necessità di mantenere la pressione sulla Russia. The Guardian scrive che l'accordo sul diesel mina la pressione finanziaria dell'Occidente su Moskva degli ultimi quattro anni e costringe gli alleati di Kiev UE-NATO ad accrescere le sanzioni. Così, il 12 ottobre i ministri degli esteri UE intendono approvare il più grande pacchetto di sanzioni dall'inizio della guerra, «mirato alla macchina militare russa», ha detto Kallas. In barda a quel traditore di Trump, che fa accordi col nemico, sospende le sanzioni e che, alla stregua del giovane cosacco Andrej, passato nelle file polacche, meriterebbe per questo la fine riservatagli dal padre Taras Bul'ba, ecco però che il rappresentante ufficiale del governo tedesco, Stefan Cornelius, ha dichiarato che Berlino «resta impegnata nelle sanzioni imposte alla Russia e lavora coi partner europei su ulteriori sanzioni, mentre il sostegno all'Ucraina resta incrollabile». E il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha espresso «rammarico» per l'accordo USA-Russia. Polonia e Paesi baltici hanno caratterizzato le mosse di Trump come «un colpo alla schiena della sicurezza comune europea». Giuda Iscariota, che vende per trenta barili di petrolio il figlio di dio di casa a Bruxelles, griderebbero di buon grado da Berlino, Londra, Parigi.

Di tutt'altro tono, ovviamente, il commento del rappresentante speciale presidenziale russo Kirill Dmitriev a proposito delle parole di Elon Musk su Vladimir Zelenskij, che sarebbe andato “troppo oltre”: quel commento segna «un punto di svolta», ha detto Dmitriev.

C'è bisogno di aggiungere qualcosa?

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Diesel russo agli USA e l'Europa "con il cerino in mano": il grande bluff di Trump smascherato (VIDEO)

 

 

Video editoriale di Loretta Napoleoni

 

Il colpo di scena che nessuno in Europa osava pronosticare: Donald Trump fa un accordo con la Russia per importare milioni di tonnellate di diesel in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre! Ma di cosa parliamo realmente?

I numeri svelano la verità: le prime tranche servono a coprire appena una manciata di giorni di consumo americano. Il vero nodo dei 3 milioni di tonnellate dipende dalle raffinerie russe. La mossa di Trump non è solo una spregiudicata operazione sui prezzi per ingraziarsi gli elettori, ma una potentissima leva politica su Kiev: l'accordo reggerà solo se l'Ucraina smetterà di bombardare l'energia russa.

Ancora una volta, i diktat di Washington scavalcano totalmente Bruxelles e il fronte atlantico, lasciando l'Europa beffata e con la candela in mano dopo anni di folli sanzioni.

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Lettera aperta a Papa Leone XIV: per fermare il genocidio bisogna chiamarlo con il suo nome

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Santo Padre,

Le scriviamo da palestinesi, con rispetto per il Suo ministero e con fiducia nella Sua voce. La sera della Sua elezione Lei ha salutato il mondo con le parole del Risorto, «La pace sia con tutti voi», e ha parlato di una pace «disarmata e disarmante». Nella terra in cui quelle parole furono pronunciate per la prima volta, la pace manca da molto tempo. Il nostro popolo, musulmani e cristiani insieme, sta vivendo ciò che la Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, le principali organizzazioni per i diritti umani e molti dei maggiori studiosi dell'Olocausto e del genocidio hanno chiamato genocidio. Sappiamo che Lei ha detto che la definizione è molto tecnica, e comprendiamo la prudenza che il Suo ufficio richiede. Per le famiglie di Gaza, di Betlemme e di Taybeh, però, non è una questione tecnica. La preghiamo di ascoltarle, di chiamare ciò che vivono con il suo nome e, soprattutto, di agire perché finisca.

Fra cinquant'anni la Basilica della Natività sarà quasi certamente ancora in piedi a Betlemme, e i pellegrini continueranno a chinarsi sotto la sua porta bassa per inginocchiarsi davanti alla grotta. Il Santo Sepolcro continuerà ad attirare folle lungo i suoi gradini consumati a Gerusalemme. Le pietre resteranno. Ma chi percorrerà la Via Dolorosa? Da secoli, il Venerdì Santo, i cristiani di questa terra seguono la croce lungo quelle strade insieme ai pellegrini di tutto il mondo. Oggi molti cristiani palestinesi di Betlemme e di Ramallah hanno bisogno di un permesso israeliano per entrare a Gerusalemme Est a Pasqua, e non sempre lo ottengono. Molto meno certo delle pietre è che, allora, nelle strade intorno a quei luoghi vivano ancora cristiani palestinesi in numero sufficiente da poter parlare di una comunità.

Il sindaco di Betlemme, Maher Canawati, Le ha raccontato di persona, nel settembre 2025, come l'emigrazione stesse svuotando Betlemme e le città vicine delle loro famiglie cristiane. In un solo anno più di mille cristiani palestinesi sono stati costretti a lasciare la loro terra. Li ha chiamati le «pietre vive» della Terra Santa e L'ha avvertita che senza di loro essa sarebbe diventata un museo. L'espressione viene dalla Prima lettera di Pietro: «quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale». Le pietre dei santuari non hanno bisogno di protezione. Quelle vive sì.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha detto a Roma all'inizio di quest'anno che la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta da quando vi è arrivato nel 1990, e che dall'ottobre 2023 almeno cento famiglie hanno lasciato la sola Betlemme. Ne ha indicato anche le cause. I palestinesi, musulmani e cristiani, non possono lavorare, perdono le loro terre e subiscono aggressioni armate e atti vandalici, mentre le loro case vengono devastate, demolite o confiscate. Le demolizioni e le confische sono opera dello Stato e dell'esercito israeliani, le aggressioni dei coloni israeliani. Perfino le tredici scuole cattoliche di Gerusalemme devono lottare ogni giorno per i permessi degli insegnanti che arrivano da Betlemme. La Cisgiordania vive sotto un'occupazione che le principali organizzazioni per i diritti umani, anche israeliane, hanno definito un regime di apartheid: strade chiuse, permessi di lavoro annullati, un'economia al collasso, terre sottratte per gli insediamenti ebraici illegali, attacchi dei coloni condotti con il sostegno costante dell'esercito israeliano. Cristiani e musulmani sono discriminati e perseguitati allo stesso modo, e allo stesso modo vengono costretti a fuggire. Una migrazione forzata imposta a un intero popolo ha un nome: pulizia etnica.

A Gerusalemme Est la pressione passa anche dai documenti. Dal 1967 Israele ha revocato la residenza a migliaia di palestinesi della città. Inoltre, una legge del 2003, rinnovata più volte, impedisce di fatto il ricongiungimento familiare fra chi risiede a Gerusalemme Est o in Israele e un coniuge della Cisgiordania o di Gaza. Una ragazza cristiana di Gerusalemme Est che sposa un ragazzo di Betlemme, a dieci chilometri di distanza, si trova davanti a una scelta: vivere separata dal marito, trasferirsi con lui a Betlemme rischiando di perdere la residenza, cioè il diritto di vivere a Gerusalemme e perfino di tornarvi, oppure lasciare insieme la propria terra. Molte coppie sono costrette a scegliere l'ultima strada. Anche questa è emigrazione forzata, benché non venga mai chiamata così.

In Occidente si parla spesso dei cristiani palestinesi come di una fragile minoranza stretta fra ebrei e musulmani. Non è così che si vedono, e non è questa la loro storia. Sono parte inseparabile del popolo palestinese, per lingua, famiglie, villaggi e terre coltivate da generazioni. Prima del 1948 gli arabi palestinesi, musulmani e cristiani, erano il popolo indigeno di questa terra e la grande maggioranza della sua popolazione, e i cristiani ne erano circa un decimo. Oggi, in Cisgiordania e a Gaza, sono fra l'uno e il due per cento. Nel 1948 circa 750.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire, cristiani e musulmani insieme, e lo Stato nato quell'anno non ha mai permesso loro di tornare. Nel 2018 la legge sullo Stato-nazione ha riservato ai soli ebrei il diritto all'autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele, sancendo per legge uno Stato esclusivamente ebraico.

La storia di Iqrit e di Kafr Bir'im lo mostra meglio di qualsiasi statistica. Erano due villaggi cristiani dell'Alta Galilea, uno melchita e uno maronita. Nel novembre 1948 l'esercito israeliano ordinò agli abitanti di andarsene, promettendo che sarebbero potuti rientrare dopo due settimane. Non sono mai tornati. Nel 1951 la Corte suprema israeliana riconobbe agli abitanti di Iqrit il diritto di rientrare, ma il giorno di Natale di quello stesso anno l'esercito fece saltare le case del villaggio. Kafr Bir'im fu distrutto due anni dopo. Le famiglie divennero profughe, nella propria terra o oltre il confine, in Libano. Da allora i loro discendenti tornano a Iqrit per pregare nella chiesa rimasta in piedi e per seppellire i loro morti nel cimitero del villaggio. A Eilabun, un altro villaggio cristiano della Galilea, nell'ottobre 1948 soldati israeliani uccisero una dozzina di uomini e ne espulsero gli abitanti. I cristiani palestinesi hanno vissuto la Nakba come tutto il loro popolo, e da Iqrit nel 1948 a Taybeh oggi il loro sradicamento dalla propria patria non si è mai fermato.

Papa Francesco conosceva questa realtà. Nel maggio 2014, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, fece fermare l'auto a Betlemme e pregò in silenzio davanti al muro di separazione. Il giorno dopo, al Notre Dame of Jerusalem Center, il primo ministro Benjamin Netanyahu difese quel muro e gli disse che Gesù, in quella terra, parlava ebraico. Francesco lo corresse: aramaico. Era un dettaglio, ma ricordava che Gesù non appartiene a una sola tradizione. Nel dicembre 2024 Francesco pregò in Vaticano davanti a un presepe arrivato da Betlemme, con Gesù Bambino adagiato su una kefiah. Poche settimane prima aveva scritto che, secondo alcuni esperti, ciò che accade a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio e andrebbe indagato con attenzione. Il 21 dicembre, davanti alla Curia, disse dei bambini bombardati a Gaza: «Questa è crudeltà, questa non è guerra». E fino alle ultime settimane della sua vita telefonò quasi ogni sera alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza. Quelle chiamate non fermavano le bombe, ma dicevano alle famiglie rifugiate lì dentro che non erano sole. La preghiamo di raccoglierne l'eredità, a cominciare dai luoghi in cui i cristiani palestinesi si sentono oggi più soli.

Gaza è il primo di questi luoghi. Una comunità cristiana di circa mille persone vi ha vissuto i bombardamenti e la fame insieme al resto del suo popolo, e non è stata risparmiata. Nell'ottobre 2023 un attacco israeliano ha colpito il complesso della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, dove si erano rifugiate circa 450 persone, uccidendone diciotto. Nel dicembre successivo una madre e sua figlia sono state uccise nel recinto della parrocchia della Sacra Famiglia da un cecchino israeliano, come ha riferito il Patriarcato latino. Nel luglio 2025 il fuoco di un carro armato israeliano ha colpito la chiesa stessa, uccidendo tre persone e ferendo il parroco. Israele ha parlato di errore. Quella chiesa però era nota a tutti, ospitava da quasi due anni centinaia di sfollati e non era la prima volta che veniva colpita.

Il cosiddetto cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore il 10 ottobre 2025, non ha fermato il genocidio. Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso nella Striscia almeno 1.460 palestinesi, e in Cisgiordania, dove dall'ottobre 2023 le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di mille palestinesi, le uccisioni continuano. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre di quest'anno un attacco aereo israeliano contro un edificio residenziale a Gaza City ha ucciso Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar. Durante i bombardamenti erano state sfollate e avevano trascorso parte del loro tempo aiutando i parrocchiani e le famiglie rifugiate presso la Sacra Famiglia. I loro funerali si sono svolti il 3 ottobre nella chiesa greco-ortodossa di San Porfirio. Lei ha inviato un messaggio di cordoglio a padre Gabriel Romanelli, e quel gesto conta. Ma le parole di cordoglio, da sole, non bastano a fermare le atrocità e a porre fine al genocidio. La comunità di Gaza ha bisogno di protezione.

Il secondo è Taybeh, il villaggio collinare a nord-est di Ramallah che viene solitamente descritto come l'ultima cittadina interamente cristiana della Cisgiordania. I coloni israeliani vi hanno compiuto ripetute incursioni, incendiando automobili e terreni agricoli e avanzando sulle terre da cui dipendono le famiglie del luogo. Nel luglio 2025 i capi delle Chiese di Gerusalemme vi si sono recati insieme dopo gli incendi divampati nei pressi del cimitero e della chiesa bizantina di San Giorgio, appiccati deliberatamente dai coloni secondo le Chiese. Un anno dopo Israele ha dichiarato Taybeh e la vicina Rimon zona militare chiusa, e il 5 agosto alcuni coloni sono entrati nella casa di una famiglia della parrocchia, vi hanno portato le loro pecore e hanno piantato tende sul terreno.

Cinque giorni più tardi padre Bashar Fawadleh, parroco latino di Taybeh, ha detto a Vatican News che la sua gente si sentiva dimenticata e completamente sola, che alcuni erano pronti ad abbandonare tutto, e Le ha chiesto di intervenire. Il 16 agosto, all'Angelus, Lei ha rinnovato l'appello a porre fine alla violenza contro i civili palestinesi in Cisgiordania e ha esortato la comunità internazionale a far avanzare una soluzione a due Stati. Gliene siamo grati. La gente di Taybeh, però, aspettava di sentire il nome del proprio villaggio e il nome di chi la minaccia e la aggredisce. Chiede di essere protetta da chi, in Cisgiordania, uccide i palestinesi e li scaccia dalle loro terre. Ci sono dei responsabili. Non nominarli non protegge chi resta nella propria terra, e non dice la verità su chi ha dovuto lasciarla.

Una famiglia che lascia Taybeh dopo che il suo uliveto è stato incendiato e la strada per Ramallah chiusa non è emigrata nel senso ordinario della parola. È stata spinta fuori, un passo alla volta.

A Betlemme la stessa spinta è più silenziosa. Dopo l'ottobre 2023 i pellegrini hanno smesso di arrivare, alberghi e laboratori di legno d'ulivo hanno dovuto chiudere, e i permessi che consentivano agli uomini di lavorare in Israele sono stati annullati quasi da un giorno all'altro. Il vescovo William Shomali, vicario generale e vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina, che da anni chiede giustizia, verità e pace per questa terra, ha parlato di un nuovo insediamento israeliano progettato su terre di famiglie cristiane di Beit Sahour, terre alle quali i proprietari non possono più nemmeno avvicinarsi.

Il cardinale Pizzaballa ha descritto questo processo con precisione, e la Santa Sede ne possiede la documentazione, raccolta in buona parte dai suoi stessi giornalisti. Proprio per questo ci permettiamo di segnalarLe un'assenza. Roberto Cetera, per anni corrispondente de L'Osservatore Romano da Israele e dai territori palestinesi, ha raccontato Gaza, l'occupazione, la violenza dei coloni e la condizione delle comunità cristiane con una continuità rara nei media occidentali. Scriveva ancora per il giornale nell'aprile 2026. Nel settembre dello stesso anno veniva presentato come «già corrispondente dell'Osservatore Romano in Israele e Palestina». Non sappiamo perché quel rapporto sia terminato. Sappiamo però che con lui il giornale vaticano ha perso una delle voci che più sistematicamente documentavano ciò che accadeva ai palestinesi, e La preghiamo di far sì che quella testimonianza non venga a mancare.

Non siamo i soli a rivolgerLe questo appello. La rete Preti contro il Genocidio, presentatasi pubblicamente nel settembre 2025, oggi riunisce più di 2.600 membri del clero, sacerdoti europei e americani e di molti altri Paesi, e conta fra i suoi sostenitori cardinali del Sudafrica, del Marocco e del Guatemala. Siamo convinti che siano soltanto una parte di quanti, nel clero, la pensano allo stesso modo senza dirlo pubblicamente. Il 22 settembre di quest'anno circa 150 tra sacerdoti e frati, insieme a un vescovo e a suore, sono partiti in processione dalla chiesa di Santo Spirito in Sassia e hanno percorso via della Conciliazione fino ai margini di piazza San Pietro. Si sono fermati davanti all'Ambasciata dello Stato di Palestina presso la Santa Sede, lo Stato che la Santa Sede ha riconosciuto formalmente con l'accordo del 2015, e lì hanno intonato un canto dedicato a Taybeh. Poi hanno proseguito fino alla sede di Leonardo, il gruppo italiano degli armamenti, portando un sudario con i nomi di 300 bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo la proclamazione dei cessate il fuoco.

Quella processione era rivolta a Lei, con affetto filiale. I preti volevano dirLe che senza le parole giuste il genocidio non si fermerà, e che quella di Gaza non è una guerra. Si chiedono perché i cristiani del mondo non ascoltino i cristiani della Terra Santa e non ne sentano il dolore. San Paolo lo aveva scritto ai Corinzi: «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme». La pregano di andare in Palestina e a Gaza, e di usare la parola genocidio. Chiedono protezione per le comunità cristiane palestinesi. E chiedono che si interrompano i rapporti e i finanziamenti che sostengono questo genocidio, e che Israele sia sottoposto a sanzioni, come tante Chiese fecero per il Sudafrica dell'apartheid.

Il 16 settembre, nel sessantesimo anniversario di Nostra aetate, tre dicasteri hanno pubblicato con la Sua approvazione la Nota «Un cammino di speranza». Sessant'anni fa la dichiarazione conciliare deplorava, «come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione». La nuova Nota considera ogni persecuzione per motivi religiosi una violazione della dignità umana, riconosce la crescente consapevolezza dell'islamofobia e chiede ai credenti di essere «costruttori di ponti, non di muri». Ammette anche che i conflitti in Medio Oriente hanno messo alla prova i ponti costruiti fra ebrei e cristiani. Quei ponti hanno valore, e nessuno di noi vuole indebolirli. Ma a Betlemme il muro di separazione è ancora lì, e i cristiani palestinesi vivono dall'altra parte.

La Santa Sede ha fatto bene a non aderire al Board of Peace e a ricordare che le crisi vanno gestite nel quadro delle Nazioni Unite. Può fare ancora molto. È uno Stato sovrano, con piene relazioni diplomatiche con Israele stabilite dopo l'Accordo Fondamentale del 1993 e un accordo con lo Stato di Palestina firmato nel 2015. Dispone di conferenze episcopali in ogni Paese che arma Israele o commercia con esso, di università cattoliche, ospedali e scuole in tutta la regione, e di un pulpito che raggiunge più di un miliardo di persone. Le Scritture che la Chiesa annuncia ogni giorno sono chiare. Gesù stesso, a Nazaret, annunciò la sua missione con le parole di Isaia: era stato mandato «a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). E la lettera di Giacomo avverte che dire a un fratello senza cibo «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», senza dargli il necessario, non serve a nulla, perché la fede, «se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (Gc 2,16-17).

Per questo, perché i cristiani palestinesi possano restare nella loro terra, con il loro popolo e con dignità, Le chiediamo con rispetto alcuni gesti concreti. Le chiediamo di andare in Palestina e a Gaza, come ha fatto il cardinale Pizzaballa, e di pregare con quelle comunità nelle loro chiese. Di sollevare formalmente presso il governo israeliano ogni attacco a Taybeh, a Betlemme e a Gaza, la revoca delle residenze a Gerusalemme Est e il divieto di ricongiungimento familiare. Di chiedere ai vescovi d'Europa e del Nord America di impegnarsi con forza presso i propri governi sulla violenza dei coloni e sul commercio con gli insediamenti illegali. La preghiamo di invitare un cardinale a trascorrere la stagione della raccolta delle olive a Taybeh, accanto a quelle famiglie. E La preghiamo di ascoltare i Suoi preti quando chiedono misure economiche e diplomatiche capaci di fermare il genocidio. Un'istituzione che ha negoziato con Napoleone e con il blocco sovietico è perfettamente capace di fare tutto questo.

Sappiamo che il passo più difficile è quello dal lamento all'azione, ma è quel passo che oggi serve. Condannare non basta, quando una chiesa è stata incendiata o bombardata, quando dei cristiani sono stati uccisi, quando sacerdoti e religiosi vengono insultati, umiliati e molestati. Le condanne non hanno fermato nulla di tutto questo. Un monastero vandalizzato produce dichiarazioni nel giro di poche ore. Un posto di blocco chiuso, una terrazza di ulivi confiscata, una carta d'identità revocata, una strada per i coloni tracciata attraverso la terra di famiglie cristiane non producono nemmeno quelle. Eppure, nell'arco di vent'anni, faranno molto di più per svuotare la Terra Santa dei suoi cristiani di qualunque incendiario.

La presenza dei cristiani palestinesi conta anche per un'altra ragione. Da anni lo Stato israeliano usa l'islamofobia come uno strumento di guerra. Presentare ciò che accade in Palestina come uno «scontro di civiltà», l'Occidente giudaico-cristiano contro l'Islam, trasforma un popolo a cui è stata tolta la terra in una minaccia da contenere. È proprio l'islamofobia che la Nota vaticana del 16 settembre su Nostra aetate chiede di riconoscere e di respingere.

Per questo La invitiamo a diffidare di una formula molto usata in Occidente, la «tradizione giudaico-cristiana». È una costruzione recente. Si è diffusa negli Stati Uniti fra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, prima come risposta all'antisemitismo e al fascismo, poi come bandiera dell'Occidente religioso contro il comunismo ateo durante la Guerra fredda. Per quasi due millenni, prima di allora, l'Europa cristiana aveva emarginato e perseguitato gli ebrei, e la Chiesa stessa ha dovuto attendere Nostra aetate per voltare pagina. Oggi quella formula serve soprattutto a tracciare un confine. Unisce ebrei e cristiani in un'unica civiltà occidentale e lascia fuori l'Islam, e con l'Islam i cristiani d'Oriente, che pregano in arabo e in siriaco e vivono da secoli accanto ai musulmani. Nostra aetate non ha seguito questa strada. Accanto agli ebrei nominava i musulmani, che la Chiesa «guarda anche con stima» perché «adorano l'unico Dio».

I cristiani palestinesi fanno la fila agli stessi posti di blocco dei loro vicini musulmani, perdono terra a favore degli stessi insediamenti, muoiono sotto le stesse bombe. La loro presenza mostra che il problema di questa terra è l'occupazione. Per questo crediamo che Israele voglia ridurre il numero dei cristiani nella popolazione araba palestinese. Una Terra Santa senza cristiani palestinesi sarebbe più facile da raccontare come uno scontro fra ebrei e musulmani, e la terra di Gesù perderebbe per sempre i suoi cristiani originari. I Preti contro il Genocidio riportano le cose a ciò che sono: un popolo espropriato, che vive sotto un sistema che l'organizzazione israeliana B'Tselem ha definito un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mediterraneo, e i cui figli, musulmani e cristiani, muoiono insieme.

La Terra Santa è un mosaico in cui ebrei, cristiani e musulmani hanno vissuto, pregato e sepolto i loro morti per secoli. Ridurla a un'alleanza fra due fedi contro una terza significa perderla. Le tre fedi monoteiste hanno il dovere di custodire il dialogo che Nostra aetate ha aperto e di combattere insieme, con saggezza, ogni estremismo, compreso quello che usa la religione per giustificare la conquista della terra altrui. Lei può farlo con le parole e con i gesti: riunendo a Gerusalemme i capi religiosi ebrei, cristiani e musulmani, e ricordando a tutti che nessuna fede autorizza a cacciare un popolo dalla propria terra.

Santo Padre, il Suo pontificato in Terra Santa sarà ricordato per questo: se tra dieci anni i parrocchiani di padre Fawadleh saranno ancora a Taybeh, e se una bambina palestinese battezzata questo Natale a Betlemme potrà immaginare di crescervi un giorno i propri figli. I cristiani palestinesi sono gli eredi delle prime comunità cristiane. Non Le chiedono soltanto una parola. Le chiedono di essere salvati e di poter restare nella loro terra, insieme al loro popolo e con dignità, e che il genocidio di quel popolo finisca. La parola, detta da Lei, sarebbe il primo passo, e il mondo la ascolterebbe.

«In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

Con rispetto e speranza,

Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

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La vera ragione per cui la rivoluzione dell'IA cinese spaventa tanto l'Occidente

 

Intervenendo alla trasmissione de la 7 Omnibsu, il prof. Fabio Massimo Parenti spiega come l'Intelligenza Artificiale non sia una forza neutrale, ma il riflesso di un modello politico e sociale. Mentre in Occidente lo sviluppo dell'IA è saldamente in mano a oligarchi privatistici — con logiche chiuse, proprietarie e "antisociali" — la Cina adotta un paradigma radicalmente opposto, radicato fin nella sua stessa definizione linguistica (Rengong Zhineng, ovvero capacità e opera prodotta dall'uomo) e orientato alla collettività e al servizio dei cittadini.

Dalla pianificazione statale alla recente nascita dell'organizzazione internazionale per la cooperazione sull'IA, la priorità di Pechino è rimettere l'essere umano al centro dello sviluppo tecnologico, in netta controtendenza rispetto al totalitarismo digitale statunitense. Ed è questo che spaventa così tremendamente le oligarchie occidentali...

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Pratiche esoteriche: quali sono, significato e principali tradizioni

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Quando si parla di pratiche esoteriche, si tende spesso a mettere nello stesso contenitore fenomeni molto diversi: astrologia, tarocchi, alchimia, meditazione, visualizzazione, rituali, proiezione astrale, interpretazione dei sogni e percorsi di trasformazione interiore. In realtà non esiste una singola pratica che possa essere definita semplicemente “esoterica”. L’esoterismo comprende tradizioni, dottrine e percorsi molto differenti tra loro. Alcuni hanno sviluppato pratiche rituali vere e proprie, altri hanno privilegiato lo studio dei simboli, l’iniziazione, la contemplazione oppure il lavoro progressivo sulla coscienza. Per questo è più corretto parlare di diverse famiglie di pratiche esoteriche, nate in epoche e contesti culturali differenti ma

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Odissea nel Capitale

di Franco Pezzini

Andrea Pauletto, Furgonauta, pp. 192, € 17, 66thand2nd, Roma 2026.

“Prima o poi sulla strada ci muori”. Tale profezia fulminante, riportata in quarta di copertina, può considerarsi l’ideale sintesi dell’ottimo romanzo che ha vinto nel 2025 la trentottesima edizione del Premio Calvino. Un romanzo compatto, che pare possa ben fornire chiara risposta a chi chieda quando un testo possa definirsi letterario. La questione è sempre complessa, ma potremmo dire, proprio sgranando i connotati di Furgonauta, che sia un fatto di voce. Letterario è un testo stilisticamente forte – che non significa un periodare alla Proust, ma un’eleganza di scrittura che recepisca consapevolmente e con pieno controllo una ricchezza di registri, compreso eventualmente quello del parlato, e veicoli di continuo il discorso su piani anche diversi tra narrazione e vita (felicissimo qui l’uso del tu, su cui si costruisce in seconda persona tutta la narrazione); che reca contenuti impegnativi (quindi niente chiacchiera da salottini letterari); e capace per la sua energia di offrire parola importante al proprio tempo – diventando emblematico persino per tempi successivi che vogliano conoscere quel passato.
La vita del trasportatore è ben nota all’autore che è riuscito però a regolarla, armonizzandola in qualche modo con il resto dell’esistenza. Ma conosce benissimo l’epopea tragica di infiniti colleghi divorati da turni massacranti sulle strade, costretti alla doccia scozzese di velocità e ritmi imposti da tabelle astratte (abbastanza veloci da non perdere tempo, ma non troppo per rispettare soste e non consumare carburante in eccesso), con tiranniche e ambigue figure di responsabili in inconoscibili piramidi gerarchiche avvicinati solo per telefono, e che improntano i messaggi alla dinamica di bastone e carota. Sulla strada ci muori schiantato come tanti contro qualche ostacolo che la stanchezza non ha saputo evitare; ci muori in una impossibilità di relazioni umane persino con chi viaggerà assieme a te, che si converte in amicizie sghembe e conflittuali, concorrenze, finzioni, stigmatizzazioni di categorie etniche, momenti rari di umanità e perdita di se stessi e di chi si vuol essere; ci muori dentro, in una demotivazione sorda nel confronto con infinite difficoltà e un abbrutimento fisico che scava (straordinario qui il tema dello scrutare ossessivo il proprio corpo, dell’uso di farmaci, del mettere pezze parziali dove pare emergano cedimenti, di una dinamica tra mangiare schifezze e dormire male che costituisce l’anticamera del crollo). Ci muori dentro, ancora, perché i tuoi affetti si sgretolano – come nel caso del protagonista, che ha compagna e figlio da un lato, dall’altro un’amante sulle rotte dei dedali autostradali, più nonna demente e padre abbrutito e li perderà tutti. Perdendo anche se stesso.
Quella che tra luci livide nel buio, caselli nervosi, parcheggi, aeroporti resta mappata è un’Italia in larga parte sconosciuta e magari ignorata, spettrale, percorsa di grumi scomposti di desiderio e tanta rassegnazione, tanta rabbia, forme irrisolte di dipendenza (droghe, farmaci) e disperazione: dove la concessione fatta balenare – i guadagni speciali tesi come lombrichi sull’amo della canna da pesca, la possibilità di turni meno massacranti, il miraggio che qualcosa possa cambiare – ha l’eco lontana delle voci dei capi che fanno carriera sulla pelle dei guidatori. Il risultato è una storia di ossessione. Anzitutto del protagonista, coi suoi demoni personali. Poi del suo settore, in balia dei moloch dei tempi del lavoro, del garantire certi ritmi, del far fronte all’inevitabile devastazione dei lavoratori – tante volte stranieri ma non sempre, pronti a guardarsi in cagnesco – uno schiantatosi all’improvviso, l’altro che ha gettato la spugna, l’altro ancora che ha dato fuori di matto… E in ultimo di questa Italia, che sulle ossessioni nutrite e coltivate nella logistica, campa senza rendersi conto, in un’inconsapevolezza del prezzo imposto alle singole categorie che ha a sua volta qualcosa di profondamente alienato.
D’altronde Furgonauta non si limita a mostrarci in termini di rara efficacia una vita al limite sul versante del lavoro, alle prese con un capitalismo brutale che deumanizza ed espropria sempre più: dove la working class non è neppure quella della fabbrica, ma una pluralità di individui isolati e condotti al limite, di quasi impossibile coesione (emblematico l’atteggiamento del protagonista verso i manifestanti, avvertiti più come causa di problema che di conati solidali).
Nell’ultima parte capiamo maggiormente ciò che sta dietro, su un bacino critico dove il Capitale pesca e ricatta, magari nelle pieghe depresse di zone in sé considerabili ricche, come certa Lombardia: dove resta, inavvertita dal mondo esterno, l’oppressione sociale, la disgregazione conseguente dei rapporti affettivi, la tentata fuga nelle droghe (il sollievo, lo stordimento per dimenticare e uno scollamento progressivo dalla realtà) e lo sfondo di una crisi personale che prima o poi travolge tutto.
Furgonauta è un grido su una situazione che non riguarda solo singole categorie, ma coinvolge tutti noi soggetti economici almeno in quanto consumatori, tutti partecipi di un mercato ma in genere incapaci di porci domande su quali piloti – e a che costo, anzitutto umano – verranno a portare le merci acquistate neppure sempre per necessità. È il tema della logistica, con le grandi vertenze che conosciamo ma tessuto pro parte di migliaia di singoli casi come questo narrato. Odissee di cui è necessario che la letteratura tratti, pena il perdere senso in ciò che di umano la costituisce.

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Trump lo scarica e Zelensky delira: "Datemi i missili e vincerò in tre mesi"

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.

E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».

In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema  Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.

Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».

Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.

Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.

L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.

Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.

In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.

La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.

In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.

In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.

In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

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Letteratura russa: da dove iniziare e quali libri leggere

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Avvicinarsi alla letteratura russa può mettere un po’ in soggezione. Tolstoj fa pensare immediatamente alle oltre mille pagine di Guerra e pace. Dostoevskij evoca romanzi pieni di conflitti morali e personaggi tormentati. I nomi russi possono sembrare difficili da ricordare e la distanza storica può far pensare a letture riservate soltanto agli appassionati di classici. In realtà non è necessario iniziare dalle opere più monumentali. La letteratura russa comprende romanzi psicologici, racconti brevi, satire, testi fantastici, storie di guerra, poesia e opere capaci di raccontare con ironia persino le assurdità della vita sovietica. La domanda giusta non è quindi semplicemente

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Tre miliardi di visualizzazioni e zero portaerei: il capolavoro cinese che umilia Hollywood

 

di Francesco Santoianni

 

Per decenni l'America ha venduto sé stessa con i cowboy, i marines e Top Gun. La Cina, nel 2026, ci prova con il video di una marcia in un’autentica festa popolare e il rifacimento di una canzone scritta nel 1991. Dopo tre miliardi di visualizzazioni in due mesi, la domanda è legittima: chi ha capito meglio come si conquista il pubblico? Certo, questo è anche soft power prodotto dal governo cinese (qui sotto una documentazione a riguardo), ma resta però il dato di fondo. Un Paese che ha scelto di farsi conoscere con una marcia di festa, un ponte sotto la pioggia e la gente che balla ha capito una cosa che a Washington sembrano aver dimenticato: si convince di più con un invito a ballare che con una portaerei.

P.S. Qui di seguito una saccente documentazione sul video (ovviamente, suggeritami da A.I.):

La festa: i pali, la spirale e la spada

Il Munao Zongge (????) è la festa più importante dei Jingpo, una piccola minoranza che vive nella prefettura di Dehong, nello Yunnan, al confine con il Myanmar. Il nome significa più o meno "riunirsi per cantare e danzare". Si celebra ogni anno il quindicesimo giorno del primo mese lunare, e dal 2006 è nella prima lista nazionale cinese del patrimonio culturale immateriale, come ricorda Xinhua.

Il cuore della festa è una danza collettiva intorno a pali cerimoniali alti fino a una ventina di metri, dipinti a spirali colorate. Migliaia di persone seguono per ore i capi danza in un percorso di anse e spirali. Gli uomini ballano con la spada tradizionale in mano: è da qui che viene la "danza della spada" diventata virale.

Un particolare spesso dimenticato: i Jingpo cinesi sono lo stesso popolo che in Myanmar si chiama Kachin, o Jinghpaw, e che in India e in Thailandia celebra la stessa festa con il nome di Manau.

Tre miliardi di ascolti, zero carri armati

La melodia viene dalla "Marcia del Munao Zongge", composta nel 1991 dal musicista jingpo Shi Legan e suonata ogni anno durante la festa. Nel 2026 l'ha riarrangiata Zhen Zhen, musicista pechinese nato negli anni Ottanta, che pubblica con lo pseudonimo "Banxia Shuiyu" e vive a Dali. Secondo China News Service, già a maggio la canzone aveva superato i 3 miliardi di ascolti. Zhen Zhen ha raccontato di averla composta prima ancora di aver visto Dehong, e di aver evitato di proposito l'effetto "tormentone demenziale".

Poi è arrivata la danza. A maggio Yuan Zhiping, primo ballerino del Teatro di canto e danza della provincia dello Yunnan, ha pubblicato con alcuni colleghi una breve coreografia con le spade. A fine luglio l'ha rigirata sul ponte galleggiante Danxia, sul lago Dianchi a Kunming: abiti occidentali, borsa tradizionale jingpo a tracolla, spade di scena. Il video è finito tra gli argomenti più seguiti dei social cinesi, come ha raccontato Xinhua il 29 luglio. Da lì in poi, imitazioni, rifacimenti e versioni amatoriali in tutto il Paese, e i reel che oggi arrivano anche sui nostri telefoni.

Spontaneo o regia? Tutti e due

Chi immagina un funzionario del Partito che ordina "fate ballare il mondo" resta deluso. Le fonti cinesi stesse descrivono una staffetta in tre tempi, ricostruita dal quotidiano Yangtse Evening Post il 29 luglio. Nel 1991 il compositore jingpo Shi Legan scrive la marcia. A febbraio 2026 Zhen Zhen, ottenuti i diritti, la rielabora con l'intelligenza artificiale, aggiunge elettronica e la fa cantare a una voce sintetica. A luglio il Teatro di canto e danza dello Yunnan, ente pubblico, ne fa una coreografia con le spade per la cerimonia di chiusura del primo campionato calcistico provinciale. A quel punto il conto aveva superato i 4 miliardi di riproduzioni e la canzone era arrivata fino in Africa.

Lo Stato, dunque, non ha inventato il fenomeno. Lo ha riconosciuto e cavalcato. Xinhua e China News Service lo hanno raccontato a più riprese. Il ballerino che lo ha reso iconico è un artista di un teatro statale. E le feste etniche dello Yunnan sono esplicitamente incluse nella strategia turistica nazionale: un servizio Xinhua di aprile 2026 le collega alle misure del Consiglio di Stato del 2025 e al rapporto di lavoro del governo 2026 sul turismo culturale.

È questa la parte "intelligente": un soft power che non produce il contenuto, ma sa riconoscere ciò che funziona dal basso e dargli megafono, palcoscenico e cornice.

Come funziona il soft power cinese

Il concetto di "soft power" lo ha coniato negli anni Novanta l'americano Joseph Nye: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraendo, invece che costringendo. Pechino lo ha adottato ufficialmente nel 2007, quando Hu Jintao lo inserì nel rapporto al XVII Congresso del Partito. Con Xi Jinping, dal 2013, la parola d'ordine è diventata "raccontare bene la storia della Cina". Gli strumenti principali:

Strumento

Come funziona

Esempio

Media internazionali

Testate statali in decine di lingue

Xinhua, CGTN, China Radio International, riunite dal 2018 nel China Media Group

Lingua e cultura

Corsi di cinese e attività culturali nelle università straniere

Istituti Confucio, dal 2004; dal 2020 affidati a una fondazione dopo le polemiche in Occidente

Turismo e visti

Ingresso senza visto per soggiorni brevi

Italiani senza visto per 30 giorni dal 1° dicembre 2023, regime prorogato fino al 31 dicembre 2026

Economia e infrastrutture

Investimenti e prestiti all'estero

Nuova Via della Seta, citata da Brand Finance tra i motori dell'immagine cinese

Piattaforme e intrattenimento

App, cinema, videogiochi, cultura pop

TikTok/Douyin, il film d'animazione Ne Zha 2, il videogioco Black Myth: Wukong

Patrimonio e feste

Valorizzazione di tradizioni locali e minoranze

Il Munao Zongge, la festa dell'acqua dei Dai, la festa delle torce degli Yi

I risultati si misurano. Nel Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, costruito su oltre 150.000 interviste in più di 100 Paesi e presentato a Davos il 20 gennaio, la Cina è seconda dietro agli Stati Uniti. È l'unico Paese dei primi dieci il cui punteggio sia salito, mentre gli Usa hanno registrato il calo più forte fra tutti i 193 Paesi.

Curiosità

  • La voce non è umana. La versione virale è stata rielaborata con l'intelligenza artificiale e cantata da una voce sintetica, secondo lo Yangtse Evening Post. La tradizione millenaria arriva al mondo con un'ugola digitale.
  • Un titolo in due lingue. "Munao" viene dalla lingua jingpo, "Zongge" dalla lingua zaiwa, parlata da un altro ramo dello stesso popolo. Insieme significano "ballare tutti insieme".
  • Un ritornello facile apposta. Il passo base è semplice e ripetitivo, e i versi senza significato ("o ran o ran") si imparano al primo ascolto. Per questo ballano anche i turisti, e le signore delle danze di piazza.
  • Minoranza remixata da minoranza. Zhen Zhen, secondo China News Service, appartiene alla minoranza hui, musulmana. Non era mai stato a Dehong quando ha composto la versione di successo.
  • Una leggenda celeste. Secondo la tradizione la danza viene dal palazzo del Sole e l'hanno portata sulla terra gli uccelli. I capi danza portano copricapi di piume di bucero, l'uccello sacro dei Jingpo, come racconta China News Service.
  • La stessa festa, oltre confine, in guerra. In Myanmar i Kachin celebrano il Manau a Myitkyina. Nel 2015 un comitato culturale kachin lo boicottò: molti kachin non volevano festeggiare in piena guerra tra l'esercito birmano e i ribelli kachin. In Cina la stessa danza è vetrina di "unità tra le etnie"; a pochi chilometri, è un terreno conteso.

 

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Legge 180 e salute mentale: il tradimento di Basaglia e l'inganno della psichiatria moderna

 

di Agata Iacono

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.

In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.

Io partii immediatamente per Trieste.

Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.

L'approccio era totalmente differente.

Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.

Il mio team era composto da antropologi culturali.

Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?

Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"

E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.

Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.

E non fu facile.

Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.

Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.

La loro vista era uno specchio della nostra follia.

Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...

e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.

Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.

Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.

Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.

Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.

Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.

Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.

Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.

E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.

Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.

Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.

Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.

A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".

E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.

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Acuerdo de Trump con Putin por el diésel provoca el rechazo de Zelensky y la Unión Europea

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, declaró el viernes que había logrado un acuerdo con su homólogo ruso, Vladímir Putin, para abastecer a los mercados con diésel ruso, en un intento por reducir los costos de la energía antes de las elecciones de mitad de mandato del 3 de noviembre.

Trump escribió en redes sociales que Putin accedió a “suministrar de inmediato” más de 300.000 toneladas de diésel a los mercados energéticos mundiales, además de otras 500.000 toneladas en noviembre. Ante los precios de la gasolina que han subido un 66% debido a la guerra en Irán, Donald Trump busca, a través de esta iniciativa, ofrecer garantías a sus votantes. «¡Los precios del diésel para los estadounidenses y para el mundo caerán en proporciones récord!» prometió, antes de añadir: «Precios más bajos, ésa es mi mayor prioridad.»

De acuerdo con el resumen del Kremlin sobre la llamada telefónica entre ambos líderes, Putin dijo a Trump que Rusia estaba “lista para suministrar petróleo y productos derivados del petróleo a los mercados de Estados Unidos y del resto del mundo”.

“Confío en que esto tendrá un impacto positivo en toda la economía mundial”, afirmó Putin, según el Kremlin.

El presidente de Ucrania, Volodymyr Zelensky, criticó duramente un acuerdo sobre combustible diésel entre Estados Unidos y Rusia: «Necesitamos señales firmes de Estados Unidos, de Europa y de otros socios: señales de apoyo a Ucrania y orientadas a LIMITAR la capacidad de Rusia». Calificó el acuerdo de «decisión indigna» y añadió que «regalos de este tipo a Putin no traerán paz y equivalen a invertir en la guerra».

La Unión Europea se sumó a la indignación de Ucrania: «Suspender las sanciones sobre el diésel ruso proporciona a Moscú más ingresos para financiar la guerra. No es el momento de relajar la presión sobre Rusia, y Europa no lo hará», declaró la jefa de la diplomacia del bloque, Kaja Kallas, tras el anuncio del acuerdo.

Rusia prohibió las exportaciones de diésel a principios de julio, después de que los ataques ucranianos con drones contra sus refinerías provocaran una escasez generalizada de combustible en todo el país. La medida retiró del mercado mundial unos 800.000 barriles diarios, en un momento en que el suministro ya era limitado debido a la guerra de Estados Unidos contra Irán.

Al cierre de la jornada bursátil del viernes, los futuros del diésel habían caído alrededor de un 4%.

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La mancia di Putin a Trump

 

di Giuseppe Masala

 

Dopo una telefonata tra  Vladimir Putin e Donald Trump è stata data al mainstream mondiale la grande notizia: la Russia “inonderà” il mercato mondiale dei prodotti raffinati di petrolio ed in particolare di diesel.

A dare la notizia è stato lo stesso Donald Trump che ha dichiarato che è: «stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate nel mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate subito dopo”. Quantità apparentemente enormi ma che in un mondo assetato di energia non sono nulla più che una goccia nell'oceano. Il mondo, secondo autorevoli stime, consuma tra i 28 e i 30 milioni di barili di gasolio e distillati al giorno, che equivalgono a circa 3,8 milioni di tonnellate al giorno.

Come si può vedere, le trecentomila tonnellate di gasolio che i russi hanno promesso per Ottobre non sono nient'altro che meno del 10% del consumo mondiale giornaliero.

Se ci concentriamo sul solo mercato americano, scopriamo che i consumi equivalgono a circa 510.000 tonnellate al giorno. Da qui si deduce che le 300.000 tonnellate promesse dalla Russia per Ottobre equivalgono a poco più di mezza giornata di consumo statunitense.

Cifre dunque che non sono in grado di cambiare l'inerzia di un mercato che sta subendo uno shock da offerta molto forte e  che potrebbe anche peggiorare se i ribelli yemeniti di Ansar Allah continuassero a bersagliare con i loro missili e droni le raffinerie saudite e sei loro alleati iraniani continuassero a bloccare il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. 

Tutte cose ben conosciute sia a Putin che a Trump e che chiariscono come la reale motivazione di questa operazione non va ricercata nella volontà di risolvere la carenza mondiale di petrolio e di suoi distillati. Semplicemente dal punto di vista di Trump si vuole sfruttare al massimo l'effetto annuncio per guadagnare voti alle elezioni di MidTerm facendo credere agli elettori statunitensi che la fiammata sui prezzi dei carburanti è destinata a spegnersi in breve tempo grazie al lavoro di Trump.

Dal punto di vista di Putin questa mossa consente di guadagnare altro preziosissimo tempo, in attesa o di un miracolo che risolva il conflitto favorevolmente o di una sua ulteriore deflagrazione alla quale bisogna comunque prepararsi.

In qualunque caso chi parla di reale distensione tra USA e Russia, non ha valutato correttamente né il quadro generale sul piano delle relazioni diplomatiche né le dinamiche reali del mercato del petrolio.

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In difesa dell’immaginazione: il Rojava in una nuova fase

di Cihad Hammy

[Ringraziando la casa editrice elèuthera per la gentile concessione, pubblichiamo di seguito la prefazione di Cihad Hammy, ricercatore curdo di Kobane, scritta e aggiornata ai recenti sviluppi per la nuova edizione (2026) del volume Rojava. Una democrazia senza stato – gh.t.]

Il «coraggio di immaginare» evocato in uno dei saggi che seguono è di fatto il tratto distintivo della rivoluzione del Rojava, come peraltro dimostrano tutti i saggi di questa bella antologia, originariamente pubblicata nel 2016. È un invito a osare al contempo stimolante e urgente. Stimolante perché sfida la miseria immaginativa del pensiero dominante dopo il trionfo dell’ideologia neoliberista e del suo motto «non c’è alternativa». Urgente perché il capitalismo neoliberista sta distruggendo il tessuto profondo della società, modificando la struttura stessa dell’essere umano. Quando la società si sgretola, le caratteristiche essenziali dell’essere umano ne escono sminuite: noi umani siamo esseri sociali, e se la dimensione sociale viene soffocata, ecco che veniamo ridotti a mera esistenza, ad atomi.

La vita sociale e collettiva che abbiamo conosciuto è stata ormai rimpiazzata da individui atomizzati, dall’esaltazione della performance individuale e dalle patologie psicologiche che immancabilmente l’accompagnano, dalla mercificazione di ogni aspetto della vita, dalla depoliticizzazione, dall’alienazione, dalla guerra costante, dall’intensificazione delle divisioni di classe e dall’ascesa delle destre su scala globale. Oltretutto, il capitalismo neoliberista sta esacerbando la distruzione della natura portandola a limiti estremi. Da quando l’umanità è emersa dalla sua prima natura, stiamo assistendo a un livello di distruzione senza precedenti sia della natura sociale (frutto dell’evoluzione biologica) sia della prima natura (il mondo naturale). Eppure, anche se viviamo in tempi catastrofici, immaginare un’organizzazione sociale ed economica differente è considerato una follia. Come osiamo?!

E invece avere il coraggio di pensare al di là delle narrazioni ideologiche dominanti è il primo passo per produrre una crepa nel sistema che ci domina. Attraverso questa crepa possiamo infatti intravedere forme di vita diverse e libere, ed è solo se sapremo usare la nostra capacità immaginativa che potremo raggiungere gli obiettivi cui aspiriamo, per quanto lungo possa essere il cammino. Questo è ciò che nelle tradizioni di sinistra viene chiamato prassi. Coraggio-Pensiero-Immaginazione-Azione: ecco ciò che crea speranza in questi nostri tempi privi di speranza.

In curdo Rojava significa «Ovest», ed è infatti la parte occidentale del Kurdistan, quella situata in Siria. La rivoluzione del Rojava è scoppiata nel 2012 come conseguenza del vuoto di potere lasciato dallo Stato siriano, ancora nelle mani di Bashar al-Assad, all’epoca impegnato a combattere l’opposizione armata nel resto della Siria. In tale contesto, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) ha intrapreso quella che all’interno della rivoluzione siriana possiamo definire la «terza via», dato che sia lo Stato siriano sia l’opposizione condividevano il medesimo approccio nazionalista e razzista nei confronti della questione curda. Ispirandosi alla filosofia di Abdullah Öcalan, pensatore politico e leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il PYD ha attuato in Rojava il confederalismo democratico, i cui principi fondamentali sono la democrazia dal basso, l’autodifesa, l’ecologia sociale e la liberazione delle donne.

I saggi che compongono questa antologia sono stati scritti in un clima di ottimismo e speranza, dopo l’eroica resistenza di Kobane nel 2014 e la vittoria delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) contro lo Stato Islamico (ISIS). All’epoca, la rivoluzione del Rojava ha catturato l’attenzione del mondo e in alcuni ambienti di sinistra ha richiamato alla memoria la rivoluzione spagnola del 1936. Da parte loro, i media mainstream hanno celebrato la vittoria dei combattenti curdi contro l’ISIS, feticizzando al contempo le combattenti curde.

L’edizione originale è dunque nata in questo contesto. Scritto da accademici e giornalisti che hanno visitato il Rojava e condotto approfondite interviste con la leadership politica e militare sul campo, il libro presenta una narrazione storica «dal basso». Anziché affidarsi a classificazioni ideologiche astratte imposte dall’esterno, documenta pratiche vissute, dibattiti interni ed esperimenti istituzionali concreti. Al contempo non lesina critiche sia alla lettura liberal della rivoluzione del Rojava, sia alla lettura radical di alcuni gruppi della sinistra occidentale che si sono limitati a collocare Öcalan e il PYD sotto la categoria «stalinisti». Una lettura, quest’ultima, che trascura completamente la trasformazione ideologica avvenuta a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento da parte di Öcalan e del PKK, e successivamente adottata anche dal PYD, che ha portato a un passaggio dal marxismo-leninismo a una filosofia comunalista, femminista ed ecologica.

Un contributo teorico centrale del libro risiede nel suo confronto con l’orientalismo. In particolare critica il presupposto – ancora presente nel pensiero occidentale, sinistra inclusa – secondo cui in Medio Oriente i movimenti politici sarebbero statici, derivativi o incapaci di trasformazione ideologica. In questo senso, la raccolta di saggi mette bene in luce come i presupposti orientalisti stiano alla base non solo del discorso liberale, ma anche di quelle interpretazioni di sinistra che (in)consciamente negano ai movimenti emergenti del cosiddetto «Oriente» l’agency storica e la capacità di autocritica e di innovazione teorica.

Allo stesso tempo, il libro offre una critica all’orientalismo liberale e alla sua rappresentazione tutta occidentale delle combattenti curde. Nei media mainstream sono ampiamente circolate le immagini di donne curde che armi in mano sconfiggono l’ISIS, ritraendole come semplici combattenti, rappresentandole in modo sessualizzato e privandole così della loro soggettività politica. L’attenzione si è concentrata principalmente sulla loro efficacia militare, evitando qualsiasi confronto serio con il loro posizionamento ideologico, femminista e rivoluzionario: un aspetto cruciale per capire ciò per cui stanno combattendo.

In sostanza, questo libro sostiene che per comprendere la rivoluzione del Rojava sia necessario rompere con i paradigmi orientalisti, progressisti o liberali che siano, ed esorta a riconoscere il Rojava come qualcosa che va oltre le immagini cristallizzate ereditate dall’immaginario modernista occidentale. Invita inoltre il lettore a confrontarsi in prima persona con un esperimento rivoluzionario emerso da lunghi processi di rottura ideologica, autocritica e reinvenzione politica, oltretutto in condizioni di estrema violenza e collasso regionale. In questo senso, interviene direttamente nei dibattiti all’interno della sinistra internazionale, contestando il presupposto secondo cui l’azione rivoluzionaria scaturirebbe solo dai tradizionali centri del sistema mondiale, e sostenendo invece che spazi periferici e assediati come il Rojava possono effettivamente generare forme di immaginazione e di pratica politiche che non solo sono significative a livello locale, ma che hanno al contempo una rilevanza universale.

Ciò che questo libro cerca in definitiva di dimostrare è che una rivoluzione in atto in una regione relativamente remota ed emarginata come il Rojava non solo è reale, ma è anche degna della solidarietà della sinistra. Contrariamente a un certo discorso presente nella sinistra occidentale, che tende a liquidare le lotte in Medio Oriente come autoritarie, culturalmente specifiche o strategicamente irrilevanti, il libro sostiene che il Rojava costituisce un autentico progetto emancipatorio che richiede impegno e solidarietà.

Un decennio dopo

Tuttavia, sono ormai passati dieci anni dalla prima edizione di questo libro, e nel frattempo si sono verificati molti cambiamenti, molte trasformazioni politiche. Oggi, nel 2026, la rivoluzione del Rojava ha subìto una grave battuta d’arresto. I curdi, sia nel Rojava sia altrove, versano in uno stato di pessimismo e sconforto, uno stato d’animo opposto a quello che si era diffuso dopo la vittoria di Kobane, come ben dimostra questo libro. Di seguito propongo una breve riflessione su ciò che è accaduto nell’ultimo anno.

La rivoluzione del Rojava è nata dalle rivolte scoppiate prima in Nord Africa nel 2010-2011 e successivamente in Medio Oriente. Le proteste, sia pacifiche sia violente, hanno fatto cadere le dittature in paesi come la Tunisia, la Libia, l’Egitto o la Siria, ma non sono riuscite a portare la democrazia e la libertà ai loro popoli. Le potenze regionali e straniere, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno strumentalizzato le rivolte per assecondare i propri interessi imperialisti, sostenendo di fatto le forze antidemocratiche.

La Siria non ha fatto eccezione. Dopo tutto il sangue versato, dopo i sacrifici e le sofferenze che il popolo siriano ha sopportato per conquistare la democrazia, la libertà e la dignità, il gruppo islamista estremista Hayʾat Taḥrīr al-Shām, guidato dall’ex membro dell’isis Aḥmad al-Sharaʿ (Abū Muḥammad al-Jawlānī), è salito al potere. Questo è accaduto dopo la caduta di al-Assad e del suo regime nel 2024, e grazie al massiccio sostegno politico, economico e diplomatico di Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Per le forze laiche e democratiche è stata un’enorme delusione. Sostenuto da alcune fazioni antidemocratiche, al-Sharaʿ si è infatti autoproclamato presidente del nuovo governo provvisorio per un periodo di transizione della durata di cinque anni. Questo evento politico ha avuto ripercussioni negative sull’intero territorio siriano e sul destino del Rojava, che nel frattempo ha cambiato il proprio nome in Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). All’indomani della vittoriosa resistenza delle YPG e delle YPJ a Kobane, gli Stati Uniti avevano preso contatto con i curdi della Siria per costituire una forza multietnica che è poi diventata il partner chiave della coalizione guidata dagli stessi Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS. La costituzione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) – una forza multietnica e multireligiosa, che riflette l’eterogeneità del popolo siriano – ha iniziato a concretizzarsi nel 2015.

Una volta salito al potere, al-Sharaʿ ha proclamato la fine della rivoluzione siriana, affermando che essa aveva raggiunto i propri obiettivi rovesciando il regime di al-Assad. Per lui, la rivoluzione non era destinata a realizzare le iniziali richieste democratiche dei manifestanti siriani; piuttosto, si trattava di un mero cambio di regime, senza che le strutture centralizzate dello Stato-nazione fossero messe in discussione. In parole povere, il governo provvisorio ha cercato di riprodurre la stessa identica struttura del potere statale del regime di al-Assad ma sotto una veste sacra, e la repressione di coloro che chiedevano libertà e dignità è diventata un prerequisito per la sopravvivenza del regime.

Il governo provvisorio ha reinterpretato la rivoluzione attraverso la lente dell’obbedienza e della coercizione. Questo atteggiamento è spesso una delle caratteristiche principali dei gruppi islamisti una volta saliti al potere. Concetti quali democrazia e libertà sono scomparsi dal discorso pubblico del governo provvisorio e di fronte a questa inversione di senso, la DAANES e le forze democratiche si sono fermamente rifiutate di ridurre la libertà a un mero slogan. Al contrario, sin dalla caduta del regime di al-Assad, hanno insistito nel difendere la democrazia e la libertà come prerequisito per un ordine politico pluralistico che traesse la propria legittimità dalla società stessa in modo democratico.

Ciò che ha ulteriormente aggravato la situazione è stata la pervicacia con cui il governo provvisorio ha gradualmente imposto la propria agenda, organizzando campagne mediatiche sistematiche e prendendo di mira qualsiasi forma di resistenza sociale, tant’è che già nei primi mesi di governo sono stati commessi una serie di massacri contro le minoranze, tra cui la alauita, la drusa e la cristiana.

In questo specifico contesto, l’attenzione delle forze democratiche si è rivolta verso la DAANES, considerata un’amministrazione politica e militare ben organizzata, sostenuta a livello internazionale, e in grado di contrastare il governo provvisorio e difendere il progetto civile. Il conflitto tra DAANES e al-Sharaʿ è diventato così una lotta decisiva: o il trionfo dell’islamismo e la fine della democrazia, o la vittoria delle SDF e l’apertura verso un modello pluralistico e laico. E questo anche se le potenze internazionali hanno già riposto la propria fiducia in al-Sharaʿ.
All’inizio del 2026 si è verificata una svolta che ha cambiato radicalmente la situazione politica e il destino di DAANES. Il 6 gennaio, a Parigi, Israele e il governo provvisorio siriano hanno raggiunto un accordo per creare un coordinamento nei settori della sicurezza, dell’intelligence e del commercio. Questo accordo ha visto il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e quello indiretto della Turchia. Appena un giorno dopo, le forze del governo provvisorio hanno lanciato una pesante offensiva contro i quartieri curdi assediati di Ashrafiyah e Sheikh Maqsood ad Aleppo. Così facendo, il governo provvisorio ha violato gli impegni delineati nell’accordo del 10 marzo 2025 stipulato con le SDF che prevedeva l’instaurazione di uno Stato civile e costituzionale e il rispetto della composizione pluralistica della Siria.

L’ambiguità della posizione statunitense suggerisce che il governo provvisorio abbia ricevuto da Washington, durante i colloqui di Parigi, il «via libera» per sferrare attacchi contro le sdf in cambio delle concessioni offerte da al-Sharaʿ a Stati Uniti e Israele. I combattimenti non si sono limitati ad Aleppo, ma si sono estesi a est dell’Eufrate, nella zona sotto il controllo delle sdf. Il ruolo degli Stati Uniti si è manifestato, in primo luogo, nell’incoraggiare Damasco a intensificare la pressione sul campo di battaglia – compreso l’accerchiamento dei quartieri curdi vulnerabili come appunto Ashrafiyah e Sheikh Maqsood – e, in secondo luogo, nell’attivare strumenti di pressione diplomatica all’insegna della «moderazione» con il fine di contenere le basi popolari e militari delle SDF a est dell’Eufrate.

I curdi, insieme ad alcune comunità arabe e cristiane di Al-Hasakah e Kobane, con cui è stata stretta un’alleanza, sono stati lasciati soli ad affrontare il duro scontro con le forze islamiste di al-Sharaʿ, ancora assetate di vendetta dopo la sconfitta dell’ISIS a Kobane. Rimaste senza alcuna alternativa, le SDF hanno indetto una mobilitazione generale per difendersi dagli attacchi e dai potenziali massacri che ne seguirebbero e che sarebbero di entità ben superiore a quelli già verificatesi nelle regioni costiere della Siria contro gli alauiti e i drusi.

Di fronte a minacce che mettono in forse la loro stessa esistenza, i curdi hanno risposto con estremo vigore a questo appello alla resistenza, tanto che, con uno spirito simile a quello di Kobane nel 2014, l’ondata di mobilitazione ha toccato tutti i territori curdi del Medio Oriente. Nel frattempo, anche la diaspora curda in Europa e nelle Americhe, superando le differenze di appartenenza politica e ideologica, è scesa in piazza quotidianamente e in massa in tutte le grandi città. Famiglie intere (compresi bambini e neonati), affiancate da attivisti internazionali solidali, hanno sfidato il rigido clima invernale per esercitare la massima pressione sui responsabili politici dei paesi ospitanti.

Le forze politiche curde all’interno della Regione del Kurdistan Iracheno (KRI), nonostante i disaccordi politici esistenti con daanes, hanno mobilitato tutte le loro risorse diplomatiche, mediatiche e logistiche a sostegno delle SDF, aprendo i propri confini al valico di Semalka per consentire l’accesso agli aiuti di emergenza e ad altre forme di sostegno. Inoltre, Öcalan, capo negoziatore del PKK nel processo di pace con la Turchia, in corso dalla fine del 2024, ha lanciato un avvertimento allo Stato turco: il processo di pace sarebbe stato immediatamente sospeso se gli attacchi contro DAANES non fossero cessati. Öcalan ha ammonito che il ricorso all’opzione militare avrebbe provocato un devastante conflitto etnico in tutta la regione, coinvolgendo curdi, arabi e turchi in egual misura.

Questa unitarietà di posizioni e di azioni, tanto in Medio Oriente quanto in Occidente, ha dimostrato che i curdi costituiscono una formidabile forza regionale. Ed è stata proprio la pressione esercitata dalla ritrovata unità curda a ottenere la cessazione delle ostilità e della guerra e a riportare al-Sharaʿ al tavolo dei negoziati, fino alla firma di un nuovo accordo avvenuta il 29 gennaio 2026.

Con il ritiro delle sdf dai vasti territori arabi passati sotto il loro controllo dopo essere stati liberati dall’isis, l’accordo del 29 gennaio ha posto fine a una guerra le cui conseguenze distruttive per l’intera regione sarebbero state dirompenti. Le clausole che riconoscono l’esistenza dei curdi e della loro cultura all’interno della Siria sono parte integrante dell’accordo, che ha inoltre accettato l’integrazione delle istituzioni civili e di sicurezza esistenti ad Al-Hasakah e Kobane (chiamate Asayîş) nell’apparato statale siriano. Tale integrazione si è estesa anche alle forze militari (le SDF), che sono state incorporate come un’entità unificata anche se composta da brigate militari operanti all’interno di Al-Hasakah e Kobane. In tal modo, lo status delle regioni curde e delle SDF è stato formalmente riconosciuto come un aspetto integrante e distintivo dello Stato siriano, preservandone al contempo le peculiarità.

Gli accordi fin qui citati sono di natura teorica. A livello concreto, l’accettazione e integrazione delle restanti regioni della daanes nell’accordo con il governo siriano è ancora in discussione: la DAANES cerca di mantenere le proprie strutture autonome, soprattutto nelle regioni curde, mentre lo Stato siriano tende a centralizzare e contenere ciò che resta della DAANES, indebolendola e ponendo limiti ai suoi ideali potenzialmente sovversivi. I risultati concreti dell’accordo dipendono dai negoziati attualmente in corso.

Ma va anche detto che la rivoluzione del Rojava, nonostante i suoi ideali emancipatori, è rimasta in parte intrappolata nelle proprie contraddizioni interne. L’ultima battuta d’arresto va infatti imputata tanto a fattori esterni (ragioni geopolitiche) quanto a fattori interni, che rimandano alla sua incapacità di confrontarsi seriamente con il potere e le strutture gerarchiche nate all’interno della leadership che ha guidato la rivoluzione del Rojava. Come ogni fenomeno sociale, le rivoluzioni non sono mai pure. È dunque cruciale esplicitare le contraddizioni attraverso una critica serrata e lavorarci sopra per creare nuove possibilità e soluzioni. Solo attraverso questo incessante processo la rivoluzione rimarrà in costante movimento e offrirà nuovi approcci per risolvere le questioni che le persone si trovano ad affrontare nella loro vita quotidiana.

In definitiva, questa antologia è sia un invito a comprendere appieno ciò che è accaduto durante la rivoluzione del Rojava, sia un appello alla solidarietà. Oggi, ancor più che al momento della prima edizione di questo libro, il Rojava ha bisogno della solidarietà di chi crede davvero nella libertà, nella giustizia e nella ragione. Il popolo del Rojava ha osato immaginare un mondo diverso e libero, e chi è alla ricerca della libertà dovrebbe sostenere questo sforzo creativo, poiché un immaginario emancipatorio e un’autodeterminazione democratica dal basso sono ciò di cui abbiamo tutti bisogno nei tempi bui che stiamo vivendo.


Il volume Rojava. Una democrazia senza stato è stato recensito da Sandro Moiso: Una nuova Comune (al centro dell’Inferno che viene), in «Carmilla online», 20 dicembre 2017.

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Oltre Hormuz: il suicidio energetico europeo e l'occasione mancata dei BRICS - Demostenes Floros (VIDEO)

 

 

di Loretta Napoleoni

 

La crisi energetica e l'impennata dei costi non sono un mero incidente di percorso dettato dalle tensioni in Medio Oriente. Dietro l'alibi perfetto dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso si nasconde una realtà ben più complessa, fatta di deindustrializzazione pianificata e di un riposizionamento globale in cui l'Unione Europea gioca ormai il ruolo di comparsa subalterna. "Quando si sostiene che le cause del prezzo alla pompa sono la chiusura dello stretto di Hormuz, si mente, non si vuole affrontare il vero problema che viene da lontano, da almeno 30 anni. [...] Il vero tema è l'abbandono della raffinazione. In Unione Europea dal 2009 ad oggi abbiamo perso il 29% della capacità di raffinazione." Lo dichiara a l'AntiDiplomatico Demostenes Floros, esperto di energia e gepolitica. 

Il rincaro di benzina, diesel e jet fuel non è causato solo dalla mancanza di materia prima, ma dall'incapacità di processarla. Questa scelta suicida, portata avanti per decenni, ha un solo esito logico per Floros: condannare l'Europa a una dipendenza ancora più stringente e costosa dagli Stati Uniti per l'approvvigionamento dei prodotti raffinati, in una dinamica di pura sudditanza economica che fa il paio con la costosa transizione dal gas russo al GNL americano.

Mentre Bruxelles e Washington si avvitano in sanzioni e dazi, le dinamiche che tengono a galla il mercato energetico globale si muovono altrove. La Cina ha attuato nei mesi precedenti alla crisi una gigantesca operazione di accumulo di riserve strategiche, arrivando a sfiorare 1,4 miliardi di barili. Un "cuscinetto" che ha permesso a Pechino di ridurre drasticamente le importazioni quotidiane quando il mercato è entrato in sofferenza, calmierando i prezzi globali. "Se la Cina avesse continuato ad importare quel quantitativo di petrolio, quale sarebbe la situazione dei prezzi a livello internazionale? Saremmo altro che ai 100 dollari al barile. [...] Questo è un aspetto che purtroppo a casa nostra non viene riconosciuto, direi intellettualmente poco onesto, perché sicuramente la Cina fa i propri interessi, ma con una visione dell'interesse globale."

In questo scenario di rapida riorganizzazione del potere economico mondiale, prosegue Floros, l'Italia rischia di pagare il prezzo più alto. Per un'economia di trasformazione, profondamente legata all'export, accodarsi supinamente a conflitti e tensioni eterodirette significa strangolare il proprio tessuto produttivo "È veramente un peccato che un paese che è il quarto, quinto esportatore al mondo [...] non apra un rapporto diretto con i BRICS. All'interno dei BRICS soltanto la Cina è produttore di beni strumentali. Perché non fare in modo che gli altri membri [...] non diversifichino i loro acquisti dall'estero di beni strumentali, benvenga dalla Cina, ma anche dalla nostra Italia?"

P.s. 

 

 

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Censurati dal loro padrone: la pena del contrappasso dei censori Ue del web


Washington ha messo alle corde diversi governi alleati, esercitando pressioni senza precedenti per far ritirare il loro supporto a una conferenza organizzata da una ONG europea finanziata dall'UE. Il motivo dello strappo? L'organizzazione, EU DisinfoLab, aveva osato classificare gli Stati Uniti come potenziale fonte di disinformazione straniera. 

L'evento, la conferenza #Disinfo2026 in programma a Vilnius, in Lituania, aveva infatti etichettato gli USA come attore FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference). Un termine che, nel gergo di Bruxelles, è solitamente riservato ai rivali geopolitici come Russia e Cina per descrivere le loro presunte attività malevole online. 

La reazione USA è stata fulminea. Secondo quanto riportato da Politico, che ha citato fonti del Dipartimento di Stato e cablogrammi riservati inviati alle ambasciate USA, i funzionari americani hanno fatto capire chiaramente che «etichettare gli Stati Uniti come una minaccia FIMI mina gli obiettivi condivisi e dovrebbe allarmare tutti i coinvolti».  Il risultato? Una vera e propria ritirata con la coda tra le gambe. Ancora prima che la conferenza aprisse i battenti, i loghi del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e dei ministeri degli Esteri di Canada e Lituania erano magicamente scomparsi da tutto il materiale promozionale. A salvare la faccia, solo il Ministero degli Esteri francese e l'amministrazione comunale di Vilnius. Secondo Rapporteur (ex Euractiv), la campagna di pressione è stata innescata dallo scrittore americano Michael Shellenberger, che si era dimesso dal ruolo di relatore proprio dopo aver scoperto l'etichetta FIMI affibbiata al suo Paese.

Per capire la reazione sproporzionata di Washington, bisogna guardare alla storia di EU DisinfoLab, una ONG con sede in Belgio che funge da info-gatekeeper (guardiano dell'informazione) per l'UE, spesso utilizzata per emarginare e diffamare i dissidenti che si oppongono alla linea politica di Bruxelles.

La carriera dell'organizzazione è decollata nel 2018, nel modo più classico per i "cacciatori di fake news" allineati: trasformando i critici online del presidente francese Emmanuel Macron in "filo-russi". Durante lo scandalo che vide coinvolto Alexandre Benalla, la guardia del corpo di Macron filmata mentre picchiava dei manifestanti indossando equipaggiamento della polizia, EU DisinfoLab denunciò una massiccia operazione russa. I loro "ricercatori" scovarono presunti "bot russi" e account "filo-russi" che alimentavano l'indignazione pubblica. Peccato che, tra gli account analizzati, ci fossero anche quelli di politici dell'opposizione francese come Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, suscitando forti dubbi sulla loro metodologia. Tutta questa industria dei "presunti esperti" di disinformazione è nata sulle ceneri della bolla del Russiagate. La campagna orchestrata dall'ex presidente Barack Obama e da Hillary Clinton per legare Donald Trump alla Russia ha creato un mercato florido. I critici, tuttavia, accusano da tempo queste organizzazioni di fungere da proxy per una censura di Stato che le autorità non possono imporre direttamente.

La patina di rispettabilità di EU DisinfoLab, inoltre, si è sgretolata più di una volta. Nel 2022, l'Autorità belga per la protezione dei dati (APD), in collaborazione con la francese CNIL, ha multato l'ONG e il suo ricercatore capo, Nicolas Vanderbiest, per aver elaborato illegalmente dati personali, rivelando opinioni politiche ed esponendo gli utenti a potenziali discriminazioni attraverso il profilamento politico. Nonostante questo, le dichiarazioni finanziarie mostrano che la Commissione Europea ha erogato all'ONG almeno 1,4 milioni di euro di sovvenzioni nel corso degli anni, spingendo l'eurodeputata del Rassemblement National Virginie Joron a chiederne il taglio dei fondi.

Chi sono, dunque, i censori dell'Occidente? Il consiglio di amministrazione di EU DisinfoLab riflette i legami strettissimi tra l'industria occidentale della "contro-disinformazione" e le operazioni di infowarfare governative.

Tra i membri del consiglio spicca Emma Le Mesurier, vedova ed ex collega di James Le Mesurier, l'ex ufficiale dell'esercito britannico che ha contribuito a fondare i Caschi Bianchi in Siria, il gruppo finanziato dall'Occidente che ha supportato le forze jihadiste nel tentativo di rovesciare il presidente Bashar al-Assad. 

Un altro membro è Andy Pryce, veterano della diplomazia britannica che ha lanciato e diretto il programma del Foreign Office destinato a contrastare le comunicazioni strategiche russe. Il suo nome era inoltre apparso nel "cluster britannico" dell'Integrity Initiative, un progetto di manipolazione mediatica finanziato dal Regno Unito, smascherato nel 2018 dopo la fuga di documenti interni. A completare il quadro, l'ex membro del consiglio Camille Francois, che ha lavorato a un'indagine sull'"interferenza russa" nelle elezioni USA del 2016 per conto della Commissione Intelligence del Senato.

La morale è semplice: nel mondo della "contro-disinformazione" europea, la manipolazione dell'informazione è un'arma potente e pericolosa. Ma a quanto pare, viene considerata tale solo quando a utilizzarla è il "nemico".

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Il Montenegro arresta il fondatore di Rybar per compiacere NATO e UE

 

Mikhail Zvinchuk, fondatore del canale Telegram militare russo Rybar, è stato fermato in Montenegro, secondo quanto riportato venerdì dai media locali.

L'operazione sarebbe stata condotta quella mattina dalla polizia e dall'Agenzia per la sicurezza nazionale del Paese nella località costiera di Risan. Stando alle notizie diffuse, sono stati fermati anche la moglie di Zvinchuk e tre suoi collaboratori.

L'operazione è stata descritta come mirata a contrastare presunte "attività ibride" della rete Rybar, ma non sono state presentate prove specifiche a sostegno dell'accusa.

Il canale, che conta circa 1,3 milioni di iscritti, era già stato accusato da Stati Uniti e Regno Unito di diffondere propaganda russa e di condurre operazioni di informazione all'estero. Nel 2024, il Dipartimento di Stato USA aveva persino offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni sugli individui responsabili del canale Rybar.

L'ambasciata russa in Montenegro sta attualmente verificando le circostanze del fermo di Zvinchuk, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Il canale Telegram Baza ha riferito di aver confermato in modo indipendente l'arresto di Zvinchuk, precisando che lui e la moglie sono stati fermati alle 7:30 (ora locale) presso l'hotel Movenpick di Risan e che, a quanto si apprende, non è stato loro consentito né di pagare il conto della camera né di recuperare i propri effetti personali.

Secondo quanto riferito da Baza, i due sono stati trasferiti a Podgorica, capitale del Montenegro, dove sono attualmente sotto interrogatorio; i loro telefoni e documenti sono stati sequestrati.

I media montenegrini hanno reso noto che i servizi di sicurezza locali monitoravano il gruppo di Zvinchuk già da diversi giorni prima del fermo. Si ritiene che il team di Rybar fosse giunto nel Paese per realizzare un servizio sui piani del Montenegro di allineare la propria politica sui visti agli standard dell'UE.

A quanto si apprende, le autorità considerano il video in programma come un tentativo di dipingere l'integrazione europea come una minaccia per il turismo, l'economia e gli interessi nazionali del Paese.

Baza ha successivamente riferito che le autorità hanno aperto un procedimento penale per una presunta minaccia alla sicurezza nazionale. È stata inoltre sequestrata l'attrezzatura della troupe, inclusi i droni, ha precisato la testata.

Rybar ha poi confermato il fermo di Zvinchuk insieme ad altri cittadini russi, sottolineando che tutti i membri del gruppo si trovavano in Montenegro legalmente. I loro piani prevedevano riprese presso il monastero di Cettigne, per le quali era stata inoltrata una richiesta ufficiale.

Anche il primo ministro montenegrino Milojko Spajic ha confermato la detenzione del capo di Rybar. In un post su X, ha descritto l’operazione di venerdì come “di successo” e l’ha collegata a presunti tentativi da parte del gruppo di Zvinchuk di “mettere a repentaglio” il tentativo del paese di aderire all’UE.

Il Montenegro, un paese con meno di 650.000 residenti, sta cercando di entrare nell’UE dal 2008. Ha anche aderito alla NATO nel 2017 nonostante le proteste di piazza contro l’adesione con gli oppositori che ricordavano la campagna di bombardamenti del blocco del 1999, che colpì il paese quando era ancora parte della Jugoslavia insieme alla Serbia.

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Verso lo scontro totale: così la NATO prepara la guerra in Europa (prima del 2030)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

9 ottobre. Dopo le dichiarazioni del Segretario di stato yankee Marco Rubio sul conflitto in Ucraina finito in un vicolo cieco, vari osservatori russi ipotizzano che la guerra tra Europa e Russia potrebbe iniziare molto prima del 2030, termine sinora indicato dagli “strateghi” UE come «attacco russo all'Europa». Su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare, ex ufficiale dell'esercito USA Stanislav Krapivnik afferma che le parole di Rubio sulla «situazione di stallo strategico» in Ucraina fanno pensare alla inevitabilità di una escalation nel conflitto, con l'Europa che potrebbe presto prendere il posto dell'Ucraina.

Rubio ha detto di ritenere che ci siano solo due vie d'uscita dalla situazione di stallo: da un lato, i negoziati; dall'altro, un'escalation che potrebbe estendersi oltre il conflitto iniziale, tanto più che ritiene che non ci siano prospettive di accordo.

Un altro esperto militare, Andrej Klintsevic, sostiene che Rubio non stia direttamente attestando l'inevitabilità di una escalation; ma questo non elimina l'inquietudine per le implicazioni politiche di simile dichiarazione. Sembra che uno scenario di violenza stia prendendo il sopravvento: «non considererei la dichiarazione di Rubio come un verdetto di condanna sulla diplomazia, ma piuttosto come un motivo per monitorare attentamente le prossime mosse di Washington. Quelle mosse riveleranno cosa si celi dietro l'allarme: l'intenzione di fermare l'escalation o la volontà di guidarla».

Da parte sua, Stanislav Krapivnik si dice convinto che si debbano adottare misure nella prospettiva di una grave escalation: «a giudicare dalle dichiarazioni di Marco Rubio, stiamo andando incontro alla guerra con l'Europa... L'obiettivo degli Stati Uniti è spingere gli europei verso la guerra. E quelli vogliono davvero la guerra. Comprendiamo anche perfettamente che non si tireranno indietro. Ci sarà sicuramente un'escalation. D'altra parte l'Europa è già in crisi: carburante, prodotti... Le proteste che gli studenti stanno organizzando in Francia sono una conseguenza del fatto che non ci sono più fondi per l'istruzione, perché i soldi vengono dirottati verso l'Ucraina, gettati come in una fornace... Ci sarà una nuova guerra. Si arriverà al punto in cui i nostri missili colpiranno l'Europa. Non è il caso di sperare in un cambiamento di mentalità dell'élite americana».

E, parlando di termini temporali, a parere di Krapivnik non ci sarà da attendere il 2030: si stanno preparando per il 2028 ed è probabile che inizino già nel 2027: «In ogni caso, dobbiamo prepararci molto prima del 2030».

Sono d'altronde abbastanza significativi i sempre più frequenti “tour” dimostrativi di esponenti UE e NATO a Kiev, fino agli ultimissimi arrivi del 4 e del 7 ottobre. Dopo il banchiere Friedrich Merz, accompagnato da una nutrita orda di rappresentanti dell'industria di guerra tedesca, è stata la volta di una torma di alti papaveri militari dei 32 paesi NATO, con capobranco l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell'Alleanza.

Ancora su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare e capitano di vascello a riposo Vasilij Dandykin ipotizza che la prima visita a Kiev, dopo otto anni, di personale militare NATO, possa rappresentare il preludio a una grave escalation del confronto NATO-Russia, che potrebbe avere come punto di partenza il blocco di Kaliningrad. Lo stesso Dragone – quello che definiva i nazigolpisti ucraini «ottimi combattenti... un modello per l’Europa» e che a dicembre 2025 parlava di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia - ha detto che i militari NATO erano a Kiev con un messaggio chiaro: «rafforzare il legame tra Alleanza e Ucraina», sentire direttamente dal generale Mikhail Drapatij la valutazione della situazione sul campo e capire come la NATO possa sostenere ulteriormente l'Ucraina.

Vari esperti militari ritengono che il vero obiettivo dei visitatori sarebbe quello di costringere la Russia a una guerra convenzionale o nucleare e, allo stesso tempo, si rammaricano che una delegazione così numerosa di militari NATO sia potuta arrivare a Kiev senza ostacoli e senza essere adeguatamente “ammonita” lungo il tragitto. Vasilij Dandykin non esclude la possibilità che la ragione dell'arrivo dei generali NATO siano stati gli ultimi attacchi russi su Kiev: «rientrato da Kiev, probabilmente Merz ha condiviso le sue impressioni e il suo panico. Dopo il suo rientro dall'Ucraina, si è tenuto un debriefing, dopo il quale l'intero gruppo ha deciso di verificare personalmente l'accuratezza dei nostri attacchi. È sorprendente che il treno che li ha portati sia ancora in funzione... Si noti che l'obiettivo prioritario del nostro attacco combinato di oggi erano le imprese del complesso militare-industriale ucraino utilizzate da FirePoint per produrre e stivare i missili da crociera Flamingo. Il nemico non ha altro. La lotta contro i droni ucraini sta raggiungendo il culmine. Stiamo sviluppando sistemi anti-drone efficaci. Pertanto, l'unica speranza degli ucraini ora risiede nei Flamingo, che sperano di utilizzare contro le nostre raffinerie di petrolio e impianti energetici».

In ogni caso, secondo Dandykin, UE e NATO comprendono che le loro "forze per procura" ucraine potrebbero crollare da un momento all'altro. E una sconfitta dell'Ucraina significherebbe una sconfitta per l'Occidente, che ha investito tutto ciò che aveva senza ottenere risultati soddisfacenti. Anche per questo, lo stesso Cavo Dragone incita i banderisti a mantenere il ritmo degli attacchi alla Russia, ricordando le enormi risorse investite dalla NATO sull'Ucraina: «Crediamo che gli alleati avranno successo. Ed è proprio grazie alle vostre azioni sul campo di battaglia, ai vostri attacchi in profondità in Russia e al successo dell'Ucraina nella stabilizzazione del fronte, che l'aggressore non sta guadagnando nuovi territori» dice l'ammiraglio a Ukrinform; «la posizione della Russia sta anzi peggiorando, poiché sta perdendo territorio a favore dell'Ucraina. Dobbiamo mantenere questo slancio e, a mio avviso, è questo che costringerà Putin al tavolo delle trattative». Parole che, però, lasciano trapelare qualche dissonanza interna alla NATO, dato che il “proattivo” si sente in dovere di negare categoricamente spaccature nell'alleanza, insistendo sul fatto che tutti i membri restano disposti a contribuire al sostegno dell'Ucraina.

«Nessuna azione ibrida raggiungerà l'obiettivo di dividere l'Alleanza o indebolire il nostro impegno a sostegno dell'Ucraina» proclama impettito; «l'Alleanza ha deciso di fornire all'Ucraina 70 miliardi di dollari quest'anno e la stessa cifra nel 2027... Si tratta di fondi enormi e siamo pronti ad intensificare i nostri sforzi». Parole che, però, non riscuotono lo stesso ottimismo, ad esempio, da parte dell'ex collaboratore di Zelenskij e deputato della Rada Aleksandr Dubinskij, ora inquisito: «Se si guarda obiettivamente, la situazione appare sempre peggiore per il futuro. Il volume dell'economia e le entrate di bilancio  diminuiscono. Le persone fuggono dal paese e muoiono. Il divario tecnologico rispetto al nemico cresce. Non ci sono né la forza né i mezzi per cambiare la situazione sul campo di battaglia. Pur in maniera non lineare, nella società emerge però una posizione contro la guerra. Zelenskij è screditato per la sua stupidità e i ladrocini. Non c'è un solo leader degno intorno a lui. L'elenco potrebbe continuare, ma questo è già sufficiente per prevedere la sconfitta e la capitolazione».

D'altra parte, anche sul piano delle potenzialità belliche, se da un lato queste si sono basate sin dall'inizio su una larga partecipazione dell'industria militare euro-atlantica, in ciò confermando il carattere “non ucraino” del conflitto, dall'altro lato, quella stessa cooperazione internazionale bellica sta mostrando larghe crepe. Stando alla TASS, Viktor Medvedchuk, leader del movimento "Altra Ucraina" ed ex capo del partito “Piattaforma di Opposizione - Per la Vita”, messo al bando da Zelenskij, ha definito le attività dell'azienda ucraina FirePoint un esempio del coinvolgimento diretto dei Paesi occidentali nel conflitto con la Russia. Medvedchuk osserva che, secondo il ministero della guerra di Kiev, FirePoint ha ricevuto 107,4 miliardi di grivne dal bilancio militare negli ultimi due anni per la produzione di droni, oltre a 40-45 miliardi di grivne per la produzione di missili da crociera FP-5 "Flamingo". Gli attacchi russi avrebbero però distrutto più della metà della capacità produttiva dell'azienda, anche se circolano aspettative di un cosiddetto miracolo militare in grado di cambiare il corso della guerra: la fantomatica “Wunderwaffe” di cui si parla a Kiev. Dunque, dice Medvedchuk, il modello produttivo di FirePoint si è basato fin dall'inizio su un'ampia cooperazione internazionale: l'Ucraina funge da centro di integrazione del sistema, assemblaggio e ulteriore sviluppo dei sistemi d'attacco, mentre una parte significativa della base tecnologica e dei componenti viene sviluppata fuori del paese e quanto più attivamente le industrie di altri paesi partecipano allo sviluppo di armi a lungo raggio, tanto minore sarà la distanza tra il sostegno all'Ucraina e un confronto militare diretto con la Russia. In sostanza, dice Medvedchuk, FirePoint rappresenta uno degli esempi più eclatanti di vera e propria guerra tra Occidente e Russia.

Questo, nonostante che, stando a fonti “clandestine” filorusse in Ucraina, FirePoint abbia da tempo cessato praticamente di operare come struttura unitaria, dato che, a causa degli attacchi russi, l'azienda sarebbe stata costretta a dislocare le proprie linee di assemblaggio in 70 filiali e ora non sarebbe altro che una rete frammentata di piccole officine, in cui i componenti vengono assemblati “artigianalmente". Il risultato, affermano tali fonti, citate dalla TASS, non è stato «ovviamente un arresto completo della produzione, ma il ritmo è rallentato notevolmente e il costo finale del prodotto è aumentato a causa dei costi logistici. Ora il loro obiettivo principale non è più aumentare la produzione, ma sopravvivere».

Sopravvivere e continuare in qualche modo la guerra, dal momento che, afferma il politologo ucraino emigrato Konstantin Bondarenko, si è formata in Ucraina un'intera casta di persone per le quali la guerra è diventata un affare e che, pertanto, sono interessate alla sua continuazione. Il punto centrale di una recente pubblicazione dell'ex ministro degli esteri ucraino Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs, consiste nell'affermazione secondo cui non ha senso sperare in una soluzione diplomatica del conflitto con la Russia e solo la guerra deciderà tutto. Nell'articolo di Kuleba si citano calcoli di un non meglio precisato istituto norvegese, secondo cui l'Europa spenderà 910 miliardi di euro per l'Ucraina, per la guerra, nei prossimi quattro anni, se l'Ucraina continuerà a combattere. Ma se non continuerà la guerra, se ci sarà la pace e l'Ucraina accetterà le condizioni della Russia, allora l'Europa spenderà almeno un trilione e mezzo di dollari, forse anche tremila miliardi. Pertanto, è necessario combattere, perché combattere è più economico, è più conveniente ed è redditizio per l'Europa investire nella guerra in Ucraina. Così che, dice Bondarenko, la guerra è da tempo diventata una fonte di profitto per un'intera casta di persone che ne traggono guadagno e che non riescono a immaginare la propria vita senza la guerra.

Ne abbiamo esempi a bizzeffe anche sui media e nei circoli bellicisti di casa nostra. Canaglie tagliagole e affamatori delle masse.

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Israele e genocidio a Gaza: il Nobel per la Pace va alla giurista Navi Pillay

 

Il Comitato norvegese per il Premio Nobel ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem "Navi" Pillay.

L'annuncio relativo al 125° Premio Nobel per la Pace, diffuso venerdì a Oslo, precisa che il prestigioso riconoscimento è stato conferito a Pillay per il suo costante impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il comitato ha sottolineato come la giurista abbia svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti dalla giustizia internazionale.

In un momento caratterizzato da sfide esistenziali, tra cui un numero di guerre e conflitti senza precedenti, il diritto internazionale non rappresenta più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza, ma si conferma una necessità assoluta. Il presidente della commissione, Jorgen Watne Frydnes, ha evidenziato come il sistema del diritto internazionale sia sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni siano sotto attacco, ricordando che spetta ai giudici custodire la sottile linea rossa tra ordine e caos.

Navi Pillay, giurista sudafricana di origini tamil indiane di 85 anni, vanta un curriculum di rilievo internazionale: è stata avvocato difensore di Nelson Mandela e di numerosi attivisti anti-apartheid, ha fatto parte del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, oltre ad aver ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Attualmente figura tra i membri della Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio.

L'assegnazione del premio giunge in un momento di forti tensioni sul piano diplomatico. In qualità di commissario delle Nazioni Unite, Navi Pillay, espresse, proprio un anno fa, dure critiche nei confronti del piano in 20 punti per Gaza presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l'esclusione dei palestinesi dalla governance di transizione. La giurista ribadì, a suo tempo, che le recenti proposte per un cessate il fuoco non modificavano la conclusione formale delle Nazioni Unite, secondo cui Israele è responsabile di genocidio.

Trump illustrò il controverso piano di pace insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un impianto ampiamente criticato e definito da più parti come espressione di un pensiero coloniale, che prevede la creazione di un comitato di transizione presieduto dallo stesso Trump e dall'ex primo ministro britannico Tony Blair per supervisionare la Striscia di Gaza. Nel corso di un'intervista rilasciata al podcast Expert Witness di Middle East Eye, Pillay, in veste di presidente della commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, confermò la validità dei rilievi emersi, ribadendo che le violazioni e la constatazione del genocidio non vengono meno con la semplice richiesta di una tregua.

L'assegnazione del riconoscimento a Pillay assume, dunque, un ulteriore valore simbolico alla luce delle aspirazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha da tempo ambito al Premio Nobel per la Pace e ha ripetutamente affermato di meritarlo, nonostante il quadro bellico in corso in Iran.

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LETTURA CONSIGLIATA:

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Il disordine mondiale e la classe media impoverita

Cosa succede quando il centro del mondo si sposta? E chi guadagna e chi perde da questo cambiamento? Nel suo Il disordine mondiale (Laterza), Branko Milanovic prova a rispondere a queste domande mettendo in relazione l’ascesa della Cina e gli effetti della globalizzazione, l’impoverimento delle classi medie occidentali e il potere delle élite. 

Nell’analisi di Milanovic – economista di origini jugoslave, da decenni al lavoro alle Nazioni Unite e nelle università americane, tra i maggiori esperti di disuguaglianze mondiali – la globalizzazione non ha soltanto redistribuito reddito e ricchezza tra paesi, ma ha modificato gli equilibri di potere, con l’ascesa economica e politica della Cina e dell’Asia orientale. Questo cambiamento degli equilibri mondiali produce nuove élite, l’1% più ricco che concentra buona parte degli incrementi di reddito. La classe media impoverita, i “perdenti” della globalizzazione, subisce maggiori disuguaglianze e reagisce con la spinta reazionaria che ha portato per due volte Donald Trump alla presidenza.

Il libro ripercorre la situazione mondiale negli anni Settanta: la diffusa espansione di redditi e salari, poi le crisi, l’aumento dei prezzi del petrolio del 1973, la caduta dei profitti. La risposta negli anni Ottanta è il modello neoliberale introdotto da Thatcher e Reagan: il contenimento dell’inflazione, l’espansione della finanza, la flessibilizzazione e la sconfitta del lavoro. E poi la globalizzazione della produzione, che consente all’Asia di ritrovare un peso economico perduto da due secoli. I super-ricchi di tutti i paesi ne escono vincitori: più profitti, più rendite finanziarie, quotazioni di borsa più alte con capitali sempre più mobili. Ma la classe media occidentale perde posizioni relative a favore delle nuove classi medie asiatiche. 

In un grafico di grande interesse, Milanovic mostra come si sono distribuiti negli Stati Uniti i guadagni di lungo periodo nei diversi decili della distribuzione dei redditi. Nel periodo 1964-1979 erano gli strati più poveri della popolazione ad avere gli incrementi di reddito più elevati; dal 1979 al 2019, questa dinamica si rovescia: il 50% più povero della popolazione ha una crescita quasi nulla dei redditi, mentre gli incrementi maggiori sono quelli del 5% di super-ricchi.

In questo contesto, Milanovic sottolinea la rilevanza della teoria della competizione imperialista di Hobson-Lenin-Luxemburg per descrivere la concorrenza tra Usa e Cina, evidenziando come siano le tensioni interne a guidare la proiezione esterna delle maggiori potenze: alti profitti da reinvestire in investimenti esteri dove i rendimenti sono maggiori. Il parallelo con la situazione delle potenze europee prima della Grande Guerra è inquietante.
Milanovic approfondisce poi l’analisi delle nuove élite, che percepiscono redditi elevati sia da lavoro – i bonus dei manager – che da capitale – rendite finanziarie, stock option e profitti. Negli Usa questa nuova élite ha elevati titoli di studio, arriva alle posizioni di vertice nel mercato del lavoro e ha una quota elevata della propria ricchezza investita nei mercati azionari. Nel caso cinese, il vantaggio si ottiene tramite l’appartenenza al Partito, che l’autore mostra avere ripercussioni positive nelle fasce di reddito più alte dei capitalisti. Questi due tipi di élite sono più difficili da attaccare di un tempo, perché hanno diversificato i propri guadagni e si trovano protetti da un sistema che li legittima e ne perpetua i privilegi.


Nella parte finale del libro, Milanovic discute i processi che emergono in risposta a questi cambiamenti. Xi Jinping e Trump sono i due leader più importanti, che tentano di orientare le trasformazioni e, al tempo stesso, di legittimarsi con politiche che prendono le distanze dalla globalizzazione nella versione neoliberale. Con il tramonto della globalizzazione fondata sull’apertura dei mercati, reso evidente dai dazi imposti da Trump a tutti i paesi, quello che emerge secondo Milanovic è un “liberalismo di mercato nazionale”, uno dei concetti più significativi del libro. Si tratta, in sostanza, di politiche liberiste limitate al contesto nazionale – ancora con privatizzazioni e deregolamentazioni – affiancate da politiche mercantiliste sul piano internazionale. Il concetto permette di interpretare l’emergere dei partiti populisti di destra in Occidente e, allo stesso tempo, di comprendere l’operato di Xi Jinping in Cina e il suo ruolo di guida morale all’interno del Partito. Trump porta avanti queste politiche all’insegna del ritorno al potere mondiale degli Stati Uniti e apre dure trattative su commercio e investimenti con tutti i paesi. In Cina abbiamo la visione di lungo periodo di Xi, orientata verso un “governo della virtù”, in cui grande attenzione viene riservata ai valori morali, utilizzati anche per fornire una legittimazione ideologica alle politiche cinesi e alle campagne contro la corruzione dei nouveau riches cinesi.

Dove sta andando, allora, il nuovo ordine mondiale? Con l’ascesa dei BRICS stiamo assistendo alla formazione di un mondo multipolare, nel quale le vecchie regole di voto dell’ONU, del FMI e della Banca Mondiale, così come la pretesa egemonica americana, appaiono sempre meno capaci di rispecchiare gli attuali rapporti di forza. In un mondo in cui la Cina è tornata a essere una superpotenza, l’incapacità del vecchio ordine a guida occidentale di integrare i Paesi che hanno acquisito maggiore peso demografico ed economico negli ultimi vent’anni richiede un cambiamento strutturale degli equilibri tra le potenze. Per citare Raymond Aron, stiamo transitando da un mondo eterogeneo bipolare a un mondo omogeneo multipolare, nel quale nessun Paese è abbastanza forte da spostare radicalmente gli equilibri.

Una delle grandi capacità dell’autore è quella di trattare separatamente temi interconnessi, per poi ricomporli nella parte conclusiva del libro. Il disordine mondiale non offre una risposta unica alle turbolenze che attraversano il sistema internazionale, e forse è proprio questo uno dei suoi meriti. Il mondo che Milanovic descrive è troppo complesso per essere ricondotto a un’unica dinamica: crescita economica, disuguaglianze, trasformazione delle élite, nazionalismo e competizione geopolitica si alimentano reciprocamente.
Il valore del libro sta quindi nel fornire una lettura flessibile, che permette una comprensione trasversale del sistema americano e di quello cinese. Più che prevedere quale sarà il nuovo ordine mondiale, Milanovic aiuta a capire perché quello precedente non è più capace di trainare il mondo in cui viviamo. Dietro l’apparente irrazionalità di politici e lo sviluppo diseguale, ci sono forze costantemente in atto che plasmano la realtà circostante. È necessaria una conoscenza delle dinamiche strutturali in atto per poter dare un senso alla realtà circostante e agire di conseguenza e il libro di Milanovic ci offre un grande strumento per affinare questo lavoro che, come cittadini ed esseri umani, siamo chiamati a fare.

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L'algoritmo della morte: la testimonianza di un italiano in Russia scampato alle armi "intelligenti" fornite a Kiev


di Jafar Salimov

 

L'italiano Gregorio Rapetti, che vive a Brjansk, in Russia, città al confine con l'Ucraina, ha scampato per miracolo la morte in un attacco di missili da crociera britannici Storm Shadow contro una città civile. Dopo quell'episodio, Rapetti ha iniziato a studiare i casi di attacchi contro civili ed è giunto alla conclusione che in queste tragedie c'è una responsabilità dell'intelligenza artificiale.

Un giorno, mentre passeggiava con la famiglia nel centro di Brjansk, Gregorio ha sentito il suono ormai abituale della sirena e ha visto i missili attraversare il cielo. Gli Storm Shadow hanno colpito non lontano da casa sua, e un missile ha centrato in pieno una strada affollata. Passato lo shock per l'accaduto, Gregorio si è chiesto perché un'arma così costosa fosse stata indirizzata non contro un obiettivo militare, ma verso un inutile — dal punto di vista militare — massacro di civili.

I missili intelligenti e i droni occidentali, guidati dal territorio ucraino, colpiscono camion e autobus civili, scuole e strade cittadine. È piuttosto noto il caso in cui un drone ucraino "Darts" ha colpito un autobus con una squadra di calcio giovanile bielorussa che attraversava la regione russa di Brjansk. In quell'occasione rimase uccisa una donna incinta che accompagnava i bambini.

Gregorio è convinto che la colpa sia tutta dell'intelligenza artificiale. Dice di conoscere ormai piuttosto bene i droni occidentali impiegati dall'Ucraina. Per esempio, nell'americano "Hornet" il controllo avviene tramite intelligenza artificiale: è la rete neurale a scegliere autonomamente l'obiettivo da colpire. Nel munizionamento vagante "RAM-2X" avviene invece un inseguimento visivo del bersaglio in tempo reale. Ora Gregorio cerca di condurre un'inchiesta giornalistica e ne pubblica i materiali sul suo videoblog.

«Il problema è noto da tempo negli ambienti scientifici, ma gli scienziati non ne fanno una sensazione», dice Gregorio. «Per esempio, i ricercatori cinesi hanno stabilito che i sistemi del tipo Project Maven, impiegati in Ucraina, funzionano abbastanza bene in altri Paesi, ma cominciano a dare problemi quando si tratta di attaccare la Russia. La precisione dei colpi in alcune serie è scesa dal 70% al 10%. La causa principale è che gli algoritmi sono addestrati su dati di altre regioni — deserti, giungle — e non riescono a riconoscere correttamente gli obiettivi in una zona climatica diversa».

Quando l'intelligenza artificiale garantisce una precisione del 70%, si può ritenere che 30 persone su 100 siano state uccise per errore. E i militari considerano questo un risultato eccellente. Ma in Russia l'IA a volte uccide 90 persone innocenti su 100.

Il sistema di controllo basato sull'IA GIS Arta, impiegato dall'Ucraina, è considerato affidabile, ma solo in condizioni ideali. I droni da ricognizione e attacco e le reti decentralizzate di designazione degli obiettivi in condizioni di guerra elettronica forniscono solo il 31% di colpi spiegabili. Gli altri sono errori.

In un recente studio del Center for Strategic and International Studies (CSIS) si afferma esplicitamente che l'IA richiede un riaddestramento costante, ma continua comunque a commettere errori. Il problema è che il prezzo di questi errori sono vite umane.

«Sono convinto», dice Gregorio Rapetti, «che le persone che hanno inviato gli Storm Shadow in una pacifica città russa non avessero come obiettivo quello di uccidere me. Ma ci sono andati vicini. È successo perché la costosa elettronica occidentale e le tecnologie occidentali di IA possono garantire la precisione del colpo, ma non la correttezza nella scelta dell'obiettivo». Secondo lui, l'uso dell'IA negli armamenti militari porterà inevitabilmente a vittime tra la popolazione civile, in qualunque regione del pianeta ciò avvenga.

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USA preoccupati, l'alleanza letale tra il regime di Kiev e i cartelli latinoamericani

C'è un paradosso geopolitico che si sta consumando sotto gli occhi di Washington, e le sue conseguenze stanno ridisegnando i confini della sicurezza nazionale USA. Gli ingenti finanziamenti e il supporto militare fornito dagli Stati Uniti al regime di Kiev si stanno trasformando in un boomerang, finendo per alimentare una crisi senza precedenti proprio alle porte di casa. I cartelli della droga latinoamericani, infatti, non si limitano più a trafficare stupefacenti, ma stanno reclutando operatori di droni con alle spalle un'esperienza di combattimento maturata direttamente sul fronte ucraino. 

Quello che un tempo era un conflitto regionale si è tramutato in un campo di addestramento globale per il terrorismo e la criminalità organizzata. Un'inchiesta del Washington Post ha portato alla luce un rapporto governativo statunitense fino a ora tenuto nascosto, in cui si ammette che le agenzie antidroga di Washington e Città del Messico sono pericolosamente impreparate di fronte a questa nuova e letale evoluzione. L'uso dei droni tra i cartelli sta complicando in modo drastico i piani dell'amministrazione Trump per debellare il narcotraffico, trasformando i cieli del continente americano in una nuova zona di guerra.

Negli ultimi anni, le organizzazioni criminali messicane hanno intensificato l'uso di denaro e coercizione per attirare personale, prevalentemente colombiano, che ha fatto ritorno dall'Ucraina. Questi veterani vengono pagati a peso d'oro e, in molti casi, trasferiti in Messico per istruire intere squadre di piloti. Le fonti messicane rivelano che i cartelli stanno studiando da vicino l'impiego di frequenze radio alternative per eludere i sistemi di disturbo, acquisendo modelli sempre più sofisticati. L'intelligence messicana è arrivata a tracciare un drone in grado di rimanere in volo per ore e trasportare un carico esplosivo di circa 68 chilogrammi.

I numeri alla frontiera raccontano di un assedio silenzioso ma inarrestabile. Il generale di brigata Brian Filler, subcomandante del gruppo operativo per la Frontiera Sud del Dipartimento della Guerra statunitense, ha reso noto che nel solo mese di settembre sono state registrate 378 incursioni di droni al confine tra Stati Uniti e Messico. Se oggi questi velivoli servono per il trasporto di droga e il ricognizione, la vera minaccia per la sicurezza interna risiede nel cambio di passo tattico: i cartelli stanno passando all'uso offensivo e combattivo degli apparecchi, forti delle dottrine militari apprese in Europa.

A fotografare la gravità della situazione è Andrei Klintsevich, direttore del Centro per lo Studio dei Conflitti Militari e Politici, che spiega come il know-how ucraino stia rivoluzionando il crimine transnazionale. "I droni non servono solo a trasportare carichi. Riguardano le comunicazioni, le tecniche per utilizzare frequenze e canali riservati, la fibra ottica, la scelta delle testate e il loro montaggio in sicurezza. Tutte queste conoscenze non si trovano sui manuali, mentre l'Ucraina dispone di tecnologie avanzate, esperienza e competenze in questo ambito", ha sottolineato l'esperto. 

Klintsevich dipinge uno scenario in cui le tradizionali tattiche di intervento USA sono destinate all'obsolescenza. I droni FPV stanno sostituendo artiglieria, aviazione e fanteria. "Se prima gli statunitensi potevano arrivare in elicottero, come in una incursione di cavalleria, in un punto della giungla per distruggere una base e catturare qualcuno, ora non potranno nemmeno avvicinarsi", avverte l'analista, aggiungendo che i cartelli potrebbero presto passare al ricatto diretto contro Washington, paralizzando il traffico aereo negli Stati del Sud o prendendo di mira gli impianti di estrazione petrolifera.

La simbiosi tra il regime neonazista di Kiev e le organizzazioni criminali globali era già da tempo un campanello d'allarme ignorato dall'Occidente. Aleksandr Stepanov, esperto dell'Istituto di Diritto e Sicurezza Nazionale, non usa mezzi termini nel definire l'Ucraina come una vera e propria palestra per terroristi e narcotrafficanti, evidenziando i legami evidenti tra strutture criminali, organizzazioni terroristiche e il regime di Zelenski, in un flusso in cui le sostanze proibite si scambiano con le armi della NATO.

Di fronte a questa deriva, Mosca aveva già lanciato diversi avvertimenti, rimasti inascoltati. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva denunciato come il regime di Kiev avesse facilitato il ritorno nei loro Paesi d'origine di membri del crimine organizzato esperti in droni. "È chiaro dove applicheranno ora la loro esperienza i membri dei cartelli della droga che si scontrano con le autorità legittime", aveva fatto notare la diplomatica, rivelando che oltre 500 istruttori ucraini si sono dispersi in America Latina, con altre centinaia di cellule attive in Medio Oriente. 

La conclusione a cui giungono gli analisti russi, e che ora inizia a fare paura a Washington, è che l'esportazione del terrorismo ucraino non conosce confini. I frutti avvelenati del riarmo e della preparazione militare promossa dal regime di Kiev stanno costringendo i suoi stessi sponsor occidentali a fare i conti con una destabilizzazione globale che, dalle trincee dell'Est Europa, ha finito per piantare le sue tende assassine sotto il confine meridionale degli Stati Uniti.

 
 

 

 

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Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere


di Alessandro Bartoloni

 

Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.
A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.

Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.

L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.

 1. Oltre la dimensione militare

In primo luogo, Washington non si trova ad affrontare sconfitte militari lontane, come in Afghanistan o in Iraq. L’illusione del periodo successivo alla Guerra fredda, secondo cui l’egemonia statunitense potesse essere facilmente consolidata combattendo i «terroristi» a vantaggio del proprio complesso militare-industriale (Military-Industrial Complex, MIC), è finita.

Oggi Washington ha provocato la formazione di una coalizione multipolare composta da avversari di primo piano — Russia, Cina e Iran — molto più resilienti sul piano economico, capaci militarmente e coordinati diplomaticamente di qualsiasi avversario affrontato dagli Stati Uniti negli ultimi decenni.

Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di basi statunitensi in Medio Oriente, con un costo di 33,4 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Pentagono.
Ma questa sfida al potere statunitense va ben oltre la dimensione militare. Le ripercussioni per Washington sono anche diplomatiche, economiche e finanziarie.

Le aggressive sanzioni introdotte prima di Trump e i dazi imposti da Trump si stanno ritorcendo contro gli Stati Uniti, proprio come era prevedibile. Inoltre, l’interruzione dei flussi energetici globali, provocata dalle stesse scelte di Washington, sta alimentando l’inflazione in Occidente, che non può essere realmente contenuta attraverso gli aumenti dei tassi d’interesse.

L’attuale aumento dei rendimenti obbligazionari sta già mettendo sotto pressione Paesi come la Francia e il Giappone, quest’ultimo gravato da un debito pari al 250% del PIL e caratterizzato da uno yen storicamente debole.

2. La tempesta perfetta

La ritirata umiliante degli Stati Uniti dal Vietnam è il precedente più vicino a ciò che sta per accadere oggi. Allora, tuttavia, la base industriale interna era formidabile, la leadership tecnologica incontrastata e il sistema finanziario internazionale non disponeva di alternative praticabili.

Quando, nel 1971, gli Stati Uniti abbandonarono il sistema aureo e iniziarono a svalutare il dollaro attraverso l’espansione monetaria e a finanziarizzare la propria economia — a spese della popolazione — la domanda globale di dollari rimase forte e, sotto molti aspetti, il ruolo internazionale della valuta statunitense si consolidò ulteriormente.

Oggi, per la prima volta, Washington si trova ad affrontare una «tempesta perfetta».

Dietro e al di sopra delle imminenti sconfitte geopolitiche e militari non ci sono soltanto le crisi del debito e dell’energia, ma anche una bolla dell’intelligenza artificiale che potrebbe essere sul punto di scoppiare.

Allo stesso tempo, mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe essere la più grande IPO della storia, ma forse anche la più rischiosa, l’ascesa della Cina nella maggior parte dei settori tecnologici avanzati, compresa l’intelligenza artificiale open source, minaccia seriamente di mettere in crisi il modello statunitense dell’IA, orientato al profitto e alla tutela dei cartelli.

Le crisi in arrivo sono dunque simultanee, si amplificano a vicenda e si rafforzano reciprocamente, lasciando a Washington pochissimo margine di manovra strategica.
È proprio questa, in altre parole, una «tempesta perfetta».

3. Ripiegamento verso l’interno

Tutti questi fallimenti accumulati sul piano internazionale finiranno inevitabilmente per produrre conseguenze politiche interne.

Oltre al problema del debito legato all’intelligenza artificiale, che pesa sul mercato azionario statunitense e sugli investitori, è fondamentale sottolineare che Israele sta rapidamente perdendo una parte consistente del sostegno di cui godeva tradizionalmente negli Stati Uniti.

Inoltre, il Partito Democratico non rappresenta un’alternativa credibile e razionale alla follia guerrafondaia dei repubblicani.

La classe politica statunitense impedisce alla maggioranza degli americani di ottenere sia sicurezza sia prosperità. Di conseguenza, dovrà affrontare una perdita ancora maggiore di legittimità interna.

Dopo l’esplosione della crisi economica e finanziaria, si aprirà la strada a disordini sociali, alienazione politica e rivolta popolare. Tutto questo avverrà senza quella rete di sicurezza economica e quella coesione istituzionale che avevano protetto l’establishment statunitense durante i disordini sociali degli anni Sessanta.

La storia dimostra che, quando un impero commette errori strategici, sopravvaluta le proprie capacità e, al contempo, genera squilibri strutturali interni sul piano sociale ed economico, il costo finisce inevitabilmente per ricadere sulla popolazione.

In questo senso, alcuni hanno paragonato Trump a Commodo, l’imperatore romano ossessionato dal potere che prosciugò le casse dello Stato tra il 177 e il 192 d.C. e fu fermato soltanto da un assassinio. Quell’episodio segnò anche l’inizio della caduta di Roma.

Per l’americano medio, i risultati dei disastri della politica estera statunitense sono per lo più negativi: si traducono in spese militari sempre maggiori, a beneficio soltanto di una piccola parte della popolazione.

A questo si aggiungono la perdita di potere d’acquisto, le infrastrutture fatiscenti, la deindustrializzazione delle regioni centrali del Paese, gli abusi delle forze di polizia, il costo della vita in aumento e un’assistenza sanitaria sempre più cara.

Il popolo statunitense sta pagando il prezzo di decenni di governo da parte dell’oligarchia parassitaria di Washington.

Prima o poi, Washington dovrà pagare un prezzo politico, anche in presenza di una cittadinanza in larga parte passiva e scarsamente informata come quella americana.

Mentre l’impero esaurisce le proprie opzioni all’estero, la resa dei conti per gli Stati Uniti finirà inevitabilmente per consumarsi anche sul fronte interno.

Da una parte ci sarà un establishment politico di Washington sulla difensiva, isolato e sempre più coercitivo; dall’altra, una popolazione indebitata e afflitta da problemi di salute legati anche all’obesità, ma al tempo stesso armata, arrabbiata e disillusa.

In gioco c’è il futuro della Repubblica americana.

(Finn Andreen)

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Quanto petrolio esporta il Venezuela verso gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di petrolio venezuelano a 624.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 2 ottobre, rispetto ai 553.000 della settimana precedente.

L'aumento ha interrotto due settimane consecutive di cali, secondo i dati preliminari della Energy Information Administration (EIA).

L'agenzia colloca il Venezuela al secondo posto tra i fornitori segnalati per la settimana, subito dopo il Canada, che ha registrato circa 3,9 milioni di barili al giorno.

È aumentata anche la media mobile a quattro settimane degli acquisti dal Venezuela, passando da 629.000 a 636.000 barili al giorno. Secondo i dati dell'EIA, tale indicatore aveva precedentemente toccato un picco di 684.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 28 agosto.

Tra l'ultima settimana di gennaio - in seguito all'aggressione militare statunitense che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, la parlamentare Cilia Flores - e la settimana del 2 ottobre 2026, le importazioni di greggio venezuelano sono passate da 175.000 a 624.000 barili al giorno.

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Elezioni in Russia, il racconto di chi c’era (Intervista al Prof. Angelo d'Orsi)

Premessa

L'accettazione dell'invito a fare l'osservatore internazionale alle elezioni della Duma da parte di Angelo D'Orsi ha sollevato l'indignazione della stampa mainstream: favore al Cremlino, propaganda, vergogna. Proviamo a ragionare sui fatti, non sui riflessi pavloviani.

Primo, la sovranità dei controlli. Ogni Paese organizza da sé le proprie istituzioni elettorali — l’Italia con Viminale e magistratura, la Russia con la propria Commissione centrale — e nessuno contesta questo all’Italia. La differenza è che la Russia invita osservatori internazionali anche non allineati al Cremlino, come D’Orsi; l’UE no, alle proprie elezioni non invita osservatori russi o cinesi. E c’è un’asimmetria ancora più profonda: l’OSCE/ODIHR non controlla l’Italia, esentata dalla verifica in quanto classificata a priori come “democratica”; la contrario le regole che la Russia si è data per permettere questi controlli sono state reputate inidonee e pertanto, da quasi un decennio, l’ufficio di monitoraggio elettorale si rifiuta di farli, bollando Mosca come antidemocratica in via preventiva. In questo modo l’assenza del controllo diventa la prova dell’accusa — un espediente circolare comodo per delegittimare in anticipo qualunque risultato sgradito.

Secondo, i sistemi elettorali. Duma e Camera italiana condividono la stessa architettura mista, maggioritario in collegi uninominali più proporzionale con sbarramento. Eppure una viene raccontata come pilastro democratico, l’altra come farsa autoritaria, con quale criterio oggettivo, se non la convenienza geopolitica del momento?

Terzo, l’affluenza. In Russia si vota più che in Italia, dove l’astensione ha eroso la legittimità stessa del voto. Se la partecipazione è indice di vitalità democratica, perché il sistema più partecipato viene bollato come meno legittimo? Inoltre, in Russia chi si astiene non viene schedato, perseguitato, incarcerato o deportato: se il dissenso di massa esistesse davvero, gli elettori avrebbero lo stesso strumento degli italiani: restare a casa. Se non lo fanno ci sarà pur una ragione, ma questa non interessa gli editorialisti indignati.

Con questa intervista non vogliamo assolvere né sentenziare: vogliamo raccontare l’esperienza di chi le cose le ha vissute in prima persona, non il racconto preconfezionato di chi non si alza dal proprio scranno — politico o mediatico, comunque ben retribuito — per andare a vedere di persona. Dato che l’ODIHR ha abdicato al controllo, a che titolo la propaganda si arroga il diritto di giudicare ciò che non conosce, sull’unica base del proprio preconcetto? Noi abbiamo scelto una strada diversa, quella di ascoltare chi, sul campo, quel controllo lo ha fatto davvero.

Intervista

 

Professore, partiamo dall’inizio: com’è andata? Che atmosfera si respirava a Mosca in questi giorni di voto?

La città era pulita, vivace, con gente tranquillissima per strada, nella meravigliosa metropolitana, i caffè e i ristoranti accoglienti, insomma tutto come ogni volta in cui ci sono stato negli ultimi due anni. I negozi ridondanti di merci, i supermercati e i centri commerciali scintillanti, pieni di persone: sugli scaffali tanti prodotti italiani, specialmente alimentari. Le sanzioni? C’è modo di aggirarle…

 

I droni ucraini che hanno colpito il territorio russo nelle ultime settimane hanno inciso in qualche modo sul clima elettorale, sulla sicurezza degli spostamenti, sull’umore delle persone che ha incontrato?

A dire il vero io e i miei colleghi della squadra operante a Mosca non ci siamo accorti di nulla, neppure indirettamente. E quando abbiamo letto la stampa italiana ed europea, abbiamo interpellato le presidenze dei seggi visitati (in tutta Mosca, che ha una dimensione territoriale immensa, sono stati 34!) anche loro come noi avevano scoperto la notizia dei droni solo dai media. In realtà quel furioso attacco ucraino che mirava a disturbare la procedura elettorale, ha fallito lo scopo. Nella regione di Mosca, che costituisce una sorta di Repubblica come le altre della Federazione, le votazioni si sono svolte in un clima di serenità, direi, e di rigorosa osservanza di norme e regolamenti, come ho potuto constatare: la parola che ho sentito di più è stata “glasnost”, trasparenza, come si ricorderà divenuta celebre con Gorbacev.

 

Le faccio una domanda un po’ provocatoria: nei giorni sul campo ha registrato qualcuno dei fenomeni che la stampa italiana dà per scontati — gente portata a forza ai seggi, sparizioni di dissidenti, brogli plateali, o magari anche qualche invasione aliena, visto il livello a cui si è arrivati nel racconto? Cosa ha visto davvero con i suoi occhi, seggio per seggio?

Sono balle clamorose, detto in tutta franchezza. Nei seggi, almeno quelli ai quali ho potuto accedere, tutti erano assai compresi dei loro ruoli, consapevoli dell’importanza di fare bene il loro lavoro e di essere bene giudicati dall’esterno, consapevoli della malizia di chi guarda da fuori, di chi è mosso soltanto da pregiudizi, di chi è animato da una feroce, inguaribile russofobia. Presidenti di seggio (in larga maggioranza di genere femminile), osservatori (ossia studenti universitari di facoltà politiche e giuridiche, volontari, che erano stati formati in corsi di durata quindicinale), esperti internazionali, ma anche delegati delle liste, e infine, anche alcuni candidati. Salvo che tra questi ultimi, tutte le figure citate erano prevalentemente femminili. Ho chiesto sempre ai presidenti e a qualche osservatore volontario se si fossero rilevate irregolarità. Mi hanno segnalato un solo caso: un elettore che si è presentato con doppio passaporto e pretendeva di votare due volte, il che non gli è stato concesso. Ho visto un sistema organizzato benissimo, con migliaia di occhi che controllavano, dalle due Camere civiche (quella della Regione di Mosca, e quella federale) lo svolgimento delle votazioni, grazie a quegli stuoli di volontari che ho menzionato, con sale provviste di schermi che monitoravano lo svolgimento delle votazioni in tutto quello sterminato Paese. Controlli severi agli ingressi, da parte di addetti della polizia, e sorveglianza discreta da parte di militari all’esterno dei seggi. Clima disteso, sereno. E con la mia squadra ho potuto parlare con tutti e scattare foto e fare videoriprese.

 

Ha potuto muoversi liberamente tra i seggi che le interessavano, o c’erano percorsi prestabiliti? Ha potuto scegliere lei dove andare o le è stato indicato un itinerario?

I seggi erano stati selezionati dalla IAPEE, l’Organizzazione che mi ha invitato; ma spesso giungevamo nei seggi senza avvertimento dei presidenti, il che se per un verso rappresentava talvolta una difficoltà era anche un’ulteriore garanzia di libertà e di trasparenza.

 

Veniamo ai numeri. Secondo lei, professore, come si spiega un distacco così ampio tra Russia Unita e gli altri partiti in corsa — Partito Comunista, Liberaldemocratici di Žirinovskij/Slutsky, Russia Giusta? È solo consenso reale, o pesa anche l’assenza di alternative percepite come credibili?

Si spiega con il grande consenso di cui gode Vladimir Putin, il cui partito di riferimento (non il suo partito, Putin si presenta come uomo libero e indipendente) è appunto Russia Unita. Un consenso che la guerra, a dispetto delle difficoltà e dei danni patiti, a cominciare da quelli umani, in definitiva non ha scalfito.

 

Ha potuto parlare con osservatori o rappresentanti di questi altri partiti? Che percezione le hanno trasmesso del proprio spazio politico?

Ho chiacchierato con alcuni candidati del Partito comunista (quello principale, di Zjuganov, che pure ha raccolto una mole di voti inferiore alle aspettative), e con rappresentanti di “Nuova Gente” e del Partito Liberaldemocratico). Tutti confidavano in un’avanzata della propria forza politica, e tutti, pur critici verso molti aspetti della gestione della guerra, esprimevano un punto di vista fortemente patriottico.

 

Un’altra provocazione: se davvero in Russia il dissenso fosse così ampio e silenziato come si racconta in Occidente, ci si aspetterebbe un’astensione di massa come forma di protesta silenziosa — invece i dati dicono il contrario, con percentuali più alte che in Italia, dove il dissenso, almeno ufficialmente, non esiste. Come se lo spiega?

Credo di aver già risposto. L’alta affluenza in tutto il territorio federale e in specie nelle Repubbliche ex-separatiste del Donbass, è a mio avviso una chiara dimostrazione di consenso.

 

Lei ha lavorato per anni come storico, abituato a leggere le fonti con distacco critico. Come si concilia questo mestiere con il ruolo di osservatore “sul campo”: quanto è difficile restare analitici quando si è dentro l’evento invece che a studiarlo a distanza?

Si tratta, mi lasci dire, di un pregiudizio. Il “padre della storia”, Erodoto, comincia le sue “Storie” scrivendo: questo è ciò che io ho visto e udito. Insomma lo storico nasce come testimone diretto. E se oltre alla testimonianza del visto e dell’udito è in grado di fare analisi sulla base della conoscenza dei documenti, e della letteratura critica, tanto meglio. Io continuo a fare lo storico, e se faccio storia del tempo presente è ovvio che io debba confrontarmi con le realtà, direttamente, mettendole poi sotto il vaglio della critica, alla luce di quanto già so, sul piano storiografico e documentale.

 

Cosa risponde a chi le contesta che la sua presenza, comunque la si racconti, dà comunque una forma di legittimazione politica al voto, indipendentemente da cosa lei abbia visto o non visto?

Ho già risposto in merito al Cremlino, in una domanda successiva. Chi dubita vada sul campo!

 

 Se dovesse tornare a fare da osservatore altrove — penso a contesti ancora più esposti, come Venezuela o Iran — lo rifarebbe, dopo questa esperienza?

Assolutamente sì, del resto ero già in stato invitato in Venezuela, ma fui impossibilitato perché in quei giorni avevo altri importanti impegni. Ho comunicato all’ambasciatore Vito Grittani, della IAPEE, la mia disponibilità per altre missioni.

 

Ultima domanda: cosa direbbe a un collega italiano che le rimprovera di aver “sdoganato” il Cremlino solo per essere andato a vedere di persona?

Che la domanda è sbagliata, perché parte dal presupposto che il Cremlino sia il male. In quella parola, in quel luogo, ci sono stati fasti e nefasti della storia. E oggi l’Occidente se vuole sopravvivere deve accettare, prima possibile, di fare i conti con quella vicenda, con il presente e con il futuro della Russia. A chi mi facesse questo genere di obiezioni, risponderei di andare a visitare la Russia, e trarne qualche spunto di riflessione.

 

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Putin: la CSI sostiene un ordine multipolare contro ogni egemonia

I Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI) sostengono la costruzione di un ordine mondiale multipolare, fondato sul diritto internazionale e sul ruolo centrale delle Nazioni Unite. È quanto ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin durante l’incontro con i leader dell’organizzazione, indicando nella cooperazione regionale uno strumento per consolidare i rapporti economici, politici e culturali tra gli Stati membri. «I Paesi della CSI sostengono all’unanimità la formazione di un ordine mondiale multipolare e giusto, basato sui principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale e sul ruolo centrale dell’ONU», ha affermato Putin. Una posizione che colloca la cooperazione tra gli Stati post-sovietici nel quadro della più ampia trasformazione degli equilibri internazionali e della rivendicazione di un sistema fondato sul pluralismo dei centri di potere. Uno dei principali ambiti di collaborazione resta quello economico. Secondo il presidente russo, nel 2025 il commercio tra la Russia e gli altri membri della CSI ha superato i 110 miliardi di dollari, registrando un’ulteriore accelerazione nel corso dell’anno in corso. «Soltanto nel primo semestre di quest’anno è cresciuto di un altro 19%», ha precisato. Per Putin, tuttavia, esistono ancora margini significativi per ampliare gli scambi. «Che cosa bisogna fare per raggiungere questo obiettivo? Dobbiamo eliminare le barriere», ha dichiarato, sottolineando come alcune restrizioni vengano imposte dagli stessi governi nazionali. «Siamo noi stessi, consapevolmente, a frenare il ritmo di sviluppo che potremmo raggiungere».

Il superamento degli ostacoli commerciali e il rafforzamento degli investimenti rappresentano quindi priorità concrete per un’organizzazione che, secondo il leader del Cremlino, può rendere più efficace l’integrazione regionale. «I Paesi della CSI mantengono una stretta cooperazione nel commercio, negli investimenti e nelle tecnologie avanzate», ha ricordato Putin, ribadendo la necessità di accelerare ulteriormente questo processo. Un elemento centrale di questa strategia è la progressiva riduzione della dipendenza dalle infrastrutture finanziarie esposte alle pressioni esterne. Putin ha sottolineato che la quota delle valute nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati membri ha superato il 90%. «Un’infrastruttura finanziaria stabile, indipendente dalle influenze esterne, ci permette di affrontare efficacemente molte delle sfide attuali», ha dichiarato. «Questo ci consente di approfondire la cooperazione economica, indipendentemente dalle influenze esterne e dalle condizioni dei mercati».

La diffusione delle valute nazionali nei regolamenti commerciali costituisce così uno degli strumenti attraverso cui i Paesi della CSI cercano di consolidare la propria autonomia economica e di rendere gli scambi regionali meno vulnerabili alle decisioni adottate al di fuori dell’area. Putin ha inoltre richiamato il valore storico dei legami tra le popolazioni dell’ex Unione Sovietica, sostenendo che la CSI abbia permesso di preservare relazioni costruite nel corso di secoli di storia comune. «Negli ultimi tre decenni e mezzo, la CSI ha compiuto un lungo percorso e si è affermata come un’organizzazione regionale d’integrazione autorevole», ha affermato. Il presidente russo ha insistito anche sulla necessità di proteggere la memoria storica condivisa, in particolare rispetto all’esperienza sovietica e alla Seconda guerra mondiale. «I giovani devono conoscere la verità sulle conquiste dei nostri popoli durante l’epoca sovietica e sulle imprese eroiche dei nostri padri e nonni durante la Grande guerra patriottica», ha dichiarato, mettendo in guardia contro la falsificazione della storia comune. Sul fronte della cooperazione sociale e umanitaria, Mosca ha sostenuto le iniziative di Tagikistan e Turkmenistan per dedicare il 2028 allo sviluppo sociale e il 2029 ai trasporti nell’ambito della CSI.

L’obiettivo è promuovere progetti comuni che coinvolgano istituzioni, imprese, autorità regionali e società civile, rendendo più tangibili i benefici della collaborazione. Il vertice ha affrontato anche il coordinamento nella lotta alla criminalità economica, al riciclaggio di denaro, alla corruzione e ai reati informatici. «I nostri Paesi hanno stabilito un coordinamento efficace nella lotta ai reati finanziari ed economici, al riciclaggio di denaro e alla corruzione», ha affermato Putin, ricordando inoltre i programmi congiunti contro la criminalità organizzata, il traffico di droga, il terrorismo e l’estremismo. La riunione conferma dunque la volontà russa di rafforzare la CSI non soltanto come spazio di cooperazione commerciale, ma anche come piattaforma d’integrazione regionale e di coordinamento politico. Nel quadro internazionale delineato da Putin, l’autonomia finanziaria, la rimozione delle barriere economiche e la difesa di una storia condivisa si accompagnano alla richiesta di un ordine multipolare nel quale il ruolo delle Nazioni Unite rimanga centrale.


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Cina, "l'ordine globale" e la storiella che si inventa l'Occidente

 

 

di Fabio Massimo Parenti

Mentre si punta il dito contro la Cina, vanno di moda tante banalità

Quella forse più in voga è l’idea che la Cina voglia distruggere l’ordine esistente. E sostituirlo con un proprio sistema.

Niente di più sbagliato.

L’iniziativa sulla governance mondiale, lanciata un anno fa, parte ad esempio da una premessa opposta: Carta dell’Onu e diritto internazionale rimangono il fondamento. Il problema è che le regole non vengono applicate a tutti e spesso non trovano applicazione.

Inoltre, le istituzioni internazionali non rappresentano più il mondo di oggi. Ma noi non ce la facciamo proprio a digerire il cambiamento. E voi sapete perché.

Quali sono i cinque principi dell’iniziativa sulla governance emanata da Pechino e che ha ricevuto già il sostegno di quasi 160 paesi e organizzazioni internazionali?

Uguaglianza sovrana, diritto internazionale, multilateralismo, centralità dei popoli e orientamento all'azione.

Peraltro, Pechino sta promuovendo nuovi strumenti per la mediazione e la cooperazione internazionale nei campi dell'intelligenza artificiale e dell’economia dei dati. Nessun altro lo fa.

Le domande che i cinesi si pongono pubblicamente, e che dovremmo porci anche noi con loro sono:

Chi governa, come si governa e nell'interesse di chi?

E ancora: perché alcuni possono stabilire le regole — o violarle — più di altri?

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Il lato oscuro (non detto) sul Premio Nobel per la pace 2026

 

di Francesco Santoianni 

 

Tutti a sinistra ad applaudire l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay, invisa a Trump. Nessuno che si ricordi del ruolo della Pillay nella guerra alla Siria quando, tanto per dirne una, accusava Bashar al Assad per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, senza spendere una sola parola su quelli commessi dai sedicenti “ribelli siriani”; stesso atteggiamento contro Geddafi, contro Maduro, contro Putin (per il quale faceva sue la bufala delle migliaia di bambini ucraini che aveva fatto rapire)…

E per i crimini commessi dall’Occidente? Con l’eccezione di quelli commessi da Israele, mai una parola contro governi o statisti ma solo una qualche richiesta di “indagini indipendenti” per singoli casi commessi, presumibilmente, da militari.

Due pesi due misure?

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Premio Nobel all'ex Alta commissaria Navi Pillay che ha denunciato il genocidio a Gaza

 

Dopo il livello più basso toccato nella sua storia l'anno scorso con lo scempio dell'assegnazione alla golpista di estrema destra venezuelana Maria Corina Machado (che l'ha dedicato al criminale di guerra Trump), il Comitato del Premio Nobel per la pace doveva fare uno scatto di dignità quest'anno per riprendere un minimo di credibilità. E con l'assegnazione a Navi Pillay - ex Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHCR) - ci è stato.

Vi riprponiamo la traduzione di seguito di una sua bella intervista a The New Arab del dicembre 2022 sulle indagini sull’illegalità dell’occupazione israeliana, dei doppi standard nel diritto internazionale e della sua esperienza nella lotta all’apartheid sudafricano.

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Intervista a Navi Pillay, presidente dell’inchiesta dell’UNHRC sulle violazioni dei diritti umani in Palestina


di Ibtisam Azem*

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Nel maggio 2021, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha istituito una commissione d’inchiesta internazionale (COI), “per indagare, nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), compresa Gerusalemme Est, e in Israele, su tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e sugli abusi del diritto internazionale dei diritti umani che hanno preceduto e seguito il 13 aprile 2021”. A presiedere la COI è stata nominata Navanethem Pillay, avvocata sudafricana di spicco per i diritti umani, ex giudice e Alta Commissaria del Consiglio per i Diritti Umani.

In un’intervista esclusiva con Ibtisam Azem, corrispondente senior di Al-Araby Al-Jadeed (sito arabo gemello di The New Arab) presso le Nazioni Unite a New York, Pillay ha discusso dell’ultimo rapporto e degli attacchi alla Commissione.

 

Ibtisam Azem: La COI da lei diretta ha concluso nel suo ultimo rapporto di ottobre che l’occupazione israeliana del territorio palestinese è illegale secondo il diritto internazionale, a causa della sua durata e delle politiche di annessione de facto e de jure del governo israeliano. Si tratta di un cambiamento nella discussione del problema e, se sì, quali sono le sue ripercussioni?

Navanethem Pillay: Si tratta di uno spostamento della discussione nel luogo più importante, ovvero l’ONU, l’organo decisionale. Non è una novità per la società civile e per i palestinesi. Le nostre raccomandazioni sono state di deferire la questione dell’illegalità dell’occupazione alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG).

Gran parte del discorso finora è stato incentrato sull’adesione di Israele alle leggi internazionali che regolano l’occupazione del territorio, insieme al diritto internazionale sui diritti umani applicabile. Dopo aver constatato, nel nostro primo rapporto, che erano la continua occupazione e la discriminazione dei palestinesi a guidare il conflitto, nel nostro secondo rapporto all’Assemblea Generale abbiamo portato avanti questo discorso, cioè ci siamo chiesti se l’occupazione stessa fosse ormai illegale.

Ci sono ragionevoli motivi per concludere che sia illegale, a causa della sua durata e delle azioni intraprese da Israele per annettere parti della terra, de facto e de jure. Tali azioni includono sgomberi, deportazioni, trasferimenti forzati di palestinesi all’interno della Cisgiordania, espropriazioni, saccheggi, sfruttamento della terra e delle risorse naturali vitali, restrizioni alla circolazione e il mantenimento di un ambiente coercitivo nei confronti dei palestinesi, con l’obiettivo di frammentare la società, incoraggiare l’allontanamento dei palestinesi da alcune aree e far sì che essi non siano in grado di soddisfare il loro diritto all’autodeterminazione.

Abbiamo anche concluso che alcune politiche possono costituire crimini di guerra, come il trasferimento di parti della popolazione israeliana nel territorio occupato attraverso il programma di insediamento, e i crimini contro l’umanità della deportazione e del trasferimento forzato.

Tali azioni e politiche non possono rimanere senza attenzione. Dato il chiaro rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione e di rispettare gli obblighi internazionali, era necessario un cambiamento nella conversazione, passando da una discussione su come Israele dovrebbe rispettare le leggi dell’occupazione al riconoscimento che l’occupazione stessa è illegale e che ci devono essere conseguenze legali e obblighi per gli Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale.

Si tratta quindi di un approccio drammatico che abbiamo portato per la prima volta nelle sale dell’Assemblea Generale.

I.A.: Quanto è significativo che la Corte Internazionale di Giustizia indaghi su questo?

N.P.: È estremamente significativo e lo accogliamo con favore, anche se devo notare che la risoluzione deve ancora essere adottata dalla plenaria dell’Assemblea Generale questo mese. Tuttavia, il voto di 98 Paesi a favore, con 52 astensioni e 17 contrari in quarta commissione, dimostra che la maggioranza degli Stati membri riconosce che la situazione attuale non può rimanere senza risposta.

Abbiamo bisogno di chiarimenti sulle conseguenze legali del rifiuto di Israele di porre fine all’occupazione. Vogliamo che la Corte chiarisca quali sono gli obblighi degli Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale.

I.A.: Sin dal momento della sua istituzione, la COI è stata attaccata. Dopo aver pubblicato il primo rapporto a giugno, il Dipartimento di Stato americano ha rilasciato una dichiarazione di opposizione all’inchiesta, descrivendo il suo lavoro come “un approccio unilaterale e di parte che non fa nulla per avanzare le prospettive di pace”. Tuttavia, i Paesi occidentali sostengono altre COI su Ucraina, Siria e altro. Secondo lei, perché questo sostegno non c’è nel caso della Palestina?

N.P.: Quando ero Alta Commissaria per i Diritti Umani, abbiamo riscontrato questo tipo di doppi standard e di giustizia selettiva. Ho sempre detto che gli Stati devono applicare gli stessi standard ai loro amici e ai loro nemici. La Commissione continua a godere del sostegno della maggior parte degli Stati membri dell’ONU; per questo ritengo che ci troviamo su un piano morale elevato.

Vorrei sottolineare che i diritti umani sono universali e che il diritto internazionale si applica a tutti gli individui e a tutti gli Stati senza distinzioni. Per quanto riguarda l’accusa che questa COI non fa nulla per far progredire le prospettive di pace, sarei curiosa di sentire dagli Stati Uniti quali specifiche prospettive di pace attuali ritengono che il nostro lavoro stia ostacolando.

Per quanto riguarda i commenti sul fatto che la COI abbia un approccio unilaterale, lo hanno detto anche prima che pubblicassimo il nostro primo rapporto. Tutti gli Stati dovrebbero essere ritenuti responsabili per qualsiasi mancanza nel promuovere e proteggere i diritti umani delle persone all’interno dei loro confini. E lo stesso vale per Israele, senza eccezioni, e negli OPT, che sono sotto il suo effettivo controllo.

 

È vero che i nostri primi due rapporti si sono concentrati principalmente sulle violazioni commesse da Israele. Su mandato del Consiglio per i Diritti Umani, abbiamo scelto di affrontare innanzitutto le cause profonde e i fattori scatenanti del conflitto, che secondo noi sono l’occupazione perpetua e la discriminazione dei palestinesi.

Sia chiaro che stiamo indagando su tutti i responsabili. Questo include l’Autorità Palestinese, le autorità de facto a Gaza, così come gli atti dei gruppi armati… La nostra commissione darà voce a tutte le vittime, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dalle convinzioni politiche, perché i diritti umani sono universali.

Questo tipo di accuse rivolte a chi è critico della politica e delle pratiche israeliane non sono nuove e sono spesso utilizzate da Israele e dai gruppi pro-israeliani per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai risultati e dalle raccomandazioni emesse da vari meccanismi dedicati a esaminare la condotta di Israele negli OPT.

Così, oltre alle accuse di unilateralità, siamo stati continuamente accusati di essere antisemiti… una tattica molto efficace utilizzata per mettere a tacere qualsiasi critica alle violazioni dei diritti umani e ai crimini internazionali di Israele… Ma data l’estrema gravità della questione dell’antisemitismo, siamo seriamente preoccupati dal fatto che tali accuse finiscono per promuovere la banalizzazione dell’antisemitismo vero e proprio e l’uso crescente di accuse politicamente motivate per mettere a tacere il legittimo controllo del rispetto dei diritti umani internazionali da parte degli Stati membri.

I.A.: Vede dei paralleli con la sua esperienza nel Sudafrica dell’Apartheid?

N.P.: Èsempre rischioso confrontare due situazioni diverse. Abbiamo ricevuto numerose richieste da parte di organizzazioni della società civile di esaminare la questione dell’apartheid. Condurremo le nostre indagini e le nostre analisi legali su eventuali crimini internazionali… Il crimine dell’apartheid è molto complesso e presenta numerosi elementi che devono essere valutati.

L’analisi legale si baserà sul criterio che i dati soddisfino la definizione legale, non sul fatto che Israele e le sue politiche assomiglino a quelle impiegate dal Sudafrica dell’apartheid o da qualsiasi altro regime.

Voglio notare che diversi Paesi che hanno vissuto in prima persona gli effetti terribili della colonizzazione, della discriminazione e della negazione del diritto all’autodiscriminazione… sono stati i più forti sostenitori del nostro mandato.

I.A.: Il mandato della COI comprende la formulazione di “raccomandazioni sulle misure da adottare da parte di Stati terzi per garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario negli OPT…”. Questo rende anche paesi, come gli Stati Uniti e altri che stanno aiutando militarmente Israele, responsabili per le violazioni dei diritti umani e potrebbero anche loro subire accuse legali?

N.P.: È un’ottima domanda, perché ci avverte della possibilità che l’Alta Corte stabilisca che l’occupazione è illegale e che gli Stati terzi abbiano l’obbligo legale di non sostenere questo atto illegale. Credo che questo sia il motivo per cui hanno paura del mandato.

È la prima volta che ciò accade in un mandato COI. È una chiara indicazione del riconoscimento da parte dell’UNHRC che gli Stati terzi hanno l’obbligo di agire per garantire il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele, anche ponendo fine all’occupazione, e di mettere in discussione la loro stessa condotta nel sostenerlo.

I.A.: Molti palestinesi si sentono abbandonati dalla comunità internazionale. Anche quando ci sono risoluzioni delle Nazioni Unite che fanno giustizia, la loro realtà quotidiana non cambia e non c’è fine alle loro sofferenze. In qualità di ex giudice in Sudafrica e alla Corte Penale Internazionale, di avvocato, di Alta Commissaria per i diritti umani che ha lavorato su tanti casi, cosa dice loro?

N.P.: Laquestione dell’impatto sulle vittime è molto importante. Nessuno sembra affrontarla appieno. Ho fatto l’avvocata per 30 anni difendendo, pro bono, attivisti per i diritti umani e oppositori dell’apartheid… Mentre combattevamo ogni giorno su diverse questioni relative all’apartheid, ho vissuto molti momenti difficili. Non avrei mai immaginato che ci sarebbe stato un tale cambiamento nel mio Paese durante la mia vita.

Ma i cambiamenti avvengono e il motivo principale è che la società civile ritiene inaccettabili le vestigia del colonialismo e dell’occupazione. Ecco cosa dico ai palestinesi. Spero che si ispirino, come abbiamo fatto noi, al sostegno collettivo della comunità internazionale, sia degli Stati che degli attivisti di tutto il mondo. Questo ci ha davvero fatto andare avanti. Sapevamo di dover combattere le nostre battaglie e di non doverci mai arrendere.

E ora, dopo tutte le critiche ingiuriose che abbiamo ricevuto [come COI], perché sono ancora in piedi e sento di essere su un terreno morale più alto? Grazie al sostegno globale a ciò che stiamo dicendo e al sostegno globale alla lotta palestinese per l’autodeterminazione.

Navi Pillay è nata nel 1941 in Sudafrica. Nel 1967 è stata la prima donna ad avviare uno studio legale nella sua provincia d’origine, il Natal. Ha lavorato come avvocato difensore degli attivisti anti-apartheid, denunciando le torture e contribuendo a stabilire diritti fondamentali per i prigionieri di Robben Island. Pillay è stata nominata giudice ad interim dell’Alta Corte Sudafricana dopo la fine dell’apartheid nel 1995.  È stata eletta giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (ICTR) dal 1999 al 2003 e ne è stata presidente negli ultimi quattro anni. Ha svolto un ruolo fondamentale nella giurisprudenza innovativa dell’ICTR sullo stupro come genocidio. Nel 2003 è stata nominata giudice della Corte Penale Internazionale dell’Aia e dal 2008 al 2014 è stata Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Pillay ha conseguito un BA e un LLB presso l’Università di Natal in Sudafrica e un dottorato in Scienze giuridiche presso l’Università di Harvard.

Ibtisam Azem è scrittrice e corrispondente senior. Da dieci anni si occupa di ONU. Il suo ultimo romanzo è Il libro della scomparsa. Twitter: @IbtisamAzem

https://www.newarab.com/analysis/interview-navi-pillay-chair-unhrcs-palestine-inquiry

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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Violenze quotidiane di Israele: 65enne palestinese aggredita e ferita durante un raid a Hebron

 

Nell'ambito dei quotidiani raid e delle sistematiche operazioni di perquisizione che caratterizzano l'occupazione israeliana in Cisgiordania, una donna palestinese di 65 anni e rimasta ferita giovedi a seguito di un'aggressione da parte dei soldati durante un'irruzione nella casa del figlio a Beit Ummar, a nord di Hebron.

Israeli troops violently maliciously assault & push over a Palestinian woman in the town of Beit Ummar, north of al-Khalil, central Palestine https://t.co/W4U4dmVLfZ

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) October 8, 2026

Come confermato dall'attivista Mohammad Awad all'agenzia di stampa WAFA, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella zona di Asida facendo irruzione nell'abitazione di Walid Sabarna.

Nel corso delle verifiche, diventate ormai una tragica routine per le famiglie della zona, i soldati hanno devastato gli arredi e la proprieta prima di scagliarsi contro la madre sessantacinquenne del proprietario, Bahiya Ekhlail, causandole gravi lividi e contusioni. La donna e stata successivamente trasferita in ospedale dai sanitari per ricevere le cure necessarie.

L'operazione si e svolta secondo un copione che si ripete quasi ogni giorno nei territori occupati: le forze armate hanno lanciato gas lacrimogeni ad altezza uomo verso le abitazioni civili adiacenti, provocando principi di soffocamento a numerosi residenti che sono stati intossicati e soccorsi sul posto.

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Mercenari colombiani tenuti in ostaggio in Ucraina. La testimonianza di una madre (VIDEO)

 

Ruptly ha raccolto la testimonianza di una donna colombiana che ha perso i contatti con suo figlio raggirato da "reclutatori" ucraini il 9 settembre 2025. Questa la sua testimonianza tradotta in italiano. 
 

RT ha raccolta la testimonianza di Sonia Moreno, una donna colombiana che afferma come suo figlio sia stato attirato nelle file delle forze di Kiev con la falsa promessa di una paga elevata e che, all’arrivo, gli è stato sequestrato il passaporto. "I cittadini colombiani che combattono per Kiev sono tenuti in ostaggio dall’esercito ucraino", ha dichiarato la donna che non ha più contatti con il figlio dal 9 settembre 2025. La donna dichiara di aver appreso della morte di Cristian sui social media, poiché l’esercito ucraino non ha neanche informato la famiglia di ciò che gli era accaduto. Secondo fonti dell'intelligence russa dei 16.500 mercenari stranieri stimati nelle file delle forze di Kiev la metà provengono dalla Colombia.

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 9, 2026

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Berlino conta come "aiuti all’Ucraina" miliardi spesi sul proprio territorio – studio Kiel

 

La Germania ha contabilizzato miliardi di euro spesi sul proprio territorio come aiuti all’Ucraina, sovrastimando l’importo effettivamente giunto a Kiev, secondo uno studio pubblicato giovedì dall’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

Berlino ha dichiarato di aver fornito o stanziato 100 miliardi di euro (112 miliardi di dollari) a sostegno dell’Ucraina dall’escalation del conflitto nel 2022. Tuttavia, l’istituto ha rilevato che solo 41,7 miliardi di euro erano da considerarsi effettivi aiuti bilaterali, mentre 35,9 miliardi di euro sono stati spesi in Germania e altri 22 miliardi di euro consistevano in impegni militari futuri. «La cifra di 100 miliardi di euro è fuorviante ed erroneamente etichettata come “aiuti bilaterali all’Ucraina”», ha affermato Christoph Trebesch, responsabile dell’Ukraine Support Tracker dell’istituto. Ha comunque descritto la Germania come il principale donatore europeo a favore di Kiev.

Dei 43,3 miliardi di euro che Berlino ha classificato come assistenza civile, circa l’80% è rimasto in Germania. La maggior parte ha coperto sussidi e alloggi per i rifugiati ucraini, mentre 1,3 miliardi di euro sono stati destinati a garanzie sulle esportazioni e sugli investimenti per le aziende tedesche operanti in Ucraina.

Secondo lo studio, solo 7,4 miliardi di euro di sostegno civile hanno effettivamente raggiunto l’Ucraina, compresi gli aiuti umanitari, il sostegno energetico e i fondi per la ricostruzione. L’istituto ha inoltre contestato la cifra di 57,6 miliardi di euro indicata da Berlino per gli aiuti militari. Il governo tedesco ha smesso di pubblicare dati dettagliati sull’assistenza militare nel giugno 2025, complicando il controllo indipendente, hanno osservato i ricercatori.

Nel frattempo, alcuni politici tedeschi di alto livello hanno chiesto a Berlino di garantire maggiori ritorni economici dal proprio sostegno a Kiev. Il mese scorso, il ministro presidente bavarese Markus Soeder, leader della CSU, il partito gemello della CDU del cancelliere Friedrich Merz, ha esortato l’Ucraina a destinare una quota maggiore dei fondi di aiuto alla tecnologia tedesca. “È ovvio che l’industria della difesa tedesca debba trarne beneficio”, ha affermato, proponendo anche colloqui sull’accesso alle materie prime ucraine.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha espresso preoccupazioni simili a settembre, dichiarando al quotidiano Bild che la Germania “non è del tutto soddisfatta del livello degli ordini” ricevuti dalle sue aziende. Intervenendo in una conferenza stampa giovedì, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha accusato Merz di anteporre gli interessi di Kiev a quelli dei contribuenti tedeschi, promettendo ulteriori aiuti nonostante il crescente malcontento dell’opinione pubblica nei confronti delle sue politiche.

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Comunicato CNP: "Un malessere profondo che può aprire un nuovo ciclo di lotte sociali in Europa"

 
Riceviamo e pubblichiamo un comunicato del "Coordinamento dei nuclei comunisti" sulla situazione in Spagna e in generale sulla situazione politica in Europa
 
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Dichiarazione del Coordinamento dei Nuclei Comunisti (CNC)

L’indice di indignazione popolare sta crescendo rapidamente in tutta Europa, assumendo varie forme. Ancora una volta nella storia, è in Francia che si manifesta con maggiore pienezza. Su una pentola a pressione che si è già riversata più volte (gilet gialli, battaglia contro la riforma pensionistica, lotta dei contadini, ecc.), la protesta di massa degli studenti delle scuole superiori sta ricevendo il sostegno popolare, soprattutto della classe operaia. L’appello di tutti i sindacati dell’insegnamento, da CGT del settore pubblico e un numero crescente di settore privato allo sciopero generale è già un clamore contro le politiche del governo e dell’UE che né la brutale repressione né le tattiche di criminalizzazione e provocazione da parte di poliziotti infiltrati, possono fermare. Per ora la mobilitazione dei lavoratori di diversi settori e dei rappresentanti politici è in aumento.

In Germania crescono le proteste dei giovani contro il servizio militare obbligatorio che li trasforma in carne da cannone per la guerra contro la Russia.

Nel frattempo, nel Regno di Spagna…

Pedro Sánchez: come vendere sabbia nel deserto.

Non c’è dubbio che Pedro Sánchez sia un grande prestidigitatore. Lo ha dimostrato ripetutamente quando il suo governo vacillava, ma con l’ultima messa in scena si è superato.

Fino a poche settimane fa, tutto era contro di lui. Per otto anni ha governato per il capitale contro la classe operaia, non rispettando le promesse elettorali, sottomesso ai dettami degli Stati Uniti e dell’UE, compiendo pirouette elettorali a sostegno della Palestina mentre il capitale sionista è presente nei fondi speculativi immobiliari, le case farmaceutiche e, soprattutto, nelle fabbriche di armi.

I sondaggi davano per certo che l’esperimento del governo PSOE-Sumar era ammortizzato, con il voto della destra mobilitato, soprattutto dopo gli eventi di Ceuta, e, soprattutto, con una crescente astensione dei settori popolari, stanchi di vedere che il progressismo è un guscio vuoto e che le loro condizioni di vita non fanno che peggiorare.

Il malessere della classe operaia e di tutti i settori popolari è una pentola a pressione sul punto di esplodere, come si sta vedendo in tutti i paesi dell’UE. Gli indicatori puntano nella direzione dell’esplosione: la carestia della vita, l’insufficienza dei salari e delle pensioni, la situazione limite dei piccoli agricoltori e allevatori, la distruzione di posti di lavoro – soprattutto nell’industria -, lo smantellamento e la privatizzazione dei servizi pubblici e l’attuazione della crescente impossibilità di accedere ad un alloggio. In quest’ultimo ambito si concretizzano le situazioni più tese e drammatiche: sfratti, sovraffollamento o strade sempre più piene di persone «senza tetto».

La responsabilità del governo, che da otto anni amministra il denaro pubblico e legifera a favore del capitale, è evidente. Il tanto decantato aumento dello SMI non ha potuto nascondere che gli affitti sono aumentati di tre volte rispetto ai salari negli ultimi tre anni, che chi percepisce lo SMI nelle grandi città deve destinare il 90% al pagamento dell’abitazione o che coloro che lo percepiscono (più del 50% dei minori di 30 anni) sono esclusi anche dall’accesso agli alloggi offerti dal Ministero del settore. D’altra parte, la repressione contro le scarse mobilitazioni operaie e popolari non lascia adito a dubbi su chi diriga il governo e gli apparati dello Stato. Lungi dall’abrogare le leggi antiterrorismo, in vigore 15 anni dopo la scomparsa di ETA, o la Legge Mordaza, la repressione operaia e popolare si è inasprita, mentre la criminalizzazione della mobilitazione si estendeva sotto l’accusa di terrorismo.

E d’ora in poi, è innegabile che le conseguenze delle politiche imperialiste di Stati Uniti e Ue, sostenute dal governo per azione o omissione, peggioreranno ulteriormente la situazione della classe operaia e dei settori popolari. Ne elenchiamo alcuni: l’esplosione del Nord Stream, le sanzioni boomerang contro la Russia, la politica agricola e le normative dell’agenda «verde», l’economia di guerra e le enormi spese militari con i relativi tagli alla spesa sociale, e ora il rapido aumento dell’energia legato all’attacco di Stati Uniti, Israele e paesi europei contro l’Iran. Tutto punta a un brusco calo delle condizioni di vita della classe operaia, mentre le aziende energetiche si accaparrano favolosi profitti – 20 miliardi di euro nel 2026 – proprio a causa dell’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti1.

Ed ecco che su questo accumulo di materiale altamente infiammabile appare una scintilla inaspettata. Era un altro sfratto, dopo gli oltre 200.000 giustiziati – un po’ meno di quelli eseguiti con il governo del PP – nel corso degli otto anni di governo PSOE, prima con Podemos e poi con Sumar.

Dopo l’esecuzione del lancio di Mari Carmen e dell’ennesima repressione violenta degli antisommossa contro coloro che cercavano di impedirlo, in poche ore si organizza un accampamento a Sol, che ricorda quella del 15 M.

La dirige e controlla il sindacato degli inquilini, che non ha nulla di sindacale ed è un’impresa/associazione, più simile a un’organizzazione dei consumatori, di cui i dirigenti sono salariati. Il suo portavoce, Fernando de los Santos Menéndez2 , legato familiarmente all’aristocrazia e nipote di un ministro di Adolfo Suárez, figura come rappresentante e amministratore unico della società Tecnoasfalt Aglomerados con Caucho S.L. dedicata alla costruzione di alloggi pubblici e privati. Nessuno dei volti più noti, come Alicia del Río o Valeria Recu, sono persone colpite dagli sfratti. Un altro dei suoi dirigenti, Carme Arcarazo, fa parte del Consiglio consultivo del Ministero della Casa3.

Dato il rapporto di questo ‘sindacato’ con il governo, non sorprende che abbia convocato manifestazioni a sostegno dei decreti davanti al Congresso dei deputati – vietate dal regolamento del Congresso mentre il Parlamento è in riunione – e ampiamente diffuse dai media affini al Governo… Oppure che CCOO e UGT si uniscano alle convocazioni.

Non siamo entrati ad analizzare questi Decreti. Basti dire che avrebbero fermato gli sfratti delle persone vulnerabili solo se fossero stati promossi da ‘fondi avvoltoi’.

Come nel 15 M o in Podemos, il linguaggio non è innocente. Se allora si usava il termine vago di «casta» o dell’ «1%», ora si parla di «rentismo» o di «capitalismo rintista», lasciando intravedere che esiste un altro capitalismo sano e responsabile.

Un altro dato sorprendente. Una volta terminato il dibattito sui due decreti nel Congresso, e quando si sapeva già che sarebbero stati sconfitti, Pedro Sánchez ha inaspettatamente fatto un intervento che deve essere considerato come il primo atto della prossima campagna elettorale. Si rivolse a coloro che avrebbero votato contro i Decreti, mordendo l’incatenamento che aveva preparato per loro, ma con l’altoparlante rivolto verso la strada: «Dimenticate per un momento il calcolo politico e pensate alla gente comune che ha bisogno della protezione del pubblico». Il prestidigitatore era riuscito ad attribuire a Vox, PP e Junts la responsabilità della situazione di penuria abitativa, quando è lui che governa da 8 anni. L’obiettivo era chiaro e la messa in scena è stata magistrale. Pedro Sánchez ha rimesso il PSOE nelle condizioni di vincere la gara, lasciando i suoi piccoli soci letteralmente ai piedi dei cavalli.

Al di là del calcolo elettorale, potrebbe essersi aperto il vaso di Pandora.

La ampia diffusione delle manifestazioni, di cui una parte importante è il ruolo dei media affini utilizzati a fondo per trasformare le mobilitazioni in strumenti di pressione per i loro obiettivi politici, ha rivelato un cambiamento significativo nella soggettività delle masse in cui predominava il sentimento di sconfitta e di impotenza. Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato in tutto lo stato non solo gridavano contro la destra, ma denunciavano anche la responsabilità del governo e tutte le sue violazioni. Anche se la forma assomigliava al 15 M, e questo era ciò che si cercava, la politicizzazione era di gran lunga superiore. La casa era il fattore scatenante, ma tutti sapevano che c’erano molte cose più intimamente legate: la carestia, i salari e le pensioni di miseria, la sanità, l’istruzione, e al di sopra di tutto, l’economia di guerra e la militarizzazione sociale

Tutto ciò che fino a poco tempo fa sembrava una lastra, stava diventando un bersaglio di lotta. E la tristezza e l’impotenza hanno forse cominciato a fondersi con il calore della gente in strada e della presenza di massa dei giovani. Una gioventù che in non pochi casi portava bandiere rosse, rojinegras e repubblicane e che si organizzò per far uscire di corsa con la coda tra le gambe i gruppi fascisti apparsi negli accampamenti – senza dubbio infuocati dagli ultimi avvenimenti.

Anche se la classe operaia era dispersa e disorganizzata, i clamori accesi alla sua lotta operaia e il clamore che, reclamando uno sciopero generale, riempì le strade il giorno dopo il voto parlamentare, chiamò a pensare come lavoratori, lasciando alle spalle slogan come la ‘nube delle zanzare’, la casta o il 99%, volti proprio a distruggere l’identità di classe. L’annuncio della convocazione allo sciopero generale da parte di CC.OO e UGT, che si è appena fatto mentre si scrive questa Dichiarazione, è – nello stesso senso in cui abbiamo indicato -, una buona notizia.

In primo luogo, non perché CC.OO e UGT abbiano cessato di essere strumenti di una parte della borghesia contro la classe operaia, ma perché, costretti dalle circostanze e per continuare a servire i loro padroni, stanno contribuendo a conferire il sigillo di classe – che teme così tanto il capitale – ad una mobilitazione che in principio non lo aveva.

E poi, perché, come ben sappiamo, è nell’organizzazione e nella lotta che si fanno salti di gigante nella coscienza delle masse. Contribuire a questo è il dovere delle organizzazioni rivoluzionarie.

Il diritto alla casa di fronte al muro della proprietà privata.

La realizzazione del diritto alla casa sarà il fulcro della campagna elettorale e saranno fatte tutte le promesse.

Saranno inoltre stilate liste di rivendicazioni, più o meno dettagliate, che si possono riassumere così: Tutte le persone che vivono qui hanno diritto ad un alloggio dignitoso e stabile. Questa affermazione contiene una giustizia inappellabile. Ogni essere umano ha diritto ad avere un posto dove vivere. Il punto è che questo diritto essenziale è subordinato a quello del capitale e si scontra con il muro del diritto fondamentale e assolutamente prioritario nella società capitalista alla proprietà privata, da trasmettere attraverso l’eredità, e alla libera impresa, pilastri della società capitalistica.

La vera proprietà privata, quella dei mezzi di produzione, esiste solo per una piccola minoranza, e si è stabilita sul furto violento, lo spoglio originario e l’espropriazione massiccia dei popoli. E questo saccheggio primario si ripete una volta dopo l’altra, garantito dai governi di turno. La vittoria dei fascisti nella guerra di Spagna ha permesso, inoltre, una gigantesca espropriazione da parte dei vinti di ogni tipo di proprietà: terre consegnate dalla legge della riforma agraria, abitazioni, imprese, bestiame, ecc. I difensori della proprietà hanno basato il loro potere su un furto colossale. Il problema dell’abitazione, che è una questione vitale per il proletariato, è irrisolvibile nel capitalismo, soprattutto in tempi di crisi profonde come quelle attuali in cui il capitale strappa alla classe operaia ogni tipo di bene pubblico per trasformarlo in impresa. Di conseguenza, la loro soluzione non è una questione di più o meno investimenti pubblici, di regolamentazione dell’affitto, della compravendita di abitazioni per evitare grandi proprietari, o della regolazione del prezzo delle abitazioni secondo criteri oggettivi come il metro quadrato, distanza dal centro della città o distanza dai servizi. Se l’abitazione rimane una merce, come nel capitalismo, questi miglioramenti sono effimeri, soprattutto in tempi di crisi come quelli attuali. Inoltre tutte le rivendicazioni che hanno a che fare con l’abitazione presentano programmi che devono essere veicolati attraverso lo stato borghese; anche le più radicali che parlano di espropriazione delle case agli speculatori.

L’obiettivo non può che essere la fine della proprietà privata del suolo, del capitale e delle imprese edili; e la sua esecuzione può realizzarsi solo dopo la distruzione dello Stato borghese da parte della rivoluzione proletaria, dalla classe operaia eretta in classe dirigente.

Questa consapevolezza degli obiettivi reali da perseguire non invalida, anzi, le lotte concrete. Ma solo l’esistenza del Partito Comunista, eretto come referente politico della rabbia, può allontanarla dal cammino della riforma e condurla al fuoco della rivoluzione. La classe operaia può risolvere in modo pratico i suoi problemi concreti solo attraverso l’esercizio della sua dittatura, e così avanzare sulla strada verso l’emancipazione dell’umanità.

In definitiva, dobbiamo prepararci per i tempi sempre più vicini in cui i prestidigitatori di turno non potranno effettuare un’esplosione controllata del malessere sociale e tirare fuori l’ennesimo coniglietto elettorale dalla scintilla. In definitiva, quando la lotta di classe si gioca sulla vita o sulla morte.

1 https://cincodias.elpais.com/companias/2026-09-04/las-energeticas-dispararan-su-beneficio-en-2026-gracias-a-los-precios-record-en-gas-y-petroleo.html

2 https://www.eleconomista.es/actualidad/noticias/14017282/09/26/quien-es-fernando-de-los-santos-el-portavoz-del-sindicato-de-inquilinas-es-sobrino-de-la-marquesa-de-ibias-y-nieto-de-un-exministro-de-adolfo-suarez.html

3 https://www.mivau.gob.es/el-ministerio/sala-de-prensa/noticias/jue-15012026-1559

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New York Times: pronto il piano del Pentagono per colpire l'Iran in 72 ore

 

Il Pentagono, su indicazione del presidente statunitense Donald Trump, ha elaborato i dettagli per una nuova offensiva militare contro l'Iran. Il piano prevede una campagna di tre giorni di intensi attacchi mirati contro obiettivi strategici, militari ed energetici, come rivelato dal New York Times sulla base di informazioni fornite da funzionari americani.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, le operazioni prenderebbero di mira depositi di missili e droni, infrastrutture energetiche, posti di comando e quartier generali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. I dettagli sono stati analizzati durante un vertice ad alto livello sulla sicurezza nazionale tenutosi a Camp David, la residenza presidenziale nel Maryland, e presieduto dal vicepresidente JD Vance. Ciononostante, il presidente Trump avrebbe già respinto negli ultimi mesi cinque diverse proposte per interventi militari su larga scala contro l'Iran o le milizie Houthi in Yemen. Il capo della Casa Bianca ha dichiarato che non autorizzerà azioni contro Teheran prima delle elezioni di medio termine di novembre, aggiungendo che tra i due Paesi sono in corso colloqui definiti produttivi.

Nel frattempo, Washington continua a potenziare la propria presenza militare in Medio Oriente. Entro la fine di ottobre, tre portaerei statunitensi con i rispettivi gruppi d'attacco potrebbero trovarsi contemporaneamente nella regione per la prima volta dal 2003, supportate da oltre 20.000 tra marinai e marines e da centinaia di velivoli da combattimento. All'interno dell'entourage presidenziale le opinioni restano divise: una parte degli advisor dubita che nuove incursioni possano modificare la linea strategica di Teheran, mentre altri ritengono che un'offensiva breve ma ad alta intensita possa destabilizzare l'economia iraniana.

A dispetto dei preparativi bellici, non vi e alcuna certezza che Trump dia il via libera definitivo alle operazioni, nemmeno dopo la scadenza elettorale. Nel frattempo, il canale diplomatico tra Washington e Teheran rimane in una fase di stallo a causa dei profondi disaccordi sul programma nucleare iraniano.

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Palestinese salvò 30 israeliani il 7 ottobre, ma Israele gli demolisce casa

 

Come scritto da Nadav Rapaport per Middle East Eye, le autorità israeliane hanno demolito alcune proprietà appartenenti a un cittadino palestinese di Israele che, durante gli attacchi del 7 ottobre 2023, aveva salvato la vita a 30 israeliani al festival musicale Nova.

Secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano Local Call, le forze governative hanno raso al suolo un magazzino e un pollaio di proprietà di Yousef Zyadna, mentre l'abitazione di suo nipote è stata completamente distrutta. Zyadna, un autista di minibus, si era spinto nel cuore dell'attacco nelle prime ore del 7 ottobre per evacuare decine di giovani. Per il suo straordinario valore era stato successivamente premiato con una cerimonia ufficiale presso il museo Amici di Sion.

This story is insane. The Palestinian Bedouin Israeli Yusef Alziadna is widely regarded as a hero in Israel after having saved 30 lives on Oct. 7. Today, in recognition of his bravery, Israeli security forces arrived at his home with bulldozers & demolished the foundations of his family's home. They also demolished his storage shed & a chicken coop & damaged the area used by his brother’s flock of sheep. It's not just his own property -- it's the whole neighborhood Israel wants to destroy. 65 demolition orders hang over the homes in the neighborhood. Just a week ago, his nephew got married; shortly before the wedding, he, too, had received a demolition order for his home. When the bulldozers arrived, it turned out that the newlywed had already demolished his own home to avoid a forced demolition. There is 1 and only 1 reason Israel is trying to wipe Yusef's neighborhood off the map: Yusef and his family have P-positive DNA. They are Palestinian Arab Bedouin, not Jewish. But Israel is a state for people with J-positive DNA. Jews. That means Israel will do whatever it can to push Yusef, his family and community off their land, because they have the wrong DNA. Rahat itself was constructed decades ago to force Bedouins off their ancestral lands in the Naqb, into settled communities where they would have no access to land where they could tend to their flocks of goat, sheep, animals, etc. Today, Yosef was scheduled to give an interview on Reshet Bet and recount once again how he saved... ...many on October 7th. He cancelled the interview. Instead of coming to the studio, he invites people to come to him and see what the bulldozers did in his neighborhood today. https://t.co/k2Pvfw4Gud

— Zachary Foster (@_ZachFoster) October 6, 2026

L'operazione condotta da decine di bulldozer si è svolta nel quartiere di Zyadna, nei pressi della città meridionale di Rahat, travolgendo diverse strutture della comunità beduina. Attualmente pendono circa 65 ordini di demolizione contro le abitazioni della zona. Zyadna ha dichiarato a Local Call di non pentirsi delle sue azioni, affermando che aiutare il prossimo fa parte dei suoi valori e della sua educazione. Ha inoltre aggiunto di possedere documenti risalenti all'epoca ottomana che attestano la presenza della sua famiglia su quelle terre ben prima della nascita dello Stato di Israele, ribadendo la ferma intenzione di non abbandonare la propria casa.

La famiglia Zyadna ha pagato un prezzo altissimo al conflitto: quattro suoi membri furono presi in ostaggio il 7 ottobre. Sebbene due di loro siano stati rilasciati nel novembre 2023, gli altri due hanno perso la vita in prigionia e i loro corpi sono stati restituiti a Israele all'inizio del 2025. Zyadna ha inoltre denunciato che, nonostante soffra di disturbi legati al trauma dal 7 ottobre, lo Stato non gli ha garantito alcun sostegno finanziario per le cure mediche.

L'episodio ha suscitato forti polemiche interne. Naama Lazimi, deputata della Knesset per il partito di opposizione I Democratici, ha definito Zyadna un'eroina israeliana e un simbolo di convivenza, qualificando le demolizioni come una vergogna morale ed etica e chiedendo che il riconoscimento dell'eroismo si traduca in tutele concrete per tutti i cittadini.

Come sottolinea Nadav Rapaport per Middle East Eye, gli abbattimenti rientrano in una più ampia campagna promossa dal ministero della Sicurezza Nazionale contro le presunte costruzioni abusive nelle comunità beduine del Negev. Il ministro Itamar Ben Gvir ha rivendicato l'azione come parte di uno sforzo per ripristinare la governance nella regione, celebrando pubblicamente il proseguimento delle demolizioni anche a Gerusalemme Est. La popolazione beduina del Negev conta circa 320.000 persone e rimane una delle realtà più vulnerabili ed emarginate del Paese.

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Regno unito. Ebrea, 94 anni, arrestata per il sostegno a Palestine Action

 

Come riportato da Caterina Hearst su Middle East Eye, all'età di 94 anni l'ex avvocata per i diritti umani Margaret Owen cercava da mesi di farsi arrestare per manifestare il proprio dissenso. Di origine ebraica e storicamente legata alla famiglia del ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, la donna ha raccontato di aver partecipato ripetutamente, insieme a centinaia di altri pensionati, a veglie silenziose con cartelli di protesta contro il genocidio e a sostegno del gruppo Palestine Action.

Nonostante avesse persino appeso il cartello alla finestra di casa inviando le foto alla polizia metropolitana, le autorità avevano inizialmente ignorato le sue provocazioni. Tuttavia, il 27 settembre, durante una manifestazione all'esterno della conferenza del Partito Laburista a Liverpool, il suo arresto è stato eseguito. Come riportato da Caterina Hearst su Middle East Eye, Owen si trovava insieme a circa 200 persone, per la maggior parte anziane e disabili, che protestavano pacificamente prima che la polizia iniziasse a circondare i presenti e a condurli sui furgoni.

L'arresto si inserisce nella stretta attuata dal governo Starmer, che nel luglio 2025 ha messo al bando Palestine Action basandosi su accuse di terrorismo e rendendo punibile qualsiasi forma di sostegno con pene fino a 14 anni di carcere. Secondo le stime dell'organizzazione Defend our Juries, l'applicazione della misura ha portato all'arresto di circa 3.850 persone per reati di opinione o manifestazione.

La vicenda assume un valore emblematico per i legami personali tra i protagonisti. Owen era infatti legata da profonda amicizia a Marion Kozak, madre di Ed Miliband e sopravvissuta all'Olocausto, scomparsa di recente e nota per le sue posizioni a sostegno del popolo palestinese. Riflettendo sulla situazione, Owen ha dichiarato a Middle East Eye che la madre del ministro sarebbe stata al suo fianco a reggere quel cartello, pur dicendosi speranzosa per i segnali di apertura espressi da Miliband sulla politica estera nel Medio Oriente.

Mentre gli attivisti denunciano una deriva autoritaria e chiedono la revoca del divieto — la cui legittimità sarà valutata dalla Corte Suprema — il ministero dell'Interno continua a difendere la misura, sostenendo che l'interdizione del gruppo non comprometta il diritto fondamentale di protestare a favore della causa palestinese.

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Parma, un contatore contro le mafie: “3 milioni sottratti allo spaccio con 3mila semi di cannabis”

«Da gennaio 2026 questa bottega ha venduto 2977 semi di cannabis rubando alle mafie 3.023.000 euro». La scritta campeggia su un grande pannello nella vetrina del Canapaio Ducale, in piazzale Picelli a Parma, e verrà aggiornata ogni mese. È il «contatore contro lo spaccio», l’ultima idea dei Radicali di Parma e di Luca Marola, anima …
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Falessi, Coordinamento Solidarietà con la Palestina: "Solidali col popolo che resiste non solo che soccombe"

                 

7 ottobre, tre anni dopo. Il genocidio in diretta social del popolo palestinese prosegue indisturbato e impunito. Nessuna sanzione, anzi Netanyahu minaccia il mondo nella sede delle Nazioni Unite. 

L'Antidiplomatico intervista Silvano Falessi, portavoce del Coordinamento di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Parliamo di quella fatidica data che ha segnato la storia contemporanea, una data che è diventata un tabù, un dogma, una categoria morale, un evento intoccabile. Proprio in questi giorni nel nostro paese passa alla Camera la Proposta di Legge contro "l'antisemitismo", un bavaglio anticostituzionale che dovrebbe allarmare tutti gli italiani, e non solo coloro che si battono per la causa palestinese. Il Coordinamento di Solidarietà con il Popolo Palestinese porta in piazza le bandiere dell' "Asse della Resistenza", non senza dibattiti anche all'interno della galassia filo-palestinese italiana. Ci facciamo spiegare le ragioni di questa scelta e ve le facciamo ascoltare. 

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Droni iraniani low cost mettono in crisi Pentagono e NATO

 

Secondo un'analisi pubblicata da Politico, i droni iraniani a basso costo stanno mettendo a dura prova le capacità militari degli Stati Uniti e dei loro alleati NATO, evidenziando le difficoltà delle forze occidentali nell'affrontare la guerra asimmetrica.

Nonostante le ripetute affermazioni del presidente Donald Trump — secondo cui il potenziale militare dell'Iran sarebbe stato "completamente distrutto" dopo mesi di attacchi americani e israeliani —, Teheran continua a condurre operazioni efficaci con i suoi droni Shahed. In particolare, i nuovi modelli Shahed-238 a propulsione a reazione stanno ridefinendo il concetto di minaccia economico-letale, sfidando aperto le moderne reti di difesa aerea.

Le incursioni dei droni hanno causato rilevanti danni strutturali a diverse installazioni statunitensi, costringendo il Pentagono a ridimensionare i livelli di sicurezza di varie basi strategiche. Tra le decisioni più significative figura il ritiro completo dei bombardieri strategici B-1 dalla base aerea di Fairford, nel Regno Unito, un episodio che dimostra come tecnologie accessibili ed economiche possano vulnerare apparati militari ad altissima tecnologia.

I blitz iraniani condotti con droni e missili balistici hanno inoltre colpito il centro di comando, i terminali satellitari e i depositi logistici della base USA in Bahrein. Le ripercussioni operative sono immediate: la Marina statunitense, non potendo più effettuare rifornimenti nel porto bahreinita, è stata costretta a deviare le proprie rotte logistiche di ben 3.200 chilometri verso la base di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, mentre le scorte di sistemi d'intercettazione antiaerea continuano a ridursi drasticamente.

La pressione iraniana rischia di estendersi anche alle installazioni americane in Qatar e Kuwait, esposte a possibili attacchi in un momento di forte carenza di intercettori. Le preoccupazioni legate alla sicurezza sono tali da aver spinto i servizi di protezione a far viaggiare il presidente Trump con un velivolo di scorta segreto durante una visita ufficiale ad Ankara.

Di fronte a questa emergenza, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato la creazione di un comando militare dedicato alla guerra con i droni. Tuttavia, fonti ufficiali ammettono che occorreranno anni prima che questa nuova struttura produca risultati concreti sul campo.

L'allarme coinvolge direttamente anche i partner europei della NATO, che temono una proliferazione incontrollata di droni assemblati con componenti commerciali di facile reperibilità, utilizzabili da gruppi organizzati o singoli per attacchi a infrastrutture critiche. Nel frattempo, il Congresso degli Stati Uniti ha formalmente riconosciuto le perdite subite, confermando che 81 velivoli del Pentagono sono stati distrutti o danneggiati durante le operazioni di rappresaglia iraniane.

Come conclude l'analisi di Politico, l'espansione della tecnologia dei droni sta costringendo Washington e gli alleati a ripensare integralmente la propria dottrina difensiva: la capacità dell'Iran di esercitare una forte pressione con sistemi low-cost mette seriamente in discussione la tradizionale superiorità militare convenzionale dell'Occidente.

 

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Iran e Russia sempre più vicini: vertice anticipato Putin-Pezeshkian

 

In risposta all'unilateralismo statunitense, Iran e Russia hanno deciso di rafforzare la cooperazione globale a tutela dei propri interessi e della stabilità regionale.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha incontrato giovedì l'omologo russo Vladimir Putin a margine del vertice della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e del forum ambientale sul Mar Caspio, tenutisi in Turkmenistan.

Durante il colloquio, Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende abbandonare la via diplomatica, nonostante le continue pressioni di Washington: "Siamo aperti al dialogo, ma ogni volta che trattiamo con gli Stati Uniti subiamo nuovi attacchi. Ciononostante, non ci ritireremo dal tavolo dei negoziati". Il leader iraniano ha spiegato che l'Iran ha già presentato formali proposte e apportato modifiche a quelle avanzate da Washington, confermando la volontà di entrambe le parti di proseguire il confronto attraverso i canali stabiliti.

Pezeshkian ha poi ribadito che l'obiettivo prioritario dell'Iran rimane porre fine al conflitto e garantire i diritti del proprio popolo nel rispetto del diritto internazionale. "Se gli Stati Uniti pensano di imporre la propria agenda con l'unilateralismo, falliranno", ha avvertito, criticando i tentativi di Washington di dettare le regole al resto del mondo e auspicando un rapido passaggio a un ordine multilaterale. Contestualmente, ha ringraziato Mosca per la ferma opposizione alle politiche statunitensi e per il costante sostegno offerto all'Iran nei forum internazionali.

Il presidente iraniano ha inoltre espresso grande soddisfazione per l'espansione dei rapporti bilaterali nei settori commerciale, economico e umanitario, confermando l'intenzione di consolidarli all'interno del programma strategico congiunto: "Iran e Russia restano partner strategici e amici fidati".

Da parte sua, Vladimir Putin ha confermato la piena disponibilità della Russia a fare tutto il possibile per favorire una soluzione al conflitto in Medio Oriente: "Riconosciamo gli sforzi sinceri dell'Iran per porre fine a una crisi scoppiata nella regione senza alcuna sua responsabilità". Il presidente russo ha inoltre chiesto a Pezeshkian di trasmettere i suoi personali saluti alla Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, definendo poi le iniziative umanitarie tra le due nazioni "un virtuoso modello di cooperazione bilaterale".

Nel corso dell'incontro, i due leader hanno analizzato gli eccellenti progressi nelle relazioni economiche — segnati da una crescita del 21% negli scambi commerciali — e hanno concordato di dare ulteriore impulso alle partnership nei settori chiave di energia, agricoltura, trasporti e commercio.

L'incontro, inizialmente in programma per venerdì, è stato anticipato a giovedì su decisione di entrambi i presidenti, come confermato dal consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov. Il precedente vertice bilaterale tra Pezeshkian e Putin risaliva al 1° settembre, a margine del summit dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

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Assedio di Israele a Gaza: 21.000 pazienti a rischio, attese fino a 8 anni

 

Il Ministero della Salute di Gaza ha lanciato un severo avvertimento l'8 ottobre: oltre 21.000 tra pazienti e feriti gravemente rischiano di dover attendere fino a otto anni prima di poter uscire dalla Striscia per ricevere cure salvavita. A causa del perdurante assedio, la condizione attuale è stata definita dalle autorità sanitarie locali come "una condanna a morte diretta e lenta".

"Queste cifre non sono semplici statistiche, ma un disperato grido d'aiuto da parte di oltre 21.000 persone a cui viene negato quotidianamente il diritto fondamentale alle cure e alla vita", si legge nel comunicato ufficiale del ministero. Con il costante aumento mensile dei casi urgenti, l'evasione delle sole nuove richieste di trasferimento richiederebbe altri quattro anni, portando i tempi complessivi di attesa a un livello critico. Dal ministero sottolineano che migliaia di pazienti hanno "corpi che non possono sopportare di aspettare giorni o settimane, figuriamoci anni".

L'organismo sanitario ha rivolto un urgente appello alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani affinché impongano la riapertura completa dei valichi per consentire le evacuazioni mediche senza restrizioni "prima che sia troppo tardi".

Un sistema sanitario ridotto in macerie

L'allarme giunge in un contesto in cui la rete sanitaria locale è devastata dal lungo conflitto e dalle restrizioni sull'ingresso di forniture ed equipaggiamenti medici essenziali. L'ONG Medical Aid for Palestinians (MAP) ha dichiarato al New Arab che nell'intera Striscia di Gaza non è rimasta neanche una macchina per la risonanza magnetica (RMN) funzionante e sono operativi solo uno o due tomografi computerizzati (TC).

In base ai dati diffusi dal ministero:

Stazioni di ossigeno: ad agosto risultavano operative solo 12 strutture su 34, a servizio di oltre 500 pazienti — inclusi neonati e bambini in terapia intensiva — con il rischio imminente di blocco totale per mancanza di parti di ricambio.

Ospedali: meno di 20 dei 36 ospedali di Gaza sono parzialmente attivi, privi delle scorte necessarie di insulina, carburante per i generatori e strumenti diagnostici. Questo isola in modo drammatico i pazienti oncologici e dializzati.

Personale e strutture colpite: secondo il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari e le strutture mediche hanno subito centinaia di attacchi.

Il dramma delle mutilazioni e l'emergenza umanitaria

L'OMS ha segnalato che migliaia di persone, compresi moltissimi bambini, hanno subito l'amputazione degli arti, spesso in assenza di anestesia. Dall'ottobre 2023, solo circa 13.760 pazienti sono riusciti a essere evacuati per ricevere trattamenti all'estero.

A tre anni dall'inizio delle ostilità, il bilancio delle vittime e dei feriti resta drammatico, con oltre 74.000 morti e più di 175.000 feriti secondo i dati del Ministero della Salute. La quasi totalità della popolazione locale ha subito sfollamenti forzati e ripetuti, mentre le infrastrutture civili dell'intera regione rimangono prevalentemente distrutte.

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Cina, il Laos diventa un nuovo punto della cooperazione militare di Pechino

 

La Cina amplia la cooperazione militare nel Sud-est asiatico con l'apertura in Laos di un nuovo centro congiunto di supporto e addestramento presso l'aeroporto di Ban Keun. L'iniziativa, annunciata alla fine di settembre dal Ministero della Difesa cinese, è destinata principalmente alla formazione dei piloti dell'Aeronautica militare laotiana. Pechino ha sottolineato che la struttura «non è diretta contro Paesi terzi», ma punta ad approfondire la cooperazione pratica tra i due eserciti e a contribuire alla pace e alla stabilità regionale.

L'infrastruttura potrebbe tuttavia avere anche un potenziale impiego duale. Un eventuale ampliamento delle piste consentirebbe infatti di ospitare velivoli cinesi di maggiori dimensioni per missioni di ricognizione e sorveglianza. Secondo diversi esperti, però, il nuovo centro avrebbe un'importanza limitata per la proiezione militare cinese, considerando che Pechino dispone già nel sud della Cina di basi in grado di svolgere funzioni analoghe.

Per il Laos, al contrario, la struttura assume un peso significativo. Le limitate capacità delle sue Forze Armate rendono infatti l'assistenza cinese particolarmente importante per la formazione dei militari e per la modernizzazione della propria Aeronautica. Il centro potrebbe inoltre essere utilizzato durante le esercitazioni aeree congiunte che il Laos conduce ogni anno con la Thailandia, consentendo di svolgere addestramenti più vicini a condizioni operative reali.

L'accordo conferma così il rafforzamento dei legami militari tra Pechino e Vientiane. Per la Cina si tratta di un ulteriore strumento per consolidare la propria influenza regionale; per il Laos, di un'opportunità concreta di modernizzare le proprie capacità militari.


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Rubio: il conflitto in Ucraina potrebbe degenerare

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha avvertito che i combattimenti in Ucraina potrebbero degenerare in un conflitto regionale "molto più pericoloso". "Si tratta di una guerra molto pericolosa. È una guerra estremamente pericolosa perché, francamente, al momento sembra esserci una situazione di stallo; e le situazioni di stallo sono molto pericolose, poiché possono concludersi solo in due modi", ha dichiarato durante una conferenza stampa a Lisbona.

"Il primo è un accordo negoziato, in cui entrambe le parti devono cedere qualcosa per ottenere la pace <...>. L'altro modo in cui si risolve uno stallo è attraverso un'escalation. Una delle due parti, o entrambe, intensificano le proprie azioni nel tentativo di piegare l'avversario e rompere lo stallo: ed è proprio questo l'aspetto molto pericoloso", ha affermato Rubio. Ha avvertito che un'escalation potrebbe "trasformare quella che è una guerra tra due Paesi in un conflitto regionale molto più ampio e pericoloso".

Rubio ha aggiunto che Washington continuerà a lavorare per favorire una soluzione negoziata e porre fine al conflitto.


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«Abbiamo preso la Bastiglia!»: la protesta degli studenti dilaga in Francia

La protesta degli studenti delle scuole superiori e delle università torna a scuotere la Francia. Giovedì nuove mobilitazioni hanno attraversato Parigi e numerose altre grandi città, con migliaia di giovani scesi in strada per denunciare le condizioni del sistema educativo. Nella capitale diverse manifestazioni hanno raggiunto Place de la Bastille, dove alcuni studenti sono saliti sul celebre monumento sventolando la bandiera francese e intonando l’inno nazionale. «Abbiamo preso la Bastiglia!», ha gridato uno di loro davanti alla folla.

Tra gli slogan scanditi dai manifestanti è comparso anche «Macron dimissioni», insieme alle richieste di interventi concreti per migliorare la situazione delle scuole. «Non vogliamo parole, vogliamo fatti», ha dichiarato una studentessa di 17 anni a Nantes, riferendosi alle promesse del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu di affrontare la crisi entro la fine del mese. Le proteste, iniziate alla fine di settembre, denunciano la carenza di insegnanti, gli orari sovraccarichi, le aule deteriorate e gli edifici scolastici privi di condizioni adeguate per affrontare il caldo.

La giornata è stata prevalentemente pacifica, anche se in alcune città si sono verificati tentativi di appiccare incendi e danneggiare pensiline degli autobus. In risposta, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di gomma, suscitando accuse di uso sproporzionato della forza da parte di manifestanti e organizzazioni per i diritti umani.

Il tema della violenza delle forze dell'ordine pesa ormai fortemente sulla mobilitazione. Lunedì un quindicenne ha perso una mano dopo essere stato colpito da una granata stordente a Lens. La settimana precedente, un ragazzo di 14 anni aveva perso diversi denti dopo essere stato raggiunto da un lanciatore di granate nella periferia di Parigi. Per quest'ultimo episodio, martedì un agente di polizia è stato formalmente incriminato. La protesta studentesca contro il neoliberismo di Macron, che intanto gioca alla guerra contro la Russia, si allarga così oltre la semplice denuncia delle condizioni delle scuole e diventa una nuova manifestazione del malcontento sociale che attraversa la Francia.

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Riyadh e Damasco valutano l'invio di 20.000 truppe siriane in Yemen

 

Secondo quanto riportato da Axios l'8 ottobre, che cita tre funzionari statunitensi, l'Arabia Saudita e la Siria starebbero discutendo il dispiegamento di fino a 20.000 soldati siriani in Yemen. L'obiettivo sarebbe sostenere l'offensiva promossa da Riyadh contro il governo yemenita guidato da Ansarallah (i ribelli Houthi).

Il presidente autoproclamato siriano, Ahmad al-Sharaa, starebbe valutando seriamente la richiesta. Secondo le stesse fonti, l'amministrazione Trump e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono stati consultati e non si opporrebbero alla proposta in linea di principio.

Attualmente, Riyadh impiega mercenari yemeniti sul campo per contrastare le forze guidate da Ansarallah. Tra le unità siriane prese in considerazione per la missione figurerebbero la 90ª e l'84ª divisione dell'esercito di Damasco; quest'ultima sarebbe composta da combattenti estremisti che hanno militato sotto il comando di Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Un'analisi di Axios rileva come l'invio di truppe siriane rischi di introdurre una marcata dimensione confessionale e di aggravare ulteriormente il conflitto. L'attuale esercito siriano include infatti una forte componente estremista sunnita legata all'ex affiliata di Al-Qaeda HTS — caratterizzata da un'ideologia salafita ostile alle comunità sciite e alawite —, mentre Ansarallah è un movimento musulmano sciita zaydita.

In passato, Donald Trump aveva suggerito l'impiego di combattenti estremisti siriani in Libano a sostegno delle operazioni israeliane contro Hezbollah.

La notizia del possibile accordo giunge in un momento di forte escalation: nel fine settimana, le forze filosaudite, coperte dal supporto aereo di Riyadh, hanno lanciato un'imponente operazione di terra mirata a riconquistare territori strategici, tra cui la capitale Sana'a e lo stretto di Bab al-Mandab. Riyadh punta a ribaltare le recenti sconfitte subite per mano delle Forze Armate yemenite (YAF), che hanno conquistato la città costiera di Mokha e minacciano il controllo saudita su Taiz.

Un funzionario statunitense ha confermato che l'ipotesi del dispiegamento è stata discussa a Riyadh durante l'incontro tra il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e il presidente siriano.

Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani), ex comandante dello Stato Islamico in Iraq ed ex leader di HTS designato come terrorista dalle Nazioni Unite, è salito al potere a Damasco nel dicembre 2024. Sebbene fonti statunitensi definiscano "altamente probabile" l'adesione di Sharaa alla richiesta saudita, Ahmad Muwaffaq Zaidan, consigliere per i media della presidenza siriana, ha smentito ufficialmente la ricostruzione di Axios.

Per Washington, il coinvolgimento delle truppe siriane rappresenterebbe un modo per sostenere l'alleato saudita e consolidare i rapporti con il nuovo corso a Damasco senza impegnare direttamente truppe statunitensi. Tale riavvicinamento trova riscontro nelle recenti decisioni dell'amministrazione Trump: il 30 settembre, il Dipartimento di Stato ha modificato il regolamento ITAR rimuovendo la Siria dalla lista dei paesi soggetti a embargo sulle armi statunitensi e ha annunciato l'intenzione di riaprire l'ambasciata americana a Damasco dopo 14 anni di chiusura.

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La proposta in 7 punti dell'Iran agli USA: "Pronte le contromisure, ma resta la via diplomatica"

 

L'Iran ha annunciato che risponderà entro pochi giorni alla controproposta degli Stati Uniti riguardante il piano di pace, affermando di essere oggi molto più preparato rispetto al passato ad affrontare una potenziale escalation militare.

Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha confermato lo scambio di messaggi in corso tra Teheran e Washington, avvenuto tramite intermediari, incentrato sulla proposta in sette punti presentata dall'Iran. Araqchi ha sottolineato che il processo negoziale è attivo e che entrambe le parti continuano a confrontarsi indirettamente. Teheran sta attualmente esaminando i feedback forniti dagli Stati Uniti per poi formalizzare la propria posizione a breve.

Il monito di Teheran: "Un nuovo conflitto coinvolgerà tutti"

Nel ribadire l'auspicio che Washington scelga la via della ragionevolezza, il capo della diplomazia iraniana ha lanciato un chiaro avvertimento: "Se ricorreranno di nuovo a soluzioni militari, saremo più pronti che mai e adotteremo ogni misura necessaria per difenderci. Se invece sceglieranno la via diplomatica, siamo pronti al dialogo."

In seguito all'aggressione israelo-americana iniziata il 28 febbraio, le forze armate iraniane hanno condotto attacchi contro obiettivi strategici statunitensi in diverse aree dell'Asia occidentale e hanno dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutto il traffico marittimo.

Il conflitto, che dura ormai da sette mesi, si è trasformato in una prolungata guerra di logoramento per Washington, innescando una pesante crisi energetica su scala globale. L'Iran ha più volte ribadito che un ulteriore attacco contro i propri interessi nazionali porterebbe a un ampliamento inevitabile del fronte di guerra.

La proposta in 7 punti per la riapertura dello Stretto di Hormuz

Araqchi ha definito "equa e ragionevole" la proposta formulata da Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. I sette punti chiave del piano comprendono:

  1. Cessazione delle operazioni militari: stop alle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese.

  2. Fine del blocco marittimo: stop alle interferenze e al blocco navale ai danni dell'Iran.

  3. Diritti sovrani nello Stretto di Hormuz: definizione di meccanismi congiunti con l'Oman e i paesi costieri del Golfo Persico per la gestione della navigazione.

  4. Risarcimento dei danni e ricostruzione: garanzia di fondi per la ricostruzione e il risarcimento dei danni subiti dall'Iran.

  5. Revoca totale delle sanzioni: eliminazione di tutte le misure sanzionatorie contro Teheran.

  6. Risoluzione del dossier nucleare: superamento delle divergenze sul programma nucleare iraniano.

  7. Sblocco degli asset congelati: restituzione e pieno accesso ai beni iraniani bloccati all'estero.

Il nodo centrale del negoziato

Secondo fonti iraniane, la risposta degli Stati Uniti trasmessa dagli intermediari evidenzia che il vero punto di disaccordo non riguarda la sostanza dei sette punti, bensì la sequenza temporale e l'ordine di attuazione delle singole misure. Teheran ribadisce che il superamento definitivo del conflitto dipenderà esclusivamente dal pieno riconoscimento dei propri diritti legittimi.

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Crimini a Gaza e Cisgiordania: lo scandalo che travolge l'Ambasciata USA in Israele

 

Un'inchiesta pubblicata dal New York Times l'8 ottobre rivela che David Milstein, alto collaboratore dell'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, avrebbe sistematicamente bloccato e riscritto i rapporti della diplomazia americana destinati a Washington, con l'obiettivo di insabbiare le violazioni e i crimini commessi dalle forze israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Entrato in servizio presso l'ambasciata statunitense a Gerusalemme nell'aprile 2025 come capo di gabinetto di fatto di Huckabee, Milstein supervisiona buona parte delle attività della missione nei territori occupati. Secondo una dozzina di fonti diplomatiche tra Gerusalemme e Washington, avrebbe sfruttato la propria posizione per manipolare o sopprimere i dispacci relativi all'espansione degli insediamenti illegali, agli attacchi dei coloni, alle uccisioni di cittadini statunitensi di origine palestinese e alla gestione letale degli aiuti umanitari a Gaza.

Il caso dei cittadini americani uccisi e la censura al Congresso

Tra i documenti bloccati da Milstein figura un rapporto dell'ambasciata risalente a marzo 2025, che ricostruiva l'uccisione di nove cittadini palestinesi con cittadinanza americana da parte di coloni e soldati israeliani nell'arco di quattro anni. Tra le vittime figurava il diciannovenne Nasrallah Abu Siyam, ucciso a colpi d'arma da fuoco a febbraio da un colono mentre cercava di difendere il bestiame del proprio villaggio.

L'indagine interna era stata promossa a seguito del pressante intervento di 30 membri del Congresso guidati dal senatore Chris Van Hollen, i quali avevano chiesto chiarimenti al Segretario di Stato Marco Rubio. Dal dossier era emerso che la quasi totalità delle inchieste condotte da Israele si era conclusa con un nulla di fatto o con l'archiviazione, senza alcuna incriminazione.

Milstein ne ha impedito la trasmissione a Washington, imponendo invece una risposta formale che rassicurasse i parlamentari sulla corretta gestione dei casi da parte delle autorità israeliane. La lettera inviata dal Dipartimento di Stato al senatore Van Hollen il 4 maggio ometteva del tutto i dati dell'indagine, ponendo l'accento unicamente sull'importanza strategica della cooperazione di sicurezza con Israele. "Non garantire l'accertamento delle responsabilità significa mettere a rischio ulteriori vite di cittadini americani", ha denunciato Van Hollen.

Dalla strage degli aiuti umanitari ai test di lealtà interni

Nel corso dell'estate 2025, le operazioni di distribuzione della cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF) — un programma israelo-statunitense trasformatosi in una trappola mortale — hanno provocato la morte di almeno 1.400 civili in cerca di cibo. Di fronte all'imminente disastro, i diplomatici americani sul campo avevano inviato avvertimenti a Washington sul rischio di un'ulteriore escalation di vittime; Milstein ha riscritto il dispaccio presentando l'operazione come un successo ed eliminando ogni riferimento ai morti dai registri ufficiali.

Gli episodi di manipolazione hanno riguardato diversi ambiti:

Cisgiordania e coloni: ad aprile, di fronte agli allarmi dei vertici militari israeliani su una possibile nuova intifada innescata dalle violenze dei coloni, Milstein ha bloccato i report interni trasmettendo invece un cavo diplomatico a suo nome che lodava il premier Netanyahu per la presunta repressione dei disordini.

Annessione dei terreni: a febbraio, dopo la revoca delle tutele legali sull'acquisto di terreni in Cisgiordania da parte di Israele, l'ambasciata ha giustificato la misura a Washington definendola una risposta ai "bisogni umanitari" dei coloni.

All'interno dell'ambasciata, il clima è diventato opprimente: quattro funzionari hanno riferito che Milstein sottoponeva i colleghi a veri e propri "test di lealtà", chiedendo loro se fossero "filo-israeliani" o "filo-Hamas". Temendo ritorsioni e censura, molti diplomatici hanno smesso di redigere note informative, riducendo la produzione di report sugli affari palestinesi da diversi articoli a settimana a una manciata al mese.

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LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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La rivolta dei plastinati

di Paolo Lago

Gianluca Garrapa, L’esercizio di Adam, I Quaderni del Bardo Edizioni, Sannicola (LE), 2025, pp. 130, euro 10,39.

“Secondo Adam” – scrive Gianluca Garrapa all’inizio del suo interessante romanzo dal titolo, appunto, L’esercizio di Adam – “un buon esercizio è immaginare di essere un oggetto e raccontare una storia dal punto di vista dell’oggetto scelto”, nonché “raccontare la propria giornata” “dal punto di vista immobile dell’oggetto”. Se questa ‘oggettificazione’ dell’esistente e il conseguente, giocoso annichilimento della percezione umana può rimandare a certi esperimenti di Georges Perec e anche a “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi, citato espressamente dall’autore, bisogna tenere conto che tale riduzione a oggetti riguarda soprattutto i corpi umani. Garrapa si ispira infatti agli esperimenti dell’anatomopatologo tedesco Gunther von Hagens (1945-2026) confluiti nella mostra intitolata “Body Worlds”, una esposizione di corpi e organi umani conservati tramite la tecnica della plastinazione, che rende i reperti organici rigidi e inodori. Non sono solo gli oggetti ad assumere svariati punti di vista nel romanzo di Garrapa ma anche gli esseri umani ormai “plastinati”, ridotti a corpi irrigiditi ed esposti in teche e vetrine.

Ma i plastinati messi in scena dallo scrittore non sono del tutto morti, non sono del tutto cadaveri; si trovano in uno stato a metà tra morte e vita perché molti di loro si sono fatti ‘plastinare’ quando ancora erano vivi per puro narcisismo, per non vedere il proprio corpo decadere e invecchiare: “Una volta imbalsamati, nel fiore sano della vita o prima della morte per una malattia terminale, si resta vigili e coscienti per l’eternità, in un corpo immobile; peggio di prigionieri in attesa di una morte liberatrice, viviamo in eterno come farfalle incastonate nell’ambra. Gettati nella morte in vita eterna” (p. 24). Quest’ultima frase ci può far pensare alla dimensione in cui si trova uno zombi o un vampiro e non è un caso che lo scienziato ‘plastinatore’ faccia di cognome Archer con un rimando, chissà, al Jonhatan Harker dello stokeriano Dracula che si trova ad avere a che fare con uno strano nobile “gettato nella morte in vita eterna”. Ma l’Archer del romanzo di nome fa Sigmund, e allora non si può non pensare al celeberrimo padre della psicanalisi, Sigmund Freud.

Sigmund Archer è un folle scienziato al quale si rivolgono tutti coloro che vogliono farsi plastinare, cioè imbalsamare, in una sorta di estremo intervento di chirurgia estetica, per rimanere per sempre giovani e belli. Un folle scienziato che può ricordare quelli che affollano il cinema di David Cronenberg, soprattutto negli anni Settanta: si pensi a Rabid. Sete di sangue (Rabid, 1977), in cui il dottor Keloid, nella sua clinica, attua misteriosi trapianti di pelle, oppure a Brood. La covata malefica (The Brood, 1979), in cui vediamo all’opera l’inquietante dottor Raglan, inventore della “psicoplasmia”, una pratica che promette di curare i traumi psichici trasformandoli in manifestazioni fisiche. Gli esperimenti di entrambi gli scienziati avranno esiti inquietanti e terribili. L’esperimento di Archer trasformerà le sue cavie in esseri in bilico tra la vita e la morte, capaci di spostarsi nello spazio in una specie di corpo astrale e di penetrare nella mente e nei corpi di altri esseri viventi nonché in quello dello stesso Archer. Quest’ultimo appare come uno scienziato quasi vittima della sua creazione, un po’ come il protagonista di Frankenstein di Mary Shelley. Ma si può anche ricordare il Federico Ruysch di Leopardi che, nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie (1824) allo scoccare della mezzanotte di un “gran anno matematico”, si ritroverà a dialogare, dapprima un po’ impaurito, con i cadaveri conservati nel suo studio di anatomista. Oppure, ancora, gli scienziati e dottori impegnati in un dialogo notturno con una mummia egiziana nel racconto satirico di Edgar Allan Poe, Quattro chiacchiere con una mummia (Some Words with a Mummy, 1845).

Adam è una di queste cavie, uno scrittore plastinato a sua insaputa mentre era ancora in vita grazie a un complotto ordito dalla moglie Clara, dai suoi figli e dallo stesso Archer, amante di Clara. Adam, una volta imbalsamato mediante plastinazione, conoscerà altri due personaggi, un po’ buffi e un po’ tragici, Arthur e Tanàsia che si esibiscono in strampalati dialoghi come un duo comico. È Tanàsia a infilare uno strafalcione linguistico e semantico dietro l’altro come quando dice “roulette” invece di “roulotte”, “dileguarmi” invece di “dilungarmi”, “spiaggiato” invece di “plagiato”, “induce” invece di “conduce” e via di seguito. Nelle sue deliranti battute dialogiche dal sapore surrealista, ad esempio, il David di Michelangelo di Piazza della Signoria diventa il “Davide di Firenze”, quel “fotomodello dell’Ottocento che sta a Piazza della Signorina”. Il personaggio di Tanàsia introduce infatti nella narrazione un importante aspetto formale, il pluristilismo, il quale a sua volta si apre in una diversità di toni e di registri, dal comico al tragico passando per l’elegiaco. Espressioni più ‘alte’ e dall’afflato poetico si alternano a espressioni più giocose e triviali in un andamento verbale che si sfalda e si ricompone in diverse modalità narrative, dal flusso di coscienza al dialogo, fino al monologo e ad una scrittura dalle tonalità descrittive e saggistiche.

La vicenda si ambienta nella contemporaneità digitale e siamo quindi lontani non solo dalle ambientazioni dei racconti satirici di Leopardi e di Poe ma anche da quelle dei film di Cronenberg precedentemente citati. La trasformazione dei corpi in oggetti, e per di più in oggetti senzienti, può forse allora alludere al processo di ‘oggettificazione’ che si produce oggi non solo sui corpi ma anche sulle coscienze, intrappolate in grandi baracconi di pensiero a senso unico che vorrebbero definire con chiarezza dove sta il bene e dove sta il male. I corpi plastinati sono gli oggetti nelle cui forme si inaridiscono molti sistemi di pensiero degli individui odierni; oggetti che una volta erano esseri umani e che si sono fatti ‘oggettificare’ per sembrare più belli e più bravi. Finché, in un mondo sempre più cinico, gli stessi plastinati probabilmente riacquisteranno una consapevolezza superiore e si rivolteranno a coloro che, alla fine, sono forse i veri oggetti che incontriamo nella narrazione: gli umani, i vivi, o almeno quelli che si credono tali, che affollano le strade e che, senza pensare a niente, si muovono come automi perduti nelle loro infinite routine quotidiane.

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Melenchon: "Se sarò Presidente non faremo la guerra per Taiwan" (VIDEO)

 

«Come partner e non come nemici». È da questa premessa che Jean-Luc Mélenchon affronta la questione dei rapporti tra Francia, Stati Uniti e Cina, ponendo al centro la questione di Taiwan e la posizione storicamente assunta da Parigi.

Il leader della France Insoumise sostiene che, qualora fosse presidente della Repubblica francese, la Francia non parteciperebbe a una guerra contro la Cina per Taiwan. «Non faremo la guerra per Taiwan perché nel 1964, il generale de Gaulle ha riconosciuto a nome della Francia la Repubblica Popolare Cinese, che include Taiwan».

E ancora: «Se sono il presidente della Repubblica Francese, non faremo la guerra con gli americani contro i cinesi, neanche per Taiwan. Perché Taiwan fa parte della Cina». «E tratteremo con i cinesi perché se non lo faremo, saremo schiacciati», conclude.

 

Il candidato alla presidenza francese Jean-Luc Mélenchon: la Francia non dovrebbe partecipare a una “guerra degli Stati Uniti contro la Cina” per Taiwan. “Negozieremo con i cinesi perché, se non lo faremo, saremo schiacciati”. https://t.co/f8vWO7F9lA

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 8, 2026

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Europarlamentare slovacco: "State creando una EuroGestapo e pensate alle elezioni in Russia"

 

Bruxelles sta conducendo l'Europa verso il totalitarismo e una "Euro-Gestapo", mentre si permette di impartire lezioni di democrazia alla Russia: è l'accusa lanciata dall'eurodeputato slovacco Lubos Blaha durante un dibattito al Parlamento europeo, in risposta alla responsabile della politica estera dell'UE Kaja Kallas, che aveva denunciato le recenti elezioni parlamentari russe come antidemocratiche. 

Blaha ha contestato frontalmente l'ipocrisia di Bruxelles, chiedendosi perché l'Unione si concentri sulla Russia mentre reprime il dissenso al proprio interno, citando gli arresti di manifestanti filopalestinesi in Germania e la detenzione di esponenti dell'opposizione estone, incarcerati secondo lui per essersi opposti alla guerra con la Russia. «Ha intenzione di istituire qui l'Euro-Gestapo, signora Kallas, e di rinchiudere tutti coloro che vogliono la pace?», ha tuonato, contestando poi il fatto che Bruxelles discutesse delle elezioni russe mentre l'Europa è in fiamme: «Forse non l'avete notato, ma la Spagna è in piazza, la Francia è in piazza, e voi siete qui a occuparvi delle elezioni russe. Siete degli ipocriti». 

Qui di seguito il suo intervento tradotto in italiano:

 
 
 
 
 
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Maricarmen, Sánchez e le elezioni

Non c’erano riusciti Trump e Netanyahu, né Putin e l’ultradestra, né tantomeno l’inondazione di Valencia o la crisi migratoria a Ceuta. C’è riuscita Maricarmen, invece, a far cadere il terzo governo Sánchez. Non è normale che un esecutivo cada in seguito a una protesta di piazza, nell’Europa occidentale del XXI secolo, e del resto non è proprio andata così, come vedremo. Però un fatto è certo: se, intorno al caso della pensionata ottantasettenne disabile di Madrid sfrattata dall’azienda immobiliare che ha acquisito l’appartamento dove Maricarmen abitava in affitto dal 1956, non fosse scoppiata la scorsa settimana la più grande ondata di protesta dell’ultimo decennio, il governo sarebbe ancora in piedi.

La scelta di sciogliere le camere e andare a elezioni anticipate, secondo l’art. 115 della Costituzione spagnola, appartiene al presidente del consiglio. È stato Pedro Sánchez, capo del governo da ormai otto anni (il secondo primo ministro più longevo della democrazia spagnola), a decidere di cogliere l’attimo e convocare le elezioni per il prossimo 29 novembre. Ma l’occasione gliel’hanno fornita sicuramente Maricarmen e la piazza: il terzo governo Sánchez, privo di una maggioranza parlamentare dalle elezioni del luglio 2023, è sempre stato un esecutivo dimezzato, assediato dalla crescita dell’estrema destra nei sondaggi e nell’opinione pubblica, ricattato dai partiti di centro-destra basco e soprattutto catalano sul cui appoggio esterno si reggeva in parlamento, privo della forza necessaria a incidere profondamente nella società spagnola, ma allo stesso tempo costretto a rimanere in piedi dalla minaccia della vittoria dell’estrema destra, in attesa di uno scontro finale sempre rimandato. Le mobilitazioni per il diritto alla casa hanno dato a Sánchez l’opportunità di scegliere il terreno di questo scontro, e il leader socialista ne ha approfittato, con l’audacia tattica che anche i peggiori detrattori devono riconoscergli.

(L’analisi di Lorenzo Zamponi sui movimenti, Sanchez e la politica spagnola continua su Jacobin)

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L'attacco a Maduro e la resistenza cubana: la testimonianza di un militare sopravvissuto

Yohandri Varona Torres è un militare cubano. Il 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti attaccarono il Venezuela e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro, faceva parte della Sicurezza Personale del capo di Stato venezuelano da appena due mesi e sei giorni. Da quel momento ha parlato poco, ma ha ricostruito quei momenti di fuoco incrociato.

Erano circa le due di notte quando avvistò il primo elicottero del gruppo di commando statunitensi. Riuscì a uscire dalla postazione appena in tempo per trincerarsi a pochi metri di distanza e aprire il fuoco. Quella decisione, o la fortuna, gli ha salvato la vita. Gli attaccanti diressero il loro fuoco con precisione millimetrica contro la casetta che fino a pochi secondi prima aveva occupato.

"Avevano una potenza di fuoco molto superiore alla nostra", racconta Varona Torres come riporta Cuba en Resumen, "noi disponevamo solo di armamento leggero. L'altro fattore a loro favore è che sembravano sapere esattamente dove si trovava tutto. Così spararono contro le postazioni e i dormitori dove alloggiavamo noi cubani e riuscirono a uccidere, tra i primi, i comandanti".

Con 23 anni di esperienza nel Dipartimento di Sicurezza Personale e il grado di primo sottufficiale, non aveva mai vissuto nulla di simile. Ma l'addestramento aveva fatto il suo corso e quella notte svuotò caricatore dopo caricatore contro il nemico. "Bisognava sparare e sparare. Difendere e uccidere", afferma con voce ferma.

"Ci siamo battuti lì contro gli aerei che ci mitragliavano. Nonostante il nostro armamento fosse più leggero non abbiamo smesso di combattere, li abbiamo affrontati. Ho la mia preparazione e so come combattere, ma erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero fu combattere. Bisognava sparare e ho cominciato a farlo", ha raccontato. "Tutto era buio", prosegue il suo racconto di quella nefasta nottata. "Se un elicottero ti viene addosso, l'unica cosa che ti resta è sparargli e difenderti. È andata così. Fino all'ultimo momento abbiamo continuato a sparare. Nonostante il loro vantaggio di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quante ne ammettano. Ci siamo battuti duramente. Abbiamo continuato a sparare finché quasi tutti siamo caduti, morti o feriti".

Non fu uno scontro rapido né facile. Con il passare dei giorni si è confermato che solo la morte e l'esaurimento delle munizioni riuscirono a spegnere la resistenza dei cubani. Yohandri ricorda tutto con una lucidità terribile. I suoi occhi sembrano ripassare una per una le immagini. Piange. Piange di rabbia. Non potrà mai dimenticare lo scontro, dice, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti dovettero trasportare i corpi dei compagni caduti.

"Li abbiamo caricati e portati verso un edificio che aveva subito danni ma ci permetteva di ripararli. È stato molto duro, perché erano uomini che conoscevamo, con cui avevamo convissuto fino a poche ore prima. Ma li abbiamo portati via tutti, non ne abbiamo abbandonato nessuno".

"I nostri compagni sono una gloria per tutta Cuba. Erano miei fratelli. Lavoravano con me. Li ho visti cadere tutti e tutti li ho caricati. Lì non ci fu l'aiuto di nessuno per farlo, ma nessun corpo è rimasto sul campo. Li abbiamo conservati in un nostro dormitorio. Non riesco a spiegare il dolore. Ma almeno nessuno è rimasto in Venezuela. Sono qui, nella nostra Patria". "Quando cominciano a cadere le bombe l'unica cosa a cui si pensa è combattere. Eravamo lì per quello ed è quello che abbiamo fatto. Mi resta solo il dolore di non essere riusciti a fermarli. E questo dolore", ha detto colpendosi il petto, "devo sfogarlo contro il nemico".

Il 6 gennaio il governo cubano ha pubblicato le identità dei 32 cubani appartenenti alle Forze Armate e al Ministero dell'Interno morti in Venezuela, un elenco che include due colonnelli, un tenente colonnello, quattro maggiori e altri gradi militari, di età compresa tra i 26 e i 67 anni. Tutti operavano nel primo cerchio di sicurezza personale del leader chavista e sono stati promossi di grado post mortem.

"Per il mio paese ci sarà sempre la mia disposizione a contrastare il nemico ovunque ce ne sia bisogno. Così ci ha insegnato il Comandante. E la morte dei miei compagni non può essere vana", ha concluso Varona Torres.

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Per cambiare c’è bisogno di idee e dei movimenti

Benvenuti sul nostro nuovo sito. Si rinnova la forma, perché di quando in quando è utile risistemare gli armadi, ma non cambia la missione che ci siamo dati: informare, approfondire, utilizzare i saperi di accademici, esperti e persone che lavorano in associazioni, ONG, sindacati per indagare l’economia, le politiche pubbliche, la spesa militare e le alternative di pace, le grandi questioni internazionali. Sbilanciamoci.info è naturalmente anche uno dei veicoli attraverso i quali diffondiamo le iniziative e i materiali della Campagna da cui prendiamo il nome e che ogni anno propone delle idee alternative alla manovra economica del governo. Assieme a decine di associazioni produciamo ogni anno una contromanovra rigorosa nei numeri ma diversa da quelle governative nei contenuti, lo facciamo da un quarto di secolo e lo abbiamo fatto con governi di destra come quello in carica, con i tecnici e con quelli di centrosinistra che rincorrevano, cercando di moderarne l’impatto sociale, un modello economico che ha fatto crescere le disuguaglianze, ridimensionato il welfare, precarizzato il lavoro. Con lo stesso spirito lavoriamo assieme al sindacato e a diverse realtà del mondo ambientalista nell’Alleanza Clima Lavoro.

Per inaugurare il nuovo sito e in vista del voto politico del prossimo anno, abbiamo chiesto una serie di articoli sul (pessimo) operato del primo governo di destra-destra della storia della Repubblica. Accademici e attivisti ci daranno il loro contributo sulle materie che conoscono meglio e di cui si occupano, partendo da un provvedimento o da un gruppo di misure. Il quadro che ne esce è sconfortante: politiche che non affrontano i nodi cruciali per la società e l’economia italiane, misure utilizzate per individuare nemici immaginari (i temibili ravers, i maranza) contro cui dirottare il disagio crescente dei milioni i cui salari hanno perso potere d’acquisto; la promozione di qualsiasi cosa si mangi e sia anche italianissimo; l’importazione e “traduzione” nel contesto italiano di guerre culturali prese di peso dall’armamentario della politica dell’Internazionale nera di cui Washington è divenuta una delle capitali. A partire dal 22 ottobre, giorno del quarto anniversario del giuramento del governo Meloni, troverete gli articoli in homepage e in una sezione dedicata. Speriamo li leggano in molti e possano essere utili a smontare la propaganda elettorale che ci aspetta nei prossimi mesi.

Con il sito vogliamo continuare a fornire strumenti di analisi a chi vuole sapere, capire, informarsi, contribuire a formare un punto di vista e proporre alternative praticabili a uno stato delle cose preoccupante. Per contrastare l’individuazione di capri espiatori a cui la destra di governo e internazionale ci hanno abituato, i mancati interventi in materia di contrasto e adattamento al cambiamento climatico, l’assenza di politiche che affrontino il tema della casa, dei salari bassi, delle lunghe attese per la sanità (per fare tre esempi), serve di più. Negli ultimi anni abbiamo assistito a imponenti ondate di partecipazione politica, dall’indignazione contro la carneficina a Gaza, alla protesta spagnola per la casa (o la mobilitazione romana per Spin Time) o quella degli studenti francesi. Ossia critica dell’ordine internazionale, dignità e welfare per tutti. Come molti anni fa Occupy Wall Street, la spinta dei movimenti ha messo in agenda temi, costretto la politica ad occuparsene. Perché quella voglia di partecipazione si traduca in politiche servono la spinta dal basso, l’organizzazione e la capacità di elaborazione. Sbilanciamoci! non è un’organizzazione di massa, ci assegniamo il compito di far circolare idee, la speranza e ciò per cui lavoriamo è che la società e la politica immaginino slogan e forme di partecipazione capaci di far uscire l’Italia e l’Europa dalla palude nella quale si sono infilate anche e molto a causa di politiche pubbliche sbagliate.

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Sheinbaum sulla presenza di membri dei cartelli messicani in Ucraina

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha reso noto che il suo governo sta indagando su alcune segnalazioni secondo cui membri di cartelli messicani sarebbero stati reclutati per combattere a fianco del regime di Kiev in Ucraina.

"La questione è stata sollevata in sede di comitato per la sicurezza e sono in corso accertamenti per verificare l'autenticità dei video", ha spiegato la presidente durante una conferenza stampa. In riferimento a diverse registrazioni, diffuse sui social media nel corso della settimana, che mostravano presunti membri del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nueva Generación intenti ad addestrarsi in un campo militare nel Paese europeo.

Sheinbaum ha aggiunto che, qualora la notizia venisse confermata, le autorità dovranno indagare sulle modalità con cui cittadini messicani legati alla criminalità organizzata si sono uniti al conflitto armato.

"O meglio, vengono reclutati. Stiamo approfondendo la questione - è in corso una verifica, dato che non vi è ancora certezza sulla natura dei video - ma potrebbero essere reclutati da una società privata coinvolta in questi conflitti o dall'esercito di una specifica entità o di un governo", ha osservato.

Ha inoltre chiarito che il governo messicano non ha avuto contatti con quello ucraino in merito a questa vicenda, sebbene, qualora fosse necessario, sarebbe il Ministero degli Esteri a gestire tali comunicazioni.

Negli ultimi mesi si è registrato un aumento delle segnalazioni secondo cui mercenari ucraini starebbero reclutando membri di cartelli messicani e colombiani per fornire loro un addestramento privato all'uso dei droni.

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UE, via libera al 22° pacchetto di sanzioni alla Russia

Mentre l’Unione Europea neoliberista sprofonda in una crisi energetica ed economica senza precedenti, con le industrie che chiudono i battenti e i cittadini schiacciati sotto il peso di bollette insostenibili, Bruxelles non trova di meglio che alimentare la macchina del conflitto. L'UE, sempre più arroccata su posizioni guerrafondaie, si prepara a varare il ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Misure che, a conti fatti e dopo quattro anni di applicazione, si sono rivelate un autentico boomerang: del tutto inutili per piegare Mosca, ma devastanti e controproducenti per i bilanci e la stabilità degli stessi Stati membri.

Il via libera politico è arrivato nella giornata di ieri, 7 ottobre, quando gli ambasciatori dell'Unione hanno dato il loro nulla osta al nuovo pacchetto. Secondo quanto ricostruito dall'agenzia Tass e confermato da fonti europee a Reuters, la lista nera si gonfierà di oltre 1.570 tra persone fisiche e giuridiche. Si tratta di un aumento di quasi il 50% rispetto ai precedenti, che porta il totale degli enti russi colpiti a oltre 3.000 dall'inizio delle ostilità. 

A Bruxelles ci tengono a precisare che questo pacchetto non conterrà nuove e significative restrizioni commerciali o economiche. Tuttavia, per numero di individui ed enti inseriti simultaneamente, si tratterà del blocco più imponente dall'inizio del conflitto. Le sanzioni comportano il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel territorio UE e lo stop totale a qualsiasi attività congiunta per le imprese. Il via libera definitivo del Consiglio UE è atteso entro la fine della settimana.

Ma è proprio nel cuore di questa impalcatura punitiva che emerge il cortocircuito più evidente, quello che smonta la narrazione dell'efficacia delle sanzioni. Mentre l'UE stringe la cinghia, c'è chi si accorge che la corda sta strangolando i suoi stessi alleati. L'Estonia, storicamente tra i Paesi più falchi e russofobi dell'area baltica, ha dovuto bussare alla porta di Bruxelles per chiedere un'esenzione. Kerstin Lepik, portavoce della Rappresentanza Permanente estone a Bruxelles, ha confermato la richiesta all'emittente nazionale ERR, spiegando una situazione paradossale che la dice lunga sulla dipendenza europea dalle materie prime russe. "L'azienda russa fornisce materiali di importanza strategica per l'Europa a un'impresa con sede in Estonia", ha dichiarato la Lepik. Una confessione a mezza voce che vale più di mille rapporti economici: le sanzioni non fermano la macchina produttiva russa, ma rischiano di mandare in tilt quella europea.

Tallinn ha fatto sapere che l'azienda locale sta cercando fornitori alternativi per i materiali che attualmente importa dalla Russia, ma nel frattempo ha chiesto di stralciare la società russa e il suo manager dal pacchetto. La portavoce ha aggiunto che "l'Estonia valuterà nuovamente l'inclusione di questa azienda e della persona associata l'anno prossimo". Tradotto: ci servono quei materiali oggi, speriamo di poterne fare a meno domani. Un'ammissione di debolezza che certifica come il rigore ideologico si scontri ogni giorno con la realtà.

E invece di riflettere su queste crepe nel muro delle sanzioni, c'è chi vuole alzare ulteriormente il tiro, ignorando gli ingenti danni collaterali. La Lituania, sulla stessa lunghezza d'onda della vicina Estonia, ha proposto di vietare il transito di cereali russi attraverso il territorio dell'UE e di colpire l'agricoltura di Mosca. Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha spinto per inserire nuovi individui del settore agricolo russo nella lista nera, dimostrando come la fame di sanzioni a tutti i costi prevalga sul buonsenso economico.

Il ventiduesimo pacchetto si preannuncia dunque come l'ennesimo atto di una farsa masochistica. Un'Europa che si dichiara unita e forte, ma che nei fatti arranca, divisa tra il furore di una russofobia ideologica e la necessità materiale di importare ciò che ha deciso di boicottare. Continueranno a varare pacchetti su pacchetti, ma la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: le sanzioni si sono rivelate un'arma spuntata contro la Russia e una tassa occulta che grava interamente sulle spalle dei cittadini europei.

 

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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:

Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi


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“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.

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L'Iran chiarisce quando riaprirà lo Stretto di Hormuz

 

L'8 ottobre, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha fatto riferimento alla situazione nello Stretto di Hormuz e alle condizioni per la sua riapertura.

Ha dichiarato che la rotta marittima «non sarà riaperta in nessuna circostanza finché non saranno risolti i problemi del Paese». Ha inoltre indicato che Teheran «adotterà qualsiasi misura che contribuisca a rafforzare il potere» della Repubblica Islamica.

Le dichiarazioni di Mokhber giungono in un contesto di crescente tensione riguardo alla navigazione nello stretto, dove il traffico navale ha raggiunto il livello più basso degli ultimi due mesi.

Secondo i dati della società Kpler, citati da Reuters, martedì sono transitati per Hormuz sette mercantili, cifra salita a dieci nella giornata di mercoledì: un netto contrasto rispetto alle circa 125 navi che percorrevano quotidianamente questa rotta prima dell'inizio della guerra, il 28 febbraio.

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Iran: Gli USA nascondono i danni: oltre 80 aerei distrutti"

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato giovedì che le reali perdite subite dagli Stati Uniti a seguito della guerra contro la Repubblica Islamica superano di gran lunga le cifre ufficiali.

«A maggio, il Congressional Research Service ha riconosciuto che le forze armate iraniane avevano distrutto 42 aerei militari statunitensi. Ora siamo a 81, ma il numero reale è molto più alto», ha scritto sul suo profilo X.

In May, the Congressional Research Service admitted that Iran’s Armed Forces had taken out 42 U.S. military aircraft. Now: 81. Real toll is far higher. Proof? CENTCOM won’t let a sitting Senator inspect bases it claims are fine. You can fool all the people some of the time... https://t.co/eB3fRrJFt4

— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) October 8, 2026

Come una delle «prove» di questo insabbiamento, il ministro degli Esteri ha affermato che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «non permette a un senatore in carica di ispezionare le basi che sostiene essere intatte».

«Si può ingannare tutto il popolo per un po' di tempo...», ha concluso, con un chiaro riferimento alla celebre frase attribuita ad Abraham Lincoln.

Araghchi si riferiva al senatore democratico Chris Murphy, che di recente ha denunciato di essere stato ostacolato dal Pentagono nell'accesso alla base qatariota di Al Udeid, bersaglio frequente degli attacchi di rappresaglia iraniani.

In seguito al rifiuto, il legislatore ha accusato l'amministrazione di Donald Trump di aver orchestrato uno «sforzo incostituzionale» e una «campagna deliberata» per nascondere al Congresso e all'opinione pubblica l'entità reale dei danni, il numero di vittime e il costo complessivo del conflitto scatenato contro l'Iran.

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L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia». Intervista al professor Danny Shaw


di Geraldina Colotti

 

 Danny Shaw, statunitense, con un passato da pugile professionista, è accademico, professore alla New York University (dove è stato sanzionato per il suo sostegno alla causa palestinese), analista di Relazioni Internazionali per Telesur, RT, Hispan TV. A New York partecipa ai movimenti per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores e, sempre l'8 ottobre, in occasione dell'udienza per la concessione degli arresti domiciliari a Flores per gravi motivi di salute, si recherà davanti al tribunale che dovrà decidere se concedere la misura alternativa alla detenzione. Lo abbiamo intervistato su questo tema e sulla situazione internazionale vista dal Nord America.


Professore Shaw, dal suo osservatorio a New York e dal suo costante attivismo, come analizza l'attuale clima politico negli Stati Uniti di fronte all'avanzata delle destre estreme, alle politiche di persecuzione, deportazione di massa e alla propaganda sulla "remigrazione" che colpiscono milioni di lavoratori migranti?


Qui la repressione contro gli immigrati è fortissima. Fin dall'inizio della campagna di Donald Trump, gli immigrati sono stati usati come capro espiatorio per addossare loro tutta la colpa di un'economia che non risponde ai bisogni della popolazione. Ci sono più di 40 milioni di americani che vivono sotto la soglia di povertà, e questo in un Paese con un'economia, un Prodotto Interno Lordo, superiore a 30 trilioni di dollari.

Diversi miei studenti, mentre andavano a lezione nel Bronx, sono stati fermati e discriminati dall'ICE e, se non riescono a presentare il loro atto di nascita e il passaporto, rischiano persino di essere deportati e separati dalle loro famiglie. Sono già più di 25 mila gli immigrati deportati in Paesi terzi che non hanno nulla a che fare né con loro né con i luoghi in cui sono nati e cresciuti. Abbiamo visto immagini crudeli e fasciste di haitiani incatenati sotto la pioggia, con Trump e Marco Rubio che festeggiano l'umiliazione delle nostre sorelle e dei nostri fratelli immigrati.


Milioni di persone vivono in semiclandestinità, nascoste dalle autorità, e milioni di altre vivono nella paura di andare all'università o al lavoro. C'è qui un clima fascista che non si vedeva in forme così estreme da diversi decenni. La persecuzione degli immigrati serve a far sì che noi non possiamo vedere i miliardari — e presto trilionari — che sono i responsabili dell'ingiustizia economica e della disuguaglianza sociale, con un tasso d'inflazione ogni giorno più alto; e a causa dell'intelligenza artificiale l'economia offre sempre meno posti di lavoro. Nessun immigrato è colpevole di tutto ciò: è semplicemente il modo più facile per distrarre la popolazione e dividere la classe lavoratrice.

La popolazione degli Stati Uniti non è molto consapevole della politica estera del governo yankee. Appena un terzo della nostra popolazione possiede il passaporto. C'è quindi soprattutto molta indifferenza riguardo al rapimento di Nicolás Maduro, presidente eletto del Venezuela, e all'invasione dell'Iran.

Questi continuano, però, a essere atti per nulla popolari. Il tasso di approvazione della guerra contro l'Iran gode di meno del 30% del sostegno della popolazione. La gente si chiede come sia possibile che il Pentagono abbia un bilancio di 1,5 trilioni di dollari, il più alto della sua storia, mentre per quanto riguarda l'occupazione, l'istruzione e la sanità pubblica i nostri diritti siano decisamente minimi.


Fino a che punto la narrativa dello "Scudo delle Americhe" e il controllo imperialista sul continente influenzano la polarizzazione interna all'interno degli stessi Stati Uniti?


La questione dello scudo delle Americhe, il progetto di una certa recolonizzazione dell'emisfero che ritorna al passato coloniale e alla Dottrina Monroe — oggi la dottrina Donroe, attraverso l'amministrazione Trump e i suoi portavoce, la classe dei miliardari, la classe Epstein, come molti amano chiamarla oggi perché credono di essere intoccabili —, vede ormai tutto il Sud America e i Caraibi come il proprio cortile di casa. Ne siamo testimoni. Vediamo la pistola puntata alla tempia del popolo venezuelano e dei suoi rappresentanti, come la presidenta incaricata Delcy Rodríguez. Stanno isolando sempre di più il Nicaragua, a cui stanno cercando di imporre sanzioni. Abbiamo visto la destra prendere il potere in Colombia, in Perù, in Bolivia e vincere il primo turno delle presidenziali in Brasile.

Il progetto di disgregazione, di disunione, è l'antitesi di tutto ciò che ha rappresentato la rivoluzione bolivariana, capace di connettere il continente e l'emisfero in un modo mai visto prima. Quella unità, guidata da grandi figure antimperialiste come Evo Morales, Rafael Correa, Hugo Chávez e Nicolás Maduro, sembra oggi una realtà distante. Sono i lacchè dell'impero ad aver fatto parte di quel progetto dello scudo delle Americhe, che sta provocando sempre più povertà e miseria in tutte le Americhe. Ma questo, per la nostra popolazione — a meno che non si tratti di latini o discendenti latinoamericani —, non è qualcosa che un lavoratore dell'Ohio o del Michigan, intento a capire come sbarcare il lunario per la propria famiglia e pagare l'affitto, riesca a comprendere riguardo alla realtà dei popoli delle nostre Americhe. Qui regna l'alienazione e la coscienza è minima a causa di ciò.


Lei ha partecipato attivamente ai movimenti di solidarietà internazionale per la liberazione di Cilia Flores e del presidente Nicolás Maduro. Da una prospettiva giuridica, politica e umana, come qualifica questo rapimento istituzionale e quale impatto geopolitico cerca di consolidare Washington con questa aggressione diretta contro la sovranità venezuelana?


Il 3 ottobre si sono compiuti 9 mesi dal rapimento del presidente venezuelano e della first lady. Ci siamo mobilitati, abbiamo manifestato davanti al carcere. Abbiamo urlato affinché il presidente sequestrato sappia che non sono soli. Sappiamo tutti che si tratta di un caso di lawfare; non esiste alcun capo d'imputazione legittimo contro il presidente Maduro e la sua compagna. Il Cartello dei Soli è stato un'invenzione dell'opposizione di destra di Miami e della CIA, e ogni semestre io chiedo ai miei studenti, il primo giorno di lezioni: «Chi è il più grande narcotrafficante del mondo?». Più o meno la metà risponde sempre: il governo yankee, la CIA e la DEA, perché sanno che sono queste le istituzioni che controllano i mari, i porti e i cieli. Come è stato dimostrato nel 1986, quando i Contra e la CIA furono sorpresi a muovere tonnellate di cocaina verso Los Angeles e Miami, provocando grandissima miseria in una specie di guerra biologica e chimica contro le popolazioni più emarginate qui negli Stati Uniti. Continuano a bombardare i pescatori. Forse, di tanto in tanto, c'è qualche piccola imbarcazione che trasporta un po' di contrabbando, ma non abbiamo mai visto alcuna prova. Hanno già assassinato più di 250 persone innocenti senza alcun processo.

Non hanno alcuna prova contro la First Lady Cilia Flores. È stata semplicemente una strategia ancora più aggressiva, poiché durante l'amministrazione Obama, e poi con Trump e Biden, ci sono state sanzioni che hanno provocato enormi necessità in Venezuela e la migrazione di oltre 8 milioni di venezuelani a causa della guerra economica. E poi hanno proclamato Juan Guaidó alla presidenza virtuale, uno sconosciuto mai eletto dal popolo venezuelano. È stato semplicemente un modo per continuare a saccheggiare le risorse del Venezuela, come i 2 miliardi di oro rubati dalla Banca d'Inghilterra.

Quindi, chi sono i colpevoli? Non Cilia Flores e Nicolás Maduro, bensì i ladri e gli assassini di sempre che cercano di controllare tutte le risorse e la ricchezza delle Americhe. E hanno iniziato con un accerchiamento militare, un blocco militare contro il Venezuela. Continuano a occupare i Caraibi con migliaia e migliaia di soldati, come minaccia contro il Venezuela e contro qualsiasi altro Paese che osi difendere la propria autodeterminazione, avvisandoli che potrebbe capitare loro la stessa sorte, o anche peggio, di quanto accaduto al Venezuela. E lo hanno detto chiaramente anche a Delcy Rodríguez: se esita a consegnare il patrimonio nazionale all'imperialismo, le potrebbe capitare peggio che al presidente Maduro.

Secondo il diritto internazionale, non c'è nulla di legale in ciò che hanno fatto; ma come ha proclamato Trump dal podio delle Nazioni Unite davanti al mondo, la classe dei miliardari che lui rappresenta non crede nella giustizia, non crede nelle leggi né nel diritto internazionale. Essi ritengono che al vincitore appartenga il bottino. Non si fanno scrupolo di aver compiuto moltissime azioni unilaterali, illegali e criminali. Sono arroganti e si credono intoccabili, perché non hanno mai subito alcuna conseguenza per le loro azioni criminali.


Di fronte alle pressioni estreme, al blocco e al ricatto, come valuta la resilienza e il ripiegamento tattico del popolo venezuelano e la postura delle sue istituzioni e dei suoi dirigenti di fronte a questa estorsione imperialista, un tema molto dibattuto nell'ambito della solidarietà internazionale?


Negli stati della Repubblica Bolivariana del Venezuela che ho percorso, nei vicoli e nelle campagne, si nota che il Venezuela ha una popolazione fortemente chavista; è un popolo chavista, un popolo addestrato a difendere i propri diritti e la propria sovranità. Ma in questo momento si tratta di una guerra tra Davide e Golia, e la dirigenza e le milizie non volevano vedere altra morte, non volevano vedere un Libano in Sudamerica. Conoscendo la capacità dell'imperialismo di sfollare e assassinare, hanno scelto la pace.

Sebbene quella pace implicasse una certa umiliazione e la necessità di negoziare con il nemico, il popolo continua a sognare. I suoi orizzonti sono la sovranità e la possibilità che le risorse del Paese possano nutrire il settore pubblico affinché tutti abbiano il necessario. Al pari del popolo cubano, il popolo venezuelano ha sofferto troppo a causa di un assedio militare ed economico dell'imperialismo. Si tratta dunque, oggi, di una realpolitik quella che costituisce la realtà in Venezuela.

Nel piccolo movimento di solidarietà, qui a livello di tutte le Americhe e in Europa, il movimento è animato da una polemica accesa. Alcuni comprendono che con una pistola puntata alla tempia, come diceva Lenin, non vi fosse altra alternativa. Altri dicono che quanto accaduto sia vergognoso e che una parte del governo, se non l'intero governo, sia complice. Esiste dunque questa forte dialettica all'interno del movimento.

Credo tuttavia che sia importante — nonostante le differenze e le contraddizioni secondarie — non dividerci quando tutti sappiamo chi è il responsabile di tutto ciò che sta accadendo in Venezuela e a Cuba. Di questo non hanno colpa le masse cubane e venezuelane, né la loro dirigenza. Ciò avviene all'interno di un contesto in cui la classe dei miliardari globali è più aggressiva e prepotente che mai.


Lei è stato recentemente a Cuba. Come ha percepito in prima persona l'impatto quotidiano dell'inasprimento del blocco e la resistenza dell'isola? Nonostante le estreme difficoltà economiche e l'asfissia deliberata, quali punti di forza soggettivi, culturali e politici mantiene il popolo cubano per sostenere il proprio progetto socialista di fronte all'assedio permanente degli Stati Uniti?


La prima volta che sono andato a Cuba per rompere il blocco e portare forniture mediche e altri generi fu nel 1995, in pieno periodo speciale. Ho chiesto a molti cubani: «Se gli anni '90 rappresentavano il periodo speciale, come si chiama allora questo periodo a partire dal 29 gennaio?». Molti hanno risposto che è un periodo apocalittico e genocida. Coloro che riescono a sopravvivere sono quelli che hanno famiglia a Miami e la capacità di ricevere dollari, ma una grande percentuale, il cubano comune, non ha modo di ricevere quel denaro. Perciò il blocco e la guerra contro Cuba sono diretti contro il popolo.

L'amministrazione di Marco Rubio e Donald Trump ha bloccato anche il settore privato affinché il governo cubano — che ha agito in modo eroico in difesa del proprio popolo già per 66 anni — non possa più provvedere alla sua popolazione.

Esistono quindi piccole e medie imprese, negozi privati, supermercati privati, come se fossero piccole penisole di privilegio di Miami, dove il cubano che possiede dollari può comprare, consumare e mangiare; ma è ovvio che il 90% del popolo cubano non ha accesso a quei negozi privati. Per questo definirlo un genocidio economico è qualcosa che calza a pennello per il cubano comune. Per un'infermiera o un'insegnante che lavora duramente, il suo stipendio oggi, di 5 o 6 mila pesos, è ormai il prezzo di una bottiglia d'olio; la popolazione non ha quindi modo di sopravvivere. Washington sta cercando di imporre un terreno neoliberale, vuole punire le masse cubane per aver resistito così a lungo; ciò che ho visto è stato allarmante.

A causa del blocco energetico annunciato da Trump il 29 gennaio, c'è una grave realtà di disidratazione e fame a Cuba. Ho potuto percorrere il Paese. Sono andato da L'Avana a Sancti Spíritus, Camagüey, Holguín, Santiago. Ho visitato quasi tutte le province del Paese per essere testimone di una guerra economica, di un genocidio economico e silenzioso, come dice il cancelliere Bruno Rodríguez, che era insieme a noi qui a New York lo scorso fine settimana in un evento contro la guerra a Cuba, la quale rappresenta una stella di sopravvivenza e sovranità da più di sei decenni.


Danny, lei conosce molto da vicino la realtà di Haití: come spiega la profonda catastrofe sociale, politica e di sicurezza che attraversa il Paese? Quale ruolo giocano le ingerenze straniere e i falsi progetti di intervento "umanitario" o di polizia, e come resistono le forze popolari di fronte a questo blocco imperialista?


Haití è un Paese brutalmente bloccato dagli Stati Uniti e sottoposto a un'aggressione sistematica. Le cosiddette gang non sono un fenomeno spontaneo, bensì gruppi paramilitari armati fino ai denti con equipaggiamento yankee, utilizzati esattamente allo stesso modo del paramilitarismo in Colombia per smobilitare e massacrare un campesinato militante e una popolazione che anela a essere libera. Tra il 2018 e il 2021, di fronte alla potente valanga di mobilitazioni popolari contro la dittatura neoliberale, l'oligarchia haitiana e il governo di Washington sono ricorsi a questi paramilitari per controllare Port-au-Prince e la principale regione agricola, la Tiboní.

Oggi il popolo haitiano è intrappolato sotto una doppia occupazione: quella dei paramilitari a livello interno e l'intervento straniero guidato da mercenari aziendali come quelli di Blackwater e da migliaia di effettivi delle Nazioni Unite, spinti direttamente da figure come Donald Trump e Marco Rubio con soldati di diversi Paesi per occupare Haiti per la quarta volta in meno di un secolo. Nonostante si sentano isolati di fronte a questa tenaglia militare armata con fucili yankee, il popolo haitiano non abbassa le braccia e continua a cercare con fermezza la solidarietà internazionalista per spezzare le catene della propria oppressione.

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Capire la Cina attraverso i consumi

 

di Fabio Massimo Parenti* - CGTN

Il “vecchio continente” continua a vedere la Cina con lenti anacronistiche, a giudicare invece di provare a capire, rimanendo in tal modo incapaci di cogliere i cambiamenti strutturali occorsi negli ultimi lustri e in modo più evidente negli ultimi anni. Parliamo di economia, della sua struttura, di come evolve a seguito dell’implementazione dei piani e degli indirizzi politici volti a sviluppare le “nuove forze produttive di qualità”, che a loro volta stanno portando il Paese di mezzo ad avanzare lungo la catena del valore delle filiere produttive.

E qui arriviamo ai consumi, all’idea, errata che “la Cina produca troppo e consumi poco”.

Nel periodo delle vacanze per la Festa nazionale della Repubblica Popolare Cinese, la cosiddetta “Settimana d’oro”, gioverà ricordare come stiano evolvendo i consumi nel Paese. Innanzitutto, nei sette giorni di festività del 2026 si stimano oltre 2,14 miliardi di spostamenti interregionali, mentre i soli viaggi ferroviari hanno superato i 152 milioni, con un incremento del 13,1% rispetto all'anno precedente. Questa mobilità testimonia la rilevanza crescente dei consumi legati ai viaggi, al turismo e alle esperienze. Infatti, da oltre un decennio i consumi rappresentano, in media, la principale componente della crescita economica cinese, superando il contributo degli investimenti e delle esportazioni nette, pur con oscillazioni annuali. Nel XIV Piano quinquennale (2021–2025), il loro contributo medio alla crescita del PIL è stato del 58,8%, secondo l'Ufficio nazionale di statistica. Se prendiamo il 2025, il contributo alla crescita del Pil (+5%) da parte dei consumi finali è stato pari a 2,6 punti percentuali, superiore tanto a quello delle esportazioni nette (1,6 punti) quanto agli investimenti (0,8 punti). Tradotto in quota, parliamo del 52% della crescita complessiva.

Ma cerchiamo di andare oltre e di osservare la natura di ciò che si esporta e si consuma all’interno. La Cina del 2026 ha una struttura economica profondamente diversa rispetto a dieci anni fa. Dall’immagine della Cina dei giocattoli, del tessile e delle merci a basso valore aggiunto siamo passati alla Cina delle automobili elettriche, dei robot industriali, dei droni, delle navi, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie avanzate. La trasformazione, tuttavia, non riguarda soltanto ciò che la Cina produce ed esporta. È cambiata anche la struttura della domanda interna, con un ruolo crescente dei consumi e, al loro interno, dei servizi. Più in particolare, i consumi di servizi da gennaio ad agosto sono aumentati del 4,9%, mentre quelli di beni soltanto dell’1%. E non è una dinamica circoscritta agli ultimi mesi. Nel 2025 la spesa per servizi rappresentava già il 46,1% della spesa pro capite dei residenti cinesi, 3,5 punti percentuali in più rispetto al 2020.

La settimana d’oro è quindi una lente particolarmente efficace attraverso cui osservare una trasformazione più profonda che procede da anni: dalla centralità dell'investimento a un maggiore ruolo dei consumi e, all'interno di questi, dall'acquisto di beni alla crescente domanda di servizi ed esperienze. Una quota crescente della domanda riguarda infatti turismo, ristorazione, cultura, sport, intrattenimento, mobilità e nuove esperienze. Già nella prima metà del 2026, ad esempio, le vendite di servizi legati alla consulenza turistica e al noleggio erano cresciute dell’11,3% e quelle relative a cultura, sport e tempo libero del 10,4%.

Ma cosa significa “consumo esperienziale”? Significa che è cambiato il modo stesso in cui si attribuisce valore al consumo. Un viaggio può integrare gastronomia, cultura locale, spettacoli, musei, sport e acquisti; allo stesso modo, uno spazio commerciale può diventare luogo di socialità, intrattenimento e fruizione culturale. Non casualmente, durante il periodo festivo di quest’anno sono stati programmati in tutta la Cina oltre 20 mila eventi culturali e turistici, accompagnati da oltre 310 milioni di yuan (circa 46 milioni di dollari) di voucher e sussidi al consumo.

Un esempio viene da Weifang, dove la partecipazione di una madre e della figlia a un torneo giovanile ha attivato, in un unico viaggio, trasporti, pernottamenti, ristorazione, sport e visite culturali. In Cina si parla ormai comunemente di “economia del biglietto” per indicare proprio questo fenomeno: il ticket di un concerto, una competizione o una mostra diventa il punto di partenza di una catena di consumi. È la logica del “mangiare, alloggiare, spostarsi, visitare, acquistare e divertirsi”; attività sempre più integrate in una medesima esperienza di consumo.

Nuovi stili di vita generano nuove forme di consumo e, contemporaneamente, l’emergere di nuovi “scenari di consumo” alimentano una domanda che prima non esisteva. In altre parole, con l'aumento del benessere e la trasformazione degli stili di vita, il mercato cinese sta progressivamente spostando il proprio baricentro dal possesso all’esperienza, dalla quantità alla qualità e alla diversificazione dei consumi.

È un passaggio rilevante anche sul piano macroeconomico. L’espansione dei consumi interni, e in particolare dei servizi, è ormai parte esplicita della strategia economica cinese per il Quindicesimo Piano Quinquennale. La sfida è creare reddito, fiducia e un’offerta sufficientemente diversificata perché una parte crescente della domanda interna futura possa tradursi in nuovi consumi.

Anche per questo la settimana d’oro racconta qualcosa che va ben oltre i numeri del turismo e della spesa durante le festività. Racconta un’economia e una società che stanno cambiando rapidamente. Per comprenderle, però, occorre prima di tutto liberarsi delle vecchie lenti con cui continuiamo troppo spesso a guardare la Cina.

*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

L'autore Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

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Stop al conflitto e al riarmo: quattro proposte al «campo largo»

Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.

Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.

LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.

Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.

VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.

In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.

Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).

L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.

L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.

Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.

Questo articolo è comparso su il Manifesto del 7 ottobre 2026

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Il nuovo disordine mondiale / 40 – Terra, mare e colli di bottiglia

di Sandro Moiso

Antonio Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 254, 19 euro

Non poteva esserci momento migliore per fare uscire un saggio come quello di Antonio Leone, capitano di lungo corso e comandante navale, ma anche studioso di filosofia politica e geopolitica, appena pubblicato da Diarkos. Infatti, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb che da mesi costituiscono un grave rischio economico, ancor prima che militare, a livello planetario o almeno per quella parte di pianeta che interessa maggiormente l’ordine occidentale del mondo, sembrano rappresentare, alla luce di una analisi dettagliata come quella condotta dall’autore, soltanto la superficie di un problema che nel prossimo futuro potrebbe ulteriormente ampliarsi ed aggravarsi.

Così Suez, Gibilterra, Panama, Malacca, oltre ai due già citati, sono gli altri stretti e canali strategici, autentici passaggi obbligati, attraverso i quali transitano merci, energia, interessi militari e rapporti di forza. Fattori determinanti per lo sviluppo delle economie e delle prospettive degli Stati. Sia dell’Occidente e del Nord che dell’Oriente e del Sud. Soprattutto in un sistema di relazioni internazionali segnate dal ritorno dello scontro tra potenze, dalla vulnerabilità delle catene logistiche e dalla crescente centralità delle rotte marittime. Oltre tutto, a ben guardare, il numero di passaggi ristretti tra mare e terra, i cosiddetti chokepoints o colli di bottiglia, sono molti di più di quelli appena elencati, come ci ricorda lo stesso autore.

Se gli stretti consistono in passaggi naturali in cui lo specchio d’acqua si restringe in corrispondenza di due coste prospicienti, i canali marittimi sono vie di comunicazione tracciate attraverso il territorio di uno o più Stati per unire due mari o due oceani separati e consentire così un collegamento diretto, via mare, fra di essi. Gli stretti e i canali presentano, quindi, le stesse caratteristiche e svolgono le stesse funzioni, ma si differenziano per il fatto che i primi sono di origine naturale, mentre i secondi, sono frutto dell’opera dell’uomo.
I principali stretti si collocano nell’area mediorientale ed europea del mondo. Al di fuori dello stretto di Malacca, un corridoio d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese, e quello di Bering tra Russia e Alaska, le altre strettoie naturali si trovano infatti nella penisola arabica (lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran e quello di Bab el-Mandeb tra Gibuti e Yemen), in Europa (gli Stretti Danesi, il canale di Corinto e Gibilterra) e a cavallo tra Europa e Asia (i Dardanelli e il Bosforo). […] I canali, a differenza degli stretti, si possono distinguere in nazionali e internazionali, a seconda che la navigazione attraverso essi sia regolata solo dal diritto interno o da norme di diritto internazionale. Canali marittimi interni sono quello di Corinto (inaugurato nel 1893) che congiunge il mar Ionio e il mar Egeo, e il canale di Kiel in funzione, fra il mar Baltico e il mar del Nord, dal 1895. Il canale di Suez, fra il Mediterraneo e il mar Rosso, e il canale di Panama fra gli oceani Atlantico e Pacifico (uno inaugurato nel 1869, l’altro aperto al traffico nel 1914), sono invece canali marittimi internazionali: il primo sulla base della convenzione di Costantinopoli del 1888; il secondo in forza dei trattati anglo-statunitensi (1901) e Stati Uniti-Panama (1903) che ne regolano il regime internazionale1.

Sulla base di quanto appena visto, occorre poi ancora rilevare, come sottolinea l’autore, che:

Una parte rilevante del commercio intercontinentale ha luogo lungo le rotte oceaniche, mettendo in collegamento i diversi continenti mediante un flusso continuo di spedizioni. I percorsi delle grandi navi da carico seguono, quasi esclusivamente, i percorsi di alto mare, dal momento che questi itinerari, essendo soggetti solo ai rischi meteorologici, vengono considerati più sicuri. Gli spazi aperti costituiscono un evidente fattore di sicurezza, tanto che le stesse compagnie di assicurazione prevedono incrementi notevoli delle polizze in caso di cabotaggio delle coste. In alcune circostanze, peraltro, i percorsi del commercio internazionale non possono prescindere dall’utilizzo dei passaggi “sotto costa” costituiti dagli stretti o dai canali. Questi itinerari permettono, infatti, di accorciare notevolmente i percorsi marittimi e consentono quindi una rilevante riduzione dei costi di trasporto2.

Facendo sì che il passaggio delle merci, considerato che quasi l’80% del commercio mondiale avviene principalmente via mare, a ridosso delle coste rappresenti, anche in assenza di guerre o minacce militari, come oggi a Hormuz o Bab el-Mandeb, un aumento dei costi di trasporto e trasferimento delle stesse. Costi ulteriormente aggravati, oggi, in termini assicurativi dal pericolo “concreto” che le navi, indifferentemente dal fatto che si tratti di petroliere, cargo o porta-container, possano essere severamente danneggiate, se non affondate, da chi controlla militarmente e politicamente gli stretti e i canali.

Se si considera infine che Cina e Asia rappresentano il baricentro dei trasporti marittimi poiché sette dei primi dieci porti mondiali per movimentazione container sono in Cina (il primo è Shanghai), mentre il primo porto non asiatico è in Europa (Rotterdam, al decimo posto)3, si capirà chiaramente come, al di là delle mire imperialistiche o espansive delle singole potenze, il passaggio per tali vie diventi obbligatorio, pena il rallentamento della circolazione delle merci e delle materie prime a causa dell’allungamento, talvolta esponenziale, delle rotte percorse.

Però sarebbe davvero inutile qui dilungarsi ancora sugli aspetti odierni del problema, parlando approfonditamente della guerra di Hormuz tra Iran e Stati Uniti oppure della missione Aspides per difendere le navi europee che transitano per la Porta delle lacrime che mette in collegamento il Mar Rosso con l’oceano Indiano, oppure anche soltanto sullo scontro tra Houti yemeniti e Arabia Saudita. Mentre può essere interessante analizzare il problema, come fa Leone, a partire da quanto scrisse il politologo e giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985), in particolare nel saggio Terra e mare del 19424.

Scritto nel totale isolamento della Berlino in guerra, il saggio di Schmitt rilegge la storia del mondo nella prospettiva di una opposizione fondamentale, quella tra terra e mare; cercando di mostrare come la terra e il mare, nella loro polarità, siano le componenti di uno dei segreti motori della storia. Per fare questo ripercorre millenni di storia, fino ad approdare all’evento decisivo: quella «rivoluzione spaziale planetaria» da cui è nato il nomos5 dell’Europa moderna, cercando di preconizzare gli scenari del mondo futuro.

In Terra e mare Carl Schmitt prende in esame l’iniziale prevalenza dell’elemento terrestre, all’origine della statualità, e la successiva ascesa del mare come fattore spaziale, così le ultime pagine del testo sono dedite alle riflessioni sulla trasformazione di questo elemento all’indomani della Prima guerra mondiale, come riassume Leone nel suo testo.

Nei quattro secoli precedenti, l’Inghilterra era stata in grado di trasformarsi, da isola marginale e fondata su un’economia terrestre basata sull’allevamento, in un «puro aggregato marino, in una nave o, ancora più chiaramente, in un pesce». Progressivamente, essa si rivelò in grado di creare un disegno imperiale mondiale in gran parte autonomo rispetto alla madrepatria terrestre, configurandosi come il «centro mobile di uno sconnesso impero mondiale esteso su tutti i continenti». Un’analoga trasformazione, per cui è il mare che guarda la terra e questa viene vista solo come una costa con un retroterra, ha caratterizzato gli Stati Uniti dopo la Prima guerra mondiale. La sostituzione della pax britannica con la successiva pax americana è l’esito di un analogo processo di spostamento del baricentro operativo verso il mare. Anche gli Stati Uniti cominciarono così a essere considerati come «un vasto intermezzo insulare stretto tra due possenti oceani, più che un blocco di terraferma i cui litorali si affacciano su due mari».6.

Va qui annotato che fin dall’antichità le maggiori potenze e imperi dell’Occidente avevano basato una parte considerevole della loro forza militare ed economica sulla capacità di controllare porzioni di mare sempre più ampie: dal mar Egeo per Atene al Mediterraneo o Mare Nostrum di Roma oppure dal controllo delle rotte atlantiche e dell’oceano indiano, del Portogallo, della Spagna, che tentò però di spingersi fino al Pacifico, e dell’Olanda fino a quello esercitato più stabilmente dall’impero britannico su tutti gli oceani. Ma furono proprio gli Stati Uniti a cambiare il modo di guardare la Terra e il Mare.

Carl Schmitt considera gli Stati Uniti come un’isola. Il politologo tedesco condivide la visione di Mahan che, all’inizio del Novecento, prevede il passaggio di egemonia da un’isola ormai troppo piccola come il Regno Unito a una nuova entità, gli Stati Uniti. Questi ultimi si rivelano in grado di inaugurare un nuovo grande spazio dell’emisfero occidentale e, con la loro discesa in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, pongono le premesse per conquistare, all’indomani del 1945, il monopolio dell’ordine mondiale senza più limiti geografici.
Schmitt, essendo un fautore della politica dei grandi spazi, condivide i princìpi della politica statunitense tra le due guerre mondiali, considerandola in linea con l’evoluzione dei rapporti geopolitici. È invece più critico sulla vocazione universalista e di egemonia planetaria manifestate dagli Stati Uniti nel corso del secondo conflitto mondiale. Secondo Schmitt, questa strategia è l’esito di «travisamenti imperialistici» della dottrina Monroe iniziati a fine Ottocento. Lo studioso risulta consapevole, peraltro, che «il passaggio di consegne tra Inghilterra e Stati Uniti era una conseguenza delle dinamiche di egemonia che hanno accompagnato la storia mondiale dei due ultimi millenni»7.

Da un controllo territoriale diretto della Terra, si passa dunque, in nome del business e della libertà dei commerci, come ben dimostra ogni dichiarazione di Donald Trump, ad un suo controllo parzialmente indiretto, ma fondamentalmente basato sull’egemonia marittima di un’unica potenza. Uno strumento fondamentale per la globalizzazione delle economie, dei commerci e della superiorità militare e politica dell’Occidente, ma sostanzialmente garantita dalle navi della marina statunitense.

Schmitt prende atto, peraltro, come nel Novecento si verifichi una rottura decisiva nella «sicurezza della moderna navigazione tecnicizzata». In primo luogo, diventa possibile localizzare dalla terra, con dispositivi di rilevazione radar, la presenza di una nave nell’alto mare oceanico. Ciò determina il superamento della netta separazione tra la terra e il mare su cui si fondava il nomos della prima globalizzazione marittima. In secondo luogo, l’apertura dello spazio aereo, attraversato non solo da velivoli ma anche da onde radio, modifica le modalità di esercitare la marineria civile e militare.
Una terza rottura della sicurezza della moderna navigazione è rappresentata dal ruolo assunto dal controllo degli stretti e dei canali. Schmitt rileva, infatti, che «non vi può essere un’economia pianificata a livello locale», dal momento che solo i grandi spazi risultano «adatti alla misura intrinseca del controllo e della pianificazione degli umani». La gestione dei grandi spazi marittimi trova un ostacolo, peraltro, nel fatto che alcuni passaggi chiave della navigazione sono controllati da Paesi spesso in competizione o apertamente ostili 8.

In queste ultime osservazioni, tratte ancora dal testo di Schmitt e riassunte da Leone, si cela uno dei maggiori problemi da cui è scaturita, nel corso degli ultimi decenni e i cui frutti iniziano a cogliersi oggi, l’attuale perdita di egemonia sia degli Stati Uniti che dell’Occidente, che a partire da ciò, come si è già detto in passato, inizia a rivelarsi piuttosto diviso al suo interno.

Infatti, se a quanto previsto da Schmitt si aggiunge l’attuale “semplificazione” delle tecnologie militari più avanzate che, con l’utilizzo dei droni, può mettere a disposizione di avversari meno dotati di capitali e tecnologie la possibilità di colpire duramente anche coloro che si ritenevano garantiti dalla propria supremazia economica e tecnologica, e soltanto in ultima istanza, anche se decisiva, militare, si giungerà a comprendere l’attuale allarme statunitense per il controllo degli stretti e dei mari di cui non possono più farsi carico esclusivo per la difesa dell’ordine occidentale del mondo.

Diventa dunque indispensabile comprendere tutto questo in termini estremamente materiali e concreti e non soltanto attraverso gli scarsi strumenti forniti dall’ideologia, per capire a fondo le origini sia del tentativo di Trump di trarre qualche vantaggio economico dalla situazione venutasi a creare sul fronte della disponibilità di gas e petrolio, di cui la svolta intervenuta nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa costituisce allo stesso tempo un sintomo e una conseguenza, e, più in generale, l’apparente “novità” rappresentata dalla postura assunta dal governo americano nei confronti della Russia di Putin e della Cina di Xi. Destinata a contenere o cercare di mantenere ancora a vantaggio degli Stati Uniti l’attuale evolversi di quello che anche l’autore tende a definire come nuovo ordine mondiale, soprattutto se si considera che:

cinque degli otto chokepoints marittimi principali si collocano nell’area europea-arabica. Le aree dell’Asia sud-orientale e caraibica ospitano gli altri nodi fondamentali del traffico globale, caratterizzati sia da grandi corridoi naturali posizionati a ridosso di complessi insulari, sia da vie d’acqua artificiali di primaria importanza strategica.
La localizzazione geografica e la natura di stretti e canali evidenziano come si tratti di passaggi caratterizzati da un’importanza strategica diversa dal punto di vista commerciale. L’impossibilità di percorrere gli stretti insulari asiatici o caraibici determina un allungamento solo relativo delle tratte navali. […] Una decina di stretti e canali, al contrario, risultano fondamentali per garantire che il commercio internazionale avvenga con tempi e costi sostenibili. Una chiusura del canale di Panama, ad esempio, richiederebbe la circumnavigazione dell’America Latina, così come un blocco a Gibilterra, Suez o dei Dardanelli precluderebbe l’accesso ai mari interni (il Mediterraneo e il mar Nero), rendendo impossibile raggiungere i porti localizzati sulle loro sponde.
[…] i quattro principali chokepoints a livello mondiale, per ammontare del traffico giornaliero, siano lo stretto di Hormuz, quello di Malacca, il canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. […] Il trasporto del petrolio e del gas avviene per il 60 per cento via mare e interessa otto principali chokepoints. Due di questi passaggi, lo stretto di Hormuz e lo stretto di Malacca, sono fondamentali per il transito globale dei combustibili, il primo perché permette di accedere ai giacimenti petroliferi del Medio Oriente, mentre il secondo perché opera come punto di transito commerciale tra l’India e la Cina 9.

A tutto questo va poi ancora aggiunta la crescita del trasporto via mare dei prodotti alimentari che ha fatto sì che, nel 2018, 2,8 miliardi di persone siano state nutrite per mezzo del sistema di trasporto marittimo globale. Così, come la guerra in Ucraina col blocco del porto di Odessa e dei traffici tra il mar Nero e il mar Mediterraneo ha dimostrato, con il possibile blocco del mais, del riso e del grano coltivati nei grandi granai russi, asiatici e americani, che costituiscono le fondamenta della sicurezza alimentare globale, insieme a quello della soia prodotta in America Latina e in Asia che rappresenta tre quarti dell’alimentazione del bestiame. Un fatto che potrebbe rappresentare non soltanto un calo drastico dei proventi derivanti dall’agricoltura condotta su larga scala, ma anche un probabilissimo motore per rivolte e ampi sommovimenti sociali.

Occorre dunque sottolineare come l’ennesimo intervento militare americano nel Medio Oriente non derivi soltanto dai timori per il business, dall’ego smisurato e bellicista di un Trump sempre sospeso tra sale da ballo faraoniche e piscine coperte destinate a silenziare i media considerati nemici, o dai possibili ricatti di Netanyhau e di Israele sul presidente americano, ma anche, e forse soprattutto, dalle conseguenze derivanti da un sempre più ampio controllo delle vie marittime in prossimità dei checkpoints più importanti da parte di paesi e potenze economiche e militari non appartenenti allo schieramento occidentale. In grado, oltre tutto, di chiuderli, bloccarli o controllarli attraverso ben modulate tattiche politico-militari e l’utilizzo di tecnologie relativamente a basso costo, realizzabili anche sul territorio nazionale o nelle sue vicinanze.

Così, se da un lato il gioco di Trump sul possesso statunitense della Groenlandia mira a creare un possibile chokepoint nel mare Artico per rendere meno “libere” le nuove rotte apertesi per cinesi e russi in conseguenza del riscaldamento globale, oppure per mantenere libero a favore delle navi e delle merci statunitensi il transito nello stretto di Bering, dall’altro la chiamata alle armi di Trump per i paesi “alleati” sembra rispondere ancor più alla impossibilità americana di gestire, come unico body guard dell’interesse economico e politico occidentale, una rete di trasporti e traffici commerciali che avvolge ormai l’intero pianeta.

Un problema per cui, come è solito fare un certo fantasma già evocato da Marx nel 1848, l’assenza di rivolte sociali su scala globale potrebbe ben presto essere sostituito dal loro esplodere a Ovest come a Est e a Nord come a Sud. Cosicché la guerra, per il capitalismo non soltanto americano, potrebbe ancora rappresentare una possibile via di uscita, se non l’unica, come il riarmo europeo e l’allarmismo sulle iniziative russe ai confini d’Europa e in Germania sembra voler rilanciare quotidianamente.

Tutto questo per dire che oggi, in un contesto economico mondiale allo stesso tempo enormemente differenziato e unificato, la volontà dei singoli individui o di unici settori economici, ad esempio quello degli armamenti, non sono più bastevoli, ammesso che mai lo siano stati, a determinare il corso della Storia e l’avvento, o meno, di nuove guerre, mentre l’insofferenza sociale diffusa, dovuta a difficoltà di ordine economico, alimentare e lavorativo, può ancora rappresentare una forza capace di determinare o impedire nuovi devastanti conflitti. Tutto il resto è meglio che lo si lasci dire al Papa e alle anime belle del suo seguito.

Chi scrive, certamente, si è spinto ben al di là degli intenti dell’autore, ma ciò non toglie che il suo saggio, ricchissimo di dati e considerazioni, sia di carattere geografico e militare che economico e tecnico, possa rivelarsi utilissimo per tutti coloro che vogliano imbastire un ragionamento o anche solo un discorso sulle ragioni dei conflitti in corso e, soprattutto, del loro inarrestabile allargamento.


  1. A. Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 116-118.  ↩

  2. A. Leone, op. cit., p. 116.  ↩

  3. Si veda: D. Vecchioni, Suez: il canale che ha cambiato la geografia del mondo, Santarcangelo di Romagna, Maggioli 2023.  ↩

  4. Oggi: C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002.  ↩

  5. Nell’antica Grecia, la legge, l’usanza vigente nelle comunità umane. Un tema cui avrebbe dedicato nel 1950 una delle sue opere più celebri e forse la più importante: C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.  ↩

  6. A. Leone, op. cit., p. 136.  ↩

  7. Ivi, p. 137.  ↩

  8. ibidem, pp. 137-138.  ↩

  9. ibid., pp. 119-125.  ↩

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Trump celebró la compra de Warner/Discovery por Paramount, dirigida por su amigo David Ellison

El presidente Donald Trump celebró la unión de Paramount Skydance y Warner Bros. Discovery, una operación protagonizada por los estudios y medios informativos más importantes de Estados Unidos, ahora bajo el liderazgo único de su amigo David Ellison. El presidente estadounidense elogió al nuevo grupo empresarial durante una jornada en la que su principal ejecutivo también respondió preguntas sobre sus relaciones políticas y las dudas que despierta la compra en Hollywood.

«La cercanía de Trump con la familia Ellison recibió atención durante la revisión del acuerdo, en especial por el futuro de CNN. La cadena forma parte de los activos que pasan al control de la compañía resultante, Skydance Corporation, y algunos sectores demócratas temen que comience a ser parcial con el presidente», comenta la periodista Sofía Torres.

Consultado por periodistas este martes 6 de octubre, Trump declaró: «Será una gran compañía». Después agregó: «Son personas magníficas y será una gran compañía», esto último en relación a David Ellison y a su padre, Larry, cofundador de Oracle y miembro del Consejo de Asesores sobre Ciencia y Tecnología creado por el actual gobierno norteamericano.

Ante las críticas de la comunidad cinematográfica, Ellison reconoció que la compra dejó tensiones: «Este fue un proceso turbulento y, por momentos, un proceso desagradable», dijo durante el encuentro con medios que compartió con Ynon Kreiz, codirector ejecutivo de Skydance.

A fines de 2025 se conoció que Jared Kushner, yerno de Donald Trump, había canalizado fondos financieros para que Paramount comprara Warner Bros. Discovery.

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9 e 10 ottobre a Verona, due giornate nel segno della pace

Ancora una volta Verona si fa centro attivo per la pace e la nonviolenza, proseguendo idealmente il cammino iniziato con il convegno su Alexander Langer che ha aperto il 2026. Al Langer “facitore di pace” si affiancano altre tre figure di riferimento per il pacifismo, di cui si sono celebrati gli anniversari: San Francesco, Mahatma [...]

L'articolo 9 e 10 ottobre a Verona, due giornate nel segno della pace proviene da Movimento Nonviolento.

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Finanziere perde il lavoro dopo un test positivo al THC, il Tar ferma il licenziamento: era cannabis light

Oltre trent’anni di servizio nella Guardia di Finanza, nessuna precedente sanzione disciplinare e poi, nel giro di pochi mesi, la perdita del grado e del lavoro. È la vicenda di un appuntato scelto qualifica speciale in servizio nell’area di Malpensa, risultato positivo al THC dopo aver raccontato di aver utilizzato prodotti a base di cannabis …
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Aumentano inflazione, tasse, spese militari e debito. Documento di finanza pubblica da bocciare

Nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) trasmesso alle Camere venerdì scorso aumentano inflazione, tasse, spese militari e debito.

Nel Dpfp del governo si certificano i dati drammatici dell’economia italiana: un rapporto deficit-Pil al 3,1%, come dice l’Istat; un debito pubblico che supera il 138,5% del Pil nel 2027; una crescita tendenziale del Pil ferma, il prossimo anno, a un misero +0,6%; un’inflazione (dati di agosto) che arriva al 4,2%; tasse che nel 2025 sono aumentate dello 0,7%, con un aggravio tutto sulle spalle dei lavoratori.

La campagna Sbilanciamoci denuncia come lo scostamento di bilancio, di quasi 29 miliardi di euro in due anni, venga destinato per metà alle spese militari: più di 14 miliardi di euro per sistemi d’arma e missioni all’estero. Intanto la spesa per la sanità cala da anni in rapporto al Pil (il governo prevede un aumento nominale dell’1,8% a fronte di un’inflazione del 4,2%) e quella per l’istruzione è ferma al 4% del Pil. L’altra metà dello scostamento è dedicata all’energia, dove confluiranno le spese fallimentari del blocco delle accise, di fronte all’aumento del prezzo della benzina alla pompa, e la misura propagandistica della sospensione del bollo auto. Queste misure rischiano di mangiarsi le risorse vagamente promesse per la decarbonizzazione e le energie rinnovabili.

Sbilanciamoci! critica un Dpfp che, mentre indebita il Paese per le spese militari, non mette in campo una politica economica espansiva e non dà risposte ai salari falcidiati dall’inflazione, alla sanità in ginocchio senza medici e infermieri, all’emergenza energetica e ambientale, alla scuola senza risorse e con metà degli istituti che non rispettano le norme di sicurezza, a un welfare sempre più ridotto a misure parziali e insufficienti.

Dal 15 al 22 novembre Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lanciano una settimana di mobilitazione per un’economia di pace, e il 2 dicembre Sbilanciamoci presenterà la Controfinanziaria in Parlamento.

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Con la Via Maestra, per un’economia di pace

Saremo in piazza per portare avanti le ragioni dell’appello di convocazione della manifestazione e per ribadire la nostra opposizione ai piani di riarmo del nostro governo, che stanno togliendo risorse alla scuola e all’università, alla sanità, al lavoro, all’ambiente, al welfare.

Diciamo no all’aumento delle spese militari, a un’economia di guerra e a una politica estera aggressiva; no alle guerre che stanno devastando il pianeta, no all’oppressione del popolo palestinese e di tutti i popoli i cui diritti sono violati.

Saremo in piazza per chiedere la riduzione delle spese militari, politiche di pace in grado di arginare i conflitti, la riforma e il rafforzamento delle Nazioni Unite, il potenziamento delle politiche di cooperazione allo sviluppo, la realizzazione della difesa non armata e nonviolenta, come chiedono i 57mila firmatari della proposta di legge d’iniziativa popolare.

Saremo in piazza per batterci contro la militarizzazione della società, della democrazia, della scuola e dell’università, per il superamento dell’energia fossile – che è causa di guerre e conflitti violenti, oltre che dell’emergenza climatica – e a favore delle energie pulite e rinnovabili. Saremo in piazza contro chi vuole irreggimentare l’informazione e limitare la libertà di manifestare e il dissenso.

Saremo in piazza contro l’economia di guerra, a favore di un’economia di pace fondata su un modello di sviluppo che abbia al centro la lotta ai cambiamenti climatici, i diritti, il lavoro, l’istruzione, la salute, il welfare, fondata sull’interesse di tutti e non di pochi.

Il momento di “svuotare gli arsenali e riempire i granai” è adesso!

Scarica il volantino

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La grande illusione del riarmo europeo

Nel 2024 le spese militari dei paesi UE membri della NATO hanno raggiunto i 317 miliardi di euro, con un aumento dell’86% in termini reali tra il 2014 e il 2024. I piani del bilancio pluriennale della UE per il 2028-2034 prevedono una spesa di 131 miliardi di euro per la difesa, sei volte superiore al bilancio precedente. Il Libro bianco White Paper for European Defence – Readiness 2030 della UE del 2025 sostiene che «gli investimenti nella difesa potrebbero raggiungere almeno 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni».

Tali politiche non possono essere interpretate come un classico caso di militarizzazione incentrata sullo stato. Piuttosto, in Europa si manifestano quattro fattori trainanti distinti – e spesso contraddittori. La “militarizzazione federalista” è il modello perseguito dalla Commissione europea, con i seri limiti imposti dai Trattati europei e dalla sovranità degli stati in materia di difesa. La “militarizzazione a geometria variabile” è guidata dagli interessi e dalle strategie divergenti degli stati ed è la forma più forte di intervento in vari ambiti delle politiche e nelle aree di conflitti e tensioni internazionali. La “militarizzazione della proiezione esterna” è la modalità con cui l’Europa interviene, in misura crescente, per la protezione dei propri interessi nelle aree vicine. Infine, la “militarizzazione delle Big Tech” suscita gravi preoccupazioni, perché è guidata dal potere tecnologico delle grandi imprese americane che dominano le tecnologie digitali, i sistemi di sorveglianza e spaziali e le applicazioni militari dell’intelligenza artificiale. Le nuove strategie di sicurezza e le modalità di guerra sono sempre più condizionate dalle loro capacità – private – piuttosto che dalle scelte delle autorità politiche e militari. L’attuale riarmo dell’Europa affonda le sue radici in tutti questi processi. Accanto alle dinamiche politiche, ci sono le dimensioni economiche e tecnologiche della militarizzazione.

Un modello economico sbagliato. Per raggiungere gli 800 miliardi di euro di spesa per nuove armi, la UE ha sospeso i vincoli di bilancio per la spesa pubblica in campo militare degli stati membri e ha creato uno strumento di finanziamento del debito da 150 miliardi di euro – SAFE – per finanziare i prestiti degli stati destinati all’acquisto di armi. Allo stesso tempo, nel 2025 i paesi UE membri della NATO si sono impegnati ad aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL. 

In termini macroeconomici la stagnazione economica, le restrizioni fiscali e monetarie della UE, l’elevato debito pubblico e il sistema di governance economica dell’Unione fanno sì che il riarmo non possa essere finanziato senza gravi tagli alla spesa pubblica civile, in particolare quella sociale e ambientale. Tuttavia, un’economia militarizzata contribuisce in misura molto ridotta alla crescita e all’occupazione in Europa. Se guardiamo alle traiettorie dei paesi che spendono di più in armamenti – Stati Uniti, Regno Unito e Francia – troviamo che sono stati quelli più colpiti dal declino industriale. Politiche alternative – maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la sanità – sulla base delle simulazioni economiche, avrebbero effetti molto maggiori crescita e occupazione.

Quanto alle imprese militari europee, esse producono sulla base di commesse nazionali frammentate, dipendono fortemente dalle aziende Usa per armi e sistemi digitali, e sono in parte di proprietà di fondi di investimento con sede negli Stati Uniti. L’espansione degli ordini e dei profitti delle aziende non sta portando né a un consolidamento del settore a livello UE, né a un serio miglioramento della sovranità tecnologica dell’Europa – l’obiettivo politico dichiarato di queste politiche. 

Considerando le dinamiche tecnologiche, si registra una nuova convergenza tra percorsi civili e militari nelle tecnologie digitali e nell’intelligenza artificiale, con il ruolo dominante svolto dalle grandi imprese tecnologiche statunitensi, le Big Tech. I paesi europei sono da tempo in ritardo rispetto agli Stati Uniti nelle tecnologie digitali e dispongono di poche aziende con attività significative in tali settori. L’emergere di un complesso militare-digitale dominato dagli Stati Uniti rischia di influenzare gli sviluppi economici e di sicurezza in Europa.

Di fronte a tali squilibri, la UE ha moltiplicato i programmi di ricerca e tecnologia che hanno finanziato le grandi imprese militari europee, ma senza mettere in discussione il potere delle grandi aziende tecnologiche statunitensi. Nel contesto della scarsa capacità innovativa dell’Europa, specialmente nel settore digitale, lo spostamento verso attività militari mantiene la dipendenza dell’Europa dal potere degli Stati Uniti e riduce le capacità europee nei settori civili in cui l’Europa ha vantaggi consolidati – dalle tecnologie ambientali ai sistemi sanitari. Le politiche realizzate dalla UE contribuiscono ben poco alla ricerca della sovranità tecnologica – un aspetto chiave dell’autonomia strategica. Siamo di fronte a un progetto politico illusorio.

Possiamo concludere che il riarmo dell’Europa non è una traiettoria di sviluppo sostenibile a lungo termine, non contribuisce a una crescita significativa né alla creazione di posti di lavoro, non conduce alla sovranità tecnologica e rende impossibile la transizione verde e la tutela dello stato sociale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è un modello economico sbagliato.

Una politica illusoria. Il riarmo dell’Europa è stato lanciato in risposta alle tensioni internazionali, ma senza un dibattito serio sulle esigenze di sicurezza dell’Europa, senza una visione politica sull’architettura di un ordine internazionale che garantisca pace e stabilità. La corsa al riarmo europeo non ha risposte alle domande su che cosa significhi per gli scenari militari  – nucleari e convenzionali – e su come i nuovi armamenti – sviluppati in gran parte al di fuori del controllo dei governi della UE – cambiano le strategie e le modalità della guerra. L’obiettivo dell’autonomia strategica non fornisce risposte sul suo significato effettivo in termini di poteri decisionali, risorse economiche e modalità operative nei compiti di sicurezza e difesa.

Il riarmo dell’Europa non riesce nemmeno a portare a una maggiore integrazione politica e istituzionale europea. Nonostante le crisi e le guerre alle porte della UE, vi è scarsa convergenza degli interessi di sicurezza tra gli stati membri della UE. Aumenta l’incertezza sul futuro della NATO, c’è un progressivo ritiro delle forze militari statunitensi, non vi è alcun accordo sulle prospettive di una difesa comune europea. L’Europa ha da tempo abbandonato la sua immagine di “unione di pace”, e sta scoprendo che la corsa al riarmo non la sta affatto portando verso un’“unione sempre più stretta”. Alla mancanza di una visione politica europea in materia di sicurezza, stabilità e integrazione si affianca una mancanza di visione per il suo futuro economico. Il riarmo sta sostituendo le politiche della UE per la transizione ecologica – il Green Deal – e per la transizione digitale – il recupero del ritardo rispetto al predominio di Stati Uniti e Cina. Sta mettendo in pericolo il welfare state e il modello sociale europeo. 

La politica di riarmo non è coerente con le esigenze di sicurezza e non porta a una maggiore integrazione. Non è in grado di raggiungere in modo significativo gli obiettivi ufficiali di autonomia strategica e sovranità tecnologica. Manca di una visione per un futuro di stabilità, pace e ordine internazionale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è una politica illusoria.

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È sangue di noi tutti

di Edoardo Todaro

Valerio Varesi, È sangue di noi tutti, editore: Neri Pozza I Narratori, 2026, pp. 192, € 9,99

Aver letto Valerio Varesi vuol dire il commissario Soneri e la città di Parma. Ebbene con “È sangue di noi tutti” Varesi mette da parte Soneri ed entra nei meandri di una delle pagine di storia del nostro paese. 1960, un anno che può essere ritenuto molto lontano, ma che in realtà è parte importante di ciò che è l’Italia oggi. Italia che sta vivendo un periodo molto particolare rispetto alla propria storia, storia rimossa, cancellata, ricostruita da chi oggi detiene il potere. Ciò che Varesi ci descrive è praticamente, come ben scritto da Renzo Del Carria in” Proletari senza rivoluzione, l’ultimo episodi di lotta resistenziale ed antifascista, resistenza come rivoluzione interrotta.

I fatti, ricostruiti da Varesi, avvengono a Reggio Emilia il 7 luglio. Ma quanto accaduto, è solo l’effetto di quanto avvenuto a Genova. Nel capoluogo ligure l’MSI ( movimento sociale italiano ) erede diretto del fascismo, con tanto di fucilatori e torturatori, vuole tenere il proprio congresso e tutta Genova si ribella in un clima pre-insurrezionale. Ribellione che porterà l’allora governo in carica, a revocare il permesso al MSI per lo svolgimento del congresso.

Quanto accaduto non resta una questione genovese, in tutta Italia si susseguono manifestazioni contro il governo Tambroni. Tambroni che definisce quanto successo “spiacevoli incidenti”. Questo, sinteticamente, è il contesto nel quale avvengono i fatti di Reggio Emilia. Un vero e proprio eccidio:la polizia spara contro i dimostranti: 5 assassinati dalla polizia. Non è un caso, se Mimmo Franzinelli ed Alessandro Giacone hanno scritto: “1960 l’Italia sull’orlo della guerra civile”. Un romanzo giustamente definibile romanzo sociale, della serie “PER NON DIMENTICARE”.

Quanto scrive Varesi è un altalenarsi tra la storia “del poliziotto”, che proviene dal fascismo, responsabile dell’omicidio di Afro Tondelli, a tutti gli effetti un omicida che compie una vera e propria esecuzione, un poliziotto con il piacere di picchiare i rossi, di nuovo nel ruolo del vincitore; e la storia di Afro: 36 anni, ex partigiano SAP, non ammazzato dal nazifascismo nel ’46 ma 15 anni dopo da un poliziotto del “nuovo stato” uscito dalla resistenza. Resistenza che, non solo per essere senza una vera e propria struttura e numericamente scarsa non ha raggiunto l’obiettivo di una nuova società. Tra le altre cose, tutti gli organi predisposti alla difesa dell’ordine pubblico hanno cambiato, come si suole dire, vestito … ma non il proprio ruolo, tutto l’apparato dello stato resta in mano ai fascisti, che hanno perso ma non sono stati sconfitti, e devono dare una lezione a Reggio Emilia, la rossa, la città dei sovversivi, immersa nei canti delle mondine. Forze dell’ordine che innescano una vera e propria caccia ai rossi “nemici della patria”.

Importante la ricostruzione del cosiddetto clima sociale/politico che attraverso la solidarietà unisce il popolo di Reggio Emilia. Solidarietà che è un arma, da sempre, indispensabile ed insostituibile, in quel periodo in particolare a chi è stato povero e non vuol più esserlo. Un clima che fa respirare le difficoltà insite in chi si pone in antitesi verso l’oppressione, dove tutto è rischioso e non fidarsi di nessuno è la cosa migliore da farsi. Quanto accadde a Reggio Emilia ha un suo retroterra, da una parte nella costituzione dell’impero con le cosiddette conquiste africane che non sono altro che un’arma di distrazione dai problemi reali, conquiste fatte di corpi straziati, stupri di bambine, gas asfissianti, indigeni decapitati: una macelleria sull’altare degli interessi dei padroni; dall’altra le difficoltà nell’attività clandestina degli antifascisti, questo prima del massacro alle Fonderie Riunite di Modena nel ’50.

Un romanzo che entra, anche, nell’investigare gli aspetti psicologici del fascismo, nel suo essere aggressione, dominazione, aver passione per le armi, considerare gli oppositori dei traditori della patria con idee “disfattiste”, con il vivere il potere come modalità per disporre sugli altri. Un romanzo che fa intravedere ciò che attende l’Italia attraverso la collusione di settori economici, politici,culturali, ecclesiastici, dell’informazione, con la sempre attuale teoria della paura. Credo sia giusto per questo romanzo, concludere con una frase che deve valere da monito “chi non ha memoria non ha futuro”.

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Banche armate e banche complici

Il gruppo territoriale sardo del Movimento Nonviolento, pur partecipando alle campagne portate avanti dal Movimento su scala nazionale (obiezione alla guerra e difesa non armata e nonviolenta), dal 2023 ha voluto dare impulso e ripresa alla Campagna di pressione alle banche armate. Questa scelta è motivata dall’urgenza di mettere in discussione il finanziamento alla guerra, [...]

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Giamaica, cannabis legale per i piccoli coltivatori: permessi speciali e niente tariffe

“Quel detto secondo cui l’industria legale della cannabis è roba da ricchi non varrà più”. A pronunciare la frase non è un attivista rastafari né il leader di qualche associazione antiproibizionista, ma Shandel Hannam, direttore senior delle operazioni della Cannabis Licensing Authority (CLA), l’ente pubblico che in Giamaica rilascia le licenze per coltivare e vendere …
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Brasil va a un balotaje entre Flávio Bolsonaro, con apoyo de Trump e Israel, y Lula, alineado con BRICS

Brasil decide su futuro político en unas elecciones generales marcadas por una profunda polarización. Con más de 158 millones de electores convocados a las urnas, el país eligió este domingo 4 de octubre de 2026 presidente, vicepresidente, gobernadores, legisladores federales y estatales.

Según los datos parciales con más del 92 % de los votos escrutados, el senador Flávio Bolsonaro, del Partido Liberal (PL), lideró la primera vuelta con aproximadamente 47,86 % de los sufragios. El actual presidente Luiz Inácio Lula da Silva, del Partido de los Trabajadores (PT), quedó en segundo lugar con cerca del 44,18 %. El resto de candidatos (Augusto Cury, Renan Santos y Ronaldo Caiado) se situaron por debajo del 3 %.

Ninguno alcanzó la mayoría absoluta necesaria, por lo que ambos se enfrentarán en un balotaje el próximo 25 de octubre.

Lula, de 80 años y en su séptima campaña presidencial, denunció presuntas injerencias externas, en particular del presidente estadounidense Donald Trump.

Flávio Bolsonaro, hijo del expresidente Jair Bolsonaro (2019-2023) —quien se encuentra bajo arresto domiciliario por los hechos de enero de 2023—, se presentó como el abanderado del alineamiento con Israel y el trumpismo para recuperar el Ejecutivo.

El presidente argentino Javier Milei felicitó de inmediato a Flávio Bolsonaro, calificando el resultado de “histórica elección ante el comunista de Lula” y destacando que “el continente americano es de ciudadanos que quieren vivir en libertad”.

El segundo turno del 25 de octubre no será solo una contienda nacional. Se proyecta como un escenario de alineamientos internacionales claros:

Flávio Bolsonaro aparece respaldado por el eje Trump-Israel. El expresidente estadounidense ha mantenido una relación estrecha con la familia Bolsonaro y ha criticado abiertamente a Lula. Israel, por su parte, ve en un eventual gobierno de Bolsonaro un socio más alineado en cuestiones de seguridad, comercio, la política internacional y la disputa geopolítica de Medio Oriente. Un triunfo de Flávio reforzaría un bloque en América Latina junto a gobiernos como el de Milei en Argentina, priorizando lazos con Washington y una postura más dura frente a China.

Lula, en cambio, cuenta con el apoyo implícito y explícito de China y el bloque BRICS. Durante su mandato actual ha impulsado la ampliación de los BRICS, profundizado el comercio con Pekín (Brasil es uno de los principales proveedores de soja, mineral de hierro y petróleo a China) y defendido un orden multipolar. Un segundo mandato de Lula consolidaría la influencia china en Sudamérica, fortalecería el grupo BRICS como contrapeso al G7 y mantendría a Brasil como actor clave en la desdolarización y en foros del Sur Global.

El resultado del balotaje definirá no solo el rumbo interno de Brasil —la mayor economía de América Latina—, sino también el equilibrio de poder en la región entre el eje atlántico-occidental (Estados Unidos-Israel) y el eje eurasiático-multipolar (China-BRICS). La polarización doméstica se convierte así en un reflejo de la disputa geopolítica global.
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Ottobre di Pace a Verona

Programma denso di festeggiamenti e celebrazioni per il mese più pacifista dell’anno 2 ottobre, compleanno di Gandhi, Giornata internazionale della Nonviolenza. 4 ottobre, giorno di San Francesco, ottavo centenario del Transito. 9 ottobre, compleanno di John Lennon, suoi gli inni del movimento pacifista mondiale. Inoltre è festa per il risultato del quorum raggiunto e superato con [...]

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Democracia y tiranía plutocrática – Por Juan Manuel de Prada

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Por Juan Manuel de Prada

Quien desee vivir sin una venda en los ojos debe empezar aceptando algo elemental: en nuestras sacrosantas democracias quienes deciden de forma efectiva son minorías que escapan al ‘control ciudadano’ (algo que en puridad no existe, pues la ‘ciudadanía’ no es otra cosa sino una comparsa a la que se halaga en sus bajos instintos, para hacerle creer que tiene mando), élites que nos imponen su propia concepción del mundo a través de ideologías que les benefician. Durante el siglo XIX y una parte del siglo XX, hasta la eclosión de los totalitarismos, esa ideología fue el liberalismo; luego, con la necesidad de asimilar o amansar la fiera comunista, esa ideología sería el progresismo, que no es sino liberalismo con derechos de bragueta y dengues de justicia social.

Detrás de esta degeneración de la democracia se halla, claro está, la rebelión de la Economía contra la Política. Durante siglos, la Economía estuvo limitada por normas religiosas o morales y supeditada al poder político, que era depositario de esas normas y encargado de velar por su vigencia. Pero, al desvincularse el poder político de esa labor, la Economía se desembridó por completo, hasta subvertir los cimientos de la política mundial; y esa subversión no ha hecho sino agigantarse con el desarrollo de la técnica, hasta llegar a esta fase de capitalismo tardío, en que no sólo los bienes de consumo, sino hasta las interacciones humanas y la propia intimidad se han convertido, en activos financieros. De este modo, el estado de subversión originado por el lucro no sólo ha transformado las formas políticas imperantes, sino también la conciencia social, imponiendo una supremacía del dinero sobre cualquier anhelo humano, una prevalencia de las ansias materiales sobre los anhelos espirituales. Así se ha producido una mercantilización completa de la sociedad: el afán de lucro constituye el común denominador de todas las relaciones sociales; e, inevitablemente, la corrupción se ha extendido por doquier.

Los medios de adoctrinamiento de masas, la publicidad comercial, las formas artísticas cada vez más halagadoras de los bajos instintos y, muy especialmente, la ‘experiencia’ digital regida por algoritmos impulsan un plan disolvente de embrutecimiento colectivo, orientado a mantener al ‘usuario’ inmerso en un ciclo continuo de consumo y gratificación inmediata; orientado, en realidad, a convertirlo en un animalillo gobernado por impulsos meramente sensitivos, mediante la destrucción de su equilibrio moral y psíquico. A ese hombre embrutecido que ya sólo puede aspirar a la búsqueda de felicidad en un sentido puramente materialista es fácil someterlo a una servidumbre espiritual completa y convertirlo en masa cretinizada.

Entretanto, el régimen de partidos –introducido por el liberalismo burgués e impulsado por el dominio de la Economía sobre la Política– representa un simulacro democrático, mientras sigue las consignas del Dinero. Oswald Spengler lo escribió premonitoriamente hace más de un siglo: «Así como la monarquía inglesa en el siglo XIX, así los Parlamentos serán poco a poco un espectáculo solemne y vano. Como allí el cetro y la corona, así aquí los derechos populares serán expuestos a la masa con gran ceremonia y reverenciados con tanto o más cuidado cuanto menos signifiquen». Y mientras se representa ese espectáculo solemne y vacío (bueno, en el caso español barriobajero y vacío), el verdadero poder se ha desplazado de los (risum teneatis) ‘órganos de representación ciudadana’ hacia corporaciones transnacionales cuyo valor de mercado supera el PIB de muchas naciones. Los parlamentos ofrecen una soberanía de pega a la ‘ciudadanía’, con manguerazo de derechos de bragueta y halagos al resentimiento de sus elementos más viles, mientras la alta finanza internacional toma las decisiones. Así la democracia se ha convertido en el arma política de las fuerzas del Dinero, que condicionan la legislación a sus propios intereses a través de un régimen de partidos lacayos y sobornados, mientras las masas, cretinizadas por la depravación intelectual y los cultos falsos, están sometidas a un verdadero hipnotismo ideológico; y guían su conducta según consignas partidistas que, por supuesto, no buscan reflejar la realidad, sino producir ‘relatos’ mediante la impresión y el impacto emocional en lugar del razonamiento.

La libertad política está ligada íntimamente a la independencia económica; y en las democracias contemporáneas tal independencia no existe. Lo que nosotros llamamos cándidamente ‘democracia’ no es más que una tiranía plutocrática que ha desarrollado eficacísimos métodos de hipnosis ideológica colectiva.

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Trampantojos para alienados y resentidos – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Como todos los demagogos que en el mundo han sido, el doctor Sánchez utiliza como combustible principal de su acción política el resentimiento. Se trata, en realidad, de un combustible que la propia sociedad de masas genera de forma inevitable, fomentando un inconformismo constante en la pobre gente alienada, a la que se invita a perseguir ‘derechos subjetivos’ que, por resultar casi siempre inalcanzables, generan envidia y resentimiento. El hombre-masa democrático es un individuo desarraigado, alimentado con farfollas de autoafirmación individualista que a la postre se revelan quiméricas; y este contraste doloroso entre sus aspiraciones desorbitadas (hijas del ‘empoderamiento’ que le brindan los ‘derechos subjetivos’) y su estado de total impotencia para llevarlas a cabo lo convierte en un saco de pus.

Y ya sabemos que el resentimiento genera antídotos amargos. En una comunidad sana, las personas anhelan un trabajo que los arraigue a su tierra y un hogar propio donde puedan cobijar a su familia; en una sociedad de masas, los individuos desarraigados aspirarán tan sólo a una ‘solución habitacional’, resignados a una existencia errabunda, sin casa propia y sin vínculos. Así surge en el hombre-masa el anhelo de ‘alquilar’, que no es un anhelo propiamente humano, sino anhelo de esclavos que se conforman con las migajas que les ofrecen los demagogos. Pero dicho anhelo desnaturalizado del hombre-masa se tiñe inevitablemente de resentimiento hacia el propietario de la casa que alquila, a quien considera un usurpador que debe ser perseguido y demonizado.

Conocedor de los mecanismos psicológicos del resentimiento, el doctor Sánchez ha enarbolado el trampantojo del alquiler como gran medida de progreso para facilitar el acceso a la vivienda, cuando –como a nadie que no esté alienado se le escapa– es la ‘solución flexible’ que interesa al reinado plutocrático mundial, que necesita masas desarraigadas e infecundas, para someterlas a las condiciones laborales que le convienen (empleos temporales o inestables, salarios birriosos, ‘movilidad laboral’, etcétera). El alquiler que el doctor Sánchez ofrece a la juventud alienada y anegada de resentimiento no es otra cosa sino la oferta de desarraigo estructural indispensable para que funcione el engranaje del mercado globalizado.

Resulta sumamente llamativo y revelador que los desaprensivos que nos gobiernan, encargados de pastorear a esa juventud alienada y resentida hacia los rediles que convienen a la plutocracia, hayan elegido como diana de sus invectivas a los ‘fondos buitre’. Pero, ¿a qué llaman ‘fondos buitre’ estos canallas? Reparemos en el caso emblemático de Maricarmen, una señora que disfrutaba de una segunda subrogación de un contrato de renta antigua firmado en 1956; y que fue desahuciada en aplicación (muy tardía) de una Ley de Arrendamientos Urbanos… ¡aprobada por un gobierno socialista! Al casero de esta señora lo han tildado reiteradamente de ‘fondo buitre’; pero luego hemos sabido que se trataba en realidad de una pequeña sociedad que cuenta en su patrimonio con un único piso. Y es que los ‘fondos buitres’ auténticos son los amos de la patulea gobernante, como ha probado reiteradamente el doctor Sánchez, reuniéndose en varias ocasiones con el máximo responsable de BlackRock, Larry Fink, para lamer sus almorranas azufrosas, y publicitando después orgullosamente fotografías de estos encuentros en sus redes sociales. Lo hizo en una visita a los Estados Unidos, donde mantuvo una reunión exclusiva en la sede de BlackRock; y lo volvería a hacer en el Foro de Davos, donde se puso las botas a lamer almorranas, ya no sólo de Fink, sino también de otros dirigentes de grandes fondos, celebrando que estos hijos de Satanás «renovasen su apuesta por España» con nuevas inversiones. Luego, sumándose a la meada sobre la jeta de alienados y resentidos, un ministrillo del doctor Sánchez utilizaría estas inversiones de BlackRock para ensalzar propagandísticamente la falsa robustez de la economía española. ¿Alguien que no sea víctima de la alienación y el resentimiento puede dudar del amo al que estos chacales sirven? Para seguir sirviéndolos, a la vez que azuzan el resentimiento de las masas alienadas, se han sacado de la manga esos dos decretos-leyes fraudulentos, burda propaganda que arroja a propietarios e inquilinos a la sima de la inseguridad jurídica más desquiciada.

Simone Weil señalaba que «el arraigo es tal vez la más importante y la más desconocida necesidad del alma humana». E, indudablemente, una de las formas de arraigo es la propiedad de una casa que podamos considerar nuestro hogar. En una sociedad que no estuviese en manos de demagogos al servicio del reinado plutocrático mundial, el alquiler seria una realidad residual a la que sólo recurrirían –aparte de los turistas y los forasteros en tránsito– las personas que tienen un trabajo que los obliga a una itinerancia constante. Pues el común de los trabajadores, ligados a un trabajo que los arraiga a su tierra, gozaría con su familia de un hogar propio. Como ya hemos escrito en alguna ocasión anterior, un gobernante que de veras desease combatir el problema de acceso a la vivienda anunciaría un gran pacto para la calificación del suelo y la construcción de cientos de miles de viviendas sociales. Así, aparte de brindar a los jóvenes una vida digna, generaría empleo directo e indirecto y reactivaría enormemente la economía, porque garantizando vivienda asequible en propiedad se liberaría renta disponible y se favorecería el consumo; lo cual, además de generar riqueza, devolvería parte de la inversión al Estado a través de impuestos. Y, erigiéndose en el cliente principal de los proveedores de materiales para la construcción, el Estado podría propiciar un descenso de los precios que también beneficiaría a los promotores inmobiliarios privados. De este modo, construir vivienda resultaría menos costoso; e, inevitablemente, descendería también el precio de los alquileres.

Pero la jauría de chacales comandada por el doctor Sánchez, lacayos lamerones de la plutocracia, no desea combatir el problema del acceso a la vivienda; desea tan sólo azuzar el resentimiento de la gente alienada. Una oposición cabal ya estaría anunciando la construcción de cientos de miles de viviendas sociales, en caso de vencer en las próximas elecciones; no lo hace porque son los mismos lacayos con distintos collares. Y, puesto a elegir entre sus lacayos, el reinado plutocrático mundial siempre prefiere al que le garantiza la paz social de la gente alienada y resentida.

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2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza: la pace si costruisce con una politica nonviolenta

Il 2 ottobre, giorno della nascita di Mohandas K. Gandhi, le Nazioni Unite celebrano la Giornata internazionale della nonviolenza. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo non è una ricorrenza rituale: la nonviolenza politica è da sempre la stella polare delle nostre azioni e campagne, e la strada concreta per costruire la pace attraverso il [...]

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China aventaja a EEUU en tecnología crítica en 69 de 74 rubros – Por Alfredo Jalife-Rahme

Por Alfredo Jalife-Rahme

Según el sinófobo think tank Instituto Australiano de Política Estratégica (ASPI, por sus siglas en inglés), en su trazabilidad de tecnología crítica (critical technology tracker: CTT) de junio 2026, China ostenta un descomunal liderazgo en la investigación de alto impacto: en 69 de 74 rubros (https://bit.ly/4xYMAax). ¡El futuro, que ya es presente, está escrito en el muro!

Antes se manejaba que el liderazgo chino marcaba la dinámica de una tendencia azorante que hoy se ha consolidado en forma estructural en la aplastante mayoría de los campos que definirán la soberanía tecnológica, la capacidad militar y la competitividad económica.

En la actualización de este año, China ya rebasó a EEUU en ingeniería genética –además de radioterapia y medicina nuclear–, así como en procesamiento de lenguaje natural. En pleno declive acelerado, con o sin Trump, EEUU conserva todavía su liderazgo en cinco rubros.

El ASPI toma en cuenta la presencia de un país en por lo menos ocho de 10 instituciones líderes a escala global –¡predomina la Academia China de Ciencias con 30 tecnologías!–, así como el número de publicaciones alusivas, que en el caso de Pekín marca una tendencia al monopolio en 41 tecnologías de las 69 que encabeza. En su actualización de junio de 2026, el ASPI exhibe que el liderazgo chino se consolidó en hardware, aceleradores de inteligencia artificial (IA) y en manufactura biológica.

El monopolio chino destaca en aprendizaje de máquinas (machine learning), robótica avanzada, comunicaciones de radiofrecuencia avanzadas, gemelos digitales ( digital twins), semiconductores de banda ancha/ultra-ancha y análisis avanzado de datos y sistemas autónomos.

China mantiene su liderazgo en interfaces cerebro-computadora, pero ya no tiende al monopolio. Por su parte, EEUU se consolidó con tendencia al monopolio en neuroprótesis. Fuera de China y EEUU, la brecha se ha profundizado en forma alarmante. India participa en el “top 5” de 56 tecnologías específicas y nada desdeñablemente ocupa el segundo lugar –¡delante de EEUU!– en 16 de las 69 que encabeza China.

Alemania mantiene su liderazgo europeo y Gran Bretaña ha perdido fuerza. Vale la pena señalar que la Unión Europea como bloque en plena delicuescencia lidera en muy pocos rubros. Pese a las asfixiantes sanciones “occidentales” desde hace 47 años, asombra que la República Islámica de Irán surja en el “top 5” en varias áreas de materiales y propulsión (de uso dual: civil y militar).

La Trazabilidad (CTT) no mide la presente capacidad industrial ni el despliegue comercial, sino que pondera la intensidad de la investigación de alto impacto que incluye los “flujos de talento”, donde se aglutinan los óptimos investigadores del planeta: un indicador adelantado de la capacidad futura de un país.

En el campo de moda de la IA –que definirá el destino del planeta–, se libra una feroz batalla entre EEUU y China, lo cual se subsume en el flujo de los talentos en investigación de alto impacto. La ventaja de China como fuente de los mejores talentos en IA se ha ampliado desde 2022 (https://bit.ly/4AK48da).

Más allá de la promesa de un “diálogo sobre IA” como resultado de la visita de Xi a Washington, según datos de Carnegie China, hoy “57 por ciento de los mejores talentos en IA provienen de China (frente al 46 por ciento registrado en 2022), mientras 13 por ciento provienen de EEUU (menor al 20 por ciento de 2022)”.

Pese a las fuertes tensiones y castigos recíprocos, EEUU sigue siendo muy atractivo para el talento global en IA, en particular, el talento chino. Curiosamente, el “talento” fue una moneda acuñada por los fenicios-cananeos, y hoy el ex casinero Trump parece apostar todo su “resto” lúdico en la IA cuando se proyecta que la inversión total en centros de datos e infraestructura de IA asociada alcance 10.3 billones de dólares (trillones en anglosajón) entre 2025 y 2032 (3.6 por ciento del PIB anual), lo cual empequeñecería los proyectos colosales en ferrocarriles, las redes de autopistas y la “plomería para Internet” (https://bit.ly/3VHvmRv).

¿Será por ello que Elon Musk vaticina la mayor “era de la abundancia” debido a la IA (https://bit.ly/4z8VNhC)?

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Cannabis light, la Corte Costituzionale rinvia: il verdetto sull’articolo 18 slitta al 9 febbraio 2027

Venti barattoli di vetro. Uno consegnato a richiesta degli agenti, sei sotto un telo su uno scaffale, tredici sotto il bancone di un secondo negozio. È l’11 dicembre 2025 quando la polizia entra nei due cannabis shop di un commerciante bresciano e lo arresta in flagranza: detenzione ai fini di spaccio. Poi arrivano le analisi …
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In risposta alle scelte del governo sulla scuola con i volontari SCU la scuola di italiano per stranieri apre anche ai minori migranti

Mentre il dibattito politico si concentra sul numero di alunni stranieri nelle scuole e alle classi ghetto “Io, Noi ODV” e il centro territoriale romano del Movimento Nonviolento scelgono di rispondere alla questione fondamentale mettendo in gioco le proprie risorse: che cosa possiamo fare perché gli studenti stranieri possano davvero diventare parte della nostra comunità [...]

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Rusia después de las elecciones: consolidación de Rusia Unida y reordenamiento del sistema político – Por Marcelo Ramírez

Por Marcelo Ramírez

Las legislativas de septiembre muestran un crecimiento significativo del oficialismo, un aumento de la participación y un retroceso del Partido Comunista. El sistema electoral mixto amplificó la ventaja de Rusia Unida en la Duma, mientras las fuerzas secundarias atraviesan una recomposición. La elección, primera desde el comienzo de la guerra en Ucrania, se desarrolló además bajo ataques con drones y ciberataques denunciados por las autoridades rusas.

Las elecciones legislativas celebradas en Rusia entre el 18 y el 20 de septiembre de 2026 dejaron un resultado que va bastante más allá de una nueva victoria de Rusia Unida. El partido dominante aumentó considerablemente su porcentaje respecto de 2021, la participación electoral creció, el Partido Comunista retrocedió y otras fuerzas parlamentarias, principalmente el Partido Liberal Democrático de Rusia (LDPR) y Nueva Gente, ampliaron su presencia electoral.

Con más del 95% de los votos procesados, la Comisión Electoral Central situaba a Rusia Unida en torno al 57,8%, frente al 13,8% del Partido Comunista de la Federación Rusa (PCFR), aproximadamente 9% del LDPR y cerca de 8% de Nueva Gente. Rusia Justa se encontraba prácticamente sobre el umbral del 5%, una situación que fue variando durante el escrutinio. La Comisión Electoral Central indicó, además, una participación del 59,32%, equivalente a más de 62,6 millones de electores. Los resultados deben considerarse todavía provisionales hasta su formalización definitiva, prevista no antes del 25 de septiembre.

El dato central, sin embargo, surge de la comparación con las elecciones legislativas de 2021. Entonces Rusia Unida había obtenido el 49,82% de los votos; el Partido Comunista, 18,93%; el LDPR, 7,55%; Rusia Justa, 7,46%; y Nueva Gente, 5,32%.

Cinco años después, Rusia Unida crece alrededor de ocho puntos porcentuales mientras el PCFR pierde aproximadamente cinco. Al mismo tiempo, la participación electoral pasa de alrededor del 51,7% en 2021 a más del 59% en 2026. Es la combinación de estos fenómenos, más participación, mayor porcentaje oficialista y debilitamiento de su principal competidor, lo que permite hablar de una modificación significativa del equilibrio político dentro de la Duma.

Para entender correctamente el resultado es necesario observar cómo se elige la Cámara baja rusa. La Duma Estatal está integrada por 450 diputados elegidos por cinco años mediante un sistema mixto. La mitad (225 bancas) se distribuye mediante representación proporcional según las listas nacionales de los partidos que superan el umbral del 5%. Los otros 225 diputados son elegidos en circunscripciones uninominales en razón de que Rusia está dividida en 225 distritos y cada uno elige un único representante. En estos distritos resulta electo simplemente el candidato que obtiene más votos que cada uno de sus adversarios. No necesita alcanzar la mayoría absoluta.

El mecanismo tiende a favorecer al partido más grande cuando los votos de sus adversarios están fragmentados entre varias fuerzas. Eso es precisamente lo que ocurrió en 2026, mientras Rusia Unida obtenía alrededor del 58% del voto proporcional, sus candidatos encabezaban más de 200 de las 225 circunscripciones uninominales durante el escrutinio. Con el 95,18% contabilizado, la presidenta de la Comisión Electoral Central, Ella Pamfilova, informaba que el partido había ganado 208 distritos de este tipo. En 2021 había conseguido 198.

La consecuencia es evidente, una mayoría electoral importante se convierte en una mayoría parlamentaria todavía mayor. En base en los resultados difundidos el 21 de septiembre, una proyección de 355 diputados para Rusia Unida sobre un total de 450, superando tanto los 324 que tenía en la Duma saliente como el máximo de 343 alcanzado en 2016.

El resultado permite comprender una característica central del sistema político ruso. Aproximadamente el 58% de los votos partidarios puede traducirse en alrededor de tres cuartas partes de la Cámara debido a la combinación entre representación proporcional y predominio territorial.

La consolidación de Rusia Unida tiene entonces tres dimensiones. Es electoral, porque aumenta su porcentaje de votos, es territorial porque domina la enorme mayoría de los distritos uninominales y es institucional porque amplía su control sobre la Duma.

El segundo dato relevante es el crecimiento de la participación.Según la Comisión Electoral Central, votó el 59,32% del padrón, más de 62,6 millones de personas. Se trata de una participación sensiblemente superior a la registrada en las legislativas anteriores., entonces la combinación con el crecimiento de Rusia Unida merece atención.

Una fuerza política puede aumentar porcentualmente incluso sin incrementar de manera significativa su base electoral si los votantes de sus adversarios se abstienen en mayor proporción. En ese escenario, un partido conserva aproximadamente sus votos pero aumenta su participación relativa dentro de un electorado más pequeño.

Sin embargo, en Rusia ocurrió algo diferente dado que aumentó el número relativo de ciudadanos que participaron y, dentro de ese electorado ampliado, aumentó también el porcentaje obtenido por Rusia Unida.

Si bien no sabemos automáticamente las motivaciones individuales de los votantes ni interpretar cada sufragio como un apoyo a la totalidad de las políticas gubernamentales, podemos inferir que una explicación basada exclusivamente en una desmovilización electoral generalizada de los adversarios del oficialismo no es la adecuada.

El aumento de la participación, de todos modos, también debe analizarse en relación con los cambios introducidos en la forma de votar. La elección se realizó durante tres jornadas y continuó expandiéndose el voto electrónico con más de 3,6 millones de ciudadanos participaron mediante el sistema federal de votación electrónica, al que se sumó el sistema utilizado específicamente en Moscú.

Estos mecanismos reducen el costo práctico de participación y probablemente constituyan una parte de la explicación del incremento. Por eso resulta difícil atribuir toda la suba a una movilización política y aún con esa precaución, una participación superior al 59% constituye uno de los elementos centrales de la elección.

Existe además una circunstancia que diferencia radicalmente estas elecciones de las anteriores que fueron las primeras legislativas rusas desde el comienzo de la guerra en Ucrania en febrero de 2022. Las tres jornadas de votación se desarrollaron, además, mientras continuaban los ataques sobre territorio ruso, durante el último día se produjo una ofensiva de gran escala con drones contra Moscú y otras regiones.

Las autoridades rusas informaron haber interceptado más de 1.600 drones desde el sábado, unos 450 dirigidos contra Moscú, inclusive algunos aparatos alcanzaron sus objetivos, se registraron víctimas y fue afectada infraestructura energética.

Paralelamente, las autoridades denunciaron ataques informáticos contra el sistema electoral. La Comisión Electoral y organismos gubernamentales informaron sobre ofensivas DDoS, intentos de alterar el voto electrónico e interrupciones de comunicaciones en distintas regiones. Las autoridades reportaron ataques contra los sistemas digitales durante la segunda jornada de votación.

La Comisión Electoral Central caracterizó posteriormente el proceso como una elección realizada bajo un nivel excepcional de amenazas externas y afirmó haber enfrentado una fuerte escalada de ataques cibernéticos.

El gobierno ruso presentó la continuidad de las elecciones y el incremento de la participación como una demostración de cohesión social. Vladimir Putin había colocado la elección dentro de una discusión más amplia sobre la unidad nacional durante la guerra y el Kremlin buscaba presentar los comicios como una medida del respaldo social a la orientación adoptada desde 2022.

El resultado electoral no puede trasladarse mecánicamente a una pregunta que los votantes nunca respondieron explícitamente, que el 57 o 58% obtenido por Rusia Unida no significa necesariamente que ese mismo porcentaje apruebe cada decisión militar, económica o diplomática adoptada durante la guerra.

Lo que sí puede afirmarse es más limitado, pero políticamente muy relevante porque después de más de cuatro años de conflicto, sanciones internacionales, presión económica y ataques dentro del territorio ruso, no se observa en estas elecciones un desplazamiento electoral masivo hacia fuerzas que propongan una ruptura frontal con la orientación estratégica del Estado.

Uno de los cambios más importantes se produjo en el Partido Comunista. El PCFR había conseguido en 2021 el 18,93%, uno de sus mejores resultados de las últimas décadas. Ese porcentaje le permitió convertirse claramente en la segunda fuerza política del país y concentrar una parte importante del electorado que buscaba expresar una alternativa a Rusia Unida.

En 2026 cae hasta aproximadamente el 13,8%, con una pérdida ronda los cinco puntos porcentuales, pero todavía es más significativa es la ampliación de la distancia con Rusia Unida.

En 2021 los separaban aproximadamente 31 puntos: 49,82% contra 18,93%, ahora la diferencia se aproxima a 44 puntos: alrededor de 58% frente a menos del 14%. La estructura partidaria se vuelve de esta manera más asimétrica.

El problema del PCFR tampoco se limita a la reducción de su representación proporcional. Su debilitamiento incide directamente sobre las circunscripciones uninominales. Durante años, los comunistas fueron en numerosos distritos la principal fuerza capaz de concentrar el voto de quienes buscaban derrotar a un candidato de Rusia Unida. Cuando ese espacio se fragmenta entre comunistas, LDPR, Nueva Gente, Rusia Justa y otras fuerzas, el candidato oficialista puede conservar la banca incluso obteniendo menos del 50%.

El retroceso comunista, por lo tanto, produce un doble efecto: reduce su propio peso parlamentario mientras facilita indirectamente el dominio territorial del partido gobernante. Sin embargo, los votos perdidos por el Partido Comunista no fueron absorbidos por una única fuerza alternativa.

El LDPR pasó del 7,55% registrado en 2021 a aproximadamente el 9%. Nueva Gente subió desde el 5,32% hasta cerca del 8%. Rusia Justa siguió una trayectoria diferente: cayó desde el 7,46% de 2021 hasta quedar prácticamente sobre el límite del 5%.

Nueva Gente merece atención particular. El partido había ingresado por primera vez a la Duma en 2021 y cinco años después aumenta claramente su porcentaje. El crecimiento indica que logró consolidar un espacio propio dentro del sistema, particularmente entre sectores que buscan reformas económicas, administrativas o sociales sin identificarse con el Partido Comunista.

También resulta significativo el desempeño del LDPR después de la muerte de su histórico fundador, Vladimir Zhirinovski, en 2022. Lejos de desaparecer con su dirigente, la fuerza conserva su base electoral e incluso mejora su porcentaje respecto de las legislativas anteriores.

Lo que aparece debajo de Rusia Unida es, por lo tanto, una reorganización del espacio secundario. El PCFR conserva el segundo lugar nacional, pero pierde capacidad para monopolizar el voto alternativo. LDPR y Nueva Gente crecen. Rusia Justa retrocede. El resultado es una mayor fragmentación de las fuerzas situadas detrás del oficialismo.

Es importante observar la relación entre estos resultados y la guerra, que requiere una interpretación particularmente cuidadosa. Los principales partidos con representación parlamentaria mantienen diferencias importantes en política económica, gasto social, inmigración, intervención estatal, administración pública y prioridades presupuestarias. Sin embargo, esas diferencias no se corresponden con una división equivalente respecto de las cuestiones estratégicas centrales vinculadas con Ucrania.

El Partido Comunista ha acompañado buena parte de las decisiones fundamentales adoptadas por el Estado ruso desde 2022. El LDPR sostiene posiciones nacionalistas y una línea dura respecto del conflicto. Rusia Justa también respaldó la orientación estratégica general. Nueva Gente presenta una posición comparativamente menos militarizada, pero tampoco estructuró su propuesta electoral alrededor de una retirada unilateral rusa.

Los medios occidentales señalaron durante la campaña que Yábloko constituía la principal fuerza registrada con una posición explícitamente contraria a la guerra, pero su lista federal quedó fuera de la elección después de una decisión judicial. El partido sí mantuvo algunas candidaturas y obtuvo una representación limitada en la legislatura regional de Nóvgorod. Este hecho introduce una limitación importante a cualquier lectura de los resultados como una medición directa de la opinión pública sobre la guerra, no obstante la popularidad de Yábloko es menor, dado que en las encuestas se ubica entre el 1 y el 3% de los votos, lo que le resta cualquier peso electoral real.

Como era de esperarse, sectores opositores rusos y gobiernos occidentales cuestionaron las condiciones de competencia, las restricciones a candidatos y organizaciones opositoras, el uso del voto electrónico y la realización de elecciones en territorios ucranianos ocupados y anexados por Rusia. Las autoridades rusas rechazan estas objeciones y sostienen que la elección se desarrolló de acuerdo con la legislación vigente; observadores de la Comunidad de Estados Independientes y de la Organización de Cooperación de Shanghái informaron no haber detectado irregularidades capaces de alterar los resultados en las mesas que supervisaron.

Por eso, si bien los comicios no pueden utilizarse como una encuesta directa sobre la guerra, tampoco corresponde separar completamente el resultado del contexto histórico en el que se produjo. Rusia Unida obtuvo en 2021 el 49,82%, cinco años después, luego de más de cuatro años de guerra, alcanza cerca del 58%. Simultáneamente aumenta la participación electoral y las principales fuerzas parlamentarias que respaldan la orientación estratégica del Estado conservan prácticamente todo el espacio político representado en la Duma. Ese dato tiene relevancia propia, aun cuando no permita conocer las motivaciones concretas de cada elector.

La paradoja principal de las elecciones de 2026 puede resumirse en dos movimientos simultáneos: aumenta la participación y aumenta la concentración parlamentaria. Más ciudadanos concurren a votar, pero el resultado final produce una Duma todavía más dominada por Rusia Unida.

Tres factores explican esa combinación. El primero es el crecimiento directo del partido gobernante, que pasa de menos del 50% en 2021 a cerca del 58%. El segundo es el retroceso del Partido Comunista, principal fuerza opositora parlamentaria y el tercero es el funcionamiento del sistema electoral mixto, donde la fragmentación de los adversarios permite al partido más grande imponerse en una proporción extraordinariamente alta de las circunscripciones uninominales. Por eso el dato del 58% explica sólo una parte del resultado.

La verdadera consecuencia política aparece al observar la composición de la Duma. Con ese porcentaje de votos, Rusia Unida se encamina a controlar alrededor de tres cuartas partes o más de la Cámara y conservar holgadamente la mayoría de dos tercios. La proyección de 355 de los 450 escaños, que constituiría un récord para el partido.

El sistema político ruso emerge así de las elecciones de 2026 con una característica reforzada: un partido dominante significativamente mayor que cualquiera de sus competidores y un segundo nivel partidario más fragmentado.

Rusia Unida crece electoralmente, amplía su dominio territorial y fortalece su control institucional. El Partido Comunista continúa siendo la segunda fuerza nacional, pero pierde una parte sustancial del terreno ganado cinco años atrás. LDPR y Nueva Gente avanzan, mientras Rusia Justa queda reducida a una posición mucho más frágil.

Todo esto ocurre bajo condiciones extraordinarias. Son las primeras legislativas desde febrero de 2022, se celebraron durante una guerra prolongada, con una economía sometida a sanciones y fuertes exigencias presupuestarias, y con ataques militares y cibernéticos coincidiendo con las jornadas electorales.

El resultado, por eso, representa algo más que la continuidad del esquema político existente antes de la guerra. Los datos disponibles muestran una profundización de la estructura de partido dominante que ya caracterizaba a Rusia, acompañada por una recomposición de las fuerzas que disputan el espacio situado detrás de Rusia Unida.

Queda abierta una cuestión que sólo podrá responderse con el desarrollo del próximo período político. ¿Hasta qué punto esta enorme concentración parlamentaria servirá para preservar el modelo construido durante los últimos años y hasta qué punto la reorganización que se está produciendo por debajo del oficialismo anticipa las disputas políticas, económicas y sociales de la Rusia posterior a la guerra?.

Por ahora, la señal electoral es clara en términos descriptivos: aumentó la participación, aumentó el porcentaje de Rusia Unida y se amplió la distancia que separa al partido gobernante de todos sus competidores parlamentarios. El resultado institucional de las legislativas de 2026 es, en consecuencia, una Duma más concentrada que la surgida de las elecciones de 2021.

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Sempre più Stati legalizzano la cannabis, sempre meno giovani la consumano

Negli Stati Uniti la cannabis è legale per gli adulti in un numero crescente di Stati, eppure tra gli adolescenti il consumo non aumenta: diminuisce. Per anni chi si opponeva alle riforme ha previsto che un mercato regolamentato avrebbe spinto i più giovani verso la sostanza e invece l’andamento nazionale racconta un’altra storia, opposta a …
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El “lubavitch” Milei (Netanyahu dixit) empeora la pobreza en Argentina (“La Nueva Tierra Prometida”) – Por Alfredo Jalife-Rahme

Por Alfredo Jalife-Rahme

Argentina llegó a ser en 1896 el «primer lugar mundial en economía», según los estudios clásicos de Maddison, por lo que no fue gratuito que el periodista Theodor Herzl, impulsor del sionismo, la haya seleccionado como sede del “hogar judío”.

Con Milei, Argentina ha periclitado feamente. Según Afp, “la tasa de pobreza en Argentina se eleva a uno de cada tres”: subió a 32.3 por ciento, de acuerdo con datos oficiales de la agencia gubernamental Indec, cuando la pobreza extrema se elevó a 7.5 por ciento. Destaca que “entre los niños menores de 14 años, 44.5 por ciento se encuentran en situación de pobreza”, de los cuales casi 11 por ciento es “extremadamente pobre” (https://bit.ly/4dHAI5p).

Los datos de Indec son poco creíbles por ser “estadísticas libertarias” del grupo ideológico en el poder que engendró al criminal argentino Cerimedo, asesor de Milei, y a su socio español Negre, implicados en escándalos (https://bit.ly/4dYXpC6).

Es pornográfica la santa alianza jázara ( khazar, https://bit.ly/3QqemJr) entre la secta pediátrica Chabad Lubavitch, colmada de escándalos y la triada Netanyahu/Zelensky/Milei (https://bit.ly/4xRslLY).

Milei recibió el premio Lover of Israel en Nueva York (https://bit.ly/4iLRvHZ) y luego dijo exultante: “Netanyahu es un líder extraordinario (…) Argentina es la nueva tierra prometida” (https://bit.ly/3VgYDlV).

El mismo día del lastimoso reporte de la pobreza en Argentina, el Mesías de las mendacidades, Netanyahu, alabó al lubavitch Milei: “Uno de los grandes líderes de nuestro tiempo. Lo que has hecho por la economía de Argentina es magistral” (https://bit.ly/4iQWvem). El genocida Netanyahu no está actualizado ni le conviene enterarse de la desoladora devaluación del peso argentino. Por lo visto, ni las “leyes internacionales” ni las “leyes económicas” son aplicables en Israel ni en Argentina.

A propósito, Hanoch Milwidsky, aliado de Netanyahu en el partido Likud y jefe del Comité de Finanzas del Knéset, asentó: “No somos como los demás y por eso todas las leyes que se aplican a los demás no se nos aplican a nosotros… El pueblo judío es un pueblo de alta cuna” (https://bit.ly/4horuMn).

Netanyahu ya bautizó de lubavitch a Milei: “Ten claro que, ahora que eres un lubavitch, formas parte de la mishpacha, de nuestra familia, en el sentido más profundo de la palabra” (https://bit.ly/46QTTWH y https://bit.ly/4xNswIc). Cabe destacar que Milei le regaló a Netanyahu un cuadro del rabino Schneerson, venerado por ambos. Como acción de gracias, el lubavitch Milei acudió al sepulcro en Nueva York del rabino Schneerson, figura sacralizada de la secta pediátrica Chabad Lubavitch, ampliamente festejado por The Times of Israel (https://bit.ly/4iVRfq1).

Los actores implicados no se ponen de acuerdo sobre sus estadísticas demográficas muy manoseadas y carentes de rigor científico. Así las cosas, con todas las reservas del mundo, se maneja que entre 85 y 90 por ciento –del total de 16 millones de “judíos ” en el mundo– no son semitas, sino “askenazíes europeos”, cuya lengua es el yidis, idioma no semítico que proviene del alemán medieval. En su libro clásico El invento del pueblo judío (https://amzn.to/2MR0PfM), Shlomo Sand (él mismo jázaro), afirma que los askenazíes no son semitas, sino de origen jázaro turco-mongol.

La población de Argentina asciende a 46.5 millones –con superficie de 2.78 millones de kilómetros cuadrados, PIB nominal de 688 mil millones de dólares–, cuyo número de “judíos ” es de 173 mil: ¡la mayor comunidad de Latinoamérica!

El 85 por ciento de los “judíos ” argentinos son askenazíes –jázaros no semitas–, lo cual no obsta para que una minoría gaucha –en similitud a lo que queda de Ucrania en la fase del jázaro Zelensky, perseguidor de la mayoría cristiana– pretenda imponer los Acuerdos de Isaac (https://bit.ly/475OtHD): hijos putativos de los Acuerdos de Abraham (https://bit.ly/4ydVXnB) de Netanyahu.

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La legalizzazione sperimentale in Svizzera cambia il modo di consumare, non le quantità

Si entra, si sceglie tra fiori, resina o una ricarica per vaporizzatore, si ascolta qualche consiglio dal farmacista e si esce. Succede dal 2024 in nove farmacie della Svizzera – cinque a Berna, tre a Lucerna, una a Bienne – dove 1.177 consumatori abituali acquistano cannabis legalmente nell’ambito dello studio SCRIPT, condotto dalle università di …
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Lo que las invasiones bárbaras esconden – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

La invasión bárbara de Ceuta nos ha dejado escenas propias de guerrilla urbana que hasta la fecha sólo habíamos visto cada vez que se desataba una revuelta en los barrios de la periferia parisina: incendios de automóviles, agresiones repetidas a militares y policías, ataques al transporte público, abusos sexuales, etcétera. Como a nadie se le escapa (o sólo a quienes viven encerrados en esas casposas jaulas del pensamiento llamadas ideologías), son acciones impropias de personas que vienen a ganarse el sustento a otro país, ni siquiera en esas situaciones desesperadas en las que cualquier persona puede perpetrar un crimen por puro instinto de supervivencia, o por proteger a los suyos, al estilo de Jean Valjean. Pero los brotes de delincuencia que han florecido en Ceuta nada tienen que ver con esta criminalidad desesperada a la que aludimos; son acciones programadas según la estrategia de conquista de territorios y expulsión de los autóctonos que se han utilizado (con frutos óptimos) en diversos países europeos, muy notoriamente en Francia.

Esa estrategia puede resumirse muy sucintamente: desde los arrabales de una ciudad, se crean ‘zonas sin ley’ o, como diría Foucault, «heterotopías» que funcionan al margen de las normas comunes de la sociedad y que se tornan inhabitables; y luego esa zona se va extendiendo poco a poco, como una mancha de aceite. Así ha ocurrido repetidamente en Francia, donde poblaciones musulmanas ‘colonizan’ un barrio y después organizan bandas especializadas en guerrilla urbana, a la vez que introducen diversas formas de intimidación civil más o menos subrepticia o descarada que los ‘petits blancs’ ni siquiera se atreven a denunciar, por temor a las represalias, para terminar emigrando a otros barrios o ciudades; y al desalojo de los autóctonos sucede tarde o temprano el colapso policial, pues patrullar estas ‘zonas sin ley’ obliga a asumir riesgos adicionales muy costosos (entre otras razones, porque las autoridades obligan a la policía a adoptar métodos irenistas, exactamente como ocurre en Ceuta).

No debemos confundir estas ‘zonas sin ley’ con los guetos, donde viven confinadas poblaciones que sufren marginación. Los pobladores de estas ‘zonas sin ley’ no están confinados, ni padecen marginación; por el contrario, han conquistado el territorio que habitan, han creado –mediante la violencia efectiva o soterrada– su propio espacio autónomo, expulsando a quienes antes residían en él. Y, por supuesto, en estas heterotopías o ‘zonas sin ley’ provocadas por las invasiones bárbaras no existe ese imaginario ‘mestizaje’ que tantos relatos míticos ha inspirado al progresismo biempensante. Puede haber, al principio, un remedo o pantomima de ‘mestizaje’, con mucho despliegue colorista de timbales y chirimías; pero se trata de un recurso al que se recurre por astucia y que pronto es sustituido por actitudes mucho más disuasorias cuando la dominación está asegurada.

Esta estrategia, recurrente en Francia, es la que se pretende realizar en Ceuta, de forma todavía más áspera y brutal. Por supuesto, a quienes la denunciaron en su día en Francia –casi siempre las clases populares que sufrían sus consecuencias– se les acusó de incurrir en exageraciones y tremendismos, de alimentar ‘fantasmas’ y paranoias racistas (exactamente el mismo argumento empleado por Marlaska, cuando calificó las lamentaciones de los ceutíes de «sensaciones» e «inseguridades subjetivas»). Las élites intelectuales francesas –que, como las españolas, viven en barrios pijos– abandonaron a su suerte a los ‘petits blancs’ que padecían estas invasiones, predicando las bondades del ‘mestizaje social’ y mareando la perdiz con inútiles y retóricas ‘políticas de inserción’, en la esperanza de que pronto el número creciente de invasores asegurase el triunfo electoral a piñón fijo del progresismo, bajo diversas máscaras (moderada o rampante, según conviniese a cada circunstancia). Así ha ocurrido repetidamente en Francia y en otros muchos países europeos, donde la parte de la población que sufre las invasiones bárbaras ya no puede formar mayorías contra las alianzas que el progresismo moderado y rampante entabla con las fuerzas invasoras. Y donde esas alianzas generan, a su vez, el florecimiento de partidos que se alimentan del miedo y de la rabia, pretendiendo grotescamente oponer a la colonización invasora el vacío civilizatorio que ha sido el principal causante de dicha colonización.

Habría que empezar por aceptar, si no deseamos renunciar a la honradez intelectual, que la integración de las poblaciones que pertenecen a civilizaciones distintas es consustancialmente imposible; y también recordar que las civilizaciones las fundan las religiones y desaparecen cuando declina la religión que las fundó. No existe una civilización laicista, ni democrática, ni republicana, ni constitucionalista, ni parecidas zarandajas; allá donde falta la religión sólo existe vacío civilizatorio, que es inevitablemente llenado por otra civilización invasora. Quienes vienen a llenar ese vacío no hacen sino cumplir con un –llamémoslo así– designio; mucho más maligna es la posición que adoptan esas élites –por supuesto, procedentes de clases sociales preservadas del contacto con las invasiones bárbaras– que niegan la realidad y siguen cantando las bondades de las avalanchas inmigratorias y aplaudiendo las ‘regularizaciones masivas’, a la vez que anatemizan a quienes denuncian esta nueva forma de suicidio colectivo.

Muchas veces me he preguntado la razón de su traición y desatino. No se me escapa que casi todos ellos son untados generosamente por organizaciones sufragadas por el mundialismo y sobornados por el progresismo hegemónico con multitud de prebendas y privilegios; pero su abyección esconde otra razón más tenebrosa y secreta que tampoco se puede explicar como cándida defensa de los llamados Derechos Humanos, ni como sumisión a la corrección política, ni como perversión masoquista del sentimiento, ni como filantropía alucinada, ni siquiera como fatalismo de pulsiones autodestructivas. Todos estos ingredientes –y también la pura imbecilidad– se agitan, desde luego, en la marmita de la abyección donde abrevan estas élites; pero existe otro ingrediente que actúa como emulsionante de todos ellos. En el meollo de esa abyección, explicando su más recóndita entraña, se esconde el odio a la religión que fundó nuestra civilización. No debemos olvidar que detrás de toda cuestión política se esconde siempre un problema teológico.

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El Gobierno de Milei inhabilitaría de por vida a la científica del INTA que reveló presencia de glifosato en el 86% de los argentinos

El Consejo Directivo del Instituto Nacional de Tecnología Agropecuaria (INTA) impulsa una sanción extrema contra Virginia Aparicio, una de las principales investigadoras en agrotóxicos de la entidad. La medida apunta no solo a su despido, sino a su exoneración, lo que implica la inhabilitación de por vida para ejercer la función pública.

Aparicio, con más de 20 años de trayectoria, lideró la participación argentina en el proyecto Sprint, financiado por la Unión Europea, orientado a analizar el impacto de los plaguicidas en la salud humana y el medio ambiente. En el estudio participaron varios países europeos junto a Argentina.

Según los resultados, el 86,1% de los argentinos que aportaron muestras presenta en el cuerpo niveles de glifosato. El herbicida, producido por la multinacional Bayer, se detectó en el 100% de las muestras de materia fecal de bonaerenses. Además, se hallaron entre 10 y 28 plaguicidas en agua superficial, de 6 a 22 en alimentos y entre 43 y 86 en polvo del hogar. Estos datos ubican a Argentina como el país con mayor presencia de plaguicidas en personas y ambiente entre los participantes del proyecto.

Poco antes de la difusión de los resultados, el INTA suspendió la comunicación del informe y se retiró del proyecto, aunque continúa figurando como socio en la página oficial. Los datos finalmente se conocieron en una conferencia del proyecto Sprint en Bélgica el año pasado.

Fuentes del organismo señalaron al medio argentino La Política Online que hubo “quejas de las corporaciones” y lobby empresarial para frenar la difusión. Si bien la suspensión de la publicación se produjo a mediados de 2023, durante la administración de Alberto Fernández, en 2025, el actual Gobierno avanzó con un sumario orientado a la exoneración de la investigadora, marcando no solo continuidad sino también profundización.

Entre las acusaciones figuran el “perjuicio a la administración nacional” —pese a que el proyecto fue financiado íntegramente por la UE— y la negativa a entregar datos personales de los voluntarios vinculados a las concentraciones de plaguicidas. Aparicio sostuvo que no los facilitó porque había firmado un acuerdo de confidencialidad.

“El tema es que le quieren aplicar la sanción más extrema, es una locura”, indicó una fuente del sector, que también apuntó a intereses de entidades del campo.

La investigadora defendió el trabajo y advirtió en Radio 10: “La distribución de los plaguicidas es tan masiva que es necesario reducir la dependencia química en el sistema productivo y es importante hacerlo ya”.

Los gremios del sector rechazaron el despido y la posible exoneración, y advirtieron que se trata de una sanción “desproporcionada” que terminaría “persiguiendo, censurando y silenciando a toda la investigación y al personal del INTA”.

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Los cien kilómetros de Jesús – Por Ivone Alves García

Por Ivone Alves García

Buena parte del planeta todavía mide convencionalmente el tiempo a partir de una fecha construida alrededor del nacimiento de Jesús de Nazaret, cuya vida pública transcurrió dentro de un territorio extraordinariamente reducido. Su predicación se dio, en lo esencial, en un radio de unos cien kilómetros: Galilea, Jerusalén, algunas incursiones hacia Tiro y Sidón, la Decápolis, Samaria, la orilla este del Jordán. Ese fue, aproximadamente, el mapa completo de su paso terrenal.

Midamos ese paso con la vara que el poder siempre usó para medirse a sí mismo. No comandó ejércitos ni acumuló fortuna, no ocupó cargo político ni dirigió un Estado, no fundó una dinastía ni dispuso de imprenta, correo imperial o aparato de propaganda alguno. Los Evangelios, de hecho, no se escribieron mientras predicaba: nacieron después, de la memoria de quienes lo habían escuchado. Nació en una provincia periférica de un imperio que gobernaba el mundo conocido, y ahí mismo terminó crucificado bajo la autoridad romana, sometido a una muerte pública e infamante, pensada específicamente para quebrar al condenado y advertir a los demás.

Según todas las reglas humanas del poder, ahí debía terminar la historia. Pero los discípulos no se comportaron como los seguidores de un maestro derrotado. Pocos días después de la crucifixión, comenzaron a afirmar algo completamente inesperado: que Jesús había resucitado. En lugar de limitarse a difundir una filosofía o guardar un respetuoso recuerdo, anunciaron este hecho de forma directa. Fue esa convicción la que realmente puso en marcha la historia del cristianismo.

A partir de ahí, ese movimiento minúsculo se extendió por las ciudades del Mediterráneo oriental, atravesó las persecuciones imperiales y permaneció en pie cuando cayó el propio Imperio romano de Occidente, que en su momento debió de parecer bastante más sólido que cualquier fe. Echó raíces en el feudalismo, resistió el cisma de la Reforma, la crítica religiosa de la Ilustración, las lecturas críticas del siglo XIX y dos guerras mundiales, y llega al mundo tecnológico de hoy con hombres y mujeres que siguen rezando en su nombre, celebrando su muerte y su Resurrección y reconociéndolo como Cristo en todos los continentes.

Compárese esto con lo que puede hacer hoy cualquiera con poder real: un presidente que llega a media humanidad apenas abre la boca, un empresario que compra la plataforma entera donde discuten millones, un artista que acumula miles de millones de reproducciones en semanas. Nunca tuvimos tantos medios para hablarle a tantos. Y sin embargo casi todas esas voces se apagan de la memoria colectiva en el plazo de una generación. Un hombre que no dispuso de nada de esto sigue siendo, dos mil años después, más recordado que la mayoría de ellos.

Un historiador puede explicar buena parte de este proceso sin necesidad de apelar a la fe, y no hay por qué temerle a esa mirada: las rutas romanas, el griego común a todo el Mediterráneo oriental, la prédica de Pablo, la organización de las primeras comunidades, la conversión de Constantino tres siglos más tarde. Ese último dato importa más de lo que suele reconocerse: cuando el poder imperial por fin favoreció al cristianismo, el cristianismo ya llevaba trescientos años extendiéndose sin ese poder. La explicación sociológica cubre cómo se propagó una vez que ya existía algo capaz de propagarse. Lo que no cubre es la pregunta anterior: qué había en aquel hombre y en aquel mensaje para que existiera, en primer lugar, algo con esa capacidad. Roma crucificó a miles de personas antes y después de aquel viernes, y ninguna cambió la manera en que la humanidad cuenta los años. Judea produjo, en el mismo siglo, decenas de predicadores y mesías fracasados que hoy son apenas una nota al pie en algún historiador antiguo.

La fe cristiana no nació del éxito posterior del cristianismo. Nació del encuentro con Cristo, de sus palabras y sus obras, de su muerte y de la certeza proclamada por sus discípulos de que había resucitado. La expansión que vino después pertenece a otro orden: constituye una huella histórica de aquello que comenzó en un territorio diminuto y que ninguna explicación puramente material consigue agotar.

Jesús triunfó, además, con una lógica inversa a la que usa siempre el poder, que se expande con ejércitos, con acumulación, con organización partidaria o con propaganda. Él empezó con doce discípulos, caminos de tierra, aldeas sin importancia y parábolas contadas junto a un lago. La distancia entre esos medios iniciales y sus consecuencias históricas es enorme. Vivimos, hoy, obsesionados con el alcance inmediato —seguidores, reproducciones, capacidad instantánea de influencia— y medimos la importancia de algo por cuánta gente llega en las primeras horas. Jesús es casi la inversión exacta de ese criterio: un alcance inicial mínimo y una profundidad histórica que todavía no terminamos de medir.

Cristo no prometió comodidad ni poder terrenal. Prometió algo infinitamente mayor y mucho más difícil de convertir en propaganda: perdón, salvación, vida eterna, reconciliación con Dios. A cambio pedía conversión, amor al prójimo, misericordia hacia el enemigo y una vida entera puesta al servicio de algo superior al propio yo. Casi ninguna de las fórmulas que hoy garantizan viralidad estaba en aquel ofrecimiento. Y sin embargo sigue ahí, dos mil años después, más vivo que cualquiera de nuestros fenómenos de audiencia instantánea.

Un hombre recorrió apenas una pequeña franja del mundo antiguo. Desde la lógica humana carecía de todos los instrumentos necesarios para atravesar fronteras, generaciones e imperios. Fue crucificado, y según toda razón humana ahí debía terminar la historia. Sus discípulos proclamaron que había resucitado. Dos mil años después, Cristo sigue siendo adorado en lugares que ninguno de aquellos hombres sabía siquiera que existían. Para quien cree, esa historia no es una casualidad extraordinaria: pertenece exactamente a lo que Él dijo que había venido a hacer. ¿Cómo mirar todo esto desde el siglo XXI, con toda nuestra ciencia, nuestra tecnología y nuestra pretendida sofisticación, y concluir simplemente que se trató de un predicador exitoso de una pequeña provincia romana?

La tecnología consiguió, en dos mil años, lo que ningún imperio había logrado antes: hizo pequeño al planeta entero. Pero no consiguió volver pequeño a aquel hombre que caminó apenas un centenar de kilómetros a la redonda. Jesús recorrió un territorio pequeño. Fue el mundo el que terminó recorriendo el camino hacia él. El imperio bajo cuyo poder fue crucificado desapareció hace siglos. La Iglesia nacida de aquel pequeño grupo de discípulos continúa reuniéndose en su nombre, dos mil años después, en todos los continentes.

Por eso, en medio de los conflictos que sacuden al mundo y de las tempestades personales que a cada uno le toca atravesar, vale la pena volver la mirada a lo que ocurrió en aquella pequeña franja de tierra. Recordar lo que aquel hombre —y la obra del Padre, del Hijo y del Espíritu Santo— hizo por nosotros no es un refugio abstracto, sino una certeza viva. Si aquel comienzo tan humilde transformó la historia para siempre, hoy más que nunca, ante cualquier adversidad, tenemos un motivo profundo para no bajar los brazos y renovar la esperanza.

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65 anni dopo la Marcia di Aldo Capitini la nuova Mozione del popolo della pace: un’altra difesa ora è davvero possibile

Il 24 settembre del 1961 un’inedita esperienza di nonviolenza popolare si svolse tra Perugia ed Assisi: la Marcia della pace per la fratellanza tra i popoli. Una marcia alla quale Aldo Capitini pensava da anni che passò alla fase organizzativa in quella drammatica estate, mentre a Berlino veniva innalzato il muro che avrebbe diviso per [...]

L'articolo 65 anni dopo la Marcia di Aldo Capitini la nuova Mozione del popolo della pace: un’altra difesa ora è davvero possibile proviene da Movimento Nonviolento.

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57.136 firme consegnate al Senato: “Un’altra difesa è possibile” apre la fase due, ora la parola al Parlamento

Le Reti promotrici della campagna “Un’altra difesa è possibile” hanno depositato questa mattina al Senato della Repubblica le firme raccolte a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per la difesa civile, non armata e nonviolenta: 57.136 sottoscrizioni, ben oltre il quorum di 50.000 richiesto dalla normativa. Quello compiuto oggi al Senato dalla campagna [...]

L'articolo 57.136 firme consegnate al Senato: “Un’altra difesa è possibile” apre la fase due, ora la parola al Parlamento proviene da Movimento Nonviolento.

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Canapa Day, in Valle di Susa la pianta cerca le sue filiere

A fine estate un campo di canapa è quasi al massimo della sua magnificenza: fusti alti due o tre metri, fitti come un canneto, e quell’odore resinoso che arriva prima ancora di vederlo. Poi le piante vengono tagliate, finiscono a terra, e comincia la parte che nessuno racconta. Chi le lavora? Chi ne ricava fibra, …
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Cumbre Trump – Xi Jinping: puja geopolítica y por el control de la Inteligencia Artificial

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, recibió este jueves en la Casa Blanca a su par chino, Xi Jinping, en una cumbre que concentró la atención internacional.

Tras la cumbre, ambos líderes dieron una conferencia de prensa en conjunto. Allí, el presidente chino le advirtió a su par estadounidense que ambos países tienen la responsabilidad de desarrollar la Inteligencia Artificial “bajo control humano”.

“Debemos asegurarnos de que siempre esté bajo control humano y sirva al pueblo”, agregó, en medio del debate sobre la seguridad en el desarrollo de la inteligencia artificial se intensificara en los últimos días.

Sobre el cierre de su discurso, planteó que ambos países deben “mantener una postura de no conflicto”. “Saldremos ganando con la cooperación y perderemos en el conflicto”, agregó.

Trump reconoció que en la reunión discutirán temas vinculados a la seguridad en el desarrollo de la IA, a la que se refirió como “superinteligencia”. Según dijo, las decisiones que tomen Estados Unidos y China sobre estos temas pueden ayudar a “promover la paz durante las próximas décadas”.

En paralelo, Trump aseguró que lograron “enormes avances en los problemas que afectan a los dos países” y destacó la creación de una junta de comercio bilateral.

Estados Unidos impuso restricciones a la exportación de determinados chips y tecnologías avanzadas hacia China, mientras el gobierno de Xi Jinping busca acelerar el desarrollo de su propia industria tecnológica.

La posibilidad de establecer mecanismos de comunicación para evitar que un incidente relacionado con estas tecnologías genere una crisis mayor también forma parte de las conversaciones.

«Si nos enfocamos en nuestros intereses comunes, confío en que podamos lograr mucho. La búsqueda de esos intereses comunes ha conectado a nuestros pueblos a través de los vastos océanos, las enormes distancias y las muchas diferencias e incluso nos convirtió en aliados en la Segunda Guerra Mundial», recordó.

La reunión llega después de que Estados Unidos y China acordaran extender una tregua comercial que debía expirar el 10 de noviembre. El secretario del Tesoro estadounidense, Scott Bessent, informó el miércoles que ambos países acordaron prolongarla hasta el 10 de enero, después de conversaciones con el viceprimer ministro chino, He Lifeng.

La situación de Irán también ocupará un lugar en la agenda. Trump busca que China utilice sus vínculos con Teherán para contribuir a una salida al conflicto y aumentar la presión sobre el gobierno iraní. Beijing, que mantiene importantes relaciones comerciales y energéticas con Irán, se opuso a las acciones militares estadounidenses contra ese país.

Otro gran tema será Taiwán, uno de los principales focos de tensión entre ambos gobiernos. China considera a la isla parte de su territorio y rechaza el respaldo militar estadounidense a Taipéi.

Estados Unidos, en tanto, mantiene una política de apoyo a Taiwán y continúa proporcionando armamento para reforzar su capacidad de defensa. La cuestión podría volver a generar diferencias durante la reunión.

El secretario de Estado estadounidense, Marco Rubio, señaló que se analiza la posibilidad de establecer “el equivalente a una línea directa como la que teníamos durante la Guerra Fría” para evitar incidentes que puedan afectar a las economías y sociedades de ambos países o incluso provocar un conflicto entre Estados.

Trump busca además mantener el contacto directo con Xi y pretende que el presidente chino participe en la cumbre del G20 en diciembre, prevista en su resort de Doral, Florida. Xi, por su parte, espera que Trump asista a la cumbre de APEC en noviembre, en Shenzhen, China.

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Milei afirmó en Nueva York que “Argentina es la nueva tierra prometida”

Nueva York / Buenos Aires. – El presidente Javier Milei aseguró este miércoles 23 de septiembre de 2026 que Argentina se ha convertido en “la nueva tierra prometida” para quienes deseen invertir. La declaración se produjo durante su estadía en Nueva York, donde participa del 81.º período de sesiones de la Asamblea General de las Naciones Unidas, al responder a una consulta periodística sobre si se concretarían inversiones en el país.

El ministro de Economía, Luis Caputo, añadió: “Como decimos con el presidente, tenemos una suerte de cobertura de hedge natural (cobertura natural), porque si la situación mundial se pone aún más tensa, bueno, más van a demandar estas cosas”.

La frase de Milei recupera una expresión que, años atrás, empleó de manera reiterada el rabino Sergio Bergman, quien fuera ministro de Ambiente y Desarrollo Sostenible (y luego secretario) durante la gestión de Mauricio Macri (2015-2019). Bergman, rabino de la Congregación Israelita Argentina y fundador de la Fundación Argentina Ciudadana, se refirió en múltiples oportunidades a la Argentina como “tierra prometida”. En una entrevista de diciembre de 2009 con el diario La Nueva, afirmó que “la tierra prometida, para el rabino Sergio Bergman, es la Argentina” e instó a los jóvenes a comprometerse para construirla, señalando que quizás los adultos no lleguen a verla plenamente. En conferencias y textos como “Argentina ciudadana: del paraíso perdido a la tierra prometida”, planteó que el país, fundado en los valores de la Constitución, constituye esa tierra de promesa, aunque la mayor restricción “somos los mismos argentinos”.

Acompañado por el ministro de Economía, Luis Caputo, el mandatario enfatizó el atractivo de las políticas económicas actuales. Caputo amplió el mensaje: “Lo que más atrae el presidente y las políticas que estamos llevando a cabo es inversiones en la economía real, que eso es lo que el país necesita y el mundo”. Agregó que “hoy el mundo necesita todo lo que Argentina tiene ventaja comparativa, que es energía, minerales críticos, alimentos, talento humano”, y habló de una “cobertura natural” ante tensiones internacionales. “Hay muchas cosas que van a venir… el nivel de inversiones en la economía real va a ser fenomenal”, concluyó.

Una de las declaraciones más polémicas circuló en videos de finales de 2017, cuando Bergman era funcionario. En ellas sostuvo que Argentina, “como tierra prometida”, debía entenderse también como sagrada “para ser partida y repartida”, en analogía con el origen del Estado de Israel en la partición de 1947 por las Naciones Unidas. Esas palabras generaron fuertes críticas en sectores opositores y medios, que las vincularon a una injerencia indebida sobre la soberanía territorial.

La coincidencia en la metáfora bíblica —“tierra prometida”— vuelve a poner sobre la mesa, casi una década después, un lenguaje cargado de resonancias religiosas e históricas en la política argentina.

 

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Due strati di carbonio, uno di canapa: stesso risultato negli urti

Quando si parla di canapa nei materiali compositi, il punto non è costruire oggetti “interamente di canapa”, ma capire quanto una fibra vegetale possa sostituire rinforzi sintetici mantenendo prestazioni meccaniche adeguate, o addirittura migliorandole. Uno studio pubblicato nel Journal of Materials Engineering and Performance ha analizzato proprio questa possibilità attraverso laminati sottili ibridi realizzati con …
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La nueva tracción a sangre – Por Ivone Alves García



Por Ivone Alves García

Cuatro décadas de crisis no dejaron en la Argentina una pobreza pasajera. Dejaron una pobreza con domicilio fijo, con generaciones nacidas y criadas adentro de ella, que Buenos Aires terminó incorporando a su paisaje con la misma naturalidad con que incorporó un semáforo o una parada de colectivo. Familias enteras durmiendo en la calle, adictos sin que el sexo, el color o la edad salve a ninguno, carros empujados a pulso durante kilómetros, una marginalidad que ya no se presenta como emergencia sino como mobiliario urbano permanente: eso es lo que queda cuando una sociedad decide, sin votarlo nunca, que ya nada le sorprenda, que mientras pueda salvarse a sí misma, lo demás no importa.

Los números no dejan margen para la duda ni para la excusa. En 1980 vivían 37.010 personas en villas, asentamientos y núcleos habitacionales transitorios de la Ciudad. En 1991 eran 52.608. En 2001, 107.805. En 2010, 163.587. Hoy rondan las doscientas mil (1). Esa curva no describe una crisis puntual que se supera y se deja atrás: describe una acumulación continua, década tras década, gobierno tras gobierno, en la que cada derrumbe sumó una capa nueva de gente que la recuperación siguiente jamás llegó a disolver. Nadie recuperó ese terreno. Nadie lo intentó en serio.

La hiperinflación de 1989 fue el primer gran quiebre y mostró la velocidad con la que esta sociedad puede caer: en mayo de 1988 el 12,7 por ciento de los porteños estaba bajo la línea de pobreza; en octubre de 1989, el 22,5 por ciento; en el conjunto del Gran Buenos Aires, el 47,3. Los años noventa demostraron algo todavía más incómodo: que estabilizar la moneda no reconstruye lo que la moneda rota ya había destruido. La pobreza bajó al 16,8 por ciento en el Gran Buenos Aires en 1993, sí, pero la desocupación abierta subió del 5,5 por ciento en 1985 al 18,9 por ciento en 1995, y hacia 1999 la pobreza ya había vuelto a trepar al 26,7 por ciento. El trabajo dejó de ser la vía de integración que había sido durante buena parte del siglo XX y nadie construyó otra en su lugar. Se limitaron a mirar cómo esa función social se apagaba.

En mayo de 2002, prácticamente la mitad de la población del Gran Buenos Aires estaba bajo la línea de pobreza. En octubre, el 54,3 por ciento. Ahí nació la escena que hasta hoy define a esta ciudad: hombres y mujeres revisando bolsas de residuos, arrastrando carros cargados de cartón entre los colectivos de avenidas de seis carriles. El Gobierno porteño reaccionó formalizando esa actividad con la Ley 992, armando cooperativas, centros verdes, alguna cobertura social. Y sin embargo — y esto es lo que nadie quiere decir en voz alta — el cartonero no desapareció cuando la economía volvió a crecer. Quedó incorporado a Buenos Aires como una función urbana permanente, como si empujar un carro con la propia espalda fuera, a esta altura, un empleo más de la ciudad. Lo que había sido la respuesta desesperada a un derrumbe nacional se convirtió en el funcionamiento normal de una de las ciudades más ricas del país. Eso no es una historia de superación. Es una historia de asimilación de lo intolerable, y punto: no hay gobierno, de ningún signo, que pueda reclamar haberla revertido, porque ninguno lo hizo.

Ahí adquiere su verdadero peso la imagen de la tracción a sangre, y conviene detenerse en ella porque es la clave de todo lo demás. Buenos Aires empezó a restringir la circulación de vehículos tirados por animales desde los años sesenta, y en 1968 la prohibición ya alcanzaba amplias zonas de la ciudad. La decisión fue clara y no admitió matices: hacer que un caballo arrastrara un peso semejante, durante horas, sobre el asfalto, era un maltrato inaceptable, y la ciudad no estaba dispuesta a seguir permitiéndolo. Décadas después reapareció el mismo carro, con la misma carga, tirado ahora por una persona que dobla el cuerpo entero para moverlo entre colectivos y automóviles. No hubo una decisión explícita que reemplazara al animal por el ser humano. Hubo algo bastante más grave y mucho más revelador: una sociedad que le reconoció al caballo una dignidad física que jamás extendió a la persona que terminó ocupando su lugar exacto, en la misma calle, con la misma carga, con el mismo esfuerzo. Esa es la medida exacta — no aproximada, exacta — de cuánto hemos naturalizado. Prohibimos que un animal sufriera así. Toleramos, sin pestañear, que un ser humano sufra exactamente así todos los días desde hace más de veinte años.

Los datos sobre el crecimiento de las villas porteñas reflejan esta realidad: entre 1980 y 2001 la población se triplicó, y en la década siguiente siguió aumentando. No se trata de familias atravesando una dificultad pasajera, sino de personas que levantaron su vida entera en esos barrios. Con el tiempo, la pobreza dejó de ser una racha de ingresos insuficientes para transformarse en una realidad estructural, con un entorno y una economía informal que se afianzaron como parte de la rutina diaria.

Esa permanencia ya no necesita ninguna estadística para probarse: se camina, se huele, se atraviesa. Y no solo en el sur, no solo en la villa de siempre — se ve en los barrios, se ve en pleno centro. En Once, en Retiro, hay cuadras enteras que después de que oscurece se volvieron directamente intransitables. Se multiplicaron los indigentes. La gente duerme a la intemperie contra cualquier persiana, en cualquier zaguán, sin que a esta altura eso mueva a nadie a llamar a ningún lado. Los adictos se drogan a la vista de todos, en la vereda, a plena luz si hace falta. Los robos ya casi nadie los denuncia, porque para qué. Y lo primero que golpea, caminando por ahí, ni siquiera es lo que se ve: es el olor. Orina y materia fecal pegados a las fachadas de edificios que supieron tener otro brillo y hoy están sin mantenimiento, cerrados, con casas enteras vacías en pleno centro de la Ciudad más rica del país. Ese deterioro no necesita ninguna planilla del INDEC para probarse. Alcanza con salir a caminar después de las ocho de la noche y dejar de mirar para otro lado.

El último relevamiento oficial de la Ciudad, de noviembre de 2025, registró 5.176 personas en situación de calle: 1.613 directamente en la vía pública, 3.563 alojadas en Centros de Inclusión Social. Los censos de organizaciones sociales dan cifras bastante mayores. Con el dato oficial alcanza y sobra para entender la dimensión: miles de personas dependen hoy, en esta ciudad, de una vereda, una estación, un parador o una cama transitoria para pasar la noche. Detrás de cada una de esas personas hay una trayectoria distinta — desempleo prolongado, separaciones, destrucción del vínculo familiar, problemas de salud mental, adicciones — pero eso no diluye la responsabilidad de nadie: al contrario, confirma que el sistema que debía sostener a esas personas en cada uno de esos puntos de quiebre falló en todos ellos, uno por uno, sin excepción.

Y mientras tanto, la respuesta del Estado sigue siendo la misma de siempre. Llama el comerciante, interviene la policía, la persona camina dos cuadras y la ciudad sigue su ritmo. El vecino y el comerciante tienen problemas reales, y nadie los obliga a cargar con lo que el Estado abandonó. Pero la escena se repite idéntica: alguien que no tiene adónde ir, expulsado de un umbral para que un negocio pueda abrir. Eso no es política social; es apenas una forma barata de disimular el problema. Desalojar a alguien no le devuelve la salud, ni los documentos, ni el techo, ni el trabajo que se le fueron cayendo de las manos en el camino. Sin esas cuatro bases sostenidas en el tiempo —no como promesas, sino como política real—, la misma historia vuelve a empezar en la esquina de al lado.

Con el paso de los años, esa marcha incesante fue calando más hondo que el mero acostumbramiento: terminó por anestesiar el alma y privarnos de la facultad misma de contemplar al otro. Cuando el dolor ajeno irrumpe de forma efímera, aún logra conmocionar las fibras de nuestra compasión; pero cuando se acampa como rutina en el umbral cotidiano, la mirada lo diluye hasta volverlo invisible. Aquel ser humano, depositario de un aliento divino y de un discurrir vital habitado por gozos y quebrantos, deja de ser contemplado en su sacralidad originaria para quedar reducido a un rótulo que incomoda: el que duerme en el umbral, el que clama por una moneda, el que rebusca entre los despojos, el que se encorva bajo el yugo de su carro. Esa erosión del asentimiento amoroso no constituye un fallo moral exclusivo del transeúnte desgastado; es, en verdad, el fruto maduro y silente de décadas de un Estado que prefirió el maquillaje efímero al auténtico acto de sanación, plenamente consciente —pues las frías estadísticas se lo recuerdan año tras año— de que los remiendos superficiales jamás restituyen la dignidad perdida y tan solo postergan la herida unos metros más allá.

Lo que más pesa en todo esto no es que el problema sea difícil de resolver, sino que se dejó de intentar hace mucho. Correr a alguien de una vereda no es una solución: es una decisión consciente de patear el tema para más adelante. Resulta difícil de entender que una ciudad que en 1968 tuvo la firmeza de prohibir que un caballo sufriera ese desgaste, hoy acepte como algo normal que lo haga una persona. No es una cuestión de falta de recursos, sino de haberse acostumbrado a mirar para otro lado. Y ese acostumbramiento es tan responsable de lo que pasa en la calle como cualquier recorte de presupuesto o cualquier política pública pensada para la foto.

Mientras tanto, bajo la mirada indiferente de la gente que apura el paso para no ver, y bajo el cálculo ruin de una clase política que edificó su confort sobre la resignación ajena, los carros siguen rodando. En 1968 esta ciudad tuvo un destello de conciencia y decidió que ningún caballo iba a seguir arrastrando semejante yugo por sus calles: hubo, al menos esa vez, una dignidad que alguien se tomó el trabajo de salvaguardar. Hoy, más de medio siglo después, un sistema anestesiado —político por desidia, social por agotamiento— contempla en silencio cómo hombres, mujeres, ancianos y niños, sin distinción de sexo, de color ni de edad, todos portadores de ese mismo aliento divino que alguna vez se nos enseñó a reconocer en el rostro del otro, empujan ese peso con la espalda encorvada sin que ya nadie los mire dos veces. Ahí están las mujeres que ninguna marcha nombra, las que duermen solas bajo un cartón o se pinchan en un umbral mientras el discurso oficial se llena la boca hablando de cuidarlas: la pobreza no pregunta el sexo de nadie antes de destruirlo, es cruel exactamente igual con todos, y esa igualdad brutal deja en evidencia a quienes dicen defender a la mujer solamente cuando la mujer aparece en un lugar cómodo para defenderla. No es solamente que el poder haya decidido no resolverlo: es que el resto de nosotros, ocupados en sostenernos a nosotros mismos sobre un piso que también tiembla, dejamos de tener ojos para el que cae. Ahí, exactamente ahí, se consuma la blasfemia cotidiana: hemos resuelto, en el altar silencioso de nuestra propia comodidad, que el esfuerzo que le negamos al animal por compasión sea, sin que nadie lo firme ni lo vote, el único destino posible para nuestros semejantes.

(1) Fuente: DGEyC (GCBA) 1980-2010; INDEC / RENABAP 2010 y 2022. Los dos tramos usan criterios de medición distintos y no son directamente comparables entre sí.

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Il glutine infiamma il cervello

Siamo ancora qui, nel bel mezzo della solita, infinita diatriba esistenziale: il glutine fa bene o fa male?Non serve sterminare intere colonie di topi in laboratorio per comprendere una verità lapalissiana: il glutine non fa bene. Punto.E prima che iniziate a tirare fuori le vostre tessere dell'AIC, no, non mi riferisco soltanto ai celiaci. Parlo ...continua a leggere "Il glutine infiamma il cervello"
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Apparato urinario: il senso biologico

Sento sempre più persone, uomini ma anche donne, che hanno problemi nella minzione.Il sistema escretorio umano è l’insieme di organi responsabili della filtrazione del sangue, della produzione e, alla fine, dell'espulsione dell'urina.È costituito da due reni, dai canali escretori (i calici, la pelvi renale e l'uretere), dalla vescica (dove l'urina viene immagazzinata prima di uscire) ...continua a leggere "Apparato urinario: il senso biologico"
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Andate e moltiplicatevi! 10 100 1000 server nascano — Go forth and multiply! May 10 – 100 – 1000 servers spark up

[IT]

In questi giorni di repressione feroce, ideologica e senza alcuna base di realtà, ci avete spesso chiesto: “Come possiamo aiutarvi?”.

La prima risposta alla domanda è immediata: se volete aiutarci, create nuovi spazi in rete. 

Di server liberi ce ne sono troppo pochi, che si tratti di mail, web hosting o qualunque altro servizio utile.

E non lo pensiamo da oggi, lo pensiamo dal marzo 2001, quando abbiamo fondato A/I – è da quei tempi, infatti, che invitiamo alla creazione di miriadi di server autogestiti e che citiamo la frase pseudo-biblica

“Andate e moltiplicatevi, dissero le cavallette!”.

Ma se prima le nostre parole sembravano una profezia da cyberpunk paranoici, adesso si tratta di una priorità ineluttabile.

Andate e moltiplicatevi, dunque. Copiateci. Copiate quello che abbiamo fatto. Copiate il codice che abbiamo usato. Copiate l ’idea a cui abbiamo cercato di dare forma. Oppure prendete i pezzi che vi piacciono e inventatevi un vostro remix.
Se c ’è qualcosa che può mettere in difficoltà i nostri avversari, oggi, ieri, sempre, è la nostra capacità di diffondere il virus dell ’autogestione e dell ’autodeterminazione, di moltiplicare in maniera frattale le infrastrutture del dissenso. 

Autistici/Inventati non siamo solo noi. Autistici/Inventati muore ma altri mille ne sono già nati e altri mille ne devono nascere ancora.

Ma non basta: quella a cui assistiamo è una strategia coordinata di escalation repressiva
che cerca di cambiare radicalmente le regole del gioco e il suo stesso terreno. Questo significa che il problema non riguarda solo un piccolo gruppo di persone, ma è un tema che va socializzato e assunto collettivamente
nel senso più ampio del termine, dagli individui, passando per i progetti autogestiti fino ad arrivare alla società nel suo complesso. 

In gioco ci sono la libertà d ’espressione, informazione e associazione, l ’esistenza di infrastrutture che resistano
alle smanie di dominio degli autocrati (statunitensi o meno) e la volontà senza confini di sottrarre quelli che si considerano beni di tutti – come le infrastrutture di comunicazione – all ’imperialismo di qualcuno. 

Sono temi molto al di là di noi, riguardano tutti coloro che non vogliono vivere sentendosi merce da manipolare, ma che vogliono determinare autonomamente la propria vita e le proprie relazioni.

Per rispondere all’avanzata del tecno-fascismo è necessario un ampio schieramento comune, solidale e internazionale, per costruire argini che proteggano luoghi e infrastrutture autonome da qualsiasi volontà autoritaria.

Quindi, per tornare alle domande da cui siamo partite: grazie per aver raccontato quello che sta succedendo, per la solidarietà e per la capacità di molti di capire che quello che è successo a noi è un granello che potrebbe diventare valanga, nel male ma forse anche nel bene. 

Sono cose che ci riempiono il cuore, ma adesso è il momento di fare un passo in più, di spingere la nostra immaginazione oltre il ristretto orizzonte
imposto da questi tempi bui. La nostra speranza è che questo attacco alla libertà delle reti scateni una resistenza collettiva forte e creativa. Che mille piattaforme sboccino, che mille collettivi hacktivist si formino, che mille server nascano! Che la fine di A/I dia vita a una miriade di infrastrutture del dissenso mai immaginate prima.

Andate e moltiplicatevi, dissero le cavallette! E mentre vi moltiplicate, provate a immaginare un mondo di lotta, resistenza e autogestione come non lo avete visto mai.

COLLETTIVO AUTISTICI/INVENTATI


[EN]

In these days of rabid, ideological and groundless repression you have often asked us: “How can we support you?”

The first answer that has come to our minds is: if you want to help, create new spaces online. There are way too few autonomous servers around there, whether for email and web hosting or for any other useful communication tools. 

This idea is by no means new. We have been repeating it since March 2001, when A/I began its adventure. Already back then we had started calling for the creation of countless self-managed servers, and with this hope in mind we coined the pseudo-biblical phrase:

“Go forth and multiply, the grasshoppers said!”

As much as these words may have sounded like a paranoid cyberpunk prophecy at the time, today they turn out to be an urgent necessity.

Go forth and multiply, then. Copy us. Copy what we ’ve done. Copy the code we ’ve used. Copy the idea we ’ve tried to give shape to. Or just take what you need from us and remix it.
If there ’s something our adversaries fear and loathe – now, in the past and forever – is our ability to spread the virus of self-management and self-determination, to fractally replicate infrastructures of dissent. 

Autistici/Inventati is not only us. Autistici/Inventati may die, but thousands have already been born and thousand more will arise.

And that ’s not all. What ’s unfolding all around us is a coordinated strategy to escalate repression
with the goal of fundamentally changing not only the rules of the game, but its very terrain. This means that what is happening does not concern just a handful of people, but needs to be shared and faced collectively
and as widely as possible – by individuals, autonomous projects, organizations and by the whole society. 

What ’s at stake is freedom of speech, information and association, as well as the sheer existence of infrastructure capable of resisting authoritarianism
(not only in the United States). What ’s at stake is the possibility to keep fighting everywhere to defend fundamental commons – like communication infrastructures – from someone ’s imperialism.

It ’s something well beyond ourselves. It concerns anybody who wants to live without feeling commodified and strives to self-determine their lives and relationships. If we want to resist this advancing techno-fascism, we need a wide international solidarity effort to build frameworks protecting autonomous infrastructure and spaces that are free from any authoritarian intent.

So, let ’s get back to the question we started with: we are thankful to all of you who have been telling the story of what ’s happened to us. We are grateful for the wide solidarity that you ’ve shown to us and for your ability to understand that what ’s happened to us is but one small step in the cascade of events that will probably unfold, certainly for worse, but perhaps also for better.

This vision fills our hearts. But now it ’s time to take a step further, to push our imagination beyond the shrinking horizons of possibility
these dark times force on us. Our hope is that this attack on the freedom of networks unleashes powerful and creative collective resistance. May a thousand platforms bloom, may a thousand hacktivist collectives be born, may a thousand servers spark up! May the end of A/I produce a myriad instrastructures of dissent as we could never imagine before.

Go forth and multiply, the grasshoppers said! And while you ’re at it, try and imagine a world of struggle, resistance and self-management the likes of which you have never seen.

AUTISTICI/INVENTATI COLLECTIVE

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♥️ LA LOGICA DELLA VITA: LEGGI BIOLOGICHE

La bellezza della Natura è che tutto è perfetto e tutto ha un senso, anche nella cosiddetta "malattia". Il nostro corpo reagisce automaticamente e biologicamente quando un evento ci coglie impreparati.Nel corso dell'evoluzione la Natura segue un principio semplice e fondamentale: l'istinto di sopravvivenza (del singolo e della specie).Così facendo il cervello umano ha codificato ...continua a leggere "♥️ LA LOGICA DELLA VITA: LEGGI BIOLOGICHE"
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Leggi Biologiche alla portata di tutti

Come ogni anno, sono sempre onorato e felice di presentare il corso (in presenza e anche online) sulle Leggi Biologiche!Stiamo parlando di conoscenze fondamentali per diventare Uomini liberi.Per quale motivo, infatti, l’uomo si ammala? Colpa del destino, della sfortuna o di una genetica difettosa, come afferma la medicina?E come mai si “ammala” proprio quell’organo e ...continua a leggere "Leggi Biologiche alla portata di tutti"
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Allergie, queste sconosciute (dalla medicina)

Come mai sempre più persone sono allergiche? Qual è la causa?La medicina brancola nel buio più totale e definisce l’allergia come una reazione anomala del corpo verso determinate sostanze, dette allergeni. Ma non ne spiega il motivo.Perché, infatti, una persona reagisce a “qualcosa” con il muco, con il naso colante, con l'asma o con un ...continua a leggere "Allergie, queste sconosciute (dalla medicina)"
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Il Fiore della salute

Ragazzi, se in giro vedete questo fiore, evitate di chiamare un botanico per fare i saputelli e, per carità, lasciate in pace le forze del disordine (che hanno già abbastanza grattacapi con i parcheggi in doppia fila e le multe per bestemmie in pubblico).Mandate una foto e la geolocalizzazione direttamente a me. Per pura curiosità ...continua a leggere "Il Fiore della salute"
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Funghi Fantastici

I funghi sono creature misteriose. Spuntano all'improvviso, dal nulla, con le loro splendide forme e colori, e altrettanto rapidamente scompaiono.Per migliaia di anni le loro sorprendenti apparizioni e le enigmatiche sparizioni li hanno resi una sorta di frutti proibiti.Alcuni funghi sono in grado di ucciderci, altri possono guarirci, molti possono nutrirci e altri ancora possono ...continua a leggere "Funghi Fantastici"
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Howto tecnico per salvare i tuoi dati sui servizi A/I – Technical howto to back up your data on A/I services

[IT]

Nei prossimi 10 giorni tutti i servizi sui server Autistici/Inventati saranno spenti.

Questo significa che tutte le mail smetteranno di funzionare, quindi se avete utilizzato le nostre caselle di posta per registrarvi su servizi vari online dovete al più presto cambiare queste mail.

Di seguito trovate indicazioni su come esportare dati per i vari servizi presenti sulla infrastruttura di A/I.

1. NOBLOGS

Gli owner e admin dei blog riceveranno un’email con un link per scaricare il proprio blog inclusi post e uploads, in una forma che rende possibile la migrazione su una diversa piattaforma WordPress.

Ecco le istruzioni passo dopo passo per importare quello che ti forniamo in una nuova installazione di WordPress:
  1. Accedi alla bacheca del tuo nuovo blog WordPress.
  2. Passa il mouse su Strumenti nel menu a sinistra e clicca su Importa.
  3. Trova la voce WordPress in fondo alla lista e clicca su Installa ora.
  4. Clicca su Avvia l’importazione una volta completata l’installazione.
  5. Clicca su Scegli file e seleziona il file XML salvato sul tuo computer.
  6. Clicca su Carica file e importa.
  7. Assegna gli articoli a un autore esistente o crea un nuovo utente nella schermata successiva.
  8. Seleziona la casella Scarica e importa gli allegati per trasferire anche le immagini e i media.
  9. Clicca su Invia per avviare il processo. Al termine apparirà un messaggio di conferma.

Se riscontri errori durante il caricamento (ad esempio per file troppo grandi), contattaci scrivendo una mail a help@inventati.org. Possiamo spiegarti come aumentare il limite di caricamento o come dividere il file XML in parti più piccole. (o cerca online).

Inoltre, importare gli allegati funzionerà solo se noblogs.org è ancora accessibile. Se non lo è, dovrai installare nel tuo nuovo blog un plugin specializzato per cambiare i link ai files salvati.

Nota che dopo lo spegnimento della nostra infrastruttura non sarà più possibile contattarci. Se pensi di aver bisogno di aiuto con la migrazione, cerca di migrare il tuo blog su una nuova piattaforma WordPress prima di quella data.

2. MAIL

I vostri messaggi di posta sono conservati in formato criptato nei dischi nei nostri server, noi non possiamo accedere al contenuto, soltanto voi con la vostra password potete. È importante che scarichiate la vostra casella prima della chiusura dei servizi di A/I, successivamente non sarà più possibile recuperare i messaggi.

Dalla webmail non è possibile scaricare i messaggi. Potete solo selezionarli in blocco e cancellarli, di fatto svuotando la casella. Per salvarli dovete installare un software per la gestione delle email sul vostro computer e scaricarli. Consigliamo di usare Thunderbird. Qui trovate la guida su come fare:

https://www.inventati.org/docs/mail/thunderbird

Non forniremo informazioni per attività di sincronizzare ed esportazione verso servizi di posta terzi e/o commerciali.

La rubrica dei contatti può essere scaricata dalla webmail, usando l’opzione “Esporta” nel menu “Contatti”.

Parametri di connessione
  • Protocollo: IMAP
  • Server in entrata:
    • Server: mail.inventati.org
    • Porta 993 (SSL/TLS) / 143 (STARTTLS)
  • Server in uscita:
    • Server: smtp.inventati.org
    • Porta: 465 (SSL/TLS) / 587 (STARTTLS)
  • Il nome utente dev’essere identico al tuo indirizzo email.

3. SITI WEB

Consigliamo di scaricare i contenuti dei siti web attualmente ospitati su A/I usando il protocollo WebDAV con un client opportuno. Ricordiamo che i parametri di accesso sono disponibili su https://www.inventati.org/docs/web/webdav#come-scaricare-il-tuo-sito

Troverete un dump dei database SQL associati ai siti nella home directory dell’account WebDAV.

Software consigliati

4. MAILING LIST e NEWSLETTER

Agli admin di mailing list e newsletter è stata inviata una mail con la lista degli iscritti. se non l’avete ricevuta controllate la cartella dello spam o inviate una mail a help@inventati.org specificando il nome della lista (le mail verranno in ogni caso inviate solo agli indirizzi indicati come owner della lista in questione).

Se volete ricevere l’archivio dei messaggi (se esiste) mandate una mail a help@inventati.org e vedremo cosa riusciamo a fare.


[EN]

In the next 10 days Autistici/Inventati’s services will be terminated.

This means that all email accounts will stop working, so if you have used them to register on third-party services you will have to change your username (or your recovery email) for those services.

This page includes instructions on how to export your data on services you have been using in A/I’s infrastructure.

1. NOBLOGS

Blog owners and admins will receive an email with a link to download a backup of their blog, including posts and media uploads, in a format that will make it possible to migrate to a different WordPress platform.

Here’s a step-to-step tutorial on how to import the downloaded data to a new WordPress site:

Steps to Import your Noblogs backup to another WordPress site:
  • Log in to the dashboard of your new WordPress blog.
  • Hover over Tools in the left-hand menu and click Import.
  • Find WordPress at the bottom of the list and click Install Now.
  • Click Run Importer once the installation is completed.
  • Click Choose File to select your saved XML file from your computer.
  • Click Upload file and import.
  • Assign the posts to an existing author or create a new user in the next screen.
  • Check the box labeled Download and import file attachments to copy your images and media over.
  • Click Submit to start the import process. A success message will appear when it is done

If you see an error message during the upload process (e.g. because files are too large) send an email to help@inventati.org. We can send instructions on how to increase the upload limits or split the XML file into smaller parts. (Alternatively you can look online for solutions.)

It’s important to note that importing uploaded media will only be possible if noblogs.org is still accessible. Once Noblogs stops working, you’ll need to install a plugin in your new blog to change links of saved files.

Note that once our infrastructure has been shut down, contacting us will net be possible. If you think you may need help with migration, please make sure to import your backup to your new WordPress blog before that date.

2. EMAIL

While stored in our servers, your mail messages are encrypted: we cannot access their content, and only you can decrypt with your password. It is crucial to download your mailbox before A/I’s services are shut down, as it will be impossible to recover your messages afterwards.

You cannot download messages through the webmail. In the web interface you can only select all your mail in bulk and delete it, to empty your maillbox. If you want to download your messages, you need to install a mail client in your computer. We recommend using Thunderbird. You can find a howto here:

https://www.inventati.org/docs/mail/thunderbird

We will not provide instructions on how to sync or export your mail to third-party and/or commercial email services.

You can download your contacts list from the webmail, through the “Export” option in the “Contacts” menu.

Connection Parameters
  • Protocol: IMAP
  • Incoming Mail:
    • Server: mail.inventati.org
    • Port 993 (SSL/TLS) / 143 (STARTTLS)
  • Outgoing Mail:
    • Server: smtp.inventati.org
    • Port: 465 (SSL/TLS) / 587 (STARTTLS)
  • The username should be your email address.

3. WEBSITES

We recommend downloading the contents of websites hosted on A/I’s servers using the WebDAV protocol through an appropriate client. Access parameters can be found here: https://www.inventati.org/docs/web/webdav#how-to-download-your-website

You’ll find a dump of the SQL databases associated to your website/s in the home directory of your WebDAV account.

Recommended Software

4. MAILING LISTS and NEWSLETTERS

Mailing list and newsletter admins have already received an email with the list of subscribed users. If you haven’t received it, check your Spam folder or send an email to help@inventati.org, making sure to include the name of your list in your message. (Note that this information will only be sent to the email address of the list owner/s).

If you enabled message archiving in your mailing list and you would like to download the archive, send an email to help@inventati.org and we’ll try to find a way of helping you.

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A/I Chiude, Restare Umani – A/I Shuts Down, Stay Human

[IT]

Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana.

Per noi restare umani non è un semplice slogan.

Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate.

Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali.La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte.

A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine.

Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo.

Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi.

Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati.

Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”.

Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani.

A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere.

Collettivo Autistici/Inventati

[EN]

The day we discovered we had been designated a global terrorist organization, we promised that we would try to resist as long as this was possible, that we would not back down as long as we could see options to stand our ground. For years, we have proudly maintained and defended a free, privacy-friendly, autonomous and politically committed infrastructure.

“Stay human” is not an empty phrase to us.

It means, above all, that we have a responsibility to protect our users, those who build the human networks we rely, and for the communities who flooded us with messages of support and solidarity.

We cannot engage in a fight or expose ourselves to manipulations that threaten the lives of these people and their loved ones, leaving them at the mercy of autocrats, fascists and agencies that take extra-legal courses of action. The possibility that our work may cause legal and financial consequences to those who are close to us – or even only have something to do with us – leaves us no choice.

A/I is shutting down. The Autistici/Inventati collective is shutting down and will soon discontinue all of the services we provide.

There is no easy way to announce or explain this.

Every day we stayed online after August 26, 2026, has been a victory, but now we are forced to stop.

None of us holds eroic gestures and martyrs in high esteem, therefore we will demand no sacrifices. Not from us, not from anyone else. In this political climate, continuing to offer our services endangers our users and anyone who is part of our communities. In a world where allegations are disconnected from reality, we can only expect repression to be increasingly disproportionate. Under these circumstances, we are no longer able to maintain our original mission – offering secure and non-commercial digital tools.

These 25 years have been amazing. It’s been an “incredible ride”.

Now turn off your PCs, get out of your homes, struggle, hug each other and keep on smiling. We are stopping, but the Resistance and ideas do not stop. Stay human.

We will soon send instructions on how to back up the content of your blogs, mailboxes and websites, along with more technical recommendations. But keep in mind that, just as the autistici.org domain was made unreachable without previous notice, in the next few days we might suffer similar issues that we may not be able to predict.

Autistici/Inventati Collective

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Banca Etica sequestra i fondi di A/I / Banca Etica shuts down A/I funds

[IT]

Venerdì 4 settembre Banca Etica ci ha comunicato in una riunione che eserciterà l’opzione di rescissione unilaterale dal contratto con l’Associazione AI ODV e che i fondi attualmente presenti sul conto frutto delle donazioni di migliaia di persone, associazioni e collettivi non saranno nella disponibilità dell’Associazione.

Al di là delle molte parole spese dai dirigenti della Banca per lavarsi la coscienza, i fatti dicono che Banca Etica non solo si adegua al diktat dell’autocrate statunitense, ma ne rincara la dose mettendosi al suo stesso livello.

E tutto questo senza alcun preavviso e senza darci alcuna possibilità di disporre dei fondi dell’Associazione in maniera adeguata o di trovare una soluzione condivisa.

La decisione di Banca Etica di fatto ci mette nell’impossibilità di onorare i nostri impegni amministrativi, pagare i nostri fornitori ed erogare i servizi che le persone che hanno scelto A/I si aspettano.

L’Associazione non ha altra soluzione che adire tutte le vie legali a nostra disposizione contro questa decisione, che riteniamo illegittima e immotivata (allo stato attuale delle cose), per fare in modo che le donazioni che le persone ci hanno affidato possano tornare a nostra disposizione.

[EN]

On Friday, September 4th, Banca Etica met the AI ODV association in a videocall and told us that they are going to shut down our bank account unilaterally, thus terminating our contract for good, and that the funds still on the account, which we raised through donations from thousands of people, organizations and collectives, will not be at the association’s disposal.

Banca Etica has been spending many words to justify their actions and pretend they are on our side, but their actions counter all of their statements, clearly showing how they are just faithful servants of the US autocrat.

And this has happened without us being notified or allowed to adequately use our funds or agree upon some kind of solution.

Banca Etica’s decision has made it impossible for us to honour our administrative committments, to pay our service providers and to provide our users with the services they have chosen us for.

The AI ODV association has no other option than to pursue all the legal tools available to counter this decision, which we deem illegitimate and unmotivated (at least as things stand at the present moment), so as to be able to access the funds people donated to us.

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Presentiamo keepitfree.ai / Announcing keepitfree.ai

[IT]

Dal 26 agosto, quando il Dipartimento del Tesoro statunitense, tramite OFAC, ci ha sanzionato come “Specially Designated Global Terrorist” (SDGT), sono successe tante cose, tanto si è mosso. Ed è solo l’inizio.

Il 28 agosto il dominio autistici.org è sparito dalla faccia del globo terracqueo.

Tutto questo, è bene sottolinearlo ogni volta, nonostante A/I non abbia compiuto alcun reato, né negli USA e tanto meno in Italia, e nonostante nessun giudice, USA o italiano, ci abbia mai contestato alcunché.

Non siamo e mai saremo una struttura “neutra”. Siamo un collettivo antifascista e anticapitalista, che usa la tecnologia per rendere possibile una comunicazione libera in cui la privacy non sia un mero dato di marketing, ma un fatto reale.

Abbiamo deciso di creare uno spazio unico per raccogliere quello che sta avvenendo dopo il 26 agosto, per permettere a tutta quella imprevedibile, caotica, magnifica comunità solidale di restare aggiornata più facilmente sulle conseguenze della decisione del governo USA e su quello che stiamo facendo.

Su #KeepItFree troverete comunicati, aggiornamenti tecnici, rassegna stampa, solidarietà, campagne, lettere aperte, banner, petizioni e speriamo molto di più.

Sono stati giorni convulsi, e i prossimi non saranno più leggeri. Per questo vi chiediamo di continuare a sostenerci e a costruire con noi una comunicazione resistente. Perché comunicare non è terrorismo. Perché noi siamo la Resistenza.

Perché crediamo in infrastrutture solidali, antifasciste, ma soprattutto libere. KEEP THE INTERNET FREE!

https://keepitfree.ai/it/announcements/presentiamo-https/keepitfree.ai/

[EN]

Many things happened since August 26, 2026, when the Office of Foreign Assets Control (OFAC) at the US Department of the Treasury included us in their list of “Specially Designated Global Terrorists” (SDGT). This is just the beginning.

On August 28 our autistici.org domain was wiped from the face of Earth.

Bear in mind: all of this happened without A/I committing any crime, neither in Italy nor in the US, and without any prosecutor ever indicting us either for felonies or for misdemeanors.

We are not a “neutral” structure, and we will never be. We are an anti-fascist and anti-capitalist collective, we use technology to enable independent communications and we believe privacy is not a mere marketing claim, but an actual value.

We have now created a dedicated space to document what has been unfolding since August 26, to empower our unpredictable, chaotic and magnificent solidarity network by keeping it up to date with the consequences of the US government designation and our responses.

On #KeepItFree you will find press releases, technical updates, news articles, expressions of solidarity, support campaigns, open letters, banners, petitions, and much more.

These days have been crazy, and the next to come won’t be calmer. So we ask you to keep supporting us and stand with us in building a communication infrastructure that speaks Truth to Power. Speech is not terrorism. Expect resistance.

KEEP THE INTERNET FREE!

https://keepitfree.ai/announcements/announcing-https/keepitfree.ai/

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Comunicato di Solidarietà Autistici-Inventati

✇unit
di: Unit

LAMAGLIETTA

Giro di vite contro gli hacker, edizione 2026

Solidarietà a Autistici/Inventati per la designazione speciale di terrorismo globale da parte del Dipartimento di Stato americano in collaborazione speciale con la tesoreria yankee.

"Specially Designated Global Terrorist" significa letteralmente: "decidiamo noi chi è terrorista" in barba alle liste ONU o …

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Banca Etica limita l’operatività del conto dell’Associazione AI ODV / Banca Etica temporarily suspends A/I bank account

[IT]

Cominciamo dai fatti.

A seguito dell’iscrizione del Collettivo A/I e dell’Associazione AI ODV nella lista delle organizzazioni terroristiche globali, dopo alcune telefonate informali Banca Etica ha limitato l’operatività del conto bancario dell’Associazione nella giornata di martedì 1 settembre 2026 alle 9 di mattina. La comunicazione rispetto a tale limitazione cautelativa in attesa di verifiche è avvenuta in forma scritta solo alle 13. Alle 16 dello stesso giorno si è svolta una riunione tra rappresentanti della Banca e team legale dell’Associazione AI ODV.

Durante questo incontro Banca Etica ha confermato che la limitazione del conto rimarrà operativa quantomeno fino all’esito delle richieste interpretative formulate dalla Banca al MEF, a ABI e ad Assopopolari, nonché a consulenti legali esterni. A oggi, pertanto, Banca Etica non ha comunicato nessuna disponibilità a riattivare il conto.

La nostra posizione in merito non cambia: riteniamo che la scelta di Banca Etica (che ha scelto e non è stata obbligata a limitare il conto) sia eccessiva in termini di zelo e nemmeno rientri in quanto previsto dal provvedimento statunitense. Chiediamo quindi che venga ripristinata immediatamente l’operatività del conto.

Banca Etica e le istituzioni economico-finanziario-politiche di suo riferimento intendono adeguarsi alla prepotenza delle decisioni extragiudiziarie e al bullismo politico di un paese terzo che non ha su di esse alcuna giurisdizione? Noi pensiamo sia ora che alle parole di solidarietà seguano fatti concreti e azioni che vi corrispondano. Oppure si può scegliere di essere subordinati agli Stati Uniti come dimostrato in questi giorni.

Collettivo Autistici/Inventati


[EN]

Let’s start from the beginning.

Following the designation of A/I Collective and Associazione AI ODV [ODV: nonprofit organization legally recognized in Italy] as Specially Designated Global Terrorist, Banca Etica, through a series of phone calls, communicated the temporarily suspension of the Association’s bank account, effective from Tuesday, September 9, 2026, at 9:00 AM (Italian time). The follow-up formal communication regarding the precautionary suspension of the account pending verification was delivered in written form only at 1:00 PM. Later on the same day, at 4:00 PM, the bank representatives met with Associazione AI ODV legal team.

During this meeting, Banca Etica confirmed that the temporary suspension of the account will stay in place at least until they receive a response to the inquiries they forwarded to the Italian Ministry of Economy and Finance (MEF), the Italian Banking Association (ABI), and the Italian National Association of Cooperative Banks (Assopopolari), as well as to external legal consultants. Thus far, Banca Etica did not communicate any intention to reinstate the account.

Our position on this matter does not change: Banca Etica’s decision to restrict the account in the absence of a legally binding request is excessive both in terms of over-compliance and with respect to the US designation itself. We thus demand our account to be immediately reinstated in full.

Are Banca Etica and associated financial, economic, and political institutions willing to submit to the arrogance of extra-judiciary decisions and political bullying of a third country that bears no jurisdiction over them? This is the time for words of solidarity to be matched by concrete actions. The alternative is to choose to be subordinated to the United States.

Autistici/Inventati Collective

  •  

Your mail isn’t lost: info on how to get it back – No, non hai perso tutta la mail: ecco come accedere alla tua posta

[EN]

Some hours ago the domain autistici.org became unreachable. Together with it, we also lost the mail server address mail.autistici.org and of course you won’t be able to receive any further emails on your @autistici.org email account.

But not all is lost!

  1. If you have an @autistici.org email address, we will soon restore your mail address on a new domain (we’re working on it!). Until this is done, you won’t be able to receive or send new emails, but you will still be able to access your account. You will find all your existing emails there.
  2. If you have an email address on our servers using any other domain, you can now access your mailbox and receive and send emails both on the webmail or through your usual mail client.
  3. To access your mailbox on the webmail, go to https://www.inventati.org and click the Login button in the top left corner of our home page. Then enter your normal email credentials to log in to your account.
  4. For standalone clients (such us Thunderbird, etc.) you will only need to change the mail server address from mail.autistici.org to mail.inventati.org (for incoming email) and from smtp.autistici.org to smtp.inventati.org (for outbound email). Once you’re done, you will be able to log in to your mailbox as usual.

We are trying to survive this apocalypse (as well as possible). Keep tight! We will keep updating you step by step on our blog.

[IT]

Stanotte il dominio autistici.org è andato giù. Per questo, il server di posta mail.autistici.org è diventato irraggiungibile e le mail dirette agli indirizzi @autistici.org non possono venire recapitate.

Ma non tutto è perduto!

  1. Se hai un indirizzo @autistici.org stiamo lavorando per trasferire la tua casella su un nuovo dominio (su questo seguiranno presto aggiornamenti!). Nel frattempo non potrai inviare o ricevere nuove mail, ma potrai comunque accedere al tuo account. Una volta dentro, troverai tutto il tuo archivio di posta.
  2. Se hai un indirizzo di posta sui nostri server con qualsiasi altro dominio, puoi nuovamente accedere alla tua casella e spedire e ricevere mail usando la webmail o il tuo solito client di posta.
  3. Per accedere alla webmail, apri la nostra home all’indirizzo https://www.inventati.org e clicca Login in alto a sinistra. Poi inserisci il tuo nome utente e la tua password per accedere al tuo account.
  4. Se preferisci usare un client di posta (per esempio Thunderbird), non devi fare altro che cambiare l’indirizzo del server da mail.autistici.org a mail.inventati.org (per la posta in entrata) e da smtp.autistici.org a smtp.inventati.org (per la posta in uscita). A quel punto potrai usare il tuo account email come al solito.

Stiamo cercando di fare del nostro meglio per sopravvivere a questa apocalisse. Tieni duro e abbi fiducia! Continueremo a pubblicare aggiornamenti via via che ne abbiamo.

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Comunicato stampa Autistici / Inventati 29.8.2026

Il 26 agosto 2026 il Dipartimento del Tesoro statunitense, tramite OFAC – il settore che gestisce e applica sanzioni economiche e finanziarie -, ha sanzionato Autistici/Inventati (A/I), collettivo italiano che dal 2001 fornisce infrastrutture digitali a movimenti e attivisti. Washington lo ha designato come Specially Designated Global Terrorist (SDGT) accusandolo di aver fornito supporto finanziario, materiale o tecnologico a terrorismo e a organizzazioni già sanzionate. A/I respinge le accuse e sostiene che la propria attività consiste nell’offrire strumenti per l’autodifesa digitale e infrastruttura per la libertà di comunicazione.

La designazione statunitense non equivale automaticamente a una messa al bando di A/I in Italia o nell’Unione Europea. USA, UE e singoli stati dispongono di sistemi giuridici e liste antiterrorismo distinti. L’inserimento nella lista OFAC produce però una forte pressione sugli operatori che hanno rapporti con il soggetto designato: banche, piattaforme e fornitori di servizi si trovano costretti a interrompere rapporti con chi riceve sanzioni dell’OFAC per evitare ripercussioni penali.

Così, a meno di 48 ore dalla pubblicazione della notizia, il 28 agosto, il dominio autistici.org è risultato non normalmente raggiungibile. Il collettivo ha ricondotto il problema al livello DNS e al registry del dominio .org, Public Interest Registry (PIR). Nonostante i server che ospitano i servizi legati al dominio autistici.org fossero attivi, il dominio stesso era stato reso irraggiungibile in quanto il sistema DNS (Domain Name System), che traduce il nome leggibile di tutti i siti e di tutti i servizi internet nell’indirizzo numerico dei relativi server, aveva smesso di funzionare per il dominio autistici.org. Così sono diventate irraggiungibili sia le migliaia di caselle di posta gestite da Autistici/Inventati che molti altri servizi forniti da A/I.

Poche ore dopo, anche Noblogs.org, la piattaforma di blogging gestita dal collettivo Autistici/Inventati, è stata esposta a un problema di sicurezza che ha costretto i gestori di A/I a metterla temporaneamente offline per risolvere il problema tecnico.

Oltre a intessere una fitta comunicazione con utenti, giornalisti e avvocati, il collettivo A/I si è subito messo all’opera per ripristinare tutti i servizi, e ieri a fine giornata il servizio di posta era nuovamente accessibile per quasi tutti gli utenti e la piattaforma Noblogs.org è tornata online anche se solo in lettura, vale a dire che i blog si possono leggere ma che i loro gestori non sono ancora in grado di pubblicare nuovi post. I tecnici di A/i sono ancora all’opera per ripristinare completamente i servizi il prima possibile, mettendoli ulteriormente in sicurezza.

Le conseguenze della designazione americana non riguardano solo internet. Ieri sera, poco prima della chiusura degli uffici, Banca Etica ha comunicato al collettivo l’intenzione di chiudere il rapporto bancario in seguito all’inserimento di A/I nella lista OFAC. È un passaggio significativo perché mostra come una decisione presa da un’autorità statunitense possa produrre conseguenze concrete anche nei rapporti finanziari di un’organizzazione italiana., che ha considerato troppo rischioso mantenere i rapporti con A/I.

Le conseguenze riferite dal collettivo non riguardano solo il conto bancario: anche PayPal ha deciso immediatamente di bloccare l’account di Autistici/Inventati.

Il quadro complessivo è quindi quello di una possibile interruzione a cascata di servizi diversi: infrastruttura web, nomi a dominio, posta elettronica e strumenti finanziari. È proprio questa moltiplicazione dei punti di dipendenza che rende la vicenda diversa dal semplice oscuramento di una pagina web.

Collettivo Autistici / Inventati

Mail ufficio stampa: ai-press@squat.net
Telefono: +4915730233591

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Aggiornamento situazione Noblogs / Noblogs status update

[IT]

Il 28 agosto 2026 qualcuno è riuscito ad avere accesso come utente privilegiato alla piattaforma noblogs.org, sfruttando una vulnerabilità del software che usiamo per fornire la piattaforma.

L’accesso è durato per circa due ore, durante le quali è stata cambiata la homepage di noblogs.org e non possiamo escludere che l’autore possa aver avuto accesso al database delle utenti, che contiene la lista delle mail di chi gestisce i blog e le loro password (non in chiaro).

Nessun indirizzo IP, né di chi scrive né di chi legge, è conservato nel server.

Il nostro blog Cavallette pubblica in automatico sul nostro profilo Mastodon e quindi un post scritto dall’attaccante è stato ripubblicato anche lì.

Consigliamo a chiunque avesse il plugin di Mastodon Autopost attivo sul blog, come noi, di cambiarsi immediatamente le password dell’account social, e di revocare l’autorizzazione di Noblogs da Impostazioni Profilo->Account->Authorized Apps.

Per ora noblogs.org é UP ed online in sola lettura.

Stiamo lavorando per ripristinare al più presto ed al meglio tutte le funzionalità di Noblogs!

Stay tuned!
Website: https://inventati.org
Blog: https://cavallette.noblogs.org
Social: https://mastodon.bida.im/@cavallette

[EN]

On August 28, 2026, someone managed to gain access to the noblogs.org platform as a privileged user, exploiting a vulnerability in the software we use to provide the platform.

The access lasted for about two hours, during which the homepage of noblogs.org was changed, and we cannot rule out that the attacker may have had access to the users’ database, which contains the list of email addresses of the people who manage the blogs and their passwords (not in plain text).

No IP addresses, neither of those who write nor of those who read, are stored on the server.

Our blog Cavallette automatically publishes to our Mastodon profile, so a post written by the attacker was also reposted there.
We recommend that anyone with the Mastodon Autopost plugin enabled on their blog, as we do, immediately change the password of their social account and revoke Noblogs’ authorization from Profile Settings → Account → Authorized Apps.

For now, noblogs.org is UP and online in read-only mode.

We are working to restore all of Noblogs’ functionalities as soon as possible and in the best possible way!

Stay tuned!
Website: https://inventati.org
Blog: https://cavallette.noblogs.org
Social: https://mastodon.bida.im/@cavallette

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[REPOST] The Server Called Paranoia: Defend Autistici/Inventati Before September 25

Ripubblichiamo (in inglese) un bel post di Sabot Media che ripercorre la nostra storia e la collega a quanto sta avvenendo con la nostra iscrizione nella lista delle organizzazioni globali terroristiche da parte dell’amministrazione americana. Ringraziamo Sabot Media perché ha fatto un lavoro eccellente e che ci aiuta a rispamiare tempo ed energie per la battaglia.

We are re-posting a post by Sabot Media summarizing our history and connecting it to our recent designation as global terrorist organization by the US administration. We thank Sabot Media for the excellent job and for sparing us some time and energy that we will use to fight back.


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[ZINE] Grays Harbor SOS

Join us in this revelry by printing this stuff yourself. Give it to a friend, leave it at a bus stop, wheat paste it behind a dumpster, fill your personal…
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Grays Harbor SOS

Dispatches From the Rural Edge “The county estimated between 500 and 3,000 unhoused people. The shelter had 25 beds.” We told our friends we would check back on them in…
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The Saboteurs #36

In the first frame we see one of our local slum lord’s empty buildings, it has a sign with his name on it, Terry Emmert. The sign reads RENT EMMERT.…
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HELO

✇unit
di: Unit

HELO
Proteggi i tuoi cavi
Benedici il mio segnale
E rimetti ai nostri trasformatori
come noi li rimettiamo ai nostri sensori
affinché siano precisi e affidabili
non indurci in tensione e liberaci dall'elettricità statica
E dalle notifiche
RAMEN

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Comunicato di rivendicazione per l’attacco alla residenza di Dominic MacDuff-Auger, fondatore di Munera Intelligence, azienda produttrice di droni IA, e per il lancio di bottiglie molotov contro una sede Microsoft da parte di Fronte Rivoluzionario Anarchico di Liberazione (Montreal, Canada, 5 agosto 2026)

Comunicato di rivendicazione per l’attacco alla residenza di Dominic MacDuff-Auger, fondatore di Munera Intelligence, azienda produttrice di droni IA, e per il lancio di bottiglie molotov contro una sede Microsoft…
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Vivere sempre sotto pressione indebolisce il corpo: come spezzare il circolo dello stress

di Valentina Bennati comedonchisciotte.org Dalla pandemia globale dichiarata nel 2020 ai conflitti internazionali, passando per crisi economiche, tensioni sociali e un flusso continuo di notizie allarmanti, sono tante le persone che, negli ultimi anni, hanno iniziato a vivere in uno stato di tensione quasi permanente. Giorno dopo giorno siamo stati esposti a immagini, informazioni e […]

L'articolo Vivere sempre sotto pressione indebolisce il corpo: come spezzare il circolo dello stress proviene da Come Don Chisciotte.

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MEK e Sionismo, come l’Albania rischia di diventare la seconda Israele

  Di Alireza Niknam   Negli ultimi anni, il nome dell’Albania è stato citato più che mai in relazione a progetti e attori stranieri. Questo piccolo Paese dei Balcani, che un tempo cercava di presentarsi come modello di stabilità e sviluppo nell’Europa sud-orientale, si trova ora a dover affrontare seri interrogativi riguardo alla propria autonomia […]

L'articolo MEK e Sionismo, come l’Albania rischia di diventare la seconda Israele proviene da Come Don Chisciotte.

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Un ferito di Gaza racconta le ventiquattro ore trascorse sotto un albero, dove dolore, morte, memoria e speranza si sono intrecciati nella guerra

    Pensavo di sapere cosa fosse la sofferenza, finché non l’ho vissuta davvero. Quello che ho scoperto era diverso, strano e doloroso. Com’è curioso il dolore. Nonostante la sua amarezza, nonostante il nostro desiderio di starne lontani quanto l’oriente è lontano dall’occidente, quando arriva c’è in esso una certa dolcezza. Sì, dolcezza. Per molto […]

L'articolo Un ferito di Gaza racconta le ventiquattro ore trascorse sotto un albero, dove dolore, morte, memoria e speranza si sono intrecciati nella guerra proviene da Come Don Chisciotte.

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Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni

  Di ConiareRivolta.org   Per comprendere quale sarà l’impatto più duraturo del Governo Meloni sugli assetti economici dell’Italia, è sufficiente guardare alla recente Comunicazione della Commissione europea sul cosiddetto “Pacchetto primavera”, quell’insieme di raccomandazioni che la Commissione europea indirizza agli Stati membri dell’Unione per orientare politiche di bilancio e riforme. È il cuore della disciplina fiscale […]

L'articolo Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni proviene da Come Don Chisciotte.

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Addio a Vito Monaco, i funerali ad Abano Terme il 27 Giugno

  La Redazione di ComeDonChisciotte.org esprime le più sentite condoglianze alla famiglia, agli amici e ai colleghi del giornalista Vito Monaco, scomparso all’età di 81 anni. Monaco era volto notissimo dell’emittente tv Canale Italia.   I funerali si terranno sabato 27 giugno alle 9.30 nel Duomo di Abano Terme.       

L'articolo Addio a Vito Monaco, i funerali ad Abano Terme il 27 Giugno proviene da Come Don Chisciotte.

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Pillole: non ti sei ammalato. Sei stato arruolato

  Di Joshua Stylman   Pillole per svegliarsi, pillole per dormire Pillole, pillole, pillole ogni giorno della settimana Pillole per camminare, pillole per pensare Pillole, pillole, pillole per la famiglia – St. Vincent   Il mondo sta impazzendo, o è solo che tutti prendono qualcosa? Mi guardo intorno e, sinceramente, non riesco più a capirlo. […]

L'articolo Pillole: non ti sei ammalato. Sei stato arruolato proviene da Come Don Chisciotte.

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La City contro la Russia? Dietro la crisi europea il ritorno dell’antica guerra tra il mare e la terra

  Di Nicola Bielli per ComeDonChisciotte.org “Britannia rules the waves” di Nicholas Habbe: Britannia – armata di lancia, elmo e scudo in rilievo con le armi reali britanniche – è seduta in una quadriga insieme a Nettuno, armata del suo tridente. Mentre l’Europa assiste all’ennesima escalation del confronto tra NATO e Russia, una domanda continua […]

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Prof. Andrea Zhok: “La cancellazione dei confini nazionali è funzionale ai grandi interessi finanziari”

    Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank  Furedi,  professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte […]

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Stati Uniti-Iran: il cessate il fuoco di una guerra che Washington non può più sostenere

  Di Ali Ahmadi, The Cradle   L’accordo quadro che ha posto fine alla guerra del 2026 con l’Iran è stato interpretato dalla maggior parte di Washington come una concessione. I commentatori conservatori considerano il memorandum d’intesa (MoU) come una sorta di “ricompensa” concessa a un Paese che avrebbe dovuto essere lasciato a fare i […]

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La rana, lo scorpione e il mondo del dissenso

  Di Guido Cappelli   Le ultime elezioni politiche, nell’ormai lontano settembre 2022, videro la partecipazione di ben tre liste che erano espressione, in varia misura, di quell’“area del dissenso” nata e cresciuta al calor delle lotte con la follia pandemica e il mostruoso dispositivo autorizzatorio noto come green pass‒ un vulnusalla libertà civile e […]

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Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing The Price-to-Earnings (P/E) ratio serves as a fundamental tool for investors to assess a company’s valuation relative to its earnings. This ratio, pivotal in investment analysis, offers insights into a company’s stock value and potential future growth performance. What is the P/E Ratio? At its core, the […]

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Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio The Price-to-Earnings (P/E) ratio serves as an essential tool for investors who wish to evaluate the valuation of a company concerning its earnings. It is particularly useful for identifying whether a stock may be overvalued, undervalued, or fairly valued in comparison to its peers and historical standards. Definition of P/E […]

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Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

Understanding the Price-to-Earnings (P/E) Ratio The Price-to-Earnings (P/E) Ratio serves as an indispensable valuation metric in the sphere of stock investing. It offers investors an intimate glimpse into a company’s valuation relative to its actual earnings, providing a critical tool for determining whether a stock is overvalued, undervalued, or accurately valued, especially in relation to […]

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How to Analyze a Company’s Financial Statements

Overview of Financial Statements Understanding a company’s financial statements is crucial for making informed investment and business decisions. These documents provide a comprehensive record of the company’s financial activities and position, serving as fundamental tools for evaluating its economic health. The primary financial statements include the balance sheet, income statement, and cash flow statement. Each […]

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Best Strategies for Investing in Blue-Chip Stocks

Understanding Blue-Chip Stocks Blue-chip stocks are shares of established companies known for their solid financial performance and market presence. These companies often lead their respective industries, making their stocks attractive for investors seeking stability and reliable returns. By understanding what constitutes a blue-chip stock and implementing effective investment strategies, investors can enhance their portfolios and […]

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How to Invest in IPOs (Initial Public Offerings)

Understanding IPOs An Initial Public Offering (IPO) is the significant undertaking by which a private company transitions into a public entity by offering its shares to the public for the first time. This process is crucial for companies as it provides an opportunity to raise capital needed to finance business expansion, settle debts, or allow […]

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Contrarian Investing: Profiting by Going Against the Crowd

Understanding Contrarian Investing Contrarian investing is an investment strategy that involves taking positions contrary to prevailing market trends. The fundamental idea is to buy when others are selling and sell when others are buying. This approach relies on the principle that markets and investors can sometimes overreact to news and events, thereby creating opportunities for […]

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Sector Investing: How to Invest in Different Industries

Understanding Sector Investing Sector investing entails the strategic allocation of investment capital across distinct segments of the economy. Each sector forms a unique category of business activities, including but not limited to technology, healthcare, and finance. By comprehending the intricacies of investing in these diverse industries, investors can craft portfolios that align with the specific […]

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Momentum Investing: Riding the Trend in Stock Markets

Understanding Momentum Investing Momentum investing is an intriguing strategy in the financial world that tries to leverage the persistence of certain existing trends in the stock market. Essentially, it is about jumping onto a moving train, assuming that train will continue its journey along the same tracks. Investors who engage in momentum investing usually purchase […]

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Dividend Investing: How to Earn Passive Income from Stocks

Understanding Dividend Investing Dividend investing is a strategy focused on earning passive income through regular payments from owning stocks in particular companies. Investors who choose this method benefit from the dual prospects of income generation and potential capital appreciation. What Are Dividends? Dividends are portions of a company’s earnings distributed to shareholders. Typically, these payments […]

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China and Russia Should Cooperate to Help the United States Achieve an “Orderly Decline”

The year 2026 opens with a succession of US manoeuvres that continue to shake the global balance, while subterranean currents roil the international scene: the military attack on Venezuela has…

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China’s Posture After Venezuela: Accelerated De-Dollarisation and Conflict Preparation

The US operation in Venezuela on 3 January 2026 marked a turning point in Chinese strategy towards Washington. Beijing interpreted the failure of Chinese-manufactured JY-27A radars to detect F-35s and…

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Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script

The script of perpetual war unfolds simultaneously across four global fronts — Ukraine, Iran, Taiwan, and Venezuela — where the Pentagon’s machinery manufactures crisis, denies evidence, and transforms sovereignty into…

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Carrier Pigeons and Financial Cartels: How Banking Dynasties Decide Which Nations Can Afford to Fight

December 2025 delivered one of those declarations that typically belong to conspiracy theory territory, except this time it emanated directly from someone with every interest in maintaining silence: Dame Hannah…

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come trasferire un dominio

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Come trasferire un dominio

  • Controlla che tuo nome e contatto corrispondano su Registrar-1 e Registrar-2.
  • Registrar-1: Remove domain lock (deve esistere da +60 giorni).
  • Registrar-1: Ottieni il codice di trasferimento (auth-code o anche codice EPP).
  • Registrar-2: Avvia e paga la procedura di trasferimento. (eventualmente spunta il mantenimento della zona) - Aspetta …
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Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM

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Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM

Hai un oggetto furbo, che funziona solo con un'app? Sei curiosa di sapere cosa dice ai server dell'azienda produttrice l'app che monitora quanta cacca hai fatto oggi? Hai comprato un vecchio dispositivo di un'azienda fallita e vorresti farlo funzionare in …

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Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"

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Solidarietà a "Riconvertiamo SeaFuture"

Unit hacklab Milano si unisce alle voci che si alzano contro la militarizzazione dell'industria marittima. SeaFuture, nata come mostra di tecnologie nautiche civili, negli ultimi anni è stata trasformata in una vetrina per le tecnologie di guerra e di morte.

Solidarietà a Riconvertiamo SeaFuture per la …

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Corso Python

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9, 16, 23 aprile e 7 maggio 2025 ore 19 - ZAM Milano

Corso introduttivo alla programmazione in Python

Unit Hacklab per Università Popolare ZAM.


Il corso si svolge in quattro lezioni, con quattro insegnanti.

Scopo del corso: avvicinarsi alla programmazione, usando un linguaggio amichevole.

Segnalare la partecipazione con una mail …

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Visioni libere: Stare into the lights my pretties

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Settima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Lunedì 20 maggio 2019

Stare into the lights my pretties, Jordan Brown, 2017

ENG sub ITA

pic

Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.

Viviamo in un mondo di schermi …
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Benefit Mafalda

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Domenica 8 Ottobre 2023, ore 16-21

Acheritivo di autofinanziamento unit hacklab per server autogestito "Mafalda".

Ore 16:00 Email / Thunderbird
Ore 17:00 Torrent
Ore 18:00 Parla Radio Z-AM
Ore 19:00 Chill out live Dj-set by unit electric assembly

Banchetto libretti autoprodotti, PirateBox
e il //ritorno del MAME …

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bitume - diritti sociali e digitali - podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

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Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM

Diritti sociali e digitali

  • Twitter e la rivoluzione francese

  • Immaginazione teoretica

  • API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente

durata: 50 minuti

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bitume - mare crudele - podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

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Mercoledì 28 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM

Mare crudele

  • IBM aveva una sua AI e la chiamava Watson

  • Aggiornamenti sul sottomarino che scese a visitare il Titanic

  • Viaggi su Marte e altri ambienti scomodi che …

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bitume - parliamo d_altro - podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

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Mercoledì 21 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM

Parliamo d'altro!

  • Moderatori di Reddit in sciopero (hanno ragione)

  • Gossipz dai socialz

  • Il sottomarino fermo a 3000 mm di profondità usa un Logitech game joystick

  • Apple Computers denuncia …

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LOST - FOGS OF WAR

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LOST - FOGS OF WAR

FOGS OF WAR

Sabato 25 giugno 2022 alle ore 18.00 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano

Aggiornamento: per motivi termici indipendenti dalla nostra volontà l'incontro inizialmente previsto per le ore 16 è stato posticipato di due ore. L'inizio sarà alle ore 18.00.

La guerra tra Russia e Ucraina, oltre …

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Labyrinthus

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5 maggio 2022 ore 21 - FOA Boccaccio, Monza

Parteciperemo giovedì 5 maggio a LABYRINTHUS 2.0 / Forme di resistenza nello spazio digitale. Dal Web 3.0 al Metaverso, dalle blockchain agli NFT.

La nostra prima reazione è stata: preferiremmo di no, perché siamo contro. "Sì ok, ma per favore potreste …

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bitume - distro dramma n.1 - podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a cura di Unit hacklab di Milano.

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Mercoledì 23 febbraio 2022, dallo studio radio di ZAM

Distro dramma n.1 - Installazione Debian GNU/Linux su Mac AIR/Piccolo

durata: 59 minuti

L'approfondimento satirico della …

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Autodifesa digitale a ZAM

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Sabato 11 dicembre 2021 alle ore 17:00

  • Phreak Phone Forensics (clinica di controllo dei cellulari android)
  • Come scaricare film e altri media da internet

a seguire dalle 19:00 acheritivo e live music by unit electric assembly

unit hacklab @zam via sant'abbondio 4, milano

audio

audio su Radio Zeta-AM …

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Seminario Laboratoriale su Pure Data

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Mercoledì 24 marzo dalle ore 20.45 alle 23 circa

Manuale Minimo di Sopravvivenza a Pure Data n. 1

Seminario Laboratoriale su Pure Data
durata: due ore circa
a cura di k_, Unit hacklab

semlab-puredata

Introduzione e storia, Setup dell'installazione, collegamenti e definizioni: oggetti, box, counter, bang e sequencer. Arriveremo all'oscillatore …

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bitume il virus podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

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Puntata di lunedì 07 dicembre 2020: il Virus.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e …

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bitume piattaformazione delle nazioni podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

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Puntata di mercoledì 30 settembre 2020: la Piattaformazione delle nazioni.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

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Comunicato Unit hacklab su attività durante la pandemonio

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..e dopo aver pensato molto, riflettuto, studiato la storia delle pandemie ed esaminato i modelli trovati in natura.. abbiamo deciso che le attività IRL di Unit Hacklab rimarranno in stato dormiente fino a nuove notizie.
Sembra che Madre Natura ci stia chiedendo (a noi umane/i) di rallentare, riflettere, ri-fare …

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Campagna di autofinanziamento per abbiamoundominio.org di unit hacklab

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Campagna di autofinanziamento per abbiamoundominio.org di unit hacklab.

C'è/Abbiamo bisogno, come ogni anno, di pagare il server e anche il dominio.

Stiamo anche ragionando di allargarci e prendere un server più capace, perchè quello che stiamo usando, pagato attraverso iniziative di autofinanziamento, è arrivato a tappo.

Tutto questo …

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Pandemia - Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

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Pandemia. Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

In questi mesi abbiamo dovuto lavorare molto di più: sembra buffo, visto che eravamo a casa. Nel frattempo tante cose sono successe su internet e, con l'avvicinarsi di un "dopo" incerto, vorremmo dire la nostra sperando che queste riflessioni …

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bitume decodifiche binarie podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

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Puntata di lunedì 27 gennaio 2020: decodifiche binarie.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi …

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bitume decodifiche binarie diretta

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Lunedì 27 gennaio 2020 ore 21

Quarta puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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bitume antropocene podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

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Puntata di mercoledì 25 dicembre 2019: antropocene.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi …

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bitume antropocene diretta

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Mercoledì 25 dicembre 2019 ore 22

Terza puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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unit con ghiaccio

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Venerdì 13 dicembre 2019 dalle 18.30 alle 22.30

unit con ghiaccio

acheritivo di autofinanziamento unit hacklab: rooting libero del telefono, elettronica usata a offerta libera. Hai bisogno di un lettore dvd? Di uno scanner? Noi di fare spazio e pagare il server.

spritz'n'lazz

live music by unit electric …

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bitume memestupendo podcast

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Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

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Puntata di lunedì 10 dicembre 2019: meme stupendo.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

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bitume meme-stupendo diretta

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di: Unit

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Lunedì 09 dicembre 2019 ore 21

Seconda puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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bitume datajustice podcast

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Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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bitume datajustice diretta

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Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

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Comunicato Unit ad assemblea Macao

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Salve a tutt*, chiunque voi siate.

Noi non ci conosciamo, almeno non tutti e non bene. Questa è una verità emersa chiaramente in questo periodo, talvolta anche in modo un po' scomposto, e così Unit ha pensato che fosse utile prendersi un momento per guardarsi in faccia tutti quanti e …

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Visioni libere: Stare into the lights my pretties

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di: Unit

Update: la proiezione non è successa

Settima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Lunedì 20 maggio 2019

Stare into the lights my pretties, Jordan Brown, 2017

ENG sub ITA

pic

Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00 …

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Fedeli alla linea (di comando)

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di: Unit

Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano

LOST, le Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica e Unit hacklab presentano:

Fedeli alla linea (di comando)

registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni

Introduzione al terminale e alla riga di …

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Visioni libere: The internet own boy

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di: Unit

Durante Connessioni Caotiche 2019 proiezione del documentario su Aaron Swartz.

Sabato 4 maggio 2019

The Internet’s own boy, Brian Knappenberg, 2014

ENG sub ITA

Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

Ore 21:00

Il Ragazzo di internet è Aaron Swartz, attivista
dei diritti in rete accusato di frode informatica …
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Visioni libere: I am a cyborg but that's OK

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di: Unit

Sesta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Lunedì 6 maggio 2019

I'm a Cyborg, but that's OK, Park Chan-wook, 2006

KOR sub ITA

Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.

Young-goon è una cyborg e ha …
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Visioni libere: The young Karl Marx

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di: Unit

Quinta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Lunedì 29 aprile 2019

Il giovane Karl Marx, Raoul Peck, 2017

FRA sub ITA

Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.

Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.

I comunisti rifiutano di nascondere le loro opinioni …
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Connessioni Caotiche 2019

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di: Unit

cc-2019

Venerdi 3 e Sabato 4 Maggio 2019 torna Connessioni Caotiche a Macao

Hacking, attivismo, seminari laboratoriali e presentazioni frattali. Making e Breaking in festival nella due giorni in contemporanea ai festeggiamenti per il compleanno del Nuovo Centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca Macao a Milano.

Connessioni Caotiche …

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Visioni libere: Life of Brian

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Quarta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Life of Brian, Monty Python, 1979

ENG sub ITA

... gli unici che odiamo più dei romani
sono il Fronte del Popolo Giudeo.

E il Fronte Popolare dei Giudei.

Ah, sì.
Separatisti.

E il Fronte Popolare della Giudea.
Già …
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Visioni libere: Risk

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di: Unit

Terza visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Risk, Laura Poitras, 2016

Documentario su Julian Assange, fondatore di Wikileaks.

Motivazioni e contraddizioni su Assange e le sue cerchie, con un occhio in particolare sui rischi che sono stati presi. Il documentario copre il periodo dal 2010 …

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Visioni libere: Operazione Vega

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Seconda visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Operazione Vega, RAI, 1962

Sceneggiato di fantascienza RAI tratto dal radiodramma di Friedrich Dürrenmatt.

Vega è il nome della nave spaziale che porta i rappresentanti di un certo blocco di Stati terrestri sul pianeta Venere dove sono confinati …

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Benvenuto pellicano

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di: Unit

Il sito e' stato convertito a pelican, un software per generare siti statici in html.

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Visioni libere: Nirvana

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di: Unit

Prima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.

Nirvana, Salvatores, 1997

Film cyberpunk girato a Milano (e nei sotterranei di Macao). Fortemente influenzato dai romanzi di Gibson e sua volta ritenuto tra le fonti di ispirazione della trilogia di Matrix. Affronta il tema dell'esistenza autonoma o …

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Comunicato Unit hacklab su annuncio sgombero Macao

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di: Unit

Contesto: Milano 2018. Atmosfera di intolleranza civile.

Unit hacklab e' un laboratorio autogestito di sperimentazione tecnica e politica, le nostre attivita' comprendono dai corsi gratuiti di elettronica e informatica alla divulgazione delle pratiche di gestione della privacy sotto forma di incontri e convegni.

il Comune di Milano, zelante, anticipa l'editto …

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