Modalità di lettura
Meritocrazia o rendita? Perché il successo non dipende dal valore
Il mito della meritocrazia racconta che chi ha talento e si impegna arriva in alto, mentre chi resta indietro semplicemente non ha fatto abbastanza. La retorica meritocratica rappresenta uno dei principi più frequentemente richiamati nel dibattito pubblico, ma anche uno dei meno analizzati nella sua effettiva applicazione. Per questo motivo riteniamo utile riflettere su quanto il successo economico e professionale dipenda realmente dal merito e quanto, invece, sia influenzato da fattori strutturali.
Prima di tutto è necessario definire cosa sarebbe la meritocrazia nella sua applicazione concreta: essa non è l’idea che il successo economico rifletta sempre e soltanto il valore e l’impegno individuale, a prescindere dal punto di partenza. La meritocrazia è, invece, una condizione istituzionale in cui le opportunità di accesso, carriera e reddito dipendono il più possibile dalle competenze e dall’impegno, e il meno possibile da rendite, privilegi ereditati, reti relazionali o barriere di partenza. Non elimina le diseguaglianze di risultato, ma richiede che i punti di partenza siano il più possibile equi e le regole del gioco trasparenti.
Il mito della perfetta meritocrazia
Nelle economie di mercato si tende spesso a presupporre che il reddito rappresenti una misura del valore prodotto da un individuo. Ma è vero? Questa idea contiene una parte di verità: competenze, impegno e capacità sono elementi fondamentali per la crescita professionale. Tuttavia, ridurre il successo esclusivamente al merito significa ignorare il ruolo di numerosi fattori che incidono profondamente sulle opportunità individuali.
Il settore in cui si opera, il Paese in cui si vive, il livello di concorrenza del mercato, il contesto normativo e la presenza di reti relazionali possono influenzare il reddito e le prospettive di carriera almeno quanto le qualità personali. Due professionisti con competenze simili possono ottenere risultati economici molto differenti semplicemente perché operano in mercati caratterizzati da condizioni diverse.
Un elemento fondamentale per contestualizzare appieno il caso italiano e dimostrare la difficoltà dell’affermarsi di una cultura realmente meritocratica è la forte persistenza della trasmissione intergenerazionale della ricchezza. Tenendo in considerazione l’elasticità intergenerazionale della ricchezza, l’Italia si colloca tra i paesi occidentali in cui la persistenza è più alta (0,45) contro i valori nettamente più bassi ottenuti da paesi come Norvegia e Danimarca (intorno allo 0,2). Una stima dell’OCSE giunge a una conclusione altrettanto netta: in Italia occorrono in media 5 generazioni affinché una persona nata in una famiglia tra il 10% più povero raggiunga il reddito medio nazionale, contro le appena 2 generazioni necessarie in Danimarca. La scarsa mobilità sociale in Italia è dovuta a vari aspetti, tra cui l’istruzione, che compensa in minima parte le differenze socioculturali tra le famiglie di provenienza.
Questo panorama acquista una sfumatura ancora più allarmante se si considera che il caso italiano è caratterizzato da squilibri sempre più ampi: nel 2024 il 10% dei nuclei familiari più ricchi possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie. Dal 2010 in poi la ricchezza del 10% più ricco delle famiglie italiane è aumentata di oltre 7 punti percentuali, mentre quella del 50% delle più povere è diminuita di quasi 1 punto percentuale. Questi dati evidenziano come il divario sia sempre più grande, limitando la possibilità di avvicinamento tra classi sociali provenienti da diverse condizioni socioeconomiche.
Rendite di posizione e barriere all’ingresso
All’interno del contesto economico e lavorativo, uno dei principali ostacoli alla meritocrazia è rappresentato dalle rendite di posizione, ossia quei vantaggi economici che non derivano da una maggiore produttività, da una migliore capacità innovativa o da una superiore qualità dei beni e dei servizi offerti, bensì dalla possibilità di operare in condizioni di limitata concorrenza. In questi casi, il reddito e i profitti dipendono non tanto dalla capacità di creare valore per consumatori e imprese, quanto dall’accesso privilegiato a mercati protetti, licenze, concessioni, autorizzazioni amministrative, regolamentazioni favorevoli o altri strumenti che limitano l’ingresso di nuovi concorrenti.
Le barriere all’ingresso rappresentano, in questo contesto, uno degli strumenti attraverso i quali tali rendite possono consolidarsi. Per barriere all’ingresso si intendono tutti quegli ostacoli che rendono difficile o particolarmente costoso l’accesso di nuovi operatori a un determinato mercato. Alcune di esse sono giustificate da esigenze di interesse pubblico, come la tutela della salute, della sicurezza dei cittadini, della stabilità finanziaria o della qualità dei servizi. Altre, invece, possono derivare da un eccesso di regolamentazione, da procedure amministrative particolarmente onerose, da vincoli burocratici, da requisiti sproporzionati, da sistemi di autorizzazione poco trasparenti o da assetti normativi che finiscono per proteggere gli operatori già presenti sul mercato.
Quando tali ostacoli non sono giustificati da reali esigenze di tutela collettiva, essi riducono la contendibilità dei mercati, scoraggiano l’ingresso di nuove imprese e limitano la pressione competitiva. In assenza di una concorrenza effettiva, gli operatori già insediati possono mantenere la propria posizione anche senza migliorare la qualità dei prodotti, aumentare l’efficienza o investire in innovazione. Al contrario, le nuove imprese, pur disponendo di idee innovative, tecnologie più efficienti o modelli organizzativi più competitivi, incontrano maggiori difficoltà ad accedere al mercato.
Le conseguenze non riguardano esclusivamente le imprese, ma si riflettono sull’intero sistema economico. La riduzione della concorrenza tende infatti a rallentare la crescita della produttività, limita gli investimenti, ostacola l’innovazione e riduce gli incentivi al miglioramento continuo. Anche i consumatori ne risentono, attraverso prezzi potenzialmente più elevati, minore varietà di scelta e una qualità dei servizi che evolve più lentamente rispetto a quanto avverrebbe in un contesto maggiormente competitivo.
In un simile scenario, il successo economico rischia di dipendere sempre meno dal merito, dalle competenze e dalla capacità imprenditoriale e sempre più dalla posizione già acquisita o dalla possibilità di beneficiare di privilegi normativi. La meritocrazia viene così compromessa, poiché gli individui e le imprese più efficienti non sempre riescono ad affermarsi, mentre soggetti meno produttivi possono mantenere la propria posizione grazie alle protezioni di cui godono.
Una concorrenza aperta e regolata in modo efficiente non garantisce automaticamente la meritocrazia, ma costituisce una delle sue condizioni essenziali. Mercati contendibili, regole trasparenti e barriere all’ingresso limitate a quanto strettamente necessario consentono infatti al talento, alle competenze e all’innovazione di emergere, favorendo un sistema economico nel quale il successo dipende principalmente dalla capacità di creare valore e non dai privilegi derivanti dalla posizione occupata.
All’origine delle disuguaglianze: il punto di partenza
La meritocrazia presuppone che gli individui possano competere partendo da condizioni sufficientemente comparabili, ma nella realtà le opportunità non sono distribuite in modo uniforme. Ancor prima delle rendite di posizione che favoriscono chi dispone già di una rete consolidata di relazioni e opportunità, esiste una forma di disuguaglianza più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella legata alle condizioni di partenza – il reddito familiare, il livello di istruzione dei genitori, il capitale sociale e culturale disponibile. Chi non può permettersi di rimanere economicamente sostenuto dalla propria famiglia oltre la maggiore età, chi è costretto a scegliere un ateneo in base ai costi anziché alle proprie aspirazioni, rinunciando a un percorso fuori sede, o chi non dispone di un adeguato capitale relazionale, si trova ad affrontare il proprio percorso formativo e professionale da una posizione profondamente diversa rispetto a chi può beneficiare, fin dall’inizio, di consistenti investimenti economici, culturali e sociali sul proprio futuro.
Le disparità emergono già nelle prime fasi della vita, a partire dalla scuola frequentata. Secondo le rilevazioni INVALSI 2024, gli studenti provenienti da un contesto socioeconomico e culturale più favorevole ottengono risultati sistematicamente migliori dei coetanei con un retroterra più modesto. Alcuni hanno l’opportunità di trascorrere periodi di studio all’estero, acquisendo competenze linguistiche e interculturali difficilmente replicabili in età adulta. Altri possono dedicare il proprio tempo alla formazione, allo sviluppo di competenze extracurriculari e alla costruzione di reti relazionali qualificate, senza la necessità di conciliare tali attività con esigenze lavorative o vincoli economici. Anche i tirocini, spesso indispensabili per entrare nel settore desiderato, restano poco accessibili a chi non ha un sostegno familiare alle spalle: l’indennità minima prevista dalla legge è di 500 euro mensili, e circa tre tirocinanti su quattro si dichiarano insoddisfatti della retribuzione ricevuta. Vi sono, inoltre, coloro che possono contare sulla continuità di un’attività familiare già avviata, beneficiando di un patrimonio di competenze, relazioni e opportunità accumulato nel tempo.
Ne consegue che una parte significativa dei vantaggi competitivi si forma ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro e, quindi, prima di qualsiasi procedura di selezione. Specularmente, chi proviene da famiglie meno abbienti può essere costretto a entrare precocemente nel mercato del lavoro o a rinunciare a percorsi formativi più lunghi per vincoli economici. In questa prospettiva, il merito non può essere valutato prescindendo dalle differenti condizioni di partenza, poiché queste incidono in modo sostanziale sulle opportunità di sviluppo individuale e sulle possibilità di successo.
Il peso della burocrazia
Per comprendere in modo più concreto la portata del fenomeno, è sufficiente considerare che, secondo i dati della CGIA di Mestre, elaborati sulla base delle rilevazioni della Banca europea per gli investimenti (BEI), il 24% degli imprenditori italiani dichiara di destinare oltre il 10% del proprio personale esclusivamente alla gestione degli adempimenti imposti dalla normativa vigente. Si tratta di una quota significativamente superiore alla media dell’Unione europea, che si attesta al 17%. Questo dato evidenzia come una parte rilevante delle risorse umane delle imprese italiane venga assorbita da attività amministrative e burocratiche, sottraendo tempo e competenze ad attività direttamente produttive, quali l’innovazione, lo sviluppo commerciale e gli investimenti.
Le grandi organizzazioni dispongono generalmente delle risorse necessarie per gestire la complessità amministrativa. Per un giovane professionista, una startup o una piccola impresa, gli stessi obblighi possono invece rappresentare un ostacolo significativo. Una regolamentazione troppo complessa rischia così di favorire chi è già consolidato, limitando il ricambio e la capacità innovativa del sistema economico.
Merito, incentivi e produttività
La qualità delle istituzioni dipende anche dalla loro capacità di costruire incentivi corretti. Se promozioni, remunerazioni e opportunità dipendono prevalentemente dalle relazioni personali, dall’appartenenza o dall’anzianità, il sistema tende progressivamente a scoraggiare l’impegno, l’innovazione e l’assunzione di responsabilità.
Al contrario, quando i criteri di valutazione sono chiari, trasparenti e orientati ai risultati, aumenta la fiducia nelle istituzioni e si rafforza la propensione a investire in formazione, ricerca e sviluppo. La meritocrazia non rappresenta soltanto un principio etico, ma anche un fattore di efficienza economica.
Una sfida per la crescita
Promuovere una società realmente meritocratica non significa ignorare le differenze di partenza né negare il ruolo delle politiche redistributive. Significa piuttosto costruire un contesto nel quale le opportunità dipendano il più possibile dalle capacità individuali e il meno possibile da privilegi, rendite o appartenenze.
Ridurre le barriere all’ingresso, semplificare la burocrazia, favorire la concorrenza, limitare le rendite di posizione e garantire sistemi di valutazione trasparenti rappresentano obiettivi che possono contribuire non solo a una maggiore equità, ma anche a una crescita economica più sostenibile.
La meritocrazia non è uno slogan né una promessa elettorale. È una condizione istituzionale che richiede regole, concorrenza e responsabilità. Solo in un sistema che premia realmente il valore creato sarà possibile valorizzare il capitale umano, trattenere i talenti e rafforzare la competitività delle nostre economie.
- L’European Youth Think Tank (EYTT) è un centro di ricerca indipendente che promuove il dibattito su economia, istituzioni e politiche pubbliche, con particolare attenzione al funzionamento degli incentivi economici e al loro impatto su crescita, mobilità sociale e competitività.
L'articolo Meritocrazia o rendita? Perché il successo non dipende dal valore sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
L’economia che vogliamo
A Cernobbio quest’anno — nel forum alternativo a quello dello Studio Ambrosetti, promosso da Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo — decliniamo i temi e le alternative di un’economia di pace, fondata sul disarmo, sulle politiche di cooperazione, sui diritti, sull’eguaglianza, su un modello di sviluppo ancorato alla sostenibilità e alla lotta ai cambiamenti climatici.
La pace non è, come si sa, semplicemente l’assenza di guerra, ma l’affermazione dei valori fondamentali della comunità umana: la libertà, la giustizia, la solidarietà, l’eguaglianza. I principi della Rivoluzione francese del 1789 e della nostra Costituzione repubblicana.
Principi, com’è noto, realizzati solo in parte e solo in una parte del mondo. E oggi rimessi in discussione dai governi di destra, nazionalisti e autoritari, dalla presidenza Trump negli Stati Uniti al governo Meloni in Italia. Anche la pace come assenza di guerra è lontana dall’essere realizzata: ci sono oggi oltre 50 conflitti armati nel mondo, con centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, città e territori devastati. Guerre alimentate anche dal business delle armi, enormemente cresciuto negli ultimi decenni e favorito dalle politiche di riarmo che i paesi della NATO stanno realizzando.
L’economia che vogliamo è un’economia disarmata, capace di dare risposte ai veri bisogni della comunità: non portaerei, cacciabombardieri e sottomarini, ma posti di lavoro con diritti, ospedali e la fine delle liste d’attesa, scuole e università gratuite e per tutte e tutti, fiumi puliti, aria non inquinata, energia pulita. Non si tratta di un libro dei sogni.
Ci sono alternative e proposte concrete, che si possono realizzare costruendo una prospettiva diversa, anche con la riconversione dell’industria militare a scopi civili. Invece di fare cacciabombardieri si possono costruire Canadair per spegnere gli incendi; invece di produrre blindati si possono fare autobus per il servizio pubblico; invece di elicotteri da combattimento si possono fabbricare elicotteri per l’elisoccorso, per le aree interne e là dove le ambulanze non arrivano in tempo. Si può fare. E sono queste le proposte che presentiamo ogni anno, quando si discute la legge di bilancio, con la controfinanziaria: proposte dettagliate per un uso della spesa pubblica a favore dei diritti, della pace, dell’ambiente.
Abbiamo un Paese che soffre: milioni di lavoratori e lavoratrici poveri e precari, centinaia di migliaia di giovani che emigrano per studiare e per trovare lavoro, donne pagate meno degli uomini, 4 milioni di italiani e italiane che non si curano più perché le liste d’attesa sono troppo lunghe e non hanno i soldi per andare nelle strutture private, colline e montagne che franano alla prima alluvione. Il governo Meloni, oltre a non rispondere a questi problemi — in questi ultimi quattro anni sono aumentate la povertà e la precarietà del lavoro, la sanità pubblica è sottofinanziata, mancano le politiche industriali, metà delle scuole italiane non rispetta le normative di sicurezza — prova a dare al Paese, con il decreto sicurezza, la legge elettorale, il bavaglio all’informazione, una stretta autoritaria senza precedenti: sono a rischio la nostra democrazia, i diritti politici e civili, la nostra Costituzione.
Serve un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla qualità sociale, sulla sostenibilità ambientale, sull’eguaglianza di genere, economica e sociale.
È questo il messaggio che vogliamo lanciare con la XVI edizione dell’altra Cernobbio.
L'articolo L’economia che vogliamo sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
Brescia: 6 agosto, anniversario Hiroshima
GIOVEDÍ 6 AGOSTO 2026 Corteo silenzioso in fila indiana per le vie del centro storico di Brescia Per non dimenticare, per dire basta alla strategia della "deterrenza nucleare" e per chiedere al parlamento italiano la ratifica del trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. Partenza ore 18.30 L.go Formentone Se ti è [...]
L'articolo Brescia: 6 agosto, anniversario Hiroshima proviene da Movimento Nonviolento.
Allarme reti pedofile in Venezuela dopo il terremoto
La politica come continuazione della guerra con altri mezzi: il governo italiano contro gli adolescenti
L’estrema destra al governo nel nostro paese conferma, ogni giorno di più, la lezione di Michel Foucault che, ribaltando il classico assunto di von Clausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), spiegava che ormai è la politica ad essere la guerra continuata con altri mezzi. Una guerra interna intesa come regolatore dei rapporti [...]
L'articolo La politica come continuazione della guerra con altri mezzi: il governo italiano contro gli adolescenti proviene da Movimento Nonviolento.
Crisis en la Masonería británica: por caída de miembros se «reinventa» para sobrevivir, según Financial Times

Según un reciente informe publicado por el Financial Times, la Masonería británica se enfrenta a una crisis existencial: su membresía en Inglaterra y Gales se ha desplomado a unos 175.000, lejos del pico de casi 500.000 de mediados del siglo pasado. En un intento por sobrevivir, la United Grand Lodge of England busca atraer a una nueva generación de jóvenes, admitiendo que sin ellos la organización no tiene futuro a largo plazo. Lejos de ser una simple hermandad benéfica centrada en el automejoramiento, como pretenden sus dirigentes, este declive revela el agotamiento de una estructura elitista y anacrónica que durante décadas ha alimentado sospechas de influencia opaca en las altas esferas del poder británico.
Adrian Marsh, gran secretario de la organización, reconoce que necesitan reclutas jóvenes “para la salud a largo plazo” del grupo, con cuotas anuales de entre 200 y 500 libras que no disuaden del todo, pero tampoco ocultan el problema de fondo. Aunque afirman que el 47% de los nuevos miembros tienen menos de 40 años (un leve aumento desde el 45% en 2020), este “éxito” tentativo llega tras décadas de envejecimiento interno y de un perfil predominantemente masculino, a pesar de la admisión formal de mujeres desde principios del siglo XX. La realidad es que la Masonería sigue siendo un club de hombres mayores que, al perder atractivo, se ve obligada a diluir su aura de misterio para no desaparecer.
En un giro irónico, los masones han invertido en mayor “transparencia”: logias universitarias, eventos culturales, jornadas de puertas abiertas donde se exhibe la parafernalia antes secreta, e incluso el uso de sus salas como espacios de coworking. Estas medidas, presentadas como modernización, son una estrategia de marketing para captar a jóvenes, aprovechando la crisis de soledad generacional y la curiosidad por el misterio. Lo que antes se guardaba celosamente ahora se vende como experiencia social accesible, desandando los pasos de una sociedad que se jactaba de su exclusividad y secretismo.
Pese a estos esfuerzos por parecer inclusivos y abiertos, la sombra de la influencia velada en la élite británica —política, empresarial y judicial— sigue siendo imposible de disipar. Históricamente vinculada a figuras de poder, la Masonería no ha logrado convencer de que sus redes de “hermandad” no constituyen un mecanismo de favoritismo y control informal. Sus rituales y juramentos de lealtad, lejos de ser inocentes ejercicios de fraternidad, perpetúan una cultura de opacidad que choca con los valores democráticos contemporáneos que dice impulsar.
La Masonería, al intentar reinventarse como club social moderno y caritativo, confirma la persistente desconfianza que genera: un relicto de privilegios ocultos que, por más puertas abiertas que organice, no logra lavar su reputación de sociedad secreta con pretensiones de poder.