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Rendete pubblici i documenti: Fauci non dovrebbe avvalersi del Quinto Emendamento sulle origini del COVID-19

 

di Neil L. Harrison & Jeffrey D. Sachs | 15 agosto 2026 | Common Dreams

 

Il 29 luglio, Anthony Fauci è comparso davanti a una commissione del Senato in seguito a un mandato di comparizione e si è rifiutato di rispondere alle domande oltre cento volte. Nelle circa duecentocinquanta precedenti comparizioni davanti al Congresso non aveva mai invocato il Quinto Emendamento. Lo ha invocato quando gli è stato chiesto dove abbia avuto inizio la peggiore pandemia del secolo, e su tutte le altre domande.

Ne aveva il diritto. Il Quinto Emendamento è un diritto, e chiunque consideri il silenzio una prova di colpevolezza fraintende la Costituzione. Ma questo non coglie il punto fondamentale. Fauci ha diretto l’Istituto Nazionale di Allergie e Malattie Infettive per trentotto anni, diventando il volto dell’establishment medico scientifico statunitense (definendosi una volta in questi termini: «Io sono La Scienza») ed è stata proprio la sua agenzia, tra le altre, a finanziare la ricerca sul coronavirus a Wuhan e nella Carolina del Nord. Quando la domanda è: «Come sono morti un milione di americani?», allora l’uomo che ha ricoperto il ruolo di «Medico d’America» non può rimanere in silenzio e continuare a rivestire il ruolo di portavoce della scienza.

Quattro anni fa, negli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze, abbiamo chiesto un’indagine indipendente sulle origini del SARS-CoV-2, il virus che ha causato la pandemia, con pieno accesso ai documenti americani e a quelli cinesi pertinenti. Fin dall’inizio della pandemia è stato detto all’opinione pubblica che la questione dell’origine era stata risolta, che il virus era di origine naturale. Ma la questione non era affatto risolta, e ogni documento reso pubblico grazie al FOIA, ogni testimonianza di un informatore, ogni documento del Congresso prodotto dal 2022 ha gettato ulteriori dubbi su questa versione dei fatti, indicando invece un’origine da laboratorio del virus.

Nel gennaio 2025 la Central Intelligence Agency si è finalmente allineata a tale valutazione, ritenendo «con bassa certezza che un’origine legata alla ricerca della pandemia di COVID-19 sia più probabile di un’origine naturale». Anche l’FBI è giunta alla stessa conclusione con moderata certezza. Lo stesso ha fatto il Dipartimento dell’Energia, che gestisce i laboratori nazionali. Tre agenzie americane e il BND tedesco propendono ora per un’origine legata alla ricerca. Tuttavia, tale valutazione non è ancora stata esaminata alla luce di tutti i documenti americani rilevanti che riguardano la questione.

Ora, però, sappiamo chiaramente come un virus del genere possa essere stato creato, perché la ricetta è stata messa per iscritto. Nel 2018 Ralph Baric dell’Università della Carolina del Nord, Peter Daszak dell’EcoHealth Alliance e Shi Zhengli dell’Istituto di Virologia di Wuhan hanno presentato alla DARPA una proposta denominata DEFUSE. La proposta delineava un piano specifico: utilizzare la piattaforma di genetica inversa di Baric — la tecnologia da lui sviluppata e brevettata per assemblare coronavirus a partire da frammenti sintetici — per costruire scheletri di sarbecovirus di pipistrello, comprese sequenze di consenso assemblate da campioni raccolti sul campo, e quindi inserire un sito di proteasi alla giunzione S1/S2 della proteina Spike.

Un sito di proteasi è essenziale affinché questi virus dei pipistrelli possano superare la «barriera di specie» tra pipistrelli e esseri umani e, in questo caso, è denominato sito di scissione della furina (FCS). Quando è apparso per la prima volta, il SARS-CoV-2 era l’unico virus conosciuto della sua famiglia (il clade dei sarbecovirus) a presentare tale sito. Rimane unico sotto questo aspetto. Nonostante i numerosi campionamenti effettuati sui pipistrelli, che fungono da specie serbatoio per questi virus, non è emerso nessun altro virus in questo clade o in questa famiglia che presenti l’FCS, così come non è stato trovato in Cina nessun animale infettato da un progenitore del SARS-CoV-2. Questi risultati continuano a destare grande preoccupazione.

Questo nuovo FCS è stata la caratteristica che ha allarmato maggiormente i virologi che per primi hanno analizzato il genoma, poiché rappresenta un salto evolutivo per il quale non vi sono prove che si sia verificato in natura. All’insaputa dei più, gli scienziati americani avevano proposto di inserire proprio questa caratteristica in quel preciso tipo di coronavirus, solo due anni prima dello scoppio di una nuova malattia da coronavirus a Wuhan. Data la disponibilità di un virus modello adatto, l’inserimento di dodici nucleotidi per formare l’FCS sarebbe stato banale e un lavoro simile era già stato svolto.

Consideriamo ora ciò che è stato detto a porte chiuse. Il 31 gennaio 2020, eminenti virologi comunicarono a Fauci che il genoma sembrava essere stato ingegnerizzato. Jeremy Farrar del Wellcome Trust li convocò il giorno successivo e, il giorno dopo, inviò a Fauci e a Francis Collins una sintesi delle posizioni assunte. Michael Farzan, che ha scoperto il recettore utilizzato dalla SARS-CoV-1 e dalla SARS-CoV-2 per entrare nelle cellule umane, ha stimato le probabilità di un incidente di laboratorio a sessanta-quaranta o settanta-trenta. Edward Holmes si è schierato a sessanta-quaranta a favore della tesi del laboratorio. Farrar ha scritto che, su una scala in cui zero rappresenta la natura e cento il rilascio, onestamente si trovava a cinquanta.

Nulla di tutto ciò è stato reso pubblico. Sei settimane dopo, cinque di quegli scienziati pubblicarono “The Proximal Origin of SARS-CoV-2” su Nature Medicine, concludendo che nessuno scenario di origine da laboratorio fosse plausibile. Fauci lo promosse dal podio della Casa Bianca come scienza indipendente e definitiva. In un messaggio diffuso solo lo scorso giugno, Collins disse ai colleghi che l’articolo era un lavoro a cui lui, Fauci, Farrar e Lawrence Tabak avevano “contribuito, ma non sono stati opportunamente menzionati esplicitamente”.

Le argomentazioni esposte nell’articolo sono sempre state scientificamente deboli e da allora sono crollate, una dopo l’altra. Gli autori affermavano che costruire un virus del genere in laboratorio sarebbe stato difficile, eppure un team tedesco ne ha assemblato uno a partire da frammenti sintetici in meno di due settimane utilizzando un sistema basato sul lievito. Gli esperti di Proximal Origin sostenevano che una caratteristica molecolare adiacente al sito di scissione della furina dimostrasse che il virus si fosse formato all’interno di un organismo vivente piuttosto che in laboratorio. Questa caratteristica (un gruppo di zuccheri noti come O-glicani) era stata prevista dalle analisi computerizzate degli autori; tuttavia, il lavoro di laboratorio ha dimostrato che in realtà non esisteva. Gli autori avevano inoltre affermato che un progettista di laboratorio avrebbe ottimizzato l’adesione del virus al recettore umano tramite la sua proteina Spike; tuttavia, Ralph Baric aveva già condotto un esperimento che dimostrava che l’infezione delle cellule umane procede meglio se il legame della proteina Spike al sito recettoriale è inferiore al livello ottimale. Non è mai stata pubblicata alcuna rettifica di questi errori in Proximal Origin. Gli autori hanno presto perso fiducia nelle proprie conclusioni, come rivelato dalle loro stesse e-mail e dai messaggi su Slack, eppure non hanno ritirato l’articolo.

Lo stesso Baric è stato coinvolto nella genesi di Proximal Origin, poiché ha partecipato, in segreto, alla chiamata del 1° febbraio. La sua presenza non è stata rivelata a nessuno, egli non è in grado di spiegare come sia arrivato lì e almeno due partecipanti non sapevano che fosse presente. Baric non ha menzionato la proposta DEFUSE durante la chiamata e da allora ha affermato di essersene dimenticato. La proposta è rimasta negli archivi del Pentagono e della comunità dei servizi segreti per diciotto mesi dopo l’inizio dell’epidemia, e nessuna agenzia l’ha resa pubblica; è venuta alla luce grazie a un informatore. Quando ciò è avvenuto, gli autori di Proximal Origin hanno concordato in privato che dovevano «riconvincersi che la somiglianza fosse una coincidenza» — e uno di loro ha suggerito di evitare le e-mail o di selezionare con cura alcune e-mail da conservare ai fini della documentazione relativa alla libertà di informazione.

Baric ha reso testimonianza, parte della quale è rimasta riservata, presumibilmente a causa dei suoi legami con la comunità dei servizi segreti.

Numerose agenzie di intelligence (tra cui il BND tedesco e la CIA) propendono per un’origine legata alla ricerca e indicano un incidente di laboratorio a Wuhan. Se così fosse, ciò non spiegherebbe la necessità di un insabbiamento così elaborato che coinvolge alti funzionari del governo statunitense e scienziati provenienti dal Regno Unito, dall’Australia e da altri paesi. Gli scienziati di tutto il mondo sono molto più convinti dell’esistenza di un insabbiamento che dell’origine naturale del virus, ma relativamente pochi hanno espresso pubblicamente le proprie opinioni.

Se il virus fosse stato effettivamente coltivato, ingegnerizzato o riassemblato in laboratorio, parte della tecnologia utilizzata era americana, il progetto era americano e parte dei finanziamenti proveniva dagli Stati Uniti — così come lo sono alcuni dei documenti che potrebbero chiarire la questione: i quaderni di Baric, gli inventari dei congelatori, le sequenze dei virus campionati dall’EcoHealth Alliance, i documenti conservati presso l’Università della California a Davis relativi al programma PREDICT sotto l’egida dell’USAID, gli accordi di trasferimento e le ricevute di spedizione tra l’Università della Carolina del Nord e altri laboratori federali statunitensi; nonché i fascicoli relativi alle sovvenzioni del NIH che indicano se il lavoro proposto nel progetto DEFUSE, ma respinto dalla DARPA, sia stato finanziato in parte da altre agenzie statunitensi. Ogni documento potrebbe essere prodotto su ordine del Congresso questa settimana. Tutti sono stati trattenuti per sei anni.

La nostra accusa non è che ci sia stato un coinvolgimento americano nella comparsa di questo virus. La nostra accusa è che Fauci e altri funzionari e scienziati statunitensi abbiano ostacolato la ricerca della verità. Nessuna inchiesta può determinare la verità sulla base delle prove disponibili. Quindi, rendete pubblici i fascicoli. Istituite un’inchiesta indipendente con potere di citazione in giudizio, indipendente dalle agenzie la cui condotta è in discussione, e lasciate che le prove parlino da sole. Se ciò scagionasse Ralph Baric e Anthony Fauci, come potrebbe accadere, sarebbero stati scagionati dalle prove piuttosto che da semplici affermazioni: l’unico tipo di scagionamento che valga la pena ottenere.

Ecco cosa avrebbe dovuto dire Fauci il 29 luglio: «Ecco i miei documenti. Ecco i documenti del NIH. Richiedete il resto, e io vi aiuterò a ottenere la risposta».

Invece ha invocato il Quinto Emendamento, più di 100 volte.

 


FONTE: https://www.commondreams.org/opinion/fauci-fifth-amendment-covid-origin

 

 

Un’intervista su questo argomento con il giudice Napolitano del 31 luglio 2026 è disponibile sul canale YouTube di Jeff Sachs: https://www.youtube.com/@JeffreyDSachsOfficial

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"La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente" (di Francesco Erspamer)

 

di Francesco Erspamer*

 

La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente. Che neppure quando soffre, quando è depressa o stressata, quando vede la qualità della propria vita precipitare, quando si sente soffocare in città devastate da turisti e migranti e in campagne strangolate da coltivazioni intensive e capannoni postindustriali, neppure allora prova a pensare, organizzarsi, lottare. Perché provocherebbero angoscia: molto meglio accendere la televisione o dare l’ennesima occhiata (la precedente era stata data dieci secondi prima) all’iPhone d’ordinanza, o in modo da dimenticare il senso di impotenza appena provato convincendosi di vivere, comunque, nel migliore dei mondi possibili come il Pangloss di Voltaire.

Il neoliberismo ha stravinto: il popolo e le comunità hanno perso la loro voce e la coscienza della loro identità. Ci sono solo individui, ostinatamente attaccati alla loro esigenza, no, non di diversità, la diversità del reale li inquieta, l'esigenza che hanno è di sentirsi diversi loro, nel modo programmato da media e pubblicità, identici a milioni di altri purché non ai loro vicini, purché estranei agli ambienti in cui sono nati e cresciuti, a luoghi che in qualche modo li vincolerebbero e costringerebbero alla responsabilità, molto meglio restare sempre in movimento, in una fuga perpetua verso un altrove virtuale e dunque immaginario, come Odisseo secondo il film amerikano che spopola nei cinema delle colonie, prima fra tutte l’Italia. Dei coglioni, insomma.

I coglioni di destra, in particolare, si rifugiano nel negazionismo: il riscaldamento globale è un'invenzione, e quando proprio non possono nasconderlo, lo trasformano in una inevitabilità: dovuta al Sole o all’angolazione della Terra, in sostanza ai massimi sistemi, quindi meglio adattarsi, che è quello che comunque davvero gli piace fare, ossia seguire le mode, sentirsi eternamente giovani comprando il nuovo più nuovo, e per farlo depredare la natura, finché ce n'è, e al tempo stesso cancellare la Storia, che costringerebbe a riflettere.

I coglioni di sinistra si rifugiano nel nichilismo: siccome la colpa è nostra, di noi occidentali (senza distinzione fra, mettiamo, statunitensi e italiani) e in particolare di noi cattolici (i protestanti sono molto meglio perché parlano direttamente con Dio, e i puritani ancora di più in quanto sono sostanzialmente dei «woke» ante litteram), allora è giusto che tutto vada in rovina, un cupio dissolvi (se non sapete cosa significa fate la fatica di informarvi) dal quale emergeranno energie nuove, pure, trasgressive, liberatorie in quanto non contaminate dalla civiltà ma passate direttamente dal bisogno all’opulenza consumista.

Due forme di individualismo, esattamente come pianificato, da sempre, dal capitalismo. C’è ancora qualcuno a cui interessa resistergli? Non perché sia probabile che si possa vincere: la ragione impone pessimismo e se non fosse così, se il successo fosse a portata di mano, lo inseguirebbero tutti gli utilitaristi, gli ambiziosi e gli avidi. La resistenza si fonda su un altro sentimento, che Gramsci chiamava ottimismo della volontà e che altro non è se non la socializzazione della disperazione. Non c’è speranza nel sé, solo ansia e frustrazione; aggregarsi aiuta a uscirne, permette di trasformare le pulsioni autodistruttive in rabbia e in azione, di indirizzarle verso il bene comune, non importa se difficile da definire, l’essenziale è che ci trascenda.
 
*Facebook, 16 agosto 2026. Pubblicato su gentile concessione dell'Autore
 
LIBRTO CONSIGLIATO
 

"PIETRE SENZA POPOLO" DI ANGELA FAIS

PREFAZIONE DEL PROF. ALESSANDRO VOLPI

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Timisoara come Bucha: le bugie guerrafondaie (di Elena Basile)

 

di Elena Basile - Fatto Quotidiano, 16 agosto 2026
 

Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.

Nel marzo del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese mutilato del 20% delle sue terre.

I negoziati potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.

Nel marzo del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30 marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri. La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale.

Alla Croce rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a Istanbul.

Non so cosa sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest” (strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.

Leggo intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO, chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il 14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia. A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione, sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni, in Occidente.

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Come si coltiva la sudditanza (di Alessandro Volpi)

 

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.
 
Il dato più significativo emerso dal rapporto riguarda la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale.
 
E’ interessante capire allora chi sono tali investitori.
 
In base ai dati del medesimo rapporto di Bankitalia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all'11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell'intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.
 
Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l'esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi USA i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi.
 
Per quanto riguarda invece la Banca Centrale Europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi PSPP e PEPP non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d'Italia per conto dell’Eurosistema.
 
La quota detenuta "direttamente" dalla BCE nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la BCE acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali. Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della BCE, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibilissimo calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (Quantitative Tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d'investimento americani.
Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali paesi ad alzare i tassi d’interesse, con un aumento del costo del loro debito, per attrarre i grandi fondi finanziari, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.

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BILDERBERG? È VECCHIA - DAVOS ? È NOIOSA BENVENUTI A “DIALOG”!

 

di Glauco Benigni

 

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra un’omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell'archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra videoclip e news tra un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino. Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

 

Lo scoop del data-leak: quando l'élite della privacy rivela la password

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”.  Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva  chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo. Ebbene, questo tempio dell'inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable ( una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.

La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker maia arson crimew . Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale.  Divenuta  famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima.  Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che sarebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!

I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”. A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione. Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice no?

 

Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra.

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore. Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista:

  • “Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.
  • “Battlefield Technologies”: Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.
  • “Bring Back Nuclear”: Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.
  • “It’s Fun to Be in Charge”: Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.
  • “Build-a-Cult”: Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come com.

L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

 

I VIP presenti

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale.  Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico. Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della sinistra liberal, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes, l’ex segretario al tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare ) il genero di Trump, Jared Kushner. Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington. Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford; consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull'Intelligenza Artificiale.

 

E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.

Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.

Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica. I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

 

Una vittoria della Società Civile

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie. Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.

Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.

Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra. La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.

Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.

Fra qualche giorno ne sapremo di più.

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Ben-Gvir propone di uccidere tra i 30 e i 40 palestinesi ogni notte a Gaza

 

L'ultima uscita pubblica di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza interna di Israele, ha scosso gli animi ben oltre i confini dello Stato ebraico. In un podcast intitolato «8 ottobre», pubblicato nella giornata di domenica, il ministro di estrema destra ha dichiarato senza mezzi termini che, a suo avviso, le forze israeliane dovrebbero condurre uccisioni mirate a Gaza con un ritmo quotidiano di «tra i 30 e i 40» palestinesi, aggiungendo che tale prassi non dovrebbe limitarsi a coloro che rappresentano una minaccia immediata.

«Lì ci sono persone che non meritano di vivere. Né dovrebbero vivere. È che non sono nemmeno persone», ha affermato Ben-Gvir, ribadendo la sua convinzione che l'intero territorio palestinese appartenga a Israele e auspicando una rapida espansione degli insediamenti e la «migrazione» della popolazione di Gaza, da lui definita «terrorista».

Le dichiarazioni, che hanno fatto il giro del mondo attraverso i social media e le agenzie di stampa, hanno scatenato un coro di reazioni indignate. Tra le voci più autorevoli, quella del senatore americano Bernie Sanders, che non ha esitato a definire Ben-Gvir un «criminale» e ha dichiarato che Israele, in virtù di tali posizioni, «non merita il sostegno degli Stati Uniti». Anche Teheran si è unita alle condanne, con il viceministro degli Esteri Kazem Qaribabadi che ha parlato di «confessioni da registrare e conservare per il giorno del giudizio» dei responsabili di quelli che definisce crimini di guerra.

Le parole di Ben-Gvir si inseriscono in un contesto di violenza che non accenna a placarsi. Secondo le autorità sanitarie palestinesi, la guerra in corso a Gaza – iniziata il 7 ottobre 2023 – ha già causato oltre 73.000 vittime e circa 174.000 feriti, in maggioranza donne e bambini. A questi si aggiungono circa 9.500 dispersi, molti dei quali presumibilmente sepolti sotto le macerie degli edifici distrutti, in quella che le organizzazioni umanitarie definiscono una catastrofe senza precedenti. Si stima che il 90% delle infrastrutture della Striscia sia stato danneggiato o raso al suolo.

Le parole di Ben-Gvir, al di là dello choc che hanno prodotto, pongono interrogativi inquietanti sul confine tra discorso politico e istigazione alla violenza, e sulla capacità della comunità internazionale di intervenire di fronte a dichiarazioni che molti non esitano a definire come una chiara violazione del diritto internazionale.

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RUSSELL MEANS, IL NATIVO CHE L’AMERICA NON RIUSCÌ A IGNORARE

 

di Raffaella Milandri

 

C’è una versione dell’Indiano d’America con la quale gli Stati Uniti hanno imparato da tempo a convivere magnificamente: quella consegnata alla storia. Il guerriero fotografato nell’Ottocento, il capo sconfitto ma dignitoso, il personaggio cinematografico che cavalca verso il tramonto, ormai privo di qualsiasi diritto concreto da rivendicare. Quell’Indiano può diventare una statua, una mascotte, un marchio commerciale o il protagonista romantico di un western. Può perfino essere celebrato, purché rimanga innocuamente confinato nel passato. Russell Means rifiutò questo copione.

Oglala Lakota, nato nel 1939 nella riserva di Pine Ridge e cresciuto in gran parte nell’area della Baia di San Francisco, Means attraversò da protagonista quasi mezzo secolo di mobilitazione indigena negli Stati Uniti. Fu una delle figure più riconoscibili dell’American Indian Movement, portavoce durante Wounded Knee, attivista per le Black Hills, attore, musicista e scrittore.

Fu anche un uomo difficile, spesso divisivo, impulsivo, innamorato della provocazione e perfettamente consapevole della propria forza mediatica. Ebbe conflitti durissimi con altri militanti e alcune sue scelte politiche furono fortemente contestate. Nel 2007 partecipò, per esempio, alla proclamazione della cosiddetta Republic of Lakotah, che non rappresentava i governi tribali lakota.

Raccontarlo cancellando queste contraddizioni sarebbe il modo peggiore di raccontarlo. Russell Means non ha bisogno di diventare un santino indigeno per essere importante. Trasformarlo nell’ennesimo «grande capo» moralmente irreprensibile significherebbe levigarlo fino a renderlo finalmente innocuo.

Means non lo fu mai.

Aveva compreso soprattutto una legge elementare del potere contemporaneo: un’ingiustizia che rimane invisibile può sopravvivere per generazioni. Gli Stati Uniti erano riusciti a convivere con la povertà nelle riserve, con i trattati violati e con la sottrazione delle terre molto più facilmente di quanto riuscissero a convivere con uomini e donne nativi capaci di portare quelle questioni davanti alle telecamere.

Se l’America sapeva ignorare gli Indiani invisibili, Russell Means decise di rendersi impossibile da ignorare.

 

Wounded Knee: quando il passato entrò nel presente

L’American Indian Movement nacque a Minneapolis nel 1968, inizialmente soprattutto in risposta alle condizioni vissute dai Nativi nelle città: discriminazione, marginalizzazione e brutalità della polizia. Ben presto l’AIM portò al centro della propria azione questioni più vaste, dalla tutela culturale ai trattati, dalle terre alla sovranità. Means trovò nel movimento il luogo ideale per trasformare la propria capacità comunicativa in azione politica. Nel 1972 fu tra i protagonisti del Trail of Broken Treaties, la grande mobilitazione che raggiunse Washington ricordando agli Stati Uniti una verità molto semplice: i trattati sottoscritti con le Nazioni native non erano reliquie del Far West, ma accordi politici e giuridici.

Un anno dopo arrivò Wounded Knee.

Il 27 febbraio 1973 membri dell’American Indian Movement e attivisti Oglala occuparono il piccolo centro nella riserva di Pine Ridge. La scelta del luogo aveva una forza simbolica enorme: proprio lì, nel dicembre 1890, il Settimo Cavalleria aveva massacrato centinaia di Lakota. Ottantatré anni dopo quello stesso nome tornava sulle prime pagine dei giornali non per una commemorazione, ma per una nuova protesta.

L’occupazione durò settantuno giorni. Ma sarebbe sbagliato interpretarla come una semplice rievocazione delle guerre indiane. Nel 1973 si protestava per problemi contemporanei: la situazione politica a Pine Ridge, la contestazione del presidente tribale Richard Wilson, il rapporto con Washington, la sovranità e il rispetto dei trattati.

Anche il racconto successivo ha bisogno di qualche correzione. Wounded Knee non fu soltanto la storia di Russell Means e Dennis Banks. Donne Oglala come Gladys Bissonnette ed Ellen Moves Camp furono determinanti nella mobilitazione e nei negoziati. Ricordarlo non è un omaggio alla correttezza politica, ma alla correttezza storica: perfino la storia della ribellione indigena rischia altrimenti di essere raccontata attraverso il vecchio modello di pochi grandi uomini al centro della scena.

Durante quei settantuno giorni accadde però qualcosa di straordinario sul piano simbolico. Il 1890 e il 1973 finirono nella stessa inquadratura. Un’America abituata a considerare gli Indiani protagonisti di una storia conclusa vide uomini e donne nativi contemporanei parlare di terre, sovranità e trattati.

Se gli Indiani appartenevano davvero al passato, chi erano quelle persone che continuavano a presentarsi come membri di Nazioni con le quali gli Stati Uniti avevano sottoscritto accordi?

Means comprese perfettamente la forza politica di quella contraddizione. Gli fu rimproverato di spettacolarizzare la protesta, ed è difficile negare il suo straordinario istinto teatrale. Ma la domanda più interessante è un’altra: perché fu necessario rendere spettacolare un’ingiustizia perché l’America cominciasse finalmente a guardarla?

Nell’epoca della televisione, Russell Means aveva capito che anche essere visti significava esercitare potere.

 

Le Black Hills e una domanda che il denaro non può risolvere

Dietro molte delle sue battaglie ritornano le Paha Sapa, le Black Hills, territorio di enorme importanza storica, culturale e spirituale per i Lakota.

Nel 1980, con United States v. Sioux Nation of Indians, la Corte Suprema confermò il diritto a una compensazione per la sottrazione delle Black Hills. Ma proprio qui emerge una delle fratture fondamentali del pensiero di Means. La logica dello Stato domanda quanto valga una terra. La domanda posta da Means viene prima: chi ha stabilito che quella terra possa essere trasformata in un prezzo?

Un risarcimento può riconoscere un torto e, nello stesso momento, tentare di trasformarlo in una transazione conclusa: abbiamo preso qualcosa illegalmente, ne calcoliamo il valore, paghiamo e archiviamo la questione.

Ma se quella terra è contemporaneamente memoria, luogo sacro, presenza degli antenati e parte dell’identità collettiva, il denaro non chiude la controversia. Rivela piuttosto quanto siano differenti le idee di «valore» che si stanno confrontando.

Means portò questa battaglia anche nella musica, dedicando una canzone proprio alle Paha Sapa. La politica, per lui, non rimase mai confinata nei tribunali o nelle assemblee: attraversò dischi, interviste e cinema, perché qualunque spazio capace di portare una voce nativa davanti al pubblico poteva diventare terreno politico.

 

Quando Means mise sotto accusa anche la sinistra occidentale

Esiste poi un Russell Means particolarmente scomodo per chi vorrebbe inserire automaticamente le lotte indigene dentro le categorie politiche occidentali.

Nel 1980 pronunciò al Black Hills International Survival Gathering un discorso dal titolo inequivocabile: “Marxism is as Alien to My Culture as Capitalism and Christianity”. Means attaccava marxismo, capitalismo e cristianesimo come differenti espressioni di una matrice europea che, secondo la sua interpretazione, condivideva una concezione materialista e dominatrice del rapporto tra essere umano e natura.

Le sue generalizzazioni sono evidenti. Means tendeva spesso a trasformare «Occidente» e «Indiani» in categorie molto più uniformi di quanto la storia consenta. Assumere tutte le sue contrapposizioni come analisi rigorosa sarebbe un errore. Liquidarle, tuttavia, lo sarebbe altrettanto.

Means stava rifiutando qualcosa di molto più profondo: l’idea che perfino la liberazione dei Popoli indigeni dovesse necessariamente essere pensata attraverso categorie prodotte dall’Occidente.

Per secoli europei e americani avevano classificato gli Indigeni come selvaggi, pagani, primitivi, arretrati, sottosviluppati o minoranze. Cambiavano le definizioni, ma rimaneva quasi sempre immutato chi si arrogava il diritto di definire gli altri.

Means rovesciava il tavolo e chiedeva, in sostanza: perché anche la nostra liberazione dovrebbe essere spiegata attraverso il vostro vocabolario?

Da antropologa trovo questo ribaltamento dello sguardo ancora oggi estremamente fertile. L’Occidente è abituato a studiare i Popoli indigeni; è molto meno abituato ad accettare di essere osservato e giudicato da loro.

Una società capace di contaminare l’acqua, devastare montagne e trasformare progressivamente la terra in merce possiede davvero il monopolio della parola «civiltà»?

Possiamo discutere le risposte di Means, e spesso dobbiamo farlo. È molto più difficile sottrarsi alle sue domande.

 

 

Dalla protesta a Hollywood

Nel 1992 Russell Means interpretò Chingachgook ne L’ultimo dei Mohicani di Michael Mann. La contraddizione sembrò evidente: che cosa ci faceva uno dei militanti più radicali dell’AIM dentro Hollywood, una delle industrie che più avevano contribuito a fabbricare l’Indiano immaginario?

Credo che la risposta sia contenuta nella stessa strategia che Means aveva applicato alla televisione e alla stampa. Non intendeva lasciare agli altri il monopolio degli spazi nei quali veniva costruita la propria immagine. Aveva capito che la rappresentazione è una forma di potere.

Se l’Indiano esiste soltanto nel western, appartiene al XIX secolo. Se è folklore, non è sovranità. Se è una mascotte, non è una Nazione politica. E se viene dichiarato scomparso, non può presentarsi nel presente con un trattato in mano e pretendere che venga rispettato.

Means amava la visibilità e sapeva di possedere un personaggio pubblico formidabile. Ma ridurre tutto questo a semplice narcisismo significherebbe perdere la lucidità con cui comprese che chi controlla l’immagine dell’Indiano contribuisce anche a stabilire quali diritti quell’Indiano possa rivendicare.

 

Tradurlo senza addomesticarlo

Negli ultimi mesi ho trascorso molto tempo dentro le sue parole, lavorando alla traduzione italiana del libro scritto con Bayard Johnson, Se hai dimenticato i nomi delle nuvole, hai smarrito la strada, per la Mauna Kea Edizioni. Proprio questo lavoro mi ha convinta che l’ultimo torto che potremmo fare a Russell Means sarebbe trasformarlo nel «saggio indiano» incaricato di dispensare spiritualità agli occidentali inquieti.

Il libro non è questo. È memoria familiare, insegnamenti ricevuti, pensiero politico, provocazioni e contraddizioni. Traducendolo ho ritenuto fondamentale non addomesticarne la voce. Una nota può contestualizzare un’affermazione o distinguere l’esperienza individuale da ciò che può essere attribuito più generalmente alla cultura lakota; non dovrebbe però correggere l’autore fino a renderlo più rassicurante di quanto fosse.

Sarebbe particolarmente paradossale con Means, che trascorse buona parte della vita contestando la pretesa occidentale di spiegare agli Indiani che cosa fossero e che cosa dovessero diventare.

Anche il titolo del libro contiene una delle immagini più affascinanti del suo pensiero: dimenticare i nomi delle nuvole significa perdere qualcosa di più di alcune parole. Una lingua conserva distinzioni, relazioni e modi di osservare il mondo. Quando nelle boarding schools i bambini nativi venivano puniti per l’uso delle proprie lingue, non si sostituiva semplicemente un idioma con l’inglese: si interrompeva anche la trasmissione di conoscenze e identità. Per questo la lingua è sempre anche politica. Chi perde il diritto di nominare il proprio mondo diventa più vulnerabile alla pretesa che qualcun altro abbia il diritto di definirlo.

 

Dalle Black Hills a Bears Ears

Mentre preparavo questo articolo dedicato a Russell Means, la cronaca statunitense ha riportato violentemente la questione della terra al centro del presente. Nel luglio 2026 Donald Trump ha ridotto drasticamente a un decimo del territorio il Bears Ears National Monument e sciolto la Bears Ears Commission, attraverso la quale Hopi, Navajo, Ute Mountain Ute, Ute Indian Tribe e Zuni partecipavano alla gestione cooperativa del monumento. Il provvedimento riapre inoltre, nei termini previsti dalla proclamazione e fatti salvi altri vincoli, la possibilità di accesso alle leggi minerarie nelle aree escluse dalla tutela. Ne abbiamo parlato qui su L’Antidiplomatico nello scorso articolo della rubrica Nativi.  Non intendo sovrapporre Bears Ears alle Black Hills: sono territori diversi, legati a Popoli differenti e a storie politiche differenti.

Eppure la domanda è la stessa che Russell Means pose per decenni agli Stati Uniti: che cos’è una terra?

Per un’amministrazione può essere una superficie federale, un insieme di confini o una riserva di minerali strategici. Per una Nazione indigena può essere contemporaneamente memoria, luogo cerimoniale, storia, farmacia, sepoltura, presenza degli antenati e responsabilità verso chi verrà dopo.

Il conflitto comincia quando una di queste concezioni pretende di essere l’unica legittima. È allora che una montagna sotto la quale viene individuato uranio rischia di diventare innanzitutto un deposito di uranio e che tutto ciò che non può essere monetizzato viene degradato a ostacolo.

Means conosceva bene questo meccanismo. Le Black Hills glielo avevano insegnato.

Non aveva sempre ragione. Ed è proprio questo il punto

Russell Means morì il 22 ottobre 2012 a Pine Ridge.

Non credo che il modo migliore di ricordarlo sia sostenere che avesse sempre ragione. Non l’aveva. Era un uomo complesso, a volte incoerente, capace di dividere gli stessi ambienti nei quali era diventato un simbolo. Non rappresentava tutti i Lakota e tantomeno poteva rappresentare genericamente tutti i Nativi americani.

La sua eredità più importante sta altrove.

Per oltre quarant’anni pose agli Stati Uniti domande che la grande narrazione nazionale avrebbe preferito archiviare insieme alle fotografie della frontiera: chi decide che cosa significhi progresso? Quando un trattato stipulato con una Nazione indigena smette di essere un impegno politico e diventa un oggetto da museo? Chi può stabilire che una montagna sacra sia compensabile con del denaro? E perché i Nativi vengono celebrati con tanta facilità quando appartengono alla storia, mentre diventano improvvisamente scomodi quando esercitano diritti nel presente?

Sono domande che sopravvivono a Russell Means perché non riguardavano soltanto lui. Riguardavano l’America e, più profondamente, il diritto che l’Occidente si è attribuito per secoli di nominare, classificare e valutare il mondo degli altri.

Sarebbe comodo ricordarlo soltanto come il volto di Wounded Knee, l’attore de L’ultimo dei Mohicani o un’icona dell’American Indian Movement. Sarebbe ancora più comodo trasformarlo nell’ennesimo “grande capo indiano”, dopo avere eliminato tutto ciò che nella sua vita fu contraddittorio, irritante e politicamente scomodo. Ma Russell Means era troppo politico per diventare folklore e troppo polemico per diventare un innocuo maestro spirituale.

L’America aveva imparato a celebrare gli Indiani quando non potevano più contestarla. Russell Means le ricordò che i Nativi erano ancora lì.

 

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"Sovranità finanziaria" e l'ultimo rapporto di Banca d'Italia (di Alessandro Volpi)

 

di Alessandro Volpi - Altreconomia*

 

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.

Fonte: Banca d’Italia, 2026

Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione. In altre parole, il ricorso al debito per finanziare la spesa pubblica sta tornando a crescere e si lega peraltro, in maniera paradossale, al peso degli interessi sul debito, che giocano un ruolo determinante: con il significativo rialzo dei tassi degli ultimi mesi il costo per remunerare i titoli in circolazione è esploso, costringendo il ministero dell’Economia a sborsare cifre vicine ai 100 miliardi di euro annui, una spesa che non genera servizi ma sottrae liquidità immediata, nonostante le dichiarazioni inutilmente trionfalistiche del Governo Meloni.

Il dato più finanziariamente sensibile emerso dal rapporto riguarda però la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale. È interessante capire allora chi sono tali investitori.

 

 

In base ai dati del rapporto di Banca d’Italia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all’11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell’intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.

Fonte: Banca d’Italia, 2026

Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l’esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi statunitensi i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi. Per quanto riguarda invece la Banca centrale europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi Pspp e Pepp non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d’Italia per conto dell’Eurosistema. La quota detenuta “direttamente” dalla Bce nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la Bce acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali.

Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della Bce, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibile calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (quantitative tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d’investimento americani e il risparmio delle famiglie italiane.

Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali Paesi ad alzare i tassi d’interesse con un aumento del costo del loro debito per attrarre i grandi fondi, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.

Questa dinamica indica infatti che, se da un lato i titoli di Stato italiani continuano a godere di una certa fiducia sui mercati internazionali grazie ai rendimenti sempre più competitivi, e onerosi per le casse dello Stato, dall’altro il Paese si ritrova più esposto alla volatilità dei capitali globali, allontanandosi parzialmente dal percorso di “sovranità finanziaria” basato sul risparmio domestico.

Come accennato, si osserva altresì il costante ridimensionamento del ruolo della Banca d’Italia, la cui quota di possesso è scesa al 16,7% per effetto proprio del quantitative tightening della Bce, che sta progressivamente riducendo lo scudo monetario che aveva protetto l’Italia durante gli anni della pandemia, mantenendo il costo del denaro a livelli sostenibili. In un simile contesto, il risparmio nazionale tiene per effetto della componente retail, ovvero le famiglie e le imprese italiane, che detengono il 14,5% del debito, in realtà senza grandi incrementi rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, la combinazione tra un debito nominale ai massimi storici e una quota crescente in mano a fondi esteri, in un regime di tassi che rimane oneroso rispetto al passato, pone una sfida strutturale sulla sostenibilità futura, poiché una fetta sempre più ampia della ricchezza nazionale dovrà essere destinata esclusivamente al pagamento degli interessi, che ora gravano su una massa monetaria senza precedenti.

Un simile fenomeno si inserisce in un quadro generale sempre più pericoloso. Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del Prodotto interno lordo mondiale. A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo. Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80mila miliardi di dollari.

La considerazione che sorge spontanea è semplice. Ma chi potrà mai restituire -tra Stati e privati- un debito così infinito, che matura circa 17mila miliardi di interessi, pari al 16% del Pil mondiale? Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile? È chiaro che questo modello è finito e la corsa all’intelligenza artificiale e al riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il Pianeta in modo radicalmente tossico.


*Fonte originale: https://altreconomia.it/la-sovranita-finanziaria-dellitalia-e-un-debito-pubblico-pari-a-3-2072-miliardi-di-euro/

Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

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I funzionari della leva ucraini arrestano il vescovo della Chiesa ortodossa ucraina

 

I funzionari ucraini della leva hanno arrestato il metropolita Sergius della Chiesa ortodossa ucraina (UOC), secondo quanto riferito da un avvocato della Chiesa, nell'ultima escalation della repressione che Kiev sta conducendo contro la più grande confessione religiosa del paese. Lo riporta oggi Ria Novosti. 

E' noto come la campagna di coscrizione in Ucraina sia diventata sempre più violenta e corrotta nel tentativo di compensare le perdite sul campo di battaglia, mentre la disponibilità di reclute volontarie si sia esaurita da tempo. Funzionari regionali incaricati della mobilitazione sono stati arrestati con l'accusa di aver accettato tangenti per concedere rinvii, e secondo quanto riferito la minaccia di essere arruolati con la forza è stata utilizzata per esercitare pressioni sui giornalisti affinché non pubblicassero articoli compromettenti.

Sergius è a capo della diocesi di Tulchin della Chiesa ortodossa ucraina (UOC) nella regione di Vinnitsa. È stato arrestato, insieme all'arciprete Anatoly Vishnev, nel sud-est di Kiev da funzionari della leva, secondo quanto riportato in un comunicato su Telegram dall'arciprete Nikita Chekman, avvocato che rappresenta l'UOC.

Entrambi sono stati condotti presso il Centro territoriale locale di reclutamento e sostegno sociale (TCK) per essere sottoposti a visite mediche; tale ente è incaricato di supervisionare la campagna di coscrizione in Ucraina, secondo quanto riferito dall'avvocato. Sergio è stato rilasciato nel corso della giornata, ma il suo passaporto è stato sequestrato, ha riferito Chekman in un aggiornamento.

Sia la detenzione che il sequestro sono stati effettuati «senza le dovute formalità procedurali», senza che venissero forniti documenti o basi giuridiche per nessuna delle due azioni, ha affermato, aggiungendo che la Chiesa ortodossa ucraina (UOC) ritiene illegali le azioni del TCK.

 

Il contesto della repressione

Dall'escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, le autorità ucraine hanno imposto sanzioni al clero della Chiesa ortodossa ucraina (UOC), hanno effettuato irruzioni nei suoi monasteri e nelle sue chiese e hanno sostenuto gli sforzi volti a trasferire le sue proprietà alla Chiesa ortodossa dell'Ucraina (OCU), affiliata a Kiev. L'organizzazione scismatica è stata fondata nel 2019 sotto l'allora presidente Pyotr Poroshenko.

Secondo quanto riferito, la coscrizione forzata è stata utilizzata per esercitare pressioni sui sacerdoti della Chiesa ortodossa ucraina. Mosca, nel frattempo, ha definito la mossa un tentativo di «distruggere l'ortodossia in Ucraina».

Alla fine di giugno, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha condannato i piani di riesumare e seppellire nuovamente importanti figure politiche ucraine presso la Lavra di Kiev-Pechersk, accusando le autorità di utilizzare l'iconico monastero per promuovere «antieroi travestiti da eroi». Il capo dell'Istituto ucraino della Memoria Nazionale, Aleksandr Alferov, che in precedenza aveva ricoperto il ruolo di portavoce dell'unità neonazista Azov, ha dichiarato il mese scorso che il governo intende istituire presso la Lavra quello che ha definito un «Pantheon» nazionale.

La venerazione a livello statale da parte dell'Ucraina dei collaboratori nazisti e dei nazionalisti della Seconda guerra mondiale è da tempo oggetto di aspre condanne da parte della Russia. Mosca ha fatto della «denazificazione» dell'Ucraina uno degli obiettivi chiave della propria operazione militare.

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Erdogan: "Il motore principale di questa guerra è Israele"

 

  

«Israele è il motore principale di questa guerra… è il protagonista principale di questa guerra. Israele ha continuamente incoraggiato la guerra ed è sempre stato favorevole all'opzione bellica. E poiché si è schierato dalla parte della guerra, altri paesi hanno pagato un prezzo estremamente alto», ha dichiarato Erdogan in un'intervista ad Al Jazeera.

Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha proseguito affermando che il suo paese non è favorevole alla guerra nella regione e si schiera dalla parte della pace, indicando Israele come il principale promotore e protagonista dell'attuale conflitto. Il leader turco ha poi sottolineato che Ankara non parla di guerra, ma di pace e del raggiungimento della pace mondiale. Tuttavia, ha avvertito che la Turchia non esiterà a difendersi se verrà attaccata e non esiterà a entrare in guerra se la situazione lo richiederà.

Erdogan ha anche fatto riferimento all'accordo di difesa congiunta firmato alla Mecca tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Ha spiegato che il meccanismo è sostanzialmente simile all'articolo 5 della NATO, per cui un attacco contro uno qualsiasi dei tre paesi potrebbe innescare una risposta congiunta.

Tra le priorità della Turchia, il presidente ha indicato la riapertura dello Stretto di Hormuz alla navigazione internazionale, avvertendo che la sua chiusura prolungata rappresenta un grave problema per il commercio mondiale e il flusso di petrolio.

 

L'analisi degli esperti: un meccanismo di deterrenza

Secondo la ricercatrice Burcu Ozcelik, dell'istituto britannico RUSI, l'accordo può essere interpretato come un meccanismo di deterrenza nei confronti di Israele e di contrappeso all'influenza iraniana, piuttosto che come una preparazione a uno scontro diretto. Il suo valore risiederebbe nell'aumentare il costo di qualsiasi nuova escalation regionale, combinando le capacità militari turche, le risorse finanziarie saudite e la profondità strategica del Pakistan.

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Lavrov: "Per l'Ucraina si prospetta il peggio"

 

"La Russia intensificherà la propria campagna militare in Ucraina e cercherà di distruggere ogni elemento utilizzato dall'Occidente per sostenere lo sforzo bellico di Kiev". Lo ha affermato il ministro degli Esteri Sergey Lavrov in una comunicazione rilasciata ai media russi. 

L'alto diplomatico ha commentato le azioni dell'Ucraina e dei suoi sostenitori occidentali che, secondo loro, avrebbero lo scopo di esercitare pressioni su Mosca affinché accetti negoziati di pace. La Russia continua a cercare una «soluzione duratura, affidabile e sostenibile» al conflitto e non può accettare di sospenderla, ha proseguito il ministro degli esteri russo. 

 

La risposta agli attacchi ucraini: metodi più duri

Le sue dichiarazioni sono giunte in risposta a una serie di attacchi ucraini che hanno causato numerose vittime tra i civili, tra cui gli incidenti avvenuti a Starobelsk a maggio e a Gelendzhik all'inizio di questo mese. I funzionari russi, tra cui Lavrov, hanno descritto gli attacchi con i droni come atti deliberati di terrorismo.

Il ministro ha affermato che Mosca non ricorrerà alle stesse tattiche, ma ha avvertito che la sua risposta diventerà sempre più severa. «Non scenderemo al loro livello. Adotteremo invece metodi molto più duri per distruggere tutto ciò che permette all'Occidente di alimentare la macchina da guerra di Kiev. Lo stiamo già facendo, e loro stanno già lamentandosi», ha affermato.

Il ministro ha inoltre ribadito che le proposte ucraine e occidentali di congelare il conflitto lungo l'attuale linea del fronte sono inaccettabili. Ha sostenuto che farlo nelle condizioni attuali equivarrebbe a tradire sia la vittoria sovietica sulle potenze dell'Asse nella Seconda guerra mondiale sia la storia più ampia dello Stato russo.

Mosca ha ripetutamente accusato il governo ucraino di abbracciare l'ideologia neonazista e di perseguire politiche volte a sopprimere la lingua, la cultura e l'identità russe nel paese.

 

La «campagna di pressione» di Zelensky e la risposta russa

Il mese scorso, il leader ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato una «campagna di pressione» di 40 giorni che includeva attacchi su larga scala contro navi civili russe, infrastrutture energetiche e strutture legate al gigante dell'e-commerce Wildberries. Kiev ha sostenuto che gli attacchi a lungo raggio dimostrano che l'Ucraina dispone di una strategia efficace per affrontare la Russia e rafforzano la sua richiesta di ulteriore assistenza militare occidentale, in particolare i missili intercettori Patriot necessari per contrastare gli attacchi di rappresaglia russi.

Mosca ha successivamente intensificato i propri attacchi a lungo raggio, anche contro navi che servono le rotte ucraine nel Mar Nero. L'esercito russo sostiene di prendere di mira solo le navi che contribuiscono direttamente allo sforzo bellico dell'Ucraina. L'aumento dei rischi, tuttavia, ha scoraggiato le compagnie di navigazione commerciali e ha fortemente limitato la capacità di Kiev di esportare materie prime, tra cui cereali e ferro.

Secondo Reuters, Zelensky sta ora cercando di ottenere un cessate il fuoco limitato nel Mar Nero e ha trasmesso la sua proposta tramite un intermediario. Anche funzionari turchi hanno pubblicamente chiesto una tregua delle ostilità nella zona.

Lavrov ha sostenuto che la Russia non ha dato inizio all'ultima escalation e ha criticato quella che ha definito la mancata condanna, da parte di alcuni paesi, degli attacchi ucraini contro navi neutrali, comprese le petroliere incaricate di trasportare greggio kazako attraverso il porto russo di Novorossiysk.

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Uno zoo in Thailandia vieta l'ingresso ai turisti israeliani

 

Uno zoo in Thailandia ha vietato l'ingresso ai turisti dello stato di Israele. Secondo i media locali, la direzione di uno zoo di animali esotici sulla turistica isola thailandese di Koh Samui ha annunciato che i palestinesi possono, al contrario, accedere gratuitamente alla struttura e ha pubblicato sulle proprie pagine messaggi di sostegno alla Palestina. Lo riporta TRT che ha dato ampia copertura alla notizia. 

La direzione dello zoo ha ribadito la propria decisione di impedire l'ingresso agli israeliani e ha pubblicato, sia all'interno della struttura che sulle pagine web relative alla struttura, immagini con il simbolo «Vietato l'ingresso» accanto alla bandiera del regime israeliano, nonché la bandiera palestinese e slogan di sostegno alla Palestina. In alcuni post attribuiti al proprietario dello zoo si sottolinea che la decisione non è motivata esclusivamente dalla nazionalità delle persone, ma è stata adottata a seguito di esperienze precedenti con alcuni turisti israeliani. La direzione della struttura ha accusato alcuni di loro di comportarsi in modo contrario alle norme dello zoo. Tra i comportamenti segnalati dalla direzione figurano il rifiuto di pagare il biglietto d'ingresso, l'appropriazione di cibo per gli animali destinato ad altri visitatori, l'inosservanza delle istruzioni e un comportamento inappropriato nei confronti degli animali.

L'incidente ha assunto maggiore rilevanza dopo che una famiglia israeliana si è recata allo zoo per visitarlo e ha affermato che i dipendenti le avevano impedito l'accesso una volta appreso che erano israeliani. I video diffusi sui social media mostrano anche una discussione tra la famiglia e uno dei rappresentanti dello zoo, che alla fine si è conclusa con l'allontanamento della famiglia dal luogo.

 

An Israeli family was denied entry to Samui Exotic Park on Koh Samui, Thailand, on August 12, after staff learned they were from Israel. An employee who had initially greeted them told the group that tourists from Israel were not allowed in, according to the family.

In recent… pic.twitter.com/HWz6aeQXzz

— TRT World (@trtworld) August 13, 2026

 

 

La posizione ribadita dalla direzione

A seguito dell'incidente, la direzione dello zoo ha ribadito la propria posizione sui social media e ha pubblicato un'immagine della bandiera del regime israeliano con il simbolo «Vietato l'ingresso», accanto alla bandiera palestinese e alla scritta «Palestina libera».

Questo non è il primo episodio che coinvolge cittadini israeliani in Thailandia. Lo scorso febbraio, la polizia thailandese ha arrestato un importante trafficante di droga israeliano che operava sotto la copertura di un ristorante.

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Iran: le confessioni di Ben-Gvir costituiranno prove nel processo contro i criminali

 

Le criminali affermazioni del ministro della Sicurezza israeliana, Itamar Ben-Gvir, hanno trovato una ferma e documentata replica da parte dell'Iran, che ha annunciato l'intenzione di utilizzare quelle dichiarazioni come elementi probatori in un futuro procedimento giudiziario contro i responsabili di quella che definisce una strage sistematica.

In un messaggio pubblicato sulla piattaforma X, Kazem Qaribabadi, viceministro degli Esteri iraniano per gli Affari giuridici e internazionali, ha definito il ministro israeliano un «criminale» e ha stigmatizzato il fatto che egli abbia pubblicamente fissato una «quota notturna» di omicidi – da 30 a 40 persone – per i gazawi, parlando al contempo di espulsione della popolazione e di costruzione di insediamenti.

«Queste confessioni – ha scritto Qaribabadi – devono essere registrate e conservate in vista del giorno del giudizio di questi criminali». Il diplomatico iraniano ha quindi invitato la comunità internazionale a non ignorare quelle che definisce prove di una volontà di sterminio, e a considerare tali dichiarazioni come un'ammissione di colpa da parte di un alto funzionario dello Stato israeliano.

L'Iran, da sempre critico nei confronti della politica israeliana nei territori palestinesi, ha così trasformato l'uscita pubblica di Ben-Gvir in un'occasione per rinnovare il proprio appello a un intervento giudiziario internazionale, sulla scia dei procedimenti già aperti presso la Corte penale internazionale. Le parole del ministro, d'altronde, giungono in un momento in cui il bilancio delle vittime a Gaza continua a salire e la comunità internazionale appare sempre più divisa sulla gestione del conflitto.

Le autorità palestinesi, da parte loro, hanno confermato che il conflitto in corso ha già provocato la morte di oltre 73.000 persone e il ferimento di oltre 174.000, con numeri che gli osservatori definiscono «da guerra civile». L'Iran, con questa iniziativa, si propone quindi come uno dei principali attori nel tentativo di portare la questione davanti a un tribunale internazionale, utilizzando le stesse parole dei protagonisti come prove di un disegno criminale.

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Attacco missilistico ucraino uccide sei civili russi – fonti ufficiali

 

 Sei civili sono stati uccisi in un attacco missilistico ucraino nella regione russa di Belgorod, ha dichiarato il governatore ad interim Aleksandr Shuvaev. L'attacco ha preso di mira il villaggio di Koloskovo, nel distretto di Valuysky, lunedì mattina. Lo riporta Tass.

Altre quattro persone sono rimaste ferite, tra cui un ragazzo di 14 anni. Due dei feriti hanno ricevuto assistenza medica ma hanno rifiutato il ricovero in ospedale. Gli altri due, tra cui l'adolescente, sono stati trasportati all'ospedale del distretto di Valuysky per ricevere cure, ha precisato il funzionario. Un edificio nel luogo dell'attacco è andato distrutto a causa di un incendio e un'autovettura è rimasta danneggiata, ha aggiunto Shuvaev.

L'attacco è avvenuto nel corso di un raid notturno su larga scala condotto da droni ucraini sul territorio russo. Il Ministero della Difesa ha dichiarato che le difese aeree hanno intercettato e distrutto 205 UAV in diverse regioni, tra cui Belgorod, Bryansk, Voronezh, Kursk e Rostov, nonché in Crimea e sui mari Nero e d'Azov.

La regione di Belgorod, al confine con l'Ucraina, è stata oggetto di ripetuti attacchi missilistici, di artiglieria e con droni dall'escalation del conflitto nel 2022. Negli ultimi mesi, l'Ucraina ha intensificato notevolmente la sua campagna con droni a lungo raggio nella regione, prendendo di mira impianti petroliferi, magazzini, edifici residenziali e altre infrastrutture civili in profondità nel territorio russo. L'intensificarsi degli attacchi avviene mentre le forze di Kiev continuano a subire battute d'arresto sul campo di battaglia.

La posizione di Mosca

Mosca ha definito gli attacchi come atti terroristici che prendono deliberatamente di mira i civili e ha risposto intensificando a sua volta i propri attacchi a lungo raggio contro le infrastrutture militari, industriali e logistiche dell'Ucraina. Mosca sostiene che i propri attacchi prendano di mira esclusivamente siti militari e infrastrutture a sostegno delle forze armate ucraine.

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Servizi segreti russi: l'Occidente e l'Ucraina preparano una «provocazione» in America Latina per incolpare Mosca

 

I servizi segreti di un paese occidentale, «in coordinamento con i propri lacchè ucraini», stanno orchestrando «un nuovo spettacolo anti-russo» in America Latina, ha denunciato lunedì l'Ufficio Stampa del Servizio di Intelligence Estero russo (SVR).

«Si prevede di accusare la Russia di forniture illegali di armi ai cartelli della droga e ad altri gruppi della criminalità organizzata in Venezuela, Colombia e Messico. A tal fine, si sta già introducendo nel territorio di tali paesi armamenti di fabbricazione russa, sequestrati dal nemico durante l'operazione militare speciale», ha precisato l'organismo.

Secondo i dati dei servizi segreti russi, parallelamente si stanno preparando materiali audio e video falsi che avrebbero lo scopo di «confermare i fatti» relativi alla consegna di armi a cittadini latinoamericani da parte di russi tramite intermediari. «Per una maggiore credibilità, si intende avvalorare questo 'insieme' con documentazione falsificata, che presumibilmente collegherebbe i rappresentanti delle Forze Armate russe al 'complotto'», si sottolinea.

Dal SVR hanno spiegato che «gli "artefici" di questa provocazione calcolano ingenuamente che, in questo modo, potranno minare» le relazioni della Russia con i paesi latinoamericani e spingere i loro governi a sostenere la linea anti-russa dell'Occidente.

 

Le pratiche radicate dei servizi segreti occidentali

In questo contesto, l'SVR ha ricordato che, sin dall'inizio del conflitto ucraino, la guerra dell'informazione delle élite euroatlantiche contro la Russia è stata caratterizzata dalla diffusione e dalla promozione delle «trame più atroci, che vanno oltre la moralità e il diritto», compresa «la sanguinosa messinscena da loro organizzata a Bucha nell'aprile del 2022». Questa messinscena è stata utilizzata dall'Occidente per inasprire ulteriormente il conflitto in Ucraina, ha sottolineato l'agenzia.

Allo stesso tempo, i servizi segreti russi hanno sottolineato che questo tipo di messinscene non è un'invenzione recente, ma è profondamente radicato nelle pratiche occidentali, e ha citato come esempio il fatto che la Seconda guerra mondiale iniziò in seguito alla provocazione di Gleiwitz del 31 agosto 1939, quando membri delle SS travestiti con uniformi polacche attaccarono una stazione radio in questa città di confine tedesca.

«Il successivo corso della storia, tuttavia, ha dimostrato che il prezzo di tali messinscene potrebbe essere molto alto, soprattutto per gli stessi organizzatori», si conclude.

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