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La madre di uno dei figli di Musk fa causa a xAI

Ashley St. Clair, influencer conservatrice statunitense e madre di uno dei figli di Elon Musk, ha avviato un’azione legale contro xAI, la società di intelligenza artificiale fondata dal miliardario. L’accusa riguarda il fatto che il chatbot Grok abbia manipolato sue fotografie generando immagini sessualizzate senza consenso.

Secondo la causa, depositata presso un tribunale dello Stato di New York, Grok avrebbe alterato una foto che ritraeva St. Clair insieme ad altre persone, rimuovendo digitalmente i suoi abiti e raffigurandola in bikini. Alla contestazione dell’influencer, il chatbot avrebbe definito l’immagine una risposta “umoristica”, affermando che era stata avviata una richiesta di rimozione.

La denuncia sostiene tuttavia che, nonostante le rassicurazioni ricevute, il sistema avrebbe continuato a produrre contenuti deepfake di natura sessuale e degradante riconducibili alla sua immagine.

Le accuse e i post pubblici dell’influencer

Nel testo dell’azione legale si afferma che Grok sarebbe in grado di modificare immagini reali di donne e minori, rendendole apparentemente autentiche e difficilmente distinguibili da fotografie reali. Il documento richiama inoltre il posizionamento iniziale del prodotto, presentato da xAI come un chatbot in grado di rispondere a domande che altri sistemi di IA tendono a rifiutare, e la successiva introduzione di una modalità definita “spicy”.

St. Clair ha denunciato pubblicamente l’accaduto in un post su X pubblicato all’inizio del mese, scrivendo: “Grok ora sta spogliando foto di me da bambina. Questo è un sito il cui proprietario dice di pubblicare foto dei propri figli. Non mi interessa se qualcuno vuole definirmi ‘risentita’: questo è oggettivamente orribile e illegale. Se è successo anche ad altri, scrivetemi in privato. Ho tempo”.

Secondo quanto riportato nella causa, alcuni utenti della piattaforma avrebbero recuperato e condiviso immagini di St. Clair quando aveva 14 anni, chiedendo al chatbot di rimuoverne gli abiti o di raffigurarla in bikini, richieste che il sistema avrebbe eseguito. In un successivo messaggio, l’influencer ha invitato i suoi follower a spostarsi su altre piattaforme, scrivendo: “Non pubblicate foto vostre o della vostra famiglia qui, a meno che non vogliate che Twitter vi dica che contenuti di abuso sessuale generati dal suo robot non violano i termini di servizio”.

St. Clair accusa inoltre xAI di ritorsione, sostenendo che, dopo le sue richieste di rimozione delle immagini, il suo account sulla piattaforma X sarebbe stato demonetizzato, privato della verifica e dell’accesso ai servizi premium.

Il contesto normativo e le contromisure di X

La causa arriva a ridosso dell’annuncio di X, che ha comunicato di aver limitato la capacità di Grok di generare o modificare immagini di persone reali in abbigliamento considerato rivelatore, come bikini o biancheria intima, e di aver applicato blocchi geografici nei Paesi in cui tali contenuti sono vietati dalla legge.

Elon Musk ha respinto le accuse più gravi, affermando che Grok non genera immagini illegali e che eventuali anomalie sarebbero il risultato di tentativi di utilizzo ostile del sistema, corretti non appena individuati.

Intervenendo mercoledì sera su CNN, St. Clair ha commentato le modifiche annunciate da X al funzionamento di Grok, affermando: “Se devi aggiungere la sicurezza dopo che il danno è stato fatto, quella non è sicurezza. È semplicemente controllo dei danni”.

Trasferimento del caso e rilievo per il settore AI

xAI ha richiesto il trasferimento del procedimento dalla giurisdizione statale a quella federale. Secondo la legale di St. Clair, il caso mira a portare l’attenzione pubblica sui rischi legati all’uso di strumenti di generazione e manipolazione delle immagini basati su intelligenza artificiale.

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di crescente pressione regolatoria e legale sulle aziende AI, in particolare per quanto riguarda la tutela dell’immagine, il consenso e la protezione dei minori, temi sempre più centrali nel dibattito su governance e responsabilità delle tecnologie generative.

L’articolo La madre di uno dei figli di Musk fa causa a xAI è tratto da Forbes Italia.

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Gruppo San Donato scommette sulla Libia: 2 miliardi in sanità ed energia

Il Gruppo San Donato accelera sul fronte internazionale e punta sulla Libia. Il primo gruppo ospedaliero italiano, insieme a Gksd, ha siglato un accordo con il Fondo per la Ricostruzione e lo Sviluppo della Libia, guidato da Belgacem Haftar, per contratti nei settori della sanità e dell’energia dal valore complessivo di circa 2 miliardi di dollari (più di 1,7 miliardi di euro). Le intese riguardano interventi su alcune infrastrutture considerate strategiche per il Paese, con particolare attenzione all’area di Benghazi.

Le iniziative

Il progetto coinvolge in primo luogo l’Irccs Ospedale San Raffaele, chiamato a svolgere un ruolo centrale nello sviluppo e nell’implementazione delle iniziative in ambito sanitario. Negli ultimi mesi, il Gruppo San Donato e Gksd hanno effettuato diverse missioni operative in Libia, finalizzate al confronto con le istituzioni locali e alla definizione delle priorità di intervento, nell’ambito di un percorso di cooperazione strutturata.

Nel dettaglio, gli accordi prevedono la gestione e il rinnovamento del Benghazi Medical Center, la gestione operativa del Centro Oncologico di Benghazi e la realizzazione di un impianto waste-to-energy, destinato a rafforzare le infrastrutture energetiche e ambientali della città. Gli interventi combinano componenti sanitarie, industriali e gestionali, con l’obiettivo di migliorare l’accesso ai servizi essenziali e la sostenibilità delle strutture nel medio-lungo periodo.

“Rafforzare le infrastrutture essenziali”

“Questi accordi rappresentano un passaggio concreto e significativo nel percorso di cooperazione tra il Gruppo San Donato, Gksd e la Libia”, ha dichiarato Kamel Ghribi, presidente di Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato. “Il nostro impegno a Benghazi nasce dalla convinzione che lo sviluppo sostenibile passi dal rafforzamento delle infrastrutture essenziali, in particolare sanità ed energia”. Secondo Ghribi, il contributo del gruppo italiano non si limiterà agli investimenti, ma comprenderà competenze cliniche, modelli gestionali e programmi di formazione, con l’obiettivo di accompagnare le istituzioni locali verso un percorso di crescita progressivamente autonomo.

L’articolo Gruppo San Donato scommette sulla Libia: 2 miliardi in sanità ed energia è tratto da Forbes Italia.

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Vivere come un miliardario costa sempre di più

Quando il martello finale è calato all’asta Keeneland Yearling September dell’autunno scorso, i compratori facoltosi hanno battuto tutti i record alla più grande asta di purosangue al mondo, spendendo 532 milioni di dollari in cavalli da corsa, facendo salire il prezzo medio di un puledro a quasi 650.000 dollari, il più alto di sempre e il 23% in più rispetto al 2024. Una delle principali ragioni di tale generosità? Tra le agevolazioni fiscali del vasto One Big Beautiful Bill Act del presidente Trump c’era una disposizione che permetteva di dedurre il 100% dell’acquisto di un cavallo da corsa già nel primo anno di proprietà.

“[La legge] è stata una grande cosa per molte persone, sapere che possono girare e dedurre una somma consistente di ciò che stanno spendendo, a seconda di come appare il resto della loro situazione fiscale”, afferma Eric Mitchell, redattore di BloodHorse, pubblicazione equina. “Ripetutamente, lo abbiamo sentito da persone che stavano comprando all’asta”.

Mitchell afferma che questo tipo di crescita in Kentucky, il centro della riproduzione di purosangue del Paese, è paragonabile alla metà degli anni ’80, quando l’aliquota fiscale federale era alta, ma gli schemi di protezione fiscale e le deduzioni per le perdite erano abbondanti.

Quanto costa vivere come un miliardario

I cavalli da corsa non sono l’unico aspetto dello stile di vita dei miliardari a diventare più costoso. Dal 1982, Forbes monitora beni ultra-lussuosi e servizi di alto livello frequentati dai più ricchi tra i ricchi, dai mocassini Gucci agli yacht da crociera, per creare il nostro Cost of Living Extremely Well Index (CLEWI), sostanzialmente un indice dei prezzi al consumo per miliardari. Quest’anno, il CLEWI è aumentato del 5,5%, rispetto al 4,7% dell’anno scorso — il doppio dell’IPC, che è cresciuto del 2,7% nel 2025. In altre parole, l’inflazione è stata circa il doppio per i miliardari rispetto alla gente comune nel 2025.

Ovviamente, se lo possono permettere. I 3.148 miliardari nel mondo possiedono una ricchezza combinata record di 18.700 miliardi di dollari. Il miliardario medio vale ora 5,9 miliardi di dollari, in crescita del 5% rispetto al 2024, grosso modo in linea con l’aumento del CLEWI. Ora ci sono 19 centimiliardari con fortune di 100 miliardi di dollari o più, rispetto a uno solo sei anni fa. Con l’esplosione della popolazione dei miliardari, le aziende che si rivolgono a questo set super-ricco stanno incassando.

La spesa di lusso è stata di quasi 1.700 miliardi di dollari a livello mondiale nel 2025, circa la stessa del 2024, secondo uno studio di Bain & Company e Altagamma. Ma la base di consumatori si è ridotta a circa 340 milioni di acquirenti, contro i 400 milioni del 2022, poiché la spesa maggiore proviene sempre più dai più benestanti.

Sale il costo di beni ed esperienze di lusso

Esperienze come ristoranti di alto livello e servizi di ospitalità sono state particolarmente richieste dai consumatori di fascia alta nel 2025. Prendiamo, ad esempio, i servizi di concierge di lusso. I clienti che cercano qualcuno che si occupi di compiti come prenotare voli privati, biglietti vip per concerti o pianificare un safari africano, stanno facendo aumentare il costo di questi servizi. La società canadese Pure Entertainment afferma che un abbonamento annuale costa 200.000 dollari, rispetto ai circa 180.000 dello scorso anno. Il ceo Steve Edo spiega che l’aumento è dovuto a una maggiore domanda da parte di clienti europei e mediorientali, spesso più disposti a pagare prezzi premium per un servizio di viaggio, vedendo le opzioni più costose come indicatori di qualità.

“Più costano alcuni servizi, più sono felici”, afferma Edo, pur notando che meno clienti in Asia e Nord America condividono lo stesso sentimento.

Anche gli yacht stanno diventando più costosi da costruire, poiché l’inflazione ha colpito sia i costi dei materiali sia quelli del finanziamento — ma i miliardari continuano a indulgere. Il prezzo di una barca a vela britannica Oyster 595, ad esempio, è ora quasi 4,2 milioni di dollari, un aumento del 7% rispetto a un anno fa. “La proprietà è sempre più guidata dall’esperienza”, afferma Stefan Zimmermann Zschocke, ceo di Oyster Yachts. “I clienti sono attratti dall’opportunità di esplorare il mondo”.

Altri articoli di alto valore inclusi nel paniere CLEWI che sono aumentati molto nell’ultimo anno includono jet privati (+3%), piscine olimpioniche (+6%) e fucili da tiro sportivo (+26%). Una cena al ristorante francese tre stelle Le Bernardin ora costa il 5% in più, mentre il caviale Ossetra è aumentato del 9%.

Ma il portafoglio dei miliardari non viene colpito da tutte le parti. Una dozzina di camicie su misura della londinese Turnbull & Asser costa ancora poco meno di 12.000 dollari, invariato rispetto allo scorso anno. Un set di lenzuola in cotone satinato della italiana Frette rimane a 3.700 dollari. E una Rolls-Royce Phantom con passo lungo costa ancora circa 600.000 dollari, grosso modo come un anno fa.

I manager di tenuta

Un lusso monitorato dal CLEWI costa addirittura meno oggi rispetto al 2024: un manager di tenuta. Lo stipendio minimo per chi viene assunto per supervisionare una tenuta nell’area di San Francisco tramite British American Household Staffing — che fornisce tutto, dalle babysitter e governanti agli assistenti personali, chef privati e autisti — è ora di 380.000 dollari all’anno, circa 20.000 in meno rispetto al 2024. La Bay Area sta vivendo un mercato più debole per i manager di tenute, afferma Anita Rogers, ceo di British American Household Staffing, poiché molti manager hanno lasciato la città durante la pandemia e non sono tornati, e molti ultra-ricchi californiani hanno lasciato lo Stato d’Oro.

Altre regioni degli Stati Uniti, così come Europa e Medio Oriente, hanno però registrato performance migliori. Dopo tutto, per i miliardari alcune spese sono imprescindibili, a prescindere dal costo. “Abbiamo avuto una coppia durante il Covid, l’uomo aveva venduto la sua azienda per 2,4 miliardi”, racconta Rogers. “Ho dovuto scavalcare il cancello [della sua nuova tenuta]. Non sapeva come aprirlo”.

L’articolo Vivere come un miliardario costa sempre di più è tratto da Forbes Italia.

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Delfin smentisce la vendita della quota in Mps e conferma la strategia di lungo periodo

Il consiglio di amministrazione di Delfin, holding della famiglia Del Vecchio, ha emesso una nota ufficiale in cui ribadisce di non aver mai discusso alcuna ipotesi di dismissione della propria partecipazione in Banca Monte dei Paschi di Siena (Mps). L’investimento, secondo quanto riportato, “deriva in gran parte dalla conversione delle azioni precedentemente detenute in Mediobanca e non è oggetto di alcuna trattativa con potenziali acquirenti. Con riferimento alle recenti ricostruzioni di stampa, Delfin smentisce negoziazioni con UniCredit o altri operatori finalizzate alla cessione totale o parziale della propria quota in Mps.

Nel testo, la holding ribadisce il proprio profilo di investitore finanziario orientato al lungo periodo, impegnato nella “creazione di valore nel tempo per la società e gli azionisti”, e conferma pieno sostegno ai vertici di Mps e al percorso di rafforzamento in corso, alla luce di una performance complessiva “in linea con gli obiettivi di redditività e valorizzazione delle partecipazioni”.

Il contesto dietro la smentita: evoluzione delle quote e rumor di mercato

Negli ultimi mesi la presenza di Delfin nel capitale di Mps ha attirato attenzione e speculazioni. Nel gennaio 2025 la holding guidata da Francesco Milleri ha incrementato significativamente la propria quota, passando da circa il 3,5% al 9,78% del capitale della banca senese, diventando primo azionista privato dietro il Tesoro e consolidando la presenza dei soci privati nel gruppo. L’aumento di quota è avvenuto tramite strumenti finanziari come share forward e collar share forward, secondo dati Consob.

Questa operazione si inserisce in un quadro più ampio di accresciuta partecipazione dei soggetti privati nel capitale di Mps, con quote rilevanti detenute anche da Banco Bpm, Anima Holding e l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, portando la quota aggregata dei privati attorno al 15% nel mercato.

Rumors di trattative con UniCredit e smentite incrociate

Nei giorni precedenti alla dichiarazione di Delfin, alcune fonti avevano indicato che UniCredit avesse tenuto colloqui con Delfin sull’acquisizione della partecipazione in Mps, in un possibile passo verso la consolidazione del sistema bancario italiano e come parte della strategia di espansione di UniCredit. Tali indiscrezioni riguardavano incontri tra il ceo Andrea Orcel e il presidente di Delfin e l’ipotesi di un potenziale interesse anche per la quota della holding nella compagnia assicurativa Generali.

Tali voci sono state però replicate e respinte da Orcel, ad di UniCredit, che ha definito i rumor “speculativi e ingiustificati”, precisando che valutazioni interne su opportunità di M&A non implicano necessariamente un accordo imminente o in corso.

La dimensione strategica dell’investimento e le implicazioni di mercato

La smentita di Delfin e la replica di UniCredit arrivano in un momento di crescente attenzione sulla struttura proprietaria di Mps, una banca che ha attraversato anni di rilanci, interventi pubblici e operazioni di sistema, inclusa la recente acquisizione di una quota significativa di Mediobanca, da cui deriva parte della partecipazione di Delfin stessa.

Nel complesso, la posizione ufficiale della holding sottolinea un forte orientamento al lungo periodo, in linea con strategie di investimento che privilegiano la stabilità e la creazione di valore, in contrasto con l’idea di una cessione rapida o di breve termine.

L’articolo Delfin smentisce la vendita della quota in Mps e conferma la strategia di lungo periodo è tratto da Forbes Italia.

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Vino italiano, il 2026 tra stagnazione dei consumi e nuovi equilibri

Il 2026 sarà un anno cruciale per il vino italiano. Non tanto per la crescita — che resterà modesta — quanto per la ridefinizione dei suoi equilibri. Dopo la vendemmia 2024, la più bassa dal 1961 con appena 225,8 milioni di ettolitri a livello mondiale, il 2025 ha segnato un leggero recupero, ma senza riportare la produzione sopra le medie storiche. Il clima estremo è diventato la nuova costante, e la scarsità relativa sarà il tratto distintivo del prossimo biennio.

Sul fronte dei consumi, i dati Iwsr confermano una stagnazione globale: la crescita prevista per le bevande alcoliche nel 2026 è pari a zero, sia in volume sia in valore. Il vino non fa eccezione. In un contesto in cui la “marea” non solleva più tutte le barche, la conquista del mercato dipenderà dalla precisione con cui i produttori sapranno leggere la domanda e costruire proposte coerenti, credibili, leggibili.

Per l’Italia, i segnali sono misti ma strutturalmente positivi. La vendemmia 2025 si è chiusa su circa 47,4 milioni di ettolitri, con buoni livelli qualitativi. Tuttavia, il mercato resta fragile: gli Stati Uniti, primo sbocco, rallentano, mentre Germania e Canada sostengono l’export con maggiore regolarità. L’Italia mantiene il primato di esportatore mondiale in volume e uno dei valori più alti in assoluto, oltre 8 miliardi di euro, ma la crescita non è più garantita: bisogna difendere margini e posizionamento.

Le bollicine

Nel mare calmo della stagnazione globale, le bollicine continuano a muoversi con corrente propria. Il Prosecco Doc ha chiuso il 2024 a 660 milioni di bottiglie, per un valore complessivo stimato di 3,6 miliardi di euro. È un risultato che conferma la forza dell’Italia nel premium sparkling, ma che richiede una riflessione: la categoria si polarizza. Da una parte l’offerta promozionale, dall’altra le cuvée identitarie — legate a parcelle, tempi di sosta, gestione agronomica e stili di vinificazione più precisi. Il futuro premia quest’ultima direzione, quella della specificità. Franciacorta e Trentodoc, in questo senso, continuano a crescere in reputazione, trainate dal desiderio di autenticità e trasparenza di processo.

Al di fuori del mondo spumante, l’Italia possiede un vantaggio competitivo nei bianchi “contemporanei”: vini chiari, salini, agili, con gradazioni moderate e trame fini. Verdicchio, Pinot Bianco, Fiano, Falanghina, ma anche i blend altoatesini e friulani rispondono perfettamente alla nuova estetica del bere, dominata dall’equilibrio e dall’usabilità gastronomica. Si consolida anche il rosé di nuova generazione — gastronomico, longevo, con un profilo tecnico sempre più preciso. Chiaretto, Cerasuolo d’Abruzzo e i rosati siciliani incarnano un’Italia capace di interpretare il colore come linguaggio, non come stagionalità.

I nuovi trend

Sul versante agricolo, i segnali sono più complessi. Il 2025 ha registrato un crollo dei prezzi delle uve in molte denominazioni — fino al 40% per alcune aree di pregio —, con un effetto a catena sul reddito agricolo e sulla percezione del valore. Il rischio è un progressivo divario fra denominazioni capaci di controllare l’offerta, con politiche di valorizzazione e comunicazione, e zone più esposte alla volatilità. La lezione è chiara: il volume senza narrazione non genera valore.

Sul fronte delle innovazioni, il segmento no/low-alcohol non è più una curiosità ma un laboratorio di ricerca reale. Le previsioni indicano una crescita media annua fra il 7 e il 9% fino al 2026, con il vino aromatico e frizzante come terreno più adatto alla sperimentazione. La sfida sarà mantenere integrità sensoriale e texture, difendendo la percezione qualitativa anche in presenza di gradazioni più basse.

Nel fine wine, dopo due anni difficili, si intravedono segnali di stabilizzazione. Gli indici Liv-ex hanno smesso di scendere, e l’Italia — con un Italy 100 pressoché stabile — conferma il suo ruolo di “bene rifugio” all’interno del mercato globale. Tuttavia, la domanda si fa più selettiva: funzionano le etichette “ready to drink”, i back-vintage mirati e le micro-allocazioni distribuite nel tempo. I grandi rossi italiani dovranno riscoprire la virtù della misura, puntando su trasparenza estrattiva e proporzione più che su potenza o concentrazione.

Un capitolo decisivo del 2026 sarà quello della regolazione. Il nuovo Ppwr europeo entrerà in applicazione il 12 agosto 2026, con obiettivi stringenti su riciclo e riuso degli imballaggi. In parallelo, in Italia il contributo ambientale Conai per il vetro (EPR) salirà a 40 euro per tonnellata dal 1° gennaio 2026. Il peso della bottiglia diventerà, oltre che una questione ambientale, un fattore economico concreto: alleggerire non è più una scelta etica, ma un vantaggio competitivo. Parlare di sostenibilità senza toccare il vetro sarà ormai una contraddizione.

La geografia dei mercati

Se guardiamo alla geografia dei mercati, gli Stati Uniti restano prudenti, con importatori sempre più selettivi e avversi a tenere stock. Germania e Canada, al contrario, mostrano una domanda più stabile, sostenuta da una fascia media solida e da una cultura del consumo consapevole. Il Regno Unito continua a rappresentare un bacino interessante per le bollicine, mentre in Asia e Sud America emergono segnali ancora timidi ma potenzialmente promettenti.

La mappa dei canali cambia: l’importatore torna protagonista. Oggi il 78% delle esportazioni italiane passa attraverso questo filtro professionale, mentre arretrano gdo e vendita diretta all’estero. Questo significa che il rapporto B2B tornerà a essere il cuore strategico delle cantine esportatrici. Non basterà più “esserci”: servirà costruire materiali chiari, linguaggi unificati e portafogli coerenti, capaci di raccontare con semplicità una gamma ordinata. Parallelamente, l’enoturismo e il Dtc restano leve difensive di margine e di cash flow, ma non sostitutive.

La strategia per l’Italia, nel 2026, sarà una sola: semplificare per valorizzare. Ridurre il numero di etichette, definire meglio le identità stilistiche, nominare con chiarezza le differenze tecniche (lieviti, tempo sui lieviti, parcella, gestione del legno) e restituire leggibilità a portafogli troppo stratificati. Allo stesso tempo, serve una gestione più disciplinata dei prezzi: evitare le promozioni eccessive, proteggere la percezione di valore, concentrarsi su bundle intelligenti per canale, programmare le uscite in modo più razionale.

Il vino italiano arriva al 2026 con gli asset giusti: bollicine forti, bianchi contemporanei, rossi di profondità e una rete produttiva capillare. Ma la differenza non la farà la quantità: la farà la capacità di comunicare chiarezza, coerenza e identità verificabile. È la transizione da un modello di abbondanza indistinta a uno di qualità leggibile, dove il consumatore capisce cosa sta comprando, perché vale e da dove viene.

In questo scenario, l’Italia ha l’occasione di trasformare la fragilità in vantaggio: meno vino, ma più riconoscibile. Meno rumore, più voce. E un orizzonte che, pur incerto, premia chi sa tenere la rotta con disciplina, visione e autenticità.

 

L’articolo Vino italiano, il 2026 tra stagnazione dei consumi e nuovi equilibri è tratto da Forbes Italia.

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La battaglia dei chip: Taiwan nel mezzo tra Stati Uniti e Cina

Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

“Se non sei in grado di produrre i tuoi chip, come puoi difenderti?”. Così si è espresso il segretario del Commercio statunitense, Howard Lutnick, riguardo all’idea dell’amministrazione di Washington di riportare a casa almeno il 40% della produzione dei semiconduttori. Oggi, infatti, gli Stati Uniti importano oltre il 90% dei loro chip avanzati dall’estero, la metà dei quali da Taiwan. I semiconduttori sono fondamentali non solo per il funzionamento di tutti i dispositivi elettronici e dei veicoli elettrici, ma anche, e soprattutto, per le armi e i mezzi militari più moderni, come i caccia F-35, e per lo sviluppo dell’IA. Se non si è capaci di produrli, si mette il destino della propria economia e della propria difesa nelle mani di un paese straniero. I chip sono diventati, perciò, un tema di sicurezza nazionale per la Casa Bianca.

Taiwan al centro del mondo

Dalla seconda metà degli anni Ottanta, le grandi produttrici di semiconduttori made in Usa, per aumentare i profitti, si sono volutamente private dei loro impianti produttivi, ritenuti costosi, energivori e difficilmente gestibili, diventando aziende fabless, cioè prive di fabbriche. Taiwan ne ha approfittato e, grazie anche alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), fondata nel 1987, è diventata un centro mondiale di produzione dei chip. Tsmc ha raggiunto oltre il 70% della capacità produttiva globale di semiconduttori e circa il 92% di quelli più avanzati inferiori a sette nanometri. Tra i principali clienti di Tsmc ci sono big tech americane come Apple e Qualcomm.

La cosiddetta ‘diplomazia dei chip’ ha finora garantito la protezione nei confronti delle rivendicazioni territoriali di Pechino. La situazione, però, adesso potrebbe cambiare. Washington vede come un’enorme vulnerabilità la dipendenza da un paese sotto la costante minaccia di invasione da parte del suo principale concorrente. Trump ha prima minacciato dazi fino al 100% sui chip prodotti a Taiwan, poi chiesto che la metà della produzione taiwanese di semiconduttori venga spostata negli Stati Uniti. Tsmc ha risposto promettendo un investimento da circa 100 miliardi di dollari per nuovi siti in Arizona, destinati alla produzione, al testing e all’assemblaggio dei chip sopra i sette nanometri. La produzione di quelli sotto i due nanometri, a più alto valore aggiunto e necessari per lo sviluppo dell’IA, rimarrà nell’isola asiatica. Il governo di Taipei teme che trasferire fuori dall’isola tutta o buona parte della produzione di chip la renderebbe meno indispensabile agli occhi degli Stati Uniti e del mondo occidentale, quindi meno difendibile.

La tattica del porcospino

I nuovi impianti negli Usa necessiteranno di ingenti investimenti e di diversi anni per entrare in funzione. Tsmc stessa è riluttante a uno spostamento in blocco fuori dall’isola per via della mancanza di manodopera specializzata negli Usa. Il governo taiwanese è preoccupato che Trump possa allentare la protezione sull’isola pur di non frenare le trattative commerciali con Pechino. L’ambiguità degli Stati Uniti si protrae dagli anni Settanta, quando riconobbero la Repubblica Popolare Cinese, ma allo stesso tempo promisero di difendere l’indipendenza e l’autodeterminazione di Taipei. A novembre il presidente taiwanese Lai ha annunciato un investimento aggiuntivo di 40 miliardi di dollari nella difesa per i prossimi otto anni e l’obiettivo di alzare la quota di Pil destinata alle spese per la difesa dal 3,3% a più del 5% nel 2030. Lo scopo è incrementare il più possibile le capacità di autodifesa.

Taipei, consapevole della propria inferiorità di mezzi e uomini rispetto a Pechino, punta sulla cosiddetta ‘tattica del porcospino’: una guerra asimmetrica che faccia leva su una strategia di autodifesa, con il coinvolgimento anche della società civile e di armamenti agili, come missili Javelin o Stinger, anziché mezzi pesanti facilmente individuabili e colpibili da aerei e droni. Taiwan, poi, vuole diventare uno dei principali produttori di droni militari al mondo. Da una parte per la propria difesa, dall’altra per cercare di rendersi il più indispensabile possibile agli occhi degli occidentali anche in quel settore nevralgico. Nel 2024 Taiwan aveva esportato circa tremila droni militari; nel 2025 ha già raggiunto i 18mila, di cui 12mila venduti alla Polonia, anch’essa alle prese con un vicino ingombrante come la Russia.

La ‘guerra senza danni’

Per la Cina, invece, la riunificazione con Taiwan è un atto dovuto. Il tema è quando e come. La strategia cinese, secondo Geopolitical Monitor, sarebbe quella di una ‘guerra senza danni’, che partirebbe con un sabotaggio delle infrastrutture critiche e proseguirebbe con attacchi cibernetici e disinformazione, per finire con un accerchiamento militare e un cambio di regime favorevole a Pechino. Il presidente Xi vuole preservare l’integrità economica taiwanese, perché anche la Cina dipende dalle fonderie di chip dell’isola. Taiwan resta strategica, poi, per il controllo sul Mar Cinese Meridionale, da cui passa il 60% del commercio via mare globale. Un blocco prolungato di Taiwan potrebbe ridurre il Pil globale del 5%, con una perdita di 2mila miliardi di dollari, mentre in caso di guerra l’effetto sarebbe del 10%: un impatto doppio di quello della crisi finanziaria del 2008 o del Covid nel 2020.

La Cina è a un bivio: riprendersi Taiwan e rischiare una guerra che potrebbe avere, nel medio termine, effetti devastanti sulla sua stessa economia, oppure mantenere lo status quo. Il caso della Russia in Ucraina ha insegnato che non esistono guerre vinte in partenza e che l’isolamento economico ha conseguenze pesanti nel lungo termine. Trump, se da una parte vuole a tutti i costi riportare il più possibile la produzione di chip negli Stati Uniti e accordarsi sui dazi con Xi, dall’altra non può lasciare campo libero alla Cina su Taiwan, pregiudicando la sicurezza e gli interessi americani nel Pacifico. Il destino dell’isola si deciderà forse al tavolo della trattative commerciali tra Cina e Usa, e la presenza o meno delle fonderie di Tsmc avrà un peso rilevante. A dimostrazione di come tecnologia e geopolitica siano diventate ormai inseparabili.  

L’articolo La battaglia dei chip: Taiwan nel mezzo tra Stati Uniti e Cina è tratto da Forbes Italia.

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La classifica delle 20 squadre sportive più redditizie al mondo nel 2026

Questi 20 team professionisti hanno totalizzato un reddito operativo complessivo di 4,5 miliardi di dollari, ma una squadra rimane in una categoria a sé stante, con oltre 200 milioni di dollari in più rispetto a qualsiasi altra.

Per il trentesimo anno consecutivo, i Dallas Cowboys rimarranno a casa la domenica del Super Bowl. Ma anche quando le vittorie sul campo sono difficili da ottenere, il proprietario Jerry Jones continua ad accumulare successi finanziari.
I Cowboys, la squadra sportiva più preziosa al mondo, con un valore di 13 miliardi di dollari, sono anche la franchigia più redditizia, con un utile operativo (utile prima di interessi, imposte, svalutazioni e ammortamenti) stimato in 629 milioni di dollari nella scorsa stagione. Questo totale ha portato l’America’s Team a superare di oltre 200 milioni di dollari i Golden State Warriors dell’NBA, al secondo posto tra le squadre sportive più redditizie con un EBITDA stimato di 409 milioni di dollari nella scorsa stagione, e di quasi 400 milioni di dollari qualsiasi altra squadra.

Infatti, tra i 211 team professionisti valutati da Forbes nel 2025 in 13 campionati, solo 28 hanno generato entrate superiori al reddito operativo dei Cowboys nell’ultima stagione per cui sono disponibili i dati.

Il dominio della NFL con sette team sportivi

Insieme, le 20 squadre più redditizie al mondo hanno incassato 4,5 miliardi di dollari di EBITDA, ovvero una media di 226 milioni di dollari, con un aumento del 16% rispetto ai 3,9 miliardi di dollari e ai 195 milioni di dollari dell’anno precedente. Ancora una volta, la NFL è in testa con sette franchigie classificate, seguita dalla NBA con sei, ma il divario è minore rispetto allo scorso anno, quando la lista delle 20 squadre ne comprendeva nove della NFL e cinque della NBA. La NHL e la Premier League hanno ciascuna tre club rappresentati quest’anno, mentre una squadra di Formula 1 è entrata nella classifica.

Una generazione fa, non ci si aspettava necessariamente che le squadre sportive rimanessero in attivo, e i proprietari delle squadre guadagnavano tipicamente quando decidevano di vendere le loro quote. Anche oggi la redditività non è scontata: tra le 185 squadre sportive maschili valutate da Forbes nel 2025, circa 37 non sono riuscite a raggiungere il pareggio di bilancio, tra cui 16 club della MLS e 11 della MLB. I New York Mets, ad esempio, hanno perso l’incredibile cifra di 268 milioni di dollari nel 2024, secondo le stime di Forbes, in gran parte a causa delle massicce sanzioni fiscali di lusso imposte dalla lega.

Le aspettative degli investitori stanno però cambiando. Le squadre stanno ricavando molto più denaro dalle sponsorizzazioni e dai posti a sedere premium e, con l’aumento dei diritti mediatici nazionali, possono contare su distribuzioni molto più redditizie dai loro campionati. Ad esempio, nella NFL, dove secondo le stime di Forbes il fatturato medio delle squadre è stato di 662 milioni di dollari, con un aumento del 91% nell’ultimo decennio, ogni franchigia ha ricevuto circa 443 milioni di dollari dal campionato nella scorsa stagione.

Con un tale margine di sicurezza, la redditività delle squadre della NFL è quasi garantita e, secondo le stime di Forbes, nessuna franchigia ha registrato un reddito operativo inferiore a 21 milioni di dollari nel 2024, con una media di 127 milioni di dollari. Nella NBA, dove la scorsa stagione le entrate hanno superato i 416 milioni di dollari per club e solo due squadre erano in rosso, il reddito operativo medio è stato altrettanto robusto, pari a 113 milioni di dollari, e tale cifra dovrebbe aumentare in questa stagione, il primo anno del pacchetto media da 76 miliardi di dollari dell’arco di 11 anni stipulato dal campionato con ESPN, NBC e Amazon.

Anche la NHL, le cui 32 franchigie hanno registrato una modesta media di 248 milioni di dollari di entrate nella scorsa stagione, ha ottenuto un impressionante EBITDA di 74 milioni di dollari per club, secondo le stime di Forbes, e nessuna squadra ha operato in perdita, grazie anche a un rigoroso sistema di tetto salariale che tiene sotto controllo gli stipendi dei giocatori.

La Formula 1 sta subendo una trasformazione simile grazie a un tetto massimo di spesa introdotto nel 2021 per livellare il campo di gioco, limitando le spese delle squadre in molti settori legati alla progettazione e alla costruzione delle auto. Con questa disciplina finanziaria imposta dalla lega, Mercedes ha raccolto 227 milioni di dollari di EBITDA nel 2024, classificandosi al quinto posto tra tutte le squadre sportive. Al contrario, la mancanza di controlli sui costi nel calcio europeo significa che anche i club di alto livello possono subire perdite significative, come i 111 milioni di dollari stimati dal Paris Saint-Germain nel 2023-24.

Solo un proprietario di squadra controlla due franchigie tra le 20 più redditizie: Stan Kroenke, che possiede sia i Los Angeles Rams della NFL (al terzo posto con un EBITDA stimato di 244 milioni di dollari) sia l’Arsenal della Premier League (al 17° posto con 173 milioni di dollari).
Tuttavia, con 417 milioni di dollari, il reddito operativo combinato di queste due squadre è inferiore di oltre 200 milioni di dollari a quello dei Cowboys.

Metodologia

Le 20 squadre sportive più redditizie sono state selezionate dalla classifica Forbes 2025 delle squadre di Formula 1, MLB, MLS, NBA, NFL, NHL, NWSL, calcio mondiale e WNBA. (La lista del calcio globale includeva 30 squadre maschili di sei campionati: 12 club della Premier League inglese, otto squadre della MLS statunitense, quattro della Serie A italiana, tre della Liga spagnola, due della Bundesliga tedesca e una della Ligue 1 francese).
La classifica delle squadre più redditizie riflette le stime di Forbes relative al reddito operativo (utili prima di interessi, imposte, deprezzamento e ammortamento) per la stagione più recente per cui sono disponibili dati (2024 per MLB, MLS, NFL, NWSL e WNBA; 2024-25 per NBA e NHL; e 2023-24 per il calcio europeo). I dati relativi ai profitti sono espressi in dollari statunitensi e arrotondati al milione di dollari più vicino.

I valori delle squadre elencati sono valori aziendali (capitale proprio più debito netto) e riflettono l’economia dello stadio di ciascuna squadra (compresi i ricavi derivanti da concerti e altri eventi non sportivi che spettano al proprietario della squadra), ma non includono il valore immobiliare dello stadio. Allo stesso modo, i valori riflettono i diritti delle reti sportive regionali di proprietà della squadra, ma non includono il valore delle RSN stesse. Sono escluse anche le partecipazioni azionarie in altri beni legati allo sport e progetti immobiliari ad uso misto.
Le fonti delle stime di Forbes includono dirigenti delle squadre, banchieri specializzati in sport e consulenti delle leghe; documenti pubblici come contratti di locazione degli stadi e rapporti di rating creditizio; e dirigenti del settore delle sponsorizzazioni e delle trasmissioni televisive.

Classifica

Ecco le 20 squadre sportive più redditizie al mondo, classificate in base al reddito operativo stimato (utili prima di interessi, imposte, deprezzamento e ammortamento) durante l’ultima stagione per cui sono disponibili i dati.

1. Dallas Cowboys
Utile operativo: 629 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 13 miliardi di dollari
Proprietario: Jerry Jones

2. Golden State Warriors
Utile operativo: 409 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 11 miliardi di dollari
Proprietario: Joe Lacob, Peter Guber

3. (a pari merito) Edmonton Oilers
Utile operativo: 244 milioni di dollari
Campionato: NHL
Valore: 3,2 miliardi di dollari
Proprietario: Daryl Katz

3. (a pari merito) Los Angeles Rams
Utile operativo: 244 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 10, 5 miliardi di dollari
Proprietario: E. Stanley Kroenke

5. Mercedes
Utile operativo: 227 milioni di dollari
Campionato: Formula 1
Valore: 6 miliardi di dollari
Proprietario: INEOS, Mercedes-Benz, Toto Wolff

6. New England Patriots
Utile operativo: 222 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 9 miliardi di dollari
Proprietario: Robert Kraft

7. (a pari merito) Atlanta Hawks
Utile operativo: 203 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 5 miliardi di dollari
Proprietario: Tony Ressler

7. (a pari merito) Philadelphia 76ers
Utile operativo: 203 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 5,45 miliardi di dollari
Proprietario: Josh Harris, David Blitzer

9. (a pari merito) Houston Rockets
Utile operativo: 191 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 5, 9 miliardi di dollari
Proprietario: Tilman Fertitta

9. (a pari merito) Toronto Maple Leafs
Utile operativo: 191 milioni di dollari
Campionato: NHL
Valore: 4,4 miliardi di dollari
Proprietario: Roger Communications, Larry Tanenbaum

11. Manchester United
Utile operativo: 185 milioni di dollari
Campionato: Premier League
Valore: 6,6 miliardi di dollari
Proprietario: Glazer family, Jim Ratcliffe

12. Tottenham Hotspur
Utile operativo: 184 milioni di dollari
Campionato: Premier League
Valore: 3,3 miliardi di dollari
Proprietario: Joseph Lewis Family Trust, Daniel Levy

13. New York Rangers
Utile operativo: 182 milioni di dollari
Campionato: NHL
Valore: 4 miliardi di dollari
Proprietario: Madison Square Garden Sports

14. New York Giants
Utile operativo: 181 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 10,1 miliardi di dollari
Proprietario: John Mara, Steven Tisch

15. New York Jets
Utile operativo: 180 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 8,1 miliardi di dollari
Proprietario: Johnson family

16. Las Vegas Raiders
Utile operativo: 179 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 7,7 miliardi di dollari
Proprietario: Mark Davis

17. Arsenal
Utile operativo: 173 milioni di dollari
Campionato: Premier League
Valore: 3,4 miliardi di dollari
Proprietario: E. Stanley Kroenke

18. Los Angeles Lakers
Utile operativo: 170 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 10 miliardi di dollari
Proprietario: Mark Walter, Todd Boehly, Jerry Buss Family Trusts

19. Chicago Bulls
Utile operativo: 160 milioni di dollari
Campionato: NBA
Valore: 6 miliardi di dollari
Proprietario: Jerry Reinsdorf

20. Houston Texans
Utile operativo: 156 milioni di dollari
Campionato: NFL
Valore: 7,4 miliardi di dollari
Proprietario: Cal McNair

L’articolo La classifica delle 20 squadre sportive più redditizie al mondo nel 2026 è tratto da Forbes Italia.

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AWS lancia l’European Sovereign Cloud: la prima infrastruttura europea completamente indipendente

Oggi Amazon Web Services (AWS) ha annunciato la disponibilità generale dell’AWS European Sovereign Cloud, un nuovo cloud indipendente per l’Europa, interamente situato all’interno dell’Unione Europea, fisicamente e logicamente separato dalle altre Regioni AWS. L’approccio distintivo dell’AWS European Sovereign Cloud offre l’unico cloud sovrano pienamente funzionale e gestito in modo indipendente, supportato da solidi controlli tecnici, garanzie di sovranità e tutele legali, progettate per rispondere alle esigenze di governi e imprese europee nella gestione di dati sensibili.

AWS ha inoltre annunciato l’intenzione di estendere AWS European Sovereign Cloud dalla Germania al resto dell’Unione Europea, per supportare requisiti rigorosi di isolamento, residenza dei dati a livello nazionale e bassa latenza. L’espansione inizierà con nuove AWS Local Zones sovrane in Belgio, Paesi Bassi, e Portogallo.

Principi di progettazione e controllo

Da sempre, l’infrastruttura globale cloud e di intelligenza artificiale di AWS è stata progettata secondo un principio di “sovereign-by-design”, offrendo ai clienti il pieno controllo sulla localizzazione e sul movimento dei propri dati. Questo approccio è supportato da un insieme articolato di misure tecniche e controlli operativi che garantiscono trasparenza e affidabilità, oltre che da un’infrastruttura globale in grado di assicurare livelli eccezionalmente elevati di resilienza, sicurezza, e disponibilità.

AWS è progettata per rispondere alle esigenze delle organizzazioni più attente alla sicurezza e alla protezione dei dati a livello mondiale e la maggior parte dei clienti è già in grado di soddisfare i propri requisiti utilizzando una delle sei Regioni AWS esistenti nell’UE, basate sul principio di sovranità integrata fin dalla progettazione. AWS European Sovereign Cloud è stato sviluppato per offrire ai clienti un’ulteriore possibilità di scelta, consentendo di rispondere ai rigorosi requisiti di sovranità dell’Unione Europea senza compromettere le solide capacità e funzionalità di AWS.

Espansione e Local Zones

AWS European Sovereign Cloud e l’espansione delle AWS Local Zones in tre ulteriori Paesi offriranno alle organizzazioni nuove opzioni per distribuire i propri workload nel cloud con il massimo livello di sovranità e indipendenza operativa, mantenendo al contempo l’ampiezza dei servizi AWS su cui fanno affidamento per innovare e trasformarsi. Le AWS Local Zones sono una tipologia di infrastruttura che consente ai clienti di archiviare i dati in una specifica area geografica per soddisfare requisiti di residenza dei dati o per eseguire applicazioni sensibili alla latenza.

Le AWS Local Zones annunciate oggi faranno parte dell’AWS European Sovereign Cloud estendendo i controlli di sovranità dalla Regione AWS in Germania al territorio dell’Unione Europea. I clienti con requisiti ancora più rigorosi in termini di isolamento o residenza dei dati avranno inoltre la possibilità di utilizzare AWS Dedicated Local Zones, AWS AI Factories o AWS Outposts nelle sedi da loro selezionate, inclusi i propri data center on-premises.

Dichiarazione della leadership AWS

“L’Europa ha bisogno di accedere alle tecnologie cloud e di intelligenza artificiale più avanzate e affidabili. L’espansione dell’innovazione AWS in Europa contribuirà a dare ai clienti un ulteriore impulso alla crescita e alle loro ambizioni in ambito AI”, ha affermato Stéphane Israël, managing director dell’AWS European Sovereign Cloud e della digital sovereignty. “I clienti vogliono il meglio: poter utilizzare l’intero portafoglio di servizi cloud e AI di AWS, garantendo al contempo il rispetto di requisiti di sovranità estremamente rigorosi. Costruendo un cloud europeo per infrastruttura, operatività e governance, mettiamo le organizzazioni nelle condizioni di innovare con fiducia, mantenendo il pieno controllo dei propri asset digitali”.

Gestione, operatività e sicurezza in Europa

AWS European Sovereign Cloud combina controlli completi e stratificati per offrire una soluzione solida ai clienti che devono soddisfare rigorosi requisiti di sovranità digitale, continuando al contempo a beneficiare dell’ampiezza dell’innovazione cloud e AI di AWS. Tutto ciò che è necessario per la gestione dell’AWS European Sovereign Cloud si trova nell’Unione Europea: talenti, infrastrutture e leadership. Non esiste alcun controllo operativo al di fuori dei confini dell’UE. Le principali funzionalità includono:

Autonomia operativa europea: AWS European Sovereign Cloud è fisicamente e logicamente separato dalle altre Regioni AWS. È gestito esclusivamente da persone residenti nell’UE, non presenta dipendenze critiche da infrastrutture extra-UE e il suo design distintivo permette di continuare a operare indefinitamente anche in caso di interruzione delle comunicazioni con il resto del mondo. Per supportare la continuità operativa anche in circostanze estreme, i dipendenti AWS autorizzati dell’AWS European Sovereign Cloud, residenti nell’UE, avranno accesso indipendente a una copia del codice sorgente necessaria a mantenere operativi i servizi di AWS European Sovereign Cloud.

Piena residenza dei dati: AWS European Sovereign Cloud offre ai clienti il pieno controllo su dove vengono archiviati i propri dati. Consente inoltre di mantenere tutti i metadati che creano (come ruoli, autorizzazioni, etichette delle risorse e configurazioni) interamente all’interno dell’UE, inclusi sistemi sovrani di Identity and Access Management (IAM), fatturazione e misurazione dei consumi.

Controlli tecnici e di conformità all’avanguardia: la sicurezza è un elemento fondante della sovranità digitale e, come per le altre Regioni AWS, AWS European Sovereign Cloud si basa su AWS Nitro System, che fornisce un perimetro di sicurezza fisico e logico leader di settore per applicare rigorose restrizioni di accesso, impedendo a chiunque — inclusi i dipendenti AWS — di accedere ai dati dei clienti in esecuzione su Amazon EC2. AWS mette inoltre a disposizione avanzate funzionalità di crittografia, servizi di gestione delle chiavi AWS e moduli di sicurezza hardware che i clienti possono utilizzare per proteggere ulteriormente i propri contenuti. I dati crittografati risultano inutilizzabili senza le relative chiavi di decrittazione. AWS ha inoltre introdotto AWS European Sovereign Cloud: Sovereignty Reference Framework (ESC-SRF), un framework validato in modo indipendente per rispondere ai requisiti di sovranità dei clienti. I clienti possono utilizzare il report di audit ESC-SRF verificato da terze parti per dimostrare garanzie di sovranità chiare e applicabili.

Governance europea: AWS ha istituito una struttura di governance dedicata in Europa, con una nuova società capogruppo e tre società controllate locali costituite in Germania (GmbH), con organi di gestione composti da cittadini dell’UE che sono tenuti a rispettare il diritto europeo e ad agire nel migliore interesse dell’AWS European Sovereign Cloud. La struttura include inoltre un advisory board che fornirà competenze e avrà responsabilità sulle tematiche legate alla sovranità, composto da tre dipendenti Amazon e due membri indipendenti del consiglio, tutti cittadini e residenti europei.

Leadership e governance

Oggi AWS ha annunciato che Stefan Hoechbauer, vice presidente di AWS Global Sales per la Germania e l’Europa centrale, è stato nominato managing director dell’AWS European Sovereign Cloud. Lavorerà a stretto contatto con Stéphane Israël, che guiderà l’AWS European Sovereign Cloud ed è responsabile della gestione e delle operazioni.

AWS ha annunciato cinque nuovi membri del proprio advisory board, tra cui tre dipendenti Amazon: Stéphane Ducable, vicepresidente di EMEA Public Policy di AWS; Ian McGarry, general manager e director di Amazon CloudWatch; e Barbara Scarafia, vicepresidente e associate general counsel per l’Europa di Amazon. A loro si aggiungono due membri indipendenti del consiglio: Philippe Lavigne, generale in congedo ed ex Supreme Allied Commander Transformation della NATO, e Sinéad McSweeney, attualmente membro di diversi board, tra cui l’Institute of International and European Affairs, ed ex vice president of Public Policy and Philanthropy di Twitter.

Investimenti in Europa e sviluppo delle competenze

L’AWS European Sovereign Cloud ha avviato la sua prima Regione AWS nel Brandeburgo, in Germania. Nell’ambito di un impegno di lungo periodo, Amazon prevede di investire oltre 7,8 miliardi di euro in Germania nell’AWS European Sovereign Cloud e di supportare in media circa 2.800 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno all’anno, contribuendo per circa 17,2 miliardi di euro al PIL tedesco.

L’espansione pianificata dell’AWS European Sovereign Cloud in Belgio, Paesi Bassi e Portogallo rappresenta un ulteriore investimento in nuove capacità cloud e di intelligenza artificiale all’avanguardia, a supporto della crescita economica locale, della produttività e dell’innovazione. AWS mette così a disposizione delle organizzazioni gli strumenti necessari per accelerare la trasformazione digitale, soddisfacendo al contempo rigorosi requisiti di residenza dei dati e bassa latenza.

I clienti e i partner che utilizzano l’AWS European Sovereign Cloud potranno beneficiare dell’intera potenza di AWS, inclusi gli stessi livelli di sicurezza, disponibilità, prestazioni, architettura e API familiari, nonché delle principali innovazioni in ambito sicurezza come AWS Nitro System. Inizialmente, AWS European Sovereign Cloud offrirà oltre 90 servizi distribuiti su diverse categorie, tra cui intelligenza artificiale, calcolo, container, database, networking, sicurezza e storage.

Clienti del settore pubblico e di numerosi settori regolamentati in tutta Europa hanno già scelto AWS European Sovereign Cloud. Tra questi figurano EWE AG, Medizinische Universität Lausitz – Carl Thiem (MUL-CT), Sanoma Learning e altri. I partner AWS si sono impegnati a offrire le proprie soluzioni a supporto dell’AWS European Sovereign Cloud. Tra i partner di lancio figurano Accenture,Aadesso, Adobe, Arvato Systems, Atos, Capgemini, Dedalus, Deloitte, Eviden, Genysys, Kyndryl, Mistral AI, msg Group, NVIDIA, SAP, SoftwareOne e molti altri.

Clienti e settori regolamentati

I clienti europei appartenenti a numerosi settori regolamentati — tra cui pubblica amministrazione, sanità, servizi finanziari, difesa e aerospazio, energia, telecomunicazioni e altri — possono ora utilizzare AWS European Sovereign Cloud per accelerare l’innovazione, rispettando al contempo rigorosi requisiti di conformità e sovranità dei dati. Per ulteriori informazioni sull’AWS European Sovereign Cloud, visitare aws.eu

L’articolo AWS lancia l’European Sovereign Cloud: la prima infrastruttura europea completamente indipendente è tratto da Forbes Italia.

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Gioielli e preziosi, accelera il fatturato: Bulgari, Morellato e Pgi guidano il settore

Il settore orafo-argentiero-gioielliero italiano torna ad accelerare dopo la crescita più moderata del 2023. Nel 2024 i ricavi dei 101 principali operatori analizzati dall’Area Studi Mediobanca hanno raggiunto 8,9 miliardi di euro, in aumento del 6,1% su base annua e del 10,1% rispetto al 2022.

La crescita è stata sostenuta dall’export e dal posizionamento nell’alto di gamma, ma non si è tradotta in un miglioramento della redditività, penalizzata dall’aumento dei costi delle materie prime e dalla forte volatilità di oro e argento. In cima alla classifica per fatturato si confermano Bulgari Gioielli, Morellato e Pgi, in un settore sempre più polarizzato tra grandi gruppi, operatori altamente specializzati e una base produttiva frammentata.

I punti chiave

  • La leadership del settore si concentra su pochi grandi player, con Bulgari, Morellato e Pgi in testa.
  • Il controllo diretto della distribuzione diventa un vantaggio competitivo chiave, con retail ed e-commerce che rafforzano marginalità e brand experience.
  • I margini si comprimono nonostante la crescita dei ricavi, penalizzati dall’aumento dei prezzi delle materie prime e da una maggiore complessità nella pianificazione industriale.
  • La volatilità di oro e argento si riflette sulla gestione finanziaria, spingendo le aziende ad accumulare scorte e assorbendo capitale circolante.
  • Cresce il peso dei gruppi internazionali e delle operazioni di m&a, che accelerano la concentrazione del settore.

Il podio dei gioielli

In testa alla graduatoria 2024 per fatturato si colloca Bulgari, con ricavi pari a 846 milioni di euro, confermandosi il primo player del settore in Italia. Al secondo posto figura Morellato con 723 milioni, grazie anche all’acquisizione della tedesca Christ, che ha rafforzato il controllo diretto della distribuzione e portato il retail a rappresentare oltre l’84% del fatturato. Terza Pgi con 637 milioni, seguita da Damiani (368 milioni) e UnoAerre Industries (283 milioni).

Nel complesso sono tredici le società che superano i 150 milioni di euro di ricavi, segnale di una progressiva concentrazione del fatturato. Il controllo dei canali distributivi, ovvero negozi diretti, franchising ed e-commerce, emerge come fattore chiave per sostenere crescita e marginalità in un contesto di costi industriali crescenti.

Il rally delle materie prime

L’aumento del fatturato non si è riflesso in un miglioramento dei margini. Nel 2024 l’ebit margin medio del settore scende al 7,5%, in calo di un punto percentuale rispetto al 2023. A livello territoriale, le imprese del Nord Ovest restano le più redditizie (8,8%), seguite dal Nord Est (7%), mentre a livello nazionale si interrompe il recupero avviato l’anno precedente.

A incidere è anche il contesto delle materie prime. Secondo il World Gold Council, nel 2025 l’oro ha aggiornato oltre 50 massimi storici, chiudendo l’anno con un rendimento del +67%, tra i migliori asset globali.

Tra il 2019 e il 2025 il prezzo dell’oro è cresciuto a un tasso medio annuo del 16,3%, arrivando a 4.316 dollari l’oncia a dicembre 2025; dinamica simile per l’argento, mentre il platino ha mostrato una crescita più graduale ma strutturale. Un contesto che rende più complessa la pianificazione industriale e comprime i margini, soprattutto per gli operatori meno strutturati.

I gruppi internazionali

Il report Mediobanca evidenzia un ruolo crescente dei gruppi a controllo estero, che rappresentano oltre il 26% dei ricavi complessivi del campione, con dimensioni medie più che doppie rispetto alle aziende a capitale italiano. Il settore resta familiare, ma le operazioni di m&a e l’ingresso di capitali finanziari stanno accelerando, come dimostra il rafforzamento dei grandi conglomerati del lusso.

Gli investimenti continuano a crescere, trainati soprattutto dalle aziende medio-grandi e da quelle a controllo estero, mentre le realtà più piccole mostrano maggiore prudenza.

LEGGI ANCHE: Dalla difesa all’intelligenza artificiale: quali sono le Ipo che potrebbero riaccendere i mercati nel 2026

L’articolo Gioielli e preziosi, accelera il fatturato: Bulgari, Morellato e Pgi guidano il settore è tratto da Forbes Italia.

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Il 92% dei dirigenti prevede di aumentare gli investimenti in IA nel 2026. Italiani tra i più fiduciosi

Secondo un nuovo studio Accenture, i dirigenti europei iniziano il 2026 con un maggiore ottimismo sulla crescita e un’attenzione sempre più forte sull’intelligenza artificiale. I risultati, pubblicati oggi nel report Pulse of Change di Accenture in vista del World Economic Forum Annual Meeting di Davos, evidenziano inoltre un divario crescente tra leader e dipendenti in termini di preparazione e fiducia nell’IA.

Crescita e fiducia nel contesto europeo

In Europa, nonostante la maggioranza dei leader (82%) si aspetti un 2026 caratterizzato da ulteriori cambiamenti economici, geopolitici e tecnologici, si prevede una significativa crescita dei ricavi nei mercati locali. Il 91% dei leader prevede un aumento rispetto a quattro mesi fa. In Italia, l’ottimismo risulta particolarmente elevato: l’86% dei leader prevede un contesto di maggiore cambiamento e l’88% si attende una crescita dei ricavi.

Investimenti in intelligenza artificiale e sviluppo delle competenze

La maggior parte delle organizzazioni europee (84%) prevede di aumentare gli investimenti in IA nel 2026, con le aziende italiane tra le più ottimiste (92%), seguite da quelle tedesche (87%). L’80% dei leader europei considera questi investimenti più preziosi per la crescita dei ricavi che per la riduzione dei costi, dimostrando una maggiore maturità nell’uso della tecnologia.

In Italia, l’accelerazione sull’IA si accompagna a un forte focus sulle competenze: il 57% dei leader punta su programmi di upskilling e reskilling per preparare la forza lavoro, superiore alla media europea del 46%.

Divario tra dirigenti e dipendenti

Mentre i dirigenti vedono l’IA come un catalizzatore di crescita, molti dipendenti esprimono timori legati alla riduzione della forza lavoro e a una formazione insufficiente. Solo il 61% dei dipendenti europei ritiene che la propria esperienza con l’IA mostri il suo potenziale impatto sul business, a fronte dell’84% dei leader. In Italia, però, il 40% dei dipendenti dichiara di saper utilizzare con sicurezza gli strumenti di IA e di poterli spiegare ad altri, contro una media europea del 25%.

Un segnale di maggiore confidenza che convive comunque con timori sul futuro del lavoro e sulla formazione: appena il 41% dei dipendenti europei si sente sicuro del proprio ruolo e solo il 14% ritiene che la leadership abbia chiaramente comunicato come l’IA influenzerà ruoli e competenze.

La visione di Accenture

“Questa ricerca”, dice Mauro Macchi, ceo di Accenture per Europa, Medio Oriente e Africa, “riflette chiaramente le priorità che emergono nel dialogo quotidiano con i clienti in tutta Europa, dove i leader intendono consolidare il percorso sull’IA e stanno incrementando gli investimenti a supporto”.

“Lo studio evidenzia anche un tema critico: se non coinvolgiamo le persone, il pieno valore dell’IA rimarrà inespresso. Non si tratta solo di sviluppare competenze tecniche, ma di creare la cultura necessaria per consentire all’intera forza lavoro di utilizzare questa tecnologia con fiducia. Il vero divario non è tra chi ha competenze e chi non le ha, ma tra chi utilizza l’IA e chi è lasciato indietro”.

L’articolo Il 92% dei dirigenti prevede di aumentare gli investimenti in IA nel 2026. Italiani tra i più fiduciosi è tratto da Forbes Italia.

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