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Il dolore dell'elefantessa: la foto vince il WPY

Lo scatto in bianco e nero "The Aftermath" del fotografo milanese Federico Veronesi ha conquistato la giuria del prestigioso premio del Natural History Museum di Londra. Una fotografia potente e straziante, scattata nella valle del fiume Huab in Namibia, mostra l'empatia e l'elaborazione del lutto degli animali.. Lo scatto: "The Aftermath" La fotografia vincitrice è un'opera in bianco e nero realizzata in Namibia. Veronesi stava seguendo le tracce di una mandria di elefanti quando ha notato degli insoliti segni di trascinamento impresso sulla sabbia.. Seguendo le piste, si è imbattuto in una scena indimenticabile: un'elefantessa adulta che trasportava con cura il corpo ormai privo di vita del suo piccolo, stringendolo delicatamente tra la proboscide e le zanne mentre attraversava il letto di un fiume in secca.. Una vita dedicata alla fauna africana Federico Veronesi ha radici profonde è cresciuto in una famiglia milanese di appassionati naturalisti e fotografi, ha coltivato fin da bambino l'amore per gli animali e la natura selvatica dell'Africa. Dopo la laurea, nel 2002 ha scelto di trasferirsi in Kenya per trasformare la sua passione in una professione, lavorando come fotografo e guida di safari.. Gli elefanti occupano un posto speciale nella sua produzione artistica e ricerca sul campo: a questi maestosi mammiferi ha dedicato il libro fotografico Walk the Earth, un progetto durato cinque anni che documenta la vita degli ultimi grandi elefanti africani. Con The Aftermath, Veronesi non regala al mondo solo un grande scatto, ma una testimonianza fondamentale sul dolore e l'elaborazione del lutto del regno animale..

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Il dolore dell'elefantessa: la foto vince il WPY
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Oltre le rughe: gli usi dell’acido ialuronico

Trasparente e un po' scivoloso, l'acido ialuronico è una molecola-spugna unica: ne basta un quarto di cucchiaino da tè per legare e trattenere poco meno di due litri di acqua. Questa proprietà speciale lo rende indispensabile al nostro organismo, che ne produce grandi quantità per tenere i tessuti ben idratati; così quando scarseggia, per colpa dell'età che avanza o a causa di disturbi e malattie, diventa spesso importante somministrarlo dall'esterno. Perché, per fortuna, abbiamo imparato a sintetizzarlo anche in laboratorio.. Come funziona e a cosa serve L'acido ialuronico è una molecola sorprendente: è un polisaccaride, ovvero una lunga catena di piccole unità di uno zucchero che si ripetono e sono ricchissime di punti dove l'acqua può venire 'agganciata' con facilità. Riesce così a legarne fino a mille volte il suo peso, diventando super-idratante ovunque si trovi: per questo fra i tessuti più ricchi di acqua ci sono l'interno dell'occhio, le articolazioni (dove funziona come lubrificante per evitare attriti fra le ossa) o la pelle, che da giovane deve il suo aspetto liscio e compatto proprio all'abbondanza di acido ialuronico. La sua conformazione a catena però non è solo una spugna per l'acqua: si comporta infatti anche come uno 'scheletro' su cui far crescere i tessuti e per questo è importante quando si devono riparare ferite e la ricerca ne sta indagando il ruolo negli embrioni e nello sviluppo; inoltre, gli spazi fra un'unità e l'altra del polimero di acido ialuronico possono accogliere anche altre molecole oltre all'acqua, rendendolo un ottimo 'veicolo' per portarle dove servono. Così, oggi se ne sta studiando l'uso non solo per la medicina rigenerativa, ma anche per formulazioni farmacologiche avanzate in grado di consentire il trasporto selettivo di terapie.. Dalla vista all'otorinolaringoiatria Gli impieghi clinici dell'acido ialuronico, in continuo aumento da quando si è iniziato a usarlo ormai una sessantina di anni fa, sono perciò tanti e consolidati. Essendo fondamentale per sostenere la struttura dell'occhio, viene impiegato per esempio durante gli interventi chirurgici per proteggere i tessuti oculari interni; poiché idrata tantissimo ed è del tutto sicuro, è un componente essenziale delle lacrime artificiali per occhi secchi o che bruciano, ed è anche in grado di creare sulla cornea un film protettivo utile in caso di vento o polvere. Prospettive ulteriori arrivano poi da ricercatori dell'Università dello Shandong a Jinan, in Cina, che analizzando i dati di varie ricerche nel settore hanno sottolineato come idrogel a base di acido ialuronico potrebbero essere utili anche in altre malattie oculari, dai traumi della cornea alla degenerazione maculare legata all'età, grazie a proprietà come la trasparenza ottica, la capacità di trasporto di farmaci e la completa biocompatibilità.. La stessa che rende l'acido ialuronico ampiamente usato in otorinolaringoiatria, per esempio per idratare le mucose di naso e gola nelle riniti allergiche e nelle rinosinusiti o in chirurgia, per proteggere le mucose e favorirne la cicatrizzazione e la ripresa: di recente uno studio su poco meno di 500 persone pubblicato su Otolaringoloy – Head and neck surgery ha dimostrato che in caso di timpanoplastica, l'intervento necessario a riparare un timpano perforato o danneggiato, l'uso di gel a base di acido ialuronico migliora gli esiti dell'operazione.. Benefici in ginecologia e in oncologia L'effetto protettivo e rigenerante sulle mucose è anche il motivo per cui l'acido ialuronico è usato in ginecologia sotto forma di gel, ovuli e creme per contrastare la secchezza vaginale in menopausa e non solo, o anche per favorire la guarigione di micro-lesioni del tessuto vaginale; instillato direttamente nella vescica, è usato nelle cistiti croniche perché crea una specie di film protettivo sulla mucosa che riduce l'adesione dei batteri alle pareti, diminuendo anche l'irritazione connessa al contatto con le urine. L'effetto è un miglioramento dei sintomi tale da poter considerare le instillazioni vescicali di acido ialuronico una terapia di prima linea in molti casi di cistiti interstiziali, stando a una recente ricerca dell'Unità di ginecologia dell'Università Campus Biomedico di Roma.. Per gli stessi motivi è utilissimo per accelerare la guarigione di lesioni alle mucose della bocca dovute a chemio o radioterapie in persone con tumori di vario genere: l'acido ialuronico riduce l'infiammazione e il bruciore, fa da barriera nei confronti del possibile effetto irritante da parte del cibo o della saliva, accelera la riparazione delle ferite.. Un'impalcatura per cicatrizzare la pelle È vero per quelle connesse alle terapie oncologiche, ma anche per le ferite in genere: l'acido ialuronico funziona come un'impalcatura attorno a cui si ricostruiscono più facilmente i tessuti, perché forma una "rete umida" dove le cellule della pelle vengono guidate più rapidamente, vengono richiamati fibroblasti per produrre più collagene riducendo la cicatrice, viene stimolata la formazione di nuovi vasi sanguigni per trasportare ossigeno e nutrienti utili alla riparazione della pelle.. Gel, bendaggi e biomateriali avanzati a base di acido ialuronico sono usati perciò in caso di tagli, traumi superficiali ma anche per ustioni, ulcere e nel trattamento di ferite e suture chirurgiche, perché la guarigione accelera ed è più efficace, come ha sottolineato un documento dedicato alla medicina rigenerativa pubblicato su Nature.. Il ruolo nelle articolazioni e l'uso contro l'artrosi È un po' più dibattuto invece l'uso di infiltrazioni di acido ialuronico, la cosiddetta viscosupplementazione, in caso di artrosi: l'attrito fra le ossa, nelle articolazioni, di norma viene ridotto dalla presenza di un 'lubrificante' a base di acido ialuronico che con l'età può diminuire. La viscosupplementazione perciò è usata per ridurre il dolore e l'uso di antidolorifici; tuttavia i risultati degli studi scientifici non sono univoci — anche perché, come spesso accade con i dispositivi medici, sotto lo stesso nome si nascondono prodotti molto diversi tra loro —e cosi per esempio le linee guida 2026 dell'Istituto Superiore di Sanità sulla prevenzione della progressione dell'artrosi di anca e ginocchio hanno sottolineato l'incertezza e variabilità delle prove, indicando però che l'acido ialuronico produce comunque benefici 'piccoli ma desiderabili' sul dolore e la funzionalità dell'articolazione rispetto a un placebo o ai corticosteroidi come il cortisone, anche tenendo conto della sicurezza della terapia.. L'importanza del peso molecolare e delle nuove formulazioni Parte dell'incertezza dipende dal fatto che "acido ialuronico" non è un prodotto unico, ma una famiglia eterogenea di dispositivi medici che differiscono per peso molecolare, reticolazione chimica e fonte di produzione. Una revisione sistematica del 2023 su Cartilage mostra che queste differenze contano: l'acido ialuronico ad alto peso molecolare è l'unico a superare la soglia minima di beneficio clinicamente rilevante sul dolore, mentre le formulazioni reticolate o di origine aviaria sembrano più associate a reazioni infiammatorie locali. Molte metanalisi più datate hanno però trattato l'acido ialuronico come un'unica categoria — un limite che potrebbe spiegare, almeno in parte, la contraddittorietà dei risultati raccolti finora.. L'acido ialuronico infatti ha dalla sua una grande tollerabilità, specialmente se viene prodotto tramite biofermentazione, un processo che utilizza batteri e lo rende particolarmente puro. Inoltre, i metodi di sintesi sono migliorati e oggi con le formulazioni di acido ialuronico ibrido cooperativo si possono raggiungere concentrazioni molto elevate (con l'acido ialuronico lineare di prima generazione non si può aumentare troppo, perché diventa così viscoso da non passare attraverso una siringa) e si possono associare sostanze, come la condroitina sodica, che possono migliorare gli effetti della viscosupplementazione.. Trattamenti anti-age e rigenerazione cutanea Gli stessi tipi "avanzati" di acido ialuronico sono anche i più utili per trattare la pelle, che negli strati del derma e dell'epidermide lo produce in quantità per restare elastica e compatta. Con gli anni però se ne forma sempre di meno e per questo la pelle diventa più secca, si rigenera con maggior lentezza, è meno protetta dai radicali liberi e si formano le rughe. Restituirle dall'esterno l'acido ialuronico di cui ha bisogno aiuta a mantenerla sana a lungo, contrastando pure i segni del tempo: lo si fa per esempio con creme e gel che sono super-idratanti, specialmente se contengono acido ialuronico a basso e alto peso molecolare in modo da penetrare fino agli strati più profondi del derma.. E quando le rughe sono evidenti, per attenuarle sono proprio a base di acido ialuronico i filler più sicuri, oggi molto più duraturi grazie a formulazioni che utilizzano i cosiddetti complessi cooperativi stabili in cui molecole a basso e alto peso molecolare vengono stabilizzate con un processo termico, resistendo così più a lungo alla degradazione da parte degli enzimi cutanei per trattamenti che durano nel tempo. Come sottolinea infatti Antonello Tateo, responsabile delll'Unità di Chirurgia Plastica dell'Istituto Auxologico Italiano di Milano, «L'acido ialuronico è da sempre un elemento chiave nei trattamenti di medicina estetica, grazie alla sua naturale presenza nei tessuti. Inizialmente utilizzato per aumentare i volumi e correggere le asimmetrie, ha trovato in seguito applicazione nella biorivitalizzazione, andando oltre la sola funzione filler. Oggi, con i nuovi complessi cooperativi stabili, si può ottenere un ringiovanimento visibile attraverso meccanismi che imitano la natura, agendo sulla matrice extracellulare che costituisce il sostegno di tutti i tessuti della pelle; potenziando il processo di rigenerazione tissutale, in un unico trattamento si può rimodellare, compattare e migliorare la qualità dei tessuti. Questa possibilità data dall'acido ialuronico di ultima generazione non sta soltanto ridefinendo gli standard della medicina estetica rigenerativa, ma anche cambiandone il paradigma: oggi si è passati infatti dalla correzione dell'imperfezione al benessere globale del paziente, in un approccio olistico che unisce salute e bellezza in modo armonico e rispettoso dell'unicità di ogni persona», conclude Tateo..

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Oltre le rughe: gli usi dell’acido ialuronico
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Come nasce l’acido ialuronico farmaceutico

Per molto tempo, per ottenere l'acido ialuronico destinato all'uso farmaceutico si utilizzavano le creste di gallo, particolarmente ricche di tale sostanza ma difficili da lavorare e purificare. La svolta arrivò nel 1989, quando Shiseido brevettò per la prima volta un sistema basato sulla biofermentazione. Nel 2011 si fece un altro passo avanti: dalla collaborazione fra IBSA e Altergon Italia nacque infatti un complesso processo biotecnologico capace di produrre acido ialuronico ad alta purezza. Oggi, quindi, non servono più tessuti animali: tutto può cominciare all'interno di un fermentatore.. Fabbrica batterica Nel processo sviluppato da Altergon, a "fabbricare" l'acido ialuronico sono i batteri. Nel dettaglio, si utilizza un ceppo molto produttivo di Streptococcus equi zooepidemicus, presente in natura nelle mucose dei cavalli (e depositato all'Institut Pasteur di Parigi). All'interno del bioreattore, i microrganismi crescono in un liquido ricco di nutrienti, che vengono utilizzati per costruire le unità ripetitive delle lunghissime catene di acido ialuronico. Temperatura, pH, aerazione e agitazione vanno però regolati con grande precisione: man mano che il polimero si accumula, infatti, il liquido diventa sempre più viscoso e quindi più difficile da mescolare e ossigenare. Terminata la fermentazione, comincia il lavoro di "pulizia": l'acido ialuronico deve essere separato da cellule, proteine e acidi nucleici. Attraverso estrazione, purificazione, precipitazione alcolica e controlli analitici si arriva infine a una polvere finissima. L'Ultrapure di Altergon va ben oltre i severi limiti della Farmacopea europea, che fissa i requisiti di qualità dei medicinali: proteine entro lo 0,03% anziché lo 0,1%, endotossine batteriche sotto 0,005 UI/mg anziché 0,05 e residui di etanolo inferiori allo 0,1% anziché allo 0,5%.. Pesi su misura L'acido ialuronico non è sempre lo stesso, ma le sue catene possono essere più o meno lunghe e avere quindi un diverso peso molecolare. Regolandolo si possono ottenere formulazioni con caratteristiche fisiche differenti. C'è però un ostacolo: più aumenta la sua concentrazione, più la soluzione diventa densa e viscosa. Con l'acido ialuronico lineare, IBSA è riuscita negli anni a passare dallo 0,8% al 2% di concentrazione, ma oltre questa soglia il prodotto diventa difficile da far uscire dalla siringa. Per aggirare il problema, dalla collaborazione con l'Università Vanvitelli di Napoli è nata la NAHYCO® Hybrid Technology, tecnologia brevettata che unisce catene ad alto e basso peso molecolare attraverso un trattamento termico. Con il calore, le catene si separano, si distendono e si dispongono una accanto all'altra; raffreddandosi, invece, si associano attraverso legami idrogenati, formando strutture stabili chiamate HCC (complessi ibridi cooperativi). Non serve quindi la reticolazione chimica, ossia aggiungere sostanze per legare artificialmente le catene. Il risultato è che la barriera del 2% può essere superata: si arriva al 3,2% di concentrazione, conservando la facilità di estrusione dalla siringa e ottenendo anche una maggiore resistenza alla degradazione.. Ultimo passaggio Una volta ottenuta la formulazione desiderata, il viaggio dell'acido ialuronico prosegue fino al confezionamento. Nello stabilimento IBSA di Lodi, per esempio, le soluzioni ad alta viscosità vengono lavorate su linee dedicate e dosate direttamente nel cilindro, mentre la sterilità è garantita in ogni fase del processo. Nel complesso, le linee di Lodi possono produrre fino a 20 milioni di siringhe pre-riempite all'anno: è l'ultimo passaggio prima della distribuzione e dell'uso..

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Come nasce l’acido ialuronico farmaceutico
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Tumori pediatrici: gli anticorpi hanno un ruolo?

Autoanticorpi che attaccano la macchina molecolare incaricata di riparare il DNA potrebbero essere coinvolti nella genesi dei tumori pediatrici. Nei bambini affetti da tumori è emersa una produzione massiccia e insolita di anticorpi aberranti, cioè mal direzionati, che prendono di mira le proteine che individuano e correggono i danni nel genoma delle cellule. La scoperta, pubblicata su Frontiers in Immunology, potrebbe illustrare un possibile meccanismo che predispone ai tumori pediatrici, e suggerire una via per individuare in anticipo i bambini più a rischio per queste patologie.. Tumori pediatrici: perché sono diversi da quelli degli adulti. I tumori che colpiscono durante l'infanzia si distinguono da quelli degli adulti per gli organi coinvolti, per la risposta alle terapie ma anche per le cause: rispetto alle persone di età più avanzata, i bambini hanno avuto meno tempo per essere esposti ai fattori ambientali (per esempio inquinamento, sedentarietà, fumo, alcol, invecchiamento) che possono aumentare il rischio di tumori. Le forme di cancro che sviluppano tendono ad avere meno mutazioni e a riguardare cellule in una fase ancora precoce di maturazione.. Un gruppo di scienziati dell'Università di Bergen, in Norvegia, ha studiato l'insieme delle proteine espresse dai tumori e dal sangue di 175 adulti e bambini affetti da sarcoma (un tumore che colpisce i tessuti connettivi) e da leucemia linfoblastica acuta (un tumore del sangue che prende origine dai progenitori dei linfociti, nonché la forma di cancro più frequente in età pediatrica). I dati sono stati attinti da tre diversi database sanitari norvegesi, e confrontati con quelli di adulti e bambini sani.. I bambini con tumori pediatrici mostravano valori molto più elevati di immunoglobuline G (IgC, un tipo di anticorpi) dirette verso proteine di riparazione del DNA che circolano nel sangue. Autoanticorpi, dunque, che miravano a geni chiave che servono a ripristinare il DNA danneggiato.. Gli autoanticorpi all'origine dei tumori? Un secondo indizio. Per capire se questi anticorpi erranti possano avere un ruolo nell'origine dei tumori, gli scienziati hanno cercato un altro tipo di prova: hanno analizzato i campioni di sangue di altri 59 bambini in età scolare che erano stati seguiti in due studi di coorte, svolti nel corso di un periodo esteso di anni. Dei 59 partecipanti selezionati, metà aveva sviluppato tumori di vario tipo entro i 30 anni e metà no. I bambini del primo gruppo, che si erano ammalati in media 6 anni dopo il prelievo, avevano rispetto ai coetanei sani una probabilità circa otto volte superiore di avere anticorpi diretti contro almeno una proteina coinvolta nella riparazione del DNA.. Successivi studi hanno permesso agli autori di dimostrare che questi anticorpi possono entrare nelle cellule e prendere di mira un organello cellulare (chiamato TIGER domain) dove vengono prodotte e modificate proteine essenziali, come i fattori di trascrizione cellulare, che determinano quando i geni devono essere attivati o disattivati.. L'origine del danno. L'ipotesi è che questi autoanticorpi, quando riescono ad entrare nelle cellule, possano inibire direttamente l'attività delle proteine che riparano il DNA, legandosi ad esse e immobilizzandole; con il tempo, questo meccanismo finirebbe per creare un fenotipo di cellule inclini a diventare cancerose, simili a quelle che hanno origine da varianti genetiche difettose ed ereditarie.. Gli autoanticorpi a loro volta potrebbero essere scatenati da infezioni, da squilibri nella tolleranza immunologica - il meccanismo che di solito evita che il sistema immunitario danneggi il corpo umano - o altri problemi nella risposta alle minacce esterne. Ma al di là delle cause del "cambio di casacca" delle cellule deputate a difenderci, la scoperta potrebbe servire a ideare screening per individuare bambini con una predisposizione immunitaria a futuri tumori..

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Antico Egitto: i funzionari morivano con il re?

Se foste nati 5.000 anni fa in Egitto, essere un funzionario di corte avrebbe potuto non essere una sorte così fortunata: secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Environmental Archaeology che ha rianalizzato dei resti scheletrici scavati cento anni fa nel cimitero reale di Umm el-Qaab, vicino ad Abido, in Egitto, alcune persone vicino ai reali della I Dinastia (3078-2900 a.C. circa) sarebbero state sacrificate alla morte del re.. Erano gli anni Venti del secolo scorso quando l'archeologo inglese Flinders Petrie portò alla luce alcune tombe minori disposte intorno ai recinti funerari dei re Djer e Djet e della regina Merneith. Non avendo rilevato alcun segno di trauma sui resti, Petrie ipotizzò che alcuni individui fossero stati sepolti vivi.. Una rianalisi necessaria Da allora gli studiosi si dividono in due "fazioni": chi crede che funzionari, artigiani e servitori venissero sacrificati, e chi lo esclude nel modo più assoluto. «È molto tempo, però, che qualcuno non si prende la briga di rianalizzare i resti», commenta Roselyn Campbell, autrice del nuovo studio. L'esperta ha riesaminato i crani di 46 servitori sepolti, rilevando segni di lesioni (fratture e tagli) in ben 18 di essi, avvenute – stima – attorno al momento del decesso e potenzialmente mortali. Secondo la ricercatrice Petrie aveva probabilmente visto le lesioni, ma aveva pensato fossero avvenute dopo la morte.. Le fratture, aggiunge, furono probabilmente causate da oggetti piatti e larghi fatti di corno, legno, o un altro materiale più leggero della pietra; non furono certo causate da mazze, che avrebbero lasciato un avvallamento profondo nell'osso. «Per quanto riguarda i crani senza traumi, non possiamo essere certi che si tratti di persone sacrificate. È possibile che alcuni dei funzionari siano stati sacrificati e altri no», spiega Campbell al Guardian.. Una pratica dismessa Questa macabra pratica venne (fortunatamente) dismessa all'inizio della II Dinastia. Secondo Salima Ikram, archeologa non coinvolta nella ricerca che ha elogiato il lavoro di ricerca della collega, «le persone vennero sostituite da statuette». Per alcuni, ipotizza Ikram, il sacrificio era un privilegio, un modo per godere della vita eterna al servizio del sovrano; altri, al contrario, forse si opposero con forza a un destino così cruento. Quel che è certo, conclude Campbell, è che «lo studio dimostra quante nuove informazioni sul passato possano emergere quando riesaminiamo dati già raccolti con metodi e conoscenze aggiornati, anche quando si tratta di dati incompleti e imperfetti come questi»..

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E-waste day: l’avanzata del Fast Tech

Sono gadget spesso inutili, che compriamo online o in negozi coloratissimi che ne sono pieni; costano quanto un paio di riviste, ma spesso durano meno del tempo che impiegheremmo a leggerle: sono i cosiddetti Fast Tech, i gadget elettronici dei quali sembriamo non riuscire a fare a meno e con i quali riempiamo le nostre case. Adattatori USB, cuffiette wireless, ventilatorini portatili, lucine LED: quando smettono di funzionare (o quando ci stanchiamo di usarli) li gettiamo nell'indifferenziata, con buona pace dell'ambiente, già provato dalle 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che produciamo annualmente.. In occasione della nona edizione dell'International E-Waste Day 2026, uno studio commissionato dal WEEE Forum (l'associazione europea dei consorzi che raccolgono e riciclano i rifiuti elettronici per conto dei produttori) e condotto su 10.245 persone provenienti da 12 Paesi europei (Italia non inclusa) ha scoperto che in Europa l'87% dei consumatori ha almeno un oggetto di Fast Tech e il 78% ne ha comprato uno nell'ultimo anno.. Costano poco, durano poco, inquinano tanto Il problema è che quando compriamo questi gadget non ci fermiamo a pensare se ci servano o no (spoiler: il 90% delle volte non ci servono): costano poco, quindi al massimo – pensiamo – li usiamo un paio di volte e li buttiamo. Vi ricorda qualcosa? Già, il fast fashion funziona allo stesso modo: compriamo vestiti attratti dai prezzi bassi, e dopo un anno li cambiamo.. Sappiamo bene dove ci ha portato il fast fashion: un deserto (quello di Atacama, in Cile) che è diventato una discarica a cielo aperto, emissioni inquinanti legate a produzione e fine vita dei vestiti, microplastiche derivanti dai tessuti in poliestere. Con il Fast Tech il procedimento è lo stesso: compriamo tanto, usiamo poco, gettiamo in fretta, ricicliamo troppo di rado. Secondo i dati emersi dallo studio, il 29% degli acquirenti tiene il dispositivo in casa quando ha smesso di usarlo, solo il 27% lo porta nei centri di riciclo e il 19% nei punti di raccolta dei negozi.. I rischi delle batterie Rispetto ai vestiti, però, i piccoli gadget elettronici hanno un ulteriore problema: oltre a plastica e metalli sono spesso dotati di circuiti elettrici e batterie al litio. Queste ultime, in particolare, se non riciclate correttamente e gettate nell'indifferenziata, possono venire schiacciate o forate dai camion compattatori, provocando un cortocircuito interno e causando incendi.. Il 36% degli impianti di trattamento interpellati nello studio commissionato dal WEEE Forum ha avuto un incendio causato da batterie nell'ultimo anno. «Un piccolo gadget a batteria buttato nel bidone di casa può sembrare una cosa da nulla. Moltiplicatelo per milioni di prodotti e diventa un problema serio, sia per le risorse perse, sia per il rischio di incendi», fa presente Magdalena Charytanowicz del WEEE Forum.. Acquisto e riciclo consapevole Il messaggio è chiaro: dobbiamo ridurre al minimo gli acquisti di gadget elettronici e, se ne compriamo, impegnarci a riciclarli correttamente quando smettiamo di usarli o smettono di funzionare. Come? Trattandoli come RAEE, ovvero rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, e portandoli all'isola ecologica del nostro Comune, oppure lasciandoli nei negozi di elettronica: per legge, in Italia quelli con almeno 400 metri quadrati dedicati alla vendita di apparecchi elettronici devono ritirare gratis i dispositivi più piccoli di 25 centimetri, anche se non compriamo nulla. Se la batteria si può estrarre, va tolta e buttata negli appositi contenitori per le pile esauste..

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