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"Che il passato sprofondi nel nulla".

"Che il passato sprofondi nel nulla". HoLaKo

 

Giovedì 25 giugno 2026 - Nuovo Armenia, via Livigno 9, Milano

20.00 presentazione “Che il passato sprofondi nel nulla”. Lucía Sánchez Saornil, la rivoluzione spagnola e le mujeres libres

con Lorenzo Pezzica

21.30 proiezione del documentario: Spagna 1936: l'utopia si fa storia

testi di Pino Cacucci, con le voci narranti di Paolo Rossi e Francesca Gatto

 

Quest’anno ricorre il novantesimo anniversario della Guerra Civile Spagnola, scoppiata nel 1936 in reazione al colpo di stato attuato da Francisco Franco e da altri generali, che sarà il preludio della Seconda Guerra Mondiale. Il tentativo di golpe scatena una forte risposta popolare, dando il via ad una più ampia rivoluzione sociale che caratterizzerà i tre successivi anni di guerra. Tra le tante esperienze nate in quel contesto di fermento sociale e politico emerge in maniera significativa quella delle mujeres libres, organizzazione anarco-femminista che ha portato avanti istanze legate all’autodeterminazione femminile. In questo incontro parleremo in particolare di una delle sue fondatrici, Lucía Sánchez Saornil. Poetessa, attivista e lesbica dichiarata, Saornil è stata pioniera dell’esibizione nella poesia dell’amore tra donne e ha cercato per tutta la vita di riformulare l’identità di coloro che “non contano” e di dotare i corpi femminili, oggetto e obiettivo del controllo e della repressione morale, culturale e politica, di nuovi significati in grado di superare i meccanismi e i controlli oppressivi del potere.

Seguirà la proiezione del documentario “Spagna 1936, l’utopia si fa storia”, prodotto dal Centro Studi Libertari/Archivio G. Pinelli, con testi di Pino Cacucci e voci narranti di Paolo Rossi e Francesca Gatto. Il filmato originale è stato girato nel biennio 1936-1937 da operatori del Sindicato de la Industria del Espectaculo (archivi iconografici della Confederación Nacional del Trabajo).

 

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Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968

Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968 HoLaKo
[Nel video sono riconoscibili: Cohn Bendit, Alfonso Failla, Ōsawa Masamichi, Ozeki Hiroshi, Stuart Christie, Jean Jacques Lebel, Mario Mantovani, Umberto Marzocchi, Marie Christine Mikailov, René Bianco e Amedeo Bertolo.]

 

Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968

 

Nel 1968, l’Europa è attraversata dalle scosse di un cambiamento sociale epocale innescato dalle rivolte studentesche e egiovanili. In questo fermento l’anarchismo sembra ritrovare voce. Il movimento cresce. Gruppi e circoli nascono ovunque, anche dove l’anarchismo sembrava scomparso. In quell’anno cruciale in molti guardano agli anarchici come ai più coerenti protagonisti di quel cambiamento.

In questo contesto, tra il 31 agosto e il 3 settembre la città di Carrara, già simbolo di lotte anarchiche e tradizioni libertarie, diventa il centro di un incontro di grande rilevanza internazionale. L’occasione è un congresso interno convocato da alcune Federazioni anarchiche nazionali che però si apre a una più vasta partecipazione. Nelle sale del Teatro degli Animosi si raccolgono così le più varie voci, esperienze, lingue, visioni e ovviamente tensioni. Sono infatti presenti sia delegati ufficiali provenienti da diciotto paesi (dalla Grecia al Giappone, da Cuba alla Nuova Zelanda), sia osservatori esterni a quelle federazioni e perlopiù appartenenti alla nuova generazione protagonista del ’68. In un’atmosfera carica di aspettative, si incontrano così figure storiche del movimento italiano e internazionale e i giovani “sessantottini” europei.

Di fatto, il congresso diventa l’occasione per il movimento internazionale di interrogarsi, di confrontarsi, di misurare le proprie aspirazioni a fronte delle sfide poste da un’epoca attraversata da conflitti sociali profondi e diffusi. Ma diventa anche l’occasione in cui va in scena l’incontro/scontro tra due generazioni. Da un lato i “vecchi” anarchici, custodi di una lunga e gloriosa tradizione di lotte scandita da carcere, confino, esilio, guerra; dall’altro i giovani sessantottini, portatori di un linguaggio nuovo più in sintonia con i tempi e spesso critici verso le forme organizzative tradizionali. Questo incontro tra due modi diversi di intendere la presenza e la pratica anarchica, tra due diverse sensibilità, non sarà senza tensioni: i giovani ribelli sono critici verso il movimento tradizionale che accusano di essere congelato in un’epoca gloriosa sì ma passata, mentre i vecchi combattenti temono scelte avventate da parte di chi è arrivato all’anarchismo sull’onda di un’effervescenza sociale improvvisa e travolgente. Manca in questo scenario una generazione intermedia che potrebbe fare da ponte, militanti come Giuseppe Pinelli, uno dei pochi esponenti di quella generazione, che all’epoca milita nei Gruppi Giovanili Anarchici Federati pur essendo alla soglia dei quarant’anni.

Tra i presenti al congresso ci sono vari giovani militanti in veste di “osservatori”, che arrivano portando con sé il loro entusiasmo ma anche una certa distanza critica. Tra questi, Amedeo Bertolo, allora ventisettenne, che molti anni dopo ricorderà di essere giunto a Carrara quasi “come a una grande festa di famiglia”, senza aspettative eccessive ma con la consapevolezza di partecipare a un evento importante, “orgoglioso di essere anarchico tra anarchici”.[1] Lui e i compagni della Gioventù Libertaria di Milano occupano uno spazio tutto loro, riconoscibile dai manifesti appesi alla balaustra del teatro – slogan contro l’autorità e soprattutto un richiamo alla rivolta di Praga – e da una bandiera nera con la scritta ANARCHIA, simbolo di un’identità già forte, ma in cerca di rinnovamento. Dal suo ricordo emerge uno sguardo duplice: da un lato il rispetto per i “vecchi combattenti”, che avevano tenuto viva la tradizione anarchica; dall’altro l’impazienza di una generazione che percepiva quella stessa tradizione come distante dalle nuove forme di conflitto che stavano esplodendo nel mondo.

 

 

Dopo le relazioni d’apertura, le tensioni non tardano a emergere. Un momento particolarmente acceso si verifica con l’intervento di Domingo Rojas, delegato degli anarchici cubani in esilio, che denuncia la repressione del movimento anarchico a Cuba e la deriva autoritaria della rivoluzione castrista. La sala si accende e si divide: da una parte gli applausi, dall’altra le contestazioni. Lo scontro esplode quando Daniel Cohn-Bendit, figura simbolo della rivolta studentesca europea, presente come osservatore del movimento francese “22 marzo”, accusa gli anarchici cubani di essere strumenti della CIA. Le parole pesano come pietre. Ne segue un confronto acceso che rende evidente una frattura insanabile tra le posizioni marxiste-libertarie espresse da Cohn-Bendit e quelle anti-totalitarie espresse dagli anarchici vecchi e giovani. Per qualche istante il congresso si trasforma in un caos sonoro e politico che in questo caso non segue le linee generazionali. Alcuni cercano di reagire coprendo le grida: Bertolo racconta di aver cantato, insieme ad altri compagni, Figli dell’officina. A riportare l’ordine intervengono gli anarchici carraresi del servizio d’ordine – cavatori di marmo, abituati a ben altra durezza – che accompagnano con decisione i contestatori fuori dalla sala. I lavori riprendono, ma Cohn-Bendit e gli altri membri del “22 marzo” lasciano il congresso, trasferendosi simbolicamente sulla spiaggia di Marina di Massa per dar vita a un incontro alternativo.[2]

A distanza di decenni, ciò che resta più vivido nei ricordi di chi prese parte al Congresso di Carrara è certamente l’intensità del dibattito, ma anche la percezione di trovarsi dentro un organismo vivo pronto a partecipare con le sue molte facce alla svolta epocale in atto. Un organismo dove continuità e rottura, memoria e invenzione possono convivere senza dover trovare una sintesi definitiva – e proprio questo lo ha reso straordinariamente fecondo. In questo senso, il Congresso di Carrara appare ancora oggi come un frammento pulsante di un’epoca inquieta in cui tutto sembrava ancora aperto e possibile.

 

Note

[1] Nel 2007, Amedeo Bertolo ricorda come lui e i suoi compagni si fossero avvicinati a Carrara con uno sguardo che restava ambivalente, sospeso tra rispetto e distanza: «Eravamo andati […] come a una grande festa di famiglia […] senza grandi aspettative […] il più grande incontro anarchico da anni […] un avvenimento […] non irrilevante, come rito identitario e come possibilità di incontri ai margini del congresso».

[2] In filigrana, quella frattura appariva anche come qualcosa di più profondo, come ricorda Bertolo: «[…] da un lato la solida tradizione anarchica, dall'altro la beffarda rivolta libertaria […] In mezzo, noi […] che non ci identificavamo appieno negli uni e negli altri».

 

 

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Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno

Questa articolo è frutto del lavoro collettivo di AvANa – Avvisi Ai Naviganti, l’hacklab che ha base al Forte Prenestino (Roma) ed è parte della comunità italiana di Hackmeeting, ritrovo annuale degli hacklab aperto a ogni persona curiosa delle tecnologie, digitali e non.

Come AvANa, ci occupiamo di tecnologia in modo critico. Che vuol dire? Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo lanciato una campagna di boicottaggio di Meta in quanto azienda complice del genocidio in corso in Palestina e perché propone quelle che chiamiamo “tecnologie del dominio”, ovvero che catturano e vendono il tempo di chi le usa per la massimizzazione del proprio profitto.

Ci siamo dunque messe a disposizione dei collettivi locali con la campagna “Un Dos Tres”, per aiutare a costruire una presenza autonoma in rete, indipendente dai social media delle grandi aziende, nell’orizzonte di permetterci di uscire (prima o poi) da quegli ambienti tossici e commerciali. Rinnoviamo l’invito a praticare autogestione anche in questo aspetto, digitale, della vita. Dopo l’attacco al collettivo Autistici/Inventati, abbiamo lanciato la campagna “Nel mirino” insieme ad altri hacklab e realtà politicamente affini sul territorio italiano, per contrastare l’imperialismo statunitense, in particolare sui piani economico e tecnologico.

Le nuvole non stanno in cielo

Cosa è un data center, ormai dovremmo saperlo, anche se probabilmente non ne abbiamo mai visto uno da vicino, tantomeno dall’interno. Le cosiddette Big Tech, le più grosse aziende commerciali che vendono spazio e servizi sulle loro nuvole (in inglese, cloud) sono ovunque, così come i dati con cui lavorano (i nostri), sempre più sparsi per il globo, accumulati e scambiati tra grossi centri di aggregazione asettici e di difficile accesso. Contrariamente a quanto affermano con la loro propaganda, di ecologico o frictionless il digitale ha ben poco, poiché necessita di supporti materiali, di infrastrutture tangibili, importanti processi estrattivi e investimenti economici.

La Free Software Foundation Europe ce lo ricorda con una grafichetta molto popolare: non esiste il cloud, solo i computer di altre persone.

[immagine: https://dotfiles.tnetconsulting.net/blog/2015/0228/there-is-no-cloud/thereisnocloud-v2.png]

Tutte le attività digitali, quelle che noi realizziamo interagendo consapevolmente con i dispositivi elettronici, ma anche quelle che sono frutto di interazioni più o meno autonome tra macchine, richiedono una connessione macchinica, scambi, flussi di dati sempre più rapidi e costanti. Ad esempio, per sapere quando passa l’autobus a Roma possiamo dare un’occhiata al tabellone elettronico della fermata, che si aggiorna automaticamente ogni tot minuti, oppure controllare da uno smartphone tramite il sito di ATAC Roma, o una delle tante app di trasporto disponibili, o anche attraverso un’applicazione che fornisce mappe per gli spostamenti. Tutte queste fonti d’informazione fanno riferimento a delle basi di dati aggiornate in tempo reale, consultate continuamente.

Per ragioni di efficienza, negli ultimi decenni la progressiva digitalizzazione delle nostre vite è stata organizzata raggruppando tanti server (ovvero, macchine sempre a disposizione, raggiungibili dagli altri nodi della rete) nei cosiddetti data center: edifici sempre più grandi, estremamente energivori, pieni di stanze a loro volta piene di macchine sempre accese e connesse a Internet, che necessitano di tanta energia elettrica e tanta acqua per gli impianti di raffreddamento… non bastano mica le piccole ventole nascoste nei nostri pc portatili. Inoltre, queste imponenti strutture non sono affatto silenziose: unità di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, impianti di raffreddamento, generatori elettrici di riserva, eccetera sono in funzione h24, 7 giorni su 7, anche se gli studi sul rumore non sono sempre effettuati nelle valutazioni d’impatto ambientale, mentre dovrebbero esserlo al pari di altri fattori di perturbazione.

Il data center Agriport A7 in Olanda, di proprietà di Microsoft, nel 2021 ha consumato in un anno circa 84 milioni di litri d’acqua, ovvero l’equivalente di una grande città europea. E negli ultimi tre anni, i bisogni energetici di questi centri di calcolo sono decuplicati: come riporta Le dita nella presa, siamo passate da una media annuale di 10megaWatt di potenza per un singolo data center, a una media attuale che si aggira tra i 100 e i 200megaWatt all’anno.

Secondo l’IEA (International Energy Agency), nel 2025 i data center nel mondo hanno consumato circa 485 teraWatt di potenza all’ora, ovvero circa quanto la Germania, e i consumi dovrebbero aumentare del 70% entro il 2030.

Ricordiamo che le stesse aziende coinvolte nei progetti di costruzione di questi enormi centri di calcolo creano i presupposti per il loro sviluppo: privatizzazione ed estrazione di valore dai territori, militarizzazione (provate ad avvicinarvi!), colonialismo digitale ed energetico… Anche in questo ambito conviene delocalizzare per abbassare i costi di produzione, già altissimi di base; per velocizzare l’iter amministrativo; per risparmiare sui costi di approvigionamento energetico o di raffreddamento. Ecco che ci si ritrova subito a braccetto col nucleare, o che l’Artico e tutti gli altri territori più freddi e isolati della Terra acquistano attrattività per presenti e futuri investimenti.

Il cielo sopra l’Italia

Scrive Radio Blackout, presentando un approfondimento sul progetto di data center nel torinese, a Lucento: «Informatica, cloud e intelligenza artificiale non rappresentano una rottura con il capitalismo termo-industriale, ma il suo approfondimento. Dietro l’apparente immaterialità del digitale si estende infatti una gigantesca infrastruttura energivora fatta di reti elettriche, cavi sottomarini, estrazione mineraria, semiconduttori, logistica».

Anche a Moncalieri, in Piemonte, l’ex-Ilte (tipografia abbandonata) dovrebbe essere riconvertita in un grande data center, mentre il collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio, in Toscana, teme la stessa sorte per la GKN. In Italia, le aree industriali da (ri)mettere a profitto delle più recenti strategie speculative non mancano: da nord a sud, i progetti in fieri sono circa 80, che si aggiungono ai 270 data center già presenti sul territorio italiano. Per ora, questi si concentrano soprattutto nelle province di Milano, che pur ospitandone già un centinaio, è tra le prime aree di interesse per nuovi ambiziosi progetti, e Roma, con una trentina attuali.

Le proposte approvate o in discussione spaziano da Pavia a Bari a Colleferro, fino al Sulcis in Sardegna, spesso accompagnate dalla nascita di comitati locali che provano a contrastare i progetti più impattanti.

Ormai infatti si parla soltanto di hyperscale, ossia di centri di calcolo che richiedono enormi quantità di potenza, con un salto di scala notevole rispetto a qualche anno fa, e che prospetta  ulteriori aumenti fino a migliaia di megaWatt di potenza annua per una singola istanza.

A livello legislativo, mancava in Italia un inquadramento amministrativo adatto a questi progetti, che rientravano negli impianti termoindustriali in quanto provvisti di grossi generatori di riserva e dovevano quindi essere oggetto di valutazioni di impatto ambientale prima della costruzione. Solo nel Decreto-Legge approvato a febbraio di quest’anno, il cosiddetto DL Bollette, sono state adottate  «disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche, di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico», che differenziano in base alla potenza termica dei data center, cioè alla potenza del generatore presente nell’impianto.

La potenza termica corrisponde a circa tre volte la potenza elettrica del sito, quindi un tipico centro di calcolo da 60 megaWatt di potenza elettrica avrà una potenza termica di circa 180 megaWatt. Se per gli impianti con potenza termica pari o superiore a 300 megaWatt il rilascio dell’autorizzazione per la realizzazione è affidato al ministero (MASE), e abbiamo visto che i progetti sono sempre più ghiotti di energia, è evidente che praticamente nessuna agibilità è lasciata alle Regioni o alle Province Autonome. Inoltre, in base a questa norma, si può avviare un «procedimento unico» accelerato che dimezza i termini della VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e si conclude in 10 mesi, calpestando di fatto le possibilità di tutela ambientale ed ecologica nel senso più ampio. Infatti il rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) può dunque precedere la VIA, facendo prevalere il diritto economico su quello ambientale, come racconta ancora la stessa puntata de Le dita nella presa citata sopra. Attualmente è in discussione una nuova legge quadro per far diventare i data center «opere strategiche di pubblica utilità indifferibili urgenti e di prevalenza nazionale», una designazione già in operante nel campo delle energie rinnovabili e in particolare per facilitare gli espropri nello sviluppo di impianti fotovoltaici. La nuova legge è stata votata favorevolmente alla Camera, con pochissime astensioni, e sarà presto vagliata in Senato.

A chi vanno le fette di torta?

Di tutto l’ampliamento della capacità di calcolo nazionale previsto, la maggior parte sarebbe comunque gestita da aziende commerciali statunitensi, mentre la più grossa fetta italiana, circa 30-40 megaWatt all’anno, coinvolgerebbe il Polo Strategico Nazionale, composto da simpatiche società nostrane come Leonardo, Tim o la Cassa Deposito e Prestiti. Gli interessi in gioco sono, ancora una volta, chiaramente quelli delle più grandi industrie, infrastrutture e istituzioni, complici ognuna a modo suo della riproduzione di condizioni di invivibilità in un mondo capitalista.

In Irlanda, piccolo noto «paradiso digitale», Friends of the Earth riporta che il 22% dell’elettricità disponibile va ai data center, che sono dunque responsabili per oltre il consumo complessivo delle abitazioni del Paese. Di recente inoltre l’agenzia elettrica nazionale ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center a Dublino, dove già costituiscono circa l’80% del consumo elettrico della città. Gli enormi appetiti di suolo, acqua ed energia elettrica sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi si oppone ai progetti di costruzione di nuovi data center, ma ci pare necessario allargare l’analisi del loro impatto per comprendere i molteplici livelli di problematicità di questi oggetti.

Le responsabilità politiche, locali e globali, dell’accumulazione digitale vanno rilevate per non cadere nelle trappole della sovranità digitale, sia essa italiana o europea, o dell’approccio not in my backyard (non nel mio giardino) che contesta solo un’istanza specifica, per prossimità geografica, ma non l’ideologia di fondo.

Il problema non è che ci guadagnino aziende straniere sul suolo italiano, o che l’irruzione di un data center hyperscale provochi un aumento del prezzo delle bollette per la popolazione locale (come già visto negli USA, ricorda Erin Brokovich), ma questi aspetti sono collegati tra loro e ad altre forme di colonialismo digitale ed energetico. Non crediamo che il problema delle perturbazioni ambientali sia risolvibile dalle stesse aziende che vorrebbero comprare soluzioni tramite «crediti di acqua» o «crediti di CO2» in compensazione delle emissioni prodotte e dell’acqua utilizzata. L’unica soluzione è non costruire nessun data center in zone che si trovano già sotto stress idrico, nonostante sia proprio il caso di cluster statunitensi come in Virginia o in Arizona.

Ma poi, a cosa servono tutti questi centri superpotenti? Sono davvero così essenziali? A chi?

Certo le interminabili, avvincenti conversazioni con i chatbot più sofisticati sul mercato hanno influenzato drasticamente i consumi e i bisogni di calcolo negli ultimi anni. Eppure, anche in questo caso le responsabilità individuali sono assai meno significative di quelle collettive, pubbliche, industriali. Il business e i settori della scuola, della sanità, o dell’amministrazione giudiziaria, per citarne alcuni, si stanno riorganizzando su pressione coercitiva o con spintarelle indulgenti (nudge) di aziende come OpenAI, Meta, Alphabet… per incorporare le cosiddette intelligenze artificiali nei flussi di lavoro, richiedendo quantità di energia infinitamente superiori a prima per la realizzazione di compiti anche molto semplici e banali.

Una valutazione accurata e attendibile della quantità di risorse necessarie a un modello linguistico come quelli che stanno dietro a ChatGPT e simili è molto difficile da ottenere, in parte perché la maggior parte dei modelli non sono open source (il codice sorgente non è condiviso dalle aziende proprietarie) e quindi non si sa esattamente come funzionino; in parte perché le catene di produzione e distribuzione dei prodotti digitali sono estremamente complesse e difficili da mappare, anche in base al livello di comprensione desiderato. Per esempio: per stimare l’impatto di un singolo prompt che riceverà il chatbot da parte dell’utente finale, devo considerare anche ogni chip NVIDIA, o qualsiasi altro componente interno, che fa funzionare le macchine su cui si svolge l’addestramento dell’LLM (Large Language Model) in questione? E dei server che elaborano le risposte? E il ciclo di vita del dispositivo digitale dell’utente, tramite cui avviene l’interazione? E in fin di vita, come seguire le tracce dei rifiuti elettronici sempre più numerosi e dispersi tra le varie discariche a cielo aperto e altre modalità di smaltimento informale?

Mentre i rifiuti elettronici crescono in maniera esponenziale, la digitalizzazione del mondo è ormai scandita dal ritmo delle obsolescenze programmate dei pezzi di hardware (le componenti macchiniche) e del software, che ci obbliga a rinnovare regolarmente le macchine di lavoro.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, che pone lo sviluppo di «AI (Artificial Intelligence) e data center» al centro del suo piano strategico per il futuro, la proposta è di classificare l’efficienza energetica di ogni centro di calcolo su una scala dalla A alla G, come per le abitazioni e le lavatrici. Di nuovo ci chiediamo: cosa rimane fuori dalle metriche di classificazione proposte?

Granelli di sabbia negli ingranaggi

Le critiche politiche di ampio respiro, portate avanti da vari movimenti contro i data center ma anche contro l’Automazione Industriale (così preferiamo chiamare la famigerata «AI» 😉 sono radicate nei movimenti dal basso più variegati: dalle associazioni ecologiste locali ai collettivi studenteschi, passando per gruppi di giovani attivist* per la salute mentale.

Ad esempio, all’interno delle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio, un altro data center di Microsoft in Olanda, quello di Middenmeer, era stato oggetto di azione diretta ad agosto 2025, da parte del gruppo Geef Tegengas. Con il blocco dell’ingresso e la presa del tetto, hanno denunciato la complicità del colosso tecnologico, e in particolare di quella struttura nell’arsenale repressivo e coloniale di Israele. Infatti, in base a un’inchiesta del “Guardian” con “+972 Magazine” e “Local Call”, l’Unità 8200 dell’IDF, (Israel Defense Forces) si era appoggiata ai server nei Paesi Bassi per l’accumulazione di circa 200 milioni di ore di telefonate palestinesi (11.500 teraByte di dati) con cui elaborare strategie di attacco. La complicità di Microsoft con il progetto sionista è ben nota fin dall’esordio dell’azienda nel campo delle tecnologie digitali.

Oggi, impedire la costruzione di nuovi megacentri di calcolo vuol dire anche sabotare l’industria di guerra, protagonista al tempo stesso del riarmo europeo e italiano e dell’investimento nei progetti hyperscale. Come tante altre tecnologie e infrastrutture che li hanno preceduti, i data center sono oggi uno dei principali oggetti di «sviluppo» civile (leggi commerciale) e militare.

In Inghilterra invece, il 28 febbraio scorso, la March Against the Machine ha sfilato per le strade del centro di Londra: ispirata dal movimento QuitGPT, la manifestazione organizzata da Pull The Plug, Pause AI e Mad Youth Organise, è partita dagli uffici di OpenAI, passando per DeepMind (start-up nata a Londra nel 2010 e poi acquisita da Google/Alphabet, ora in prima linea nello sviluppo&ricerca per l’IA) e si è conclusa davanti alla sede di Meta. Si tratta di una delle più grandi proteste contro la cosiddetta Intelligenza Artificiale e in particolare contro il suo impiego nei servizi pubblici, la delega algoritmica dell’accesso al welfare, e l’utilizzo sempre più massiccio del riconoscimento facciale da parte della polizia metropolitana di Londra. Altre manifestazioni si sono svolte il 3 marzo, in contemporanea, presso il «research hub» europeo di DeepMind a Berlino, davanti al Vector Institute dell’Università di Toronto, e al quartier generale di OpenAI a San Francisco. La stessa campagna QuitGPT è nata per contrastare l’egemonia di Trump, a partire dal fatto che il singolo maggior investitore nella corporazione MAGA nel 2025 è stato Greg Brockman di OpenAI, azienda che ha poi firmato un contratto da 200milioni di dollari col Dipartimento della Guerra statunitense.

Da Save Brick Lane (Londra) all’Italia, la rivendicazioni sono simili: «vogliamo case, non data center». Il progetto Tu nube seca mi rio (in castigliano, la tua nuvola prosciuga il mio fiume) monitora gli impatti ecosociali dei progetti in cantiere e di chi vi si oppone, a partire da una fabbrica di Coca Cola riconvertita in data center (Madrid) o da Talavera de la Reina (qui un’intervista per Radio Onda Rossa) e nel resto del mondo. In Francia, dal 2023 il collettivo Le nuage était sous nos pieds (in francese, la nuvola era sotto i nostri piedi) «analizza e lotta contro gli impatti sociali, ecologici e politici delle infrastrutture digitali dominanti e il loro mondo», organizzando incontri, festival, camminate ad esempio per le strade di Marsiglia, dallo storico porto di scambi mediterranei a hub di cavi sottomarini e centri di calcolo per Disney+.

Un articolo di “Graffio” offre un’ottima panoramica e mappatura dei movimenti contro i data center che stanno nascendo in Italia, che in questo autunno caldo stanno trovando slancio.

Concludiamo questo articolo condividendo un estratto dal comunicato del centro sociale Fornace di Rho (Milano), che racconta la giornata di festosa rivolta collettiva di sabato scorso, augurandoci di ritrovarci presto in piazza o in assemblea per proseguire insieme le mobilitazioni.

Rho, 3 ottobre 2026

Un grande corteo di oltre duemila persone ha attraversato oggi le strade di Rho per dare vita alla prima grande manifestazione di piazza contro l’invasione dei Data Center. Una giornata straordinariamente partecipata, colorata e determinata, promossa dal Centro Sociale SOS Fornace, che ha visto la partecipazione di cittadini rhodensi, studenti, lavoratori, comitati e realtà territoriali giunte da tutta la provincia di Milano.

Durante la manifestazione l* attivist* del Centro Sociale, con le maschere degli oligarchi digitali Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman e Amodei, hanno forzato l’accesso al cantiere del Data Center di via Moscova e sono penetrat* all’interno del sito.

Come comunicato dagli interventi dal carro di testa, il corteo ha in questo modo voluto riappropriarsi simbolicamente di una porzione di territorio sottratta a chi lo abita per essere svenduto alle Big Tech, riaffermando nel contempo il diritto alla città, alla salute e a una vita degna in un ambiente salubre calpestati in nome del profitto con la complicità del Governo, di Regione Lombardia e di amministratori locali compiacenti.

Sulla recinzione del cantiere del Data Center di proprietà della multinazionale australiana Goodman Group l* attivist* hanno tracciato a caratteri cubitali la scritta “STOP DATA CENTER” per ribadire che questo progetto e tutti gli altri impianti previsti nel Rhodense e nella città metropolitana devono essere fermati immediatamente. La piazza di oggi dimostra che la comunità non è disposta a subire la predatoria voracità delle multinazionali del Tech.

Per approfondire i temi di questo articolo, AvANa consiglia:

Giovanna Sissa, Le emissioni segrete

Environmental Justice Atlas (mappa collaborativa dei conflitti per la giustizia ambientale)

Osservatorio sui Data Center (iniziativa della POLIMI School of Management)

la copertina è del Centro Sociale SOS Fornace dal corteo di Rho del 3 ottobre 2026

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L'articolo Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno proviene da DINAMOpress.

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Scioperi, assemblee e occupazioni. La Francia agita le scuole italiane

di Shendi Veli da il manifesto

Sei gli istituti occupati tra Roma e Torino. Scioperi a Cagliari, Brindisi e Caserta per edifici fatiscenti e didattica irregolare. All’orizzonte una data di convergenza europea

Il termometro delle scuole italiane registra un aumento della temperatura. L’onda lunga delle mobilitazioni francesi ha alimentato il confronto in molti istituti, dando vita a diverse iniziative di protesta. A Roma sono già tre le scuole occupate: i licei Cavour e Tullio Levi Civita e l’istituto tecnico Lattanzio. A Torino le occupazioni coinvolgono il liceo Regina Margherita e gli istituti Giulio e Lagrange.

Nel resto d’Italia gli studenti scioperano e manifestano davanti alle scuole. A Cagliari, quelli del Pertini sono restati fuori dalle aule per due giorni, dopo aver scoperto la presenza di topi nell’edificio. A Brindisi, lo sciopero e il presidio davanti all’Iiss Majorana hanno convinto l’ufficio scolastico ad accordare un incontro ai manifestanti, che denunciano le pessime condizioni degli edifici e un’organizzazione didattica irregolare, tra carenza di docenti e orari che cambiano ogni giorno.

A Caserta, gli alunni dell’istituto Mattei sono scesi in corteo contro l’abbattimento dell’edificio scolastico, dichiarato inagibile: la conseguente distribuzione delle classi in tre strutture sparse per la città ha provocato numerosi disagi. A Roma, fumogeni e striscioni hanno accompagnato il presidio davanti al liceo Primo Levi. A Tivoli, gli studenti dell’Itis Alessandro Volta hanno scioperato per tre giorni consecutivi, mentre quelli del Fermi hanno proclamato uno sciopero per il 9 ottobre.

Molte scuole della rete Osa, da Siracusa a Bologna, stanno promuovendo uno sciopero studentesco per il 16 ottobre, giorno in cui scenderanno in piazza a Roma anche i ragazzi del Coordinamento dei collettivi autonomi. La Rete degli studenti medi ha invece annunciato la partecipazione alla manifestazione «La via maestra», indetta dalla Cgil per il 17 ottobre, con l’obiettivo di portare nel corteo i temi della scuola.

Le condizioni degli edifici e la precarietà dell’organizzazione scolastica sono soltanto alcuni dei nodi sollevati dagli studenti. Al centro delle proteste c’è soprattutto l’opposizione alla guerra e alle politiche di riarmo. A questa si affiancano la questione abitativa, il carovita e la denuncia di politiche governative sempre più repressive, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

«Guardiamo a quello che sta succedendo in Francia, ma anche in Spagna, con grande interesse», racconta Niccolò, del liceo Cavour di Roma. Gli studenti italiani, spiega, condividono con i loro coetanei europei tanto i problemi quanto gli strumenti di lotta, dall’uso dei social alla presenza nelle piazze. «Siamo parte di una generazione poco compresa, sia nelle difficoltà che affronta sia nelle forme attraverso cui si esprime» continua Niccolò. «Quello digitale è il mondo in cui siamo nati», osserva Niccolò. Anche gli aspetti più goliardici, dai meme ai balletti davanti alla polizia, appartengono a questo universo comunicativo.

La dimensione europea delle proteste potrebbe presto tradursi in un’iniziativa comune. Il 20 novembre, data dello sciopero studentesco internazionale, potrebbe diventare questa volta un’occasione di mobilitazione da costruire insieme alle reti degli altri paesi. Diversi collettivi stanno già avviando contatti in vista di una possibile convergenza.

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Terzo Congresso CIT

In questo articolo userò il femminile come forma inclusiva, intendendo con esso tutte le persone, indipendentemente dal genere.

Quando l’USI ha proposto alla CIT di fare un congresso straordinario, aveva ben chiaro in mente che vedersi, frequentarsi, dialogare in presenza, prendersi il tempo per decidere guardandosi in faccia è indispensabile per continuare a camminare e lottare insieme. È la necessità di condividere che ci ha indotte a invitare tutte le sezioni della CIT a raggiungerci nella campagna emiliana e a popolare per tre giorni le Cucine del Popolo di Massenzatico con le voci di tante persone, ognuna nella sua lingua, ognuna con la sua cultura, ognuna determinata a proseguire un percorso comune iniziato otto anni fa.

La CIT ha risposto a questa esigenza con entusiasmo e si è spesa affinché il suo terzo Congresso costituisse una tappa importante di questo viaggio internazionalista, che si rinnova sempre, al passo con le vicende che condizionano la vita delle lavoratrici di tutto il mondo. È proprio in Italia che ci siamo radunate nel maggio del 2018, a Parma, e abbiamo dato vita alla Confederación Internacional del Trabajo. Quel primo Congresso è stato l’apice di un percorso di ripensamento e rifondazione delle nostre ambizioni internazionaliste, perché per alcune delle organizzazioni che compongono l’Internazionale anarcosindacalista l’uscita dall’AIT non poteva assolutamente costituire la rinuncia a impegnarsi insieme, a prescindere dalle frontiere; le altre sezioni che dell’AIT non avevano avuto esperienza hanno abbracciato il nostro progetto e ne hanno condiviso la costruzione. Da allora la CIT ha vissuto al fianco delle lavoratrici che ne fanno parte, sperimentando momenti di stasi e di rilancio, crescendo non solo nel numero di affiliate, ma soprattutto nella consapevolezza che insieme si possono superare le difficoltà e i propri limiti.

L’USI ha proposto alla CIT di riunirsi a Massenzatico in prossimità di alcuni cambiamenti e nell’evidenza di alcune criticità: si prospettava una nuova tappa, un momento di svolta necessario a cui dedicare energie speciali, pur nell’urgenza che un congresso straordinario comporta.

E così ci siamo riunite: la CNT spagnola, con una numerosa delegazione e la sua consueta grinta; la CNT francese, sempre combattiva; la FAU tedesca, con la sua concretezza; la FORA argentina, piccola e tenace, in un contesto difficilissimo; l’IP polacca, che sta sperimentando una crescita senza precedenti; l’IWW tutta intera (ovvero le amministrazioni regionali di NARA nord America e WISERA, che fa capo alla Regno Unito, con tanti satelliti in territori diversi), che è in tante parti del mondo e ovunque porta la sua storia; l’USI-CIT, che su questo settimanale non ha bisogno di presentazioni. A queste delegazioni si sono aggiunte, purtroppo a distanza, le referenti delle nuovissime sezioni della CIT: FGWM del Myanmar e la FOB del Brasile. Ci hanno accompagnato, inoltre, come osservatrici la SAC svedese, Solidaridad Obrera e Mujeres Libres dalla Spagna, il sindacato palestinese PPSWU.

Il luogo in cui il Congresso si è svolto, le Cucine del Popolo di Massenzatico (Reggio Emilia), ci ha accolto in modo perfetto, dandoci spazi di incontro formale e informale, nutrendoci nel rispetto di ogni scelta ed esigenza alimentare, rallegrando le nostre serate, ma in particolare con la cura di Fillo, costantemente e discretamente dedito a risolvere ogni minimo problema potesse sorgere.

Ma al terzo Congresso della CIT abbiamo soprattutto risposto col dialogo alle esigenze che oggi la Confederazione ha, un dialogo a volte deciso e forse anche aspro, ma sempre autentico e mai brutale, sapendoci compagne e coscienti dell’importanza di avanzare una accanto all’altra.

A otto anni dalla fondazione della CIT abbiamo capito che l’organizzazione che ci siamo date sulla carta non teneva conto di dinamiche, contesti e occasioni che potessero venire a crearsi, a causa di eventi esterni così come di specificità interne alle sezioni. Insomma, come spesso accade, non avevamo previsto tutto e abbiamo sentito il bisogno di riorientare la nostra capacità di coordinazione e di dotarci di strumenti operativi nuovi. Abbiamo definito con maggiore cura il ruolo e le pratiche del Comitato per le Relazioni, che dà seguito alle indicazioni fornite dai congressi e coordina le attività e le iniziative; abbiamo riformulato le dinamiche interne ai gruppi di lavoro, lasciandoli liberi di organizzarsi al meglio secondo le prerogative dei singoli membri che li compongono; abbiamo dato sostegno a una sezione della CIT che vive un periodo di difficoltà economica. Anche gli statuti, nel momento in cui si redigono, fotografano una realtà e una serie di valutazioni, ma l’uso quotidiano di questi documenti fondamentali evidenzia a lungo andare delle lacune e dei limiti a cui dare soluzione; tuttavia, l’impossibilità di alcune sezioni di prendere decisioni in merito –la preparazione di un congresso straordinario pecca del fenomeno dell’urgenza- ha fatto sì che si rimandassero le modifiche statutarie al prossimo congresso ordinario.

Non solo di organizzazione abbiamo discusso, com’è ovvio sempre, ma soprattutto ora, in un periodo in cui il mondo ci chiama a esporci, intervenire, concretizzare supporto alle lavoratrici che vivono una quotidianità drammatica: il congresso della CIT ha approvato una mozione a sostegno della popolazione palestinese che patisce il genocidio a opera di Israele e ha manifestato l’intenzione di creare contatti e iniziative insieme alle associazioni e alle realtà che operano in Palestina e Cisgiordania. Abbiamo anche ascoltato la narrazione e i progetti portati dall’osservatore del PPSWU, la cui presenza è stata per noi un’inestimabile occasione di confronto.

Durante l’intero congresso, nonostante i problemi tecnici che hanno reso difficile il collegamento con FGWM e FOB, siamo stati gioiosamente consapevoli che la presenza tra noi di queste due nuove organizzazioni sia un passo avanti nella nostra crescita e nella nostra capacità di lotta.

L’ultimo giorno l’abbiamo dedicato ai progetti futuri dell’Internazionale e non poteva mancare l’organizzazione di iniziative condivise per i giorni di mobilitazione antimilitarista, che proprio la CIT ha promosso a livello globale; in Italia abbiamo proclamato lo sciopero per il 30 ottobre e fatto appello a una giornata di manifestazioni per il 31. Le altre sezioni della CIT, ognuna con le proprie caratteristiche e nei limiti delle possibilità offerte dalla legislazione vigente nei loro paesi, daranno vita ad altrettante iniziative contro la guerra, il riarmo, l’economia di guerra e questa nuvola grigia sempre più tendente al nero che incombe sulle nostre teste e impone di reagire con forza e determinazione.

L’ultimo atto del congresso è stato l’avvicendarsi di USI e IP alla segreteria dell’Internazionale; la cosa mi riguarda personalmente ed è con ottimismo e sentimento di sorellanza che ho affidato la coordinazione del Comitato per le Relazioni a Jakub: gli auguro un periodo ricco di attività, consapevole dell’impegno che dovrà profondere, ma disponibile a stargli affianco e supportarlo, e con me tutte le referenti del Comitato.

Grazie alla CIT, alle sue sezioni, alle organizzazioni invitate, alle persone che hanno contribuito all’organizzazione di questo sororale e solidale incontro internazionale.

Viva la Rivoluzione! Viva la CIT!

Anna Gussetti

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