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Quando il Messico incontra la Sicilia

Domenica 27 settembre, nella Piazza del Villaggio di Locogrande, a Misiliscemi, c’è stato un evento che è stato un toccasana al cuore e alla testa. Un’iniziativa pubblica promossa da una rete di realtà del territorio ha trasformato una piccola piazza di provincia nel punto d’incontro tra la nostra terra e le lotte di tutto il mondo.

La mattinata si è aperta nel modo più semplice e vivo possibile: un laboratorio artistico e creativo collettivo, aperto a tutti e tutte. Già dalle dieci del mattino la piazza si è popolata di colori, pennarelli e grandi cartelli da riempire insieme. È stato uno spazio informale e leggero, ma allo stesso tempo profondamente radicato nei nostri problemi reali. Tra una scritta e una risata, lavoratori, residenti, attivisti e curiosi si sono ritrovati fianco a fianco. E parlando dei cartelli che stavamo preparando sull’acqua, sul diritto alla vita, contro la base militare e gli F-35 a Trapani-Birgi, sono nate riflessioni spontanee, genuine, fatte di sguardi e condivisione. In quel fare manuale e spensierato c’era già l’alternativa: riprendersi i propri spazi pubblici partendo dalla cura e dallo stare insieme senza deleghe.
Da quel clima di laboratorio, la mattinata è sfociata con naturalezza nel momento assembleare, iniziato verso l’una. Ed è lì che il respiro della giornata si è allargato in modo straordinario, ascoltando direttamente i rappresentanti della delegazione internazionale arrivata dal Messico. A prendere la parola per prima è stata la rappresentante del Centro per i Diritti Umani Frayba, portando con sé il peso e la lucidità di chi opera quotidianamente nel Chiapas, a fianco delle comunità oppresse. Ascoltarla è stato un pugno nello stomaco e insieme una spinta immensa: ci ha raccontato la violenza feroce e sistematica subita da chi difende i diritti umani, la terra e la vita contro i grandi interessi delle multinazionali e dei governi, ricordandoci cosa significhi fare i conti con i vicini di casa desaparecidos e con una militarizzazione che calpesta ogni forma di dignità umana.
Subito dopo, l’intervento dei delegati del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) ha allargato ulteriormente lo sguardo, portando la voce viva dei popoli originari che resistono contro l’espropriazione dei territori e la devastazione ambientale. Hanno raccontato di come le comunità continuino a organizzarsi dal basso proponendo invece che imponendo, raccogliendo la forza radicale dello zapatismo per praticare l’autogoverno e difendere la propria terra rifiutando la logica cinica del profitto. Certo, chi vive lì affronta dinamiche e tragedie di una gravità per noi quasi inimmaginabile, eppure ascoltandoli parlare in quella piazza di Misiliscemi, la sensazione più nitida è stata un’altra, cioè che tutto il mondo è intrinsecamente legato.
Perché mentre ascoltavi le loro storie, capivi perfettamente che la mano che devasta i territori e calpesta i diritti laggiù è la stessa identica mano che in provincia di Trapani impone le basi militari, investe i nostri risparmi nel campo di addestramento per i piloti degli F-35 e condanna la nostra terra alla sete, all’abbandono e all’emigrazione giovanile. Il sistema economico, statale e militare che ci governa è totalizzante e globale, non fa sconti a nessuno e sfrutta le periferie del mondo per i propri profitti.
Ma la lezione più grande di quell’assemblea non è stata la constatazione amara di quanto questo sistema sia cinico: la vera forza è stata scoprire che la resistenza è altrettanto globale. In quella piazza si è toccato con mano cosa significhi l’internazionalismo: non una parola vuota da convegno, ma sguardi, parole condivise, mani che si stringono e la consapevolezza che i nostri problemi non sono affatto isolati. La nostra piccola vertenza locale contro la base di Birgi prende forza e respiro quando si collega alle lotte di chi, in ogni angolo del pianeta, rifiuta di essere merce o scarto.
La convergenza tra i popoli ci ha ricordato che la vera sicurezza non si costruisce con gli aerei d’attacco o con i confini armati, ma curando la terra, difendendo l’acqua e stringendo legami autentici di solidarietà. La strada per cambiare le cose è lunga, irta e difficile, come sappiamo bene qui in Sicilia, ma l’incontro a Locogrande ci ha lasciato una certezza luminosa: non siamo soli. E sapere di camminare insieme a chi, da lontano, lotta con la stessa nostra dignità, ti dà una spinta formidabile per continuare a fare la tua parte, qui, nel nostro piccolo pezzo di mondo.
Luca Lo Buglio

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