Bodies of skiers killed in Austria avalanches to be recovered





CAIRO, Jan 18 (Reuters) - The Syrian government and the U.S.-backed Syrian Democratic Forces (SDF) have agreed on an immediate ceasefire on all fronts, Syrian state media… Leggi


By Alexander VillegasSANTIAGO, Jan 18 (Reuters) - Chilean President Gabriel Boric announced a state of catastrophe in two regions in the south of the country early on Sun… Leggi
By John Irish and Andreas RinkeJan 18 (Reuters) - Governments reacted cautiously on Sunday to U.S. President Donald Trump’s invitation to join his “Board of Peace” initia… Leggi



By Mahmoud Hasano and Khalil AshawiTABQA, Jan 18 (Reuters) - Syrian government troops are pushing towards Raqqa and Hasakah in the northeast of the country, the last stro… Leggi
By Feras DalateyDAMASCUS, Jan 18 (Reuters) - The U.S. should intervene more forcefully to end a Syrian offensive that has gained key territory from Kurdish fighters in re… Leggi
DUBLIN, Jan 18 (Reuters) - The European Union will retaliate if U.S. tariff threats against European allies over Greenland materialise, but it is premature to consider us… Leggi




KAMPALA, Jan 18 (Reuters) - Ugandan authorities partially restored internet services late on Saturday after 81-year-old President Yoweri Museveni won a seventh term to ex… Leggi
BEIJING, Jan 18 (Reuters) - An explosion at a steel plate factory in north China’s Inner Mongolia region killed two people and left five missing, according to local emerg… Leggi
Jan 18 (Reuters) - Pakistan’s Prime Minister Shehbaz Sharif has received U.S. President Donald Trump’s invitation to join the Board of Peace for Gaza, a spokesperson for … Leggi



By Philip BlenkinsopBRUSSELS, Jan 18 (Reuters) - The European Union faced calls on Sunday to implement a never-before-used range of economic counter-measures known as the… Leggi
SYDNEY, Jan 18 (Reuters) - The number of firearms in Australia reached an all-time high of more than 4 million in 2025, the centre-left government reported on Sunday, a d… Leggi






LONDON, Jan 18 (Reuters) - Scotland’s first minister, John Swinney, said on Sunday he would call for another independence referendum if his SNP won a majority in May’s Sc… Leggi
By Andrei KhalipLISBON, Jan 18 (Reuters) - Portuguese voters queued at polling stations on Sunday to elect a new president, with opinion surveys showing three candidates,… Leggi
Jan 18 (Reuters) - Syrian troops fighting U.S.-backed Kurdish-led forces seized the Omar oil field, the country’s largest, and the Conoco gas field in the eastern Deir Zo… Leggi



AMSTERDAM, Jan 18 (Reuters) - The Netherlands’ foreign minister on Sunday said that U.S. President Donald Trump’s threat to impose new tariffs on European allies until th… Leggi
Jan 18 (Reuters) - An Iranian official in the region said on Sunday the authorities had verified at least 5,000 people had been killed in protests in Iran, including abou… Leggi






KARACHI, Jan 18 (Reuters) - Firefighters in Pakistan’s largest city were fighting to extinguish a massive blaze on Sunday that has killed six people and reduced parts of … Leggi




KYIV, Jan 18 (Reuters) - Two people were killed and dozens wounded in a mass Russian drone attack on Ukraine overnight, President Volodymyr Zelenskiy said on Sunday.Writi… Leggi
MOSCOW, Jan 18 (Reuters) - More than 200,000 consumers in the Russian-held part of Ukraine’s Zaporizhzhia region were left without electricity on Sunday, the Moscow-insta… Leggi







MADRID, Jan 18 (Reuters) - Spanish Prime Minister Pedro Sanchez said a U.S. invasion of Greenland “would make Putin the happiest man on earth” in a newspaper interview pu… Leggi
Jan 18 (Reuters) - The U.S. Pentagon has ordered about 1,500 active-duty soldiers to prepare for a possible deployment to Minnesota, the Washington Post reported on Sunda… Leggi










JAKARTA, Jan 18 (Reuters) - Indonesian authorities said on Sunday they had located the wreckage of a fisheries surveillance plane that went missing in South Sulawesi prov… Leggi






















SYDNEY, Jan 18 (Reuters) - Australian authorities on Sunday said 20 people were rescued from floodwaters in the eastern state of New South Wales after torrential rains sp… Leggi



Come molti piantatori della Giamaica del XVIII secolo, Thomas Thistlewood si arricchì costringendo altri a lavorare per lui sotto la minaccia delle armi. A differenza della maggior parte dei proprietari di schiavi, teneva un registro dettagliato della propria crudeltà. I suoi diari, mai destinati alla pubblicazione, offrono preziose testimonianze sugli orrori quotidiani della schiavitù. In una prosa pragmatica, Thistlewood descrive la fustigazione degli schiavi e lo sfregamento di peperoncino sulle loro ferite; lo stupro di oltre cento donne; e la punizione di un fuggitivo, incatenato, cosparso di melassa ed esposto “nudo alle mosche per tutto il giorno”.
Clifton Crais, storico dell’Università di Emory, utilizza la terribile storia di Thistlewood — e molte altre simili — per sostenere un argomento sorprendente. A suo avviso, brutalità come quella di Thistlewood non furono solo una cicatrice del mondo moderno, ma un elemento essenziale della sua nascita. In The Killing Age afferma che “senza la violenza globalizzata, la Rivoluzione Industriale non sarebbe avvenuta”.
Crais costruisce il suo ragionamento su due idee da tempo popolari nella sinistra accademica. La prima è che l’Occidente sia responsabile della maggior parte dei mali del mondo. Come scrive lo stesso Crais, “uccidere è stato il contributo più profondo dell’Occidente alla storia mondiale”. La seconda è che il capitalismo sia intrinsecamente negativo. “Questo sistema economico è la causa della violenza”, afferma la piattaforma dei Democratic Socialists of America, un movimento politico che include tra i suoi membri Zohran Mamdani, il carismatico nuovo sindaco di New York.
È sempre allettante descrivere il passato in modi che riflettano il presente. Shakespeare accentuò la ripugnanza morale di Riccardo III perché non poteva permettersi di screditare la dinastia Tudor che aveva deposto il re gobbo. Gli imperialisti britannici lodarono l’Impero romano come modo indiretto di giustificare la propria missione “civilizzatrice”.
Quest’anno, mentre gli Stati Uniti celebrano i 250 anni dalla loro fondazione, il mondo MAGA promuove una versione autocelebrativa della storia nazionale. La “Taskforce 250” della Casa Bianca invita a un entusiasmo senza freni per “il più grande viaggio politico” di tutti i tempi. All’opposto, il 1619 Project del New York Times fa risalire la vera nascita della nazione al giorno in cui la prima nave negriera attraccò sulle sue coste e descrive l’ingiustizia razziale come il fatto centrale della storia americana.
Crais avanza un’argomentazione ancora più audace, applicandola su scala globale. In oltre 700 pagine intrise di sangue, sostiene che “il ‘big bang’ del capitalismo — un punto di svolta nella storia del pianeta — non fu altro che l’uso globalizzato della violenza a fini di profitto”.
Il suo ragionamento è il seguente. Alla fine del XVIII secolo la tecnologia delle armi migliorò drasticamente in Occidente. Nuove armi da fuoco, spesso impiegate da compagnie private come la British East India Company, furono utilizzate per conquistare e saccheggiare territori stranieri. Altre vennero vendute a signori della guerra locali, che le usarono per depredare i vicini. Il commercio globale fu così alimentato da una corsa agli armamenti. In tutto il mondo, le popolazioni compravano armi o venivano derubate da chi le possedeva. Per raccogliere i fondi necessari, vendevano ciò che avevano: cera, canfora e nidi di rondine dalle giungle del Borneo; avorio dall’Africa; schiavi provenienti da quasi ogni regione.
Con una raffica di statistiche, Crais mostra che le armi rappresentavano davvero un enorme giro d’affari. Nel XIX secolo, osserva, le importazioni annuali britanniche di nitrato di potassio dall’India erano sufficienti a produrre polvere da sparo per uno o tre miliardi di colpi di moschetto, più dell’intera popolazione mondiale dell’epoca. I profitti derivanti dal commercio di armi, dal saccheggio e dalla schiavitù furono enormi e parte di quel denaro venne investita nelle fabbriche e nelle ferrovie a carbone che diedero forma alla Rivoluzione Industriale. In questo senso, “la distruzione ha creato il mondo moderno” e ha seminato i presupposti della minaccia esistenziale contemporanea, il cambiamento climatico.
Questo argomento presenta però gravi lacune. Non è affatto evidente che il mondo sia diventato più violento dopo la fine del XVIII secolo. Le torture inflitte da Thistlewood, per quanto abiette, non risultano palesemente peggiori di quelle praticate in epoche precedenti o in altri contesti. I Romani, ad esempio, facevano largo uso della crocifissione. I signori della guerra e gli imperialisti del XIX secolo non furono manifestamente più brutali o predatori di quelli del passato, dai crociati che saccheggiarono Costantinopoli ai Mongoli che attraversarono l’Eurasia seminando sangue.
I dati sul passato remoto sono incerti e controversi, ma studiosi come Steven Pinker dell’Università di Harvard sostengono che, nel corso dei secoli, la violenza sia drasticamente diminuita. Nel XIV secolo, i tassi di omicidio in Germania, Italia e Spagna erano rispettivamente circa 70, 200 e 50 volte superiori a quelli attuali. In alcune società di cacciatori-raccoglitori premoderne, fino a un terzo della popolazione moriva in modo violento.
Per i 18 secoli successivi alla nascita di Gesù, il reddito globale pro capite rimase pressoché stagnante. Poi, dopo il 1820, aumentò di quattordici volte. Non è plausibile attribuire questo improvviso arricchimento alla violenza. Ciò che cambiò non fu “l’inhumanity of man to man”, come scrisse Robert Burns nel 1784, ma un’esplosione di innovazione prodotta dai suoi contemporanei. In un solo decennio, ad esempio, vennero inventati il telaio meccanico, il battello a pale, la trebbiatrice e gli occhiali bifocali.
Il motore principale della Rivoluzione Industriale fu l’invenzione, la diffusione e l’applicazione di nuove idee. Questo processo si basava su una tecnologia precedente — la stampa — che ridusse il costo dei libri da mesi di salario a poche ore di lavoro. La conoscenza si accumula e accelera man mano che sempre più persone hanno accesso agli strumenti per apprendere, assimilare e sviluppare le idee esistenti.
I profitti derivanti dalla schiavitù e dal colonialismo accelerarono questo processo, come alcuni sostengono? Forse, ma con ogni probabilità in misura limitata. Le potenze europee con vasti imperi coloniali si industrializzarono più o meno allo stesso ritmo di quelle con colonie marginali. Il commercio degli schiavi non ebbe un peso maggiore nell’economia britannica rispetto all’allevamento ovino, eppure pochi affermano che “l’allevamento delle pecore abbia finanziato la Rivoluzione Industriale”, osserva uno studio di Kristian Niemietz dell’Institute of Economic Affairs.
The Killing Age è un’opera minuziosamente documentata e contiene passaggi affascinanti su chi uccise chi e chi rubò cosa in regioni del mondo spesso trascurate, dal Darfur alla Nuova Zelanda. Offre digressioni interessanti sui danni ambientali causati dai balenieri e dai cacciatori di elefanti del XIX secolo. Ma l’autore, che spesso usa “infinitamente” quando intende semplicemente “molto”, tende all’esagerazione. E la sua tesi centrale non regge. Il mondo moderno è stato maledetto dagli assassini, ma è stato costruito dai tecnici.
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BRUSSELS, Jan 17 (Reuters) - European Union leaders on Saturday warned of a “dangerous downward spiral” over U.S. President Donald Trump’s vow to implement increasing tar… Leggi
WASHINGTON, Jan 17 (Reuters) - U.S. military forces on Friday killed an al-Qaeda affiliate leader linked to an Islamic State attack on Americans in Syria last month, U.S.… Leggi






NEW YORK, Jan 17 (Reuters) - The U.S. Justice Department has asked a New York federal judge to deny a request by two lawmakers seeking an appointment of a special master … Leggi
By Brad BrooksMINNEAPOLIS, Jan 17 (Reuters) - Even as tensions remain high after the killing of Renee Good by a federal agent, Minneapolis braced on Saturday for a rally … Leggi
PARIS, Jan 17 (Reuters) - France’s President Emmanuel Macron said on Saturday that the threat of tariffs by U.S. President Donald Trump over Greenland was unacceptable an… Leggi
BAGHDAD, Jan 17 (Reuters) - U.S. forces have withdrawn from Iraq’s Ain al-Asad Airbase, which housed U.S.-led forces in Western Iraq, and the Iraqi army has assumed full … Leggi

By Brad BrooksMINNEAPOLIS, Jan 17 (Reuters) - Peter Brown’s gray mustache and beard were matted with ice as he stood watch on a frigid Friday afternoon outside Green Cent… Leggi

TEL AVIV, Jan 17 (Reuters) - Prime Minister Benjamin Netanyahu’s office said on Saturday that this week’s Trump administration announcement on the composition of a Gaza e… Leggi
By Daniela Desantis and Philip BlenkinsopASUNCION, Jan 17 (Reuters) - Top officials from the EU and the South American bloc Mercosur signed a free trade agreement on Satu… Leggi

Jan 17 (Reuters) - Indonesian rescuers were searching on Saturday for an ATR 42-500 fisheries surveillance aircraft that went missing with 11 people on board, officials s… Leggi













KYIV, Jan 17 (Reuters) - President Volodymyr Zelenskiy said on Saturday that he had ordered imports of electricity and additional power equipment to be accelerated as muc… Leggi








COPENHAGEN, Jan 17 (Reuters) - Thousands of protesters gathered across Denmark on Saturday in solidarity with Greenland amid U.S. President Donald Trump’s threat to annex… Leggi
DEIR HAFER, Jan 17 (Reuters) - Syrian troops swept through dozens of towns and villages in the country’s north on Saturday after Kurdish fighters withdrew under an agreem… Leggi





Jan 17 (Reuters) - In the 12 days since the U.S. seized Venezuelan President Nicolas Maduro, interim President Delcy Rodriguez has been working to consolidate her own pow… Leggi
By Erin Banco, Sarah Kinosian and Matt SpetalnickNEW YORK/MIAMI/WASHINGTON, Jan 17 (Reuters) - Trump administration officials had been in discussions with Venezuela’s har… Leggi
SHANGHAI, Jan 17 (Reuters) - China’s military said it had followed and monitored the transit of guided-missile destroyer USS Finn and oceanographic survey ship USNS Mary … Leggi








CAIRO, Jan 17 (Reuters) - Egypt’s President Abdel Fattah al-Sisi said he valued an offer by U.S. President Donald Trump to mediate a dispute over Nile River waters betwee… Leggi





TAIPEI, Jan 17 (Reuters) - A Chinese reconnaissance drone briefly flew over the Taiwan-controlled Pratas Islands at the top end of the South China Sea on Saturday, in wha… Leggi




L’assalto di Donald Trump alla banca centrale degli Stati Uniti ha registrato un salto di qualità, innescando uno scontro senza precedenti. Leggi

DUBAI, Jan 17 (Reuters) - More than 3,000 people have died in Iran’s nationwide protests, rights activists said on Saturday, while a “very slight rise” in internet activi… Leggi

By David StanwaySINGAPORE, Jan 17 (Reuters) - A landmark global treaty to safeguard biodiversity in the high seas came into effect on Saturday, providing countries with a… Leggi
By Nate RaymondBOSTON, Jan 16 (Reuters) - A U.S. judge on Friday gave the Trump administration three weeks to “rectify the mistake” it made by deporting a college student… Leggi


Il premier canadese Mark Carney è stato ricevuto dal presidente cinese Xi Jinping. Ottawa cancella i dazi sui veicoli elettrici di Pechino, che a sua volta rimuove molte tasse aggiuntive. Siglato un memorandum di cooperazione sull'energia. Il riavvio delle relazioni dopo diversi anni di gelo è motivato dai dazi di Trump, la cui dottrina Monroe subisce un colpo nel vicinato più immediato
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Negli ultimi mesi il tema dell’accesso dei più giovani ai social network e all’uso degli smartphone è entrato con forza nell’agenda politica internazionale. In Australia il governo ha introdotto un limite minimo di 16 anni per l’uso dei social media, affidando alle piattaforme l’obbligo di impedire l’accesso ai minori. La misura nasce dalla preoccupazione per l’aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno tra gli adolescenti, oltre che per il ruolo degli algoritmi nel favorire dipendenza e esposizione a contenuti dannosi. Un dibattito simile è in corso anche in Unione europea. Accanto alle norme già introdotte con il Digital Services Act, che rafforzano la tutela dei minori online, diversi Paesi e gruppi politici stanno discutendo la possibilità di fissare un’età minima più alta per l’accesso ai social network, ipotizzando soglie comprese tra i 15 e i 16 anni.
Per quanto riguarda l’uso degli smartphone, diversi Paesi, come Francia, Paesi Bassi e Ungheria, hanno già introdotto divieti parziali o totali sull’uso nelle scuole, mentre altri, come la Gran Bretagna, stanno valutando misure simili. La motivazione principale? Migliorare la concentrazione degli studenti, ridurre l’uso dei social media e contrastare fenomeni come il bullismo online.
Ma vietare gli smartphone è davvero la soluzione ai problemi di salute mentale che affliggono le nuove generazioni? Oppure si tratta di un approccio semplicistico a una questione molto più complessa?
Secondo un rapporto del chirurgo generale americano Vivek Murthy, tra il 2009 e il 2019 i sentimenti persistenti di disperazione tra gli adolescenti americani sono aumentati del 40%, mentre il numero di quelli che hanno preso seriamente in considerazione l’idea di suicidarsi è cresciuto del 36%. Ancora più inquietante è il fatto che quasi la metà dei problemi di salute mentale che emergono durante l’adolescenza continuano a influenzare le persone per il resto della loro vita.
Non sorprende, quindi, che molte di queste tendenze siano state associate all’aumento della diffusione degli smartphone e dei social media nello stesso periodo. Tuttavia, stabilire una connessione causale diretta non è facile. Gli smartphone, infatti, “contengono moltitudini”: possono essere usati per scopi educativi o ludici, ma anche per navigare compulsivamente sui social media, un’attività che studi recenti indicano come particolarmente problematica.
Uno studio condotto da Amy Orben dell’Università di Cambridge, pubblicato su Nature Communications, ha analizzato i dati di oltre 17.000 adolescenti di età compresa tra 10 e 21 anni. I risultati mostrano che l’uso intensivo dei social media durante momenti critici dello sviluppo cerebrale – per le ragazze tra gli 11 e i 13 anni e per i ragazzi tra i 14 e i 15 anni – è associato a una significativa diminuzione della soddisfazione personale. Questo evidenzia quanto le transizioni adolescenziali siano fasi vulnerabili, in cui l’uso eccessivo dei social media può avere un impatto più marcato.
Un altro studio condotto da Sapien Labs ha rivelato che l’uso precoce degli smartphone può causare problemi come aggressività e ansia, specialmente tra gli adolescenti più giovani. Tra i 10.500 adolescenti studiati negli Stati Uniti e in India, il 37% dei tredicenni ha riportato comportamenti aggressivi, mentre il 20% ha riferito episodi di allucinazioni. Questi dati suggeriscono che l’età di primo accesso agli smartphone gioca un ruolo determinante nella loro influenza sullo sviluppo psicologico.
Tuttavia, uno studio pubblicato su The Lancet ha dimostrato che vietare gli smartphone nelle scuole, da solo, non è sufficiente per migliorare la salute mentale degli studenti. Lo studio ha monitorato scuole con politiche restrittive sugli smartphone e scuole più permissive, senza trovare differenze significative nel benessere mentale o nel rendimento accademico degli studenti. Questo suggerisce che la chiave non risieda solo nel divieto, ma in un approccio integrato che consideri anche il ruolo educativo delle famiglie e delle scuole.
Un esperimento condotto per il programma Swiped di Channel 4 ha esplorato cosa accade quando gli adolescenti rinunciano agli smartphone per tre settimane. In una scuola dell’Essex, gli studenti hanno riportato miglioramenti significativi: meno ansia e depressione, un sonno più regolare e persino la scomparsa di attacchi di panico. Questo dimostra che una pausa dall’uso compulsivo dello smartphone può avere effetti positivi, ma anche che l’intervento deve essere accompagnato da educazione e consapevolezza.
Un punto di riferimento in questo dibattito è Serge Tisseron, psichiatra francese e autore del progetto “Diventare grandi con gli schermi digitali”, di cui ne abbiamo parlato qui nel 2018. Tisseron propone regole precise per accompagnare bambini e ragazzi verso un uso consapevole delle tecnologie, articolate nel suo metodo 3-6-9-12: fino ai 3 anni, evitare l’uso degli schermi, se non in presenza di un adulto e in modo eccezionale; fino ai 6 anni, introdurre gradualmente l’uso di schermi, ma solo per attività interattive e sotto supervisione; fino ai 9 anni, consentire l’uso di internet, ma sempre in compagnia di un adulto; dai 12 anni in poi, permettere l’accesso ai social media, ma con regole chiare e dialogo costante. Secondo Tisseron, la chiave per mitigare i rischi degli smartphone non è solo imporre divieti, ma insegnare ai giovani a usarli in modo responsabile e consapevole. Questo richiede un’educazione digitale integrata, sia a scuola che a casa, e il coinvolgimento attivo di genitori e insegnanti.
Tisseron sottolinea che i divieti scolastici possono essere utili per stabilire regole chiare, ma non bastano. Gli smartphone sono ormai parte integrante della vita quotidiana, e ignorare questo fatto significa rinunciare a preparare i giovani a gestire le sfide del mondo digitale. Per Tisseron, genitori e insegnanti hanno un ruolo fondamentale: i genitori devono stabilire limiti chiari sull’uso dello smartphone e favorire attività alternative che promuovano la socialità offline; gli insegnanti devono integrare la tecnologia in modo costruttivo, mostrando come usarla per apprendere e sviluppare competenze critiche.
Vietare gli smartphone nelle scuole può limitare alcune distrazioni e abusi, ma non risolve il problema alla radice. La vera sfida è educare i giovani a un uso consapevole e responsabile della tecnologia, coinvolgendo tutta la comunità – famiglie, scuole e istituzioni. Come ci ricorda Serge Tisseron, gli smartphone non sono nemici da combattere, ma strumenti che richiedono educazione e consapevolezza per essere gestiti al meglio. Solo così potremo garantire un futuro digitale più sereno per le nuove generazioni.
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By Kanishka SinghWASHINGTON, Jan 16 (Reuters) - The White House on Friday announced names of the so-called “Board of Peace” that will, under President Donald Trump’s plan… Leggi
Jan 16 (Reuters) - Syria’s President Ahmed al-Sharaa issued a decree affirming the rights of the Kurdish Syrians, formally recognising their language and restoring citize… Leggi








By Brad Brooks, Joseph Ax and Renee HickmanMINNEAPOLIS, Jan 16 (Reuters) - Newly released transcripts of 911 calls and emergency dispatch records detail the chaotic and d… Leggi
Jan 16 (Reuters) - The United States is ready to restart mediation between Egypt and Ethiopia to help resolve the issue of Nile River water sharing, President Donald Trum… Leggi
BOGOTA, Jan 16 - Colombia on Friday launched a $1.68 billion project to develop a so-called anti-drone shield to protect the country from attacks by unmanned drones opera… Leggi
Jan 16 (Reuters) - The Federal Aviation Administration said on Friday it is issuing a series of warnings to airlines to exercise caution when flying over Central America … Leggi
By Ted HessonWASHINGTON, Jan 16 (Reuters) - U.S. immigration officials on Friday provided a new but incomplete account of an immigrant detainee’s death in Texas after a r… Leggi


By Jacob Gronholt-Pedersen and Janis LaizansNUUK, Jan 16 (Reuters) - The head of Denmark’s military Joint Arctic Command said on Friday that there were no Chinese or Russ… Leggi
Jan 16 (Reuters) - Forty-seven Venezuelan soldiers were killed during the U.S. attack on Caracas and capture of President Nicolas Maduro earlier this month, Venezuela’s D… Leggi

La sicurezza dell’Artico e le minacce di Trump di prendersi la Groenlandia anche con la forza scopre un fronte fino a quel momento marginale per l’Europa centrale. La Polonia ha risposto in maniera più energica alla provocazione di Washington. Tuttavia, la cautela delle altre cancellerie centroeuropee vanifica un possibile contributo subregionale alla sicurezza artica.
L’Artico è il leitmotiv geopolitico che sta caratterizzando l’inizio del 2026 nonché l’ennesima sfida per la coesione euro-atlantica lanciata dal presidente USA, Donald Trump. In Europa, l’evento sta alzando un moto di solidarietà nei confronti della Danimarca che si traduce concretamente nel rinnovamento della presenza militare in Groenlandia. Il vertice statunitense-danese di Washington dello scorso 14 gennaio scorso indica che la questione è destinata a rimanere aperta ancora a lungo.
In questo scenario, il Gruppo di Visegrád (V4) — il forum centroeuropeo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca — appare come un attore geograficamente distante e strategicamente impegnato – spesso a dividersi — su altri teatri, in primis quello ucraino. Ciononostante, i membri del Gruppo mostrano alcuni segnali che confermano le tendenze divisive preesistenti all’interno del formato V4. Varsavia emerge come l’attore più attivo sulla scena mentre le altre cancellerie, per motivi diversi, si defilano dalla questione. Pur non essendoci un documento definisca una Arctic policy centroeuropea, l’assenza di una postura V4 riflette coerentemente la complessità e la sporadicità con cui questi Paesi si affacciano alla sicurezza artica.
La posizione polacca
Varsavia si è dimostrata il membro V4 più attivo sulla questione groenlandese accodandosi in maniera attiva alla posizione europea. Da subito, il Primo Ministro (PM) polacco, Donald Tusk, ha avvisato che l’Unione europea (Ue) è tenuta ad unirsi nel sostegno a Copenaghen. Il Paese ha firmato congiuntamente con gli alleati europei la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” nella quale si afferma che l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro la NATO ribadendo con forza il principio di sovranità della Danimarca e della Groenlandia sul territorio. Il 7 gennaio, il ministro degli affari esteri, Radosław Sikorski, ha ribadito il concetto durante un incontro con gli omologhi francese, tedesco ed indiano a Parigi dove ha ricordato che le questioni territoriali, negli USA, sono decise in ultima istanza dal Congresso. Al contempo, Sikorski ha sostenuto la linea del suo omonimo francese, Jean-Noël Barrot per cui Parigi, Berlino e Varsavia elaboreranno una risposta congiunta alle mire di Trump che verrà poi estesa a livello europeo.
All’atto pratico, tuttavia, la posizione polacca risente della difficile coabitazione tra governo e Presidente della Repubblica, espressione di schieramenti politici contrapposti. Il Presidente polacco, Karol Nawrocki, ha mantenuto una posizione più cauta sollecitando una soluzione diplomatica che si svolga dentro il framework della NATO. Nei giorni successivi, la posizione di Nawrocki si è indurita arrivando ad affermare in un’intervista alla BBC Radio Four che la Polonia (e gli europei) debbano rimanere fuori dalla questione groenlandese affermando che sia solo un affare tra Copenaghen e Washington. Tale posizione rappresenta un ostacolo all’azione del governo, che evita fughe in avanti per scongiurare i veti, limitando tuttavia la propria capacità di tradurre il sostegno in azioni rilevanti. Ad esempio, Tusk ha negato la possibilità di qualsiasi coinvolgimento militare polacco in Groenlandia, scelta che cozza con le decisioni di altre cancellerie europee di rafforzare la presenza nell’Artico.
L’interesse della Polonia verso la regione polare non è frutto della contingenza attuale ma è un interesse di lungo periodo. La presenza polacca è stata per lungo tempo di carattere scientifico ma si è sviluppato a livello strategico dopo la Guerra Fredda a partire dall’acquisizione dello status di osservatore permanente presso il Consiglio Artico nel 1998. Ad oggi, la Polonia è l’unico Paese V4 a godere di questo status permettendole di partecipare ai vertici regionali. Lo sforzo diplomatico è andato definendosi nel tempo e le sue coordinate si sono strutturate in due documenti chiave: la “Strategia della ricerca polare polacca 2017-2027”, elaborato dall’Accademia delle Scienze della Polonia e il Polish Polar Policy del 2020 redatto dal ministero degli esteri. Quest’ultimo definisce quattro priorità strategiche: garantire la partecipazione attiva e l’influenza politica di Varsavia nella regione tramite diplomazia pubblica, scientifica ed economica; rafforzamento della ricerca scientifica polacca; coordinamento degli sforzi per la regione con altre politiche e strategie nazionali; e mantenere costante l’attività delle analisi delle attività socio-politiche. A queste si aggiungono obiettivi specifici quali la tutela ambientale e la valorizzazione della diaspora polacca nei Paesi della regione artica.
Cautele centroeuropee
L’attivismo polacco rappresenta un’eccezione nella realtà del Gruppo in quanto Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca non hanno aderito alla Dichiarazione congiunta mantenendo una linea più neutra. Le motivazioni, come il grado di coinvolgimento nella regione artica, differiscono tra loro ma tutte condividono un elemento comune, il timore di innervosire Washington.
La postura di Praga assomiglia a quella polacca in quanto essa risente di una coabitazione politica antagonista tra governo e Presidente della Repubblica. Da un lato, il governo sovranista del neo PM, Andrej Babiš, si è distanziato dalla questione. In particolare, il ministro degli esteri, Petr Macinka, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Repubblica Ceca, Nicholas Merrick, e il suo vice, David Wisner con cui si è registrata una sostanziale convergenza tra Washington e Praga. Dall’altro lato, Petr Pavel, Presidente della Repubblica ed esponente dell’attuale opposizione, ha espresso vicinanza alla Danimarca invitando ad aderire alla Dichiarazione congiunta, invito rimasto disatteso. L’indirizzo di Pavel risulta più vicino al mainstream della strategica artica ceca basata sul coordinamento con l’Unione europea e sulla costruzione di relazioni scientifiche e diplomatiche con i partner euro-atlantici, finalizzate all’ottenimento dello status di osservatore presso il Consiglio Artico. Le azioni dell’esecutivo, quindi, sconfessano questa linea a favore di una vicinanza agli USA.
Bratislava e Budapest, invece, non hanno interessi strategici significativi nella regione che riflette la scarsa tradizione scientifica dei due Paesi. Ciononostante, non sono completamente fuori dalla partita. Il PM ungherese, Viktor Orbán, ha invitato le parti a discutere della questione groenlandese all’interno della NATO. Tale linea è una versione più morbida delle parole, dette a gennaio 2025, dal ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijjártó, il quale sminuiva le parole di Trump sulla Groenlandia. A Bratislava, solo il ministro degli affari esteri, Juraj Blanár, si è esposto sulla vicenda mostrando solidarietà a Copenaghen tramite una telefonata all’omologo danese, Lars Løkke Rasmussen. Di contro, il PM slovacco, Robert Fico, non si è ancora ufficialmente esposto sulla vicenda.
Il distacco dell’Ungheria e della Slovacchia, manifestato dalla loro non partecipazione alla Dichiarazione congiunta, è strumentale alla loropolitica di non allineamento alle posizioni europee sulle questioni di sicurezza internazionale. Lo scopo è duplice: ottenere credito presso Washington da spendere sulle discussioni diplomatiche riguardanti il conflitto in Ucraina, confermando il loro ruolo di attori destabilizzanti dentro l’Ue, e disimpegnarsi dalle faccende internazionali a favore di questioni domestiche che siano elezioni (Ungheria) o crisi di consensi (Slovacchia).
Perciò, la frammentazione V4 sulla Groenlandia rappresenta un nuovo capitolo della paralisi che caratterizza il Gruppo. Nonostante il tema della sicurezza artica sia marginale nella sicurezza centroeuropea, l’incapacità di formulare una prospettiva sub-regionale compromette ulteriormente la rilevanza come attore geopolitico. Nei fatti, i V4 stanno dissipando nuovamente il potenziale di essere una voce dialogante dentro un legame euro-atlantico più che mai fragile.
La pubblicazione della National Security Strategy rappresenta un cambiamento ideologico significativo nella politica estera americana. Il documento è caratterizzato da una maggiore focalizzazione sugli interessi visti come strettamente nazionali. Non solo, il documento riflette una visione strumentale agli interessi della Amministrazione e del bisogno di adattarsi a sfide emergenti. La NSS è utile per capire come l’Amministrazione Trump interpreta lo scenario internazionale e racconta di come gli Stati Uniti intendono rispondere e guidare, in parte, tale cambiamento.
La pubblicazione della National Security Strategy del 2025 segna uno dei momenti più rilevanti nella definizione del pensiero strategico statunitense sotto la seconda Amministrazione Trump. Con questo documento viene ripensata la gerarchia degli interessi nazionali e viene posto l’accento su priorità direttamente collegate ai mezzi a disposizione del Paese. Non solo, nel documento trovano conferma i nuovi equilibri creatisi nei mesi passati e continuamente evocati dai membri dell’Amministrazione, come il disimpegno dal continente europeo e un focus maggiore sul continente americano. Inoltre, l’analisi della NSS 2025 e unconfronto con le strategie precedenti e in particolare la NSS 2017, aiuta a comprendere come la seconda Amministrazione Trump intende approcciare uno scenario internazionale profondamente mutato, alla luce della sua stessa interpretazione.
La NSS 2025 come la strada “necessaria” da seguire
“L’America è forte e rispettata di nuovo e per questa ragione, stiamo costruendo la pace in tutto il mondo”. Con questa frase nel paragrafo introduttivo, la National Security Strategy del 2025 mette subito in chiaro il tono del documento: un ritorno all’idea che la ristabilita forza economica, industriale e militare degli Stati Uniti, sia la precondizione della stabilità internazionale. Prima ancora però di delineare le nuove priorità, la strategia sceglie di guardare indietro. L’introduzione, dal titolo “How American Strategy Went Astray”, è una spiegazione di come, negli ultimi decenni, la politica di sicurezza degli Stati Uniti si sia progressivamente ampliata fino a diventare troppo vaga e incapace di stabilire confini chiari tra ciò che è vitale e ciò non lo è, finendo, appunto, fuori strada.
In generale, la NSS stabilisce che cosa gli Stati Uniti vogliono ottenere in termini di sicurezza, interessi nazionali e ruolo internazionale, dove la sicurezza è intesa come il perseguimento degli interessi nazionali all’interno di un ruolo internazionale che ne è al tempo stesso guida e risultato. Nella NSS 2025 si inizia proprio dal concetto di strategia, e viene illustrato come ciò che la rende realistica sia l’esistenza di una connessione fra gli obiettivi e i mezzi; inoltre, una strategia deve essere in grado di delineare delle priorità. Si spiega poi che i “best interests” per l’America siano quelli legati direttamente alla sicurezza nazionale, e non un generico “caricarsi degli oneri globali”.
Il testo sostiene poi che Washington si sia caricata di missioni troppo ambiziose, come ad esempio mantenere l’ordine globale e intervenire in crisi lontane. Tale ambizione è stata perseguita inoltre senza assicurarsi di avere i mezzi necessari per sostenerla. I problemi elencati possono essere ricondotti a tre punti riassuntivi: troppe ambizioni, eccessiva dipendenza da supply chains globali vulnerabili e incapacità di svincolarsi da concetti come globalism o free trade. La NSS 2025 si propone dunque di intrecciare in modo pragmatico la politica di sicurezza con cambiamenti all’agenda industriale, fra cui la ricerca di maggiore indipendenza produttiva. L’Amministrazione Trump sostiene poi di aver dimostrato, nel suo primo mandato, che è possibile sottrarsi a impegni troppo ampi e a visioni generiche, preferendo un orientamento più aderente alle risorse disponibili.
È dunque significativo osservare come la strategia della NSS 2017 enfatizzasse, ad esempio, il ruolo degli Stati Uniti nel favorire la stabilità di fragili. Il paragrafo Encourage Aspiring Partners affermava che tra alcuni dei maggiori successi della diplomazia americana vi era l’aiuto dato ai Paesi in via di sviluppo a diventare società prospere, creando mercati redditizi, alleati capaci di sostenere equilibri regionali favorevoli e partner per condividere responsabilità internazionali, un elemento evidentemente mancante nella strategia dell’attuale Amministrazione come anche dimostrato dal precedente smantellamento dello USAID e dalla recente comunicazione di ritiro da 66 organizzazioni internazionali.
Il destino di Europa e Medio Oriente e il “pivot to West”
Nella NSS 2017, la sezione dedicata all’Europa sottolineava che un continente forte e libero e basato sui principi condivisi di democrazia e libertà era di vitale importanza; e veniva ricordato il ruolo centrale degli Stati Uniti nella ricostruzione e nello sviluppo dell’area. Nel 2025, al contrario, la strategia si allontana da questa visione piuttosto tradizionale. L’Europa, tenendo fede anche a una serie di dichiarazioni recenti, è ora considerata meno centrale per gli interessi degli Stati Uniti e valutata soprattutto in funzione della capacità dei governi nazionali, intesi come singoli, di contribuire alla stabilità regionale. L’attenzione strategica viene allora spostata verso l’emisfero occidentale, con l’obiettivo di affrontare flussi migratori, cartelli, rotte marittime e crisi locali. Ed è proprio in ragione di questo pivot strategico o revisione della Dottrina Monroe, che l’Amministrazione Trump dichiara di voler dare maggiore centralità al continente Americano, con una postura definita come neo-imperialista. Concentrarsi verso Ovest significa vedere come assolute priorità tre minacce principali (nell’emisfero occidentale): migrazione, droga e criminalità, e Cina. Un esempio di questa postura o “Corollario Trump” lo offrono sia la recente operazione speciale condotta in Venezuela, dove proprio queste tre minacce si intrecciano, unite allo sfruttamento delle risorse, sia le ultime dichiarazioni riguardo alla volontà di “prendere” la Groenlandia per “questioni di sicurezza nazionale”.
L’elemento di maggiore discontinuità rispetto alla prima Amministrazione Trump riguarda proprio il ruolo attribuito all’Europa. Nella NSS 2017, il continente europeo era concepito come un pilastro strategico della politica americana: la stabilità e la prosperità europea venivano considerate essenziali per la sicurezza nazionale, e veniva attivamente promossa la cooperazione. Nella NSS 2025, sebbene non venga negato il legame “sentimentale” tra il vecchio Continente e gli Stati Uniti, l’Europa viene letta attraverso le lenti della debolezza economica, della stagnazione industriale e soprattutto della limitazione delle libertà nazionali da parte di organizzazioni transnazionali come l’Unione Europea. Il documento denuncia come regolamentazioni interne ed europee compromettano la produttività, mentre politiche migratorie, censura, calo demografico e perdita di identità nazionale minacciano la coesione e la capacità strategica del continente. In particolare, si fa implicitamente riferimento a regolamenti come il Digital Markets Act e il Digital Services Act che sono stati interpretati dall’Amministrazione come atti di economic warfare. È evidente poi che gli interessi condivisi siano considerati come subordinati rispetto agli interessi esclusivamente americani. Nel complesso, l’analisi riguardante il continente europeo risulta guidata da evidenti principi ideologici.
Anche sul Medio Oriente vi è un tentativo di inversione di rotta rispetto al passato. La NSS 2025 afferma l’intenzione di far passare in secondo piano la regione nella pianificazione strategica. Il documento sostiene che, per almeno mezzo secolo, la politica estera americana abbia attribuito al Medio Oriente una priorità superiore a quella di tutte le altre regioni, in ragione dell’importanza energetica, della competizione tra superpotenze e della natura potenzialmente espansiva dei conflitti locali. Almeno due di queste dinamiche non risultano più valide: la forte diversificazione delle forniture energetiche, che ha permesso agli Stati Uniti di tornare a essere un esportatore netto di energia, e il mutamento del contesto strategico verso una competizione tra grandi potenze in cui Washington mantiene una posizione di vantaggio.
La scomparsa della Great Power Competition e l’approccio alla Cina
Nella National Security Strategy del 2025 vi è un cambiamento significativo del linguaggio utilizzato per affrontare le questioni riguardanti la Cina, sia rispetto all’Amministrazione Biden, sia rispetto al 2017. La nuova impostazione non elimina del tutto la competizione, ma la declassa a questione soprattutto economica e tecnologica, collegata alla protezione dell’apparato industriale nazionale e alla riduzione della dipendenza in vari settori. La Cina rimane dunque un attore rilevante, senza però essere la priorità assoluta dell’attuale agenda strategica.
Il documento insiste piuttosto sulla necessità di rapporti commerciali più equilibrati, menzionando appena le storiche preoccupazioni, come Taiwan, di natura economica, geopolitica e ideologica. Anche la dimensione militare è decisamente circoscritta: la deterrenza nel Pacifico è menzionata, ma senza porre l’attenzione sulla rivalità sistemica come fatto invece negli anni precedenti. Anche su questo tema, nel confronto con la NSS 2017 emerge un distacco evidente. Quel documento identificava la Cina come potenza revisionista e la collocava al centro della competizione strategica globale. Gli Stati Uniti nel 2025 non costruiscono più la propria architettura strategica attorno a Pechino. Ne deriva una postura più selettiva e mutata nella valutazione del peso reale che la competizione sino-americana dovrebbe avere nella definizione degli obiettivi nazionali. Un’anomalia degna di nota, anche rispetto alla NSS del 2017, è l’assenza di una menzione alla One China Policy, in linea però con l’atteggiamento di Trump di incoerenza e noncuranza verso impegni strategici, anche quelli vecchi di mezzo secolo. Inoltre, sebbene da un lato venga enfatizzata la cooperazione quadrilaterale, la deterrenza, la protezione delle Island Chains e l’importanza del contributo degli alleati per il raggiungimento di questi scopi; dall’altra non vengono menzionate le Filippine e l’AUKUS.
Nel documento viene poi abbandonata anche la retorica dello scontro tra grandi potenze che ha fortemente caratterizzato le relazioni sino-americane in passato. Come sottolineato in un’analisi sul The Diplomat però, la logica profonda della NSS 2025 potrebbe essere meno favorevole alla Cina di quanto non sembri. “Questo cambiamento potrebbe essere meno carico di ideologia rispetto ai documenti NSS del 2017 e del 2022, ma è anche più attuabile”, infatti, questa attenuazione del linguaggio non implica necessariamente un ammorbidimento sostanziale dell’approccio statunitense nei confronti della Cina. La competizione viene riorientata sul piano economico-industriale, ma non scompare.
Quanto la NSS è coerente e concreta
Nel complesso, la principale differenza tra la NSS del 2025 e altre pubblicate in passato, non sta tanto nel non porre l’America al centro del contesto internazionale, ma nel ridurre il numero di interessi vitali per il Paese. Il documento non rivela poi nulla di nuovo rispetto agli atteggiamenti e alle ambizioni sia della prima Amministrazione Trump che di quella attuale. Alcune analisi hanno però messo in luce l’incoerenza e l’ipocrisia della visione del mondo dell’Amministrazione. Sebbene Trump si sia presentato più volte come il Presidente della Pace, ha poi “ordinato operazioni militari illegali e inutili contro i trafficanti di droga civili nei Caraibi”; sebbene il documento dichiari di voler evitare di impegnarsi in guerre infruttuose e di non voler imporre il cambiamento in altri Paesi, Trump ha ordinato l’avvio di un’operazione speciale in Venezuela dagli esiti dubbi. L’operazione denominata Absolute Resolve, condotta il 3 gennaio 2026 a Caracas e nel nord del Paese, e che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, rappresenta infatti una palese violazione del principio di non ingerenza, pietra miliare del diritto internazionale.
Inoltre, l’enfasi posta sulla sovranità risulta essere debole di fronte, ad esempio, all’atteggiamento lassista verso l’invasione su vasta scala dell’Ucraina avviata dalla Russia. Il documento ricorda poi, nella sezione peraltro intitolata “Predisposition to Non-Interventionism”, che “tutti gli esseri umani possiedono uguali diritti naturali dati da Dio”, che è in forte contrasto con le politiche migratorie recentemente adottate.
Sotto certi punti di vista, la NSS 2025 è più retorica che concreta, ed è naturale porsi degli interrogativi su quanto il documento rifletta realmente una strategia nuova o pragmatica, piuttosto che una giustificazione ideologica di decisioni già prese o in corso d’opera.
Nel complesso, la NSS 2025 si configura come un documento caratterizzato da una forte componente ideologica, in cui la riaffermazione di principi quali pace, sovranità e non interventismo entra in tensione con le scelte operative effettivamente adottate dall’Amministrazione. Questa discrepanza evidenzia limiti di coerenza interna e riduce la capacità della strategia di fornire indicazioni concrete sulla politica estera, confermando come il documento serva più a legittimare decisioni già prese che a delineare un percorso strategico realmente operativo.
























Una banca del cibo del futuro può somigliare a una banca dei semi, solo che al posto dei semi conserva cellule, linee cellulari pronte a crescere in laboratorio e a diventare carne coltivata. Il progetto è stato realizzato dal Tufts University Center for Cellular Agriculture insieme al Good Food Institute, con l’obiettivo di salvare e rendere accessibili tecnologie sviluppate da startup che hanno chiuso o ridotto le attività, trasformandole in un bene pubblico per la ricerca e l’industria alimentare.
Negli ultimi anni molte aziende che lavoravano sulla carne coltivata hanno prodotto linee cellulari, protocolli e terreni di crescita avanzati, poi si sono fermate per mancanza di fondi. Invece di lasciare andare persi anni di lavoro, il Good Food Institute ha acquistato queste risorse e le ha affidate a Tufts, che le conserva, le valida e le rende disponibili attraverso una cell bank aperta, con pochi vincoli d’uso. Tra i materiali raccolti ci sono linee cellulari bovine capaci di crescere indefinitamente e colture adattate alla crescita in sospensione, una caratteristica fondamentale per la produzione in bioreattori su larga scala, oltre a formulazioni di terreni di crescita senza componenti animali.
Per capire perché una banca di cellule alimentari conta fuori dai laboratori basta guardare i numeri. A livello globale, la disponibilità media di carne è di circa 44 kg per persona all’anno. In Europa si sale a circa 78 kg per persona all’anno, quasi il doppio della media mondiale. Una parte di questa carne non viene nemmeno mangiata, perché si perde lungo la filiera o finisce tra gli sprechi domestici, ma l’impatto ambientale della sua produzione resta comunque intero.
L’allevamento occupa oltre il 75% delle terre agricole mondiali, tra pascoli e colture destinate ai mangimi, eppure fornisce meno di un quinto delle calorie globali. È un uso enorme di suolo per una resa relativamente bassa, che spinge deforestazione, perdita di biodiversità e competizione diretta tra cibo per animali e cibo per persone. A questo si aggiunge il peso climatico. Le catene di fornitura del bestiame generano circa 7 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente ogni anno, intorno al 14–15% delle emissioni globali di origine umana. Se si guarda all’intero sistema agroalimentare, dalle stalle ai campi fino alla distribuzione, si arriva a circa un terzo delle emissioni mondiali.
La carne coltivata può ridurre alcune di queste pressioni. Coltivare cellule invece di allevare animali interi significa usare meno terra, meno acqua e ridurre drasticamente le emissioni di metano. Il problema è sempre stato la scala, i costi e l’accesso alla tecnologia. Una cell bank aperta interviene proprio lì, abbassa la soglia di ingresso, evita duplicazioni inutili e accelera la ricerca condivisa. In pratica funziona come un’infrastruttura pubblica. Chi fa ricerca o sviluppo può partire da linee cellulari già testate invece di ricominciare da zero. Chi lavora su bioreattori e processi industriali può concentrarsi sulla produzione invece che sulla biologia di base. È un cambio di paradigma, meno segreti industriali chiusi in cassaforte e più conoscenza che circola.
In un mondo che consuma sempre più carne e allo stesso tempo fatica a stare dentro i limiti climatici e ambientali, anche una banca di cellule diventa un pezzo di politica industriale e ambientale. Non risolve tutto, però evita che il futuro del cibo venga rallentato da fallimenti, sprechi di ricerca e barriere artificiali. Una biblioteca biologica per mangiare meglio, con meno impatto e più intelligenza collettiva.
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I titoli di oggi:
Raggiunto accordo commerciale Usa-Taiwan
Cina, sviluppatori di chatbot fanno ricorso contro accuse di pornografia basata su IA
Cina, Huawei torna al primo posto nel mercato smartphone
Cina, “ripartenza” nelle relazioni con la visita del premier canadese Carney
Giappone, opposizioni verso un nuovo partito in vista delle elezioni anticipate
Giappone-Filippine, nuovi accordi di sicurezza mentre crescono le tensioni regionali
Myanmar, la giunta rivendica la chiusura di maxi laboratori di metanfetamina
L'articolo In Cina e Asia – Raggiunto accordo commerciale Usa-Taiwan proviene da China Files.









La presidente del consiglio a Tokyo dalla premier nipponica: dietro le affinità politiche e personali, si parla di catene di approvvigionamento e difesa. Prossima tappa: Corea del sud da Lee Jae-myung. Takaichi si prepara intanto a elezioni anticipate
L'articolo Meloni in Giappone da Takaichi proviene da China Files.


































Il dossier Groenlandia si conferma anche nel 2026 come uno dei principali fattori di attrito
nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Negli ultimi mesi, infatti, la pressione esercitata
dall’amministrazione Trump su questo fronte si è ulteriormente intensificata, con il ricorso a
una retorica sempre più assertiva da parte della Casa Bianca. L’obiettivo proclamato è
l’acquisizione dell’isola, parte integrante del Regno di Danimarca, al fine di rafforzare la
posizione strategica americana nell’Artico.
Tale atteggiamento ha suscitato crescente preoccupazione tra gli alleati europei, a partire da Copenaghen, sia per la messa in discussione dell’integrità territoriale danese sia, più in generale, per le potenziali ripercussioni dell’approccio di Washington sulla coesione dell’alleanza transatlantica.
L’incontro tenutosi a Washington il 14 gennaio tra rappresentanti statunitensi, danesi e groenlandesi non ha prodotto risultati risolutivi, confermando la persistenza di significative divergenze tra le parti. Gli Stati Uniti, infatti, hanno ribadito il proprio interesse a rafforzare l’influenza sulla Groenlandia, mentre la Danimarca non ha ottenuto rassicurazioni e non è riuscita a smussare la posizione degli interlocutori americani.
Al contempo, Copenaghen e alcuni alleati europei hanno annunciato una rinnovata presenza militare sull’isola, destinata a concretizzarsi con effetto immediato. Da un lato, dunque, la Danimarca manda un segnale a Washington sul proprio impegno a tutelare la sicurezza della Groenlandia, rispondendo così a uno dei temi della retorica di Trump utilizzato per legittimare le pretese americane sull’isola (con riferimento alla presunta inadeguatezza dello sforzo danese volto a salvaguardare sicurezza la Groenlandia); dall’altro, anche gli alleati europei compiono un salto di qualità nella loro postura rispetto al dossier in questione, aggiungendo al supporto diplomatico a Copenaghen e all’integrità territoriale danese una presenza militare concreta sul terreno. Parallelamente, le cancellerie europee hanno cercato di mantenere aperti i canali di dialogo con Washington, nel tentativo di scongiurare una crisi irreversibile e di individuare soluzioni condivise capaci di garantire sicurezza, stabilità e rispetto delle regole nell’Artico.
Il vertice USA-Danimarca e la risposta europea
L’incontro tenutosi a Washington tra i rappresentanti statunitensi e danesi–groenlandesi, che ha visto la partecipazione, da un lato, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio e, dall’altro, del ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e della ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt, non ha prodotto risultati risolutivi. Al termine dei colloqui, Rasmussen ha riconosciuto l’esistenza di “disaccordi fondamentali” tra le parti, ammettendo il fallimento del tentativo di smussare la posizione americana. In particolare, il capo della diplomazia danese ha affermato che “è chiaro che Trump intende prendere possesso della Groenlandia”, pur sottolineando come una simile prospettiva appaia “non necessaria” alla luce della già consolidata presenza militare statunitense sull’isola.
Nelle stesse ore, la Danimarca e alcuni Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di rafforzare la presenza militare in Groenlandia. Il Ministero della Difesa di Copenaghen, proseguendo sulla linea del potenziamento avviato già nel 2025, ha comunicato l’avvio di una nuova fase di dispiegamento di forze, in particolare in vista dell’esercitazione militare Arctic Endurance. Questa nuova presenza si concretizzerà principalmente attraverso l’invio di aerei, navi e soldati, accompagnate da unità di Paesi alleati appartenenti alla NATO. Tali forze saranno impiegate per intensificare la sorveglianza dei siti considerati più sensibili e per fornire assistenza alle autorità locali, comprese quelle di polizia. Secondo quanto dichiarato dal ministro Poulsen, nel corso delle prossime settimane verranno studiate, insieme agli alleati europei, ulteriori misure operative volte a incrementare la presenza danese ed europea nella regione artica, con l’obiettivo di rafforzare la difesa e la sicurezza della Groenlandia. La ministra degli Esteri groenlandese Motzfeldt, a sua volta, ha ribadito che la tutela della sicurezza dell’isola rappresenta una “priorità fondamentale” per il governo di Nuuk e ha accolto positivamente la messa a punto di una presenza militare europea.
La Germania, in questo contesto, ha fin da subito assunto un ruolo attivo annunciando l’invio, dal 15 al 17 gennaio, di una squadra di ricognizione composta da tredici unità. Questo gruppo è stato incaricato di esplorare e valutare le condizioni necessarie per un eventuale contributo militare tedesco a supporto della Danimarca nell’isola, con particolare attenzione al settore della sorveglianza marittima. Tale passo rappresenta un primo segnale concreto di coinvolgimento tedesco nella difesa della regione artica e nella tutela dell’integrità territoriale danese.
Anche la Francia ha confermato la propria partecipazione. Il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’invio immediato di un primo gruppo di truppe, preannunciando l’aggiunta di ulteriori unità in seguito. Nei mesi scorsi, Parigi aveva già assunto una postura diplomatica chiara con riguardo al dossier groenlandese: nell’aprile 2025, infatti, Parigi e Copenaghen avevano siglato una Partnership Strategica che, tra l’altro, riaffermava l’importanza del rispetto dell’integrità territoriale degli Stati, anche alla luce delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia espresse fin dai primi mesi del suo secondo mandato. Più recentemente, la decisione di aprire un consolato francese in Groenlandia, prevista per il 6 febbraio, conferma la volontà di rafforzare anche sul piano politico e diplomatico il ruolo di Parigi nella regione.
La Svezia, attraverso l’annuncio del primo ministro Ulf Kristersson, ha confermato la propria partecipazione alla missione congiunta, dimostrando la compattezza dei partner nordici ed europei. È previsto, infatti, anche il coinvolgimento della Norvegia, mentre la Finlandia, tramite il ministro degli Esteri Elina Valtonen, ha dichiarato di aver ricevuto una richiesta formale in questo senso e che sono in corso le valutazioni su una possibile partecipazione. Per il resto, fonti internazionali, tra cui POLITICO, riportano inoltre la possibilità che anche Paesi Bassi e Canada aderiscano all’iniziativa, ampliando ulteriormente il fronte degli attori coinvolti.
Nel complesso, la reazione europea alla crisi groenlandese si sta configurando come un’azione congiunta e rapida, anche se dalla portata numerica per il momento limitata, incentrata sulla difesa dell’integrità territoriale della Danimarca e sulla riaffermazione del ruolo collettivo della NATO nella sicurezza della regione artica.
Europa, Groenlandia e USA: prospettive e divergenze
La posizione della Danimarca e dell’Unione Europea di fronte agli eventi in corso si caratterizza per una crescente preoccupazione rispetto all’escalation retorica e politica proveniente da Washington. La premier danese Mette Frederiksen ha dichiarato che un’eventuale acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti rappresenterebbe una minaccia di portata sistemica, tale da mettere in discussione non solo l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, ma anche la stessa tenuta della NATO e, più in generale, l’architettura di sicurezza internazionale consolidatasi nel secondo dopoguerra.
Tali timori hanno trovato conferma anche presso volti di primo piano dell’UE, tra i quali il Presidente del Consiglio europeo António Costa e il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, che hanno ribadito la centralità del rispetto del diritto internazionale con riguardo alle mire espresse da Washington.
In questa direzione si colloca anche la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” del 6 gennaio, firmata dai leader di Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia e Spagna, nella quale si afferma che la sicurezza della Groenlandia deve essere garantita collettivamente nell’ambito della NATO, nel rispetto della volontà della popolazione locale e in piena coerenza con i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi alla sovranità, all’integrità territoriale e all’inviolabilità dei confini.
Allo stesso tempo, secondo quanto riportato da POLITICO, i leader dell’Unione Europea starebbero esplorando soluzioni volte a ridimensionare i toni e la portata delle mire espresse da Donald Trump. Tra le opzioni prese in considerazione figurano sia un rafforzamento della presenza NATO nell’Artico, di cui il dispiegamento delle forze europee costituirebbe una prima manifestazione, sia possibili concessioni agli Stati Uniti in ambito economico, in particolare nel settore dell’estrazione mineraria. Tale approccio segnala il tentativo europeo di privilegiare la conciliazione e la gestione negoziale della crisi, così come di scongiurare una svolta negativa e un contrasto aperto con Washington.
Il governo groenlandese, da parte sua, ha inquadrato la situazione in corso come una vera e propria “crisi geopolitica”. In questo contesto, il governo di Nuuk, verso il quale le capitali europee e la stessa UE hanno a più riprese espresso solidarietà e sostegno, ha assunto una posizione chiara: il 13 gennaio, il premier Jens-Frederik Nielsen, nel corso di una conferenza stampa congiunta con la premier danese Frederiksen, ha ribadito la volontà di appartenere al Regno di Danimarca, respingendo al contempo in modo esplicito qualsiasi ipotesi di assoggettamento agli Stati Uniti o di integrazione nel territorio americano.
Dal punto di vista statunitense, infine, il presidente Donald Trump ha giustificato la necessità di acquisire la Groenlandia presentandola come un tassello fondamentale del progetto “Golden Dome”, inserendo la questione all’interno di una narrativa di sicurezza nazionale. Secondo Trump, un mancato controllo americano dell’isola aprirebbe la strada a una possibile penetrazione strategica di Russia e Cina nella regione artica, con conseguenze potenzialmente negative per gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.
La natura particolarmente assertiva dell’approccio americano è stata descritta in termini espliciti nell’Intelligence Outlook pubblicato nel dicembre 2025 dai servizi danesi. Nel documento si afferma che gli Stati Uniti stanno facendo ricorso, anche nei confronti dei propri alleati, al proprio potere economico e politico per imporre le proprie posizioni, per esempio attraverso la minaccia dell’imposizione di dazi sui beni esportati, e che non escludono più, almeno a livello teorico, neppure il ricorso alla forza militare.
In linea con questa impostazione, Trump ha dichiarato di voler valutare “tutte le opzioni” per assumere il controllo della Groenlandia, senza escludere apertamente l’impiego della forza. Tra le ipotesi ventilate figura anche quella dell’acquisizione dell’isola attraverso un esborso economico: secondo quanto riportato da Reuters, l’eventualità di un pagamento diretto ai residenti sarebbe stata presa in considerazione a Washington, confermando l’intenzione dell’amministrazione americana di esplorare ogni possibile strada per raggiungere l’obiettivo prefissato.
Quali implicazioni per i rapporti Europa-America?
Il dossier groenlandese si configura oggi come uno dei principali banchi di prova per la solidità delle relazioni transatlantiche. La crescente assertività statunitense nei confronti dell’isola, giustificata in nome di imperativi di sicurezza nazionale e della competizione con Russia e Cina nell’Artico, si scontra infatti con i principi fondanti dell’ordine internazionale basato sulle regole storicamente propugnati dai Paesi occidentali: il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e delle norme del diritto internazionale. La risposta europea, dettata anche dalla preoccupazione per ripercussioni negative sulla coesione della NATO, mira a contenere l’escalation e a preservare la cornice alleata, evitando una frattura irreversibile con Washington.
Le dinamiche in atto, oltre a confermare la crescente rilevanza della Groenlandia nella competizione tra potenze nell’Artico, evidenziano come il dossier groenlandese costituisca un indicatore particolarmente sensibile dell’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Le modalità di gestione e l’esito dell’attuale confronto su questo tema sono infatti destinati a incidere in modo significativo sulla traiettoria delle relazioni transatlantiche nei prossimi anni.
L’insistenza dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia rivela dinamiche geopolitiche che trascendono la giustificazione militare. L’isola artica rappresenta un nodo strategico per il controllo delle risorse critiche, delle nuove rotte commerciali e per l’indipendenza tecnologica degli Stati Uniti dalla Cina, con implicazioni ambientali di portata globale.
L’interesse statunitense per la Groenlandia non costituisce una novità nella storia diplomatica americana. Già nel 1946, l’amministrazione Truman aveva avanzato un’offerta di acquisto alla Danimarca, proposta che venne respinta. Tuttavia, l’attuale pressione esercitata dall’amministrazione Trump per acquisire il controllo dell’isola presenta caratteristiche inedite che meritano un’analisi approfondita. La motivazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno alla necessità di garantire la difesa del territorio artico dalle crescenti ambizioni di Cina e Russia. Questa giustificazione risulta tuttavia parziale e solleva interrogativi sulla reale portata degli obiettivi strategici americani.
La Groenlandia è già inserita nel perimetro difensivo della NATO e ospita dal 1951 la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule, che rappresenta una delle installazioni militari più settentrionali degli Stati Uniti. Gli accordi bilaterali vigenti tra Washington e Copenaghen consentirebbero già un’espansione significativa della presenza militare americana sull’isola senza necessità di modifiche sostanziali dello status giuridico del territorio. L’enfasi posta sulla dimensione securitaria appare quindi insufficiente a spiegare l’intensità della pressione diplomatica esercitata dall’amministrazione statunitense, suggerendo l’esistenza di motivazioni strategiche più complesse e articolate. Ed anzi, un atteggiamento tanto aggressivo da parte di Washington potrebbe avere, come in effetti sta avendo, l’effetto opposto di allontanare in maniera irreparabile Stati Uniti sia dalla Groenlandia, sia dall’Europa.Il monopolio cinese sulle terre rare e la sicurezza tecnologica
La questione delle risorse naturali costituisce probabilmente il vero fulcro dell’interesse americano per la Groenlandia. Il progressivo scioglimento della calotta glaciale, conseguenza diretta del riscaldamento globale, sta rendendo accessibili giacimenti minerari di portata straordinaria che fino a pochi decenni fa rimanevano impraticabili. La Groenlandia custodisce nel proprio sottosuolo risorse strategiche fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, trasformando l’isola in uno degli ultimi territori vergini disponibili per lo sfruttamento minerario su scala industriale.
Il controllo cinese sulla catena produttiva delle terre rare rappresenta una delle principali vulnerabilità strategiche degli Stati Uniti e dell’Occidente. Pechino controlla attualmente tra l’ottanta e il novanta per cento della raffinazione mondiale di questi elementi chimici, essenziali per la produzione di componenti elettronici avanzati, veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma di nuova generazione. Questa dipendenza tecnologica costituisce un rischio geopolitico che Washington intende eliminare attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’acquisizione della sovranità sulla Groenlandia permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questo monopolio cinese senza dover sottostare alle stringenti normative ambientali europee o danesi che attualmente vincolano lo sfruttamento delle risorse dell’isola.
Le stime geologiche attribuiscono al sottosuolo artico, e groenlandese in gran parte, circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio non ancora sfruttate e il trenta per cento di quelle di gas naturale, oltre a quantità significative di uranio, zinco, oro e altri minerali strategici. Il giacimento di Kvanefjeld, situato nella parte meridionale dell’isola, rappresenta uno dei più grandi depositi al mondo di terre rare e uranio, con un potenziale produttivo che potrebbe soddisfare una quota rilevante del fabbisogno occidentale. La valorizzazione di queste risorse richiederebbe tuttavia la rimozione degli ostacoli normativi attualmente esistenti, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso un cambiamento radicale dello status politico del territorio.
L’impatto ambientale come variabile sacrificabile
L’estrazione e la lavorazione delle terre rare comportano processi industriali ad altissimo impatto ambientale, caratterizzati dalla produzione di ingenti quantità di scarti tossici e radioattivi. Molti giacimenti groenlandesi, incluso quello di Kvanefjeld, contengono concentrazioni significative di uranio e torio, elementi che richiedono specifici protocolli di sicurezza e producono fanghi di lavorazione altamente contaminanti. La raffinazione delle terre rare genera residui chimici pericolosi che devono essere stoccati in appositi bacini di contenimento per periodi prolungati, con rischi ambientali che le normative europee e danesi considerano inaccettabili.
Nel 2021, il governo locale della Groenlandia ha approvato una legge che vieta espressamente l’estrazione di uranio, decisione motivata dalla volontà di preservare l’ecosistema incontaminato dell’isola e di proteggere le comunità Inuit dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento industriale. Questa normativa ha di fatto bloccato progetti minerari di grande portata che avevano raccolto l’interesse di investitori internazionali, generando tensioni tra le autorità locali e i sostenitori dello sfruttamento delle risorse naturali come strumento di sviluppo economico.
L’acquisizione della sovranità statunitense sulla Groenlandia potrebbe consentire a Washington di aggirare questi vincoli normativi attraverso l’istituzione di zone economiche speciali o aree di interesse nazionale dove le leggi ambientali locali verrebbero subordinate alle esigenze della sicurezza nazionale americana. La Groenlandia potrebbe così trasformarsi nell’hub industriale necessario per la transizione tecnologica degli Stati Uniti, ospitando processi produttivi che risulterebbero politicamente insostenibili se localizzati in Stati come il Maine o la California. La vastità del territorio groenlandese e la sua bassissima densità demografica renderebbero più facilmente gestibili le conseguenze ambientali dello sfruttamento minerario, delocalizzando i costi ecologici lontano dagli occhi dell’elettorato americano.
Il controllo delle nuove rotte marittime artiche
Oltre alle agevolazioni in ambito minerario, lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici sta determinando l’apertura di nuove rotte marittime commerciali che potrebbero ridisegnare i flussi del commercio globale nei prossimi decenni. Il Passaggio a Nord Ovest, che attraversa l’arcipelago artico canadese collegando l’Oceano Atlantico al Pacifico, sta diventando navigabile per periodi sempre più prolungati durante l’anno, riducendo drasticamente le distanze (nell’ordine dei 7-8000 km), e quindi i tempi e i costi di trasporto tra Europa e Asia rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez o il Canale di Panama.
Il controllo della Groenlandia garantirebbe quindi agli Stati Uniti anche una posizione dominante lungo questa nuova autostrada commerciale del ventunesimo secolo. La possibilità di gestire direttamente i porti strategici dell’isola e di poter controllare il transito sulle acque territoriali circostanti rappresenta un vantaggio economico e geopolitico che non può essere assicurato attraverso i semplici accordi di cooperazione militare attualmente in vigore con la Danimarca. La sovranità territoriale consentirebbe inoltre a Washington di impedire che altre potenze, in particolare la Cina, possano acquisire posizioni di influenza lungo queste rotte attraverso investimenti infrastrutturali o accordi commerciali con un’eventuale Groenlandia indipendente.
La questione dell’indipendenza rappresenta infatti un elemento centrale nell’analisi delle motivazioni americane. La Groenlandia sta progressivamente intensificando le richieste di piena sovranità nei confronti della Danimarca, e il conseguimento dell’indipendenza politica esporrebbe l’isola a pressioni economiche che potrebbero renderla vulnerabile all’influenza cinese. Pechino ha già dimostrato interesse per investimenti strategici in Groenlandia, inclusi progetti per la costruzione e l’ammodernamento di infrastrutture aeroportuali che avrebbero accresciuto la presenza economica cinese nell’Artico. Un’eventuale Groenlandia indipendente e priva di risorse finanziarie adeguate potrebbe trovare nella diplomazia del debito cinese una soluzione attraente, scenario che Washington intende prevenire attraverso un’acquisizione preventiva del territorio.
L’attuale presenza militare americana in Groenlandia si basa su trattati bilaterali con la Danimarca che richiedono rinegoziazioni periodiche e che potrebbero essere messi in discussione da un cambio di status politico dell’isola. L’acquisizione della sovranità eliminerebbe questa incertezza giuridica e garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente su un territorio che riveste importanza crescente per gli equilibri strategici globali. La Groenlandia rappresenta per l’amministrazione Trump quello che l’Alaska rappresentò nel 1867 quando gli Stati Uniti la acquistarono dall’Impero Russo, un investimento territoriale di lungo periodo le cui potenzialità strategiche ed economiche si sono rivelate nel corso dei decenni successivi, in piena coerenza con l’annunciata adesione alla dottrina Monroe in salsa trumpiana.
La convergenza tra sicurezza energetica, indipendenza tecnologica dalla Cina, controllo delle nuove rotte commerciali artiche e possibilità di delocalizzare processi industriali ad alto impatto ambientale configura un quadro strategico nel quale la retorica della difesa militare assume una funzione prevalentemente strumentale. L’acquisizione della Groenlandia costituirebbe per gli Stati Uniti un’opportunità per consolidare la propria egemonia in un’area geografica destinata ad assumere rilevanza centrale negli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo, ridefinendo al contempo i termini della competizione tecnologica ed economica con la Cina.
Resta tuttavia una domanda fondamentale: gli Stati Uniti si possono permettere il deterioramento significativo delle relazioni con i partner europei e, al peggio, la sostanziale fine della NATO (probabilmente conseguente ad una acquisizione della sovranità sulla Groenlandia con la forza), per soddisfare queste esigenze strategiche?
Lo scorso fine ottobre si è tenuta una missione di tre giorni in Mauritania del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi la quale ha segnato una nuova stagione politica per l’Italia. Tale missione si inserisce nel quadro più ampio del piano Mattei che ha come obiettivo principale quello di rafforzare la presenza italiana nel continente africano, specialmente nell’area subsahariana. Tra le priorità principali che si è dato il governo italiano implementando questo piano vi è il rilancio dei rapporti economici, il contrasto all’immigrazione irregolare, la creazione di centri di eccellenza e formazione professionale, lo sviluppo di energie rinnovabili, investimenti in infrastrutture fisiche e digitali. Vi è anche lo sviluppo di piattaforme di telemedicina e servizi sanitari in un’ottica in cui l’Italia possa diventare la portavoce dell’Africa in Europa. In questo articolo verrà presentato il piano Mattei e verranno approfonditi i recenti sviluppi che hanno contraddistinto i rapporti italo-africani all’interno della strategia nazionale nella seconda metà del 2025.
Cos’è, quali sono i principali obiettivi e settori d’intervento?
Come descritto dal Governo Italiano, il Piano Mattei per l’Africa è una strategia nazionale con l’obiettivo di imprimere una modifica dei rapporti con il Continente africano e di costruire partenariati su base paritaria creando benefici e opportunità reciproche. Tale piano è stato presentato dal nostro Governo alle nazioni africane in occasione del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024. A tale vertice parteciparono i rappresentanti di 46 Nazioni africane, oltre 25 Capi di Stato e di Governo, i tre Presidenti delle istituzioni europee nonché i vertici delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana, di svariate istituzioni finanziarie e Banche multilaterali di sviluppo. Il piano prende il suo nome da Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, per rimandare ad un modello di collaborazione equo dato che si è caratterizzato da un cambio di paradigma che vuole superare la logica donatore-beneficiario creando delle partnership win-win. In concreto, il piano Mattei si articola in sei principali aree di intervento: sanità; acqua; agricoltura; energia; infrastrutture fisiche e digitali. Al contempo vi sono anche progetti in fase di sviluppo che trattano di cultura, sport, IA e cooperazione nel settore spaziale. Il Piano permette al governo italiano di condividere con le Nazioni africane le fasi di elaborazione, definizione e attuazione dei progetti per poter assicurare dei ritorni sia economici che sociali che rimangano sul territorio e siano la base per successive espansioni. Vi è la partecipazione di tutto il Sistema Italia, a partire dalla rete diplomatico consolare, e il potenziamento delle sinergie con le iniziative strategiche a livello europeo e internazionale che hanno un focus sull’Africa, in particolare con le Istituzioni Finanziarie Internazionali, il Global Gateway dell’Unione europea e la Partnership for Global Infrastructure and Investment del G7. Nella sua prima fase, l’iniziativa si è declinata attraverso progetti pilota che hanno coinvolto nove Nazioni: quattro del quadrante nordafricano (Egitto, Tunisia, Marocco e Algeria) e cinque del quadrante subsahariano (Kenya, Etiopia, Mozambico, Repubblica del Congo e Costa d’Avorio). Nella sua seconda fase, il Piano Mattei, secondo una logica incrementale, ha coinvolto anche l’Angola, il Ghana, la Mauritania, il Senegal e la Tanzania. In contemporanea, il Piano Mattei sostiene anche progetti strategici transnazionali quali il corridoio di Lobito, ovvero una rete infrastrutturale per la connettività in Africa. L’obiettivo principale è collegare infrastrutture ferroviarie esistenti nelle regioni orientali dell’Angola e dello Zambia passando per la Repubblica Democratica del Congo. La nuova linea sarà di circa 800 km e collegherà i centri di Luacano (Angola) alla città di Chingola (Zambia) e comprenderà anche numerosi progetti di rafforzamento delle connessioni digitali ed energetiche, con iniziative che tengono in debito conto le esigenze delle comunità locali attraversate dal Corridoio. Inizialmente la partecipazione finanziaria italiana al progetto potrà ammontare fino a 320 milioni di dollari.
Le attività di definizione e attuazione del Piano Mattei per l’Africa sono esercitate dalla Cabina di Regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Nella sua composizione, la Cabina di Regia svolge i seguenti compiti: coordina le attività di collaborazione tra Italia e Stati africani, svolte, nell’ambito delle rispettive competenze, dalle amministrazioni pubbliche; promuove gli incontri tra rappresentanti della società civile, imprese e associazioni italiane e africane con lo scopo di agevolare le collaborazioni a livello territoriale e promuovere le attività di sviluppo; finalizza il Piano Mattei e i relativi aggiornamenti; monitora l’attuazione del Piano, anche ai fini del suo aggiornamento; approva la relazione annuale da trasmettere al Parlamento; promuove il coordinamento tra i diversi livelli di governo, gli enti pubblici e ogni altro soggetto pubblico e privato interessato; promuove le iniziative finalizzate all’accesso alle risorse messe a disposizione dall’Unione europea e da organizzazioni internazionali; coordina le iniziative di comunicazione relative all’attuazione del Piano.
Come previsto da un decreto-legge, entro il 30 giugno di ogni anno, il Governo trasmette alle Camere la relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, approvata dalla Cabina di regia, che reca anche l’indicazione delle misure volte a migliorare l’attuazione del Piano Mattei e ad accrescere l’efficacia dei relativi interventi rispetto agli obiettivi perseguiti. L’ultima relazione annuale presentata lo scorso maggio, ha sottolineato come il Piano Mattei si inserisce in un contesto geopolitico in continuo mutamento che ha visto l’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente che, dopo le ostilità in Israele, a Gaza e in Libano, si è esteso all’Iran, interessando anche i Paesi del Golfo e minacciando la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz; la caduta del regime di Assad e l’avvio in Siria di una transizione dopo un’ultra-decennale guerra civile; la continua instabilità in Yemen che minaccia direttamente la navigazione nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso, dove transita circa il 14% del commercio marittimo globale e il 30% del traffico mondiale via container. Tale contesto instabile si sviluppa vicino all’Africa con impatti diretti su diversi ambiti cruciali per lo sviluppo del continente. Pertanto, l’implementazione del Piano Mattei nell’ultimo anno ha affrontato sfide complesse come quella di continuare a lavorare su progetti concreti sulla base di un partenariato paritario e di una logica di crescita condivisa; dall’altro mantenere l’Africa al centro della politica estera italiana anche a fronte del moltiplicarsi di crisi ed emergenze che rischiavano di distoglierne l’attenzione. Per fronteggiare le sfide di sviluppo del continente africano, sono state delineate delle linee d’azione quali l’estensione del Piano Mattei andando in controtendenza con il trend globale di riduzione degli aiuti allo sviluppo, lo sviluppo di partenariati e nuove sinergie a livello internazionale e l’intervento del debito in Africa. Ad inizio 2025, è stata annunciata l’adesione al Piano di 5 nuovi Paesi africani: Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania. La missione in Mauritania ha voluto ribadire l’interesse dell’Italia nella regione dell’Africa subsahariana, attraverso incontri con le autorità istituzionali, esponenti della comunità imprenditoriale locale e italiana e rappresentanti della collettività. Punti salienti sono stati il rilancio dei rapporti economici e il contrasto all’immigrazione irregolare. In questo senso – ha annunciato il ministro dell’Interno – saranno siglati anche accordi bilaterali per favorire i flussi regolari. Tutto questo, in un’ottica non predatoria: perché “noi consideriamo i Paesi africani nostri amici. E siamo anche pronti a trasformarci sempre più in portavoce dell’Africa in Europa”, ha riferito il titolare della Farnesina. “Io credo che un continente ricco come l’Africa, che ha grandi risorse di materie prime, possa avere delle grandi prospettive. Noi possiamo esportare in questi Paesi il nostro saper fare e penso per quanto riguarda le materie prime, se abbiamo un’ottica assolutamente anticoloniale, dobbiamo aiutare al recupero, all’estrazione delle materie prime, trasformarle qui e poi acquistarle e portarle in Italia”, ha spiegato Tajani. A tal proposito, l’Italia è il 24esimo fornitore e il quinto cliente della Mauritania, con cui l’interscambio bilaterale si è attestato a circa 157 milioni di euro nel 2024, con esportazioni pari a 29 milioni di euro e importazioni a 128 milioni. Nel periodo gennaio-luglio 2025, ha registrato 113 milioni di euro, in aumento del +18% sui ai primi sette mesi dell’anno prima. “Ma vogliamo dare un altro segnale di grande attenzione e
pensiamo di poter esportare di più, ma anche importare di più in questo Paese con grandi potenzialità: contiamo di fare accordi vincenti, ha sottolineato Tajani. L’interesse italiano per la regione ha anche l’obiettivo di rafforzare le relazioni politiche con l’Africa Occidentale attraverso iniziative e progetti congiunti per promuovere sicurezza e stabilità nella regione. Come affermato da Piantedosi: “Vogliamo fare anche qui” collaborazioni per “trasformare i flussi in possibilità di migrazione legale per i ragazzi, per i giovani, per coloro che hanno progetti di migrazione positiva”. Dal punto di vista finanziario, in occasione degli Springs Meetings di aprile 2025 è stata formalizzata la collaborazione con la Banca Mondiale (“BM”) attraverso la firma di un accordo quadro di co-finanziamento sviluppando una consultazione regolare per individuare iniziative e programmi da cofinanziare in settori e Nazioni africane di interesse comune. Ancora nel contesto della collaborazione con la Banca Mondiale, l’Italia ha svolto, attraverso la Presidenza G7, un ruolo chiave di coordinamento nel corso dei negoziati per la ricostituzione dell’International Development Association (IDA), gruppo Banca Mondiale. L’Italia ha aumentato di circa il 25% il proprio contributo al rifinanziamento triennale dell’IDA con 733 milioni di euro, anche al fine di permettere alla BM, che destina il 75% delle sue risorse alle Nazioni africane a basso reddito, di rafforzare il proprio sostegno ai progetti realizzati nel quadro del Piano Mattei. Rilevante è anche la collaborazione con la Banca Africana di Sviluppo attraverso un fondo che conta 140milioni di Euro provenienti dai contributi del Fondo Italiano per il Clima, dal MASE e dal MAECI, cui si aggiunge un primo contributo degli Emirati Arabi Uniti di 25 milioni di dollari per progetti negli ambiti delle infrastrutture, dei trasporti, e della gestione delle risorse idriche.
L’internazionalizzazione del Piano Mattei
Nel corso del 2025 ci sono state varie iniziative volte all’internazionalizzazione del Piano Mattei per l’Africa, nella convinzione che il suo successo dipenda anche dalla capacità di costruire collaborazioni concrete ed efficaci con i partner internazionali, con condivisione degli sforzi e delle iniziative. Si è pertanto consolidata la cooperazione con il Global Gateway dell’Unione Europea – attore di primo piano nelle iniziative di sviluppo in Africa – con particolare riferimento ai settori delle infrastrutture fisiche e digitali, dell’energia sostenibile e della produzione agroalimentare. Se l’Unione Europea, attraverso il Global Gateway, rappresenta un partner “naturale” per la strategia nazionale nei confronti dell’Africa, l’azione di internazionalizzazione del Piano Mattei si è arricchita di importanti iniziative per coinvolgere le Nazioni del Golfo, attori sempre più protagonisti sulla scena internazionale e che rivolgono una crescente attenzione all’Africa. In tale contesto, di assoluto rilievo sono state la visita del Presidente del Consiglio in Arabia Saudita (25- 26 gennaio) e la visita di Stato in Italia del Presidente degli Emirati Arabi Uniti (24 febbraio). Tali visite hanno consentito di concludere complessivamente dieci intese per il sostegno di progetti di comune interesse in Africa nei settori dell’energia e dell’acqua, coinvolgendo sia le istituzioni pubbliche sia il settore privato e finanziario. Sempre parte del processo di internazionalizzazione troviamo anche il contributo dell’iniziativa G7 Adaptation Accelerator Hub – lanciata sotto la Presidenza italiana del Gruppo dei Sette e in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) – che sostiene le Nazioni in via di sviluppo più vulnerabili nell’attuazione di misure di adattamento climatico, mirando a trasformare i Piani Nazionali di Adattamento in progetti concreti attraverso la definizione di piani di investimento e la mobilitazione di supporto tecnico e finanziario. L’Etiopia, con il quale è in corso di definizione un Memorandum d’Intesa, sarà la prima Nazione beneficiaria dell’assistenza tecnica e il MASE ha già stanziato sei milioni di euro per finanziare l’inizio delle attività.
Analisi conclusiva dei punti di forza e dei limiti della recente missione in Mauritania del Piano Mattei
Dopo aver fatto una panoramica del Piano Mattei e dei suoi settori di applicazione, facciamo infine un’analisi dei principali punti di forza e di debolezza emersi durante la missione in Mauritania dei ministri Antonio Tajani e Matteo Piantedosi, svoltasi nell’ottobre 2025. Innanzitutto, la missione ha incluso l’inaugurazione dell’Ambasciata d’Italia a Nouakchott, rafforzando la presenza istituzionale in Mauritania. Questo segnale simbolico è importante per consolidare relazioni politiche e cooperazione bilaterale. Negli ultimi 10 anni, l’Italia ha aperto Ambasciate in Niger, Guinea, Burkina Faso, Mali e Mauritania per consolidare i rapporti con la regione. Quella in Mauritania é la prima tappa di una missione che porterà i due Ministri anche in Senegal e Niger, segno concreto di quanto l’Africa sia una priorità strategica per il Governo. La Mauritania svolge un ruolo importante per la stabilità e la sicurezza dell’interna regione ed è partner politico ed economico di crescente interesse. Obiettivi principali sono stati rafforzare il partenariato con tre Paesi chiave dell’Africa Occidentale, ponendo al centro della collaborazione la stabilizzazione istituzionale, lo sviluppo socio-economico, la lotta alla violenza jihadista e il contrasto ai traffici illeciti di armi, droga, esseri umani. Inoltre, il rafforzamento delle relazioni è visto come un’opportunità per espandere l’interscambio commerciale e favorire investimenti italiani nei settori strategici (materie prime, energia, infrastrutture), in un paese considerato stabile e ricco di risorse. Con Piantedosi presente, la missione ha affrontato anche temi sensibili come la sicurezza regionale e i flussi migratori, traducendo l’impegno in un dialogo diretto con le autorità mauritane su immigrazione irregolare e terrorismo per i mesi a venire. Infine, la scelta della Mauritania, assieme a Senegal e Niger, ha dato al nostro Paese l’occasione di riaffermare la propria rilevanza nei corridoi strategici dell’Africa occidentale e del Sahel, con un mix di diplomazia e cooperazione politico-economica. Nonostante i buoni risultati di questa recente missione in Mauritania, secondo vari analisti, il Piano Mattei può risultare troppo eterogeneo o poco specifico nei progetti concreti rispetto alle aspettative delle istituzioni africane e degli osservatori. La sua attuazione rimane in larga parte una sfida pratica. Inoltre, alcuni osservatori e comunità accademiche sottolineano che il piano rischia di non coinvolgere adeguatamente partner africani e società civile locali nella definizione dei progetti, potendo apparire un’iniziativa top-down piuttosto che una vera co-progettazione. Critiche consistenti riguardano l’assenza di un sistema di monitoraggio indipendente per valutare effettivamente i risultati dei progetti: senza ciò, c’è il rischio che si privilegino interessi economici italiani piuttosto che obiettivi di sviluppo sostenibile e benefici reali per le comunità locali. Connesso a questo punto, degli osservatori affermano che il piano sia stato disegnato con scarso coinvolgimento di partner africani e della diaspora, rendendo difficile raggiungere un vero “ownership” africano. Il Piano Mattei, pur dotato di un ammontare di risorse significative (circa 5,5 miliardi di euro complessivi secondo fonti di riferimento), rischia di essere insufficiente per affrontare le dimensioni delle sfide africane, soprattutto se confrontato con investimenti cinesi o multilaterali. A questo si aggiunge anche un’incertezza causata dalla fragilità politica, povertà, conflitti e scarsità di infrastrutture. Vi è quindi il rischio che senza stabilità politica e istituzionale, progetti anche ben finanziati possano rimanere sulla carta. Infine, vi sono diverse critiche sia in Africa che in Europa che segnalano come alcune iniziative possano essere viste come strumenti di influenza politica o di accesso alle risorse naturali, piuttosto che vere partnership paritarie, con sospetti di finalità “strumentali” (es. gestire migrazioni o favorire ENI e altre imprese italiane). In conclusione, possiamo affermare che la missione di ottobre in Mauritania, Senegal e Niger si è posta come obiettivi principali il dialogo politico, la sicurezza, la migrazione e il commercio coinvolgendo alte cariche istituzionali e un forum imprenditoriale.
Questa missione ha suscitato una reazione da parte dei governi locali positiva con un’attenzione particolare a cooperazione e sviluppo. Possiamo quindi affermare che, nonostante molti aspetti e obiettivi del Piano Mattei in generale siano ancora astratti, tale missione di ottobre ha segnato un’evoluzione rispetto ad esempio alla precedente missione di maggio 2025 in Ghana, CI e Guinea che ha avuto come priorità il consolidamento dei progetti iniziali, lo sviluppo e la cooperazione tecnica del piano e che ha visto la partecipazione di team di cooperazione e meeting settoriali.
Con l’operazione Absolute Resolve, gli Stati Uniti potrebbero aver segnato un punto di svolta nell’impiego del cyber power. Le allusioni pubbliche di Donald Trump al blackout venezuelano rompono la tradizionale ambiguità sull’uso offensivo del cyberspazio, contribuendo a normalizzare la cyber warfare come strumento centrale della coercizione strategica americana.
“It was dark, the lights of Caracas were largely turned off due to a certain expertise that we have. It was dark, and it was deadly.” Con queste parole pronunciate il 3 gennaio 2026, poche ore dopo l’operazione Absolute Resolve, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha offerto una delle descrizioni pubbliche più suggestive — e controverse — di un’azione militare statunitense nell’era moderna. La frase, pronunciata durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago a commento del blitz che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, sta alimentando un acceso dibattito politico e militare proprio perché Trump ha collegato esplicitamente il blackout di Caracas a una “expertise” di Washington, suggerendo in modo implicito il possibile impiego di capacità cibernetiche offensive nel corso dell’azione. Questo tipo di allusione pubblica è inusuale per operazioni che coinvolgono potenzialmente strumenti digitali, dato che gli Stati Uniti raramente riconoscono apertamente l’uso di cyber power contro un altro Stato, nel solco di quella che in dottirna viene definita come “plausible deniability”.
Se questa ricostruzione trovasse conferma – come numerosi indizi operativi e dichiarazioni ufficiali lasciano intendere – ci troveremmo di fronte a uno dei casi più espliciti e politicamente rivendicati di impiego offensivo del cyber power statunitense contro una nazione sovrana. Un precedente di rilievo, destinato non solo a riaprire il dibattito sui limiti giuridici, strategici ed escalation-related dell’uso della forza nel dominio digitale, ma anche a segnare un punto di svolta nella piena maturazione delle Multi-Domain Operations (MDO) come paradigma operativo integrato e politcamente perseguito.
In questo senso, risultano particolarmente significative le parole del generale Dan Caine, Chairman del Joint Chiefs of Staff, pronunciate nel corso della medesima conferenza stampa. Caine ha infatti dichiarato che lo U.S. Cyber Command, lo U.S. Space Command e i comandi operativi regionali avevano “iniziato a stratificare effetti differenti” con l’obiettivo di “creare un corridoio operativo” per l’ingresso delle forze statunitensi nel Paese. Pur evitando deliberatamente di precisare la natura di tali effetti, la dichiarazione conferma implicitamente il ricorso a una pianificazione multidominio in cui le capacità cyber e spaziali hanno svolto un ruolo abilitante fin dalle fasi iniziali dell’operazione.
Da quanto emerge, Absolute Resolve non è stata una semplice operazione cinetica, bensì un’azione pianificata e condotta attraverso la sincronizzazione intenzionale di molteplici leve operative distribuite su diversi domini. Le capacità di HUMINT sono state impiegate per penetrare e destabilizzare la cerchia più ristretta del regime venezuelano, mentre la SIGINT ha permesso l’identificazione, il tracciamento dinamico del bersaglio in tempo quasi reale. A queste dimensioni si sono affiancate operazioni di cyber warfare offensiva, orientate alla neutralizzazione di nodi infrastrutturali critici e alla degradazione dell’ambiente informativo, nonché attività di guerra elettronica e Navigation Warfare, finalizzate a erodere e sopprimere la bolla difensiva costruita attorno al regime con sistemi di origine russa e cinese.
Questa convergenza multidimensionale restituisce l’immagine di una trasformazione profonda del modo di fare la guerra: i domini informativo e digitale non operano più come semplici moltiplicatori di efficacia a supporto delle operazioni cinetiche, ma assumono una funzione strutturale e abilitante del disegno strategico complessivo, contribuendo in modo determinante a modellare il campo di battaglia prima, durante e dopo l’impiego della forza militare tradizionale.
L’elemento cyber più evidente di Absolute Resolve è rappresentato dal blackout che ha colpito Caracas intorno alle 02:00 locali, proprio mentre le forze statunitensi si avvicinavano alla capitale. Secondo numerosi osservatori e specialisti, l’interruzione dell’energia elettrica non appare riconducibile a bombardamenti fisici diretti, ma piuttosto a un attacco cyber mirato contro i sistemi industriali di controllo (SCADA) che regolano la distribuzione dell’energia dalla diga di Guri — principale fonte elettrica del Paese. Questa interpretazione è coerente con dichiarazioni ufficiali che includono lo U.S. Cyber Command tra le forze coinvolte nella creazione di “effetti stratificati” a supporto dell’azione militare, pur senza dettagli operativi precisi.
Seguendo questo ragionamento, il blackout non sarebbe stato il risultato di un evento improvviso o isolato, bensì la fase finale di una campagna informatica pianificata con mesi di anticipo. Tale attacco avrebbe richiesto, difatti, un accesso prolungato ai sistemi di controllo della rete elettrica venezuelana e un’attenta mappatura delle dipendenze tra tecnologie IT e OT, al fine di individuare i punti critici da colpire e ottenere una paralisi mirata e temporanea della rete.
L’accesso iniziale agli asset strategici sarebbe stato ottenuto attraverso tecniche di compromissione della supply chain e furto di credenziali, seguito da una fase di deep reconnaissance volta a comprendere le relazioni di controllo tra dispositivi e processi industriali. In quella fase preparatoria, gli attaccanti avrebbero potuto alterare gradualmente configurazioni, inserire codice malevolo e creare condizioni di vulnerabilità difficili da rilevare. La sequenza operativa finale si sarebbe svolta in tre fasi distinte: preparazione dell’ambiente, modellamento delle relazioni di controllo e attivazione sincrona dell’interruzione dei servizi. Nel momento in cui i blackout si sono verificati, alle 02:00, gli elicotteri e i mezzi aerei delle forze statunitensi stavano già entrando a Caracas solamente un minuto più tardi, alle 02:01.
Questa lettura – sebbene non ancora confermata ufficialmente nei dettagli tecnici – sembra rafforzata dal fatto che l’infrastruttura elettrica venezuelana, fortemente dipendente da un unico nodo come la diga di Guri, ha già una storia di frequenti interruzioni strutturali negli anni precedenti, dimostrandosi particolarmente vulnerabile a interferenze da remoto e attacchi cyber,
Un ulteriore elemento di analisi riguarda, come accennato, l’impiego di tecniche di Navigation Warfare (NavWar), coordinate presumibilmente dallo U.S. Space Command, che sembrano aver accompagnato le fasi di avvicinamento all’operazione. Diverse ricostruzioni riportano che nei giorni precedenti all’attacco si siano verificati episodi di jamming e spoofing del segnale GPSl ungo la costa venezuelana, con un duplice effetto operativo: da un lato, degradare la capacità di navigazione e sincronizzazione dei sistemi civili e militari del regime; dall’altro, garantire alle forze statunitensi una superiorità informativa e operativa grazie all’uso di segnali GPS protetti e resistenti alle interferenze, facilitando così il movimento e l’impiego di assetti terrestri, aerei e navali in un ambiente ostile.
Questa manipolazione deliberata del dominio della navigazione radio evidenzia come, già prima dell’inizio dell’azione cinetica, siano stati messi in atto strumenti non convenzionali per erodere la capacità di comando e controllo venezuelana e per rafforzare la precisione e la sicurezza delle operazioni.
A rafforzare questa interpretazione contribuisce anche il dato relativo alla connettività di rete: il gruppo giornalistico di monitoraggio di Internet NetBlocks ha registrato una marcata riduzione dell’accesso a Internet in vaste aree di Caracas proprio durante le ore in cui si svolgeva l’operazione, in coincidenza con i blackout elettrici. Questa corrispondenza temporale difficilmente può essere spiegata come un evento puramente accidentale e risulta più coerente con un’azione deliberata di degradazione delle comunicazioni e dell’infrastruttura informativa, capace di ostacolare la capacità di comando e controllo delle forze venezuelane e di indebolire la reattività del regime.
Particolarmente significativa è stata anche l’integrazione tra SIGINT e cyber-intelligence, che ha costituito l’ossatura operativa “invisibile” di Absolute Resolve. Le attività plausibilmente condotte includono l’intercettazione delle telecomunicazioni venezuelane, sfruttando la configurazione delle dorsali regionali che transitano per nodi situati negli Stati Uniti, nonché l’impiego di falsi ripetitori (IMSI catcher) e veicoli aerei unmanned SIGINT (come i droni MQ-9 Reaper) per monitorare lo spettro elettromagnetico e/o identificare e triangolare i dispositivi mobili appartenenti all’entourage di Nicolás Maduro.
Questo uso assertivo del cyber power non nasce nel vuoto. Già nel 2018 l’amministrazione Donald Trump aveva adottato un memorandum riservato volto ad ampliare significativamente l’autonomia del Pentagono nella conduzione di operazioni informatiche offensive, successivamente affinato sotto l’amministrazione Biden. La vera discontinuità, tuttavia, non risiede tanto nel quadro dottrinale o autorizzativo, quanto nel livello di esposizione e rivendicazione politica di tali capacità.
I commenti di Trump successivi all’operazione rappresentano infatti uno dei rari casi in cui un presidente degli Stati Uniti abbia alluso in modo così esplicito all’impiego di cyber offensive operations contro un altro Stato sovrano. È una scelta comunicativa che contribuisce a normalizzare l’uso del dominio digitale come strumento di coercizione strategica, collocandolo apertamente sullo stesso piano — se non addirittura in posizione prioritaria — rispetto alla forza cinetica tradizionale. Ed è anche un avvertimento a Cina, Russia Iran, e a tutti i principali cyber competitors di Washington.
Absolute Resolve segna un passaggio cruciale nella storia recente della guerra contemporanea per almeno tre ragioni fondamentali.
In primo luogo, rappresenta un salto di qualità nella cyber warfare, dimostrando come le operazioni cibernetiche possano essere impiegate non solo come strumenti di disturbo o sabotaggio episodico, ma come armi strategiche capaci di modellare l’ambiente operativo in modo decisivo, selettivo e temporalmente sincronizzato con l’azione militare convenzionale.
In secondo luogo, l’operazione costituisce una maturazione concreta delle Multi-Domain Operations, non più intese come mera giustapposizione di domini, ma come integrazione funzionale in cui effetti cyber, spaziali, informativi ed elettromagnetici precedono e abilitano l’impiego della forza cinetica.
Infine, Absolute Resolve segna un avanzamento politico e normativo implicito: l’uso pubblico e rivendicato delle capacità cibernetiche offensive contribuisce a ridefinire le soglie di accettabilità e legittimità dell’azione statale nel cyberspazio, accelerando un processo di normalizzazione della cyber wardare che avrà implicazioni durature sul piano della deterrenza, dell’escalation e della stabilità strategica.
Absolute Resolve dimostra che il dominio cyber non è più uno strumento autonomo o meramente preparatorio, ma una capacità integrata, sincronizzata e politicamente spendibile, impiegata per generare effetti operativi immediati e abilitare l’azione militare convenzionale. Non più dunque “plausible deniability” ma “persistent engagement” e “defend forward”. A rendere questo passaggio particolarmente significativo è il fatto che, per la prima volta, una capacità cyber offensiva plausibile viene non solo impiegata, ma implicitamente rivendicata a livello politico, rompendo la tradizionale ambiguità che aveva finora accompagnato l’uso della forza nel dominio digitale. È questa convergenza tra dottrina, operazione e comunicazione strategica a segnare il vero salto di qualità rispetto al passato.



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In Cina sta diventando un fenomeno sociale un’applicazione per smartphone con un nome (e un fine) alquanto cupo: “Are You Dead?” (Sei morto?), e conosciuta anche con il nome internazionale Demumu. Questa app nasce con la funzione di chiedere all’utente di confermare periodicamente che è vivo premendo un pulsante sullo schermo. Se l’utente non lo fa per più di due giorni consecutivi, il sistema invia una notifica al contatto di emergenza designato al momento della registrazione e lo avverte che potrebbe esserci un problema di salute o un incidente.
Il progetto è stato lanciato a giugno 2025 da un piccolo team indipendente di tre sviluppatori nati negli anni Novanta e inizialmente è passato quasi inosservato. Nelle ultime settimane però l’app è esplosa nelle classifiche degli store digitali e all’inizio del 2026 è entrata tra le applicazioni a pagamento più scaricate in Cina, raggiungendo posizioni di rilievo anche negli Stati Uniti, a Singapore e in altri paesi.
Il successo è legato a una trasformazione sociale profonda. In Cina sempre più persone vivono da sole, soprattutto giovani che si spostano nelle grandi città per studio o lavoro e anziani che restano isolati. Secondo le stime citate anche dal Global Times, entro il 2030 potrebbero esserci fino a 200 milioni di famiglie monopostali nel paese. Una cifra che racconta un cambiamento demografico enorme e una diffusione capillare della solitudine urbana.
Il funzionamento dell’app è essenziale e non richiede competenze tecniche. Dopo l’installazione si indica un referente di fiducia e poi ogni uno o due giorni si conferma di essere vivi con un semplice tocco sullo schermo. Se questa conferma non arriva entro 48 ore, il sistema invia un avviso via email al contatto di emergenza.
L’app è a pagamento e costa circa 8 yuan, poco più di un euro, una cifra pensata per sostenere i costi di gestione dei server e delle notifiche.
Il nome ha acceso un dibattito intenso sui social cinesi. Molti utenti lo considerano troppo cupo e hanno proposto versioni più rassicuranti come Are You Alive o formule meno dirette. Gli sviluppatori hanno spiegato che la versione internazionale usa il nome Demumu, più neutro e adatto a un pubblico globale, mentre in Cina il titolo originale ha contribuito a rendere virale il progetto.
Dietro questa applicazione c’è qualcosa che va oltre la tecnologia. C’è la paura concreta di morire in silenzio, senza che nessuno se ne accorga, c’è la vita urbana fatta di appartamenti piccoli, orari di lavoro lunghi e relazioni sempre più fragili.
Il suo successo mostra come la solitudine sia diventata una delle grandi questioni sociali del nostro tempo. Non solo in Cina ma ovunque milioni di persone vivono da sole e cercano forme minime di connessione e sicurezza.
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Oggi, 14 Gennaio 2026, presso la stazione Concordia in Antartide, è stata inaugurata l’ICE MEMORY, la prima biblioteca mondiale di carote di ghiaccio (sezioni di ghiaccio estratte dai ghiacciai che conservano la storia dell’atmosfera e del clima del passato). In una caverna scavata nel ghiaccio dell’altopiano antartico, dove la temperatura media naturale si aggira attorno ai −50 °C, iniziano ora a essere conservati campioni provenienti dai ghiacciai di tutti i continenti. Questo luogo diventa così un archivio fisico della memoria del pianeta, pensato per durare secoli senza bisogno di elettricità o refrigerazione artificiale.
I primi campioni arrivano dalle Alpi, dalle Ande, dalle isole Svalbard nel Mare della Groenlandia, dal Caucaso e dai monti Pamir in Tagikistan. Sono ghiacciai che si stanno ritirando rapidamente e che, con la loro fusione, stanno cancellando informazioni ambientali uniche. Ogni carota contiene bolle d’aria antica, polveri, aerosol, tracce di eruzioni, incendi e attività umane, una registrazione diretta dell’atmosfera del passato.
Uno studio scientifico recente pubblicato su Nature mostra che lo scioglimento globale dei ghiacciai raggiungerà un picco intorno al 2040. Dopo quella data il ritmo calerà, non tanto perchè il riscaldamento globale rallenterà ma perché molti ghiacciai semplicemente non esisteranno più. Le Alpi, in particolare, si stanno riscaldando a una velocità circa doppia rispetto alla media globale, rendendo l’Europa una delle aree dove questa perdita di memoria avanza più rapidamente. Per questo la raccolta delle carote di ghiaccio è diventata una vera corsa contro il tempo, da compiere prima che l’acqua di fusione penetri negli strati e ne cancelli le informazioni.
Thomas Stocker, climatologo e fisico svizzero, già co-presidente del gruppo scientifico dell’IPCC e oggi presidente della Ice Memory Foundation, spiega che la forza di questo archivio riguarda soprattutto il futuro. Negli ultimi cinquant’anni la scienza ha visto nascere tecnologie capaci di misurare quantità sempre più piccole di gas, isotopi e sostanze chimiche. Nei prossimi decenni potrebbero arrivare strumenti in grado di lavorare al livello del picogrammo e della femtomole, aprendo una quantità di informazioni oggi ancora inimmaginabile. Questo significa che una carota di ghiaccio conservata oggi potrà essere interrogata tra cinquant’anni per rispondere a domande che oggi ancora non esistono. Se un nuovo pesticida o un nuovo composto chimico verrà scoperto in futuro, gli scienziati potranno tornare al ghiaccio del 2026 e misurarne la concentrazione nell’atmosfera di allora. Senza questo archivio, quella parte di storia sarebbe perduta per sempre.
Il valore di queste carote va oltre la climatologia. Al loro interno possono esserci tracce di DNA, resti biologici, polveri minerali, elementi che interessano biologi, chimici e geologi. È un archivio trasversale del sistema Terra, che permette di studiare come atmosfera, biosfera e geosfera hanno interagito nel tempo.
Il progetto Ice Memory è anche un esperimento di cooperazione globale. Invita tutti i Paesi con ghiacciai a partecipare. Il Tagikistan è stato il primo a donare ufficialmente una carota, 105 metri di ghiaccio prelevati dal ghiacciaio Chukurbashi, un gesto che trasforma un patrimonio locale in una risorsa dell’umanità. In un mondo segnato da tensioni geopolitiche crescenti, questo santuario del ghiaccio in Antartide rappresenta uno dei pochi spazi dove la scienza continua a superare i confini politici, come accadeva durante la Guerra Fredda.
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Il recente abbordaggio della petroliera russa nel Nord Atlantico segna un punto di svolta nelle relazioni internazionali marittime. L’operazione statunitense, giustificata dalla necessità di implementare delle sanzioni, ma inquadrata nella nuova National Security Strategy 2025, solleva questioni fondamentali sulla tenuta del sistema giuridico internazionale e sui rischi di un ritorno a pratiche unilaterali che minacciano l’ordine marittimo globale, oltre a manifestare forti rischi di escalation militare.
Il sequestro della petroliera Marinera, precedentemente nota come Bella 1, avvenuto il 7 gennaio 2026 nel Nord Atlantico tra Islanda e Regno Unito, rappresenta un caso paradigmatico delle crescenti tensioni tra applicazione unilaterale di sanzioni economiche e rispetto del diritto internazionale del mare. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi dopo un inseguimento di oltre due settimane attraverso l’Atlantico, pone interrogativi cruciali sul futuro dell’ordine giuridico marittimo e sulle implicazioni geopolitiche di una prassi che, se normalizzata, potrebbe destabilizzare profondamente gli equilibri internazionali.
La vicenda assume particolare rilevanza alla luce della National Security Strategy 2025 pubblicata dalla Casa Bianca il 4 dicembre scorso, documento che rivela le vere motivazioni strategiche dell’azione americana ben oltre le giustificazioni formali addotte. La strategia riafferma la Dottrina Monroe attraverso un cosiddetto Trump Corollary, dichiarando l’intenzione di negare a competitori extra-emisferici la capacità di posizionare forze o controllare asset strategicamente vitali nell’emisfero occidentale. In questo quadro, il sequestro della Marinera non appare come un semplice atto di enforcement sanzionatorio, ma come parte di una più ampia riconfigurazione della proiezione di potenza americana nel suo emisfero di influenza.
Le basi giuridiche del diritto internazionale marittimo
Il diritto del mare si fonda su un principio cardine sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, nota come UNCLOS. L’articolo 92 della Convenzione stabilisce con chiarezza che le navi in alto mare sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera, principio che affonda le sue radici nel diritto consuetudinario internazionale e rappresenta uno dei pilastri dell’ordine marittimo globale. Questo sistema, costruito faticosamente nel dopoguerra, garantisce la libertà di navigazione e la certezza giuridica necessarie al commercio internazionale.
La Convenzione prevede eccezioni limitate e tassative al principio della giurisdizione esclusiva. L’articolo 110 consente l’abbordaggio in alto mare esclusivamente in caso contrasto alla pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni abusive non autorizzate, o quando vi sia fondato motivo di ritenere che la nave sia priva di nazionalità. Evidentemente, la violazione di sanzioni economiche unilaterali non figura tra le fattispecie che legittimano l’uso della forza in acque internazionali secondo il diritto del mare, a meno di una autorizzazione specifica proveniente o dallo Stato di bandiera, o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La Russia ha, di fatti, immediatamente contestato il sequestro richiamando proprio questi principi. Il Ministero dei Trasporti russo ha dichiarato che in conformità alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, in acque internazionali vige il regime di libertà di navigazione e nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro navi regolarmente registrate nelle giurisdizioni di altri Stati. Mosca ha precisato che la Marinera aveva ricevuto permesso temporaneo di navigare sotto bandiera russa il 24 dicembre 2025, registrazione comunicata formalmente agli Stati Uniti il 31 dicembre.
Le argomentazioni statunitensi e la dottrina della nave apolide
La difesa giuridica americana si articola sulla qualificazione della Marinera come nave priva di nazionalità. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito la nave come un vascello della flotta ombra venezuelana, dichiarandola apolide dopo aver battuto una bandiera falsa. Questa argomentazione si fonda sulla tesi che il cambio di bandiera, avvenuto mentre la nave era inseguita dalle autorità americane, costituisse un atto fraudolento privo del legame sostanziale tra nave e Stato di registro richiesto dall’articolo 91 dell’UNCLOS.
La dottrina statunitense sostiene infatti che, quando una nave utilizza più bandiere per convenienza o effettua cambi di registro in circostanze sospette, essa possa essere trattata come priva di nazionalità e quindi soggetta alla giurisdizione universale. Washington ha inoltre richiamato il mandato di sequestro emesso da un tribunale federale americano, basato su precedenti violazioni delle sanzioni statunitensi da parte della Bella 1, sanzionata nel giugno 2024 per presunto trasporto di petrolio per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.
Tuttavia, questa costruzione giuridica presenta fragilità evidenti sul piano del diritto internazionale. Il concetto di legame sostanziale, pur presente nella Convenzione, non è definito in modo preciso e la prassi internazionale ha sempre riconosciuto ampia discrezionalità agli Stati nel determinare le condizioni di registrazione delle proprie navi. La rapidità del cambio di bandiera, per quanto sospetta, non costituisce di per sé prova di frode se, come nel caso di specie la Russia, lo Stato di registro ha formalmente accettato la nave nel proprio registro navale e ne ha dato comunicazione agli altri Stati.
Le vere motivazioni strategiche secondo la National Security Strategy 2025
Oltre le giustificazioni giuridiche formali, la National Security Strategy 2025 rivela le autentiche motivazioni dell’azione americana. Il documento definisce come interesse nazionale vitale degli Stati Uniti garantire che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e ben governato, prevenendo migrazioni di massa, facilitando la cooperazione governativa contro i cartelli della droga e impedendo incursioni straniere ostili o proprietà di asset chiave. La strategia identifica esplicitamente il controllo delle vie marittime cruciali e delle catene di approvvigionamento strategico come priorità fondamentale per impedire ad attori stranieri di danneggiare l’economia americana.
In questo contesto, il sequestro della Marinera appare come applicazione pratica del principio secondo cui gli Stati Uniti non tollerano più la presenza o il controllo di asset strategici da parte di competitori extra-emisferici nella loro sfera di influenza. Il petrolio venezuelano, risorsa strategica dell’emisfero occidentale, diventa oggetto di contesa non solo per ragioni sanzionatorie, ma come strumento di riaffermazione del dominio regionale americano. La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 4 gennaio 2026, conferma che il blocco navale non è un’azione isolata ma parte di una strategia complessiva di riproposizione della supremazia statunitense nell’emisfero.
In sostanza, la National Security Strategy 2025 riorienta gli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale e riafferma la Dottrina Monroe con un Trump Corollary, essenzialmente asserendo una presenza neo-imperialista. Questa riconfigurazione strategica potrebbe anche comportare il trasferimento di risorse militari da teatri considerati meno rilevanti, come l’Europa e il Medio Oriente, verso l’emisfero occidentale e l’Indo-Pacifico, segnalando una ridefinizione delle priorità geopolitiche americane.
Le criticità per l’ordine internazionale
L’accettazione della prassi americana costituirebbe tuttavia un pericoloso precedente per il sistema giuridico internazionale marittimo. Se ogni potenza ritenesse legittimo disconoscere la bandiera di navi straniere sulla base di proprie valutazioni unilaterali circa la legittimità del cambio di registro, il principio della giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera verrebbe svuotato di significato. Le conseguenze sarebbero devastanti per la certezza giuridica e la prevedibilità delle relazioni marittime internazionali.
Il caso solleva questioni di asimmetria di potere particolarmente rilevanti per le medie potenze e per l’Unione Europea. Se gli Stati Uniti possono sequestrare navi in alto mare invocando violazioni delle proprie sanzioni unilaterali, altri Stati potrebbero rivendicare lo stesso diritto rispetto alle proprie normative interne. Questa frammentazione del diritto del mare, finirebbe per compromettere gravemente la libertà di navigazione, principio fondamentale non solo per il commercio globale ma anche per la proiezione di potenza delle marine militari europee e della stessa Italia, da dove il confronto diretto con la presenza statunitense diventa impari.
Per l’Italia, nazione con una lunga tradizione marittima e interessi commerciali globali, il precedente della Marinera presenta rischi concreti. Il nostro Paese beneficia enormemente del sistema di libertà di navigazione garantito dall’UNCLOS e dalla certezza giuridica che ne deriva. Un mondo in cui le maggiori potenze possono unilateralmente sequestrare navi in alto mare sulla base di proprie sanzioni domestiche, è un mondo in cui gli operatori marittimi italiani ed europei si troverebbero esposti a rischi giuridici imprevedibili, con conseguenze negative per la competitività del nostro sistema portuale e della nostra flotta mercantile.
Sul piano geopolitico più ampio, la vicenda tende ad accelerare la tendenza alla multipolarizzazione conflittuale degli spazi marittimi. In effetti, la Russia aveva dispiegato forze navali, incluso un sottomarino, per scortare la nave, segnalando la determinazione di Mosca a contrastare l’azione americana. Sebbene le forze russe non siano arrivate in tempo, l’episodio dimostra come le tensioni su questioni marittime possano rapidamente provocare escalation in cui singoli incidenti possono condurre verso confronti militari diretti tra grandi potenze.
La questione assume inoltre particolare delicatezza sotto il punto di vista dell’unità di intenti per il vecchio continente. Il Regno Unito ha fornito supporto logistico e di sorveglianza all’operazione americana, ma altri Stati membri dell’Unione Europea, inclusa l’Italia, non sono stati consultati su un’azione che stabilisce un precedente potenzialmente lesivo dei loro interessi marittimi di lungo periodo. Questa asimmetria rivela le fragilità dell’autonomia strategica europea, anche in materia di diritto del mare, oltre alla necessità di una posizione più coesa e assertiva dell’Unione su questioni che toccano interessi fondamentali comuni.
In conclusione, il sequestro della Marinera rappresenta molto più di una controversia giuridica su sanzioni economiche. Esso segna un possibile punto di svolta nell’ordine marittimo internazionale, dove le norme consolidate del diritto del mare rischiano di essere subordinate agli obiettivi strategici unilaterali delle grandi potenze. Per l’Italia e per l’Europa, la vicenda impone una riflessione urgente sulla necessità di difendere il sistema multilaterale basato su regole, anche quando ciò comporti divergenze rispetto alle scelte del principale alleato atlantico. La tutela della libertà di navigazione e della certezza giuridica in alto mare non è questione tecnica ma interesse strategico vitale per una Nazione marittima come l’Italia, ma anche un modo per evitare pericolose escalation fra potenze marittime e militari. È quanto mai opportuno che ciascuna nazione faccia quindi valere le proprie posizioni nelle sedi appropriate, dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare alle istituzioni europee e atlantiche.


“Laboratorio di giornalismo internazionale”: a Prato la restituzione dei progetti PCTO assieme ai licei di Genova e Torino
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I titoli di oggi:
Dazi Usa sull’Iran, a rischio la tregua commerciale con Pechino
Cina, nel 2025 il surplus commerciale raggiunge quasi 1,2 miliardi di dollari
Gli Usa annunciano misure per l'export di chip Nvidia in Cina
Giappone-Cor
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Diplomazia parlamentare, cooperazione tecnologica e dialogo politico
Tra l’8 e il 12 gennaio 2026, Taiwan ha accolto una Delegazione parlamentare italiana ampia e
politicamente trasversale, una delle più numerose giunte sull’isola. A guidare la missione è stato
l’Onorevole Alessandro Cattaneo, in qualità di Capo Delegazione, insieme ai Deputati Roberto Traversi,Vanessa Cattoi, Fabrizio Benzoni, Emanuele Loperfido, Gerolamo Cangiano e alla Senatrice Simona Flavia Malpezzi.
La Delegazione Parlamentare italiana era composta da esponenti da sei diverse forze politiche, a
testimonianza della sua natura trasversale. Oltre al Capo Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo di Forza Italia, ne hanno fatto parte l’On. Roberto Traversi del Movimento 5 Stelle, la Sen. Simona Flavia Malpezzi del Partito Democratico, l’On. Vanessa Cattoi della Lega, l’On. Fabrizio Benzoni di Azione, nonché gli On.li Emanuele Loperfido e Gerolamo Cangiano di Fratelli d’Italia. La composizione del Gruppo riflette un ampio spettro dell’attuale panorama parlamentare italiano, rafforzando il significato politico della visita.
La visita si inserisce nel quadro delle attività del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan, che sin dall’inizio degli anni Novanta rappresenta uno dei principali canali di continuità del dialogo parlamentare tra i due Paesi, contribuendo in modo costante allo sviluppo delle relazioni bilaterali e al rafforzamento della conoscenza reciproca. La Delegazione è stata accompagnata dal Rappresentante d’Italia a Taipei, Min. Plen. Marco Lombardi, a conferma del coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei.
La composizione della Delegazione — con parlamentari appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione — conferisce alla visita un rilievo particolare, evidenziando come l’attenzione verso Taiwan e la stabilità dello Stretto costituiscano un tema condiviso nel Parlamento italiano, al di là delle appartenenze politiche.
Incontro con il Ministro degli Affari Esteri Lin Chia-lung
L’8 gennaio la Delegazione è stata ricevuta dal Ministro degli Affari Esteri taiwanese, Lin Chia-lung, che ha espresso un caloroso benvenuto e ha sottolineato come la visita si collochi in una fase di rafforzamento dei rapporti politico-parlamentari tra Italia e Taiwan.
Nel suo intervento, Lin ha ricordato la cerimonia di inaugurazione, nel settembre 2025, dei locali rinnovati della Rappresentanza di Taiwan in Italia, alla quale avevano preso parte sedici parlamentari italiani, interpretandola come un segnale significativo dell’interesse e dell’amicizia istituzionale nei confronti di Taiwan. Il Ministro ha inoltre richiamato la tradizione di scambi culturali tra i due Paesi, ricordando l’attrattività dell’Italia per studenti e giovani professionisti taiwanesi nei settori del design, della moda e delle arti, nonché esempi simbolici come la presenza di celebri violini Stradivari nelle collezioni del Museo Chimei.
Accanto alla dimensione culturale, Lin ha posto l’accento sulla crescente cooperazione economica e tecnologica, citando l’apertura, nel 2025, dello stabilimento per wafer da 12 pollici della GlobalWafers a Novara, indicata come esempio concreto di collaborazione industriale e di rafforzamento della resilienza delle catene di approvvigionamento europee nel settore dei semiconduttori.
Europa e Indo-Pacifico: una sicurezza interconnessa
Nel corso delle attività ufficiali, la Delegazione ha partecipato a un pranzo istituzionale durante il quale è intervenuto il Vice Ministro degli Affari Esteri, François Chihchung Wu (吳志中). Nel suo intervento, Wu ha ringraziato il governo e il Parlamento italiani per il sostegno alla pace e alla stabilità nello Stretto di Taiwan, sottolineando come la sicurezza europea e quella dell’Indo-Pacifico siano oggi sempre più strettamente interconnesse.
In questo contesto, è stato evidenziato il ruolo crescente dei Parlamenti Europei nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole e nel promuovere la stabilità regionale. Italia e Taiwan sono state descritte come partner democratici, con un significativo potenziale di cooperazione in ambiti quali le tecnologie critiche, l’innovazione, la ricerca scientifica, la cultura e l’istruzione superiore.
Il messaggio della Delegazione parlamentare italiana
A nome della Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo ha ringraziato le Autorità taiwanesi per l’invito, sottolineando come la composizione del Gruppo rappresenti un segnale di attenzione condivisa del Parlamento italiano verso Taiwan. Il carattere trasversale della missione evidenzia come la questione della stabilità dello Stretto e il rafforzamento dei rapporti con Taipei siano considerati temi di interesse comune, indipendenti dalle dinamiche politiche interne.
In tale prospettiva, il Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan continua a svolgere un ruolo di raccordo e continuità, favorendo il dialogo parlamentare e sostenendo iniziative di cooperazione nei settori politico, economico, tecnologico e accademico.
I membri della Delegazione hanno espresso l’intenzione di approfondire la conoscenza della società taiwanese, riconoscendone il pluralismo e la solidità democratica, e di rafforzare la collaborazione nei settori del commercio, dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della ricerca e degli scambi universitari. È stata inoltre ribadita la volontà di mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan all’attenzione dell’agenda parlamentare italiana.
Incontri istituzionali e visite all’ecosistema tecnologico
Nel corso della visita, la Delegazione ha incontrato alte cariche istituzionali taiwanesi e rappresentanti di diversi dicasteri, nonché esponenti del potere legislativo. Particolare rilievo ha avuto la dimensione scientifica e industriale del programma, con visite a importanti istituti di ricerca, al Parco Scientifico di Hsinchu e a strutture dedicate ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale.
Queste tappe hanno consentito ai parlamentari italiani di acquisire una visione diretta dell’ecosistema tecnologico taiwanese e di individuare possibili ambiti di cooperazione a medio e lungo termine con il sistema produttivo e della ricerca italiano ed europeo.
Una visita nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali
In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni regionali e da una competizione tecnologica sempre più intensa, la visita della Delegazione parlamentare italiana a Taiwan si inserisce nel più ampio processo di rafforzamento delle relazioni tra Italia e Taiwan. La natura trasversale della missione e il coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei confermano l’interesse condiviso a mantenere un dialogo costante e costruttivo, fondato su valori comuni e su una cooperazione concreta nei settori di interesse reciproco.





I titoli di oggi:
Ue-Cina: spiragli sul fronte EV, Pechino riapre all’Irlanda sulla carne
Xi Jinping: “alta pressione” anticorruzione anche nel 2026
Corea del Sud, indagine su droni per aver violato lo spazio aereo nordcoreano
Giappone-Corea, Takaichi punta sull’“omotenashi” tra le tensioni con la Cina
Ministri del G7 di
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Il modo più rapido ed economico per produrre energia elettrica è oramai tramite le rinnovabili. I prezzi dei pannelli fotovoltaici per kW sono calati di venti volte tra il 1975 e il 2010, e si sono ridotti di oltre il 90% negli ultimi 15 anni. Nel frattempo, l’efficienza è passata dal 12-13% al 20-25% di oggi.
Data Page: Solar photovoltaic module price”, part of the following publication: Hannah Ritchie, Pablo Rosado, and Max Roser (2023) – “Energy”. Data adapted from IRENA, Nemet, Farmer and Lafond. Retrieved from https://archive.ourworldindata.org/20250909-093708/grapher/solar-pv-prices.html [online resource] (archived on September 9, 2025).
La Cina da sola ha installato qualcosa come 256 GW di fotovoltaico solo nei primi sei mesi del 2025, più di quanto abbiano mai installato gli USA. Vuol anche dire che considerando un fattore di capacità del 15%, solo questi nuovi impianti costruiti in appena sei mesi daranno circa 330 TWh di energia, un valore paragonabile a tutta la produzione da nucleare cinese (450 TWh annui), con la differenza che il parco reattori cinese è stato costruito in oltre trenta anni, non in sei mesi. Dieci anni fa, la critica principale alle rinnovabili era che non avrebbero mai dato abbastanza energia. Oggi le argomentazioni sono cambiate: qualcuno continua a dire ancora che “serve il nucleare in Italia e in Europa” per garantire il cosiddetto “baseload” o carico di base. Un recente articolo scientifico pubblicato da una ventina di scienziati energetici tedeschi sfata anche questo mito: per avere una produzione stabile e continua in Europa e completamente decarbonizzata (senza emettere CO2) non serve nuovo carico di base, sia che provenga da nucleare, da energia geotermica (una fonte ancora trascurata ma comunque interessantissima) o da fonti fossili con la cattura della CO2 emessa. Nel loro articolo, dal titolo eloquente “Baseload power plants are not essential for future power systems” (Le centrali elettriche che producono “carico di base” o baseload non sono essenziali per le reti elettriche del futuro”, analizzano degli scenari al 2045 e dimostrano che le reti europee possono stare comunque in piedi senza installare nuovo carico di base.
Questo perché la sovrapproduzione delle rinnovabili in alcune ore del giorno può essere trasferita poi al picco serale tramite batterie, interconnessioni tra le reti e produzione di idrogeno da rinnovabili. La loro analisi si concentra in particolare su un mese (febbraio in Germania) quando c’è poco vento e poca luce. Eppure, anche in questo caso non sarebbe necessario avere nuovo carico di base. Con le rinnovabili, si può avere sicurezza energetica, e decarbonizzazione.
Se mi citate quanto successo in Spagna, ricordiamo che il nucleare non garantisce la stabilità di rete, visto che la Spagna produce ancora adesso il 20% della sua energia da nucleare (11% al momento dell’evento), eppure questo non è servito ad evitare il blackout. Con il presunto ritorno al nucleare il nostro paese andrebbe semplicemente contro la il corso della storia e dell’economia, dato che il nucleare è la fonte energetica più costosa possibile, proprio a causa degli enormi costi di capitale necessari. Nell’articolo, il CAPEX (Capital Expenditure, il costo di capitale necessario per costruire gli impianti) per gli ultimi reattori europei costruiti è stimato in circa 15.000 euro per kW e oltre. Gli autori ricordano anche che tutti i reattori costruiti in occidente dopo il 2000 hanno visto costi salire alle stelle e ritardi. Insomma, non serve citare Chernobyl o Fukushima, oppure Three Miles Island (l’incidente senza vittime del 1979 che davvero ha dato un colpo fatale all’industria nucleare), o la gestione dei rifiuti nucleari. Il nucleare oggi in Europa semplicemente non conviene e non è necessario. E se ne può fare benissimo a meno, come anche delle fonti fossili anche con cattura della CO2.
Ricordiamo anche “l’elefante nella stanza”, quello che i nuclearisti decidono volutamente di ignorare altrimenti il loro castello di carte crollerebbe: visti quali sono stati i tempi di costruzione degli ultimi reattori in Europa (Olkiluoto 16 anni, Flamanville 17 anni, Hinkley Point C almeno 15 anni per il primo reattore) è improbabile che per il 2045 in Italia si accenda anche solo una lampadina da nucleare, visto che non abbiamo né i siti e nemmeno un quadro regolatorio.
La produzione di energia elettrica è come il trasporto aereo: sia le mongolfiere che gli aerei volano, tutte e due dietro hanno un lavoro ingegneristico affascinante, ma oggi le mongolfiere sono un’attrazione turistica e sono utili solo per alcune applicazioni (per esempio possono salire molto più in alto degli aerei) ma il trasporto delle persone avviene praticamente in modo esclusivo con gli aerei. Ecco: nel giro di qualche anno il nucleare rappresenterà le mongolfiere e le rinnovabili saranno quello che oggi è il trasporto aereo. Che direste di un governo che anziché gli aeroporti per gli aerei volesse costruire gli aeroscali per dirigibili e mongolfiere? Ecco, è esattamente quello che sta succedendo in Italia, dove si stanno per buttare soldi pubblici riesumando soluzioni vecchie come il nucleare anziché ascoltare la scienza. Pensatela come volete, ma prima di scrivere presunti “debunking” di questo post (avessi trovato uno che dimostrava che anche un solo dato fosse sbagliato…) leggete l’articolo completo degli scienziati tedeschi che tra l’altro è liberamente accessibile.
L’AUTOREMarco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.
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Nella corsa alla gestione attiva della sicurezza geopolitica dell’Artico attraverso la NATO l’Unione europea si fa sentire. «Nella nostra proposta di bilancio, abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica». Sono le parole della presidente della Commissione europea, che ha risposto così alle preoccupanti dichiarazioni dell’amministrazione Trump di questi giorni rispetto alla Groenlandia. Il presidente USA ha infatti paventato anche «the hard way» per aumentare il controllo statunitense sull’Artico, a suo parere minacciato da eccessive influenze di Cina e Russia.
Articolo precedentemente pubblicato su The Watcher Post.
La fotografia della difesa artica oggi
L’attuale presenza militare nell’Artico è oggi piuttosto limitata. Va subito sgombrato il campo che qualsiasi iniziativa per aumentare la presenza militare straniera in Groenlandia debba essere autorizzata dalla Danimarca (membro NATO) e dal governo locale. L’unica vera e propria base militare in Groenlandia è statunitense e si trova a Pituffik (ex Thule Air Base). E’ presente dal 1951, sulla base di un accordo Danimarca-USA; si trova nel nord-ovest dell’isola, è gestita dalla US Space Force e si occupa di sorveglianza radar e spaziale, dando supporto alle operazioni artiche gestite dalla NATO. La Groenlandia non ha un proprio esercito, e la difesa attualmente è affidata alla Danimarca tramite il Joint Arctic Command. Le principali strutture di difesa danesi sono il quartier generale del Comando Artico di Nuuk, la Station Nord (avamposto militare nel nord-est per sorveglianza e pattugliamento), l’aeroporto dual use di Kangerlussuaq e la pista d’atterraggio di Mestersvig. Tutte strutture che si occupano tra l’altro di controllare le preziose rotte artiche.
L’idea di una missione congiunta NATO
Il rilancio USA sull’Artico non passa solo dalle allusioni di Trump. L’inviato speciale USA in Groenlandia, Jeff Landry, ha affermato su X che la Danimarca «Ha occupato l’isola dopo la seconda guerra mondiale, riprendendone il controllo violando i protocolli ONU». Poi il Governatore della Lousiana ha aggiunto: «Gli Stati Uniti difesero la sovranità della Groenlandia durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca non ci riuscì». La posizione europea su questa visione espressa dalla Von der Leyen è chiara: la Groenlandia appartiene al suo popolo e spetta alla Danimarca e alla Groenlandia stessa decidere sulle questioni che le riguardano. Ovvero nulla su di loro senza di loro. La Groenlandia è uscita dal Regno di Danimarca nel 1985, ben 40 anni fa. A Landry ha subito risposto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moller Sorensen: «Il Regno di Danimarca è sempre stato al fianco degli Stati Uniti.
Dopo l’11 settembre la Danimarca ha risposto alla chiamata USA perdendo più soldati pro capite in Afghanistan di qualsiasi alleato NATO. Solo il popolo della Groenlandia ha il diritto di determinare il proprio futuro e questa settimana tutti e cinque i partiti del Parlamento locale hanno ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti». La strada per la sicurezza artica non può che passare dalla NATO. Ed è per questo che Regno Unito e Germania starebbero pensando di proporre in sede NATO l’attivazione di una missione ad hoc sull’isola per garantirne autonomia e sicurezza. Sta a Trump decidere la postura degli USA rispetto all’Alleanza Atlantica. E la speranza è aggrappata a quel «I’m a fan of Denmark».
Unilateralismo armato e ordine multilaterale: l’Europa di fronte alla crisi venezuelana
Dietro l’attacco al Venezuela in assenza di legittimazione internazionale si cela il disegno egemonico e revisionista dell’ordine internazionale del presidente Trump, che apre a nuovi scenari di insicurezza e instabilità. Da Tucidide ad Habermas, il monito per l’umanità è ribellarsi alla logica del ‘più forte’ e dell’arbitrio: spetta ora all’Europa sfidare i nuovi imperialismi e rilanciare l’ordine internazionale fondato sulle regole del multilateralismo.
La lezione di Tucidide
Nella Storia della guerra del Peloponneso, Tucidide affida al Dialogo dei Meli una delle più lucide e spietate radiografie del potere: di fronte agli Ateniesi, portatori di una democrazia che si scopre imperiale, i Meli invocano giustizia, neutralità e diritto, ma ricevono in risposta una verità brutale, destinata a superare i secoli: «i forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono». Questa lezione antica è ritornata oggi, senza mediazioni, non solo con l’ottusa guerra di aggressione all’Ucraina di Putin, ma anche nell’azione unilaterale degli Stati Uniti di Trump: l’attacco al Venezuela e le minacce sempre più esplicite a Colombia, Messico e persino alla danese Groenlandia segnano un punto di rottura. Con l’attacco e la cattura di Nicolás Maduro, la presidenza Trump sancisce la piena normalizzazione dell’uso della forza al di fuori di ogni cornice multilaterale, riaffermando una concezione del potere che si colloca deliberatamente al di sopra delle istituzioni internazionali. E quello che è più grave è che il silenzio e la cautela di molti leader europei – divisi tra timide perplessità e sostanziali avalli – contribuisce a rendere ancora più fragile l’architettura giuridica costruita nel secondo dopoguerra, lasciando emergere una logica di dominio che ricorda più Melos che San Francisco.
Può valere qui la ricostruzione degli analisti di Abc, una testata australiana quindi distante da ogni possibile condizionamento, nel descrivere l’approccio ideologico di Trump e dei suoi smodati consiglieri. Trump ha finito per rendere esplicite le vere ragioni dell’azione americana: l’accesso alle risorse energetiche, in primo luogo il petrolio, ma soprattutto la convinzione che gli Stati Uniti possano agire perché ne hanno la forza. Così il vice capo di gabinetto Stephen Miller sulla CNN ha liquidato il diritto e le «formalità internazionali» come astrazioni irrilevanti, affermando che il mondo reale è governato da «leggi di ferro, dalla forza e dal potere», e che «una superpotenza deve comportarsi come tale». La stessa logica emerge con ancora maggiore nettezza nelle parole di Trump in un’intervista al New York Times: «Non ho bisogno del diritto internazionale. … La mia moralità personale è l’unica cosa che mi limita».In questa visione, il diritto non è un vincolo esterno e oggettivo, ma uno strumento subordinato alla decisione sovrana, confermando una concezione del potere che si fonda sulla discrezionalità del più forte.
L’ideologia del potere sovrano e la strumentalizzazione del diritto
Che Nicolás Maduro fosse un dittatore indifendibile è fuori discussione: da oltre un decennio il suo regime ha demolito le istituzioni democratiche, represso il dissenso, manipolato le elezioni e prodotto un esodo di massa di oltre 8 milioni di venezuelani senza precedenti nella storia recente dell’America Latina. Tuttavia, la sua responsabilità penale doveva essere accertata nelle sedi del diritto internazionale, non sul campo di battaglia di un’operazione unilaterale. La Corte Penale Internazionale aveva già avviato indagini per crimini contro l’umanità; bastava sostenerle. L’argomentazione giuridica costruita dai consiglieri di Trump sulla lotta al narcoterrorismo – fondata sul concetto di lawfare e sull’estensione indebita della sicurezza nazionale a giustificazione di una “contromisura” armata – rappresenta una mistificazione del diritto, una sua riduzione a strumento politico. Il richiamo alla guerra ibrida e al narcotraffico, pur non privo di elementi fattuali, non soddisfa i criteri di necessità, proporzionalità e immediatezza di una reazione armata ad un esplicito attacco armato (che non è di certo il narco traffico) richiesti dal diritto internazionale consuetudinario e dalla Carta delle Nazioni Unite: un principio fondamentale chiarito dalla storica sentenza Nicaragua c. Stati Uniti (1986). In questa forzatura concettuale riaffiora l’ombra lunga di Carl Schmitt, il ‘giurista’ teorico del nazismo che pretese di legittimare gli abusi e i crimini del regime con la teoria dello stato di eccezione: il diritto sospeso in nome di una decisione sovrana che pretende di salvarlo negandolo. Parlare dunque di diritto internazionale con i parametri di Trump non ha senso: si erige a gendarme del mondo e giudice globale dissolvendo ogni distinzione tra azioni di polizia e atti di guerra, tra cooperazione giudiziaria internazionale e guerra, declinata ora in una folle riedizione della guerra preventiva stavolta contro i narco-Stati. E quanto il potere sovrano diventi arbitrio lo si vede anche nel ‘doppio standard’ praticato da Trump. Per Maduro ha scatenato una guerra, mentre ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández condannato con le stesse accuse per traffico di droga, cospirazione per importazione di cocaina negli Stati Uniti e altri crimini legati al narcotraffico. Si spiega il perché: il ritorno in Honduras dell’ex presidente alleato di Trump sarebbe servito a fermare l’emigrazione e a contrastare il consolidamento in quel paese di orientamenti progressisti che si oppongono a politiche neoliberiste e conservatrici.
A rendere chiara la vera posta in gioco che va ben oltre la lotta al narcotraffico sono state le stesse dichiarazioni di Trump: l’interesse strategico ed economico sul petrolio venezuelano. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, concentrate soprattutto nella Faja dell’Orinoco: riserve in gran parte di greggio extra-pesante, difficili e costose da estrarre, ma decisive nel medio-lungo periodo per l’equilibrio energetico globale. La nazionalizzazione delle compagnie petrolifere straniere operata da Hugo Chávez nei primi anni Duemila – che colpì duramente gli interessi delle major statunitensi – segnò una frattura profonda nei rapporti con Washington e aprì lo spazio all’ingresso massiccio di Cina e Russia nel settore energetico venezuelano. Pechino e Mosca hanno fornito capitali, tecnologia e sostegno politico in cambio di concessioni petrolifere e forniture a lungo termine, sottraendo risorse e influenza agli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’intervento di Trump non è affatto un atto punitivo contro un regime autoritario, ma una mossa geopolitica volta a riappropriarsi del controllo di un nodo energetico strategico e a spezzare l’asse Caracas-Pechino-Mosca, riequilibrando a favore americano il mercato petrolifero e le sfere di influenza nel continente.
La geopolitica del più forte e le conseguenze per l’Europa
Sul piano geopolitico, tuttavia, la logica del più forte non garantisce affatto il successo. L’America Latina conserva una memoria storica viva delle ingerenze esterne, dei colpi di Stato e delle imposizioni economiche sostenute dagli Stati Uniti nel corso del Novecento. Se esiste un’élite filostatunitense, essa è minoritaria rispetto a una società attraversata dalle sensibilità anti-coloniali delle rivoluzioni bolivariane e castriste, e da un radicato risentimento verso gli aiuti ai regimi e i colpi di stato indotti dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda. L’azione di Trump rischia così di rafforzare, anziché indebolire, l’attrazione esercitata da Cina e Russia nel Sud globale, potenze che – pur autoritarie – si presentano come difensori della sovranità contro l’arbitrio occidentale. Così è lo stesso rilancio della dottrina Monroe, ribattezzata dallo stesso Donald Trump in “Donroe”, a inscrivere l’azione venezuelana in una più ampia deriva neo-imperiale che finisce col legittimare, per simmetria, anche le pretese di Putin su Ucraina ed Europa orientale e di Xi Jinping su Taiwan e l’indo-pacifico.
L’Europa ora deve guardarsi anche alle pretese territoriali di Trump sulla Groenlandia, regione autonoma del Regno di Danimarca, nazione membro dell’Unione Europea e della Nato. I leader europei almeno in questo caso non sono rimasti inermi: il Consiglio europeo ha dichiarato che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che le esigenze di sicurezza sulla regione artica devono essere garantite collettivamente all’interno della NATO, e rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite in materia di sovranità e integrità territoriale degli Stati. Ancora più ferma è stata la posizione assunta dal Presidente Macron che non ha esitato a lanciare un monito all’ Europa, diretto probabilmente anche a Trump. Nel suo discorso annuale agli ambasciatori all’Élysée, il presidente francese ha avvertito che gli Stati Uniti «si stanno gradualmente allontanando da alcuni dei loro alleati» e si stanno «svincolando dalle regole internazionali». Per Macron, dunque, il mondo sta evolvendo verso un sistema in cui le grandi potenze cercano di «spartirsi il pianeta», delegittimando regole e istituzioni multilaterali sulla base della «legge del più forte». Ed è stato esplicito nel denunciare la crescente «aggressività neocoloniale» nelle relazioni internazionali da parte di attori – chiaro il riferimento anche agli Stati Uniti – che erodono i principi del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Da qui l’invito all’Europa di erigersi in un netto rifiuto del «nuovo colonialismo e del nuovo imperialismo», ma anche del disfattismo anti-europeo: l’impegno per l’Europa è dunque per proseguire nel percorso dell’autonomia strategica e nel ritorno all’ordine internazionale fondato sul diritto.
L’Europa tra responsabilità politica e difesa del diritto internazionale
In Italia si farebbe bene a superare in questo caso un abusato sentimento anti-francese (in passato forse anche giustificato da politiche con interessi divergenti sulla Libia e in ambito economico-finanziario) per cogliere l’interesse nazionale ed europeo che mai come stavolta può certo dirsi “comune”. Occorre essere determinati nel contrastare la normalizzazione dell’unilateralismo armato di Trump, perché il rischio è l’ingresso in una fase di instabilità strutturale, in cui le regole comuni non vincolano più i forti e la guerra torna a essere uno strumento ordinario di governo del mondo. Il monito di Macron non può che essere condiviso da chi ricerca libertà e democrazia in Europa. Il modello che promana dalla politica di Trump e dei sui sostenitori va colto nella sua pericolosa deriva ideologica che lo accomuna ai disegni neo- imperiali di Putin e di Xi Jinping. Gli autocrati ragionano secondo logiche di potere e mirano a spartirsi nuove aree di influenza, a discapito delle identità storiche e culturali degli altri popoli. Bisogna perciò avere il coraggio di smascherare la nuova idolatria del “potere sovrano”: non siamo semplicemente di fronte a una crisi dell’ordine internazionale liberale, ma a una riemersione di categorie pre-giuridiche, in cui il potere si autolegittima e la violenza diventa criterio ultimo di decisione. Riemergono così due matrici teoriche, la teoria del potere sovrano di Carl Schmitt e la dottrina geopolitica dello spazio vitale (Lebensraum), che non a caso hanno segnato i momenti bui dei totalitarismi del Novecento e del nazismo. Se dunque vogliamo evitare analoghe derive occorre raccogliere lo stesso appello, lanciato stavolta da un sociologo e un filosofo del diritto contemporaneo, Jürgen Habermas. Un suo saggio del novembre scorso offre una prospettiva illuminante: di fronte al ritorno della logica della forza e all’indebolimento delle alleanze tradizionali, l’Europa non può più limitarsi a subire le decisioni altrui e a confidare ancora nella protezione di altri attori globali. Deve “fare da sola”, assumendo la responsabilità politica proporzionata al proprio peso economico, demografico e culturale, perseguendo due obiettivi: la sicurezza comune e la difesa dell’ordine internazionale fondato sul diritto. Solo sviluppando una capacità autonoma di difesa e rafforzando le istituzioni multilaterali, l’Unione Europea potrà opporsi alla logica del più forte e alla competizione senza regole, preservando uno spazio internazionale in cui diritto, cooperazione e razionalità prevalgono sulla violenza e sull’arbitrio dei sovrani. In altre parole, l’Europa ha la possibilità di incarnare ancora un’alternativa alla politica fondata sulla forza, evitando che il sopruso, come a Melos, riguardi oggi l’intero ordine mondiale.





Ernst Friedrich Schumacher pubblicò nel 1973 il suo libro “Piccolo è bello. Uno studio sull’economia se la gente contasse davvero”, una raccolta di saggi pensata come critica all’economia tradizionale e alla visione del mondo basata sulla crescita illimitata e sul gigantismo produttivo. Il titolo e il principio alla base dell’opera richiamano l’idea che sistemi più piccoli e di scala umana risultino più efficaci e sostenibili di quelli grandi e centralizzati. Schumacher scriveva in un’epoca priva delle tecnologie attuali, con una critica rivolta soprattutto alla disumanizzazione del lavoro, e oggi l’automazione intelligente apre la possibilità di recuperare tempo umano proprio attraverso le macchine.
Oggi quell’intuizione assume un valore ancora più profondo, perché la tecnologia e l’intelligenza artificiale permettono di costruire sistemi produttivi efficienti senza rinunciare alla scala umana. Nel 2024 le fabbriche di tutto il mondo hanno installato oltre 540.000 robot industriali e il totale dei robot operativi ha superato i 4,2 milioni, con una crescita intorno al 10% su base annua secondo l’International Federation of Robotics. Oltre il 70% delle imprese manifatturiere utilizza ormai qualche forma di automazione, segno che la trasformazione riguarda il cuore stesso della produzione globale.
Rockwell Automation, produttore di macchine statunitense, ha fabbriche in cui le macchine anticipano i bisogni, spostano materiali senza intervento umano e riconfigurano le linee in tempo reale in base alle variazioni della domanda. A Singapore una struttura di questo tipo è già in funzione, compatta e altamente automatizzata, come laboratorio di un nuovo modo di produrre. Questo scenario globale dell’automazione si riflette in numeri come quelli della Cina, dove si installano circa 280.000 robot industriali ogni anno, più della metà delle nuove installazioni mondiali, con effetti diretti sulla produttività e sulla capacità di presidiare le catene del valore. In Europa l’80% delle nuove installazioni robotiche del 2024 si concentra nei paesi dell’Unione, segnale di una strategia industriale che punta su efficienza, resilienza e prossimità produttiva.
Quando i robot svolgono decine di compiti e l’intelligenza artificiale riorganizza la produzione in tempo reale, la catena di montaggio tradizionale perde la sua centralità. La riduzione dei costi dell’hardware e il valore crescente dell’intelligenza digitale spingono verso una rete di impianti piccoli, distribuiti e interconnessi, capaci di operare vicino ai centri di consumo e alle comunità locali.
La crisi delle catene globali di fornitura e le tensioni geopolitiche hanno mostrato la vulnerabilità di un sistema fondato su pochi grandi hub produttivi. In questo contesto emergono i vantaggi di strutture più piccole, con costi di trasporto più bassi, emissioni ridotte e minori rischi sistemici.
Il principio “piccolo è bello” si sta trasformando in un modello produttivo concreto, dove microimpianti intelligenti dialogano tra loro, ottimizzano materiali e flussi energetici in tempo reale e rispondono con agilità alle esigenze dei clienti. L’industria di domani prende la forma di una rete di microfabbriche robotizzate, integrate nei territori e nelle comunità, più resilienti agli shock globali e più allineate alle esigenze delle persone.
La visione formulata da Schumacher nel 1973 trova oggi una realizzazione pratica attraverso tecnologie che consentono di unire efficienza industriale e scala umana. In questo senso il futuro dell’industria appare più vicino, più distribuito e più intelligente, a contatto con il territorio circostante.
Isaac J.P. Barrow – Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali. Tutta la sua carriera si è concentrata su globalizzazione e tecnologie digitali. Ha svolto ricerche in vari paesi ed è autore di studi su identità culturali e disuguaglianze. Ha collaborato con organizzazioni internazionali ed è considerato un esperto di politiche sociali ed inclusione.
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I titoli di oggi:
Cina, Russia, Sudafrica e Iran inaugurano esercitazioni navali dei BRICS+
Cina, presentata bozza di legge per proteggere i dati degli utenti online
Science: le morti per fentanyl negli Usa calano anche grazie alla Cina
“L'amore per se stessi” si diffonde tra i giovani cinesi
Proseguono le elezioni in Myanmar
Taiwan è diventata ufficialmente una “società super anziana”
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L’energia rinnovabile ha supportato oltre 16 milioni di posti di lavoro nel mondo. È questo il dato centrale messo in evidenza dal nuovo rapporto globale di IRENA (Agenzia Internazionale per le energie rinnovabili) uscito pochi giorni fa, che sposta il focus della transizione energetica dalle sole tecnologie alle persone, misurando quante donne e uomini lavorano oggi nelle filiere delle rinnovabili, in quali settori, in quali paesi e lungo quali catene del valore, dai pannelli solari alle turbine eoliche, dalle reti elettriche ai servizi di gestione dell’energia.
Secondo questa pubblicazione, che copre l’anno 2024 ed è stata resa disponibile all’inizio del 2026, il lavoro legato all’energia pulita continua a crescere e a consolidarsi come uno dei pilastri del sistema energetico globale. Questo numero comprende tutte le persone impiegate nella produzione dei componenti, nella costruzione degli impianti, nella loro gestione e nella manutenzione delle infrastrutture. In una fase storica segnata da instabilità economica e transizioni industriali, le rinnovabili restano uno dei pochi settori capaci di generare occupazione diffusa e strutturale.
Il rapporto mette in luce in particolare il peso del fotovoltaico e dell’eolico, che rappresentano le filiere con il maggior numero di addetti grazie alla diffusione di impianti su larga scala e ai sistemi distribuiti nei territori. Accanto a queste tecnologie crescono anche tutte le attività collegate, dalle reti intelligenti ai servizi di efficienza energetica, che moltiplicano l’impatto occupazionale della transizione.
Questa dinamica riguarda sia le economie avanzate sia quelle emergenti. In molte aree del mondo le rinnovabili stanno diventando una leva di sviluppo locale, creando lavoro in zone rurali, nelle periferie urbane e nei distretti industriali che si riconvertono verso tecnologie più pulite.
Dal rapporto emerge anche un messaggio chiaro sulle competenze. La transizione energetica sta già cambiando il mercato del lavoro, aumentando la domanda di tecnici, installatori, ingegneri, specialisti di rete e figure legate alla digitalizzazione dei sistemi energetici. La crescita delle rinnovabili diventa così anche una questione di formazione e politiche attive del lavoro.
A questo link il report
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Il futuro della salute entra in casa sotto forma di specchio. Alla fiera dell’innovazione tcnologica più grande al mondo, il CES di Las Vegas 2026 (qui quando ci sono andato nel 2015) la startup NuraLogix ha presentato il Longevity Mirror, un dispositivo che trasforma una normale superficie riflettente in uno strumento di monitoraggio avanzato del benessere.
L’idea è semplice, basta guardare lo specchio per una trentina di secondi perché una telecamera e un sistema di intelligenza artificiale analizzino il volto, i micro movimenti della pelle e le variazioni del flusso sanguigno. Da questi dati il sistema ricava una serie di indicatori biologici e un punteggio di longevità che prova a stimare lo stato reale di salute e la traiettoria di invecchiamento dell’organismo.
La tecnologia alla base si chiama Transdermal Optical Imaging, in pratica la fotocamera legge come il sangue scorre sotto la pelle del viso e usa quei segnali per ricostruire parametri legati al cuore, al metabolismo, allo stress e alla cosiddetta età fisiologica, che spesso non coincide con quella anagrafica. Il risultato è un quadro sintetico che va oltre il semplice “come ti senti oggi” e punta a rispondere a una domanda più scomoda e più interessante, “Come stai davvero, e dove stai andando”.
Lo specchio genera suggerimenti personalizzati su sonno, alimentazione, gestione dello stress e attività fisica, con l’obiettivo di trasformare i dati in scelte quotidiane. Più membri della stessa famiglia possono avere un profilo personale, ognuno con la propria cronologia e i propri obiettivi di benessere.
NuraLogix sottolinea che non si tratta di uno strumento medico e che non fa diagnosi. L’obiettivo è spostare la salute in una dimensione preventiva e continua, dove le persone possano intercettare segnali di rischio molto prima che diventino malattia.
Il Longevity Mirror dovrebbe arrivare sul mercato nel corso del 2026 con un prezzo vicino ai 900 dollari, abbinato a un abbonamento annuale per l’accesso ai servizi di analisi e agli aggiornamenti del sistema.
E mentre lo specchio ti dice quanti anni ha il tuo cuore, vale la pena ricordare che dietro questa tecnologia che arriva dagli Stati Uniti c’è Marzio Pozzuoli, un italiano, ceo di Nuralogix. Perché alla fine noi continuiamo a esportare i cervelli…e poi li ricompriamo sotto forma di specchio!
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Un team di ricercatori cinesi ha compiuto un importante passo avanti verso lo sfruttamento del pieno potenziale delle batterie litio-zolfo, una tecnologia da tempo considerata la possibile erede delle attuali celle agli ioni di litio. Un team della Northwestern Polytechnical University ha sviluppato un catodo fotosensibile in grado di utilizzare la luce solare per superare uno dei principali limiti di queste batterie, la lentezza e l’inefficienza della chimica dello zolfo.
Combinando materiali fotocatalitici con un tessuto di carbonio flessibile, la batteria sfrutta la luce per accelerare le reazioni elettrochimiche durante la carica. Il risultato è una capacità di accumulo vicina al limite teorico e la possibilità di una ricarica parziale tramite sola luce solare, una caratteristica che apre scenari interessanti per i sistemi energetici fuori rete.
La crescente scarsità di risorse e l’aumento dell’inquinamento rendono sempre più urgente lo sviluppo di tecnologie energetiche pulite e riciclabili. Le batterie litio-zolfo sono considerate molto promettenti perché possono immagazzinare molta più energia rispetto alle attuali batterie agli ioni di litio. Nelle condizioni reali però le loro prestazioni restano limitate, poiché lo zolfo e i suoi composti intermedi, chiamati polisolfuri, reagiscono in modo lento e poco efficiente.
Un approccio promettente consiste nel favorire queste reazioni tramite campi fisici esterni, in particolare la luce. La fotocatalisi può accelerare la conversione dei polisolfuri e consentire alla batteria di immagazzinare direttamente una parte dell’energia solare, riducendo il fabbisogno di elettricità durante la ricarica. La difficoltà principale sta nel realizzare elettrodi fotosensibili efficienti.
Il team ha sviluppato un fotoelettrodo flessibile e autosufficiente, basato su biossido di titanio modificato con polipirrolo e drogato con azoto, cresciuto su un tessuto di carbonio. Questo sistema riduce uno dei problemi cronici delle batterie litio-zolfo, la migrazione dei polisolfuri a catena lunga che attraversano l’elettrolita e finiscono per formare solfuro di litio, un composto isolante che sottrae materiale attivo. La luce accelera queste reazioni, ma nei dispositivi tradizionali le cariche generate si ricombinano troppo velocemente per essere sfruttate in modo efficace.
Nel nuovo progetto, lo strato di polimero conduttivo e il biossido di titanio cooperano nel creare un campo elettrico interno che mantiene separate le cariche foto-generate. Questo migliora l’uso della luce visibile per innescare le reazioni redox dello zolfo, con un aumento della capacità, una maggiore stabilità ai cicli, un funzionamento ad alta potenza e la possibilità di ricarica diretta tramite luce.
Le prestazioni mostrano miglioramenti evidenti. La velocità delle reazioni dello zolfo aumenta sensibilmente, con una riduzione della pendenza di Tafel da 122 a 48 millivolt per decade, segno di un trasferimento di carica più efficiente. Anche la formazione del solfuro di litio è più rapida, con un tempo di nucleazione che scende da 3600 a 3010 secondi, accompagnato da un aumento della capacità del 17%.
La batteria può quindi raccogliere energia sia dall’elettricità sia dalla luce. L’efficienza di conversione solare-elettrica raggiunge lo 0,33%. In una dimostrazione pratica, una batteria a bottone ha alimentato un’auto giocattolo per 288 centimetri sotto illuminazione, contro 212 centimetri al buio. Dopo due ore di ricarica alla luce solare, la stessa batteria ha fornito energia sufficiente per altri 77 centimetri, confermando la funzionalità della fotoricarica diretta.
I test di durata indicano una buona stabilità, con il 61,7% della capacità iniziale ancora disponibile dopo 328 cicli a 0,5 C. Le analisi mostrano che la luce contribuisce a mantenere basse le resistenze interne e a limitare le reazioni collaterali. In prospettiva, il fotocatodo flessibile potrebbe essere prodotto su larga scala con processi roll-to-roll, aprendo la strada a veicoli elettrici alimentati dal sole e a droni ad alta quota, nei quali ogni fotone conta.
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Nano-Micro Letters.
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Non parlo della pornografia sessuale, che il diritto disciplina già più o meno, ma di un’altra, più insidiosa: la pornografia compassionevole.
Ci penso guardando quella prima pagina di Paris Match, incorniciata di nero, su cui campeggiano queste parole: «Crans-Montana, i destini spezzati della notte di San Silvestro». Quattro volti di giovani, giovanissimi, morti in un bar svizzero durante il veglione. Quattro vite fissate per sempre, offerte allo sguardo di tutti. Eccoci allora simili a quei curiosi che si arrangiano per osservare le vittime di un incidente stradale.
Certo, quella copertina si riveste degli abiti della pietà e della compassione. E la compassione, da Jean-Jacques Rousseau in poi, è considerata il cuore stesso dell’umanità, il fondamento dell’umanesimo. Ma, in fondo, di che cosa stiamo parlando qui? È davvero compassione gettare in pasto al pubblico i volti dei morti, identificabili, riconoscibili, quando hanno una famiglia, degli amici, un’intimità che non ci appartiene? I loro cari desiderano davvero vedere il proprio dolore esposto all’intera umanità, trasformato in oggetto di consumo mediatico?
Non potremmo, semplicemente, lasciare che i morti riposino — e con loro, coloro che restano? Perché questa copertina, sotto il velo della sollecitudine, mette in atto tutt’altro meccanismo. Un meccanismo antico, analizzato da Sigmund Freud, che il tedesco chiama Schadenfreude: quella gioia maligna che nasce dalla sventura altrui, quella consolazione oscura che sussurra: c’è di peggio di noi.
Siamo all’inizio dell’anno, fa freddo, i tempi sono duri, e a volte la fine del mese comincia già all’inizio del mese. E all’improvviso, quei volti ci ricordano che la nostra situazione, per quanto penosa, potrebbe essere infinitamente più tragica: potremmo essere la famiglia di uno di quei giovani, potremmo aver lasciato un figlio, una sorella, un amico in quella discoteca. La sventura degli altri diventa allora un balsamo avvelenato per le nostre stesse angosce.
Nulla è più volgare di questo meccanismo. Nulla è più indecente di questa strumentalizzazione della morte in nome di una falsa empatia. Quella copertina aggiunge dramma al dramma: c’è il dramma originario, terribile, quello della notte del 31; e poi ce n’è un altro, più silenzioso ma altrettanto violento: negare ai morti e ai loro cari il diritto al riposo.
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