La crescente rilevanza strategica dell’Artico ha riportato la Groenlandia al centro della pianificazione di sicurezza statunitense. Tuttavia, quando uno stato membro della NATO esercita pressioni politiche o strategiche per ottenere il controllo di un territorio appartenente a un altro alleato, la questione trascende la dimensione geopolitica e assume una valenza sistemica. Il caso groenlandese evidenzia così un cortocircuito politico e giuridico all’interno dell’Alleanza Atlantica, sollevando interrogativi sulla tenuta dei suoi principi fondanti e sulla credibilità della sicurezza collettiva.
Groenlandia e Artico: il nuovo interesse strategico vitale.
Per gran parte del Novecento, l’Artico ha occupato una posizione marginale nel sistema internazionale: uno spazio periferico, ostile e scarsamente popolato, rilevante soprattutto come zona di cuscinetto strategico durante la Guerra Fredda. Oggi, questa rappresentazione appare superata. Il progressivo scioglimento dei ghiacci, l’apertura di nuove rotte marittime polari, la competizione per le risorse critiche e la crescente militarizzazione del Grande Nord hanno trasformato l’Artico in uno dei principali teatri della competizione sistemica tra grandi potenze, inserendolo stabilmente nel cuore delle dinamiche di sicurezza globale.
In questo contesto, la Groenlandia ha assunto una centralità strategica senza precedenti. La sua posizione geografica – ponte naturale tra Nord America ed Europa – la colloca lungo le principali traiettorie dei missili balistici intercontinentali e delle nuove rotte aeree e marittime artiche, rendendola un nodo cruciale per la difesa avanzata del Nord Atlantico. Non a caso, già durante la Guerra Fredda Washington aveva investito sull’isola come avamposto della propria architettura difensiva; un ruolo che oggi si rafforza ulteriormente con la presenza della Pituffik Space Base, infrastruttura chiave per il sistema di allerta missilistica, il controllo spaziale e l’integrazione della difesa nordamericana.
La rinnovata importanza della Groenlandia si inserisce in una più ampia ridefinizione delle priorità strategiche statunitensi, che ha progressivamente incorporato l’Artico nella sfera degli interessi vitali di sicurezza nazionale. Già nel National Security Strategy and Review 2022 Implementation Report, la regione viene trattata non più come dominio periferico, ma come uno spazio critico da proteggere e controllare, all’interno di una visione estesa di difesa emisferica che connette Atlantico, Artico e Pacifico in un unico continuum strategico. Nel novembre 2025, la nuova National Security Strategy elaborata dall’amministrazione Trump ha ribadito la centralità dell’Artico nella politica di sicurezza statunitense. In questa prospettiva, deterrenza nucleare, superiorità tecnologica e controllo degli spazi globali convergono nel Grande Nord, attribuendo alla Groenlandia una funzione strutturale nella protezione del potere statunitense.
Questo orientamento dottrinale riflette le profonde trasformazioni del contesto strategico artico. La Russia ha investito in modo sistematico nella militarizzazione dell’Artico, riattivando infrastrutture ereditate dall’era sovietica, dispiegando sistemi missilistici avanzati e rafforzando la Flotta del Nord, con l’obiettivo di trasformare la regione in una piattaforma di protezione militare verso l’Atlantico settentrionale e di controllo delle rotte marittime lungo il Northern Sea Route. Parallelamente, la Cina, pur non essendo uno stato artico, ha ampliato costantemente la propria presenza economica, scientifica e infrastrutturale, consolidando interessi strategici attraverso programmi di ricerca, investimenti portuali e partecipazioni a progetti logistici e tecnologici nel quadro del cosiddetto Polar Silk Road.
In questo scenario, la Groenlandia emerge come un asset critico multidimensionale, non solo sul piano militare, ma anche economico e tecnologico. Il sottosuolo dell’isola ospita un potenziale significativo di terre rare e materie prime critiche, fondamentali per la transizione energetica, l’industria della difesa e le tecnologie avanzate. La crescente attenzione di Stati Uniti ed Europa verso queste risorse riflette una consapevolezza ormai diffusa: il controllo delle catene di approvvigionamento è ormai parte integrante della sicurezza nazionale e della competizione geopolitica. Tuttavia, a questa crescente centralità strategica si accompagna una fragilità strutturale evidente. La Groenlandia presenta una popolazione estremamente ridotta, capacità militari limitate e una dipendenza strutturale dal Regno di Danimarca, pur godendo di un’ampia autonomia interna. Questo squilibrio alimenta le preoccupazioni di Washington sulla reale capacità europea di garantire la sicurezza dell’isola in un contesto segnato dall’intensificarsi della competizione strategica nell’Artico, dalla postura più assertiva della Russia e dalla progressiva penetrazione cinese nella regione. Non a caso, nel dibattito strategico statunitense la Groenlandia viene sempre più descritta come un possibile “ventre molle” della sicurezza euro-atlantica nel quadrante settentrionale. È proprio all’interno di questa tensione – tra valore strategico crescente e vulnerabilità strutturale – che maturano le posizioni più assertive emerse nel dibattito politico statunitense. Le dichiarazioni e le iniziative dell’amministrazione Trump sulla Groenlandia non rappresentano un’uscita estemporanea, ma si inseriscono in una traiettoria storica e strategica più ampia, che affonda le proprie radici nei precedenti tentativi statunitensi di acquisizione dell’isola e nella percezione della Groenlandia come asset chiave per la difesa del Nord America.
La Groenlandia diventa così un punto di convergenza di interessi geopolitici, militari ed economici che travalicano la dimensione bilaterale tra Washington e Copenaghen. È questa centralità, unita alla collocazione dell’isola all’interno dell’Alleanza Atlantica, a trasformare la questione groenlandese in qualcosa di più di una disputa diplomatica: un fattore di stress strategico capace di mettere alla prova la coesione, la credibilità e la capacità di deterrenza della NATO nel Grande Nord.
Sovranità, autonomia e influenza: la frattura politica tra alleati.
La crisi groenlandese affonda le proprie radici in un quadro giuridico peculiare, che combina ampia autonomia interna e sovranità statale incompleta. Il rapporto tra Groenlandia e Regno di Danimarca è regolato dall’Act on Greenland Self-Government del 2009, che riconosce all’isola competenze estese in ambito politico, economico e amministrativo, mantenendo tuttavia a Copenaghen il controllo su difesa, politica estera e sicurezza. All’interno di questo assetto, viene sancito un principio di rilievo strategico: il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione, incluso un potenziale percorso verso l’indipendenza. Tale possibilità, tuttavia, si scontra con limiti strutturali profondi. Il dibattito interno all’isola evidenzia come l’indipendenza rappresenti un obiettivo politicamente evocato ma materialmente complesso, condizionato dalla forte dipendenza economica dai trasferimenti danesi, da capacità amministrative limitate e da una vulnerabilità strategica accentuata dalla collocazione geografica della Groenlandia nel cuore della competizione artica. In questo equilibrio instabile tra autonomia e dipendenza si apre uno spazio di manovra per attori esterni, pronti a sfruttarne le ambiguità.
È su questo terreno che si innestano le pressioni statunitensi, progressivamente evolute da retorica politica a postura strategica esplicita. Le dichiarazioni provenienti dall’entourage di Trump, secondo cui l’uso della forza non potrebbe essere escluso, e la conferma che l’ipotesi di acquisizione dell’isola costituisca una “discussione attiva” alla Casa Bianca, hanno segnalato un salto qualitativo nella percezione europea della crisi, trasformando una controversia diplomatica in un problema di sicurezza collettiva.
Particolarmente destabilizzante è risultata l’emersione di ipotesi di accordi diretti tra Washington e Nuuk, aggirando il governo danese. Una dinamica che non solo mette in discussione la sovranità di uno stato membro, ma introduce un precedente problematico all’interno dell’Alleanza Atlantica: la possibilità che una grande potenza alleata eserciti pressioni politiche e negoziali su un territorio formalmente appartenente a un altro alleato. Questo approccio si inserisce in una più ampia tendenza di disimpegno selettivo americano dalla sicurezza europea, in cui il rapporto transatlantico viene sempre più subordinato a logiche di interesse nazionale immediato. In questo quadro, le affermazioni secondo cui gli Stati Uniti potrebbero essere chiamati a scegliere tra la Groenlandia e la NATO hanno contribuito ad alimentare una percezione di frattura senza precedenti.
Accanto alla pressione politica e diplomatica, la crisi groenlandese è stata accompagnata dall’emersione di dinamiche riconducibili a operazioni di influenza. In Danimarca, inchieste giornalistiche hanno segnalato tentativi di infiltrazione politica legati a figure vicino all’amministrazione Trump, mentre in altre ricostruzioni delineano l’esistenza di una strategia più ampia volta a indirizzare il dibattito pubblico groenlandese sull’indipendenza e sul rapporto con Washington. Pur collocate in una zona grigia tra diplomazia informale e pressione politica, tali iniziative hanno contribuito ad accrescere il livello di sfiducia tra alleati, alimentando il sospetto di un utilizzo strumentale delle fragilità istituzionali e identitarie dell’isola.
La reazione europea è stata rapida e relativamente compatta. L’Unione Europea ha ribadito con fermezza il principio del rispetto dell’integrità territoriale della Danimarca, sottolineando come la questione groenlandese non possa essere affrontata al di fuori dei quadri giuridici e politici condivisi. Parallelamente, diversi stati membri hanno espresso un sostegno politico esplicito a Copenaghen, sottoscrivendo una dichiarazione congiunta sulla Groenlandia in cui si riafferma la necessità di gestire le sfide di sicurezza nell’Artico all’interno del perimetro della cooperazione euro-atlantica, nel rispetto della sovranità e dell’unità politica degli alleati. In questo clima, la questione groenlandese ha cessato di essere un dossier bilaterale, trasformandosi in una frattura politica intra-alleanza.
La Groenlandia diventa così il simbolo di una tensione più profonda. Quando un alleato utilizza strumenti di pressione politica, diplomatica e potenzialmente coercitiva contro un altro alleato, il principio di fiducia reciproca – fondamento implicito della NATO – viene messo in discussione. È in questo spazio di ambiguità, tra sovranità formale, autonomia incompiuta e influenza esterna, che prende forma il paradosso destinato a esplodere nella dimensione militare e giuridica dell’Alleanza.
Il paradosso dell’Articolo 5: quando il garante diventa il predatore.
La frattura politica emersa attorno alla Groenlandia produce effetti che travalicano la dimensione diplomatica e investono direttamente la struttura giuridica e strategica dell’Alleanza Atlantica. Nel momento in cui la pressione esercitata da uno stato membro assume caratteri coercitivi nei confronti di un altro alleato, la crisi si sposta dal piano della fiducia politica a quello della funzionalità del sistema di sicurezza collettiva. È in questo passaggio che la questione groenlandese si configura come uno stress test esistenziale per la NATO, mettendone in discussione i presupposti fondativi.
L’Articolo 5 del Trattato Atlantico è stato concepito per fronteggiare minacce esterne in un contesto bipolare, fondandosi su un presupposto implicito ma essenziale: l’assenza di conflittualità strategica all’interno dell’Alleanza. Tale architettura mostra tuttavia limiti strutturali nel momento in cui il potere egemone dell’organizzazione esercita una pressione diretta o indiretta su un territorio appartenente a un altro stato membro. In uno spazio come l’Artico, dove deterrenza, sovranità e proiezione militare si sovrappongono in modo sempre più instabile, la Groenlandia emerge come un punto di frizione strutturale capace di evolversi in un potenziale proprio punto di rottura dell’equilibrio intra-alleanza.
L’escalation retorica degli ultimi mesi ha contribuito a rendere questo scenario meno astratto. L’idea che un’azione militare in Groenlandia rappresenterebbe la fine stessa della NATO, unita alla riaffermazione che l’uso della forza resti un’opzione praticabile, ha incrinato il principio di prevedibilità strategica su cui si fonda la deterrenza collettiva. Parallelamente, è stato ribadito che la Groenlandia appartiene al suo popolo e che qualsiasi soluzione imposta dall’esterno sarebbe priva di legittimità politica e giuridica, posizione confermata anche dalle autorità di Nuuk, che hanno escluso l’ipotesi di entrare negli Stati Uniti o nell’Unione Europea.
Se si ipotizza uno scenario di coercizione o intervento diretto, il cortocircuito dell’Articolo 5 diventa evidente. In termini formali, un attacco alla Groenlandia equivarrebbe a un attacco alla Danimarca, attivando il meccanismo di difesa collettiva. Tuttavia, quando l’attore responsabile coincide con il principale fornitore di deterrenza nucleare, capacità militari e leadership dell’Alleanza, il dispositivo perde ogni operatività concreta. L’Articolo 5 cesserebbe di funzionare come garanzia di sicurezza e si trasformerebbe in una contraddizione sistemica, incapace di produrre una risposta coerente senza dissolvere l’Alleanza stessa. Anche qualora le minacce rientrassero in una logica negoziale, il danno alla credibilità della NATO risulterebbe comunque profondo. Un’alleanza in cui uno stato membro teme il garante della sicurezza collettiva non può più essere definita una comunità di sicurezza, ma assume i tratti di un sistema gerarchico fondato sui rapporti di forza asimmetrici. In questo senso, la Groenlandia non rappresenta un’eccezione contingente, bensì un precedente potenzialmente destabilizzante per l’intera architettura euro-atlantica.
Le implicazioni strategiche di una simile crisi sarebbero immediate e profonde. Una NATO delegittimata o paralizzata offrirebbe vantaggi indiretti a Russia e Cina, riducendo la capacità dell’Alleanza di esercitare deterrenza credibile nei teatri chiave. Mosca, che ha rafforzato in modo sistematico la sua postura militare nel Grande Nord, potrebbe sfruttare la perdita di coesione euro-atlantica per ampliare i propri margini di manovra nell’Artico e lungo il fianco orientale europeo, consolidando una strategia di pressione multilivello. Parallelamente, Pechino troverebbe un contesto favorevole per accelerare la propria penetrazione economica, scientifica e infrastrutturale lungo le rotte polari emergenti e nei settori strategici legati alle risorse critiche, incluse le terre rare groenlandesi, sempre più centrali nelle catene del valore globali e nella competizione tecnologica tra grandi potenze.
La crisi groenlandese apre così una riflessione di carattere sistemico sull’ordine internazionale. Se una grande potenza potesse ottenere un territorio strategico attraverso la coercizione, invocando esigenze di sicurezza nazionali o di difesa avanzata, quale precedente verrebbe creato? La Russia non potrebbe forse rivendicare una legittimazione analoga per proseguire la guerra in Ucraina e consolidare il controllo sulle regioni del Donbass, reinterpretando il concetto di sicurezza regionale in chiave espansiva? E la Cina non potrebbe richiamarsi a una propria lettura della sicurezza emisferica per giustificare un’azione su Taiwan, presentandola come misura preventiva e difensiva?
In questo scenario, il diritto internazionale rischierebbe di perdere la propria funzione regolativa, riducendosi a un insieme di norme applicabili in modo selettivo e subordinate ai rapporti di forza. È qui che emerge con maggiore chiarezza la responsabilità strategica dell’Europa. Opporsi a qualsiasi soluzione coercitiva sulla Groenlandia non significa soltanto difendere la sovranità danese o preservare la NATO, ma evitare la creazione di un precedente capace di innescare una crisi sistemica dell’ordine internazionale basato sulle regole, già messo sotto pressione dal ritorno della geopolitica delle sfere di influenza.
La Groenlandia, da periferia artica, diventa così il luogo simbolico in cui si misura la tenuta dell’Alleanza Atlantica e, più in generale, la credibilità dell’Occidente come attore normativo e garante di stabilità. In un contesto segnato dal nuovo grande risiko dell’Artico e dalla crescente competizione sulle risorse strategiche e sulle rotte polari, se il garante della sicurezza collettiva dovesse trasformarsi in un predatore, il contratto strategico che ha sostenuto l’ordine euro-atlantico dal secondo dopoguerra rischierebbe non solo di incrinarsi, ma di dissolversi definitivamente.