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Usa all’attacco in Venezuela, ucciso il capo del cartello Tren de Aragua

Gli Stati Uniti sono tornati a colpire in Venezuela, quasi sei mesi dopo il raid del 3 gennaio scorso che portò alla cattura dell’ex presidente Nicolas Maduro, attaccando ed eliminando Niño Guerrero, nomme de guerre di Héctor Rusthenford Guerrero Flores, capo del cartello Tren de Aragua, designato dall’amministrazione di Donald Trump come organizzazione terroristica straniera (Fto) al pari di altri gruppi di “narcoterroristi” e delle organizzazioni jihadiste o radicali.

Chi era il leader di Tren de Aragua

Guerrero era indicato nell’atto di accusa contro Maduro per presunti reati di narcotraffico come complice per compiere operazioni contro gli Stati Uniti ed era ritenuto una figura chiave nel mondo dei narcos latinoamericani. 43 anni, Guerrero era da oltre un decennio protagonsita della vita criminale latinoamericana. Sulla sua testa pendeva una taglia di 5 milioni di dollari dopo che era evaso nel 2023 da un carcere venezuelano, dove era stato rinchiuso a seguito di una condanna a 17 anni di prigione per omicidio, traffico di droga, furto d’identità. Era ricercato anche in Perù e Cile. L’operazione del Southern Command (Southcom) che ha portato alla sua uccisione, secondo quanto riferito dal Pentagono, sarebbe stata compiuta in coordinamento con le autorità venezuelane, come ha riferito il Segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth.

Earlier this week, the @DeptofWar — in full collaboration with Venezuelan security forces — conducted a kinetic strike on a Tren de Aragua (TdA) compound in Venezuela. TdA founder & leader Hector Rusthenford Guerrero Flores, aka “Niño Guerrero,” was confirmed killed during the…

— Secretary of War Pete Hegseth (@SecWar) June 13, 2026

Gli Usa espandono l’azione contro i narcos

L’attacco a Guerrero mostra un nuovo capitolo della cooperazione tra il nuovo governo venezuelano di Delcy Rodriguez, che si è sostituita a Maduro mantenendo in larga parte intatta la struttura dello Stato e del regime chavista, e gli Usa dopo l’attacco-shock del 3 gennaio. Rodriguez, indubbiamente, cerca un modus vivendi con l’amministrazione di Donald Trump e ha ottenuto un sollievo temporaneo dalle sanzioni che la colpivano, emesse dell’Office of Foreign Asset Control (Ofac) del Tesoro di Washington. La presidentessa ha aperto la strada all’ingresso delle compagnie petrolifere occidentali nel settore del greggio, ha rotto i rapporti di fornitura a Cuba, bersaglio dell’assedio politico ed economico americano, e ha ricevuto diversi funzionari statunitensi.

Nel gennaio 2026 John Ratcliffe, direttore della Cia, è giunto a Caracas e ha incontrato Rodriguez e non è da escludere che il suo viaggio possa aver inaugurato una nuova, inedita, fase di cooperazione tra il Venezuela e gli Usa. Rodriguez, poi, in una rotazione ministeriale, ha sostituito il veterano ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, fedelissimo di Maduro e inviso agli Usa, col generale Gustavo Lopez, ritenuto più allineato. Unendo i puntini si può dunque tratteggiare una nuova cooperazione e un sistema di coordinamento Washington-Caracas che sta facendo entrare il Venezuela nel perimetro dello “Scudo delle Americhe”, la coalizione varata a marzo 2026 da Trump con il nome ufficiale di Americas Anti-Cartel Coalition (A3C) e che vede ufficialmente aderire tutti i Paesi guidati da governi filostatunitensi o da leader di destra pro-Trump del continente: Argentina, Bolivia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay e Trinidad e Tobago.

La cooperazione Usa-Venezuela

Il Venezuela, a cui non sono state rimosse le sanzioni in maniera definitiva, non partecipa ma la prassi dell’attacco Usa sul suo territorio e del coordinamento sembra andare nella direzione dell’A3C, che prevede la possibilità di coordinare informazioni sensibili e appoggiarsi agli Usa per colpire bersagli legati ai cartelli. Un’alleanza politico-militare, questa, con cui Trump intende dare copertura alla strategia unilaterale di Washington che ha portato a pesanti attacchi alle barche di presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, spesso con controversi casi in cui sarebbero stati uccisi civili, all’attacco contro Maduro, ritenuto capo di una rete di narcotrafficanti, ai raid contro i cartelli in Ecuador e, sul piano politico, alla pressione contro il presidente colombiano uscente Gustavo Petro, ritenuto non allineato alla nuova strategia.

Rodriguez sembra concedere mano libera agli Usa, e questo indica la volontà americana di mostrare potere e influenza nell’ex “cortile di casa” della superpotenza. Solo pochi mesi fa un’operazione congiunta anti-cartelli sarebbe sembrata impensabile. Ora è stata realtà. E non è una bella notizia per chi nella regione si trova dall’altra parte della barricata rispetto a Washington. L’aumento del peso delle operazioni parla direttamente a Paesi come Cuba, che potrebbe essere il prossimo bersaglio dell’interventismo militare a stelle e strisce.

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Due Paesi, una sola intelligence: al Senato Usa la proposta di rendere obbligatorio fornire informazioni a Israele

Dopo “Due Paesi, un esercito”, almeno sul piano tecnologico, ecco al Senato Usa la proposta per rafforzare la condivisione di intelligence da Washington verso Israele: il senatore repubblicano Tom Cotton, eletto in Arkansas, ha presentato una proposta di legge sulle attività di spionaggio che contiene una sezione esplicitamente dedicata a questo tema. Lo rivela Responsible Statecraft, già attiva nel segnalare nei recenti provvedimenti sulla Difesa Usa una legge che apriva alla fusione tra tecnologie israeliane e strutture militari Usa.

Il presidente dovrà documentare il rifiuto di fornire intelligence a Israele

Ora la Sezione 622 del disegno di legge sul finanziamento dell’attività di spionaggio per il 2027 chiede esplicitamente di “rafforzare la partnership securitaria con Israele”, di “consolidare la collaborazione tramite una robusta condivisione d’intelligence”.

Per la precisione, la legge spiega che il Presidente, il Direttore dell’Intelligence Nazionale e il segretario alla Difesa dovrebbero “espandere la condivisione d’intelligence con Israele” in ogni caso che non sia legato a “precise preoccupazioni di sicurezza nazionale” che il presidente dovrebbe documentare apertamente e dettagliatamente al Congresso prima di definire. Insomma, un’apertura esplicita di canali d’intelligence senza precedenti e che porterebbe Washington e Tel Aviv a delle vere e proprie “porte girevoli” informative. Il proponente è un ferreo alleato di Israele: Cotton, 49 anni, senatore dal 2015, è presidente della Conferenza Repubblicana del Senato e, soprattutto, dell’influente Senate Intelligence Committee, l’organo di vigilanza di Capitol Hill sugli apparati di spionaggio federali.

Tom Cotton (EPA/WILL OLIVER)

Usa-Israele, la spinta di Cotton per la cooperazione

Noto “falco” repubblicano, Cotton è uno dei più solidi sostenitori di Tel Aviv al Senato e in precedenza, da deputato, Cotton aveva giocato di sponda con l’allora collega del Kansas, Mike Pompeo, futuro direttore della Cia e Segretario di Stato, per sabotare i negoziati con l’Iran dell’amministrazione di Barack Obama, affermando che quella tra la trattativa e la guerra era una “falsa alternativa”.

Per Responsible Statecraft, “questa proposta è una delle diverse mosse recenti di coloro che a Washington fanno il gioco del governo israeliano, volte a mantenere gli Stati Uniti legati a  Israele nonostante  il calo di consensi tra l’opinione pubblica americana. La forma più rilevante di sostegno statunitense a Israele è rappresentata da oltre 300 miliardi di dollari in aiuti economici e soprattutto militari”, che spesso peraltro finanziano ricerche tecnologiche che ora per legge gli Usa intendono incoprorare nei loro apparati. Curioso sottolineare come questa proposta di legge sia emersa proprio mentre è in corso una grande e sostanziale operazione di controllo sulla penetrazione spionistica israeliana in America su cui lo stesso Pentagono ha acceso il faro mentre tra Washington, Tel Aviv e Iran è in atto un balletto importante tra pace, diplomazia e guerra.

Tre indizi fanno una prova

Cotton, tra i politici maggiormente sostenuti dal sistema filoisraeliano nello Stato che rappresenta, si sta preparando alla campagna per la rielezione per un terzo mandato di sei anni al Senato e tutti i sondaggi lo danno nettamente in vantaggio sulla sfidante democratica Hallie Shoffner. Dunque, è altamente probabile che possa mantenere la sua carica anche nella seconda parte dell’amministrazione di Donald Trump qualora il Senato restasse repubblicano, o comunque esercitare un’influenza di peso sulle scelte strategiche del governo americano.

La sua firma su questo provvedimento mostra un innalzamento della spinta a saldare i rapporti tra Usa e Israele poco dopo l’inizio, con la guerra in Iran, tanto di un’operazione militare congiunta quanto di una fase politicamente turbolenta in cui gli obiettivi di Washington e Tel Aviv. Dopo il voto sulla “fusione” tecnologica e la notizia sull’invio di paracadutisti dell’82esima divisione aerotrasportata in Israele durante la guerra con l’Iran, rivelata dal giornalista Ken Klippenstein, il provvedimento sulla cooperazione di spionaggio è la terza manifestazione di una spinta a rafforzare i rapporti Washington-Tel Aviv nella direzione di un saldo sostegno unilaterale della prima alla seconda, che per molti esponenti delle istituzioni americane sembra essere un fine da perseguire a ogni costo.

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Uk, il ministro della Difesa sbatte la porta e se ne va. Starmer è sempre più in bilico

Per Keir Starmer i giorni a Downing Street sembrano sempre più contati dopo che anche l’ala blairiana e tradizionalmente centrista del Partito Laburista lo ha iniziato a scaricare a seguito delle dimissioni-shock del Ministro della Difesa John Healey assieme al Ministro delle Forze Armate Al Carns. Lasciando nella giornata di ieri Healey, storico seguace di Tony Blair e tra i registi della politica di sicurezza del Partito Laburista prima della vittoria elettorale del 2024, ha definito “incapace” Starmer, criticando i ritardi del piano di riarmo per portare al 3% del Pil le spese militari. Il progetto di Starmer, che ha sostituito Healey con l’ex Ministro della Sicurezza Dan Jarvis, era di portarle al 2,68% del Pil nel 2030. Uno sforzo ritenuto insufficiente, dato che quest’anno la spesa sarà al 2,6%, per centrare il target Nato del 3,5% del Pil in spesa per la Difesa entro il 2035.

Starmer inizialmente aveva addirittura pensato di sacrificare i fondi per la cooperazione internazionale in nome del riarmo ma aveva fatto dietrofront dopo che la corsa al riarmo del primo governo laburista in tre lustri si era scontrato, nel 2024-2025, con le rimostranze della base. La sinistra laburista contesta da tempo i piani di riarmo, ritenendoli eccessivi, mentre Healey è sempre stato custode dell’ortodossia atlantista, del sostegno alla difesa dell’Ucraina e dei grandi piani di approvvigionamento militare.

Healey in passato era stato addirittura pensato come successore di Starmer, e chiedeva un aumento di 18 miliardi di sterline entro il 2030 a fronte di una richiesta di investimenti del suo ministero stimata in 28 miliardi e un’offerta di risorse da parte del governo ben più bassa, di circa 13 miliardi di sterline. Healey, che nella dottrina di difesa di Londra ha rimesso al centro l’Europa dopo le ambizioni di Global Britain del governo di Boris Johnson, ha agito in continuità col predecessore Tory Ben Wallace e si è invece scontrato con la Cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, che guidando le finanze ha blindato ogni prospettiva di ulteriori aumenti.

L’uscita ordinata per Starmer

Una settimana fa Starmer parlava del rischio di un conflitto tra Nato e Russia in Europa entro il 2030 e ora “in una durissima lettera di dimissioni , Healey ha accusato Starmer e Rachel Reeves, di aver messo a rischio la sicurezza del Paese, affermando che il tanto atteso piano di investimenti per la difesa (Dip) era ben al di sotto di quanto necessario”, nota il Guardian, che aggiunge come “Carns, che avrebbe potuto essere anch’egli un candidato, aveva definito il piano di spesa inadeguato e aveva invitato Starmer a riconsiderarlo”. Il terremoto non è stato fermabile. Le dimissioni di Healey colgono di sorpresa Starmer e sono un contrappasso per un governo che ha fatto del teso clima geopolitico globale e della sfida con la Russia un elemento politico e narrativo per difendere un consenso rapidamente calato dopo il voto vittorioso del 2024 ma ha finito per dividere il Partito Laburista e la sua base.

Starmer è sotto pressione per concedere un’uscita ordinata dopo che il suo esecutivo è stato colpito dallo scandalo per i rapporti del suo ex alleato Peter Mandelson con il finanziere Jeffrey Epstein, dal caos del debito pubblico e dall’insofferenza per l’austerità, da una serie notevole di sconfitte elettorali e dalla raffica di dimissioni dal governo dopo la debacle elettorale in Galles, Scozia e al voto locale inglese di maggio, dove ha vinto la destra nazionalista di Reform Uk e Nigel Farage.

Andy Burnham, sindaco di Manchester, da tempo immagina un passaggio per tornare in Parlamento e poter lanciare la sfida per la leadership di fronte a un governo che a meno di due anni dall’insediamento sembra già al capolinea. Sconfessato da sinistra e dai socialdemocratici più progressisti, ora Starmer inizia a essere sacrificabile anche per le figure di punta del centro e del cuore profondo del potere laburista. Le dimissioni di Healey e l’attacco sul riarmo sembrano una sfiducia di un sistema intera verso il Primo Ministro. Ora probabilmente destinato a capire in che modo la sua uscita da Downing Street sia più una questione di “quando” che di “se”.

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IA e settore elettrico: la sfida di un sistema energetico resiliente e sostenibile

L’intelligenza artificiale è una questione di elettricità. Di molta energia, di interconnessioni, di nodi strategici: senza elettricità non c’è transizione energetica, non c’è stabilità di rete, non c’è algoritmo o machine learning che regga. La sfida dell’intelligenza artificiale sarà anche una partita di sviluppo di reti, interconnessioni, strutture che potranno far correre gli algoritmi di domani e la loro resilienza. Ma parimenti, la sfida dello sviluppo dell’IA può tornare benefica anche allo stesso settore energetico, introducendo le nuove tecnologie computazionali nel quadro del sistema di generazione e distribuzione, aumentandone l’efficienza, garantendone la stabilità, rafforzandone la tenuta. Un rapporto di mutua dipendenza che ha come obiettivo un circolo virtuoso: algoritmi sempre migliori per un sistema elettrico sempre più stabile capace di permettere a data center e strutture simili di diffondersi e prosperare.

Sono molte le modalità con cui l’intelligenza artificiale può impattare positivamente sul settore elettrico. Innanzitutto, reti complesse e con una capacità di generazione sempre più dipendenti da fonti rinnovabili non programmabili come eolico e solare hanno bisogno di tecnologie più flessibili per permettere di governare a monte i picchi di domanda e offerta e gestire le fluttuazioni. Un sistema di monitoraggio con algoritmi di intelligenza artificiale può raccogliere dati da molti sensori, analizzare le previsioni del clima e sovrintendere allo stato della rete per poter ottimizzare le previsioni sul possibile flusso di domanda.  Parimenti, algoritmi di manutenzione predittiva e monitoraggio possono aiutare a isolare i guasti in settori delle reti, ottimizzando efficienza nelle riparazioni e costi.

Dalle “Smart Grids” regionalizzate su un singolo sistema connesso alla stessa rete energetica, flessibili e digitalizzate, si può in prospettiva pensare a un sistema sempre più fluido, una “rete di reti” in cui operatori capaci di gestire la decentralizzazione della generazione e di prevedere la distribuzione potranno, tramite l’intelligenza artificiale, ottimizzare robustezza, resilienza e sicurezza delle infrastrutture e prevedere con maggior precisione i flussi. Le tecnologie di intelligenza artificiale e la loro applicazione presuppongono un elevato livello di articolazione nella digitalizzazione delle reti e della loro capacità di monitoraggio che impone la presenza di player tecnologico-industriali rodati per svilupparli e governarli.

Tra le aziende attive nel settore si segnala CESI, multinazionale italiana basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, da decenni all’avanguardia nella consulenza sui grandi progetti di sviluppo delle connessioni energetiche e per la digitalizzazione delle reti, che sfruttando la sua esperienza è tra i pionieri dell’applicazione dell’IA al settore elettrico. CESI offre una conoscenza strutturata della rete, delle sue dinamiche e dei suoi componenti, che CESI testa per situazioni ad alto stress presso i suoi KEMA Labs tra Milano e Arnhem. L’IA non è solo una tecnologia, ma si inserisce in un ecosistema tecnologico e industriale. E così è il mondo dell’energia elettrica: una sfera complessa con una sua coerenza interna che va esplorata a trecentosessanta gradi. E CESI ha sotto controllo l’intera filiera dei processi necessari ad applicare la conoscenza dell’IA in ambito energetico: conosce prestazioni, affidabilità e comportamento dei dispositivi, sensori, reti; applica  tecnologie avanzate di connessione e comunicazione alla sensoristica di rete per aumentare la qualità, la continuità e e la capacità del flusso dati e della trasmissione; sviluppa modelli digitali e, dove applicabile, gemelli digitali delle infrastrutture e le monitora per capire dove e come si verificano i guasti; integra la cybersicurezza industriale in maniera rigorosa negli impianti e sui sistemi gestiti. L’IA, in un ecosistema simile, entra con coerenza come strumento abilitante di nuova efficienza, non come realtà avulsa o novità estemporanea. L’obiettivo di un sistema energetico più decarbonizzato, sostenibile ed efficiente passa anche attraverso l’ingresso controllato e governato dei nuovi paradigmi tecnologici, non come realtà calate dall’alto ma come parti di un’orchestra più ampia e che deve suonare all’unisono. La sfida di CESI passa anche attraverso la ricerca di questa coerenza sistemica.

“L’IA crea valore autentico quando mette al centro il potenziamento delle persone e si fonda su dati affidabili. Innestata in una chiara visione industriale, questa tecnologia diventa il motore di un’energia efficiente, resiliente e sostenibile” afferma Daniele Daminelli, Shared Services Director in CESI. Così facendo il circolo virtuoso IA-elettricità potrà continuare: più elettricità prodotta in maniera sostenibile sul piano economico e ambientale renderà possibile una maggiore capacità di calcolo e l’impiego di algoritmi sempre più avanzanti, che potranno migliorare l’analisi, monitoraggio e comprensione delle reti stesse. In un connubio decisivo per l’intero ecosistema dell’innovazione.

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Il grande giorno di SpaceX a Wall Street, aspettando OpenAI e Anthropic: le mega-Ipo cambiano la finanza

L’inizio della quotazione a Wall Street di SpaceX, l’azienda di servizi spaziali e intelligenza artificiale di Elon Musk oggi classificata come maggiore compagnia non presente in Borsa al mondo, apre oggi la stagione delle mega-Ipo (Initial public offering, offerte pubbliche iniziali, ndr) con cui i giganti della tecnologia Usa sbarcheranno nella Borsa per antonomasia. A Musk faranno seguito i dioscuri dell’IA, Sam Altman e Dario Amodei, pronti a quotare OpenAI e Anthropic. Si prevede una rivoluzione copernicana nella Borsa americana: complessivamente, SpaceX aggiungerà quasi 1.800 miliardi di dollari di capitalizzazione alla Borsa Usa e altrettanto faranno, sommate, le due compagnie sulla breccia nella corsa all’intelligenza artificiale.

Tutto pronto per le mega-Ipo

SpaceX mira a raccogliere oltre 80 miliardi di dollari, complessivamente le tre Ipo potrebbero garantirne almeno 200. Facendo dei paragoni, è come se a Wall Street Musk e in futuro Altman e Amodei mirino a far entrare l’equivalente di tre listini di Piazza Affari (solo SpaceX la sopravanzerebbe del 50%) raccogliendo dagli investitori l’equivalente del valore, sommato, di Unicredit e Eni. Il giorno più lungo è quello di oggi. Musk contro tutti, ma con molti alle sue spalle: nella finanza internazionale, nonostante molti scetticismi di facciata, il dilemma non è stato se entrare o meno nell’Ipo di SpaceX ma con che forza e con quante risorse.

L’euforia di Wall Street

“Questi debutti rappresentano la più concentrata ondata di capitali dai tempi della bolla delle dot-com” a fine Anni Novanta, e la potenza di fuoco dei tre gruppi potrebbe far sì che “gli investitori impazziscano”, nota Fortune. Musk dà il calcio d’inizio: SpaceX vuole presentarsi come la compagnia egemone nel settore dei lanci spaziali e della strutturazione dell’accesso americano alle orbite, da Starlink ai data center orbitanti vende al tempo stesso un’infrastruttura tecnologica, un sogno di esplorazione e un progetto di sicurezza nazionale, mentre al contempo avendo incluso xAI i prospetti ricordano che secondo gli scenari sarà proprio l’intelligenza artificiale a trainare il suo business. Ad oggi, valutata 1.250 miliardi da compagnia privata, SpaceX capitalizza 92 volte i suoi ricavi e la sua quotazione si baserà su una scommessa chiara: vedere se l’IA farà realizzare i prospetti di una crescita esponenziale da qui a dieci anni, ciò che Musk usa come base per giustificare uno sbarco in borsa anomalo.

L’uomo più ricco del mondo mira a portare SpaceX in Borsa pur mantenendo l’80% dei diritti di voto e a saldare il suo controllo con il piano di remunerazione miliardario di Tesla per ampliare la filiera delle aziende da lui controllate e diventare il primo personaggio nella storia a sfondare quota 1.000 miliardi di dollari di patrimonio. Chi comprerà SpaceX farà un atto finanziario ma anche un voto: accetterà che siano veri i prospetti di Goldman Sachs, secondo cui l’IA darà a SpaceX ricavi centuplicati, a 322 miliardi di dollari, entro il 2030. Oppure guarderà ancora più in la con in mente un dato: 3.400 miliardi di dollari. A tanto Morgan Stanley, che assieme alla concorrente è tra le istituzioni attive per sottoscrivere l’Ipo, nota il Financial Times, prevede ammonteranno i ricavi nel 2040.

Euforia e incertezza

Dei risultati concreti, nota il Ft, sono incoraggianti in tal senso: “I recenti accordi per il noleggio di capacità di calcolo ad Anthropic e Google per un totale di 24 miliardi di dollari all’anno sottolineano il valore dell’infrastruttura terrestre esistente di SpaceX”. Chi ha fatto comunque un affare è proprio Google: comprò per 1 miliardo di dollari l’8% di SpaceX nel 2015 e ora ne detiene il 6,11%: anche se l’Ipo dovesse diluirne la quota, stime di valutazioni della partecipazione capace di arrivare a 100-105 miliardi di dollari sono tutto fuorché esagerate. Questo dà l’idea dell’euforia che attende lo sbarco dell’astronave-madre di Starlink e Starship a Wall Street. Seguiranno le boutique dell’IA per trasformare radicalmente i rapporti di forza in borsa. E anche le prospettive con cui il mercato agirà.

Finora la Borsa ha premiato i vincitori della corsa all’IA, i costruttori di hardware, valorizzandone il boom di attività nel breve periodo per la costruzione di data center e potenza di calcolo. Ora si prevede arrivino i signori degli algoritmi, dei linguaggi di IA e delle tecnologie di frontiera, per i quali la valutazione è prospettica, calcolata sul fatto che si prevede l’IA trasformerà l’economia globale e la produttività in forma radicale. Da un rally che cavalca il presente a aspettative lunghe per una borsa che vuole crescere senza limiti. Da dove arriverà il denaro per le mega-IPO? Nuovi investitori si affacceranno o i capitali ruoteranno seguendo il nuovo paradigma finanziario? E se così farà, chi “perderà” capitalizzazione in un mercato per molti sopravvalutato? Su che parametri saranno valutati i campioni dell’IA oltre che sui fatturati e i flussi di cassa per sostenere queste capitalizzazioni? Sarà euforia o bolla? C’è addirittura chi teme che SpaceX, OpenAI e Anthropic possano prosciugare i mercati esaurendone le disponibilità. Viviamo un momento trasformativo della finanza mondiale. La sensazione è che il 12 giugno 2026 sarà una data spartiacque. Il decollo di SpaceX verso Wall Street sarà quello della borsa verso una nuova era? Lo capiremo presto.

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Golfo, Libano, Ucraina: dove gli Usa trattano si muore di più

Iran. Trump decide di non decidere, per ora

Non è un caso se nelle settimane in cui gli Stati Uniti si sono rimessi in pista per pressare l’Iran e spingere su concessioni maggiori nella trattativa, arrivando a due notti consecutive di raid nelle giornate del 9 e del 10 giugno, anche in Europa orientale tra Ucraina e Russia la conflittualità è rinfocolata e in Libano il cessate-il-fuoco mediato dagli Usa è stato fragilissimo e costantemente calpestato da Israele.

L’interventismo Usa

Washington vuole tenere in mano il boccino dell’ordine globale ma oggi più che mai il danno politico e d’immagine che le politiche dell’amministrazione di Donald Trump alla credibilità degli Stati Uniti rischia di compromettere, su molti fronti, la posizione della superpotenza. O forse hanno proprio l’obiettivo di ristabilire una logica di interventismo e uso della forza che l’amministrazione più interventista dalla fine della Guerra Fredda a oggi non manca di rivendicare ed esercitare fin dalla sua instaurazione. All’ombra della paura americana per la scalata cinese all’ordine globale, che agli occhi di Trump giustifica l’interventismo in ogni teatro dove si possa frenare questa dinamica, le azioni statunitensi concretizzano il cortocircuito americano danneggiando la credibilità della posizione americana.

La disastrosa diplomazia negoziale di Trump: dove tratta si continua a morire

In Ucraina, ad esempio, la guerra continua e la distensione russo-americana langue. Dopo la sterile passerella di Ferragosto ad Anchorage, teatro del vertice tra due leader che si illudevano di potersi dividere il mondo come in un nuovo 1945, Donald Trump e Vladimir Putin non si sono più incontrati. Il presidente russo ha maldigerito l’avventurismo militare di Trump, dal Venezuela all’Iran, e intende l’Ucraina come una parte più ampia di un confronto bilaterale in cui Mosca cerca garanzie securitarie al suo posto nel mondo. A gennaio, nel silenzio e nell’indifferenza, è scaduto il trattato New Start sull’ordine nucleare, ultimo retaggio di un’epoca di regole condivise. Volodymyr Zelensky sta alzando l’asticella degli attacchi ucraini in Russia e non sembra disposto a tornare a Canossa da Trump, non citando quasi più il presidente Usa come un potenziale risolutore della guerra. L’ipotesi di un conflitto prolungato fino al 2027 è tutt’altro che remota, e la mediazione americana semplicemente inefficace.

Qualcosa di simile si può dire del Libano, che con Israele ha negoziato un cessate il fuoco che impegna il guscio vuoto delle istituzioni di Beirut e che la stessa Tel Aviv, che Trump rivendica di aver frenato in passato sull’Iran prima di procedere egli stesso a ordinare nuovi raid, calpesta dal primo giorno usando la leva della guerra con Hezbollah. Non va meglio a Gaza, dove il Board of Peace ha cristallizzato quella che suIl Sole 24 Ore Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, ha definito “una diplomazia da talent show“, che coltiva l’illusione della “formalizzazione di un’idea tanto semplice quanto brutale: le regole comuni sono lente, meglio sostituirle con un tavolo selezionato, convocato e presieduto da chi detiene il potere”. Risultato: in Ucraina si continua a morire, in Libano Israele bombarda, a Gaza la situazione non è migliorata.

Il pericoloso unilateralismo americano

Trump ha mediato la tregua di Gaza assieme a Paesi, come Qatar, Egitto e Turchia, che con l’Arabia Saudita e, soprattutto, il mediatore Pakistan hanno sostenuto l’ipotesi di un grande accordo con l’Iran ed erano a un passo, settimane fa, dal definirlo prima che Washington entrasse a gamba tesa, rispolverando su iniziativa dei falchi neoconservatori e interventisti l’adesione dei Paesi arabi agli Accordi di Abramo, vera e propria alleanza antiraniana con Israele al centro, come contropartita della fine della guerra. Rendendo la proposta irricevibile per l’Iran stesso.

Chissà come tutto questo sarà letto a Cuba, Paese sotto assedio americano da gennaio che vive una fase incrementata dello storico embargo e ora si trova a dover fare i conti con una superpotenza che con una mano stringe l’isola, le ferma le forniture di petrolio e ne sanziona leader e colossi economici, e con l’altra prova a trattare, chiedendo concessioni sull’apertura politica e svolte interne potenzialmente foriere di un cambio della guardia a L’Avana. “Siamo i migliori a negoziare con le bombe”, ha detto riferito a Cuba il capo del Pentagono, Pete Hegseth, dopo gli attacchi rinnovati in Iran. Un monito importante e notevole, che rivendica come Washington voglia essere protagonista di una nuova fase di interventismo unilaterale che sta destabilizzando dal vertice l’ordine globale. Portandolo in un territorio inesplorato di competizione e conflittualità sulla scorta delle mosse di una fragile superpotenza desiderosa di mostrare forza per celare le sue vulnerabilità interne intrinseche. Nella sua brutalità, Hegseth è forse quantomeno onesto sugli obiettivi americani. Del resto, chi si potrà più fidare a negoziare con gli Usa dopo un consolidato trend di precedenti tale da rendere poco credibile ogni iniziativa della diplomazia a stelle e strisce?

Nella nuova “era dei predatori”, in cui tendenze conflittuali crescenti su scala globale, rivalità tra potenze e ambizioni imperiali ridisegnano l’ordine mondiale, InsideOver prova a tracciare una bussola per un’informazione equilibrata e orientata ad analizzare i grandi trend, senza ansie o preclusioni ideologiche. Se vuoi sostenere la missione di questa testata dinamica e ambiziosa, abbonati e diventa uno di noi!

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Hilarion e il tramonto del soft power religioso russo

russia

L’arresto del metropolita Hilarion (al secolo Grigorij Alfeyev) nella città termale ceca di Karlovy Vary rischia di essere ricordato come uno degli episodi più singolari nella storia recente dell’Ortodossia russa. Fermato dalla polizia il 24 maggio dopo il ritrovamento di alcuni contenitori con una sostanza proibita nel bagagliaio dell’automobile su cui viaggiava, il prelato è stato rilasciato dopo due giorni senza incriminazioni. Mosca ha denunciato una provocazione politica, il Patriarcato di Mosca ha parlato di una montatura e il ministero degli Esteri russo ha convocato il rappresentante diplomatico ceco per protestare formalmente.

Al di là delle circostanze ancora controverse del caso, l’episodio assume rilievo soprattutto per la personalità coinvolta. Hilarion non è infatti un semplice vescovo di provincia. Per oltre un decennio è stato il principale artefice della politica estera ecclesiastica del Patriarcato di Mosca, una figura che per influenza, visibilità e rete di relazioni internazionali può essere descritta senza eccessive forzature come il vero “ministro degli Esteri” della Chiesa ortodossa russa.

Dal 2009 al 2022, alla guida del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne, Hilarion è stato il volto internazionale dell’Ortodossia russa. Ha dialogato con il Vaticano, con le Chiese protestanti, con i patriarchi ortodossi e con numerosi governi europei. Contemporaneamente però consolidava anche i legami con i settori più conservatori del mondo ortodosso, in particolare in Grecia, Cipro e nella diaspora ortodossa in Occidente. In un’epoca in cui la Federazione Russa cercava ancora di presentarsi in Europa come una potenza civile e culturale oltre che militare, il metropolita rappresentava uno degli strumenti più efficaci del soft power russo.

La sua missione non consisteva semplicemente nel difendere gli interessi della Chiesa. Hilarion cercava di accreditare Mosca come il principale centro dell’Ortodossia mondiale, contrapponendola progressivamente al Patriarcato di Costantinopoli. Nella sua visione, il primato storico rivendicato dal patriarca Bartolomeo non poteva più bastare in un mondo nel quale la Chiesa russa raccoglieva la maggioranza dei fedeli ortodossi, disponeva di risorse economiche incomparabilmente superiori e godeva dell’appoggio di uno Stato tornato a considerare la religione un elemento fondamentale della propria identità strategica.

In questa strategia va collocata anche la vicenda dell’Institut Saint-Serge di Parigi, uno dei più prestigiosi centri della teologia ortodossa mondiale. Nato dall’esperienza dell’emigrazione russa successiva alla rivoluzione del 1917 e legato per decenni all’arcivescovado delle parrocchie russe in Europa occidentale sotto la giurisdizione di Costantinopoli, l’istituto rappresentava il principale lascito intellettuale della diaspora anticomunista. Le opere di teologi come Sergij Bulgakov, Georges Florovsky e Vladimir Lossky hanno segnato profondamente la riflessione ortodossa contemporanea ben oltre i confini del mondo russo. Il progressivo ritorno dell’arcivescovado russo-occidentale sotto l’obbedienza del Patriarcato di Mosca e l’acquisizione del controllo di Saint-Serge hanno assunto quindi un valore che andava oltre la semplice questione amministrativa. Per uomini come Hilarion, il recupero di quel patrimonio rappresentava la ricomposizione simbolica della frattura aperta dalla rivoluzione bolscevica e il ricongiungimento tra la Russia ecclesiastica e quella parte della sua élite teologica costretta all’esilio dopo il 1917. Una vittoria culturale prima ancora che canonica, destinata a rafforzare la pretesa di Mosca di proporsi come centro dell’Ortodossia mondiale

Fu proprio Hilarion a diventare il principale interprete della battaglia ecclesiastica contro Costantinopoli culminata nella crisi ucraina del 2018-2019. Quando Bartolomeo riconobbe l’autocefalia della nuova Chiesa ortodossa d’Ucraina, il metropolita guidò la risposta di Mosca, accusando il Patriarcato ecumenico di avere provocato uno scisma nel mondo ortodosso. Le sue critiche nei confronti dell’ex metropolita Filarete Denisenko, scomparso di recente furono altrettanto severe. In quella fase Hilarion appariva come il principale stratega di una Chiesa russa intenzionata a contendere a Costantinopoli la leadership dell’Ortodossia mondiale.

Paradossalmente, proprio mentre la sua influenza sembrava raggiungere l’apice, la sua parabola iniziò a declinare. Il 7 giugno 2022, pochi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Sinodo lo rimosse improvvisamente dalla guida del Dipartimento per le relazioni esterne e lo trasferì alla piccola diocesi di Budapest e Ungheria. Per molti osservatori la decisione non fu casuale.

A differenza di altre personalità ecclesiastiche russi, Hilarion non sostenne mai pubblicamente la guerra con l’enfasi ideologica adottata dal patriarca Kirill e da altri esponenti della gerarchia ecclesiastica. Continuò a difendere le posizioni canoniche di Mosca sulla questione ucraina, ma evitò di trasformare il conflitto in una guerra religiosa. Già prima dell’invasione aveva affermato che la guerra non rappresentava uno strumento per risolvere le controversie politiche e, una volta iniziato il conflitto, mantenne un profilo più prudente rispetto a quello dominante nel Patriarcato di Mosca.

In realtà la guerra colpiva al cuore il progetto che aveva perseguito per oltre dieci anni. L’intera strategia di Hilarion presupponeva infatti l’esistenza di un ponte tra Russia e Occidente. Il suo lavoro diplomatico, i rapporti costruiti con il Vaticano, il dialogo ecumenico, le relazioni con il mondo accademico europeo e nordamericano si fondavano sull’idea che Mosca potesse esercitare influenza internazionale attraverso il prestigio culturale e religioso. L’invasione dell’Ucraina ha compromesso gran parte di questo capitale politico e simbolico.

Non solo diplomatico ma anche teologo

Per comprendere il ruolo di Hilarion è però necessario guardare oltre la diplomazia. A differenza di molti gerarchi contemporanei, egli si è affermato anche come teologo di primo piano. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e hanno contribuito a diffondere la tradizione ortodossa ben oltre i confini del mondo slavo.

Il suo libro più celebre, “Il mistero della fede”, pubblicato negli anni Novanta, è considerato ancora oggi una delle migliori introduzioni contemporanee alla spiritualità e alla teologia ortodossa. L’opera riuscì a rendere accessibile a un pubblico ampio il patrimonio della tradizione patristica orientale in una fase in cui la Russia usciva da decenni di ateismo di Stato.

Accanto a questo testo, Hilarion ha dedicato studi approfonditi a figure fondamentali della spiritualità cristiana come Isacco il Siro e Simeone il Nuovo Teologo, contribuendo in modo significativo alla riscoperta della tradizione ascetica orientale. Ancora più ambiziosa è stata la monumentale serie “Gesù Cristo. Vita e insegnamento”, nella quale ha tentato di coniugare l’esegesi moderna con la lettura patristica dei Vangeli. L’opera ha ricevuto apprezzamenti da studiosi ortodossi, cattolici e protestanti, un riconoscimento raro in un panorama spesso segnato da forti divisioni confessionali.

Questa dimensione intellettuale spiega perché, fino al 2022, il suo nome fosse frequentemente indicato tra quelli dei possibili successori del patriarca Kirill. Non si trattò mai di una candidatura ufficiale né di una prospettiva imminente, ma l’ipotesi circolava con insistenza negli ambienti ecclesiastici e diplomatici. Hilarion possedeva una discreta autorevolezza teologica, esperienza internazionale, capacità comunicativa e una rete di contatti costruita in decenni di attività.

Anche alcune sue prese di posizione mostrano una personalità più complessa degli stereotipi spesso associati all’attuale gerarchia russa. Nel 2020 si oppose pubblicamente all’idea di inserire un mosaico raffigurante Stalin nel nuovo tempio delle Forze Armate russe. Definì il dittatore sovietico un persecutore della Chiesa e ricordò il sangue versato da milioni di vittime del regime. In altre occasioni arrivò persino a descrivere Stalin come un “mostro spirituale” e a paragonare la natura repressiva del sistema staliniano a quella del nazismo.

Ciò non significava rinnegare il ruolo patriottico della Chiesa durante la Seconda guerra mondiale. Al contrario, Hilarion sottolineò ripetutamente il contributo fornito dal clero e dai fedeli alla difesa della patria contro l’invasione tedesca. Ma proprio questa distinzione tra il sacrificio del popolo russo e le responsabilità del regime staliniano rivela un tratto significativo della sua visione storica e politica probabilmente anche per favorire la visione russa in occidente.

L’arresto di Karlovy Vary potrebbe alla fine rivelarsi un episodio marginale, destinato a scomparire dalle cronache nel giro di poche settimane. Più duratura appare invece la sua valenza simbolica. Coinvolge infatti l’uomo che per oltre un decennio ha incarnato la diplomazia religiosa della Russia post-sovietica e il tentativo di Mosca di estendere la propria influenza attraverso la fede, la cultura e il dialogo internazionale.

La parabola di Hilarion racconta in fondo la storia di una stagione in parte conclusa. Se il patriarca Kirill rappresenta oggi l’Ortodossia mobilitata attorno alla potenza statale russa, Hilarion aveva cercato di costruire una diversa forma di influenza, fondata sul prestigio teologico e sul soft power religioso. L’invasione dell’Ucraina non ha soltanto ridimensionato la sua carriera personale. Ha probabilmente segnato il tramonto dell’intero progetto che egli aveva contribuito a edificare.

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Palantir e giganti del cloud, Londra inizia a temere la dipendenza dai colossi Usa

Il Parlamento britannico inizia a fare pressione sul governo laburista di Keir Starmer circa la presenza di Palantir nel sistema pubblico britannico, in particolar modo nella gestione dei dati del National Health Service, il sistema di sanità pubblica del Regno Unito.

Il report “Rewiring the state: Delivering digital government” della Commissione per la Scienza, l’Innovazione e la Tecnologia di Westminster, come il resto del Parlamento emanazione della maggioranza laburista che sostiene il premier, ha posto dei dubbi sull’effettivo vantaggio che sarebbe garantito al Regno Unito dall’affidare la banca dati dell’Nhs all’azienda co-fondata da Peter Thiel e Alex Karp, sottolineando che non ci sarebbe alcun vantaggio tecnologico garantito nell’affidarsi a Palantir mentre, al contempo, sarebbero molti i dubbi emergenti.

“La dipendenza da fornitori esteri è una debolezza sfruttabile” e rappresenta “una ‘inaccettabile fonte di debolezza”, commentano i parlamentari, che criticano un’influenza pressoché eccessiva data a Palantir dai tempi del Covid-19. Sotto attacco anche il fatto che l’azienda avrebbe una reputazione controversa per il suo utilizzo bellico da parte del Pentagono e il ruolo che gli algoritmi del gruppo di Karp svolgono nei programmi di identificazione dei migranti irregolari negli Usa. Il Parlamento britannico chiede dunque a Starmer di sfruttare la finestra d’uscita del 2027 per non rinnovare l’accesso alla Federated Data Platform, il sistema di accumulazione dei dati sanitari nazionali, a Palantir perché li gestisca e ordini.

“La mancata definizione e attuazione di una chiara strategia di sovranità non solo rappresenta un ostacolo al successo dell’implementazione tecnologica, ma lascia il Regno Unito alla mercé di attori commerciali e statali stranieri che non condividono i nostri interessi strategici”, scrivono i deputati nel report, segnando peraltro un solco profondo tra interessi americani e britannici, almeno nella percezione. “Il governo dovrebbe conservare la facoltà di scegliere i singoli fornitori e di tutelarsi dal rischio di dipendenza da un unico fornitore e da situazioni che ne compromettono la stabilità”, aggiungono. Del resto, il problema-Palantir si somma a un’analoga tensione sul fronte del cloud dati, dove Amazon Web Services ha vinto un’importante gara pubblica da 420 milioni di sterline a marzo presentandosi senza avversari.

Il Regno Unito ha i dati sanitari in mano a Palantir e quelli cloud gestiti o da Aws o da Microsoft. La raccomandazione è quella di un superamento della dipendenza tecnologica dagli Usa, un fatto che nel Paese che un tempo faceva della “relazione speciale” il suo pivot geopolitico ha quantomeno del clamoroso. Vedere il Parlamento del Regno Unito temere la pervasività delle tecnologie Usa è segno di una frattura transatlantica che nell’era di Donald Trump e delle tecno-oligarchie americane rischia di consolidarsi e inasprirsi. La sfiducia sulla tenuta di un fronte comune, insomma, spaventa i legislatori britannici. Cosa farà Starmer? La mossa sembra l’ennesimo tentativo di mettere sotto pressione un premier indebolito e che all’interno del suo partito ha sempre più franchi tiratori. Mancare di chiarezza anche su questo dossier caro a molti membri del Partito Laburista potrebbe accelerare la fine di un esecutivo che sempre più appare a tempo e difficilmente dopo l’estate potrà sfuggire al redde rationem.

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Addio al Fcas, la Germania studia le alternative: dalla Svezia al progetto Airbus

Fcas, Francia e Germania divorziano sul caccia

Il collasso del progetto franco-tedesco Fcas (Future Combat Air System) da 100 miliardi di euro per un caccia di sesta generazione congiunto tra Parigi e Berlino rappresenta un crocevia importante per l’industria della Difesa europea e mentre prova ad analizzare i cambi di paradigma che questo comporta per i suoi piani di riarmo la Germania, Paese che maggiormente puntava sul piano per un salto di qualità delle sue forze armate, valuta le alternative.

Il tramonto del Fcas

La cooperazione industriale franco-tedesca non è decollata per questioni legate alla volontà di spartizione degli appalti, che la Francia intendeva mantenere pesantemente a proprio favore, e per una minore spinta comune per il progetto rispetto a quello del Global Combat Air Program (Gcap) italo-anglo-giapponese. Ora Berlino si trova nella condizione di dover ripartire da capo e di studiare alternative. Essenzialmente, ci sono tre opzioni sul tavolo per il cancelliere Friedrich Merz, autore di un ambizioso piano di rafforzamento militare assieme al ministro della Difesa Boris Pistorius.

La prima idea, segnalata dal Financial Times, sarebbe quella di consolidare un pool di aziende con al centro la divisione aerospaziale di Airbus, che ha sede operativa in Germania, per guidare dal suolo tedesco una corsa autonoma al nuovo caccia. All’imminente Salone Aeronautico di Berlino, secondo il Ft, i dirigenti di questi gruppi, tra cui Mbda, specializzata in campo balistico e missilistico, e Hensoldt, player nei radar, potrebbero ricevere una spinta dalla volontà di Merz di mettere a terra il piano di riarmo passando anche per una via autonoma agli aerei di combattimento di nuova generazione.

La via del Gcap e quella svedese

La seconda strada porta proprio nella direzione del Gcap e lascia presagire la prospettiva che Berlino finisca per convergere come partner nell’ambizioso piano oggi egemone su scala mondiale per i velivoli di sesta generazione. Il peso industriale della Germania e la capacità di spesa di Berlino darebbe indubbiamente un peso geostrategico notevole all’accordo e ne amplierebbe la portata, ma al contempo è tutto da valutare l’impatto che ciò avrebbe su filiere industriali, appalti e divisione del lavoro, in un contesto ove già oggi Italia, Regno Unito e Giappone prevedono stanziamenti per decine di miliardi di euro volti a sviluppare con i loro apparati militari-industriali il nuovo caccia.

Una terza via, invece, accarezzata in passato, passa da un altro attore strategico nel mercato aeronautico: la Svezia. Stoccolma prevede di sostituire il veterano della sua flotta aerea, il  Jas-39 Gripen, entro il 2035 e ha incaricato Saab di studiare un progetto per realizzare un velivolo di sesta generazione in ottemperanza alla storica e gelosamente custodita indipendenza del Paese nordico nelle filiere militari, un retaggio dell’era di stretta neutralità conclusa con l’ingresso nella Nato nel 2024. Ora è aperta una nuova era, e i rumors di una cooperazione tedesco-svedese sono consolidati da tempo sulla scorta della presenza attiva di Saab in diversi dossier del piano di riarmo tedesco. Rispetto al Gcap il progetto svedese è ancora in via di sviluppo e dunque la Germania, sempre tramite Airbus, potrebbe giocare un ruolo.

Le ipotesi sul tavolo

Chiaramente l’opzione di un consorzio per il caccia di sesta generazione si potrebbe anche sposare con l’apertura a una delle due filiere già attive. La Chatham House, del resto, nota che il tramonto del Fcas franco-tedesco potrebbe contribuire a fare chiarezza sul futuro del riarmo aeronautico europeo, aggiungendo peraltro che “I Paesi europei devono affrontare una realtà urgente: se non saranno in grado di sviluppare un’alternativa europea al programma statunitense F-35, si troveranno costretti a dipendere da un’America sempre meno affidabile per una componente cruciale del loro equipaggiamento di difesa, una piattaforma su cui potrebbero dover fare affidamento fino al 2040 inoltrato”.

La Germania produce l’F-35 nei suoi stabilimenti del sistmea industriale-militare ma intende guardare oltre. E dalla sua scelta potrebbe dipendere molto del futuro della corsa europea (e globale) al caccia di sesta generazione, in cui l’Europa è capofila. Ma rischia di avere proprio dalla sua divisione un fattore di ridimensionamento.

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