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L’eclisse e il referendum sull’Ue: l’estate che può cambiare il destino dell’Islanda

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REYKJAVÍK – Per due minuti il tempo è sembrato fermarsi. Poco prima delle 17.00, il Sole è scomparso dietro il disco della Luna e sull’Islanda è calato un crepuscolo improvviso, quasi irreale. Le voci si sono abbassate, gli sguardi si sono alzati al cielo e migliaia di persone, arrivate da ogni parte del mondo, hanno assistito a uno degli eventi astronomici più attesi del secolo: l’eclisse totale di Sole del 12 agosto 2026, la prima visibile dall’Europa continentale dal 1999. Se in molti Paesi europei il fenomeno è apparso soltanto in forma parziale, l’Islanda è stata una delle grandi protagoniste della giornata. L’ombra della Luna ha attraversato soprattutto le regioni occidentali e meridionali dell’isola, regalando uno spettacolo straordinario tra vulcani, campi di lava, coste battute dal vento e ghiacciai. Reykjavík, la penisola di Reykjanes, la regione di Snæfellsnes e i remoti Fiordi Occidentali si sono trasformati nei luoghi simbolo dell’evento.

Ma l’eclissi non è stata soltanto un fenomeno astronomico. È stata anche un fenomeno turistico senza precedenti. Da settimane gli operatori turistici islandesi parlavano di numeri record, e le previsioni si sono confermate. Secondo i dati riportati da AirDNA, la domanda di alloggi nelle località islandesi interessate dal percorso della totalità è aumentata del 56,9% rispetto all’anno precedente, contro una crescita del 19,2% nel resto del Paese. A trainare la corsa alle prenotazioni sono state soprattutto Kópavogur, con un incremento del 48%, e Reykjavík, con il 44% in più di richieste rispetto allo scorso anno. Ancora più impressionante il dato relativo alle ricerche online di strutture ricettive: la capitale islandese ha registrato un balzo del 250%, uno dei più alti in Europa legati all’evento.

La città si è riempita di astronomi, fotografi, curiosi e semplici viaggiatori desiderosi di vivere un’esperienza irripetibile (tra i quali si trova anche chi scrive). In molti hanno scelto di osservare il fenomeno dalle coste della capitale, altri si sono spinti verso aree meno urbanizzate per approfittare di panorami ancora più spettacolari. D’altronde, la particolarità di un’eclissi totale è che può essere osservata completamente soltanto all’interno di una fascia geografica relativamente stretta, il cosiddetto “percorso della totalità”. Proprio questa caratteristica ha generato una concentrazione eccezionale di visitatori in poche destinazioni selezionate. Secondo gli analisti del settore, l’evento rappresenta uno dei casi più evidenti di crescita dell’astroturismo, una forma di viaggio che unisce la scoperta del territorio all’osservazione dei fenomeni celesti. Ora che l’eclissi è passata, restano le immagini: il cielo che si oscura in pieno giorno, la corona solare che appare attorno a un disco nero perfetto, il silenzio improvviso della folla e la sensazione condivisa di assistere a qualcosa di straordinario. Ma l’eclissi che ieri ha oscurato il cielo islandese è arrivata in un momento in cui l’isola nordatlantica si trova a sua volta a un bivio storico.

Arriva il referendum sull’Europa

Mentre migliaia di visitatori affollavano Reykjavík e le coste occidentali per assistere alla totalità, il Paese si trovava già immerso nel dibattito sul referendum che il 29 agosto deciderà se riaprire i negoziati di adesione all’Unione europea. A rilanciare la discussione europea non sono state semplicemente nuove difficoltà economiche o cambiamenti ideologici, bensì le ripetute dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia. Le ambizioni statunitensi sull’isola artica, vicina strategicamente all’Islanda, hanno infatti alimentato a Reykjavík una nuova percezione di vulnerabilità e sicurezza regionale. Basti ricordare che lo scorso gennaio, Billy Long, nominato ambasciatore in Islanda proprio dal presidente americano, aveva scherzato pubblicamente sul fatto che l’Islanda sarebbe dovuta diventare il 52esimo stato americano e che lui avrebbe ricoperto il ruolo di governatore.

Una battuta forse, ma che a Reykjavik avrebbero decisamente preso sul serio. Non è passata inosservata nemmeno la gaffe di Donald Trump, che a gennaio di quest’anno, durante il World Economic Forum di Davos, aveva confuso ripetutamente Groenlandia e Islanda mentre parlava delle ambizioni strategiche americane nell’Artico. La Casa Bianca ha poi tentato di correggere il tiro sostenendo che il presidente si riferisse alla Groenlandia come a una “terra di ghiaccio” (“a piece of ice”), ma il lapsus ha scatenato ironie e meme in tutto il mondo. Per gli islandesi, abituati a vivere all’ombra mediatica della ben più grande vicina groenlandese, è stata probabilmente la prima volta in cui il loro Paese è finito al centro di una disputa geopolitica semplicemente per uno scambio di nomi (!). La stessa premier Kristrún Frostadóttir aveva riconosciuto che la “crisi della Groenlandia” avesse toccato un nervo scoperto nell’opinione pubblica islandese.

Per un Paese di appena 400 mila abitanti, tradizionalmente orgoglioso della propria autonomia, si tratta d’altronde di un cambiamento notevole. L’Islanda è membro della NATO dal 1949 ma è l’unico Paese dell’Alleanza a non possedere un esercito permanente. Per decenni la sua sicurezza si è basata sul rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Oggi però le incertezze legate alla politica estera americana e le tensioni nell’Artico hanno spinto una parte crescente della società a guardare a Bruxelles come a un ulteriore ancoraggio strategico. Anche l’Unione europea osserva con attenzione il processo. A marzo 2026 Bruxelles e Reykjavík hanno firmato un accordo di partenariato sulla sicurezza e la difesa, segnale di una cooperazione sempre più stretta. Non a caso, per l’Europa l’Islanda rappresenta un tassello fondamentale nello scacchiere del Nord Atlantico e dell’Artico, una regione destinata ad assumere un peso crescente nelle competizioni energetiche, commerciali e militari tra le grandi potenze.

Il problema (non solo economico) della pesca

Resta però un nodo storico che continua a dividere gli islandesi: la pesca. Il settore vale circa il 12% del PIL nazionale e impiega il 5% della popolazione, numeri che spiegano perché il controllo delle acque territoriali e delle quote ittiche venga percepito come una questione identitaria prima ancora che economica. Proprio le divergenze sulla Politica Comune della Pesca contribuirono a bloccare il precedente processo di adesione nel 2013, e ancora oggi rappresentano uno dei principali argomenti dei contrari all’ingresso nell’Unione. I sondaggi fotografano infatti un Paese profondamente diviso, con il referendum di fine agosto che si preannuncia come uno degli appuntamenti politici più importanti dell’estate europea.

Come, però, ha sottolineato la stessa premier Frostadóttir, si tratta di un voto per “completare il dialogo”, non per entrare immediatamente nell’Ue. In caso di vittoria del “Sì”, il governo otterrebbe infatti il mandato per riaprire formalmente il dossier europeo. A quel punto sarebbero gli Stati membri dell’Unione a dover concordare la ripresa del negoziato, partendo dal fatto che l’Islanda non ha mai ritirato formalmente la sua candidatura presentata nel 2009, la quale per Bruxelles rimane giuridicamente valida, seppure congelata. Il percorso potrebbe quindi rivelarsi più rapido rispetto a quello di altri Paesi candidati perché quando i colloqui furono sospesi erano già stati aperti 28 capitoli negoziali e 11 erano stati chiusi provvisoriamente. Inoltre, grazie all’appartenenza allo Spazio Economico Europeo, l’Islanda applica già una parte significativa della normativa comunitaria, circostanza che potrebbe agevolare un eventuale ritorno al tavolo delle trattative. Prima dell’adesione vera e propria, tuttavia, sarebbe comunque necessario un secondo referendum, chiamato a ratificare l’eventuale accordo finale con Bruxelles.
Il cielo in Islanda è quindi tornato a illuminarsi dopo la storica eclissi solare del 12 agosto: resta da capire se, nelle prossime settimane, anche la rotta europea dell’isola diventerà più chiara

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