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With a Deal Seemingly Close, the U.S. Faces an Iran More Willing to Withstand Pressure

The war has produced regime change, but Iran’s new leaders are more willing to take risks and believe they have already absorbed the worst that America and Israel can deliver.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

Members of the Islamic Revolutionary Guards Corps in April at a government-organized march in Tehran.
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With a Deal Seemingly Close, the U.S. Faces an Iran More Willing to Withstand Pressure

The war has produced regime change, but Iran’s new leaders are more willing to take risks and believe they have already absorbed the worst that America and Israel can deliver.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

Members of the Islamic Revolutionary Guards Corps in April at a government-organized march in Tehran.
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“Due popoli due stati? Formula vuota, senza futuro. E i partiti anti-Netanyahu non sono all’altezza”, intervista a Della Seta

Roberto Della Seta ha applicato, con passione civile e coraggio intellettuale, uno dei motti più riusciti di Legambiente, di cui è stato presidente: “Pensare globalmente, agire localmente”. Una visione che ha attraversato il suo impegno politico e parlamentare e la sua attività di giornalista e scrittore. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa (Mimesis, 2025). Della Seta è anche una delle coscienze critiche dell’ebraismo italiano.

“Basta tifoserie: si può essere contro Hamas e contro i crimini di Netanyahu”. È l’appello lanciato in una intervista a L’Unità da Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele. Lei come risponde?
Concordo totalmente: si può, si deve essere contemporaneamente contro i crimini di Netanyahu e contro i crimini di Hamas. Ha ragione, Fiano, anche nel denunciare il clima da stadio che avvelena sempre più spesso il dibattito pubblico e che nel caso di Israele e Palestina non impazza soltanto sui social ma contagia anche commentatori autorevoli o sedicenti tali. Cito due esempi tra loro opposti: la “messa all’indice” di Erri De Luca e di Moni Ovadia da parte di quelle che Fiano chiama opposte tifoserie. Non condivido quasi nulla di quello che ha detto De Luca su Israele e Gaza, ma considerare le sue parole come sostegno o peggio “complicità” verso Netanyahu – così le hanno bollate in tanti nel mondo filopalestinese -, è ridicolo. Non sono d’accordo nemmeno con alcune opinioni di Moni Ovadia liquidatorie di tutta la storia del sionismo, ma vedere Ovadia come una specie di ebreo “odiatore di se stesso”, un antisemita suo malgrado – così lo descrivono in molti tra i filoisraeliani “doc” – è grottesco. Con Erri De Luca e con Moni Ovadia è del tutto legittimo polemizzare, ma rispettandone la storia e il prestigio intellettuale e soprattutto rifuggendo da qualunque tentazione di ostracismo giacobino. Ecco, io credo che una buona regola per dibattere di Israele e Palestina da “non-tifosi” sia mettere qualche paletto di verità: dichiararsi antisionisti e giudicare Israele come uno Stato ormai dominato da un’ideologia ultranazionalista, non significa essere antisemiti; invece, è antisemitismo in purezza collegare la condanna di Israele, anche la più radicale, con farneticazioni su “complotti ebraici” e sulle “lobby ebraiche” alla conquista del mondo. Purtroppo, entrambi questi criteri sono violati di continuo. Violati da chi ha proposto, votato e sostiene il disegno di legge in discussione alla Camera che definisce come antisemitismo, per esempio, anche il fatto di paragonare le azioni di Israele a quelle dei nazisti. Paragone che si ritrova esplicitato da noti antisemiti quali Albert Einstein e Hannah Arendt in una lettera pubblica che pubblicarono sul New York Times all’indomani della nascita di Israele in cui bollavano come fasciste i blitz delle bande paramilitari guidate da Menachem Begin, futuro primo ministro e padre politico di Netanyahu, per cacciare migliaia i palestinesi dai loro villaggi ormai “israelianizzati”. E violati, questi criteri, da chi per motivare la solidarietà con i palestinesi fa riemergere dalla fogna della storia europea rappresentazioni degli ebrei come una rete transnazionale di criminali.

Nell’intervista, Fiano rilancia come prospettiva su cui concentrare l’iniziativa di chi non è “tifoso” ma partecipe di un tragico conflitto senza fine, quella di due popoli, due Stati. Ma c’è ancora spazio per dare corpo a questa idea?
Credo che Fiano abbia bene presente la mappa attuale degli insediamenti di coloni ebrei in Cisgiordania, insediamenti – va ricordato – avvenuti anche quando governava la sinistra: come immagina questi “due Stati”? Mi viene in mente il regime razzista sudafricano, che aveva creato una decina di “bantustan”, piccole isole “nere” formalmente indipendenti ma in realtà micro-Stati vassalli del Sudafrica. Oggi “due popoli due Stati” è una formula vuota, senza futuro. Personalmente non mi piace nemmeno come idea: la penso come quella piccola minoranza di sionisti del Novecento – da Martin Buber a Judah Magnes – che sostenevano la prospettiva di un unico Stato binazionale. Non amo il concetto di “Stato etnico”, che sia degli ebrei come dei musulmani. Detto ciò capisco bene che la possibilità di vedere nascere “dal fiume al mare”, dal Giordano al Mediterraneo, uno Stato dove vivano insieme e con pari diritti ebrei israeliani e palestinesi, non è per oggi né per domani. Ma non ho dubbi che a questo si arriverà alla fine del tunnel, ancora lontana.

Dopo i video inneggianti al trattamento brutale riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’Europa e l’Italia hanno scoperto la “mela marcia” che si annida nel governo Netanyahu: Itamar Ben-Gvir. Ma regge questa identificazione o c’è molto altro?
Ben-Gvir è un criminale politico, ma è solo la punta vistosa di un iceberg incomparabilmente più grande. La mela marcia è tutto il governo Netanyahu, la mela marcia è la maggioranza che lo sostiene, la mela marcia è chi tuttora tra gli israeliani si riconosce in questa destra nazionalista e razzista, la mela marcia è l’esercito che ha condotto lo sterminio di civili a Gaza, la mela marcia sono le forze di sicurezza israeliane che tollerano e spesso spalleggiano le aggressioni sistematiche dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Ben-Gvir nella mela marcia – chiedo scusa per la metafora brutale – è solo il verme più repellente.
Quanto alla “Global Flotilla”: è desolante la debolezza con cui governi europei a cominciare dal nostro hanno reagito all’atto di pirateria internazionale compiuto da Israele in acque internazionali contro loro cittadini che partecipavano a una missione umanitaria rigorosamente disarmata. È desolante, ed è una specie di manifesto del “doppio standard” che adotta l’Europa in tema di difesa della legalità internazionale e dei diritti umani: intransigente (giustamente) con il criminale Putin, più che conciliante con il criminale Netanyahu.

“Io, sionista di fronte alla catastrofe spirituale dell’ebraismo”. Così questo giornale ha titolato una impegnata intervista di Gad Lerner. Cosa è per lei il sionismo?
Condivido ogni virgola di Gad, anche se la mia storia è diversa dalla sua. Sono ebreo per metà, quella paterna, e mio padre Piero che era un dirigente del Partito comunista, fu negli anni ’60 uno dei primi ebrei italiani a schierarsi pubblicamente contro Israele. Mio padre si dichiarava orgogliosamente antisionista, io su questo la penso diversamente. Da storico, credo che il sionismo vada visto nella sua grande pluralità di ispirazioni: erano sionisti Buber, Magnes, Arendt, che sognavano uno Stato arabo-ebraico in Palestina, ed era sionista Vladimir Zabotinskij, nazionalista e ammiratore di Mussolini. Il sionismo è nato, come pensiero e movimento, per liberare gli ebrei d’Europa da secoli di persecuzioni, ha ricevuto una legittimazione formidabile dalla Shoah. Certo è nato con un’impronta eurocentrica, non si è mai troppo curato del “fatto” che in Palestina vivevano comunità arabe che inevitabilmente hanno vissuto l’emigrazione ebraica come colonialismo. Dalla nascita dello Stato d’Israele, il sionismo ha visto prevalere sempre più decisamente la sua radice peggiore, nazionalista e colonialista: non si può ridurre la sua degenerazione a Netanyahu, Netanyahu e la sua destra suprematista sono il sintomo e non la causa della malattia d’Israele. Poi guardo al sionismo non solo da storico: mia sorella ha sposato un ebreo israeliano che ha origini familiari polacco-ucraine. Ha idee molto di sinistra sul mondo, odia Netanyahu, ma non può dimenticare che se lui è venuto al mondo è perché suo padre negli anni ’30 del secolo scorso fuggì dall’Europa seguendo l’ideale sionista. Impossibile pretendere da mio cognato che si senta antisionista, quanto a me tendo a considerarmi asionista.

Anna Foa ha scritto un bellissimo libro dal titolo Il suicidio d’Israele. Questo suicidio si è già compiuto o c’è ancora qualche speranza?
Il suicidio di Israele come Stato ebraico credo sia compiuto, suicidio etico e reputazionale. Le prossime elezioni diranno del suo suicidio politico, in fase avanzata. Ovviamente mi auguro che Netanyahu perda le elezioni, e so benissimo che un governo guidato dalle attuali opposizioni rappresenterebbe un grande paso avanti. Ma sono sincero: credo i partiti anti-Netanyahu non siano all’altezza della sfida per dare un futuro di sicurezza e di prosperità a chi vive in Palestina. Dico a chi vive in Palestina, intendo prima di tutto ai palestinesi ma intendo anche ai milioni di ebrei israeliani. Faccio un esempio: giorni fa il leader dei Democratici, partito erede dei laburisti, Yair Golan, ha detto che per uno Stato palestinese “non è ancora il momento”. Credo che tutta la politica israeliana, anche la sua parte migliore, non abbia coscienza dell’abisso in cui è sprofondata nel mondo l’immagine d’Israele. E poi bisogna avere il coraggio di riconoscerlo: l’odierno Israele non è una democrazia, non lo è almeno da sessant’anni, da quando occupa illegalmente territori in cui vivono milioni di persone che non possono scegliere con il voto chi ne decide la vita e il futuro.

Il suicidio di cui sopra può riguardare anche la diaspora?
La diaspora, in particolare quella europea, dal 1948 si è identificata in Israele come “stato-guida” e oggi fatica a metterne in discussione l’agire. Eppure, lo stesso sionismo che proponeva la nascita di uno Stato ebraico in Palestina è nato in polemica con l’aspirazione di tanti ebrei europei a integrarsi nei contesti nazionali di cui bene o male erano parte da secoli. Poi tra ebraismo diasporico e Israele c’è un’altra grande differenza: il primo è costitutivamente cosmopolita, abituato a ibridarsi con altri da sé, portatore di un’idea plurale dell’identità, mentre in Israele si è progressivamente affermata un’idea esclusiva dell’identità ebraica.

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Peace for Taiwan needs ‘joint answer’ from both sides, says top Beijing official

Peace and stability in the Taiwan Strait needs a “joint answer” from people on both sides, Beijing’s top Taiwan affairs official said on Saturday. “As profound changes unseen in a century accelerate across the world, the international landscape is becoming increasingly turbulent and complex, the situation in the Taiwan Strait remains complex and severe,” Wang Huning told the Straits Forum, an annual event designed to boost exchanges between Taiwan and mainland China. “The future direction of...

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Peace for Taiwan needs ‘joint answer’ from both sides, says top Beijing official

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Trump-Iran, mai così vicini alla pace: ma dietro le quinte il pressing di Israele per sabotare l’intesa

Trentotto. Trentanove. Quaranta. Il numero degli annunci di un accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra del Golfo. Quando alla roulette della pace è uscito il 41 sembrava essere la volta buona. A dirlo era sempre lui, il “croupier “di Washington. Sembrava. Perché in questa storia infinita a un certo punto sembra riandare in onda la riedizione geopolitica del Giorno della marmotta. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media sono delle fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato, inclusa la loro debole e patetica affermazione sull’esistenza di un accordo, non ha alcun riscontro nella realtà. Sono persone estremamente sleali con cui trattare; con loro, la buona fede è un concetto inesistente». Così Donald Trump sul suo social Truth, sottolineando che «l’attacco con droni della scorsa notte contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz, attacco che è stato completamente respinto, è assolutamente inaccettabile». L’Iran «farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta», avverte ancora il tycoon, sempre sul suo social. Ora, stiamo parlando del presidente dell’iperpotenza militare mondiale, l’uomo che può decidere i destini del pianeta.

A mettere in fila le sue esternazioni sembra di avere a che fare con uno psicolabile che cambia idea di ora in ora. «Abbiamo messo fine alla guerra con l’Iran. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, una condizione su cui abbiamo insistito. Era proprio questo l’obiettivo, era il 95% della questione». Così esternava Trump durante un comizio virtuale a sostegno del vicegovernatore della Georgia Burt Jones, secondo quanto riporta Cnn. Nell’accordo con l’Iran «abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo», aveva proclamato il commander in chief, sempre nel corso dello stesso comizio virtuale, secondo quanto riportato dall’Agenzia Bloomberg. L’intesa è «praticamente fatta», ha messo in evidenza. “Esternator” era inarrestabile. “Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”. È questa la dichiarazione rilasciata da Trump, a La7 in una conversazione telefonica con Daniele Compatangelo, riportata ieri mattina a Omnibus su La7 da Alessandra Sardoni. Le parole del presidente americano arrivavano in risposta a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Nella conversazione, Trump ha sostenuto che l’appoggio degli alleati europei sia stato “irrilevante”, rivendicando che gli Stati Uniti abbiano raggiunto i propri obiettivi senza il loro contributo. Tutto bene. Tutto fatto. Macché.

A rompere le uova nel paniere di The Donald è l’agenzia di stampa statale iraniana Irna che rende noto che l’attuale bozza di accordo con gli Stati Uniti è definita da 7 principi generali e che le capacità missilistiche dell’Iran non rientrerebbero nell’agenda dei negoziati proposti così come il fatto che Teheran non rinuncerà al controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo Irna, durante i colloqui di 60 giorni successivi alla firma del memorandum verrebbero affrontati solo tre temi: la prosecuzione del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni statunitensi e un meccanismo di risarcimento. L’Irna ha inoltre riferito che, nell’ambito del memorandum attuale, non è stato raggiunto alcun accordo sulla questione nucleare. L’agenzia iraniana ha riferito che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella sua futura gestione. «Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni apparse sui media, l’Iran non si impegna in alcun modo, con questo testo, a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a restituirlo allo Stato prima dell’aggressione militare di Stati Uniti e Israele. L’unico punto menzionato è la normalizzazione del transito attraverso lo Stretto di Hormuz al termine della guerra, il ripristino della sicurezza marittima da parte degli Stati costieri, la fine del blocco illegale e la rimozione delle minacce alla navigazione commerciale da parte di Stati Uniti e Israele. Su richiesta dell’Iran, gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella futura gestione dello Stretto di Hormuz. È stato chiarito che la futura amministrazione dello Stretto si baserà su un’iniziativa e una proposta iraniana, nell’ambito di una questione di competenza dei Paesi della regione. In questo contesto, le discussioni sul futuro dello Stretto di Hormuz non avranno luogo nemmeno nei negoziati successivi alla firma dell’accordo, e Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l’Oman».

Le rivelazioni iraniane fanno saltare i nervi al presidente Usa, che torna in modalità guerresca. Un accordo in fase di definizione tra Stati Uniti e Iran è “basato sulle prestazioni” e Teheran non riceverà nessuno dei suoi beni congelati finché non rispetterà la sua parte dell’accordo: è quanto ha dichiarato un alto responsabile dell’amministrazione Trump, secondo il Times of Israel, dopo che l’agenzia iraniana Mehr aveva riportato che la bozza di accordo fra Iran e Stati Uniti garantirebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro un periodo di 60 giorni. La cerimonia della firma del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran segnerà l’inizio della «fase due» dei negoziati diplomatici. Lo scrive la Cnn citando fonti informate che confermano che con ogni probabilità l’intesa verrà firmata a Ginevra in una cerimonia a cui per gli americani dovrebbe partecipare il vicepresidente JD Vance, come del resto ha detto lo stesso Trump ieri notte. La firma, confermano ancora le fonti informate della rete americana, potrà avvenire domenica, giorno in cui sono previsti alla Casa Bianca i festeggiamenti per il compleanno di Trump. Le stesse fonti fanno poi notare che la cerimonia si svolgerà non lontano da Evian, la località francese dell’Alta Savoia sul lago Lemano, dove lunedì è atteso il presidente americano per partecipare al vertice del G7. Nulla però è stato confermato e fonti iraniane fanno sapere che per la firma della “dichiarazione di Islamabad”, come il testo da più parti è chiamato in riconoscimento del ruolo centrale svolto dal Pakistan nella mediazione, si sta prendendo in considerazione anche Vienna, riporta ancora la Cnn.

Ginevra, Vienna… Firma sì, firma forse. Firma su che…L’Iran ha accettato di smantellare il suo programma nucleare e di distruggere il materiale nucleare nell’ambito di un accordo con gli Stati Uniti, ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca all’Afp, mentre le due parti hanno fornito versioni contrastanti dell’accordo. Teheran ha anche accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz e non riceverà alcun fondo congelato finché non rispetterà gli impegni assunti nell’ambito dell’ “accordo basato sulle prestazioni”, ha affermato l’alto funzionario dell’amministrazione. Per non farsi mancare nulla, c’è l’incognita, e che incognita, israeliana. Israele sta esercitando pressioni sugli Stati Uniti affinché impediscano lo scongelamento dei beni iraniani nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco. Lo afferma la Cnn citando una fonte israeliana a conoscenza delle discussioni. La Cnn aveva precedentemente riportato che l’annuncio di Trump, che lasciava intendere un imminente accordo con l’Iran, aveva colto di sorpresa Netanyahu, che in quel momento stava tenendo una riunione con alti funzionari della sicurezza sull’Iran. Israele nutre da tempo scetticismo sulle intenzioni di Teheran nei negoziati, ritenendo che non stia negoziando in buona fede. Israele crede che, anche se venisse firmato un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, questo non porterebbe a un accordo definitivo, ha dichiarato una fonte israeliana alla Cnn.

Dalle indiscrezioni alle dichiarazioni pubbliche. «Finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto. Da oltre 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier di Israele, questo non accadrà». A sostenerlo è il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una nota. Un Netanyahu in modalità campagna elettorale, costretto a fare buon viso a un cattivo gioco, per lui e il suo governo di estrema destra. Che i contenuti di quel memorandum, nelle varie versioni dispiegate, non piaccia a chi governa Israele, lo lascia bene intendere il lungo comunicato del ministro della Difesa Israel Katz: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali”.

“Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, e il premier Benjamin Netanyahu ed io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”, conclude la nota. E tanto per essere chiari, l’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione per gli abitanti per tre località nel distretto di Sidone: Sarafand, Tefahta e Mazraat Sinay. È quanto reso noto su X dal portavoce militare israeliano in lingua araba, Avichay Adraee. Nel suo messaggio, l’esercito israeliano afferma di avere come obiettivo Hezbollah e ordina agli abitanti di rifugiarsi a nord del fiume Zahrani, situato a sud della città di Sidone, capoluogo del distretto. In Libano si continua a combattere, i morti e feriti si contano a decine anche ieri. Nel fatidico memorandum c’è anche il paragrafo-Libano. L’Iran chiede il ritiro dell’esercito israeliano dal Paese dei Cedri. Trump non ha detto di no. E Netanyahu può far saltare il banco. Fino al prossimo giro di roulette.

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Chinese team builds first commercial ‘3-lane highway’ in optical fibre to boost capacity

China activated the world’s first three-band optical fibre communication system early this month, technology that its developers say could expand the carrying capacity of future AI networks. According to the project team, a single fibre can carry more than five times the traffic of conventional systems, while transmission capacity per core increases by nearly half. The project, completed in Qingdao in the eastern Chinese province of Shandong, was jointly developed by state-owned...

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Hong Kong cancels amber rainstorm warning for second time

This story has been made freely available as a public service to our readers. Please consider supporting SCMP’s journalism by subscribing. The Hong Kong Observatory cancelled the amber rainstorm warning for a second time on Saturday, after the city was hit by heavy showers and thunderstorms under the combined influence of a southwest monsoon trough and a low-pressure trough. The earlier downpours prompted the forecaster to issue an amber rainstorm warning – the lowest in the three-tier system –...

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Out of the shadows: Huawei’s ‘chip queen’ steps back into the spotlight with scaling law

After seven years working in the shadows, He Tingbo stepped back into the limelight last month. The head of Huawei Technologies’ secretive semiconductor business – widely dubbed the company’s “chip queen” – had been out of the public view since 2019, when Washington severed the Chinese company’s global access to advanced technology, including semiconductors. Her retreat into the background became a symbol of Huawei’s battle for survival. That all changed last month on a global academic stage in...

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Trump Administration Says It Will Restart Asylum and Immigration Processing

The response came after a federal judge rebuked officials for failing to immediately comply with the order he issued last week.

© Madison Swart for The New York Times

An immigration court in New York in May. More than a million applications for asylum and immigration had ground to a halt under Trump administration policies.
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Can 150kg drones carry cement and bricks? Hong Kong is putting them to the test

Hong Kong’s Development Bureau will test whether heavy-duty drones, weighing nearly 150kg (330.6lbs) each, can carry essential items across up to six sites over the next 12 months, the South China Morning Post has learned. In response to queries from the SCMP, the bureau revealed it was partnering with two companies to test whether the devices could carry heavy materials such as cement and manhole covers for construction work. Other potential applications include clearing drains and cleaning...

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Chinese woman reunites with family 22 years after running away over broken shower gel bottle

A woman in eastern China has been reunited with her birth family 22 years after running away as a child, fearing punishment for breaking a bottle of shower gel. Liu Xiuhong, from a rural family in Ganzhou, Jiangxi province, was nine years old when she moved with her migrant-worker parents to Jieyang, Guangdong province, where they lived in a cramped rented room, according to the mainland outlet Shicheng Media. While playing at a friend’s home in 2004, Liu accidentally smashed a glass bottle of...

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Despite Trump Claims, Spencer Pratt Seems to Accept L.A. Mayor Results

President Trump said the loss was an example of election fraud, but Mr. Pratt did not entertain that idea. Instead, he plans to wind down his campaign but keep attacking the two Democrats who advanced.

© Alex Welsh for The New York Times

“I didn’t get in this for political power, I got in this to expose this corrupt machine, and nothing’s changed,” Mr. Pratt said. “ I don’t have a campaign laws hamstringing me now. It’s war.”
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Philippines’ belligerence towards China out of step with Asean trend

The Philippines’ confrontational approach to maritime territorial disputes, such as its championing of the 2016 South China Sea arbitration ruling, has not only failed to resolve regional tensions, it also risks undermining Asean centrality. In May, addressing Japan’s National Diet, Philippine President Ferdinand Marcos Jnr announced that Manila would mark the ruling’s 10th anniversary in July, an occasion he said “embodies our determination to resolve disputes through peaceful means”. That is...

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SpaceX’s Unlikely Journey From Far-Out Idea to $2 Trillion Juggernaut

Elon Musk said he had initially given SpaceX less than a 10 percent chance of succeeding. His rocket company has come a long way.

© Andres Kudacki for The New York Times

A SpaceX ad on the Nasdaq MarketSite tower in Times Square. The company, which Elon Musk founded in 2002, began trading on the stock market on Friday.
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Two Dan Sullivans? Alaska Republicans Suggest Kicking One Off the Ballot in Senate Race

The lieutenant governor and the top elections official, both Republicans, are investigating whether the challenger coordinated with a Democrat to confuse voters.

© Eric Lee for The New York Times, Karen Dillman, via Associated Press

Republicans argue that the Senate campaign by Dan J. Sullivan, right, was planned by Democrats to confuse voters and hurt Senator Dan S. Sullivan, left, a second-term lawmaker.
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Russia. I Volenterosi ci riprovano, ma Medvedev li mette nel tritacarte

di Enrico Oliari

Nei giorni scorsi il Cremlino ha risposto picche all’eventuale partecipazione delle leadership europee ad eventuali negoziati sulla crisi ucraina, rammentando le varie posizioni russofobiche e il sostegno militare a Kiev. Una posizione che oggi è stata ribadita in modo pittoresco da Dmitri Medvedev, ex presidente della Federazione Russa e ora vicepresidente del Consiglio di sicurezza, il quale ha pubblicato sul suo account ufficiale un video di “auguri alla Russia” in cui mette nel tritacarte le fotografie della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, del premier britannico Keir Starmer e del cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Il gesto plateale di Medvedev non ha incluso la foto di Emmanuel Macron, presente con Merz e Starmer all’incontro di Londra di pochi giorni fa con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. A Mosca infatti è stata apprezzata la proposta lanciata dal presidente francese di “ripensare ai rapporti con la Russia” una volta terminato il conflitto.
Dopo il comprensibile rifiuto di Vladimir Putin del faccia a faccia con Zelensky (prima gli sherpa trovano la quadra, poi i presidenti si stringono la mano), ieri gli ambasciatori di Francia (Nicolas de Rivere), Regno Unito (Nigel Casey) e Germania (Alexander Lambsdorff) sono stati ricevuti dal viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, al quale hanno riportato le richieste dei “Volenterosi” di Londra, ovvero stop ai combattimenti, congelamento della linea del fronte dalla quale far ripartire i negoziati, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, rispetto degli gli interessi di sicurezza dell’Ue e congelamento dei beni russi fino alla fine dell'”aggressione”. E’ evidente che dietro la dicitura “interessi di sicurezza dell’Ue” vi sia l’adesione dell’Ucraina alla Nato, prima causa dell”Operazione speciale” di Vladimir Putin, per cui ai diplomatici è stato ribadito che con tali presupposti non vi sono le condizioni per l’apertura del dialogo.

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Cisgiordania, dal 2023 a oggi uccisi 1.244 civili tra cui 268 bambini

Cisgiordania, lo “Stato” dei coloni. Il “regno” dell’illegalità legalizzata e di un sistema di apartheid che fa impallidire quello contro cui si battè Nelson Mandela in Sudafrica. Negli ultimi 3 anni nella Cisgiordania occupata il numero di civili palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e dai coloni ha superato il totale dei 17 anni precedenti, tra cui tantissimi bambini. È la denuncia lanciata ieri da Oxfam, sulla base dell’analisi dei dati forniti dalle Nazioni Unite. Rimarca il report: “Tra il 2006 e il 2022 le vittime sono state 1.036, tra cui 225 bambini, mentre solo dal 2023 ne sono state registrate 1.244, con 268 bambini rimasti uccisi. Ciò significa che, negli ultimi 20 anni, 1 uccisione su 5 ha riguardato un bambino, circa il 22%. Di contro, nei primi 17 anni presi in esame, i coloni israeliani uccisi dai palestinesi sono stati 86, tra cui 12 bambini, mentre si contano 43 vittime, tra cui 10 bambini, tra il 2023 e il 2025″.

In Cisgiordania è chiara l’accelerazione del piano di annessione israeliano, con sfollamenti forzati di massa, un aumento delle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi e un’escalation di violenza senza precedenti da parte dei coloni e dell’esercito. Solo nei primi tre mesi di quest’anno si sono verificati più di 540 attacchi da parte dei coloni, 33 palestinesi sono stati uccisi e più di 2.200 persone sono state sfollate. Sono state vandalizzate e distrutte più di 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, tra cui condutture, sistemi di irrigazione e serbatoi d’acqua, compromettendo l’accesso all’acqua per ben 32 comunità palestinesi. ‘Il massacro di civili a cui stiamo assistendo è doloroso e inquietante – afferma Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – Mentre gli occhi del mondo erano giustamente puntati sul genocidio commesso da Israele a Gaza, dopo le atrocità commesse da Hamas e altri gruppi armati nel 2023, in tutta la Cisgiordania si verificava un’ondata di violenza senza precedenti, ora sfociata in un piano sistematico di pulizia etnica. Ad oggi continuano a moltiplicarsi i posti di blocco e la chiusura di intere aree generando una frammentazione del territorio che impedisce l’accesso a servizi essenziali per le comunità palestinesi. Ogni giorno i nostri operatori lavorano per soccorrere le famiglie palestinesi le cui vite sono state distrutte, ed è straziante vedere decine di bambini uccisi. Questo è il costo dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana che sono sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo’.

Negli ultimi tre anni in tutta la Cisgiordania sono stati sfollati con la forza oltre 46 mila palestinesi, un numero record, se si pensa che nei 14 anni precedenti erano stati 13 mila. Al momento in tutta la Cisgiordania (compresa Gerusalemme est) sono state costruite oltre 925 barriere e nuove recinzioni che limitano, in modo permanente o ciclico, la circolazione di oltre 3 milioni di palestinesi, portando un danno enorme all’economia e alla capacità di sussistenza. Si tratta di un aumento del 43% rispetto ai 20 anni precedenti, quando se ne contavano mediamente 647 in tutta la regione. “Siamo abituati a dover fare i conti con i coloni, ma negli ultimi tre anni gli episodi di violenza sono aumentati, come non ci saremmo mai aspettati. – racconta Saed (nome di fantasia) 50 anni, costretto a lasciare il villaggio di Ein Samya dove viveva – Alla fine ce ne siamo dovuti andare da casa nostra presa con la forza da un colono che ora ha preso il controllo della comunità. Siamo arrivati a Gerico, ma anche qui i problemi non sono finiti. I coloni continuano a chiudere le strade, girano sempre armati molestando e terrorizzando i nostri bambini quando vanno a scuola, rubano il nostro bestiame e occupano i pochi spazi di pascolo a cui abbiamo ancora accesso”. Così Oxfam. Cisgiordania, così vivono 3 milioni di palestinesi.

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Lesotho. L’acqua africana al servizio dell’intelligenza artificiale americana

di Giuseppe Gagliano –

Il piccolo regno del Lesotho si trova al centro di una nuova sfida geopolitica che intreccia energia, risorse naturali e intelligenza artificiale. Il governo di Maseru ha firmato un accordo con la statunitense Convalt Energy per un investimento da 6,2 miliardi di dollari destinato alla realizzazione del progetto Kobong, un complesso che dovrebbe comprendere una centrale idroelettrica da 1.200 megawatt e un grande centro di elaborazione dati.
Il valore dell’investimento, superiore a due volte il prodotto interno lordo del Paese, promette sviluppo economico, nuovi posti di lavoro e una maggiore autonomia energetica. Tuttavia il progetto solleva interrogativi sulla reale distribuzione dei benefici e sul rischio che il Lesotho diventi soprattutto una piattaforma energetica al servizio delle infrastrutture digitali statunitensi.
Da anni il Paese vive una situazione paradossale: esporta enormi quantità di acqua verso il Sudafrica attraverso il Lesotho Highlands Water Project, ma continua a dipendere dalle importazioni di elettricità. Il nuovo impianto dovrebbe contribuire a ridurre questa dipendenza, ma resta da capire quanta energia sarà destinata alle esigenze nazionali e quanta invece alimenterà i sistemi informatici collegati all’intelligenza artificiale.
Il progetto si inserisce inoltre in un contesto già segnato da profonde trasformazioni territoriali. L’espansione delle infrastrutture idriche ha comportato negli anni la sommersione di terreni agricoli e lo spostamento di comunità locali. Anche la nuova iniziativa potrebbe avere un impatto significativo sull’ambiente e sulle popolazioni della regione montuosa di Mokhotlong.
La crescente domanda di energia e acqua da parte dei grandi centri di elaborazione dati rappresenta uno degli aspetti meno visibili della rivoluzione digitale. Dietro l’apparente immaterialità dell’intelligenza artificiale si nasconde infatti una rete di infrastrutture energivore che richiedono enormi quantità di elettricità e sistemi di raffreddamento sempre più sofisticati.
Per il Lesotho la posta in gioco è elevata. Se il governo riuscirà a garantire trasferimento di competenze, controllo delle risorse e benefici diffusi per la popolazione, il progetto potrebbe favorire una reale crescita economica. In caso contrario, il Paese rischia di fornire acqua, territorio ed energia senza acquisire un ruolo significativo nella catena del valore tecnologico.
L’accordo assume anche una dimensione strategica. I centri di elaborazione dati sono oggi infrastrutture cruciali per l’economia digitale, la sicurezza informatica e la competizione tecnologica globale. Per questo il progetto Kobong rappresenta non soltanto un investimento industriale, ma anche uno strumento di proiezione geoeconomica degli Stati Uniti in una regione ricca di risorse energetiche e idriche.
La sfida per Maseru sarà trasformare questa opportunità in un percorso di sovranità economica e tecnologica. Il rischio, altrimenti, è che l’acqua del Lesotho finisca per sostenere soprattutto la crescita dell’intelligenza artificiale globale, lasciando al Paese solo una parte marginale dei benefici.

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Come l’Europa può ancora ricostruire l’ordine internazionale

di Maurizio Delli Santi *

L’Italia deve essere consapevole della necessità di dare un contributo fondamentale alla fase di ridefinizione strategica dell’Europa, affinché questa giunga a una compiuta assunzione di responsabilità rispetto ai bisogni di sicurezza e stabilità delle comunità che rappresenta. All’Italia e all’Europa non rimane che una scelta: piuttosto che criticare gli alleati europei «volenterosi», è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale.
Lo stato di crisi delle relazioni internazionali è ormai nettamente definito da una progressiva escalation delle guerre. Dall’Ucraina al Medio Oriente, come anche al Sahel e fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. In questi scenari le grandi potenze non sono più orientate a richiamare i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, sui quali avevano assunto impegni precisi all’indomani delle tragedie del Novecento. La loro visione è ormai declinata in senso sempre più competitivo e «imperiale», dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’Europa. In tutto questo, nel nostro limes, la guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo moltiplicarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della Nato, operazioni ibride e azioni di pressione segnala l’avvicinarsi della soglia del conflitto diretto e mette alla prova i meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno impedito un allargamento della guerra. A rendere ancora più allarmante il quadro ha provveduto l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, che dopo l’intrusione di un drone in Romania ha ricordato che «c’è una guerra in corso», aggiungendo che i cittadini europei «non dormiranno sonni tranquilli».
Questi scenari dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. Per l’Italia resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale del Paese non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il capo dello Stato e le altre istituzioni di garanzia, nonché la società civile e il mondo accademico, per maturare una maggiore consapevolezza collettiva sulle trasformazioni in atto. Occorre prendere esempio da quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato, Alexander Stubb, ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio «Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale». Stubb ha lanciato un monito: di fronte a una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al resto del mondo, Canada, Giappone e Australia, e al Global South in particolare, dall’Unione Africana all’India, dal Brasile ai Paesi del Golfo, rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato, percepisce ora lo sfruttamento e la «trappola del debito» cinese; dall’altro, si vede alienata dagli Stati Uniti per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un Sud globale sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza, si tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le middle powers devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace. In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità per superare le derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.
È dunque questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità a un percorso concreto di pace per l’Ucraina. La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano di fronte agli umori di Putin, cui ora giova anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con il presidente ucraino, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitazioni un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito e Germania, avallata anche da molti altri Stati dell’Unione europea, è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, senza alimentare il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra come il tentativo di leader indeboliti sul piano interno di recuperare centralità a livello internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina, l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e fondato su una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6, con Italia, Polonia e Spagna, e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa sull’Ucraina. Questo potrà già avvenire nei prossimi vertici, a cominciare dal G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian, in Francia. La leadership italiana ha la responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui, in questo momento, ha bisogno la diplomazia dell’Unione europea.
Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’altro ambito di intervento. Le interconnessioni con i fronti iraniano e libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto verso una progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Per l’imprevedibilità di Trump, che alterna annunci di pace e minacce di uno scontro finale, la guerra si presenta come un processo frammentato e potenzialmente autoalimentato, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile. L’Europa non può rimanere una semplice spettatrice: dal G7 al G20, passando per l’Onu e altre intese multilaterali, può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia internazionale per l’energia atomica le funzioni di mediazione, verifica indipendente e supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sul piano umanitario e della tutela dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di protezione, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite, a cominciare dalle forze di pace dell’Onu e dall’Alto commissario per i diritti umani, oltre che dalle altre agenzie collegate.
In definitiva, sulle visioni strategiche dell’Italia e dell’Europa non rimane che una scelta: piuttosto che criticare gli alleati europei «volenterosi», è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale. È la sola via percorribile per dare una risposta non più rinviabile alla domanda di pace delle nostre comunità.

Membro dell’International Law Association.

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Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo: accordi e iniziative a sostegno della rete consolare e dei connazionali all’estero

Farnesina

Nel quadro della Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo, sono state presentate nuove iniziative volte a rafforzare l’erogazione di servizi sempre più efficaci e vicini alle esigenze dei cittadini italiani all’estero.
Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il Presidente di ITA Airways, Sandro Pappalardo, hanno firmato la Convenzione tra il MAECI e ITA Airways relativa al progetto “Turismo delle Radici”, finalizzato a promuovere i viaggi di ritorno degli italiani e degli italo-discendenti residenti all’estero verso i territori di origine, nonché a favorire le missioni commerciali, attraverso specifiche agevolazioni.
Tajani ha altresì annunciato l’entrata in funzione, a partire da oggi, della nuova “Sala Servizi ai Cittadini”, i cui lavori sono stati completati. La Sala costituisce una struttura all’avanguardia per l’erogazione dei servizi consolari e per l’assistenza ai connazionali in difficoltà all’estero, con l’obiettivo di rispondere in modo sempre più efficace alla crescente domanda di servizi e di rafforzare il coordinamento con la rete consolare all’estero.
Poste Italiane ha inoltre realizzato un annullo filatelico speciale per la Conferenza dei Consoli 2026. Alla cerimonia hanno preso parte il Ministro Tajani, il Ministro Piantedosi e l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante.
Nel corso della giornata, il Ministro Tajani ha voluto ricordare il Sergente Mohamed Mahudhee, sub delle Forze di Difesa delle Maldive, deceduto durante le operazioni di ricerca dei corpi dei cinque connazionali periti durante un’immersione lo scorso 14 maggio. Il titolare della Farnesina ha ribadito l’impegno per conferire una ricompensa al valore civile e ad avviare una sottoscrizione in favore della famiglia del Sergente.
Il Ministro Tajani ha infine conferito alla Console Onoraria d’Italia a Malé, dott.ssa Giorgia Marazzi, l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia, in riconoscimento dell’assistenza prestata ai connazionali durante la recente crisi nel Golfo.

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Tajani e il Presidente della Repubblica di Corea aprono oggi il Forum economico Italia-Corea: focus su innovazione, tecnologie avanzate e transizione energetica

Farnesina

Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, insieme al Presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae-Myung, aprirà oggi alle 18:30 a Roma il Forum economico di alto livello tra Italia e Corea del Sud. All’incontro interverrà anche il Ministro coreano del Commercio, dell’Industria e delle Risorse. L’iniziativa riunirà i vertici delle principali realtà industriali e imprenditoriali dei due Paesi con l’obiettivo di rafforzare una partnership economica fondata su innovazione, sostenibilità e sicurezza delle catene globali del valore.
Il Forum mira a intensificare gli scambi commerciali e gli investimenti nei settori strategici di semiconduttori, intelligenza artificiale, spazio, infrastrutture, energia e mobilità sostenibile. Il confronto si inserisce nel quadro del nuovo Piano d’Azione Strategico Italia-Corea 2026-2030, adottato in occasione della visita del Presidente della Repubblica di Corea a Roma, che individua nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale e nella transizione energetica i principali assi della cooperazione bilaterale.
La Corea del Sud, inclusa nel Focus Asia-Pacifico del Piano d’azione per l’export nei mercati extra-UE ad alto potenziale, è il terzo mercato di destinazione dell’export italiano nell’area Asia-Pacifico. Dal 2019 al 2025, l’interscambio tra Italia e la Repubblica di Corea è aumentato del 26,54%, mentre le esportazioni sono aumentate del 21,34%.
All’evento parteciperanno, oltre al Presidente dell’ICE Matteo Zoppas, al Vice Presidente di Confindustria Giorgio Marsiaj e al Presidente della Federation of Korean Industries Jin Roy Ryu, i vertici dei principali gruppi industriali coreani, tra cui Samsung Electronics, Hyundai Motor Group, LG Chem, POSCO, Naver, Korea Aerospace Industries e LS Group. Sarà presente anche una qualificata rappresentanza del sistema produttivo italiano guidata da Confindustria, con imprese leader come Eni-Enilive, Webuild, Fincantieri, Thales Alenia Space Italia, Sparkle e Ferrari, insieme ai rappresentanti delle principali filiere nazionali della meccanica avanzata, dell’elettronica, dell’aerospazio, dell’agroalimentare, della cosmetica e della moda.

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Why a tiny river on Russia’s border tests China’s ties with Kim Jong-un

The Tumen River has resurfaced as one of the big issues for keen observers of relations between China and North Korea but after the leaders of the two countries met this week, there was no mention of it in the official statements after the summit. The river is a natural border between China, North Korea and Russia, and a narrow strip of it that runs between North Korea and Russia blocks Chinese access to open waters. Beijing has long tried to convince its two neighbours to open the waterway to...

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Why a tiny river on Russia’s border tests China’s ties with Kim Jong-un

The Tumen River has resurfaced as one of the big issues for keen observers of relations between China and North Korea but after the leaders of the two countries met this week, there was no mention of it in the official statements after the summit. The river is a natural border between China, North Korea and Russia, and a narrow strip of it that runs between North Korea and Russia blocks Chinese access to open waters. Beijing has long tried to convince its two neighbours to open the waterway to...

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Why a tiny river on Russia’s border tests China’s ties with Kim Jong-un

The Tumen River has resurfaced as one of the big issues for keen observers of relations between China and North Korea but after the leaders of the two countries met this week, there was no mention of it in the official statements after the summit. The river is a natural border between China, North Korea and Russia, and a narrow strip of it that runs between North Korea and Russia blocks Chinese access to open waters. Beijing has long tried to convince its two neighbours to open the waterway to...

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Trump annuncia l’accordo con l’Iran, ‘Abbiamo vinto senza l’Europa’. La bozza iraniana in 14 punti

Dire * –

Gli annunci su un accordo imminente con gli Stati Uniti sono al momento “speculazioni”, perché nulla è stato ancora “definito”: lo ha detto un portavoce del ministero degli Esteri dell’Iran, Esmail Baghaei. Le sue dichiarazioni sono state rilasciate alla televisione di Stato, a Teheran.
Poche ore dopo aver minacciato nuovi bombardamenti sull’Iran, oltre a un’offensiva terrestre per occupare i terminali petroliferi dell’isola di Kharg, il presidente americano Donald Trump aveva sostenuto che un’intesa era pronta per la firma, forse già nel fine-settimana. Il capo di Stato aveva anche detto che, stando alle sue informazioni, l’accordo era stato autorizzato dall’ayatollah Mojtaba Khamenei, la guida suprema della Repubblica Islamica. Il presidente ha inoltre annunciato di aver cancellato l’ordine di attacco e i bombardamenti contro l’Iran programmati per la sera stessa.
“Sulla base del fatto che le discussioni con la Repubblica Islamica dell’Iran sono state portate al massimo livello della leadership iraniana e approvate – ha dichiarato Trump – , in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America ho cancellato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera“.
“Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”. È questa la dichiarazione rilasciata dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a La7 in una conversazione telefonica con Daniele Compatangelo, riportata questa mattina a Omnibus da Alessandra Sardoni.
Le parole del presidente americano arrivano in risposta a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Nella conversazione, Trump ha sostenuto che il sostegno degli alleati europei fosse “irrilevante”, rivendicando che gli Stati Uniti abbiano raggiunto i propri obiettivi senza il loro contributo.

Il presidente statunitense ha poi voluto sottolineare la portata globale dell’intesa, evidenziando come i termini dell’accordo siano stati pienamente condivisi e ratificati da tutti gli attori chiave del quadrante mediorientale. “Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia nella struttura concettuale che nei minimi dettagli, da tutte le parti coinvolte”, ha spiegato il leader americano, elencando la complessa rete di alleanze geopolitiche che sostiene l’accordo: “Inclusi gli Stati Uniti, Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, la Turchia, il Pakistan, il Bahrein, il Kuwait, la Giordania, l’Egitto e altri”.

L’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Mehr ha pubblicato un elenco di termini che sarebbero contenuti nella bozza del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti. Ma secondo il rapporto, il testo deve ancora essere finalizzato.

La bozza, ripresa dal Guardian, comprende 14 punti:

– Cessazione permanente e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso.
– L’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni dell’Iran e il rispetto per la sua sovranità.
– Revoca del blocco navale statunitense entro 30 giorni.
– Ritiro delle forze statunitensi dalle aree circostanti l’Iran.
– Riapertura dello stretto di Hormuz entro 30 giorni “con accordi con l’Iran”.
– Sospensione delle sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.
– Gli Stati Uniti e i loro alleati elaboreranno piani di ricostruzione per l’Iran del valore di almeno 300 miliardi di dollari.
– Sessanta giorni di negoziati per raggiungere un accordo definitivo “basato sulle questioni nucleari e sulla revoca completa” delle sanzioni.
– Impegno dell’Iran a non produrre armi nucleari.
– Durante i negoziati, gli Stati Uniti non aumenteranno le proprie forze nella regione né imporranno nuove sanzioni.
– Sblocco dei 24 miliardi di dollari di fondi iraniani.
– Istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo.
– L’accordo definitivo dovrà essere approvato tramite una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
– I negoziati finali non inizieranno prima dello sblocco di metà dei fondi iraniani congelati, della sospensione delle sanzioni petrolifere e della revoca del blocco navale.

La pressione militare sul regime di Teheran – secondo l’annuncio a stelle e strisce – non verrà comunque azzerata immediatamente, poiché la Casa Bianca intende mantenere intatto il proprio potere contrattuale fino alla ratifica formale. “Il blocco navale rimarrà in pieno vigore e con totale effetto fino a quando questa Transazione non sarà finalizzata”, ha precisato con fermezza il presidente nel suo messaggio ufficiale, concludendo che i dettagli logistici della cerimonia, compresi “il luogo e l’ora della firma, saranno annunciati a breve”.

“Il presidente Trump ha parlato questa sera con il primo ministro Netanyahu in merito al memorandum d’intesa (MOU) in fase di elaborazione con l’Iran per l’avvio dei negoziati. Sebbene Israele non sia parte del memorandum d’intesa, il primo ministro ha espresso il suo apprezzamento per l’impegno del Presidente Trump affinché l’accordo finale, al termine dei negoziati, includa la rimozione del materiale arricchito, lo smantellamento delle infrastrutture di arricchimento, la limitazione della produzione di missili e la cessazione del sostegno iraniano ai suoi gruppi terroristici nella regione”. Lo ha riferito in serata l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.

* Fonte: agenzia Dire.

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Ue. Eurodrone in crisi, lo scontro tra Francia e Germania mette a rischio la difesa comune

di Giuseppe Gagliano

Il programma Eurodrone, nato per garantire all’Europa una capacità autonoma nel settore dei velivoli senza pilota, attraversa una fase critica dopo la decisione della Francia di rinviare fino al 2035 l’acquisto dei sistemi previsti. La scelta ha aperto una disputa tra Airbus, capofila del progetto, e Dassault Aviation, che chiede una compensazione per la possibile riduzione della quota industriale assegnata all’industria francese.
Valutato circa 7 miliardi di euro, il programma coinvolge Francia, Germania, Italia e Spagna e prevede la realizzazione di 20 sistemi composti da 60 velivoli e 40 stazioni di controllo. L’obiettivo iniziale era ridurre la dipendenza europea dai droni statunitensi e israeliani, rafforzando al tempo stesso la base industriale continentale della difesa.
La crisi nasce anche da differenti visioni strategiche. La Germania ha sostenuto fin dall’inizio un sistema di grandi dimensioni, dotato di elevati standard di sicurezza e certificabile per operare nello spazio aereo civile. La Francia, invece, considera oggi il progetto troppo costoso e poco adatto alle esigenze emerse dai conflitti recenti, in particolare dalla guerra in Ucraina, dove hanno dimostrato efficacia droni economici, munizioni circuitanti e sistemi facilmente sostituibili.
Parigi non ha abbandonato formalmente Eurodrone, ma ha scelto di orientare le proprie risorse verso programmi considerati più flessibili e rapidamente impiegabili. Tra le alternative osservate con interesse figura l’Aarok, sviluppato dalla società francese Turgis & Gaillard, concepito come drone da sorveglianza e attacco a costi più contenuti e con una maggiore capacità produttiva.
La controversia tra Dassault e Airbus riflette una rivalità più ampia che da anni caratterizza i principali programmi europei della difesa. Le stesse tensioni hanno rallentato il progetto del futuro caccia europeo FCAS e complicato lo sviluppo del carro armato di nuova generazione MGCS. In tutti i casi emergono gli stessi problemi: distribuzione del lavoro industriale, proprietà delle tecnologie strategiche, leadership progettuale e ritorni economici nazionali.
Sul piano economico, un ridimensionamento della partecipazione francese potrebbe aumentare i costi per Germania, Italia e Spagna, mentre eventuali compensazioni richieste da Dassault rischiano di aggravare ulteriormente il quadro finanziario del programma. Il risultato è che un progetto nato per ridurre i costi attraverso la cooperazione potrebbe finire per diventare più oneroso e meno competitivo rispetto alle alternative disponibili sul mercato.
Anche dal punto di vista militare il dibattito è aperto. La guerra in Ucraina ha evidenziato come la quantità, la rapidità di produzione e la capacità di sostituire rapidamente le perdite possano risultare decisive quanto la sofisticazione tecnologica. Per questo la Francia sembra privilegiare una strategia basata su sistemi più numerosi, meno costosi e integrati in una rete di sensori, munizioni e capacità di guerra elettronica.
La vicenda Eurodrone mette in evidenza le difficoltà dell’Europa nel trasformare l’ambizione di una difesa comune in una concreta politica industriale condivisa. Mentre i bilanci militari aumentano e la competizione internazionale accelera, i principali programmi europei continuano a scontrarsi con interessi nazionali divergenti. Il rischio è che l’Unione europea resti un grande mercato per le tecnologie militari prodotte altrove, senza riuscire a costruire una reale autonomia strategica nel settore della difesa.

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Noury (Amnesty International): “A Belfast è come se ci fossero tre Vannacci che fanno a gara a chi è più duro”

“Dobbiamo distinguere tra la percezione, che è un dato soggettivo, e i dati reali, evitando però di trasformare i dati reali o le percezioni in odio razziale. Il comportamento di singole persone, ma anche di molte persone, non può mai trasformarsi in una responsabilità collettiva di gruppi di persone in base alle loro caratteristiche. A Belfast sono tre estati consecutive che un episodio specifico, gravissimo, con responsabilità di una sola persona, viene preso dall’estrema destra per fare campagna elettorale e far vedere chi è che sta più a destra. È come se ci fossero tre Vannacci, Farage, Robinson e Rupert Lowe, e facessero a gara a chi è più duro in queste situazioni. Il risultato è una campagna di odio organizzato che si ripete ogni volta che c’è un fatto grave di violenza. Un conto è il fatto grave, isolato, non premeditato, perché possono esserci anche ragioni che non conosciamo di squilibrio mentale. Il punto, però, è che da un lato c’è un caso e dall’altro una campagna di odio organizzato che prende piede per ragioni elettorali ed è agitata da persone miliardarie, che hanno piattaforme sociali e istigano l’odio”. Così Riccardo Noury, esponente di Amnesty International, su Radio Cusano, nel corso del programma “Battitori Liberi”, condotto da Gianluca Fabi e Savino Balzano.
“Belfast è una città importante e vorrei sottolineare in positivo un qualcosa che va a merito delle istituzioni: la Premier O’Neill parla di teppisti delinquenti, codardi e disgustosi. Il capo della polizia Butcher, parlando di chi ha messo a ferro e fuoco Belfast, dice: ‘Andremo a processarli e ad arrestarli”, ha proseguito Noury. “Dobbiamo fare i conti con la realtà, ma sono altrettanto convinto che le persone che provano un disagio non coincidono numericamente con quelle che vanno a mettere a ferro e fuoco una città. C’è un’esasperazione che, quando viene alimentata nei confronti di persone che magari stanno tutto il giorno sui social e che con l’algoritmo si autoalimentano di odio, personaggi come il Dottor Livore, queste figure fatte conoscere dalla satira che rappresentava un mondo esistente, sono quelli che vengono manipolate dagli agitatori. Non dico che tutte le persone siano prive di cervello, ma che le persone esasperate e che hanno un cervello trovano un modo di protestare in maniera civile, ricorrendo alla politica e non alle fiamme”.
“Queste storie ci dicono delle cose. Non per minimizzare le centinaia di persone che prendono parte a queste azioni razziste, ma io insisto sulle responsabilità di chi non è esasperato”, ha concluso Noury. “Quelli come Farage sono persone privilegiate, miliardarie, a cui la criminalità non crea nessun problema e che soffiano sul fuoco. Queste sono cose irresponsabili. Poi certo, il problema è complesso, ma se la soluzione al problema complesso è semplice, abbiamo perso”.

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Agricoltura, Confeuro: “Ok sinergia contro caporalato. Ma serve riforma culturale”

“Accogliamo con favore la sinergia avviata tra Agea, Inps e Inail per contrastare il fenomeno del caporalato e del lavoro irregolare in agricoltura. Si tratta di un’iniziativa importante che va nella giusta direzione, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione delle banche dati, l’interoperabilità dei sistemi e la possibilità di individuare con maggiore efficacia le situazioni e i soggetti maggiormente esposti al rischio di sfruttamento”. Così Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – Confederazione Agricoltori Europei, commenta la collaborazione tra i principali enti coinvolti nelle attività di controllo e monitoraggio del comparto agricolo. “Riteniamo che il contrasto al caporalato non possa essere considerato sol una questione tecnica o ispettiva. È, prima di tutto, una battaglia di civiltà giuridica e sociale che richiede un profondo cambiamento culturale. Lo sfruttamento della manodopera rappresenta una ferita per l’intero sistema produttivo e per il Paese, e deve essere contrastato con determinazione anche sul piano educativo e valoriale”. Per Confeuro “il lavoro agricolo è sinonimo di dignità, professionalità e rispetto dei diritti. Non può e non deve essere associato a forme di sfruttamento che, purtroppo, continuano a emergere in diverse aree del territorio nazionale. Per questo motivo è necessario proseguire con decisione lungo il percorso della legalità e della trasparenza Parallelamente, riteniamo indispensabile un ulteriore rafforzamento delle attività di vigilanza e controllo, anche attraverso un potenziamento degli organici ispettivi. Intensificare le verifiche sul territorio è fondamentale per individuare e reprimere non solo il caporalato, ma più in generale tutte le forme di lavoro irregolare che alterano il mercato, danneggiano le imprese oneste e compromettono i diritti dei lavoratori”, conclude Tiso.

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Iraq. Baghdad accelera sul controllo delle milizie, la sfida è riportare le armi sotto l’autorità dello Stato

di Shorsh Surme

In un’intervista per al-Arabiya, il tenente generale Qais Al Muhammadawi, presidente del Comitato iracheno per il disimpegno e il controllo degli armamenti, ha chiarito che l’attuale fase di messa sotto controllo statale delle armi riguarda esclusivamente le fazioni già integrate nelle Unità di Mobilitazione Popolare (PMU) e non i gruppi esterni. Ha attribuito l’avvio del progetto a un’iniziativa del leader del Movimento Sadrista, Muqtada Al Sadr, che ha coinvolto la milizia Saraya Al Salam (Brigate della Pace), affermando che l’obiettivo è «porre fine al legame tra le armi e qualsiasi ideologia politica o religiosa». Ogni consegna, ha aggiunto, avverrà soltanto previo «accordo tra il comando dell’esercito e coloro che detengono le armi», un processo che richiede tempo e che «non può essere risolto in un solo giorno».
Le sue dichiarazioni conferiscono al dossier un carattere politico e giuridico, collocandolo all’interno delle istituzioni statali anziché ridurlo a una semplice operazione di sicurezza contro le armi illegali. Per ora Baghdad non può sciogliere, né sul piano pratico né su quello legale, le PMU, un organismo nato durante la guerra contro l’ISIS. L’obiettivo è piuttosto trasformarle in un braccio disciplinato dello Stato, svincolato da lealtà esterne o di parte.
La legge n. 40 del 2016, che ha istituito la forza, la definisce come una formazione militare indipendente, parte integrante delle forze armate irachene, responsabile davanti al comandante in capo e soggetta al diritto militare. Recidere i legami partitici e politici non rappresenta dunque una novità, ma un ritorno a un quadro giuridico rimasto in gran parte inapplicato durante gli anni della guerra e nei fragili equilibri che ne sono seguiti.
Il presidente delle PMU, Falih Al Fayyadh, ha espresso una posizione analoga, rivelando che il nuovo comitato ha iniziato a elaborare meccanismi per una netta separazione tra le forze e qualsiasi struttura politica o faziosa, con l’obiettivo di trasformarle in un’istituzione sotto un unico comando legato al comandante in capo delle forze armate. Rimanere all’interno di un’istituzione statale significa accettarne le regole, rinunciare a legami transfrontalieri ed evitare qualsiasi azione che possa mettere a rischio la sicurezza nazionale o le relazioni con i Paesi confinanti.
Nulla di tutto ciò sarà semplice, soprattutto con le fazioni lealiste devote alla dottrina del Velayat-e Faqih, la tutela del giurista islamico, che continuano a rifiutare ogni forma di conformità. Tuttavia, tre sviluppi offrono una base su cui costruire, a condizione che si rivelino autentici e vengano portati avanti senza esitazioni né compromessi.
Il primo segnale è la mossa di al-Sadr riguardo alle Brigate della Pace. Il secondo è la decisione di Asa’ib Ahl Al Haq e Kata’ib Al Imam Ali di istituire comitati per l’inventario del personale, delle armi e delle attrezzature, in coordinamento con il comandante in capo. Il terzo è la svolta delle stesse PMU che, attraverso Al Fayyadh, adottano un linguaggio improntato alla professionalità e al disimpegno politico. Tuttavia, tali segnali avranno un peso reale soltanto se accompagnati da azioni concrete, mantenute nel tempo e finalizzate al pieno ritorno dell’autorità nelle mani dello Stato iracheno.
L’Associated Press ha descritto l’annuncio di Asa’ib Ahl Al Haq e Kata’ib Al Imam Ali come un passo significativo nel tentativo del governo di ripristinare il controllo statale su gruppi armati che per anni hanno operato in modo autonomo, pur mantenendo legami nominali con Baghdad.
La strada resta però irta di ostacoli. Gruppi come Kata’ib Hezbollah e Harakat Al Nujaba continuano a rifiutare categoricamente il disarmo, legandolo a questioni di «sovranità» e alla «presenza di forze straniere». Questa sfida aperta rivela un evidente doppio standard: tali fazioni non rifiutano lo Stato come fonte di copertura legale e finanziaria, ma insistono nel mantenere armi e capacità operative al di fuori della sua autorità. In altre parole, vogliono ottenere denaro, vantaggi politici e legittimità dallo Stato, ignorandone al contempo le decisioni.
La posta in gioco aumenta quando i colpi superano i confini iracheni, come dimostrano i recenti attacchi con droni lanciati dal territorio iracheno contro infrastrutture vitali, piattaforme energetiche e giacimenti petroliferi di diversi Stati del Golfo. Al Muhammadawi ha ribadito con fermezza che Baghdad «non permetterà che il suo territorio venga utilizzato per attaccare i Paesi vicini», rivelando che le forze irachene hanno sventato operazioni dirette contro Stati confinanti.
In questo contesto, lo sforzo di riportare le armi sotto il controllo statale si fonda anche sulla copertura morale e religiosa del seminario di Najaf, che ha fornito alla campagna una base politica ed etica. In una dichiarazione riportata dall’Agenzia di stampa irachena nel 2024, il Grande Ayatollah Ali Al Sistani ha esortato a impedire interferenze straniere, difendere lo stato di diritto e confinare le armi nelle mani dello Stato. Questa posizione priva di legittimità religiosa gli arsenali paralleli e lascia allo Stato il ruolo esclusivo di arbitro della sicurezza.
Con il timore concreto di scontri tra fazioni e forze governative, gli osservatori sollevano interrogativi cruciali: il comitato governativo sarà in grado di rendere conto di droni, missili, lanciatori e depositi di munizioni? E il controllo di questo arsenale passerà davvero al comandante in capo delle forze armate, anziché restare nelle mani di gruppi che continuano a esercitare un controllo autonomo sulle proprie strutture?
Se Baghdad riuscirà a limitare l’uso delle armi, recidere i legami partitici e politici delle formazioni armate e fermare gli attacchi ostili contro i suoi vicini arabi, l’Iraq avrà realmente avviato il passaggio dalla gestione delle fazioni alla costruzione di uno Stato capace di controllare pienamente la propria sicurezza.

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Ue. Gas: Bruxelles punta sul Sahara per ridurre la dipendenza dalla Russia

di Giuseppe Gagliano –

L’Europa guarda all’Africa per rafforzare la propria sicurezza energetica e ridurre la dipendenza dal gas russo. Al centro della strategia c’è il progetto del gasdotto trans-sahariano, una infrastruttura destinata a collegare i giacimenti della Nigeria con l’Algeria attraverso il Niger, creando un nuovo corridoio energetico verso il mercato europeo.
Il progetto prevede una capacità di trasporto fino a 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il tracciato partirebbe dall’area di Warri, nel sud della Nigeria, attraverserebbe il Niger e raggiungerebbe Hassi R’Mel, principale hub energetico algerino, da cui il gas potrebbe essere immesso nelle reti già collegate al Mediterraneo e all’Europa.
L’Algeria emerge come il principale beneficiario geopolitico dell’iniziativa. Grazie alle infrastrutture esistenti e alla propria esperienza nel settore energetico, Algeri rafforzerebbe il proprio ruolo di partner strategico dell’Europa, consolidando il peso politico nei confronti di Italia, Spagna e Francia.
Per Bruxelles il gasdotto rappresenta una possibile alternativa alle forniture russe, ma non elimina il problema della dipendenza energetica. Piuttosto, lo trasferisce verso nuovi partner e nuove aree geografiche, imponendo la gestione di differenti rischi politici e strategici.
La realizzazione dell’opera richiederà investimenti miliardari, garanzie finanziarie e accordi di lungo periodo. A complicare il quadro vi è anche la contraddizione europea tra la ricerca di nuove fonti di gas e gli obiettivi di transizione energetica che prevedono una progressiva riduzione dell’uso degli idrocarburi.
Un’altra incognita riguarda la sicurezza. Il tracciato attraversa il Sahel e il Sahara, regioni segnate da instabilità politica, gruppi armati, traffici illegali e crisi istituzionali. Proteggere migliaia di chilometri di infrastrutture richiederà sistemi di sorveglianza, cooperazione tra Stati e continui investimenti nella sicurezza.
Il gasdotto dovrà inoltre confrontarsi con il progetto concorrente Nigeria-Marocco, che punta a raggiungere l’Europa attraverso la costa atlantica africana. La competizione tra le due rotte contribuirà a definire i futuri equilibri energetici tra Africa ed Europa.
Al di là degli aspetti economici, il progetto conferma il crescente peso geopolitico dell’Africa nella competizione globale. Nigeria, Niger e Algeria acquisiscono maggiore centralità strategica, mentre l’Europa cerca nuove vie per garantire approvvigionamenti energetici stabili in un contesto internazionale sempre più competitivo.
Il gasdotto trans-sahariano resta una grande opportunità, ma non una soluzione immediata. Costi elevati, tempi lunghi, rischi di sicurezza e incertezze sulla domanda futura di gas rendono il progetto una scommessa di lungo periodo. Per l’Europa, tuttavia, rappresenta uno dei tasselli più importanti nella ridefinizione della propria strategia energetica dopo la crisi dei rapporti con Mosca.

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Francia. Arcadia sfida il dominio americano nella guerra dell’intelligenza artificiale

di Giuseppe Gagliano –

La Francia porta sul campo Arcadia, un nuovo sistema di comando basato sull’intelligenza artificiale che sarà testato durante un’esercitazione NATO in Polonia dall’8 al 26 giugno. Il progetto rappresenta molto più di una sperimentazione tecnologica: è il tentativo di costruire un’alternativa europea ai sistemi statunitensi che oggi dominano la gestione digitale delle operazioni militari.
Arcadia nasce come risposta a Maven, la piattaforma sviluppata dalla società americana Palantir e utilizzata dall’Alleanza Atlantica per integrare dati provenienti da sensori, immagini, comunicazioni e sistemi operativi, accelerando l’individuazione dei bersagli e il processo decisionale. Per Parigi, però, affidare il cuore informativo delle operazioni militari a tecnologie straniere significa accettare una limitazione della propria autonomia strategica.
Il sistema francese punta su una rete distribuita capace di mantenere operative le funzioni di comando anche in presenza di attacchi informatici, interruzioni delle comunicazioni o distruzione di alcuni nodi della rete. Una caratteristica considerata essenziale nei conflitti moderni, dove la resilienza delle strutture di comando è diventata decisiva quanto la potenza di fuoco.
Alla realizzazione di Arcadia partecipano importanti aziende europee come Mistral AI, Safran, Thales e Airbus. L’obiettivo è rafforzare una filiera continentale dell’intelligenza artificiale applicata alla difesa, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti e creando nuove opportunità industriali e tecnologiche per il settore militare europeo.
Il progetto è stato sviluppato nel rispetto degli standard NATO per garantire la piena interoperabilità con le forze alleate. La Francia non mette in discussione la cooperazione atlantica, ma intende dimostrare che l’autonomia strategica europea può convivere con l’appartenenza all’Alleanza.
La sfida tra Arcadia e Maven va oltre l’aspetto tecnico. In gioco c’è il controllo della catena digitale del comando militare, dai dati agli algoritmi, fino alla velocità delle decisioni operative. Per Parigi, la sovranità del XXI secolo non si misura soltanto con carri armati, navi o aerei, ma anche con la capacità di sviluppare e controllare autonomamente le infrastrutture digitali che guidano la guerra moderna.

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Brasile. In costruzione un impianto sperimentale per produrre elettricità utilizzando l’etanolo

di Giuseppe De Santis –

Gli automobilisti brasiliani sono tra i pochi al mondo a non aver risentito in modo significativo dell’aumento dei prezzi dei carburanti. Ciò è dovuto al largo impiego dell’etanolo, utilizzato come carburante sia in forma pura sia miscelato con la benzina.
L’uso dell’etanolo ricavato dalla canna da zucchero risale agli anni Settanta, quando la giunta militare brasiliana, per ridurre la dipendenza dal petrolio e proteggere il Paese dagli effetti dell’embargo petrolifero seguito alla guerra dello Yom Kippur, ne promosse l’impiego come alternativa ai combustibili fossili. Da allora il Brasile è diventato uno dei maggiori produttori mondiali di etanolo derivato dalla canna da zucchero.
Ora il governo brasiliano punta a compiere un ulteriore passo avanti, avviando la costruzione del primo impianto sperimentale al mondo in grado di produrre elettricità utilizzando l’etanolo. Se il progetto dovesse dimostrarsi efficace, potrebbe avere importanti ricadute sul settore energetico internazionale.
L’impianto sarà realizzato dalla società brasiliana Suape Energia in collaborazione con la finlandese Wartsila. Nei prossimi anni le due aziende analizzeranno i dati raccolti per valutare la sostenibilità tecnica ed economica della tecnologia. L’obiettivo è integrare questi generatori con impianti solari ed eolici, in modo da garantire la produzione di energia elettrica anche nei periodi di assenza di sole o vento.
Per il momento si tratta di un progetto sperimentale, ma un eventuale successo potrebbe assicurare al Brasile significativi vantaggi economici e rafforzarne ulteriormente il ruolo nel settore delle energie alternative.

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Prigioni roventi ma Nordio conferma: via i frigo dalle celle

Nordio non torna indietro: i frigoriferi restano fuori dalle celle detentive. Lo ha messo nero su bianco rispondendo ad una interrogazione parlamentare del Partito democratico in merito alla recente circolare del Dap intervenuta sull’utilizzo dei refrigeranti nelle camere di pernottamento, che ne ha imposto la rimozione dalle celle e la collocazione in spazi comuni, con accesso regolato da orari prestabiliti.

Secondo i dem “la misura appare non solo distante dalla realtà concreta degli istituti penitenziari, ma anche in evidente contraddizione con quanto dichiarato dallo stesso Ministero della giustizia pochi mesi fa, quando veniva annunciata la distribuzione di frigoriferi come risposta al caldo record e come segnale di attenzione alla dignità delle persone detenute. Ne deriva un profilo di grave incoerenza amministrativa, che rischia di incidere negativamente sulle condizioni igienico-sanitarie e sul benessere quotidiano proprio nel periodo dell’anno in cui tali esigenze diventano essenziali”. Da qui la richiesta di ritirare la circolare. Tuttavia Via Arenula non arretra: “La disposizione richiamata – si legge nella risposta – non introduce alcuna compressione delle condizioni di vita delle persone detenute né determina un arretramento rispetto alle prassi precedentemente in uso, limitandosi a disciplinare la collocazione di specifiche apparecchiature (pozzetti frigo e frigoriferi) che, per loro natura e dimensioni, risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento. L’indicazione di prevederne l’ubicazione in locali dedicati risponde, pertanto, a criteri di razionale gestione degli spazi, nonché a esigenze di sicurezza e di corretta fruizione degli elettrodomestici stessi”. Dunque la circolare resta in vigore.

Ma le criticità non finiscono qui. Infatti, il Coordinamento Nazionale della Dirigenza Penitenziaria (CNDP) FSI-USAE ha recentemente sollevato una formale e urgente segnalazione indirizzata al Dap in merito all’affidabilità dei dati elaborati dall’ “Applicativo informatico 15”, lo strumento software deputato al monitoraggio e al calcolo della capienza e degli spazi detentivi nei penitenziari italiani. “La vicenda emersa in particolar modo presso la Casa Circondariale di Roma Rebibbia – si legge in un’altra interrogazione parlamentare depositata ieri sempre dal Pd alla Camera – ha confermato una criticità già precedentemente evidenziata da diverse Direzioni d’istituto, e cioè l’esistenza di un preoccupante disallineamento tra la situazione logistica registrata virtualmente dal sistema informatico e le condizioni reali e materiali delle camere di pernottamento”. I criteri per il calcolo dello spazio minimo vitale, pari a 3 mq pro capite al netto dei servizi, sono rigidamente stabiliti dalla giurisprudenza della Corte Edu e applicati dalla magistratura di sorveglianza per l’accoglimento dei ricorsi ex art. 35-ter op.

Una non corretta mappatura digitale rischia di esporre gli istituti a situazioni ancora peggiori di vivibilità e di alimentare un massiccio e prevenibile contenzioso contro lo Stato. “Da una parte il ministro in relazione alla circolare del Dap spiega che i frigoriferi non possono essere messi nelle celle per un problema organizzativo legato al sovraffollamento di cui finalmente si accorge – commenta Debora Serracchiani, prima firmataria di entrambi gli atti di sindacato ispettivo – dall’altra il Coordinamento nazionale della Dirigenza penitenziaria chiede di rivedere l’ “Applicativo informatico 15” che stabilisce la dimensione degli spazi detentivi, lamentando che non tiene conto degli spazi effettivi, molto diversi da quelli indicati dall’applicativo stesso. Coordinamento che boccia anche il piano straordinario di detenzione differenziata per i mesi estivi”. Insomma per la parlamentare dem “nulla di nuovo purtroppo sull’emergenza nazionale legata allo stato degli istituti penitenziari italiani. Sarebbe meglio che il Ministero se ne occupasse in forma organica e verificasse concretamente come stia operando il Dap. Non basta prevedere forme di detenzione domiciliare speciale per ridottissimi posti e poi lasciare che il Dap continui a produrre circolari che hanno il solo scopo di creare tensione negli istituti, togliere potere alle direzioni con riorganizzazioni discutibili e contrarie ai principi di base dell’ordinamento penitenziario”, conclude Serracchiani.

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Court extends order against college finance chief in HK$25m embezzlement case

A Hong Kong court has extended an injunction restraining the finance chief of a private college, his wife and two other defendants from handling more than HK$25 million in allegedly misappropriated funds. The High Court on Friday also ordered the four defendants to disclose to Hong Kong Chu Hai College all of their assets worth HK$50,000 or more within 21 days, to help the plaintiff assess which items could be linked to the case. Finance director Ray Yip Kam-chun appeared in court for the first...

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China’s Zhejiang University tops Harvard in Nature Index world academic rankings

Zhejiang University in China has overtaken Harvard University to become the top academic institution in the world, according to the 2026 Nature Index. This is the first time Harvard has lost its top position in the rankings since the index’s inception in 2014. Tsinghua University, also from China, was third. Chinese institutions dominated this year’s list, accounting for nine of the top 10 – up from eight in last year’s rankings. Of the top 20, China has 17, with Stanford University No 12 and...

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Beijing confirms arrest of US citizen Min Zin on espionage charges

Beijing has confirmed the arrest of Min Zin, a US citizen and political analyst at a Myanmar-focused think tank, on suspicion of espionage and endangering national security. “It is understood that Min Zin has been placed under criminal detention by the relevant authorities in accordance with the law on suspicion of engaging in espionage and endangering China’s national security,” foreign ministry spokesman Lin Jian said on Friday. Lin did not give further details of charges against Min Zin, but...

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Hong Kong to grant 3 property sites to sweeten East Kowloon transit project tender

Three property sites will be handed over to the future operator of the planned green transit system in Hong Kong’s East Kowloon to boost the project’s financial viability under arrangements approved by the government. The project, which will link Choi Hung and Yau Tong, will be put to tender next month with the goal of opening the 7km (4.3 mile) rail line by 2033. Similar to the arrangements for the transit system in Kai Tak, the successful bidder for the East Kowloon project will be responsible...

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Facing US chip curbs, China launches photonics lab to power AI with light

China has established a top-level laboratory in Shanghai dedicated to photonic computing as the country strives to bypass the power constraints and US technology curbs hobbling its ambitions in artificial intelligence development. The Shanghai Key Laboratory of Integrated Photonic Computing Chips and Systems, launched on Wednesday, was China’s first industry-academia platform dedicated to the field, Shanghai’s Jiefang Daily reported on Thursday. Zou Weiwen, director of the new laboratory and a...

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Paw patrol: Hong Kong airport dog unit to cover reopened Terminal 2

Hong Kong airport’s security contractor has expanded its canine patrol unit to the newly relaunched Terminal 2, deploying its 20 dogs and their handlers to cover the upgraded facility as needed. Jacob Cheung Tat-keung, executive director of the Aviation Security Company (Avseco), said on Friday that operations at Terminal 2 had been generally smooth, although passenger numbers had increased as 15 airlines had moved in over the past few weeks. Cheung said the deployment of the dogs would depend...

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Europe is blaming China’s economic rise for its own failures, think tank says

As the European Union prepares tougher measures to counter what it sees as the “China shock 2.0”, a researcher with a Beijing-linked think tank has accused Brussels of clinging to a flawed narrative that China’s economic rise is an inherent threat to Europe. The criticism came as Beijing reportedly cancelled two high-level meetings with the EU in the Chinese capital this month, including a ministerial-level digital dialogue and a visit by a senior EU diplomat, according to the Financial Times on...

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I numeri della Conferenza dei Consoli d’Italia

Farnesina

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha aperto questa mattina la Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo.
Composta da 176 Consolati di carriera e 330 Consolati onorari, distribuiti in tutti i continenti, la rete consolare rappresenta il principale punto di contatto tra lo Stato e le comunità italiane nel mondo. Offre servizi e assistenza a oltre 7,3 milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Argentina, Brasile e Germania ospitano le più numerose comunità italiane. Un cittadino italiano residente all’estero su sei vive in America Latina.
La digitalizzazione delle procedure consolari continua a rappresentare una priorità per migliorare l’accessibilità e l’efficienza dei servizi ai cittadini. Questa è realizzata in stretto raccordo con il Ministero dell’Interno, per consentire la gestione integrata delle procedure anagrafiche, documentali ed elettorali degli italiani all’estero. In tale quadro, nel 2025 la Rete consolare ha rilasciato 554.083 passaporti e ha emesso 202.026 Carte d’Identità Elettroniche (CIE). Circa il 90% delle iscrizioni AIRE viene inoltre gestito attraverso il portale digitale Fast It, che ha raggiunto 2.707.260 utenti registrati.
Oltre 5 milioni di elettori residenti all’estero hanno votato per corrispondenza in occasione del Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, coinvolgendo oltre 200 sedi diplomatico-consolari nella gestione delle procedure elettorali. Sono stati organizzati 80 voli dedicati per il trasporto in Italia delle schede votate all’estero.
Nel 2025 sono stati altresì effettuati 4.085 interventi di assistenza consolare a favore di cittadini italiani all’estero, di cui 125 rimpatri sanitari. Le sedi consolari hanno poi svolto un ruolo cruciale nella gestione della crisi del Golfo del marzo 2026, organizzando il rimpatrio di circa 10.000 cittadini italiani dai Paesi del Golfo.
Altro importante compito della rete consolare consiste nella promozione della lingua, della cultura e della formazione italiana nel mondo. Nel 2025 sono stati finanziati 304 contributi universitari in 66 Paesi e sono state assegnate 1.368 borse di studio a studenti internazionali e italiani residenti all’estero. Sono stati inoltre concessi 387 contributi per la traduzione e diffusione di opere italiane nel mondo, rafforzando così i legami tra l’Italia e le comunità di cittadini all’estero.

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Veteran Hong Kong actress Barbara Chan dies at 66

Hong Kong actress Barbara Chan Man-yee has died at the age of 66, five years after the death of her husband, actor Liu Kai-chi. Chan’s sons said that she died peacefully on Friday morning, surrounded by family at Prince of Wales Hospital in Sha Tin after an illness. The announcement did not specify the nature of her condition. Her husband died in the same hospital in 2021 after reportedly battling stomach cancer for several months. “In accordance with her wishes during her lifetime, the memorial...

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In the age of AI sovereignty anxiety, could China be a safe bet for middle powers?

EU tech sovereignty may prove an “illusion” in an AI world dominated by China and the US, a Chinese expert has argued, urging Beijing to seize the opportunity during Donald Trump’s second term to make its products indispensable to middle powers. The past few weeks have seen a number of efforts by middle powers to try to control their AI technology stacks. Last week, the European Union rolled out its Technological Sovereignty Package in a bid to make the bloc “a global leader” in artificial...

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China investigates 3 more officials over deadly Hunan fireworks factory blast

A series of emergency management and local government officials in central China’s Hunan province have come under investigation following a catastrophic fireworks factory explosion that killed 37 people last month. The provincial discipline inspection commission announced on Thursday that three senior figures within the emergency management system were under investigation for “serious violations of discipline and law”. The officials are Lei Min, deputy director of the safety production emergency...

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1,000 restaurants to welcome dogs on July 9 under new scheme

Hong Kong will allow dogs into 1,000 restaurants starting on July 9, under a scheme that caterers say could lift business by up to 20 per cent. The Food and Environmental Hygiene Department on Friday announced the scheme’s roll-out date after holding a ballot to select 1,000 restaurants from the 1,615 eligible applications. The licensed restaurants are evenly distributed across Hong Kong Island, Kowloon and the New Territories. Wan Chai had the highest number of successful applicants, with...

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Hong Kong can be more than New York and Silicon Valley combined: Paul Chan

Hong Kong can be “more than New York and Silicon Valley combined” by positioning itself as a hub that integrates global financial depth with technological innovation and manufacturing capacity, the finance chief has said. Financial Secretary Paul Chan Mo-po said on Friday that Hong Kong had a unique edge over New York and Silicon Valley, thanks to advanced manufacturing capabilities that its American rivals lacked, which were the result of integration with the Greater Bay Area. Speaking at the...

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Hong Kong retiree gets 40 hours of community service for slapping 5-year-old boy

A Hong Kong retiree has received 40 hours of community service for slapping a five-year-old boy who threw a tantrum and berated his domestic helper at a shopping centre earlier this year. Lok Kam-ming, 61, returned to Tuen Mun Court on Friday to be sentenced for what his lawyer described as an incident arising from the “unfortunate encounter” between him and a child whom he first met at Grand Yoho in Yuen Long on January 8. Lok, who pleaded guilty last month to assault occasioning actual bodily...

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Why India’s new envoy to China is visiting Tibet soon after taking up the job

India’s new ambassador to China has paid his first visit to Tibet in the latest sign of thawing relations between the two Asian neighbours. Vikram Doraiswami – who speaks Chinese and took up the post in Beijing last month – arrived in Lhasa, capital of the Tibet autonomous region, on Thursday, according to a statement posted on social media by the Indian embassy. The visit was to “review arrangements made by the local government for Indian pilgrims proceeding to Mount Gang Renpoche and Lake...

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Recensione del libro “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman, a cura di Cristina Martinengo

Il volume “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman offre un’approfondita riflessione sulle trasformazioni geopolitiche che stanno ridefinendo il Medio Oriente e, più in generale, gli equilibri del sistema internazionale contemporaneo. Muovendo dall’osservazione dei profondi cambiamenti che interessano tanto la regione quanto l’ordine globale, il libro affronta temi quali il progressivo indebolimento dell’unipolarismo emerso dopo la Guerra Fredda, l’ascesa dell’Asia Occidentale come nuovo centro di gravità economico e strategico, il ritorno della competizione tra grandi potenze e l’emergere di nuove forme di cooperazione tra gli attori regionali. Al tempo stesso, l’autore si interroga sulle implicazioni che tali trasformazioni producono per la Grand Strategy americana, sostenendo la necessità di una ricalibrazione della postura degli Stati Uniti in Medio Oriente e lungo l’intero rimland eurasiatico.

L’elemento più originale del volume risiede tuttavia nel tentativo di reinterpretare la regione attraverso una cornice concettuale nuova. Secondo l’autore, la categoria di Middle East riflette una visione del mondo eurocentrica e sempre meno adeguata a descrivere le dinamiche contemporanee. Al suo posto, Soliman propone il concetto di West Asia, inteso come uno spazio geopolitico più ampio e interconnesso, che collega Mediterraneo, Golfo, Oceano Indiano e Indo-Pacifico. Il Medio Oriente viene dunque analizzato come un punto di incontro tra diverse aree geo-strategiche nel quale si manifesta il più ampio ribilanciamento degli equilibri globali verso l’Asia.

Attraverso un’analisi che intreccia storia, geografia, sicurezza, connettività economica e competizione strategica, il volume non si limita a interpretare le trasformazioni in corso, ma sviluppa anche una dimensione prescrittiva. Accanto alla riflessione sul futuro ruolo degli Stati Uniti, Soliman propone infatti una serie di raccomandazioni strategiche volte a favorire la costruzione di un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, fondato su cooperazione multilaterale, connettività, innovazione tecnologica e reti di sicurezza flessibili. Il risultato è un’opera che combina analisi geopolitica e visione strategica, offrendo una proposta articolata per comprendere e gestire le profonde trasformazioni che stanno ridefinendo la regione e il suo rapporto con il  sistema internazionale tutto. 

La prima parte del volume, “Strategic Framing” è dedicata alla presentazione del contesto strategico. Il capitolo America and the End of the Middle East in particolare, sviluppa il quadro concettuale all’interno del quale si inserisce l’intera argomentazione. L’autore osserva come gli Stati Uniti siano entrati nel XXI secolo dopo aver dominato i principali ambiti di competizione strategica del Novecento, ma si trovino oggi ad operare in un contesto meno favorevole ai propri interessi, non tanto e non solo per un effettivo declino americano, ma soprattutto per l’ascesa di nuovi attori che rappresentano centri di potere economico, finanziario e strategico. 

Il Medio Oriente stesso starebbe poi attraversando una trasformazione profonda: i suoi principali attori sviluppano legami sempre più forti con l’Asia, ampliano la propria proiezione esterna e superano i  tradizionali confini della regione. 

Date queste premesse, l’autore individua un problema fondamentale della strategia americana: a differenza di quanto avvenuto in Europa o nell’Indo-Pacifico, Washington non sarebbe mai riuscita a costruire in Medio Oriente una vera architettura regionale dotata di meccanismi stabili di ordine politico e sicurezza. Per spiegare l’evoluzione degli equilibri regionali, il volume attribuisce particolare importanza a due momenti storici: la strategia di equilibrio perseguita da Henry Kissinger negli anni ‘70 e l’invasione dell’Iraq del 2003 (l’Iraq debalce). Se la prima mirava a preservare una configurazione regionale relativamente stabile, la seconda viene presentata come il punto di svolta che ha contribuito alla graduale disgregazione dell’ordine esistente. Ampio spazio è poi dedicato all’emergere di Iran e Turchia come potenze regionali capaci di proiettare la propria influenza ben oltre i confini tradizionali del Medio Oriente. La progressiva espansione delle rispettive reti politiche, militari ed economiche viene letta come una conseguenza diretta del vuoto strategico apertosi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e della successiva frammentazione dell’ordine regionale. 

Se la prima parte del volume si concentra sulle cause del progressivo indebolimento dell’ordine mediorientale emerso nella seconda metà del Novecento, la seconda, Rise of West Asia, analizza gli attori e le dinamiche che stanno contribuendo alla sua ridefinizione. L’attenzione si sposta in particolare verso il Golfo e l’emergere di nuove forme di cooperazione regionale che, secondo l’autore, testimoniano il passaggio dal tradizionale Middle East a una più ampia e interconnessa West Asia. Quest’area viene descritta come lo specchio del ribilanciamento degli equilibri globali e più in particolare dello spostamento del baricentro verso l’Asia.

La nuova riconfigurazione regionale, che porta con sé la necessità di ridefinire anche concettualmente l’area, è concepita dall’autore come il frutto di nuovi equilibri e attori emergenti nell’area del Golfo, ma anche come il risultato di nuovi e più profondi legami tra gli stati del Golfo e l’Asia. Nella sezione intitolata The Rise of the Arabian Gulf, l’autore mostra come Stati tradizionalmente percepiti come attori secondari abbiano progressivamente acquisito un ruolo centrale negli equilibri delle aree comprese tra Oceano Indiano e Mediterraneo. Tale ascesa viene attribuita soprattutto alla capacità delle monarchie del Golfo di trasformare la rendita petrolifera in ambiziosi programmi di modernizzazione economica e diversificazione strategica. Un’analisi approfondita è dedicata agli Emirati Arabi Uniti e al Dubai model, presentato come esempio di una trasformazione che combina apertura economica, innovazione tecnologica, attrazione di investimenti internazionali e proiezione geopolitica. 

Secondo l’autore, questi processi hanno prodotto effetti significativi anche sul piano della politica estera. Le monarchie del Golfo avrebbero abbandonato approcci difensivi per strategie più autonome e pragmatiche, fondate sulla diversificazione delle partnership e sulla ricerca di un equilibrio tra Stati Uniti, Cina, Russia e le principali potenze asiatiche. Per questo, il rafforzamento dei rapporti con India, Giappone, Corea del Sud e ASEAN viene interpretato come altro esempio dello spostamento del baricentro economico e geopolitico mondiale verso l’Asia. Questo fenomeno viene definito come “asianizzazione” del Medio Oriente, che trasforma il Golfo in uno snodo strategico capace di collegare Asia, Africa orientale, Mar Rosso e Mediterraneo.

Il capitolo The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia analizza invece la ridefinizione delle alleanze regionali attraverso la lente degli Accordi di Abramo. L’autore interpreta tali accordi come l’espressione di una nuova logica di realpolitik, nella quale la cooperazione tra Israele e diversi Stati arabi si fonda sempre più su interessi strategici, economici e securitari condivisi piuttosto che sulle storiche divisioni ideologiche. La marginalizzazione di attori prima centrali quali Iraq e Siria e il contemporaneo rafforzamento di Riyadh, Abu Dhabi e Doha avrebbero favorito la nascita di una nuova architettura regionale, orientata verso forme di integrazione economica e cooperazione in materia di sicurezza.

Un’intera sezione di questo capitolo è poi dedicata alla guerra a Gaza successiva al 7 ottobre 2023. Pur riconoscendo come il conflitto abbia riportato la questione palestinese al centro dell’agenda regionale e abbia evidenziato la persistente capacità dell’Iran di esercitare influenza attraverso la propria rete di alleati e partner, l’autore sostiene che il processo di integrazione israelo-araba non sia stato arrestato. Al contrario, esso avrebbe confermato la volontà di numerosi attori regionali di perseguire un nuovo ordine regionale fondato sulla cooperazione pragmatica, pur nella consapevolezza che una stabilizzazione duratura richieda anche una credibile soluzione della questione palestinese.

La terza parte del volume, Redefining the Middle East, contiene probabilmente il contributo concettuale più originale dell’opera. Attraverso i capitoli dedicati all’India, al canale di Suez, all’asse indo-islamico e al ritorno del mondo indo-abramitico, l’autore sviluppa la tesi secondo cui la categoria di Middle East non è più adeguata a descrivere la realtà geopolitica contemporanea. Più che una semplice ridefinizione terminologica, il concetto di West Asia rappresenta un tentativo di reinterpretare la regione alla luce delle sue connessioni storiche e strategiche con l’Oceano Indiano, il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico. L’autore sostiene infatti che le tradizionali categorie di “Oriente”, “Occidente” e “Medio Oriente” siano in larga misura il prodotto di una visione eurocentrica del mondo, mentre fase storica odierna starebbe riportando in primo piano modelli di interazione precedenti all’egemonia europea.

In questo contesto, l’India e l’Oceano indiano hanno una posizione fondamentale. Riprendendo il concetto di Confluence of Two Seas formulato da Shinzo Abe e la strategia di multi-allineamento teorizzata dal ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, l’autore descrive l’Asia occidentale come il “vicinato esteso” di Nuova Delhi e individua nella crescente convergenza tra India e monarchie del Golfo uno dei principali motori della trasformazione regionale. La cooperazione con Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele ed Egitto viene interpretata come la base di un emergente ordine indo-abramitico, fondato su connettività, commercio, investimenti, sicurezza marittima e innovazione tecnologica. 

Un ruolo altrettanto importante è attribuito all’Egitto e al Canale di Suez. L’autore osserva come Suez stia evolvendo da semplice chokepoint commerciale a nodo geoeconomico dell’Eurasia, capace di integrare reti energetiche, infrastrutturali e commerciali che si estendono dall’Europa all’Indo-Pacifico. La trasformazione della Suez Canal Economic Zone, lo sviluppo delle coste del Mediterraneo e del Mar Rosso e la crescente integrazione energetica con il Golfo vengono presentati come manifestazioni concrete di questa nuova centralità.

Accanto all’ordine indo-abramitico, il volume individua l’emergere di un secondo polo geopolitico, definito indo-islamic axis. Guidato dalla Turchia e sostenuto da una rete di partenariati che include Pakistan, Somalia, Maldive e altri attori musulmani dell’Asia, esso rappresenta un modello alternativo di integrazione regionale. Tuttavia, l’autore sottolinea come i due ordini non debbano essere interpretati esclusivamente in termini competitivi: essi coesistono all’interno dello stesso spazio geopolitico e contribuiscono, attraverso dinamiche simultanee di cooperazione e rivalità, alla ridefinizione complessiva della West Asia.

Queste stesse dinamiche trovano la loro espressione più concreta nell’India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), presentato come molto più di un semplice progetto infrastrutturale. Secondo l’autore, il corridoio rappresenta il tentativo di ricostruire antiche reti di connessione tra Asia, Medio Oriente ed Europa e costituisce il simbolo di una nuova architettura geopolitica fondata soprattutto sulla connettività marittima. Il nuovo ordine regionale non nasce da una rottura con il passato, bensì dalla riattivazione di storiche reti commerciali e politiche adattate alle esigenze del sistema multipolare contemporaneo. Come osserva l’autore, “history is no longer confined to the pages of the past“; al contrario, è tornata come una forza capace di modellare le nuove configurazioni del potere globale.

La quarta e ultima parte del volumeOrder-Building in West Asia” traduce il quadro teorico elaborato nei capitoli precedenti in una proposta strategica per la costruzione di un nuovo ordine regionale. L’autore colloca la propria riflessione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato da crescente frammentazione geopolitica, dalla redistribuzione del potere verso l’Asia e dall’emergere di nuove potenze e nuove forme di competizione tra grandi potenze. Inoltre, il progressivo ridimensionamento della centralità economica e militare degli Stati Uniti non viene interpretato come un declino irreversibile, bensì come un mutamento strutturale che impone a Washington una revisione delle proprie priorità strategiche. La riduzione della quota statunitense del PIL mondiale e la crescente capacità di attori come Cina e Russia di contestare l’influenza americana in diverse aree vengono presentate come indicatori di una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale.

Particolare importanza assumono le coalizioni mini-laterali e partnership flessibili, considerate strumenti più adatti rispetto alle tradizionali alleanze rigide per affrontare le sfide di un sistema internazionale sempre più multipolare. Formati come il QUAD, l’East Mediterranean Gas Forum e numerose iniziative trilaterali vengono interpretati come esempi della tendenza verso forme di cooperazione costruite attorno a interessi specifici e obiettivi condivisi.

Da questa premessa deriva una delle argomentazioni centrali del volume: la necessità di sostituire il paradigma del nation-building, che ha caratterizzato una parte significativa della strategia statunitense in Medio Oriente dopo il 2001, con una logica di order-building. Secondo l’autore, l’esperienza irachena ha dimostrato i limiti dei tentativi di trasformazione politica imposti dall’esterno. Piuttosto che promuovere cambiamenti di regime o esportare modelli politici occidentali, gli Stati Uniti dovrebbero favorire la costruzione di reti regionali di cooperazione fondate su sicurezza, interoperabilità, condivisione dell’intelligence e interessi comuni.

L’obiettivo non è perpetuare una presenza americana dominante nella regione, bensì facilitare la graduale formazione di un sistema di sicurezza più autonomo e sostenibile. Washington assumerebbe il ruolo di facilitatore e coordinatore di una rete di partnership che avrebbe come nucleo gli Stati arabi della regione, integrati anche da attori esterni quali India, Israele e alcuni partner europei. La stabilità della West Asia verrebbe garantita con la costruzione di meccanismi di cooperazione economica, tecnologica e securitaria capaci di rafforzare la resilienza regionale. Dalla prospettiva americana, la riconfigurazione dell’ordine regionale della West Asia emerge come principale imperativo strategico del XXI secolo. Questo obiettivo non può però essere perseguito attraverso modelli egemonici tradizionali, ma richiede la costruzione di architetture flessibili e partenariati tecno-economici capaci di integrare la regione nelle più ampie dinamiche dell’Indo-Pacifico in cui Washington ha i propri interessi. Il futuro della West Asia appare quindi strettamente connesso alla capacità degli Stati Uniti di adattare i propri strumenti di leadership a un contesto internazionale sempre più multipolare e competitivo.

Un’ulteriore dimensione del volume riguarda il rapporto tra le dinamiche regionali e gli sviluppi più ampi del sistema internazionale. Nel corso dell’analisi, l’autore colloca costantemente l’evoluzione della West Asia nel contesto delle trasformazioni geopolitiche contemporanee. Particolare attenzione è dedicata all’impatto della guerra in Ucraina, alla crescente rilevanza strategica dell’Egitto e del Canale di Suez, al rafforzamento dei legami politici, economici e strategici tra l’India e le principali potenze regionali, nonché alle implicazioni del progressivo approfondimento dell’intesa sino-russa per l’evoluzione degli equilibri globali di potere. Questi sviluppi vengono presentati come componenti significative dei più ampi processi che stanno contribuendo all’emergere della West Asia come distinto spazio geopolitico.

Al di là dei suoi meriti analitici, meritano attenzione anche il momento della pubblicazione e la ricezione di West Asia. Pubblicato in una fase in cui i dibattiti sul Medio Oriente erano stati profondamente influenzati dalla guerra in Iraq e dalla crisi energetica, il volume è rapidamente divenuto una delle opere più discusse sulla regione negli ultimi anni, suscitando ampio interesse presso circoli politici, ambienti accademici e l’opinione pubblica. Tokay, tuttavia, coglie l’occasione per mettere in discussione l’eredità intellettuale prevalente che ha dominato gli studi sull’Asia occidentale dopo l’invasione dell’Iraq, così come l’intera generazione di studiosi statunitensi, analisti e opinion maker che si sono affermati dopo la guerra in Iraq e la Primavera araba, e che si rifiutano di leggere il Medio Oriente attraverso la lente dei suoi legami storici e culturali con l’Asia. Per questa generazione, il dato decisivo del XXI secolo è l’ascesa dell’Asia, e il futuro della regione può essere compreso soltanto alla luce del suo crescente intreccio con il più ampio entroterra asiatico.

Ciò che distingue la visione del mondo di Soliman è il suo realismo disciplinato. Egli si colloca nella tradizione della realpolitik, considerando il potere, la geografia e l’interesse nazionale come la grammatica permanente delle relazioni internazionali; allo stesso tempo, però, rifiuta il declinismo che è giunto a dominare gran parte del dibattito statunitense. Per Soliman, la questione centrale del XXI secolo non è se la potenza americana sia destinata a erodersi, bensì se essa saprà essere ridistribuita e impiegata con una chiara finalità strategica. La sua risposta ruota attorno a una corretta comprensione della grande strategia, intesa come il deliberato allineamento di mezzi necessariamente limitati a fini essenziali attraverso i diversi teatri, domini e orizzonti temporali che definiscono la proiezione del potere americano.

Nella sua interpretazione, le guerre combattute da Washington contano meno, per il futuro della potenza statunitense, dell’ordine che essa riuscirà a costruire nello spazio eurasiatico e della sua capacità di prevalere nella competizione tecno-economica in corso. In questo senso, West Asia è al tempo stesso un libro e una dichiarazione generazionale: annuncia l’emergere di una scuola di pensiero per la quale la domanda fondamentale non è più come gli Stati Uniti gestiscano il Medio Oriente, bensì come il Medio Oriente, riconcettualizzato come Asia occidentale, si inserisca nel cosiddetto “secolo asiatico”.

Nel complesso, West Asia rappresenta un contributo originale al dibattito sul futuro della regione e sul ruolo degli Stati Uniti in un sistema internazionale che si sta trasformando velocemente. Il principale merito del volume risiede nella proposta di superare la tradizionale categoria di Middle East a favore di quella di West Asia, concepita come uno spazio geopolitico dinamico, interconnesso e sempre più integrato nelle dinamiche economiche e strategiche dell’Indo-Pacifico. Attraverso questa nuova lente interpretativa, Soliman descrive una regione caratterizzata da equilibri fluidi, nuove forme di cooperazione e crescente protagonismo degli attori regionali, offrendo al tempo stesso una riflessione strategica sulle modalità attraverso cui tale trasformazione possa trovare un equilibrio. Il risultato è un’opera ambiziosa che combina analisi geopolitica, riflessione teorica e proposte operative, contribuendo a ridefinire il modo in cui la regione viene concepita e collocata all’interno degli equilibri globali del XXI secolo. 

ENGLISH VERSION

The book West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East by Mohammed Soliman offers a compelling and wide-ranging reflection on the geopolitical transformations reshaping the Middle East and, more broadly, the contemporary international order. Drawing upon the profound changes affecting both the region and the global system, the book examines such themes as the gradual erosion of the post-Cold War unipolar order, the rise of West Asia as a new economic and strategic center of gravity, the return of great-power competition, and the emergence of new forms of cooperation among regional actors. At the same time, the author explores the implications of these developments for the American Grand Strategy, arguing for a recalibration of the United States’ strategic posture in the Middle East and across the broader Eurasian rimland.

The most original contribution of the volume, however, lies in its willingness to reinterpret the region through a novel conceptual framework. According to the author, the category of the Middle East reflects a Eurocentric worldview that is increasingly ill-suited to capturing contemporary geopolitical dynamics. In its place, Soliman advances the concept of West Asia, conceived as a broader and more interconnected geopolitical space linking the Mediterranean, the Gulf, the Indian Ocean, and the Indo-Pacific. The Middle East is thus reimagined as a strategic crossroads where multiple geostrategic arenas intersect and where the broader rebalancing of global power toward Asia is most clearly manifested.

Through an analysis that weaves together history, geography, security, economic connectivity, and strategic competition, the volume does not merely interpret ongoing transformations but also develops a distinctly prescriptive dimension. Alongside his reflections on the future role of the United States, Soliman advances strategic recommendations aimed at fostering the construction of a new regional order in West Asia, grounded in multilateral cooperation, connectivity, technological innovation, and flexible security networks. The result is a work that successfully combines geopolitical analysis with strategic vision, offering a sophisticated framework through which to understand and navigate the profound transformations reshaping both the region and its relationship with the international system.

Part I of the volume, Strategic Framing, is devoted to establishing the broader strategic context. The chapter America and the End of the Middle East, in particular, develops the conceptual framework underpinning the book’s overall argument. The author observes that the United States entered the twenty-first Century after having dominated the principal arenas of strategic competition throughout the twentieth Century. Today, however, it operates in a considerably less favorable environment, not merely, or even primarily, as a consequence of American decline, but rather because of the rise of new actors that have emerged as centers of economic, financial, and strategic power.

At the same time, the Middle East itself is undergoing a profound transformation. Its principal actors are forging increasingly strong ties with Asia, expanding their external reach, and progressively transcending the region’s traditional geographic boundaries.

Against this backdrop, the author identifies a fundamental weakness in American strategy: unlike in Europe or the Indo-Pacific, Washington has never succeeded in constructing a genuine regional architecture in the Middle East endowed with stable mechanisms of political order and security. To explain the evolution of regional balances, the volume assigns particular significance to two historical turning points: Henry Kissinger’s balance-of-power strategy in the 1970s and the 2003 invasion of Iraq, described as the Iraq debacle. Whereas the former sought to preserve a relatively stable regional configuration, the latter is presented as the critical juncture that contributed to the gradual unraveling of the existing order.

Considerable attention is also devoted to the emergence of Iran and Türkiye as regional powers capable of projecting their influence far beyond the traditional boundaries of the Middle East. The steady expansion of their political, military, and economic networks is interpreted as a direct consequence of the strategic vacuum that emerged following the fall of Saddam Hussein’s regime and the subsequent fragmentation of the regional order.

While the first part of the volume focuses on the causes underlying the gradual weakening of the Middle Eastern order that emerged in the second half of the twentieth Century, Part II, Rise of West Asia, examines the actors and dynamics contributing to its reconfiguration. The focus shifts in particular to the Gulf and to the emergence of new forms of regional cooperation which, according to the author, exemplify the transition from the traditional Middle East to a broader and more interconnected West Asia. This region is portrayed as a reflection of the broader rebalancing of global power, particularly the ongoing shift in the global balance of power toward Asia. 

This new regional configuration, which in turn necessitates a conceptual redefinition of the region itself, is understood by the author both as the product of new balances of power and emerging actors in the Gulf and as the result of increasingly deep ties between the Gulf states and Asia. In the section entitled The Rise of the Arabian Gulf, Soliman demonstrates how states traditionally perceived as secondary actors have gradually assumed a central role in shaping the strategic landscape stretching from the Indian Ocean to the Mediterranean. This rise is attributed to the ability of the Gulf monarchies to transform hydrocarbon wealth into ambitious programmes of economic modernization and strategic diversification. Particular attention is devoted to the United Arab Emirates and the Dubai model, presented as a paradigm of transformation combining economic openness, technological innovation, the attraction of international investment, and geopolitical projection.

According to the author, these developments have also had significant implications for foreign policy. Gulf monarchies have progressively moved beyond predominantly defensive approaches in favour of more autonomous and pragmatic strategies, grounded in the diversification of partnerships and the pursuit of a balance among the United States, China, Russia, and the leading Asian powers. As a consequence, the strengthening of relations with India, Japan, South Korea, and ASEAN is interpreted as yet another manifestation of the ongoing eastward shift of global economic and geopolitical power. Soliman describes this phenomenon as the “Asianization” of the Middle East, a process that transforms the Gulf into a strategic hub connecting Asia, East Africa, the Red Sea, and the Mediterranean.

The chapter The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia examines the reconfiguration of regional alignments through the lens of the Abraham Accords. The author interprets these agreements as the expression of a new logic of realpolitik, in which cooperation between Israel and several Arab states is increasingly grounded in shared strategic, economic, and security interests rather than in the historical ideological divisions that have long shaped regional politics. The marginalization of previously central actors such as Iraq and Syria, coupled with the growing prominence of Riyadh, Abu Dhabi, and Doha, is presented as having facilitated the emergence of a new regional architecture oriented toward economic integration and security cooperation.

An entire section of the chapter is devoted to the Gaza war that followed the events of 7 October 2023. While acknowledging that the conflict has brought the Palestinian issue back to the forefront of the regional agenda and has highlighted Iran’s enduring capacity to project influence through its network of allies and partners, the author argues that the process of Arab-Israeli integration has not been halted. On the contrary, it has reinforced the determination of numerous regional actors to pursue a new regional order founded upon pragmatic cooperation, while recognizing that any durable stabilization of the region ultimately requires a credible resolution of the Palestinian question.

Part III of the volume, Redefining the Middle East, arguably contains the book’s most original conceptual contribution. Through chapters devoted to India, the Suez Canal, the Indo-Islamic axis, and the return of the Indo-Abrahamic world, the author advances the argument that the category of the Middle East is no longer adequate for describing contemporary geopolitical realities. More than a mere terminological adjustment, the concept of West Asia represents an effort to reinterpret the region in light of its historical and strategic connections to the Indian Ocean, the Mediterranean, and the Indo-Pacific. Indeed, the author contends that the conventional categories of “East,” “West,” and “Middle East” are largely the product of a Eurocentric worldview, whereas the current historical moment is bringing back to prominence patterns of interaction that predate the era of European hegemony.

In this context, India and the Indian Ocean occupy a pivotal position. Drawing upon Shinzo Abe’s concept of the Confluence of Two Seas and the strategy of multi-alignment articulated by India’s Minister of External Affairs, S. Jaishankar, the author describes West Asia as New Delhi’s “extended neighborhood” and identifies the growing convergence between India and the Gulf monarchies as one of the principal drivers of regional transformation. Cooperation with the United Arab Emirates, Saudi Arabia, Israel, and Egypt is interpreted as the foundation of an emerging Indo-Abrahamic order, built upon connectivity, trade, investment, maritime security, and technological innovation.

An equally important role is assigned to Egypt and the Suez Corridor. The author argues that Suez is evolving from a mere commercial chokepoint into a geoeconomic hub of Eurasia, capable of integrating energy, infrastructure, and trade networks stretching from Europe to the Indo-Pacific. The transformation of the Suez Canal Economic Zone, the development of the Mediterranean and Red Sea coastlines, and the growing energy integration with the Gulf are presented as tangible manifestations of this newfound centrality.

Alongside the Indo-Abrahamic order, the volume identifies the emergence of a second geopolitical pole, defined as the Indo-Islamic axis. Led by Türkiye and supported by a network of partnerships that includes Pakistan, Somalia, the Maldives, and other Muslim actors across Asia, it represents an alternative model of regional integration. However, the author emphasizes that these two orders should not be understood exclusively in competitive terms. Rather, they coexist within the same geopolitical space and contribute, through simultaneous dynamics of cooperation and rivalry, to the broader redefinition of West Asia.

These very dynamics find their most concrete expression in the India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), which is presented as far more than a mere infrastructure project. According to the author, the corridor represents an attempt to reconstruct historical networks of connectivity linking Asia, the Middle East, and Europe, while simultaneously symbolizing a new geopolitical architecture grounded above all in maritime connectivity. The emerging regional order is therefore not the product of a rupture with the past, but rather of the reactivation of historical commercial and political networks adapted to the requirements of the contemporary multipolar system. As the author observes, “history is no longer confined to the pages of the past”; on the contrary, it has returned as a force capable of shaping the emerging configurations of global power.

The fourth and final part of the volume, Order-Building in West Asia, translates the theoretical framework developed in the preceding chapters into a strategic proposal for the construction of a new regional order. The author situates his analysis within an international environment characterized by increasing geopolitical fragmentation, the redistribution of power toward Asia, and the emergence of new powers alongside new forms of great-power competition. Furthermore, the gradual erosion of the United States’ economic and military centrality is not interpreted as an irreversible decline, but rather as a structural transformation requiring Washington to reassess its strategic priorities. The shrinking share of global GDP accounted for by the United States, together with the growing ability of actors such as China and Russia to challenge American influence across multiple regions, is presented as evidence of a broader transformation of the international order.

Particular importance is attributed to minilateral coalitions and flexible partnerships, which are regarded as more effective instruments than traditional rigid alliances for addressing the challenges of an increasingly multipolar international system. Frameworks such as the QUAD, the East Mediterranean Gas Forum, and numerous trilateral initiatives are interpreted as examples of a broader trend toward forms of cooperation built around specific interests and shared objectives.

From this premise emerges one of the volume’s central arguments: the need to replace the paradigm of nation-building, which shaped a significant portion of U.S. strategy in the Middle East after 2001, with a logic of order-building. According to the author, the Iraqi experience demonstrated the limitations of externally imposed political transformation. Rather than promoting regime change or exporting Western political models, the United States should facilitate the construction of regional networks of cooperation based on security, interoperability, intelligence sharing, and common interests, a posture defined as “leading from within”.

The objective is not to perpetuate a dominant American presence in the region, but rather to facilitate the gradual emergence of a more autonomous and sustainable security architecture. Washington would assume the role of facilitator and coordinator of a network of partnerships centered on the Arab states of the region, while also incorporating external actors such as India, Israel, and selected European partners. The stability of West Asia would be pursued through the development of mechanisms of economic, technological, and security cooperation capable of enhancing regional resilience. From an American perspective, the reconfiguration of the regional order in West Asia emerges as a central strategic imperative of the twenty-first century. Yet this objective cannot be achieved through traditional hegemonic models; rather, it requires the construction of flexible architectures and techno-economic partnerships capable of integrating the region into the broader dynamics of the Indo-Pacific, where Washington’s strategic interests increasingly lie. The future of West Asia therefore appears closely tied to the ability of the United States to adapt its instruments of leadership to an international environment that is becoming ever more multipolar and competitive.

A further dimension of the volume concerns the relationship between regional dynamics and wider developments in the international system. Throughout the analysis, the author consistently situates the evolution of West Asia within the context of contemporary geopolitical transformations. Notably, particular attention is devoted to the impact of the war in Ukraine, the growing strategic relevance of Egypt and the Suez Canal, the strengthening of political, economic, and strategic ties between India and the major regional powers, as well as the implications of the deepening Sino-Russian entente for the evolving global balance of power. These developments are presented as important components of the broader processes contributing to the emergence of West Asia as a distinct geopolitical space.

Beyond its analytical merits, the timing and reception of West Asia deserve note. Published at a moment when Washington’s Middle East debates have been upended by the Iran war and the energy crisis, the book has quickly become one of the most discussed works on the region in years, drawing citations across the foreign policy commentariat in Europe, Tokyo, Washington, Gulf capitals, and India. Its resonance reflects more than fortunate timing. Soliman has emerged as the leading voice of a new cohort of American thinkers, analysts who came of age intellectually after the Iraq war and the Arab Spring and who refuse to read the Middle East through the inherited transatlantic lens. For this generation, the decisive fact of the twenty-first century is the rise of Asia, and the region’s future is legible only through its deepening entanglement across the broader Asian rimland. 

What distinguishes Soliman’s worldview is its disciplined realism. He writes in the tradition of realpolitik, treating power, geography, and interest as the enduring grammar of international politics, yet he refuses the declinism that has come to dominate so much of the American debate. For Soliman, the question of the twenty-first century is not whether American power will erode but whether it will be redeployed with intent, and his answer runs through grand strategy properly understood, the deliberate matching of finite means to essential ends across the theaters, domains, and timelines that define American power.

In his telling, the wars Washington fights matter less to the future of American power than the order it manages to build across Eurasia, and whether it wins the techno-economic contest underway there. In this sense, West Asia is both a book and a generational statement, announcing the arrival of a school of thought for which the question is no longer how America manages the Middle East, but how the Middle East, reconceived as West Asia, fits into the Asian century.

Overall, West Asia constitutes an original contribution to the debate on the future of the region and the role of the United States within a rapidly evolving international system. The volume’s principal strength lies in its proposal to move beyond the traditional category of the Middle East in favor of West Asia, conceived as a dynamic and interconnected geopolitical space that is becoming increasingly integrated into the economic and strategic dynamics of the Indo-Pacific. Through this new interpretive lens, Soliman portrays a region characterized by fluid balances, new forms of cooperation, and the growing agency of regional actors, while simultaneously offering a strategic reflection on how this transformation may ultimately be stabilized and sustained. The result is an ambitious work that combines geopolitical analysis, theoretical reflection, and policy-oriented recommendations, contributing to a redefinition of how the region is conceptualized and situated within the global balances of the twenty-first century. 

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For 5 million years, whales have come to this place in the Indian Ocean to die

Chinese deep-sea explorers from the Chinese Academy of Sciences (CAS) have discovered the largest “whale-fall site” ever recorded in the Indian Ocean. The graveyard is the Earth’s deepest and most extensive known accumulation of whale fossils, carcasses and the unique ecosystems they support, with some fossils dating back about 5.3 million years. Detailed in a paper published in the peer-reviewed journal Nature on Wednesday, the study was conducted by researchers from the CAS Institute of...

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Roche’s global survey highlights urgent need to shift diabetes care from disease treatment to mental wellbeing

[The content of this article has been produced by our advertising partner.] Nearly one in ten people in Hong Kong now live with diabetes, and the city’s burden is growing. An ageing population, shifting lifestyles, and a substantial number of undiagnosed cases have combined to make diabetes an increasingly urgent public-health challenge2,3. For people with diabetes (PwD) the condition is a daily physical reality, but its wider consequences are less visible: diabetes steadily erodes mental and...

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For 5 million years, whales have come to this place in the Indian Ocean to die

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Can Hong Kong cash in on ecotourism without trashing its natural treasures?

A sea of 500 tents covered the white sands of remote Ham Tin Wan in Sai Kung during a recent holiday, turning one of Hong Kong’s most scenic beaches into a makeshift campsite for crowds of overnight visitors. Some of the campers had joined tours from mainland China for the Labour Day “golden week” holiday, sleeping in rows of identical tents and gathering around camping tables for hotpot dinners, with ingredients hauled across the border by their guides. By morning, the sink in the beach’s only...

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China’s ports are by far the most efficient in the world: World Bank study

China’s ports continued to dominate global efficiency rankings in 2025, with seven Chinese trade hubs placing in the top 10, according to a study by the World Bank and S&P Global released on Wednesday. The latest edition of the annual report comes at a time when ports are playing a more vital role in the global economy than ever, as facilities strive to handle intense disruptions to global supply chains amid the aftermath of the Red Sea crisis and the ongoing fallout from the US-Israel war on...

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How Nvidia’s South Korean AI deals could fuel ‘the next industrial revolution’

A spate of agreements Nvidia has reached with South Korean companies presents a long-term road map for the country to expand its role in the semiconductor and physical AI industries, observers say. The most significant deal Nvidia CEO Jensen Huang made during his whirlwind three-day trip to Seoul that ended on Sunday was with SK Telecom to build AI infrastructure, including factories. An AI factory is a data centre running an end-to-end operational system that continuously collects and processes...

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Taipei envoy sees US$14 billion arms package moving ahead under Trump

Taiwan’s representative to the United States expressed confidence that Washington would approve a new round of arms sales to Taiwan, though US President Donald Trump has yet to make a decision on the matter. Asked on Thursday about a pending US$14 billion US arms sale to Taiwan, Alexander Tah-ray Yui, Taipei’s de facto diplomatic envoy, told CNN: “It’s up to President Trump to decide. Once the review is done, we expect that the sale, that the announcement will be made because we need those arms...

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Taipei envoy sees US$14 billion arms package moving ahead under Trump

Taiwan’s representative to the United States expressed confidence that Washington would approve a new round of arms sales to Taiwan, though US President Donald Trump has yet to make a decision on the matter. Asked on Thursday about a pending US$14 billion US arms sale to Taiwan, Alexander Tah-ray Yui, Taipei’s de facto diplomatic envoy, told CNN: “It’s up to President Trump to decide. Once the review is done, we expect that the sale, that the announcement will be made because we need those arms...

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Taipei envoy sees US$14 billion arms package moving ahead under Trump

Taiwan’s representative to the United States expressed confidence that Washington would approve a new round of arms sales to Taiwan, though US President Donald Trump has yet to make a decision on the matter. Asked on Thursday about a pending US$14 billion US arms sale to Taiwan, Alexander Tah-ray Yui, Taipei’s de facto diplomatic envoy, told CNN: “It’s up to President Trump to decide. Once the review is done, we expect that the sale, that the announcement will be made because we need those arms...

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Thanks to Trump, Chinese people have a more realistic view of America

For much of the reform era, the United States occupied a special place in the Chinese imagination. When I was growing up in China in the 1980s, the US – or meiguo, the “beautiful country” – was more than a country. It was an idea. Many Chinese, myself included, associated it with prosperity, freedom, scientific innovation and a functioning democracy. Even those who disagreed with American foreign policy often admired its institutions and power. That admiration survived many shocks: the Belgrade...

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الاتحاد العام التونسي للشغل يدعو إلى استئناف الحوار الاجتماعي وسط تحديات اقتصادية متصاعدة

بسام بن ضو/تونس

Italiano

جدّد الاتحاد العام التونسي للشغل (UGTT)، دعوته إلى الحكومة التونسية لاستئناف الحوار الاجتماعي وفتح جولة جديدة من المفاوضات بشأن الأجور والحقوق المهنية، محذراً من تداعيات استمرار الجمود الاجتماعي على الاستقرار الاقتصادي والاجتماعي في البلاد.

وجاءت هذه الدعوة عقب اجتماعات للهيئات القيادية للاتحاد خلال الأشهر الأخيرة، حيث عبّرت المنظمة النقابية عن قلقها من تراجع القدرة الشرائية للعمال والموظفين في ظل ارتفاع تكاليف المعيشة واستمرار الضغوط الاقتصادية التي تواجهها تونس.

كما شدد على ضرورة إعادة تفعيل آليات الحوار بين الحكومة والشركاء الاجتماعيين باعتبارها الوسيلة الأساسية لمعالجة الخلافات الاجتماعية وتجنب تصاعد التوترات في مختلف القطاعات.

وأكد الاتحاد أن الحوار الاجتماعي لا يقتصر على التفاوض حول الزيادات في الأجور، بل يشمل أيضاً تحسين ظروف العمل، وحماية المؤسسات العمومية، وضمان تنفيذ الاتفاقيات السابقة المبرمة بين الحكومة والمنظمات النقابية وأصحاب العمل.

كما دعا إلى مراجعة السياسات الاقتصادية والاجتماعية بما يساهم في دعم الإنتاج والتشغيل والحفاظ على الخدمات العامة.

ويأتي هذا الموقف في وقت تشهد فيه تونس تحديات اقتصادية متواصلة، من بينها ارتفاع معدلات التضخم خلال السنوات الأخيرة، وتآكل القدرة الشرائية للأسر، إضافة إلى الضغوط التي تواجه المالية العمومية.

ويرى الاتحاد أن معالجة هذه التحديات تتطلب مقاربة تشاركية تقوم على التشاور المنتظم بين مختلف الأطراف الاجتماعية والاقتصادية.

وفي الجانب النقابي، شدد الاتحاد العام التونسي للشغل على ضرورة احترام الحريات النقابية والحق في التنظيم والتفاوض الجماعي، معتبراً أن هذه الحقوق تشكل ركائز أساسية لأي مناخ اجتماعي مستقر.

كما دعا السلطات إلى ضمان ممارسة النشاط النقابي دون قيود، وإلى احترام الالتزامات الوطنية والدولية المتعلقة بحقوق العمال والحريات العامة.

ويحظى الاتحاد العام التونسي للشغل بمكانة تاريخية مؤثرة في المشهد التونسي، إذ يضم نحو مليون عضو وفق تقديرات متداولة، ولعب أدواراً محورية في الحياة السياسية والاجتماعية منذ الاستقلال. كما كان أحد مكونات “الرباعي الراعي للحوار الوطني” الذي نال جائزة نوبل للسلام عام 2015 تقديراً لدوره في دعم الانتقال الديمقراطي في البلاد.

وتأتي مطالب الاتحاد في سياق تشهد فيه تونس نقاشاً متزايداً حول مستقبل الحوار الاجتماعي ودور منظمات المجتمع المدني والنقابات المهنية في صياغة السياسات العامة.

ويرى مراقبون أن إعادة فتح قنوات التفاوض بين الحكومة والاتحاد قد تسهم في تخفيف الاحتقان الاجتماعي وتعزيز الاستقرار، في وقت تواجه فيه البلاد تحديات اقتصادية واجتماعية متشابكة تتطلب توافقات واسعة بين مختلف الفاعلين.

وفي ظل استمرار الخلافات حول الملفات الاجتماعية والاقتصادية، يبقى استئناف الحوار بين الحكومة والاتحاد العام التونسي للشغل أحد أبرز الاختبارات أمام السلطات التونسية خلال المرحلة المقبلة، وسط مطالب متزايدة بتحقيق توازن بين متطلبات الإصلاح الاقتصادي والحفاظ على الحقوق الاجتماعية والقدرة الشرائية للمواطنين.

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UE, PIRONDINI (M5S): MELONI COME NAZIONALE AI MONDIALI, GUARDA DA CASA

“Oggi iniziano i mondiali di calcio, l’Italia non c’è e purtroppo li guarderemo da casa. L’assenza dell’Italia dai mondiali di calcio ricorda molto la politica estera di Meloni: anche lì resta a guardare. Il 7 giugno, al tavolo sulle trattative sull’Ucraina promosso da Germania, Francia e Regno Unito, l’Italia non è stata invitata. Oggi gli ambasciatori di Francia, Germania e Regno Unito sono a Mosca al ministero degli esteri russo: l’Italia non c’è. Il 5 giugno al vertice europeo sui Balcani l’Italia non c’era perché Meloni partecipava alla presentazione di un francobollo celebrativo. Al Consiglio europeo ci andrà davvero e con quale capacità di incidere? Perché se non si riesce a contare in Europa nemmeno a Roma, è difficile credere di farlo nei consessi internazionali. Mentre la Francia vieta l’ingresso sul suo territorio a Ben Gvir, Tajani non è capace neanche di ricevere le sue scuse. Quello che Meloni oggi avrebbe dovuto dire è che l’Italia interrompe ogni rapporto diplomatico, commerciale e militare con il Governo genocida di Netanyahu. Perché il punto non è isolare Israele, il punto è isolare un criminale internazionale che si chiama Netanyahu”.
Così il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini intervenendo in aula.

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Refugees’ Numbers Drop, but Many Return to Turmoil at Home, U.N. Says

There were nearly 118 million forcibly displaced people in 2025, slightly fewer than in the previous year, the United Nations refugee agency said.

© David Guttenfelder/The New York Times

Displaced people at a campsite in Lebanon in early April. Israel’s military offensive there had driven more than a million people from their homes by mid-May, the United Nations said.
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Refugees’ Numbers Drop, but Many Return to Turmoil at Home, U.N. Says

There were nearly 118 million forcibly displaced people in 2025, slightly fewer than in the previous year, the United Nations refugee agency said.

© David Guttenfelder/The New York Times

Displaced people at a campsite in Lebanon in early April. Israel’s military offensive there had driven more than a million people from their homes by mid-May, the United Nations said.
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Tunisia. L’Ugtt chiede la ripresa del dialogo sociale in un contesto di crescenti sfide economiche

di Bessem Ben Dhaou

عربي

L’Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT) ha rinnovato il proprio appello al governo tunisino affinché riprenda il dialogo sociale e avvii un nuovo ciclo di negoziati sui salari e sui diritti professionali, mettendo in guardia dalle conseguenze che il perdurare della paralisi sociale potrebbe avere sulla stabilità economica e sociale del Paese.
L’appello giunge a seguito delle riunioni degli organi direttivi del sindacato tenutesi negli ultimi mesi, durante le quali l’organizzazione ha espresso preoccupazione per il progressivo deterioramento del potere d’acquisto di lavoratori e dipendenti, in un contesto caratterizzato dall’aumento del costo della vita e dal persistere delle pressioni economiche che gravano sulla Tunisia.
L’UGTT ha inoltre sottolineato la necessità di riattivare i meccanismi di dialogo tra il governo e le parti sociali, considerandoli lo strumento principale per affrontare le controversie sociali ed evitare un’escalation delle tensioni nei diversi settori.
Il sindacato ha evidenziato che il dialogo sociale non si limita alle trattative sugli aumenti salariali, ma comprende anche il miglioramento delle condizioni di lavoro, la tutela delle imprese pubbliche e la garanzia dell’attuazione degli accordi precedentemente conclusi tra il governo, le organizzazioni sindacali e le rappresentanze dei datori di lavoro.
L’organizzazione ha inoltre invitato a una revisione delle politiche economiche e sociali al fine di sostenere la produzione, promuovere l’occupazione e preservare i servizi pubblici.
Questa posizione si inserisce in un contesto in cui la Tunisia continua ad affrontare importanti sfide economiche, tra cui l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni, l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie e le persistenti pressioni sulle finanze pubbliche.
Secondo l’UGTT affrontare efficacemente tali sfide richiede un approccio partecipativo basato su una consultazione regolare tra i diversi attori sociali ed economici.
Sul piano sindacale l’Unione Generale Tunisina del Lavoro ha ribadito l’importanza del rispetto delle libertà sindacali e del diritto all’organizzazione e alla contrattazione collettiva, ritenendo che tali diritti costituiscano pilastri fondamentali per garantire un clima sociale stabile.
Il sindacato ha inoltre esortato le autorità a garantire il libero esercizio dell’attività sindacale senza restrizioni e a rispettare gli impegni nazionali e internazionali relativi ai diritti dei lavoratori e alle libertà fondamentali.
L’UGTT occupa una posizione storicamente influente nel panorama tunisino. Secondo stime ampiamente diffuse, conta circa un milione di iscritti e ha svolto un ruolo centrale nella vita politica e sociale del Paese sin dall’indipendenza. È stata inoltre una delle componenti del “Quartetto per il Dialogo Nazionale”, insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2015 per il suo contributo al processo di transizione democratica in Tunisia.
Le richieste del sindacato si inseriscono in un contesto caratterizzato da un crescente dibattito sul futuro del dialogo sociale e sul ruolo delle organizzazioni della società civile e delle associazioni professionali nella definizione delle politiche pubbliche.
Secondo diversi osservatori, la riapertura dei canali di negoziazione tra il governo e l’UGTT potrebbe contribuire ad attenuare le tensioni sociali e a rafforzare la stabilità del Paese, in un momento in cui la Tunisia si trova ad affrontare sfide economiche e sociali complesse che richiedono ampi consensi tra i diversi attori coinvolti.
Alla luce del persistere delle divergenze sui principali dossier economici e sociali, la ripresa del dialogo tra il governo e l’Unione Generale Tunisina del Lavoro resta una delle prove più significative per le autorità tunisine nel prossimo periodo, mentre cresce la richiesta di trovare un equilibrio tra le esigenze delle riforme economiche e la tutela dei diritti sociali e del potere d’acquisto dei cittadini

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Bulgaria. Sofia ferma le armi a Kiev e apre una crepa nel fronte europeo

di Giuseppe Gagliano –

La Bulgaria interrompe le forniture militari all’Ucraina e riapre il dibattito sulla tenuta del sostegno europeo a Kiev. La decisione annunciata dal governo guidato da Rumen Radev segna una svolta politica che va oltre i confini balcanici e riflette le crescenti difficoltà dell’Europa nel mantenere una linea compatta dopo anni di guerra.
Il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov ha giustificato lo stop sostenendo che il conflitto non può essere risolto sul campo e che l’invio di nuove armi contribuirebbe soltanto a prolungare le ostilità. Sofia continua però a confermare la propria appartenenza alla NATO e all’Unione europea, puntando contemporaneamente ad aumentare la spesa militare nazionale fino ai livelli richiesti dall’Alleanza Atlantica.
La Bulgaria aveva svolto un ruolo importante nel sostegno a Kiev grazie alla disponibilità di munizioni e armamenti di origine sovietica compatibili con l’esercito ucraino. La sospensione delle forniture non rappresenta un colpo decisivo per le capacità militari di Kiev, che continua a dipendere soprattutto dagli aiuti statunitensi e dei maggiori partner europei, ma riduce ulteriormente la profondità logistica del fronte occidentale.
La scelta di Sofia assume soprattutto un significato politico. Dimostra che uno Stato membro della NATO e dell’Unione europea può ridurre il proprio contributo militare all’Ucraina senza mettere formalmente in discussione la propria collocazione occidentale. Un precedente che potrebbe essere osservato con attenzione da altri governi europei alle prese con costi economici crescenti e opinioni pubbliche sempre più stanche del conflitto.
Per Mosca il segnale è positivo perché conferma l’esistenza di differenze e sensibilità diverse all’interno del blocco occidentale. Per Bruxelles, invece, la decisione bulgara evidenzia la difficoltà di mantenere nel lungo periodo una strategia comune fondata su sanzioni, aiuti finanziari e sostegno militare.
Sofia sostiene di voler rafforzare la propria difesa nazionale senza continuare a svuotare i propri arsenali a favore dell’Ucraina. Una posizione che il presidente Radev presenta come pragmatica e orientata alla ricerca di una soluzione negoziale, ma che i sostenitori di Kiev considerano un indebolimento del fronte europeo.
La decisione bulgara conferma come le guerre di lunga durata tendano a modificare gli equilibri politici degli alleati. Dopo anni di sostegno quasi unanime all’Ucraina, emergono infatti differenze sempre più evidenti sulle modalità e sui limiti dell’impegno europeo. In questo contesto, la Bulgaria diventa un indicatore delle tensioni che attraversano il continente e della crescente difficoltà nel conciliare solidarietà verso Kiev, interessi nazionali e sostenibilità politica del conflitto.

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UE, BEVILACQUA (M5S): PATRIOTA E’ RIVEDERE PATTO STABILITA’ E PIANO RIARMO

“Meloni ha detto che il contesto è complesso e delicato e la sfida è saper scegliere ciò che è più giusto invece di ciò che è più facile. Allora chiediamo: è stato più giusto o più facile sottoscrivere un Patto di Stabilità che costa agli italiani 13 miliardi all’anno di tagli e tasse? E’ stato più giusto o più facile acquistare il gas naturale liquefatto americano che costa quattro volte di più agli italiani? E’ stato più giusto o più facile scegliere di acquistare armi per 45 miliardi in più all’anno per i prossimi 10 anni? E’ stato più giusto o più facile scegliere di non tassare gli extra profitti miliardari delle banche? E’ stato più giusto o più facile scegliere di firmare l’impegno Nato di spesa al 5%? Al Consiglio europeo Meloni ha una grande opportunità di fare veramente la patriota: chieda la revisione sostanziale del Patto di Stabilità e di abbandonare il folle piano di riarmo da 800 miliardi per destinare quelle risorse a famiglie e imprese con un nuovo Pnrr per l’energia per far fronte allo shock energetico che sta mettendo in ginocchio l’Italia. Lo faccia se ha la forza e il coraggio necessari”.
Lo ha dichiarato in aula la senatrice M5S Dolores Bevilacqua intervenendo in discussione generale sulle comunicazioni di Meloni in vista del prossimo Consiglio europeo.

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Unhcr. Rifugiati: 7 persone su 10 in esilio per lunghi periodi

Unhcr

Barham Salih, Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha presentato oggi il rapporto di punta dell’agenzia, il Global Trends Report , che rivela come lo sfollamento forzato globale sia diminuito per la prima volta in un decennio, pur rimanendo a livelli inaccettabilmente elevati.
Nel 2025 5,4 milioni di persone sono fuggite da violenze e persecuzioni rifugiandosi in altri paesi. Tuttavia, il rapporto evidenzia anche un’accelerazione dei ritorni: 14,7 milioni di sfollati sono rientrati nelle loro aree o paesi di origine nel 2025 (4,4 milioni di rifugiati e 10,3 milioni di sfollati interni), con un forte aumento in Afghanistan, Sudan e Siria. I ritorni dei rifugiati sono stati i secondi più alti mai registrati negli ultimi 60 anni, sebbene molti siano avvenuti sotto pressione e in condizioni precarie nei paesi di origine.
Nel complesso, i dati mostrano che il numero globale di rifugiati è diminuito nel 2025 del 3%, attestandosi a 41,6 milioni. In uno sviluppo positivo, quasi 46.000 persone apolidi hanno acquisito la cittadinanza in 24 paesi lo scorso anno.
Con il 70% dei rifugiati intrappolati in esilio per anni e molti che vivono sotto la soglia di povertà, Salih ha inoltre esortato la comunità internazionale a sostenere una nuova iniziativa per liberare milioni di persone dallo sfollamento prolungato e dalla dipendenza dagli aiuti umanitari.
“Per troppi rifugiati, la fuga inizia come una salvezza ma dura tutta la vita», ha dichiarato Salih. «L’assistenza umanitaria salva vite, ma non è il punto d’arrivo e non consente ai rifugiati di diventare protagonisti attivi del proprio futuro. Abbiamo bisogno di un cambio di paradigma che crei una nuova speranza e nuove opportunità per chi fugge da guerra e persecuzione”.
Salih ha delineato un obiettivo chiaro e misurabile: ridurre di oltre la metà, nel prossimo decennio, il numero di rifugiati in condizioni di esilio prolungato e dipendenti dall’assistenza umanitaria, migliorando le prospettive per milioni di persone. L’obiettivo, focalizzato sui paesi a basso e medio reddito che ospitano la maggior parte dei rifugiati, sarà perseguito ampliando le opportunità di ritorno, reinsediamento e visti umanitari, e passando da forme tradizionali di aiuto all’autosufficienza.
L’iniziativa invita governi, attori umanitari e dello sviluppo, settore privato e società civile a intensificare gli sforzi per rafforzare l’autonomia dei rifugiati, garantendo al contempo asilo e protezione, aspetti oggi più cruciali che mai, mentre il 2026 segna il 75° anniversario della Convenzione sui rifugiati.
Salih ha illustrato i passaggi necessari per raggiungere questo ambizioso obiettivo, che mira a portare il reddito autonomamente guadagnato dai rifugiati (escludendo gli aiuti umanitari) almeno al livello della soglia di povertà nazionale del paese in cui vivono.
I ritorni volontari devono essere la soluzione principale. La risoluzione di alcuni dei principali conflitti mondiali permetterebbe a milioni di rifugiati di rientrare in sicurezza e con dignità.
Un altro pilastro fondamentale è l’inclusione dei rifugiati nei sistemi nazionali: istruzione, sanità, servizi finanziari e mercati del lavoro, per consentire loro di generare reddito e contribuire alle economie locali e nazionali. Ciò richiede maggiori investimenti da parte di un’ampia gamma di partner per sostenere i paesi ospitanti già sotto pressione.
Infine, Salih ha sottolineato l’urgenza di aumentare le soluzioni all’estero, come il reinsediamento dei casi più vulnerabili, il ricongiungimento familiare e l’accesso a permessi di lavoro e borse di studio. Il divario tra posti disponibili e bisogni è enorme e in crescita. Nel 2025, gli arrivi attraverso programmi di reinsediamento o sponsorizzazione sono diminuiti di oltre la metà rispetto all’anno precedente, fino a 81.800 persone.
“Asilo e protezione salvano vite e non sono oggetto di negoziazione, ma non possiamo accettare un futuro in cui milioni di rifugiati restino intrappolati per anni o decenni senza prospettive realistiche di ricostruire la propria vita”, ha dichiarato Salih. “Oggi abbiamo un obiettivo ambizioso, raggiungibile e misurabile per promuovere l’autosufficienza e migliorare concretamente la vita delle persone. L’UNHCR mobiliterà sforzi a tutti i livelli per affrontare questa sfida e creare vie d’uscita dalla monotonia opprimente dello sfollamento prolungato per milioni di persone”.

La situazione in Italia.
In Italia, alla fine del 2025, c’erano oltre 132,000 beneficiari di protezione internazionale 234,000 richiedenti asilo e oltre 60,000 cittadini ucraini che beneficiavano di protezione temporanea, mentre il numero di apolidi è stimato intorno ai 3.000.
L’Italia, uno dei principali Paesi donatori dell’Agenzia ONU per i Rifugiati, continua a sostenere l’UNHCR nelle emergenze umanitarie, nel fornire protezione e nel promuovere iniziative di sviluppo con l’obiettivo di proteggere e stabilizzare le popolazioni lungo le rotte migratorie in Africa e in altre regioni colpite da crisi.
L’Italia, inoltre, ha sviluppato esperienze riconosciute a livello internazionale nell’inclusione lavorativa e nell’apertura di canali regolari e sicuri, dai corridoi umanitari ai corridoi universitari e lavorativi per i rifugiati. Queste iniziative dimostrano come la collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato possa trasformare la protezione in opportunità, offrendo ai rifugiati la possibilità di ricostruire il proprio futuro e contribuire allo sviluppo economico e sociale del Paese.
“Il diritto di cercare e di godere dell’asilo esiste proprio per situazioni come quelle che stiamo vivendo oggi. Quando guerre, conflitti e persecuzioni costringono milioni di persone a fuggire dalle proprie case, il diritto di accedere all’asilo agisce come una rete di sicurezza fondamentale, creata per proteggere ciascuno di noi quando accade il peggio immaginabile” ha dichiarato Anna Leer, facente funzioni di Rappresentante UNHCR per l’Italia, la Santa Sede, Malta e San Marino.
“Da 75 anni UNHCR è impegnata nella protezione delle persone costrette alla fuga, perché nessuno è al sicuro finché non lo sono anche le persone più vulnerabili e a rischio. Garantire protezione a chi fugge non è soltanto un imperativo umanitario, ma un obbligo vincolante ai sensi del diritto internazionale e un investimento nella stabilità, nella coesione sociale e nella sicurezza delle nostre comunità”.

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Palestina. Dati choc di Oxfam, ‘dal 2023 più vittime che nei 17 anni precedenti’

di Alessandra Fabbretti / Dire * –

“Aumento esponenziale degli attacchi dei coloni e delle forze militari israeliane” a danno dei palestinesi, nel quadro di “un piano di pulizia etnica e annessione che dal 2023 ha causato oltre 46mila sfollati, la costruzione di oltre 925 barriere che impediscono la circolazione di 3 milioni di persone, un’ondata senza precedenti di violenza che ha causato oltre 1.200 vittime, tra cui quasi 270 bambini”: sono i principali dati contenuti in un report di Oxfam, che va ad aggiungersi a report delle Nazioni Unite e di organismi come Amnesty International che certificano la pulizia etnica nei Territori occupati.
A febbraio, l’Ufficio Onu per i diritti umani aveva scritto: “Gli attacchi intensificati, la distruzione metodica di interi quartieri e il diniego di assistenza umanitaria sembravano mirare a un cambiamento demografico permanente a Gaza”. Ieri, nel report ‘Cancellare ogni traccia palestinese’, Amnesty denuncia “il tacito o esplicito sostegno della comunità internazionale ai crimini israeliani – compresi il genocidio e l’apartheid”, oltre alla “pulizia etnica”.
Oxfam rafforza queste accuse riferendo che “nei primi mesi del 2026 si sono verificati oltre 540 attacchi da parte dei coloni”, evidenziando che “negli ultimi 3 anni nella Cisgiordania occupata il numero di civili palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e dai coloni ha superato il totale dei 17 anni precedenti, tra cui tantissimi bambini”. L’analisi impiega dati forniti dalle Nazioni Unite: “tra il 2006 e il 2022” riferisce ancora Oxfam, “le vittime sono state 1.036, tra cui 225 bambini, mentre solo dal 2023 ne sono state registrate 1.244, con 268 bambini rimasti uccisi. Ciò significa che, negli ultimi 20 anni, 1 uccisione su 5 ha riguardato un bambino, circa il 22%”.
L’ultimo è Sam Abu Haikal, neonato di 7 mesi ucciso dai soldati israeliani lo scorso 5 giugno mentre era in braccio alla mamma: il papà si era regolarmente fermato a un posto di blocco quando i soldati hanno aperto il fuoco, come mostra un video dell’ong B’Tselem, che sconfessa la versione dell’esercito, secondo cui il veicolo avrebbe “accelerato pericolosamente”.
Di contro, prosegue Oxfam, “nei primi 17 anni presi in esame, i coloni israeliani uccisi dai palestinesi sono stati 86, tra cui 12 bambini, mentre si contano 43 vittime, tra cui 10 bambini, tra il 2023 e il 2025”. Più in generale per l’organizzazione resta “chiara l’accelerazione del piano di annessione israeliano della Cisgiordania”.
Da gennaio a marzo “si sono verificati più di 540 attacchi da parte dei coloni, 33 palestinesi sono stati uccisi e più di 2.200 persone sono state sfollate. Sono state vandalizzate e distrutte più di 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, tra cui condutture, sistemi di irrigazione e serbatoi d’acqua, compromettendo l’accesso all’acqua per ben 32 comunità palestinesi”. Inoltre, “negli ultimi tre anni in tutta la Cisgiordania sono stati sfollati con la forza oltre 46mila palestinesi, un numero record, se si pensa che nei 14 anni precedenti erano stati 13mila. Agli attacchi dei coloni si sono sommate sempre più demolizioni non solo di abitazioni, ma anche di condutture idriche, di ricoveri per animali, di frutteti e campi. L’anno scorso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato oltre 230 attacchi a strutture sanitarie, distruzione di ambulanze, attacchi nei confronti del personale medico”.
C’è poi il tema delle “restrizioni imposte a ogni livello”: ad oggi in tutta la Cisgiordania (compresa Gerusalemme est) “sono state costruite oltre 925 barriere e nuove recinzioni che limitano, in modo permanente o ciclico, la circolazione di oltre 3 milioni di palestinesi, portando un danno enorme all’economia e alla capacità di sussistenza”, segnando anche “un aumento del 43% rispetto ai 20 anni precedenti, quando se ne contavano mediamente 647 in tutta la regione”.
Oltre a invocare l’intervento della comunità internazionale, il portavoce di Oxfam Paolo Pezzati chiede al governo italiano di “fermare il commercio con gli insediamenti illegali, accogliendo la proposta di legge presentata dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, nata grazie all’impegno di una coalizione di 20 organizzazioni della società civile, tra cui Oxfam, permettendo all’Italia di allinearsi così con quanto richiesto da tempo dalla Corte Internazionale di Giustizia”.
Infine, “chiediamo al Governo di cambiare posizione a favore della sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele, fino a quando non saranno rispettati i diritti umani”. Concludendo, Oxfam ricorda che in linea con il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 (con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione del Territorio palestinese), “gli Stati sono obbligati ad adottare misure significative, tra cui il divieto di commercio con gli insediamenti illegali, l’interruzione del commercio di armi laddove vi sia un chiaro rischio di uso improprio e la revisione o la sospensione degli accordi commerciali e di cooperazione, qualora questi possano contribuire a violazioni del diritto internazionale”.

* Fonte: agenzia Dire.

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What’s behind Beijing’s seabed mapping east of Taiwan?

Beijing has completed a seabed survey in the complex waters east of Taiwan, its latest move to strengthen management of the waters around Taiwan following maritime border talks between Japan and the Philippines, according to state media. It is the first time mainland Chinese maritime authorities have conducted hydrographic survey operations east of Taiwan to fill in previously incomplete seabed mapping data for the area, according to an article published on Wednesday by Yuyuan Tantian, a social...

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What’s behind Beijing’s seabed mapping east of Taiwan?

Beijing has completed a seabed survey in the complex waters east of Taiwan, its latest move to strengthen management of the waters around Taiwan following maritime border talks between Japan and the Philippines, according to state media. It is the first time mainland Chinese maritime authorities have conducted hydrographic survey operations east of Taiwan to fill in previously incomplete seabed mapping data for the area, according to an article published on Wednesday by Yuyuan Tantian, a social...

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Ucraina. Meloni, ‘Per negoziare serve una figura autorevole con mandato dell’Ue’

di Emanuele Nuccitelli e Antonio Bravetti / Dire * –

“Occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei al tavolo negoziale” tra Russa e Ucraina, perché “allo stato nessun formato ha la legittimità” per farlo e “per questo sostengo da tempo la necessità di individuare una figura autorevole che abbia il mandato di per portare il punto di vista dell’Europa”.

“Questa è la posizione che l’Italia porterà al Consiglio europeo: lavorare perché la guerra finisca più presto, garantire la libertà di navigazione, sostenere la sicurezza dei partner del Golfo, mantenere aperto con realismo e responsabilità lo spazio della diplomazia”. Lo ha detto la premier del Consiglio Giorgia Meloni, nelle sue comunicazioni in aula alla Camera in vista del Consiglio europeo del 18 e del 19 giugno.

“Lavoreremo perché l’Unione esprima una posizione comune, seria e credibile. L’Europa ha gli strumenti per dire la sua, a partire dal regime sanzionatori”. Per la premier “se l’Iran dimostrerà con i fatti il voler tornare su un percorso serio, verificabile e costruttivo, l’Europa dovrà essere pronta ad accompagnare quel percorso con un alleggerimento graduale e irreversibile, ma anche rapido delle sanzioni. Se invece l’Iran continuerà sulla strada sbagliata, minacciare la libertà di navigazione, attacchi, sostegno a milizie, violazione degli obblighi internazionali, allora l’Unione europea dovrà essere pronta a rafforzare la pressione anche attraverso nuove misure mirate”, aggiunge.

Meloni afferma che “sul piano diplomatico continuiamo a sostenere l’altalenante dialogo tra Stati Uniti e Iran e l’importante opera di facilitazione svolta da diversi Paesi, in particolare Qatar e Pakistan, nella consapevolezza che il negoziato resta fragile e che le questioni ancora aperte sono molteplici e complesse, sempre che un negoziato sia ancora possibile alla luce delle ultime notizie che conoscete anche voi”.

“Oggi più che mai è necessario investire nella propria difesa per garantire la capacità di contare, decidere autonomamente, difendere i propri interessi. Investire di più, rafforzare la propria capacità industriale, sostenere l’autonomia strategica aperta che significa da una parte rafforzare la nostra base industriale nel settore della difesa e sviluppare le nostre capacità autonome, ma dall’altra promuovere partnership industriali e strategiche con i partner chiave”.

“Sosteniamo insomma l’approccio, le iniziative volte a rafforzare la sicurezza e la difesa del continente, siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità a fare quello che è necessario per proteggere l’Italia e i suoi cittadini a partire dal tema della sicurezza e lo ribadiremo al vertice NATO dove l’Italia si presenterà con una percentuale del 2,8% del proprio prodotto interno lordo investito in difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71% che è garantito però soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul territorio”, dice la premier. “E proprio perché non ci sottraiamo alle nostre responsabilità, proprio perché non ci manca il coraggio di dire le cose come stanno, non possiamo non considerare il mutamento dello scenario nel quale operiamo. La difesa è importante, certo, ma mettere a riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto lo è altrettanto e queste due priorità sono interconnesse, senza sicurezza l’energia finirebbe per costare sempre di più, senza energia non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi”, aggiunge.

“Il nostro Governo è impegnato nella realizzazione di un mix energetico nazionale utile agli interessi dei cittadini e delle imprese: è per questo che abbiamo varato un disegno di legge delega sull’energia nucleare che riteniamo la vera soluzione alla nostra dipendenza energetica nel medio e lungo periodo, è per questo che continuiamo a sostenere l’importanza dei biocarburanti come vettore energetico di transizione, è per questo che con il nostro Governo abbiamo raggiunto il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili”.

“Con il nostro Governo abbiamo raggiunto il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili”, rivendica la premier Giorgia Meloni nelle comunicazioni alla Camera. Poi risponde ai brusii dell’Aula, provenienti dai banchi dell’opposizione: “Lo so, può dare fastidio”. “Ricordo che lunedì scorso la Commissione ha approvato ulteriori 23 miliardi di aiuti di Stato a sostegno della produzione nazionale di energia elettrica da fonti rinnovabili, si prevede che gli impianti aggiungeranno un totale di 37,15 Gigawatt di capacità di produzione di energia elettrica con il risultato di aumentare del 48% l’attuale capacità di energia prodotta da fonti rinnovabili in Italia”, rimarca la presidente del Consiglio. “Con lo stesso pragmatismo nelle prossime settimane provvederemo a definire in stretto raccordo con la Commissione un paniere di misure finanziabili grazie alla flessibilità che abbiamo ottenuto e questo consentirà tra l’altro di alleggerire il bilancio nazionale di avere più risorse per sostenere le famiglie e le imprese in questa difficile congiuntura”, conclude.

“Al Consiglio Europeo discuteremo anche del post-UNIFIL, alla luce delle opzioni presentate dal Segretario Generale delle Nazioni Unite: la decisione sulla conclusione della missione rende necessario preparare per tempo – in stretto coordinamento con Nazioni Unite, Stati Uniti, partner europei, autorità libanesi ed Israele – una presenza internazionale capace di evitare un pericoloso vuoto di sicurezza”, afferma ancora Meloni. “L’Italia, soprattutto se – come speriamo – i negoziati diretti a Washington avranno successo, continuerà a svolgere un ruolo di primo piano a sostegno del Libano e della pace tra Libano e Israele, come ha sempre fatto e come sta facendo anche in questi giorni difficili. Non soltanto per quanto avviene in Libano, ma anche per la situazione a Gaza e in Cisgiordania, è chiaro che il Consiglio Europeo dovrà riflettere sulla direzione delle relazioni tra l’Unione Europea e Israele. Su questo, mi piacerebbe, una volta tanto, che ci fosse qui un confronto capace di andare oltre l’enfasi della polemica facile, che produce certamente un ritorno immediato in termini di visibilità, ma non riflette l’importanza strategica che il tema ha per l’Italia”, conclude Meloni.

La “novità” del prossimo Consiglio europeo è che “per la prima volta si parlerà dei numeri del prossimo Quadro finanziario pluriennale”, il bilancio a lungo termine dell’Unione Europea. Quindi, vale la pena ribadire almeno tre concetti per noi fondamentali: il primo è che non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori”. Il secondo è che “i cosiddetti ‘rebates’ vanno eliminati. Se si arriverà a mantenere questo sistema anacronistico chiederemo che, in qualità di terzo contributore netto al bilancio della Ue, anche l’Italia goda dello stesso privilegio”. Il terzo e ultimo è che “chi vuole finanziare le nuove priorità tagliando le politiche tradizionali, deve guardare altrove. Da parte nostra, siamo pronti a investire su competitività e difesa, ma questo non si potrà fare a spese della PAC, della Pesca e della Coesione. Piuttosto, si comincino a tagliare le spese per l’Amministrazione europea, che nella proposta della Commissione vengono aumentate di più del 20%, segnale in totale controtendenza rispetto a quelli che noi cerchiamo di dare ogni giorno e che vengono richiesti a noi”, conclude Meloni.

“C’è un punto fondamentale che io penso vada chiarito. Le sintesi che la politica raggiunge, all’esito di lunghissime discussioni, non sono un esercizio dialettico. Sono l’esercizio della democrazia. Ognuno di noi, quando si presenta in Consiglio Europeo, lo fa con alle spalle un mandato del proprio parlamento. Quel Parlamento, a sua volta, opera secondo un mandato popolare. Per questa ragione le decisioni che noi prendiamo devono essere rispettate, devono essere attuate, non possono essere rimesse in discussione, o addirittura ribaltate, da interpretazioni surreali, ammantate come tecniche, di burocrati che non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni, e che forse anche per questo hanno finito per perdere il contatto con la realtà”.

“Sono lontani i tempi in cui l’Italia per avere maggiore flessibilità di bilancio doveva dirsi favorevole a ricevere più immigrati illegali. Quelli erano altri tempi. Oggi c’è un governo che riesce a ottenere maggiore flessibilità mentre riesce ad ottenere una riduzione dell’80% degli immigrati illegali che sbarcano sulle coste italiane”.

“Il contesto è complesso e delicato, e in questo scenario l’Italia sa che la sfida più importante è saper scegliere cosa è più giusto in luogo di ciò che è più facile. Per farlo continueremo a interpretare con lucidità i cambiamenti dello scenario internazionale, a promuovere soluzioni pragmatiche ed efficaci, difendendo i nostri valori e i nostri interessi. Continueremo, cioè, ad agire con realismo e determinazione, senza cedere alle semplificazioni, senza nascondere la realtà dei fatti, perché le decisioni più importanti per il futuro dell’Europa richiedono anzitutto il coraggio della verità”. Lo afferma la premier Giorgia Meloni nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. “È con questa consapevolezza che parteciperemo al prossimo Consiglio europeo, non per inseguire il corso degli eventi, ma per contribuire a determinarlo – sottolinea la premier -. Questa, del resto, è la linea che abbiamo seguito finora, una linea fondata sulla chiarezza delle scelte, sulla serietà degli impegni assunti, sulla difesa dell’interesse nazionale nel quadro di una dimensione europea. Una strada che non promette scorciatoie, ma risultati e non cerca il consenso più facile, ma le decisioni più giuste. Ed è su questa strada ancora una volta che chiediamo il sostegno di questo Parlamento”, aggiunge.

“Non credo che isolare Israele possa essere un obiettivo o una strategia europea. L’isolamento di Israele è un fenomeno pericoloso, che allontana la pace, la rende più difficile, e finisce per rafforzare le posizioni più estremiste tanto in Israele, quanto tra i nemici di Israele che a quell’isolamento hanno sempre lavorato. Lo dico soprattutto in relazione all’ipotesi di sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Punire la società civile israeliana, con misure restrittive, sarebbe non soltanto sbagliato, sarebbe controproducente”, dice Meloni.

“Rispedisco al mittente le dichiarazioni fatte dal ministro” Ben-Gvir “qualche giorno fa sull’Italia: dichiarazioni inaccettabili per l’Italia e anche poco dignitose per Israele”, ribadisce Meloni.

* Fonte: agenzia Dire.

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China launches new satellite to test high-speed communication tech

China launched a new test communication satellite on Thursday in a pivotal step to validate technology essential for next-generation orbital connectivity speeds and reliability. The Communication Technology Test Satellite No 25 was sent into orbit on a Long March 5 rocket launched from the Wenchang spaceport in the southern island province of Hainan at 3.30pm on Thursday. “The satellite will be mainly used to verify multi-band, high-rate satellite communication technologies,” state broadcaster...

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China sanctions Philippine defence chief Gilberto Teodoro

China has sanctioned Philippine Defence Secretary Gilberto Teodoro Jnr, according to the Chinese foreign ministry. Beijing said on Thursday that Teodoro had repeatedly made erroneous remarks against China, undermined China’s legitimate interests and damaged bilateral relations. “To uphold China’s national sovereignty, security, and development interests, the Chinese side has decided to ban Teodoro, his spouse and his child from entering the Chinese mainland, Hong Kong and Macau,” the ministry...

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China sanctions Philippine defence chief Gilberto Teodoro

China has sanctioned Philippine Defence Secretary Gilberto Teodoro Jnr, according to the Chinese foreign ministry. Beijing said on Thursday that Teodoro had repeatedly made erroneous remarks against China, undermined China’s legitimate interests and damaged bilateral relations. “To uphold China’s national sovereignty, security, and development interests, the Chinese side has decided to ban Teodoro, his spouse and his child from entering the Chinese mainland, Hong Kong and Macau,” the ministry...

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KMT chief Cheng Li-wun meets Trump ally Steve Daines in Washington

The leader of Taiwan’s main opposition Kuomintang met Trump ally Steve Daines and other US lawmakers in Washington on Wednesday. In those talks, KMT chairwoman Cheng Li-wun outlined the party’s position on defence and energy, saying her party did not oppose American arms sales to the island, according to Taiwan’s United Daily News. Her meetings on Wednesday also included talks with Republican representatives John Rose and Chuck Fleischmann, and Democratic Representative Thomas Suozzi. According...

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KMT chief Cheng Li-wun meets Trump ally Steve Daines in Washington

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Dell’Utri a New York

Farnesina –

Il Sottosegretario agli Esteri, Massimo Dell’Utri, ha svolto una missione a New York per partecipare all’evento “Investing in Southern Italy”, organizzato dalla Fondazione Magna Grecia in collaborazione con ENIT e la Camera di Commercio Italiana a New York.
Nel corso dell’iniziativa, ospitata presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, il Sottosegretario ha sottolineato la solidità delle relazioni economiche bilaterali tra Italia e Stati Uniti, evidenziando l’impegno del Governo nel rafforzare l’attrattività del Paese per gli investimenti esteri, con particolare attenzione al Mezzogiorno. «Il Mezzogiorno rappresenta oggi una delle aree più dinamiche e promettenti per nuovi investimenti nei settori produttivo, logistico, energetico e turistico. Grazie alla sua posizione strategica nel Mediterraneo e agli strumenti introdotti dal Governo, il Sud Italia è sempre più competitivo e aperto a nuove partnership con gli Stati Uniti», ha dichiarato il Sottosegretario Dell’Utri.
L’appuntamento si inserisce nella più ampia strategia di promozione dell’export italiano e di attrazione degli investimenti esteri. Tale percorso proseguirà il prossimo 16 giugno a Bari, con una tappa preparatoria della Conferenza Nazionale dell’Export dedicata al Sud Italia, e il 22 giugno a Miami, dove si terrà il Business Forum alla presenza del Ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Nel corso della missione, il Sottosegretario ha inoltre deposto una corona di fiori presso il “Survivor Tree”, l’albero recuperato dalle macerie di Ground Zero dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, in memoria delle vittime. Ampio spazio è stato infine dedicato alla comunità italiana e italo-americana.

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Fertilizzanti, Confeuro: “Ok Commissione Ue ma svolta è agricoltura meno dipendente da chimica”

“Accogliamo con favore la sensibilità dimostrata dalla Commissione europea nei confronti delle difficoltà che stanno affrontando gli agricoltori, in particolare a causa delle tensioni geopolitiche internazionali e del conseguente aumento dei costi dei fertilizzanti. Tuttavia, è necessario mantenere un approccio realistico: il percorso che dovrà portare all’approvazione definitiva della proposta rischia infatti di essere lungo e complesso, dovendo passare attraverso il vaglio e il voto del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea. Un iter che potrebbe determinare un preoccupante allungamento dei tempi, proprio mentre il settore primario necessita di risposte rapide ed efficaci”.* Così Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – Confederazione degli Agricoltori Europei, commenta la proposta della Commissione europea di rafforzare la riserva agricola della Pac con ulteriori 300 milioni di euro destinati a sostenere gli agricoltori colpiti dagli effetti della guerra in Medio Oriente e dall’incremento dei prezzi dei fertilizzanti. “Questa iniziativa riapre inevitabilmente anche una riflessione più ampia sul funzionamento delle istituzioni europee e sulla necessità di rendere i processi decisionali più snelli, tempestivi e realmente vicini alle esigenze concrete dei cittadini e delle imprese agricole. In un contesto caratterizzato da crisi sempre più frequenti e imprevedibili, l’Europa deve essere in grado di intervenire con maggiore rapidità. Al tempo stesso, emerge con forza una questione strutturale che non può più essere ignorata: il sistema agricolo europeo continua a dipendere eccessivamente da prodotti chimici e fertilizzanti importati da Paesi terzi. Una dipendenza che espone il comparto alle oscillazioni dei mercati internazionali e agli effetti dei conflitti geopolitici, minando quella stabilità indispensabile per la crescita e la competitività delle piccole e medie imprese agricole. È arrivato il momento di invertire la rotta e costruire un modello produttivo più resiliente, autonomo e sostenibile. Per raggiungere questo obiettivo occorre investire con decisione nelle Tea, nell’agroecologia, nella diffusione delle pratiche di agricoltura rigenerativa e nell’uso di fertilizzanti alternativi, come il digestato. L’approccio green non rappresenta un lusso ideologico o ambientale, ma una scelta strategica indispensabile per rafforzare la sicurezza, la competitività e il futuro dell’agricoltura europea”, conclude il presidente nazionale Confeuro, Andrea Tiso.

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Have trade tensions scuppered EU-China talks ahead of tough Brussels decisions?

An EU-China dialogue on digital matters has been postponed as tensions between the two sides threaten to boil over. The meeting, initially scheduled for June 23 in Beijing, will no longer take place, with no immediate date set for a follow-up, people familiar with the situation confirmed. The Financial Times reported on Thursday that the talks had been abruptly cancelled by Beijing, along with a second meeting involving a senior EU official, as bilateral ties deteriorate on a near-daily...

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Have trade tensions scuppered EU-China talks ahead of tough Brussels decisions?

An EU-China dialogue on digital matters has been postponed as tensions between the two sides threaten to boil over. The meeting, initially scheduled for June 23 in Beijing, will no longer take place, with no immediate date set for a follow-up, people familiar with the situation confirmed. The Financial Times reported on Thursday that the talks had been abruptly cancelled by Beijing, along with a second meeting involving a senior EU official, as bilateral ties deteriorate on a near-daily...

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Chinese safety official investigated over Liushenyu Coal Mine blast that killed 82

A high-ranking workplace safety official in central China’s Shanxi province has been placed under investigation over a massive coal mine explosion that killed 82. Zhang Heping, deputy director of the provincial department of emergency management, is suspected of “serious violations of discipline and law”, according to a statement released by the provincial discipline inspection and supervisory commission late on Wednesday. The provincial anti-corruption watchdog explicitly linked Zhang to the...

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Chinese safety official investigated over Liushenyu Coal Mine blast that killed 82

A high-ranking workplace safety official in central China’s Shanxi province has been placed under investigation over a massive coal mine explosion that killed 82. Zhang Heping, deputy director of the provincial department of emergency management, is suspected of “serious violations of discipline and law”, according to a statement released by the provincial discipline inspection and supervisory commission late on Wednesday. The provincial anti-corruption watchdog explicitly linked Zhang to the...

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‘Amazon.com of South Korea’ Is Fined a Record $409 Million

South​ Korea​’s regulatory investigation of Coupang, an e-commerce giant incorporated in the United States, has led to diplomatic tension between Seoul and Washington.

© Anthony Wallace/Agence France-Presse — Getty Images

Sorting through Coupang packages in Seoul last year. The company has become part of the urban fabric of South Korea.
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U.S. Officials Told Colombia to Cancel President’s Meeting With Mamdani

The State Department canceled President Gustavo Petro’s visa last year after he attended a pro-Palestinian rally in Manhattan. He had planned to attend a forum led by Mayor Mamdani of New York.

© Angela Weiss/Agence France-Presse — Getty Images

President Gustavo Petro of Colombia during a United Nations Security Council meeting in New York on Wednesday.
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Was Xi’s stance on China-North Korea military ties also a message for US, Russia?

North Korea is gaining in strategic importance for China to counter the United States, but Pyongyang may refrain from intensifying military ties with Beijing, analysts say. During his meeting with North Korean leader Kim Jong-un on Monday, Chinese President Xi Jinping said both sides should “enhance exchanges in diplomacy, law enforcement and military affairs”, according to state news agency Xinhua. Despite pledges from both sides to strengthen strategic communications, denuclearisation of the...

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The Chinese AI police tech aimed at physical, psychological and emotional states

Chinese AI-enabled equipment can help police assess the physical health, mental state, and even risk level of suspects, according to demonstrations at a law enforcement equipment exhibition in Beijing last week. Chinese firms presenting their latest biometric devices at the international police and anti-terrorism technology expo said they could reduce manpower requirements for a police force and improve efficiency amid a shortage of frontline officers. The three-day exhibit which ended on...

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The Chinese AI police tech aimed at physical, psychological and emotional states

Chinese AI-enabled equipment can help police assess the physical health, mental state, and even risk level of suspects, according to demonstrations at a law enforcement equipment exhibition in Beijing last week. Chinese firms presenting their latest biometric devices at the international police and anti-terrorism technology expo said they could reduce manpower requirements for a police force and improve efficiency amid a shortage of frontline officers. The three-day exhibit which ended on...

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Sudan. La guerra dimenticata che può riaprire il fronte del Mar Rosso

di Daniele Di Vuono –

La guerra in Sudan non è più soltanto una tragedia interna africana. È una crisi che si sta saldando a uno degli spazi più delicati della sicurezza internazionale: il Mar Rosso. Per molto tempo il conflitto sudanese è stato letto soprattutto attraverso la sua dimensione umanitaria, con città distrutte, popolazione in fuga, collasso istituzionale e violenze diffuse. Tutto questo resta centrale, ma non basta più a spiegare il peso strategico di ciò che sta accadendo.
Il Sudan si trova nel punto in cui l’Africa orientale incontra il mondo arabo, dove il Sahel si avvicina al Corno d’Africa e dove la terraferma africana guarda verso una delle rotte marittime più importanti del pianeta. Per questo la sua guerra civile non resta chiusa nei confini nazionali. Si allarga, produce effetti, attira interessi esterni e rischia di trasformare una crisi di potere in un problema regionale permanente.
Dallo scontro tra le Forze armate sudanesi e le Rapid Support Forces è emersa una realtà che molti attori internazionali avevano sottovalutato: il Sudan non è un vuoto geopolitico, ma una cerniera strategica. Chi guarda soltanto a Khartoum vede una guerra per il controllo dello Stato. Chi osserva la carta geografica vede qualcosa di più: un Paese che collega il Nilo, il deserto, il Sahel, il Mar Rosso, l’Egitto, l’Eritrea, il Ciad, il Sud Sudan e le monarchie del Golfo. In questo spazio, ogni frattura interna tende rapidamente a trasformarsi in una questione esterna.
Uno dei punti decisivi è Port Sudan. La città sul Mar Rosso, diventata sempre più centrale dopo il collasso della capitale, non è soltanto un rifugio amministrativo o logistico. È il simbolo della trasformazione del conflitto. Il potere sudanese, spinto fuori dai suoi centri tradizionali, si è avvicinato alla costa, cioè al corridoio marittimo che collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso Bab el-Mandeb e Suez. In altre parole, la guerra interna si è spostata vicino alla soglia attraverso cui passano energia, merci, interessi militari e pressioni diplomatiche.
Questo rende il Sudan molto più importante di quanto la sua apparente debolezza lasci intendere. Uno Stato fragile collocato lontano dalle rotte globali produce instabilità locale. Uno Stato fragile affacciato sul Mar Rosso produce invece un rischio sistemico. Può compromettere la sicurezza delle infrastrutture portuali, alterare gli equilibri tra potenze regionali, alimentare traffici irregolari, favorire l’ingresso di attori esterni e trasformare la costa in una nuova area di competizione.
È qui che il conflitto sudanese incontra le ambizioni degli altri attori regionali e globali. Le monarchie del Golfo osservano il Sudan per ragioni economiche, alimentari, portuali e strategiche. L’Egitto lo considera parte della propria profondità di sicurezza, soprattutto per il legame con il Nilo e per il timore di un ulteriore disordine ai suoi confini meridionali. L’Eritrea e l’Etiopia guardano alla crisi sudanese nel quadro della più ampia instabilità del Corno d’Africa. La Russia, da anni interessata a rafforzare la propria presenza navale nell’area, vede nel Mar Rosso un possibile punto di accesso verso l’Africa e l’Oceano Indiano. Nessuno di questi attori controlla davvero la guerra, ma tutti possono essere tentati di sfruttarne una parte.
Il rischio è che il Sudan assuma sul Mar Rosso una funzione simile a quella che la Libia ha avuto nel Mediterraneo centrale: non una semplice crisi nazionale, ma uno spazio frammentato in cui attori esterni, milizie e geografia strategica si sovrappongono. Non si tratta di una ripetizione meccanica dello stesso scenario, ma della medesima logica di fondo: un’autorità centrale debole, territori contesi, economie informali, confini porosi, interferenze esterne e una posizione geografica troppo importante per essere lasciata al solo destino interno. La differenza è che la Libia pesa sul Mediterraneo centrale; il Sudan pesa su un asse che collega Mediterraneo, Golfo, Corno d’Africa e Indo-Pacifico.
Per l’Europa il problema è evidente, ma spesso viene percepito in ritardo. Bruxelles tende a leggere il Sudan attraverso due lenti principali: aiuti umanitari e migrazioni. Sono aspetti fondamentali, ma insufficienti. Il Sudan è anche una questione di sicurezza marittima, di stabilità del Mar Rosso, di accesso a Suez, di equilibrio tra Egitto e Corno d’Africa, di competizione tra potenze e di capacità europea di comprendere il proprio fianco sud-orientale. Una crisi che sembra lontana può incidere sulle rotte commerciali, sui costi logistici, sulla gestione dei flussi migratori e sulla stabilità di Paesi già sotto pressione.
La guerra in Sudan mostra inoltre un cambiamento più profondo della geopolitica contemporanea. I conflitti interni non restano più interni quando si svolgono lungo nodi geografici decisivi. La sovranità fragile di uno Stato può diventare una vulnerabilità collettiva. Un porto, una rotta, una frontiera desertica o un corridoio umanitario possono assumere un valore strategico superiore a quello di intere aree apparentemente più centrali. È la stessa logica che rende instabili il Mar Rosso, il Sahel e il Mediterraneo: non esistono più crisi periferiche quando le periferie ospitano passaggi essenziali del sistema globale.
Per questo il Sudan non può essere trattato come una guerra dimenticata. È dimenticata nel dibattito pubblico, ma non negli equilibri reali. È dimenticata nelle priorità mediatiche, ma non nelle mappe strategiche. Mentre l’attenzione internazionale si concentra su Ucraina, Medio Oriente e Indo-Pacifico, il conflitto sudanese continua a consumare lo Stato e a indebolire una regione che si trova al centro di molte connessioni decisive.
Il futuro del Mar Rosso non dipenderà soltanto dagli Houthi, da Suez o dalla competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia. Dipenderà anche da ciò che accadrà sulle sue sponde africane. Se il Sudan continuerà a frammentarsi, la costa non sarà più soltanto una retrovia del conflitto: diventerà parte integrante del conflitto stesso. E in quel momento l’Europa scoprirà ancora una volta che molte crisi arrivano al Mediterraneo molto prima di essere riconosciute come crisi europee.

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Iran. La diplomazia come teatro dell’assurdo

di Shorsh Surme

Nel grande palcoscenico della politica internazionale, il rapporto tra Iran e Stati Uniti assomiglia sempre più a una commedia degli equivoci. Due potenze che si studiano, si provocano, si ignorano, poi tornano a parlarsi come due attori che conoscono a memoria il copione ma fingono ogni volta di essere sorpresi.
Da una parte Washington, che alterna toni da sceriffo del Far West a improvvisi slanci di dialogo. Dall’altra Teheran, maestra nell’arte di trasformare ogni pressione in un atto di resistenza epica. Il risultato è un balletto diplomatico in cui entrambi sembrano voler dimostrare al mondo chi abbia la battuta più tagliente.

Le “mosse” che fanno sorridere:

– Le minacce rituali. Ogni crisi inizia con dichiarazioni roboanti, spesso più teatrali che strategiche.

– Le smentite fulminee. Dopo 24 ore, arriva la smentita: “Non abbiamo mai detto questo”.

– Le aperture improvvise. Seguite da chiusure altrettanto improvvise, come porte girevoli di un albergo di lusso.

– Le trattative infinite. Ogni tavolo negoziale sembra un sequel del precedente, con gli stessi protagonisti e la stessa trama.

Chi prende in giro chi?
La verità è che si prendono in giro a vicenda, e forse un po’ prendono in giro anche noi osservatori. Gli USA accusano l’Iran di giocare su più tavoli; l’Iran accusa gli USA di cambiare idea ogni quattro ore. E mentre i due litigano, il mondo intero assiste a un duello che somiglia più a una sitcom geopolitica che a un confronto tra superpotenze.

Dietro l’ironia, la realtà.

Sotto la superficie comica, però, resta una verità seria: il programma nucleare, le sanzioni, la sicurezza nel Golfo, i conflitti regionali.
Temi che non fanno ridere nessuno e che richiedono diplomazia vera, non solo battute di scena.
Iran e Stati Uniti continuano a muoversi tra provocazioni e negoziati come due vecchi rivali che non possono fare a meno l’uno dell’altro. E noi, spettatori, non possiamo che osservare questo teatro geopolitico, sperando che prima o poi la commedia lasci spazio a un dialogo più stabile.

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Visita consolare agli italiani della Flottilla in Libia. Telefonata con le famiglie

Farnesina

Il Console Generale d’Italia a Bengasi, Francesco Colombo, ha visitato oggi i due connazionali appartenenti al convoglio Global Sumud Flotilla attualmente trattenuti nell’est della Libia, consegnando loro alcuni generi di conforto.
I due cittadini italiani hanno riferito di essere trattati correttamente e, alla presenza del Console Generale, hanno potuto contattare le rispettive famiglie. È inoltre previsto che ricevano nuovi indumenti.
Nel corso della visita, il Console Generale Colombo ha chiesto alle autorità competenti che anche il legale designato dalla Flottilla possa avere accesso ai due cittadini italiani.

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LIBIA, LOMUTI (M5S): FARE PRESSIONE SU PAESI SPONSOR HAFTAR PER LIBERARE ITALIANI

“Chiediamo un’informativa al ministro Tajani sugli 11 attivisti della Global Sumud Land Convoy ingiustamente detenuti in Libia, fra cui due cittadini italiani: Domenico Centrone e Dina Alberizia. Con il governo della Cirenaica abbiamo contatti e proprio in questi giorni abbiamo ratificato accordi bilaterali con l’Egitto e altri Paesi arabi che sono i principali sponsor del generale Haftar. Chiediamo quindi al ministro di fare pressione sia su Bengasi che su questi Paesi per arrivare alla liberazione dei nostri cittadini”.
Lo ha dichiarato il deputato M5S Arnaldo Lomuti.

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Cina. Africa, la nuova via dell’influenza passa da commercio e investimenti

di Giuseppe Gagliano –

La Cina rafforza la propria presenza in Africa utilizzando commercio, infrastrutture e investimenti come strumenti di influenza strategica. La visita del vicepresidente del Gambia, Muhammad BS Jallow, al porto automatizzato di Tianjin ha evidenziato il modello che Pechino propone al continente: sviluppo economico, innovazione tecnologica e cooperazione commerciale integrati in una più ampia strategia geopolitica.
La decisione cinese di concedere l’accesso a dazi zero a 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche rappresenta uno dei pilastri di questa politica. Per Stati come il Gambia, la misura offre nuove opportunità di esportazione, soprattutto per prodotti agricoli come le arachidi. Per Pechino, invece, rafforza i legami economici e consolida la propria immagine di partner privilegiato dello sviluppo africano.
L’iniziativa ha però anche una chiara valenza politica. L’Eswatini, ultimo Stato africano a riconoscere Taiwan, è stato escluso dal beneficio tariffario. Un segnale che conferma come l’adesione al principio dell’“Unica Cina” resti una condizione fondamentale per accedere ai vantaggi offerti da Pechino.
Dietro l’apertura commerciale si intravede inoltre l’interesse cinese per le materie prime strategiche necessarie alla transizione energetica globale. Litio, cobalto, rame, manganese e terre rare sono risorse essenziali per batterie, veicoli elettrici e tecnologie verdi, settori nei quali la Cina occupa già una posizione dominante.
Accanto alla dimensione industriale emerge quella finanziaria. Attraverso il sistema di pagamenti internazionali CIPS e la crescente diffusione dello yuan negli scambi commerciali, Pechino punta a ridurre la dipendenza dal dollaro e ad ampliare la propria influenza monetaria nei mercati emergenti.
Per il Gambia e per molti altri Paesi africani la cooperazione con la Cina rappresenta un’opportunità concreta di crescita economica, modernizzazione infrastrutturale e accesso a nuovi mercati. Resta però aperta la sfida di evitare che tali benefici si trasformino in una nuova forma di dipendenza economica e strategica.
L’Africa è oggi uno dei principali terreni della competizione globale tra le grandi potenze. Pechino lo ha compreso da tempo e continua a rafforzare la propria presenza attraverso una strategia che combina commercio, credito, tecnologia e diplomazia. La sfida per i governi africani sarà sfruttare questa competizione per ottenere sviluppo e investimenti senza rinunciare alla propria autonomia decisionale.

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India. Stop a Starlink: Nuova Delhi mette la sicurezza nazionale prima del business

di Giuseppe Gagliano –

L’India ha rallentato il processo di autorizzazione per l’ingresso operativo di Starlink, il servizio internet satellitare di Elon Musk, a causa delle crescenti preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale. La decisione riflette la volontà di Nuova Delhi di mantenere il controllo sulle infrastrutture digitali considerate strategiche, soprattutto in un contesto internazionale caratterizzato da conflitti e crescente competizione tecnologica.
Secondo indiscrezioni, le agenzie di sicurezza indiane avrebbero espresso riserve dopo le notizie relative all’utilizzo di terminali Starlink in aree di conflitto mediorientali, nonostante il servizio non fosse formalmente autorizzato in quei territori. Per il governo indiano, la capacità di una rete satellitare di operare oltre i limiti imposti dagli Stati rappresenta un elemento che richiede particolare attenzione.
La questione va oltre il semplice accesso a internet. Le costellazioni satellitari a bassa orbita sono oggi considerate infrastrutture strategiche, in grado di garantire comunicazioni resilienti, trasmissione di dati e continuità operativa anche in situazioni di crisi o guerra. Proprio per questo molti governi le considerano sempre più un tema di sicurezza nazionale.
Nuova Delhi intende ottenere garanzie precise sulla gestione dei dati, sulla localizzazione dei terminali, sulle procedure di autorizzazione e sulla possibilità di intervenire in caso di emergenze o minacce alla sicurezza. L’obiettivo è evitare che una rete controllata da un operatore estero possa sfuggire al quadro normativo e operativo indiano.
La vicenda assume particolare rilevanza perché riguarda uno dei mercati delle telecomunicazioni più grandi del mondo. L’India punta a sviluppare la connettività nelle aree più remote del Paese, ma vuole farlo senza compromettere la propria autonomia tecnologica e strategica.
Il caso Starlink evidenzia inoltre un aspetto sempre più centrale della competizione internazionale: la sovranità digitale. Oltre a confini, porti e infrastrutture fisiche, gli Stati considerano ormai strategici anche dati, satelliti, reti e sistemi di comunicazione. Chi controlla queste infrastrutture dispone infatti di una leva importante sul piano economico, tecnologico e della sicurezza.
La prudenza indiana non rappresenta necessariamente una chiusura definitiva nei confronti della società di Elon Musk. Più probabilmente si tratta di una fase negoziale destinata a ottenere condizioni più stringenti prima del via libera definitivo. Nuova Delhi vuole accedere alle nuove tecnologie, ma alle proprie condizioni.
Il confronto tra India e Starlink riflette una tendenza destinata a rafforzarsi nei prossimi anni: la crescente difficoltà di conciliare l’espansione globale delle piattaforme tecnologiche con le esigenze di controllo e sicurezza degli Stati nazionali. In questo scenario, satelliti e reti di comunicazione stanno diventando elementi centrali della nuova competizione geopolitica mondiale.

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Usa. 2,5 miliardi per rilanciare l’acciaio: Nippon Steel investe a Pittsburgh

di Giuseppe Gagliano –

L’investimento annunciato da Nippon Steel negli impianti di Mon Valley Works, vicino a Pittsburgh, segna un passaggio importante nella strategia americana di rafforzamento industriale. Il gruppo giapponese investirà tra i 2 e i 2,5 miliardi di dollari per modernizzare uno dei più storici complessi siderurgici degli Stati Uniti, nell’ambito dell’acquisizione di U.S. Steel approvata dall’amministrazione Trump.
L’operazione rientra negli impegni assunti da Nippon Steel, che ha promesso investimenti complessivi per 11 miliardi di dollari nelle attività americane in cambio del via libera all’acquisizione della storica azienda siderurgica statunitense. L’obiettivo è aumentare la capacità produttiva e migliorare l’efficienza degli impianti, garantendo al tempo stesso occupazione e competitività industriale.
Il progetto prevede la sostituzione del laminatoio a caldo di Mon Valley, una struttura risalente al 1938, con impianti più moderni e tecnologicamente avanzati. La capacità produttiva dovrebbe crescere da 2,2 a 3,5 milioni di tonnellate annue di acciaio laminato, destinato in particolare ai settori automobilistico ed energetico.
Secondo le stime, l’investimento potrebbe generare fino a 6.000 posti di lavoro e produrre un impatto economico di circa 1,7 miliardi di dollari. Per Pittsburgh si tratta di un rilancio significativo di un’area che per decenni ha rappresentato il cuore dell’industria siderurgica americana.
L’operazione riflette una tendenza sempre più evidente negli Stati Uniti: il ritorno dell’industria pesante tra le priorità strategiche nazionali. Dopo anni di delocalizzazioni e dipendenza dalle catene globali di approvvigionamento, Washington punta a rafforzare le produzioni considerate essenziali per la sicurezza economica e industriale del Paese.
L’accordo evidenzia anche il ruolo del Giappone come partner industriale privilegiato degli Stati Uniti. Pur trattandosi di un’acquisizione straniera, Washington ha accettato l’operazione in virtù degli investimenti promessi, del mantenimento della produzione sul territorio americano e del contributo al rafforzamento della base manifatturiera nazionale.
Sul fondo resta la competizione con la Cina, protagonista negli ultimi decenni della trasformazione del mercato globale dell’acciaio. Per gli Stati Uniti, modernizzare impianti storici e aumentare la capacità produttiva significa ridurre vulnerabilità strategiche e rafforzare filiere considerate essenziali per infrastrutture, energia, trasporti e industria avanzata.
Il progetto di Mon Valley rappresenta così uno dei simboli della nuova politica industriale americana, fondata su investimenti, sicurezza delle catene produttive e cooperazione con alleati strategici. Pittsburgh torna al centro della siderurgia statunitense, confermando che l’acciaio continua a essere una risorsa fondamentale per la competitività economica e la potenza industriale degli Stati Uniti.

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Afghanistan. Nuovi scontri con il Pakistan al confine: torna la tensione lungo la Durand Line

di Giuseppe Gagliano –

La ripresa degli scontri tra Afghanistan e Pakistan riporta al centro una delle aree più instabili dell’Asia meridionale. I raid aerei pakistani nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika hanno provocato nuove tensioni tra Kabul e Islamabad, riaccendendo il conflitto attorno alla Durand Line, il confine tracciato in epoca coloniale britannica e mai pienamente riconosciuto dall’Afghanistan.
Islamabad sostiene di aver colpito basi utilizzate da gruppi armati responsabili di attacchi sul territorio pakistano. I talebani afghani respingono le accuse e attribuiscono al Pakistan la responsabilità dei propri problemi di sicurezza interna. Sullo sfondo resta il nodo delle reti militanti transfrontaliere, che continuano a rappresentare una minaccia per la stabilità regionale.
La crisi arriva dopo una fragile tregua sostenuta anche dalla Cina e dopo mesi di violenze che hanno causato centinaia di vittime. Pechino osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione della situazione, temendo ripercussioni sul Corridoio economico Cina-Pakistan, sulla sicurezza dello Xinjiang e sui propri investimenti nell’area.
Il Pakistan si trova ad affrontare contemporaneamente problemi di sicurezza, difficoltà economiche e tensioni politiche interne. Nel Kashmir amministrato da Islamabad le proteste contro il governo e le misure repressive adottate dalle autorità hanno evidenziato un diffuso malcontento sociale alimentato dall’aumento del costo della vita e dalle accuse di marginalizzazione politica.
Anche l’Afghanistan continua a vivere una grave crisi interna. A Herat la repressione delle proteste femminili contro le restrizioni imposte dal regime talebano ha attirato nuove critiche internazionali. Le limitazioni all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione pubblica delle donne continuano infatti a rappresentare uno dei principali ostacoli al riconoscimento internazionale del governo di Kabul.
In questo contesto la Cina cerca di mantenere un ruolo di mediazione, puntando alla stabilità della regione per proteggere i propri interessi economici e strategici. Tuttavia Pechino dispone di margini limitati per risolvere problemi radicati che coinvolgono sicurezza, rivalità politiche e tensioni etniche.
La nuova escalation conferma la fragilità dell’intera area che si estende dall’Afghanistan al Kashmir. Da un lato Islamabad intensifica le operazioni contro le minacce percepite oltre confine, dall’altro Kabul denuncia violazioni della propria sovranità. Nel mezzo restano le popolazioni civili, che continuano a pagare il prezzo più alto di una crisi che nessuno è ancora riuscito a risolvere.
L’assenza di un’efficace architettura regionale di sicurezza e la presenza di interessi spesso divergenti tra Afghanistan, Pakistan, India e Cina rendono difficile qualsiasi soluzione duratura. La frontiera afghano-pakistana continua così a rappresentare uno dei principali focolai di instabilità del continente asiatico.

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Iran. Golfo Persico: attacchi contro basi Usa: cresce il rischio di una crisi regionale

di Giuseppe Gagliano –

L’attacco rivendicato dai Guardiani della Rivoluzione contro installazioni militari statunitensi in Bahrain, Kuwait e Giordania segna un nuovo livello di tensione nel Golfo Persico. Teheran ha voluto dimostrare che ogni azione militare americana contro il proprio territorio sarà seguita da una risposta immediata, estendendo il confronto all’intero dispositivo militare degli Stati Uniti nella regione.
Tra gli obiettivi figurano la Quinta Flotta in Bahrain, la base di Ali Al Salem in Kuwait e la base aerea di Azraq in Giordania, punti strategici per le operazioni americane nel Medio Oriente. Il messaggio iraniano è chiaro: nessuna infrastruttura collegata alla presenza statunitense può considerarsi al riparo dalle conseguenze dell’escalation.
La crisi si è aggravata dopo l’abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz e i successivi attacchi statunitensi contro obiettivi iraniani nell’area. Lo Stretto torna così al centro delle tensioni internazionali, confermando la sua importanza strategica per il commercio energetico mondiale.
Dal punto di vista militare, l’Iran continua a puntare su una strategia di pressione basata su missili, droni e capacità di logoramento. Anche gli attacchi intercettati costringono Stati Uniti e alleati ad aumentare le misure difensive, generando costi crescenti sul piano operativo e finanziario.
Le conseguenze si riflettono immediatamente sui mercati. Ogni incidente che coinvolge Hormuz alimenta timori per le forniture di petrolio e gas, con ripercussioni sui prezzi dell’energia, sui trasporti e sull’economia globale. Il Golfo Persico resta infatti uno dei principali punti sensibili dell’equilibrio economico internazionale.
La tensione si intreccia inoltre con il confronto tra Iran e Israele e con il conflitto che coinvolge Hezbollah in Libano. Un eventuale allargamento delle ostilità potrebbe trasformare diverse crisi parallele in un’unica escalation regionale, coinvolgendo direttamente Stati Uniti, Israele e numerosi Paesi arabi.
Nessuno dei principali attori sembra interessato a una guerra aperta su vasta scala, ma il rischio di errori di calcolo resta elevato. Ogni rappresaglia aumenta la pressione per una nuova risposta, restringendo progressivamente lo spazio per la diplomazia.
La sfiducia reciproca continua a rappresentare il principale ostacolo a una de-escalation. Teheran accusa Washington di utilizzare il negoziato come strumento di pressione, mentre gli Stati Uniti ritengono che l’Iran sfrutti i colloqui per rafforzare la propria posizione strategica. In questo contesto la diplomazia sopravvive, ma fatica a tenere il passo con gli sviluppi militari.
La crisi del Golfo conferma la fragilità dell’attuale equilibrio regionale. Finché nessuna delle parti deciderà di oltrepassare deliberatamente la soglia della guerra aperta, il confronto resterà contenuto. Tuttavia, in una regione dove interessi energetici, militari e geopolitici si sovrappongono, il rischio di un’escalation incontrollata continua a crescere.

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Nigeria. Giustizia per la strage di Pentecoste: condannati quattro terroristi

Acs

Il vescovo di Ondo Jude Arogundade, diocesi nell’omonimo Stato del sud-ovest della Nigeria nel cui territorio si trova Owo, ha guidato la campagna per ottenere giustizia dopo una delle peggiori atrocità commesse contro i cristiani nel Paese africano. I fatti risalgono al 5 giugno 2022: durante la Messa di Pentecoste, nella chiesa cattolica di San Francesco Saverio di Owo, uomini armati compirono una strage, provocando oltre 40 morti e circa 100 feriti. Il presule quindi ha accolto con profonda emozione la notizia della condanna di quattro uomini armati da parte di un tribunale. Lo scorso 3 giugno il giudice Emeka Nwite, nel corso dell’udienza presso il tribunale federale della capitale Abuja, ha dichiarato colpevoli quattro imputati per nove capi d’accusa, tra cui presa di ostaggi, sequestro di persona, finanziamento del terrorismo e detonazione di esplosivi con conseguenti ferimenti e decessi. Un quinto uomo è stato assolto per insufficienza di prove.
In un colloquio con la Fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), mentre si recava a celebrare una Messa in occasione del quarto anniversario della strage, il vescovo Arogundade ha dichiarato: «Siamo lieti che, finalmente, le famiglie e le vittime in generale possano cominciare a trovare un certo conforto e a chiudere una fase. Tuttavia, siamo consapevoli che non potranno mai farlo del tutto, poiché porteranno per il resto della loro vita le cicatrici di quanto accaduto quel giorno. Molti sono ancora traumatizzati e stanno ancora ricevendo cure mediche; molti sono allo stremo: soffrono ancora e sono preoccupati perché non sanno che cosa accadrà in futuro».
I quattro uomini sono stati condannati all’ergastolo per appartenenza a un’organizzazione terroristica e a 20 anni di carcere per associazione a delinquere. Sono stati inoltre condannati alla pena di morte, sebbene, secondo la legge nigeriana, questa richieda l’assenso presidenziale; l’ultima esecuzione giudiziaria nel Paese risale al 2016. Nella Nigeria contemporanea, l’assenso presidenziale alle esecuzioni è praticamente sconosciuto. Secondo quanto riportato dai media, tutti gli imputati si sono dichiarati non colpevoli e il loro avvocato difensore ha affermato che presenteranno ricorso contro la sentenza. Il vescovo Arogundade ha ricordato che «la Chiesa non accetta la pena di morte, ma è importante che i responsabili siano chiamati a rispondere delle proprie azioni». Il vescovo ha invitato le autorità a proseguire la lotta per la giustizia, osservando che molte altre persone sarebbero implicate nell’attacco di Owo.
Il vescovo Arogundade ha poi ringraziato ACS per aver promosso una campagna per la giustizia a nome dei sopravvissuti. «ACS ha fatto moltissimo per mantenere al centro dell’attenzione la storia di quanto accaduto a Owo e, così facendo, ha contribuito a far comprendere al governo che il mondo intero attendeva che fosse fatta giustizia per le vittime dell’attacco», ha dichiarato. «Di conseguenza, le autorità si sono impegnate ad andare fino in fondo nell’indagine e a individuare i responsabili».

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How will the Pentagon’s expanded blacklist of Chinese firms affect Xi’s US visit?

The Pentagon’s newly expanded blacklist of Chinese military-linked companies has tested the fragile stability reached at last month’s summit, highlighting that intense competition persists despite recent efforts to ease bilateral tensions. On Monday, the US Defence Department released its updated Section 1260H list as required by American law, expanding the roster to 188 entities, up from 134 last year. Many of China’s technology and industrial giants were targeted. E-commerce giant Alibaba,...

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How will the Pentagon’s expanded blacklist of Chinese firms affect Xi’s US visit?

The Pentagon’s newly expanded blacklist of Chinese military-linked companies has tested the fragile stability reached at last month’s summit, highlighting that intense competition persists despite recent efforts to ease bilateral tensions. On Monday, the US Defence Department released its updated Section 1260H list as required by American law, expanding the roster to 188 entities, up from 134 last year. Many of China’s technology and industrial giants were targeted. E-commerce giant Alibaba,...

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Ue. Le tensioni commerciali con la Cina e l’urgenza dell’autonomia strategica

di Giuseppe Lai

Il 29 maggio scorso si è tenuta a Bruxelles una riunione del Collegio dei Commissari europei sulle relazioni economiche UE -Cina. Tra i temi specifici del dibattito, l’analisi delle opportunità e delle sfide legate agli scambi commerciali con Pechino, con particolare riferimento a quello che la stessa Europa ha definito “Shock cinese 2.0”. Uno slogan tutt’altro che effimero: richiama il concetto di “sovraccapacità produttiva”, riferibile all’enorme quantitativo di export cinese che inonda sistematicamente il mercato europeo. Grazie ai massicci sussidi statali, una quantità rilevante di merci appartenenti a settori strategici come auto elettriche, acciaio e transizione energetica viene offerta a basso costo.
Tale pratica sleale distorce i mercati ed ha effetti negativi sul comparto industriale del Vecchio Continente, erodendo i margini di profitto delle imprese e aumentando il rischio di deindustrializzazione e di incremento del deficit commerciale. Un fattore, quest’ultimo, da non sottovalutare: l’Europa importa attualmente quasi il doppio di quanto esporta in Cina. Per fronteggiare la situazione l’UE sta implementando in ambito commerciale una serie di azioni di salvaguardia. Tra queste, lo “strumento sulla sovraccapacità”, una tutela intersettoriale in grado di limitare l’accesso della Cina ai mercati dell’UE quando l’export industriale di Pechino minaccia i settori strategici europei. Si affiancherà allo Strumento anti-coercizione (ACI) e a norme più severe in materia di cybersicurezza che potrebbero limitare ulteriormente i fornitori cinesi nel settore delle infrastrutture digitali critiche. A questa reazione europea la Cina ha risposto con la minaccia di ritorsioni, accantonando di fatto l’opzione negoziale.
Il 7 aprile scorso Pechino ha promulgato le norme sulla sicurezza industriale e della catena di approvvigionamento, che introducono meccanismi per identificare le misure estere giudicate “discriminatorie” e autorizzano contromisure che includono, tra l’altro, possibili interruzioni della catena di approvvigionamento. Un contenzioso delicato, nel quale appare evidente la legittimità delle misure difensive europee nei confronti del colosso asiatico, ma dove si rendono altrettanto manifeste le fragilità strutturali dell’Unione.
Alle ritorsioni cinesi, infatti, l’Europa non oppone la compattezza degli Stati membri ma una divisione strutturale che indebolisce l’efficacia delle stesse contromisure. Nel merito, è sufficiente ricordare che alcune settimane fa un documento condiviso da Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania chiedeva un’imposizione più rapida di dazi. Successivamente la Spagna ha preso le distanze, con il suo ministro dell’economia che ha manifestato riluttanza all’inasprimento delle misure, mentre la Germania, sempre attenta ai propri interessi in materia di export, ha optato per la cautela. Una prudenza che non desta meraviglia, considerato che Spagna e Germania sono economie fortemente integrate nel mercato cinese. Tali distinguo, dunque, oltre a evidenziare un fattore divisivo all’interno dell’Unione, testimoniano che la Cina resta un mercato strategico per molte aziende europee. La domanda cinese, ad esempio, è molto alta nel settore farmaceutico, nell’health care e nella green digital transformation. Inoltre, sono molto richieste le competenze europee nella meccanica di precisione e nella robotica, come in tutto ciò che ruota intorno all’agroalimentare, al lifestyle e all’artigianato di lusso.
Il punto centrale è che la produzione merceologica europea ad alta tecnologia destinata al mercato cinese necessita delle materie prime importate dalla Cina. Questo spiega la forte asimmetria di potere contrattuale tra l’Europa e il colosso asiatico e i timori dell’Unione su potenziali ritorsioni in caso di stretta normativa sugli scambi con il Dragone. Secondo le stime del Parlamento europeo, Pechino controlla circa il 60% della produzione mondiale delle materie prime critiche e quasi il 90% della capacità globale di raffinazione. L’Unione europea dipende dalla Cina per circa il 90% delle sue forniture di materie prime strategiche e per il 98% dei magneti alle terre rare, elementi fondamentali per l’industria tecnologica e della mobilità elettrica. A ciò si aggiunge che negli ultimi anni Pechino ha ridotto le esportazioni di terre rare verso l’Europa, alimentando i timori di una dipendenza geopolitica difficile da sostenere nel lungo periodo.
La soluzione principe per l’emancipazione da tali dipendenze passa per l’autonomia strategica, un tema certamente non nuovo per l’Europa, che richiede l’avvio di un percorso non più ineludibile. In base a un’analisi dell’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza (IUESS), gli attuali sforzi di diversificazione degli approvvigionamenti di Europa, Stati Uniti e Giappone, nell’arco del prossimo decennio non produrranno un’alternativa né ai volumi né alla gamma di materie prime critiche e componenti correlati che detiene la Cina. Pertanto, in base al Rapporto, senza un’accelerazione molto più decisa delle politiche di diversificazione e di deterrenza, nei prossimi anni la capacità della Cina di esercitare pressione economica sull’Europa continuerà ad aumentare.
Il Rapporto contiene una serie di interventi tesi a rafforzare l’autonomia europea sul piano economico e della cooperazione internazionale, tra cui figurano i seguenti: finanziare con risorse pubbliche nuovi impianti di estrazione e raffinazione in Europa e nei Paesi partner; introdurre forme di sostegno pubblico e garanzie di prezzo; creare una coalizione con Paesi come Australia, Corea del Sud, India, Brasile, Indonesia, Malesia e Repubblica Democratica del Congo. Per proteggere la domanda, invece, l’UE dovrebbe: introdurre misure commerciali coordinate; favorire negli appalti pubblici componenti prodotti in Europa e nei Paesi partner; sostenere filiere alternative a quelle dominate dalla Cina.
Sul fronte della deterrenza, infine, gli obiettivi dell’UE dovrebbero essere i seguenti: utilizzare maggiormente lo strumento anti-coercizione dell’UE (ACI); coordinarsi con Stati Uniti e Giappone per eventuali risposte economiche; usare come leva i controlli sulle esportazioni europee, in particolare nelle tecnologie avanzate per semiconduttori. Appare del tutto evidente che la sfida principale per avviare le varie azioni descritte parte da una visione condivisa a livello europeo. Questo il presupposto essenziale, che tuttavia deve fare i conti con specifici interessi economici di alcuni paesi membri. Il caso tedesco è emblematico sotto tale aspetto. La Germania, di cui la Cina è il primo partner commerciale, si trova nella condizione di bilanciare la difesa dei propri interessi industriali con l’esigenza di non compromettere gli enormi investimenti delle aziende tedesche in territorio cinese. In Cina operano circa 5.200 imprese tedesche, una quota rilevante che riguarda il comparto automotive, la meccanica e il settore elettrico. La Commissione di Ursula von der Leyen e i capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo del prossimo 18-19 giugno porranno la questione generale del mutamento dei rapporti economico-commerciali tra l’Europa e la Cina e c’è da scommettere che il caso tedesco sarà tra i punti principali del dibattito.

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Medio Oriente. Erdogan accusa Israele, ‘Una minaccia per tutto il mondo che va fermata’. Netanyahu, ‘Dittatore antisemita’

di Sausan Khalil / Dire * –

“Se la prepotenza israeliana non verrà fermata, le conseguenze ricadranno sull’intera regione e su tutta l’umanità”. Non usa mezzi termini Erdogan, per commentare con i parlamentari del suo partito, gli attacchi di Tel Aviv su Siria e Libano. Stando a quanto riferisce Al Jazeera, il presidente turco, ha riferito che l’aggressione israeliana rappresenta una minaccia per il mondo intero, Turchia compresa, e per questo va bloccata. “Israele deve essere fermato; questo è un dovere dell’umanità e del fronte umanitario. La storia non deve ripetersi”, ha aggiunto.
Parole non gradite da Netanyahu che su X ha replicato: “Il dittatore antisemita Erdogan, che commette genocidio contro i curdi, sostiene l’organizzazione terroristica Hamas, opprime il suo popolo e imprigiona i rivali politici, è l’ultimo che può fare la morale allo Stato di Israele. Lo Stato di Israele e le Forze di Difesa Israeliane continueranno ad agire con forza contro l’Iran e i suoi alleati che minacciano il Medio Oriente e il mondo intero”.

* Fonte: agenzia Dire.

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Castelbrando diventa ponte tra Veneto e Asia

di Alberto Sichel

CISON DI VALMARINO, Oltre trenta buyer internazionali provenienti da nove Paesi, cinquantatré imprese venete coinvolte e una giornata interamente dedicata alla costruzione di nuove opportunità commerciali. È questo il bilancio del Forum Sud-Est Asiatico “Le imprese venete incontrano il Sud-Est asiatico”, organizzato da Venicepromex con il contributo della Camera di Commercio di Treviso-Belluno|Dolomiti e inserito nel più ampio programma condiviso con la Regione Veneto per la promozione economica e l’internazionalizzazione delle imprese.

La prestigiosa cornice di CastelBrando, il 9 giugno a Cison di Valmarino, si è trasformata per un giorno in una piattaforma di incontro tra il sistema produttivo veneto e alcuni dei mercati più dinamici dell’economia mondiale. Una vera full immersion nel dialogo internazionale che ha permesso alle aziende del territorio di confrontarsi direttamente con operatori economici provenienti da Australia, Cina, Corea del Sud, Filippine, Giappone, India, Singapore, Thailandia e Vietnam.

Al centro dei lavori le opportunità di crescita offerte dai mercati asiatici, la necessità di diversificare l’export e il rafforzamento della presenza internazionale delle piccole e medie imprese venete. Particolare attenzione è stata dedicata ai comparti della meccanica e dell’arredamento, due eccellenze del Made in Veneto che stanno riscontrando un interesse crescente da parte delle economie del Sud-Est asiatico.

Nel pomeriggio sono stati ben 53 i protagonisti degli incontri business to business. Un fitto calendario di appuntamenti individuali che ha consentito alle aziende venete di presentare prodotti, tecnologie e competenze, approfondendo le esigenze dei mercati esteri e gettando le basi per future collaborazioni.

Il Forum ha rappresentato anche un momento di riflessione sulle strategie di internazionalizzazione, sottolineando l’importanza di una collaborazione sempre più stretta tra istituzioni, enti di supporto alle imprese, università e operatori economici. In questo contesto, il contributo di realtà come Sace, Simest, Assocamerestero e Università Ca’ Foscari si conferma fondamentale per accompagnare le imprese lungo percorsi di crescita oltre confine.

L’assessore allo Sviluppo Economico della Regione Veneto, Massimo Bitonci, ha evidenziato il ruolo che la Regione intende svolgere nel processo di apertura internazionale delle imprese: «Nel suo programma la Regione vuole organizzare e accompagnare le Pmi in un percorso di internazionalizzazione strutturato aiutandole ad affrontare nuove sfide globali attraverso eventi, ricerca, attrazione di investimenti e strumenti finanziari dedicati. Eventi come questo creano perciò importanti connessioni reali fra imprese venete e operatori internazionali. Dobbiamo lavorare in sinergia per diversificare i mercati di sbocco, valorizzare i nostri prodotti che sono le eccellenze del nostro Made in Italy. Per questo, insieme a Unioncamere Veneto, abbiamo appena investito 2 milioni di euro».

Molto soddisfatto anche Mario Pozza, presidente di Venicepromexe di Assocamerestero, che ha sottolineato il valore strategico dell’iniziativa: «Il Forum Sud-Est Asiatico, che segue quello sull’America Latina dell’ottobre scorso, conferma il ruolo di Venicepromex come punto di riferimento per l’internazionalizzazione delle imprese venete e come piattaforma capace di creare occasioni concrete di incontro tra domanda e offerta sui mercati internazionali.

In uno scenario economico globale sempre più complesso, la ricerca di nuovi sbocchi commerciali e la diversificazione dell’export rappresentano una necessità strategica per la crescita e la competitività delle nostre aziende. Per questo è fondamentale poter contare sulla rete delle Camere di Commercio Italiane all’Estero e sul sistema di Assocamerestero, partner preziosi che ci consentono di accedere a competenze, contatti e opportunità nei principali mercati internazionali. Oggi CastelBrando è diventato un vero ponte economico tra il Veneto e il Sud-Est asiatico, trasformando il nostro territorio in un luogo di connessione tra imprese, buyer e operatori provenienti da alcune delle economie più dinamiche del mondo. Il nostro obiettivo è continuare a costruire relazioni solide e durature, accompagnando le imprese venete verso nuove opportunità di sviluppo e favorendo una presenza sempre più qualificata del Made in Veneto sui mercati globali».

Un ruolo centrale è stato attribuito anche al continente africano e alle opportunità che potranno derivare dal Piano Mattei, tema sul quale Venicepromex intende sviluppare ulteriori iniziative già dal prossimo anno.

Per Franco Conzato, amministratore delegato di Venicepromex, la sfida dell’internazionalizzazione richiede sempre più competenze e una selezione accurata dei partner: «Il Sud-Est asiatico rappresenta oggi una delle aree più interessanti per le imprese che intendono diversificare i propri mercati di riferimento e rafforzare la propria presenza internazionale. In un contesto globale caratterizzato da rapide trasformazioni economiche e geopolitiche, ampliare gli orizzonti commerciali significa creare nuove opportunità di crescita e rendere le aziende più competitive e resilienti. Perché questo avvenga in modo efficace è fondamentale investire in un’attenta attività di profilazione delle imprese, sia italiane sia estere, individuando affinità, esigenze e reali potenzialità di collaborazione. È proprio attraverso un lavoro qualificato di matching che si possono costruire relazioni di valore e favorire processi concreti di cooperazione internazionale. Il compito di Venicepromex è quello di facilitare questo percorso, creando le condizioni affinché gli incontri tra aziende si traducano in partnership durature, nuovi progetti e opportunità di business sui mercati esteri».

La mattinata, coordinata dalla giornalista Gaia Padovan, ha visto alternarsi testimonianze istituzionali e diplomatiche di particolare rilievo. Tra gli ospiti Sid Chakrabarti, vice ambasciatore dell’Australia, Atul Chauhan console del Consolato Generale dell’India a Milano, Manlio d’Agostino Panebianco Console Onorario della Malaysia, Andrea Marcon Console Onorario della Royal Thai Embassy, e Fulvio Albano Presidente dell’Asia Economic Cultural Council e vice Console del Vietnam.

Particolarmente seguito anche il panel dedicato agli strumenti di sostegno alle piccole e medie imprese per affrontare i mercati del Sud-Est asiatico, con gli interventi di Domenico Mauriello, segretario generale di Assocamerestero, Gerardo Righetto di Sace, Federica Ingrosso di Simest e Sebastiano Cattaruzzo del Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

La giornata di CastelBrando ha così confermato il ruolo del Veneto come territorio naturalmente vocato all’internazionalizzazione e alla costruzione di relazioni economiche globali. Un ponte sempre più solido tra le eccellenze produttive venete e una delle aree più promettenti dell’economia mondiale.

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Ue. Rocco Tiso presenta l’Erasmus Universale, ‘Più inclusione e mobilità per tutti’

di Marco Montini

Erasmus+ è il programma europeo per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport in Europa. Nato nel 1987 con il nome di Erasmus, dal 2014 è chiamato Erasmus+ ed è il più noto e longevo dei programmi finanziati dall’Ue nell’ambito della mobilità tra paesi comunitari. Del presente e del futuro di questo modello, ne parliamo con il portavoce nazionale del movimento culturale Euromò, Rocco Tiso.

– Euromò ha lanciato la campagna di sensibilizzazione per chiedere un Erasmus Universale”. Un chiaro monito indirizzato alla Unione Europea. Perché?
“Innanzitutto il nostro Movimento intende denunciare mediaticamente i limiti dell’attuale modello europeo, che esclude lavoratori e anziani, e propone una riforma radicale: la mobilità deve diventare, a nostro giudizio, un diritto di cittadinanza per ogni fascia d’età. Il programma Erasmus+, da oltre trent’anni celebrato come il fiore all’occhiello dell’integrazione europea, si è trasformato nel corso del tempo nel testimone delle contraddizioni di un’Unione Europea frammentata e distante dai suoi cittadini. Quella che doveva essere una misura universale è oggi, nei fatti, un privilegio per pochi, un sistema che perpetua disuguaglianze e favoritismi, tradendo lo spirito originario del Manifesto di Ventotene. Il Movimento per l’Europa Unica – Euromò dunque esprime profonda preoccupazione per l’attuale impianto della mobilità europea ed è pronto a dare battaglia per una sua totale riscrittura: da qui l’idea di lanciare una importante campagna di sensibilizzazione che allarghi la platea dell’Erasmus, cosi da renderlo un sistema ancora più aperto, democratico, universale, appunto”.

– Dunque, Euromò critica l’attuale modello di Erasmus e ne chiede un ampliamento? In che modo?
“I silenzi intorno a questa “formula di una Europa matematica” denotano una sorta di complicità di chi sa e afferma di non sapere. Tutti sappiamo ma ci fa comodo fingere di non vedere. Il male più grande della Ue ed in generale delle Democrazie occidentali e una sorta di indifferenza ad orologio. Si parla dopo e si recita. Oggi il programma Erasmus copre solo una frazione minima dei costi reali, scaricando il peso economico sulle famiglie e discriminando chi ha meno risorse. Ma il vero limite è un altro: perché la conoscenza, l’integrazione e lo scambio culturale devono essere riservati solo agli studenti universitari? Di fronte a un continente che invecchia e a un mondo del lavoro in continuo mutamento, proponiamo semplicemente questo “Signori accendete le “luci”, fate in modo che tutti vedano se c’è contrasto tra l’integrazione dei cittadini e la negazione alla partecipazione. Erasmus Universale è il mezzo meno complicato per consentire a tutti i popoli del vecchio Continente di conoscersi, dialogare e soprattutto che abbiano la certezza che sono concittadini europei. Un diritto che deve aprirsi concretamente a tre categorie oggi dimenticate da Bruxelles: i lavoratori dipendenti e autonomi, che hanno il diritto di riqualificarsi e formarsi all’estero attraverso tutele e congedi retribuiti. I cittadini della terza età, per favorire l’invecchiamento attivo, lo scambio di competenze e l’inclusione sociale. Gli studenti e i giovani meno abbienti, attraverso la copertura totale dei costi della vita e la creazione di studentati pubblici europei per sottrarli alla speculazione immobiliare”.

– Anche sotto l’aspetto tecnico e di applicazione reale del sistema “Erasmus Universale” avete le idee chiare?
“Certamente. Riprendendo quanto detto poc’anzi, prevediamo tre sotto categorie in un pilastro unico accessibile ad ogni cittadino d’Europa. L’Erasmus Workers (Mobilità dei Lavoratori): Permettere a lavoratori dipendenti, autonomi e artigiani di svolgere periodi di formazione e scambio professionale da 1 a 3 mesi in altri paesi UE, con congedi lavorativi retribuiti e coperti da un fondo di rotazione europeo. Erasmus Silver / Senior (Mobilità della Terza Età): istituire scambi culturali e di volontariato europeo per i cittadini pensionati, favorendo l’invecchiamento attivo, l’inclusione sociale e il turismo sostenibile nei mesi di bassa stagione, abbattendo la solitudine e unendo l’Europa profonda. Infine, l’Erasmus Civico (Formazione alla Cittadinanza): aprire i fondi a disoccupati, persone in transizione di carriera o cittadini fuori dai percorsi formali, perché il diritto di conoscere l’Europa non può dipendere dallo status di studente universitario”.

– Secondo Lei, tutto questo è realmente applicabile in un prossimo futuro?
“Può essere applicabile, ma solo se accompagnato da una reale volontà politica. La democrazia europea non può limitarsi a decisioni calate dall’alto: ha bisogno di ascoltare i cittadini, accogliere il dissenso e trasformarlo in confronto costruttivo. Quando le istituzioni vengono percepite come distanti o orientate verso scelte che aumentano le disuguaglianze, cresce inevitabilmente la sfiducia nei confronti dell’Unione Europea. Per questo è fondamentale rafforzare i principi democratici, la partecipazione e l’inclusione sociale. In tale prospettiva, un Erasmus universale rappresenterebbe uno strumento concreto per avvicinare i popoli europei. Consentire, indipendentemente dalle condizioni economiche, di studiare, lavorare o formarsi in un altro Paese europeo favorirebbe la conoscenza reciproca, il senso di appartenenza e la solidarietà tra cittadini. Tuttavia, per realizzare un progetto così ambizioso servono investimenti adeguati, accessibilità e una visione politica condivisa. Solo così l’Europa potrà diventare non soltanto un’unione economica, ma una vera comunità fondata sulla democrazia, sulla partecipazione e sulla coesione sociale”.

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Starlink rival Qianfan hits satellite milestone, but is it too slow and costly?

China’s Qianfan network has hit a national milestone by placing over 200 broadband satellites in orbit, but there are concerns its deployment could be too slow and costly. The constellation now has 201 satellites after a successful launch on board a Zhuque-2E rocket from the Gobi Desert at 4.23pm Beijing time on Tuesday. The mission delivered Qianfan DTC-01 – a direct-to-cell test satellite – alongside a satellite from China Mobile, state broadcaster CCTV reported. The flight followed...

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US midterms could bring ‘renewed volatility’ to China ties, veteran diplomat warns

If the Democrats win control of Congress in America’s midterm elections it could bring “renewed volatility” to relations with China, a veteran Chinese diplomat has warned. “The results [of the 2026 midterms] … are likely to have a profound impact on the stability of China-US relations,” said Bian Qingzu, former secretary general of the Chinese People’s Association for Friendship with Foreign Countries. Founded in 1954, the association has long been a conduit to foster non-governmental exchanges...

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US midterms could bring ‘renewed volatility’ to China ties, veteran diplomat warns

If the Democrats win control of Congress in America’s midterm elections it could bring “renewed volatility” to relations with China, a veteran Chinese diplomat has warned. “The results [of the 2026 midterms] … are likely to have a profound impact on the stability of China-US relations,” said Bian Qingzu, former secretary general of the Chinese People’s Association for Friendship with Foreign Countries. Founded in 1954, the association has long been a conduit to foster non-governmental exchanges...

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Beijing detects suspected Japanese spy planes near Taiwan

Mainland Chinese maritime authorities detected what appear to be Japanese surveillance aircraft southeast of Taiwan on Monday as Beijing stepped up patrols around the waters. Two fixed-wing aircraft appeared to belong to the Japan Coast Guard and were spotted during a mainland Chinese maritime task force patrol southeast of Taiwan, according to a video published on Tuesday by Yuyuan Tantian, a social media account affiliated with mainland state broadcaster CCTV. The first featured a distinct...

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Cheng Li-wun talks Trump, Taiwan and a future leadership run

Taiwan’s main opposition leader hailed US President Donald Trump’s recent comments opposing the island’s independence as a “relatively positive first step” towards reducing tensions. Cheng Li-wun, chairwoman of the Kuomintang (KMT), told the South China Morning Post on Sunday in an exclusive interview that “the one-China policy and opposition to Taiwan independence” had always been the “principle and foundation” and served as “the Kuomintang’s stance”. “On this political basis, the status quo...

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Cheng Li-wun talks Trump, Taiwan and a future leadership run

Taiwan’s main opposition leader hailed US President Donald Trump’s recent comments opposing the island’s independence as a “relatively positive first step” towards reducing tensions. Cheng Li-wun, chairwoman of the Kuomintang (KMT), told the South China Morning Post on Sunday in an exclusive interview that “the one-China policy and opposition to Taiwan independence” had always been the “principle and foundation” and served as “the Kuomintang’s stance”. “On this political basis, the status quo...

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Chinese pharmaceutical firms’ cost advantages trump Pentagon blacklist: analysts

The Pentagon added Chinese pharmaceutical contractor WuXi AppTec to a list of entities it alleges are linked to the country’s military, but the blacklisting will not stop multinational drug makers from collaborating with China’s biopharmaceutical firms, according to analysts. “We view minimal impact given multinational [companies] in pharma still prefer made-in-China for cost efficiency,” said Cui Cui, head of healthcare research for Asia at Jefferies. “Meanwhile, Wuxi AppTec earnings visibility...

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What a US lawyer’s diaries show about prosecuting Japanese atrocities of Nanking massacre

A US prosecutor’s newly revealed diaries from World War II have laid bare the gruelling effort to document Japanese wartime atrocities in China and the unlikely bond forged between him and the people he helped. The diaries belonged to David Nelson Sutton, an American assistant prosecutor at the Tokyo Trial, or the International Military Tribunal for the Far East – a landmark international judicial effort. The tribunal drew upon a vast “evidence wall” comprising nearly 50,000 pages of trial...

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Mediterraneo orientale: energia, ZEE e il consolidamento dell’asse Grecia-Cipro-Israele

di Giorgio Livas

Negli ultimi tempi le forze israeliane hanno intercettato al largo di Creta parte della “Global Sumud Flotilla”, la missione internazionale diretta verso Gaza con attivisti filopalestinesi e aiuti umanitari. Secondo diversi gruppi pro-palestinesi, l’operazione sarebbe avvenuta anche con una forma di coordinamento logistico greco, circostanza mai confermata ufficialmente da Atene. L’episodio ha però mostrato ancora una volta quanto siano diventati stretti i rapporti strategici tra Grecia, Cipro e Israele e quanto il Mediterraneo orientale sia ormai entrato in una fase di militarizzazione e competizione geopolitica permanente.
Per decenni sembrava quasi impossibile immaginare una convergenza stabile tra Grecia, Cipro e Israele. Oggi invece il triangolo tra Atene, Nicosia e Tel Aviv rappresenta uno degli assi geopolitici più importanti del Mediterraneo orientale. Non si tratta soltanto di cooperazione militare o diplomatica: alla base di questa convergenza vi è una trasformazione profonda degli equilibri regionali, accelerata dalla crisi delle relazioni israelo-turche, dalle dispute marittime nell’Egeo e soprattutto dalla nuova centralità energetica del Levante mediterraneo.
Durante la Guerra Fredda la Grecia mantenne una posizione relativamente distante da Israele. Pur appartenendo alla NATO, Atene cercò a lungo di preservare relazioni solide con il mondo arabo e con il movimento palestinese. Il riconoscimento diplomatico completo di Israele arrivò soltanto nel 1990, molto più tardi rispetto alla maggior parte dei paesi occidentali. Nella cultura politica greca sopravvivevano inoltre forti correnti filopalestinesi, specialmente nella sinistra antiamericana e in settori del nazionalismo ortodosso.
La vera svolta avviene dopo il 2010. L’incidente della Mavi Marmara e il progressivo deterioramento delle relazioni tra Israele e la Turchia aprirono infatti uno spazio geopolitico completamente nuovo. Israele iniziò progressivamente a considerare Grecia e Cipro come partner strategici alternativi ad Ankara nel Mediterraneo orientale. Da allora la cooperazione trilaterale si è intensificata sul piano militare, energetico, navale e dell’intelligence.
Benjamin Netanyahu ha più volte definito Grecia e Cipro “partner strategici” di Israele nel Mediterraneo. Durante il summit trilaterale israelo-greco-cipriota di Gerusalemme del dicembre 2025, il premier israeliano dichiarò: “A coloro che credono di poter ripristinare il loro impero, diciamo che questo non accadrà. La coalizione trilaterale non cerca il conflitto con nessuno, ma piuttosto la stabilità”. Il riferimento alla Turchia apparve evidente.
Ankara persegue infatti una strategia marittima e regionale sempre più assertiva. Attraverso la dottrina della “Mavi Vatan” (“Patria Blu”), sviluppata negli ambienti strategici e navali turchi, la Turchia mira a trasformarsi nella principale potenza marittima del Mediterraneo orientale, estendendo la propria influenza dal Mar Nero fino al Levante e al Nord Africa. Tale visione implica inevitabilmente uno scontro con gli interessi di Grecia, Cipro e, indirettamente, Israele.
La dimensione energetica costituisce probabilmente il vero nucleo strutturale di questo nuovo asse. Negli ultimi quindici anni il Mediterraneo orientale è emerso come una delle nuove frontiere energetiche globali grazie alle grandi scoperte offshore avvenute tra Israele, Egitto e Cipro. In particolare, la Repubblica di Cipro si è progressivamente trasformata in uno dei principali nodi energetici del Levante mediterraneo.
La scoperta del giacimento Aphrodite nel 2011 rappresentò un punto di svolta storico per Nicosia. Situato nella Zona Economica Esclusiva cipriota, il giacimento è stato stimato intorno ai 4,5 trilioni di piedi cubi di gas naturale. Successivamente seguirono altre importanti scoperte, tra cui Calypso nel Blocco 6 e soprattutto Cronos, individuato nel 2022 da Eni e TotalEnergies sempre nel Blocco 6. Le stime iniziali parlano di circa 2,5 Tcf, equivalenti a circa 70 miliardi di metri cubi di gas.
L’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi definì Cronos una scoperta strategica per l’Europa e per il Mediterraneo, sottolineando come fossero già in corso studi per accelerarne lo sviluppo infrastrutturale. Dopo la guerra in Ucraina e la crisi energetica europea seguita alla riduzione delle forniture russe, i giacimenti del Mediterraneo orientale hanno assunto una rilevanza geopolitica ancora maggiore.
Il valore di questi giacimenti non è però soltanto economico. Il problema centrale riguarda infatti il controllo degli spazi marittimi e delle Zone Economiche Esclusive. Cipro ha firmato accordi di delimitazione marittima con Egitto, Israele e Libano, basandosi sul diritto del mare sancito dalla Convenzione UNCLOS. La Turchia, che non riconosce pienamente la Repubblica di Cipro nel dossier energetico e non aderisce alla Convenzione UNCLOS, contesta però gran parte delle delimitazioni marittime cipriote.
La disputa è resa ancora più complessa dalla posizione turca sulle isole greche. Ankara sostiene che le isole dell’Egeo e del Dodecaneso non possano generare pienamente Zone Economiche Esclusive estese, soprattutto nelle aree vicine alla costa anatolica. Grecia e Cipro respingono completamente questa interpretazione, considerandola una minaccia diretta ai propri diritti sovrani.
Il memorandum marittimo firmato nel 2019 tra Turchia e Governo di Accordo Nazionale libico aggravò ulteriormente le tensioni. Attraverso quell’accordo Ankara cercò di creare un corridoio marittimo turco-libico che attraversava il Mediterraneo orientale ignorando le rivendicazioni greche e cipriote. Per Atene e Nicosia si trattò di un tentativo strategico di interrompere la continuità geografica tra Grecia, Cipro ed Egitto e di ostacolare i progetti energetici regionali alternativi alla Turchia.
In questo contesto nacque il progetto EastMed, concepito per trasportare il gas israeliano e cipriota verso l’Europa passando attraverso Grecia e Mediterraneo orientale. Sebbene il progetto sia stato successivamente ridimensionato per ragioni economiche e tecniche, il suo significato geopolitico rimane enorme. EastMed rappresentava infatti il tentativo di costruire una rete energetica mediterranea indipendente dalle infrastrutture controllate da Ankara.
La competizione energetica si è progressivamente trasformata anche in confronto navale. Negli ultimi anni le marine militari della regione hanno aumentato significativamente la propria presenza nel Mediterraneo orientale. Grecia, Israele e Cipro hanno intensificato esercitazioni congiunte, cooperazione tecnologica e coordinamento militare. Israele utilizza regolarmente lo spazio aereo greco per addestramenti strategici a lunga distanza, mentre Atene considera ormai la cooperazione con Tel Aviv un pilastro della propria architettura di sicurezza.
Le tensioni hanno prodotto anche incidenti concreti. Nel febbraio 2018 la nave Saipem 12000 di Eni venne bloccata dalla marina turca mentre era diretta verso il Blocco 3 della ZEE cipriota per attività esplorative. L’episodio mostrò chiaramente come la questione energetica fosse ormai inseparabile dalla competizione strategica regionale.
Parallelamente è cresciuta anche la presenza economica israeliana in Grecia e a Cipro. Il turismo israeliano è aumentato rapidamente, mentre investitori israeliani hanno acquisito proprietà immobiliari, infrastrutture turistiche e attività commerciali soprattutto nelle isole greche e a Cipro. Dopo il 7 ottobre 2023 e l’instabilità regionale, parte della stampa greca e turca ha persino discusso indiscrezioni relative alla possibilità che alcuni ambienti israeliani considerassero Grecia e Cipro come possibili “safe havens” in caso di guerra regionale estesa.
La convergenza tra Grecia, Cipro e Israele gode inoltre dell’appoggio di ampi settori delle élite economiche elleniche. La tradizionale borghesia armatoriale greca, storicamente integrata nei circuiti anglosassoni e occidentali, vede nell’alleanza con Israele anche un rafforzamento del legame strategico con gli Stati Uniti. Washington ha infatti sostenuto negli ultimi anni il consolidamento dell’asse mediterraneo anti-instabilità tra Atene, Nicosia e Tel Aviv, considerandolo utile sia per il contenimento russo sia per il controllo delle rotte energetiche regionali.
Non mancano però opposizioni interne. In Grecia persistono forti ambienti filopalestinesi e anti-israeliani, soprattutto nella sinistra radicale ma anche in alcune correnti nazionaliste ortodosse. A Cipro vari settori politici temono invece che l’isola possa trasformarsi in una piattaforma avanzata di un eventuale confronto tra Israele e Turchia.
Ankara osserva con crescente irritazione questa convergenza strategica. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha accusato più volte Grecia, Cipro e Israele di voler costruire un sistema regionale ostile alla Turchia e al mondo musulmano. Per gli ambienti strategici turchi, l’asse ellenico-israeliano rappresenta infatti un tentativo di contenimento geopolitico della “Mavi Vatan”.
Al di là della retorica diplomatica, il Mediterraneo orientale sta entrando in una nuova fase storica caratterizzata dalla fusione tra energia, sicurezza marittima, competizione navale e rivalità geopolitiche. Grecia, Cipro e Israele hanno costruito una convergenza fondata non tanto su affinità culturali spontanee, quanto sulla percezione condivisa di interessi strategici comuni: contenimento turco, sicurezza energetica, controllo delle rotte marittime e integrazione nel sistema occidentale guidato dagli Stati Uniti.L’ellenismo mediterraneo e Israele, un tempo distanti, oggi condividono la stessa geografia della sicurezza.

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Ucraina. L’’Europa rilancia ma Mosca chiude: la pace resta lontana

di Giuseppe Gagliano

Le nuove condizioni avanzate da Regno Unito, Francia e Germania per una soluzione del conflitto ucraino hanno ricevuto una netta bocciatura da Mosca, che accusa l’Occidente di parlare di pace mentre continua a sostenere militarmente Kiev. Il Cremlino considera incompatibili le richieste europee di cessate-il-fuoco immediato, garanzie di sicurezza per l’Ucraina e rafforzamento dell’industria bellica ucraina.
Al centro dello scontro vi è il futuro dei territori occupati dalla Russia. I governi europei propongono di utilizzare l’attuale linea del fronte come base per eventuali negoziati, senza riconoscere però alcuna modifica dei confini ottenuta con la forza. Una formula che Kiev considera necessaria per difendere la propria sovranità, ma che Mosca giudica insufficiente perché non tiene conto della nuova realtà territoriale emersa sul campo di battaglia.
A complicare ulteriormente il quadro sono le richieste di garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina e l’ipotesi di una futura presenza multinazionale occidentale. Per Kiev queste misure rappresentano una protezione contro nuove offensive russe. Per il Cremlino, invece, equivalgono a un’espansione indiretta della NATO nello spazio considerato vitale per la sicurezza russa.
Dietro il confronto diplomatico continua inoltre una vera e propria guerra industriale. L’Europa punta a rafforzare la capacità produttiva militare ucraina attraverso investimenti, tecnologia e cooperazione con le industrie della difesa occidentali. Mosca interpreta questa strategia come la prova che l’Occidente non stia preparando la pace, ma una prosecuzione del conflitto nel lungo periodo.
Un altro nodo riguarda i beni russi congelati in Occidente. I governi europei intendono mantenerli bloccati fino alla conclusione della guerra e al risarcimento dei danni subiti dall’Ucraina. Per Mosca si tratta di una pressione economica e politica che rischia di rendere ancora più difficile qualsiasi compromesso.
In questo contesto si inserisce la posizione del presidente americano Donald Trump, che continua a sollecitare un dialogo diretto tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, riducendo il ruolo degli Stati Uniti come principale garante della strategia occidentale. Una linea che preoccupa le capitali europee, consapevoli che un minore coinvolgimento americano le costringerebbe ad assumersi una quota molto più elevata degli oneri militari e finanziari del conflitto.
La realtà è che nessuno dei protagonisti appare disposto ad accettare una soluzione che possa essere percepita come una sconfitta. Kiev rifiuta qualsiasi legittimazione delle conquiste territoriali russe. Mosca non intende accettare un’Ucraina armata e stabilmente integrata nel sistema di sicurezza occidentale. L’Europa vuole impedire che anni di sostegno politico e militare si traducano in un vantaggio strategico per il Cremlino, mentre Washington cerca di evitare che il conflitto continui ad assorbire risorse senza una prospettiva chiara.
Per questo motivo la pace resta un obiettivo evocato da tutti, ma interpretato in modo profondamente diverso. Le trattative continuano a essere subordinate agli sviluppi militari e agli equilibri geopolitici. Finché ciascun attore riterrà di poter migliorare la propria posizione, il negoziato resterà parte dello scontro e non la sua soluzione.

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UCRAINA, MAIORINO (M5S): GOVERNO NON FA NULLA PER SOLUZIONE DIPLOMATICA

“Crosetto finalmente riconosce che una soluzione esclusivamente militare del conflitto russo-ucraino non è percorribile né sostenibile. Come possibile che ci siate arrivati solo adesso, dopo oltre due milioni di vittime, distruzioni enormi e costi economici pesantissimi per l’Europa? Dopo esserci arrivati così in ritardo, cosa sta facendo il governo italiano per passare dalla strategia militare a una strategia diplomatica? Non vediamo sforzi in tal senso, per costruire un vero negoziato, per trovare un inviato di pace europeo. Rileviamo poi un doppio standard rispetto alla non partecipazione dell’Italia al vertice dei Volenterosi: per giustificare la partecipazione all’aberrante consesso del Board of Peace si diceva che era giusto esserci perché non venissero prese decisioni sulle nostre teste, ma questo stesso criterio non sembra valere per i meeting dei Volenterosi”.
Lo ha dichiarato la senatrice Alessandra Maiorino, capogruppo M5S in Commissione Esteri e Difesa di Palazzo Madama, intervenendo nel corso dell’audizione parlamentare di Tajani e Crosetto sulle missioni militari.

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Tripodi incontra il DG UNESCO El-Enany

Farnesina

Il Sottosegretario di Stato agli Esteri, Maria Tripodi, ha incontrato oggi il Direttore Generale dell’UNESCO, Khaled El-Enany, per un confronto sulle principali priorità dell’Organizzazione e sul contributo che l’Italia intende continuare a garantire per rafforzarne il ruolo a livello globale, nella promozione della cultura, dell’educazione, della scienza e del dialogo tra i popoli.
Nel corso del colloquio, il Sottosegretario ha ribadito il forte sostegno dell’Italia all’UNESCO, confermando l’impegno del nostro Paese attraverso contributi sia obbligatori sia volontari a favore dei programmi dell’Organizzazione. È stata inoltre evidenziata l’importanza delle attività dell’Ufficio regionale UNESCO per la scienza e la cultura in Europa (BRESCE), con sede a Venezia, e il successo di iniziative innovative come il programma “Sea Beyond”, realizzato con il contributo di Prada per promuovere l’educazione all’oceano e la tutela degli ecosistemi marini.
Ampio spazio è stato dedicato al tema del patrimonio mondiale UNESCO. “L’Italia, che detiene il maggior numero di siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale, considera la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale una responsabilità condivisa della comunità internazionale. Per questo sosteniamo con convinzione il rafforzamento del Centro del Patrimonio Mondiale e siamo pronti a mettere a disposizione la nostra esperienza per affrontare le sfide emergenti e promuovere una gestione sempre più efficace, inclusiva e sostenibile dei siti UNESCO”, ha dichiarato il Sottosegretario Tripodi.

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Quando la scienza diventa poco scientifica…

di C. Alessandro Mauceri

Recentemente diversi studi scientifici hanno dimostrato che un numero impressionante di articoli su temi biomedici, pubblicati da autorevoli scienziati, riporta in realtà citazioni create con l’Intelligenza Artificiale. Il problema non riguarda soltanto le dimensioni attuali del fenomeno o il trend che mostra un aumento esponenziale dei casi: in assenza di una formale smentita, queste pubblicazioni potrebbero infatti influenzare decisioni politiche, mediche e relative allo sviluppo di nuove terapie e farmaci. In una delle ricerche, pubblicata sull’autorevole rivista The Lancet, Maxim Topaz, professore associato alla Columbia School of Nursing, avrebbe individuato quasi 3.000 articoli accademici contenenti oltre 4.000 citazioni di ricerche inesistenti.
Tra i fenomeni segnalati l’aumento vertiginoso dei casi: il numero delle false citazioni è cresciuto di dodici volte negli ultimi tre anni. Nel 2023, la percentuale di articoli scientifici contenenti almeno un riferimento falso era pari a uno su 2.828. Nel 2025, il rapporto era salito a uno su 458. Nei primi due mesi del 2026, la probabilità di imbattersi in una citazione falsa è ulteriormente aumentata, arrivando a uno su 277.
Come è possibile tutto questo? Davvero un ricercatore rischierebbe di mettere in gioco la propria reputazione per una citazione?
In realtà già in passato questo pericolo era stato studiato. Il rischio di trovare testi scientifici con citazioni false era già stato segnalato nel 2023 in un articolo pubblicato su Scientific Reports (Nature). In quel caso, la percentuale di citazioni inventate utilizzando uno dei più comuni software di IA era stimata intorno al 18%. Lo studio, condotto da ricercatori legati alla Cornell University e alla UCLA e consultabile su arXiv, aveva rilevato la presenza di circa 146.900 citazioni false generate da sistemi di IA e successivamente riportate in lavori di ricerca.
Il rischio di commettere errori nella citazione delle fonti spesso deriva dal desiderio di semplificare o velocizzare il proprio lavoro. L’autore di uno studio chiede ad uno strumento di IA di fornire un riferimento bibliografico a supporto di una determinata affermazione. Diversi studi hanno però dimostrato che questi sistemi tendono a “confabulare” i riferimenti, generando citazioni apparentemente verosimili ma assenti dalla letteratura scientifica indicizzata. Talvolta si fa riferimento a titoli credibili che dichiarano essere stati pubblicati su riviste reali; altre volte citano autori noti oppure riportano identificativi bibliografici (come DOI o PubMed ID) che, però, non corrispondono ad alcuna ricerca esistente. In altri casi, si è osservato che l’IA mescola elementi reali e fittizi: per esempio, cita un autore realmente esistente ma associa il suo nome a un titolo o a un anno di pubblicazione errati, alterando così il corretto riconoscimento del lavoro scientifico effettivamente svolto.
Secondo Usha Haley, docente di management alla Wichita State University, queste pratiche “minano la fiducia nel registro accademico che fornisce le basi su cui poggiano la revisione paritaria e la conoscenza cumulativa”.
Per cercare di contrastare questo fenomeno, le principali piattaforme di archiviazione scientifica — arXiv, bioRxiv, SSRN e PubMed Central — hanno annunciato l’intenzione di introdurre nuovi sistemi di controllo. ArXiv ha dichiarato che gli autori che invieranno lavori contenenti citazioni generate dall’IA o altri segnali di contenuti non verificati saranno ufficialmente banditi dalla piattaforma. Steinn Sigurdsson, direttore scientifico di arXiv, ha dichiarato che “il corpus della scienza si sta diluendo. Gran parte del materiale generato dall’IA è attivamente sbagliato o privo di significato. È solo rumore”.
Il rischio è che diventi sempre più difficile distinguere le scoperte autentiche dalle invenzioni algoritmiche, depistando la comunità scientifica e rallentando il progresso basato su prove concrete.
Nel frattempo, il fenomeno sembra diffondersi anche in altri ambiti, come quello universitario e scolastico. Per questo motivo, docenti e tutor raccomandano spesso prudenza nell’utilizzo dell’IA per la realizzazione di elaborati accademici, tra cui tesi, progetti di ricerca e revisioni della letteratura. Nei casi più gravi, l’uso di riferimenti inesistenti può comportare sanzioni per violazione dell’integrità accademica. Anche a livello scolastico, l’impiego di fonti inesistenti rischia di distorcere le conoscenze apprese, compromettendo il processo educativo e la capacità degli studenti di valutare criticamente le informazioni.

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Agricoltura, Confeuro: “Da ministri G7 solamente soluzione tampone”

“L’esito della riunione straordinaria dei ministri dell’Agricoltura del G7 conferma quanto Confeuro sostiene da tempo: un sistema agroalimentare fortemente dipendente da input chimici importati da altre aree del mondo è, per sua natura, fragile ed esposto alle tensioni geopolitiche internazionali”. Così Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – Confederazione degli Agricoltori Europei, commenta le conclusioni del vertice convocato per affrontare le ricadute sul comparto agricolo del conflitto in Medio Oriente e delle criticità legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz. “Lo abbiamo già visto con la guerra in Ucraina e lo stiamo osservando nuovamente oggi: ogni crisi internazionale che coinvolge aree strategiche per l’approvvigionamento di materie prime e fertilizzanti provoca inevitabili ripercussioni sull’agricoltura europea, mettendo in difficoltà soprattutto le piccole e medie imprese agricole, che rappresentano l’ossatura produttiva dei nostri territori”. prosegue Tiso. Secondo Confeuro, la scelta di diversificare le fonti di approvvigionamento delle sostanze utilizzate per la produzione dei fertilizzanti può rappresentare una risposta immediata all’emergenza, ma non affronta il nodo strutturale del problema. “Si tratta di una misura tampone, non di una soluzione definitiva. Oggi siamo fortemente dipendenti dalle importazioni provenienti dal Medio Oriente, in particolare dall’area del Golfo Persico, e di fronte alle difficoltà attuali stiamo semplicemente cercando fornitori alternativi. Ma continuare a spostare il problema da una regione all’altra del mondo non significa risolverlo”, sottolinea il presidente Tiso. Per Confeuro, dunque, è necessario un cambio di paradigma fondato sulla programmazione e sulla resilienza del sistema produttivo europeo. “Serve una visione politica di lungo periodo che abbandoni la logica dell’emergenza permanente e investa con decisione nell’innovazione sostenibile. Per questo Confeuro propone di rafforzare il modello agroecologico, riducendo progressivamente il ricorso ai fertilizzanti azotati di sintesi, e di accelerare lo sviluppo delle Tea, le Tecniche di Evoluzione Assistita, che possono contribuire alla creazione di varietà colturali più efficienti nell’assorbimento e nell’utilizzo dei nutrienti presenti nel terreno. L’obiettivo deve essere quello di costruire un’agricoltura più autonoma, competitiva e sostenibile, capace di valorizzare le risorse disponibili nei territori e meno vulnerabile agli shock internazionali. Solo attraverso una strategia strutturale e lungimirante sarà possibile garantire stabilità alle imprese agricole e sicurezza alimentare ai cittadini europei”, conclude Tiso.

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Perù. Ballottaggio presidenziali: la frattura di un Paese alla ricerca di una propria identità

di Mauro Morbello * –

Il ballottaggio per l’elezione del presidente della Repubblica, che si è svolto domenica 7 giugno in Perù ha visto confrontarsi due realtà opposte dello stesso Paese. Da un lato, Keiko Fujimori, espressione dell’opzione conservatrice, al quarto tentativo consecutivo di arrivare al governo, sostenuta soprattutto dalle classi più abbienti e dai settori urbani della classe media che hanno tratto beneficio dall’attuale assetto politico ed economico neoliberista. Dall’altro Roberto Sánchez, candidato della sinistra ed espressione dell’elettorato del Perù rurale, in particolare andino, radicato in territori e comunità rimasti storicamente ai margini dell’integrazione economica e della rappresentanza politica. La frattura tra questi due Perù è emersa in modo evidente dalla distribuzione territoriale del voto: Sánchez ha vinto in 15 delle 26 circoscrizioni regionali, soprattutto quelle a maggioranza rurale, raggiungendo nelle aree andine punte superiori al 75%, mentre Fujimori ha trovato il proprio principale bacino elettorale nelle regioni più urbanizzate della costa, superando il 60% a Lima. I risultati ufficiali definitivi del ballottaggio saranno proclamati dal Tribunale elettorale peruviano solo la prima settimana di luglio, dopo la conclusione delle verifiche sui verbali elettorali contestati e dei ricorsi presentati dalle organizzazioni politiche. Il conteggio rapido, basato su un campione rappresentativo delle sezioni scrutinate, attribuisce però al candidato della sinistra Roberto Sánchez un vantaggio, pur se minimo, pari allo 0,6% rispetto a Keiko Fujimori.
Il risultato provvisorio oggi disponibile riproduce, quasi specularmente, lo scenario già visto nelle elezioni del 2021, quando Pedro Castillo, allora candidato della sinistra e sostenuto maggioritariamente da una base elettorale rurale andina e indigena simile a quella su cui oggi conta Sánchez, superò Keiko Fujimori di 0,4 punti percentuali nel conteggio rapido, prima di essere proclamato ufficialmente vincitore con uno scarto finale di appena 0,26 punti percentuali. Dopo una serie interminabile di impugnazioni Keiko Fujimori finì per riconoscere la sconfitta, ma il conflitto politico era ormai aperto. Castillo aveva vinto la battaglia elettorale, eppure il suo destino appariva segnato fin dal giorno dell’insediamento, il 28 luglio 2021. La presidenza, prevista per cinque anni, sarebbe durata solo poco più di sedici mesi. Nel breve periodo in cui rimase al potere, dovette confrontarsi con un Parlamento dominato dal blocco conservatore, all’interno del quale il fujimorismo svolse un ruolo centrale nel progressivo logoramento dell’esecutivo bloccando permanentemente qualsiasi tipo di iniziativa.
Censure, dimissioni forzate, accuse di corruzione e crisi politiche ricorrenti alimentarono un’instabilità permanente, costringendo Castillo a sostituire ben settantotto ministri in meno di un anno e mezzo. Nello stesso periodo, il Parlamento promosse contro di lui tre richieste di destituzione per presunta “incapacità morale” a esercitare la funzione presidenziale. Superò i primi due tentativi, ma il terzo segnò l’epilogo della sua effimera esperienza di governo. Il 7 dicembre 2022, proprio nel giorno in cui il Parlamento avrebbe dovuto discutere una nuova richiesta di destituzione, con elevate probabilità di approvazione, Castillo annunciò lo scioglimento del Congresso e la formazione di un governo d’eccezione. Il tentativo fallì nel giro di poche ore. Il Congresso lo destituì e fu arrestato con le accuse di ribellione e cospirazione, ricevendo successivamente una condanna a 11 anni di carcere.
L’assedio istituzionale al governo Castillo fu possibile perché, in Perù, il fujimorismo non rappresenta soltanto un partito, ma un blocco politico e sociale orientato alla difesa degli equilibri esistenti. Nato dall’eredità autoritaria e neoliberista del governo di Alberto Fujimori, padre di Keiko e presidente del Paese tra il 1990 e il 2000, rappresenta un modello politico che combina la promozione di un ordine fondato su liberalizzazione economica, concezione autoritaria della sicurezza e tutela degli interessi delle élite urbane, imprenditoriali e conservatrici. La sua forza risiede nella capacità di raccogliere interessi diversi, accomunati dalla difesa dello stesso ordine politico ed economico. Attorno al fujimorismo si sono così aggregati settori delle élite imprenditoriali favorevoli alla continuità del modello neoliberista, apparati conservatori dello Stato, ambienti influenti del conservatorismo religioso cattolico ed evangelico, segmenti della destra più dura e una parte consistente dell’elettorato, soprattutto urbano, che associa il nome Fujimori all’idea di ordine, sicurezza e stabilità. Pur senza tornare alla guida del governo nazionale dal 2000, il fujimorismo ha mantenuto una forte capacità di condizionamento attraverso una presenza rilevante nel Parlamento peruviano. La stabilità del suo bacino elettorale, il radicamento nelle istituzioni e le alleanze con altre forze conservatrici gli hanno consentito di agire come principale forza di veto contro riforme sociali, costituzionali e redistributive percepite come una minaccia agli assetti di potere consolidati.
In questo contesto, in cui la forza parlamentare ancora rilevante del fujimorismo converge con altri settori conservatori, una possibile e, a mio avviso, probabile vittoria della sinistra al ballottaggio presidenziale, con la conseguente formazione di un governo guidato da Roberto Sánchez, rischierebbe seriamente di riattivare il meccanismo di pressione istituzionale che contribuì alla crisi e alla caduta del governo Castillo, prolungando ulteriormente l’instabilità politica che da anni attraversa il Perù. La differenza rispetto al passato è che oggi, nel Perù rurale e andino, soprattutto nei territori a maggioranza quechua e aymara, il malessere sociale appare molto più vicino a un punto di rottura. Se contro un eventuale governo Sánchez si riattivasse lo stesso assedio istituzionale già sperimentato contro l’ex presidente Castillo, il rischio di un’ampia sollevazione popolare sarebbe concreto. È uno scenario che mi auguro di cuore il Perù riesca a evitare. Per farlo, però, non basterà invocare il dialogo in modo astratto. Sarà necessario riconoscere piena dignità politica, diritti e rappresentanza alle componenti sociali e territoriali rimaste storicamente escluse. Solo su questa base il Paese potrà davvero ricomporre le proprie fratture e ritrovare un’identità comune.

* Dopo oltre trent’anni di attività come cooperante e funzionario internazionale, oggi si dedica all’analisi e alla divulgazione di temi internazionali e geopolitici, con particolare attenzione all’America Latina e alle sue dinamiche sociali, economiche e politiche. È autore del libro Il cammino di un cooperante, una autobiografia nel quale ricostruisce le esperienze di vita e di lavoro maturate in diversi Paesi tra Africa e America Latina.

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Usa. Israele: l’ombra dello spionaggio incrina l’alleanza strategica

di Giuseppe Gagliano –

L’allerta massima di controspionaggio adottata dall’intelligence statunitense nei confronti di Israele apre una nuova fase nei rapporti tra i due principali alleati del Medio Oriente. Secondo indiscrezioni provenienti dagli ambienti della sicurezza americana, Washington teme che apparati israeliani abbiano cercato di ottenere informazioni riservate sui negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran, un dossier considerato cruciale per gli equilibri regionali.
Al centro delle preoccupazioni vi sarebbero tentativi di intercettare comunicazioni di funzionari americani coinvolti nei colloqui con Teheran e possibili operazioni di raccolta informativa ai danni di personale della difesa statunitense. Se confermate, tali attività evidenzierebbero la crescente divergenza tra le strategie di Washington e quelle del governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Per Israele, qualsiasi apertura diplomatica verso l’Iran rappresenta un potenziale rischio per la propria sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti, invece, cercano di mantenere aperta una prospettiva negoziale che consenta di evitare un’escalation militare su larga scala nella regione. Una differenza di vedute che si riflette anche sul piano dell’intelligence.
Il caso assume particolare rilevanza perché arriva mentre la cooperazione militare tra i due Paesi resta estremamente intensa. Stati Uniti e Israele condividono informazioni, coordinano operazioni e collaborano nei principali teatri regionali. Tuttavia, proprio questa stretta integrazione rende più delicato qualsiasi sospetto di attività di spionaggio reciproco.
Per il Pentagono il dilemma è evidente: limitare la condivisione di informazioni sensibili potrebbe ridurre i rischi di fuga di notizie, ma allo stesso tempo rischierebbe di compromettere il coordinamento operativo in una fase di forte instabilità mediorientale.
La questione riflette soprattutto il diverso approccio nei confronti dell’Iran. Washington valuta gli effetti globali di un eventuale confronto con Teheran, compresi i riflessi sui mercati energetici e sugli equilibri internazionali. Israele, invece, considera la Repubblica islamica una minaccia immediata e continua a sostenere una linea di massima pressione.
L’episodio dimostra come, anche nelle alleanze più solide, la fiducia non sia mai assoluta. Dietro le dichiarazioni ufficiali di unità e cooperazione, continuano a prevalere gli interessi nazionali, i calcoli strategici e la necessità di conoscere in anticipo le intenzioni dell’altro. Una dinamica destinata a influenzare il futuro dei rapporti tra Washington e Tel Aviv, soprattutto se le divergenze sull’Iran dovessero accentuarsi ulteriormente.

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Tunisia. Proseguono i rimpatri volontari dei migranti subsahariani: 250 trasferiti nel centro di El Amra

Red

Circa 250 migranti provenienti dall’Africa subsahariana sono stati trasferiti da Tunisi e da altre città del Paese nei pressi di El Amra, nel governatorato di Sfax, dove attenderanno di essere rimpatriati in modo volontario verso i rispettivi Paesi d’origine. Ne ha dato notizia Agenzia Nova, dalla quale si apprende che l’operazione, coordinata dal ministero dell’Interno, dalla Mezzaluna Rossa e dalle autorità locali, rientra nel programma di ritorno volontario promosso dal governo di Tunisi. Secondo il portavoce della Guardia nazionale Houssem El Din Jebabli, il centro di El Amra rappresenta il principale punto di raccolta per i migranti che scelgono di aderire all’iniziativa.
Dall’inizio del 2025 le autorità hanno intensificato le attività logistiche e umanitarie necessarie per sostenere il programma. Come riporta Agenzia Nova, complessivamente dal 2025 a oggi sono 4.620 i migranti che hanno già beneficiato del rimpatrio volontario.
Attualmente il centro di di El Amra ospita circa 4.200 persone. I migranti trasferiti provengono da diverse aree della Tunisia, tra cui Tunisi, Sousse e Nabeul. Le autorità tunisine riferiscono che le operazioni di raccolta si svolgono quotidianamente, con gruppi che possono variare da alcune decine di persone fino a trasferimenti collettivi di circa 250 migranti. Parallelamente proseguono le missioni informative nei principali centri urbani e nelle aree interessate dalla presenza di migranti, con l’obiettivo di illustrare le modalità di adesione al programma e facilitare il trasferimento verso El Amra prima della partenza definitiva.

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UE, M5S: DIVIETO INGRESSO SOLDATI RUSSI? SIA ANCHE PER SOLDATI ISRAELE

“Von Der Leyen annuncia che l’Unione europea non consentirà più l’ingresso sul suo territorio ai cittadini russi che hanno prestato servizio nelle forze armate dall’inizio della guerra in Ucraina. Se ci fosse un minimo di decenza e coerenza, la stessa misura andrebbe applicata ai militari israeliani che hanno prestato nell’Idf dall’inizio della guerra a Gaza. Invece il nostro governo i soldati israeliani li fa venire in licenza nelle nostre località balneari”.
Lo dichiarano i capigruppo M5S delle Commissioni Esteri e Politiche Ue di Senato e Camera, Alessandra Maiorino, Pietro Lorefice, Francesco Silvestri e Filippo Scerra.

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Flotilla, Delia: “L’udienza di oggi è stata annullata. Vorremmo che il nostro governo agisse con più fermezza”

“Leonarda e Domenico, insieme ad altri otto attivisti di vari Paesi, sono ancora in stato di fermo. Domenica saranno tre settimane che si trovano in questa situazione, in questo periodo i nostri connazionali hanno potuto vedere il console una sola volta e fare una sola telefonata. L’udienza che doveva tenersi questa mattina è stata annullata, e sempre oggi uno dei nostri legali doveva incontrare gli attivisti. Le autorità libiche hanno fornito al nostro avvocato un indirizzo sbagliato del luogo in cui sono effettivamente trattenuti i nostri compagni, quindi non ha potuto incontrarli. Oggi il legale ha vagato per Bengasi nella speranza di individuare il luogo di detenzione. Le cose surreali che sto raccontando accadono ormai dal 24 maggio”. Lo ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, intervenuta nella trasmissione Urto su Radio Cusano, in merito agli attivisti italiani arrestati in Libia.
“La Farnesina ci dice che sta lavorando e che la situazione è complicata, poiché in Libia i tempi sono molto lunghi. Noi sappiamo che l’Italia ha legami molto forti con la Libia e vorremmo che il nostro governo agisse con più fermezza, anche perché ci sono due italiani trattenuti senza che sia stata ancora formalizzata un’accusa. Pare siano accusati di ingresso illegale, ma finché sono rimasti nella Libia dell’Ovest avevano un visto regolare, quando si sono avvicinati al checkpoint sono stati fatti entrare e solo successivamente sono stati fermati. Non hanno sfondato il checkpoint. Speriamo che i rapporti tra il governo libico e quello italiano non stiano intralciando la velocità e l’efficacia di queste trattative”.

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Da Hormuz ai chokepoints globali: la nuova geografia del potere economico

di Luigi Capoani e Linda Rotondo * –

Nel recente articolo “Hormuz, dove la guerra diventa economia”, pubblicato su Notizie Geopolitiche, Giuseppe Gagliano evidenzia efficacemente come le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz non rappresentino soltanto una questione militare o regionale, ma abbiano profonde implicazioni per l’economia globale, i mercati energetici e gli equilibri geopolitici internazionali.
Come European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione che riunisce giovani ricercatori e analisti provenienti da numerosi paesi europei, riteniamo che il dibattito possa essere ampliato ulteriormente. Ne discutiamo attraverso il contributo di Luigi Capoani, presidente dello European Youth Think Tank e docente e ricercatore in economia internazionale, e Linda Rotondo, ricercatrice del think tank con formazione in sicurezza internazionale.
Il caso di Hormuz non rappresenta un episodio isolato, ma un evidente segnale della profonda trasformazione che sta interessando l’economia mondiale: lo spostamento progressivo del potere geoeconomico, dal controllo territoriale al controllo dei flussi.

La guerra dei colli di bottiglia.
Se per una gran parte del Novecento la geopolitica si è identificata principalmente con il controllo territoriale, oggi è sempre più chiaro che il funzionamento dell’economia globale dipende sempre di più da reti logistiche, energetiche, finanziarie e digitali che collegano continenti, mercati e imprese.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti più sensibili di questo sistema. Una quota significativa del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale transita infatti quotidianamente attraverso questo passaggio marittimo, e qualsiasi interruzione, anche temporanea, genera immediatamente effetti sui mercati energetici internazionali.
Ma Hormuz non è un caso isolato.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al blocco del Canale di Suez causato dalla nave portacontainer Evergiven, alle tensioni nel Mar Rosso dovute agli attacchi Houthi, alle vulnerabilità del Canale di Panama, alle tensioni nello Stretto di Malacca e alle crescenti preoccupazioni riguardanti Taiwan e le filiere globali dei semiconduttori.
Questi esempi condividono una logica di fondo: l’influenza sull’economia mondiale non si misura più in chilometri quadrati, ma nel controllo di pochi nodi strategici attraverso cui transitano merci, energia, dati e tecnologie.

Perché i chokepoints contano così tanto.
L’importanza di passaggi strategici come Hormuz, Malacca, Suez o Panama si comprende anzitutto guardando al ruolo che ricoprono nel commercio internazionale.
Secondo le principali organizzazioni internazionali, circa l’80% del commercio mondiale in volume viene trasportato via mare. Il commercio marittimo rappresenta quindi una delle principali infrastrutture fisiche della globalizzazione contemporanea.
Quando uno di questi passaggi viene minacciato o interrotto, gli effetti si propagano rapidamente lungo l’intera catena dell’economia globale: aumentano i costi logistici, crescono i premi assicurativi, si allungano i tempi di consegna e crescono i prezzi al consumo.
Lo abbiamo osservato chiaramente durante il blocco del Canale di Suez del 2021, e più recentemente durante le tensioni nel Mar Rosso: una crisi che, come osserva Daniele Di Vuono in “Il Mar Rosso non è una crisi regionale: è il nuovo baricentro dei flussi globali”, va ben oltre la dimensione regionale e rivela la fragilità strutturale dell’economia globale.
Alla rilevanza economica di questi chokepoints si affianca una dimensione strategico-militare altrettanto importante. Il controllo aeronavale di aree come Hormuz, Malacca o il Mar Cinese Meridionale consente infatti di influenzare contemporaneamente i flussi commerciali e gli equilibri di sicurezza internazionale.
In questo senso, l’interesse degli Stati Uniti per lo Stretto di Hormuz non può essere interpretato esclusivamente in chiave energetica. Esso riflette anche la necessità di garantire la libertà di navigazione lungo una delle principali arterie del commercio mondiale e di mantenere una presenza strategica in una regione cruciale per gli equilibri geopolitici globali.

Mercati, aspettative e inflazione.
I mercati finanziari reagiscono rapidamente a queste tensioni, e sarebbe riduttivo liquidare ogni movimento di prezzo come puramente speculativo.
Gli operatori economici, infatti, incorporano alle proprie aspettative il rischio concreto di future interruzioni alle catene di approvvigionamento, ai flussi energetici, e alle rotte commerciali. Quando il rischio geopolitico cresce, cresce con esso anche il costo atteso dell’energia, dei trasporti e delle assicurazioni. I mercati, essenzialmente, tendono a reagire preventivamente a possibili shock futuri.
Questo meccanismo è stato osservato durante la guerra in Ucraina, durante le crisi energetiche degli ultimi anni e nelle recenti tensioni mediorientali.
Di conseguenza, il costo economico di una crisi emerge spesso ben prima che si verifichi l’interruzione concreta dei flussi commerciali. Le aspettative degli operatori smettono di essere una semplice previsione e diventano esse stesse un fattore economico autonomo, capace di influenzare l’inflazione, le decisioni di investimento e la crescita.

Le distanze contano ancora.
Per molti anni si è diffusa l’idea che la globalizzazione avesse progressivamente ridotto l’importanza delle distanze geografiche, permettendo a merci, capitali, persone e informazioni di muoversi sempre più liberamente.
Gli eventi degli ultimi anni raccontano però una storia diversa.
Come evidenziato nell’analisi di Giuseppe Gagliano, la geografia continua a esercitare un ruolo fondamentale sugli equilibri economici e geopolitici internazionali. Le distanze non sono scomparse, hanno semplicemente assunto forme diverse.
All’interno dello European Youth Think Tank abbiamo dedicato numerose ricerche allo studio degli effetti economici dei conflitti e delle distanze geografiche sui flussi commerciali internazionali. Recenti lavori hanno evidenziato come guerre e tensioni geopolitiche, quando poste in un punto centrale e nevralgico, sono in grado di destabilizzare i mercati e come le relazioni economiche internazionali possano essere interpretate attraverso approcci gravitazionali che attribuiscono ancora un ruolo centrale alla distanza.
Tuttavia, una questione rimane ancora relativamente poco esplorata: il ruolo delle distanze marittime e dei chokepoints strategici. Il modello gravitazionale del commercio, ampiamente utilizzato in economia internazionale, considera tradizionalmente la distanza geografica tra Paesi come una delle principali determinanti degli scambi. Eppure gran parte del commercio mondiale avviene via mare e dipende da rotte che attraversano stretti, canali e passaggi strategici come Hormuz, Suez, Malacca e Panama. In questa prospettiva si inseriscono le nuove linee di ricerca che stiamo sviluppando, volte a integrare le distanze marittime e il ruolo dei chokepoints all’interno dei modelli economici del commercio internazionale. Comprendere in che misura questi nodi incidano su costi, rischi e flussi commerciali potrebbe contribuire a spiegare meglio le vulnerabilità dell’economia globale e la crescente rilevanza della geoeconomia nel XXI secolo.
Questi risultati confermano, ancora una volta, che la globalizzazione non ha eliminato la geografia. Al contrario, ha reso ancora più evidente l’importanza di alcuni nodi strategici attraverso cui transitano merci, energia e informazioni.
In un’economia mondiale fortemente integrata, una crisi localizzata in un singolo chokepoint basta a innescare conseguenze globali. Più aumenta l’interconnessione, più aumenta il valore strategico dei punti che collegano le reti.
In questo contesto, non si può escludere che alcune grandi potenze traggano vantaggio indiretto dall’aumento dei costi imposti ai propri concorrenti o dalla destabilizzazione di specifici mercati regionali. Senza cadere in interpretazioni geopolitiche, è evidente che le tensioni contemporanee producono effetti economici concreti, modificando vantaggi competitivi, catene di approvvigionamento e rapporti di forza internazionali.

La sfida europea.
Per l’Europa questa trasformazione presenta implicazioni particolarmente rilevanti. L’Unione Europea è una delle economie più aperte del mondo, profondamente dipendente dal commercio internazionale, dalle importazioni energetiche e dalle catene globali del valore. Ma non controlla Hormuz, non controlla Malacca, e non controlla gran parte delle materie prime critiche necessarie alla transizione energetica e digitale. Non si tratta quindi più soltanto di sicurezza energetica: si tratta di sicurezza economica nel suo complesso.
La sfida europea dei prossimi decenni sarà imparare a ridurre queste vulnerabilità senza rinunciare ai vantaggi generati dall’integrazione internazionale.

La nuova geografia del potere.
Lo stretto di Hormuz rappresenta quindi molto più di una crisi regionale: è la dimostrazione concreta che il potere internazionale sta assumendo nuove forme.
La competizione del XXI non ruota più attorno al controllo dei territori, ma attorno al controllo dei flussi di energia, semiconduttori, infrastrutture digitali, dati e logistica. I chokepoints non sono quindi semplici passaggi marittimi: sono punti di leva che possono influenzare la sicurezza, la finanza, l’inflazione e gli equilibri geopolitici globali.
Comprendere Hormuz significa quindi comprendere qualcosa di più profondo: la nascita di una nuova geografia del potere economico mondiale, in cui la guerra non si combatte necessariamente occupando territori, ma controllando i nodi attraverso cui scorre l’economia globale.

* Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di economia internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito il PhD in Economia all’Università di Salerno con un percorso in co-tutela internazionale con l’University of Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), ente no profit e piattaforma indipendente che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno di EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e sviluppo di progetti scientifici orientati all’innovazione e alla collaborazione internazionale tra giovani studiosi.

Linda Rotondo è analista presso lo European Youth Think Tank (EYTT) e si occupa di sicurezza internazionale, relazioni internazionali e questioni strategiche europee. I suoi interessi di ricerca includono geopolitica, difesa, terrorismo e governance internazionale, con particolare attenzione alle sfide emergenti per la sicurezza europea.

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Ue. Eca, ‘L’integrazione della rete di trasporto dei paesi dei Balcani occidentali è troppo lenta’

Eca

Secondo una nuova relazione della Corte, i paesi dei Balcani occidentali non riusciranno a completare la rete transeuropea di trasporto nella regione entro il termine ultimo del 2030, a causa di ritardi nell’attuazione e difficoltà operative. I progressi sono stati rallentati perché sono stati selezionati progetti non maturi e per carenze nella supervisione. Sebbene i progetti sottoposti ad audit fossero in linea con le priorità in materia di connettività, il monitoraggio, la rendicontazione e la visibilità del sostegno dell’UE risultano insufficienti; permangono inoltre ritardi e problemi di sostenibilità.
I paesi dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo*, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia) sono al centro della politica di allargamento dell’UE. L’UE sostiene i settori dei trasporti, dell’energia e altri settori di tali paesi mediante il quadro per gli investimenti nei Balcani occidentali (WBIF), una piattaforma per la preparazione, la selezione e il finanziamento di progetti di investimento strategici. Dal 2015 alla metà del 2025, la Commissione ha erogato 527 milioni di euro per progetti nel settore dei trasporti in qualità di principale contributore al WBIF, il cui obiettivo è affrontare il sottosviluppo delle infrastrutture nella regione e di collegarle alla rete transeuropea dei trasporti.
“Ai fini dell’allargamento dell’UE, un’infrastruttura ben sviluppata rappresenta un passo avanti verso il rispetto dei criteri di adesione all’Unione. I progetti di trasporto nei Balcani occidentali avanzano troppo lentamente per riuscire a collegare la regione all’UE entro questo decennio”, ha affermato Laima Andrikienė, Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “La Commissione dovrebbe migliorare la selezione, il monitoraggio e la sostenibilità dei progetti, nonché aumentare la visibilità dei progetti di trasporto finanziati dall’UE nella regione”.
Gli auditor della Corte hanno riscontrato carenze nella selezione dei progetti, in particolare per quanto riguarda il loro grado di maturità, che hanno contribuito a ritardare fortemente l’attuazione. Un progetto è maturo, ossia pronto per l’attuazione, quando il relativo lavoro preparatorio è completato e aggiornato. Invece, i progetti in questione sono generalmente iniziati con un ritardo di 17 mesi. Inoltre, molti progetti hanno subìto notevoli ritardi, superiori ai due anni, durante la fase di attuazione.
La Commissione dispone di scarsi poteri per garantire un’attuazione tempestiva, in quanto non dispone di procedure efficaci per monitorare i ritardi e per assicurare la sostenibilità e la visibilità del sostegno dell’UE. Ad esempio, non è riuscita a raccogliere informazioni sul grado di completezza dei corridoi di trasporto finanziati né sulla conformità delle reti di trasporto alle norme dell’UE. Per la supervisione dei progetti, ha fatto affidamento sulle istituzioni finanziarie, anche se l’operato di queste ultime è talvolta risultato inadeguato. Di conseguenza, in alcuni casi la Commissione ha erogato importi superiori a quelli giustificati dallo stato di avanzamento dei progetti. Per di più, in diversi casi le sovvenzioni del WBIF – volte ad apportare valore aggiunto dell’UE e a creare un effetto leva – non sono state determinanti per il reperimento dei fondi, poiché i contratti di prestito erano stati firmati prima della presentazione delle domande di sovvenzione. Ciò ha creato un effetto inerziale, in quanto l’investimento sarebbe stato realizzato anche senza la sovvenzione. Al contempo, la maggior parte delle stime dei costi contenute nelle domande di sovvenzione non è sufficientemente dettagliata, rendendo difficile valutarne la ragionevolezza.
La Corte solleva inoltre dubbi circa la sostenibilità di diversi progetti, ad esempio a causa della mancanza di fondi per proseguire gli investimenti e di una manutenzione insufficiente. Per un progetto, le condizioni ferroviarie al momento dell’audit erano peggiori rispetto a quelle precedenti l’avvio del progetto. In un altro caso, una galleria non era collegata ad alcuna strada. Per un terzo progetto, la linea ferroviaria si interrompeva al confine.
In conclusione, il WBIF contribuisce all’ampliamento della rete transeuropea di trasporto. Sono stati avviati numerosi progetti e quelli controllati dagli auditor della Corte sono in linea con le priorità in materia di connettività dei Balcani occidentali e dell’UE. Tuttavia, i dati mostrano lenti progressi nell’applicazione di tutte le norme della rete centrale europea entro il 2030.
Il WBIF funge da forum per lo scambio di analisi del fabbisogno di investimenti e da meccanismo di finanziamento misto mediante il quale le sovvenzioni dell’UE facilitano la concessione di prestiti. Il suo obiettivo specifico nel settore dei trasporti è migliorare la connettività sia all’interno della regione che tra i paesi dei Balcani occidentali e l’UE. La BERS e la BEI gestiscono i contributi dei donatori tramite un Fondo congiunto. La Commissione ha fornito la grande maggioranza dei finanziamenti (899 milioni di euro, pari all’86 % del totale, trasferiti sul conto del Fondo congiunto dal 2015) a sei settori, compresi i trasporti. Gli auditor della Corte hanno controllato 12 progetti nel settore dei trasporti (stradali, ferroviari e delle vie navigabili interne) per un valore di 341,6 milioni di euro, valutando se avessero prodotto risultati tangibili in Bosnia-Erzegovina, Kosovo (1), Macedonia del Nord e Serbia.
La relazione speciale 16/2026, intitolata “Il quadro per gli investimenti nei Balcani occidentali – Il sostegno dell’UE risponde alle esigenze di connettività, ma l’integrazione nella rete centrale di trasporto è lenta”, è disponibile sul sito Internet della Corte, assieme a una pagina di sintesi dei fatti e delle constatazioni principali. Il 30 giugno la Corte terrà un convegno sull’argomento con le istituzioni dell’UE e i portatori di interessi.

Note:
1 – La designazione “Kosovo” non pregiudica le posizioni riguardo allo status ed è in linea con la risoluzione 1244(1999) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con il parere della Corte di Giustizia Internazionale sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo.

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Libano. Israele ha ripreso a bombardare

Dire *

Almeno nove persone sono rimaste uccise in seguito a un raid aereo israeliano su una popolare zona residenziale nella città di Tiro, nel sud del Libano, secondo quanto riferito ad Al Jazeera Arabic dalla protezione civile del Libano meridionale. Le Forze di Difesa Israeliane avevano precedentemente emesso un ordine di evacuazione forzata per Tiro, avvertendo i residenti di fuggire prima dell’attacco.
Raid aerei israeliani hanno colpito città e villaggi anche in aree non interessate dagli avvisi di evacuazione.
Motivazione ufficiale: Hezbollah avrebbe violato l’accordo di cessate il fuoco, prendendo di mira il territorio israeliano. Ma gli attacchi che ne seguono, pressoché quotidiani, continuano a mietere vittime civili e a radere al suolo infrastrutture non militari. E soprattutto rischiano di innescare una nuova risposta dell’Iran che ieri aveva sospeso i suoi raid condizionandoli ad un cessate il fuoco in Libano, minacciando di riaccendere la guerra con “azioni più dure e incisive” se Israele avesse ripreso le sue “aggressioni e atti ostili”, anche nel Libano meridionale.
Nel frattempo Trump non riesce a non commentare. Ha rilasciato un’intervista telefonica alla BBC in cui ha descritto la conversazione avuta il giorno prima con Netanyahu in termini volutamente pacati. “Gli ho solo detto: dobbiamo usare il buon senso”, ha riferito il presidente americano, aggiungendo di essere “molto vicini a firmare un accordo importante, niente armi nucleari, niente di niente”.
Quanto al lancio di missili contro l’Iran avvenuto nelle prime ore di lunedì – deciso da Netanyahu nonostante la richiesta esplicita di Washington di soprassedere – Trump ha glissato: “Erano già partiti. Erano già in viaggio. Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa”.

* Fonte: agenzia Dire.

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Israele. Flotilla: Ben Gvir indagato dalla procura di Roma, ‘Non mi lascio intimidire’. Tajani, ‘Indegno’

Dire * –

Il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale Ben Gvir, stando a quanto riporta corriere.it, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Roma, per aver deriso gli attivisti della Flotilla, prelevati ingiustamente in acque internazionali e portati al porto di Ashdod, dove hanno subito violenze e maltrattamenti. Tra i reati ipotizzati, ci sarebbero quello di tortura e sequestro di persona. Per il Corriere inoltre, tra i nomi al vaglio dei pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, ci sarebbero anche quelli del ministro della Difesa Israel Katz, quello del comandante della Marina Eyal Harel, il capo di Stato maggiore Eyal Zamir e il commissario del Servizio penitenziario Kobi Yaakobi.
Come riporta Sky Tg24, la portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, Maria Elena Delia, ha espresso soddisfazione per la notizia: “È sacrosanto che ci sia un’indagine a suo carico per quel video, per quel comportamento nei confronti degli attivisti, ma non dobbiamo dimenticare che Ben-Gvir è un ministro del governo Netanyahu, è espressione di un sistema sionista di quel governo”.
“Israele non è un sacco da boxe per una banda di bugiardi sostenitori del terrorismo che inventano calunnie e menzogne ​​contro i nostri combattenti”, ha dichiarato il ministro secondo The Times of Israel. “Non mi lascio intimidire da questo tipo di indagine e continuerò a stare orgogliosamente al fianco dei nostri combattenti”.
“Dopo gli inaccettabili atti compiuti ai danni degli attivisti della Global Sumud Flotilla, ho chiesto all’alto rappresentante Kallas di portare al Consiglio Affari Esteri una proposta di sanzioni nei confronti del ministro Ben Gvir, responsabile politico di quel grave atto. Non ho parole per commentare ciò che lui ha detto nei confronti dell’Italia ieri dopo aver saputo che era indagato alla Procura della Repubblica.
Sono parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro“. Lo ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani in occasione delle comunicazioni alle Commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera e alla Commissione Esteri e Difesa del Senato.
L’Italia, ha proseguito Tajani, “è un Paese amico di Israele che ha sempre difeso la libertà e la democrazia, ed è protagonista della pace. Respingiamo all’intente qualsiasi offesa e qualsiasi tentativo di denigrare, ma le parole pronunciate da Ben Gvir dimostrano qual è il livello politico e morale di questo signore”.
“Molti Paesi hanno accolto con favore la nostra proposta di sanzionarlo, a partire dalla Francia. Il ministro degli Esteri francesi – ha spiegato il vicepremier – ha concordato sull’importanza di dare un segnale forte verso un ministro che non è degno di rappresentare Israele. Vedremo nei prossimi giorni se sarà possibile raggiungere un consenso in Europa, ma desidero rassicurare quest’Aula sul fatto che continueremo ad insistere per raggiungere questo obiettivo”.

* Fonte: agenzia Dire.

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China debate reaches fever pitch in Brussels as EU’s crunch fortnight kicks off

A frenzied fortnight of EU policymaking on China kicked off on Tuesday, amid signs that big member states may be willing to take a tougher stance on trade despite huge pressure from Beijing. Beijing’s commerce vice-minister, Ling Ji, was set to meet with new EU trade director Ditte Juul Jorgensen in Brussels and have talks with Chinese businesses in the Belgian capital before heading to forums in Berlin and Dusseldorf. At the same time, EU diplomats began preparations for next week’s blockbuster...

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Taiwanese lawmakers spar over 12-fold budget rise for US joint defence programme

Debate has erupted in Taiwan’s legislature over a proposed 12-fold increase in funding next year for a defence planning programme with the United States. The proposed rise in spending is for the Joint Force Design (JFD) programme, a bilateral defence planning mechanism used to assess the island’s military requirements, operational concepts and capability gaps. Findings for the JFD, formally known as the Taiwan-US Defence Department Cooperative Assessment Project, help shape force planning,...

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Xi Jinping’s visit to North Korean war monument evokes ‘eternal historical memory’

Chinese President Xi Jinping emphasised the shared sacrifices and deep historical ties between China and North Korea during a visit to a historic mountainside in Pyongyang on Tuesday. Xi and first lady Peng Liyuan paid tribute at the Sino-Korean Friendship Tower in Moran Hill, accompanied by North Korean leader Kim Jong-un and his wife Ri Sol-ju. Honour guards placed a floral basket at the monument with a ribbon inscribed with the words “The martyrs of the Chinese People’s Volunteer (CPV) Army...

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Libano. Le Idf usano il fosforo bianco in aree abitate

Dire *

Fosforo bianco nel sud del Libano. Le prove si accumulano: video verificati da agenzie di stampa, analisi di esperti di munizioni, database visivi tenuti da ricercatori indipendenti. E convergono su una sola conclusione: l’esercito israeliano ha impiegato questa sostanza incendiaria in aree abitate, nel quadro delle operazioni condotte contro Hezbollah.
Gli episodi documentati dal New York Times riguardano Nabatieh, città di circa 40mila abitanti, dove il 30 maggio scorso le caratteristiche scie bianche sono state riprese durante la conquista del Castello di Beaufort. Analoghi avvistamenti sono stati registrati nei pressi di Tiro e di tre centri minori, cioè Qlayaa, Khiam e Yohmor, nei mesi successivi alla ripresa degli scontri, a marzo, innescata dai razzi di Hezbollah sul nord di Israele.
Le munizioni identificate dagli analisti sono i proiettili M825A1 da 155 millimetri di fabbricazione americana, contenenti 116 cunei di feltro impregnati di fosforo bianco. Progettati per generare cortine fumogene, i proiettili possono essere innescati per frammentarsi in volo, disperdendo frammenti incandescenti su vaste superfici. In quel caso, tutto ciò che tocca terra può prendere fuoco.
Di fronte alle domande del New York Times su quattro episodi specifici, l’esercito israeliano non ha risposto nel merito. Ha però precisato che i propri “proiettili fumogeni principali” non contengono fosforo bianco, e che quelli che lo contengono vengono usati soltanto per cortine fumogene, non per provocare incendi.
Il diritto internazionale non vieta il fosforo bianco in assoluto. Lo vieta quando viene impiegato deliberatamente contro i civili o in zone abitate. È proprio questa clausola a rendere il contenzioso così scivoloso: dimostrare l’intenzionalità è complicato, e le munizioni in questione non sono progettate per distinguere tra combattenti e popolazione.
Le conseguenze per chi viene colpito sono gravi. Il fosforo bianco continua a bruciare a contatto con l’ossigeno, penetra nei tessuti, può riaccendersi quando si rimuovono le bende. Il fumo causa danni respiratori e insufficienza d’organo. Gli incendi che produce distruggono abitazioni, veicoli e terreni agricoli; i residui possono persistere nel suolo e nell’acqua per anni.
Non è la prima volta che Israele si trova al centro di accuse simili: l’uso di fosforo bianco è stato documentato a Gaza nel 2009, in Libano nel 1982 e nel 2006 e, con oltre duecento episodi censiti, nel periodo successivo al 7 ottobre 2023. Dal governo libanese all’ONU sono arrivate quattro lettere di protesta formale.

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ASEAN Power Grid: alla Farnesina evento di presentazione dell’iniziativa regionale

Farnesina

Il Sottosegretario agli Esteri, Massimo Dell’Utri, è intervenuto alla Farnesina all’evento di presentazione dell’ASEAN Power Grid, iniziativa regionale del valore di 700 miliardi di dollari, volta a rafforzare la produzione e l’interconnessione elettrica tra i dei paesi del Sudest asiatico, per favorire gli scambi energetici transfrontalieri, la sicurezza energetica e la transizione verde.
Nel corso dell’ evento, il Vice Segretario Generale dell’ASEAN per la Comunità Economica, Satvinder Singh, ha illustrato le opportunità per le aziende italiane del settore, mentre ICE, Cassa Depositi e Prestiti e Asian Development Bank hanno condiviso gli strumenti finanziari e i meccanismi di supporto dedicati alle imprese interessate a partecipare ai progetti connessi all’ASEAN Power Grid, evidenziando le modalità di accompagnamento e accesso al mercato per gli operatori economici coinvolti.
L’iniziativa offre infatti rilevanti opportunità per le imprese italiane di espandersi in mercati ad alta crescita e ad alto potenziale – come già delineato dal Ministro Tajani nel Piano per la crescita e l’export lanciato nel 2025 – e di partecipare a progetti infrastrutturali strategici nei settori dell’energia, delle reti e delle tecnologie per la transizione verde, valorizzando competenze e soluzioni industriali riconosciute a livello internazionale.

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Tajani incontra il Ministro degli Esteri dei Paesi Bassi Tom Berendsen

Farnesina –

Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha incontrato oggi alla Farnesina il Ministro degli Esteri del Regno dei Paesi Bassi, Tom Berendsen. Il colloquio ha confermato l’eccellente stato delle relazioni bilaterali, sostenute da un intenso dialogo politico e da solidi legami economici. Nel 2025 l’interscambio commerciale ha raggiunto i 58 miliardi di euro, con una crescita del 6% rispetto all’anno precedente.
I due Ministri hanno espresso la volontà di rafforzare ulteriormente gli scambi commerciali e gli investimenti reciproci, evidenziando come la presenza di oltre 500 imprese italiane nei Paesi Bassi e il rilevante contributo degli investimenti diretti esteri siano alla base della solidità e della crescita dell’interscambio bilaterale.
Ampio spazio è stato dedicato ai principali temi europei. Tajani e Berendsen hanno concordato sulla necessità di rilanciare la competitività europea attraverso il rafforzamento del mercato unico e un maggiore sostegno alla trasformazione digitale, evidenziando altresì il ruolo strategico dell’intelligenza artificiale per l’innovazione e l’autonomia tecnologica dell’Europa. I due Ministri hanno ribadito che il processo di allargamento dell’Unione deve basarsi sul principio del merito, evitando accelerazioni non giustificate, e hanno registrato una significativa convergenza sulla dimensione esterna delle politiche migratorie e sul contrasto al traffico internazionale di droga. Nel colloquio è stata inoltre sottolineata la rilevanza strategica dei minerali critici per la sicurezza economica e industriale europea.
Con riferimento ai principali dossier internazionali, è emersa piena sintonia nel sostegno all’Ucraina. I due Ministri hanno espresso forte preoccupazione per l’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente, auspicando un ritorno al dialogo e la piena attuazione delle intese sul cessate il fuoco. È stata inoltre evidenziata la necessità di garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e sono state esaminate le iniziative multinazionali per la sicurezza delle rotte marittime. È stata ribadita la necessità di garantire l’assistenza umanitaria nella Striscia di Gaza e rilanciare un percorso politico credibile verso la soluzione dei due Stati. Sul Libano, i due Ministri hanno convenuto sull’urgenza di ripristinare il cessate il fuoco e sull’importanza di sostenere le istituzioni e le Forze Armate Libanesi nel loro ruolo di stabilizzazione, incoraggiando il dialogo tra le parti per favorire una soluzione duratura della crisi.
I due Ministri hanno infine concordato di tenere ad ottobre di quest’anno la prossima riunione della Tavola Vanvitelli, importante momento di riflessione tra esperti e centri di ricerca sui temi di interesse politico-strategico, di politica economica e di relazioni tecnologiche e commerciali tra i due Paesi.

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Medio Oriente. Tajani riunisce in videoconferenza gli ambasciatori italiani

Farnesina –

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha riunito in videoconferenza alla Farnesina gli ambasciatori italiani accreditati nei Paesi del Medio Oriente alla luce delle operazioni militari che negli ultimi giorni hanno coinvolto la regione. Nel corso della riunione è stato effettuato un aggiornamento sul quadro di sicurezza nei diversi Paesi dell’area, con particolare attenzione alla situazione dei connazionali e alle attività di assistenza consolare. Il ministro Tajani ha chiesto alle ambasciate e ai consolati, in raccordo con l’Unità di Crisi della Farnesina, di mantenere il massimo livello di attenzione e di continuare a monitorare costantemente l’evoluzione della situazione, assicurando piena assistenza ai cittadini italiani presenti nella regione.
Tajani ha espresso forte preoccupazione per l’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente, ribadendo la necessità di lavorare per evitare ulteriori escalation e di favorire un immediato ritorno al dialogo. Nel corso della riunione è stata esaminata la crescente instabilità registrata in diversi teatri della regione, caratterizzata dal protrarsi di attacchi missilistici e con droni, da episodi di violenza lungo il confine israelo-libanese, dagli attacchi che nei giorni scorsi hanno interessato alcuni Paesi partner del Golfo e dal rischio di una recrudescenza delle attività terroristiche. È stata inoltre richiamata l’attenzione sui possibili effetti di tali sviluppi sulla sicurezza regionale e sulle principali rotte marittime internazionali.
Il ministro è stato aggiornato anche sulla situazione dei due cittadini italiani detenuti a Bengasi, nella Libia orientale; Tajani ha chiesto di rafforzare le pressioni sulla amministrazione dell’Est per arrivare alla liberazione dei due attivisti della Flotilla e dei loro colleghi

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Iran. Teheran minaccia Israele, ‘Nuovi attacchi devastanti se continueranno i raid sul Libano’

di Shorsh Surme –

Il comandante del quartier generale centrale iraniano Khatam al-Anbiya, Ali Abdollahi, ha avvertito domenica che Israele subirà ulteriori «colpi devastanti e deplorevoli» qualora intensificasse gli attacchi contro il Libano meridionale e i sobborghi sud di Beirut o decidesse di reagire alle operazioni dell’Iran.
In una dichiarazione diffusa dall’agenzia semiufficiale Fars, Abdollahi ha sottolineato che Israele deve cessare immediatamente le operazioni militari contro il Libano meridionale e la periferia meridionale della capitale. In caso contrario, Teheran avvierà attacchi «devastanti» contro Israele e i suoi sostenitori.
Il comandante ha accusato Israele di aver intensificato quotidianamente le sue «azioni maligne» contro il popolo libanese, con il «via libera» degli Stati Uniti e in assenza di qualsiasi reazione da parte delle organizzazioni internazionali. Ha inoltre denunciato l’uso da parte di Israele di «armi proibite, comprese le bombe al fosforo», definendolo un crimine di guerra.
Abdollahi ha aggiunto che, nonostante i ripetuti avvertimenti iraniani, Israele ha ampliato i suoi attacchi contro il Libano meridionale e ha preso di mira i sobborghi meridionali di Beirut, superando tutte le linee rosse.
Domenica il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha annunciato che la propria Forza Aerospaziale ha lanciato missili balistici contro la base aerea di Ramat David, nel nord di Israele, in risposta ai «diffusi crimini» commessi da Israele nel sud del Libano, tra cui l’uccisione e lo sfollamento di civili.
In una nota diffusa dal proprio organo ufficiale, Sepah News, l’IRGC ha affermato che la base aerea israeliana rappresenta la principale fonte dell’«aggressione» contro il Libano.
Il comunicato ha inoltre ricordato che l’accettazione da parte dell’Iran del cessate-il-fuoco con Stati Uniti e Israele, entrato in vigore l’8 aprile, era subordinata a una tregua su tutti i fronti. Tuttavia, secondo Teheran, Washington e Tel Aviv non hanno rispettato gli impegni assunti e hanno proseguito con «aggressioni e crimini» in Libano, oltre a condurre «attacchi contro le coste e le navi iraniane nello Stretto di Hormuz, nel Mar d’Oman e nell’Oceano Indiano».
L’IRGC ha definito l’operazione di domenica un avvertimento e ha precisato che, qualora l’«aggressione» dovesse ripetersi, la risposta iraniana sarà più ampia e colpirà tutti gli obiettivi americani e israeliani nella regione dell’Asia occidentale.
In un post pubblicato domenica sulla piattaforma X, Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha ribadito che «l’Iran ha ripetutamente affermato che non tollererà violazioni del cessate il fuoco o qualsiasi aggressione contro il Libano». Ha aggiunto che l’azione iraniana rappresenta «un avvertimento affinché cessino le loro azioni malvagie; qualsiasi nuova iniziativa incontrerà una risposta ancora più dura e costi maggiori».
A seguito degli attacchi, l’Autorità per l’Aviazione Civile iraniana ha annunciato la chiusura dello spazio aereo occidentale del Paese fino a nuovo avviso, sulla base di valutazioni di sicurezza, come riportato dall’agenzia semiufficiale Tasnim.
Il cessate-il-fuoco tra Iran, Stati Uniti e Israele, entrato in vigore l’8 aprile, ha posto fine a quaranta giorni di ostilità iniziate dopo gli attacchi congiunti lanciati da Washington e Tel Aviv contro Teheran il 28 febbraio.
Nelle ultime settimane diverse fonti hanno riferito che Iran e Stati Uniti si sono scambiati varie proposte per definire i termini di un accordo di pace e stanno lavorando alla finalizzazione di un memorandum d’intesa volto a porre formalmente fine al conflitto.

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PACE, D’ORSO (M5S): DA DONNE ALTERNATIVA A SISTEMA BASATO SU VIOLENZA E SOPRUSO

“Dall’ultima Marcia per la Pace Perugia-Assisi è nato il nostro impegno per questa ambiziosa Carta per un mondo disarmato, testimonianza dell’impegno civile e politico delle donne per occupare spazi che la storia ci ha sottratto. Spazi che solo le donne possono riempire perché solo le donne possono consegnare all’umanità un sistema valoriale alternativo, se non addirittura antagonista, a quello tipicamente maschile, basato su violenza, dominio, sopruso e guerra. Questa Carta si propone l’obiettivo di scardinare un orizzonte simbolico, a partire dal linguaggio. Ne è un esempio il sottotitolo “Tessere un futuro di pace”: tessere e unire sono concetti antitetici al dividere, alla divisione come strumento di sopraffazione, secondo l’antico principio del “divide et impera”. Questa Carta è più che mai importante in una fase storica in cui il mondo è tornato a essere dominato dalla legge del più forte e da logiche di guerra e sterminio, logiche misogine e disumanizzanti”.
Lo ha dichiarato la deputata M5S Valentina D’Orso intervenendo alla conferenza stampa di presentazione della Carta, svoltasi oggi alla Camera, concludendo con un’osservazione: “A chi festeggia perché oggi ci sono più donne al potere, al governo dell’Italia così come dell’Europa, rispondo che c’è poco da festeggiare se queste donne promuovono gli stessi valori degli uomini, talvolta facendolo persino peggio, anche per emulazione”.

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Armenia. Pashinyan rafforza la svolta europea: netta vittoria alle elezioni

di Enrico Oliari

L’Armenia conferma la propria svolta verso l’Europa. Il partito del primo ministro Nikol Pashinyan ha ottenuto una netta vittoria nelle elezioni parlamentari, consolidando la linea politica di avvicinamento all’Unione Europea e agli Stati Uniti, pur mantenendo aperto il dialogo con Mosca.
Secondo i dati diffusi dalla Commissione elettorale centrale, il partito di governo Contratto Civico ha raccolto il 49,81 per cento dei voti. Molto più distanti le forze di opposizione favorevoli a un rafforzamento dei rapporti con la Russia. Armenia Forte, guidata dall’imprenditore russo-armeno Samvel Karapetyan, si è fermata al 23,29 percento, mentre Alleanza Armena dell’ex presidente Robert Kocharyan ha ottenuto il 9,94 percento.
Il risultato è stato accolto con favore da Bruxelles. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha espresso le proprie congratulazioni a Pashinyan, sottolineando che “lo spirito della Rivoluzione di Velluto del 2018 è vivo e forte” e ribadendo il sostegno europeo a un’Armenia democratica sempre più vicina all’Europa.
Durante la campagna elettorale il premier aveva chiarito l’intenzione di proseguire il percorso di riforme e integrazione con l’Occidente, evitando tuttavia una rottura frontale con la Russia. Rispondendo alle osservazioni del presidente russo Vladimir Putin sull’eventualità di un referendum per l’ingresso nell’Unione Europea, Pashinyan ha ricordato che Erevan non è ancora pronta a ottenere lo status di Paese candidato, pur confermando che il processo di avvicinamento continuerà. “Continueremo con calma sul cammino delle riforme”, ha dichiarato.
Le autorità armene insistono sul fatto che il dialogo con l’Europa non esclude la cooperazione con l’Unione economica euroasiatica, che riunisce Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Armenia. Una posizione che mira a limitare le tensioni con Mosca, sempre più preoccupata dall’orientamento geopolitico di Erevan.
Negli ultimi mesi il Cremlino ha più volte espresso riserve sulla prospettiva europea dell’Armenia. Lo stesso Putin ha collegato il conflitto in Ucraina al tentativo di integrazione occidentale di Kiev. Pashinyan ha però ribadito che i rapporti con la Russia restano fondati sul rispetto reciproco e ha definito “molto strette” le relazioni con il presidente russo.
E’ tuttavia improbabile che l’eventuale unione a Bruxelles possa essere tollerata da Mosca, dal momento che è impraticabile per un paese essere parte contemporaneamente di due insiemi economici. Infatti ciò rappresenterebbe una valvola attraverso la quale beni e servizi passerebbero da una parte all’altra senza rispettare dazi e controlli. Va inoltre tenuto conto, nel quadro di un’eventuale adesione all’Unione Europea, che l’Armenia è un paese dell’Asia centrale, e non del continente europeo.
Le pressioni russe non si sono comunque fermate. Il vice primo ministro Alexei Overchuk ha avvertito che Mosca considera ormai l’Unione Europea non più soltanto un progetto economico, ma una struttura politico-militare apertamente ostile alla Russia. Per questo, ha aggiunto, gli armeni dovrebbero riflettere attentamente sulle conseguenze delle proprie scelte strategiche.
La consultazione elettorale si è svolta senza particolari incidenti e ha registrato un’affluenza del 59 percento, circa dieci punti in più rispetto al voto del 2021. Restano tuttavia alcune polemiche sollevate dall’opposizione. Karapetyan ha denunciato l’arresto di circa cento sostenitori del suo partito durante il fine settimana, mentre i media statali hanno riferito del fermo di sei candidati appartenenti a formazioni filorusse, senza fornire dettagli sulle accuse contestate.

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Taiwan hits back at Beijing’s ‘cognitive warfare’ after coastguard patrols

Taiwan has accused Beijing of escalating tensions after mainland Chinese coastguard and survey vessels carried out law-enforcement operations in waters off the island’s east coast. Over the weekend, mainland China’s transport ministry announced a “special maritime traffic law enforcement operation” and dispatched a flotilla of coastguard vessels into the waters east of Taiwan. That included the coastguard’s largest patrol vessel. Chinese state media said the operation was a “necessary action” to...

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Chinese President Xi Jinping pledges ‘unwavering’ support for North Korea and Kim Jong-un

Chinese President Xi Jinping said Beijing’s commitment to North Korea and its leader Kim Jong-un was “unwavering” as he began a two-day trip to the country on Monday. It is Xi’s first foreign visit of the year, and during talks with Kim in the afternoon, he expressed strong support for the North Korean leader. “No matter how the international situation changes, the firm stance of the Chinese [Communist] Party and government in highly valuing the traditional friendship between China and the DPRK...

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Ue. Il gas russo torna a crescere: la realtà smentisce l’addio energetico a Mosca

di Giuseppe Gagliano

L’aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto russo nei porti europei riporta al centro una contraddizione che Bruxelles fatica a nascondere: mentre l’Unione Europea continua a fissare l’obiettivo di azzerare le forniture energetiche da Mosca entro il 2027, l’industria continentale continua ad aver bisogno dell’energia russa per sostenere produzione e competitività.
Nei primi cinque mesi del 2026 le esportazioni russe di GNL verso l’Europa sono aumentate del 16,7%, raggiungendo 7,7 milioni di tonnellate. Nel solo mese di maggio i volumi hanno toccato 3,12 milioni di tonnellate, il livello più elevato dalla fine del 2023. Numeri che evidenziano come il continente non sia ancora riuscito a costruire alternative sufficientemente stabili, competitive e sicure per sostituire completamente le forniture provenienti dalla Russia.
Francia, Belgio e Spagna restano tra i principali punti di ingresso del gas russo grazie ai loro terminali di rigassificazione. La dipendenza energetica non passa più attraverso i grandi gasdotti che collegavano direttamente l’Europa alla Russia prima della guerra in Ucraina, ma continua attraverso le rotte marittime e il mercato del gas liquefatto.
Mosca ha adattato la propria strategia alle nuove condizioni. I progetti artici continuano a esportare, il gas di Yamal trova ancora sbocchi nel mercato europeo e la domanda del continente consente al Cremlino di mantenere una fonte significativa di entrate. La Russia ha perso una parte del rapporto energetico privilegiato con l’Europa, ma non la capacità di sfruttarne le vulnerabilità.
La crisi dello Stretto di Hormuz ha ulteriormente evidenziato la fragilità delle alternative energetiche europee. Le tensioni nel Golfo Persico hanno colpito fornitori fondamentali come il Qatar, dimostrando che la diversificazione non elimina automaticamente i rischi. Quando le rotte marittime diventano instabili e i prezzi aumentano, il gas russo torna a essere competitivo per ragioni economiche prima ancora che politiche.
Per molte industrie europee il problema resta concreto. Settori come siderurgia, chimica, ceramica, vetro e manifattura ad alta intensità energetica necessitano di forniture continue e a costi sostenibili. La transizione energetica procede, ma non è ancora in grado di sostituire integralmente il ruolo del gas nel sistema produttivo continentale.
La vicenda conferma che l’energia resta uno strumento di potere geopolitico. Gli Stati Uniti hanno spinto l’Europa a ridurre la dipendenza da Mosca, mentre i produttori del Golfo e altri fornitori cercano di occupare gli spazi lasciati liberi dal gas russo. Tuttavia la dipendenza non scompare, cambia semplicemente forma, esponendo il continente a nuove vulnerabilità legate alle rotte marittime, ai prezzi globali e alla competizione internazionale per le forniture.
Le conseguenze sono anche politiche. Dopo anni di annunci sull’autonomia energetica europea, il ritorno del gas russo nei porti del continente alimenta dubbi sulla reale efficacia della strategia perseguita da Bruxelles. Le imprese chiedono energia disponibile e competitiva, mentre i governi devono conciliare obiettivi geopolitici, sostenibilità economica e sicurezza degli approvvigionamenti.
La lezione che emerge è chiara: la sovranità energetica non si ottiene con dichiarazioni politiche, ma attraverso investimenti in infrastrutture, stoccaggi, reti, rigassificatori, nucleare, fonti rinnovabili e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Fino a quando questo percorso non sarà completato, l’Europa continuerà a confrontarsi con una realtà difficile da ignorare: per mantenere accesa la propria industria, una parte significativa dell’energia continuerà ad arrivare anche dalla Russia.

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Medio Oriente, salta la tregua dei 60 giorni: l’Iran lancia 10 missili su Israele dopo il raid a Beirut

di Piero Bonito Oliva / Dire –

Al centesimo giorno dall’inizio del conflitto arabo-iraniano, la fragile tregua diplomatica si è bruscamente interrotta. Dopo 60 giorni di cessate-il-fuoco, l’Iran è tornato a colpire direttamente il territorio di Israele con quattro ondate consecutive di missili balistici. L’attacco, che ha visto il lancio di 10 vettori tutti intercettati dai sistemi di difesa aerea israeliani, rappresenta la ritorsione di Teheran dopo il pesante raid aereo effettuato ieri dallo Stato ebraico su Dahieh, la periferia meridionale di Beirut e roccaforte di Hezbollah. Uno scenario ad altissima tensione che rischia di far precipitare la regione in una guerra totale, proprio mentre la diplomazia statunitense a guida Donald Trump sembrava vicina alla sigla di un accordo di pace.

La nuova escalation è stata innescata dalla decisione del premier israeliano Benjamin Netanyahu di colpire la capitale libanese, ufficialmente come risposta al lancio di alcuni droni diretti verso Israele. Un’operazione che, secondo quanto rivelato dalla testata statunitense Axios, avrebbe ricevuto l’avallo dello stesso Donald Trump, nonostante la richiesta formale della Casa Bianca di condurre attacchi più chirurgici contro i vertici di Hezbollah.

La reazione dell’Iran non si è fatta attendere. Anticipata sui social da Ebrahim Rezaei, portavoce degli Affari esteri e della Sicurezza nazionale iraniana (“Guardate il cielo stanotte”), l’offensiva dei Guardiani della Rivoluzione ha preso di mira la base aerea israeliana di Ramat David, situata a 20 chilometri da Haifa e definita dai pasdaran la “fonte delle aggressioni lanciate contro il Libano del Sud”. Il comando militare di Teheran ha rivendicato l’azione parlando di un avvertimento circoscritto: “Attaccando Beirut, Israele ha superato tutte le linee rosse. Se l’aggressione si ripete, la risposta sarà più ampia e comprenderà i target americano-sionisti della regione”.
Il collasso del cessate-il-fuoco giunge in un momento di estremo nervosismo sul fronte dei colloqui di pace. Nei giorni scorsi, Trump aveva espresso un cauto ottimismo, definendo la Guida Suprema Mojtaba Khamenei “uno che ha fegato” e parlando di buoni rapporti con l’Iran, pur ribandendo che “capiscono solo il linguaggio della forza”.

I nodi principali del negoziato rimangono legati a due fattori strategici:

– gli asset finanziari. Teheran chiede lo sblocco immediato dei fondi congelati, ma Washington intende farlo solo in un secondo momento, respingendo l’ipotesi del segretario al Tesoro Scott Bessent di utilizzarli per risarcire i danni subiti dai Paesi del Golfo.

– l’uranio arricchito: gli Stati Uniti pretendono una mappatura esatta dei depositi nucleari da parte dell’Iran, minacciando di intervenire per sequestrare le scorte anche in assenza di un’intesa formale.

Mentre fonti israeliane riferiscono alla Cnn che lo Stato ebraico sta pianificando una controrisposta massiccia, alimentata dalle dichiarazioni del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha tuonato “Teheran deve bruciare”, Donald Trump ha scelto i microfoni dell’emittente Fox per lanciare un appello alla calma e tentare di salvare l’accordo diplomatico.

Il presidente americano si è detto profondamente contrariato dagli ultimi sviluppi: “Non sono contento di quanto sta succedendo. Avrei detto che l’accordo sarebbe stato firmato lunedì o martedì e ora questo”. Rivolgendosi direttamente alla leadership iraniana, Trump ha aggiunto: “Avete lanciato i vostri missili, ora torniamo a trattare”. Al contempo, per evitare che la situazione sfugga definitivamente di mano, la Casa Bianca ha annunciato un intervento diretto sul governo israeliano: “Chiamo Netanyahu ora e gli dico di fermare la rappresaglia”.

* Fonte: agenzia Dire.

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China’s Xi Jinping arrives in North Korea after hailing everlasting friendship

Chinese President Xi Jinping landed in Pyongyang on Monday for a two-day visit, his first to North Korea since 2019. North Korea leader Kim Jong-un and his wife Ri Sol-ju gave Xi and first lady Peng Liyuan a warm welcome at the airport, according to state broadcaster CCTV. Xi was later given a grand welcome ceremony at Kim Il-sung Square. As the largest public square in the heart of Pyongyang, it serves as North Korea’s primary venue for massive military parades, state rallies and major...

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On Taiwan, the Trump-Xi summit offered more than optics

The international media consensus following the Beijing summit between Chinese President Xi Jinping and US President Donald Trump was predictable: grand on optics, short on substance. Dismissing it on those grounds misses the deeper story of how the summit marked a turning point in how Washington and Beijing manage their rivalry, particularly over Taiwan. To understand where this relationship is going, a brief historical detour is in order. In April 2001, then US president George W. Bush...

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Beijing sends largest patrol ship east of Taiwan after Japan-Philippine boundary talks

Beijing has sent a flotilla that includes mainland China’s largest patrol vessel to waters east of Taiwan in response to Japanese-Philippine maritime boundary negotiations. The Ministry of Transport ships are expected to conduct joint patrols with a coastguard formation dispatched to the same waters last Monday. The Communist Party mouthpiece People’s Daily published a commentary on Sunday that accused Japan and the Philippines, which already have long-running territorial disputes with Beijing,...

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Rookie Taiwan lawmaker blacklisted by Beijing makes long-shot bid to become Taipei mayor

A first-term lawmaker who was blacklisted by Beijing over his alleged support for Taiwanese independence will challenge Taipei’s popular incumbent mayor in the local elections later this year. The ruling Democratic Progressive Party’s decision to nominate Puma Shen Pao-yang, an outspoken critic of Beijing whose political identity has been built around his calls to strengthen the island’s security, came as a surprise to many. The former academic joined politics only two years ago, entering the...

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Norman Bethune’s story still holds lessons for China-Canada relations

I grew up in a classroom where the name Norman Bethune was invoked with reverence. Like every schoolchild in China, I could recite from memory Chairman Mao’s 1939 essay “In Memory of Norman Bethune”, which characterised Bethune as a man who had come from afar, who gave his life to the Chinese revolution, who embodied selflessness and internationalism. For years, I kept a poster in my office – the famous oil painting of Mao meeting Bethune in Yan’an – as a quiet tribute. As the years passed and...

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China bans 11 online activities under tighter rules to curb rumours, cyberbullies

China’s top internet watchdog has banned 11 specific online activities under strict new rules for multiplatform content creators taking effect later this year. Rolling out the new regulations last week, the Cyberspace Administration of China (CAC) said they aimed to prevent the spread of rumours and posts that could incite public anger, antagonism or social discrimination. The prohibited content includes posts fabricating topics to confuse the public, spreading fake or speculative information,...

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Tibetology is key to China shaping global views on the region, top official says

Chinese academics specialising in Tibet must find more creative ways to shape the global conversation about the region while remaining strictly aligned with the Communist Party’s ideology. That was the message Li Ganjie, head of the Communist Party’s United Front Work Department, had for researchers who gathered to mark the 40th anniversary of the China Tibetology Research Centre on Wednesday. According to state news agency Xinhua, Li said that the international situation was “volatile” and...

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What does Beijing’s response to Tokyo-Manila boundary talks mean for Taiwan?

The mainland Chinese coastguard’s first independent law enforcement patrol east of Taiwan on Monday – in response to the maritime border talks between Japan and the Philippines – marked an expansion of its patrolled area beyond the traditional focus. Since its launch in 2021, the China Coast Guard (CCG) has routinely patrolled in the South China Sea, East China Sea and Yellow Sea. In recent years, apart from routine patrols around a few Taiwan-controlled islands, the CCG has also joined the...

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In China’s coal country, party chief called to account after fatal safety failures

Disciplinary authorities in central China are investigating a county-level Communist Party chief following a coal mine gas blast that killed 82 people and left two missing. Zhao Yongjin, party secretary of Qinyuan county in Changzhi, was “suspected of serious violations of discipline and law”, the Shanxi provincial discipline inspection and supervisory commission, an anti-corruption watchdog, said on Tuesday night. The blast at the Liushenyu Coal Mine on May 22 was China’s deadliest mine...

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China’s anti-corruption watchdog targets its former senior official Li Xiaohong

Li Xiaohong, a former senior disciplinary official in charge of national inspection, has been placed under investigation for suspected severe disciplinary and legal violations, China’s top anti-corruption authorities said on Tuesday. The downfall of the 73-year-old veteran – known for spearheading high-level anti-corruption crackdowns and his top disciplinary roles at the securities regulator – underscores Beijing’s continued efforts to target corruption among its most senior disciplinary...

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As pioneering Chinese web forum returns, authorities warn free speech has limits

Chinese authorities have praised the return of Tianya – which was one of the country’s most popular internet forums in the pre-algorithm, pre-short-video era – while cautioning that freedom of speech must be balanced with responsibility. The pioneering web portal was launched by Tianya Community Network Technology Co in 1999, when the internet was in its infancy in China, but suddenly closed in April 2023 due to financial problems. On Sunday, the company announced that the forum would come back...

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2 Taiwan air force pilots die in T-34C crash, spurring probe and debate over aircraft

A Taiwanese military aircraft crashed during a training mission on Tuesday, killing two experienced pilots and prompting renewed scrutiny of the island’s ageing fleet of T-34 basic trainers. The T-34C aircraft went down at 8.08am at Gangshan Air Base in Kaohsiung in southern Taiwan while conducting a simulated engine-failure exercise, according to the island’s air force. Both pilots on board, Lieutenant Colonel Kuo Chun-nan and Lieutenant Colonel Lu Chi-yu, were killed. The air force said the...

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Taiwan targets Beijing’s grey-zone tactics near remote South China Sea islands

Taiwan’s navy will support patrols around the Taipei-controlled Dongsha Islands after mainland Chinese coastguard activity near the South China Sea atoll surged over the past year. The activity has fuelled concerns in Taipei that Beijing is using the remote outpost to test Taiwan’s responses and refine its grey-zone tactics. Taiwan’s Coast Guard Administration said mainland Chinese coastguard vessels had appeared around the atoll 39 times since February last year, compared with only occasional...

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Gu Songfen, pioneering designer of Chinese supersonic fighter jets, dies at 96

Aerodynamics expert Gu Songfen has died at 96. He was the chief designer of China’s J-8 fighter jet family – the first home-grown supersonic fighter jet to counter US high-altitude reconnaissance aircraft. Gu was an academician of the Chinese Academy of Sciences and the Chinese Academy of Engineering as well as a researcher at the Aviation Industry Corporation of China (AVIC). He died in Beijing on Sunday night, according to a statement from AVIC. A farewell ceremony is scheduled for Saturday in...

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Can Taiwanese opposition leader pull off balancing act during US trip?

Taiwan’s main opposition leader is due to arrive in the United States late on Monday for a politically sensitive two-week visit expected to attract close scrutiny in Beijing, Taipei and Washington. The Kuomintang delegation, led by the party’s chairwoman Cheng Li-wun, will land on Monday evening local time in San Francisco, where she will visit Taiwanese-American communities and think tanks. She will also travel to Boston and New York before visiting Washington for meetings with political...

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China sentences former Shaolin abbot to 24 years for corruption

Shi Yongxin, former abbot of the world-famous Shaolin Temple, has been sentenced to 24 years in jail for crimes including embezzlement and taking bribes, state news agency Xinhua reported. Shi was also fined 3.5 million yuan (US$516,000). Xinxiang Intermediate People’s Court in China’s central Henan province found that Shi, whose birth name is Liu Yingcheng, had embezzled more than 131 million yuan between 2003 and 2025. Shi appeared in a public trial on Monday. The verdict was announced on...

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Can direct commercial sales fix Taiwan’s US$20 billion weapons backlog?

US defence industry leaders are pushing for deeper commercial cooperation with Taiwan to strengthen its military capabilities, as the island seeks faster ways to bolster deterrence amid Beijing’s mounting military pressure. But they cautioned that such business deals could not replace traditional American arms sales regarded as the backbone of Taiwan’s defence. Speaking at the Taiwan-US Defence Industry Forum in Taipei on Thursday, retired US General Charles Flynn and senior American executives...

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China’s top military officials face ‘ironclad’ rules in anti-corruption fight

China’s top military command has issued strict measures to enforce discipline among senior officials of the People’s Liberation Army, marking its latest bid to further tighten controls over the behaviour of the top brass. The Central Military Commission (CMC), led by President Xi Jinping as chairman, issued the “measures on strengthening the education, management and supervision of senior military cadres” recently, state news agency Xinhua reported on Wednesday. In a front-page commentary on...

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Beijing praises actress Lin Chi-ling for quitting Taiwan culture board

Chinese authorities praised the decision of Taiwanese actress and model Lin Chi-ling to quit her position as a new board member of the Taiwan Creative Content Agency (TAICCA), after her appointment drew backlash. Chen Binhua, a spokesman for Beijing’s Taiwan Affairs Office, said at a press conference on Wednesday that the TAICCA had orchestrated and funded films and television productions in recent years that “distort history and hype the ‘mainland threat’”. “It serves as a political tool for...

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From wedding photographers to farm gadgets, Chinese campaign warns of spy risks

Foreign spies have posed as wedding photographers near naval ports and used cars fitted with advanced radar, GPS and optical sensors to collect mapping data under the guise of autonomous driving research, China’s top state secrets watchdog has cautioned. The National Administration of State Secrets Protection’s warning about foreign spies acting as “eyes in the dark” came in its latest anti-espionage documentary, with state broadcaster CCTV airing the first episode on Tuesday. “In real life, the...

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Shanxi mine disaster casts shadow over province’s shift from coal to culture

Shanxi, China’s top coal-producing province, has attempted to rebrand from a polluting, high-risk mining hub into a cultural and tourist destination. However, the country’s deadliest mining accident in nearly two decades has cast a shadow over this image. On Friday, a devastating gas explosion at the Liushenyu Coal Mine in Shanxi killed at least 82 people. The disaster, which industry insiders said was a result of systemic safety failures, has drawn attention to the safety, governance and...

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What a US defence industry trip to Taiwan says about Taipei’s efforts to overhaul military

A high-level American defence industry delegation arrived in Taipei on Tuesday for a four-day visit aimed at expanding the US role in the island’s military modernisation process and the joint production of weapons systems. The party includes 41 senior executives, and the visit was organised by the US-Taiwan Business Council, which has long served as a bridge for the defence industry. The trip underscores a growing overlap between strategic cooperation and arms sales as Taiwan seeks to strengthen...

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China says engineer jailed for 15 years was lured into sending aerospace secrets overseas

A Chinese aerospace engineer has been sentenced to 15 years in prison for espionage, according to state media, with the report underscoring official warnings that the aerospace industry is a cornerstone of national technological strength and defence security. The engineer, surnamed Zhu, graduated from a top university with a PhD in 2018, state broadcaster CCTV said on Monday. He then worked as an engineer in multiple aerospace research institutes and handled classified documents in the aerospace...

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Are systemic safety failures to blame for China’s deadly mine blast?

A gas explosion that killed at least 82 people in central China – the country’s worst mining disaster in more than a decade – was the result of systemic safety failures across multiple parts of the production chain, according to miners and industry insiders. The Friday blast at the Liushenyu Coal Mine in Shanxi province also left two people missing and 128 survivors in hospital, including two in critical condition. Miners interviewed by the South China Morning Post said several workers had not...

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Owners of Chinese mine where 82 died in blast accused of ‘serious violations’ of the law

The owners of a Chinese coal mine where at least 82 people were killed have been accused of “serious violations of the law” by the local government. As search and rescue operations continued through the night, Chen Xiangyang, the deputy Communist Party secretary of Changzhi in Shanxi province, said that all four mines operated by the Shanxi Tongzhou Group had been “immediately” ordered to suspend operations. “Preliminary assessment indicates serious legal violations by the coal mine enterprise...

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Will China’s residency changes to social insurance unlock economic growth?

China’s decision to ease residency restrictions on social insurance applicants will help unleash positive, long-term economic growth, according to analysts. The new measures announced on Friday by the State Council are part of China’s broader push to create a unified national market by removing barriers to the free flow of capital and talent. Under the new policy, workers can enrol in social insurance programmes in the cities where they are employed, regardless of their official household...

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Myanmar’s Wei family put on trial in latest phase of China’s crackdown on scam compounds

An alleged Myanmar crime boss and members of his syndicate were put on trial this week in the latest stage of Beijing’s sweeping crackdown on cross-border scam networks. Wei Huairen, also known as Wai San, faces charges including fraud, murder, extortion and organising illegal border crossings, Chinese state broadcaster CCTV reported on Friday. Prosecutors allege that from 2019 onwards, the syndicate used the Wei family’s military and political influence in Myanmar’s Kokang region to operate...

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Cambodia raids buildings linked to Chen Zhi, Chinese billionaire accused of scam empire

Cambodian authorities raided two buildings in Phnom Penh’s Prince Plaza Centre linked to the extradited Chinese billionaire Chen Zhi and detained 104 individuals, including 82 Chinese nationals, local media reported. Governments around the world have intensified their crackdown on Chen’s alleged multibillion-dollar online scam empire since his arrest earlier this year. The Cambodian raid, a joint operation by Phnom Penh police, the country’s Commission for Combating Technology-Based Scams...

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Beijing slams Taiwan’s Lai as ‘destroyer’ of peace after anniversary speech

Beijing on Wednesday accused Taiwanese leader William Lai Ching-te of “destroying cross-strait peace”, shortly after he delivered a speech to mark his second anniversary in office. The row comes in the wake of US President Donald Trump’s remarks on Taiwan independence following his state visit to Beijing. Beijing’s Taiwan Affairs Office condemned Lai’s anniversary speech and his subsequent remarks to reporters as being filled with “lies and deception, hostility and confrontation”. Spokesman Chen...

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What is the political weight of Diaoyutai State Guesthouse where Putin is staying?

When Russian President Vladimir Putin arrived in Beijing on Tuesday evening for a two-day state visit, he once again returned to his “second home” at the Diaoyutai State Guesthouse, a royal garden that has hosted dignitaries including Richard Nixon, Boris Yeltsin and Kim Jong-un. Diaoyutai is a familiar setting for Putin, who has visited China more than 20 times and personally met President Xi Jinping on more than 40 occasions since 2013, according to state news agency Xinhua. He usually resides...

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Why Elon Musk’s post spotlighting Chinese infrastructure has reignited a debate

Tech billionaire Elon Musk is once again using his massive social media megaphone to trumpet Chinese infrastructure to an international audience. On Monday, the CEO of SpaceX and Tesla reposted on X, which he owns, a nearly six-minute video of Chongqing East Railway Station in southwestern China, drawing millions of views within hours. It is unclear whether Musk is currently in Chongqing, China’s “mountain city” known for its spicy hotpot and one of the country’s most popular tourist...

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Trump’s Taiwan comments: a blow to William Lai and ruling DPP?

Donald Trump’s comment that he is “not looking to have somebody go independent” has sparked debate in Taiwan over whether it undermines the ruling party’s pro-independence platform. Trump made the remark after last week’s summit with Chinese leader Xi Jinping in Beijing, where Taiwan emerged as one of the most sensitive issues in Sino-US relations. “I’m not looking to have somebody go independent,” Trump said in an interview with Fox News aired on Friday, adding that the United States was “9,500...

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Why Beijing is outraged over Taiwan’s Lai honouring WWII-era Japanese engineer

Beijing has strongly criticised Taiwanese leader William Lai Ching-te for paying tribute to a figure from Japan’s colonial era in Taiwan. In a commentary published on Sunday, Communist Party mouthpiece the People’s Daily accused Lai, from Taiwan’s independence-leaning ruling Democratic Progressive Party, of “forgetting his ancestors” and reaching a new low in “ingratiating himself with Japan”. The denunciation followed Lai’s attendance at a memorial service on May 8 in the city of Tainan,...

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Mainland China’s Wu Yongping on what the Xi-Trump summit means for Taiwan

Wu Yongping is one of mainland China’s leading specialists on Taiwan affairs and dean of the Institute for Taiwan Studies at Tsinghua University in Beijing. Here, he shares his views on signals from the Xi-Trump summit, and discusses peaceful reunification between the mainland and Taiwan and how it could be achieved. How should we read President Xi Jinping’s message to Donald Trump on the Taiwan question during the summit and has anything changed? Xi said that if the Taiwan question is...

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Wang Xiaodong, derided over Covid-19 handling, comes under corruption cloud

The former Chinese governor criticised for mishandling the Covid-19 outbreak is under investigation for corruption. The Central Commission for Discipline Inspection (CCDI), China’s top political disciplinary body, said on Sunday that Wang Xiaodong, 66, who was governor of Hubei province in 2020 as the coronavirus developed into a pandemic, was suspected of “serious violations of discipline and law” – the standard euphemism for corruption. Wang was Hubei’s governor from 2017 to 2021 and was...

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As France passes law on returning loot, should China pop the champagne?

In November 1861, during his self-imposed political exile, French writer Victor Hugo penned a blistering condemnation of his country. The author of Les Misérables described two “bandits” – France and Britain – who had attacked the Old Summer Palace, or Yuanmingyuan, in Beijing the previous year. “One plundered, the other burned.” “All the treasures of all our cathedrals put together could not equal this formidable and splendid museum of the Orient,” he said. “The French empire has pocketed half...

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Trump narrows space for Taiwan independence, mainland scholar says

Wu Yongping is one of the Chinese mainland’s leading specialists on Taiwan affairs and dean of the Institute for Taiwan Studies at Tsinghua University in Beijing. Here he shares his views on signals from the Xi-Trump summit, and discusses peaceful reunification between the mainland and Taiwan and how it could be achieved. SCMP Plus readers get early access to articles in the Open Questions series. How should we read President Xi Jinping’s message to Donald Trump on the Taiwan question during the...

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What do China’s plans for ‘comprehensive’ new AI law mean for future of technology?

China has confirmed for the first time that it is drawing up a “comprehensive law” on artificial intelligence. Industry insiders said the move showed China had accumulated enough practical experience and was speeding up its governance as a result. A legislative work plan for the year issued last week by the State Council, China’s cabinet, outlined plans to “improve AI governance and accelerate comprehensive legislation for the sound development of AI”. It said the government would move faster to...

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How Taiwan’s Apec attendance could test Beijing’s cross-strait pragmatism

Taiwan will send its top trade negotiator to next week’s Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec) ministerial meeting in mainland China – a rare occurrence since the two sides cut off official communication in 2016. Analysts said the move suggested both sides were still trying to preserve a workable status quo within the regional forum despite worsening cross-strait tensions. The Apec trade ministers’ meeting will be held in Suzhou, a city in Jiangsu province, between May 22 and 23. Yang Jen-ni,...

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“Con quel visino può fare l’escort, ci pensi....”. Succede alle donne negli Atenei italiani

L'Udu (Unione degli universitari) ha raccolto in un report i risultati di un questionario sul fenomeno delle molestie: per la maggior parte delle ragazze i luoghi meno sicuri sono gli uffici dei docenti. Il professore è individuato come la figura più incline alla molestia

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La cover Espresso è un punto per Chiara Ferragni: ma attenzione a reputarlo decisivo

Prima l'affaire pandoro, poi il video del pentimento e infine l'intervista da Fazio. Il  "sentiment" è sempre stato negativo. Ma sebbene la cover del settimanale possa sembrare un punto a suo favore, non è detto che il vento sia cambiato. L'analisi di Roberto Esposito, ceo di DeRev, società di strategia, comunicazione e marketing digital

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Mattarella ricorda Giulia e le altre vittime di femminicidio: "Serve una profonda azione culturale"

"Come non ricordarne le vittime nei tanti femminicidi, anche in giorni recenti? Come non ricordare, per tutte, Giulia Cecchettin, la cui tragedia ha coinvolto nell'orrore e nel dolore l'intera Italia? Si è detto tante volte - anche in quei giorni - che occorre una profonda azione culturale per far acquisire a tutti l'autentico senso del rapporto tra donna e uomo: l'arte è un veicolo efficace e trainante di formazione e di trasmissione di valori della vita. Per questo, oggi, rendiamo omaggio ed esprimiamo riconoscenza al protagonismo artistico delle donne". Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della "Giornata internazionale della donna" al Quirinale.

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Biden: "Chi è contro l'aborto non conosce potere delle donne"

Se rieletto e con un'adeguata maggioranza al Congresso, Joe Biden promette di ripristinare il diritto all'aborto a livello nazionale. "Nella sua decisione di ribaltare Roe v. Wade, la maggioranza della Corte Suprema ha scritto: 'Le donne non sono prive di potere elettorale o politico'. Non sto scherzando. Chiaramente coloro che si vantano di aver ribaltato la causa Roe v. Wade non hanno la minima idea del potere delle donne in America. Ma lo hanno scoperto quando la libertà riproduttiva era in ballo e ha vinto nel 2022, 2023, e lo scopriranno di nuovo nel 2024", ha detto il presidente nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. "Se gli americani mi mandassero un Congresso che sostenga il diritto di scelta, vi prometto: ripristinerò Roe v. Wade di nuovo come legge del Paese", ha aggiunto.

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Strappati e imbrattati a Roma i manifesti della Lega contro il velo islamico. La rabbia dei paesi arabi

A Roma manifesti leghisti contro il velo islamico sono stati strappati e imbrattati. “Un attacco alla convivenza” protestano gli ambasciatori della Lega Araba in Italia. Ceccardi: "Un messaggio d’amore per le donne"

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

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8 marzo, Mattarella: "Troppe e inaccettabili molestie sulle donne". E ricorda Giulia Cecchettin

Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"

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Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili
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Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

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L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare
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Contatto

Giuliano Sangiorgi incontra scrittori, chef, attori e comici e condivide con loro i punti in comune delle loro carriere: l’immaginazione e la capacità di sognare.
Con questo podcast, il cantante mette a confronto il processo creativo in campi anche molto diversi tra loro, regalando all'ospite di ogni puntata una nuova improvvisazione musicale e a chi ascolta un ritratto a due inedito e sorprendente

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Sfida per la Casa Bianca

Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.

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GOLPE - 50 anni di Cile

Sono passati 50 anni dal colpo di Stato in Cile. L’11 settembre del 1973, dopo ore di combattimenti per le strade di Santiago, i vertici militari prendono il potere destituendo Salvador Allende e instaurando una spietata dittatura con a capo il generale Augusto Pinochet. Il Golpe non servì solo a stroncare l’esperienza politica democratica di Allende ma a fare del Cile il primo vero laboratorio delle teorie neo-liberiste. Oggi come allora, nel Cile tutto è privatizzato, dalla scuola alla sanità, dalla previdenza al welfare, ai beni comuni (acqua, energia, trasporti) e nel commercio dominano le multinazionali. Il popolo cileno non solo è povero, ma è anche arrabbiato. Molte proteste, spesso sedate con il sangue, si sono succedute negli anni. Ma come rileggere i fatti alla luce del presente? Testimonianze di politici, giornalisti, artisti, studenti e lavoratori provano a rimettere insieme vicende, esperienze, non dimenticando gli storici legami con l'Italia, le speranze ancora vive e il peso del passato.

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Ben-Hur, un altro film

Il podcast in 20 episodi di Michele Bovi e Pasquale Panella che raccoglie testimonianze e documentazioni esclusive e che segnala i nomi di tutti gli italiani – cineasti, attori, professionisti e artigiani – che lavorarono in incognito per il kolossal del 1959 premiato da 11 Oscar. Immagini e documenti esclusivi su www.benhurunaltrofilm.it

Lo speciale: Ben-Hur, un altro film

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