Droni marittimi ucraini dirottati in Romania: che cosa ci dicono della guerra della Russia

Venerdì 5 giugno, un drone navale di superficie (USV – Unmanned Surface Vehicle) ucraino è esploso nel porto rumeno di Constanta, mentre altri tre USV sono detonati nelle acque del Mar Nero antistanti la città. I droni si sono autodistrutti, in particolare quello esploso nel porto è detonato dopo che l’area era stata messa in sicurezza e isolata dai servizi segreti rumeni, dalla guardia costiera e dal Ministero della Difesa, secondo quanto riferito da Bucarest. Le autorità rumene, dopo aver identificato il drone, hanno contattato quelle ucraine, che hanno confermato di aver perso il controllo di quattro USV per colpa dell’attiva EW (Electronic Warfare) russa. La marina ucraina ha confermato in un comunicato di aver perso il controllo degli USV mentre si stavano svolgendo operazioni nella zona operativa del Mar Nero e che le forze armate di Kiev erano in contatto con le autorità rumene “per prevenire perdite tra la popolazione civile”.
L’incidente è successivo alla penetrazione nello spazio aereo rumeno di un drone one way russo, anch’esso dirottato probabilmente dall’attività EW ucraina, ma soprattutto si pone nel solco di alcuni altri fenomeni di questo tipo che sono occorsi durante le recenti fasi della campagna di bombardamenti ucraini utilizzanti UAV one way, con particolare riguardo al settore nordoccidentale della Russia. Mosca, infatti, ha riferito che gli UAV ucraini avrebbero deliberatamente utilizzato lo spazio aero NATO per colpire nelle regioni intorno a San Pietroburgo, ma molto probabilmente la deviazione di rotta è stata causata proprio dall’attività EW russa, che possiamo definire migliorata rispetto al passato.
In effetti, proprio l’incidente di Constanta dimostra che le forze armate della Federazione russa sono state capaci di adattarsi – se pur parzialmente – al modus operandi ucraino e di poter contrastare parzialmente, con attività nello spettro elettromagnetico, l’attività degli USV ucraini.
Nella dottrina militare classica, la EW era principalmente associata al disturbo delle comunicazioni, alla disattivazione dei radar e alla protezione dei propri sistemi di comando e controllo. Tuttavia, l’avvento delle piattaforme autonome e i progressi tecnologici hanno radicalmente modificato questo paradigma al punto che la U.S. Space Force, nel suo ultimo documento programmatico/dottrinale, ritiene che lo spettro elettromagnetico non sarà più solamente un abilitatore ma un ambiente sempre più contestato anche per via della sua caratteristica di poter effettuare attacchi “sottosoglia” in tempi di pace, per cui prevedono che si trasformi, da qui al 2040, in un vero e proprio ambiente di combattimento al pari di quella che è oggi la dimensione subacquea.
Tornando ai droni, i veicoli unmanned, siano essi aerei, marittimi o subacquei, dipendono in misura variabile dai segnali elettromagnetici per la navigazione, le comunicazioni, la sincronizzazione e l’aggiornamento dei dati operativi. Di conseguenza, la perturbazione dell’ambiente elettromagnetico non si limita più a compromettere la capacità di comunicazione dell’avversario, ma può effettivamente alterare il comportamento di un sistema autonomo in missione, come evidenziato dagli eventi di Constanta della scorsa settimana.
I margini di progresso dell’EW russa
Il conflitto russo-ucraino ha fornito numerosi esempi dell’uso intensivo di tecniche di disturbo (jamming) e di falsificazione (spoofing) del GPS contro droni aerei e marittimi e come strumento di guerra ibrida verso i Paesi della NATO: nell’area del Baltico, e nel Levante, i disturbi al segnale di posizionamento satellitare sono ormai pressoché costanti dal 2022. In tali circostanze, il successo di un’operazione non dipende più esclusivamente dalle prestazioni della piattaforma, ma anche dalla sua capacità di operare in un ambiente elettromagnetico ostile, e soprattutto gli eventi in Romania e nel Baltico lasciano supporre che la Russia abbia sviluppato capacità di adattamento sfruttando quello che è sempre stato uno dei suoi punti di forza insieme al volume di fuoco di artiglieria, cioè proprio i sistemi EW.
Questo è di particolare interesse ai fini del conflitto in atto non tanto perché un sistema di disturbo EW sia in grado di produrre effetti altamente efficaci rispetto ai mezzi impiegati per produrli – del resto è sempre stato questo il senso operativo delle azioni EW – ma in quanto segnale una possibile progressione nelle capacità russe di poter tornare a operare nel Mar Nero.
Come sappiamo, l’Ucraina, una nazione che si è ritrovata in guerra senza una marina militare degna di tale nome, è stata capace con l’uso sapiente di droni – USV, UAV e UUV – velivoli armati di missili da crociera, missili antinave e attività SEAD/DEAD di stabilire sea denial nel Mar Nero al punto da costringere la Russia dapprima a ritirare le sue forze navali a oriente, e successivamente a utilizzarle sempre più raramente nelle azioni di bombardamento missilistico. Certamente il bacino marittimo aiuta i difensori: il Mar Nero è un mare chiuso; per la Russia ulteriormente ristretto dai confini con Paesi ostili, pertanto la sua Flotta si è trovata sostanzialmente a non poter sfruttare la capacità di manovra e quella di colpire da posizioni sicure.
In ogni caso il conflitto marittimo asimmetrico messo in atto dall’Ucraina è stato sino a oggi efficace, eliminando di fatto la minaccia rappresentata dalla Flotta russa e dal suo potenziale anfibio. Questo vantaggio però, potrebbe essere messo in discussione proprio dall’adattamento dimostrato dall’EW russa, che è stata capace di dirottare quattro USV – sebbene non si sappia il numero totale dei droni coinvolti nell’azione. Pensare di rivedere presto in mare il grosso della Flotta di Mosca potrebbe essere prematuro: come in ogni battaglia, si ripresenta l’eterna lotta tra “la spada” e “lo scudo”, e gli USV hanno spazio sufficiente a bordo per poter ospitare contromisure elettroniche per evitare il jamming, ma in ogni caso si tratta di un rischio da non sottovalutare e da considerare attentamente per il futuro delle operazioni navali ucraine.
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