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È morto David Hockney: addio al protagonista della pop art, ispirò Guadagnino e Bojack Horseman

Era considerato uno dei pittori inglesi in vita più popolari e apprezzati del ventesimo secolo, protagonista della pop art anche se aveva esplorato anche altri stili. Dai graffiti alla pittura astratta, dal collage alla tavoletta grafica. Aveva 88 anni David Hockney, è morto venerdì a Londra come comunicato dalla sua agente, Erica Bolton. “Una delle figure più importanti dell’arte contemporanea nel XX e XXI secolo è morta serenamente nella sua casa”. Capelli biondissimi, sigaretta in bocca, occhiali rotondi: era diventato un personaggio capace di ispirare anche oltre il mondo dell’arte.

Aveva cominciato a dipingere da giovanissimo, folgorato da una mostra di Van Gogh. Si era iscritto alla Royal College Art di Londra dopo aver iniziato al Bradford College of Art, dov’era nato, nello Yorkshire. Incontrò Andy Warhol a New York. Già nei primi anni cominciò a vincere premi importanti come quello per l’incisione alla Graven Image Exhibition di Londra e il Painting Prize alla John Moores Exhibition di Liverpool, per la grafica alla Biennale di Parigi nel 1963 quando inaugurò una personale alla Kasmin Gallery di Londra. Aveva realizzato opere che esploravano la sua omosessualità quando l’orientamento era considerata ancora illegale nel Regno Unito, prima del 1968. Era diventato famoso per dipinti quali “My Parents” e per quelli in cui realizzava una serie di collage fotografici utilizzando diverse Polaroid, i cosiddetti “Joiners“.

Aveva sviluppato una passione particolare per i paesaggi della California, dove si era stabilito a metà degli anni ’60, e per le piscine, ne aveva dipinte una ventina. Il film A bigger splash diretto dall’italiano Luca Guadagnino, del 2015, era stato ispirato dall’omonimo dipinto realizzato negli anni Sessanta. Portrait of an Artist (Pool with two figures) aveva ispirato un’opera onnipresente nella serie animata di culto prodotta da Netflix, Bojack Horseman. Hockney ha realizzato anche numerosi ritratti, anche di personaggi famosi.

Rifiutò, nel 1990, un titolo della Corona Britannica, ma nel 2012 accettò il riconoscimento dell’Ordine al Merito che gli assegnò Elisabetta II del Regno Unito. Si era dedicato, negli ultimi anni, ai dipinti fatti con l’iPad. Hockney ha avuto una carriera lunga oltre mezzo secolo, ha dipinto fino all’ultimo, in carrozzina: appena l’anno scorso la Fondazione Louis Vuitton a Parigi aveva ospitato la più grande retrospettiva della sua produzione con oltre 400 opere. Il comunicato della morte ha sottolineato “la natura straordinariamente prolifica della sua carriera, durata oltre settant’anni, caratterizzata da un approccio multimediale alla creazione delle immagini, da una continua riflessione sulla rappresentazione e la prospettiva e da un costante impegno nel raffigurare il mondo attraverso il colore”. Ha lasciato il compagno di lunga data Jean-Pierre Gonçalves de Lima, due fratelli e numerosi nipoti e pronipoti.

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Il dramma di Tommaso Costa: cambia carcere e gli negano cura per gli occhi, ma nessuno gli spiega perché

Tommaso Costa ha sessantasei anni. Da oltre diciannove anni e mezzo è detenuto e gran parte di questo tempo lo ha trascorso in regime di 41-bis. Convive con una Sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che provoca xeroftalmia e xerostomia, ovvero una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione sanitaria in possesso dell’Associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015, terapie e presidi utilizzati per il trattamento della patologia: Plaquenil, saliva artificiale e lacrime artificiali. Per anni quella documentazione accompagna il percorso detentivo di Costa nel 41-bis di Viterbo senza che la necessità di quelle cure risulti contestata. Poi arriva il trasferimento. Da circa due mesi Costa si trova nella Casa di Reclusione di Milano Opera, ancora in regime di 41-bis. La patologia è la stessa. Le condizioni cliniche sono le stesse. Restano le stesse esigenze terapeutiche che avevano accompagnato per anni la sua detenzione a Viterbo.

Secondo quanto denunciato dal figlio e tutore legale, a cambiare sarebbe invece l’accesso a una parte della terapia seguita per anni. Al centro della vicenda vi è un collirio a base di lacrime artificiali utilizzato per contrastare la xeroftalmia associata alla Sindrome di Sjögren. Una condizione che non consiste in un semplice fastidio oculare. In assenza di adeguata lubrificazione può provocare bruciore persistente, dolore, irritazione, infiammazione, fotosensibilità e, nei casi più gravi, lesioni della superficie corneale. Secondo quanto riferito dal familiare, dopo il trasferimento presso Milano Opera il presidio terapeutico non sarebbe stato autorizzato. La spiegazione ricevuta sarebbe stata informale e farebbe riferimento a una presunta incompletezza della documentazione sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza. È qui che la storia smette di riguardare soltanto un collirio. Una persona detenuta non organizza il proprio trasferimento. Non gestisce la trasmissione della documentazione sanitaria. Non decide tempi e modalità delle verifiche amministrative. Se il problema riguarda la documentazione, è però la persona che necessita della terapia a subirne le conseguenze.

Vi è poi un ulteriore elemento. Secondo quanto denunciato dal familiare, non risulterebbe alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata autorizzazione del presidio terapeutico. Proprio per questa ragione il figlio e tutore legale del detenuto ha trasmesso una diffida formale alla Direttrice della Casa di Reclusione di Milano Opera, chiedendo chiarimenti sulle limitazioni denunciate, sulle ragioni della mancata autorizzazione e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto. La questione non riguarda soltanto la terapia. Senza un provvedimento formale diventa più difficile conoscere le ragioni della decisione, verificarla e contestarla nelle sedi previste dall’ordinamento. Un detenuto può rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza per contestare decisioni che incidono sui propri diritti e sulle proprie condizioni di detenzione, ma per farlo deve poter conoscere l’esistenza e il contenuto del provvedimento che intende contestare. Quando una decisione resta confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza: diventa più difficile anche esercitare concretamente gli strumenti di tutela che l’ordinamento prevede. È un aspetto che questa Associazione conosce bene. Nel corso della propria attività ha infatti ricevuto numerose segnalazioni riguardanti la Casa di Reclusione di Milano Opera da parte di familiari, avvocati e persone detenute. In più occasioni, le segnalazioni ricevute hanno riguardato decisioni che incidevano concretamente sulla vita detentiva, comprese limitazioni ai colloqui con terze persone e altre richieste rivolte all’amministrazione, rispetto alle quali veniva denunciata l’assenza di un provvedimento formale di diniego.

Una circostanza che, secondo i segnalanti, rendeva estremamente difficile conoscere le ragioni della decisione e sottoporla al controllo del Magistrato di Sorveglianza attraverso gli strumenti previsti
dall’ordinamento. Circostanze che hanno dato luogo anche a iniziative istituzionali, interrogazioni parlamentari e articoli di stampa. È anche per questo che la vicenda di Tommaso Costa non appare come una questione isolata, ma si inserisce in un quadro di criticità che questa Associazione ha già avuto modo di riscontrare e segnalare con riferimento alla Casa di Reclusione di Milano Opera. La vicenda non si è fermata alla diffida trasmessa dal figlio e tutore legale del detenuto. A fronte delle criticità segnalate dal familiare e della documentazione acquisita, la situazione è stata portata all’attenzione delle autorità competenti mediante una specifica segnalazione, con richiesta di accertamenti in merito alla continuità terapeutica del detenuto, alla gestione della documentazione sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Milano Opera, alle ragioni della mancata autorizzazione del presidio terapeutico e all’eventuale esistenza di provvedimenti formali di diniego. La vicenda è stata pertanto portata all’attenzione delle autorità competenti, alle quali è stato chiesto di accertare quanto segnalato. Perché la continuità terapeutica e la conoscibilità delle decisioni che incidono sulla salute di una persona detenuta non possono dipendere dall’informalità.

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Ho visto il semaforo giallo…

Ho visto il semaforo giallo, la mia indecisione, “passo o no”… ho accelerato e poi ho frenato di colpo, complice il manto stradale bagnato, la vespa ha sbandato e in una frazione di secondo sono finita a terra. Non riuscivo a muovere la gamba. L’ambulanza chiamata dai vigili intervenuti mi ha portata al Pronto soccorso dell’ospedale più vicino e lì dopo alcune ore mi hanno diagnosticato una frattura in parte scomposta. Ho passato la notte in quell’inferno che chiamano DEA. In teoria una struttura che ha la funzione di gestire urgenze mediche e chirurgiche, mediante osservazione garantita anche da una postazione infermieristica fissa. In pratica uno stanzone in cui erano stipate più di 10 brande, una accanto all’altra. C’era chi chiamava invano l’infermiera, chi urlava e imprecava e chi litigava. Invidiavo il signore anziano accanto a me, che nonostante tutto riusciva a dormire, anche se parlava nel sonno in altra lingua (sebbene fosse italiano) credo spagnolo.

Mi hanno ingessata e detto che sarei stata da operare ma che non c’era posto per il ricovero in reparto quindi avrei dovuto firmare rifiutando il ricovero e poi mi avrebbero chiamato da lì a qualche giorno per l’intervento chirurgico. Mi sono opposta… non avrei firmato. Mi sembrava tutto molto strano. Non mi sono fidata. Ho smesso di fidarmi delle persone a prescindere… ho imparato sulla mia pelle che mediamente le persone agiscono per un interesse personale. Questo (il dire NO) ha sempre un prezzo ma non bisogna temere di agire per paura delle reazioni altrui, perché comunque vada tu non hai perso la tua identità e con essa la tua dignità. In quel caso, la reazione è stata quasi scontata. Mi hanno abbandonata, immobile, infangata e con i miei pantaloni tagliati fino al linguine, su una brandina in una stanza troppo piena di luce… ero esausta e anche se dolorante volevo dormire ma mi era impedito dalla luce sugli occhi che le infermiere non hanno voluto spegnere. Un loro modo di vendicarsi per il fatto che mi sono rifiutata di firmare. Anzi per tutta risposta, mi hanno poi spostata nello stanzone tra gli altri malcapitati, gente fragile, anziani, vulnerabili, soli.

Ad ogni modo, l’indomani mattina ho chiesto consiglio al mio ginecologo che lavora nello stesso ospedale e di cui mi sono sempre fidata molto. Ho così avuto conferma del fatto che la procedura seguita nel mio caso era irrituale e che avevo fatto bene a non firmare. Comunque, sarà una coincidenza ma dopo il suo interessamento, il mio caso è stato analizzato dal Primario in persona che mi ha rimandato a casa con una diagnosi di frattura sostanzialmente composta suggerendo un intervento conservativo, quindi più lungo, che però evita i rischi connessi ad un intervento chirurgico.
Diagnosi e cura poi confermati anche da altri specialisti che, a caro prezzo, ho consultato. Così ha avuto inizio la mia nuova esperienza da disabile. Almeno per 40 giorni non avrei più potuto appoggiare la gamba sinistra a terra. L’impatto è stato tragico. Dipendere dagli altri per tutto, non poter alzarmi e muovermi liberamente. Dovevo reagire, imparare a fare più cose possibili da sola, così mi sono procurata una sedia a rotelle con la quale almeno mi potevo spostare in autonomia e sicurezza tra una stanza e l’altra e andare in bagno. Ricordo ancora quando mi ci sono messa per la prima volta. Ho sentito un brivido di felicità, mi sono sentita libera. E’ proprio vero che la libertà è un concetto relativo, così intrinsecamente legato allo stato psico-fisico di un dato momento storico.

Dalla mia sedia a rotelle ho potuto quindi vedere il mondo da un’altra prospettiva, quella del disabile. Ho notato subito un certo imbarazzo delle persone a cominciare dai miei figli, che nel primo periodo, quasi si vergognavano di avere una madre sulla carrozzella. Credo che questa esperienza sia servita e serva anche alla loro crescita. Passeggiando con mio marito per le strade del quartiere, ho potuto provare cosa si prova davanti ad una “barriera architettonica” che ti ricorda il tuo stato di diverso e soprattutto ti impedisce di sentirti uguale nei diritti. Non avevo mai fatto caso a quante buche ci fossero anche nei marciapiedi di Roma e ogni buca è un dolore fisico e un segno che questa città non ti accetta, ti rifiuta, suona come l’invito a rifiutare il diritto di sentirsi liberi. Anche a questo invito bisogna ribellarsi, bisogna dire NO. Facendo vedere e sentire la propria presenza. Non rinuncio alle mie passeggiate anche se dolorose e faticose, così come non rinuncio a farmi vedere fiera su una carrozzella tra gli sguardi increduli e imbarazzati di amici e parenti. E’ il mio modo di dire NO ad un sistema che ci costringe ad un cinismo di massa, ad inseguire lo stereotipo della finta perfezione, che non ammette l’inciampo e che esclude il diverso, il debole. Un sistema perverso che inganna e condanna.

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