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Non ci aiuti con l’Iran? Allora niente esercitazioni insieme. La Corea del Sud nel mirino di Trump

Trump Corea

Il presidente Donald Trump domenica ha ordinato al capo del Pentagono, Pete Hegseth, di «ridimensionare» le esercitazioni congiunte (già da tempo pianificate) con la Corea del Sud, importante partner asiatico di Washington. Motivo? Ufficialmente, il tycoon afferma di non voler inviare un segnale ostile verso il presidente nordcoreano, Kim Jong Un, che il tycoon incontrò in uno storico vertice il 12 giugno 2018, durante il suo primo mandato presidenziale. Ma c’è un’altra ragione (almeno) dietro l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca: il rifiuto di Seul di aiutare Wadshington nella dispendiosa guerra contro Teheran.

La terza ragione è di carattere politico ed elettorale: le elezioni di midterm si avvicinano e i sondaggi sono da incubo per il tycoon: per tale motivo Trump intende presentarsi come un «uomo di pace» agli occhi di quell’elettorato MAGA che lo aveva sostenuto proprio per terminare le endless wars degli Stati Uniti, e non per iniziarne altre come poi è accaduto con la Repubblica Islamica dell’Iran.

L’annuncio di Trump su Truth

Donald Trump ha annunciato la sua decisione sulla piattaforma social Truth a ridosso dell’inizio di una delle due esercitazioni militari congiunte annuali tra le truppe sudcoreane e quelle Usa. Le esercitazioni, che dureranno 11 giorni, hanno come obiettivo quello di «rafforzare la prontezza militare contro le minacce nordcoreane», secondo quanto riportato dall’Associated Press.

BREAKING: Trump orders Defense Secretary Pete Hegseth to reduce US-South Korea joint military exercises, saying they are 'inappropriate and hostile' to North Korea, adding he has a 'very good relationship with Kim Jong Un'. pic.twitter.com/QBpKuvyGU0

— The Spectator Index (@spectatorindex) August 16, 2026

Trump ha chiarito che era troppo tardi per cancellare l’esercitazione con Seul, ma ha dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth di «ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte!». «Basandomi sul mio ottimo rapporto con Kim Jong Un, della Corea del Nord – ha scritto Trump su Truth – non sono soddisfatto del fatto che gli Stati Uniti abbiano, tempo fa, accettato di partecipare a Esercitazioni Militari Congiunte con la Corea del Sud. Queste esercitazioni non solo sono costose, con gran parte dei costi pagati dagli Stati Uniti d’America (come al solito!), ma inviano un segnale del tutto inappropriato e ostile verso un Paese che, finché Donald J. Trump è stato Presidente, si è dimostrato non minaccioso e rispettoso».

Pertanto, ha aggiunto, «e considerato che è troppo tardi per cancellarle, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, di ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte! Sebbene in qualche modo non collegato (?), ho recentemente chiesto al Presidente della Corea del Sud se avrebbero voluto unirsi a noi nella Denuclearizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran, e hanno risposto: “No grazie!” Grazie per l’attenzione a questa questione. Presidente DONALD J. TRUMP».

La replica di Seul

Dal canto suo, Seul, secondo quanto riportato dalla Bbc, ha affermato che proseguirà le consultazioni diplomatiche in merito alla cooperazione militare con Washington in relazione allo Stretto di Hormuz. Inoltre, discuterà i dettagli sulle esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti.

É chiaro, dunque, che l’annuncio di Trump di ridimensionare le esercitazioni congiunte con Seul appare come un calcolo politico che, da un lato, appare come una ritorsione per il rifiuto sudcoreano di sostenere Washington contro l’Iran e, dall’altra, la necessità di rinvigorire l’immagine di «presidente di pace». Il rischio è quello di minare l’equilibrio dell’alleanza militare tra Washington e uno state «satellite» nella regione come la Corea del Sud, che conta su Washington da oltre 70 anni per garantire la propria sicurezza.

Fonti:

Just the News Staff, “Trump Instructs Secretary of War Hegseth to Scale Back Joint Exercises with South Korea,” Just the News, August 16, 2026, https://justthenews.com/government/security/trump-instructs-secretary-war-hegseth-scale-back-joint-exercises-south-korea.

Brandon Drenon and Jake Kwon, “Trump Says US Scaling Back Joint Military Operations with South Korea,” BBC News, August 16, 2026, https://www.bbc.com/news/articles/cx2lll7zvn0o.


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Il caso Greenstein: così un tweet può costare 14 anni di carcere nel Regno Unito

Nella giornata di domani, nel Regno Unito, riprende il processo nei confronti di Tony Greenstein, nome che forse in Italia dirà poco ai più ma che è al centro di una vicenda giudiziaria che rischia di fare giurisprudenza. Ma chi è Greenstein? Uno scorbutico nonno di 72 anni, socialista ebreo di Brighton, figlio di un rabbino ortodosso, nonché noto attivista contro l’occupazione israeliana dei territori occupati e cofondatore della Palestine Solidarity Campaign. L’accusa è pesantissima: «terrorismo». La pena è altrettanto severa: 14 anni di carcere. Ma cosa ha fatto di tanto grave l’attivista britannico? Rispondendo sui social a un account anonimo che lo accusava, tra le righe, di essere un antisemita, Greenstein affermò provocatoriamente di sostenere Hamas contro l’esercito israeliano.

Il processo all’attivista

Passarono cinque settimane, fino a quando gli agenti della Counter Terrorism Policing perquisirono la sua casa a Brighton, sequestrando computer, hard disk e telefoni. Greenstein fu trattenuto per nove ore e gli furono imposte misure cautelari che gli vietavano di scrivere online sulla guerra a Gaza. Fu successivamente incriminato ai sensi della Section 12(1) del Terrorism Act 2000, che vieta di supportare gruppi dichiarati illegali dal governo del Regno Unito perché «coinvolti in terrorismo» come appunto Hamas. Alla polizia che lo arrestava, Greenstein disse: «Tutto questo è orwelliano».

If you disagree with the UK govt regarding Palestine, you get 14 years, says Tony Greenstein —not for planting a bomb, just for disagreeing https://t.co/Cmy0gprBfa

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) June 25, 2026

Il processo doveva iniziare il 5 gennaio scorso, ma è stato sospeso. La difesa – guidata dall’avvocato Lawrence McNulty – ha fatto ricorso in appello chiedendo di archiviare le accuse. McNulty ha inoltre denunciato un conflitto di interessi ai vertici dell’accusa del governo Starmer. In particolare, la Difesa di Greenstein ha accusato Sarah Sackman (al tempo solicitor general, ovvero principale consulente legale del governo): quest’ultima, infatti, era stata dirigente del Jewish Labour Movement e, prima di entrare in carica, aveva spinto per espellere Greenstein dal Labour. La giudice Plaschkes ha accettato il rinvio. Il processo riparte il domani, martedì, 18 agosto, a Kingston.

Nei guai per un commento sui social

Non è la prima volta che l’attivista pro-pal è finito nei guai per dei commenti online. Nel 2018, infatti, Greenstein fu espulso dal Partito Laburista a seguito di un lungo procedimento disciplinare, perdendo una causa per diffamazione contro la Campaign Against Antisemitism, che lo aveva definito «noto antisemita». La causa dell’espulsione del suo partito – non oggetto di indagine penale – è da ricercarsi per l’appunto in una serie di commenti pubblicati online, tutt’altro che edificanti.

Il punto, però, è un altro. E riguarda il clima di «caccia alla streghe» in cui è piombato il Regno Unito dopo il 7 ottobre 2023, che ha visto – di fatto – un processo di criminalizzazione del dissenso e del sostegno alla causa palestinese. I numeri sono inquietanti, per una democrazia occidentale: secondo quanto riferito dalla campagna Justice for Tony Greenstein, sono più di 2.700 le persone arrestate nel Regno Unito per aver espresso sostegno a Palestine Action dopo la messa al bando di quest’ultima nel 2025. Senza contare che diversi attivisti e giornalisti che si occupano di Israele e Gaza sono stati indagati o si sono visti perquisire le abitazioni , spesso senza alcuna incriminazione o accusa formale. L’obiettivo: intimidre e portare giornalisti e attivisti all’autocensura.

Fonti:

Thomas Karat, “The Two Terrorists: Britain Jails Tweets While the West Crowns al-Qaeda’s Man in Damascus,” Antiwar.com, 14 agosto 2026, https://original.antiwar.com/thomas_karat/2026/08/13/the-two-terrorists-britain-jails-tweets-while-the-west-crowns-al-qaedas-man-in-damascus/.

Jane Prinsley, “‘Notorious antisemite’ Tony Greenstein joins the Green Party,” The Jewish Chronicle, March 27, 2026, https://www.thejc.com/news/politics/notorious-antisemite-tony-greenstein-joins-the-green-party-i5gjdv1x.

Solidarity Is Not a Crime,” Justice for Tony Greenstein, https://justicefortonygreenstein.org/.

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Perché la Cina ha scelto il Marocco come hub nel Mediterraneo

Il Marocco è diventato uno dei principali hub strategici, economici e commerciali della Cina dell’intera Africa. Poco importa che Rabat abbia stretto una solida alleanza con Israele e Stati Uniti, e che forse abbia in qualche modo favorito la crisi dei migranti di Ceuta per danneggiare gli interessi della Spagna, la porta cinese per accedere ai mercati europei. Poco importa, insomma, delle preferenze marocchine in politica estera, perché il pragmatismo adottato da Pechino nelle relazioni internazionali consente al Dragone di coltivare rapporti con tutti in nome del proprio interesse nazionale. Da questo punto di vista il Marocco é un perno ideale per consentire al gigante asiatico sia di penetrare nel continente africano che si implementare la presenza nel Mediterraneo.

Negli ultimi cinque anni i due Paesi hanno stretto accordi per importanti progetti infrastrutturali e siglato diversi patti commerciali. Nel settore manifatturiero, per esempio, decine di aziende cinesi hanno effettuato investimenti multimiliardari per stabilire fabbriche (per componenti di veicoli elettrici, batterie e materiali strategici ) in territorio marocchino. Per quale motivo? Bisogna considerare molteplici fattori che riguardano Rabat: la stabilità politica, accordi di libero scambio con l’Unione europea e gli Stati Uniti, abbondanti riserve di fosfato – cruciali per la produzione di batterie – e una posizione privilegiata, a soli 14 chilometri dall’Europa.

Gli affari della Cina in Marocco

Dal punto di vista di Pechino, ha ricordato il quotidiano spagnolo El Mundo, il Marocco può svolgere un ruolo simile a quello che il Vietnam ha assunto in Asia: essere cioè una piattaforma industriale attraverso la quale rifornire i mercati occidentali di beni cinesi, aggirando alcune delle crescenti barriere commerciali che interessano le esportazioni che provengono direttamente da oltre Muraglia. Attenzione, inoltre, al dossier delle infrastrutture. Le aziende statali cinesi partecipano infatti a progetti ferroviari, energetici e portuali. Un esempio? Il porto di Tanger Med – il più grande del Mediterraneo e uno dei principali centri di traffico container del mondo – si è affermato come un nodo logistico di enorme valore per le catene di approvvigionamento cinesi. Da qui le merci possono essere distribuite rapidamente in Europa e in Africa occidentale, rafforzando il ruolo del Marocco come piattaforma logistica con portata continentale.

E consentendo alla Cina di realizzare profitti considerevoli. Nel frattempo Yu Jinsong, ambasciatore cinese a Rabat, ha dichiarato che le relazioni bilaterali stanno attraversando un momento favorevole e che nei prossimi cinque anni ci sarà una stretta collaborazione sino-marocchina incentrata sulla costruzione di un quadro economico comune. Questo sforzo dovrebbe concentrarsi sull’eliminazione delle tariffe, sul trasferimento di tecnologia dalla Cina e sulla firma di accordi per l’energia sostenibile. Il rafforzamento delle relazioni bilaterali è decollato con la visita del re Mohamed VI a Pechino nel maggio 2016, dove sono stati firmati accordi che stabiliscono il partenariato strategico tra Cina e Marocco. Da allora, il commercio tra i due Paesi è cresciuto in modo significativo, guidato da collaborazioni su progetti per lo sviluppo del Global South e della Belt and Road Initiative.

Il Dragone a Rabat

La Cina è attualmente il terzo maggiore partner commerciale internazionale del Marocco e il secondo per investimenti nel settore dell’energia sostenibile nel Paese. Nel 2025, il commercio bilaterale tra i due Paesi ha raggiunto i 10,96 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 9,04 miliardi del 2024. Nello stesso anno, le esportazioni cinesi verso il Marocco hanno raggiunto i 9,88 miliardi di dollari, mentre le importazioni dal Marocco si sono attestate a 1,08 miliardi. Si prevede che gli investimenti cinesi nel Paese supereranno i 10 miliardi di dollari nel prossimo futuro. Le relazioni economiche tra i due Paesi si concentrano principalmente su due ambiti: il trasferimento di tecnologia e gli investimenti nell’idrogeno verde e nelle energie rinnovabili. Il Marocco esporta soprattutto materie prime, tra cui semiconduttori e derivati del fosfato, mentre la Cina fornisce componenti per veicoli elettrici, prodotti di telefonia e altri beni a maggior valore aggiunto.

Nel settore energetico, la Cina mira a inserirsi nel processo di transizione del Marocco, contribuendo al raggiungimento dell’obiettivo nazionale di coprire il 52% del consumo energetico da fonti rinnovabili entro il 2030. In questo contesto, il Marocco rappresenta un partner strategico anche per la sua straordinaria disponibilità di risorse naturali: il Paese possiede infatti quasi il 70% delle riserve mondiali di fosfato, una materia prima fondamentale per l’agricoltura. La rilevanza di questa risorsa è ulteriormente accresciuta dall’importanza della sicurezza alimentare a livello globale, in particolare per la Cina, il secondo Paese più popoloso al mondo, con circa 1,4 miliardi di abitanti. Un esempio concreto della crescente cooperazione industriale è rappresentato da BTR New Material Group, produttore cinese di materiali per batterie al litio, che sta realizzando nel Paese progetti dedicati alla produzione di materiali per catodi e anodi e che dovrebbe creare oltre 1.100 posti di lavoro qualificati. Il Marocco, principale esportatore mondiale di fosfato e dotato di significative risorse di cobalto e litio, sta così sfruttando la propria base mineraria per sviluppare una nuova filiera industriale nel settore energetico, capace di collegare le risorse marocchine, la capacità di lavorazione cinese e i mercati europei.

Negli ultimi due anni, ha sottolineato il New York Times, gli investimenti a Rabat e dintorni da parte di produttori cinesi di energia, veicoli elettrici e batterie sono aumentati in maniera vertiginosa, sfiorando quasi i 10 miliardi di dollari. Ci sono decine di aziende d’oltre Muraglia che stanno aprendo, o hanno già aperto, sedi in loco, a conferma della crescente importanza che Pechino assegna al Marocco.

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L’Iran presenta il conto della guerra: un drone Reaper su quattro perso, arsenali Usa al collasso

La crisi iraniana sta costando moltissimo agli Stati Uniti, molto più di quanto Donald Trump potesse immaginare prima del conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio e oggi giunto in una fase «stagnante»: secondo le stime ufficiali del Pentagono, il costo diretto del conflitto tra Stati Uniti e Iran ammonta a circa 37,5 miliardi di dollari. Altre fonti indipendenti, invece, stimano che l’onere economico complessivo – comprensivo delle spese militari attive e dell’impennata dei prezzi del carburante per i consumatori – superi i 113 miliardi di dollari.

Secondo tre funzionari americani menzionati dal Washington Post, l’esercito Usa avrebbe inoltre perso almeno 45 droni MQ-9 Reaper dall’inizio delle ostilità, circa un quarto dell’intera flotta americana. Un vero e proprio salasso, tenendo conto che il costo unitario è compreso tra i 30 e i 50 milioni di dollari a seconda della configurazione di sensori e armamenti.

Droni lenti, bersagli facili

Il drone Reaper, impiegato dagli Stati Uniti in Iran per missioni di sorveglianza e attacchi “mirati“, ha operato perlopiù nell’area dello Stretto di Hormuz, la rotta marittima strategica diventata uno dei principali elementi di tensione tra Teheran e Washington. Per via della sua natura di velivolo lento e capace di volare a bassa quota, il Repeaer è diventato un facile bersaglio per le difese iraniane e per le milizie proxy sciite presenti in Yemen e Iraq.

Un quarto funzionario menzionato dal Post ha precisato che non tutti gli apparecchi abbattuti sono stati colpiti direttamente dagli iraniani: in molti casi i droni sarebbero precipitati per via di un’interruzione delle comunicazioni con gli operatori a terra.

Non solo droni: si svuotano anche i depositi di missili

Non solo droni. La lista dei sistemi d’arma logorati dall’impegno bellico statunitense riguarda tutto l’arsenale: solamente nel primo mese della guerra contro Teheran, le forze Usa hanno lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk e più di mille missili da difesa Patriot e THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), il che ha evidentemente eroso, in maniera pesante, le scorte dei missili a lungo raggio e dei sistemi antiaerei più richiesti.

Carenze che hanno, di conseguenza, condizionato pesantemente le opzioni sul tavolo del presidente Donald Trump: come riportato dalla nostra testata il 3 agosto scorso, infatti, Trump ha dovuto sospendere gli attacchi pianificati contro l’Iran, dopo che i vertici del Pentagono lo hanno avvertito che una nuova escalation avrebbe potuto prosciugare in modo pericoloso le già ridotte scorte di missili intercettori Patriot necessari a difendere le basi americane in Medio Oriente.

E il Pentagono? Naturalmente ha sempre respinto le notizie relative all’esaurimento delle scorte belliche. Allo stesso tempo, però, Washington ha fornito un indizio non da poco, quando l’amministrazione Usa ha richiesto al Congresso decine di miliardi di dollari per coprire i costi della guerra contro Teheran e riempire gli arsenali. Un rapporto pubblicato in questi giorni dal think tank conservatore American Enterprise Institute ha peraltro gettato pesanti ombre sulla capacità industriale americana di tenere il passo con i ritmi della guerra contro l’Iran. Lo studio ha individuato «dipendenze critiche» nei piani del Pentagono, a cominciare dalla necessità di un’espansione significativa della capacità produttiva dell’industria della difesa, nonostante i (troppi?) milioni spesi.

Fonti:

Tara Copp e Noah Robertson, “U.S. Military Has Lost Roughly 25% of Its Reaper Drones as Iran War Depletes Arsenal,” Washington Post, 13 agosto 2026, https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/13/us-military-has-lost-roughly-25-its-reaper-drones-iran-war-depletes-arsenal/.

“Iran War Cost Tracker — Final Total: $113.3 Billion,” Iran Cost Ticker, consultato il 14 agosto 2026, https://iran-cost-ticker.com/.


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La Ue tratta in segreto con Israele lo scambio di dati sensibili: “Rischi per i palestinesi”

Altro che sanzioni economiche contro Israele. Bruxelles non pensa minimamente a sanzionare Tel Aviv per il genocidio a Gaza. Anzi. Secondo un’inchiesta di Statewatch, Ong indipendente britannica che monitora i diritti civili in Europa, ripresa dal sito olandese The Rights Forum, la Commissione europea sta portando avanti negoziati segreti con Israele per concedere alla polizia israeliana l’accesso ai dati dell’agenzia di polizia europea Europol. Accordo che secondo gli esperti di diritti umani metterebbe a rischio la vita dei palestinesi e potrebbe violare il diritto internazionale.

Dati sensibili e biometrici in cambio di cooperazione

Secondo la bozza dell’intesa siglata nel 2022, lo scambio prevederebbe di una vasta gamma di dati personali: nomi, numeri di identificazione, localizzazioni, informazioni genetiche e biometriche, e molto altro, tra cui dettagli sulle opinioni politiche personali, sulla salute delle persone, sulle relazioni e persino sull’orientamento sessuale. Secondo Eitan Diamond, giurista menzionato da Novara Media, «i dati trasferiti potrebbero essere usati come intelligence per supportare decisioni mirate ad attaccare e uccidere palestinesi».

Peraltro, già nel 2022 il Servizio giuridico del Consiglio dell’Unione Europea aveva bocciato la bozza, definendola «giuridicamente insostenibile» e rilevando che alcune sue disposizioni erano in «contrasto con il diritto europeo e internazionale». Il motivo? Sebbene fosse stata inserita una clausola che vietava l’uso dei dati relativi ai territori occupati da Israele (come le Alture del Golan e la Cisgiordania), le due eccezioni inserite nella bozza – per «pericolo imminente di vita» e per «prevenzione o perseguimento di reati» – erano considerate troppo vaghe, tali da rendere di fatto inapplicabile il divieto. In buona sostanza, secondo i giuristi il timore è che, con questo accordo, si sarebbe di fatto legittimato l’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan.

Incontri segreti a Bruxelles

E oggi, con un genocidio in corso a Gaza e con la violenza dei coloni che aumenta, le obiezioni sollevate allora appaiono oggi ancora più gravi. Nonostante ciò, la Commissione ha proseguito i negoziati con Tel Aviv in gran segreto. Documenti ottenuti da Statewatch rivelano che tra il gennaio 2023 e il gennaio 2026 si sono tenuti almeno sette incontri tra funzionari della Commissione e diplomatici israeliani.

Nel frattempo, 29 europarlamentari hanno presentato interrogazioni per chiedere chiarimenti sullo status dei negoziati con Tel Aviv. Mounir Satouri, uno dei firmatari, ha parlato di un «doppio scandalo»: «La Commissione – ha affermato – ha negoziato un accordo di cooperazione di polizia con Israele mentre numerosi esperti e un rapporto del suo stesso Servizio europeo per l’azione esterna documentavano gravi violazioni del diritto internazionale umanitario a Gaza. E lo ha fatto nella massima segretezza, sottraendosi al controllo del Parlamento. I negoziati devono essere sospesi immediatamente». Il tutto accade nel silenzio tombale della grande stampa europea: chissà cosa sarebbe accaduto se Bruxelles avesse negoziato segretamente con Mosca?

Fonti:

“Europese politiedienst Europol wil data delen met Israël,” The Rights Forum, 14 agosto 2026, https://rightsforum.org/europese-politiedienst-europol-wil-data-delen-met-israel/.

Giacomo Zandonini, “Exclusive: EU Commission still seeking controversial police agreement with Israel, despite warnings,” Statewatch, July 30, 2026, https://statewatch.org/news/2026/july/exclusive-eu-commission-still-seeking-controversial-police-agreement-with-israel-despite-warnings/.

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L’era dei droni cambia anche l’armata russa: il generale Lyamin all’incrocio tra esercito e industria

La decisione di Vladimir Putin di affidare al generale Denis Lyamin il comando delle nuove Forze russe per i sistemi senza pilota non rappresenta un semplice avvicendamento ai vertici militari. Segnala piuttosto la definitiva trasformazione della guerra in Ucraina in un laboratorio permanente della guerra tecnologica, nel quale la quantità, la velocità di produzione e la capacità di adattamento contano ormai quanto i carri armati, l’artiglieria e l’aviazione tradizionale.

Mosca prende atto che i velivoli senza pilota non sono più strumenti ausiliari, ma costituiscono un’arma autonoma, dotata di proprie catene di comando, strutture logistiche, centri di addestramento e apparati industriali. La scelta di Lyamin, proveniente dalle forze terrestri e già capo di stato maggiore del raggruppamento Centro, conferma inoltre che il nuovo comando dovrà essere strettamente integrato con le operazioni sul fronte del Donbass.

Il riferimento di Putin alla conquista dell’intera regione di Donetsk chiarisce la priorità operativa. I velivoli senza pilota dovranno sostenere l’avanzata russa individuando le posizioni ucraine, correggendo il tiro dell’artiglieria, colpendo veicoli e depositi e interrompendo le linee di rifornimento. La Russia intende trasformare una moltitudine di iniziative spesso nate dal basso in una forza centralizzata, capace di coordinare ricognizione, attacco, guerra elettronica e produzione industriale.

Una guerra combattuta sopra e dietro il fronte

Il campo di battaglia ucraino ha cancellato la distinzione tradizionale tra prima linea e retrovia. Velivoli economici possono distruggere mezzi dal valore di milioni, mentre apparecchi a lungo raggio raggiungono raffinerie, depositi, industrie militari e nodi ferroviari a centinaia di chilometri dal fronte. Anche Kiev ha creato un comando dedicato agli attacchi in profondità. Le due parti stanno dunque costruendo strutture quasi speculari. La guerra non è più soltanto una contesa territoriale: è una competizione tra sistemi industriali, reti informative e capacità di sostituire rapidamente uomini e materiali.

Sul piano militare, la centralizzazione russa può migliorare l’impiego coordinato dei mezzi senza pilota, ma presenta anche rischi. Una struttura più rigida potrebbe rallentare l’innovazione nata dalle unità operative, spesso capaci di modificare rapidamente apparecchi, frequenze e tecniche di attacco. Mosca dovrà conciliare il controllo dello Stato maggiore con la creatività dei reparti e dei produttori privati.

L’industria militare diventa un fronte interno

Gli attentati contro dirigenti e progettisti del settore mostrano che la guerra tecnologica si combatte anche lontano dalle trincee. L’esplosione dell’automobile di Vladimir Tkachuk, responsabile dell’azienda Uraldronzavod, e il ferimento del progettista Andrei Cherezov indicano la vulnerabilità dell’apparato produttivo russo.

Colpire un progettista o un imprenditore può avere effetti superiori alla distruzione di un singolo stabilimento. Significa eliminare competenze, interrompere reti di finanziamento, rallentare forniture e diffondere insicurezza tra tecnici e dirigenti. L’obiettivo strategico di simili operazioni, indipendentemente da chi ne sia responsabile, è trasferire il costo della guerra dalla periferia ucraina al cuore economico e industriale della Russia.

L’attentato nel centro di Mosca aggiunge un elemento ancora più destabilizzante. Sebbene non vi siano prove pubbliche sul mandante, l’episodio alimenta nella società russa la percezione che il conflitto possa penetrare nella vita quotidiana delle grandi città. Per il Cremlino diventa quindi necessario proteggere non soltanto generali e funzionari, ma anche scienziati, produttori, finanziatori e propagandisti collegati allo sforzo bellico.

Il costo economico della supremazia tecnologica

La creazione di una forza autonoma richiederà investimenti considerevoli. Serviranno stabilimenti, componenti elettronici, sistemi di comunicazione, motori, ottiche, apparati di disturbo e grandi quantità di personale specializzato. La Russia dispone di un’ampia base industriale, ma resta esposta alle restrizioni sulle tecnologie avanzate e alla dipendenza da componenti provenienti dall’Asia.

La guerra dei velivoli senza pilota favorisce tuttavia Mosca sotto un altro profilo: consente di compensare almeno parzialmente le perdite umane e di mezzi corazzati mediante strumenti relativamente economici. Il problema non è più soltanto costruire l’apparecchio, ma garantirne l’impiego in massa, la resistenza alle contromisure elettroniche e la sostituzione continua. Si consolida così un’economia di guerra fondata sulla produzione seriale e sul consumo accelerato. I sistemi vengono modificati nel giro di settimane, talvolta di giorni. Il vantaggio appartiene a chi riesce a raccogliere più rapidamente le informazioni dal fronte e a trasferirle alle fabbriche.

Una svolta destinata a superare il conflitto ucraino

La nuova forza russa non nasce soltanto per l’Ucraina. Mosca sta costruendo uno strumento destinato a entrare stabilmente nella propria dottrina militare. L’esperienza maturata potrà essere impiegata lungo i confini della NATO, nel Caucaso, in Asia centrale e nelle aree in cui la Russia mantiene basi o interessi strategici. La nomina di Lyamin indica quindi una trasformazione più profonda: il conflitto ucraino sta producendo una nuova organizzazione delle forze armate russe. I velivoli senza pilota diventano il punto di incontro tra industria, informazione, logistica e combattimento.

La Russia cerca di trasformare l’esperienza accumulata in superiorità strutturale. L’Ucraina, sostenuta dalle tecnologie occidentali, tenta di impedirlo colpendo anche la profondità economica e industriale dell’avversario. La guerra entra così in una fase nella quale non sarà sufficiente occupare terreno: vincerà chi saprà produrre, innovare, proteggere i propri tecnici e disorganizzare più velocemente il sistema nemico.

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Cuba, 7mila container bloccati: l’assedio di Trump colpisce acqua e medicine

Cuba Trump

Il vero obiettivo delle sanzioni economiche, soprattutto in un contesto di «massima pressione» come quello imposto dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba, è quello di stremare la popolazione fino a provocare il collasso del regime. Sanzioni che colpiscono direttamente la popolazione, dunque, e spesso in maniera brutale. Secondo quanto reso noto nei giorni scorsi dal governo di Miguel Díaz-Canel, più di 7mila container carichi di generi alimentari, risorse energetiche, materiale idrico e farmaci sono rimasti fermi in diversi porti dell’area caraibica a causa delle sanzioni statunitensi nei confronti dell’isola (LEGGI IL NOSTRO REPORTAGE).

A riportare questi numeri drammatici per Cuba è il vice primo ministro e ministro del Commercio estero e degli Investimenti stranieri, Oscar Pérez-Oliva Fraga, il quale è intervenuto dinanzi all’Assemblea nazionale del Potere popolare. Le merci bloccate, ha affermato il ministro, sono state acquistate in maniera legale da Cuba nel rispetto delle norme del commercio internazionale: non si tratta dunque di forniture irregolari, ma di scambi commerciali legittimi paralizzati per l’appunto dalle sanzioni di Washington.

“Assedio energetico contro Cuba”

Secondo quanto affermato da Pérez-Oliva, si tratta di un verto e proprio «assedio energetico» ai danni dell’Isola e di una «punizione collettiva» contro la popolazione. Lo stesso Pérez-Oliva ha dichiarato che dall’inizio dell’anno le misure di pressione da parte dell’amministrazione Trump si sono intensificate notevolmente e hanno colpito settori sensibili, che toccano da vicino la vita quotidiana dei cubani.

The Trump regime has blocked 7,000 containers from reaching Cuba. More than 7,000 containers carrying food, energy, hydraulic resources, and medicines remain held at various Caribbean ports because of the U.S. blockade on the islandhttps://t.co/0hj1ZGaD3Q pic.twitter.com/WKtQp17RSM

— tim anderson (@timand2037) August 13, 2026

Le sanzioni dell’amministrazione Usa colpiscono direttamente l’approvvigionamento idrico di Cuba: tra i container fermi ai porti vi sono quelli contenenti materiali destinati al programma nazionale per l’acqua potabile, settore già in grave crisi da tempo. Più di tre milioni di cubani, secondo i dati citati dal governo, si svegliano ogni giorno con difficoltà di accesso a questa risorsa primaria.

Grave la situazione anche sul fronte sanitario. Nei giorni scorsi, l’azienda statale Medicuba ha denunciato il blocco di due container di farmaci antiepilettici nel porto di Cartagena de Indias, in Colombia. A bloccarne la consegna sarebbe stata la compagnia di navigazione tedesca Hapag-Lloyd, che ha giustificato la scelta sottolineando la necessità di rispettare le sanzioni statunitensi. Precedentemente era stata la francese CMA CGM a bloccare decine di container diretti a Cuba, tra cui uno contenente materiale medico-sanitario.

Le “motivazioni” di Rubio

Per il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani, la lotta contro il governo dell’isola è una questione esistenziale. Lo si intuisce dalla retorica incendiaria con cui descrive il regime cubano: «Il regime comunista cubano – ha dichiarato giorni fa – è uno Stato sponsor del terrorismo che spia l’America, arma violenti radicali di sinistra, diffonde una velenosa ideologia marxista e funge da base operativa per Russia, Cina e Iran, a soli 90 miglia dalle nostre coste».

Hegseth claims that Cuba has been threatening the US for a long time, as Washington continues to build the case for war. Expect deafening silence from the European leaders, despite their endless rhetoric about "values." pic.twitter.com/K18Kjh9l8D

— Glenn Diesen (@Glenn_Diesen) August 14, 2026

«Come ha affermato il presidente Trump – ha aggiunto – gli Stati Uniti non tollereranno uno stato canaglia che ospiti operazioni militari, di intelligence e terroristiche ostili alle nostre porte». Peccato che ciò che afferma Rubio per supportare politicamente la strategia di «massima pressione» contro il regime cubano non sia vero. Come riportato sulla nostra testata, infatti, il 29 gennaio scorso, il tycoon ha firmato un ordine esecutivo che minacciava dazi doganali su qualsiasi Paese avesse rifornito di carburante Cuba. Il documento dichiarava che Cuba rappresenta una «emergenza nazionale» e una «minaccia insolita e straordinaria» per gli Stati Uniti, accusando l’isola di ospitare «la più grande struttura di intelligence segnaletica russa all’estero», che cerca di rubare informazioni sensibili sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Peccato che la base russa, nota come Lourdes – di cui ha parlato anche il New York Times – semplicemente non esista. Come ha documentato in esclusiva la testata Drop Site News, in collaborazione con Belly of the Beast, l’area indicata dal Times come sede della base spia russa – Lourdes, alla periferia dell’Avana – è oggi l’Università di Scienze Informatiche (UCI) di Cuba. La squadra di Belly of the Beast ha trascorso due giorni interi a percorrere il campus, parlare con studenti, docenti e personale, senza trovare alcuna traccia di una base russa attiva o delle attrezzature citate dal Times o dall’amministrazione Trump.

È chiaro, dunque, che si tratta di un espediente per giustificare una mossa politica e una strategia più ampia, quella della mai sopita Dottrina Monroe che presuppone l’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale e dunque anche su Cuba. Quella che un tempo poteva apparire come una «strategia difensiva» contro le ingerenze degli europei oggi è una strategia aggressiva e imperialista vecchio stampo basata sull’hard power e sulle sanzioni economiche.

Fonti:

“U.S. Blockade Leaves 7,000+ Cuba-Bound Containers Stranded in Caribbean Ports,” Cuba Solidarity Campaign, accessed August 14, 2026, https://cuba-solidarity.org.uk/news/article/4731/us-blockade-leaves-7000-cuba-bound-containers-stranded-in-caribbean-ports.

Al Jazeera Staff and Reuters, “US Diplomat Rubio Targets Cuban Military Officials, Companies in Sanctions,” Al Jazeera, August 6, 2026, https://www.aljazeera.com/news/2026/8/6/us-diplomat-rubio-targets-cuban-military-officials-companies-in-sanctions.

“‘To play God’: Cuba’s healthcare system collapses under US pressure,” Al Jazeera, July 30, 2026, https://www.aljazeera.com/news/longform/2026/7/30/to-play-god-cubas-healthcare-system-collapses-under-us-pressure



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