“Due popoli due stati? Formula vuota, senza futuro. E i partiti anti-Netanyahu non sono all’altezza”, intervista a Della Seta
Roberto Della Seta ha applicato, con passione civile e coraggio intellettuale, uno dei motti più riusciti di Legambiente, di cui è stato presidente: “Pensare globalmente, agire localmente”. Una visione che ha attraversato il suo impegno politico e parlamentare e la sua attività di giornalista e scrittore. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa (Mimesis, 2025). Della Seta è anche una delle coscienze critiche dell’ebraismo italiano.
“Basta tifoserie: si può essere contro Hamas e contro i crimini di Netanyahu”. È l’appello lanciato in una intervista a L’Unità da Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele. Lei come risponde?
Concordo totalmente: si può, si deve essere contemporaneamente contro i crimini di Netanyahu e contro i crimini di Hamas. Ha ragione, Fiano, anche nel denunciare il clima da stadio che avvelena sempre più spesso il dibattito pubblico e che nel caso di Israele e Palestina non impazza soltanto sui social ma contagia anche commentatori autorevoli o sedicenti tali. Cito due esempi tra loro opposti: la “messa all’indice” di Erri De Luca e di Moni Ovadia da parte di quelle che Fiano chiama opposte tifoserie. Non condivido quasi nulla di quello che ha detto De Luca su Israele e Gaza, ma considerare le sue parole come sostegno o peggio “complicità” verso Netanyahu – così le hanno bollate in tanti nel mondo filopalestinese -, è ridicolo. Non sono d’accordo nemmeno con alcune opinioni di Moni Ovadia liquidatorie di tutta la storia del sionismo, ma vedere Ovadia come una specie di ebreo “odiatore di se stesso”, un antisemita suo malgrado – così lo descrivono in molti tra i filoisraeliani “doc” – è grottesco. Con Erri De Luca e con Moni Ovadia è del tutto legittimo polemizzare, ma rispettandone la storia e il prestigio intellettuale e soprattutto rifuggendo da qualunque tentazione di ostracismo giacobino. Ecco, io credo che una buona regola per dibattere di Israele e Palestina da “non-tifosi” sia mettere qualche paletto di verità: dichiararsi antisionisti e giudicare Israele come uno Stato ormai dominato da un’ideologia ultranazionalista, non significa essere antisemiti; invece, è antisemitismo in purezza collegare la condanna di Israele, anche la più radicale, con farneticazioni su “complotti ebraici” e sulle “lobby ebraiche” alla conquista del mondo. Purtroppo, entrambi questi criteri sono violati di continuo. Violati da chi ha proposto, votato e sostiene il disegno di legge in discussione alla Camera che definisce come antisemitismo, per esempio, anche il fatto di paragonare le azioni di Israele a quelle dei nazisti. Paragone che si ritrova esplicitato da noti antisemiti quali Albert Einstein e Hannah Arendt in una lettera pubblica che pubblicarono sul New York Times all’indomani della nascita di Israele in cui bollavano come fasciste i blitz delle bande paramilitari guidate da Menachem Begin, futuro primo ministro e padre politico di Netanyahu, per cacciare migliaia i palestinesi dai loro villaggi ormai “israelianizzati”. E violati, questi criteri, da chi per motivare la solidarietà con i palestinesi fa riemergere dalla fogna della storia europea rappresentazioni degli ebrei come una rete transnazionale di criminali.
Nell’intervista, Fiano rilancia come prospettiva su cui concentrare l’iniziativa di chi non è “tifoso” ma partecipe di un tragico conflitto senza fine, quella di due popoli, due Stati. Ma c’è ancora spazio per dare corpo a questa idea?
Credo che Fiano abbia bene presente la mappa attuale degli insediamenti di coloni ebrei in Cisgiordania, insediamenti – va ricordato – avvenuti anche quando governava la sinistra: come immagina questi “due Stati”? Mi viene in mente il regime razzista sudafricano, che aveva creato una decina di “bantustan”, piccole isole “nere” formalmente indipendenti ma in realtà micro-Stati vassalli del Sudafrica. Oggi “due popoli due Stati” è una formula vuota, senza futuro. Personalmente non mi piace nemmeno come idea: la penso come quella piccola minoranza di sionisti del Novecento – da Martin Buber a Judah Magnes – che sostenevano la prospettiva di un unico Stato binazionale. Non amo il concetto di “Stato etnico”, che sia degli ebrei come dei musulmani. Detto ciò capisco bene che la possibilità di vedere nascere “dal fiume al mare”, dal Giordano al Mediterraneo, uno Stato dove vivano insieme e con pari diritti ebrei israeliani e palestinesi, non è per oggi né per domani. Ma non ho dubbi che a questo si arriverà alla fine del tunnel, ancora lontana.
Dopo i video inneggianti al trattamento brutale riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’Europa e l’Italia hanno scoperto la “mela marcia” che si annida nel governo Netanyahu: Itamar Ben-Gvir. Ma regge questa identificazione o c’è molto altro?
Ben-Gvir è un criminale politico, ma è solo la punta vistosa di un iceberg incomparabilmente più grande. La mela marcia è tutto il governo Netanyahu, la mela marcia è la maggioranza che lo sostiene, la mela marcia è chi tuttora tra gli israeliani si riconosce in questa destra nazionalista e razzista, la mela marcia è l’esercito che ha condotto lo sterminio di civili a Gaza, la mela marcia sono le forze di sicurezza israeliane che tollerano e spesso spalleggiano le aggressioni sistematiche dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Ben-Gvir nella mela marcia – chiedo scusa per la metafora brutale – è solo il verme più repellente.
Quanto alla “Global Flotilla”: è desolante la debolezza con cui governi europei a cominciare dal nostro hanno reagito all’atto di pirateria internazionale compiuto da Israele in acque internazionali contro loro cittadini che partecipavano a una missione umanitaria rigorosamente disarmata. È desolante, ed è una specie di manifesto del “doppio standard” che adotta l’Europa in tema di difesa della legalità internazionale e dei diritti umani: intransigente (giustamente) con il criminale Putin, più che conciliante con il criminale Netanyahu.
“Io, sionista di fronte alla catastrofe spirituale dell’ebraismo”. Così questo giornale ha titolato una impegnata intervista di Gad Lerner. Cosa è per lei il sionismo?
Condivido ogni virgola di Gad, anche se la mia storia è diversa dalla sua. Sono ebreo per metà, quella paterna, e mio padre Piero che era un dirigente del Partito comunista, fu negli anni ’60 uno dei primi ebrei italiani a schierarsi pubblicamente contro Israele. Mio padre si dichiarava orgogliosamente antisionista, io su questo la penso diversamente. Da storico, credo che il sionismo vada visto nella sua grande pluralità di ispirazioni: erano sionisti Buber, Magnes, Arendt, che sognavano uno Stato arabo-ebraico in Palestina, ed era sionista Vladimir Zabotinskij, nazionalista e ammiratore di Mussolini. Il sionismo è nato, come pensiero e movimento, per liberare gli ebrei d’Europa da secoli di persecuzioni, ha ricevuto una legittimazione formidabile dalla Shoah. Certo è nato con un’impronta eurocentrica, non si è mai troppo curato del “fatto” che in Palestina vivevano comunità arabe che inevitabilmente hanno vissuto l’emigrazione ebraica come colonialismo. Dalla nascita dello Stato d’Israele, il sionismo ha visto prevalere sempre più decisamente la sua radice peggiore, nazionalista e colonialista: non si può ridurre la sua degenerazione a Netanyahu, Netanyahu e la sua destra suprematista sono il sintomo e non la causa della malattia d’Israele. Poi guardo al sionismo non solo da storico: mia sorella ha sposato un ebreo israeliano che ha origini familiari polacco-ucraine. Ha idee molto di sinistra sul mondo, odia Netanyahu, ma non può dimenticare che se lui è venuto al mondo è perché suo padre negli anni ’30 del secolo scorso fuggì dall’Europa seguendo l’ideale sionista. Impossibile pretendere da mio cognato che si senta antisionista, quanto a me tendo a considerarmi asionista.
Anna Foa ha scritto un bellissimo libro dal titolo Il suicidio d’Israele. Questo suicidio si è già compiuto o c’è ancora qualche speranza?
Il suicidio di Israele come Stato ebraico credo sia compiuto, suicidio etico e reputazionale. Le prossime elezioni diranno del suo suicidio politico, in fase avanzata. Ovviamente mi auguro che Netanyahu perda le elezioni, e so benissimo che un governo guidato dalle attuali opposizioni rappresenterebbe un grande paso avanti. Ma sono sincero: credo i partiti anti-Netanyahu non siano all’altezza della sfida per dare un futuro di sicurezza e di prosperità a chi vive in Palestina. Dico a chi vive in Palestina, intendo prima di tutto ai palestinesi ma intendo anche ai milioni di ebrei israeliani. Faccio un esempio: giorni fa il leader dei Democratici, partito erede dei laburisti, Yair Golan, ha detto che per uno Stato palestinese “non è ancora il momento”. Credo che tutta la politica israeliana, anche la sua parte migliore, non abbia coscienza dell’abisso in cui è sprofondata nel mondo l’immagine d’Israele. E poi bisogna avere il coraggio di riconoscerlo: l’odierno Israele non è una democrazia, non lo è almeno da sessant’anni, da quando occupa illegalmente territori in cui vivono milioni di persone che non possono scegliere con il voto chi ne decide la vita e il futuro.
Il suicidio di cui sopra può riguardare anche la diaspora?
La diaspora, in particolare quella europea, dal 1948 si è identificata in Israele come “stato-guida” e oggi fatica a metterne in discussione l’agire. Eppure, lo stesso sionismo che proponeva la nascita di uno Stato ebraico in Palestina è nato in polemica con l’aspirazione di tanti ebrei europei a integrarsi nei contesti nazionali di cui bene o male erano parte da secoli. Poi tra ebraismo diasporico e Israele c’è un’altra grande differenza: il primo è costitutivamente cosmopolita, abituato a ibridarsi con altri da sé, portatore di un’idea plurale dell’identità, mentre in Israele si è progressivamente affermata un’idea esclusiva dell’identità ebraica.