Trump says he’ll soon declare Strait of Hormuz to be US territory




© Zain Jaafar/Agence France-Presse — Getty Images



© The New York Times

© Amir Hamja for The New York Times

© Doug Mills/The New York Times

© Kerry Tasker/Reuters; Philip Cheung for The New York Times




© Angela Weiss/Agence France-Presse — Getty Images

© Zain Jaafar/Agence France-Presse — Getty Images



© Ritzau Scanpix/Sipa USA, via Associated Press

© Ritzau Scanpix/Sipa USA, via Associated Press

© Jeenah Moon/Reuters

© Henry Romero/Reuters

© Andrew Leyden for The New York Times

© Henry Romero/Reuters

© John Mcdonnell/Associated Press

© Pool photo by Barry Williams

© Henry Nicholls/Agence France-Presse — Getty Images

© Henry Nicholls/Agence France-Presse — Getty Images



© Zack Wittman for The New York Times

© Rachel Wisniewski for The New York Times

© Kylie Cooper/Reuters

© Tomas Munita for The New York Times

© George Frey/Getty Images

© Fabrice Coffrini/Agence France-Presse — Getty Images

© Lexi Parra/The New York Times

© The Yomiuri Shimbun, via Associated Press

© Michela Buttignol



© Tomas Munita for The New York Times

© Manuel Ausloos/Reuters

© Manuel Ausloos/Reuters

© Bryan Anselm for The New York Times


© Kirsty Wigglesworth/Associated Press

© Sean Rayford for The New York Times

© Gianluigi Guercia/Agence France-Presse — Getty Images

© Carabinieri Art Recovery Squad, via Associated Press

© Carabinieri Art Recovery Squad, via Associated Press

© Carabinieri, via Reuters

© Fabrice Coffrini/Agence France-Presse — Getty Images

© Agence France-Presse, via São Paulo’s Police Press Office

© Mark Landler/The New York Times







Non posso vivere senza il bondage e il mio ragazzoo non è nemmeno disposto a discutere di una relazione aperta. C’è una soluzione? Leggi

© Illustration by Javier Palma; Photographs via Getty Images (darts)




© Nathan Howard/Reuters



© Kirsty Wigglesworth/Associated Press

© Kirsty Wigglesworth/Associated Press

© Victor J. Blue for The New York Times









© São Paulo Police Press Office, via Agence France-Presse — Getty Images
La trattativa ha ottenuto un successo inaspettato e si è concentrata sulla riforma della corte suprema necessaria per garantire elezioni valide e credibili Leggi

© Illustration by Javier Palma; Photographs via Getty Images (darts)


© Allison Robbert for The New York Times



© Associated Press





© Vadim Ghirda/Associated Press

© K.C. Alfred/The San Diego Union-Tribune, via Associated Press


Il politico britannico di estrema destra ha superato il test delle elezioni suppletive nel suo collegio elettorale, Clacton-On-Sea. Un risultato scontato, perché i principali partiti del paese hanno boicottato il voto Leggi


© Andrew Caballero-Reynolds/Agence France-Presse — Getty Images

© Christophe Archambault/Agence France-Presse — Getty Images

© Alex Kent/The New York Times

© Ethan Swope/Associated Press

© Miroslav Lelas/Agence France-Presse — Getty Images

© Naila Ruechel for The New York Times



Il 18 agosto inizierà in California il più grande processo federale mai celebrato negli Stati Uniti contro Meta per gli effetti di Facebook e Instagram sui minori. Ventinove Stati americani accusano la società di avere progettato piattaforme capaci di creare dipendenza, di averne nascosto i rischi e di avere raccolto illegalmente i dati dei bambini sotto i 13 anni. La selezione della giuria è già cominciata a Oakland; davanti al tribunale verranno esaminate le accuse presentate da California, Colorado, Kentucky e New Jersey in base alle rispettive leggi sulla tutela dei consumatori, insieme alle contestazioni sulla privacy dei minori avanzate complessivamente dai ventinove Stati.
Secondo le procure, Meta avrebbe progettato Facebook e Instagram per trattenere bambini e adolescenti davanti allo schermo il più a lungo possibile, utilizzando sistemi di raccomandazione, notifiche continue, riproduzione automatica dei video e scorrimento infinito; meccanismi sviluppati per alimentare un coinvolgimento continuo e trasformare l’attenzione dei più giovani in profitto. Gli Stati sostengono inoltre che il colosso di Zuckerberg conoscesse i rischi legati all’utilizzo compulsivo delle piattaforme e abbia presentato al pubblico una versione ingannevole della loro sicurezza. Un’altra parte del procedimento riguarda la raccolta dei dati dei bambini sotto i 13 anni senza un consenso dei genitori ritenuto valido, in violazione della legge federale americana sulla privacy dei minori, la COPPA. Meta respinge le accuse e afferma di avere introdotto strumenti, controlli parentali e protezioni specifiche per gli utenti più giovani. Secondo l’azienda, la salute mentale degli adolescenti dipende da numerosi fattori e non può essere ricondotta a una singola applicazione.
Anche la cifra in gioco ha dimensioni eccezionali, Meta sostiene che il metodo proposto dai quattro Stati per calcolare le sanzioni civili e la restituzione dei profitti potrebbe portare a una richiesta complessiva di 1.400 miliardi di dollari, una somma vicina al valore dell’intera società. La cifra è contestata dall’azienda e potrà essere determinata dal tribunale soltanto in caso di condanna.
Il processo contro Meta rappresenta il fronte più avanzato di una battaglia giudiziaria che coinvolge l’intera industria dei social network. Negli Stati Uniti sono state presentate oltre 3.000 cause contro Meta, Google, TikTok e Snap da parte di giovani, famiglie e distretti scolastici. Le accuse seguono lo stesso principio, le aziende avrebbero progettato deliberatamente i propri prodotti per creare un utilizzo compulsivo, soprattutto tra bambini e adolescenti. I ricorrenti collegano queste caratteristiche alla crescita di ansia, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo e difficoltà scolastiche tra gli utenti più giovani.
Nei giorni scorsi la Corte d’appello federale del Nono Circuito ha respinto il tentativo delle società di bloccare preventivamente le cause attraverso la Sezione 230 del Communications Decency Act, la norma che protegge le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. Secondo la Corte, quella protezione può essere utilizzata come difesa durante i processi, ma non garantisce alle aziende un’immunità capace di fermarli prima ancora che inizino. I tribunali potranno quindi valutare se le piattaforme debbano rispondere del modo in cui sono stati progettati i loro prodotti, indipendentemente dai singoli contenuti caricati dagli utenti. Il processo arriva dopo due importanti sconfitte giudiziarie per le piattaforme. A Los Angeles una giuria ha riconosciuto Meta e Google responsabili per avere progettato prodotti capaci di creare dipendenza e per avere contribuito ai problemi di salute mentale di una giovane donna. Il risarcimento complessivo è stato fissato in 6 milioni di dollari, con 4,2 milioni a carico di Meta e 1,8 milioni a carico di Google. Entrambe le aziende hanno presentato ricorso. In New Mexico una giuria ha imposto a Meta 375 milioni di dollari di sanzioni. Successivamente un giudice ha ordinato alla società di destinare altri 567 milioni a un fondo per affrontare i danni provocati ai giovani, portando il valore complessivo delle misure economiche a 942 milioni di dollari. La sentenza prevede anche verifiche più efficaci dell’età, limiti all’utilizzo delle piattaforme da parte dei minori, la disattivazione delle notifiche durante la notte e l’orario scolastico e maggiori protezioni nelle interazioni con i chatbot. Meta ha annunciato ricorso.
Il tempo che trascorriamo sui social ha un prezzo, ogni minuto produce dati, pubblicità e denaro, e quando quel tempo appartiene a un bambino, il prezzo diventa inevitabilmente sociale. Più scorriamo, più contenuti vediamo; più contenuti vediamo, più pubblicità può essere venduta. Per un adulto questo meccanismo è già potente, ma per un adolescente, il cui cervello sta ancora costruendo il rapporto con l’approvazione sociale, il corpo e l’autostima, diventa una macchina ancora più efficace.
Lo ripetiamo da anni, i dati che affidiamo ogni giorno a queste aziende sono nostri e il valore che producono deve tornarci sotto forma di reddito.
L'articolo Dipendenza da social: 29 Stati e oltre 3.000 cause contro i giganti della tecnologia proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

© Christophe Archambault/Agence France-Presse — Getty Images

© Christophe Archambault/Agence France-Presse — Getty Images


© Illustration by The New York Times; photograph by Gordon Welters for The New York Times

© Mark Landler/The New York Times

© Mark Landler/The New York Times

© Vadim Ghirda/Associated Press

© Vadim Ghirda/Associated Press














© Miroslav Lelas/Agence France-Presse — Getty Images





© Toby Shepheard/Reuters

© Toby Shepheard/Reuters

© Toby Shepheard/Reuters



Se i palestinesi non ricevono le cure né i farmaci di cui hanno bisogno per sopravvivere, è per una politica deliberata di Tel Aviv. Eppure la maggior parte degli israeliani rimane indifferente Leggi

© Agence France-Presse — Getty Images



Mentre tagli i fondi alle agenzie umanitarie, il presidente degli Stati Uniti usa i soldi dei contribuenti per sostenere i centri studi europei che vogliono diffondere il trumpismo a livello globale Leggi





© K.C. Alfred/The San Diego Union-Tribune, via Associated Press

© Enric Fontcuberta/EPA, via Shutterstock


© Todd Heisler/The New York Times

© Alexandros Avramidis/Reuters



© Associated Press

© Jefferson Siegel for The New York Times







© Tomas Munita for The New York Times

© Vincent Thian/Associated Press





Mosca intensifica la pressione su Varsavia attraverso disinformazione, sabotaggi e attacchi ibridi. Le minacce del Cremlino alimentano i timori di un’escalation. Da dove potrebbe colpire via terra la Federazione. L'Aquila Bianca può diventare il principale banco di prova della credibilità dell'Alleanza.
Google introduce in Italia le "Fonti preferite". Aggiungi Limes alle testate che segui per trovare più facilmente analisi, mappe e approfondimenti geopolitici nei tuoi risultati di ricerca. Scopri anche come seguire Limes su Google Discover per ricevere i nostri contenuti consigliati nel tuo feed.

© Carlos Jasso/Agence France-Presse — Getty Images
Tra i democratici continua la crescita dei candidati progressisti, con qualche eccezione. Mentre il sostegno di Donald Trump è ancora importante per i candidati repubblicani Leggi


© Esther Horvath for The New York Times


Un ragazzo o una ragazza e un’adulta rispondono alla stessa domanda. Due generazioni, due punti di vista su scuola, amicizie, famiglia, social network e tutto quello che succede mentre si cresce. Leggi
Viviamo in un’epoca che enfatizza l’importanza di definire gli orientamenti sessuali, ma questo non porta sempre libertà e chiarezza Leggi


© Danilo Arnone/Reuters
Il fotoreporter Alessio Mamo racconta la cittadina siciliana colpita dalla frana nel gennaio del 2026 e la vita della sua comunità, resa più unita dalla tragedia. Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno del Ragusa foto festival Leggi

© Kirsty Wigglesworth/Associated Press





Gli Stati Uniti puntano a schiacciare l’isola, ormai quasi Stato fallito. Washington cerca una transizione alla venezuelana, ma controspionaggio locale, carenza di leader disposti a scendere a patti e difficoltà di catturare Raúl Castro complicano la situazione. Dalla continuità castrista all'intervento militare, tre possibili esiti per il futuro.
Lo status del capoluogo giuliano è un problema storico irrisolto. I documenti riservati della diplomazia americana e il ruolo cruciale dell’occupazione militare britannica. Come le grandi potenze possono sfruttare un regime giuridico ibrido risalente alla guerra fredda. Il disordine mondiale e il disimpegno americano aprono scenari inediti.









© Joe Giddens/Press Association, via Associated Press

© Amir Hamja/The New York Times




© Reuters

© Joe Giddens/Press Association, via Associated Press

© Toby Melville/Reuters



Tokyo, Taipei e Seul importano forza lavoro senza voler essere terra d’immigrazione. E il clima politico, soprattutto nel caso del Giappone, peggiora
L'articolo Asia orientale: stranieri sempre più necessari, ma indesiderati proviene da China Files.


© SSPL/Getty Images


L’idea che un clima più caldo possa renderci più violenti non è nuova. Il legame tra mercurio e omicidio è familiare della narrativa pulp e dei classici. “Con queste giornate calde il sangue pazzo ribolle”, dice Benvolio prima del duello tra Capuleti e Montecchi per le strade della soffocante Verona di Shakespeare.
Gli studiosi litigano sull’argomento dal 19° secolo, ma l’accelerazione del cambiamento climatico promette di accendere il dibattito. Se crediamo, come disse il filosofo francese Montesquieu, che il calore eccessivo toglie vigore al corpo e offusca la mente, un numero crescente di sociologi, psicologi e criminologi avverte che il clima estremo è miccia per crimini violenti e comportamenti delinquenti.
L’ex governatore delle carceri scozzesi David Wilson una volta ha fatto pressioni per far installare l’aria condizionata in alcune delle prigioni più violente del paese scommettendo che le temperature più fredde portassero a raffreddare gli animi. Wilson, un criminologo, ha osservato che agosto è il mese più violento, citando studi che indicano un aumento del 10% degli omicidi nei morti dell’estate scozzese.
Oggi esiste una ricerca considerevole che indica che alcuni shock e stress legati al clima possono innescare crimini sia violenti che non violenti. Le prove disponibili suggeriscono che il l’aumento della temperatura e l’intensificarsi dell’inquinamento possono provocare un aumento sostanziale della criminalità, a partire dalle aree più densamente abitate e vulnerabili.
Con oltre due terzi della popolazione mondiale che si prevede vivrà nelle città entro il 2030, la connessione clima-crimine non può essere ignorata. Le emissioni di gas serra e il riscaldamento stanno già intensificando le isole di calore, contribuendo alla scarsità d’acqua, all’innalzamento del livello del mare, all’aumento dei rischi legati alle inondazioni e al peggioramento della qualità dell’aria, soprattutto nelle grandi città in rapida crescita in Asia, Africa e nelle Americhe. La posta in gioco è più alta nei quartieri e nelle famiglie più vulnerabili, già gravati da profonde disuguaglianze e svantaggi.
Fino a poco tempo, la maggior parte delle città degli Stati Uniti celebrava uno storico declino di tre decenni negli omicidi. Poi le estati hanno iniziato a scaldarsi, così come il tasso di violenza criminale. Circa il doppio delle persone sono state uccise nelle città del nord come Chicago, Milwaukee e Detroit durante i periodi più caldi rispetto ai mesi più freddi, come riportato sul New York Times, nel 2018. (Il crimine violento è aumentato anche durante l’estate nelle città del sud, anche se in modo meno drammatico.)
La pericolosa relazione tra il riscaldamento e la criminalità non è stata solo evidente negli Stati Uniti. In uno studio globale su 57 città tra il 1995 e il 2012, Dennis Mares e Kenneth Moffett hanno associato un aumento di un grado Celsius delle temperature globali con un aumento del 6% della prevalenza della violenza omicida.
Parte della spiegazione è intuitiva. L’aumento delle temperature generalmente manda più persone nelle strade. Certo, non è esattamente il passaggio diretto da un’ondata di caldo a un’ondata di crimine. Le giornate molto calde, ad esempio, potrebbero avere l’effetto opposto: tenere le persone in casa o nello stupore della stanchezza di Montesquieu.
Teorie più recenti sulle relazioni tra clima e criminalità provengono dalle scienze comportamentali e dalla neurologia. Attingendo alla ricerca sperimentale, l’affermazione centrale è che anche sottili alterazioni del tempo o esposizione a sostanze inquinanti possono influenzare il giudizio e il controllo individuali. Quando le persone sono esposte a cambiamenti nel loro ambiente – diciamo, aumento del calore o esposizione a specifici inquinanti – il loro comportamento può cambiare, spesso in peggio.
Nonostante tutte le perturbazioni, tuttavia, le autorità sono state lente nel rispondere alla sfida del crimine climatico. Potremmo non avere più quel lusso. Poiché il clima estremo diventa la nuova normalità, i responsabili delle città dovrebbero mappare le zone più vulnerabili e prestare maggiore attenzione alle comunità più povere, minoritarie ed emarginate che stanno affrontando i rischi e le conseguenze più gravi.
Sanzioni più severe, possono esacerbare disuguaglianze ed insicurezze e scatenare risposte repressive con conseguenze dannose per i gruppi più poveri ed emarginati.
Ci sono molteplici vantaggi negli investimenti basati sulla natura per una vita urbana più sostenibile. La riduzione delle isole di calore, l’innalzamento dei tetti verdi, l’espansione dei parchi e della copertura arborea, mentre il ridimensionamento della pavimentazione e del cemento sono tutte iniziative che possono portare dividendi nella riduzione della criminalità abbassando le temperature e abbattendo le emissioni dei numerosi gas (CO2, NO2 e PM2,5) del cielo sporco della città.
Allo stesso modo, ridurre l’inquinamento atmosferico è particolarmente efficace in termini di costi non solo per migliorare la salute della popolazione, ma anche per prevenire la criminalità. Anche l’inasprimento delle politiche ambientali possono rendere le nostre città più pulite e più sicure.
Le città più grandi e il clima molto più caldo fanno parte di un mondo che cambia, ma anche un invito all’azione. Lavorando ora per mitigare gli effetti peggiori delle condizioni meteorologiche estreme e rimediando alle ingiustizie ambientali nelle nostre città, le amministrazioni possono aiutare non solo a evitare che una crisi climatica diventi un’emergenza, ma anche a risparmiare vite e mezzi di sussistenza.
Mac Margolis è un consulente dell’Istituto Igarape e un corrispondente e scrittore di lunga data con sede a Rio de Janeiro. Robert Muggah è co-fondatore dell’Istituto Igarape e direttore del SecDev Group.
L'articolo Un mondo più caldo sarà un mondo più violento proviene da Il Blog di Beppe Grillo.
Circa un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato ogni anno.
Una montagna di alimenti che richiede acqua, energia e terreni per essere prodotta e finisce spesso sepolta nelle discariche. Negli Stati Uniti questa sorte riguarda il 40% degli sprechi alimentari, con un impatto stimato in 30 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Per fare un esempio, sono più delle emissioni prodotte dall’intera Cuba nel 2024, pari a 24,4 milioni di tonnellate.
Recuperare quel cibo e trasformarlo in compost sembrerebbe la soluzione più logica. Ora, un nuovo studio dell’Università del Vermont, pubblicato su Nature Food, ha però scoperto un effetto rimasto finora ai margini delle politiche ambientali, insieme agli scarti organici recuperiamo anche la plastica delle confezioni. I ricercatori hanno confrontato diversi sistemi di gestione dei rifiuti alimentari misurandone l’impatto sul clima, sulle acque e sui terreni. Deviare gli scarti dalle discariche e destinarli al compostaggio o alla digestione anaerobica permetterebbe di ridurre l’impatto climatico tra l’89% e il 99%. Diminuirebbe anche l’eutrofizzazione, il fenomeno provocato dall’accumulo di nutrienti nei corsi d’acqua e dalla conseguente proliferazione delle alghe.
Una grande quantità di cibo viene buttata ancora confezionata, alcuni impianti utilizzano macchine chiamate “disimballatrici”, che separano gli alimenti dagli involucri, gli scarti organici vengono trasformati in compost o biogas, mentre le confezioni finiscono in discarica. La separazione, però, lascia passare piccoli frammenti. Secondo lo studio, anche con macchinari efficienti al 99%, il recupero degli scarti alimentari potrebbe aumentare di dieci volte la presenza di microplastiche nel suolo. Nei terreni agricoli statunitensi potrebbero così essere disperse fino a 20.000 tonnellate di plastica all’anno.
“Ogni volta che si recuperano i rifiuti alimentari, esiste un rischio di inquinamento da microplastiche”, spiega Kate Porterfield, principale autrice dello studio. “Le persone possono sbagliare, le macchine possono sbagliare e oggi quasi tutto il nostro cibo è confezionato nella plastica”.
Finora nessuna ricerca aveva calcolato su scala nazionale l’“impronta di inquinamento da plastica” prodotta dai diversi sistemi di gestione degli scarti alimentari. Le politiche si sono concentrate soprattutto sulle emissioni evitate, lasciando in secondo piano ciò che rimane nel compost e viene successivamente sparso nei campi.
Lo stato del Vermont rappresenta uno dei casi più avanzati. Dal 2020 una legge impone alle famiglie e alle attività di separare gli scarti alimentari, che sono stati esclusi dai cassonetti destinati alla discarica. Secondo gli autori dello studio, estendere misure simili richiede che il problema della plastica venga affrontato fin dalla progettazione dei sistemi di raccolta e trattamento. La questione resta complessa, gli imballaggi possono prolungare la durata dei prodotti freschi e ridurne il deterioramento, soprattutto nelle piccole aziende agricole. “È proprio qui che nasce la tensione”, osserva Phil Holtam, cofondatore dell’impresa sociale Sussex Surplus. “Vogliamo ridurre lo spreco alimentare, ma vogliamo anche evitare l’uso superfluo della plastica”.
Una parte dello spreco nasce ancora prima del supermercato. Frutta e verdura deformi, irregolari o semplicemente lontane dall’estetica richiesta vengono escluse dagli scaffali. Lo chef e attivista Max La Manna riassume al The Guardian il meccanismo con una frase: “Stiamo permettendo che la perfezione diventi nemica del bene”.
Nelle scuole e nelle grandi istituzioni, inoltre, le regole sulla sicurezza alimentare favoriscono spesso l’impiego di prodotti confezionati singolarmente. Una precauzione comprensibile che moltiplica gli involucri e rende più difficile ottenere un compost pulito. Porterfield propone sistemi di raccolta semplici, capaci di rendere la separazione dei materiali quasi automatica. Serve anche superare il cosiddetto “riciclo per speranza”, l’abitudine di inserire nella raccolta differenziata oggetti dubbi confidando che qualche impianto riesca comunque a recuperarli.
Il compost dovrebbe restituire fertilità alla terra, se insieme alla materia organica spargiamo 20.000 tonnellate di microplastiche, abbiamo soltanto trasferito il problema dal cassonetto ai nostri campi.
L'articolo La plastica che seminiamo nei campi proviene da Il Blog di Beppe Grillo.





© Gavriil Grigorov/Sputnik

© Lexi Parra/The New York Times

© Borja Suarez/Reuters


© Lexi Parra/The New York Times

© SSPL/Getty Images

© Tobias Schwarz/Agence France-Presse — Getty Images

© Amelia Nierenberg/The New York Times

© Cydni Elledge for The New York Times


© Gemma Miralda/Associated Press

© Finbarr O'Reilly for The New York Times

© Delil Souleiman/Agence France-Presse — Getty Images

© Vincent Jannink/Agence France-Presse — Getty Images


© Juan Barreto/Agence France-Presse — Getty Images

© Amelia Nierenberg/The New York Times

© Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images

© Guglielmo Mangiapane/Reuters


© Jamie Kelter Davis for The New York Times

© Chris Donovan for The New York Times




© Cesar Manso/Agence France-Presse — Getty Images

© Cesar Manso/Agence France-Presse — Getty Images

© Kirsty Wigglesworth/Associated Press




© Vladimir Lavrov/Reuters


© Henry Nicholls/Agence France-Presse — Getty Images


© Vincent Tullo for The New York Times


© Nanna Heitmann for The New York Times


© Amelia Nierenberg/The New York Times

© Finbarr O'Reilly for The New York Times

© Sergey Ponomarev for The New York Times

© Jaime Molina for The New York Times




© Dimitar Dilkoff/Agence France-Presse — Getty Images

Abbiamo vinto, il Novecento lo abbiamo vinto noi. Democrazia liberale, capitalismo, diritti individuali, scienza e tecnologia hanno tirato fuori un mix imperfetto, pieno di contraddizioni, a tratti doloroso, ma capace di fare una cosa mai successa prima nella storia dell’umanità su questa scala, ovvero quella di far crescere insieme libertà, ricchezza, salute e aspettativa di vita.
E allora perché abbiamo tutti la sensazione che qualcosa si sia inceppato?
Il punto è semplice, abbiamo costruito un mondo che corre a mille all’ora e istituzioni che arrancano con le scarpe di piombo. L’intelligenza artificiale impara, le aziende imparano, i mercati imparano, persino un algoritmo sbaglia, si corregge e riprova. La democrazia invece no, la democrazia approva una legge, tira su un ministero, assume migliaia di persone e va avanti dritta per anni sulla stessa strada anche quando è ovvio che quella strada non porta da nessuna parte.
E allora bisogna partire da qui, ci serve una democrazia che sappia imparare, perché per troppo tempo abbiamo mischiato due cose completamente diverse: decidere chi ha il diritto di governare e capire come si governa davvero.
Se scegliessimo l’amministratore delegato di una grande azienda con lo stesso metodo con cui scegliamo chi governa un Paese, la metà dei consigli di amministrazione chiuderebbe in pochi mesi. Provate a immaginare un candidato che si presenta e dice: non ho mai gestito niente di complicato, non conosco il settore, non ho competenze tecniche, ma ho uno slogan fortissimo e milioni di follower. In politica potrebbe vincere le elezioni, in un’azienda non gli daremmo nemmeno le chiavi del bagno.
Per gestire un’impresa cerchiamo competenza, esperienza, capacità di costruire una squadra. Fissiamo poi obiettivi, misuriamo i risultati e, se il management fallisce e continua a fallire, lo cacciamo. Per gestire uno Stato invece abbiamo inventato un sistema dove conta molto di più saper raccogliere consenso che saper far funzionare le cose.
Il problema non è il voto, sia chiaro, il voto resta il cuore della legittimità democratica perché risponde alla domanda giusta: chi ha diritto di esercitare il potere? Ma questa domanda non coincide con un’altra altrettanto importante: chi ha davvero le capacità per esercitarlo bene?
Una democrazia moderna dovrebbe tenere queste due cose ben separate. I cittadini scelgono gli obiettivi, decidono a chi affidare il mandato e possono spedire a casa chi fallisce. Ma l’esecuzione deve diventare molto più competente, sperimentale e misurabile. Serve più democrazia nel decidere dove andare e molta più capacità nel capire come arrivarci. Questo vuol dire anche riprendersi una parola che in politica suona quasi come una bestemmia, fallimento. Se una politica pubblica non funziona bisogna poterlo dire chiaro e tondo, senza trasformare tutto in una guerra di identità, senza difenderla solo perché l’ha proposta il “nostro” partito, e senza tenerla in piedi solo perché nel frattempo ci si è costruito sopra un carrozzone che campa di quella.
Una politica pubblica non deve essere una religione, deve essere un esperimento.
Il capitalismo ha una qualità straordinaria che dimentichiamo sempre, può sbagliare. Ogni giorno qualcuno apre un’impresa, inventa un prodotto, prova un modo diverso di organizzarsi. Tanti falliscono, qualcuno trova la strada giusta, e quello che funziona si porta dietro capitali, persone, imitatori. Il sistema cambia attraverso un ciclo continuo: si prova, si seleziona, si replica quello che funziona. La natura fa lo stesso, e oggi abbiamo tirato su qualcosa di ancora più interessante: sistemi di intelligenza artificiale che, in certi ambiti, provano soluzioni, controllano i risultati, si correggono e riprovano; sappiamo costruire sistemi che cercano la soluzione di un problema senza doverla già sapere in anticipo.
C’è una lezione enorme anche per la politica, quando un problema è abbastanza complesso, non vince chi crede di avere già la risposta in tasca, vince chi impara più in fretta. Le nostre istituzioni fanno spesso l’esatto contrario: scriviamo una legge, la sbattiamo addosso a milioni di persone tutte insieme, ci costruiamo sopra un apparato per amministrarla, e quando scopriamo che funziona male, cosa facciamo? Aggiungiamo un tavolo, una commissione, un osservatorio, magari un decreto correttivo, e alla fine il sistema protegge se stesso più di quanto protegga l’obiettivo per cui era nato.
Bisogna ribaltare tutto, una democrazia evolutiva dovrebbe lasciare che città, regioni, territori provino soluzioni diverse allo stesso problema. Una città prova A, un’altra prova B, una regione prova C. E poi si guardano i risultati, si confrontano costi ed effetti, si capisce cosa ha funzionato e perché, e si copia quello che va bene. Se una soluzione fa cilecca, la si molla. Il fallimento non è il nemico, il vero fallimento è continuare a ripetere qualcosa che sappiamo già che non funziona.
La democrazia del futuro sarà quella che capisce più in fretta quando ha torto e impara a correggersi, invece di pretendere di avere sempre ragione.
Per secoli abbiamo avuto paura dello Stato, e spesso a ragione. Uno Stato che sa tutto della vita dei cittadini può diventare un incubo, per questo ci siamo inventati costituzioni, diritti, garanzie, norme sulla privacy. Poi è arrivato Internet e abbiamo consegnato di nostra spontanea volontà a delle società private una montagna di informazioni che nemmeno il governo più invadente del passato avrebbe mai potuto sognarsi. Sanno dove siamo, cosa compriamo, cosa cerchiamo, cosa guardiamo, con chi parliamo, quali argomenti ci fanno fermare lo scroll. Da questi dati tirano fuori le nostre preferenze, i nostri comportamenti, e provano a indovinare cosa faremo domani.
Abbiamo passato decenni a impedire allo Stato di sapere troppo di noi, e poi abbiamo regalato le chiavi della nostra vita digitale cliccando su un pulsante che dice “Accetto i termini e le condizioni” (probabilmente il contratto più importante che firmiamo senza averlo mai letto).
La sovranità del ventunesimo secolo sarà quindi anche sovranità sull’informazione, ma deve partire dalla persona, prima di tutto. I nostri dati sono un pezzo della nostra identità e devono restare sotto il nostro controllo; la tutela della privacy deve farci sapere come vengono usati i nostri dati, chi li tiene, per quale scopo, e deve darci un modo vero per limitarne l’uso. La risposta però non può essere trasferire tutto questo potere dalle aziende allo Stato, sarebbe come spegnere un incendio con un altro incendio. Il problema è la concentrazione eccessiva di potere, punto, sia esso pubblico o privato. La privacy del futuro dovrà stabilire chi può sapere una certa cosa, per quale motivo, per quanto tempo, sotto quale controllo. E deve valere allo stesso modo per una piattaforma digitale, per un ministero, per un algoritmo commerciale, per un sistema di sicurezza.
Se una grande piattaforma sa più cose sui cittadini, ha più capacità di calcolo e strumenti predittivi migliori delle istituzioni democratiche, allora abbiamo anche un problema politico, non solo tecnico. Il potere non appartiene più soltanto a chi comanda eserciti e territori, appartiene sempre di più a chi ha i dati e sa leggerli. Ecco perché le grandi piattaforme devono avere dei paletti, mentre lo Stato deve tornare a costruirsi una capacità tecnologica vera, per proteggere i cittadini e restare autonomo davanti a chi ha infrastrutture, algoritmi e informazioni migliori delle sue.
Per certe cose lo Stato è troppo grande, per altre è troppo piccolo; sembra una contraddizione, ma è semplicemente il mondo in cui viviamo.
Pensate alle città: mobilità, rifiuti, urbanistica, trasporti, servizi pubblici, sicurezza urbana, macchina amministrativa; sono problemi che cambiano tantissimo da territorio a territorio. Perché Milano dovrebbe avere esattamente gli stessi strumenti di un paesino di montagna? Milano è una metropoli internazionale e dovrebbe poter sperimentare come tale, con più autonomia e una regola semplicissima, puoi provare cose nuove, ma devi dimostrare che funzionano. Una città che riduce il traffico deve diventare un modello da studiare. Se un’altra dimezza i tempi della burocrazia, dobbiamo capire come ha fatto. Se una terza prova e fallisce, va bene lo stesso, quel fallimento ci lascia comunque qualcosa da imparare. Le città europee non si giocano più la partita solo tra loro. Milano deve guardare anche a Singapore, Dubai, Hong Kong, perché le grandi città sono ormai ecosistemi economici globali. Nello stesso tempo esistono problemi per cui anche uno Stato come l’Italia è troppo piccolo. Semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud, spazio, energia, difesa, cybersicurezza chiedono capitali, infrastrutture e mercati di taglia continentale. E qui serve l’Europa, punto.
Dobbiamo però smettere di confondere regolamento e sovranità; possiamo scrivere il regolamento più elegante del mondo sull’intelligenza artificiale, ma se chip, modelli, piattaforme e capacità di calcolo arrivano quasi tutti da fuori, siamo solo bravi arbitri di un gioco che gli altri hanno inventato.
La sovranità vuol dire anche produrre, possedere tecnologia, avere energia e capitale, attirare ricercatori, far crescere imprese vere. Il principio è apparentemente assurdo ma semplicissimo: piccoli per sperimentare, grandi per competere. Decentralizzare dove serve velocità, arrivare a dimensione continentale dove serve massa critica.
La concorrenza è uno degli strumenti più potenti che ci siamo inventati, insieme alla cooperazione. Tira fuori imprese migliori, abbassa i costi, spinge a innovare, elimina un sacco di sprechi, ma è uno strumento, non una religione da venerare.
Se cinquanta aziende europee si fanno la guerra dentro un mercato tutto frammentato, mentre dall’altra parte del mondo un’unica azienda ha le risorse per buttare decine di miliardi in ricerca e infrastrutture, il risultato è concorrenza interna perfetta, irrilevanza globale totale.
Il rischio europeo è esattamente questo: un sacco di campioni di provincia e pochissimi campioni mondiali. Ciò non vuol dire costruire monopoli protetti o buttare soldi pubblici su aziende che non ce la fanno, vuol dire capire su che scala si gioca davvero la partita. Se la partita è globale, qualcuno dei nostri deve poter arrivare a dimensione globale. La concorrenza deve restare feroce nella fase della scoperta, quando servono tanti esperimenti, tante imprese, tante tecnologie, e anche tanti fallimenti. Ma quando salta fuori una soluzione davvero forte, dobbiamo saperle dare capitale, mercato, dimensione; bisogna far crescere i vincitori abbastanza da poter competere con i vincitori degli altri continenti, invece di usare le risorse per tenere in vita chi non ce la fa.
L’Europa deve finalmente imparare a far lavorare insieme mercato e politica industriale.
C’è una questione che rende tutto questo ancora più urgente: il pianeta su cui questa economia deve continuare a girare sta cambiando.
Il riscaldamento globale ormai è cronaca. Il 2024 è stato il primo anno solare in cui la temperatura media globale ha superato di circa 1,5 °C il livello preindustriale, e nel frattempo temperature estreme, incendi, siccità, alluvioni stanno già producendo danni economici e sociali concreti. Ma il clima è solo un pezzo di un’emergenza planetaria più grande. Perdita di biodiversità, inquinamento, degrado del suolo, pressione sempre più forte sulle risorse naturali stanno mettendo sotto stress i sistemi da cui dipendono cibo, acqua, salute, stabilità economica. La questione ambientale riguarda quindi direttamente il funzionamento delle nostre società e delle nostre economie.
Anche qui serve una democrazia capace di evolversi. Le città possono sperimentare nuovi modelli di mobilità, gestione dell’acqua, efficienza energetica, mentre la trasformazione dell’energia, delle reti, dell’industria ha bisogno di una dimensione europea.
La transizione ecologica può diventare una gigantesca politica industriale, capace di tagliare l’uso dei combustibili fossili e l’inquinamento, proteggere e ripristinare gli ecosistemi e, allo stesso tempo, migliorare la qualità della vita.
Il clima è forse la prova più definitiva della nostra capacità di evolvere, dobbiamo dimostrare che una politica pensata per il presente sa governare anche il futuro.
Un’impresa innovativa ha bisogno di capitale, ricercatori, infrastrutture, ma soprattutto ha bisogno di qualcuno disposto a comprare quello che produce, e uno dei più grandi acquirenti dell’economia è proprio lo Stato. Perché allora continuiamo a pensare alla politica industriale quasi solo attraverso incentivi, crediti d’imposta, finanziamenti a pioggia? Lo Stato può fare una cosa molto più potente: individuare un problema e comprare la soluzione migliore.
Cybersicurezza, droni, intelligenza artificiale, robotica, energia, spazio, biotecnologie, difesa: possono funzionare tutti così. Un burocrate non deve decidere in anticipo quale impresa vincerà, perché sarebbe probabilmente il modo migliore per scegliere quella sbagliata. Lo Stato deve definire il problema, lasciare che più imprese propongano soluzioni, confrontare i risultati e comprare quello che funziona davvero. Lo stesso principio vale anche per i problemi civili: traffico, sanità, energia, inquinamento, pubblica amministrazione, sicurezza informatica. Lo Stato può diventare uno dei più grandi laboratori tecnologici del continente senza per questo trasformarsi nell’imprenditore che decide dall’alto chi deve vincere. Deve solo imparare a comprare meglio.
Stiamo entrando in un’altra trasformazione gigantesca, tutta insieme: cosa succede se riusciamo a produrre sempre di più usando sempre meno lavoro umano?
Per due secoli abbiamo costruito buona parte del nostro sistema economico su un meccanismo abbastanza semplice: uno lavora, prende uno stipendio, e con quello stipendio compra beni e servizi. Il lavoro non produce solo ricchezza: è anche uno dei principali strumenti con cui quella ricchezza viene distribuita.
L’intelligenza artificiale e la robotica potrebbero far saltare questo equilibrio. Non sappiamo con quale velocità, quali mestieri verranno stravolti, quanti ne nasceranno di nuovi. La storia delle rivoluzioni tecnologiche precedenti dovrebbe renderci prudenti davanti alle profezie sulla fine del lavoro. Ma stavolta le macchine non stanno imparando solo a sollevare pesi o montare automobili. Stanno imparando a leggere, scrivere, tradurre, programmare, analizzare immagini, progettare, fare una fetta crescente di quello che chiamiamo “lavoro intellettuale”.
Dobbiamo prepararci anche a uno scenario in cui l’economia produca molta più ricchezza con molto meno lavoro umano. Sarebbe una vittoria tecnologica pazzesca, ma potrebbe diventare un problema sociale enorme se continuassimo a distribuire quasi tutto il reddito attraverso l’occupazione. Rischiamo di finire nel paradosso più assurdo di tutti, macchine capaci di produrre abbondanza e persone senza il reddito per potersela permettere. La domanda sull’automazione non può fermarsi a “quanti posti di lavoro perderemo”; dobbiamo chiederci come distribuiremo la ricchezza quando produzione e occupazione smetteranno, un pezzo alla volta, di coincidere.
Ed è qui che bisogna parlare dei giovani, perché sono loro a vivere per primi la contraddizione di tutto questo sistema. Per decenni il patto era chiaro: studi, entri nel mondo del lavoro, il tuo reddito cresce piano piano, lasci casa dei genitori, ti costruisci la tua indipendenza. Oggi questo percorso è diventato molto più difficile. In Italia i salari reali sono fermi da decenni e si è allargato il fenomeno del lavoro povero. Avere un lavoro non vuol più dire per forza riuscire a viverci. Salari bassi, precarietà, affitti sempre più cari rendono difficile conquistarsi l’autonomia, mettere su famiglia, o solo pianificare il futuro.
È un problema economico e, insieme, un problema democratico. Una società in cui le decisioni le prendono soprattutto generazioni che hanno già accumulato patrimonio, mentre il conto lo pagano generazioni che ne hanno molto meno, rischia di rompere il patto tra generazioni. Casa, istruzione, pensioni, lavoro e clima sono anche una questione di rapporto tra chi c’era prima e chi viene dopo. E poi ci stupiamo se tanti giovani sentono la politica come qualcosa che parla una lingua estranea alla loro vita. Se hai venticinque anni, vuoi sapere se riuscirai a pagare un affitto, se il tuo lavoro varrà ancora qualcosa tra dieci anni, se potrai avere figli, e su quale pianeta vivrai a cinquant’anni.
Una democrazia evolutiva deve tornare a rappresentare il futuro. I giovani sono le persone che vivranno più a lungo con le conseguenze delle decisioni che prendiamo oggi, molto più di una categoria sociale da rincorrere con qualche bonus.
Se il futuro viene deciso soprattutto dai vecchi, ai giovani resta soltanto il conto da pagare.
Il welfare del Novecento partiva da un’idea abbastanza chiara: perdi il lavoro, la società ti sostiene nella transizione, poi trovi un altro lavoro. Ma cosa succede se interi settori vengono automatizzati e certi mestieri spariscono più in fretta di quanto il sistema riesca a inventarne di nuovi? A quel punto bisogna ripensare il contratto sociale da zero, non limitarsi ad aggiornare un sussidio.
Le strade sono tante: imposta negativa sul reddito, reddito minimo, reddito universale, dividendo sociale, fondi collettivi che partecipano ai rendimenti del capitale, oppure servizi universali più ampi. Probabilmente la soluzione sarà un mix di strumenti, e coerentemente con l’idea di democrazia evolutiva dovremmo sperimentarli, confrontarli, correggerli, invece di trasformare ogni singola proposta in una guerra di religione.
Un principio però dovrebbe essere fuori discussione. Se l’automazione permette alla società di aumentare enormemente la propria produttività, una parte di quel guadagno deve tornare alla società.
Il reddito universale andrebbe pensato come qualcosa di molto più ambizioso di un assegno per chi resta senza lavoro: un dividendo della produttività tecnologica. E soprattutto potrebbe farci scoprire che la vera ricchezza dell’automazione non è soltanto il denaro, è il tempo. Per secoli abbiamo usato la tecnologia per produrre di più. La prossima rivoluzione potrebbe permetterci di usare la tecnologia per vivere di più e vivere meglio. Un reddito più stabile significa anche meno stress, più sicurezza, migliori condizioni di salute e, nel lungo periodo, una società che pesa meno sui costi sanitari e sociali. Più tempo per crescere i figli, occuparsi degli anziani, studiare, creare, partecipare alla vita della propria comunità, costruire relazioni, fare sport, viaggiare, o semplicemente stare con chi amiamo. Più tempo in cui il valore di una persona non sia misurato solo dalle ore che riesce a vendere sul mercato del lavoro.
E allora dovremmo cominciare a chiederci anche quanto lavoro umano ci servirà davvero. Se una macchina può svolgere un’attività meglio, più velocemente e in maggiore sicurezza, inventare un’occupazione inutile pur di continuare ad affidarla a una persona sarebbe come inventare la lavatrice e poi creare un ministero per distribuire di nuovo i panni sporchi. Alcuni lavori continueremo a volerli affidare agli esseri umani per la loro dimensione relazionale, creativa o educativa; altri potranno progressivamente passare alle macchine. Una parte dell’aumento di produttività potrà allora trasformarsi in settimane lavorative più brevi e più libertà nell’organizzazione della propria vita. Il reddito universale dovrebbe riconoscere che, in una società dove una fetta crescente della ricchezza la producono le macchine, anche il tempo liberato dalle macchine deve diventare una forma di ricchezza collettiva.
La promessa della tecnologia dovrebbe essere proprio questa: lavorare meno per vivere meglio.
Anche l’immigrazione va ripensata dentro questa trasformazione. Per decenni abbiamo ragionato su una constatazione semplice: la popolazione invecchia, nascono pochi bambini, certi settori hanno bisogno di manodopera, quindi bisogna attirare persone dall’estero. Ma stiamo costruendo una politica per il 2026 o per il 2056?
Se nei prossimi decenni robotica, automazione e intelligenza artificiale ridurranno il bisogno di lavoro umano nell’industria, nella logistica, nei trasporti, nell’agricoltura, nel commercio, nella pubblica amministrazione e in parte dei servizi professionali, dobbiamo almeno chiederci quante persone ci servono davvero e con quali competenze.
La politica migratoria deve andare di pari passo con la politica tecnologica. Immigrazione, automazione, formazione, welfare, politica industriale fanno parte dello stesso pacchetto.
Non vuol dire per forza che una società con meno bisogno di lavoro avrà bisogno di meno immigrazione; magari avrà bisogno di un’immigrazione diversa, capace di portare ricercatori, medici, ingegneri, tecnici, imprenditori, gente che alza la capacità produttiva e scientifica del Paese.
La discussione dovrebbe uscire dallo schema “sì o no all’immigrazione”, che è una domanda troppo semplice per un fenomeno così complesso. Dovremmo chiederci quante persone servono a una società, quali competenze le mancano, quale contributo possono dare alla sua evoluzione. Anche l’immigrazione deve diventare una politica capace di adattarsi.
E allora, buttiamo via il modello occidentale? Al contrario, va aggiornato.
Il modello occidentale ha funzionato perché ha saputo tenere insieme libertà, mercato, democrazia, diritti e scienza. Oggi però il mondo corre più veloce delle istituzioni costruite per governarlo. Abbiamo computer del futuro e procedure amministrative del secolo scorso, intelligenze artificiali che imparano, imprese che operano in cento Paesi, tecnologie e capitali globali, mentre molta politica continua a ragionare con categorie nate nel Novecento.
La nuova frontiera potrebbe essere proprio questa: istituzioni capaci di sperimentare, misurare, correggere e imparare. Il Novecento ha costruito istituzioni per difenderci dai grandi poteri. Il ventunesimo secolo deve costruirne di abbastanza veloci da governare quelli nuovi e abbastanza lungimiranti da rappresentare anche chi oggi ha poca voce, poco patrimonio e poco potere.
Il mondo accelera e la politica arranca. Il capitalismo evolve attraverso la concorrenza, la scienza attraverso gli errori, la tecnologia attraverso gli esperimenti, l’intelligenza artificiale attraverso l’apprendimento; adesso tocca alla democrazia.
Tra trent’anni vivremo in un mondo profondamente diverso. Il compito della politica sarà imparare abbastanza in fretta da starci dentro.
Una democrazia capace di evolvere e, soprattutto, capace di imparare.
L'articolo Democrazia in evoluzione proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

© Pavel Bednyakov/Associated Press



© Thaier Al-Sudani/Reuters


© via Italy’s Ministry of Culture


© Matthew Horwood/Getty Images

Pubblichiamo un articolo dedicato alla geopolitica del cantautore scomparso il 6 agosto. Il riconoscimento machiavelliano dell'inevitabilità del conflitto. Il poeta di Pavana cantava il nostro mondo. Ma il globo non è più americano e l'Italia ha dimenticato che la dimensione dello scontro è inestirpabile.


© Atta Kenare/Agence France-Presse — Getty Images


© Michael Vince Kim for The New York Times







È ora disponibile il nuovo ebook di China Files, “Nelle scuole”, che raccoglie articoli e contenuti realizzati dalle studentesse e dagli studenti delle classe 10ª e 11ª del Liceo Quadriennale Linguistico della Smiling International School di Ferrara. Scaricalo gratuitamente!
L'articolo China Files nelle scuole 2026 – Gli e-book di China Files n° 39 proviene da China Files.


Dietro un giardino imperiale, un fiore o un albero simbolo si nascondono spesso conquiste, memorie e identità contese. Il libro di Ilaria Maria Sala mostra come il potere provi a trasformare la natura in uno strumento di legittimazione
L'articolo Flower Power: coltivare la nazione proviene da China Files.
La ricchezza del nostro Paese è il nostro patrimonio culturale. Dobbiamo creare un Movimento di cittadini che dica finalmente basta! Basta! Basta! Se si entra in qualsiasi museo o palazzo storico, in mezzo a quadri del 1500 sulle pareti si vedono quegli orribili cilindri rossi, con una serie di scritte incomprensibili. Li chiamano, pensate, “estintori”.
E quel che è peggio è che una legge scellerata prevede che gli orribili cilindri rossi debbano essere addirittura visibili: non si possono mettere in un ripostiglio e usare solo quando servono. D’altronde, se in un museo c’è un quadro del 1500, non vuol dire che in tutto questo tempo non è ancora andato a fuoco. E allora, mi spiegate a che cosa servono?
È urgente che coloro che hanno a cuore in nostro patrimonio artistico unico e di valore incommensurabile si associno per una protesta pacifica contro gli orribili cilindri rossi, e se serve, bisogna rimuoverli con la forza.
Come dite? Quei cilindri rossi… stanno lì proprio per proteggere i quadri del 1500 e soprattutto i visitatori? Mi dite che sono indispensabili nonostante alcuni li ritengano così brutti? E che quindi… ce li dobbiamo tenere perché saranno pure brutti ma sono irrinunciabili? Mi sa che se la mettete su questo piano… forse potreste aver ragione voi.
E le pale eoliche… beh anche quelle sono utilissime a proteggere i boschi dagli incendi. Infatti, le strade sterrate e le piazzole di sosta che si costruiscono per la manutenzione delle pale eoliche agiscono come “linee tagliafuoco” che bloccano l’avanzata delle fiamme e permettono di intervenire a volontari e Vigili del Fuoco.
Come se non bastasse, essendo le pale eoliche così alte, rappresentano un punto di osservazione privilegiato per individuare i focolai degli incendi. E infine, le pale eoliche attraggono i fulmini, evitando che questi possano colpire gli alberi innescando gli incendi.
A parte la questione incendi, le pale eoliche sono indispensabili per la nostra sicurezza energetica. Infatti, l’eolico produce di più d’inverno e di notte, quindi serve proprio a bilanciare il fotovoltaico che invece ha un picco di produzione d’estate e di giorno. Eolico e fotovoltaico si integrano, riducendo la quantità di sistemi di accumulo necessari. Quando, ad esempio, qualcuno dice “ma la Sardegna produce più energia elettrica di quella che le serve!” in realtà non tiene conto che ci sono periodi dell’anno in cui c’è effettivamente un surplus di energia, ma anche altri in cui bisogna accendere le centrali a carbone o importare energia. Più si diversificano le fonti e meno fonti fossili e sistemi di accumulo servono. Ecco perché la transizione energetica non può prescindere dall’eolico, ed ecco perché l’eolico in Sardegna (e nelle altre regioni) è utile e indispensabile.
Quale regione italiana non è bellissima? Se si inizia a dire “qui no!, mettetele da un’altra parte”, l’unico risultato è che le pale eoliche non si metteranno da nessuna parte, e ad essere danneggiato sarà l’intero Paese.
Oramai gli impianti rinnovabili non hanno più bisogno di incentivi: gli incentivi a quattro volte il prezzo di mercato appartengono al passato e gli otto GW che ancora godono di questa enorme agevolazione la vedranno terminare definitivamente nei primi anni ’30. Le rinnovabili oramai hanno solo bisogno di contratti per differenza, cioè, che il gestore dei servizi energetici (GSE) garantisce un prezzo fisso di ritiro. Insomma, i privati costruiscono gli impianti rinnovabili e si accollano il finanziamento del capitale iniziale. Nelle ultime aste (dicembre 2025) il fotovoltaico è stato aggiudicato a un prezzo medio di 56,825 euro a MWh, e l’eolico a 72,851 euro a MWh con un massimo rispettivamente di 62,675 e 77,738 euro/MWh.
Questo vuol dire, rispettivamente, 5.7 (fotovoltaico) e 6.3 (eolico) centesimi di euro al kWh. Certo, nelle bollette poi ci sono anche dei costi fissi che le alzano e vige ancora il meccanismo del “prezzo marginale”, cioè se si è costretti a usare il gas è proprio quest’ultima fonte energetica a fare il prezzo per gli utenti. Questo, quindi, non rappresenta il prezzo finale per l’utente, ma se si inizia a ridurre il costo dell’energia è inevitabile che anche il prezzo che pagheranno i consumatori sarà più basso. A patto che ci sia abbastanza energia in tutte le ore del giorno, altrimenti bisogna ricorrere al gas e i prezzi schizzano in alto. Infine, aggiungo un ultimo aspetto: i nuovi contratti (non tutti) per l’eolico e le rinnovabili in generale sono sempre più frequentemente “a due vie”, cioè se il prezzo di mercato supera quello di aggiudicazione dell’asta, sono proprio loro a rimborsare il proprio guadagno extra al GSE, contribuendo così a calmierare le bollette.
Ecco perché l’eolico è indispensabile, e lo sarà sempre di più qualora si implementasse il meccanismo di prezzo dell’energia per zone geografiche ristrette. Tra l’altro, una simile strategia potrebbe anche rendere l’eolico più socialmente accettabile, perché i comuni con pale eoliche sul proprio territorio vedrebbero degli immediati vantaggi economici sulle bollette.
L’aspetto più surreale della vicenda è che mentre il cosiddetto “campo largo” tollera i vari comitati locali antirinnovabili, il governo delle destre con il nuovo decreto FER X prevede un contingente di 16,5 GW di nuovo eolico (e 10 GW di fotovoltaico) da realizzare entro il 2030.
Sapete cosa? Mi sa che scrivendo questo post ho finalmente capito che gli estintori nei musei e pale eoliche servono davvero. E che il Movimento dal basso non lo dobbiamo certo costruire per bloccare estintori e pale eoliche, ma per spiegare a cittadini e amministratori locali che questi sono strumenti indispensabili per proteggere proprio loro. E che se nessuno (giustamente) protesta per gli estintori nei musei, è di conseguenza insensato prendersela con le pale eoliche. Le pale eoliche non sono “brutte” o “belle”: sono solo parte di un paesaggio che è già cambiato più volte nel tempo e continua a mutare ed evolversi. A voi la scelta: vivere nel passato o accettare il cambiamento che ci permetterà di mitigare la catastrofe climatica, ridurre le bollette e aumentare la nostra indipendenza energetica.
L’AUTOREMarco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.
L'articolo Basta! Basta! Basta estintori nei musei e basta pale eoliche! proviene da Il Blog di Beppe Grillo.









In Inghilterra il futuro lavorativo di un ragazzo potrebbe cominciare a essere osservato già alle scuole elementari.
Il motivo è un fenomeno che sta preoccupando sempre di più il governo britannico. Oltre un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni si trova oggi fuori dal lavoro e dai percorsi di istruzione. Per capire come intervenire prima che un ragazzo arrivi a questa condizione, il governo ha affidato a una commissione lo studio delle cause che portano così tanti giovani a diventare NEET.
A guidarla è Alan Milburn, ex ministro britannico della Sanità. Tra le proposte emerse c’è quella di chiedere alle scuole primarie di individuare gli alunni che mostrano già alcuni segnali associati a un rischio maggiore di trovarsi, anni dopo, fuori dal lavoro e dalla formazione.
Secondo il rapporto, molti di questi segnali emergono molto presto, in alcuni casi già al momento dell’ingresso a scuola. A rendere particolarmente interessante la proposta è uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica BMC Public Health e realizzato da ricercatori della University of Leeds, del Bradford Institute for Health Research e della Lancaster University. La ricerca ha utilizzato i dati di Connected Bradford, un grande archivio che collega informazioni sanitarie e scolastiche raccolte nel corso degli anni. I ricercatori hanno seguito 8.118 bambini dall’ingresso a scuola, a 4 o 5 anni, fino ai 16 e 17 anni. Tra quelli che a 4 o 5 anni avevano raggiunto il livello di sviluppo considerato adeguato per iniziare la scuola, il 4% risultava successivamente fuori dal lavoro e dall’istruzione. Tra i bambini che partivano con maggiori difficoltà la percentuale saliva all’11%. Il rischio risultava quindi quasi tre volte superiore. Lo studio mostra anche quanto questo svantaggio possa accompagnare un bambino nel corso degli anni. Circa il 65% del legame tra preparazione all’ingresso a scuola e condizione di NEET durante l’adolescenza passa attraverso il rendimento scolastico successivo. Chi resta indietro a 5 anni tende spesso a trovarsi ancora indietro a 16. Le difficoltà iniziali possono accumularsi lungo tutto il percorso scolastico fino a produrre conseguenze anche nell’ingresso nel mondo del lavoro. Il quadro riguarda una parte consistente dei bambini inglesi. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione, il 37% arriva oggi alla scuola primaria senza alcune delle competenze considerate necessarie per affrontare la vita in classe. La preparazione scolastica a quell’età riguarda soprattutto la capacità di comunicare, seguire semplici indicazioni e sviluppare un livello sufficiente di autonomia nelle attività quotidiane. Anche le assenze hanno un peso importante. Nel 2024 e nel 2025 circa 1,34 milioni di alunni inglesi hanno perso almeno il 10% delle lezioni. Rappresentano il 18,1% degli studenti. Prima della pandemia erano circa 772.000.
Il rapporto sostiene che molte delle informazioni utili per riconoscere le situazioni più fragili esistono già all’interno del sistema scolastico. L’obiettivo sarebbe utilizzarle prima e accompagnare i ragazzi durante il loro percorso, intervenendo quando i segnali iniziano a emergere.
Il problema nel Regno Unito ha assunto dimensioni considerevoli. Più di un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni si trova fuori dal lavoro o da un percorso educativo. Il fenomeno viene ormai considerato una delle principali questioni sociali del Paese.
Anche gli insegnanti descrivono una distanza crescente tra scuola e mondo del lavoro. Un sondaggio condotto su 1.004 docenti britannici ha rilevato che il 73% considera insufficiente lo spazio dedicato alla preparazione professionale. Il 66% ritiene che oggi i ragazzi arrivino al lavoro meno preparati rispetto a cinque anni fa. La disoccupazione giovanile appare così come l’ultimo passaggio di un percorso che può essere iniziato molti anni prima.
L'articolo La disoccupazione può cominciare a 5 anni proviene da Il Blog di Beppe Grillo.


Il 15 luglio 2026 è stato ufficialmente firmato a Bruxelles il Gibraltar EU Treaty, che definisce il nuovo quadro di relazioni tra Gibilterra e l’Unione Europea dopo la Brexit. Il trattato concede la libertà di spostamento per i cittadini gibilterriani e quelli europei al suo interno, ponendo così fine ai controlli doganali applicati dalle controparti inglesi e spagnole. Data l’unicità della colonia inglese, sono stati concordati anche gli aspetti economici e commerciali che subiranno dei mutamenti conformi alle leggi dell’Unione Europea. Inoltre, il trattato ha comportato l’abbattimento della “Verja”: ultima frontiera presente nell’Europa Occidentale. Il muro ha separato nettamente il confine tra Gibilterra e Spagna per oltre un secolo ed è stato l’attore principale di tensione politica tra Madrid e Londra. La sua rimozione apre le porte a una nuova era per i cittadini spagnoli e gibilterriani, promuovendo un ambiente di cooperazione e convivenza pacifica.
Oltre tre secoli di conflitto
L’origine delle tensioni riguardo alla sovranità di Gibilterra risale al 1704, durante la Guerra di Successione. In tale conflitto, la marina inglese e quella olandese invasero la Rocca, allora sotto controllo spagnolo. Nel 1713, l’allora re spagnolo Filippo V firmò il trattato di Utrecht, che segnò la cessione del territorio invaso alla Corona Britannica. L’accordo ha consentito a Londra di sfruttare Gibilterra come punto strategico chiave, tramite la costruzione della sua base militare per la proiezione della Royal Navy e della Royal Air Force (RAF) nel Mediterraneo e Nord Africa. Inoltre, tale postazione ha consentito al Regno unito di governare per secoli il Mediterraneo, controllando il passaggio delle navi e delle merci tramite lo stretto. Nonostante i vari sforzi di riconquista della Rocca, come i 14 assedi spagnoli conclusi con l’ultimo nel 1779 o quello di Napoleone nel 1806, Gibilterra è rimasta nelle mani di Londra fino ad oggi. Nel 1969 si è tenuto un referendum sul futuro della Rocca, nel quale il 99% ha votato a favore del mantenimento del legame con la Corona Britannica. In risposta, l’allora dittatore spagnolo Francisco Franco ha sigillato definitamente i confini tramite la chiusura della Verja isolandosi totalmente dal mondo occidentale. La morte di Franco ha permesso alla postura spagnola di ammorbidirsi e nel 1985 alla riapertura totale del confine terrestre sotto controlli doganali da ambo parti. Ciononostante, le tensioni tra Londra e Madrid non si sono mai placate, portando a diverse dispute nel corso degli anni successivi per il passaggio marittimo e terrestre. Nel 2016, la Brexit ha portato a ulteriori incertezze e complessità sulla gestione della colonia e ha creato anche problemi di mobilitazione per i cittadini spagnoli e della Rocca. In questo contesto, il Primo ministro spagnolo Sanchez ha rivendicato la problematicità dei rapporti e della sovranità del territorio conteso, minacciando diverse volte di rifiutare l’uscita dall’unione da parte di Londra. Un elemento che ha giocato a sfavore della colonia è stata la sua l’esclusione dal Trade and Cooperation Agreement (TCA), firmato tra Londra e l’UE nel 2020, che ha complicato i rapporti commerciali con l’UE e soprattutto con la Spagna. L’accordo firmato la settimana scorsa cerca di colmare tali lacune con un approccio di integrazione economica della colonia con i suoi vicini europei.
…e adesso?
Grazie alla stipula del trattato, Gibilterra verrà integrata territorialmente nell’area Schengen e conformata al commercio europeo. Conforme all’accordo, la gestione dell’aeroporto e del porto saranno sottoposti alle autorità inglesi in cooperazione con quelle europee mentre il passaggio terrestre esentato dai controlli. In questo contesto, il controllo congiunto è stato concordato per tutelare la sicurezza europea tramite l’integrazione del futuro sistema IT Entry/Exit System(EES). Il nuovo sistema informatico automatizzato avrà il compito di verificare l’accesso dei cittadini di Stati terzi nell’UE per creare un fronte unito davanti a minacce transfrontaliere come il terrorismo e reati gravi. I criteri per l’emissione dei permessi di soggiorno per i cittadini britannici che desiderano entrare in territorio europeo restano invariati. I cittadini extraeuropei, invece, verranno sottoposti al duplice controllo e le autorità europee avranno il compito di valutare la concessione del permesso. In merito dell’acquisto di merci europee, è stata indotta una tassa del 15% che andrà a crescere nei prossimi 3 anni fino all’allineamento con le normative economiche. Per combattere il contrabbando di tabacco dalla Rocca in EU, ne stati ristabiliti i prezzi aumentandone la tassazione di circa il 32% fino all’eguaglianza. Madrid dovrà assicurarsi il rispetto del trattato ed avrà anche potere decisionale sulla sospensione dell’accordo o di alcune norme presenti in esso.
In conclusione, sebbene l’accordo sarà cruciale per promuovere la convivenza e la cooperazione tra le due parti, non è riuscito ad abbattere il sentimento di rivendicazione della Spagna per Gibilterra. L’evento non cambia le dinamiche sulla sovranità della colonia, che rimarrà sotto Londra, ma concede uno status speciale alla Rocca permettendogli di conformarsi alle normative europee pur rimanendo fuori dall’Unione. L’unico modo affinché avvenga una cessione della colonia, come ripetuto diverse volte dal Regno Unito in risposta alle richieste spagnole, implicherebbe un referendum dove i cittadini gibilterriani scelgono spontaneamente l’annessione a Madrid. Tuttavia, tale evento pare irrealizzabile nel prossimo futuro, come dimostratosi dai referendum del 1967 e del 2002, dove in entrambi i casi circa oltre il 90% dei cittadini ha scelto di rimanere sotto la Corona Britannica.

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali. Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche se non basteranno ad alleviare la polarizzazione sociale, quantomeno serviranno ...
L'articolo La guerra di Xi contro gli evasori proviene da China Files.



L’evoluzione operativa del conflitto ucraino
Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei casi più significativi di trasformazione della guerra contemporanea, avendo conosciuto in pochi mesi il passaggio da operazioni di manovra ad alta intensità a una guerra di logoramento prolungata, esito di adattamenti operativi, limiti strutturali e innovazioni tecnologiche che hanno progressivamente ridefinito le modalità di combattimento.
Nella fase inaugurale dell’invasione, avviata nel febbraio 2022, Mosca puntava su una strategia di guerra lampo fondata sulla velocità, sorpresa e collasso politico della leadership ucraina, di cui le colonne corazzate dirette verso Kiev rappresentavano l’elemento più visibile. Tale impostazione si è scontrata con una resistenza ucraina più efficace del previsto, sostenuta da un crescente flusso di armamenti occidentali oltre che da problemi logistici e di coordinamento operativo russo. Il fallimento dell’offensiva su Kiev e il successivo ripiegamento al nord del Paese hanno segnato il primo punto di svolta del conflitto.
Dalla primavera del 2022, la guerra ha assunto contorni più convenzionali, concentrandosi prevalentemente nel Donbass, dove ha mostrato tratti di guerra industriale: centralità dell’artiglieria, uso massivo di munizioni, avanzate lente e costose, crescente rilevanza della capacità produttiva e logistica. Battaglie come Severodonetsk e Bakhmut hanno evidenziato una dinamica d’attrito in cui il controllo del territorio veniva pagato a un costo umano e materiale estremamente elevato: non più la rapidità della manovra, bensì la capacità di sostenere nel tempo l’operatività, a fare la differenza.
Il tentativo ucraino di rompere questo equilibrio attraverso la controffensiva del 2023 non ha prodotto risultati decisivi, contribuendo piuttosto a consolidare una situazione di stallo: le difese russe, articolate su più linee e rafforzate da campi minati, trincee e fortificazioni, hanno reso estremamente difficile ogni tentativo di sfondamento. In un ambiente operativo sempre più saturo e trasparente, dove i movimenti delle truppe risultano difficilmente occultabili, anche le operazioni offensive più complesse tendono a perdere efficacia. Ne è derivato un progressivo ritorno a forme di guerra statica, per certi versi simili alla dimensione della trincea, in cui la conquista del territorio avviene a costi crescenti e con guadagni sempre più limitati.
È in questo contesto che si afferma il ruolo crescente dei droni. Inizialmente impiegati per missioni di ricognizione, si sono progressivamente evoluti in strumenti offensivi capaci di colpire con precisione mezzi, postazioni e infrastrutture logistiche. Costi contenuti e integrazione flessibile nelle operazioni tattiche ne hanno favorito la diffusione, trasformando il campo di battaglia in uno spazio costantemente sorvegliato, riducendo drasticamente la capacità di sorpresa e aumentando la vulnerabilità di sistemi tradizionali come i carri armati.
L’evoluzione del conflitto riflette il passaggio da una guerra di manovra a una guerra di logoramento, in cui la dimensione temporale e la sostenibilità diventano fattori decisivi. In questo quadro, i droni si configurano come lo strumento più coerente con le esigenze di un conflitto prolungato: economici, scalabili e rapidamente adattabili, consentono di esercitare una pressione costante sull’avversario ed erodere progressivamente le capacità operative. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta non solo un caso specifico, ma anche un laboratorio per le trasformazioni future della guerra convenzionale.
Dronizzazione del conflitto: il ruolo dei droni
Negli ultimi decenni i droni sono passati da presenza marginale a fattore sempre più determinante nei conflitti armati, dalla guerra civile siriana al Nagorno-Karabakh del 2020, dove l’impiego su larga scala di droni turchi da parte azera fu determinante nel decidere le sorti del conflitto contro l’Armenia, fino ad affermarsi pienamente nella guerra in Ucraina. Denominati tecnicamente unmanned aerial vehicles (UAVs), si distinguono da razzi e missili per la possibilità di atterrare e compiere voli ripetuti, oltre a non esporre alcun operatore al rischio diretto del combattimento. Il costo contenuto e il livello tecnologico raggiunto ne hanno reso possibile un’ampia diffusione, riducendo l’asimmetria militare tra le parti in conflitto e favorendo, per la prima volta in modo sistematico, l’attore con meno risorse.
È esattamente ciò che è accaduto in Ucraina, dove dall’estate 2022 i droni sono diventati uno degli aspetti cruciali del conflitto. Compresa rapidamente la loro utilità ed economicità, il loro impiego si è moltiplicato: dapprima per individuare il nemico e trasmettere le coordinate all’artiglieria, poi, con l’accelerazione dell’innovazione tecnologica, per colpire direttamente il bersaglio. Il vantaggio strategico non risiede più nella quantità di uomini schierati sul campo, bensì nella capacità di innovare con continuità in un settore cresciuto a dismisura nell’arco di quattro anni di guerra.
L’impiego più diffuso resta tuttavia quello tattico. Piccoli droni commerciali a basso costo hanno segnato una discontinuità nei conflitti moderni, e con lo stallo delle operazioni nell’ottobre 2022 i droni FPV – capaci di trasmettere in tempo reale al pilota, a decine di chilometri di distanza, le immagini catturate dalla videocamera di bordo – li hanno trasformati in un’artiglieria volante di precisione, rendendo il campo di battaglia sempre più trasparente. Operano principalmente secondo due modalità, carry and drop, con sgancio del carico e rientro del velivolo, o kamikaze, a impatto diretto: una duplicità operativa che ne ha ampliato ulteriormente il ventaglio d’impiego.
Le osservazioni dirette dal fronte confermano come l’impiego massiccio dei droni abbia reso il campo di battaglia una vasta area letale, ostacolando manovre tradizionali – un effetto che si somma alla scarsità di munizioni e uomini con cui l’Ucraina ha dovuto fare i conti fin dall’inizio del conflitto, e che l’impiego intensivo di droni ha permesso in parte di attenuare.
Questa dinamica si è ulteriormente approfondita negli ultimi mesi: nell’aprile 2026 sistemi robotizzati terrestri ucraini hanno conquistato per la prima volta una postazione nemica senza il coinvolgimento diretto di soldati, mentre la Russia ha accelerato lo sviluppo di un proprio ecosistema di droni basato sull’intelligenza artificiale, puntando su capacità di autonomia decisionale a bordo che riducano la dipendenza dai collegamenti radio, sempre più vulnerabili alla guerra elettronica ucraina, nel tentativo di colmare il divario aperto da Kiev.
La dronizzazione del conflitto non si è dunque arrestata: si è istituzionalizzata, trasformandosi da innovazione di emergenza in dottrina strutturata, un processo che, in Ucraina ha avuto in Mykhailo Fedorov il suo principale artefice politico.
Fedorov e la vecchia guardia: la crisi istituzionale dietro la guerra dei droni
Mykhailo Fedorov, trentacinquenne collaboratore di Zelensky sin dalla campagna elettorale del 2019, già titolare del ministero per l’innovazione tecnologica, era stato nominato ministro della Difesa nel gennaio 2026 con il mandato esplicito di accelerare l’integrazione di droni, sistemi robotici terresti e capacità di attacco a lungo raggio all’interno di una struttura militare storicamente più lenta ad adattarsi, affiancando questo sforzo a una riforma, solo parzialmente riuscita, del sistema di reclutamento e retribuzione dei soldati. Nei sei mesi successivi il suo ministero ha rafforzato in modo significativo le capacità di guerra dei droni ucraine, contribuendo a bloccare gli sfondamenti russi sul campo di battaglia e a espandere gli attacchi in profondità sul territorio russo, mentre tentava di riorganizzare i corpi d’armata su base geografica coerente per semplificare una catena di comando storicamente frammentata.
Il 15 luglio 2026 Fedorov è stato rimosso dall’incarico. Zelensky ha motivato la scelta con una frattura ormai insanabile tra il ministro e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi, sessantenne di formazione sovietica, in disaccordo crescente su temi come il peso della guerra dei droni e la lotta alla corruzione all’interno di un ministero della Difesa notoriamente opaco su questo fronte. La lettura offerta da chi ha analizzato la vicenda va però oltre il conflitto personale: si tratterebbe di un dibattito sostanziale sul futuro del modo di condurre la guerra in ucraina, tra un approccio di stampo sovietico e una generazione più giovane orientata a tecnologia e riforma istituzionale.
La rimozione ha innescato proteste diffuse in numerose città ucraine, alimentate dal timore che i risultati ottenuti sul campo all’inizio del 2026 potessero essere vanificati proprio nel momento in cui la guerra dei droni sembrava aver cominciato a ribaltare l’andamento del conflitto a favore di Kiev. Sotto la pressione di questa mobilitazione, il 21 luglio Zelensky è tornato sui propri passi rimuovendo a sua volta lo stesso Syrskyi dal comando delle forze armate, sostituendolo con Mykhailo Drapatyi, generale quarantatreenne che aveva pubblicamente sostenuto le critiche di Fedorov. Nei giorni successivi Zelensky ha offerto allo stesso Fedorov un nuovo incarico di rilievo nell’esecutivo, mentre la guida ad interim del ministero della Difesa è passata a Yevhen Khmara, ex comandante delle forze speciali.
L’esito complessivo della vicenda ridimensiona quindi la lettura iniziale di un semplice arretramento dell’innovazione tecnologica di fronte alla resistenza istituzionale. Come è stato osservato, la doppia rimozione indica piuttosto il momento in cui l’Ucraina abbandona un modello di comando di stampo sovietico per adottare una nuova generazione di comandanti formatasi nel corso del conflitto in atto. La centralità dei droni nella dottrina bellica ucraina esce dunque da questa vicenda non indebolita, ma confermata come architrave non negoziabile della guerra che l’Ucraina sta ancora combattendo.
La vicenda Fedorov, letta nel suo sviluppo completo, dimostra che la guerra dei droni in Ucraina ha ormai superato la fase sperimentale per diventare un pilastro strutturale della dottrina bellica, capace di sopravvivere politicamente ai propri stessi architetti. Se quattro anni fa i droni erano un correttivo tattico allo stallo del fronte, oggi la loro centralità è tale da ridefinire perfino gli equilibri di potere ai vertici militari – un processo che difficilmente si esaurirà con l’uscita di scena di chi lo ha avviato.
Nella corsa globale alla sovranità tecnologica, l’Unione Europea prova a ritagliarsi uno spazio autonomo. Il 30 luglio 2026 la Commissione ha indetto una gara d’appalto per istituire fino a sette Gigafactory di IA su tutto il territorio europeo da rendere operative entro metà del 2028. L’iniziativa mira a contenere lo strapotere dei colossi esteri — in primis statunitensi e cinesi — nei settori del cloud e dei microchip. Tuttavia, l’operazione rivela un paradosso strutturale: pur puntando all’indipendenza, l’Europa resta per il momento obbligata ad affidarsi alle forniture estere di semiconduttori avanzati, indispensabili per alimentare la stessa infrastruttura di calcolo.
Analoghi progetti di enormi data center sono già ben avanzati negli Stati Uniti e in Cina: basti pensare all’ambizioso progetto Stargate promosso dall’alleanza tra Microsoft e OpenAI ad inizio 2025 o alla mega-infrastruttura statale cinese Eastern Data, Western Computingche, già dal 2022, collega giganti tecnologici come Huawei, Alibaba e Baidu.
Per evitare di rimanere ai margini di questa corsa, nel febbraio 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato all’AI Action Summit di Parigi un piano per la creazione di Gigafactory di IA nel Continente. L’iniziativa ha raccolto fin da subito un forte interesse da parte dell’industria, spingendo ben 76 consorzi a manifestare una candidatura preliminare. Il progetto ha compiuto un passo decisivo a luglio 2026 con l’apertura ufficiale del bando destinato alla realizzazione di 7 strutture.
Come funziona il nuovo progetto europeo
Le Gigafactory di intelligenza artificiale rappresentano infrastrutture di supercalcolo ad altissima capacità, concepite per addestrare i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) su volumi di dati nell’ordine dei trilioni. Per farlo, queste strutture integrano semiconduttori specializzati di nuova generazione, stack software dedicati, soluzioni cloud e connettività ad alta velocità, il tutto all’interno di data center progettati per garantire la massima efficienza energetica.
La procedura di appalto si articolerà in due fasi nei prossimi sei anni e mezzo, un approccio graduale dettato dal ridimensionamento degli impegni finanziari della Commissione europea. L’investimento complessivo per queste strutture si aggira attorno ai 30 miliardi di euro, di cui due terzi dovranno provenire dal settore privato e il restante terzo da fondi pubblici, suddivisi equamente tra 5 miliardi stanziati da Bruxelles e 5 miliardi dai singoli Paesi membri sostenitori. Al momento, tuttavia, e questo è il primo punto critico del progetto, il bilancio dell’UE consente di impegnare soltanto 1 miliardo di euro, lasciando legata la copertura della restante quota ai negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP).
L’iniziativa ha già raccolto l’adesione di dieci Paesi europei pronti a ospitare una Gigafactory: Germania, Italia, Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Portogallo e Spagna. Il bando prevede sia candidature singole sia consorzi transnazionali, con Parigi che ha già espresso la volontà di correre da sola.
Tuttavia, la reale emancipazione tecnologica deve fare i conti con un altro ostacolo strutturale: l’UE non dispone ancora di componenti di calcolo proprietari. Per rifornire i nuovi centri, la Commissione si trova così costretta ad affidarsi nuovamente ai colossi statunitensi dei semiconduttori, firmando intese preliminari con Nvidia, AMD e Qualcomm.
Per mitigare questo vincolo, Bruxelles ha inserito tra i criteri di valutazione delle gare d’appalto specifiche contromisure volte a evitare l’asservimento commerciale e la dipendenza esclusiva da singoli fornitori.
Stati Uniti e Cina nell’IA: il punto sulla corsa globale
Tra Stati Uniti e Cina la competizione sull’IA non si gioca più soltanto sulla potenza dei singoli modelli, ma sulla realizzazione di architetture tecnologiche distinte e tra loro inaccessibili. Il report The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World targato BCG Institute analizza questa progressiva polarizzazione, mettendo a confronto l’egemonia delle due potenze lungo i sei fattori chiave dell’IA: capitali di rischio, competenze professionali, brevetti, accesso ai dati, fabbisogno energetico e infrastrutture di calcolo.
La strategia degli Stati Uniti si incentra sulla scalabilità di questi sistemi, spostando le enormi risorse finanziarie dallo sviluppo dei modelli alla costruzione dell’infrastruttura necessaria per sostenerli. Dal 2023 le startup americane dell’IA hanno raccolto 380 miliardi di dollari in venture capital (a fronte dei soli 39 miliardi cinesi), sorrette da oltre 300 miliardi annui in Ricerca e Sviluppo e da investimenti in data center che, dai 400 miliardi del 2025 (contro i 63 della Cina), puntano a superare gli 800 miliardi nel 2026. Questa spinta porta gli USA a una capacità infrastrutturale di oltre 50 GW, contro i 31 GW della Cina e i 12 dell’UE. Questo primato trova oggi pieno sostegno anche nella linea politica della seconda amministrazione Trump, impegnata nel favorire l’espansione del settore sia attraverso l‘AI Action Plan sia tramite il supporto a grandi mega-progetti privati come appunto Stargate.
L’ecosistema cinese invece, animato da attori quali DeepSeek, Alibaba, ByteDance, Moonshot, Z.AI, MiniMax e Xiaomi, predilige l’approccio open-weight, consentendo lo sviluppo di soluzioni avanzate, ma a costi drasticamente contenuti. Ne è un esempio il modello Kimi K2.6 di Moonshot che, nel maggio 2026, offriva prestazioni di vertice a 1,71 dollari per milione di token, un costo circa sette volte inferiore rispetto agli 11,25 dollari del concorrente statunitense GPT-5.5.
Da un lato quindi l’impero a stelle e strisce mantiene complessivamente la leadership grazie alla disponibilità di capitali, alla presenza dei principali laboratori e alla potenza della propria infrastruttura. Dall’altro, Pechino ha ridotto il divario nella capacità di calcolo e trasformato il proprio patrimonio scientifico e brevettuale in una strategia da “fast follower”, concentrata sulla produzione di modelli competitivi, economici e rapidamente adottabili. Il risultato è la nascita di due stack tecnologici paralleli, ciascuno composto da chip, infrastrutture cloud, modelli e applicazioni. A separarli non sono soltanto le caratteristiche tecniche, ma anche le regole sui dati, le restrizioni alle esportazioni, le politiche di sicurezza nazionale e le strategie industriali.
Perché l’UE dovrebbe puntare all’indipendenza tecnologica
Sebbene la cooperazione digitale tra Unione Europea e Stati Uniti sia strutturata da quadri istituzionali di alto livello (come il TTC e il Dialogo Cyber) volti a coordinare standard, dati e tecnologie emergenti, il rapporto è segnato da profonde tensioni. La causa principale di queste frizioni è la dominanza strutturale delle grandi aziende tecnologiche americane, profondamente radicate nell’economia europea. I tentativi dell’UE di regolamentare il settore — in particolare attraverso il Digital Services Act e il Digital Markets Act — incontrano la forte opposizione di Washington, sfociata in minacce di ritorsioni commerciali, divieti di visto per i decisori europei e nello stallo dei canali di dialogo dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump.
Per quanto concerne le relazioni con la Cina, l’emancipazione da Pechino, secondo la linea del de-risking, si rende indispensabile per tutelare l’autonomia economica del Continente. Rimanere ancorati ad una posizione di subordinazione espone l’UE a gravi rischi sistemici, tra cui la potenziale strumentalizzazione politica delle esportazioni da parte della Cina tramite restrizioni commerciali, l’immediata paralisi delle GVC europee in caso di crisi geopolitiche o logistiche in Asia e un progressivo declino della competitività e dell’innovazione manifatturiera interna.
All’interno delle relazioni dell’Unione Europea nel Nord-Est asiatico, un altro attore gioca un ruolo estremamente rilevante: Taiwan,che occupa una posizione cruciale e altamente strategica per la sovranità tecnologica europea, ponendosi come un nodo essenziale nei settori dei semiconduttori, della produzione avanzata e del commercio digitale. Questa centralità si scontra tuttavia con una vulnerabilità geografica strutturale, determinata dall’estrema concentrazione della produzione di chip presso la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, la quale detiene oltre il 90% di questo specifico segmento di mercato. Lo Stretto di Taiwan, identificato dall’intelligence geospaziale come uno dei nodi marittimi più critici a livello globale, è interessato dal transito di oltre il 50% del traffico containerizzato mondiale; un eventuale blocco navale o l’instabilità militare nell’area provocherebbero pertanto l’immediata paralisi delle catene globali del valore nel comparto tecnologico.
Queste dinamiche rappresentano un rischio critico per l’Unione Europea. L’intelligenza artificiale non è un semplice settore a sé stante, ma una tecnologia general-purpose in grado di incrementare in modo trasversale produttività e crescita economica, rivoluzionando l’intero tessuto produttivo. Poiché i data center costituiscono l’infrastruttura abilitante fondamentale dell’IA, i Paesi che ne detengono un’elevata capacità operativa dominano già oggi la corsa ai vantaggi economici di questa trasformazione. Ne consegue l’urgenza per l’Unione Europea di affrancarsi dalla dipendenza strutturale nei confronti di attori esterni. Sviluppare una sovranità autonoma sulle infrastrutture digitali e sul patrimonio dati è la premessa indispensabile per evitare un ruolo di mera subordinazione tecnologica ed economica.
Con l’avvio della guerra tra Stati Uniti e Iran alla fine di febbraio 2026, l’Italia ha schierato nella regione la Task Force Air-Arabia a fine marzo. Richiesta dai partner regionali e divisa tra Kuwait, Bahrain e Arabia Saudita, contribuisce alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo e alla protezione delle forze e degli interessi nazionali nella regione. Il dispiegamento è stato portato all’attenzione pubblica solo negli ultimi giorni, a oltre quattro mesi dal suo avvio, e si spiega con la necessità di contenere la rappresaglia iraniana agli attacchi americani.
I recenti attacchi degli Houthi contro gli impianti di esportazione sauditi ne hanno ampliato la rilevanza. Per mantenere praticabile il transito commerciale attraverso Bab el-Mandeb, non basta la protezione offerta alle navi commerciali da Aspides – l’operazione navale europea attiva dal febbraio 2024 a tutela del traffico mercantile nel Mar Rosso – ma va anche garantita la difesa delle infrastrutture da cui quel traffico dipende. Tuttavia, il mandato di Aspides non include questa missione, rimettendo l’iniziativa ai singoli Paesi.
Gli attacchi houthi
Il 20 luglio, gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita, rispondendo alla richiesta iraniana di qualche giorno prima per una chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb. Pur facendo parte della rete di proxy iraniani nella regione, gli Houthi mantengono un margine di autonomia decisionale che li porta sia a partecipare alla risposta iraniana, sia a perseguire obiettivi propri nella contrapposizione con Riyad.
La portata della crisi eccede però il quadro regionale. Con Hormuz già compromesso, un’interruzione prolungata anche di Bab el-Mandeb sottrarrebbe al mercato le due principali vie di uscita del greggio mediorientale nello stesso momento. L’oleodotto est-ovest fino a Yanbu, sul Mar Rosso, costituisce l’alternativa attraverso cui l’Arabia Saudita mantiene le proprie esportazioni, per quasi cinque milioni di barili al giorno. Quella via, che a propria volta dipende dal transito per Bab el-Mandeb, è l’elemento della catena logistica che gli Houthi stanno mettendo sotto pressione.
La campagna si sviluppa quindi su due domini. L’impiego di missili e droni contro obiettivi in territorio saudita colpisce raffinerie, siti di stoccaggio e terminali di imbarco. In mare, invece, l’obiettivo non è la distruzione del naviglio, ma la produzione di incertezza sufficiente a far salire i premi assicurativi e indurre gli armatori a deviare. Navi saudite hanno già abbandonato il passaggio attraverso lo stretto per circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di consegna e vanificando il ricorso alla massima capacità dell’oleodotto est-ovest per aggirare la chiusura di Hormuz.
Il risultato è determinato dalla combinazione di questi attacchi. Gli attacchi in mare scoraggiano il transito, mentre quelli a terra riducono il volume che è possibile imbarcare sulle navi che riescono a transitare. Ciascuna delle due azioni resta efficace anche quando l’altra viene neutralizzata. Difendere soltanto il passaggio lungo la rotta lascia intatta metà del meccanismo: la protezione del naviglio rimane fondamentale, ma produce un effetto parziale finché gli impianti da cui il traffico dipende restano esposti.
Il dispositivo italiano nella regione
I limiti dello strumento navale sono emersi durante la crisi del Mar Rosso del 2024. L’arsenale a basso costo, decentralizzato e di produzione continua in possesso degli Houthi ha fatto sì che la presenza di Aspides producesse una mitigazione del rischio, non la sua eliminazione. Un risultato parziale, che tuttavia non riduce la convenienza dell’impegno: proprio perché il Mar Rosso resta vitale per l’economia nazionale, per l’Italia la missione è più importante che mai. La conseguenza da trarre non è quindi un ridimensionamento della presenza navale, ma l’estensione della protezione a ciò che quella presenza non può raggiungere.
La capacità corrispondente è già schierata. Il dispositivo italiano è stato costituito per l’intercettazione dei vettori iraniani diretti contro il territorio dei Paesi ospitanti. Sono schierati quattrocento militari dell’Aeronautica articolati in cinque task group, con quattro caccia multiruolo Eurofighter, un aereo E-550A CAEW per allarme precoce e comando e controllo, un radar AN/TPS-77 e un sistema antidrone. È presente anche una Task Force Land-Arabia dell’Esercito (circa trecento uomini) con una batteria SAMP/T e radar KRONOS. La Task Force Air-Arabia è però l’unica componente di cui il sito del ministero della Difesa dia conto pubblicamente: secondo quanto riferito in sede parlamentare, i contingenti italiani sono attivi in sei Paesi della regione – oltre ai tre citati, Giordania, Emirati e Qatar – per un totale di circa settecento militari. Parte del personale opera dalla base di Al Taif e le missioni del CAEW sono concentrate sulle frontiere meridionali saudite, dove si è riacceso il confronto fra sauditi e Houthi. Il profilo della minaccia houthi coincide con quello dell’Iran e la copertura che l’Italia è in grado di offrire consente anche di contrastare attacchi provenienti dallo Yemen. Tuttavia, non risultano finora impieghi documentati in questo senso da parte italiana.
Sul piano operativo la soluzione non è una novità italiana. La Grecia, che guida Aspides, mantiene dal 2021 una batteria Patriot sul territorio saudita su base bilaterale. Il 25 luglio quel dispositivo ha intercettato due missili balistici lanciati dallo Yemen contro una raffineria a Yanbu. Un Paese con interessi coincidenti con quelli italiani copre dunque entrambi i segmenti della catena, ma li copre attraverso due strumenti separati.
La sostenibilità dell’impegno
Il problema si pone sulla durata. La difesa aerea d’area contro missili balistici e droni consuma intercettori a un rateo che dipende dall’iniziativa avversaria. Dall’inizio della guerra, gli Stati del Golfo hanno impiegato centinaia di intercettori ad alto costo per rispondere a droni monouso dal costo trascurabile. Questo ha portato al consumo di una porzione significativa delle scorte, mentre i droni continuano a entrare nei loro cieli a decine. In un accordo bilaterale quel consumo grava per intero sull’inventario del singolo Paese contributore.
Nel caso italiano il SAMP/T impiega l’Aster 30, lo stesso intercettore di cui dispongono per la difesa d’area le unità navali, e l’accelerazione produttiva avviata da MBDA è motivata proprio dall’impiego nel Mar Rosso e in Ucraina. Alla scarsità del munizionamento si somma un vincolo distinto sulle piattaforme: la limitata profondità di caricamento delle unità europee impone rientri frequenti in porto per il rifornimento delle celle, comprimendo il ritmo operativo.
La recente esperienza operativa, sia in Europa sia nel Golfo, indica del resto che il vincolo non sta tanto nelle prestazioni dei sistemi, quanto nella capacità di sostenere operazioni difensive nel tempo sotto attacchi ripetuti. Si tratta di un criterio adeguato a un teatro, come questo, in cui la minaccia alterna fasi acute a periodi di latenza. Un dispositivo in grado di durare vale più di una risposta calibrata alla singola emergenza. Nel contesto dell’attuale crisi, la formula bilaterale mostra il proprio limite e il rischio che porta con sé: che la sicurezza marittima collettiva si frammenti in intese bilaterali e soluzioni private, anziché essere difesa come bene comune.
Questa frammentazione, sul segmento terrestre, è già la regola. Aspides copre il solo dominio marittimo, e nemmeno l’iniziativa multilaterale più recente colma la lacuna: una coalizione marittima difensiva proposta dall’Arabia Saudita il 30 luglio. La proposta è ancora in fase costitutiva, ha visto la partecipazione di quarantatré Paesi e di una delegazione dell’Unione europea, senza che risultino adesioni di suoi membri. La dichiarazione rilasciata circoscrive l’oggetto dell’alleanza alla libertà di navigazione, alle rotte commerciali e alle rotte di approvvigionamento energetico fra Mar Rosso, Bab el-Mandeb e Golfo di Aden. Non sono esplicitamente menzionate le infrastrutture a terra, la cui difesa resta così affidata a iniziative nazionali, ciascuna con risorse proprie e senza coordinamento reciproco. Per l’Italia il costo di quella copertura grava sulle stesse scorte impiegate con Aspides.

Il primo documento strategico sulla difesa del governo Takaichi certifica la svolta sulla sicurezza, mentre lo yen continua a essere sotto pressione
L'articolo Il libro bianco del riarmo giapponese proviene da China Files.
Fotografia e traduzione lasciano spazio all’intelligenza incorporata, alla robotica agricola e alle tecnologie che collegano il cervello alle macchine. La Cina sta modificando l’offerta delle proprie università per adattarla allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alle esigenze dell’industria.
Nel 2024 il ministero dell’Istruzione cinese ha autorizzato 1.839 nuove attivazioni di corsi di laurea e ne ha cancellate 1.428. Altri 2.220 corsi hanno sospeso le iscrizioni. I numeri si riferiscono alle singole attivazioni nei diversi atenei ( lo stesso percorso può essere aperto o chiuso in più università ed essere quindi conteggiato diverse volte). Nel Paese risultavano complessivamente attivi circa 62.800 corsi universitari.
La dimensione della trasformazione emerge soprattutto osservando quali percorsi vengono ridotti e quali prendono il loro posto. Uno dei casi più significativi riguarda la Communication University of China di Pechino, uno dei principali atenei del Paese nel campo della comunicazione, del cinema e dei media. Nel quadro di una riorganizzazione avviata nel 2018, l’università ha chiuso, accorpato o trasformato sedici corsi e indirizzi, tra i quali fotografia e traduzione. Fotografia non scompare completamente dall’insegnamento, ma perde la propria autonomia e confluisce in percorsi più ampi dedicati al cinema, alle immagini e alla produzione audiovisiva.
Secondo Liao Xiangzhong, dirigente dell’università, lo sviluppo degli smartphone, dei social network e delle immagini generate dall’intelligenza artificiale ha trasformato il mestiere. Tecniche fotografiche, postproduzione e creazione delle immagini possono essere insegnate insieme, all’interno di una formazione più ampia. Ancora più netta è la posizione dell’ateneo sulla traduzione. Liao sostiene che una parte consistente della traduzione ordinaria sia ormai svolta dall’intelligenza artificiale e che dedicare quattro anni alla preparazione di uno specialista concentrato esclusivamente su una lingua utilizzi risorse che potrebbero essere impiegate per una formazione più articolata. L’università sta quindi trasformando alcuni corsi linguistici in percorsi misti. Lo spagnolo, per esempio, può essere affiancato alla comunicazione audiovisiva e alla conduzione radiotelevisiva, formando professionisti che conoscano la lingua e sappiano utilizzarla nei media e nella comunicazione internazionale. La riorganizzazione ha interessato anche fumetto, arte dei nuovi media, comunicazione visiva e moda, oltre ad alcuni percorsi di economia, management, ingegneria e discipline umanistiche. Secondo una ricostruzione di Le Monde, i tagli effettuati dalle università cinesi si stanno concentrando soprattutto sulle arti creative, sulle lingue straniere, sulle scienze umane e sul management.
Le discipline umanistiche vengono quindi ridotte, ma non sono oggetto di una cancellazione generalizzata. Gli interventi riguardano soprattutto corsi con pochi iscritti, scarse prospettive occupazionali o competenze già coinvolte nell’automazione, come la traduzione di base.
In molti casi le materie perdono la propria autonomia e vengono integrate con informatica, intelligenza artificiale, comunicazione o discipline scientifiche. Alla Beijing Language and Culture University, per esempio, lo studio del francese è stato collegato alla formazione scientifica attraverso un accordo con la Beijing University of Chemical Technology. L’obiettivo è preparare laureati capaci di utilizzare la lingua in settori tecnici, industriali e scientifici. La Communication University of China respinge infatti l’idea di una semplice eliminazione delle arti e delle materie umanistiche. Tra il 2018 e il 2025 l’ateneo ha introdotto venti nuovi percorsi, tra i quali scienza e tecnologia intelligente, giornalismo internazionale, tecnologie per le immagini intelligenti, progettazione artistica dei videogiochi e ingegneria audiovisiva intelligente.
Il modello è quello dell’accorpamento, le competenze tradizionali restano ma vengono unite all’informatica, all’analisi dei dati e all’intelligenza artificiale. L’università ora prepara professionisti capaci di lavorare insieme alle nuove tecnologie.
Nel 2025 il ministero dell’Istruzione ha inserito nel catalogo nazionale 29 nuove lauree. Tra queste compaiono educazione all’intelligenza artificiale, ingegneria audiovisiva intelligente, teatro digitale, scienza e ingegneria della neutralità carbonica, ingegneria molecolare intelligente, tecnologie per i dispositivi medici e ingegneria delle informazioni spazio-temporali. È stata introdotta anche una laurea in tecnologia e ingegneria delle basse quote, pensata per preparare tecnici e progettisti destinati al settore dei droni, dei velivoli senza pilota e dei nuovi sistemi di trasporto aereo. Le prime autorizzazioni hanno riguardato sei università, tra cui la Beihang University di Pechino, specializzata nel settore aeronautico. Nel 2026 il catalogo è stato aggiornato con altri 38 percorsi e comprende ora 883 diverse specializzazioni. Per la prima volta è stata inoltre introdotta una categoria dedicata alle discipline interdisciplinari, nella quale trovano spazio robotica del futuro, ingegneria interdisciplinare, intelligenza incorporata e scienza e tecnologia cervello-macchina. L’intelligenza incorporata combina algoritmi, sensori e robot capaci di muoversi e interagire con il mondo fisico. Nove università sono state autorizzate ad attivare questo percorso, con l’obiettivo di formare personale per le fabbriche automatizzate, la logistica, l’agricoltura e i servizi.
La Cina sta quindi costruendo un’università sempre più legata alle necessità dell’industria e alla velocità dell’innovazione tecnologica. Resta da capire se preparare gli studenti per i lavori del futuro significherà davvero inseguire ogni nuova macchina, oppure insegnare loro a governarla.
L'articolo La Cina ridisegna l’università per l’era dell’IA proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Elon Musk immagina un futuro nel quale lo Stato accredita denaro direttamente sui conti dei cittadini, l’inflazione scompare e lavorare diventa una scelta. A produrre quasi tutto penseranno l’intelligenza artificiale e i robot. È lo scenario descritto da Musk durante una lunga intervista concessa a Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist, registrata il 20 luglio 2026.
Secondo il fondatore di Tesla e SpaceX, entro una decina d’anni il denaro potrebbe perdere gran parte della propria importanza. Alla base di questa previsione c’è un cambiamento ancora più radicale. Secondo Musk, entro i prossimi dieci anni il mondo sarà dominato da una “quantità soverchiante” di intelligenza artificiale, molto più grande della somma di tutte le intelligenze umane. Il sorpasso potrebbe avvenire già entro cinque anni, a meno che un evento catastrofico, come una “guerra nucleare massiccia”, interrompa la rivoluzione in corso. Come cambierà allora l’equilibrio dei poteri tra uomini e macchine? “Non ci sarà nulla che l’AI non potrà fare meglio degli esseri umani, a parte essere umani”, sostiene Musk. Per questo ritiene “improbabile che gli esseri umani saranno in controllo”. Tra l’intelligenza artificiale e quella umana potrebbe crearsi, secondo il suo paragone, una distanza simile a quella che oggi separa l’intelligenza degli esseri umani da quella degli scimpanzé. Uno scenario che, nelle parole di Musk, dovrebbe entusiasmare più che spaventare, perché potrebbe aprire “un’era di straordinaria abbondanza, nella quale tutti potranno avere qualsiasi cosa desiderino”. “Per cosa vogliamo il denaro?”, domanda Musk. “Per comprare beni e servizi: cibo, case, trasporti, intrattenimento. Ma se robot e intelligenza artificiale saranno in grado di produrre più beni e servizi di quanti ogni essere umano possa consumarne, a cosa servirà ancora il denaro?”
La sua previsione si basa su un aumento della produttività senza precedenti. Fabbriche automatizzate, robot umanoidi e sistemi di intelligenza artificiale potrebbero produrre oggetti e fornire servizi continuamente, con costi sempre più bassi e un bisogno sempre minore di lavoro umano. A quel punto, sostiene Musk, il problema economico principale non sarebbe più l’inflazione, ma la deflazione.
Durante l’intervista, Zanny Minton Beddoes chiede a Musk: come potranno vivere le persone se gran parte dei lavori verrà svolta dalle macchine? E Musk risponde: “Penso che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni per le persone”. Non un reddito minimo destinato esclusivamente a chi si trova in difficoltà, ma quello che Musk definisce un “reddito universale elevato”, in inglese universal high income. (ne avevamo già parlato qui)
La differenza rispetto al reddito universale di base è sostanziale. Il reddito di base garantisce una somma sufficiente a coprire le necessità essenziali, Musk immagina invece una società nella quale l’abbondanza prodotta dalle macchine permetta a tutti di accedere a un livello di vita molto più alto.
L’intervistatrice gli fa notare che distribuire denaro senza una corrispondente entrata fiscale rischierebbe di alimentare l’inflazione, Musk risponde ribaltando il ragionamento, ovvero se la quantità di beni e servizi cresce più velocemente della quantità di denaro in circolazione, i prezzi scendono. “Faccio una previsione”, afferma. “Il problema sarà la deflazione, non l’inflazione. Se la produzione di beni e servizi aumenta più rapidamente dell’offerta di moneta, si avrà deflazione”. In altre parole, il governo potrebbe immettere nuovo denaro nell’economia senza provocare aumenti generalizzati dei prezzi, perché robot e intelligenza artificiale produrrebbero ancora più velocemente case, energia, trasporti, alimenti e servizi. È una previsione, non una legge economica dimostrata, e presuppone che l’enorme produttività delle macchine si traduca davvero in una maggiore disponibilità di beni per tutti: “Il denaro smetterà di essere importante nel 2036”. Musk aveva espresso lo stesso concetto pochi mesi prima, intervenendo all’Abundance Summit organizzato da Peter Diamandis, anche in quell’occasione aveva previsto un “reddito universale elevato” finanziato attraverso l’emissione di denaro pubblico.
Secondo Musk, AI e robot arriveranno a produrre talmente tanto da esaurire buona parte dei desideri materiali umani. In questa economia dell’abbondanza, il valore del denaro diminuirebbe progressivamente, fino a diventare quasi irrilevante. Il paragone utilizzato è quello della società raccontata in Star Trek, nella quale la tecnologia ha superato la scarsità materiale e l’accumulazione di denaro ha perso la funzione che possiede oggi.
Musk immagina un mondo nel quale tutti ricevono un reddito elevato e possono accedere a quasi ogni bene desiderato. Una nuova forma di libertà, in cui il lavoro smette di essere una necessità e torna a essere una scelta, restituendo alle persone ciò che oggi manca più di tutto: il tempo per vivere.
L'articolo Elon Musk: “Tra dieci anni il denaro potrebbe non servire più” proviene da Il Blog di Beppe Grillo.
Con lo Stretto di Hormuz (quasi) occluso Riyad si trova a fare i conti con rotte mercantili lunghe e complicate, con un calo della produzione petrolifera e con finanze pubbliche sotto pressione. L’intesa nucleare con gli Stati Uniti e i colloqui con l’Iran. Nel mezzo la rivalità strutturale con gli Emirati Arabi Uniti.

Le esercitazioni Han Kuang Mercoledì 5 agosto sono cominciate a Taiwan le Han Kuang, le esercitazioni militari più importanti dell’isola. Si tengono ogni estate dal 1984 e servono a testare la capacità delle forze armate della Repubblica di Cina di reagire a un eventuale attacco dell’Esercito Popolare di Liberazione della Cina continentale. Fino al 14 agosto si sviluppano dieci giorni ...
L'articolo Taiwan Files – Han Kuang, Trump-Xi, politica interna, cinema proviene da China Files.

L’8 luglio 2026, al vertice NATO di Ankara, il presidente Trump ha dichiarato decaduto il memorandum d’intesa con l’Iran firmato il 17 giugno. Nella settimana successiva l’escalation ha ripreso ritmo. Gli Stati Uniti hanno reimposto il blocco navale sui porti iraniani e colpito circa 170 obiettivi in Iran, mentre Teheran ha risposto attaccando navi commerciali nello Stretto di Hormuz e installazioni militari americane negli stati del Golfo. Come già durante i quattro mesi di guerra aperta, i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) si sono ritrovati bersaglio di un conflitto deciso altrove, e la difesa del loro territorio è dipesa dall’ombrello militare statunitense e israeliano, che nessun altro attore era in grado di fornire.
Washington resta dunque l’unico garante possibile della sicurezza del Golfo, eppure le monarchie del GCC continuano a diversificare verso la Cina invece di stringersi agli Stati Uniti. La risposta sta nella distinzione che il GCC ha imparato a fare tra la capacità militare americana, che resta senza alternative, e l’affidabilità strategica americana, su cui la guerra ha lasciato dubbi.
Sul piano militare non esiste ancora un sostituto di Washington. Secondo i dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), tra il 2020 e il 2024 gli Stati Uniti hanno fornito metà di tutte le importazioni di armi del Medio Oriente e Nord Africa, con Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati tra i primi acquirenti al mondo. A questo si aggiunge un’architettura fisica costruita in decenni. La base aerea di Al Udeid in Qatar è la più grande installazione americana della regione e ospita il comando avanzato del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), la Quinta Flotta ha il suo quartier generale a Manama, e basi come Al Dhafra negli Emirati e Camp Arifjan in Kuwait completano una rete di presenza, condivisione di intelligence e addestramento che nessun’altra potenza è in grado di replicare. In confronto, la presenza militare cinese nella regione resta marginale.
La guerra ha reso questo dato ancora più evidente, dato che solo l’integrazione con le difese statunitensi e israeliane ha permesso di intercettare la maggior parte dei raid iraniani. Al tempo stesso, però, il conflitto ha alzato il prezzo politico dell’allineamento con Washington. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza una reale consultazione dei partner del Golfo, che ne hanno poi subito le conseguenze sul proprio suolo. Alcuni esponenti americani, come il senatore Lindsey Graham, hanno anche chiesto pubblicamente un maggiore coinvolgimento delle monarchie, con un tono che a Riyadh e Abu Dhabi è suonato come un’imposizione più che come una richiesta tra alleati. Lo stesso Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti diventeranno i guardiani dello Stretto di Hormuz e che dovrebbero essere rimborsati per il servizio. Per il GCC il messaggio è chiaro, e conferma che la protezione americana è una prestazione a condizioni negoziabili, non una garanzia.
A rendere il conto ancora più salato c’è la posta economica. Dallo Stretto di Hormuz passava prima della guerra un quinto del petrolio mondiale, con circa 110 navi al giorno in transito, ridotte nei momenti peggiori del conflitto a poco più di una dozzina. Per economie che hanno scommesso la propria trasformazione su turismo, logistica, hub tecnologici e progetti come NEOM, la città futuristica che Riyadh sta costruendo sul Mar Rosso, una guerra permanente sul proprio confine marittimo mette in discussione l’intero modello di sviluppo. La sicurezza fornita da Washington protegge il territorio del GCC, ma non protegge il suo modello di business, che ha bisogno di una stabilità che la deterrenza da sola non produce.
Fuori dall’ambito militare il quadro si rovescia. La Cina è il primo partner commerciale del Golfo e il principale acquirente del suo petrolio, e l’interdipendenza si sta strutturando ben oltre il barile. L’esempio più chiaro è Saudi Aramco, che ha acquisito una quota del 10% del colosso petrolchimico cinese Rongsheng per 3,4 miliardi di dollari, legandola a una fornitura di lungo periodo di 480.000 barili al giorno, e che sta negoziando partecipazioni incrociate nelle raffinerie dei due Paesi. La compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi (ADNOC) ha firmato con la cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) contratti pluriennali di fornitura di gas naturale liquefatto e QatarEnergy ha commissionato ai cantieri cinesi 18 metaniere giganti per quasi 6 miliardi di dollari, il più grande contratto navale singolo della storia dell’industria. Si tratta di accordi che vincolano le due economie per decenni, non transazioni di mercato.
Sul terreno tecnologico la competizione tra Washington e Pechino si gioca su intelligenza artificiale e data center, settori in cui Arabia Saudita ed Emirati stanno investendo centinaia di miliardi di dollari e in cui la Cina offre un’alternativa credibile ai fornitori americani. Le reti 5G del Golfo sono state costruite in gran parte da Huawei e ZTE, e i fondi sovrani della regione hanno investito miliardi nell’industria cinese dei veicoli elettrici, con la quota di Abu Dhabi in NIO e le joint venture di Aramco con BYD.
C’è poi la dimensione diplomatica, dove i percorsi delle monarchie divergono in modo rivelatore. Gli Emirati sono entrati formalmente nei BRICS il 1° gennaio 2024. L’Arabia Saudita, invitata nello stesso allargamento, non ha mai depositato gli strumenti di adesione e partecipa ai lavori del blocco come membro di fatto, evitando di formalizzare un’adesione che avrebbe un costo politico a Washington. È il doppio binario applicato persino all’architettura istituzionale, mentre secondo le stime la quota di petrolio saudita regolata in renminbi è passata da quasi zero nel 2022 al 15-20 per cento a metà 2026. La mediazione della guerra è passata dal Pakistan e dal Qatar, non dalla Cina, e sono ancora loro a lavorare per riportare le parti al tavolo dopo il collasso della tregua.
Il ruolo di Pechino è stato tuttavia tutt’altro che assente. Secondo le ricostruzioni, l’approvazione iraniana del primo cessate il fuoco di aprile è arrivata dopo una pressione cinese dell’ultimo minuto su Teheran. È il tipo di influenza che interessa alle monarchie del Golfo, e che nessuna quantità di deterrenza americana può replicare, dato che la Cina è l’unica potenza in grado di esercitare una leva reale sull’Iran senza l’utilizzo delle armi. Il riferimento del Golfo resta però il riavvicinamento saudita-iraniano del marzo 2023, negoziato con la regia di Pechino, che ha dato a Riyadh un modello per gestire Teheran attraverso la diplomazia invece della sola deterrenza.
Il GCC non sceglie tra Stati Uniti e Cina, li usa entrambi in ambiti diversi e in modo consapevole. La lettura più netta arriva da Foreign Policy, secondo cui la potenza militare americana è reale mentre il seguito strategico americano è inaffidabile. È proprio questo scarto che spiega perché il Golfo abbia costruito solidi rapporti commerciali con Pechino e rifiuti di organizzare la propria politica estera attorno alle sole priorità di Washington.
Il doppio binario ha però confini precisi, e il primo lo pongono gli stessi Stati Uniti. Le monarchie evitano di concedere basi militari cinesi o di superare altre linee rosse poste da Washington, perché mettere a rischio l’accesso ai chip avanzati e all’equipaggiamento americano avrebbe un costo troppo alto. Il caso più istruttivo è quello di G42, il campione emiratino dell’intelligenza artificiale, che sotto pressione americana ha ceduto tutte le sue partecipazioni cinesi, inclusa una quota da 100 milioni di dollari in ByteDance, in cambio dell’accordo da 1,5 miliardi con Microsoft. Quando Washington ha imposto una scelta binaria sulle tecnologie sensibili, Abu Dhabi ha scelto Washington, come già aveva fatto rinunciando agli F-35 piuttosto che rispondere alle condizioni americane sui legami con Pechino.
Il secondo confine lo ha tracciato la guerra stessa. Le segnalazioni sull’uso di satelliti cinesi da parte dell’Iran per localizzare le basi statunitensi nel Golfo, e sul rischio di forniture militari cinesi a Teheran, hanno ricordato alle monarchie i limiti di qualsiasi partnership con Pechino quando in gioco c’è la loro difesa diretta.
Il terzo limite è interno al blocco, perché il GCC non ha reagito alla guerra come un attore unico. L’Arabia Saudita ha spinto per la de-escalation e per i negoziati mediati dal Pakistan, una scelta coerente con la sua vulnerabilità. Il regno ha già visto colpito da un drone l’oleodotto East-West, l’infrastruttura che gli consente di esportare aggirando Hormuz, e i megaprogetti di Vision 2030 hanno bisogno di un decennio di stabilità per stare in piedi. Gli Emirati, il Paese più colpito dagli attacchi iraniani, hanno seguito la traiettoria opposta. Hanno adottato la linea più dura verso Teheran, hanno lasciato l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) a maggio 2026 e hanno rafforzato i legami con Stati Uniti e Israele, al punto che un parlamentare iraniano li ha avvertiti pubblicamente per il presunto supporto alla campagna militare americana. Il doppio binario esiste in entrambe le capitali, ma con intensità e forme diverse. Riyadh lo usa per tenersi aperte tutte le opzioni, Abu Dhabi per pesare di più dentro l’alleanza americana.
Il doppio binario regge finché Washington non chiederà al Golfo di scegliere. Per ora gli Stati Uniti tollerano la diversificazione economica e tecnologica verso la Cina, a condizione che le linee rosse militari restino intatte. Il collasso della tregua rende questo equilibrio più oneroso da mantenere per entrambe le parti.
La tenuta del modello dipende dunque in conclusione da due variabili. La prima è quanto a lungo la Cina resterà marginale sul piano della sicurezza, l’unico ambito in cui il Golfo non dispone di alternative agli Stati Uniti. La seconda è quanto a lungo Washington accetterà di garantire quella sicurezza a paesi che, su tutto il resto, continuano a guardare altrove.

Quasi un giovane americano su due sotto i trent’anni vive con almeno uno dei genitori. Nel 2025 la percentuale ha raggiunto il 49%, sei punti in più rispetto al 2022 e dodici punti in più rispetto al 2019, prima della pandemia, secondo i dati della Federal Reserve. In Gran Bretagna sta accadendo qualcosa di simile, la quota dei venticinquenni che abitano ancora nella casa di famiglia è passata dal 25% degli anni Novanta al 42% di oggi. Il Guardian ha definito il fenomeno “kidulthood”, una lunga permanenza in quella zona intermedia nella quale si è adulti per età ma si continua a vivere nella propria cameretta.
Per anni questa situazione è stata banalizzata come una scelta di comodità, “i giovani sono pigri, immaturi e troppo affezionati all’“albergo di mamma e papà”, ma i dati ci dicono tutt’altro. In Gran Bretagna, negli ultimi vent’anni, la convivenza con i genitori tra le persone di venti e trent’anni è aumentata di oltre un terzo; nello stesso periodo, la proprietà di una casa tra i venticinquenni è crollata: dal 43% della metà degli anni Ottanta al 15% di oggi. Dietro questa permanenza prolungata ci sono il costo delle abitazioni, gli affitti e i salari che crescono lentamente, e soprattutto una stabilità lavorativa sempre più difficile da raggiungere. Andare via di casa richiede insomma ormai una sicurezza economica che molti ragazzi, pur lavorando, non possiedono.
Negli Stati Uniti il fenomeno è cresciuto rapidamente, secondo le statistiche del Census Bureau nel 2025 viveva nella casa dei genitori il 58% degli americani tra i 18 e i 24 anni e il 16% di quelli tra i 25 e i 34 anni.
Anche in Italia, secondo l’Istat, nel 2024 oltre due giovani tra i 18 e i 34 anni su tre vivevano ancora con almeno uno dei genitori. L’Istituto collega questa permanenza alla precarietà lavorativa e alle difficoltà di accesso alla casa. I giovani italiani lasciano la famiglia d’origine mediamente a 30,1 anni, quasi quattro anni dopo la media dell’Unione europea, ferma a 26,2 anni. Nel 2024 soltanto Croazia, Slovacchia e Grecia registravano un’età superiore a quella italiana, mentre in Finlandia, Danimarca e Svezia si usciva di casa poco dopo i ventuno anni.
Sta cambiando anche il significato della parola “adulto”. Le nuove generazioni italiane sono molto più istruite di quelle che le hanno precedute: tra i 25 e i 34 anni la quota dei laureati è passata dal 7% del 1992 al 30,6% nel 2023. Eppure, nel 2025, soltanto il 71,8% dei giovani italiani che avevano concluso da poco gli studi risultava occupato, una delle percentuali più basse dell’Unione europea. Anche quando il lavoro arriva, spesso offre poche certezze o non valorizza gli studi compiuti. Secondo la Commissione europea, quattro giovani laureati italiani su dieci svolgono un lavoro estraneo al proprio percorso di formazione. Nel frattempo, il reddito medio da lavoro in Italia è diminuito del 7,2% rispetto al 2004. Non siamo quindi davanti a giovani impreparati o poco disposti a costruirsi una vita. Molti hanno studiato, acquisito competenze e affrontato percorsi formativi più lunghi rispetto ai propri genitori, ma titoli e preparazione garantiscono sempre meno un salario sufficiente, e la possibilità di sostenere il costo di una casa.
Una generazione pronta a uscire di casa resta così bloccata nella casa dei genitori, mentre la società continua ad attribuirle la responsabilità di un ritardo che ha contribuito a produrre.
L'articolo La Generazione che non riesce più a uscire di casa proviene da Il Blog di Beppe Grillo.
Il riconoscimento e il suo prezzo
Nel frattempo i canali bilaterali della regione si sono riaperti. L’Indonesia ha ripristinato l’ambasciata a Pyongyang nel luglio 2025, il ministro Sugiono vi si è recato in ottobre, prima visita di un capo della diplomazia indonesiana dal 2013, firmando un memorandum su consultazioni regolari, e l’arrivo di un ambasciatore residente in marzo ha completato una ricostruzione coerente con lo sforzo di Prabowo di convertire il non allineamento da postura dichiarativa in pratica operativa. Il Laos si è spinto oltre, inviando il presidente Thongloun Sisoulith in visita di Stato, primo capo di Stato straniero ricevuto a Pyongyang per un’occasione nazionale da anni, mentre To Lam è stato il primo leader vietnamita a recarvisi in diciotto anni. Il commercio non spiega nulla di tutto questo, dato che nel caso indonesiano si aggira sui due milioni di dollari annui. Ciò che quegli scambi trasferiscono è riconoscimento, e il riconoscimento concesso per via bilaterale arriva sganciato dalla questione nucleare, con ciascun governo che lo dispensa alle proprie condizioni. Il canale multilaterale prezza la stessa merce in modo diverso. Il Forum ha nuovamente sostenuto la completa denuclearizzazione della penisola, sebbene la formulazione avesse già arretrato rispetto alla vecchia richiesta di un disarmo completo, verificabile e irreversibile. Pyongyang può dunque accumulare riconoscimento per via bilaterale evitando l’unica sede in cui si troverebbe seduta sotto una frase che nega uno status ormai iscritto nella propria costituzione, iscrizione che innalza il costo interno di ogni concessione futura oltre quanto qualsiasi garanzia esterna potrebbe compensare. Si tratta di impegno selettivo da parte di uno Stato le cui alternative sono migliorate, non della condotta di uno Stato isolato.
Un patto costruito per costare poco
La selettività porta alla luce una debolezza incorporata nel Forum fin dalla sua istituzione. L’ASEAN ha attirato le grandi potenze dentro le proprie architetture post-Guerra fredda attraverso un patto deliberatamente a basso costo, fatto di inclusione, informalità e consenso, poiché ciascuna preferiva la regia dell’ASEAN a quella di una rivale, e gli Stati minori hanno così acquisito una voce in materia di sicurezza asiatica che altrimenti non avrebbero potuto rivendicare. Lo stesso prezzo d’ingresso contenuto ha reso economico anche il disimpegno, una volta che la sede ha smesso di essere scarsa. Per anni il Forum ha offerto a Pyongyang un accesso raro a un tavolo condiviso con Washington, Pechino, Mosca, Tokyo e Seul; il trattato con la Russia del 2024, la partecipazione nordcoreana alla guerra russa e la ripresa degli scambi con Pechino garantiscono oggi quell’accesso a condizioni migliori, e la socializzazione perde presa nella misura in cui migliorano le opzioni esterne. Che l’assetto sopravviva alla propria inefficacia non costituisce un enigma, dal momento che continua a distribuire benefici. L’ASEAN conserva il ruolo di convocatore da cui deriva la sua rivendicazione di centralità, gli Stati membri mantengono per la diplomazia bilaterale un margine che posizioni collettive più ferme comprimerebbero, e le grandi potenze ottengono una piattaforma regionale senza accettare quasi alcuna disciplina. Una paralisi di questo genere è meno un fallimento dell’assetto che una allocazione di vantaggi tale da non lasciare ad alcun partecipante un interesse a modificarlo.
Una norma priva di esecutori
L’apparato di applicazione si è intanto frantumato ben oltre la regione. Pechino non chiede più esplicitamente la denuclearizzazione dal trilaterale con Seul e Tokyo del maggio 2024, e Xi ha omesso il riferimento a Pyongyang in giugno, durante la prima visita di un leader cinese in sette anni. Alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione, in maggio, la Russia ha ottenuto la cancellazione del passaggio sul programma nordcoreano, la cui delegazione ha definito la questione chiusa, dopo avere già posto fine con il veto del 2024 al mandato del panel ONU che monitorava l’elusione delle sanzioni. L’ASEAN ripete oggi una norma formatasi sotto una distribuzione del potere precedente, quando Washington promuoveva la non proliferazione e sia Mosca sia Pechino ne accettavano una parte sufficiente perché continuasse a funzionare. Pyongyang sfrutta inoltre una gerarchia interna all’ordine nucleare stesso. Il Trattato separa i possessori legittimi dagli aspiranti proibiti mentre le potenze riconosciute hanno compiuto scarsi progressi verso il disarmo che si erano impegnate a perseguire, e le categorie di custode responsabile e di proliferatore pericoloso derivano dai rapporti di forza e dalla storia postcoloniale di chi fosse autorizzato a definire la sicurezza internazionale. Nulla di ciò discolpa un regime che invoca l’assedio permanente per giustificare la militarizzazione permanente, ma spiega perché l’argomento sovranista faccia presa anche presso governi che quel regime non lo difendono. La posizione dell’ASEAN dentro quest’ordine è intermedia, poiché fa da tramite per accesso e riconoscimento al di sotto di una struttura di applicazione che le potenze nucleari controllano, il che fissa un tetto a ciò che la sua centralità può ottenere. Ne risulta quello che avevo gia’ definito regionalismo paralizzato, in cui una capacità di convocazione quasi universale produce scarsa convergenza e l’assenza non costa nulla. La prossima dichiarazione del presidente dell’ARF metterà alla prova quella rivendicazione in modo diretto. Mantenere la frase confina la denuclearizzazione alla dichiarazione multilaterale mentre i membri conducono le proprie relazioni bilaterali senza farvi riferimento; rimuoverla riconosce un mutamento già compiuto nella pratica e premia la strategia che lo ha prodotto. In un caso come nell’altro la decisione indicherà quale ordine il linguaggio ereditato dall’ASEAN continui a servire, e che cosa la sua centralità sia ancora in grado di organizzare ora che il patto sottostante a quel linguaggio si è disfatto.


Gli eventi nell'exclave spagnola hanno radici geopolitiche. Nel Belpaese, per il governo e la maggioranza dell’opinione comunicata è una minacciosa invasione. Per l'Italia il problema fondamentale sono il calo e l’invecchiamento della popolazione. Bisogna consentire un’immigrazione regolare e regolata e integrare le persone.
L’orbe tecnocratico, vittima della sindrome di Babele, con la pretesa di definire un unico linguaggio e una sola via del progresso, scorge nell’uso dell’IA uno strumento per accrescere le proprie capacità di controllo sociale. Questa inedita forma di neo-colonialismo, fondata sull’appropriazione di dati come risorsa strategica, si accompagna, nell’enciclica leoniana, ad una costante antropologica che rintraccia nell’uomo moderno l’incapacità di porre dei limiti concreti al retto uso della potenza tecnologica. Animato da una marcata sensibilità geopolitica, il Pontefice americano sottrae il cyberspazio all’illusione della sua immaterialità restituendogli una dimensione tangibile. Il controllo sistematico di infrastrutture digitali, appannaggio esclusivo di grandi attori economici privati, definisce una condizione di oligopolio entro la quale sono questi stessi soggetti a stabilirne le regole di accesso. I Data Center, archivi delle nuove terre rare del potere (dati sanitari, dati demografici, profili epidemiologici) perpetuano un assetto egemonico che riproduce le asimmetrie del potere digitale, ridisegnando una geografia di nuovi centri e periferie globali, guidati da una logica estrattiva unidirezionale. Lo scontro tra imperialismi contrapposti, che Leone XIV individua come uno dei tratti caratterizzanti del cogente ordine internazionale, trova nell’impiego delle nuove tecnologie un acceleratore della rivalità tra “potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo”.
Disinformazione e guerra cognitiva nell’era digitale
La manipolazione e il controllo degli ambienti informativi, nella corsa alla colonizzazione dello spazio digitale, costituiscono un ulteriore terreno di confronto funzionale a preparare culturalmente, mediante la diffusione di narrazioni semplificanti, le condizioni per la guerra cognitiva: una forma di conflitto diretta all’erosione delle capacità critiche e percettive degli individui, che anticipa e alimenta le forme di scontro convenzionale. Lo spazio cibernetico si configura, dunque, come un luogo all’interno del quale vengono condotti “attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA [che] possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto”. Prevost riconosce nell’uso strumentale della tecnologia e dell’IA un potenziale vettore di condizionamento sociale, estraneo alla neutralità, e capace di orientare l’opinione pubblica al punto da riscrivere la grammatica dei conflitti contemporanei. Nelle parole del Pontefice:
La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e ‘ibride’, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica.
In questo scenario di vulnerabilità diffusa, l’enciclica leoniana richiama la crisi del sistema multilaterale. La riconfigurazione degli equilibri globali segna il ritorno a un paradigma binario che individua nella contrapposizione amico-nemico la via per ricostruire un’identità collettiva frammentata. La sedimentazione di nuovi immaginari condivisi, sospinti da una “cultura violenta della potenza” trasferisce progressivamente il conflitto dal piano cognitivo al piano materiale, in un processo in cui “la diversità dell’altro […] vissuta come minaccia [alimenta] un desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche […]”. Ne deriva una concezione dell’alterità che tende a identificare la sicurezza con l’accumulazione di capacità militari.
IA e sistemi d’arma
L’implementazione dell’IA nei sistemi d’arma ad autonomia operativa rappresenta, nella riflessione di Leone XIV, il punto di massima convergenza tra innovazione tecnologica e crisi della responsabilità politica. L’intelligenza artificiale e l’imperante narrazione taumaturgica dell’efficienza algoritmica abbassano la soglia del ricorso alla violenza; accompagnate dalla proliferazione di nuovi attori armati che “intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici”, trasformano la difesa in prevenzione, innescando una spirale securitaria che rende la guerra una condizione permanente, il cui fine ultimo non si sostanzia più nell’ottenimento della “vittoria definitiva”, bensì nella “perpetuazione del conflitto come fonte di potere e rendita”.
Potere e tecnologia: comprendere la nuova spazialità del conflitto
La Magnifica Humanitas, pur assumendo toni di severa invettiva nei confronti dell’IA, non indugia in una sterile forma di luddismo, né paventa un’utopica regressione verso una società pre-tecnologica. La critica leoniana richiama, con rinnovata urgenza, la necessità di regolamentare la corsa allo spazio cibernetico: un dominio potenzialmente illimitato che definisce nuove forme di interazione e in cui si addensa lo scontro tra attori geopolitici eterogenei. L’enciclica svela la persistenza storica di una matrice neo-coloniale che, mutate le coordinate spaziali, ne conserva intatta la morfologia. Laddove un tempo erano le terre emerse, il mare, lo spazio aereo ed extra-atmosferico a definire il limes della contesa, a questi si affiancano i flussi di dati e le infrastrutture digitali. Interrogarsi criticamente sull’importanza del cyberspazio vuol dire assumere uno sguardo consapevole e disincantato sulle nuove forme che il potere e la conflittualità assumono nella contemporaneità. Non si tratta di normalizzare l’ineluttabilità dello scontro, quanto piuttosto di adottare un approccio autenticamente realista che permetta di leggere con lucidità “interessi, paure, vincoli e rapporti di forza”.
Un gigante dell’uranio nel cuore dell’Eurasia
Il Kazakistan è situato nel cuore dell’Asia Centrale: confina a nord e a ovest con la Russia, a est con la Cina e a sud con Kirghizistan, Uzbekistan e Turkmenistan, mentre a sud-ovest si affaccia sul Mar Caspio. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, produce da solo circa il 60% del PIL dell’intera regione. Ricco di risorse naturali, possiede enormi riserve di idrocarburi ed è il primo produttore mondiale di uranio, con circa il 40% dell’estrazione globale.
Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, il Paese ha ereditato il quarto arsenale nucleare al mondo. Ha però scelto di rinunciarvi, sia per l’impossibilità di mantenerlo nel pieno della crisi economica post-sovietica, sia per la volontà di accreditarsi come partner affidabile sulla scena internazionale. Ha così trasferito le testate alla Russia e ceduto l’uranio militare agli Stati Uniti, in un processo avviato già nel 1991 con la chiusura del poligono nucleare di Semipalatinsk.
Nel 1993 ha aderito al Trattato di non proliferazione e nel 1994 è diventato membro dell’AIEA. Nello stesso anno, con l’operazione segreta nota come Project Sapphire, ha ceduto agli Stati Uniti circa 600 chilogrammi di uranio weapons-grade. Negli anni successivi ha avviato la collaborazione con il Nuclear Suppliers Group per il controllo dei materiali sensibili. Oggi, presso l’impianto metallurgico di Ulba a Öskemen, ospita la banca dell’uranio a basso arricchimento dell’AIEA (LEU Bank). Istituita nel 2017 in cooperazione con l’Agenzia e operativa dall’ottobre 2019, custodisce scorte di uranio destinate a usi civili.
La proposta di stoccaggio, oltre a essere coerente con questa lunga tradizione di non proliferazione, mostra come il Paese cerchi di accreditarsi quale mediatore non allineato, promuovendo un’immagine di attore indipendente nell’ordine internazionale.
Una politica estera multivettoriale
Il Kazakistan rappresenta un caso di studio interessante, è l’esempio di una medio-piccola potenza che, in uno scenario globale in evoluzione, ha reinterpretato la propria collocazione internazionale. Attraverso l’hedging – la costruzione di molteplici allineamenti flessibili e di coalizioni issue-based con Paesi affini – attori come Astana si adattano a un ordine mondiale incerto e frammentato. Fin dall’indipendenza, il Kazakistan persegue, infatti, una politica estera multivettoriale: coltiva in maniera bilanciata i rapporti con partner diversi, senza vincolarsi a un unico blocco di alleanze e sfruttando a proprio vantaggio la rivalità tra grandi potenze.
Con la Russia il Kazakistan mantiene una relazione storicamente solida sul piano economico, militare e infrastrutturale: entrambi fanno parte dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). La dipendenza in ambito di sicurezza è emersa con chiarezza nel gennaio 2022 quando, durante le proteste innescate dall’aumento del prezzo del GPL, Tokayev richiese l’intervento della CSTO per ristabilire l’ordine. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Astana ha però mantenuto una posizione prudente, evitando di riconoscere le repubbliche separatiste e le annessioni russe. I legami economici restano forti, sebbene in lieve calo per effetto delle sanzioni e dell’allineamento kazako alle restrizioni occidentali sui beni strategici. Cresce intanto la preoccupazione per la sovranità nazionale e per le minoranze russofone del nord, accompagnata da un rafforzamento del nazionalismo e della lingua kazaka.
L’influenza cinese, in forte espansione, è soprattutto economica. Il commercio bilaterale è cresciuto significativamente negli ultimi anni, con importazioni di materie prime kazake ed esportazioni cinesi di prodotti industriali e di consumo. Grazie alla Belt and Road Initiative il Kazakistan è divenuto un nodo strategico delle rotte eurasiatiche, in particolare per il transito energetico e commerciale: il gasdotto Cina–Asia Centrale ne è l’infrastruttura simbolo. Pechino investe anche in infrastrutture e rinnovabili, ma tra la popolazione resta diffusa la preoccupazione per una possibile dipendenza economica e per l’influenza politica cinese.
Le relazioni con Washington si sviluppano soprattutto nel formato C5+1, incentrato su economia, energia e sicurezza. Gli Stati Uniti mirano a rafforzare la propria presenza in Asia Centrale per diversificare le fonti energetiche e contenere l’influenza di Russia e Cina. In tal senso, il Kazakistan è rilevante per le risorse strategiche – uranio, terre rare, metalli – e per il suo ruolo nella sicurezza energetica globale. La distanza geografica e la concorrenza di altri teatri, dal Mediterraneo Allargato al Medio Oriente, rendono però la regione meno prioritaria per Washington.
Iran: il pragmatismo alla prova
I rapporti con l’Iran sono tradizionalmente improntati al pragmatismo economico. Negli ultimi anni i due Paesi hanno intensificato la cooperazione in commercio, trasporti e logistica, favorita dalla comune appartenenza a diversi forum regionali e dall’interesse kazako ad accedere ai mercati del Golfo e dell’Oceano Indiano attraverso il territorio iraniano. Ancora nel gennaio 2026 Astana e Teheran discutevano l’espansione della cooperazione economica e infrastrutturale.
La relazione non è però priva di limiti. Dopo gli attacchi iraniani che nel corso del conflitto hanno colpito anche i Paesi del Golfo, Tokayev ha inviato messaggi personali ai leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per esprimere piena solidarietà. Nei confronti di Teheran, al contrario, Astana si è limitata a condoglianze ufficiali per via diplomatica. Nell’aprile 2026 il viceministro degli Esteri kazako Arman Issetov ha poi annunciato la sospensione di diversi progetti congiunti con l’Iran – incluse alcune forniture di grano e parte del commercio alimentare – motivandola con l’instabilità e le difficili condizioni interne iraniane.
Il Kazakistan ha, dunque, assunto una posizione di fredda neutralità verso la Repubblica Islamica, per non compromettere la propria credibilità di fronte ai partner occidentali. Il mutato contesto geopolitico ha reso difficile una perfetta equidistanza, senza però intaccare la capacità di iniziativa del Paese.
Una proposta senza seguito, un segnale politico riuscito
A oltre un mese di distanza, la proposta kazaka non ha avuto seguito. Dopo il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, firmato con l’intento di porre fine alle ostilità tra le due potenze, i vertici di Teheran hanno ribadito ufficialmente l’intenzione di diluire l’uranio arricchito in loco. «La nostra posizione è sempre stata che l’unico modo per gestire le scorte di materiale arricchito è diluirlo all’interno dell’Iran», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi alla televisione nazionale.
Il Kazakistan, in ogni caso, mantiene una posizione di neutralità diplomatica e conserva il ruolo di interlocutore affidabile agli occhi degli Stati Uniti. Al tempo stesso continua a coltivare i rapporti con Teheran, come dimostra il recente incontro tra l’ambasciatore kazako in Iran, Ontalap Onalbayev, e il viceministro degli Esteri iraniano per gli Affari giuridici e internazionali, Kazem Gharibabadi, capo negoziatore del dossier nucleare. Il Paese riafferma così la propria linea di politica estera multivettoriale.



Il processo sotterraneo di trasformazione dell’Unione Europea, fin qui caratterizzato dalla sua sovrastruttura multilivello, con l’apertura alla Moldova e all’Ucraina pone la prima pietra miliare nel ribaltamento dei criteri stanti alla base delle valutazioni di ingresso nell’Unione, portando la riflessione in seno alle istituzioni su un altro livello.
Si sfumano i criteri, mutano le percezioni. L’Unione non è più intesa soltanto, ed esclusivamente, nella concezione del rigore dei conti e della stabilità dei sistemi democratici al loro interno, ma anche nella valutazione delle conseguenze derivanti dalla mancata integrazione a seguito dei ritardi registrati. Di per sé quello a cui si sta assistendo all’interno dell’intelaiatura europea è un mutamento di prospettiva di natura bidirezionale. Se il processo di integrazione si configurava come una concessione dall’alto verso il basso, quello a cui si sta assistendo è un processo di integrazione reciproca che tiene conto degli elementi fondanti dell’adesione, compensati però nelle loro carenze dalla misurazione effettiva delle conseguenze negative derivanti dalla loro esclusione, solo per la non perfetta corrispondenza a tali dettami.
Per tale ragione, quello che si configura all’interno del ragionamento istituzionale in seno all’Unione Europea, e nei rispettivi fori internazionali che accompagnano il processo di discussione e di evoluzione dell’architettura europea – come l’Iniziativa Centro-Europea, l’Iniziativa Adriatico Ionica, la Three Seas Initiative, grazie al loro approccio integrato – è l’intuizione e l’impostazione di una struttura a cerchi concentrici caratterizzati da una graduale approssimazione alla sfera europea: l’ingresso, dunque, non immediato, ma graduato, permetterebbe l’accesso del paese aspirante al primo cerchio dell’area europea – denotandone un’appartenenza – ma senza godere subito di tutti gli oneri e onori, in quanto necessitanti della giusta tempistica al fine del raggiungimento di tutti i criteri necessari.
La differenza di prospettiva si sostanzia così nella possibilità di orbitare nella sfera europea e considerarsi membro dell’Unione, senza però recare alcun danno all’intelaiatura stessa dell’Unione introducendo, troppo frettolosamente, elementi di destabilizzazione a causa del mancato perfezionamento, ad esempio, di capitoli come quelli inerenti alla giustizia (si pensi ad aspetti come la corruzione) o al perfezionamento dei procedimenti legislativi in seno ai parlamenti dei paesi aspiranti ai fini di una puntuale corrispondenza ai connotati democratici europei.
Tale riflessione va infatti letta sulla base dell’avvicinamento a movimenti già esistenti all’interno dell’Unione nel conferimento e distribuzione di fondi, come nel caso della politica di coesione
europea, che, al soddisfacimento di specifici criteri, consente l’accesso alle risorse, al fine del raggiungimento degli obiettivi programmatici necessari all’omogeneizzazione di quella specifica regione europea. A tal proposito, una simile concezione concentrica di avvicinamento all’Unione Europea, intesa come una sosta obbligata per il perfezionamento dell’integrazione, consentirebbe non solo una fase di monitoraggio durante l’innesto, ma anche l’adozione tempestiva di tutti gli accorgimenti necessari, evitando che eventuali fattori di destabilizzazione possano provocare uno shock sistemico all’interno dell’Unione.
È fondamentale difatti fare una precisazione: tale percezione a cerchi concentrici origina dalla considerazione di come il ritardo costitutivo possa essere fattore di disgregamento e di conseguenze ben maggiori rispetto a una prematura integrazione. Tale ragionamento muove le sue premesse dall’insorgere del conflitto russo-ucraino, in cui l’ingresso dell’Ucraina, attraverso un passaggio “propedeutico” di adesione all’Unione, avrebbe potuto agire da deterrente nei confronti di una possibile invasione, grazie al maggiore livello di integrazione politica e di protezione derivante dall’avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. Tale ritardo è esso stesso parte in causa della durata del conflitto. Non differente è il ragionamento che accompagna l’integrazione di paesi come Moldova e Serbia, prossimi alla sfera di influenza russa, ancora sotto la lunga ombra dello spettro sovietico. Il criterio che accompagna il processo di integrazione europea sembrerebbe così aprire alla possibilità di contemplare nel procedimento di adesione l’eventualità del dubbio rispetto all’eccessiva cautela.
Le elezioni presidenziali moldave del 2024, strettamente intrecciate all’inserimento del principio europeo nella Costituzione, avrebbero rischiato di soccombere agli attacchi ibridi posti in essere dalla Russia se non avessero beneficiato dello scudo europeo, reso possibile anche dal contributo della diaspora moldava in Italia, che con la sua ampia partecipazione al voto ha concorso in maniera determinante all’esito elettorale. Non differentemente da quanto accaduto con le elezioni presidenziali in Romania, dove la Corte Costituzionale romena ha annullato il risultato del primo turno del 24 novembre del 2024, stabilendo che il processo elettorale doveva essere ripetuto nella sua interezza a causa del registrarsi di azioni ibride e aggressive attribuite alla Russia avvenute durante la campagna elettorale che avrebbero favorito il candidato dell’estrema destra Călin Georgescu. Tali episodi, tutt’altro che isolati, lascerebbero difatti temere l’appropriazione di altre aree più sensibili a tale assoggettamento per mezzo degli strumenti di ibridazione, come la Bielorussia o la Serbia, storicamente vicine alla Russia.
La significativa apertura del Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, nel ritenere accettabile un’adesione condizionata all’Unione Europea, senza diritto di veto da esercitare nei confronti di determinati paesi richiedenti l’ingresso, rappresenta di fatto uno degli elementi innovativi di tale movimento a cerchi concentrici nell’approssimarsi al cuore europeo, nella sua perfetta costituzione e fondamento. Tali movimenti sistemici, che si stanno realizzando in prossimità dell’architettura europea, sono essi stessi testimonianza di un’integrazione graduale che apre a nuove forme e che sottolinea l’esigenza dell’Unione di contemplare sé stessa non più come un unico blocco, ma a geografia variabile, salda nei principi, ma a velocità e a effetti variabili e modulabili nelle concessioni di benefici e obblighi.
Tale mutamento di prospettiva, in interazione costante con un movimento di rivoluzione realizzatosi anche grazie ai fori di integrazione precedentemente richiamati – come l’Iniziativa Centro-Europea di cui l’Italia è pioniera -, rappresenta un incubatore di cambiamento e di sperimentazioni per mezzo sia della diplomazia parlamentare che dell’attuazione di programmi di cooperazione e sviluppo, tanto a livello governativo-parlamentare, quanto amministrativo. Tale osmotica interazione è possibile anche grazie allo scambio dei funzionari all’interno dei parlamenti per la formazione e trasmissione di competenze nel rafforzamento dei processi democratici dei parlamenti ospitanti, e così dell’Unione; essi rappresentano strumenti indispensabili al fine di evitare l’introduzione di fattori di destabilizzazione che contribuirebbero a un’evoluzione sistemica, realizzando una concezione multilivello rafforzata a velocità variabile rispetto invece ad una monolitica e preordinata, come la concezione originaria stante alla base delle istituzioni europee.
Il cambio di parallasse all’interno della concezione europea rappresenta una rivoluzione tanto concettuale quanto strutturale. Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il sostegno fornito all’Ucraina tramite il rifornimento di armi con risorse europee mediate dalla NATO, sembrerebbe introdurre un ulteriore elemento costituente ai fini dell’integrazione europea: la perdurante condizione di instabilità causata dalla guerra e la necessità sempre più impellente dell’applicazione dell’art. 5 della NATO concretizzerebbero un nuovo elemento costitutivo ai fini dell’integrazione europea, ossia lo scongiurare l’insorgere di ulteriori guerre grazie all’adesione all’Unione Europea.
Essa va letta all’interno di un contesto geopolitico mutato, nel quale all’Europa è richiesto di rafforzare la propria coesione dinanzi alle minacce globali di destabilizzazione. In questa prospettiva, l’Unione può proporsi come baluardo di democraticità e di pace, un unicum sotto il profilo dell’architettura costituzionale multilivello, fondato sulla volontà dei popoli e sulla condivisione della sovranità quale strumento per una pace stabile e duratura.
I titoli di oggi: PCC, Politburo chiede accelerazione degli interventi macroeconomici per stimolare la crescita Cina, il carbone scende sotto il 50% della produzione elettrica Pechino leader in quasi il 40% dei settori chiave secondo Nikkei Asia Cina, due velocità: le province high-tech crescono, i giovani precari “condividono il letto” per risparmiare Tesla valuta se separare le attività in Cina ...
L'articolo In Cina e Asia – Il Politburo chiede interventi per stimolare la crescita proviene da China Files.

Il 13 luglio 2026, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina si sono incontrati a Parigi e hanno annunciato la creazione di una coalizione per i missili antiballistici. Quest’ultima è dichiaratamente volta alla creazione di interoperabilità delle capacità antimissili “non contro alcun popolo, ma in difesa de[i] nostr[i]”. Questa coalizione nasce all’interno della Coalizione dei Volenterosi, struttura sviluppata per superare la rigidità dell’approccio burocratico della NATO e dell’Unione Europea (UE) nel gestire la guerra in Ucraina. L’obiettivo di questa nuova coalizione antimissilistica è “definire requisiti operativi comuni, istituire gruppi di lavoro tecnici congiunti, stabilire chiari meccanismi di governance e definire una tabella di marcia per il raggiungimento delle prime capacità operative […], sostenere le attività congiunte di ricerca e sviluppo nell’ambito del progetto […] individuando opportunità di finanziamento adeguate e promuovendo un maggiore scambio di dati e informazioni”. Nel pratico, come riportato da Europa Today, questo significa “collegare radar, centri di comando e intercettori di diverse origini”.
Al fianco dell’interoperabilità strategico-militare, i dieci Paesi si sono accordati su un progetto di cooperazione industriale per lo sviluppo di un’alternativa low cost ai sistemi di intercettazione statunitensi Patriot. Infatti, nonostante a Kyiv sia stato concesso di produrre autonomamente i Patriot come conseguenza del Summit NATO di Ankara di luglio 2026, i soli Patriot non bastano e non saranno sviluppati abbastanza rapidamente dall’Ucraina, in un momento decisivo della guerra. Infatti, l’Ucraina in questo momento ha una forte vulnerabilità in termini di difesa aerea causata da una mancanza di intercettori, colta da Mosca, che ha aumentato significativamente i suoi attacchi missilistici. Inoltre, in generale, esiste una carenza a livello mondiale di intercettori missilistici a causa dell’impiego massiccio di questi negli attacchi statunitensi contro l’Iran e la conseguente corsa all’acquisto di questi sistemi da tutti i Paesi del Golfo Persico.
Il progetto, chiamato Freyja (nome della divinità norrena dell’amore e della guerra), è guidato dall’azienda ucraina Fire Point, all’avanguardia grazie alla sua esperienza maturata sul campo per difendere l’Ucraina dagli attacchi missilistici russi. Secondo il Presidente ucraino Zelenskyy, invece, Freyja potrebbe essere disponibile nei prossimi 12 mesi. Freyja sarà principalmente basata sugli intercettori FP-7.X di Fire Point (che la compagnia aveva lanciato a inizio luglio tramite un accordo embrionale con Hensoldt), ed userà componentistica, radar e sistemi di comando provenienti dalle numerose compagnie partner. Queste ultime sono l’italiana Leonardo, le tedesche, Diehl Defence ed Hensoldt, le francesi Safran e Thales, la norvegese Kongsberg Defence & Aerospace, la svedese Saab, la danese Weibel Scientific, l’elvetica Destinus, oltre che gruppi multinazionali come MBDA ed Eurosam.
Il Ministro degli Affari Esteri italiano, Antonio Tajani, ha definito la coalizione antimissilistica “un passo verso la difesa comune”. L’iniziativa, seppur esterna all’Unione Europea, è infatti coerente con gli obiettivi delineati dalla Commissione di andare verso una vera integrazione della base industriale della difesa europea. In questa visione, le compagnie europee contribuiscono con le rispettive eccellenze a una parte di un più grande progetto, rispetto al mantenere monopoli di medio-piccoli mercati bellici nazionali. Fire Point ha inoltre fatto leva sui timori europei del famoso “kill switch” di Washington sui sistemi di difesa statunitensi. Durante le prime minacce del Presidente statunitense Trump, si era diffuso il timore che Washington potesse, almeno in teoria, strumentalizzare la costante necessità di aggiornamenti di alcuni componenti di fabbricazione statunitense per ricattare gli alleati europei in cambio di utilizzare tali sistemi d’arma. Freyja, in quanto costruita su “architettura aperta”, non ha segreti aziendali tra le aziende partecipanti e quindi non avrebbe un “kill switch”.
Questo scudo si propone come un “secondo pilastro della difesa missilistica europea”, più focalizzato sulla filiera industriale europea rispetto al suo predecessore, l’European Sky Shield Initiative (ESSI) a guida tedesca. Sebbene dal 2025 abbiano aderito anche Albania e Portogallo, l’iniziativa continua a non contare tra i suoi membri i “grandi” dell’industria della difesa europea, come Italia, Francia e Spagna. Inoltre, in quanto l’ESSI aveva promosso l’acquisto dei sistemi israelo-statunitensi Arrow 3 ed i Patriot, l’iniziativa è direttamente in conflitto con gli sviluppi istituzionali recenti: per il lancio dei prestiti europei Readiness 2030, gli Stati Membri dell’UE hanno approvato che i finanziamenti potessero andare verso acquisti di sistemi con componentistica principalmente made in Europe (minimo 65% del costo stimato del prodotto finale).
Lo scudo rappresenta uno sviluppo significativo sotto due punti di vista. In primo luogo, come detto, esso comporta un passo avanti verso la strategica e auspicabile interoperabilità dei 27 diversi sistemi di difesa europea. In secondo luogo, rappresenta un posizionamento geopolitico ed istituzionale certamente utile a dissuadere un possibile attacco russo contro un Paese Membro orientale della NATO. Tuttavia, Freyja non è senza criticità. Per prima cosa, le attuali guerre in Ucraina e nel Golfo Persico sollevano un dubbio importante. L’efficacia dei sistemi di difesa antimissile è messa in dubbio a causa della transizione verso l’utilizzo di droni nei conflitti armati del XXI secolo. Di fatto, i sistemi di difesa antimissilistici sono estremamente costosi a causa della loro complessità ingegneristica, mentre i droni utilizzati sul campo costano poche centinaia di euro. Questi sistemi sono dunque necessari, ma non sufficienti per gestire la guerra contemporanea (e ibrida), ed è necessario uno sforzo massiccio da parte dei Paesi europei di dotarsi congiuntamente di sistemi specificatamente anti-drone e all’avanguardia, possibilmente attraverso una più stretta collaborazione con Kyiv.
Inoltre, Freyja rischia di duplicare un sistema antimissilistico europeo già esistente (e già sviluppato come alternativa europea ai Patriot), ovvero il franco-italiano SAMP/T MAMBA, preferito da alcuni grandi paesi europei vis-à-vis la creazione dell’ESSI. Infatti, Freyja intende essere compatibile con strumenti (come radar e centri di comando) già esistenti. Questo implica che le forze armate europee potrebbero acquistare solo gli intercettori Freyja, al contrario del “pacchetto completo” fornito dai SAMP/T, rendendo il costo economico significativamente inferiore. SAMP/T resta un intercettore d’élite, per cui i due sistemi dovrebbero essere idealmente usati in maniera complementare, con Freyja come “massa critica” durante un attacco di saturazione. Nonostante l’Ucraina abbia deciso di acquistare “un primo lotto di batterie SAMP/T […] a integrazione dei sistemi e dei relativi missili [Patriot]”, a lungo termine i SAMP/T potrebbero venire eclissati ed occupare una posizione di nicchia.
In conclusione, l’iniziativa promossa a Parigi rappresenta un punto di svolta significativo, benché articolato, nel panorama della sicurezza europea. La vera incognita sarà capire se questa coalizione antimissilistica saprà trasformarsi in un mattone fondante di una reale Unione della Difesa, o comporterà l’ennesima sovrapposizione di standard, quadri istituzionali e mercati nazionali in un continente che non può più permettersi il lusso della divisione strategica.


I titoli di oggi: Reuters: “L’Iran ha comprato 400 lanciamissili antiaerei portatili dalla Cina” USA mostrano collaborazione con la guardia costiera taiwanese sui social Usa-Cina, funzionario Usa: comunicazione militare ai massimi livelli degli ultimi anni Giappone, la popolazione locale scende sotto i 120 milioni di abitanti Vietnam, arrestato per corruzione il viceministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente Vaticano-Cina, nominato nuovo vescovo Reuters: ...
L'articolo In Cina e Asia -Reuters: “L’Iran ha comprato 400 lanciamissili antiaerei portatili dalla Cina” proviene da China Files.

Cina, ministero del Commercio respinge le accuse di sovraccapacità produttiva
Gli Usa vietano l'importazione di robot e inverter cinesi
Cina, rinviata l’uscita del film sull’annessione Qing di Taiwan
Brasile, i dazi Usa spingono Lula ad accelerare accordi commerciali con Cina e Corea del Sud
Taiwan, arrestato un dipendente Nvidia per contrabbando di chip AI
Usa, maggiori controlli sulle esportazioni dal Vietnam
Indonesia, dimissioni del governatore della Banca d’Indonesia
L'articolo In Cina e Asia-Cina, ministero del Commercio respinge le accuse di sovraccapacità produttiva proviene da China Files.

Da minaccia per l’ambiente a risorsa per la transizione ecologica: il carbone si sta rivelando una potenziale fonte di metalli critici impiegati nelle industrie verdi.
L'articolo Come la Cina punta a estrarre materiali critici dal carbone proviene da China Files.


I titoli di oggi: La Belt and Road vola a quota record: 20 miliardi in energia verde nel primo semestre 2026 Giappone, primo calo significativo per Takaichi: l’approvazione scende al 58% Cina, il tecnocrate Fang Xinghai colpito dalla campagna anticorruzione Semiconduttori, i legami Nvidia-PLA e la svolta nelle macchine DUV Filippine, Marcos Jr. alla prova del discorso alla nazione tra ...
L'articolo In Cina e Asia – Record di accordi in energia verde lungo la BRI proviene da China Files.




Modi, costretto a venire a patti con il movimento degli scarafaggi, fa saltare un suo ministro. Consente anche il risarcimento delle famiglie dei suicidi, e cadono i procedimenti legali contro chi ha manifestato. Ma in tanti vogliono continuare la protesta
L'articolo Pradhan si dimette. La vittoria della Gen Z indiana è solo a metà proviene da China Files.

I titoli di oggi:
Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai
La Cina affronta i nuovi dazi americani da una posizione di forza
Cina, annunciati nuovi controlli sulle esportazioni di prodotti “dual use” verso l'Ue
Università di Shanghai apre indagine sulla morte di una bambina sottoposta a editing genetico
Due accademici cinesi hanno vinto il più prestigioso premio mondiale per la matematica
Zelensky:"30mila soldati nordcoreani pronti a raggiungere l'Ucraina"
Myanmar, diminuiscono gli scontri tra esercito e ribelli
Il Giappone effettuerà un test per estrarre terre rare a 6 km di profondità
Gli scontri con la Thailandia hanno messo in crisi l'economia cambogiana
L'articolo In Cina e Asia – Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai proviene da China Files.





I titoli di oggi:
Cina, esercitazioni nello Stretto di Taiwan e segnali contro la “sola unificazione pacifica”
Germania deporta 21enne uiguro in Cina, mentre Regno Unito arresta ex leader del Partito Democratico di Hong Kong
Il controllo della Cina sulla finanza marittima spinge l'Ue ad ammorbidire le sanzioni contro la Russia
Cina-Giappone, segnale di disgelo: a Manila breve scambio tra ministri degli Esteri
Mar cinese meridionale, terzo intervento della Cina contro le Filippine in una settimana
Canada entra nel programma militare UK-Italia-Giappone GCAP come osservatore
Coree, Seoul modifica la sua politica da “denuclerizzazione prima di tutto” a “pace prima di tutto”
India, accordo commerciale con Usa sotto pressione mentre i contadini marciano su Delhi
L'articolo In Cina e Asia – proviene da China Files.
In Beijing and Shanghai, MEPs discussed the geopolitical implications of EU-China ties, while reaffirming the EU’s principled stance and commitment to dialogue.
I titoli di oggi:
Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l'incontro Xi-Trump
Cina, numero quattro del Pcc visita il Tibet
Taiwan “riconsidera” importazioni di gas dalla Papua Nuova Guinea dopo la chiusura del suo ufficio di rappresentanza
Gli Usa accusano Moonshot di aver utilizzato tecnologia vietata
Cina-UE, firmato nuovo accordo per collaborazione nella ricerca
Ue, multa record da 550 milioni ad AliExpress per prodotti illegali
Pronto nuovo accordo di sicurezza tra Stati Uniti e Isole Salomone
L'articolo In Cina e Asia – Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l’incontro Xi-Trump proviene da China Files.

“Vorrei restare un po’ qui e trovare un lavoro, guadagnare un po’ di soldi. Magari cercherò lavoro in un negozio. Oppure come venditore ambulante”. Yong ha poco più di vent’anni. Proviene della provincia cinese dello Henan, dove fino a poco tempo fa lavorava come fattorino per la consegna di cibo. A novembre era uno dei cinesi ospitati nel campo profughi di Blazuj, ...
L'articolo La nuova rotta dei migranti cinesi passa per il Balcani proviene da China Files.

I titoli di oggi: Wang Yi accoglie delegazione del parlamento Ue Harvard, dipartimento di Giustizia indaga per influenza cinese nei finanziamenti India, Modi chiede un sistema d’esami “a prova di errore” dopo le proteste Cina, fattorino vince il premio letterario Lu Xun Giappone, dibattito sui pantaloncini negli uffici pubblici Taiwan, via libera a Starlink sul mercato delle telecomunicazioni nazionale Cuba, ...
L'articolo In Cina e Asia – Wang Yi accoglie delegazione del parlamento Ue proviene da China Files.

I titoli di oggi: Mar cinese meridionale, tensioni tra Filippine e Cina prima del vertice ASEAN Cina, Pechino sostiene il mercato azionario Usa-Cina, proseguono i contatti nonostante le tensioni politiche ed economiche India, migliaia in piazza per la “protesta degli scarafaggi” contro il ministro dell’Istruzione Cina-Europa, delegazioni ceca a Pechino mentre Budapest indaga su BYD Giappone, prima sindaca in congedo ...
L'articolo In Cina e Asia – Mar cinese meridionale, tensioni tra Filippine e Cina prima del vertice ASEAN proviene da China Files.