Central Synagogue Attack Rattles Jewish New Yorkers

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Nel 2025 il tasso globale di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è salito al 12,4%, coinvolgendo 67 milioni di giovani. Dopo il minimo raggiunto nel 2023, il mercato del lavoro ha ripreso a chiudere le porte proprio a chi sta cercando di entrarvi. Sono i dati che arrivano dal nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), Tendenze mondiali dell’occupazione giovanile 2026: Back to the Future. La crescita appare contenuta, appena un decimo di punto percentuale, ma indica un cambiamento di direzione. La disoccupazione degli adulti è infatti diminuita nello stesso periodo, dal 3,7% al 3,6%. Per un giovane, oggi, la probabilità di essere disoccupato è oltre tre volte superiore a quella di un adulto. Il dato più preoccupante riguarda però chi è scomparso anche dalle statistiche della disoccupazione, nel mondo più di 257 milioni di giovani, uno su cinque, risultano fuori dal lavoro, dall’istruzione e dalla formazione, sono i cosiddetti NEET, dal 2023 sono aumentati di circa nove milioni. Dietro questi dati preoccupanti ci sono giovani che hanno smesso di cercare un impiego, intrappolati in lunghi periodi di inattività, ragazze assorbite dal lavoro di cura e milioni di persone che vivono in Paesi dove studiare o trovare un’occupazione regolare resta un privilegio. Più di due terzi dei giovani NEET sono donne, il tasso raggiunge il 27,4% tra le ragazze, contro il 13,1% tra i ragazzi.
In Italia la situazione è migliore, ma la distanza dall’Europa resta ampia. Secondo il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, nel 2025 il 13,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni era fuori dal lavoro, dall’istruzione e dalla formazione, contro una media europea dell’11%. Il dato italiano si è quasi dimezzato nell’ultimo decennio, ma il vero divario emerge osservando quanti giovani riescono effettivamente a lavorare. Tra i 15 e i 34 anni il tasso di occupazione è appena del 43,9%, mentre nell’Unione europea raggiunge il 58,1%. Quattordici punti di differenza che raccontano un Paese nel quale l’ingresso nella vita adulta continua ad arrivare più tardi. Nemmeno una formazione universitaria riesce a colmare la distanza. In Italia lavora il 74% dei laureati tra i 25 e i 34 anni, contro l’86,5% della media europea. Tra tutti i giovani usciti recentemente dagli studi, il tasso di occupazione si ferma al 71,8%, undici punti sotto la media dell’Unione. Il problema italiano riguarda quindi anche la capacità del sistema produttivo di utilizzare le competenze che il Paese ha contribuito a formare.
L’intelligenza artificiale sta accelerando la trasformazione, ormai è inevitabile. Secondo l’ILO, il 6,1% dei lavori svolti da persone tra i 15 e i 29 anni si trova nelle occupazioni maggiormente esposte ai cambiamenti prodotti dall’IA. La quota è più alta nei Paesi ricchi, dove le attività amministrative e digitali sono maggiormente diffuse. Questo dato descrive un’esposizione, non una previsione automatica di licenziamenti, l’ILO invita infatti alla cautela sul rapporto diretto tra IA e crescita della disoccupazione giovanile. La coincidenza, tuttavia, merita attenzione, proprio mentre diminuiscono i lavori attraverso i quali i giovani entravano nel mercato, arrivano sistemi capaci di svolgere una parte crescente di quelle mansioni. Le professioni altamente qualificate nella scienza, nell’ingegneria, nella sanità e nell’informatica continuano a crescere. Ma una società vive anche di occupazioni accessibili a chi possiede un diploma, sta ancora imparando un mestiere o deve costruire gradualmente la propria esperienza.
Nei Paesi più poveri, milioni di giovani accettano qualsiasi attività pur di ottenere un reddito, quasi nove giovani lavoratori su dieci nei Paesi a basso e medio-basso reddito sono occupati nell’economia informale, privi di adeguate tutele e protezione sociale. Anche nelle economie più avanzate l’ingresso nel mercato del lavoro coincide sempre meno con l’indipendenza.
Se le imprese cercano soltanto lavoratori già formati e gli algoritmi assorbono proprio le mansioni nelle quali si imparava lavorando, cosa rimane?
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Un tempo Rimini e Riccione sapevano leggere in anticipo cambiamenti della società e dell’industria turistica. Oggi invece la riviera sembra specchiarsi senza sapere bene in che direzione andare Leggi








Per la prima volta il presidente russo nella più grande delle quattro isole amministrate da Mosca ma rivendicate da Tokyo. La visita è un segnale anche alla Nato, mentre il Cremlino approfondisce l'alleanza con la Corea del nord. Il ministro degli esteri cinese intanto va a Seul
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Non posso vivere senza il bondage e il mio ragazzoo non è nemmeno disposto a discutere di una relazione aperta. C’è una soluzione? Leggi

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La trattativa ha ottenuto un successo inaspettato e si è concentrata sulla riforma della corte suprema necessaria per garantire elezioni valide e credibili Leggi

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Il politico britannico di estrema destra ha superato il test delle elezioni suppletive nel suo collegio elettorale, Clacton-On-Sea. Un risultato scontato, perché i principali partiti del paese hanno boicottato il voto Leggi


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Il 18 agosto inizierà in California il più grande processo federale mai celebrato negli Stati Uniti contro Meta per gli effetti di Facebook e Instagram sui minori. Ventinove Stati americani accusano la società di avere progettato piattaforme capaci di creare dipendenza, di averne nascosto i rischi e di avere raccolto illegalmente i dati dei bambini sotto i 13 anni. La selezione della giuria è già cominciata a Oakland; davanti al tribunale verranno esaminate le accuse presentate da California, Colorado, Kentucky e New Jersey in base alle rispettive leggi sulla tutela dei consumatori, insieme alle contestazioni sulla privacy dei minori avanzate complessivamente dai ventinove Stati.
Secondo le procure, Meta avrebbe progettato Facebook e Instagram per trattenere bambini e adolescenti davanti allo schermo il più a lungo possibile, utilizzando sistemi di raccomandazione, notifiche continue, riproduzione automatica dei video e scorrimento infinito; meccanismi sviluppati per alimentare un coinvolgimento continuo e trasformare l’attenzione dei più giovani in profitto. Gli Stati sostengono inoltre che il colosso di Zuckerberg conoscesse i rischi legati all’utilizzo compulsivo delle piattaforme e abbia presentato al pubblico una versione ingannevole della loro sicurezza. Un’altra parte del procedimento riguarda la raccolta dei dati dei bambini sotto i 13 anni senza un consenso dei genitori ritenuto valido, in violazione della legge federale americana sulla privacy dei minori, la COPPA. Meta respinge le accuse e afferma di avere introdotto strumenti, controlli parentali e protezioni specifiche per gli utenti più giovani. Secondo l’azienda, la salute mentale degli adolescenti dipende da numerosi fattori e non può essere ricondotta a una singola applicazione.
Anche la cifra in gioco ha dimensioni eccezionali, Meta sostiene che il metodo proposto dai quattro Stati per calcolare le sanzioni civili e la restituzione dei profitti potrebbe portare a una richiesta complessiva di 1.400 miliardi di dollari, una somma vicina al valore dell’intera società. La cifra è contestata dall’azienda e potrà essere determinata dal tribunale soltanto in caso di condanna.
Il processo contro Meta rappresenta il fronte più avanzato di una battaglia giudiziaria che coinvolge l’intera industria dei social network. Negli Stati Uniti sono state presentate oltre 3.000 cause contro Meta, Google, TikTok e Snap da parte di giovani, famiglie e distretti scolastici. Le accuse seguono lo stesso principio, le aziende avrebbero progettato deliberatamente i propri prodotti per creare un utilizzo compulsivo, soprattutto tra bambini e adolescenti. I ricorrenti collegano queste caratteristiche alla crescita di ansia, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo e difficoltà scolastiche tra gli utenti più giovani.
Nei giorni scorsi la Corte d’appello federale del Nono Circuito ha respinto il tentativo delle società di bloccare preventivamente le cause attraverso la Sezione 230 del Communications Decency Act, la norma che protegge le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. Secondo la Corte, quella protezione può essere utilizzata come difesa durante i processi, ma non garantisce alle aziende un’immunità capace di fermarli prima ancora che inizino. I tribunali potranno quindi valutare se le piattaforme debbano rispondere del modo in cui sono stati progettati i loro prodotti, indipendentemente dai singoli contenuti caricati dagli utenti. Il processo arriva dopo due importanti sconfitte giudiziarie per le piattaforme. A Los Angeles una giuria ha riconosciuto Meta e Google responsabili per avere progettato prodotti capaci di creare dipendenza e per avere contribuito ai problemi di salute mentale di una giovane donna. Il risarcimento complessivo è stato fissato in 6 milioni di dollari, con 4,2 milioni a carico di Meta e 1,8 milioni a carico di Google. Entrambe le aziende hanno presentato ricorso. In New Mexico una giuria ha imposto a Meta 375 milioni di dollari di sanzioni. Successivamente un giudice ha ordinato alla società di destinare altri 567 milioni a un fondo per affrontare i danni provocati ai giovani, portando il valore complessivo delle misure economiche a 942 milioni di dollari. La sentenza prevede anche verifiche più efficaci dell’età, limiti all’utilizzo delle piattaforme da parte dei minori, la disattivazione delle notifiche durante la notte e l’orario scolastico e maggiori protezioni nelle interazioni con i chatbot. Meta ha annunciato ricorso.
Il tempo che trascorriamo sui social ha un prezzo, ogni minuto produce dati, pubblicità e denaro, e quando quel tempo appartiene a un bambino, il prezzo diventa inevitabilmente sociale. Più scorriamo, più contenuti vediamo; più contenuti vediamo, più pubblicità può essere venduta. Per un adulto questo meccanismo è già potente, ma per un adolescente, il cui cervello sta ancora costruendo il rapporto con l’approvazione sociale, il corpo e l’autostima, diventa una macchina ancora più efficace.
Lo ripetiamo da anni, i dati che affidiamo ogni giorno a queste aziende sono nostri e il valore che producono deve tornarci sotto forma di reddito.
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Se i palestinesi non ricevono le cure né i farmaci di cui hanno bisogno per sopravvivere, è per una politica deliberata di Tel Aviv. Eppure la maggior parte degli israeliani rimane indifferente Leggi

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Mentre tagli i fondi alle agenzie umanitarie, il presidente degli Stati Uniti usa i soldi dei contribuenti per sostenere i centri studi europei che vogliono diffondere il trumpismo a livello globale Leggi





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Mosca intensifica la pressione su Varsavia attraverso disinformazione, sabotaggi e attacchi ibridi. Le minacce del Cremlino alimentano i timori di un’escalation. Da dove potrebbe colpire via terra la Federazione. L'Aquila Bianca può diventare il principale banco di prova della credibilità dell'Alleanza.
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Tra i democratici continua la crescita dei candidati progressisti, con qualche eccezione. Mentre il sostegno di Donald Trump è ancora importante per i candidati repubblicani Leggi


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Un ragazzo o una ragazza e un’adulta rispondono alla stessa domanda. Due generazioni, due punti di vista su scuola, amicizie, famiglia, social network e tutto quello che succede mentre si cresce. Leggi
Viviamo in un’epoca che enfatizza l’importanza di definire gli orientamenti sessuali, ma questo non porta sempre libertà e chiarezza Leggi


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Il fotoreporter Alessio Mamo racconta la cittadina siciliana colpita dalla frana nel gennaio del 2026 e la vita della sua comunità, resa più unita dalla tragedia. Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno del Ragusa foto festival Leggi

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Gli Stati Uniti puntano a schiacciare l’isola, ormai quasi Stato fallito. Washington cerca una transizione alla venezuelana, ma controspionaggio locale, carenza di leader disposti a scendere a patti e difficoltà di catturare Raúl Castro complicano la situazione. Dalla continuità castrista all'intervento militare, tre possibili esiti per il futuro.
Lo status del capoluogo giuliano è un problema storico irrisolto. I documenti riservati della diplomazia americana e il ruolo cruciale dell’occupazione militare britannica. Come le grandi potenze possono sfruttare un regime giuridico ibrido risalente alla guerra fredda. Il disordine mondiale e il disimpegno americano aprono scenari inediti.









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Tokyo, Taipei e Seul importano forza lavoro senza voler essere terra d’immigrazione. E il clima politico, soprattutto nel caso del Giappone, peggiora
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L’idea che un clima più caldo possa renderci più violenti non è nuova. Il legame tra mercurio e omicidio è familiare della narrativa pulp e dei classici. “Con queste giornate calde il sangue pazzo ribolle”, dice Benvolio prima del duello tra Capuleti e Montecchi per le strade della soffocante Verona di Shakespeare.
Gli studiosi litigano sull’argomento dal 19° secolo, ma l’accelerazione del cambiamento climatico promette di accendere il dibattito. Se crediamo, come disse il filosofo francese Montesquieu, che il calore eccessivo toglie vigore al corpo e offusca la mente, un numero crescente di sociologi, psicologi e criminologi avverte che il clima estremo è miccia per crimini violenti e comportamenti delinquenti.
L’ex governatore delle carceri scozzesi David Wilson una volta ha fatto pressioni per far installare l’aria condizionata in alcune delle prigioni più violente del paese scommettendo che le temperature più fredde portassero a raffreddare gli animi. Wilson, un criminologo, ha osservato che agosto è il mese più violento, citando studi che indicano un aumento del 10% degli omicidi nei morti dell’estate scozzese.
Oggi esiste una ricerca considerevole che indica che alcuni shock e stress legati al clima possono innescare crimini sia violenti che non violenti. Le prove disponibili suggeriscono che il l’aumento della temperatura e l’intensificarsi dell’inquinamento possono provocare un aumento sostanziale della criminalità, a partire dalle aree più densamente abitate e vulnerabili.
Con oltre due terzi della popolazione mondiale che si prevede vivrà nelle città entro il 2030, la connessione clima-crimine non può essere ignorata. Le emissioni di gas serra e il riscaldamento stanno già intensificando le isole di calore, contribuendo alla scarsità d’acqua, all’innalzamento del livello del mare, all’aumento dei rischi legati alle inondazioni e al peggioramento della qualità dell’aria, soprattutto nelle grandi città in rapida crescita in Asia, Africa e nelle Americhe. La posta in gioco è più alta nei quartieri e nelle famiglie più vulnerabili, già gravati da profonde disuguaglianze e svantaggi.
Fino a poco tempo, la maggior parte delle città degli Stati Uniti celebrava uno storico declino di tre decenni negli omicidi. Poi le estati hanno iniziato a scaldarsi, così come il tasso di violenza criminale. Circa il doppio delle persone sono state uccise nelle città del nord come Chicago, Milwaukee e Detroit durante i periodi più caldi rispetto ai mesi più freddi, come riportato sul New York Times, nel 2018. (Il crimine violento è aumentato anche durante l’estate nelle città del sud, anche se in modo meno drammatico.)
La pericolosa relazione tra il riscaldamento e la criminalità non è stata solo evidente negli Stati Uniti. In uno studio globale su 57 città tra il 1995 e il 2012, Dennis Mares e Kenneth Moffett hanno associato un aumento di un grado Celsius delle temperature globali con un aumento del 6% della prevalenza della violenza omicida.
Parte della spiegazione è intuitiva. L’aumento delle temperature generalmente manda più persone nelle strade. Certo, non è esattamente il passaggio diretto da un’ondata di caldo a un’ondata di crimine. Le giornate molto calde, ad esempio, potrebbero avere l’effetto opposto: tenere le persone in casa o nello stupore della stanchezza di Montesquieu.
Teorie più recenti sulle relazioni tra clima e criminalità provengono dalle scienze comportamentali e dalla neurologia. Attingendo alla ricerca sperimentale, l’affermazione centrale è che anche sottili alterazioni del tempo o esposizione a sostanze inquinanti possono influenzare il giudizio e il controllo individuali. Quando le persone sono esposte a cambiamenti nel loro ambiente – diciamo, aumento del calore o esposizione a specifici inquinanti – il loro comportamento può cambiare, spesso in peggio.
Nonostante tutte le perturbazioni, tuttavia, le autorità sono state lente nel rispondere alla sfida del crimine climatico. Potremmo non avere più quel lusso. Poiché il clima estremo diventa la nuova normalità, i responsabili delle città dovrebbero mappare le zone più vulnerabili e prestare maggiore attenzione alle comunità più povere, minoritarie ed emarginate che stanno affrontando i rischi e le conseguenze più gravi.
Sanzioni più severe, possono esacerbare disuguaglianze ed insicurezze e scatenare risposte repressive con conseguenze dannose per i gruppi più poveri ed emarginati.
Ci sono molteplici vantaggi negli investimenti basati sulla natura per una vita urbana più sostenibile. La riduzione delle isole di calore, l’innalzamento dei tetti verdi, l’espansione dei parchi e della copertura arborea, mentre il ridimensionamento della pavimentazione e del cemento sono tutte iniziative che possono portare dividendi nella riduzione della criminalità abbassando le temperature e abbattendo le emissioni dei numerosi gas (CO2, NO2 e PM2,5) del cielo sporco della città.
Allo stesso modo, ridurre l’inquinamento atmosferico è particolarmente efficace in termini di costi non solo per migliorare la salute della popolazione, ma anche per prevenire la criminalità. Anche l’inasprimento delle politiche ambientali possono rendere le nostre città più pulite e più sicure.
Le città più grandi e il clima molto più caldo fanno parte di un mondo che cambia, ma anche un invito all’azione. Lavorando ora per mitigare gli effetti peggiori delle condizioni meteorologiche estreme e rimediando alle ingiustizie ambientali nelle nostre città, le amministrazioni possono aiutare non solo a evitare che una crisi climatica diventi un’emergenza, ma anche a risparmiare vite e mezzi di sussistenza.
Mac Margolis è un consulente dell’Istituto Igarape e un corrispondente e scrittore di lunga data con sede a Rio de Janeiro. Robert Muggah è co-fondatore dell’Istituto Igarape e direttore del SecDev Group.
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Circa un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato ogni anno.
Una montagna di alimenti che richiede acqua, energia e terreni per essere prodotta e finisce spesso sepolta nelle discariche. Negli Stati Uniti questa sorte riguarda il 40% degli sprechi alimentari, con un impatto stimato in 30 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Per fare un esempio, sono più delle emissioni prodotte dall’intera Cuba nel 2024, pari a 24,4 milioni di tonnellate.
Recuperare quel cibo e trasformarlo in compost sembrerebbe la soluzione più logica. Ora, un nuovo studio dell’Università del Vermont, pubblicato su Nature Food, ha però scoperto un effetto rimasto finora ai margini delle politiche ambientali, insieme agli scarti organici recuperiamo anche la plastica delle confezioni. I ricercatori hanno confrontato diversi sistemi di gestione dei rifiuti alimentari misurandone l’impatto sul clima, sulle acque e sui terreni. Deviare gli scarti dalle discariche e destinarli al compostaggio o alla digestione anaerobica permetterebbe di ridurre l’impatto climatico tra l’89% e il 99%. Diminuirebbe anche l’eutrofizzazione, il fenomeno provocato dall’accumulo di nutrienti nei corsi d’acqua e dalla conseguente proliferazione delle alghe.
Una grande quantità di cibo viene buttata ancora confezionata, alcuni impianti utilizzano macchine chiamate “disimballatrici”, che separano gli alimenti dagli involucri, gli scarti organici vengono trasformati in compost o biogas, mentre le confezioni finiscono in discarica. La separazione, però, lascia passare piccoli frammenti. Secondo lo studio, anche con macchinari efficienti al 99%, il recupero degli scarti alimentari potrebbe aumentare di dieci volte la presenza di microplastiche nel suolo. Nei terreni agricoli statunitensi potrebbero così essere disperse fino a 20.000 tonnellate di plastica all’anno.
“Ogni volta che si recuperano i rifiuti alimentari, esiste un rischio di inquinamento da microplastiche”, spiega Kate Porterfield, principale autrice dello studio. “Le persone possono sbagliare, le macchine possono sbagliare e oggi quasi tutto il nostro cibo è confezionato nella plastica”.
Finora nessuna ricerca aveva calcolato su scala nazionale l’“impronta di inquinamento da plastica” prodotta dai diversi sistemi di gestione degli scarti alimentari. Le politiche si sono concentrate soprattutto sulle emissioni evitate, lasciando in secondo piano ciò che rimane nel compost e viene successivamente sparso nei campi.
Lo stato del Vermont rappresenta uno dei casi più avanzati. Dal 2020 una legge impone alle famiglie e alle attività di separare gli scarti alimentari, che sono stati esclusi dai cassonetti destinati alla discarica. Secondo gli autori dello studio, estendere misure simili richiede che il problema della plastica venga affrontato fin dalla progettazione dei sistemi di raccolta e trattamento. La questione resta complessa, gli imballaggi possono prolungare la durata dei prodotti freschi e ridurne il deterioramento, soprattutto nelle piccole aziende agricole. “È proprio qui che nasce la tensione”, osserva Phil Holtam, cofondatore dell’impresa sociale Sussex Surplus. “Vogliamo ridurre lo spreco alimentare, ma vogliamo anche evitare l’uso superfluo della plastica”.
Una parte dello spreco nasce ancora prima del supermercato. Frutta e verdura deformi, irregolari o semplicemente lontane dall’estetica richiesta vengono escluse dagli scaffali. Lo chef e attivista Max La Manna riassume al The Guardian il meccanismo con una frase: “Stiamo permettendo che la perfezione diventi nemica del bene”.
Nelle scuole e nelle grandi istituzioni, inoltre, le regole sulla sicurezza alimentare favoriscono spesso l’impiego di prodotti confezionati singolarmente. Una precauzione comprensibile che moltiplica gli involucri e rende più difficile ottenere un compost pulito. Porterfield propone sistemi di raccolta semplici, capaci di rendere la separazione dei materiali quasi automatica. Serve anche superare il cosiddetto “riciclo per speranza”, l’abitudine di inserire nella raccolta differenziata oggetti dubbi confidando che qualche impianto riesca comunque a recuperarli.
Il compost dovrebbe restituire fertilità alla terra, se insieme alla materia organica spargiamo 20.000 tonnellate di microplastiche, abbiamo soltanto trasferito il problema dal cassonetto ai nostri campi.
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