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China-UK cooperation vital in ensuring the AI era puts people first

During a recent discussion in Shenzhen with British Foreign Secretary Yvette Cooper, I was reminded that the development of artificial intelligence (AI) is no longer only a technological race. It is a test of whether major economies can build the institutions, standards and economic systems needed to integrate intelligent machines into human society. Britain has every reason to enter this new era with confidence. It has contributed to much of the modern world’s foundations. In 1687, Isaac Newton...

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How will the Pentagon’s expanded blacklist of Chinese firms affect Xi’s US visit?

The Pentagon’s newly expanded blacklist of Chinese military-linked companies has tested the fragile stability reached at last month’s summit, highlighting that intense competition persists despite recent efforts to ease bilateral tensions. On Monday, the US Defence Department released its updated Section 1260H list as required by American law, expanding the roster to 188 entities, up from 134 last year. Many of China’s technology and industrial giants were targeted. E-commerce giant Alibaba,...

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How drones, tariffs and rare earths could test US-China detente

The post-summit detente between Washington and Beijing has moved from diplomatic language to institutional design. Less than three weeks after the summit between President Xi Jinping and US President Donald Trump, the US Trade Representative (USTR) asked companies to identify “non-sensitive” Chinese goods that might qualify for tariff relief under a new US-China Board of Trade. On the same day, the USTR also proposed Section 301 duties on imports from 60 economies, including China, after its...

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US midterms could bring ‘renewed volatility’ to China ties, veteran diplomat warns

If the Democrats win control of Congress in America’s midterm elections it could bring “renewed volatility” to relations with China, a veteran Chinese diplomat has warned. “The results [of the 2026 midterms] … are likely to have a profound impact on the stability of China-US relations,” said Bian Qingzu, former secretary general of the Chinese People’s Association for Friendship with Foreign Countries. Founded in 1954, the association has long been a conduit to foster non-governmental exchanges...

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La Turchia tira le reti in Libia

La vicenda libica dimostra la consapevolezza degli obiettivi di Ankara. Erdoğan punta a riunire le Libie e a legittimare l'iniziativa della Patria Blu attraverso la difesa dell'accordo marittimo del 2019 e il riconoscimento da parte di Tobruk. Il ruolo decisivo di Usa, Egitto e Italia.

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Grande Ungheria, non Ungheria Grande

Dalle origini uraliche dei magiari al regno degli Árpád. Trianon e il Novecento ne riducono lo spazio politico senza spezzarne la continuità culturale. Il futuro passa dall’integrazione regionale e dai rapporti di buon vicinato, non dal revisionismo territoriale.

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La nuova Ungheria di Magyar tra promesse e continuità

Termina l'èra di Orbán dopo sedici anni, ma il ricambio politico non implica una rottura netta. Il nuovo governo promette un riavvicinamento all’Ue, ma eredita dipendenza energetica dalla Russia e legami economici difficili da sciogliere con la Cina. Il complicato rapporto con l’Ucraina.

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Press release - MEPs strike a deal to strengthen Europe’s defence readiness

On Wednesday, Parliament and Council negotiators agreed on proposals to accelerate defence investment and improve the EU’s responsiveness to security challenges.
Committee on the Environment, Public Health and Food Safety
Committee on the Internal Market and Consumer Protection
Committee on Industry, Research and Energy
Committee on Security and Defence

Source : © European Union, 2026 - EP
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Gerusalemme città incartata

La rubrica "Le mappe parlanti" di Laura Canali per scoprire tutti i dettagli delle cartine. Questa puntata è dedicata a Gerusalemme, territorio frammentato e dal grande valore identitario tanto per gli israeliani quanto per i palestinesi. Qui Linea verde, barriere, checkpoint e municipalità sovrapposte separano la parte Ovest da quella Est e rendono sempre più remota l’ipotesi di una capitale palestinese.
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EU threat of trade war against China is a strategic farce

The European Commission has declared its trade and economic relationship with China “unsustainable”, pointing to a daily trade deficit of €1 billion (US$1.16 billion) and Chinese manufacturing overcapacity that puts millions of jobs across various sectors at risk. However, a clear-eyed analysis reveals this premise to be entirely flawed. The narrative spun by Brussels is a desperate attempt to weaponise trade policy to mask structural, self-inflicted failures. To understand the absurdity of the...

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Il riarmo del Giappone: necessità strategica o fonte di instabilità regionale?

Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.

La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?

Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.

Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico

Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.

Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.

Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.

Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento

La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.

In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.

A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.

Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.

Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.

Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.

Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?

La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile. 

In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.

Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali

In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.

In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

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In Cina e Asia – Ue-Cina, settimane decisive per dialogo commerciale

In Cina e Asia – Ue-Cina, settimane decisive per dialogo commerciale cina ue

Le notizie di oggi: Ue-Cina, settimane decisive per dialogo commerciale Cina, export in crescita ma il mercato auto interno resta debole Gli Usa esortano gli alleati NATO a sostituire le apparecchiature Huawei L’Indonesia permette agli agenti di polizia di assumere cariche pubbliche Ue-Cina, settimane decisive per dialogo commerciale Saranno giorni cruciali per le relazioni tra Unione europea e Cina, con una ...

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Tra Xi e Kim non si parla più di denuclearizzazione

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La visita del presidente cinese a Pyongyang è servita a Pechino per rilanciare i rapporti con la Corea del nord, ma non ha prodotto accordi significativi. E il tema della denuclearizzazione della penisola coreana, come prevedibile vista la situazione regionale e internazionale, è sparito dai resoconti ufficiali

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Cheng Li-wun talks Trump, Taiwan and a future leadership run

Taiwan’s main opposition leader hailed US President Donald Trump’s recent comments opposing the island’s independence as a “relatively positive first step” towards reducing tensions. Cheng Li-wun, chairwoman of the Kuomintang (KMT), told the South China Morning Post on Sunday in an exclusive interview that “the one-China policy and opposition to Taiwan independence” had always been the “principle and foundation” and served as “the Kuomintang’s stance”. “On this political basis, the status quo...

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US strikes Iran as Tehran targets bases in Bahrain and Jordan

The United States launched fresh strikes against Iran on Tuesday, prompting retaliation from Tehran, which targeted a major US naval base in Bahrain and an airbase in Jordan. It came just hours after US President Donald Trump vowed to retaliate for what he described as the hostile downing of an American AH-64 Apache attack helicopter over the strategic Strait of Hormuz. The escalation tested a fragile US-Iran ceasefire that had taken effect on April 8 as both sides negotiate terms to end the...

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Why the new party academy role held by Xi Jinping’s chief of staff is important in China

Last week, Chinese President Xi Jinping’s chief of staff Cai Qi, the fifth most senior official in the ruling Communist Party, was chosen to lead the Central Party School, Beijing’s leading academy for cadres. The Central Party School is not just any training site for Chinese officials, but part of a nationwide system that Xi considers key to the ideological purity of the party and important for the expertise needed by senior officials across the country. Who were previous heads? In the past...

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US trade court to Trump administration: speed up tariff refunds

The US Court of International Trade is pressing the Trump administration to speed up tariff refunds of billions of dollars to thousands of importers, following a partial roll-out after the US Supreme Court struck down its global tariffs in February. “The time has come to refund all the duties,” said Judge Richard Eaton on Tuesday, adding that the delay is leading to a “growing inequity” between big importers and small businesses. The judge did not issue any new order but noted that the...

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What a US lawyer’s diaries show about prosecuting Japanese atrocities of Nanking massacre

A US prosecutor’s newly revealed diaries from World War II have laid bare the gruelling effort to document Japanese wartime atrocities in China and the unlikely bond forged between him and the people he helped. The diaries belonged to David Nelson Sutton, an American assistant prosecutor at the Tokyo Trial, or the International Military Tribunal for the Far East – a landmark international judicial effort. The tribunal drew upon a vast “evidence wall” comprising nearly 50,000 pages of trial...

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