Memorandum Usa-Iran: i falchi schiumano rabbia. Vance nel mirino

I falchi “stanno uscendo fuori la testa per l’accordo di Trump sull’Iran”, titola Responsible Statecraft, che nel sottotitolo rincara: “Crollo totale dei falchi e dei neoconservatori, i quali credevano che questa guerra sarebbe durata per sempre”.

Nell’articolo una carrellata di intemerate contro il memorandum siglato con Teheran. Una nota alquanto irridente nei confronti dei guerrafondai americani (di cui fa un sintetico elenco), tono che suscita ovvia empatia, ma che sottostima tragicamente il rischio insito in questo fuoco di sbarramento.
Basta scorrere i media imperiali, New York Times e Washington Post, per avere un’idea dell’onda anomala che sta investendo Trump e il memorandum. Tanti gli articoli sul tema, nessuno che si rallegri per la pacificazione e per il sussulto di sanità mentale dell’impero. Un vero e proprio bombardamento destinato a montare.
La critica più ovvia riguarda la sconfitta strategica alla quale Trump ha consegnato l’America. Critica realistica, certo, ma tale sconfitta si è consumata allorquando ha iniziato questa guerra, perché non poteva che concludersi con tale esito anche se gli Usa avessero perseverato sulla via indicata dai guerrafondai.
Tale sconfitta sarebbe stata solo rimandata di decenni e conclusa dopo aver mietuto una moltitudine di vittime, anche americane ché l’invasione di terra dopo tempo sarebbe stata inevitabile; come destino manifesto era anche il successivo ritiro in stile Vietnam o Afghanistan, inevitabile per porre fine allo stillicidio.
E se la sconfitta attuale riecheggia come epocale, dal momento che pone irrevocabilmente fine alla pretesa dell’unilateralismo Usa, quella di prospettiva, dopo decenni di erosione di risorse umane e materiali, avrebbe avuto come conseguenza il collasso dell’Impero.
Una sconfitta che avrebbe solo fatto il gioco di Israele, dal momento che riteneva che la destabilizzazione permanente alla quale sarebbe stata consegnato l’intero Medio oriente gli avrebbe consentito di assurgere allo status di dominus regionale e di potenza globale (almeno questa era, ed è, l’illusione, che si basa sulla falsa certezza che il fortino israeliano avrebbe fatto argine al caos dilagante).
Al netto di tali considerazioni, la critica mossa a Trump è quella di voler porre fine a una guerra che tali critici hanno esaltato accompagnandola con analisi che prospettavano una sicura e rapida vittoria.
Come sempre accade, nonostante l’evidente scacco delle loro aleatorie teorie, imperterriti continuano a dispensare come verbo indiscutibile le loro voluttuose considerazioni sulla necessità di proseguirla e sulla certezza della vittoria.
Lo scontro è destinato a infiammarsi al calor bianco, e già sarebbe a questo stadio se l’attentato di domenica alla cerimonia organizzata da Trump alla Casa Bianca fosse andato a segno.
En passant, sull’attentato c’è da registrare che, secondo indiscrezioni riferite dalla stampa, gli attentatori avrebbero preso di mira politici filo-israeliani. Un’evidente boutade se si sta alle indiscrezioni di ieri su un’operazione che prevedeva l’uso di droni esplosivi contro la folla e cecchini pronti a uccidere i fuggitivi. Non un attacco mirato, ma un bagno di sangue in grande stile, come d’altronde era inevitabile a causa del sovraffollamento.

Probabile che l’indiscrezione odierna sia una manipolazione atta a fugare i sospetti di un’operazione monstre volta a destabilizzare l’amministrazione Trump allo scopo di far saltare i negoziati ormai in dirittura d’arrivo e che probabilmente sarebbe stata ascritta all’ala intransigente dell’Iran. In più, connotare l’attentato come anti-israeliano è utile a criminalizzare quanti criticano Tel Aviv e i politici Usa consegnati ai suoi attuali interessi (genocidio compreso).
Al netto della digressione, l’attacco al memorandum d’intesa siglato con l’Iran si dipana su due direttrici. La prima punta a criticarne il contenuto. Le sollecitazioni isteriche a renderlo pubblico serve appunto ad aver modo di screditarne i singoli punti, come avverrà quando Trump lo ostenterà al mondo.
Il secondo focus dell’attacco è il protagonista americano dei negoziati, il vicepresidente J.D. Vance, chiamato in causa da tutti i falchi (così l’articolo di RS citato in esergo: Marc Theissen “ha liquidato l’accordo definendolo ‘l’accordo di Vance'”). Pochi, infatti, puntano i cannoni direttamente su Trump, nella speranza che, dopo aver affondato J. D. Vance, un Trump più isolato e indebolito possa tornare sulla via delle bombe.
Il più esplicito in tal senso è Jim Geraghty, autorevole corrispondente della National Review, media conservatore che, nella barra delle tematiche del sito, ha come seconda specifica “l’Iran non è nostro amico” e la cui linea può essere sintetizzata dall’articolo: “Adesso siamo tutti neoconservatori“. Geraghty firma l’articolo dal titolo: “Buona fortuna, JD Vance. Ho la sensazione che sia in trappola”, che oggi dava il “la” al sito del Washington Post.

Dopo aver sparato alzo zero contro il memorandum d’intesa, che dovrà passare attraverso le forche caudine del Congresso, come da minacce del neocon Lindsey Graham, Geraghty conclude così: “La versione definitiva [del memorandum], qualunque sia la data di pubblicazione, sarà probabilmente pessima. Si inserisce perfettamente nello schema consolidato di un’amministrazione che abitualmente promette troppo e mantiene troppo poco”.
“Un vicepresidente che a quanto pare non ha mai voluto iniziare la guerra ora si ritrova a dover convincere il Paese ad accettare un accordo con uno dei regimi più inaffidabili e traditori del mondo, con oppositori ideologici come Graham pronti a incolparlo quando l’accordo fallirà. Si potrebbe quasi provare compassione per Vance. Quasi”.
Sono sanguinari, inclinazione che ostentano con orgoglio in politica estera, ma che ha un raggio d’azione a 360 gradi. Momento rischioso. Trump dovrebbe correre ai ripari prima che sia troppo tardi, magari dando concretezza all’indiscrezione di Israel Hayom sulla possibile rimozione del capo della CIA John Ratcliffe, consegnato all’AIPAC, e del Segretario per la Guerra Pete Hegseth, evangelicals pro-Israele, che hanno contrastato i negoziati.
Dovrebbe, però, ammainare l’usuale arrogante solipsismo che lo induce a ritenere di poter gestire tutto in solitaria. Non impossibile, ma difficile sì.


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