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Memorandum Usa-Iran: i falchi schiumano rabbia. Vance nel mirino

Memorandum Usa-Iran: i falchi schiumano rabbia. Vance nel mirino

I falchi “stanno uscendo fuori la testa per l’accordo di Trump sull’Iran”, titola Responsible Statecraft, che nel sottotitolo rincara: “Crollo totale dei falchi e dei neoconservatori, i quali credevano che questa guerra sarebbe durata per sempre”.

Erick Erickson Ted Cruz John Hagee Look who’s losing it over Trump’s Iran deal

Nell’articolo una carrellata di intemerate contro il memorandum siglato con Teheran. Una nota alquanto irridente nei confronti dei guerrafondai americani (di cui fa un sintetico elenco), tono che suscita ovvia empatia, ma che sottostima tragicamente il rischio insito in questo fuoco di sbarramento.

Basta scorrere i media imperiali, New York Times e Washington Post, per avere un’idea dell’onda anomala che sta investendo Trump e il memorandum. Tanti gli articoli sul tema, nessuno che si rallegri per la pacificazione e per il sussulto di sanità mentale dell’impero. Un vero e proprio bombardamento destinato a montare.

La critica più ovvia riguarda la sconfitta strategica alla quale Trump ha consegnato l’America. Critica realistica, certo, ma tale sconfitta si è consumata allorquando ha iniziato questa guerra, perché non poteva che concludersi con tale esito anche se gli Usa avessero perseverato sulla via indicata dai guerrafondai.

Tale sconfitta sarebbe stata solo rimandata di decenni e conclusa dopo aver mietuto una moltitudine di vittime, anche americane ché l’invasione di terra dopo tempo sarebbe stata inevitabile; come destino manifesto era anche il successivo ritiro in stile Vietnam o Afghanistan, inevitabile per porre fine allo stillicidio.

E se la sconfitta attuale riecheggia come epocale, dal momento che pone irrevocabilmente fine alla pretesa dell’unilateralismo Usa, quella di prospettiva, dopo decenni di erosione di risorse umane e materiali, avrebbe avuto come conseguenza il collasso dell’Impero.

Una sconfitta che avrebbe solo fatto il gioco di Israele, dal momento che riteneva che la destabilizzazione permanente alla quale sarebbe stata consegnato l’intero Medio oriente gli avrebbe consentito di assurgere allo status di dominus regionale e di potenza globale (almeno questa era, ed è, l’illusione, che si basa sulla falsa certezza che il fortino israeliano avrebbe fatto argine al caos dilagante).

Al netto di tali considerazioni, la critica mossa a Trump è quella di voler porre fine a una guerra che tali critici hanno esaltato accompagnandola con analisi che prospettavano una sicura e rapida vittoria.

Come sempre accade, nonostante l’evidente scacco delle loro aleatorie teorie, imperterriti continuano a dispensare come verbo indiscutibile le loro voluttuose considerazioni sulla necessità di proseguirla e sulla certezza della vittoria.

Lo scontro è destinato a infiammarsi al calor bianco, e già sarebbe a questo stadio se l’attentato di domenica alla cerimonia organizzata da Trump alla Casa Bianca fosse andato a segno.

En passant, sull’attentato c’è da registrare che, secondo indiscrezioni riferite dalla stampa, gli attentatori avrebbero preso di mira politici filo-israeliani. Un’evidente boutade se si sta alle indiscrezioni di ieri su un’operazione che prevedeva l’uso di droni esplosivi contro la folla e cecchini pronti a uccidere i fuggitivi. Non un attacco mirato, ma un bagno di sangue in grande stile, come d’altronde era inevitabile a causa del sovraffollamento.

Suspects in White House attack plot targeted lawmakers linked to Israel — FBI

Probabile che l’indiscrezione odierna sia una manipolazione atta a fugare i sospetti di un’operazione monstre volta a destabilizzare l’amministrazione Trump allo scopo di far saltare i negoziati ormai in dirittura d’arrivo e che probabilmente sarebbe stata ascritta all’ala intransigente dell’Iran. In più, connotare l’attentato come anti-israeliano è utile a criminalizzare quanti criticano Tel Aviv e i politici Usa consegnati ai suoi attuali interessi (genocidio compreso).

Al netto della digressione, l’attacco al memorandum d’intesa siglato con l’Iran si dipana su due direttrici. La prima punta a criticarne il contenuto. Le sollecitazioni isteriche a renderlo pubblico serve appunto ad aver modo di screditarne i singoli punti, come avverrà quando Trump lo ostenterà al mondo.

Il secondo focus dell’attacco è il protagonista americano dei negoziati, il vicepresidente J.D. Vance, chiamato in causa da tutti i falchi (così l’articolo di RS citato in esergo: Marc Theissen “ha liquidato l’accordo definendolo ‘l’accordo di Vance'”). Pochi, infatti, puntano i cannoni direttamente su Trump, nella speranza che, dopo aver affondato J. D. Vance, un Trump più isolato e indebolito possa tornare sulla via delle bombe.

Il più esplicito in tal senso è Jim Geraghty, autorevole corrispondente della National Review, media conservatore che, nella barra delle tematiche del sito, ha come seconda specifica “l’Iran non è nostro amico” e la cui linea può essere sintetizzata dall’articolo: “Adesso siamo tutti neoconservatori“. Geraghty firma l’articolo dal titolo: “Buona fortuna, JD Vance. Ho la sensazione che sia in trappola”, che oggi dava il “la” al sito del Washington Post.

Good luck, JD Vance. I sense a setup.

Dopo aver sparato alzo zero contro il memorandum d’intesa, che dovrà passare attraverso le forche caudine del Congresso, come da minacce del neocon Lindsey Graham, Geraghty conclude così: “La versione definitiva [del memorandum], qualunque sia la data di pubblicazione, sarà probabilmente pessima. Si inserisce perfettamente nello schema consolidato di un’amministrazione che abitualmente promette troppo e mantiene troppo poco”.

“Un vicepresidente che a quanto pare non ha mai voluto iniziare la guerra ora si ritrova a dover convincere il Paese ad accettare un accordo con uno dei regimi più inaffidabili e traditori del mondo, con oppositori ideologici come Graham pronti a incolparlo quando l’accordo fallirà. Si potrebbe quasi provare compassione per Vance. Quasi”.

Sono sanguinari, inclinazione che ostentano con orgoglio in politica estera, ma che ha un raggio d’azione a 360 gradi. Momento rischioso. Trump dovrebbe correre ai ripari prima che sia troppo tardi, magari dando concretezza all’indiscrezione di Israel Hayom sulla possibile rimozione del capo della CIA John Ratcliffe, consegnato all’AIPAC, e del Segretario per la Guerra Pete Hegseth, evangelicals pro-Israele, che hanno contrastato i negoziati.

Dovrebbe, però, ammainare l’usuale arrogante solipsismo che lo induce a ritenere di poter gestire tutto in solitaria. Non impossibile, ma difficile sì.

Trump weighs purge of Iran deal opponents in his administration
AAA

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Le tensioni Trump-Netanyahu e l’attentato, sventato, alla Casa Bianca

Le tensioni Trump-Netanyahu e l'attentato, sventato, alla Casa Bianca

In attesa della firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, che dovrebbe avvenire in Svizzera venerdì, monta la rabbia dei fautori della Grande Israele. A Tel Aviv la mossa di Trump è stata accolta con “disperazione“, come riporta il Timesofisrael.

US-Iran deal met with despair in Israel, joy in Lebanon and hope in Iran

Una disperazione che riecheggia oltreoceano, dove le più importanti, e potenti, organizzazioni ebraiche – dal Jewish Democratic Council alla Zionist Organization of America fino all’AIPAC – hanno manifestato la loro irritazione, che si tradurrà in pressioni sul Congresso per vanificare il compromesso.

Per parte sua Netanyahu, che ieri ha tenuto un’insolita conferenza stampa (ne rifuggiva da tre mesi), ha dato inizio al bombardamento del memorandum, pur evitando di criticarlo apertamente. Parlando ai cronisti presenti, oltre a sgranare gli asseriti successi conseguiti nella sua guerra senza fine e senza limiti, anzitutto morali, ha chiarito che la lotta continua e che Israele continuerà a presidiare aree conquistate che ne assicurano la sicurezza.

Punto delicatissimo questo, perché nel memorandum l’America si fa carico non solo di assicurare il cessate il fuoco in Libano, ma anche il ripristino della sua integrità territoriale.

Netanyahu, da scaltro qual è, è rimasto sul vago, nel senso che non ha specificato di voler conservare tutto il Libano meridionale, pretesa che avrebbe bloccato all’istante l’accordo innescando un’altra reprimenda di Trump. Mira, però, a strappare più territorio possibile nel negoziato più specifico previsto dopo la firma (sempre che non riesca a sabotarlo). Il ritiro totale sarebbe una sconfitta irrevocabile.

Nonostante si sia trattenuto, la rabbia del premier israeliano era alquanto evidente. Rabbia che si somma a quella delle potenti lobby filo-israeliane e dei falchi annidati nel Congresso, nell’apparato militar-industriale Usa e in altri potenti ambiti e apparati americani.

Insomma, non tira una bella aria per Trump. Peraltro, tale tensione si dipana e s’interseca con quella che dilaga negli States, preda di una polarizzazione sempre più isterica.

Un tensione che poteva deflagrare in occasione degli ottant’anni di Trump, che questi ha voluto festeggiare a modo suo, con una cerimonia in stile old wild west e modalità da satrapia orientale, organizzando un evento di lotta – l’UFC 250 – alla Casa Bianca. L’FBI in un comunicato ha rivelato che per l’occasione si stavano organizzando un attentato che i suoi agenti hanno sventato consegnando alle patrie galere i rei.

In genere prendiamo le dichiarazioni del Boureau con la cautela del caso, consapevoli della sua storia non certo commendevole e della sua insana tendenza alla manipolazione, così nel caso specifico avremmo potuto derubricare il comunicato a un mero esercizio di auto-celebrazione e nulla più.

E però nel comunicato si notano omissioni stridenti. Non viene specificato che l’UFC 250 si teneva alla Casa Bianca, localizzandolo più genericamente a Washington D.C., né che vi partecipasse il presidente. Particolari che avrebbero dato ben altro valore all’auto-celebrazione, da cui la natura diversa e più inquietante del comunicato medesimo.

Fox news successivamente ha rivelato che era previsto un attacco di droni che avrebbe dovuto scatenare il panico, con la folla impazzita che sarebbe stata facile preda di cecchini appostati in loco.

Al di là degli interna corporis imperiali, e per ritornare alla geopolitica, nel momentum di sospensione attuale, che terminerà venerdì con la firma ufficiale (si spera), c’è da aspettarsi qualche colpo di coda da parte degli scontenti che, messi alle corde, sono capaci di tutto.

La scommessa di Trump di riuscire a imporre a Israele quanto concordato con Teheran, anche se al momento appare vincente, è davvero azzardata. Ciò soprattutto perché, piuttosto che minacciare ritorsioni reali, che metterebbero alla corda Tel Aviv (anche perché agli Usa si accoderebbe tutto il mondo), come ad esempio la rescissione degli aiuti, finanziari e militari, Trump punta tutto sul suo rapporto con Netanyahu, sicuro che nonostante l’avversione alla fine farà quel che deve. Alquanto ingenuo, ma l’uomo è fatto così.

Quanto a Netanyahu, secondo una notizia filtrata alla CNN starebbe discretamente cercando di ottenere un incontro con Trump. Notizia ovviamente smentita dall’ufficio del premier israeliano per evitare di esporlo al rischio di un pubblico diniego, che renderebbe ancor più difficile, se non impossibile, derubricare la frattura tra i due a incidente di percorso. Sarebbe fatale per le sue possibilità di rielezione.

Resta il nodo Libano, sul quale Trump ha meno leve che altrove. Ieri l’apertura a sorpresa; per chiudere il conflitto che “sembra non finire mai” ha dichiarato: “Dobbiamo parlare un po’ con Hezbollah”.

Poi oggi, al G7 di Evian, per coprirsi le spalle ha fatto retromarcia – parlare con un’organizzazione che Israele connota come terrorista… – affermando che, visto che Israele non è in grado di risolvere la querelle Libano “senza uccidere tutti”, è il caso che se “ne occupi la Siria”, attualmente guidata dall’ex leader di al Qaeda Ahmad al-Shara.

Al netto di sorprese, sembra l’ennesima boutade di Trump perché al-Shara è già stato sollecitato in proposito e ha declinato il pressante invito. Il fatto è che la Siria è sotto l’influenza della Turchia. E Ankara ormai percepisce Israele come una minaccia esistenziale, anche per le dichiarazioni ostili lanciate al suo indirizzo da diversi politici di Tel Aviv.

Di questi giorni, peraltro, le esercitazioni congiunte dell’aviazione turca ed egiziana: un segnale a Israele perché eviti di essere conseguente alle insistite minacce. E un altro segnale del riposizionamento in corso nella regione.

AAA

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