As the Iran war comes to a close, is the US pulling warships back to the west Pacific?


Farnesina –
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha presieduto oggi alla Farnesina una riunione con i rappresentanti delle principali associazioni del mondo produttivo italiano e con i Presidenti di ICE e SIMEST, all’indomani dell’annuncio dell’intesa tra Stati Uniti e Iran. All’incontro hanno inoltre preso parte rappresentanti di Cassa Depositi e Prestiti, SACE e gli Ambasciatori italiani nei principali Paesi del Medio Oriente. L’incontro è stato convocato per fare il punto sulle prospettive di ripresa del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, valutare gli effetti della crisi in Medio Oriente sull’economia italiana e fare il punto sulle misure di sostegno alle imprese maggiormente esposte.
Il Ministro Tajani ha sottolineato che la ripresa del traffico attraverso Hormuz dovrà avvenire in condizioni di piena sicurezza e nel rispetto della libertà di navigazione, principio richiamato anche nella recente dichiarazione dei Leader del G7. L’Italia è impegnata insieme ai partner internazionali nelle iniziative volte a garantire la sicurezza della navigazione e il regolare ripristino dei traffici commerciali nell’area. Tajani ha inoltre annunciato che il personale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran rientrerà progressivamente in sede. I Presidenti di ICE e SIMEST hanno inoltre illustrato gli strumenti messi a disposizione dalle rispettive strutture per sostenere le imprese più esposte agli effetti della crisi.
Il Ministro ha infine evidenziato come la stabilizzazione dell’area e la piena riapertura dello Stretto di Hormuz siano elementi essenziali per ridurre l’impatto che l’aumento dei costi energetici e dei trasporti sta avendo sul sistema produttivo italiano. Ha inoltre sottolineato l’importanza di continuare a sviluppare collegamenti e rotte commerciali alternative, a partire dal corridoio IMEC e dalle opportunità offerte dalla rotta artica. Tajani ha infine rilevato come le imprese italiane abbiano dimostrato una straordinaria capacità di adattamento anche nelle fasi più complesse dello scenario internazionale, come dimostra la continua crescita dell’export.

© Haiyun Jiang/The New York Times
EpItalia –
Gli eurodeputati hanno approvato in via definitiva le modifiche alla politica UE sui rimpatri dei cittadini di paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’UE. Il regolamento, approvato con 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astensioni, mira a accelerare le procedure di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali e del diritto internazionale, incluso il principio di non respingimento e il divieto di espulsioni collettive, e a prevenire al contempo abusi e movimenti non autorizzati all’interno dell’UE.
In base alle modifiche, una decisione di rimpatrio emessa dalle autorità nazionali competenti nei confronti di un cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare comporta l’obbligo di lasciare immediatamente, entro un termine stabilito, il territorio dello Stato membro interessato.
I cittadini di paesi terzi soggetti a una decisione di rimpatrio saranno tenuti a cooperare con le autorità. Ai fini della preparazione del rimpatrio, questi potranno essere trattenuti sulla base di una valutazione individuale, ad esempio in caso di mancata cooperazione, rischio di fuga o rischio per la sicurezza. Il trattenimento dovrà essere disposto da un’autorità amministrativa o giudiziaria e potrà durare fino a 24 mesi. Sarà inoltre possibile una proroga fino a sei mesi complessivi in caso di cambiamento delle circostanze, nuove informazioni o miglioramento della cooperazione con un paese terzo. Se il cittadino si sposta in un altro paese UE, potrà applicarsi un nuovo periodo di trattenimento.
Gli Stati membri potranno inoltre imporre l’obbligo di presentarsi regolarmente alle autorità competenti o di risiedere in un luogo designato. In alternativa al trattenimento, potranno essere previste misure quali una garanzia finanziaria o il monitoraggio elettronico.
Le autorità nazionali potranno svolgere specifiche misure investigative per preparare o garantire l’effettivo rimpatrio, tra cui perquisizioni delle persone, delle abitazioni o di altri locali pertinenti, soggette ad autorizzazione giudiziaria o amministrativa, nonché il sequestro di effetti personali e dispositivi elettronici. Tutte le misure dovranno rispettare i diritti fondamentali ed essere soggette alle garanzie e ai mezzi di ricorso previsti dal diritto dell’Unione e nazionale.
Sarà possibile trasferire i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio, esclusi i minori non accompagnati, verso i cosiddetti “centri di rimpatrio” situati nel territorio di un paese terzo che accetti di accoglierli, sulla base di un accordo concluso da uno Stato membro dell’UE. Tali accordi potranno essere conclusi solo con paesi terzi che rispettino i diritti umani, il diritto internazionale e il principio di non respingimento. In particolare, le carenze riscontrate in parti specifiche del territorio del paese terzo o rispetto a determinate categorie di persone, non impediscono la conclusione di tali accordi, a condizione che sussistano garanzie sufficienti per assicurare il pieno rispetto dei diritti dei cittadini di paesi terzi interessati.
Le autorità nazionali dovranno informare la Commissione e gli altri Stati membri prima dell’entrata in applicazione di tali accordi.
Il relatore Malik Azmani (Renew, Olanda) ha dichiarato: “Oggi l’Europa ha dato una risposta concreta. I cittadini si aspettano, giustamente, che chi non ha il diritto di rimanere faccia ritorno nel proprio paese d’origine. Per questo ho una priorità chiara: misure di rimpatrio efficaci e realistiche. E, dopo quasi vent’anni di stallo, l’Europa ne dispone finalmente. I rimpatri rappresentano l’ultimo tassello del sistema europeo di gestione della migrazione e sono estremamente orgoglioso che questo tassello sia ora al suo posto.”
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale prima di entrare in vigore. Alcune disposizioni, tra cui quelle sui centri di rimpatrio, sulla valutazione dell’età dei minori e sulla dimensione esterna dei rimpatri, si applicheranno immediatamente. Le altre entreranno in applicazione 12 mesi dopo l’entrata in vigore della normativa.
EpItalia –
In due relazioni adottate oggi, gli eurodeputati avvertono del continuo arretramento democratico in Georgia e in Turchia e chiedono riforme e una risposta più forte dell’UE. La relazione sulla Georgia è stata adottata con 436 voti a favore, 145 contrari e 47 astenuti.
La relazione sulla Turchia ha ricevuto 381 voti a favore, 107 contrari e 171 astenuti.
Georgia.
Di fronte al persistente e grave arretramento democratico in Georgia, i deputati deplorano che il partito al governo, Sogno Georgiano, non abbia adottato alcuna misura per invertire le tendenze contrarie ai principi dell’UE. La relazione sottolinea che il coinvolgimento dell’UE e degli Stati membri con le autorità georgiane dovrebbe essere strettamente subordinato all’adozione di misure concrete e verificabili per invertire il corso della regressione democratica e porre fine alla dura campagna di disinformazione antieuropeista in stile russo. Il Parlamento esprime piena solidarietà al popolo georgiano, che continua la sua lotta per una Georgia europea e democratica di fronte all’erosione della democrazia. Viene inoltre confermata la precedente posizione del Parlamento sul mancato riconoscimento della legittimità del parlamento georgiano e del presidente da esso nominato.
La relatrice Rasa Juknevičienė (PPE, Lituania) ha dichiarato: “La leadership di Sogno Georgiano continua a smantellare le istituzioni democratiche e a mettere a tacere i media indipendenti, detenendo uno dei numeri più elevati di prigionieri politici della regione, inclusa la vincitrice del premio Sakharov Mzia Amaglobeli. Questo è inaccettabile per un paese candidato all’adesione all’UE. Dobbiamo ora procedere verso l’imposizione di sanzioni coordinate a livello UE contro i responsabili della repressione e dell’appropriazione dello Stato”.
Turchia.
Mentre la politica di allargamento dell’UE sta riacquistando slancio, la Turchia sta perdendo questa opportunità a causa della mancanza di riforme democratiche, affermano i deputati.
Il Parlamento sostiene infatti che nonostante le ripetute dichiarazioni del governo turco che ribadiscono il proprio impegno verso l’adesione all’UE, le principali carenze che incidono sul processo di adesione restano irrisolte. I deputati invitano il governo turco ad affrontare le persistenti criticità in materia di Stato di diritto, diritti umani, standard democratici, libertà di stampa e altre libertà fondamentali, e a rispettare il principio delle relazioni di buon vicinato e il diritto internazionale. Il Parlamento deplora il fatto che la Turchia continui a violare i diritti sovrani degli Stati membri dell’UE, come Grecia e Cipro. Critica inoltre la risposta limitata di altre istituzioni dell’UE e di molti Stati membri a tali sviluppi, invitandoli ad assumere una posizione più decisa in difesa degli standard democratici e dello Stato di diritto in Turchia.
Infine, i deputati affermano che nonostante il processo di adesione sia in stallo dal 2018, la Turchia resta un paese di importanza strategica e geopolitica e un alleato della NATO.
Il relatore Nacho Sánchez Amor (S&D, Spagna) ha dichiarato: “La Turchia continua a muoversi rapidamente verso un modello pienamente autoritario. Il recente caso contro il principale partito di opposizione, il CHP, e la sua leadership legittima è l’ultimo esempio di un più ampio indebolimento del pluralismo democratico e dello Stato di diritto, che evidenzia il ruolo di una magistratura strumentalizzata a fini politici. Di fronte a una situazione così grave, siamo profondamente preoccupati per la risposta attenuata della Commissione, del SEAE e degli Stati membri, che continuano a chiudere gli occhi di fronte allo smantellamento della democrazia in Turchia. Questo silenzio mina l’immagine e la credibilità dell’UE e allontana ulteriormente le componenti più pro-europee e pro-democratiche della società turca, con conseguenze che potrebbero richiedere anni per essere invertite”.
Espresso Communication –
In occasione della Giornata mondiale contro la Siccità, l’Europa si scontra con un paradosso certificato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente: nonostante l’efficientamento abbia tagliato i prelievi idrici del 14% in 20 anni, la morsa dello stress idrico non arretra, alimentata da temperature record che accelerano l’evaporazione di fiumi e invasi. Un’emergenza cronica che nei mesi caldi si trasforma in crisi strutturale, arrivando a colpire ben il 70% dei residenti nell’Europa meridionale, circa 105 milioni di persone, con l’Italia tra i primi Paesi per indice di sfruttamento idrico (27,2%). Di fronte a questa emergenza, la risposta passa dalla gestione industriale delle reti: in prima linea c’è BrianzAcque, “Top Utility” nazionale. “La lotta alla siccità si combatte su due fronti: investimenti sulle infrastrutture e una quotidiana alleanza antispreco con i cittadini”, spiega Enrico Boerci, presidente e AD di BrianzAcque.
Garantire l’accesso all’acqua senza depauperare le falde acquifere è diventata la priorità ambientale del nostro decennio. In occasione della Giornata Mondiale contro la Siccità del 17 giugno, il dibattito europeo torna a focalizzarsi su una delle sfide climatiche più urgenti: la gestione e la preservazione della risorsa idrica. Secondo i dati elaborati dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), il continente vive un complesso paradosso: nonostante l’efficientamento tecnologico abbia permesso di ridurre i prelievi idrici complessivi del 14% negli ultimi due decenni, l’estensione geografica delle aree in sofferenza non si è ridotta. Questo scenario rende improbabile un’inversione di tendenza entro il 2030, specialmente per l’Europa meridionale, identificata dai report sul clima continentale come l’epicentro assoluto del rischio idrico. Nello specifico, la scarsità d’acqua colpisce ogni anno circa il 30% della popolazione che vive in aree con stress idrico permanente e fino al 70% in aree con stress idrico stagionale estivo: una cifra che si aggira complessivamente sui 105 milioni di persone. Un quadro allarmante confermato anche dal recente rapporto European State of the Climate (ESOTC) di Copernicus, che evidenzia una criticità strutturale: nel Sud Europa il deficit di acqua sotterranea e di umidità del suolo si sta accumulando di anno in anno, rendendo spesso insufficienti le precipitazioni invernali e primaverili per compensare lo stress termico dei mesi più caldi.
L’Italia, situata nel cuore del “hotspot” climatico mediterraneo, vive in prima linea questa vulnerabilità. In base all’indice di sfruttamento idrico plus (WEI+) che misura le condizioni di scarsità idrica stagionale più gravi per i paesi europei, l’Italia è ai primi posti con un indice del 27,2%, superata solo da Portogallo (30,7%), Romania (33,9%), Grecia (37,4%), Malta (66,7%) e, al primo posto, l’isola di Cipro (92,1%). I dati evidenziano come la frequenza di anomalie termiche stia surriscaldando il suolo, provocando un deficit idrico profondo che i soli piovaschi stagionali non riescono più a colmare. In questo scenario, la resilienza idrica dei territori non dipende più solo dal meteo, ma dalla capacità di azzerare gli sprechi infrastrutturali prima che la risorsa si disperda nel sottosuolo. Una risposta industriale, strutturale e virtuosa a questa crisi climatica arriva dalla Lombardia con il modello BrianzAcque, l’azienda partecipata dai 55 Comuni della Provincia di Monza e della Brianza che da oltre 20 anni gestisce industrialmente il servizio idrico integrato del territorio. Nata il 12 giugno del 2003 e cresciuta grazie a un percorso di fusioni e acquisizioni particolarmente sfidante, BrianzAcque figura oggi tra i primi operatori italiani grazie a un modello che mette al centro gli investimenti, cresciuti in modo esponenziale dai 2,3 milioni del 2011 ai 65,3 milioni del 2023, mantenendo parallelamente tra le tariffe più basse d’Europa: 1,55 euro per metro cubo, 88 centesimi in meno rispetto alla media nazionale. “La tutela dell’oro blu richiede una visione di sistema”, spiega Enrico Boerci, presidente e amministratore delegato di BrianzAcque. “I nostri investimenti infrastrutturali da record servono a rinnovare le condutture, abbattere le dispersioni e garantire la resilienza del territorio di fronte a estati sempre più estreme. Tuttavia, la tecnologia e le reti da sole non bastano se non sono supportate da un uso consapevole della risorsa nelle case di tutti noi. L’acqua dolce è un bene finito e limitato, e il contrasto ai cambiamenti climatici passa inevitabilmente attraverso l’evoluzione delle nostre abitudini quotidiane”.
Per supportare le famiglie in questa transizione e promuovere stili di vita più sostenibili, dagli esperti BrianzAcque 10 consigli pratici per evitare gli sprechi ed eludere le difficoltà legate alla carenza d’acqua in estate:
– Chiudere il rubinetto quando non serve: un gesto tanto banale quanto cruciale. Lasciar scorrere inutilmente l’acqua mentre ci si insapona, ci si lava i denti o ci si rade comporta uno spreco evitabile di decine di litri.
– Privilegiare la doccia al bagno: per riempire una normale vasca da bagno servono circa 150 litri d’acqua, mentre una doccia di 5 minuti ne consuma un terzo (circa 50 litri).
– Installare i frangigetto ai miscelatori: questi piccoli ed economici dispositivi miscelano l’acqua in uscita con l’aria: il getto appare ugualmente corposo, ma il consumo effettivo di acqua si dimezza.
– Utilizzare gli elettrodomestici solo a pieno carico: avviare lavatrici e lavastoviglie soltanto quando sono completamente piene ottimizza non solo i consumi idrici, ma abbatte significativamente anche quelli energetici in bolletta.
– Monitorare e riparare le perdite: un water che perde internamente o un rubinetto che gocciola in modo costante possono disperdere silenziosamente fino a 100 litri d’acqua potabile in un solo giorno.
– Annaffiare le piante nelle ore serali: durante le giornate estive, bagnare il verde al tramonto o nelle ore notturne impedisce che l’acqua evapori rapidamente a causa del calore solare, garantendo alle radici il tempo necessario per l’assorbimento.
– Fare la “doccia musicale”: scegliere una canzone di 3-4 minuti e concludi la doccia prima che finisca. Molte persone riducono il consumo senza percepire una rinuncia.
– Praticare il recupero idrico in cucina: l’acqua usata per lavare frutta e verdura, così come quella di cottura della pasta (se non salata eccessivamente), è perfetta per essere recuperata e riutilizzata per innaffiare i vasi sui balconi.
– Lavare l’auto in modo inverso: prima rimuovere polvere e sporco con un panno in microfibra umido e solo alla fine risciacquare rapidamente. Si può consumare meno della metà dell’acqua rispetto a un lavaggio tradizionale.
– Fare attenzione all’impronta idrica invisibile: dietro ogni prodotto, dal cibo ai capi di abbigliamento, c’è un enorme consumo d’acqua impiegato per la produzione. Ridurre lo spreco alimentare e fare acquisti ponderati aiuta a preservare i bacini idrici su scala globale.
EpItalia –
Il Parlamento europeo ha adottato cinque relazioni dove si esaminato i progressi verso l’adesione all’UE di Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord e Montenegro.
Albania.
In una relazione adottata con 483 voti a favore, 103 contrari e 70 astensioni, i deputati accolgono con favore i rapidi progressi compiuti dall’Albania negli ultimi anni e invitano le autorità a garantire la piena attuazione della legislazione adottata. Nonostante tali progressi, il Parlamento afferma che il paese deve ancora affrontare diverse sfide, tra cui il superamento della polarizzazione politica interna e il miglioramento della cultura politica, il rafforzamento dello Stato di diritto e il consolidamento delle riforme anticorruzione. Richiamando l’ambizione dell’Albania di chiudere i negoziati di adesione entro la fine del 2027, il Parlamento avverte che la qualità delle riforme del paese determinerà il calendario dell’adesione.
Bosnia-Erzegovina.
Con 478 voti a favore, 116 contrari e 54 astensioni, i deputati ribadiscono il loro sostegno all’adesione della Bosnia-Erzegovina all’UE sulla base dell’unità, della sovranità e dell’integrità territoriale del paese. Chiedono riforme per rafforzare le istituzioni democratiche, garantire il rispetto dello Stato di diritto, combattere la corruzione e la criminalità organizzata e assicurare i diritti fondamentali a tutti i cittadini. Il Parlamento invita i leader politici della Bosnia-Erzegovina a rinnovare il loro impegno verso l’adesione all’UE e ad attuare senza ulteriori ritardi le riforme attese da tempo. Chiede inoltre di porre fine all’ostruzionismo, ai veti politici e alla retorica divisiva, che ostacolano le aspirazioni europee del paese.
Kosovo.
In un’altra relazione adottata con 412 voti a favore, 174 contrari e 58 astensioni, i deputati si congratulano con il Kosovo per il costante impegno verso l’adesione all’UE, pur esprimendo preoccupazione per l’incapacità del paese di formare un parlamento e un governo pienamente funzionanti da oltre un anno. Invitano il governo ad accelerare le riforme legate all’UE, in particolare nei settori dello Stato di diritto, delle libertà fondamentali e della lotta alla corruzione. Il testo sottolinea che la normalizzazione delle relazioni con la Serbia e l’attuazione degli accordi di Bruxelles e di Ohrid restano essenziali per le ambizioni europee del Kosovo.
Montenegro.
Con 486 voti a favore, 101 contrari e 75 astensioni, i deputati accolgono con favore i progressi costanti del Montenegro nelle riforme connesse all’UE, sostenuti dall’obiettivo di concludere i negoziati entro la fine del 2026 e diventare il 28º Stato membro dell’UE entro il 2028. Oltre ai parametri tecnici delle riforme, i deputati affermano che un orientamento strategico europeo e il costante impegno dei rappresentanti politici del Montenegro a favore dell’indipendenza dello Stato restano criteri politici fondamentali nel processo di adesione all’UE.
Macedonia del Nord.
Infine, in una relazione adottata con 411 voti a favore, 120 contrari e 120 astensioni, il Parlamento ribadisce il suo pieno sostegno all’impegno della Macedonia del Nord verso l’adesione all’UE, sottolineando che i progressi nei negoziati continuano a dipendere da riforme durature e profonde. I deputati si rammaricano della mancanza di progressi rispetto alla relazione del 2025, in particolare sullo Stato di diritto, la riforma della giustizia e la lotta alla corruzione, e sottolineano che sono urgentemente necessari un rinnovato impegno politico e una cooperazione trasversale tra le forze politiche, anche per adottare le modifiche costituzionali necessarie ad aprire il primo gruppo negoziale
EpItalia –
Il Parlamento ha adottato in via definitiva le norme volte a facilitare l’accesso a nuove piante resistenti al clima e ai parassiti, che offrono rese più elevate e richiedono meno pesticidi.
Gli eurodeputati hanno adottato in via definitiva le norme in materia di nuove tecniche genomiche (NGT) (new genomic techniques, in inglese), già concordate in via provvisoria da Parlamento e Consiglio nel dicembre 2025. In linea con la seconda lettura della procedura legislativa, il regolamento è stato adottato senza votazione finale, visto che l’Aula ha respinto tutti gli emendamenti presentati al testo dell’accordo con il Consiglio.
Le nuove norme dell’UE segnano una svolta verso una regolamentazione delle piante basata sulle loro caratteristiche genetiche finali, piuttosto che sul modo in cui sono state ottenute. Le piante modificate tramite NGT saranno suddivise in due categorie con obblighi giuridici diversi.
– NGT-1 — Questa categoria riguarda le piante sottoposte a un numero e un tipo di modifiche limitati, ottenibili anche con tecniche di selezione convenzionali. Dopo aver verificato che soddisfano i criteri per ottenere lo status di NGT di categoria 1, queste piante saranno trattate alla stessa stregua di quelle convenzionali.
Su richiesta del Parlamento, le piante geneticamente modificate per resistere agli erbicidi e produrre sostanze insetticide non possono rientrare nella categoria NGT-1.
– NGT-2 — Questa categoria riguarda le piante che hanno subito modificazioni genetiche più ampie o complesse. Sono regolate dalle norme in materia di OGM già in vigore e saranno quindi soggette a valutazione del rischio. Inoltre, dovranno ottenere un’autorizzazione prima di poter essere commercializzate nell’UE.
Le norme si applicheranno sia alle piante originarie dell’Europa che a quelle importate. Nei mercati al di fuori dell’UE sono già disponibili diversi prodotti ottenuti da piante NGT, per esempio il frumento a basso contenuto di glutine, le patate resistenti agli agenti patogeni e il mais tollerante alla siccità.
La piena tracciabilità e l’etichettatura rimarranno obbligatorie per le piante di categoria NGT-2 e i paesi dell’UE potranno limitarne o vietarne la coltivazione anche se sono state autorizzate all’interno dell’Unione. Le varietà vegetali derivate da o contenenti una pianta NGT-1 saranno inserite in una banca dati pubblica dell’UE e tutti i sacchetti di sementi e il materiale riproduttivo dovranno essere etichettati come “NGT-1”, in modo da consentire agli agricoltori di compiere una scelta informata.
Per orientare l’uso delle nuove tecniche genomiche verso lo sviluppo di piante dotate di caratteristiche di sostenibilità (come la resistenza ai cambiamenti climatici e ai parassiti), il regolamento ha ottenuto l’introduzione dell’obbligo di monitorare l’impatto delle piante NGT sulla sostenibilità.
Sebbene nella produzione biologica non saranno ammesse piante ottenute tramite le nuove tecniche genomiche, la presenza tecnicamente inevitabile di piante NGT di categoria 1 non costituirà una violazione. La Commissione valuterà se il regolamento comporti oneri amministrativi, economici o pratici per gli operatori del settore biologico, anche in relazione alla loro percezione e a quella dei consumatori.
Le norme prevedono la possibilità di brevettare le NGT, ad eccezione dei tratti o delle sequenze presenti in natura o prodotti con mezzi biologici. I deputati hanno inserito tutele per evitare la concentrazione del mercato e garantire prezzi accessibili e un accesso equo agli agricoltori, affinché mantengano il diritto di conservare e reimpiantare le sementi.
La relatrice Jessica Polfjärd (PPE, Svezia) ha dichiarato: “È una vittoria storica per gli agricoltori europei e per il futuro dell’Europa. Approvando l’uso delle NGT, abbiamo scelto l’innovazione, la competitività e la sicurezza alimentare. Gli agricoltori europei chiedono da tempo di poter accedere a questi moderni strumenti di selezione per poter sviluppare colture più resilienti e meno dipendenti dai pesticidi. Nel mettere a disposizione queste tecnologie di selezione genetica sicure e basate su dati scientifici, il Parlamento va incontro alle esigenze degli agricoltori europei, tutela la nostra sicurezza alimentare e aiuta a costruire un’Europa più competitiva e innovativa”.
Il regolamento entrerà in vigore 20 giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE e diverrà applicabile due anni dopo.
Un terremoto per il carcere di Sollicciano. Dopo anni di denunce per la situazione a dir poco fatiscente della struttura fiorentina, ieri è arrivata una notizia eclatante: il sequestro di sette sezioni (1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, nonché la sezione ‘Accoglienza’) disposto dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura di Firenze per mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro. La decisione, adottata per la prima volta in Italia, è stata comunicata dalla procuratrice Rosa Volpe: gli inquirenti, si legge in una nota, contestano la violazione delle norme in materia di “pulizia dei locali di lavoro”, “abitabilità dei dormitori” e impiantistica elettrica previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
A far scattare l’indagine numerosi ricorsi ai magistrati di sorveglianza da vari detenuti in ordine alle condizioni igienico sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni all’interno dei vari reparti. Com’è noto proprio il 22 settembre la Corte Costituzionale si pronuncerà su giudizio promosso dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze a seguito di un ricorso di un recluso che pur non avendo i requisiti ha chiesto di scontare la pena fuori dal penitenziario a causa delle condizioni degradanti della prigione, infestata da cimici del letto, scarafaggi, celle ammuffite, priva spesso di acqua calda. Il giudice ha anche disposto il trasferimento di tutti i detenuti che si trovavano in quelle sezioni ad altra casa circondariale. Non si conosce il numero esatto ma sarebbero intorno ai 200. E non si sa al momento neanche il luogo di destinazione degli stessi. Non dovrebbe essere un altro carcere toscano considerato che gli altri istituti sfiorano un sovraffollamento del 130 per cento. Nella mattinata di ieri il Ministero della Giustizia aveva diramato un comunicato quasi volto ad anticipare quello della Procura in cui è parso mettere le mani avanti. Infatti vi abbiamo letto che in riferimento al sequestro preventivo “il Dap ha risolto alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi. Essendo però necessario un intervento di maggiore portata, è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di 9 milioni di euro. […] Proprio in virtù di questi lavori programmati, si è previsto un trasferimento di detenuti con destinazione in altri Istituti penitenziari, dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi”. Ma alla richiesta di specifiche (quanti detenuti, luogo del trasferimento, tempi del trasferimento) nessuna risposta al momento di andare in stampa.
Diverse le reazioni alla notizia. Per Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, “Si tratta di una notizia che accogliamo positivamente. Detto questo è arrivato il momento di provvedimenti legislativi urgenti per consentire almeno alle 10mila persone che sono verso fine pena di poter accedere a misure alternative alla detenzione. Altro che le misure sui tossicodipendenti, annunciate già 4-5 volte dal ministro della Giustizia Carlo Nordio”. “È una conseguenza inevitabile considerato lo stato di enorme degrado in cui versa il carcere di Sollicciano” ha commentato pure il Garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani che lo ha descritto come “un atto inedito perché in tanti anni di avvocatura non avevo mai visto un fatto simile e va reso merito ai magistrati, dalla Procura alla sorveglianza, perché hanno messo il dito nella piaga a tutti evidente e sollecitando una soluzione a questo problema”. “È – conclude – un esempio e una sollecitazione nei confronti di altre carceri perché, non scordiamolo, Sollicciano non è l’unico penitenziario in Italia ad avere grandi problemi”. Secondo Federico Gianassi, deputato dem e segretario del Pd Firenze, quanto accaduto “certifica il fallimento del Ministero della Giustizia”. Anche le toghe di Magistratura democratica osservano che “in una generale condizione di sovraffollamento che supera nella media il 140% e in una diffusa fatiscenza delle strutture, nell’immobilismo del governo che da tre anni preannuncia piani e investimenti e si rifiuta di adottare misure di clemenza che si rendono necessarie per il solo senso di umanità saranno ancora una volta, gli accertamenti e i documenti di un procedimento penale a diffondere informazione e domanda di civiltà”. Infine anche il segretario nazionale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe, Francesco Oliviero, ha commentato il sequestro “come intervento ormai inevitabile”, ricordando che “da tempo vengono denunciate condizioni che non rispettano minimamente gli standard minimi né come luogo di detenzione né, ancor più, come luogo di lavoro per il personale di polizia penitenziaria”.
di Shorsh Surme –
Con l’annuncio di un accordo tra Stati Uniti e Iran per la cessazione delle operazioni militari su diversi fronti, incluso il Libano, nel dibattito interno sono emerse due questioni strettamente collegate: quale significato abbia per il Libano essere incluso in un’intesa regionale e internazionale alla cui definizione non ha partecipato direttamente e se ciò abbia indebolito o rafforzato la posizione ufficiale libanese, da sempre orientata a separare i conflitti e a evitare che il Paese diventi dipendente da dinamiche esterne.
Finora il governo libanese non è stato informato del contenuto completo dell’accordo né dei dettagli specifici che lo riguardano. Israele, dal canto suo, non ha mostrato un impegno chiaro, continuando gli attacchi contro il Libano meridionale. Di conseguenza, qualsiasi valutazione libanese resta subordinata alla verifica dell’effettiva attuazione dell’intesa. Ciò che appare certo, tuttavia, è che l’inclusione del Libano nell’accordo conferma una realtà evidente da anni: il Paese non è fuori dal conflitto, nonostante alcuni lo desiderino, e non è sufficientemente presente nei negoziati, benché il governo continui a definirsi l’unico organo decisionale.
La deputata Paula Yacoubian interpreta la situazione come una perdita netta per il Libano. A suo avviso, non ci sono margini di ambiguità: «L’Iran è il vincitore di questo accordo e il Libano è il perdente. Anzi, il più grande perdente».
Yacoubian fonda la sua analisi sul costo della guerra per il Paese, non sulle dichiarazioni ufficiali. Sottolinea che il Libano è stato devastato, la popolazione sfollata e che le perdite umane e materiali sono enormi. Le infrastrutture danneggiate, aggiunge, «potrebbero non essere facilmente ricostruibili», soprattutto in un contesto di profonda crisi finanziaria. Per questo ritiene che l’accordo non liberi il Libano dalle pressioni, ma lo collochi piuttosto tra due forze contrapposte: «Perpetuerà l’ingerenza iraniana e, allo stesso tempo, manterrà l’occupazione israeliana nel sud. Il Libano è stato colpito da entrambi i lati».
Secondo Yacoubian, lo Stato libanese è entrato nei negoziati da una posizione di debolezza strutturale, poiché «la questione più importante in qualsiasi negoziato è il sistema d’armi di Hezbollah», un tema che, a suo dire, «è presente ovunque». Pur riconoscendo l’importanza che il Libano negozi autonomamente, insiste sulla necessità di affermare che «in Libano esiste uno Stato».
Collega inoltre l’esito dell’accordo alla sua attuazione e alla capacità di Israele di sabotarlo attraverso la dimensione libanese. Ritiene che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia tentato di farlo, ma che l’accordo sia comunque rimasto in piedi, segno, secondo lei, della debolezza e dell’imbarazzo sia della leadership israeliana sia di quella statunitense. Conclude affermando che il principale perdente è il Libano, il secondo è Israele, mentre gli Stati Uniti «non hanno raggiunto i loro obiettivi».
Yacoubian definisce infine la guerra stessa «una guerra folle», aggiungendo: «È stata una guerra mal concepita». A suo avviso, i team di Netanyahu e del presidente statunitense Donald Trump hanno agito con leggerezza e scarso giudizio, guidati da una mentalità più commerciale che politica, a differenza dell’Iran, che può contare su una rete di relazioni con Cina e Russia.
Il deputato Bilal Abdullah, del Partito Socialista Progressista, adotta un approccio più prudente. Per lui è impossibile trarre conclusioni prima di verificare il comportamento di Israele: «Tutto dipende dall’entità del suo impegno. Se Israele rispetterà l’accordo, l’interpretazione sarà chiara. In caso contrario, sarà diversa».
Alla domanda se l’accordo indebolisca la posizione negoziale del Libano, Abdullah risponde senza esitazioni: «No, al contrario. Perché dovrebbe indebolirla? Assolutamente no. Potrebbe persino rafforzarla».
Secondo la sua lettura, un eventuale cessate il fuoco potrebbe offrire al Libano un margine negoziale più ampio. Ma questo potenziale si concretizzerà solo se Israele rispetterà i propri impegni e se lo Stato libanese saprà cogliere l’occasione, invece di attendere passivamente decisioni esterne.
Il parlamentare Ghassan Atallah propone una lettura diversa. A suo avviso l’Iran è riuscito a condurre i negoziati secondo i propri ritmi, imponendo tempi, tattiche dilatorie e modifiche alle clausole. «È evidente che l’Iran ha gestito i negoziati nel modo che desiderava. La sua prospettiva è chiaramente presente nella stesura delle clausole, in modo coerente con i suoi interessi».
Atallah ritiene che l’errore strategico di Netanyahu, l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut, abbia rafforzato la posizione iraniana, poiché è avvenuto in un momento in cui gli Stati Uniti non erano più in grado di sostenere una guerra prolungata. Teheran ha così potuto affermare: o un accordo alle sue condizioni oppure la guerra continuerà.













di Yari Lepre Marrani –
L’annuncio del Memorandum d’intesa siglato per via digitale tra Washington e Teheran sotto la mediazione di Islamabad rappresenta, nell’immediato, il barometro di un temporaneo sollievo per l’architettura finanziaria globale. La prospettiva di una progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz e la revoca del blocco navale statunitense hanno agito come un potente sedativo sui mercati energetici, allentando la morsa di una crisi inflazionistica che minacciava la stabilità delle economie occidentali. Tuttavia, un’analisi condotta secondo i canoni del realismo politico e della geopolitica mediorientale rivela come l’accordo, in vista della firma formale prevista a Ginevra, non sia l’atto di fondazione di un nuovo ordine regionale, bensì un’architettura diplomatica precaria, edificata su fondamenta strutturalmente fragili. Più che una risoluzione del conflitto, il testo si configura come la sanzione diplomatica di un’asimmetria strategica in cui Teheran capitalizza la propria resilienza bellica, configurando l’esito della crisi come un sostanziale fallimento della dottrina della “resa incondizionata” e della massima pressione statunitense.
La grammatica dell’accordo: il congelamento atomico come vittoria tattica di Teheran.
Il limite intrinseco più macroscopico del compromesso di Islamabad risiede nella gestione del dossier nucleare. L’accordo non prevede lo smantellamento delle capacità tecnologiche o il declassamento permanente del materiale fissile arricchito accumulato dalla Repubblica Islamica; al contrario, ne dispone il mero congelamento temporaneo per la durata dei 60 giorni di tregua.
Sotto il profilo dottrinale, il mantenimento dello status quo tecnologico conferisce a Teheran un potere di ricatto immutato. La rinuncia dello strumento militare statunitense a sradicare il programma atomico si traduce in un riconoscimento de facto della soglia di breakout nucleare raggiunta dall’Iran. Rinviare la risoluzione delle divergenze di fondo (ivi inclusi gli stock di uranio e il programma balistico) a un negoziato da svolgersi sotto la pressione del fattore tempo significa concedere alla controparte iraniana una leva negoziale permanente: la minaccia latente di una ripresa immediata dell’arricchimento qualora i dividendi economici della tregua — in termini di sblocco degli asset e allentamento delle sanzioni — non soddisfino le aspettative del regime.
L’ipertrofia politica dei Pasdaran e l’innalzamento della posta in gioco.
Contrariamente agli auspici occidentali di un indebolimento strutturale del regime a seguito delle operazioni belliche congiunte americane e israeliane, la crisi ha innescato un processo di consolidamento del potere interno a favore dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica). Avendo dimostrato la capacità di reggere l’impatto della campagna di bombardamenti e di convertire la prossimità geografica allo Stretto di Hormuz in un’arma di coercizione economica globale, l’apparato militare-ideologico ne esce politicamente ipertrofico.
L’accordo di Islamabad viene narrato dall’apparato mediatico di Teheran non come un compromesso, ma come il trionfo della strategia della “resistenza attiva”.
I Pasdaran hanno ridefinito i termini del confronto:
– Assenza di vincoli regionali: Il testo del memorandum non contiene alcuna clausola restrittiva circa la rete di alleanze non-statali (l’Asse della Resistenza) o il teatro libanese, permettendo a Teheran di mantenere intatta la propria proiezione asimmetrica.
– Egemonia negoziale: Il potere negoziale si è progressivamente spostato verso posizioni massimaliste. L’Iran non solo ha respinto le richieste iniziali di disarmo, ma ha vincolato l’effettiva implementazione della tregua a contropartite onerose, inclusi piani di ricostruzione internazionale stimati in centinaia di miliardi di dollari.
Il fallimento strategico della Dottrina Trump.
Per l’amministrazione statunitense, l’intesa di Islamabad assume i contorni di un evidente arretramento strategico, se parametrata agli obiettivi massimalisti dichiarati all’inizio delle ostilità. La postura imperniata sulla richiesta di una resa incondizionata dell’Iran, volta al collasso del regime teocratico e alla neutralizzazione definitiva del suo potenziale offensivo, è naufragata contro la realtà della guerra asimmetrica.

La necessità politica di disinnescare uno shock petrolifero alla vigilia delle scadenze elettorali interne ha costretto Washington ad accettare un ripristino dello status quo ante bellum, gravato però dal riconoscimento della centralità geopolitica di Teheran. La proclamazione del “Let the oil flow!” operata dalla presidenza USA non maschera la realtà di un negoziato condotto da posizioni di mutua vulnerabilità, dove l’arma economica iraniana ha bilanciato la superiorità convenzionale della macchina bellica americana.
La fragilità intrinseca dello scenario post-Ginevra.
La tregua dei 60 giorni si profila dunque come un interludio tattico piuttosto che come l’inizio di una pace duratura. L’architettura dell’accordo è minata da contraddizioni insolubili:
– Lascia l’Iran con la capacità intatta di raggiungere la bomba atomica in tempi brevi.
– Esclude attori chiave come Israele, la cui postura securitaria resta intrinsecamente incompatibile con la sopravvivenza del potenziale balistico e nucleare di Teheran.
– Consegna ai Pasdaran il controllo della narrazione interna e delle leve della catena di comando.
L’euforia della finanza globale di fronte alla firma digitale di Islamabad e alla successiva formalizzazione di Ginevra rischia di rivelarsi un errore di prospettiva. Finché le cause strutturali del conflitto rimarranno congelate e non risolte, la tregua dei 60 giorni non rappresenterà la fine della guerra con l’Iran, ma soltanto il preludio a una sua successiva, e potenzialmente più devastante, fase di escalation.
L’asimmetria della vigilanza e lo scetticismo delle potenze regionali.
Il prolungamento del deficit strutturale dell’accordo emerge con vigore se si analizza il meccanismo di verifica che dovrebbe sovrintendere al congelamento nucleare durante i 60 giorni. L’architettura di Islamabad affida all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) un mandato puramente notarile, depotenziato dall’assenza di protocolli di accesso immediato e non annunciato ai siti militari sensibili, come Parchin o i complessi sotterranei di Fordow. Questa concessione formale a Teheran non fa che alimentare lo scetticismo radicale degli attori regionali esclusi dal tavolo negoziale.
Per Gerusalemme e per le monarchie del Golfo, l’accordo di Ginevra non è una svolta diplomatica, ma un pericoloso esercizio di appeasement che concede all’Iran il tempo necessario per riorganizzare la propria logistica militare, logorata ma non spezzata dal conflitto. La postura israeliana, in particolare, resta dominata dalla dottrina dell’azione preventiva: l’idea che Washington abbia accettato un compromesso al ribasso pur di stabilizzare i mercati finanziari globale priva gli alleati regionali della certezza dell’ombrello deterrente americano, spingendoli verso una potenziale contro-attivazione unilaterale.
La trappola del timing: i 60 giorni come countdown geopolitico.
Lungi dal rappresentare uno spazio di distensione per edificare una pace duratura, la tregua dei 60 giorni si configura come un vero e proprio countdown geopolitico. Le scadenze temporali imposte dall’accordo agiscono come un moltiplicatore di pressione sulle cancellerie occidentali. Scaduto il bimestre, la mancata transizione verso un trattato definitivo, che Teheran ha già vincolato alla cancellazione totale e irreversibile del regime sanzionatorio, farà scattare automaticamente la ripresa delle attività di arricchimento dell’uranio.
La Casa Bianca si trova così imprigionata in una trappola tattica: per evitare il collasso immediato della tregua e il conseguente ritorno del blocco navale nello Stretto di Hormuz, l’amministrazione Trump sarà costretta ad elargire ulteriori concessioni economiche e politiche. L’accordo di Islamabad, analizzato nella sua reale densità concettuale, non ha risolto la crisi mediorientale; ha semplicemente istituzionalizzato il ricatto asimmetrico della Repubblica Islamica, trasformando una pseudo-vittoria diplomatica dei Pasdaran nel preludio di una sottomissione strategica dell’Occidente. Alla fine degli attuali, temporanei giochi, la resilienza dei Pasdaran sembra aver conseguito la sua massima vittoria.



© Troy Taormina/Reuters





Ha promesso che sarà lui in persona a leggere il fatidico memorandum. Donald Trump ha affermato che il testo del memorandum d’intesa raggiunto con l’Iran sarà reso pubblico a un certo punto in una sede ufficiale. “Non solo lo pubblicherò, ma probabilmente terrò una conferenza stampa e lo leggerò… parola per parola, in modo che la stampa lo riporti accuratamente”, ha detto Trump durante un incontro con il presidente degli Emirati Arabi Uniti a margine del G7 a Evian, in Francia, “è un documento molto importante”, assicura. Non sarà una lunga lettura quella di The Donald. Il documento firmato domenica, ha spiegato il vicepresidente americano JD Vance, parlando a Cnn. “è di una pagina e mezzo” e “non include i dettagli operativi dell’intesa”. Ma è proprio nei “dettagli” o negli omissis che si nasconde il diavolo del fallimento.
La certezza è nel giorno e ora anche il luogo della firma. L’accordo tra Iran e Stati Uniti verrà firmato venerdì a Burgenstock, vicino il lago di Lucerna. Lo ha riferito Berna. In attesa della performance oratoria, Trump prova a magnificare il prodotto. “Lo Stretto di Hormuz sarà completamente riaperto a partire da venerdì”, giorno della firma dell’accordo tra Iran e Stati Uniti a Ginevra. Annuncia il tycoon, precisando che “non ci saranno pedaggi per le navi che passeranno da Hormuz”. L’Iran sta rimuovendo le mine proprio in questo momento”, ha aggiunto. Teheran ha confermato che gli Stati Uniti hanno iniziato a revocare il blocco navale contro l’Iran. “La revoca del blocco navale contro l’Iran è iniziata e si sta passando alle fasi operative”, ha annunciato il viceministro degli Esteri della Repubblica islamica, Majid Takht-Ravanchi, citato dalle agenzie iraniane. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che i prossimi negoziati tra Stati Uniti e Iran saranno suddivisi in due fasi. La prima fase riguarderà questioni come lo status dello Stretto di Hormuz, il blocco navale statunitense e la ricostruzione dopo i bombardamenti israelo-americani delle infrastrutture iraniane, ha affermato, citato da Al Jazeera. Una fase successiva dei negoziati tratterà la questione del nucleare e l’allentamento delle sanzioni, che saranno risolte in un accordo finale, ha aggiunto.
Ma quando mai. Trump ha affermato di non essersi “mai preoccupato di un cambio di regime” in Iran, sottolineando di “non credere nel cambio di regime, non funziona mai”. “Ma supponiamo che ci sia un cambio di regime: il primo gruppo (di leader, ndr) è tutto morto, così come l’ultimo”, ha aggiunto, “anche una parte del terzo. Oggi negoziamo con persone molto razionali, forti e intelligenti. Non sono radicalizzate”. Il capo della Casa Bianca è anche in vena di consigli. “Sia la Siria a occuparsi di Hezbollah in Libano, lo sa fare meglio di Israele”, sentenzia Trump, sempre da Evan. “Ho suggerito a Israele di lasciare che la Siria si occupi di Hezbollah perché, a essere sincero, penso che lo farebbero meglio”, ha affermato Trump. Per poi aggiungere che Israele combatte Hezbollah “da troppo tempo e che troppe persone vengono uccise”, criticando così la gestione degli interventi israeliani contro il gruppo sciita libanese. “Non è necessario demolire un condominio ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei condomini vive molta gente, e non sono tutti membri di Hezbollah”, ha proseguito il presidente americano, pur precisando di avere “un eccellente rapporto” con il premier israeliano, ha ribadito che “l’attacco a Beirut non gli piace”. “Una volta il Libano era un grande Paese, con professori, dottori, avvocati; le grandi menti erano là – ha sottolineato Trump – sono stati trattati peggio di qualsiasi altro Paese e non possono difendersi. Quindi non sono contento di quello che ha fatto Israele con il Libano e Hezbollah”.
A conferma di un idillio in crisi c’è l’indiscrezione che gli Stati Uniti hanno respinto la richiesta israeliana di visionare il testo del memorandum d’intesa con l’Iran, che verrà firmato ufficialmente venerdì in Svizzera. A renderlo noto è l’emittente israeliana Channel 12., molto vicina a Netanyahu e al suo governo. Consigli a parte, la questione libanese è destinata ancor a tenere banco. Un banco insanguinato. Almeno 15 persone, tra cui due donne, sono state uccise e altre 82 ferite nelle ultime 24 ore a causa dei raid aerei israeliani sul Libano. Lo riporta su X il ministero della Salute di Beirut, secondo il quale dalla ripresa del conflitto lo scorso 2 marzo “il numero totale di civili ha raggiunto quota 3.798, con 11.781 feriti”. Hezbollah ha ricevuto rassicurazioni dall’Iran sul fatto che chiederà il ritiro delle truppe israeliane dal Libano nella prossima fase dei colloqui con gli Stati Uniti. Lo ha dichiarato a Reuters l’ufficio stampa del gruppo sciita filo-Teheran. “Non ci sarà alcun accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti a meno che gli israeliani non si ritirino” dal Paese dei Cedri. Il ritiro – ha precisato Hezbollah – sarebbe la conseguenza, e non una condizione preliminare, della prosecuzione dei colloqui tra Teheran e Washington dopo la firma del memorandum d’intesa venerdì.

Pierfrancesco Majorino, già europarlamentare, è capogruppo PD alla Regione Lombardia, membro della Segreteria nazionale del Partito Democratico con l’incarico di responsabile Politiche migratorie e Diritto alla Casa.
Pina Picierno e Marianna Madia sono uscite dal PD in nome di un riformismo diventato, a loro dire, impraticabile nel partito di Elly Schlein. Siamo al Partito del pensiero unico?
Rispetto molto le scelte personali e non credo che i partiti ci guadagnino se le persone se ne vanno. Questo è sempre così ed è sempre stato così, se si ha un’impostazione culturale e politica aperta, incuriosita. E poi è proprio la storia del PD, a cui ho aderito convintamente dai suoi primi battiti, che nasce dall’incontro tra le storie e le culture diverse. Lo dico non condividendo minimamente né le critiche sul “tasso di riformismo”, categoria oramai piuttosto ambigua, né quelle sulla questione del pluralismo interno. Elly Schlein ha tenuto la barra dritta su alcuni valori ed è stata molto coerente. Con l’impostazione di questi anni abbiamo rimesso in moto una comunità politica che si è rivolta a lei proprio perché nell’autunno del 2022 eravamo a un passo dallo scioglimento (cosa che viene astutamente rimossa ora), il PD ha insistito su battaglie non stupidamente minoritarie, ma semmai assolutamente necessarie, quelle sulla questione salariale, sulla sanità, sul diritto alla casa, per la transizione giusta, per il diritto delle nuove generazioni a restare, a immaginarsi un futuro. La cosa ha dato risultati tangibili, pure sul piano elettorale. E sfido chiunque a dire che il nostro sia un partito poco plurale. Ma insomma, basta guardarsi attorno, tra gruppi dirigenti, esponenti nelle istituzioni, eletti. Detto ciò, spero che chi ha deciso di uscire partecipi costruttivamente ad una sfida più ampia, che è quella di dare al Paese e all’Europa un futuro migliore.
Sulla base della sua esperienza politica e amministrativa, in Europa, a Milano e in Lombardia, le chiedo: cos’è per lei essere un riformista coerente e anche un po’ radicale?
Io credo si debba essere intransigenti sui valori di fondo e molto concreti nelle proposte. Le due cose devono stare assieme e soprattutto si deve pensare al governo come ad uno strumento per cambiare le cose.
Altrimenti il gioco del potere porta a ritenere le istituzioni il semplice approdo di una serie di carriere individuali, e la politica progressista perde proprio senso. Le istituzioni si fanno l’acquario degli eletti, che contano a quel punto, peraltro, sempre meno nella reale capacità di incidere, perché i processi sociali o i grandi flussi finanziari o le grandi crisi esterne, non guardano in faccia a nessuno. E la politica, senza popolo, semplicemente non conta niente. Quindi, al di là delle dispute lessicali, il punto è guardare in faccia il mondo. Le ferite che lo attraversano e schierarsi, in modo chiaro, cercando di trovare soluzioni praticabili ed ancorate alle sfide vere di trasformazione delle “cose” e non compromessi al ribasso che alimentano, alla fine, il discorso, sovranista e neo-nazionalista della destra. La destra, quella di oggi, non quella tipicamente ancorata alla tradizione liberale, vive facendo crescere il malcontento. Quindi più che la riflessione astratta o il ritenere gli elettori delle truppe da collocare geometricamente – al centro, a sinistra, a destra – partiamo da cosa sia giusto. Di fronte alle diseguaglianze e ai divari crescenti, ad esempio, riteniamo o no che serva una nuova stagione di protagonismo della politica progressista nel nome dell’interesse pubblico e del bene comune? E se questo è vero, se cioè serve rafforzare la protezione delle persone, dove prendiamo le risorse? Certo, facendo politiche che favoriscano la crescita, e poi però anche redistribuendo, santo cielo! Altrimenti il mercato da solo non lo fa. Questo snodo è essenziale per me. Parlo di cose molto molto concrete – non di slogan -. Vogliamo ad esempio dire che in Italia esiste un enorme tema di equità fiscale? Che i super ricchi pagano meno tasse del ceto medio? Che esistono flussi di denaro totalmente al di fuori del controllo delle stesse istituzioni, pensiamo all’incredibile vicenda dei fondi che usano le criptovalute o alla bolla dell’immobiliare, e che si alimenta un’economia di guerra che punta tutto sull’esplosione della spesa militare, la quale a sua volta, poi avrà sempre bisogno della guerra? Queste sono domande da estremista? No, credo di no. Sono domande da cui partire per una politica che non si faccia dettare le scelte da chi detiene in poche mani la ricchezza del pianeta o che mira a svuotare il senso stesso del gioco democratico.
Una sinistra che non ponga ai vertici della sua agenda il tema della pace in un mondo marchiato dalla guerra rinnega se stessa. Non crede?
Appunto, lo dicevo. E infatti la cultura della Pace è pratica politica, sono scelte. È rifiutare il potere degli autocrati. O è trattare il governo di Netanyahu per quello che è, cioè un governo che ha perseguito un disegno fondato su pulizia etnica e genocidio. O, ancora, è tentare di rimettere in campo la strategia fondata sul multilateralismo, oggi fatto a brandelli. E ovviamente la cultura della Pace è rifiutare le logiche imperiali e mettere al centro i diritti umani. Il ché comporta scelte difficili. Per questo condivido molto l’impostazione a cui abbiamo dato vita in questi anni. Abbiamo sempre sostenuto il popolo ucraino contro l’imperialismo di Putin, anche attraverso il sostegno economico diretto e al contempo abbiamo avversato l’idea che si possa far impazzire la spesa militare.
I retroscenisti della politica riempiono articolesse sulle grandi manovre che sarebbero iniziate in vista degli importanti appuntamenti elettorali del 2027. Prima delle politiche, si rinnoveranno i consigli comunali di importanti città, tra cui la sua, Milano. Il gioco dei nomi non allontana i cittadini dalla partecipazione?
Io credo che si debbano tenere insieme più cose. Alleanze, idee, priorità e scelta delle persone più adatte e credibili a rappresentare la scommessa politica dei progressisti, del centrosinistra. Sono ingredienti tutti necessari. Per cultura politica partirei da qual è il punto di arrivo che si ha in testa, sul terreno della visione, dell’idea di futuro. Le persone oggi hanno paura, si sentono insicure sul presente e sul domani. Questo per via di quello che quest’epoca propone ogni giorno: crisi globali, la guerra, i divari economici, e pure le grandi innovazioni e trasformazioni. Siamo tutti connessi e tutti più soli di prima. Le istituzioni devono accompagnare le persone, attraverso un messaggio che rassicuri. Si deve tornare a dire, “insieme ce la faremo” e ci sono anche tantissime cose belle e importanti da fare e conoscere. Noi progressisti siamo chiamati in questo ad un compito difficilissimo. Rassicurare e dare un messaggio positivo, fondato anche sul “diritto a desiderare”, che è un diritto che può muovere in modo potente le persone.
Difendere i più indifesi dovrebbe significare maggiore attenzione alle stragi nel Mediterraneo o al caporalato criminale. Il PD ha la coscienza a posto quanto a impegno politico e parlamentare?
Il PD in questi anni, sia nel parlamento italiano che in quello europeo ha avanzato proposte, tra cui lo ricordo sempre quella a prima firma Delrio riguardante il superamento della Bossi Fini, passaggio essenziale e terribilmente dimenticato in passato, ha realizzato denunce, ispezioni e si è messo totalmente alle spalle incertezze e ambiguità di un tempo. Quindi la coscienza è a posto, e va detto con orgoglio. Ora dobbiamo spiegare all’esterno come, nel tempo delle rincorse a destra su chi possa essere più fascista e razzista, si possano gestire, sul terreno delle scelte a più livelli, grandi scommesse come quelle riguardanti l’immigrazione. Lo dico sapendo che non è facile ma assolutamente necessario, specie nel momento in cui anche l’Europa è scivolata radicalmente a destra, con il terribile Patto su migrazione e asilo, tutto giocato sull’idea che l’immigrazione sia un danno da ridurre e da contenere. E lo affermo convinto che nei prossimi mesi, proprio verso le elezioni politiche avremo una piattaforma condivisa anche nella coalizione di governo su di un punto tanto delicato.
Il “fenomeno Vannacci”. Una meteora o cos’altro?
Io credo che Vannacci sia l’ennesima pagina della destra sovranista. Ha detto bene il presidente dell’Emilia-Romagna De Pascale recentemente. Alla fine, Vannacci afferma cose molto molto simili a quelle ribadite da Meloni e Salvini negli anni. Sono convinto che non vada sottovalutato per nulla né che ci si possa illudere rispetto ai benefici in chiave elettorale o tattica che porta lo scontro a destra. Perché quel che sta accadendo produce ulteriore regressione sul piano civile e morale. Mi limito a dire che questa ondata di destra radicale non va mai sfidata dall’alto. Con quell’atteggiamento elitario, che vedo affiorare qua e là, fondato sui commentini su quanto parli in modo rozzo Vannacci, o su quanto i suoi elettori siano degli ottusi da ostruire. Il corpo a corpo deve essere netto, popolare. La destra porta avanti idee micidiali e pericolose. E va sfidata sempre tentando di far saltare ogni connubio possibile tra il fascistume di ieri e di oggi, che va sempre condannato a viso aperto, e gli “impauriti”. Guardiamo, in altre parole, a chi si rivolge a quelle ricette perché, semplicemente, si sente solo di fronte alla durezza del mondo. Questo significa insistere sulla questione salariale, sulla lotta per la sanità pubblica, sul diritto alla casa, insomma su scelte che dicano chiaramente alle persone che la sensazione di insicurezza troverà una risposta attenta e efficace di riscatto e promozione. Non siamo privi di esperienze positive realizzate dove governiamo e senza troppa fantasia mi viene in mente, ad esempio, un testo da cui cominciare questo anno che ci porta alle elezioni politiche: la Costituzione.


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