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Netanyahu non vuole cedere su niente prima delle elezioni di ottobre

L’espansionismo israeliano procede a ritmi sostenuti su tutti i fronti. Anzitutto la Cisgiordania, dove prosegue il feroce assedio al villaggio di Qusra, mentre il villaggio cristiano di Taybeh è stato dichiarato zona militare chiusa, decisione che sarebbe stata adottata per proteggerlo dalle incursioni dei coloni.

Inutile specificare che i coloni godono della protezione dell’IDF e vengono usati per seminare caos perché l’esercito successivamente riporti l’ordine (l’ordine israeliano, ovviamente). Un meccanismo ben rodato che ha dato slancio all’annessione della Cisgiordania.

Peraltro, affermare che l’IDF non può far nulla contro i coloni è contraddetto in maniera stridente da quanto accadde nel giugno del 2025 quando questi molestarono l’IDF: nel giro di pochi giorni i responsabili vennero arrestati e le forze di sicurezza demolirono cinque avamposti illegali

L’indistinzione tra le violenze dei coloni e le operazioni dall’IDF è descritta bene in un articolo di Haaretz a firma Gideon Levy, nel quale il cronista sottoscrive la denuncia dell’inviato americano Mike Huckabee che ha definito “terrorismo israeliano” quanto si sta consumando a Qusra.

Una formula che, a differenza dell’usuale “terrorismo ebraico” col quale si identifica la violenza dei coloni, inchioda il governo israeliano alle proprie responsabilità e, secondo Levy, non permette ai cittadini israeliani di eludere le condanne internazionali per quanto accade ai palestinesi.

Tanto che Levy conclude così: “Il mondo, giustamente, non crede più alle nostre distinzioni tra un Israele vero (e bello) un Israele brutto, che ci vengono propinate da ogni schermo. Dobbiamo accettare che, da una prospettiva storica, siamo tutti Weiss [la feroce pasionaria dei coloni ndr.], Ben-Gvir e Smotrich”.

In realtà, a Huckabee, che gareggia con i leader israeliani più estremi nel propugnare la Grande Israele, non è mai importato nulla dei palestinesi, così c’è da chiedersi perché l’imprevista intemerata. Possibile che sia dovuta al fatto che in una delle case assediate abiti un cittadino americano, ma è più probabile che l’ordine di irrigidire la posizione su Israele sia venuta dall’alto per mettere Netanyahu sotto pressione.

Infatti, tale denuncia arriva nel momento in cui più forte si sta facendo sentire la pressione americana perché Netanyahu ceda su Gaza accettando il cosiddetto piano di pace di Trump, che ha rigettato nonostante Hamas l’abbia accolto promettendo di consegnare le armi al governo tecnocratico palestinese – creatura del cosiddetto Board of peace trumpiano – in parallelo al ritiro dell’IDF dalla Striscia.

In questi giorni la pressione è aumentata, al punto che Trump ha inviato Jared Kushner in Medio oriente per incontrarsi con i mediatori di Gaza, summit che ha visto l’inusuale presenza della leadership di Hamas. Mentre scriviamo Kushner sta incontrando Netanyahu per tentare di sbloccare la situazione…

Trump vuole un successo in vista delle elezioni di midterm, da vedere se la spunterà. Netanyahu potrebbe far finta di cedere – far finta, sottolineiamo – e, allo stesso tempo, intensificare l’annessione della Cisgiordania, verso la quale si è aggiunto un nuovo tassello con la proposta di inviare la polizia – cioè una forza civile -, e non solo l’IDF, a vigilare/imperversare sui palestinesi.

Peraltro, il fatto che a gestire la polizia sia il ministro per la Sicurezza Itamar Ben-Gvir non tranquillizza. Di recente un’altra delle sue perle: “A Gaza dovremmo uccidere 30 o 40 nemici di Israele a notte”. D’altronde, si identifica come kahanista, movimento inserito nella lista Usa del terrorismo fino al 2022, quando Biden, altra tragica decisione, lo sdoganò.

Resta, quindi, che le elezioni israeliane del prossimo ottobre rappresentano una pietra d’inciampo per tutte le iniziative di pace e/o di de-escalation che si stanno intrecciando in questi giorni. E alimentano l’aggressività di Tel Aviv, perché Netanyahu vuole arrivarci conservando tale slancio.

Ciò spiega perché stia vanificando anche le iniziative distensive sul Libano, come da denuncia di Haaretz, e anzi abbia ordinato di aumentare le operazioni militari. Così gli intensi bombardamenti di ieri, 11 le vittime, secondo Ziad Abu Rish (professore associato di Studi sul Medio Oriente al Bard College di New York), sarebbero solo un preludio a una più aspra escalation.

Inoltre, l’IDF ha intensificato anche i raid sulla Siria meridionale. Una pressione che serve anche a erodere le mire della Turchia su Damasco, che hanno preso slancio dopo la recente rappacificazione tra il governo di Ankara e i curdi del Pkk, approvata dal Parlamento su ispirazione del presidente Recep Erdogan.

Una riconciliazione che ha accelerato quella tra Damasco e le forze curde siriane, da tempo perseguita e ora in dirittura d’arrivo. Un successo politico che Erdogan vorrebbe suggellare con una visita in Siria, già programmata e rimandata dopo l’attacco all’Iran.

Già, l’Iran, l’altro convitato di pietra dell’aggressività israeliana: su questo fronte, tutto resta in stallo, con minacce che s’intersecano tra Washington e Teheran e che non lasciano spazio al rilancio dei negoziati. Uno stallo dovuto anche al lavorìo di Netanyahu e della lobby Usa pro-Israele, anche qui in chiave anti de-escalation.

Da capire se prima delle elezioni israeliane Bibi vorrà e riuscirà a trascinare l’America in una nuova guerra aperta contro Teheran o se, più prudentemente, lavorerà per far perdurare di questo minaccioso stallo, evitando di andare alle urne sotto una pioggia di missili iraniani.

Al netto di fausti imprevisti, appare dunque difficile che la regione registri sviluppi reali di pace prima del voto di Tel Aviv. Ma la colpa della militarizzazione delle urne, con tutte le tragiche conseguenze del caso, non è solo di Netanyahu (che, se cede, perderebbe consensi a destra).

È anche delle forze di opposizione israeliane, le quali, piuttosto che accogliere con sollievo eventuali de-escalation regionali, sono pronte a brandirle contro il premier per inchiodarlo al fallimento. Un circolo vizioso che non lascia sperare nulla di buono a breve.

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Non ci aiuti con l’Iran? Allora niente esercitazioni insieme. La Corea del Sud nel mirino di Trump

Trump Corea

Il presidente Donald Trump domenica ha ordinato al capo del Pentagono, Pete Hegseth, di «ridimensionare» le esercitazioni congiunte (già da tempo pianificate) con la Corea del Sud, importante partner asiatico di Washington. Motivo? Ufficialmente, il tycoon afferma di non voler inviare un segnale ostile verso il presidente nordcoreano, Kim Jong Un, che il tycoon incontrò in uno storico vertice il 12 giugno 2018, durante il suo primo mandato presidenziale. Ma c’è un’altra ragione (almeno) dietro l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca: il rifiuto di Seul di aiutare Wadshington nella dispendiosa guerra contro Teheran.

La terza ragione è di carattere politico ed elettorale: le elezioni di midterm si avvicinano e i sondaggi sono da incubo per il tycoon: per tale motivo Trump intende presentarsi come un «uomo di pace» agli occhi di quell’elettorato MAGA che lo aveva sostenuto proprio per terminare le endless wars degli Stati Uniti, e non per iniziarne altre come poi è accaduto con la Repubblica Islamica dell’Iran.

L’annuncio di Trump su Truth

Donald Trump ha annunciato la sua decisione sulla piattaforma social Truth a ridosso dell’inizio di una delle due esercitazioni militari congiunte annuali tra le truppe sudcoreane e quelle Usa. Le esercitazioni, che dureranno 11 giorni, hanno come obiettivo quello di «rafforzare la prontezza militare contro le minacce nordcoreane», secondo quanto riportato dall’Associated Press.

BREAKING: Trump orders Defense Secretary Pete Hegseth to reduce US-South Korea joint military exercises, saying they are 'inappropriate and hostile' to North Korea, adding he has a 'very good relationship with Kim Jong Un'. pic.twitter.com/QBpKuvyGU0

— The Spectator Index (@spectatorindex) August 16, 2026

Trump ha chiarito che era troppo tardi per cancellare l’esercitazione con Seul, ma ha dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth di «ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte!». «Basandomi sul mio ottimo rapporto con Kim Jong Un, della Corea del Nord – ha scritto Trump su Truth – non sono soddisfatto del fatto che gli Stati Uniti abbiano, tempo fa, accettato di partecipare a Esercitazioni Militari Congiunte con la Corea del Sud. Queste esercitazioni non solo sono costose, con gran parte dei costi pagati dagli Stati Uniti d’America (come al solito!), ma inviano un segnale del tutto inappropriato e ostile verso un Paese che, finché Donald J. Trump è stato Presidente, si è dimostrato non minaccioso e rispettoso».

Pertanto, ha aggiunto, «e considerato che è troppo tardi per cancellarle, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, di ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte! Sebbene in qualche modo non collegato (?), ho recentemente chiesto al Presidente della Corea del Sud se avrebbero voluto unirsi a noi nella Denuclearizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran, e hanno risposto: “No grazie!” Grazie per l’attenzione a questa questione. Presidente DONALD J. TRUMP».

La replica di Seul

Dal canto suo, Seul, secondo quanto riportato dalla Bbc, ha affermato che proseguirà le consultazioni diplomatiche in merito alla cooperazione militare con Washington in relazione allo Stretto di Hormuz. Inoltre, discuterà i dettagli sulle esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti.

É chiaro, dunque, che l’annuncio di Trump di ridimensionare le esercitazioni congiunte con Seul appare come un calcolo politico che, da un lato, appare come una ritorsione per il rifiuto sudcoreano di sostenere Washington contro l’Iran e, dall’altra, la necessità di rinvigorire l’immagine di «presidente di pace». Il rischio è quello di minare l’equilibrio dell’alleanza militare tra Washington e uno state «satellite» nella regione come la Corea del Sud, che conta su Washington da oltre 70 anni per garantire la propria sicurezza.

Fonti:

Just the News Staff, “Trump Instructs Secretary of War Hegseth to Scale Back Joint Exercises with South Korea,” Just the News, August 16, 2026, https://justthenews.com/government/security/trump-instructs-secretary-war-hegseth-scale-back-joint-exercises-south-korea.

Brandon Drenon and Jake Kwon, “Trump Says US Scaling Back Joint Military Operations with South Korea,” BBC News, August 16, 2026, https://www.bbc.com/news/articles/cx2lll7zvn0o.


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Il caso Greenstein: così un tweet può costare 14 anni di carcere nel Regno Unito

Nella giornata di domani, nel Regno Unito, riprende il processo nei confronti di Tony Greenstein, nome che forse in Italia dirà poco ai più ma che è al centro di una vicenda giudiziaria che rischia di fare giurisprudenza. Ma chi è Greenstein? Uno scorbutico nonno di 72 anni, socialista ebreo di Brighton, figlio di un rabbino ortodosso, nonché noto attivista contro l’occupazione israeliana dei territori occupati e cofondatore della Palestine Solidarity Campaign. L’accusa è pesantissima: «terrorismo». La pena è altrettanto severa: 14 anni di carcere. Ma cosa ha fatto di tanto grave l’attivista britannico? Rispondendo sui social a un account anonimo che lo accusava, tra le righe, di essere un antisemita, Greenstein affermò provocatoriamente di sostenere Hamas contro l’esercito israeliano.

Il processo all’attivista

Passarono cinque settimane, fino a quando gli agenti della Counter Terrorism Policing perquisirono la sua casa a Brighton, sequestrando computer, hard disk e telefoni. Greenstein fu trattenuto per nove ore e gli furono imposte misure cautelari che gli vietavano di scrivere online sulla guerra a Gaza. Fu successivamente incriminato ai sensi della Section 12(1) del Terrorism Act 2000, che vieta di supportare gruppi dichiarati illegali dal governo del Regno Unito perché «coinvolti in terrorismo» come appunto Hamas. Alla polizia che lo arrestava, Greenstein disse: «Tutto questo è orwelliano».

If you disagree with the UK govt regarding Palestine, you get 14 years, says Tony Greenstein —not for planting a bomb, just for disagreeing https://t.co/Cmy0gprBfa

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) June 25, 2026

Il processo doveva iniziare il 5 gennaio scorso, ma è stato sospeso. La difesa – guidata dall’avvocato Lawrence McNulty – ha fatto ricorso in appello chiedendo di archiviare le accuse. McNulty ha inoltre denunciato un conflitto di interessi ai vertici dell’accusa del governo Starmer. In particolare, la Difesa di Greenstein ha accusato Sarah Sackman (al tempo solicitor general, ovvero principale consulente legale del governo): quest’ultima, infatti, era stata dirigente del Jewish Labour Movement e, prima di entrare in carica, aveva spinto per espellere Greenstein dal Labour. La giudice Plaschkes ha accettato il rinvio. Il processo riparte il domani, martedì, 18 agosto, a Kingston.

Nei guai per un commento sui social

Non è la prima volta che l’attivista pro-pal è finito nei guai per dei commenti online. Nel 2018, infatti, Greenstein fu espulso dal Partito Laburista a seguito di un lungo procedimento disciplinare, perdendo una causa per diffamazione contro la Campaign Against Antisemitism, che lo aveva definito «noto antisemita». La causa dell’espulsione del suo partito – non oggetto di indagine penale – è da ricercarsi per l’appunto in una serie di commenti pubblicati online, tutt’altro che edificanti.

Il punto, però, è un altro. E riguarda il clima di «caccia alla streghe» in cui è piombato il Regno Unito dopo il 7 ottobre 2023, che ha visto – di fatto – un processo di criminalizzazione del dissenso e del sostegno alla causa palestinese. I numeri sono inquietanti, per una democrazia occidentale: secondo quanto riferito dalla campagna Justice for Tony Greenstein, sono più di 2.700 le persone arrestate nel Regno Unito per aver espresso sostegno a Palestine Action dopo la messa al bando di quest’ultima nel 2025. Senza contare che diversi attivisti e giornalisti che si occupano di Israele e Gaza sono stati indagati o si sono visti perquisire le abitazioni , spesso senza alcuna incriminazione o accusa formale. L’obiettivo: intimidre e portare giornalisti e attivisti all’autocensura.

Fonti:

Thomas Karat, “The Two Terrorists: Britain Jails Tweets While the West Crowns al-Qaeda’s Man in Damascus,” Antiwar.com, 14 agosto 2026, https://original.antiwar.com/thomas_karat/2026/08/13/the-two-terrorists-britain-jails-tweets-while-the-west-crowns-al-qaedas-man-in-damascus/.

Jane Prinsley, “‘Notorious antisemite’ Tony Greenstein joins the Green Party,” The Jewish Chronicle, March 27, 2026, https://www.thejc.com/news/politics/notorious-antisemite-tony-greenstein-joins-the-green-party-i5gjdv1x.

Solidarity Is Not a Crime,” Justice for Tony Greenstein, https://justicefortonygreenstein.org/.

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