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Ucraina, la Russia annuncia raid «massicci» sulla rete elettrica: 8 morti e 1 milione di case al buio

KIEV — Un uomo di 64 anni è morto sabato mattina nei raid russi su Kherson e Zaporizhzhia, due città del sud dell’Ucraina; i feriti sono almeno 17, tra cui una bambina di 11 anni, secondo le autorità ucraine. È la coda della giornata più pesante delle ultime settimane: venerdì droni e missili hanno colpito nove regioni, con almeno 8 morti, 60 feriti e oltre un milione di utenze senza corrente. Da Kiev la domanda è una sola: che cosa resta del «cessate il fuoco energetico» annunciato da Donald Trump sei giorni fa?

La risposta di Mosca è arrivata nel pomeriggio di venerdì. «Le Forze armate russe hanno iniziato a condurre attacchi massicci contro gli obiettivi energetici dell’Ucraina. È stato definito l’elenco di questi obiettivi e il necessario quantitativo di armamenti per colpirli», ha detto al presidente Vladimir Putin il capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, in un briefing a un posto di comando riferito dall’agenzia russa Interfax. Nel mirino, ha aggiunto, anche «ponti di importanza strategica», nodi ferroviari e data center «usati per i bisogni delle Forze armate ucraine». Il cessate il fuoco annunciato da Trump l’11 ottobre non è mai stato confermato dal Cremlino: «Non lo sapevamo, l’abbiamo appreso dai media», aveva detto Volodymyr Zelensky il giorno dopo a Varsavia.

A Kharkiv, la seconda città del Paese, nell’est, sono morti una donna di 71 anni e un uomo di 58. Nella regione di Volyn, al confine con la Polonia, un drone ha centrato uno stabilimento alimentare, un morto e 8 feriti; a Kovel, sulla statale che porta da Kiev alla frontiera polacca, una decina di camion è andata in fiamme davanti a un terminal doganale. Colpiti centri commerciali a Rivne e a Sumy. Il ministero dell’Energia dice di aver riallacciato oltre un milione di persone; circa 300.000 restano al buio.

La seconda domanda riguarda Washington. Venerdì Trump ha firmato un ordine esecutivo che sospende le sanzioni e i dazi sull’energia russa previsti dalla legge intitolata al senatore Lindsey Graham, morto a luglio: dazi fino al 100% sui maggiori acquirenti di greggio e gas russi e misure sulla «flotta ombra» delle petroliere. La legge l’aveva firmata lui stesso a settembre. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione che il rilascio di tale deroga è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», ha scritto; il testo non spiega perché. Sullo sfondo ci sono l’intesa con Putin per immettere sul mercato 1,8 milioni di tonnellate di diesel russo, la crisi dei carburanti legata alla guerra in Iran e le elezioni di metà mandato del mese prossimo.

Il capo del fondo sovrano russo, Kirill Dmitriev, ha parlato su X di «un momento importante e davvero storico»; la senatrice democratica Elizabeth Warren di «fallimento assoluto e prevedibile della leadership». Nello stesso giorno Mosca ha messo nero su bianco la campagna contro la rete elettrica ucraina e Washington ha sospeso le sanzioni sull’energia russa.

Il conto presentato a Bruxelles

Zelensky era a Bruxelles, al Consiglio europeo. «La guerra costerà 155 miliardi di euro il prossimo anno. E abbiamo bisogno di almeno 70 miliardi in più da voi, per la difesa, per le armi, per la nostra resilienza», ha detto ai leader dei Ventisette, chiedendo altri sistemi antiaerei Patriot. Il presidente del Consiglio europeo António Costa: «Non è il momento di ritirare il sostegno all’Ucraina. Non è il momento di alleggerire le sanzioni alla Russia». Per Ursula von der Leyen la richiesta «deve essere coperta»; il cancelliere tedesco Friedrich Merz rinvia la discussione a fine anno.

La terza domanda è sui satelliti. Nei giorni scorsi il sistema Starlink di SpaceX, da cui dipendono i droni e l’allerta precoce ucraini, ha subito disturbi: Elon Musk nega ogni responsabilità dell’azienda e un funzionario americano esclude un intervento di Trump. Il presidente ha però definito «una vergogna» la ripresa dei raid ucraini sulle raffinerie russe, annunciata da Zelensky al Financial Times insieme all’accusa a Washington di aver ridotto la condivisione di intelligence. Su Newsmax ha aggiunto di non essere «un grande fan» del presidente ucraino e che gli alleati potranno comprare i Patriot quando le scorte americane saranno «ben rifornite».

A Bruxelles un giornalista gli ha chiesto se non sia diventato il capro espiatorio dei guai interni di Trump. Zelensky ha taciuto a lungo, poi: «Questa è la mia risposta». E ancora: «Difendo esclusivamente gli interessi dell’Ucraina e del popolo ucraino». Secondo l’Onu, da gennaio a settembre i civili uccisi sono stati 2.570 e i feriti 15.211, quasi il 60% in più dello stesso periodo del 2025. Putin ha detto a Gerasimov che gli attacchi «massicci e di gruppo» devono continuare; a Lutsk, capoluogo di Volyn, il sindaco ha avvertito che la corrente mancherà per almeno 24 ore.

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Francia, liceali e gilet gialli scendono in piazza contro il carovita: attesi 200.000, il governo riautorizza le granate

Aggiornato alle 09:36

PARIGI — Alle 14 parte da Place de la République il corteo che il prefetto di polizia non ha voluto nel cuore della capitale. Oggi liceali, sindacalisti e quel che resta dei gilet gialli convergono in tutta la Francia contro il carovita e i tagli alla scuola: una fonte di polizia citata dall’AFP stima circa 200.000 partecipanti nel Paese, di cui 40.000 a Parigi. Alla vigilia il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha riaperto all’uso delle granate assordanti, sospese dopo il ragazzo mutilato a Lens: «Se ci fossero scontri, tutti i tipi di armi intermedie possono essere usati».

È una giornata senza regia. La data del 17 ottobre è nata su TikTok, da post e manifesti generati con l’intelligenza artificiale, senza un’organizzazione alle spalle, ha ricostruito Le Monde. Lo ammette anche Jérôme Rodrigues, volto storico dei gilet gialli del 2018: «Nessun gilet giallo è all’origine del 17 ottobre, è quasi diventato un marchio». Sul sito degli organizzatori sono censite oltre 600 manifestazioni; il ministero dell’Interno conta circa 500 «azioni» e più di 90 cortei.

A Parigi il prefetto Patrice Faure ha vietato ogni raduno intorno all’Eliseo, a Matignon, la sede del governo, e sugli Champs-Élysées; la trattativa con gli organizzatori per un percorso nel centro è fallita e 25 stazioni della metropolitana restano chiuse. In piazza anche tassisti, autisti a noleggio e la Confédération paysanne, sindacato dei piccoli agricoltori. Oggi, in tutto il Paese, cominciano le vacanze di Ognissanti.

Il presidente Emmanuel Macron, da Bruxelles, ha chiesto «calma e rispetto» e ha ricordato che il diritto di manifestare va con «il rispetto delle persone e dei beni». Il premier Sébastien Lecornu ha attivato una cellula di crisi e giovedì ha parlato di «un momento di stanchezza nel Paese», di «un clima di perma-crisi: guerre, inflazione, potere d’acquisto». Lo stesso Lecornu ha definito le proteste dei licei «un movimento di violenza urbana». Un funzionario governativo ha avvertito che i blocchi di grandi assi stradali o di infrastrutture essenziali «non saranno tollerati».

Il governo accusa La France insoumise, la sinistra di Jean-Luc Mélenchon, di soffiare sul fuoco; il partito nega, mentre Mélenchon ha chiamato la rivolta dei licei «un punto di partenza» per oggi. Sostengono la giornata anche i comunisti di Fabien Roussel e i Verdi di Marine Tondelier. Per l’Eliseo, a sei mesi dalle presidenziali, la partita è impedire che la rabbia dei licei si saldi con quella delle rotonde del 2018.

Il caso di Lens

Per capire bisogna tornare a metà settembre, quando i liceali hanno cominciato a bloccare centinaia di scuole. Sophie Binet, segretaria della Cgt, il maggiore sindacato francese, elenca i motivi: 1.588 posti di insegnante tagliati, 200 milioni in meno alle università, borse di studio e aiuti per l’alloggio congelati. Da allora i fermi sono stati circa 7.000, in larga parte minorenni; oltre 900 poliziotti sono rimasti feriti, secondo Lecornu.

Il 5 ottobre, davanti al liceo professionale Auguste-Béhal di Lens, nel nord, Evan, 15 anni, ha perso la mano sinistra e diverse dita della destra per una granata. «Le sue ferite assomigliano a ferite di guerra», dice il suo avvocato. La procura di Béthune sostiene che il ragazzo avesse raccolto l’ordigno da terra; la famiglia respinge quella versione e ha presentato denuncia. A Saint-Ouen-l’Aumône, alle porte di Parigi, Eden, 14 anni, ha avuto la mandibola fratturata da un colpo di lanciagranate sparato da un metro e mezzo: l’agente è stato incriminato. A Tours un altro agente è indagato per Maël, 16 anni, che ha perso l’uso di un occhio; nega l’addebito.

L’ispettorato della polizia ha aperto 36 inchieste interne. Davanti al Senato Nuñez ha negato ogni «repressione poliziesca» e ha ripetuto che «il nostro ruolo primario è proteggere i liceali». Il 7 ottobre aveva sospeso le granate contro i cortei studenteschi; ora le riammette in caso di «violenze urbane estremamente gravi». Il sindacato di polizia Alliance ha sporto querela contro lo Stato «per messa in pericolo della vita altrui»; il portavoce della polizia non commenta le inchieste in corso. Amnesty International e gli esperti dell’Onu chiedono il ritiro dei lanciatori di proiettili di gomma.

La giornata di oggi non chiude nessuno di quei fascicoli. Nei licei si organizzano gruppi di soccorso sanitario «in previsione delle violenze poliziesche», racconta un insegnante di La Crèche, nell’ovest; i manifestanti usano un’app che segnala in tempo reale polizia, lacrimogeni ed elicotteri. «Sarà una specie di culminazione», dice Marie-Lou, 18 anni, studentessa a Lille.

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Il Kenya conferma il terzo caso di Ebola, tutti nella stessa famiglia: 127 contatti in quarantena a Nairobi

NAIROBI — «È stata diagnosticata precocemente e riceve cure di supporto che migliorano le sue possibilità di guarigione». Con queste parole il ministero della Salute del Kenya ha confermato ieri, venerdì 16 ottobre, il terzo caso di Ebola nel Paese: una donna di 65 anni, parente stretta dei primi due pazienti, in quarantena dal 6 ottobre e ora trasferita nell’unità per le malattie infettive di Nairobi.

Il dato che il governo mette in testa al comunicato è un altro: tutti e tre i casi appartengono alla stessa famiglia e tutti erano già isolati quando si sono ammalati. Non c’è alcuna evidenza di trasmissione comunitaria, riferisce Associated Press. La donna ha sviluppato febbre, mal di gola e malessere; è stata isolata, le è stato prelevato un campione e il test ha dato esito positivo. Il virus è del ceppo Bundibugyo, lo stesso dell’epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo.

Il primo paziente, un uomo di 40 anni, è morto il 5 ottobre, due giorni dopo essere atterrato a Nairobi dal Congo. Il secondo, un uomo di 39 anni della stessa famiglia, è in condizioni stabili. Il terzo caso arriva dieci giorni dopo il primo decesso.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha diffuso i numeri del tracciamento: al 16 ottobre 127 dei 130 contatti censiti dal ministero erano in quarantena, con controllo quotidiano di temperatura e sintomi per 21 giorni. «I due nuovi casi sono stati individuati precocemente perché erano già in quarantena ed erano controllati ogni giorno», ha detto la rappresentante dell’Oms in Kenya, Neema Rusibamayila Kimambo. «Essere in quarantena significa che la famiglia e il pubblico sono meglio protetti dall’esposizione al virus».

La rassicurazione pesa meno di quanto sembri, perché per il Bundibugyo non esistono né un vaccino autorizzato né una terapia specifica: le sperimentazioni sono ancora in corso nel Congo. Lì l’epidemia, la diciassettesima nella storia del Paese, è stata dichiarata il 15 maggio e ha superato i 9.000 casi e i 4.000 morti, secondo Reuters. È la seconda più grande mai registrata. L’Oms la definisce «lontana dall’essere finita» e in rotta per superare quella dell’Africa occidentale del 2014-2016, che fece oltre 11.000 vittime.

Il viaggio da Kampala

Il percorso del primo paziente lo aveva ricostruito il ministro della Salute, Aden Duale, in conferenza stampa il 6 ottobre. L’uomo, cittadino keniano, viveva in Congo da sette anni ed era malato da circa un mese. Aveva viaggiato via strada fino a Kampala, capitale dell’Uganda, e da lì aveva preso un aereo per Nairobi sabato 3 ottobre. Il presidente William Ruto ha ordinato una risposta rafforzata: in quarantena sono finiti i familiari e 21 operatori sanitari, mentre sono stati rintracciati 23 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio dello stesso volo.

Ai valichi di frontiera con l’Uganda, a Busia e a Malaba, gli operatori sanitari misurano la temperatura ai viaggiatori e disinfettano le mani a chi entra. Il governo ha però deciso che il Paese resta aperto: nessuna restrizione a viaggi, commerci o assembramenti, in linea con l’Oms, che sconsiglia limitazioni verso Kenya, Congo e Uganda. L’Uganda ha registrato 20 casi e 2 morti quest’anno ed è stata dichiarata libera dal virus ad agosto.

Il ministero avverte che altri casi tra i contatti in quarantena restano possibili fino alla fine del monitoraggio. Barbara Muttimos, medico di Medici Senza Frontiere, ha detto ad Associated Press che le probabilità di sopravvivere crescono se il virus viene individuato presto, e che per questo le persone devono essere «oneste sulle proprie esposizioni», dichiarando viaggi e sintomi.

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Brasile, la deforestazione dell’Amazzonia cala del 42%: è il minimo dal 1988, a 9 giorni dal ballottaggio

BRASÍLIA — L’Amazzonia brasiliana ha perso 3.335 chilometri quadrati di foresta in dodici mesi, un’area più piccola di Maiorca: è il dato più basso da quando il Brasile misura il disboscamento dallo spazio, cioè dal 1988. Lo ha diffuso venerdì l’Inpe, l’agenzia spaziale brasiliana, con il rapporto annuale che copre il periodo dal 1° agosto 2025 al 31 luglio 2026. Rispetto all’anno precedente il calo è del 42%.

Il numero arriva nove giorni prima del ballottaggio del 25 ottobre, in cui il presidente Luiz Inácio Lula da Silva sfida il senatore Flávio Bolsonaro, figlio maggiore dell’ex presidente Jair. Al primo turno del 4 ottobre Bolsonaro ha preso il 47% dei voti contro il 45% di Lula, e i sondaggi danno i due testa a testa. Il ministro dell’Ambiente João Paulo Capobianco ha presentato i dati in conferenza stampa a Brasília: «È un calo assolutamente stratosferico, è come un sogno».

Anche il Cerrado, la savana alberata che si estende a sud dell’Amazzonia, ha toccato il minimo dall’inizio delle rilevazioni nel 2001: 5.517 chilometri quadrati abbattuti, il 24% in meno. Il precedente record positivo per l’Amazzonia risaliva al 2011-2012, con 4.571 chilometri quadrati. La misurazione va da agosto a luglio perché a metà anno le nuvole sono meno fitte e i satelliti vedono meglio, spiega Reuters.

Lula ha commentato su X: «Il nostro obiettivo è arrivare a zero deforestazione illegale entro il 2030». Márcio Astrini, segretario esecutivo dell’Observatório do Clima, rete di organizzazioni ambientaliste brasiliane, ha parlato di «un risultato storico» e ha aggiunto che l’agricoltura «ha registrato record di produzione ed export mentre la deforestazione calava», smentendo a suo dire «la falsa narrativa» per cui tutelare l’ambiente danneggia l’economia.

Il comitato di Flávio Bolsonaro non ha commentato i dati. Nel programma il candidato promette di rafforzare la vigilanza ambientale in Amazzonia, concentrando i controlli sulla criminalità organizzata anziché su estrattivisti e piccoli agricoltori, e di porre fine alla deforestazione illegale entro il 2029, un anno prima dell’obiettivo di Lula. Ha però elogiato il padre, che sconta 27 anni agli arresti domiciliari per il tentato colpo di Stato, per essersi opposto a quella che definisce «un’agenda ambientale radicale».

Il climatologo Carlos Nobre, dell’Istituto di Studi Avanzati dell’Università di San Paolo, non nasconde da che parte sta: «Siamo molto preoccupati per i rischi per l’Amazzonia se vince Flávio, perché è un negazionista del clima». Il risultato di venerdì lascia comunque aperte diverse partite: sette dei nove governatori degli Stati amazzonici sono alleati di Bolsonaro, nel Pacifico si sta formando un super El Niño che porta siccità e incendi, e il governo Lula sostiene nello stesso tempo l’espansione delle trivellazioni petrolifere.

Quarant’anni di satelliti

La serie storica racconta quasi quattro decenni di politica brasiliana. Il primo crollo del disboscamento arrivò dopo il 2004, quando il primo governo Lula varò il piano d’azione contro la deforestazione, che legava multe e controlli alle immagini satellitari. Con Jair Bolsonaro, presidente dal 2019 al 2022, il piano fu accantonato e il disboscamento risalì di circa il 60%: oltre 45.000 chilometri quadrati in quattro anni, secondo i calcoli dell’Associated Press.

Tornato al potere nel gennaio 2023, Lula ha riattivato quel piano come primo atto, ha ripristinato le sanzioni automatiche per i tagli rilevati dal satellite, ha proposto di negare il credito bancario alle proprietà con disboscamento illegale e ha finanziato i comuni amazzonici che riducono i tagli. Ha anche richiamato al ministero dell’Ambiente Marina Silva, la ministra di quel primo piano, dimessasi in aprile per candidarsi al Congresso, e il suo allora vice Capobianco, che oggi guida il dicastero. Da allora il dato scende ogni anno: il 71% in meno in quattro anni.

A metà degli anni Novanta, quando la serie dell’Inpe era appena cominciata, i satelliti registravano quasi 30.000 chilometri quadrati di foresta in meno ogni anno: nove volte il dato diffuso venerdì.

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Trump sospende le sanzioni alla Russia che lui stesso aveva firmato: via libera al diesel di Putin

WASHINGTON — Donald Trump ha sospeso venerdì, a un giorno dall’entrata in vigore, le sanzioni contro Russia e Iran che lui stesso aveva firmato in legge meno di un mese fa. L’ordine esecutivo porta la sua firma, come la portava il 18 settembre la legge che prende il nome dal senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei suoi alleati più stretti al Congresso. Le misure dovevano scattare il 18 ottobre.

La legge prevede dazi fino al 500 per cento sui beni russi e fino al 100 per cento sui cinque maggiori importatori di petrolio e gas di Mosca, oltre che su chiunque acquisti consapevolmente energia russa e sui principali intermediari che aiutano ad aggirare i divieti. Tutto questo resta ora sulla carta. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione secondo cui concedere questa deroga in questo momento è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», si legge nell’ordine, riferisce Reuters. La sospensione vale finché il presidente o i suoi collaboratori più alti non decideranno diversamente.

Il testo non spiega perché. La deroga si appoggia a un articolo della stessa legge, il 115, che consente al presidente di fermarne l’applicazione con una certificazione scritta e un rapporto al Congresso. Restano in vigore le sanzioni decise con i precedenti ordini esecutivi, e resta in piedi la parte della legge che proroga le sanzioni all’Iran. La Casa Bianca non ha diffuso altre motivazioni oltre al testo dell’ordine.

La spiegazione, nei fatti, era arrivata una settimana prima. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Vladimir Putin, Trump aveva annunciato sul suo social Truth una «discussione di grande successo»: oltre 300.000 tonnellate di diesel russo «immediatamente», 500.000 a novembre, poi un milione al mese. In totale 4,8 milioni di tonnellate, circa 36 milioni di barili, fino a metà aprile. Lo stesso giorno il Tesoro aveva emesso una licenza generale, la numero 135, che autorizza le transazioni sul diesel di origine russa, importazioni negli Stati Uniti comprese.

Il mese scorso il diesel aveva toccato negli Stati Uniti il record di 6,53 dollari al gallone, circa 1,72 dollari al litro. I rincari sono legati alle interruzioni provocate dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz, da cui passa gran parte del greggio del Golfo. Le elezioni di metà mandato sono il 3 novembre. La partita, per la Casa Bianca, si gioca sul prezzo alla pompa nelle tre settimane che restano prima del voto.

La lettera dei 12 senatori

La reazione più dura è venuta dal Senato, e non solo dai democratici. Martedì 13 ottobre dodici senatori, sei repubblicani e sei democratici, hanno scritto a Trump una lettera guidata dal democratico Richard Blumenthal: «Questo accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati; va revocato». Tra i firmatari repubblicani ci sono Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, John Cornyn del Texas e Mitch McConnell del Kentucky, per anni capo del partito al Senato.

Thom Tillis, senatore repubblicano della Carolina del Nord e anche lui firmatario, è andato oltre nel programma Meet the Press della NBC: c’è un «caso legittimo» per sostenere che Trump «non sta rispettando la legge». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha risposto su Fox: «Chiunque al Congresso dica che una vecchia legge o l’attuale legge Graham ci vieta di farlo si sbaglia».

Trump ha liquidato i critici lunedì, parlando davanti alla Casa Bianca. «Tutto ciò che può aiutare i nostri agricoltori, i nostri allevatori, mi piace», ha detto; i repubblicani che protestano «non possono fare sul serio». Ha attribuito a Volodymyr Zelensky i prezzi alti del diesel e ha aggiunto che il presidente ucraino dovrebbe farsi da parte. Giovedì 22 deputati di entrambi i partiti hanno chiesto in una seconda lettera, indirizzata a Trump, al segretario di Stato Marco Rubio e a Bessent, di revocare la licenza sul diesel. Il deputato democratico Don Beyer, della Virginia, ha parlato di «ultima resa a Putin» che «tradisce i nostri partner ucraini e sfida la chiara volontà del Congresso». William Taylor, ex ambasciatore americano a Kiev oggi all’Atlantic Council, un centro studi di Washington: «Il danno per gli ucraini è reale, e il costo per noi, gli Stati Uniti, è alto».

Bruxelles e Kiev

A Bruxelles, dove venerdì si riuniva il Consiglio europeo, Emmanuel Macron ha definito la decisione «inappropriata e inefficace». «I volumi di diesel che escono dalla Russia esistono già, sono acquistati da alcuni Paesi e sono già sul mercato globale», ha detto il presidente francese in conferenza stampa, secondo l’agenzia di Stato turca Anadolu. Quei flussi, ha aggiunto, sono «tracciati, documentati e ben noti»; l’accordo «manda un messaggio negativo ed è un elemento di divisione o di dubbio».

Zelensky, nella stessa sede, ha usato la stessa parola, «inappropriata», e ha detto di aspettarsi un accordo analogo sul gas. «Vedremo i soldi ricominciare a scorrere verso la Russia», ha avvertito. Putin, secondo lui, «non vuole negoziati di pace in nessuna forma». Il presidente ucraino ha stimato in 155 miliardi di euro le spese di guerra del suo Paese per il 2027.

Il Cremlino non ha commentato l’ordine di venerdì. Cina e India, i maggiori acquirenti di greggio russo e i primi bersagli dei dazi secondari ora congelati, avevano espresso preoccupazione per la legge nelle settimane scorse; Pechino aveva detto di opporsi a quella che chiama «giurisdizione a lungo braccio» degli Stati Uniti. Le prime 300.000 tonnellate di diesel russo, secondo l’annuncio del 9 ottobre, sono già in viaggio.

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Caraibi, la Marina francese sequestra 8,6 tonnellate di droga nelle acque dei raid Usa: 5 fermati in Martinica

FORT-DE-FRANCE — Centocinquanta balle stipate nella stiva di un peschereccio senza bandiera, in mezzo all’Atlantico, e cinque uomini di equipaggio che non hanno sparato un colpo. È la scena dell’8 ottobre che la Marina francese ha reso pubblica ieri, venerdì, con un comunicato firmato fra gli altri dal prefetto della Martinica: a bordo c’erano 5.292 chili di cocaina e la barca, scrivono i militari, «iniziava una traversata transatlantica».

Quel fermo è il colpo maggiore di una serie di operazioni condotte fra il 4 e il 13 ottobre nel mar dei Caraibi e nell’Atlantico, riferisce l’agenzia France-Presse: in tutto 8,6 tonnellate di stupefacenti, 6,9 di cocaina e 1,7 di marijuana. Nelle stesse acque, dal settembre 2025, l’esercito americano ha ucciso almeno 235 persone in 70 attacchi contro imbarcazioni sospette. La Francia ha scelto l’altra strada: fermo, sequestro, consegna ai giudici.

Il carico dell’8 ottobre e i cinque membri dell’equipaggio sono stati portati a Fort-de-France, capoluogo della Martinica, su richiesta della procura. Gli uomini sono in stato di fermo, nelle mani degli investigatori dell’ufficio antidroga francese dei Caraibi.

Le altre due operazioni si sono svolte nel mar dei Caraibi. Il 4 ottobre una fregata francese, con il proprio elicottero e l’appoggio della marina colombiana, ha bloccato un «go-fast», il motoscafo veloce dei narcotrafficanti, anch’esso senza bandiera: 16 balle di cocaina. Il 13 ottobre è toccato a un peschereccio venezuelano con 166 balle di cocaina e marijuana. Insieme le due operazioni caraibiche superano le 3 tonnellate. Equipaggi, droga e imbarcazioni «sono stati consegnati alle autorità colombiane e venezuelane competenti per il seguito giudiziario», scrive il ministero delle Forze armate. Né Bogotá né Caracas hanno commentato.

La ministra delle Forze armate Catherine Vautrin si è congratulata su X con gli equipaggi e ha aggiunto una frase che non riguarda soltanto i marinai: «L’azione delle forze armate francesi si iscrive nel rigoroso rispetto del diritto».

Le stesse rotte

Il 4 ottobre, lo stesso giorno della fregata francese, il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato un «attacco letale e cinetico» contro un go-fast «lungo le consolidate rotte del narcotraffico nei Caraibi»: quattro morti. Il presidente Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti sono in «conflitto armato» con i cartelli. A gennaio lo stesso dispositivo militare aveva portato alla cattura a Caracas di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Le Nazioni Unite hanno avvertito che i raid rischiano di violare il diritto internazionale.

Parigi lo ha detto in faccia a Washington. Al vertice dei ministri degli Esteri del G7, a Niagara-on-the-Lake, in Canada, il capo della diplomazia francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato: «Abbiamo osservato con preoccupazione le operazioni militari nella regione dei Caraibi, perché violano il diritto internazionale e perché la Francia è presente in questa regione attraverso i suoi territori d’oltremare, dove risiedono più di un milione di nostri concittadini». L’alto rappresentante dell’Ue Kaja Kallas, a margine dello stesso incontro, ha aggiunto che quegli attacchi sarebbero giustificabili solo come legittima difesa. Washington non ha reagito al sequestro francese.

Anche la Marina francese può sparare: secondo Le Monde, i tiratori scelti sono autorizzati a colpire i motori dei go-fast per fermarli, ma «il principio dell’operazione è zero vittime». Alle domande sulle basi giuridiche delle proprie operazioni, però, Parigi e Londra hanno risposto soltanto con una formula, piena conformità al diritto nazionale e internazionale. Il centro antidroga marittimo europeo di Lisbona chiede nel frattempo più navi militari sulla rotta atlantica della cocaina.

Mentre a Fort-de-France i cinque fermati aspettano il giudice, il Pentagono ha cominciato a spostare verso l’America Latina diverse centinaia di soldati della 10ª Divisione da montagna, di stanza a Fort Drum, nello Stato di New York. Il primo battaglione, circa 600 uomini, è diretto a Panama, agli ordini del comando Usa per l’America Latina.

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Marocco, Fatima-Zahra El Mansouri giura come prima donna premier: le Finanze al presidente della Federcalcio

RABAT — Il presidente della Federcalcio al ministero delle Finanze. È la nomina che spicca nel primo governo marocchino guidato da una donna: venerdì, al Palazzo reale di Rabat, re Mohammed VI ha presieduto il giuramento dell’esecutivo di Fatima-Zahra El Mansouri, 50 anni, avvocata, sindaca di Marrakech e ministra dell’Abitare nel governo uscente.

Fouzi Lekjaa, presidente della Federazione reale marocchina di calcio e già ministro del Bilancio, prende Economia, Finanze e Performance pubblica. Il Marocco, che organizzerà il Mondiale 2030 con Spagna e Portogallo, sta completando un piano da 20 miliardi di dollari per il torneo, mentre da un anno un movimento di giovani protesta proprio contro la spesa per gli stadi. La cassa dello Stato finisce così nelle mani dell’uomo che ne guida il capitolo più contestato.

Bloomberg scrive che la nomina arriva mentre il Paese ha margini di bilancio sempre più stretti e una domanda sociale in crescita; Lekjaa ha promesso più spesa sociale. Entrato nel Partito dell’autenticità e della modernità (PAM) poche settimane prima del voto, aveva contribuito alla vittoria del partito, riferisce Reuters.

Il governo conta 32 membri: 19 ministri, 11 ministri delegati e il segretario generale. Le donne sono sei, compresa la premier; tra i ministri a pieno titolo sono due. L’esecutivo uscente di Aziz Akhannouch ne aveva quattro.

Confermati i pesi massimi: Nasser Bourita agli Esteri, Abdelouafi Laftit all’Interno, Abdellatif Ouahbi alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Affari religiosi. Nasce un ministero dell’Intelligenza artificiale, della transizione digitale e della riforma amministrativa, affidato ad Ahmed Rahhou. Nizar Baraka, leader dell’Istiqlal, va ad Attrezzature, Acqua e Foreste; l’Agricoltura passa a Khalid Hatimi con il mandato della «sovranità alimentare».

Un’affluenza al 38 per cento

Il governo nasce dalle elezioni del 23 settembre. Il PAM ha vinto con 97 seggi su 395, dieci in più del 2021. Il Raggruppamento nazionale degli indipendenti, il partito del premier uscente, ha perso 36 seggi ed è sceso a 66. Gli islamisti del Partito della giustizia e dello sviluppo, guidati dall’ex premier Abdelilah Benkirane, sono risaliti da 13 a 54. Ha votato circa il 38 per cento degli aventi diritto, contro il 50 di cinque anni fa: l’affluenza più bassa in vent’anni.

El Mansouri, incaricata dal re il 29 settembre, ha costruito una coalizione con l’Istiqlal, i socialisti dell’USFP e il Partito del progresso e del socialismo: 207 seggi, nove sopra la maggioranza. Benkirane ha annunciato che il suo partito resterà all’opposizione.

Il PAM era stato fondato nel 2008 da Fouad Ali El Himma, consigliere del re, come contrappeso agli islamisti. Oggi governa un Paese in cui, dalla fine di settembre 2025, il collettivo GenZ 212, nato sulla piattaforma Discord, ha portato in piazza in undici città giovani che chiedono ospedali e scuole e contestano i miliardi per gli stadi della Coppa d’Africa 2025 e del Mondiale 2030. Il bilancio del ministero dell’Interno parla di tre morti e oltre 400 arresti, con 263 agenti e 23 manifestanti feriti. In una lettera al re i manifestanti avevano chiesto le dimissioni del governo.

Alla composizione del nuovo esecutivo non è seguita alcuna reazione pubblica immediata: né da GenZ 212, né dal partito di Benkirane, né dalle organizzazioni femminili.

Dopo il voto, El Mansouri aveva detto di non avere «nessuna linea rossa» nelle trattative. «Abbiamo voltato pagina», aveva aggiunto.

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India, la polizia ferma di nuovo Abhijeet Dipke, il leader dei giovani «scarafaggi» che sfidano Modi

NUOVA DELHI — Abhijeet Dipke non era ancora arrivato al corteo quando un agente gli si è parato davanti, nel cuore degli affari di Delhi, e gli ha detto: «La stiamo fermando adesso». Lui ha risposto con il telefono acceso: «Non ho violato nessuna legge, come potete fermarmi». Il video, diffuso venerdì sul profilo Instagram del suo partito, mostra il fondatore del movimento «Cockroach» portato via dalla polizia per la seconda volta in sei giorni.

Dipke è il volto del CJP, il partito nato dalla protesta dei giovani che da due settimane chiedono le dimissioni del capo della Commissione elettorale indiana. La revisione straordinaria delle liste ha cancellato oltre 130 milioni di elettori, riferisce la CNN, e il movimento la contesta in piazza come una manipolazione del voto. È una delle maggiori sfide politiche al primo ministro Narendra Modi nei suoi dodici anni di potere, e il governo ha risposto chiudendo le piazze.

Il giro di vite era cominciato sabato 10 ottobre. Dipke e due dirigenti del partito sono stati bloccati all’aeroporto di Delhi, in arrivo da Mumbai: la polizia è salita sull’aereo prima che scendessero. Jantar Mantar, la piazza dove da trent’anni si manifesta nella capitale, era transennata, con mezzi antisommossa, posti di blocco e internet mobile oscurato per 24 ore in un raggio di quattro chilometri. Una fonte ufficiale ha detto a Reuters che i fermati sono stati più di 2.000.

Civicus Monitor, l’osservatorio internazionale sulle libertà civili, parla di oltre 7.000 persone portate in otto stadi trasformati in centri di detenzione, con la rete bloccata all’interno. Giornalisti con il tesserino sono finiti allo stadio Chhatrasal e in un commissariato del quartiere delle ambasciate. Il partito ha denunciato «un’intercettazione pianificata per decapitare la guida delle manifestazioni pacifiche prima che arrivino sul posto».

Jantar Mantar cancellato

La domenica un giudice ha rimesso in libertà Dipke e i due dirigenti con l’obbligo di non turbare l’ordine pubblico per un anno. Lui ha annunciato che il CJP «non farà un passo indietro e non si lascerà intimidire». Il giorno dopo la polizia ha reso pubblico l’ordine del commissario di Delhi che toglie a Jantar Mantar lo status di area autorizzata alle proteste, riconosciuto formalmente nel 2022 ma in vigore di fatto dal 1993. I presidi si tenevano sulla strada accanto all’osservatorio settecentesco, a pochi passi dal Parlamento.

Le nuove sedi indicate dalla polizia sono Ramlila Maidan, a quattro chilometri, un terreno nella zona est a tredici e un campo a Burari, a oltre venti chilometri dal centro. Il Ministero dell’Interno ha istituito un comitato per scrivere le regole. Spostare i cortei a mezz’ora d’auto dal Parlamento significa toglierli dalla vista di chi dovrebbe ascoltarli. Il CJP ha definito la scelta «inaccettabile».

Al centro della contesa c’è Gyanesh Kumar, 62 anni, presidente della Commissione elettorale, che ha guidato la revisione delle liste. La Commissione nega di favorire alcun partito e sostiene che chi è stato cancellato per errore può reiscriversi. Kumar non ha mai commentato pubblicamente le proteste.

Il partito di governo, il BJP, accusa i rivali di minare la democrazia mettendo in dubbio procedure legittime e parla di giovani «usati come pedine». Il presidente del partito, Nitin Nabin, ha attaccato direttamente il CJP. La polizia di Delhi e il Ministero dell’Interno, interpellati dalla CNN sui fermi di venerdì, non hanno risposto.

Il corteo di venerdì era stato convocato in solidarietà con due dirigenti del movimento condannati a cinque giorni di carcere per aver manifestato nonostante il divieto. La polizia aveva avvertito Dipke in mattinata, le autorità civiche avevano chiuso il parco di Connaught Place. Con lui è stata fermata anche l’attivista studentesca Neha Bora. Sul profilo del partito è comparsa una riga: «Questo governo ha paura dei giovani che sventolano la bandiera nazionale». Dove quei giovani potranno sventolarla la prossima volta, la polizia non lo ha ancora detto.

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L’Iran guida i missili degli houthi sull’Arabia Saudita, scrive il Wall Street Journal. Teheran nega

Aggiornato alle 06:24

RIAD — Dietro i missili che da due settimane cadono sugli aeroporti dell’Arabia Saudita c’è una mano iraniana: secondo il Wall Street Journal, Teheran passa agli houthi, il movimento yemenita che controlla Sanaa, dati di puntamento e intelligence per colpire il Regno. Riad lo dice apertamente da giorni. «Pensiamo che l’escalation degli houthi in questa fase del conflitto sia incoraggiata dall’Iran», ha detto il vice ministro degli Esteri saudita Rayed Krimly, aggiungendo che Teheran continua ad armare e addestrare il gruppo.

L’Iran nega. «La Repubblica islamica respinge ogni affermazione secondo cui abbia avuto un ruolo nelle operazioni yemenite», ha detto venerdì il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei: gli houthi «agiscono secondo i propri interessi e le proprie valutazioni». Nella stessa dichiarazione Teheran si offre come mediatore, «sempre pronta a usare i suoi buoni uffici per porre fine alle ostilità». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva già telefonato domenica al collega saudita, il principe Faisal bin Farhan, per proporre un dialogo; secondo il vice ministro Saeed Khatibzadeh, Riad non ha risposto.

L’episodio che ha cambiato la scala della guerra resta quello di sabato 10 ottobre al King Khalid International di Riad: 13 morti secondo l’ultimo bilancio, oltre 300 feriti, scalo chiuso. È l’attacco più sanguinoso subito dall’Arabia Saudita da oltre un decennio. Tra le vittime quattro sauditi e due bangladesi; le altre venivano da Stati Uniti, Egitto, Giordania e altri Paesi arabi. Era il terzo colpo allo stesso aeroporto in una settimana, dopo i due di giovedì 8 che avevano ucciso tre persone e cancellato centinaia di voli; nei giorni precedenti erano stati colpiti anche gli scali di Abha, Jizan e Najran.

Il portavoce militare houthi Yahya Saree rivendica e definisce gli aeroporti «obiettivi legittimi», in risposta ai raid sauditi sullo Yemen. Donald Trump, domenica, ha letto l’offensiva come Riad: gli houthi «sono riemersi, probabilmente su istigazione dell’Iran», ha detto, «cercando deliberatamente di far salire il prezzo del petrolio prima delle elezioni Usa». Gli Stati Uniti, ha aggiunto, «potrebbero» unirsi alla ritorsione saudita.

Medina e Aden

Giovedì la coalizione a guida saudita ha annunciato l’intercettazione di un missile da crociera nella regione di Medina, senza indicarne la provenienza. Gli houthi, che avevano promesso di risparmiare le città sante di Mecca e Medina, hanno negato: «Non abbiamo condotto alcuna operazione verso il territorio saudita oggi», ha detto Saree, parlando di «una menzogna sfacciata e sfrontata».

Venerdì sera due missili hanno raggiunto l’aeroporto di Aden, la città del sud dove ha sede il governo yemenita riconosciuto e sostenuto da Riad. Nessuna vittima, secondo la polizia; un responsabile della sicurezza e un controllore di volo hanno detto all’Associated Press che è stata colpita un’area dello scalo che ospita un reparto militare governativo. Gli houthi rivendicano, parlando di un comando saudita e di un deposito di armi. Il giorno prima un attacco con missili e droni al palazzo presidenziale di Aden aveva ucciso cinque persone, tra cui due uomini della scorta del primo ministro Shaya Al-Zindani.

Sul terreno la guerra continua a Marib, la provincia orientale del petrolio: il portavoce militare governativo rivendica «guadagni territoriali» con copertura aerea e oltre 430 combattenti houthi «neutralizzati» in 24 ore. Gli houthi contano 65 raid sauditi in un giorno su Sanaa e altre province; il ministero della Sanità da loro controllato parla di 120 morti dal 3 settembre. Il round attuale è cominciato il mese scorso, quando i ribelli hanno occupato aree chiave sullo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta del greggio del Golfo, e il 5 ottobre le forze governative hanno lanciato l’offensiva su Sanaa. Una guerra riaperta per riprendere uno stretto si combatte ora negli aeroporti della capitale saudita.

Il Regno si chiude. Il vertice tra Unione europea e Paesi del Golfo in Arabia Saudita è rinviato «per la sicurezza delle delegazioni», ha detto il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo. Londra sconsiglia i viaggi non essenziali a Riad; Washington vieta ai dipendenti federali di avvicinarsi a meno di 30 chilometri dal confine yemenita. Il Six Kings Slam di tennis, che doveva portare Alcaraz e Djokovic a Riad la prossima settimana, slitta al 27 dicembre; il derby dell’Al Nassr di Cristiano Ronaldo con l’Al Ahli è rinviato a marzo. Nello stretto di Hormuz l’agenzia marittima britannica ha contato 10 attacchi a navi in una settimana, una affondata, e ammette di non riuscire a censirli tutti.

«Gli houthi sono il proxy più potente della rete iraniana, senza dubbio», dice Mohammed Al-Basha, fondatore della società americana di analisi del rischio Basha Report. Saree ha ripetuto l’avvertimento: «Le operazioni verso le profondità saudite continueranno nei prossimi giorni». Compagnie aeree e viaggiatori, dice, non usino gli scali e lo spazio aereo sauditi, con la sola eccezione di Mecca e Medina.

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