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Groenlandia: una prospettiva centroeuropea

La sicurezza dell’Artico e le minacce di Trump di prendersi la Groenlandia anche con la forza scopre un fronte fino a quel momento marginale per l’Europa centrale. La Polonia ha risposto in maniera più energica alla provocazione di Washington. Tuttavia, la cautela delle altre cancellerie centroeuropee vanifica un possibile contributo subregionale alla sicurezza artica.

L’Artico è il leitmotiv geopolitico che sta caratterizzando l’inizio del 2026 nonché l’ennesima sfida per la coesione euro-atlantica lanciata dal presidente USA, Donald Trump. In Europa, l’evento sta alzando un moto di solidarietà nei confronti della Danimarca che si traduce concretamente nel rinnovamento della presenza militare in Groenlandia. Il vertice statunitense-danese di Washington dello scorso 14 gennaio scorso indica che la questione è destinata a rimanere aperta ancora a lungo.

In questo scenario, il Gruppo di Visegrád (V4) — il forum centroeuropeo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca — appare come un attore geograficamente distante e strategicamente impegnato – spesso a dividersi — su altri teatri, in primis quello ucraino. Ciononostante, i membri del Gruppo mostrano alcuni segnali che confermano le tendenze divisive preesistenti all’interno del formato V4. Varsavia emerge come l’attore più attivo sulla scena mentre le altre cancellerie, per motivi diversi, si defilano dalla questione. Pur non essendoci un documento definisca una Arctic policy centroeuropea, l’assenza di una postura V4 riflette coerentemente la complessità e la sporadicità con cui questi Paesi si affacciano alla sicurezza artica.


La posizione polacca


Varsavia si è dimostrata il membro V4 più attivo sulla questione groenlandese accodandosi in maniera attiva alla posizione europea. Da subito, il Primo Ministro (PM) polacco, Donald Tusk, ha avvisato che l’Unione europea (Ue) è tenuta ad unirsi nel sostegno a Copenaghen. Il Paese ha firmato congiuntamente con gli alleati europei la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” nella quale si afferma che l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro la NATO ribadendo con forza il principio di sovranità della Danimarca e della Groenlandia sul territorio. Il 7 gennaio, il ministro degli affari esteri, Radosław Sikorski, ha ribadito il concetto durante un incontro con gli omologhi francese, tedesco ed indiano a Parigi dove ha ricordato che le questioni territoriali, negli USA, sono decise in ultima istanza dal Congresso. Al contempo, Sikorski ha sostenuto la linea del suo omonimo francese, Jean-Noël Barrot per cui Parigi, Berlino e Varsavia elaboreranno una risposta congiunta alle mire di Trump che verrà poi estesa a livello europeo.


All’atto pratico, tuttavia, la posizione polacca risente della difficile coabitazione tra governo e Presidente della Repubblica, espressione di schieramenti politici contrapposti. Il Presidente polacco, Karol Nawrocki, ha mantenuto una posizione più cauta sollecitando una soluzione diplomatica che si svolga dentro il framework della NATO. Nei giorni successivi, la posizione di Nawrocki si è indurita arrivando ad affermare in un’intervista alla BBC Radio Four che la Polonia (e gli europei) debbano rimanere fuori dalla questione groenlandese affermando che sia solo un affare tra Copenaghen e Washington. Tale posizione rappresenta un ostacolo all’azione del governo, che evita fughe in avanti per scongiurare i veti, limitando tuttavia la propria capacità di tradurre il sostegno in azioni rilevanti. Ad esempio, Tusk ha negato la possibilità di qualsiasi coinvolgimento militare polacco in Groenlandia, scelta che cozza con le decisioni di altre cancellerie europee di rafforzare la presenza nell’Artico.

L’interesse della Polonia verso la regione polare non è frutto della contingenza attuale ma è un interesse di lungo periodo. La presenza polacca è stata per lungo tempo di carattere scientifico ma si è sviluppato a livello strategico dopo la Guerra Fredda a partire dall’acquisizione dello status di osservatore permanente presso il Consiglio Artico nel 1998. Ad oggi, la Polonia è l’unico Paese V4 a godere di questo status permettendole di partecipare ai vertici regionali. Lo sforzo diplomatico è andato definendosi nel tempo e le sue coordinate si sono strutturate in due documenti chiave: la “Strategia della ricerca polare polacca 2017-2027”, elaborato dall’Accademia delle Scienze della Polonia e il Polish Polar Policy del 2020 redatto dal ministero degli esteri. Quest’ultimo definisce quattro priorità strategiche: garantire la partecipazione attiva e l’influenza politica di Varsavia nella regione tramite diplomazia pubblica, scientifica ed economica; rafforzamento della ricerca scientifica polacca; coordinamento degli sforzi per la regione con altre politiche e strategie nazionali; e mantenere costante l’attività delle analisi delle attività socio-politiche. A queste si aggiungono obiettivi specifici quali la tutela ambientale e la valorizzazione della diaspora polacca nei Paesi della regione artica.

Cautele centroeuropee


L’attivismo polacco rappresenta un’eccezione nella realtà del Gruppo in quanto Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca non hanno aderito alla Dichiarazione congiunta mantenendo una linea più neutra. Le motivazioni, come il grado di coinvolgimento nella regione artica, differiscono tra loro ma tutte condividono un elemento comune, il timore di innervosire Washington.


La postura di Praga assomiglia a quella polacca in quanto essa risente di una coabitazione politica antagonista tra governo e Presidente della Repubblica. Da un lato, il governo sovranista del neo PM, Andrej Babiš, si è distanziato dalla questione. In particolare, il ministro degli esteri, Petr Macinka, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Repubblica Ceca, Nicholas Merrick, e il suo vice, David Wisner con cui si è registrata una sostanziale convergenza tra Washington e Praga. Dall’altro lato, Petr Pavel, Presidente della Repubblica ed esponente dell’attuale opposizione, ha espresso vicinanza alla Danimarca invitando ad aderire alla Dichiarazione congiunta, invito rimasto disatteso. L’indirizzo di Pavel risulta più vicino al mainstream della strategica artica ceca basata sul coordinamento con l’Unione europea e sulla costruzione di relazioni scientifiche e diplomatiche con i partner euro-atlantici, finalizzate all’ottenimento dello status di osservatore presso il Consiglio Artico. Le azioni dell’esecutivo, quindi, sconfessano questa linea a favore di una vicinanza agli USA.


Bratislava e Budapest, invece, non hanno interessi strategici significativi nella regione che riflette la scarsa tradizione scientifica dei due Paesi. Ciononostante, non sono completamente fuori dalla partita. Il PM ungherese, Viktor Orbán, ha invitato le parti a discutere della questione groenlandese all’interno della NATO. Tale linea è una versione più morbida delle parole, dette a gennaio 2025, dal ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijjártó, il quale sminuiva le parole di Trump sulla Groenlandia. A Bratislava, solo il ministro degli affari esteri, Juraj Blanár, si è esposto sulla vicenda mostrando solidarietà a Copenaghen tramite una telefonata all’omologo danese, Lars Løkke Rasmussen. Di contro, il PM slovacco, Robert Fico, non si è ancora ufficialmente esposto sulla vicenda.

Il distacco dell’Ungheria e della Slovacchia, manifestato dalla loro non partecipazione alla Dichiarazione congiunta, è strumentale alla loropolitica di non allineamento alle posizioni europee sulle questioni di sicurezza internazionale. Lo scopo è duplice: ottenere credito presso Washington da spendere sulle discussioni diplomatiche riguardanti il conflitto in Ucraina, confermando il loro ruolo di attori destabilizzanti dentro l’Ue, e disimpegnarsi dalle faccende internazionali a favore di questioni domestiche che siano elezioni (Ungheria) o crisi di consensi (Slovacchia).


Perciò, la frammentazione V4 sulla Groenlandia rappresenta un nuovo capitolo della paralisi che caratterizza il Gruppo. Nonostante il tema della sicurezza artica sia marginale nella sicurezza centroeuropea, l’incapacità di formulare una prospettiva sub-regionale compromette ulteriormente la rilevanza come attore geopolitico. Nei fatti, i V4 stanno dissipando nuovamente il potenziale di essere una voce dialogante dentro un legame euro-atlantico più che mai fragile.

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La NSS 2025 parla di un mondo cambiato e del nuovo approccio Trumpiano

La pubblicazione della National Security Strategy rappresenta un cambiamento ideologico significativo nella politica estera americana. Il documento è caratterizzato da una maggiore focalizzazione sugli interessi visti come strettamente nazionali. Non solo, il documento riflette una visione strumentale agli interessi della Amministrazione e del bisogno di adattarsi a sfide emergenti. La NSS è utile per capire come l’Amministrazione Trump interpreta lo scenario internazionale e racconta di come gli Stati Uniti intendono rispondere e guidare, in parte, tale cambiamento.

La pubblicazione della National Security Strategy del 2025 segna uno dei momenti più rilevanti nella definizione del pensiero strategico statunitense sotto la seconda Amministrazione Trump. Con questo documento viene ripensata la gerarchia degli interessi nazionali e viene posto l’accento su priorità direttamente collegate ai mezzi a disposizione del Paese. Non solo, nel documento trovano conferma i nuovi equilibri creatisi nei mesi passati e continuamente evocati dai membri dell’Amministrazione, come il disimpegno dal continente europeo e un focus maggiore sul continente americano. Inoltre, l’analisi della NSS 2025 e unconfronto con le strategie precedenti e in particolare la NSS 2017, aiuta a comprendere come la seconda Amministrazione Trump intende approcciare uno scenario internazionale profondamente mutato, alla luce della sua stessa interpretazione. 

La NSS 2025 come la strada “necessaria” da seguire 

“L’America è forte e rispettata di nuovo e per questa ragione, stiamo costruendo la pace in tutto il mondo”. Con questa frase nel paragrafo introduttivo, la National Security Strategy del 2025 mette subito in chiaro il tono del documento: un ritorno all’idea che la ristabilita forza economica, industriale e militare degli Stati Uniti, sia la precondizione della stabilità internazionale. Prima ancora però di delineare le nuove priorità, la strategia sceglie di guardare indietro. L’introduzione, dal titolo “How American Strategy Went Astray”, è una spiegazione di come, negli ultimi decenni, la politica di sicurezza degli Stati Uniti si sia progressivamente ampliata fino a diventare troppo vaga e incapace di stabilire confini chiari tra ciò che è vitale e ciò non lo è, finendo, appunto, fuori strada. 

In generale, la NSS stabilisce che cosa gli Stati Uniti vogliono ottenere in termini di sicurezza, interessi nazionali e ruolo internazionale, dove la sicurezza è intesa come il perseguimento degli interessi nazionali all’interno di un ruolo internazionale che ne è al tempo stesso guida e risultato. Nella NSS 2025 si inizia proprio dal concetto di strategia, e viene illustrato come ciò che la rende realistica sia l’esistenza di una connessione fra gli obiettivi e i mezzi; inoltre, una strategia deve essere in grado di delineare delle priorità. Si spiega poi che i “best interests” per l’America siano quelli legati direttamente alla sicurezza nazionale, e non un generico “caricarsi degli oneri globali”. 

Il testo sostiene poi che Washington si sia caricata di missioni troppo ambiziose, come ad esempio mantenere l’ordine globale e intervenire in crisi lontane. Tale ambizione è stata perseguita inoltre senza assicurarsi di avere i mezzi necessari per sostenerla. I problemi elencati possono essere ricondotti a tre punti riassuntivi: troppe ambizioni, eccessiva dipendenza da supply chains globali vulnerabili e incapacità di svincolarsi da concetti come globalism o free trade. La NSS 2025 si propone dunque di intrecciare in modo pragmatico la politica di sicurezza con cambiamenti all’agenda industriale, fra cui la ricerca di maggiore indipendenza produttiva. L’Amministrazione Trump sostiene poi di aver dimostrato, nel suo primo mandato, che è possibile sottrarsi a impegni troppo ampi e a visioni generiche, preferendo un orientamento più aderente alle risorse disponibili. 

È dunque significativo osservare come la strategia della NSS 2017 enfatizzasse, ad esempio, il ruolo degli Stati Uniti nel favorire la stabilità di fragili. Il paragrafo Encourage Aspiring Partners affermava che tra alcuni dei maggiori successi della diplomazia americana vi era l’aiuto dato ai Paesi in via di sviluppo a diventare società prospere, creando mercati redditizi, alleati capaci di sostenere equilibri regionali favorevoli e partner per condividere responsabilità internazionali, un elemento evidentemente mancante nella strategia dell’attuale Amministrazione come anche dimostrato dal precedente smantellamento dello USAID e dalla recente comunicazione di ritiro da 66 organizzazioni internazionali

Il destino di Europa e Medio Oriente e il “pivot to West” 

Nella NSS 2017, la sezione dedicata all’Europa sottolineava che un continente forte e libero e basato sui principi condivisi di democrazia e libertà era di vitale importanza; e veniva ricordato il ruolo centrale degli Stati Uniti nella ricostruzione e nello sviluppo dell’area. Nel 2025, al contrario, la strategia si allontana da questa visione piuttosto tradizionale. L’Europa, tenendo fede anche a una serie di dichiarazioni recenti, è ora considerata meno centrale per gli interessi degli Stati Uniti e valutata soprattutto in funzione della capacità dei governi nazionali, intesi come singoli, di contribuire alla stabilità regionale. L’attenzione strategica viene allora spostata verso l’emisfero occidentale, con l’obiettivo di affrontare flussi migratori, cartelli, rotte marittime e crisi locali. Ed è proprio in ragione di questo pivot strategico o revisione della Dottrina Monroe, che l’Amministrazione Trump dichiara di voler dare maggiore centralità al continente Americano, con una postura definita come neo-imperialista. Concentrarsi verso Ovest significa vedere come assolute priorità tre minacce principali (nell’emisfero occidentale): migrazione, droga e criminalità, e Cina. Un esempio di questa postura o “Corollario Trump” lo offrono sia la recente operazione speciale condotta in Venezuela, dove proprio queste tre minacce si intrecciano, unite allo sfruttamento delle risorse, sia le ultime dichiarazioni riguardo alla volontà di “prendere” la Groenlandia per “questioni di sicurezza nazionale”.

L’elemento di maggiore discontinuità rispetto alla prima Amministrazione Trump riguarda proprio il ruolo attribuito all’Europa. Nella NSS 2017, il continente europeo era concepito come un pilastro strategico della politica americana: la stabilità e la prosperità europea venivano considerate essenziali per la sicurezza nazionale, e veniva attivamente promossa la cooperazione. Nella NSS 2025, sebbene non venga negato il legame “sentimentale” tra il vecchio Continente e gli Stati Uniti, l’Europa viene letta attraverso le lenti della debolezza economica, della stagnazione industriale e soprattutto della limitazione delle libertà nazionali da parte di organizzazioni transnazionali come l’Unione Europea. Il documento denuncia come regolamentazioni interne ed europee compromettano la produttività, mentre politiche migratorie, censura, calo demografico e perdita di identità nazionale minacciano la coesione e la capacità strategica del continente. In particolare, si fa implicitamente riferimento a regolamenti come il Digital Markets Act e il Digital Services Act che sono stati interpretati dall’Amministrazione come atti di economic warfare.  È evidente poi che gli interessi condivisi siano considerati come subordinati rispetto agli interessi esclusivamente americani. Nel complesso, l’analisi riguardante il continente europeo risulta guidata da evidenti principi ideologici. 

Anche sul Medio Oriente vi è un tentativo di inversione di rotta rispetto al passato. La NSS 2025 afferma l’intenzione di far passare in secondo piano la regione nella pianificazione strategica. Il documento sostiene che, per almeno mezzo secolo, la politica estera americana abbia attribuito al Medio Oriente una priorità superiore a quella di tutte le altre regioni, in ragione dell’importanza energetica, della competizione tra superpotenze e della natura potenzialmente espansiva dei conflitti locali. Almeno due di queste dinamiche non risultano più valide: la forte diversificazione delle forniture energetiche, che ha permesso agli Stati Uniti di tornare a essere un esportatore netto di energia, e il mutamento del contesto strategico verso una competizione tra grandi potenze in cui Washington mantiene una posizione di vantaggio. 

La scomparsa della Great Power Competition e l’approccio alla Cina

Nella National Security Strategy del 2025 vi è un cambiamento significativo del linguaggio utilizzato per affrontare le questioni riguardanti la Cina, sia rispetto all’Amministrazione Biden, sia rispetto al 2017. La nuova impostazione non elimina del tutto la competizione, ma la declassa a questione soprattutto economica e tecnologica, collegata alla protezione dell’apparato industriale nazionale e alla riduzione della dipendenza in vari settori. La Cina rimane dunque un attore rilevante, senza però essere la priorità assoluta dell’attuale agenda strategica.

Il documento insiste piuttosto sulla necessità di rapporti commerciali più equilibrati, menzionando appena le storiche preoccupazioni, come Taiwan, di natura economica, geopolitica e ideologica. Anche la dimensione militare è decisamente circoscritta: la deterrenza nel Pacifico è menzionata, ma senza porre l’attenzione sulla rivalità sistemica come fatto invece negli anni precedenti. Anche su questo tema, nel confronto con la NSS 2017 emerge un distacco evidente. Quel documento identificava la Cina come potenza revisionista e la collocava al centro della competizione strategica globale. Gli Stati Uniti nel 2025 non costruiscono più la propria architettura strategica attorno a Pechino. Ne deriva una postura più selettiva e mutata nella valutazione del peso reale che la competizione sino-americana dovrebbe avere nella definizione degli obiettivi nazionali. Un’anomalia degna di nota, anche rispetto alla NSS del 2017, è l’assenza di una menzione alla One China Policy, in linea però con l’atteggiamento di Trump di incoerenza e noncuranza verso impegni strategici, anche quelli vecchi di mezzo secolo. Inoltre, sebbene da un lato venga enfatizzata la cooperazione quadrilaterale, la deterrenza, la protezione delle Island Chains e l’importanza del contributo degli alleati per il raggiungimento di questi scopi; dall’altra non vengono menzionate le Filippine e l’AUKUS. 

Nel documento viene poi abbandonata anche la retorica dello scontro tra grandi potenze che ha fortemente caratterizzato le relazioni sino-americane in passato. Come sottolineato in un’analisi sul The Diplomat però, la logica profonda della NSS 2025 potrebbe essere meno favorevole alla Cina di quanto non sembri. “Questo cambiamento potrebbe essere meno carico di ideologia rispetto ai documenti NSS del 2017 e del 2022, ma è anche più attuabile”, infatti, questa attenuazione del linguaggio non implica necessariamente un ammorbidimento sostanziale dell’approccio statunitense nei confronti della Cina. La competizione viene riorientata sul piano economico-industriale, ma non scompare. 

Quanto la NSS è coerente e concreta

Nel complesso, la principale differenza tra la NSS del 2025 e altre pubblicate in passato, non sta tanto nel non porre l’America al centro del contesto internazionale, ma nel ridurre il numero di interessi vitali per il Paese. Il documento non rivela poi nulla di nuovo rispetto agli atteggiamenti e alle ambizioni sia della prima Amministrazione Trump che di quella attuale. Alcune analisi hanno però messo in luce l’incoerenza e l’ipocrisia della visione del mondo dell’Amministrazione. Sebbene Trump si sia presentato più volte come il Presidente della Pace, ha poi “ordinato operazioni militari illegali e inutili contro i trafficanti di droga civili nei Caraibi”; sebbene il documento dichiari di voler evitare di impegnarsi in guerre infruttuose e di non voler imporre il cambiamento in altri Paesi, Trump ha ordinato l’avvio di un’operazione speciale in Venezuela dagli esiti dubbi. L’operazione denominata Absolute Resolve, condotta il 3 gennaio 2026 a Caracas e nel nord del Paese, e che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, rappresenta infatti una palese violazione del principio di non ingerenza, pietra miliare del diritto internazionale. 

Inoltre, l’enfasi posta sulla sovranità risulta essere debole di fronte, ad esempio, all’atteggiamento lassista verso l’invasione su vasta scala dell’Ucraina avviata dalla Russia. Il documento ricorda poi, nella sezione peraltro intitolata “Predisposition to Non-Interventionism”, che “tutti gli esseri umani possiedono uguali diritti naturali dati da Dio”, che è in forte contrasto con le politiche migratorie recentemente adottate. 

Sotto certi punti di vista, la NSS 2025 è più retorica che concreta, ed è naturale porsi degli interrogativi su quanto il documento rifletta realmente una strategia nuova o pragmatica, piuttosto che una giustificazione ideologica di decisioni già prese o in corso d’opera. 

Nel complesso, la NSS 2025 si configura come un documento caratterizzato da una forte componente ideologica, in cui la riaffermazione di principi quali pace, sovranità e non interventismo entra in tensione con le scelte operative effettivamente adottate dall’Amministrazione. Questa discrepanza evidenzia limiti di coerenza interna e riduce la capacità della strategia di fornire indicazioni concrete sulla politica estera, confermando come il documento serva più a legittimare decisioni già prese che a delineare un percorso strategico realmente operativo.

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Groenlandia: nuova presenza militare europea di fronte alle mire USA

Il dossier Groenlandia si conferma anche nel 2026 come uno dei principali fattori di attrito
nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Negli ultimi mesi, infatti, la pressione esercitata
dall’amministrazione Trump su questo fronte si è ulteriormente intensificata, con il ricorso a
una retorica sempre più assertiva da parte della Casa Bianca. L’obiettivo proclamato è
l’acquisizione dell’isola, parte integrante del Regno di Danimarca, al fine di rafforzare la
posizione strategica americana nell’Artico.

Tale atteggiamento ha suscitato crescente preoccupazione tra gli alleati europei, a partire da Copenaghen, sia per la messa in discussione dell’integrità territoriale danese sia, più in generale, per le potenziali ripercussioni dell’approccio di Washington sulla coesione dell’alleanza transatlantica.

L’incontro tenutosi a Washington il 14 gennaio tra rappresentanti statunitensi, danesi e groenlandesi non ha prodotto risultati risolutivi, confermando la persistenza di significative divergenze tra le parti. Gli Stati Uniti, infatti, hanno ribadito il proprio interesse a rafforzare l’influenza sulla Groenlandia, mentre la Danimarca non ha ottenuto rassicurazioni e non è riuscita a smussare la posizione degli interlocutori americani. 

Al contempo, Copenaghen e alcuni alleati europei hanno annunciato una rinnovata presenza militare sull’isola, destinata a concretizzarsi con effetto immediato. Da un lato, dunque, la Danimarca manda un segnale a Washington sul proprio impegno a tutelare la sicurezza della Groenlandia, rispondendo così a uno dei temi della retorica di Trump utilizzato per legittimare le pretese americane sull’isola (con riferimento alla presunta inadeguatezza dello sforzo danese volto a salvaguardare sicurezza la Groenlandia); dall’altro, anche gli alleati europei compiono un salto di qualità nella loro postura rispetto al dossier in questione, aggiungendo al supporto diplomatico a Copenaghen e all’integrità territoriale danese una presenza militare concreta sul terreno. Parallelamente, le cancellerie europee hanno cercato di mantenere aperti i canali di dialogo con Washington, nel tentativo di scongiurare una crisi irreversibile e di individuare soluzioni condivise capaci di garantire sicurezza, stabilità e rispetto delle regole nell’Artico.

Il vertice USA-Danimarca e la risposta europea

L’incontro tenutosi a Washington tra i rappresentanti statunitensi e danesi–groenlandesi, che ha visto la partecipazione, da un lato, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio e, dall’altro, del ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e della ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt, non ha prodotto risultati risolutivi. Al termine dei colloqui, Rasmussen ha riconosciuto l’esistenza di “disaccordi fondamentali” tra le parti, ammettendo il fallimento del tentativo di smussare la posizione americana. In particolare, il capo della diplomazia danese ha affermato che “è chiaro che Trump intende prendere possesso della Groenlandia”, pur sottolineando come una simile prospettiva appaia “non necessaria” alla luce della già consolidata presenza militare statunitense sull’isola.

Nelle stesse ore, la Danimarca e alcuni Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di rafforzare la presenza militare in Groenlandia. Il Ministero della Difesa di Copenaghen, proseguendo sulla linea del potenziamento avviato già nel 2025, ha comunicato l’avvio di una nuova fase di dispiegamento di forze, in particolare in vista dell’esercitazione militare Arctic Endurance. Questa nuova presenza si concretizzerà principalmente attraverso l’invio di aerei, navi e soldati, accompagnate da unità di Paesi alleati appartenenti alla NATO. Tali forze saranno impiegate per intensificare la sorveglianza dei siti considerati più sensibili e per fornire assistenza alle autorità locali, comprese quelle di polizia. Secondo quanto dichiarato dal ministro Poulsen, nel corso delle prossime settimane verranno studiate, insieme agli alleati europei, ulteriori misure operative volte a incrementare la presenza danese ed europea nella regione artica, con l’obiettivo di rafforzare la difesa e la sicurezza della Groenlandia. La ministra degli Esteri groenlandese Motzfeldt, a sua volta, ha ribadito che la tutela della sicurezza dell’isola rappresenta una “priorità fondamentale” per il governo di Nuuk e ha accolto positivamente la messa a punto di una presenza militare europea.

La Germania, in questo contesto, ha fin da subito assunto un ruolo attivo annunciando l’invio, dal 15 al 17 gennaio, di una squadra di ricognizione composta da tredici unità. Questo gruppo è stato incaricato di esplorare e valutare le condizioni necessarie per un eventuale contributo militare tedesco a supporto della Danimarca nell’isola, con particolare attenzione al settore della sorveglianza marittima. Tale passo rappresenta un primo segnale concreto di coinvolgimento tedesco nella difesa della regione artica e nella tutela dell’integrità territoriale danese.

Anche la Francia ha confermato la propria partecipazione. Il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’invio immediato di un primo gruppo di truppe, preannunciando l’aggiunta di ulteriori unità in seguito. Nei mesi scorsi, Parigi aveva già assunto una postura diplomatica chiara con riguardo al dossier groenlandese: nell’aprile 2025, infatti, Parigi e Copenaghen avevano siglato una Partnership Strategica che, tra l’altro, riaffermava l’importanza del rispetto dell’integrità territoriale degli Stati, anche alla luce delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia espresse fin dai primi mesi del suo secondo mandato. Più recentemente, la decisione di aprire un consolato francese in Groenlandia, prevista per il 6 febbraio, conferma la volontà di rafforzare anche sul piano politico e diplomatico il ruolo di Parigi nella regione.

La Svezia, attraverso l’annuncio del primo ministro Ulf Kristersson, ha confermato la propria partecipazione alla missione congiunta, dimostrando la compattezza dei partner nordici ed europei. È previsto, infatti, anche il coinvolgimento della Norvegia, mentre la Finlandia, tramite il ministro degli Esteri Elina Valtonen, ha dichiarato di aver ricevuto una richiesta formale in questo senso e che sono in corso le valutazioni su una possibile partecipazione. Per il resto, fonti internazionali, tra cui POLITICO, riportano inoltre la possibilità che anche Paesi Bassi e Canada aderiscano all’iniziativa, ampliando ulteriormente il fronte degli attori coinvolti.

Nel complesso, la reazione europea alla crisi groenlandese si sta configurando come un’azione congiunta e rapida, anche se dalla portata numerica per il momento limitata, incentrata sulla difesa dell’integrità territoriale della Danimarca e sulla riaffermazione del ruolo collettivo della NATO nella sicurezza della regione artica. 

Europa, Groenlandia e USA: prospettive e divergenze

La posizione della Danimarca e dell’Unione Europea di fronte agli eventi in corso si caratterizza per una crescente preoccupazione rispetto all’escalation retorica e politica proveniente da Washington. La premier danese Mette Frederiksen ha dichiarato che un’eventuale acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti rappresenterebbe una minaccia di portata sistemica, tale da mettere in discussione non solo l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, ma anche la stessa tenuta della NATO e, più in generale, l’architettura di sicurezza internazionale consolidatasi nel secondo dopoguerra.
Tali timori hanno trovato conferma anche presso volti di primo piano dell’UE, tra i quali il Presidente del Consiglio europeo António Costa e il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, che hanno ribadito la centralità del rispetto del diritto internazionale con riguardo alle mire espresse da Washington.

In questa direzione si colloca anche la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” del 6 gennaio, firmata dai leader di Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia e Spagna, nella quale si afferma che la sicurezza della Groenlandia deve essere garantita collettivamente nell’ambito della NATO, nel rispetto della volontà della popolazione locale e in piena coerenza con i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi alla sovranità, all’integrità territoriale e all’inviolabilità dei confini.

Allo stesso tempo, secondo quanto riportato da POLITICO, i leader dell’Unione Europea starebbero esplorando soluzioni volte a ridimensionare i toni e la portata delle mire espresse da Donald Trump. Tra le opzioni prese in considerazione figurano sia un rafforzamento della presenza NATO nell’Artico, di cui il dispiegamento delle forze europee costituirebbe una prima manifestazione, sia possibili concessioni agli Stati Uniti in ambito economico, in particolare nel settore dell’estrazione mineraria. Tale approccio segnala il tentativo europeo di privilegiare la conciliazione e la gestione negoziale della crisi, così come di scongiurare una svolta negativa e un contrasto aperto con Washington.

Il governo groenlandese, da parte sua, ha inquadrato la situazione in corso come una vera e propria “crisi geopolitica”. In questo contesto, il governo di Nuuk, verso il quale le capitali europee e la stessa UE hanno a più riprese espresso solidarietà e sostegno, ha assunto una posizione chiara: il 13 gennaio, il premier Jens-Frederik Nielsen, nel corso di una conferenza stampa congiunta con la premier danese Frederiksen, ha ribadito la volontà di appartenere al Regno di Danimarca, respingendo al contempo in modo esplicito qualsiasi ipotesi di assoggettamento agli Stati Uniti o di integrazione nel territorio americano.

Dal punto di vista statunitense, infine, il presidente Donald Trump ha giustificato la necessità di acquisire la Groenlandia presentandola come un tassello fondamentale del progetto “Golden Dome”, inserendo la questione all’interno di una narrativa di sicurezza nazionale. Secondo Trump, un mancato controllo americano dell’isola aprirebbe la strada a una possibile penetrazione strategica di Russia e Cina nella regione artica, con conseguenze potenzialmente negative per gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.

La natura particolarmente assertiva dell’approccio americano è stata descritta in termini espliciti nell’Intelligence Outlook pubblicato nel dicembre 2025 dai servizi danesi. Nel documento si afferma che gli Stati Uniti stanno facendo ricorso, anche nei confronti dei propri alleati, al proprio potere economico e politico per imporre le proprie posizioni, per esempio attraverso la minaccia dell’imposizione di dazi sui beni esportati, e che non escludono più, almeno a livello teorico, neppure il ricorso alla forza militare.

In linea con questa impostazione, Trump ha dichiarato di voler valutare “tutte le opzioni” per assumere il controllo della Groenlandia, senza escludere apertamente l’impiego della forza. Tra le ipotesi ventilate figura anche quella dell’acquisizione dell’isola attraverso un esborso economico: secondo quanto riportato da Reuters, l’eventualità di un pagamento diretto ai residenti sarebbe stata presa in considerazione a Washington, confermando l’intenzione dell’amministrazione americana di esplorare ogni possibile strada per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Quali implicazioni per i rapporti Europa-America?

Il dossier groenlandese si configura oggi come uno dei principali banchi di prova per la solidità delle relazioni transatlantiche. La crescente assertività statunitense nei confronti dell’isola, giustificata in nome di imperativi di sicurezza nazionale e della competizione con Russia e Cina nell’Artico, si scontra infatti con i principi fondanti dell’ordine internazionale basato sulle regole storicamente propugnati dai Paesi occidentali: il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e delle norme del diritto internazionale. La risposta europea, dettata anche dalla preoccupazione per ripercussioni negative sulla coesione della NATO, mira a contenere l’escalation e a preservare la cornice alleata, evitando una frattura irreversibile con Washington.

Le dinamiche in atto, oltre a confermare la crescente rilevanza della Groenlandia nella competizione tra potenze nell’Artico, evidenziano come il dossier groenlandese costituisca un indicatore particolarmente sensibile dell’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Le modalità di gestione e l’esito dell’attuale confronto su questo tema sono infatti destinati a incidere in modo significativo sulla traiettoria delle relazioni transatlantiche nei prossimi anni.

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Groenlandia, la nuova frontiera dell’egemonia americana: oltre la retorica della difesa

L’insistenza dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia rivela dinamiche geopolitiche che trascendono la giustificazione militare. L’isola artica rappresenta un nodo strategico per il controllo delle risorse critiche, delle nuove rotte commerciali e per l’indipendenza tecnologica degli Stati Uniti dalla Cina, con implicazioni ambientali di portata globale.

L’interesse statunitense per la Groenlandia non costituisce una novità nella storia diplomatica americana. Già nel 1946, l’amministrazione Truman aveva avanzato un’offerta di acquisto alla Danimarca, proposta che venne respinta. Tuttavia, l’attuale pressione esercitata dall’amministrazione Trump per acquisire il controllo dell’isola presenta caratteristiche inedite che meritano un’analisi approfondita. La motivazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno alla necessità di garantire la difesa del territorio artico dalle crescenti ambizioni di Cina e Russia. Questa giustificazione risulta tuttavia parziale e solleva interrogativi sulla reale portata degli obiettivi strategici americani.

La Groenlandia è già inserita nel perimetro difensivo della NATO e ospita dal 1951 la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule, che rappresenta una delle installazioni militari più settentrionali degli Stati Uniti. Gli accordi bilaterali vigenti tra Washington e Copenaghen consentirebbero già un’espansione significativa della presenza militare americana sull’isola senza necessità di modifiche sostanziali dello status giuridico del territorio. L’enfasi posta sulla dimensione securitaria appare quindi insufficiente a spiegare l’intensità della pressione diplomatica esercitata dall’amministrazione statunitense, suggerendo l’esistenza di motivazioni strategiche più complesse e articolate. Ed anzi, un atteggiamento tanto aggressivo da parte di Washington potrebbe avere, come in effetti sta avendo, l’effetto opposto di allontanare in maniera irreparabile Stati Uniti sia dalla Groenlandia, sia dall’Europa.Il monopolio cinese sulle terre rare e la sicurezza tecnologica

La questione delle risorse naturali costituisce probabilmente il vero fulcro dell’interesse americano per la Groenlandia. Il progressivo scioglimento della calotta glaciale, conseguenza diretta del riscaldamento globale, sta rendendo accessibili giacimenti minerari di portata straordinaria che fino a pochi decenni fa rimanevano impraticabili. La Groenlandia custodisce nel proprio sottosuolo risorse strategiche fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, trasformando l’isola in uno degli ultimi territori vergini disponibili per lo sfruttamento minerario su scala industriale.

Il controllo cinese sulla catena produttiva delle terre rare rappresenta una delle principali vulnerabilità strategiche degli Stati Uniti e dell’Occidente. Pechino controlla attualmente tra l’ottanta e il novanta per cento della raffinazione mondiale di questi elementi chimici, essenziali per la produzione di componenti elettronici avanzati, veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma di nuova generazione. Questa dipendenza tecnologica costituisce un rischio geopolitico che Washington intende eliminare attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’acquisizione della sovranità sulla Groenlandia permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questo monopolio cinese senza dover sottostare alle stringenti normative ambientali europee o danesi che attualmente vincolano lo sfruttamento delle risorse dell’isola.

Le stime geologiche attribuiscono al sottosuolo artico, e groenlandese in gran parte, circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio non ancora sfruttate e il trenta per cento di quelle di gas naturale, oltre a quantità significative di uranio, zinco, oro e altri minerali strategici. Il giacimento di Kvanefjeld, situato nella parte meridionale dell’isola, rappresenta uno dei più grandi depositi al mondo di terre rare e uranio, con un potenziale produttivo che potrebbe soddisfare una quota rilevante del fabbisogno occidentale. La valorizzazione di queste risorse richiederebbe tuttavia la rimozione degli ostacoli normativi attualmente esistenti, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso un cambiamento radicale dello status politico del territorio.

L’impatto ambientale come variabile sacrificabile

L’estrazione e la lavorazione delle terre rare comportano processi industriali ad altissimo impatto ambientale, caratterizzati dalla produzione di ingenti quantità di scarti tossici e radioattivi. Molti giacimenti groenlandesi, incluso quello di Kvanefjeld, contengono concentrazioni significative di uranio e torio, elementi che richiedono specifici protocolli di sicurezza e producono fanghi di lavorazione altamente contaminanti. La raffinazione delle terre rare genera residui chimici pericolosi che devono essere stoccati in appositi bacini di contenimento per periodi prolungati, con rischi ambientali che le normative europee e danesi considerano inaccettabili.

Nel 2021, il governo locale della Groenlandia ha approvato una legge che vieta espressamente l’estrazione di uranio, decisione motivata dalla volontà di preservare l’ecosistema incontaminato dell’isola e di proteggere le comunità Inuit dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento industriale. Questa normativa ha di fatto bloccato progetti minerari di grande portata che avevano raccolto l’interesse di investitori internazionali, generando tensioni tra le autorità locali e i sostenitori dello sfruttamento delle risorse naturali come strumento di sviluppo economico.

L’acquisizione della sovranità statunitense sulla Groenlandia potrebbe consentire a Washington di aggirare questi vincoli normativi attraverso l’istituzione di zone economiche speciali o aree di interesse nazionale dove le leggi ambientali locali verrebbero subordinate alle esigenze della sicurezza nazionale americana. La Groenlandia potrebbe così trasformarsi nell’hub industriale necessario per la transizione tecnologica degli Stati Uniti, ospitando processi produttivi che risulterebbero politicamente insostenibili se localizzati in Stati come il Maine o la California. La vastità del territorio groenlandese e la sua bassissima densità demografica renderebbero più facilmente gestibili le conseguenze ambientali dello sfruttamento minerario, delocalizzando i costi ecologici lontano dagli occhi dell’elettorato americano.

Il controllo delle nuove rotte marittime artiche

Oltre alle agevolazioni in ambito minerario, lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici sta determinando l’apertura di nuove rotte marittime commerciali che potrebbero ridisegnare i flussi del commercio globale nei prossimi decenni. Il Passaggio a Nord Ovest, che attraversa l’arcipelago artico canadese collegando l’Oceano Atlantico al Pacifico, sta diventando navigabile per periodi sempre più prolungati durante l’anno, riducendo drasticamente le distanze (nell’ordine dei 7-8000 km), e quindi i tempi e i costi di trasporto tra Europa e Asia rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez o il Canale di Panama.

Il controllo della Groenlandia garantirebbe quindi agli Stati Uniti anche una posizione dominante lungo questa nuova autostrada commerciale del ventunesimo secolo. La possibilità di gestire direttamente i porti strategici dell’isola e di poter controllare il transito sulle acque territoriali circostanti rappresenta un vantaggio economico e geopolitico che non può essere assicurato attraverso i semplici accordi di cooperazione militare attualmente in vigore con la Danimarca. La sovranità territoriale consentirebbe inoltre a Washington di impedire che altre potenze, in particolare la Cina, possano acquisire posizioni di influenza lungo queste rotte attraverso investimenti infrastrutturali o accordi commerciali con un’eventuale Groenlandia indipendente.

La questione dell’indipendenza rappresenta infatti un elemento centrale nell’analisi delle motivazioni americane. La Groenlandia sta progressivamente intensificando le richieste di piena sovranità nei confronti della Danimarca, e il conseguimento dell’indipendenza politica esporrebbe l’isola a pressioni economiche che potrebbero renderla vulnerabile all’influenza cinese. Pechino ha già dimostrato interesse per investimenti strategici in Groenlandia, inclusi progetti per la costruzione e l’ammodernamento di infrastrutture aeroportuali che avrebbero accresciuto la presenza economica cinese nell’Artico. Un’eventuale Groenlandia indipendente e priva di risorse finanziarie adeguate potrebbe trovare nella diplomazia del debito cinese una soluzione attraente, scenario che Washington intende prevenire attraverso un’acquisizione preventiva del territorio.

L’attuale presenza militare americana in Groenlandia si basa su trattati bilaterali con la Danimarca che richiedono rinegoziazioni periodiche e che potrebbero essere messi in discussione da un cambio di status politico dell’isola. L’acquisizione della sovranità eliminerebbe questa incertezza giuridica e garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente su un territorio che riveste importanza crescente per gli equilibri strategici globali. La Groenlandia rappresenta per l’amministrazione Trump quello che l’Alaska rappresentò nel 1867 quando gli Stati Uniti la acquistarono dall’Impero Russo, un investimento territoriale di lungo periodo le cui potenzialità strategiche ed economiche si sono rivelate nel corso dei decenni successivi, in piena coerenza con l’annunciata adesione alla dottrina Monroe in salsa trumpiana.

La convergenza tra sicurezza energetica, indipendenza tecnologica dalla Cina, controllo delle nuove rotte commerciali artiche e possibilità di delocalizzare processi industriali ad alto impatto ambientale configura un quadro strategico nel quale la retorica della difesa militare assume una funzione prevalentemente strumentale. L’acquisizione della Groenlandia costituirebbe per gli Stati Uniti un’opportunità per consolidare la propria egemonia in un’area geografica destinata ad assumere rilevanza centrale negli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo, ridefinendo al contempo i termini della competizione tecnologica ed economica con la Cina.

Resta tuttavia una domanda fondamentale: gli Stati Uniti si possono permettere il deterioramento significativo delle relazioni con i partner europei e, al peggio, la sostanziale fine della NATO (probabilmente conseguente ad una acquisizione della sovranità sulla Groenlandia con la forza), per soddisfare queste esigenze strategiche?

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Piano Mattei per l’Africa: un’analisi sul potenziale e sulle debolezze della strategia italiana per implementare i rapporti con i Paesi africani

Lo scorso fine ottobre si è tenuta una missione di tre giorni in Mauritania del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi la quale ha segnato una nuova stagione politica per l’Italia. Tale missione si inserisce nel quadro più ampio del piano Mattei che ha come obiettivo principale quello di rafforzare la presenza italiana nel continente africano, specialmente nell’area subsahariana. Tra le priorità principali che si è dato il governo italiano implementando questo piano vi è il rilancio dei rapporti economici, il contrasto all’immigrazione irregolare, la creazione di centri di eccellenza e formazione professionale, lo sviluppo di energie rinnovabili, investimenti in infrastrutture fisiche e digitali. Vi è anche lo sviluppo di piattaforme di telemedicina e servizi sanitari in un’ottica in cui l’Italia possa diventare la portavoce dell’Africa in Europa. In questo articolo verrà presentato il piano Mattei e verranno approfonditi i recenti sviluppi che hanno contraddistinto i rapporti italo-africani all’interno della strategia nazionale nella seconda metà del 2025.

Cos’è, quali sono i principali obiettivi e settori d’intervento?

Come descritto dal Governo Italiano, il Piano Mattei per l’Africa è una strategia nazionale con l’obiettivo di imprimere una modifica dei rapporti con il Continente africano e di costruire partenariati su base paritaria creando benefici e opportunità reciproche. Tale piano è stato presentato dal nostro Governo alle nazioni africane in occasione del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024. A tale vertice parteciparono i rappresentanti di 46 Nazioni africane, oltre 25 Capi di Stato e di Governo, i tre Presidenti delle istituzioni europee nonché i vertici delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana, di svariate istituzioni finanziarie e Banche multilaterali di sviluppo. Il piano prende il suo nome da Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, per rimandare ad un modello di collaborazione equo dato che si è caratterizzato da un cambio di paradigma che vuole superare la logica donatore-beneficiario creando delle partnership win-win. In concreto, il piano Mattei si articola in sei principali aree di intervento: sanità; acqua; agricoltura; energia; infrastrutture fisiche e digitali. Al contempo vi sono anche progetti in fase di sviluppo che trattano di cultura, sport, IA e cooperazione nel settore spaziale. Il Piano permette al governo italiano di condividere con le Nazioni africane le fasi di elaborazione, definizione e attuazione dei progetti per poter assicurare dei ritorni sia economici che sociali che rimangano sul territorio e siano la base per successive espansioni. Vi è la partecipazione di tutto il Sistema Italia, a partire dalla rete diplomatico consolare, e il potenziamento delle sinergie con le iniziative strategiche a livello europeo e internazionale che hanno un focus sull’Africa, in particolare con le Istituzioni Finanziarie Internazionali, il Global Gateway dell’Unione europea e la Partnership for Global Infrastructure and Investment del G7. Nella sua prima fase, l’iniziativa si è declinata attraverso progetti pilota che hanno coinvolto nove Nazioni: quattro del quadrante nordafricano (Egitto, Tunisia, Marocco e Algeria) e cinque del quadrante subsahariano (Kenya, Etiopia, Mozambico, Repubblica del Congo e Costa d’Avorio). Nella sua seconda fase, il Piano Mattei, secondo una logica incrementale, ha coinvolto anche l’Angola, il Ghana, la Mauritania, il Senegal e la Tanzania. In contemporanea, il Piano Mattei sostiene anche progetti strategici transnazionali quali il corridoio di Lobito, ovvero una rete infrastrutturale per la connettività in Africa. L’obiettivo principale è collegare infrastrutture ferroviarie esistenti nelle regioni orientali dell’Angola e dello Zambia passando per la Repubblica Democratica del Congo. La nuova linea sarà di circa 800 km e collegherà i centri di Luacano (Angola) alla città di Chingola (Zambia) e comprenderà anche numerosi progetti di rafforzamento delle connessioni digitali ed energetiche, con iniziative che tengono in debito conto le esigenze delle comunità locali attraversate dal Corridoio. Inizialmente la partecipazione finanziaria italiana al progetto potrà ammontare fino a 320 milioni di dollari.

Le attività di definizione e attuazione del Piano Mattei per l’Africa sono esercitate dalla Cabina di Regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Nella sua composizione, la Cabina di Regia svolge i seguenti compiti: coordina le attività di collaborazione tra Italia e Stati africani, svolte, nell’ambito delle rispettive competenze, dalle amministrazioni pubbliche; promuove gli incontri tra rappresentanti della società civile, imprese e associazioni italiane e africane con lo scopo di agevolare le collaborazioni a livello territoriale e promuovere le attività di sviluppo; finalizza il Piano Mattei e i relativi aggiornamenti; monitora l’attuazione del Piano, anche ai fini del suo aggiornamento; approva la relazione annuale da trasmettere al Parlamento; promuove il coordinamento tra i diversi livelli di governo, gli enti pubblici e ogni altro soggetto pubblico e privato interessato; promuove le iniziative finalizzate all’accesso alle risorse messe a disposizione dall’Unione europea e da organizzazioni internazionali; coordina le iniziative di comunicazione relative all’attuazione del Piano.

Come previsto da un decreto-legge, entro il 30 giugno di ogni anno, il Governo trasmette alle Camere la relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, approvata dalla Cabina di regia, che reca anche l’indicazione delle misure volte a migliorare l’attuazione del Piano Mattei e ad accrescere l’efficacia dei relativi interventi rispetto agli obiettivi perseguiti. L’ultima relazione annuale presentata lo scorso maggio, ha sottolineato come il Piano Mattei si inserisce in un contesto geopolitico in continuo mutamento che ha visto l’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente che, dopo le ostilità in Israele, a Gaza e in Libano, si è esteso all’Iran, interessando anche i Paesi del Golfo e minacciando la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz; la caduta del regime di Assad e l’avvio in Siria di una transizione dopo un’ultra-decennale guerra civile; la continua instabilità in Yemen che minaccia direttamente la navigazione nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso, dove transita circa il 14% del commercio marittimo globale e il 30% del traffico mondiale via container. Tale contesto instabile si sviluppa vicino all’Africa con impatti diretti su diversi ambiti cruciali per lo sviluppo del continente. Pertanto, l’implementazione del Piano Mattei nell’ultimo anno ha affrontato sfide complesse come quella di continuare a lavorare su progetti concreti sulla base di un partenariato paritario e di una logica di crescita condivisa; dall’altro mantenere l’Africa al centro della politica estera italiana anche a fronte del moltiplicarsi di crisi ed emergenze che rischiavano di distoglierne l’attenzione. Per fronteggiare le sfide di sviluppo del continente africano, sono state delineate delle linee d’azione quali l’estensione del Piano Mattei andando in controtendenza con il trend globale di riduzione degli aiuti allo sviluppo, lo sviluppo di partenariati e nuove sinergie a livello internazionale e l’intervento del debito in Africa. Ad inizio 2025, è stata annunciata l’adesione al Piano di 5 nuovi Paesi africani: Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania. La missione in Mauritania ha voluto ribadire l’interesse dell’Italia nella regione dell’Africa subsahariana, attraverso incontri con le autorità istituzionali, esponenti della comunità imprenditoriale locale e italiana e rappresentanti della collettività. Punti salienti sono stati il rilancio dei rapporti economici e il contrasto all’immigrazione irregolare. In questo senso – ha annunciato il ministro dell’Interno – saranno siglati anche accordi bilaterali per favorire i flussi regolari. Tutto questo, in un’ottica non predatoria: perché “noi consideriamo i Paesi africani nostri amici. E siamo anche pronti a trasformarci sempre più in portavoce dell’Africa in Europa”, ha riferito il titolare della Farnesina. “Io credo che un continente ricco come l’Africa, che ha grandi risorse di materie prime, possa avere delle grandi prospettive. Noi possiamo esportare in questi Paesi il nostro saper fare e penso per quanto riguarda le materie prime, se abbiamo un’ottica assolutamente anticoloniale, dobbiamo aiutare al recupero, all’estrazione delle materie prime, trasformarle qui e poi acquistarle e portarle in Italia”, ha spiegato Tajani. A tal proposito, l’Italia è il 24esimo fornitore e il quinto cliente della Mauritania, con cui l’interscambio bilaterale si è attestato a circa 157 milioni di euro nel 2024, con esportazioni pari a 29 milioni di euro e importazioni a 128 milioni. Nel periodo gennaio-luglio 2025, ha registrato 113 milioni di euro, in aumento del +18% sui ai primi sette mesi dell’anno prima. “Ma vogliamo dare un altro segnale di grande attenzione e 

pensiamo di poter esportare di più, ma anche importare di più in questo Paese con grandi potenzialità: contiamo di fare accordi vincenti, ha sottolineato Tajani. L’interesse italiano per la regione ha anche l’obiettivo di rafforzare le relazioni politiche con l’Africa Occidentale attraverso iniziative e progetti congiunti per promuovere sicurezza e stabilità nella regione. Come affermato da Piantedosi: “Vogliamo fare anche qui” collaborazioni per “trasformare i flussi in possibilità di migrazione legale per i ragazzi, per i giovani, per coloro che hanno progetti di migrazione positiva”. Dal punto di vista finanziario, in occasione degli Springs Meetings di aprile 2025 è stata formalizzata la collaborazione con la Banca Mondiale (“BM”) attraverso la firma di un accordo quadro di co-finanziamento sviluppando una consultazione regolare per individuare iniziative e programmi da cofinanziare in settori e Nazioni africane di interesse comune. Ancora nel contesto della collaborazione con la Banca Mondiale, l’Italia ha svolto, attraverso la Presidenza G7, un ruolo chiave di coordinamento nel corso dei negoziati per la ricostituzione dell’International Development Association (IDA), gruppo Banca Mondiale. L’Italia ha aumentato di circa il 25% il proprio contributo al rifinanziamento triennale dell’IDA con 733 milioni di euro, anche al fine di permettere alla BM, che destina il 75% delle sue risorse alle Nazioni africane a basso reddito, di rafforzare il proprio sostegno ai progetti realizzati nel quadro del Piano Mattei. Rilevante è anche la collaborazione con la Banca Africana di Sviluppo attraverso un fondo che conta 140milioni di Euro provenienti dai contributi del Fondo Italiano per il Clima, dal MASE e dal MAECI, cui si aggiunge un primo contributo degli Emirati Arabi Uniti di 25 milioni di dollari per progetti negli ambiti delle infrastrutture, dei trasporti, e della gestione delle risorse idriche. 

L’internazionalizzazione del Piano Mattei

Nel corso del 2025 ci sono state varie iniziative volte all’internazionalizzazione del Piano Mattei per l’Africa, nella convinzione che il suo successo dipenda anche dalla capacità di costruire collaborazioni concrete ed efficaci con i partner internazionali, con condivisione degli sforzi e delle iniziative. Si è pertanto consolidata la cooperazione con il Global Gateway dell’Unione Europea – attore di primo piano nelle iniziative di sviluppo in Africa – con particolare riferimento ai settori delle infrastrutture fisiche e digitali, dell’energia sostenibile e della produzione agroalimentare. Se l’Unione Europea, attraverso il Global Gateway, rappresenta un partner “naturale” per la strategia nazionale nei confronti dell’Africa, l’azione di internazionalizzazione del Piano Mattei si è arricchita di importanti iniziative per coinvolgere le Nazioni del Golfo, attori sempre più protagonisti sulla scena internazionale e che rivolgono una crescente attenzione all’Africa. In tale contesto, di assoluto rilievo sono state la visita del Presidente del Consiglio in Arabia Saudita (25- 26 gennaio) e la visita di Stato in Italia del Presidente degli Emirati Arabi Uniti (24 febbraio). Tali visite hanno consentito di concludere complessivamente dieci intese per il sostegno di progetti di comune interesse in Africa nei settori dell’energia e dell’acqua, coinvolgendo sia le istituzioni pubbliche sia il settore privato e finanziario. Sempre parte del processo di internazionalizzazione troviamo anche il contributo dell’iniziativa G7 Adaptation Accelerator Hub – lanciata sotto la Presidenza italiana del Gruppo dei Sette e in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) – che sostiene le Nazioni in via di sviluppo più vulnerabili nell’attuazione di misure di adattamento climatico, mirando a trasformare i Piani Nazionali di Adattamento in progetti concreti attraverso la definizione di piani di investimento e la mobilitazione di supporto tecnico e finanziario. L’Etiopia, con il quale è in corso di definizione un Memorandum d’Intesa, sarà la prima Nazione beneficiaria dell’assistenza tecnica e il MASE ha già stanziato sei milioni di euro per finanziare l’inizio delle attività.

Analisi conclusiva dei punti di forza e dei limiti della recente missione in Mauritania del Piano Mattei

Dopo aver fatto una panoramica del Piano Mattei e dei suoi settori di applicazione, facciamo infine un’analisi dei principali punti di forza e di debolezza emersi durante la missione in Mauritania dei ministri Antonio Tajani e Matteo Piantedosi, svoltasi nell’ottobre 2025. Innanzitutto, la missione ha incluso l’inaugurazione dell’Ambasciata d’Italia a Nouakchott, rafforzando la presenza istituzionale in Mauritania. Questo segnale simbolico è importante per consolidare relazioni politiche e cooperazione bilaterale. Negli ultimi 10 anni, l’Italia ha aperto Ambasciate in Niger, Guinea, Burkina Faso, Mali e Mauritania per consolidare i rapporti con la regione. Quella in Mauritania é la prima tappa di una missione che porterà i due Ministri anche in Senegal e Niger, segno concreto di quanto l’Africa sia una priorità strategica per il Governo. La Mauritania svolge un ruolo importante per la stabilità e la sicurezza dell’interna regione ed è partner politico ed economico di crescente interesse. Obiettivi principali sono stati rafforzare il partenariato con tre Paesi chiave dell’Africa Occidentale, ponendo al centro della collaborazione la stabilizzazione istituzionale, lo sviluppo socio-economico, la lotta alla violenza jihadista e il contrasto ai traffici illeciti di armi, droga, esseri umani. Inoltre, il rafforzamento delle relazioni è visto come un’opportunità per espandere l’interscambio commerciale e favorire investimenti italiani nei settori strategici (materie prime, energia, infrastrutture), in un paese considerato stabile e ricco di risorse. Con Piantedosi presente, la missione ha affrontato anche temi sensibili come la sicurezza regionale e i flussi migratori, traducendo l’impegno in un dialogo diretto con le autorità mauritane su immigrazione irregolare e terrorismo per i mesi a venire. Infine, la scelta della Mauritania, assieme a Senegal e Niger, ha dato al nostro Paese l’occasione di riaffermare la propria rilevanza nei corridoi strategici dell’Africa occidentale e del Sahel, con un mix di diplomazia e cooperazione politico-economica. Nonostante i buoni risultati di questa recente missione in Mauritania, secondo vari analisti, il Piano Mattei può risultare troppo eterogeneo o poco specifico nei progetti concreti rispetto alle aspettative delle istituzioni africane e degli osservatori. La sua attuazione rimane in larga parte una sfida pratica. Inoltre, alcuni osservatori e comunità accademiche sottolineano che il piano rischia di non coinvolgere adeguatamente partner africani e società civile locali nella definizione dei progetti, potendo apparire un’iniziativa top-down piuttosto che una vera co-progettazione. Critiche consistenti riguardano l’assenza di un sistema di monitoraggio indipendente per valutare effettivamente i risultati dei progetti: senza ciò, c’è il rischio che si privilegino interessi economici italiani piuttosto che obiettivi di sviluppo sostenibile e benefici reali per le comunità locali. Connesso a questo punto, degli osservatori affermano che il piano sia stato disegnato con scarso coinvolgimento di partner africani e della diaspora, rendendo difficile raggiungere un vero “ownership” africano. Il Piano Mattei, pur dotato di un ammontare di risorse significative (circa 5,5 miliardi di euro complessivi secondo fonti di riferimento), rischia di essere insufficiente per affrontare le dimensioni delle sfide africane, soprattutto se confrontato con investimenti cinesi o multilaterali. A questo si aggiunge anche un’incertezza causata dalla fragilità politica, povertà, conflitti e scarsità di infrastrutture. Vi è quindi il rischio che senza stabilità politica e istituzionale, progetti anche ben finanziati possano rimanere sulla carta. Infine, vi sono diverse critiche sia in Africa che in Europa che segnalano come alcune iniziative possano essere viste come strumenti di influenza politica o di accesso alle risorse naturali, piuttosto che vere partnership paritarie, con sospetti di finalità “strumentali” (es. gestire migrazioni o favorire ENI e altre imprese italiane). In conclusione, possiamo affermare che la missione di ottobre in Mauritania, Senegal e Niger si è posta come obiettivi principali il dialogo politico, la sicurezza, la migrazione e il commercio coinvolgendo alte cariche istituzionali e un forum imprenditoriale. 

Questa missione ha suscitato una reazione da parte dei governi locali positiva con un’attenzione particolare a cooperazione e sviluppo. Possiamo quindi affermare che, nonostante molti aspetti e obiettivi del Piano Mattei in generale siano ancora astratti, tale missione di ottobre ha segnato un’evoluzione rispetto ad esempio alla precedente missione di maggio 2025 in Ghana, CI e Guinea che ha avuto come priorità il consolidamento dei progetti iniziali, lo sviluppo e la cooperazione tecnica del piano e che ha visto la partecipazione di team di cooperazione e meeting settoriali.

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Absolute Resolve e l’evoluzione dell’impiego offensivo del cyber power statunitense

Con l’operazione Absolute Resolve, gli Stati Uniti potrebbero aver segnato un punto di svolta nell’impiego del cyber power. Le allusioni pubbliche di Donald Trump al blackout venezuelano rompono la tradizionale ambiguità sull’uso offensivo del cyberspazio, contribuendo a normalizzare la cyber warfare come strumento centrale della coercizione strategica americana.

It was dark, the lights of Caracas were largely turned off due to a certain expertise that we have. It was dark, and it was deadly.” Con queste parole pronunciate il 3 gennaio 2026, poche ore dopo l’operazione Absolute Resolve, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha offerto una delle descrizioni pubbliche più suggestive — e controverse — di un’azione militare statunitense nell’era moderna. La frase, pronunciata durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago a commento del blitz che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, sta alimentando un acceso dibattito politico e militare proprio perché Trump ha collegato esplicitamente il blackout di Caracas a una “expertise” di Washington, suggerendo in modo implicito il possibile impiego di capacità cibernetiche offensive nel corso dell’azione. Questo tipo di allusione pubblica è inusuale per operazioni che coinvolgono potenzialmente strumenti digitali, dato che gli Stati Uniti raramente riconoscono apertamente l’uso di cyber power contro un altro Stato, nel solco di quella che in dottirna viene definita come “plausible deniability”.

Se questa ricostruzione trovasse conferma – come numerosi indizi operativi e dichiarazioni ufficiali lasciano intendere – ci troveremmo di fronte a uno dei casi più espliciti e politicamente rivendicati di impiego offensivo del cyber power statunitense contro una nazione sovrana. Un precedente di rilievo, destinato non solo a riaprire il dibattito sui limiti giuridici, strategici ed escalation-related dell’uso della forza nel dominio digitale, ma anche a segnare un punto di svolta nella piena maturazione delle Multi-Domain Operations (MDO) come paradigma operativo integrato e politcamente perseguito.

In questo senso, risultano particolarmente significative le parole del generale Dan Caine, Chairman del Joint Chiefs of Staff, pronunciate nel corso della medesima conferenza stampa. Caine ha infatti dichiarato che lo U.S. Cyber Command, lo U.S. Space Command e i comandi operativi regionali avevano “iniziato a stratificare effetti differenti” con l’obiettivo di “creare un corridoio operativo” per l’ingresso delle forze statunitensi nel Paese. Pur evitando deliberatamente di precisare la natura di tali effetti, la dichiarazione conferma implicitamente il ricorso a una pianificazione multidominio in cui le capacità cyber e spaziali hanno svolto un ruolo abilitante fin dalle fasi iniziali dell’operazione.

Da quanto emerge, Absolute Resolve non è stata una semplice operazione cinetica, bensì un’azione pianificata e condotta attraverso la sincronizzazione intenzionale di molteplici leve operative distribuite su diversi domini. Le capacità di HUMINT sono state impiegate per penetrare e destabilizzare la cerchia più ristretta del regime venezuelano, mentre la SIGINT ha permesso l’identificazione, il tracciamento dinamico del bersaglio in tempo quasi reale. A queste dimensioni si sono affiancate operazioni di cyber warfare offensiva, orientate alla neutralizzazione di nodi infrastrutturali critici e alla degradazione dell’ambiente informativo, nonché attività di guerra elettronica e Navigation Warfare, finalizzate a erodere e sopprimere la bolla difensiva costruita attorno al regime con sistemi di origine russa e cinese.

Questa convergenza multidimensionale restituisce l’immagine di una trasformazione profonda del modo di fare la guerra: i domini informativo e digitale non operano più come semplici moltiplicatori di efficacia a supporto delle operazioni cinetiche, ma assumono una funzione strutturale e abilitante del disegno strategico complessivo, contribuendo in modo determinante a modellare il campo di battaglia prima, durante e dopo l’impiego della forza militare tradizionale.

L’elemento cyber più evidente di Absolute Resolve è rappresentato dal blackout che ha colpito Caracas intorno alle 02:00 locali, proprio mentre le forze statunitensi si avvicinavano alla capitale. Secondo numerosi osservatori e specialisti, l’interruzione dell’energia elettrica non appare riconducibile a bombardamenti fisici diretti, ma piuttosto a un attacco cyber mirato contro i sistemi industriali di controllo (SCADA) che regolano la distribuzione dell’energia dalla diga di Guri — principale fonte elettrica del Paese. Questa interpretazione è coerente con dichiarazioni ufficiali che includono lo U.S. Cyber Command tra le forze coinvolte nella creazione di “effetti stratificati” a supporto dell’azione militare, pur senza dettagli operativi precisi. 

Seguendo questo ragionamento, il blackout non sarebbe stato il risultato di un evento improvviso o isolato, bensì la fase finale di una campagna informatica pianificata con mesi di anticipo. Tale attacco avrebbe richiesto, difatti, un accesso prolungato ai sistemi di controllo della rete elettrica venezuelana e un’attenta mappatura delle dipendenze tra tecnologie IT e OT, al fine di individuare i punti critici da colpire e ottenere una paralisi mirata e temporanea della rete.  

L’accesso iniziale agli asset strategici sarebbe stato ottenuto attraverso tecniche di compromissione della supply chain e furto di credenziali, seguito da una fase di deep reconnaissance volta a comprendere le relazioni di controllo tra dispositivi e processi industriali. In quella fase preparatoria, gli attaccanti avrebbero potuto alterare gradualmente configurazioni, inserire codice malevolo e creare condizioni di vulnerabilità difficili da rilevare. La sequenza operativa finale si sarebbe svolta in tre fasi distinte: preparazione dell’ambiente, modellamento delle relazioni di controllo e attivazione sincrona dell’interruzione dei servizi. Nel momento in cui i blackout si sono verificati, alle 02:00, gli elicotteri e i mezzi aerei delle forze statunitensi stavano già entrando a Caracas solamente un minuto più tardi, alle 02:01.  

Questa lettura – sebbene non ancora confermata ufficialmente nei dettagli tecnici – sembra rafforzata dal fatto che l’infrastruttura elettrica venezuelana, fortemente dipendente da un unico nodo come la diga di Guri, ha già una storia di frequenti interruzioni strutturali negli anni precedenti, dimostrandosi particolarmente vulnerabile a interferenze da remoto e attacchi cyber,

Un ulteriore elemento di analisi riguarda, come accennato, l’impiego di tecniche di Navigation Warfare (NavWar), coordinate presumibilmente dallo U.S. Space Command, che sembrano aver accompagnato le fasi di avvicinamento all’operazione. Diverse ricostruzioni riportano che nei giorni precedenti all’attacco si siano verificati episodi di jamming e spoofing del segnale GPSl ungo la costa venezuelana, con un duplice effetto operativo: da un lato, degradare la capacità di navigazione e sincronizzazione dei sistemi civili e militari del regime; dall’altro, garantire alle forze statunitensi una superiorità informativa e operativa grazie all’uso di segnali GPS protetti e resistenti alle interferenze, facilitando così il movimento e l’impiego di assetti terrestri, aerei e navali in un ambiente ostile.

Questa manipolazione deliberata del dominio della navigazione radio evidenzia come, già prima dell’inizio dell’azione cinetica, siano stati messi in atto strumenti non convenzionali per erodere la capacità di comando e controllo venezuelana e per rafforzare la precisione e la sicurezza delle operazioni.

A rafforzare questa interpretazione contribuisce anche il dato relativo alla connettività di rete: il gruppo giornalistico di monitoraggio di Internet NetBlocks ha registrato una marcata riduzione dell’accesso a Internet in vaste aree di Caracas proprio durante le ore in cui si svolgeva l’operazione, in coincidenza con i blackout elettrici. Questa corrispondenza temporale difficilmente può essere spiegata come un evento puramente accidentale e risulta più coerente con un’azione deliberata di degradazione delle comunicazioni e dell’infrastruttura informativa, capace di ostacolare la capacità di comando e controllo delle forze venezuelane e di indebolire la reattività del regime. 

Particolarmente significativa è stata anche l’integrazione tra SIGINT e cyber-intelligence, che ha costituito l’ossatura operativa “invisibile” di Absolute Resolve. Le attività plausibilmente condotte includono l’intercettazione delle telecomunicazioni venezuelane, sfruttando la configurazione delle dorsali regionali che transitano per nodi situati negli Stati Uniti, nonché l’impiego di falsi ripetitori (IMSI catcher) e veicoli aerei unmanned SIGINT (come i droni MQ-9 Reaper) per monitorare lo spettro elettromagnetico e/o identificare e triangolare i dispositivi mobili appartenenti all’entourage di Nicolás Maduro. 

Questo uso assertivo del cyber power non nasce nel vuoto. Già nel 2018 l’amministrazione Donald Trump aveva adottato un memorandum riservato volto ad ampliare significativamente l’autonomia del Pentagono nella conduzione di operazioni informatiche offensive, successivamente affinato sotto l’amministrazione Biden. La vera discontinuità, tuttavia, non risiede tanto nel quadro dottrinale o autorizzativo, quanto nel livello di esposizione e rivendicazione politica di tali capacità.

I commenti di Trump successivi all’operazione rappresentano infatti uno dei rari casi in cui un presidente degli Stati Uniti abbia alluso in modo così esplicito all’impiego di cyber offensive operations contro un altro Stato sovrano. È una scelta comunicativa che contribuisce a normalizzare l’uso del dominio digitale come strumento di coercizione strategica, collocandolo apertamente sullo stesso piano — se non addirittura in posizione prioritaria — rispetto alla forza cinetica tradizionale. Ed è anche un avvertimento a Cina, Russia Iran, e a tutti i principali cyber competitors di Washington.

Absolute Resolve segna un passaggio cruciale nella storia recente della guerra contemporanea per almeno tre ragioni fondamentali.

In primo luogo, rappresenta un salto di qualità nella cyber warfare, dimostrando come le operazioni cibernetiche possano essere impiegate non solo come strumenti di disturbo o sabotaggio episodico, ma come armi strategiche capaci di modellare l’ambiente operativo in modo decisivo, selettivo e temporalmente sincronizzato con l’azione militare convenzionale.

In secondo luogo, l’operazione costituisce una maturazione concreta delle Multi-Domain Operations, non più intese come mera giustapposizione di domini, ma come integrazione funzionale in cui effetti cyber, spaziali, informativi ed elettromagnetici precedono e abilitano l’impiego della forza cinetica. 

Infine, Absolute Resolve segna un avanzamento politico e normativo implicito: l’uso pubblico e rivendicato delle capacità cibernetiche offensive contribuisce a ridefinire le soglie di accettabilità e legittimità dell’azione statale nel cyberspazio, accelerando un processo di normalizzazione della cyber wardare che avrà implicazioni durature sul piano della deterrenza, dell’escalation e della stabilità strategica.

Absolute Resolve dimostra che il dominio cyber non è più uno strumento autonomo o meramente preparatorio, ma una capacità integrata, sincronizzata e politicamente spendibile, impiegata per generare effetti operativi immediati e abilitare l’azione militare convenzionale. Non più dunque “plausible deniability” ma “persistent engagement” e “defend forward”. A rendere questo passaggio particolarmente significativo è il fatto che, per la prima volta, una capacità cyber offensiva plausibile viene non solo impiegata, ma implicitamente rivendicata a livello politico, rompendo la tradizionale ambiguità che aveva finora accompagnato l’uso della forza nel dominio digitale. È questa convergenza tra dottrina, operazione e comunicazione strategica a segnare il vero salto di qualità rispetto al passato.

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Il sequestro della Marinera e la sfida americana al diritto del mare

Il recente abbordaggio della petroliera russa nel Nord Atlantico segna un punto di svolta nelle relazioni internazionali marittime. L’operazione statunitense, giustificata dalla necessità di implementare delle sanzioni, ma inquadrata nella nuova National Security Strategy 2025, solleva questioni fondamentali sulla tenuta del sistema giuridico internazionale e sui rischi di un ritorno a pratiche unilaterali che minacciano l’ordine marittimo globale, oltre a manifestare forti rischi di escalation militare.

Il sequestro della petroliera Marinera, precedentemente nota come Bella 1, avvenuto il 7 gennaio 2026 nel Nord Atlantico tra Islanda e Regno Unito, rappresenta un caso paradigmatico delle crescenti tensioni tra applicazione unilaterale di sanzioni economiche e rispetto del diritto internazionale del mare. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi dopo un inseguimento di oltre due settimane attraverso l’Atlantico, pone interrogativi cruciali sul futuro dell’ordine giuridico marittimo e sulle implicazioni geopolitiche di una prassi che, se normalizzata, potrebbe destabilizzare profondamente gli equilibri internazionali.

La vicenda assume particolare rilevanza alla luce della National Security Strategy 2025 pubblicata dalla Casa Bianca il 4 dicembre scorso, documento che rivela le vere motivazioni strategiche dell’azione americana ben oltre le giustificazioni formali addotte. La strategia riafferma la Dottrina Monroe attraverso un cosiddetto Trump Corollary, dichiarando l’intenzione di negare a competitori extra-emisferici la capacità di posizionare forze o controllare asset strategicamente vitali nell’emisfero occidentale. In questo quadro, il sequestro della Marinera non appare come un semplice atto di enforcement sanzionatorio, ma come parte di una più ampia riconfigurazione della proiezione di potenza americana nel suo emisfero di influenza.

Le basi giuridiche del diritto internazionale marittimo

Il diritto del mare si fonda su un principio cardine sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, nota come UNCLOS. L’articolo 92 della Convenzione stabilisce con chiarezza che le navi in alto mare sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera, principio che affonda le sue radici nel diritto consuetudinario internazionale e rappresenta uno dei pilastri dell’ordine marittimo globale. Questo sistema, costruito faticosamente nel dopoguerra, garantisce la libertà di navigazione e la certezza giuridica necessarie al commercio internazionale.

La Convenzione prevede eccezioni limitate e tassative al principio della giurisdizione esclusiva. L’articolo 110 consente l’abbordaggio in alto mare esclusivamente in caso contrasto alla pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni abusive non autorizzate, o quando vi sia fondato motivo di ritenere che la nave sia priva di nazionalità. Evidentemente, la violazione di sanzioni economiche unilaterali non figura tra le fattispecie che legittimano l’uso della forza in acque internazionali secondo il diritto del mare, a meno di una autorizzazione specifica proveniente o dallo Stato di bandiera, o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La Russia ha, di fatti, immediatamente contestato il sequestro richiamando proprio questi principi. Il Ministero dei Trasporti russo ha dichiarato che in conformità alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, in acque internazionali vige il regime di libertà di navigazione e nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro navi regolarmente registrate nelle giurisdizioni di altri Stati. Mosca ha precisato che la Marinera aveva ricevuto permesso temporaneo di navigare sotto bandiera russa il 24 dicembre 2025, registrazione comunicata formalmente agli Stati Uniti il 31 dicembre.

Le argomentazioni statunitensi e la dottrina della nave apolide

La difesa giuridica americana si articola sulla qualificazione della Marinera come nave priva di nazionalità. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito la nave come un vascello della flotta ombra venezuelana, dichiarandola apolide dopo aver battuto una bandiera falsa. Questa argomentazione si fonda sulla tesi che il cambio di bandiera, avvenuto mentre la nave era inseguita dalle autorità americane, costituisse un atto fraudolento privo del legame sostanziale tra nave e Stato di registro richiesto dall’articolo 91 dell’UNCLOS.

La dottrina statunitense sostiene infatti che, quando una nave utilizza più bandiere per convenienza o effettua cambi di registro in circostanze sospette, essa possa essere trattata come priva di nazionalità e quindi soggetta alla giurisdizione universale. Washington ha inoltre richiamato il mandato di sequestro emesso da un tribunale federale americano, basato su precedenti violazioni delle sanzioni statunitensi da parte della Bella 1, sanzionata nel giugno 2024 per presunto trasporto di petrolio per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.

Tuttavia, questa costruzione giuridica presenta fragilità evidenti sul piano del diritto internazionale. Il concetto di legame sostanziale, pur presente nella Convenzione, non è definito in modo preciso e la prassi internazionale ha sempre riconosciuto ampia discrezionalità agli Stati nel determinare le condizioni di registrazione delle proprie navi. La rapidità del cambio di bandiera, per quanto sospetta, non costituisce di per sé prova di frode se, come nel caso di specie la Russia, lo Stato di registro ha formalmente accettato la nave nel proprio registro navale e ne ha dato comunicazione agli altri Stati.

Le vere motivazioni strategiche secondo la National Security Strategy 2025

Oltre le giustificazioni giuridiche formali, la National Security Strategy 2025 rivela le autentiche motivazioni dell’azione americana. Il documento definisce come interesse nazionale vitale degli Stati Uniti garantire che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e ben governato, prevenendo migrazioni di massa, facilitando la cooperazione governativa contro i cartelli della droga e impedendo incursioni straniere ostili o proprietà di asset chiave. La strategia identifica esplicitamente il controllo delle vie marittime cruciali e delle catene di approvvigionamento strategico come priorità fondamentale per impedire ad attori stranieri di danneggiare l’economia americana.

In questo contesto, il sequestro della Marinera appare come applicazione pratica del principio secondo cui gli Stati Uniti non tollerano più la presenza o il controllo di asset strategici da parte di competitori extra-emisferici nella loro sfera di influenza. Il petrolio venezuelano, risorsa strategica dell’emisfero occidentale, diventa oggetto di contesa non solo per ragioni sanzionatorie, ma come strumento di riaffermazione del dominio regionale americano. La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 4 gennaio 2026, conferma che il blocco navale non è un’azione isolata ma parte di una strategia complessiva di riproposizione della supremazia statunitense nell’emisfero.

In sostanza, la National Security Strategy 2025 riorienta gli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale e riafferma la Dottrina Monroe con un Trump Corollary, essenzialmente asserendo una presenza neo-imperialista. Questa riconfigurazione strategica potrebbe anche comportare il trasferimento di risorse militari da teatri considerati meno rilevanti, come l’Europa e il Medio Oriente, verso l’emisfero occidentale e l’Indo-Pacifico, segnalando una ridefinizione delle priorità geopolitiche americane.

Le criticità per l’ordine internazionale

L’accettazione della prassi americana costituirebbe tuttavia un pericoloso precedente per il sistema giuridico internazionale marittimo. Se ogni potenza ritenesse legittimo disconoscere la bandiera di navi straniere sulla base di proprie valutazioni unilaterali circa la legittimità del cambio di registro, il principio della giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera verrebbe svuotato di significato. Le conseguenze sarebbero devastanti per la certezza giuridica e la prevedibilità delle relazioni marittime internazionali.

Il caso solleva questioni di asimmetria di potere particolarmente rilevanti per le medie potenze e per l’Unione Europea. Se gli Stati Uniti possono sequestrare navi in alto mare invocando violazioni delle proprie sanzioni unilaterali, altri Stati potrebbero rivendicare lo stesso diritto rispetto alle proprie normative interne. Questa frammentazione del diritto del mare, finirebbe per compromettere gravemente la libertà di navigazione, principio fondamentale non solo per il commercio globale ma anche per la proiezione di potenza delle marine militari europee e della stessa Italia, da dove il confronto diretto con la presenza statunitense diventa impari.

Per l’Italia, nazione con una lunga tradizione marittima e interessi commerciali globali, il precedente della Marinera presenta rischi concreti. Il nostro Paese beneficia enormemente del sistema di libertà di navigazione garantito dall’UNCLOS e dalla certezza giuridica che ne deriva. Un mondo in cui le maggiori potenze possono unilateralmente sequestrare navi in alto mare sulla base di proprie sanzioni domestiche, è un mondo in cui gli operatori marittimi italiani ed europei si troverebbero esposti a rischi giuridici imprevedibili, con conseguenze negative per la competitività del nostro sistema portuale e della nostra flotta mercantile.

Sul piano geopolitico più ampio, la vicenda tende ad accelerare la tendenza alla multipolarizzazione conflittuale degli spazi marittimi. In effetti, la Russia aveva dispiegato forze navali, incluso un sottomarino, per scortare la nave, segnalando la determinazione di Mosca a contrastare l’azione americana. Sebbene le forze russe non siano arrivate in tempo, l’episodio dimostra come le tensioni su questioni marittime possano rapidamente provocare escalation in cui singoli incidenti possono condurre verso confronti militari diretti tra grandi potenze.

La questione assume inoltre particolare delicatezza sotto il punto di vista dell’unità di intenti per il vecchio continente. Il Regno Unito ha fornito supporto logistico e di sorveglianza all’operazione americana, ma altri Stati membri dell’Unione Europea, inclusa l’Italia, non sono stati consultati su un’azione che stabilisce un precedente potenzialmente lesivo dei loro interessi marittimi di lungo periodo. Questa asimmetria rivela le fragilità dell’autonomia strategica europea, anche in materia di diritto del mare, oltre alla necessità di una posizione più coesa e assertiva dell’Unione su questioni che toccano interessi fondamentali comuni.

In conclusione, il sequestro della Marinera rappresenta molto più di una controversia giuridica su sanzioni economiche. Esso segna un possibile punto di svolta nell’ordine marittimo internazionale, dove le norme consolidate del diritto del mare rischiano di essere subordinate agli obiettivi strategici unilaterali delle grandi potenze. Per l’Italia e per l’Europa, la vicenda impone una riflessione urgente sulla necessità di difendere il sistema multilaterale basato su regole, anche quando ciò comporti divergenze rispetto alle scelte del principale alleato atlantico. La tutela della libertà di navigazione e della certezza giuridica in alto mare non è questione tecnica ma interesse strategico vitale per una Nazione marittima come l’Italia, ma anche un modo per evitare pericolose escalation fra potenze marittime e militari. È quanto mai opportuno che ciascuna nazione faccia quindi valere le proprie posizioni nelle sedi appropriate, dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare alle istituzioni europee e atlantiche.

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Italia–Taiwan: visita di una Delegazione parlamentare italiana a Taipei

Diplomazia parlamentare, cooperazione tecnologica e dialogo politico

Tra l’8 e il 12 gennaio 2026, Taiwan ha accolto una Delegazione parlamentare italiana ampia e
politicamente trasversale, una delle più numerose giunte sull’isola. A guidare la missione è stato
l’Onorevole Alessandro Cattaneo, in qualità di Capo Delegazione, insieme ai Deputati Roberto Traversi,Vanessa Cattoi, Fabrizio Benzoni, Emanuele Loperfido, Gerolamo Cangiano e alla Senatrice Simona Flavia Malpezzi.

La Delegazione Parlamentare italiana era composta da esponenti da sei diverse forze politiche, a
testimonianza della sua natura trasversale. Oltre al Capo Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo di Forza Italia, ne hanno fatto parte l’On. Roberto Traversi del Movimento 5 Stelle, la Sen. Simona Flavia Malpezzi del Partito Democratico, l’On. Vanessa Cattoi della Lega, l’On. Fabrizio Benzoni di Azione, nonché gli On.li Emanuele Loperfido e Gerolamo Cangiano di Fratelli d’Italia. La composizione del Gruppo riflette un ampio spettro dell’attuale panorama parlamentare italiano, rafforzando il significato politico della visita.

La visita si inserisce nel quadro delle attività del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan, che sin dall’inizio degli anni Novanta rappresenta uno dei principali canali di continuità del dialogo parlamentare tra i due Paesi, contribuendo in modo costante allo sviluppo delle relazioni bilaterali e al rafforzamento della conoscenza reciproca. La Delegazione è stata accompagnata dal Rappresentante d’Italia a Taipei, Min. Plen. Marco Lombardi, a conferma del coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei.

La composizione della Delegazione — con parlamentari appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione — conferisce alla visita un rilievo particolare, evidenziando come l’attenzione verso Taiwan e la stabilità dello Stretto costituiscano un tema condiviso nel Parlamento italiano, al di là delle appartenenze politiche.

Incontro con il Ministro degli Affari Esteri Lin Chia-lung

L’8 gennaio la Delegazione è stata ricevuta dal Ministro degli Affari Esteri taiwanese, Lin Chia-lung, che ha espresso un caloroso benvenuto e ha sottolineato come la visita si collochi in una fase di rafforzamento dei rapporti politico-parlamentari tra Italia e Taiwan.

Nel suo intervento, Lin ha ricordato la cerimonia di inaugurazione, nel settembre 2025, dei locali rinnovati della Rappresentanza di Taiwan in Italia, alla quale avevano preso parte sedici parlamentari italiani, interpretandola come un segnale significativo dell’interesse e dell’amicizia istituzionale nei confronti di Taiwan. Il Ministro ha inoltre richiamato la tradizione di scambi culturali tra i due Paesi, ricordando l’attrattività dell’Italia per studenti e giovani professionisti taiwanesi nei settori del design, della moda e delle arti, nonché esempi simbolici come la presenza di celebri violini Stradivari nelle collezioni del Museo Chimei.

Accanto alla dimensione culturale, Lin ha posto l’accento sulla crescente cooperazione economica e tecnologica, citando l’apertura, nel 2025, dello stabilimento per wafer da 12 pollici della GlobalWafers a Novara, indicata come esempio concreto di collaborazione industriale e di rafforzamento della resilienza delle catene di approvvigionamento europee nel settore dei semiconduttori.

Europa e Indo-Pacifico: una sicurezza interconnessa

Nel corso delle attività ufficiali, la Delegazione ha partecipato a un pranzo istituzionale durante il quale è intervenuto il Vice Ministro degli Affari Esteri, François Chihchung Wu (吳志中). Nel suo intervento, Wu ha ringraziato il governo e il Parlamento italiani per il sostegno alla pace e alla stabilità nello Stretto di Taiwan, sottolineando come la sicurezza europea e quella dell’Indo-Pacifico siano oggi sempre più strettamente interconnesse.

In questo contesto, è stato evidenziato il ruolo crescente dei Parlamenti Europei nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole e nel promuovere la stabilità regionale. Italia e Taiwan sono state descritte come partner democratici, con un significativo potenziale di cooperazione in ambiti quali le tecnologie critiche, l’innovazione, la ricerca scientifica, la cultura e l’istruzione superiore.

Il messaggio della Delegazione parlamentare italiana

A nome della Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo ha ringraziato le Autorità taiwanesi per l’invito, sottolineando come la composizione del Gruppo rappresenti un segnale di attenzione condivisa del Parlamento italiano verso Taiwan. Il carattere trasversale della missione evidenzia come la questione della stabilità dello Stretto e il rafforzamento dei rapporti con Taipei siano considerati temi di interesse comune, indipendenti dalle dinamiche politiche interne.

In tale prospettiva, il Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan continua a svolgere un ruolo di raccordo e continuità, favorendo il dialogo parlamentare e sostenendo iniziative di cooperazione nei settori politico, economico, tecnologico e accademico.

I membri della Delegazione hanno espresso l’intenzione di approfondire la conoscenza della società taiwanese, riconoscendone il pluralismo e la solidità democratica, e di rafforzare la collaborazione nei settori del commercio, dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della ricerca e degli scambi universitari. È stata inoltre ribadita la volontà di mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan all’attenzione dell’agenda parlamentare italiana.

Incontri istituzionali e visite all’ecosistema tecnologico

Nel corso della visita, la Delegazione ha incontrato alte cariche istituzionali taiwanesi e rappresentanti di diversi dicasteri, nonché esponenti del potere legislativo. Particolare rilievo ha avuto la dimensione scientifica e industriale del programma, con visite a importanti istituti di ricerca, al Parco Scientifico di Hsinchu e a strutture dedicate ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale.

Queste tappe hanno consentito ai parlamentari italiani di acquisire una visione diretta dell’ecosistema tecnologico taiwanese e di individuare possibili ambiti di cooperazione a medio e lungo termine con il sistema produttivo e della ricerca italiano ed europeo.

Una visita nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali

In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni regionali e da una competizione tecnologica sempre più intensa, la visita della Delegazione parlamentare italiana a Taiwan si inserisce nel più ampio processo di rafforzamento delle relazioni tra Italia e Taiwan. La natura trasversale della missione e il coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei confermano l’interesse condiviso a mantenere un dialogo costante e costruttivo, fondato su valori comuni e su una cooperazione concreta nei settori di interesse reciproco.

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Groenlandia: l’UE rilancia il ruolo della NATO

Nella corsa alla gestione attiva della sicurezza geopolitica dell’Artico attraverso la NATO l’Unione europea si fa sentire. «Nella nostra proposta di bilancio, abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica». Sono le parole della presidente della Commissione europea, che ha risposto così alle preoccupanti dichiarazioni dell’amministrazione Trump di questi giorni rispetto alla Groenlandia. Il presidente USA ha infatti paventato anche «the hard way» per aumentare il controllo statunitense sull’Artico, a suo parere minacciato da eccessive influenze di Cina e Russia.

Articolo precedentemente pubblicato su The Watcher Post.


La fotografia della difesa artica oggi

L’attuale presenza militare nell’Artico è oggi piuttosto limitata. Va subito sgombrato il campo che qualsiasi iniziativa per aumentare la presenza militare straniera in Groenlandia debba essere autorizzata dalla Danimarca (membro NATO) e dal governo locale. L’unica vera e propria base militare in Groenlandia è statunitense e si trova a Pituffik (ex Thule Air Base). E’ presente dal 1951, sulla base di un accordo Danimarca-USA; si trova nel nord-ovest dell’isola, è gestita dalla US Space Force e si occupa di sorveglianza radar e spaziale, dando supporto alle operazioni artiche gestite dalla NATO. La Groenlandia non ha un proprio esercito, e la difesa attualmente è affidata alla Danimarca tramite il Joint Arctic Command. Le principali strutture di difesa danesi sono il quartier generale del Comando Artico di Nuuk, la Station Nord (avamposto militare nel nord-est per sorveglianza e pattugliamento), l’aeroporto dual use di Kangerlussuaq e la pista d’atterraggio di Mestersvig. Tutte strutture che si occupano tra l’altro di controllare le preziose rotte artiche.

L’idea di una missione congiunta NATO
Il rilancio USA sull’Artico non passa solo dalle allusioni di Trump. L’inviato speciale USA in Groenlandia, Jeff Landry, ha affermato su X che la Danimarca «Ha occupato l’isola dopo la seconda guerra mondiale, riprendendone il controllo violando i protocolli ONU». Poi il Governatore della Lousiana ha aggiunto: «Gli Stati Uniti difesero la sovranità della Groenlandia durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca non ci riuscì». La posizione europea su questa visione espressa dalla Von der Leyen è chiara: la Groenlandia appartiene al suo popolo e spetta alla Danimarca e alla Groenlandia stessa decidere sulle questioni che le riguardano. Ovvero nulla su di loro senza di loro. La Groenlandia è uscita dal Regno di Danimarca nel 1985, ben 40 anni fa. A Landry ha subito risposto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moller Sorensen: «Il Regno di Danimarca è sempre stato al fianco degli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre la Danimarca ha risposto alla chiamata USA perdendo più soldati pro capite in Afghanistan di qualsiasi alleato NATO. Solo il popolo della Groenlandia ha il diritto di determinare il proprio futuro e questa settimana tutti e cinque i partiti del Parlamento locale hanno ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti». La strada per la sicurezza artica non può che passare dalla NATO. Ed è per questo che Regno Unito e Germania starebbero pensando di proporre in sede NATO l’attivazione di una missione ad hoc sull’isola per garantirne autonomia e sicurezza. Sta a Trump decidere la postura degli USA rispetto all’Alleanza Atlantica. E la speranza è aggrappata a quel «I’m a fan of Denmark».

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Il ruolo dell’Europa nella difesa del diritto internazionale

Unilateralismo armato e ordine multilaterale: l’Europa di fronte alla crisi venezuelana

Dietro l’attacco al Venezuela in assenza di legittimazione internazionale si cela il disegno egemonico e revisionista dell’ordine internazionale del presidente Trump, che apre a nuovi scenari di insicurezza e instabilità. Da Tucidide ad Habermas, il monito per l’umanità è ribellarsi alla logica del ‘più forte’ e dell’arbitrio: spetta ora all’Europa sfidare i nuovi imperialismi e rilanciare l’ordine internazionale fondato sulle regole del multilateralismo.

La lezione di Tucidide

Nella Storia della guerra del Peloponneso, Tucidide affida al Dialogo dei Meli una delle più lucide e spietate radiografie del potere: di fronte agli Ateniesi, portatori di una democrazia che si scopre imperiale, i Meli invocano giustizia, neutralità e diritto, ma ricevono in risposta una verità brutale, destinata a superare i secoli: «i forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono». Questa lezione antica è  ritornata oggi, senza mediazioni, non solo con l’ottusa guerra di aggressione all’Ucraina di Putin, ma anche nell’azione unilaterale degli Stati Uniti di Trump: l’attacco al Venezuela e le minacce sempre più esplicite a Colombia, Messico  e persino alla danese Groenlandia segnano un punto di rottura. Con l’attacco e la cattura di Nicolás Maduro, la presidenza Trump sancisce la piena normalizzazione dell’uso della forza al di fuori di ogni cornice multilaterale, riaffermando una concezione del potere che si colloca deliberatamente al di sopra delle istituzioni internazionali. E quello che è più grave è che il silenzio e la cautela di molti leader europei – divisi tra timide perplessità e sostanziali avalli – contribuisce a rendere ancora più fragile l’architettura giuridica costruita nel secondo dopoguerra, lasciando emergere una logica di dominio che ricorda più Melos che San Francisco.

Può valere qui la ricostruzione degli analisti di Abc, una testata australiana quindi distante da ogni possibile condizionamento, nel descrivere l’approccio ideologico di Trump e dei suoi smodati consiglieri. Trump ha finito per rendere esplicite le vere ragioni dell’azione americana: l’accesso alle risorse energetiche, in primo luogo il petrolio, ma soprattutto la convinzione che gli Stati Uniti possano agire perché ne hanno la forza. Così il vice capo di gabinetto Stephen Miller sulla CNN ha liquidato il diritto e le «formalità internazionali» come astrazioni irrilevanti, affermando che il mondo reale è governato da «leggi di ferro, dalla forza e dal potere», e che «una superpotenza deve comportarsi come tale». La stessa logica emerge con ancora maggiore nettezza nelle parole di Trump in un’intervista al New York Times: «Non ho bisogno del diritto internazionale. … La mia moralità personale è l’unica cosa che mi limita».In questa visione, il diritto non è un vincolo esterno e oggettivo, ma uno strumento subordinato alla decisione sovrana, confermando una concezione del potere che si fonda sulla discrezionalità del più forte.

L’ideologia del potere sovrano e la strumentalizzazione del diritto

Che Nicolás Maduro fosse un dittatore indifendibile è fuori discussione: da oltre un decennio il suo regime ha demolito le istituzioni democratiche, represso il dissenso, manipolato le elezioni e prodotto un esodo di massa di oltre 8 milioni di venezuelani senza precedenti nella storia recente dell’America Latina. Tuttavia, la sua responsabilità penale doveva essere accertata nelle sedi del diritto internazionale, non sul campo di battaglia di un’operazione unilaterale. La Corte Penale Internazionale aveva già avviato indagini per crimini contro l’umanità; bastava sostenerle. L’argomentazione giuridica costruita dai consiglieri di Trump sulla lotta al narcoterrorismo – fondata sul concetto di lawfare e sull’estensione indebita della sicurezza nazionale a giustificazione di una “contromisura” armata – rappresenta una mistificazione del diritto, una sua riduzione a strumento politico. Il richiamo alla guerra ibrida e al narcotraffico, pur non privo di elementi fattuali, non soddisfa i criteri di necessità, proporzionalità e immediatezza di una reazione armata ad un esplicito attacco armato (che non è di certo il narco traffico) richiesti dal diritto internazionale consuetudinario e dalla Carta delle Nazioni Unite: un principio fondamentale chiarito dalla storica sentenza Nicaragua c. Stati Uniti (1986). In questa forzatura concettuale riaffiora l’ombra lunga di Carl Schmitt, il ‘giurista’ teorico del nazismo che pretese di legittimare gli abusi e i crimini del regime con la teoria dello stato di eccezione: il diritto sospeso in nome di una decisione sovrana che pretende di salvarlo negandolo. Parlare dunque di diritto internazionale con i parametri di Trump non ha senso: si erige a gendarme del mondo e giudice globale dissolvendo ogni distinzione tra azioni di polizia e atti di guerra, tra cooperazione giudiziaria internazionale e guerra, declinata ora in una folle riedizione della guerra preventiva stavolta contro i narco-Stati. E quanto il potere sovrano diventi arbitrio lo si vede anche nel ‘doppio standard’ praticato da Trump. Per Maduro ha scatenato una guerra, mentre ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández condannato con le stesse accuse per traffico di droga, cospirazione per importazione di cocaina negli Stati Uniti e altri crimini legati al narcotraffico. Si spiega il perché: il ritorno in Honduras dell’ex presidente alleato di Trump sarebbe servito a fermare l’emigrazione e a contrastare il consolidamento in quel paese di orientamenti progressisti che si oppongono a politiche neoliberiste e conservatrici.

A rendere chiara la vera posta in gioco che va ben oltre la lotta al narcotraffico sono state le stesse dichiarazioni di Trump: l’interesse strategico ed economico sul petrolio venezuelano. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, concentrate soprattutto nella Faja dell’Orinoco: riserve in gran parte di greggio extra-pesante, difficili e costose da estrarre, ma decisive nel medio-lungo periodo per l’equilibrio energetico globale. La nazionalizzazione delle compagnie petrolifere straniere operata da Hugo Chávez nei primi anni Duemila – che colpì duramente gli interessi delle major statunitensi – segnò una frattura profonda nei rapporti con Washington e aprì lo spazio all’ingresso massiccio di Cina e Russia nel settore energetico venezuelano. Pechino e Mosca hanno fornito capitali, tecnologia e sostegno politico in cambio di concessioni petrolifere e forniture a lungo termine, sottraendo risorse e influenza agli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’intervento di Trump non è affatto un atto punitivo contro un regime autoritario, ma una mossa geopolitica volta a riappropriarsi del controllo di un nodo energetico strategico e a spezzare l’asse Caracas-Pechino-Mosca, riequilibrando a favore americano il mercato petrolifero e le sfere di influenza nel continente.

La geopolitica del più forte e le conseguenze per l’Europa

Sul piano geopolitico, tuttavia, la logica del più forte non garantisce affatto il successo. L’America Latina conserva una memoria storica viva delle ingerenze esterne, dei colpi di Stato e delle imposizioni economiche sostenute dagli Stati Uniti nel corso del Novecento. Se esiste un’élite filostatunitense, essa è minoritaria rispetto a una società attraversata dalle sensibilità anti-coloniali delle rivoluzioni bolivariane e castriste, e da un radicato risentimento verso gli aiuti ai regimi e i colpi di stato indotti dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda. L’azione di Trump rischia così di rafforzare, anziché indebolire, l’attrazione esercitata da Cina e Russia nel Sud globale, potenze che – pur autoritarie – si presentano come difensori della sovranità contro l’arbitrio occidentale. Così è lo stesso rilancio della dottrina Monroe, ribattezzata dallo stesso Donald Trump in “Donroe”, a inscrivere l’azione venezuelana in una più ampia deriva neo-imperiale che finisce col legittimare, per simmetria, anche le pretese di Putin su Ucraina ed Europa orientale e di Xi Jinping su Taiwan e l’indo-pacifico.

L’Europa ora deve guardarsi anche alle pretese territoriali di Trump sulla Groenlandia, regione autonoma del Regno di Danimarca, nazione membro dell’Unione Europea e della Nato. I leader europei almeno in questo caso non sono rimasti inermi: il Consiglio europeo ha dichiarato che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che le esigenze di sicurezza sulla regione artica devono essere garantite collettivamente all’interno della NATO, e  rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite in materia di sovranità e integrità territoriale degli Stati. Ancora più ferma è stata la posizione assunta dal Presidente Macron che non ha esitato a lanciare un monito all’ Europa, diretto probabilmente anche a Trump. Nel suo discorso annuale agli ambasciatori all’Élysée, il presidente francese ha avvertito che gli Stati Uniti «si stanno gradualmente allontanando da alcuni dei loro alleati» e si stanno «svincolando dalle regole internazionali». Per Macron, dunque, il mondo sta evolvendo verso un sistema in cui le grandi potenze cercano di «spartirsi il pianeta», delegittimando regole e istituzioni multilaterali sulla base della  «legge del più forte». Ed è stato esplicito nel denunciare la  crescente «aggressività neocoloniale» nelle relazioni internazionali da parte di attori – chiaro il riferimento anche agli Stati Uniti –  che erodono i principi del multilateralismo e della cooperazione internazionale. Da qui l’invito all’Europa di erigersi in un netto rifiuto del «nuovo colonialismo e del nuovo imperialismo», ma anche del disfattismo anti-europeo: l’impegno per l’Europa è dunque per proseguire nel percorso dell’autonomia strategica e nel ritorno all’ordine internazionale fondato sul diritto.

L’Europa tra responsabilità politica e difesa del diritto internazionale

In Italia si farebbe bene a superare in questo caso un abusato sentimento anti-francese (in passato forse anche giustificato da politiche con interessi divergenti sulla Libia e in ambito economico-finanziario) per cogliere l’interesse nazionale ed europeo che mai come stavolta può certo dirsi “comune”. Occorre essere determinati nel contrastare la normalizzazione dell’unilateralismo armato di Trump, perché il rischio è l’ingresso in una fase di instabilità strutturale, in cui le regole comuni non vincolano più i forti e la guerra torna a essere uno strumento ordinario di governo del mondo. Il monito di Macron non può che essere condiviso da chi ricerca libertà e democrazia in Europa. Il modello che promana dalla politica di Trump e dei sui sostenitori va colto nella sua pericolosa deriva ideologica che lo accomuna ai disegni neo- imperiali di Putin e di Xi Jinping. Gli autocrati ragionano secondo logiche di potere e mirano a spartirsi nuove aree di influenza, a discapito delle identità storiche e culturali degli altri popoli. Bisogna perciò avere il coraggio di smascherare la nuova idolatria del “potere sovrano”: non siamo semplicemente di fronte a una crisi dell’ordine internazionale liberale, ma a una riemersione di categorie pre-giuridiche, in cui il potere si autolegittima e la violenza diventa criterio ultimo di decisione. Riemergono così due matrici teoriche, la teoria del potere sovrano di Carl Schmitt e la dottrina geopolitica dello spazio vitale (Lebensraum), che non a caso hanno segnato i momenti bui dei totalitarismi del Novecento e del nazismo. Se dunque vogliamo evitare analoghe derive occorre raccogliere lo stesso appello, lanciato stavolta da un sociologo e un filosofo del diritto contemporaneo, Jürgen Habermas. Un suo saggio del novembre scorso offre una prospettiva illuminante: di fronte al ritorno della logica della forza e all’indebolimento delle alleanze tradizionali, l’Europa non può più limitarsi a subire le decisioni altrui e a confidare ancora nella protezione di altri attori globali. Deve “fare da sola”, assumendo la responsabilità politica proporzionata al proprio peso economico, demografico e culturale, perseguendo due obiettivi: la sicurezza comune e la difesa dell’ordine internazionale fondato sul diritto. Solo sviluppando una capacità autonoma di difesa e rafforzando le istituzioni multilaterali, l’Unione Europea potrà opporsi alla logica del più forte e alla competizione senza regole, preservando uno spazio internazionale in cui diritto, cooperazione e razionalità prevalgono sulla violenza e sull’arbitrio dei sovrani. In altre parole, l’Europa ha la possibilità di incarnare ancora un’alternativa alla politica fondata sulla forza, evitando che il sopruso, come a Melos, riguardi oggi l’intero ordine mondiale.

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