C’é una casa ad Abzimu, una piccola località ad ovest di Aleppo verso Idlib. E’ la casa del capo del consiglio rivoluzionario locale. Questa casa é il luogo di riferimento di tre italiani giunti ad Aleppo da poche ore: Daniele Raineri, un giornalista de Il Foglio, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, due cooperanti volontarie fondatrici del progetto Horryaty.
-il post é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-
DANIELE RAINERI
Daniele é un reporter spesso presente in zone a rischio . Non é la prima volta che entra in Siria da quando sono iniziati i conflitti ed é stato proprio lui a portare le ragazze alla casa del capo del consiglio rivoluzionario. Daniele parla l’arabo ed é in contatto col Free Syrian Army, la principale forza della coalizione anti-Assad che nei suoi articoli appoggia apertamente (tanto che in alcune occasioni ha pubblicato notizie anti-Assad poi rivelatesi infondate).
GRETA RAMELLI E VANESSA MARZULLO
Greta e Vanessa sono due attiviste del volontariato internazionale con qualche esperienza sul campo: Greta studia scienze infermieristiche; é volontaria presso l’”Organizzazione Internazionale di soccorso“ (Croce Rossao Mezzaluna Rossa che dir si voglia); nel 2011 ha passato quattro mesi in Zambia come volontaria tra i malati di AIDS e nel 2012 ha assistito per tre settimane la popolazione degli slum di Calcutta. Vanessa studia mediazione linguistica e culturale, mastica un po l’arabo ed é pure lei volontaria presso l’Organizzazione Internazionale di soccorso.
(L’ASSISTENZA UMANITARIA IN SIRIA)
Prima che scoppiassero i conflitti era presente sul territorio una piccola ma valida rete caritatevole ed alcune organizzazioni dedite allo sviluppo sostenibile che dall’inizio della guerra fatica non poco a restare in piedi. Attualmente sono diverse le organizzazioni umanitarie presenti nelle aree di conflitto e nei Paesi adiacenti (Qui un elencodelle associazioni partnerUNHCR presenti) con volontari di diverse nazionalità non di rado under 25 che danno un aiuto fondamentale nel mantenere salda la comunità siriana. Molte delle ONG italiane presenti aderiscono alla Piattaforma delle Ong Italiane in Medio Oriente e Mediterraneo, il cui proposito é aiutare e migliorare il coordinamento tra diverse associazioni. La Croce Rossa Italiana, in missione dal 2012, ad aprile 2013 aveva ancora chiesto“[…] alla Comunità Internazionale di accendere i riflettori sul mancato rispetto del ruolo dei soccorritori. Dall’inizio del conflitto sono 17 i volontari della Mezzaluna Rossa Siriana uccisi mentre prestavano opera di soccorso. Una violazione inammissibile”.”
Ci si scontra pure con la burocrazia: le organizzazioni umanitarie hanno il permesso teorico del governo siriano di muoversi liberamente, ma per ogni singolo spostamento bisogna richiedere e riuscire ad ottenere permessi (vedi PDF). Permessi che vanno richiesti con giorni d’anticipo fornendo i dati dei viaggiatori, dei mezzi che utilizzeranno. La richiesta viene fatta passare prima dal SARC , poi dal ministero degli affari esteri, poi ritorna al SARC che preparerà i lasciapassare per i checkpoint (vedi PDF). Questo se tutto fila liscio: le richieste burocratiche a volte diventano particolarmente fantasiose. Le difficoltà implicite nel conflitto e gli inghippi burocratici fanno si che nonostante l’impegno di molti siano numerose le aree che non vengono raggiunte dall’assistenza.
IL PRIMO VIAGGIO IN SIRIA, I CONTATTI ED HORRYATY
Per Greta e Vanessa quello del 2014 in cui sono state rapite non é il primo viaggio in Siria. Nel 2012 il loro interesse ed impegno s’era concentrato sul dramma della guerra civile siriana ed avevano maturato l’intenzione di partecipare attivamente agli aiuti sul campo. Si eran messe in contatto con la comunità dei siriani residenti in Italia (link 1link 2link 3) e con l’IPSIA, l’ ONG delle ACLI che si occupa di cooperazione e volontariato all’estero. Prestano aiuto volontario quasi ogni giorno in uno dei primi centri di accoglienza per profughi sirianiin Via Novara a Milano, che raggiungono ogni giorno dai loro paesi in provincia di Bergamo ed é probabile che sia stato proprio qui, ascoltando le testimonianze dei profughi che assistono, che hanno maturato la convinzione di schierarsi contro Assad.
Proprio assieme ad un membro dell’IPSIA, Roberto Andervill, nel marzo 2014 avevano raggiunto per la prima volta la Siria in una Missione di sopralluogo passando attraverso il confine turco (822km di pianura, ma la maggior parte dei volontari,giornalisti e combattenti passa attraverso una fascia ben delimitatalunga poche decine di km).
Non ci vuole molto: aereo per Istanbul, si raggiunge il confine siriano con una macchina a noleggio, in treno o con un secondo volo (da Istanbul a Gaziantep c’é quasi un volo ogni ora, per dire). Arrivati sul posto ci si fa aiutare da qualche contatto conosciuto in precedenza che ti aiuta a passare illegalmente il confine con la Siria (o si trova qualcuno disponibile sul posto che lo fa per poche lire).
Robertosvolge missioni all’estero fin dal 1998(Gaza, Kosovo) e da qualche tempo anche lui era interessato alla Siria. Accompagnati da guardie siriane avevano raggiunto le zone rurali di Idlib dove, “sempre accompagnati e scortati da personale locale, con un alto grado di sicurezza” hanno avuto modo di valutare direttamente la situazione instaurando un primo rapporto con la popolazione locale, stringendo contatti sul posto e rilevando le problematiche presenti in due centri di primo soccorso (personale inadatto e materiali carenti).
Al rientro in Italia Greta, Vanessa e Roberto avevano creato il progetto di assistenza sanitaria Horryaty il cui scopo era portare primo soccorso al Free Syrian Army distribuendo kit di salvataggio destinati ai combattenti anti-Assad e farmaci ai pazienti affetti da malattie croniche. Horriaty non é una ONG o una Onlus ma una semplice associazione di fatto tra tre persone che organizzavano manifestazioni e raccolte fondi.
Scopo del secondo viaggio era organizzare e spedire dalla Turchia alla Siria un container con quei beni di prima necessità e medicinali difficilmente reperibili cui durante il primo viaggio avevano osservato la mancanza nei centri di primo soccorso. Prendono tutti i contatti necessari, scoprono dove e come procurarsi il materiale necessario. Trattano sui prezzi. Chiedono alle aziende di donare qualcosa. Alla fine riescono a riempire e far arrivare in Siria un container con beni di prima necessità come cibo, medicinali comuni, quasi una tonnellata di latte in polvere e i sudati medicinali rari.
(LE COALIZIONI IN LOTTA)
Nel caos siriano é possibile vedere almeno quattro coalizione opposte tra loro ognuna delle quali lotta contro le altre ed é formata da diverse forze e formazioni armate:
REPUBBLICA ARABA DI SIRIA (GOVERNO ASSAD / ALAWITI / SCIITI / NAZIONALISTI / SOCIALISMO ARABO) Composta da: Esercito siriano (laico), Shabiha (volontari alawiti), Forza Nazionale di difesa (laico, multireligioso), Brigate Ba’ath (paramilitari alawiti e sciiti), Jaysh al-Sha’bi (paramilitari alawiti e sciiti), Brigata al’Abbas (paramilitari sciiti), Pasdaran iraniani (sciiti), Khazali (paramilitari sciiti), Hezbollah (nazionalisti sciiti), Resistenza Siriana (marxisti nazionalisti), Jaysh al-Muwahhideen (drusi), FPLP (nazionalisti marxisti palestinesi), Guardia Nazionalista Araba (milizia volontaria nazionalista pan-arabista), altri gruppi filogovernativi. Le forze governative sono supportate da Russia, Iran, Corea del Nord, Iraq. Indirettamente anche da Cina, Venezuela, Bielorussia, Algeria.
COALIZIONE NAZIONALE SIRIANA (RIBELLI / SUNNITI / JIHADISTI) Composta da: Free Syrian Army (laici), fronte al-Nusra (jihadisti sunniti affiliati ad al-Quaeda), Fronte Islamico (jihadisti sunniti finanziati dall’Arabia Saudita), Esercito dei Mujaheddeen (coalizione di diversi gruppi ribelli sunniti, jihadisti e no). La coalizione é supportata da USA, Turchia, Arabia Saudita e Quatar. Indirettamente anche da Regno Unito e Francia.
L’ISIS Lo Stato Islamico (jihadisti sunniti) ha fatto parte della Coalizione Nazionale Siriana fino al 3 gennaio 2014, dopodiché ne é uscito per proseguire un piano di conquista tutto suo.
IL COMITATO SUPREMO CURDO Formato da YPG (esercito curdo di tendenza socialista), Pashmerga (volontari curdi iracheni), PKK (rivoluzionari socialisti / irredentisti curdi), altre formazioni.
(GLI OBIETTIVI DELLE COALIZIONI)
Senza addentrarci troppo nei perché e nei percome di questo conflitto si può solo riassumere in maniera un po sbrigativa che:
I ribelli vogliono abbattere il governo Assad ma non si sa bene con cosa lo sostituirebbero (si teme purtroppo una sorta di ’79 iraniano di stampo sunnita e jihadista)
Le forze governative vogliono riappropriarsi del territorio e mantenere al potere la minoranza allawita-sciita.
I curdi difendono i loro territori storici (pur mirando sempre ad uno stato curdo che unisca il proprio popolo diviso tra Turchia, Siria ed Iraq) .
L’ISIS mira alla formazione di un nuovo califfato indipendente ed autosufficiente che comprende (per il momento) ampie aree di Siria ed Iraq.
(IL FREE SYRIAN ARMY)
Il Free Syrian Army, la forza armata che Greta, Daniele e Vanessa sostengono, é formata dai disertori dell’esercito governativo. Dispone di circa 100.000 uominied é il principale membro della Coalizione nazionale siriana (anti-Assad). Appoggia il Consiglio nazionale siriano in esilio. Viene supportata da USA, Francia, Turchia, Regno Unito, Qatar ed Arabia Saudita. La Lega Araba, così come l’Italiariconosceil Consiglio Nazionale Siriano in esilio anziché Assad e quindi si può quasi dire che di conseguenza si riconosce nelle posizioni del F.S.A. Anche se il Free Syrian Army é una formazione laica, si trova in coalizione con formazioni jihadiste e sono già stati osservati all’interno del Free Syrian Army personalità filo-jihadiste (qualcuno parla di “infiltrati”). I rapporti tra i diversi membri della coalizione sono a dir poco tesi, nonostante facciano fronte comune.
(VOLONTARIATO NON NEUTRALE)
Daniele, Greta e Vanessa, quindi, non sono andati in Siria a portare semplice aiuto umanitario a tutti ma si sono schierati con i ribelli, contro Assad e contro l’ISIS. Il fatto di non essere neutrali né imparziali é una chiara scelta politica cui é possibile muovere diverse critiche ma per fare un esempio opposto Emergency porta le sue cure sia agli aggrediti che agli aggressori ed é a sua volta criticato per il fatto di “aiutare il nemico“. Che si sia schierati o si sia neutrali, insomma, piovono comunque addosso critiche.
IL TERZO VIAGGIO E IL RAPIMENTO
Partite a fine luglio, anche stavolta accompagnate da Daniele. Impiegano i primi giorni a passare il confine turco e raggiungere Aleppo. Prima ancora di mettersi in viaggio, attraverso i loro contatti siriani residenti in Italia ed ai contatti sul territorio conosciuti nel primo viaggio, avevano già programmato di partecipare ad un corso per civili e militari sui componenti del kit di primo soccorso e il loro utilizzo.
31 Luglio. E’la quarta notte dall’arrivo in Siria. Greta e Vanessa sono arrivate oggi ad Aleppo e sono ospitate nella casa del capo del consiglio rivoluzionario locale. Daniele no: passerà la notte in un’altra casa distante 25 chilometri a sud, appartenente ad un ex soldato delle forze speciali di Assad.
Le ragazze sono in casa da poche ore, quando arrivano due macchine con alcuni uomini a volto coperto che le prelevano, le bendano e le portano via. Gli uomini parlano poco. In inglese.
Alle cinque del mattino, nella casa in cui sta Daniele, qualcuno batte dei colpi alla porta. Sono due siriani: “Hanno sequestrato le due italiane. Stanno cercando anche te”. Chi ha rapito Greta e Vanessa ha chiesto informazioni su Daniele. I ribelli organizzano una macchina ed una scorta per Daniele e lo portano di corsa verso il confine turco. Un’ora dopo aver passato il confine chiama la Farnesina per informare dell’accaduto, che gli impone riserbo totale.
LA NOTIZIA
La notizia del rapimento giunge in Italia, ma il silenzio imposto dalla Farnesina ed il mancato legame delle due ragazze alle principali ONG ed Onlus riduce le uniche informazioni immediatamente disponibili alla sola pagina Facebook del progetto Horriaty.
Diverse testate riportano la notizia nei seguenti termini:
1) TAG: #ragazzine #rapite #Siria #volontarie #impreparate
2) FOTO: alcune foto pubblicate sulla pagina Facebook di Horryaty in cui le due ragazze si abbracciano allegramente o sorridono con la bandiera siriana in mano
E’ su questa notizia che si raccoglie l’ *indignazione di tre giorni* del momento, e su cui confluisce il solito circo di voci grosse e indignate
LA PRIGIONIA
Nel frattempo Greta e Vanessa restano in mano dei loro rapitori. Cambiano cinque o sei volte il luogo di prigionia, pur restando sempre nel nord della Siria. Gli spostamenti avvengono in macchina con le ragazze incappucciate. I carcerieri non sono mai gli stessi. Sono sia uomini che donne. Si presentano a volto coperto non rivelando né la propria identità né la fazione d’appartenenza. Greta e Vanessa non subiscono alcuna violenza fisica; quasi non vengono toccate (“solo una volta ci hanno afferrato per un braccio… Dovevamo stare in silenzio…”) Non vengono mai minacciate di morte. Non sentono notizie su altri sequestrati. Ricevono poco cibo e soffrono la fame. Pur non sapendo chi siano i rapitori capiscono che non si tratta dell’ISIS ma non escludono si tratti di al-Quaeda. Uno dei carcerieri farfugliava qualcosa in inglese. Nell’ultimo periodo di prigionia hanno avuto l’impressione che i carcerieri avessero qualche simpatia o vicinanza con al-Nusra
Il 31 dicembre 2014 compare su Youtube un video in cui si vedono Greta e Vanessa abbigliate con chador dinnanzi a un muro bianco. Vanessa regge un foglio con la data “17/12/14 Wednesday” mentre Greta legge un breve messaggio in inglese in cui fa appello allo Stato italiano.
LA LIBERAZIONE
Il 16 gennaio 2015 viene diffusa la notizia della liberazione di Greta e Vanessa. Da un account Twitter ritenuto vicino ai ribelli siriani giunge la notizia che sarebbe stato pagato un riscatto di 12 milioni di dollari.
LE REAZIONI DELL’OPINIONE PUBBLICA
La notizia del pagamento del riscatto rimbalza sui social network e riaccende l’ *indignazione di tre giorni* del momento. La chiacchera sul riscatto é ancor più accesa di quella avvenuta al momento del rapimento ed ha polarizzato le solite posizioni:
– a destra vigono la massima disinformazione ed i peggiori rigurgiti di infamie ed offese impronunciabile verso le due ragazze. L’episodio viene amplificato esfruttato politicamentecome mezzo per attaccare il governo in carica alimentando l’indignazione della SMIF (vedi sotto)
– a sinistra é in atto una difesa a spada tratta delle due ragazze, dipinte come eroiche eroine che si lanciano sprezzantemente in gesti nobiltà (minimizzando sullo scarso supporto organizzativo delle due)
La parte più impressionante del flame generato dalla notizia della liberazione dietro riscatto é al solito la valanga di insulti, bufale, insinuazioni e dichiarazione inique provenienti non solo dalla Solita Massa di Indivanati Forcaioli (SMIF), ma pure da noti esponenti politici (ad esempio Salvini e Gasparri) e giornali (in particolare Libero, Il Giornale e Il Fatto Quotidiano) che hanno pubblicato testi assolutamente vergognosi lanciandosi in rozze e grottesche insinuazioni sulle due ragazze.
Lecito porsi dubbi sull’intenzionalità dell’affondo quando proviene essenzialmente da chi ha tutto l’interesse nello sfruttare qualunque argomento per colpire il governo in carica (guarda caso in questa descrizione rientrano proprio Salvini, Gasparri, Libero, il Giornale e Il Fatto Quotidiano) ma qui non ho granché voglia di perdere tempo a discutere degli interessi di costoro.
Faccio solo un breve appunto a titolo d’esempio su questo articolo in cui Maurizio Belpietro, con la scusa di parlare di #GretaeVanessa: 1) Sfotte il ministro degli esteri, 2) Semina dubbi su TUTTE le ONG, 3) Semina insicurezza “deducendo” da un articolo de Il Fatto Quotidiano che se i Carabinieri intercettano dei siriani residenti in Italia ci deve per forza essere una rete di supporto finanziario ai jihadista (che però chiama genericamente “combattenti islamici” dimenticandosi che molti combattenti islamici combattono proprio contro i jihadisti), 4) Dà per appurato che i rapitori fossero di Al-Nusra (“una banda vicina ad Al Qaeda” – forse é anche vero, ma Belpietro non ha elementi per dichiararlo con certezza), 5) Attacca le ragazze perché aiutavano i combattenti (il che é interessante se detto da Belpietro che ha sempre attaccato Emergency per il fatto di non essere schierato e curare chiunque), 6) Sminuisce la rete di contatti di Greta e Vanessa chiamandoli semplicemente “amici” come se parlasse di scolaretti, 7) Parla esplicitamente di tagliagole senza avere elementi per sapere se i rapitori fossero milizie dell’ISIS o meno, come se desse per scontato il binomio siriano=tagliagole, 8) Semina dubbi sulle capacità dei Carabinieri (senza specificare cosa, secondo lui, avrebbero dovuto fare), 9) Semina insicurezza dando per scontato che siano stati i contatti italiani ad “agevolare” (sic.) il sequestro della “fiorente industria dei rapimenti” (ma senza avere elementi per affermarlo), 10) Semina odio religioso dando per scontato che qualunque miliziano, se mussulmano, é un boia. Per finire attacca nuovamente il governo attraverso la figura del ministro Gentiloni, dipingendo una situazione di insicurezza nazionale “(la gente che aiuta i combattenti l’abbiamo in casa)” ed incapacità economica (i soldi dei contribuenti).
Peccato che l’articolo sia un concentrato di idee pregiudiziali non dimostrate e insinuazioni, il cui unico risultato a lungo termine é diffondere insicurezza e rabbia verso il governo, infischiandosene del fatto che i jihadisti italiani sono pochi, e del fatto che il governo Berlusconi (tanto amato da Belpietro) pagò diversi riscatti durante la guerra in Iraq.
Lungo e penoso elencare tutte le schifezze lette e sentite in questi giorni. Devo però far notare che nel documentarmi per questo post ho faticato non poco nel reperire alcune informazioni dovendo navigare tra decine di articoli e pagine letteralmente sommersi di insulti, infamie, frecciatine e ipotesi non documentate spacciate per fatti conclamati. Sembra di tornare indietro di secoli, quando “giornalai” francesi pubblicavano osceni libercoli che davano sfogo alla rabbia popolare attribuendo alla nobiltà (in particolare modo Maria Antonietta) ogni genere di sconcezza.
DIETRO LE QUINTE
Ben poco é dato sapere su quel che riguarda i “dietro le quinte” del rapimento. Come sempre in questi casi. Forse sapremo tutto tra qualche anno. Forse non lo sapremo mai. Forse sappiamo già tutto quel che c’é da sapere ma non riusciamo a distinguerlo dai depistaggi (voluti) e dalle minchiate sparate da giornalisti/blogger/commentatori/sedicenti esperti/signori nessuno. Personalmente ritengo plausibile che il governo italiano abbia pagato 12 milioni di dollari di riscatto ma bisogna comunque tener conto del fatto che non c’é alcuna conferma né del pagamento, né della cifra, né della natura dei sequestratori. Giacomo Stucchi, presidente del Copasir afferma semplicemente che la liberazione ha richiesto “una contropartita” senza specificare di che natura. Ci sono conferme e ritrattazioni sull’ importo di 12 milioni che per qualcuno sarebbe esagerato e per altri no. A queste condizioni ogni affermazione é pura speculazione.
ALCUNE CONSIDERAZIONI
Erano troppo giovani?
– La giovane età é un non-argomento: sono maggiorenni e libere di prendere le proprie decisioni.
– Gran parte dei volontari presenti in Syria ha meno di 25 anni, esattamente come i foreign fighters
– Se così fosse, perché nessuno dice alcunché sui volontari di età avanzata?
-Ci sono trenta/quarantenni cui non affiderei alcun compito di responsabilità mentre ci sono sedici-diciassettenni con le gambe in spalla decisamente più affidabili.
– Vogliamo elencare le centinaia di migliaia di diciottenni brufolosi che si arruolano negli eserciti di mezzo mondo, giusto per fare un esempio?
– A vent’anni, se puoi essere abbastanza sveglio per sparare a un nemico puoi esserlo anche per fare l’infermiera.
– Greta e Vanessa erano abbastanza mature? Chi le ha conosciute dice di si mentre chi, come me, non le conosce, non ha elementi per discuterne (no: un pugno di foto tratte da Facebook e illazioni di giornali schierati e di propaganda come Libero, il Giornale e Il Fatto Quotidiano non sono elementi utili).
Erano inadatte?
– Avevano abbastanza esperienza per partecipare ad un’azione umanitaria, ma non sufficiente esperienza di zone di guerra
– Non avevano supporto logistico dall’Italia
– Non disponevano di un’assicurazione
– Non si sa quanto fossero affidabili i loro contatti locali.
– Le “inesperte” Greta e Vanessa si trovavano con l’esperto Daniele però che é scampato al rapimento per puro caso. Se avessero rapito pure lui le ragazze sarebbero state comunque etichettate come “inesperte”?
Se la sono andata a cercare?
– Sapevano a cosa andavano incontro.
– Che abbiano avuto coraggio, imprudenza, impeto giovanile o stupidità é solo un fatto loro.
– Se il meccanismo de “se la sono andata a cercare” fosse valido bisognerebbe accusare di “irresponsabile stupidità” anche i vigili del fuoco volontari che si lanciano tra le fiamme per salvare gente imprigionata, tutti coloro che non abbassano la testa di fronte ai soprusi delle mafie e i giornalisti che indagano su argomenti rischiosi.
– “Se la sono andata a cercare” lo dicono i codardi, quelli che non ci mettono mai la faccia e non sanno comprendere lo spirito di sacrificio e l’impegno per valori più alti e umani.
Aiutavano i Jihadisti
– NO: superavano il Free Syrian Army che é laico ma che si trova a dover far fronte comune proprio con i jihadisti. Hanno supportato cioè l’unica forza laica tra quelle che si ribellano ad Assad (con l’eccezione dei curdi che però vivono una situazione a parte)
RISCATTO SI O NO
Eh! Bel dilemma! Umanamente sono contento che siano salve e non m’importa della cifra. Strategicamente non però non si può negare che il pagamento del riscatto sia un tremendo autogol in quanto servirà a finanziare gruppi armati jihadisti e/o criminali generici.
La stagione dei sequestri in Italia é finita anche grazie al blocco dei beni dei sequestrati (anche se non tutti sono d’accordo a riguardo) impedendo di fatto il pagamento del riscatto. Ma se i grandi sequestri italiani sono avvenuti sempre e solo a causa di gruppi criminali interessati un rapido finanziamento, la situazione mediorientale é più complessa.
Il problema dei sequestri in questi contesti é che, anche se la maggior parte avviene per motivi economici, qui possono avvenire anche per motivi politico/ideologici/propagandistici.
A livello mondiale vi sono due approcci al problema: americani e inglesi sono per la linea dura, mentre tutti gli altri, pur non ammettendolo apertamente, pagano sottobanco. APPROCCIO “SI PAGA”
Se sei di un Paese che paga per liberare i suoi cittadini é più probabile che tu venga rapito per motivi economici in quanto vieni visto come una sorta di salvadanaio ambulante. Il rapimento in questo caso é semplicemente una questione di finanziamento mascherata da atto politico. Il problema é che ogni pagamento di riscatto trascina con sé polemiche infinite: i servizi segreti pagano con fondi neri o attraverso manovre atte a “nascondere” il trasferimento di denaro. I governi negano il pagamento e tergiversano sull’argomento della trattativa. La piazza brontola perché le proprie tasse “vanno al nemico”. L’opposizione userà la notizia del pagamento per attaccare il governo. Anche quando un sequestro si risolve tragicamente l’opposizione userà ciò per attaccare il governo.
Il governo può trovarsi in ogni momento nella situazione di dover pagare cifre milionarie per un qualunque signor X che voleva documentare la guerra al fronte e si sia ritrovato in soggiorno forzato in qualche scantinato jihadista.
Anche se il tuo governo paga per i riscatti non é che passare mesi in mano di fondamentalisti islamici sia proprio una vacanza e quindi se sei cittadino di un Paese che paga i riscatti e vuoi recarti in aree a rischio ti devi arrangiare a pararti il culo e sperare che ti vada bene: potresti essere decapitato per propaganda o esser rilasciato per denaro. APPROCCIO “NON SI PAGA”
La storia recente c’insegna che in aree di guerra si rapiscono comunque cittadini inglesi ed americani. Si rapiscono per seminare insicurezza, per propaganda (le decapitazioni), per disperdere le energie che il nemico spenderà nelle ricerche, come arma di ricatto e negoziazione, come merce di scambio e perché spesso alla fine qualcuno che paga c’é sempre (le assicurazioni). Visto che il tuo Paese ha deciso che la strategia vale più della tua esistenza, se sei cittadino di un Paese che non paga i riscatti e vuoi recarti in aree a rischio ti devi arrangiare a pararti il culo e sperare che ti vada bene: potresti esser decapitato per propaganda o usato come merce di scambio.
L’approccio migliore al problema non é tanto discutere in maniera generica o ideologica sul pagare/non pagare perché l’approccio cambia a seconda dei sequestratori e delle loro reali intenzioni. Al momento tutti pagano perché non é umanamente né politicamente accettabile la perdita di una persona in questa maniera. Per quanto duro possa risultare ritengo tuttavia che se applicato in maniera più ampia, l’approccio “non pagare” potrebbe dare alcuni frutti, ma perché ciò avvenga servirebbe (1) una totale coordinazione tra le diverse nazioni (se per ogni Paese che non paga ce ne fosse uno che paga i sequestri non si fermerebbero) e (2) la pubblicazione di quanto osservato dalle forze d’intelligence riguardo la natura dei sequestri già passati ed al successivo utilizzo dei fondi per permettere ad analisti ed opinione pubblica di avere un’idea più chiara di cosa avviene dietro le quinte. Se la prima parte della proposta é difficile (già adesso l’ONU non riconosce il pagamento di riscatti ai terroristi ma aggirare tale regola é facile e nessuno reclama), la seconda é quasi impossibile poiché nessun governo vuole ammettere di aver “calato le braghe”. Non va nemmeno dimenticato che qualunque informazione proveniente dalle intelligence, per sua stessa natura, va analizzata con sospetto. Tuttavia ritengo che solo un approccio più trasparente sulla questione potrebbe permettere un discorso sensato.
Ciò non toglie che i sequestri politici/propagandistici/dimostrativi continuerebbero nonostante tutto.
In questo momento frasi come “il mio Paese non paga” / “il mio Paese paga solo con medicinali e pacchi di cibo” / “il mio Paese ha sborsato millemila miliardi per salvare una persona” hanno il solo valore di chiacchiera che copre il vero lavoro dei servizi.
In sostanza: se si riuscissero a soddisfare i due punti proposti (COOPERAZIONE INTERNAZIONALE e TRASPARENZA), ben venga il “non pagare” anche se ciò non eliminerà tutti i sequestri e le uccisioni. Finché ciò non si realizza la scelta migliore é pagare, pagare e pagare.
“SE NON HANNO PANE, CHE MANGINO BRIOCHES!”
Il lato più preoccupante della vicenda é la conferma di come la discussione pubblica sia ormai sostituita da banali impulsi d’indignazione che impediscono ogni seria riflessione ed analisi su qualunque argomento (vedi il caso Marò: nonostante l’eccezionale lavoro di documentazione di Marco Miavaldi, la SMIF e la propaganda li hanno trasformati immeritatamente in eroi e addirittura vittime).
Pubblico questo post a pochi giorni dalla liberazione delle due ragazze. Il trend #GretaeVanessa si é affievolito. Tra qualche giorno succederà qualcos’altro e la SMIF metterà in atto una nuova tre giorni d’indignazione dimenticandosi pian piano delle due ragazze rapite.
Quel che so per certo é che in questo marasma la “storia” che rimarrà nella memoria della #ggente non sarà quella ricostruita dai fatti documentati ma la versione gretta fatta di bufale, di insulti e di risentimento verso le due ragazze. La storia che resterà attaccata é quella di “due ragazzine svampite che han voluto giocare le crocerossine e si son fatte abbindolare da jihadisti conosciuti su Facebook e ai cortei con cui poi han pure fatto sesso durante la prigionia mentre s’ingozzavano di cibo“.
Impossibile non notare come questo ritratto sia un perfetto condensato di stereotipi ben radicati ed abusati nato da un primo nucleo (femmine che non fanno cose da femmine, femmine che s’interessano di cose da maschi, femmine che dovrebbero pensare a frivolezze perché a quell’età DEVONO essere frivole, ragazzine che non sanno cosa stanno facendo, ragazzine che non capiscono il mondo) il quale, con la molla dell’ indignazione economica (“ci sono costate 12 milioni”) é stato poi ampliato con la pura denigrazione (sono dalla parte dei jihadisti, trasportavano materiale bellico, facevano sesso con i loro rapitori, sono ingrassate durante la prigionia).
Un perfetto concentrato di stereotipi ha sostituito la realtà
Mi é tornato in mente Nerone, che ancora pochi giorni fa qualcuno mi ha descritto semplicemente come “quello dell’incendio”. [Di tutti gli eventi della sua esistenza, l’unico che viene ricordato dalla #ggente é quello che gli attribuisce la colpa dell’incendio di Roma del 64. Non importa sapere che vi furono diversi incendi sia prima che dopo di lui. Non importa sapere che Nerone partecipò in prima persona ai soccorsi organizzandoli efficacemente. Non importa sapere che la storiografia dell’epoca é stata espressa da molti detrattori di Nerone. Non importa sapere che Nerone sfruttò l’incendio per accusare i cristiani e secoli dopo i cristiani insistettero sulla versione opposta. Non importa sapere che gli storici lo assolvono completamente. L’immagine del tiranno pazzo che da fuoco alla sua stessa città e che suona la lira tra le fiamme é talmente forte da sostituire la realtà.]
Poi mi é tornata in mente nuovamente Maria Antonietta: i suoi detrattori le versarono addosso talmente tanto marciume ingiusto che le é rimasto addosso. Tanto che ancora oggi la #ggente é convinta che pronunciò davvero quella stupida frase. Non importa quanto gli si faccia notare chevenne pronunciata ben quattordici anni prima che Maria Antonietta nascesse: Maria Antonietta che suggerisce stizzita alla gente in protesta di ripiegare sulle brioches é un’immagine talmente efficace da sostituire la realtà.
Forse tra qualche tempo bisognerà fare delle scelte prendendo decisioni importanti. Come sempre in questi casi si valuterà attingendo alla propria esperienza e conoscenza del mondo. Quanto saranno valide le decisioni di chi ha una conoscenza del mondo falsata da racconti che hanno sostituito la realtà?
C’é una scena molto inquietante nel film Interstellar. In un futuro prossimo il protagonista, ex pilota NASA, si trova a dover discutere con gli insegnanti della figlia adolescente poiché quest’ultima contraddice (portando testi e foto) la sua insegnante di storia che, coerentemente col programma scolastico ed al libro di testo “ripulito dalla vecchia propaganda governativa”, sostiene che le missioni Apollo furano una montatura realizzata per portare l’Unione Sovietica al fallimento
Sbufalare loschi figuri privi di competenze e credenziali o personaggi dello showbiz impreparati che portano avanti strane teorie indimostrate e prive di fondamento scientifico é già di per sé un’impresa laboriosa, ma cosa accade quando sono proprio le fonti “DI PESO” a diffondere ed alimentare le bufale come i Big dell’industria dell’informazione o enti pubblici (come nella scena di Interstellar)?
Avviene una sorta di ribaltamento in cui il fruitore di giornali, canali televisivi e portali d’informazione d’importanza nazionale guarda con sospetto chi gli propone una lettura dei fatti diversa da quella più comunemente diffusa.
OH, THE IRONY!
Anni ed anni a sbufalare le “teorie alternative” diffuse da blog strampalati per poi accorgersi che nel frattempo i più importanti mezzi d’informazione si son pian piano trasformati in produttori di clickbait su modello di TzeTze e le indagini giornalistiche, i reportage più completi e le inchieste più complesse son sempre più relegate a riviste minori e blog di singoli giornalisti volenterosi.
Per fortuna la situazione non é poi così drammatica ed il mondo attuale non é una (ancora) distopia huxleyana da “noi contro loro” / “informazione autonoma contro disinformazione pubblica”, ma che i grandi mezzi d’informazione stiano viaggiando a braccetto con il modello acchiappaclick non é certo un mistero per nessuno.
Piaccia o meno l’infotainment (Information+entertainment) é il modello che va per la maggiore: alla descrizione dei fatti viene preferito il racconto di storie (e quindi ci dev’esser sempre un buono ed un cattivo), il gossip vien fatto permeare ovunque sia possibile (dalla politica alle questioni ambientali) ed appagare i lettori/spettatori vien ritenuto più importante della completezza ed imparzialità dell’informazione.
I modelli televisivi in stile Le Iene in cui il compito di “spiegare come funzionano le cose” viene affidato a presentatori tv, attori, cantanti ed ex cabarettisti, sostituiscono pian-piano il giornalismo investigativo ed il reportage (quante volte abbiamo sentito che “Si, fanno un po ridere MA DICONO LA VERITA'” ?)
A questo punto si potrebbero citare innumerevoli esempi di bufale (mai rettificate) diffuse dai pezzi grossi dell’informazione ma l’elenco sarebbe inutilmente lungo e noioso (rimando al ben più attivo ed aggiornato Disinformatico) ed é certamente più interessante notare come sempre più spesso capita di dover controbattere ad una notizia incorretta o faziosa diffusa da questi pezzi grossi con informazioni molto più precise e meglio documentate recuperate sul blog personale di qualche giornalista poco conosciuto (a questo proposito basta osservare come diverse fonti presenti nella Cronistoria del Movimento Cinque Stelle siano blog sconosciuti al grande pubblico che però contengono analisi ed informazioni ottimamente documentate ma irreperibili sui big dell’informazione). Ecco che s’avverte un aspetto ironico, ossia quello di trovarsi apparentemente nella stessa posizione del fuffologo (complottista, ufologo, sciachimista, naturopata, agopunturista, vegan, omeopata ecc) che prova a combattere una “verità ufficiale” con informazioni provenienti da fonti che il grande pubblico non ha mai sentito. Per fortuna le cose non stanno proprio così (vedi sotto).
Perché avviene ciò? Perché la buona informazione fatica ad esistere, schiacciata dall’informazione superficiale, faziosa o addirittura dalle bufale? Un primo motivo é forse l’inasprirsi dell’atroce dilemma.
L’ATROCE DILEMMA
I mezzi d’informazione richiedono redazioni e modelli di distribuzione e ciò significa costi. Costi che creano un atroce dilemma:
– Se il mezzo d’informazione ha alle spalle una forza politico/industriale/economica in grado di garantirne la sicurezza economica dovrà sottostare ai suoi diktat e veti (per non parlare dei casi in cui il “mezzo d’informazione” é puramente un megafono-emanazione della forza che lo sostiene)
– Se invece il mezzo d’informazione non ha alle spalle una forza politico/economica in grado di garantirne la sicurezza economica diventa schiavo degli inserzionisti pubblicitari e dovrà generare un elevato numero di visualizzazioni ed ecco quindi che “Rihanna con le tette al vento”, “Premio Nobel afferma di aver visto un UFO” e “I dieci gattini più pucciosi dell’anno” diventano le principali notizie che sorreggono economicamente la redazione (e non quel noioso articolo di otto pagine su una complicata legge pubblicata in fondo alla pagina)
Lo spostamento dell’informazione sul web, l’avvento dei servizi di raccolta di news che diffondono le notizie gratuitamente (o perlomeno i titoli, ossia ciò che il 90% dei lettori si limita a leggere di un’articolo) e la moltiplicazione dei servizi d’informazione hanno causato un notevole calo dei profitti all’industria dell’informazione, rendendola sempre più schiava di questo atroce dilemma (che esiste da quando é nato il giornalismo moderno).
PESCA AL CLICK
Esistono decine di soluzioni-compromesso (penso al Fatto Quotidiano ed a il Giornale, che a volte sono più interessanti ed affidabili negli articoli in secondo piano che in quelli principali), soluzioni miste, esperimenti e modelli in abbonamento che tentano di muoversi tra i paletti di questo atroce dilemma, tuttavia, ovviamente, é il modello più immediato e facile (il clickbait) ad aver avuto il maggior successo.
In poche parole i mezzi d’informazione, se non sono finanziati da forze politico/economiche che devono assecondare, sono talmente impegnate a produrre notizie “che vendono” da relegare la produzione di informazione di qualità alla volontà dei singoli giornalisti.
Si potrebbe qui aprire un’intero capitolo a parte sui mezzi d’informazione “di parte” che hanno tutto l’interesse più a generare climi emotivi che a fornire informazioni corrette, ma per brevità ci si limiterà a far osservare come certi mezzi d’informazione insistano particolarmente su certe notizie riproponendo certi schemi oppure si dimenticano o sminuiscono certe notizie, a volte spostando l’attenzione su altre notizie ed a volte ribaltando completamente il senso di ciò che dicono.
NON C’E’ NESSUN “NOI CONTRO LORO”
In un panorama tanto frammentato, dove la buona informazione si trova a lottare con i gattini pucciosi, le fette della soubrette e le notizie faziose che il caporedattore vuole in prima pagina, proporre una visione manichea del tipo “blogger contro stampa” sarebbe stupido ed infantile.
L’informazione fatta bene c’é ma bisogna saperla cercare e questo costa fatica: le notizie che raggiungono l’utente/lettore/spettatore sono solo voci unidirezionali che vanno verificate, analizzate, confrontate ed incrociate con altre notizie. La prima cosa da capire é che per trovare la buona informazione bisogna ritornare nell’ottica che non sono le notizie a doverci raggiungere ma dobbiamo essere noi ad andarcele a cercare. Ciò costa tempo e fatica ma col tempo permette di costruirsi una propria rete d’informazioni che, anche se incompleta e non infallibile, permette perlomeno di uscire dalla semplice propaganda unidirezionale.
Questa é la grande differenza tra chi attinge a fonti d’informazione disparate ed un fuffologo che millanta teorie che non stanno né in cielo né in terra: una continua ed attenta analisi logica delle informazioni, una critica costante a qualunque fonte con conseguente verifica della stessa ed assenza di totem inconfutabili.
Premesso che: gli agrumi fanno bene per quel che ne sappiamo potrebbero anche avere proprietà che ancora ignoriamo.
TREND NATURALISTA DEL MOMENTO
Una delle mode salutiste del momento attualmente più in voga, (moda che ciclicamente si rinnova con pratiche sempre nuove e sempre uguali come come l’utilizzo sfrenato di Aloe Vera, le diete a base di frullati, le bacche di Goji, il Quigong, il Reiki, il ritorno di fiamma Omeopatico di fine anni ’90, le manie sul tipo di acqua minerale, le bevande detossificanti, la dieta tisanoreica) é la pratica del “curarsi col limone“, venduta come “la doccia interna mattutina”.
La posologia é la seguente: al mattino, appena alzati, a stomaco vuoto, bersi un bel bicchiere di acqua tiepida con succo di limone (possibilmente fresco, Bio, al giusto grado di maturazione), almeno mezz’ora prima di fare colazione. Detto questo diverse fonti citano alcune varianti sui metodi d’assunzione: si va dal mezzo succo di limone in un bel bicchiere d’acqua, sempre, tutti i giorni al variare la quantità di limonenel bicchier d’acqua aumentandolo gradualmente fino a raggiungere la quantità-limite che può andare dai tre ai sette limoni, per poi calare nuovamente fino a ritornare ad un limone singolo. Oppure ci sono le varianti come acqua calda, limone e miele. Tutti i siti che promuovono la cura del limone fanno attenzione a raccomandare di non abusarne, consci del fatto che un’assunzione eccessiva di acido citrico potrebbe essere dannoso.
EFFETTI PROMESSI
Gli effetti che tale metodo promette, sono: rafforzare il sistema immunitario, bilanciare il pH, facilitare la perdita di peso, aiutare la digestione, stimolare l’evacuazione, pulire la pelle, disintossicare l’organismo (AAAARGH! Le fantomatiche “Tossine invisibili”), neutralizzare attacchi di iperacidità, curare cistiti e tumori, Influenze, malattie infettive, anemia, nausea, reumatismo, inappetenza, bronchiti, arteriosclerosi, digestioni difficili, scorbutico, insufficienza epatica, diabete, gotta, ipertiroidismo, calcoli renali, vomito, diarrea e tantissimi altri piccoli e grandi disturbi, anche della pelle, oltre ad essere depurativo, rimineralizzante, vermifugo, cicatrizzante, antipruriginoso, antivelenoso (consigliato contro le punture di insetti), fluidificante del sangue e stimolatore del sistema immunitario.
Basta sfogliare i primi risultati googolando “curarsi con il limone” (link 1, link 2,link 3, link 4 in tutti i casi si tratta di siti di benessere, pro-bio, d’informazione alternativa, portali generalisti, riviste femminili e nemmeno una testata medico-scientifica) per ottenere un elenco quasi infinito di disturbi che la terapia del limone curerebbe, di proprietà energizzanti e capacità stimolanti che il giallo agrume racchiuderebbe.
AH SI?
Chi scorre l’infinito elenco degli effetti promessi si trova dinnanzi alla necessità di assumere una posizione tra due estremi:
A) Millenni di studi per risolvere decine di problemi fisiologici, corsi di laurea, rivoluzioni mediche, avanzamenti scientifici, progressi dei metodi di produzione per scoprire che…. che… bastava un limone? (Pasteur… Fleming…. ci spiace… siete stati degli idioti)
B) Chi ha o crede di avere un problema fisiologico comune é praticamente certo che questi sia già incluso tra quelli che la “cura del limone” promette di “aiutare a risolvere”. C’é trippa per ogni tipo di gatto! Insomma: questa storia del limone sa tanto di pifferaio magico.
In realtà nella maggioranza dei casi avviene una cosa diversa: lavorando sul DUBBIO e sul SENSO DI BISOGNO DI MIGLIORAMENTO, la maggior parte delle persone finisce per l’adottare la linea C, ossia un accoglimento speranzoso: “Non lo so ma, se lo dicono tutti, qualcosa di bene lo farà!”, oppure “Non farà miracoli ma di certo aiuta” che é proprio il tipo di meccanismo che mira ad ottenere chi promuove le mode salutiste del momento.
UNA CONSIDERAZIONE
Assumere liquidi fa bene. Se non sono freddi é meglio. Se contengono principi nutritivi utili (Vitamina C) meglio ancora. In sostanza la “cura del limone” é una pratica tuttalpiù innocua (se non se ne abusa, ovviamente) che può esser praticata senza problemi da chiunque non soffra di gastrite. E’ pur vero che esistono attualmente studi promettentiriguardo l’utilizzo di Vitamina C nel trattamento dei tumori, tuttavia la presenza di determinate proprietà curative degli agrumi o del bere liquidi al mattino non é ciò su cui verte questo articolo: gli argomenti d’interesse sono altri ed esposti qui di seguito.
HEY! QUI PARTE LA NOSTRA STORIA…
Come la maggior parte dei diversi trend naturalisti degli ultimi vent’anni, anche questo non nasce dal nulla ed ha una storia ed origine ben precisa. In questo caso si tratta di un libro:
Ossia un comune e banale libricino di “salute e benessere” dall’apparenza del tutto innocua. Ma al buon intenditore scattano subito ben 3 ( TRE ) campanelli d’allarme. Cominciamo dal secondo punto : il libro é pubblicato dalle “Edizioni Macro“, ossia uno dei gruppi editoriali italiani leader nel settore paranormale (alcuni titoli: Il segreto delle ere, Enoch-il primo libro del mondo, figli di matrix, dominare il mondo, regno di felicità, il progetto segreto della tua anima, il segreto della guarigione quantica // un giro su Macrolibrarsi.it sfogliando il solo elenco delle categorie trattate dalla Casa Editrice dà una buona idea dell’inclinazione della stessa) che pubblica insomma qualsiasi sciocchezza spirituale / complottista / misticheggiante da quattro soldi.
Da qualche anno Macro si é specializzata sempre più nella pubblicazione di libri del filone “salute e benessere” (partecipò anche all’ondata promozionale dell’ “Aloe Vera” dei primi anni 2000), e qui si tocca il primo punto d’allarme, ossia quella spiritualità salutista che é diventata da diversi anni l’ambiente che maggiormente ha accolto ed integrato in sé tutta la fuffa spiritualeggiante che fino a qualche fa era maggiormente legata a movimenti new-age, movimenti spirituali orientaleggianti e medicina alternativa apertamente dichiarata (negli anni ’60 ci si faceva di Lsd tenendo sottobraccio il libro tibetano dei morti, nei ’70 ci s’infervorava per qualche strano movimento religioso, negli anni ’80 ci si gettava nel mito della perfezione fisica attraverso il fitness sfrenato o nei residui del decennio precedente, nei ’90 s’abbracciava il revival New Age e dagli anni 2000 ci si getta a testa bassa nella spiritualità salutista). A prova di ciò basta sfogliare con attenzione alcune riviste salutiste di buona diffusione per rendersi conto di quanto sia inzuppato di fuffa spiritualeggiante l’ambiente del salutismo.
A titolo d’esempio si riporta una copertina in cui son stati evidenziati con un cerchio i titoli puramente magico / paranormale / antiscientifici e con un quadrato titoli neutri che però assumono tutt’altro tono proprio in presenza dei titoli cerchiati.
Partendo quindi da: un’argomento ad alto rischio fuffa (la spiritualità salutista) ed una casa editrice ad alto tasso di buffonaggine, il passo successivo, prima di giungere al terzo punto, é cercare di salvare il salvabile cercando di capire chi sia Simona Oberhammer, l’autrice di “Curarsi con il limone“, e verificare se ha competenze mediche valide.
HEY, MA IL LIMONE SI USAVA PRIMA CHE ARRIVASSE LA OBERHAMMER
Vero, ci sono diversi esempi di utilizzo del limone come ingrediente terapeutico sia in antichità che in tempi recenti. Tuttavia non é difficile osservare come gli utilizzi terapeutici risalenti a tempi antichi scientificamente convalidati vengono utilizzati anche oggigiorno (fonte di vitamina C / blando antibatterico / rimedio antidiarroico ) mentre le “proprietà” prive di evidenza scientifica, siano esse provenienti da usi tradizionali o da naturopati privi di preparazione scientifica, rimangono nell’aura della fuffa salutistico-spirituale proprio perché non v’é alcun indizio che esistano.
Come vedremo più avanti, difatti, il libro della Oberhammer che ha dato slancio all’uso terapeutico del limone, s’inserisce perfettamente in una certa tradizione di spiritualità salutista. In altri Paesi ed in altri anni le pratiche terapeutiche legate al limone sono state propagandate da diversi personaggi con diverse finalità, ma nell’Italia del 2015 é il testo della Oberhammer quello che ha dato maggior slancio alla pratica.
Basta scorrere la bio che pubblica sul suo stesso sito e quella sulla pagina delle edizioni Macro per scoprire che é una naturopata (ossia non ha una preparazione medica riconosciuta ), una ricercatrice indipendente (ossia é una che legge libri, fa cose e vede gente senza che vi sia una verifica scientifica sulla sua attività), nell’ambito delle discipline olistiche ( e qui si entra di brutto nel campo delle “energie vitali”, “fluidi invisibili”, “rapporto mente-corpo-anima”, “flussi di potere”), specializzata in nutrizione e bioterapie (medicine alternative basate su scambio di flussi energetici dai prodotti della natura all’uomo e priva di riscontro scientifico), che ha seguito un percorso (lei non lo scrive esplicitamente ma si tratta ovviamente di un “percorso spirituale”) con una Maestra (anche qui “spirituale”), chiamata Milla Raisse (la “Sorellanza Spirituale”: stavolta é la Oberhammer stessa a specificare “spirituale”), una donna che proveniva da un’antica tradizione di donne (richiamo alla solita fantomatica “antica tradizione” che nessuno conosceva fino a ieri, tipicamente usato per avvalorare una trasmissione maestro-allievo risalente ad un “tempo mitico” che nessuno sa quando fu).
Detto ciò la Oberhammer elenca alcuni “metodi terapeutici” che avrebbe elaborato, creato, ma soprattutto…. registrato con copyright! Tra questi: “la Via femminile ® “, “Naturopetia Oberhammer ®”, “Olosophia ®”, sistema di intervento olistico, “Disintox ®”, “Olofem ®”, programma donna e “Biotipi Olosophici ®”.
Detto ciò la Oberhammer vive organizzando corsi a pagamento e pubblicando libri (pubblicati solo da Macro edizioni da quel che ci risulta), che si alternano tra due estremi: consigli della nonna (“Vitamina A – I Suoi Grandi benefici”, “La carota”) e blanda spiritualità esoterica (“Discriminazione Spirituale femminile”, “Mi sento bloccata: libera la Pelvi”, “Il linguaggio segreto delle Mani”, “I Simboli del Femminile e del Maschile”) ed un mix degli stessi.
Che Simona Oberhamer NON sia un medico ma una persona che naviga esclusivamente negli ambienti delle SPIRITUALITA’ ALTERNATIVE pare abbastanza chiaro. Non é certo la prima persona a parlare/promuovere la “cura del limone” ma attualmente in Italia é quella più conosciuta e meglio identificabile: tutti gli altri promotori della “cura” sono perlopiù redattori poco noti (e soprattutto dalle competenze poco note) di siti di spiritualità salutista.
SPIRITUALITA’ E SUCCHI DI FRUTTA?
L’abbinamento non é per nulla nuovo: seguendo il principio esoterico secondo cui “chi sta in alto deve sparger gocce di luce a chi sta in basso“, non é affatto nuovo per gruppi / movimenti / guru / maestri / giusti farsi conoscere attraverso blande e innocue pratiche caratterizzate però dal possedere in nuce una “goccia” dei princìpi su cui il movimento / maestro si basa.
Se si ragiona un minimo sui collegamenti etico-moral-emotivi tra piccoli disturbi fisiologici, cibo che assumiamo, uccisione di animali, equilibrio interiore e ricerca di calma esistenziale si noterà che non é poi così difficile capire come si possa passare dalla spremuta di ravanelli alla meditazione a digiuno per poi giungere alle energie della mente sul corpo, passando magari attraverso il lodevole suono delle campane tibetane, dalle energie vitali degli abiti colorati, dalle tecniche verbali: tutte pratiche lecite e innocue che però sono spesso usate come via d’accesso a “pensieri altri” che affondano nel puro e semplice paranormale.
Il meccanismo é sempre lo stesso: il gruppo/maestro si promuove attraverso qualcosa di innocuo, semplice ed accattivante (i classici consigli della nonna in fatto di alimentazione, comportamento, regole di vita, oppure attraverso corsi di formazione o test psicologici). Se questo qualcosa apre una breccia in una persona (perché magari ha risolto i problemi di sonno grazie al “metodo X” che consiste nel pianificare meglio le proprie ore di sonno, cambiare materasso e bere una tisana di Eucalipto prima d’andare a dormire) questa magari seguirà più a fondo ciò che il gruppo/maestro diffonde e scoprirà man mano gli aspetti esoterici del meccanismo iniziale (tipo: “L’Eucalipto é la pianta perfetta perché in sintonia con l’universo”).
Detto ciò diviene chiaro come promuovere una banale pratica pulente come l’acqua e limone é facilmente sfruttabile come gradino iniziale di una purificazione del corpo cui debba succedere una purificazione dello spirito. Ciò, va ribadito, non significa certo che “se bevi succo di limone al mattino poi entri in una setta” ma che si tratta di una pratica banale che viene diffusa da persone che applicano a tale pratica princìpi teorici pseudoscientifici cui é bene stare attenti.
PREMESSA (REFRESH)
Premesso che: gli agrumi fanno bene per quel che ne sappiamo potrebbero anche avere proprietà che ancora ignoriamo.
I TRE “PUNTI FORTI”
Pur promettendo che la cura del limone possa risolvere decine e decine di problemi/disturbi, pur sostenendo a volte che sia una terapia, a volte che sia un coadiuvante, a volte che serva a prevenire qualcosa ed a volte che “boh, fa bene”, i cavalli di battaglia del giallo agrume assunto al mattino sarebbero tre: (1) disintossicante, (2) drenante dell’intestino e (3) alcalinizzante dell’organismo.
(1) CHE VUOL DIRE “DISINTOSSICANTE”?
Qui il discorso é lungo ma, stringendo: “disintossicare”, “espellere le tossine” sono termini medici ABUSATI dal marketing salutista ampliando a dismisura un meccanismo corporeo relativamente poco importante e rivendendolo con un’immagine molto più drammatica di quanto risulti dalle conoscenze mediche. Con lo stesso meccanismo l’acne potrebbe esser descritto come grave quanto un tumore.
Le tossine sono sostanze prodotte da un organismo animale, vegetale o microbico che sono dannose per certe specie.
Alcune sostanze assolutamente innocue per l’uomo come determinate molecole apprezzate ed utilizzate per diverse ragioni (per esempio le molecole che caratterizzano determinati sapori del vino) potrebbero esser tossiche per altre specie.
Le tossine più note sono quelle del Colera, della Difterite, della Pertosse, del Botulino, del Tetano, sello Streptococco, dello Stafilococco, le Microtossine dei funghi, quelle dei veleni animali e vegetali, dell’ E.Coli, della Peste, della Scarlattina, di Shiga.
Il marketing salutista alimenta mescola tossine, ossidi(il fatto che ci siano sostanze “ossidanti” e “anti-ossidanti” ma non si parli mai di “ossidi” é illuminante: il termine é opportunamente legato al termine “ossa” e “ruggine” e quindi se utilizzato da solo, “ossido”, può risultare commercialmente poco efficace. Al contrario “tossine” si vende praticamente da solo) e nanopolveri(sulle quali non v’é ancora certezza scientifica, nonostante diversi indizi facciano supporre una loro responsabilità in diversi disagi fisiologici) parlando genericamente di “sostanze chimiche” caratterizzate dall’essere invisibili, omnipresenti, con una particolare attenzione al cibo, che vengono assimilate dall’organismo attraverso diverse vie (respirazione, ingestione, traspirazione, fino a giungere addirittura allo stress) a cui causerebbero disturbi di diversa natura e che vanno espulsi attraverso pratiche di purificazione che solitamente coinvolgono regimi alimentari particolari e successivamente pratiche di meditazione e Yoga.
[Fallacia logica: se le tossine fossero ovunque dovrebbero esser presenti in egual misura anche nella frutta e verdura -Bio- consigliata per la purificazione del corpo. Le risposte possibili all’osservazione rimandano irrimediabilmente al concetto “la frutta bio é naturale > tutto ciò che é naturale é buono”. A quel punto si può invitare il naturopata in questione a bersi una bella Tisana all’Oleandro]
Per contro la maggior parte delle terapie “disintossicanti” comportano tutta una serie di rischi e controindicazioni tra cui (ma guarda un po’) la distruzione della flora batterica intestinale.
TERRA AUSTRALIS, OSSIA: NON GETTAR IL BIMBO CON L’ACQUA SPORCA
Nelle mappe geografiche realizzate tra il XV° ed il XVIII° secolo compariva, nella parte meridionale del Pacifico, la cosiddetta “Terra Australis Incognita“, un colossale continente ipotetico che all’epoca si supponeva dovesse esistere per bilanciare il peso sul Pianeta della massa continentale Eurasiatica.
Nel XVI° e XVII° secolo nell’area in cui si riteneva esistesse questo megacontinente vennero effettivamente scoperte l’Australia, l’Antartide, la Nuova Zelanda e migliaia di altre isole.
Il fatto che siano state veramente trovate enormi masse di terra laddove la teoria delle “terre che si bilanciano tra loro” supponeva ve ne fossero non toglie che tale teoria sia un’enorme sciocchezza.
Allo stesso tempo rifiutare la teoria dei continenti che si controbilanciano non significa certo negare che l’Australia e l’Antartide esistano!
Ecco, le “tossine” che vengono descritte dal marketing salutista non sono altro che una moderna “Terra Australis”: un pentolone di credenze e verità scientifiche mescolati a casaccio in cui se c’é del buono é gettato alla rinfusa tra un sacco di fuffa.
Ciò che vien venduto é un concetto basato sul nulla, ossia la presenza di fantomatiche “tossine invisibili” che ci rendono “sporchi dentro” e quindi vanno “buttate fuori”.
I rimedi per fare ciò sono talmente tanti e variegati (Acque minerali, frutta sbucciata, bacche di Goji, ananas a nastro, correre, sudare, esporsi al sole, ridere, respirare profondamente, meditare, dieta ricca di fibre oppure priva di carne oppure senza manco una fibra o senza solidi, oppure digiunando o assumendo Vitamina A o B o C o D, attraverso medicinali appositi o spremuta di mirtillo, o respirando particolari vapori o usando certe creme) che vien da chiedersi perché a nessuno sorge il dubbio che il corpo di una persona normale che cammina, mangia sano, respira normalmente e prende il sole non espella già da solo queste fantomatiche tossine invisibili senza il bisogno di cure o diete particolari (NB: per quanto riguarda la detossificazione vera da tossine visibili e velenose é tutta un’altra storia e te lo fanno solo in ospedale )
(2) DRENA L’INTESTINO?
Se l’utente finale non é particolarmente colpito dal concetto di “disintossicare l’organismo” potrà forse trovare stuzzicante l’idea che la “cura del limone” aiuti a drenare l’intestino (se il “rimedio-panacea” serve a cose diverse é bene anche che lo faccia attraverso metodi diversi). Peccato che anche questo non sia vero ed anzi, é acclarato che possa invece distruggere la flora batterica intestinale. Un individuo sano non ha bisogno di aiuti esterni per mantenere equilibrati i livelli di flora batterica, intestinale ed elettroliti.
E IL LIMONE?
Il Limone é un frutto che da qualche anno s’incontra spesso tra le cure alternative. Il Limone presenta diverse caratteristiche interessanti sia da un punto di vista pratico che comunicativo/emotivo (ossia: magico) é un frutto ACIDO, profumato, d’uso comune, acquoso, versatile, dissetante, poco calorico, consumabile in piccole quantità, molto vicino all’idea di “acido pulente” (l’acido, assieme all’amaro, sono i due gusti che meglio rispondono nell’effetto placebo: non per niente nei test i placebo “acidi/amari” vengon percepiti come più efficaci). . Proprio a causa di tutte queste sue caratteristiche lo si ritrova spesso abbinato al bicarbonato (altra sostanza “pulente” accettata come “rimedio casalingo” e presente già in testi alchilici – vedi QUI e QUI) e per le cure più disparate, dalla cura di irritazioni cutanee al cancro o come sostituto della chemioterapia (vedi QUI e QUI). Evidentemente l’idea che il Limone abbia proprietà straordinarie deve aver fatto presa, visto che lo si trova citato tanto spesso come “cura alternativa” per qualsiasi cosa, ma mai negli scritti redatti da medici. Tra i precedenti illustri vi sono la Cura Simoncini (ex medico radiato e condannato su denuncia dei suoi pazienti) che curerebbe il cancro col bicarbonato, la cura a base di clisteri di bicarbonato sempre per curare il cancro, la dieta al limone e soprattutto la dieta alcalina, una fantomatica teoria alimentare inventata dalla’ ex medico Robert O. Young, arrestato per abuso della professione medica e truffa e la “Nuova medicina Germanica” del Dottor Hamer (medico radiato dall’albo che pretendeva di curare il cancro con musica, limone e bicarbonato). Diversi siti/riviste che trattano spiritualità salutista propongono da alcuni anniquesta cura del limone, senza però ottenere il successo della Oberhammer (anche questa non é una novità: già in altre occasioni, come ad esempio il boom promozionale dell’Aloe Vera dei primi anni ‘2000, diversi personaggi promuovono una determinata terapia e quando questa ha raggiunto una certa diffusione avviene il botto coinvolgendo magari l’ultimo arrivato tra quelli che ne han voluto cavalcare l’onda, o quello che meglio ha saputo venderla)
Siamo qui al terzo punto d’allarme citato prima: l’utilizzo di frutti di Limone come cura/panacea deve quindi far scattare campanelli d’allarme. Il Limone, insomma, é la Teriaca di questi anni.
UN SACRIFICIO ACIDO E VITALE
L’assunzione mattutina e a digiuno di acqua e limone difatti si presta perfettamente a fungere da strumento per un piccolo sacrificio quotidiano, ossia un rituale che comporti un piccolo sforzo che proprio in quanto tale percepito/vissuto di per sé un’atto di purificazione.
Il sacrificio richiede il superamento di una prova ed uno sforzo di volontà. In questo l’acidità del limone risponde perfettamente a tale esigenza: che effetto farebbe sapere che vi é (per esempio) evidenza scientifica dell’utilità medica di assumere ogni mattino a digiuno un cucchiaio di Nutella? Le caratteristiche della Nutella (dolce, cremosa, piacevole al gusto, grassa-oleosa) si scontra con l’idea della purificazione-sacrificio ed anche se vi fosse evidenza scientifica dell’utilità del suo consumo giornaliero pochi ne accoglierebbero la validità. Questo é il motivo per cui, come anticipato sopra, certi medicinali non vengono resi più gradevoli al gusto nonostante sia tecnicamente possibile: rendendoli troppo piacevoli verrebbe meno l’aspetto sacrificale e sarebbero percepiti come meno efficaci.
Ma se bastasse il solo aspetto sacrificale si potrebbe sostituire il limone con l’aceto di vino: il limone invece possiede diverse caratteristiche che lo rendono al tempo stesso un prodotto sacrificale ma al tempo stesso vitale.
Il suo essere un frutto (natura) giallo (color del sole), fonte di Vitamina C (energetico) dagli innumerevoli utilizzi e proprietà supposte (panacea) lo rende adatto ad essere anche una fonte potenziale di benessere. Non sarà come indossare un Cilicio ma sfrutta principi simili.
L’arancia, ad esempio, essendo più dolce, meno acida e di colore tendente al rosso, risponde meno a queste caratteristiche.
FA CIO’ CHE PROMETTE?
Molto spesso chi incontra queste “terapie” ne viene a conoscere da fonti secondarie o terziarie che ne promuovono la parte che “sentono più loro”. Per esempio: amica credulona e non tanto sveglia legge di una cura miracolosa per millemila malanni tra cui il mal di pancia, la prova riponendovi grandi speranze, si convince di star meglio (effetto placebo sommato al fatto che probabilmente durante la “cura” ha curato un po meglio la propria alimentazione) e ne parla a tutte le sue amiche solamente come di un “rimedio per il mal di pancia” (poco importa che in origine venisse proposto anche come rimedio contro l’acne, l’impotenza, i dolori mestruali e la perdita dei capelli), aggiungendovi la propria aneddotica (“con me ha funzionato”). A questo punto si sviluppa il modello Catena di Sant’Antonio.
Inoltre la promozione di tali terapie-triaca-panacee vi é un’uso costante di termini indefiniti che rimandano genericamente a un qualche aiuto “rivitalizzante, tonificante, rinvigorente, disintossicante” (“aiuta a farti ritrovare vitalità”) sul cui utilizzo non v’é alcun reale controllo (una semplice bottiglietta d’acqua può tranquillamente esser venduta/promossa con slogan del tipo “aiuta a tonificare…” senza il bisogno di alcun avallo medico/scientifico. I termini che posso esser sottoposti a controllo, ad esempio “bevanda energetica” non vengono mai usati.
Vi é poi l’attenta strategia di marketing che sfrutta molto non-detto riempito dalla mente dell’utilizzatore finale (un esempio lampante anche se non c’entra niente: un farmaco chiamato “Eva-Q” riesce a comunicare perfettamente cosa fa senza mai dirlo apertamente. Allo stesso modo può funzionare un eventuale “Bio D-Tox”, che senza usare il termine “detossificante” ne trasmette comunque il senso). In sostanza se una certa terapia vien promossa su una rivista di alimentazione e salute, non verrà scritto nero su bianco che “cura dal cancro” (cosa che invece avverrà sui siti di medicina alternativa dura e pura) ma un blando riferimento a “mali giudicati incurabili”: con target diversi vengono usate strategie diverse ma l’importante é vendere il prodotto o meglio, cavalcare l’onda fintanto che é remunerativa o la moda non sarà passata ad altre “terapie”
L’arco della gradualità delle promesse é talmente ampio (dal “comunque non fa male” all’ “é l’unica cura che funziona”) da coprire anche in questo caso ogni tipologia di utente ed ha il vantaggio tattico di permettere al gruppo/maestro/medico che promuove tale terapia di alternare “sicurezza adamantina” ad estrema vacuità, promettere e non promettere, dire ed accennare.
(NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 1: IL LATTE DI SATANA)
In un occidente sempre più interconnesso la parcellizzazione in tribù etiche é il prezzo da pagare. Senza uscire dall’ambito della spiritualità salutista basterà citare alcuni gruppi vegetariani, pescetariani, fruttariani, vegani, crudisti, macrobiotici (legati spesso a movimenti animalisti / antivivisezionisti*) per poi perdersi in decine di sottogruppi (i fruttariani che non mangiano i cereali, quelli che mangiano solo la frutta cauta naturalmente dall’albero ecc) o in specializzazioni che per diverse ragioni non formano comunità e che quindi non hanno nemmeno un nome riconosciuto, per esempio coloro che si specializzano in un determinato cibo etnico non proprio (cucina giapponese, cinese, araba), oppure coloro che adottano ciclicamente diverse filosofie alimentari (NB: qui si parla di filosofie alimentari e non di regimi alimentari con supporto medico – un conto é seguire per un dato periodo una dieta particolare sotto stretta osservazione medica con lo scopo di ottenere un certo risultato; altro conto é adottare una filosofia di pensiero con risvolti alimentari privi di riscontro scientifico).
Alcune di queste comunità sono particolarmente battagliere nel tentare di convincere il mondo che la loro visione del mondo é quella giusta; negli ultimi tempi, in particolare, si fanno distinguere gli animalisti ed i vegani (che, come sopra accennato, sono movimenti molto interconnessi tra loro, tanto che é scontato che un vegano sia per forza di cose anche un animalista, mentre non é detto che un animalista sia pure vegano).
Una fetta di successo di questa disinformazione riguarda il latte. I vegani accusano il consumo di latte per motivi etici (uccisione e sfruttamento degli animali) e spirituali (i vegetali sono puri mentre la carne e i suoi prodotti sono impuri).
Per giustificare la propria posizione e per convincere il mondo della validità delle proprie idee la maggior parte dei vegani utilizza a sproposito diverse affermazioni (link 1, link 2, link 3, link 4) aventi tutte lo scopo di trasmettere il messaggio:
Il latte va bene per i neonati ma é un pessimo alimento per gli adulti
I siti più “duri e puri” dicono che il latte faccia proprio male, mentre le riviste di benessere di maggior diffusione si limitano a dire che é un’alimento inutile.
Alcune dei informazioni negativie circolanti sul latte consumato dagli adulti sono: il latte é “carne liquida”, causa osteoporosi, provoca carenze di ferro, problemi di digestione, danni alla flora batterica, ha troppe proteine, troppi grassi saturi, provoca putrefazione intestinale, provoca eccessi di calcio, ha proteine animali acide, nessun’altra animale consuma latte di un’altra specie, che “il latte fa bene” é un’invenzione dell’industria del latte, richiede enormi sforzi gastrici per esser digerito, é ricco dei pesticidi che le mucche assorbono dall’erba che mangiano ecc.
In realtà gli studi medici sono di tutt’altro parere e, tra chi lo loda incondizionatamente e chi lo descrive semplicemente come un buon alimento, nessuno arriva ad affermare che sia dannoso:
In sostanza il latte é un alimento valido che può esser consumato con la massima tranquillità a patto di evitare gli eccessi (una dieta troppo ricca di latticini é poco equilibrata e può provocare scompensi) ed rinunciandovi solo in determinati casi (intolleranze o particolari carenze diagnosticate da medici competenti).
L’accanimento vegano contro il latte ha sortito il suo effetto di SEMINARE DUBBI SUL LATTE, diffondendoli e radicalizzandoli in maniera tanto capillare che ai primi segni di mal di pancia una persona su due accusa il latte.
*Interessante notare come il marchio di “Antivivisezionista” venga utilizzato anche se la vivisezione non viene praticata: ciò avviene perché il termine é emozionale e commercialmente valido (si vende da solo)
(NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 2: NESSUNO E’ AL SICURO)Interessare la fallacia logica più diffusa a proposito del latte ossia “probabilmente non fa male ma siccome é un’alimento inutile lo tolgo/riduco dalla mia dieta“, in quanto l’etichetta di “cibo inutile” potrebbe benissimo esser applicata a qualunque alimento, come ad esempio… la lattuga!.
Si potrebbero spendere alcune pagine per evidenziare i motivi per cui l’attacco vegano al latte abbia fatto così ben presa sulla gente (simbolismo del latte, malainformazione, la sua natura di “grasso liquido”, paure materne ecc) e dei motivi per cui nessuno osa muovere accuse contro la lattuga (etica vegana ecc), ma l’aspetto forse più interessante é la diffusa connessione:
disturbo fisiologico > paura/dubbio del momento > trend salutista del momento > disturbo fisiologico (all’infinito)
Il continuo martellamento di messaggi che seminano dubbi su questo o quel prodotto modifica anche la percezione dei piccoli disturbi fisiologici:
Improvvisamente TUTTI hanno una leggera intolleranza al lattosio non diagnosticata.
Fino a ieri TUTTI avevano leggeri problemi di cute non diagnosticati.
Fino all’altro ieri TUTTI avevano qualche problema non diagnosticato inerente le uova.
Anche qui dubbi e insicurezze indotte si mescolano a problemi reali: qualche anno fa la scoperta che alcuni coloranti fossero dannosi per l’uomo causò una piccola caccia alle streghe verso tutti i coloranti (anche quelli naturali). Stessa cosa avvenne per i conservanti, per non parlare dei codici numerici degli additivi alimentari (con gente che si spaventava dinnanzi ad E322 ed E260, che, detto tra noi, sono: lecitina di soia ed acido acetico). Attualmente v’é una certa attenzione nei riguardi dell’olio di palma, ritenuto un alimento poco salutare di cui l’industria alimentare abusa, ed anche in questo caso c’é qualcosa che non torna nella vulgata corrente.
In effetti é difficile non accorgersi di come le accuse nei confronti dell’Olio di Palma siano un vero e proprio atto di demonizzazione. A raccoglier alcune affermazioni sparse risulterebbe che l’Olio di Palma: fa male all’ambiente, la sua assunzione ha conseguenze negative, é un pericoloso ipercolesteromizzante che favorisce la comparsa dell’arteriosclerosi, viene raffinato con processi chimici poco chiari, viene usato solo perché economicamente vantaggioso per le aziende, la sua coltivazione intensiva provoca disboscamenti, fa venire il diabete, é cancerogeno ecc. L’Olio di Palma, insomma, sarebbe il male assoluto che le multinazionali impongono silenziosamente a noi povera #ggente (e se qui non scattano le campanelle d’allarme “storytelling in atto”, “demonizzazione”, “noi contro loro”, c’é qualche problema). In realtà l’Olio di Palma ha le stesse caratteristiche “negative” degli altri grassi saturi, come ad esempio il burro, ma rispetto ai grassi idrogenati, come le margarine, ha invece numerosi elementi positivi ed in effetti viene impiegato proprio perché le alternative all’Olio di Palma sarebbero molto peggiori sia dal punto di vista salutare, economico e, secondo alcuni anche ambientale (ma quest’ultimo punto appare molto dibattuto). L’informazione negativa sull’Olio di Palma ha coinvolto oramai i Big della comunicazione come Panorama, l’Huffington Post e Report (tutti smentiti, vedi QUI e QUI).
Il Boom mediatico italiano inerente all’Olio di Palma é un fenomeno tutto sommato recente, come evidenziato da questo grafico di Google Trends:
La petizione de Il Fatto Alimentare é partita solo poche settimane prima del 13 dicembre 2014, giorno in cui é diventata obbligatoria l’applicazione del nuovo regolamento di etichettatura UE che, sinteticamente, fornisce maggiori informazioni sugli ingredienti del prodotto e meno sul produttore (é il risultato degli accordi avvenuti col TTIP contro cui molto si é battagliato, soprattutto a causa delle minori informazioni sulla provenienza dei cibi ed un venir meno del valore aggiunto alimentare del “made in Italy”).
In sostanza consumare Olio di Palma non é meno salutare che consumare quantità equivalenti di altri olio, burro o margarina, e se la propria dieta é composta unicamente da cibi preconfezionati e creme spalmabili due domande bisognerebbe farsele (esattamente come nel caso del latte)
Anche la vicenda dell’Olio di Palma evidenzia come la malainformazione riesca a toccare qualunque cosa e cheben scavare risulta evidente che questa non avvenga mai in modo del tutto casuale: in qualche maniera risponde sempre ad esigenze (manifeste o meno, consci od inconsce) di determinati gruppi sociali o economici, il cui risultato é sia generare dubbi e insicurezze che offrire facili soluzioni e speranze sfruttando il già citato circuito chiuso:
disturbo fisiologico > paura/dubbio del momento > trend salutista del momento > disturbo fisiologico (all’infinito)
(NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 3: LA VERITA’ VERRA’ RIVELATA DOPO LA PUBBLICITA’)
Importantissimo in questo senso é il ruolo dei Big della comunicazione: finché una teoria strampalata resta confinata all’interno di un circolo ben definito non c’é da preoccuparsi (per ogni idea/teoria/filosofia/credo strampalato ci sarà sempre sempre qualcuno che ci crede). Quando però queste teorie “fanno il salto” e vengono accolte e diffuse attraverso canali mainstream (canali televisivi nazionali, riviste d’ampia tiratura ecc) la cosa si fa preoccupante in quanto ciò porta inevitabilmente ad una diffusione esponenziale della fuffa a discapito della scientificità e dell’oggettività.
Il problema di fondo é una questione etica, ossia la mancata applicazione della regola: più grande é il tuo seguito (lettori, telespettatori, followers su Twitter ecc), più responsabili dovrebbero essere le tue parole ed azioni.
Purtroppo é inutile illudersi che tale equazione venga davvero rispettata: raramente i meccanismi che portano alla notorietà coinvolgono tale senso di responsabilità. Tuttavia é possibile “riportare le cose al loro posto” effettuando una scrematura logica atta a ridimensionare l’autorità malriposta, ossia lo strumento principale della “diffusione mainstream” della fuffa.
Che cosa ne sa di nutrizione un impresario delle pompe funebri? Cosa ne sa di politica estera uno scrittore di romanzi d’amore? Cosa ne sa di medicina una cantante pop? Il fatto d’essere famosi non rende queste persone degli esperti di cose che non sanno. Su questioni mediche bisogna chiedere a medici e su questioni ingegneristiche bisogna chiedere ad ingegneri. Chi ha vinto un Nobel sulle nanoparticelle potrebbe avere difficoltà a comprendere il funzionamento di un motore che un quattordicenne appassionato di scooter saprebbe smontare e rimontare ad occhi chiusi: fama e competenza sono due cose distinte.
Spesso la mancanza di competenza é messa in secondo piano dall’immagine che la persona trasmette di sé. Ad una persona di successo, magari anche attraente, che ha saputo emozionare/divertire attraverso la sua arte e che sa parlare bene, vien naturale attribuire un’autorità che in realtà non si merita. Non importa quanto uno sia bello, figo, ricco, affascinante e se quel che dice suona bene: le stronzate, anche se ben infiocchettate, restano stronzate.
Spesso la mancanza di competenze é ben mascherata: noto é il caso del Dr.Oz, medico chirurgo statunitense, scrittore e e conduttore di trasmissioni televisive in cui dispensa consigli medici su cui non ha competenze specifiche (alimentazione, ortopedia ecc), promuove l’omeopatia ed altre pratiche poco ortodosse (ad esempio promuove le guarigioni miracolose attraverso la preghiera ai defunti). Il fatto che sia un medico chirurgo basta perché il pubblico ritenga validi tutti i suoi consigli medici: sembrare competenti ed essere competenti sono due cose distinte.
Non solo le personalità dello showbiz ma anche i “contenitori” vengono spesso percepiti come dei testimonial cui viene attribuita autorità eccessiva: una notizia riportata dal sito/giornalista di fiducia non é automaticamente vera perché proveniente da questo sito/giornalista, ma é necessario che venga fornita in maniera corretta dando a chi legge/vede/ascolta tutti gli strumenti per analizzarla e verificarla. Se il giornalista X ha sempre dimostrato un alto tasso di affidabilità e correttezza non é detto che non prenderà mai una cantonata. Allo stesso tempo un’informazione diffusa da un’importante portale generalista non va dato per scontato che sia vera: va verificata.
Purtroppo sono molti gli esempi in negativo di informazione mainstream che diffonde notizie ed informazioni sbagliate/inesatte/false/inventate/malinterpretate. Giusto per fare alcuni esempi eclatanti il caso dei Bambini di Satana, descritti come una setta di violenti stupratori nonostante sia risultato evidente che erano dei tizi magari un po strambi, ma innocenti; oppure il caso delle supposte violenze negli asili di Brescia ed a Rignano Flaminio, rivelatisi dei casi di panico morale (in Italia spesso tradotta in “psicosi collettiva”) privi di fondamento; o l’eco dei grandi media riguardo al Metodo di Bella che generò un fermento popolare tanto rumoroso che nel 2003 riuscì a far legiferare il Parlamento affinché ripetesse la sperimentazione del “Metodo” nonostante già dal 1999 si sapeva che non funzionava (impossibile qui non notare i parallelismi con la crociata anti Olio di Palma nel governo francese e le pressioni sul parlamento italiano sul cosiddetto “Metodo Stamina”). In particolare il parallelismo perfetto tra il caso del Metodo Di Bella ed il caso del metodo Stamina evidenzia come il battage mediatico riesca a condizionare l’opinione pubblica agendo sull’emotività anziché sulla corretta informazione: la terapia-truffa “Metodo Stamina” era quasi sconosciuta al grande pubblico finché la trasmissione Le Iene non vi dedicò una serie di servizi in cui parlando del caso di una bimba di nome Sofia viene sostanzialmente fatta una mega-promozione del “Metodo” portato avanti da un medico descritto come il classico genio inascoltato che si scontra con l’assurda burocrazia statale. La trasmissione, dopo aver portato Stamina alla ribalta con il linguaggio unidirezionale che la caratterizza é stata bacchettata da più parti per aver diffuso un’informazione parziale, incorretta, omissiva, basata sull’emotività, unidirezionale e non scientifica. Solo dopo diverse settimane Le Ienerigireranno la frittata con una supercazzola ma senza ammettere realmente i propri sbagli.
Anche in altre occasioni Le Iene hanno accarezzato teorie pseudoscientifiche come il caso della dieta vegan che impedirebbe lo sviluppo di cancro, teoria risalente al “The China study”, testo sbufalato da decenni. L’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) spiega in maniera chiara come una dieta vegetariana ridurrebbe le possibilità di ammalarsi di cancro del 12% e per alcuni tipi di cancro addirittura del 45%; allo stesso tempo una dieta priva di carne ma che includa pesce aiuterebbe a ridurre la possibilità di contrarre il cancro del 18%. La ricerca comunque fa notare che altri elementi non presi in considerazione potrebbero aver influito in questi risultati: “chi sceglie la dieta vegetariana o decide di eliminare la carne a favore del pesce appartiene di solito a categorie sociali medio-alte, piuttosto colte e molto attente all’igiene e alla salute. È possibile, quindi, che i buoni risultati generali non siano da attribuire esclusivamente alla dieta vegetariana, bensì a stili di vita più salubri in generale, in particolare per quanto riguarda il fumo e l’esercizio fisico”
(A proposito di testimonial ed autorità malriposta: per tutta la vita Steve Jobs ha preferito curarsi con metodi alternativi e seguendo curiose diete perlopiù di stampo vegano e fruttariano ma alla fine il cancro se l’é portato via a 56 anni).
Se la gente non affida il compito di “spiegargli come vanno le cose” a ricercatori e reporter, ma ad attori che si spacciano per giornalisti (si, si, sulla carta sono giornalisti, ma c’é bella differenza tra questo e questo) o a pupazzi che parlano in genovese, interessati più a fare infotainment a tesiche a spiegare come vanno le cose, non ci si deve stupire se poi va a finire che c’é gente che si fa la “doccia interna mattutina” con acqua e limone o con la propria urina .
(3) ALCALINIZZARE IL CORPO?
Veniamo al terzo e ultimo dei grandi cavalli di battaglia della terapia del limone, ossia l’alcalinizzazione dell’organismo (NB: “Alcalino” é sinonimo di “Basico” ed entrambi sono il contrario di “Acido”).
Se l’aspetto “disintossicante” della cura del limone non ha convinto e nemmeno la sua supposta capacità di “drenare l’intestino”, forse é l'”alcalinizzazione dell’organismo” che acchiapperà la mente del cliente finale.
Le supposte “proprietà alcalinizzanti” del limone non sono una novità giunta dal nulla ma un’eredità delle teorie sulla cosiddetta dieta alcalina.
Qui bisogna spendere due parole su questioni fisiologiche abbastanza tecniche. Brevemente: una delle caratteristiche dei liquidi é il loro livello di acidità. Ciò interessa anche l’uomo in quanto il suo organismo é per gran parte composto di liquidi ed i cibi che assume in quanto anch’essi composti perlopiù da liquidi (si, anche i biscotti secchi). Il livello di acidità si misura in pH con una scala che va da 0 (acido) a 14 (basico/alcalino).
Un valore pH7 é detto neutro in quanto acidità e basicità sono in perfetto equilibrio.
Nell’organismo umano il livello di pH varia a seconda della parte del corpo presa in esame: da un minimo di pH1-pH2 (acidi gastrici), pH4,2 (cute delicata), pH5,6 (cute), pH7,35-pH7,45 (sangue arterioso), pH8 (pancreas). Solitamente quando si parla di pH umano si indica quello del sangue arterioso (quando si parla d’alimentazione), oppure quello della pelle (quando si parla di cosmesi e prodotti igienici).
Anche gli alimenti della dieta umana hanno pH molto differenti (ad esempio i limoni con pH2.4 o i funghi con pH5.8).
L’organismo umano neve mantenere dei livelli di pH ben precisi e svolge autonomamente tutta una serie di processi atti amantenere l’equilibrio acido-base principalmente attraverso i reni e la respirazione. Questi processi (detti anche sistemi-tampone perché tamponano certi squilibri riequilibrando l’intero organismo) in un individuo sano funzionano senza autonomamente. Tuttalpiù negli anni posso funzionare con meno efficacia e quindi é necessario provvedere attivamente attraverso un’alimentazione bilanciata.
Detto questo: la maggior parte dei cibi presenti nella dieta umana hanno quasi esclusivamente un pH inferiore a 7 e sono dunque acidi Esistono rare eccezioni come ad esempio le uova, alcuni tipi di formaggi ed alcuni prodotti da forno, ma basta rendersi conto che questi cibi alcalini, una volta ingeriti, vengono a contatto con gli acidissimi succhi gastrici perché la loro alcalinità venga neutralizzata. In realtà spesso vengono definiti “cibi alcalini” quelli che in realtà sono solamente cibi poco acidi.
IN SOSTANZA: IL NOSTRO ORGANISMO PENSA GIA’ A REGOLARE DA SE’ QUESTI LIVELLI
Per quale motivo dunque nel campo della spiritualità salutista viene spesso diffusa l’idea secondo cui bisognerebbe alcalinizzare maggiormente l’organismo?
Anche qui ci si aggrappa ad una vecchia storia che viene solitamente diffusa in questi termini: “Uno scienziato premio nobel tedesco negli anni ’30 ha scoperto che per curare il cancro basta mangiare cibi alcalini, ma le multinazionali lo tengono segreto per vendere i loro farmaci“.
In realtà lo scienziato tedesco Otto Warburg (che vinse il Nobel nel 1931 per studi sugli enzimi respiratori) postulò una teoria sull’origine e prevenzione del Cancro basata su quello che viene definito “Effetto Warburg” ossia la caratteristica, scientificamente dimostrata, delle cellule tumorali di utilizzare la scissione degli zuccheri (glicolisi) e la derivante fermentazione lattica per produrre velocemente molta energia senza consumare molecole d’ossigeno, a differenza delle cellule sane.
La scoperta di Warburg viene diffusa in maniera alterata da alcuni personaggi che ruotano attorno alla spiritualità salutista, tra cui il falso medico Robert O. Young (ha ottenuto una “laurea” online da un’università non riconosciuta in seguito chiusa per truffa) e l’ex medico radiato da decenni Tullio Simoncini (quello che giura di poter curare il cancro col bicarbonato ed é sospettato di aver causato la morte di un ragazzo), aggiungendovi le loro particolari teorie che vivono sull’equazione “organismo alcalino = nemico dei tumori”. Equazione corretta, se non fosse che tale alcalinizzare un’organismo colpito da tumore ucciderebbe sia il tumore che l’organismo ospitante!
La dieta alcalina é pura fuffa pseudoscientifica diffusa da personaggi provenienti dallo spiritualismo salutista che si fanno scudo con ricerche serie di cui però stravolgono il senso..
Chi é invaghito di qualche teoria proveniente dallo spiritualismo salutista, ricorda tuttavia che esistono tuttavia diversi studi che dimostrano come la dieta alcalina aiuti l’organismo, così come vi é una correlazione dimostrata tra l’assunzione di Vitamina C e la decrescita di alcuni tumori, dimenticandosi però di notare che: (1) Non vi sono riscontri scientifici di alcun tipo di effetto preventivo/curativo dell’assunzione orale di Vitamina C e sviluppo tumorale (2) la quantità di Vitamina C che secondo alcuni studi sembrerebbe necessaria a provocare una decrescita del tumore é comunque talmente elevata da non poter essere assunta tramite apparato gastrico-digerente (l’organismo la espelle), ma solo per via endovenosa; (3) la quasi totalità degli studi favorevoli alla “dieta alcalina” analizzano solamente i livelli di pH degli alimenti presi in esame dimenticandosi di tutte le altre proprietà (ad esempio tralasciando il fatto che frutta e verdura siano ricche di potassio e magnesio e lasciando suggerire che eventuali miglioramenti delle prestazioni muscolari del soggetto siano da ricercarsi nell’alcalinità del cibo e non, come già scientificamente appurato, proprio dalla presenza di magnesio e potassio)
MA E’ UN LIMONE BIO…
La differenza tra i “cibi bio” ed i cibi “non bio” sta essenzialmente nel tipo di fertilizzanti ed antiparassitari utilizzati. Perché un cibo possa esser definito “Bio” questi dev’essere coltivato utilizzando solamente con fertilizzanti ed antiparassitari “naturali”, applicando una distinzione non sempre chiara con quelli che vengono definiti “innaturali” (basta ricordare che il “naturale” verderame non é meno tossico del Rotenone) ed é interessante notare come attraverso analisi scientifica non si riesca sempre a distinguere se certi prodotti siano stati coltivati in maniera “Bio” o no, come nel caso del riso, oppure come i limiti di pesticida residuo sui prodotti bio non sono inferiori a quelli previsti per i prodotti non-bio e come sia abbastanza facile vendere per biologico prodotti che non lo sono. Nei casi in cui vi sia un’incombente pericolo il coltivatore “Bio” può utilizzare fitofarmaci non-bio e quando le autorità nazionali impongono la “lotta obbligatoria” a determinati parassiti sono obbligati ad usare fitofarmaci solitamente non ammessi nei protocolli “Bio”. L’etichetta “Bio” insomma offre poche garanzie su come un certo prodotto sia stato coltivato e sul fatto che sia effettivamente più sano del suo omologo “non-bio”.
La presenza di nanoparticelle, qualora fosse scientificamente dimostrata la sua correlazione con la presenza di disturbi fisiologici, essendo presente in maniera equivalente sia nei prodotti “Bio” che in quelli “non-bio”, potrebbe rappresentare uno smacco notevole all’intero marketing dei prodotti biologici (ma bisognerà attendere che vi siano dimostrazioni scientifiche prima di darlo per certo).
(far) VEDERE SOL CIO’ CHE SI VUOL VE(n)DERE
Il marketing “Bio” inoltre gioca spesso sul concetto di essere cibo “disintossicante” o perlomeno “non tossico” senza quasi mai citare questi termini e spesso facendosi forte di dati scientifici oggettivi.
Un esempio: di recente é stata promossa su diversi siti di spiritualità salutista la notiziadi una ricerca che viene riportata in questi termini: una famiglia svedese per alcuni giorni ha mangiato solo cibo Bio ed al termine del periodo d’osservazione “le schifezze” presenti nel loro organismo erano spariti o calati in maniera drammatica.
Insomma, sembrerebbe tutto ok. A ben vedere però le cose non son proprio come sembrano: innanzitutto appare chiaro che il fine ultimo di tutta l’operazione sia il video e non lo studio in sé (che, va ricordato, é stata commissionata da una catena di distribuzione di prodotti bio). A far arricciare qualche naso ci pensa il terzo capitolo dello studio: “Methodology“.
Lo studio ha coinvolto solo 5 persone (non basterebbero nemmeno per uno studio statistico a base regionale); che hanno assunto “cibo convenzionale” per una settimana dopodiché solo “cibo organico” per due settimane (non gli stessi prodotti “non bio” e poi “bio” quindi: diete diverse); nelle due settimane “bio”sono stati sostituiti i prodotti per la pulizia e l’igiene personale(non si sa bene con quali prodotti)ed non hanno potuto indossare indumenti nuovi o usare tovagliato e stoffe appena acquistate (Quindi lo studio non riguardava solo l’alimentazione); al padre, consumatore di tabacco da fiuto, é stato imposto di usare tabacco bio; In maniera un po contraddittoria, dopo aver detto che alla famiglia é stato imposto l’uso di detergenti bio, viene detto che “La famiglia usava già in precedenza prodotti bio per l’igiene personale” (?); Le sostanze ricercate erano quelle la cui presenza in campioni d’urina umana erano già state segnalate da due studi del 2009 e 2011 (vedi capitolo 3.2 “Analysis”)
Facile così: se dopo una settimana a cibo contaminato di PESTICIDA X si passa al cibo contaminato col PESTICIDA Y é incorretto affermare che “Wow, mangiando questi cibi non c’é più traccia di PESTICIDA X” senza nemmeno citare la presenza del PESTICIDA Y. (NB: qui l’elenco FederBio dei prodotti fitosanitari impiegabili in agricoltura biologica)
Anche qui la solita nota esplicativa per chi capisce sol quel che vuol capire: con questo non si afferma che il cibo marchiato “Bio” sia uguale al cibo “non-bio” ma che QUESTO modo di promuoverlo é quantomeno discutibile poiché vive ed alimenta l’emotività su argomenti che richiederebbero approcci più pragmatici.
La malainformazione medica e salutista ha successo per una serie ben nota di motivi-chiave:
Non siamo degli esperti di medicina/salute/alimentazione
Chi diffonde malainformazione é molto più rumoroso degli esperti
La malainformazione medica fa leva sulla nostra emotività, sui nostri preconcetti e sul sentire comune
La malainformazione fa leva sui dubbi e sulle paure che essa stessa alimenta
Non siamo abituati a fare indagini sulle notizie che ci raggiungono
Per natura, nel dubbio, tendiamo a preferire soluzioni precauzionali che troviamo comprensibili ed emozionalmente appaganti
L’ultimo punto é quello più immediatamente riscontrabile: in quante occasione abbiamo sentito, o ci siam detti “Non so se é vero, ma nel dubbio…“. Si tratta di un automatismo precauzionale di natura protettiva (razionalità istintiva) che ha una grandissima utilità per la nostra sicurezza ma é un meccanismo imperfetto che tende a farci dubitare ed a vedere rischi e pericoli anche laddove non ce ne sono. Ciò scatena altri automatismi istintivi che ci portano a cercare soluzioni/risposte non attraverso uno sforzo di analisi logica ma preferendo soluzioni/risposte (anche notevolmente complesse) caratterizzate dall’essere emozionalmente più appaganti.
Soluzioni/risposte che trovano mille forme tutte scientificamente incorrette ma emozionalmente appaganti: ecco che ci si ritrova chi beve la propria urina o la placenta umana, chi danza nudo sotto la luna per assorbirne l’energia, chi mangia solo cibi di certi colori, chi si rifiuta di mangiare determinate cose (ma qui non parliamo dei tabù culturali: quella é un’altra storia) ecc.
MA I MEDICI CHE DICONO?
Riassumendo brevemente: a patto che non si soffra di gastrite e non si abusi del consumo di limone, non vi sono gravi controindicazioni (in caso d’abuso potrebbe danneggiare il cavo orale e lo smalto dei denti), ma in sostanza “curarsi con il limone”:
Non serve a disintossicare
Non serve a drenare l’intestino
Può portare a disturbi come esofagite, reflusso gastro-esofageo, gastriti
Non è indicata nei pazienti affetti da gastrite
Non ha reali proprietà alcalinizzanti.
Può danneggiare lo smalto dei denti
Rimane comunque una buona fonte di vitamina C, anche se non la migliore: le arance ne contengono di più e ancora maggiore è la quantità contenuta nei peperoni. È meglio non prenderla a digiuno e, comunque, conviene riempire lo stomaco con qualcosa di solido.
RICERCA SCIENTIFICA
Come già detto recenti studi dimostrerebbero alcune proprietà antitumorali della Vitamina C per alcuni tipi di cancro.
Senza neanche entrare nel merito di tali studi e fingendo che vi sia una conferma scientifica delle proprietà di PREVENZIONE di DETERMINATI TIPI DI CANCRO degli AGRUMI, nulla toglie che promuovere adesso l’assunzione al MATTINO ed a DIGIUNO di ACQUA TIEPIDA e LIMONE (non pompelmo, arancia, mandarino, clementina, pomelo, bergamotto, combatta, limetta o fortunello: LIMONE) come se fosse una sorta di panacea di ogni male non risponde propriamente a metodo scientifico.
CONCLUSIONI:
1) L’autrice del libro che ha lanciato il trend del “Curarsi col limone” ha una formazione esoterico/spirituale inserita nell’ambito del naturalismo spiritualista-salutista
2) L’editore é noto per pubblicare panzane colossali ed aver già promosso e cavalcato mode simili
3) Il Limone é un frutto usato ed abusato tra le più recenti cure alternative prive di riscontro medico-scientifico
4) Gli effetti promessi dalla “terapia-panacea” coprono in maniera superficiale l’intero spettro dei disturbi fisiologici, tanto che risulterebbe miracoloso qualora fosse vero
5) Gli effetti vengono promessi con un attento uso di termini generici ed indefiniti, tecnica atta a “smarcarsi” ma lasciando all’utente finale la libertà di “riempire” coi propri pensieri/speranze il non detto.
6) Il nocciolo dei benefici promessi dalla terapia-panacea si fonda sul concetto scientificamente inesatto di “disintossicare” l’organismo da fantomatiche “tossine invisibili” e/o sull’idea che “dreni l’intestino” e/o abbia proprietà alcalinizzanti ma in tutti e tre i casi non v’é evidenza scientifica
7) L’assunzione di acqua tiepida ed acido citrico al digiuno appena alzati, non presentando particolari vantaggi né controindicazioni, generalmente non viene né promosso né osteggiato da parte di medici
CHICCA FINALE 1
Giusto per far capire il livello di affidabilità di Macro Edizioni faccio notare che tra le “terapie miracolose” proposte sul loro catalogo online troviamo anche l’assunzione di argento colloidale:
L’uso di argento colloidale é un vecchio rimedio medico oramai abbandonato perché sostituito da farmaci più efficienti e perché l’uso eccessivo causa Argiria, ma che trova ancora grandi estimatori nell’ambiente medico-spirituale legato a principi alchemici (l’assunzione di metalli liquidi che rinforzerebbero lo spirito indebolito ecc, ecc, ecc). Che cos’é l’Argiria? E’ un’alterazione cutanea permanente causata dall’assunzione eccessiva di argento che ti trasforma così:
Non é un trucco e non c’é inganno: l’americano Paul Karason, per risolvere dolori alla schiena, assunse per 10 anni argento colloidale ed é diventato BLU (lo chiamavano “Papa Smurf – Grande Puffo).
Per maggiori informazioni basta cercare Argiria o Paul Karason su Google (ci sono diverse interviste e reportage di telegiornali)
CHICCA FINALE 2
C’é una simpatico poster creato da Sci-Ence.org in cui sono elencati le “bandierine rosse” della fuffa. Se un prodotto/metodo/cura viene presentato attraverso anche uno solo di queste “bandierine rosse” deve scattare un campanello d’allarme.
Nel caso della cura del limone le bandierine rosse sono ben sette e mezzo:
Testimonials (ci sono aneddoti di amici che “l’han provata e stanno meglio” ma nessun dato scientifico)
Helps your Body (la terapia promette “aiuti” generici di benessere)
Buy My Book (i “segreti” della terapia del limone si trovano nei libri commerciali e non in ricerche scientifiche studiate ed analizzate né da osservazioni empiriche riconosciute)
Miracle Cure-All (“hai problemi d’irritazione cutanea, digestione, fiacchezza? Il Limone aiuta sempre!”)
“Doctor” (chi promuove questa “terapia” non é un medico ma perlopiù persone provenienti da circoli spirituali/esoterici che si vendono come “naturopati”)
Natural (“un comunissimo limone ed un bicchier d’acqua sono certo più efficaci di aspirine e medicinali chimici”)
“Toxins” (le fantomatiche tossine immaginarie)
“Ancient Wisdom” Non si son trovate dichiarazioni chiare in proposito, ma il fatto che “bere un bicchier d’acqua e limone al mattino” possa esser visto/venduto come un caro, vecchio rimedio della nonna, avvalora in parte l’idea di una “conoscenza empirica antica”. Inoltre la Oberhammer si dice allieva di una Maestra di una antica via spirituale femminile. Insomma, questo é un punto toccato ma non del tutto centrato, ma poco importa: che sia fuffa é già chiaro.
“Hai visto ieri in il match? X ha steso Y! Lo ha proprio suonato a dovere come si meritava! Viva X!”
Due combattenti, un ring, scontro frontale e chi resta in piedi vince. Scontro fisico puro, un po di strategia e preparazione mentale per determinare chi sa colpire e resistere nel modo più efficace e giù botte! Non é difficile da capire.
Cambio di scena: due o più persone in poltrona, un argomento, ognuno parla e chi ottiene più applausi vince. Anche il “dialogo” mostrato in televisione tra diversi ospiti o tra ospite e conduttore é strutturato come un match, solo che si usano parole e argomenti al posto dei pugni: chi ha argomenti e parole più forti vinc… ehm… ehm… no… piano… un’attimo… QUI C’E’ UN EVIDENTE SALTO LOGICO!!
Da quando lo scopo del dialogo sarebbe quello di abbattere il nemico? O meglio: é normale considerare tutte le persone che non condividono le mie parole dei nemici? Si dialoga dicendo sempre no agli altri dialoganti (pardon: nemici)? E’lo scontro il fine ultimo del dialogo?
NO.L’accostamento dialogo-match é figlio di una visione del tutto riduttiva, semplicistica e parziale di ciò che un dialogo é veramente. Il dialogo é una pratica il cui fine é quello di avvicinarsi ad una verità partendo da molteplici punti di vista, utilizzando diversi processi logici: equiparare il dialogo ad un match significa negargli ogni capacità costruttiva in quanto il processo di analisi logica tra due o più “verità” viene sostituita da un approccio teatrale il cui scopo non é più giungere ad un’approssimazione del vero esterno agli attori coinvolti, bensì l’affermazione per sopraffazione di una delle “verità” rappresentate da questo o quell’attore.
Chi equipara il dialogo a un match compie un’operazione di relativismo puro affermando che ognuno abbia “una SUA verità” valida esattamente quanto la verità di chiunque altro e che non sia possibile avvicinarsi ad una verità unica e condivisa attraverso l’intelletto
(Secondo questo principio relativista l’idea che la Luna sia fatta di formaggio avrebbe lo stesso valore dell’idea che sia un corpo roccioso. Posto dinnanzi a simili esempi di cortocircuiti logici il relativista ha come sola reazione possibile il rifiuto totale da cui ne consegue il suo motto “ognuno ha le proprie idee e van tutte rispettate, ma chi pensa cose che secondo me non son giuste é un pazzo” – evidenziare che tale motto é illogico equivale a farsi tacciare per pazzi)
Così come la boxe, un dialogo può funzionare solo se le parti in gioco rispettano tre condizioni: il terreno di gioco, l’equilibrio e la correttezza tra le parti.
TERRENO DI GIOCO
Perché un dialogo possa portare a qualcosa é indispensabile che le diverse parti condividano lo stesso terreno di gioco ossia la realtà. Se una delle parti elude, piega o rifiuta la realtà accertata nessun dialogo é possibile. Ogni attore che prende parte al dialogo é portatore di una propria verità costruita da idee e opinioni che dovrebbero essersi formati su una conoscenza il più possibile esatta dell’argomento in questione. Chi rifiuta di adattare le proprie idee e opinioni dinnanzi ad una realtà evidente, dimostrata e riconosciuta, sta di fatto rifiutando la realtà stessa, impedendo ogni possibilità di dialogo.
EQUILIBRIO
In Italia il concetto di equilibrio riguardante il dialogo é inquinato dal linguaggio televisivo e dal concetto di “par condicio”, per cui quando si parla di dialogo equilibrato ciò vien solitamente ridotto al semplice concetto di “egual presenza”.
In realtà il concetto di equilibrio nel dialogo é legato al punto di contatto tra i due o più opponenti: persone di opinioni opposte su un dato argomento ma che hanno rispetto reciproco, intesa di linguaggio e sanno accogliere opinioni altrui potranno costruire un dialogo perché in equilibrio tra loro. La presenza di un punto d’equilibrio tra le parti é una condizione imprescindibile perché un dialogo possa cominciare e deve esistere precedentemente al dialogo stesso.
Nel paragone del match l’equilibrio é paragonabile al condividere o meno uno stesso set di regole: non si possono mettere su uno stesso ring il campione dei pesi massimi ed il più grande esperto al mondo di parole crociate, così come non ha senso il dialogo tra un biologo evoluzionista ed un creazionista puro (perché manca un punto di equilibrio tra i due ma anche perché in un eventuale dialogo il creazionista, rifiutando a prescindere le innumerevoli prove scientifiche che dimostrano l’evoluzionismo, rifiuta addirittura di condividere il terreno di gioco)
Mettere sullo stesso piano un affermato ricercatore storico con un complottista autodidatta che non ha alcuna prova a suo favore non può portare a nessun dialogo in quanto non v’é equilibrio culturale e perché il complottista, dando per scontato che il ricercatore “é uno di loro”, elimina pure quel minimo rispetto che può fungere da punto d’incontro minimo tra due parti opposte. Altri esempi possono essere il rimescolaggio dei linguaggi che avviene quando un politico vien messo a confronto con personaggi dello spettacolo che non hanno competenze reali sull’argomento in discussione (come si può dialogare di politiche economiche con pupazzi e soubrette o comprendere equilibri complessi discutendo con qualcuno che mette sullo stesso piano le decisioni strategiche di un ministro con il colore della cravatta che indossa?).
Se tra le parti non v’é un punto d’incontro queste non potranno costruir alcun Dialogo e procederanno solamente attraverso scontri improduttivi. Se una delle parti si rifiuta a prescindere di discutere la verità di chi ha di fronte elude da principio ogni possibilità costruttiva. L’equilibrio é una condizione che deve preesistere al dialogo.
CORRETTEZZA
All’interno di un dialogo la correttezza consiste in tutte quelle pratiche atte a mantenere e rinforzare l’equilibrio stabilito tra le parti (NB: mantenere o rinforzare tale equilibrio non esclude che le opinioni delle due parti divergano anche in maniera sostanziale).
Restando all’esempio pugilistico la correttezza equivale al rispetto dei divieti dello sport che le parti si son accordate di praticare (niente colpi sotto la cintola, niente dita negli occhi ecc.).
La rottura della correttezza causa la caduta di ogni equilibrio preesistente.
Se il dialogo avviene attraverso dei media vi é sempre il rischio che questo venga viziato dalla natura del media stesso (la ricerca dell’applauso in studio, le scenate teatrali e tutti gli strumenti atti ad oltrepassare la quarta parete non per comunicare al pubblico ma per comunicare attraverso il pubblico), andando ad ammazzare ogni equilibrio preesistente. Abusare della mediaticità per zittire un dialogo é di certo un colpo basso: l’esatto opposto della correttezza nel dialogo. Si vince mediaticamente ma non grazie alla bontà dei propri argomenti.
Altri casi sono quelli in cui una delle parti anziché rispondere con frasi di senso compiuto che esprimono concetti coerenti cerca di ottener ragione usando slogan evocativi e giravolte logiche che mascherano la mancanza di coerenza interna delle idee che propone con una coerenza apparente oppure, ancora più frequentemente, evitando di rispondere spostando l’attenzione su altri argomenti o ancora, operando un’azione di censura/filtraggio mentale riducendo problemi complessi in concetti banali e riduttivi.
C’é forse qualcosa di diverso tra un Renzi che parla per #hashtag ed un Salvini che fa da poster umano con le felpe? Come si può portar avanti un dialogo con chi é più interessato a trasmettere i propri slogan/meme/frame impattanti che affrontando le complessità esponendole per quel che sono veramente? Ridurre la complessità delle migrazioni e dei problemi economici del paese a dei banali meme #BastaEuro #SvoltaBuona #StopInvasione é il modo migliore per ammazzare il dialogo impedendo la possibilità di concordare degli obiettivi. (NB: lo slogan ci sta anche; il problema é quando si riduce il dialogo al solo slogan-totem indiscutibile)
Non ci si può nemmeno aspettare esca veramente qualcosa da un finto dialogo in cui domande e risposte sono sostituite da uno scambio di innocue battute che evitano di metter la carne sul fuoco: la paura di rompere i coglioni andando veramente a fondo dei problemi genera solo dialoghi intorpiditi in cui é proprio la teatralità di cui sopra ad accender l’attenzione e non l’esposizione di una verità più completa e comprensibile.
Non ci si può aspettare di veder dialogare chi, come strategia di marketing politico, pensa solo a contraddire sempre e comunque quel che dice il suo nemico facendo no con la testa o interrompendolo col solo scopo di teatralizzare e ridurre a scontro quello che dovrebbe essere un dialogo.
Filtrare attraverso i meccanismi dello showbusiness quello che dovrebbe essere un dialogo d’analisi sociale/economica/politica appiattendo il tutto ad un unico poutpourrì in cui a vincere é il Varietà.
Un poutpourrì imbastito infilandoci: l’argomento del giorno, un’inchiesta, una ragazza immagine, il siparietto comico, una hit parade (vedi sondaggi di Ballarò) e qualche momento di dialogo/polemica condito da colpi di teatro non é in fondo una versione aggiornata di Portobello?
“VINCERE” IL DIALOGO
Un dialogo ha senso se porta a qualcosa: se stabilisce punti d’incontro o di rottura o se evidenzia logicamente la bontà di un’idea o le sue fallacie. Il vincitore di un dialogo sono le sue conclusioni e solo di riflesso le persone che le hanno accettate/promosse. E’un risultato cui si arriva usando solamente strumenti logici e realtà.
VITTORIA TEATRALE vs. VALIDITA’ DELLE AFFERMAZIONI
Un dialogo scorretto e svincolato dalla realtà non porterà mai a nessuna vittoria/risultato/conclusione ma é purtroppo evidente che troppo spesso il sentire comune interpreta la vittoria teatrale come superiorità logica. E’ un vero e proprio caso di sostituzione di senso derivante da pigrizia logica: chi attua questa sostituzione (a meno che non sia in malafede) semplicemente non effettua alcuna analisi di quanto affermato dalle parti, limitandosi ad applaudire (teatralità) all’attore che riesce a sopraffare/zittire/imporsi con maggior teatralità sui suoi opponenti.
Ciò avviene perlopiù attraverso semplici trucchi comunicativi (vittimismo, utilizzo di luoghi comuni, puntare l’attenzione sulle parole anziché sui concetti che esprimono, alzare il tono della voce, lanciare frasi-meme/totem, evitare risposte scomode, identificare un nemico unico e tangibile, dare sempre torto all’altro, esprimere disappunto o sfottò con gesti e mimica facciale, sbeffeggiare il nemico, interrompere il nemico mentre parla, ribaltamento di significato, ecc) atti a coprire fallacie logiche (mancanza di dati a supporto delle proprie tesi, negazione della complessità, contraddizioni interne ecc).
La vittoria teatrale appaga la pancia dello spettatore che per diversi motivi non intraprende un analisi logica delle affermazioni dei diversi attori.
Su Youtube i video in cui qualcuno “distrugge”, “abbatte”, “asfalta” o “massacra” verbalmente qualcun’altro sono quasi un genere a sé: estratti di Talk Show e telegiornali, frasi singole separate dal contesto, interviste “censurate” con decine di migliaia di visualizzazioni e collage video. Tutti ruotanti attorno ad un perno di teatralità in cui il protagonista (l’eroe che sta nel giusto) riesce a sopraffare il nemico (che per contrapposizione é per forza sempre un vile che sta nel torto):
Ovviamente ci troviamo dinnanzi a selezioni partigiane operate da chi li diffonde a favore della parte scelta in cui prevale la suddivisione manichea del noi contro tutti ma che evidenzia un modo semplicistico di affrontare temi complessi.
Tra queste supposte “vittorie” si trova un po di tutto: spesso si rivelano semplici sopraffazioni verbali ottenute con cambi d’argomento e impatto teatrale, botta-e-risposta non argomentati da ambo le parti, “demolizioni” che esistono solo agli occhi di chi diffonde il video e qualche volta ci si trova anche dinnanzi a botta e risposta argomentati che tuttavia risentono dell’impostazione da match: se alla botta argomentata di X c’é una risposta argomentata di Y, anziché addentrarsi in queste argomentazioni, X, come in un match di scherma, di solito cambia argomento nel tentativo di colpire Y su altri fronti.
Matteo Salvini pubblica sul proprio canale Youtube un video con un estratto dalla trasmissione DiMartedì in cui parlano lui e la pedagoga Mariagrazia Contini. Nel video, intitolato -SALVINI ASFALTA PROFESSORESSA “DEMOCRATICA TERZOMONDISTA- si vanta di una propria “vittoria”:
Ora, nell’accogliere questa “vittoria” non possiamo non notare che fin dal titolo vien indicato che Salvini ha vinto lo scontro (definisce il video come appagante per i suoi followers); il suo nemico non é degno di un nome ma viene chiamato -professoressa “democratica” terzomondista- usando le virgolette come sberleffo; l’intervento del nemico viene tagliato quasi per intero (!) lasciandone solo la parte in cui dichiara che Salvini utilizza il senso comune per creare divisione, contrapposizione e nemici; Salvini, quando conscio d’esser mostrato al pubblico mentre il nemico parla, enfatizza espressioni facciali ironiche e fa “no” con la testa (stabilisce uno scontro); come risposta Salvini rigira la frittata ed anziché rispondere si vittimizza (!) dicendo che é il suo nemico che “odia chi non la pensa come lui e insegna da una cattedra” (meme “superiorità morale della sinistra” e meme “insegnanti di sinistra”), che “chi vien da sinistra pensa che il verbo sia solo a sinistra (anti-relativismo) e pensa che non sia come lui sia brutto, cattivo e arrogante (infantilismo) e allora io sono brutto, cattivo e arrogante (frase a effetto)” dopodiché attacca parlando del “nigeriano immigrato regolare che sta nella Lega” (sposta l’attenzione su argomento affine) per poi affondare dicendo che a lui piace l’immigrazione regolata mentre al suo nemico “che purtroppo ha il compito di educare” (di nuovo “insegnanti di sinistra”) piace l’immigrazione irregolare e sregolata (riduzione parziale e fuorviante della realtà) che porta all’anarchia (estremizzazione della riduzione precedente).
In un secondo taglio (!) vediamo solo la coda dell’intervento del nemico, che parlando di alcuni testi leghisti sui concetti di aggressività e razza applicabili ai rom conclude dicendo che é dalla Lega che provengono messaggi di odio. Salvini anche qui continua a gesticolare quando inquadrato e appena gli si da la parola preferisce non rispondere (!) atteggiandosi a moralmente superiore(OH THE IRONY) poiché “la polemica col nemico non gli interessa”.
Se di fronte a centinaia di persone sostenessi che il Sole gira attorno alla Terra verrei deriso e preso per pazzo e tutti mi urlerebbero contro che in realtà é la Terra a girare attorno al Sole.
Se chiedessi però loro di dimostrare quanto sostengono, ovvero che é la Terra a girare attorno al Sole, ben pochi saprebbero come fare. Come si dimostra che la Terra gira attorno al Sole?
L’esperienza pratica (notte/giorno, firmamento che ruota, assenza di venti dovuti ad una eventuale rotazione, ecc.) non offre nessun indizio del fatto che sia la Terra a ruotare attorno al Sole anziché il contrario.
Eppure se affermassi il contrario avrei contro centinaia di persone che pur non sapendo dimostrare la bontà delle loro affermazioni le difenderebbero a spada tratta, arrivando pure a schernirmi violentemente.
Si comporterebbero così perché nella loro comunità vien considerato un dato di fatto che la Terra ruoti attorno al Sole. Perché gli é stato insegnato a scuola. Perché questo é quello che sostengono tutte le persone che gli stanno intorno. Perché gli scienziati concordano su ciò. Perché qualcuno ha lanciato nello spazio strumenti che lo dimostrano. Perché qualcuno ci ha scritto dei libri.
Io avrei dalla mia parte l’inconfutabilità dell’esperienza diretta di chiunque (vediamo il sole che al mattino é a Est ed alla sera é ad Ovest ma non sentiamo alcun giramento, non ci sono spostamenti d’aria derivanti da un’eventuale rotazione del pianeta e tutti i filmati che mostrano la terra ruotare attorno al sole sono animazioni o collage). Loro mi indicherebbero libri, testi, fotografie, filmati e mille altre testimonianze indirette che so già essere di parte, inattendibili e faziose.
Perché loro sbagliano. Sono solo degli arroganti radicali che credono a tutto quello che gli vien raccontato sui libri. Mascherano con la loro paventata cultura un distacco dalle cose reali che invece quelli come me mantengono orgogliosamente. Sono dei poveri boccaloni bastiancontrari che mirano solo a distruggere la cultura e le tradizioni che fanno parte di noi. Lo sanno tutti che il Sole gira intorno alla Terra!
TWITTER. ANNO 1700 D.C.
A: “Lo sanno tutti che il Sole gira intorno alla Terra ma certi stupidi snob han la testa per aria e non vedono la realtà”
B: “Condannato o meno, la teoria che propone, basata sul De revolutionibus orbium coelestium di Copernico, trova sempre più consenso tra i maggiori uomini di scienza come ad esempio Isacco Newton”
A: “Vedi? Vedi? Mi citi sempre e solo questi pomposi dottori con la puzza sotto il naso che pretendono di avere la verità in mano! Che arroganza! Son tutti voli mentali di questa gente che vive più nei libri che nella realtà! Sono solo teorie senza dimostrazione pratica [NB: in effetti solo nel 1851, tramite l’esperimento del Pendolo di Foucault, si poté dimostrare la rotazione della Terra, dando una prima dimostrazione pratica della correttezza del sistema eliocentrico]
B: “Vero: al momento una dimostrazione pratica ancora non c’é ma i modelli matematici danno tutti ragione a Galileo”
A: “Guarda che anche il grande Tolomeo diceva che la terra é immobile e sta al centro dell’Universo! E nessuno lo ha mai potuto contraddire!”
A: “Ma ragioni quando parli? Greci, Indiani, Mussulmani: tutta gente mai sentita e che é contraria a prescindere! Sei il solito arrogantello con la puzza sotto il naso! Ti senti “moralmente superiore” solo perché hai sempre il naso tra i libri ma sei troppo cieco per vedere la realtà! Ciao, ciao: ti blocco e W LA TERRA CHE STA FERMA E IL SOLE CHE GLI RUOTA ATTORNO!!!11!!11!1!!!!!11!!!11!!!!!
Poi però c’é anche chi conosce bene un qualche argomento ma viene schiacciato da chi ne sa molto meno, che solitamente sono la maggioranza delle persone.
Allo stesso tempo é indubbio che nessuno può essere ferrato su qualunque argomento e che prima o poi capiterà sempre di doversi affidare a qualcuno che ne sa più di te.
Saper ammettere le proprie ignoranze é importante tanto quanto saper testare e mettere in dubbio le proprie convinzioni per verificarne l’efficacia.
Non avendo metri di giudizio adeguati per qualunque argomento, l’unica cosa che si può fare quando ci si muove in campi sconosciuti é affidarsi a diverse fonti competenti e riconosciute, criticando e analizzando continuamente la coerenza e l’affidabilità attraverso logica e confronto con altre fonti che a loro volta riceveranno lo stesso trattamento.
Nessuno possiede verità assolute ma idee di realtà (o di parti specifiche di essa) che possono essere più o meno valide.
USCIRE DALLA CORNICE
Il primo, primissimo passo consiste sempre nell’abbattere le “cornici culturali” entro cui si sono relegati interi mondi.
Sono infinite le etichette applicate sbrigativamente o a sproposito, il cui utilizzo limita fortemente dialogo e ragionamento sia di chi le usa che di chi le subisce.
Snob, fascista, comunista, radical chic, populista, zecca, finocchio, terrone, compagno, onore, rispetto, superiorità morale, potere alle masse, obbedienza ai superiori, l’arroganza della sinistra, l’ipocrisia della destra, il numero é potenza, Italia agli italiani, siamo il 99%, basta invasione, non ne possiamo più.
Quello che può nascere come un semplice aggettivo, una descrizione, uno slogan o una battuta, si trasforma facilmente in una gabbia di significato dalla quale é difficilissimo uscire poiché, proprio in quanto struttura chiusa, non vuole essere aperta e modificabile.
Tutti usiamo queste “cornici” (frame) ed é giusto che sia così: sono lo strumento che ci permette di prendere decisioni in tempi rapidi, senza fermarsi a ragionarci per ore.
L’utilizzo dei frame però ha una brutta controindicazione: tende a disabituarci a ragionare sul modo in cui ragioniamo (metapensiero), ossia tende a non farci pensare a quanto l’oggetto su cui stiamo ragionando venga definito dalla cornice che gli abbiamo applicato.
Musicista algerino
Scrittore danese
Militare israeliano
Politico inglese
Marinaio portoghese
Regista tedesco
Giornalista francese
Solo quando si comprendono i limiti di un frame si può osservare il soggetto con occhio non velato.
É tuttavia una situazione da gatto che si mangia la coda: rimuovere il frame fa osservare il soggetto per quel che é, ma é proprio osservarlo per quel che é che permette di rimuovere il frame.
Qualche giorno fa sullo spagnolo Jot Down Magazine é stato pubblicato l’articolo Paninaro: una revolución consumista. che tratta ovviamente dell’omonimo “movimento” italiano anni’80. Articolo perfetto nel raccontarne storia ed estetica, ma forse un po timido nel mettere a nudo il nocciolo della questione. Impossibile trattenersi dal riempire tale vuoto:
– l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-
[Sorry, I don’t speak Spanish]
Italy here! Just some observations
1) ALL the (ex?) paninari will say that they didn’t have any social/political/ethical idea just because “we were young and only interested about fun and fashion”
2) ALL the (ex?) paninari grown up developing right-wing sympathy
3) The paninari were openly racist against people from southern Italy (calling them “terroni”: southern douchebag), against every kind of left-ish movement (calling them “china”: chinese communist) and people with un-fashioned clothing and lower economic opportunities (calling them “truzzi”: roughs). If you can read italian language you will easily recognize these features in all the paninari-comicbooks [one example here:http://docmanhattan.blogspot.it/2011/03/ledonismo-violento-dei-fumetti-del.html ] where usually a cool, rich and stylish north-italian guy, subdues and humiliates some south-italian Carabiniere or a bunch of un-fashioned socialists (both portrayed as idiotic losers and cheaters) and ends up conquering a beautiful easy girl.
4) The paninaro style came up in couple of posh High-Schools in Milano, but the media seized it immediately, shaping it trough commercial advertising
5) It’s quite impossible to separate the “paninaro” movement/style/fashion from the commercial brands with which is linked. If you remove Moncler, El Charro, Timberland, Burghy and so on, what remains are only class discrimination and racism. The fact that many (ex?) paninaro still refuse to admit it is because of hypocrisy or because they are still unaware of their true nature.
Manca però un sesto punto che parli del cosiddetto “disimpegno” dei paninari. Gli anni ’80 vengono raccontati come un decennio che cercò di scrollarsi di dosso le brutture degli anni di piombo con una “botta di vita” ma é particolarmente evidente come questo “scrollarsi di dosso” (ed i paninari sono un’ottima rappresentazione di QUESTO aspetto di quegli anni) non fu affatto un superamento delle tensioni sociali, economiche ed ideologiche che caratterizzarono il decennio precedente, bensì un generale “volgersi da un’altra parte”.
Ubriacarsi per dimenticare / Ballare per non pensare Se vi fu una condanna del decennio precedente fu meramente una condanna “estetica” e non etica: si condannarono genericamente gli eccessi ma senza affrontare le questioni di base.
Bandiera bianca: ognuno resti nella propria trincea e tiriamo fuori il vino!
QUEGLI anni ’80, gli anni ’80 dei paninari, son stati anni mascherati da day-after party: ai primi accenni di doposbornia dal decennio precedente si é semplicemente voluti passati ad un diverso tipo di ubriacatura che ha mascherato i sintomi esteriori negativi pur continuando ad alimentare ciò che li aveva causati.
RACCONTARSELA che un cambio di stile sia segno di un cambio di natura é il tratto tipico di chi non vuole fare i conti con la storia e vuole/deve celare agli altri (e magari pure a sé stesso) proprio quella natura che non affronta apertamente.
Non disimpegno, quindi, ma ipocrisia e conformismo, (mal)celati attraverso l’originalità di una codificazione estetica che ironicamente si rivela cartina al tornasole dei tratti essenziali (elitismo, classismo, razzismo, snobismo) da cui se ne comprende facilmente l’etica sottostante.
E’inutile avere notizie corrette, informazioni oneste ed imparziali, fonti non schierate e trasparenza delle istituzioni.
E’inutile per colpa TUA.
E’inutile perché TU, per primo, non ti osservi, non ti metti in discussione e non ti accorgi di essere sbilanciato, di parte, male informato e privo di strumenti adatti a valutare la validità di ciò che leggi.
Il risultato é che anche mettendoti sotto gli occhi dati e informazioni corrette ed imparziali, TU premierai sempre e solo quelle fonti che s’allineano al tuo modo di vedere le cose, che spesso ha più a che fare col tuo inconscio, coi tuoi pregiudizi e con la tua ignoranza che non con i fatti veri e propri.
Certo, hai dei “margini d’accettazione” entro cui sei in grado di accogliere idee che non t’appartengono, ma non ti rendi assolutamente conto di quanto questi tuoi margini siano stretti e superficiali. Il solo fatto di averli, questi margini, t’illude d’essere una persona molto più aperta di quanto tu non sia realmente.
Vivere immersi nelle proprie convinzioni non é diverso dal viaggiare in automobile: il tuo “sapere” é lo strumento/mezzo che ti sei costruito per muoverti più velocemente, raggiungere mete e scansare pericoli. Ma ti fidi a viaggiare su un qualcosa che non hai mai messo VERAMENTE alla prova? Sei la cavia di te stesso e se non sottoponi mai le tue convinzioni a dei test di revisione non potrai mai sapere quanto siano valide e sicure.
Qui si parla di test VERI, capaci di mettere in discussione la validità delle fondamenta di quanto credi. Non illuderti d’averlo già fatto: un vero crash-test può arrivare a spezzare il telaio di una macchina, mentre tu, probabilmente ti sei limitato a distruggere la carrozzeria.
Magari ti accorgi di aver viaggiato tutta la vita su un mezzo capace di superare solo certi ostacoli o che va benissimo solo sulle strade che percorri abitualmente ma s’impantana su percorsi leggermente diversi! Al contrario potresti scoprire che questo mezzo é molto più performante di quanto tu immaginassi perché non l’avevi mai sfruttato fino in fondo. Non lo saprai mai a meno che non sia TU a sottoporre le tue stesse convinzione a stress-test sempre più stringenti.
Ciò significa, tra l’altro, che é inutile attaccare le tue fonti d’informazione quando sei TU il primo ad aver paura di ridiscutere le tue convinzioni.
Casomai, qualora proprio-proprio vi fosse qualche brandello di dubbio nelle tue convinzioni, o ti fossi deciso ad una sana opera di “collaudo e revisione” partendo da ciò che leggi, ecco qui, come spunto iniziale un piccolo Vademecum dei principali tratti comuni delle fonti inattendibili: ossia quei segnali che, qualora rilevati, devono far scattare dei campanelli d’allarme
ALLARMISMO EMOTIVO CICLICO
Compito di una fonte d’informazione é soprattutto dar notizia di quel che non funziona. Ciò che caratterizza la fonte inattendibile é il ricorso continuato ad allarmi dalla forte connotazione emotiva che vengono “spinti” per un determinato lasso di tempo per poi passare ad allarmi più “freschi” in un continuum ciclico infinito.
BANALIZZAZIONE
Una notizia può essere comunicata in maniera riassunta, ridotta all’essenziale, asciugata dei dettagli e rimanere tuttavia ancora corretta. La fonte inattendibile però compie questo lavoro di “asciugatura” in maniera incorretta, tralasciando (volutamente/inconsciamente) aspetti importanti, semplificando troppo e banalizzando la notizia stessa.
MANCANZA DI FONTI / FONTI INATTENDIBILI
Una fonte inattendibile solitamente non indica le proprie fonti o si basa su fonti inattendibili. L’argomento é già stato trattato in un’altro post, ma può esser riassunto così: “Se mi dai un’informazione ma non mi dimostri che é vera e non mi dici come l’hai avuta io devo dubitare”
ESIBIZIONE D’INDIPENDENZA/LIBERTA’
E’ironico notare come le fonti più schierate, di parte e chiuse al dialogo siano spesso quelle che mettono più enfasi nell’esibirsi “liberi pensatori, menti aperte, indipendenti, non schierati”. Che sia il nome della fonte, il suo slogan o la sua bio su Twitter, la forzosa esibizione di queste caratteristiche, ironicamente, é quasi sempre garanzia del suo contrario. Esiste anche la variante “rivelo i segreti” ossia l’insistenza sul fatto che le notizie trasmesse siano state “tenute nascoste” o “censurate” (poco importa che siano su Youtube da anni o che vengano vendute regolarmente in edicola)
SIMPATIA AVVALORANTE
Una fonte, perché sia seguita, deve avere maturato un certo grado di affidabilità. Caratteristica delle fonti inattendibili é spesso quella di essere avvalorate più dalla simpatia popolare che dall’effettivo valore delle informazioni/analisi che dispensa. Capita cioè che un personaggio dello showbiz che magari si limita a esprimere opinioni condivisibili ma banali e poco profonde, goda spesso di un’aura di credibilità superiore a quella di chi propone analisi e descrizioni degli eventi molto più attente e valide, ma meno frizzanti.
SBERLEFFO FORZOSO
La fonte inattendibile spesso attua la sua opera di BANALIZZAZIONE attraverso l’utilizzo sistematico dello sberleffo. Spesso utilizzato in maniera sottile (a alcuni casi non lo si nota ad una prima lettura) l’informazione dello sberleffo non si limita ad essere metafora parziale della realtà (compito della satira) ma pretende d’essere una rappresentazione esatta, anche se buffa, della realtà stessa! Con abile raggiro, ironicamente, a volte lo fa proprio dipingendosi da satira!
SCHIERAMENTO MANICHEO
Va da sé che una fonte visibilmente schierata abbia un’attendibilità parziale e vada sempre presa con le pinze. Attraverso BANALIZZAZIONE e SBERLEFFO FORZOSO la fonte inattendibile ricondurrà sempre allo schema amico/nemico > buono/cattivo > bene/male > bianco/nero. La fonte attendibile, al contrario, non rifiuta di mostrare i diversi “gradi di grigio” della realtà anche nei casi in cui ciò andasse contro il proprio schieramento (una fonte può mantenere un buon grado di attendibilità pur essendo apertamente schierata, se vuole).
DEMONIZZAZIONE DEL NEMICO
Una fonte inattendibile sfrutta ogni occasione per demonizzare il proprio nemico ricorrendo perlopiù a SBERLEFFO FORZOSO ed alla diffusione di notizie pure in MANCANZA DI FONTI. La demonizzazione si differenzia dalla critica in primo luogo per i toni, ma soprattutto per il fatto che la critica é uno scontro di idee, mentre la demonizzazione é semplice tirar fango.
AGGRESSIVITA’ LINGUISTICA
Chi non ha argomenti a favore delle proprie affermazioni aggredisce. In presenza di articoli urlati, titoli allarmistici ed esplosioni d’indignazione sappiamo di trovarci dinnanzi ad una probabilissima fonte inattendibile (a meno che non si tratti di un articolo MOLTO ben documentato e lo scandalo in questione sia proporzionato al tono usato). In questi casi una doccia fredda fa sempre bene.
Ci sarebbero poi altri punti come la coerenza interna, la messa in dubbio e la capacità autocritica della fonte, o l’attendibilità pregressa, ma non possono far parte di questo breve vademecum perché la capacità di vederli ed analizzarli vien dopo l’aver imparato a riconoscere e soppesare i punti già elencati: solo smettendo di giustificare le proprie fonti in base alle proprie convinzioni personali e iniziando un lavoro di critica alle stesse, si potrà capire quanto queste risultino valide o meno.
Oggi TUTTO é “notizia”. Un articolo di giornale, un post su un blog, un tweet, una foto su Instagram, una mail virale, un filmato su Youtube, una clip televisiva: sono tutti strumenti che trasmettono continuamente ROBA.
Video buffi, meme, haiku, barzellette, opinioni personali, battute acide o brillanti, storie personali, bufale, esperienze di vita, balle colossali. Tutto viene trattato più o meno allo stesso modo.
Senza grande distinzione tra una uno scandalo internazionale ed una soubrette fotografata senza mutande, a fare le spese di questo livellamento é soprattutto l’informazione popolare (ossia quell’ammasso di ROBA che la gente ha assorbito e che ritiene essere informazione valida) , non solo perché tratta allo stesso modo lo scandalo e la soubrette, ma perché sempre meno capace di distinguere cosa, di tutta questa ROBA sia una notizia e cosa no.
Il comun denominatore di tutto ciò é l’entertainment: l’interesse verso una notizia é dato dalla sua maggior o minor capacità di suscitare emozioni e raccontare una storia interessante, anziché dall’importanza dei fatti descritti.
Colpa del mercato, della tecnologia, dei lettori e dei giornalisti. Il risultato é che nell’ “era dell’informazione” la maggioranza della popolazione non sa distinguere notizie, gossip e propaganda elettorale.
Spesso, poi, chi anche riesce ancora a comprenderne la differenza non é in grado di affermare se la notizia che legge ha valore o meno.
Bisogna innanzitutto capire cosa sia una notizia, quanto sia utile e quanto sia attendibile.
Una notizia può dirsi tale solamente se contiene informazioni attendibili.
L’utilità di una notizia dipende dal contesto e dal suo grado di valore per la comunità in cui viene diffusa.
L’attendibilità di una notizia dipende dalla propria coerenza e dalla verificabilità ed attendibilità delle sue fonti.
La distinzione tra notizie attendibile ed inattendibile é di certo la più importante perché é una distinzione che funge da grimaldello nel dedurne successivamente il grado di verità, neutralità ed utilità.
A) VERIFICABILITA’ DELLE FONTI
Chi diffonde una notizia deve garantire la verificabilità delle fonti, ossia deve mettere il lettore in condizione di poter accedere il più direttamente possibile la fonte originaria delle informazioni su cui la notizia é basata.
Maggiore é la distanza tra il lettore e le fonti originarie dell’informazione (utilizzo di fonti secondarie o terziarie), minore é la sua verificabilità.
Una fonte verificabile non é automaticamente veritiera: il fatto che una fonte sia verificabile la rende aperta al controllo sulla sua veridicità.
Una fonte non verificabile é automaticamente non attendibile. Ciò non significa che sia falsa ma che il lettore non é messo in condizione di controllare SE sia vera.
Qualora la fonte fosse particolarmente nota, diffusa e conosciuta, l’indicazione esplicita della fonte diventa superflua (Se la notizia riguardasse ad esempio un evento importante avvenuto il giorno stesso e disponibile su diverse piattaforme, siti e trasmissioni tv é lecito ritenere che chi legga sappia benissimo di cosa si stia parlando e come accedervi. Se invece la notizia riguardasse un particolare decreto legge da poco approvato, citarne il testo e linkare la versione integrale sarebbe doveroso)
B) ATTENDIBILITA’ DELLE FONTI
Le fonti di una notizia sono considerate più o meno attendibili a seconda del loro grado di autorevolezza, neutralità, molteplicità, diversificazione e coerenza.
Più le fonti rispondono a queste voci, maggiore sarà la loro attendibilità.
Il rapporto di queste voci e la fonte ha diversi gradi d’importanza a seconda del contesto e del soggetto in esame. Da ciò ne deriva che a seconda del contesto e del soggetto in esame, una fonte potrebbe essere ritenuta attendibile anche se rispondesse debolmente a queste voci, così come potrebbe esser ritenuta non attendibile per il fatto di non rispondere anche ad una sola di queste voci.
AUTOREVOLEZZA
L’autorevolezza di una fonte é sempre e solo relativa al soggetto in esame. Nessuna fonte insomma può esser ritenuta autorevole di per sé. (Un eccellente chirurgo non é necessariamente un esperto di dietologia, così come un bravo cantante non é automaticamente un esperto di politica).
Vi sono ovviamente diversi gradi di autorevolezza in relazione al soggetto in esame attribuibile alla fonte in base al grado di competenza riconosciuta e dimostrata.
L’acquisizione della competenza é relativa agli studi ed all’esperienza sul soggetto in questione.
Il riconoscimento della competenza può manifestarsi con titoli di studio, accettazione in peer review (anche in alcuni casi al di fuori dell’ambito scientifico, qualora all’interno di una comunità relativa al soggetto in questione vi fosse ampia convergenza sulla valutazione della competenza della fonte)
La competenza della fonte può anche esser dimostrata, qualora fosse comprovata da prove scientificamente inconfutabili.
Maggiore é la robustezza con cui la competenza della fonte viene dimostrata e riconosciuta, maggiore sarà il suo grado di autorevolezza. Il fatto che la fonte abbia acquisito competenza anche molto alta sul soggetto in esame, non gli dà autorevolezza se questa non é stata riconosciuta e/o dimostrata.
Ciò non esclude che vi siano fonti che abbiano altissima competenza in grado di fornire informazioni migliori, ma se queste fonti non han mai dimostrato e fatto riconoscere la propria competenza non gli si può attribuire autorevolezza.
NEUTRALITA’
Una fonte neutrale é una fonte equilibrata nei confronti del soggetto in esame. (Un inventore che parla della propria invenzione non é una fonte neutrale, così come un politico schierato pro o contro all’immigrazione non é una fonte neutrale quando diffonde dati sull’immigrazione)
Più la fonte é distaccata ed in grado di fornire una descrizione bilanciata dei fatti, maggiore sarà il suo grado di neutralità.
Per descrizione bilanciata dei fatti s’intende una descrizione dei fatti non macchiata da opinioni esterne alla stessa e che mantiene equidistanza dai diversi attori che riguardano la notizia stessa senza favorirne alcuno.
Per fonte distaccata s’intende una fonte che non abbia alcuna forma di vantaggio nella diffusione della notizia in questione.
MOLTEPLICITA’
Più sono le fonti che confermano le informazioni relative alla notizia, maggiore sarà l’attendibilità della notizia. Il valore della molteplicità é strettamente connesso alla sua diversificazione.
DIVERSIFICAZIONE
Le fonti diversificate sono fonti non neutrali tra di loro, ossia fonti che prese singolarmente hanno caratteri di autorevolezza e neutralità ma che per alcuni motivi dipendenti dal contesto non possono esser considerate relativamente neutrali. (Un’informazione confermata da 10 studiosi provenienti dalla stessa scuola di pensiero é meno diversificata di un’informazione avallata da 4 studiosi provenienti da 4 diverse scuole di pensiero in contrasto fra loro)
Il tipo di diversificazione dipende dal contesto.(Intervistare 100 persone diversissime fra loro, ma tutte provenienti da Milano e sostenitrici del partito X, é una diversificazione minore che intervistare 100 adulti maschi di cinquant’anni da tutt’Italia che votano partiti diversi tra loro, se l’argomento é la politica del Paese)
COERENZA
Per coerenza s’intende una collaborazione congrua e non contraddittoria delle diverse informazioni relative ad una data notizia, sia tra di loro che con l’esperienza comune dell’autore e delle fonti.
Maggiore é la coerenza tra le fonti, maggiore é l’attendibilità delle informazioni stesse. (Se le informazioni provenienti da diverse fonti sono incoerenti tra loro non si avrà una notizia attendibile).
UNA NOTIZIA ATTENDIBILE E’ UNA NOTIZIA CHE PERMETTE LA PROPRIA SMENTITA
Una notizia basata su fonti attendibili che indica apertamente é una notizia che fornisce al lettore gli elementi per poterla verificare e volendo anche smentire. In caso contrario, una notizia basata su [non si sa bene che informazioni] che [non si sa da dove provengono] é qualcosa di indistinguibile da una teoria personale o una bufala poiché la sua verifica richiede lo stesso tipo di impegno.
Non significa che per questo sia vera: significa che é stata diffusa in modo corretto, dando la possibilità a chi legge di informarsi il meglio possibile e di correggere e smentire eventuali falsità.
Non significa nemmeno che sia neutrale: l’autore della notizia, pur basandosi su fonti autorevoli e neutrali, potrebbe aver esposto il tutto in una forma non neutrale.
Non significa nemmeno che sia utile: una notizia vera e neutrale redatta come si deve e basata su fonti attendibili e verificabili che riguardasse il nuovo taglio di capelli del cantante del momento, per quanto seguito, forse interesserà i suoi fan e il mondo della moda, ma non il notiziario nazionale.
ALCUNI ESEMPI
Se l’informazione da trasmettere é “c’é una coda sulla A2”, tre persone diverse che si trovano in quella coda e intervistate telefonicamente posso esser ritenute fonti abbastanza attendibili per valutare la situazione in quanto, nonostante non siano responsabili del traffico e siano coinvolti emotivamente nel fatto, relativamente al soggetto in esame il loro grado di attendibilità é più che sufficiente, poiché valutare se c’é o non c’é una coda non richiede grandi livelli di attendibilità.
Al contrario, se l’informazione da verificare é un crimine di guerra avvenuto in zone remote e con pochi testimoni, il grado di attendibilità richiesto sarà altissimo.
In casi in cui mille di persone diversissime e non toccate direttamente dal soggetto in esame, tra cui anche alcuni specialisti sul soggetto in esame, diffondessero diverse informazioni coerenti relative ad una determinata notizia, il fatto che tutte queste fonti siano legate da una comune appartenenza culturale-politico-religiosa non neutrale nei confronti del soggetto in esame, minerebbe alla base l’attendibilità di tutti i mille
Due più due fa cinque. Bisogna accettarlo: E’COSI’ PERCHE’ LO DICONO TUTTI.
Non importa essersi informati, aver seguito centinaia di lezioni, imparato a memoria le tabelline, ottenuto una laurea in matematica: se ti trovi di fronte due o più persone che sostengono che 2+2=5 tu, che sostieni faccia 4, sei un povero sfigato bastiancontrario in minoranza che “non capisce”.
O peggio: se anziché limitarti a sostenere che “due più due fa quattro e non cinque” hai l’ardire di indicare prove materiali a tuo favore (schemi delle tabelline, testi di matematica ecc), con ogni probabilità verrai tacciato d’esser [ noioso / pesante / arrogante / antipatico / stressante / fondamentalista / troppo rigido ].
ATTENZIONE: qui non si parla di divergenze d’opinioni ma di pura e semplice negazione di fatti.
OPINIONI VS. DESCRIZIONI DELLA REALTA’
Se Gianni sostiene che “il Gran Canyon é più bello della muraglia cinese” e Pinotto che “la muraglia cinese é più bella del Gran Canyon” si tratta di una divergenza d’opinioni, ossia considerazioni personali non misurabili e prive di valore oggettivo.
Se Gianni invece sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” non ci troveremmo più di fronte ad un’opinione personale ma ad una descrizione della realtà che pertanto può esser misurata in gradi di veridicità a seconda della sua maggior o minor capacità di rappresentare coerentemente la realtà conosciuta.
A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’
Se Gianni sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona“, per dimostrare che la muraglia cinese sta in Cina potresti mostrare fotografie, guide di viaggio, atlanti, documentari, testimonianze di amici cinesi, libri di storia. Ma tutto ciò potrebbe essere inutile.
Non per colpa dei tuoi atlanti o delle tue fotografie. Non per colpa del tuo amico cinese o delle tue guide di viaggio. Ma per colpa di Gianni stesso. Si perché fondamentalmente A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’. Non cerca riscontri oggettivi alle proprie credenze. Non mette in discussione le proprie convinzioni.
STOCKHOLM SYNDROME
Gianni é talmente abituato a stare nella sua prigione di convinzioni (anche se non é detto ci si trovi poi così comodo) che la difenderà a spada tratta, percependo come un attacco qualunque cosa potesse anche solo potenzialmente intaccarla. Perché Gianni ha paura ad uscire da quella prigione che conosce benissimo ed in cui sa come muoversi. Ecco che quindi Gianni bollerà tutte le prove in grado di distruggere la sua convinzioni come “roba noiosa da leggere, poco interessante, di parte e magari anche falsa”.
Brooks, dopo aver passato l’intera vita in carcere, alla notizia della sua scarcerazione tenta di uccidere un altro detenuto per prolungare la sua stessa prigionia (Le ali della libertà)
UN CRIMINE
Se la stupidità é una condizione sfortunata e pericolosa e l’ignoranza é una condizione risolvibile, la negazione della conoscenza é certamente un crimine.
Negando di affrontare l’evidenza, quindi, Gianni commette un crimine di cui é il solo responsabile.
COLPA DI GIANNI E DI CHI LO NUTRE
Pur non discolpando Gianni é comunque innegabile che la sua negazione della realtà derivi ANCHE all’humus culturale in cui é immerso. Perché vi sono anche molti altri “Gianni” a cui fa comodo che Gianni stesso resti com’é e fanno di tutto per alimentarlo e stimolarlo con cibi adatti a mantenerlo così.
Come un alcolizzato che fin da giovane é stato spinto a preferire i liquori in base al maggior tasso alcolico e non in base ad un gusto addestrato da corsi da sommelier, a Gianni é sempre e solo stato insegnato a descrivere/descriversi grossolanamente la realtà; più con la pancia che attraverso analisi logica e riscontri oggettivi.
A ciò hanno contribuito l’ambiente in cui é cresciuto, la famiglia in cui ha vissuto, gli amici che si é scelto, gli insegnanti che più l’hanno coinvolto, le cose che ha letto e sentito.
Se Gianni non ha una propensione personale a documentarsi e l’ambiente in cui é cresciuto lo ha abituato a leggere poco e/o a leggere male sarà sicuramente molto più a suo agio nella fruizione di testi che rispondono con semplicità alla sua pancia. Si troverà più a suo agio coi brevi servizi di Striscia la Notizia e con gli schiamazzi populisti che con la lettura di OpenData come dati Istat ed Eurostat o con testi troppo articolati e complessi.
Se poi Gianni si trova in un ambiente particolarmente avverso ai valori di precisione, merito, ricerca, dialogo ed analisi come l’Italia attuale (NB: non che all’estero sia tutto meglio, ma qui gli italici modelli di riferimento stan facendo danni a livelli diversissimi e in tutti i campi) una certa colpa va addossata pure all’humus di cultura popolare italiana.
Viste le premesse non stupisce il fatto che il dialogo nazionale vada avanti a colpi di emergenze emotive. Con la spinta degli introiti da grandi numeri e la scusante esteriore della simpatia si é lasciato sempre più spazio ad un tipo di comunicazione eccessiva, semplicistica ed inaccurata.
PROPAGANDA AUTORIGENERANTE
Ogni giorno escono a ritmi frenetici migliaia di articoli, post, commenti, tweet e servizi formanti un flusso mastodontico che investe la persona, la quale ormai si percepisce sempre meno figura che deve cercare le informazioni utili, e più utente raggiunto dalle notizie.
La mole di notizie che investono la persona la obbligano ad impiegare il suo tempo in un’operazione di rapidissima e frenetica scrematura quantitativa dei dati. Per ogni articolo letto per intero sono stati scartati decine e decine di titoli e foto che tuttavia, passando davanti agli occhi della persona vengono letti ed assorbiti.
A causa del gran numero e la rapidità con cui questi brandelli d’informazione passano sotto gli occhi di tutti, DI FATTO l’immaginario popolare viene plasmato più facilmente da immagini come questa che da argomenti che illustrano la realtà scientifica dei fatti (ossia chei migranti che giungono in Italia sono più sani degli italiani stessi):
(bufala priva di fondamento)
Allarmi di questo tipo vengono lanciati continuamente sui social network per esser visualizzati, rigirati, riportati, riscritti, copiati, rilanciati e, qualora ottenessero un certo successo, fatti proprio da blogger, giornalisti e politici che, per ottenere visibilità/visualizzazioni/consenso rilanceranno con maggior forza.
Il nostro Gianni, dopo aver esser stato raggiunto qualche decina o centinaia di volte da notizie simili avrà sicuramente assorbito il meme “gli immigrati portano l’ebola” e non andrà ad informarsi oltre: se ha già pregiudizi verso gli immigrati avrà già fatto sua quest’idea. Poco importa che sia tutta una balla e la realtà sia esattamente l’opposto (ossia che gli immigrati, più che portare malattie si ammalano quando arrivano in Italia).
Oltre alle bufale vere e proprie circolano allo stesso modo mezze verità, letture parziali dei fatti, esagerazioni gargantuesche ed ipersemplificazioni in un deleterio mix in cui un servizio al telegiornale può parlare di uno scambio di tweet tra un politico ed una soubrette a proposito di un’allarme-bufala lanciato da un blog che ha citato una frase falsa attribuita alla moglie del direttore del telegiornale, scatenando schiere di tifosi da smartphone che si lanciano in battaglie a suon di tweet, post e like a favore o contro la notizia. L’informazione diventa intrattenimento-spettacolo e le diverse opinioni vengono irregimentate in tifo da stadio. La natura stessa dei social network tende a premiare proprio quest’ultimo aspetto, livellando i dialoghi al minimo comun denominatore (tu tiri pietra – io lancio sasso) rendendolo DI FATTO il modo moderno di “dialogare”.
TUTTO QUESTO SENZA MAI VERIFICARE LA VERIDICITÀ’ DELLE AFFERMAZIONI LETTE E SOSTENUTE
La mancata distinzione tra informazione ed intrattenimento crea di fatto una forma di propaganda autorigenerante in cui sono le stesse persone suggestionate ad alimentare unilateralmente ciò che li ha suggestionati riproponendolo e rinnovandolo, distruggendo la distinzione fatta ad inizio di questo articolo, tra opinione e descrizione della realtà.
Ecco come negli ultimi anni il chiacchiericcio del momento é stato preso in ostaggio dai diversi Frame (sempre nuovi perché lo storytelling deve sempre essere fresco e affascinante):
“pericolo lavavetri”, “imprenditori suicidi”, “boom stupri”, “mandiamo a casa la casta”, “Berlusconi innocente”, “Toghe rosse”, “scandalo auto blu”, “Corona incarcerato per una foto”, “i clandestini ci stanno invadendo”, “questo governo non é stato votato”, “ridateci i nostri marò”, “L’Europa ci comanda” oltre a decine e decine di “rivelazioni” mai fatte, “ricerche” irreperibili. Il tutto utilizzando perlopiù un linguaggio urlato a volte cartoonesco, ma sempre attento più alla forma accattivante che all’attendibilità del contenuto.
Il risultato é l’aver impantanato ogni dialogo nazionale in uno sciocco chiacchiericcio monopolizzato da meme che sostituiscono la realtà dei fatti e che all’orecchio di chi si é preso la briga di documentarsi suonano assurde come “La muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” o “due più due fa cinque”. Ma guai a negarle! Se ci provassi verresti subito tacciato di essere via via noioso / poco interessante / di parte / arrogante / radical chic / il solito sessantottino / uno dei centri sociali / fascista / anarchico / marziano.
Non c’é che adattarsi. Prendere una pastiglia omeopatica, farsi fare un massaggio shiatsu, chattare su Facebook a proposito di quel post letto di sfuggita e mi ha indignato tanto per poi andare in centro (stando ovviamente lontano tutti i negri per non prender malattie) a comprare quel nuovo prodotto “bio” che tutti dicono faccia benissimo. Ma prima dovrò prelevare dei contanti alla mia banca che sarà certo in mano a degli ebrei.
Se tre quarti dei media italiani ripetessero continuamente per mesi che “gli avvocati sono la causa dei mali dell’Italia” possiamo star certi che quest’idea s’intrufolerebbe trasversalmente nei pensieri e nei discorsi fatti tra il più micragnoso bar di provincia e le aule del Parlamento.
Alcuni esempi sono i vari “Invasione di clandestini”, “pericolo lavavetri”, “scandalo auto blu”, “attenzione alla propaganda gay”, “italiani brava gente”, “i terroristi tra noi”, “ridateci i nostri Marò”: basta che il concetto venga ripetuto di continuo, sia semplice e faccia appiglio su sentire comune e mancata conoscenza dell’argomento perché faccia breccia.
Ripetizione continua? Ipersemplificazione? Base pregiudiziale? Stimolo dell’indignazione? Piglio emotivo? Assenza di riferimenti verificati? Ma, oh, guarda, non é mica niente di nuovo: é la nostra solita, vecchia, cara amica PROPAGANDA!
Veniamo a noi: metti insieme un Paese in cui dilaga l’analfabetismo costituzionale, delle rumorosissime opposizioni non nuove all’ indignazione facile fornite di un parco mediatico gigantesco (Forza Italia, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord) ed ecco così che anche una bestialità come “Questo governo non é stato votato dal popolo” prende piede nei discorsi della #ggente.
Ecco, questo é il mantra [meme/frame] che i partiti d’opposizione di destra ripetono continuamente a partire dalle dimissioni di Berlusconi e conseguente nomina del governo Monti nel Dicembre 2011.
Ma la nomina del governo italiano é regolata dalla costituzione e dalla legge elettorale:
COSTITUZIONE
La Nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri é regolata dagli articoli della Costituzione 92, 93, 95, 96.In particolare il 92 dice:
Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.
La nomina é preceduta dalla prassi di consultazioni con i diversi partiti e che é ben spiegata qui
(PS: potete scaricare la Costituzione gratis da qui, sono una quarantina di paginette scritte in italiano semplice-semplice e leggerla non provoca nessun effetto collaterale nocivo)
LE LEGGI ELETTORALI DAL 1946 AD OGGI
Le leggi elettorali, che come tutte le leggi devono attenersi alle linee della Costituzione, definiscono i meccanismi elettivi: la suddivisione del territorio in seggi, le soglie di sbarramento, la possibilità o meno di indicare preferenze ecc.
– Dal 1993 al 2005 si é votato secondo laLegge Mattarella (soprannominato “Mattarellum” sia come storpiatura del nome dell’autore che come riferimento al fatto che la legge tentasse d’ avvicinarsi agli effetti di un sistema maggioritario pur restando un sistema proporzionale)
– Attualmente si é al lavoro sul nuovo sistema soprannominato “Italicum” il cui funzionamento é spiegato qui
QUINDI, IN SOLDONI
1) Il popolo vota dei partiti in base alla legge elettorale vigente
2) I partiti eleggono il Presidente della Repubblica
3) il Presidente della Repubblica nomina un Presidente del Consiglio, il quale propone i suoi Ministri
4) il Presidente della Repubblica incarica il nuovo Governo
5) Se in un qualche momento, il Parlamento nega la propria fiducia al Governo in carica, il Presidente della Repubblica dovrà nominare un nuovo Presidente del Consiglio e dovrà ripetere i punti 3 e 4. Idem se il governo cade anzitempo (Si, esiste anche la possibilità di indire elezioni anticipate, ma per fortuna vi é un margine di discrezionalità: far seguire ad un’elezione che ha portato a governi instabili un’elezione anticipata che porterà a governi altrettanto instabili non gioverebbe alla popolazione).
ERGO
Dire che “il governo ci é stato imposto” significa [ignorare/negare/fingere di non conoscere] sia l’esistenza della Costituzione che della legge elettorale.
Si possono ridiscutere e riscrivere entrambe, ma non far caciara come se non esistessero.
OH, THE IRONY (MEMORIA CORTA=PROPAGANDA LUNGA)
Non si può non notare con ironia che chi più di tutti si é fatto promotore dal 2011 del meme/frame“il governo ci é stato imposto” son proprio quelle stesse forze politiche (Forza Italia e Lega Nord) che nel 2005 erano a capo del governo (Governo Berlusconi III) ed hanno scritto, approvato e votato la Legge Calderoli, indicata come una delle principali cause della formazione di governi instabili e che non si é mai mossa (come invece propugnava) nel tentativo di trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale (al limite ha agitato la proposta su quotidiani e talk-show). Chi é causa del suo mal…
Per la maggioranza delle persone leggere le news su Internet significa due cose: apprenderle sui social o saltare di sito in sito per legger cosa v’é scritto. Nel primo caso l’approccio alla notizia é legato a doppio filo a commenti, boost e strategie social mentre nel secondo caso si tratta di un modo valido ma spesso altamente inefficiente perché ci si riduce a leggere uno o due siti di fiducia e poi basta.
Eppure da oltre vent’anni, esiste uno strumento presente in quasi tutti i siti che permette di ricevere sempre gli aggiornamenti dalle proprie fonti preferite in modo estremamente efficiente: i FEED RSS!
CONTENUTI ED ASPETTO SON COSE SEPARATE
Un sito di news, un blog o un profilo social sono fondamentalmente delle pagine web all’interno dei quali vengono pubblicati dei post.
A seconda della piattaforma questi post possono essere composti da materiali molto diversi: in un social come PixelFed ed Instagram un post contiene solo un’immagine; in PeerTube e YouTubeun post equivale a un video; in Mastodon e Twitter un testo breve. In un sito di news o in un blog ogni post é invece composto da una quantità di testo ed immagini che può essere anche molto corposa.
Quello che qui c’interessa però é il fatto che in tutti questi casi, ogni post é un elemento indipendente che può essere gestito singolarmente.
Non ci facciamo tanto caso, ma ogni singolo giorno facciamo esperienza di questo poter gestire indipendentemente i singoli post: se si vuol condividere un certo post non dici ai tuoi contatti di andare su un certo sito/profilo e cercarselo, ma gli dai il link diretto a quel post.
Ogni post, insomma, ha un suo indirizzo unico: un proprio link diretto.
Ma non c’é solo il link. Ogni singolo post può esser composto da più elementi (non necessariamente tutti):
1) Il proprio link
2) Data e ora della pubblicazione
3) Un titolo
4) Una breve introduzione o degli hashtag
5) Il contenuto testuale
6) Il contenuto multimediale (immagini, filmati, file audio)
Qui é necessario fare un piccolo sforzo per comprendere un concetto non proprio immediato, ossia che gli elementi che compongono il post sono indipendenti dal modo in cui vengono mostrati.
Cosa vuol dire?
Facciamo un esempio: se pubblichi un post su Mastodon o qualsiasi altro social, chi lo legge dal suo PC vedrà il post scritto con un certo tipo di caratteri bianchi su uno sfondo nero, all’interno di una celletta con sotto i pulsanti per rispondere, sopra ad un certo altro post e sotto a un altro ecc.
Chi invece lo leggesse da uno smartphone con una App magari lo vedrebbe con tutto un altro tipo di carattere, con dei pulsanti un pò più piccoli e diversi, con altri colori ecc. Magari nel post avevi pure aggiunto una foto ma chi lo legge da PC la vedrà sopra il testo mentre su certe App si vedrà sotto di esso!
Eppure il tuo testo é sempre lo stesso e tu non hai specificato né che caratteri dovesse apparire né la posizione della foto!
Una notizia del Sole24Ore così come si presenta nel suo feed
La stessa notizia dell’immagine precedente così come viene mostrata sul sito del Sole 24 Ore
Ciò avviene perché la piattaforma a cui hai inviato il post (in questo esempio un’Istanza Mastodon) non si limita a prendere il tuo post e mostrarlo sul proprio sito con quella grafica, quei caratteri, quell’impaginazione ma ne trasmette pure il contenuto “puro”, così com’é, solo testo e a parte i file multimediali, permettendo ad altri strumenti (App, browser) di ricevere quel che tu hai inviato e personalizzare a loro volta il modo in cui mostrarlo.
Questo permette di far sì che un articolo che sul tuo PC appare di 30 lunghissime righe, sul piccolo schermo verticale del tuo smartphone venga automaticamente reimpaginato in 80 righe molto più corte, che le immagini vengano riposizionate, ecc.
Dunque, se si é ben compreso che il contenuto é scollegato dall’aspetto con cui viene mostrato possiamo entrare nel vivo di questo post e parlare di quella tecnologia fantastica che é l’ RSS!!!
I FEED RSS
Come abbiamo detto, le piattaforme TRASMETTONO i contenuti. I modi e le tecnologie per farlo sono diversi (per esempio, le reti libere che compongono il Fediverso utilizzano una tecnologia di trasmissione chiamata ActivityPub) ma di fatto la quasi totalità dei siti web d’informazione utilizza uno standard chiamato RSS.
Logo RSS
Di fatto si tratta di un collegamento (può apparire come link, pulsante o file) in cui appaiono tutti i singoli contenuti di quel sito/blog/profilo, ma senza fronzoli né grafica, in un unico flusso di dati detto FEED.
Quasi ogni sito utilizza gli RSS ma non sempre lo dice con chiarezza. In alcuni siti é presente da qualche parte l’Icona RSS, oppure tra i menù é indicata la voce RSS o FEED. Alcuni siti d’informazione hanno delle intere pagine in cui forniscono decine e decine di feed (un buon esempio in questo senso é il Sole 24 Ore: il quotidiano presenta in una pagina specifica tantissimi contenuti diversi fra loro e dunque permette di pescare feed contenenti gli articoli specifici su un certo argomento). In altri casi il feed é proprio nascosto e bisognerà utilizzare diversi trucchi per scoprirlo. Certi browser mostrano nella barra dell’indirizzo l’icona RSS se rilevano un FEED, ma non li individuano sempre. Ogni browser comunque permette di installare al suo interno dei Plugin/AddOn/Estensioni (Qui quelli per Firefox) che eseguono questa ricerca in modo più approfondito.
Esistono decine e decine di Addon per gestire RSS su Firefox: molti servono per trovare i feed all’interno di un sito e molti altri servono ad usare lo stesso Firefox com un aggregatore (vedi sotto)
I FEED RSS messi a disposizione del pubblico a volte sono completi e contengono tutto il contenuto dei post, ma in molti casi, specie quando si parla di quotidiani, contengono tutto tranne il testo completo.
Qui però sorge spontanea una domanda: ma una volta che si é trovato ‘sto FEED uno che se ne fa?
Beh, con un FEED RSS si possono fare tantissime cose, in particolare inserirli in un Aggregatore RSS!
I FEED READERS: GLI AGGREGATORI DI NOTIZIE PERSONALIZZABILI
Un Aggregatore RSS (in inglese “RSS Reader”) é un programma dedicato alla gestione di questi flussi. All’interno di un Aggregatore ad esempio puoi inserire i FEED di tutti i blog che ritieni interessanti, ma anche dei quotidiani, siti, profili social, podcast ecc, suddividendoli in cartelle nel modo che ti pare più consono ed ogni volta che in uno di questi FEED apparirà un nuovo post, l’Aggregatore te lo notificherà.
In questo modo riceverai sempre tutti gli aggiornamenti diretti dai canali che t’interessano senza dover saltare da una piattaforma all’altra, passare di sito in sito…
Con un click puoi passare da un quotidiano all’altro e tutto ti verrà mostrato con uno stile unitario e senza i commenti, i likes e le stelline in modo da poter leggere i contenuti senza distrazioni o ansie social.
La tipica impostazione di un Aggregatore riprende quella dei client email: a sinistra (colonna grigia) i singoli feed suddivisi in cartelle, al centro l’elenco dei post del Feed selezionato ed a destra il contenuto del singolo post
Ogni Aggregatore ha stile e funzionalità proprie: alcuni permettono di salvarti i post preferiti, postarli direttamente dall’Aggregatore ai tuoi profili social ecc. Certi sono dei software da installare ed altri funzionano come servizi cloud. Certi possono esser fatti sincronizzare su più dispositivi. Certi trattano i feed come se fossero delle email, salvandoli tutti per la lettura offline, mentre altri li presentano come post di un social. Certi hanno al proprio interno dei motori di ricerca per andare a ritrovare quella certa notizia memtre altri non hanno alcun motore. Certi hanno già al loro interno i feed dei canali d’informazione più importanti. Certi si aggiornano di continuo e certi solo quando gli si dice di farlo.
Di Aggregatori, insomma, ne esistono dei più disparati! Qui di seguito un elenco di quelli più noti, in ordine sparso. NB: La maggior parte di queste applicazioni NON sono state testate da chi scrive e le descrizioni spesso riassumono solo quel che vien riportato da altre fonti.
Il tuo client email può gestire anche gli RSS. Qui Thunderbird
SU LINUX
FeedReader
Applicazione open source esteticamente piacevolissima con diversi collegamenti a Wallabag, Instapaper ed altri servizi di Bookmarking, ma soprattutto é perfettamente compatibile con altri Aggregatori per estendere le proprie funzioni.
Thunderbird
Poiché gli aggregatori gestiscono i FEED RSS come fossero email é naturale che i client email sappiano gestirli, no?
Akregator
E’un potente aggregatore open source per KDE che contiene al proprio interno un browser e dunque anche nel caso in cui di feed che non contengono il testo completo di un post, anziché esser mandati dall’Aggregatore al proprio browser, si potrà leggere tutto su Akregator
Liferea
Open source e web-based. E’considerato uno dei migliori e più utilizzati aggregatori su Ubuntu. Ha un’impostazione vecchio stile tipo email ma supporta podcast, lettura dei post offline ed altro ancora.
Selfoss
Aggregatore open source molto leggero e minimale ma dotato di diverse funzioni
TinyTinyRSS
TinyTiny é un aggregatore web-based open source. In pratica non é solamente una App ma un vero e proprio piccolo serverRSS installabile sul proprio PC o server. Un pò come per SearX ci sono diversi siti che mettono a disposizione il proprio servizio TinyTinyRSS
FreshRSS
Altro aggregatore open source web-based come TinyTinyRSS, con diverse estensioni disponibili.
OpenTICKR
A differenza degli altri aggregatori, OpenTICKR si presenta come una banda di news che scorrono sullo schermo un pò come quelle che spesso si vedono sotto la pancia dei conduttori nei telegiornali.
Sui device portatili molti Aggregatori cercano di offrire un’esperienza di lettura più “pulita” e uniforme rispetto a social e siti di news
SU ANDROID
(Su F-Droid sono tantissimi gli aggregatori disponibili! Perlopiù si tratta di versioni differenti di client per TinyTiny.
TinyTinyRSS
Client TinyTiny
TinyTinyRSS Reader
Altro client TinyTiny
Tiny Tiny Feed
Altro client TinyTiny
TTRSS-Reader
Altro client TinyTiny
NextCloud News
Interesante Aggregatore che si connette al proprio server NextCloud
OCReader
Altro aggregatore che si connette a NextCloud
Feeder
Aggregatore molto snello ed elegante ma con funzioni basiche
Sparse RSS
spaRSS DecSync
Equipe RSS
FreshRSS
Handy News RSS
NewsBlur
Reader for Selfoss
Another-RSS
Munch
MULTIPIATTAFORMA
Feedly
Aggregatore Freemium su cloud proprietario (i servizi base sono gratuiti e quelli avanzati a pagamento) che già nella versione gratis si presenta molto completo.
QuiteRSS
Altro aggregatore open source molto solido e dotato di diverse funzioni, tra cui browser interno, modulo di ricerca, possibilità di mostrare o nascondere sempre le immagini, adblocker.
CREARE BOT
I più smanettoni possono anche prendere un FEED RSS ed utilizzarlo per creare un BOT, ossia un account social che pubblica automaticamente i contenuti di quel FEED. Su Matrix ad esempio é semplicissimo: ogni utente può creare un BOT utilizzando un Widget fornito dalla piattaforma stessa!.
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ALTRE INFO UTILI SUI FEED RSS
ESISTONO PIU’ VERSIONI DI RSS
L’RSS é uno standard composto da diversi “dialetti” (ben nove!). Questo significa che a volte un sito potrebbe utilizzare un tipo di RSS che il proprio Aggregatore non interpreta bene, ad esempio potrebbe credere che la data ed ora di pubblicazione del post siano il titolo o altri errori simili. In realtà la maggior parte degli Aggregatori riescono a distinguere e gestire questi dialetti ma ogni tanto qualche errore lo si incontra ancora
ATOM
Altra cosa da conoscere é ATOM, che può essere descritto come uno dei “dialetti” dell’RSS che però si é evoluto molto. Anche per quanto riguarda Atom la maggior parte degli Aggregatori sa gestirlo senza problemi.
XML
Nota tecnica: RSS ed ATOM si basano entrambi su un’altro standard chiamato XML. Ecco perché spesso si incontrano FEED il cui indirizzo termina per .xml
OPML
Inserire tanti FEED uno ad uno in un aggregatore può essere un lavoraccio! Ciò comporta che se un bel giorno volessi cambiare aggregatore dovresti rifare tutto daccapo? No: per fortuna sulla maggior parte degli Aggregatori é possibile esportare ed importare diversi feed in un unico file. L’OPML é di fatto il formato standard con cui questa operazione viene svolta. Per questo motivo é sempre bene assicurarsi che l’Aggregatore che si sta adottando sia in grado di gestire questo tipo di files.
IN CONCLUSIONE
Un Aggregatore RSS ben organizzato e con diverse fonti si rivela uno strumento efficacissimo per riuscire a navigare nel flusso oceanico di notizie tagliando fuori tutto ciò che non é necessario, dai fronzoli grafici ai commenti social, permettendo di confrontare rapidamente diverse fonti su una stessa notizia e di approcciarsi ad essa senza aver addosso tutto il “rumore” generato dai social. L’importante é trovare l’aggregatore più adatto a sé e, soprattutto all’inizio, impostarlo con feed diversi provenienti da fonti diverse.
Mastodon continua a crescere. Alle soglie dei 3 milioni e mezzo di utenti si aggiungono continuamente nuove Istanze le quali, connettendosi o meno tra loro, contribuiscono a creare reti sempre più articolate all’interno del Fediverso. Le nuove Istanze (ossia server Mastodon indipendenti, ognuno dei quali con le proprie regole, caratteristiche e policy) sono per forza di cose diversissime tra loro ed hanno esigenze, approcci e idee su “come dovrebbe essere un social” spesso assai distanti tra loro, per non parlare dei temi che trattano. Di questi “nuovi arrivi” su Mastodon, due in particolare hanno fatto discutere molto negli ultimi mesi.
Il secondo, più serio, riguarda invece Gab, sul quale é necessario spendere qualche parola. Gab é un social network per nazifascisti nato negli Stati Uniti nel 2016 e che fin dalla nascita é stato raggiungibile oltre che dal proprio sito web anche da apposite App per iOS ed Android. Data la sua natura, i contenuti che diffonde, il suo utilizzo da parte degli organizzatori di Charlottesville ed altri disgustosi personaggi, Gab é stato fin da subito al centro di diverse polemiche che si son protratte fino al punto che qualche mese fa le sue App sono state rimosse dal Play Store e dall’App Store ed é stato rescisso unilateralmente il contratto che Gab aveva col suo fornitore di hosting (colui che affittava il server che reggeva il social).
Gli amministratori del social neonazista, dunque, lasciati a piedi e banditi da ogni piattaforma, si son trovati in condizione di dover trovare una soluzione alternativa che li rendesse indipendenti dai ban dei provider tecnologici. Ed hanno adottato Mastodon.
GAB E’ORA UN’ISTANZA MASTODON
Questa scelta, dal punto di vista degli amministratori del social neonazista, presenta soprattutto due enormi vantaggi:
1: anziché dover creare, aggiornare ed ottimizzare un proprio software da zero, gli admin di Gab possono avvantaggiarsi del lavoro open source degli sviluppatori e contributors di Mastodon. Questo perché essendo software aperto é liberamente utilizzabile e modificabile da chiunque.
2: invece di dover sviluppare e far approvare delle App specifiche per il proprio social, possono appoggiarsi a diverse altre App per Mastodon già esistenti e presenti negli App Store. App che non vengono bannate perché non specifiche per Gab: bannarle sarebbe come bannare un browser perché ti permette di accedere a siti neonazisti.
Al solito, come abituale strategia dei nazifascisti, il tutto é avvenuto negando la loro natura di nazifascisti e mascherando il loro desiderio di seminare odio e falsità invocando “libertà d’espressione”.
La nuova Istanza Gab é grossa; i suoi amministratori affermano addirittura di avere già oltre un milione di account anche se esiste il forte sospetto che molti di questi possano essere account fasulli creati per far apparire il network molto più grande di quanto effettivamente sia. Ma veri o falsi che siano i suoi account, in ogni caso Gab resta un’Istanza di dimensioni considerevoli.
Va pure ricordato che non si tratta della prima istanza neonazista che ha adottato Mastodon ma di certo é la più grossa, nota ed aggressiva.
GRIDI D’ALLARME
L’arrivo di Gab su Mastodon non poteva che generare scompiglio e curiosità: Mastodon si é caratterizzato fin da subito come uno strumento utile a creare ambienti molto favorevoli alle comunità LGBT, anarchiche e libertarie, per cui l’arrivo di Gab é stato visto soprattutto dal di fuori del Fediverso un po come una sorta di “fine dei giochi” per il progetto Mastodon (il che é un po’una costante: é da quando Mastodon esiste che alcuni commentatori colgono ogni occasione per dire che il progetto “é finito” nonostante in realtà continui a crescere costantemente)
In effetti, sapere che una certa piattaforma social é usata da un gran numero di nazifascisti suona decisamente allarmante e se non sai come funziona una rete federata il primo pensiero che viene a chiunque é star lontano da quel social. Da questo punto di vista la notizia dell’arrivo dei nazisti su ha portato indubbiamente cattiva pubblicità a Mastodon.
C’é però qualcosa che non torna in questo grido d’allarme (e chi già sa come funzionano Mastodon ed il Fediverso lo sa bene): giusto per fare un esempio, chi scrive, pur utilizzando Mastodon su base quotidiana, di Gab ed i suoi contenuti non ha mai visto manco l’ombra.
Per capire come ciò sia possibile é necessario fare un passo indietro.
NON ESISTE -UN- SOCIAL CHIAMATO MASTODON: CI SONO TANTE ISTANZE MASTODON CHE INTERAGISCONO FRA LORO
Qui bisogna ricordare nuovamente un concetto base su come Mastodon é strutturato e funziona:
Ogni Istanza Mastodon é un social network indipendente che funziona indifferentemente dalle altre Istanze: é installato su un proprio server, ha i suoi admin, i suoi utenti e le sue regole e potrebbe benissimo funzionare anche se tutte le altre Istanze del mondo non esistessero.
Dopodiché, ognuna di queste Istanze, se lo vuole, é in grado di dialogare con le altre ma é altrettanto libera di bloccare o limitare i contatti con le Istanze che non gli son gradite.
Per fare un esempio: non ne abbiamo la certezza, ma possiamo scommettere un nichelino che rcsocial.net, un’Istanza Mastodon che si propone come spazio di discussione per utenti cattolici, abbia bloccato le Istanze porno-erotiche citate sopra. Questo vuol dire che gli utenti di rcsocial.net potranno interagire tra loro e magari con utenti di altre Istanze Mastodon ma non entreranno mai in contatto con gli utenti ed i contenuti erotici di sinblr.com o humblr.social.
Il punto é che:
“Mastodon” non é un social network ma una tecnologia condivisa da diversi social autonomi e indipendenti chiamati “Istanze” che possono essere in contatto a vicenda o meno.
Parlare di “Mastodon” come di un’unica entità é assurdo così come descrivere la tecnologia chiamata “email” come se fosse un social network.
DIVERSI LIVELLI DI INTERAZIONE E BLOCCO
Il modo migliore per capire come funziona Mastodon é ragionare sempre partendo dal punto di vista della tua Istanza (quella che hai scelto o che hai creato personalmente). Nel caso più comune tu sei un utente che si é iscritto ad una Istanza di tuo gradimento, le cui policy (regole) sono sostanzialmente in linea con quelle che ti saresti dato tu.
Nei confronti delle altre Istanze con cui c’é un rapporto paritario ed amichevole, la connessione con la tua Istanza é bilaterale: utenti e contenuti delle due Istanze possono interagire liberamente tra loro.
Ci sono però anche delle Istanze che la tua Istanza ritiene inaccettabili, vuoi perché spammano o sono popolate da troll, perché sono Istanze nazistoidi che diffondono contenuti d’odio o contenuti contrari alle policy che la tua Istanza s’é data. In questo caso gli admin della tua Istanza la possono bloccare cosicché nessuno degli utenti della tua Istanza entrerà mai in contatto con utenti e contenuti dell’Istanza inaccettabile.
C’é poi il caso delle Istanze discutibili: quelle i cui contenuti non sono ben visti/tollerati dalla tua Istanza, ma non sono tanto gravi da necessitare di un vero e proprio blocco. In questo caso gli admin possono silenziarle, ossia impostarne l’interazione in modo tale tu utente possa tranquillamente interagire con utenti e contenuti di queste Istanze discutibili, ma tali interazioni non saranno visibili agli altri utenti della tua Istanza. Per intenderci: se rispondi o boosti (“retwitti” / “riposti” / “condividi” ) contenuti di queste Istanze, questi non saranno visibili da tutti i membri della tua Istanza ma solo da quelli che già seguono chi hai boostato.
Con le Istanze amiche c’é interazione bidirezionale pura; le Istanze discutibili possono essere silenziate in modo da non dare visibilità condivisa all’interazione ma senza impedirla; le Istanze discutibili possono essere bloccate in modo tale che per gli utenti della tua Istanza é come se non esistezzero più
Non solo: ogni singolo utente é libero di decidere di bloccare solo per sé singoli utenti o intere Istanze. C’é un’Istanza che gli admin della tua Istanza ritengono amica ma che tu non sopporti? Puoi tranquillamente bloccarla e non vederne mai più alcun contenuto!
L’unica cosa che tu come utente non puoi decidere autonomamente fare é interagire con Istanze che gli admin della tua Istanza hanno bloccato.
OGNI ISTANZA CREA LA PROPRIA RETE CON CHI VUOLE E LASCIA FUORI CHI NON VUOLE.
Il risultato é che se sei utente di un’Istanza come sinblr.com, probabilmente avrai tantissime interazioni con altre Istanze in cui viene pubblicato materiale erotico-pornografico, con le quali interagirai bilateralmente senza problemi, mentre al contrario se sei membro di un’Istanza di ultracattolici tradizionalisti avrai rapporti con diverse altre Istanze ma coi contenuti di sinblr.com non avrai alcun contatto. Ogni Istanza, dunque, crea una propria rete personalizzata lasciando fuori coloro con cui proprio non vuole entrare in contatto.
Questo vuol dire che potrebbe perfettamente esserci una rete Mastodon di Istanze incentrate sul porno che non ha alcun contatto con una seconda rete di Istanze Mastodon di stampo tradizionalista. La logica conseguenza di questo meccanismo é che non esiste necessariamente UNA rete Mastodon:
Possono esistere molte reti Mastodon separate che non hanno alcuna interazione fra loro
Su Bida (mastodon.bida.im) i contenuti erotici-pornografici di per sé non sono vietati a patto che vengano postati con la maschera CW (“Content Warning”: avviso sul contenuto).
Toot con immagine coperta da maschera CW ed il messaggio d’avviso “Materiale sensibile”
In pratica i contenuti sensibili vengono postati con una “maschera” che oscura le immagini in questione e per vederle l’utente deve cliccarci appositamente sopra. Se un utente di Bida postasse ripetutamente contenuti senza maschera CW verrebbe ripreso dalla comunità, dagli admin ed in caso estremo bannato. Se un utente di Bida venisse in contatto con una diversa Istanza Mastodon in cui questo tipo di contenuti vengono postati senza alcuna maschera CW, con una segnalazione agli admin di Bida questa verrebbe bloccata.
Questo é il tipo di approccio che ha Bida con contenuti sensibili ma altre Istanze potrebbero avere approcci assai diversi. Per esempio una certa Istanza potrebbe pretendere il CW su immagini porno ma non su semplici nudi né su disegni erotici, mente un’altra Istanza potrebbe avere come regola quella di bannare pure i quadri rinascimentali che mostrano nudi.
Ecco perché é di fondamentale importanza scegliere la propria Istanza (o Istanze) di riferimento: a seconda che ci si iscriva ad un’Istanza o un’altra ci si può trovare con reti, contatti ed approcci lontanissimi tra loro perché, come ribadito sopra, ogni Istanza é sostanzialmente un social network diverso ed a seconda di quale vien scelto ci si può ritrovare in una rete assai ristretta in cui non c’é alcuna apertura e tolleranza verso posizioni distanti oppure in una rete indifferenziata ed indifferente alla presenza di contenuti odio, troll e spam o invece in una rete che si é ritagliata un mix di apertura e chiusura abbastanza vicina alle proprie esigenze.
Gab not Welcome
TORNIAMO A GAB
Ricapitolato il meccanismo su cui é basato Mastodon é ora facile intuire che peso possa avere Gab sulle altre Istanze/community di Mastodon che non vogliono entrare in contatto con i nazifascisti: quasi zero. Praticamente tutte le Istanze antifasciste hanno fin da subito bloccato Gab così come già avevano bloccato altre Istanze dai contenuti simili. Anche gli admin di Bida (mastodon.bida.im) hanno bloccato Gab nonappena si é saputo del suo arrivo su Mastodon e così facendo, su Bida, i contenuti neonazisti di Gab non si son praticamente mai visti. Inoltre diversi utenti si sono mobilitati per presidiare le proprie Istanze da eventuali utenti provocatori di Gab e segnalare eventuali micro-Istanze create solo per diffondere per vie traverse i contenuti di Gab. Le istanze amiche che condividono principi etici comuni si scambiano informazioni sulle Istanze che diffondono messaggi d’odio o materiali sensibili privi di maschere CW, tenendosi sempre aggiornate sull’ecosistema umano delle proprie reti.
In sostanza le reti Mastodon antifasciste hanno retto benissimo alla presenza di nazisti e provocatori, molto meglio di social commerciali e centralizzati come Facebook o Twitter.
Allarmarsi perché dei nazifascisti hanno creato un server social usando Mastodon non é troppo diverso dall’allarmarsi perché un gruppo di neonazisti ha messo su un server mail, IRC, XMPP, o un sito web utilizzando strumenti open source.
Insomma: di per sé non é possibile impedire che si crei una rete Mastodon nera. La si può magari isolare, mettere in un angolo e complicargli la vita in diversi modi (che adesso vedremo) ma impedirne del tutto l’esistenza é impossibile: se fosse possibile impedire l’esistenza di una rete nera attraverso strumenti tecnici, quegli stessi strumenti potrebbero essere altresì usati per impedire l’esistenza di qualsiasi rete o bloccare l’accesso a diversi contenuti che a programmatori o host non sono graditi.
Non ha senso criminalizzare di per sé l’email, il telefono, la stampa o altri sistemi di comunicazione liberi perché sono tecnicamente utilizzabili anche dai nazifascisti e dunque non ha senso criminalizzare la piattaforma tecnologica Mastodon perché viene utilizzata da questi.
Tuttavia seppur questi strumenti tecnologici non sono colpevolizzabili di per sé é anche vero che, volendo, é pur sempre possibile far in modo che quegli stessi strumenti non siano comodamente usufruibili per certi utilizzi, ma la cosa genera diversi problemi di ordine pratico ed etico.
Logo di Fedilab, client Mastodon al centro di polemiche perché non ha bloccato l’accesso a Gab
LA POSIZIONE DELLE APP
Uno strumento software open source é sostanzialmente un attrezzo che chiunque può utilizzare e modificare a piacimento e questo vale sia per il software di Mastodon che per quello di diverse App per utilizzare Mastodon su smartphone.
(NB: queste App sono chiamate in gergo client, termine che identifica applicazioni il cui scopo é quello di mettere l’utente in contatto con un server sul quale stanno effettivamente i contenuti)
Come già visto, le App per accedere a Gab erano state rimosse da App Store di iOS e Play Store di Android, ma si trattava di App specifiche per quel social e quello solamente. Al contrario le principali App per Mastodon non sono specifiche per una certa Istanza, ma sono utilizzabili per accedere a qualsiasi le Istanze che uno vuole, così come un browser può accedere anche a siti neonazisti ed un client Mail può essere usato per accedere ad un mailserver neofascista.
Questo crea un effetto non voluto: dopo che Apple e Google hanno bannato Gab in quanto bubbone seminatore di odio pestilenziale, proprio le le tecnologie open di Mastodon hanno permesso a a Gab di continuare ad essere alla portata di click su qualsiasi smartphone.
Se criminalizzare Mastodon in quanto strumento non ha senso, più discutibile é la posizione delle App. Non esistono App “ufficiali” di Mastodon per Smartphone, bensì diverse App realizzate da programmatori e software house indipendenti tra cui scegliere.
Qui sorge una domanda: é eticamente corretto che i programmatori di una App (magari open source) atta a connettersi ad una piattaforma social (questa certamente sì open source), possano decidere di impedire all’App di connettersi con certe Istanze? Può un browser impedirti di visitare un certo sito? O un software di mail impedirti di scambiarti le mail con certi indirizzi?
La questione é complessa e sul Fediverso, da diversi mesi si susseguono discussioni su questo argomento.
Le posizioni vanno dal “No: lo strumento deve essere liberamente aperto ed utilizzabile” al “E’ perfettamente legittimo che un programmatore crei software open al cui interno vi siano dei blocchi a contenuti fascisti: proprio perché é uno strumento open, se i fascisti vogliono utilizzarlo sono liberi di crearsi il proprio fork(*)”
(*) il fork é la versione modificata di un software.
Quest’ultima posizione é quella che all’atto pratico meglio potrebbe rispondere all’esigenza di isolare contenuti velenosi (o perlomeno renderne un po’ più complicata la diffusione) ma al tempo stesso potrebbe fungere da pericoloso precedente (in base alla stessa logica potrebbe essere realizzato un browser che non accede a siti il cui contenuto non é gradito ai programmatori).
Il fatto é che blocchi di questo tipo già esistono per quanto riguarda contenuti tecnici nocivi: un browser può avere dei filtri che gli impediscono d’accedere a siti che contengono codice malevolo (o perlomeno mostrano una serie di avvisi molto espliciti). Può aver senso applicare questa stessa logica a contenuti tossici?
Il punto é che la logica del blocco (o avviso di sicurezza) può essere applicata solo (1) riconoscendo l’eccezionalità dei contenuti fascisti nel loro non essere “opinione” ma totale negazione del dialogo e con i quali, dunque, non é possibile avere alcuna interazione sana; (2) esponendo con chiarezza le caratteristiche che definiscono i contenuti di questo tipo.
Il contenuto d’odio, insomma, potrebbe essere trattato come un contenuto criminale tout court (ad esempio come i siti per pedofili) o un malware (come per i siti affetti da virus e codice malevolo), magari con filtri a più livelli (finestre d’avviso per i casi discutibili e via via fino al blocco per i casi più gravi)?
In ogni caso va ribadito che l’idea di poter impedire la diffusione di messaggi d’odio solamente grazie a soluzioni software é pura illusione. Tuttalpiù questi possono servire per impedire a tali contenuti di esser diffusi con troppa semplicità.
QUINDI?
Se la gestione di contenuti da parte delle Istanze é intrinsecamente risolta dalla stessa struttura di Mastodon, la questione dei client genera ancora moltissima discussione esponendo approcci legittimi ma spesso contrastanti e che non verranno certo districate da questo post. Quel che però é certo é che su Mastodon, se non vuoi incontrare i nazisti, non ne incontrerai (giusto qualcuno magari, ma a malapena per il tempo necessario a bloccarlo e con lui l’intera Istanza che gli ha permesso di pubblicare i suoi contenuti tossici
Hai dei file a cui vuoi poter accedere facilmente da qualsiasi device? Li puoi caricare su NextCloud! Devi scrivere un testo assieme ad un’altra persona che vive lontano? C’é Etherpad! Vuoi inviare un file in modo riservato? Puoi usare Lufi! Ti serve una mappa online? Ma c’é OpenStreetMap! Vuoi condividere uno status ma solo con alcuni amici intimi? Puoi farlo con Friendica! Devi cercare qualcosa sul web? C’é SearX!
Insomma: chi te lo fa fare di usare servizi centralizzati il cui solo scopo é carpire informazioni su di te, se ci sono provider online che mettono a disposizione i migliori software open source?
SIAM PASSATI DALL’ESSER PERSONE CHE UTILIZZANO STRUMENTI AD ESSER CLIENTI DI SERVIZI CHE CI USANO
La maggior parte degli utenti possiede dei device (smartphone, tablet, computer fisso o portatile…) ma non ha in casa un proprio server personale con cui gestisce ed archivia i propri contenuti. Questo perché esistono dei fornitori commerciali di servizi online (provider come Google, Apple o Facebook) che mettono comodamente e spesso “gratuitamente” a disposizione tutta quella serie di servizi che altrimenti bisognerebbe installare/impostare/aggiornare/riparare da sé. Affidarsi a provider esterni, dunque, a primo acchito risulta comodo perché libera dall’onere di imparare a gestire gli strumenti su cui si regge la propria vita digitale.
E’soprattutto nella seconda metà degli anni 2000 che si affermano i principali provider di servizi online. É in quel momento che si sviluppano aziende e strumenti come Dropbox, Evernote, Facebook, Google Docs, iCloud, Twitter, Whatsapp, YouTube ecc. Nel giro di pochi anni però, tramite acquisizioni e battaglie commerciali, la situazione che si é venuta a creare é che i principali servizi online sono proprietà di soli cinque colossi americani: Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft.
Cinque aziende commerciali che hanno nelle proprie mani la vita digitale di ogni individuo del pianeta, alcune delle quali sono state fondate con l’esplicito scopo di raccogliere, analizzare e vendere tutte le informazioni che possono sui propri utenti.
Non tutti ci han fatto caso, ma mentre questi provider nascevano e si facevano ogni giorno più forti é avvenuto nelle nostre vite un importantissimo doppio cambio di paradigma. Il tutto é avvenuto in maniera esplicita, alla luce del sole e nient’affatto misteriosa, solo che é avvenuto tanto in fretta e con un tale hype nei confronti della “tecnologia del futuro” che la maggior parte delle persone non se n’é curata: 1) si é passati dallo “strumento come strumento” allo “strumento come servizio” ed alla 2) cessione volontaria dei propri dati sensibili in cambio dell’utilizzo di tali servizi.
Il concetto, insomma, é che si é passati dal “possiedo carta e penna su cui scrivo quel che mi pare e poi se voglio lo tengo chiuso in un cassetto oppure lo consegno a chi mi pare ma sempre senza dover render conto a nessuno della mia scelta” al “Posso usare la fantastica penna di lusso e la fantastica carta della ditta X per scrivere tutto quel che mi pare, alla sola condizione che la ditta X leggerà tutto ciò che scrivo e ne farà quel che vorrà”.
Tu, utente, non “hai” Whatsapp. Quando dici che “hai Whatsapp” stai dicendo una stronzata.
Non hai idea di quali informazioni su di te il software di Whatsapp trasmette ai server di Facebook(i millisecondi che sei stato fermo su una foto? se ne hai allargato un dettaglio? se l’hai salvata? se hai salvato una schermata con quella porzione di chat? quanti errori grammaticali fai? in quali ore dormi? quali sono le persone di cui cancelli le chat?).
Non sai in che modo questi dati vengono interpretati (il numero di emoji usati in relazione alle volte in cui usi certe parole? quali sono le parole che usi solo con certe persone? i tuoi riferimenti culturali più comuni in relazione con la mappa dei tuoi spostamenti? le opinioni che hanno su di te i tuoi “amici” e che si scambiano nei messaggi privati?).
Non sai in che modo Whatsapp ti profila (ha intuito che forse tra te e una certa persona c’é una tresca in base all’analisi dei vostri tracciati GPS ed ai messaggi fasulli che avete inviato? ha dedotto le tue debolezze emotive utilizzabili come grimaldello propagandistico da una forza politica che avversi per confonderti le idee?)
L’ultimo punto probabilmente é il più importante. Si sa, che spesso il problema non é in chi trasmette informazioni (tu), ma in chi le legge (Facebook). Se Facebook interpretasse dalla tua attività online che sei potenzialmente una minaccia per il governo in carica e questa informazione fosse venduta proprio a qualcuno che lavora per il governo in carica beh, a seconda della natura di tale governo potresti passare decisamente dei brutti momenti.
LA SOLUZIONE IDEALE É AVERE IL PROPRIO SERVER A CASA
Possiamo girarci attorno finché si vuole, ma la verità é che l’unico software su cui puoi avere la massima fiducia é software FLOSS installato da te su un tuo device di proprietà, a cui solo tu hai accesso.
Idealmente, dunque, un web veramente libero dovrebbe essere composto da innumerevoli device e server personali su cui sono installati gli strumenti software che ognuno preferisce e per far sì che questo non porti ad una eccessiva frammentazione delle piattaforme, idealmente e pur mantenendo la propria indipendenza, queste dovrebbero comunque possedere un certo grado di interoperabilità (ad essempio costituendo una rete federata). Si tratta di uno scenario tecnicamente realistico, molto vicino a quello delle prime reti BBS all’alba di Internet e che qualcuno sta effettivamente cercando di far prender nuovamente piede. Gli strumenti ci sono e funzionano già a dovere. Quel che gli manca é solamente un’adozione massiccia.
Certo é pur vero che l’idea di fare self-hosting (ossia il possedere un proprio server personalizzato) può spaventare molte persone, nonostante gli strumenti per realizzarlo siano sempre più alla portata di chiunque (come ad esempio YuNoHost un sistema operativo pensato proprio per server casalinghi gestiti da un utente inesperto, già predisposto per ospitare un’Istanza Nextcloud, Matrix, Mastodon, XMPP, WordPress, SearX, Tiny Tiny RSS, Wallabag e praticamente tutto quel che riguarda la vita digitale di ognuno).
Capiamoci: siamo nel 2019; i computer esistono ormai da eoni, ma anche a voler restare stretti e concentrarci solo sul periodo in cui questi sono entrati in massa nelle case, stiam parlando comunque di 25-30 annima la conoscenza media di questi strumenti é perlopiù limitata all’utilizzo più superficiale. La situazione può essere paragonata allo scenario in cui milioni di automobilisti che, pur sapendo guidare, ignorassero totalmente cosa siano il motore, le pastiglie dei freni o la batteria, ma si accontentassero di sapere che girare il volante a sinistra fa girare a sinistra anche le ruote, credendo così di sapere come funziona un’automobile.
Il fatto é che, come già detto, siamo nel 2019: non si pretende certo che tutti diventino dei provetti meccanici-hacker, ma almeno che si diffonda una conoscenza generale giusto un minimo più accorta. Insomma: basterebbe che si sapesse che sotto il cofano c’é una cosa chiamata motore e più o meno in base a quali princìpi funziona.
La cosa ancor più drammatica é che le conoscenze base per potersi muovere in campo informatico (una spolverata di teoria, imparare ad installare un sistema operativo, compiere operazioni di maintenance, usare motori di ricerca come si deve ed alcuni concetto-base di sicurezza informatica) possono essere apprese con un corso di sette giorni, meno che per la patente, ma nonostante l’utilizzo dei device informatici sia una costante su base quotidiana per milioni di persone, ancora troppo poche hanno “fatto il corso di sette giorni”.
STRUMENTI FLOSS
Come già esposto in altri articoli, esistono da anni diversi strumenti FLOSS (ossia software aperto, gratuito e liberamente utilizzabile) che non hanno nulla da invidiare ai loro corrispettivi commerciali. Anzi, in molti casi gli strumenti FLOSS sono pure tecnicamente più avanzati delle loro controparti, tanto che moltissimo software che utilizziamo quotidianamente (come Chrome o Whatsapp) non é che una versione modificata di software FLOSS. L’unica pecca del software FLOSS, semmai, deriva dal fatto che essendo utilizzao da meno utenti, spesso ha una quantità minore di contenuti: la quantità di roba che vien pubblicata sui social open durante una giornata equivale forse a quella che su Facebook vien pubblicato in un minuto. Di conseguenza vi é anche minor spinta a venir incontro agli interessi di un pubblico che si trova altrove. Si tratta della classica situazione del gatto che cerca di mordersi la coda: gli utenti non adottano un sistema se non ci son gran quantità di contenuti, ma non possono esserci gran quantità di contenuti se non ci sono utenti.
Per dirla in altro modo, tornando alla metafora automobilistica: finché tutti continueranno a voler usare ruote di legno, quel tizio strano che ha avuto l’idea di fare ruote di gomma resterà confinato nella sua bottega a fare le ruote di gomma una-ad-una per i suoi clienti affezionati, ma non riuscirà mai a metter su una fabbrica per produrle in serie. Questo a meno che non ci sia una forte spinta ad adottare in massa tali ruote di gomma, ma si tratta di una spinta che non verrà mai dalle grandi aziende produttrici di ruote di legno.
Una selezione di strumenti e piattaforme commerciali libere e la loro controparte commerciale
SERVIZI VISIBILI vs. VANTAGGI INVISIBILI
Una delle difficoltà maggiori riguardanti il software FLOSS é il riuscir a far capire il loro valore ad una popolazione che, come già detto, ha giusto delle vaghe conoscenze informatiche. Spiegare i vantaggi degli strumenti FLOSS a chi é privo di ogni base informatica spesso suona difficile come cercar di spiegare com’é possibile che gli aerei si librino nell’aria ad una popolazione vive nel terrore che la Luna caschi dal cielo.
Per esempio: quando si parla di privacy e protezione dei dati personali sul web, solitamente l’immagine che viene evocata dall’utente comune é quella del tizio parte-hacker-parte-007-parte-esattore-di-Equitalia che traffica sul web per carpire informazioni piccanti o spiacevoli sulla tua persona, ossia uno scenario da film complottista che, pur non essendo impossibile, nella maggior parte dei casi risulta alquanto improbabile: a chi mai interessa cosa faccia nella vita privata il signor Gino del quinto piano? Certo però che quelle stesse informazioni diventano estremamente interessanti se acquisibili in massa assieme a quelle di milioni di altre persone…
In realtà ciò che avviene nella maggior parte dei casi é che le informazioni dettagliatissime che hai fornito su di te vengono utilizzate all’interno dei cosiddetti big data per impostare argomentazioni politiche, saggiare il terreno su certi argomenti senza tener conto dello scarto fra vita reale e vita sul web e soprattutto, per modificare il discorso pubblico prevalente su determinate questioni.
Il tuo profilo, il tuo singolo profilo utente, di per sé ha scarso valore (a meno che tu non sia un VIP o un noto criminale). Ma se il tuo profilo fa parte di un bouquet di milioni di profili allora la cosa cambia!
Quel che avviene é che i committenti hanno modo di influenzare quali e quante informazioni riceverai, facendo sì che sui social certe notizie appaiano nella tua Timeline ma non in quella del tuo vicino o che ti venga suggerito si seguire certi contatti e non altri. Le informazioni che hai fornito su di te sono uno strumento impagabile affinché queste modifiche riescano ad essere cucite proprio apposta per te.
Non é un caso se milioni di persone vengono portate a credere a cose del tutto false o a consolidare idee che, se non ci fosse controllo sui contenuti che ricevono, non sarebbero difese con tanta irrazionalità. Chi manipola quel ti vien detto, non fa altro che indirizzare il tuo modo di pensare.
In poche parole, scegliere di utilizzare le grosse piattaforme centralizzate del data-mining (letteralmente “estrazione dati”, ossia ciò che fanno Facebook, Google ecc) equivale a buttarsi nel mare in cui viene effettuata la più imponente e specialistica pesca a strascico del mondo: una pesca a strascico smart che se da un lato coinvolge tutti i pesci nel mare, nessuno escluso, dall’altro non uccide i pesci, ma li lascia in acqua, studiandoli tanto a fondo da capire come fare a far sì che ogni singolo pesce poi nuoti nella direzione che il pescatore desidera.
In sostanza più informazioni personali forniamo alle grandi compagnie di data mining e più aiutiamo chi manipola le informazioni sui media mainstream; più aiutiamo chi vuole seminare odio in maniera mirata; più aiutiamo le società di marketing a renderci dipendenti dai loro prodotti. Un esempio su tutti? In Italia, da anni, il numero di crimini violenti é in calo costante. Non é una novità: ogni anno i quotidiani pubblicano i nuovi dati e da anni, appunto, si annuncia che sono calati rispetto all’anno prima. Eppure la percezione diffusa é che invece siano in aumento. Stessa cosa per il numero di stranieri residenti in Italia: oltre il 73% degli italiani ne sovrastima il numero. Certo, la percezione pubblica non viene modificata dai soli social, anche i media hanno un ruolo fondamentale in questo, ma é innegabile che oggi il grosso di questo lavoro avvenga proprio sui social.
I recenti scandali legati a Facebook, Cambridge Analytica, la Brexit,il Russiagate ed i sospetti di intervento esterno sui social durante diverse campagne elettorali non sono che l’aspetto più macroscopico e noto dell’intreccio fra big data, politica e manipolazione dell’opinione pubblica.
Ecco, tutto questo fa parte di ciò che l’utente medio fa fatica a vedere e tra un’app per mandare immagini di gattini con musichette carine ed un’app che fa lo stesso ma meno pubblicizzata e usata da meno utenti, sceglierà la prima, anche se la seconda ha caratteristiche migliori ed é più adatta a proteggerne le informazioni personali.
Socialità quantitativa e strumenti che necessitano apprendimento raso-zero sono, purtroppo, i fattori determinanti per la scelta delle piattaforme da utilizzare. Restando all’esempio automobilistico, é come dire che il mondo preferisce le auto senza specchietti, frecce, cinture di sicurezza ed altri dispositivi di protezione “perché é roba da nerd maniaci” e si é adattato a ritenere che beh, é normale che ogni automobilisca faccia qualche incidente e perda qualche arto.
PROVIDER OPEN SOURCE
Se proprio non si ha modo o voglia di self-hostare i propri strumenti software, un buon compromesso fra self-hosting ed il ricorso ai provider di servizi commerciali come Facebook o Google é quello di rivolgersi a dei provider online di software open source. In pratica, se Google mette a disposizione i suoi strumenti (Google Calendari, Contatti, Drive, Mail, Ricerca, Documenti, Fogli, Presentazioni, ecc…) ed anche Apple fa altrettanto con i propri (iCloud, Contatti, Pages, Numbers, ecc…), così come fa Facebook (Facebook, Messenger, Instagram, Whatsapp) e tutti quei provider che mettono a disposizione il proprio unico strumento (L’azienda Evernote mette a disposizione lo strumento Evernote, l’azienda Twitter mette a disposizione lo strumento Twitter ecc.) esistono anche diversi provider che invece mettono a disposizione applicazioni FLOSS che, se l’utente volesse, potrebbe tranquillamente scaricarsi e installare su un tuo server personale, essendo tutto software aperto e liberamente scaricabile (quindi, chiunque abbia le necessarie competenze tecniche, può verificare cosa fa davvero il software “sotto il cofano” e come).
La comodità di questa soluzione é indubbia: hai un server sempre attivo accessibile 24/24 che viene mantenuto efficiente, aggiornato e riparato da qualcun’altro cosicché tu possa accedervi senza problemi.
L’idea alla base dei provider di applicazioni FLOSS é che anziché esserci solo 4 o 5 colossali provider cui si rivolgono tutti, possano invece esserci centinaia, migliaia, milioni di server che offrono una vastità di strumenti che però siano compatibili tra loro o addirittura federati.
Una piccola digressione: Framasoft é un provider che fornisce una propria Istanza Mastodon, mentre Bida é un altro provider che fa altrettanto. Pur essendo due provider distinti (sotto un certo punto di vista é come dire Apple e Facebook) entrambi mettono a disposizione lo stesso strumento, Mastodon, che ha la peculiarità di essere federato. Ciò significa che gli utenti che usano l’Istanza Mastodon di Framasoft e quelli che usano l’Istanza Mastodon di Bida potranno interagire fra loro come se fossero su un’unica grande chat. Volendo fare un paragone, sia iChat che Whatsapp, i software di chat di Apple e Facebook, sono stati entrambisviluppati in base ad XMPP, che é software FLOSS. Questo vuol dire che tecnicamente sarebbe semplicissimo far dialogare tra loro Whatsapp ed iMessage, ma ciò non avviene puramente a causa di bagarre commerciali.
A questo punto però sorge spontanea una domanda: perché non fidarsi di Facebook e Google ma fidarsi di un provider open source? Si tratta pur sempre di dover riporre fiducia in qualcuno che (presumibilmente) non si conosce ed a cui si affidano i propri dati personali. L’osservazione é in effetti corretta e l’unica risposta sensata é che così come non ci si può fidare dell’uno non ci si dovrebbe fidare nemmeno dell’altro.
Ma ci sono dei “ma”.
Innanzitutto i maggiori provider di servizi commerciali come Facebook e Google sono ESPLICITAMENTE basati sulla lettura, analisi e compravendita dei contenuti che noi forniamo. Da cosa guadagnano Facebook e Google? Qualcosina sì dalla pubblicità, ma il grosso dei guadagni, quello che ha rende Mark Zuckerberg uno degli uomini più ricchi del mondo, é la vendita delle informazioni degli utenti.
ETICA DICHIARATA: Dall’altra, la maggior parte dei provider open source é realizzata e mantenuta da persone, comunità e collettivi che esplicitamente combattono l’utilizzo a fini commerciali delle informazioni degli utenti. Ci si può fidare o meno, ma rivolgersi ai big equivale alla certezza che la vendita dei propri dati avvenga.
SOFTWARE NON TRACCIANTE: Il software utilizzato é caratterizzato dal fatto di chiedere solo i dati strettamente necessari per funzionare (talvolta non chiedono proprio nulla) in modo da ridurre al minimo le possibilità di profilazione dell’utente. Certo, un provider potrebbe aver modificato il software sul suo server senza dichiararlo, ma come vedremo nei prossimi punti, potrebbe essere un’opzione poco interessante per il provider stesso.
FRAMMENTAZIONE INTERNA: I vari servizi offerti dai provider di software open source sono spesso scollegati fra loro. Questo significa che di solito non c’é un’unico nome utente e password per tutti i servizi. In questo modo se anche usassi in contemporanea l’Istanza Mastodon ed i fogli di calcolo dello stesso provider, lui potrebbe credere che ciò venga fatto da due utenti diversi.
FRAMMENTAZIONE PERSONALE: Nulla t’impedisce di rivolgerti a più provider contemporaneamente, frammentando le tue informazioni personali un pò qua ed un po là. Se due o più profider forniscono gli stessi software (per esempio NextCloud), usare l’uno o l’altro non comporterà alcuna difficoltà di apprendimento. Ad esempio puoi usare l’Istanza Mastodon del provider A, il server Matrix del provider B e gli strumenti office del provider C e gestirli come se fossero di tre utenti differenti, in modo che nessuno di questi abbia la totalità delle informazioni sul tuo conto.
FRAMMENTAZIONE GLOBALE: Se le informazioni di tutti stanno su Facebook e Google, é sufficiente acquistare informazioni da quei due provider per avere un database su milioni di persone. Se invece questi milioni di utenti fossero sparpagliati su migliaia di server interconnessi da poche migliaia di utenti l’uno, chi volesse farsi un database altrettanto massiccio dovrebbe contattare (o hackerare) uno-ad-uno migliaia di server. Lo sforzo sarebbe di per sé immane. Se poi si considera che, come visto, le informazioni che si troverebbero in mano sarebbero molto meno dettagliate ed interessanti di quelle fornite da Facebook, é chiaro che i server di servizi FLOSS risultano strutturalmente poco utili per chi vuol commerciare informazioni personali.
CHE STRUMENTI VENGONO MESSI A DISPOSIZIONE?
Gli strumenti messi a disposizione dai provider sono un’infinità e spaziano dagli strumenti per ufficio (scrittura collaborativa, fogli di calcolo, mappe mentali), web hosting (tipo Dropbox, iCloud, Google Drive ecc.), social, chat personali, strumenti per programmatori… Per farla breve: pensa ad un servizio online che usi comunemente ed e sappi che ne esiste anche la versione libera e aperta, fatta eccezione giusto per i fornitori di media mainstream coperti da copyright come Spotify o Netflix e iTunes, ecco, ma se pensi a Evernote, Dropbox, Twitter, Facebook, Google Maps, Gmail, Whatsapp, le ricerche su Google, iWork e tutti quegli strumenti che usi quotidianamente online beh, ognuno di questi ha la sua controparte libera!
Alcuni di questi strumenti sono parzialmente sovrapponibili; un esempio é l’applicazione Turtl che é sia un gestore appunti (Notebook) che uno strumento per archiviare link interessanti (Bookmark manager) che fa dunque un pò quello che fa Evernote ed un pò quello che fa Pocket. Questo per dire che in alcuni casi la definizione usata per classificare questi strumenti può essere poco esaustiva.
Altra cosa interessare é che uno stesso provider può mettere a disposizione più strumenti che fanno la stessa cosa (ad esempio due diversi tipi di calendario o di strumenti di scrittura). La cosa può confondere un attimo chi non é abituato a dover scegliere tra opzioni diverse con uno stesso provider, ma va tutta a favore della personalizzazione (ti trovi scomodo ad usare EtherPad? Nessun problema: abbiamo anche PadLand!)
Certi strumenti software sono molto popolari e vengono messi a disposizione da diversi provider (per esempio, chi offre un servizio di data hosting nel 99% dei casi utilizza NextCloud), che però ne personalizzano un pò l’estetica, a volte alcune funzioni e spesso anche il nome (per esempio, il server Nextcloud messo a disposizione da Framapiaf viene chiamato “Framadrive”). Altri invece, sono più rari.
ELENCO PROVIDER OPEN SOURCE
Questo post non é incentrato sulle funzionalità dei singoli strumenti software e qui si vuol solo elencare una serie di provider di strumenti FLOSS che, volendo, un utente potrebbe anche installarsi su un proprio server. Pertanto l’elenco non comprende siti che mettono a disposizione un unico strumento software (tipo mastodon.social che mette a disposizione solamente la propria Istanza Mastodon) e/o strumenti software non hostabili privatamente (tipo DuckDuckgo)
A/I é il principale riferimento italiano per quanto riguarda collettivi antagonisti e anticapitalisti impegnati per i diritti digitali. Offre tutta una serie di strumenti con un fortissimo occhio di riguardo a sicurezza e protezione dati.
Disroot é un’organizzazione di hacktivisti di impronta libertaria impegnata a far conoscere le tecnologie aperte ed a diffondere una maggior cultura della privacy informatica.
Framasoft é un’importante associazione francese il cui scopo é quello di diffondere l’uso di tecnologia FLOSS. Framasoft organizza incontri, corsi ed un gran numero di attività diverse. In particolare sta portando avanti il progetto di de-googleizzare il web, facendo conoscere tutti gli strumenti già esistenti ed utilizzabili anche senza dover per forza rivolgersi alle big company dell’informatica. Gli strumenti che offre Framasoft sono davvero tantissimi e non sarà possibile elencarli tutti, ma ci si prova. Una caratteristica particolare é che Framasoft ribattezza gran parte degli strumenti offerti “Frama(qualcosa)”. Il sito é in francese ma gran parte é tradotto in inglese e sempre più pagine sono tradotte anche in italiano.
Librem é il marchio dei prodotti e servizi open dell’azienda Purism. Purism produce computer desktop e smartphone di alta fascia che promettono una alta attenzione al rispetto della privacy e della sicurezza informatica. I servizi della linea Librem derivano da strumenti FLOSS che però vengono fortemente personalizzati e rinominati “Librem(qualcosa)”; per esempio, il server Mastodon offerto da Framasoft si chiama FramaPiaf.
Nixnet é creato e gestito apparentemente da una sola persona, Amolith, che mette a disposizione gli stessi strumenti che lui utilizza. Molto servizi sono utilizzabili anche attraverso TOR e c’é forte attenzione su sicurezza e criptatura dei messaggi.
RiseUp é un collettivo di Seattle ma con membri sparsi in tutto il mondo. É attivo dal 1999 e si adopera per una società libera ed una lete altrettanto libera.
Tu scrivi “A che ora ci vediamo?” su Riot. Il messaggio arriva su Telegram, dove l’altra persona scrive “Facciamo per le cinque?” e la risposta la leggi tranquillamente stando sempre su Riot. Non male, vero? Ed é ancora più interessante sapendo che potenzialmente si può far la stessa cosa con TUTTE le piattaforme di chat esistenti: Whatsapp, Skype, Mastodon, iMessage…
Ma intanto limitiamoci a Telegram e vediamo una guida passo-passo su come far interagire Matrix e Telegram in pochi, semplici passaggi.
In una serie di articoli precedenti abbiamo già illustrato:
L’ultimo post, quello sui sui bridge, é una panoramica che illustra una caratteristica interessantissima di Matrix, ovvero la sua capacità di connettere e far dialogare piattaforme di comunicazione diverse. In pratica con Matrix é possibile creare una stanza (un gruppo di discussione in chat) in cui far interagire utenti che usano Matrix con utenti che usano Whatsapp, utenti che usano Telegram, utenti che usano iMessage, IRC, XMPP, Slack, Discord, Facebook o quant’altro, tutti nella stessa chat. Per fare questo Matrix utilizza dei “programmi aggiuntivi” chiamati appunto bridge.
In sostanza: Matrix é il sistema base, i bridge sono dei componenti aggiuntivi ognuno dei quali permette a Matrix di interagire con una piattaforma di comunicazione diversa (ci sono bridge per Whatsapp, Mastodon, Telegram, ecc.).
In realtà questi bridge sono ancora in via di sviluppo e non sono del tutto pronti per un uso da parte dall’utente comune. In particolare, attualmente, uno dei più grossi scogli é che nella maggioranza dei casi i bridge vanno installati su un proprio server Matrix personale e quindi se non si possiede un server proprio non si ha modo di adoperarli.
Alcuni però si possono già utilizzare.
La maggior parte dei server Matrix di solito offre già alcuni bridge: quello per Slack, (un social molto utilizzato fuori dall’Italia, perlopiù in ambito lavorativo)Discord(social utilizzato soprattutto tra i gamers) e per alcuni dei principali server IRC(sistema di comunicazione nato nel 1988 ed ancora utilizzatissimo soprattutto tra programmatori e hacker).
Ma esiste anche t2bot.io, un server che offre alcuni strumenti aggiuntivi per Matrix tra cui, soprattutto, un bridge Telegram.
Questo bridge Telegram é una versione semplificata del bridge Mautrix, che non é l’unico bridge per Telegram ma é quello attualmente più utilizzato (ricordiamo ancora che i bridge sono ancora in via di sviluppo, per cui é normale che possano esistere più bridge che fanno le stesse cose).
Poiché t2bot.io offre una versione semplificata del bridge, alcune sue funzioni, come vedremo, sono limitate ma per la parte che ci interessa fa il suo dovere!
Le istruzioni su come usare il bridge erano già state illustrate nel precedente post sul bridging ma qui vogliamo andare un po più in dettaglio con una vera e propria guida passo-passo.
ISTRUZIONI PASSO-PASSO
L’idea é quella di creare un gruppo Telegram ed una stanza Matrix e metterli in comunicazione fra loro. La procedura che segue può essere effettuata anche con gruppi/stanze già esistenti (il gruppo Telegram “Passeggiate in campagna” e la stanza Matrix “Fotografia all’aria aperta” possono così diventare un’unica grande chat anche se poi, dargli lo stesso nome, sicuramente aiuterebbe a rendere il tutto più chiaro). L’operazione che stiamo facendo in inglese si chiama bridging e la connessione che si stabilisce tra le due piattaforme é chiamata portal.
SU TELEGRAM
1) Dalla schermata principale premiamo l’icona in alto a destra per creare una nuova conversazione
2) Selezioniamo New Group (nuovo gruppo)
3) Invitiamo nel gruppo l’utente @matrix_t2bot Si tratta di un bot (un programma che agisce come fosse un utente Telegram) che si occuperà di tutte le operazioni di bridging. Una volta che Telegram l’ha trovato, selezioniamolo.
4) Proseguiamo cliccando su Next (Potremo aggiungere i nostri contatti in seguito)
5) Diamo un nome al gruppo e confermiamo premendo Create
6) A questo punto il gruppo Telegram é creato e tra i suoi membri c’é il bot @matrix_t2bot!
7)Scriviamo /id nella chat e premiamo invio. Si tratta di un comando per il bot in cui gli chiediamo qual’é il codice ID (identificativo) di questo gruppo.
8) Dopo qualche secondo (a volte può volerci mezzo minuto!) il bot ci risponderà dicendo il codice ID di questo gruppo. Si tratta di un numero di nove cifre preceduto dal segno meno (“-“). Segnamoci il codice ID da qualche parte.
SU RIOT
1) Dalla schermata principale, premiamo il tasto “+” per creare una nuova conversazione
2) Selezioniamo Create room (“Crea stanza”)
3) A questo punto abbiamo creato una stanza ancora priva di utenti e di un nome. Premiamo sul tasto “>” per impostarla.
4) Selezioniamo Settings
5) Diamo un nome alla stanza (per semplicità usiamo lo stesso nome dato alla stanza Telegram) e confermiamo premendo Done
6) Premiamo nuovamente il tasto “>” per tornare nei dettagli della stanza
7) E poi premiamo il tasto col logo di “invita utenti”
8) Invitiamo nella stanza l’utente @telegram:t2bot.ioSi tratta del bot gemello di quello invitato nel gruppo Telegram. I due bot lavoreranno in tandem per connettere le due piattaforme: sono loro che si occuperanno di trasmettere i messaggi da una piattaforma all’altra! Una volta che Matrix l’ha trovato, invitiamolo nella stanza premendo il tasto “+”
9) Matrix ci chiede una conferma. Premiamo Invite
10) Ora che il bot é stato aggiunto alla stanza possiamo tornare alla chat vera e propria premendo il tasto “<“
11) Scriviamo nella chat il comando !tg bridge seguito dal codice ID del gruppo Telegram (il numero di nove cifre preceduto dal segno meno “-” che ci eravamo segnati!) e premiamo Send. Per esempio: [ !tg bridge -123456789 ] Questo é il comando più importante: quello che dice al bot di creare il bridge.
12) A questo punto il bot ci informa che in questa stanza non esiste ancora alcun portale con il gruppo Telegram indicato e ci chiede di dare un comando per attivarlo.
13) Scriviamo nella chat il comando !tg continue e premiamo Send
14) Dopo qualche secondo il bot ci informa che il bridging é completo e che la sincronizzazione delle chat comincerà a momenti. Ancora qualche secondo (può volerci un minuto) ed appaiono le notifiche di iscrizione: il bot ha aggiunto alla stanza Matrix gli utenti del gruppo Telegram!
15) FATTA!
TELEGRAM & MATRIX
A questo punto tutto ciò che vien scritto nel gruppo Telegram appare nella stanza Matrix e viceversa. La consegna dei messaggi può forse impiegare qualche secondo ma funziona a dovere. Possiamo quindi fare alcune osservazioni:
IL BOT SU TELEGRAM E’ -TUTTI GLI UTENTI MATRIX-
Telegram vuole avere solo utenti registrati con numero di telefono ma gli utenti Matrix non sono registrati su Telegram. Quel che succede é che Telegram non vede i singoli utenti Matrix ma solo il bot @matrix_t2bot.io. In pratica, se in una stanza/gruppo ci fossero quattrocento utenti Matrix e cinque utenti Telegram, guardando l’elenco utenti su Telegram ne vedremmo solo sei: i cinque utenti Telegram più il bot, che fa da portavoce per tutti gli utenti Matrix.
Su Telegram dunque non vedremo gli utenti Matrix chiamati Giulia, Filippo, Roberta. Al posto loro vedremo solo l’utente “Matrix Telegram Bridge” che in pratica posta messaggi del tipo “Giulia ha detto…”, “Filippo ha detto…”.
Difatti quando il bot pubblica un messaggio, prima del testo c’é il nome dell’utente Matrix che l’ha scritto.
Al contrario, Matrix non ha problemi sulle registrazioni e quindi crea per ogni utente Telegram un utente “gemello” su Matrix. Restando all’esempio appena fatto, guardando l’elenco utenti su Matrix ne vedremmo tutti e 407: i quattrocento utenti Matrix, i cinque utenti Telegram ed i due bot. Su Matrix, insomma, la gestione degli utenti é decisamente più “pulita”.
CHAT NON SICURA
la comunicazione tramite bridge, al momento, non permette la crittografia del testo inviato e ricevuto e pertanto i messaggi vengono trasmessi in chiaro.
STICKER ED EFFETTI SPECIALI
Telegram può inviare sticker a Matrix ma questi non sono visualizzabili dalla versione per smartphone di Riot (nella versione desktop invece si vedono). Al contrario, Riot non può proprio mandare sticker verso Telegram.
LOGIN
La procedura che abbiamo eseguito passo-passo ha permesso di creare un portale tra una stanza Matrix ed un gruppo Telegram. Tuttavia il bridge utilizzato, Mautrix, permetterebbe anche di sincronizzare un singolo account Matrix con un singoloaccount Telegram. Questo significa che se un utente Matrix avesse anche un vero e proprio account Telegram (ossia registrato con numero di telefono), grazie al bot tutto ciò che scrivesse su Matrix col suo account Matrix, apparirebbe su Telegram come scritto dal suo account Telegram. In sostanza gli utenti Telegram potrebbero interagire con lui senza mai sapere che in realtà sta scrivendo da Matrix. In realtà questa funzione é solo parzialmente disponibile nella versione del bridge Mautrix presente su t2bot.io (che, come detto, é una versione semplificata). La procedura di login é possibile ed ha alcuni vantaggi (una volta fatto il login, se si crea un nuovo gruppo su Telegram, il bot ne crea in automatico il gruppo gemello su Matrix; i gruppi a cui ci si unisce su Telegram, appaiono immediatamente anche su Matrix) ma al momento non ci pare funzionare benissimo e quindi lo tratteremo in un post successivo.
NOTIFICHE DI LETTURA
Il bridge non trasmette notifiche di lettura tra le due piattaforme. Gli utenti Telegram vedranno le notifiche di lettura degli altri utenti Telegram e gi utenti Matrix vedranno le notifiche di lettura degli altri utenti Matrix.
NOME UTENTE E FOTO PROFILO
Su Matrix l’utente Telegram appare col suo nome utente e con la sua foto profilo. Se su Telegram questi cambiano, cambieranno anche su Matrix (anche se a volte può metterci diversi minuti a ricevere la modifica). Al contrario Telegram vede solo il bot e riporta solo l’account di chi scrive senza mai mostrare la foto profilo.
INVIO FOTO, VIDEO, PDF
Per l’invio di foto e video non c’é alcun problema in entrambe le direzioni. I messaggi vocali di Telegram vengono inviati a Matrix ma la versione per smartphone di Riot non é in grado di ascoltarli (la versione per Desktop invece non ha problemi): nella chat di Riot appare un file audio e cliccandoci verrà chiesto con che applicazione aprirla. Un qualsiasi lettore audio, ad esempio VLC, riprodurrà il file senza problemi. Anche per i pdf e file di testo di diversi formati (txt, rtf) non c’é nessun problema.
Un elemento di confusione é dato dal fatto che quando un utente Matrix posta un file, il bot lo su Telegram lo trasmette ma senza dire quale utente Matrix l’abbia postato!
CHIAMATE AUDIO E VIDEO
Impossibili perché Telegram non le gestisce.
GEOLOCALIZZAZIONE
Telegram può inviare la propria posizione geolocalizzata a Matrix ma questa non la riconoscerà perché Matrix non gestisce dati di geolocalizzazione e quindi mostrerà un messaggio di “invalid attachment” (allegato non valido). Per poter trasmettere dati GPS il modo corretto é possibile utilizzare una applicazione apposita, ad esempio un’app di OpenStreetMaps, e da questa inviare attraverso l’applicazione di comunicazione (sia esso Riot o Telegram) le sole e semplici coordinate GPS in formato testuale.
GRUPPI, CANALI ECC.
Il bridge funziona con i gruppi Telegram ma non sui canali né con le “Chat segrete”. In teoria il bot può essere aggiunto a qualsiasi gruppo ma a patto che si abbia il permesso di invitare nuovi membri e bot. In sostanza: se volessimo portare su Matrix dei gruppi Telegram pubblici di cui siamo semplici membri, dovremmo chiedere ai loro admin se vogliono aggiungere i bot e fare il bridging.
UN MILIONE DI BRIDGE!!!
Una stanza Matrix può essere sincronizzata con un solo gruppo Telegram. Tuttavia nulla vieta di aggiungere alla stanza altri bridge che la colleghino a piattaforme diverse (beninteso che, come ricordato all’inizio, questa cosa al momento la si può fare solo se si possiede un proprio server Matrix). Oltre al bridge per Telegram si potrebbe aggiungere alla stanza un bridge per Whatsapp, uno per IRC, uno per XMPP ecc. Il risultato é che non solo l’utente Matrix sarebbe in contatto con gli utenti di tutte le altre piattaforme, ma anche gli utenti delle altre piattaforme potranno comunicare fra loro grazie al bridge di Matrix!
Matrix dunque si trova nella situazione di poter fungere da anello di congiunzione ed asse portante fra tutte le piattaforme di comunicazione esistenti: se Luca é su Whatsapp ma Sara é su Telegram, i due ovviamente non possono comunicare tra di loro, ma se un terzo utente li collega entrambi tramite bridging, ecco che anche un utente Whatsapp può comunicare con un utente Telegram!
Lo scenario che si prospetta in una stanza Matrix con diversi bridge attivi é una cosa di questo tipo:
Appare forse adesso più chiaro il modo in cui il protocollo Matrix si prefigge di avere un ruolo assolutamente centrale nel panorama della comunicazione digitale: una sorta di passepartout, un adattatore universale, un centro di smistamento… Insomma: una rete universale che si pone al centro di tutte le altre reti, mettendole in comunicazione fra loro!
Per maggiori informazioni sul bridge Telegram é possibile contattare direttamente l’admin di t2bot.io nella stanza Matrix #help:t2bot.io
Grazie ad Anna, Anxma, Leodurruti e Maupao per l’aiuto nel testare bridge, stanze ecc.
Una domanda necessaria: perchè, tra tutte le piattaforme di comunicazioni disponibili, qualcuno dovrebbe sceglierne una piuttosto banale, fornita da un’azienda di data mining (ossia raccolta, elaborazione e vendita di informazioni personali) potente e pericolosa come Facebook?
I software di chat esistono da prima che Whatsapp esistesse ed hanno offerto praticamente gli stessi servizi se non addirittura di più, ma quest’ultimo si é imposto grazie a due soli motivi: una fortissima campagna promozionale (già nei primi cinque anni e soprattutto dopo che é stato acquistato da Facebook nel 2014) ed il fatto che fosse utilizzabile immediatamente senza dover creare alcun account, cosa che ne ha permesso l’adozione da parte di chiunque senza dover pensare a cose come nome utente, password, ecc.
Non solo esistono decine di strumenti di chat che offrono infinitamente più sicurezza di Whatsapp e che non diffondono le tue informazioni in modo da poter alterare più efficacemente l’opinione pubblica, ma negli ultimi tempi é stata pure sviluppata Matrix, una piattaforma che presenta caratteristiche notevoli sotto diversi punti di vista e si presta perfettamente a diventare il software di riferimento tra quelli alternativi a Whatsapp.
Ma Matrix non si limita a possedere delle caratteristiche diverse da Whatsapp: é strutturalmente tutta un’altra cosa! La natura stessa della piattaforma Matrix, come si vedrà in questo post, é talmente diversa da Whatsapp, Telegram, Signal, Wire o qualsiasi altra piattaforma commerciale centralizzata da far sì che nessuna di queste potrà mai fornire tutto ciò che Matrix permette (e promette) di fare (e anche NON fare). In questo post vengono descritte per sommi capi proprio queste caratteristiche di Matrix con cui Whatsapp non potrà mai, per sua natura, competere.
Software F.L.O.S.S.
1. SOFTWARE APERTO E VERIFICABILE
Il software utilizzato dai server Matrix é F.L.O.S.S. ossia aperto, libero e verificabile da chiunque. Qualsiasi persona capace di programmare può verificare ciò che il software Matrix fa, esattamente come un meccanico che può aprire un cofano, vedere il motore, trovarne i difetti, metterci le mani e migliorarlo. Whatsapp al contrario usa software proprietario e ciò che avviene sui suoi server é un segreto industriale.
2. NON VENDE LE MIE INFORMAZIONI PERSONALI
Il software Matrix non monitora tutto quel genere di informazioni che invece vengono registrare da Whatsapp o da piattaforme sociali correlate come Instagram o Facebook: non calcola chi secondo lui potrebbe diventar mio amico/a. Non registra i millisecondi su cui mi soffermo su un’immagine, gli errori di battitura, i like, il tasso di engagement o il tipo di relazione che intercorre tra me ed un altro utente, quale sia il mio lavoro, i luoghi che visito o i miei spostamenti. Sappiamo che non monitora nulla di tutto ciò proprio perché é software F.L.O.S.S. Come vedremo, Matrix manco mi chiede come mi chiamo e non mi obbliga nemmanco a comunicargli tutti i numeri nella mia Rubrica. Inoltre, come vedremo, puoi far sì che non sia in grado di leggere quel che tu scrivi. Il software Matrix, insomma, raccoglie giusto le informazioni tecniche necessarie a funzionare. [*A FINE ARTICOLO C’É UNA NOTA IMPORTANTE SU QUESTO PUNTO!].Whatsapp é parte di Facebook, il cui modello di business ruota intorno a profilazione degli utenti e commercializzazione dei loro dati a fini di propaganda commerciale e/o politica. La quantità di informazioni che vengono trasmesse ai server di Facebook per essere analizzate é eccezionalmente superiore a ciò che gli utenti medi solitamente concepiscono.
3. POSSO CAMBIARE SERVER
Se creo un account Matrix sul server “A” e poi scoprissi che é inaffidabile, applica delle policy con cui non mi trovo d’accordo o sospettassi che vende informazioni a terzi, posso tranquillamente passare al server “B”senza perdere alcuno dei miei contatti. E’un pò come mollare hotmail o gmail per passare a Protonmail. Whatsapp invece é una bolla chiusa e se esci da Whatsapp perdi tutti i tuoi contatti Whatsapp.
4. POSSO ADDIRITTURA FARMI IL MIO SERVER MATRIX PERSONALE
Chi ha un server proprio può installarci Matrix ed avere così il proprio server chat personale, un pò come si può avere una mail aziendale, in modo da avere il controllo totale sui propri dati. Non ti fidi di nessun server pubblico che non sia gestito da te? Basta un server da qualche centinaio d’euro per essere totalmente indipendente! Whatsapp é invece utilizzabile solo attraverso i server di Facebook.
5. POSSO CAMBIARE APP
Attualmente per usare la propria chat Matrix da smartphone si usa quasi esclusivamente l’app Riot.im. Alcuni provider Matrix tuttavia hanno realizzato la propria versione dell’app Riot personalizzandone alcune caratteristiche. Alcuni esempi sono l’app Librem (per i possessori di un device Purism), SMIchat o Tchap (la piattaforma Matrix realizzata dal governo francese per il dialogo interno tra personale amministrativo). Su computer fisso invece oltre ad utilizzare Riot da browser o l’app Riot, si possono già utilizzare Wheechat, o Quaternion, Nheko o Fractal. Applicazioni diverse con caratteristiche, funzioni, vantaggi e svantaggi diversi applicati allo stesso servizio. Un pò come scegliere se usare Thunderbird o Outlook per la propria casella email. Al momento Riot é l’applicazione standard migliore per l’utente comune, essendo le altre più “specialistiche”. Tuttavia nulla impedisce che possano essere realizzate nuove versioni alternative di Riot o app del tutto diverse per utilizzare Matrix. Al contrario per usare Whatsapp sono obbligato ad utilizzare il software ufficiale di Whatsapp che, ovviamente, é sempre software chiuso. Qualche applicazione “alternativa” per Whatsapp esiste, ma data la natura chiusa del software di Whatsapp e la limitatezza delle sue funzioni, queste app alternative non potranno mai offrire granché di diverso rispetto a quella ufficiale.
6. POSSO AVERE PIÙ ACCOUNT CONTEMPORANEAMENTE
Su Matrix nulla t’impedisce di avere account multipli. Puoi dunque differenziarli, ad esempio usare un account pubblico, uno per pochi intimi ed un’altro solo per lavoro, magari pure registrandoli su server diversi. Al momento attuale la versione per smartphone di Riot.im non supporta ancora gli account multipli, ma si tratta di una funzionalità che si prevede di rendere disponibile a breve. Su browser invece puoi già usare diversi account Matrix contemporaneamente. Whatsapp invece ti obbliga ad avere un unico account legato al tuo telefono ed alla tua persona.
7. POSSO USARLO ANCHE SENZA TELEFONO
Matrix non é legato a doppio filo al tuo telefono, per cui puoi accederci anche se il telefono l’avessi perso o distrutto. In effetti si può benissimo usare Matrix senza nemmeno averlo mai avuto un telefono. No telefono = no Whatsapp.
8. NON SONO OBBLIGATO A DARE IN GIRO IL MIO NUMERO DI TELEFONO PRIVATO
Il fatto che Matrix non sia legato alla tua identità, al tuo device o al tuo telefono fa sì che tu possa avere un account Matrix pubblico senza dover necessariamente comunicare il numero di telefono dello smartphone da cui lo utilizzi. Puoi dunque usare un account Matrix aziendale anche sul telefono privato, oppure fare l’esatto contrario. Puoi continuare ad accedere al tuo account anche se avessi perso o distrutto tutti i tuoi device. É dunque possibile fare conversazioni audio o videochiamate con qualcuno tramite Riot/Matrix senza essere obbligati a fornirgli il proprio numero personale. Whatsapp invece non permette di avere un account scollegato dal proprio numero di telefono.
9. DIALOGO TRA PIATTAFORME
Matrix é pensato per poter interagire con altre piattaforme e seppur si tratti di un qualcosa ancora in via di sviluppo, già é possibile con qualche sforzo chattare tra Matrix, IRC, Slack, Gitter, Discord, Telegram ed altre piattaforme ancora. La cosa non funziona ancora del tutto ma il progetto é quello di permettere ad ogni utente di dialogare con Matrix restando sulla piattaforma che preferisce. Con un pò di sforzo é già possibile un’unica stanza chat in cui possono interagire utenti che stanno su diverse piattaforme: Scrive Marta da Telegram, gli rispondono Sara da Slack e Luigi da Matrix; poi intervengono Anna da IRC e Michele da Rocketchat mentre Nicoletta posta una domanda da Discord e Bruno le risponde da XMPP e Riccardo fa altrettanto da Mastodon. Una volta reso più immediato e funzionale il dialogo tra Matrix e Mastodon si potrà inoltre avere un’unica, grande meta-rete federata in cui decine di piattaforme social potranno dialogare tra loro e con Matrix. Seguono invece una filosofia del tutto opposta sia Whatsapp che tutti i software di comunicazione commerciali, che tendono a far di tutto perché tu non utilizzi software diverso dal proprio.
10. POSSO USARE MATRIX… SENZA AVERE MATRIX
É una conseguenza del punto precedente: il fatto che Matrix dialoghi con altre piattaforme fa sì che, ad esempio, io possa accedere ad una chat Matrix ed interagire con i suoi membri utilizzando le App per IRC, XMPP, Telegram, Discord ecc. Volendo é possibile anche far interagire Matrix con l’email e gli sms. Di conseguenza tutto il “parco macchine” delle piattaforme che dialogano con Matrix (i diversi client/app, ecc) possono essere utilizzati per interagire con utenti Matrix. Non é cosa da poco! Hai una email? Puoi comunicare con Matrix. Hai un account XMPP? Puoi comunicare con Matrix. Sul telefono hai un’app per IRC? Puoi comunicare con Matrix! É pure possibile creare stanze Matrix pubbliche leggibili online da chi non utilizza nemmeno una sola delle piattaforme che interagiscono con Matrix. Come detto sopra, invece, Whatsapp non fa che obbligare gli utenti a legarsi ai propri servizi e solo a quelli.
La stanza resta viva fintanto che almeno un server attivo ne ospiti una copia su di sé.
11. FUNZIONA SEMPRE
Essendo Matrix una rete decentralizzata di server indipendenti e non un’unica piattaforma centralizzata, se il server a cui mi appoggio avesse dei problemi io potrei accedere alla chat semplicemente scegliendo un server diverso. Perché ciò sia possibile é necessaria una minima accortezza da parte di almeno un utente della chat ma é piuttosto banale e realizzabile da chiunque. Il fatto é che il contenuto é slegato dal singolo server e può dunque essere replicato all’infinito, rimanendo eterno. Quando c’é un #WhatsAppDown invece non puoi far altro che aspettare che venga ripristinato. Se Whatsapp avesse un problema al server e perdesse i tuoi dati, non avresti modo di recuperarli.
12. POSSO CRIPTARE I MIEI MESSAGGI PER DAVVERO
Con Matrix posso criptare i miei messaggi in modo tale che siano leggibili solo da me e dalla persona con cui mi scrivo, usando un sistema di cifratura End-to-End molto potente ed efficace che scavalca lo stesso server ospitante. I software commerciali invece di solito non permettono una vera cifratura e quando lo fanno… considerano sé stessi come destinatari, perché devono leggere quel che scrivi, a chi ecc.
13. NESSUNA PUBBLICITA’
Per come é stata realizzata, Matrix é una piattaforma del tutto inadatta all’uso pubblicitario. Questo a causa della sua struttura decentrata, della mancata raccolta di informazioni sugli utenti, del software aperto e delle capacità di cifratura. Se invece Facebook decidesse di introdurre pubblicità in Whatsapp, i suoi utenti non potrebbero far altro che subirla.
14. IMPOSTAZIONI DETTAGLIATE
Accedendo a Matrix da un client desktop si ha modo di impostare tutta una serie di settaggi e preferenze molto minuziose. É ad esempio possibile far si che un certo membro della stanza possa solo leggere senza intervenire o nominare diversi “amministratori” ma con livelli di potere e compiti assai differenziati fra loro. Si possono aggiungere Widget alle stanze, bot ed altre funzioni. Matrix dunque può essere personalizzato in modo molto specifico. Whatsapp invece, puntando ad un utilizzo ipersemplificato, ingabbia l’utente in una serie assai limitata di opzioni.
15. NON SONO OBBLIGATO A FORNIRE LA MIA IDENTITÀ
Quando crei un account Matrix non c’é alcun obbligo a collegarlo al proprio nome, alla propria email o al proprio numero di telefono. Gli account Whatsapp invece sono legati a dei numeri di telefono. Siccome quando ti iscrivi a Whatsapp gli consegni tutta la tua rubrica, Facebook sa con che nome, cognome e soprannome hanno registrato in rubrica il tuo numero i tuoi conoscenti ed essendo tutto integrato nei database di Facebook la tua identità gli é nota anche se tu non gliel’hai mai fornita direttamente. In sostanza: se sei su Whatsapp regali a Facebook informazioni non solo su di te, ma anche sui contatti che hai salvato.
16. ESTENSIONI, MODIFICHE, MIGLIORAMENTI
Essendo software F.L.O.S.S. qualsiasi programmatore può facilmente sviluppare estensioni, strumenti aggiuntivi, bot, modifiche e miglioramenti alle app esistenti. Questo fa si che attorno a Matrix si sviluppi un intero ecosistema con numerosi elementi aggiuntivi capaci di personalizzare ulteriormente la chat alle tue esigenze. Già esistono dei widget capaci di inserire in una stanza matrix funzionalità di Wikipedia, pad di scrittura collaborativa, grafici, immagini stock, feed RSS e non é difficile immaginare per il futuro personalizzazioni di skin, applicazioni per backup selettivi, bot di ogni genere, traduttori automatici. Anche attorno a Whatsapp in effetti si é sviluppato un ecosistema di applicazioni di supporto, ma data la natura chiusa del software usato e la non-volontà di Facebook di cedere troppo facilmente le informazioni che ha raccolto sui suoi utenti, le app aggiuntive sono ben poca cosa: perlopiù addon di gif e sticker.
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NOTA FINALE: POCHISSIMI CAPISCONO DAVVERO LE IMPLICAZIONI DEL NON CEDERE I PROPRI DATI PERSONALI
Quando si parla di privacy e vendita di dati, di solito il pensiero comune va a due soli scenari: la commercializzazione pubblicitaria e l’indagine poliziesca mirata su di sé. Nel primo caso viene ritenuta tuttalpiù un fastidio mentre la seconda, dato i sempre più onnipresenti dispositivi di monitoraggio e controllo, viene ritenuta come scontatamente inevitabile.
In realtà sfugge che gli utilizzi dei propri dati personali sono molto più variegati di questi due scenari estremi. Estremi perché il primo rappresenta il grado minimo mentre il secondo il grado massimo di utilizzo dati personali, tralasciando la profilazione politica a fini propagandistici.
Facebook, Google, Youtube ed Instagram ad esempio insistono nel mostrarti con più frequenza certi profili, certe notizie, certi video e lo fanno in modo nient’affatto casuale. Se la profilazione social su di te ha mostrato paura o debolezza emotiva verso certi tipi di notizie, questo dato può essere usato da chi vuole propagandare determinate politiche affinché tu, e solo tu tra tutta la tua cerchia di amici, legga un certo tipo di articoli.
Se utilizzi le piattaforme sociali commerciali sappi che quel che ti passa davanti agli occhi é stato personalizzato su di te, per colpirti maggiormente e “venderti” meglio una certa idea da parte di chi ha comprato i servizi di profilazione. E ciò é possibile perché sei proprio tu a fornire informazioni utili a profilarti e targhetizzarti meglio.
Sei un pò razzista? Facebook può essere usato (e viene usato!) per consolidare il tuo razzismo. Sei più moderato? Facebook é in grado di selezionare un mix di fonti ambigue per alimentare dubbi sugli stranieri e virare i tuoi riferimenti sempre più a destra attraverso una selezione mirata di post adatti a colpire le tue paure più accentuate.
Sei sensibile alle violenze sugli animali? Ti verranno messi sotto gli occhi diversi articoli con stranieri che fanno male ad animali. Hai paura delle malattie? Vedrai post sui migranti che portano la peste medievale.
Sei sgrammaticato e non metti alcun like a fonti culturali? Vuol dire che hai una bassa istruzione e nella tue Timeline verranno fatti scorrere contenuti falsi ma dal linguaggio semplice.
Hai una preparazione scolastica media-buona ma non sei quel che si chiama un “divoratore di libri”? Ti piacciono il calcio ed i film di supereroi? Non vedrai molti post ignoranti ma invece tanta roba giustificazionista e qualunquista del tipo “eh, ma in fondo Salvini non ha tutti i torti”.
I noti avvenimenti di Facebook nello scandalo Cambrydge Analytica; l’influenza di Facebook nella Brexit e nell’elezione di Trump hanno reso evidente che le campagne politiche mirate e targhetizzate al singolo utente sono una realtà molto più pervasiva e difficile da monitorare di quanto il grosso della popolazione sospetti. Il ruolo di Facebook nella Brexit, per esempio, é stato tutt’altro che secondario e questo é stato possibile perché chi ha voluto diffondere sul social network delle informazioni false l’ha potuto fare in modo estremamente mirato.
“Se uno vuole monitorarti può farlo anche su Matrix”. A parte il fatto che non é affatto così immediato come spiare un profilo Facebook (basta che la persona su cui indagare abbia un account segreto diverso da quello conosciuto e delle stanze matrix criptate per rendere quasi impossibile ogni ricerca); quel che va ribadito é che nell’utilizzare una piattaforma libera non si cerca solo e soltanto uno strumento di comunicazione sicura, ma anche uno strumento che permetta all’utente di non alimentare quei meccanismi che influenzano con più efficienza l’utente stesso.
Basta fare un breve esperimento ed osservare come grazie all’utilizzo di reti sociali libere, metamotori di ricerca indipendenti, ed un paio d’accortezze nel browser come l’utilizzo di alcuni Ad-Blocker e plugin, fa sì che la propria esperienza online ed i contenuti-fuffa propagandistici possano ridursi drasticamente.
Nel momento in cui Facebook e Google non sanno più chi sei e cosa pensare di te, non sono più in grado di personalizzare il loro contenuto e la qualità dell’informazione a cui sei esposto aumenta molto velocemente.
Detto in altro modo:
Più sono le informazioni personali che fornisci ai big del data mining, più sono le chiavi che gli consegni affinché possano modificare la tua percezione del mondo.
VUOI SAPERNE DI PIÙ?
Se l’articolo ha attirato la tua curiosità, é possibile saperne maggiormente leggendo anche altri articoli di questo blog:
Cos’é Matrix.(Il post espone in dettaglio cos’é la piattaforma Matrix e la sua enorme differenza da tutte le altre piattaforme di comunicazione esistenti)
Matrix – Chattare anche se il server é esploso.(Le chat Matrix non sono necessariamente legate ad un solo server e quindi se anche uno smettesse di funzionare… basta usarne un’altro senza perdere contatti e messaggi)
Matrix bridge: connettersi a tutti i social da una sola App. (Sono in via di sviluppo dei bridge Matrix che permettono di avere un’unica chat in cui può dialogare contemporaneamente gente da Matrix, Telegram, IRC ed altre piattaforme ancora)
Primi passi con Riot/Matrix.(Una semplice guida passo-passo su come creare un account Matrix da Riot ed iniziare ad usarlo)
VUOI GIÀ CREARTI UN ACCOUNT MATRIX?
Per creare un account Matrix é necessario scegliere un server Matrix pubblico (o crearsene uno proprio, ma in quel caso si presume tu ne capisca già di informatica/programmazione/sistemistica).
Scegliere il server Matrix é come scegliere se farsi l’email su Gmail, Hotmail o Protonmail: son tutti più o meno simili ma hanno a loro volta delle caratteristiche un pò diverse.
Il server più utilizzato é matrix.org, che é quello dei creatori originali della piattaforma Matrix. Tuttavia é preferibile che gli utenti non si appoggino tutti solo e soltanto su quell’unico, grosso server perché se questo avvenisse, verrebbe meno proprio il senso della decentralizzazione della rete.
Alcuni server che possono essere utilizzati sono i seguenti:
La struttura decentrata del protocollo Matrix permette di creare delle chat virtualmente eterne, capaci di essere utilizzabili anche se il server é sotto attacco hacker, va offline o viene fatto esplodere in mille pezzi con una bomba termonucleare!
RETE DECENTRALIZZATA
Innanzitutto va ricordato che Matrix é una piattaforma decentralizzata (o, se si preferisce, “federata”). Ciò significa che non esiste UN server Matrix ufficiale come sulle piattaforme centralizzate tipo Twitter o Whatsapp ma ci sono diversi server che interagiscono fra loro (un po come l’email: non ci si “iscrive all’email”, ma si crea un account su ProtonMail o Gmail o Hotmail o al server di posta della propria azienda/scuola ben sapendo che da ognuno di questi si può ricevere ed inviare messaggi agli altri).
I server Matrix sono diversi ed interagiscono tutti fra di loro, andando a formare un’unica grande rete
Sono già diversi i server Matrix attivi. Alcuni hanno una certa dimensione e sono gestiti da un ente, un’associazione o un’azienda commerciale mentre altri sono molto piccoli, essendo praticamente dei server casalinghi pensati per essere usati tra un ristretto numero di persone. Alcuni sono aperti al pubblico, ossia é possibile registrarcisi (così come ci si registra a Gmail per l’email), mentre altri sono privati (come il server di posta della tua azienda). Il più noto server Matrix attualmente é matrix.org, ossia quello dei creatori originari di Matrix. Una lista incompleta di server Matrix pubblici é disponibile qui.
SU MATRIX, TUTTO E’ UNA “STANZA”
Matrix organizza tutto in stanze: quelli che su Whatsapp sono chiamati gruppi e su IRC son chiamati canali, su Matrix vengono chiamate stanze, con la particolarità che su Matrix… tutto é una stanza!
Quando Tizio chatta direttamente con Caio ed in quella discussione non c’é e non può entrare nessun altro, semplicemente Tizio e Caio stanno in una stanza con due soli utenti! Questa, quindi, può essere amministrata e gestita allo stesso modo di una stanza con migliaia di utenti diversi, assegnando regole, ruoli, permessi speciali ecc.
LE STANZE MATRIX SONO UBIQUE
Se si crea una stanza in cui interagiscono solo utenti registrati sullo stesso server, quella stanza materialmente si troverà solamente su quel server. Questa é la situazione che si verifica su OGNI piattaforma centralizzata: un gruppo Whatsapp si trova materialmente sui server Whatsapp così come i suoi utenti. I gruppi Facebook pure.
Osserviamo il disegno qui sotto e facciamo un paragone: é come se matrix.blu fosse Whatsapp e matrix.giallo fosse Telegram. Tra i due non v’é alcun contatto e se uno dei due avesse un problema, l’altro, essendo una piattaforma del tutto diversa, avrebbe gruppi diversi, utenti diversi ecc.
Due utenti, entrambi registrati su matrix.blu, interagiscono fra loro in una stanza
Ma con Matrix le cose funzionano diversamente ed i diversi server, parlando la stessa lingua (il protocollo Matrix), sono fatti proprio per interagire fra loro! Alla stanza che abbiamo creato può dunque partecipare anche un utente che é registrato su un server diverso. Quando ciò avviene, la stanza viene di fatto clonata su quest’altro server. Ciò significa che di quella stanza ci saranno due copie identiche costantemente sincronizzate fra loro.
Due utenti di matrix.giallo vengono invitati nella stanza dagli utenti di matrix.blu. Materialmente, il server matrix.giallo clona su di sé la stanza e la sincronizza con quella su matrix.blu.
[Per una spiegazione più dettagliata di come avviene la trasmissione dei dati tra server diversi, c’é la chiara animazione (in inglese) in questa pagina di matrix.org. Basta premere su NEXT perché la spiegazione avanzi mostrando passo-passo cosa avviene quando si spedisce un messaggio, una risposta, ecc…]
Nel momento in cui il proprio server fosse irraggiungibile, i suoi utenti non avrebbero alcun modo né di accedere alla stanza né di recuperare i messaggi scritti in precedenza, così come non potrebbero interagire fra loro. Tuttavia la stanza continuerebbe ad essere raggiungibile e funzionante sull’altro server (come dire: se Whatsapp non funziona, il tuo gruppo é comunque accessibile da Telegram).
Il server matrix.blu ha un problema e la stanza é inaccessibile ai suoi utenti. Resta però accessibile agli utenti di matrix.giallo.
Basterà dunque accedere (temporaneamente o definitivamente che sia) al server ancora funzionante per recuperare stanze, messaggi, media e contatti inaccessibili dal server su cui si era inizialmente.
Iscrivendosi al server matrix.giallo, gli (ex)utenti di matrix.blu ritrovano la stanza, i messaggi ed i contatti ormai irraggiungibili dal (defunto? hackerato?) matrix.blu.
STANZE UBIQUE = VIRTUALMENTE INDISTRUTTIBILI
Se Mastodon, Whatsapp, Facebook o Twitter sono irraggiungibili non c’é nulla da fare: bisognerà aspettare che tornino utilizzabili e nel frattempo spostarsi su piattaforme diverse… a lamentarsi che la piattaforma é irraggiungibile! Al contrario, su Matrix, il contenuto può essere ubiquo e sopravvivare anche alla caduta del server su cui é stato realizzato. Metti caso che in una stanza vi siano 60 utenti di matrix.blu ed 1 di matrix.giallo. Ebbene, quell’unico utente, solo per il fatto di essere registrato su un server diverso, svolge un ruolo importantissimo, permettendo ai contenuti dei 60 utenti di matrix.blu, di avere una copia di sicurezza anche su matrix.giallo. Appare chiaro che più é differenziato il numero di server da cui si accede ad una stanza, più questa ha probabilità di sopravvivere ad eventuali inefficienze di uno dei suoi server. Si tratta dunque di una struttura estremamente resiliente.
La stanza resta viva fintanto che almeno un server attivo ne ospiti una copia su di sé.
Su Matrix esistono stanze molto grandi, cui partecipano diverse centinaia o migliaia di utenti e queste solitamente hanno diverse decine di indirizzi locali diversi (cosa siano gli indirizzi locali lo vediamo tra un attimo). Anche se si accedesse su un server Matrix che non ha alcuna copia locale di una stanza (nell’immagine qui sopra: uno dei due server in cui non c’é la stanza) conoscendone gli indirizzi é comunque sempre possibile entrarci. Dunque non é indispensabile registrarsi proprio su uno dei server in cui c’é una copia della stanza, ma ci si potrà accedere da un qualsiasi server Matrix!
Le stanze Matrix, dunque, possono essere quasi condiserate una sorta di portale di comunicazione fra più mondi/server, trovandosi contemporaneamente su ognuno di questi.
Parte degli indirizzi locali di MatrixHQ, una delle più grosse stanze della rete Matrix
Questo concetto, inoltre, é espandibile in qualche modo anche ai bridge di Matrix. Un server Matrix, difatti, può sincronizzare le proprie stanze non solo con altri server Matrix, ma addirittura con altre piattaforme (Telegram, IRC, Whatsapp, Slack e molte altre ancora). Qui la cosa in realtà é un pò più complicata e cambia molto sia da piattaforma a piattaforma che da bridge a bridge. Risulta tutto più chiaro leggendo l’articolo appena linkato, ma in soldoni la faccenda può esser spiegata così: i server Matrix, tra di loro, fanno una copia esatta della stanza, ma quando si collega Matrix ad una piattaforma diversa, vuoi per le caratteristiche della piattaforma, vuoi per il modo in cui questo collegamento viene gestito, le versioni delle stanze che stanno su queste piattaforme non sono sempre una copia esatta di quella che si vede su Matrix. Per esempio: collegando una stanza Matrix ad una piattaforma social che permette messaggi di al massimo 500 caratteri, tutti i messaggi più lunghi verrebbero trattati in modo particolare, ad esempio con dei link al server Matrix da cui si erano generati (server che, potrebbe non esserci più).
MIRRORING
Una pratica di sicurezza può ad esempio essere quella di creare per sé un secondo account su un server Matrix diverso da quello solitamente utilizzato esplicitamente con lo scopo di generare una copia “di backup” delle proprie stanze più importanti. Questo secondo account potrebbe essere fatto entrare in quelle stanze cui si vuol esser certi di poter accedere sempre e comunque, magari concedendo a tale nuovo utente i permessi di amministratore, in modo tale da avere più possibilità di accedere e gestire la stanza, avendo cura di farvi accedere anche gli altri membri con degli account di riserva.
La pratica di clonare la stanza su più server si chiama mirroring (ovvero “specchiare”). La procedura per effettuarlo é abbastanza semplice, ma può cambiare a seconda del modo in cui si accede a Matrix, del software e device usato.
TUTORIAL
Il seguente tutorial é pensato per chi accede a Matrix utilizzando Riot da browser e presupponendo il seguente scenario: ho già un account sul server A su cui v’é una stanza privata (accessibile solo ai membri) che vorrei mirrorare per sicurezza. Prima di cominciare può essere utile ripassare la breve guida sui primi passi con Matrix / Riot.
1. ASSEGNARE UN INDIRIZZO ALLA STANZA
Alla stanza va innanzitutto assegnato un indirizzo locale che dovrà seguire questo formato: #nomestanza:nomeserver e va fatto nelle impostazioni della stanza stessa.
2. CREARE UN ACCOUNT SU ALTRO SERVER
Bisogna dunque scegliere un server Matrix diverso da quello che si usa abitualmente (ad esempio uno tra quelli in questa lista) e creare un nuovo account. Sul browser é possibile aprire due schede distinte loggandosi contemporaneamente ai due diversi server (che é un pò come avere due diversi profili Facebook aperti contemporaneamente).
3. INVITARE IL NUOVO ACCOUNT NELLA STANZA
A questo punto si torna all’account principale, si entra nella stanza in questione e si invita il nuovo account. Volendo, una volta inviato l’invito, si può già selezionare il nome dalla lista degli invitati e da lì impostarlo come amministratore della stanza.
4. ACCETTARE L’INVITO
Tornare quindi al nuovo account e da qui accettare l’invito alla stanza:
5. AGGIUNGERE UN SECONDO INDIRIZZO ALLA STANZA
A questo punto bisogna ripetere il primo punto, aggiungendo un nuovo indirizzo alla stanza, sempre con lo stesso formato #nomestanza:nomeserver
In questo modo la stanza si troverà ad avere due indirizzi (volendo anche più di due: non c’é un limite agli indirizzi assegnabili):
#nomestanza:nomeserver1
#nomestanza:nomeserver2
In realtà ogni server assegna già in automatico l’indirizzo alla stanza, ma si tratta di una stringa tipo “!isobjBnFgqYHjqJMF1b:nomeserver“. Quello é il vero indirizzo della stanza ma ovviamente é abbastanza ingestibile perché… vattelo a ricordare! Gli indirizzi inseriti nel punto 1 e 5 sono in realtà degli alias, ossia degli indirizzi “virtuali” che poi il server penserà a collegare a quello vero che gli ha assegnato. Creare gli alias servirà più avanti per gestire con più facilità la stanza e permettere ad altri di chiedere d’entrarci.
Fatto! Adesso la stanza é presente e sincronizzata su entrambi i server!
A questo punto, anche cascasse il server usato di solito, é comunque possibile chattare nella stanza accedendo con il nuovo account. Se anche gli altri utenti creassero un account di riserva, l’eventuale lavoro di gruppo svolto in una stanza potrebbe continuare anche nel caso di guasti, hackeraggi… o bombardamenti nucleari!
[NB: la natura delle stanze, svincolata dai server ma anche dagli account utente, può avere anche un altro tipo di utilizzo: un utente che perdesse le credenziali del proprio account, potrebbe essere re-invitato in una stanza/conversazione con un account differente, senza perdere tutti i propri vecchi messaggi]
PS: Se però, si preferisse avere una stanza su un solo server ed impedire che vi accedano utenti registrati su server differenti, evitando così che la propria stanza venga clonata altrove, é sempre possibile creare stanze “non federate”. In questo modo le stanze non federate su matrix.blu saranno accessibili solo agli utenti di matrix.blu, e le stanze non federate di matrix.giallo saranno accessibili solo dagli utenti di matrix.giallo.
Google é indiscutibilmente il principale motore di ricerca online, tanto che l’atto di cercare qualcosa sul web viene espresso col suo nome (“non sai nulla di questo argomento? Googolalo!”).
Uno dei motivi del successo di Google é che si tratta di un ottimo motore di ricerca, effettivamente capace di trovare quel che cerchi nella stragrande maggioranza dei casi.
D’altro canto Google é anche un’azienda imponente e ramificata che vive di raccolta e vendita dati, che si ricorda cos’hai cercato, quando e quante volte e che collega queste informazioni ad altre che ha raccolto su di te attraverso una miriade di servizi che affiancano quello di ricerca web. E questo é un grosso problema! Un grosso problema che é sotto gli occhi di chiunque ma che al tempo stesso viene raramente affrontato.
Ciò che é poco noto, invece, é che la maggior parte dei suoi servizi può benissimo esser sostituita con altri meno invasivi, compreso il motore di ricerca.
Google é utilizzato per oltre il 90% delle ricerche online
Sostituire il motore di ricerca di Google é certamente un passo importante per arginare il pericolo di avere un’unica azienda a controllo di tutti i dati che forniamo ogni volta che facciamo una ricerca online. Dati che vengono spiati, raccolti, classificati e venduti.
Oltre a Google difatti esistono diversi motori di ricerca validi. Parte di questi in realtà sono assai specifici ed utilizzabili solo per ricerche assai specifiche (ad esempio TinEye per il reverse search di immagini), ma la maggior parte consente di fare ricerche generiche e funziona in modo molto simile Google.
Per proseguire é però necessario comprendere alcuni concetti base su cui si poggia un motore di ricerca. Uno dei componenti base di un motore é il suo CRAWLER(può essere reso con “ispezionatore”), ossia un programma che naviga in automatico nel web, saltando di link in link e registrando nei database del motore di ricerca ogni parola, immagine, file che trova (creando quella che viene chiamata “copia CACHE”). Una volta che il crawler ha scoperto e registrato i contenuti, il motore di ricerca classifica ogni contenuto attraverso un proprio ALGORITMO.
Un buon crawler idealmente trova il 100% dei contenuti di un sito ed un buon algoritmo é in grado di classificare come si deve ogni contenuto. Al contrario un cattivo crawler potrebbe non scoprire mai l’esistenza del tuo sito o scoprirne solo una parte ed un cattivo algoritmo, quando cerchi informazioni su “spaghetti” potrebbe mettere nei primi risultati pagine che non parlano della pastasciutta ma i post di un tizio che si firma “Mr. Spaghetti” (chi si ricorda i primi motori di ricerca degli anni ’90 conosce bene questo tipo di situazioni). Ogni motore di ricerca usa un proprio crawler ed un proprio algoritmo, diversi da quelli degli altri motori.
Non va poi sottovalutato l’intervento umano: é per scelta degli amministratori di Google ad esempio che certi siti compaiono sempre in testa ai risultati (come Wikipedia quando si cerca il nome di una persona nota o Booking quando si cercano località turistiche). É sempre per una scelta voluta che i suggerimenti di ricerca di Google non contengano mai termini volgari o riferimenti a contenuti per adulti.
PRINCIPALI DIFFERENZE CON GOOGLE
Chi utilizza per la prima volta un motore di ricerca diverso dal onnipresente Google non può non notare che questi restituiscono risultati diversi.
SERP DIFFERENTI: Ognuno di questi motori genera per ogni ricerca dei risultati un pò diversi (tecnicamente S.E.R.P.: Search Engine Results Page): quello che per Google é il primo risultato, per un altro motore di ricerca può essere il decimo. Questo può dipendere da principalmente dal crawler e dall’algoritmo usati.
IMMAGINI, NEWS ECC: Molti motori di ricerca sono focalizzati sulla ricerca di pagine web e dunque peccano dal lato di ricerca news e immagini
RICERCA AVANZATA: Google offre diversi strumenti di ricerca avanzata che spesso mancano agli altri motori di ricerca, per esempio Google Trends o la possibilità di visionare la pagina cache.
Un paio di motori di ricerca alternativi a Google sono ad esempio:
É più o meno riconosciuto come il principale motore alternativo a Google. I risultati di ricerca sono ottimi, anche per la ricerca immagini, ma pecca riguardo alle news. L’azienda proprietaria, statunitense, si pubblicizza come molto focalizzata su privacy e sicurezza e parte del software é open source. Si finanzia pubblicando inserzioni pubblicitarie e tramite affiliazioni.
Motore di ricerca realizzato in Francia. Anch’esso si promuove come fortemente incentrato sulla privacy degli utenti. I risultati sono molto buoni anche per quanto riguarda immagini e news. Si finanzia in parte ricevendo commissioni da alcuni grossi portali a cui indirizza il traffico e in parte tramite finanziamenti pubblici.
L’elenco completo sarebbe lunghissimo e includerebbe Bing, Yahoo, Lycos, WebCrawler e molti altri (un elenco dettagliato é disponibile in questa pagina Wikipedia). Quel che però appare già evidente é un che motore di ricerca per esistere ha necessità di molti fondi per poter reggere economicamente (basta solo vedere le dimensioni delle serverfarm di Google per rendersi conto dei costi spaventosi che genera) e ciò causa immancabilmente una situazione da gatto che si morde la coda, con i motori di ricerca che alterano i propri risultati per favorire gli sponsor e vendono i dati di navigazione dei propri utenti (data mining) per poter garantire a quegli stessi utenti un servizio costante e sempre aggiornato.
Inoltre ognuno di questi motori di ricerca appartiene sempre ad una sola azienda, la quale si trova dunque sempre in condizione di poter manipolare i risultati. Insomma, non se ne esce fuori: per quanto possano esser buone le intenzioni e le persone che li gestiscono, i comuni motori di ricerca sono strutturati in modo tale da lasciare in mano ai loro gestori un potere considerevole nei confronti degli utenti. Come se ne esce?
METAMOTORI DI RICERCA
Una prima soluzione é quella di usare un metamotore di ricerca, ossia un motore che non si sbatte a ispezionare il web e classificarne i contenuti (ergo: non fa crawling), ma trasmette la tua ricerca a motori di ricerca veri e propri e ne assembla i risultati. Si tratta, in poche parole, di un “motore di motori di ricerca”.
Un metamotore di ricerca non fa altro che assemblare i risultati di altri motori di ricerca.
Se cerchi “spaghetti” su un metamotore di ricerca (ad esempio SearX), questo cercherà “spaghetti” su dei motori di ricerca veri e propri, come Google, DuckDuckGo e Qwant, e poi restituirà una S.E.R.P. ottenuta assemblando quello che i motori han trovato.
In questo modo, per capirci, tutti gli utenti che utilizzano il metamotore di ricerca, verranno intesi da Google come un unico, gigantesco utente che fa un numero talmente elevato e variegato di ricerche da divenir inclassificabile. Il metamotore di ricerca, tuttavia, potrebbe sempre tener traccia di quel che fai tu. É già qualcosa.
MOTORI COLLABORATIVI (P2P ETC.)
Una seconda soluzione é quella di utilizzare una soluzione collaborativa tra server e/o utenti diversi in modo da formare assieme un grande motore di ricerca. Qui incontriamo nuovamente il concetto di reti decentralizzate e distribuite già descritte nei post sul Fediverso e su Mastodon.
Riassumendo: una rete centralizzata (A) é come Google, in cui tutti gli utenti si rivolgono idealmente ad un unico server chiamato Google che detiene il totale controllo dei dati. Una rete decentralizzata (B) é formata da più server che collaborano fra loro, dando la possibilità ad ogni utente può scegliere a quale server connettersi (il quale può avere delle peculiarità diverse rispetto agli altri) e da qui può interagire con gli altri server della rete. Una rete distribuita (C) invece, é una rete in cui ogni singolo utente funge da server di sé stesso e, in maniera del tutto indipendente, può connettersi ad altri utenti con cui interagire.
Come si traducono questi tipi di rete con i motori di ricerca? Prendiamo ad esempio una rete decentrata ed immaginiamoci l’esistenza di diversi server, su ognuno dei quali é stato installato lo stesso software di motore di ricerca. Ognuno di questi server ha il suo crawler che ispeziona il web e si crea il proprio database con le informazioni sulla porzione di Internet che ha ispezionato (“porzione” perché si parte dal presupposto che ognuno di questi server sia di per sé troppo piccolo perché possa ispezionarlo tutto). Ognuno di essi é un piccolo motore di ricerca che magari conosce perfettamente una certa parte del web (ad esempio, solo i siti in italiano). Ma qui viene il bello: in una rete decentralizzata diversi server possono interagire fra loro, in modo tale che, messi assieme, formino una sorta di mega-motore di ricerca diffuso su scala globale.
Qui la cosa si può già fare molto interessante: i diversi server potrebbero sì condividere e scambiarsi informazioni andando a formare assieme un unico database comune da cui attingere informazioni e tuttavia essere personalizzati per presentare S.E.R.P. personalizzate. Potresti dunque scegliere di fare la stessa ricerca su diversi server specializzati in modo differente. Per esempio, un certo server potrebbe essere impostato per mostrare solamente contenuti adatti ai bambini, un altro potrebbe dare la precedenza ai contenuti più nuovi e un altro ancora potrebbe organizzare i risultati escludendo fonti ritenute inattendibili.
Oltre a tale personalizzazione dei risultati, i server potrebbero scambiarsi anche diverse informazioni tecniche aiutandosi vicendevolmente a mappare meglio porzioni di web e classificarne i contenuti.
A questo punto é facile capire che una rete distribuita funzionarebbe allo stesso modo, ma in questo caso non sarebbero solo i diversi server a partecipare a questo lavoro collaborativo, ma pure i singoli computer dei singoli utenti. Per capirci: su ogni computer si avrebbe installato del software che si occupa di ispezionare il web comunicando al database diffuso quel che ha scoperto ed archiviando una porzione di esso sul proprio disco fisso. Ogni utente inoltre potrebbe personalizzare a proprio piacimento personale il modo ed ordine in cui comparirebbero i risultati di ricerca.
SearX é un metamotore di ricerca open source. Il suo software é liberamente scaricabile, modificabile ed installabile da chiunque sul proprio computer o su un server che può esser anche reso pubblico. In effetti sono già oltre un centinaio i server SearX pubblici noti e molti di questi presentano delle caratteristiche proprie. É un pò come dire che ci sono cento versioni diverse di Google. SearX non é un motore collaborativo e quindi ogni singola macchina con installato SearX funziona in maniera del tutto scollegata dalle altre.
Tra i tanti server SearX pubblici, possiamo ad esempio osservare e fare un paragone tra https://search.disroot.org/, ovvero la versione di SearX installata sui server dell’organizzazione Disroot, e https://framabee.org/, la versione di SearX installata sui server dell’associazione FramaSoft. Oltre alle diversa veste grafica, basta fare una semplice prova per osservare quanto cambino i risultati (PS: search.disroot é impostata decisamente meglio).
Inoltre SearX permette ad ogni utente di personalizzare diversi fattori, anche molto tecnici. Ad esempio é possibile selezionare su quali motori di ricerca deve basarsi SearX, differenziandoli a seconda che si tratti di ricerche generali, di immagini, news, o documenti. Si possono impostare diverse preferenze riguardanti il tracciamento e la modalità di organizzazione dei risultati. Ogni server SearX dunque fornisce risultati diversi a seconda di come é stato impostato e può permettere un certo grado di personalizzazione all’utente. Una caratteristica interessante di SearX é che utilizza come cache i salvataggi pagina su archive.org.
Per quanto riguarda la qualità dei risultati, dunque, molto dipende dal server SearX scelto. La S.E.R.P. principale di https://search.disroot.org/ non é affatto male, tranne che per immagini e notizie, ma questo sembra essere una mancanza dello stesso software SearX e non una caratteristica del server specifico. Oltre alla minor qualità dei risultati su immagini e news mancano diverse comode funzioni presenti in Google: non c’é la ricerca per colore e non é presente alcun aggregatore di notizie.
Yacy invece é un motore di ricerca distribuito e collaborativo basato su P2P. Si tratta di un progetto molto piccolo e, allo stato attuale, troppo complesso per poter esser davvero proposto come alternativa ai più comuni motori di ricerca disponibili online. A livello di usabilità risulta ancora abbastanza macchinoso, in quanto sono più le occasioni in cui non restituisce alcun risultato di quelle in cui trova qualcosa, come é possibile verificare in questa pagina demo.
Tuttavia va segnalato anche a chi non é interessato ad uno strumento ancora in via di sviluppo perché già allo stato attuale permette di far capire come funziona una rete collaborativa che costruisce assieme un database comune distribuito.
Ipoteticamente, una rete distribuita é quasi indistruttibile: in uno scenario in cui tutti i computer del pianeta facessero parte della rete Yacy, anche se la maggior parte di questi fosse improvvisamente tagliata fuori o distrutta da un colossale meteorite, é sufficiente che solo una minima parte resti attiva perché tutto il database comune resti attivo. Progetto interessantissimo dunque, ma che dovrebbe essere reso molto più user-friendly per sperare in una adozione di massa. Chi volesse provare ad installarselo e smanettarci lo trova qui.
IN CONCLUSIONE
Esistono diverse alternative al motore di ricerca di Google, alcune molto valide come DuckDuckGo ed altre meno, ma gli strumenti già disponibili permettono a di poter fare tranquillamente a meno delle ricerche su Google.
Anche la prassi di utilizzare diversi motori di ricerca per ricerche di diverso tipo può essere un modo per non diffondere su una sola piattaforma tutte le informazioni che solitamente vengono messe in mano a Google. Esistono poi strumenti come SearX che, nonostante alcuni limiti, possono contribuire ulteriormente a creare una maggior distanza tra sé e le compagnie di data mining come Google e, potenzialmente, qualsiasi grosso motore di ricerca centralizzato. Gettando lo sguardo ancora più avanti, poi, osserviamo strumenti come Yacy che, idealmente, potrebbero davvero contribuire a riportare in mano alle persone il controllo dei propri dati ma questo, a patto che ci sia al tempo stesso uno sforzo da parte degli sviluppatori di semplificare tali strumenti ed uno sforzo da parte degli utenti per imparare a districarsi meglio nelle complessità dell’informatica.
Non sarebbe male arrivare un giorno ad avere un motore di ricerca collaborativo distribuito, magari pure ibridato con un metamotore di ricerca capace di confrontare la propria S.E.R.P. con quella fornita da altri motori che non fanno parte della rete condivisa. Una sorta di fusione tra SearX e Yacy in cui possano partecipare sia server dedicati che i singoli utenti, andando a formare reti federate di ricerca.
Per quanto riguarda le funzioni base, Mastodon si comporta in modo molto simile a Twitter: commentare un post, boostarlo, seguirne l’autore, silenziarlo ecc.
La ricerca e scoperta di altri utenti in apparenza é abbastanza simile: se vuoi seguire un utente basta cliccare su “+” o “follow” e per cercare altri utenti basta digitare nel campo di ricerca.
C’é però un limite: le Timeline di Mastodon mostreranno sempre e solo account che la tua Istanza già conosce.
Come funziona dunque la ricerca ed aggiunta di utenti su Istanze diverse?
RETI SOCIALI PERSONALIZZATE
Qui é necessario ripassare un concetto già esposto nei post in cui é illustrato cos’é Mastodon e cos’é il Fediverso: ogni Istanza conosce solamente i propri utenti e gli utenti di altre Istanze con cui é venuta in contatto.
Le diverse Istanze, per poter interagire fra loro, devono essere a conoscenza l’una dell’altra
Per questo motivo, Mastodon (ma lo stesso vale per tutto il Fediverso) non é un’unica rete sociale indifferenziata ma, al contrario, ogni singola Istanza costruisce la propria rete sociale e questo in base a quali sono le altre Istanze con cui viene in contatto, quelle che blocca ecc.
La cosa poi diventa ancora più complessa perché lo stesso schema si ripete a livello di singoli utenti: se siamo sull’Istanza A ed entriamo in contatto con un utente dell’Istanza B di nome Laura, che però non ci presenta mai gli altri membri della sua Istanza (ossia: non boosta i loro post, non linka i loro messaggi, non li cita nei suoi Toot), dell’Istanza B conosceremo solo Laura.
Da questo punto di vista, Mastodon premia le Istanze i cui utenti interagiscono maggiormente: una piccola Istanza con utenti che interagiscono molto fra loro, aumenta le possibilità di tessere un maggior numero di contatti con altre Istanze, attraverso il meccanismo dell’amico che presenta un amico.
AGGANCIARE ALTRE RETI
Questa cosa però ha un limite: non permette di entrare in contatto con utenti che non siano già conosciuti da chi già conosco. Nella prima immagine precedente, ad esempio, le Istanze sulla rete a sinistra (quella coi collegamenti rossi), non han modo di entrare in contatto con le Istanze della rete a destra (quella coi collegamenti azzurri), né quelle della rete in basso (quella coi collegamenti verdi).
É questo il punto su cui si innestano diversi discorsi inerenti alle filter bubble, ai pericoli delle reti chiuse ecc. Non é del tutto sbagliato: chi sta su una certa rete e non cerca confronti, voci dissonanti e idee diverse dalle proprie, resterà confinato nella propria cerchia e al tempo stesso non farà uscire le proprie idee. Chi invece si muove in senso opposto, stabilirà contatti con Istanze le cui comunità sono molto diverse dalla propria. Detto altrimenti: Mastodon non ti obbliga a convivere con chi non vuoi, ma se vuoi differenziare la tua cerchia di contatti puoi farlo, a costo di un minimo sforzo.
Ciò si traduce in un meccanismo che é in effetti un pò macchinoso e che sarebbe decisamente necessario rendere più pratico. Tuttavia il Fediverso é strutturato in modo tale che, probabilmente, una minima dose di macchinosità in questo passaggio sarà sempre presente (ci arriviamo…)
Un aspetto interessante da notare é che la connessione con utenti ed Istanze prima sconosciuti é un qualcosa che può fare ogni singolo utente ma che influirà sull’intera Istanza: se decidi di seguire un utente dell’ Istanza B, i suoi toot compariranno nella TL federata della tua Istanza; in questo modo anche i membri della tua Istanza potranno entrare in contatto con i membri dell’Istanza B che l’account che hai aggiunto boosterà ecc. Più contatti “sconosciuti” porterai nella tua Istanza, più questa crescerà.
Sta dunque alla maturità degli utenti scegliere come e quanto differenziare i propri contatti. Se sei su un’Istanza che non tollera determinati argomenti riguardo ai quali vorresti avere qualche confronto, forse l’Istanza su cui ti trovi non é quella più adatta a te e potrebbe essere il caso di aprire un secondo account su un’Istanza differente.
(Non é raro aprire un primo account Mastodon su un’Istanza per poi capire che preferisci stare su un’Istanza diversa. Per questo motivo esistono funzioni di import/export per trasferirti su Istanze diverse).
MA COME LI TROVO?
Si, ma, insomma… COME e DOVE li dovrei trovare questi utenti e Istanze sconosciuti sia a me che ai contatti che ho già?
Per capire la procedura “tecnica” (ci arriviamo, ci arriviamo…) é necessario capire prima il concetto che v’é alla base e che mostra ancora una volta come il Fediverso sia strutturato in modo molto più simile alle reti sociali umane di quanto non lo siano i social centralizzati: nella tua vita reale, quella di tutti i giorni, con te in carne ed ossa, come trovi persone nuove che nessuno dei tuoi amici e conoscenti conosce già?
Fondamentalmente uscendo dai tuoi giri andando in luoghi nuovi. Questi “luoghi” possono essere anche eventi, manifestazioni o orari (provare a fare la camminata del mattino in ore serali, ad esempio). Più questi “luoghi” sono diversi e lontani dai propri, maggiore sarà probabilmente il tasso di differenziazione cui si andrà incontro (la tua vita ruota intorno a manga, filosofia greca e corsi da sommelier? Se vuoi conoscere davvero persone, realtà ed idee diverse dalle tue, anziché girare per fumetterie ed enoteche prova ad uscire dai soliti giri e, ad esempio, collaborare per qualche tempo con i responsabili di un centro di accoglienza per senzatetto e migranti…).
Ecco, nel Fediverso la cosa funziona esattamente allo stesso modo: per conoscere contatti “sconosciuti” bisogna uscire dalla propria rete e provarne una diversa per poi rientrare, portando dentro alla propria Istanza i contatti che interessano.
Questo uscire si traduce materialmente in due modi:
usare altri account su Istanze o piattaforme federate diverse
cercare al di fuori del Fediverso stesso
IN & OUT
Questo uscire e rientrare dalla propria rete é proprio ciò che maggiormente differenzia una rete federata come il Fediverso dalle reti centralizzate cui si é solitamente abituati. Ne é al tempo stesso la grande forza e debolezza: forza perché permette che si sviluppino reti locali differenziate, ognuna con una propria comunità e cultura specifica, anziché appiattire tutti gli utenti ad un’unica macro-comunità (vedi Twitter) e debolezza perché l’idea di dover continuamente uscire e rientrare dalla propria rete risulta ostica ad una gran parte delle persone.
Come già visto, ogni nuovo account che segui, diventa automaticamente contattabile da tutti i membri della tua Istanza. All’interno di una Istanza bastano pochi utenti “esploratori” perché questa abbia una serie di contatti ben differenziati, più o meno come quando nella vita reale conosci una persona, vi scambiate i contatti e la aggiungi ad un gruppo Matrix (o Whatsapp) in cui ci sono altri tuoi amici.
Puoi venire a conoscenza di nuovi contatti e Istanze praticamente ovunque! Su un blog che segui, su siti vari, forum, articoli vari, reti sociali non federate o altri canali ancora. Puoi cercarle appositamente (ad esempio su Instances.social, Joinmastodon o Distsn).
A più fonti attingerai, più possibilità ci sono di trovare contatti distanti dalla tua rete.
Fare account multipli, esplorare altre Istanze/comunità dal loro interno, interagire con persone diverse senza il bagaglio derivante dalle relazioni già maturate, é un qualcosa di ampiamente promosso nel Fediverso. Le principali App per accedere al Fediverso da dispositivi mobili supportano difatti account multipli. Non é un obbligo avere più account così come non c’é alcun obbligo a mantenere lo stesso nome utente o chissà che altro: ognuno può gestire i propri account come preferisce. Vuoi usare un solo account e non doverti sbattere a cercare alcunché al di fuori delle cerchie condivise dalla tua Istanza? Va bene. Vuoi avere diversi account scollegati fra loro? Ok. Preferisci avere un account principale ed altri solo d’esplorazione? Va bene anche quello.
Una bella immagine riguardante gli account multipli é collegata alla figura già vista dei luoghi differenti: così come hai una cerchia di conoscenze di lavoro, un’altra per via del tuo hobby, un’altra ancora fatta di amici stretti e un’altra ancora fatta di persone che hai conosciuto in una vacanza, ogni account può esser visto come il tuo “io” di ogni diversa cerchia. Puoi tenerle separate (multi-account), metterle assieme (account unico), portare solo alcuni membri di una cerchia in contatto con quelli di un’altra…
OK, MA POI, TECNICAMENTE…
Tecnicamente, quando si incontra un utente mentre si é al di fuori della propria rete, vuoi perché loggati in un’Istanza o piattaforma diversa, oppure perché ci si trova proprio fuori dal Fediverso, i modi per followare questo contatto possono essere diversi. Va però detto (e qui un punto dolente) che tutti questi metodi risultano decisamente più praticabili da Desktop che non da dispositivi portatili.
COPIA/INCOLLA DELL’URL
Il primo metodo, il più comune, consiste nel copiare l’URL della pagina del profilo dell’utente in questione o l’URL di un suo post ed incollarlo nel box di ricerca di Mastodon. Dopo aver dato invio, il box di ricerca restituirà l’icona del profilo ed il pulsante “+” per followarlo (NB: se l’Istanza “non é federata come si deve” il pulsante potrebbe non apparire, mostrare una clessidra o altro)
URL copiata su Friendica…
…e incollata su Mastodon
Il meccanismo del copia/incolla dell’URL funziona con tutte le piattaforme federate e, come dicevamo, funziona sia con l’URL dell’utente che con l’URL di un suo post/contenuto.
L’URL di un video su Peertube…
…su Mastodon restituisce il post del video ed il profilo dell’utente che l’ha postato.
TASTO “SEGUI”
Un altro metodo per followare un utente Mastodon trovato al di fuori del Fediverso é quello di premere sul pulsante “segui” sul suo profilo. Questo metodo però funziona solo per seguire su Mastodon altri utenti Mastodon. Basta premere il pulsante “segui” e loggarsi.
DAL NOME UTENTE ALL’URL
L’ultimo, invece, é il caso più antipatico che può capitare:
Se, all’esterno del Fediverso, si viene a conoscenza dell’account federato di un utente (@NomeUtente@NomeIstanza), il modo più immediato per followarlo é copia/incollarlo nel box di ricerca della propria Istanza Mastodon, ma se l’Istanza non conosce già questo utente, non restituirà alcun risultato. Bisognerà allora ottenere l’URL del profilo utente partendo dall’account.
Innanzitutto, conoscendo il nome dell’Istanza risaliamo all’URL dell’Istanza stessa scrivendone il nome nella barra di ricerca del browser. Cerchiamo ad esempio un utente su mastodon.gamedev.place
Il metodo più rapido per capire come sono composte le URL su una data Istanza é cliccare sul profilo dell’admin (che é quasi sempre presente sulla home dell’Istanza) e sostituire nell’url il nome dell’admin con quello desiderato.
DA ISTANZA A ISTANZA
Una situazione in cui ci si può trovare é quella di essere loggati nell’ Istanza B e venire in contatto con uno o più utenti che si vorrebbe seguire dall’Istanza A.
É possibile aprire le pagine profilo di ogni singolo utente (click su Vedi profilo completo), sloggarsi, entrare nell’Istanza A e da qui followarli nei modi che abbiamo appena visto.
IN CONCLUSIONE
Seguire utenti esterni alla propria rete é dunque un’operazione basata principalmente su copia/incolla, il che, se su Desktop é tutto sommato ancora gestibile, sui dispositivi mobili é qualcosa di improponibile ad un grande pubblico.
Si sente decisamente la mancanza di un qualche plugin/widget/pulsante tipo “segui da…” in cui specificare l’Istanza e/o piattaforma da cui si vuole seguire tale utente.
Se da un lato non va dimenticato che il Fediverso é un network estremamente variegato ed in via di costruzione, in cui sono diversi gli elementi da tenere in considerazione ed armonizzare perché il dialogo fra piattaforme diverse funzioni, dall’altro l’attuale macchinosità che s’incontra nel connettere utenti di reti diverse, é decisamente una grossa pecca: agli utenti di social centralizzati viene già chiesto lo sforzo culturale di capire cosa sia e come funziona una rete federata (sforzo che già é di per sé una debolezza) ma finché proprio la pratica di connessione che é alla base della federazione rimarrà così ostica é comprensibile che la maggior parte degli utenti, questo doppio sforzo, non lo vorrà nemmeno tentare.
Sbrigativamente si può dire che Mastodon é un’alternativa a Twitter, ma utilizzare l’uno non significa affatto dover abbandonare l’altro: anzi!
In modo molto semplice é possibile far convivere i due strumenti ottenendo vantaggi da entrambi!
Abbiamo già visto cos’é Mastodon e che dialoga con diverse piattaforme molto diverse fra loro (solo per citarne alcune: Peertube, Pixelfed, Friendica, Hubzilla, Nextcloud, che sono a loro volta paragonabili a YouTube, Instagram, Facebook, Dropbox e iCloud), le quali, assieme, formano una sorta di mega-rete chiamata Fediverso.
Numeri ottimi, ma molto distanti da quelli dei social commerciali. Twitter ad esempio ha circa 335 milioni di utenti attivi (a luglio 2018).
Non é un mistero che chi utilizza una certa piattaforma può decidere di passare ad un altra se solo questa presenta caratteristiche migliori o assenti in quella che già conosce.
UN DIVERSO PARADIGMA
Qui incontriamo una difficoltà: Mastodon presenta sì delle caratteristiche che su Twitter sono inedite (il livello di privacy dei messaggi, il Content Warning) ma presenta soprattutto un cambio di paradigma nel rapporto coi social che spesso spiazza chi vi si approccia.
Capire che Mastodon non é UN social, ma un conglomerato di comunità diversissime che decidono volontariamente se interagire tra di loro e come, é un concetto talmente distante dall’immagine di social a cui si é abituati da non esser facilmente capito.
Altro concetto che risulta di non immediata comprensione sono ad esempio le potenzialità di poter creare il proprio server Mastodon con le proprie regole(vorresti un social su cui é vietato parlare di politica e religione? Nessun problema: si può creare un’Istanza Mastodon che abbia questo divieto tra le sue policy e raccogliere utenti che hanno lo stesso approccio)
Si ha difficoltà a capire che un’Istanza é sia un server che una comunità.
Di altrettanta difficile comprensione é che possono crearsi delle reti di Istanze Mastodon completamente scollegate fra loro (Ci sono Istanze piene di nazisti che dialogano solamente fra di loro e che non hanno alcun contatto con Istanze antifasciste).
Non si tratta di cose difficili da capire di per sé, ma risultano difficili a chi conosce solo i più noti social network commerciali centralizzati e non é mai stato esposto all’idea di reti dal funzionamento del tutto diverso. E’un po come il caso della persona che fa sempre lo stesso tragitto e dopo anni gli vien rivelato che a breve distanza esiste un percorso alternativo di cui non aveva mai nemmeno sospettato l’esistenza.
A volte si descrive Mastodon come uno strumento atto a creare comunità chiuse nelle loro filter bubble, senza capire che un’Istanza può avere diversi livelli di apertura e chiusura alle altre: una Istanza/comunità sana, interessata a comunicare apertamente con chiunque che ha tra i suoi princìpi anche dei “no” come ad esempio razzismo e sessismo é cosa diversa da chi vive in una filter bubble.
Al tempo stesso, vi sono alcuni meccanismi di Mastodon che in parte necessitano oggettivamente di qualche miglioramento ed in parte ha senso che risultino un po’ macchinosi, proprio in base alle sue peculiarità (ad esempio la ricerca di utenti su Istanze diverse o l’assenza di trend topic).
UN’INTERAZIONE PIÚ UMANA
Queste differenze di approccio ai rapporti via social sono certamente interessanti: le caratteristiche di Mastodon tendono a premiare le interazioni umane (l’argomento più discusso su un’Istanza é quello di cui messaggiano tutti e non quello che appare su una classifica di trend topic gonfiata da bot e troll; l’ordine dei messaggi é quello cronologico reale e non viene alterato da algoritmi; si interagisce dialogando; la gamification é ridotta in modo drammatico) pur introducendo alcuni strumenti tipici della comunicazione elettronica (stelline, retweet/boost ecc.).
Si può invece notare che chi proviene da piattaforme commerciali tende spesso a sentire come una mancanza proprio le caratteristiche che rendono la comunicazione meno umana (rincorsa all’hashtag, trend topic, contatori, retweet con commento ecc.)
É sempre illuminante osservare come spesso sulla propria Istanza Mastodon nessuno abbia alcun interesse verso un argomento frivolo che, su Twitter, occupa magari tutti i tweet della giornata.
Qui la cosa può farsi straniante: chi si approccia a Mastodon continuando a ragionare in termini di gamification (ottenere tanti like! centinaia di retweet! inventare una battuta di successo!) probabilmente non ne trarrà molto gradimento perché come abbiam visto su Mastodon tutto é studiato per minimizzare questo tipo di interazione “meccanica”.
Tutto dipende dalla qualità della comunità/Istanza: più gli utenti collaborano a “creare comunità” sulla propria Istanza e meglio questa funziona. Se l’Istanza/comunità é solo un punto d’incontro casuale tra utenti privi di un progetto/idea/interesse comune, allora Mastodon sarà solo un “Twitter un pò diverso”, ma se al contrario v’é un approccio propositivo e di comunità, ecco che le caratteristiche strutturali di Mastodon riveleranno immediatamente tutte le loro potenzialità.
Per esempio, un’Istanza comunitaria può decidere assieme le policy, chi bannare o semplicemente silenziare, come finanziare il server, le attività in comune, quali strumenti aggiungere/personalizzare, come gestire la moderazione…
“MA SONO TUTTI DALL’ALTRA PARTE”
Una difficoltà che tocca diversi strumenti informatici alternativi a quelli più diffusi e commerciali é quello dell’omnipresenza di questi ultimi. Se sei su Twitter, insomma, ci pensi due volte a passare ad una piattaforma in cui non troverai i tuoi contatti/follower/amici. Al di là del fatto che ci sono ottimi motivi per mollare a piè pari le piattaforme delle Big Tech Companies, é comprensibile che non tutti siano disposti a fare di punto in bianco un “grande salto”, vuoi per timore, vuoi per oggettiva riduzione dei contatti.
Esistono tuttavia diversi strumenti per far convivere Mastodon e Twitter ottenendo il meglio da entrambi e permettendo una transazione soft!
CROSSPOST CON MASTO.DONTE
Masto.donte é un crossposter, ossia uno strumento che permette di sincronizzare il proprio account Twitter col proprio account Mastodon.
Il funzionamento é semplice: ci si logga con entrambi gli account e lo si imposta come si preferisce! Le opzioni a disposizione sono diverse, ad esempio lo si può impostare perché i post su Mastodon vengano replicati su Twitter ma non da Twitter verso Mastodon, o il contrario, oppure ancora lo si può impostare perché funzioni in entrambi i sensi. Qui ognuno é libero di sperimentare la formula che preferisce.
Ci sono alcuni limiti (le risposte ad altri utenti non possono essere crosspostate ed i boost su Mastodon non vengono twittati) ma i propri post originali possono viaggiare sempre in entrambe le direzioni.
Ci sono anche alcuny bypass: é possibile far sì che messaggi contenenti una certa parola (o un certo hashtag) non vengano mai crosspostati.
IFTTT contiene diversi Applet in grado di crosspostare messaggi da una piattaforma all’altra. Gli Applet sono diversi e conviene provarli direttamente.
ACTIVITYPUB.ACTOR
ActivityPub.Actor é uno strumento ancora in lavorazione (questo il profilo del suo sviluppatore) che si propone di sincronizzare gli account di diverse piattaforme commerciali centralizzate con ActivityPub, il protocollo di comunicazione condiviso dalle piattaforme del Fediverso e dunque anche da Mastodon.
La piattaforma su cui maggiormente viene sperimentato é proprio Twitter, ma tra quelle che gli sviluppatori dicono di voler considerare in futuro vediamo anche Facebook, Instagram, Reddit ecc.
In sostanza ActivityPub.Actor porterebbe i contenuti di questi social nel Fediverso e viceversa, fungendo grossomodo come uno dei bridge già osservati riguardo a Matrix.
Pur essendo uno strumento non ancora funzionante ha già fatto discutere un po’ all’interno del Fediverso, riguardo l’opportunità di accogliere potenzialmente una valanga di contenuti non originali con i quali probabilmente non sarebbe possibile interagire.
I VANTAGGI DEL CROSSPOSTING
Uno dei primi vantaggi del crossposting ce l’ha ben presente chi, per un motivo o per l’altro, é stato silenziato/sospeso/bannato da Twitter.
BYPASSARE I BAN DI TWITTER Crosspostando con Mastodon, nel caso di una sospensione si può continuare a comunicare su Mastodon e la propria pagina pubblica di Mastodon con tutti i propri messaggi, rimarrà comunque visibile. Volendo, puoi collegare temporaneamente il tuo account Mastodon ad un account temporaneo di Twitter.
500 CARATTERI Scrivendo su Mastodon puoi avere fino a 500 caratteri (alcune Istanze anche di più). Crosspostando, Twitter mosterà i primi 280 caratteri e per leggere il resto aggiunge il link web al post Mastodon.
THREAD MULTIPLI Un post crosspostato può generare una discussione su Twitter con un certo tono ed una discussione enormemente diversa su Mastodon. A volte il risultato può essere stupefacente!
BACKUP Avere i tuoi post archiviati su un diverso server può essere un modo di backuparli!
Il crossposting può essere visto male nel Fediverso se viene usato in modo unidirezionale e senza interazione. Per intenderci: se stai sempre su Twitter, crossposti su Mastodon ma poi su Mastodon non vieni mai, non interagisci, non rispondi, beh, la cosa é vista molto male perché anche se sei una persona in carne e ossa, così facendo nel Fediverso ti comporteresti come un BOT e certe Istanze potrebbero silenziarti o bannarti.
Tieni conto che per etichetta, nel Fediverso, i BOT si dichiarano per quel che sono. Un account che funge da BOT per un sito postando in automatico i suoi contenuti può svolgere un servizio comodo ma é giusto che gli utenti sappiano che si tratta di un “utente meccanico” cosicché possano agire di conseguenza.
Account di utenti reali che però agiscono solo come BOT sono invece un qualcosa di assai irritante, anche perché spesso collegati ad operazioni di trolling. Se vuoi solo che i tuoi contenuti girino nel Fediverso senza interagire non c’é problema, a patto che ciò sia detto esplicitamente. Nelle preferenze del tuo account Mastodon c’é una casella da spuntare in cui indichi che il tuo account é un BOT e, per maggior chiarezza, non sarebbe male lo segnalassi anche nel nome utente e/o nella bio. Volendo, esiste anche un’Istanza apposita: https://botsin.space/creata proprio per ospitare solamente account BOT. Così come ogni cosa nel Fediverso, ogni Istanza sceglie come rapportarsi con Botsin Space: chi la blocca, chi la silenzia e chi interagisce senza problemi.
CERCHI CHE SI ALLARGANO
Le prime comunità su una piattaforma digitale sono solitamente le comunità degli sviluppatori. Hacker, programmatori e appassionati di tecnologia che si divertono a smanettare su strumenti nuovi, migliorarli, ecc.
In una seconda fase la piattaforma si popola delle prime comunità per cui la piattaforma é stata pensata. Mastodon però da un lato non é pensato per una qualche comunità specifica (per fare un esempio: il social Gab ha delle policy che permettono alle comunità neonaziste di utilizzarla liberamente e dunque si é popolata proprio di neonazisti, alt/right ecc) e dall’altro il suo sviluppatore ha imposto una chiara policy antifascista sul suo server, mastodon.social. Di conseguenza le prime comunità ad aver popolato Mastodon e creato le proprie Istanze hanno avuto una forte componente antifascista.
Una grossa fetta di utenti ed Istanze poi é andata a formarsi grazie agli esuli di Twitter: chi non poteva o voleva interagire rispettandone le policy (utenti giapponesi, appassionati di anime e manga che, per differenze culturali, non potevano interagire su Twitter) comunità che su sui social generalisti perdono più tempo a difendersi da molestie e trollaggio e che han creato le proprie Istanze Mastodon dove han trovato casa (comunità LGBTQ, Furry, ecc).
Col tempo poi sono arrivati anche i nazi ed i fondamentalisti cristiani, che si son fatti le proprie Istanze indipendenti, così come sono arrivati appassionati di erotismo e pornografia transfughi da Tumblr. Ci sono pure Istanze sex-work friendly.
La struttura stessa di Mastodon fa sì che ogni utente e comunità possa scegliere se e come interagire con le altre. Mastodon dunque non é UN social di antifascisti, furry, nazi, sex-worker, anarchici e tecnoilluminati ma un calderone pieno di comunità diversissime che interagiscono o s’ignorano in modi assai variegati, creando reti complesse adatte alle singole comunità.
In questo momento stanno nascendo diverse Istanze dedicate a mestieri specifici come Istanze per avvocati ed educatori. Al tempo stesso stanno nascendo Istanze specifiche per una certa regione.
MASTODON IN ITALIA
In Italia le Istanze stanno nascendo nell’ambito di collettivi autonomi, circoli anarchici e centri sociali legati alle città d’origine:
Non mancano alcune Istanze personali (cioé create solo per ospitare il loro proprietario o poco più) ed un’Istanza generalista attualmente popolata solo da bot commerciali.
Molti utenti italiani tuttavia sono registrati su mastodon.social o in altre Istanze, perlopiù tedesche o francesi, come ad esempio l’assai cosmopolita mastodon.partecipa.
PRIMI PASSI E CONVIVENZA CON TWITTER
Cresce dunque l’interesse per lo strumento ed al tempo stesso si affronta la titubanza di chi s’approccia a Mastodon avendo alle spalle solo l’esperienza dei social commerciali ed ha dunque bisogno di un’introduzione ed un avvicinamento lento. Far convivere le due piattaforme con l’uso di un crossposter é probabilmente una formula che in questo senso può aiutare.
Riassumendo molto brevemente: Matrix é un protocollo di comunicazione aperto e liberamente utilizzabile da chiunque (ognuno puà farsi il suo server Matrix) creando una rete di chat potenzialmente infinita, le cui caratteristiche di sicurezza ed espansione permettono e promettono di fare un sacco di cose. Insomma: si tratta di uno strumento estremamente interessante.
Una delle caratteristiche più interessanti é la capacità di Matrix di dialogare con altre piattaforme. Detto in soldoni: con Matrix si può creare un “gruppo” in cui possono dialogare utenti Matrix, utenti Whatsapp, Telegram, IRC ecc. lasciando che ognuno usi l’App che preferisce. Questo é il “bridging”
(Una nota: questo articolo vuole solamente spiegare il concetto di “bridge” dando giusto un accenno terra-terra a come funziona e non vuol certo essere un manuale sull’utilizzo dei bridge)
Chi ha già letto gli articoli precedenti sa che Matrix non é un servizio di chat come Twitter ma é un protocollo, come l’email: Gmail, ProtonMail, Hotmail sono tutti servizi che usano i protocolli email, ognuno coi propri server e con caratteristiche personali che però, interagiscono fra loro (da Gmail puoi mandare una email a Hotmail, giusto?).
Non ti “registri all’email” ma “crei un account su ProtonMail”. Non ti “registri a Matrix”, ma “crei un account su un server Matrix”.
Prendiamo dunque ad esempio il server Matrix di Feneas: https://chat.feneas.org, Una volta registrati si può dialogare con qualsiasi utente registrato su qualsiasi server Matrix (ancora una volta: se ti registri su Yahoo puoi scambiarti le email con chiunque abbia un indirizzo email, indifferentemente dal server a cui si é registrato).
In Matrix ogni conversazione avviene in “stanze”. Sono sostanzialmente come i gruppi di Whatsapp, solo che qui anche la chat tra te ed una sola altra persona avviene in una stanza.
Qui incontriamo dunque i “bridge”, ossia quegli strumenti che permettono di collegare una stanza Matrix con il proprio corrispettivo su altre piattaforme.
Un “bridge” (letteralmente “ponte”) é sostanzialmente un programma che si occupa di sincronizzare Matrix con una certa piattaforma in modo da farli comunicare assieme.
Per ogni piattaforma dunque servità un bridge apposito. Dunque ce ne sono diversi. Non solo: per certe piattaforme esiste più di un bridge che magari adottano soluzioni e caratteristiche diverse. Bisogna tener conto che tutto il processo di bridging tra Matrix e le altre piattaforme é ancora un work in progress: alcuni bridge funzionano bene, altri così-così, ed insomma, la “scena” del bridging é ancora molto attiva. Alcune piattaforme sono fatte in modo da poter essere, almeno sulla carta, facilmente collegabili con un bridge mentre altre sono decisamente più ostiche.
Il funzionamento ideale di una stanza Matrix “bridged” (da qui in poi renderò “bridged” con “sincronizzata”) con una piattaforma diversa, ad esempio Telegram, dovrebbe essere abbastanza banale: io che ho un account Matrix entro nella stanza e chatto normalmente, da Matrix, mentre un’altra persona che ha Telegram vedrà quel che ho scritto nella stanza, a cui però accede attraverso Telegram.
Un esempio lo si può vedere nella stanza pubblica Telegram-FOSS. La stanza é sincronizzata con Telegram ed IRC, pertanto gli utenti che vi partecipano lo fanno da tutte e tre le piattaforme.
Questa é la stanza pubblica Telegram-FOSS così come viene visualizzata online. Sono visibili le interazioni fra utenti Telegram (segnalati tra parentesi) ed IRC (privi di indicazione tra parentesi perché la stanza nasce come stanza IRC e dunque sono gli altri account a dover specificare la loro piattaforma)
Si, ma, in soldoni, come funzionano questi bridge? Come si installano e come si attivano?
Dunque, ogni bridge é un programma che va a dialogare con Matrix: non é parte integrante di Matrix! Questo vuol dire che se creo un account su un server Matrix non é scontato che questo abbia anche dei bridge e se ne ha, non é detto che li abbia tutti!
La maggior parte dei server Matrix offre perlopiù il solo bridge ad alcuni server IRC (Freenode e pochi altri ancora).
Come dicevamo, la “scena” riguardante la realizzazione dei bridge é ancora un work in progress e dunque é probabile che nel giro di qualche tempo sempre più server avranno di default un numero maggiore di bridge.
Come si fa allora ad usare un bridge se i server Matrix non li offrono di default? La prima soluzione possibile é quella di farsi il proprio server Matrix installandoci tutti i bridge che si desiderano, ma ovviamente per fare ciò é necessario avere un server e saperci mettere le mani.
Ma esiste un altro modo: un bridge, dicevamo, é un programma che sincronizza una stanza Matrix con l’equivalente di una diversa piattaforma (canale IRC, gruppo Whatsapp ecc…), ma non é indispensabile che il bridge si trovi sullo stesso server Matrix che deve sincronizzare.
Potenzialmente, dunque, un bridge potrebbe essere installato sui server di Whatsapp per offrire ai propri utenti la possibilità di interagire con gli utenti Matrix (ok, Facebook aborre un’idea del genere e dunque non succederà mai, ma tecnicamente la cosa sarebbe possibile).
Ma il bridge può anche essere installato su un server che non c’entra nulla con gli altri due. Un esempio é t2bot.io, che offre alcuni bridge per Matrix.
i bridge offerti da t2bot.io
Si, ma, materialmente, per fare questa sincronizzazione, dal lato utente come funziona? Cosa clicco? Dove devo digitare?
Beh, qui la cosa cambia da bridge a bridge: ognuno ha un approccio diverso così come caratteristiche e funzionamento. Due diversi bridge per Whatsapp possono funzionare in modo molto diverso, per intenderci.
Ma giusto per dare un’idea vediamo un esempio di sincronizzazione con Telegram usando il bridge messo a disposizione di t2bot.io
SU TELEGRAM
Creare un canale Telegram
Invitare il bot @matrix_t2bot nel canale (basta digitare @matrix_t2bot nella casella di ricerca per trovatlo)
Nel gruppo, digitare il comando /id Il Bot fornirà un <codice>
SU MATRIX
Creare una stanza Matrix (la stanza deve essere accessibile da chiunque ed avere un indirizzo locale)
Invitare il bot @telegram:t2bot.io nella stanza
Nella stanza, digitare il comando !tg bridge <codice>
Il bot chiederà una conferma. Digitare !tg continue
Fatta! Adesso in quel canale potranno dialogare sia utenti Telegram che utenti Matrix. (Maggiori dettagli qui: https://t2bot.io/telegram )
A questo punto quel che vien scritto in quella stanza Matrix apparirà nella stanza Telegram e viceversa. Tuttavia i messaggi provenienti dall’ “altra piattaforma” appariranno come se fossero pubblicati dal bot e non dalla persona che li ha scritti (Telegram Bot ha scritto: “ciao!”). Per far si che i messaggi vengano attribuiti all’utente che li ha effettivamente scritti, ora che si son sincronizzate le stanze vanno sincronizzati gli account!
SU MATRIX
Aprire una chat privata con l’utente @telegram:t2bot.io
Digitare il comando !tg login ed attendere un pò
Dopo una certa attesa il bot fornirà delle istruzioni da seguire; solitamente contenenti un link ad una pagina in cui bisognerà scrivere il numero di telefono del proprio account Telegram (+39 12 34567890) ed il proprio account Matrix (@nomeutente:nomeserver)
A questo punto il bot sincronizzerà i due account ed inviterà a sincronizzare anche altre stanze/gruppi. Questo, va ricordato, é UN bridge Matrix/Telegram e nulla toglie che ne possano essere sviluppati degli altri che funzionino in modo più semplice ed intuitivo.
Idealmente in una stanza Matrix con tutti i bridge immaginabili, si potrebbe far dialogare assieme utenti Mastodon, Whatsapp, IRC, XMPP, Matrix, Telegram, Slack, Discord, iMessage, Skype. Ma potrebbero intervenire anche utenti via SMS ed Email.
Con il bridge Mastodon o un eventuale bridge ActivityPub inoltre Matrix verrebbe definitivamente a far parte del Fediverso e l’abbinata Matrix-ActivityPub potrebbe in effetti fungere da vero nodo collettore tra innumerevoli piattaforme decentralizzate, federandole.
Una teoria del complotto Non é altro che una narrazione diversiva, che parte da almeno una frustrazione non manifestabile e ne elabora un’interpretazione distorta che attacca capri espiatori mantenendo le cose così come sono.
Le narrazioni possono essere di tipo diversissimo: si spazia da quella che é poco più che una leggenda urbana alle grandi teorie del complotto. Ognuna di queste però presenta più o meno queste caratteristiche (non sempre tutte contemporaneamente):
Propone sempre una “visione altra” della realtà, basata sulla meraviglia e fascinazione della “verità rivelata”.
Fornisce ai suoi eroi una griglia concettuale con cui interpretare un mondo che non capisce.
Riduce la dissonanza cognitiva tra la realtà così com’é e la realtà così come la concepiscono.
Attribuisce colpe sistemiche a colpevoli materiali.
Ruota sempre attorno ad un perno indiscutibile.
Ha uno scopo di enorme portata.
Ha una durata indefinita.
Ha un numero indefinito di partecipanti.
Consiste in piani complessissimi, intricati ma coerentissimi e perfetti nel loro svolgimento.
Prosegue anche se diventato nota.
Può riferirsi ad una mitica “età dell’oro” passata
I suoi organizzatori (i “Grandi”) sono una sorta di entità divine, come Dei capaci di muovere ogni cosa e persona.
L’EROE COMPLOTTISTA
La teoria del complotto ha sempre un eroe in colui che la afferma: chi crede in una teoria del complotto é un “eroe in lotta” tanto quanto i sostenitori più noti e famosi di quella stessa teoria. Anche l’ “eroe” é identificabile da dei tratti ricorrenti:
Si considera costantemente come vittima.
Si percepisce come sempre sotto attacco.
Si concepisce come contropotere, anche se é al potere.
É costantemente alla ricerca di una catarsi, palingenesi, rinascita.
Attribuisce alla nemesi i propri impulsi bestiali repressi.
Se crede che una certa cosa possa esser vera, la considererà tale.
É impossibile stabilire con certezza se crede o finge di credere in ciò che dice.
Se attaccato alzerà il tiro (dinnanzi a prove dell’inconsistenza delle sue affermazioni, le sparerà ancor più grandi)
Considera ogni briciola (elemento da lui utilizzabile) un tesoro, fintanto che può ingerirla, anche se é merda.
Accoglie ogni collegamento mentale possibile, per quanto arbitrario.
I VERI EFFETTI DI OGNI TEORIA DEL COMPLOTTO
Giustificare il sistema.
Spostare la frustrazione su capri espiatori.
Mantenere lo status quo attraverso finte rivoluzioni.
Per assurdo che sembri, l’ “eroe” che più si straccia le vesti contro un certo nemico é proprio colui che maggiormente lo alimenta. Chi si affida alle medicine alternative perché non si fida delle aziende farmaceutiche, per esempio, acquista prodotti omeopatici che sono a tutti gli effetti solo acqua e zucchero vendute ad un prezzo esorbitante: tutto guadagno per le aziende che li producono.
I NUCLEI DI FRUSTRAZIONE
La frustrazione non manifestabile e che prende corpo nella teoria del complotto é sempre un qualcosa che l’eroe considera troppo vago o complesso. Qualcosa che sente dentro ma che non trova appiglio materiale per scaricare la frustrazione su di esso. Questo nucleo può essere una verità intangibile così come una paura basata su fantasie ma per l’ “eroe” é sempre una verità indiscutibile.
Il lunacomplottista non crede a nessuna “fonte ufficiale” a prescindere e per lui dimostrare che l’uomo non é giunto sulla Luna é un modo per riaffermare questa sua sfiducia.
Qualche esempio:
TERRAPIATTISMO “Non mi fido di ciò che dice la scienza”
COMPLOTTI LUNARI “Non mi fido di ciò che dice il governo”
SCIE CHIMICHE “Il cambiamento climatico é opera dei Grandi ed io non posso farci nulla”
9/11 “Non mi fido di ciò che dice il governo”
RETTILIANI “Il mondo finanziario é inumano”
UCCISIONE JFK “Non mi fido di ciò che dice il governo” “Ogni speranza di cambiamento é vana”
STRAGI PARTIGIANE “Il comunismo é inumano”
MEDICINE ALTERNATIVE “Non mi fido di ciò che dicono le aziende” “Non mi fido di ciò che dice la scienza”
UFO “Non siamo soli al mondo” “Non mi fido di ciò che dice il governo” “Il mondo é comandato dai Grandi ed io non posso farci nulla”
COMPLOTTO MASSONICO E/O GIUDAICO “Il mondo é comandato dai Grandi ed io non posso farci nulla”
“TEORIA DEL GENDER “I cambiamenti sociali sono opera dei Grandi”
SOSTITUZIONE ETNICA “I cambiamenti del mondo sono opera dei Grandi” “Il cambiamento climatico é opera dei Grandi”
CREDERE E COMBATTERE
L’ “eroe” é una persona che crede e già il solo credere significa, nel suo piccolo, combattere. Ci vuole poco ad osservare che si é dinnanzi ad una forma mentis più religiosa che logica, ma va fatta una certa distinzione: si tratta dello stesso processo mentale ma viene applicato su oggetti diversi. Ci sono complottisti atei e complottisti religiosissimi, così come ci sono persone religiose che coltivano uno scetticismo logico e persone religiose che credono a complotti di ogni sorta.
Il tratto comune qui trattato é l’atteggiamento religioso verso il “credere”, ossia il rapportarsi ad un’idea partendo dal presupposto che sia vera a prescindere da qualsiasi evidenza. Si tratta di un atteggiamento mentale che indubbiamente accomuna diverse realtà anche apparentemente distanti fra loro.
Sarebbe interessante osservare tutte queste realtà tralasciando le classificazioni abituali ma suddividendole in base al paradigma della forma mentis che sta alla loro base.
Per chi non avesse letto gli altri post, qui basterà ricordate solo una cosa: Matrix é il nome della piattaforma, Riot é l’applicazione che ci accede e matrix.org é il più noto fornitore della piattaform.
Per fare un paragone:
Matrix – La piattaforma; come dire l’email
matrix.org – Uno dei server della piattaforma Matrix; come dire email.it o gmail.com
Riot – é come dire Outlook Express o Thunderbird o Apple Mail.
Il paragone con l’email spiega bene le diverse soluzioni possibili con Matrix: così come puoi decidere il server mail che preferisci e registrarti a tua scelta su Hotmail, Libero o Protonmail sapendo che in ogni caso potrai scambiare mail con persone registrate anche su altri server, su Matrix ti registri al server che preferisci e da lì chatti con persone che possono anche essere registrate su server diversi dal tuo, essendo tutti utilizzatori della piattaforma “email”.
Una volta che ci si é registrati al server email che si é scelto, ad esempio Gmail, si può decidere se accederci dal browser su gmail.com, o scaricando l’app chiamata Gmail o impostando Outlook Express. Allo stesso modo, con Matrix, una volta scelto il server, ci si può accedere da browser o usando l’app Riot o un’altra delle diverse Applicazioni disponibili (ce ne sono diverse, ma questo tutorial tratterà solo la più comune, Riot)
CREARE L’ACCOUNT
1) Da computer fisso, andare su https://riot.im/app/ (A dire il vero l’account si può creare benissimo direttamente da smartphone, ma per qualche oscuro motivo a me inspiegabile, ho riscontrato che molte persone si perdono in questo passaggio e quindi opto per indicare la soluzione che va meglio per tutti)
NOTA IMPORTANTE: Per usare Matrix, come già spiegato, basta registrarsi ad uno qualsiasi dei suoi server pubblici. Questo tutorial ed i link che contiene, si riferiscono al server matrix.org, attualmente il più usato. Tuttavia é possibile che matrix.org limiti le registrazioni. In questo caso basterà scegliere un altro server.
Un elenco incompleto di server pubblici utilizzabili é disponibile suhello-matrix.net
Due di questi server che possono essere vivamente consigliati, sono i seguenti:
Opencloud (Lussemburgo) https://riot.opencloud.lu/#/welcome (NB: il server é in Lussemburgo ma gli admin sono italiani, il che può aiutare in caso doveste chiedere informazioni o aiuto)
2) Apparirà questa schermata. Clicca su [CREATE ACCOUNT]
3) Scegliere uno [USERNAME] ed una [PASSWORD]. Scegli una password seria! Mi raccomando che contenga lettere, numeri, simboli, maiuscole e minuscole! E segnatela da qualche parte! Non é obbligatorio ma é meglio inserire anche il proprio indirizzo [EMAIL].
4) A questo punto va risolto il Captcha [NON SONO UN ROBOT]
5) Accettare [TERMINI E CONDIZIONI]
6) FATTA: L’ACCOUNT É STATO CREATO! La sua forma, senza gli spazi, é questa:
@ nomeutente : matrix . org
7) In questo momento stai usando la versione web di Riot, ma volendo puoi scaricare la sua Applicazione per PC Windows, Mac, o Linux da quihttps://about.riot.im/downloads/ Puoi anche scaricare l’App Riot.im per Android da Google Play e da F-Droid o per iOS dall’ App Store.
8) Riot in versione web (o Applicazione) da per computer fisso permette di fare molte più cose della versione per smartphone. In questa guida iniziale però viene spiegato solo il funzionamento da smartphone.
9) L’App di Android e quella di iOS hanno delle leggere differenze fra loro, perciò le schermate ed i menù di Riot sul tuo telefono potrebbero non essere del tutto uguali a quelle descritte qui.
10) Scarica l’App sullo smartphone
11) Dal momento che hai creato il tuo account aspetta almeno 2 o 3 minuti e poi puoi accedere all’App con il nome utente e password che hai creato.
12) Se hai dato il tuo indirizzo mail ti sarà arrivata una email di verifica. Se non la vedi controlla nell’antispam.
USARE RIOT
A questo punto ci si può loggare da smartphone. Banalmente, basta inserire il nome utente e la password. Non serve mettere il nome utente completo di formattazione (invece che scrivere @:mionomeutente:nomeserver.org basterà scrivere mionomeutente)
Se si é scelto un server diverso da matrix.org, questo va indicato nella schermata di Login
L’app per smartphone Riot.im, di default intende che tu abbia un account su matrix.org. Se così non fosse bisognerà selezionare “Custom server” ed inserire il suo dominio. (Se il l’account é su Opencloud bisognerà scrivere https://riot.opencloud.lu)
Una volta loggato nell’App ti ritroverai una schermata come questa:
Schermata iniziale al primo utilizzo
Non appare granché perché devi ancora aggiungere i tuoi contatti. A questo punto, se non l’hai ancora fatto, sarebbe bene leggere il post Cos’é Matrix per comprendere i concetti base di come funzionano le cose da queste parti. É facile, ma se finora hai usato solo App tipo Whatsapp, Facebook, Telegram e Viber, che sono iper-semplificate ed estremamente simili fra loro, molto probabilmente hai bisogno di ripassarti due-tre concetti su sicurezza e comunicazione digitale che le App che hai usato finora tendono a eliminare.
OGNI CHAT É UNA STANZA
La cosa principale da ricordare é che su Riot si comunica a STANZE. Hai presente un gruppo Whatsapp? Beh, qui su Riot un “gruppo” é chiamato stanza e funziona più o meno allo stesso modo. Ma su Riot anche la comunicazione tra te ed un’altra persona deve avvenire in una stanza!
Se Andrea chatta con Sabrina non é semplicemente una comunicazione diretta tra Andrea e Sabrina ma é una comunicazione che avviene in una stanza che ha come membri… solo Andrea e Sabrina!
Riot permette di dividere le stanze in quattro tipi: FAVOURITES, PEOPLE, ROOMS e LOW PRIORITY. Questa cosa all’inizio può confondere: si tratta sempre di stanze! Non importa se tu classifichi una stanza “people” o “room”: resta sempre e solo una stanza! Io, per esempio, trovo comodo classificare “people” le stanze con solo me ed un’altra persona, “room” quelle con 3 o più persone, “favourite” le preferite e “low priority” quelle con persone o gruppi con cui non mi sento spesso.
Quando premi il pulsante [+] ti vengono fornite tre opzioni. [START CHAT] e [CREATE ROOM] sono fondamentalmente la stessa cosa! Solamente, funzionano in modo un pò diverso: “Start chat” é più veloce, selezioni subito le persone con cui chattare ed appena l’hai fatto inizi la conversazione in una stanza senza nome. “Create room” invece ti chiede prima di impostare la stanza, dargli un nome, selezionare diverse opzioni e solo quando hai fatto tutto puoi invitare chi vuoi nella stanza.
Altra grossa differenza: con “Start chat” tu e le altre persone nella discussione siete tutte parimenti amministratrici della stanza di discussione. Con “Create room” tu amministri e gli altri utenti no.
La terza opzione, [JOIN ROOM] serve ad entrare in stanze create da altri. Ma questa opzione non viene trattata in questa guida
PRIMO IMPATTO
Come quando si indossa un nuovo paio di scarpe o si guida una nuova moto, all’inizio bisognerà prendere confidenza con certe funzioni basilari: quello che su un altra App sai fare a occhi chiusi, qui devi un po’ re-impararlo: é normale! Fai qualche prova, gira qua e là tra i menù, esplora. E non farti problemi a sperimentare: che vuoi che succeda di così grave?
Impara a disabilitare le notifiche, trova le impostazioni generali e quelle di ogni singola stanza, creare stanze, unirti a stanze già esistenti ed abbandonarle…
ACCOUNT E RUBRICA
Se hai già letto il post Cos’é Matrix sai che l’intero sistema Riot/Matrix é estremamente attento a privacy e sicurezza. Qui tutto é pensato perché non vengano diffuse informazioni su di te. Per questo quando hai creato il tuo account Matrix non era obbligatorio mettere la tua email o il numero di cellulare: qui nessuno ti obbliga a collegare il tuo account alla tua identità reale. Nelle istruzioni sulla creazione dell’account ho suggerito di inserire comunque un indirizzo email perché nel caso perdessi la tua password, con un’email puoi ancora riuscire ad entrare in Riot mentre senza, ahimé, non avresti alcun modo di recuperarla.
Se entri nelle preferenze di Riot però vedrai che ci sono i campi per inserire i tuoi dati personali: il nome visualizzato, il numero di telefono ed appunto, una o due email. Puoi scegliere tu se metterli o meno: se li inserisci, chi conosce il tuo vero nome, email o numero di telefono, riuscirà a trovarti facilmente qui su Riot; se invece non li inserisci, qui su Riot verrai contattato solo da chi conosce il tuo account esatto.
Logo “Impostazioni”
Sempre nelle impostazioni ti verrà chiesto se vuoi che Riot possa accedere alla Rubrica del tuo telefono per vedere se ci sono, appunto, indirizzi email o numeri di telefono di qualcuno che li ha abbinati al suo account Riot.
LISTA CONTATTI DI RIOT
Su Riot, se hai notato, non hai una tua lista dei contatti Matrix. Questa é la seconda cosa che risulta un pò spiazzante per chi viene da Whatsapp ed altre App simili ma che ti appare chiara se hai letto il post Cos’é Matrix. Si tratta difatti di una scelta voluta per un fatto di sicurezza: Riot non vuole memorizzare i dati dei tuoi contatti. Al contrario, quando ti iscrivi a WhatsApp, tu fai sapere a Facebook tutti i numeri di telefono ed indirizzi email che hai memorizzato sul tuo telefono.
Il concetto base é che i tuoi contatti devono stare solo sulla tua Rubrica del telefono mentre le chat devono stare solo sull’app di chat (in questo caso Riot)
Ti chiederai “Ma allora, quell’impostazione per permettere a Riot di accedere ai miei contatti?”. Beh, qui é una questione di fiducia: ti fidi a dare accesso a Matrix.org alla tua Rubrica e leggere tutti i numeri di telefono, le email ed i nomi collegati? Anche qui, hai la possibilità di scegliere.
Se scegli di NON permettere a Riot di accedere alla Rubrica, i tuoi contatti potranno essere recuperati solo all’interno delle stanze in cui avete dialogato.
Se scegli di permettere a Riot di accedere alla Rubrica, l’App mostrerà al suo interno i tuoi contatti, ma identificherà solo quelli già iscritti a Riot e che hanno fornito l’email o il numero di telefono che hai sulla tua Rubrica.
Questo sistema ha una mancanza: se un utente che ha un account Matrix, NON ha fornito il suo numero di telefono o email, Riot non lo “conoscerà”. Se qualcuno ti da il suo indirizzo Matrix, il modo migliore per archiviarlo é dunque segnarselo manualmente in Rubrica! Così facendo, quando cercherai il suo nome da Riot, vedrai il suo numero di telefono, l’email… e l’account Matrix!
LE RUBRICHE DEL TELEFONO
Bisogna spendere due parole sulle Rubriche del telefono e sul loro modo di gestire i contatti. Banalmente: esiste una sorta di “standard” che però nessuno rispetta veramente e dunque i “Contatti” su iOS sono gestiti in modo diverso che su Android e lo stesso vale per PC, Mac, LInux.
Questo vuol dire che ogni telefono ha un modo un pò suo di gestire la cosa.
Per esempio, su iOS, l’indirizzo Matrix va inserito tra le email e non tra i contatti social.
Detto altrimenti: potresti dover fare un paio di tentativi per capire qual’é il modo migliore per segnarti gli indirizzi Matrix in Rubrica.
LE FUNZIONI AVANZATE DI RIOT/MATRIX
Questo articolo serve giusto per spiegare i primissimi passi con Riot/Matrix. Le funzioni speciali, la differenza tra l’App per smartphone e quella per computer fisso, la crittografia end-to-end sono invece ciò che rende Matrix speciale e possono essere affrontate solo dopo aver compiuto questi primi passi. Una cosa però é chiara: per poter capire le funzioni avanzate é indispensabile aver letto Cos’é Matrix ed aver appreso i concetti fondamentali su cui si regge.
Dunque: spieghiamo innanzitutto la differenza tra Riot e Matrix:
Matrix é un sistema di comunicazione (tecnicamente “protocollo”) mentre Riot é un’applicazione per usare Matrix. Così come dici “uso Outlook per l’email” puoi dire “Uso Riot per Matrix”.
Negli ultimi tempi Matrix sta destando un sacco d’attenzione per diversi motivi che lo rendono estremamente interessante.
É una tecnologia F.L.O.S.S.
Si basa su una rete decentrata di server indipendenti
Permette cifratura end-to-end
Può comunicare con protocolli differenti
Se hai capito cosa c’é scritto in questi quattro punti probabilmente adesso sarai già MOLTO interessato a saperne di più. SE invece i punti esposti ti suonano oscuri non c’é alcun problema: questo articolo é qui apposta!
TECNOLOGIA F.L.O.S.S.
Software F.L.O.S.S.
La sigla sta per Free Libre Open Source Software; in italiano lo si può malamente tradurre con “Software Aperto, Gratuito e Liberamente Accessibile” ed é un tipo di software che é in netto contrasto con il software commerciale cui solitamente si é abituati. Per capire di cosa si tratta si può ricorrere ad un esempio automobilistico: il software F.L.O.S.S. é come un’automobile cui basta alzare il cofano per accedere al motore: chiunque ne capisca di meccanica può vedere come é fatto questo motore, i suoi componenti, i suoi pregi e difetti e, se vuole, può modificarlo, migliorarlo, personalizzarlo o anche solo comunicare a chi l’ha realizzato i difetti che ha riscontrato.
Software Proprietario Chiuso
Al contrario, il software commerciale é solitamente chiuso, ossia ha un cofano ermetico che non permette di accedere liberamente al motore. Questo significa che chi usa software chiuso non ha modo di sapere per davvero COSA stia succedendo sotto il cofano.
Per fare invece un paragone alimentare, il software chiuso é come un cibo confezionato che non riporta né gli ingredienti né i valori nutrizionali, mentre il software aperto non solo te li fornisce, ma ti mette pure a disposizione la ricetta completa! Di quale dei due ti fideresti di più?
Se non sei uno smanettone la cosa potrebbe sembrarti di poco conto perché anche dinnanzi a del software aperto probabilmente non capiresti nulla di codici e programmazione, ma sappi che esiste una enorme comunità di programmatori che non fa altro che creare/testare/verificare/riparare/modificare/sperimentare software, attentissima a verifiche e controlli di sicurezza. Hai presente quando devi aggiornare il software? Ebbene: dietro a quell’aggiornamento c’é un lavoro molto complesso fatto di miglioramenti, correzioni e nuove funzionalità, solo che nel caso di software aperto il lavoro si é svolto sotto gli occhi di una intera comunità e sarà verificabile anche a posteriori, mentre nel caso di software chiuso il lavoro si é svolto solo all’interno dell’azienda produttrice da dipendenti che non possono rivelarne i segreti e chi lo userà dovrà fidarsi a scatola chiusa.
Restando sempre nell’esempio automobilistico: nel caso di software aperto, anche se non ne capisci niente ci può sempre essere un amico o meccanico di fiducia che é aggiornato ed in contatto con gli altri meccanici e che ti consiglia quali strumenti usare e come, perché li ha potuti aprire e studiare personalmente nei minimi dettagli. Nel caso di software chiuso il meccanico di fiducia non ha modo di fare lo stesso e quindi può solo scegliere se fidarsi o no di quel che c’é scritto sul catalogo.
Come si traduce questa cosa in termini pratici? Metti caso che del software F.L.O.S.S. avesse un difetto di sicurezza: essendo tutto pubblico le possibilità che venga subito identificato sono altissime ed al tempo stesso é facile che la stessa comunità che ha identificato la falla vi ponga rimedio in tempi rapidi. Al contrario le falle dei software chiusi, non essendo sotto gli occhi di tutti, richiedono molto tempo e lavoro per essere anche solo identificate e ciò non può essere fatto da informatici comuni ma da quelli più abili a “scassinare le serrature” e che di solito, quando trovano una falla, anziché comunicarla al mondo la usano per scopi illeciti. Di conseguenza é estremamente facile che la falla di un software chiuso rimanga aperta per un bel pò prima che venga riparata.
Inoltre il software F.L.O.S.S. é gratuito.
Perché? Beh, chi lo realizza condivide i princìpi secondo cui uno strumento é veramente utile alla comunità solo se questa é libera di usarlo, copiarlo, modificarlo e migliorarlo senza limitazioni di sorta. Pensa ad esempio alla ricetta della pasta al ragù: tu sei libero di modificarla come più t’aggrada senza che nessuno venga a reclamare alcun diritto di copyright. Se fosse software chiuso, oltre a non sapere esattamente quali sono gli ingredienti ed il metodo di preparazione, ti verrebbe pure impedito di aggiungere il sale o cambiare tipo di macinato.
Chi ci guadagna a fare software F.L.O.S.S.?
Innanzitutto siamo tutti noi a guadagnarci nell’avere uno strumento che funziona bene, solido, ispezionabile e slegato da interessi commerciali. Chi lavora per realizzarlo e migliorarlo spesso lo fa per passione e puro spirito di volontariato. Tuttavia nessuno campa di belle parole: molte realtà commerciali che sviluppano software F.L.O.S.S. ci guadagnano, ma per scelta tale guadagno deriva dai servizi connessi e non dal prodotto in sé. Per fare un paragone é come parlare di un gruppo musicale che distribuisce la propria musica gratis su Internet ma che si fa pagare per i concerti dal vivo.
Chi sviluppa software F.L.O.S.S. guadagna da donazioni ed investimenti da parte di privati che hanno interesse nello sviluppo di questo software oppure dal lavoro correlato, come ad esempio corsi di programmazione o personalizzazione del proprio software. Questo il caso di Matrix.org, come si può anche leggere sulla loro pagina: https://matrix.org/docs/guides/faq
L’idea che il software debba essere aperto ed accessibile a chiunque ha una lunghissima tradizione nata con l’informatica stessa e negli anni si sono sviluppate diverse associazioni ed enti atte a diffondere questa idea, come la Free Software Foundation o Framasoft.
Ma perché qualcuno dovrebbe investire tempo e denaro in un prodotto da cui non c’é alcun guadagno diretto? Perché chiunque sia del mestiere sa benissimo che il software F.L.O.S.S. é strutturalmente più sicuro e solido rispetto a soluzioni commerciali e dunque investire 10 per uno strumento F.L.O.S.S. che poi potrebbe essere implementato anche in realtà commerciali senza costi aggiuntivi é più vantaggioso che spendere 100 in un prodotto chiuso su cui poi bisognerà pagare i diritti di utilizzo.
Investire una piccola cifra in un software di comunicazione sicuro, solido, personalizzabile e che viene continuamente analizzato, testato e migliorato a costo zero da migliaia di volontari di ogni tipo, passando una serie di vagli infiniti, contro all’investire nel lavoro di una software house con una trentina di programmatori che fan tutto da sé?
Le aziende e le comunità che ruotano attorno al software aperto sono numerose e spesso esistono soluzioni ibride. Un esempio é il caso del PDF, inizialmente un formato di proprietà di Adobe ma che da quando é stato reso aperto e gratuito é diventato uno standard de facto per i documenti digitali.
Un altro esempio é il browser Chrome (quello di Google). Chrome é software proprietario ma Google é ben conscio della maggior validità del software aperto e, per farla breve, il suo sviluppo é scisso in due parti: da un lato c’é il progetto Chromium.org che sviluppa il browser Chromium, di tipo F.L.O.S.S. e dall’altra c’é Google che sviluppa Chrome che, pur essendo basato sullo stesso software aperto ha una parte chiusa e dunque non può essere definito F.L.O.S.S. I due browser sono sostanzialmente identici ma Chromium é privo di tutti quei collegamenti a Google che si trovano in Chrome. Per dirla altrimenti: Chromium é il software “pulito” mentre Chrome é la sua versione modificata apposta per Google
Matrix é appunto software F.L.O.S.S. e per chi volesse partecipare al suo sviluppo, conoscerne i progressi, leggere le discussioni della comunità che collabora al suo costante miglioramento o anche solo avere un’anticipazione di cosa uscirà nei prossimi aggiornamenti non c’é alcun problema: é tutto pubblico ed accessibile: https://github.com/matrix-org
STANDARD DIFFUSI
Il software F.L.O.S.S. tende più facilmente a divenire uno standard diffuso proprio grazie al suo essere aperto. Quando si ha a che fare con aziende commerciali il cui scopo é guadagnare dall’adozione altrui dei propri strumenti, ci ritroviamo immancabilmente in una guerra commerciale in cui ognuni azienda tenta di imporsi non necessariamente per merito ma per interesse. Alcuni esempi si trovano nei diversi tipi di presa elettrica o, fino a qualche tempo fa, nei diversi tipi di caricatori per cellulari. Oggi lo vediamo ad esempio nei formati di ebook incompatibili su e-reader diversi, o su certe stampanti multifunzione che non sono del tutto compatibili con ogni sistema operativo: tutte queste incompatibilità tra strumenti fondamentalmente identici sono legate più che altro a bagarre commerciali.
Al contrario il software F.L.O.S.S. proprio in base alla sua natura é portato a divenire standard de facto. Qui si potrebbe elencare tutta una serie di tecnologie aperte che spesso usiamo senza rendercene conto. La maggior parte dei server, ossia i computer più importanti su cui si regge lo stesso Internet, non usa Windows o OSX, ma sistemi GNU-Linux o simili! Una buona fetta del sistema operativo Android é di tipo F.L.O.S.S. ed é stato sviluppato dalla comunità che ha creato Linux. La stessa cosa vale per OSX, il sistema operativo dei computer Apple. Presente i file audio? Possono essere codificati in molti formati proprietari, ma é il formato MP3 quello che ha avuto maggior fortuna, proprio perché standard aperto. Altro esempio é lo standard ePub per gli ebook, o l’HTML, il formato con cui si realizzano le pagine web. In alcuni casi ci sono degli enti che stabiliscono che un certo tipo di formato o tecnologia é una sorta di standard ufficiale.
In altri casi i formati aperti spesso diventano degli standard senza alcuna decisione ufficiale, ma di fatto. Ad esempio il protocollo di comunicazione XMPP, che é aperto ed esiste dal 1999, é alla base di Jabber, uno dei sistemi di comunicazione più diffusi su Linux ma, in versioni modificate, é anche alla base di iMessage e WhatsApp. Questo vuol dire che iMessage, Whatsapp e Jabber potrebbero tranquillamente comunicare tra di loro, ma sono Facebook ed Apple a non volerlo e per questo hanno modificato e chiuso le proprie versioni per impedirlo.
Matrix é uno protocollo che nasce aperto e mira a diventare un nuovo standard di comunicazione capace di dialogare con altri protocolli aperti, come il già citato XMPP ed altri, ad esempio IRC (ricordi IRC? É un sistema di chat nato negli anni ’90 che anche se soppiantato per moda con altri sistemi non é affatto scomparso, perché ha delle caratteristiche che nessuna piattaforma di chat moderna riesce ad eguagliare).
RETE DECENTRATA
Quando comunichi con una persona usando WhatsApp, Facebook, iMessage, Twitter o altre piattaforme di comunicazione, non stai comunicando direttamente con l’altra persona, ma passate entrambi dal server di Facebook, Apple o Twitter. Questa é quella che si chiama una rete centralizzata, ossia una struttura in cui tutti gli utenti fanno capo ad una entità centrale che detiene l’unico accesso alla propria rete. Se vuoi comunicare con una persona che é su Facebook, dunque, devi per forza registrarti anche tu su Facebook ecc.
Questa cosa però presenta diversi rischi:
Si é così soggetti alla volontà di un solo ed unico soggetto (l’azienda Facebook) che decide i termini di utilizzo e le policy cui gli utenti sono soggetti (cosa puoi pubblicare e cosa no, quali sono gli atteggiamenti sconvenienti e quali no).
Quando ci si affida ad un server si sta SEMPRE dando fiducia ai suoi gestori: chi gestisce il server ha materialmente in mano i nostri dati ed ha quindi un grosso potere su di noi. Se ci si affida tutti ad un unico grande server, il potere che gli si affida é un qualcosa di fantasmagorico
Se il gestore del server usasse i nostri dati in modi che disapproviamo, la nostra unica risposta possibile sarebbe cancellarci da tale server, ma essendo questo unico, ciò vorrebbe dire perdere l’unico strumento di contatto con tutti i nostri contatti (questo é ciò che già si verifica: Facebook é nato per vendere i nostri dati personali ma nonostante ciò é diventato talmente enorme che i suoi iscritti, oramai legati, non hanno il coraggio di abbandonarlo)
Al contrario le reti decentrate non sono soggette a questi problemi e garantiscono maggior stabilità e libertà di scelta. Un esempio può essere l’email: tu puoi creare la tua email dove vuoi, su Gmail, su Hotmail, Yahoo, ProtonMail o sul server della tua azienda e qualunque sia il server che tu abbia scelto (nell’email é la parte che viene dopo la “@”), potrai scambiare email anche con chi ha scelto server diversi.
Se l’email non fosse uno standard aperto basato su una rete decentrata, per comunicare con chi é su Gmail dovresti farti un account Gmail, per chi é su Yahoo dovresti farti un account Yahoo e così via. É quello che succede oggi con le app di messaggistica.
Matrix é appunto una rete decentrata. I suoi sviluppatori hanno sì un proprio server Matrix chiamato matrix.org (é come dire che l’inventore dell’email ha un suo server mail chiamato email.org) ed essendo il protocollo tanto nuovo la maggior parte delle persone tende a iscriversi proprio a matrix.org ma i server tra cui scegliere sono in realtà diversi (alcuni sono elencati qui) e continuano ad aumentare.
I vantaggi di una rete decentrata sono numerosi: se un domani matrix.org avesse dei problemi o facesse delle scelte che non ti vanno giù, tu potresti spostarti su un altro server e mantenere comunque tutti i tuoi contatti. Il paragone con l’email spiega bene questa cosa: se Gmail non ti andasse più bene tu potresti passare a ProtonMail senza perdere nessun contatto con gli altri utenti che sono rimasti su Gmail. Al contrario, se Facebook non ti va più bene sei costretto a restarci perché altrimenti perderesti tutti i contatti con gli utenti che sono su Facebook.
Ma Matrix non é solo una rete decentrata: é pure F.L.O.S.S. e questo significa che chiunque sappia e voglia può installare il proprio server Matrix in casa senza alcun problema di licenze, costi o permessi. Presente l’email aziendale? Stessa cosa, ma in questo caso si tratterebbe di una chat aziendale! Così come puoi avere un account mail ilmionome@lamiaazienda.com puoi avere un account Matrix @ilmionome:lamiaazienda.com
Si, ma a questo punto potresti fare giustamente un’osservazione: “Ok, ma se passo a Matrix, anche se questo é formato da diversi server, si tratta comunque di server Matrix e così taglierei comunque fuori i miei contatti sulle altre piattaforme”. Le cose però non stanno proprio così…
UN SOLO GRANDE NETWORK
Matrix si prefigge il compito di essere non solo una rete decentrata ma di fungere da connettore tra diverse reti (lo stesso nome “Matrix” – matrice, é stato scelto per indicarne il ruolo centrale che si prefigge di assumere nell’ambito delle comunicazioni). Qui il funzionamento previsto non é dissimile da quello descritto riguardo al Fediverso : letto l’articolo e capito come funziona il Fediverso, capirai immediatamente come si prefigge di funzionare Matrix nel connettere reti diverse.
Per chi non ha letto l’articolo si può grossolanamente descrivere Matrix come un sistema che vuole “dialogare al tempo stesso con Skype, iMessage, email, sms, Mastodon, Jabber, IRC e chi più ne ha più ne metta”. Il tutto con una tecnologia aperta e gestibile da chiunque, senza un’unica centrale operativa o “stanza dei bottoni”.
Questa parte é tecnicamente complessa ed é ancora in via di sviluppo. In gergo si chiama “bridging” ovvero “creazione di ponti”. Al momento si stanno sviluppando diversi bridge per Whatsapp, Telegram, Mastodon ecc. ma si tratta di funzioni ancora sperimentali e che possono essere consigliate perlopiù solo a chi ha voglia di smanettare un pò sulle App. Al momento su Riot sono già presenti alcuni bridge con IRC e poco altro. Considera i bridge con le piattaforme più note come un qualcosa che sarà disponibile in futuro.
Quando scambi messaggi con qualcuno via sms o altri tipi di chat di solito questi viaggiano “in chiaro”. Questo vuol dire che tutti coloro che sono fra te e l’altra persona (Telecom, Facebook, Wind, ecc) possono leggere e salvare tutto quel che vi scrivete. Questa cosa ovviamente non va bene.
Questo non va affatto bene e chi si occupa di informatica lo sa benissimo ma, soprattutto dai primi anni 2000, le maggiori aziende del web hanno convinto il pubblico che questa cosa sia la normalità e lo hanno fatto fondamentalmente in due modi:
Creando prodotti estremamente semplificati che si imparano ad usare in pochissimi minuti
Pubblicizzando all’inverosimile i loro prodotti
WhatsApp é l’esempio perfetto: lo scarichi, non richiede password, é collegato alla tua rubrica del telefono e funziona subito. Ma così facendo il software é legato materialmente al tuo telefono ed alla tua identità e consegni a WhatsApp tutti i numeri di telefono nella tua rubrica ed i relativi nomi. Inoltre l’assenza di impostazioni di sicurezza fa sì che chi lo usa si abitui ad usare un software insicuro.
WhatsApp, se fosse una macchina.
É un pò come dire che tutti sono stati abituati ad usare automobili senza specchietti, frecce, cinture di sicurezza e portiere che si chiudono. In queste condizioni, con la maggior parte delle persone abituate a questo livello di semplicità ed insicurezza, vien considerato normale che ci siano continuamente tamponamenti, urti e incidenti.
Chi invece propone di usare “frecce, specchietti, cinture di sicurezza e portiere che si chiudono a chiave” si sente rispondere cose del tipo “eh, che palle!”. La cosa é amplificata dal fatto che tamponament e furti si vedono e si sentono ma in campo informatico le cose non sono così immediate.
“Facebook controlla quello che scrivo” – “Vabbé, siamo tutti controllati”
“Ho perso le gambe in un incidente” – “Vabbé siamo tutti incidentati”
(L’accettazione passiva dello status quo)
CRITTOGRAFIA E MESSAGGI SICURI
Per risolvere questa debolezza sono state proposte diverse soluzioni ma ce n’é solamente UNA che funziona per davvero: la cosiddetta cifratura end-to-end.
“Cifratura end-to-end” vuol dire che i messaggi tra te e l’altro utente viaggiano in codice e quindi solo i destinatari del messaggio possono leggere cosa c’é scritto, mentre tutti quelli che stanno nel mezzo, al massimo possono sapere che vi siete scritti, ma anziché leggere “voglio vederti stasera” leggeranno una roba lunghissima e incomprensibile tipo “M87gé+8y|%$$&/(%uogukr6r6ukglihlufykhvr8y6++;.if6jtgg43t4t”.
Fico, no? Beh, più o meno… il primo problema é che la crittografia end-to-end fornita solitamente dalle piattaforme social commerciali centralizzate é fatta in modo tale che a te risulti invisibile e tu non hai modo né di verificarla né di intervenire sulla stessa (WhatsApp ad esempio usa crittografia end-to-end ma probabilmente non te n’eri mai accorto e non sai nemmeno quale sia la password che WhatsApp ha deciso per te)
Ma il vero problema é che queste aziende, spiegandola in modo un pò grossolano, considerano come destinatari del messaggio te, l’altra persona… e sé stesse! (vedi la figura 1a dell’immagine qui sopra).
É naturale che sia così: il loro intero business consiste nel leggere le cose che scrivi!
E allora, come si fa ad impedire che chi ha in mano l’infrastruttura legga tutto? Beh, ci sono due modi: il primo é non usare un server (figura 1c dell’immagine qui sopra), ma questo richiede un sacco di smanettamenti e non é sempre possibile. Il secondo é codificare i messaggi autonomamente dal server!
Il concetto base é che tu e l’altro utente abbiate ognuno una “password di crittazione” su ogni dispositivo, che ve le scambiate anche senza passare dal provider stesso (quando vi vedete di persona, per email, per lettera, legata ad un piccione viaggiatore…). Una volta scambiate ogni vostro dialogo risulterà del tutto oscuro allo stesso server che vi ospita.
Questa cosa, sommata al fatto che gli account non sono necessariamente legati alla vostra identità e che possono trovarsi su server diversi, fornisce un bel ritratto del livello di privacy che si ha su Matrix!
Per contro se si chatta su WhatsApp, Facebook (proprietaria di WhatsApp) sa chi siete, cosa vi siete scritti, quando, conosce i vostri numeri di telefono e quelli dei vostri amici ed il suo business é proprio raccogliere queste informazioni, analizzarle e venderle. E si sa, il problema non é cosa pubblichi: il problema é chi lo legge.
La “password di crittazione” NON é la password per accedere a Riot, ma proprio un’altra password, specifica per tutti i messaggi tra i tuoi dispositivi e quelli della persona con cui scambi messaggi.
Qui la cosa in teoria si fa molto tecnica, ma Riot offre una modalità che rende ‘sta cosa molto semplice. Il concetto é che sia tu che l’altra persona dovete verificare che il telefono/computer/tablet con cui stai dialogando sia effettivamente quello della persona con cui volete parlare.
Se selezioni un utente vedrai nella sua scheda l’elenco dei dispositivi da cui si é connesso ed un codice per ognuno di essi. Qui tu puoi dire a Riot se hai verificato questi codici. Se entrambi vi siete verificati a vicenda, la comunicazione sarà criptata
Per gli smanettoni su ‘questo passaggio ci sarebbero poi moltissime altre cose da dire ma qui ci limitiamo a questo. Tieni conto che se d’un tratto la persona con cui chatti inizia a messaggiarti da un device che non aveva mai usato prima, ad esempio un nuovo telefono, tu lo saprai e potrai controllare se lui é veramente lui (ad esempio pretendendo che ti risponda dal cellulare).
MATRIX E RIOT
Dunque:
MATRIX – é il protocollo
MATRIX.ORG – é attualmente il più famoso server Matrix. Appartiene agli sviluppatori del protocollo Matrix. Non é l’unico server e si é liberi di scegliere quello che si preferisce o installare il proprio.
RIOT.IM – é la più famosa applicazione per utilizzare Matrix. É a sua volta realizzata dagli sviluppatori del protocollo Matrix. Non é la sola App per usare Matrix ma attualmente é quella usata dal 99% di chi usa Matrix. C’é già chi sta sviluppando altre App che adottano approcci e stile differenti
É impossibile essere in Asia senza metter piede in un paese asiatico, ma se si é in un paese asiatico allora si é in Asia. E’impossibile essere su Mastodon senza essere iscritti ad un’Istanza, ma se si é iscritti ad un’Istanza allora si é su Mastodon!
Non ci si “iscrive all’email”: ci si iscrive a un provider email (Gmail, Protonmail, Autistici.org, RiseUp.net, HushMail.com).Non ci si “iscrive a Mastodon”: ci si iscrive ad un’Istanza Mastodon (Bida, Partecipa, Cisti).
La grossa differenza però é che se gli email provider si differenziano solamente per la qualità dei servizi, le Istanze sono anche delle comunità di persone che hanno regole e caratteristiche peculiari. Se ti iscrivi a Gmail te ne frega ben poco di chi siano gli altri che usano Gmail e la tua esperienza con il provider sarà solamente tecnica. Al contrario, a seconda dell’Istanza da cui accedi alla rete Mastodon, le cose possono cambiare notevolmente.
In un articolo precedente si era già discusso di cos’é Mastodon ed in un secondo articolo si era discusso di cos’é il Fediverso, ossia la “rete allargata” di cui la rete Mastodon é solo una parte. In questo terzo articolo si vuole invece puntare maggiormente l’attenzione sulla centralità delle Istanze.
Un’Istanza, materialmente, é un server, un computer sempre acceso su cui gira il software di Mastodon. Per poter accedere alla rete Mastodon bisogna scegliersi una tra le migliaia di Istanze già esistenti. Su questo server dunque saranno registrati diversi utenti (ci sono Istanze da 1 solo utente ed Istanze da centinaia di migliaia di utenti, ma a naso la maggior parte delle Istanze ha all’incirca tra i 100 ed i 3000 utenti). Questi utenti formano la comunità locale. Quando ti iscrivi ad un’Istanza hai dunque accesso immediato a tutti i messaggi pubblici postati dai membri di quella stessa Istanza, anche se non li segui. E’la cosiddetta Timeline locale. Ogni Istanza é indipendente dalle altre e decide da sé come finanziarsi, come moderarsi e in base a quali princìpi, in che modo la comunità e gli amministrazioni si rapportano. Dunque deciderà pure quali altre Istanze bloccare, quali argomenti o atteggiamenti vietare ecc. Inoltre ogni singola Istanza ha la possibilità di modificare il proprio software in modo da abilitare funzioni, disabilitarne o aggiungerne di nuove (il tutto ovviamente entro la necessaria compatibilità con i protocolli della rete Mastodon)
Sempre più spesso comunità impossibilitate ad esprimersi liberamente sui social sociali commerciali si son create dei propri spazi da sé mettendo su Istanze Mastodon personalizzate. Altre comunità invece rifuggono i social commerciali perché preoccupati per la propria privacy o per altri motivi ancora. Tali comunità sono spesso diversissime fra loro: ci sono numerose Istanze caratterizzate da hacktivismo correlato a movimenti LGBT+, Istanze generaliste, Istanze nazistoidi ecc.
Il bello dell’ecosistema di Mastodon é che essendo tutte indipendenti possono molto facilmente evitare di rompersi le scatole a vicenda scegliendo di silenziare o addirittura “oscurare” (bannare) le Istanze con cui non vi é alcuna possibilità di dialogo reciproco.
DECENTRALIZZAZIONE, OSSIA PERSONALIZZAZIONE
L’idea di fondo di tale ecosistema é che un’Istanza piccola ma tecnicamente solida e con un’identità ben definita, sia preferibile a Istanze enormi e indefinite in cui l’utente si perde. Un’Istanza con meno di 5000 utenti, con una policy assai specifica su certi argomenti e con un rapporto diretto tra utente ed amministratore vuol dire un tipo di servizio che nessun social commerciale con milioni di utenti potrà mai dare ai propri membri.
La personalizzazione e la vicinanza agli admin fanno sì che nella scelta dell’Istanza , l’utente presenti una serie di quesiti che non era abituato a porsi (si considera sempre l’esempio dell’utente di social commerciale non avvezzo a piattaforme decentrate e federate). Scegliere un’Istanza che ha maggiore solidità tecnica o una in cui si parla la mia lingua? Iscriversi ad un’Istanza locale o ad una che sottostà a leggi di un paese che offre maggiori garanzie di privacy?
Se sono una persona che ama discutere di diversi temi ma non sopporta le azioni di disturbo di un certo tipo di commentatori-provocatori potrei preferire un’Istanza caratterizzata da forte moderazione ed una bassa tolleranza per i molestatori online. Al contrario, se fossi una persona più interessata a far un pò di caciara con un’ironia spesso estrema e non apprezzata dalla maggioranza delle persone, potrei preferire un’Istanza più aperta a tali comportamenti. Oppure potrei preferire un’Istanza che ha rimosso stelle e contatori dei post per alimentare un approccio più umano ai contenuti.
Per fare un paragone grossolano per descrivere la funzione delle diverse Istanze all’interno dell’ecosistema di Mastodon, immaginiamo l’esistenza di un social disponibile in più versioni, ad esempio Twitter: Twitter Green, Twitter Yellow, Twitter Orange, Twitter Pink, Twitter Red e Twitter Purple. Sono tutti Twitter fondamentalmente simili tra loro e possono ancheinteragire ma ognuno ha caratteristiche proprie che ne alterano la natura. Ad esempio Twitter Green accetta solo contenuti adatti ai bambini, Twitter Yellow accetta anche contenuti per adulti ma non i bot, Twitter Orange accetta i bot ma non i contenuti per adulti, Twitter Pink non permette di rispondere ai post ma solo di stellinarli e retwittarli, Twitter Red accoglie tutti i contenuti tranne quelli visibili su Twitter Green, mentre Twitter Purple non ha regole ma non può interagire con gli altri Twitter)
La scelta dell’Istanza é dunque una scelta FON-DA-MEN-TA-LE nel determinare il tipo di esperienza online.
PROMUOVERE LE ISTANZE PER DIFFONDERE MASTODON
Chi scrive ritiene che al momento l’attuale di Mastodon pecchi nella promozione delle Istanze. La comunicazione attuale é incentrata sul far “passare a Mastodon” gli utenti. Un esempio é il sito stesso di Mastodon, https://joinmastodon.org che pur spiegando chiaramente all’utente appena arrivato che “l’unica cosa da fare é scegliere un server”, lo mette subito dinnanzi alla necessità di una scelta tra migliaia e migliaia di Istanze caratterizzate solo da pochissime informazioni: nome, logo, numero di utenti ed una riga di descrizione. Cliccando su ognuna delle Istanze dell’elenco si aprirà la relativa pagina. Qui l’utente potrebbe trovare una pagina ricca di informazioni così come una scarna paginetta dalla quale non traspare nulla sull’identità dell’Istanza stessa.
L’utente, dunque, é chiamato a fare una scelta di cui non ha ancora ben chiare le implicazioni e si trova a dover compiere una scelta fondamentale avendo a disposizione ben pochi mezzi.
Non c’é da stupirsi se l’utente, dopo aver scelto un’Istanza che non gli si confà, abbandoni del tutto Mastodon ritenendo che l’esperienza di quell’Istanza corrisponda all’esperienza dell’intero Mastodon! E’cosa nota che gran parte dei nuovi iscritti a Mastodon scelga, nel dubbio, di iscriversi a mastodon.social, l’Istanza gestita dal creatore di Mastodon. Pur non essendo una scelta in sé sbagliata, é indice di una certa diffidenza col concetto di Istanze federate e di incapacità di scelta.
Alla luce di queste osservazioni é’forse necessario far sì che:
Le singole Istanze descrivano meglio sé stesse
Le Istanze promuovano sé stesse in quanto provider Mastodon
LE ISTANZE DESCRIVANO MEGLIO SÉ STESSE
Ciò che differenzia un’Istanza da tutte le altre é ciò che la rende unica, sia che si tratti di aspetti culturali che tecnici. In primo luogo va ricordato che quando si parla di Istanze si parla spesso di piccole realtà portate avanti grazie a lavoro volontario e dunque anche certe informazioni tecniche che sono date per scontate quando si parla di grandi social commerciali, qui scontate non sono. L’hardware é buono o é un vecchio PC recuperato che gira per miracolo in una cantina umida? Ci sono dei backup? In quanti si occupano della manutenzione? Che versione di Mastodon viene usata? Sono state apportate modifiche? Poco esportare i miei dati?
Poi va ricordato che l’utente ha spesso la necessità di conoscere in modo chiaro alcuni dettagli sul tipo di moderazione che troverà: l’Istanza accetta contenuti NSFW? L’Istanza tollera contenuti razzisti o fascisti? E i Bot? Ci sono temi preponderanti sull’Istanza? O lingue maggiormente usate? Posso sapere se l’Istanza ha bloccato o é stata bloccata da altre Istanze? Quali? Posso sapere come funzionano le decisioni interne all’amministrazione dell’Istanza?
Nella maggior parte dei casi sono informazioni che possono essere facilmente codificate/taggate e comunicate anche in forma riassuntiva e stringata.
La presenza di policy e di un regolamento pubblico é un altro tassello fondamentale nel caratterizzare l’Istanza. (NB: non sarebbe male avere per le diverse Istanze delle policy di riferimento; una cosa simile alle licenze CC. Ad esempio, poter sapere che un’Istanza usa la policy n°5 anziché la n°3 (che permette contenuti razzisti) sarebbe un modo efficiente per capire come relazionarcisi)
Altro elemento importante é la preview della TL locale: il fatto che l’utente abbia modo di farsi un’idea dei contenuti che girano su una certa Istanza é un modo assai pratico per farsi un’idea di “come siano le cose da quelle parti”.
Se un’Istanza non sa comunicare la propria unicità é solo una fra le tante: sostituibile e priva d’interesse. Scegliere un’Istanza senza conoscerne le caratteristiche é come scegliere un’automobile conoscendone solo il nome. Al contrario, un’Istanza che abbia e comunichi le proprie peculiarità stimola un rapporto più forte con i propri (futuri) membri: se m’iscrivo ad un’Istanza magari anche piccola ma che porta avanti progetti e idee che m’interessano e con cui condivido principi etici e politici, il legame con i membri di tale Istanza sarà certo molto più sentito che non con i membri di una grossa Istanza generalista.
LE ISTANZE PROMUOVANO SÉ STESSE IN QUANTO PROVIDER MASTODON
Oggi la promozione di Mastodon é una cosa del tipo “Iscriviti all’Email!” a cui segue uno scarno “adesso scegli tra Gmail, Autistici.org, ecc”. Si promuove Mastodon per poi far scegliere all’utente un’Istanza. É forse necessario spostare maggiormente l’attenzione sulle Istanze affinché promuovano sé stesse in base alle proprie caratteristiche specifiche, ossia una comunicazione del tipo “Per le tue comunicazioni social passa a mastodon.bida.im : un’Istanza Mastodon anarchica e autogestita! Bida é un punto d’incontro per…”.
Ovviamente allo stato attuale la diffusione ancora minoritaria di Mastodon fa sì che sia necessario promuovere al tempo stesso l’Istanza e Mastodon stesso, ma al contrario della promozione generica di Mastodon, così facendo l’utente non viene lasciato in balìa di sé stesso a dover poi cercarsi un’Istanza a caso, ma gli viene indicato fin da subito una “piazza” molto specifica su cui appoggiarsi (in articoli precedenti le Istanze son state paragonate a pianeti di un sistema solare o club di una rete di locali). Inoltre, la promozione Istanza per Istanza ha il pregio di trasmettere immediatamente l’idea che le Istanze sono sì realtà indipendenti e diverse le une dalle altre, ma pure tutte uguali nel loro potersi interfacciare le une alle altre. Promuovendo l’Istanza, a latere, si promuove anche la piattaforma.
Un esempio sono le distro Linux: con l’utente inesperto che ne capisce poco di informatica funziona poco il generico “passa a Linux” che lascia l’utente da solo di fronte alla scelta della distribuzione da installare. Al contrario un “Installa Mint Cinnamon: per te é l’ideale” é molto meglio.
E’ la differenza tra colui che vuol andare in vacanza “in Asia” finendo in Mongolia pensando confusamente di trovarci pagode thailandesi, sushi e lottatori di kung-fu, e colui che sceglie di andare specificamente in Corea per una scelta informata.
Pagina d’accesso di mastodon.partecipa.digital
La principale fonte di informazioni su di una Istanza é la sua pagina d’accesso. Se la pagina é ben fatta lì vi si troverà una descrizione dell’Istanza, il suo scopo, le sue policy, una serie di informazioni tecniche, la lista delle istanze bloccate e così via. Spesso la pagina offre la possibilità di scorrere la Timeline locale senza la necessità di essere iscritti. Ma per arrivare alla pagina delle singole Istanze, attualmente ci sono questi strumenti:
Joinmastodon.org É IL sito di Mastodon. Creato dall’autore del software, é il principale punto d’accesso a ciò che é Mastodon. Di ogni Istanza mostra solo nome e logo, una riga di descrizione, il numero di utenti iscritti e lo status delle iscrizioni (aperte o chiuse). Chi si affaccia a Mastodon solitamente viene su questo sito e da qui sceglie su che Istanza iscriversi.
the-federation.info E’ un sito che si prefigge di mostrare uno strumento che scopre tutte le Istanze che formano il Fediverso. Delle singole Istanze offre solo info tecniche come il numero di utenti, il numero di utenti attivi ed il numero di post.
https://instances.socialE’un sito che permette una ricerca molto specifica delle Istanze: é possibile filtrare la ricerca in base alle lingue usate sull’Istanza, il numero di utenti ed una serie di policy sui contenuti. Dopodiché il sito offre diverse informazioni tecniche che permettono una valutazione sull’affidabilità materiale dell’Istanza. Il design é crudo e le informazioni sulle istanze non sono sempre affidabili, ma ciononostante é al momento lo strumento più completo per cercare Istanze di ogni genere: dall’Istanza dei cristiani messianici a quella dei metallari tedeschi.
ALCUNE ISTANZE
Qui di seguito sono elencate alcune Istanze Mastodon. Si tratta di una selezione casuale, fornita giusto per dare un’idea della varietà di scelta disponibile. Non si tratta né di Istanze consigliate né di Istanze particolarmente rappresentative: l’elenco va inteso solo a titolo di esempio.
LEGENDA:
DESCRIZIONI
Le brevi descrizioni inserite tra parentesi vanno spesso intese giusto come una traccia generica: ogni Istanza é una realtà a sé che spesso non é riassumibile in poche parole e due Istanze formalmente simili possono avere in realtà stili ed atmosfere interne assai diverse.
UTENTI
Il numero di utenti é spesso arrotondato e serve giusto a dare un’idea delle dimensioni della comunità dell’Istanza.
POLICY PUBBLICA
Per “Policy pubblica” qui si intendono genericamente regole interne e di moderazione, impostazioni generali di condotta o di etica: può essere esser solo un elenco di norme legali di moderazione, una linea generale riassunta in poche righe, un regolamento dettagliato o un vero e proprio atto d’intenti dell’Istanza. Ciò che conta é che dia un’idea chiara dell’indirizzo (o non-indirizzo) dell’Istanza e dei principi etici a cui si attiene. Una policy poco definita potrebbe causare fraintendimenti e malumori, mentre una policy pubblica molto definita può far sì che un’Istanza generalista si concentri su temi assai specifici, rendendola di fatto un’Istanza tematica (non c’é una divisione netta su cosa sia un’Istanza generica ed un’Istanza tematica: si tratta giusto di una distinzione di massima). In ogni caso, un rapporto aperto e trasparente tra amministratori dell’Istanza ed utenti é sempre preferibile. Il fatto che un’Istanza sia priva di policy pubblica non significa che questa sia priva di regole: significa solo che queste non sono state definite e messe per iscritto e rese pubbliche dagli amministratori. Un’Istanza priva di policy pubblica, tuttavia moderata con criterio, può essere un ambiente migliore di un’Istanza con una bella policy che però non viene osservata dalla sua comunità.
NSFW
Ogni utente ed Istanza ha un approccio personale coi contenuti per adulti. In generale, qui, si considera che un’Istanza che tolleri contenuti per adulti privi di Content Warning sia di fatto un’Istanza NSFW. Allo stesso tempo, un’Istanza i cui contenuti, di fatto, siano solo in minima parte NSFW ed abbiano il CW, oppure trattino temi affini a contenuti NSFW ma perlopiù senza la necessità di ricorrere al CW, non é considerata un’Istanza NSFW.
MASTODON.SOCIAL
mastodon.social é l’Istanza gestita da Eugen Rochko, il programmatore che ha creato Mastodon. Chi si approccia a Mastodon spesso lo fa aprendo un account proprio su mastodon.social e proprio per questo motivo é una delle Istanze più grandi. Per molti utenti che si affacciano a Mastodon, mastodon.social É Mastodon stesso. Lo stesso Rochko cerca di promuovere l’iscrizione ad Istanze diverse, tuttavia vi é qualche difficoltà a far comprendere il concetto (da qui la ragione di questo post)
Il numero di Istanze Mastodon italiane si conta su una mano ed a farla da padrone é Bida, ma la comunità che la anima é attiva ed interessata allo sviluppo e promozione della piattaforma, ossia si muove attivamente nel far sì che altre Istanze possano nascere nei prossimi tempi
BIDA
(Istanza bolognese creata e gestita dal collettivo Bida)
Utenti: 1.6k
Policy pubblica: si https://mastodon.bida.im
PARTECIPA
(IT, Open Source, Linux. L’Istanza é gestita da un admin italiano, ma in realtà ha un’utenza assai cosmopolita)
Utenti: 250
Policy pubblica: no https://mastodon.partecipa.digital/about
Le Istanze generaliste non nascono con l’idea di discutere su argomenti specifici o rivolgersi a comunità specifiche. Tuttavia i membri della comunità che ospita, possono far sì che col tempo una singola Istanza generalista sviluppi di fatto una propria cultura interna. Alcune Istanze sono legate a blog o associazioni specifiche di cui seguono le policy, tuttavia, se queste policy non sono chiaramente segnalate o linkate nella pagina di registrazione all’Istanza, viene indicato che questa non ha una sua policy pubblica. Le Istanze generaliste possono essere molto diverse fra loro. Questo dipende principalmente dalle policy che adottano, dalla comunità che ospita e dalla moderazione. Per intenderci: una certa Istanza generalista può avere norme molto severe atte a minimizzare i conflitti mentre un’altra può limitarsi a bannare solo i contenuti strettamente illegali.
SOCIAL WIUWIU DE
(Istanza tedesca che promette che il server é alimentato da energia pulita)
Utenti: 200
Policy pubblica: no https://social.wiuwiu.de/about
FRAMAPIAF
(É l’Istanza creata e gestita dll’associazione francese Framasoft)
Utenti: 7k
Policy pubblica: no https://framapiaf.org/about
MAMOT
(Istanza dell’associazione francese La Quadrature du Net)
Utenti: 11k
Policy pubblica: no https://mamot.fr/about
SCIFI!
(Il nome farebbe supporre un’Istanza incentrata sulla fantascienza ma in realtà non si direbbe)
Utenti: 1.5k
Policy pubblica: no https://scifi.fyi/about
HOSTUX SOCIAL
(Istanza generalista perlopiù francese)
Utenti: 3k
Policy pubblica: no https://hostux.social
KNZK.ME
(Istanza con utenti che parlano inglese e giapponese. Promette alta affidabilità dal punto di vista tecnico)
Utenti: 2.7k
Policy pubblica: no https://knzk.me/about
TEMATICHE
Un’Istanza tematica si caratterizza dal fatto di nascere con l’intento di essere un punto d’incontro e dialogo gravitanti attorno a dei temi specifici. La policy dell’Istanza contribuisce molto nel determinare la natura di questi temi. A volte un’Istanza nata con intenti specifici diventa di fatto un’Istanza generalista. A volte il “tema” é assai generico mentre a volte é decisamente molto specifico. Certi temi lasciano presagire il tipo di policy che l’Istanza adotta, tuttavia, se la policy non é stata pubblicata esplicitamente, é indicata come assente.
MASTODON ART
(all kind of art)
Utenti: 7k
Policy pubblica: si https://mastodon.art
MASTODON SCHOLAR
(Studi, ricerca scolastica ed accademica)
Utenti: 2.5k
Policy pubblica: si https://scholar.social/about
RUBY SOCIAL
(Ruby – Istanza “gemellata” con Toot café di cui utilizza l’elenco Istanze bloccate e sospese)
Utenti: 900
Policy pubblica: si https://ruby.social/about
TOOT CAT
(Gatti – Non ha una vera Policy pubblica ma comunica i propri log tecnici e l’elenco delle Istanze bloccate)
Utenti: 1.2k
Policy pubblica: no https://toot.cat/about
Le Istanze elencate qui si caratterizzano per avere una grossa fetta dei propri contenuti di tipo NSFW. Alcune delle Istanze elencate qui sono esplicitamente incentrate su questi contenuti NSFW mentre altre lo sono di fatto.
A breve distanza dalla prima panoramica su Mastodon é già possibile aggiungere alcune nuove osservazioni.
In primo luogo va notato che diverse persone, già ben avvezze all’uso dei maggiori social network commerciali (Facebook, Twitter, Instagram…) siano inizialmente spaesate dal concetto di “decentralizzazione” e di “network federato”.
Questo perché l’idea diffusa e radicata di social network é quella di un luogo unitario, indifferenziato, monolitico, con regole e meccanismi rigidamente uguali per tutti. In sostanza il fatto stesso di poter concepire un universo di Istanze separate e indipendenti é per molti un cambio di paradigma di non immediata comprensione.
[l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]
Nell’articolo precedente in cui si era descritto il social network Mastodon, il concetto di Istanze federate era stato paragonato ad una rete di club/circoli privati associati fra loro.
Alcuni aspetti esposti nell’articolo é forse necessario chiarirli ulteriormente a chi si avvicina al concetto di network federato:
Non ci si iscrive “a Mastodon”, ma ci si iscrive ad una Istanza Mastodon!Qui torna comodo il paragone con i club/circoli: l’iscrizione ad un circolo permette di entrare in contatto con tutti gli altri che fanno parte della stessa rete: non ci si iscrive alla piattaforma, ma ci si iscrive ad uno dei club della piattaforma e che assieme agli altri club ne forma la rete. La piattaforma é software, é un qualcosa che esiste solo virtualmente mentre un’Istanza che usa tale piattaforma é il suo aspetto reale, materiale. É un server che si trova fisicamente da qualche parte, gestito da persone in carne ed ossa che lo gestiscono ed amministrano. Dunque ci si registra ad una Istanza e poi, da questa, si entra in contatto con le altre.
Le diverse istanze hanno la possibilità tecnica di entrare in contatto fra loro ma non é detto che lo facciano.Metti caso ci sia un’istanza composta da 500 utenti italiani appassionati di letteratura chiamata mastodon.letteratura: questi utenti si conoscono fra loro proprio perché sono membri della stessa istanza ed ognuno riceve i post pubblici degli altri altri membri. Ecco, ognuno di loro avrà probabilmente anche altri contatti tra utenti registrati su Istanze diverse (abbiamo tutti degli amici che esulano dal nostro “solito giro”, no?). Se ognuno dei 500 utenti di mastodon.letteratura seguisse ad esempio 10 membri di altre Istanze, l’Istanza mastodon.letteratura avrebbe sì una rete locale di 500 utenti, ma anche una rete federata di ben 5000 utenti! Bene. mettiamo che tra questi 5000 non ci sia nemmeno un solo membro dell’Istanza giapponese incentrata sulla fisica nucleare japan.nuclear.physics: quest’altra istanza potrebbe avere magari 800 membri ed avere una rete federata di ben 8000, ma se tra la rete “italiana” e quella “giapponese” non vi fosse nemmeno un amico in comune, queste potrebbero teoricamente non venire mai a contatto l’una con l’altra. In realtà, per la legge dei grandi numeri, é abbastanza raro che Istanze di una certa dimensione non entrino mai in contatto fra loro, ma l’esempio serve a far capire i meccanismi su cui si regge un network federato (che anzi, proprio basandosi sulla legge dei grandi numeri e sui principi dei gradi di separazione, conferma il presupposto che più la rete é grande e meno saranno isolati utenti ed Istanze).
Ogni singola Istanza può decidere volontariamente di non entrare in contatto con un’altra, in base a proprie scelte, regole e policy interne.Questo punto é evidentemente poco capito dai diversi commentatori che non riescono ad uscire dall’idea del “social monolitico”. Se su Mastodon vi fosse un’alta concentrazione di suprematisti bianchi orfani di Gab, o blogger porno orfani di Tumblr, ciò non significa che l’intero social network chiamato Mastodon diventerebbe un “social network per suprematisti bianchi e porno”, ma solo alcune Istanze che probabilmente non entreranno mai in contatto con Istanze antifasciste o ultrareligiose. Le difficoltà di far comprendere tale concetto rendono di conseguenza difficile far capire anche le potenzialità di una struttura di questo tipo. In un network federato, una volta data la possibilità tecnica di interagire tra Istanze e utenti, ognuno di questi può poi regolarsi in maniera del tutto indipendente sul come utilizzarla. Possiamo supporre ad esempio: ISTANZA ECOLOGISTA, creata, mantenuta e supportata economicamente da un gruppo di appassionati che vuol avere un luogo per discutere di natura ed ecologia, stabilisce che sull’Istanza non si postano link esterni né immagini pornografiche;ISTANZA COMMERCIALE, creata da una piccola azienda che ha un buon server ed una capacità di banda pazzesca ed a cui ci si iscrive a pagamento e le cui regole le ha stabilite già in precedenza l’azienda; ISTANZA SOCIALE, creata da un centro sociale i cui utenti sono perlopiù i frequentatori del centro stesso e che si conoscono anche di persona; ISTANZA VIDEOGIOCHI, nata come Istanza interna dei dipendenti di un’azienda tecnologica ma di fatto aperta a chiunque si interessi di videogiochi. In questo scenario a quattro Istanze già é possibile descrivere alcune interazioni interessanti: l’Istanza ecologista potrebbe consultare i propri utenti e decidere di bannare l’istanza commerciale perché al suo interno é ampiamente diffusa una cultura contraria all’ecologismo, mentre l’Istanza sociale potrebbe invece mantenere i contatti con l’Istanza commerciale ma scegliere di silenziarla preventivamente sulla propria timeline, lasciando ai suoi singoli membri la scelta personale di entrare in contatto con i suoi utenti o meno. Sempre l’Istanza sociale potrebbe però bannare l’istanza videogiochi perché forte serbatoio di mentalità reazionaria. In sostanza, i contatti “insostenibili/inaccettabili” vengono spontaneamente limitati dalle singole Istanze in base alle proprie policy. Qui il quadro d’insieme inizia a diventare molto complesso, ma basta osservarlo da una sola Istanza, la propria, per capirne i vantaggi: le Istanze che ospitano troll, disturbatori e gente con cui proprio non si riesce a discutere le abbiamo bannate, mentre quelle con cui non c’é molta affinità ma neanche motivi di astio, le abbiamo silenziate, in modo che se uno di noi le vuol segue non c’é problema ma sarò una sua scelta personale
Ogni utente può decidere di silenziare altri utenti ma pure intere Istanze.Se hai particolare interesse ad evitare i contenuti diffusi dagli utenti di una certa Istanza che però non viene bannata dall’Istanza che ti ospita (metti caso che la tua Istanza non chiuda le porte ad un’Istanza chiamata meme.videogamez.lulz la cui comunità tollera comportamenti molto sopra le righe ed in aria di trolling pesante che però alcuni trovano divertente), tu sei comunque libero di silenziarla per te soltanto. Sostanzialmente, in presenza di gruppi di utenti a te non graditi provenienti da una stessa Istanza/comunità, é possibile bloccarne in un colpo solo diverse decine o centinaia bloccando (per te) l’intera Istanza. Se la tua Istanza non avesse un accordo unanime su come comportarsi nei confronti di un’altra Istanza, si potrebbe facilmente lasciare la scelta agli iscritti dato che hanno comunque questo potente strumento. Un’Istanza potrebbe anche scegliere di moderare solo i propri utenti o non moderare affatto alcunché, lasciando ogni utente completamente libero di silenziare o bannare chi gli pare e piace senza mai interferire o imporre una propria etica.
Il Fediverso
Logo del Fediverso
Messi meglio a fuoco questi aspetti, possiamo ora affrontare il passo successivo. Come già anticipato nel post precedente, Mastodon é parte di un qualcosa di più ampio chiamato Fediverso (Federazione + Universo).
In sostanza, Mastodon é una rete federata che usa alcuni strumenti di comunicazione (si tratta di diversi protocolli ma i principali sono chiamati ActivityPub, Ostatus e Diaspora, ognuno dei quali ha i propri vantaggi, svantaggi, sostenitori e detrattori) utilizzati anche da altre realtà federate (social network, piattaforme di blogging ecc) che le mette in contatto l’una con l’altra a formare un’unico grande universo di reti federate.
Per dare un’idea, é come se Mastodon fosse un sistema planetario che ruota attorno ad una certa stella (la stella é Mastodon ed i pianeti sono le singole Istanze), ma questo sistema planetario fa parte di un universo in cui esistono numerosi sistemi planetari tutti diversi ma in comunicazione gli uni con gli altri.
Tutti i pianeti di un dato sistema planetario (le Istanze, i “club”) ruotano attorno ad un sole comune (la piattaforma software). L’utente può scegliersi il pianeta che preferisce ma non può certo stare sul sole (“non ci si iscrive alla piattaforma, ma ci si iscrive ad uno dei club della piattaforma che assieme agli altri club ne forma la rete”).
All’interno di questo universo, Mastodon é semplicemente il “sistema planetario” più grosso (é quello di maggior successo e col maggior numero di utenti) ma non é detto che sarà sempre così: altri “sistemi planetari” si stanno irrobustendo ed ingrandendo.
[NB: ogni singola piattaforma qui discussa usa nomi propri per definire i Server indipendenti su cui é ospitata. Mastodon li chiama Istanze, Hubzilla li chiama Hub e Diaspora li chiama Pod. Tuttavia, per semplicità e linearità con l’articolo precedente, nell’articolo si userà solo il termine “Istanza” per tutti].
La struttura dell’intero Fediverso
Su Kum.io é possibile trovare una rappresentazione interattiva del Fediverso così come appare al momento. Ogni “ciuffo” rappresenta una rete diversa (o “sistema planetario”). Sono le diverse piattaforme che compongono la federazione. Mastodon é solo una di questi, quella più grossa, in basso.
Le interazioni di Mastodon con le altre reti
Selezionando Mastodon é possibile vedere con quali altri network/sistemi del Fediverso é in grado di interagire. Come si può osservare, interagisce con gran parte degli altri network ma non proprio con tutti.
Le interazioni di GNU Social con le altre reti
Selezionando invece un’altro social network, GNU Social, si osserverà che questo ha interazioni diverse: condivide il grosso delle interazioni di Mastodon ma ne ha alcune in più ed altre in meno.
Questo dipende principalmente dal tipo di strumenti di comunicazione (protocolli) che ogni singola rete utilizza. Una rete può utilizzare anche più di un protocollo per avere il massimo numero di interazioni, ma ovviamente ciò li rende più complessi da gestire. Questa ad esempio é la strada scelta da Friendica e GNU Social.
A causa dei diversi protocolli utilizzati, dunque, alcuni network non possono interagire proprio con tutti gli altri. Il caso più importante é Diaspora, che utilizza un proprio protocollo (chiamato a sua volta Diaspora), che può interagire solo con Friendica e Gnu Social ma non con le reti basate su ActivityPub come Mastodon.
Le cose all’interno del Fediverso sono però in costante evoluzione e la fotografia appena mostrata potrebbe dover essere aggiornata già a breve. Al momento la maggior parte dei network sembrerebbe si stia indirizzando verso l’adozione di ActivityPub come strumento unico. Non sarebbe affatto male avere un protocollo di comunicazione unico che permettesse davvero ogni tipo di connessione!
Torniamo però un attimo all’immagine dei sistemi planetari. Kum.io mostra le connessionitecnicamentepossibili tra ogni diverso “sistema planetario” e per farlo collega genericamente i diversi soli. Ma come abbiamo ben visto le connessioni reali avvengono tra i pianeti e non tra i soli! Una mappa stellare che mostrasse le connessioni reali dovrebbe mostrare per ogni singolo pianeta (ossia ogni singolo “baffo” dei ciuffi di Kum.io), decine o centinaia di linee di connessione con altrettanti pianeti/baffi, sia tra le Istanze della propria piattaforma che tra Istanze di piattaforme diverse! La quantità e complessità delle connessioni, come ben immaginabile, formerebbe un groviglio da mal di testa e graficamente illeggibile. Solo immaginarlo rende l’idea della quantità e complessità delle connessioni possibili.
E non finisce qui: ogni singolo pianeta può stabilire o interrompere i contatti con gli altri pianeti del proprio sistema solare (ossia, l’Istanza Mastodon A può decidere di non aver contatti con l’Istanza Mastodon B), ed allo stesso modo può stabilire o interrompere i contatti con i pianeti di sistemi solari differenti (l’Istanza Mastodon A può entrare in contatto o interrompere i contatti con l’Istanza Pleroma B)! Per fare un’esempio drastico si può ipotizzare di avere dei cugini stronzi, ma stronzi davvero, che abbiamo cacciato dal nostro pianeta (mastodon.terra) e allora se ne sono costruito uno proprio (mastodon.saturno) stando comunque nelle nostre vicinanze perché boh, si trovano bene col nostro sole “Mastodon”. Fin da subito decidiamo di ignorarci a vicenda. Questi cugini però sono davvero tanto stronzi, tanto che anche i nostri parenti ed amici vicini dei pianeti vicini (mastodon.giove, mastodon.venere ecc.) ignorano i cugini stronzi di mastodon.saturno. Nessun pianeta del sistema Mastodon se li caga. I cugini però non sono del tutto privi di rapporti ed anzi, hanno tanti contatti con pianeti di sistemi solari diversi. Ad esempio sono in contatto con alcuni pianeti del sistema Peertube peertube.10287, peertube.gattini, peertube.cartoni, ma anche con pleroma.pizza del sistema Pleroma e friendica.giardinaggio del sistema Friendica. Di fatto ai cugini stronzi sta bene vivere sul loro pianetino nel sistema Mastodon ma preferiscono avere contatti con pianeti di sistemi diversi.
Dei loro pianeti amici, a noi di mastodon.terra, non ce ne può fregar di meno: sono stronzi tanto quanto i nostri cugini ed abbiamo bloccato pure loro. Tranne uno. Su pleroma.pizza ci sono degli utenti nostri amici che sono contemporaneamente anche amici di alcuni dei cugini stronzi di mastodon.saturno. Ma non é un problema: eccheccavolo! Abbiamo collegamenti interstellari e ci dovremmo preoccupare di una cosa così? Nientaffatto! Il blocco che abbiamo attivato su mastodon.saturno é tipo una barriera energetica che funziona in tuuuutto l’universo! Se fossimo coinvolti in una conversazione in cui partecipano sia un amico di pleroma.pizza che un cugino stronzo di mastodon.saturno, semplicemente, il cugino stronzo non sentirebbe quel che esce dalla nostra bocca e noi non sentiremmo quel che esce dalla sua. Ognuno dei due saprà che l’altro é lì, ma nessuno dei due potrà mai vedere l’altro né sentirlo. Certo, potremmo dedurre qualcosa da ciò che dirà il nostro amico comune di pleroma.pizza ma vabbé, più di così che cosa si può pretendere?
Quest’immagine, può fornire un’idea del modo in cui le Istanze (pianeti) si connettono tra loro. Se poi si considera che le Istanze del Fediverso conosciute sono migliaia, la complessità del quadro é ben immaginabile. Un aspetto interessante é proprio il fatto che le connessioni tra Istanza e Istanza non dipendono dalla piattaforma usata. Osserviamo nell’immagine l’Istanza mastodon.mercurio: é un’istanza piuttosto isolata rispetto alla rete di Istanze Mastodon, i cui unici contatti sono mastodon.nettuno, peertube.gattini e pleroma.pizza. Nulla vieta che mastodon.mercurio venga a conoscenza di tutte le altre Istanze Mastodon non attraverso scambi di messaggi con mastodon.nettuno, ma attraverso i commenti ai video di peertube.gattini. Anzi, é addirittura più probabile perché mastodon.nettuno é in contatto solamente con altre tre Istanze Mastodon ma peertube.gattini é in contatto con tutte le Istanze Mastodon. Cercar dì immaginare le vie attraverso cui possano venire in contatto le diverse Istanze di quest’immagine che “non si conoscono” permette di farsi un’ulteriore idea del livello di complessità che si può raggiungere. In un sistema abbastanza grande, dotato di un vasto numero di utenti ed Istanze, isolarne una parte non comprometterà in alcun modo la ricchezza di connessioni possibili. Una volta create tutte le connessioni possibili é anche possibile fare un’esperimento diverso, ossia immaginare connessioni che s’interrompono fino a formare due o più reti perfettamente separate, contenenti ognuna delle Istanze Mastodon, Pleroma e Peertube.
E per aggiungere complessità alla complessità, possiamo fare un’esperimento ulteriore, ragionando non più a livello di Istanze ma a livello di singoli utenti delle Istanze (ipotizzare 5 utenti per Istanza potrebbe bastare a rendere le diverse casistiche). Alcuni casi ipotizzabili: 1) siamo su un’Istanza Mastodon e l’utente Anna ha appena scoperto attraverso il commento ad un video su Peertube l’esistenza di una nuova Istanza Pleroma, quindi adesso lei ne conosce l’esistenza ma, scegliendo di non seguire tale Istanza, di fatto non rende nota la scoperta agli altri membri della sua Istanza; 2) sulla stessa Istanza Mastodon l’utente Luca blocca l’unica Istanza Pleroma conosciuta. Così facendo, se quest’Istanza Pleroma facesse conoscere altre Istanze Pleroma con cui é in contatto, Luca dovrebbe aspettare che un’altro membro della sua Istanza gliele facesse conoscere perché si é precluso la possibilità di essere tra i primi dell’Istanza a venirne a conoscenza. 3) In realtà, il primo utente dell’Istanza ad entrare in contatto con le altre Istanze Pleroma é Mario. Ma non le viene a conoscere dall’Istanza Pleroma con cui sono già in contatto (quella che Luca ha bloccato), ma attraverso il suo unico contatto su GNU Social.
Sembra complesso ma in realtà non é altro che una replica di meccanismi umani cui siamo tanto abituati da darli per scontati: potremmo tradurre i diversi esempi appena esposti: 1) La nostra amica Anna, habitué del nostro bar, va in piazza ed incontra una persona che gli dice di essere habitué di un nuovo bar di una città poco distante. Anna però non si scambia il numero di telefono col tizio e quindi non saprà dare informazioni agli amici del suo bar riguardo al nuovo bar dell’altra città. 2) Nel solito bar, Luca di Milano evita Lara di Ferrara. Quando Lara porta nel bar le altre sue amiche ferraresi Mara e Sara, non le presenta a Luca. Solo più avanti, gli amici del bar che hanno stretto amicizia con Mara e Sara, potranno poi presentarle a Luca indipendentemente da Lara. 3) In realtà Mario aveva già conosciuto Mara e Sara, ma non grazie a Lara, bensì attraverso Filippo, il suo unico amico di Rovigo.
Per avere un’idea dell’ampiezza del Fediverso, si può dare un’occhiata a diversi siti che cercano di fornirne una fotografia completa. Oltre al già citato Kum.io, che cerca di rappresentarlo con una elegante veste grafica che ne evidenzia le interazioni, c’é anche Fediverse.network che tenta di elencare ogni singola Istanza esistente indicando per ognuna di esse i protocolli usati e lo stato del servizio, o Fediverse.party, che é un vero e proprio portale da cui partire per scegliere quale piattaforma usare e registrarcisi. Anche Switching.social, una pagina che illustra tutte le alternative libere ai social e sistemi di comunicazione proprietari, indica alcune reti federate tra le alternative a Twitter e Facebook.
(Per completezza: inizialmente si tendeva a dividere tutta questa megarete in tre “universi” sovrapposti: chiamati “Federazione” quello per le reti basate sul protocollo di Diaspora, “Fediverso” per quelle che usavano Ostatus e “ActivityPub” quelle che usavano… ActivityPub. Oggi invece sono considerati tutti parte del Fediverso anche se a volte lo si chiama pure Federazione)
Tanti Network…
Vediamo dunque le principali piattaforme/network e cos’hanno di diverso tra loro. Giusto un paio di premesse: alcuni di queste piattaforme sono pienamente attive mentre altre sono in via di sviluppo più o meno avanzato. Per questo motivo in alcuni casi l’interazione tra le diverse reti non é ancora pienamente funzionante. Inoltre, data la natura open e indipendente dei diversi network, é possibile che singole Istanze apportino modifiche e personalizzazioni “non standard” (un esempio é la lunghezza caratteri su Mastodon: lo standard é di 500 caratteri ma un’Istanza può decidere di impostare il limite che vuole; un’altro é l’uso di stelline e retweet, che un’Istanza può permettere e l’altra vietare). In questo paragrafo, di base, non si son tenute in conto queste personalizzazioni ed incompatibilità.
Mastodon (simile a: Twitter)
Mastodon é una piattaforma di microblogging molto simile a Twitter perché é basato su post molto brevi. E’il più famoso network del Fediverso. E’accessibile da smartphone attraverso un certo numero di App sia per Android che iOS. Uno dei punti di forza é il design ben concepito ed il fatto di avere già un “parco utenti” abbastanza corposo (quasi 2 milioni di utenti nel mondo, di cui alcune migliaia in Italia). Da desktop si mostra come una serie di colonne personalizzabili, ognuna delle quali mostra le diverse Timeline, sulla falsariga di Tweetdeck. Al momento Mastodon é l’unica piattaforma social federata accessibile con applicazioni Android ed iOS.
Pleroma (simile a: Twitter e DeviantArt)
Pleroma é la rete “sorella” di Mastodon: fondamentalmente sono la stessa cosa in due versioni un po diverse. Pleroma offre qualche funzione in più riguardo alla gestione delle immagini e permette di base post più lunghi. A differenza di Mastodon, su desktop Pleroma mostra un’unica colonna con la Timeline selezionata, rendendolo molto più simile a Twitter. Attualmente molte Istanze Pleroma hanno un gran numero di utenti che s’interessano di illustrazione e manga, pertanto come ambiente può ricordare vagamente DeviantArt. Le App di Mastodon per smartphone possono essere usate per accedere anche a Pleroma.
Misskey (simile a: un mix tra Twitter e DeviantArt)
Misskey é una sorta di Twitter che vuol ruotare principalmente attorno alle immagini. Offre un livello di personalizzazione maggiore di Mastodon e Pleroma ed una maggior attenzione alle gallerie immagini. E’una piattaforma che ha ottenuto buon successo in Giappone e tra gli appassionati di manga (e si vede!)
Friendica (simile a: Facebook)
Friendicaé un network estremamente interessante. Riprende grossomodo la struttura grafica di Facebook (con amici, notifiche ecc) ma in più permette l’interazione con diversi network commerciali che non fanno parte del Fediverso. E’dunque possibile connettere il proprio account Friendica a Facebook, Twitter, Tumblr, WordPress oltre che generare feed RSS ecc. Insomma, Friendica si propone come una sorta di hub di contenuti da diffondere su tutte le reti disponibili, siano esse federate o no. In sostanza Friendica é l’asso-piglia-tutto del Fediverso: un’Istanza Friendica al massimo delle sue funzioni si connette con tutti e dialoga con tutti.
Osada (simile a: un mix tra Twitter e Facebook)
Osada é un’altro network che per impostazione può ricordare una via di mezzo tra Twitter e Facebook. Tra le piattaforme che ricordano Facebook questa é quella dal design più pulito.
GNUsocial (simile a: un mix tra Twitter e Facebook)
GNUsocial é un po’ il “nonno” di tutte le reti sociali qui elencate; in particolare di Friendica ed Osada (di cui é il predecessore).
Aardwolf (simile a: Twitter, forse…)
Aardwolf non é ancora pronto, ma si prospetta come una sorta di alternativa a Mastodon. Stiamo a vedere.
PeerTube (simile a: Youtube)
PeerTube é la rete federata di hosting video molto, ma molto simile a YouTube, Vimeo e altri servizi simili. Con un catalogo in via di costruzione, Peertube appare già un progetto molto solido.
Pixelfed (simile a: Instagram)
Pixelfedé sostanzialmente l’Instagram della Federazione. E’in fase di sviluppo ma pare essere a buon punto. Gli mancano solo delle App per smartphone per poter essere adottato come alternativa. Pixelfed ha il potenziale per diventare un membro molto, ma molto importante della Federazione!
NextCloud (simile a: iCloud, Dropbox, GDrive)
Nextcloud é un servizio di file hosting (nato dal precedente ownCloud) molto simile a Dropbox. Ognuno può far girare NextCloud su un proprio server che offre inoltre servizi di condivisione contatti (CardDAV), calendari (CalDAV), media streaming, bookmarking, backup ed altro. Gira pure su Windows e OSX ed é accessibile da smartphone attraverso App ufficiali. E’parte del Fediverso poiché utilizza ActivityPub per comunicare diverse informazioni ai propri utenti come cambiamenti ai file, attività calendario ecc.
Diaspora (simile a: Facebook e un pò anche Tumblr)
Diaspora é un po il “cugino” del Fediverso. Funziona attraverso un protocollo di comunicazione tutto suo e dialoga con il resto del Fediverso principalmente attraverso GNU social ed all’asso-piglia-tutto Friendica, anche se sembra stia circolando l’idea di far usare a Diaspora (l’applicazione) sia il proprio protocollo che ActivityPub. Si tratta di un gran bel progetto con una solida base di utenti affezionati. Al primo impatto può ricordare una versione estremamente minimalista di Facebook, ma l’attenzione alle immagini ed un interessante sistema di organizzazione dei post per tag permette di paragonarlo in qualche modo anche a Tumblr.
Funkwhale (simile a: SoundCloud e Grooveshark)
Funkwhale assomiglia a SounCloud, Grooveshark o altri servizi simili. Come uno YouTube per l’audio, permette di condividere tracce audio ma su rete federata. Con qualche implementazione potrebbe diventare anche un ottimo servizio di hosting per Podcast audio
Plume, Write Freely e Write.as (piattaforme di blogging)
PlumeWrite freely e Write.as sono piattaforme di blogging molto minimali che fanno parte della Federazione. Non hanno la ricchezza di funzioni, temi e personalizzazioni di WordPress o Blogger ma fanno il proprio dovere in modo leggero.
Hubzilla (simile a: ….TUTTO!!)
Hubzilla é un progetto ricchissimo e complesso che permette di gestire sia social network che data storage, calendari condivisi, web hosting, il tutto in maniera decentrata. Hubzilla insomma si propone di fare in una volta sola quello che fanno diversi dei servizi qui elencati. Come avere un’unica Istanza che ti faccia da Friendica, Peertube e NextCloud. Non male! E’da tenere sott’occhio!
GetTogether (simile a: MeetUp)
GetTogether é una piattaforma utile a pianificare eventi. Simile a MeetUp, serve a far fare rete a persone diverse unite da un’interesse comune e portare tale interesse nel mondo reale. Attualmente GetTogether non é ancora parte del Fediverso, ma sta implementando ActivityPub e quindi a breve sarà dei nostri.
Mobilizon (simile a: MeetUp)
Mobilizon é una nuova piattaforma in via di sviluppo che si propone come alternativa libera a MeetUp ed altri software utili ad organizzare meeting ed incontri di vario genere. Il progetto nasce fin da subito con l’intento di usare ActivityPub e far parte del Fediverso, in linea con i valori di Framasoft, associazione francese nata con lo scopo di diffondere l’uso di software libero e di reti decentrate. Qui la presentazione di Mobilzon in italiano.
Prismo é un’applicazione ancora in fase di sviluppo che si propone di diventare una sorta di versione decentralizzata di Reddit, ossia una rete sociale incentrata sulla condivisione di link ma che potenzialmente potrebbe evolvere in forme simili a Pocket o Evernote. Le funzioni base sono già funzionanti.
Socialhome
Socialhome é un social network che utilizza una visualizzazione a “blocchi”, inserendo i singoli post come in un collage di fotografie di Pinterest. Al momento comunica sono attraverso il protocollo di Diaspora ma dovrebbe implementare a breve ActivityPub
E non solo!
Ci sono ancora altre app e reti sociali che adottano o stanno per adottare ActivityPub, rendendo ancor più strutturato il Fediverso. Alcune sono molto simili a quelle già elencate, mentre altre sono ancora in fase di sviluppo e non sono ancora pronte per essere consigliate come alternativa ai sistemi commerciali più noti. Ci sono pure piattaforme già pronte e funzionanti che potrebbero entrare nel Fediverso implementando ActivityPub: NextCloud ne é un esempio (era già una realtà solida quando ha deciso di entrare nel Fediverso); il plugin di WordPress é a sua volta uno strumento che permette di federare una piattaforma già esistente; GetTogether é un’altra realtà che si sta federando. Piattaforme già consolidate (penso a Gitter, ma é giusto un’esempio tra i tanti) potrebbero trarre vantaggio dal federarsi diventando parte di una grande famiglia allargata). Insomma: c’é movimento dentro ed attorno al Fediverso!
…un solo Grande Network!
Fin qui abbiamo visto tante versioni alternative di strumenti noti che, presi singolarmente possono anche essere interessanti, ma che danno il meglio quando collaborano. Qui viene il bello: il fatto che condividano gli stessi protocolli di comunicazione elimina l’effetto “gabbia dorata” del singolo network!
Ora che sono state descritte le singole piattaforme é possibile fare qualche esempio veramente concreto:
Sono su Mastodon e mi appare il post di una persona che seguo. Nulla di strano, se non fosse che quella persona non é un utente di Mastodon, ma un utente di Peertube! Difatti si tratta di un video di un panorama. Sempre da Mastodon io commento scrivendo “bello” e questa persona vedrà comparire il mio commento sotto il suo video, su Peertube.
Sono su Osada e posto una riflessione aperta un po lunga. Questa riflessione viene letta da una mia amica su Friendica che la boosta ai suoi followers, alcuni dei quali sono su Friendica, ma altri sono su altre piattaforme, ad esempio uno che sta su Pleroma che mi risponde e con cui inizio a dialogare.
Pubblico una foto su Pixelfed e viene vista e commentata da un mio follower su Mastodon.
In sostanza ognuno può mantenere i contatti con i propri amici/followers dal proprio network preferito anche se questi ne frequentano di diversi.
Facendo un paragone con i social commerciali, é come poter ricevere su Facebook i tweet di un amico che sta su Twitter, le immagini postate da un’altra persona su Instagram, i video di un canale YouTube, le tracce audio su SoundCloud ed i nuovi post da diversi blog e siti personali e commentare e interagire con ognuno di essi perché tutti questi network collaborano assieme formando un’unico grande network!
Ognuna di queste reti potrà scegliere il modo in cui vuole gestire queste interazioni (ad esempio, se volessi una vita social monodirezionale potrei scegliere un’Istanza Pixelfed in cui gli altri utenti possono contattarmi solo commentando le foto che io pubblico, oppure potrei scegliere un’Istanza Peertube e pubblicare video che non possono essere commentati ma che potranno girare in tutto il Fediverso, o scegliere un’Istanza Mastodon che obbliga i miei interlocutori a comunicare con me in maniera concisa.
Certi dettagli vanno ancora definiti (per esempio: potrei inviare un messaggio diretto da Mastodon ad una piattaforma che non permette ai suoi utenti di ricevere messaggi diretti, senza esser mai avvertito del fatto che il destinatario manco avrà modo di sapere che gli ho inviato qualcosa). Si tratta di situazioni ben comprensibili all’interno di un ecosistema che deve adattarsi a realtà tanto diverse ma nella maggior parte dei casi si tratta di dettagli di facile gestione. Quel che importa é che le possibilità di interazione sono potenzialmente infinite!
Connettività totale, esposizione dosata
Tutta questa connettività condivisa va osservata tenendo a mente che nonostante i vari network sian stati qui trattati per semplicità come dei network centralizzati, sono in realtà reti di Istanze indipendenti che interagiscono direttamente con le Istanze degli altri network: la mia Istanza Mastodon filtrerà le Istanze Peertube che postano video razzisti ma si connetterà con tutte le Istanze Peertube che ne rispettano la policy; se seguo un certo mio amico su Pixelfed io vedrò solo i suoi post, senza che nessuno mi obblighi a vedere tutte le foto di tramonti e gattini dei suoi amici su quel social!
La combinazione di Istanze autonome, massima interoperabilità tra le stesse e libertà di scelta permette una serie di combinazioni estremamente interessanti che i social commerciali non si possono nemmeno sognare: l’utente é qui membro di un’unica grossa rete in cui può scegliere:
Lo strumento di accesso preferito (Mastodon, Pleroma, Friendica)
La comunità in cui più si sente a suo agio (l’Istanza)
La chiusura a comunità indesiderate e l’apertura a comunità che gli interessano
Tutto questo senza però rinunciare ad interconnettersi con utenti che hanno scelto strumenti e comunità diverse. Ad esempio posso scegliere una certa Istanza Pleroma perché mi piace il design, la comunità che ospita, le policy e la sicurezza generale ma da qui, seguire ed interagire principalmente con utenti di una certa Istanza Pixelfed portandone contenuti ed estetica nella mia Istanza.
A questo si aggiunge il fatto che le singole Istanze possono essere letteralmente installate ed amministrate da ogni singolo utente su proprie macchine, permettendo un controllo totale dei contenuti. Minuscole istanze casalinghe e solide Istanze di lavoro, Istanze scolastiche ed Istanze collettive, Istanze con migliaia di utenti ed Istanze da un solo utente, Istanze di quartiere e di condominio, tutte unite a formare una rete complessa e personalizzabile, che permette virtualmente di collegare chiunque ma al tempo stesso di evitare il sovraccarico d’informazioni. E’una sorta di ritorno alle origini di Internet, ma un ritorno maturo, da web 2.0, che si porta dietro l’esperienza dell’esser passati attraverso la centralizzazione della comunicazione nelle mani di pochi grossi attori internazionali che ha rafforzato con ancor più convinzione la certezza che la struttura decentrata é quella umanamente più sana e proficua.
Social network = gioie e dolori. Oramai é evidente a chiunque che i social network sono diventati degli strumenti sempre più odiosi. Devi starci perché sennò ti tagli fuori dal mondo, si; e devi starci anche perché oramai tutte le comunicazioni passano da lì; però si tratta oramai di una vetrina mediatica in cui devi agire con grandissima cautela. Fare un post sbagliato o toccare certi argomenti sensibili può portarti a passare ore ed ore a battagliare con persone che magari nemmeno conosci. Per non parlare delle ripercussioni che il tuo profilo social può causare sul tuo lavoro, del tracciamento dati da parte di Facebook ecc.
[ l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale ]
1.Un’idea semplificata del mondo
Che lo si voglia o meno i social network sono oramai parte della tua vita. Anche se li frequenti pochissimo o se non hai nemmeno un account, sei perfettamente cosciente del fatto che sui social si forma una fetta importantissima del pensiero dominante.
Questo però comporta diversi problemi.
Uno di questi é che i social network (da qui in poi SN) sono strutturati in modo tale da premiare i contenuti più spettacolari e rumorosi. E’esperienza comune il fatto che i SN non sono l’ambiente migliore in cui fare ragionamenti pacati e costruttivi: basta l’intervento di un paio di disturbatori (coloro che fanno rumore) per mandare in vacca ogni discorso serio.
Qui il problema consiste nel fatto che tutti i commenti ricevono egual peso: non importa che tu sia una persona esperta in una determinata cosa ed abbia scritto un post preciso e corretto se a commentarlo negativamente arriva qualcuno che dell’argomento non sa niente ma quel che scrive fa più colpo ed ottiene più likes.
La struttura dei SN insegna ai propri utenti ad esprimersi con un linguaggio più simile a quello pubblicitario che ad instaurare un normale dialogo umano. Per funzionare i Post devono essere brevi e contenere pochi concetti netti ma d’impatto.
SEGUIAMO IL FILO:
(1) L’opinione pubblica si forma sui SN. (2) I SN son strutturati in modo da premiare contenuti semplificati (3). Il mondo in cui viviamo é assai complesso. (4) I SN formano un’opinione pubblica con un’idea semplificata del mondo.
2. Luoghi del non-dialogo?
Blastatore
Persone diverse possono usare i SN in modi molto diversi, ma devono per forza muoversi all’interno delle regole del SN e della sua struttura.
Questo significa che nel dialogare su un certo argomento, la struttura dei SN darà al commento dell’utente ignorante ed al commento dell’utente litigioso lo stesso peso del commento dell’esperto calmo.
Questa cosa rende nei fatti impossibile portare avanti qualunque tipo di dialogo importante: bastano uno o due commenti infuocati per trasformare ogni tuo discorso in litigio e farti passare la voglia di intervenire perché non hai né tempo né voglia di impelagarti in battaglie fatte a colpi di battute, frecciate ed insulti.
Il fatto che i SN siano luogo di non dialogo fa sì che un Post, per essere davvero di successo, oltre ad avere contenuti semplificati, deve essere anche anti-dialogo.
Cosa significa? Significa che avrai più likes con un Post indignato tipo “Ma questi sono dei farabutti che andrebbero gettati in galera a marcire” che con un Post del tipo “Si, hanno sbagliato e bisognerà correre ai ripari, ma credo che gettarli in galera sarebbe un errore”. Questo perché il primo é un post anti-dialogo, é come un pugno che tappa la bocca a chiunque volesse rispondere: puoi solo essere d’accordo e applaudire o tacere. Altrimenti si litiga. Il secondo Post invece é un invito a sedersi e ragionare.
Per permettere dei dialoghi civili, dunque, i SN sono dovuti correre ai ripari. In particolare Facebook, con la creazione dei “gruppi”, permette a degli utenti amministratori di selezionare persone specifiche con cui intrattenere dialoghi su certi argomenti.
I SN dunque ti portano a queste soluzioni: (1) litigare (2) startene zitto (3) formare dei gruppi più o meno chiusi.
3. E’tutto un gioco
Personaggio e le sue caratteristiche
Probabilmente il termine gamification suonerà nuovo a molti. Si tratta però di un concetto con cui abbiamo sempre più a che fare, ossia la trasformazione di tantissimi aspetti della nostra vita in una specie di eterno gioco (Game) che coinvolge premi, punteggi, ricompense virtuali, livelli di difficoltà.
Non é un termine buttato lì a caso: i processi di gamification vengono studiati ed implementati in campi diversissimi per legare il cliente/utente al servizio/prodotto.
In pratica si tratta di meccanismi che ti portano a fare delle cose per ottenere dei “premi” virtuali.
La gamification é quella cosa che ti fa fare la tessera punti di un negozio regalandogli moltissime informazioni su di te in cambio di qualche sconticino. E’quella cosa che ti fa scrivere un commento in cambio di qualche like o stellina.
La gamification é quella cosa che ti obbliga a descriverti sui social mostrando la tua personalità e le tue caratteristiche così come il personaggio di un videogioco: cosa ti piace, chi frequenti, dove vivi, dove lavori, rendendo la tua utenza su Facebook indistinguibile dalla pagina che descrive un personaggio dei Sims.
Ogniqualvolta ci si trova dinnanzi a meccanismi di premio, buoni da usare entro una certa data, lotterie ed estrazioni, ricariche e punti, carte vantaggi, tessere premium che “sbloccano” diverse opportunità prima precluse, siamo di fronte ad applicazioni pratiche di gamification nella vita reale.
E’ facile osservare quanto SN siamo il luogo ideale per la gamification: se fai un Post abbastanza semplificato ed anti-dialogo il SN ti premierà con tanti likes, stelline o punti.
Perché quando scrivi un post su un SN non stai dialogando con nessuno: stai facendo a gara. Stai vendendo la tua opinione in cambio di un riconoscimento virtuale da parte di sconosciuti. Quando invece tu sei colui che dà riconoscimenti virtuali ad altri (dando stelline, cuoricini, “mi piace” ecc.), stai facendo lavoro non pagato per il SN, in quanto gli fornisci informazioni importantissime senza ottenerne nulla in cambio.
In base ai tuoi “mi piace” il SN sa che ti piacciono i gatti ma non i cani, le tue opinioni riguardo determinati argomenti; i tuoi gusti personali, le persone che frequenti, l’opinione dei tuoi amici su di te. Una volta ottenute, il SN può usare tutte queste informazioni per unire i puntini e fare un ritratto della tua persona che arriva a dedurre particolari della tua persona che, direttamente, no hai mai fornito.
4. Minimo comun denominatore
Applaudire o far battaglia
Il gioco a chi scrive il Post di maggior successo si può vincere in un solo modo: dare alla gente quello che di sicuro piace alla maggior parte delle persone, ossia spettacolo e rumore.
Non si vince proponendo cose veramente nuove (le avanguardie culturali vivono ai margini anche dei SN): si vince proponendo rivisitazioni inedite di spettacoli e rumori già visti.
Spettacolo e rumore che però devono essere al tempo stesso semplificati ed anti-dialogo.
Insomma: i SN sono il luogo ideale per far girare roba tipo Striscia la notizia, Le Iene, i blast di questo o quel personaggio tipo Sgarbi, Grillo, Feltri o Mentana: se qualcuno pubblica un Post seguendo le regole che abbiamo appena visto, avendo un certo numero di followers, il tempismo ed il guizzo “giusto” ed una certa dose di fortuna potrebbe vederlo diventare un Post di successo.
Quel che bisogna davvero comprendere é che rumore e spettacolo semplificati ed anti-dialogo non possono mai aver a che fare con progresso e spinte in avanti. Perché tutto ciò che riguarda il progresso richiede dialogo e sforzo.
No, quando si ha a che fare con le battutine acide, il buttare tutto in facile ironia, il blastare un dialogo interrompendolo e tutta quella roba lì, siamo SEMPRE di fronte ad un qualcosa che frena il progresso, che porta indietro, che preferisce confermare ciò in cui crede che metterlo in dubbio e guardare avanti; che preferisce l’illogico al logico, la panza alla testa.
La panza. E’questo il minimo comun denominatore che accontenta sempre tutti. Gli istinti primari e la paura.
C’é una persona che dice che il mondo é rotondo e per spiegarcelo fa tutta una serie di ragionamenti e calcoli difficili? “Hahahahaha! Ma che idiota! “Ma se il mondo fosse tondo gli australiani dovrebbero cadere verso il cielo!” Tié! Blastato e affondato. Cinquecento likes. E chi credeva che il mondo fosse piatto godrà della conferma di quel che crede.
5. Rendere i Social dei luoghi veramente social
Per poter dialogare in maniera costruttiva sui SN abbiamo già visto che la prima cosa da fare é metter da parte gli utenti che minano la bontà del dialogo.
NO ANTIDIALOGO: Tenere fuori dal dialogo tutti coloro che minano a distruggere il dialogo stesso: provocatori, disturbatori e troll.
NO FALSA PREPARAZIONE: Allo stesso modo va limitata la possibilità di intervento di quelle persone che pur non conoscendo gli argomenti in questione vogliono aver lo stesso peso di chi invece ne sa.
La seconda cosa da fare invece é più complessa. Si tratta di ridurre il più possibile quelle caratteristiche strutturali dei SN che rovinano la natura stessa del discutere.
NO VOTI/PREMI: Un primo esempio riguarda l’eliminazione dei voti (likes, mi piace, stelline, contatore condivisioni, cuoricini…). Se togli i voti dal SN, riduci drasticamente il meccanismo di gioco ad inseguire il minimo comun denominatore.
NO TESTI RISTRETTI: Alcuni SN come Twitter permettono di scrivere solo messaggi molto brevi in cui é impossibile esprimere pensieri complessi. Questo non é necessariamente un male, a patto che esista la possibilità di aggirarla qualora il limite fosse troppo castrante (su Twitter, ad esempio, si possono concatenare diversi tweet uno dopo l’altro)
La terza cosa consiste nel permettere di mantenere la vita reale il più possibile separata da quella virtuale.
SI ANONIMATO: Nella vita reale non hai un cartellino con scritto chi sei, i tuoi gusti, chi sono i tuoi amici ed i luoghi che frequenti. Il bello dei social é poter discutere liberamente senza le maschere che indossi nella vita reale. La posizione SI ANONIMATO, assieme alla posizione NO ANTIDIALOGO si rivela una risorsa preziosissima per ogni forma di progresso. Permettere ad uno stesso utente di avere diverse identità, frequentare gruppi diversi ed immedesimarsi nell’altro é una delle più grandi e preziose libertà che Internet permette
Per finire, la quarta cosa riguarda il pericolo dei SN trattati come fonte a sé stante.
SOCIAL APERTI: I SN, per loro stessa natura, tendono a far sì che l’utente si autoconfini nel SN. Un dialogo nato su un SN tendenzialmente si sviluppa e muore sullo stesso SN. Ma un SN, per permettere un dialogo sano, ha bisogno di una maggior interazione tra ambienti di dialogo differenziati. Pensiamo ad esempio ad un dialogo nato su un Forum, che ad un certo punto prosegue su un SN dove prende una piega diversa generando così due discorsi paralleli in due ambienti diversi ed infine confluiscano entrambi in un post su un secondo SN che a sua volta genererà un terzo discorso.
Insomma: i SN funzionano al loro meglio se non dimenticano la loro funzione di ponte tra luoghi di discussione diversi. Quest’ultimo punto però richiede un tipo di attenzione da parte degli utenti, più che soluzioni tecniche da parte del SN in sé.
6. Chi decide cosa e perché?
Chi possiede il Social possiede la tua identità
A questo punto bisogna affrontare una serie di problemi al tempo stesso tecnici ed etici: di chi é il SN in cui interagisci con altre persone? Chi é che decide quali sono le sue regole? Con che criteri?
Nella stragrande maggioranza dei casi quando si pensa ad un SN si pensa a Facebook o Twitter o Instagram: piattaforme commerciali che appartengono ad aziende che guadagnano proprio da questi social.
Va da sé che queste aziende commerciali decideranno di preferire regole che ne massimizzano potere e guadagni.
A Twitter, Facebook etc. importa innanzitutto che i suoi utenti scrivano ed interagiscano molto; interessa riuscire a profilarti, ossia sapere piò cose possibile su di te per vendere queste informazioni ad altre aziende commerciali.
Per esempio: il fatto che nella tua zona tante persone diverse abbiano scritto post contro l’amministrazione comunale é un’informazione vendibile a qualcuno che potrebbe cavalcare quest’onda e gettare benzina sul fuoco per dare l’illusione che l’amministrazione comunale sia ancor peggiore di quanto non sia in realtà.
A Facebook non importa niente della qualità etica di ciò che uno scrive. A Facebook non fa né caldo né freddo se sul suo SN c’é un gruppo di nazisti che si batte per ridurre i diritti civili degli stranieri e dire che la terra e piatta. Non gli importa niente e non li bloccherà finché continueranno a scrivere roba, interagire con altri ed a fornire informazioni per profilarli. Basta giusto-giusto che non scrivano cose illegali.
Ma a Facebook sanno benissimo che questo loro menefreghismo alla lunga può infastidirti e quindi, per difenderti dalla sua mancanza di posizione, ti offre la possibilità di creare una sorta di gruppo chiuso in cui puoi stare alla larga dai nazi-terrapiattisti. In questo modo tu ed i tuoi amici limiterete i contatti con i nazi-terrapiattisti e viceversa. Ma non limiterai Facebook. Facebook continuerà a sapere tutto sia di ognuno di voi che dei nazi-terrapiattisti.
Il gruppo chiuso, insomma, é un contentino che Facebook concede ai propri utenti: convincendoti che devi difenderti dagli altri utenti ti fa dimenticare che dovresti innanzitutto difenderti da Facebook stesso!
Inoltre Facebook potrebbe rivelarsi uno strumento pericolosissimo in paesi con un governo dittatoriale o semi-dittatoriale. Come ti comportesti se salisse al potere un partito che imponesse a Facebook di rivelare i nomi di tutti coloro che lo hanno criticato (tra cui ci sei pure tu) e ciò comportasse perdita di sussidi, assegni familiari, diritti ecc?
Come potresti difenderti da una profilazione arbitraria se, in base ai dati raccolti da Facebook (chi sono i tuoi amici, i tuoi interessi, i tuoi likes), fossi classificato come un potenziale terrorista?
8. Riprendersi i Social Network
Sono tanti, i motivi per voler dei SN diversi. Ma che siano diversi per davvero. Serve dunque un’idea nuova che permetta da un lato di riprenderne il controllo ma al tempo stesso farlo in maniera semplice, che non richieda chissà che razza di sforzi e complicazioni.
Da qui l’idea di una rete sociale decentrata, cioè non basata su di un unica, enorme centrale di controllo, ma di tante piccole realtà separate, ognuna con le proprie regole ma che dialogano fra loro.
A questo punto di solito si dovrebbero dare alcune informazioni tecniche su questo tipo di rete, ma qui gli aspetti tecnici ci interessano relativamente. Basterà sapere che l’idea di servizi internet decentrati non é particolarmente nuova ma negli ultimi anni, essendo sempre più evidenti i pericoli di servizi troppo centralizzati, si sta diffondendo sempre più: social network decentralizzati, servizi di video streaming, motori di ricerca, monete virtuali. Inoltre si tratta di servizi realizzati soprattutto con software libero, ossia privo di un proprietario, liberamente controllabili, verificabili e modificabili da chiunque e per questo tendenzialmente molto più sicuri di software non libero.
Tra i diversi SN decentrati oggi disponibili, quello sicuramente più interessante é Mastodon.
Cos’é e come funziona Mastodon? Innanzitutto lo si può descrivere come un SN strutturato in maniera simile a Twitter, fatto da utenti slegati dall’identità reale e messaggi (chiamati “Toot”) lunghi solitamente al massimo 500 caratteri.
La prima cosa che spiazza quando vuoi creare un account Mastodon sul suo sito principale, Joinmastodon.org é che non lo puoi creare così, genericamente su Mastodon: in realtà devi subito scegliere a quale Istanza Mastodon iscriverti.
Qui può essere utile l’immagine dei circoli privati o club: pensa a Mastodon come una tessera che ti permetta di entrare in un’enorme numero di circoli privati e club. Questa tessera però viene rilasciata singolarmente dai singoli club. O meglio: ognuno di questi circoli privati rilascia la propria tessera Mastodon e questa ti permetterà non solo di entrare nel circolo in cui ti sei iscritto, ma anche di entrare in contatto con gli altri circoli e club associati.
Ognuno di questi circoli o club é chiamato Istanza. Nei fatti é un server gestito da volontari o cooperative, centri sociali o volendo anche da aziende (il che può sembrare una contraddizione con quanto detto sopra ma vedremo sotto che non é così).
Iscriversi ad un’Istanza NON é un matrimonio indissolubile: é abbastanza comune iscriversi ad un’Istanza e dopo un po decidere che ci si trova meglio su un’altra Istanza, così come provare più Istanze contemporaneamente.
Una volta registrati, si può accedere attraverso l’interfaccia web della propria Istanza oppure da smartphone attraverso applicazioni client. Ce ne sono diverse, disponibili sia per Android che iOS. Non esiste un’App “ufficiale” di Mastodon.
9.1 Diverse Istanze, diverse regole.
Cosa cambia tra un’Istanza e un’altra? Beh, può cambiare molto. Come già detto un’Istanza é nei fatti un server ossia un computer sempre attivo, gestito da delle persone che dedicano il proprio tempo perché funzioni tutto correttamente ed amministrarlo.
Ogni Istanza ha dunque le sue regole ed i suoi amministratori. Per esempio tu potresti scegliere un’Istanza che si trova in Italia e che banna al suo interno qualsiasi contenuto fascista, razzista, omofobo e commerciale. Oppure potresti preferire un’Istanza che si trova fisicamente in America che filtra tutti i contenuti pornografici e fascisti ma che permette di avere utenti commerciali. Oppure ancora potresti preferire un’Istanza canadese i cui utenti sono principalmente programmatori con la passione per la fantascienza ma che in realtà non filtra alcun tipo di contenuto. Anche qui può essere utile l’esempio dei circoli privati o club.
I motivi che possono farti preferire questa o quell’istanza dipendono esclusivamente da te. Se sei un razzista che picchia i bambini potrai forse iscriverti ad una Istanza in cui si considera accettabile essere razzisti e picchiare i bambini ma i tuoi contenuti non appariranno mai agli utenti iscritti ad un’Istanza che ha come regola quella di bannare in toto quel genere di contenuti e le Istanze che le tollerano.
Una volta registrato, il tuo nome utente sarà più o meno simile ad una email: utente@istanza
9.2 Bida
Tra le varie Istanze disponibili la mia scelta é caduta su Bida. Qui (mastodon.bida.im) é possibile leggerne le caratteristiche dell’Istanza, le sue regole ed i princìpi a cui si attiene, chi lo amministra ecc. Tutto ciò che segue é basato sull’esperienza fatta su Bida (esperienza che risulta alquanto positiva anche a sentire altri utenti).
9.3 All’interno dell’Istanza: la Timeline locale
Accedendo a Mastodon da browser ci si ritrova dinnanzi ad una struttura divisa in diverse colonne (chi utilizza Tweetdeck si sentirà a casa) che mostrano graficamente le diverse timeline. Accedendo da cellulare invece l’esperienza é più simile alla colonna singola di Twitter o Facebook.
All’interno della tua Istanza puoi vedere i messaggi pubblici degli altri utenti dell’Istanza. Questi compaiono in ordine cronologico nella Timeline Locale. Ovviamente puoi interagire con loro e commentare i Toot. Non serve essere “amici” di questi utenti: la Timeline locale mostra tutti i messaggi pubblici di tutti gli utenti della tua istanza. Puoi “stellinare” un Toot (é tipo cliccare “mi piace” su Facebook), ma non c’é alcuna enfatizzazione di post che hanno ottenuto molte stelline: in questo modo non si genera mai la gara ad “ottenere più like”. Puoi anche “boostare” il Toot di un altro utente (ciò equivale al “retweet” su Twitter o alla “condivisione” su Facebook) e pure qui non v’é alcun contatore pubblico che dica quante volte un Toot é stato boostato. Se proprio volessi sapere quante volte tale messaggio sia stato boostato basterà aprire il messaggio per saperlo, ma anche qui non v’é alcuna enfasi.
Non esistono i “Trending Topics”, ossia non v’é una Classifica/tabella punti sugli argomenti più discussi.
Detto questo il funzionamento non é molto diverso da Twitter e quindi chi già ha esperienza su Twitter non avrà bisogno di grandi spiegazioni. In caso di problemi o dubbi é facilissimo entrare in contatto con gli admin: é uno dei pregi dei circuiti locali che nessuna megastruttura come Facebook avrà mai.
9.4 Relazioni tra Istanze: la Timeline federata
Qui le cose iniziano ad essere molto diverse dagli altri SN e bisogna spendere qualche parola per capire i concetti base della relazione tra istanze e tra utenti di diverse istanze. Per far questo riprendiamo l’esempio dei club privati. Se tu sei iscritto ad un circolo privato e lo frequenti sei a conoscenza delle persone che lo frequentano e dei loro discorsi, anche se non sei propriamente loro amico. Questo é ciò che abbiamo già visto riguardo la Timeline Locale.
Il circolo, però, a meno che non sia del tutto chiuso ai contatti esterni (si é possibile: un Istanza può anche essere del tutto chiusa ai contatti esterni, se vuole), é frequentato anche da amici dei soci provenienti da altre Istanze.
In sostanza, un utente dell’Istanza “Bida” può seguire un’utente di un’altra Istanza “xyz” (qui “seguire” é ciò che Facebook definisce “amicizia”) e quando ciò avviene, tutti gli utenti di Bida vedranno i messaggi pubblici di questo tuo amico di “xyz” sulla Timeline federata della tua Istanza.
La Timeline federata insomma, mostra i messaggi pubblici sia degli utenti della tua Istanza che quelli degli “amici” dei suoi membri.
Tornando all’esempio dei circoli privati: per poter essere presente nel circolo o devi iscrivertici o devi conoscere qualcuno che é già iscritto. In sostanza si tratta di un meccanismo che ricalca quelli che sono le relazioni nella vita reale: se entro in un circolo/bar/pub posso conoscere i frequentatori fissi così come i loro amici, ma non posso conoscere i frequentatori di un altro circolo che sta in un’altra città se non vi entro e se non conosco nessuno dei suoi frequentatori.
Quando si cercano utenti, hashtag o Istanze dal modulo di ricerca della propria Istanza, i risultati che verranno dati riguarderanno sempre e solo utenti, hashtag o Istanze con cui la propria Istanza é già entrata in contatto.
Per intenderci: se sull’Istanza Bida cerchi l’hashtag #startrek e non venisse trovato niente, questo non significa che sull’intera rete di Mastodon non c’é nessuno che parla di #startrek: significa solo che l’Istanza Bida non é in contatto con nessuno che parli di quell’argomento. Potrebbe ad esempio esserci un’intera istanza di appassionati di Star Trek con cui però nessuno di Bida é mai entrato in contatto.
Può sembrare una limitazione che in realtà viene superata dal fatto che le Istanze fanno rete fra loro: più le Istanze e gli utenti interagiscono fra loro mettendosi in contatto reciproco e più sarà facile anche per l’argomento più di nicchia, uscire ed essere disponibile a persone lontane.
9.5 Amici degli amici e gente che non si conosce ancora.
Quando un’utente di un’altra istanza compare sulla Timeline federata si tratta pur sempre di un’utente che “risiede altrove” e conoscere lui non significa conoscere i suoi amici.
Torniamo ancora all’esempio dei circoli privati: sulla tua Istanza c’é Tizio che é amico di Dracula, un utente iscritto su una istanza di vampiri transilvani. Nella tua Istanza nessuno ha alcun contatto con nessun altro vampiro transilvano al di fuori di Dracula, perciò anche se sai che Dracula ha 500 amici all’interno della sua Istanza d’origine, se clicchi sul suo profilo vedrai solo il nome dei contatti che già conosci.
Per conoscere gli altri suoi amici sull’Istanza transilvana o lui li presenta (ad esempio condividendo i loro messaggi) o tu puoi iscriverti sull’istanza transilvana e farti direttamente un giro da quelle parti per conoscerli.
In questo modo, registrandoti su una seconda Istanza, avrai due diversi account Mastodon. Magari poi va a finire che preferirai usare come tua “base regolare” l’Istanza vampiresca ed invitare lì solo alcuni degli utenti dell’Istanza che frequentavi prima.
A questo punto verrebbe da chiedersi come può esser possibile entrare in contatto con utenti registrati su un’Istanza sconosciuta. Torniamo nuovamente all’esempio di #startrek paragonando la situazione a ciò che avviene nella vita reale: se nei giri dei tuoi conoscenti non c’é nessuno-nessuno-nessuno che s’interessa ad una certa cosa, com’é possibile che invece TU te ne interessi? La risposta é che l’unico modo é uscendo al di fuori dei tuoi giri.
In sostanza, le tue frequentazioni indipendenti (siti, blog, forum), che poco o nulla hanno a che fare con le tue solite reti sociali, possono portarti a conoscere altre reti sociali che, se non fosse stato per il tuo uscirne, non sarebbero mai entrate in contatto.
Nulla vieta che tu venga a sapere su un forum web di appassionati di Star Trek che alcuni di essi hanno aperto un’Istanza dedicata.
La tua Istanza di riferimento potrebbe essere in costante contatto con 20, 30 Istanze. La nuova Istanza di Star Trek che hai conosciuto al di fuori di Mastodon potrebbe essere invece in contatto con altre 15, 25 Istanze. Il tuo metterti in contatto con l’Istanza di Star Trek non può che rafforzare la conoscenza reciproca dell’intera rete di Mastodon.
Qui non si può citare la teoria dei sei gradi di separazione, la quale presuppone che una rete di certe dimensioni permetterebbe già al suo interno di connettere ogni utente con qualsiasi altro utente.
9.6 Utenti e Istanze bannate o ammutolite
Se tra le regole fondamentali della tua Istanza c’é il ban totale di utenti razzisti e sessisti e la tua Istanza si accorgesse che l’utente Puffetta, registrata su un’Istanza di puffi, posta proprio contenuti razzisti, questa verrebbe bannata e tu non avresti più modo di seguirla. Non solo: se la tua Istanza si accorgesse che l’intera istanza dei puffi é un covo di utenti razzisti e fascisti, potrebbe bannare l’intera istanza in un colpo solo, impedendogli di entrare in contatto con te e gli altri utenti della tua Istanza.
Ci possono essere anche casi meno drastici. Per esempio, Bida non banna i contenuti commerciali presenti su altre istanze ma si limita a silenziarle sulla Timeline federata. Ciò significa che tu sei libero di seguire l’account commerciali di questa o quella azienda che posta solo pubblicità di magici prodotti per l’allargamento del pene, però questi post non compariranno mai nella Timeline federata di Bida visibile agli altri utenti dell’Istanza.
Nel primo caso insomma, si tratta di utenti che “se stai qui diamo per inteso che non li vuoi vedere nemmanco col binocolo”, mentre nel secondo caso si tratta di utenti che “vabbé, é roba che a te può anche interessare ma non venirci ad intasarci la timeline con quella roba”.
Qui entra in gioco il rapporto di fiducia con gli amministratori dell’Istanza che ti sei scelto, il senso di comunità all’interno della stessa, la condivisione di regole e princìpi, il modo in cui gli amministratori prendono decisioni e le comunicano. Se per stare su Facebook puoi solo scegliere se accettarne o meno le regole, qui hai invece numerosissime possibilità che possono essere piò o meno restrittive e seguire logiche ed interessi diversissimi ed assai personali.
Non sei d’accordo con le policy della tua Istanza? Puoi sceglierne un’altra. Non ti piacciono le Istanze con regole troppo restrittive? Puoi iscriverti ad un’Istanza che non pone alcun filtro e vedere che succede ad aggiungere amici sia da un’Istanza nazista che da un’Istanza antifascista. Vorresti cambiare certe cose della tua Istanza? Se é gestita da un’associazione di cui fai parte puoi far cambiare alcune cose tramite votazioni interne. L’Istanza a cui sei registrato non é d’accordo con la tua apertura agli sciachimisti? Puoi cercare una Istanza che accoglie gli sciachimisti. Puoi anche scegliere di avere diversi account per tener separati i contatti o addirittura metter su un’Istanza tutta tua e decidere in totale indipendenza le tue regole. Puoi pure creare un’Istanza chiusa che non ha contatti con le altre Istanze. E puoi sempre decidere di silenziare _per te stesso_ intere istanze che la tua Istanza approva: ti trovi in accordo con tutte le regole della tua Istanza e sei amico di molti dei suoi frequentatori, ma proprio non sopporti l’apertura a quell’Istanza di foodies in cui postano ogni momento foto di sushi e piatti ricercati? La puoi silenziare per conto tuo pur restando sulla tua Istanza che invece non ha nulla in contrario contro aperitivi e delicatezze regionali. Insomma: le possibilità sono numerosissime.
9.7 il Fediverso
Cercando sempre di evitare il discorso tecnico, bisogna però far notare Mastodon usa delle tecnologie di comunicazione utilizzate anche da altri SN decentrati. Questo vuol dire che su Mastodon si può interagire con utenti di altri SN, alcuni dei quali possono interagire con ancora altri SN formando una rete assai complessa chiamata Fediverso (Federazione+Universo).
Per fare un esempio di fantasia é un po come se tu scrivessi un post su Facebook, ricevessi un commento scritto da Twitter e questo commento generasse una nuova discussione su Tumblr (che interagisce con Twitter ma non con Facebook). Questo aspetto é assai complesso e variegato, pertanto meriterebbe forse un post a parte.
Ci sarebbero poi tante altre caratteristiche specifiche da illustrare, come i diversi permessi di lettura dei post che invii (leggibili solo dagli utenti citati, oppure solo da chi ti segue, o da chiunque o da chiunque ma senza che questo sia pubblicato sulla timeline), oppure la possibilità di “mascherare” il tuo messaggio dietro una bandierina d’avvertimento o ancora le diverse funzioni dei client per smartphone. Tuttavia già quel che é stato descritto dovrebbe bastare per capire l’altissimo potenziale di Mastodon e del Fediverso.
10. Conclusioni
Per concludere non c’é che da aggiungere che al momento Mastodon sembra avere tutte le caratteristiche per diventare la vera alternativa ai SN commerciali grazie ad una struttura completamente differente, un approccio più personalizzabile ed umano ed un grandissimo mix di opzioni che permettono agli utenti di riprendere possesso delle proprie reti sociali, di proteggersi dalle interferenze comunicative organizzate e di rendere più costruttivi questi ambienti di comunicazione.
Nella sera del 20 febbraio 2018 il leader palermitano di Forza Nuova viene aggredito in pieno centro. Nel giro di pochissimi minuti l’aggressione viene rivendicata da qualcuno che ci tiene sia a restare anonimo che ad attribuire le responsabilità agli antifascisti palermitani. Manco il tempo di dirlo che ovviamente scattano perquisizioni, fermi, reazioni esagitate sui social, richieste di condanna ecc.
Certo però che a guardarla bene questa storia é strana. Ma strana proprio…
( post in aggiornamento – ultimo aggiornamento 2018-02-26 21:02)
IL LUOGO E L’ORA
Martedì 20 Febbraio 2018. Palermo centro. Via Dante, tra piazza Lolli e piazza Virgilio. A pochissima distanza dalla sede di FN in via Villa Florio, dalla sede di CasaPound in Cortile Barcellona e dal negozio di tatuaggi in via Marconi appartenente allo stesso Ursino. Siamo dunque in una zona della città che Ursino e gli altri membri di Forza Nuova frequentano abitualmente. Viale principale del quartiere, marciapiedi su ambo i lati. Il luogo dell’aggressione é ad una ventina di metri dalla fermata dell’autobus dove ne passa uno ogni 20 minuti. Ci sono negozi aperti, gente che passa, decine di telecamere in tutta la zona. Una telecamera é proprio sopra al portone davanti al quale si é svolta l’aggressione. Ci sono forze dell’ordine in servizio nella zona. E’una via centrale, trafficata e frequentata: per niente adatta per un’aggressione del genere poiché troppi elementi giocano contro.
MASSIMO URSINO
Massimiliano (“Massimo”) Ursino, quarantenne, é il leader palermitano di Forza Nuova e titolare di un negozio di tatuaggi. E’ di corporatura massiccia, si addestra abitualmente a boxe e negli anni passati ha già dimostrato di essere uno capace a combattere. Nel giugno 2005 assieme ad altri due, aggrediva in via Candelai un uomo originario della Nigeria ed uno originario di Siracusa. Nel 2006 assieme ad altri due militanti di FN ha picchiato due uomini del Bangladesh dopo averli rapinati. Nel 2008 Spedisce a diversi giornali dei pacchi contenenti bambole sporcate con sangue ed interiora di animali per una campagna antiabortista di FN Sembra inoltre sia stato arrestato anche nel 2011 per un aggressione avvenuta nel 2009 in cui 15 persone avrebbero malmenato con dei bastoni cinque ragazzi originari del Pakistan. Successivamente ha preso parte alle “ronde per la difesa popolare“.
ANTEFATTI
Nel 2017 qualcuno ha tentato di dare fuoco alla porta d’ingresso del negozio di tatuaggi di Ursino.
Il 24 febbraio si svolgerà in diverse città italiane la manifestazione Mai più fascismi – Mai più razzismiche segue a brevissima distanza quella di Macerata. Lo stesso giorno sempre a Palermo é atteso in città un comizio di Roberto Fiore, leader di FN. Diverse associazioni antifasciste ne chiedono l’annullamento.
Qualche giorno prima del 20 febbraio qualcuno sembra tenti nuovamente di dar fuoco al negozio di Ursino (?)
Nel pomeriggio del giorno dell’aggressione FN aveva inviato un comunicato in risposta alla richiesta di annullamento del comizio chiesto delle associazioni antifasciste. Nel comunicato FN denuncia un aumento della tensione.
MOVIMENTI FASCISTI ED ANTIFASCISTI A PALERMO ED IN SICILIA
A Palermo i movimenti fascisti sono di fatto minoritari ed hanno uno spazio d’azione limitato perché fortemente contrastato dalle associazioni antifasciste. A riprova di ciò anche la mappa delle aggressioni fasciste redatta da Infoantifa Ecn riporta solo un’unico evento di aggressione fascista, avvenuto ad Enna quattro giorni prima. Le tensioni tra fascisti ed antifascisti di Palermo risultano tutto sommato minime se paragonate con altre realtà italiane.
GLI AGGRESSORI
Desumendo da testimonianze riportate dai giornali ed il video (vedi sotto), gli aggressori erano tra un minimo di cinque ed un massimo di otto, compresa una ragazza che ha filmato almeno parte della scena. Vestiti con abiti scuri (felpe nere?), sciarpe scure attorno al viso, cappelli di lana, jeans e sneakers.
18:5x (?) Ursino viene aggredito all’uscita del supermercato, ancora col sacchetto della spesa in mano.
Una testimone presente durante i fatti ha descritto sette-otto persone di cui due intente a bloccare la testa di Ursino, una a riprendere la scena (la ragazza) e le altre a dargli calci.
Una ragazza presente sul luogo urla contro gli aggressori. La testimone cerca di attirare l’attenzione degli altri passanti suonando il clacson della propria macchina. Negli immediati paraggi c’é una guardia giurata. Con diverse persone che assistono alla scena, gli aggressori si guardano un po in giro e decidono di allontanarsi a passo veloce in direzione del Politeama.
19:xx Ursino si rialza, si siede sul marciapiede e dice alla testimone “mi stavano seguendo da un po”. Alcuni passanti portano dell’acqua. Qualcuno allerta i soccorsi.
19:xx Viene inviata a diversi giornali una mail contenente un breve filmato di una colluttazione ed un testo di rivendicazione
19:26 PalermoToday é la prima testata giornalistica a dare notizia di quanto avvenuto con questo articolo. L’articolo contiene la rivendicazione e dice che Ursino é già stato trasportato all’ospedale Civico.
xx:xx Roberto Fiore é a Roma negli studi Rai per registrare un intervento concordato precedentemente e che andrà in onda in tarda serata a Porta a porta. Il suo intervento si incentra sui fatti di Palermo.
23:30 A Roma una trentina di militanti di FN tenta di irrompere negli studi di La7 per intervenire in diretta.
23:40 Su RaiUno va in onda Porta a porta con l’intervento di Roberto Fiore registrato poche ore prima. (clip parziale)
Insomma: nell’arco di pochissimi minuti Ursino viene immobilizzato, pestato, filmato, soccorso e portato all’ospedale. Sempre nel giro di pochissimi minuti gli assalitori si allontanano, scrivono la rivendicazione (o perlomeno fanno l’ultimo editing su un testo preparato in precedenza), scaricato il video (e, si dovrebbe presumere, controllato per assicurarsi non mostrasse troppo), inviati per mail alle redazioni. Le redazioni, PalermoToday in primis, a loro volta leggono, verificano (anche qui si dovrebbe presumere che perlomeno una telefonata sia stata fatta, giusto per assicurarsi che mail e video fossero effettivamente ciò che dicevano di essere) scrivono e pubblicano gli articoli. Tutto questo poco prima che a Roma Roberto Fiore inizi a registrare il suo intervento per “Porta a porta”. Considerando almeno cinque minuti di pestaggio, tutto quel che ne é seguito, dalla fuga degli assalitori alla pubblicazione del primo articolo, dovrebbe essere avvenuto in meno di 26 minuti. Tempi plausibili ma decisamente stretti.
LE MODALITA’
L’aggressione ha la modalità dell’agguato squadrista organizzato e premeditato: vittima assalita da diverse persone che la malmenano ed umiliano pubblicamente
Dalle cinque alle otto persone devono essersi aggirate per via Dante per avvicinarsi ad Ursino. Se fossero state tutte a viso coperto avrebbero certo destato sospetti e dunque si può presumere che almeno la fase dell’avvicinamento si sia svolta a volto scoperto per cui potrebbero esser riconosciuti da passanti ed immortalati dalle videocamere che si trovano nella via. Allo stesso modo anche nella fase di allontanamento é probabile si siano mossi a volto scoperto.
Va osservato che per agire così in centro città, immobilizzare in pochissimi istanti ed a mani nude una persona robusta ed abituata a lottare come Ursino, picchiarla ed andarsene via certi di non essere visti, ripresi o identificati é necessario un gruppo di persone dal sangue freddo e pronte allo scontro fisico.
Da uno come Ursino ci si aspetterebbe che ad un attacco fisico reagisca tirando calci e pugni ai suoi assalitori e dunque si presume che questi abbiano riportato anch’essi qualche contusione.
Dalle testimonianze non si parla di alcun tipo di arma o oggetto usato nell’aggressione. Se gli assalitori han agito a mani nude ci si può dunque chiedere se almeno alcuni di questi avessero già una qualche esperienza di lotta tale da poter atterrare un tipo corpulento e ben capace di darle di ritorno. Magari persone che frequentano palestre di lotta?
I partecipanti di una simile aggressione organizzata, considerando gli alti rischi dell’operare in pieno centro ed esser riconosciuti, si presuppone abbiano pensato già in fase di pianificazione dell’assalto di procurarsi degli alibi decenti.
Forza Nuova Palermo dichiara “sappiamo chi é stato, adesso guerra sia” e che non farà “nessuna denuncia contro uomini a volto coperto”, il che suona ben strano in quanto la denuncia parte d’ufficio per questo tipo di reato.
Appare assai più curioso curioso se si tien pure conto che il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore, non é nuovo a ricevere denuncie per violenza (ben 240 in cinque anni) ed a sua volta non ci pensa su due olte a muoversi legalmente contro chicchessia per ogni qual genere di motivo.
UNA STRANA RIVENDICAZIONE
Il testo viene riportato editato da diverse testate:
“A pochi giorni dall’arrivo in città di Roberto Fiore atteso in città per un comizio in conclusione della campagna elettorale, Massimo Ursino, uomo di spicco e dirigente nazionale del partito Forza Nuova, è stato colpito in modo esemplare mentre passeggiava per le vie del centro. E’ stato bloccato, immobilizzato e legato con del nastro adesivo, poi lasciato a terra senza possibilita’ di fuggire. Chi afferma che esista una “minaccia fascista”, a Palermo come in tutta la Sicilia, dovrà ricredersi”.
“Questi uomini di poco conto appartenenti a formazioni neofasciste, che fanno di razzismo e discriminazioni il loro manifesto politico nonchè la costruzione della loro identità forte e battagliera, si sgretolano in men che non si dica sotto i colpi ben assestati dell’antifascismo. Infatti non sono in grado di difendere se stessi, figuriamoci di attuare il loro programma politico nella nostra città! I fatti avvenuti oggi sono la dimostrazione del fatto che sul territorio palermitano esiste chi ripudia il fascismo e non ha timore di lottare per bloccarlo e schiacciarlo, a partire da questi protagonisti del forzanovismo, guerrieri a parole, violenti nelle immagini che evocano forse, ma incapaci di proteggere la propria incolumità e di conquistare qualsiasi forma di potere politico. Palermo è antifascista nelle pratiche e nella quotidianità di chi la vive. A Palermo non c’è spazio per il fascismo”.
Innanzitutto colpisce la mancanza di una sigla di rivendicazione, il che riporta immediatamente alla memoria altre misteriose azioni violente avvenute in Italia negli anni passati. Dopodiché sono diversi gli elementi che non suonano per niente come espressioni di qualcuno che dovrebbe appartenente al mondo antifascista.
Il tono machista: colpito in modo esemplare / dovrà ricredersi / uomini di poco conto / si sgretolano in men che non si dica / i colpi ben assestati dall’antifascismo /
Le incertezze grammaticali: fare di razzismo e discriminazioni la costruzione dell’identità / che evocano, forse /
Il pensiero guerriero: non sono in grado di difendere se stessi, figuriamoci di attuare il loro programma politico nella nostra città! / fanno di razzismo e discriminazioni il loro manifesto politico nonchè la costruzione della loro identità forte e battagliera /
(Il testo descrive come un male l’uso di razzismo e discriminazioni nella costruzione di un’identità. Si badi bene: non critica il fatto che un’identità venga “costruita” al pari di un “manifesto politico”. In sostanza chi scrive dichiara di considerare normale il costruire artificiosamente un manifesto politico che sia al tempo stesso elemento identitario; semmai critica ciò che é stato usato per costruirlo ma non l’identificazione del manifesto stesso come identità costruita. Non é possibile immaginare un’affermazione maggiormente di destra)
Tic linguistici tipicamente fascisti: protagonisti del forzanovismo / violenti nelle immagini che evocano, forse /
(Forzanovismo é un termine che si usa perlopiù negli ambienti di destra e tra le forze armate, ma é estremamente raro vederlo usato così, in abbinamento a “protagonismo”, in ambienti antifascisti. Il richiamo ad “immagini che evocano” lasciato irrisolto se non per una “violenza” che viene sbeffeggiata con quel “forse” sono entrambi forti indicatori di pensiero di destra.
Alternanza grande/piccolo: “sul territorio palermitano esiste chi ripudia il fascismo e non ha timore / Palermo è antifascista nelle pratiche e nella quotidianità di chi la vive”
(Prima dice che in città c’é QUALCUNO che ha la forza di combattere i fascisti e poi dice che TUTTA la città é antifascista nelle pratiche e nella quotidianità. L’alternanza grande/piccolo é un altro elemento ricorrente nella narrativa fascista)
Il video dura 43 secondi. La risoluzione é estremamente scarsa e le immagini sono assai confuse. Inquadratura mossa, buio serale, abbigliamenti scuri rendono ancor più arduo capire i dettagli (la versione qui proposta é stata leggermente schiarita rispetto all’originale per renderlo più comprensibile). S’intuisce che v’é un uomo a terra circondato da altri che gli sono sopra. L’uomo urla ma dal suono sembra abbia la bocca bloccata da qualcosa (si saprà poi dai giornali trattarsi di nastro adesivo da pacchi).
Una voce femminile, probabilmente appartenente a chi sta filmando, sembra rivolgersi a dei passanti con cui interagisce ma che non udiamo. Dice: “Hehe, Dai che lo conosciamo! Non é successo niente” “A posto, niente, é uno scherzo” come per rassicurarli.
Poi si sente una voce maschile che sembra essere di uno degli aggressori rivolto all’uomo a terra: “Dici che cercavi a’mmé? A’mmé [inintelleggibile. presumibilmente “che mi cercavi”]”
A distanza qualcuno sembra parlare agli aggressori. L’unica voce intelleggibile é una voce femminile che urla con forza “coglioni!”.
Uno degli aggressori dice “Dai, dai, su” rivolto all’aggredito o ai complici.
Dopodiché il filmato termina bruscamente.
Il filmato in sostanza mostra l’immobilizzazione di Ursino ed i suoi lamenti. Per tutta la durata si sente il rumore di nastro adesivo e le urla smorzate dell’uomo a terra. Gli aggressori attivi sembrerebbero essere 5, considerando solo quelli inquadrati, a cui va aggiunto chi filma ed eventuali altri non intenti ad immobilizzare Ursino e dunque non inquadrati.
LE PROVE (?)
Nelle perquisizioni effettuate la sera stessa la polizia dichiara di aver rinvenuto delle mazze (che però non sembra abbiano a che vedere con l’aggressione), degli “indumenti sospetti” (ma non si capisce bene in che senso siano “sospetti”)
Diversi quotidiani hanno riportato che le riprese delle videocamere di sorveglianza sono state fondamentali per identificare gli aggressori. Tuttavia l’avvocato dei ragazzi fermati dirà che i suoi assistiti sono stati “identificati” dal video inviato ai giornali (e ciò risulta alquanto improbabile.) e da riprese delle telecamere di sorveglianza che a loro volta risulterebbero di difficile lettura: “I frame estratti dalla riprese delle videocamere della zona non sono chiari. Sono bui e ripresi dall’alto e non è per nulla chiaro chi ritraggano. Comunque nomineremo un perito per farli visionare”
L’EMAIL
Video e rivendicazione sono stati mandati alle redazioni via email. E’dunque lecito supporre venga svolta un’indagine per identificare il dispositivo da cui é stata inviata.
IL GIORNO SUCCESSIVO
Massimo Ursino viene dimesso in mattinata (se ne da notizia già alle 7:40). I giornali dicono con una prognosi di 20 giorni (solo il giorno dopo sarà reso noto che si tratta di un’esagerazione: in realtà le ferite di Ursino sono talmente lievi che dall’ospedale viene rimandato al medico curante che gli consiglia cinque giorni di riposo).
I media interrogano Giorgio Martinico, portavoce del centro sociale Anomalia, il quale esprime alcuni dubbi e dichiara“Non conosciamo ancora l’esito dei fermi. Pare si voglia pescare un po’ nel mucchio per dare subito delle risposte. Ma vogliamo chiarire fin da subito che chiunque siano i ragazzi fermati avranno il nostro sostegno, anche legale”.
Codraro e Mancuso sono militanti dei centri sociali. Gravitano da anni attorno agli spazi occupati della città: Anomalia, che da cinque anni vive all’interno del quartiere Borgo Vecchio in uno spazio comunale; l’Ex Karcere, in via san Basilio (a metà tra Via Maqueda e via Roma, all’Olivella) in quella che era una scuola abbandonata; lo studentato Malarazza, vale a dire l’ex istituto per sordomuti in via Cavour, proprio a fianco della prefettura. Da ieri le bacheche FB degli attivisti e dei simpatizzanti sono un continuo appello: «Libertà per gli antifascisti. Carlo e Gianmarco liberi».
Carlo è un attivista per la questione abitativa in città mentre Gianmarco fa parte dello studentato occupato Malarazza ed è impegnato nella politica universitaria. Entrambi hanno già precedenti giudiziari. Mancuso è a processo, insieme ad altri 123 attivisti No Muos, per le manifestazioni contro la base militare americana di Niscemi. Mentre Codraro è stato arrestato nel 2015 per una manifestazione contro Casapound che si era tenuta a Cremona. Anche in quel caso era scattata la solidarietà in città, con parecchie scritte sui muri che chiedevano «Gianmarco libero». Codraro è stato poi assolto.
LA NARRAZIONE MEDIATICA
Come già visto i primi articoli arrivano la sera stessa già a pochissimi minuti dal fatto, ma é soprattutto il giorno successivo che esplode la “furia mediatica”. I quotidiani si scatenano fra descrizioni granguignolesche che riprendono il “massacrato sette contro uno” postato da Fiore sulla propria bacheca Facebook. Si va dal “lasciato esanime in un lago di sangue” del Corriere della Sera al “Gli hanno spaccato la testa” di Libero, all’agiografia vittimista di Ursino da parte de Il Giornale, all’isolamento delle opinioni più caute e dubbiose da parte di Repubblica.
I media mainstream si limitano a riportare ciò che viene loro comunicato senza mai porre dubbi sulla narrazione degli eventi; non s’interrogano sulle stranezze dell’aggressione né su quelle della “rivendicazione” priva di sigle e dal testo quantomeno sospetto, ma anzi, come visto ci mettono anche una certa dose di fantasia nell’esagerare le condizioni di Ursino. Pure la “prognosi di 20 giorni” viene riportata subito come un qualcosa di certo. Nessuno s’interroga sull’assenza di foto di Ursino (assenza che permette di descriverne liberamente le condizioni). Non c’é nessuno che fotografi Ursino all’uscita dall’ospedale (ma al contrario, non manca il video che mostra i ragazzi fermati). Nessuno pone questioni sulla rapidità con cui la polizia sarebbe giunta ad identificare le persone fermate e su quali siano le prove a loro carico. Nessuno si chiede perché viene subito annunciato da Forza Nuova che non denuncerà l’aggressione.
Come prevedibile da destra si scatenano accuse generiche contro antifascisti, centri sociali, la Boldrini ecc. A sinistra le reazioni vanno dalla condanna del gesto allo scherno per “il picchiatore che per una volta é nella parte di quello che le prende”.
I politici mediaticamente più noti di qualsiasi schieramento condannano subito l’aggressione senza mai mettere in dubbio la narrazione dei fatti, ossia dando per già confermato che gli aggressori appartengano effettivamente all’area antifascista così come indicato dalla “rivendicazione” e dai fermi di polizia.
Sui grandi media, le affermazioni di chi critica tale narrazione vengono riportate freddamente, isolate, a volte con una vaga vena ironica o di sdegno.
L’attenzione mediatica sul caso é già scemata: la narrazione dei fatti é oramai data e sia media che social si concentrano già su altre notizie.
22 FEBBRAIO La procura fa sapere che disporrà perizie antropometriche per confermare il ruolo dei fermati, così come una perizia fonica per identificare la voce della ragazza che parla nel video.
23 FEBBRAIO L’avvocato Bisagna informa che il referto medico di Ursino non parla di 20 giorni di prognosi, ma bensì di soli 5 giorni di riposo.
23 FEBBRAIO Il procuratore Ennio Petrigni chiede la convalida del fermo di Codraro e Mancuso che, interrogati separatamente, su consiglio dell’avvocato, non rilasciano alcuna dichiarazione. Il gip Roberto Riggio deciderà entro il giorno successivo.
23 FEBBRAIO L’avvocato Bisagna fa leva sul fatto che non vi sono indizi di colpevolezza e sull’accusa di tentato omicidio ritenuta errata.
23 FEBBRAIO Sempre Bisagna contesta l’identificazione di Codraro e Mancuso che sarebbe avvenuta attraverso il video inviato ai quotidiani, il che risulta alquanto improbabile.
23 FEBBRAIO In un documento diffuso alla stampa Forza Nuova comunica che si costituirà parte civile nel processo.
24 FEBBRAIO In mattinata il già convalida il fermo di Codraro e Mancuso. I due lasciano il carcere ma con la misura cautelare dell’obbligo di dimora in provincia di Palermo: dovranno presentarsi alla polizia giudiziaria tre volte a settimana. Il reato viene derubricato da tentato omicidio a lesioni aggravate.
24 FEBBRAIO Nel pomeriggio anche a Palermo si svolgono sia la manifestazione nazionale Mai più fascismi – Mai più razzismi che la conferenza di Roberto Fiore. Se la prima vede una partecipazione stimata tra le duemila e le cinquemila persone, i circa 200 presenti alla conferenza della seconda ripiegano dalla piazza alla sala convegni di un albergo. A differenza di altre piazze in cui la polizia ha caricato i manifestanti, a Palermo non é avvenuto alcunché di eclatante.
24 FEBBRAIO Alla conferenza di Fiore é presente pure Ursino. I giornalisti presenti hanno modo di fotografarlo. Presenta sul viso segni evidenti dell’aggressione.
26 FEBBRAIO In una nota stampa il centro sociale Anomalia informa che tra i propri frequentatori v’é Erik Ursino, figlio di Massimo, dichiarando. A riprova di ciò sono allegate due foto che mostrano Erik Ursino in corteo ad una manifestazione ed in posa assieme ad altri ragazzi del centro sociale, accanto a Mancuso. In giornata Forza Nuova risponde con una propria nota stampa in cui Erik Ursino risponde negando di aver mai militato con centri sociali e specifica di aver avuto contatti con questi solo per essersi esibito all’interno di essi col proprio gruppo musicale, aggiungendo che la foto in corteo riguarda una manifestazione apolitica e quella all’interno del centro é relativa proprio ad una sua esibizione musicale.
26 FEBBRAIO Carlo Mancuso viene intervistato da PalermoToday, in cui dichiara:
“Sono un comunista indipendentista che combatte per l’uguaglianza e la giustizia sociale della Sicilia e del mondo intero, non immaginate che gioia mi regalate nel chiudermi dentro le carceri italiane. Ci vediamo tra qualche giorno all’Anomalia Borgovecchio, tranquilli che tornerò a ripetervelo all’infinito. Aviemu i coirna ruri”
“Come sapete io e Giammarco siamo stati scarcerati e quell’accusa piagnona e surreale è caduta nel baratro delle barzellette in questi anni montate contro di noi. Purtroppo siamo stati messi in isolamento e adesso non ho fratelli in carcere, ospiti dello stato e giovani sotto le grinfie di uno stato straniero da salutare. Però ho gente da ringraziare, gente che non ho potuto incontrare a colloquio in questa passeggiata di tre giorni, gente che però mi ha riscaldato le notti e mi ha dato forza. Come diceva una canzone, in galera il calore delle lotte é arrivato. Per cui ringrazio i miei compagni e le mie compagne per il supporto e per il sostegno, li ringrazio per quello che in questi giorni continuano a fare, per quello che faremo, perché senza di loro cosa sarei?”
“Ringrazio il mio quartiere, il Borgo Vecchio, per il sostegno datomi col coraggio che contraddistingue la comunità borghitana e con l’affetto che un quartiere popolare sa regalare. Non faccio nomi in questi giorni difficili per non fomentare gli infami, vi porto tutti nel cuore. Un ringraziamento da ateo, che in fondo non fa male, ciu fazzu puru a Matri Sant’Anna! Ringrazio i fratelli della Curva Nord Inferiore che nonostante i giorni difficili, mi sono vicini. Siamo ultras, cresciuti nelle tempeste e abituati a navigarci. La repressione non ci ferma, così come non ci impensieriscono le infamie e certi pagliacci di cui Palermo è piena”
Parlando dell’assessore comunale Giuseppe Mattina dice: “Per quello che ha detto su di me e gli prometto che presto lo farò ricredere, magari occupandogli l’assessorato. Purtroppo non potrò seguire alcune iniziative per un paio di settimane, ma t’inquitjamu u stissu Assessò. Ringrazio la mia famiglia per la comprensione, la forza e a tratti l’orgoglio che mi hanno dedicato. Sono un militante politico e non uno scafazzato. Loro lo sanno e niente li convincerà del contrario. Ringrazio pure gli inquirenti vari, chi mi denuncia, la digos, gli sbirri, i magistrati e tutto il circo”.
OSSERVAZIONI LOGICHE E DUBBI
– Ad ogni azione violenta corrisponde l’intervento della polizia.
– Ad ogni azione violenta contro un soggetto fascista, nella maggior parte dei casi l’intervento della polizia sarà automaticamente rivolto all’area antifascista.
– Ad ogni azione violenta contro un soggetto fascista corrisponderà una reazione mediatica di simpatia per la vittima dell’azione.
– Una generica rivendicazione “antifascista” di un’azione violenta contro un soggetto fascista avrà come solo ed unico effetto quello di fornire un solido elemento mediatico ed investigativo per consolidare l’astio contro l’antifascismo tout-court ed escludere dall’intervento della polizia altre possibili strade.
– L’assenza di sigle da una rivendicazione “antifascista” permette maggior libertà di movimento delle indagini all’interno dell’area antifascista stessa così come permette di indirizzare dove si preferisce l’astio mediatico contro gli stessi antifascisti.
Se c’é una cosa che accomuna tutte le aggressioni alla persona di stampo politico e organizzate é l’assoluta attenzione a mantenere le motivazioni politiche separate dall’atto violento.
Quando invece si preme affinché il significato politico venga riconosciuto si tratta di azioni di propaganda atta ad ottenere appoggio e simpatia e per questo é necessario che l’azione mediatica a cui legare il proprio marchio sia positiva.
Ecco che rivendicare politicamente un atto di violenza squadrista che sotto ogni punto di vista risulterà ignobile ed indifendibile in maniera bipartisan risulta assai strano. Che senso ha?
Chi può avere interesse nel compiere un’azione ignobile il cui unico effetto é quello di ritorcersi contro i movimenti antifascisti?
V’é il sospetto é che lelogiche di questa aggressione siano in realtà molto diverse da quelle che i suoi attuatori han voluto fossero narrate e che media e forze dell’ordine han seguito senza riserve.
Uno dei tratti più curiosi del neo-nazifascismo é l’uso bipolare che militanti neri e simpatizzanti più o meno consci hanno nei confronti dei termini nazismo e fascismo.
Da un lato troviamo un utilizzo in positivo in cui al termine fascismo si attribuiscono solo “cose buone”. Addirittura i militanti di movimenti neofascisti non solo definiscono sé stessi fascisti ma ne fanno apertamente un vanto, un motivo d’orgoglio.
Tuttavia in certi frangenti quegli stessi militanti che si definiscono orgogliosamente fascisti, per quanto possa sembrare sorprendente non si fanno problemi ad usare il termine fascista come aggettivo negativo con cui etichettare altri.
Quest’uso in negativo dell’aggettivo fascista da parte degli stessi fascisti avviene quando un dato evento contiene due elementi precisi: (1) una parte in gioco più o meno di sinistra e (2) una manifestazione di forza di questa parte in gioco che i fascisti hanno dovuto subire o perlomeno fronteggiare; nei fatti o anche solo simbolicamente.
Se un evento possiede queste due caratteristiche per i fascisti la strategia più conveniente é narrarlo in chiave vittimistica semplificando cartoonescamente la narrazione in uno scontro buoni contro cattivi.
– Il governo impone una decisione avversa ai fascisti? Entra in gioco la modalità vittimista e si accusa il governo di agire come una dittatura fascista.
La profondità d’analisi di chi parla di “fascismo degli antifascisti” é ben rappresentata qui
In questo processo la sinistra viene narrata perlopiù come una sorta di ammasso diviolenti aggrappati ad una idee aliene, traballanti ed incoerenti basate su ipocrisia di facciata secondo le qualié necessario fingersi buoni e tolleranti per poi agire subdolamente nell’ombra o quando l’occasione é più propizia.
Questa descrizione, che sembra una via di mezzo tra la figura del vampiro e quella del lupo cattivo di Cappuccetto rosso, é estremamente interessante in quanto rivela molte più cose sulla forma mentis fascista che non delle persone di sinistra così descritte (ci arriviamo tra qualche riga). A questo punto, dopo aver mostrificato la parte avversa, i fascisti possono anche non mostrarsi affatto, perché per effetto contrario, attribuendosi un ruolo opposto a quello dei mostri appena descritti, la narrazione li attribuirà automaticamente alla parte altrettanto semplificata dei buoni e giusti.
Ma perché nel tentativo di screditare e mostrificare la parte avversa i fascisti usano proprio il termine fascismo giocando sul filo del rasoio di un cortocircuito di senso così stridente?
Questo alternarsi ambiguo é necessario da un lato a ringalluzzire le proprie fila e dall’altra ad inserirsi all’interno del discorso democratico che almeno formalmente rifiuta il nazifascismo.
Insomma: com’é possibile che qualcuno al mattino si professi orgogliosamente fascista ma alla sera pur di farsi strada nell’arena mediatica non si fa scrupoli a dire di non essere ciò che é e per rafforzare tale debole posizione, spinge sull’acceleratore arrivando addirittura a dire che i fascisti sono altri?
Fascismo bellobellissimo…
…fascismo brutto e cattivo
JECKYLL & HYDE
Il giochino é semplice e vive sulla artificiosa scissione in due dei significati della parola “fascismo”: quando connotato positivamente diventa sinonimo di qualità che militanti e simpatizzanti considerano apprezzabili e ben spendibili all’esterno: benessere, ordine, sicurezza ecc.
Quando invece la stessa parola vien connotata in negativo, i significati che le vengono caricati addosso sono quelli che i militanti sanno essere malviste nel discorso pubblico: imposizione, dittatura, uso della violenza ecc.
Il meccanismo, insomma, non é troppo diverso da quello di certe espressioni alle quali, a seconda di circostanze e modalità, può essere attribuito un significato offensivo o un significato di vicinanza e simpatia. Ad esempio i romaneschi “te possino” e “fijo de’ na mignotta”.
Il fascismo é un fenomeno complesso e multisfacettato, inscindibile dai propri elementi fondativi e visioni del mondo. Scinderlo in due come se una parte potesse esistere senza l’altra é un’operazione artificiosa, come fingere che una combustione possa avvenire solo col comburente in assenza di combustibile.
In sostanza quando i fascisti danno dei “fascisti” alle parti avverse, non stan facendo altro che mentire con forza accusando l’altro (alieno) solo per dipingersi addosso un’immagine falsa (ipocrisia di facciata) di bravi ragazzi (fingersi buoni e tolleranti). Il dover ricorrere alla menzogna per sdognare le proprie idee evidenzia la poca forza delle stesse (idee traballanti) ed il fatto che tale menzogna avvenga proiettando fuori da sé quelle che sono caratteristiche fondanti del proprio pensiero é profondamente rivelatore della forma mentis fascista (incoerente).
A questo punto serve solo aggiungere la mappa delle aggressioni nazifasciste degli ultimi anni che come é ben noto vengono sempresminuite il più possibile tenendo lontani non solo i nomi delle formazioni neofasciste cui i protagonisti delle aggressioni appartengono, ma pure evitando di definire tali aggressioni col termine corretto: fasciste. Detto questo si recupera anche l’immagine dei violenti che agiscono vampirescamente nell’ombra o quando l’occasione é più propizia ed ecco che l’immagine semplificata del vampiro–lupo cattivo con cui i fascisti dipingono la sinistra riacquista in toto la sua natura di proiezione di sé.
Il signore dei ratti. “Nosferatu” (Herzog 1979)
IL FASCISMO CHE ORA C’E’, ORA NON C’E’ PIU’, ORA ERA IERI
Il meccanismo convive con un altro, molto simile ma più semplice, ovvero il giochino di usare il termine “fascismo” riferendosi ora al fascismo storico, quello guidato da Mussolini e terminato nel 1945, ed ora al fascismo in quanto fenomeno, nel senso ben descritto da Umberto Eco ne “Il fascismo eterno”.
Questo secondo meccanismo gioca sul fatto che se da un lato il fascismo storico é cosa del passato, una realtà terminata con la seconda guerra, dall’altra il fascismo in quanto fenomeno é un qualcosa di talmente informe e nebuloso da poterne negare l’esistenza.
Anche qui l’assurdità di chi al mattino sostiene di essere fascista ed alla sera si ostina a dire che il fascismo non c’é più viene mantenuta per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Mentendo.
(O meglio: ecco come una storia strampalata senza prove, senza testimoni e senza coerenza viene spacciata per verità)
[ATTENZIONE! Questo post contiene immagini particolarmente brutali e violente in linea con gli argomenti trattati]
1.00 PREMESSA – LA STORIA DELLA STORIA DI QUESTA STORIA
Pomeriggio.
Interno giorno.
Fuori piove.
Sto amichevolmente battibeccando per chat con “E”.
Argomento: seconda guerra mondiale; i partigiani.
Nodo del battibecco: “E” sostiene che i partigiani abbiano compiuto crimini peggiori e più numerosi di quelli compiuti dai fascisti.
Io no.
Con “E” capita a volte di scontrarmi su certi argomenti. La conclusione é quasi sempre la stessa: ognuno resta sulle sue posizioni, ci si beve una birra (ahimé non stavolta: i dialoghi via chat sono desolatamente analcolici) e con una sterzata di centottanta gradi si sposta il dialogo su argomenti maggiormente condivisi, che é un bel modo per dire che poi si parla di figa.
Ma una cosa che ha detto mi ha incuriosito e me la son segnata.
“Planina Bala – Se la trovi leggiti la storia di Planina Bala”
Un nome di cui non so nulla.
Alla sera cerco sul web e scopro su numerose pagine online che ne parlano. Planina Bala non é, come pensavo, il nome di una donna. É il nome di un luogo. Un luogo sui monti presso Tarvisio: malga Bala (Planina Bala in sloveno). Una malga legata ad una storia.
Storia che per sommi capi viene narrata così: “Nel 1944, nei monti presso Tarvisio, una banda di partigiani slavi spinti da odio anti italiano rapisce 12 carabinieri. Dopo due giorni di “via crucis” sui monti li portano a Malga Bala e li torturano fino alla morte in modalità da film horror.”
V’é pure “la storia di questa storia”, poiché il ricordo della vicenda non sarebbe emerso che pochi anni fa, sepolto da un fortissimo senso di omertà e paura diffuso tra la gente del posto.
In effetti mi s’accende la curiosità, anche se forse in modo diverso da come credeva “E”.
Innanzitutto mi colpisce la descrizione minuziosa e particolareggiata delle violenze granguignolesche (ganci di metallo infilzati nei talloni, petti squarciati, occhi maciullati, cuori frantumati, foto dei figli dei torturati inserite a forza dentro fori nei loro petti, gole bruciate da soda caustica, genitali tagliati e infilati in bocca, corpi massacrati a picconate). Di fronte a dettagli tanto approfonditi mi vien logico supporre che l’unica fonte plausibile per descrizioni tanto dettagliate possa essere qualcuno che vi ha preso parte. Ma penso pure che sia strano che una storia tanto impattante possa esser stata taciuta per diversi anni.
La terza cosa che mi viene in mente é “ma ha senso?”. Nel bel mezzo del conflitto, con truppe nazifasciste ovunque, scendere a valle con lo scopo di sequestrare dei carabinieri per poi massacrarli con modalità tanto crudeli in un luogo isolato ma fingendo per anni che non sia mai accaduto? La quarta cosa che mi viene in mente é che “confine orientale” e “1944” mal si conciliano con “carabinieri” (ci arrivo tra un po).
Conoscendo già diversi episodi “della seconda” ed avendo una certa idea di come funzionassero determinate cose durante il conflitto, questo episodio mi suona proprio male.
INDICE
1.00 PREMESSA – LA STORIA DELLA STORIA DI QUESTA STORIA
INSERTO STORICO – parte 1 – RIFLESSIONE A CALDO: SHOCK & AWE
INSERTO STORICO – parte 2 – PARTRIGIANI E POPOLAZIONE
INSERTO STORICO – parte 3 – STATO FANTOCCIO TEDESCO
INSERTO STORICO – parte 4 – LEGITTIMITÀ E SCELTE
INSERTO STORICO – parte 5 – RESISTENZA, (POST?)FASCISTI ED ALLEATI
INSERTO STORICO – parte 6 – ITALIA PAESE VITTIMISTA E INVASORE
INSERTO STORICO – parte 7 – IL CONFINE ORIENTALE
INSERTO STORICO – parte 8 – RAPIMENTI PARTIGIANI
INSERTO STORICO – parte 9 – CRIMINI PARTIGIANI E LEGGENDE NERE
1.01 RICERCHE
1.02 UNA VERITÀ OPPRESSA??? MO DAVÈRO?
1.03 LA FONTE UNICA!!!
1.04 DUNQUE:
2.00 PLANINA BALA, DI ANTONIO RUSSO
2.01 STRUTTURA DEL TESTO
2.02 L’INTRODUZIONE STORICA DEL LIBRO
INSERTO STORICO – parte 10 – LE BRIGATE OSOPPO
2.03 STILE
2.04 LA (MALA)ESPOSIZIONE DELLE FONTI
2.05 SELEZIONE
2.06 INTERVISTE, FARI E PANINI
2.07 ATTEGGIAMENTO PREVENUTO
2.08 LE TANTE CONTRADDIZIONI DEL LIBRO
2.09 CONCESSIONI A CARO PREZZO
2.10 AMORE E ODIO
2.11 INFORMAZIONI SUSSURRATE
2.12 FALLACIE LOGICHE
3.00 IL MONDO DI “PLANINA BALA”
3.01 FRANZA O SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA
3.02 OMERTA’ A PUFFLANDIA
3.03 PARTIGIANI VS. BRAVA GGGENTE
3.04 I DODICI ANGELI PATRIOTTICI
3.05 I SATANICI DEMONI DELLE MONTAGNE
3.06 JOSKO (Franc Ursic)
3.07 SRECKO (Silvio Gianfrante)
3.08 HROVAT (Lojs Hrovat)
3.09 SOCIAN (Ivan Likar)
3.10 I CUGINI STRONZI DI GERMANIA
3.11 IL CONTAGIOSO VIRUS PARTIGIANO
3.11.01 QUELLI CHE RESISTONO AL VIRUS
3.11.02 QUELLI SU CUI SI SORVOLA
3.11.03 IL REMITTENTE
3.12 LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBL…… EHMMM…. CARABINIER….
INSERTO STORICO – parte 11 – LE DIVISE DELLA GNR
3.13 LETTURA RELIGIOSA DEGLI EVENTI
3.14 IL PARALLELO CON LA PASSIONE DEL CRISTO
3.15 LE MOTIVAZIONI DEI PARTIGIANI…PER IL PUBBLICO
3.16 VERSIONE UNIC…..OOOOPS!!!
4.00 LE TORTURE
5.00 GLI EVENTI SUCCESSIVI
5.01 LE RICERCHE NON-RICERCHE
5.02 LE DUE VERSIONI DELLA SCOPERTA
5.03 IL RECUPERO DELLE SALME
5.04 L’INCENDIO DELLA MALGA
5.05 PROPAGANDA
5.06 C.S.I. TARVISIO
5.07 LE CHIACCHERE DEL PAESE
5.08 TESTIMONI IN FAMIGLIA
5.09 IL SILENZIO PARTIGIANO
5.10 LA NON-REAZIONE DEI NAZIFASCISTI
5.11 LO STUPORE DEI PARTIGIANI
5.12 POSTUMI PARTIGIANI
5.13 PRIMO DOPOGUERRA E DIMENTICATOIO
6.00 POTREBBE ANCHE ESSERE ANDATA COSI’
7.00 LE (S)TORTURE
7.01 I TESTIMONI DELL’UCCISIONE
7.02 MA COSA DIAV………. (PARARSI IL CULO)
7.03 CRONOLOGIA EVENTI SECONDO RUSSO
7.04 IL SUPERTESTE MISTERIOSO
7.05 L’AMBIGUO BEPI FLAJS
7.06 SPOSTAMENTI DI DATA
7.07 MYZA KOMAC E GLI ANONIMI
7.08 LE DICHIARAZIONI DI HROVAT
7.09 LE DICHIARAZIONI DI SRECKO
8.00 LA “VERITA'” DI RUSSO
INSERTO STORICO – parte 1 – RIFLESSIONE A CALDO: SHOCK & AWE
Mattanze tanto brutali ed eclatanti, quando non avvengono per scoppi d’ira improvvisi, s’inseriscono nella logica militare dello “Shock & awe” (colpisci e domina) ed avvengono essenzialmente per lanciare un messaggio che trasmetta terrore negli abitanti di una zona ove la forza che esercita tale violenza vuol rimarcare la propria posizione di predominio.
Tomino 27 novembre 1942. Fascisti italiani posano con la testa del partigiano sloveno Jernej Arko (nome di battaglia Črt) (fonte)
Un esempio diretto arriva proprio dal fascismo: le violenze più efferate perpetrate dal fascismo si verificarono inizialmente contro le popolazioni occupate in Jugoslavia, Libia ed Etiopia; solo dopo l’8 settembre 1943, con la drastica caduta di consenso e supporto da parte della popolazione, tali violenze si riscontrano anche a danno di quegli italiani che, osteggiando il fascismo, venivano da questo considerati nemici.
7 luglio 1942 “Prendiamo un cerino e milioni vanno in fiamme…” Capitano Modica (fonte)
Se questa logica funziona per una struttura organizzata come un’esercito occupante o una potente rete criminale che agisce in un territorio in cui può muoversi agevolmente, la cosa cambia quando si tratta di piccoli gruppi armati non ancora ben organizzati (siamo nei primi mesi di attività della resistenza) obbligati a nascondersi e spostarsi continuamente tra le montagne, in ribellione con la forza dominante e la cui esistenza dipende completamente dal supporto umano e logistico di una buona fetta della popolazione locale. Nel caso in cui delitti e barbarie vengano compiute da una forza ribelle é praticamente scontato che queste verrebbero sfruttate dalla propaganda della potenza dominante come atto d’accusa contro gli stessi ribelli.
In queste condizioni terrorizzare la gente del posto con atti di barbarie ingiustificata significherebbe farsi bollare per mostri ed intimorire anche chi si fidava o si sarebbe potuto fidare. Significherebbe denunce, segnalazioni anonime, delazioni e tradimenti. Significherebbe iniziare una spirale di violenze che porterà a dover minacciare prima o poi tutti quelli che prima ti aiutavano spontaneamente. E’una delle spirali che portano spesso molti gruppi criminali a dissolversi. Significherebbe rinunciare alla collaborazione, airifornimenti, alla raccolta di informazioni da parte dei paesani ed a mille diversi tipi di aiuto materiale: non é conveniente per una forza militarmente ed economicamente minoritaria essere in lotta sia con la forza dominante che con la popolazione locale.
Teste di combattenti torturati poste su un tavolo (fonte)
Anche in anni recenti non sono certo mancati esempi di esecuzioni brutali da parte di gruppi armati ed é facile notare come le barbarie dell’ISIS o il caso delle teste mozzate in Guatemala siano difatti entrambi casi di azioni effettuate da strutture ben radicate in un territorio che controllano e sono sempre azioni caratterizzate da estrema spettacolarità ed intento comunicativo che vengono eseguite per affermare il proprio dominio sul territorio. Uccisioni tanto brutali non avvengono laddove chi le effettua non é supportato da una grossa fetta della popolazione o non ha alle spalle una struttura tanto grossa da garantirsi l’impunità.
Queste brutali dimostrazione di forza trovano dunque un loro senso solamente se vengono esibite trasformando gli stessi corpi martoriati in un messaggio.
Stesso discorso vale anche per il valore simbolico-comunicativo di diversi omicidi di mafia italiana (uno su tutti: la decapitazione del criminologo-psichiatra Aldo Semerari, la cui testa venne posta in una bacinella tra i propri piedi). Anche andando un indietro negli anni si osserva come le stesse esecuzioni pubbliche (crocifissione romana) e l’esibizione prolungata dei corpi degli impiccati (qui gli esempi si sprecano) fungesse sempre da monito comunicativo.
Perciò questo caso suona doppiamente strano: pianificare ed eseguire un massacro tanto violento e brutale ha senso solo come messaggio intimidatorio il cui effetto certo sarebbe quello di impaurire la popolazione (prima stranezza, data la condizione dei partigiani di dipendenza dalla popolazione), inoltre viene svolto in un luogo tanto isolato e difficilmente raggiungibile da rendere possibile un rivenimento anche estremamente tardivo dei corpi-messaggio.
Ustascia (fascisti croati anti serbi) decapitano un prigioniero del campo di Jasenovac
INSERTO STORICO – parte 2 – PARTRIGIANI E POPOLAZIONE
Tagliando con l’accetta, perché un gruppo combattente in opposizione alla forza dominante ottenga la collaborazione della popolazione ci possono essere tre sole vie: 1) ottenerne la fiducia 2) pagarla 3) intimorirla. Una stessa forza combattente può arrivare ad utilizzare tutti e tre i metodi, anche se con modalità, intensità, obiettivi, tempistiche e soggetti differenti.
Ma come già osservato, se i partigiani avessero basato la loro strategia sulla terza opzione, ossia terrorizzare le intere popolazioni locali, sarebbero durati ben poco. Questa opzione difatti non porta mai ad una collaborazione vera ed é controproducente se non é seguita da una rapida presa del potere e la creazione di una rete di collaborazione e propaganda.
Se invece i partigiani avessero creato la loro intera rete di supporto principalmente pagando si dovrebbe spiegare e documentare in che modo, come e da dove, senza appoggio di industriali o banchieri, i partigiani avrebbero fatto comparire magicamente dal nulla riserve di denaro almeno pari a quelle della stessa RSI. Al tempo stesso se i partigiani fossero stati supportati da TUTTA la popolazione probabilmente la guerra sarebbe terminata con molti mesi d’anticipo. La realtà é che furono principalmente supportati da un’ampia fetta della popolazione, le intimidazioni erano circoscritte a fascisti e filofascisti ed i pochi casi di corruzione hanno riguardato personaggi senza remore che agivano per mero interesse, come nel caso di funzionari fascisti o milizie confinarie disposti a chiudere un occhio per denaro. L’intimidazione dunque può essere attuata solo a patto che sia limitata e non sfoci mai nel terrore (che é attuabile solo dalla forza dominante) e deve sempre essere controbilanciata da forme di rapporto fiduciario-collaborativo più forte dell’intimidazione stessa.
La realtà, dunque, é molto più complessa ed intrecciata di come spesso si tenta di ridipingere: i gruppi partigiani certamente erano appoggiati da una buona fetta della popolazione, mentre un’altra parte era fascista o afascista. In tale situazione, visto soprattutto la situazione di svantaggio numerico in cui molti gruppi resistenziali si trovavano in quei primi mesi, l’interesse era sia quello di mantenere i rapporti di fiducia della popolazione simpatizzante che non inimicarsi quella dei numerosi afascisti indecisi: terrorizzare la propria rete di supporto già attiva e quella potenziale non avrebbe avuto alcun senso.
Bisogna anche star attenti a non cadere nella facile semplificazione “monoblocco partigiano contro monoblocco fascista”: quando si parla genericamente di partigiani s’intendono gruppi diversissimi per formazione (Brigate Garibaldi, GAP, SAP, Giellisti, ecc.) ed indirizzo politico (cattolici, liberali, democristiani, monarchici, comunisti, anticomunisti, socialisti, cattocomunisti, azionisti, anarchici, repubblicani) che convivevano a volte molto forzatamente tra loro (qui le cose si complicano ancora: una stessa formazione poteva essere composta ad esempio da cattolici e comunisti; formazioni miste si sono divise e fuse tra loro; parti di una formazione potevano confluire in formazioni diverse, ecc.) ed infine collaboratori più o meno attivi, simpatizzanti, staffette, informatori, doppiogiochisti ecc. Molti partigiani erano ex militari che in gioventù furono balilla e credettero nell’illusione fascista; alcuni di essi furono per lungo tempo critici, altri capirono solo all’ultimo cosa fosse veramente il fascismo.
Pure parlare genericamente di “fascisti” può rivelarsi una semplificazione: anche qui c’erano gruppi separati a volte pure in lotta fra loro (squadristi e fascisti della prim’ora, i volontari della RSI convinti, quelli aderenti a gruppi “speciali” come la X^ Mas fedeli a Borghese, i fasciatissimi della Muti, le Brigate nere, la GNR. Inoltre c’erano le SS italiane fedeli a Hitler, le forze dell’ordine rimaste fedeli a Mussolini, gli amministratori e gli imprenditori che avevano fatto affari col fascismo ed una larga fetta di popolazione che plaudeva il fascismo pur senza partecipare attivamente alla scena politica), c’erano forme ideologiche che pur condividendo un “egual sentire” di fondo potevano essere diversissime fra loro (monarchici, repubblicani, cattolici, anticlericali, filogermanici, italocentrici, mussoliniani e non mussoliniani, afascisti). Ma cerano pure gli ex-IMI che preferirono aderire all’RSI solo perché l’alternativa era patire il freddo e la fame dei lager tedeschi (anche se la maggior parte, circa 650.000 preferì patire le pene della fame nei campi d’internamento e lavoro), così come militari allo sbando che temevano di essere “passati per le armi mediante fucilazione nella schiena” come recitato nel bando del maggio 1944 a firma Giorgio Almirante.
Erano fascisti dei criminali violenti che proprio grazie all’avallo del PNF poterono agire senza freno ed erano fascisti anche convintissimi devoti a Mussolini che non commisero personalmente mai alcun delitto, così come “fascisti” furono anche semplici simpatizzanti e persone in posizione più o meno importante che a causa del loro agire o non-agire avevano permesso il mantenimento del regime e/o l’esecuzione di crimini. C’era chi s’era arruolato nella RSI perché convinto e chi per paura di esser fucilato. C’era chi aveva disertato per andare tra le file dei partigiani e chi i partigiani li fucilava perché era imbevuto di vent’anni di propaganda. C’era chi poi s’é pentito delle scelte d’allora, chi se ne é sempre fatto un vanto e chi le ha rinnegate solo per convenienza.
“Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti (…). Uccidiamo famiglie intere, ogni notte, a furia di colpi o con le armi. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”
(Salvatore Seldi descrive alla famiglia l’occupazione dei territori orientali, 1 luglio 1942. Fonte: diecifebbraio)
É più criminale chi ha ucciso ingiustamente un uomo o chi, per non aver preso posizione, ha permesso che se ne condannassero ingiustamente a morte dieci? Non c’é da stupirsi se certe distinzioni che risultano difficili ancor’oggi vennero risolte in maniera sbrigativa durante il conflitto.
Questo per ribadire che quando si osserva in dettaglio una vicenda del periodo ci sono numerose sfumature di cui tener conto per evitare di cadere nella semplificazione. Vanno fatti dunque dei distinguo: se il fascismo e la resistenza in quanto fenomeni sono due realtà chiaramente distinte ognuna con specificità proprie, quando si volge lo sguardo sui singoli eventi ha più senso parlare di resistenzE e fascismI perché a seconda del piano su cui verte il discorso (che cambia drasticamente se le vicende vengono considerate sul piano più ampio dello scontro universale tra fenomeni generali o tra blocchi di potere e umanità o su altri piani intermedi) non sempre si possono mettere draconianamente sullo stesso piano un Rodolfo Graziani e un amministratore comunale che aderì al fascismo essenzialmente per garantirsi un posto di lavoro, così come dall’altro la dirigenza del CLN e un singolo partigiano che magari le distinzioni di cui sopra le risolveva troppo sbrigativamente a pistolettate. Se il fascismO come fenomeno é un fenomeno criminale, la mera adesione o vicinanza morale ad esso é invece un problema culturale. Ne deriva che quando il piano del discorso riguarda Fascismo e Resistenza come fenomeni generali questi andranno giudicati sul piano storico nel loro complesso, mentre nei singoli casi specifici é necessario fare i conti con i numerosissimi distinguo di cui sopra.
Dunque che rapporto intercorreva solitamente tra partigiani e popolazione? Il supporto alla resistenza fu indubbiamente fortissimo ma di certo non unanime né omogeneo: c’era chi appoggiava la resistenza ma non la sua componente comunista, c’era chi parteggiava per la resistenza aiutando materialmente i partigiani di ogni colore e chi tifava resistenza senza però fare alcunché di concreto, c’era chi forniva informazioni e chi portava comunicazioni, così come c’era un’ampia fetta di popolazione che invece tifava per il fascismo e vedeva in ogni azione partigiana una tragedia.
INSERTO STORICO – parte 3 – STATO FANTOCCIO TEDESCO
9 luglio 1943 sbarco in Sicilia degli angloamericani 25 luglio 1943 il Gran consiglio del Fascismo approva l’estromissione di Mussolini. Il Re lo fa imprigionare ed affida il governo a Badoglio. 8 settembre 1943 Badoglio, a capo del governo legittimo, annuncia pubblicamente l’armistizio con le forze anglo-americane. 12 settembre 1943 con un’operazione militare i tedeschi liberano Mussolini e lo trasferiscono in Germania. 18 settembre 1943 via radio, da Monaco di Baviera, Mussolini annuncia creazione di uno stato fascista nel nord Italia. 28 settembre 1943 nel nord dell’Italia viene istituito lo stato fantoccio dell’RSI sotto controllo nazista per proseguire il conflitto. settembre 1943 – marzo 1944 in questi mesi si sviluppa la prima fase della resistenza al nazifascismo, in molti casi spontaneista e non del tutto ben organizzata.
Di fatto dopo l’8 settembre il nord Italia é sotto occupazione tedesca: né più né meno che un territorio coloniale (o protettorato) che dal 28 settembre sarà comandato da un governatore di facciata (un Mussolini oramai del tutto burattino). Come se un Piemonte secessionista fosse posto forzatamente sotto amministrazione della Francia la quale decidesse di mettere a capo delle zone controllate un membro della famiglia Agnelli in lotta contro Roma.
[…] su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo […] SI AMMAZZA TROPPO POCO !
(Nota del 4 agosto 1942 del Generale Robotti riguardante la situazione sui Balcani)
Quando si parla di ciò che avvenne in nord Italia dopo l’8 settembre 1943 é necessario che questo punto sia chiaro: il re ed il governo legittimo erano rifugiati in meridione ed i fedeli a Mussolini avevano di fatto appoggiato la scelta di trasformare il nord Italia in una colonia nazista.
Qualunque sia la propria opinione politica é indubbio che dall’unità d’Italia l’unico movimento di massa che abbia mai tentato di sostituirsi al governo in carica imponendosi con la forza bruta é stato il fascismo, così come é indubbio che pur di mantenere il proprio dominio, Mussolini preferì cedere alla Germania proprio quei territori per la cui conquista, costata 1.240.000 vittime lui stesso si era fortemente schierato decenni prima portando l’Italia nella Grande Guerra (Trentino Alto Adige, Friuli ed Istria).
La nascita dell’RSI e la decisione di proseguire il conflitto contro il governo legittimo fu una colpa imputabile esclusivamente ai nazifascisti: senza questa decisione la guerra sarebbe probabilmente terminata con diversi mesi d’anticipo. Sono pertanto ridicole le affermazioni di chi sostiene che il conflitto si protrasse a causa delle azioni dei partigiani, che combattevano una nazione occupante ed i fascisti, connazionali ridottisi a sgherri dei nazisti.
INSERTO STORICO – parte 4 – LEGITTIMITÀ E SCELTE
Tralasciando i casi di mero calcolo, di opportunistico interesse e di scelta forzata é indubbio che molti di coloro che aderirono alla RSI lo fecero con convinzione e per fedeltà a Mussolini, percependosi nel giusto. Non potendo/volendo riassumere in poche righe un discorso complessivo sulle rozze ed illusorie menzogne del fascismo (questo articolo é già abbastanza lungo così), qui ci si limiterà ad evidenziare come l’aderenza all’RSI fosse, di fatto, una ribellione ingiustificata nei confronti del governo legittimo. Se si é oppressi da un potere ingiusto é giusto ribellarsi ed in casi estremi, purtroppo, l’uso della violenza può esser l’unica strada percorribile. Ma non fu questo il caso dei repubblichini:
I repubblichini erano oppressi da un potere ingiusto?No: Mussolini era stato esautorato perché dopo aver trascinato l’Italia in una serie di avventure e collaborazioni belliche disastrose e inutilmente dispendiose (Guerra civile spagnola, l’avventura coloniale in Libia ed in Etiopia, invasione della Francia, invasione dei Balcani e della Grecia, richiesta di partecipare alla campagna di Russia inviando 230.000 soldati italiani sotto comando tedesco) e, aggiungiamo, NON esser nemmeno stato in grado di far arrivare i treni in orario (ossia: essendo stato incapace di portare davvero l’Italia ad un livello socio-economico-tecnologico paragonabile a quello delle altre nazioni centroeuropee, nonostante la propaganda sostenesse diversamente), alleandosi con la Germania e dichiarando guerra a Stati Uniti, Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia e Gran Bretagna, aveva trascinato l’Italia in un baratro da cui non sarebbe mai potuta uscire indenne: porre fine a Mussolini ed al movimento da lui guidato era, ancor prima di ogni ideale e considerazione personale, ciò che era necessario per il bene della popolazione italiana. Chi proseguì nel supporto a Mussolini, di fatto, aveva scelto di proseguire su una strada già evidentemente mortale per l’intera penisola.
I repubblichini erano legalmente legittimati? Come visto sopra, no: il governo era rifugiato tra Brindisi e Salerno e l’RSI prendeva ordini dalla Germania.
I repubblichini temevano per la propria incolumità? Molti si: temevano di ricevere la stessa moneta che avevano dispendiato nei vent’anni precedenti. E’la paura che prova l’aguzzino circondato da coloro che in precedenza abusò.
La maggioranza degli italiani era più fedele a Mussolini che al re? Fino al 1939-40 si può facilmente affermare di si, ma considerando la rapidità con cui questa fiducia é crollata quando si son visti la guerra in casa appare evidente che fu una fedeltà che poggiava su basi debolissime. Interessante comunque la domanda in sé in quanto presuppone che la popolazione debba affidarsi a questo o quel potente di turno escludendo alla radice che un “capo” possa esser manifestazione temporanea della volontà popolare.
Sono stati il re e Badoglio a tradire gli italiani? Solo se per “tradimento” s’intende l’aver esautorato colui che aveva portato la nazione in ginocchio e tentato di evitare che sprofondasse ulteriormente.
I repubblichini rappresentavano la volontà della popolazione italiana? No: di fatto agivano per il puro interesse della Germania mediato attraverso la figura di Mussolini.
INSERTO STORICO – parte 5 – RESISTENZA, (POST?)FASCISTI ED ALLEATI
Per farla breve: gli Alleati anglofoni erano decisamente antinazisti ma nient’affatto antifascisti (anche se, a dirla tutta, soprattutto tra l’aristocrazia inglese, non mancavano nemmeno gli estimatori del nazismo). Le simpatie nei confronti del fascismo non mancavano dunque né in USA né in Gran Bretagna. Queste simpatie di lunga data e stabilitesi su più punti di contatto (dai circoli esoterici e teosofici passando per nazionalismo estremo ed antibolscevismo) e che si riscontrano nell’entusiastica relazione italo-statunitense negli anni venti e trenta s’incrinò formalmente con l’invasione italiana dell’Etiopia ma soprattutto a causa dell’avvicinamento al nazismo di Hitler. Nel delinearsi di un mondo diviso fra blocco comunista e blocco capitalista in occidente il fascismo era da molti considerato come uno strumento di difesa antibolscevica.
Non per niente gli Alleati diffidavano delle formazioni partigiane a causa della loro forte componente comunista: basta pensare che il CLNAI ottenne il riconoscimento da parte degli Alleati solo sul finire del 1944. Questa simpatia nei confronti del fascismo, unita poi alla situazione geopolitica post-Yalta, spiega anche perché non vi fu una “Norimberga italiana” e la conseguente continuità lineare nel dopoguerra tra fascismo e post-fascismo nelle istituzioni; spiega la tensione dei rapporti tra movimenti partigiani ed Alleati, la stretta collaborazione nel periodo post-bellico tra americani e (ex?)fascisti in funzione anticomunista (vedi: “strategia della tensione”). Spiega il clima di sospetto che generò tra i partigiani la richiesta da parte alleata di interrompere le azioni offensive durante l’inverno 1944-45, richiesta che ritennero servisse agli Alleati per guadagnare tempo e portare avanti trattative con i fascisti per una resa indolore che avrebbe potuto mantenere il fascismo al potere, magari dandogli giusto una ripulita d’immagine. Di cruciale importanza per comprendere le tensioni del periodo é il fatto che l’arresto di Mussolini nel luglio 1943 e la contemporanea soppressione del Gran consiglio del fascismo, pur portando formalmente alla caduta del fascismo, nella sostanza lasciava gran parte dei funzionari e dirigenti ancora al loro posto.
La vicinanza ideale tra fascisti ed Alleati contribuì ad alimentare la paura (poi rivelatosi in gran parte fondata) che la continuità tra fascismo e post-fascismo avrebbe permesso a numerosi criminali fascisti di restare impuniti nel dopoguerra. Lo si vedrà nel 1946: mentre in Germania, a Norimberga, gli alti ufficiali nazisti venivano processati da un tribunale internazionale, nell’Italia diventata Repubblica da pochissimi giorni, invece, l’amnistia Togliatti assicurava la libertà chiunque si fosse macchiato di reati comuni, reati politici, collaborazionismo con il nemico e reati annessi, compreso il concorso in omicidio (ma l’interpretazione dell’amnistia fu tanto larga da lasciare libero anche chi partecipò direttamente a stragi ed omicidi). La “stranezza” dell’amnistia Togliatti, che scatenò fin da subito feroci polemiche (Togliatti, che non coinvolse alcun collaboratore nel redarre il provvedimento, quando né informò il partito venne aspramente criticato dagli esponenti del PC), aveva però perfettamente senso se osservata all’interno del quadro internazionale stabilito durante la Conferenza di Yaltanel febbraio del 1945, ossia con l’assegnazione dell’Italia all’area di influenza statunitense (Togliatti dunque sottostò direttamente all’imposizione di Mosca che agiva in linea con quanto concordato a Yalta e l’interesse statunitense era quello di ridare stabilità al paese e far restare l’Italia nei ranghi assegnatigli mantenendosi buoni i fascisti che su tale punto ben concordavano ed arano lieti di collaborare). Pochissimi giorni dopo Churchill pronunciò il noto discorso della “cortina di ferro” che indicava l’area d’influenza sovietica come un blocco i cui confini correvano “da Stettino nel Baltico a Trieste”. É in questo momento che i sospetti di una possibile continuità postbellica del fascismo si fecero certezza.
Nei mesi a cavallo del termine del conflitto si riaccesero tutti i contrasti e le divisioni che fino a quel momento erano stati più o meno trattenuti dai diversi gruppi resistenziali e dai relativi partiti politici di riferimento: delusione per quei comunisti che avrebbero preferito vedere un’Italia sotto influenza sovietica, malsopportazione per chi rifiutava esser forzati a far parte di una “sfera d’influenza” imposta, paura per i monarchici che sentivano le sempre più forti pressioni di chi voleva un’Italia postbellica repubblicana, entusiasmo per i filoamericani, smarrimento per i fascisti in cerca di una riabilitazione d’immagine, giusto per citare i più macroscopici.
INSERTO STORICO – parte 6 – ITALIA PAESE VITTIMISTA E INVASORE
Va riconosciuto che nel corso della sua breve storia, dal risorgimento in poi l’Italia é stato più un paese invasore che un paese invaso:
1869 Inizia la presenza italiana in Eritrea.
1889 L’Italia ottiene il controllo della Somalia.
1895 L’Italia attacca l’Etiopia. Al termine del conflitto l’Italia otterrà ufficialmente l’Eritrea.
1900 L’Italia invia un contingente militare in Cina in supporto dei propri alleati contro la rivolta dei Boxer. Al termine degli scontri otterrà la concessione di Tientsin
1911 L’Italia attacca la Libia. Guerra Italo-Turca.
1912 Nel corso della Guerra Italo-Turca l’Italia occupa militarmente alcune isole dell’Egeo
1915 l’Italia attacca i suoi ex-alleati Austria–Ungheria e Germania.
1935 L’Italia invade l’Etiopia.
1936 L’Italia invia truppe in Spagna a sostegno del regime franchista.
1939 L’Italia occupa militarmente l’Albania.
1940 L’Italia invade i Balcani e la Grecia.
1940 L’Italia invade la Francia meridionale.
1940 L’Italia invade l’Egitto.
1941 L’Italia dichiara guerra agli USA
1941 L’Italia occupa militarmente il Montenegro.
1941 L’Italia invia oltre 250.000 uomini in Russia a sostegno della Germania
1942 L’Italia occupa la Corsica.
il progetto coloniale italiano nella sua ipotetica massima realizzazione
Quando é stata l’Italia essere attaccata si é sempre trattato della risposta di Paesi che l’Italia aveva precedentemente invaso o a cui aveva dichiarato guerra. Tranne in un’unica occasione: l’occupazione tedesca.
“Noi siamo da secoli calpesti, derisi
perché non siam popolo, perché siam divisi”
(Inno nazionale italiano)
Vittimismo e autocommiserazione
Ma nonostante l’evidenza storica renda palese l’aggressività coloniale italiana, nel sentir comune l’italiano si dipinge come colui che subisce solamente. Si tratta di una autonarrazione che ha radici lontane, si presta particolarmente bene alla sindrome d’autoassedio ed é ben codificata sia nella cultura nazional-popolare che nella sua narrazione pubblica ufficiale. La tipicità prettamente italiana di questa forma di autocommiserazione consiste in un diffuso atteggiamento alla “chiagni e fotti” applicato ad ogni tipo di situazione che si appoggia a sua volta sul falso mito autoconsolatorio degli “italiani brava gente” (non che altrove i paesi colonialisti siano messi meglio: tutti negano, sminuiscono e fingono di non conoscere i propri crimini. Noi semplicemente lo facciamo con maggior pathos).
INSERTO STORICO – parte 7 – IL CONFINE ORIENTALE
Per meglio capire la situazione dei confini orientali é necessario inquadrarne innanzitutto l’origine storica, che potrebbe essere riassunta nella frase: “quelle zone sono terra di mescolanze e confine da millenni”. Sono passati tutti di qui: veneti, ilari, carni (celti), longobardi, franchi, ungari, bizantini, avari, slavi, romani, unni, quadi (germani), visigoti, francesi, austriaci. Basta una rapida occhiata alla storia del Friuli e della Slovenia per capire il fortissimo legame storico che queste divisioni amministrative condividono.
I confini dell’area nel I* secolo d.C.
Le lingue parlate sul confine orientale nel 1900 erano italiano e sloveno (con qualche punta di tedesco all’attuale confine con l’Austria), con una distribuzione nient’affatto uniforme che cambiava addirittura di valle in valle. Le mappe linguistiche dell’epoca spesso tendevano a dipingere un’uniformità molto lontana dalla situazione reale. Giusto per dare un’idea di quella che é la mescolanza linguistica ed identitaria (che non sempre combaciano) e del modo in cui, a seconda del tipo di criterio usato e del periodo di riferimento, la situazione locale può apparir diversa può essere interessante osservare quattro mappe dell’Istria molto diverse e lontane fra loro, sia nel tempo che nel metodo usato:
Lingue e mescolanze culturali che dunque non é possibile far combaciare con confini netti e che anche negli ultimi secoli son proseguite ed han dovuto convivere con numerosi spostamenti di frontiera (mappe provenienti daQUI):
Dove “finisce” l’Italia? Dove “inizia” la Slovenia? E la Croazia? A differenza di altri luoghi dove i confini culturali sono meglio definiti (penso al Trentino-Sudtirol), sul confine orientale definire una linea di confine che rispecchi lingue, identità e culture della popolazione é sostanzialmente impossibile. Se a ciò aggiungiamo che ogni realtà nazionale ha su questi luoghi anche interessi economici e geopolitici la cosa poi si complica ancor di più.
Ciò che avviene in queste zone durante il secondo conflitto mondiale dunque non é che l’ultimo frutto di una lunga serie di sconvolgimenti che hanno interessato l’area di con fine, i più impattanti dei quali si verificarono dalla Grande Guerra in poi, ossia durante l’apoteosi dell’industria nazionalista novecentesca. Semplificando anche qui al massimo: il confine orientale, multietnico, strappato dall’Italia all’impero austroungarico durante la Grande Guerra, tra i due conflitti subisce un violento processo di fascistizzazione ed italianizzazione forzata: venne imposta la lingua italiana e si fecero arrivare un gran numero di parlanti italiano provenienti da altre regioni (solo nel triennio 1919-1922 la cifra si aggira intorno a 50.000 persone, cui corrispose l’allontanamento di 28-30.000 tra parlanti sloveno e tedesco). Nell’arco di pochissimo tempo territori che furono sempre luogo di mescolanza vengono artificialmente trasformati in una monocultura italiana a scapito della popolazione slava. Non c’é da stupirsi, dunque, se fu proprio in queste zone che il fascismo si consolidò tessendo i primi rapporti di collaborazione con l’esercito e stabilì uno dei suoi zoccoli duri più resistenti. Oltre all’imposizione della lingua e riattribuzione dei terreni vi furono un gran numero di incendi, violenze, e intimidazioni. Il fascismo, dunque, stava pigiando al massimo l’acceleratore su un processo iniziato anni prima con l’accensione dei focolai irredentisti e con la nascita del Regno d’Italia.
Tutto ciò porterà negli anni venti e trenta ad una forzata ridefinizione dei confini culturali a danno delle popolazioni slave. Naturalmente ciò alimentò tra queste un forte sentimento antifascista e rafforzò anche il nazionalismo serbo e croato, che negli anni fra i due conflitti si manifestò attraverso azioni clandestine, ad esempio con organizzazioni come laTIGR.
Dopo l’8 settembre 1943 il confine nord-orientale d’Italia passò sotto amministrazione tedesca e tale rimase anche dopo la nascita della RSI. Il Trentino e il Südtirol divennero la zona d’operazione OZAV (OperationsZone AlpenVorland) mentre il Friuli e l’Istria divennero la zona d’operazione OZAK (OperationsZone Adriatiche Küstenland) divenendo di fatto entrambi protettorati germanici.
“Mussolini (a proposito dei tedeschi ndr) ha detto: Bisogna accettare questo stato di cose perché ogni tentativo di reazione ci farebbe declassare dalla condizione di provincia confederata a quella ben peggiore di colonia. Anche se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa“
Anche la resistenza jugoslava non era un’entità compatta ed omogenea: si può facilmente parlare di due resistenze in quanto le due forze principali di resistenza, i Cetnici di Mihajlovic (serbi cattolici anticomunisti e nazionalisti che collaboravano con gli Alleati ma erano in lotta coi comunisti Titini) ed iTitini (comunisti che collaboravano anch’essi con gli Alleati pur essendo in lotta coi Cetnici) erano particolarmente distanti fra loro. Sia i Cetnici di Mihajlovic che i Titini furono riconosciuti come Alleati da USA e Gran Bretagna nonostante fossero in lotta tra di loro.
Inoltre v’erano diverse formazioni nazionaliste, pan-serbe e collaborazioniste come i cosiddetti “sloveni bianchi”, ossia Domobranci e Belogradisti (cattolici liberal-monarchici fortemente anticomunisti che collaboravano con i nazifascisti), ed i Cetnici guidati da Nedič (serbi cattolici anticomunisti e nazionalisti che collaboravano con i nazisti).
Insomma: come in Italia anche nei Balcani esisteva una realtà variegata di forze ed entità diverse in cui confluirono e e si stratificarono lotte di classe, etniche, politiche ed ideologiche.
Le due resistenze jugoslave premevano per sconfiggere i nazifascisti spostandosi sempre più ad ovest e ciò intimoriva non poco la popolazione italiana in quanto allarmata dal fatto che le mire pan-serbe avrebbero portato i territori da loro occupati sotto dominio slavo
Una peculiarità propria dei movimenti partigiani italiani delle zone orientali fu che una buona parte di essi aveva un orientamento molto più antislavo che antinazifascista. Ciò portò ad una netta divisione fra un movimento di resistenza “internazionalista” che includeva partigiani comunisti italiani e sloveni, ed un movimento partigiano “nazionalista” più interessato a fermare un’eventuale avanzata jugoslava che a combattere gli occupanti tedeschi e che non disdegnò contatti con repubblichini e nazisti in funzione antislava (quadro entro cui rientra anche l’eccidio di Porzûs). La specularità con la situazione delle due resistenze jugoslave é abbastanza palese.
Il fatto che sul confine orientale si sia verificata una collaborazione tanto peculiare tra nazifascisti e certi gruppi partigiani può essere facilmente compreso se si tiene conto che ciò avvenne tra persone provenienti da zone che da vent’anni erano immerse in un clima di propaganda antislava particolarmente feroce.
INSERTO STORICO – parte 8 – RAPIMENTI PARTIGIANI
Un rapimento di militi fascisti da parte di partigiani poteva avere i seguenti scopi: ottenimento informazioni / tentativo di farli entrare nelle proprie file (ma questo perlopiù solo nei primissimi tempi dopo l’8 settembre)/ scambio di prigionieri / fucilazione. Non esiste caso documentato di sevizie e torture paragonabile a quello che viene narrato riguardo ai fatti di Malga Bala. Gli unici casi vagamente simili sono quelli diffusi da pubblicazioni revisioniste pseudostoriche che non trovano alcun appoggio da parte della storiografia
INSERTO STORICO – parte 9 – CRIMINI PARTIGIANI E LEGGENDE NERE
Durante il conflitto e nelle settimane immediatamente successive, a contorno di numerose operazioni di resistenza legittime, si verificarono anche episodi orrendi tra cui rappresaglie ingiustificate, omicidi per questioni personali, furti “celati” dietro alla bandiera dell’antifascismo. Morirono anche persone colpevoli di poco o nulla.
Non si tratta né di misteri, né di episodi lasciati passare in sordina poiché portarono a inchieste, processi e condanne. Come ad esempio nell’eccidio svoltosi a Codevigo tra il 28 aprile ed il 15 maggio 1945 in cui soldati e partigiani ravennati uccisero di spontanea volontà almeno 136 fascisti, perlopiù loro compaesani, per vendicare fatti gravissimi di cui quegli stessi fascisti si erano macchiati in precedenza nelle zone d’origine. I fatti portarono a numerosi processi ma la difficoltà di valutare ogni singolo caso si concluse in un nulla di fatto.
Il fatto che in casi come quello di Codevigo non si sia giunti a definire una verità processuale ed attribuire delle responsabilità di colpa ha generato rabbia tra i parenti delle vittime ma a conflitto finito ciò é stato utilizzato politicamente per alimentare il mito dell’ ”intoccabilità dei partigiani”.
La realtà é che in questi casi non é facile definire colpe e responsabilità:
Il primo problema é che in diversi di questi episodi il confine tra azione lecita ed illecita é assai labile e difficile da stabilire, sia sul piano giuridico che umano [p.es. fucilare senza processo un membro del PNF che, abusando del proprio potere per anni ed anni ed esercitando violenze e soprusi continui, ha rovinato l’esistenza a intere famiglie meramente per tornaconto personale e che per questioni politiche potrebbe farla franca, dal punto di vista legale é indubbiamente un crimine ma un giudizio umano della vicenda potrebbe essere meno inclemente. Ventitré anni passati tra tribunali speciali, confini, pesanti detenzioni senza regolare processo, assalti squadristi, intimidazioni, abusi di potere, bastonate a morte, leggi razziali, collaborazione al genocidio nazista e casi di corruzione apertamente sfacciata possono essere motivo d’incazzatura, specie nel momento in cui diviene chiaro che tutto ciò resterà impunito. Allo stesso modo l’uccisione di un noto assassino e torturatore fascista, in quei frangenti, se avvenuta per mera scelta personale di un partigiano senza consultazione con i superiori di grado, fino a che punto é da considerarsi un crimine?]
Il secondo problema é che nel caos del periodo molti avvenimenti non si poterono documentare a dovere, impedendo il successivo raggiungimento di una verità processuale certa.
Vi é però anche un terzo problema ancor più importante dei due precedenti, ossia il fatto che molti di questi episodi, pur essendo sufficientemente documentati, sono stati soggetto di narrazioni e ri-narrazioni che esulano dalla realtà documentale ma si sono imposte in quanto utilizzate per la diffusione di leggende nere.
Leggende nere che nascono perlopiù con l’intento di dar contro ai rossi o per autogiustificazione ideologica o famigliare: numerosi sono i casi di persone che raccontano di un parente che ha “ingiustamente” subìto danni dai partigiani, spesso dimenticando che quel parente era un collaboratore del regime o qualcuno che perse dei vantaggi che gli vennero attribuiti per sottomissione al fascismo. Non mancano nemmeno casi di banali incidenti stradali o morti sul lavoro che, a distanza di anni, vengono attribuite ai partigiani e narrate come omicidi mascherati senza che vi sia alcunché per affermare ciò. Leggende nere che iniziarono a nascere proprio sul finire della guerra, mentre i fascisti e le loro famiglie erano intente a mostrarsi sotto una luce più adatta al nuovo corso post-fascista (quale occasione migliore per rispolverare il solito cliché vittimista del “si, ha fatto degli errori ma in fondo é stato una vittima”).
Leggende nere che alimentano la polarizzazione sull’argomento: chi si ritrova a dover controbattere leggende spesso tanto numerose quanto eclatantemente tendenziose e/o basate sul nulla corre il forte rischio di maturare, per reazione, un atteggiamento eccessivamente accondiscendente e giustificante nel confronto dei movimenti partigiani.
La diffusione di leggende nere, spesso alimentate (più o meno consapevolmente) nonostante la loro imprecisione e dubbiosità per tenere alta l’attenzione sull’argomento impedisce il superamento storico del periodo anteponendo al dato documentale una mitopoiesi tecnicizzata e di parte. Ciò avviene a causa di una tendenza fortemente radicata nella cultura di destra, che all’autogiustificazione nell’infierire con mezzi illeciti sull’avversario politico attraverso un processo di demonizzazione circolare abbina spesso un contraddittorio disinteresse nell’appurare la verità storica a causa di una mancata volontà di avanzamento storico, con conseguente perorazione di un eterno ritorno a quello stesso passato che cerca di celare rinarrandoselo in forma autogiustificante e/o autogratificante (quando invece c’é interesse per appurare la verità questo si scontra con la stessa mancanza di volontà di avanzamento storico facendo si che la verità storica accettata sia solo quella che più s’avvicina alla verità interiore).
Il risultato é che pur essendo storicamente noti e documentati sia episodi certi di crimini perpetrati da partigiani che diversi episodi incerti, la vulgata popolare alimentata da destra sta diffondendo un’immagine volutamente stravolta di tali eventi con l’intento (storicamente assurdo) di diffondere la falsa convinzione che questi crimini furono addirittura assai più numerosi e brutali di quelli compiuti dal nazifascismo assai noti e documentati. Esempi noti sono le bufale sulle “foibe” (vedi QUI, QUI e QUI e ancora QUI e poi QUI e anche QUI e QUI. Oppure basta anche solo leggere della mitica “foiba volante” per farsi una chiara idea della situazione), le bufale sull’ “esodo dei friulani”, le incongruenze sulla vicenda di Giuseppina Ghersi o la non-vicenda dell’invisibile film colossal “Foibe“. Tratta comune di queste leggende nere é spesso quello di aggrapparsi a vicende secondarie e poco documentate ove sia possibile una maggior “libertà di manovra” nella riscrittura.
Il meccanismo é sostanzialmente sempre lo stesso: si spara altissimo perché passi almeno il concetto base “tutti i partigiani erano mostri”. Senza alcun ritegno si ricorre a falsificazioni fotografiche racconti basati sul nulla, totale assenza di analisi critica, propaganda antislava ed anticomunista, attribuzioni false e decine di altri mezzi scorretti pur di propagandare una rilettura della storia che aggrada chi la diffonde ma cozza irrimediabilmente con la realtà documentata.
Dopo lo sdoganamento dell’MSI a metà anni novanta avvenuto con il primo cambio di nome in AN e con la vittoria della coalizione del Polo del Buon governo/Polo per le Libertà si é assistito ad un aumento esponenziale di operazioni di revisionismo storico attuate spesso per vie traverse ed accompagnate da forte battage mediatico caratterizzato dall’imposto frame della storia condivisa che pecca per due difetti: non risponde a criteri di storicità e non é affatto condivisa. La storia non é un compromesso tra “favole” narrate da forze politiche opposte: la storia é un processo conoscitivo di ricerca che si basa innanzitutto sulle certezze documentali degli eventi, la cui ricostruzione non può fingere non esistano.
Tratti comuni della narrazione di queste leggende nere sono la banalizzazione del contesto ad uno scontro “italiani vs. comunisti” in cui il nazifascismo fa semplicemente da sfondo; la riduzione dell’intera opera di resistenza ad “azioni comuniste”; l’attribuzione di violenze assolutamente gratuite ad opera di “partigiani comunisti”; banalizzazione delle cause attraverso lettura vittimistica: solitamente variazioni di “ucciso solo perché italiano” o “colpevole di non essere comunista”
Tratti comuni della ricerca su queste leggende é l’essere “avallata” da testimonianze dubbie, falsi fotografici, chiacchere di paese e interpretazioni forzate.
Il mio dubbio quindi é quello di trovarmi dinnanzi all’ennesimo episodio storico gonfiato o costruito per questioni di propaganda politica di cui già esistono numerosi esempi simili, come la già citata magica foiba volante, il ponte pirata del Bus de la Lum, la foiba della Maremma e la leggenda del cane nero mangia anime gettato nelle cavità carsiche.
Continuo a cercare.
1.02 UNA VERITÀ OPPRESSA??? MO DAVÈRO?
La scarna pagina di Wikipedia (eh già, Wikipedia: piaccia o non piaccia ci si passa tutti, anche se é necessario usarla con estrema cautela soprattutto a causa dell’argomento) sull’ “Eccidio di Malga Bala” mi fa sapere che: “Esistono due versioni antitetiche dell’evento: una la considera una strage perpetrata da una formazione di partigiani sloveni, l’altra ritiene che i militi siano rimasti uccisi durante uno scontro a fuoco tra un reparto tedesco e i partigiani che li avevano catturati.”
Cercando con le varie chiavi possibili “Malga Bala”, “Planina Bala”, “Dino Perpignano” (una delle vittime), “Eccidio Bretto” (il comune in cui sono stati catturate le dodici vittime) e così via, trovo una gran quantità di siti, blog, forum e commenti su questa storia. Pian piano ne consulto almeno una quarantina. Riportano TUTTE la versione strage. Decine e decine di pagine riportano la stessa versione, in cui si parla del “capo supremo” dei partigiani Franc Ursic -detto Jozko-, il vice brigadiere Perpignano che, catturato, ha permesso che la porta della caserma venisse aperta ecc. Tutte più o meno uguali.
Torno su Wikipedia. Purtroppo l’unico link sulla versione scontro a fuoco punta al sito dell’ ANPI di Pianoro che non contiene più il testo originario.
Il fatto di dover faticare per trovare un testo completo della versione scontro a fuoco fa sorgere già il secondo dubbio: se questa versione é così difficile da trovare perché tutti coloro che promuovono la versione strage sostengono che che “questa VERITA’” viene tenuta nascosta dall’intellighenzia di sinistra che diffonde una versione falsa della storia?
“Ora – aggiunge – è necessario riparare a queste smascherate storpiature con ogni mezzo ed il conferimento di una doverosa onorificenza a quei carabinieri trucidati rappresenta un passo in avanti verso la verità sulle molte ombre che nascondono le “cosiddette eroiche gesta dei partigiani”, in attesa che anche gli ultimi difensori e militanti dei partiti della sinistra radicale riconoscano, come altri hanno fatto dalla parte opposta, che l’ideologia che ha prodotto i Regimi comunisti è “un male assoluto””. (fonte)
Il tono nei siti consultati é grosso modo sempre questo e risulta alquanto straniante il fatto che si definisca verità negata proprio quella che é la versione in assoluto più nota e diffusa, a scapito di un’altra versione che viene citata solo per sommi capi e si fatica a trovare. Qui scatta un ulteriore campanello d’allarme: che sia un esempio di sindrome d’autoassedio?
Non sono gli italiani ad aver invaso l’Etiopia: sono le tribù anarchiche etiopi a minacciare gli italiani! ( qualcuno ha detto autoassedio da nemici esterni???)
A dirla tutta spesso questi post/articoli/commenti riportano spesso dati confusi (quanti erano i carabinieri: 12, 16, boh?) o sbagliano date (ottobre 1943? marzo 1944? vabbé, poco importa). In alcuni casi aggiungono pure particolari originali, perlopiù insistendo su macabri dettagli inerenti alle torture. In altri casi fanno accompagnare l’articolo/post da foto d’epoca di cadaveri orribilmente sfigurati che al primo reverse image search si scoprono essere relativi a eventi di tutt’altra natura: si va da corpi carbonizzati ad Hiroshima a cadaveri mutilati durante la guerra di Spagna.
Ciò che invece si trova quasi sempre é una descrizione degli eventi caricata con opinioni personali sui pensieri e lo stato d’animo dei carabinieri indifesi nelle mani dei partigiani slavi, la cui descrizione é limitata al descriverne la barbaricità.
(Qui però la “storia di questa storia” viene raccontata in modi meno espliciti che sui siti personali e nei commenti dei social: la veste mainstream e più ufficiale esige che determinate cose vengano solo accennate. Non tanto le truci descrizioni delle sevizie -quelle fan parte di questa storia e non vengono mai censurate, anzi-, quanto le accuse di omertà, occultamento e revisionismo verso i promulgatori dell’ “altra versione”, mai fatte esplicitamente ma sempre accennate in un “lasciato intendere” onnipresente)
Ci sono anche delle interrogazioni parlamentari come quella del senatore Berselli (AN) relative alla richiesta “di una medaglia d’oro al valore militare della memoria a ciascuno dei dodici carabinieri barbaramente trucidati, unicamente perché italiani, mentre operavano nell’esercizio dei loro compiti di istituto”, o l’interrogazione di Publio Fiori (AN) nel 1999, entrambe basate sui lavori di Russo e Pirina.
“Sulla vicenda, da tempo all’attenzione della Difesa, sono state svolte accurate indagini presso la competente Direzione generale per il personale militare ed il Comando generale dell’Arma dei carabinieri, allo scopo di pervenire ad elementi di certezza e chiarezza sul tragico evento. L’esame degli atti non ha consentito, tuttavia, di definire con la dovuta evidenza la circostanza, tenuto conto anche di alcuni elementi discordanti concernenti l’attribuzione delle responsabilita` del massacro. In tale quadro, in mancanza di elementi di certezza in grado di illuminare lo svolgimento dei fatti e di individuare le relative responsabilita`, non sussistono quei presupposti necessari di natura giuridica per l’avvio di alcuna iniziativa nel senso auspicato dal senatore interrogante”
“dodici giovani carabinieri catturati da pseudo-partigiani furono sorpresi nel sonno, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi; i carabinieri costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto (Gorizia); il 23 marzo 1944 gli pseudo partigiani slavi presero in ostaggio il vicebrigadiere Dino Perpignano, comandante del presidio che stava rientrando negli alloggiamenti, e sotto la minaccia delle armi lo costrinsero a pronunciare la parola d’ordine e, con facilita`, una volta entrati nel pre- sidio, catturarono tutti i carabinieri gia` in parte addormentati; dopo il saccheggio, i dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile ove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati, inconsapevolmente mangiarono quello che gli era stato servito, ma poco dopo le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende; erano stati avvelenati e la loro agonia si potrasse fra atroci dolori e sofferenze varie per ore e ore; tremanti e consumati dalla febbre, Pasquale Ruggiero, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Farro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Calzi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzon, quasi tutti ventenni (e mai impiegati nei servizi di pubblica sicurezza o di ordine pubblico, tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti) furono costretti a marciare fra inenarrabili sofferenze ed insopportabili sacrifici fino a Malga Bala, ove li attendeva una fine orribile; il vicebrigadiere Dino Perpignano fu preso e spogliato: gli venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore del calcagno ed issato a testa in giu`, legato ad una trave; poi furono tutti incaprettati; a quel punto i macellai, pseudo-parti- giani comunisti slavi, cominciarono a colpire tutti con picconi; a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualche altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi; all’Amenici venne conficcata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli mentre il Perpignano fu finito a pedate in faccia ed in testa; la «mattanza» terminava con i corpi dei malcapitati legati col fil di ferro e trascinati, a mo’ di bestie, sotto un grosso masso ed abbandonati, povere vittime innocenti, in aperta campagna, prede di animali randagi; ora le misere spoglie di questi poveri carabinieri martiri/eroi riposano, dimenticati dagli uomini, dalla storia e soprattutto dalle istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio”
Siti ministeriali e delle forze dell’ordine? Nomi di strade? Articoli su quotidiani nazionali? Presenza massiccia nei primi risultati di Google? Interrogazioni parlamentari? Mi sembra un po tanto per essere una storia “nascosta”…
É del tutto evidente che delle due versioni quella maggiormente riconosciuta e condivisa é proprio quella della “strage perpetrata da una formazione di partigiani sloveni”, mentre l’ “altra versione” praticamente non viene mai citata se non qua e là e giusto per smentirla: il fatto stesso che esista un’altra versione viene contestualizzato nella “storia di questa storia” come dimostrazione della volontà di occultamento operata dalla sinistra. Un po come sostenere che l’esistenza di una micragnosa società di terrapiattisti é la dimostrazione che la sfericità della terra é una verità scientifica messa a rischio.
1.03 LA FONTE UNICA!!!
C’é però una cosa che condividono tutti, ma proprio tutti gli articoli, post, commenti ed interrogazioni parlamentari che sostengono la versione strage: si basano tutti sul lavoro di un’unica persona. Antonio Russo. In particolare ci si basa su due suoi libri: “Alle porte dell’Inferno” (1993), sull’occupazione tedesca nell’Alto Friuli, e “Planina Bala” che tratta l’episodio in dettaglio ed é stato pubblicato inizialmente nel 2002.
Antonio Russo viene definito uno storico “sui generis” che “si ferma poco negli archivi, consulta poco le tradizionali fonti documentarie”, uno che “preferisce interrogare i testimoni, ricavare la verità scavando nella memoria della gente” (Da “Planina Bala”, di Antonio Russo, Centro Culturale d’Informazione Sociale Voce della Montagna, Ed.2005, pag.12).
Il primo a citare e diffondere il lavoro di Russo é stato lo pseudostorico revisionista Marco Pirina, la cui ben nota scarsa attendibilità, il forte coinvolgimento nell’estrema destra (che lo porterà pure ad essere inquisito per il tentato Golpe Borghese), la documentata falsificazione delle liste di “infoibati” e la condanna per aver diffamato alcuni partigiani in un suo libro, potrebbero bastare a spiegare la diffusione in certi ambienti di alcune delle incongruenze riscontrate negli articoli/post/commenti consultati.
Oltre al lavoro di Russo riassunto in “Planina Bala”…… il vuoto! Niente!
L’unica fonte di riferimento per la versione “strage” é sostanzialmente il libro “Planina Bala” che riassume anche i lavori precedenti di Russo sul caso “malga Bala”. Non vi sono altri testi di riferimento antecedenti alle prime ricerche di Russo che si rivela, dunque, la persona di riferimento della storia di questa storia.
Il libro “Planina Bala” dovrò procurarmelo.
Nel frattempo cerco ancora qualcosa di serio sulla versione “scontro a fuoco”. Fortunatamente nell’Internet Archive trovo una copia del testo originario del sito dell’Anpi di Pianoro datato 2007. Vista la rarità di testi su questa “altra versione” ritengo opportuno riportarlo per intero:
Nell’ambito dei vari “crimini” attribuiti ai partigiani c’è anche la vicenda dell’eccidio di 12 carabinieri a Malga Bala, avvenuto nel marzo del 1944. I carabinieri, comandati dal vice brigadiere Dino Perpignano, erano di stanza al presidio di difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Lo pseudostorico Marco Pirina, riprendendo quanto scritto da Antonio Russo in una sua pubblicazione del 1993 (“Alle porte dell’inferno”), così descrive la vicenda. “Il 23 marzo era l’anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, una festa odiata dai partigiani operanti nella zona di Plezzo (festa amata invece dai partigiani di altre zone? n.d.r.). Si decise di colpire gli italiani. Per l’occasione si radunarono Fran Ursig “Josko”, il capo supremo della Brg. Partigiana dell’alto Isonzo, Ivan Likar “Socian”, Silvio Giafrate, Fran Della Bianca, Anton Mlecuz (riportiamo i nomi con la grafia errata così come appaiono, n.d.r.) ed altri, in totale 21 uomini. Questi studiarono un piano approfittando delle abitudini del Comandante Perpignano e quando questi ed il Franzan (un altro carabiniere del presidio, n.d.r.) tornavano assieme ad una ragazza li circondarono e li fecero prigionieri. In gruppo si avvicinarono con il Perpignano alla caserma, si fecero aprire (…) catturarono tutti i carabinieri (…) saccheggiata la caserma e costretti i carabinieri a caricarsi vettovaglie e vari sacchi di ogni ben di Dio, dopo aver sistemato due cariche sotto le turbine, si avviarono verso il monte (…)”. Il giorno dopo “si decise la loro eliminazione, ma questa secondo tutti doveva essere particolarmente crudele” e qui Pirina (sempre citando Russo) si lancia nella descrizione della preparazione di un “pastone miscelato con soda caustica e sale nero”, sul quale “i carabinieri si avventarono” e “dopo aver mangiato” le “urla e le implorazioni furono tremende”. Come se ciò non bastasse, all’alba del giorno dopo, “furono fatti marciare per ore sino alla Malga Bala, dove furono di nuovo rinchiusi” ed a questo punto partono le descrizioni delle sevizie con cui i “partigiani” avrebbero ucciso i carabinieri: a Perpignano “venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore dietro il calcagno ed issato a testa in giù legato ad una trave, poi furono accapprettati tutti gli altri e a quel punto i partigiani cominciarono a colpire tutti con i picconi. A qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualcuno aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi (…) alla fine legati i corpi dei malcapitati con del fil di ferro li trascinavano sotto un grosso masso tra la neve (…)”.
Come al solito, quando ci troviamo di fronte a certe descrizioni così particolareggiate di efferate torture, il primo interrogativo che ci poniamo è questo: chi sarebbe il testimone che assistette a tutto questo in modo da poterlo raccontare? Se leggiamo il testo di Russo che Pirina ha riassunto, troviamo anche riportati un paio di articoli dell’epoca: ad esempio Il “Gazzettino” di Padova così scriveva il 7 aprile 1944.
“Macabra scoperta in una grotta di dodici vittime del dovere (…) in questi giorni dei camerati in armi, in una grotta fra Cave del Predil e Bretto di Mezzo hanno fatto una triste e macabra scoperta. In detta caverna infatti essi hanno rinvenuto, accatastati l’uno sull’altro, i cadaveri di dodici militi della polizia repubblicana, morti nell’adempimento del loro dovere. Le vittime sono state identificate per quelle del vicebrigadiere Nino (sic) Perpignano e dei militi (segue l’elenco dei nomi, n.d.r.). Ai poveri scomparsi sono state tributate imponenti esequie”.
Dunque al momento della scoperta dei corpi di Perpignano e dei suoi uomini, la stampa non parlò di sevizie cui essi sarebbero stati sottoposti. È vero che Russo cita anche un altro articolo (senza specificare da dove l’abbia tratto) che parla di “vittime denudate poi uccise bestialmente a colpi di piccone”, ma il resto dei particolari descritti da Russo e ripresi da Pirina non compaiono. Russo accenna al fatto che “tanti” gli avrebbero “confessato tra le lacrime” che era giunto il momento “di far sapere a tutti la verità su Bala”, ma il nome di questi “testimoni” non viene fatto. Chi dunque sapeva tutti questi particolari sulla fine dei carabinieri, e quando li avrebbe resi noti?
Un altro particolare interessante è che il Gazzettino parla di “militi della polizia repubblicana”, non di Carabinieri. In effetti, leggendo attentamente il testo di Russo (brani che Pirina non riporta, detto per inciso), si apprende che “il responsabile della produzione mineraria, Otto Hempel, ingegnere militarizzato tedesco (…) verso la metà di gennaio di quel ’44 chiede e ottiene dal comando generale SS di Camporosso l’autorizzazione a istituire un raggruppamento di carabinieri a difesa stabile della centrale idroelettrica di Bretto di Sotto”. Bisogna spiegare che la centrale idroelettrica di Bretto serviva soprattutto per far funzionare la miniera di Cave del Predil, dalla quale si estraeva piombo, elemento fondamentale per l’approvvigionamento dell’esercito germanico.
Prosegue Russo “viene così deciso di chiudere per sempre la caserma dei carabinieri di Bretto di Mezzo (…) e viene istituito il distaccamento di 16 militari più un sottufficiale (…)” che “il 28 gennaio 1944 prendono servizio presso la nuova casermetta, secondo le direttive del comando tedesco”. Quindi il gruppo di carabinieri agli ordini di Perpignano stava, sostanzialmente, agli ordini dei nazisti a fare la guardia ad un obiettivo militare strategico. Detto questo si può comprendere come l’attacco dei partigiani alla centrale di Bretto non sia stato determinato dall’”odio” per la ricorrenza dei fasci di combattimento, come pretendono Russo e Pirina, quanto per compiere un’importante azione di sabotaggio contro l’occupatore nazista.
A questo punto prendiamo in mano un altro testo, quello di Franc Crnugelj (“Na zahodnih mejah 1944” [“sul confine occidentale 1944” ndr], curiosamente pubblicato anch’esso nel 1993, come il libro di Russo, non tradotto in italiano), che spiega cosa accadde a Cave del Predil il 23 marzo del 1944.
Il gruppo coordinato da Jožko (Franc Ursic, che non era “capo supremo”, qualifica che non esisteva nell’esercito di liberazione popolare, ma comandante di distaccamento), dopo avere sorvegliato per alcuni giorni i movimenti di Perpignano, lo catturarono in una casa dove si era recato a mangiare, lo portarono fino alla centrale, dove, effettivamente, si servirono di lui per farsi aprire con la parola d’ordine, sabotarono la centrale elettrica, prelevarono armi e munizioni e si diedero alla ritirata verso i monti, portando con sé i prigionieri.
Ma nel frattempo i nazisti non erano stati certo a non fare nulla, come pretenderebbe invece Russo (che ha il coraggio di scrivere che “i partigiani, conoscendo bene le abitudini dei tedeschi i quali non amavano muoversi di notte, non si preoccupavano minimamente”): avvisati telefonicamente, si diedero all’inseguimento degli attentatori: quando i tedeschi furono in vista, i carabinieri prigionieri cercarono di darsi alla fuga ed a quel punto iniziarono le sparatorie: i nazisti contro i partigiani, i partigiani contro i prigionieri in fuga e contro i nazisti. Così scrive Crnugelj “i tedeschi spararono contro la colonna partigiana, nella quale si trovavano anche i prigionieri”.
A parere nostro, questa versione dei fatti è molto più credibile di quella diffusa da Russo e Pirina, innanzitutto perché bisogna considerare che l’esercito partigiano non faceva la guerra perché i suoi uomini si divertivano a martirizzare i nemici, ma perché volevano sconfiggere il nazifascismo. Era quindi loro interesse compiere atti di sabotaggio contro il nemico (come l’attentato alla centrale idroelettrica per bloccare la produzione della miniera di Cave del Predil), ed una volta compiuta l’azione, non è minimamente credibile che essi si siano trattenuti per due giorni nei paraggi a rischio di farsi catturare dai nazisti, solo per dare sfogo a degli istinti sadici e torturare fino alla morte i dodici prigionieri. In zona di combattimento, nessuna formazione guerrigliera con un minimo di buon senso e di istinto di sopravvivenza si trattiene con dei prigionieri a portata di mano del nemico: credere una cosa del genere vuol dire non avere la più pallida idea di cosa significhi combattere la guerra di guerriglia, cioè colpire il nemico con azioni rapide e repentine e ritirarsi prima possibile in zona sicura.
Abbiamo quindi due versioni dei fatti, una (a parer nostro, logicamente) credibile ed una no. Di fronte a queste contraddizioni, chiediamo pubblicamente ai ricercatori storici, ma anche alla stessa Arma dei Carabinieri, che nel proprio sito avalla la versione dei fatti di Russo, di voler analizzare la vicenda a fondo prima di decidere che la versione di Russo è quella veritiera, e di voler quindi sospendere, nel ricordo dei dodici caduti, ogni riferimento a circostanze non dimostrate storicamente che rischiano di conseguenza a dare luogo a strumentalizzazioni di parte. “
[Nota 1: L’autore del testo che riporta l’ANPI era Franc Crnugelj, ex partigiano sloveno, poi generale, che in vita pubblicò testi sulla storia del movimento di liberazione jugoslavo
Nota 2: Ho poi scoperto che quest’articolo é perfettamente raggiungibile QUI]
1.04 DUNQUE:
Ci sono due versioni, una redatta da un appassionato italiano e l’altra da un ex partigiano sloveno. La prima riporta una versione dei fatti eclatante, la seconda invece descrive i fatti come un’azione di sabotaggio tra le molte.
La versione strage gode di ampia diffusione in Italia.
Tuttavia chi diffonde la versione strage in Italia lo fa avvolgendola di un senso di “realtà assediata” anche se di assedio culturale non ve n’é nemmeno una minima traccia.
Per contro la versione scontro a fuoco ha scarsissima diffusione in Italia e nonostante il testo di riferimento di quest’altra versione non sia mai stato pubblicato al di fuori della Slovenia viene pure tacciata d’essere una versione che “i comunisti o pseudo tali” imporrebbero per nascondere la verità dei fatti. In Slovenia l’interesse per l’episodio é sostanzialmente nullo, se non tra alcuni storici.
Da quanto mi risulta a supporto della versione strage c’é soltanto il lavoro di un unico appassionato (Antonio Russo) cha successivamente ricevuto l’appoggio di un personaggio noto per le posizioni revisioniste e la falsificazione dei dati (Marco Pirina).
La tesi strage, inoltre, appare totalmente priva di senso ed a forte sospetto “fuffa”.
L’evento del 1944 non ha ricevuto grande interesse fino agli anni ’90-2000, ossia agli anni del boom di testi revisionisti di destra della storia del secondo conflitto mondiale.
La versione strage é stata accolta, rilanciata e promossa anche in eventi ufficiali da enti e figure politicamente ascrivibili a destra.
Ok, la curiosità é definitivamente accesa, ma non é mio modo di fare il bollare per falso un qualcosa solo perché la probabilità che sia fuffa é particolarmente alta. Ritengo opportuno verificare se questa storia, per quanto suoni strana, possa essere fondata su basi certe.
2.00 PLANINA BALA, DI ANTONIO RUSSO
Dunque. Ho potuto leggere Planina Bala di Antonio Russo, ossia il testo di riferimento della versione strage. Nello specifico la seconda edizione, quella del 2005. C’é anche un’edizione del 2011 “rinnovata e ampliata” che, da quanto scritto sul sito dell’autore, si differenzia principalmente per i nuovi interventi di due recuperanti.
Come già detto questo libro é l’unica vera fonte completa cui fa riferimento chi sostiene la versione strage.
La lettura del testo ha PESANTEMENTE confermato i miei dubbi iniziali a causa di diversi fattori: principalmente numerose criticità relative all’uso delle fonti, problemi di logica interna ed evidenti forzature interpretative.
I brani di Antonio Russo provenienti dal libro “Planina Bala” sono quelli in ARANCIONE
Le affermazioni dirette (i “virgolettati”) delle persone intervistate da Russo e riportate in “Planina Bala” sono invece in ROSSO
METTIAMO LE COSE IN CHIARO: ritengo che qualsiasi persona dotata di media intelligenza leggendo questo libro comprenderebbe immediatamente che in questo testo c’é qualcosa che non va. Anzi, che ci sono moltissime cose che non vanno: background vittimista, semplificazioni ridicole, forzature palesi, imprecisioni furbette e “giochini” con l’uso delle testimonianze, affermazioni contraddittorie, totale assenza di imparzialità attenuata da esortazioni al divino, richiami al mito degli “italiani brava gente” e la smetto qui solo per non dilungarmi.
Poiché la versione strage promossa dal libro ha un così ampio seguito ne consegue che chi la promuove non può aver letto il libro, perché se ciò non fosse, ossia se davvero tutti coloro che credono nella versione strage hanno letto “Planina Bala” se ne dovrebbe desumere qualcosa che mi rifiuto di credere, ossia che tutti coloro che diffondono tale versione sarebbero caratterizzati da un’intelletto inferiore alla media. Ritengo quindi più probabile che nella maggior parte dei casi si tratti dunque di persone che credono alla versione strage solo per averla letta da fonti secondarie e che coloro che han letto “Planina Bala” ne diffondono le teorie o per malafede o perché si trattò di una lettura assai superficiale e distratta.
A chi ritiene vera la versione strage posso solo consigliare di leggersi “Planina Bala” per rendersi conto da soli di quanto questa versione sia assolutamente raffazzonata e ridicola. Per chi é in malafede o non riesce a rendersi conto del fatto che questo libro é un’accozzaglia di tanta roba che non sta in piedi, purtroppo non é possibile fare alcunché. Quindi il testo che segue potrà forse essere d’utilità solamente al lettore distratto: colui che ha sfogliato “Planina Bala” in modo superficiale o che ha letto dei fatti di malga Bala in qualche post credendo che la citazione di “Planina Bala” di Antonio Russo fosse il riferimento ad un testo valido ed ineccepibile.
Tutti coloro che han letto il libro e si son perfettamente resi conto di cosa avevano in mano possono invece andare direttamente al capitolo 6.
Prima di affrontare gli eventi narrati ed analizzarne le fonti é però necessario spendere alcune parole sul libro stesso a causa di diverse sue caratteristiche che incidono profondamente sul valore delle ricostruzioni proposte al suo interno e sulla bontà del lavoro effettuato dal suo autore.
Innanzitutto é possibile osservare come nel testo alcuni concetti, termini e posizioni mal (o non) documentati vengono ripetuti o lasciati intendere con frequenza particolarmente elevata come a volerne rimarcare la validità semplicemente per mezzo della ripetizione. É altresì possibile osservare un particolare utilizzo di spezzoni di interviste il cui senso viene orientato attraverso interpretazioni decisamente pregiudiziali non giustificate dai dati che l’autore propone.
Queste caratteristiche sono decisamente gravi in quanto non si sta parlando di un comune testo di commento ad avvenimenti storici noti (in cui sarebbe del tutto lecito che l’autore esprimesse opinioni personali sugli eventi), ma di un testo che vorrebbe esporre una ricerca storica (la cui validità, come vedremo, é altamente discutibile) su un episodio di storia locale (anche se la portata é diventata oramai nazionale) scarsamente documentato e che lo fa muovendo gravissime accuse storiche, umane e politiche basandosi su una selezione di elementi debolissimi basati perlopiù su testimonianze orali consolidate (ma solo in maniera apparente) dall’utilizzo di numerose ma inconsistenti pezze d’appoggio ed interpretazioni personali altrettanto deboli.
Se si muovono accuse gravissime basandosi su di un unico lavoro di ricerca é giusto pretendere che questo sia supportato da prove e testimonianze assolutamente certe e che la ricerca non sia soggetta a vizi di forma.
Poiché si sta trattando un episodio storico poco noto e scarsamente documentato ci si ritrova in una situazione antipatica perché per analizzare la validità del testo, invece di procedere in modo lineare, ossia esponendo in fila i dati certi e poi proporre la lettura più sensata e confrontarla col libro (come nei lavori di debunk effettuati su altro genere di argomenti da Crono911 e Complottilunari), bisognerà procedere nel modo più farraginoso, ossia esponendo una ad una le contraddizioni, gli errori e le forzature del testo facendo emergere le illogicità delle conclusioni e la parzialità delle testimonianze.
E’un procedimento lungo che obbliga a continui spostamenti nel testo (ma come si fa ad affermare questa cosa a pag.XXX se invece a pag.YYY si dice esattamente il contrario?), ripetizioni e de-framing abbastanza noiosi. Per un attimo mi vien voglia di rinunciare.
Alla fine però mi convinco che affrontare questo lavoro ha senso per due ragioni: la prima é che a dirla tutta ciò mi diverte é che le incongruenze che ho riscontrato nel testo sono a dir poco COLOSSALI e non mi capacito che nonostante ciò questa versione venga diffusa da enti ed istituzioni pubbliche che la spacciano come una verità storica documentata e certa. La seconda é che, considerando che siamo circondati da un grande numero di queste riletture storiche politicizzate, forzate, tendenziose e spesso più note e condivise delle realtà storiche documentate, mi illudo che forse, evidenziando i meccanismi con cui é stata costruita UNA di queste, a qualcuno possa accendersi il “radar anti-fuffa” qualora ritrovasse gli stessi meccanismi anche altrove. Mi tiro su le maniche e comincio.
Per meglio esporre le caratteristiche del libro e del mondo che traspare dalle pagine di “Planina Bala” ritengo necessario fornire giusto qualche informazione base sui luoghi in cui si svolge la vicenda, giusto per darsi un’immagine spaziale:
(fonte: Google Earth)
Il grosso degli avvenimenti si svolge lungo la strada che partendo a nord, da Tarvisio, scende passando per Cave del Predil (sede di una importante miniera) e poi, nei pressi del lago di Predil cambia valle e superando la Batteria Sella passa da Bretto (ove si trovava la centrale della miniera di Cave) e per poi arrivare a Plezzo. Ma l’evento principale si svolge in una valle secondaria, la Bausiza, il cui imbocco é nei pressi di Forte Kluze, tra Bretto e Plezzo. In fondo alla val Bausizza partono alcuni sentieri che conducono alle valli vicine (tra cui la Val Trenta). Qui, a 1180 metri d’altitudine troviamo malga Bala [GPS 46°23’07.94″N 13°38’49.25″E], una semplice costruzione in pietra che i contadini della Bausiza usavano per portarvi il bestiame d’estate, soprattutto pecore. A nord di Tarvisio si parla tedesco mentre ad est si parla slavo. A sud e ad ovest si parla friulano. Un po ovunque s’incontrano rare isole linguistiche tedesche. Dall’immagine qui sopra é evidente l’ampiezza delle zone isolate in cui i partigiani avevano possibilità di muoversi.
2.01 STRUTTURA DEL TESTO
Il testo é strutturato in modo tale da fornire una fotografia della vicenda narrata partendo dal quadro nazionale all’epoca dei fatti per poi scendere velocemente nel dettaglio della realtà locale descrivendo per sommi capi alcuni eventi antecedenti a quello in questione, fornendo una descrizione del territorio arricchita da leggende del posto e aneddoti locali fino ad arrivare a singoli eventi della vita quotidiana dei carabinieri (p.es. la descrizione della vita in caserma e della cena a base di gatto, vedi pag.63-67), una descrizione di ciò che avvenne dopo il ritrovamento dei corpi e diverse opinioni personali di testimoni indiretti.
I primi capitoli inquadrano a grandi linee l’argomento trattato e forniscono una descrizione generale degli eventi nazionali ed internazionali che si limita a riassumere gli eventi quel tanto che basta per fornire un quadro d’insieme al lettore, fornendo tuttavia già qui un’interpretazione non proprio bilanciata (vedi sotto).
Dopo un’introduzione in cui l’autore descrive l’esperienza personale della ricerca segue una narrazione cronologica degli eventi in cui vengono inseriti aneddoti locali e spezzoni d’interviste e brani in cui si ritorna all’esperienza diretta dell’autore. Le interviste dunque non vengono riportate per intero ma ne vengono inseriti alcuni spezzoni, perlopiù singole frasi, che vanno ad inserirsi nella narrazione fatta dall’autore. Il testo quindi, pur procedendo principalmente sulla cronologia degli eventi del 1944, offre in parallelo uno spaccato del lavoro di ricerca dell’autore.
2.02 L’INTRODUZIONE STORICA DEL LIBRO
L’introduzione storica con cui si apre dal libro é interessante in quanto permette di capire la griglia concettuale in cui l’autore si muove ed da quale angolatura osservi l’evento che narra.
A pag.35 Russo commenta la caduta del fascismo del 25 luglio 1943 con“finalmente”, specificando che questa sia stata causata dal’“opposizione al Fascismo” e soprattutto dalle “sorti non affatto positive della guerra vera e propria”. L’autore prosegue scrivendo che la caduta di Mussolini aveva portato la guerra“nelle famiglie, casa per casa, contrada per contrada, contrariamente a quando il Fascismo imperava incontrastato”aggiungendo che l’esultanza delle folle all’annuncio della caduta dimostrava“quanto poco seguito avesse ormai sul suolo italiano il regime di Mussolini”.
EHMMM… Innanzitutto bisogna ricordare che Mussolini non fu destituito da oppositori del fascismo ma crollò su sé stesso e fu esautorato dal re. Le sorti della guerra non erano “non affatto positive” ma TRAGICHE e DRAMMATICHE. Poi iniziano le osservazioni interessanti: l’autore comunica che quando c’era LVI le cose andavano meglio poi però il popolo non lo ha amato più più perché aveva fatto male i calcoli riguardo alla guerra ma alla fine é stato esautorato da traditori/oppositori (Il re, Badoglio ecc.). L’introduzione storica rientra appieno nel ben noto mantra giustificazionista fascista riassumibile in “era figo ma poi ha fatto delle cazzate un po troppo grosse”.
Prosegue scrivendo che i tedeschi, che avevano subodorato in anticipo l’esautorazione di Mussolini“avevano cominciato a far affluire in Italia, col consenso dello stesso governo Badoglio, numerose truppe ben equipaggiate e armate di tutto punto”e che con l’armistizio dell’8 settembre“l’Italia praticamente ricominciava la guerra, in casa propria” sotto dominio tedesco”.
EHMMM… Dunque Russo dice che: I cattivi tedeschi erano scaltri e Badoglio una merda lasciando quasi intuire che la prosecuzione della guerra e l’arrivo dei nazisti in Italia furono causa sua.
Il“Re d’Italia e il capo del governo Badoglio con tutto il loro numeroso seguito e le loro famiglie avevano vigliaccamente gettato la spugna e, senza pensare a nient’altro che a salvare la propria pelle, si erano dati alla fuga […]”
EHMMM… Dunque Russo dice che: “Il Re e Badoglio avrebbero dovuto continuare imperterriti la guerra portando l’Italia ad una distruzione ancor più totale: secondo Russo il re e Bagoglio non proseguendo il conflitto hanno vigliaccamente tradito e umiliato la nazione”.
“[…] l’ex alleato tedesco, che s’era subito affrettato a gridare platealmente al tradimento invocando e minacciando vendetta ad alta voce”
EHMMM… Dunque Russo dice che: “Il “tradimento” del Re e Badoglio ha generato un casino ma ci siam pure dovuti sorbire l’umiliante manfrina dei tedeschi! Solo noi abbiamo diritto di dare dei “traditori” ai nostri “traditori””!
Prosegue raccontando di come lo stesso 8 settembre a Tarvisio 300 soldati della Guardia di frontiera, “per difendere l’onore del tricolore” “seppero opporsi con le armi alla tracotanza dei tedeschi che si erano affrettati a chiedere la loro resa” in una violenta battaglia che durò tutta la notte ma infine, sconfitti, ricevettero perlomeno l’onore delle armi dai tedeschi. Immediatamente dopo Russo fa notare che quella“fu il primo vero atto di resistenza in Italia”(grassetto mio), cui seguirono“tantissimi altri splendidi ed eroici atti contro i feroci oppressori”
EHMMM… Dunque Russo dice che: “I tedeschi erano tracotanti ma forti e giusti”. Ma questi 300 spartani si batterono per onor del tricolore o perché erano abbastanza svegli da capire cosa sarebbe loro successo (dopo l’8 settembre i nazisti deportarono circa un milione di soldati italiani che non accettarono di sottomettersi alla Germania/RSI)? É interessante osservare come Russo ammanti di positività la resistenza AI TEDESCHI mentre in tutto il resto del testo ammanterà di negatività la resistenza AGLI ITALIANI CHE HAN CEDUTO IL NORDITALIA AI TEDESCHI.
La liberazione di Mussolini e l’istituzione dell’RSI peggiorò la situazione ma“l’unico(governo ndr) ufficiale era nuovamente quello di Mussolini, voluto e imposto dai tedeschi”.
EHMMM… Quindi Russo considera l’RSI un male, ma un -male necessario- perché perlomeno forniva un minimo di stabilità. Interessante osservare come secondo Russo il Governo Badoglio avallato dal Re e in rapporti con gli americani non fosse degno di esser definito “ufficiale” al contrario di quello di Mussolini, nonostante fosse un mero burattino dei nazisti.
Il“rinato Fascismo”fu un nuovo risveglio soprattutto per fanatici. Fu un periodo di caos ed i nazisti fecero molti soprusi disumani a danno degli italiani. Un ferroviere del posto si oppose ai nazisti e dopo esser stato torturato é morto gridando “Viva l’Italia”.
EHMMM… Anche qui l’RSI viene criticato ma si addossano le colpe solo ai tedeschi ed ai “fanatici”. Poi si cita un caso-esempio di resistente patriottico.
Ma poi, “[…] com’era già accaduto nella vicina terra slava, nacque e si sviluppò la Resistenza all’oppressore con i “volontari della libertà”, meglio conosciuti come “partigiani”, che in Italia subito si divisero in due gruppi ben delineati: da una parte gli”osovani”, di ispirazione democratica, dall’altra i “garibaldini”, di ispirazione comunista”
EHMMM… Qui c’é il primo accenno di quel fenomeno noto come “virus partigiano” (vedi sotto) ossia germi provenienti dall’esterno (“la vicina terra slava”) che contagiano “noi”. Interessante poi la definizione dei due gruppi resistenziali: se effettivamente le Brigate Garibaldi erano legate al partito comunista, definire “democratiche” le Brigate Osoppo é estremamente limitativo e fuorviante.
INSERTO STORICO – parte 10 – LE BRIGATE OSOPPO
Le Brigate Osoppo nascono dal coordinamento di gruppi laici, liberali, socialisti e cattolici caratterizzati da una forte anticomunismo e soprattutto un profondissimo sentimento antislavo. Poiché i partigiani comunisti italiani collaborarono attivamente con i partigiani comunisti slavi si possono facilmente intuire le difficoltà di rapporto che intercorsero tra le Garibaldi e le Osoppo. Pur di contrastare un’eventuale espansione slava in Friuli (paura giustificata cui é interessante osservare la presenza di “proiezione junghiana”: vedi sotto) le Osoppo giunsero ad instaurare rapporti addirittura con i fascisti della X MAS. Le Osoppo, dunque, erano degli strani partigiani che nell’intento di combattere il comunismo fecero da ponte per tutta una serie di personaggi che negli anni a seguire proseguiranno la lotta antislava tra le fila della “O” e successivamente della Gladio e che, attraverso un processo di pacificazione nazionale sperimentato proprio nel “modello friulano” saranno collegati alle stragi della strategia della tensione:
“È un fronte unico che si costituisce in funzione anticomunista, in modo inavvertito dall’opinione pubblica che scambia il Movimento sociale italiano, fondato ufficialmente il 26 dicembre 1946, come espressione dei reduci della Rsi quando, viceversa, lo è dei servizi segreti italiani, americani, del Vaticano, Democrazia cristiana e Confindustria.A dare un contributo determinante alla sua formazione ci saranno, non a caso, gli uomini della divisione di fanteria di Marina “Decima” del principe Junio Valerio Borghese che, in Friuli e nella Venezia Giulia, sono stati all’avanguardia nella ricerca dei rapporti con i partigiani della “Osoppo” in nome dell’italianità.” (fonte: “il modello friulano”, Vincenzo Vinciguerra)
“Nelle pagine della storia italiana si racconta l’uccisione di un gruppo di partigiani della “Osoppo”, a Porzus, nel mese di febbraio del 1945, da parte di una squadra di partigiani garibaldini al comando di Mario Toffanin, “Giacca”.Si tace però che ad Ovaro, il 20 ottobre 1944, il capo del locale Cln, Rinaldo Cioni, conocordò con il commissario germanico, Franz Gnadlinger, l’eliminazione fisica del partigiani comunisti ritenuti più pericolosi, proseguendo “il lavoro intrapreso nel dicembre scorso”. (fonte:“il seme amaro”, Vincenzo Vinciguerra)
“Intanto nella valle del Koritnica ripresero vigore i partigiani di ispirazione comunista aggregati nel nome di Tito che intensificarono le loro azioni di vendetta e di morte”
EHMMM… La prima affermazione specifica sui partigiani “d’ispirazione comunista” (ergo: contagiati dall’esterno” – vedi “virus partigiano” sotto) mette le cose subito in chiaro: a differenza degli altri partigiani (quelli della Osoppo) che “davano battaglia a chi voleva continuare a tenere l’Italia e il suo territorio nella schiavitù e nella prepotenza dell’oppressore”, i comunisti invece no: loro compiono solo azioni di vendetta e morte e vogliono cedere pezzi d’Italia agli slavi.
Chi “era rimasto con l’Italia” aderendo all’RSI era nel mirino dei comunisti.
EHMMM… Dunque Russo sostiene che il protettorato tedesco dell’RSI era “Italia” (al contrario del meridione che con Badoglio e gli americani non era, sempre secondo Russo, “ufficiale”)
“Le truppe tedesche in alcune zone venivano accolte dalla popolazione locale con sollievo in quanto queste davano una certa sicurezza e una garanzia contro le incursioni dei partigiani”
EHMMM… Siamo in un luogo dove v’é strettissimo contatto tra popolazioni di lingue italiane, slave e germaniche. Nello specifico, l’area del tarvisiano fu pure tra quelle che vennero ottenute dal Regno d’Italia con la Grande Guerra, quindi proprio in una delle zone in cui il fascismo portò avanti la fortissima opera di italianizzazione forzata e propaganda antislava. Inoltre siamo in una zona alpina dalla religiosità fortemente radicata che é pure su una zona di passaggio obbligato in cui v’é pure una miniera d’importanza strategica e dove passavano le dorsali delle linee telefoniche che collegavano Roma-Vienna-Berlino. Non stupisce dunque che la zona fosse ampiamente militarizzata, fascistizzata e che quindi, data la grande vicinanza alla cultura germanica vi fossero località più filotedesche che filopartigiane. In particolare, dal testo traspare che Cave del Predil e Tarvisio fossero i due paesi più militarizzati ed in cui erano maggiormente presenti persone di simpatie fasciste, mentre le due Bretto sembra ospitassero diverse famiglie di partigiani (Bretto di Sotto era il paese di Socian che verrà incendiato dai nazisti per rappresaglia, Bretto di Sopra quello dove i nazisti rinvennero tra “la maggioranza di quelle famiglie” (pag.235) scorte di cibo destinati probabilmente ai partigiani )
Per concludere vien narrato di come nel primo dopoguerra vi fu sì, nella zona, italianizzazione forzata, che però non funzionò nella valle della Coritenza e dell’Isonzo, ma essendoci la miniera di Cave che dava lavoro alla comunità Russo non si spiega perché invece tra quelle genti“si stava acuendo giorno dopo giorno un odio impressionante, violento e vendicativo contro gli italiani, a causa soprattutto del sistema fascista italiano che aveva trasformato quella occupazione in una vera e propria oppres-sione politica e militare”
EHMMM… Come a dire: se un bel giorno i thailandesi s’impossessassero con la forza delle valli italiane imponendo a tutti di usare la loro lingua ed i loro costumi MA dessero lavoro a tutti nella loro fabbrica di salsa di soia (che prima faceva conserve di pomodoro), chi non si sottomettesse sarebbe uno stronzo.
2.03 STILE
Il rapporto che intercorre tra “300” ed i reali eventi della battaglia delle Termopili é forse quanto di più simile al rapporto che intercorre tra “Planina Bala” e gli eventi su cui é basato.
Sulla base della struttura e premessa storica appena descritti s’innesta un testo che ibrida elementi e stili diversi amalgamati da una descrizione degli eventi in cui l’autore s’immerge spesso nelle vicende narrate facendosi interprete di sensazioni e pensieri sia propri che di alcuni personaggi, addirittura fino al punto di arrivare a descrivere le sensazioni di orrore provate dagli uccellini del bosco (pag.127) contagiati dal “virus partigiano” (vedi sotto) utilizzando una prosa particolarmente coinvolta che conferisce al racconto aspetti romanzesco-cinematografici anche di un certo lirismo.
Se questa scelta premia in termine di scorrevolezza e coinvolgimento del lettore si rivela però problematica nel momento in cui il testo deve venir utilizzato come fonte di ricerca storica in quanto pone costantemente il lettore dinnanzi ad affermazioni e dettagli anche molto minuziosi di cui però non é ben chiaro quale sia la fonte da cui Russo le abbia attinte né se un determinato passaggio sia frutto di una testimonianza o dell’elaborazione personale dell’autore. Elaborazione peraltro molto evidente nei passaggi descrittivi:
“Nessun rumore, nessun alito di vento. Quei tanti carpini ancora scheletrici, quei faggi, quei noccioli, quei frassini ossuti e immobili! Solo ogni tanto il bramire frettoloso di un cervo, stridulo, quasi cupo, rompeva quel silenzio profondo, con la neve gelata che riluceva sinistra.” pag.122
La vaghezza riguardo a numerosissimi riferimenti, abbinata all’estrema minuziosità del dettaglio su aspetti più che secondari é una costante che si ripete in tutto il testo. Per esempio, quando vien riportato che “Al giovane Boris non era sembrato vero poter dare una mano al suo osannato ispiratore” (pag.97) é impossibile dedurre dal testo se lo stato di eccitazione interiore di Boris sia stato testimoniato da qualcuno o se si tratta dell’opinione dell’autore. Non si é dunque di fronte ad una corretta narrazione storica che risente dell’influenza dell’autore nella lettura degli eventi, bensì di un testo in cui eventi, opinioni e stile dell’autore sono legati a doppio filo in ogni aspetto. Questi tratti dello stile del testo rendono purtroppo impossibile osservare il tipo di lavoro eseguito da Russo senza esporne la prosa, in quanto se il “COSA AFFERMA” é spesso vittima di incongruenze (vedi sotto) é proprio nel “COME LO AFFERMA” che risiedono i meccanismi di tali incongruenze. Ciò implica purtroppo l’impossibilità di rendere noti gli errori di metodo e le incongruenze logiche del libro senza riportare i brani e passaggi che li contengono. Impossibile, ad esempio, comprendere la stranezza di una certa informazione fornita in due righe se non si han ben presenti i toni delle lunghe sviolinate che accompagnano informazioni di natura opposta, così come sarebbe impossibile far emergere la comunicazione implicita e sottintesa senza esporre quella esplicita.
2.04 LA (MALA)ESPOSIZIONE DELLE FONTI
Riguardo alle fonti del libro va fatta una prima chiara distinzione: il testo presenta testimonianze dirette, materiale fotografico d’epoca ed attuale, alcuni documenti dell’epoca, lettere e altro materiale, ma solo una parte di questo materiale é relativo ai fatti veri e propri poiché a causa della struttura del libro parte delle fonti riguarda la descrizione degli ambienti, della vita quotidiana nel 1943-44, aneddoti il cui scopo é fornire un’idea del periodo e del clima sociale, e testimonianze interessanti ma di secondaria importanza (per esempio: le testimonianze numericamente maggiori sono quelle relative alla vista dei cadaveri portati in esposizione dai nazifascisti nelle piazze dei paesi; testimonianze interessanti in quanto perfettamente concordi sullo stato dei corpi, ma che nulla dicono riguardo al modo in cui i corpi siano stati ridotti in quello stato). Sono presenti anche una poesia, foto dei famigliari delle vittime, foto delle autorità militari che presenziano alle onorificenze, ecc.
Le interviste, come già detto, non vengono trascritte nella loro interezza né riportate in calce bensì, nella prosecuzione del racconto, Russo inserisce frasi e spezzoni da esse estrapolate citando il nome dell’intervistato (non sempre a dir il vero) e lasciando spesso intendere che la narrazione che ne segue sia un’elaborazione delle dichiarazioni di quella stessa persona. Per esempio a pag.145 Russo riporta in virgolettato lo sfogo dell’anonimo figlio di un testimone anonimo che dichiara di aver dovuto mantenere per anni il segreto su quanto raccontatigli dal padre, ma al termine dello sfogo tali fatti tenuti segretinon vengono nemmeno narrati: dopo un paio di righe di commento di Russo sullo stato d’animo dell’anonimo figlio del testimone si riassume il tutto nella frase “Scene di odio e di vendetta atroce […]”, frase molto simile a quelle utilizzate immediatamente prima d’introdurre il figlio del testimone, ottenendo dunque un effetto panino (vedi sotto), cui segue una descrizione delle torture avvenute DENTRO la baita nonostante il virgolettato riporta chiaramente che il testimone anonimo si trovasse “nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio”, da che se ne desume che queste dettagliatissime “Scene di odio e di vendetta atroce […]” descritte successivamente a questa frase non possono esser state descritte a Russo dal teste citato.
“Il giovane comandante Perpignano (nella stanzetta principale di malga Bala ndr) intanto era costretto a seguire ogni cosa con gli occhi sbarrati, travolto dal dolore e dalla rabbia, da un terrore spasmodico e violento: perfino delle formiche affamate, attratte dal sangue, avevano cominciato a salirgli tra i capelli” (pag.146)
Può un uomo nascosto dietro a un albero a decine di metri da una malga vedere delle formiche che si arrampicano sulla testa di un uomo che sta all’interno alla malga?
2.05 SELEZIONE
Riguardo alle testimonianze dirette é necessario segnalare un ulteriore dettaglio che fa sorgere notevoli perplessità: é possibile osservare come gli stessi stralci d’intervista a Silvio Gianfrate (Srecko) vengano riportati due volte (pag.19 e pag.192) ma le due versioni differiscono fra loro con variazioni non giustificabili da semplici errori di trascrizione e che lasciano supporre un’intervento correttivo e/o selettivo dell’autore nel riportare le parole dell’intervistato. Nello specifico: nella versione di pag.19 Srecko dichiara che i sequestrati furono uccisi a malga Bala mentre nella versione di pag.192 il riferimento a malga Bala é completamente assente.
Altrettanto interessante é il modo in cui vengono presentati alcuni stralci dell’intervista al partigiano Hrovat. Per esempio: all’inizio del libro, a pag.16, vengono riportate in questo modo una domanda di Russo e la risposta di Hrovat:
[Russo ndr] “Ma perché i 12 carabinieri furono così barbaramente trucidati?” Una delle mie tante domande.
[Hrovat ndr]“E chi dice queste cose? .. lo… io non ero lassù… A colpi di piccone poi… No, no, mai fatto una cosa del genere noi partigiani! Coi picconi poi!… Su, su, dove prendevamo i picconi, i coltelli o le scimitarre? .. Sì e no avevamo qualche temperino… dodici carabinieri poi… Erano sì e no cinque, sei: pum pum, sono stati sparati e tutto è finito lì! Ma perché cercate queste cose ora? Non avete altro da fare in Italia voi giornalisti? Sono passati 50 anni… su mo’, a cosa serve riaprire certe ferite? .. Socian era il comandante militare, io il commissario politico” .
Interessante anche l’uso dei punti di sospensione che dovrebbero indicare una pausa di silenzio tra le singole frasi ma in realtà qui sembrano indicare che le singole frasi siano stata estrapolate da discorsi più ampio (magari in risposta a domande diverse), ossia presenterebbe ellissi che andrebbero invece indicate dai puntini di sospensione fra parentesi quadre ( […] ). Si osservi come con “Una delle mie tante domande” Russo censuri ulteriormente l’intervista impedendo al lettore di capire a che domande stia rispondendo Hrovat! Editata così l’intervista sembra suggerire che tra tante domande, a QUESTA, Hrovat abbia risposto letteralmente così e per chi legge l’impressione é che Hrovat, interpellato in maniera generica sui fatti, sbotti istericamente parlando in maniera impacciata all’intervistatore di colpi di piccone, temperini ecc. Ma confrontando la “risposta” di pag.16 con quella di pag.193 sorge il dubbio che la prima sia in realtà un collage di singole frasi (cherry-picking) provenienti evidentemente dalle risposte date a più domande diverse, estratte dall’intervista nella sua interezza e combinate assieme. Difatti a pag.193 la domanda posta da Russo é diversa ed é proprio Russo a introdurre nel discorso i corpi martoriati coi picconi:
[Russo ndr] “Ma perché infierire sui carabinieri in quel modo, coi picconi…!”
[Hrovat ndr] “Noi non si aveva picconi!… Nessun piccone è stato usato…! Quelle cose non si fanno. I partigiani non facevano quelle cose, non lo hanno fatto perché non lo sapevano fare!”
Negli stralci d’intervista presentati da pag.193 difatti troviamo frasi molto simili a quelle presentate a pag.16, anche qui presentate in successione separata da puntini di sospensione e mancanti delle domande di Russo:
“Ben 12 carabinieri, tenuti in vita per quasi due giorni? .. Su, mo’: dove prendevamo da mangiare per loro per tanto tempo?… Ma perché questo vostro interessamento a questa storia: è passato tanto tempo! Che inte- resse avete a rivangare questa vicenda?”
“Noi partigiani abbiamo sempre rispettato i carabinieri. Chi era coi fasci- sti no, non poteva essere da noi rispettato, ma i carabinieri cosa c’entra- vano? lo non ero su in malga… Ma è passato tanto tempo, come si fa a ricordare?.. E poi… 5 o 6 carabinieri uccisi.. .. 12!?.. No, non erano 12… Voi mi rivelate cose nuove che io non ho mai sentito… Sono cose del tutto nuove per me! … Questa cosa è stata opera di altri, non dei partigia- ni! E’ passato tanto tempo! Come pretendete che uno ricordi ancora que- sti particolari?.. 12 morti e tutti carabinieri?.. E’ assurdo, 5 o 6, non 12 e poi uccisi in quel modo! Mi fate venire i brividi!… Ammazzati poi a colpi di piccone! … No, no, mai fatta noi una cosa del genere. Dov’erano i partigiani non succedevano queste cose. Questa per noi era un’azione militare, non politica e questa è stata un’azione militare!”
In altre azioni i prigionieri venivano liberati o mandati a casa o sparati nell’azione, in questa no, come mai? .. Sono stati gli italiani a ridurre in quello stato i carabinieri o anche i tedeschi e poi hanno dato la colpa a noi. lo non credo sia successo questo che voi dite, noi si sparava ai prigionieri. Non abbiamo mai trucidato nessuno noi… Non avevamo mica coltelli, accette, picconi o scimitarre!… Su, mo’! Noi avevamo mitra, qualche temperino, mica picconi! … Ma dopo cinquant’anni voi cercate ancora queste cose? A chi interessano più?.. Cosa serve andare a riaprire queste ferite…. No, non mi va giù questa storia: nessuno li ha trucidati,glielo garantisco io. La mia parola… boh, dai, almeno al 60%, d’accordo? Con Socian ho sempre baruffato; però come commissario politico .. vincevo sempre io che ero più furbo!” “Ripeto che i carabinieri non erano nostri nemici, i fascisti sì, erano nemici!” “Ma voi giornalisti italiani non avete altro a cui pensare?… Dopo tanti anni tirate fuori ancora questa storia?” “Potevate aspettare ancora qualche anno, no?”
Sorge lecitamente il sospetto che Russo e Rinaldi, i quali non nascondono di aver provato enorme fastidio e sofferenza (pag.16) durante l’intervista a Hrovat a causa della loro antipatia naturale (pag.16) nei suoi confronti, abbiano esercitato particolare insistenza sull’ex-partigiano perché le sue risposte confermassero le storie su picconate e torture e che questi abbia reagito in malomodo (reazione che il testo lascia intendere essere segno di nervosismo da colpevolezza ma che può benissimo essere spiegata come la reazione di una persona irritata dal fatto di esser sfrontatamente accusato di essere un mostro). Non essendo note le domande a cui gli intervistati rispondono é non é possibile capire con esattezza l’andamento dell’intervista ma il tono stizzito di diversi stralci fanno supporre che l’intervistatore abbia pressato l’intervistato dando per scontato che si trattasse del membro di una compagnia di mostri.
Difatti pag.193 Russo scrive: “Ma perché trucidare i carabinieri in quel modo? A ogni mia domanda specifica, come questa, Silvo Gianfrate perdeva il controllo e alzava la voce, con gli occhi improvvisamente violenti”.“Ogni” e “Domanda specifica COME QUESTA” indicano chiaramente che le domande furono diverse e di tono simile a quella indicata, ossia una domanda in cui si da per certo che la brigata di Hrovat fosse composta da assassini spietati.
Ed a pag.194 Russo commenta così le risposte di Hrovat:
“Ci aveva quasi derisi il Hrovat, tentando di mettere tutto in ridicolo e in dubbio, facendo di tutto per confonderci le poche idee precise che in quel momento avevamo, le poche certezze che a ogni sua risposta vacillavano e di punto in bianco io mi ritrovavo a brancolare nel buio e nei misteri più fitti. Sarebbe stato un abile politico il signor Hrovat, almeno in Italia!”
Giusto per fare un esempio altrettanto violento: tu, si , proprio tu che stai leggendo, come reagiresti dinanzi a qualcuno che continua a farti domande specifiche sul modo in cui avresti violentato e fatto a pezzi un bambino dando per scontato che tu sia un mostro che commette atti del genere? Sorridendo pacatamente e offrendo una nuova tazza di the o perdendo il controllo, alzando la voce e fulminando con gli occhi questa persona insistente?
A pag.206 viene affermato che le interviste sono state registrate. Sarebbe interessante ascoltarle per intero per capire esattamente il tono con cui avvennero, che domande vennero poste, l’ordine delle risposte e se vi fu pressione sull’intervistato.
2.06 INTERVISTE, FARI E PANINI
Il modo in cui vengono utilizzati gli spezzoni d’interviste si attiene spesso a due modalità comunicative che qui chiamerò “metodo del faro” e “metodo del panino”.
Il primo consiste nel piazzare all’interno della descrizione degli eventi fatta da Russo un virgolettato che conferisce un falso senso di validità alla narrazione in cui é inserita nonostante gli elementi forniti nel virgolettato siano solitamente meno importanti della narrazione stessa. Un esempio lo si ha a pag.121,122 dove la narrazione del pasto avvelenato con soda caustica, varechina e pepe contiene al suo interno quest’unica frase-faro estrapolata da un’intervista:
“Noi abbiamo fatto da mangiare sia per i partigiani che per i carabinieri” – Ci confermerà in seguito la signora Mafalda, moglie di Lojs Gajger.
Se proprio ci si fosse dovuti limitare ad usare un unico spezzone d’intervista non avrebbe avuto più senso estrapolare la frase in cui vien data testimonianza dell’avvelenamento? O quello sui dolori provati dagli avvelenati? E invece niente: l’unica testimonianza scelta riguardo a questo episodio é la testimonianza della moglie di Gajger in cui dice semplicemente che hanno preparato da mangiare sia per gli uni che per gli altri. Quest’unica frase che non dice assolutamente nulla riguardo al punto nodale dell’episodio, inserita nella narrazione della cena genera nel lettore l’illusione che il racconto in cui é immersa sia la trascrizione delle dichiarazioni della signora Mafalda; cosa che Russo però non afferma affatto.
Esempi simili sono sparsi in tutto il libro ma il più impressionante é certamente quello delle torture. Da pag.137 a pag. 146 vengono descritte le torture eseguite sui dodici. La descrizione delle stesse é molto dettagliata:
Gli venne subito conficcato un legno a uncino, appositamente preparato poco prima, (“come quello che si usava una volta per tenere la padella del latte”) , tra il nervo posteriore dietro il calcagno e l’osso del piede: i due arti anzi furono accavalcati l’uno sull’altro in una morsa di sangue. Fu issato a testa in giù, con la parte terminale dell’uncino legata a una trave di sostegno del tetto della cucina (pag.144)
Tuttavia la narrazione delle torture presenta diversi stralci-faro di interviste che non dicono assolutamente nulla riguardo alle sevizie:
“Era una malga dove tutti d’estate portavano le proprie bestie, soprattutto pecore”. Così Bepi Flajs […] (pag.138)
“Quella volta non tutti potevano permettersi attrezzi in ferro e quindi si usavano pezzi di legno duro, in particolare pino e faggio: da questi pezzi duri si ricavavano accette e soprattutto picconi”. Così Bepi Flajs […] (pag.142)
“come quello che si usava una volta per tenere la padella del latte”(pag.144, non si sa chi sia la fonte di questa frase)
“Finalmente – mi ha confidato con le lacrime agli occhi il figlio di un pastore, il quale, nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio, aveva seguito tutto pietrificato e impotente – finalmente posso liberarmi di questo peso che mi opprime il cuore da tanti, tanti anni! Per quasi cinquant’anni ho dovuto nascondere questa verità, ma era tempo che tutto venisse alla luce! Mi sento finalmente libero, quasi leggero!”
Anche qui, poche frasi che non dicono molto fungono da illusorio faro-verità all’interno di una narrazione di cui non se ne conoscono le fonti: chi ha fornito a Russo certi macabri dettagli?
[…] con filo spinato, con le braccia dietro la schiena, coi polsi delle mani stretti ai piedi! Filo spinato che veniva poi agganciato ai genitali di quei poveri disperati i quali, muovendosi e dimenandosi nel dolore, automaticamente si sventravano (pag.145)
Un carabiniere riuscì a buttarsi per terra implorando con la foto di sua madre in mano e gridando di salvarlo per amor suo, ma quella foto gli fu strappata e conficcata in bocca. Primo Amenici, il papà di quei cinque bambini tutti in tenera età, finito giorni prima a Bretto in sostituzione di un altro carabiniere in licenza, riuscì a tirare fuori dalla giacca, prima che questa gli venisse strappata da dosso, la foto coi suoi cinque bambini e a mostrarla ai suoi assassini. Ma una picconata volante gli sventrò il cuore e quella foto gli fu conficcata nel petto, là dove fino a qualche attimo prima quel cuore aveva vibrato per quei suoi piccoli abbandonati per sempre (pag.145)
Da dove ha appreso Russo queste dettagliatissime descrizioni degli eventi non é dato saperlo, ma il testo si premura d’informarci dettagliatamente riguardo a dettagli di minor conto come il fatto che fu Flajs a raccontare che a malga Bala i contadini ci portavano le pecore d’estate e che non tutti (gli abitanti della Bausiza) avevano attrezzi di ferro. Questa moltiplicazione di frasi-faro provenienti da diversi testi genera nel lettore un “effetto panino” ossia illude il lettore che la somma di diverse testimonianze dia validità alle affermazioni prive di fonte in cui sono inserite.
2.07 ATTEGGIAMENTO PREVENUTO
Una conferma dell’atteggiamento forzatamente pregiudiziale dell’autore lo si può trovare per esempio a pag.196. Dopo che per tutto il testo Socian é stato descritto con affermazioni ed aggettivi come: il piccolo grande terribile dio della Coritenza / un padreterno privo di scrupoli o tentennamenti / colui che capeggia il nugolo di partigiani / un uomo di cui tutti avevano terrore / che porta avanti sconsiderate azioni / Era il diavolo personificato, esperto come nessun altro, padrone assoluto dei sentieri e delle strade, di giorno e soprattutto di notte /, quando Hrovat nell’intervista dichiara che la responsabilità (politica? militare?) dell’azione era di Socian, Russo commenta stizzito:
“porta il discorso su Socian che era morto da qualche mese dando a lui ogni responsabilità, tanto nessuno mai avrebbe più potuto avvicinarlo”
Ciò é assai interessante in quanto evidenzia un atteggiamento di negativizzazione forzata in cui gli archetipi necessitanti di continua riaffermazione: (1) il defunto Socian era il capo dei mostri e (2) tutti i partigiani sono mostri portano alla negativizzazione dell’affermazione di Hrovat che, pur venendo accettata in quanto confermante il primo archetipo, deve essere ammantata di negatività per riconfermare il secondo archetipotutti i partigiani sono mostri. Ecco che, anche se Hrovat fornisce a Russo un’informazione in linea con la sua narrazione degli eventi, l’autore aggiunge a quella stessa informazione una sbavatura di perfidia perché l’affermazione si conformi alla struttura pregiudiziale. Vi si può leggere anche un’elemento di proiezione junghiana in quanto accusare persone che non possono difendersi é esattamente ciò che fa Russo!
2.08 LE TANTE CONTRADDIZIONI DEL LIBRO
Nel testo sono relativamente frequenti anche affermazioni contraddittorie che vengono apparentemente attenuate dal fatto che gli elementi che si contraddicono sono spesso presentati in maniera discorsivamente separata oppure perché su determinati elementi vien posta particolare attenzione mentre gli elementi che li contraddicono vengono appena segnalati senza spenderci sopra nemmeno un commento. Alcuni esempi:
STUPORE PREANNUNCIATO? Si afferma che il sabotaggio alla centrale della miniera fosse inaspettato (pag.70) nonostante si affermi che l’attività principale dei partigiani fosse quella di effettuare sabotaggi soprattutto con lo scopo di interrompere la produzione della miniera e che i militi poi sequestrati fossero stati ingaggiati appositamente per difenderla. ( a questo proposito si veda un elenco dei sabotaggi effettuati da Socian alla miniera nel sottocapitolo 5.11)
VELOCI MA LENTI? Non si tiene nemmeno conto dell’illogicità secondo cui i partigiani riuscirono a fuggire velocemente da Bretto pur con un vantaggio di tempo ristretto (pag.150) attraverso un sentiero particolarmente impervio e rallentati dai dodici prigionieri e da un carico d’armi e vettovaglie (pag.101,102) e poi siano intimoriti dal fatto di poter esser raggiunti dai nazifascisti mentre si trovano in una malga isolata nel bel mezzo dei territori di cui erano signori incontrastati raggiungibile solo attraverso un sentiero impervio in cui nessun tedesco o italiano avrebbe mai pensato di avventurarsi (pag.139) anche perché non erano affatto pratici di quei territori come i partigiani (pag.155)
FURBI MA SCEMI? Con un certo contorsionismo Russo riesce a far passare l’impossibilità di eseguire fucilazioni ed a criticare i partigiani sostenendo a pag.186 che “fossero stati un pochino furbi” avrebbero potuto crivellare i corpi (per celare le torture). Quindi, ricapitolando: Russo sostiene che i partigiani NON potessero sparare perché il rumore avrebbe attirato immediatamente i nazifascisti ma al tempo stesso che i nazisti si muovevano in maniera impacciata (pag.186), che i partigiani spararono con un revolver ad un milite in fuga (pag.146) ma furono così“poco furbi”da non aver crivellato tutti i corpi.
PREOCCUPAZIONI NON PREOCCUPANTI? A pag.186 si sostiene che non fosse possibile eseguire fucilazioni sui monti perché l’eco (pag.139) avrebbe attirato l’attenzione dei nazifascisti ma, dopo aver segnalato a pag. 120 che malga Bala si trovava in una posizione “dove tedeschi e italiani non potevano assolutamente avvicinarsi senza essere precedentemente avvistati da lontano”, a pag.139 che “Nessun tedesco, nessun italiano avrebbe mai pensato di avventurarsi per quei ghiaioni scivolosi, col rischio di perdersi o di venir sorpreso dai nemici facilmente in agguato” perché “non conoscevano neanche l’esistenza” (pag.139) ed a pag. 127 che i tedeschi non sarebbero mai andati neanche fino a Logje“mai e poi mai sia i tedeschi che gli italiani, specie di notte, si sarebbero avventurati in perlustrazioni molto pericolose in quella zona aspra e isolata”, tanto che possono permettersi di far urlare tutta la notte i sequestrati con grida che squarciavano il silenzio e quindi nessuna preoccupazione da parte dei partigiani, a pag.146 si parla di un colpo di revolver sparato alla spalla di un milite della GNR che tentava di fuggire e non si capisce perché, una volta sparato un colpo non se ne fossero potuti sparare altri.
FREQUENTATISSIMO LUOGO ISOLATO? Da un lato sostiene che la scelta cadde su malga Bala in quanto isolata e difficile da raggiungere ma dall’altro sostiene che furono numerosi i pastori che non ebbero alcuna difficoltà a salire non visti per assistere di nascosto alle uccisioni (pag.147), tra cui l’anonimo padre di un amico di Toni Rinaldi che, a quanto sostiene, addirittura seguì quasi passo passo, di nascosto, la “via crucis” dei militi della GNR, la mattanza e la disposizione dei cadaveri (pag.18,109,139,142)
INCONTRASTATI TONTOLONI DEL TERRITORIO? Non solo malga Bala é isolata ma frequentatissima ma i partigiani, incontrastati signori di quei territori che si muovono con circospezione per controllare l’eventuale presenza di nazisti (pag.109) non si accorgono minimamente di essere circondati da diversi contadini che li hanno seguiti!
FIDATO COLLABORATORE POCO COLLABORATIVO? Gli incontrastati signori del territorio non si accorgono della presenza dei contadini ma (forse – vedi sotto) se ne accorge Gajger, “amico fidato” e “protettore devoto” dei partigiani (pag.14) che in qualche modo é conscio della presenza di Bepi Flajs (pag.147) tanto da andarlo a chiamare una volta spariti i fidati compagni partigiani (anche se il passaggio é poco chiaro e sembrerebbe che Bepi Flajs fosse tornato a Logje – vedi sotto).
SEGRETO PUBBLICO? Sostiene che la messinscena delle fucilazioni venne fatta nella certezza che nessuno avrebbe mai potuto sostenere il contrario (pag.197) ma che tutta la comunità viene a sapere fin da subito e nei minimi particolari cosa avvenne (pag.149).
PICCONATE COL TRUCCO? Il testo da un lato riporta le parole di Bepi Flajs secondo cui i partigiani dovevano far credere che i militi della GNR fossero stati semplicemente fucilati (pag.197) ma dall’altro che il massacro doveva essere volutamente violento e impressionante perché gli italiani ricordassero per sempre quella data (pag.121) e non si spiega in che modo un evento possa essere al contempo tenuto segreto e ricordato in eterno. Come si faccia poi a torturare delle persone con dei picconi ma in modo tale da far credere che siano stati fucilati non é dato sapere.
2.09 CONCESSIONI A CARO PREZZO
Il testo potrebbe non manifestare immediatamente il proprio manicheismo a causa di affermazioni critiche nei confronti del nazifascismo. Affermazioni che tuttavia s’innestano su una struttura fortemente di parte (lo si é ben visto osservando l’introduzione storica che apriva il testo) e che vengono fatte pagare a caro prezzo poiché a fronte di un numero estremamente esiguo di fredde critiche ad elementi specifici della storia nazifascista non vien fatta corrispondere una critica altrettanto blanda e limitata delle posizioni dei partigiani, bensì un rifiuto cieco e totale di ogni cosa li riguardi anche solo indirettamente. Alcuni esempi dei concetti espressi nel testo in cui sono ravvisabili concessioni esplicite ed i concetti-pegno impliciti che ne conseguono:
L’introduzione storica é sostanzialmente un “Mussolini ha sbagliato ad allearsi coi tedeschi MA, meglio LVI ed i nazi che Badoglio ed i comunisti”
L’odio antiitaliano dei partigiani nacque dai soprusi che subirono dagli italiani MA i partigiani erano comunisti e quindi in fondo se l’erano cercata.
I tedeschi erano terribili e cattivi MA erano obbligati a comportarsi così. E comunque meglio i tedeschi dei comunisti.
E così via: questo é sostanzialmente il livello delle concessioni fatte ed il modo in cui viene proposto é sempre lo stesso: la critica é esplicita (concessione) ma il concetto che ne vien fatto conseguire (prezzo) é implicito. Più avanti si vedrà meglio cosa vien messo sui piatti della bilancia dei prezzi.
2.10 AMORE E ODIO
Di eccezionale interesse é osservare il modo in cui Russo tratta i personaggi della vicenda e le persone interessate. Esempi specifici li si potrà osservare nel terzo capitolo di questo articolo, ma basti tenere a mente questo: se una persona sta simpatica e/o fornisce affermazioni utili a Russo, questa riceverà una descrizione amorevole e positiva. Al contrario: odio puro o silenzio assoluto. Qualche esempio veloce-veloce giusto per assaggio? Basterebbe già osservare come Socian vien descritto: così cattivo da poter far paura quasi a Satana in persona! Oppure il fatto che di numerosi testimoni indiretti ci vengono forniti i dati biografici ma ciò non avviene per il partigiano Hrovat che non le manda a dire a Russo quando insiste perché “confessi” ! Ma, come anticipato, questa differenza di trattamento verrà illustrata meglio nel prossimo capitolo.
2.11 INFORMAZIONI SUSSURRATE
Se alcune informazioni vengono urlate, commentate e ripetute ve ne sono tuttavia alcune che il testo riporta ma senza alcuna enfasi: vengono “buttate lì” per poi essere immediatamente dimenticate come non esistessero. Se osservate attentamente però é facile notare che hanno tutte una cosa in comune: sono tutte informazioni che potrebbero intaccare e/o smentire le affermazioni di Russo. Sorge quindi un dubbio, ossia: perché mai le avrebbe fornite? I casi sono diversi ma riassumibili a questi gruppi:
Informazioni che Russo era obbligato a riportare, come ad esempio i numerosi tentativi di sabotaggio dei partigiani in cui non viene fatto male a nessun paesano.
Informazioni utili ma a rischio, come la testimonianza del Venturini, che dichiara di esser stato per un po partigiano con la Garibaldi: informazione utile perché fa apparire il teste come una “fonte interna” ai partigiani ma pericolosa perché esce dallo schema “partigiano=demone senza contatti con la brava gente”
Gli esempi sono numerosi e già presenti negli altri sottocapitoli e pertanto eviterò di riproporli anche qui.
2.12 FALLACIE LOGICHE
Le contraddizioni del testo, unite all’atteggiamento pregiudiziale si manifestano attraverso diversi tipi di fallacia logica (maggiori dettagli QUI) e trucchi narrativi. Essendo presenti nell’interezza del testo, elencarli é impresa scarsamente utile in quanto, una volta compresi i meccanismi di queste fallacie, le stesse emergono automaticamente già dalle osservazioni di questo articolo. Per questo motivo mi limiterò ad elencare le tipologie di fallacia chiedendo a chi legge di tenerle a mente durante la prosecuzione della lettura
Straw men / uomo di paglia, ossia rapasentare in maniera infedele un avversario con lo scopo di abbatterlo e infangarlo.
Dissimulazione, ossia presentare dati in modo ambiguo.
Argumentum ad nauseam, ossia ripetere in continuazione determinate affermazioni con l’intento di far percepire all’uditore/lettore queste affermazioni come accettate.
Condanna delle alternative, ossia forzare le interpretazioni affinché convergano su una sola delle ipotesi possibili.
Affermazione del conseguente, ossia dare per scontata una connessione logica che scontata non é, attraverso una relazione causa-effetto semplificata.
Premesse contraddittorie, ossia proporre un ragionamento coerente basato però su premesse che si contraddicono fra loro.
Rimettere l’onere della prova, ossia fornire tesi e informazioni date per vere senza fornirne dimostrazione e fonti.
Eccezione che conferma la regola, ossia appellarsi all’eccezionalità ed unicità di un caso ma al tempo stesso trattandolo come un evento comune.
False premesse, ossia dare per vere delle premesse che non sono tali snaturando alla base ogni ragionamento successivo (simile al “premesse contraddittorie”).
Aneddottica, ossia aggrapparsi essenzialmente su testimonianze aneddotiche anziché inserire quest’ultime in un quadro logico coerente.
Trattamento di favore, ossia favorire le posizioni di una delle classi coinvolte nella narrazione.
Obiezioni insignificanti, ovvero elevare dubbi, anche validi, che riguardano argomenti secondari come se fossero elementi nodali di una teoria/affermazione.
Falsa inversione, ossia l’applicazione errata di [ A=B per cui B=A ] perlopiù in casi di generalizzazione (vedi) basati su dati particolari [Luca é moro e stronzo per cui tutti i mori di nome Luca sono stronzi]
Cherry-picking, (conosciuto anche come “suppressing evidence”) ossia selezionare solo gli elementi che confermano l’ipotesi di partenza.
Card-Stacking, ossia una tecnica tipicamente usata in pubblicità e propaganda che consiste nel porre continue attenzioni solo sugli aspetti che si vogliono trasmettere sorvolando invece su quegli aspetti che potrebbero mettere in discussione la narrazione imbastita
Generalizzazione, ossia attribuire, per semplificazione, a tutti i membri di una certa classe una determinata caratteristica.
Limitazione imposta, ossia introdurre limitazioni arbitrarie come se valessero universalmente.
Entimemi e non-detto, ossia lasciare che i significati profondi del messaggio emergano tra le righe senza mai affermarli direttamente (il “prezzo” fatto pagare dalle “concessioni”)
Falsa precisione, ossia dare supporto alla propria tesi agganciandoci informazioni molto dettagliate che tuttavia esulano dalla logica della tesi stessa.
Di fari e panini si é già parlato in maniera dettagliata in quanto facilmente evidenziabile anche con pochi esempi. I restanti meccanismi sono tutti più o meno presenti nel testo: alcuni con prepotenza (p.es. falsa precisione, generalizzazione, aneddotica), altri meno (falsa inversione); alcuni sono presenti in casi specifici (p.es. la limitazione imposta secondo cui Maria non poteva avere accesso ad un telefono) ed altri sono riscontrabili solo analizzando il testo nella sua interezza (p.es. generalizzazione). Pertanto li si riscontrerà non sempre attraverso punti specifici e affermazioni nette, ma man mano che verranno esposte le caratteristiche del mondo dipinto nel libro. Il lettore, ripeto, é invitato a tenere bene a mente le fallacie logiche qui elencate perché queste si rivelino spontaneamente.
3.00 IL MONDO DI “PLANINA BALA”
É particolarmente evidente che il mondo che traspare dalle pagine di “Planina Bala” noné una rappresentazione fedele e realistica di un territorio delle alpi friulane nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale. Il mondo che traspare da “Planina Bala” é una rappresentazione ipersemplificata in cui una comunità omogenea e pacifica che sottostà per amor del quieto vivere al dominio del potente di turno (in questo caso i tedeschi) col quale ha un rapporto sia di timore che di rispetto. L’armonia della comunità però viene perturbata dalla presenza dei partigiani: esseri crudeli che scatenano il lato peggiore di tutti. Le varie caratteristiche del mondo, che ora verranno illustrate nello specifico, sono strettamente interconnesse fra loro (per questo si può parlar di “mondo”) e quindi i prossimi punti presenteranno necessariamente ripetizioni e rimandi circolari.
3.01 FRANZA O SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA
La comunità del tarvisiano così come raccontata dal Russo é una comunità uniforme fatta di brava gente devota e rispettosa che sottostà al potere nazifascista per amore del quieto vivere. Uniformità spezzata solo dai partigiani, descritti come entità esterna, come cellula tumorale, come il lupo cattivo delle fiabe.
Il concetti di fondo é che nella comunità omogenea del tarvisiano non v’é lotta, non v’é tensione, non v’é divisione ma solo brava gente che s’adatta al potere dominante indifferentemente da quale sia. Nazisti, fascisti, romani, unni, longobardi, marziani: stessa cosa!
Poco importa ciò che vogliono i nuovi dominatori: imporre una dittatura? Culto della violenza? Sottomissione obbligata all’autorità? Abolire la libertà di stampa? Picchiare, uccidere o mandare al confino chi dissente? Trasformare le elezioni in una farsa? Imporre un regime corporativo totalmente sbilanciato a favore delle classi agiate? Militarismo estremo? Razzismo? Colonialismo? Sterminare brutalmente popolazioni non italiane? Deportare qualche migliaio di ebrei in Germania? VA TUTTO BENE! A patto che non si tocchi lo status quo basato sulla tradizione religiosa (a questo ci arriviamo tra un attimo)!
Poiché a questi continui richiami all’accettazione e sottomissione nei confronti del nazifascismo non segue alcuna apologia esplicita del fascismo stesso, il testo si potrebbe tranquillamente ascrivere alla pubblicistica afascista cattolica (sulla religiosità del testo vedi sotto) anticomunista proprio in quanto l’interesse principale é più rivolto a screditare i partigiani che ad elogiare il fascismo. Tuttavia, come vedremo, definire questo testo semplicemente afascista potrebbe essere limitativo.
Torniamo a noi: per riuscire a dipingere questa comunità omogenea ben disposta a sottomettersi all’autorità dominante per amor del quieto vivere, Russo é però obbligato a minimizzare ogni elemento che possa contrattare quest’immagine.
Difatti quando si trova costretto a citare persone del posto che collaborano coi partigiani evita di commentare (card-stacking inverso), come nel caso degli operai della miniera a pag.53 o l’arganista Krast di pag.214 che li aiuta a effettuare uno dei più imponenti sabotaggi alla miniera in cui lui stesso lavorava, o li descrive come vittime impaurite del terrore causato dal virus partigiano, come nel caso di Bepi Flajs e del contadino anonimo. Ma la forzatura é evidente, soprattutto nel caso delle persone su cui il “virus partigiano” agisce in modo ambiguo. Anche nel caso del Gajger questo meccanismo funziona male: Gajger é descritto ora come un fedele e fidato servitore dei partigiani, ora come un uomo che agisce solo per interesse, ora come un uomo che tenta di far buon viso a cattivo gioco. Il “virus partigiano” però, come già visto, in lui si manifesta in negativo solo a fatti compiuti, nella vecchiaia di Gajger che distrutto dagli eventi passati si autocostringe a vivere in un’abitazione cupa trafitto dai rimorsi, come colui che trovando la fede sceglie la via dell’insolazione eremitica.
Ma i richiami più forti restano quelli al mantenimento dello status quo: il primo pensiero del signor Berlot, che vive vicino della centrale elettrica attaccata dai partigiani, saputo che questa esploderà, é: “Così ora perdiamo anche quel poco di pane che abbiamo!”(pag.150). Il parroco Ivan Hlad raccomanda i paesani di non seguire i partigiani per non subire le ritorsioni tedesche. I carabinieri appena giunti per difendere la centrale elettrica dice siano subito presi in simpatia dalla popolazione. Il testo nel suo insieme sembra gridare “La guerra é altrove, qui non vi sono combattimenti: sono i partigiani a perturbare l’armonia”. Se i nazifascisti massacrano la popolazione per ritorsione contro i partigiani la responsabilità di ciò va data proprio a quest’ultimi: ai cattivi partigiani che hanno osato portare la guerra nella quiete delle pacifiche valli amministrate dai nazisti. Che tipo di comunità é allora quella descritta nel testo? É una comunità perbenista, qualunquista e piagnucolosa, fatta di “brava gente” innocente, poveri lavoratori che si lamentano del male che vien da un “fuori”. Una comunità omogenea unita dal vittimismo che deriva dal dipingersi come ultimi portatori di “sani valori” tradizionali originatisi in un tempo mitizzato in cui l’uomo era più vicino al “vero”.
Il piccolo mondo che fuoriesce dal testo di Russo é più in linea con una narrazione fiabesca che realista (piccola comunità unita ed omogenea, agitazione provocata da elemento perturbante con caratteristiche demoniache e aliene; narrazione semplificata concentrata sugli aspetti emotivi, ecc) atta a trasmettere una lezione morale (i nazisti erano cattivi, i fascisti, nonostante qualche eccesso, accettabili, mentre i comunisti erano e sono demoni che agiscono per il male). Essendo dunque in presenza di un’innesto fiabesco su temporalità storica si può pienamente parlare di mitologia. Nello specifico di una mitologia afascista di matrice cristiana (sulla religiosità del testo ci arriviamo, ci arriviamo…) ed anticomunista che non é interessata a giustificare l’agire dei fedeli di Mussolini ma lo accetta fintantoché questo non vada contro alla sfera religiosa cattolica. Dunque, se proprio bisogna cercare un modello di riferimento della comunità descritta da Russo non é nella storia, ma proprio nelle fiabe che lo si può trovare.
E quale fiaba o racconto per l’infanzia viene in mente quando si parla di una comunità omogenea di brave persone la cui tranquillità viene messa in repentaglio ripetutamente da un unico grande cattivo? A me vengono, vengono in mente… i Puffi!
Tutti diversi ma in fondo tutti uguali (la comunità nel suo insieme), concordi nel riconoscere come loro capo uno di loro (i “carabinieri” erano italiani come noi) cui viene attribuito il titolo di Grande in quanto anziano portatore dei valori tradizionali (la chiesa), che vivono in serena armonia (idem), ma questa tranquillità é continuamente messa a repentaglio da azioni scellerate (idem) portate avanti dal cattivo Gargamella (Socian) e la perfida Birba (i partigiani), che nella sua cattiveria é però anch’essa sottomessa a Gargamella (idem per partigiani con Socian).
Tutti buoni e innocenti. Al limite qualche concessione (c’è quello brontolone, quello vanesio, quello pigro), giusto per autoilludersi di saper rappresentare la molteplicità. Ma a dirla tutta, la comunità descritta in “Planina Bala” ha anche qualcosa in meno rispetto ai puffi: se nel momento del bisogno gli ometti blu sanno essere davvero comunità collaborando fra loro per sgominare il loro nemico, la comunità di “Planina Bala” si descrive come impaurita da tutto e da tutti ed anziché tirarsi su le maniche per combattere aspetta che un bullo si faccia notare più degli altri per poterlo insignire del ruolo di condottiero (i fascisti). É una comunità in cui la codardìa non si limita ad essere una caratteristica umana, ma viene esaltata a dovere morale la cui unica eccezione consiste appunto nel ruolo affidato al bullo, al quale é permesso esercitare violenza inaudita e illimitata, a patto che non tocchi lo status quo (solitamente bigotto e di matrice religiosa).
3.02 OMERTA’ A PUFFLANDIA
Russo insiste più volte nel ricordare che l’intera comunità venne subito a conoscenza dei fatti fin nei minimi particolari (pag.13,14,18,149) ma nessuno ebbe mai il coraggio di parlare. La cosa però suona piuttosto male: perché una comunità concorde nel condannare Socian e i partigiani per qualunque cosa succedesse in zona “anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43), che non gli avrebbe nemmeno mai perdonato il fatto di aver “provocato” la rappresaglia tedesca di alcuni mesi prima e che ha nei confronti dei partigiani solo parole di disprezzo avrebbe paura anche a distanza d’anni di parlare di questi fatti?
Il testo lascia intendere che il motivo di tale paura fosse l’efferatezza dei partigiani, sebbene sempre il Russo ricordi che il massacro di una quarantina di partigiani nell’aprile 1943 (quello che sarebbe stato alla base della “vendetta”) avvenne proprio a causa del tradimento ad opera di un locale (pag.120) e che dunque c’era ben chi agiva e parlava contro i partigiani. Chi fu la persona del posto che tradì i quaranta partigiani? Subì forse vendette o ritorsioni da parte loro? Dal testo di Russo non é dato sapere. O meglio: il testo non cita nessun caso specifico di ritorsione partigiana nei confronti della popolazione locale se non accuse generiche (pag.42) che non si traducono mai in un nome, una data, un fatto accertato.
Al contrario vengono solo citate solo azioni di sabotaggio alla centrale, azioni contro gli occupanti tedeschi e per sommi capi anche alcune azioni dei partigiani private di contesto e motivazioni (pag.110). Buffo che l’autore non elenchi nessuna azione dei partigiani contro i civili, considerando l’impegno dell’autore nell’attribuire mostruosità ai partigiani, dato che il livello di approfondimento del testo arriva addirittura a descrivere i pensieri interiori dei militi della GNR negli attimi prima della morte (pag.141).
Il testo cita ad esempio il fatto che il parroco Ivan Hlad rimarcasse pubblicamente la propria posizione antipartigiana dinanzi alla comunità esortandola a non collaborare con loro (pag.51,52,252,265), cosa che lo porterà a nove anni di prigione “nelle mani degli uomini di Tito” (pag.252) eppure il testo specifica che “verrà liberato, ma sarà reso inoffensivo dalla ferrea repressione comunista” (non é chiaro cosa s’intenda con quel “reso inoffensivo”) e che nel dopoguerra potrà continuare ad esprimere la propria avversione verso i partigiani ad esempio portando le classi scolastiche in pellegrinaggio a malga Bala per celebrare una preghiera in ricordo dei militi della GNR (pag.18) e, si può aggiungere, consolidare nelle generazioni che seguirono la sua versione dei fatti.
In realtà quando il testo riporta azioni specifiche dei partigiani si tratta sempre di azioni di sabotaggio o agguati ai nazifascisti. Peraltro sempre descritte con un certo disprezzo e ponendo i nazifascisti come vittime inermi di partigiani vili e pericolosi (pag.52). Per questo motivo é interessante notare la totale assenza di commenti quando vien obbligatoriamente narrato di come durante l’attentato alla centrale elettrica i partigiani, trovandosi di fronte degli operai che vi lavoravano il crudele e spietato Socian… li avverte dell’imminente esplosione (pag.150) permettendogli di mettersi al riparo!
Ciò stride molto con l’impianto generale del testo e non sorprende dunque che gli operai della centrale riceveranno nel testo un trattamento ambiguo (vedi la parte in cui se ne parla relativamente al “virus partigiano”)
Secondo Russo i sentimenti dell’intera comunità nei confronti dei partigiani erano solamente di paura e terrore anche se per forza di cose una buona fetta della popolazione era per forza di cose filopartigiana (ma questa parte della comunità Russo non solo non la mostra ma ne sottace del tutto l’esistenza, tranne in brevi e rari sprazzi in cui non può evitarlo). Il fatto che Russo non sia in grado di documentare questo gran numero di abusi dei partigiani nei confronti dei civili si spiega se si tengono contemporaneamente in considerazione la già osservata illogicità di un eventuale atteggiamento negativo dei partigiani verso la popolazione e le caratteristiche pregiudiziali ed occultanti riscontrate finora nel testo di Russo che difatti si limita a vagheggiare ed alludere.
Russo dunque descrive una comunità compatta nel condannare i partigiani per qualunque cosa ma troppo impaurita anche solo per fare una segnalazione anonima ai nazifascisti nonostante, dice, fosse in buoni rapporti con le forze dell’ordine e con la dirigenza della miniera ed avesse rapidamente maturato rapporti di simpatia con i militi del GNF, nonostante il parroco esorti “privatamente e pubblicamente” (pag.51) la comunità a non appoggiare i partigiani (NB: perché mai avrebbe dovuto raccomandare la comunità in tal senso se questa era già solidamente compatta nel condannare Socian e soci, Russo non lo spiega) e sorvolando sull’importante tradimento del’43 da lui stesso riportato, dipinge invece una società che accetta di dover sottostare ai nazifascisti, dei quali ha si paura ma accetta tanto da non ritenerli nemmeno più di tanto colpevoli anche quando ammazzano civili, bruciano case e lasciano i cadaveri esposti per giorni per fare da monito.
Nonostante il quadro dipinto sia quello qui esposto, con nonchalanche a pag.176 segnala che qualcuno denunciò Maria Berlot accusandola di essere vicina ai partigiani (pag.176). “Stranamente”, nel testo i tradimenti e le segnalazioni dei partigiani vengono semplicemente riportati senza approfondire nonostante, visti i toni, ci si aspetterebbe un lungo panegirico sul coraggio di queste persone nel superare il tremendo ed intimo terrore nei confronti di una vendetta partigiana. Allo stesso modo viene riportato senza alcun commento uno stralcio di un’intervista ad un operaio delle miniere che testimonia di come all’interno della miniera chi accusava i partigiani del massacro lo doveva fare sottovoce “per paura gli uni degli altri” (pag.207) dichiarando anche qui che in realtà non TUTTA la comunità era antipartigiana. Russo però preferisce far passare l’intera ferra di comunità filopartigiana per “spie” e “traditori” infiltrati nella società della “brava gente”.
Sempre con la stessa assenza di commento o analisi, a pag.208 viene rivelato che almeno due-tre partigiani (di cui non viene fatto il nome) lavoravano in miniera assieme agli altri operai. Evidentemente Russo non é intenzionato a porre troppa attenzione su questi fatti che é tuttavia obbligato a segnalare.
Vien da chiedersi perché mai, all’epoca della pubblicazione del libro, un membro di una comunità così unita nel condannare la compagnia di Socian dovrebbe aver timore di qualche vecchio partigiano settanta-ottantenne e che senso possa avere per un contadino della Bausiza, valle che non conta più di venti case, di celarsi dietro all’anonimato. Quanti mai potranno essere i contadini della Bausiza per sperare di “scampare al terrore partigiano” semplicemente celando il nome? Anche perché, come Russo stesso dimostra a pag.235 e pag.239 il fatto che i dodici furono uccisi dai partigiani di Socian era un fatto noto alle forze dell’ordine anche a conflitto finito e non si vede perché una comunità compatta nel condannare Socian avrebbe avuto paura ad accusare Socian a dei carabinieri che già sapevano della colpevolezza di Socian.
Il fatto é che i partigiani vengono descritti, a seconda del tipo di emotività necessaria, ora come sparuti gruppi di elementi alieni alla comunità della brava gente ed ora come una potentissima rete tentacolare di stampo mafioso e questo non é che un tratto tipico della cultura di destra.
Perfetto concentrato di cultura di destra: autoassedio da bacilli corruttori esterni, culto dell’uomo della provvidenza, mito del martirio intenzionale, culto nobilitante della violenza e, non detto, elogio della sottomissione volontaria (fonte)
3.03 PARTIGIANI VS. BRAVA GGGENTE
Come visto il testo insiste molto nel ricordare che l’intera comunità fosse spaventata dai partigiani, ma quando tenta di documentare azioni dei partigiani verso la comunità i casi segnalati sono pochi ed estremamente lacunosi:
A pag.110 Myza Komac testimonia di aver visto “una donna, in cortile, mentre veniva uccisa dai partigiani” (pag.110) ma non viene riferito né chi fosse né quando ciò sarebbe avvenuto né di cosa fosse accusata (era forse una spia nazista?). Tuttavia il testo riporta anche l’opinione di Myza secondo cui “facilmente intendevano uccidere il marito di lei, non lei”. Come e perché sia giunta a tale conclusione non é dato sapere anche perché nemmeno il nome del marito viene rivelato.
A pag.42 si dice che Socian girasse casa per casa “col mitra spianato” ad obbligare gli uomini a seguirlo, specificando che “Chi osava opporsi o contrastarlo aveva finito di vivere in pace”. Non viene però segnalato neanche un caso di persona ammazzata per aver rifiutato di unirsi a Socian.
A pag.205 Francesco Mrakic testimonia: “Socian in quel periodo andava casa per casa, mitra spianato in mano, e costringeva tutti a seguirlo tra i partigiani. Chi rifiutava, finiva di vivere, nel vero senso della parola, perché diversi lui li faceva fuori seduta stante. Molti partigiani che io conosco sono stati costretti da lui a seguirlo solo per le troppe minacce ricevute. Anche con me ha usato lo stesso sistema”. Essendo ancora vivo si suppone che dunque Mrakic sia entrato a far parte della banda di Socian. Era dunque uno dei partecipanti della strage? Era un comunista? O un partigiano cattolico antislavo? Anche qui il testo non dice più nulla.
Un po poco per affermare che i partigiani facessero più paura dei nazifascisti le cui stragi pubbliche sono riportate anche dallo stesso Russo.
Eppure quando Russo deve elencare azioni partigiane le uniche di cui fornisce dati certi sono i sabotaggi (perlopiù alla centrale):
I partigiani compirono numerose azioni tra il 10 ed il 30 settembre 1943 (pag.51); il 10 ottobre 1943 fecero deragliare due treni della miniera (pag.51); pochi giorni dopo assaltano un furgone pieno di ufficiali tedeschi (pag.52); qualche settimana dopo falliscono nel tentativo di far scoppiare un altro trenino della miniera (pag.52); il 19 dicembre, con l’aiuto di alcuni operai, danneggiano parzialmente la centrale termoelettrica della miniera e quella idroelettrica di Plezzut (pag.52); gli scontri tra partigiani e tedeschi erano all’ordine del giorno, sia sulla strada che alla miniera (pag.54); un giorno riescono a far saltare le pompe del quindicesimo livello (pag.55); un’altra volta minarono il “frantoio” della miniera ma alcuni alpini ne impedirono lo scoppio (pag.55). E’proprio a causa di queste numerose azioni che il 4 gennaio 1944 l’ingegnere della miniera, che dava ordini ai soldati tedeschi
Ma nonostante ciò Russo afferma per ben due volte che l’assalto alla centrale elettrica di Bretto fu del tutto inaspettato (pag.77,100)
Interessante notare come proprio nel raccontare una di queste azioni, a pag.54, nel riportare un’azione gestita male dai partigiani é obbligato a rivelare anche che i partigiani sapevano essere magnanimi (lasciando libero l’ostaggio italiano), che anche un altro dei parroci locali era filotedesco, che i tedeschi torturavano i partigiani ed a nascondere la fine che fece il soldato tedesco rapito (forse per non rivelare che NON fu torturato?).
Le azioni partigiane che Russo meglio descrive sono elencate nel sottocapitolo 5.11 e, posso già anticiparlo: sono solo azioni di sabotaggio.
3.04 I DODICI ANGELI PATRIOTTICI
La differenza di trattamento dei vari personaggi di questa storia può esser riassunta da un solo aggettivo: cartoonesco. Il modo in cui ogni singolo personaggio viene introdotto, le osservazioni sulla sua persona, sul suo agire sono elementi particolarmente chiarificatori delle griglie concettuali entro cui l’autore si muove. La descrizione dei dodici é molto dettagliata ed é inserita in un rapporto perfettamente dicotomico con i partigiani. Per ogni carabiniere v’é una breve biografia, la descrizione della famiglia e degli affetti, dellle abitudini quotidiane e la vita di caserma. Sono tutti dipinti come dei bravi ragazzi, sani, onesti, timorosi di Dio e con la testa sulle spalle a cui é capitata una disgrazia terribile. Questi alcuni dei modi in cui vengono descritti:
disgraziate vittime predestinate / poveri, semplici uomini italiani con la divisa di carabiniere addosso / Erano italiani e carabinieri e volevano esserlo fino in fondo / patrioti / devoti / Avevano fatto il proprio dovere, fino all’ultimo / designati a morire per la Patria che non avrebbero potuto dimenticare né tradire / (per i carabinieri) era giusto morire con onore, nel nome dell’Italia che avevano sempre amato e difeso / L’importante era non aver paura, non mostrare loro, ai partigiani, di aver paura. Se dovevano morire, come ormai era chiaro, era giusto morire da eroi. Erano carabinieri, erano italiani e non potevano non morire che da carabinieri e da italiani, a testa alta, guardando in faccia i propri aggressori! / poveri, inermi e incolpevoli / 12 inermi e pacifici carabinieri / 12 figli
La vicinanza ai dodici si esprime anche indirettamente, ad esempio riportando le testimonianze e le foto dei loro parenti e le peripezie di questi per ottenere il trasferimento delle salme, aneddoti come quello della civetta che cantò il 24 marzo (pag.223) o della lana che la signora Koserog doveva usare per fare dei guanti ad uno di loro (pag.70,72,200,245). O con la testimonianza di Nino Mafezzini, che quel giorno sarebbe dovuto essere in caserma e quindi si salvò, o ancora riportando dettagli di contorno, come il nome del falegname che preparò le loro bare (pag.173) e numerose testimonianze di gente del posto che conobbe i militi o che ne vide i corpi martoriati.
L’intento, peraltro esplicito, del testo é quello di riabilitare la figura dei dodici in chiave eroico-nazionalista e martirologica:
“Certamente sono morti da eroi, certamente sono morti da martiri, immolati per la loro fede e il loro essere carabinieri e italiani” (pag.264)
Numerose le esortazioni al lettore a calarsi nei panni dei carabinieri, nel loro stato d’animo e nelle sensazioni da loro provate, fino al punto di descrivere i PENSIERI dei sequestrati. Ciò però avviene solamente per i carabinieri.
3.05 I SATANICI DEMONI DELLE MONTAGNE
Per i partigiani no.
Per i partigiani bastano giusto due dati biografici dei capi e innumerevoli richiami negativi. L’autore non tenta nemmeno di indagare sull’identità dei partigiani che avrebbero partecipato alla strage, se non molto timidamente verso la fine del testo citando solamente i nomi di alcuni partigiani sospettati di poter avuto far parte del gruppo: gli é sufficiente indicare chi fossero i capi che vengono descritti come esseri barbari e spregevolissimi. Nel testo di Russo i partigiani non sono persone: sono semi-umani rappresentati dagli aggettivi di disprezzo che gli vengono attribuiti. I partigiani di Russo non hanno amici né storia. I partigiani non hanno una vita: sono solo strumenti di una follia più grande di loro. I partigiani perturbano l’ordine del mondo con la loro stessa presenza. I partigiani non fanno parte della comunità, ma si nascondono all’interno di essa (pag.162). I partigiani non meritano neanche una foto (in realtà una vecchia foto di Socian é presente a pag.255, ma ai partigiani intervistati non viene riportata manco un’immaginina in formato francobollo e ciò da molto a cui pensare se invece a pag.175 troviamo la foto di un fienile della famiglia proprietaria del terreno in cui furono seppelliti i dodici e a pag.246 la foto della famiglia di un ex milite della GNR che partecipò al recupero dei corpi). Se i Carabinieri giunti in paese da poco si fanno subito benvolere e creano un legame con i locali (pag.95), i partigiani originari del posto invece sono malvisti da ogni paesano fino addirittura all’ex vicino di casa anch’egli ex-partigiano (pag.43) e vengono narrati come un corpo impazzito estraneo alla comunità ed alla socialità della “brava gente” del posto. Nel testo di Russo i partigiani non sono ex-soldati o padri di famiglia, non sono persone che hanno una religione o dei desideri: sono semplicemente “partigiani comunisti” e questo basta.
Nel testo di Russo partigiani sono ora tanti ora pochi, a volte appoggiati da molti ma più spesso da nessuno: questi indici di misura però non cambiano secondo criteri oggettivi ma vengono comunicati in negativo e/o per negazione su base emozionale. Per esempio: quando il testo si concentra sul disprezzo della comunità verso i partigiani questi sono solo la banda di Socian, ma quando il testo deve narrare la paura della comunità per i partigiani questi assumono la forma di una rete criminale dai mille tentacoli.
“Nonostante la presenza asfissiante dei tedeschi, i partigiani erano onnipresenti, ma invisibili come e più di prima” (pag.214)
Siamo qui di fronte ad una forma del noto paradigma dell’ “immigrato pigro-attivo” che é al contempo “troppo fannullone per voler lavorare” e “così attivo da rubarci il lavoro”. I partigiani sono descritti come “uomini di grande fedeltà e di sicura garanzia” per i loro capi ma al contempo si afferma che sono paesani diventati partigiani solo perché obbligati con la forza e le minacce da Socian: costretti con la forza a diventare belve sanguinarie.
Alcuni dei modi in cui sono descritti i partigiani senza nome (Socian e Ursic sono trattati a parte):
subalterni / sottomessi / quasi riverenti / diabolici / come cani da caccia, tenuti a digiuno e alla catena, cui viene concessa di colpo la libertà di azione e si scatenano violentemente e si avventano rumorosamente sulla preda / assetati di sangue e divorati dall’odio e dalla vendetta / feroci / carnefici / furiosi / violenti / ladri / comunisti fanatici e speranzosi oltre che eroi di pura razza (in senso di sberleffo ndr) / “ogni grido disperato di quei poveri malcapitati anzi era per (i partigiani) come un bacio di sollievo e di refrigerio appagante” (pag.127)
Queste descrizioni così estremizzate fan capire fino a che punto in questo testo le persone vengono letteralmente sostituite dai personaggi con cui vengono rappresentate.
Per quanto l’impegno di Russo nel demonizzare i partigiani sia totale, nell’arco dell’intero libro non é in grado di citare un solo caso in cui i partigiani abbiano malmenato/ferito/rapito/ucciso un solo civile ma, essendo obbligato ad elencare almeno alcune cose fatte dai partigiani elenca una serie di azioni di sabotaggio o guerriglia nei confronti dei nazifascisti tentando di porre l’accento negativo dove può, ad esempio quando a pag.52 dove un’imboscata mordi-e-fuggi dei partigiani ad una vettura di ufficiali nazifascisti viene commentata così:
Momenti di terrore indescrivibili coi partigiani che prontamente ed eroicamente guadagnavano la macchia e la popolazione che aveva ascoltato gli spari col cuore più che impazzito!
Quando invece deve descrivere episodi non negativizzabili li segnala freddamente, senza minimamente tentare un’accenno di commento:
Il gruppo di Silvo Gianfrate con un’azione a sorpresa riuscì a circondare ben quattro fortini in mano agli italiani: oltre 100 i prigionieri, lasciati però, subito dopo, liberi di fuggire e di mettersi in salvo. (pag.214)
A questo punto é interessante osservare l’uso dei tre aggettivi strettamente connessi tra loro: “partigiani”, “slavi” e “comunisti”.
Storia di 12 carabinieri barbaramente massacrati da partigiani sloveni comunisti il 25 marzo 1944 a Malga Bala perché italiani
Quando due di questi aggettivi compaiono assieme sono solitamente abbinati a termini negativi come “massacro” (pag.3), “odio e vendetta” “uccisione” (pag.7), “paura” e “minacce” (pag.233), “persecuzioni anche cruente” (pag.39), “uccisione di 12 inermi” (pag.13) “fanatici e speranzosi oltre che eroi di pura razza” (in senso di sberleffo ndr. pag.147), “diabolico piano” (pag.81), “Neanche alle bestie si fanno quelle cose” [NB: panino] (pag.205) “massacrati dagli odiati” (pag.219) “paura” “minacciare” (pag.233) “strage diabolica” (pag.247) “terrore” (pag.177) .
Ciò si ripete anche con negativizzazioni più sottili come quella a pag.74 in cui si parla della madre di uno dei “carabinieri” che era “lontano e tra i partigiani slavi”, ossia dando ai “partigiani slavi” la funzione del lupo cattivo della storia. Ciò avviene anche nelle attribuzioni negative specifiche per i capi partigiani, in particolare Socian.
3.06 JOSKO (Franc Ursic)
Interessante notare l’insistenza con cui Russo continui a chiamare Franc Ursic (Josko) con l’appellativo di “capo (o comandante) supremo” (7 volte), titolo attribuitogli solamente da Russo al posto della reale qualifica di comandante di distaccamento che nel testo viene usata solo una volta (dimostrando che Russo é perfettamente a conoscenza del grado reale di Ursic). Qualifica che Russo dichiara peraltro in maniera molto generica: “I capi del distaccamento però, e cioè Frane Ursic Josko, Silvo Gianfrate Srecko, Ivan Likar Socian e il commissario Lojs Hrovat, sembravano […]” (pag.109)
Fatto interessante perché evidenzia la volontà non trasmettere il dato storico reale, ma di caratterizzare il personaggio solamente attraverso lo status, peraltro dipinto come più elevato di quello reale. Il disinteresse umano e storico nei confronti di una determinata parte dei protagonisti della vicenda, confrontata con la vicinanza umana e spirituale ai carabinieri é particolarmente illuminante. E’altrettanto interessante osservare come se da un lato ad Ursic viene riservato un ruolo tanto importante, dall’altro é trattato come una figura assolutamente assente, che non decide né fa nulla. Ursic non parla né agisce né emana alcun carisma: é solamente una mera presenza.
3.07 SRECKO (Silvio Gianfrante)
Come già visto Srecko era ancora in vita all’epoca della ricerche di Russo e quindi lo ha potuto intervistare. Lo descrive come un uomo “gentile, alla mano, disponibile, da vero gentiluomo” che li accoglie nel suo “cortile di casa, alberato e fresco” e che solo quando Russo insisteva nel far domande “sul perché di quella strage, si faceva prendere dalla rabbia e dai fumi dell’ira” (pag.191). Durante l’intervista Srecko descrive minuziosamente alcuni episodi ma Russo lo incalza con domande sulle torture, sul veleno ed i picconi. Srecko s’innervosisce, perde il controllo, alza la voce e risponde che i dodici furono semplicemente fucilati. Russo conclude commentando che i partigiani ancora viventi mantenevano la linea di “insistere su particolari contrastanti” (pag.194) perché quella era la “parola d’ordine”. Il testo non tenta nemmeno di presentare la persona-Srecko, limitando a fornire la descrizione cortese dei suoi modi galanti, la sua reazione violenta alle domande di Russo e la posizione lapidaria dell’autore che sostanzialmente non gli vuol credere. Russo ci informa però che Srecko nacque il 1922 a Oltresonzia (pag.191)
3.08 HROVAT (Lojs Hrovat)
Come già descritto nel sottocapitolo sulla selezione delle fonti, Russo non nasconde affatto la sua antipatia a pelle per Hrovat. Russo lo descrive come un uomo “sicuro di sé”, di quelli che “tentano di girarti a loro piacimento, per allontanarti dal tuo problema reale” (pag.16). Ma quando Russo e Rinaldi iniziano ad insistere nel far domande che danno per scontata la colpevolezza dei partigiani, Hrovat non si limita a negare come Srecko e risponde per le rime. Ancor peggio che con Srecko, Hrovat non riceve alcun genere d’attenzione: il lettore viene informato che l’intervista avvenne il 19 giugno 1992 (pag.194) ma non viene spesa nemmeno mezza riga di biografia sull’uomo: né data né luogo di nascita.
3.09 SOCIAN (Ivan Likar)
Particolare attenzione viene riservata da Russo a Socian, il capo partigiano locale. Alcune delle frasi ed aggettivi a lui attribuiti sono:
energico / senza scrupoli / un padreterno, un piccolo dio / autoritario e deciso / focoso / scaltro / insopportabile / sanguinario / macellaio / La gente in genere non gli era favorevole / amava la guerra, per sua natura / Era considerato un dio dai suoi tanti ammiratori e sostenitori, il piccolo dio della Coritenza / In pochi anni si era creato una fama terribile in zona, tanto che al suo nome diverse donne si facevano velocemente il segno della croce invocando ripetutamente Dio / Andava casa per casa, da gente amica e sconosciuta, col mitra spianato […] per costringere gli uomini a darsi alla macchia con lui e gli altri partigiani / Chi osava opporsi o contrastarlo aveva finito di vivere in pace / guerriero nato, istintivo, specialista in mille trucchetti di guerra /
Russo insiste nel ricordare come Socian fosse malvisto dall’intera comunità, tanto che nel dopoguerra le madri apostroferanno i figli indisciplinati con lo spauracchio del partigiano urlando “Siete dei Socian!”, ma che all’epoca dei fatti tutti lo riverivano per paura. Così come per i partigiani in generale il testo non riporta nemmeno l’esistenza di una sola persona favorevole a Socian (tranne Boris che però é già descritto come vittima del “virus partigiano”), il che é strano se si considera che é lo stesso Russo a far notare per ben quattro volte che Socian viene celebrato come “eroe nazionale della Jugoslavia” (pag.14,19,215,257). Un eroe nazionale senza nemmeno un sostenitore? Non é che forse Russo ha dipinto l’intera comunità come omogenea alle posizioni di una sola parte evitando di mostrare la parte opposta della comunità rimuovendone le opinioni dal proprio quadro? In effetti vi é una certa linearità nel celare una parte (metà?) della comunità come se non esistesse se si vuol trattare i partigiani, che proprio da quella parte della comunità emergono, come un’entità aliena.
Non bastasse si aggiungono anche alcuni aneddoti melensi utili solo a negativizzare l’immagine di Socian, come l’aneddoto riportato a pag.215 che qui riporto per meglio far comprendere il livello: é il caso di quella che all’epoca era una bambina e che proverà “enorme delusione e una profonda amarezza” nei confronti di Socian in quanto gli promise di regalargli una bambola ma poi se ne dimenticò. (pag.215)
(Socian é ferito nel bosco ma viene accudito da una donna ed una bambina che vivono in una malga nei dintorni. E’ proprio la bambina che si occupa materialmente di portare il cibo al ferito ndr) “In questa occasione Likar riuscì ad accattivarsi la fiducia e l’affetto di quella ragazzina, a cui promise che, a guerra finita, le avrebbe fatto pervenire una bambola quale segno di ringraziamento. Ma poi non manterrà la promessa, anzi, incontrandola, non la riconoscerà neanche e la giovane di Fusine conserverà di lui, nel frattempo riverito eroe nazionale comunista sloveno, una enorme delusione e una profonda amarezza.”
Socian é un demone che si, é nato da queste parti ma non é un membro della comunità: é un mostro che deve solo essere combattuto.
Ma a pag.43 il Luciano Riccardo Aldegheri, vicino di casa dell’ormai defunto Socian, ricorda come a questi venisse data la colpa per qualsiasi cosa succedesse:
“Col tempo, nella zona del Coritenza e dell’Alto Isonzo s’era fatto un nome, come partigiano prima e come capo partigiano poi, tanto che a lui veniva attribuito qualsiasi tipo di azione, sia in bene che in male. Qualsiasi cosa succedeva insomma, la frase era unanime: “E’ stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente”.
Russo ricorda soprattutto come “l’intera comunità” se la prese con Socian per un caso in particolare, avvenuto nell’ottobre del 1943.
Nell’ottobre del 1943 “circa nove soldati tedeschi furono attaccati presso Passo del Predil vicino allo sbocco della galleria di Bretto. 3 (altre fonti parlano di 4) militari venero uccisi. Il giorno dopo i tedeschi circondarono Bretto, incendiarono tutto il paese e fucilarono tutti gli uomini radunati (il più giovane 16 anni)” (fonte: straginazifasciste)
Il ricordo dell’incendio e delle uccisioni da parte dei nazisti resteranno scolpite nella memoria della comunità locale (pag.43)
NB: Si dia per accettato che quando il testo parla di “comunità locale” intenda un’unica ed armoniosa comunità omogenea, la Pufflandia di Russo. Il rastrellamento venne ordinato da un certo Hempel, commissario tedesco del tarvisiano:
“A Bretto Superiore i soldati tedeschi operanti nella battuta, rinvenuti nelle abitazioni civili materiali di armamento e munizionamento nonché forti quantità di vestiario militare, incendiavano diverse case ed arrestavano alcune persone accusandole di collaborazionismo partigiano”(pag.240).
Anche militi italiani in servizio al passo Predil raggiunsero Bretto per seguire le operazioni.
Dalla testimonianza del carabiniere Brunero Caselli:“ […] i tedeschi rastrellarono tutti gli uomini, per lo più sloveni italianizzati dopo la guerra del 1915/18, e ne fucilarono 17. Quindi raggrupparono tutti i ragazzi che riuscirono a trovare, li misero davanti alla colonna che stavano formando e tutti insieme prendemmo la strada per il Passo. Con quello “scudo umano” i “titini” non osarono attaccare….” (pag.52)
I corpi vennero lasciati esposti per fare da esempio ai passanti finché, giorni dopo, il parroco Ival Hlad ottiene dalle SS il permesso di seppellirli (pag.53,62). Tuttavia, a detta di Russo, “l’intera comunità” non se la prende più di tanto con i nazifascisti per la strage da essi compiuta, e per l’incendio delle case bensì con Socian ed i suoi partigiani, colpevoli di aver provocato i tedeschi (pag.208)!
Qui la cosa si fa davvero eclatante:
I partigiani uccidono 3 o 4 tedeschi. I tedeschi per rappresaglia, anziché dar la caccia ai partigiani uccidono 16/17 civili ed incendiano l’intero paese (uccidendo un’altra persona rimasta in una delle case incendiate). E qual’é il commento di Russo a ciò? NESSUNO. Pagine e pagine a riportare sensazioni e voci di paese riguardo a Socian ma un’evento devastante come questo viene risolto sbrigativamente:
“Non è il caso di soffermarci oltre su questo”. (pag.12)
Ciò che traspare é un’impostazione del tutto accondiscendente verso la rappresaglia tedesca, come se fosse naturale ed accettato che ad un’azione di guerriglia i nazisti rispondessero ammazzando civili inermi. Possibile che delle persone intervistate dal Russo non ve ne fosse nemmeno una che abbia speso qualche parola contro i tedeschi? Possibile che TUTTI abbiano addossato la responsabilità della strage nazista ai partigiani? Quegli stessi partigiani che per il solo fatto di esistere dovevano essere supportati proprio da una parte della comunità che nel testo di Russo non appare mai? Il non detto che emerge da questo testo é strettamente connesso alla narrazione ipersemplificata della comunità dei Puffi: da un lato la brava gente che fa parte di una comunità armoniosa e pacifica (che é però disposta a sottostare “per amor della tranquillità” ai nazifascisti nonostante ne siano intimoriti) e dall’altro i partigiani: sparuti ed isolati bacilli esterni alla comunità che portano solo caos, distruzione, follia e morte in quanto aizzati dal demone-Socian. Qui siamo dinnanzi ad un topos ben noto della mitopoiesi fascista: quello del “tedesco che ci ammazza ma nel giusto”!
Bisogna spendere anche qui qualche parola…
Giusto per capirci: se domani un esercito alieno invadesse la Terra e dicesse ai terrestri “per ogni alieno che ucciderete noi ammazzeremo 300 umani” la soluzione sarebbe non combattere? Ecco, questo é sostanzialmente ciò che sostiene chi, in altri contesti, si fa bandiera di concetti quali onore, dovere, sacrificio, coraggio: l’elevazione della codardia a dovere morale.
Peccato che, come già visto, per far reggere la narrazione del “tedesco che ci ammazza ma nel giusto” Russo é costretto a nascondere l’esistenza di un’intera fetta della popolazione e mettere sbrigativamente in secondo piano episodi come l’uccisione brutale di una quarantina circa di partigiani, a passare l’improbabile tesi che nessuno in paese abbia attribuito la responsabilità della rappresaglia tedesca ai tedeschi stessi, ad usare ogni elemento negativo disponibile (per quanto parziale e strumentale) per demonizzare i partigiani ed agire in maniera specularmente opposta con i dodici sequestrati senza nessun interesse a fornire un quadro più realistico di una comunità divisa in vari gradi fra filocollaborazionisti e filopartigiani. Russo non lesina descrizioni sulla bontà d’animo del dirigente austriaco Krivitsch che tanto s’é fatto amare dalla gente del posto ma poi non osa commentare il fatto che proprio dei paesani lo uccisero nel maggio del 1945 (pag.50).
Nel testo i tedeschi sono una presenza malsopportata ma umana che manifesta violenza sui civili solo per colpa dei partigiani ed a causa della situazione in cui si trovano. I tedeschi sono descritti come un’entità ALTRA (per cui é possibile criticarne le brutalità) ma non ALIENA quanto i partigiani comunisti. Se i partigiani vengono da un’altro pianeta e non sono nemmeno classificabili come umani, i tedeschi sono lo stronzissimo cugino d’oltralpe che fondamentalmente non sarebbe diverso da noi ma, per l’appunto, é stronzissimo e ci stiamo un po sui coglioni a vicenda ma é sempre meglio degli alieni comunisti.
Ecco che i tedeschi possono essere anch’essi antiitaliani (pag.39) e dei criminali che compiono atrocità inenarrabili come gli esperimenti coi gas sui prigionieri del campo di sterminio della Risiera di San Sabba (pag.191,253), ma al tempo stesso il testo gli riconosce la dignità di chi concede l’onore delle armi (pag.36) ed é possibile che i dirigenti tedeschi delle cave si facciano ben volere dalla gente del posto (pag.50). Concessioni “umane” impossibili da trovare nei confronti dei partigiani.
Se [quegli stronzi dei nostri cugini] provano a comandarci li riempiamo di botte, ma se nei paraggi girano [alieni schifosi], con [quegli stronzi dei nostri cugini] ci tocca, ahinoi, far comunella.
Sostituire [quegli stronzi dei nostri cugini] con [i nazisti] e [alieni schifosi] con [partigiani slavi comunisti] ed ecco che il rapporto dell’autore con i tedeschi é bello che spiegato
Detto in altri termini: vittimismo e chiagni e fotti, ossia lamentarsi delle brutalità dei nazisti ma al tempo stesso tenerseli buoni. Tenerseli tanto buoni da… non chiamarli nemmeno “nazisti”!
Innanzitutto vengono raramente definiti tali: ai termini “nazis*” che compare solo 4 volte nel testo, “nazifascis*” (1 volta), “SS” (10 volte), RSI (20 volte), “fascis*” (56 volte) é invece preferito un più neutrale “tedesc*” (oltre 200 volte) e “italian*” (oltre 200 volte).
Una nota va fatta sull’uso di “fascis*”: nelle sue varie designazioni il termine “fascismo”, nel testo, viene usato per indicare il movimento politico mentre “fascist*” é perlopiù usato come aggettivo per caratterizzare entità reali e astratte (era fascista / occupazione fascista) ma quando il testo parla di persone, il termine fascist* viene utilizzato con estrema parsimonia (solo 13 volte, a pag.31,37,39,77,78,97,113,159,196,183,210). Stesso discorso su RSI ed SS.
Invece il fascismo, inteso come “entità ideologica”, é presentato come un qualcosa di limitato a Salò. Il testo é come se dicesse “nelle nostre valli il Fascismo con la “F” maiuscola non c’é; qui c’é solo brava gente che vuol -stare tranquilla- assogettandosi all’occupazione nazifascista per amor del quieto vivere”.
Russo insiste molto nel ricordare quanto l’”odio nei confronti degli italiani” da parte dei partigiani slavi sia nato a causa di anni di persecuzioni fasciste (deportazioni, prigionia, scomparsa e/o morte di parenti) e non indaga tale affermazione più a fondo, come se ciò bastasse a giustificare una mattanza in stile “Hostel”. Ma non é l’unico caso di concessione: quando deve narrare di come
“gli alpini italiani si erano serviti del tradimento e dell’inganno ad opera di un locale e non avevano avuto alcuna pietà per i caduti, ben 38, legati con filo di ferro e trascinati a valle come tronchi di legna, orrendamente deturpati e sfigurati” (pag.120)
Russo non riporta alcuna traccia di odio o ferocia da parte degli alpini. Nessun viaggio interiore nella psiche, nessun incitamento ad immedesimarsi. Eppure la brutalità degli alpini nei confronti dei partigiani é evidente. Il trattamento riservato da Russo alle ben documentate stragi compiute dai nazifascisti consiste nel sorvolare sbrigativamente trattandole come errori, eccessi di giusta brutalità, normale sacrificio di guerra, mentre al contrario il trattamento riservato alla figura dei partigiani é quello della mostrificazione orrorifica e spirituale.
L’errore di fondo che permea tutto il lavoro dell’autore consiste nell’usare le dichiarazioni su specifici eccessi nazifascisti come concessioni (vedi sopra) per poi ritenere che queste semplici concessioni bastino a garantire una presunta equità di trattamento delle due parti coinvolte (partigiani e nazifascisti): in realtà queste concessioni, perlopiù blande, superficiali o limitate a casi particolari, vengono utilizzate come moneta da spendere nella demonizzazione totale dei partigiani.
“E il piatto di quella infuocata bilancia non poté non pendere in maniera drastica e impressionante contro i prigionieri, rei di essere carabinieri e italiani, vittime designate sull’altare dell’odio e della vendetta nazionalistica estrema: bisognava sacrificare loro, come da programma, perché loro, più di ogni altro appartenente alle forze militari e di occupazione, rappresentavano l’Italia e il governo italiano: nessuna pietà quindi per quei carabinieri italiani, nessuno sconto, anzi l’esecuzione doveva essere terribile e tremenda e doveva servire da monito a tutti gli altri”. (pag.121 – grassetti miei)
Non una mezza riga con questi toni é riscontrabile nelle descrizioni compiute dai nazifascisti. Ammettere anche solo parzialmente alcuni errori dei nazifascisti per dare l’impressione di equità é un “costo narrativo” che l’autore fa ripagare con una mostrificazione della figura del partigiano tanto profonda da volerne descrivere addirittura l’anima.
Secondo quanto riportato da pag.150 da una testimonianza riguardo a ciò che avvenne successivamente al sabotaggio della centrale e della casermetta veniamo a sapere che vennero chiamati i paracadutisti tedeschi a presidiare la centrale, ma essendo la caserma distrutta presero possesso dell’adiacente stalla di proprietà di Francesco Kemper e nel far ciò ne ammazzarono tutte le pecore per cibarsene. Kemper dovette sottostare all’imposizione facendo buon viso a cattivo gioco.
FERMI TUTTI!!!! Qui il Russo riporta un evidente abuso dei nazisti e ne descrive la malsopportazione del Kemper senza nessuna demonizzazione, nessun aggettivo spregiativo, nessun richiamo a Dio o stragi di agnelli sacrificali: niente di minimamente paragonabile alla visione demoniaca delle azioni partigiane! I tedeschi sono però rei di compiere il sopruso “senza alcuna cortesia” e di non invitare il padrone di casa o i suoi colleghi a “partecipare al pasto” (!!!) mentre i partigiani, come già visto, trasmettono addirittura un “virus” che corrompe tutto ciò che li circonda.
Nel testo le denunce contro le atrocità naziste sono sempre molto generiche o riguardanti “altri” (slavi): quando violenze e soprusi dei tedeschi riguardano “noi” (gli italiani), viene tutto stemperato, ammorbidito. Da un aneddoto minore come i nazisti sgarbati che si mangiano le pecore altrui senza invitarlo al pasto si passa dunque ai nazisti cattivoni che incendiano un villaggio e ammazzano civili ma la colpa non é loro bensì dei partigiani brutti.
3.11 IL CONTAGIOSO VIRUS PARTIGIANO
I partigiani di Russo possiedono una caratteristica interessante: contagiano col loro male tutti coloro che hanno la sventura di starvi accanto. Chi viene “toccato” dall’aura partigiana s’imbruttisce, si corrode dentro, perde l’anima o é costretto a trascorrere un’esistenza fatta di incubi e tormenti. Nessuno scampa: in “Planina Bala” tutti coloro che vengono in contatto con i partigiani restano contagiati (a dire il vero ci sono alcune eccezioni e, come vedremo, sono INTERESSANTISSIME). A questo proposito é interessante osservare i singoli casi, sia di chi s’é preso il virus partigiano, di chi invece al virus ha resistito e soprattutto alcuni casi ambigui:
A pag.97 Russo evidenzia come Boris, appena tredicenne, sia già stato corrotto dalla figura del partigiano Socian: “Al giovane Boris non era sembrato vero poter dare una mano al suo osannato ispiratore” e si presti ad emularne la follia.
Lo stesso avviene con la giovane lavandaia Mirka che, pur descritta come ragazza “allegra e socievole un po’ con tutti, di facile amicizia e di amena compagnia” (non si capisce bene se ciò vada inteso alla lettera o sia un modo velato d’intendere che fosse una ragazza sessualmente molto disponibile), corrotta anch’essa da Socian, sviluppa un partecipato entusiasmo nel fare da esca per la trappola: “La Mirka non sembrava affatto in imbarazzo, anzi quella sera era più esilarante del solito, perfino più curata fisicamente e con un entusiasmo accattivante e trascinante” (pag.98).
Anche Maria (Myza?) e Mafalda, rispettivamente sorella e moglie del Lojs Kravanja-Gajger, manifestano la loro corruzione nel gioire dei doni materiali ricevuti dai partigiani in pagamento dei loro servigi. Gioia che viene espressa con la totale indifferenza al fatto che i partigiani lì presenti stessero decidendo della vita o della morte dei dodici sequestrati. La corruzione diviene ancor più esplicita quando con gentilezza ed ospitalità più cordiali e generose del solito (pag.119) le donne versano sale e soda caustica nel cibo per i carabinieri “nella ilarità generale” (pag.122). In epoca attuale Mafalda tenterà di “spegnere ogni entusiasmo” e scoraggiare ogni tentativo di ricerca e di approfondimento” del Russo (pag.15), il che é segno del perseverare nel tempo del virus.
Il fatto che l’anonimo “attivista” di Pluzna tradisca il gruppo di Socian poco dopo avergli servito da mangiare é chiaramente un segno della perfidia e corruzione che lo ha contagiato (pag.214)
Anche i sequestrati vengono corrotti dall’aura diabolica dei partigiani che alimenta divisioni e accuse reciproche e frantuma la coesione umana tra loro (pag.113), salvo ricompattarsi al mattino successivo con estremo pathos e lirismo patriott-ero(t)ico nell’affronto della morte (pag.130), ma nonostante ciò alla fine muoiono tutti.
Russo percepisce i segni del male anche direttamente quando incontra di persona Hrovat, verso il quale nutre immediatamente una antipatia naturale (pag.16)
Pure i partigiani stessi, vittime della loro stessa corruzione, sono in contrasto fra loro (pag.119) ma la loro mostruosità ha sempre il sopravvento, soprattutto a causa di Socian che non ha mai nessun tentennamento nel suo agire satanico.
I nazisti sono a loro volta contagiati dal virus partigiano: da quanto traspare dal testo i nazisti non fanno alcunché di male tranne quando perturbati dal virus partigiano. É a causa del virus partigiano che i nazisti sono costretti a bruciare il paese e fucilare 16/17 civili inermi (pag.43,52)
Anche gli uccelli del bosco, percependo (uno “strano sentore”) la corruzione partigiana ammutoliscono all’alba che precede il massacro (pag.127)
Non ultimo il sole nel cielo, che a poche ore del massacro “sembrava faticare quella mattina a farsi strada, quasi voglioso di nascondersi, quasi voglioso di non vedere o di scomparire” (pag.143) “Perfino il sole s’era nascosto tra le nubi, quasi a voler celare al Creatore della vita quella macabra carneficina” (pag.145).
Gli anonimi contadini che secondo quanto riporta Russo assistettero di nascosto agli eventi di cui non vengono forniti né i nomi né le testimonianze, se non dei generici hanno visto, erano lì si presume ne siano terrorizzati proprio in quanto anche a distanza di anni non rivelano i propri nomi per paura. In almeno un caso questo profondo turbamento viene trasmesso dal padre al figlio semplicemente narrandogli quanto visto (pag.145), turbamento tanto profondo da farlo scoppiare in lacrime nel momento in cui racconta a Russo la “verità” ripetutagli dal padre all’inverosimile. Ma l’essersi tolto questo peso dal cuore che dovette nascondere “per quasi cinquant’anni”, oltre a generare un tremore provocato dalla commozione lo fa sentire “finalmente libero, quasi leggero” come un peccatore che si redime nel sacramento della confessione. Vi sono però delle persone sulle quali il virus partigiano non funziona molto bene.
3.11.01 QUELLI CHE RESISTONO AL VIRUS
Ossia persone venute a contatto con i partigiani ma che non sono state toccate dal virus.
MYZA KOMAC“una persona gentile e alla mano oltre che delicata e -gran lavoratrice-“ che ne stava lì “in solitudine, in compagnia del silenzio, della natura verdeggiante e delle sue poche caprette” (pag.17,110) e quando testimonia a Russo con fare “dolce” di aver visto i partigiani camminare sui monti con i sequestrati appresso lo fa con “gli occhi lucidi” (pag.18,110). Una donna che viveva una vita fatta di “campagna, le bestie in casa, i bambini piccoli, d’estate le bestie in Bala”, “che sarebbe potuta scorrere tranquilla se non fosse stato per la guerra e per la presenza continua e minacciosa dei partigiani”. Una donna con cui i partigiani ce l’avevano perché non si era unita a loro ed aveva convinto il marito a fare lo stesso.
VITTORIA FOCHESATO “nonnina gentile, alla mano, vivace e con una memoria di ferro, come si sul dire, molto schietta e di poche parole”
Nipote di uno dei contadini anonimi della Bausiza che assistettero agli eventi inveisce contro Socian, dice che non é vero che siano stati i tedeschi, che tutti sanno come siano andate le cose per davvero, che Gajger all’inizio si vantava di aver partecipato ai fatti ma poi ha cominciato a smettere per paura di ritorsioni. Aggiunge che a guerra finita alcuni di quei partigiani (i nomi non vengono fatti) sarebbe partito per il Belgio NELLA SPERANZA DI DIMENTICARE (ma come faccia ad affermare che la motivazione fu quella e non una motivazione economica come nella maggior parte dei casi d’emigrazione di quegli anni non é dato sapere). Interessante notare che ci venga fornito il nome della nipote ma non del contadino: eppure se ci fosse paura della “vendetta dei partigiani” l’aver nominato la nipote permetterebbe molto facilmente agli ultrasettuagenari ex combattenti del posto capire chi sia lo zio della Signora Fochesato.
MARIA SULIN“vecchietta arzilla e gentilissima, piena di vita e senza mezzi termini”
Impiegata comunale che il 10 ottobre 1943 si trovava sul camion dei tedeschi che venne assaltato dai partigiani (e che faceva sul camion pieno di nazisti? era forse una loro collaboratrice?). Dice di essere informata sui fatti perché ha lavorato molti anni in comune e che Socian “andava casa per casa, mitra spianato in mano, e costringeva tutti a seguirlo tra i partigiani. Chi rifiutava, finiva di vivere, nel vero senso della parola” e che anche con lei “ha usato lo stesso sistema” (quindi le cose sono due: o la signora Sulin é stata partigiana oppure é un fantasma che parla. Hmmm…)
ADA PELLIZZARI “una gentile, sensibile, amorevole signora”
Testimonia che suo fratello Osvaldo Pellizzari, su cui si vocifera facesse parte del gruppo di partigiani di Socian, combatté invece con le forze di Mussolini contro in Francia e Grecia-Albania, dove rimase prigioniero fino a dopo la fine del conflitto.
Aggiunge che nella sua famiglia c’era un partigiano: Vladimir Cernuta (ma non é chiaro se facesse parte del gruppo di Socian e se si, da quando). Infine ricorda la scena orribile dei cadaveri dei militi della GNR esposti.
MARY (sorella di Ursic e moglie di Socian)“una vecchietta gentile, rispettosa, affabile, disponibile”. Racconta di come Ursic venne tradito dai compagni
Cos’hanno in comune queste persone? Sono tutte donne, antipartigiane e che forniscono informazioni utili a supportare la versione dei fatti sostenuta da Russo o perlomeno la sua descrizione del mondo. Interessante osservare come tutte queste donne che forniscono materiale utile vengano descritte con estrema positività da Russo.
3.11.02 QUELLI SU CUI SI SORVOLA
Ossia persone venute a contatto con i partigiani su cui Russo non fa alcun commento che possa indicare se abbiano preso il virus partigiano o ne siano rimaste indenni.
IL PADRE DELL’AMICO DI RINALDI di cui non viene data testimonianza di drammi personali, anche se a dirla tutta non viene nemmeno data testimonianza di cosa avrebbe visto (pag.18), di chi fosse e che ne fu di lui (si presume però sia un contadino della Bausiza). Anzi: a guardar bene dice solo di aver seguito i partigiani ed aver “visto tutto” senza fornire alcun dettaglio. Boh? Forse però potrebbe essere inserito nell’elenco delle vittime del virus perché a quanto pare il figlio, semplicemente sentendo il racconto degli eventi appare sconvolto (pag.145) e quindi possiamo figurarci che anche il padre potesse esserlo altrettanto.
GIOVANNI VUERICH, un operaio delle miniere e compagno di lavoro di Tona Flajs, marito di Myza Komac. Dice che all’inizio tutti dicessero fossero stati i tedeschi a massacrare coi picconi i carabinieri, tra cui due-tre suoi compagni di lavoro che avevano fatto parte di quel gruppo di partigiani.
VIGJ VENTURINI, alpino del Reggimento tagliamento che aveva partecipato al recupero dei cadaveri a malga Bala prosegue la guerra “un po’ con altri gruppi di alpini, un po’ dandosi alla macchia, un po’ coi partigiani della Garibaldi” (pag.250), ossia brigate legate al partito comunista.
FERDINANDO KRAVANJA. Classe 1927. Ex partigiano sloveno compagno di Socian (ma solo verso il termine del conflitto: non all’epoca dei fatti, anche se a Tarvisio si vocifera diversamente) dice che “Socian, non solo con la storia dei carabinieri, ma anche e soprattutto con quella, ha fatto molto male alla causa slovena!”. La dichiarazione può apparire interessante in quanto chi parla é un ex partigiano, tuttavia bisogna tener conto che si tratta sempre dell’opinione di qualcuno che non ha assistito ai fatti (all’epoca aveva diciassette anni e non sappiamo cosa facesse) che potrebbe benissimo essersi convinto della bontà della versione propagandata dai nazifascisti. Aggiunge inoltre che tra i partigiani di Socian vi era anche tal Cirillo Kaska di Cave (oramai deceduto) ma che anche questi vi entrò solo verso la fine del conflitto.
LUCIANO RICCARDO ALDEGHERI Ex partigiano che si unì al gruppo di Socian ma solo ad ottobre del 1944. Parla molto male di Socian mostrando di non averlo in simpatia e lo descrive come un focoso e spavaldo sanguinario. Al tempo stesso fa notare che “qualsiasi cosa succedeva, la frase era unanime: “E’ stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43). Pure lui attribuisce a Socian la responsabilità della rappresaglia dei nazisti nel 1943 e dice che la popolazione ed i partigiani stessi non gli erano favorevoli. Dice che tutta la comunità sapeva esattamente cosa fosse successo in malga Bala (pag.149) e che l’azione di malga Bala “certamente era sfuggita di mano agli stessi promotori”.
QUALCUNO DEI SUBALTERNI A pag.120 Russo parla di uno o più partigiani del gruppo di Socian che, mesi dopo i fatti, diranno che forse sarebbe stato preferibile liberare gli ostaggi. Chi sono questi subalterni? Con chi parlarono? Anche questo non é dato sapere…
GLI OPERAI DELLA CENTRALE E LA MOGLIE DI UNO DI ESSI che, tuttavia subiranno all’epoca sospetti ed un’accusa di collaborazionismo, così come un atteggiamento un po incerto da parte di Russo, che si mette nei loro panni quando tentano di salvare la centrale (pag.150) ma poi mette in dubbio la possibilità che la Maria Berlot, moglie di uno di questi, possa aver telefonato alla Direzione della miniera (pag.155) nonostante questo dettaglio sia riportato in una lettera di un colonnello della GNR motivando i suoi dubbi “in quanto quella volta il telefono, specie a Bretto di Sotto, doveva essere un qualcosa di estremamente raro e prezioso e non a disposizione della moglie del sorvegliante della centrale”. La donna infine verrà arrestata perché sospettata di collaborare coi partigiani per essere temporaneamente liberata grazie alle pressioni di un “carabiniere” della GNF ed essere successivamente riarrestata. Altro elemento di dubbio sollevato da Russo a pag.177 é che il 24 marzo (il giorno dopo l’assalto alla centrale) la donna si recò in Bausiza per acquistare “un po’ di burro, formaggio e soprattutto latte”, ed in quell’occasione s’accorge del passaggio di partigiani e sequestrati. Tornata a casa racconta quanto visti ai famigliari, la voce circola e viene arrestata (ma se la fonte di queste informazioni non é Maria Berlot stessa bisogna dedurre che sia uno dei parenti che la tradirono?).
Dinnanzi al caso di una persona che Russo non sa bene se inquadrare come collaboratrice dei partigiani o vittima sfortunata del virus partigiano assistiamo ad una totale assenza di commenti: nessuna invocazione mistica né demonizzazione.
BEPI FLAJS ha invece l’onore di essere il caso più interessante tra quelli qui elencati. Nel testo é l’unica persona citata con nome ed entrata in contatto coi partigiani su cui il virus partigiano sembra non aver avuto effetto se non per una generale “paura” nei loro confronti. A differenza di coloro che hanno sconfitto il virus partigiano, Bepi Flajs non mostra alcun segno di redenzione. In effetti, pur essendo il testimone più importante dell’intero libro (vedi sotto) é strano non osservare nemmeno una riga che ci parli della sua persona. O meglio: viene semplicemente descritto come una persona vicinissima a Gajger e Mafalda e che ha dovuto sempre fare buon viso a cattivo gioco coi partigiani in quanto ne era impaurito (pag.147); viene inoltre descritto come un uomo che agisce secondo le disposizioni del Gajger (pag.147). Ma pur avendo queste informazioni base sul ruolo di Bepi Flajs non sappiamo nulla della PERSONA Bepi Flajs. Strano: abbiamo qualche dato biografico e breve descrizione di persone che riportano informazioni di seconda mano ma non ci vien detto nulla della fonte principale del libro? Molto strano.
Cos’hanno in comune queste persone e cosa li distingue da quelle che sono rimaste con certezza indenni dal virus partigiano? Sono tutte persone la cui testimonianza é interessante ma potrebbe far stridere la narrazione portata avanti dal libro:
Vuerich testimonia che alcuni partigiani erano operai della miniera e che vi lavorassero anche nei giorni a ridosso dell’uccisione dei dodici. Poiché dalla sua testimonianza sembra che ciò non fosse un gran segreto tra gli operai (e ciò contraddirebbe non poco l’immagine di “comunità unita” che emerge dal testo), Russo non si sofferma su questa testimonianza e passa avanti preferendo non commentare.
F.Kravanja é un ex partigiano e per questo motivo le uniche cornici in cui lo schema di Russo potrebbe inserirlo sono quelli dell’uomo bestiale (come Hrovat) o dell’uomo condannato a vivere in un incubo (come Gajger). Ma F.Kravanja fa un’affermazione che é al contempo utilizzabile ma pericolosa per l’impianto della tesi sostenuta: F.Kranavja critica Socian ma senza avere elementi di testimonianza diretta. Si é dunque di fronte ad una mera opinione personale che potrebbe sembrar avere un qualche valore in più rispetto alle altre in quanto proveniente da un partigiano. Ciò inoltre potrebbe alimentare qualche ragionamento sui tipi di rapporti che intercorrevano tra i vari gruppi partigiani, sulle diverse posizioni e vedute, smontando l’idea di un “unicum” bolscevico. L’autore dunque preferisce evitare ogni approfondimento lasciando solo i commenti negativi su Socian, facendo intendere che anche qui si sia di fronte ad un caso di virus partigiano che porta i bolscevichi a litigare non solo col mondo ma anche tra di loro senza (mai specificarne il) motivo. A differenza dell’affermazione negativizzata di Hrovat vista al punto 2.05 qui non é possibile effettuare un’operazione simile perché anziché avere due affermazioni di cui una completamente accoglibile ed una neutra, qui ci si trova dinnanzi ad un’unica affermazione che per essere accolta va maneggiata con cura.
Aldegheri fornisce una descrizione di Socian perfettamente in linea con l’immagine che ne dà Russo. Ma anche Aldegheri é un’ex partigiano e ciò, come nel caso di Kravanja si rivela al tempo stesso un’arma a doppio taglio: da un lato appare come una fonte “interna” ma dall’altro potrebbe disgregare l’immagine del “fronte unico partigiano” (domanda: premesso che a quanto ne so Socian poteva benissimo essere un impetuoso e passionale figlio di buona donna antipatico a tutti senza che ciò ne faccia un mostro, non é che Aldegheri fosse un partigiano cattolico che ce l’aveva con Socian, magari perché era comunista o per antipatia “a pelle” come quella di Russo con Hrovat? Purtroppo il testo, che a pag. 174 pubblica la foto del fienile della famiglia proprietaria del terreno su cui sorse il cimitero in cui furono sepolti i dodici, non riserva la stessa meticolosità informativa e ricchezza di dettaglio sulle fonti “interne”)
Il fatto che l’alpino Venturini ad un certo punto decida di entrare in una brigata partigiana non riceve alcun tipo di commento, forse perché obbligherebbe a reinquadrare la resistenza da un “unicum bolscevico” ad una formazione temporanea e variegata.
Del trattamento ambiguo con cui vengono narrati gli operai della centrale si é già detto mentre invece di Bepi Flajs si vedrà in maniera dettagliata più avanti.
3.11.03 IL REMITTENTE
Russo percepisce nuovamente di persona il male quando incontra Lojs Kravanja-Gajger, il postino dei partigiani: che va ad intervistare “in una stanza più che angusta dove da anni s’era condannato a vivere travolto dagli incubi, mi era sembrato di essere a contatto diretto col diavolo in persona: risento ancora oggi la pelle ritirarsi e raggrinzirsi gelata, al ricordo!” (pag.14).
La vita travolta dagli incubi a cui Gajger (sempre descritto come fedele servitore dei partigiani) “s’era condannato”, é il contrappasso necessario affinché espii i propri peccati. A differenza dei partigiani intervistati da Russo che non mostrano alcun segno di pentimento, delle donne che accompagna con parole di cortesia e delle persone su cui evita di esprimere pareri, dal testo traspare che Gajger ora é almeno interiormente conscio del male con cui ha vissuto e ciò é indice di un possibile ravvedimento e salvazione. Il fatto che Gajger viva travolto dagli incubi é quindi segno di uno struggimento derivante dalla presa di coscienza di esser stato nell’errore ed é grazie a questa frattura che s’intravede la possibilità di una rinascita ed avvicinamento al vero; dunque, la sua testimonianza-confessione, per atto di fede, acquisisce credibilità. Vengono anche segnalati alcuni tratti del Gajger pre-remissione, ossia “duro e scontroso, chiuso, solitario” (pag.112) che, se non sono ancora segni del virus sono indici di un qualcosa che non va e che dimostrano la “natura” incline a contrarre il virus del Gajger.
3.12 LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBL…… EHMMM…. CARABINIER….
Abbiamo già osservato come il testo preferisca parlare di “tedeschi e italiani” anziché di “nazisti e fascisti” e della mole di aggettivi negativi destinati ai partigiani cui non viene mai riconosciuto alcunché di umano, ma il caso più eclatante é il modo in cui vengono nominati i 12 sequestrati!
INSERTO STORICO – parte 11 – LE DIVISE DELLA GNR
I membri dell’arma dei carabinieri che aderirono alla RSI vennero fatti confluire nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), forza armata istituita l’8 dicembre 1943 per sostituire ed inglobare i Reali Carabinieri, la MVSN e la Polizia dell’Africa Italiana. I compiti della GNR erano teoricamente quelli propri dei carabinieri anche se in realtà prese parte soprattutto alla repressione contro i partigiani (fonte). La GNR fu una tra le varie formazioni armate repubblichine, definita anche “la quarta forza armata della repubblica” (fonte: Frederick W. Deakin, “Storia della Repubblica di Salò” Torino, Einaudi, 1963; pag.874,875) che agivano con un certo grado di autonomia sia decisionale che di bilancio in un mix di collaborazione e rivalità reciproca. Fu una delle prime milizie istituite dalla RSI e una delle più consistenti per numero di uomini ed armamento per un totale di circa 140-150.000 uomini al momento della sua istituzione.
Il 24 dicembre 1943 la RSI rese noto il decreto istitutivo della GNR che “segnava la cessazione ufficiale dell’Arma dei carabinieri su tutto il territorio della Rsi” (fonte: Giorgio Pisanò, “Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica sociale italiana” Milano, Fpe, 1967; pag.1701). Dopo quella data, dunque, nei territori occupati dalla RSI non esiste più il corpo dei carabinieri.
Teoricamente i carabinieri confluiti nella GNR avrebbero dovuto indossare l’uniforma grigioverde da paracadutista mod.42 ma in realtà la fornitura delle nuove divise fu disomogenea e non sempre completa e quindi la stragrande maggioranza dei militi mantenne l’uniforme mod.33 propria dei carabinieri cambiandone però fregi, distintivi e mostrine (fonte QUI e QUI). Non rare le situazioni in cui, per esempio, una divisa nuova veniva abbinata ad un berretto vecchio o il contrario). Il mantenimento delle unità di provenienza, delle caserme e dell’uniforme spiega come all’epoca restasse nell’uso comune il termine “carabinieri” per indicare militi della GNR provenienti dall’arma dei carabinieri.
Caratteristica della GNR che preoccupava non poco Mussolini fu il fatto che “la maggior parte delle classi tra i 20 e i 40 anni era internata in Germania, e benché la nuova Guardia nazionale repubblicana a parole riuscisse a raccogliere, insieme con i suoi vecchi quadri circa 140-150.000 uomini, si trattava per lo più di ragazzi tra i 15 e i 17 anni senza disciplina e senza addestramento militare” (fonte). Non é il caso dei militi a controllo della centrale di Bretto, le cui età al momento dei fatti andavano dai 20 ai 44 anni.
Dunque: nonostante i 12 militi di guardia alla centrale fossero militi della GNR e venissero indicati come “militi della polizia repubblicana” anche nell’articolo del Gazzettino di Padova pubblicato da Russo (che dichiara di aver trovato documenti sugli eventi di malga Bala proprio “Nell’archivio dell’Ufficio Storico del Comando generale della Guardia Nazionale Repubblicana di Brescia” (pag.153), nel testo i dodici militi di guardia alla centrale elettrica vengono chiamati “carabinieri” oltre 400 volte mentre la loro appartenenza alla GNR viene indicata solo 3 (tre) volte (p.es quando a pag.186 scrive “carabinieri rei di essere italiani e schierati con la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini” o la segnalazione a pag.245 che i “carabinieri” della compagnia di Tolmezzo indossavano “tutti e sempre” la “divisa d’appartenenza alla Repubblica Sociale Italiana”).
Perdipiù a pag.176 Russo parla pure di “diverse corrispondenze” tra il “Gruppo dei carabinieri di Udine” e il “Comando Generale della Guardia Nazionale Repubblicana di Brescia” creando nel lettore impreparato l’illusione che nell’RSI carabinieri e GNR fossero due entità distinte.
Anche nel notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 28 marzo 1944 si parla dei dodici militi come “distaccamento G.N.R. ivi di vigilanza” (pagina 31 del notiziario, reperibile QUI)
Il fatto che nel testo l’autore si rivolga ai dodici sequestrati usando oltre 400 (quattrocento) volte il termine “carabinieri” attribuendogli sfuggevolmente solo per tre volte l’appellativo di “guardie repubblicane” rende evidente che si tratti di un tentativo di sfumare la loro aderenza al fascismo concentrandosi su una connotazione più neutra e politicamente spendibile (“dodici carabinieri uccisi” é più spendibile di “dodici repubblichini fascisti della GNR uccisi”). A pag.149 Russo dichiara che tutti i dodici militi furono “aderenti involontari” della RSI senza però aver mai specificato in nessuna parte del testo le posizioni personali dei dodici militi nei confronti dell’RSI e del fascismo e dunque senza giustificare in base a cosa sostenga fossero “involontari”.
Il fatto che lo stesso meccanismo avviene anche utilizzando prepotentemente “italiani” e “tedeschi” al posto di “nazisti” e “fascisti” con l’intento di dipingere una comunità omogenea conferma ulteriormente la volontà di Russo di non fare vera ricerca storica ma di propagandare in una forma “vendibile” la (debole) versione dei fatti che appoggia.
3.13 LETTURA RELIGIOSA DEGLI EVENTI
Come già accennato, la narrazione dei fatti risponde a canoni di mitologia afascista di matrice cristiana. Se l’afascismo si evince dalla premessa storica e dal modo in cui vengono trattati e descritti partigiani e nazifascisti, la cristianità si evince sia dai commenti personali dell’autore che da una lettura degli eventi in chiave martirologica.
Giusto per dare un senso della misura dei richiami alla fede religiosa, il conteggio dei termini usati con tale attinenza religiosa é:
Dio (20 volte), martir* (19 volte) sacrific* (12 volte), infern* (9 volte) diabol* (8 volte), “piccolo dio della Coritenza” [inteso come dispregiativo nei confronti di Socian] (8 volte), tradizion* (7 volte), via Crucis (4 volte), Gesù (4 volte), diavolo (3 volte), Signore (3 volte), Padre (3 volte), Padrone della vita (2 volte), Maria (2 volte), cieli (2 volte), moral* (2 volte), Giudice eterno (1 volta), “furia satanica” (1 volta), Madonna (1 volta), Padreterno (1 volta), sacro (1 volta), spiritualità (1 volta), sovrannaturale (1 volta), Creatore (1 volta)
Si tratta di circa un richiamo ogni due pagine e mezzo: decisamente eccessivo per un testo che si propone di esporre un lavoro di ricerca storico (che dovrebbe limitare il più possibile le interpretazioni personali).
“Certo, solo l’uomo con la sua intelligenza e la sua potenza è capace di gesti così raccapriccianti, di azioni così infamanti e crudeli! Come sarà il loro atteggiamento quando, gioco forza, saranno costretti come tutti gli altri esseri viventi a presentarsi a loro volta in giudizio, davanti al Padrone della vita?” (pag.123)
Ad una lettura attenta non sfuggono nemmeno segnali meno espliciti di religiosità cristiana, come il fatto che a pag.130, narrando della salita dei dodici verso malga Bala (descritta come una “via crucis”), l’autore inserisce alcuni dettagli: la presenza si un maestoso faggio “a tre, enorme, divaricato, quasi impressionante per la sua mole e la sua maestosità” e di uccellini “Ogni tanto vispi pettirossi e gruppetti di cardellini irrequieti saltellavano impazienti mostrando un mondo ormai perso per sempre”. Maestosi alberi trinitari e irrequieti uccellini di un “mondo ormai perso per sempre” non sono elementi casuali: vengono presentati come segni ultraterreni carichi di significava mistica e salvifica.
Gesù invece ha detto: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete tutti figli di uno stesso Padre, il quale fa sorgere il sole sopra i mal- vagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Amatevi dunque tra voi, come lo vi ho amato! E perdonatevi tra di voi, così come chiedete perdono per voi al Padre vostro che è nei cieli!” (pag.265)
La lettura religiosa si lega a doppio filo ad un nazionalismo di fondo che viene evocato sempre attraverso un generico senso d’appartenenza all’essere italiani che si manifesta perlopiù in negativo; in opposizione ai partigiani che non possono far altro che odiare l’Italia:
“Carabinieri rei di essere italiani”, “uccisi perché italiani” ed altre formule simili si ripetono, in maniera esplicita o meno, almeno una ventina di volte.
“Erano carabinieri, erano italiani e non potevano non morire che da carabinieri e da italiani, a testa alta, guardando in faccia i propri aggressori!” (pag.142)
“erano stati designati a morire per la Patria che non avrebbero potuto dimenticare né tradire” (pag.130)
La Patria che emerge dalle parole del Russo é esattamente la “Patria” nel senso primo del termine, ossia terra dei padri, terra del Padre: un concetto di “tradizione” applicato su un territorio e che l’omonima entità-amministrativa che la occupa deve rappresentare. La Patria (nel senso di Nazione-Italia) é dunque un’entità che come un velo deve ricoprire la Patria (nel senso di terra dei padri) con una tale precisione da non esser più distinguibili l’una dall’altra, come una Gerusalemme celeste che combacia perfettamente alla Gerusalemme terrena. E non é la Gerusalemme celeste a doversi adattare a quella terrena bensì il contrario: una volta stabiliti i confini della patria celeste quella terrena deve adattarvisi per rappresentarla materialmente. Italianizzandosi, fascistizzandosi…
3.14 IL PARALLELO CON LA PASSIONE DEL CRISTO
Commenti e richiami religiosi non si limitano ad essere mere note a margine della narrazione ma arrivano a fungere da colonna interpretativa degli eventi, al punto tale che diviene lecito chiedersi fino a che punto determinati dettagli ed episodi abbiano ricevuto (volontariamente o involontariamente) un’attribuzione di peso maggiore o minore affinché meglio rispondessero allo scheletro interpretativo su cui l’autore s’è poggiato. Nello specifico é possibile osservare lo strettissimo parallelismo tra la narrazione del testo con quella della passione di Gesù:
Perpignano che viene obbligato a farsi aprire la caserma come un Giuda obbligato. Il raggiungimento della malga come via Crucis. La vista dell’albero a tre fusti come simbolo trinitario e della danza degli uccellini che mostrano “un mondo perso per sempre” come preannuncio del destino. L’offerta di acqua zuccherata come la spugna intrisa d’acqua e aceto. Il peso dei beni fatti trasportare dai dodici come peso della croce. L’indecisione di alcuni partigiani come parallelo dei processi di Caifa e Pilato (il primo dei quali avviene nel bel mezzo della notte, come la notte tra il 24 ed il 25 passata dai dodici in attesa della fine). Socian che impone la sua volontà sui partigiani come i sacerdoti giudaici che spronarono la folla. Lo sberleffo e le risate delle donne della Bausiza che han ricevuto in dono quanto prelevato dalla caserma come i soldati che si dividono le vesti strappate del Cristo. L’ilarità che continua durante la somministrazione del cibo avvelenato come parallelo dei centurioni che si fanno gioco di Gesù ponendogli la corona di spine (con la variante contro-eucaristica dell’avvelenamento in sostituzione del pane e vino eucaristici durante l’ultima cena dei dodici). L’accettazione eroica del proprio martirio (stavolta non in nome del Padre-Dio bensì in nome del Padre-Nazione: patriottismo). Le torture come flagellazione e messa in croce. Gli sputi dei partigiani come gli sputi dei centurioni. I colpi di piccone e di scarponi chiodati come i chiodi della crocifissione. I contadini che seguono la processione ed osservano impotenti come le donne che assistono da lontano alla crocifissione sul Golgotha dietro ai soldati romani. Il silenzio degli uccelli del bosco ed il sole celato come segnali divini. La sistemazione dei corpi sotto una roccia come deposizione di Gesù. Bepi Flajs che sta dalla parte sbagliata ma (testimoniando i fatti) si converte come Longino; stessa cosa per il ventunesimo partigiano che fugge, come fosse un centurione convertito. Il filo spinato attorno ai corpi come ulteriore parallelo alla corona di spine. I partigiani che prima si vantano del fatto ma poi negano tutto come il triplice rinnegamento di Pietro.
Al termine del massacro, prima che intervenga Gajger a sistemare i corpi, Russo scrive testualmente (grassetti miei):
Erano tutti in silenzio, l’euforia era di colpo svanita e un grosso velo aveva cominciato ad opprimerli in maniera ossessiva: unico loro scopo era ora di allontanarsi in fretta da quell’altare su cui avevano compiuto quel tanto sospirato sacrificio.
E tutto ciò avviene a pochissimi giorni dalla Pasqua (che quell’anno cadeva il 9 aprile)!
Ecco che si esplicita quella che é la motivazione profonda della mattanza così come la trasmette il testo di Russo, ecco che si spiega perché il testo insiste tanto sulla brutalità degli eventi ma vagheggi fumosamente sulle motivazioni che le avrebbero provocate: il significato profondo che ne vuol dare non é né di una strategia di guerriglia (come già visto: non poteva esserlo) né di un evento meramente operativo (troppo brutale e gratuito per esserlo), né di una reazione d’impeto (troppo programmato per esserlo) bensì di un sacrificio rituale, un sacrificio umano!
Ecco che il simbolismo evocato da Russo ed attribuito alle decisioni dei partigiani, che scelgono specificamente i dodici militi non perché casualmente a guardia di un obiettivo strategico, ma perché rappresentanti dei valori che devono esorcizzare ritualmente (l’italianità). Ecco perché opera il ribaltamento dell’azione da sabotaggio con conseguente sequestro a sequestro con sabotaggio di contorno.
Un sacrificio di italiani per rimarcare la propria natura slava e dunque “altra”. E nel testo che tipo di alterità differenzia gli slavi, dai tedeschi e dagli italiani? L’essere comunisti!
Come nelle peggiori fantasie degli inquisitori rinascimentali che condannavano ad orribili dolori (con la tortura) e morti ritualizzate (in piazza) “streghe” colpevoli di provocare dolori (con la magia) e morti ritualizzate (nei sabba), é impossibile non accorgersi del doppio tipo di correlazione cui si é di fronte! Innanzitutto il parallelismo storico:
BENE – MALE
Fede – Stregoneria
Fede – Comunismo
NOI – LORO
Ed in secondo luogo l’esatto ripetersi di quei meccanismi di proiezione (sempre in senso junghiano) che se tra medioevo e rinascimento han fatto si che il potere dominante (la chiesa) potesse dipingersi un nemico che altro non era se non una versione speculare di sé stesso (messe nere come opposto speculare della messa religiosa, crocifissi rovesciati, bacio mistico col demonio ma sull’ano anziché sulla bocca, contro-rituali ecc…), oggi si ripetono tali e quali seppur adattati al nuovo contesto. Il partigiano, dunque, in quanto comunista (ossia lontano da Dio e dunque affine a Satana) e slavo (“altro”) diviene una figura aliena, la rappresentazione totale del male, l’ ALTRO per antonomasia su cui riversare ogni genere di nefandezza e orrore “anche quando [lui] non c’entra(va) niente”: é l’orwelliano Goldstein di 1984 su cui va proiettato tutto l’odio che si porta dentro, é il Babau, il lupo cattivo delle fiabe, Gargamella. I partigiani sono il caos che perturba l’armonia del mondo. Ecco che i partigiani divengono i “satanici demoni delle montagne”; ecco che diffondono il “virus partigiano”; ecco che così come le streghe son colpevoli semplicemente del fatto d’esser streghe, anche i partigiani son colpevoli del solo esser partigiani (la metonimia partigiano = comunista avviene banalmente per generalizzazione); ecco che per dicotomia bisogna rappresentare i dodici come degli esempi di perfezione. Ecco che Russo elogia i partigiani della Osoppo che combattevano contro gli invasori ma accusa i partigiani di Socian che combattono contro i tedeschi usurpatori: tutto parte dal fatto che partendo da una lettura del mondo fondata su materiali mitologici della cultura di destra e cattolica, il “comunista” é l’attante perfetto su cui riversare (proiettare) tutti i propri mali interiori e poco importa se questi attacchi seguono un filo logico.
Prima ancora di una lotta di ideologie, prima ancora di una lotta di classe, questa é una lotta fra modelli di pensiero opposti e inconciliabili.
Ecco emergere la palese contraddizione per cui agli occhi di chi affonda le proprie radici in un mix di cultura di destra il peggior male attribuibile ad un comunista (ateo che rinnega Dio) é ritenere compia atti di violenza ritualizzata fine solo a sé stessa (gesto inutile) e dunque di senso simbolico, ma sempre inteso (anche se non sempre consciamente) in chiave religioso-spirituale. Un sacrificio ateo per un non-Dio, un contro-Dio, Satana. Il comunismo come (cripto) satanismo. E poiché i partigiani, essendo per generalizzazione tutti comunisti, si giunge a:
Partigiano = Satanista
Questa é la chiave con cui il testo interpreta e dà senso alla narrazione della versione strage. La versione conflitto a fuoco viene quindi rifiutata a priori in quanto non leggibile in chiave martirologica poiché non é possibile attribuirle un senso spirituale in quanto NON basata su un gesto inutile.
Per concludere assume significanza anche il valore numerico delle persone coinvolte negli eventi qui trattati: i militi della GNR erano 12 come gli apostoli mentre il numero di 18 partigiani accettato da Russo (pag.147), per lo svolgimento del massacro sale a 21 (pag.127), perfetto contraltare speculare del numero evangelico (12-21). I partigiani come opposto ideale dei militi della GNR.
3.15 LE MOTIVAZIONI DEI PARTIGIANI…PER IL PUBBLICO
Seppur il testo trasmetta prepotentemente l’idea secondo cui l’uccisione dei dodici aveva come scopo la messa in atto di un sacrificio rituale motivato dalla vendetta, questa non viene mai esposta in maniera esplicita in quanto idea indicibile. Questa indicibilità si spiega perfettamente se si tengono conto da un lato le origini di tale idea: non origini fattuali (non esistono prove o casi simili) bensì dalla proiezione (in senso junghiano) di idee senza parole (in senso jesiano) manifestate attraverso una chiave interpretativa cristiana e dall’altro l’atteggiamento dell’autore che, esattamente come cela i militi della GNR sotto l’etichetta di “carabinieri” ed i nazifascisti sotto le generiche identità linguistiche di “tedeschi” ed “italiani”, lima gli aspetti meno vendibili della sua versione affinché risultino accettabili dal pubblico cui si rivolge.
Per questo motivo il testo non riporta:
Dodici fascisti repubblichini militanti nella GNR uccisi da comunisti slavi in un omicidio rituale
ma scrive:
Dodici carabinieri torturati brutalmente dai partigiani perché italiani
e quel che comunica é:
Dodici giusti martiri torturati e uccisi da demoni comunisti alieni e semi-umani in un atto sacrificale esorcizzante simbolicamente il proprio odio contro la legge di Dio
Il testo dunque deve al tempo stesso comunicare questo senso pur scrivendo apertamente altro (a proposito di proiezione junghiana: qui il parallelo con la tesi di Russo secondo cui le torture che dovevano essere al tempo stesso un messaggio forte ma celato può dar moltissimo a cui pensare) e quindi vengono proposte alcune motivazioni terrene che vengono buttate nel testo senza soffermarsi troppo a commentare (e non é certo un caso se certe informazioni vengono fornite quasi con distrazione, senza soffermarcisi sopra)
pag.120 Russo indica nella distruzione della centrale lo scopo principale dell’azione, ma poche righe dopo specifica che Socian insistette perché i suoi uomini non desistessero dal compito prefissato di torturare senza pietà i militi della GNR per vendicare le persecuzioni subite dalle proprie famiglie ed il massacro di una quarantina di partigiani (“martiri” che “gridavano ancora vendetta”) avvenuto il 26 aprile 1943.
Quindi, andiamo con ordine: Russo sostiene che lo scopo principale era sabotare la centrale (pag.120), ma anche vendicare il popolo slavo (pag.77) del massacro di decine di partigiani avvenuto il 26 aprile precedente (pag.120) e vendicare pure i partigiani stessi dei soprusi inflitti dai fascisti a loro (pag.214) ed alle loro famiglie (pag.120) perché i partigiani erano divorati da odio (pag.29) anti italiano, ma anche impossessarsi delle armi della caserma (pag.102). Socian dunque convinse i suoi a rapire una dozzina di “carabinieri” militi della GNR scelti perché simbolo dell’Italia (pag.97) nella data, anch’essa simbolo, del 23 di marzo (solennità civile fascista) affinché gli italiani la ricordassero per sempre (pag.121), per torturarli però due giorni dopo in un luogo inaccessibile ove nessun nazifascista si sarebbe mai recato (pag.139) col forte rischio che la scoperta dei cadaveri avvenisse settimane o mesi dopo.
Eppure nel testo, fin dalla copertina, si ripete numerose volte che i 12 militi della GNR vennero uccisi “solo perché italiani” e nonostante a pag.120 lo scopo principale dell’azione sia indicata nella distruzione della centrale, nell’arco di tutto il testo il mantra che viene continuamente ripetuto é quello dell’ “uccisi solo perché italiani”.
Russo non spiega perché la data scelta non fosse il 26 aprile, come parrebbe logico nel caso di una vendetta per un fatto avvenuto il 26 aprile, né perché un’assassinio pianificato per tingere d’orrore la data simbolica del 23 marzo sarebbe stato eseguito il 25 marzo. L’unica giustificazione che se ne evince é che i dodici militi della GNR servissero per trasportare in montagna armi e beni rubati dalla caserma ma appare alquanto bislacca la combinazione di obiettivi simbolico-comunicativi (la strage) ed obiettivi meramente operativo-logistici (sabotaggio e trasporto armi) non tanto in un’unica operazione tattico-simbolica quanto in un pastiche di quelle che appaiono come due diverse operazioni malcombinate (A e B) con quattro diversi obiettivi: l’idea di sabotare centrale elettrica e relativa casermetta (A.1) sequestrandone gli occupanti (A.2) e utilizzarli per il trasporto dei beni (A.3) é già di per sé operazione complessa e aggiungere a tale schema l’esecuzione di un sacrificio rituale (B.4) da svolgersi due giorni dopo la data-simbolo cozza non poco all’interno del quadro (in realtà, come vedremo, c’é un motivo per cui Russo sposta l’uccisione al 25 marzo, ma non ha nulla a che vedere con strategie militari o simbolismi).
Non viene nemmeno spiegato in base a quale ragionamento solo i militi della GNR / Carabinieri sarebbero assurti al grado di “unici veri rappresentanti dell’Italia e soprattutto della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini” quando, di fatto, ogni forza armata fascista era di per sé un rappresentante del fascismo e dell’Italia (pag.149).
Lo stesso Russo ammette che l’attività principale dei partigiani della zona consisteva nel portare avanti continui e ripetuti sabotaggi atti ad interrompere o rallentare le attività della miniera (che alimentava l’industria bellica tedesca e di conseguenza il conflitto) e che quindi l’episodio qui trattato sarebbe un caso unico ed assolutamente eccezionale. L’unico caso in cui Socian ed i suoi uomini, anziché mirare ad un obiettivo puramente strategico avessero deciso di compiere una mattanza simbolica rituale.
Russo tenta di dare credito a questa evidente stranezza nelle pagine 186,187 e 188 sostenendo che i partigiani “si erano “fatti prendere la mano” e che quell’azione “risultò oltraggiosa perfino del nome del partigiano e si trasformò in onta vergognosa per il comunismo nascente di Tito”, onde per cui subiranno un processo interno “per aver deturpato l’immagine del partigiano comunista slavo” che porterà a degradare “più di qualcuno” di essi e “lo stesso Socian vedrà interrotto e per qualche tempo compromesso il proprio prestigio e il proprio potere. Lo stesso Franc Ursic, come stiamo per vedere, verrà isolato, abbandonato e tradito dai suoi stessi uomini, solo perché si era fatto sfuggire di mano l’azione della Bala”. Da dove abbia appreso le informazioni su questi processi non é dato sapere ed in ogni caso ciò cozza decisamente con l’idea di una vendetta rituale pianificata per settimane! Ma come? Pianificano per settimane con il “capo supremo” un’uccisione eccezionalmente brutale per rovinare in eterno la memoria del 23 marzo ma proprio il fatto che le uccisioni furono brutali é ora segno del fatto che si fossero fatti prendere la mano?
Brutalità che non doveva essere brutale? Un’azione spettacolare che deve fungere da messaggio ma nascosto? Fatti del 25 marzo che dovrebbero rovinare la memoria del 23 marzo?
Più volte nel testo Russo insiste sul fatto che la popolazione locale venne a sapere fin da subito cosa avvenne in malga “fin nei minimi particolari” (pag.183) lasciando intendere che la comunità condivideva la versione dei fatti ora riportata nel testo di Russo senza indagare troppo a fondo il fatto che spesso la comunità accusasse Socian “anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43). Nel testo vengono riportate anche alcuni interventi di persone che avevano saputo dei fatti per via indiretta e di cui non se ne capisce l’utilità se non il fare da pezza d’appoggio alla strampalata ipotesi di Russo.
Ma improvvisamente a pag.185 si riporta che in realtà non circolasse una, bensì almeno QUATTRO versioni dei fatti molto diverse da quella di Russo!
Versioni che Russo sostiene furono propagandate (ma da chi ed in che modo non lo specifica) nonostante “tutti gli abitanti del territorio sapevano ormai per filo e per segno ogni particolare sulla strage della Bala” anche se non osavano parlare a causa della paura (“anzi il terrore”) dei partigiani. Paura sulla cui assenza di motivazioni già si é detto.
VERSIONE UNO:“La versione più divulgata e accreditata” diceva che i dodici furono uccisi dai tedeschi per farne cadere la responsabilità sui partigiani per aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi. (La versione più diffusa tra la popolazione locale scagiona del tutto i partigiani ed accusa i tedeschi!) [versione citata anche a pag.196,197,205,208,247]
VERSIONE DUE: Diceva che i dodici fossero stati uccisi da altri fascisti italiani per farne cadere la responsabilità sui partigiani, aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi. (Anche la seconda versione che circolava scagiona completamente i partigiani ma stavolta incolpa gli italiani) [versione citata anche a pag.196,197]
VERSIONE TRE: Diceva che i dodici furono uccisi dai partigiani in una normale imboscata e poi i tedeschi, scoperti i corpi, li deturparono dentro la malga (da qui il sangue sulle pareti) per farne cadere la responsabilità sui partigiani per aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi. (La terza versione é sostanzialmente quella proposta anche da Franc Crnugelj ed inserisce le uccisioni in un contesto di guerra ma scagiona i partigiani dalle mostruosità addebitandole ai tedeschi per motivi di propaganda) [versione citata anche a pag.197]
VERSIONE QUATTRO: Diceva che i dodici fossero stati uccisi dai Domobranzi (slavi filonazisti) (Anche la quarta versione scagiona i partigiani accusando un gruppo filonazista slavo) `versione citata anche a pag.193,197,264]
La semplice esistenza di queste versioni la dice molto lunga sulla qualità delle informazioni giunte in paese. Russo sostiene che i contadini che assistettero alla mattanza raccontarono alla comunità del massacro compiuto dai partigiani, tanto che “Tutti sapevano fin nei minimi particolari” (pag.14,18,149,183,205,206,207,208,), ma se ciò corrispondesse a realtà non si spiegherebbe la nascita, in una comunità compatta e omogenea nell’accusare sempre i partigiani (pag.43) ed informata di un terribile crimine commesso da quegli stessi partigiani, di versioni favorevoli…. ai partigiani!
L’esistenza di queste versioni la dice pure lunga sulla considerazione di partigiani, fascisti e nazisti all’interno della comunità: solo nazisti e fascisti vengono ritenuti capaci di portare a termine un tale crimine. Molto interessante se si considera che la comunità descritta da Russo era unanime e compatta nel condannare i partigiani.
E Russo come commenta queste versioni? Russo le scarta in toto ritenendole irrealistiche, preferendo la versione ottenuta combinando le proprie fonti (che tra un attimo vedremo). In particolare, sempre a pag.185 asserisce che “è puerile pensare che si possano scongelare corpi, straziarli a crudo con picconi e altro e riportarli poi nella medesima posizione. Mai visto un corpo congelato spruzzare sangue e lasciare tracce così evidenti e macabre come quelle rinvenute da persone ben identificate all’interno della malga.”
Osservazione strana in quanto lo stesso Russo a pag.161 riporta la testimonianza di Nino Mafezzini (“carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme) secondo cui i corpi, a diversi giorni di distanzaerano ancora in grado di sporcare di sangue chi li maneggiava: “[…] siamo tornati a valle, sfiniti e imbrattati di sangue umano, quello dei miei compagni, acqua e neve”. Trattandosi inoltre dello stesso teste che a pag.159 descrive i corpi con le parole “erano come sassi, pezzi congelati e deformi” é lecito chiedersi quanto di queste parole vada inteso come mera descrizione figurativa e quanto vada preso alla lettera, specie relativamente al grado di congelamento dei corpi, anche perché secondo la testimonianza di Nino Mafezzini sembrerebbe che non abbia nevicato granché tra il momento dell’uccisione ed il recupero dei cadaveri dato che i segni di trascinamento dei corpi erano ancora visibili sulla neve stessa (pag.158).
Interessante anche notare il fatto che in questo caso venga rimarcato da Russo che le tracce all’interno della malga sono stare rinvenute da “persone ben identificate”, in quanto, effettivamente, le uniche testimonianze di prima mano chiare e certe che Russo ha a disposizione riguardo a ciò che avvenne nella malga non sono quelle di chi partecipò all’uccisione dei dodici ma di chi partecipò… al recupero e identificazione delle salme (Russo non dà alcuna considerazione ala testimonianza del partigiano Srecko ritenendola menzognera)!
4.00 LE TORTURE
A questo punto bisognerebbe entrare nel vivo della vicenda, ossia analizzare il lavoro eseguito da Russo per giungere alla sua ipotesi su cosa accadde ai dodici dopo che furono sequestrati il 23 marzo 1944. Tuttavia, per meglio poter effettuare questo lavoro, é indispensabile tenere a mente anche ciò che avvenne nei giorni successivi e quindi il capitolo inerente al momento-clou della vicenda é spostato al capitolo 7.
5.00 GLI EVENTI SUCCESSIVI
La storia narrata in “Planina Bala” é profondamente debitrice della “storia di questa storia”, ossia delle convinzioni sull’episodio sedimentatesi negli anni tra la popolazione locale. Prima fra tutte la “segretezza” e la vergogna con cui tale episodio veniva raccontato.
5.01 LE RICERCHE NON-RICERCHE
Riguardo alle ricerche dei dodici il testo fornisce indicazioni diverse che, osservate una ad una, danno l’impressione di una totale mancanza di coordinamento e collaborazione tra le forze su cui però spicca l’azione dei tedeschi:
Le ricerche cominciarono il 24 marzo 1944 (pag.152)
I nazifascisti erano più preoccupati della centrale che della sorte dei dodici (pag.154, 231,)
Le operazioni di ricerca venivano seguite e controllate dai tedeschi, i quali, in gran numero, ispezionavano case e fienili alla ricerca di partigiani (pag.162)
I “tedeschi” effettuarono rastrellamenti nella zona (pag.236)
Le ricerche coinvolsero anche: Guardia Nazionale Repubblicana, Alpini del Reggimento “Tagliamento”, Milizia Confinaria.
Italiani e tedeschi “[…] mai come in quei giorni avevano ispezionato il territorio (pag.156)
I militi italiani, pur intensificando le perlustrazioni, anche dopo diversi giorni non trovarono nulla (pag.153)
I partigiani avrebbero ucciso i dodici senza usare armi da fuoco perché i nazifascisti erano alle loro calcagna e non volevano attirarli col rumore.
Gli alpini del “Tagliamento” intensificano le perlustrazioni ma senza alcun risultato.
I “carabinieri” di Tarvisio della compagnia “Tolmezzo” non partecipano alle ricerche né avevano un’idea chiara di cosa sia successo (pag.219)
La fonte più interessante presentata da Russo riguardo alla situazione post-sabotaggio che ci viene presentata é una lettera inviata il 25 marzo 1944 dal ten.col.Angelo Viticci, comandante del Gruppo di Udine della Legione “Carabinieri” al Comando generale di Trieste di cui vengono riportati alcuni stralci inframmezzati da una trascrizione di Russo del testo (testo che si apre con un riferimento ad una precedente segnalazione della tenenza di Tarvisio numero 4/22 del 23 marzo 1944). La divisione fra testo citato e trascrizione non é chiarissima ma presumendo che gli stralci non virgolettati siano quelli trascritti se ne desume:
“verso le ore 21 del 23 corrente certa Bertolotti Maria ecc. ecc., moglie di Giacomo Koserog, sorvegliante della centrale elettrica di Bretto Inferiore, a mezzo telefono informava la Direzione della Miniera che circa mezz’ora prima i partigiani avevano fatto saltare detta centrale dove doveva trovarsi il marito, del quale non aveva notizie, aggiungendo che nulla sapeva dei carabinieri addetti alla sorveglianza della centrale stessa”.
[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] Alle ore 23 il sottotenente Squadrelli avvertiva la tenenza di Tarvisio dell’accaduto precissando di aver già informato il comando tedesco, il quale la stessa sera aveva inviato un reparto del Presidio tedesco di Plezzo.
“Nelle prime ore di ieri unitamente al predetto ufficiale, all’ingegner Hempel e a personale della miniera stessa, il comandante la tenenza si è recato per le indagini del caso, a Bretto”
[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] dove poco dopo è giunto il comandante della compagnia di Tolmezzo, Santo Arbitrio. In occasione di quella ispezione, venne constatato che gli ordigni esplosivi avevano danneggiato una turbina, il fabbricato della centrale e altri accessori elettrici dei quadri, mentre
“la vicina casermetta ove alloggiava il distaccamento dell’Arma”
[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] era andato completamente distrutta. Segue l’elenco dei carabinieri in servizio,
“della sorte dei quali non è stato possibile raccogliere alcuna notizia”.
[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] Dall’interrogatorio degli operai Andrea Cuder e Giacomo Koserog il gruppo in visita riuscì a sapere che il pomeriggio precedente il vice brigadiere e due carabinieri, uno dei quali -con biancheria sporca che recava alla lavandaia-, si erano allontanati dalla caserma e che verso le 18 erano stati visti in un bar di Bretto.
“Non è stato assolutamente possibile stabilire come i partigiani siano riusciti ad agire indisturbati né quale sia stato il comportamento dei carabinieri dato che nessuno ha udito colpi d’arma da fuoco da lasciar supporre un conflitto”.
“Gli operai Cuder Andrea, Koserog Giacomo e Komac Giovanni hanno dichiarato di non aver riconosciuto nessuno dei banditi che parteciparono all’azione criminosa e che si presume si trovino accantonati in zona prossima a quella compresa tra la chiusa di Plezzo e Plezzo.”
“Sono in corso i lavori della centrale la quale a quanto si presume potrà essere messa in efficienza fra una decina di giorni”.
Russo fa notare che la lettera é incentrata più sui danni alla centrale che alla sorte dei dodici.
Io faccio notare che le parti non riportate in originale hanno tutte in comune il contenere i riferimenti di grado e compagnia delle persone e degli enti citati, ossia, in originale, potrebbero essere rivelatori della loro appartenenza alla Guardia Nazionale Repubblicana. Faccio pure notare che il sottotenente Quadrelli, saputo del sabotaggio della centrale avverte PRIMA il comando tedesco e solo dopo la tenenza di Tarvisio, il che offre un’immagine molto chiara della gerarchia tra diversi corpi coinvolti.
In sostanza il quadro sembra questo: partirono immediatamente operazioni di ricerca gestite dai “tedeschi” che, in gran numero, controllavano seguivano l’intera operazione di ricerca ispezionando e mettendo a soqquadro case e fienili (pag.162) mentre le diverse milizie italiane, che erano sottoposte agli ordini tedeschi (pag.152), sembra non furono ben informate dei fatti: parrebbe che alla tenenza di Tarvisio della GNR non abbiano avuto un’idea precisa di cosa fosse accaduto ai loro colleghi di Bretto (pag.219) se non ad alcuni giorni di distanza (pag.200) né sapessero bene l’una cosa stesse facendo l’altra (un banale esempio di come funzionassero le relazioni quotidiane tra i diversi corpi é l’aneddoto a pag.200,201) nonostante gli operai della centrale avessero chiaramente indicato il responsabile in Socian (che era noto alle autorità, tanto che ne possedevano anche una foto segnaletica) nessuno della comunità locale che (secondo l’autore) seppe fin da subito e nei minimi particolari cosa avvenne (pag.149) in quei giorni e in quelle settimane si preoccupò di assicurare alla giustizia il tanto temuto e famigerato Socian e far piena luce sugli avvenimenti comunicando ciò che sapeva.
FERMI TUTTI!!! In precedenza Russo afferma che diversi contadini furono in grado di seguire di nascosto partigiani e “carabinieri” fino alla malga senza farsi notare nonostante quei territori fossero territorio incontrastato dei partigiani comunisti (pag.99) e che i partigiani vennero già visti al mattino successivo da diversi contadini e bambini ed ora dice che i nazifascisti brancolarono nel buio per giorni.
Anche qui c’è qualcosa che non torna: Russo sostiene che la popolazione avesse in simpatia i “carabinieri” militi della GNR, che fosse impaurita dagli odiati partigiani (che, come già visto: sono pochi e isolati quando li si odia ma tanti ed appoggiati da una rete tentacolare quando se ne ha paura), che il parroco di Bretto invitasse pubblicamente i concittadini a non parteggiare per i partigiani e che succede? Quando i tanto odiati partigiani rapiscono i tanto amati militi della GNR non v’é una sola persona che fornisce manco una dritta anonima ai nazifascisti, né i nazifascisti tentano di ottenere informazioni da uno dei contadini? Nessuno interrogò mai i contadini della Bausiza? Si parla di ispezioni in case e fienili ma il contrasto tra: [odio per i partigiani+simpatia per i dodici+immediata e precisa conoscenza degli avvenimenti] e [mancata collaborazione con milizie in cerca dei dodici] stride non poco.
“I tarvisiani in quei giorni di Pasqua di quel 1944 non si dimenticarono dei loro carabinieri barbaramente massacrati dagli odiati partigiani slavi e più di qualcuno si portò fino al nuovo cimitero oltre Tarvisio basso, sulla strada per Cave, per una preghiera e un mazzo di fiori” (pag.219)
Per giustificare ciò Russo si appella al terrore della popolazione sia nei confronti di quei partigiani di cui non é stato in grado di documentare nemmeno un solo atto certo di inciviltà verso la comunità locale, sia dei nazisti che quando compiono una strage ed incendiano l’intero paese comunque non ne sono fino in fondo responsabili.
Il perché non avvenga alcun tipo di operazione di rappresaglia contro i partigiani non viene affrontato da Russo nonostante la stranezza della cosa!
Ma come? Cinque mesi prima, per l’uccisione di tre-quattro dei loro, i nazisti compiono una strage ed incendiano un’intero paese ed invece adesso, con dodici militi torturati a morte dopo averli rapiti beffando l’intero apparato di sicurezza non fanno nulla di nulla, ma proprio assolutissimamente nulla e Russo non s’interroga sulla stranezza di ciò?
Ciò che viene rimarcato anche da Russo é il fatto che i nazifascisti fossero più interessati a ripristinare e mettere sotto controllo la centrale che a cercare i dodici (pag.153), ma questo di certo non può giustificare una totale assenza di intervento vista la gravità dell’affronto subito.
Russo sembra sostenere che non vi fu alcuna reazione perché essendo concentrati sul ripristino della centrale, i nazifascisti non avessero interesse a colpire i responsabili di quell’affronto, ma al tempo stesso rimarca come, dal momento della scoperta, per settimane la propaganda utilizzò i corpi martoriati dei dodici militi della GNR proprio per colpire i partigiani dipingendoli come dei mostri. Quei corpi deturpati furono per i nazifascisti un’arma eccezionale da scagliare contro i partigiani.
Dunque quando parliamo di nazifascisti parliamo di pasticcioni disorganizzati e dal pugno di seta? O, forse, stiamo parlando di qualcuno che non é stato in grado di catturare/uccidere i partigiani e, per non tirar troppo la corda nei confronti della popolazione locale che già aveva subito una pesante ritorsione in autunno, decise di agire diversamente ed usare questi cadaveri per fare propaganda antipartigiana tra la gente del posto e che quindi maggiore era lo scempio dei cadaveri e maggiormente sarebbero risultati un’arma potente?
5.02 LE DUE VERSIONI DELLA SCOPERTA
Dopo alcuni giorni (non viene specificato quanti, ma si può presumere ciò sia avvenuto il 30 marzo – vedi pag.162) una pattuglia di tre soldati tedeschi giunse in Bausizia e chiese informazioni agli abitanti della zona su quale sentiero intraprendere per andare da lì fino alla val Trenta (p.155). Chiesero informazioni a Myza Komac, Tona Suler ed il padre Josef. Tutti li sconsigliarono a causa della neve in quota. (NB: si presume che l’unica testimonianza di ciò sia Myza Komac in quanto non vien mai indicato che i Suler siano stati intervistati. Manca invece ogni riferimento temporale sull’evento)
Da qui in poi il racconto prosegue come in altri punti senza citare alcuna fonte ma proponendo due versioni:
VERSIONE UNO: I tre proseguono lo stesso ma sbagliano strada . Dopo diverse ore di marcia vedono malga Bala e vi si avvicinano per chiedere informazioni (NB: avrebbero sbagliato addirittura valle senza accorgersene proseguendo “per diverse ore” stando a nord del Pihavec anziché al sud e ciò implicherebbe una conoscenza della zona praticamente nulla). Qui, “con enorme meraviglia” trovano i cadaveri che spuntano “dalla neve come tronchi accatastati” (pag.156) e ridiscendono a valle per segnalare la cosa. Ma Russo osserva che secondo “Qualcuno degli osservatori postumi ritiene che questo episodio può anche non essere vero, in quanto sembra confezionato ad arte” (grassetto mio) e propone una seconda versione:
VERSIONE DUE: La scoperta dei corpi sarebbe avvenuta su soffiata di qualcuno della Bausiza o per tradimento di un partigiano.
A sostegno della prima versione dunque v’é probabilmente la sola testimonianza di Myza Komac la quale può solo aver riferito di aver dato indicazioni a tre tedeschi senza però sapere, poi, cosa questi abbiano fatto, che strada abbiano percorso o che emozioni abbiano provato alla vista dei corpi. Non si tratta dunque di una prova ma della testimonianza di una donna che un certo giorno diede un’indicazione a dei soldati e poi non vide quel che accadde.
Ma che trattamento offre Russo alla seconda versione dopo aver citato quella da lui ritenuta veritiera solo una testimonianza che dice assai poco? La scarta perché…non ci sono prove! Per dare maggior conferma a questa decisione rimarca che la gente del posto era terrorizzata degli italiani e dei tedeschi che “mai come in quei giorni avevano ispezionato il territorio” (pag.156) ma al tempo stesso riporta che secondo Gajger i tedeschi furono probabilmente informati da “qualche partigiano scappato dal gruppo” (pag.156), ipotesi che Russo scarta sostenendo che se così fosse i corpi si sarebbero ritrovati immediatamente dopo lo scioglimento del gruppo ad azione terminata anziché a diversi giorni di distanza e che questo partigiano sarebbe stato arrestato (ma non considera che l’informazione potrebbe essere stata data alcuni giorni dopo, né che potrebbe esser stata fatta pervenire ai nazisti per vie traverse, né che eventuali spie fra i partigiani avrebbero potuto esser comode anche in futuro, né che l’informazione potrebbe esser stata fornita in maniera generica come “una malga dopo la piana della Bausiza, nella valletta che porta in val Trenta”) ed aggiunge che “Quei tedeschi non stavano affatto cercando i carabinieri; andavano per conto proprio diretti in val Trenta” (pag.157) senza spiegare in base a cosa possa affermare ciò (NB: bisogna anche osservare che in quei giorni in cui si stava battendo il territorio come non mai per cercare i dodici scomparsi, raggiungere la val Trenta passando a piedi sui ripidi sentieri innevati della Bausiza quando la si poteva molto più agevolmente raggiungere con gli automezzi passando da Sonzia e Trenta a rigor di logica sembra più essere un’operazione di ispezione del territorio che una scampagnata “per conto proprio”).
In ogni caso ciò su cui entrambe le versioni concordano é che i cadaveri vennero trovati dai tedeschi.
5.03 IL RECUPERO DELLE SALME
L’ex alpino Vigj Venturini testimonia che:
“Poi una mattina siamo stati chiamati e avviati a piedi dapprima verso il Passo Predil e poi verso la Bausiza: l’ordine era di seguire i carabinieri, i militi della Milizia e i tedeschi al recupero di 12 carabinieri scomparsi da una settimana e rintracciati in alta montagna.“(pag.159)
Una volta giunti sul posto “Nella malga era sangue dappertutto, per terra, sulle pareti, sulle travi soffitto […] C’erano alcuni picconi sporchi di sangue, pale, pezzi di legno…” (pag.160 grassetti miei)
“Nel proseguire, i tedeschi ci precedevano e sembrava che sapessero già tutto. Da qui il pensiero, mio e degli altri, che a uccidere i carabinieri fossero stati proprio loro!“(pag.158)
Mentre l’ex carabiniere e milite della GNR Gino Milanese di stanza ad Udine riporta di esser stato inviato in treno alla tenenza della GNR di Tarvisio dopo che ad Udine giunse la comunicazione del recupero delle salme da parte dei tedeschi.
Quattro salme vengono recuperate il 31 marzo. A causa delle condizioni meteo le altre otto vengono recuperate il 2 aprile (pag.162). I corpi vengono radunati in una fortezza.
Angelo De Guglielmi, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che quando giunse a malga Bala i tedeschi già erano lì (pag.201).
Gino Milanese, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che dei vari militi lì presenti solo i più temerari compirono le operazioni di primo recupero dalla catasta di corpi. Lui personalmente svenne.
Vigj Venturini, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che i tedeschi precedevano i militi italiani (pag.158) e che le operazioni si svolsero in fretta nel timore di esser colti anch’essi da un attacco partigiano e che, messi i corpi in teli fatti a barelle, ognuno sorretto da due-tre uomini li han portati giù per la discesa gelata scivolandovi spesso. A valle caricarono ogni corpo su un mulo e così si avviarono verso la fortezza (pag.159).
Nino Mafezzini, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che le barelle vennero improvvisate con teli militari e rami d’albero, dopodiché, una volta portati in fondo al sentiero, ne caricarono due per mulo (pag.161). Inoltre ricorda che i militi che parteciparono al recupero tornarono a valle sfiniti ed imbrattati di sangue, acqua e neve (pag.162)
Cesare Maria Squadrelli, sottotenente del Reggimento Alpini Tagliamento. Testimonia che uno solo dei corpi aveva una ferita da arma da fuoco, probabilmente ad una spalla. (pag.167)
Mafezzini e De Guglielmi, devono spostare le salme, ma prima debbono tentare di identificare i corpi.
“Erano talmente mal ridotti che era praticamente difficile distinguerli uno dall’altro: erano come sassi, pezzi congelati e deformi: una visione terribile e indimenticabile!” (Nino Mafezzini, pag.159)
5.04 L’INCENDIO DELLA MALGA
A pag. 136 Nella didascalia di una foto attuale dei ruderi della malga, Russo scrive che
“l’incuria, il tempo e mani ignote hanno fatto sì che di “quella” malga rimanessero solo desolazione e lamiere contorte”
A pag.162 Russo scrive che al termine del recupero delle salme qualcuno incendiò la malga sperando di distruggere i segni della violenza.
A pag.257 Russo scrive che la malga fu data alle fiamme dai militi italiani mei primi giorni d’aprile 1944 quando portarono giù i corpi (e che la malga fu successivamente ricostruita)
Si può presumere l’incendio della malga avvenne al termine del recupero delle ultime salme, ossia il 2 aprile ma é lecito domandarsi fino a che punto un atto del genere possa esser motivato, come sostiene Russo, dal voler esorcizzare un orrore e se ciò non possa esser invece inteso anche come metodo per cancellare delle prove.
5.05 PROPAGANDA
Per i nazifascisti quelle dodici salme massacrate sono uno strumento di propaganda antipartigiana potentissimo e difatti le usano per tirare acqua al loro mulino (pag.173)
Il 2 aprile 1944 anche le ultime salme vengono radunate nella fortezza, dopodiché (presumibilmente il 3 aprile) vengono caricate su un camion della miniera che su ordine del capitano Max Vogrin viene mandato a fare uno shock-tour per mostrare i cadaveri alla popolazione “per un richiamo e un monito ufficiale alla popolazione locale tra cui si nascondevano da sempre i partigiani” (pag.162).
Il tour comincia a Plezzo dopodiché il camion si reca a Bretto di Sotto per lo stesso motivo. Successivamente il camion sostò brevemente davanti alla chiesa per poi proseguire verso l’officina meccanica dell’autista del camion (Attilio Cumini), con una pompa dell’acqua ripulì alla meglio le salme. Svolta questa operazione il camion proseguì in direzione di Tarvisio per scaricare i cadaveri nel campo scelto per la sepoltura (che avrebbe “inaugurato” il nuovo cimitero) ma ad operazione già iniziata giunse dai tedeschi l’ordine di portare le salme in piazza anche a Tarvisio e a Cave. Il testo riporta le testimonianze con nome e cognome di numerose persone che all’epoca assistettero al macabro spettacolo (vedi sotto).
I tedeschi appesero sugli alberi della piazza e davanti al municipio manifesti antipartigiani con foto dei macabri dettagli dei corpi martoriati, che furono osservati da numerose persone incuriosite (pag.219), non solo nel tarvisiano, ma in tutto il Friuli (pag.175) e tutti i giornali pubblicarono a ripetizione articoli con foto e particolari agghiaccianti (pag.175).
(i tedeschi stavano) “[…] tirando l’acqua al proprio mulino, cercando di convincere i dubbiosi sulla bontà e sulla necessità di continuare nella loro alleanza per far quadrato comune contro la crudeltà dei partigiani, alleati degli anglo-americani” (pag.173)
“Dalle foto e dalla osservazione diretta dei cadaveri, tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe” (pag.219 – grassetto mio)
Il 4 aprile 1944 viene tenuta una cerimonia funebre che si protrasse quasi fino a sera cui partecipano paesani e militi nazifascisti. I nazisti perseverarono nell’utilizzo mediatico dei corpi martoriati per convincere la popolazione dell’inaffidabilità degli slavi e favorire una maggior collaborazione della popolazione (pag.175). Russo riporta tre dei testi che circolarono allora:
Articolo giornalistico dell’aprile 1944” di cui non é specificata né la testata né la data né la firma:
L’opera dei “Liberatori” nella vera luce Metodi comunisti per la conquista del mondo. Questi terrificanti documenti fotografici non richiedono commenti. Sono sufficienti pochi particolari su questa spaventosa strage. Sono i resti mortali di dodici carabinieri, vittime del bestiale odio assassino di una banda di banditi bolscevichi. Le vittime sono state martirizzate il 23 marzo u.s. nelle vicinanze di Cave del Predil. Le vittime denudate sono state poi uccise bestialmente a colpi di piccone. Ecco i sistemi degli alleati dei “liberatori”! Caduta la pelle d’agnello con la quale il lupo bolscevico cerca di ammantarsi, ci appare con quali mezzi e sistemi, che giungono fino all’assassinio consumato nel modo più bestiale, s’intendano realizzare le grandi promesse del comunismo: lavoro, pane e pace. Tutti coloro che si ostinano ancora a credere in un comunismo migliore di quello che finora ha macchiato il mondo di sangue, hanno qui un ulteriore esempio da meditare: questo è il vero comunismo, questi sono i sistemi del bolscevismo bestiale, questi gli alleati di coloro che si dichiarano liberatori del mondo, questi i metodi dei senza Dio. E chi non vuoI sentire e non vuoI capire insulta con la sua incredulità e la sua incoscienza la memoria di migliaia e migliaia di martirizzati dal mostro rosso, mai sazio di sangue. L’altra mattina sono state tributate a Tarvisio, solenni e commoventi onoranze alle salme dei dodici militi, caduti nell’adempi- mento del loro dovere. I dodici feretri erano scortati da reparti armati italiani e tedeschi; corone di fiori freschi avevano inviato il Comando Militare di Tarvisio e quello di Udine, il Comune di Tarvisio, vari Comandi della C.N.E., compreso quello del Gruppo di Udine, diversi enti e civili. Dopo impartita l’assoluzione in Chiesa, le salme sono state accompagnate al cimitero ed ivi pietosamente tumulate, nel mentre una triplice salve di fuciliera – sparata da un reparto tedesco – salutava i caduti rendendo onore alla loro memoria.
Articolo del Gazzettino di Padova del 7 Aprile 1944
Volantino fascista pubblicato in varie zone del Friuli (pag.181):
“FRIULANI”: Con cinismo diabolico, con atrocità che può scaturire soltanto da cervelli asiatici, i prezzolati dei bolscevichi e del “liberatori” hanno commesso ai confini della nostra Provincia, il 23 marzo u.s. un’al- tra afferrata strage, martirizzando e massacrando dodici carabinieri. Questi martiri del dovere, colpevoli solo di compierlo con dedizione al servizio della Patria, vennero trascinati sulla montagna, denudati, torturati nel modo più atroce ed infine uccisi a colpi di piccone. Crivellate di ferite orribili (a taluni vennero perfino strappati gli occhi), le povere vittime con le gambe legate con fili di ferro, vennero trascinate lontano dal luogo del delitto, gettate in un burrone e coperte di neve. Lavoro, pane, pace è la bella menzogna promessa dai cosiddetti “liberatori”. Ma gli atti di bestiale violenza testimoniano che anch’essi sono pari ai bolscevichi nel sadismo e nella crudeltà. Questi fatti esecrandi non aprono gli occhi anche a voi che finora avete creduto ciecamente alle parole malate dei bolscevichi? Per voi che in buona, ma anche spesso in mala fede, sperate ostinatamente in un comunismo migliore di quello che finora, travestito da agnello, ha macchiato il mondo di sangue, sia questo un monito che apra gli occhi e illumini le coscienze. Questo è il vero bolscevismo, questi sono gli alleati degli angloamericani, che dopo aver invaso parte della Patria, dopo averla inumanamente devastata, consegnano ancora i nostri bambini alla Russia comunista, perché colà, secondo l’educazione bolscevica, se ne facciano altrettanti bestiali rinnegatori di Dio, quali essi sono. Questi sono i metodi con i quali i comunisti si sono prefissi di conquistare il mondo. Vorremmo noi italiani assistere alla rovina completa, non solo materiale ma anche morale e spirituale della nostra Patria, paese di antica civiltà della storia gloriosa, senza opporci con tutte le nostre forze a tale tremenda eventualità, in modo da far sì che, in tante immeritate disgrazie che ci hanno colpito, almeno le nostre più sacre tradizioni culturali, religiose e dello spirito siano salve?
E’del tutto evidente che la versione diffusa dai quotidiani e dal volantino di propaganda é ESATTAMENTE quella adottata da Russo.
5.06 C.S.I. TARVISIO
Da quanto riporta il testo non sembra vi fu un’analisi dei corpi e delle mutilazioni, tuttavia:
“Dalle foto e dalla osservazione diretta dei cadaveri, tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe” (pag.219 – grassetto mio)
Le numerose testimonianze degli italiani che parteciparono al recupero delle salme o assistettero allo shock-tour dei cadaveri sono sostanzialmente concordi nella descrizione dei particolari più impressionanti delle mutilazioni subite, anche se in alcuni casi non é chiaro se i testi citati da Russo raccontino ciò che hanno visto di persona o ciò che veniva raccontato in paese. Al solito vien dato ampio spazio alle emozioni si orrore e sgomento provato da questi testimoni che all’epoca erano perlopiù bambini.
semidenudati (pag.167)
quasi tutti nudi (pag.167)
qualcuno aveva come stracci addosso (pag.167)
nudi, con addosso alcuni stracci (pag.199)
le salme erano livide (pag.168)
diversi buchi sulla fronte, sul petto, sul collo (pag.167, 173)
un chiaro colpo d’arma da fuoco sulla spalla di uno dei cadaveri (pag.167)
si vedevano i segni dei chiodi degli scarponi (pag.168)
segni dei chiodi delle scarpe ben evidenti in faccia (pag 199)
qualcuno aveva la bocca come cucita con fil di ferro (pag.168)
qualcuno aveva filo spinato attorcigliato attorno ai piedi (pag.167)
qualcuno aveva filo spinato attorcigliato attorno al collo stretto sulla bocca (pag.167)
qualcuno aveva il fil di ferro che stringeva la bocca (pag.199)
qualcuno era senza occhi
qualcuno forse non aveva più gli occhi (pag.168)
i testicoli in bocca (pag.199)
i genitali “congelati” in fronte (pag.199)
genitali strappati (pag.173)
qualcuno aveva il petto squarciato (pag 199)
qualcuno aveva le braccia distorte (pag. 199)
Maggiormente interessanti sono le testimonianze dei recuperanti riguardo i corpi:
NINO MAFEZZINI: Mucchio informe di corpi straziati e seminudi sotto un grande sasso / solo un segno d’arma da fuoco su uno dei corpi / corpi accatastati gli uni sugli altri, di cui quello maggiormente deturpato era in cima, il quale presentava ancora fil di ferro ai piedi / talmente malridotti da risultar difficile distinguere l’uno dall’altro / sangue indurito un po ovunque. Vien da chiedersi in una situazione tale come sia possibile comprendere semplicemente a vista se i corpi presentassero ANCHE ferite d’arma da fuoco.
VIGJ VENTURINI: Corpi accatastati sotto un grande sasso / corpi congelati / pochi stracci inzuppati di sangue addosso / evidenti segni di picconate in tutto il corpo e sul viso / cuore fracassato / occhi sventrati / testicoli strappati / fili di ferro alle caviglie e sulla bocca / maciullati e irriconoscibili / alcuni avevano gambe distorte, facilmente spezzate, contorte e poi congelate / corpi violacei con grosse chiazze giallastre
E le testimonianze dei recuperanti sulle condizioni della malga:
NINO MAFEZZINI: pareti e soffitto del casolare macchiati di sangue / sul soffitto materia cerebrale / sul pavimento un solo piccone senza manico vicino a pezzi di legno macchiati di sangue / segni di trascinamento dalla malga al sasso sulla neve (pag.158)
VIGJ VENTURINI: sangue dappertutto nella malga, sia su pareti che soffitto e travi / alcuni picconi sporchi di sangue, pale e pezzi di legno /
Anche qui sorge qualche perplessità: com’è possibile sperare di poter comprendere a vista se su corpi violacei e giallastri induriti dal freddo, segnati da diverse mutilazioni, amputazioni, segni di scarpate, colpi di piccone, filo spinato, graffi da trascinamento, sangue rappreso (e, a questo punto di decomposizione si può supporre anche la fuoriuscita di liquidi corporali dagli orifizi) ci fossero anche fori di proiettile?
INSERTO MEDICO: Nel momento della morte iniziano i un processi chimici di decomposizione che dopo un iniziale rilassamento del corpo portano invece all’irrigidimento muscolare noto come rigor mortis. Lo stato di rigidità si esaurisce dopo un certo lasso di tempo a causa dell’accelerato decadimento cellulare. Vari fattori influiscono sulla durata dei tali processi, in primo luogo la temperatura: sead una temperatura di 20-25°C la rigidezza dura circa 24-36 ore, a basse temperature il processo può invecedurare diversi giornifino addirittura a fermarsi e bloccare la decomposizione in caso di congelamento e/o assenza d’aria.
Durante il processo di decomposizione uno dei segni più visibili é il cambiamento di colore dell’epidermide, che passa da un iniziale biancore al verde, dopodiché al giallo, fino a giungere al rosso-violaceo ed infine al nero. Come già detto, a seconda delle condizioni e della temperatura cui si trova il corpo, anche queste variazioni di colore possono verificarsi con tempistiche e durate molto diverse. Invece nel caso di cadaveri lasciati immediatamente congelare si passa direttamente da un iniziale bianco bluaceo ad un grigio-giallognolo.
Il colore dei cadaveri dei dodici, descritti dal Venturini come“violacei con grosse chiazze giallastre” (pag.160) indicherebbe (é una mia speculazione) che il decesso risalisse effettivamente a diversi giorni prima e che la temperatura esterna, almeno fino a quel momento era abbastanza bassa da rallentare il processo di decomposizione ma non abbastanza da interromperlo (ossia: faceva freddo ma non tanto da congelare i corpi), forse perché i corpi restarono all’interno della malga o forse perché le giornate immediatamente dopo l’uccisione non furono eccessivamente fredde ed i corpi furono esposti al sole. In effetti l’inverno 1943/1944 risultò forse quello più mite del decennio ’40 tanto che a febbraio si registrò un insolito aumento delle temperature (fonte: utenti di MeteoNetwork), ma bisogna fare queste valutazioni con cautela in quanto la posizione di malga Bala (a quota superiore ai 1100 metri e dunque soggetta a possibili fenomeni d’inversione termica e sita nel bel mezzo di una valle chiusa in cui i depositi nevosi possono divenire molto voluminosi) non permette di determinare le condizioni meteo del luogo semplicemente da una media delle zone circostanti.
I cadaveri erano dunque “congelati” da diversi giorni, in stato di rigor mortis rallentato dal freddo o si erano “congelati” dopo il 30 marzo, ossia dopo il primo ritrovamento dei corpi? Russo c’informa di “bufere improvvise e violente” tra il 31 marzo ed il 1 aprile (pag.162) che rallentarono le operazioni di recupero ma non segnala nessun caso in cui il maltempo rallentò le ricerche a tappeto nei giorni precedenti. E’ forse lecito chiedersi se i cadaveri non furono invece lasciati all’interno della malga, dove il processo di decomposizione risentiva meno delle temperature esterne, oppure esposti sotto il sole di una fine marzo relativamente mite per poi essere trascinati sotto la roccia grande il 30-31 marzo e congelare durante la bufera immediatamente successiva?
INSERTO BALISTICO Non sapendo che armi avesse a disposizione il gruppo che sequestrò i dodici si può solo fare qualche congettura generica: solitamente i partigiani non avevano una grande disponibilità d’armi e perlopiù utilizzavano quelle che riuscivano a rubare ai fascisti. Il fucile più diffuso era il Carcano Mod. 91, che utilizzava diversi calibri e munizioni, su cui spiccava il modello 91/38 (Mod.91 Cal. 6,5) che montava le6,5 x 52mm Mannlicher-Carcano, mentre le pistole più comuni era le semiautomaticheBeretta M34 e M35che utilizzavano proiettili 7,65mm Browning.
Le ferite provocate con questi tipi d’armamento possono essere molto diverse, a seconda che si spari un colpo a distanza con fucile,
Ma i casi più comuni sono simili a questo colpi da distanza intermedia (inferiore a 50 cm) che imprimono sulla pelle il tatuaggio della polvere da sparo:
(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)
Questo tipo di ferite però a volte può essere confuso con altri tipi di lesioni come ad esempio microemmorraggie sottocutanee o morsi d’insetto:
(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)
Perché faccio questo appunto su microemmorraggie ed insetti? Beh, a causa di una nota che Russo fa a pag.146 quando narra di Perpignano che, mentre é appeso al testa un giù ad una trave dentro la malga:
“[…] perfino delle formiche affamate, attratte sangue, avevano cominciato a salirgli tra i capelli. I loro morsi saranno poi accertati sulla pelle del povero martire giorni e giorni dopo quell’efferato avvenimento!”
Questa nota merita già un’immediato approfondimento anticipando qualcosa dal capitolo sulle torture: innanzitutto vien da chiedersi che razza di formiche girino in inverno sulle montagne innevate del tarvisiano con un’aggressività tale da farle attaccare un uomo ancora vivo perché attratte dal suo sangue. Ma anche ammesso che una colonia di temibili formiche vampiro del Madagascar si fosse stabilita in Bausiza, da dove ottiene quest’informazione il Russo? Non certo dal Gajger o da Bepi Flajs, né da Hrovat o da Srecko che di formiche non ne parlano affatto. Nemmeno i numerosi intervistati che assistettero allo shock-tour ne parlano (vedi sotto)! Forse non erano formiche ma mosche (a marzo)? O altri insetti insolitamente invernali? A pag.146 si afferma che i corpi vennero esaminati dal medico Francesco Ferrante di Tarvisio e che fu lui a stabilire che solo un “carabiniere” presentava una ferita d’arma da fuoco alla spalla, il che lascia intendere che forse fu sempre lui a stabilire che quei segni fossero morsi di formica:
“I loro morsi saranno poi accertati sulla pelle del povero martire giorni e giorni dopo quell’efferato avvenimento!” (pag.146)
Fu Ferrante a stabilire che si trattassero di morsi di formica? E chi é questo signor Ferrante? Era un fedele servitore dei nazisti? O un buon uomo obbligato a sottostare alle loro imposizioni? Un medico imparziale ed esperto in ferite d’arma da fuoco? Un medico di base che perlopiù curava piccoli malanni? Russo ha in mano la relazione del Ferrante? Come sa che fu questo Ferrante a compiere le osservazioni ed a quali conclusioni giunse? Nulla di tutto ciò é dato sapere: queste domande, nel testo, non vengono nemmeno affrontate! Però da pag.71 a pag.74 Russo ci tiene ad informarci approfonditamente riguardo ad una cena dei “carabinieri” a base di coniglio che però, forse, era gatto.
Quei “morsi di formica” erano forse punture d’insetto avvenute post-mortem o tatuaggi d’arma da fuoco? Non possiamo saperlo, ma certo l’aver evocato un poco probabile assalto di formiche appare sospetto, specie perché fatto in un testo che nega un tipo d’uccisione (con armi da fuoco) caratterizzato proprio dal poter lasciare segni confondibili con morsi d’insetto.
Ricapitolando: lo stato dei corpi ci viene riferito da ex militi della GNR all’epoca di circa vent’anni e che, a quanto ne sappiamo, privi di reale esperienza di guerra e contatto con cadaveri o ferite da arma da fuoco. Altre testimonianze sui corpi giungono da coloro che assistettero, perlopiù giovanissimi, allo shock-tour e dalle osservazioni (non riportate direttamente) fatto da un medico di cui non vien detto nulla. Ma se i cadaveri furono davvero esaminati che bisogno ha Russo di specificare a pag.219 che “[…] tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe”?
In ogni caso con dei corpi tanto malmessi sembra abbastanza facile che militi inesperti e civili si siano limitati a notare gli aspetti più vistosi delle ferite interpretandole grossolanamente poiché privi d’esperienza a riguardo.
5.07 LE CHIACCHERE DEL PAESE
Forse il capitolo più divertente del libro é quello relativo alla raccolta di testimonianze sparse di testimoni indiretti. É una raccolta di chiacchere di paese, note di colore, informazioni secondarie e, raramente qualche notizia potenzialmente utile su cui però Russo non si sofferma. In molti casi si tratta semplicemente di testimonianze di chi vide i corpi recuperati e portati dai tedeschi nei vari paesi affinché la popolazione locale si convincesse della brutalità dei partigiani; testimonianze che Russo riporta come a voler confermare la propria versione dei fatti procedendo per accumulo di conferme indirette senza mai tener conto di quanto da lui stesso scritto a pag.219, ossia che “tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe”. Le dichiarazioni sono perlopiù accomunate dal fatto che gli intervistati parlano dei partigiani come belve selvatiche, della paura di parlare di questi fatti e v’è a volte una descrizione amichevole che Russo fa delle donne che confermano la sua tesi:
LEOPOLD KOMAC
Operaio (?) della miniera di Cave. Dice che tutti sapevano, che conosceva tutti quei carabinieri e che in miniera la gente non parlava “per paura gli uni degli altri” (quindi non tutti in miniera erano antipartigiani) e che erano tutti impauriti dai partigiani.
GIOVANNI VUERICH
Operaio delle miniere compagno di lavoro di Tona Flajs, marito di Myza Komac. Dice che all’inizio tutti dicessero fossero stati i tedeschi a massacrare coi picconi i carabinieri, tra cui due-tre suoi compagni di lavoro che avevano fatto parte di quel gruppo di partigiani.
VITTORIA FOCHESATO “nonnina gentile, alla mano, vivace e con una memoria di ferro, come si sul dire, molto schietta e di poche parole”
Nipote di uno dei contadini anonimi della Bausiza che assistettero agli eventi inveisce contro Socian, dice che non é vero che siano stati i tedeschi, che tutti sanno come siano andate le cose per davvero, che Gajger all’inizio si vantava di aver partecipato ai fatti ma poi ha cominciato a smettere per paura di ritorsioni. Aggiunge che a guerra finita alcuni di quei partigiani (i nomi non vengono fatti) sarebbe partito per il Belgio NELLA SPERANZA DI DIMENTICARE (ma come faccia ad affermare che la motivazione non fu la stessa motivazione economica che negli stessi anni spinse migliaia di italiani ad andarsene in Belgio non é dato sapere). Interessante notare che ci venga fornito il nome della nipote ma non del contadino: eppure se ci fosse paura della “vendetta dei partigiani” l’aver nominato la nipote permetterebbe molto facilmente agli ultrasettuagenari ex combattenti del posto capire chi sia lo zio della Signora Fochesato.
FRANCESCO MRAKIC
Operaio della miniera di Cave dice che tutti sapevano delle atrocità partigiane e se ne vergognavano. Dalla sua testimonianza ci sembra di capire che sia stato “obbligato da Socian” ad entrare nella sua brigata partigiana, ma il testo non fornisce alcun dettaglio.
BEPI CUDER
Operaio della miniera di Cave inveisce contro Socian che ha iniziato a disprezzare dopo i fatti del 23 marzo e che suo nipote, Karlo Cuder faceva parte di quel gruppo
ANDREA CERNUTA
(Non viene specificato nulla di questo testimone se non che é di Bretto). Dice che tutti sapevano
SIGNORA CUMINI
Moglie di un figlio dell’autista Attilio Cumini che trasportò le salme col camioncino. Dice che tutti sapevano.
ANGELA NOVAK “dalla voce dolce e delicata”
In diverse famiglie, tra cui la sua, si diceva “Siete dei Socian” ai figli indisciplinati
SIGNORA MUSINA E MARITO TONA MARKA
Dopo i fatti del 23 marzo tutti avevano paura di subire un’altra ritorsione nazifascista.
PARROCO SLAVKO CERNIGOJ
Dice che Socian si credeva un piccolo dio.
ADA PELLIZZARI “una gentile, sensibile, amorevole signora”
Testimonia che suo fratello Osvaldo Pellizzari, su cui si vocifera facesse parte del gruppo di partigiani di Socian, combatté invece con le forze di Mussolini contro in Francia e Grecia-Albania, dove rimase prigioniero fino a dopo la fine del conflitto.
Aggiunge che nella sua famiglia c’era un partigiano: Vladimir Cernuta (ma non é chiaro se facesse parte del gruppo di Socian e se si, da quando). Infine ricorda la scena orribile dei cadaveri dei militi della GNR esposti.
ANGELA (ANNA) POHAR KLAVORA ED IL MARITO TONA VALAS
Dicono che tutti sapevano e testimoniano lo stato dei corpi mostrati nello shock-tour e dice che Perpignano frequentava la signora Ida Manganella (che siano la “Iva” figlia di “Anna” parente di Myza Komac di cui Russo parla a pag.17?)
ANNA STRUKELJI “una signora dolce e sofferta che dalla distruzione di Bretto, il suo paese di origine, cioè da quell’l1 ottobre 1943, non ha più avuto -un giorno di sole nella sua vita-”
Operaia della miniera dice che non si faceva che piangere per i danni causati dai partigiani. Che ha visto i cadaveri deturpati portati in esposizione dai nazifascisti
NINO MANGANELLA
Nipote di uno degli operai della centrale. Pensa che tutta la storia fu una bravata mele organizzata che portò vergogna ai partigiani sloveni.
SIGNOR SULIGOI
Studioso di Plezzo. Commenta gli avvenimenti dicendo che a suo avviso questa vicenda fu una “papera” (sic) e che il movimento ufficiale dei partigiani (Ma di che “movimento” parli non é chiaro: il NOV i POJ? Cosa intende con quell’ -ufficiale-?)
DON RUPNIK
Parroco di Caporetto dice che qualcuno gli dichiarò che i militi della GNR avevano “avuto quello che si meritavano” ma molta più gente invece era indignata della vicenda.
SANDI SOSIC
Dice che Socian agiva a nord di Plezzo e Srecko a sud ma si riunivano solo per le azioni più importanti, mentre il capo brigata era Ursic
FLORIANO SOSIC E L’AMICO DINO ZANGRANDI
Dicono che Socian era terribile, che i partigiani non ce l’avevano con l’Italia ma contro i fascisti, che in malga Bala non poterono sparare per non essere sentiti dai fascisti (ma a pag.146 Russo non parlava di un colpo di revolver?). Ah, dicono anche che tutti sapevano.
FERDINANDO KRAVANJA
Classe 1927. Ex partigiano sloveno compagno di Socian (ma solo verso il termine del conflitto: non all’epoca dei fatti, anche se a Tarvisio si vocifera diversamente) dice che “Socian, non solo con la storia dei carabinieri, ma anche e soprattutto con quella, ha fatto molto male alla causa slovena!”. La dichiarazione può apparire interessante in quanto chi parla é un ex partigiano, tuttavia bisogna tener conto che si tratta sempre dell’opinione di qualcuno che non ha assistito ai fatti (all’epoca aveva diciassette anni e non sappiamo cosa facesse) che potrebbe benissimo essersi convinto della bontà della versione propagandata dai nazifascisti. Aggiunge inoltre che tra i partigiani di Socian vi era anche tal Cirillo Kaska di Cave (oramai deceduto) ma che anche questi vi entrò solo verso la fine del conflitto.
ANGELA (DELLA MEA?) E LA MADRE AMELIA DELLA MEA Dicono che si aveva paura dei partigiani e testimoniano lo stato dei corpi visti allo shock-tour
MARIA SULIN “vecchietta arzilla e gentilissima, piena di vita e senza mezzi termini”
Impiegata comunale che il 10 ottobre 1943 si trovava sul camion dei tedeschi che venne assaltato dai partigiani (e che faceva sul camion pieno di nazisti? era forse una loro collaboratrice?). Dice di essere informata sui fatti perché ha lavorato molti anni in comune. (???)
L’elenco di testimoni più corposo e completo del libro (hanno tutti un nome e di molti vien specificato pure dove risiedono) é quello di coloro che testimoniano chiacchere del paese, opinioni personali e poco altro, tutti accusanti i partigiani nonostante “la versione più divulgata e accreditata sosteneva che i carabinieri rinvenuti congelati e orribilmente deturpati in malga Bala fossero stati uccisi dai tedeschi” (p.185). Il sospetto che questo lungo e corposo elenco sia stato inserito nel testo solo per controbilanciare la magrezza delle prove (aneddotica e card-stacking) a favore della versione sostenuta può farsi facilmente certezza.
5.08 TESTIMONI IN FAMIGLIA
Oltre a molti testimoni che partecipano alle interviste con un coniuge/amico/parente con cui condividono le opinioni siamo forse di fronte ad una possibile rete di testimoni vicinissimi fra loro:
Myza Komac Flajs della Bausiza é sposata a Toni Flajs e ha una nipote di Cave chiamata Iva cui é imparentata per via della madre di Iva, Anna. Myza é forse pure parente del testimone Leopold Komac.
Toni Flajs, che si suppone viva in Bausiza con la moglie Myza Komac Flajs, non é forse parente di Bepi Flajs, anch’egli della Bausiza (località di neanche 20 case)? Che siano fratelli o primi cugini?
La signora Iva (pag.17) é forse Iva Manganella moglie del testimone Nino Manganella
Anna (pag.17), figlia di Iva, potrebbe essere Anna Strukelj o, meno probabilmente Anna Pohar Klavora
Ferdinando Kravanja é forse parente di Lojs Kravanja (Gajger)?
Di certo Lojs Kravanja (Gajger) é sposato con Mafalda, di Uccea ed ha una sorella di nome Myza (pag.148).
Komac Giovanni é parente di Myza Komac Flajs?
E’abbastanza comune che in comunità non particolarmente ampie s’incontrano nomi simili e persone strettamente imparentate, per cui ciò NON dovrebbe costituire un elemento a sfavore delle testimonianze. Ciò che invece fa sorgere dei dubbi é il fatto che in un testo in cui é già evidente lo spostamento dell’attenzione (tipo i militi della GNR che vengono chiamati sempre “carabinieri” ed i nazisti ridotti banalmente in “tedeschi”), si citino alcune persone solo per nome oppure persone dallo stesso cognome oppure col nome da nubile e poi da sposata e che abitano praticamente una a ridosso dell’altra evitando ogni chiarimento su chi siano e che relazione intercorra (o non intercorra) fra loro. Tutti questi nomi che ritornano meriterebbero un minimo di chiarimento, soprattutto a causa delle numerose altre incongruenze del libro. Tanta imprecisione grossolana fa sorgere il sospetto che si voglia celare la vicinanza dei vari testimoni per farli apparire maggiormente slegati ed indipendenti gli uni dagli altri.
Se così fosse avremmo ben nove testimoni (in particolare il trio Gajger, Bepi Flajs e Myza Komac) imparentati e/o perlomeno vicinissimi tra loro. Chi sono le “Ida e Anna” di pag. 17? Ferdinando Kravanja é forse il fratello di Lojs Kravanja? Gajger e Bepi Flajs sono cugini o amici per la pelle fin da giovani? Che questa Myza sia Myza Kravanja sposata in prime nozze Komac ed in seconde nozze Flajs? Dubbi che sorgono a causa dell’ambiguità del testo.
5.09 IL SILENZIO PARTIGIANO
Nel discendere da malga Bala, uno dei 21 partigiani, con la scusa di un bisogno corporale fugge (pag.183). Non sappiamo da dove sia giunta quest’informazione, né chi fosse quest’uomo, né che posizioni umane e politiche avesse né dove sia andato né perché (potrebbe essere colui che informò i nazisti? E’un’ipotesi che nel libro non viene nemmeno presa in considerazione) ma sappiamo che a Russo questa semplice informazione basta per considerarla dimostrazione di dissidi interni su quanto avvenne in malga.
I partigiani dunque si disperdono in più gruppetti e tornano autonomi (pag.183)
Russo scrive che l’azione di malga Bala, a differenza di altre non viene “osannata, pubblicizzata, ampliata e glorificata” come le precedenti ma venne fatta cadere velocemente nel dimenticatoio (pag.183) nonostante l’azione fu volutamente violenta e impressionante proprio perché gli italiani ricordassero per sempre quella data (pag.121). E su questa stranezza ho già detto.
5.10 LA NON-REAZIONE DEI NAZIFASCISTI
Socian era ricercato ma “solo sulla carta” poiché “nessuno effettivamente faceva qualcosa per sorprenderlo o arrestarlo, né i carabinieri, né i militi della Milizia, né i finanzieri e neppure gli alpini del Tagliamento; tanto meno i soldati tedeschi […]”. Non v’é nessuna azione, nessuna rappresaglia contro la popolazione, niente di niente. La stessa popolazione si aspettava una “vendetta tedesca” (pag.187) con una rappresaglia come quella di Bretto dell’ottobre precedente (che seguì l’uccisione di tre soli nazisti), ma ciò non accade. L’azione che i nazifascisti effettivamente compirono contro i partigiani fu fare propaganda antipartigiana con le foto dei corpi dei dodici. Nei giorni in cui vennero effettuate le ricerche l’unica cosa che fecero i “tedeschi” fu mettere a soqquadro case e fienili (pag.162), ma non effettuarono alcuna esecuzione “d’esempio”. Perché?
L’ipotesi più probabile a mio avviso é che avendo già tirato molto la corda con la strage di ottobre e consci che un’ulteriore azione del genere avrebbe minato eccessivamente i rapporti con la comunità locale, i nazisti preferirono stavolta volgere la paura della popolazione non verso sé stessi bensì verso quei partigiani che godevano dell’appoggio locale (se la popolazione fosse stata davvero compatta nel condannare i partigiani non sarebbe stato necessario spingere con così tanta forza la propaganda). Ne deriva che i corpi massacrati, nelle mani dei nazisti furono un potentissimo strumento mediatico. Non solo: maggiori erano le mutilazioni e maggiore era la loro forza mediatica.
5.11 LO STUPORE DEI PARTIGIANI
5.12 POSTUMI PARTIGIANI
Russo scrive che dopo l’azione di malga Bala i partigiani si resero conto di averla fatta grossa con quell’esecuzione che “doveva essere terribile e tremenda” per “servire da monito a tutti gli altri” (pag.121) e fu “preparat(a) minuziosamente” (pag.104) per far “morire in maniera atroce” dei carabinieri “a nome di tutti gli italiani”, ma al tempo stesso scrive pure che il fatto che fosse tanto violenta é indice che qualcosa era stato “fatto sfuggire di mano” (pag.187).
L’esecuzione volutamente atroce preparata minuziosamente risultò, dice, oltraggiosa per l’immagine del partigiano comunista sloveno e per il nascente comunismo di Tito (pag.187). Per questo i partigiani di Socian subirono un sommario processo in cui alcuni vennero degradati e Socian “vedrà interrotto e per qualche tempo compromesso il proprio prestigio e il proprio potere” “ma dopo riuscì a riabilitarsi quasi del tutto” (pag.187).
Anche qui ripeto quanto sia strana l’ipotesi di Russo di un piano studiato a tavolino per essere un monito esemplare MA al tempo stesso che “sfuggì di mano”.
Dopodiché Russo elenca alcuni eventi ed azioni che riguardarono i partigiani del gruppo di Socian nelle settimane e mesi successivi, commentando che le azioni si intensificarono anche per far dimenticare gli eventi della Bala:
Due partigiani vennero uccisi nel bar “Golobar”
Russo scrive che seminarono “terrore e morte” nel territorio che va da Saga a Caporetto, dalla resina alla Raccolana, da Plezzo a Lepena, da Sonzia a Oltresonzia fino alla val Natisene, ma non specifica nemmeno un caso in cui dei civili furono uccisi o fatti terrorizzare.
Compirono diversi tentativi di sabotaggio alla linea telefonica che passa da Plezzo e collega Roma a Vienna e Berlino
Compirono un violento attacco al forte della chiusa provocando numerosi morti e feriti.
I nazisti, inseguendo i partigiani, grazie al tradimento di un “attivista” di Pluzna, uccisero Svonko assieme a due ragazze adolescenti che appartenevano al gruppo di Socian
Silvio Gianfrante riuscì a circondare quattro fortini in mano agli italiani, facendo oltre cento prigionieri che però liberò subito (pag.214 qui nessun commento da parte di Russo)
Socian attentò più volte alla miniera
Grazie alla collaborazione dell’operaio Krast, i partigiani di Socian raggiunsero il 15° livello sotterraneo della miniera, catturarono il guardiano Pietro Favaretto “costringendolo al silenzio” (non é chiaro se intenda dire che fu semplicemente minacciato o é un’eufemismo per intendere che fu ucciso) e dopo aver sistemato delle cariche si diedero alla fuga. Le esplosioni fecero scuotere l’intero abitato di Cave ed allagarono tutti i livelli inferiori della miniera, che restarono impraticabili per oltre un anno.
Socian, assieme ad altri 32 partigiani (ossia in 33, come gli anni di Cristo) tentarono un’operazione in Austria che però andò male (Russo commenta che “quei tedeschi erano più preparati di quelli operanti tra Plezzo e Cave” e che i partigiani dovettero fuggire precipitevolissimevolmente)
Nonostante il testo riporti costantemente che i partigiani terrorizzassero la popolazione con continue azioni violente contro la comunità, le uniche azioni che il testo documenta sono operazioni di sabotaggio e guerriglia
Infine Russo sostiene che Ursic fu “isolato, abbandonato e tradito dai suoi stessi uomini solo perché si era fatto sfuggire di mano l’azione della Bala” (pag.187). Pure in questo caso si tratta di un’affermazione che non ha né fonte né spiegazione al di fuori dei pensieri di Russo.
5.13 PRIMO DOPOGUERRA E DIMENTICATOIO
INSERTO STORICO Al termine del conflitto l’Italia si ritrovava divisa e distrutta, lo scenario internazionale era cambiato drasticamente dall’inizio della guerra e gli sforzi per rimettere in sesto le infrastrutture convivevano con tensioni politiche, economiche e sociali ancora altissime. Si iniziò a discutere seriamente del nuovo assetto istituzionale (monarchia o repubblica), i diversi gruppi partigiani continuavano ad esistere nei rispettivi partiti di riferimento. Il confine orientale si ritrovava in una situazione ambigua, contesa fra Italia e Jugoslavia in una lotta di confine che, per interessi strategici, si estendeva fino a Stati Uniti e Russia.
Nel settembre 1943, con la caduta del fascismo, nelle zone del confine orientale che venivano liberate si assistette al periodo delle “foibe istriane“: una serie di linciaggi ed esecuzioni anche molto violenti che si verificarono nell’arco di venti giorni a causa di un momentaneo vuoto di potere causato dall’Armistizio di Cassibile in cui la rabbia della popolazione locale nei confronti degli occupanti fascisti esplose in maniera tanto caotica da esser difficilmente contenuta dal controllo partigiano che riuscì a stento
“[…] a imporre parvenze di processi e disciplina a quella che fu più che altro l’esplosione della rabbia popolare covata in un ventennio di violenze, portate poi al parossismo con l’invasione della Jugoslavia. Questa situazione si tradusse in veri e propri linciaggi, condotti in taluni casi da criminali comuni infiltrati, alcuni dei quali furono poi identificati e condannati a morte dalla stessa giustizia partigiana” (fonte)
Gli episodi di vendetta anche nazionalistica portarono all’uccisione di 200-500 (max 700) tra fascisti e collaborazionisti jugoslavi, cui seguì uno strascico di condanne a morte di alcuni dei colpevoli da parte della giustizia partigiana ed una prima ondata di fughe verso l’Italia di fascisti che temevano di finire in mano degli jugoslavi. A questa prima ondata di fughe, che dopo aver raggiunto l’apice nel 1944 si protrasse fino al termine del conflitto, seguirono altre ondate questa volta composte perlopiù da civili: si trattò in alcuni casi di sfollamenti dovuti ai bombardamenti angloamericani, emigrazioni volontarie dovute dal non voler vivere in terre ora governate da comunisti o dall’aver perso il possesso di beni e terreni ricevuti dal governo fascista che dopo averle strappate alla popolazione slava li aveva ridistribuiti a famiglie italiane e che ora ritornavano in mani jugoslave.
Al termine del conflitto, esattamente come avvenne in diverse parti d’Europa, seguì un periodo di rivalse anche omicide su coloro che in qualche maniera collaborarono coi regimi nazifascisti. Nuovamente la rabbia popolare si riversò in maniera disordinata colpendo il nazifascista “che la farebbe franca”, la spia vera o presunta, il funzionario che permise il mantenimento del regime, l’amante di un soldato tedesco, l’insegnante ed il postino. In tutto ciò s’inserirono ovviamente anche questioni personali che non avevano a che fare direttamente con il conflitto.
Giustizia sommaria, umiliazioni pubbliche, soprusi, percosse, e stupri a danno di donne tedesche si verificheranno un po in tutte le zone colpite da occupazione.
Nel primo dopoguerra verranno istituiti rifugi per gli esuli istriani in diverse città d’Italia ove però l’arrivo di questi profughi fu spesso motivo di tensione in quanto erano unanimemente considerati fascisti o filofascisti (si ricordano a proposito le proteste dei ferrovieri di Bologna e dei portuali di Venezia ed Ancona).
Ci si chiedeva, in quei mesi, come comportarsi con ex fascisti, collaborazionisti e rappresentanti del fascismo che magari non s’erano macchiati direttamente di crimini, ma col cui agire o non-agire avevano permesso il mantenimento del regime. I fascisti, nel frattempo, cercavano di reintegrarsi nella società, sottacendo o rinnegando il proprio passato in cerca di una sorta di nuova verginità, celando, sminuendo e mascherando le proprie responsabilità.
E’ in questo clima che la vicenda di malga Bala viene fatta cadere nel dimenticatoio. Russo lamenta di come le informazioni del periodo sui fatti di malga Bala siano grossolane ed imprecise. Un caso su tutti é un testo presentato a pag.235 datato 5 ottobre 1945 dal vicebrigadiere di Cave Adolfo Ballerino in cui la strage ed incendio di Bretto dell’ottobre 1943 vengono segnalati come avvenuti “In un giorno imprecisato del mese di marzo 1944 e precisamente qualche giorno prima da quello in cui avvenne l’uccisione dei carabinieri”, che i (tre-quattro) tedeschi la cui uccisione scatenò la rappresaglia nazista erano “un numero imprecisato”, il commissario Hempel viene trascritto “Empel”, l’incendio del paese e strage di civili sono ridotti ad un sibillino “rastrellamento con la conseguenza della distruzione immediata della frazione” e che:
“Risulta che pochi giorni dopo della costituzione del Distaccamento, a causa delle rappresaglie compiute da parte dei tedeschi alle famiglie di Bretto, un gruppo di partigiani slavi si presentava al Distaccamento dei Carabinieri col proposito dì chiedere informazioni circa gli atti di rappresaglia compiuti ai danni della popolazione di Bretto Superiore. A tale dichiarazione, i carabinieri, i quali come sempre e dovunque collaborarono con i partigiani, permettevano l’accesso al Distaccamento senza pensare che potevano essere prelevati, condotti altrove per le torture che subirono”
“Non risulta che i carabinieri del Distaccamento sopra accennato abbian preso parte a fatti d’armi o che abbiano partecipato a rastrellamenti“
“E’ da escludere che i carabinieri del Distaccamento di Bretto vennero trucidati dai tedeschi, […]”
(pag.235 – grassetti miei)
Russo commenta amaramente che questi testi siano segno di disinteresse e scarso approfondimento
“E’ difficile per noi oggi decifrare questo linguaggio e cercare di capire le ragioni di tali affermazioni. Possiamo solo tentare di capire il più possibile, ricordandoci che in quel periodo sia a Cave che a Tarvisio si viveva con la paura che alcuni partigiani slavi comunisti potessero varcare il Passo del Predil e minacciare da vicino la popolazione e le autorità competenti. Diversamente non si spiegano certe affermazioni” (pag.232)
Russo spiega il tutto con il terrore dei partigiani. Eppure é assolutamente lampante ciò che il testo rivela di sé: il suo succo é “noi carabinieri siamo buoni, collaboravamo addirittura con i partigiani; i tedeschi hanno fatto solo dei rastrellamenti (la distruzione del paese era un fatto troppo evidente per non esser citato seppur tanto lievemente ndr) ma noi non abbiamo mai collaborato con loro né abbiamo mai sparato un colpo contro nessuno. Ah! i tedeschi non sono neanche responsabili di quel brutto fatto dei dodici uccisi”. L’uso di date generiche o sbagliate potrebbe al tempo stesso essere un errore o una scelta volontaria per complicare il lavoro di chi volesse fare qualche ricerca dettagliata. E se ci fosse qualche dubbio basta far notare che il testo venne redatto ad ottobre del 1945, quando lo status degli ex repubblichini era ancora da definirsi e questi (tra cui i carabinieri) tentavano di ripulire le proprie posizioni.
INSERTO STORICO Sarà solo nel giugno del 1946, con l’amnistia Togliatti che repubblichini e collaboratori potranno sentirsi certi dell’impunità, ma questo nell’ottobre del 1945, all’epoca della redazione dei documenti riportati da Russo, non si poteva ancora sapere. Solo diversi decenni dopo, con la scoperta dell’armadio della vergogna, si avrà la prova certa di ciò che avvenne in maniera sistematica in quei mesi ed anni, ossia l’occultamento volontario da parte di funzionari italiani della documentazione relativa a crimini di guerra atroci permettendo così a centinaia di criminali ed assassini di restare in circolazione impuniti. E se ciò fu possibile per stragi e crimini di guerra e non v’è da stupirsi che lo stesso occultamento avvenne anche su casi meno noti o minori. Ciò che accadde in quegli anni fu un gioco di temporeggiamenti, tensioni, carte bollate, equilibrismi e muri di gomma: l’Italia non si mosse per fare chiarezza sui crimini dei nazifascisti per evitare che al tempo stesso Jugoslavia, Libi, Etiopia ecc. chiedessero a loro volta conto all’Italia dei crimini fascisti ed in questo fu, se non aiutata, perlomeno non ostacolata a livello internazionale dai paesi interessati più al fatto che l’Italia si riprendesse in fretta per contrastare il blocco sovietico, che non alla risoluzione dei crimini che aveva effettuato. In effetti tali richieste arrivarono dalla Jugoslavia quasi immediatamente e la risposta italiana fu quella di temporeggiare, così come con le richieste della Grecia, così come vennero fatte lentamente affossare le richieste etiopi mentre quelle Libiche si risolveranno formalmente solo nel 2008.
Un altro documento, presentato a pag.239 e datato 6 ottobre 1945, segue grosso modo le stesse linee: dice che la zona fosse continuamente assediata dai partigiani, sposta la strage di Bretto da ottobre 1943 a febbraio 1944, parla dell’incendio ma dice solo che vennero arrestate alcune persone, che il colonnello Hemel, per disperazione, istituì il distaccamento della centrale, ma che la mera presenza di questo nucleo fisso di carabinieri “determinava nei patrioti jugoslavi un accresciuto sentimento d’odio verso i nostri militari e la falsa convinzione che i medesimi erano stati colà dislocati per ostacolare l’attività partigiana. Con tale premessa riesce ben comprensibile il bestiale proposito e la carneficina che i partigiani slavi compirono sui dodici carabinieri. Otto giorni dopo il massacro, con un secondo rastrellamento nazifascista, le dodici salme potevano venir rintracciate e recuperate. L’opinione pubblica in merito è unanime nel riconoscere che l’eccidio fu commesso dai partigiani jugoslavi” (pag.240). Dopodiché continua parlando di “LIKER” e di JANKO” parlandone come se si trattasse di due persone diverse.
Se nel primo testo quel’ “Empel” potrebbe suggerire una redazione sotto dettatura ad un dattilografo italiano non germanofono, qui la separazione di Socian in due persone distinte, potrebbe indicare che il testo venne redatto da persone nient’affatto immerse nella realtà locale (non é da escludere anche in questi casi la possibilità che si tratti di errori voluti). Anche qui si sminuisce la brutalità tedesca (evitando perlomeno il ridicolo tentativo di camuffamento dell’incendio visto nella lettera precedente) ma c’é una fortissima componente di odio antislavo. Se nel testo precedente gli slavi erano accusati dei fatti di malga Bala per esclusione (non motivata) dei tedeschi, qui li si accusa esplicitamente ma appoggiandosi al fatto che ciò sia opinione pubblica condivisa. Nonostante il linguaggio più diretto ed una maggiore componente antislava, anche questo testo si premura di far passare i militi della GNR come neutri spettatori di fatti qui descritti.
L’autore rimarca che nel dopoguerra i fatti di malga Bala furono presto dimenticati e che anche tra i militi dell’arma quell’evento rimase nella memoria solamente come una macchia di cui vergognarsi in quanto la convinzione diffusa era che Perpignano si fece fregare (pag.237). Col passare degli anni, poi, le nuove generazioni ne avrebbero saputo sempre meno.
In realtà, leggendo il testo di Russo vedo emergere una motivazione di questo silenzio radicalmente diversa. Come Russo stesso afferma a pag.185 e pag.219 la popolazione era convinta che il massacro fosse stato opera dei tedeschi e che fosse avvenuto con picconi e spranghe ma al tempo stesso la distruzione della centrale elettrica (che ai tedeschi non poteva far certo piacere) dimostrava chiaramente l’intervento partigiano. I militi italiani, invece, erano stati sì coinvolti nel recupero delle salme, ma sempre sotto controllo nazista (vedi sottocapitolo 5.01). La mia impressione dunque é che fin dai primi momenti fu chiaro a tutti che la vicenda dei cadaveri martoriati venne trattata in modo “sporco” dai nazisti ma sia i filofascisti che gli stessi militi repubblichini furono costretti a far buon viso a cattivo gioco. Per questo ritengo che se vi fu questo silenzio sulla vicenda non si trattò di silenzio omertoso dovuto a paura, né silenzio per “vergogna” del comportamento di Perpignano, bensì silenzio riguardo a qualcosa di cui proprio chi non parlava aveva di che vergognarsi, ossia l’aver apertamente sostenuto una versione dei fatti che sapevano falsa.
Se posso permettere un paragone azzardato direi che siamo di fronte a quello stesso meccanismo per cui le centinaia di migliaia di persone che all’epoca dei fatti difesero a spada tratta un certo presidente del consiglio che abusò del proprio potere per proteggere una prostituta minorenne con la quale aveva avuto dei rapporti durante dei festini orgiastici, a distanza di anni parlano di quei fatti a bassissima voce, mormorando fra i denti varie versioni del “Si, in effetti ha sbagliato MA…” cui seguono altrettanto fantasiose varianti del “quando c’era LUI” (LUI, non LVI, che non son proprio la stessa cosa anche se vengon entrambi da quello stesso polverone lì)
6.00 POTREBBE ANCHE ESSERE ANDATA COSI’
A differenza di quanto fa il libro “Planina Bala” ritengo che quanto ora affermerò si tratta di una MIA PERSONALISSIMA IPOTESI NON AVVALORATA DA ALCUNA PROVA OGGETTIVA E SENZA ALCUNA PRETESA DI STORICITÀ’ e che si, qualcuno potrebbe ritenere anche falsata dalle mie impostazioni di fondo che tuttavia non nascondo avendole esplicitate negli inserti storici di questo post.
Basandomi proprio sulle informazioni provenienti da “Planina Bala” (una volta ripulite, ovviamente) ritengo che uno scenario più plausibile sia il seguente:
SABOTAGGIO) I partigiani compiono il sabotaggio alla centrale, forse con la collaborazione di alcuni operai. Sono presenti Ursic, Socian e Srecko. Dopodiché riescono ad introdursi nella casermetta e sequestrano i dodici militi della GNF giunti da pochissimo nel territorio (tutta la menata sulla parola d’ordine é ridicola e trascurabile, nonostante Russo ci insista perché il suo intento é “riabilitare” Perpignano portandolo allo stato di sacra vittima).
MOTIVAZIONE) Il motivo del rapimento é lo stesso di tutti i rapimenti partigiani: scambio di prigionieri (magari compagni di Ursic rinchiusi chissà dove, il che potrebbe fornire un motivo per giustificarne meglio la presenza) e/o offerta della possibilità di passare dalla parte della resistenza. I dodici militi difatti erano arrivati da pochissimo e non stupisce possano aver dato l’idea di essere potenziali avversari del fascismo.
FUGA) Fuggono attraverso il percorso effettivamente indicato e giungono in Bausiza e probabilmente facendo effettivamente trasportare ai sequestrati parte delle scorte della casermetta (ma non una quantità eccessiva: dovevano fuggire di notte ed in fretta su un sentiero molto impervio). Alcuni abitanti della zona vedono la carovana passare ed interagiscono con loro.
NOTTE ?)Da qui in poi il racconto che fornisce Russo é assai inquinato e gli elementi certi che fornisce sono troppo pochi e incerti per farsi un’idea esatta di cosa accade, ma considerando che la storiella della soda caustica é certamente una fregnaccia (che dodici persone assumano contemporaneamente e non forzatamente un piatto di -boh, zuppa?- condito di varechina e soda caustica senza accorgersene dall’odore appare alquanto improbabile), che la dichiarazione di Mafalda riguardo al fatto che fecero da mangiare sia per i partigiani che per i sequestrati non ha nessun indice temporale, che la presenza di Ursic non era certo indispensabile e che (come vedremo) considerare come data delle uccisioni il 25 marzo anziché il 24 é probabilmente una forzatura forse di vero c’é che prima di salire in Bala fecero una sosta a mangiare nascosti nei fienili di Gajger in Logje.
UCCISIONI) Notte da Gajger o meno ci ritroviamo infine a malga Bala dove si possono immaginare quattro scenari:
a1) Scenario ostaggi. Se il sequestro fu inteso per uno scambio di prigionieri si può supporre qualcosa andò storto (p.es: quando Ursic giunge potrebbe aver comunicato che i compagni da liberare erano già stati uccisi) e si decise di fucilare i prigionieri in quanto non più utili come ostaggi ed indisposti a passare da parte dei partigiani.
a2) Scenario scelta. I dodici militi posti dinnanzi alla scelta dello schieramento scelgono l’RSI ed i partigiani li fucilano.
b1) Scenario scontro a fuoco 1: i tedeschi sono alle calcagna dei partigiani e questi decidono di fucilare i militi sequestrati
b2) Scenario scontro a fuoco 2: i tedeschi raggiungono i partigiani ed i dodici militi sequestrati si trovano fra il fuoco incrociato di partigiani e tedeschi (Versione Crnugelj)
Purtroppo Russo non riporta alcunché delle motivazioni espresse dai partigiani che non siano quella da lui proposta, ma a pag.196 v’é questo botta-e-risposta tra Russo e Hrovat che, pur prendendolo con estrema cautela (s’é ben visto quanto siano tagliuzzate le interviste di Russo), se confermata potrebbe far pendere verso gli scenari “a1” e “a2” (che a mio parere sembrano le più plausibili)
Chi ha ammazzato i carabinieri? “Noi!” In “quel” modo? “No, noi li abbiamo sparati!”
In ogni caso, una volta morti i dodici, i partigiani se ne vanno da malga Bala.
GAJGER E FLAJS) Gajger, rimasto sempre a Logje, saputo che i sequestrati erano stati uccisi il 24 marzo, il giorno dopo va a malga Bala per recuperare i beni e le divise dei militi uccisi (di iniziativa propria o su richiesta dei partigiani). Nel caso delle versioni scontro a fuoco ciò potrebbe aver avuto come scopo anche il dare una minima sistemazione ai corpi. Si fa aiutare da Bepi Flajs cui chiede di salire con lui per aiutarlo. Giunti in malga Gajger vede numerosi bossoli a terra (pag.186) [interessante notare come Russo ne parli, dicendo che –Solo Lojs Gajger ci ha dichiarato di aver trovato davanti la porta della malga “un mucchio enorme di bossoli”, segno evidente che i carabinieri erano stati sparati-. Se Gajger fosse stato sul posto durante le uccisioni avrebbe semplicemente visto i bossoli, ma quel trovato fa intendere che si trattò di una scoperta, il che pone la presenza in malga di Gajger solamente dopo i fatti e non durante]
RICERCHE) Nei giorni seguenti si effettuano ricerche ed i tedeschi trovano i corpi il 30 o 31 marzo (nel caso degli scenari scontro a fuoco 1 e 2 se ne dovrebbe dedurre che i militi della GNR passarono diversi giorni assieme ai partigiani oppure che lo scontro avvenne il 24 marzo e la “scoperta” avvenne al 30 o 31 marzo perché vi fu maltempo anche in quei giorni e/o che i nazisti temporeggiarono per decidere che fare con i corpi. Entrambi i casi mi sembrano tuttavia meno probabili dell’escuzione -ammessa da Hrovat- dei dodici seguita a giorni di ricerche infruttuose)
RECUPERO) Sta di fatto che i corpi vengono ritrovati dai nazisti i quali decidono di sfruttarli a loro favore per fare propaganda antipartigiana, in quanto la popolazione già subì un duro colpo ad ottobre e che dopo tale “bastonata” ora conveniva usare un mix di “paura e carote” per non tirar troppo la corda. Pertanto i nazisti decidono di infierire sui corpi per renderli degli atti d’accusa contro la resistenza. Dopodiché trascinano i corpi fuori dalla malga nel modo in cui sapevano farlo: ossia con modi non dissimili da quelli usati dagli alpini sul Golobar. Col filo spinato. Fatto ciò avvertono le milizie italiane che si occupano materialmente al recupero ma sempre sotto l’occhio vigile dei nazisti.
PAESE) In paese tutti capiscono cosa sia successo davvero (“La versione più divulgata e accreditata” era proprio quella che accusava i tedeschi), anche coloro che stanno dalla parte del nazifascismo e della Germania che dunque si trovano a dover difendere e propugnare una versione dei fatti che sanno ben essere falsa.
DOPOGUERRA) Dopo la caduta del nazifascismo i militi delle forze dell’ordine tentano di confondere le carte per allontanare da sé ogni responsabilità di quei fatti. A livello documentale dunque si crea una gran confusione. L’evento però vien presto lasciato dimenticare. Resta dunque un ricordo vago di una vicenda “sporca” che gli ex-fascisti non rivangano perché consci di aver partecipato ad una menzogna scomoda (cui in pochi credettero) e gli ex-partigiani non rivangano perché il fango della propaganda é ancora rimasto attaccato a quei fatti.
RICORDO) Solo diversi decenni dopo, una volta caduto il muro di Berlino, quando la memoria dei fatti si era ridotta al lumicino le mutate condizioni politiche hanno permesso lo sdoganamento degli (ex? neo) fascisti e l’inizio di quel periodo di revisionismo storico iniziato appunto negli anni ’90 ed in cui siamo, purtroppo, ancora immersi e che ha incluso la storia di malga Bala.
E’ impressionante osservare come la versione dei fatti appena proposta (che nonostante i buchi appare decisamente più plausibile e coerente di quella proposta da Russo) possa nascere proprio usando informazioni tratte da “Planina Bala” e questo non certo a causa di completezza del testo (anzi), ma poiché la debolezza delle tesi che il libro afferma obbligano l’autore a cercare di farle sembrar plausibili e lineari consolidandole anche sia con conferme d’opinione che con brandelli di informazioni valide, le quali tuttavia contraddicono proprio ciò che l’autore vorrebbe sorreggessero! Un po come cercare di far sembrare solido un edificio di gelatina aggiungendovi con delicatezza dei vistosi blocchi di metallo in alcuni punti strategici, ma basta un leggero tremore perché questi blocchi inizino a far sentire il proprio peso e distruggere l’edificio dall’interno.
7.00 LE (S)TORTURE
E finalmente arriviamo al clou della vicenda secondo l’interpretazione di Russo. Dunque, cercando di salvare il salvabile si potrebbe a questo punto tentare lo sforzo di mettere una pietra sopra sopra a tutto quanto visto finora nell’idea che si tratti di eccessi, contraddizioni e personalismi di Russo, perdonabili in quanto il nocciolo della vicenda é comunque adamantino. L’impresa é ardua ma tentiamola comunque e concentriamoci quindi sul nocciolo dei noccioli della versione strage, ossia cosa sia avvenuto tra il 23 marzo 1944 ed il 25 marzo 1944 dopo il sabotaggio alla centrale, secondo la versione di Russo. Il racconto di tali eventi, nel libro, va da pag.101 a pag 148. Come per il resto del libro, anche qui la narrazione é inframmezzata da commenti, opinioni personali, aneddoti sulle interviste, frasi estratte dalle interviste, alcune foto della malga attuale ecc. Anche qui non é sempre facile capire chi siano le fonti delle singole informazioni né se una determinata informazione provenga appunto da una fonte o se sia frutto della fantasia descrittiva dell’autore (e le descrizioni degli uccellini saltellanti a pag.131 e la descrizione dei sentimenti del “carabiniere” Franzan a pag.141 sono lì a dimostrare che l’intervento personale nella narrazione é certamente presente).
7.01 I TESTIMONI DELL’UCCISIONE
PARTIGIANI PRESENTI ALLE UCCISIONI
– Silvo Gianfrate (Srecko)
PARTIGIANI NON PRESENTI ALLA STRAGE
– Lojs Hrovat
La posizione dei partigiani é chiara: confermano le uccisioni per fucilazione ma non le torture e manifestano la convinzione che i cadaveri siano stati sfigurati successivamente per fare propaganda antipartigiana.
TESTIMONI CON NOME DELLA PRESENZA DEI PARTIGIANI IN BAUSIZA – Myza Komac
– Qualcuno di quel territorio della Slovenia
Myza Komac testimonia la presenza dei partigiani e dei dodici sequestrati in Bausiza (pag.17,110).
TESTIMONI ANONIMI DELLE UCCISIONI
– L’anonimo figlio di un pastore, amico di Toni Rinaldi (pag.18) che racconta a Russo “quanto suo padre gli aveva ripetuto all’inveroverosimile” tra le lacrime, ma nel testo non vien riportato solo lo sfogo di pianto ma non si fa accenno ad un solo fatto testimoniato: si parla solo di “scene di follia” (pag.145,264)
– “Qualcuno di quel territorio della Slovenia” che ricorda delle “urla agghiaccianti” ma non é dato a sapere dove né quando né chi fosse né dove si trovasse esattamente né perché (pag.127). Potrebbe benissimo essere il figlio del pastore di cui sopra
Questo/i testimone/i anonimo/i in realtà, come vedremo, testimonia/no ben poco. I testimoni anonimi vanno sempre presi in considerazione con estrema cautela in quanto, proprio a causa del non rivelare chi sono, non offrono alcuna garanzia d’affidabilità all’infuori del grado di precisione e coerenza delle loro dichiarazioni che necessiteranno dunque di riscontri maggiori di quelli richiesti ai testimoni identificabili per poter essere credute. In questo caso però siamo di fronte a testimonianze indirette di (un) anonimo/i che si limita(no) a confermare informazioni prive di riscontro fornite (forse) da altri. Un esempio di questa inutilità delle testimonianze anonime lo si può notare a pag.18 in cui l’amico di Rinaldi, parlando del padre dell’amico anonimo racconta che: “[…] aveva seguito quasi passo dopo passo la terribile via crucis dei carabinieri, ben nascosto dietro gli alberi, fin a quando Bepi Flajs di Trenta aveva tentato di coprire i corpi dei carabinieri massacrati con la neve!” in quanto, oltre ad essere testimonianza indiretta ed anonima, sostanzialmente non dice nulla sulle uccisioni, lasciando solo INTUIRE di essere di fronte ad una testimonianza completa di tutti gli eventi che tuttavia non spende nemmeno una sillaba riguardo le uccisioni stesse. (Interessante però osservare come a queste poche righe che ben poco dicono segua un commento entusiastico di Russo a ‘mo di “Eureka!”, cosa che si ripete più volte qualora l’autore narra dell’ottenimento di informazioni corroboranti la sua tesi)
“TESTIMONI” CON NOME DELLE UCCISIONI
– Lojs Kravanja (Gajger), mediata attraverso la moglie Mafalda
– Bepi Flajs
Lo ripeto per chiarezza: la versione strage si fonda su un lavoro di Antonio Russo che presenta notevoli scorrettezze di forma e metodo ed é basato essenzialmente sulle sole dichiarazioni dei due amici Gajger e Flajs.
7.02 MA COSA DIAV………. (PARARSI IL CULO)
Ma prima di apprestarci ad osservare le dichiarazioni di Gajger e Bepi Flajs non si può non riportare queste dichiarazioni che Russo fa a pag.263, praticamente a fine libro:
“E ricordiamoci che nessuno di noi può sapere realmente se alla fin fine essi siano stati totalmente passivi nelle mani dei partigiani per tutte quelle ore di attesa e di duri trasferimenti. Chi ci dice che essi non abbiano tentato la fuga o la ribellione? Chi ci dice che essi non abbiano tentato la rivolta o la difesa o una controffensiva? Chi ci dice che essi non abbiano tenuto testa ai loro carnefici e che non abbiano affrontato la morte gridando il loro profondo affetto per l’Italia, la Bandiera e la divisa del Carabiniere? Chi ci dice che essi non siano morti dimostrando grande fierezza del proprio essere e sentirsi figli dell’Italia che certamente amavano?”
EEEEEEEEHHHHHH????? Ma come? Ma ci sono dei testimoni che forniscono un quadro preciso degli avvenimenti O NO? In tutto il testo viene proposta la versione strage come se si trattasse di una certezza appurata con affermazioni come quella a pag.237 “[…] noi oggi possiamo affermare senza ombra di smentita né di errore che […]” ed a fine libro ci vien rivelato che non possiamo sapere i fatti centrali della vicenda! Se c’erano testimoni che hanno assistito alla mattanza, questi dovrebbero poter rispondere a tali quesiti! O NO? Il fatto stesso che Russo ponga ora queste domande significa che lo stesso autore del libro, nonostante la sicumera con cui ha esposto la sua versione dei fatti, qui si cautela dimostrando la non attendibilità delle sue stesse fonti, lasciando intendere che quanto ha scritto anche riguardo dettagli fondamentali non é basato su informazioni certe.
7.03 CRONOLOGIA EVENTI SECONDO RUSSO
Proviamo ad elencare una ad una le singole informazioni riguardanti gli eventi del 24 e 25 marzo 1944 tentando di capire quale possa essere la fonte da cui Russo le ha attinte, dato che nel testo le fonti vengono semplicemente “lasciate intendere”
24 marzo
A mezzogiorno la comitiva trova riparo in un fienile abbandonato sotto alcuni speroni rocciosi dell’Izgora, sul versante della Bausiza (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Durante la sosta, che fu breve, tutti, inclusi i prigionieri, bevvero acqua tiepida zuccherata (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Riprendono il cammino. Alcuni partigiani in avanscoperta ed altri in fondo alla comitiva (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Un pastore che sta facendo pascolare le pecore vede la comitiva e dice ai partigiani “Ragazzi ricordatevi che sono sempre nostri amici” ma i partigiani non lo ascoltarono. Erano 18 partigiani e 12 sequestrati (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA / PASTORE: NON IDENTIFICATO FORSE IL PASTORE ANONIMO PADRE DELL’AMICO DI RINALDI?]
NB: Bepi Flajs certamente non é presente agli eventi successivi e quindi può aver solo saputo quanto riferito da Gajger e sua moglie Mafalda che sono, dunque, gli unici due testimoni possibili delle prossime dichiarazioni.
La comitiva giunge a casa di Gajger (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Probabilmente in questo momento i partigiani donano o danno in deposito alla famiglia Gajger i beni presi dalla caserma (pag.119) [FONTE: SCONOSCIUTA]
I sequestrati vengono chiusi nel fienile e gli vien portata ancora acqua zuccherata (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I partigiani chiamano più volte Perpignano “traditore fascista” (pag.113) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Nel primo pomeriggio giunge ai “diretti guardiani dei prigionieri” l’ordine di riprendere la marcia verso l’altopiano di Logje (pag.113) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Alcuni partigiani restano a casa di Gajger per attendere Ursic (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Mezz’ora dopo la comitiva é a Logje (pag.114)[FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I sequestrati vengono rinchiusi in una delle stalle di Gajger (pag.114) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Poco dopo i sequestrati vengono spostati in una stalla ove era più difficile scappare. Alcuni partigiani, armati, fanno la guardia (pag.114)[FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Alcuni partigiani si riuniscono “in uno stavolo” di Gajger davanti a un caminetto acceso (pag.119), mentre altri stanno più a valle in avanscoperta [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Arriva Ursic assieme a due suoi compagni ed ai partigiani che erano rimasti a casa di Gajger ad aspettarlo (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I familiari di Gajger (sua madre, la sorella Maria e la moglie Mafalda) preparano da mangiare per tutti (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Dopo aver mangiato i partigiani discutono sulla sorte dei prigionieri (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I capi partigiani (Ursic, Srecko, Socian e Hrovat) vogliono uccidere i sequestrati e alla fine hanno la meglio sugli altri partigiani, anonimi e contrari (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Confermata la decisione i partigiani si stringono le mani e brindano [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Le donne di casa Gajger apparecchiano la cena e mettono sul pentolone la cena per gli altri partigiani e per i sequestrati. [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
“Nei recipienti destinati ai prigionieri, nella ilarità generale, alla fine furono gettati diversi pugni di sale nero, tipo solfato di magnesio meglio conosciuto come sale inglese, di quello che si dà agli animali quale purgante. Prima di chiudere i recipienti, qualcuno vi versò dentro anche il contenuto di una bottiglia di soda caustica e di varechina, con atteggiamento trionfale di grande vittoria e di enorme soddisfazione, nella compiacenza euforica generale!” (pag.122) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Alcuni partigiani s’incaricarono di portare il cibo ai sequestrati, altri partigiani andarono a dormire e diversi di loro ridiscesero la via della Bausiza assieme a Mafalda, Maria e alla mamma di Gajger. (pag.122) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I partigiani che s’erano incaricati di dar da mangiare ai sequestrati gli servono il cibo avvelenato e poi si allontanano dalla stalla ridendo (pag.122) [FONTE: SCONOSCIUTA]
I sequestrati si contorcono dal dolore ed urlano. Qualcuno del posto li sente. (pag.127) [FONTE: SCONOSCIUTA, FORSE FIGLIO DEL PASTORE O BEPI FLAJS]
25 marzo
Dalla Bausiza tornano a Logje i partigiani che avevano dormito nei fienili di Gajger (pag.128) [FONTE: FORSE GAJGER]
La comitiva s’incammina verso malga Bala (pag. 128) [FONTE: FORSE GAJGER O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
La comitiva, dopo due ore di cammino arriva a malga Bala (pag.131) [FONTE: FORSE GAJGER O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
NB: da quanto sostiene Russo, dietro alla comitiva di partigiani e sequestrati ci sono Bepi Flajs, l’anonimo pastore padre dell’amico di Toni Rinaldi ed “altri pastori” che, stando nascosti dietro agli alberi a decine di metri di distanza non possono vedere ciò che accade dentro alla malga. Pertanto l’unico testimone degli eventi interni alla malga può essere solo Gajger.
Appena giunti i sequestrati vengono costretti ad entrare dentro alla malga nella sua stanzetta piccola a destra (pag.139) [FONTE: GAJGER?]
Nella stanzetta i sequestrati si buttano a terra col fiatone (pag.141) [FONTE: GAJGER?]
Alcuni partigiani dentro la malga bevono un goccio di grappa (pag.141) [FONTE: GAJGER?]
Alcuni partigiani, dopo aver bevuto la grappa, escono a fare da guardia all’esterno (pag.141) [FONTE: GAJGER?]
Qualcuno prepara un uncino (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Dopo un breve conciliabolo Ursic da il “via” con un cenno del capo (pag.143) [FONTE: GAJGER?]
La porta della stanzetta viene aperta rumorosamente. Perpignano viene brutalmente afferrato e trascinato nella stanzetta principale, la cucina, dove viene spogliato lasciandogli solo maglia e mutandoni. (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
I beni preziosi di Perpignano, come orologio ed anelli, vengono dati a Gajger (pag.144) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Perpignano viene costretto a terra e gli viene conficcato un uncinata tallone e piede (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Perpignano viene issato a testa in giù su una trave per mezzo dell’uncino (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Perpignano grida di dolore. I partigiani lo scherniscono e gli danno calci in testa (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Gli altri undici sequestrati vengono tirati fuori dalla stanzetta (uno alla volta?). (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Uno alla volta vengono spogliati e derubati (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Durante quest’operazione Primo Amenci riesce a tenere con sé la foto dei suoi cinque bambini (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Gli undici vengono incaprettati con le braccia dietro la schiena usando filo spinato che viene agganciato ai genitali (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
I partigiani prendono i picconi dalle pareti ed uccidono a picconate gli undici sequestrati (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
A qualcuno dei sequestrati vengono asportati i genitali ed infilati in bocca (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
A qualcuno dei sequestrati viene “frantumato il cuore” a picconate (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
A qualcuno dei sequestrati vengono “centrati e sbriciolati gli occhi” (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
Un carabiniere riesce a buttarsi a terra implorando con la foto della madre in mano ma la foto gli viene strappata di mano e conficcata in bocca (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
Primo ammencii mostra ai partigiani la foto dei suoi cinque figli ma una picconata volante gliela conficca proprio nel cuore (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
Delle formiche affamate, attratte dal sangue, si arrampicano tra i capelli di Perpignano ed iniziano a mordere (pag.146) [FONTE: GAJGER?]
A Perpignano vengono dati in continuazione calci in faccia, sulla nuca, sulla fronte (pag.146) [FONTE: GAJGER?]
Uno dei sequestrati riesce a sfuggire ed uscire dietro alla malga ma viene fermato da un colpo di revolver alla spalla (pag.146) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
Man mano che i sequestrati morivano i partigiani li trascinavano i corpi all’aperto per circa 30 metri fino al grande sasso accatastandoli uno accanto all’altro (pag.146) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
A mezzogiorno era tutto finito (pag.147) [BEPI FLAJS]
I partigiani si ripuliscono alla meglio con la neve con la neve e scendono verso la Bausiza (pag.147) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
Gajger deve ricoprire i corpi (pag.147) [FONTE:GAJGER?]
Gajger va a cercare Bepi Flajs (che nel frattempo, SEMBREREBBE, fosse tornato a casa sua a Logje) e lo convince a “[…] tornare su in malga per coprire i morti. Ma era neve ghiacciata e quindi non abbiamo potuto far nulla”. (pag.147) [FONTE:BEPI FLAJS]
Nevica forte e la neve é gelata. Bepi Flajs e Gajger ricoprono i corpi alla meglio con delle foglie (pag.147) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
Le dichiarazioni in cui si deve SUPPORRE la fonte la fanno da padrone
Gajger é costantemente con i partigiani da quando arrivano in Bausiza fino a quando se ne vanno e, poiché Russo non ottiene un’ammissione dagli stessi ed i pastori che avrebbero seguito la carovana rimasero all’esterno della malga senza poter osservare cosa succedeva all’interno, ne deriva che SOLO GAJGER può essere il testimone di ciò che sia successo nella malga, mentre la moglie Mafalda può sapere cosa accadde la sera prima e Bepi Flajs solo ciò che accadde dopo.
Come vedremo, chi POTREBBE aver fatto tali dichiarazioni in realtà non le fa ed al contrario alcune cose pare vengano dette da chi, invece, NON poteva sapere.
7.04 IL SUPERTESTE MISTERIOSO
Dunque, il “superteste” di Russo sarebbe Lojs Kravanja detto Gajger: il “postino” dei partigiani che dopo aver contratto il virus partigiano ha passato il resto della sua vita “travolto dagli incubi” (pag.14). Chi é dunque il superaste, l’UNICA persona che avrebbe visto tutto e che avrebbe testimoniato a Russo?
Il testo lo descrive come un pastore di carattere duro e scontroso, chiuso e solitario nato nel 1920. Viveva in Bausiza con la moglie Mafalda di Uccea, con suo padre, la madre, una sorella di nome Maria (pag.112,113) in una casa isolata, oltre tutte le altre. Ha anche una sorella di nome Myza (pag.148). Possedeva diversi fienili e numerosi animali da cortile, oltre a pecore e capre che d’estate portava a malga Bala con il resto dei pastori della Bausiza.
Gajger viene definito “il postino dei partigiani” (pag.14), “un aiutante, un amico dei partigiani” (pag.193), “il grande amico dei partigiani della valle del Coritenza e dell’alto Isonzo, onnipresente e servizievole nei loro riguardi” (pag.144), “amico fidato” e “protettore silenzioso e devoto”. Uno che conosceva bene ogni parte del territorio (pag.193) e che in cambio dei suoi servigi riceveva doni da parte dei partigiani (pag.14,119). A pag.193 il partigiano Srecko, intervistato da Russo lo descrive così: “Gajger era un aiutante, un amico dei partigiani; era proprietario di diversi fienili in Bausiza e conosceva bene ogni parte del territorio”. Russo lo descrive come “il portaordini che collaborava senza chiedere, eseguiva senza domandarsi mai perché” (pag.112). Nel libro non c’é una sola foro né di Gajger né di sua moglie Mafalda.
I RAPPORTI DI GAJGER COI PARTIGIANI: Gajger fin dall’inizio della guerra offre ospitalità ai partigiani ai quali fa comodo averlo come punto di riferimento per nascondersi e rifornirsi (pag.112). In particolare il suo compito era quello di fare da contatto tra i diversi gruppi partigiani.Gajger si occupava di dare da mangiare ai partigiani nascosti nei suoi fienili ed avvertirli della presenza di pattuglie nazifasciste. Gajger ha un rapporto di fiducia ed amicizia con Socian e fa di tutto per “restare nelle sue grazie”.
Gajger però non sa nemmeno comprendere l’italiano e quindi l’intervista di Russo avviene per tramite della moglie di Gajger, Mafalda. Essendo anch’essa un teste (per quanto riguarderebbe la sera del 24 marzo) le dichiarazioni di entrambi vengono fatte materialmente da Mafalda.
Gli unici virgolettati di Gajger e Mafalda che il testo riporta sono quesi:
“Nessuno potrà mai dirvi più di noi; – ci aveva assicurato la moglie del Gajger, Mafalda – nessuno sa niente… Lassù i partigiani hanno ucciso i carabinieri per vendetta, nient’altro! Tutto qua… Nessuno sa niente. I partigiani erano in tanti, come si fa a conoscere e a ricordare i loro nomi?… Era una cosa normale, sa, di guerra! Vede, si era in guerra e tutti sanno cos’è una guerra!” (pag.15)
“Mio marito è nato nel 1920; quella volta, al tempo della guerra, si viveva in Bausiza. Lui era contadino, aveva le pecore e d’estate si andava tutti in Bala; durante la guerra, al tempo dei partigiani, era lui che portava la posta, i messaggi tra un gruppo di partigiani e l’altro. Lui faceva da mangiare per loro e portava da mangiare a loro quando questi erano nascosti nei vari suoi fienili per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi e degli italiani. Anche dopo l’attacco ai tedeschi alle porte di Bretto di Sopra, i partigiani giunsero subito da noi e si nascosero a Logje, nei fienili di Lojs… Lojs faceva la spia per i partigiani, li precedeva e li avvertiva della presenza di eventuali pattuglie tedesche o italiane… Noi quella volta si aveva più paura degli italiani che dei tedeschi!” (pag.113)
“Noi abbiamo fatto da mangiare sia per i partigiani che per i carabinieri.” (pag.122)
“Siamo tutti figli di Dio cosa vuole. .. però gli italiani avevano ammazzato i nostri partigiani sul Golobar, trascinandoli per terra come tronchi d’albero…!” (pag.263)
Altre dichiarazioni che il testo attribuisce direttamente a Gajger o a Mafalda sono:
Solo Lojs Gajger ci ha dichiarato di aver trovato davanti la porta della malga “un mucchio enorme di bossoli”, segno evidente che i carabinieri erano stati sparati (pag.186)
Lo stesso Gajger ci ha dichiarato che facilmente a dare l’allarme era stato proprio qualche partigiano scappato dal gruppo, recatosi subito dai tede- schi a dare la notizia (pag.156)
La malga non aveva un proprietario vero e proprio; era di tipo sociale, -ci spiegherà anche la signora Mafalda, moglie di Gajger- a disposizione cioè dei pastori della zona che lì d’estate si ritrovavano e ne facevano un punto di riferimento e di produzione casearia. (pag.112)
E… BASTA. TUTTO QUI. QUESTE SONO TUTTE LE INFORMAZIONI CHE PROVENGONO CON CERTEZZA DAL “SUPERTESTE” LOJS KRAVANJA DETTO GAJGER E DA SUA MOGLIE MAFALDA!
Ma come? L’unico testimone che sarebbe stato dentro alla malga ad assistere a quegli orrori non ha nemmeno una sola mezza frase su tali avvenimenti? Niente di niente? Russo avrebbe per le mani un testimone diretto degli avvenimenti disposto a “confessare” e non é in grado di fornire una sua sola frase, non dico di colpevolezza, ma almeno di testimonianza? Nemmeno UNA (One, ein, ena, një, bar, eden, un, um, UNA???????). Un banale “Ero lì mentre facevano questo e quello”?
Il gancio nel tallone di Perpignano, le picconate, il pasto alla soda caustica, le foto piantate nel cuore, le formiche attratte dal sangue, il fatto stesso che Perpignano fosse appeso a testa in giù dentro alla malga DA DOVE SAREBBERO SALTATI FUORI SE NON LE HA TESTIMONIATE GAJGER?
Dovremmo forse credere che pur avendo per le mani un superteste del genere, Russo preferisce sprecare pagine a raccontarci di una cena a base di gatto (pag.63-67) e non pubblica nemmeno una frase chiara ed univoca di Gajger su cosa avrebbe visto/fatto? Perché Gajger avrebbe dovuto assistere alle uccisioni? Che motivo avrebbe avuto per salire in malga su con loro? Lui avrebbe partecipato o guardato e basta? Hmmm… Inquieta il fatto che in questo libro più un teste é importante e meno se ne parla…
7.05 L’AMBIGUO BEPI FLAJS
In effetti Russo quando parla di Gajger lo fa perlopiù attraverso un’altra persona. Lo fa attraverso Bepi Flajs. Sono numerosi difatti i casi in cui Russo riporta azioni di gajger testimoniate però da Bepi Flajs
Riporto nuovamente la descrizione fatta in 3.11.02: Bepi Flajs ha l’onore di essere il caso più interessante tra quelli su cui Russo sorvola nel descrivere gli effetti del “virus partigiano”. Nel testo é l’unica persona citata con nome e cognome ed entrata in contatto coi partigiani su cui il virus partigiano sembra non aver avuto effetto se non per una generale “paura” nei loro confronti che però é forse più indice di una persona si intimorita ma non affatto vittima del virus: di una persona che é anzi contraria a Socian. A differenza di coloro che hanno sconfitto il virus partigiano, Bepi Flajs non mostra alcun segno di redenzione. Fa parte ciò di quelle pochissime persone entrate in contatto coi partigiani che Russo non descrive né come persone immuni al virus, né come persone che che se lo sono preso. Bepi Flajs non mostra nemmeno i segni di tormento di Gajger e non riceve alcuna delle parole d’apprezzamento che Russo riserva alle donne che gli forniscono materiale utile a supportare la sua tesi. No: Bepi Flajs non mostra proprio un bel niente se non una forma di timore nei confronti dei partigiani. A ben vedere però ci si rende conto che l’unico incontro di Bepi Flajs con i partigiani sarebbe avvenuto mentre, nascosto lontano nella boscaglia, avrebbe osservato non visto cosa accadeva a malga Bala. Bepi Flajs non é un collaboratore dei partigiani: é un vicino di casa di Gajger (con cui forse é in qualche modo imparentato) che ha solo informazioni di seconda mano e per “sentito dire”. Eppure é evidente che il racconto dell’uccisione dei dodici sostenuto da Russo regge solamente grazie alle testimonianze di Bepi Flajs, “condite” con il supporto dell’anonimo amico di Rinaldi, figlio di un anonimo pastore della Bausiza (pag.144) del quale son riportate le lacrime ma non i dettagli della testimonianza.
Pur essendo il testimone più importante dell’intero libro é strano osservare che su Bepi Flajs non v’é nemmeno una riga che ci parli della sua persona. O meglio: viene semplicemente descritto come qualcuno vicinissimo a Gajger e Mafalda (abitano a poche decine di metri di distanza) (pag.114) e che ha dovuto sempre fare buon viso a cattivo gioco coi partigiani in quanto ne era impaurito (pag.147); viene inoltre descritto come un uomo che agisce secondo le disposizioni del Gajger (pag.147). Ma pur avendo queste informazioni base sul ruolo di Bepi Flajs non sappiamo nulla della PERSONA Bepi Flajs. Non c’é nemmeno una sua foto (ma c’é la foto della sua casetta a pag.117). Strano: abbiamo qualche dato biografico e breve descrizione di persone che riportano informazioni di seconda mano ma non della fonte principale della tesi? Molto strano. Bepi Flajs apparentemente non ha genitori né moglie né fratelli né sorelle né cugini né amici (se non Gajger con cui ha un rapporto che nel testo appare di sudditanza). Bepi Flajs non ha età. Sappiamo che fa il pastore (pag.139,142,127,161,197), che possiede una casetta (pag.117) ed alcuni casolari (pag.114) che si trovano all’entrata di Logje (pag.127) e che anni dopo i fatti si trasferì a Trenta (pag.257). All’opposto sappiamo dell’episodio (avvenuto a chilometri e chilometri di distanza dal tarvisiano) della civetta malaugurate vista da Natalia Ferro, sorella minore di uno dei militi uccisi, mentre zappava la terra, la quale aveva, al momento dell’intervista, 71 anni.
I virgolettati che riportano dichiarazioni dirette di Bepi Flajs sono almeno il triplo di quelle provenienti dal Superteste Gajger:
“I partigiani hanno infierito sui carabinieri certi che nessuno un giorno avrebbe potuto dire il contrario; dovevano far credere che erano stati fucilati!” (pag.18,186,197) [OPINIONE PERSONALE]
“La prima notte i prigionieri e i partigiani l’hanno passata in bosco nonostante il freddo; la seconda sono stati a Logje in una stalla di Gajger… L’assemblea dei partigiani sul da farsi s’è tenuta a Logje. In attesa dell’arrivo del capo supremo, Ursic, hanno voluto guadagnar tempo; poi è arrivato Ursic…. I partigiani erano in contrasto tra loro, ma alla è prevalsa la proposta di uccidere i carabinieri”. (pag.120) [INFORMAZIONI CHE BEPI FLAJS NON PUO’AVERE PER ESPERIENZA DIRETTA PERCHE’ NON ERA PRESENTE A NESSUNO DI QUESTI ACCADIMENTI]
“Quei partigiani erano tutti dei nostri, Janko di Bretto era uno dei capi se non il capo in quell’azione: lo sapevano e lo dicevano tutti a Bretto.” (pag.127) [INFORMAZIONE NOTA]
“Lojs era presente. Lui sa più di me!” (pag.19) [AMMISSIONE DEL FATTO CHE BEPI FLAJS NON ERA PRESENTE]
“Il capo del gruppo era Socian; in Bausiza sono venuti attraverso un sentiero di guerra, in montagna” (pag.102) [INFORMAZIONE NOTA + INFORMAZIONE CHE BEPI FLAJS NON PUO’AVERE PER ESPERIENZA DIRETTA PERCHE’ NON ERA PRESENTE ALLA FUGA]
“Lojs è venuto a cercarmi e mi ha convinto a tornare su in malga per coprire i morti. Ma era neve ghiacciata e quindi non abbiamo potuto far nulla” (pag.147) [“CERCARMI” E “TORNARE SU IN MALGA” INDICANO CHE BEPI FLAJS NON ERA IN BALA QUANDO CIO’ AVVENNE]
“Io ho visto Gajger portarsi giù i vestiti e tutto il resto: doveva fare il deposito a casa sua in modo che dopo ogni partigiano avrebbe potuto prendersi qualcosa” (pag.148) [TALE DICHIARAZIONE PUO’ BENISSIMO ESSERE IN LINEA CON ALTRI SCENARI: IL RECUPERO DEGLI ABITI NON IMPLICA COMPRESENZA ALLE UCCISIONI]
“(Lois Gajger) s’era sempre dichiarato contento perché era stata fatta giustizia (con l’uccisione dei carabinieri)“ e “si nascondeva per la paura” (pag.257) [IN MANCANZA DI DICHIARAZIONE PIU’ PRECISA QUESTE VAN RITENUTE OPINIONI PERSONALI]
“I partigiani erano 21, mentre i carabinieri 12” (pag.127) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO ACQUISIBILE ANCHE SOLO VEDENDOLI PASSARE DA LOGJE]
“I partigiani, prima dell’arrivo di Josko e di alcuni suoi uomini, erano 18, tutti del territorio tra Caporetto e Bretto.” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO ACQUISIBILE ANCHE SOLO VEDENDOLI PASSARE DA LOGJE]
“Lojs Kravanja non era un partigiano, però quel giorno era con loro e quindi ha visto tutto” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO?]
“I carabinieri sono stati uccisi tutti prima di mezzogiorno!” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO?]
“C’erano altri pastori nascosti che hanno visto come me!” (pag.147) [CHE AVREBBERO VISTO COSA: LE UCCISIONI O IL PASSAGGIO DELLA CAROVANA?]
“Era una malga dove tutti d’estate portavano le proprie bestie, soprattutto pecore” (pag.119) [INFORMAZIONE DI SERVIZIO]
“Quella volta non tutti potevano permettersi attrezzi in ferro e quindi si usavano pezzi di legno duro, in particolare pino e faggio: da questi pezzi duri si ricavavano accette e soprattutto picconi”. (pag.142) [INFORMAZIONE GENERICA]
(a proposito del recupero dei cadaveri da parte dei nazifascisti) “prima in barella, poi coi muli, li hanno portati in giù!” (pag.161) [INFORMAZIONE NOTA]
Il pasto alla soda caustica? Il fatto che fu Socian a prendere le redini del gruppo per farlo scegliere? Le torture? Il colpo di revolver? Il filo spinato? Le amputazioni? Le formiche? ANCHE QUI, NIENTE! Il “pezzo forte” sferrato da Russo é un’opinione personale di Bepi Flajs che viene ripetuta tre volte nel testo (quella riferita a pag.18,186,197) come se si trattasse di chissà che, ma é e resta l’opinione di una persona che non dialogava con i partigiani.
A pag.147 c’é un’interessante dichiarazione di Myza Flajs, moglie di Toni Flajs, riguardo a Bepi Flajs:
“Bepi Flajs aveva agito secondo le disposizioni di Gajger”
“Bepi all’inizio aveva creduto che quei corpi fossero sassi gelati”.
E come farebbe a sapere queste cose la signora Flajs? Anche qui si tratta comunque di dichiarazioni in linea con lo scenario del recupero postumo dei beni e non testimonia certo della presenza dei due uomini in Bala durante le uccisioni. Russo poi aggiunge sempre a pag.147 un virgolettato con l’elenco dei beni dei dodici, ma non dichiara chi ne sia la fonte “orologi, anelli, catenine, tutto quanto avevano addosso i carabinieri! “ e prosegue dicendo che i beni vennero nascosti dal Gajger sotto un grosso sasso a poca distanza dalla sua dimora e che ritornò a casa poco dopo mezzogiorno del 25 marzo 1944.
7.06 SPOSTAMENTI DI DATA
A pag.157 lo stesso Russo dichiara che durante le ricerche i nazifascisti passarono anche a casa di Bepi Flajs per chiedere informazioni sul come raggiungere malga Bala e che… sia Bepi Flajs che Gajger tornarono alla malga per “controllare la situazione”. Ma come? Controllare cosa: che dei cadaveri (della cui morte Gajger sarebbe stato felice – pag.257) non si siano mossi? O non siano stati divorati dalle formiche-vampiro? E’tuttavia un’ammissione che Bepi Flajs e Gajger “tornarono su in malga” nei “giorni successivi” per “controllare” i morti. Non é dunque questo che dichiara Bepi Flajs a pag.147 con quella frase che descrive il recupero degli abiti avvenuto, secondo Russo, immediatamente dopo le uccisioni? E’dunque per adattare la vicenda alle dichiarazioni di Bepi Flajs che l’autore sposta le uccisioni al 25 marzo?
Tale spostamento difatti non avrebbe molto senso: Russo lo motiva col bisogno di attendere l’arrivo di Ursic e ciò avrebbe senso solo se il contesto fosse quello del gran sacerdote che deve presenziare al sacrificio rituale, il che appare ovviamente assurdo ed inverosimile, anche perché nel racconto Ursic non ha assolutamente nessun ruolo decisionale (quello é affidato a Socian) se non la mera presenza. Russo inoltre aggiunge a pag.120 il dibattito e ripensamento su un’operazione che era stata pensata per settimane (pag.77), di cui parla solo Bepi Flajs che tuttavia non era nemmeno presente.
Molto più probabilmente la dichiarazione del Bepi Flajs sul recupero degli abiti avvenuto il 25 marzo 1944 ha obbligato a ritenere che pure le uccisioni avvennero lo stesso giorno, in modo da far combaciare la presenza di Bepi Flajs sul luogo del delitto anche al momento del delitto.
7.07 MYZA KOMAC E GLI ANONIMI
A questo punto si dovrebbe osservare in dettaglio quanto affermano Myza Komac ed i testimoni anonimi ma oramai il meccanismo é evidente: frasi estrapolate dalle interviste ed inserite qua e là in modo che sembrino sostenere una tesi illogica che non é basata su nulla di oggettivo. Se nemmeno il superteste Gajger ed il vero teste-chiave di Russo, Bepi Flajs, non hanno dichiarazioni utili a sostenere la tesi del libro, star ad osservare anche quelle di Myza Komac (che non salì in Bala) o dei testimoni anonimi (la cui attendibilità é inferiore a quella che riserverei al Polpo Paul) e dunque, in un insolito atto di pietà nei confronti di chi legge, mi limiterò a riassumere stringatamente:
Myza Komac, della bausiza, sposata con Toni Flajs, testimonia soltanto di aver visto i partigiani passare per Logje (pag.17) e che aveva paura di loro (pag.110). Per il resto Russo ci informa che lei finse di non conoscere i sentieri dinnanzi ai nazisti che ispezionavano il territorio (pag.156)
Il misterioso “Qualcuno di quel territorio della Slovenia”, tra “sgomenti e brividi” racconterà di urla agghiaccianti e l’altrettanto misterioso figlio anonimo del pastore anonimo che avrebbe visto tutto stando nascosto a decine di metri FUORI dalla malga avrebbe raccontato “con le lacrime agli occhi” ciò che a sua volta gli raccontò il padre, ma il testo non riporta alcuna dichiarazione né dell’uno né dell’altro, tanto che é facile ritenere si tratti sempre della stessa persona:
“Finalmente – mi ha confidato con le lacrime agli occhi il figlio di un pastore, il quale, nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio, aveva seguito tutto pietrificato e impotente – final- mente posso liberarmi di questo peso che mi opprime il cuore da tanti, tanti anni! Per quasi cinquant’anni ho dovuto nascondere questa verità, ma era tempo che tutto venisse alla luce! Mi sento finalmente libero, quasi leggero!”
E tremava dalla commozione e dall’orrore quel povero contadino nel contarmi per l’ennesima volta quanto suo padre gli aveva ripetuto all’inverosimile, perché quei fatti non fossero mai dimenticati! (pag.145,146)
Ma, diciamocela tutta, pianti, commozione e lacrime… per una vicenda di mezzo secolo prima che ti é stata solamente raccontata ed in cui non é coinvolto nessuno che conoscessi? Sembra più di star di fronte alla testimonianza di qualcuno che venne traumatizzato da piccolo da un padre che, per spaventarlo, gli ha “ripetuto all’inverosimile” una storia di torture raccapriccianti, più che davanti ad una banale testimonianza secondaria.
7.08 LE DICHIARAZIONI DI HROVAT
L’antipatia dichiarata di Russo per i partigiani, come già visto, é evidente nel racconto delle interviste in cui l’autore non si esime dal commentare negativamente le loro reazioni alle sue insistenze nel tentare di fargli confermare la sua versione dei fatti. Per esempio non manca di riportare una frase di titubanza dell’anziano Hrovat, non abituato né ad attenzioni giornalistiche né parlare al registratore:
“Alla vista del registratore ecco pronta la sua battuta, dopo averci rivelato che si sentiva di colpo importante come mai nella sua vita:“… E se faccio qualche errore?. Posso poi riparare?” (pag.16)
Frase che viene utilizzata a ‘mo di “faro” per introdurre ed avvalorare il commento negativo alla persona di Hrovat che, pur rispondendo alle domande di Russo e Rinaldi, non avvalora la tesi dei due:
E invece di rispondere alle domande, le contorceva a proprio comodo, modificando la voce di volta in volta, come un grande attore, alzando o abbassando di molto il tono, da sillaba a sillaba, facendo finta di scarabocchiare un foglio per prendersi meglio gli appunti su cui informarsi, tracciandoci uno schizzo del territorio, fissando ripetutamente il monte Sleme, lì a due passi, verso la Bausiza, per la sua forma anatomica quasi maschile: atteggiamenti che al mio amico Toni più che a me davano enormemente fastidio e il Toni dovette sudare e soffrire quel giorno più del dovuto nel tenersi la bocca cucita, ricacciando indietro l’antipatia naturale che il signor Hrovat era riuscito a crearsi in noi in poche battute. Girando alla larga, molto alla larga, nelle mie domande, il tempo passava, ma da lui, dal signor Hrovat, non si riusciva a tirar fuori niente di nuovo, tranne cose che già conoscevo sulla vita dei partigiani di Plezzo e in particolare dei carabinieri, della loro cattura, del percorso fino a Planina Bala, a malga Bala. (pag.16)
“Aveva tentato tutto Hrovat per deviare le nostre domande e la nostra attenzione sui carabinieri della BaIa e mai come quel giorno avevo ultimato una intervista con l’amaro in bocca e una delusione cocente e palpabile.Ci aveva quasi derisi il Hrovat, tentando di mettere tutto in ridicolo e in dubbio, facendo di tutto per confonderci le poche idee precise che in quel momento avevamo, le poche certezze che a ogni sua risposta vacil- lavano e di punto in bianco io mi ritrovavo a brancolare nel buio e nei misteri più fitti. Sarebbe stato un abile politico il signor Hrovat, almeno in Italia!” (pag.194)
Nel nostro lungo incontro, Hrovat alza perfino la voce, la camuffa, la sopraeleva per riabbassarla poi di colpo, ci guarda fisso negli occhi per poi deviare il discorso, ribalta le domande cercando di trasformare se stesso in intervistatore e noi in intervistati, finendo però sempre nel riba. dirci che per questa inchiesta bisognava aspettare ancora qualche anno e che proprio non era il caso di riaprire vecchie ferite ormai dimenticate per sempre.Un grande attore, un vero fenomeno! Ricordo che l’amico Toni di Cave si spazientiva spesso e si faceva pren· dere dalla rabbia, dal momento che si sentiva preso in giro. E io, contra· riamente al mio solito, ero costretto a trattenermi nella speranza che alla fine da quell’incontro, tanto atteso e tanto temuto, riuscissi ad ottenere qualche lume, qualche spiraglio di verità. (pag.196)
Russo non considera nemmeno per un momento l’ipotesi che forse Hrovat stia raccontandogli la verità e che la versione strage sia falsa, dando per scontato che se Hrovat non la conferma significa che mente. I più lunghi e dettagliati commenti che l’autore fa su un teste sono fatti con l’intendo di distruggerne e denigrarne l’attendibilità e ciò non in base a contraddizioni o dimostrate menzogne di Hrovat, bensì solamente perché ciò che Hrovat dice smentisce la versione strage che Russo ha fatto propria. Lo stesso Russo che a pag.145 accoglie senza batter ciglio la non-dichiarazione dell’anonimo figlio di un anonimo pastore!
Sempre a pag.16 viene inserito un collage di frasi che, come già visto in 2.05 hanno l’effetto di dare un’impressione di Hrovat molto diverso da quello che ne uscirebbe dall’intervista completa (di cui uno stralcio minimo é presente a pag.193). E’ in questa situazione che si dovrebbe tentare di separare le affermazioni dirette di Hrovat ma, come già mostrato in 2.05 la cosa non é sempre possibile in quanto non é sempre chiaro a che domande corrispondano le dichiarazioni né se una serie di frasi che presentano puntini di sospensione ( … ) siano sempre collage o dichiarazioni in cui l’intervistato effettivamente faceva dei momenti pausa fra una frase e l’altra. Pertanto riporto le singole frasi cercando di mantenerne l’ordine con cui sono state proposte da Russo lasciando a chi legge la libertà di intenderle come frasi separate o unite tra loro.
A pag 16 vengono riportati questi stralci di risposte a “tante domande”. Solo una di queste domande é “Ma perché i 12 carabinieri furono così barbaramente trucidati?”
E chi dice queste cose?
Io… io non ero lassù
A colpi di piccone poi
No, no, mai fatto una cosa del genere noi partigiani! Coi picconi poi!
Su, su, dove prendevamo i picconi, i coltelli o le scimitarre?
Sì e no avevamo qualche temperino
dodici carabinieri poi
Erano sì e no cinque, sei: pum pum, sono stati sparati e tutto è finito lì!
Socian era il comandante militare, io il commissario politico
“Ma chi era il più alto in carica?”
Il secondo… in campo militare Socian; chi comandava veramente era il commissario politico ed ero io il commissario politico!
Socian era terribile, alla tedesca, di poche parole. I preti e le donne che erano coi preti lo odiavano
Io con lui ho sempre baruffato, ma come commissario ero più furbo e quindi vincevo sempre io!
In conclusione cosa volete da me?
Chi ha ammazzato i carabinieri!
“Noi!”
In che modo?
Noi li abbiamo sparati! (pag.17,197)
“Socian era un comandante di grande altezza, di grande livello. E’ stato lui a ordinare questa azione: del resto lui era nativo di Bretto e quindi conosceva ogni angolo di quel territorio!” (pag.78)
“Di notte non c’erano mai tedeschi in giro!” (pag.99)
“E’ stato preso il sentiero che c’è dopo la Pustina, prima della fortezza, a sinistra, prima della roccia: lì c’è un sentiero di guerra ben conosciuto e frequentato dai cacciatori” (pag.102)
“La distruzione di Strmec (Bretto di Sopra) non c’entra niente con la storia dei carabinieri né la battaglia e la strage sul monte Golobar hanno alcun riferimento con quello della Bala” (pag.194)
“lo non ero con quei partigiani. A capo era Franc Ursic, di Caporetto; poi nel comando venivano Socian e Srecko, cioè Gianfrate” (pag.194)
“lo ero il commissario politico!” (pag.195)
Tra il commissario politico e il comandante militare, chi era il più alto in carica?
“In campo militare Socian… Chi comandava veramente era il commissario politico e io ero il commissario politico dell’armata partigiana! “ (pag.195)
“Quest’azione l’aveva ordinata Socian, che era di Bretto e quindi conosceva ogni angolo del territorio” (pag.195)
“Nessun paltigiano aveva lo scopo di ammazzare i carabinieri: i nostri nemici erano Hitler coi tedeschi e Mussolini: cosa c’entravano i carabinieri?” (pag.195)
“La centrale di Bretto di Sotto dava energia alla miniera di Cave che era in mano ai tedeschi: lì si facevano fucili e armamenti militari, dal momento che si produceva piombo e zinco, elementi che servivano per costruire cannoni, fucili e bombe. Il nostro dovere era di eliminare, di distruggere la centrale perché non desse più energia elettrica. Era questo un nostro dovere di partigiani!” (pag.195)
(parlando dell’assalto alla casermetta) “La responsabilità era del vice brigadiere che ha rivelato la parola d’ordine” (pag.195)
“Ben 12 carabinieri, tenuti in vita per quasi due giorni? (pag.195)
Su, mo’: dove prendevamo da mangiare per loro per tanto tempo? (pag.195)
“Noi partigiani abbiamo sempre rispettato i carabinieri. Chi era coi fascisti no, non poteva essere da noi rispettato, ma i carabinieri cosa c’entravano? (pag.195)
Io non ero su in malga (pag.195)
Ma è passato tanto tempo, come si fa a ricordare? (pag.195)
E poi… 5 o 6 carabinieri uccisi.. .. 12!?.. No, non erano 12 (pag.195)
Voi mi rivelate cose nuove che io non ho mai sentito… Sono cose del tutto nuove per me (pag.195)
Questa cosa è stata opera di altri, non dei partigiani! (pag.195)
E’ passato tanto tempo! Come pretendete che uno ricordi ancora questi particolari? (pag.195)
12 morti e tutti carabinieri? (pag.195)
E’ assurdo, 5 o 6, non 12 e poi uccisi in quel modo! (pag.195)
Mi fate venire i brividi! (pag.195)
Ammazzati poi a colpi di piccone! (pag.195)
No, no, mai fatta noi una cosa del genere. Dov’erano i partigiani non succedevano queste cose. Questa per noi era un’azione militare, non politica e questa è stata un’azione militare! (pag.195)
In altre azioni i prigionieri venivano liberati o mandati a casa o sparati nell’azione, in questa no, come mai? (pag.196)
Sono stati gli italiani a ridurre in quello stato i carabinieri o anche i tedeschi e poi hanno dato la colpa a noi. Io non credo sia successo questo che voi dite, noi si sparava ai prigionieri. Non abbiamo mai trucidato nessuno noi (pag.196)
Non avevamo mica coltelli, accette, picconi o scimitarre! (pag.196)
Su, mo’! Noi avevamo mitra, qualche temperino, mica picconi! (pag.196)
Ma dopo cinquant’anni voi cercate ancora queste cose? A chi interessano più? (pag.196)
Cosa serve andare a riaprire queste ferite (pag.196)
No, non mi va giù questa storia: nessuno li ha trucidati, glielo garantisco io (pag.196)
La mia parola… boh, dai, almeno al 60%, d’accordo? (pag.196)
Con Socian ho sempre baruffato; però come commissario politico vincevo sempre io che ero più furbo!” (pag.196)
Ripeto che i carabinieri non erano nostri nemici, i fascisti sì, erano nemici!” (pag.196)
Ma voi giornalisti italiani non avete altro a cui pensare? (pag.196)
Dopo tanti anni tirate fuori ancora questa storia?” (pag.196)
“Potevate aspettare ancora qualche anno, no?” (pag.196)
“Ma non potevate aspettare altri cinquant’anni per le vostre ricerche? .. Se andate da Srecko, a Nova Corica, lui non vi riceverà neanche, lui non parla con nessuno… ma se per caso vi andate, non dite di aver parlato con me” (pag.17)
Hrovat dunque conferma di aver esser stato partigiano e che Socian (con cui baruffava) di grado inferiore, era sottoposto ad Ursic. Ma dice anche di non aver partecipato a quell’operazione che ricorda ma non nei dettagli (non essendo stato presente non può fornirli) e quando Russo gli illustra la modalità in cui sarebbero avvenute le uccisioni Hrovat non gli crede (“Io non credo sia successo questo che voi dite”) e, ritenendo la cosa assurda si pone a garante dell’operato dei suoi ex collaboratori garantendo che cose del genere non possono esser successe, ipotizzando un più probabile intervento dei nazifascisti. Dubita pure del fatto che si siano fatte passare due notti prima di uccidere i dodici e testimonia che il loro interesse primario era sabotare in ogni modo la centrale. Testimonia pure del fatto che l’azione del 23 marzo 1944 non era collegata a fatti precedenti. A contorno di ciò é evidente il fastidio di Hrovat dinnanzi alle insistenze di Russo sulla versione strage.
7.09 LE DICHIARAZIONI DI SRECKO
Silvio Gianfranco (Srecko) é nato nel 1922 e da dopo la guerra abita a Nova Gorica (pag.191). Viene intervistato da Russo giorni dopo l’intervista a Hrovat (pag.19) ed ammette tranquillamente di aver partecipato all’uccisione dei dodici. Russo descrive inizialmente Gianfrate con parole di simpatia “gentile, alla mano, disponibile, da vero gentiluomo” e “ci intrattiene nel suo cortile di casa, alberato e fresco, e ci racconta volentieri tutto sulla nascita del movimento partigiano dell’Alto Isonzo […]“ (pag.191) ma é stizzito dal fatto che quando Gianfrate viene accusato da Russo di aver torturato i dodici come un macellaio da film dell’orrore “si faceva prendere dalla rabbia e dai fumi dell’ira” (pag.191). L’intervista tocca anche gli avvenimenti del Golobar in cui 38 partigiani vennero uccisi, legati col filo spinato e trascinati a valle. Su questo dettaglio Russo commenta “Più o meno come i partigiani hanno poi fatto coi carabinieri… !” (senza considerare un più probabile -era una prassi diffusa tra i nazifascisti di quella zona-). Al commento vien fatta seguire l’affermazione di Srecko “No, no, nessun collegamento tra Golobar e carabinieri della Bala…!”. Anche negli spezzoni d’intervista di Srecko notiamo virgolettati che si ripetono ma senza combaciare e senza presentare sempre tutte le informazioni della versione alternativa, il che porta seriamente a dubitare che i virgolettati che compaiono una sola volta siano una trasposizione fedele e completa delle affermazioni dell’intervistato.
“La distruzione di Strmec (Bretto di Sopra) non c’entra niente con la storia dei carabinieri né la battaglia e la strage sul monte Golobar hanno alcun riferimento con quello della Bala”. (pag.194)
“Sì, facevo parte dei partigiani che hanno ucciso i carabinieri in malga Bala. Anch’io sono stato alla centrale di Bretto a prelevare i carabinieri. Il comandante supremo era Ursic, poi venivamo Socian e io. Socian e Svonko, il Della Bianca, sono andati sulla strada ad aspettare il brigadiere dei carabinieri; tutti gli altri eravamo nascosti in attesa; poi siamo scesi a circondare la caserma… “ (pag.19) [PRIMA VERSIONE]
“Sì, anch’io facevo parte dei partigiani che hanno ucciso i carabinieri: sono stato alla centrale a prelevarli. Quella volta il comandante era Franc Ursic, poi venivo io e Socian. lo ero l’aiutante del comandante. Socian e Svonko, il Della Bianca, erano andati sulla strada ad aspettare il brigadiere; tutti gli altri eravamo nascosti, in attesa. Poi siamo scesi a circondare la caserma. Alcuni di noi hanno minato la centrale, mentre gli altri prendevamo i carabinieri!” (pag.192) [SECONDA VERSIONE]
“L’assalto è avvenuto appena scuro, di sera: abbiamo prelevato le armi e abbiamo deviato sulla montagna dopo la “Pustina”, una vecchia trattoria” (pag.192)
“Ma perché proprio i carabinieri?” (pag.192)
“I carabinieri erano i servi dei tedeschi, loro avevano rovinato tante nostre famiglie; essi erano lo Stato Italiano, in quanto non avevano avuto il coraggio di mettersi contro lo Stato dopo 1’8 settembre. I partigiani erano più che arrabbiati contro di loro, perché ognuno in casa propria aveva avuto i suoi morti e i suoi drammi, con persecuzioni ed esilio. E l’odio era cresciuto contro di loro!” (pag.192) [LA GRANDE RIVELAZIONE DI QUESTO ESTRATTO E’ CHE PARTIGIANI E FASCISTI NON VANNO TANTO D’ACCORDO]
“I nostri papà e le nostre mamme erano stati perseguitati e internati dai carabinieri fedeli allo Stato Fascista, perché i loro figli erano partigiani. Anche mio papà e mia mamma erano stati perseguitati, anche mio fratello. Non erano i tedeschi il nostro obiettivo, ma i carabinieri che erano rimasti fedeli a Mussolini e alla Repubblica Sociale dopo 1’8 settembre del 1943” (pag.19) [PRIMA VERSIONE – LA TESTIMONIANZA INDICA CHE I NAZIFASCISTI FOSSERO PERFETTAMENTE A CONOSCENZA DELL’IDENTITA’ DEI PARTIGIANI]
“Tanti nostri papà e tante nostre mamme sono stati perseguitati e internati dai carabinieri fedeli allo stato fascista, chi a Padova, chi a Savona, chi a Rimini, chi in Sicilia o in Calabria, solo perché avevano figli tra i partigiani. Anche mio papà e mia mamma sono stati perseguitati… anche mio fratello” (pag.192) [SECONDA VERSIONE]
“Il nostro obiettivo non erano i tedeschi, bensì i carabinieri carabinieri che erano rimasti fedeli a Mussolini dopo 1’8 settembre 1943 e che avevano rovinato tante nostre famiglie!” (pag.263) [TERZA VERSIONE – IL FATTO CHE L’OBIETTIVO DEI PARTIGIANI FOSSERO DEGLI ITALIANI E NON DEI TEDESCHI APPARE OVVIO: ERANO GLI ITALIANI A GUARDIA DELLA CENTRALE, COME E’OVVIO CHE SI TRATTASSE DI PERSONE RIMASTE FEDELI A MUSSOLINI: I NAZISTI NON METTEVANO CERTO A GUARDIA DI OBIETTIVI SENSIBILI PERSONE CHE NON ERANO FEDELI A MUSSOLINI]
“Il comandante della nostra brigata era Franc Ursic. Per la storia dei carabinieri aveva deciso lui e per questo era intervenuto proprio lui: una cosa troppo importante” (pag.193) [ATTRIBUISCE LA DECISIONE A URSIC ANZICHE’ A SOCIAN E NE TESTIMONIA LA PRESENZA DURANTE L’AZIONE]
“Non era solo di Socian la responsabilità di quel fatto ma del comandante in capo che era l’unico vero responsabile; nessuno poteva opporsi al comandante che è responsabile di ogni azione dei suoi uomini che devono solo ubbidire. Se lei ha fatto il militare, sa che è così!” (pag.78) [ATTRIBUISCE LA RESPONSABILITA’ A URSIC]
“La guerra…! Brutta cosa la guerra! Chi non l’ha fatta non la può capire!” (pag.193)
“Gajger era un aiutante, un amico dei partigiani; era proprietario di diversi fienili in Bausiza e conosceva bene ogni parte del territorio” (pag.193)
Ma perché infierire sui carabinieri in quel modo, coi picconi…! (pag.193)
“Noi non si aveva picconi!… Nessun piccone è stato usato…! Quelle cose non si fanno. I partigiani non facevano quelle cose, non lo hanno fatto perché non lo sapevano fare!” (pag.193) [NEGA LE TORTURE]
“E poi il veleno!… Ma che veleno e veleno… Non si fanno quelle cose!” [NEGA LE TORTURE]
E continua a scuotere la testa Srecko, guardando altrove, cercando di deviare il discorso. (pag.193)
“Socian li ha portati fuori uno alla volta dalla stanzetta e poi li ha uccisi con la pistola! … No, non si fanno quelle cose!” (pag.193) [DICHIARA CHE LE UCCISIONI AVVENNERO SEMPLICEMENTE CON ARMA DA FUOCO]
Gli mostro alcune foto della malga e riconosce ogni particolare (pag.193)
“Solo due o tre mesi dopo abbiamo saputo che i carabinieri erano stati trovati in quel modo; sarà stata la propaganda contro di noi, forse i Domobranzi, forse i tedeschi pur di infangare il nome dei partigiani!” (pag.193)
Ma perché i carabinieri furono portati fin lassù? Perché non spararli prima? (pag.193)
“Non lo so! So solo che i tedeschi hanno fatto una grande propaganda contro di noi, hanno approfittato di quella situazione”. (pag.193) [PASSAGGIO INTERESSANTE: LA DOMANDA E’PERFETTAMENTE LECITA MA LA RISPOSTA “NON LO SO” E’ TROPPO SBRIGATIVA. TUTTAVIA, VISTI I PRECEDENTI NON SI PUO’ESSER CERTI CHE QUESTE SIANO LE ESATTE PAROLE E L’ESATTO SENSO DELLE AFFERMAZIONI (LA DOMANDA POTREBBE ESSER STATA “MA PERCHE’ PROPRIO A MALGA BALA?” E LA RISPOSTA “NON LO SO, NON C’ERA UN MOTIVO PARTICOLARE PER SCEGLIERE QUELLA MALGA”)
“E’ stata una brutta cosa questa, molto brutta!” (pag.193)
“Per questo fatto e per altri diversi tra i partigiani alcuni sono stati degradati. La responsabilità di quel fatto non era solo di Socian, ma del comandante in capo che era l’unico vero responsabile; nessuno poteva opporsi agli ordini del capo, nessuno; i partigiani dovevano solo ubbidire: chi ha fatto il militare può capirmi” (pag.193) [RIMARCA LA GERARCHIA E PARLA DI PROVVEDIMENTI INTERNI MA NON SE NE CHIARISCE IL MOTIVO: DA COME VIENE POSTA PARE FURONO DEGRADATI PER AVER ESEGUITO GLI ORDINI. NON E’ PIU’PROBABILE CHE VENNERO DEGRADATI PER NON AVER SEPOLTO I CORPI ED AVER DATO MODO AI NAZIFASCISTI DI UTILIZZARLI PER PROPAGANDA ANTIPARTIGIANA?]
“ (i partigiani erano) tutti del territorio di Plezzo, avevano sparato ai carabinieri e che la propaganda e solo la propaganda aveva creato attorno alla storia dei carabinieri tutti quei particolari macabri”. (pag.193)
“Non parlo più di queste cose e non capisco perché insistete tanto, dopo tanti anni!” (pag.193) [SRECKO SI SPAZIENTISCE DELLE INSISTENZE DI RUSSO]
“Anche Lojs Hrovat di Plezzo era con noi: era lui il commissario politico!” (pag.19) [PRIMA VERSIONE – VEDI SOTTO]
“Rivolgetevi a Lojs Hrovat, lui era con noi: era lui il commissario politico!” (pag.193) [SECONDA VERSIONE – ANCHE QUI BISOGNA PORRE UNA CERTA ATTENZIONE: “ERA CON NOI” E’ INTESO COME “ERA A MALGA BALA” O “FACEVA PARTE DELLA NOSTRA BRIGATA”? POICHE’ RUSSO SEMBRA INSISTERE MOLTO SULLE MOTIVAZIONI, SRECKO LO RIMANDA A HROVAT CHE ERA IL CAPO POLITICO E STAVA GERARCHICAMENTE PIU’IN ALTO]
Anche Srecko é irritato dalle domande di Russo ma questi non controbatte con la stessa forza di Hrovat e fornisce diverse dichiarazioni che Russo può utilizzare. Per questo motivo viene ricompensato con una descrizione tutto sommato umana della sua persona (gli vien pur concesso il lusso di avere un luogo e data di nascita, wow!) che però vengono “autobilanciati” dalle mancate conferme alla versione strage che vengono fatte passare per reticenze. Seguendo l’evidente meccanismo “se fornisci elementi utili a confermare la tesi dell’autore sei bravo ma se taci o smentisci sei un bugiardo” Russo può permettersi di spendersi in parole positive per poi negativizzare le mancate conferme.
Parola d’ordine tra quei partigiani ancora viventi era logicamente il continuare a insistere su particolari contrastanti, sostenendo che i carabinieri erano stati fucilati. Cosa del tutto irreale e non avvenuta, fatti alla mano! Nessuna spiegazione plausibile sul massacro, sul perché di quella terribile strage dopo due giorni di peregrinazioni da un casolare all’altro fino a raggiungere la zona impervia e isolata della malga Bala, neanche cinquant’anni dopo quando finalmente l’omertà era stata rotta e numerose testimonianze avevano chiarito il tutto e messo i partigiani con le spalle al muro, a cominciare dai comandanti, due dei quali già morti al momento delle nostre inchieste. (pag.194 – grassetto mio)
Russo basa la sua teoria sul “silenzio partigiano” semplicemente in base al fatto che… i due partigiani con cui ha parlato non confermano la sua versione! Appare inquietantemente ridicolo il fatto che Russo affermi che la morte per fucilazione dei dodici sarebbe “irreale” rispetto ad un sacrificio umano rituale-simbolico effettuato con violenza inenarrabile di cui non é stato in grado di fornire nemmeno un solo elemento a favore.
La realtà era ed è che l’odio, profondo e radicato, aveva avuto il sopravvento su ogni raziocinio umano! (pag.194)
La REALTA’ secondo Russo é quella che lui ritiene tale e che “dimostra” combinando assieme chiacchere di paese, propaganda nazifascista, mezze frasi, spezzoni di intervista selezionati, opinioni personali di persone che non hanno avuto minimamente a che fare con gli eventi in questione, imprecisioni che forse nascondono una qualche volontarietà e “testimoni” che non dichiarano nulla di ciò che lui sostiene, in un poutpourrì contraddittorio da cui traspaiono con evidenza una lettura nazionalistico-mistico-religiosa degli avvenimenti e della realtà nel suo insieme.
Particolarmente inquietante il fatto che Russo commenti queste “dichiarazioni” incomplete, diversamente interpretabili e scontate con parole di gioia, parlandone come di una verità rivelata:
“Come si fa a non ringraziare il buon Dio con più calore ed estrema sincerità nel vedere finalmente ogni componente del puzzle regolarmente al suo posto?” (pag.19)
Russo dunque non ringrazia Dio per avergli fornito una versione completa e coerente della vicenda, ma di avergli fornito materiale utilizzabile per sostenere una versione che a suo avviso DOVEVA essere confermata
8.00 LA “VERITA” DI RUSSO
Il concetto di “verità storica” che traspare da “Planina Bala” é decisamente peculiare e distante da quello diffuso in ambito storico. In “Planina Bala” non v’é nessuna analisi di testi o delle affermazioni degli intervistati, nessun tentativo di distinguere tra storia e memoria, nessun tentativo di inserire gli eventi nella loro complessità storica, nessun tentativo di osservare i fatti in maniera equidistante dai personaggi coinvolti, nessun tentativo di ripulire le affermazioni raccolte dal loro bagaglio emotivo. Questo giusto per citare alcuni dei problemi di fondo senza rivangare nuovamente le problematicità del testo elencate finora. Una ricerca storica corretta mira a proporre una tesi logica basandosi su dati certi:
raccolta dati → ipotesi → verifica → dimostrazione → tesi
Russo invece agisce in modo assai diverso, ossia non parte dalla raccolta dati, bensì da un’idea di verità immutabile precostituita ed attorno ad essa rielabora e riadatta sia i dati che le ipotesi affinché questi avvalorino la verità data ed inamovibile:
Ecco che i dati che non collimano vengono scartati (le parti d’intervista mancanti e le domande non poste), ecco che certe frasi vengono “vendute” in un certo modo ma che forse all’origine avevano un senso diverso, ecco che la complessità viene ridotta fino a renderla una sorta di fiaba horror in cui le persone sono banalizzate in buoni contro cattivi, brava gente contro demoni. Ecco che anche la testimonianza di chi riferisce solo chiacchere di paese diventa “materiale utile”. Ecco che dalla rielaborazione narrativa di testimonianze ed ipotesi omogeneizzate in un’unica marmellata monosapore emergono le strutture culturali e pregiudiziali dell’autore che la tengono assieme dandole l’illusione di solidità.
Riportando alla mente quanto osservato all’inizio di questo articolo appare decisamente inquietante il fatto che la posticcia narrazione dei fatti portata avanti da questo libro venga venduta come verità storica ma la cosa, purtroppo, non stupisce affatto poiché non é certo un mistero come e perché ciò sia avvenuto: se all’inizio di questa catena c’é stato il lavoro di persone a cui non interessa la realtà e proprio per questo son portate a percepirsi come costantemente in stato d’assedio, mentre alla fine della stessa vi son persone ben disposte ad accogliere queste appaganti falsità per i medesimi motivi, nel mezzo v’é chi, in malafede, sfrutta quelle stesse falsità perché é proprio mantenendole vive che prosperano.
Il concetto di fondo però é sempre, sempre lo stesso:
Quelli come me vivon nel giusto
Nessuna differenza fra “io” e “noi”
Il diverso é sbagliato
Il diverso sarà bruciato
(2017/09/30) Segnalo questo pezzo di Laura Matelda Puppini sui fatti di Malga Bala molto ben documentato ed ottimamente esposto. Il succo é ben riassunto in questi passaggi relativi alla vicenda storica:
[…] ho solo capito, fin qui, che vi fu una azione partigiana contro la centrale di Bretto inferiore, inserita in una serie di azioni partigiane, che i carabinieri che presidiavano la stessa non si aspettavano; che essi vennero catturati dai partigiani che li portarono via prima di far saltare la loro casermetta, ma se avessero voluto ucciderli non si sarebbero comportati così, e quindi che vennero uccisi forse dai partigiani, perché tentarono magari la fuga. Santo Arbitrio disse che avevano lottato. I loro corpi vennero ritrovati una decina di giorni dopo in una grotta, non in una malga, e furono sepolti con tutti gli onori del caso. Avevano subito sevizie? Non lo so, non è chiaro, men che meno di che tipo. Attenzione che gravi lesioni non significa che le stesse siano state procurate da torture, perché anche altri fattori possono lesionare corpi rimasti all’aperto in montagna dieci giorni: il freddo, le intemperie, animali presenti, oltre che la decomposizione naturale.
ed alla ricostruzione effettuata da Antonio Russo:
A me lo confesso, dopo aver letto “Planina Bala”, volume che non consiglio ad alcuno, Antonio Russo fa paura, per il suo modo di procedere.
(2018/03/29) Segnalo questo articolo di Claudia Cernigoi che aggiunge alcuni nuovi elementi allo sviluppo della narrazione sui fatti di Malga Bala.
In particolare pone l’attenzione sull’operato di Arrigo Varano, “un carabiniere in congedo di Brescia, che ha tempestato il Comando generale dell’Arma con interrogazioni parlamentari presentate da rappresentanti post-fascisti” e sugli Atti del convegno del 2010 dell’UNMS di Brescia su Malga Bala, in cui si riporta che le milizie tedesche tributarono onore ai militi della GNR «con una triplice salva di fucileria sparata da un reparto tedesco».
L’articolo inoltre analizza alcuni documenti originali della GNR contenuti negli atti in cui viene riportato che:
I partigiani agirono senza colpo ferire, probabilmente cogliendo Perpignano di sorpresa mentre rientrava dall’osteria e facendosi aprire da questi la caserma; che gli operai dissero di non riconoscere nessuno di quelli che vengono supposto essere circa una 20 partigiani; che questi trattarono bene gli operai; che prelevarono una mitragliatrice, due fucili, due moschetti e le armi in dotazione ai militi lasciando sul posto viveri e munizioni; che la turbina della centrale era danneggiata.
Un secondo documento parla di battute di ricerca avvenute il 31 marzo ed il 2 aprile 1944 da parte di militi della 2^ centuria GNR confinaria di Tarvisio, dell’ 8° Reggimento alpini e milizie naziste, e del rinvenimento il 2 Aprile 1944 in una grotta sita in località Dolinza (“tra Monte Bellez, Crste del Cavallo e Monte Plesivizza <?> a 130 Km. a Nord-Est di Udine”) dei cadaveri di tutti i 12 militari che componevano il distretto di Bretto. Per poi continuare con la descrizione dei corpi seviziati da armi bianche e da fuoco: «Tutti, indistintamente, i corpi dei militari erano coperti con le sole mutande e la camicia e presentavano ferite multiple di arma bianca e da fuoco, nonché tracce evidenti di sevizie» . Conclude cdicendo che i corpi son stati trasportati a Tarvisio e comunicando che col comando tedesco é stato disposto che il funerale sarà tenuto martedì 4 alle 11,30
Un terzo documento invece dice che già il giorno 31 in Val Bausizza vennero ritrovati 7 cadaveri dei carabinieri di Brutto da “un reparto di carabinieri e uno di Alpenjaeger”. Stavolta si aggiunge il dettaglio di piedi legati col fil di ferro e si specifica che solo ad una seconda spedizione il 2 Aprile composta da “Confinari, alpini e carabinieri” vennero trovati tutti i corpi “nella stessa località dei primi”. Lo stesso documento riporta pure:
“Con l’occasione informo che la sera del 27 Marzo, una emittente nemica in lingua italiana ha trasmesso che, nella Val Trenta (alle sorgenti dell’Isonzo) un plotone di carabinieri con due sottufficiali abbandonavano le armi e si consegnava ai partigiani delle bande di Tito.
La radio nemica avrà voluto facilmente alludere ai carabinieri di Brutto, esagerando e travisando, secondo il suo costume, la notizia a scopo propagandistico”
Con lo stesso materiale dunque é possibile ipotizzare che: i 12 militi, posti di fronte ad un aut-aut potrebbero essersi effettivamente consegnati ai partigiani (magari lasciandoli temporaneamente disarmati finché non fosse certo non stessero facendo il doppio gioco?) ma il 31 marzo, colti di sorpresa dal reparto di alpini e Kaiserjager, questi hanno avuto la peggio, catturati dai nazisti e torturati perché traditori. Oppure uccisi in scontro a fuoco ed i cadaveri seviziati per spregio o appositamente per essere usati come arma propagandistica contro i partigiani. O ancora: la trasmissione radio poteva effettivamente essere una esagerazione propagandistica, i 12 militi, tenuti ostaggi, vista la presenza di alpini e Kaiserjager potrebbero aver tentato la fuga ed essersi trovati tra il fuoco incrociato.
“Prendiamo ora in considerazione quanto scrive Franc Črnugelj nel suo “Na zahodnih mejah 1944” (pubblicato nel 1993, come il libro di Russo), non tradotto in italiano. Alcuni partigiani coordinati da Franc Ursič Jožko, comandante di distaccamento, dopo avere catturato Perpignano, si servirono di lui per introdursi nella centrale elettrica: la sabotarono, prelevarono armi e munizioni ed iniziarono la ritirata verso i monti, portando con sé i prigionieri. Nel frattempo però i nazisti si erano dati all’inseguimento degli attentatori; ad un certo punto i prigionieri cercarono di darsi alla fuga e ne scaturì uno scontro a fuoco: «i tedeschi spararono contro la colonna partigiana, nella quale si trovavano anche i prigionieri», scrive Črnugelj”
Ma poi arriva la parte più buffa. Cernigoi commenta il fatto che sul ACTA n°94 (ANNO XXXI – N. 3, SETTEMBRE NOVEMBRE 2017), preso atto che il database Onorcaduti riporta che dei 12 militi, 2 siano morti in località sconosciuta e 10 a Dolinza (come riportato nel primo dei documenti qui citati)
2 Dino Perpignano, ma per entrambi luogo Decesso: DOLINZA
Ignorando che Dolinza sia una minuscola località della Bavsica (a volte anche traslitterata Dolince, Dolinzi, Dolica, Dolinka), i redattori di ACTA la confondono con la quasi omonima Dolinza Alm in Austria, sita a 65Km da alla Bavsica. Ma qui arriva la parte interessante: i redattori di ACTA giustificano la stranezza ipotizzando che
«i tedeschi avrebbero tentato estreme cure sanitarie oltreconfine, nell’austriaca e pacifica Dolinza Alm, prima del seppellimento con onori il 4 aprile 1944 a Treviso»
E qui non si può che tornate ai “cugini stronzi di Germania”, che saranno pure stronzi, ma son sempre cugini e dunque fondamentalmente buoni. Tanto buoni da tentare disperatamente di resuscitare dei cadaveri orrendamente maciullati.
Per concludere non si può che osservare il motivo di tanta sicurezza dei redattori di ACTA:
“E’ innegabile che i tedeschi siano stati i primi e forse gli unici ad intervenire sul luogo della strage e a loro resta attribuito, salvo propagandistiche versioni, il ritrovamento dei seviziati.”
Che possiamo tradurre: “E’innegabile che i tedeschi siano stati i primi e forse gli unici ad intervenire sul luogo della strage, dopodiché DOPODICHE’ NON SAPPIAMO COSA ABBIANO FATTO”
Nella notte tra il 31 dicembre 2015 e l’ 1 gennaio 2016 a Colonia, in Germania, sono avvenuti fatti gravissimi. Fatti che nonostante fossero già di per sé estremamente gravi sono stati fin da subito cristallizzati e presi in ostaggio dal frame dello scontro fra civiltà rendendo estremamente difficile leggere gli eventi semplicemente per quel che son stati privandoli dei colori attribuitigli da teorie preconcette capaci solo di provocare reazioni isteriche.
Per meglio tentar di comprendere cosa sia avvenuto quella notte a Colonia é però utile farsi prima un’idea generale del luogo e contesto in cui sono avvenuti.
Ma prima ancora della lettura, un assaggio di “superiorità morale dei giovani occidentali”, giusto per far sbollire un po gli animi ricordando che la realtà non é fatta di monolitici bianchi e neri ma di una serie infinita di colori e sfumature che si fondono e si separano continuamente.
[il post é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]
Questo post é organizzato in cinque sezioni:
Premesse sulla città, l’ambiente, il momento ed il clima precedenti alla notte in questione
Descrizione cronologica degli eventi
Descrizione cronologica del modo in cui gli eventi sono stati comunicati dai media
Considerazioni finali
Conclusioni
1.0 COLONIA
1.1 LA CITTA’
Colonia, con il suo milione d’abitanti che quasi raddoppiano considerando l’agglomerato urbano che immediatamente la circonda, é la più grande città della Renania Settentrionale-Westfalia. E’ la quarta città della Germania per dimensioni. Si trova più o meno a metà strada tra Düsseldorf e Bonn, da cui dista rispettivamente 34Km e 24Km circa, con le quali forma la “regione metropolitana Colonia-Bonn“. Colonia, quindi, pur essendo formalmente una città da un milione di abitanti, che diventano quasi due con l’hinterland, é in realtà il centro vitale di una “città estesa” di oltre tre milioni di abitanti.
Sviluppata sui due lati del fiume Reno, il centro città vero e proprio é l’Innenstadt, nel cui cuore si trova la città vecchia divisa in Altstadt-Sud ed in Altstadt-Nord. Quest’ultima rappresenta il centro del centro: é nell’Altstadt-Nord che sorgeva la città romana su cui si é sviluppata la città moderna, che si trovano il Duomo, l’Alter Markt (il mercato vecchio), le principali aree pedonali e la stazione centrale dei treni.
L’Innestadt di Colonia, a forma di mezzaluna, al cui interno troviamo l’Altstadt-Nord (in verde) e l’Altstadt-Sud (in rosso)
1.2 COLONIA, LA GERMANIA E L’IMMIGRAZIONE DAL DOPOGUERRA AL 2001
Come in tutta la Germania, durante il boom economico tedesco degli anni ’60 e primi ’70, Colonia ha visto una fortissima immigrazione di lavoratori chiamati soprattutto dalla Turchia ed in misura minore anche dall’Italia e altri paesi mediterranei. La regione della RenaniaSettentrionale-Westfalia éla più ricca della Germania ed in assoluto una delle regioni più ricche d’Europa. Qui l’industria pesante del carbone e dell’acciaio ha contribuito al miracolo economico tedesco nel secondo dopoguerra e non stupisce che quindi sia stata quella col maggior tasso d’immigrazione. Non stupisce nemmeno che la maggior parte degli immigrati sia giunta proprio dalla Turchia, dato il secolare rapporto tra Turchia e Germania. Giusto per dare un’idea di misura: ad oggi nella regione del Nord Reno-Westphalia vive 1/3 dei tedeschi d’origine turca.
Per i primi trent’anni si può parlare di convivenza più che di vera e propria integrazione: inizialmente i lavoratori giungevano come Gastarbeiter (lavoratore-ospite) con un contratto triennale non estendibile Ma già alla fine degli anni ’60 questo limite venne meno soprattutto per il volere delle aziende cui un turnover triennale stava stretto. Negli anni a cavallo tra i ’60 ed i ’70 si vedono arrivare numerosi mogli e figli degli operai per ricongiungimento famigliare. La popolazione tedesca, non essendo etnicamente molto diversificata, accoglie questi lavoratori temporanei con un certo scetticismo.
I nuovi arrivi provocano qualche brusio di risentimento razziale in tutto il paese. Dopo il colpo di stato in Turchia del 1980si assiste ad una nuova ondata migratoria, stavolta di richiedenti asilo. La tensione razziale sale ed il discorso pubblico vede favorevolmente azioni di contenimento degli arrivi e di aiuti economici a chi decidesse di tornare ai luoghi d’origine ma tali progetti si risolsero in un nulla di fatto: si stava giungendo alla seconda generazione ed i nati in Germania non erano intenzionati a lasciare la Germania per il paese d’origine dei genitori che non avevano mai visto.
Gli anni ’80 vedono rinvigorirsi numerosi focolai neonazisti che organizzano manifestazioni ed atti violenti a sfondo razziale, inclusi incendi ed omicidi che hanno un picco tra il 1990 e ’92, immediatamente dopo il crollo del muro di Berlino, e proseguono durante tutto il decennio della riunificazione delle due Germanie fino ai primissimi anni del 2000.
Tuttavia é proprio durante gli anni ’90 che si vede maturare un netto e costante distanziamento dell’opinione pubblica da queste manifestazioni estremiste.
1.3 QUALCHE NUMERO
Dati del 2011, anno dell’ultimo censimento, relativi alla sola città di Colonia riportano che su poco più di un milione di abitanti, 147.603 é cittadino tedesco ma ha un “background migratorio”, 117.343 sono cittadini provenienti da paesi extraeuropei (metà di questi dalla sola Turchia) e 55.502 sono cittadini provenienti da altri paesi europei
[Purtroppo non abbiamo trovato dati relativi all’agglomerato urbano che circonda immediatamente la città, pur sapendo che é abitato da circa 800.000 persone o dell’intera regione. Partendo però dal presupposto che solitamente chi arriva in Germania dal di fuori dell’Europa ha un tenore economico mediamente basso, così come i turchi-tedeschi, si può supporre che la percentuale di cittadini extraeuropei nell’hinterland di Colonia sia maggiore di quello rilevato al centro]
A marzo 2015 risultavano esserci circa 5500 rifugiati a Colonia, numero oggi sicuramente maggiorato dal drammatico aumento migratorio degli ultimi mesi, considerando che nel solo settembre 2015 sono giunti in Germania tra i 270.000 ed i 280.000 rifugiati: più del totale di arrivi dell’intero 2014. Ci si aspetta circa un milione di nuovi rifugiati durante il 2016.
1.4 COLONIA, LA GERMANIA E L’IMMIGRAZIONE DAL 2001 AD OGGI
Tentando di fare una fotografia della situazione dei turchi-tedeschi tra il 2001 ed il 2010 si potrebbe riassumere così: convivenza sufficiente, integrazione non sufficiente. Proprio la più ampia delle minoranze presenti sul territorio tedesco é quella che presenta il tasso d’integrazione tra i più bassi.
Anche in Germania, dopo il 2001, il sentimento anti immigrati é stato catalizzato dall’anti-islamismo conseguentemente ai fatti dell’ 11 settembre.
Giunti alla terza generazione, nella scena pubblica sono oramai presenti numerosi artisti e sportivi di origine turca, tuttavia il tasso di abbandono scolastico é molto più alto tra i turco-tedeschi e conseguentemente lo status economico che questi raggiungono é mediamente inferiore rispetto alla media nazionale. Per i turco-tedeschi l’accesso al credito é mediamente più difficoltoso ed hanno più probabilità di ottenerlo da banche turche che da banche tedesche.
Come quasi sempre nei casi d’integrazione culturale, anche qui é facile osservare sia una certa resistenza sommessa da parte della popolazione tedesca ad un’integrazione effettivamente compiuta che un rafforzamento del sentimento identitario dei turco-tedeschi, il che non giova a favore di un maggiore avvicinamento culturale.
Negli ultimi quattro-cinque anni vi é stato un rapidissimo sviluppo di questi equilibri: la Germania é uno dei paesi europei in cui si é stabilito un numero elevatissimo di migranti e rifugiati e sia per la quantità che per la rapidità con cui ciò é avvenuto era quasi inevitabile non nascesse del malcontento, soprattutto laddove esisteva già un qualche tipo di disagio (per esempio nell’area dell’ex-DDR, economicamente più arretrata rispetto all’ovest). Come negli anni ’60, la ricchissima area di Colonia é stata ovviamente una delle mete preferite dai migranti.
Nel 2007, all’annuncio della costruzione, hanno protestato associazioni di estrema destra provenienti anche da Austria e Belgio, ma si é trattato di episodi marginali relativi a poche centinaia di persone di chiaro indirizzo neonazista.
(2007) 150 membri di Pro-Köln marciano protestando contro la costruzione della moschea Fonti: Telegraph eSpiegel
Nel 2014 a Dresda (ex DDR) viene fondata Pegida, un movimento politico a puro carattere anti-islamico che conquisterà un certo rapido successo: a gennaio 2015 capeggerà una marcia di 25.000 persone in una manifestazione contro gli attacchi di Parigi ed a giugno otterrà quasi il 10% dei voti alle elezioni municipali di Dresda. Il caso di Pegida, per quanto contenuto, suona però come campanello d’allarme in quanto manifestazione di un sentimento anti-immigrati ed anti-islamico molto più diffuso, trasversale, esplicito e socialmente accettato rispetto a solo pochissimi anni prima.
Ai primi di settembre 2015 un’eccezionale ondata migratoria proveniente principalmente dalla Siria al suo quarto anno di guerra, migliaia di tedeschi s’attivano e manifestanoa favore dell’accoglienza ai rifugiati. Anche a Colonia e Bonn associazioni si organizzano per portare un primo conforto ed appoggio ai rifugiati che giungono coi treni.
Più di recente, il 17 ottobre 2015, il giorno prima del voto alle elezioni comunali la candidata sindaco Henriette Reker (58) é stata pugnalata gravemente al collo da un disoccupato quarantaquattrenne noto per le posizioni vicine all’estrema destra neonazista negli anni ’90 che disapprovava le posizioni liberali della Reker a favore dei rifugiati. 24 ore più tardi il voto eleggerà la Reker a nuovo sindaco, che ne riceverà l’annuncio dall’ospedale.
La Germania insomma ha maturato oltre mezzo secolo di rapporti intensi con comunità di immigrati, soprattutto di religione islamica provenienti dalla Turchia. Tra alti e bassi ha tutto sommato intrapreso una strada che punta attivamente all’integrazione culturale ma oltre a scontrarsi con la resistenza che s’incontra spesso in questo tipo di situazioni, l’attuale crisi dei rifugiati e gli attentati terroristici su territorio europeo, stanno alimentando sempre più sentimenti xenofobi e reazionari che non mancano di manifestarsi in maniera violenta. In Germania la polarizzazione su immigrazione ed islam é decisamente maggiore, più organizzata e manifesta rispetto alla situazione italiana.
Altstadt-Nord. In Rosso é indicata la piazza tra Stazione e Duomo. In giallo la piazza del chiostro e più a sud la Roncalliplatz. La linea verde sul tetto del Duomo indica 100 metri.
La Bahnhofsvorplatz é una piazza pedonale di forma triangolare che, come dice il nome, sorge dinnanzi alla stazione centrale dei treni di Colonia che ne occupa il lato est. Sul lato ovest ci sono un paio di palazzi e l’angolo di una chiesa mentre a sud c’é il maestoso Duomo la cui base é cinque-sei metri più in alto rispetto alla piazza della stazione. Tra la piazza e il Duomo c’é la Trankgasse, una strada percorsa da automobili che però si oltrepassa facilmente con un sovrapassaggio che funge da scalinata del Duomo. Proseguendo verso il centro, proprio attorno al Duomo s’incontrano altre due piazze pedonali: la piazza del chiostro ad ovest e la Roncalliplatz a sud.
La stazione di Colonia é molto grande. Ci passano giornalmente 280.000 persone. Tra i negozi e ristoranti al suo interno si trova sempre tantissima gente.
L’area attorno al Duomo e della stazione é comunemente nota come un luogo di taccheggio e spaccio di Marijuana in cui stazionano regolarmente bande di spacciatori-taccheggiatori prevalentemente di origine nordafricana. Non é un mistero: chiunque abiti a Cologna lo sa ed é pure indicato nelle guide per i turisti. Lo scorso luglio una retata della polizia ha identificato una rete di 40 persone che operavano in quelle piazze.
L’intera area é dunque un’importante zona di passaggio: impossibile andare in centro a Colonia senza passare dalla zona della stazione. Da qui si passa per attraversare l’Hohenzollernbrucke: uno dei tre ponti che collegano il centro all’altra sponda del Reno su cui le coppiette attaccano i lucchetti.
1.7 CAPODANNO A COLONIA
Nella notte di San Silvestro migliaia di persone si recano a Colonia per ammirare i fuochi d’artificio. Il capodanno di Colonia é “IL” capodanno del Reno Settentrionale-Westfalia ed attira anche numerosi turisti stranieri. Famiglie con bambini, compagnie di amici e coppiette in giro dappertutto. Come ad ogni capodanno ci si ritroverà con gli amici, si brinderà assieme con birra e spumante, si faran scoppiare i petardi e così via.
Un tipico capodanno tra amici per le strade di Colonia é più o meno come in questo video del 31 dicembre 2014:
E lo spettacolo di fuochi che ci si aspetta attorno alla mezzanotte é questo:
Come in ogni capodanno, o meglio, come in ogni grande evento di piazza, esattamente come avviene in tantissime città del mondo, si verificano numerosi casi di borseggio e molestie, ci saranno compagnie di ragazzi ubriachi, incidenti coi petardi e pure qualche rissa. (Nell’ultima edizione dell’Oktoberfest sono stati denunciati 40 casi di molestie, nessuna delle quali a carico di “nordafricani o immigrati”)
1.8 I LUOGHI DEL CAPODANNO
I luoghi principali in cui si svolge il capodanno nel centro di Colonia sono grossomodo le aree pedonali dell’Altstadt-Nord che vanno dalla stazione dei treni e l’adiacente duomo alla piazza alberata dell’Heumarkt ed il lungarno. Alla mezzanotte molte persone si spostano sul lungoreno e sui ponti per ammirare lo spettacolo dei fuochi d’artificio.
2.0 CAPODANNO 2015/2016
Nei giorni precedenti erano state diffuse notizie riguardanti possibili attacchi terroristici nelle maggiori città europee per capodanno.
La polizia locale di Colonia chiese rinforzi per la notte di Capodanno ma il ministero li aveva negati.
I fatti qui elencati sono stati ricostruiti in base alle testimonianze e dichiarazioni giunte nei giorni successivi.
L’elenco delle aggressioni é particolarmente corposo. Qui ne sono state selezionate solamente alcune per fornire un’immagine il più completa possibile degli orari di inizio/fine e delle diverse modalità d’esecuzione.
19:00 Una ragazza viene circondata da 5 persone ed afferrata mentre cammina
19:30 Parcheggio della stazione. Una ragazza si trova all’interno della propria macchina ferma. Un uomo le bussa sul finestrino e le indica di guardare le ruote. La ragazza esce dal veicolo e vi gira intorno osservando le ruote. Rientrata nell’abitacolo scopre che la sua borsetta é scomparsa.
eventi tra le 19 e le 21 (dati aggiornati all’ 11/01/16)
20:30 Nella Banhofsvorplatz (la piazza antistante la stazione dei treni, indicata in rosso nell’immagine sopra) inizia a formarsi una folla composta da diverse centinaia di persone, perlopiù di origine nordafricana.
21:00 Nella piazza sono presenti circa 400/500 persone, quasi esclusivamente giovani uomini nordafricani e mediorientali tra i 15 e 35 anni. Alcuni stanno in piedi divisi per gruppetti nella piazza a far esplodere petardi. Altri stanno sulle gradinate del Duomo a guardare la scena. Per terra ci sono bottiglie di birra. Sono molto rumorosi. Si sentono continui fischi dei mazzetti in volo e ogni volta che uno di questi esplode si sentono fischi e “Oooooh”. Una persona viene derubata all’interno della stazione. Decine di cellulari riprendono quel che succede. Alcuni gruppetti lanciano pericolosamente i petardi addosso ad altri gruppetti in un “gioco” decisamente irresponsabile. Alcune delle persone che escono dalla stazione preferiscono aggirare in fretta il centro della piazza piuttosto che passare in mezzo alle esplosioni. Qualcuno si ferma a vedere che succede. C’é un caso di accoltellamento per cui arrivano la polizia ed un’ambulanza ed altre risse.
21:30 Polizia locale, polizia federale e rappresentanti del comune tengono un briefing sulla situazione alla piazza della stazione. Si propone di far intervenire la polizia antisommossa per le 22:00
eventi tra le 21 e le 22 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
22:00 La folla davanti alla stazione si é fatta più aggressiva. Chi passa di lì ne é intimorito. Molti di loro sono ubriachi ed “inconsapevoli di dove si trovassero“. Probabilmente molti han consumato anche droghe. Le bottiglie di birra vuote vengono frantumate per terra. Ci sono diverse chiazze di vomito. Lo scoppio continuo di petardi rende il tutto ancor più caotico. Ad ogni passo si calpestano vetri rotti. Due uomini bloccano delle donne vicino alla cattedrale e queste, urlando, tentano di reagire. Ci sono diverse risse nella stazione e la polizia tenta di contenerle ma sono troppe e c’é una difficoltà oggettiva nel focalizzarsi su ogni singola rissa. Si sente una ragazza urlare, piangere e scappare da un uomo che le urla contro puntandole il dito per poi inseguirla assieme ad altri. C’é un secondo briefing tra le polizie ed il Comune. L’intervento della polizia antisommossa é rimandato alle 22:30. Ubriachi lanciano petardi addosso ad altra gente. Iniziano le prime aggressioni: branchi da 2 fino a 20 persone individuano delle vittime, quasi esclusivamente giovani ragazze, le circondano e continuando a camminare al passo delle vittime vi si stringono addosso impedendone la fuga. A questo punto diverse mani iniziano a toccare aggressivamente la vittima da più parti: mani sul sedere, mani sul seno, tra le gambe. Mani che afferrano le braccia e che tirano la giacca. In alcuni casi mani che s’infilano dentro ai pantaloni. Intanto il branco rivolge frasi oscene alle vittime, le chiama “Bitch” o “Schlampfe” (Troia) e gli dice “Ficki, Ficki” (Scopiamo, scopiamo). Una macchina della polizia sosta davanti al Duomo e viene bombardata di petardi.
22:15 Una donna viene assalita e toccata mentre esce dalla stazione. Contemporaneamente c’é un tentativo di rubare la borsa del marito.
22:30 Due ragazze vengono assalite all’ingresso della stazione. Gli assalitori le toccano dappertutto, compresi i genitali. (Si tratta dell’episodio più grave e che porterà a due denunce per stupro). Una ragazza passa nel bel mezzo di una folla. Successivamente si accorge di esser stata derubata. Un petardo esplode sulla spalla di una ragazza ustionandola. Un’altra ragazza giunta da Bonn testimonia che scesa dal treno vede in stazione quasi esclusivamente maschi nordafricani. Ubriachi. La folla é tanto densa da potersi a malapena muovere e diverse mani la toccano sul sedere. “non avevano la sensazione di star facendo qualcosa che é vietato”
22:40 Un ragazzo e due ragazze alla stazione. Mentre queste vengono circondate e toccate lui viene derubato.
eventi tra le 22 e le 23 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
23:00 Le persone radunate nella Banhofsvorplatz adesso sono circa un migliaio. Secondo alcuni 1.500. Più rumore, più petardi. Più caos. C’é una situazione caotica con gente “completamente disinibita” che urla, fumo di petardi esplosi ovunque. Gran parte delle persone é ubriaca o intossicata. Nessuno si cura più di tanto della presenza della polizia. Si stanno verificando ancora aggressioni all’interno della folla ma la polizia antisommossa non se ne accorge. Passa un’ambulanza e viene bersagliata di petardi. In un angolo della piazza alcuni stanno litigando. Altre risse. Per la maggior parte sono ragazzi e giovani uomini nordafricani o mediorientali. Non é più una situazione tranquilla: raggiungere la stazione dei treni é ora oggettivamente pericoloso per i passanti e le persone in piazza si stanno facendo aggressive. Alcuni ragazzi si sono messi a far scoppiare petardi nel bel mezzo dell’adiacente sottopasso impedendo l’eventuale passaggio delle automobili. Nel frattempo sono giunte diverse macchine e camionette della polizia. Un’altra ragazza testimonia di esser stata toccata nelle parti intime più o meno a quest’ora nel piazzale della stazione.
23:15 Due ragazze vengono circondate e toccate dalla folla. Cade la borsetta. Vengono derubate di cellulare, contanti e gioielleria. La polizia decide di sgomberare la scalinata del Duomo.
23:30 La polizia decide d’intervenire prima che accada qualcosa di grave ed inizia lo sgombero della piazza. Con qualche difficoltà circondano la zona ed iniziano a disperdere le persone presenti allontanandole dalla zona della stazione. La polizia di Colonia informa della situazione la LZPD, l’organo di coordinamento delle polizie del Länder. La LZPD chiede se siano necessari rinforzi ma la polizia di Colonia dichiara di non ritenerlo necessario.
00:20 Vittima testimonia di esser stata “toccata dappertutto”
00:27 Il grosso dei festeggiamenti é finito e da questo momento in poi molte persone dovranno recarsi alla stazione per tornare a casa. La polizia decide di riaprire l’accesso alla piazza e alla scalinata. Sempre la polizia dichiarerà successivamente che da questo momento la situazione in piazza si era “calmata notevolmente”
00:30Madre e figlia vengono assalite. Uno degli assalitori tenta di baciare la ragazza mentre un’altro le tira fuori il portafoglio dalla borsa. Una ragazza viene circondata da 5 uomini che tentano di toccarla sotto alla gonna mentre un’altro le strappa via la borsetta. Tra la mezzanotte e adesso la polizia ha controllato tra le 30 e le 50 persone. Una squadra viene spostatain un’altra zona della città. Alcune donne dichiarano agli agenti di non esser state aiutate dai poliziotti presenti in stazione. C’é il primo arresto per borseggio.
00:45 La polizia dichiarerà successivamente che a quest’ora era stata disperso il grosso della folla presente in piazza. Tuttavia vi sono diverse testimonianze che affermano il contrario. Ad esempio la testimonianza di una ragazza, il fidanzato e due amiche che trovatisi nel piazzale a quest’ora vengono circondati da diversi uomini che iniziano a toccarli dappertutto, anche in zone intime. Dopodiché, ancora in stato di shock, han raggiunto dei poliziotti all’interno della stazione che immediatamente sono scattati nel tentativo di catturare gli aggressori. Aggressioni simili avvengono sia all’interno che al di fuori del piazzale della stazione.
eventi tra le 00 e le 01 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
01:00 Amir, un 37enne iraniano residente da 17 anni in Germania, testimonia che a quell’ora é entrato alla stazione con la fidanzata e i suoi genitori per tornare tutti a casa. Un poliziotto cerca di impedirgli l’accesso finché lui non gli dice “Siamo una famiglia e vogliamo tornare a casa”. Entrati nella stazione vedono vomito dappertutto. Giorni dopo testimonierà: “Ho avuto paura” – “E’qualcosa che non avevo mai visto in Germania”. Durante la serata, davanti alla stazione dei treni la polizia ha identificato 70 delle persone presenti. La polizia si apposta all’ingresso della stazione per permettere alle persone di raggiungere i binari in sicurezza. Tre ragazze vengono circondate e toccate dappertutto da un gruppo di nordafricani. C’é un tentativo di rubare una borsetta. Viene rubato un cellulare.
05:05 Vengono rilasciate le prime persone che erano state arrestate e trattenute in cella.
06:40 Ragazzo in bici nei pressi della stazione. Dalla giacca gli vengono rubati cellulare, documenti e carte di credito.
eventi dalle 05 alle 12 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
Dopo le 5 la situazione é ritornata quella di una giornata normale.
3.0 I GIORNI SUCCESSIVI
[fra parentesi quadre ed in rosso alcune considerazioni che si é preferito inserire qui anziché nella quarta sezione]
Venerdì 1 Gennaio 2016 POLIZIA NEGA, I SOCIAL NETWORK S’INFERVORANO
Alle 08.57 viene rilasciata una relazione della polizia segnala che “la celebrazione del capodanno é stata perlopiù pacifica” e che all’indomani dei festeggiamenti il clima é “ritranquillo”. Si segnalano 20 casi di danneggiamento (l’anno precedente furono 25), 78 colluttazioni, 80 interventi della polizia, 80 casi di festeggiamenti eccessivamente rumorosi e il fatto che poco prima di mezzanotte si é dovuta sgomberare l’area del Duomo per evitare la formazione di una ressa pericolosa causata da circa 1000 persone intente a far esplodere fuochi pirotecnici.
Sul gruppo Facebook “Nett-Werk Köln” vengono pubblicati dei post sugli assalti ma gli amministratori del gruppo li cancellano in quanto contrarie alle regole contro l’incitamento
Il Köllner Express pubblica un articolo intitolato: “Notte di San Silvestro: giovani donne molestate sessualmente” in cui riporta la testimonianza di una giovane donna (28) che dichiara che nei pressi della stazione alle 00:45 lei, il fidanzato e due amiche sono stati circondati da diversi uomini che hanno iniziato a toccarli dappertutto, anche in zone intime. Dopodiché, ancora in stato di shock, han raggiunto dei poliziotti all’interno della stazione che immediatamente sono scattati nel tentativo di catturare gli aggressori.
Sabato 2 Gennaio 2016 PRIME AMMISSIONI DELLA POLIZIA
La polizia dichiara che una trentina di uomini “di aspetto nordafricano” ha agito assalendo diverse vittime circondandole in gruppi per immobilizzarle e distrarle mentre le derubavano di portafogli e cellulare e che in alcuni casi sono andati oltre toccando le parti intime delle vittime dei furti.
NOTA RIGUARDANTE I DIVERSI CORPI DI POLIZIA TEDESCA
Nel piazzale della stazione di Colonia a capodanno intervenivano due diversi corpi di polizia:
Bundespolizei (polizia federale tedesca, dipendente dal ministero degli interni. Ha il controllo della ferrovia e della stazione dei treni fino ad una distanza di 30 metri da essa, il che include tutta la piazza antistante.)
Kölner Polizei(o Landespolizei Köln, polizia locale di Colonia, dipendente dal proprio Länder di appartenenza. Ha il controllo del territorio)
Inoltre alcune dichiarazioni verranno rilasciate dal leader locale del GdP, ossia il principale sindacato di polizia.
Ciò ha provocato a volte una qualche confusione sui media riguardo le dichiarazioni dei diversi “capi della polizia”.
Domenica 3 Gennaio 2006 A COLONIA NON SI PARLA D’ALTRO
A Colonia non si parla d’altro soprattutto sui social network a causa della scarsa copertura mediatica che già qualcuno indica come voluta.
Il “Köllner Express” pubblica un nuovo articolo in cui riporre più un dettaglio la testimonianza del primo articolo. La giovane donna, che dichiara di essere nativa di Colonia, si chiama Katia L (28) e specifica che l’assalto é avvenuto nei pressi della vecchia sala d’attesa aggiungendo “Quando uscimmo dalla stazione fummo molto sorpresi dal gruppo che incontrammo fuori” – “erano solamente uomini stranieri” („Als wir aus der Bahnhofshalle kamen, waren wir sehr verwundert über die Gruppe, die uns da empfing“ – „Es handelte sich ausschließlich um junge ausländische Männer”), che “sarò stata toccata 100 volte in 200 metri” mentre gli uomini le dicevano “Schlampen” (troie) e “Ficki, Ficki” (scopare, scopare) e che “per fortuna indossava giacca e pantaloni perché una gonna le sarebbe stata sicuramente strappata”. Una delle due amiche racconta che il gruppo era di 40 o forse 100 uomini e che collant e mutande le son state quasi completamente tolte. Tornate alla stazione hanno avvertito subito la polizia ma non son state in grado di dire chi le avesse toccate né dove. Katia L. aggiunge “spero che li catturino o non scenderò in piazza al Carnevale”. L’articolo termina informando che la polizia ha iniziato un’attività di verifica dei fatti e che 35 donne hanno già fatto denuncia ma la cifra é destinata ad aumentare. In totale sono state fatte 60 denunce, il 25% delle quali includeva molestie sessuali.
Lunedì-Martedì 4 -5
Gennaio 2006 LA NOTIZIA FA IL GIRO DEL MONDO
Sull’Huffington Post tedesco si fa notare come i fatti di Colonia incredibilmente non abbiano avuto eco sui media nazionali nonostante la gravità e che le uniche fonti sono, oltre a brevi dichiarazioni su WDR, il “Köllner Express” e “Focus Online“, entrambi di noto indirizzo conservatore e non proprio adatti a fungere da fonte primaria. Si parla di disinformazione, censura ed eccessiva prudenza. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo, però, la notizia riceverà una copertura internazionale.
Il ministro della giustizia tedesco Maas parla di attacchi “vili e odiosi”. La cancelliera Merkel chiede una risposta severa della legge. La sindaco di Colonia dichiara misure restrittive per i prossimi eventi pubblici. La polizia dichiara che le denunce sono salite a 90, alcune delle quali per molestia, alcune per furto e alcune per furto con molestia. In un caso v’é una denuncia per stupro. La sindaco Reker dichiara che non v’é alcuna prova che vi fossero rifugiati tra gli assalitori e diffonde alcuni “consigli utili” per evitare in futuro situazioni simili che scatenano ilarità e critiche. Quello che appare subito chiaro é che non ci sono dei veri sospetti e non é chiaro il loro numero ma “Non si é trattato di mille assalitori“, come ripete la stampa, ma di persone che si sono mescolate nella folla.
La notizia viene riportata dai media internazionali che sostanzialmente riprendono quanto scritto sul “Köllner Express” e “Focus Online“. Ciò che passa é sostanzialmente “Nella notte di Capodanno a Colonia mille arabi o nordafricani ubriachi ed aggressivi hanno assalito dalle 60 alle 90 donne”, così come lo riporta la BBC, il DailyMail,
In Italia la notizia giunge così:
[Da una parte i quotidiani di estrema destra parlano di “stupri di massa”, dall’altra alcune incomprensioni diffuse sui termini “molestie”, “attacchi” e “gruppi” e il patatrac é fatto! Da questo momento in Italia si parla di “mille rifugiati mussulmani ubriachi che si sono organizzati in massa per stuprare in branco le nostre donne”]
Una donna di lingua araba informa la polizia che alcuni rifugiati di Duisburg le avrebbero rivelato di esser stati a Colonia per il capodanno. Alcuni cellulari rubati sarebbero stati rinvenuti presso abitazioni di rifugiati o nelle loro vicinanze, ma la polizia non conferma.
[In GERMANIA dapprima si é parlato del ritardo con cui la notizia é giunta ai notiziari nazionali accusando la polizia di aver voluto mantenere in silenzio i fatti, poi ci si é concentrati sul fatto che molti media hanno dato scarso risalto alla nazionalità/origine degli assalitori indicandoli come “probabilmente nordafricani” o “indicativamente di aspetto arabo”; poi si é proseguito con le accuse di incompetenza verso la polizia e allo stesso tempo si son toccate appieno le politiche di accoglienza del governo in carica, passando per il senso di sicurezza generale.
In ITALIA invece il livello del discorso é ben esemplificato qui:
Si é parlato di “stupri organizzati”, “rete internazionale degli stupri di massa”, “attacco organizzato” equiparando i fatti di Colonia ad un atto terroristico.
Come sempre in questi casi sui social network ottengono maggio risalto le voci più estremiste e informazioni vere si legano a bufale di facile presa. Foto risalenti ad altre notizie, falsi palesi, dettagli ingigantiti, voci date per buone ed un video delle aggressioni che poi si scopre esser risalente ai fatti del Cairo del 2012 (NB pur non riferendosi ai fatti di Colonia il video é utile in quanto le modalità delle aggressioni di Colonia é praticamente identica a quella mostrata nel video in questione) . Il tutto ovviamente per dipingere i fatti in modo ancor più drammatico di quanto non siano già.
Ciò che molto velocemente é stato messo in secondo piano sia in Germania che in Italia é la possibile discussione sultrattamento delle donne nei luoghi pubblici. Già a questa data i “fatti di Colonia” sono diventati merce di propaganda politica incentrata sulla tesi dello scontro di civiltà e cioé immigrazione, Islam, Europa, accordi di Schengen ecc. Le vittime dei fatti sono già diventate un mero numero da spendere e l’interesse vige più sulla nazionalità/origine degli aggressori che su ciò che han passato le vittime (Quanti erano rifugiati? Quante molestie? Quante donne? Quanti disoccupati? Quanti?)
Il fatto é decisamente interessante soprattutto se paragonato ad un recente episodio che presenta alcuni particolari analoghi:
Roma, 18-19 febbraio 2015, un migliaio di ultras olandesi del Feyenoord perlopiù ubriachi, tengono in ostaggio diverse zone del centro con risse, danneggiamenti, vandalizzazioni, scontri con la polizia. Vengono danneggiati 15 autobus e la fontana del Bernini in quelle che vengono descritte da più parti “scene di guerriglia“. In quel caso oltre a qualche ovvia critica sull’operato della polizia é interessante osservare in che modo sono stati descritti gli ultras del Feyenoord sulla stampa più critica:
“orda sbronza”, “teppaglia” che forse han dovuto sfogare la loro frustrazione di vivere in una città brutta (Libero)
“bestie completamente ubriache”, “energumeno”, “esaltati” “soliti imbecilli” (Il Fatto Quotidiano)
Qui la tesi dello scontro di civiltà non é scattato. Perché? Non si inneggiato contro la “razza olandese” né contro la “cultura nordica”, né contro la “violenza repressa dei protestanti”: i tifosi ubriachi sono contestati semplicemente per il fatto di essere dei tifosi ubriachi. La loro origine viene considerata solo come appiglio su cui costruire delle immagini colorite (barbari, vandali, lanzichenecchi) ma non é mai elemento centrale della critica. Gli ultras olandesi sono condannati in quanto ultras e non in quanto olandesi. Mai, mai, mai é stata proposta una lettura razziale-culturale di ciò che gli olandesi hanno fatto a Roma. Mai si é accennato alla loro fede protestante. Al contrario, per i fatti di Colonia, i teppisti nordafricani e mediorientali vengono condannati in quanto nordafricani e mediorientali secondo l’equazione “nordafricani e mediorientali = teppisti”. ].
Giovedì 7 Gennaio 2006 NOTIZIE A CATENA
Sull’Huffington Post tedesco si prende atto che moltissima stampa ha abusato dei termini “1000 uomini”, “rifugiati” in quanto a questa data nessun elemento indica che effettivamente vi fossero mille persone implicate, né che vi fossero coinvolti rifugiati ma che oramai la vulgata dell’evento é “mille rifugiati hanno molestato donne tedesche” [se avesse letto i giornali italiani molto probabilmente l’autore avrebbe sostituito “molestato” con “stuprato”] .
Il Consiglio centrale dei mussulmani tedeschi, con sede a Colonia, riceve centinaia di email e 50 telefonate telefonate minatorie. Sono costretti a staccare i telefoni.
Venerdì 8 Gennaio 2006 LICENZIATO IL CAPO DELLA POLIZIA LOCALE
La polizia di Colonia dichiara che 100 detective stanno investigando su 379 denunce, di cui circa il 40% include molestie sessuali e che le indagini sono focalizzate su persone originarie del nordafrica, perlopiù “richiedenti asilo e persone che vivono in Germania illegalmente”
Sulla rete nazionale tedesca i fatti di Capodanno vengono definiti un “campanello d’allarme” che illumina sulle difficoltà che incontra la Germania nell’integrare i nuovi arrivati, ma si dichiara altresì che “non bisogna cedere alle paure” per “non perdere ciò che abbiamo raggiunto”.
Domenica 10 Gennaio 2016 PROSEGUONO LE INDAGINI. AUMENTANO LE DENUNCE
La polizia locale di Colonia dichiara di star indagando su 19 sospetti: 10 richiedenti asilo e 9 presunti clandestini, fra cui alcuni “rifugiati arrivati in Germania negli ultimi mesi“. Quattro di essi sono già in stato di fermo accusati di furto. Nessuno di essi é residente a Colonia. Il direttore generale dell’anticrimine del Reno Settentrionale-Westfalia fa inoltre sapere che “dalle indagini sulla notte di San Silvestro finora non risulta che gli attacchi alle donne a Colonia siano stati “organizzati o guidati” e utilizza il termine “Tarraush gamea, utilizzato nei paesi arabi (ma anche in India e Bangladesh) per indicare le molestie sessuali di gruppo in luoghi pubblici
Le denunce sono salite a 516. La percentuale di denunce che include anche o solo molestie sessuali resta del 40% circa.
Il presidente della polizia federale tedesca Heiko Maas dichiara a proposito delle aggressioni: «deve esserci dietro una qualche forma di organizzazione. Nessuno può venirmi a raccontare che non sia stato preparato o concordato […] Normalmente una cosa del genere viene organizzata sui social network […] non si tratta di criminalità organizzata […] » e che dietro agli assalti «[…] non ci sia nessun tipo di gruppo strutturato». La polizia indaga tra decine di sms, chat ed email. Si continua a parlare di “regia unica” anche sulla stampa ma non c’é alcuna evidenza di ciò e la polizia locale invece smentisce. [1. Heiko Maas parla chiaramente di una sua ferma convinzione non ancora confermata da prove. Molta stampa però trasmette incorrettamente l’informazione “gli attacchi erano organizzati” dandola già per certa. 2.Il sospetto che traspare da diverse dichiarazioni é quello della “grande rete internazionale dei mussulmani organizzati per attaccare l’occidente” e dice molte più cose su chi la sostiene che delle persone sospettate]
Per il momento si indaga su 19 sospetti di cui 10 profughi.
A Lipsia (ex DDR) Pegida sfila in un corteo anti-immigrati. Ci sono scontri, danneggiamenti ed arresti. La notizia trova eco internazionale poiché viene incatenata ai fatti di Colonia.
Rolf Jaeger, ministro del Land del Reno Settentrionale-Westfalia, dichiara: “I testimoni e i rapporti della polizia locale, così come i resoconti della polizia federale, puntano sul fatto che i reati sono stati commessi quasi esclusivamente da persone dell’ambiente dei migranti“, punta il dito contro la polizia locale, affermando che questa non avesse chiesto rinforzi citando anche la nota stampa rilasciata il primo gennaio in cui si dichiarava la situazione “tranquilla” e dichiara che secondo le indagini non risulta che gli attacchi siano stati “organizzati” o “guidati”
Martedì 12 Gennaio 2016 L’ATTENZIONE INIZIA A CALARE
Il procuratore Ulrich Bremer dichiara che le denunce sono salite a 563, che la percentuale di queste che include molestie sessuali é ora del 50% e che i sospettati identificati dalla polizia sono 23. Rolf Jaeger, ministro del Land del Reno Settentrionale-Westfalia, ha rilasciato nella notte un report in cui dichiara quanto che la polizia sapesse della situazione. Vengono resi noti i tempi, gli orari dei briefing, il numero di poliziotti presenti, l’osservazione che le forze fossero in realtà insufficienti e che ciò abbia lasciato ampi margini di manovra agli aggressori, il fatto che la polizia di Colonia non sentì necessario avere rinforzi dal LZPD. Si rende noto che tra le ore 20:00 del 31 dicembre e le ore 07:00 del 1 gennaio sono giunte 1267 chiamate d’emergenza che hanno portato ad eseguire 873 controlli, di cui 53 nell’area della stazione, 12 dei quali riguardavano molestie, furti e/o percosse. Si parla di errori di valutazione, incapacità di adattamento e disorganizzazione (sovraccarico di lavoro per le forze ordinarie.
[Da questo momento i “fatti di Colonia” non trovano più spazio sulle prime pagine internazionali]
4.0 Alcune considerazioni:
4.1 RADUNO SPONTANEO?
Possibile che mille, millecinquecento persone si siano radunate nello stesso luogo senza alcun coordinamento? Finora nulla ha fatto emergere la presenza di un coordinamento generale. Vi sono però diversi elementi che possono spiegare come ciò sia stato possibile:
Nell’area della stazione stazionano sempre piccoli gruppi di nordafricani dediti allo spaccio ed al taccheggio. Altri gruppi di nordafricani sono giunti a Colonia passando proprio dalla stazione. Il punto di ritrovo della piazza é la scalinata del Duomo. E’sulla scalinata che ci si da appuntamento e ci si trova. La scalinata però é involontariamente al tempo stesso anche una perfetta platea: basta che una persona nel piazzale inizi ad attirare l’attenzione che la gente sulla scalinata si trasformi volente o nolente in pubblico e quella sera c’era gente in piazza che tirava razzi e petardi. Non serve molto perché gruppi di persone sulla scalinata inizino ad incitare quelli che tirano i petardi e perché altri gruppi giunti successivamente si fermino lì nel piazzale sommandosi alla folla preesistente. Non va nemmeno dimenticato che molti tedeschi già vedendo i primi assembramenti di nordafricani han preferito non mescolarsi, facendo sì che tale folla mantenesse la propria omogeneità iniziale (giovani maschi di origine tendenzialmente nordafricana).
Che alcuni di questi gruppi si siano dati appuntamento alla stazione non sembra affatto strano, così come non sembra nemmeno strano se alcuni gruppi di assalitori si siano coordinati sul momento via chat (stupisce che nel 2015 vi siano giovani che interloquiscono via chat e social network?)
4.2 LA POLIZIA HA NEGATO L’EVIDENZA?
Ci sono ancora indagini e discussioni in corso é già chiaro che i corpi di polizia di Colonia abbiano gestito malissimo la situazione in piazza sottostimandone il rischio potenziale ed agendo tardivamente con mezzi limitati. Purtroppo capire esattamente perché sia successo richiederebbe approfondimenti sulla situazione, sugli equilibri interni e funzionamento dei corpi di polizia della città che francamente esula dall’interesse di questo post ed a meno che non saltino fuori rivelazioni stravolgenti basterà sapere che c’é stata disorganizzazione da parte della polizia ed all’indomani s’é tentato di sorvolare sull’accaduto.
4.3 ERANO TUTTI NORDAFRICANI?
Tutte le testimonianze concordano nel descrivere la folla in piazza ed in stazione come composta quasi unicamente di nordafricani o mediorientali. Le persone sospettate di aver assalito le ragazze provengono da Algeria, Marocco, Siria, Iran, Iraq, Serbia, Stati Uniti e Germania. Si può dunque già affermare che per la stragrande maggioranza si: si parla di persone la cui origine é ascrivibile al nordafrica ed al medio oriente. Magari salterà fuori che tra gli assalitori c’erano pure dei russi, brasiliani o italiani e ci sarà chi pungolerà sul paese di origine dei genitori di questi russi, brasiliani e italiani ma sono questioni di lana caprina in quanto l’origine delle persone coinvolte non é fondamentale nelle dinamiche di quanto accaduto
4.4 LA VIOLENZA SULLE DONNE E’ UN PROBLEMA DEL MONDO MUSSULMANO?
E’ un problema che coinvolge ANCHE il mondo mussulmano: le aree di provenienza delle persone coinvolte sono caratterizzate da società fortemente maschiliste e patriarcali in cui sono comunemente diffusi stereotipi sessisti sulle donne occidentali. Ciò non toglie che allo stesso tempo anche in Germania (e in Europa e nel cosiddetto “mondo occidentale”) sia ancora fortemente radicata una cultura maschilista e patriarcale. Le differenze tra “mondo occidentale” e “mondo islamico” sul rapporto con il genere femminile, quando ci sono, son soprattutto differenze esteriori relative al grado di accettazione sociale di tale impostazione. Il rapporto disequilibrato fra i generi non é dunque un problema spiccatamente mussulmano: se da una parte v’é una manifestazione più esplicita di una visione maschilista, dall’altra, nel “mondo occidentale”, si finge che tale visione non sia diffusa illudendosi che i pur numerosi segnali contrari siano solo casi isolati o eccezioni.
4.5 DUNQUE, RIASSUMENDO…
Mille, millecinquecento tra ragazzi e giovani uomini accomunati perlopiù dal fatto di essere tutti maschi venire quasi esclusivamente dal nordafrica o dal medio oriente si sono radunati nel piazzale della stazione.
Le persone presenti in piazza sono accomunate dal fatto di appartenere a gruppi sociali perlopiù scarsamente integrati tra la popolazione tedesca.
Anche se alcuni gruppi si erano accordati sull’incontrarsi alla Banhofsvoorplatz, non c’é alcun meta-coordinamento di tutta la folla.
Il piazzale della stazione é un luogo pubblico di grandissimo passaggio: chi giunge a Colonia dal circondario spesso vi giunge in treno e passa obbligatoriamente dalla stazione.
Il piazzale della stazione di Colonia é notoriamente luogo di spaccio e borseggio. Gruppi di spacciatori e borseggiatori perlopiù di origine nordafricana vi s’aggirano costantemente ed é lecito ritenere fossero presenti anche durante gli eventi in questione
Borseggi e furti sono il crimine principale a Colonia.
Durante tutti i grandi eventi di piazza s’assiste ad un notevole aumento de borseggi e molestie, seppur in numero decisamente inferiore rispetto ai fatti di Colonia.
Uno dei metodi noti dei borseggiatori consiste nell’accerchiare la vittima per impedirne ogni reazione. Un secondo metodo consiste nell’urtarla mentre una seconda persona la deruba. Un terzo prevede di distrarla strattonandola.
Le persone presenti in piazza hanno iniziato a “festeggiare” il capodanno in maniera vandalica e l’atmosfera si é scaldata sempre più nell’arco di alcune ore.
La folla non é giunta tutta assieme ma si é formata nell’arco di diverse ore.
C’é stato un forte abuso di alcolici da parte delle persone in piazza ed é lecito ritenere anche l’utilizzo di altre sostanze stupefacenti. Di fatto buona parte delle persone presenti era evidentemente intossicata.
Fino alle 21:30-22:00 la situazione può dirsi tutto sommato normale (si verificano alcuni episodi di borseggio quantitativamente in linea con quanti ne avvengono in una giornata normale) ma é già chiaro che la folla stava aumentando sia in quantità che in aggressività.
Gli assalti in piazza iniziano ad intensificarsi tra le 22 e le 23, aumentano man mano che si avvicina la mezzanotte allargandosi in alcuni casi anche in aree non nelle immediate vicinanze della stazione per poi diminuire nuovamente. Tra le 2 e le 5 si verificano ancora degli episodi sparsi e solo dopo le 5 si ritorna ad una situazione di piena normalità registrando solo alcuni episodi di taccheggio.
Con l’approcciarsi della mezzanotte e l’aumentare delle persone in piazza, non solo le aggressioni, ma anche i “festeggiamenti” delle persone il piazza si son fatti più aggressivi, eccessivamente violenti e pericolosi per il prossimo.
La polizia teneva sotto osservazione la situazione in piazza fin dalle 21:00 ma ha iniziato ad intervenire attivamente in piazza alle 22:30.
Per le 00:45 termina l’azione di dispersione della polizia e la piazza viene sostanzialmente svuotata.
Le azioni di polizia sono state insufficienti, tardive e malgestite.
Le vittime sono state nella stragrande maggioranza dei casi giovani donne. Le vittime di sesso maschile sono state assalite solo se erano da sole oppure se accompagnavano una o più giovani donne.
Ci sono state molestie sessuali nel 50% dei casi denunciati.
Alcuni casi di molestie possono non comprendere il furto semplicemente perché questo non é andato a buon fine.
2 sono le denunce per stupro riguardanti un’unico episodio la cui dinamica é in linea con quella degli altri casi.
La polizia ha inizialmente dichiarato di non aver avuto nessuna percezione del fatto che si stessero verificando violenze tra la folla.
C’erano un sacco di telefoni che riprendevano ciò che accadeva.
Gli assalti sono avvenuti perlopiù nel piazzale dinnanzi alla stazione e nelle immediate vicinanze. Solo dopo le 00:30 s’iniziano a registrare un certo numero di aggressioni in altre aree del centro.
Gli assalti sono stati effettuati da gruppi di persone (composti da minimo 2, massimo 50 membri. Mediamente 20) che accerchiavano compatti le vittime oppure si sono verificate mentre la vittima si trovava all’interno di una folla.
Gli assalti sono stati perlopiù molto rapidi, tanto da non dare il tempo alle vittime di reagire, né di identificare gli assalitori, anche se in qualche caso c’é stata insistenza sulle vittime per lunghi tragitti.
Considerando che in città, come nel resto della Germania, v’è una fortissima polarizzazione sul tema degli immigrati con diverse associazioni coinvolte sull’argomento e vista la natura dei fatti di capodanno, non si può escludere a priori che alcune delle denunce, soprattutto quelle dell’ultimo minuto, possano esser state fatte ad arte per ingigantire mediatamente il caso o per frode assicurativa. Non vi sono elementi per affermarlo e quindi si tratta di un’ipotesi che andrebbe presa in considerazione solamente nel caso in cui si rilevassero incongruenze nelle denunce.
5.0 Conclusioni
L’impressione é che durante i fatti di Colonia si siano intersecati diversi fatti distinti che si sono legati tra loro:
A) CURVA. Il raduno spontaneo di numerosi giovani maschi intossicati d’origine nordafricana che, complici alcool, clima festoso, anonimato della massa ed esibizioni di machismo é rapidamente degenerato in un mix tra la peggior curva da stadio ed una sorta di spring break di soli maschi.
B) GHETTIZZAZIONE. Da un lato le diverse persone e gruppi di nordafricani e mediorientali han preferito stare tra di loro e dall’altro i tedeschi han fin da subito evitato di mescolarsi nella piazza. Per quanto possa esser stata una volontà bidirezionale, ciò ha portato sostanzialmente ad una sorta di ghettizzazione che ha permesso la formazione di un’assembramento omogeneo di giovani maschi.
A+B)Questi due elementi, uniti al fatto che ciò sta avvenendo in un luogo di grande passaggio ove inevitabilmente transitano diversi gruppi di persone, tra cui gruppi di nordafricani e mediorientali, porta a far ingrandire una folla che alimenta un clima da stadio. Molti sfruttano la confusione della folla per palpeggiare le ragazze.
C) TACCHEGGIATORI. Alcune decine di noti taccheggiatori mescolatisi alla folla hanno iniziato ad assalire giovani donne che dovevano obbligatoriamente passare dalla stazione con l’intento di derubarle.
A+B+C) A quanto già detto si aggiungono i taccheggiatori che non agiscono all’interno di una folla normale, ma in una folla infuocata. Questo provoca inevitabilmente effetti a catena con taccheggiatori che vengono imitati da altri maschi ubriachi interessati solo a palpeggiare le ragazze. Le molestie diventano così più aggressive ed esplicite.
D) MALGOVERNO. La polizia ha agito in maniera disorganizzata sottostimando le forze necessarie ed agendo tardivamente. Ciò ha permesso da un lato la formazione di un assembramento eccessivamente ampio ed al tempo stesso ha permesso in questi lo sviluppo di una sensazione d’onnipotenza, alimentandone l’aggressività.
A+B+C+D)Ghettizzazione ed auto-ghettizzazione, atmosfera aggressiva, folla, taccheggiatori all’opera, polizia inefficace e insufficiente, alcool, petardi che scoppiano di continuo, giovani maschi che seguono l’andazzo e colgono l’occasione per allungare le mani, sensazione di forza degli aggressori esaltata dall’ubriachezza e dall’inefficienza delle forze dell’ordine.
Servono altri elementi per spiegare le dinamiche per cui una folla di maschi ubriachi non integrati con un background fortemente maschilista e patriarcale degeneri nei comportamenti visti a Colonia?
Colpisce molto il fatto che l’ipotesi di “situazione degenerata” risulti tanto difficile da applicare a questo caso solamente perché i protagonisti sono considerati innanzitutto in base alla loro origine. Se i protagonisti di questo episodio fossero stati bianchissimi e biondissimi tedeschi figli, nipoti e pronipoti di tedeschi probabilmente ci si sarebbe limitati ad evocare “questa gioventù senza valori” che però é normale e che di solito va a far caciara a Ibiza, a Malta, a Barcellona…
OSM non è semplicemente una mappa online libera e gratuita ma un ricchissimo database geografico attorno al quale ruota un’infinità di progetti, App e iniziative.
Se si parla di mappe nella maggior parte dei casi si pensa alla mappa del navigatore, ad una cartina stradale oppure a un Atlante ma in realtà ci sono mappe di tipo diversissimo: carte nautiche, stradali, da escursionismo, turistiche, quelle che mostrano le caratteristiche fisiche di un territorio, quelle che ne mostrano i confini amministrativi e molte altre ancora. Tanta varietà dipende tal fatto che ognuna di queste mappe è concepita per un certo utilizzo specifico ed ha dunque interesse a evidenziare solo alcuni degli aspetti del territorio che prende in considerazione. Le mappe dei navigatori per automobili ad esempio non mostrano i sentieri su cui non è possibile andare in automobile mentre le mappe da escursionismo, al contrario, non riportano informazioni sui semafori. E’ giusto che sia così: una mappa che mostrasse tutti, ma proprio tutti gli elementi presenti su un dato territorio risulterebbe completamente inutile ed illeggibile: proviamo solo ad immaginare quanto sarebbe difficile pianificare un percorso tra Roma e Firenze su una mappa che indicasse ogni singolo semaforo, cartello stradale, idrante, cancello, sentiero, panchina, fontanella, cartellone pubblicitario, attraversamento pedonale, rivolo d’acqua, spartitraffico, tombino, numero civico, ringhiera, ecc…
Una mappa delle linee ferroviarie italiane.
Anche le mappe solitamente utilizzate dai principali navigatori per automobili, difatti, per quanto ci possano sembrare complete in realtà sono concepite per un utilizzo generalista e riportano solo una selezione di elementi. Difatti sono in grado di calcolare il percorso per raggiungere una città che sta a 200km di distanza ma nella maggior parte dei casi non sanno dirci se nei dintorni c’è una fontanella a cui abbeverarci. O ancora: sulle mappe digitali maggiormente utilizzate, zommando all’indietro per far stare l’intera penisola italiana nello schermo vedremmo comunque ben evidenziate le autostrade, ma a ben vedere se osservassimo davvero l’Italia da quell’altezza, ad esempio dall’ISS, le autostrade non si noterebbero affatto. Si tratta ovviamente di una rappresentazione grafica artificiosa, voluta perché quelle mappe sono state concepite per un uso stradale e dunque è stato scelto di enfatizzare quel dato. Le mappe digitali più note, essendo realizzate dalle big tech americane, sono principalmente interessate a fornire un servizio buono per un uso generico e con una caratterizzazione fortemente commerciale: Google Maps difatti ci può dire a che ora apre un centro commerciale di un’altra città ma non ci sa dire se nei dintorni c’è una panchina. Il carattere commerciale di un servizio di mappe online, dunque, è un elemento determinante nel tipo di informazioni che la mappa stessa riporterà.
Una mappa catastale contiene un sacco di informazioni utili, ma se vuoi recarti di persona sul lotto 582bis ti conviene usare una mappa stradale per orientarti
Che si tratti di mappe commerciali o meno tuttavia appare subito evidente un primo problema: per farsi un’immagine completa di un certo territorio è necessario utilizzare più tipi di mappe, ognuna delle quali ha una propria funzione specifica, una grafica distinta, utilizza simbologie diverse dalle altre, una diversa scala e presentare incompatibilità con le altre. Se si volesse fare un’escursione orientandosi con Google Maps per raggiungere in auto il punto di partenza ed un navigatore escursionistico Garmin per l’escursione a piedi, uno dei due potrebbe segnalare un parcheggio che l’altro non riporta o nomi di vie di campagna non corrispondenti.
L’Istituto Geografico Militare Italiano realizza mappe estremamente precise ma concepite per un tipo d’utilizzo che le rende inadatte ad esser usate come semplice stradario
Vi sono anche infinite esigenze particolari solitamente non considerate da chi realizza mappe commerciali: chi vola in deltaplano, ad esempio, spesso deve barcamenarsi tra mappe escursionistiche che indicano correttamente rilievi ed altitudini e mappe di diverso tipo ove invece è indicata la presenza di pali elettrici e cavi dell’alta tensione (dai quali i deltaplanisti voglion comprensibilmente stare alla larga). Riassumendo: se da un lato ricorriamo costantemente all’uso di mappe, dall’altro il panorama offerto dal ben vasto mondo della cartografia presenta diversi problemi:
Un’unica mappa completissima uguale per chiunque risulterebbe inutile ed illeggibile.
Ricorrere costantemente a mappe differenti può esser problematico ed a volte genera più interrogativi che risposte.
Le mappe commerciali, per loro stessa natura, non sono adatte ad esser impiegate per esigenze specifiche.
OPENSTREETMAP
Ecco dunque arrivare in nostro aiuto OpenStreetMap (abbreviato: OSM), che è qualcosa di estremamente più potente e completo di qualsiasi altra mappa digitale conosciuta. Prima di spiegare cosa la rende tanto unica vediamo velocemente quali sono le origini e la natura del progetto.
Nata nel 2004 da un’idea di Steve Coast, OSM cresce rapidamente per strutturarsi come una fondazione non a scopo di lucro con sede in Inghilterra e che ha come fine la creazione di un gigantesco database di dati geografici liberamente ed accessibili a chiunque gratuitamente. OSM difatti sposa in toto le filosofie del software libero e della libera circolazione delle informazioni (anche il software con cui OSM viene realizzato è a sua volta open source). Il progetto di OSM dunque consiste nel raccogliere ed elaborare costantemente un grandissimo numero di informazioni geografiche possibili facendole analizzare da una vastissima comunità di volontari ed armonizzarli in un unico database aperto. Tutti quegli elementi che, come detto prima, se mostrati tutti assieme renderebbero una mappa illeggibile (i singoli tombini, i tre gradini sul marciapiede, ecc), possono essere inseriti nel database OSM. Sotto molti aspetti il progetto OSM può esser definito come una sorta di “Wikipedia cartografica” anche se però vi sono delle differenze sostanziali: Wikipedia difatti è nota per esser spesso caratterizzata da problemi derivanti dal mito del “punto di vista neutrale” e dal fatto che le regole interne di Wikipedia sono spesso aggirate da gruppi che si organizzano appositamente per imporre le proprie posizioni politiche. OSM, al contrario, trattando dati geografici è molto meno soggetta a questo tipo di problematiche che tuttavia, anche se in forma più circoscritta, non mancano nemmeno qui (pensiamo ad esempio ai confini contesi tra nazioni in conflitto). In linea generale però le divergenze che possono verificarsi all’interno della comunità OSM sono più che altro di tipo tecnico e concettuale.
COME SI FINANZIA? OSM viene finanziata da donazioni da parte dei membri e di diversi enti, università ed aziende che, come vedremo, sono perfettamente conscie dei vantaggi che derivano dal poter utilizzare liberamente un corpus di informazioni geografiche vastissimo e sempre più preciso. Vigili del fuoco, protezione civile, pronto soccorso, associazioni umanitarie, università ma anche aziende come Amazon e Facebook utilizzano i dati di OSM a proprio vantaggio e dunque hanno un forte interesse a collaborare alla sua realizzazione o finanziarla.
DA DOVE OTTIENE I DATI E COME LI GESTISCE? Le fonti da cui OSM pesca i dati sono estremamente variegate: usa le mappe digitali fornite da diversi enti pubblici sparsi sul globo, mappe catastali, si fa consegnare i tracciati dei sentieri dai club alpinistici, raccoglie dati forniti volontariamente dagli utenti di alcune App, ottiene la concessione di dati satellitari e così via.
OSM raccoglie e unifica una moltitudine di dati di natura diversissima spesso provenienti da enti diversi: informazioni sui terreni, sui percorsi d’acqua, strade, segnaletica, numeri civici, informazioni commerciali ecc.
Tutti questi dati di natura e formato diversi vengono costantemente elaborati ed armonizzati nell’immenso database OSM da volontari che ne verificano la correttezza tramite strumenti software ed apportano manualmente correzioni e aggiunte. Si tratta, insomma, di un lavoro continuo e minuzioso estremamente complesso gestito con metodo e costante revisione: volontari esperti verificano la correttezza dei dati aggiunti dai meno esperti, ci sono forum di discussione, workshop periodici ecc.
DATI GEOGRAFICI VS. MAPPE
OSM come si è detto, non è banalmente una mappa bensì un database geografico. Che cosa vuol dire esattamente? Analogamente a quanto già esposto parlando dei Feed RSS e dei Frontend alternativi anche qui è necessario tener bene a mente la differenza tra un DATO e la sua RAPPRESENTAZIONE GRAFICA. Un dato è semplicemente un’informazione cruda, una stringa di testo nel database OSM in cui c’è scritto un valore. Per esempio “fontanella pubblica”. La sua rappresentazione grafica è il modo in cui questo dato viene mostrato sulla mappa. In questo caso l’icona di una fontanella che può essere grande, piccola, blu, rossa ecc. Ebbene, il concetto principale da tenere sempre a mente per capire cos’è OSM è che i dati e la loro rappresentazione grafica sono sempre separati. Che cosa comporta questo? Questa separazione permette di poter prendere esattamente gli stessi identici dati ma selezionarli e rappresentarli in modi diversi e, trattandosi di un database liberamente accessibile, ciò coinvolge innumerevoli siti ed App.
A sinistra i dati puri e a destra uno dei tanti possibili modi di rappresentarli
Facciamo l’esempio di due App o due siti di navigazione altamente specializzati: uno per vigili del fuoco ed uno per persone che si muovono in sedia a rotelle (come Wheelmap). Entrambe possono usufruire del database OSM ma la prima evidenzierà gli idranti, i sentieri, le altezze dei rilievi, le centraline elettriche, mentre la seconda evidenzierà marciapiedi, scalini, ostacoli e così via. Certi elementi presenti su una non verranno nemmeno mostrati nella seconda ed allo stesso modo certi elementi comuni possono esser rappresentati con diversa enfasi: dei gradini invalicabili per chi è in carrozzina potrebbero essere evidenziati con un grosso bollino rosso nella mappa pensata per gli spostamenti in sedia a rotelle ma senza particolare enfasi nella mappa per i vigili del fuoco che invece potrebbe segnalare con un colore diverso viottoli e stradine in cui non è possibile passare con i mezzi in dotazione. In sostanza, grazie al database OSM è possibile realizzare un numero infinito di mappe diversissime ed altamente personalizzate in base alle diverse esigenze ma i dati di tutte queste sarebbero sempre coerenti tra loro: non sarà mai possibile, consultando due mappe aggiornate e basate su OSM, che in una venga mostrata una nuova rotonda stradale appena creata e nell’altra no.
La stessa città vista nelle quattro visualizzazioni offerte da openstreetmap.org. Ognuna evidenzia i vari elementi in modo diverso e riporta informazioni assenti nelle altre
Le maggiori mappe digitali offrono al loro interno la possibilità di essere visualizzate in tre, quattro modalità diverse (anche su openstreetmap.org è possibile visualizzare la mappa in quattro modalità: standard, ciclabile, trasporti ed umanitaria) ma il database OSM permette di fare molto di più e realizzare un numero sconfinato di progetti impensabili per qualsiasi altra mappa esistente. Qualsiasi sito o App che utilizzi mappe commerciali come quelle di Google o di Apple mostrerà sempre e solo quella mappa lì, con quelle due-tre modalità grafiche che permette, coi suoi colori ed il logo sempre in evidenza.
Al contrario, poiché il database di OSM è scollegato dalla grafica usata, le mappe che ne utilizzano i dati hanno una grandissima varietà di aspetti ed è assai probabile che molte persone abbiano usato più volte mappe OSM senza nemmeno mai rendersene conto (in diversi casi si viene a sapere che la mappa è basata sul database OSM solo se si entra nelle preferenze).
Vorresti andare a piedi da Messina a Copenhagen? Waymarkedtrails usa i dati OSM per rendere maggiormente fruibili i percorsi che fanno per te! Nella mappa è mostrato solo l’indispensabile per orientarsi durante i tragitti.
Un ulteriore esempio per far comprender il meccanismo può esser questo: un’associazione interessata a promuovere escursioni di tipo storico può facilmente mettere sul proprio sito una mappa basata su OSM scegliendo di dargli un colore in scala di grigi, mostrare le linee isoipse (quelle che fan capire l’altitudine dei rilievi), far visualizzare i terreni ed i centri abitati rimuovendo le strade asfaltate, mostrare tutti gli edifici di carattere storico con un colore giallo ed i siti archeologici con un colore rosso. Sarebbe una mappa decisamente particolare che per esser realizzata da zero impiegherebbe un certo dispendio di energie ma OSM permette di realizzarla con relativa semplicità: basta selezionare il tipo di dati che interessano e poi decidere come mostrarli.
TheWeatherChannel usa mappe realizzate da MapBox basate sui dati OSM
Ma non finisce qui! Diversi enti ed aziende che realizzano autonomamente mappe proprie, spesso utilizzano parte dei dati di OSM. Le mappe di Apple, ad esempio, si avvalgono di molti dati OSM. Esri, e Mapbox, un importante fornitore di tecnologie cartografiche ed un’azienda che realizza mappe personalizzate, sono donatori OSM che ne utilizzano i dati ed anche per le proprie mappe.
NON C’E’ UNA “MAPPA OSM UFFICIALE”
Poiché solitamente v’è l’abitudine di considerare i dati e la loro rappresentazione come un tutt’uno, anche nel caso delle mappe vien spontaneo considerare il suo aspetto visivo come l’informazione in sè. Di conseguenza un errore comune in cui si può cadere è quello di ritenere che l’aspetto grafico delle mappe presenti su openstreetmap.org siano “LA mappa di OSM” Ma anche la mappa su openstreetmap.org, pur essendo realizzata da OSM stesso, non mostra tutte le informazioni geografiche del suo stesso database (come già detto, una mappa che mostrasse tutto-tutto-tutto sarebbe inguardabile) e pure i colori, le icone e i font che OSM ha scelto di mostrare su openstreetmap.org non sono un qualcosa di “fisso” (dati e rappresentazione sono due cose distinte).
Le diverse App Android che usano mappe basate sul database OSM. Molte di queste usano grafica, colori e icone proprie e diverse mostrano informazioni assenti nelle mappe visibili su openstreetmap.org
Su openstreetmap.org é stato deciso di rappresentare gli edifici con un colore grigio-marroncino, di rendere molto evidenti i binari ferroviari e le strade hanno colori diversi a seconda della tipologia. Ma se si osserva lo stesso territorio dall’App Maps.me, che utilizza a sua volta lo stesso database OSM, la grafica ed i colori son talmente diversi da farci credere che si tratti di tutta un’altra mappa: i binari ferroviari manco si vedono, le aree verdi sono molto marcate,le strade son tutte bianche ad eccezione delle Autostrade, gli edifici appaiono leggermente in 3D. I dati delle due mappe sono gli stessi ma Maps.me ha semplicemente scelto di usare quegli stessi dati in modo diverso, rappresentarli con un’altra grafica e usare informazioni che OSM ha scelto di non mostrare su openstreetmap.org (l’altezza degli edifici). Non c’è nulla di strano nel fatto che vi siano siti ed App che mostrano cose che sulla mappa openstreetmap.org non appaiono e può benissimo essere che si consideri migliore la mappa basata su OSM presente sul sito taldeitali perchè i quattro tipi di mappe visualizzabili su openstreetmap.org non sono “le mappe ufficiali di OSM” ma solo quattro delle migliaia di modi possibili di usare il database OSM. Siamo di fronte ad un concetto ben noto nel mondo del software libero a cui però il software commerciale ha disabituato: mastodon.social, l’Istanza Mastodon creata dall’inventore di Mastodon stesso, non è “l’Istanza ufficiale”; matrix.org non è l’istanza ufficiale di Matrix, non esiste una distribuzione Linux ufficiale e le quattro mappe di openstreetmao.org non sono le mappe ufficiali di OpenStreetMap.
UN GRANDE, RICCHISSIMO DATABASE GEOGRAFICO
A questo punto abbiamo diversi elementi per iniziare a comprendere meglio la ricchezza di OSM: ogni persona, ente o associazione che ha interesse ad avere delle mappe precise, tarate apposta per le proprie esigenze, coerenti con informazioni geografiche di diversa natura ed arricchite da osservazioni di migliaia di altri utenti può trarne vantaggio collaborando al database di OSM aggiungendovi i dati di proprio interesse. Il tutto viene integrato nel database OSM classificando i vari elementi per tipologia e secondo tutta una serie di criteri, andando così a formare diversi livelli gestibili autonomamente. E’ il principio seguito dai GIS (Geographic Information system), sigla con cui si identificano i principali servizi di mappatura digitale.
Manhattan su Google Maps
Manhattan sulla mappa standard di openstreetmaps.org. Appare immediatamente evidente la differenza in termini di ricchezza di informazioni e precisione
Qui Manhattan su Maps.me (App che usa i dati OSM). Maps.me è interessante perché sfrutta la qualità dei dati OSM ma la restituisce con la leggerezza visiva di Google Maps
All’interno del database si può segnalare veramente di tutto: le piazzole per i camper, i distributori pubblici di sacchetti per cani, sentieri non tracciati, WiFi pubblici, cancelli, inferriate, vicoli strettissimi che solitamente non vengono segnalati, i nomi locali delle campagne, tombini, capitelli, muretti diroccati, ruderi, sentieri abbandonati, gabinetti pubblici e mille altre cose ancora. Il tutto senza doversi preoccupare del fatto che tale informazione possa interessare solo a poche persone o che possa appesantire la mappa. Giusto per dare un’idea, qui e qui è possibile vedere alcune statistiche aggiornate sulla quantità di dati che contiene, qui e qui informazioni sull’hardware usato.
Una zona in Vietnam di cui OSM ne conosce solamente la rete stradale ed i fiumi principali.
Ci sono associazioni che inseriscono in OSM la posizione dei singoli alberi nei parchi pubblici, ciclisti che segnalano ogni singola fontanella o sbarra che impedisce il passaggio, c’è chi segnala i luoghi in cui si posizionano i banchetti di cibo da strada o i cantieri apparsi all’improvviso e così via. Il database di conseguenza accumula sempre più dati la cui ricchezza, va però notato, come per tutte le mappe online è distribuita a macchia di leopardo: se le zone più note, frequentate e di maggior interesse possono avere un grado di precisione elevatissimo ce ne sono altre che invece si limitano a mostrare giusto le strade e poco più.
UN ECOSISTEMA
Il database di OSM, essendo liberamente accessibile, è quindi il perno di tutto un ecosistema di App, siti e strumenti diversissimi che collaborano alla sua diffusione ed in alcuni casi anche al suo miglioramento: certe App, ad esempio, permettono a qualsiasi utente anche privo di esperienza di fornire segnalazioni minute come la presenza di un cantiere, o la rimozione di una panchina e così via. Una di queste, molto carina, che si chiama StreetComplete, gestisce questo processo con una forma di gamification sfruttata per una volta in modo positivo: una volta avviata mostra all’utente tutti gli elementi nelle sue vicinanze riguardo ai quali mancano alcuni dati, chiedendogli di completarli con semplici domande: come si chiama questo ristorante? Quanti piani ha questa casa? E così via… Ci sono anche siti ed App indipendenti che offrono servizi basati su mappe generate dal database OSM.
Mapillary offre un servizio simile a quello di GoogleStreetView. Nell’immagine si possono veder evidenziate in verde le strade già coperte
Una di queste, Mapillary, sta creando un database fotografico simile a quello di Google Street View ma prodotto dai singoli utenti che riprendono le strade coi propri smartphone. Queste fotografie non vanno a far parte del database OSM ma vengono tuttavia rilasciate con licenza Creative Commons CC-BY-SA, dando così la possibilità a chiunque di farne libero uso. I progetti autonomi sviluppati attorno ad OSM sono moltissimi: diverse mappe metereologiche e sulla pandemia Covid sono state fatte con le mappe OSM, le usano i dispositivi Garmin, pure le mappe di Apple son state realizzate attingendo al database OSM.
CentralineDalBasso riporta i dati sulla qualità dell’aria su mappe OSM
OSM è usato pure da numerose associazioni umanitarie per vari progetti e iniziative, tanto che esiste pure un team specializzato (HOT – Humanitarian OpenStreetMap Team) che coinvolge, da solo, oltre 170 mila partecipanti.
Healthsites usa il database OSM per tracciare una mappa di tutti gli ospedali, ambulatori e centri di cura.
…i progetti sono tantissimi e questi sono solo una selezione fatta al volo!
Su https://osm-analytics.org/ vengono visualizzate le informazioni immesse dall’ Humanitarian OpenStreetMap Team. In questo caso gli edifici di due villaggi del Mali, del tutto assenti nelle mappe digitali commerciali
LA GESTIONE DEL DATABASE
Come facilmente intuibile il database OSM, ricevendo aggiornamenti ogni minuto, non sta mai fermo. Ciononostante se visualizzi la mappa di una App o un sito basato su OSM non accadono situazioni tipo “Ops! E’comparsa una panchina all’improvviso!” e questo, giustamente, per diverse ragioni. Quando viene inserito un nuovo dato il database ha bisogno di qualche tempo per elaborarlo e verificare che sia una modifica coerente e non una castroneria tipo “Una montagna di 400 metri comparsa all’improvviso davanti al Duomo di Milano”. Dopodichè vengono fatte delle verifiche da parte dei volontari che controllano la sensatezza della modifica ecc. A seconda del tipo di modifica e della zona interessata questo processo può esser più o meno lungo: se si inserisce un “cancello con sbarra” su un sentiero di campagna in una zona poco frequentata questo verrà elaborato molto velocemente, ma se si correggesse ad esempio il tracciato di una strada stadale di grande percorrenza presso una località importante, la verifica ed eventuale discussione sulla correttezza di questa modifica potrebbe durare anche qualche giorno. In ogni caso, una volta accolta la modifica, il primo luogo in cui questa potrebbe esser visibile è ovviamente la mappa di openstreetmap.org (sempre a patto che sia un tipo di dato che tale mappa mostra). Dopodichè vengono gli altri siti ed App. Questi però non pescano subito i dati dal database principale ma hanno metodi e tempi molto diversi fra loro. Alcuni difatti utilizzano dei propri server in cui copiano il database OSM a cadenza periodica (ad esempio settimanale, mensile, trimestrale o come più gli va).
OsmAnd permette di scaricare offline le mappe OSM più aggiornate. Molte App commerciali invece tendono ad essere più lente nel recepire gli ultimi aggiornamenti
Questo gli permette di essere operativi ed avere mappe funzionanti anche nel caso in cui il server di OSM avesse qualche problema. Quando effettuano questa copia sui propri server in realtà non copiano davvero tutto ma solo la porzione di dati che gli interessa. Per esempio, una App per ciclisti britannici copierà solo i dati relativi alla Gran Bretagna che effettivamente usa. Acquisirà dunque gli aggiornamenti sui negozi di biciclette e sulle nuove piste ciclabili ma snobberà quelli su idranti, centraline elettriche, uffici postali, autovelox ed altre cose che tanto, nell’App, non segnala. Allo stesso modo questi siti ed App spesso evitano di copiare le modifiche più recenti seguendo il principio che i dati troppo “freschi” son stati visualizzati e verificati meno rispetto a quelli presenti da più tempo. Il risultato è che se oggi viene inserita una certa modifica, le App che si appoggiano direttamente al server di OSM la riceveranno istantaneamente mentre per le App che effettuano copie periodiche dei dati sui propri server potrebbe volerci addirittura qualche mese. Anche qui è una questione di scelte personali: meglio avere i dati più aggiornati col rischio di qualche incorrettezza o meglio dati meno aggiornati ma più certi?
MAPPE OFFLINE E SICUREZZA
Quando si consultano le mappe digitali di Google ed Apple, le rispettive App dialogano costantemente col server per comunicare istantaneamente la tua posizione e fornendoti la versione più aggiornata delle loro mappe. Pur esistendo la possibilità di salvare sul telefono alcune porzioni di mappa questo meccanismo è inevitabile: non si può usare le App di mappe commerciali se non si comunica la propria posizione e senza dialogare costantemente col server. Alcune App basate su OSM (non tutte) hanno invece un approccio diverso: al loro interno hanno solo una mappa-base del pianeta e lasciano all’utente la possibilità di scaricare sullo smartphone la porzione di mondo di cui vogliono avere la mappa dettagliata.
Alcune App “conoscono” solo le porzioni di territorio che hai scaricato sullo smartphone
In alcuni casi questo processo è manuale e bisogna selezionare la mappa del paese, regione o città che interessa da una lista, mentre in altri casi quest’operazione è semi-automatica (se zoommi sull’Abruzzo parte il download della mappa dell’Abruzzo). In altri casi ancora v’è un sistema misto (le mappe visualizzate sono quelle del server a meno che non le scarichi). In alcune App, ad esempio, si può scaricare una mappa generale dell’Italia che contiene solamente le strade principali e poi scaricarsi la mappa dettagliata di singole regioni o città che interessano. Ad esempio è possibile salvarsi offline la mappa delle strade dell’intera Italia, la mappa dettagliata della Sicilia e quella dettagliata di Roma. Su queste App gli aggiornamenti delle mappe scaricate oggline funzionano allo stesso modo: semi-automatico per alcune, manuale per altre e misto per altre ancora. Poter scaricare le mappe sul proprio dispositivo porta co sè diversi vantaggi, i primi dei quali sono l’essere accessibili anche se non c’è campo e non consumare costantemente banda per ri-scaricare sempre e solo le stesse strade. Poichè lo spazio su smartphone è quello che è non si avrà mai l’intero database OSM salvato, ma le App basate su mappe offline solitamente sanno gestire la cosa a dovere e se per il tuo viaggio hai necessità di salvarti la mappa dell’intera Romania ma non hai più spazio è del tutto indolore liberarne un po cancellando quelle di territori che non ti serve consultare al momento. Tra i vantaggi delle mappe offline v’è anche il fatto che sono solitamente più scattanti e possono essere consultate, navigate, si possono fare ricerche su di essa senza trasmettere mai a nessuno la propria posizione o informazioni su cosa stai cercando (se cerchi “Ascoli” su Google Maps la richiesta viene inviata ai server di Google che innanzitutto registrano che hai “cercato Ascoli alle 17.34” e solo dopo di ciò inviano la posizione di Ascoli al tuo smartphone). Con questo tipo di App invece si possono pure registrare i propri tracciati GPS nella certezza che questi saranno presenti solo e soltanto sul proprio telefono.
La preferenza per soluzioni offline però porta con sè anche qualche piccolo inghippo. Il primo è che gli aggiornamenti delle mappe scaricabili offline non sono sempre automatiche o ben segnalate ed ovviamente è un qualcosa a cui bisogna prestare una certa attenzione.
Il secondo riguarda il tempo che l’App può impiegare a calcolare i percorsi. Se si chiede a Google Maps di calcolare il percorso da Milano a Napoli, fondamentalmente l’App manda la richiesta ai server di Google i quali innanzitutto registrano che hai “cercato il percorso da Milano a Napoli alle 18.42”, poi effettuano il calcolo e restituiscono all’App il percorso consigliato. Il tutto in pochissimi secondi. Al contrario se si usa una App indipendente che fa fare questo calcolo allo smartphone senza comunicare nulla al server, da un lato non si regalano i propri dati in giro ma dall’altro questo ci metterà molto più tempo (il processore di uno smartphone è niente rispetto a quello di un grosso server). Su certe App, ad esempio, calcolare un percorso di 400Km può impiegare anche tre minuti. Anche qui è una questione di scelte: preferire una App scattante ma che comunica le proprie ricerche ad un server cui dobbiamo fidarci o una più solida ma lenta? Bisogna però considerare che una App che sa fare questi calcoli in proprio sarà autonoma anche nel bel mezzo di una grotta in fondo a un burrone in una valle sperduta in cui non c’è campo.
Il terzo inghippo riguarda la funzione “cerca” delle App, ma lo vedremo meglio più avanti.
IL GPS DI PER SE’ NON CI “TRACCIA”
Una domanda comune a questo punto riguarda il sistema GPS a causa di una certa confusione su come funziona questo sistema e vale dunque la pena spendere due parole per spiegare mooooolto grossolanamente come funziona. Il sistema GPS si basa su una trentina di satelliti geostazionari che circondano l’intero globo da una distanza di circa ventimila chilometri dalla superficie terrestre. Per geostazionario si intende un satellite che “staziona”, ossia che sta sempre fisso sopra lo stesso punto della Terra: se un satellite GPS fosse stato posizionato, per esempio, esattamente sopra la verticale di casa tua, questo resterebbe sempre lì, di notte e di giorno. Questi satelliti si trovano ad un’altezza tale che da ogni punto del globo sia sempre possibile “vederne” almeno tre, per esempio, osservando il cielo dall’Italia potresti vedere quello sopra casa tua, uno che sta sopra la casa di un tizio di Mosca ed uno che sta sopra un cinema in Islanda. Questi satelliti trasmettono costantemente dei segnali radio contenenti alcuni dati, i più importanti dei quali sono la sua posizione e l’ora esatta, con una precisione al microsecondo.
Laura, Mario e Andrea all’opera
Quando ti perdi nel bel mezzo della campagna ed apri una App per capire cove cavolo sei, questa riceve i segnali radio trasmessi dai satelliti esattamente come la radiolina da quattro soldi che becca sempre Radio Maria. L’App, quindi, riceve una roba tipo questa:
SATELLITE LAURA “Ciao! Sono Laura! La mia posizione esatta è XYZ e sono le ore 16:04:07…e 6 millisecondi“
SATELLITE MARIO “Ciao! Sono Mario! La mia posizione esatta è XYZ e sono le ore 16:04:07…e 23 millisecondi“
SATELLITE ANDREA “Ciao! Sono Andrea! La mia posizione esatta è XYZ e sono le ore 16:04:07…e 49 millisecondi“
L’App riceve tutti questi segnali contemporaneamente ma… il suo orologio interno indica le 16:04:07… e 52 millisecondi! Questa differenze di orario dipendono dal fatto che il segnale inviato da satelliti tanto lontani ci mette un po ad arrivare allo stesso punto. Non serve molto per capire che più il satellite è lontano e più ci mette. A questo punto l’App calcola molto velocemente la differenza microscopica tra gli orari e capisce di essere molto vicino ad Andrea, un po meno vicino da Mario e molto lontano da Laura. Di conseguenza, conoscendo le loro posizioni esatte (che han trasmesso) e la velocità di trasmissione delle onde radio, riesce a calcolare le proprie coordinate e mostrarle sulla mappa. Si tratta di un processo chiamato triangolazione.
Per chi volesse saperne di più, online ci sono diverse mappe live come questa che mostrano la posizione in orbita di migliaia di satelliti artificiali di tutti i tipi. Su F-Droid è pure possibile scaricare GPStest, una curiosa App che elenca tutti i satelliti che il tuo smartphone sta rilevando in questo momento (e si, quello sopra casa tua lo becca SEMPRE).
Capito il meccanismo appare chiaro che un ricevitore GPS, in questo caso il tuo smartphone, per funzionare non ha bisogno di trasmettere niente a nessuno riguardo alla tua posizione! Quando si parla di localizzare qualcuno tramite il suo GPS non si intende certo che il suo smartphone comunichi la propria posizione ai satelliti (A Laura, Mario ed Andrea non gliene frega una cippa di dove tu sia) ma significa che lo smartphone sta inviando -via Internet- quelle coordinate che ha calcolato grazie ai segnali che ha ricevuto dai satelliti GPS. I navigatori da auto stand-alone tipo i TomTom o i Garmin da escursionismo difatti sono anch’essi ricevitori GPS eppure non si è mai sentito dire che si possa “rilevare la posizione” di un TomTom o di un Garmin. Questo può essere verificato facilmente anche provando ad utilizzare una App che funziona con mappe offline e verificare la propria posizione GPS con la modalità aereo attivata.
MANCANZE e “MEH”
A parte le valutazioni su pregi e difetti delle App che usano mappe e calcoli di percorso offline (che non sono dei difetti ma osservazioni su pro e contro di certe caratteristiche), al’ecosistema stesso di OSM è caratterizzato da alcune mancanze che fanno particolarmente sentire, soprattutto nel fare un paragone con gli strumenti commerciali.
I MODULI DI RICERCA La prima mancanza che si riscontra quella di un ricerca interno efficiente. openstreetmap.org usa un certo software di ricerca e le App basate su OSM ne usano degli altri ma tuttavia il problema è abbastanza comune: è estremamente facile NON trovare quel che si cerca. In linea generale si può dire che più l’App è specializzata (per esempio una App dedicata solo agli spostamenti in automobili) e migliori sono i risultati, ma non è una regola che vale sempre. Giusto per fare due esempi, L’App Maps.me, pensata principalmente per viaggi turistici, ha un modulo di ricerca abbastanza intuitivo e veloce mentre al contrario, OsmAnd, che è una eccezionale App multifuzione opensource, ha un modulo di ricerca che necessita un po di pratica per esser appreso. In nessun caso però si arriva all’immediatezza del modulo di ricerca di Google Maps. Le capacità predittive di Google nel capire che se digiti “Parigi” è più probabile tu stia cercando la capitale francese che non una oscura “via Parigi” di una città vicina, da questo punto di vista è decisamente più efficiente rispetto alle altre soluzioni disponibili.
openstreetmap.org elabora in pochi secondi tragitti intercontinentali, ma se sbagli e scrivi Vladivostock col “ck” finale, è convinto tu voglia visitare uno stagno a qualche km. da Parigi
Le varie App rispondono a questa mancanza con diverse strategie: quelle specialistiche riescono a starci dentro perché gestiscono una quantità di informazioni minori e sono usate per scopi mirati; quelle più complesse, come OsmAnd, dovendo gestire una quantità di informazioni elevata utilizzano dei moduli di ricerca in cui l’utente deve compilare diversi passaggi. Per fare un esempio: su Google Maps, digitando anche malamente “via cavur roma”, il modulo di ricerca comprende comunque che si sta cercando Via Cavour a Roma e lo propone come prima soluzione. Per trovare la stessa via su OsmAnd è necessario:
saltare il modulo di ricerca base
selezionare “indirizzo”
selezionare “prima specifica la città”
digitando correttamente “Roma” le prime soluzioni proposte sono le località più vicine alla propria posizione che contengono “Roma” nel nome (Campagnano di Roma, Casa Roma, Chiarano Roma). La città di Roma, nel mio caso, è in quarta posizione
tornare indietro su “indirizzo”
digitare correttamente “via Cavour”
Dopo un po che ci si fa l’abitudine a fare tutti questi passaggi ci si mette un nonnulla ma resta il fatto che non c’è paragone con la semplicità del modulo di ricerca di Google.
In altre App e siti le ricerche funzionano benissimo a patto che nomi ed indirizzi siano indicati esattamente come vogliono loro (p.es. prima il nome della via, poi una virgola ed invine il nome della città. O il contrario). Insomma: effettuare le ricerche sulle proprie App non è proprio immediato ed è un campo che necessita certamente di miglioramenti.
A questa difficoltà va a sommarsi nuovamente la questione delle mappe offline: se sul tuo smartphone hai scaricato solo la mappa d’Italia e cerchi una via di Londra, l’App magari conoscerà Londra ma non troverà la via se prima non ne scarichi la mappa. Pare scontato, ma se si ha l’abitudine di usare le mappe di Google può non essere così immediato. Tutto ciò può risultare anche abbastanza antipatico perché se si dovesse ad esempio fare una ricerca sulla località chiamata Fauske senza sapere se sta in Svezia, Norvegia, Finlandia o Islanda non si potrebbe ottenere quest’informazione dall’App di mappe, ma bisognerebbe cercarsela sul web e solo dopo aver scoperto che sta in Norvegia si potrà tornare sull’App e scaricare la mappa corretta in modo che l’App stessa la possa trovare.
NIENTE TRAFFICO La seconda mancanza riguarda le indicazioni del traffico live. Semplicemente non ci sono, ne su openstreetmap.org nè sulle App per OSM. Aggiungere questo tipo di dati non è tecnicamente difficile ma l’ostacolo principale è che le informazioni sul traffico perlopiù devono essere acquistate, non sono di libero accesso ed in alcuni casi vengono ottenute dalle big tech anche carpendo dati dalla posizione degli smartphone degli utenti. Insomma: non se ne fa niente.
3D La terza ed ultima mancanza è quella di una mappa in rilievo paragonabile a quella di Google Earth. Il database OSM contiene i dati altimetrici di terreni e rilievi così come le altezze di numerosi edifici, ma solo alcune App proprietarie, al momento, li sfruttano in modo utile. Diversi sviluppatori stan portando avanti progetti collaterali ad OSM per renderne le mappe in 3D e l’argomento è “caldo” ma attualmente non v’è ancora nulla di utilizzabile da semplici utenti.
Uno dei tanti progetti intesi a dare tridimensionalità alle mappe OSM
“MEH” Non proprio un punto debole ma piuttosto un “meh” da rilevare è che le informazioni sugli esercizi commerciali sono tendenzialmente più complete sulle mappe di Google. Non è solitamente un problema ma in alcuni casi può risultar antipatico dover uscire da OSM, fare una ricerca altrove e poi rientrare in OSM. Ovviamente non c’è nulla che impedisca di aggiornare i dati di tutte le attività commerciali su OSM ma poichè il mercato è Google-oriented è lì che i mercanti vanno a parare.
Un secondo, debolissimo “meh” è che in alcuni casi sarebbe apprezzabile veder convergere su openstreetmap.org alcune funzioni offerte dai progetti che gli ruotano attorno. Un esempio tra questi è Mapillary, il servizio simile a Street View. Se si naviga una mappa su openstreetmap.org e si volessero vedere le immagini a livello strada di una certa zona bisogna andare su mapillary.com, tornare nuovamente sulla stessa zona e lì si potrebbero vedere queste immagini. Questa convergenza tuttavia viene ottenuta da alcune App. Sulla già citata OsmAnd, per esempio, basta un comando per visualizzare le foto di Mapillary.
VOGLIO CONTRIBUIRE!
Se a questo punto, ci si sentisse dentro un irrefrenabile impulso di contribuire ad OSM mappando a più non posso è sufficiente iscriversi su openstreetmap.org ed iniziare a frequentarne i forum, leggere la wiki, prendere dimestichezza col suo funzionamento e chiedere consigli alla sua community.
Un editor di OSM
Questo articolo è giusto una panoramica su cos’è OpenStreetMap e sulle sue potenzialità ma per quanto riguarda il lavoro che c’è dietro è decisamente meglio chiedere direttamente a chi si occupa attivamente della sua gestione. L’unico consiglio che si può dare qui, semmai, è di farci un po un giro prima di modificare la mappa di Milano e indicare che è apparsa una montagna davanti al Duomo, ecco.
LE APP BASATE SU OSM
E per finire non si poteva che segnalare le App che usano mappe basate sul database OSM. Ce ne sono diverse decine tra cui scegliere ed alcune sono abbastanza particolari e molto specifiche. Essendoci quindi un po di tutto, prima di pigliare App a caso forse è meglio fare una prima breve riflessione sull’utilizzo che se ne vuol fare e delle situazioni in cui ci capita di aver bisogno di una mappa: spostamenti in auto? Viaggi all’estero? Escursionismo? Ciclismo? Deve poter registrare i tracciati GPS, esportarli ecc? Deve poter permettere di segnalare modifiche ad OSM? Che tipo di dati si preferisce visualizzare? Meglio una App che fa di tutto ma complessa o una che fa poche cose ma che sia chiara e semplice? Può valer la pena usare due App per due tipi di utilizzo distinti? In ogni caso, sia per Android che iOS le due App più note sono le già segnalate OsmAnd e Maps.me
OsmAnd è un vero e proprio coltellino svizzero: fa TUTTO! Navigatore vocale per auto, modalità escursionismo, registra i tracciati con le statistiche altimetriche, integra Mapillary, permette di visualizzate le mappe in innumerevoli modi e tantissime altre cose. Tanta ricchezza ovviamente significa alto grado di complessità e di conseguenza richiede un certo “addestramento” per esser usato al meglio, ma una volta fatto proprio diventa uno strumento insostituibile! E’disponibile anche su F-Droid.
Maps.me è pensata per viaggi turistici. E’molto leggera e le mappe che usa hanno una grafica leggera che ricorda quella di Google Maps ed è adatta a chi ha bisogno di un navigatore facile da usare e senza fronzoli. Su F-Droid è presente un suo fork (una “versione modificata”) chiamata semplicemente Maps.
Navit è concepito puramente come navigatore automobilistico e può essere installato su diversi dispositivi.
OsmAnd e Navit sono software completamente liberi ed open source mentre Maps.me, pur essendo open source, è collegato ad una azienda che si occupa di viaggi. La versione su F-Droid chiamapa Maps invece è “pulita”.
Le altre App, come detto, sono diverse decine e ve n’è di tutti i tipi. Questi due link portano a pagine della wiki di OSM in cui vengono descritte una ad una e confrontate fra loro (in inglese):
OsmAnd ed altre App permettono di fare piccole segnalazioni ad OSM, ad esempio per indicare che una certa strada è stata chiusa, ma se si volesse fare qualcosa di più anche da smartphone esiste Vespucci, una App pensata appositamente per i volontari di OSM. E’però consigliabile usarla solo se si ha già un minimo di esperienza nel modificare i dati OSM da desktop.
Chi volesse dare una mano ad aggiornare i dati OSM ma senza dover imparare a modificare le mappe ed aggiornarle può contrinuire usando StreetComplete! Si tratta di un’App carinissima che, una volta avviata, pone delle semplici domande riguardo alla zona in cui ti trovi e su cui OSM ha informazioni incomplete. E’ un modo molto intelligente ed utile di sfruttare alcuni elementi della gamification per realizzare un progetto da cui ne trae vantaggio il mondo intero!
Accedere a YouTube, Twitter, Instagram o altri siti ancora attraverso App non ufficiali o coi cosiddetti Frontend alternativi permette di avere funzioni aggiuntive e di fruire dei contenuti in forme meno gamificate e stressanti.
Per capire cosa sia un Frontend basta aver ben chiari un paio di concetti, il primo dei quali è la distinzione tra la forma (design) ed il contenuto di un qualsiasi sito, piattaforma o applicazione. Prendiamo l’esempio di YouTube. Sostanzialmente YouTube è un archivio digitale di video ad ognuno dei quali è abbinata una serie di dati accessori (i like ricevuti, il conteggio visualizzazioni), oltre ad una componente social ed alcune funzioni di riproduzione (la barra di avanzamento, i sottotitoli, ecc.). Tutto questo ci viene mostrato con un certo DESIGN a cui siamo comunemente abituati, ossia questo:
Schermata di YouTube
Il suo aspetto ci è tanto familiare che lo identifichiamo immediatamente con il look di YouTube: il pulsante play al centro del video, la barra di scorrimento rossa in basso, i video suggeriti in quella certa posizione dello schermo, i colori bianco rosso e nero… Sono tutte caratteristiche estetiche distintive di YouTube.
Tuttavia, se un domani il team di Google decidesse di apportare piccoli cambiamenti come spostare la barra di scorrimento sulla parte superiore del video o cambiarne il colore dal rosso al blu, nella sostanza YouTube resterebbe YouTube ed il suo ricco archivio video non sarebbe intaccato da questi cambiamenti estetici. YouTube resterebbe tale anche se le modifiche fossero più profonde o se il design venisse completamente ridisegnato: il cambiamento della forma difatti non ha direttamente a che fare coi contenuti. E’ la stessa cosa che avviene in quelle applicazione e piattaforme che permettono di “cambiare il tema” anche se di solito questo cambiamento consiste solo nel passaggio da un certo design in versione chiara allo stesso design in versione scura. Concettualmente tutto ciò non è troppo diverso dal cambiare cover al telefono: l’aspetto cambia ma il telefono ovviamente resta lo stesso. Bisogna però osservare che certi tipi di cover hanno caratteristiche che le rendono qualcosa di più che un mero gingillo estetico: ci sono le cover antiurto, quelle con batteria di supporto incorporata, quelle con scomparto-portafoglio e quelle con lo stand integrato per tenere lo smartphone in verticale. Insomma: un cambio di cover è sempre un cambiamento di design ma alcuni design portano con sè anche funzionalità che cambiano l’approccio al dispositivo stesso.
A seconda del tipo di cover usata, lo smartphone può esser usato in modi diversi
Chi muoveva i propri passi sul web tra la fine degli anni ’90 ed i primi anni ‘2000 ricorderà Winamp, un lettore di file audio paragonabile a VLC che offriva la possibilità di personalizzare in maniera profonda il proprio design proponendo delle “skin” talmente diverse l’una dall’altra da non farla più sembrare la stessa applicazione. Con una skin minimalista si potevano avere a disposizione solo i comandi base lasciando che quelli più avanzati fossero sepolti nei menù interni. Oppure si poteva preferire una skin che metteva in primo piano le funzioni più tecniche come l’equalizzatore, la navigazione tra le tracce e così via.
Quattro diverse skin di Winamp. Design completamente diversi, ma è sempre la stessa applicazione
Quel che risultava maggiormente interessante é che alla modifica di design corrispondeva anche un profondo cambiamento nell’approccio allo strumento stesso da parte di chi lo utilizzava.
Ciononostante, soprattutto per via di scelte commerciali, nelle applicazioni si è sempre più imposto l’utilizzo di design rigidi e non personalizzabili dove tuttalpiù viene concessa la scelta tra tema chiaro e tema scuro di cui si è detto prima. Questa rigidità porta in effetti alcuni vantaggi (un certo pulsante appare a chiunque in quella stessa posizione, quella voce di menù si trova sempre lì e l’applicazione rimane sempre riconoscibile a chiunque indifferentemente dal device utilizzato). Al tempo stesso però questa rigidità impone un unico modo di fruizione dei contenuti stabilito da chi detiene la proprietà della piattaforma stessa. Al tempo stesso questa rigidità contribuisce a impedire che gli utenti possano compiere alcune azioni malviste dalle company che detengono la proprietà del sito.
Per fare qualche esempio: YouTube non permette di scaricare i suoi video e chi volesse farlo dovrà usare strumenti esterni; YouTube ha una funzione che permette di modificare la velocità di riproduzione dei video e che in certi casi può esser molto comoda m il pulsante per regolarla è all’interno del menù Preferenze e questo fa sì che molte persone nemmeno sappiano che esiste. Se il design di YouTube fosse diverso e mettesse più in evidenza questa funzione, questa sarebbe certamente più utilizzata. YouTube impone che prima della visione di un video ci si debba beccare la pubblicità ed impone che il pulsante “salta” appaia solo dopo un certo numero di secondi. Al contrario, se il design di YouTube fosse diverso, il pulsante “salta” potrebbe essere disponibile sempre o, addirittura, si potrebbe accedere direttamente al video che ci interessa senza doversi sorbire la pubblicità (ok, ok, ci sono dietro ragioni economiche, si, ma qui il discorso è puramente tecnico).
Giusto per rimarcare ulteriormente il fatto che i contenuti sono distinti dal design, si può osservare come potrebbe apparire YouTube se fosse “nudo” ossia dati puri senza alcun fronzolo grafico. Apparirebbe più o meno così:
Se si accede a YouTube da Terminale, il suo archivio appare come una enorme ma semplicissima playlist testuale i cui video vanno visti con un player installato sul proprio computer
Sarebbe solo un archivio testuale navigabile da linea di comando a cui si avrebbe un accesso diretto, senza commenti, pubblicità, suggerimenti di Google ecc. Pulito e preciso, si, ma di certo non molto comodo…
Frontend alternativi
Se si volesse accedere ai contenuti di un sito con un’interfaccia diversa da quella standard capace di offrire anche funzioni in più o in meno rispetto al solito (e senza arrivare al punto da accederci da linea di comando), quel che fa per noi è un Frontend alternativo!
I Frontend alternativi non sono altro che delle piattaforme con un design tutto loro che visualizzano e gestiscono i contenuti che stanno su un server/sito/database gestito da qualcun’altro. Si tratta di un qualcosa con cui abbiamo a che fare tutti i giorni: chi usa aggregatori di notizie, ad esempio, riceve contenuti realizzati dai maggiori quotidiani e blog ma su una applicazione che li parifica applicando a tutti lo stesso font, gli stessi sfondi, dimensione dei titoli ecc. Chi usa Media Center come Kodi ha accesso ai contenuti di YouTube ma sul Media Center non vede i commenti, i comandi sono un po diversi ecc. In sostanza tutte le volte in cui si accede a dei contenuti da una piattaforma diversa da quella standard, siamo dinnanzi allo stesso concetto. Tuttavia quando si parla di “Frontend” solitamente si intende un tipo di piattaforma ben precisa ovvero un sito web specializzato nel gestire i dati provenienti da un altro sito web. In pratica: per accedere ai contenuti del [SITO ORIGINALE] si andrà invece sul [SITO FRONTEND] che mostra gli stessi contenuti del [SITO ORIGINALE] ma in forma diversa.
Video visto su YouTube
Lo stesso video di prima visto su Invidious
Frontend alternativi per ogni cosa?
Dunque possono esistere Frontend alternativi per ogni tipo di piattaforma? Frontend per Instagram, Facebook, Skype e così via?
NO
E’possibile realizzare un frontend solo a patto che i contenuti ‘pubblici’ della piattaforma che ci interessa siano veramente pubblici: più il sito originale è aperto ed accessibile e più è facile realizzarne un Frontend. Per questo motivo ci si può scordare di frontend per Facebook, che è una gabbia dorata/drogata ermetica e chiusa perlopiù inaccessibile a chi non accetta di consegnare tutti i propri dati personali. Per alcune piattaforme commerciali invece é possibile creare dei Frontend alternativi che se da un lato offrono alcune funzioni in più, al tempo stesso non possono svolgere tutte le funzioni base. Al contrario è facile elaborare Frontend alternativi per tutte le piattaforme libere, aperte ed open source, allo stesso modo con cui è facile realizzare applicazioni alternative per le stesse.
Giusto per fare due esempi, sia Matrix che Mastodon sono accessibili tramite un certo numero di Frontend alternativi,App e software per PC. Questo tipo di varietà è abbastanza comune tra le piattaforme libere, così come la contaminazione vicendevole, poiché le idee vincenti di un Frontend possono esser poi riprese da un altro ecc. Al contrario, chi utilizza piattaforme commerciali spesso non è nemmeno a conoscenza del fatto che è possibile utilizzare lo stesso ‘motore’ ma con una carrozzeria diversa e con funzioni aggiuntive.
URL e codice
Oltre alla distinzione tra design e contenuto v’è un secondo ed ultimo concetto da aver bene in mente per capire il funzionamento dei Frontend alternativi: la differenza tra URL e codice. Chi va sull’URL www.youtube.com non trova una banale paginetta statica con del testo e delle immagini fisse, ma un sito complesso che FA diverse cose. Sull’URL www.youtube.com difatti è presente del codice che permette di vedere un video, avviarlo, mandarlo avanti, metterlo in pausa, aggiungere i sottotitoli, regolare il volume ecc… Dire ‘codice’, quindi, non è troppo diverso che dire ‘software’.
Aprendo l’URL http://www.youtube.com quel che si carica sono centinaia di righe di codice
Il fatto che una pagina web contenga del codice che fa molte cose è forse scontato, ma proprio per questo troppo spesso si tende a non farci caso. Giusto a termine di paragone, chi ha potuto vedere l’evoluzione del web ricorderà forse che i primissimi video pubblicati online erano perlopiù dei file su una pagina statica che andavano scaricati sul computer e solo a quel punto potevano essere visti, offline, con un mediaplayer. Solo col tempo e l’avvento della banda larga chi realizzava siti web ha potuto inserire nelle pagine stesse il codice che permetteva di vedere il video direttamente nella pagina.
NB: le cose non stanno esattamente così e qui si sta semplificando moooolto grossolanamente giusto per far capire alcuni concetti base sperando che il dio-gattino degli hacker non lanci una delle sue solite maledizioni ;-P
Ogniqualvolta si va su un sito web, dunque, bisogna tenere bene a mente che aprendo un certo URL si caricherà sì una pagina che ha una certa grafica e colore ma anche tanto codice. Un Frontend alternativo, quindi, è un “pacchetto” che include design e codice e che non si limita ad apparire diverso da quello originale e a disporre in modo diverso le sue stesse funzioni ma permette addirittura di gestire i contenuti in modo del tutto diverso aggiungendo funzionalità inedite. Una cosa che i Frontend alternativi potrebbero fare ma non sempre ne sono in grado è porsi da filtro tra te ed il sito originale per limitare la raccolta di metadati della tua navigazione. Per questioni strettamente tecniche questa cosa non è sempre possibile. Se uno dei motivi per cui si ricorre ai Frontend alternativi è quello di limitare la raccolta dati su di sè, in linea generale si consideri che comunque il sito originale qualche dato personale se lo piglia.
Invidious
Di Frontend alternativi ne esistono di diversi tipi e per diverse piattaforme. Qui ne osserveremo dettagliatamente uno che funge abbastanza bene da modello per spiegarli un po tutti. Si tratta di Invidious, che è probabilmente il più noto dei Frontend alternativi per YouTube. Se un Frontend alternativo è un “pacchetto” di design e codice diverso da quello presente sul sito di riferimento, Invidious è un “pacchetto” diverso da quello che troviamo su youtube.com, ma… su che sito possiamo trovarlo?
Su più d’uno!
Invidious difatti è un progetto libero ed open source che viene messo a disposizione di chiunque lo voglia utilizzare per sè, mettere sul proprio sito, modificarlo, migliorarlo ecc. (il “pacchetto” contenente codice e design si trova qui ). Dunque non c’è UN sito Invidious ufficiale, ma diversi siti, ognuno dei quali ha il proprio URL e la propria versione personalizzata del “pacchetto” di Invidious. Ognuno di questi siti può esser definito un’ “Istanza Invidious”
Esistono diverse Istanze Invidious e non esiste un elenco completo. Qui ce n’è uno parziale. La più nota Istanza Invidious è la prima ad esser stata creata https://invidio.us/ , ma attualmente sembra un po lenta. Un’Istanza che risulta decisamente più scattante è invece https://invidious.fdn.fr/Il “pacchetto” di Invidious è liberamente personalizzabile e viene costantemente aggiornato e poichè ogni Istanza è libera di modificarlo è possibile che alcune abbiano rimosso alcune funzioni o che ne abbian sostituito la grafica con una tutta loro. E’anche possibile che un’Istanza usi una versione non aggiornata di Invidious e che certe Istanze siano più veloci e scattanti di altre. Insomma: è un panorama variegato.
Che cosa offre Invidious più di YouTube.com?
Uno dei principali vantaggi di quasi tutti i Frontend ed App alternative è che limitano o addirittura permettono di rimuovere molti elementi gamificanti. Invidious ad esempio permette di rimuovere tutti i commenti ai video e di impedire la riproduzione automatica così come nascondere i video suggeriti da Google. Oltre a questo rimuove tutta la pubblicità, permette di scaricare direttamente i video in diversi formati e qualità (anche .mp3) e permette di mettere in play solo l’audio in modo da poter ascoltare il video come fosse un podcast consumando pure meno banda.
Frontend ed App suggerite
I Frontend alternativi, ormai si sarà ben capito, non sono poi molto diversi da una App non ufficiale. Qui di seguito si segnalano sia Frontend che App cui vale la pena dare un’occhiata. Non sono tutte quelle disponibili ma una selezione di quelle più note e interessanti. Altre App possono esser trovate su F-Droid. Qui quelle per Instagram, quelle per Twitter e quelle per YouTube.
Per quanto riguarda altri Frontend alternativi la cosa è un po più complessa perché non sempre vengono chiamati in questo modo e per cercarli bisogna utilizzare termini alternativi come “hook”, “alternative url”, “web viewer”, “web client”. Per Instagram ad esempio ce ne sono tantissimi ma spesso si tratta di siti zeppi di pubblicità e che a differenza di quelli qui segnalati, non sono Istanze che utilizzano codice open source, per cui è meglio evitarli.
– Download dei contenuti in diversi formati e qualità
– Rimozione pubblicità
– Rimozione commenti
– Rimozione autoplay
– Rimozione suggerimenti di Google
– Possibile riprodurre anche solo l’audio
– Download dei contenuti appoggiandosi a siti terzi
– Rimozione pubblicità
– Di default i commenti non son mostrati
– Rimozione autoplay
– Rimozione suggerimenti di Google
– E’un player fighetto ancora in fase di sviluppo. E’ un po pesante ma ha il pregio di mostrare solamente i video senza commenti, voti, suggerimenti ecc.
– E’forse la più nota App open per YouTube
– Download dei contenuti in diversi formati e qualità
– Rimozione pubblicità
– Rimozione commenti
– Rimozione autoplay
– Possibile riprodurre anche solo l’audio
– Rimuove la pubblicità
– Non usa JavaScript ed impedisce a twitter.com di registrare i tuoi dati di navigazione
– E’molto più leggero e scattante di twitter.com
– Permette di usare Twitter con diversi temi, ad esempio quello di Mastodon
– Permette di salvare immagini, video e .gif
– Può generare il feed RSS di ogni account
– Permette anche a chi non ha un account di accedere a profili e post Instagram
– E’ più veloce di Instagram
– Permette di scaricare le immagini
– Rimuove la pubblicità
– Può generare il feed RSS di ogni account
– Accesso ai contenuti tramite nome account o URL di un post
La magia di Nitter: il design è quello di Mastodon ma è un account Twitter
UN “TRUCCHETTO”
Un semplice “trucchetto”. Di solito i Frontend alternativi usano gli stessi percorsi di dominio dei siti originali.
Per intenderci, se l’URL di un certo video di YouTube è:
La stessa cosa si dovrebbe ripetere anche per gli URL di Twitter ed Instagram nei relativi Frontend alternativi, sia che si parli dell’URL di un post che di quello di un account utente.
INTERAGIRE CON CHI SVILUPPA QUESTI FRONTEND
Chi avesse interesse ad interagire con chi si occupa dello sviluppo di alcuni di questi Frontend alternativi, sono disponibili alcune stanze Matrixdi discussione:
Lockdown: il mondo s’è fermato! Han premuto il tasto “Pausa”. Ma a ben vedere c’è lockdown e lockdown e non sono mica tutti uguali. Se osservato bene, il modo in cui ogni paese applica, gestisce e narra il modo in cui gestisce l’emergenza rivela molte più cose di quanto sembri a prima vista.
Pure quello che ci riguarda, il lockdown all’italiana, è una lente di ingrandimento che amplifica problemi, storture, rapporti di potere, arretratezze, bagaglio culturale, opinioni diffuse, tipicità, errori ricorrenti, tic narrativi e possibili errori futuri del Belpaese. Ecco perchè vale la pena osservarlo a trecentosessanta gradi.
Siamo nel bel mezzo di una pandemia globale gestita con modalità assai diverse a seconda della nazione o regione coinvolta. Modalità in molti casi caratterizzate da approcci impacciati e contraddittori se non addirittura criminosi ma che nella maggioranza dei casi rivelano la debolezza sistemica di diversi paesi che si son trovati improvvisamente a dover subire gli effetti dei propri problemi strutturali. Problemi che, nel loro insieme, stan contribuendo a rendere quest’emergenza assai peggiore di quanto potrebbe essere se gestita in modo piò oculato e se certe cose fossero state già risolte.
A grandi linee questi elementi possono essere riassunti in:
– Mala gestione di chi inizialmente non ha saputo valutare o addirittura ha tentato di negare la gravità della situazione.
– Il mancato ascolto di chi, nei decenni passati, ha più volte avvertito del possibile pericolo di diffusione su scala globale di pandemie e della necessità di prepararsi all’evenienza. Mancato ascolto che non ha fatto sufficiente tesoro dell’esperienza maturata nel corso di episodi simili come ad esempio la diffusione di SARS e MERS, dell’aviaria, della febbre suina e di quella bovina, giusto per citare i più recenti. Ciò ha fatto sì che gran parte dei paesi industrializzati s’è dovuta rendere improvvisamente conto di non avere piani di contenimento sufficienti né procedure adeguate da seguire; di non avere né scorte di materiale indispensabile né sistemi autonomi per produrlo. Il tutto si è così tradotto in gestioni improvvisate ed emergenziali fatte spesso un tanto al chilo, come ad esempio le iniziali disposizioni di lockdown regionali in cui si son viste chiudere le scuole ma non i centri commerciali o le restrizioni all’uso di tamponi e mascherine emesse perché non c’e n’erano abbastanza.
– La mancata presa di coscienza della catena di correlazioni che unisce con un filo rosso la distruzione di interi ecosistemi, le condizioni igieniche spaventose dell’industria dell’allevamento e la diffusione di pandemie, così come il costante peggioramento della qualità dell’aria, da più parti indicato come molto probabilmente correlato all’incidenza del contagio.
– Una politica economico-finanziaria che in occidente ha indebolito la sanità pubblica, l’istruzione (medica e non) e l’istituzione di sistemi di prevenzione per emergenze aperiodiche mentre nei paesi più poveri ha impedito lo sviluppo di sistema sanitari adeguati. Le disuguaglianze derivanti dagli attuali sistemi di produzione ora verranno pagati a carissimo prezzo a livello planetario rivelando ancor di più la necessità di ridurre tali disuguaglianze: i paesi più poveri ora rischiano di diventare degli immensi focolai a scapito delle persone più deboli facendo tra l’altro anche saltare la produzione di quei beni su cui è fondato il sistema di produzione stesso.
– Comparti economici che hanno lavorato attivamente contro ogni forma di contenimento e prevenzione anteponendo il proprio interesse speculativo ad ogni altra cosa, al costo di negare l’epidemia. Il caso della mancata zonizzazione della Val Seriana per salvaguardare le sue industrie e manifatture ne è un esempio evidente.
– Media mainstream eccessivamente dipendenti da interessi economici che, senza soluzione di continuità, inseguono e cavalcano notizie che alimentano il panico ma al tempo stesso diffondono messaggi tranquillizzanti, aumentando a dismisura quella schizofrenia delle notizie che immancabilmente si ripete nelle situazioni. Panico e allarme che oggi trovano nei media mainstream commerciali un terreno perfetto per la loro diffusione.
– La scarsa coordinazione internazionale per problemi di ordine globale. Ciò che avviene con la pandemia del SARS-CoV-2 ripropone in scala accelerata ciò che avviene da decenni riguardo all’emergenza climatica, ossia la mancata applicazione del concetto che in un mondo globalizzato, i problemi e le cattive condotte di UN paese sono un problema drammatico per TUTTI i paesi. Mancata coordinazione che il mondo scientifico s’è immediatamente adoperato per superare mentre al contrario diversi governi si ostinano a rifiutare, chiudendosi a riccio e cogliendo l’occasione per imporre agende nazionaliste.
Documento del 22 dicembre 2010 in vui veniva valutata la gestione della pandemia del virus H1N1 nella regione Lombardia rilevando già in quella data numerosi problemi (LINK a file PDF)
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesi e regioni che eseguono test a tappeto, altri eseguono test mirati ed altri ancora che faticano a procurarsi il materiale per eseguire i tamponi; criteri di conteggio differenti che non possono essere paragonati tra loro sballando rilevazioni e statistiche; quotidiani e politici che hanno alternato allarmi eccessivi a pericolose e immotivate banalizzazioni; morti che vengono celate o fatte passare per non attinenti al coronavirus; regioni ricchissime ridotte al collasso da sistemi sanitari perlopiù privati o semi-privati che vengono aiutati da ONG e paesi decisamente più poveri ma che hanno sistemi sanitari pubblici; medici ed infermieri che cercano di fare quel che possono con quel poco che hanno (mancanza di personale, dispositivi di protezione, posti letto, ospedali da campo…) e che quindi si contagiano e muoiono; amministratori locali impanicati che per reazione strafanno optando per soluzioni militari eccessive coadiuvate da forze di polizia che applicano divieti privi di valenza medica, contraddittori e/o completamente assurdi. Big tech, Grande Distribuzione Organizzata e comparti della logistica e del delivery che sfruttano l’occasione per lucrare grazie alle proprie posizioni dominanti e che aumentano il proprio campo d’azione ed ingerenza su economia e politica (Google, Twitter ed Apple hanno già annunciato che inizieranno iniziative volte a facilitare il tracciamento degli utenti).
L’industria della sorveglianza che coglie la palla al balzo per far testare sui civili tecnologie di controllo con l’entusiastica partecipazione delle forze di polizia e movimenti politici destrorsi che premono affinché i governi implementino soluzioni di sorveglianza digitale nonostante si siano rivelate di dubbia utilità in quanto le prassi applicate nei paesi che meglio han saputo rispondere all’emergenza erano valide anche a prescindere dei tracciamenti digitali.
Come osi?
Capiamoci, una pandemia globale è un evento imponente e drammatico che per forza di cose genera allarme e problemi di diverso tipo portando immancabilmente a restrizioni, limitazioni e grossi problemi di varia natura indifferentemente dal tipo di sistema politico/economico/sanitario/organizzativo che ci si è dati.
Detto ciò bisogna però ribadire che il modo in cui un’emergenza viene gestita può fare una grandissima differenza: una gestione sensata e ben organizzata dell’emergenza è certamente più efficace di una gestione improvvisata ed eccessiva. Pur non esistendo formule magiche né sistemi perfetti che avrebbero certamente evitato tutto ciò con equanime consenso di medici, economisti, lavoratori, politici, movimenti per i diritti civili e quant’altro, osservare quello che in questo momento non sta funzionando a dovere è un passo indispensabile per poter fare meglio ed evitare di proseguire su strade che causano infiniti danni collaterali di ordine sociale, psicologico, economico e politico.
Un “criticone”
Non v’è alcuna alternativa: il miglioramento dell’esistente può iniziare solo da una critica dello stesso. L’importante è che questa critica sia ragionata ed aperta alla confutazione. Senza critica, insomma, si accetta che storture ed errori proseguano anche in futuro così come sono o, peggio, se ne avalla pure l’enfatizzazione.
Ciò che differenzia una sana critica da indignazione, sfogo e vuota polemica risiede nella qualità dell’analisi: una critica durissima ma sensata, logica, precisa e documentata è certamente un qualcosa di più utile e rispettoso di qualsiasi forma di supporto acritico e tolleranza di facciata. Criticare la gestione dell’emergenza comporta necessariamente anche la messa in discussione delle sue premesse, ossia di quegli elementi preesistenti che hanno impedito fin dall’inizio di mettere in campo una gestione migliore. Non solo: la critica non può esimersi nemmeno dall’evidenziare quegli elementi dell’attualità che preannunciano inquietanti sviluppi che si potrebbero manifestare in futuro.
C’era una volta un virus
C’è molto da dire sul modo in cui questa pandemia è stata narrata dai grandi media mainstream. Concentrandoci sull’Italia, dopo un iniziale spaesamento in cui abbiamo visto quotidiani, politici e associazioni industriali alternare confusamente urla di panico ed appelli alla normalità, nell’arco di qualche settimana la narrazione mainstream della pandemia s’è andata più o meno assestando su alcuni punti e formule fisse (ma non va dimenticato che le narrazioni non smettono mai davvero di evolvere).
Con un video pubblicato il 28 febbraio, la Confcommercio di Bergamo lanciava questo hashtag e la relativa campagna mediatica
Sulla costruzione di questa narrazione dominante sono necessarie numerosissime osservazioni perché al suo interno confluisce un po di tutto: dalle premesse sul sistema economico ai tic ricorrenti della narrazione nazionale italiana, dalle contraddizioni sistemiche ai format discorsivi sul decoro ecc.
Osservazioni su tutti questi aspetti non son certo mancate in queste settimane: articoli, discussioni online, podcast e trasmissioni radio estremamente puntuali capaci di cogliere ed esporre questi diversi elementi e le loro sfacettature, mettendone a nudo contraddizioni, storture e non-detti. Osservazioni che purtroppo non sorprende abbiano trovato poco o nessuno spazio sui media mainstream, troppo dipendenti da quegli stessi interessi economici e politici dominanti interessati a confermare lo status quo.
Ma se i media mainstream non danno troppo spazio a queste argomentazioni possiamo almeno farlo qui, segnalando giusto alcuni articoli consigliabili::
L’unico elemento che al momento pare non esser stato trattato con troppo interesse, forse perché dato per acquisito dalla maggior parte dei commentatori, è l’impatto che ha avuto negli anni passati la diffusione nel discorso pubblico delle idee NoVax, che hanno preso in ostaggio delle giuste critiche sulle storture di un’industria farmaceutica in mano alle multinazionali, facendone però il tramite per timori antiscientifici privi di fondamento.
Timori cavalcati e sfruttati da politici poco lungimirantigiusto per questioni di bassa strategia e che han contribuito a diffonderli trasversalmente nel discorso pubblico influenzando di conseguenza l’intero mondo politico rendendolo così meno propenso ad tener in considerazione le richieste del mondo scientifico.
Il mondo è a colori: non in bianco e nero nè in scala di grigi
Va aggiunta un’ulteriore postilla che purtroppo non è così scontata, specie tra chi solitamente non è propenso all’analisi critica e metodica della realtà: la critica in sè non corrisponde necessariamente alla negazione dell’oggetto preso in considerazione. Purtroppo il livello discorsivo diffuso tende ad appiattire e banalizzare la critica dello status quo per rifiutarla in toto e non affrontarla.
Detto in soldoni: criticare il lockdown non equivale a dire “tana libera tutti: comportiamoci come se la pandemia non esistesse” allo stesso modo per cui essere contrari alla violenza non equivale necessariamente a rifiutarsi di tirare un cazzotto in faccia a qualcuno che minaccia di ucciderci.
La realtà è complessa, ambigua, contraddittoria e densa di sfumature. Rifiutae ciò e banalizzarla in un ritratto in bianco e nero (“o stai con le misure imposte dal governo o sei uno scellerato”), è il modo migliore per non vederla così com’è e, di conseguenza, non esser mai in grado di migliorare alcunchè.
Allo stesso modo è svilente e deviante l’uso del “ricatto della soluzione”, ossia il rifiuto della critica attuato imponendo a chi osserva un malfunzionamento di fornire allo stesso tempo anche soluzioni immediate. Insomma: non sono un meccanico ma se mi accorgo che i freni della macchina non funzionano e dico a gran voce, non ha molto senso zittirmi con “troppo facile criticare i freni se non sai ripararli!!11!!1!!1”.
Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!
Nelle situazioni di panico e pericolo, la ricerca di un capro espiatorio è una ricorrenza tristemente consueta, tanto più quando il pericolo è generalizzato ed impalpabile. Il bisogno di scaricare la propria rabbia e frustrazione contro una figura definita e tangibile sulla quale poter appiccicare la colpa per eventi che in realtà hanno cause molto complesse e ramificate nasce da impulsi emotivi antichi e profondi che nel corso dei millenni si son manifestati nelle forme più varie.
Dopo gli attentati dell’11 settembre, ad esempio, l’impossibilità di correlare rabbia e timori tanto immensi contro uno sparuto numero di terroristi o verso le entità politiche che hanno sfruttato tali eventi per portar avanti la propria agenda imponendo una narrativa incentrata su patriottismo e militarismo, la reazione è stata quella demonizzare in modo generalizzato l’intero mondo arabo e/o islamico.
I media mainstream, che si attengono alle regole del mercato ed alle linee editoriali imposte dalla proprietà più che che all’analisi critica del mondo, non fanno altro che cavalcare questa generalizzazione gettando benzina sul fuoco ed alimentando queste reazioni insensate.
Insensate ma utili all’agenda politica degli editori e della proprietà dei grandi media, attentissima a “dare il La” alle discussioni da social decidendo gli argomenti di cui far parlare la popolazione e/o impostando la chiave con cui leggere gli eventi.
Ciò può esser osservato anche nel modo in cui i maggiori media italiani cavalcano, alimentano ed indirizzano il sentimento anti-migranti in funzione di interessi politici e non per reale interesse nei confronti di queste persone.
Tutto ciò genera un circuito chiuso in cui media, social network e politica si alimentano e confermano a vicenda senza lasciar spazio a critica alcuna, consolidando lo status quo.
Liberarsi dalla narrazione mainstream quindi è un’impresa assai impegnativa, sia per la difficoltà di affrontare analisi complesse ed imparare ad informarsi in modo preciso e metodico che per il fatto che la narrazione mainstream non è necessariamente fatta di notizie false ma si caratterizza soprattutto per la sproporzione data ad elementi del reale. In sostanza i grandi media, più che a raccontare menzogne tout court tendono ad alterare la realtà dando grandissimo peso ad alcuni fatti reali selezionati, “inquadrandoli” in un certo modo o, soprattutto, per semplificazione, ossia fornendo informazioni reali parziali e scontornate dal quadro generale, in modo da poterle usare in un quadro completamente diverso.
Per capirci basterà citare l’esempio dei dati sulla criminalità in Italia che pur essendo costantemente in calo da decennivengono narrati dando enorme peso solo a quella parte di dati che, estrapolati dal loro contesto, possono essere enfatizzati per dipingere un quadro opposto alla realtà: il leggero aumento temporaneo di un certo tipo di reato, presentato dai quotidiani come “record di furti” impone con tre parole una falsificazione percettiva della realtà attraverso dati reali decontestualizzati. Smontare tale narrazione è sempre possibile ma richiede necessariamente un gran sbattimento per poter reinserire quel dato nel contesto originario e si scontrerà con un’opinione pubblica che quel dato già lo conosce e quindi ciò che andrà decostruito non è il dato in sé ma l’intero contesto in cui è inserito.
Il temibile e temerario babau giallo che ha tenuto in scacco il Veneto… semplicemente saltando un posto di blocco.
Poiché è dai margini che il centro diventa più evidente, nell’osservazione di vicende secondarie e marginali questi meccanismi risultano ancor più espliciti e facili da studiare e questo vale anche nella costruzione di capri espiatori. Notevole a questo proposito l’epopea di Igor il russo o l’assurda vicenda dell’Audi Gialla; episodi in cui, soprattutto a distanza di tempo, risultano particolarmente evidenti le forzature con cui i protagonisti di queste narrazioni son stati eletti a puri e semplici feticci su cui convogliare pulsioni, paure, paranoie, fantasie e pregiudizi inespressi.
In tutti questi casi il capro-feticcio diviene una figura a sé, separata ma sovrapposta al suo rappresentante reale: nel caso del post 11 settembre un americano di terza generazione di origine libanese e di religione cristiana poteva esser narrato come uno pseudo-jihadista saudita che simpatizza per i tagliateste e che segretamente anela a circondarsi di spose bambine e distruggere l’occidente; nel caso dei migranti l’ingegnere nigeriano di fede pentecostale figlio di famiglia borghese che fugge dall’impoverimento diviene un allevatore di capre troglodita ignorante che pratica il voodoo in una capanna di sterco e fango che viene qui a rubarci le donne e il lavoro pur essendo troppo scansafatiche per lavorare e inoltre… scandalo dello scandalo… è addirittura colpevolmente possessore di uno smartphone!
Il criminale serbo Norbert Fehler diviene Igor il russo, una sorta di supercattivo dei fumetti a metà tra James Bond e Rambo, imprendibile e capace di tenere in scacco oltre duemila carabinieri, avvistato ovunque ma introvabile come Bigfoot, cattivissimo ed abilissimo, geniale e scaltrissimo; un’automobile gialla che salta un posto di blocco diviene l’imprendibile Audi Gialla guidata da criminali dell’est e che scorrazza a tutta velocità per il Veneto per dimostrare con un gesto di spregio che le genti slave possono fare ciò che vogliono “a casa nostra”.
Tale meccanismo è particolarmente presente nella cultura di coloro cui son affidati compiti di controllo sulla popolazione in quanto definire un nemico tangibile permette di agire attivamente ed in forme materiali, visive e quindi spettacolari (l’inseguimento del corridore solitario sulla spiaggia o l’esibizione dei droni a scansione termica sono intrinsecamente degli atti teatrali). Anche qui non si tratta di un meccanismo necessariamente voluto: se in alcuni casi capro espiatorio e spettacolarità sono ricercati a tavolino, nella maggioranza dei casi sono un effetto complementare di un modo di vedere le cose altamente interiorizzato. A questo proposito basta citare alcuni commenti provenienti da gruppi Facebook di forze dell’ordine in cui per osservare l’insensata acredine immediatamente maturata dopo l’imposizione del lockdown per quelli che vanno in giro con il cane, visti come dei “furbetti” che usavano i propri animali da compagnia come passepartout per aggirare la legge e l’immediata nascita di leggende metropolitane su cani diventati magrissimi perché obbligati a camminare per ore.
#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto
La diffusione del SARS-CoV-2 è un problema innanzitutto sanitario e dunque la prima cosa da tenere a mente per qualsiasi ragionamento sono proprio le indicazioni sanitarie su come effettuare il suo contenimento. Indicazioni che possono essere riassunte in:
Riduzione dei contatti fisici (distanziamento fisico / limitazione degli spostamenti / isolamento / uso di dispositivi di protezione)
Sanificazione (disinfezione ambienti / potenziamento delle prassi igieniche)
Monitoraggio (tamponi / verifica della catena di trasmissione)
Le modalità di applicazione di queste indicazioni possono variare molto e non sono esenti da discussioni tra medici e preoccupazioni di varia natura: il distanziamento fisico comporta la cessazione di numerose attività economiche indispensabili e non; l’isolamento applicato in forma preventiva è causa di numerosissimi problemi; i dispositivi di protezione sono utili solo se usati correttamente, altrimenti possono contribuire a diffondere il virus; la disinfezione degli ambienti richiede una certa preparazione; mancano materiali; la verifica della catena di trasmissione se fatta con mezzi informatici può avere dei risvolti catastrofici sulla privacy ecc.
Il tutto é ulteriormente complicato dal fatto che le problematiche pregresse (sistema sanitario indebolito da decenni di tagli e privatizzazioni, mancanza di personale medico, mancanza di un piano di contenimento già preventivato, dotazioni non sufficienti ecc.) han portato a compensare tali mancanze con un intervento meramente poliziesco tradottosi infine nel lockdown generale, nel #restiamoacasa, e nel teatrino dei decreti e delle autocertificazioni emesse in serie.
La riduzione dei contatti fisici attraverso limitazioni di mobilità ed assembramento è il metodo più drastico per contenere la diffusione del contagio (anche se diversi studi suggeriscono che i lockdown hanno efficacia diversa a seconda dei luoghi e delle modalità con cui viene effettuato e che, addirittura, in determinati casi si rivela controproducente) e può essere attuata in diversi modi, ossia limitando la mobilità tra aree diverse (a livello di nazione, regione, provincia, area, comune, quartiere) ed impedendo qualsiasi attività che preveda la compresenza ravvicinata di più persone. Ciò può essere effettuato in modo selettivo con la creazione di cordoni sanitari mirati (come isolare molto duramente una certa area ma applicare limitazioni meno stringenti in un’altra oppure presidiare i luoghi ad alto rischio concentrando gli sforzi sui potenziali focolai ed imporre solo norme di distanziamento nei luoghi a basso rischio). In generale il mondo medico suggerisce l’interruzione degli spostamenti a grande distanza, degli assembramenti di massa, mantenere un costante distanziamento fisico e buone prassi di disinfezione, ma non parla mai di confinamento totale e preventivo nelle abitazioni.
E’solo nel peggiore dei casi che questo viene applicato in maniera generalizzata, ossia il lockdown totale in cui viene bloccata ogni attività ed impedito ogni spostamento sul territorio.
Ricorrere al lockdown generale è una soluzione estrema sintomatica di una situazione oggettivamente fuori controllo oppure, più semplicemente, di una situazione non si è stati capaci di gestire. In altre parole è il risultato del fallimento delle misure preventive e di contenimento iniziale. Una grossa presa di coscienza della propria impreparazione, insomma.
Ma la gestione dell’emergenza come s’è detto varia notevolmente da paese in paese e le differenze di approccio derivano da fattori politici, sistemici, economici e territoriali di cui bisogna tenere ben conto quando si effettuano paragoni. Quando si parla del lockdown in Nuova Zelanda, per esempio, si parla di due isole grandi come l’Italia ma una popolazione di soli 5 milioni di abitanti. Nel caso di Cuba si parla di un’isola grande un terzo dell’Italia ma con un sesto dei suoi abitanti e che vanta non solo il miglior sistema sanitario dell’America latina ma pure il maggior numero di medici pro capite nel mondo. Hong Kong e Singapore sono sostanzialmente delle città-stato ad altissima densità abitativa. Insomma: è una banalità far notare che gestire la pandemia a Hong Kong è diverso che gestirla nelle campagne del Marlborough neozelandese ma a quanto pare questa banalità sembra sfuggire a gran parte dei media nostrani, che insistono soprattutto sulla questione dei test fatti a tapeto sull’intera popolazione in Corea del sud e sul tracciamento digitale delle persone, promuovendolo come inevitabile.
Se da un lato i nostri media insistono su test e tracciamento, dall’altro si son però rivelati assai imprecisi nel descrivere l’applicazione del lockdown negli altri paesi, per la gran parte molto meno restrittivi dell’Italia.
L’ostracismo dei comparti economici bergamaschi che hanno impedito il lockdown della Val Seriana e l’impreparazione generalizzata del governo italiano e delle amministrazioni locali che ha contribuito a posticipare oltre il dovuto l’applicazione di procedure emergenziali mirate, sono indubbiamente i principali responsabili del tracollo che ha portato all’imposizione di un lockdown durissimo che sulla penisola è stato applicato con un tono del tutto peculiare caratterizzato da una forma di militarizzazione che fatta eccezione per alcuni regimi dittatoriali trova forse dei paralleli solamente in Spagna.
Tutto chiuso e tutti al chiuso. L’ordine generale si è tradotto di fatto in un contenimento di massa che ha confinato l’intera popolazione agli arresti domiciliari nella speranza di riuscir a rallentare la diffusione del contagio affinché prosegua entro livelli gestibili dal sistema sanitario nazionale e questo nonostante il parere contrario di diversi medici che non mancano di far notare che la presenza prolungata in ambienti ristretti comporti molti più rischi che starsene all’aria aperta.
L’equazione è semplice: minore è la capacità del servizio sanitario nazionale di rispondere all’emergenza e maggiori sono le restrizioni imposte. Detta brutalmente: non avendo un sistema emergenziale efficace né un sistema sanitario tarato sulle reali esigenze della popolazione, adesso è la popolazione stessa a dover tarare le proprie vite per far in modo che sia il contagio ad adattarsi ai ritmi che questo sistema sanitario prosciugato da decenni di tagli può sostenere.
Italian Lockdown
Osservare l’ordine temporale con cui si è giunti al lockdown in Italia rivela molte cose: tra novembre e dicembre 2019 i medici cinesi iniziano a rilevare morti sospette e interrogarsi; il 31 dicembre viene avvertita l’OMS e la TV pubblica cinese avverte la popolazione della presenza di un virus ancora sconosciuto. Nei primi giorni di gennaio diversi paesi iniziano ad effettuare verifiche negli aeroporti sulle persone provenienti da Wuhan. A metà gennaio il virus viene identificato ed al contempo giunge la conferma della sua presenza anche al di fuori dalla Cina: a Taiwan, in Corea del sud e negli USA. Il 23 gennaio viene attuato il lockdown di Wuhan mentre i casi in Cina aumentano vertiginosamente. Nel giro di pochi giorni arrivano conferme della presenza del virus da sempre più paesi sparsi sul globo ed il 31 gennaio 2020 l’OMS dichiara che v’è il pericolo che si sviluppi una pandemia globale.
Nello stesso giorno vengono sospesi i voli dalla Cina all’Italia. A Roma due turisti cinesi risultano positivi al virus. In questo momento i grandi media italiani trattano la notizia perlopiù come un qualcosa di marginale che riguarda solo la Cina ed i suoi abitanti ed a livello politico/gestionale non vengono intraprese particolari procedure di contenimento al di là della verifica delle persone provenienti dalla Cina. Questo fino al 21 febbraio quando irrompe la notizia dei primi morti italiani per coronavirus a Codogno (Lombardia) e, a breve giro, a Vò Euganeo (Veneto). I media italiani a questo punto lanciano allarmi di panico. Nel giro di pochi giorni alcuni dei comuni coinvolti vengono dichiarati zona rossa (ma non tutti) e le regioni colpite iniziano ad emettere ordinanze atte a limitare assembramenti per attività ritenute non indispensabili (scuole, centri sportivi, sagre, manifestazioni), permettendo tuttavia gli assembramenti per attività lavorative, nei centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico ecc. Le contraddizioni insite in queste ordinanze le rendono, di fatto, inutili.
Campagna a favore della diffusione del contagio del 26 febbraio 2020
Verso fine febbraio i comparti economici, spaventati dall’allarme mediatico e dal contraccolpo economico che stava causando, attraverso i propri responsabili media lanciano campagne tranquillizzatrici come #MilanoNonSiFerma e #BergamoIsRunning che, coinvolgendo diversi media, influencer, social e personaggi politici a loro affini, tentano di negare e minimizzare la realtà dei fatti attraverso una campagna stampa prontamente e acriticamente rilanciata sui social commerciali da una schiera di utili idioti. Al contempo pure alcuni quotidiani pubblicano articoli atti a minimizzare l’emergenza.
In questa immagine i titoli di sinistra vanno dal 22 al 25 febbraio mentre quello di destra è del 27
Il numero dei contagi tuttavia aumenta e con due decreti in rapidissima successione, tra l’8 ed il 9 marzo il governo italiano dichiara l’intero paese zona rossa impedendo alla popolazione di uscire dalla propria regione di residenza ma permettendo ancora l’apertura dei negozi ed il lavoro nelle fabbriche. A seguito dell’annuncio diverse migliaia di persone si è allontanano dalla città, perlopiù per tornare nelle proprie regioni di origine (o verso seconde case, con enorme fastidio della gente del posto). Le stime più alte parlano di trenta o quarantamila persone. Queste partenze improvvise vengono narrate dai media con discreto allarme generando diverse polemiche.
Consigli utili soprattutto a diffondere il contagio
L’11 marzo il governo impone una nuova stretta con la chiusura di tutti i negozi tranne supermarket, banche, farmacie, edicole e poche altre tipologie ed il divieto per la popolazione di lasciare il proprio comune. Le forze di polizia applicano le disposizioni dandogli una lettura particolarmente restrittiva impedendo, di fatto, ogni tipo di attività all’aperto anche se solitaria e svolta in sicurezza. L’autoisolamento in casa, già attuato preventivamente da milioni di persone s’inaspriva rendendo di fatto illegale uscire dalla propria abitazione.
Non controlli sanitari ma solo di polizia
Tra polemiche, gogne social verso chi “non si attiene alla legge” e concessioni minimali, si assesta una applicazione del lockdown in cui il diritto ad una circolazione limitata è concesso non in base a criteri di sicurezza sanitaria ma in base al principio della “giusta motivazione”: andare a far la spesa al supermercato più vicino o a lavorare in fabbrica è concesso, passeggiare no. Nel frattempo vengono preparati alcuni ospedali provvisori. Le fabbriche tuttavia restano attive, pur costituendo i maggiori focolai.
Solo il 21 marzo vengono chiuse anche le fabbriche, fatta eccezione per quelle ritenute “essenziali” (tra cui l’industria bellica). Nel corso delle settimane successive diverse aziende riescono comunque ad ottenere il permesso di tornare a produrre e Confindustria preme affinché venga concessa una riapertura di quasi tutte le attività. Già nella seconda settimana di aprile, nonostante non vi sia alcun segno di un calo dei contagi, numerose fabbriche iniziano a riaprire, il governatore del Veneto Zaia dichiara che di fatto il 60% delle aziende della regione sono attive ed in tutt’Italia le aziende riaprono autocertificandosi come essenziali, spesso con motivazioni del tutto inconsistenti. Due terzi degli italiani, in un modo o nell’altro, continua a lavorare.
Questa è a grandissime linee la cronologia dell’imposizione del lockdown nel Belpaese fino a questo momento, da cui risulta particolarmente evidente il ruolo di primo piano che ha giocato il comparto economico nel remare contro l’applicazione delle misure sanitarie di contenimento, l’indecisione della politica e la schizofrenia con cui i media han trattato il tutto.
Chinese Lockdown
A termine di paragone è interessante osservare le tempistiche del lockdown a Wuhan, in quanto, pur tenendo in considerazione le differenze sociali/ambientali/politiche/economiche, il lockdown di Wuhan si differenzia da tutti gli altri per via della sua eccezionalità (trattandosi dell’epicentro del contagio) ed il modo in cui è stato applicato evidenzia differenze d’approccio molto forti rispetto ai lockdown occidentali, tra cui quello italiano.
Il 23 gennaio viene annunciato il divieto di uscire dalla città di Wuhan e che il trasporto pubblico sarebbe stato interrotto entro poche ore, causando un esodo di massa nelle ore antecedenti alla sua interruzione (si calcola che solamente via treno furono circa 300.000 le persone che abbandonarono Wuhan). Vengono chiuse anche le autostrade. Il giorno dopo le stesse imposizioni sono state applicate in comuni limitrofi. Si iniziano subito ad applicare le misure di contenimento (che vedremo meglio dopo). Il 13 febbraio vengono chiuse tutte le fabbriche non essenziali. Il 20 febbraio vengono chiuse anche le scuole. A partire dal 13 marzo, a scaglioni si inizia a permettere nuovamente lo spostamento all’interno dei comuni ed a riaprire alcune fabbriche. L’8 aprile termina il lockdown di Wuhan ma proseguono le norme di distanziamento fisico e sicurezza.
Checkpoint all’ingresso di un blocco residenziale di Wuhan
Le tempistiche rivelano con chiarezza come l’approccio cinese sia stato fin da subito più deciso e netto mentre quello italiano (e di molti altri paesi occidentali), ma il tutto risulta ancor più interessante osservando le caratteristiche applicative del contenimento di Wuhan, da cui si possono evincere le enormi differenze strutturali e organizzative e rispetto all’Italia Innanzitutto va osservato che le chiusure sono state fatte principalmente per comunità: paesi, villaggi, aree urbane son stati chiusi al contatto esterno imponendo spesso un unico accesso controllato con checkpoint, con livelli di rigidità proporzionali al livello di contagi all’interno della comunità stessa. La spesa nei mercati era permessa a giorni alterni. Per realizzare queste compartimentazioni fra zone molte strade sono state bloccate.
All’interno delle comunità isolate ci si è organizzati per offrire servizi all’interno della comunità in forme sicure.
Circa quarantamila medici da ogni zona del paese sono giunti rapidamente a Wuhan e nelle città limitrofe per dare manforte al personale locale ed evitare il collasso della struttura sanitaria locale. Allo stesso tempo sono stati realizzati in tempi rapidissimi due nuovi ospedali specifici per i pazienti più gravi e dieci ospedali temporanei all’interno di centri fieristici e sportivi per curare i pazienti meno gravi. I medici delle singole comunità hanno fatto materialmente il giro di ogni singola abitazione per verificare la presenza di sospetti malati, le situazioni a rischio, stabilire se imporre la quarantena alle persone che vivevano assieme a chi era stato ricoverato, decidere se ci fossero casi da monitorare ed effettuare tamponi mirati.
Le persone che si sospettava potessero esser state contagiate sono state sistemate in alloggi isolati (ad esempio in camere d’albergo) e tenute sotto osservazione per almeno due settimane
Oltre a questo sono stati istituiti centinaia di ricoveri temporanei per separare le persone a rischio e far trascorrere due settimane o più in quarantena (spesso in isolamento) e osservazione a chi era stato dimesso o fosse stato a contatto con persone contagiate. Il governo ha fornito cibo e servizi base alle persone in quarantena tramite l’esercito.
Ciò che ha caratterizzato il lockdown di Wuhan è stato innanzitutto un livello di compartimentazione estremamente capillare e metodico grazie ad un’organizzazione basata sul principio delle comunità, sull’utilizzo delle reti locali e utilizzando l’esercito in funzione delle esigenze del personale medico: se all’interno di un complesso abitativo vi era un contagiato, l’intero complesso poteva esser messo sotto quarantena impedendo ai suoi inquilini di uscire ma se dopo un certo lasso di tempo (minimo due settimane) veniva rilevato che i soli contagiati erano quelli di un determinato appartamento, le limitazioni ai residenti degli altri appartamenti potevano esser rivedute. All’interno di comunità prive di contagi la restrizione di movimento era applicata solo al di fuori dell’area della comunità stessa (quartiere, villaggio) ma non vi era necessariamente il divieto di uscire al di fuori di essa.
Non va però dimenticato che la gestione ha presentato tratti anche assai feroci, con esercito ed amministrazioni che han agito con estrema durezza per far applicare la quarantena, spesso imponendola, ad esempio minacciando di staccare la corrente a chi non collaborava.
E’dunque necessario un esercizio di separazione: il lockdown effettuato a Wuhan è stato indubbiamente gestito in maniera militarista e totalitaria e in questo può solo esser rifiutato, ma (qui la separazione) va osservato che il tutto è stato fatto ponendo al centro di ogni ragionamento le esigenze mediche.
Niente distribuzioni di pseudo-mascherine nè aperture furbette di fabbriche o mancati lockdown a causa delle pressioni dell’industria locale.
Altro aspetto Interessante è che l’utilizzo di tecnologie di tracciamento pare esser stato decisamente molto meno utile e centrale rispetto a quanto vien riportato dai grandi media occidentali; piuttosto sembra esser stata usata soprattutto per intimidire la popolazione facendole percepire la presenza costante dello sguardo delle forze di controllo sui propri movimenti attraverdo app di tracciamento e micacciosissimi droni con altoparlante.
Stendere il virus con multa e manganello
In Italia il lockdown si è imposto come un divieto generalizzato di effettuare qualsiasi attività “non giustificata” all’aperto e nell’esperienza comune di ogni cittadino il rapporto con il governo non comprende medici che vengono a verificare la situazione casa per casa né membri dell’esercito agli ordini dei medici ma solamente forze dell’ordine che controllano che chi sia in giro abbia una “giusta motivazione”. Questo perchè qui s’è imposto il puro e semplice #RestiamoInCasa generalizzato (anche se, come altri han notato, #RestiamoDistanziati, #MinimoDueMetri o altre formule del genere sarebbero certamente state più oneste, utili e sane) per compensare l’incapacità di concepire una gestione più ragionata dell’emergenza.
La forma con cui sono state applicate le restrizioni in Italia è tra l’altro anche un segno tangibile della sproporzione tra spesa militare e spesa sanitaria del paese: non è un caso se militarizzare le strade sia risultato più semplice che attuare protocolli sanitari d’emergenza sul territorio perché notoriamente l’Italia investe più nell’esercitoe nelle forze di polizia (vedi anche qui e qui) che sulla salute della popolazione. L’Italia è pure il paese europeo col maggior numero di effettivi nelle forze di polizia, dato che risulta ancor più impressionante se rapportato al numero di abitanti ed alla superficie del territorio.
Anche riguardo all’istruzione la situazione è simile e si rileva che l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per spesa nell’istruzione eanche a livello internazionale non siamo messi bene (superati ad esempio da Benin, Malawi, Afghanistan, Mongolia e Sierra Leone). Cuba, per esempio, investe oltre tre volte più dell’Italia nell’Istruzione. Non è un casoi se ci mandano i medici, ecco.
Non stupisce dunque che diversi gli indicatori riportino un drammatico calo delle capacità degli studenti italiani. Non è un caso, dunque, se scarseggiano medici ed infermieri ma le forze dell’ordine non mancano mai.
Giusto per fare un esempio sulle differenze di spesa, non è mancato chi ha fatto notare che i soldi impiegati per acquistare un solo F-35 sarebbero stati meglio investiti nella realizzazione di 1350 posti letto per cura intensiva.
Non importa solo quanto spendi, ma anche il come
Insomma, in un paese con grandi apparati militari e polizieschi ma apparati sanitari e scolastici sottodimensionati era tristemente prevedibile che la gestione di un’emergenza sanitaria in Italia sarebbe stata trattata soprattutto come un generico problema poliziesco.
Va osservato che questo forte sbilanciamento a favore degli apparati di controllo influisce su diversi piani e moltissimo anche a livello culturale: quando le amministrazioni locali hanno iniziato a capire che la questione del virus fosse un problema serio, queste, anche se in maniera spesso pasticciata, vi si sono approcciate pensandolo proprio in ottica poliziesca, partorendo difatti ordinanze e divieti che non avevano alcun senso dal punto di vista sanitario e che han toccato solo e soltanto quelle forme di assembramento tipicamente più soggette all’intervento poliziesco (manifestazioni, scioperi, eventi di piazza, scuole, centri sociali) senza toccare le forme di assembramento che riguardavano i luoghi destinati a produzione, commercio e tradizione (centri commerciali, fabbriche, chiese, case di riposo). Solo successivamente a queste disposizioni poliziesche hanno iniziato a fornire informazioni sanitarie basate più o meno su indicazioni mediche.
Anziché un problema sanitario gestito con l’ausilio della forze di polizia, il lockdown italiano é stato caratterizzato fin da subito come un problema di polizia motivato da questioni sanitarie. Una differenza non da poco.
Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso
Il risultato si è tradotto nell’affermazione di una serie di attività di controllo (di dubbia costituzionalità) sulla popolazione che non hanno alcuna giustificazione di tipo sanitario e che colpiscono persone intente in attività che in nessun modo potrebbero essere ritenute veicoli di contagio. Attività di controllo subito fatte proprie dal circuito mediatico-politico, felicissimo di potersi affrancare dalle proprie responsabilità e scaricare le colpe su anonimi signor nessuno. Ecco che, fin da subito, media e politica hanno alimentato una caccia all’untore dai tratti paradossali.
9 aprile 2020: sulla spiaggia di Pescara, un finanziare rincorre un temibile “untore” rossovestito in una spiaggia deserta. Nessun pericolo di contagio, è chiaro, ma é vietato… perchè è vietato (VIDEO)
Dall’imposizione del lockdown si son iniziate ad attaccare mediaticamente e sui social persone a passeggio da sole in luoghi isolati e senza la benché minima possibilità di contatto con altre; si sono inaugurate le cacce al runner anche con pestaggio e tramite droni a scansione termica; a coppie che vivono assieme è stato intimato di non tenersi mano nella mano; si son contestate le persone che han fatto spese poco sostanziose perché ciò comporta un ritorno frequente al supermercato (ma s’è pure contestato chi faceva spese troppo grosse perché toglieva il cibo di bocca d’altri); son state lanciate accuse di assembramento a tre-quattro persone che si recavano al lavoro a piedi stando a due metri di distanza l’una dall’altra.
Tamponi no, visite mediche no, controlli dei casi sospetti no, ma… controllo della popolazione coi droni si, quello sì LINK
In questa caccia all’untore il circuito media-politica-social si è dimostrato particolarmente stretto, alimentandosi a vicenda nel mantenere al centro del discorso l’azione di controllo poliziesca: persone allarmate dai media han espresso allarmi sui social che sono stati amplificati dai media ed han indirizzato le decisioni politiche; l’interpretazione eccessivamente restrittiva da parte delle forze di polizia plaudita da utenti reazionari sancendone mediaticamente la validità
Il governatore della Toscana emette ordinanze non in base a dati reali nè in base a pareri medici ma per via di articoli di giornale (che in molti casi han solo preso ed amplificato delle gogne da social) LINK
Il circuito è tanto stretto da render difficile osservarlo separando nettamente i confini tra i suoi componenti: la denuncia di un tizio che ha acquistato delle bottiglie di vino (bene ritenuto non indispensabile e quindi privo di “giusta motivazione”) diviene subito notizia ricevendo risalto dalla gogna social, influendo sull’interpretazione delle restrizioni da parte delle forze di polizia che a quel punto si sentono autorizzate a riprendere i cittadini per cosa hanno acquistato.
Schizofrenia mediatica
Alcune giravolte mediatiche viste in queste settimane sono state non da poco. Non solo il passaggio repentino dal panico allo “stiamo calmi” di fine febbraio: fin dai primi giorni di lockdown son circolate un gran numero di foto che ritraevano città spettrali e deserte ma poi, per un certo numero di giorni, sui media son comparse strane immagini di strade affollatissime di gente tutta ammassata. Su queste immagini torneremo più avanti ma qui, ciò che importa, è osservare la contradditorietà delle informazioni passate dai media mainstream.
10 marzo 2020. Repubblica pubblica video di una Roma deserta e spettrale LINK
Altro esempio: all’inizio i media han insistito sulle foto di scaffali dei supermercati vuoti ma poi queste immagini son cessate di colpo, probabilmente per non generare situazioni di panico oppure perché era molto facile osservare che queste immagini erano state realizzate tutte all’orario di chiusura e solo in alcuni supermercati di grandi centri urbani in cui erano effettivamente state fatte delle spese molto consistenti, ma non si erano certo verificati assalti al supermercato nè risse (tranne in un unico caso, prontamente mediatizzato). Nell’esperienza comune chiunque ha sempre potuto osservare che i supermercati han continuato ad essere sempre riforniti (fatta forse eccezione per farina e lievito, cosa che ha generato una certa ilarità su un paese che si dedica alla panificazione).
21 marzo 2020: Repubblica pubblica un video di una Napoli spettrale e deserta molto simile alla Roma mostrata pochi giorni prima, solo che qui la telecamera si concentra sulle poche persone in strada per “dimostrare” che c’è troppa gente in giro LINK
Nei primi tempi, insomma, i grandi media ancora impreparati sul come trattare questa situazione, hanno fornito molte immagini e informazioni contraddittorie. Nell’arco di qualche settimana la narrazione è andata delineandosi, pur non rinunciando mai ad altalenare tra allarme e rassicurazione e riproponendo a volte alcune formule prima scartate: a inizio marzo gli appelli di Confindustria a far finta di niente son stati smorzati a favore delle direttive governative che hanno confermato ed inasprito le restrizioni poliziesche del lockdown su scala nazionale, per poi ripresentarsi pian piano in forme meno evidenti, puntando sul “buonsenso” e sul bisogno di “salvare l’economia”, insistendo sulla riapertura delle fabbriche.
Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?
Dunque, ricapitolando: nelle prime ordinanze emesse dai governi locali i principi alla base delle restrizioni non erano di tipo sanitario ma erano grossolanamente tesi ad evitare gli assembramenti ritenuti non indispensabili. Sono state chiuse scuole ed istituti sportivi, vietate sagre, manifestazioni e scioperi. Al tempo stesso però sono state mantenuti aperte fabbriche e centri commerciali, non si è provveduto a trovare una soluzione al pericoloso sovraffollamento delle carceri (dando vita a proteste mai viste prima in questa proporzione) nè di altre situazioni a rischio come i campi rom ed in alcuni casi addirittura si è provveduto a ridurre il numero di corse dei mezzi pubblici impedendo alle persone obbligate ad andare al lavoro per la mancata chiusura delle fabbriche di poter mantenere le distanze di sicurezza.
Contenimento pandemia alla cinese: verifiche sanitarie
Lo stesso concetto di zonizzazione è stato inteso ed imposto fin da subito come una rigida chiusura generale effettuata senza tener conto delle singole realtà né della letteratura scientifica che evidenzia come una mobilità controllata da regioni con forte diffusione del contagio, se gestita da personale sanitario con quarantene mirate, osservazione da parte di personale medico e ponendo livelli di isolamento differenziati (come nel modello del lockdown di Wuhan), controintuitivamente permette di ridurre il carico sui sistemi sanitari della regione in difficoltà. Una forma di monitoraggio e contenimento, insomma, avrebbe contribuito ad alleggerire il sovraccarico sull’inefficiente sistema sanitario lombardo ora al collasso.
Contenimento pandemia all’italiana: controllo autocertificazioni
Una volta passati dalle regioni “zona rossa” al lockdown nazionale non si è fatto altro che inasprire i principi di natura poliziesca delle ordinanze regionali riassumendole nel principio della “giusta motivazione” limitando la mobilità all’interno del proprio comune*. E’la motivazione, dunque, ad aver valenza prioritaria nell’Italian Lockdown. La sicurezza sanitaria vien dopo.
[* Più o meno: poichè nei fatti chi si rifornisce in supermercato/negozio/edicola che non sia quello più vicino alla propria residenza viene contestato]
Avendola impostata solo in questi termini (giustificato/non giustificato ossia legale/illegale), la questione delle restrizioni viene immediatamente caratterizzata da un frame discorsivo deviante perchè impostato sulla legalità e non su principi scientifici, che porta, appunto, a giustificare la prosecuzione del lavoro in condizioni di totale insicurezza per attività ritenute “indispensabili”, giustificare il divieto di sciopero degli operai preoccupati per la propria salute e al tempo stesso ad additare come untore chi scende un attimo al parco per fumarsi una sigaretta in solitudine.
E’evidente che in quest’emergenza i concetti di “legale” e “illegale” sono particolarmente disgiunti da quelli di giusto o sbagliato.
Agli osservatori più attenti non può sfuggire il fatto che tale tipo di meccanismo è sostanzialmente una versione estremamente amplificata di quello in atto nell’ideologia del decoro secondo il quale non si caccia il senzatetto steso sulla panchina perché stia facendo qualcosa di male ma semplicemente perché “non ci si può stendere sulle panchine”, in base alla presunzione ideologica che il senzatetto che veste male e si stende sulle panchine sia indecoroso e dunque pericoloso (un uomo in giacca e cravatta steso sulla panchina non genererebbe la stessa reazione), motivo per cui viene vietato a tutti di stendersi sulle panchine (anche all’uomo in giacca e cravatta).
Dunque una presunzione di pericolosità (contagiosità) stabilita non in base a criteri sanitari ma per legge. Un tizio che volesse sfuggire la monotonia del confinamento facendosi semplicemente un giro in bici con guanti e mascherina nelle campagne del proprio comune senza mai scendere dal proprio mezzo nè avvicinarsi a nessuno non corre alcun rischio di contagiarsi né di contagiare nessuno, ma se gira senza “giusta motivazione” per legge si presumepreventivamente possa forse diventare un potenziale rischio.
La chiusura degli ambienti chiusi ad alta capienza, l’obbligo di mantenere le distanze, quello di indossare i dispositivi di protezione in determinate situazioni (spesa al supermercato), così come un certo grado di limitazione degli spostamenti nelle aree ad alto rischio, sono restrizioni giustificabili con la necessità di limitare la trasmissione del contagio entro livelli gestibili, ma è ben più difficile trovare giustificazione per restrizioni che contraddicono le stesse linee guida di sicurezza: che senso ha denunciare una persona che se ne cammina da sola, senza entrare in contatto con nessuno, quandole indicazioni dell’OMS dicono chiaramente che mantenendo la distanza minima di un metro con le altre persone le possibilità di contagio sono praticamente nulle? Altresì non ha alcuna motivazione medica l’imporre di mantenere tale distanza in pubblico a due persone che coabitano.
Estremizzando, se si uscisse di casa indossando una tuta hazmat disinfettata seguendo tutte le prassi anticontagio applicate nei laboratori di virologia per andare a fare due passi in un parco completamente deserto si rischierebbe una denuncia mentre, al contrario, se si uscisse senza alcuna accortezza per andare a lavorare al chiuso a strettissimo contatto con altre venti persone non ci sarebbe alcun problema perché è la motivazione che conta, non il rispetto delle misure di sicurezza.
Passeggiare è comunque vietato. Anche se in totale sicurezza.
Se prevenzione ci dev’essere, quella in atto in questa forma è prevenzione di cosa?
Non sfugge un altro parallelismo: quello con le paranoie antiterroristiche. Parallelismo che torna spesso nei commenti social e nell’atteggiamento di forze di polizia e certi amministratori che additano a “terroristi” i presunti untori. A quasi vent’anni dagli attentati dell’11 settembre le norme antiterrorismo e le operazioni come “strade sicure” più che produrre vere azioni antiterrorismo hanno soprattutto aumentato il livello d’insicurezza percepita, comportato diverse morti per suicidio tra i membri dell’esercito ed espulso numerose persone dall’Italiain via preventiva e con motivazioni non sempre solide.
Tuttavia sono pratiche ancora attive, normalizzate nel nostro quotidiano che ha assimilato il concetto di lotta al terrorismo permanente. Allo stesso modo, quante delle pratiche messe in moto nel lockdown rimarranno anche dopo la sua conclusione contraddistinguendo i prossimi vent’anni da come quelli della “prevenzione permanente”?
Poichè, come visto, le prassi in atto sono solo secondariamente basate sulla prevenzione del contagio, vien naturale chiedersi cosa si vorrà davvero prevenire nei prossimi anni. Soprattutto vien da chiedersi che scenari potrebbe elaborare una mente reazionaria dopo aver visto quanto è stato facile confinare l’intera popolazione mondiale nelle proprie celle.
Italiani incontrollabili?
Uno dei mantra con cui viene giustificata la durezza delle restrizioni dell’Italian Lockdown è “se lo facessero tutti…” Mantra solitamente riportato così, senza aggiungere altro dopo i puntini di sospensione, suggerendo la presenza di un nesso logico tra una causa nota e… non si sa bene cosa, lasciando che tale vuoto venga riempito dalla fantasia di chi ascolta.
“Non posso neanche passeggiare in sicurezza tenendomi a distanza da tutti rispettando appieno le prassi anticontagio?”
“Certo che no! Se lo facessero tutti…”
“In effetti: che potrebbe succedere se le persone che rispettano distanze di sicurezza e prassi anticontagio andassero tutte a passeggio?”
-silenzio-
Il punto è che questoquesitonon va fatto. Non va nemmeno preso in considerazione. Vien dato per scontato a prescindere che non sia possibile applicarlo: l’idea stessa che la maggior parte delle persone possa rispettare delle prassi sociali sanitarie come tenersi ad un paio di metri di distanza, lavarsi le mani con frequenza ed imparare ad usare i dispositivi di sicurezza nel modo corretto viene rifiutato a prescindere.
Ordinatissime fila… di “indisciplinati”?
Presa di posizione che appare alquanto ridicola considerando che per esperienza comune in questi giorni nei supermercati e per strada si sta tutti distanziati, da ogni parte c’è gente che ti richiama e ti filma se anche solo sospetta tu sia in giro senza “giusta motivazione” o troppo vicino alla tua compagna, insomma: la realtà è che siamo tutti sufficientemente allarmati e che la stragrande maggioranza delle persone si attiene alle prassi di distanziamento fisico.
Anche osservando le realtà straniere appare evidente che gli italiani non risultano essere meno più o meno diligenti rispetto al resto del mondo. Piuttosto quel che si evince è che riguardo al virus “tutto il mondo è paese” ancor più del solito: in ogni parte del globo la gente si attiene spontaneamente a prassi anticontagio ed ovunque c’è solamente una frazione meno che infinitesimale di persone che non lo fanno; frazione che per via dei media sembra molti più sostanziosa di quanto sia in realtà.
Va però ricordato che molti atteggiamenti che in Italia non sono tollerati nella maggior parte dei paesi invece lo sono (come allenarsi, andare in giro in due, ecc.) col risultato che da noi potrebbero risultare più “furbetti” proprio a causa della presenza di norme più restrittive. E’un primo caso di profezia autoavverante: siccome si teme vi siano tanti “furbetti” si creano norme restrittive esagerate che per forza di cose tante persone non potranno rispettare e quindi le tante multe/denunce emesse “dimostreranno” che effettivamente c’è tanta gente incivile.
L’idea alla base dei principi polizieschi che caratterizzano l’applicazione del lockdown in Italia, é difatti proprio l’idea che la popolazione italiana sia composta perlopiù da scellerati menefreghisti inaffidabili da cui non ci si può aspettare alcuna collaborazione*.
[*ironico osservare che si tratta di un non-detto presente soprattutto in chi si riempie la bocca di motti patriottardi ed elogi allo spirito italico, che al tempo stesso sono gli stessi che invocano con più enfasi la diffusione delle armi in stile americano, pene corporali per i detenuti e l’instaurazione di regimi di polizia, a dimostrazione di quanto essi stessi siano coloro che meno si fidano di quei compatrioti che decantano]
Vittimista puccioso
Ciò non suona affatto nuovo, essendo una autorappresentazione radicatissima della mentalità nazionale e basata sui principi del vittimismo e del familismo amorale che, immancabilmente, portano a percepire l’altro essenzialmente come un potenziale approfittatore, un “furbo” incapace di curarsi del bene comune.
Il melodrammatico vittimismo del Canto degli italiani (“Noi siamo da secoli calpesti, derisi”) è un esempio abbastanza eclatante di quanto tale atteggiamento mentale sia tra i caratteri fondanti della mentalità del Belpaese
Rappresentazione dell’altro che ha come diretta conseguenza quella di giustificare la propria furbizia approfittatrice a favore dei propri interessi, intendendola come mezzo necessario di autodifesa dagli altri che si comporterebbero così -per primi-.
“Non sono un ladro ma devo rubare perché son tutti gli altri ad esser ladri”
Questa autorappresentazione giustificazionista è pure connessa al falso mito degli “italiani brava gente”, nato per celare nefandezze che in nessun modo potrebbero rientrare nell’idea vittimista degli italiani che possono fare del male solo per autodifesa.
Autorappresentazione dunque talmente radicata nella mentalità nazionale da esser presente ovunque e venir quindi cooptata anche dal circuito media-politica-social che le incoraggia ed alimenta, facendone però un uso mirato. Se in alcuni casi l’applicazione di questa mentalità viene giustificata, in altri, invece, viene condannata.
In queste settimane questa autorappresentazione è tornata nuovamente utile per distogliere le attenzioni dalle responsabilità politiche di chi ha gestito in maniera tanto pessima il contenimento del contagio.
Il topos dei “soliti furbetti” risulta particolarmente utile per non muovere accuse verso chi ha davvero grosse responsabilitò
Confindustria ed il mondo politico responsabile della malagestione dell’emergenza, dopo un primo momento di confusione, dall’imposizione del lockdown hanno iniziato ad indirizzare i propri canali mediatici sul tasto degli anonimi untori, spostando la colpevolizzazione su persone da etichettare come “furbetti”.
Gli untori solitari
Complice il teatrino delle ordinanze succedutesi in ordine rapidissimo e le indicazioni spesso assai vaghe che han lasciato libertà di interpretazione alle forze di polizia le quali spesso le han applicate in modo assai restrittivo, nel corso delle ultime settimane abbiam visto succedersi su media e social una vera e propria giostra di personaggi topici su cui scagliare l’accusa di esser untori: i runner, quelli che portano in giro i cani, quelli che non vanno a fare la spesa al supermercato più vicino, quelli che fanno spese da pochi euro solo per uscire, quelli senza mascherina, quelli che passeggiano per ore, quelli con la casa in montagna. Inutile far notare che nessuna delle figure qui elencate sia intrinsecamente un vettore di contagio ed altrettanto inutile far notare che i focolai sono principalmente fabbriche, ospedali, prigioni e case di riposo.
L’acquisto di tre bottiglie di vino porta a una denuncia. L’acquisto di farina per fare sculture di pasta invece? LINK
Il circo di bizzarri untori è stato rapidamente preso di mira dalla gogna social la quale al contempo non ha potuto fare a meno di cogliere l’ironica assurdità insita in questa rappresentazione secondo cui il Mario Rossi che attraversava mezza città per andare al lavoro era a posto mentre quello che si faceva una passeggiata per i fatti suoi era un untore, generando una caterva di battute e meme.
Alla periferia di una Faenza spettrale, giocare a tennis anche se tra coinquilini non è ammesso LINK
Gli untori di massa
La demonizzazione degli untori solitari è stata però utile a rafforzare l’accusa più generica e allargata che ci fosse “ancora troppa gente in giro”. Dall’applicazione del lockdown TG e giornali per un certo periodo hanno dipinto il paese come percorso da una sorta di festa in strada permanente con migliaia di persone accalcate che se ne fregavano delle disposizioni.
La popolazione si è adattata subito al rispetto delle distanze di sicurezza
C’era solo un piccolo problema: a tutti gli effetti, in giro, non si vedeva quasi nessuno. I giornali hanno pubblicizzato con grande enfasi le cifre ufficiali di controlli effettuati e denunce emesse descrivendoli come numeri abnormi, solo che, a ben vedere, quegli stessi numeri rivelavano una situazione molto diversa. A fine marzo difatti veniva sbandierata la strabiliante cifra di “novantaseimila denunciati” che, a ben vedere, rappresenta lo 0,15% della popolazione. Sostanzialmente si tratta di una percentuale fisiologica all’interno della quale solo una sotto-frazione ancor minore teneva comportamenti effettivamente a rischio contagio. Ben poca cosa, considerando che l’Italia conta sessanta milioni e mezzo di abitanti.
L’esperienza di chiunque è quella di città spettrali
Il fatto che media e social al tempo stesso mostrassero città vuote, file ordinate e queste notizie su masse di disobbedienti non ha fatto altro che alimentare ulteriormente il tasso di schizofrenia informativa e portare, immancabilmente, a far radicare nell’opinione pubblica l’ipotesi peggiore. Strade deserte ma al tempo stesso assembrate, gente ordinata e rispettosa ma al contempo “furbetta”: nel dubbio meglio pensar male.
Al netto di grandi media e social commerciali, la realtà osservata tra esperienza personale, testimonianze dirette di conoscenti sparsi sull’intero territorio e analisi dei dati su controlli e denunce emesse dipinge in realtà una popolazione preoccupata che si attiene stoicamente ai mantra sullo #StareACasa e sull’ #IndossareLaMascherina minimizzando ogni attività all’aperto e mettendo alla gogna chi, anche solo apparentemente, non fa altrettanto.
La caccia all’untore è stata imposta come elemento principale su cui far riversare rabbia e risentimento
Ma quindi, se sia le esperienze dirette che i dati ufficiali delle forze di polizia fotografano una situazione in cui praticamente non v’è nessuno in giro, da dove saltano fuori questi fantomatici assembramenti di untori, questa “troppa gente in giro” denunciata dai grandi media e dai social network?
Per capirlo è necessario ricordare che comunque una minima quantità di persone in giro c’è sempre: chi va a fare la spesa, a comprar le sigarette, giornali o quant’altro, chi va a lavorare e chi va portare a spasso il cane. Sono queste le persone accusate di fare assembramenti: persone che nella gran maggioranza dei casi sono in giro per “giusta motivazione”. In sostanza siamo noi stessi.
Quando la legge si fa dura, rabbia e frustrazione fanno il delatore
Le pochissime testimonianze dirette su “troppa gente in giro” provengono perlopiù da accuse via social di utenti che evidentemente prendono per oro colato gli allarmi lanciati sui canali mainstream ove la realtà è dipinta come si è visto. Questi utenti dunque vedono “assembramenti” in banali gruppetti di 3-4 persone che camminano distanziate tra loro, in famiglie che mangiano sul balcone, o migranti che vivono assieme seduti sull’uscio di casa. Tutte persone che questi utenti riprendono dalla finestra di casa postandone le foto sui social con commenti indignati. Il tutto senza nessuna attenzione alla privacy e generando anche situazioni drammatiche e che ha portato forze di polizia e quotidiani a chiedere di smetterla di inviare segnalazioni inutili e dannose.
Le pratiche della delazione, dello sfogo indignato sui social e dell’attacco verso il vicinato, esattamente come il lockdown su base della “giusta motivazione”, solo apparentemente sono basate sul problema del contagio: attaccare il corridore solitario in realtà ha più a che fare con un meccanismo del tipo “se io non lo faccio non devi farlo nemmeno tu” giustificato su base legale.
Una delle tante foto postate sui social da “sceriffi da balcone” accompagnate da commenti velenosissimi su questo “assembramento” che in realtà mostra delle persone che camminano mantenendosi a regolare distanza fra loro
Sembra, insomma, di essere di fronte a quelle fotografie sfocate ritraenti macchie e riflessi in cui i rispettivi autori vedono invece la prova dell’esistenza degli UFO. In questo caso la sfocatura non è nell’immagine ma solo nella testa di chi, anzichè osservare per davvero. vi vede solo quel che vuol vedere.
Altra foto postata da “sceriffi da balcone” e postata sui social. L’assembramento, anche qui, è solo nella testa di chi ha scattato la foto
Ennesimo “assembramento” denunciato sui social che in realtà mostra persone che camminano distanziate
Ma tra le numerose foto ne sono però apparse anche alcune in cui non vediamo poche persone che se ne stanno ben distanziate o in fila, bensì orde di gente ammassata in strette stradine. Si tratta di strane foto iniziate ad apparire tra fine marzo ed inizio aprile. Foto strane, perchè non mostrano assembramenti ma dei #Teleassembramenti.
I Teleassembramenti
Una grandissima parte delle persone non ha alcuna dimestichezza con le basi della fotografia, il che sotto certi aspetti è un po buffo, data l’estrema importanza e diffusione nella cultura e nelle società moderne di questa tecnologia con cui si ha a che fare da oltre un secolo e mezzo. Nel corso della nostra vita difatti vediamo milioni e milioni di immagini fotografiche e migliaia di ore tra film, Tv e riprese video eppure ignoriamo completamente le caratteristiche base dell’immagine fotografica (NB: non si parla necessariamente di tecnica ma banalmente della lettura dell’immagine fotografica). E’un po come se fossimo navigatori che non ne capiscono niente di barche, insomma.
Per imparare a leggere le immagini di teleassembramenti, quindi, è necessario riassumere brevemente un paio di principi base di fotografia, cominciando dalle caratteristiche delle immagini riprese con teleobiettivo.
Teleobiettivo
Gli obiettivi fotografici sono apparecchi che “vedono” in maniera diversa rispetto all’occhio umano e quindi ognuno di essi “altera” ciò che riprende in un proprio modo specifico.
Il teleobiettivo (o “obiettivo a focale lunga”) è un tipo di obiettivo usato per riprendere soggetti molto distanti. Più questi sono distanti e più il teleobiettivo li ingrandisce e ciò modifica fortemente la percezione delle distanze tra gli oggetti che stanno davanti da quelli che stanno dietro, appiattendole (iu termini tecnici si parla di “profondità di campo”). Lo stesso effetto può essere ottenuto anche con l’uso di zoom ottici.
Alcuni esempi di un soggetto ripreso con obiettivi differenti. Maggiore è la focale usata (espressa in mm) e più lo sfondo risulta vicino e piatto
Si noti come nella foto con la focale maggiore (200mm) gli oggetti sullo sfondo appaiano molto più grandi e vicini rispetto alle foto con focali inferiori
Le ipotesi sono due: o si tratta di immagini scattate con teleobiettivo o la luna in realtà è tanto vicina da poterla toccare
L’effetto finale è abbastanza noto agli appassionati di sport: è osservabile ad esempio nelle moviole di calcio quando si osserva che in alcune riprese con teleobiettivo due calciatori sembrano praticamente toccarsi mentre la stessa scena ripresa con un diverso obiettivo o da una differente angolazione rivela che invece stavano a diversi metri di distanza.
In un’immagine bidimensionale, osservare le linee prospettiche è indispensabile per comprendere la profondità di campo e tentar di capire le distanze reali
L’uso dell’angolazione difatti è il secondo principio da tenere a mente e di questo possiamo fare esperienza anche ad occhio nudo: se si mettono in fila degli oggetti ad una certa distanza l’uno dall’altro e si osservano di lato o dall’alto li si vedrebbe uno accanto all’altro capendo perfettamente la distanza a cui si trovano, ma se invece li si osservasse da una posizione più frontale, questi apparirebbero uno dietro l’altro e si avrebbe una certa difficoltà a capire le distanze.
Per meglio comprendere la cosa è possibile osservarne gli effetti in questa serie di foto realizzate da Naivespeaker:
FOTO 1: una fila di pupazzi posti a distanza regolare. Fotografati di lato e dall’alto le distanze appaiono chiare
FOTO 2: Sempre dall’alto ma da una diversa angolazione si può osservare che i pupazzi più lontani appaiono decisamente più ravvicinati tra loro rispetto a quelli più vicini Eppure sappiamo che le distanze sono uguali
FOTO 3: Un dettaglio zoommato della foto precedente. Mostra solo i pupazzi più lontani. Sembrano quasi toccarsi
FOTO 4: Con la giusta combinazione di angolazione ed obiettivo (o zoom) i pupazzi sembrano schiacciati l’uno sull’altro senza alcuna distanza tra loro. Una fila lunga due metri qui pare compressa in venti centimetri. Eccolo il teleassembramento
Un’immagine di “assembramento” girata sui social. La rassomiglianza con la foto precedente è particolarmente evidente)
Ricapitolando: riprese con focale lunga e tipo di angolatura dei soggetti ripresi contribuiscono ad alterare la percezione delle distanze, appiattendole.
Ebbene, gli “assembramenti” mostrati su giornali, social e TG che cos’hanno in comune tra loro? L’essere tutti ripresi con teleobiettivo o zoom ed usare angolazioni frontali. Dei #teleassembramenti appunto: assembramenti creati col teleobiettivo (Qui un video che mostra chiaramente come si “costruisce” un teleassembramento)
Uno dei tanti #teleassembramenti denunciati dai giornali. L’effetto “schiacciamento” è particolarmente evidente e tutte le persone presenti in una via di diverse decine, se non centinaia di metri, appaiono come fossero vicinissime
In pratica quelle che vengono riprese sono delle persone che si trovano in uno stesso luogo, preferibilmente stretto e lungo (come una via dritta o una fila di bancarelle del mercato) e che camminano stando ad uno, due, tre, dieci metri di distanza tra loro ma poiché vengono riprese da lontano con un teleobiettivo e con un’angolatura specifica, sembra che queste stiano a pochi centimetri di distanza gli uni dagli altri, ammassati come sardine.
Lo stesso effetto visto con i pupazzi in fila, qui si ripete tale e quale ma poichè in questi casi la gente non è disposta in file regolari, l’effetto finale è quello di un ammasso ancor più consistente. É come se avessimo più file affiancate che, fotografate come s’è detto, appaiono come un muro fatto di persone
Su La Repubblica viene mostrata questa foto per dimostrare l’affollamento nella zona del Quadrilatero a Bologna
La stessa via, ripresa dall’alto, mostra che in realtà le persone si distanziano spontaneamente tra loro
Sui social, la gente che risiede nelle zone fotografate ha immancabilmente fatto notare che qualcosa non andava in quelle immagini di teleassembramento, producendo documentazione fotografica alternativa che mostrava realtà ben più in linea con l’esperienza comune, ossia poca gente in giro sempre ben distanziata.
Un breve filmato che mostra persone sui Navigli di Milano è stato quello maggiormente citato sui social a dimostrazione che c’è #TroppaGenteInGiro. Anche qui, in realtà, un banalissimo schiacciamento da teleobiettivo
Sono stati mostrati anche alcuni teleassembramenti video, ad esempio a Napoli ed a Milano. Il filmato di Milano, in particolare, è stato quello che più di tutti ha contribuito a diffondere e consolidare l’idea che le strade italiane fossero cortissime e piene di gente che se ne fregava delle distanze di sicurezza.
Anche qui banale schiacciamento da teleobiettivo
Mercati e strade commerciali sono le ambientazioni preferite da chi realizza teleassembramenti fotografici perchè abbinano una certa quantità di gente in ambienti lunghi e stretti, perfetti per massimizzare l’effetto schiacciamento dei teleobiettivi.
Sia Repubblica che l’Huffington Post han pubblicato foto e video di una Napoli affollatissima, sempre con teleobiettivo in vie lunghe e strette
Le caratteristiche dei teleassembramenti si ripetono costantemente: una volta imparato a distinguere le immagini realizzate con teleobiettivo ed a “leggere” l’alterazione delle distanze queste appaiono immediatamente visibili e la continua ricorrenza a mercati e vie molto lunghe non fanno che riconfermare il tutto.
Verificare le effettive misure dei luoghi in cui sono stati ritratti teleassembramenti dimostra in modo definitivo l’inconsistenza degli stessi
Oltre i teleassembramenti
La stagione dei teleassembramenti é durata ben pochi giorni, giusto quel tanto perché il concetto che c’è #TroppaGenteInGiro si diffondesse e radicasse a sufficienza. Fin da subito difatti sono circolate controprove da parte di chi abita nei luoghi fotografati e polemiche locali, come nel caso del teleassembramento di Sestri in Liguria. Cittadinanza locale che non ci sta ad esser presa in giro ed amministrazioni comunali che non voglion esser tacciate di inefficienza han contribuito a far smorzare l’uso di teleassembramenti sui media commerciali ma ciononostante, una volta diffuso il concetto, nei giorni successivi è stato sufficiente pubblicare articoli in cui il teleassembramento veniva dichiarato ma non mostrato, anche se spesso ciò ha portato ad esiti abbastanza ridicoli: articoli e servizi TG che dovevano comunque mostrare delle immagini hanno denunciato la presenza di #TroppaGenteInGiro mostrando foto di strade deserte in cui l’unica presenza era quella della polizia o uno sparuto numero di persone.
Così tanta gente in gir… si vedono solo due poliziotti!
…ancora poliziotti
Troppa gente in giro: una giornalista e dei piccioni…
L’ennesimo cortocircuito si è poi verificato tra la prima e seconda settimana di aprile con la riapertura di diverse aziende che ha portato ad un aumento di persone in giro per “giusta motivazione” prontamente denunciata come un criminoso aumento di “furbetti” anche da quelle stesse persone che hanno invocato la riapertura delle attività produttive.
Una volta consolidato il refain, la macchina ha potuto proseguire per inerzia. Oggi è sufficiente una notizia su una singola persona che se ne stava in giro senza “giustificato motivo” per riavvivare la gogna social e riconfermare mediaticamente la presenza di #TroppaGenteInGiro
I pochissimi casi in cui effettivamente le distanze tra persone non son state rispettate ovviamente son state sommate al calderone, in una giostra ove questi pochissimi casi indiscutibili son serviti solo a confermare l’autenticità dei numerosissimi teleassembramenti posticci facendo credere che il fenomeno fosse enormemente più diffuso di quanto fosse in realtà.
Profezie autoavveranti
La paura degli assembramenti genera assembramenti… che diffondono l’indignazione contro gli assembramenti!
E’il caso dei blocchi stradali “antifurbetti” attuati dalle forze di polizia perchè convinte che troppa gente non stia rispettando la legge. In questi blocchi vengono controllate uno ad uno i veicoli su un determinato tratto stradale causando un blocco del traffico che, anche con poche auto in giro, ovviamente genera code (specie se ciò avviene nei pressi di grandi centri urbani).
In pratica è il blocco stesso a generare le code che, fotografate, vengono raccontate dai media come “esodo di furbetti”, diffondendo così ulteriormente la convinzione che vi siano masse abnormi di persone in strada e perdipiù senza “giusta motivazione”.
Fantastica serie di post de La Repubblica che dopo aver lanciato un allarme-fuffa viene costretto a rettifiche continue a causa delle numerose controprove e testimonianze dirette
Anche in questo caso, però si rileva che i numeri coinvolti riguardano una percentuale infinitesimale della popolazione urbana e, di questa, solo una frazione minima (grossomodo tra l’1,5% ed il 3% dei fermati) risulta essere priva di “giusta motivazione” (il che, ribadiamo, non vuol necessariamente dire contagioso)
Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine
Runner e pisciatori di cani sono pur sempre dei personaggi-feticcio ben identificabili ed i teleassembramenti un qualcosa di distante dal percepito quotidiano. Ma, si sa, se si vuol scatenare una paura profonda, indiscutibile e capace di far dire a tutti spontaneamente #RestiamoAlChiuso bisogna ricorrere ad un orrore lovecraftiano, un orrore che ci circonda ovunque e che è intrinseco alla realtà stessa. Anche questa strada è stata battuta: non sono mancati difatti articoli che, pur contraddicendo tutto quel che vien riferito dall’OMS, han sostenuto che il virus potesse circolare per diverse ore nell’aria e resistere per giorni nell’asfalto o in altri materiali comuni. Il virus nell’aria e nei materiali comuni significherebbe sostanzialmente che tutto è contagioso! Tutto al di fuori di quella minima porzione che controlliamo direttamente, ossia la casa.
Moltiplicare e generalizzare le possibili fonti di contagio non fa che aumentare i livelli di paranoia e spostare ulteriormente l’attenzione dalle problematiche reali e sistemiche: l’inquinamento della val Padana (una delle zone più inquinate d’Europa), le polveri sottili e gli allevamenti intensivi, da più parti sospettati di essere correlati all’incidenza del contagio, spariscono dal discorso pubblico a favore di runner, materiali vari e contagio nell’aria. E dunque #RestiamoAlChiusoInCasa: il terrore è ovunque! Nell’aria, nei materiali di costruzione, magari anche nell’acqua, nei fili d’erba e nei canarini che cantano!
La paura per un qualcosa di impalpabile e presente ovunque, come già visto, porta irrimediabilmente alla creazione di capri espiatori e feticci e se questa paura riguarda l’intera materialità del mondo, la feticizzazione avviene… su ciò che ci difende da questa materialità! Ecco che fin da subito si è provveduto a pratiche come la disinfezione del manto stradale nonostante lo stesso ministero della salute dica che non vi sono prove scientifiche che possa servire a qualcosa (oltre ad inquinare il terreno), o l’insensata disinfezione delle zampe degli animali.
Se la paura per l’aria e per le superfici rischia di essere troppo totalizzante e sconnessa dalla realtà scientifica, è nella figura dell’asintomatico che invece si riscontra il mix perfetto attraverso il quale mantenere viva la paura.
La figura dell’asintomatico ripropone il topos cinematografico dell’appestato invisibile: “sembra come noi, parla come noi… ma è il male”. Come nel film La Cosa o ne L’invasione degli ultracorpi, il terrore verso un orrore invisibile che si nasconde nell’altro è totale. Chiunque rappresenta presumibilmente un pericolo potenziale ed è dunque per il semplice fatto che gli asintomatici esistano che si giustificano misure marziali. Come ogni arabo-islamico post 11 settembre è stato considerato una potenziale minaccia, oggi ogni persona che non mostra alcun segno di malattia vien considerata una potenziale minaccia.
L’idea di una pandemia globale è già molto radicata nell’immaginario collettivo (a sinistra The Walking Dead, a destra The Coronavirus)
E’interessante osservare che nel dopo 11 settembre il mondo del cinema e della letteratura fantastica ha esplorato con un certo interesse l’idea di pandemia globale. Da Contagion a 28 giorni dopo, The Walking Dead, il remake de L’alba dei morti viventi, Stake land e La terra dei morti viventi solo per citare alcuni tra i più noti, si osserva che il terreno maggiormente esplorato è quello dell’apocalisse zombi, ossia di un mondo post-pandemia completamente stravolto, in cui la paura invisibile del terrore globale e di massa è esorcizzata facendosi orrore manifesto: gli zombi sono riconoscibili a differenza degli ultracorpi e per quanto terribile, saper riconoscere con chiarezza il male è comunque un qualcosa di rassicurante. Tuttavia l’inquietudine permane su un altro livello e si sposta all’interno di una società allo sfascio in cui ognuno pensa solo a sé stesso. Il vero male, nelle opere di apocalisse zombi, è una società residuale che fa male a sè stessa. Pandemia e zombi, terrorismo e paura dell’altro, legati in modo indissolubile.
La figura dell’asintomatico, rappresenta dunque una paura ancora da esorcizzare, un qualcosa da cui proteggersi e che a sua volta deve proteggere gli altri da sé stesso, da segregare e tener lontano da noi attraverso…qualsiasi cosa. E così come la paura dell’asfalto contagioso è stata esorcizzata col feticcio della disinfezione del manto stradale, la paura dell’asintomatico viene adesso esorcizzata con la feticizzazione delle mascherine.
Gli operatori sanitari sono chiari in proposito: le mascherine sono utili se usate adeguatamente, in determinate condizioni e se abbinate a corrette prassi di igienizzazione delle mani. Se usate in maniera incorretta, al contrario, rischiano addirittura di diventare una fonte di contagio.
Quella che si sta imponendo invece è una narrazione feticistica della mascherina, descritta come una sorta di oggetto-talismano che secondo alcuni governatori locali bisognerebbe utilizzare addirittura sempre quando si sta all’aperto (nonostante il ministero della salute ribadisca chiaramente il contrario) e che viene distribuita senza sufficienti indicazioni su tutte le prassi da seguire per il suo utilizzo corretto.
Con una mossa ben poco avveduta, il governatore del Veneto ha distribuito mascherine del tutto inadatte al loro scopo. L’operazione riflette appieno l’idea di feticizzazione della mascherina-talismano LINK
Mascherina o no, probabilmente nei prossimi tempi osserveremo un assestamento della narrazione sulla figura degli asintomatici con tutto ciò che questo potrebbe comportare a livello di spettacolarizzazione politica, ossia l’uso obbligatorio delle mascherine nei luoghi pubblici, impossibilità di fare il tampone a tutti, la possibilità che i guariti contraggano di nuovo il virus ma senza presentare sintomi, ecc.
Già oggi diversi indicatori come i dubbi sull’effettività degli anticorpi lasciano intendere che le misure di prevenzione potrebbero dover essere applicate a lungo e ciò potrebbe dunque portare anche all’estensione del lockdown generalizzato. Al tempo stesso si assistono a diversi tira-e-molla dovuti al variare degli interessi in gioco: se all’inizio è stato osservato che il virus colpiva quasi esclusivamente persone molto anziane e/o già indebolite da altri fattori, successivamente l’ondata di panico mediatico ha enfatizzato il fatto che il virus colpisse persone di tutte le età. A metà aprile 2020, con le pressioni per la riapertura delle aziende, molti quotidiani hanno improvvisamente ridotto le informazioni su decessi tra persone giovani e di mezz’età.
Il punto anche qui è lo stesso: una cosa sono le misure di contenimento per evitare la diffusione del contagio, ma tutt’altra cosa è usare la paura nei confronti degli asintomatici per imporre forme di controllo di tutt’altra natura con la scusa della prevenzione. Forme di controllo che non rallenteranno la diffucìsione del virus con cui rischiamo di dover convivere per decenni.
The day after
Un contenimento anche molto rigido ma gestito globalmente in base a criteri medici e con un’attenzione particolare sulle prassi sanitarie anticontagio permetterebbe forse di giungere in tempi relativamente rapidi ad una situazione di normalità. Di certo, un contenimento incentrato su meri principi legalitari, peraltro disgiunti da criteri medico-scientifici, per forza di cose non potrà che prolungare la durata dell’emergenza.
Di certo, in ogni caso, quello che si prospetta è il passaggio ad un “dopo” che avverrà a scaglioni/ondate.
Ma di che razza di “dopo” stiamo parlando? Come ogni momento di crisi, anche la pandemia globale ha messo a nudo numerose debolezze sistemiche e contraddizioni globali ed in molti si augurano che ciò faccia aprire gli occhi a sufficienza perché nel “dopo” queste siano risolte e superate. Dal superamento del PIL come metro del benessere ai redditi di cittadinanza, dalla creazione e miglioramento di un sistema sanitario pubblico globale ad un senso di collaborazione internazionale più forte, passando per forme di produzione rispettose dell’ecosistema, sono numerose le richieste e speranze che circolano.
È però necessario fare tesoro delle esperienze passate e cogliere i segnali che giungono quotidianamente da più parti: anche al termine dello sconvolgimento della Grande Guerra, la prima guerra globale della storia, serpeggiavano speranze di un futuro senza più conflitti (concetto che in qualche modo potrebbe aver pure aiutato lo scoppio della seconda guerra mondiale). Forse si tratta, almeno in parte, di una risposta umana dinnanzi a crisi profonde.
Prospettare un futuro migliore e lavorare per esso è doveroso, ma guai a confondere l’ideale con l’illusorio.
Ciò si riflette anche nelle parole di Evgeny Morozov che ricorda che nonostante le prospettive migliorative siano tutte realizzabili e sensate, la resilienza del sistema attuale è talmente forte e pervasiva che il rischio è che molto probabilmente il “dopo” virus significherà essere catapultati solamente in una fase più avanzata del tardo capitalismo caratterizata da quello che definisce il “soluzionismo” ossia una sorta di T.I.N.A. thatcheriano alla massima potenza in cui le peggiori imposizioni verranno da governi totalmente demandati a logiche aziendali che faranno di tutto per dissuadere sviluppatori, hacker, attivisti e altri dall’usare le loro capacità e le risorse esistenti per sperimentare forme alternative di organizzazione sociale e che al tempo stesso vorranno incasssare una parte dei profitti che derivano dalla sorveglianza. Il tutto imponendo nella società l’idea che
“[…] si possa evitare di affrontare le cause di un problema, concentrandosi invece sull’“adeguare” i comportamenti individuali alla crudele, ma immutabile, realtà.
Oggi siamo tutti soluzionisti: il covid-19 sta allo stato soluzionista come l’11 settembre sta allo stato di sorveglianza. Tuttavia le minacce che (il soluzionismo) pone alla democrazia sono più sottili, e quindi più insidiose.”
[…] il mondo tecnologico in cui viviamo oggi è stato progettato per garantire che non possa emergere alcuna alternativa a un ordine globale basato sulle logiche di mercato.”
Il mondo del “dopo” virus rischia appunto di veder affermare una realtà in cui il pensiero dominante normalizzerà l’idea che ‘le cose stanno così, quella che propone il governo è l’unica soluzione e ti conviene accettarla perchè non ci sono alternative e se la critichi non sei dei nostri ma sei uno degli altri’. Una visione in cui
“[…] i corpi e le istituzioni intermedie scompaiono […] esistono (solo) cittadini-consumatori, aziende e governi. In mezzo non c’è molto altro: né sindacati, né associazioni di cittadini, né movimenti sociali, né istituzioni collettive tenute insieme da sentimenti di solidarietà.
Non è un caso, difatti, se le attuali piattaforme commerciali di comunicazione e socializzazione sono incentrate principalmente su intrattenimento e spettacolarità rivolte al singolo individuo anzichè su dibattito costruttivo, collaborazione e socializzazione e questo fa sì che all’interno di esse non sarà mai possibile costruire nulla di valido perchè
“Sarà, nel migliore dei casi, l’ennesimo parco giochi per soluzionisti. Nel peggiore, una società totalitaria fondata su controllo e sorveglianza diffusi”
Questo è il mondo che andava lentamente prospettandosi prima del Coronavirus ed è questo il mondo in cui probabilmente ci troveremo catapultati nel “dopo” emergenza.