❌

Modalità di lettura

Torna la Targa Florio Classica

Palermo si prepara ad accogliere dal 15 al 18 ottobre 2026 l'edizione annuale della Targa Florio Classica, un evento che è molto più di una semplice competizione automobilistica: è una celebrazione della storia, della cultura e del paesaggio affascinante della Sicilia.

La corsa più vecchia del mondo

Nata nel 1906 dalla mente visionaria dell'imprenditore palermitano Vincenzo Florio, la Targa Florio è la corsa automobilistica più antica del mondo, un'epopea di motori e ardimento che ha visto correre sulle tortuose strade delle Madonie i più grandi piloti e le più iconiche vetture della storia. Hanno corso e vinto sullo storico “Circuito delle Madonie” piloti del calibro di Albert Divo, Achille Varzi, Tazio Nuvolari, Stirling Moss, Vic Elford, Graham Hill e Nino Vaccarella solo per citarne alcuni. Oggi, la Targa Florio Classica rievoca quei fasti, portando in scena un'esclusiva gara di regolarità per auto d'epoca che richiama collezionisti e appassionati da tutto il mondo. 

La nuova edizione

L'edizione 2026 si preannuncia come un appuntamento imperdibile del Campionato Italiano Grandi Eventi per vetture storiche e moderne, di cui costituisce l’atto decisivo del Tricolore, con un programma che coniuga la passione per i motori con la scoperta delle bellezze dell'isola. Duecento equipaggi provenienti da tutti i continenti porteranno in Sicilia auto classiche e supercar, in gara nelle categorie Legend e Gran Turismo. La Targa Florio Classica sarà inoltre appuntamento privilegiato del Ferrari Tribute to Targa Florio. Organizzata da Automobile Club d’Italia, ACI Sport e Automobile Club Palermo, la manifestazione, che rientra nell’ambito delle attività del Club ACI Storico, rappresenta ogni anno un incontro unico tra sport, cultura automobilistica, patrimonio storico e valorizzazione del territorio. Tre giornate di gara: la prima nel trapanese, la seconda sulle Madonie e, in chiusura, il “Trofeo Monreale” nella giornata di domenica, che precede la cerimonia di premiazione al Palermo Marina Yachting. Dopo la scenografica partenza da piazza Verdi davanti al Teatro Massimo di Palermo, nel pomeriggio di giovedì 15 ottobre, gli equipaggi, nella prima giornata di gara di venerdì 16, si muoveranno alla volta del trapanese dove, oltre ad attraversare luoghi dalla grande suggestione storica e culturale, faranno tappa anche a Campobello di Mazara, considerato uno dei luoghi simbolo della disciplina della regolarità italiana. 

Le tappe fondamentali

La prima tappa di gara prevede inoltre lo svolgimento della Power Stage Classic, l’avvincente prova spettacolo su tre rilevamenti cronometrici, allestita all’interno dell’abitato di Partanna, davanti al Castello Grifeo, antica fortezza araba del 1300. La seconda tappa del sabato ripercorrerà le mitiche strade del circuito stradale della Targa Florio di un tempo tra le Madonie che è stato nel corso degli anni il teatro delle gesta dei piloti più famosi dell’intero panorama automobilistico internazionale. Al via della Targa Florio Classica, tra le duecento auto provenienti da tutto il mondo, vi saranno tutti i top driver italiani in corsa per il titolo tricolore.      

Targa Florio Classica 2026 (preview) - 1Ruoteclassiche
Targa Florio Classica 2026 (preview) - 2Ruoteclassiche
Targa Florio Classica 2026 (preview) - 3Ruoteclassiche
Targa Florio Classica 2026 (preview) - 4Ruoteclassiche

WhatsApp Image 2026-10-13 at 15.35.55 (4)
  •  

Ferrari 156 “Sharknose”, il morso rosso del 1961

Guardando le Ferrari 156 F1 del 1961 si comprende facilmente perché qualcuno, a un certo punto, decise di chiamarla "Sharknose" (naso di squalo). Basta guardarle: muso basso, prese d’aria frontali spalancate e la carrozzeria che si assottiglia progressivamente verso il pilota. Werk83 ha scelto di raccontare con due interpretazioni in scala 1:18: la numero 20 di Wolfgang von Trips, schierata al Gran Premio di Francia di Reims, e la numero 38 di Phil Hill, terza classificata al Gran Premio di Monaco, che regalerà alla Ferrari il primo mondiale titolo costruttori.

Rosso, bianco e raggi sottili

Il muso è naturalmente il punto di osservazione privilegiato e questo modello riesce a riproporlo con una buona pulizia e proporzione delle forme. La verniciatura rossa è brillante, ma non finisce per divorare i particolari. Anzi, proprio il contrasto con il bianco ne valorizza ancor più il tono. I cerchi a raggi sono ben realizzati: sottili e fitti quanto basta per dare quella sensazione quasi artigianale che oggi associamo alle monoposto degli anni 60. Gli pneumatici hanno un battistrada scolpito e una consistenza visiva adeguata a una vettura che, rispetto alle Formula 1 moderne, sembra quasi appartenere a un altro pianeta. Il cockpit è altrettanto caratteristico.

Gloria e tragedia

Non c'è praticamente nulla di superfluo: sedile, volante, strumentazione raccolta davanti al pilota e un parabrezza di ottima trasparenza. Un modello storicamente ricco di ricordi, se da una parte nel 1961 aprì le porte a titoli piloti e costruttori per la casa modenese, dall'altra fu coinvolta nel più grave incidente nella storia della F1, con la morte a Monza del pilota Von Trips e 14 spettatori. Tra le tante Ferrari che riempiono normalmente le mensole dei collezionisti, la Sharknose la si noterà sempre anche affiancandola alle strette leggere e tremendamente pericolose monoposto dell'epoca. Interessante la proposta economica fissata a 79,95 euro sul sito del produttore (ck-modelcars.de) per tutte e 7 le versioni prodotte.

4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 1Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 2Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 3Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 4Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 5Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 6Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 7Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 8Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 9Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 10Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 11Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 12Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 13Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 14Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 15Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 16Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 17Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 18Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 19Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 20Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 21Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 22Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 23Ruoteclassiche
4ruotine Ferrari 156 Sharknose - 24Ruoteclassiche

  •  

Salone di Parigi, quante novità negli anni

Siamo nel 2026 ma a vedere le auto esposte al Salone di Parigi sembra di essere tornati indietro nel tempo, tra nostalgie retro e citazioni di modelli storici. Renault ripesca l’Espace, Citroën cala l’asso della 2CV in chiave elettrica, Peugeot in un solo colpo cita la 205 T16 e la RCZ con due concept car evocative e Fiat si permette di giocare con il nome Multiplay per strizzare l’occhio ad un ritorno della Multipla. Se ai Costruttori – e agli automobilisti – evidentemente mancano le auto del passato, allora cosa c’è di meglio che andarle a rivedere, spulciando il catalogo delle première che hanno svettato sulle pedane parigine.

1976: la regina assoluta è la 512BB

Partiamo dal 1976, anno turbolento, con la crisi petrolifera che convinse la maggior parte delle Case a mantenere un basso profilo. Non sorprende quindi trovare tra le novità più interessanti del Salone la Citroën LN, antesignana delle citycar, con i suoi 3,38 metri di lunghezza, modello in realtà mai particolarmente amato dagli appassionati del marchio a causa del suo essere sostanzialmente una Peugeot 104 alla quale era stato trapiantato il bicilindrico di 602 cc raffreddato ad aria della 2CV e utilizzato al tempo su gran parte della gamma (Dyane, Ami 6, Ami 8). Vale la pena anche ricordare la prima timida apparizione dell’Alfasud Sprint, con un esemplare di preserie esposto dalla Italdesign, ma – a dirla tutta – è la Ferrari a sorprendere tutti, con la splendida 512BB, che prende il posto della 365 GT4/BB, rinnovandosi in alcuni dettagli estetici ma soprattutto portando a 5 litri la cilindrata del V12 boxer, una scelta che in realtà abbassava la potenza massima ma migliorava la guidabilità grazie alla maggiore coppia. E non finisce qui, perché lo stand Ferrari ospita anche la 400 Automatic, prima vettura del Cavallino Rampante dotata di cambio automatico. Tra le sportive, va ricordata anche la Alpine A310 che, proprio a Parigi, viene presentata con il nuovo V6 PRV da 150 CV e un restyling del frontale.

1986: di tutto, di più

Tutta un’altra atmosfera nel 1986. In pieno “edonismo reaganiano” e con tutti gli indici economici positivi, le auto si vendono come caramelle, dalle utilitarie alle berline, per non parlare delle sportive. Anzi parliamone proprio, perché tra le novità più sfiziose di quell’anno c’è la Peugeot 205 1.9 GTI, ovvero la versione più potente (130 CV) che va ad affiancare la 1.6 di due anni prima, dando vita ad una delle “piccole bombe” più amate di sempre per la sua eccezionale dinamica di guida e le prestazioni esaltanti. Comprensibilmente, le Case francesi la fanno da padrone e Citroën svela la AX, rivoluzionaria nel design e nei consumi, mentre Renault fa debuttare ufficialmente la 21 dopo l’anteprima di pochi mesi prima a Ginevra. La Germania risponde con la Opel Omega, ammiraglia dal Cx record e la terza generazione dell’Audi 80 e c’è anche una meteora come la Cadillac Allanté firmata Pininfarina. Per quanto riguarda i marchi italiani invece, va ricordata l’Autobianchi Y10 che si presenta per la prima volta al pubblico in versione 4WD.

1996: cambiano le forme ma il design vince sempre

Tantissime le novità dell’edizione 1996, con modelli che hanno segnato la decade, alcuni di essi talmente rivoluzionari da dar vita a nuovi segmenti. Stiamo parlando della Renault Mégane Scénic, prima monovolume compatta della storia e grande successo commerciale che costringerà tutti gli altri Costruttori a seguirne le orme. Citroën risponde con la Berlingo, innovativa multispazio che rivisita il concetto di furgoncino in chiave famiglia e tempo libero e Peugeot cala l’asso con forse una delle più belle vetture della sua storia, la 406 coupé disegnata da Pininfarina. Un’altra vettura che sorprende per il design innovativo è la Ford Ka, mini utilitaria che porta al debutto lo stile “New Edge” che caratterizzerà tutti i modelli dell’Ovale per molti anni. La vera attrazione del Salone però è la Ferrari 550 Maranello che viene per la prima volta esposta al pubblico: il ritorno del V12 in posizione anteriore coincide con un design – ancora Pininfarina – che sposa perfettamente le tendenze degli anni 90 con la tradizione del marchio e fa battere forte il cuore a tutti gli appassionati.

2006: l’antidoto alla noia si chiama Alfa Romeo 8C Competizione

Arriviamo al 2006: 20 anni sono il confine che segna il passaggio di un’auto da “vecchia” a “youngtimer” e se andiamo a rivedere le auto presentate in occasione della rassegna parigina, innanzitutto sono tantissime e ci sono sia dei classici assoluti sia dei modelli che hanno avuto un grande successo commerciale. Eleggere la regina in compenso è facilissimo: con la 8C  Competizione, Alfa Romeo sforna un capolavoro che ha pochi eguali e tutti gli sguardi sono per le sue forme muscolose e lussuriose che ricoprono una meccanica raffinata e un V8 Ferrari da 450 CV. Volvo porta la C30, erede concettuale della 480 sotto forma di compatta sportiva con personalità da vendere e un pratico portellone, mentre la Germania punta sui Suv premium, con la nuova generazione della Bmw X5 e l’Audi Q7 equipaggiata con il V12 Tdi da 500 CV.

Un pensiero al giorno d'oggi

Questo viaggio nel tempo, al netto della nostalgia per certe tipologie di vetture ormai estinte e per soluzioni tecniche che sono progressivamente messe da parte, ci dimostra inequivocabilmente che per entrare nella storia dell’automobile non è necessario essere una supercar. Certo, le regine dei Saloni saranno sempre le sportive, ma che bello quando una berlina, una station wagon o un’utilitaria facevano il loro debutto in società per poi affrontare una lunga vita sulle strade, accompagnando la vita dei loro proprietari. Il passato ci dice anche questo.

Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 1Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 2Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 3Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 4Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 5Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 6Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 7Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 8Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 9Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 10Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 11Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 12Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 13Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 14Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 15Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 16Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 17Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 18Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 19Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 20Ruoteclassiche
Retrospettiva Salone di Parigi (1976-2006) - 21Ruoteclassiche

HYTS autós galéria -
  •  

Jaguar E-Type, 65 anni di una leggenda

Escludendo la parte "mitologica", la più celebre Jaguar di sempre nasce anzitutto da un bisogno molto concreto: i modelli XK140 e XK150 erano stati criticati da proprietari e appassionati per la loro tendenza a divenire più ingombranti e pesanti della progenitrice 120, finendo così per diluire l'identità della linea XK. Occorreva una sostituzione moderna e aerodinamica, approfittando dell'aumento di cilindrata da 3,4 a 3,8 litri del motore XK rialesato come base di partenza, già previsto per il 1960 su tutta la gamma (220 o 265 CV a seconda dell'allestimento scelto). Il Direttore Tecnico William Heynes, presente fin dal 1935, assunse la guida del progetto, mentre il design della carrozzeria fu affidato al nuovo arrivato, Malcolm Sayer: è con i suoi input che l'azienda di Browns Lane compì un vero salto di qualità, partendo dai modelli C-type e D-type, straordinariamente efficaci in pista. Era chiaro che gli appassionati si aspettavano un veicolo altrettanto dominante su strada, non solo alla 24 Ore di Le Mans.

Arrivando per gradi

Sotto la direzione di Heynes, i lavori sulla E-Type iniziarono nel dicembre 1956. Il primo prototipo fu completato nel maggio del 1957 e prese la denominazione ufficiale di E-type 1 Aluminium, o E1A. Più piccola della E-Type definitiva, ma più grande della D-Type, con la quale condivideva la struttura centrale monoscocca (nata con il prototipo-studio di Heynes XKC 054/XP11, del 1953). Tuttavia, la E1A si distingueva dalla D-Type per l'adozione di un nuovo sistema di sospensioni posteriori indipendenti, una carrozzeria più slanciata e dal profilo ribassato, e il motore da 2,4 litri della berlina Mk1, lanciata nel 1955. Dopo i test dei collaudatori della Jaguar, nel maggio del 1958 Heynes decise di affidarla a Christopher Jennings, direttore della rivista The Motor, affinché ne fornisse una valutazione indipendente. Jennings rimase colpito dalla capacità della vettura di percorrere lunghe distanze rapidamente. La E-Type si evolse gradualmente nel corso dell'anno con un secondo prototipo più vicino alla versione finale; contemporaneamente partì anche il progetto Zenith, che diventerà la grande berlina di lusso MkX. Entrambe le auto avrebbero adottato le sospensioni posteriori indipendenti progettate da Bob Knight in soli 27 giorni, nell'ambito di una scommessa con Sir William Lyons. Sarebbero poi rimaste in uso fino agli anni 90...

Un concitato finale

Nel luglio 1959, la Jaguar aveva su strada un terzo prototipo, che l'anno successivo anche il pubblico poté ammirare: era la E2A da testare a Le Mans, imparentato con la D-Type ma meccanicamente molto acerbo. Così arrivò il momento di svelare la E-Type, al Salone dell'Auto di Ginevra del 1961. In precedenza, l'azienda aveva concesso in prova un esemplare ai due principali settimanali automobilistici britannici, The Autocar e The Motor. Tali prove si sarebbero rivelate fondamentali per la promozione della E-Type, ma sulla notizia vigeva un embargo fino alla presentazione ufficiale. C'era già un esemplare coupé esposto presso lo stand a Ginevra, targato 9600HP e portato lì su strada da Coventry da Bob Berry, PR Manager Jaguar, ma a William Lyons serviva una seconda auto da mostrare ai media. Quindi, verso le 19:00 di martedì 14 marzo 1961, il collaudatore Norman Dewis partì da Browns Lane, al volante della E-Type roadster targata 77RW. Guidò a ritmo serrato per tutta la notte fino a Ginevra, per oltre 1100 chilometri; qui si recò presso il distributore locale Jaguar, per un lavaggio e una lucidatura in appena 20 minuti, prima di dirigersi al Parc des Eaux Vives per la presentazione pubblica, con circa 200 giornalisti. Da qui in poi, come si dice, il resto è storia...

65 anni Jaguar E-Type - 1Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 2Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 3Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 4Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 5Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 6Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 7Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 8Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 9Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 10Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 11Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 12Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 13Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 14Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 15Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 16Ruoteclassiche
65 anni Jaguar E-Type - 17Ruoteclassiche

  •  

Crisi petrolifera, come l’Europa cambiò l’auto

Il compianto Philippe Daverio, affermò che gli artisti creano le loro massime opere sotto la repressione, nelle difficoltà o durante le guerre, non in tempi di pace. Senza forzare improbabili analogie, bisogna riconoscere che per superare la grave crisi energetica degli anni 70, anche i costruttori automobilistici dovettero spremersi le meningi e attuare contromisure drastiche, mediante decisioni che fino a pochi anni prima non si sarebbero scomodati ad intraprendere: innovare senza indugio, efficientare ma osando. In Italia la notevole contrazione del mercato fece perdere più di un milione di auto. Certe soluzioni permisero di sostenere l'export, benché tutta l'Europa fosse colpita da una fase recessiva di considerevole portata, e l'austerity aveva vanificato gli sforzi dell'industria per tenersi al passo. All'inizio e alla fine di tutto c'è il pubblico, che reagisce più positivamente agli input quando il mercato è florido, e le auto si possono pagare con calma. Quando una crisi stringe la morsa sui consumi, si è più sensibili agli sprechi e refrattari ai capricci, per tutelare il portafoglio. Attraverso un "before and after" non esaustivo, vediamo chi cavalcò meglio il nuovo leitmotiv, superando brillantemente la pericolosa impasse d'identità e di stanchezza della domanda.

Trasporto trasversale

Sicuramente la Golf, che rinvigorì una stagnante Volkswagen, rimasta al palo con un Maggiolino senza validi sostituti. Puntando su Golf, Passat e Scirocco, Giugiaro fa terno al lotto, svecchiando una gamma male articolata e poco appetibile, allontanando la casa di Wolfsburg dallo spettro della sparizione. Nella tempesta sindacale e di rivolta operaia, la Fiat trova nuova linfa con la Ritmo (e poco più tardi anche con la Panda), reinterpretando al contrario il concetto di auto media della 128: stessa base, ma coraggiosa e avanguardista anziché rassicurante e visivamente banalizzata. L'eccessivo conformismo borghese stava tramontando, occorreva mettere in discussione soluzioni estetiche (più che tecniche) troppo consolidate. La Citroën fa lo stesso nella sua misura, con l'AMI invecchiata male: Visa e LN, benché non sarebbero mai diventate altrettanto emblematiche esteticamente, erano assai più commisurate al modificato contesto. La Ford, temporeggiando, decide proprio negli anni più bui di buttarsi per la prima volta nel segmento B con l'hatchback Fiesta. L'alto gradimento dimostrò che, oltre alla Fiat 127 (colei che, lanciata durante le prime avvisaglie di recessione, già rappresentò un salto quantico in avanti rispetto alla precedente 850, pigramente conservatrice) e alla Renault 5, c'era ancora spazio nella categoria.

Non solo utilitarie

Dopo la vecchia Giulia, ormai anacronistica e troppo protratta, l'Alfa Romeo prende una boccata d'aria fresca con la riformatrice Giulietta a cuneo (Tipo 116), e anche la promozione a quota 2000 dell'Alfetta non fece altro che bene. Le Dino 308 GT4 e Ferrari 308: stesso motore, magra figura per la prima, successo incondizionato per la seconda. Una riprova di quanto fosse diventato vitale calibrare bene l'immagine di fronte ai potenziali compratori, anche nelle alte sfere del mercato. Con un tale potere d'acquisto anche in un momento così incerto, era chiaro che il marchio Dino non bastava più per accontentarsi. Un esempio in cui l'immagine, appunto, venne eccessivamente stravolta causando effetti avversi fu presso la Lancia che, dopo un buon recupero nei primi anni sotto la Fiat, si stabilizza in posizione appena sufficiente. Una Beta che non infiamma i puristi, problemi qualitativi e di finitura mai palesati prima, e una ormai invendibile Gamma che non decolla. Bene i rally, ma non portano numeri di vendita. Avrà bisogno di più tempo per riprendersi, prima con la Delta e poi con la Thema, in un mercato nuovamente cambiato.

Coraggio senza guardarsi indietro

Tornando alla Citroën, è proprio in questo momento che, dopo 20 anni, saluta a malincuore la DS in favore delle nuove forme della CX. Esattamente nel 1975, azimut della crisi, ma non era più possibile aspettare. In Germania, osare per ottenere risultati straordinari, voleva dire BMW. Sempre nel '75, viene presentata la Serie 3 E21, la gamma d'accesso del marchio bavarese, per un bacino d'utenza vasto, preparando gradualmente gli appassionati a dire addio alla 02, cosa che avverrà definitivamente due anni più tardi. Ciò che accomuna queste scelte epocali, fu proporre un pacchetto moderno e attraente, attento agli sprechi, ma molto vicino alla realtà e ai bisogni del pubblico. Tutto questo potrebbe ancora dirci qualcosa?

Le auto della crisi petrolifera - 1Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 2Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 3Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 4Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 5Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 6Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 7Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 8Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 9Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 10Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 11Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 12Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 13Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 14Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 15Ruoteclassiche

Circolazione e Strade - Milano
  •  

Citroën reinterpreta l’iconica 2CV

Sembra proprio che le case automobilistiche abbiano deciso di attingere di nuovo al Gran libro dei ricordi, regalando una seconda giovinezza ai modelli iconici del passato. Questa volta tocca alla Citroën, che rilegge in chiave moderna la 2CV. Dopotutto, già nel 2001 la prima generazione della C3 strizzava l'occhio alle linee tondeggianti e simpatiche della storica utilitaria. Il Marchio del Double Chevron decide oggi di spingersi oltre, rispolverando uno dei suoi capitoli più amati e presentando uno studio di stile che riallaccia i fili con una filosofia automobilistica unica. Ma facciamo un passo indietro.

Genesi di una rivoluzione

Tutto prende forma prima della Seconda Guerra Mondiale con il progetto TPV (“Toute Petite Voiture”)  sviluppato sotto la guida di Pierre Boulanger per offrire ai contadini francesi un mezzo economico e robusto, in grado di solcare i terreni sconnessi. Quando la vettura definitiva debutta al Salone di Parigi del 1948, stupisce per la sua architettura anticonformista. Sotto la carrozzeria disegnata da Flaminio Bertoni - che qualche anno dopo disegnerà anche la DS - batte un motore progettato da un altro italiano, Walter Becchia: un bicilindrico boxer a quattro tempi di 375 cm³ raffreddato ad aria con basamento di alluminio e teste e cilindri di ghisa. La potenza iniziale di appena 9 CV consente di raggiungere i 65 km/h con consumi molto ridotti. Con gli anni la cilindrata cresce fino a 425 cm³ e poi ai 602 cm³ delle ultime evoluzioni da 29 CV, che adottano l'alimentazione con carburatore doppio corpo e l'accensione elettronica. La trazione anteriore si combina con un cambio azionato dalla caratteristica asta a manico d'ombrello che attraversa la plancia. Sottopelle lo schema delle sospensioni, con quattro ruote indipendenti a bracci tirati collegate longitudinalmente da tiranti a molle elicoidali, garantisce un ottimo assorbimento delle buche e quel pronunciato ma rassicurante rollio in curva.

Invenzioni e miti da collezione

L'originalità del progetto si rispecchia anche in dettagli tecnici come i freni anteriori entrobordo (montati cioè direttamente all'uscita del differenziale, al fine di ridurre le masse non sospese) o il tergicristallo azionato meccanicamente dal cavo del tachimetro nelle prime serie. Nel corso degli oltre quarant'anni di carriera, l’utilitaria del Double Chevron si è adattata alle esigenze più disparate, dando vita a diverse varianti. Tra queste spicca la Sahara a quattro ruote motrici, dotata di due motori indipendenti (uno all'anteriore e uno nel bagagliaio per azionare il retrotreno), progettata per superare le dune desertiche. Accanto alle versioni furgonetta, negli anni 70 e 80 arrivano poi le serie speciali che conquistano il pubblico giovanile e i collezionisti: dalla colorata Spot alla raffinata Charleston bicolore con le sue linee curve in bordeaux e nero (ma c’era anche in toni grigi), fino alla France 3, che omaggia la sfida transalpina nella Coppa America di vela. La produzione si chiude nel luglio del 1990 nello stabilimento portoghese di Mangualde dopo oltre 5 milioni di unità prodotte tra berline e derivate, lasciando l'immagine di un'auto concettualmente geniale.

Chicche d'epoca

Il concept esposto in questi giorni al Salone di Parigi raccoglie questo patrimonio e lo proietta nel presente, con l'arrivo in produzione previsto per il 2028. Fuori le citazioni sono una delizia per gli occhi: le striature sui cofani, gli sportellini di aerazione sotto il parabrezza, i paraurti a vera lama staccato dalla carrozzeria e i fari sporgenti e quadrangolari che ricordano la versione anni 70. L'abitacolo è dominato da plastiche bianche e da una plancia essenziale concentrata attorno al volante monorazza. Tra i dettagli spiccano la reintroduzione del selettore di marcia a manico d'ombrello, un portaoggetti sagomato come un cestino da picnic, la radio estraibile e un'interfaccia digitale dove la funzione telefono è raffigurata con un vecchio disco. Non mancano nemmeno i portauova integrati nelle tasche delle portiere, un omaggio alla sfida lanciata a fine anni 30. Sotto la scocca, l'architettura abbandona il bicilindrico per adottare un powertrain elettrico, mantenendo la trazione anteriore e un sistema di sospensioni calibrato per assorbire le asperità dell'asfalto. Il prototipo ha dunque il compito di restituire al pubblico una mobilità accessibile e simpatica, da comprare d'impulso prima ancora che per razionalità.

Citroen 2CV Concept 2026 - 1Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 2Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 3Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 4Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 5Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 6Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 7Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 8Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 9Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 10Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 11Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 12Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 13Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 14Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 15Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 16Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 17Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 18Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 19Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 20Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 21Ruoteclassiche
Citroen 2CV Concept 2026 - 22Ruoteclassiche

citroen-2cv-004
  •  

19° Classic Eleganza Stresa: fascino e storia in riva al Lago Maggiore

Dalle forme eleganti delle grandi classiche alle interpretazioni più audaci del design, la diciannovesima edizione di Classic Eleganza Stresa ha offerto uno spaccato della cultura automobilistica attraverso esemplari capaci di raccontare epoche, stili e vicende differenti. Un incontro tra passione collezionistica e memoria, nel quale ogni vettura ha portato con sé una storia da riscoprire, tra dettagli d’autore e soluzioni stilistiche che hanno fatto epoca.

Un parterre de roi

La manifestazione, che si è svolta questo weekend, ha visto la ricca partecipazione di 50 concorrenti arrivati da tutt’Italia e anche dalla Svizzera ed è stata organizzata come sempre dal Classic Club Italia, sodalizio federato Asi. La base dell’evento è stato lo splendido Hotel Regina Palace di Stresa, che si affaccia sul Lago Maggiore. Proprio il lago è stato uno dei protagonisti, perché nella giornata di domenica alcuni motoscafi Riva hanno “accompagnato” simbolicamente le auto che si dirigevano sul lungolago per sfilare in piazza Marconi ed essere presentate da Gaetano Derosa, caporedattore di Ruoteclassiche.

Una messe di premi

A giudicare le vetture sono state chiamate due giurie: una tecnica composta da giudici Asi e Fiva e una Giuria d’Onore formata da esperti del sodalizio. Originalità, conservazione, qualità del design, finiture, interni, meccanica e storia dell’esemplare saranno tra gli elementi presi in considerazione. Tra le vetture premiate, oltre alla splendida Mercedes vincitrice del Best of Show, anche altri pezzi da 90 come la Citroën 15AL Rosalie del 1934 di Annamaria Temporali (che ha sfoggiato una mise coeva della sua vettura), la Fiat 1100/103 del 1954 di Giulio Roversi (auto di famiglia da sempre), la Lancia Aurelia B24 Spider del 1955 di Salvatore Ignaccolo, la Ford Mustang Sportsroof 250 6 cilindri del 1970 di Daniele Bonato (vettura dal restauro strepitoso), la one-off Ferrari FZ93 Antonio Calleri (sportiva realizzata da Zagato su base Testarossa) e l’Alfa Romeo Montreal di Elisabetta Cozzi. Proprio Elisabetta è stata protagonista a Stresa perché ha dato la possibilità a tutti i concorrenti e agli organizzatori la possibilità di ammirare la celebre rassegna fotografica “Donne e motori, gioie e basta” con i bellissimi scatti di Camilla Albertini.

Classic Eleganza Stresa 2026 - 1Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 2Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 3Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 4Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 5Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 6Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 7Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 8Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 9Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 10Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 11Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 12Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 13Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 14Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 15Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 16Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 17Ruoteclassiche
Classic Eleganza Stresa 2026 - 18Ruoteclassiche

Foto 11-10-26, 10 49 32
  •  
❌