Il 2026 segna la svolta dell’IA sul lavoro, a rischio i neolaureati
Il 2026 potrebbe segnare un punto di svolta negativo nell’impatto dell’intelligenza artificiale sui mercati del lavoro. Secondo numerosi economisti, gli effetti finora rimasti poco visibili inizieranno a emergere in modo più chiaro, colpendo soprattutto chi sta entrando ora nel mondo del lavoro. I più esposti sarebbero i laureati, formati per professioni considerate fino a poco tempo fa stabili e sicure.
Come si legge sul Financial Times, secondo Molly Kinder, ricercatrice presso la Brookings Institution: “C’è il rischio di sottovalutare quello che sta arrivando”. L’intenzione di molte aziende e investitori di usare l’intelligenza artificiale per aumentare l’efficienza e ridurre il costo del lavoro è dichiarata e diffusa. Il fatto che gli effetti non siano ancora pienamente visibili non implica che non si manifesteranno, ma indica piuttosto che il processo è ancora in una fase iniziale.
L’aumento della disoccupazione tra i laureati osservato negli ultimi mesi negli Stati Uniti e in Europa viene spiegato prevalentemente con fattori macroeconomici. Tra questi figurano il rallentamento generale delle assunzioni, l’incertezza politica, l’aumento delle imposte sul lavoro nel Regno Unito e l’eccesso di offerta di neolaureati in alcune aree dell’Eurozona. Secondo Ben May, direttore della ricerca macroeconomica globale di Oxford Economics : “Non abbiamo ancora visto segnali convincenti che si tratti di un fenomeno strutturale”. May osserva inoltre che alcune aziende tendono a collegare i licenziamenti all’adozione dell’IA perché questa spiegazione risulta più rassicurante per gli investitori rispetto a motivazioni come la debolezza della domanda o le assunzioni eccessive del passato.
Alcuni indicatori iniziali, però, iniziano a delinearsi. Studi recenti mostrano un indebolimento delle assunzioni nei settori in cui l’adozione dell’intelligenza artificiale è più avanzata, come tecnologia e finanza, oltre ai ruoli di supporto e assistenza clienti, già da tempo soggetti all’automazione. Nel Regno Unito, un’analisi delle offerte di lavoro citata da Tera Allas evidenzia cali più marcati proprio nelle professioni più esposte all’IA. Secondo Allas, questo non significa che le aziende abbiano già realizzato risparmi significativi o completato l’integrazione tecnologica, ma indica una scelta prudenziale, con un rallentamento delle nuove assunzioni.
In molti casi, l’intelligenza artificiale non elimina direttamente un posto di lavoro, ma riduce la necessità di nuove assunzioni. Parte delle mansioni viene automatizzata, consentendo ai team esistenti di gestire lo stesso volume di attività con meno persone. Questo meccanismo tende a penalizzare soprattutto le posizioni di ingresso nel mercato del lavoro. Per i lavoratori già occupati, l’impatto appare diverso. Secondo Christopher Pissarides, professore alla London School of Economics: “Se si chiede ai lavoratori come utilizzano l’intelligenza artificiale generativa, in generale ne sono molto soddisfatti: svolge la parte ripetiviva del loro lavoro”. Lo stesso Pissarides segnala però forti preoccupazioni per le prospettive dei neolaureati, in particolare nelle economie fortemente basate sui servizi professionali.
Secondo Stefano Scarpetta, direttore della direzione per l’occupazione dell’Ocse, le evidenze disponibili suggeriscono che l’intelligenza artificiale tenda a integrare le competenze dei lavoratori più che a sostituirli. Nelle piccole imprese che hanno adottato strumenti di IA generativa non si osservano riduzioni occupazionali, ma una maggiore capacità di crescita, una riduzione del carico di lavoro e una minore dipendenza da consulenze esterne. Rimane però limitato, sottolinea Scarpetta, l’investimento nella formazione di competenze complementari, come il pensiero critico necessario per usare questi strumenti in modo efficace.
Finora, governi e aziende hanno concentrato l’attenzione soprattutto sulla promozione dello sviluppo e dell’adozione dell’intelligenza artificiale, dedicando meno spazio alla gestione delle ricadute sul lavoro. Se nel 2026 le difficoltà dei laureati dovessero accentuarsi, il tema potrebbe rapidamente salire al centro del dibattito politico.
A differenza delle precedenti trasformazioni tecnologiche, che hanno colpito soprattutto l’industria manifatturiera, questa fase riguarda professioni ad alta visibilità sociale. Percorsi di carriera considerati per decenni canali di accesso sicuri rischiano di perdere la loro funzione. Per molti giovani che hanno investito in istruzione seguendo indicazioni consolidate, il cambiamento si traduce in una crescente incertezza. Secondo diversi economisti, senza una revisione profonda dei percorsi di ingresso nelle professioni, il divario tra formazione e lavoro è destinato ad ampliarsi.
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