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Il primo social network esisteva già prima di Internet, e funziona ancora

Nelle immense distese della Patagonia argentina, tra montagne, steppe battute dal vento e fattorie separate da centinaia di chilometri, esiste un social network che funziona da decenni, molto prima della nascita di Facebook, Instagram e WhatsApp. Per utilizzarlo bastano una radio AM e qualcuno disposto ad ascoltare. Ogni giorno, attraverso le onde radio, gli abitanti delle zone più isolate dell’Argentina ricevono notizie dei familiari, comunicano emergenze, annunciano nascite, matrimoni, problemi di salute o semplicemente fanno sapere a qualcuno che stanno bene. È un sistema di comunicazione collettiva che ha attraversato generazioni e che continua a mantenere un ruolo importante anche nell’epoca di Internet e dei satelliti.

Si chiama Mensajes al Poblador Rural, letteralmente Messaggi all’abitante rurale, ed è una tradizione profondamente radicata nella storia della Patagonia. Chi desidera comunicare con una persona che vive in una zona remota invia un messaggio a un’emittente radiofonica, attraverso una telefonata, un biglietto scritto a mano oppure, oggi, anche tramite WhatsApp. Il conduttore lo legge in diretta durante una delle trasmissioni dedicate agli abitanti delle campagne. Dall’altra parte, nelle case e negli allevamenti sparsi su un territorio immenso, qualcuno ascolta in attesa di ricevere notizie. Il 21 dicembre 1995, per esempio, una comunicazione indirizzata ad Adela Muñoz e Carolina Morales, residenti nella località di Pichi Leufu, annunciava che il giorno successivo sarebbe arrivato Carlos e chiedeva alle due donne di aspettarlo al fiume con la cavalla della sorella. Un altro messaggio invitava il musicista Irineo Aguilera, ovunque si trovasse, a presentarsi alle otto di sera a Las Plumas senza dimenticare la chitarra. Altri ancora riguardavano animali dispersi, ricoveri ospedalieri, problemi economici o semplici oggetti da restituire. Sono piccoli frammenti di vita quotidiana che raccontano una realtà lontana dai grandi centri urbani, dove anche una comunicazione apparentemente banale può diventare essenziale. Nel febbraio 2020 il quotidiano argentino Infobae ha dedicato un ampio reportage a questa tradizione, documentando come 22 emittenti patagoniche di Radio Nacional riservassero spazi della propria programmazione ai messaggi per gli abitanti delle campagne. Le trasmissioni potevano durare dieci, quindici o venti minuti e, a seconda della stazione, andare in onda fino a cinque volte al giorno.

Il servizio assume nomi diversi secondo le località. A Zapala è conosciuto come Boletín comunitario y radio clasificados, a Ingeniero Jacobacci come Avisos y mensajes al poblador de la zona rural, mentre a Comodoro Rivadavia prende il nome di Gauchaditas. Cambiano gli orari, le frequenze e i conduttori, ma il principio rimane lo stesso, quello di utilizzare la radio per collegare persone che vivono a grandi distanze e che spesso dispongono di infrastrutture di comunicazione limitate.

Per comprenderne l’importanza bisogna considerare la geografia della Patagonia, una regione vasta oltre un milione di chilometri quadrati, caratterizzata da una densità abitativa molto bassa, condizioni climatiche difficili e insediamenti spesso lontanissimi tra loro. In alcune località raggiungere il centro abitato più vicino richiede ore di viaggio, mentre la copertura telefonica e Internet rimangono problematiche nelle aree più remote. Le trasmissioni in onde medie, capaci di raggiungere grandi distanze, hanno permesso di mantenere una rete di collegamenti che altrimenti sarebbe stata estremamente fragile.

Rubén Lagrás, per 38 anni lavoratore di Radio Nacional Bariloche, ha raccontato a Infobae un episodio che descrive il rapporto tra gli abitanti della Patagonia e questo servizio. Durante una visita a un allevatore, mentre si trovava nella sua abitazione, l’uomo interruppe la conversazione per ascoltare i messaggi radiofonici. Sistemò il ricevitore sul tavolo, si sedette e rimase in silenzio, seguendo con grande attenzione ogni comunicazione. Per quelle comunità, spiegava Lagrás, l’appuntamento radiofonico rappresenta un momento particolarmente importante della giornata. La radio permette infatti di conoscere anche ciò che accade agli altri abitanti della zona, di sapere se una famiglia ha bisogno di aiuto, se qualcuno è malato oppure se un vicino sta attraversando una difficoltà. È una forma di comunicazione pubblica che contribuisce a mantenere vive le relazioni sociali tra persone che possono incontrarsi soltanto poche volte durante l’anno. Un po’ quello che avveniva prima dell’avvento della tv.

Il fotografo argentino Jorge Piccini ha dedicato circa quindici anni a documentare questo mondo. Dopo aver scoperto casualmente le trasmissioni durante un viaggio in Patagonia, ha iniziato a visitare gli abitanti delle campagne, fotografandoli nelle loro abitazioni e raccogliendo i messaggi conservati negli archivi radiofonici e nelle case degli ex dipendenti delle emittenti. Nel corso della ricerca ha recuperato oltre 400 comunicazioni, selezionandone una sessantina per il libro Mensajes al Poblador Rural, pubblicato nel 2019. Il documento più antico recuperato dal fotografo risale al 15 aprile 1972. Si tratta di un messaggio urgente firmato da un sottocommissario di polizia, che chiedeva di avvisare un uomo dell’impossibilità di effettuare una visita a causa di un problema intestinale. Altri messaggi parlano di animali scomparsi durante l’inverno, figli di cui si sono perse le tracce, appuntamenti saltati o oggetti dimenticati. Uno chiedeva addirittura la restituzione di una dentiera lasciata su una credenza.

Con l’arrivo dei telefoni cellulari, delle applicazioni di messaggistica e delle connessioni satellitari, anche questa tradizione si è progressivamente trasformata. I messaggi scritti a mano sono diventati meno frequenti e vengono spesso sostituiti da comunicazioni inviate tramite telefono, posta elettronica o WhatsApp. Paradossalmente, uno degli avvisi ricorrenti è proprio quello di chiedere a qualcuno di accendere il cellulare oppure di raggiungere un punto in cui sia possibile trovare copertura. Nelle campagne patagoniche esiste persino un’espressione per indicare questa necessità: ir a la señal, andare al segnale. Significa spostarsi verso un’altura, un albero o un punto preciso del territorio dove il telefono riesce finalmente a collegarsi alla rete. Gabriela Salamida, giornalista e ricercatrice di Radio Nacional Bariloche, ha raccontato di persone che sollevano il cellulare sopra la testa o lo lanciano leggermente in aria nel tentativo di intercettare il segnale e inviare un messaggio.

Questa evoluzione dimostra come le nuove tecnologie si siano affiancate alla radio senza cancellarne necessariamente la funzione sociale. Il sistema continua a essere utilizzato perché risponde a un bisogno concreto, quello di mantenere i rapporti tra persone che vivono lontane e che condividono un territorio.

A ben guardare, i Mensajes al Poblador Rural possiedono molte delle caratteristiche che oggi associamo ai social network, permettono di condividere informazioni personali, mantenere relazioni e diffondere comunicazioni pubbliche. Ogni messaggio può raggiungere contemporaneamente numerosi ascoltatori e contribuire a una conversazione collettiva, proprio come accade sulle piattaforme digitali.

Mentre nel mondo miliardi di persone utilizzano piattaforme che trasformano le relazioni sociali in dati, attenzione e opportunità commerciali, nelle campagne della Patagonia sopravvive un modello di comunicazione collettiva nato da esigenze completamente diverse: ridurre le distanze, far circolare informazioni e mantenere unite comunità disperse su territori immensi.

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Il DNA è nell’aria: ora si possono identificare le persone anche senza impronte

Bastano quindici minuti all’interno di un’abitazione per lasciare nell’aria tracce genetiche che possono rivelare la nostra presenza anche dopo che ce ne siamo andati. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Forensic Science International Genetics ha dimostrato che il DNA umano disperso nell’ambiente può essere raccolto e analizzato per identificare le persone che hanno occupato una stanza, aprendo nuove possibilità per le indagini della polizia scientifica.

La ricerca, condotta da un gruppo internazionale di scienziati norvegesi e australiani, ha esaminato 22 abitazioni, raccogliendo complessivamente 391 campioni di DNA dall’aria, dalla polvere e dalle superfici. Per verificare l’efficacia della tecnica, i ricercatori hanno organizzato una serie di furti simulati, durante i quali alcuni volontari sono entrati nelle case per quindici minuti, comportandosi come potenziali intrusi. Trascorsa mezz’ora dalla loro uscita, sono stati prelevati campioni d’aria per verificare se fosse ancora possibile individuare le loro tracce genetiche.

I risultati hanno mostrato che il DNA degli intrusi era rilevabile nell’82% dei casi analizzati da uno dei due laboratori coinvolti e nel 36% dei casi esaminati dall’altro. Una differenza significativa, che evidenzia quanto questa tecnologia sia ancora influenzata dalle condizioni ambientali e dalle procedure di raccolta e analisi, ma che conferma la possibilità di ricavare informazioni genetiche utili anche dall’aria di una stanza apparentemente vuota.

Il principio alla base della scoperta riguarda il cosiddetto DNA ambientale, o eDNA, ovvero il materiale genetico che gli organismi rilasciano continuamente nell’ambiente circostante. Nel caso degli esseri umani, questo materiale può provenire da minuscole particelle di pelle, capelli e altre tracce biologiche che si disperdono nell’aria durante le normali attività quotidiane. Le moderne tecniche di analisi genetica hanno raggiunto una sensibilità tale da consentire il recupero di profili genetici anche a partire da quantità estremamente ridotte di materiale biologico.

Finora le indagini forensi si sono concentrate soprattutto sulle tracce di DNA raccolte attraverso il contatto diretto con oggetti e superfici, oppure attraverso campioni di sangue, saliva e altri fluidi biologici. La possibilità di analizzare il materiale genetico sospeso nell’aria aggiunge una nuova fonte di informazioni, particolarmente utile nei casi in cui le prove tradizionali siano scarse o assenti. Lo studio ha inoltre dimostrato che la combinazione di campioni provenienti dall’aria, dalla polvere e dalle superfici può contribuire a ricostruire la presenza di diverse persone all’interno di un’abitazione. I ricercatori sono riusciti a rilevare tracce genetiche riconducibili agli occupanti abituali e, in alcune circostanze, anche a visitatori precedenti. Questo aspetto suggerisce la possibilità di utilizzare il DNA ambientale per ottenere informazioni sulla frequentazione di un luogo, pur senza poter stabilire automaticamente quando una determinata persona vi sia stata presente.

Un’altra ricerca, pubblicata sulla stessa rivista, ha approfondito il comportamento del DNA disperso nell’aria e le modalità con cui può essere raccolto. Gli scienziati hanno osservato che il movimento dell’aria e il disturbo delle particelle depositate sulle superfici possono aumentare la quantità di materiale genetico rilevabile. Dopo circa trenta minuti, una parte significativa del DNA sospeso tende a depositarsi, mentre nell’arco di un’ora i livelli possono avvicinarsi a quelli precedenti al disturbo. Lo studio ha inoltre rilevato tracce genetiche attraverso dispositivi di raccolta passiva, senza la necessità di un contatto diretto con le superfici. Questi risultati indicano che il momento del prelievo potrebbe diventare un fattore determinante nelle future indagini. La possibilità di raccogliere DNA dall’aria poco dopo un evento potrebbe fornire elementi aggiuntivi per ricostruire chi abbia frequentato un determinato ambiente, affiancando le tecniche investigative già utilizzate dalla polizia scientifica.

Restano tuttavia numerose variabili da approfondire: la quantità di DNA rilasciata cambia da individuo a individuo, mentre ventilazione, pulizia degli ambienti, movimenti delle persone e condizioni delle stanze possono modificare sensibilmente il materiale genetico disponibile. La presenza di tracce nell’aria richiede inoltre un’interpretazione particolarmente attenta, perché il DNA può essere trasferito anche indirettamente e la sua individuazione, da sola, non permette di stabilire le circostanze esatte in cui una persona è entrata in contatto con un ambiente.

La ricerca apre anche interrogativi relativi alla privacy e alla protezione dei dati genetici. Se questa tecnologia dovesse diventare sufficientemente affidabile da essere impiegata su larga scala, la raccolta di campioni d’aria potrebbe consentire di ottenere informazioni sull’identità delle persone senza prelevare direttamente materiale biologico dal loro corpo. Si tratterebbe di una capacità con possibili applicazioni investigative, ma anche con implicazioni giuridiche ed etiche legate al consenso, alla conservazione dei dati e ai limiti del loro utilizzo.

Cliccare qui per leggere lo studio completo

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L’epidemia di noia che sta trasformando le nostre città

Quando è stata l’ultima volta in cui avete passeggiato per strada in una città con un’edilizia moderna? Vi voglio parlare di un problema che sappiamo esistere in ogni città e cittadina: la sempre maggiore presenza di edifici senza carattere. Credo che stiamo vivendo un’epidemia di noia.

Tranne rare eccezioni, sappiamo già che i nuovi edifici saranno spenti e monotoni. Dovunque è lo stesso. Monotoni, piatti, dritti, lucidi. Disumani. Mia figlia li chiama gli edifici “bah”. Edifici che trovano giustificazione nella funzionalità.

Io progetto edifici e spesso mi sono sentito dire che la forma dovrebbe seguire la funzione. Ovvero, eseguendo meccanicamente i calcoli per un edificio ben strutturato, il risultato apparirà comunque bello. Questo mantra, secondo cui la forma segue la funzione, dura da un secolo. Dopotutto pare buono, no? Qualcuno dissente? Sembra ovvio che ogni dettaglio ulteriore rappresenti una decorazione superflua.

Vi voglio parlare di una funzione cruciale che penso sia andata perduta: la funzione dell’emozione.

Quando dico emozione, intendo la capacità che ha un edificio di significare qualcosa per noi, di renderci gioiosi, di creare un legame. Gli edifici ci influenzano. Ci camminiamo attorno, alziamo gli occhi per guardarli. La maggior parte di noi, però, la maggior parte delle volte, resta loro indifferente.

Se ci recassimo in una città e vi chiedessi quale parte vorreste visitare, quella vecchia o quella nuova, sappiamo tutti istintivamente che la maggioranza sceglierebbe la parte vecchia. Perché? Perché tutti sappiamo che la città nuova sarà noiosa e senza personalità.

Dove sono finite le escrescenze e le protuberanze dei nostri edifici? Le ombre, le asperità dei materiali, la tridimensionalità, i forti contrasti di luce? Come mai tutto è diventato così bidimensionale, semplicistico e senza carattere?

A quanto pare, non sono l’unico ad allarmarsi per quanto sta accadendo alle nostre città. Alcune ricerche mostrano che questi edifici non sono soltanto semplicistici e monotoni. Sono nocivi. Sono nocivi per la salute mentale, perché il solo fatto di muoversi tra loro è una fonte di stress psichico. Sono nocivi per la salute fisica, perché allungano i tempi di guarigione dalle malattie al loro interno, e sono dannosi per la salute sociale, perché fanno salire il rischio di crimini e comportamenti antisociali.

Il quadro diventa ancora più sinistro se ci fermiamo un momento a pensare alla crisi climatica che stiamo vivendo. L’impatto delle automobili e del trasporto aereo è stato ampiamente enfatizzato. Secondo uno studio del 2019, l’aviazione era responsabile del 2,1% delle emissioni di gas serra. Un fuscello a confronto della trave rappresentata dall’intero settore delle costruzioni, con il suo notevole 38%.

Negli Stati Uniti, ogni anno si demoliscono e ricostruiscono edifici per un totale di 100 milioni di metri quadrati. È l’equivalente della metà di Washington, DC, demolita soltanto per essere ricostruita. E non avviene solo negli Stati Uniti. È un fenomeno mondiale.

Nel Regno Unito vengono demoliti 50.000 edifici all’anno. Qui la vita media di un edificio commerciale è di 40 anni. Questo significa che, se fossi stato un edificio commerciale, sarei stato demolito 12 anni fa.

La cosa è piuttosto semplice. Quando qualcuno non ama, e uso proprio la parola “ama”, un edificio, è più probabile che lo demolisca.

La mia impressione è che non abbiamo unito i puntini. La costruzione di un edificio, una delle cose più costose immaginabili, è comprensibilmente soggetta a enormi pressioni: sui tempi, sui costi, da parte della politica, del proprio ego, delle normative e dello status quo. La spinta a ignorare l’anima è immensa. E cambiare le cose fa paura a chiunque, a me tra i primi. Ma sono convinto che l’emozione sia una funzione fondamentale che è stata dimenticata.

C’è un piccolo gruppo di persone che l’ha capito e cerca di risolvere il problema. In Francia, Sou Fujimoto ha progettato una torre con una stupenda superficie movimentata. In Burkina Faso, Francis Kéré ha realizzato un centro medico dotato di un’anima. In Libano, Lina Ghotmeh Architecture utilizza splendidi spessori murali per dare carattere alle abitazioni. Nel Regno Unito, ACME Studio aggiunge personalità e dettagli originali agli edifici nei centri delle nostre città.

Ho pensato di mostrarvi alcuni esempi di come il mio studio ha cercato di affrontare il problema.

A Città del Capo c’era un silo per cereali vecchio di cent’anni e in disuso, originariamente utilizzato per conservare mais proveniente da tutto il Paese, che rischiava quasi certamente di essere demolito.

Proponemmo di non distruggerlo e di trasformarlo, invece, nella prima grande istituzione africana dedicata agli artisti africani contemporanei.

Prendemmo la forma di uno dei chicchi di mais che un tempo erano stoccati nel silo e la intagliammo all’interno della costruzione, allestendo intorno 80 gallerie.

Il lavoro consisteva nel restaurare e ridare vita a una struttura storica, ma al centro del nostro progetto, con costi contenuti, c’era l’idea di creare un’emozione irresistibile e travolgente, sfruttando il più possibile quei tubi giganteschi.

Il punto chiave era capire come fare non soltanto per far fermare le persone all’esterno ad ammirare la struttura, ma per attirarle all’interno, dove la loro curiosità avrebbe fatto il resto.

Si entra passando sotto le tramogge, da dove i cereali cadevano sul nastro trasportatore. Tagliando la straordinaria struttura storica originale, abbiamo rivelato e reso fruibili le peculiarità dell’edificio. Questi dettagli, queste cavità, contribuiscono all’anima del progetto.

Sul tetto si trova un giardino delle sculture con il pavimento in vetro. Il museo finito è grezzo, è crudo, ma vero. Ed è stato un onore riportare in vita questa struttura storica.

A Singapore volevamo trovare delle soluzioni per far ritrovare alle persone l’entusiasmo di studiare in un’università. In quest’epoca digitale, in cui tutto si può fare su Internet e ho persino sentito dire che è possibile conseguire un dottorato dal letto di casa, a cosa servirebbero degli edifici universitari?

Noi siamo convinti che siano luoghi in cui mettere in comune le idee, incontrare un futuro socio in affari o la persona con cui fondare un’associazione di utilità sociale. Eppure, ciò che tipicamente ci aspetta sono pannelli di polistirolo sul soffitto, nessuna sorgente naturale di luce e ambienti poco invitanti in cui ritrovarsi.

In controtendenza, abbiamo costruito un edificio universitario senza corridoi, dove gli studenti possono vedersi reciprocamente. Un edificio senza facciata né retro. Difatti, non è un solo edificio, ma dodici edifici affiancati.

Il nostro obiettivo era inventare un’architettura tropicale di nuovo tipo, che facesse un uso minimo di energia, in cui imparare in aule prive di forme angolose, dove professori e insegnanti collaborassero con gli studenti, piuttosto che limitarsi ad assegnare compiti.

Un luogo dove la cultura fosse d’ispirazione, ma che invitasse anche a soffermarsi. E che fosse aperto tutto il giorno.

L’ultima volta che sono stato a Singapore, ero sotto l’effetto del jet lag, alle due di notte. Sono passato accanto all’edificio e ho visto studenti che tranquillamente lavoravano e socializzavano.

Nello Yorkshire, una contea inglese, ho avuto la fortuna di riumanizzare un centro di cura di uno dei più grandi ospedali oncologici del Paese. Quando si pensa ai peggiori luoghi in cui si è mai stati, di sicuro gli ospedali sono in cima alla lista. Sono tra gli edifici più angosciosi e terrificanti in cui ci si possa trovare.

Ci siamo dati la missione di creare un luogo emotivamente non asettico, in cui fosse possibile sentirsi vulnerabili, piangere, sentirsi protetti e far parte di una comunità accogliente.

Ma il cantiere era previsto sull’unico spazio verde dell’ospedale e non volevamo essere noi a piazzare uno “scatolone” per eliminarlo del tutto. Quindi ci siamo posti il problema di estendere il verde che, sappiamo, aiuta il processo di guarigione.

Come nei modellini di dinosauro fatti di pezzi di compensato che si incastrano, abbiamo fatto incastrare pannelli giganteschi per creare tre strutture che ospitassero tre grandi giardini, dando vita a un edificio-giardino.

In questo edificio ci sono 17.000 piante e 23.000 fiori a bulbo, che rappresentano un aumento del 423% della biodiversità sul sito.

Il nostro obiettivo era costruire un luogo in cui le persone potessero incontrarsi e, mettendo al centro le emozioni degli utenti, cercare veramente di realizzare un’architettura della speranza.

Infine, a Shanghai, abbiamo avuto un’opportunità tipica dei nostri tempi: dover fare le cose in grande. Realizzare un progetto di 400.000 metri quadrati su un sito lungo 480 metri, dove normalmente si sarebbe costruito qualcosa di convenzionale.

Il sito era enorme, tanto che l’Empire State Building avrebbe potuto starci adagiato.

Perché il progetto fosse economico e strutturalmente efficiente, avevamo bisogno di una griglia di mille colonne. Allora abbiamo scelto di non abbellire delle scatole, ma di rendere le colonne protagoniste, collegando il parco da un lato e il quartiere degli artisti dall’altro, riunendoli in un unico centro.

Il progetto finale si chiama A Thousand Trees.

Ogni colonna è sormontata da un albero di montagna cinese, ancora giovane. Abbiamo dovuto considerare nutrimento, drenaggio, effetti della luce e umidità, sfruttando il fatto che ogni colonna rappresenta il punto ideale per sostenere un carico.

L’edificio ha inoltre centinaia di terrazze esterne, offre ombra e speriamo che possieda la complessità necessaria per coinvolgere emotivamente le persone in un progetto di queste dimensioni.

Abbiamo lavorato con artisti locali per integrare le loro opere nella nostra visione, in un progetto veramente collaborativo. Questo atteggiamento si riflette anche all’interno.

Il progetto è stato inaugurato alla fine dell’anno scorso, sebbene soltanto per metà. Ci sono 100.000 persone al giorno che lo visitano. Ma non sono stati soltanto gli alberi e le piante: persino i pilastri strutturali sono diventati nostri alleati per umanizzare un progetto di questa portata.

Voglio dire, quindi, che non esiste un unico linguaggio o approccio per affrontare questa epidemia di noia. Così come in natura conosciamo oggi l’enorme importanza della biodiversità, abbiamo disperatamente bisogno di diversità in architettura.

Il mio obiettivo è cercare di dare inizio a un movimento mondiale di umanizzazione, in cui non si tollerino più luoghi inumani e senz’anima.

E se un giorno i nostri edifici ci ispirassero ad adeguarli, risistemarli e ripararli?

Non possiamo continuare a demolire gli edifici che ci circondano.

Smettiamo di costruire edifici con una vita utile di 40 anni e costruiamo edifici che durino 1.000 anni.

Unitevi a me, vi prego. Grazie.

Trascrizione del TED di Thomas Heatherwick, celebre architetto, designer e artista britannico. 

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Oltre 7 milioni di morti nel mondo per cattive abitudini alimentari

Il famoso storico Yuval Noah Harari sostiene che oggi nel mondo si muore più per gli eccessi alimentari che per la fame, e le ricerche scientifiche continuano a confermare quanto una dieta squilibrata rappresenti uno dei maggiori rischi per la salute umana.

Secondo i dati del Global Burden of Disease, riportati dall’American Heart Association nel rapporto del 2026, 7,22 milioni di morti nel mondo nel 2021 erano attribuibili a cattive abitudini alimentari. Tra i fattori di rischio più importanti figurano il consumo eccessivo di sale, una dieta povera di cereali integrali, frutta, verdura, legumi e frutta secca, insieme all’elevato consumo di alimenti ricchi di zuccheri e grassi poco salutari.

Una ricerca pubblicata nel marzo 2026 sulla rivista scientifica Nature Medicine, basata sui dati di 204 Paesi, ha inoltre stimato che nel 2023 circa 4,06 milioni di decessi per cardiopatia ischemica fossero attribuibili a un’alimentazione squilibrata. Lo studio ha individuato tra i principali fattori di rischio l’insufficiente consumo di frutta secca e semi, cereali integrali e frutta, oltre all’eccessiva assunzione di sodio.

Particolarmente significativo è proprio il consumo di sale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2021 gli adulti consumavano mediamente 11 grammi di sale al giorno, più del doppio dei 5 grammi raccomandati. L’OMS stima che nel 2023 circa 1,7 milioni di morti fossero associate all’eccessiva assunzione di sodio, uno dei principali fattori responsabili dell’aumento della pressione arteriosa e del rischio di infarto e ictus.

Anche in Italia la situazione presenta importanti criticità. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità relativi al biennio 2023-2024, il 43% degli adulti tra i 18 e i 69 anni risulta in sovrappeso o con obesità, mentre soltanto il 7% dichiara di consumare quotidianamente le cinque porzioni di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida nutrizionali. L’alimentazione rappresenta uno dei principali fattori modificabili per la prevenzione delle malattie croniche. Il consumo frequente di carni lavorate, alimenti ricchi di zuccheri aggiunti, cereali raffinati e prodotti industriali ad alto contenuto di sale, associato a uno scarso consumo di vegetali, legumi e cereali integrali, contribuisce ad aumentare il rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e alcune forme di tumore, con conseguenze importanti sulla qualità e sull’aspettativa di vita.

Gli studiosi sottolineano quindi la necessità di interventi pubblici capaci di migliorare la qualità dell’alimentazione, attraverso una maggiore educazione nutrizionale, etichette alimentari più trasparenti, la riduzione di sale e zuccheri nei prodotti industriali e politiche che rendano gli alimenti salutari più accessibili alla popolazione.

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Generazione fragile o una società che rende fragili?

Ieri, 10 ottobre, si è celebrata la Giornata mondiale della salute mentale, un’occasione per riflettere su un fenomeno che negli ultimi anni sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti, soprattutto tra le nuove generazioni. Ansia, depressione e disagio psicologico sono in aumento, mentre cresce il numero di giovani che chiedono aiuto e faticano a trovarlo.

Ma quanto di questa sofferenza dipende da una maggiore vulnerabilità individuale e quanto, invece, dalle condizioni economiche, sociali e culturali in cui i ragazzi si trovano a vivere?

È una domanda al centro di un’importante revisione commissionata dal governo britannico e guidata dallo psicologo Peter Fonagy, pubblicata sul The Guardian. Il lavoro esamina l’evoluzione della salute mentale dei giovani, il ruolo della precarietà economica, delle difficoltà abitative, delle pressioni scolastiche e dei social media, mettendo in discussione una lettura del disagio che si concentri esclusivamente sull’individuo e sulle sue diagnosi.

Secondo il rapporto,  composto da circa 600 pagine, il peggioramento della salute mentale dei giovani è reale e non può essere spiegato soltanto con una maggiore consapevolezza dei disturbi psicologici o con una maggiore propensione a chiedere aiuto. In Inghilterra, la percentuale di persone tra i 16 e i 24 anni che presenta un disturbo mentale comune, come ansia o depressione, è passata da circa una su sei nel 1993 a una su quattro nel 2024. Considerando l’intera popolazione adulta tra i 16 e i 64 anni, la prevalenza è aumentata dal 15,5% al 22,6% nello stesso periodo, con una crescita particolarmente accentuata tra le giovani donne. Sono aumentati anche i comportamenti autolesionistici e i disturbi alimentari, mentre la diffusione di patologie psichiatriche gravi, come schizofrenia e disturbo bipolare, è rimasta sostanzialmente stabile. Una distinzione importante, perché mostra come il peggioramento riguardi soprattutto quelle forme di sofferenza psicologica che possono essere influenzate dalle condizioni di vita, dalle relazioni sociali e dall’incertezza sul futuro. Secondo Fonagy e il gruppo di esperti che ha condotto lo studio, tra i fattori che contribuiscono al fenomeno figurano l’insicurezza economica, le difficoltà di accesso alla casa, la competizione scolastica, il peggioramento del sonno, la riduzione delle relazioni sociali e le conseguenze della pandemia. A questi si aggiunge il ruolo dei social media, che possono amplificare il confronto continuo con gli altri, la pressione sull’immagine personale e l’esposizione a contenuti emotivamente destabilizzanti. Il rapporto sottolinea tuttavia che si tratta di un fenomeno complesso, nel quale intervengono fattori diversi e spesso collegati tra loro, senza che sia possibile individuare un’unica causa. Un aspetto particolarmente significativo riguarda la progressiva scomparsa degli spazi e dei servizi che un tempo offrivano ai giovani occasioni di socialità e sostegno. Centri giovanili, attività extrascolastiche, servizi territoriali e luoghi di aggregazione hanno subito negli anni riduzioni di finanziamenti e chiusure, mentre è cresciuto il peso delle difficoltà economiche sulle famiglie. Il risultato è una generazione che deve affrontare pressioni sempre maggiori disponendo, in molti casi, di reti di supporto più deboli.

Il rapporto affronta anche un’altra questione delicata: il forte aumento delle richieste di valutazione per ADHD e autismo. Alla fine del 2025, in Inghilterra, centinaia di migliaia di persone erano in attesa di una valutazione diagnostica, con tempi che possono protrarsi per molti mesi o addirittura anni. La crescita delle diagnosi registrate non corrisponde necessariamente a un aumento equivalente della diffusione di queste condizioni nella popolazione. Può riflettere anche una maggiore capacità di riconoscerle, cambiamenti nei criteri e nelle pratiche diagnostiche e un aumento delle persone che si rivolgono ai servizi.

Gli esperti segnalano il rischio di diagnosi inappropriate, soprattutto in un sistema nel quale la valutazione clinica è diventata spesso il requisito necessario per ottenere sostegno scolastico, assistenza sanitaria o altre forme di aiuto. Il rapporto, però, non sostiene che esista una sovradiagnosi generalizzata di ADHD e autismo e riconosce che molte persone continuano a incontrare ostacoli nell’ottenere una diagnosi corretta. Il problema principale è un sistema che tende a subordinare l’accesso agli interventi alla presenza di un’etichetta diagnostica, anche quando le difficoltà della persona sono già evidenti.

Lo studio propone quindi un cambiamento sostanziale: organizzare i servizi partendo dai bisogni concreti delle persone, offrendo assistenza psicologica, adattamenti scolastici e sostegno sociale anche prima del completamento di un percorso diagnostico. Una diagnosi accurata rimane fondamentale quando necessaria, ma non dovrebbe rappresentare l’unica strada per ricevere aiuto. Questo approccio permetterebbe di intervenire prima che le difficoltà si aggravino e di destinare le risorse specialistiche alle situazioni che richiedono cure più complesse.

La questione ha anche una rilevante dimensione economica. Il rapporto richiama una stima secondo cui i problemi di salute mentale comportano per l’Inghilterra un costo complessivo di circa 300 miliardi di sterline all’anno, considerando le conseguenze sanitarie, sociali ed economiche. Il disagio psicologico può compromettere i percorsi scolastici, ridurre la partecipazione al lavoro e aumentare la dipendenza dai servizi assistenziali, producendo effetti che si estendono ben oltre la salute del singolo individuo. Per questo gli autori invitano a valutare l’efficacia delle politiche pubbliche anche attraverso la capacità delle persone di studiare, lavorare, mantenere relazioni e partecipare alla vita della comunità. L’obiettivo è affiancare alle cure interventi sulle condizioni che influenzano il benessere psicologico, dalla sicurezza economica alla disponibilità di abitazioni, dalla qualità dell’ambiente scolastico all’accesso a spazi di socialità.

La ricerca britannica apre così una riflessione che riguarda anche l’Italia e gli altri Paesi europei. Se una parte crescente delle nuove generazioni manifesta sintomi di ansia e depressione, la risposta sanitaria è indispensabile, ma da sola non può affrontare tutte le condizioni che contribuiscono a produrre quella sofferenza. La salute mentale dipende anche dalla possibilità di immaginare un futuro, costruire relazioni, trovare un lavoro dignitoso, accedere a una casa e sentirsi parte di una comunità.

Il rapporto di Fonagy invita, in definitiva, a cambiare il modo in cui misuriamo il benessere di una società. Accanto al numero di diagnosi, visite e trattamenti, occorre considerare quanto le condizioni di vita permettano alle persone di stare bene. Perché quando il disagio psicologico cresce in modo così marcato tra milioni di giovani, la questione riguarda certamente la salute individuale, ma chiama in causa anche il modello di società nel quale quei giovani stanno crescendo.

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Quante operazioni chirurgiche sono davvero necessarie?

Ogni anno nel mondo vengono eseguiti oltre 300 milioni di interventi chirurgici, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Molti sono indispensabili per salvare vite umane, altri permettono di curare malattie e recuperare funzionalità compromesse. Ma un numero crescente di studi scientifici sta mettendo in discussione l’efficacia di alcune procedure praticate da decenni. In diversi casi, i risultati ottenuti dai pazienti operati si sono rivelati sostanzialmente equivalenti a quelli di chi aveva seguito una terapia farmacologica, un programma di fisioterapia o addirittura subito un intervento chirurgico simulato.

A riportare l’attenzione su questo tema è stato recentemente The Economist, che ha analizzato le nuove evidenze scientifiche sull’efficacia della chirurgia e le difficoltà dei sistemi sanitari nell’abbandonare procedure consolidate. Per molto tempo, infatti, gli interventi chirurgici sono stati sottoposti a verifiche sperimentali meno sistematiche rispetto ai farmaci. Negli ultimi anni la situazione sta cambiando: nel Regno Unito, il numero di sperimentazioni chirurgiche attive nel portafoglio del National Institute for Health and Care Research è passato da 34 nel 2011 a 188 nel 2023. Queste ricerche stanno permettendo di confrontare direttamente i risultati delle operazioni con quelli di trattamenti alternativi, mettendo in discussione pratiche considerate efficaci sulla base dell’esperienza clinica.

Uno degli studi più significativi è stato pubblicato nel luglio 2022 su JAMA Network Open. I ricercatori hanno analizzato 100 sperimentazioni cliniche relative a 32 diverse procedure, coinvolgendo complessivamente 10.699 partecipanti. Il risultato è particolarmente interessante: in media, il 67% del miglioramento osservato dopo un intervento chirurgico era attribuibile a effetti non specifici della procedura, come il decorso naturale della malattia, la regressione spontanea dei sintomi e, in misura più limitata, l’effetto placebo. Il dato variava sensibilmente tra le diverse operazioni e riguarda esclusivamente le procedure esaminate. La ricerca ha inoltre ridimensionato il peso attribuito al placebo, indicando che gran parte del miglioramento osservato anche dopo un intervento simulato dipendeva dall’evoluzione naturale delle condizioni del paziente.

Il caso più noto riguarda la chirurgia del ginocchio. Già nel 2002 uno studio statunitense condotto da Bruce Moseley su 165 pazienti aveva confrontato alcune procedure artroscopiche con operazioni simulate, nelle quali i pazienti ricevevano l’anestesia e piccole incisioni, mentre i chirurghi evitavano di eseguire il trattamento terapeutico. I risultati mostrarono che gli interventi reali non producevano miglioramenti superiori a quelli simulati. Da allora, altre sperimentazioni hanno confermato i limiti di alcune procedure utilizzate per trattare le lesioni degenerative del menisco.

Nell’aprile 2026, un aggiornamento dello studio finlandese FIDELITY, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha riportato i risultati a dieci anni del confronto tra meniscectomia artroscopica parziale e chirurgia simulata in pazienti con lesioni degenerative del menisco. I ricercatori non hanno riscontrato benefici aggiuntivi dell’intervento reale sui sintomi e sulla funzionalità del ginocchio, osservando anche segnali di possibili effetti sfavorevoli a lungo termine. Questi risultati riguardano specificamente le lesioni degenerative studiate e non possono essere estesi automaticamente alle lesioni traumatiche o ai casi che richiedono un intervento per particolari condizioni meccaniche dell’articolazione.

E in Italia? Un’indagine pubblicata nel 2025 sulla rivista scientifica Knee Surgery, Sports Traumatology, Arthroscopy, realizzata da ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma utilizzando le schede di dimissione ospedaliera del Ministero della Salute, ha ricostruito l’andamento delle meniscectomie nel nostro Paese tra il 2001 e il 2016. Nel periodo esaminato sono stati registrati 1.454.891 interventi, con un’incidenza media di 178 procedure ogni 100.000 abitanti di età superiore ai 15 anni. Il tasso è diminuito da 202 interventi ogni 100.000 abitanti nel 2001 a 106 nel 2016, registrando un calo vicino al 50%. L’età media dei pazienti operati era di circa 46,6 anni e il 68,2% era costituito da uomini. Gli autori collegano questa riduzione alla crescente consapevolezza dei limiti della meniscectomia nei pazienti con artrosi e lesioni degenerative. Il dato italiano suggerisce quindi che le evidenze scientifiche abbiano già contribuito a modificare le pratiche chirurgiche. Il numero complessivo degli interventi comprende però condizioni cliniche differenti e non permette di stabilire quanti fossero effettivamente evitabili. Inoltre, la ricerca fotografa un periodo concluso nel 2016 e non rappresenta il volume attuale delle operazioni.

Un’altra area sotto osservazione è la chirurgia della colonna vertebrale. Uno studio nazionale pubblicato nel 2025 su Acta Orthopaedica, realizzato anche con il contributo di ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, ha esaminato 1.560.969 procedure spinali effettuate in Italia tra il 2001 e il 2019. Nell’arco di questi diciannove anni, il numero annuale degli interventi è aumentato del 67%, passando da 58.369 a 97.636, mentre le procedure con impianti hanno registrato una crescita del 420%.

I risultati documentano una trasformazione significativa della chirurgia vertebrale italiana, caratterizzata da un ricorso crescente a impianti e tecniche di stabilizzazione. Anche in questo caso, tuttavia, l’aumento dei volumi non rappresenta automaticamente una prova di inappropriatezza: i dati comprendono interventi per fratture, traumi, tumori, deformità e patologie degenerative, con indicazioni terapeutiche differenti. La questione sollevata dagli studi internazionali riguarda soprattutto l’effettivo beneficio di determinate operazioni nei pazienti con dolore cronico e patologie degenerative, quando possono esistere alternative meno invasive.

Le nuove evidenze coinvolgono anche altri ambiti. Uno studio finlandese pubblicato su JAMA nel gennaio 2026 ha seguito per dieci anni pazienti con appendicite acuta non complicata trattati inizialmente con antibiotici. Il 44,3% aveva successivamente subito un’appendicectomia: ciò significa che oltre la metà dei pazienti aveva evitato l’operazione nell’intero periodo di osservazione. La terapia antibiotica si conferma quindi una possibilità per pazienti attentamente selezionati, pur comportando il rischio di recidiva e di un successivo intervento.

Anche il trattamento del tumore della prostata ha prodotto risultati che richiedono un’attenta valutazione dei benefici e dei rischi. Lo studio britannico ProtecT, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2023, ha confrontato chirurgia, radioterapia e monitoraggio attivo in 1.643 uomini con carcinoma prostatico localizzato. Dopo un follow-up mediano di quindici anni, la mortalità specifica per tumore era del 3,1% nel gruppo sottoposto a monitoraggio, del 2,2% in quello operato e del 2,9% in quello trattato con radioterapia, senza differenze statisticamente significative. Chirurgia e radioterapia avevano però ridotto il rischio di metastasi e di progressione della malattia rispetto al monitoraggio attivo. La scelta terapeutica richiede quindi di considerare contemporaneamente sopravvivenza, progressione tumorale, qualità della vita e possibili effetti collaterali.

Il problema dell’appropriatezza è stato riconosciuto anche in Italia attraverso il progetto Choosing Wisely Italy, promosso da Slow Medicine con il principio “Fare di più non significa fare meglio”. Nel 2026 l’Istituto Superiore di Sanità ha avviato una collaborazione per rendere disponibili raccomandazioni aggiornate sulle prestazioni sanitarie a rischio di inappropriatezza. Tra le indicazioni già formulate figura quella di evitare la risonanza magnetica del ginocchio come esame di routine in assenza di specifiche indicazioni cliniche: anomalie riscontrate attraverso gli esami diagnostici possono infatti essere presenti anche in persone prive di sintomi e, in determinate circostanze, favorire ulteriori accertamenti o interventi non necessari.

Resta aperta una questione economica e organizzativa. Un intervento chirurgico comporta l’impiego di sale operatorie, personale sanitario, anestesia, dispositivi medici, giornate di ricovero e assistenza postoperatoria. Quando una procedura non offre benefici clinici significativi rispetto a un trattamento meno invasivo, le risorse impegnate potrebbero essere destinate ad altre esigenze assistenziali. Ma per quantificare un eventuale spreco occorre conoscere non soltanto il numero delle operazioni eseguite, bensì anche le condizioni dei pazienti, le indicazioni cliniche e i risultati ottenuti. Le statistiche sui volumi ospedalieri, da sole, non permettono di calcolare il numero degli interventi inutili né il relativo costo per il Servizio sanitario nazionale.

La ricerca sta progressivamente cambiando il modo di valutare l’efficacia della chirurgia, distinguendo i benefici specifici delle procedure dai miglioramenti che si sarebbero verificati anche senza operare. Il passaggio decisivo riguarda ora la capacità dei sistemi sanitari di tradurre queste conoscenze nella pratica clinica, finanziando nuove sperimentazioni, aggiornando le linee guida e rendendo accessibili dati sempre più dettagliati sugli esiti degli interventi.

Per medici e pazienti, la questione è individuare il trattamento capace di offrire il miglior risultato con il minor rischio possibile, anche quando la scelta più appropriata consiste nel rinunciare alla sala operatoria.

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L’intelligenza artificiale potrebbe mandare in crisi il fisco prima ancora del lavoro

In un recente editoriale, The Economist ha descritto quello che potrebbe attendere nei prossimi anni le economie avanzate: un uragano si sta avvicinando ai sistemi fiscali dei paesi più ricchi. Un uragano alimentato da problemi che stanno arrivando tutti insieme: debito pubblico crescente, popolazioni che invecchiano, crescita economica debole, maggiore spesa sociale e tassi di interesse che rendono sempre più costoso finanziare lo Stato. A tutto questo si aggiunge ora una trasformazione ancora più difficile da prevedere nelle sue conseguenze: l’intelligenza artificiale potrebbe modificare profondamente il modo in cui viene prodotta e distribuita la ricchezza e, con esso, la base sulla quale gli Stati raccolgono le tasse.

Nei paesi dell’OCSE, le imposte sul reddito e i contributi legati all’occupazione rappresentano circa la metà del gettito complessivo. Per decenni il meccanismo è stato relativamente semplice: milioni di persone lavorano, percepiscono un salario, pagano imposte e contributi e attraverso queste entrate vengono finanziati pensioni, sanità, scuola, assistenza e servizi pubblici.

Se una parte crescente delle attività oggi svolte dalle persone venisse automatizzata, oppure se l’intelligenza artificiale aumentasse enormemente la produttività delle imprese riducendo il numero di lavoratori necessari, una quota maggiore del reddito prodotto dall’economia potrebbe spostarsi dai salari ai profitti. Gli Stati si troverebbero così a incassare meno dalle tasse sul lavoro proprio mentre potrebbero aumentare le spese necessarie per sostenere chi perde l’occupazione, cambia professione o attraversa periodi più lunghi di transizione.

Per l’Italia il risultato è particolarmente significativo, secondo i calcoli, il deficit pubblico potrebbe raddoppiare in rapporto al PIL. Anche Francia e Germania subirebbero un forte deterioramento dei propri conti pubblici. I sistemi fiscali su cui potrebbe abbattersi questa trasformazione sono già estremamente complessi. Nel corso dei decenni si sono accumulate aliquote differenti, deduzioni, detrazioni, esenzioni e regimi speciali che rendono la tassazione difficile da comprendere e costosa da amministrare. Nei paesi OCSE, secondo i dati citati dalla rivista, le imposte sui consumi raccolgono mediamente soltanto il 58% di quanto potrebbero generare in un sistema privo di esenzioni ed evasione. Alcune regole producono inoltre distorsioni che modificano direttamente i comportamenti delle persone. In Gran Bretagna, per esempio, il passaggio da un reddito netto di 99.999 sterline a 100.000 può comportare la perdita automatica di migliaia di sterline di assistenza gratuita per l’infanzia. In situazioni del genere, aumentare il proprio reddito può diventare economicamente sconveniente e spingere alcuni lavoratori a ridurre le ore lavorate o a destinare maggiori somme alla previdenza.

L’intelligenza artificiale potrebbe rendere molto più sofisticata anche l’elusione fiscale. Il codice tributario britannico conta circa 23.000 pagine e già oggi società di consulenza, commercialisti e avvocati cercano continuamente soluzioni per ottimizzare il carico fiscale di imprese e grandi patrimoni. Migliaia di agenti AI potrebbero analizzare simultaneamente ogni norma, eccezione e combinazione possibile, individuando rapidamente strategie che richiederebbero agli esseri umani settimane o mesi di lavoro. Potrebbe così aprirsi una competizione tra intelligenze artificiali utilizzate dai contribuenti per ridurre le imposte e sistemi analoghi impiegati dalle amministrazioni pubbliche per controllarle e riscuoterle.

La crescita dell’intelligenza artificiale potrebbe inoltre concentrare enormi ricchezze nelle mani dei proprietari delle piattaforme, dei modelli e delle infrastrutture tecnologiche, riportando al centro del dibattito le imposte sui grandi patrimoni. In California, per esempio, è stata proposta una tassa una tantum del 5% sui residenti con patrimoni superiori al miliardo di dollari.

Le imposte sulla ricchezza netta presentano però notevoli difficoltà di applicazione. Nel 1990 erano presenti in dodici paesi ricchi; oggi ne sono rimaste soltanto quattro. Valutare patrimoni complessi, impedire lo spostamento dei capitali e contrastare il trasferimento della residenza fiscale verso altri paesi rende questo tipo di prelievo particolarmente difficile da amministrare.

Se il lavoro rappresenterà una quota progressivamente minore della ricchezza prodotta, anche il sistema fiscale dovrà quindi modificarsi. Una possibile direzione consiste nel ridurre gradualmente la pressione sull’occupazione e trasferire una parte del prelievo verso altre forme di reddito, plusvalenze e consumi. Le plusvalenze potrebbero assumere un ruolo maggiore, distinguendo meglio i rendimenti ordinari dai guadagni eccezionali generati da forti rivalutazioni degli asset, innovazioni tecnologiche o posizioni dominanti. Parallelamente, una base più ampia per le imposte sui consumi e un numero minore di esenzioni permetterebbero di intercettare una parte maggiore della ricchezza nel momento in cui viene spesa, compresa quella accumulata dalle fasce più ricche della popolazione.

Anche la semplificazione dei codici fiscali diventa sempre più urgente: migliaia di pagine di norme, eccezioni e regimi speciali sono difficili da amministrare in un’economia globale nella quale capitali, imprese e attività economiche possono spostarsi rapidamente da una giurisdizione all’altra e nella quale l’intelligenza artificiale può analizzare quelle stesse regole a una velocità impensabile fino a pochi anni fa.

L’uragano fiscale descritto da The Economist potrebbe essere ancora lontano oppure arrivare più rapidamente del previsto. A questo punto dobbiamo chiederci con urgenza come si tassa un’economia nella quale il lavoro umano pesa sempre meno nella produzione della ricchezza.

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