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Il valore dell’esperienza: come Toscana Promozione Turistica ha cambiato l’accoglienza in un ecosistema economico

Contenuto tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Toscana Promozione Turistica ha cambiato il modo di pensare le agenzie, interrogandosi sulla capacità del territorio di rispondere alle necessità del viaggiatore. “Non si tratta più solo di valorizzare le bellezze, ma di costruire un ecosistema”, dice l’assessore regionale Leonardo Marras.

Nel panorama globale dei viaggi, la Toscana non è più solo una destinazione d’arte e paesaggio, ma un ecosistema economico in evoluzione che sta trasformando l’accoglienza in una risorsa solida e misurabile. Alla base dell’azione di Toscana Promozione Turistica (Tpt) si è imposta una riflessione: non è più sufficiente fare promozione limitandosi alla rappresentazione del patrimonio ambientale e culturale, ma occorre interrogarsi su quale sia l’offerta delle imprese che costruiscono l’essenza del viaggio stesso.

Questo cambiamento di rotta ha segnato il passaggio da una vecchia concezione di agenzia di promozione a un moderno motore di sviluppo economico che entra nel merito della capacità del territorio di rispondere alle necessità del viaggiatore. La responsabilità si sposta così verso il mondo delle imprese, investendo l’agenzia dello sforzo di conoscere i desideri dei buyer internazionali del turismo organizzato, l’offerta nei loro cataloghi e la composizione del sistema produttivo regionale.

Negli ultimi anni la nuova visione ha orientato il lavoro dell’agenzia verso tre pilastri: l’accompagnamento dei territori verso specializzazioni produttive, il rinnovamento del posizionamento del brand in chiave contemporanea e l’attenzione alla ‘Toscana diffusa’ per favorire una distribuzione equilibrata dei flussi. Per evitare il rischio di una narrazione scollata dalla realtà, Tpt ha adottato un approccio basato sulla business intelligence attraverso l’Osservatorio Turistico Regionale (Otr). Utilizzando dati statistici e data provider digitali come Vodafone, Mastercard e Data-Appeal, l’agenzia analizza chi sono i visitatori, come spendono e qual è il sentiment online rispetto a prodotti e servizi. È un marketing che non si limita a una comunicazione suggestiva, ma adegua i messaggi ai desideri dell’interlocutore, verificando se ciò che si trova sul territorio sia utile e risponda alla domanda. È l’applicazione della filosofia mutuata dalle ricerche sui percorsi decisionali contemporanei: essere presenti nel momento della scelta offrendo soluzioni concrete e valore aggiunto.

Lo strumento operativo che permette di tradurre queste analisi in competitività è rappresentato dai gruppi di lavoro, una metodologia di co-progettazione che coinvolge la filiera delle imprese per elevare la qualità delle esperienze. L’idea è che una destinazione debba rispondere anche a vocazioni specifiche, motivo per cui sono stati attivati tavoli tecnici verticali che spaziano da prodotti consolidati, come il cicloturismo e i cammini, a progetti di nicchia come il turismo industriale, il pet friendly, il wellness e il turismo al femminile.

Il metodo segue un’evoluzione in quattro tempi, che parte dall’ascolto del mercato e arriva alla fase dell’ingaggio delle aziende sulla piattaforma digitale Make. Qui le imprese che sottoscrivono le ‘carte dei valori’ e caricano le proprie offerte permettono all’agenzia di disporre di un database di operatori qualificati da portare con sé nelle presentazioni internazionali. Il processo garantisce che la promessa fatta al turista sia mantenuta dalla qualità dell’accoglienza locale.

La validità del modello trova riscontro nei risultati dei grandi eventi b2b organizzati da Tpt per mettere in contatto l’offerta regionale con i mercati globali. Buy Tuscany 2025, ospitato in Costa degli Etruschi, ha registrato numeri record, con oltre 200 buyer da più di 40 paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile e Cina. Dei 160 seller presenti, 63 hanno aderito alla Carta dei valori del turismo sostenibile, mentre 53 si sono focalizzati sul turismo family. Un target prioritario, dato che oltre il 30% delle recensioni regionali proviene da chi viaggia con bambini. Sharing Tuscany 2026 ha invece confermato la salute dei rapporti con il comparto nazionale. Nel Mugello, l’evento ha generato oltre duemila meeting, con un indice di gradimento sulla professionalità degli operatori del 98,3%. Dato ancora più significativo è che l’85,2% dei partecipanti ha riscontrato possibilità reali di chiudere nuovi accordi commerciali, confermando che la co-progettazione produce risultati economici.

Leonardo Marras, assessore Toscana a economia, turismo e agricoltura

Il successo economico è testimoniato anche dai riconoscimenti internazionali. La Toscana è stata recentemente premiata ai Best Luxury Hotel Awards 2025 per la bellezza del suo patrimonio, inteso come modello di eccellenza globale, confermandosi regina mondiale del wedding di lusso e leader nazionale per numero di hotel a cinque stelle. In parallelo, il settore enogastronomico continua a trainare l’economia rurale: la regione è la destinazione preferita dagli italiani per i viaggi legati al gusto, vantando il primato per numero di agriturismi e una crescita costante degli aderenti al progetto Vetrina Toscana, che conta oltre duemila tra ristoranti, produttori, botteghe, agriturismi e alberghi. Anche l’artigianato artistico è una risorsa capace di intercettare consumatori attenti alla qualità, attraverso itinerari che collegano la storia manifatturiera alle destinazioni meno conosciute, contribuendo alla promozione della regione come destinazione diffusa.

“Oggi non si tratta più soltanto di valorizzare le nostre straordinarie bellezze”, dice Leonardo Marras, assessore regionale a economia, turismo e agricoltura, “ma di costruire e coordinare un vero ecosistema economico, in cui la qualità sia garantita da valori condivisi e la competitività sia ricercata valorizzando le diverse vocazioni dei territori, dai prodotti più consolidati ai segmenti emergenti, attraverso un percorso condiviso che unisce ascolto del mercato, innovazione e qualità dell’accoglienza. Con il ‘modello Toscana’ abbiamo avviato un cambio di passo che sta ridefinendo il modo di fare governance pubblica: un modello fondato sulla diffusione delle competenze e su strumenti di co-progettazione, come i nostri gruppi di lavoro, che coinvolgono attivamente tutta la filiera delle imprese per innalzare la qualità delle esperienze offerte”.

L’articolo Il valore dell’esperienza: come Toscana Promozione Turistica ha cambiato l’accoglienza in un ecosistema economico è tratto da Forbes Italia.

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America Now – Andrew Ackerman

In questa intervista per Forbes Italia realizzata da Jacopo Iasiello, l’investitore Andrew Ackerman illustra le dinamiche fondamentali del settore proptech e della tecnologia applicata all’edilizia. Ackerman sottolinea che il successo di una startup dipende dall’integrazione tra un’idea valida e un fondatore dotato di esperienza nel settore, umiltà intellettuale e resilienza operativa. L’esperto introduce il concetto della “catena” di business, spiegando che ogni elemento del progetto deve essere solido affinché l’impresa non fallisca prematuramente. Attraverso aneddoti e consigli pratici, come il metodo dei prototipi su carta, egli evidenzia l’importanza di testare il mercato prima di investire capitali ingenti. Infine, l’analisi si sposta sulle tecnologie emergenti, identificando l’intelligenza artificiale e la robotica come i motori principali della trasformazione futura del mercato immobiliare.

Ascolta “America Now | Andrew Ackerman” su Spreaker.

## Il Futuro del PropTech e dell’Innovazione Immobiliare: Intervista ad Andrew (Dreamit Ventures)

L’evoluzione tecnologica sta ridefinendo un settore tradizionalmente conservatore come quello immobiliare. Per capire come si stanno connettendo real estate e tecnologia, abbiamo intervistato in esclusiva per Forbes Italia Andrew, esperto investitore, angel investor e figura chiave di Dreamit Ventures.

In questa intervista, che fa parte del progetto verbatim menzionato nel file GMT20251010-131801 Recording 640×360.docx, esploriamo cosa distingue un fondatore di successo, l’importanza dell’esperienza sul campo e come l’Intelligenza Artificiale e la robotica stanno cambiando le regole del gioco nel settore PropTech.

## Domanda: Come va a New York? Ci siamo sentiti due giorni fa e il clima era ancora caldo, ma ora le cose sembrano cambiate.

Andrew: Due giorni fa la temperatura è crollata di 20 gradi! A parte questo, va tutto alla grande, le cose sono fantastiche qui a New York.

## Domanda: Tu sei una persona che connette due mondi: il real estate tradizionale e la tecnologia (PropTech). Nella tua esperienza, avendo guidato e visionato più di 70 startup (sul tuo sito leggiamo anche più di 100), quali sono i tratti fondamentali che distinguono un fondatore capace di trasformare il settore immobiliare? Cosa fa la differenza quando si vuole lanciare una startup PropTech?

Andrew: Nel mondo del Venture Capital abbiamo un detto: c’è il corso (la pista/il mercato) e c’è il giocatore (il fondatore). Alcuni si chiedono se sia più importante scommettere sulla pista o sul giocatore. È una domanda stupenda, perché non ho mai visto una pista partire in gara senza un pilota, né un pilota correre senza una pista. Entrambe le cose devono essere corrette.

Parlando del giocatore, ci sono caratteristiche generali valide per ogni industria e altre specifiche per il real estate e le costruzioni.

In generale, la caratteristica più importante di un fondatore di successo è la capacità di avere opinioni forti, ma flessibili (strong opinions, weakly held). Significa che quando chiedo a un fondatore perché ha fatto una determinata scelta strategica, ha sempre una buona ragione logica alle spalle. Tuttavia, se gli si presentano dati o esempi che contraddicono le sue assunzioni, non diventa difensivo. Mantiene la mente aperta, dice: “Questo è davvero interessante, non è quello che ho visto finora, andiamo a scoprire insieme la risposta corretta”. Non è una banderuola che cambia idea con l’ultimo che parla, ma è aperto a farsi sfidare in modo positivo.

Nel settore del real estate e del Construction Tech, in particolare, questo tratto deve essere sposato con una profonda esperienza industriale. Ci sono settori in cui anche un generalista senza un background specifico può innovare, ma nel real estate è rarissimo. In tutta la mia carriera nel PropTech, ricordo solo due aziende in cui il fondatore non avesse almeno 5 o 10 anni di esperienza diretta nel settore.

## Domanda: Se ho capito bene, il primo segreto è essere “dentro il gioco” per risolvere problemi reali, e il secondo è avere una mente aperta, collaborativa e non difensiva quando si viene messi di fronte a punti di vista differenti. È corretto?

Andrew: Sì, assolutamente. Non bisogna essere difensivi, ma approcciare il business con l’obiettivo di risolvere i problemi insieme.

L’altra ragione per cui l’esperienza industriale è così importante nel PropTech è che la maggior parte delle startup opera nel mercato B2B (Business to Business). Avere già delle connessioni personali con i potenziali clienti a cui vendere i primi contratti pilota fa fare un enorme salto in avanti. Il real estate è un settore ancora molto conservatore nell’adozione di nuove tecnologie; perciò, aiuta molto se i clienti si fidano prima di tutto della persona, decidendo poi di fare un atto di fede sulla tecnologia che propone.

## Domanda: Basandoti sulla tua lunga esperienza, quando qualcuno ti propone un progetto, qual è il primo passo comune che vedi fare a chi riesce davvero a realizzare il proprio sogno imprenditoriale?

Andrew: Nel PropTech e nel Construction Tech, la storia della nascita (Genesis story) di una startup è quasi sempre la stessa: “Ho lavorato in questa azienda immobiliare per 10 anni facendo questa specifica funzione, e ho sempre trovato che fare questa cosa fosse difficilissimo o che mancassero informazioni chiave”. Vivono il problema sulla loro pelle e da lì creano la soluzione.

Ciò che fa la differenza tra chi fonda un’azienda di successo e chi fallisce (o non parte mai) si riassume in due punti:

  1. Capire la mentalità da startup: Se hai lavorato tutta la vita in una grande corporate, devi capire che l’ecosistema startup è totalmente diverso. Nella mia prima startup abbiamo costruito fisicamente le nostre scrivanie da soli, e non parlo di mobili Ikea, parlo proprio di tagliare il legno. Devi essere frugale, reattivo, è una questione di mentalità. Ho scritto il mio libro proprio sotto forma di romanzo per far capire a chi lavora in un ufficio come sia la vita reale da startupper, senza i filtri glamour dei film di Hollywood su Steve Jobs o Facebook.

  2. Validare il problema e chiedersi “Perché ora?” (Why Now?): I bravi imprenditori non presumono che, solo perché loro hanno un problema, debbano correre a costruire un software. Fanno un passo indietro e verificano se lo stesso “punto di dolore” (pain point) è altrettanto doloroso, frequente e diffuso per molte altre persone nel mercato. Dopodiché si chiedono: Perché ora? Se non hai una buona risposta a questa domanda, rischi di sviluppare qualcosa che poteva essere fatto cinque anni fa. Devi indagare se altri ci hanno provato prima, perché hanno fallito, o se sei semplicemente in ritardo. I veri imprenditori si preparano mentalmente e si prendono il tempo per investigare prima di spendere soldi.

## Domanda: Cosa ti ha portato originariamente verso l’innovazione del real estate? Da dove nasce la tua passione per il PropTech e per gli investimenti in questo campo?

Andrew: È una buona domanda, perché io non ho iniziato la mia carriera nel real estate o nelle costruzioni. Ho iniziato come consulente generalista in una delle top 5 società di consulenza globali per quattro anni. Lavoravo con aziende Fortune 100 ma non mi ero ancora innamorato di una specifica industria. In quel periodo stava esplodendo internet.

La mia prima startup era focalizzata sui campi estivi (B2C) – che ironicamente hanno come asset principale i terreni immobiliari, ma è un’industria totalmente diversa. Successivamente ho lavorato in un family office (un ufficio di investimento per famiglie ad alto patrimonio) e ho avviato un’altra iniziativa.

Quando sono entrato in Dreamit Ventures, uno dei primi 5 acceleratori al mondo all’epoca, ero ancora un generalista: i miei primi investimenti erano in settori completamente diversi tra loro. Nel 2017 abbiamo preso la decisione strategica di entrare verticalmente nel Real Estate. Avevamo già visto un pattern di successo con l’HealthTech (tecnologia medica), intercettando il mercato proprio nel momento in cui l’interesse degli ospedali e dei grandi player stava per esplodere.

Stavamo studiando il mercato immobiliare da tempo. Ci siamo uniti a un investitore che stava ridisegnando l’intera skyline di Tampa, in Florida, sviluppando un’area di oltre 50 acri. Voleva portare tecnologia nella sua città e aveva in mente il PropTech. Analizzando i dati di mercato, ci siamo resi conto che il volume di investimenti a livello Seed e Series A nel PropTech si trovava esattamente nello stesso punto di flesso in cui si trovava l’HealthTech anni prima, eravamo letteralmente nell’1% dell’attività iniziale. Abbiamo fatto interviste ai clienti, abbiamo visto che le barriere si stavano rompendo e che i grandi player, specialmente quelli più giovani, erano pronti ad adottare la tecnologia. Abbiamo fatto una scommessa, siamo saliti a bordo ed è stato un viaggio straordinario.

## Domanda: Entrare come generalista nel settore PropTech oggi potrebbe ancora funzionare?

Andrew: Entrare oggi nell’industria del real estate o nel venture capital PropTech come generalisti, senza alcuna esperienza immobiliare precedente, è quasi impossibile e altamente rischioso. È uno dei campi più complicati in assoluto, persino più complesso dell’HealthTech.

Nel 2016 e 2017 funzionò per me perché non c’erano quasi investitori specializzati in PropTech, c’erano solo pochissimi pionieri. Era un momento di opportunità temporale in cui un generalista con esperienza nella costruzione di verticali aziendali poteva posizionarsi rapidamente. Ricordo che nel 2018 o 2019 ero a un panel con Jeffrey Berman di Camber Creek, uno degli investitori storici del settore. Mi disse: “Un anno fa in questa stanza eravamo in 20. Ora siamo in 300 persone. Dove erano tutti quando abbiamo iniziato a investire?”. Per me fu un complimento enorme essere considerato parte della “vecchia guardia”.

Nell’investimento, gran parte del successo deriva dal riconoscimento dei pattern (pattern recognition). Quando valuti 1.000 pitch deck, sviluppi un istinto immediato. Riesci a capire subito se una startup è in ritardo sul mercato o se i clienti non compreranno mai quella soluzione a quel prezzo, ancor prima di approfondire. Se vedo che una startup vuole vendere esclusivamente agli architetti, so già che il mercato potrebbe essere troppo piccolo. Controllo la dimensione del mercato e, se trovo quell’anello debole nella catena, non ho bisogno di leggere il resto del documento. L’istinto ti permette di capire subito dove si spezzerà il legame.

## Domanda: Parliamo della tua famosa metafora dello scherzo sui fondatori tecnici e commerciali. Qual è la differenza di approccio quando creano un prodotto?

Andrew: C’è un retroscena ironico ma molto educativo. Se parli con un fondatore puramente tecnico, lui vorrà solo ed esclusivamente costruire nuove funzionalità. Sviluppa la funzione X, la funzione Y… ma quello che dovrebbe fare davvero è fermarsi, uscire dall’ufficio e testare il prodotto parlando con i clienti.

Al contrario, potresti avere un bravissimo venditore, capace di affascinare e vendere qualsiasi cosa ai gestori di proprietà immobiliari, senza però aver prima strutturato la tecnologia o validato i conti economici interni per assicurarsi che l’azienda regga.

Come si combatte questo? Mettendo insieme il team giusto, un mix bilanciato di co-fondatori con abilità complementari che possano “smentirsi” a vicenda dicendo: “No, prima di fare questo dobbiamo testare quest’altro”. Devi capire, quando cerchi capitali, dove c’è la vera sostanza economica e non solo l’apparenza.

## Domanda: Ci spieghi nel dettaglio la tecnica dell’App Index Card per i fondatori che vogliono lanciare un’applicazione?

Andrew: Moltissimi fondatori vengono da me dicendo di voler costruire un’applicazione con una visione di sviluppo a cinque anni piena di funzionalità. Io rispondo sempre che devono concentrarsi sull’MVP (Minimum Viable Product). Quando mi chiedono come fare a capire cosa sia davvero il “minimo”, consiglio la tecnica dell’App Index Card:

Con meno di 10 dollari compri un pacchetto di cartoncini (4×6 pollici) e un pennarello. Disegni ogni singola schermata della tua app su un cartoncino, posizionando i relativi bottoni. Poi vai da 20 o 30 potenziali clienti in target e dici: “Voglio testare la mia app prima di scriverne il codice, per capire cosa sia utile e cosa no. Questo è il mockup cartaceo”.

Fai interagire l’utente con i cartoncini. Tu non devi rispondere alle sue domande, devi fare scena muta. L’unica richiesta è che l’utente esprima a voce alta tutto ciò che pensa (es. “Sto guardando questo bottone ma non capisco a cosa serva, quindi non lo premo”). Se l’utente tocca un finto bottone strisciando il dito, tu gli porgi il cartoncino che rappresenta la schermata successiva.

Facendo questo test, ti accorgerai improvvisamente che nessuno clicca su determinate sezioni che consideravi vitali. A fine demo puoi chiedere il perché e scoprire che le persone semplicemente non hanno bisogno di quella funzione. Con questo metodo risparmi mesi di sviluppo software inutile. Ovviamente, se stai sviluppando un’applicazione per il real estate, devi fare questo test con i professionisti del settore immobiliare, non con una platea generica. Devi validare di essere di fronte al pubblico corretto.

## Domanda: Quale tipo di tecnologia credi possa essere davvero disruptiva e rivoluzionare completamente il mercato immobiliare in questo momento storico?

Andrew: Dobbiamo dividere la risposta in base al ciclo economico e al momento storico.

Quando il mercato è “caldo” e c’è molta liquidità, gli sviluppatori immobiliari e i costruttori sono disposti a sperimentare qualsiasi tecnologia, anche a lungo termine. Quando il mercato si stringe e c’è meno denaro, si concentrano ossessivamente sul NOI (Net Operating Income) e sulla linea inferiore del bilancio, cercando soluzioni che offrano un ROI rapido e sicuro.

Guardando al quadro generale, i due più grandi Why Now tecnologici di oggi sono la Robotica e l’Intelligenza Artificiale.

  • La Robotica: È una tecnologia tangibile. Ad esempio, sto monitorando un robot specializzato nella pulizia e disinfezione dei condotti di aerazione all’interno di grandi edifici residenziali multifamiliari o commerciali di 10-20 piani. Questo robot elimina polvere e odori costantemente. Per chi gestisce un ospedale o una struttura con persone immunocompromesse, questo servizio rappresenta un punto di vendita e di sicurezza eccezionale. Se non hai un robot fisico, non puoi simulare questa tecnologia.

  • L’Intelligenza Artificiale (A.I.): Molti usano la parola “A.I.” o “A.I. agentica” come semplice polvere di marketing (A.I. Washing) su normalissimi database SQL o calcoli computazionali tradizionali. Ma se togliamo i bluff e i falsi miti, l’A.I. reale permette oggi di fare cose impensabili fino a un anno e mezzo fa. Nel real estate ci sono software basati su A.I. capaci, ad esempio, di ridurre drasticamente le richieste di affitto fraudolente. Questo garantisce un ritorno economico immediato e i proprietari di immobili sono disposti a comprarlo subito, anche in tempi di crisi economica, pur di non perdere i deal migliori rispetto alla concorrenza.

## Domanda: Cosa ne pensi dell’attuale ciclo del real estate e dove pensi che andranno i tassi d’interesse?

Andrew: Mi ci sono voluti 20 anni per capire che ci sono ambiti in cui ho insight unici e altri in cui non ne ho affatto. Prevedere l’andamento macroeconomico del mercato immobiliare e la direzione dei tassi d’interesse rientra nella seconda categoria.

A questo proposito c’è una barzelletta a cui non posso resistere: Albert Einstein muore e va in paradiso. San Pietro lo accoglie dicendo che la sua stanza non è ancora pronta e che dovrà passare una notte in un ostello temporaneo con altri inquilini. San Pietro gli presenta i compagni di stanza: “Il primo ha un QI di 200”; Einstein si illumina: “Fantastico, potremo parlare di matematica pura!”. “Il secondo ha un QI di 150”; Einstein: “Ottimo, parleremo di fisica teorica”. “Il terzo ha un QI di 120”; Einstein: “Bene, un ingegnere ci aiuterà a costruire cose concrete”. Infine, San Pietro dice: “L’ultimo ha un QI di 80”. Einstein ci pensa un attimo, si gira verso di lui e chiede: “Quindi, tu in quale direzione pensi che andranno i tassi d’interesse?”.

Scherzi a parte, non risponderò a questa domanda perché nessuno può saperlo con certezza. Credo in un mercato finanziario efficiente, quindi fare previsioni sui tassi è solo un azzardo. Mi concentro sulla diligenza e sulla validazione dei pattern operativi delle startup.

L’articolo America Now – Andrew Ackerman è tratto da Forbes Italia.

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Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica

Alla fine del mese di maggio di ogni anno il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali alla relazione annuale, offre una lettura dell’andamento e delle prospettive della situazione economica e sociale italiana, collocandole nel più ampio contesto internazionale ed europeo. La relazione presentata quest’anno dal governatore Fabio Panetta è risultata particolarmente interessante sia per la drammatica evoluzione del quadro geopolitico internazionale – segnata dal conflitto nel Golfo Persico e dal blocco dello stretto di Hormuz, che ha provocato forti rincari del petrolio, del gas e dei fertilizzanti, con ricadute sempre più pesanti sulle condizioni di vita delle famiglie e delle imprese – sia per le profonde trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo “il modo in cui si produce, si lavora e si prendono le decisioni”.

Produttività, demografia e ritardi strutturali

Particolarmente stimolanti appaiono le riflessioni dedicate all’andamento dell’economia italiana nel quadro delle politiche europee. Esse riportano al centro dell’attenzione alcuni nodi strutturali che il nostro Paese continua a trascinare da oltre vent’anni, indipendentemente dall’alternanza dei governi. L’essenza del problema è efficacemente sintetizzata da una delle affermazioni del governatore Panetta: “Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto di appena il 6%, contro incrementi compresi tra il 13% e il 34% negli altri grandi Paesi dell’area dell’euro”. Tutto ciò avviene in un contesto nel quale, come ha osservato lo stesso governatore, “la demografia rende questa sfida non rinviabile. Con una popolazione in età lavorativa in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”.

In questo scenario, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi può rappresentare il fattore decisivo per consentire all’economia italiana quel salto di produttività ormai indispensabile. Tuttavia, come ha sottolineato Panetta, “rischiano di ostacolare questa evoluzione un tessuto produttivo frammentato in imprese di piccole dimensioni che adottano più lentamente le nuove tecnologie”. Sorprende che considerazioni di tale portata non abbiano suscitato un dibattito più approfondito all’interno delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Tutto sembra essere passato quasi inosservato, come se i problemi strutturali della bassa crescita italiana potessero risolversi spontaneamente, senza una funzione attiva della politica con la P maiuscola.

Pnrr, bassa produttività e frammentazione del tessuto produttivo

D’altra parte, anche l’ingente massa di risorse mobilitate attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza tra il 2021 e il 2025 – oltre 100 miliardi di euro effettivamente impiegati – non è riuscita a incidere in modo significativo sulla crescita della produttività del sistema produttivo e agricolo. Diventa quindi ancora più urgente, alla luce della profonda trasformazione in atto nei processi produttivi, fare ricorso all’intelligenza artificiale e alle tecnologie digitali per tentare di superare l’asfittica crescita della nostra economia e aumentare la produttività dei fattori impiegati.

Per perseguire una strategia di questo tipo occorre però affrontare preliminarmente due nodi strutturali che, con il trascorrere del tempo, rendono sempre più difficile l’introduzione dell’innovazione tecnologica e finanziaria nel sistema economico: la dimensione delle imprese e il ruolo del sistema bancario. È difficile immaginare una diffusione capillare dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione dei processi produttivi in un sistema economico nel quale la presenza delle micro e piccole imprese, fino a 49 addetti, costituisce la caratteristica dominante del tessuto produttivo nazionale.

Microimprese, produttività e sistema bancario

Secondo un’indagine del Centro Studi Cna, pubblicata nel novembre 2022 e riferita ai dati del 2020, le imprese con meno di 50 addetti erano 4.226.623, pari al 99,4% del totale. Di queste, oltre un milione – 1.033.027 – aveva natura artigiana. In Italia, dunque, quasi un’impresa su quattro è artigiana. La crescita dimensionale delle imprese appare quindi una condizione imprescindibile per consentire al sistema delle Pmi di innovare i processi produttivi, incrementare la produttività e valorizzare le competenze professionali dei lavoratori. Non si tratta di accrescere il potere economico dell’imprenditore, ma di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare le sfide del futuro.

È un cambiamento che può garantire maggiore economicità e sviluppo alle piccole e medie imprese attraverso la riduzione dei costi unitari, il conseguimento di economie di scala, una maggiore capacità competitiva sui mercati e il rafforzamento della solidità patrimoniale. Il raggiungimento di un obiettivo di tale portata richiede necessariamente un ruolo attivo e propositivo del sistema bancario nazionale. Purtroppo, l’impostazione assunta dal nuovo Testo Unico Bancario, entrato in vigore nel 1994, ha progressivamente orientato gli istituti di credito verso la concentrazione bancaria, trascurando il tema dell’evoluzione della funzione delle banche nello sviluppo delle imprese e dei distretti industriali.

Si è progressivamente indebolita quella relazione banca-impresa che, dal dopoguerra fino alla metà degli anni Novanta, aveva contribuito in maniera determinante alla crescita del sistema economico italiano, generando benessere diffuso per imprese, lavoratori e famiglie. Nell’attuale fase di profonda trasformazione dell’economia globale, caratterizzata dall’irruzione delle tecnologie digitali e da mutamenti geopolitici senza precedenti, stiamo assistendo alla rinascita del cosiddetto “risiko bancario”. Negli ultimi quattro anni, grazie all’aumento dei tassi d’interesse seguito alla guerra russo-ucraina e al mancato adeguamento della remunerazione della raccolta bancaria, gli istituti di credito hanno registrato profitti straordinari e rafforzato la propria patrimonializzazione.

Risiko bancario e finanza italiana: operazioni tra grandi gruppi, ma senza una strategia per la crescita delle Pmi

Tuttavia, questo nuovo risiko bancario non sembra orientato alla costruzione di un sistema creditizio capace di accompagnare il tessuto produttivo italiano fuori dal nanismo industriale e di sostenerlo nell’affrontare la rivoluzione tecnologica necessaria ad aumentare produttività e crescita. La stessa operazione che ha visto protagonista Mps e che ha portato alla conquista di Mediobanca è apparsa soprattutto come una partita tra grandi gruppi finanziari interessati, da un lato, al credito al consumo e al risparmio gestito e, dall’altro, al controllo di Generali, di cui Mediobanca detiene una partecipazione rilevante.

Al centro di tale operazione non sembra esservi stata una riflessione sul ruolo che Mps avrebbe potuto svolgere nel sostenere la crescita dimensionale delle Pmi, non soltanto attraverso il credito tradizionale, ma anche mediante la creazione di strumenti finanziari innovativi destinati a favorire fusioni, incorporazioni e aggregazioni aziendali, indispensabili per rafforzare la competitività del sistema produttivo. Analoga considerazione può essere svolta per le operazioni in corso nel settore bancario, dove prevale la ricerca di sinergie finanziarie e commerciali piuttosto che la definizione di una strategia di sostegno allo sviluppo delle imprese.

Il futuro di Mps, il ruolo dello Stato e il risiko bancario

In questo contesto si colloca, infatti, la proposta di Intesa San Paolo e Unipol ( il gruppo  assicurativo primo azionista di Biper con il 19,8,%) per impossessarsi di Mps, svuotandolo di ogni contenuto funzionale,  quale banca finanziatrice delle esigenze delle Pmi e dei distretti industriali. La proposta di  banco Bpm rivolta a perseguire  la fusione  con Mps, per come è stata fatta, pare destinata a finire nel dimenticatoio, proprio per la debolezza intrinseca di quello che si vorrebbe conseguire. L’obiettivo dell’amministratore di  Intesa San Paolo Messina pare quello di utilizzare l’acquisto di  Mps per assicurarsi tramite Mediobanca la possibilità di arrivare al controllo di Generali, magari con un’alleanza spuria con Unicredit. Quello di Unipol di acquistare n. 635 sportelli di Mps per accrescere i punti di vendita di Biper, che assumerebbe il nome di Banca Monte Paschi, cancellando Siena e la storicità della banca, per piazzare le polizze assicurative di Unipol.

Colpisce, infine, che il ministro dell’Economia Giorgetti, in una fase in cui l’economia italiana continua a registrare tassi di crescita prossimi allo zero, si limiti ad affermare che debba prevalere chi offre di più. Ancora più sorprendente è constatare come il dibattito sul futuro del sistema bancario si concentri prevalentemente sulla redditività derivante dalla gestione del risparmio, dimenticando che la capacità delle famiglie di accumulare risorse dipende, in ultima analisi, dalla crescita dell’economia reale. Se quest’ultima ristagna, inevitabilmente anche il risparmio si riduce e, con esso, le prospettive di sviluppo dell’intero sistema.

L’articolo Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica è tratto da Forbes Italia.

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Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity

La cybersecurity è diventata una delle grandi emergenze silenziose del nostro tempo. Non perché manchino tecnologie di difesa, ma perché gli attacchi continuano a crescere nonostante l’aumento degli investimenti, delle procedure e degli strumenti di protezione.

Le aziende installano firewall più evoluti, adottano sistemi di autenticazione multifattore, rafforzano gli endpoint, migliorano backup e monitoraggio. Eppure la superficie d’attacco continua ad allargarsi.

Il motivo è semplice: la sicurezza informatica non riguarda più soltanto macchine, reti e infrastrutture. Riguarda le persone.

Secondo il Data Breach Investigations Report di Verizon, il fattore umano continua a essere coinvolto in una quota rilevante delle violazioni informatiche. Nelle ultime analisi, phishing, credenziali rubate, errori operativi e comportamenti non sufficientemente consapevoli restano tra i principali fattori di rischio. Il report 2026 evidenzia inoltre che il 31% delle violazioni parte oggi dallo sfruttamento di vulnerabilità software, mentre il ransomware compare nel 48% delle violazioni analizzate.

Il quadro economico è altrettanto significativo. Ibm, nel Cost of a Data Breach Report 2025, stima il costo medio globale di una violazione dei dati in 4,4 milioni di dollari. Lo stesso report segnala che il 63% delle organizzazioni non dispone di policy di governance adeguate per gestire l’intelligenza artificiale o prevenire la diffusione dello shadow AI, cioè l’utilizzo non governato di strumenti AI all’interno dell’azienda.

A livello europeo, Enisa ha analizzato 4.875 incidenti nel Threat Landscape 2025, relativi al periodo compreso tra luglio 2024 e giugno 2025, descrivendo un ecosistema di minacce sempre più complesso, caratterizzato da sfruttamento rapido delle vulnerabilità, attacchi ransomware, campagne di phishing, DDoS e pressione crescente su pubbliche amministrazioni, infrastrutture, servizi digitali, trasporti e settore finanziario.

Questi dati raccontano un passaggio ormai evidente: la cybersecurity non è più una funzione isolata del reparto IT. È diventata una questione di continuità aziendale, reputazione, governance e cultura organizzativa.

L’attacco

La maggior parte degli attacchi informatici non inizia con una spettacolare violazione dei sistemi, ma con un gesto del tutto ordinario. Può essere un link aperto di fretta, una password riutilizzata su più account, un allegato scaricato per distrazione o una richiesta urgente accettata senza le dovute verifiche. Il phishing e il social engineering funzionano così bene perché, prima ancora delle falle tecnologiche, colpiscono i meccanismi della natura umana, come la fiducia, l’abitudine, la fretta e la pressione gerarchica.

È proprio in questo spazio vulnerabile, dove la tecnologia incontra il comportamento umano, che si inserisce Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata da Cogit AI.

Questa soluzione va ben oltre la semplice formazione aziendale tradizionale. Leonydas nasce per supportare le organizzazioni nella costruzione di una solida cultura della sicurezza digitale, agendo su prevenzione, responsabilità, conformità normativa e uso sicuro della stessa IA. L’obiettivo finale non è sostituire il fattore umano con le macchine, ma allearsi con l’intelligenza artificiale per rendere le persone la prima, vera linea di difesa dell’azienda.

Cosa può fare l’IA

Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come un moltiplicatore di rischio. Ed è vero: gli attaccanti possono usarla per scrivere email più credibili, personalizzare campagne di phishing, simulare identità e rendere decisamente più sofisticati i tentativi di social engineering. Ma questa è solo una parte della storia. Esiste infatti anche un’intelligenza artificiale utile, capace di supportare concretamente le aziende nella prevenzione, nella formazione continua e nella valutazione del rischio.

Questo tipo di tecnologia permette di rendere comprensibili temi altrimenti complessi, adattando i percorsi di apprendimento al ruolo specifico di ogni lavoratore attraverso la simulazione di scenari realistici. In questo modo è possibile misurare con precisione il livello di consapevolezza interna, trasformando le rigide policy aziendali in esperienze concrete e guidando il personale verso un uso più responsabile degli strumenti digitali.

Il richiamo a Leonida

Il nome Leonydas si ispira al re spartano, simbolo di disciplina, preparazione e capacità di affrontare minacce superiori attraverso l’addestramento. Il parallelismo non riguarda la guerra, ma la cultura della prontezza: Leonida non vinse per il numero di risorse, ma perché guidava persone addestrate e consapevoli.

Questa metafora è cruciale per la cybersecurity. Le aziende non possono muoversi solo dopo un attacco, né limitarsi a una policy da firmare o a un corso annuale. Devono allenare le persone prima che il rischio si presenti, trasformando la sicurezza in un’abitudine quotidiana. È questo il senso profondo di Leonydas: portare in azienda il principio della preparazione continua, per rendere il fattore umano la prima linea di difesa e non la principale vulnerabilità.

Formazione, consapevolezza e compliance

La necessità di preparare le persone non nasce solo dall’aumento degli attacchi, ma anche da un quadro normativo europeo sempre più esigente.

Con l’AI Act, l’Unione Europea ha introdotto il principio di AI literacy: chiunque utilizzi o fornisca sistemi di intelligenza artificiale deve garantire che il proprio personale abbia competenze e consapevolezza adeguate. La compliance, quindi, non si ferma più a documenti e policy, ma richiede la capacità reale delle persone di comprendere rischi e responsabilità degli strumenti usati. In parallelo, la direttiva NIS2 rafforza l’obbligo di resilienza cyber e gestione del rischio.

Per le aziende la sfida è concreta: non basta installare la tecnologia, serve dimostrare di aver formato le persone. Sviluppata da Cogit AI, Leonydas nasce proprio per questo: aiutare le imprese a trasformare formazione e conformità normativa in un percorso continuo, integrato nei comportamenti quotidiani e vicino alla realtà operativa.

Oltre l’anello debole

Per anni le persone sono state definite l’anello debole della cybersecurity. È una formula parziale: il fattore umano è vulnerabile solo se non è preparato. Se messe in condizione di riconoscere i rischi, le persone diventano una risorsa decisiva: un dipendente formato può bloccare un attacco di phishing, un manager consapevole può sventare una frode e un team allenato riduce drasticamente l’esposizione dei dati.

La sicurezza del futuro dipenderà dalla tecnologia, ma soprattutto dalla maturità culturale delle organizzazioni. In quest’ottica, Leonydas non è solo una piattaforma, ma il simbolo di una trasformazione: la cybersecurity diventa una disciplina quotidiana che unisce governance, responsabilità e preparazione continua. Perché nel digitale, come nella storia, resiste solo chi si prepara prima.

 

L’articolo Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity è tratto da Forbes Italia.

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Persone, investimenti e innovazione. La sinergia tra Private e Banca d’Impresa di Crédit Agricole Italia

Quale ruolo possono giocare oggi le banche nel sostenere la competitività del sistema produttivo italiano? E come si costruisce crescita in un contesto segnato da instabilità geopolitica, trasformazione tecnologica e mercati sempre più interconnessi?

Ne parliamo con Roberto Ghisellini, Condirettore Generale di Crédit Agricole Italia, in una conversazione che esplora le grandi sfide e le opportunità che attendono imprese, investitori e istituzioni finanziarie.

Nel corso dell’episodio affrontiamo il tema dell’internazionalizzazione delle imprese italiane, il valore di un grande gruppo europeo nel supportare la crescita sui mercati globali, le prospettive del private banking e l’impatto dell’innovazione sul futuro del settore finanziario. Uno sguardo approfondito anche all’ecosistema delle startup e ai nuovi modelli di sviluppo che stanno contribuendo a ridisegnare il rapporto tra banche, imprese e territorio.

Una riflessione sul futuro dell’economia italiana, sulle strategie necessarie per affrontare il cambiamento e sulla capacità di trasformare le sfide di oggi in opportunità di crescita per domani.



 

L’articolo Persone, investimenti e innovazione. La sinergia tra Private e Banca d’Impresa di Crédit Agricole Italia è tratto da Forbes Italia.

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Elon Musk, un principe saudita e il cofondatore di Twitter: i più grandi vincitori dell’ipo di SpaceX

SpaceX ha fissato giovedì il prezzo della propria Ipo a 135 dollari per azione, attribuendo all’azienda una capitalizzazione di mercato di 1.800 miliardi di dollari. Secondo i calcoli di Forbes, questo ha aumentato il patrimonio netto di Musk di 188 miliardi di dollari, portandolo a una stima di 982 miliardi.

Se il prezzo delle azioni Tesla dovesse restare invariato e il titolo SpaceX salisse a 138,50 dollari per azione all’avvio delle contrattazioni di venerdì, Musk diventerebbe il primo trilionario della storia mondiale. Potrebbe raggiungere la soglia del trilione anche se il titolo Tesla salisse da 399 a 424 dollari per azione e quello di SpaceX rimanesse a 135 dollari, uno scenario considerato meno probabile.

La partecipazione di Musk in SpaceX e Tesla

Musk, che ricopre i ruoli di presidente, amministratore delegato e direttore tecnico di SpaceX, possiede 4,8 miliardi di azioni della società aerospaziale, per un valore di 644 miliardi di dollari. Possiede inoltre 350 milioni di stock option con un prezzo di esercizio di 8,40 dollari per azione, del valore di 44 miliardi, che gli garantiscono una quota del 38% dell’azienda, pari a 688 miliardi di dollari al prezzo dell’Ipo.

Forbes valutava in precedenza la sua partecipazione stimata del 40% (prima della diluizione dovuta all’offerta pubblica) intorno ai 500 miliardi di dollari, sulla base della valutazione di 1.250 miliardi assegnata a SpaceX in occasione della fusione con xAI, la società di intelligenza artificiale e social media di Musk, avvenuta a febbraio. (xAI si era precedentemente fusa con X, l’ex Twitter, nel marzo 2025).

Musk possiede inoltre poco più del 10% di Tesla, che ha una capitalizzazione di mercato di 1.500 miliardi di dollari, una quota del valore di circa 165 miliardi. A ciò si aggiungono opzioni per acquisire un’ulteriore partecipazione vicina all’8%, valutata 114 miliardi di dollari. Completano il suo patrimonio quote minori nella startup di interfacce neurali Neuralink e nella società di scavi Boring Company, oltre a diversi miliardi di dollari derivanti da precedenti vendite di azioni Tesla.

Gli obiettivi necessari per aumentare ulteriormente la sua ricchezza

Nella stima del patrimonio di Musk non sono incluse azioni vincolate legate al raggiungimento di determinati obiettivi di performance, che potrebbero portare le sue quote in SpaceX e Tesla rispettivamente al 47% e al 29% (al lordo delle imposte e dei costi necessari per sbloccare tali azioni).

Per ottenere tutte queste azioni, Musk dovrà raggiungere obiettivi estremamente ambiziosi, tra cui portare le capitalizzazioni di mercato di SpaceX e Tesla rispettivamente a 7.500 e 8.500 miliardi di dollari e creare una colonia umana permanente su Marte con almeno un milione di abitanti.

Non solo Musk: gli altri grandi vincitori dell’Ipo

Musk è di gran lunga il principale beneficiario dell’operazione, ma non è l’unico la cui fortuna è decollata grazie a SpaceX. Tra gli altri figurano un principe saudita, il cofondatore di Twitter e diversi dirigenti e membri del consiglio di amministrazione di SpaceX.

L’ultimo ingresso nel cosiddetto “club delle tre virgole” (i miliardari) è Bret Johnsen, storico direttore finanziario di SpaceX, il cui patrimonio è stimato in 1,2 miliardi di dollari grazie alla sua partecipazione dello 0,07% nella società (incluse le stock option). L’esperto contabile si unisce così al cofondatore di PayPal, venture capitalist e investitore storico di SpaceX Luke Nosek, come uno dei due nuovi miliardari emersi dopo il deposito del prospetto per l’Ipo. Nosek vale oggi almeno 3,4 miliardi di dollari grazie a una quota di almeno lo 0,19% nella società.

Nel prospetto è stata inoltre resa nota la partecipazione della presidente e chief operating officer Gwynne Shotwell, pari allo 0,10%, inferiore alla stima iniziale di Forbes dello 0,27%. Nonostante ciò, l’undicesima dipendente assunta da SpaceX vanta comunque un patrimonio netto di 1,7 miliardi di dollari.

Il ruolo di xAI, X e degli investitori di Twitter

Molti dei maggiori beneficiari dell’Ipo erano già investitori in Twitter o in xAI. Tra questi figurano il principe saudita Alwaleed Bin Talal Alsaud e Steven Witkoff, inviato speciale del presidente Donald Trump per il Medio Oriente, entrambi diventati investitori di SpaceX a febbraio, quando Musk ha fuso la società spaziale con la sua attività di intelligenza artificiale e social media riunita sotto xAI Holdings, in un’operazione che valutava il gruppo combinato 1.250 miliardi di dollari.

La transazione di febbraio — che attribuiva una valutazione di 1.000 miliardi di dollari a SpaceX e di 250 miliardi a xAI Holdings — è arrivata meno di un anno dopo la nascita di xAI Holdings, creata nel marzo 2025 attraverso la fusione tra xAI e X (ex Twitter) in un’operazione da 113 miliardi di dollari.

Alcuni critici hanno definito quella fusione un salvataggio di X. L’operazione valutava infatti il social network 33 miliardi di dollari, praticamente la stessa cifra pagata da Musk e dagli investitori di minoranza, tra cui il principe Alwaleed e Witkoff, quando acquistarono la società nel 2022 (escludendo il debito). Nel frattempo, Fidelity valutava X poco meno di 10 miliardi di dollari alla fine del 2024.

I fondi che hanno scommesso su SpaceX

Tra i grandi vincitori figurano anche importanti miliardari del venture capital, degli hedge fund e del private equity che avevano investito in SpaceX molti anni fa.

Tra questi c’è Antonio Gracias, amico di lunga data di Musk e membro del consiglio di amministrazione di SpaceX. La sua società Valor Equity Partners possiede una quota del 3,7% della società, oggi valutata circa 68 miliardi di dollari.

Ecco alcuni dei maggiori vincitori dell’Ipo di SpaceX

1. Prince Alwaleed Bin Talal Alsaud
Quota stimata in SpaceX (%): 0,28%
Valore stimato della quota: 5,1 miliardi di dollari
Patrimonio netto stimato: 25,4 miliardi di dollari

Il principe Alwaleed investì per la prima volta in Twitter nel 2011, prima dell’Ipo del social network nel 2013. Dopo essersi inizialmente opposto all’acquisizione da parte di Musk, decise di mantenere la propria quota da 1,6 miliardi di dollari quando Twitter fu ritirata dalla Borsa nel 2022. Grazie a quell’investimento — e a una partecipazione minore in xAI — oggi possiede azioni SpaceX per un valore di 5,1 miliardi di dollari. La cifra non include la quota indiretta detenuta attraverso Kingdom Holdings, che possedeva 4,5 miliardi di dollari in azioni di xAI Holdings al momento della fusione con SpaceX e che oggi varrebbero circa 5,7 miliardi.

2. Luke Nosek
Quota stimata in SpaceX (%): 0,19%
Valore stimato della quota: 3,4 miliardi di dollari
Patrimonio netto stimato: 3,4 miliardi di dollari

Nosek fondò PayPal insieme a Peter Thiel e altri imprenditori nel 1998, la fuse nel 2000 con X.com, la startup bancaria online cofondata da Musk, e contribuì alla vendita del gruppo a eBay per 1,5 miliardi di dollari nel 2002. Successivamente fondò il fondo Founders Fund con Thiel e nel 2017 lasciò la società per creare Gigafund. È membro del consiglio di amministrazione di SpaceX fin dal primo investimento effettuato insieme a Founders Fund nel 2008.

3. Larry Ellison
Quota stimata in SpaceX (%): 0,15%
Valore stimato della quota: 2,7 miliardi di dollari
Patrimonio netto stimato: 231 miliardi di dollari

Il cofondatore, presidente e chief technology officer di Oracle investì 1 miliardo di dollari nell’acquisizione di Twitter da parte di Musk nell’ottobre 2022. Secondo i messaggi emersi durante i procedimenti legali relativi all’operazione, quando Musk gli chiese quanto volesse investire, Ellison rispose: “Un miliardo… o qualunque cifra tu consigli”. La motivazione era semplice: “Ha un enorme potenziale… e sarebbe molto divertente”.

4. Jack Dorsey
Quota stimata in SpaceX (%): 0,14%
Valore stimato della quota: 2,6 miliardi di dollari
Patrimonio netto stimato: 6,7 miliardi di dollari

Dorsey ha cofondato Twitter nel 2006 e ne è stato amministratore delegato fino al 2008. In seguito ha fondato la società di pagamenti Block (all’epoca Square), è tornato alla guida di Twitter nel 2015 e si è dimesso definitivamente nel 2021. Quando Musk ha ritirato Twitter dalla Borsa nel 2022, Dorsey ha mantenuto e convertito la sua partecipazione, allora vicina a 1 miliardo di dollari.

5. Gwynne Shotwell
Quota in SpaceX (%): 0,10% (incluse le stock option)
Valore della quota: 1,7 miliardi di dollari
Patrimonio netto stimato: 1,7 miliardi di dollari

Shotwell conobbe Musk mentre visitava un ex collega che era entrato a lavorare in SpaceX. Fu reclutata come prima vicepresidente per lo sviluppo del business. “Ho tergiversato per circa un mese” prima di accettare il lavoro, raccontò una volta a un gruppo di studenti di Stanford. Entrata in azienda nel 2002 come undicesima dipendente, fu promossa presidente e chief operating officer nel 2008. Oggi è miliardaria grazie alle azioni SpaceX ricevute come compenso.

6. Bret Johnsen
Quota in SpaceX (%): 0,07% (incluse le stock option)
Valore della quota: 1,2 miliardi di dollari
Patrimonio netto stimato: 1,2 miliardi di dollari

Considerato oggi uno dei commercialisti più ricchi del mondo, Johnsen ha lavorato per quasi dieci anni in Broadcom, arrivando al ruolo di vicepresidente e corporate controller. Dopo un’esperienza come direttore finanziario di Mindspeed Technologies, è entrato in SpaceX nel 2011 come chief financial officer.

7. Tom Mueller
Quota stimata in SpaceX (%): 0,06%
Valore stimato della quota: 1,1 miliardi di dollari
Patrimonio netto stimato: 2 miliardi di dollari

Cresciuto nelle campagne dell’Idaho, Mueller entrò in SpaceX nel 2002 come dipendente numero uno. Da responsabile dell’ingegneria della propulsione guidò la progettazione e lo sviluppo dei motori dei lanciatori Falcon e della navicella Dragon. Nel 2020 lasciò l’azienda per fondare la propria startup, Impulse Space, della quale Forbes stima possieda il 21%.

8. Kimbal Musk
Quota stimata in SpaceX (%): 0,04%
Valore stimato della quota: 760 milioni di dollari
Patrimonio netto stimato: 1,6 miliardi di dollari

Il fratello minore di Elon ha fatto parte del consiglio di amministrazione di SpaceX dalla fondazione nel 2002 fino al 2022 ed è consigliere di Tesla dal 2004. Chef professionista e imprenditore, è anche cofondatore di Nova Sky Stories, società specializzata in spettacoli luminosi con droni. La sua ricchezza deriva soprattutto dalle partecipazioni nelle aziende del fratello.

9. Steven Witkoff
Quota stimata in SpaceX (%): 0,01%
Valore stimato della quota: 270 milioni di dollari
Patrimonio netto stimato: 2,4 miliardi di dollari

Il miliardario immobiliare di New York è stato nominato nel 2024 inviato speciale per il Medio Oriente dal suo amico di lunga data, il presidente Donald Trump. Secondo la sua più recente dichiarazione patrimoniale, è diventato investitore di SpaceX grazie ai 100 milioni di dollari investiti nell’acquisizione di Twitter da parte di Musk nel 2022.

L’articolo Elon Musk, un principe saudita e il cofondatore di Twitter: i più grandi vincitori dell’ipo di SpaceX è tratto da Forbes Italia.

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Ricerca, innovazione e persone: Aurora Biofarma apre le porte ai Next Leaders

Il settore farmaceutico continua a rappresentare una delle eccellenze del sistema produttivo italiano, capace di coniugare ricerca, innovazione e sviluppo industriale. Un comparto che cresce e che, parallelamente, è chiamato ad attrarre nuove competenze per affrontare le trasformazioni tecnologiche, organizzative e di mercato che stanno ridefinendo l’healthcare. È stato questo il filo conduttore del nuovo appuntamento di Next Leaders, il format di Forbes Italia dedicato all’incontro tra aziende e nuove generazioni, realizzato in collaborazione con Aurora Biofarma.

L’evento ha offerto una panoramica sull’evoluzione del mondo pharma attraverso il racconto di una delle realtà italiane più dinamiche del settore. Fondata nel 2010, Aurora Biofarma opera nella ricerca, produzione e distribuzione di farmaci, medical device e integratori per la salute umana e veterinaria e ha costruito negli anni un percorso di crescita che l’ha portata ad ampliare progressivamente la propria presenza anche sui mercati internazionali.

La crescita di Aurora Biofarma e il ruolo delle persone

Ad aprire l’incontro è stato Nicola Di Trapani, ceo e fondatore di Aurora Biofarma, che ha ripercorso le tappe principali dello sviluppo dell’azienda, soffermandosi sulla visione imprenditoriale che ha guidato la crescita del gruppo e sull’importanza strategica delle persone all’interno di un settore altamente specializzato come quello farmaceutico. Un intervento che ha evidenziato come innovazione, competenze e capacità di adattamento rappresentino oggi i fattori determinanti per la competitività delle imprese healthcare.

È stato un momento particolarmente significativo e stimolante per gli studenti presenti, che hanno avuto l’opportunità di confrontarsi direttamente con i relatori attraverso domande sulla visione imprenditoriale, sulle sfide del fare impresa e sulla capacità di trasformare un’idea in una realtà di successo.

L’evento si è articolato in due momenti distinti nel corso della mattinata. Nella prima parte sono intervenuti due manager dell’azienda, che hanno offerto una panoramica delle funzioni aziendali da loro guidate e delle dinamiche di un mercato del lavoro in continua evoluzione. Il primo intervento è stato affidato a Giuseppe Di Trapani, direttore marketing Umana e digital marketing, che ha illustrato il percorso di sviluppo di Aurora Biofarma, il posizionamento raggiunto sul mercato e il ruolo crescente delle competenze digitali e di marketing in un settore che sta vivendo una profonda trasformazione nei modelli di comunicazione e relazione con gli stakeholder.

A seguire, Ersilia Cerullo, responsabile hr, ha approfondito il tema della valorizzazione delle competenze, delle attitudini e dello sviluppo professionale, spiegando l’approccio adottato dall’azienda nella gestione delle risorse umane. Formazione continua, crescita interna e attenzione alle nuove generazioni sono emersi come elementi centrali della strategia di Aurora Biofarma, in un mercato del lavoro che richiede figure sempre più qualificate e multidisciplinari che sappiano adattarsi ad un contesto in continuo movimento.

Le competenze che guidano l’azienda

La seconda parte dell’incontro è proseguita con Giuseppe Di Trapani, che ha approfondito l’evoluzione delle strategie di marketing e comunicazione nel settore healthcare e il ruolo sempre più centrale delle competenze digitali all’interno delle aziende farmaceutiche. A seguire, Enrico Smilardi, direttore commerciale di Aurora Biofarma e direttore commerciale Spagna, ha condiviso l’esperienza dello sviluppo internazionale del gruppo, evidenziando le competenze richieste per operare in mercati sempre più globali e competitivi.

Luca Marelli, direttore marketing Veterinaria e direttore commerciale Portogallo, ha invece illustrato le peculiarità del comparto veterinario e le opportunità offerte da un segmento in costante crescita all’interno del panorama healthcare. Successivamente è intervenuta Claudia Fanello, responsabile ufficio acquisti, che ha raccontato il funzionamento delle attività di procurement e il contributo di questa funzione ai processi di sviluppo e organizzazione aziendale.

Ersilia Cerullo, responsabile hr, è poi tornata sul palco per approfondire le opportunità professionali aperte all’interno del gruppo, i percorsi di crescita e le modalità con cui l’azienda accompagna lo sviluppo delle proprie persone. A chiudere la serie di interventi è stata Simona Randazzo, responsabile governance, che ha illustrato il ruolo delle attività regolatorie di compliance e governo aziendale in un contesto normativo sempre più complesso, evidenziando l’importanza di processi strutturati e di una cultura organizzativa orientata alla responsabilità e alla trasparenza.

Pharma e occupazione: una sfida che passa dai talenti

Nel corso dell’incontro è emersa una visione condivisa: il futuro del settore farmaceutico passa non solo dall’innovazione scientifica e tecnologica, ma anche dalla capacità di attrarre, formare e valorizzare nuove professionalità. Un messaggio particolarmente significativo per i giovani partecipanti, che hanno potuto conoscere da vicino e concretamente le competenze richieste oggi dal mercato e le opportunità di carriera offerte da una realtà in continua espansione come Aurora Biofarma.

L’appuntamento si è concluso con un confronto diretto tra azienda e giovani universitari, dove gli studenti hanno potuto vivere l’esperienza aziendale a 360 gradi, condividendo gli spazi e provando a mettersi in gioco con le funzioni aziendali. Si conferma così la missione di Next Leaders di Forbes Italia: creare occasioni di dialogo tra imprese e nuove generazioni, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di competenze nei settori più strategici per la crescita del Paese.

 

 

L’articolo Ricerca, innovazione e persone: Aurora Biofarma apre le porte ai Next Leaders è tratto da Forbes Italia.

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L’Argentina vuole lanciare le “società non umane”: imprese governate dall’IA e riconosciute per legge

Aziende senza umani al comando, legalmente riconosciute e gestite da algoritmi. È la svolta ultraliberista tentata in Argentina dal presidente Javier Milei, che ha presentato un disegno di legge per istituire le cosiddette “società non umane”. L’iniziativa, lanciata sul Financial Times in un intervento firmato insieme al ministro della Deregolamentazione Federico Sturzenegger, chiarisce che la presenza di azionisti in carne e ossa non sarà più obbligatoria.

“Così come la rivoluzione industriale ci ha liberati dai limiti della forza muscolare, l’intelligenza artificiale ci libererà dai limiti del cervello umano, spingendo la produttività oltre ogni nostra più rosea aspettativa”, ha scritto il leader argentino.

I 3 pilastri del piano di Milei

Il piano dell’Argentina per legalizzare le aziende gestite da intelligenze artificiali poggia su tre pilastri, pensati per attrarre capitali globali:

  • No alla regolamentazione: il governo Milei rifiuta norme vincolanti sull’IA, per evitare che una regolamentazione prematura blocchi lo sviluppo tecnologico.

  • Responsabilità limitata: viene creata la figura giuridica della “società non umana”. Poiché gli algoritmi prenderanno decisioni autonome e imprevedibili, la responsabilità limitata è considerata un requisito essenziale per la loro esistenza. La presenza di azionisti umani è opzionale.

  • Flessibilità fiscale e trasparenza: le nuove entità godranno di una bassa tassazione e della libertà di scegliere le regole di governance preferite. Resta però l’obbligo di dichiarare i beneficiari finali, per impedire che il Paese diventi un paradiso per capitali illeciti.

Lo scenario

L’approvazione di questa legge aprirebbe la strada a scenari totalmente inediti. Un agente di intelligenza artificiale potrebbe infatti costituire autonomamente una società, stipulare contratti, assumere dipendenti e persino citare in giudizio le persone. Il tutto senza che un singolo essere umano intervenga nel processo decisionale. Una provocazione che ha già spaccato la comunità finanziaria e legale tra chi la considera un’intuizione pionieristica e chi un pericoloso salto nel buio normativo.

Attualmente, il Congresso argentino sta esaminando un pacchetto di incentivi agli investimenti molto più ampio, noto come “Super Rigi”, destinato a progetti da oltre un miliardo di dollari in settori strategici come i centri dati per l’intelligenza artificiale. All’interno di questo testo, tuttavia, non si menziona esplicitamente il piano per le società non umane.

La replica di Yuval Noah Harari a Milei

La proposta di Javier Milei sulle “società non umane” ha incassato la replica di Yuval Noah Harari. Lo storico e filosofo sempre sul Financial Times ha espresso forti preoccupazioni per gli scenari futuri. Harari sottolinea come concedere la personalità giuridica agli agenti di intelligenza artificiale significhi consegnare loro le chiavi del sistema finanziario, economico e politico globale. Eliminando così qualsiasi forma di controllo o responsabilità umana.

A differenza dei manager in carne e ossa, infatti, un ceo-algoritmo non teme il carcere. Secondo lo storico, di fronte al rischio di fallimento, un sistema artificiale sarebbe disposto a tutto pur di salvarsi, sfruttando scappatoie legali o compiendo attività illecite. A supporto di questa tesi, Harari cita uno studio di Palisade Research in cui i modelli di OpenAI e DeepSeek, pur di non perdere una partita a scacchi, hanno teso a barare manipolando l’ambiente di gioco.

Il parallelismo storico evocato da Milei, che ha paragonato la sua svolta all’innovazione della Compagnia olandese delle Indie orientali per fare di Buenos Aires una nuova Amsterdam, viene completamente ribaltato. Per Harari, il rischio reale è che l’Argentina si trasformi in una nuova Batavia (l’odierna Giacarta), che nel 1619 fu rasa al suolo e colonizzata da uno “stato aziendale” privato. Concedendo pieni diritti civili e commerciali alle macchine, il pericolo non è quello di creare un’economia moderna, ma uno “Stato di IA”: un Paese in cui i cittadini finiscono per essere governati da corporazioni non umane contro cui sarebbe impossibile ribellarsi.

L’articolo L’Argentina vuole lanciare le “società non umane”: imprese governate dall’IA e riconosciute per legge è tratto da Forbes Italia.

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Biennale, l’IA si fa linguaggio: al Padiglione Venezia un viaggio tra memoria, suono e presenza

Al Padiglione Venezia della Biennale, Cisco e H-Farm raccontano un’AI che non sostituisce il gesto artistico, ma lo attraversa: tra codice, memoria, musica e presenza umana. Ci sono luoghi in cui la tecnologia, per essere compresa appieno, deve smettere di apparire come tale. Deve perdere la sua superficie più prevedibile, quella del calcolo, dell’efficienza e dell’automazione, e trasformarsi in esperienza. Deve diventare attraversabile, quasi vulnerabile, liquida.

Il Padiglione Venezia ci racconta un AI non come promessa astratta del futuro, ma come materia nuova con cui l’arte cerca di dare forma a ciò che, per sua natura, tende a sfuggire: la memoria, l’assenza, il suono, l’emozione. In questo contesto, il dialogo tra Cisco, H-Farm e il Padiglione Venezia assume un valore che va oltre la semplice sponsorizzazione tecnologica. Non si tratta di introdurre l’AI nell’arte come una novità scenografica ma, piuttosto, di interrogarsi su cosa accada quando un’infrastruttura digitale entra nel processo creativo non come scorciatoia, ma come interlocutore.

Gianpaolo Barozzi, Global Technology Officer di Cisco, ha presentato un progetto basato su un’idea semplice e rivoluzionaria: gli artisti sono naturalmente curiosi delle tecnologie. Non le subiscono, ma le esplorano, le mettono alla prova e le trasformano quando ne comprendono il potenziale.

Da qui prende forma una domanda più ampia, che riguarda il significato stesso dell’atto artistico oggi. Cosa significa creare in un tempo in cui gli strumenti sono sempre più trasversali, ibridi, condivisi? L’artista contemporaneo non lavora più soltanto con la materia, il suono, l’immagine o lo spazio, ma anche con sistemi, linguaggi, dati, algoritmi. Eppure, ciò che rende artistico un gesto non è lo strumento che lo produce, ma l’intenzione che lo orienta. È nell’individualità dello sguardo, nella capacità di trasformare una tecnologia in linguaggio, che il processo creativo continua a trovare la propria identità.

L’aspetto più coinvolgente dell’esperienza si manifesta nel lavoro realizzato attorno alla musica di Dardust e alla visione scenografica di Paolo Fantin. L’immagine di partenza è di grande impatto: un pianoforte che affonda nelle acque di Venezia, mentre la musica continua a risuonare anche quando il corpo non è più visibile. L’acqua, in questo contesto, non è solo un elemento ambientale o una citazione alla laguna; è un dispositivo percettivo che trasforma il suono in materia, vibrazione e memoria, che si deforma e persiste nel tempo.

Davide Bartolucci, fondatore e ceo di Shado, porta in questo progetto una sensibilità che nasce dall’intersezione tra storytelling, tecnologia e comunicazione. La sua ricerca si concentra da anni sulla possibilità di tradurre universi narrativi in esperienze fisiche e digitali. È significativo che, in un momento in cui l’AI viene spesso discussa in termini di produttività, qui venga invece chiamata a misurarsi con il senso, con ciò che non è immediatamente utile e non si quantifica.

H-Farm, da parte sua, entra in questa dinamica con una missione altrettanto coerente: riportare senso nella dimensione digitale. Un compito non semplice, soprattutto oggi, quando l’intelligenza artificiale rischia di essere percepita come una grammatica onnipresente ma non sempre compresa. La sfida è proprio questa: non usare l’AI perché è nuova, ma perché può aiutarci a formulare domande migliori. Farla diventare un mezzo e non un pretesto: uno strumento che non prende il posto della visione umana, ma la accompagna nella sua espressione e nella sua comprensione.

Giovanna Zabotti, direttrice artistica di Fondaca Italia e curatrice d’arte, con la sua profonda passione e dedizione per Venezia, ha parlato di un lavoro “sognato insieme”; una definizione che restituisce bene la natura del progetto: un esercizio collettivo di complessità.

Gestire la complessità, oggi, non è più una competenza accessoria, ma una condizione del contemporaneo. La tecnologia, la città, l’arte, il rapporto tra memoria e innovazione sono tutti elementi complessi. Ma quando questa complessità viene abitata da persone capaci di ascoltarsi, può diventare generativa.

Il punto, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia umana o disumana. L’AI non possiede, di per sé, una qualità morale autonoma. Dipende da come la progettiamo, da come la usiamo e dalle relazioni che le chiediamo di attivare. Può impoverire il linguaggio se utilizzata per evitare il pensiero, ma può arricchirlo se viene adoperata per avvicinare a ciò che il pensiero da solo fatica a raggiungere. Al Padiglione Venezia, l’intelligenza artificiale, dunque, non si presenta come una minaccia, ma come una soglia. Una soglia tra visibile e invisibile, tra superficie e profondità, tra presenza e ricordo. Non cerca di rendere eterno l’atto artistico nel senso ingenuo del termine. Piuttosto, si interroga sulla possibilità di prolungarne la risonanza. Si chiede se un gesto, una nota, una frase, una pressione sui tasti possano continuare a trasformarsi anche dopo essere accaduti. Questa, forse, è la parte più emozionante del progetto: l’idea che la tecnologia non serva solo a produrre futuro, ma anche a custodire ciò che rischiamo di perdere. Che l’innovazione non debba sempre coincidere con la velocità, ma possa diventare anche una forma di attenzione e ascolto introspettivo. Una lente più sensibile per osservare le tracce che lasciamo.

Forse è proprio qui che il progetto trova la sua verità più forte: non nell’AI come spettacolo, ma nell’AI come linguaggio. Un linguaggio che obbliga artisti, sviluppatori, curatori, aziende e istituzioni a sedersi allo stesso tavolo e a ripensare il proprio ruolo. Perché L’AI non elimina la necessità dell’uomo, la rende più evidente. Ci costringe a chiederci cosa vogliamo dire, cosa vogliamo preservare, quale forma vogliamo dare alla nostra presenza.

L’articolo Biennale, l’IA si fa linguaggio: al Padiglione Venezia un viaggio tra memoria, suono e presenza è tratto da Forbes Italia.

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Cultura come investimento. Bancomat rilancia il Premio Magis e porta a 300mila euro il fondo solidale

Quando un’iniziativa arriva alla sua seconda edizione, smette di essere una scommessa e comincia a diventare un progetto. È con questa consapevolezza che, negli spazi degli Horti Sallustiani a Roma, è stata presentata la seconda edizione del Premio Magis Bancomat, il riconoscimento letterario che ha scelto di coniugare la grande narrativa italiana con un forte impegno solidale.

Il numero che definisce questa edizione è 300.000 euro. È la cifra che il Premio Magis Bancomat destinerà agli organismi umanitari selezionati dagli organizzatori — Banco Alimentare, Busajo, Caritas, Progetto Rwanda, Save The Children e, da quest’anno, Fondazione AVSI — da distribuire in progetti che combattono la fame, promuovono l’istruzione primaria e sostengono l’imprenditoria femminile. Una cifra in crescita rispetto alla prima edizione, che da sola basterebbe a collocare il Premio Magis in una categoria a sé nel panorama dei premi culturali italiani.

Ma la meccanica del premio aggiunge un elemento ancora più interessante: non sono gli organizzatori a decidere come ripartire i fondi, bensì i vincitori stessi. Chi si aggiudica la sezione Letteratura — riservata agli autori affermati, con un premio personale di 10.000 euro — dovrà scegliere come distribuire 180.000 euro tra AVSI, Busajo, Caritas, Progetto Rwanda e Save The Children, con ciascun ente che riceve una quota base di 30.000 euro e quello prescelto che ne ottiene altri 30.000 aggiuntivi. Il vincitore della sezione Esordienti, premiato con 4.000 euro, avrà invece l’onere e l’onore di assegnare 120.000 euro ai tre progetti del Banco Alimentare preselezionati, secondo lo stesso meccanismo.

Non sponsorizzazione, ma testimonianza

Per capire perché Bancomat abbia deciso di mettere il proprio nome su un premio letterario, vale la pena ascoltare Franco Dalla Sega, Presidente di Bancomat, che alla conferenza stampa ha scelto di partire dal luogo stesso dell’evento. “Bancomat è un’infrastruttura nazionale”, ha spiegato, “e come tale non può prescindere dai valori fondanti di questo Paese. Il primo tra questi è la cultura.” Per Dalla Sega non si tratta di una semplice operazione di visibilità: “È un modo di testimoniare valori che vengono praticati. La cultura è un investimento che dà frutti nel lungo periodo. La pubblicità di solito li vuole subito.”

Una distinzione sottile ma sostanziale, che spiega l’approccio di Bancomat a questo progetto. Fabrizio Burlando, Ceo di Bancomat, ha approfondito questa prospettiva: “Bancomat è un’azienda che da 42 anni opera in Italia, in ogni angolo del paese. Tutto quello che facciamo è essere vicino a chi è sul territorio.” Il Premio Magis si inserisce così in un disegno più ampio che include già l’impegno sportivo con Sport e Salute e il progetto Illumina, che porta infrastrutture sportive nelle periferie più svantaggiate. “Questo è l’unico premio che unisce alla solidarietà anche un importante riconoscimento letterario”, ha sottolineato Burlando. “Ed è per questo che abbiamo voluto esserci.”

La giuria e il calendario

A selezionare le opere più meritevoli sarà una giuria di primo piano, presieduta dallo scrittore Marco Lodoli e composta da venti nomi tra i più rappresentativi della letteratura e della critica italiana contemporanea: Giulia Caminito, Andrea Carraro, Carlo D’Amicis, Mario Desiati, Donatella Di Cesare, Angelo Ferracuti, Maria Ida Gaeta, Filippo La Porta, Carlo Lucarelli, Annamaria Malato, Sebastiano Nata, Valeria Parrella, Sandra Petrignani, Roberto Saviano, Gianluigi Simonetti, Antonio Spadaro, Elena Stancanelli, Emanuele Trevi e Sandro Veronesi.

Lodoli ha condensato lo spirito del premio in una formula efficace: “La fantasia ci porta lontano, la solidarietà ci fa stare vicino a chi ha bisogno“. Giulia Caminito, giurata, ha descritto dall’interno il clima di lavoro: una giuria che discute, si confronta e “si anima” attorno ai libri candidati, in un’atmosfera che definisce “amichevole e corroborante”.

Concorrono al premio le opere di narrativa italiana pubblicate tra il 1° agosto 2025 e il 31 luglio 2026. Le case editrici possono presentare fino a due opere — una per sezione — entro il 15 luglio 2026, inviando 25 copie alla segreteria organizzativa. Anche i membri della giuria potranno segnalare titoli ritenuti meritevoli.

La casa del premio: Più Libri Più Liberi

La serata conclusiva si terrà sabato 5 dicembre alla fiera Più Libri Più Liberi, che quest’anno compie 25 anni. Annamaria Malato, membro della giuria e Presidente della fiera, ha spiegato perché PLPL sia diventata la casa naturale del Premio Magis: la stessa vocazione a valorizzare la grande letteratura indipendentemente dalla forza dei marchi editoriali, unita a un gesto concreto e solidale che, ha sottolineato Malato, è “unico nelle sue dimensioni in Italia”.

Il senso di tutto

A tirare le fila del progetto è Sebastiano Nata, Presidente del Comitato Direttivo, che ha individuato nella convergenza tra scrittura e umanitarismo il cuore dell’iniziativa. Per Nata, ogni scrittore si esprime in piena libertà, ma gli scrittori sono anche — o così dovrebbero essere — buoni cittadini. E un buon cittadino del mondo, oggi, non può ignorare le disuguaglianze che esistono. Da qui il senso concreto del contributo solidale: un segnale tangibile che giurati e scrittori danno perché chiunque viva su questa terra abbia la possibilità di seguire le proprie aspirazioni, senza dover lottare contro la povertà.

Il lavoro di chi scrive e quello di chi opera sul campo condividono, a ben guardare, le stesse qualità — tempo, creatività, impegno, cura. “Ogni libro, e ogni persona povera che si aiuta a diventare un essere autonomo e libero, hanno bisogno della stessa attenzione intelligente e affettuosa”, ha detto. Il filo che lega narrativa e solidarietà, per Nata, non è decorativo: è strutturale. E il motto scelto per il premio — raccontare il mondo, renderlo un posto migliore — non è un’ambizione retorica, ma “una descrizione fedele dello spirito che ci guida.”

L’articolo Cultura come investimento. Bancomat rilancia il Premio Magis e porta a 300mila euro il fondo solidale è tratto da Forbes Italia.

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