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Groenlandia, perché Trump la vuole

In senso strettamente geografico l’Artico è un mare mediterraneo, poiché vi si affacciano tre interi continenti: Asia,Europa e America. Come Africa,Asia ed Europa si affacciano sul Mediterraneo in senso proprio. Ma ormai possiamo comparare i due mari anche perché mutamento climatico e tecnologia li avvicinano per intensità di scambi e percorrenze.

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Cripto, credito e vigilanza: non è più solo speculazione

Il dibattito sulle cripto-attività sta entrando in una nuova fase. Potrebbe finire presto la polarizzazione tra entusiasti – genuini, manipolatori, ingenui – e demonizzatori, coloro che si sono concentrati esclusivamente sui prezzi, sulle bolle speculative e sulle truffe, riducendo un fenomeno complesso a una caricatura finanziaria. Con una capitalizzazione globale del mercato cripto che ha superato i 4 trilioni di dollari, il tempo sembra maturo per spostare il confronto su un terreno più solido e politicamente rilevante: quello del ruolo che le tecnologie sottostanti le criptovalute (DLT, distributed-ledger-technology, blockchain, ecc.), che con esse coincidono ma che svolgono funzioni anche assai differenti, possono assumere (e già hanno assunto) per gli scambi economici e l’efficienza delle infrastrutture di mercato. Interrogandoci sulla più opportuna postura che gli Stati e le autorità di supervisione finanziaria debbano assumere di fronte ad un fenomeno che, nato apposta per sfuggire al loro controllo, assume proporzioni rilevanti per l’economia reale.

In generale, governi e vigilanza mantengono una posizione di estrema prudenza, spesso difensiva, con l’Unione europea sul podio – anche in questo campo – per ortodossia e conservatorismo. Nel frattempo, diventa sempre più evidente che sotto la crosta speculativa si sta consolidando un insieme di tecnologie – la tokenizzazione e i registri distribuiti – che promettono di modificare in profondità il modo in cui gli asset (tutti gli asset, non solo quelli nati dall’anarchismo finanziario) vengono emessi, scambiati e regolati.

Un nuovo credito?

Al termine del terzo trimestre del 2025, l’ammontare globale del credito erogato e garantito da criptovalute ha raggiunto un nuovo massimo storico, segnando il culmine di un percorso turbolento caratterizzato da cicli estremi di espansione e contrazione. Si tratta di un credito ancora fortemente mosso da obiettivi di pura speculazione ma che, in modo crescente, è finalizzato a funzioni di gestione ed efficienza dei flussi finanziari. Questo credito è la somma di quanto erogato tramite protocolli di finanza decentralizzata (DeFi), da intermediari centralizzati (CeFi) e attraverso l’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) per la creazione di stablecoin.

Tra il 2020 e il 2021, il mercato aveva già vissuto la sua prima fase di crescita esponenziale, guidata dall’innovazione dei contratti intelligenti su Ethereum (ETH) e dalla proliferazione di piattaforme di prestito che offrivano rendimenti ampiamente superiori a quelli dei depositi bancari tradizionali (Aramonte et al., 2022). Questo periodo, spesso definito “DeFi Summer”, ha visto il debito aperto passare da valori prossimi allo zero alla fine del 2019 a circa 5 miliardi di dollari alla fine del 2020, con il picco di 69,37 miliardi di dollari registrato nel quarto trimestre del 2021 (Pokorny, 2025-2). Tuttavia, la fragilità di molti modelli di business centralizzati (CeFi) e l’interconnessione opaca tra i vari attori hanno portato a un collasso sistemico nel 2022. Il crollo di protocolli come Terra/Luna e il conseguente fallimento di giganti del credito come Celsius, Voyager e Genesis hanno ridotto drasticamente la fiducia e la liquidità (Mittal, 2023; FSB, 2025).

La ripresa osservata tra il 2024 e il 2025 è stata guidata non solo dal recupero dei prezzi degli asset, ma da una migrazione strutturale verso la trasparenza della DeFi e dall’ingresso di capitali istituzionali regolamentati attraverso nuovi strumenti, come gli ETF spot, fondi d’investimento quotati in borsa che detengono direttamente l’attività sottostante, come ad esempio il Bitcoin (BTC) o ETH, anziché derivati o contratti finanziari (TRM, 2025).

La DeFi è infatti diventata il segmento dominante, con un’esposizione che ha raggiunto i 40,99 miliardi di dollari a fine settembre 2025. Dando prova di una resilienza strutturale superiore: laddove gli intermediari centralizzati sono crollati a causa di esposizioni non garantite e di una gestione opaca delle riserve, i protocolli DeFi hanno preservato la propria solvibilità grazie a sistemi di liquidazione automatica basati su smart contract. Questi meccanismi hanno operato in modo trasparente e istantaneo al variare dei prezzi, garantendo l’integrità dei pool di liquidità in tempo reale.

Il settore CeFi, dopo il crollo del 2022, si è consolidato attorno a pochi attori altamente capitalizzati. A settembre 2025, i prestiti CeFi tracciati ammontavano a 24,37 miliardi di dollari. A differenza del 2021, i prestatori CeFi odierni operano con criteri di collateralizzazione molto più rigorosi, spesso richiedendo BTC o ETH come garanzia primaria per prestiti in contanti o stablecoin.

L’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) rappresenta il metodo più antico di creazione del credito on-chain, permettendo agli utenti di generare nuove unità di stablecoin depositando asset in eccesso. Nel 2025, questo segmento rappresenta l’11,2% del mercato totale del credito, con circa 8,23 miliardi di dollari di debito circolante

Va ricordato anche che, con una capitalizzazione di oltre 300 miliardi di dollari, le stablecoin sono diventate un acquirente sistemico di debito pubblico statunitense: nell’ultimo anno, la sottoscrizione di titoli del Tesoro USA da parte degli emittenti di stablecoin è cresciuta dell’80%, arrivando a detenere il 2,1% di tutti i T-bills in circolazione. Spiegando le attenzioni dell’amministrazione Trump: mentre il credito cripto cerca di essere indipendente dal sistema bancario, la sua sicurezza e liquidità dipendono sempre più dalla solvibilità del debito sovrano degli Stati Uniti (una crisi di liquidità nelle cripto-attività potrebbe forzare la vendita di decine di miliardi di dollari in titoli di Stato tradizionali).

Oggi il nuovo massimo globale del credito in cripto ammonta a 73,59 miliardi di dollari (fine settembre 2025), e si tratta di un valore meno esposto alla sola spinta speculativa e molto più figlio di un mercato “sano”, rispetto al 2021, poiché una quota maggiore del debito (oltre il 66,9%) risiede su protocolli cosiddetti “on-chain”, trasparenti e automatizzati, riducendo il rischio dei fallimenti opachi e imprevedibili, tipici delle entità centralizzate.

Si è già detto che di questi 74 miliardi di dollari di credito, a livello globale, la componente dominante resta la leva a scopo speculativo: gli utenti depositano asset (come ETH) per prendere in prestito stablecoin da reinvestire nel mercato, amplificando l’esposizione. Tale attività è altamente riflessiva rispetto ai prezzi: quando i prezzi salgono, la capacità di indebitamento aumenta, alimentando ulteriore leva. 

Ma il fenomeno nuovo e del tutto spiazzante rispetto alla narrativa dominante sulle cripto è la crescita pure delle forme di credito per l’economia reale. Ad agosto 2025, il mercato del private credit tokenizzato (prestiti on-chain garantiti da asset fisici o attività commerciali reali) ha raggiunto un valore di circa 16 miliardi di dollari. Piattaforme come Centrifuge o Maple Finance finanziano direttamente fatture commerciali, crediti alle imprese o progetti immobiliari, collegando la liquidità on-chain a debitori del mondo reale. 

Inoltre, circa 12 miliardi di dollari di debito tracciato sono riconducibili a società di tesoreria digitale (Digital Asset Treasury Companies, DATCOs) che utilizzano il credito per integrare le proprie strategie di acquisto di asset o per la gestione della liquidità operativa.

In sintesi, sebbene la maggior parte dei 74 miliardi di dollari di credito basato su cripto-attività serva ancora a supportare l’ecosistema finanziario digitale stesso, con le sue derive speculative, secondo i dati disponibili, circa il 20-22% è ora direttamente collegato al finanziamento dell’economia reale.

Let crypto burn?

Ecco perché diventa interessante il dibattito che si sta aprendo tra le autorità di vigilanza. Un recente studio della Banca d’Italia (Biancotti, 2026), coglie un nodo tecnico cruciale: nelle blockchain pubbliche, come ETH, il rischio di mercato associato al token nativo non rimane confinato alla sfera degli investitori, ma si trasforma in un vero e proprio rischio infrastrutturale. La sicurezza di queste reti, infatti, dipende da validatori indipendenti che mettono a disposizione capitale e capacità computazionale in cambio di ricompense denominate nel token stesso. Se il valore di mercato di quel token crolla in modo persistente, l’incentivo economico a mantenere operativa l’infrastruttura viene meno.

Le conseguenze possibili non sono astratte: un’uscita dei validatori rallenterebbe o paralizzerebbe il regolamento delle transazioni, mentre un prezzo depresso abbasserebbe drasticamente il costo economico di un attacco alla rete. In questo scenario, anche asset percepiti come relativamente sicuri – stablecoin, obbligazioni tokenizzate, strumenti di pagamento digitali – risulterebbero esposti a rischi operativi e di manipolazione. La conclusione dell’autrice è netta: le Banche Centrali non possono, né devono, intervenire per sostenere artificialmente il prezzo di asset privati e volatili al solo fine di mantenere in vita l’infrastruttura sottostante.

Questa posizione è difficilmente contestabile, in punta di diritto, di principi regolamentari e della millenaria storia della moneta. Ma un altro recente studio, questa volta della Bank for International Settlements (Aquilina et al., 2025), mette in guardia contro un approccio riassumibile nello slogan “let crypto burn”. Secondo gli autori, lasciare collassare in modo disordinato l’ecosistema cripto potrebbe produrre un effetto collaterale rilevante: compromettere irreversibilmente lo sviluppo della tokenizzazione degli asset reali.

La tokenizzazione – la possibilità di rappresentare diritti su immobili, obbligazioni o crediti sotto forma di token negoziabili su registri distribuiti – non è più, e forse non è mai stato, solo un esercizio speculativo. È, prima di tutto, e vuole essere, un salto di efficienza infrastrutturale. La stessa BIS documenta come queste soluzioni spesso riducano fortemente i tempi di regolamento da T+2 a T+0, abbattendo costi operativi, rischi di controparte e complessità post-trade. Se l’intero ecosistema viene lasciato “bruciare” senza costruire canali di migrazione sicuri, il rischio è di soffocare questa innovazione, e il suo impatto potenziale sull’economia reale, che vuol dire imprese e famiglie, assai prima che possa essere assorbita all’interno di circuiti regolamentati. 

A ben guardare, è su questo crinale che si colloca la risposta europea, nella sua ambivalenza. Il quadro normativo dell’Unione europea, infatti, mantiene forte prudenza e approccio ultra-conservativo, con qualche apertura. Il MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation, il Regolamento UE che disciplina l’emissione, l’offerta al pubblico e l’ammissione alle negoziazioni di cripto-attività) tenta di isolare il rischio speculativo, distinguendo tra token puramente volatili e strumenti con un ancoraggio reale. E il DLT Pilot Regime (Regolamento UE 2022/858) offre un ambiente controllato in cui testare l’emissione e la negoziazione di strumenti finanziari tokenizzati, provando ad evitare che il destino della tecnologia venga legato indissolubilmente alla volatilità delle cripto-attività non regolamentate. 

Anche a Bruxelles, cioè, ci si è resi conto che ridurre il fenomeno della finanza decentralizzata a una patologia significa ignorare un dato strutturale: la tokenizzazione e il credito alternativo tendono a crescere proprio dove l’intermediazione bancaria tradizionale è meno presente. È in questi spazi che si sperimentano nuove forme di efficienza finanziaria. 

La sfida per la vigilanza, dunque, non è salvare Ether o legittimare la speculazione, ma impedire che i fallimenti della “finanza ombra” delle cripto finiscano per delegittimare una tecnologia che può riformare in profondità l’infrastruttura dei mercati. Il vero obiettivo pubblico non è il prezzo del token, ma la sicurezza della ferrovia su cui, sempre più spesso, viaggiano pezzi dell’economia reale.

Insomma, il sistema cripto è via via più integrato nell’economia reale e, sebbene ancora dominato dalle spinte speculative, un approccio alla vigilanza che non consideri anche questa componente rischia di non svolgere appieno il proprio ruolo a tutela e salvaguardia della stabilità economica. Proprio come quando si decide di non far fallire banche “too big to fail”, o banche guidate dai furbetti di turno, o cooperative bancarie catturate da oligarchie di soci, anche per il mondo cripto potrebbe arrivare un momento in cui, dato il valore dell’infrastruttura in sé, il beneficio del salvataggio supera il costo dell’iniquità implicita sottostante.

Minimo glossario

DLT (Distributed Ledger Technology): tecnologia basata su registri distribuiti. È un database non centralizzato dove le informazioni sono condivise tra più nodi della rete, rendendole immutabili e trasparenti.

Permissionless Blockchain: una blockchain “senza permessi” dove chiunque può partecipare alla validazione delle transazioni senza autorizzazione centrale.

Staking: il processo di “deposito” di token da parte dei validatori come garanzia del proprio comportamento onesto. Se il validatore bara, una parte di questo deposito viene distrutta (slashing).

Token Nativo: l’asset originale di una blockchain (es. Ether per Ethereum), utilizzato per pagare le commissioni e ricompensare i validatori.

Validatore: entità che gestisce l’infrastruttura hardware e software necessaria per confermare le transazioni e mantenere la sicurezza della rete.

Bibliografia citata

Aquilina M., Cornelli G., Frost J., Gambacorta L. (2025), Cryptocurrencies and

decentralised finance: functions and financial stability implications, Bank for International Settlements, link qui 

Aramonte S., Doerr S., Huang W. and Schrimpf A. (2022), DeFi lending: intermediation without information?, Bank for International Settlements, link qui 

Biancotti C. (2026), What if Ether Goes to Zero? How Market Risk Becomes Infrastructure Risk in Crypto, Banca d’Italia, link qui

Chainalysis (2025), The 2025 Geography of Crypto Report. What regional trends reveal about what’s next in crypto, link qui 

Financial Stability Board – International Monetary Fund (2023), Synthesis Paper: Policies for Crypto-Assets, link qui

Financial Stability Board (2025), Thematic Review on FSB Global Regulatory

Framework for Crypto-asset Activities, Peer review report, link qui 

International Monetary Fund (2025), Crypto Assets Monitor, link qui 

Matsuoka D., Hackett R., Zhang J., Zinn S., Lazzarin E. (2025), State of Crypto 2025: The year crypto went mainstream, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui 

Mittal K. (2023), Risk Management: DeFi Lending & Borrowing, link qui 

Pokorny Z. (2025-1), The State of Crypto Lending. Bringing Transparency to an Opaque Market, Galaxy Research, link qui 

Pokorny Z. (2025-2), The State of Crypto Leverage: Q3 2025 Market Breakdown, Galaxy Research, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui 

Powerdrill (2025), Institutional Cryptocurrency Adoption 2025: Bitcoin ETF Boom, Corporate Treasuries, and DeFi–RWA Growth Report, accesso eseguito il 12 gennaio 2026, link qui

TRM (2025), Global Crypto Policy Review Outlook 2025/26 Report, link qui 

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Il feudalesimo imposto da re Donald. L’ora delle scelte per l’Europa

La Trumpnomics e gli accordi bilaterali siglati nel 2025 partono dal presupposto di un mondo “indebitato” con gli Usa per i motivi più diversi e si inseriscono nell’ambito di una strategia tesa a riorganizzare i propri debitori secondo un sistema feudale diviso in tre ordini. Innanzitutto ci sono i Paesi che pagano pegno agli Usa sotto forma di investimenti diretti. Poi vengono quelli che versano il loro tributo in termini di incremento del peso americano nelle proprie catene del valore e negli approvvigionamenti strategici. Infine al gradino più basso ci sono i Paesi fuori dal sistema che pagano sotto forma di dazi e altri spiacevoli servizi accessori. 

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Con il popolo iraniano! Mobilitiamoci in ogni città

Migliaia di ragazzi e ragazze, studenti e studentesse universitarie stanno da giorni in piazza a fianco di lavoratrici e lavoratori organizzati che protestano contro il carovita e contro un sistema politico che, da decenni, reprime il dissenso.

È una mobilitazione di popolo, nonviolenta, che è in continuità con il movimento Donna Vita Libertà e reclama un profondo cambiamento di giustizia sociale e democrazia. Siamo con chi resiste, con chi non si piega, con chi rischia tutto per i diritti e la democrazia.

No alla repressione del regime, che sta causando migliaia di morti e di arresti.

No a ogni intervento imperialista e coloniale. Nessun re del mondo, basta guerre per il petrolio. Basta guerre e bombe “in nome della libertà”.

Il futuro dell’Iran appartiene solo al suo popolo. Al fianco del popolo iraniano, scendiamo in piazza in ogni città, mobilitiamoci per fermare il massacro e per richiedere l’immediata liberazione di tutti i prigionieri politici.

Donna, Vita e Libertà: il tempo è adesso!

Rete Italiana Pace Disarmo – Sbilanciamoci! – AOI Cooperazione e Solidarietà Internazionale – Stop Rearm Europe Italia

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Non sarà Trump a liberare l’Iran

In Iran, scrisse nelle sue memorie sulla rivoluzione khomeinista del 1979 l’ambasciatore britannico Anthony Parson, non abbiamo fallito per mancanza di informazione ma di immaginazione. Ecco forse non bisogna ripetere lo stesso errore adesso che stiamo chiedendoci cosa accadrà e ci sembra di essere impotenti di fronte alle stragi nelle città iraniane.

La domanda è se un intervento esterno possa aiutare l’opposizione ad abbattere un regime al potere da oltre 45 anni in un Paese di 90 milioni di abitanti, 1,6 milioni di chilometri quadrati con le quarte riserve al mondo di petrolio e le seconde di gas che, messe a regime, potrebbero rifornire i consumi di tutta l’Unione europea. Già in poche righe c’è tutto: attaccare l’Iran significa attaccare una potenza nel cuore pulsante del Medio oriente.

L’unico stato della regione che occupa con il nome di Persia più o meno gli stessi confini da tremila anni e da sempre i nostri libri di storia greco-romana. Non c’è iraniano, pro o anti-regime, che non sia cosciente di questo: il nazionalismo è il vero collante di un Paese che ha sempre visto il mondo arabo e i vicini come ostili.

Gli interventi esterni nell’ultimo mezzo secolo abbondante hanno avuto esiti tragici e contrari al loro obiettivo. Il colpo di stato anglo-americano del 1953 contro il leader laico e democratico Mossadeq (nazionalizzatore del petrolio) riportò lo Shah Pahlevi al potere dittatoriale della corona ma aprì la strada al processo rivoluzionario.

Nel settembre 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attaccò l’Iran con il sostegno di tutti gli stati arabi (tranne la Siria), dell’Unione sovietica, degli Usa e gran parte dell’Europa. Tutti pensavano che Teheran, priva dell’esercito dello Shah e dell’aiuto americano, in pieno marasma rivoluzionario, sarebbe crollata in poche settimane. Il risultato fu una guerra di otto anni con un milione di morti che invece di indebolire rafforzò il regime di Khomeini e la repressione interna.

Gli interventi militari esterni occidentali in Medio oriente sono stati dei fallimenti, dall’Afghanistan, all’Iraq alla Libia. Gli iraniani li hanno osservati da vicino pagando un prezzo: il crollo dell’Iraq ha rappresentato l’ascesa dell’Isis, un gruppo radicale sunnita che era diventato una minaccia mortale per gli sciiti iraniani. L’Isis fu fermato a un’ora di auto da Baghdad dai pasdaran e dalle milizie del generale iraniano Qassem Soleimani, poi fatto fuori da un missile proprio da Trump.

Una parte degli iraniani, soprattutto della diaspora estera, punta su un intervento esterno come ha evocato Trump perché pensa che questa sia l’unica possibilità di rovesciare un regime. Molti altri sono contrari perché c’è il rischio di alimentare la propaganda del regime sulla «mano straniera», una carta che la Guida suprema Khamenei ha già giocato sin dai primi giorni delle proteste accusando Usa e Israele. Dopo quanto accaduto a Maduro in Venezuela, si affaccia l’ipotesi di un’operazione speciale per sequestrare anche lui. Potrebbe non bastare perché se è vero che la Guida ha l’ultima parola, l’Iran non è una dittatura ma un sistema autocratico e repressivo assai vasto, oliato da anni di guerre.

Minato dalle sanzioni, dopo i disastri subiti da Hamas, Hezbollah e la caduta del siriano Assad, il sistema ha fallito per la sua inefficienza sotto il profilo economico e dell’influenza regionale (tranne che in Iraq e Yemen) ma l’apparato militare e poliziesco è ancora funzionante.
Siamo sicuri che i vicini di Teheran vogliano davvero un Iran democratico? La Turchia di Erdogan, membro della Nato, ha degli accordi con gli ayatollah, ma l’Iran è un Paese storicamente concorrente e dotato di risorse enormi. Gli stati del Golfo poi sono tutte monarchie sunnite assolute e non si sa quanto guarderebbero con simpatia una democrazia ai loro confini.

Ma soprattutto Trump è intenzionato a lanciare un’azione in larga scala contro l’Iran? Il presidente americano oggi esaminerà varie opzioni dai cyber attacchi a obiettivi militari e civili, a nuove sanzioni e anche bombardamenti (in coordinamento con Israele). Ma non pare che voglia rischiare di rimanere impantanato in qualche conflitto di lungo termine. Come dimostra il Venezuela, Trump punta a interventi mirati, spettacolari, che non è detto portino alla democrazia o a un cambio di regime. Al petrolio invece sì, ci tiene molto, quello conta tantissimo.

Informando l’opinione pubblica che l’Iran potrebbe essere disposto a negoziare, Trump fa capire che i pozzi iraniani di oro nero, che riforniscono la Cina, sono un obiettivo principale. Come e ancora più del Venezuela, l’Iran è una questione internazionale. La Cina, maggiore acquirente del petrolio iraniano, ha dichiarato il suo appoggio al regime mentre Russia, Cina e Iran stanno tenendo esercitazioni navali congiunte in Sudafrica (Brics). In Iran e in Medio Oriente come diceva Lord Curzon ogni goccia di petrolio equivale a una goccia di sangue.

Ma allora come fermare la strage degli iraniani? Forse ci vuole appunto un po’ di immaginazione politica e di consapevolezza su come aiutarli, anche all’estero, a elaborare un piattaforma politica e una dirigenza che superi le loro divisioni. L’Iran democratico è ancora da immaginare e progettare. Ma un giorno potrebbe sorprendere gli ayatollah e magari pure Trump.

Articolo pubblicato dal manifesto il 12 gennaio 2026

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I gravi impatti dell’accordo Ue-Mercosur

L’accordo UE-Mercosur, approvato a maggioranza qualificata dai Paesi membri dell’Unione, rappresenta un precedente senza pari nella storia commerciale europea: è il primo trattato passato senza consenso unanime nel Consiglio Ue, ma con l’opposizione di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, e l’astensione del Belgio. L’intesa che vincolerà, dopo 25 anni di negoziati, il mercato comune europeo all’area di libero scambio condivisa da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, viene presentata dai suoi contraenti, e dai partiti socialisti europei e brasiliani, come un’alternativa strategica imperdibile nella fase attuale. Al punto tale che la Commissione vorrebbe farlo approvare provvisoriamente addirittura prima che il Parlamento europeo lo ratifichi.

Decisivo il sostegno della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni che ha assicurato, dopo un iniziale rigetto, il voto determinante all’accordo dopo aver ottenuto dalla Commissione europea maggiori garanzie e un anticipo di 45 miliardi di euro sui fondi PAC 2028 già stanziati, per sostenere, tra due anni, eventuali perdite straordinarie del settore agricolo. Spaccando con l’alleata di Governo, la Lega, che ha mantenuto una posizione contraria allineata con molte delle organizzazioni agricole, Meloni ha dichiarato di aver scelto “una linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea portata avanti con determinazione”. Al suo fianco Ursula von der Leyen, che ha difeso l’intesa come “risposta europea a un mondo sempre più ostile e caratterizzato da tensioni commerciali, tariffarie e geopolitiche”, insistendo sulla necessità di consolidare la presenza dell’UE in America Latina. In continuità con la linea sviluppista assunta non da ieri, anche i democratici europei e italiani hanno difeso l’accordo come economicamente vantaggioso e geopoliticamente necessario. Tuttavia, la maggioranza dei corpi intermedi nel loro ideale bacino elettorale e culturale, organizzazioni sindacali, ambientaliste, di cooperazione, indigene e ecclesiali, in Europa come nel Mercosur, ha affermato e confermato dopo il voto la propria radicale contrarietà a questa ennesima liberalizzazione senza rete. 

I benefici economici promessi dalla Commissione, come la riduzione di circa 4 miliardi di euro dei dazi sulle esportazioni UE e l’espansione prevista degli scambi commerciali fino a 111 miliardi di euro, rischiano di rimanere puramente teorici, e incommensurabili rispetto anche alle sole conseguenze economiche sui prezzi interni, la redditività delle imprese e l’occupazione in Europa.

Il cuore della opposizione si concentra sui prezzi alla produzione agroalimentare. L’apertura del mercato europeo a carne bovina, pollame, zucchero, riso ed etanolo dai Paesi Mercosur comporterà una pressione immediata sui prezzi interni, stimata in una diminuzione del 3-5% per le filiere più sensibili, con effetti più marcati sulle aziende di piccola e media dimensione, già fragili per i costi energetici e normativi. Per il lattiero-caseario e per i produttori di vini e prodotti Dop/Igp, l’espansione del mercato può comportare un aumento della concorrenza e una riduzione dei margini, pur offrendo opportunità di accesso per le imprese più grandi a nicchie di alta qualità. Soprattutto, si continua a erodere la capienza del mercato europeo, che è l’unico mercato di sbocco per i più piccoli, con prodotti a prezzo più basso. L’impatto occupazionale stimato, combinando effetti diretti e indiretti, potrebbe tradursi in una perdita di 100.000-120.000 posti di lavoro in Europa, con l’Italia particolarmente esposta a chiusura di aziende familiari e riduzione di occupazione rurale.

Coldiretti ha sottolineato che “chi vuole esportare in Europa deve rispettare gli stessi standard produttivi, ambientali e sanitari”, e l’intero settore ha respinto l’anticipo dei fondi PAC e il fondo di crisi da 6,3 miliardi, perché non affrontano le criticità strutturali legate all’apertura del mercato e alla competizione con prodotti sudamericani ottenuti con costi inferiori grazie a standard produttivi e ambientali meno rigorosi. Se l’Italia è tra i Paesi europei che, con 900 mila controlli doganali sulle merci all’ingresso nel 2025, è tra i meno permeabili, nel perimetro dell’Unione nel sono stati controllati almeno i documenti di appena 82 carichi in entrata ogni milione: lo 0,0082% del totale. E il trattato, ‘semplificando’ i controlli reciproci, li ridurrà ancora di più tra le due parti.

Anche sul fronte ambientale e della sicurezza dei prodotti le criticità nei Paesi del Mercosur sono sempre più gravi. In Brasile, ad esempio, le recentissime leggi 15.190/2025 e 15.300/2025 hanno semplificato e indebolito le licenze ambientali per progetti “strategici” come trivellazioni petrolifere nella Foz do Amazonas, con incidenti confermati di fuoriuscita di fluidi di perforazione che hanno inquinato falde acquifere e campi. Lo Stato del Pará ha posticipato la tracciabilità obbligatoria del bestiame dal 2025 al 2030, prolungando il rischio sicurezza e qualità della carne esportata in Europa. Infine, l’avvenuta recente ritrattazione di studi scientifici sulla sicurezza del glifosato, pesticida utilizzato in quantità massicce nell’area del Mercosur, evidenzia ulteriori rischi per la salute pubblica e la qualità dei prodotti importati. Senza dimenticare che circa il 30% di erbicidi e pesticidi legali in quei Paesi da noi sono vietati da molti anni.

Per facilitare la firma del trattato, sul versante europeo, è stato concordato tra le parti il rinvio dell’applicazione della Direttiva europea Foreste (Eudr) per tracciare e colpire legname e derivati da deforestazione, ed è stato salutato positivamente  l’indebolimento delle altre due leggi-quadro sulla Certificazione di sostenibilità (Corporate Sustainability Reporting Directive – Csrd) e sulla tracciabilità sociale delle filiere (Corporate Sustainability Due Diligence – Cs3d), che, nel quadro dell’operazione più generale delle cosiddette “semplificazioni” normative europee, ne stanno indebolendo gli standard di produzione e la loro effettiva verifica. Senza dimenticare che l’espansione dell’agribusiness nell’area amazzonica ne sta letteralmente soffocando gli abitanti, esposti, come ha dimostrato uno studio di Greenpeace Brazil, a un livello di emissioni e inquinamento dell’aria maggiore rispetto a quelli prodotti nelle grandi megalopoli del Sud. 

Le organizzazioni della società civile ed ambientaliste europee, anche per queste ragioni, hanno criticato duramente l’accordo. Secondo Jean Blaylock della European Trade Justice Coalition  “i leader europei stanno scegliendo di prioritizzare i profitti delle grandi imprese, a scapito di lavoratori e piccoli agricoltori, violando diritti indigeni e distruggendo la natura”.

Greenpeace e ClientEarth evidenziano aumenti prevedibili delle emissioni di gas serra e della deforestazione in Amazzonia, Cerrado e Pantanal, mettendo in contraddizione la narrativa climatica dei sostenitori del trattato. Le organizzazioni indigene denunciano che circa l’83% della biodiversità mondiale nelle aree amazzoniche e del Cerrado è minacciata dall’espansione agricola incentivata dal trattato, senza garanzie vincolanti sulla consultazione preventiva o sui diritti territoriali. Jan Königshausen della Society for Threatened Peoples ha sottolineato che l’accordo “esternalizza la distruzione ambientale e i conflitti sociali verso chi ha contribuito meno alle crisi, senza offrire protezioni reali”. I sindacati, tra cui Etuc e i coordinamenti del Cono Sur, confermano che il trattato non tutela adeguatamente i lavoratori e favorisce forme di dumping sociale: la pressione sui prezzi e la liberalizzazione possono ridurre salari e peggiorare condizioni di lavoro. I piccoli e medi produttori in Belgio, Francia, Polonia, Grecia, e anche in Italia, sono tornati a bloccare strade e città con i trattori, dimostrando che il dissenso sociale e politico non si è attenuato e che l’accordo rischia di generare tensioni durature. In un contesto in cui i cittadini reclamano maggiore tutela delle produzioni locali, dell’ambiente e dei diritti sociale, ciò che fa maggiore impressione a chi scrive è il sostegno compatto e senza sfumature dei socialdemocratici europei e nostrani a questo tipo di operazione. Sembrano voler rimuovere che alle elezioni europee del 2024 la partecipazione è stata poco più del 50 %, con quasi metà degli aventi diritto che non ha votato, segno di disillusione verso istituzioni percepite come lontane dalle preoccupazioni economiche e sociali della popolazione, soprattutto nei territori rurali.

Quasi più dei propri colleghi di centrodestra, i socialdemocratici rivendicano ragioni geopolitiche dipingendo l’accordo UEMercosur come una leva strategica per competere con la Cina e gli Stati Uniti sullo scacchiere globale. Ma sono proprio queste ragioni le più deboli e illusorie dell’intera operazione. La Cina è, infatti, attualmente, il principale partner commerciale del Mercosur, con una quota stimata di circa 26,7 % del commercio esterno del blocco nel 2023, oltre al legame politico cementato nei Brics col Brasile. Pechino mira a raggiungere 500 miliardi di dollari di scambi bilaterali entro il 2025, accompagnati da investimenti cinesi nella regione dell’ordine di 250 miliardi di dollari, ben superiore alla quota dell’Ue, che si attesta attorno al 16,8 % e degli Stati Uniti, che vantano circa 13,9 % del commercio del Mercosur, ma anche una presenza militare e strategica importante nell’area, a partire dal legame a doppio filo tra il presidente argentino Milei e il movimento Maga americano. In termini assoluti, il valore degli scambi tra UE e Mercosur nel 2024 ha superato i 111 miliardi di euro complessivi, di cui circa 55,2 miliardi di dollari in esportazioni europee verso il Mercosur, ma 56 miliardi di dollari in importazioni da esso. Questi numeri mostrano una relazione commerciale importante ma relativamente contenuta rispetto ai rapporti della Cina con l’area, dove l’Europa, pur essendo uno dei principali investitori esteri nel Mercosur con uno stock di circa 390 miliardi di dollari, non ha però tradotto questa presenza finanziaria in una parità di influenza rispetto a Pechino o, in larga misura, agli Stati Uniti.

L’idea che un accordo commerciale possa compensare questa disparità geopolitica ignora la natura strutturale dei vincoli economici: il reddito medio annuo nei Paesi Mercosur è relativamente basso, circa 10.000 dollari pro capite, e non indica una domanda sufficiente per sostituire in modo significativo i consumatori statunitensi o cinesi nei mercati di esportazione globali. In questo contesto, la firma dell’accordo rischia di triangolare l’accesso strategico dei grandi attori globali nel mercato europeo attraverso le proprie partecipazioni nelle economie del Mercosur, piuttosto che consolidare un vantaggio europeo: da un lato, gli Stati Uniti mantengono relazioni commerciali e tecnologiche stabili con importanti partner della regione, nonostante le oscillazioni di politica commerciale (come le imposizioni tariffarie statunitensi su alcune importazioni di prodotti agricoli brasiliani nel 2025); dall’altro, la Cina continua a rafforzare il suo ruolo come principale mercato di destinazione per molte esportazioni sudamericane, incluse materie prime e prodotti agricoli, riflettendo una presenza che supera quella dell’UE in termini di quota di scambi.

Inoltre, l’imporsi a livello globale di parlamenti e governi con orientamenti forti verso politiche neoliberali o negazioniste del clima si sta traducendo in tutto il mondo in standard di produzione e di rispetto dei diritti ambientali e sociali molto diversi da quelli che storicamente avremmo definito ‘europei’. Questo contesto mette in discussione la narrativa europea secondo cui l’accordo rafforzerebbe la capacità dell’UE di promuovere valori condivisi nell’area, anzi: sembra in misura crescente voler schiacciare sotto la realtà materiale della grande maggioranza delle merci in entrata nel mercato europeo, anche il ricordo della aspirazione a imporre una condizionalità ambientale e sociale alla circolazione di beni e investimenti nei nostri Paesi.

Le conseguenze di questa dinamica sono molteplici. Da un lato, l’accordo consegna alle grandi potenze economiche un accesso strategico ai mercati sudamericani attraverso l’intermediazione o la competizione con l’UE, senza che quest’ultima possa stabilire una posizione autonoma di influenza. Dall’altro, la liberalizzazione dei mercati rischia di indebolire la sovranità europea nella definizione delle proprie politiche agricole, sociali e ambientali, poiché l’apertura comporta vincoli a lungo termine che limitano la capacità di adottare misure protezionistiche o di sostenere standard elevati senza ripercussioni su altri segmenti dell’accordo.

In aggiunta, la procedura politica che ha portato all’approvazione dell’accordo — tramite maggioranza qualificata in Consiglio, senza consenso unanime — solleva preoccupazioni sulla legittimità democratica delle scelte di politica commerciale europee. Questo approccio riduce il ruolo dei Parlamenti nazionali e delle valutazioni democratiche su una materia di enorme impatto economico e sociale, creando un precedente per l’adozione di altri accordi strategici senza un pieno mandato politico condiviso. Tutti argomenti ai quali i socialdemocratici europei dovrebbero essere sensibili, ma che restano del tutto assenti sia dalle loro analisi, sia dal dibattito generale che oscilla tra l’eccitazione per dei presunti guadagni futuri all’emozione per vagheggiate comunanze ideali, consumate, in realtà, sulle macerie materiali di quegli antichi intenti.

Monica Di Sisto è responsabile dell’osservatorio italiano su clima e commercio Fairwatch 

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Spin Time e le altre palestre di democrazia

La Rete dei Gruppi di Teatro dell’Oppresso della Grecia, composta da gruppi di tutta la Grecia, che utilizzano il Teatro dell’Oppresso come strumento di azione politica e sociale, esprime la propria solidarietà concreta a Spin Time Labs di Roma, di fronte all’imminente minaccia di sgombero.

Spin Time fa parte di una lunga catena storica di spazi sociali e abitativi autogestiti in Italia che, dagli anni Settanta a oggi, sono stati determinanti per la nascita e la diffusione del teatro sociale e del Teatro dell’Oppresso. Spazi come il Leoncavallo (1975–2025) a Milano e l’Askatasuna (1996–2026) a Torino hanno plasmato pratiche artistiche e modalità di vita collettiva, partecipazione politica e cittadinanza attiva.

Il teatro sociale dei centri urbani italiani occupa una posizione cruciale nella storia mondiale del teatro, non solo come tendenza artistica alternativa, ma come campo generativo di un nuovo paradigma della pratica teatrale, che ha influenzato profondamente molti paesi e si è intrecciato in modo creativo con il Teatro dell’Oppresso e il teatro popolare. Dalla fine degli anni Sessanta e soprattutto nel periodo 1970–1990, nel contesto delle lotte operaie, dei movimenti studenteschi, del femminismo e della contestazione delle istituzioni, il teatro in Italia è uscito dalle scene ufficiali e si è insediato in fabbriche, quartieri, centri sociali, occupazioni e spazi autogestiti. È lì che è nato il teatro sociale, non come “teatro per gruppi vulnerabili”, ma come teatro dentro la società e insieme alla società.

Gli spazi sociali occupati e autogestiti sono, di fatto, forme di welfare sociale, luoghi di riflessione politica, capaci di promuovere un approccio pedagogico e inclusivo alla comunità, sia attraverso l’accoglienza dei migranti sia garantendo spazi sicuri per le donne e gli uomini del quartiere.

Attraverso lo sgombero violento di questi spazi, non viene colpito lo spazio come infrastruttura materiale, ma lo spazio come Scuola. Viene preso di mira il cittadino creativo e attivo che nasce all’interno di questi luoghi – ed è questo il vero nodo in gioco, tanto in Italia quanto in Grecia.

I centri sociali autogestiti, le occupazioni storiche e gli spazi di teatro sociale e politico hanno funzionato come scuole informali di democrazia ed autonomia. In contrasto con il cittadino prodotto dalle finestre televisive dei talk show, dai meccanismi di partito o dalla contrapposizione partitica in Parlamento, in questi spazi si è formato un soggetto che non è stato educato a delegare, ma a partecipare; non a consumare cultura, ma a produrla; non a obbedire in silenzio, ma a co-costruire, dissentire, entrare in conflitto creativo e comporre.

Questa figura è percepita come una minaccia perché mette in discussione il modello dominante di governance e di organizzazione sociale, fondato sulla delega (a esperti, istituzioni, leadership), sulla depoliticizzazione della vita quotidiana, sulla frammentazione e l’individualizzazione, sul consumo passivo di arte, informazione e identità.

Il tipo di cittadino che nasce in questi spazi impara ad assumersi responsabilità, a portare avanti progetti collettivi, a gestire i conflitti senza che la comunità si disgreghi, a mettere il proprio “io” in negoziazione con il “noi”. Produce narrazione, concetti, memoria e immaginazione – elementi pericolosi per qualsiasi sistema che desideri cittadini prevedibili, silenziosi e gestibili.

In Grecia e in Italia, paesi con forti tradizioni di movimenti sociali ma anche con profonde ferite di autoritarismo, questa figura destabilizza. Non rientra facilmente né nella normalità statale né nel mercato. Non chiede permesso per esistere, né protezione per tacere. Rivendica spazio, tempo e parola.

Per questo vengono colpiti gli spazi come scuole di vita e di cittadinanza. Non perché violano la legge, ma perché ricordano che la politica non è delega, spettacolo o strategia individuale di sopravvivenza, bensì partecipazione, progetto collettivo di vita, di cultura e di cura sociale.

Attraverso molteplici azioni di teatro sociale e di Teatro dell’Oppresso, gruppi di cittadini, facilitatori e facilitatrici, artisti e artiste provenienti da diversi paesi – tra cui membri della Rete dei Gruppi di Teatro dell’Oppresso della Grecia – abbiamo cercato di contribuire alla costruzione di una cultura del dialogo. Il nostro obiettivo era la creazione di uno spazio realmente democratico e partecipativo, di una comunità teatrale che riflette, mette in discussione e si trasforma, attivando la saggezza collettiva e l’esperienza delle persone che la abitano e la attraversano.

La criminalizzazione di Spin Time si inserisce in una più ampia campagna di penalizzazione degli spazi sociali e abitativi, in Italia come in Grecia, in nome di una presunta “legalità neutra”. Ma la legalità, quando viene separata dalla giustizia sociale, si trasforma in uno strumento di repressione della solidarietà e della reciprocità. 

Difendiamo Spin Time come spazio antifascista, aperto e inclusivo. La difesa di Spin Time è la difesa di un’altra idea di città: una città che non è governata solo dall’alto, ma costruita quotidianamente dal basso, attraverso comunità che si assumono la responsabilità della propria vita. La polis.

Dichiariamo il nostro sostegno alle persone di Spin Time e a tutte le collettività che lottano per il diritto alla città, all’autogestione e alla cultura. Senza spazi come questi non può esistere né il teatro sociale né un cittadino attivo, responsabile, creativo, libero e solidale. 

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Greenland is not the mining gem some think it is

Long before the glitter of Greenland’s ice caught the covetous eye of Donald Trump, the minerals beneath were bewitching others. Among those dazzled was Karl Ludwig Giesecke, an actor-turned-mineralogist who became stranded on the island during the Napoleonic wars. Possessed of several pseudonyms during a colourful and globetrotting career, including as a minerals dealer, Giesecke travelled throughout Greenland in the early 19th century compiling an inventory of the island’s mineralogical treasures. His journal entries, which credit the prior knowledge of the Inuit, include descriptions of cryolite, mined there exclusively from the 1850s and known as “white gold” because of its industrial value as a chemical additive (synthetic alternatives are used today). Prospectors have been eyeing up the territory ever since, with Trump making clear that Greenland is still in his sights. 

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Non dimentichiamo la rivoluzione bolivariana

Quello che mi preoccupa di quanto sta accadendo in questi giorni non è solo la sorte del Venezuela, mi allarma la sorte della nostra democrazia. Se finiremo per subire il diktat di Trump, lodandolo come ha cominciato a fare Meloni, oppure silenziosamente incassando il rapimento di Maduro in quanto fatto compiuto come quasi tutti gli altri capi di governo europei, sarà meglio smettere di credere che noi stessi viviamo in paesi democratici. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio generalmente accettato con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi no.

Se si accoglie l’idea che Trump forse è stato eccessivo e però Maduro è realmente un pericolo da cacciare dalla scena per poter affidare le sorti della democrazia esattamente a quella compagine di destra che nel 2002, a poco più di un anno dalla elezione democratica di Hugo Chavez come presidente del Venezuela, operò un golpe contro di lui, allora possiamo dire addio anche alla nostra democrazia. Nei fatti, stanno tutti già trattando per avere una nuova leadership del Venezuela, in continuità proprio con i golpisti del 2002.

ACCETTARE l’idea che Maduro sia una minaccia mortale per la democrazia americana e mondiale e che dunque cacciarlo sia un’assoluta priorità è già una scelta compiuta. Salvo i paesi dei Brics, tutti stanno dando per scontato che non deve esserci più alcuna continuità con lo stato bolivariano ancora ufficialmente riconosciuto dall’Onu. Già si stanno facendo i nomi di chi lo dovrà rappresentare, tutti appartenenti all’area di coloro che arrestarono Chavez e però furono obbligati a restituirgli il potere perché sconfitti dalla protesta popolare.

Il popolo dei barrios è composto quasi solo da indios, quelli che le élite venezuelane, ristretta minoranza di discendenza europea, non considera neppure cittadini al punto da meravigliarsi dei tanti voti bolivaristi («chi sono? devono essere schede illegalmente messe nell’urna»). Ricordo bene quando il nome di Jimmy Carter, ex (raro) presidente Usa, membro di una commissione internazionale di sorveglianza sulla correttezza del voto, comparve sui muri di Las Rosas e Las Mercedes, i quartieri ricchi della capitale, accompagnato dalla indicazione «Kgb»: lo accusavano di essere un agente dei servizi sovietici!

C’È QUALCUNO che del golpe del 2002 ha sentito parlare e in questo contesto ricorda cos’è stata la straordinaria esperienza democratica che ha vissuto il Venezuela? Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato in quei giorni a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera Pdvsa, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma così estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. Era passato poco dall’elezione di Chavez ma quanto il governo aveva cominciato a fare era già bastato a mobilitare quel pezzo di Venezuela che di solito non si vede: il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo di governo di Città del Messico.

SE OSI RICORDARE Chavez, ribattono secchi che Maduro non è Chavez, malauguratamente ucciso da un cancro nel 2013. Lui è un dittatore, anzi il più pericoloso dittatore esistente, «il capo del traffico mondiale di stupefacenti», accusa così ridicola che non vale la pena confutarla. Bisognerebbe interrogare in merito il presidente della Colombia, Petro, il primo capo di stato democratico eletto in quel paese, una delle più belle rare recenti vittorie. Certamente competente, visto che il suo paese è da sempre vittima della più potente rete di spaccio internazionale da cui sta cercando di liberarsi, proprio grazie al nuovo presidente.

Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure anti democratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi. Molte accuse sono vere, ma mi fa orrore pensare che venga giustificato il suo rapimento per queste imperdonabili colpe.

SE È A QUESTA gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione di diritti? Nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da 65 anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile. Ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

CARACAS ERA diventata la capitale della più interessante rivoluzione democratica dei nostri tempi, ma quasi nessuno in Europa le prestò attenzione, e quasi nessuno oggi ricorda cosa sia stata. Un’ignoranza che impedisce di giudicare il Venezuela di oggi e di valutare correttamente gli errori che di certo Maduro ha compiuto, non tali però da poterlo dipingere come il più pericoloso dittatore della storia. Accuse tra l’altro che ignorano i devastanti colpi che gli Stati uniti hanno inferto al paese in questi anni.

Tutto questo oltreché tristezza mi suscita una rabbia incontenibile anche perché io sono stata su e giù per il centro America negli anni a cavallo del millennio, in quanto vicepresidente della delegazione permanente del parlamento europeo nell’America centrale, un impegno mischiato a quello di inviata del manifesto, come è scritto in capo ai miei tantissimi articoli ritrovati in questi giorni nel nostro archivio.

ERANO GLI ANNI di Porto Alegre, dei Forum no global dove incontrarsi con Chavez o Morales era frequente e normale. Le cose da raccontare sulla fase ahimè bruscamente interrotta dal cancro che stroncò Chavez prima ancora che compisse 60 anni sono tante. Lui stesso si è fatto alcune critiche, innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. Proprio quello che ha messo paura agli Stati uniti, lanciato a a Cuzko, antica capitale degli Incas, nel 180mo anniversario della vittoria dei popoli indigeni per liberarsi dallo schiavismo.

L’IDEA ERA creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa. Ben più efficace dell’Unione europea – scrisse il grande economista brasiliano Theotonio dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della Ue: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la «pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti».

Articolo pubblicato sul manifesto del 6 gennaio 2026

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Économie : comprendre l’intervention américaine au Venezuela

Il ne s’agit pas de minorer les aspects idéologiques ou géopolitiques de l’intervention américaine – réaffirmer la doctrine Monroe, asseoir des sphères d’influence impériales.

Mais c’est bien le pétrole qui constitue le mobile essentiel de ce coup de force : l’accaparement et l’extraction des plus importantes réserves d’or noir du monde, longtemps exploitées avec une profitabilité inouïe par les multinationales américaines et leurs actionnaires.

Maduro était un dictateur brutal et corrompu, mais Trump s’entend très bien avec de nombreux dictateurs brutaux et corrompus, cela ne génère chez lui nulle hostilité.

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Newsletter n° 723 del 5 gennaio 2026

Giù le mani dal Venezuela

Stop ReArm Europe

Stop Rearm Europe esprime totale solidarietà al popolo venezuelano, chiede che l’Onu intervenga e che il Governo italiano e l’Unione Europea condannino l’aggressione. Tutto serve al mondo, tranne che un’altra guerra.

 

Usa-Europa, storia di un’alleanza ostile 

Gian Giacomo Migone

L’ostilità degli Stati Uniti verso un’Europa più unita e autonoma – oggi al centro della politica di Trump – ha una lunga storia, intrecciata alla Guerra fredda e al declino americano. Ma ci offre l’occasione per pensare a un’altra Europa possibile.

 

Un blocco fossile-militare contro la transizione

Duccio Zola

Mentre le industrie militari e degli idrocarburi macinano profitti record, si moltiplicano guerre e instabilità, si aggrava la crisi climatica, aumentano speculazione e disuguaglianze. Per scardinare il duopolio fossili-armi occorre una transizione verso un’economia decarbonizzata e demilitarizzata.

 

Un “Rinascimento” paradossale: cupole e scudi stellari

Franco Padella

Nomi rinascimentali e contesti apocalittici, i megaprogetti Michelangelo Dome di Leonardo e Golden Dome di Trump promettono difesa contro tutti gli attacchi, anche cyber. Sono il via libera alla corsa al riarmo insieme alla trasformazione delle società in sistemi di sorveglianza di massa, in nome della paura.

 

Per uscire dalla crisi all’Europa serve un Piano

Francesco Saraceno

Occorre un nuovo quadro istituzionale per garantire investimenti e sostenibilità del debito in Europa. È necessario riformare il Patto di Stabilità per arrivare all’implementazione di un Piano di investimenti comune, sostenuto da un Fondo e un’Agenzia del Debito, capace di rilanciare la domanda interna.

  

Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

Vincenzo Comito

Appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’impegno per il multilateralismo sul piano geopolitico alla transizione energetica.

 

Democrazia declinante, si fa avanti la Riccocrazia

Guglielmo Ragozzino

Una nuova ondata di miliardari ci sovrasta, racconta l’ultimo studio della banca Ubs. La nuova generazione di eredi, insieme ai sopravvissuti, tra 15 anni avrà 5,9 trilioni di dollari. Una ricchezza spropositata in mano a pochi, però. I miliardari in dollari sono 2.900 sul pianeta e soltanto 61 in Italia.

  

La Via Maestra del no al Referendum

Giulio Marcon

Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura. Per questo la società civile si mobilita per difendere la Costituzione e dire NO al referendum.

  

Università sotto attacco: il governo minaccia autonomia e fondi

Gabriele Carchella

Decine di interventi e 300 partecipanti online all’incontro della Rete delle Società scientifiche tenuto il 15 dicembre all’Università di Siena sulla Lettera aperta “Per l’autonomia, il finanziamento e la dignità dell’università e della ricerca”, sottoscritta finora da 138 società.

 

Tra il dire e il fare c’è di mezzo… Borgo Mezzanone

Sara Nunzi

La Flai ha organizzato all’interno del ghetto nel Foggiano, dove vivono in condizioni disumane migliaia di lavoratori, una simulazione dell’esame di italiano e ha consegnato generi di prima necessità.


NELLA RETE

«Il 90% delle armi a Israele da Usa, Germania e Italia». Il ruolo di Leonardo

Enrica Muraglie. Da il manifesto

  

Elon Musk’s Real Drug Problem Is Much Worse Than You Think

Jeet Heer. Da The Nation

 

Quando la società e il pubblico ti abbandonano nelle malattie più drammatiche

Roberto Romano. Da Domani.it

Articolo di

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Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

L’incontro di Busan

Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano. 

Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.

Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi. 

Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina. Inoltre va considerato che senza le merci cinesi il livello dei prezzi della gran parte dei beni di consumo venduti sul mercato interno americano sarebbe salito in maniera verticale, e alcune merci sarebbero diventate di difficile reperimento. Qualcuno, ad esempio, aveva rilevato già nei mesi primaverili che senza i condizionatori cinesi gli americani avrebbero sofferto molto più caldo nel periodo estivo, sarebbero mancati gli arredi di Natale, che, come è noto, provengono pressoché tutti da un’unica città cinese, così come le bandiere americane e i cappellini con la scritta Maga. Tutto ciò, sino a non molto tempo fa. 

In questo quadro, il testo che segue si sofferma soltanto su alcuni punti relativi ai differenti modelli di sviluppo dei due Paesi, non tanto analizzando le grandi differenze tra le caratteristiche generali del sistema economico e politico cinese e di quello statunitense, quanto piuttosto concentrando l’attenzione su alcuni temi specifici venuti alla luce nell’ultimo periodo.

L’AI, due modelli differenti

Il modello di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale portato avanti dai grandi gruppi Usa del settore appare mirato ad affermare la loro supremazia tecnologica attraverso enormi investimenti (OpenAI da sola programma di impegnare 400 miliardi di dollari nei prossimi anni nel settore), che producono massicci programmi proprietari chiusi e a pagamento, con il controllo dell’esportazione delle tecnologie dei chip e del software avanzati verso la Cina. Donald Trump ha dichiarato a questo proposito che gli Stati Uniti faranno qualsiasi cosa che sarà necessaria per essere la guida mondiale nel settore dell’IA (Thornhill, 2025).

La Cina invece investe somme certo importanti, ma nettamente inferiori a quelle degli Usa: secondo una stima cinese gli impegni del Paese asiatico nel settore tra il 2023 e il 2025 sono stati dell’82% più bassi di quelli degli Stati Uniti (Global Times, 2025), mentre altre stime sono un poco più elevate, ottenendo peraltro risultati sostanzialmente equivalenti a quelli statunitensi, con la diffusione poi di un sistema aperto a tutti e gratuito, con il parallelo obiettivo di diffondere rapidamente e in maniera diffusa la tecnologia. Si tratta evidentemente di un approccio che sarà privilegiato nei Paesi del Sud del mondo, ma anche in molti casi in quelli del Nord. In effetti si registra un crescente uso dei modelli cinesi anche negli Stati Uniti; si cita tra l’altro il caso di Airbnb (Global Times, 2025).

Lo stesso boss di Nvidia prevede che nella gara per la supremazia nel settore alla fine vincerà la Cina, mentre altri esperti statunitensi affermano che gli Stati Uniti stanno facendo un errore strategico catastrofico nello scommettere così pesantemente sui modelli IA giganti e chiusi e che gli Stati Uniti sono nel settore dalla parte sbagliata della storia (Thornhill, 2025). C’è chi prevede che il successo dei modelli di IA aperti cinesi, sei volte meno cari di quelli Usa, (Surman, 2025), faranno scoppiare la bolla dei valori oggi fortemente gonfiati delle imprese del settore statunitense. 

I ricercatori asiatici della Silicon Valley

Per altro verso, gli undici ricercatori che presso il gruppo Meta perseguono l’ambizioso obiettivo di costruire un programma che eguagli o sia più potente del cervello umano sono tutti immigrati educati in altri Paesi e sette di questi sono cinesi (Metz, Tan, 2025). Più in generale, l’industria high tech statunitense dipende in rilevante misura da ingegneri cinesi. E quindi se l’amministrazione Trump portasse ancora avanti la sua politica di contrasto agli scienziati del Paese asiatico presenti negli Stati Uniti le società della Silicon Valley resterebbero indietro nella gara per il primato nel campo dell’AI (Metz, Tan, 2025). E in effetti diversi ricercatori di primo livello hanno già lasciato gli Stati Uniti tornando nella madrepatria. C’è da pensare che diversi altri li seguiranno. 

Le cose peggiorerebbero ancora se anche per gli scienziati indiani, come per qualche verso si profila, l’aria diventasse difficile nel paese; si tratta infatti della seconda componente fondamentale del capitale umano della Silicon Valley dopo quella cinese. 

Una dipendenza sorprendente

Abbiamo visto come i grandi gruppi Usa dell’IA stiano portando avanti una forsennata politica di investimenti nei centri dati in giro per il mondo. Ora l’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede che per alimentare tali centri nel 2030 si consumerà un quinto di tutta l’energia generata negli Stati Uniti nello stesso anno (Sandlund, 2025).

Per quanto riguarda la componentistica necessaria per tali impianti- sistemi di immagazzinamento dell’energia, convertitori, trasformatori, ecc.- le imprese statunitensi stanno ricorrendo in misura massiccia alle imprese cinesi, in ragione della maggiore rapidità di consegne rispetto ai concorrenti di altri paesi come la Corea del Sud, della maggiore affidabilità e durata e di costi più vantaggiosi. Tutto questo mentre in teoria gli Stati Uniti vorrebbero ridurre la loro dipendenza dalla Cina nei settori chiave (Sandlund, 2025). 

La lotta al cambiamento climatico

Anche nel campo dell’ecologia si possono rilevare due atteggiamenti molto diversi tra Usa e Cina. Nel primo caso con l’amministrazione Trump ci troviamo di fronte alla negazione che ci sia un problema di qualche natura in campo climatico (come ribadito ancora nel dicembre del 2025) e a tentativi di bloccare in tutti i modi possibili gli investimenti nel settore nel suo Paese, oltre allo sforzo di frenare gli accordi relativi in sede internazionale. Del resto gli Stati Uniti erano assenti dai recenti incontri della Cop30 in Brasile.

C’è da sottolineare che la ricetta trumpiana non viene seguita negli Stati governati dai democratici, che cercano invece, tra crescenti ostacoli federali, di portare avanti dei programmi alternativi.

Nel frattempo la Cina è diventato di gran lunga il Paese che investe di più nel settore (normalmente almeno quanto il resto del mondo messo assieme) e il leader tecnologico su di un fronte molto ampio di prodotti relativi, dalle auto e camion elettrici, alle pale eoliche, ai pannelli solari, alle grandi batterie da accumulo; i suoi prodotti tendono ormai a conquistare i mercati mondiali, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti e in parte dell’Unione Europea. Senza le tecnologie cinesi non si riuscirà a combattere efficacemente il cambiamento climatico. Il Paese sembra poi aver raggiunto il picco delle emissioni nel 2025, in largo anticipo rispetto all’obiettivo precedentemente fissato del 2030. Anche quello di emissioni zero fissato ufficialmente al 2060, sarà presumibilmente raggiunto molto prima, tra il 2050 e il 2053.

Alla fine, comunque, Trump consegna il futuro dell’energia a livello mondiale alla Cina (Luce, 2025).

Le criptovalute e le stablecoin

L’Oxford English Dictionary definisce le criptovalute come sistemi di pagamento digitale che operano indipendentemente da un’autorità centrale e che impiegano tecniche crittografiche per controllare e verificare le transazioni. Se questo sistema si diffondesse largamente gli effetti sulla regolamentazione e stabilizzazione delle economie nazionali potrebbero essere devastanti. 

Le cripto non hanno valore in senso economico, non generano reddito, non sono legate ad alcun tipo di produzione, non pagano dividendi. Quello che le spinge in avanti non sono quindi i cash flow, ma le aspettative, in particolare quelle che in futuro qualcun altro compri tali titoli ad un prezzo maggiore di quello di oggi (Editorial, 2025). 

Le criptovalute minacciano lo stesso concetto di lotta al denaro sporco e alla criminalità. 

Le stablecoin sono degli strumenti digitali che offrono agli investitori la flessibilità delle criptovalute, ma che, al contrario delle stesse, non presentano apparentemente rischi di oscillazione di prezzo delle stesse, dal momento che sono legate ad un asset stabile, quale una valuta, dei depositi bancari, o un bene come l’oro. In realtà i rischi in proposito sono rilevanti.

Donald Trump Jr. afferma che lo sviluppo delle stablecoin aiuterà a rinforzare il dominio del dollaro nel mondo, attraendo tra l’altro flussi di investimento verso gli Stati Uniti, nonostante che sul piano politico il Paese stia perdendo qualche colpo (Walker, 2025). La famiglia Trump, del resto, ha lanciato nel 2025 una serie di iniziative di criptovalute attraverso le quali, sia pure tra alti e bassi, sembra sia riuscita a guadagnare diversi miliardi di dollari.

La tendenza statunitense sottesa a tali movimenti è quella ad una privatizzazione e deregolamentazione spinta della valuta e dei mercati finanziari. 

Molto diverso appare l’atteggiamento cinese (Zhu Lanxu, 2025), (Grossi, 2025). In un recente incontro sulla lotta alla speculazione sulle valute virtuali, la Banca Centrale di Pechino, preoccupata dalla crescita della stessa speculazione cripto in Cina e dalle mosse di Trump, avendo già lanciato lo yuan digitale pubblico, ha dichiarato che intensificherà una politica proibizionista sul trading e sulla speculazione su bitcoin e criptovalute. Tali strumenti infatti  non possono circolare in Cina, ne essere usati sul mercato. 

G20, COP30, aiuti all’Africa

Due recenti vertici molto importanti, il G20 di e il G30 in Sud Africa hanno visto l’assenza dei rappresentanti degli Stati Uniti; del resto Trump non ama le assemblee di tutti i tipi, preferendo di gran lunga i rapporti bilaterali, situazione in cui può più facilmente prevalere sull’avversario. Invece la Cina ha afferrato l’occasione per presentarsi come sostenitrice di un ordine multipolare, della cooperazione internazionale, dei trattati ambientali, guadagnandosi maggiore fiducia dei paesi del Sud del mondo (Noci, 2025).

Poco tempo prima, mentre gli Stati Uniti bloccavano gli aiuti ai paesi africani, la Cina aboliva tutti i dazi nei confronti delle merci provenienti dai Paesi di tale continente.

Le esportazioni cinesi resistono a Trump

E’ noto come Trump, estendendo azioni già avviate dalle precedenti presidenze, abbia attivato forti azioni verso tutti i paesi del mondo sul fronte del commercio, imponendo loro dazi più o meno elevati, avendo di mira in particolare la Cina, non solo come rivale geopolitico, ma come Paese che godeva anche di larghi surplus negli scambi reciproci.

Pechino è riuscito a parare la mossa di Trump: è vero che le sue esportazioni verso gli Stati Uniti si sono ridotte in misura significativa, ma sono invece aumentate quelle verso altre destinazioni, dai Paesi dell’Asean a quelli dell’UE, tanto che alla fine complessivamente le sue esportazioni hanno continuato a crescere. Così nel periodo gennaio-novembre 2025 il surplus della bilancia commerciale cinese aveva battuto ogni precedente record, raggiungendo i 1.080 miliardi di dollari (più che nell’intero 2024), con le esportazioni che erano cresciute nel periodo intorno al 6%. E le previsioni sono per un’ulteriore crescita nel 2026.

Cosa può produrre la Cina in casa

E’ anche noto che la teoria dei vantaggi comparati messa a suo tempo a punto da David Ricardo e che tanto successo ha avuto sino ai nostri giorni prevede che ogni paese opera gli scambi con gli altri sulla base dei vantaggi comparati che ognuno possiede. Così conveniva che il Portogallo si specializzasse nella produzione del vino e lo scambiasse con i tessuti dell’Inghilterra; in tale modo ambedue i paesi ne avrebbero tratto vantaggio.

Come sottolinea un testo recente apparso sul Financial Times (Harding, 2025) su questo fronte la Cina ha ora un problema molto rilevante.

Non si tratta solo del fatto che la Cina abbia un crescente surplus commerciale con il resto del mondo, quanto semmai della prospettiva che tendenzialmente sarà sempre più in grado di produrre anche le cose che al momento importa, come semiconduttori, software, aerei commerciali, macchinari avanzati per la produzione. Non si capisce quindi, quando – fra un certo non lunghissimo numero di anni – essa riuscirà a produrre praticamente tutto in casa (ha tutti i progetti in atto per farlo), cosa potrà importare per bilanciare almeno parzialmente le cose. A quel punto il commercio internazionale del Paese risulterebbe in teoria impossibile.

Per ottenere di riequilibrare in qualche modo le cose ci sarebbero comunque diverse mosse possibili. 

La Cina dovrebbe intanto potenziare fortemente il mercato interno, cosa che non è riuscito a fare in misura adeguata almeno sino ad oggi, mentre un blocco come quello dei Paesi dell’UE dovrebbe riuscire ad elevare il suo livello di competitività e trovare nuove fonti di creazione di valore, come gli Stati Uniti hanno fatto sino ad adesso con la loro industria tecnologica. Evento peraltro improbabile, che se non portato avanti, condurrebbe ad un progressivo protezionismo. Inoltre presumibilmente la Cina potrebbe continuare a importare dai Paesi vicini prodotti semilavorati: sarà inoltre obbligata in ogni caso ad importare le materie prime necessarie alle sue attività (anche se le attività di riciclaggio dei materiali potrebbero ridurre anche questa fonte), mentre potrebbe anche spingere sugli investimenti diretti all’estero e sull’apprezzamento dello yuan.

C’è un altro aspetto della questione che non va certo sottovalutato. I surplus commerciali della Cina stanno diventando già oggi, con le loro grandi dimensioni, insostenibili per il resto del mondo e tendono a produrre una spinta nei vari paesi a erigere delle barriere protezionistiche (Prasad, 2025). A questo punto sembra che la Cina debba trovare una soluzione che non può che andare di nuovo in direzione della crescita dei consumi interni, di una spinta a spingere gli investimenti diretti per sostituire la produzione in loco, alle esportazioni e di nuovo dell’apprezzamento dello yuan.

Conclusioni

Con il passare del tempo appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, con quest’ultimo Paese che sembra tra l’altro più pronto a incontrare le aspettative del pianeta in termini ambientali, tecnologici, finanziari, nonché di un ordine mondiale più equo, mentre gli Stati Uniti sembrano sempre più chiusi in una logica di stretta adesione a quelli che appaiono i suoi più stretti interessi senza curarsi molto delle conseguenze delle loro azioni per il resto del mondo. Alla fine, il risultato effettivo delle decisioni di Trump è quello di accelerare la presa della Cina in particolare sui paesi del Sud; come scrive qualcuno, il presidente americano sta consegnando alla Cina e alla Russia gli strumenti per accelerare la disintegrazione dell’Occidente (Luce, 2025).

Questo non significa che il sistema cinese non abbia problemi, che vanno dalla elevata disoccupazione giovanile, ai deboli consumi interni e ad un livello di esportazioni sempre più insostenibile per il resto del mondo, nonché infine ad un livello di indebitamento elevato pubblico e privato. Nonostante questo, il 2025 è stato molto favorevole al Paese asiatico e le possibili previsioni per il 2026 sembrano ancora positive. In particolare stiamo assistendo ad una vera esplosione che sembra inarrestabile dell’innovazione tecnologica del Paese in molti settori.

Articoli citati nel testo

-Doshi R., The moment China proved it was America’s equal, www.nytimes.com, 19 novembre 2025

Editorial, The Guardian view on crypto’s latest crash: it reveals who pays the price for a failing economy, www.theguardian.com, 18 novembre 2025

-Global Times, GT voice: What does Silicon Valley’s rising use of AI models developed in China mean ?,  www.globaltimes.cn,  1 dicembre 2025

-Grossi G., Cina: nuovo attacco a bitcoin, crypto e stablecoin…, www.cryptovaluta.it.,29 novembre 2025

-Harding R., China is making trade impossible, www.ft.com, 26 novembre 2025

-Luce E., China’s escalation dominance over Trump, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Metz C., Tan E., In the A.I. race, Chinese talent still drives American research, www.nytimes.com, 19 novembre 2025 

-Noci G., G20 e COP30, la Cina colma il vuoto degli Usa, Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2025

-Prasad E., China’s $1tn trade surplus is a problem for Beijing – and the world, www.ft.com, 14 dicembre 2026

-Sandlund W., Investors bet on Chinese companies powering global AI build-up, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Surman M., Open source could pop the AI bubble – and soon, www.ft.com, 17 dicembre 2025

-Thornhill J., The US may be running the wrong AI race, www.ft.com., 4 dicembre 2025 

-Walker O., Stablecoin surge will preserve US dollar dominance, says Donald Trump Jr., www.ft.com, 1 ottobre 2025

-Zhou Lanxu, China tightens crackdown on virtual currency speculation, www.chinadaily.com.cn., 25 novembre 2025

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