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Maricarmen, Sánchez e le elezioni

Non c’erano riusciti Trump e Netanyahu, né Putin e l’ultradestra, né tantomeno l’inondazione di Valencia o la crisi migratoria a Ceuta. C’è riuscita Maricarmen, invece, a far cadere il terzo governo Sánchez. Non è normale che un esecutivo cada in seguito a una protesta di piazza, nell’Europa occidentale del XXI secolo, e del resto non è proprio andata così, come vedremo. Però un fatto è certo: se, intorno al caso della pensionata ottantasettenne disabile di Madrid sfrattata dall’azienda immobiliare che ha acquisito l’appartamento dove Maricarmen abitava in affitto dal 1956, non fosse scoppiata la scorsa settimana la più grande ondata di protesta dell’ultimo decennio, il governo sarebbe ancora in piedi.

La scelta di sciogliere le camere e andare a elezioni anticipate, secondo l’art. 115 della Costituzione spagnola, appartiene al presidente del consiglio. È stato Pedro Sánchez, capo del governo da ormai otto anni (il secondo primo ministro più longevo della democrazia spagnola), a decidere di cogliere l’attimo e convocare le elezioni per il prossimo 29 novembre. Ma l’occasione gliel’hanno fornita sicuramente Maricarmen e la piazza: il terzo governo Sánchez, privo di una maggioranza parlamentare dalle elezioni del luglio 2023, è sempre stato un esecutivo dimezzato, assediato dalla crescita dell’estrema destra nei sondaggi e nell’opinione pubblica, ricattato dai partiti di centro-destra basco e soprattutto catalano sul cui appoggio esterno si reggeva in parlamento, privo della forza necessaria a incidere profondamente nella società spagnola, ma allo stesso tempo costretto a rimanere in piedi dalla minaccia della vittoria dell’estrema destra, in attesa di uno scontro finale sempre rimandato. Le mobilitazioni per il diritto alla casa hanno dato a Sánchez l’opportunità di scegliere il terreno di questo scontro, e il leader socialista ne ha approfittato, con l’audacia tattica che anche i peggiori detrattori devono riconoscergli.

(L’analisi di Lorenzo Zamponi sui movimenti, Sanchez e la politica spagnola continua su Jacobin)

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Per cambiare c’è bisogno di idee e dei movimenti

Benvenuti sul nostro nuovo sito. Si rinnova la forma, perché di quando in quando è utile risistemare gli armadi, ma non cambia la missione che ci siamo dati: informare, approfondire, utilizzare i saperi di accademici, esperti e persone che lavorano in associazioni, ONG, sindacati per indagare l’economia, le politiche pubbliche, la spesa militare e le alternative di pace, le grandi questioni internazionali. Sbilanciamoci.info è naturalmente anche uno dei veicoli attraverso i quali diffondiamo le iniziative e i materiali della Campagna da cui prendiamo il nome e che ogni anno propone delle idee alternative alla manovra economica del governo. Assieme a decine di associazioni produciamo ogni anno una contromanovra rigorosa nei numeri ma diversa da quelle governative nei contenuti, lo facciamo da un quarto di secolo e lo abbiamo fatto con governi di destra come quello in carica, con i tecnici e con quelli di centrosinistra che rincorrevano, cercando di moderarne l’impatto sociale, un modello economico che ha fatto crescere le disuguaglianze, ridimensionato il welfare, precarizzato il lavoro. Con lo stesso spirito lavoriamo assieme al sindacato e a diverse realtà del mondo ambientalista nell’Alleanza Clima Lavoro.

Per inaugurare il nuovo sito e in vista del voto politico del prossimo anno, abbiamo chiesto una serie di articoli sul (pessimo) operato del primo governo di destra-destra della storia della Repubblica. Accademici e attivisti ci daranno il loro contributo sulle materie che conoscono meglio e di cui si occupano, partendo da un provvedimento o da un gruppo di misure. Il quadro che ne esce è sconfortante: politiche che non affrontano i nodi cruciali per la società e l’economia italiane, misure utilizzate per individuare nemici immaginari (i temibili ravers, i maranza) contro cui dirottare il disagio crescente dei milioni i cui salari hanno perso potere d’acquisto; la promozione di qualsiasi cosa si mangi e sia anche italianissimo; l’importazione e “traduzione” nel contesto italiano di guerre culturali prese di peso dall’armamentario della politica dell’Internazionale nera di cui Washington è divenuta una delle capitali. A partire dal 22 ottobre, giorno del quarto anniversario del giuramento del governo Meloni, troverete gli articoli in homepage e in una sezione dedicata. Speriamo li leggano in molti e possano essere utili a smontare la propaganda elettorale che ci aspetta nei prossimi mesi.

Con il sito vogliamo continuare a fornire strumenti di analisi a chi vuole sapere, capire, informarsi, contribuire a formare un punto di vista e proporre alternative praticabili a uno stato delle cose preoccupante. Per contrastare l’individuazione di capri espiatori a cui la destra di governo e internazionale ci hanno abituato, i mancati interventi in materia di contrasto e adattamento al cambiamento climatico, l’assenza di politiche che affrontino il tema della casa, dei salari bassi, delle lunghe attese per la sanità (per fare tre esempi), serve di più. Negli ultimi anni abbiamo assistito a imponenti ondate di partecipazione politica, dall’indignazione contro la carneficina a Gaza, alla protesta spagnola per la casa (o la mobilitazione romana per Spin Time) o quella degli studenti francesi. Ossia critica dell’ordine internazionale, dignità e welfare per tutti. Come molti anni fa Occupy Wall Street, la spinta dei movimenti ha messo in agenda temi, costretto la politica ad occuparsene. Perché quella voglia di partecipazione si traduca in politiche servono la spinta dal basso, l’organizzazione e la capacità di elaborazione. Sbilanciamoci! non è un’organizzazione di massa, ci assegniamo il compito di far circolare idee, la speranza e ciò per cui lavoriamo è che la società e la politica immaginino slogan e forme di partecipazione capaci di far uscire l’Italia e l’Europa dalla palude nella quale si sono infilate anche e molto a causa di politiche pubbliche sbagliate.

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Stop al conflitto e al riarmo: quattro proposte al «campo largo»

Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.

Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.

LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.

Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.

VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.

In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.

Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).

L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.

L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.

Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.

Questo articolo è comparso su il Manifesto del 7 ottobre 2026

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Aumentano inflazione, tasse, spese militari e debito. Documento di finanza pubblica da bocciare

Nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) trasmesso alle Camere venerdì scorso aumentano inflazione, tasse, spese militari e debito.

Nel Dpfp del governo si certificano i dati drammatici dell’economia italiana: un rapporto deficit-Pil al 3,1%, come dice l’Istat; un debito pubblico che supera il 138,5% del Pil nel 2027; una crescita tendenziale del Pil ferma, il prossimo anno, a un misero +0,6%; un’inflazione (dati di agosto) che arriva al 4,2%; tasse che nel 2025 sono aumentate dello 0,7%, con un aggravio tutto sulle spalle dei lavoratori.

La campagna Sbilanciamoci denuncia come lo scostamento di bilancio, di quasi 29 miliardi di euro in due anni, venga destinato per metà alle spese militari: più di 14 miliardi di euro per sistemi d’arma e missioni all’estero. Intanto la spesa per la sanità cala da anni in rapporto al Pil (il governo prevede un aumento nominale dell’1,8% a fronte di un’inflazione del 4,2%) e quella per l’istruzione è ferma al 4% del Pil. L’altra metà dello scostamento è dedicata all’energia, dove confluiranno le spese fallimentari del blocco delle accise, di fronte all’aumento del prezzo della benzina alla pompa, e la misura propagandistica della sospensione del bollo auto. Queste misure rischiano di mangiarsi le risorse vagamente promesse per la decarbonizzazione e le energie rinnovabili.

Sbilanciamoci! critica un Dpfp che, mentre indebita il Paese per le spese militari, non mette in campo una politica economica espansiva e non dà risposte ai salari falcidiati dall’inflazione, alla sanità in ginocchio senza medici e infermieri, all’emergenza energetica e ambientale, alla scuola senza risorse e con metà degli istituti che non rispettano le norme di sicurezza, a un welfare sempre più ridotto a misure parziali e insufficienti.

Dal 15 al 22 novembre Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lanciano una settimana di mobilitazione per un’economia di pace, e il 2 dicembre Sbilanciamoci presenterà la Controfinanziaria in Parlamento.

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Con la Via Maestra, per un’economia di pace

Saremo in piazza per portare avanti le ragioni dell’appello di convocazione della manifestazione e per ribadire la nostra opposizione ai piani di riarmo del nostro governo, che stanno togliendo risorse alla scuola e all’università, alla sanità, al lavoro, all’ambiente, al welfare.

Diciamo no all’aumento delle spese militari, a un’economia di guerra e a una politica estera aggressiva; no alle guerre che stanno devastando il pianeta, no all’oppressione del popolo palestinese e di tutti i popoli i cui diritti sono violati.

Saremo in piazza per chiedere la riduzione delle spese militari, politiche di pace in grado di arginare i conflitti, la riforma e il rafforzamento delle Nazioni Unite, il potenziamento delle politiche di cooperazione allo sviluppo, la realizzazione della difesa non armata e nonviolenta, come chiedono i 57mila firmatari della proposta di legge d’iniziativa popolare.

Saremo in piazza per batterci contro la militarizzazione della società, della democrazia, della scuola e dell’università, per il superamento dell’energia fossile – che è causa di guerre e conflitti violenti, oltre che dell’emergenza climatica – e a favore delle energie pulite e rinnovabili. Saremo in piazza contro chi vuole irreggimentare l’informazione e limitare la libertà di manifestare e il dissenso.

Saremo in piazza contro l’economia di guerra, a favore di un’economia di pace fondata su un modello di sviluppo che abbia al centro la lotta ai cambiamenti climatici, i diritti, il lavoro, l’istruzione, la salute, il welfare, fondata sull’interesse di tutti e non di pochi.

Il momento di “svuotare gli arsenali e riempire i granai” è adesso!

Scarica il volantino

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La grande illusione del riarmo europeo

Nel 2024 le spese militari dei paesi UE membri della NATO hanno raggiunto i 317 miliardi di euro, con un aumento dell’86% in termini reali tra il 2014 e il 2024. I piani del bilancio pluriennale della UE per il 2028-2034 prevedono una spesa di 131 miliardi di euro per la difesa, sei volte superiore al bilancio precedente. Il Libro bianco White Paper for European Defence – Readiness 2030 della UE del 2025 sostiene che «gli investimenti nella difesa potrebbero raggiungere almeno 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni».

Tali politiche non possono essere interpretate come un classico caso di militarizzazione incentrata sullo stato. Piuttosto, in Europa si manifestano quattro fattori trainanti distinti – e spesso contraddittori. La “militarizzazione federalista” è il modello perseguito dalla Commissione europea, con i seri limiti imposti dai Trattati europei e dalla sovranità degli stati in materia di difesa. La “militarizzazione a geometria variabile” è guidata dagli interessi e dalle strategie divergenti degli stati ed è la forma più forte di intervento in vari ambiti delle politiche e nelle aree di conflitti e tensioni internazionali. La “militarizzazione della proiezione esterna” è la modalità con cui l’Europa interviene, in misura crescente, per la protezione dei propri interessi nelle aree vicine. Infine, la “militarizzazione delle Big Tech” suscita gravi preoccupazioni, perché è guidata dal potere tecnologico delle grandi imprese americane che dominano le tecnologie digitali, i sistemi di sorveglianza e spaziali e le applicazioni militari dell’intelligenza artificiale. Le nuove strategie di sicurezza e le modalità di guerra sono sempre più condizionate dalle loro capacità – private – piuttosto che dalle scelte delle autorità politiche e militari. L’attuale riarmo dell’Europa affonda le sue radici in tutti questi processi. Accanto alle dinamiche politiche, ci sono le dimensioni economiche e tecnologiche della militarizzazione.

Un modello economico sbagliato. Per raggiungere gli 800 miliardi di euro di spesa per nuove armi, la UE ha sospeso i vincoli di bilancio per la spesa pubblica in campo militare degli stati membri e ha creato uno strumento di finanziamento del debito da 150 miliardi di euro – SAFE – per finanziare i prestiti degli stati destinati all’acquisto di armi. Allo stesso tempo, nel 2025 i paesi UE membri della NATO si sono impegnati ad aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL. 

In termini macroeconomici la stagnazione economica, le restrizioni fiscali e monetarie della UE, l’elevato debito pubblico e il sistema di governance economica dell’Unione fanno sì che il riarmo non possa essere finanziato senza gravi tagli alla spesa pubblica civile, in particolare quella sociale e ambientale. Tuttavia, un’economia militarizzata contribuisce in misura molto ridotta alla crescita e all’occupazione in Europa. Se guardiamo alle traiettorie dei paesi che spendono di più in armamenti – Stati Uniti, Regno Unito e Francia – troviamo che sono stati quelli più colpiti dal declino industriale. Politiche alternative – maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la sanità – sulla base delle simulazioni economiche, avrebbero effetti molto maggiori crescita e occupazione.

Quanto alle imprese militari europee, esse producono sulla base di commesse nazionali frammentate, dipendono fortemente dalle aziende Usa per armi e sistemi digitali, e sono in parte di proprietà di fondi di investimento con sede negli Stati Uniti. L’espansione degli ordini e dei profitti delle aziende non sta portando né a un consolidamento del settore a livello UE, né a un serio miglioramento della sovranità tecnologica dell’Europa – l’obiettivo politico dichiarato di queste politiche. 

Considerando le dinamiche tecnologiche, si registra una nuova convergenza tra percorsi civili e militari nelle tecnologie digitali e nell’intelligenza artificiale, con il ruolo dominante svolto dalle grandi imprese tecnologiche statunitensi, le Big Tech. I paesi europei sono da tempo in ritardo rispetto agli Stati Uniti nelle tecnologie digitali e dispongono di poche aziende con attività significative in tali settori. L’emergere di un complesso militare-digitale dominato dagli Stati Uniti rischia di influenzare gli sviluppi economici e di sicurezza in Europa.

Di fronte a tali squilibri, la UE ha moltiplicato i programmi di ricerca e tecnologia che hanno finanziato le grandi imprese militari europee, ma senza mettere in discussione il potere delle grandi aziende tecnologiche statunitensi. Nel contesto della scarsa capacità innovativa dell’Europa, specialmente nel settore digitale, lo spostamento verso attività militari mantiene la dipendenza dell’Europa dal potere degli Stati Uniti e riduce le capacità europee nei settori civili in cui l’Europa ha vantaggi consolidati – dalle tecnologie ambientali ai sistemi sanitari. Le politiche realizzate dalla UE contribuiscono ben poco alla ricerca della sovranità tecnologica – un aspetto chiave dell’autonomia strategica. Siamo di fronte a un progetto politico illusorio.

Possiamo concludere che il riarmo dell’Europa non è una traiettoria di sviluppo sostenibile a lungo termine, non contribuisce a una crescita significativa né alla creazione di posti di lavoro, non conduce alla sovranità tecnologica e rende impossibile la transizione verde e la tutela dello stato sociale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è un modello economico sbagliato.

Una politica illusoria. Il riarmo dell’Europa è stato lanciato in risposta alle tensioni internazionali, ma senza un dibattito serio sulle esigenze di sicurezza dell’Europa, senza una visione politica sull’architettura di un ordine internazionale che garantisca pace e stabilità. La corsa al riarmo europeo non ha risposte alle domande su che cosa significhi per gli scenari militari  – nucleari e convenzionali – e su come i nuovi armamenti – sviluppati in gran parte al di fuori del controllo dei governi della UE – cambiano le strategie e le modalità della guerra. L’obiettivo dell’autonomia strategica non fornisce risposte sul suo significato effettivo in termini di poteri decisionali, risorse economiche e modalità operative nei compiti di sicurezza e difesa.

Il riarmo dell’Europa non riesce nemmeno a portare a una maggiore integrazione politica e istituzionale europea. Nonostante le crisi e le guerre alle porte della UE, vi è scarsa convergenza degli interessi di sicurezza tra gli stati membri della UE. Aumenta l’incertezza sul futuro della NATO, c’è un progressivo ritiro delle forze militari statunitensi, non vi è alcun accordo sulle prospettive di una difesa comune europea. L’Europa ha da tempo abbandonato la sua immagine di “unione di pace”, e sta scoprendo che la corsa al riarmo non la sta affatto portando verso un’“unione sempre più stretta”. Alla mancanza di una visione politica europea in materia di sicurezza, stabilità e integrazione si affianca una mancanza di visione per il suo futuro economico. Il riarmo sta sostituendo le politiche della UE per la transizione ecologica – il Green Deal – e per la transizione digitale – il recupero del ritardo rispetto al predominio di Stati Uniti e Cina. Sta mettendo in pericolo il welfare state e il modello sociale europeo. 

La politica di riarmo non è coerente con le esigenze di sicurezza e non porta a una maggiore integrazione. Non è in grado di raggiungere in modo significativo gli obiettivi ufficiali di autonomia strategica e sovranità tecnologica. Manca di una visione per un futuro di stabilità, pace e ordine internazionale. In sintesi, il riarmo dell’Europa è una politica illusoria.

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