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Mammiferi marini: perché le loro reti sociali influenzano la diffusione delle malattie

Studiare delfini, balene e altri mammiferi marini cambia la prospettiva anche dei ricercatori. La dimostrazione arriva dalle poche immagini pubblicate da Scimex con un comunicato stampa. Lo studio che racconta è dedicato alla diffusione delle malattie in mare legate agli animali marini più sociali. Secondo diversi dati e osservazioni, balene, delfini e altri mammiferi sociali facilitano la trasmissione di malattie tra individui.

Il rischio ricade soprattutto sulle specie rare o minacciate; la ricerca è della Flinders University. Il team ritiene importante comprendere le reti sociali di ogni specie per prevedere e gestire le epidemie negli oceani. Grandi aree acquatiche stanno subendo danni importanti da cambiamenti climatici, inquinamento e attività umane; anche la vita delle grandi specie è fortemente influenzata negli spostamenti e nelle abitudini.

Il professor Guido J. Parra dà dati precisi sulle malattie infettive. Nei mammiferi marini sono poco studiate e non sono considerate le loro conseguenze. Sono elevate, addirittura le definiscono un pericolo per oltre un quarto delle specie minacciate. Gli oceani e i mari hanno come fattori di stress pesca, degrado di habitat e inquinamento, che indeboliscono il sistema immunitario.

balena franca

La geografia del mare ricostruita studiando vita e relazione dei grandi mammiferi oceanici: raccontiamo il CEBEL dedicato ai cetacei e tutte le prospettive di ricerca e prevenzione

I mammiferi che compongono reti sociali e magari nuotano in grandi gruppi diffondono malattie che si aggiungono alle componenti umane e ambientali. Arrivano poi le considerazioni di Caitlin Nicholls: i dati storici sono importanti per mappare comportamenti e connessioni sociali. I grandi mammiferi di gruppo, quando hanno iniziato a diventare diffusori di malattie o epidemie? Per la ricercatrice bisogna studiare gli individui altamente connessi e in relazione anche con l’uomo, attraverso l’avvicinamento a barche e siti umani. I delfini hanno legami più frequenti e mostrano maggiori probabilità di malattie a rischio epidemico.

Come per gli esseri umani, anche per delfini e balene si parla di prevenzione e diagnosi precoce sulla loro salute. Ricerche e ricercatori devono aumentare sugli animali più sociali e i loro habitat. Il CEBEL è un’importante iniziativa di studio sui cetacei, anche loro animali che legano molto tra di loro e curiosi verso l’uomo. Attraverso questo laboratorio si stanno studiando interazioni, comportamenti e abitudini. La ricerca fin qui raccontata è stata pubblicata su Mammal Review.

Mammiferi marini: perché le loro reti sociali influenzano la diffusione delle malattie è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Il ruolo dell’attività fisica nelle adolescenti: lo studio che apre nuove piste sui fattori di rischio

Si avvicinano i mesi primaverili ricchi di eventi di divulgazione e attenzione sul tema del cancro al seno. Le ricerche sono molte e ci dicono tutte qualcosa su prevenzione e fattori di rischio. Due istituti importanti – Mailman School of Public Health della Columbia University e Herbert Irving Comprehensive Cancer Center (HICCC) – hanno pubblicato uno studio dedicato all’attività fisica ricreativa sulle adolescenti.

Ha un impatto significativo sui fattori di rischio per il tumore alla mammella. Il movimento durante l’adolescenza è importante per tanti motivi. Nelle giovani donne questo periodo è di sviluppo pieno del tessuto mammario, può essere influenzato dallo stress e dagli stili di vita. Sono biomarcatori importanti che si possono già analizzare dal punto di vista medico.

Le ricerche sull’attività fisica ricreativa si erano concentrate solo sugli adulti. Le donne che praticano più sport anche per rilassarsi o svagarsi hanno il 20% di rischio in meno sul tumore. Adesso, sono state fatte analisi sulle fasi giovanili. 85 ragazze con età media di 16 anni hanno dato la possibilità ai ricercatori di esaminare dati dopo attività fisiche a riposo e organizzate. Sono stati valutati prelievi di sangue, di urine e tessuto mammario.

esercizio fisico nelle adolescenti

Primo studio urbano e multi-etnico su salute e prevenzione sotto i 18 anni: cosa evitano di fare le ragazze e che impatto ha sulla loro crescita? Una case history particolare

Chi pratica almeno due ore di ginnastica settimanale presenta meno densità mammaria, meno acqua nel tessuto e biomarcatori di stress nelle urine. La coorte studiata è urbana, di New York, quartieri diversi tra cui Harlem e South Bronx. Le adolescenti hanno permesso di fare uno studio di raffronto anche con ragazze afroamericane e ispaniche. Si è scoperto che nella metropoli più famosa al mondo più del 50% delle partecipanti non praticava attività fisica ricreativa settimanale.

La ricerca è importante perché spinge a promuovere anche sport e attività ricreative a fianco a scuola e prime esperienze lavorative. A studiare i dati, Rebecca Kehm e Mary Beth Terry hanno sottolineato l’importanza dei diversi biomarcatori misurati e rilevati nei tessuti. L’attività fisica in adolescenza riduce i fattori di rischio per il cancro agendo su tanti aspetti, partendo anche dal peso corporeo ma anche dal benessere psicofisico. Una verità detta e ridetta dai media, ma che in realtà aveva ancora bisogno di studi specifici e longitudinali.

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Cemento autopulente di nuova generazione: cosa rende speciale la formula alla dolomite

Tante città applicano materiali autopulenti e anti-sporco sulle strade e anche sui selciati. Una dimensione del lavoro urbano anti-spreco e inquinamento, allo stesso tempo. Soluzioni di questo tipo crescono per più dimensioni, ce lo racconta Bioengineer. Il minerale di dolomite è la componente chiave di un cemento autopulente a base di ossicloruro di magnesio, sviluppato da un team di ricercatori. I loro nomi sono Rodríguez-Alfaro, Torres-Martínez e Luévano-Hipólito.

Il cemento a base di dolomite riesce arespingere sporco e contaminanti con una reazione fotoindotta. Sfrutta l’esposizione a umidità e raggi ultravioletti del sole per decomporre i residui organici. In genere, molti materiali esposti all’aria si ripuliscono con l’acqua piovana. Il cemento a base di dolomite dà alle piogge naturali un potere più forte di pulizia delle superfici, riducendo così la necessità di impiegare detergenti chimici. Un materiale non solo autopulente ma anche resistente e duraturo, è stato pensato per le costruzioni sostenibili, urbane e edilizie.

cemento a base di dolomite

Borghi storici e città turistiche più puliti e sostenibili grazie al cemento autopulente: contro muffe, sporco e impronta di carbonio. Per Rodríguez-Alfaro e Luevano-Hipólito l’evoluzione non è finita

Il cemento autopulente è stato testato su diverse tipologie di degrado superficiale, ad esempio le muffe e gli accumuli di sporco. I costi di manutenzione e pulizia risultano dimezzati, ed è un fattore importante con i cambiamenti climatici in corso ma anche fenomeni di inquinamento degradanti mura e superfici.

La dolomite è una materia prima locale disponibile, il suo utilizzo riduce l’impronta di carbonio. Può essere sfruttata tanto dalle grandi città che dai borghi e dai paesi con palazzi caratteristici o in ricostruzione. I ricercatori vogliono andare oltre allo sviluppo del nuovo cemento autopulente e far crescere applicazioni e innovazioni.

Il prossimo passo sarà lo studio di variabili dell’interazione tra ossicloruro di magnesio e dolomite, lo studio di additivi e il miglioramento di resistenza e autopulizia. Rodríguez-Alfaro e Luevano-Hipólito parlano di una svolta nell’edilizia significativa e verso la sostenibilità. In fondo, costruire non significa soltanto mettere su palazzi, case e architetture belle, ma anche che non danneggiano l’ambiente e lo aiutano a mantenersi pulito. Il cemento autopulente potrà essere utilizzato anche in contesti residenziali, commerciali, domestici e scolastici.

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Alzheimer, un segnale precoce nelle onde cerebrali: il nuovo indizio che potrebbe cambiare l’approccio clinico

Aumentano gli studi sul predire la malattia di Alzheimer e quindi l’arrivo di macchinari diagnostici o analisi più potenti di quelli che abbiamo. Uno studio pubblicato su Imaging Neuroscience racconta l’importanza delle onde cerebrali. C’è un segnale specifico importante che può prevedere la malattia con precisione due anni prima. Gli esperti lo definiscono un biomarcatore sensibile e può essere scoperto con unatecnica di imaging non invasiva chiamata magnetoencefalografia (MEG).

Lo studio è di un team internazionale di neuroscienziati: Brown University negli Stati Uniti, Università Complutense di Madrid e Università di La Laguna in Spagna. Sono state analizzate le attività delle onde cerebrali a riposo di 85 pazienti con lieve deterioramento cognitivo. In pratica, esiste un prima e un dopo la comparsa dell’Alzheimer, rilevato anche su chi già soffriva di rallentamento neuronale. Questa differenza ha svelato segnali specificidella malattia. In particolare, le onde beta erano a frequenza inferiore, con una potenza e una durata meno forti rispetto a chi non aveva sviluppato la malattia nello stesso periodo.

si può predire l'Alzheimer anni prima della diagnosi

La tecnica MEG è consigliata sui pazienti dai 60 anni, la dottoressa Jones promette un ulteriore sviluppo clinico non solo predittivo ma anche terapeutico sull’Alzheimer

Stephanie Jones della Brown parla specificamente di segnali elettrici prima e dopo: compaiono nei due anni di formazione e crescita della malattia. “Poter osservare per la prima volta in modo non invasivo un nuovo marcatore precoce della progressione del morbo di Alzheimer nel cervello è un passo davvero entusiasmante”, sono le sue parole.

L’analisi strumentale sperimentata funziona anche su pazienti sani intorno ai 60 anni. Le onde cerebrali che hanno rilevato i picchi elettrici appartengono alle sfere di apprendimento, memoria e funzione esecutiva. Dopo le analisi, sono stati subito osservati comportamenti e azioni associate alle tre dimensioni compromesse tanto dal morbo quanto dal generale deterioramento cognitivo.

La dottoressa Jones, alla fine dello studio, ha affermato: “Ora che abbiamo scoperto le caratteristiche degli eventi beta che predicono la progressione del morbo di Alzheimer, il nostro prossimo passo è studiare i meccanismi di generazione utilizzando strumenti di modellazione neurale computazionale”.

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Puntini rossi nel cosmo primordiale: nuove analisi indicano un’origine inattesa e affascinante

Gli astronomi osservano da anni dei puntini rossi del cosmo primordiale e post Big Bang, risalenti a centinaia di milioni di anni successivi allo storico evento evolutivo. Li chiamano Little Red Dots, sono visibili con il JWST, James Webb Space Telescope. Che cosa sono? Gli scienziati se lo sono chiesti per molto tempo e finalmente compare su di loro uno studio dedicato.

Le prime ipotesi non portavano a delle galassie primordiali o a nuclei galattici attivi. Troppo deboli per essere dei buchi neri supermassicci, nello spazio hanno un ruolo cosmico da scoprire. Ci pensa Vadim Rusakov dell’Università di Copenaghen a fornire qualche spiegazione. I puntini rossi sono dodici, si collocano su una riga spettrale composta da idrogeno caldo.

Attorno a loro o emesso c’è del gas, forse a emissione libera. Un lato della formazione dei dodici punti rossi si presenta a forma di tenda e presenta gas denso, ionizzato e a diffusione. La descrizione conclusiva e descrittiva di Rusakov quindi è di un insieme di bozzoli di gas molto densi e in rapido movimento attorno a una sorgente. Il colore rosso è la loro composizione o luce trasmessa?

alcuni dei piccoli puntini rossi studiati, fotografati dalla NIRCam del telescopio James Webb

Lo studio di Vadim Rusakov e del suo team non esclude la possibilità di futuri quasar e buchi neri giovani e misteriosi: ecco tutte le novità

Qui viene il bello: il team guidato da Vadim Rusakov dà un’informazione che contrasta con le ipotesi precedenti. I puntini rossi sono giovani buchi neri con masse tra i 10.000 e i 10 milioni di masse solari. Non producono solo gas ma anche forte energia antigravitazionale e attrattiva. I buchi neri così descritti portano a parlare di tanti supermassicci riuniti nella linea di idrogeno.

Perché gli scienziati affermano questo? Perché il colore rosso e l’apparire insieme sono l’effetto di una luminosità forte e nell’infrarosso, causata da un denso bozzolo di gas che li alimenta. Ci sono le emissioni X e anche di radio, ma sono indebolite dalla densità ionizzata. Il bozzolo genera calore e forte energia; i buchi neri appaiono per questo come piccoli puntini neri che incuriosiscono da sempre gli osservatori astronomici. Anche perché la ricerca, rilanciata da Scimex, parla non di semplici giovani buchi neri ma di futuri quasar in formazione.

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Microgravità e cervello: la scoperta che rivela cosa succede agli astronauti dopo il rientro sulla Terra

La microgravità sperimentata dagli astronauti nello spazio ha effetti di lungo periodo sul corpo umano. Dopo un viaggio nello spazio, si hanno difficoltà di adattamento sulla Terra, gli scienziati, grazie a una nuova ricerca, ne descrivono le conseguenze. Lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. L’organo che più di tutti vive i micro effetti di una sola settimana nello spazio è il cervello. Le alterazioni possono durare almeno sei mesi, soprattutto se i viaggi si allungano oltre i sette giorni.

Forse gli astronauti non sempre se ne accorgono; gli esperti parlano di cambiamenti impercettibili che toccano anche pochissimi millimetri di massa cerebrale. Ma quali regioni del cervello vengono compromesse nel poco? I risultati indicano le regioni associate all’equilibrio, al controllo sensomotorio e alla propriocezione. Un astronauta che torna sulla Terra ha subito problemi con la gravità e dovrà attendere alcuni giorni per ritrovare il suo equilibrio. Altre reazioni più nascoste durano invece più di sei mesi.

cervello degli astronauti

Viaggi nello spazio di soli sette giorni? Cervello e fluidi si spostano cercando un equilibrio nell’assenza di gravità

Rachael Seidler è fisiologa presso l’Università della Florida, è autrice dello studio e guida il team di ricerca. “Abbiamo dimostrato cambiamenti completi nella posizione del cervello all’interno del compartimento cranico dopo un volo spaziale e un ambiente analogo. Queste scoperte sono fondamentali per comprendere gli effetti dei voli spaziali sul cervello e sul comportamento umano”, queste le sue parole.

Che cosa succede al corpo quando esce dall’orbita terrestre? I tessuti si spostano e i fluidi del corpo si distribuiscono in maniera uniforme. Il cervello sente e risponde a questi cambiamenti improvvisi. Negli astronauti è stato osservato lo spostamento del baricentro del cervello verso l’alto del cranio durante il volo spaziale. Seidler e altri colleghi hanno coinvolto 26 astronauti in uno studio prima e dopo il volo spaziale. 24 astronauti, invece, hanno sperimentato 60 giorni di inclinazione sul letto. Questo esperimento è stato supportato anche dall’Agenzia spaziale europea.

Il cervello si sposta e cambia forma con la microgravità, gli spostamenti si sono registrati fino a 3 millimetri. Gli scienziati vogliono continuare gli studi iniziati per ottenere informazioni utili per proteggere salute e prestazioni degli astronauti in missione.

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Longevità nei mammiferi: un compromesso evolutivo sta emergendo ora

Il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology ha guidato uno studio internazionale dedicato ai mammiferi. Secondo i loro dati la durata della vita si allunga notevolmente limitando la riproduzione almeno del 10%. L’indagine si è basata sui dati provenienti da 177 specie di animali mammiferi ospitati in zoo e acquari. Non è il primo studio e, infatti, sono state integrate le meta-analisi di 71 studi precedenti. Anche questi confermano l’esistenza di un compromesso evolutivo tra riproduzione e sopravvivenza.

Gli animali in natura possono vivere momenti di calo delle nascite, perché la produzione e l’accudimento della prole richiedono energia e costi biologici. Questi incidono anche sull’invecchiamento, si hanno così delle fasi in cui il numero di morti al di fuori dell’età avanzata è superiore. All’interno di questo singolo dato è importante considerare il numero di nascite di esemplari che conferma i dati del Max Planck.

bloccare la riproduzione può prolungare significativamente la durata della vita di molti mammiferi, compreso l'uomo

I mammiferi in cattività e gli eunuchi coreani suggeriscono un enigma evolutivo affascinante, dove riproduzione e sopravvivenza acquisiscono nuovi significati scientifici e sorprendenti risvolti biologici

Osservando gli animali in cattività, maschi e femmine possono trarre benefici di longevità da percorsi biologici diversi. La castrazione nei maschi ha portato a un aumento della durata di vita. La rimozione del testosterone è avvenuta in età giovane e senza vasectomia. Nelle femmine si sono utilizzati contraccezione ormonale e rimozione delle ovaie per sopprimere la riproduzione. Anche qui, gli animali ne hanno tratto maggiore longevità.

Senza capacità riproduttive e impegno di gravidanza, allattamento e accudimento della prole, si è avuto un minor consumo energetico, ne hanno tratto vantaggio diversi aspetti della salute, partendo dalle difese immunitarie più reattive e resistenti. Queste ricerche vanno approfondite studiando altri casi in cattività oppure analizzando singole specie. Sugli esseri umani gli studi sulle conseguenze della mancata riproduzione sono carenti.

Abbiamo degli esempi singoli e collettivi, ma non tantissimi dati analitici. I media però riportano un caso basato su documenti storici: quello degli eunuchi coreani della dinastia Chosun. In questa antica popolazione, i maschi venivano castrati e la loro longevità aumenta del 18%. Ci sono altri dati da prendere con le pinze, dicono gli esperti. Le donne con sterilizzazione non per ragioni oncologiche hanno una riduzione della vita dell’1%. Dato modesto ma da considerare, gli esperti parlano di un paradosso su cui raccogliere più dati.

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T‑rex, nuove analisi delle ossa: la curva di crescita è molto diversa dal previsto

Grandezza in natura significa potenza, ma non sempre essere più veloci e agili. Una ricerca sui dinosauri in parte conferma questa parziale verità. I T-rex crescevano molto lentamente, raggiungendo le misure massime della loro grandezza in più decenni. Questo risultato arriva da un nuovo studio sui fossili. 

I paleontologi prima contavano gli anelli di crescita sulle ossa delle zampe dei dinosauri. Questo particolare permette tutt’oggi di calcolare anche la velocità di crescita, di sviluppo da cucciolo o pulcino all’età adulta, passando per pubertà e adolescenza. Il grande e spaventoso tirannosauro smetteva di crescere intorno ai 25 anni.

Sono stati ri-esaminati ben 17 esemplari di T-rex, dai più giovani ai meno giovani. Alcuni adulti hanno impiegato anche 40 anni per raggiungere le dimensioni complete. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista PeerJ, Holly Woodward è uno dei principali autori. “Si tratta del più grande set di dati mai raccolti sul Tyrannosaurus rex”, ha dichiarato.

il T-rex ha impiegato 40 anni per raggiungere le sue dimensioni massime

I tirannosauri più giovani avevano la meglio sugli esemplari più anziani, assumendo un ruolo ecologico decisivo nei loro habitat, influenzando dinamiche sociali, crescita e dominio sul territorio

Le ossa dei T-rex sono state passate sotto una luce collegata a strumenti informatici con algoritmi avanzati. Non hanno contato solo gli anelli di crescita ma hanno scoperto anche quelli nascosti. La fase di crescita dei T-rex si prolunga di 15 anni rispetto alle teorie precedenti. I dati di crescita dei diversi esemplari sono stati analizzati e confrontati su diverse fasi di vita, questa è l’evoluzione dello studio rispetto a quelli passati.

La crescita dei dinosauri sicuramente è condizionata dall’ambiente ma anche dalla presenza dei loro simili: quanti sono, come e quando si riproducono, ci sono gerarchie sociali tra di loro? Gli scienziati spiegano che una linea di crescita più lunga potrebbe aver favorito i più giovani nei ruoli ecologici e all’interno dei loro ambienti. Jack Horner, un autore dello studio e della Chapman University, ha detto: “Questo potrebbe essere uno dei fattori che ha permesso loro di dominare la fine del Cretaceo come carnivori al vertice della catena alimentare”. La ricerca ha individuato tra i T-rex esaminati esemplari di altre specie di carnivori, ad esempio il Nanotyrannus dal corpo più piccolo.

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Un dolcificante rivoluzionario: scoperto un modo per produrre un raro zucchero naturale

Pochissimi chicchi di zucchero a colazione, dentro un biscotto o una torta dietetica, danno quell’energia giusta per affrontare la giornata. E aveva ragione Mary Poppins, migliorano anche l’umore. Dato che non tutti possono assumere lo zucchero, la scienza alimentare ha creato delle alternative e tra queste si aggiunge il tagatosio, più raro ma naturale. Lo hanno scoperto gli scienziati della Tufts University, ha lo stesso sapore dello zucchero classico ma non rovina la dieta e, soprattutto, i livelli di glicemia.

Il tagatosio è presente naturalmente in alcuni frutti e nel latte. La sua produzione è difficile e costosa, per questo si parla di uno zucchero raro. Ha un potere dolcificante molto alto, pari al 92% dello zucchero tradizionale, ma ha anche il 60% delle calorie in meno. Assunto anche nella quantità di una punta di cucchiaio, alza lievemente glicemia e insulina. La FDA (Food and Drug Administration) lo ha riconosciuto alimento sicuro e può essere integrato tra i prodotti alimentari vendibili e consumabili.

gli scienziati trovano un modo rivoluzionario per produrre il tagatosio, uno zucchero raro e più sano

Come viene prodotto il tagatosio, lo zucchero che non fa male ai diabetici e che aiuta chi soffre di carie, sovrappeso e disturbi digestivi? Scopriamo il processo biochimico e vegetale

Come è stato prodotto il tagatosio in laboratorio? Sfruttando dei batteri a noi noti per le loro conseguenze negative e una muffa, ma geneticamente modificati e con tecniche avanzate mettono in moto un bio-processo sintetico. Capiamo meglio il percorso con le parole di Nik Nair, autore dello studio e professore di ingegneria chimica e biologica.

“L’innovazione chiave nella biosintesi del tagatosio è stata l’individuazione dell’enzima Gal1P della muffa melmosa e il suo inserimento nei batteri di produzione. Questo ci ha permesso di invertire un percorso biologico naturale che metabolizza il galattosio in glucosio e di generare galattosio dal glucosio fornito come materia prima. Da quel momento in poi, è possibile sintetizzare il tagatosio e potenzialmente altri zuccheri rari”.

Il tagatosio, rispetto allo zucchero tradizionale, appare marrone e può ricordare quello di canna. Previene la carie e sostiene la flora intestinale sana, il motivo sta nella sua origine e consistenza. All’interno dell’intestino tenue viene assorbito solo parzialmente e fermentato dai batteri intestinali del colon. In questa maniera, non alza glucosio e glicemia, rendendolo utile per la preparazione di alimenti dolci per diabetici.

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Materia oscura sotto revisione: una teoria mette in discussione la storia dell’Universo

La materia oscura è stata riconsiderata in numerose ricerche dagli studi di due università: Minnesota Twin Cities e Paris-Saclay. L’informazione nuova riguarda le temperature di questa essenza primordiale dell’Universo. Secondo gli ultimi dati, la materia oscura un tempo è stata calda e in grado di muoversi alla velocità della luce. I ricercatori l’hanno sempre considerata fredda; forse lo è diventata superando la fase di formazione caratterizzata da picchi di luce e energia elevati. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista dell’American Physical Society, Physical Review Letters.

L’Universo giovane ha un’era della sua formazione definita “congelamento”. La materia oscura si credeva fredda fin dalla nascita per questo stadio. Invece di muoversi alla velocità della luce, era lentissima per la formazione delle galassie e altre strutture cosmiche. Il freddo non ostacolava la presenza di particelle ultraveloci grazie ai neutrini leggeri. All’inizio non c’è stata subito la formazione di galassie, ma di materia livellata dello spazio primitivo.

illustrazione della materia oscura

Grazie alle nuove scoperte, la materia oscura appare più enigmatica: particelle ultra veloci prima della formazione delle galassie e altre strutture dello spazio

Questa narrazione è messa in discussione dai team del Minnesota Twin Cities e Paris-Saclay. Il periodo del riscaldamento post-inflazionistico ha mostrato la possibilità che la materia oscura nascesse incandescente o ultrarelativistica. Se è fredda, le temperature sono scese con il tempo, contribuendo alla formazione delle galassie. Stephen Henrich è l’autore principale di queste conclusioni.

Le particelle della materia oscura in formazione erano più veloci di quanto pensavamo dopo il Big Bang. Con l’espansione dello spazio, le particelle si sono rallentate e le strutture cosmiche che osserviamo ancora oggi hanno creato un nuovo equilibrio tra tutti gli elementi in orbita.

“La materia oscura è notoriamente enigmatica”, questa è una delle affermazioni di Stephen Henrich. Da Parigi si aggiungono le parole conclusive del coautore Yann Mambrini, anche lui docente: “Grazie alle nostre nuove scoperte, potremmo riuscire ad accedere a un periodo della storia dell’Universo molto vicino al Big Bang”. Questo studio, che ribadisce analisi scientifiche rilevanti del passato, è stato sostenuto e finanziato da enti di ricerca e cultura astronomica importanti: Horizon 2020 dell’Unione Europea collegato alla sovvenzione Marie Sklodowska-Curie.

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Videogiochi e salute: nuove evidenze mostrano un limite critico

Scimex ci ricorda che troppe ore ai videogiochi e comunque davanti a un monitor compromettono la salute fisica e mentale. Non sono parole dette e ridette, ma i risultati di uno studio recente con tanto di dati aggiornati. La Curtin University ha indagato gli effetti del tempo trascorso a videogiocare dagli studenti universitari australiani.

Hanno partecipato volontariamente ben 317 volontari con un’età media di 20 anni e provenienti da cinque università diverse. La coorte è stata divisa in tre gruppi in base al tempo di gioco trascorso durante la settimana. Chi gioca fino a 5 ore su sette giorni è un giocatore scarso, dalle 5 alle 10 ore si rientra tra i giocatori moderati. I giocatori intensi sono quelli da monitorare, trascorrono più di 10 ore settimanali davanti a monitor e joystick. I giocatori moderati e scarsi non hanno presentato problemi di salute preoccupanti, gli intensi invece sì: dieta alterata, sonno compromesso e chili di troppo.

i rischi dei videogiochi per la salute

La videodipendenza come problema di salute e sociale: il gioco eccessivo rovina lo studio, il sonno, le relazioni, compromette un futuro ricco di possibilità

La videodipendenza è associata sia all’aumento di peso che anche alla perdita perché molti giocatori intensi si dimenticano persino di mangiare. La ricerca però non ha registrato questo caso, anzi… L’indice di massa corporea medio riscontrato è di 26,3 kg/m² contro valori precedenti di 22 kg/m².

È soprattutto lo stile alimentare che cambia con l’attenzione al gioco più assidua e intensa. Sul sonno l’attenzione è alta anche sui giocatori moderati, superare le cinque ore settimanali di videogiochi compromette il riposo notturno.

Ecco le dichiarazioni del professor Mario Siervo, principale autore dello studio pubblicato su Nutrition: “Ogni ora aggiuntiva di gioco a settimana è stata associata a un calo della qualità della dieta, anche dopo aver tenuto conto dello stress, dell’attività fisica e di altri fattori legati allo stile di vita. Questo studio non dimostra che il gioco d’azzardo causi questi problemi, ma mostra chiaramente che il gioco eccessivo può essere collegato a un aumento dei fattori di rischio per la salute. I nostri dati suggeriscono che giocare poco o moderatamente va generalmente bene, ma giocare eccessivamente può compromettere abitudini sane come seguire una dieta equilibrata, dormire bene e mantenersi attivi”.

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Marte come non l’abbiamo mai immaginato: ecco la ricerca che apre nuovi scenari

Marte un tempo era un pianeta blu e non rosso, la scoperta è del team di ricercatori dell’Università di Berna e dell’Inaf, Osservatorio astronomico di Padova. Le prove della presenza di acqua ormai sono numerose, il pianeta ospitava vaste distese azzurre e anche un qualcosa di simile all’Oceano Artico terrestre. Le immagini satellitari ad alta risoluzione riportano la presenza di strutture simili ai delta fluviali.

Marte aveva quindi fiumi, mari e oceani, forse dei laghi e tra loro erano collegati, in superficie come nel sottosuolo. Al telescopio, anche di una base spaziale, il pianeta di allora risulterebbe blu. I ricercatori di Berna e Padova hanno analizzato le formazioni di Coprates Chasma, sul margine sud-orientale. Sono all’interno di un sistema di canyon, Valles Marineris. Il delta identificato è a ventaglio, porta segnali di un oceano non più presente da milioni di anni a cui era collegato.

una panoramica dell'atmosfera di Marte

Canali e grotte di Marte mostrano segni misteriosi: le sonde spaziali raccolgono dati che saranno utili anche alle missioni umane. Potrebbero essere costruite lì delle basi per gli astronauti?

I canali, le grotte, le aree molto scavate potrebbero presentare depositi formati da fiumi, analizzabili in laboratorio. Per questo, oltre ai rover, l’arrivo di basi spaziali più avanzate è atteso perché si scopriranno altre novità sul passato del pianeta rosso, che per molti ha potenzialmente ospitato anche delle prime tracce di vita biologica.

Il principale autore dello studio è Ignatius Argadestya, ricercatore di dottorato a Berna. Il paesaggio marziano basta a comprendere tante cose, ha dichiarato. Non solo, ha affermato che le caratteristiche sono simili alla Terra, i delta blu vicino alla montagna ricordano il nostro ambiente fatto di montagne e oceani, mari, fiumi e laghi.

I dati per la ricerca arrivano da sonde attorno a Marte: ExoMars Trace Gas Orbiter dell’Agenzia spaziale europea con le sue telecamere CaSSIS. Poi il Mars Express dell’ESA e il Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. L’antico oceano scomparso, sembra che Marte ne abbia avuto soltanto uno, è paragonabile al nostro Oceano Artico terrestre. Queste affermazioni sono contenute in uno studio pubblicato su npj Space Exploration.

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Universo primordiale: il mistero del calore nei primi ammassi di galassie

La ricerca astronomica ha grande interesse per lo spazio e i suoi elementi senza troppi miliardi di anni sulle spalle. Nel mirino degli studi recenti gli ammassi di galassie giovani. Secondo le conoscenze costruite in questi anni, sono fredde perché hanno gas intracluster non completamente riscaldati. Un nuovo studio però riscrive questa teoria: alcuni astronomi hanno studiato l’ammasso SPT2349-56 utilizzando l’Atacama Large Millimetre/submillimetre Array (ALMA).

L’ammasso di galassie risale a 12 miliardi di anni fa o forse a un numero ancora più piccolo. La sua nascita è avvenuta quando l’Universo aveva poco meno di 1,5 miliardi di anni. Secondo gli ultimi modelli, il gas attorno a questo ammasso ancora in formazione appare surriscaldato. La nascita degli ammassi di galassie può avvenire anche in maniera violenta, un evento energetico tale da riscaldare l’ambiente circostante o per sempre o per lungo tempo.

la stazione radio ALMA

stazione radio ALMA

La combinazione di starburst e buchi neri attivi rende alcuni ammassi di galassie giovani sorprendentemente caldi, cambiando la nostra visione dell’Universo primordiale

È stato l’effetto termico Sunyaev-Zel’dovich a rendere possibile le nuove scoperte sugli ammassi giovani. Il gas caldo si è rilevato come una piccola ombra sullo sfondo cosmico. Gli esperti parlano di microonde legate alla radiazione residua del Big Bang. Non è solo misurato il gas con luce emittente, ma l’interazione degli elettroni energetici con i fotoni più antichi. Queste le parole di Dazhi Zhou, dottorando presso l’Università della British Columbia: “Non ci aspettavamo di vedere un’atmosfera di ammasso così calda in un momento così precoce della storia cosmica”.

SPT2349-56 rimane tra i sistemi infantili dello spazio affascinanti ed estremi. Ospita 30 galassie starburst anche loro ancora giovani, hanno migliaia di stelle in formazione al loro interno. Sono superiori per molti aspetti alla Via Lattea, al loro interno potenti buchi neri supermassicci in crescita. Da loro sono osservabili sorgenti radio brillanti che contribuiscono a costruire nuove teorie e modelli.

Lo spazio per gli scienziati è un qualcosa che si trasforma in comprensibile grazie a strumenti avanzati e calcoli complessi. Per i non esperti ma affascinati rimane un qualcosa di infinito e parlare di tanti soli e stelle riuniti insieme tra galassie e insiemi di galassie in grado di scatenare potenti esplosioni di energia e fenomeni elettromagnetici fuori scala.

Universo primordiale: il mistero del calore nei primi ammassi di galassie è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Realtà virtuale e salute mentale: come gli ambienti naturali favoriscono l’apertura emotiva

L’ECU, Edith Cowan University, afferma che la salute mentale può trarre giovamento da terapie che sfruttano anche la realtà virtuale (VR). La progettazione dello spazio virtuale deve far sentire le persone a proprio agio, aiutarle a superare conflitti interiori o stati di malessere in uno stato di serenità.

Tra tanti scenari che si possono costruire, le ambientazioni naturali portano al raggiungimento di numerosi obiettivi. Sono veri e propri spazi di auto-rivelazione e di apertura. Un paziente ha dichiarato che l’ambiente virtuale realizzato per lui aveva un effetto calmante/rilassante. L’effetto “piacevole da vedere” ha creato un senso di fiducia che lo ha portato a condividere di più le esperienze, i terapeuti hanno così potuto interagire meglio sugli aspetti più vulnerabili da migliorare e quelli da valorizzare.

realtà virtuale e salute mentale

Due test diversi sulla realtà virtuale per generare calma, clima di condivisione e auto-rivelazione. Il 20% dei partecipanti ha scelto le VR e le ambientazioni naturali

Sulla realtà virtuale sono stati condotti due studi da un ricercatore di psicologia, il Dottor Shane Rogers. Avatar, anonimato e spazio hanno contribuito a generare l’effetto calmante. Il primo studio ha confrontato il lavoro tramite videochat, chat di testo e realtà virtuale. La videochat è stata l’opzione preferita dai partecipanti, la realtà virtuale ha invece eguagliato il video per la presenza e le sensazioni di calma. Il 20% dei partecipanti ha poi preferito la realtà virtuale anche per condividere esperienze personali.

Il secondo studio si è concentrato solo sull’ambiente costruito e disegnato per la VR. I partecipanti hanno sperimentato come contesti il mare, il giardino, l’ufficio urbano e la fantascienza. Gli ambienti naturali hanno vinto nelle scelte, sono stati definiti più confortevoli anche per conversazione terapeutica.

Queste le affermazioni del Dottor Rogers: “Uno dei motivi per cui la realtà virtuale piace alle persone è che il senso di anonimato offerto dagli avatar può aiutarle a sentirsi più rilassate. Abbiamo scoperto che gli ambienti VR naturali, in particolare quelli costieri o nei giardini, aiutavano le persone a sentirsi più a loro agio quando parlavano di esperienze personali. Ciò ha implicazioni concrete per la progettazione di futuri strumenti per la salute mentale. Questi studi dimostrano che la realtà virtuale può offrire vantaggi unici, a metà strada tra una videochiamata e una sessione di persona. Con i continui miglioramenti nel realismo degli avatar e nella progettazione ambientale, la realtà virtuale potrebbe diventare una parte importante del kit di strumenti per la salute mentale”.

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Urbanizzazione e caldo estremo: perché nuovi parchi non sempre riducono i rischi

Nuovi parchi e tanti alberi stanno arricchendo le città di spazi verdi. Vengono costruiti per promuovere lo sport, il contatto con la natura, contrastare gli effetti del riscaldamento climatico. La soluzione non è sufficiente secondo i ricercatori della National Taiwan University, che hanno condotto uno studio profondo su sei aree urbane nord di Taiwan.

Hanno considerato le temperature, il numero di spazi verdi e diverse variabili socioeconomiche. I periodi scelti vanno dal 2009 al 2012, poi dal 2019 al 2022. La ricerca è stata pubblicata su Sustainable Cities and Society. Alcune zone vivono riscaldamento costante nonostante la crescita delle aree verdi. Il motivo sta nella velocità dell’urbanizzazione, quindi troppi palazzi o industrie e troppo pochi alberi per rispondere con impatto attraverso il verde.

Nelle città si creano delle isole di calore che si intensificano sempre di più. Il problema è soprattutto la frammentazione delle aree naturali rispetto all’edilizia, pochi alberi e un praticello potrebbero non bastare per rispondere alla quantità di smog, cemento e altre emissioni urbane.

parco in città

Città moderne e vecchi distretti: perché il verde progettato ad hoc funziona davvero contro il caldo urbano, mentre quello estetico non basta a ridurre i rischi climatici

Il verde è importante perché crea una sorta di raffreddamento e assorbe il calore ma deve essere proporzionato alle trasformazioni urbane in atto, molto veloci e vaste. La capitale e i quartieri riqualificati di nuova generazione potrebbero avere progetti di rigenerazione con un numero di aree alberate e verdi adeguate e studiate ad hoc. In generale, ci sono investimenti pubblici per costruire tanti parchi e aree alberate ma pensate più ad uso della popolazione oppure dal lato estetico.

Questo avviene soprattutto nei vecchi distretti industriali e nelle città satelliti, la popolazione diventa così più svantaggiata e vulnerabile. Anche le aree periurbane, considerate più verdi, non hanno un verde sufficiente e costruito per rispondere al grado di urbanizzazione in atto. Le città non diventano soltanto più calde ma anche con meno ecosistemi naturali, utili anche per costruire una coesione sociale e abitudini lontane da macchine e cemento.

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App contro il fumo: i dati che stanno cambiando l’approccio alla dipendenza

Tantissime dimensioni terapeutiche stanno crescendo e migliorando grazie ai dati. Parliamo dell’insieme di molte informazioni importanti su un paziente, su una coorte o su malattie o comportamenti. Le app per smettere di fumare rientrano in questo contesto, possono essere migliorate grazie ad analisi e meta-analisi. Ad esempio, quella condotta da Shuilian Chu e altri ricercatori della Capital Medical University di Pechino. Le app antifumo stanno diventando più efficaci nell’aiutare chi vuole dire addio alle sigarette, senza ricadute.

Secondo il team, è grazie agli strumenti digitali che l’obiettivo principale di questi strumenti ha probabilità di successo triplo. Alcuni pazienti hanno saputo resistere all’astinenza per sei mesi senza ricadute, questo range di tempo è già un buon punto di partenza rispetto ai metodi tradizionali.

Nelle app c’è la capacità di saper raccogliere dati e rispondere costantemente con informazione, supporto anche psicologico. Una terapia cognitivo-comportamentale basata su modelli psicologici pre-caricati e con risposte personalizzate rispetto ai pazienti. Le app offrono percorsi di mindfulness, consigli su come modificare alcune abitudini e come migliorare la gestione del desiderio di fumare.

le app per smartphone per smettere di fumare potrebbero rappresentare una misura complementare nel sistema sanitario

12.000 partecipanti, inclusi minorenni, hanno tentato di smettere di fumare senza farmaci usando app digitali: ecco cosa hanno scoperto i ricercatori cinesi nello studio

Ci sono dati pratici, la revisione ha esaminato 31 studi pubblicati dal 2018 al 2025. In questi anni, 12.000 partecipanti dai 15 anni in su hanno partecipato a percorsi anche digitali per smettere di fumare. Le app si sono dimostrate utili, permanenti e con un numero di successi elevati.

Un periodo di astinenza di almeno sei mesi viene considerato permanente. Alle app si possono associare anche altre terapie antinicotina e psicologiche, raddoppiano le probabilità di successo che già sono superiori al numero 2. Le app contribuiscono dell’1,8 alla probabilità di smettere di fumare rispetto ai soli trattamenti farmacologici.

In più, la strada digitale è flessibile, economica e sempre disponibile. “Esiste una chiara relazione dose-risposta tra l’intensità del supporto e il successo nello smettere di fumare. Le app aiutano a soddisfare questa esigenza. Possono offrire un supporto comportamentale intensivo, interattivo e in tempo reale, superando così l’efficacia dei consigli a tempo limitato”. hanno concluso i ricercatori.

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Il relitto vichingo di 600 anni appena scoperto è il più grande del suo genere

I vichinghi sono noti per le loro navi, i lunghi viaggi e anche una durezza mitica nei loro tratti e modi di fare. Il fascino a loro legato si deve a una cultura del mare e a una spiritualità profonda che fa da cornice a molte opere letterarie e film fantasy. Al largo della costa di Copenaghen è stata scoperta la nave vichinga più grande al mondo. 600 anni di storia ben conservati, l’imbarcazione è stata chiamata Svælget 2.

È lunga 28 metri e equivale a due scuolabus uniti. Una nave importante, perché al suo interno presenta anche dei castelli in legno, a poppa e a prua. La nave è un modello cog, utilizzata nel Medioevo per il commercio con grandi carichi. L’età storica in cui è collocata la nave è l’Europa del XV secolo, tra Medioevo e età moderna.

“La scoperta rappresenta una pietra miliare per l’archeologia marittima, un’opportunità unica per comprendere sia la costruzione sia la vita a bordo delle grandi navi commerciali nel Medioevo. Non si tratta di comfort in senso moderno, ma è un grande passo avanti rispetto alle navi dell’era vichinga, che avevano solo ponti scoperti in qualsiasi condizione atmosferica”, scrive in una nota il responsabile degli scavi Otto Uldum.

una mappa altimetrica 3D mostra i resti di Svælget 2

una mappa altimetrica 3D mostra i resti di Svælget 2

Chi viveva per tanti mesi su Svaelget 2? Equipaggio preparato, comandanti e signori che davano ordini per portare a casa nuove merci. La storia studiata attraverso gli oceani

L’imbarcazione ha tracce di Medioevo ancora e segni di voglia di esplorare, scoprire nuovi mercati. L’equipaggio aveva una vita dura nell’imbarcazione, meno forse chi comandava e se sulla nave salivano anche donne, figli e parenti vari dei signori. La nave era sepolta sotto 12 metri di sabbia e limo; questa copertura ha preservato tracce del sartiame. È l’ingranaggio dell’albero di corde, fili e tela importante per capire come si muovesse con mari deboli o agitati.

Il legno si è ben conservato, Svælget 2 è stata costruita intorno al 1410 da artigiani vichinghi dei Paesi Bassi. Tanto equipaggio significava costi: quanti uomini richiedeva la nave? Pochissimi, analizzando la struttura. Le dimensioni sono grandi, ma ci sono sistemi ingegnosi di corde e sartiame che facilitavano ogni manovra dalla poppa alla prua. Sui castelli si avevano soltanto illustrazioni storiche; per la prima volta si potranno studiare dal vivo costruzioni sopravvissute dal passato.

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Neutrini dalla Via Lattea: ecco cosa mostra la prima mappa completa del loro arrivo sulla Terra

Importante novità nella geografia astronomica: per la prima volta è stato mappato l’afflusso di neutrini provenienti dalle stelle della Via Lattea e diretti verso la Terra. I neutrini sono particelle quasi prive di massa che interagiscono pochissimo con la materia. Provengono da processi di fusione nucleare all’interno delle stelle, ma anche da altri fenomeni, e attraversano il nostro pianeta. Vengono chiamati anche “messaggeri fantasma” e contengono tantissime informazioni chimiche e fisiche.

Gli astronomi che hanno lavorato su questa mappa provengono dal Niels Bohr Institute di Copenaghen e si chiamano Pablo Martínez-Miravé e Irene Tamborra. Hanno combinato modelli astrofisici con i dati del telescopio Gaia per stimare l’afflusso stellare.

Solo nell’intervallo di energia di circa 0,1 MeV, circa 100 miliardi di neutrini galattici al secondo per centimetro quadrato raggiungono la Terra, un numero paragonabile a quello dei neutrini solari in questa fascia. A energie inferiori a 0,01 MeV, circa un miliardo di neutrini al secondo per centimetro quadrato attraversa il pianeta. Quelli con energia superiore a 1 MeV sono meno numerosi.

la maggior parte dei neutrini stellari proviene dal disco sottile della Via Lattea

Stelle massicce e giovani nel disco sottile della Via Lattea, studiate da tempo dagli astronomi e captate insieme alle radiazioni e ai neutrini galattici invisibili

Di sicuro, la maggior parte dei neutrini proviene dalle stelle massicce del disco sottile della Via Lattea. Questa regione astronomica è relativamente giovane e ricca di stelle di grandi e medie dimensioni. Anche l’area vicino al rigonfiamento centrale della Via Lattea ha una concentrazione di stelle importante; la zona è oggetto di studi e osservazioni. La mappa dei neutrini stellari apre prospettive sullo studio di tanti corpi legati alle stelle e alla galassia. Con i neutrini si possono studiare i nuclei stellari ma anche le radiazioni elettromagnetiche.

“Nel complesso, il flusso di neutrini provenienti dalle stelle della nostra galassia è circa cinque ordini di grandezza inferiore a quello del Sole o alla radiazione di fondo diffusa delle supernovae e di altri processi ad alta energia nel cosmo. I nostri risultati mostrano che la maggior parte dei neutrini viene prodotta in stelle con una massa pari o superiore a quella del nostro Sole. Poiché queste particelle fantasma provengono direttamente dall’interno di queste stelle, possono fornirci informazioni che non possiamo ottenere attraverso la luce e altre radiazioni elettromagnetiche”, sono le parole di Pablo Martínez-Miravé.

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Asimmetria lunare: i campioni di Chang’e‑6 suggeriscono un impatto colossale

La Luna è asimmetrica e si può percepire questa forma irregolare con potenti telescopi, oppure con le foto delle missioni spaziali. Ad esempio, quella cinese Chang’e-6 che sta analizzando alcuni campioni lunari raccolti dal lato nascosto del satellite. Parliamo di polvere del bacino Polo Sud-Aitken, alcuni frammenti sono stati riportati sulla Terra nel 2024.

Rivelano differenze isotopiche importanti, legate a un impatto gigantesco del passato, capace di creare l’asimmetria, ovvero rimodellare la composizione interna della Luna. La sua forma irregolare è stata notata nel 1959 con le prime immagini. La parte visibile è ricca di mari basaltici scuri e pianure, il lato opposto invece è caratterizzato da crateri.

Il bacino Polo Sud-Aitken risulta il più grande cratere d’impatto del Sistema Solare, che ci sia stato il corpo di un altro corpo celeste impattante è ancora una teoria ma tra le più seguite nel mondo scientifico. Uno studio complesso per la difficoltà di prelevare campioni fisici dal lato nascosto della Luna, ma Chang’e-6 è riuscita a raccogliere anche pochi frammenti preziosi.

Luna

Si progetta da anni lo stanziamento e l’esplorazione umana del bacino Polo Sud-Aitken sulla Luna, un’area plasmata da un impatto esterno che ha lasciato tracce chimiche indelebili

La missione spaziale cinese è riuscita a confrontare i materiali di entrambi gli emisferi lunari. Alcuni campioni furono portati dalle missioni Apollo. Ferro e potassio hanno attirato l’attenzione dei ricercatori. Il bacino Polo Sud-Aitken presenta variazioni isotopiche non riconducibili ad attività vulcanica ma a una forte energia improvvisa capace di vaporizzare parte del mantello lunare. Questo evento può aver avuto anche minime ricadute sulla Terra o attorno al nostro pianeta?

Vediamo che cosa scrivono gli autori dello studio: “Sebbene i processi magmatici possano spiegare i dati sugli isotopi del ferro, gli isotopi di potassio necessitano di una fonte del mantello con una composizione isotopica di potassio più pesante sul lato lontano rispetto a quello vicino. Questa caratteristica è molto probabilmente il risultato dell’evaporazione del potassio causata dall’impatto che ha formato il bacino di Aitken-Polo Sud, dimostrando la profonda influenza di questo evento sulle profondità della Luna. Questa scoperta implica anche che gli impatti su larga scala siano fattori chiave nella formazione del mantello e della composizione della crosta”.

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Nuova frontiera dal MIT: arriva la pillola intelligente che monitora l’assunzione in modo silenzioso

Dal MIT, il più importante polo tecnologico del mondo, è stata sviluppata una pillola intelligente. Ti avvisa dell’avvenuta ingestione del farmaco lanciando dei segnali grazie a una microscopica antenna wireless biodegradabile integrata. Un’innovazione inutile? No, perché ci sono molti pazienti non in grado di parlare o di comunicare l’ingestione di un farmaco. Pensate agli anziani con difficoltà a parlare o muoversi, ad altri casi di disabilità. La pillola intelligente è quindi un importante aiuto terapeutico. L’antenna, che si distrugge con la capsula, è composta da zinco e cellulosa.

Minuscole sfoglie, aderenti e arrotolate nella capsula insieme al medicinale. Non interagiscono e non alterano nessun principio attivo. La capsula è rivestita da uno strato che blocca qualunque segnale prima della deglutizione. Quando ingerita, la pellicola esterna si dissolve, farmaco e antenna vengono rilasciati insieme. Il dispositivo segnala a un lettore esterno l’avvenuta ingestione. Il chip, chiamato anche RF, attraversa il tratto digerente in sicurezza e si degrada in una settimana.

gli ingegneri del MIT hanno progettato una pillola in grado di segnalare quando è stata ingerita

Prevenire rischi e irregolarità nell’assunzione di farmaci: la nuova soluzione che tutela pazienti complessi e apre a un monitoraggio clinico più affidabile

Il progetto nasce per prevenire l’aggravarsi di malattie per mancata assunzione di farmaci, oppure la mancanza di una loro regolarità. Ci sono patologie in cui saltare anche una sola volta un farmaco è rischioso, altre in cui è importante la regolarità. Tra le categorie di pazienti ad alta vulnerabilità ci sono le persone sottoposte a trapianti di organo oppure affette da infezioni croniche e tubercolosi.

La capsula intelligente è stata testata sugli animali: il sistema ha inviato segnali dallo stomaco fino a 60 centimetri di distanza. Anche in campo veterinario l’innovazione risulterebbe utilissima, considerando che gli animali tendono a risputare capsule e pasticche talvolta necessarie.

Le capsule intelligenti sono un’evoluzione che accompagnerà nell’uso umano i dispositivi indossabili in grado di trasmettere dati al personale sanitario. Lo studio del MIT è stato raccontato in un articolo pubblicato da Nature Communications. Il progetto è stato finanziato da istituzioni accademiche e realtà farmaceutiche.

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Coste del Golfo Persico: le mangrovie lottano contro sviluppo e inquinamento

Le mangrovie rosse e grigie vivono nella regione del Golfo Persico, i loro nomi scientifici sono Avicennia marina e Rhizophora mucronata. Nonostante gli sforzi per proteggerle e conservarle, sono a rischio di estinzione. Non soffrono le più crude difficoltà naturali ma proprio lo sviluppo urbano, le attività industriali, dragaggio e bonifica dei terreni. Le mangrovie sono in grado di sopravvivere alla salinità, al caldo estremo e alla siccità.

Sono alberi importantissimi per la biodiversità del pianeta; solo nel Golfo Persico rappresentano casa e fonte di cibo per fenicotteri, aironi, garzette e altri 60 uccelli. Le mangrovie sono una risposta naturale alla grave erosione delle coste, in più stabilizzano il suolo e contribuiscono alla resilienza climatica. Producono carbonio naturale. Le comunità locali convivono con le mangrovie e la fauna che accoglie.

la maggior parte delle foreste di mangrovie del Golfo Persico sono ora aree protette e sono diventate mete turistiche molto gettonate

I dati sulla riduzione delle mangrovie del Golfo Persico dal passato al futuro, il ripristino è possibile e richiede l’impegno di politica e decisori economici industriali

Gli alberi vengono utilizzati in maniera sostenibile per il legno. I rami caduti, ma anche le foglie, possono essere impiegati per edilizia, combustione e artigianato o industria locale, in una misura tale da permettere la rigenerazione delle foreste e dei cicli ecologici. Ci sono aree protette per le mangrovie che diventano risorsa anche per il turismo sostenibile, il birdwatching e la ricerca naturalistica.

Il ripristino delle mangrovie del Golfo è fattibile, lo dimostrano alcuni interventi che hanno avuto successo. Ma all’interesse della conservazione naturalistica negli Emirati Arabi Uniti si contrappone lo sviluppo umano senza controllo e la crescita di industrie e estrazione di petrolio. L’innalzamento del livello del mare è causa e conseguenza della morte delle mangrovie. Vediamo alcuni dati utili a studiare strategie future integrate.

Dal 1996 la copertura regionale delle mangrovie è diminuita del 14,3%, un dato strutturale importante da tenere in considerazione. Ci sono le previsioni: nei prossimi 50 anni la popolazione di alberi si ridurrà fino al 45%. La superficie delle mangrovie è scesa da 18,1 milioni di chilometri a 15 milioni. La loro diminuzione territoriale è dovuta alla conversione dei terreni per l’agricoltura e l’acquacoltura. Quali misure alternative pensano gli esperti? Vivai gestiti localmente, progetti di crediti di carbonio, ricerche fitochimiche che valorizzano anche per la salute l’importanza delle mangrovie.

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Segnali dallo spazio: ecco perché le api potrebbero aiutarci a capire gli alieni

Tra il 2016 e il 2024, è stata sperimentata la capacità delle api mellifere di imparare la matematica base, pochi concetti. I ricercatori hanno sottoposto api libere di volare a semplici test con ricompensa di acqua zuccherata. Il loro cervello piccolissimo era in grado di svolgere operazioni numeriche per ottenere il goloso premio.

Sanno risolvere addizioni e sottrazioni semplici, distinguono le quantità dispari e pari, sanno ordinare degli elementi e comprendono il concetto di zero. Alcune api hanno anche associato simboli e numeri, la capacità di apprendimento nelle api più intelligenti è simile a quella umana su esercizi elementari.

Gli esercizi dati dall’uomo e la capacità delle api di risolverli nascondono un’interazione profonda ed efficiente con l’ambiente attorno. Soprattutto con altri esseri viventi, alla richiesta di operare con addizione e sottrazione c’è stata una risposta, anche se ricompensata.

le api hanno dimostrato di essere in grado di apprendere semplici calcoli aritmetici e di eseguire altre imprese numeriche

Che cosa ci insegna l’esperimento di api e matematica sulle potenziali forme di vita intelligente extraterrestre? Domande, ma anche test eseguiti dalla scienza

Dato che per le api noi siamo una sorta di alieni o qualcosa di sconosciuto, potrebbero essere lo spunto per ipotizzare la nostra interazione con degli extraterrestri? La risposta crea dei sì, dei no e dei ni. Nel sì e nei ni, entra la matematica di base, la logica più semplice. Le api dimostrano che due specie viventi, diverse dal punto di vista evolutivo, entrano in relazione ad una logica base guidata dall’intelletto e/o dall’istinto, come quelle delle api in grado di ragionare anche sulla convenienza.

Gli astrofisici sono alla ricerca di contatti alieni nello spazio, alcune basi con telescopi importanti non intercettano solo nuove stelle, ma anche segnali radio. La comunicazione, secondo gli esperti, avverrà sulla lunga distanza, forse di 4,4 anni luce che è la lontananza della stella più vicina alla Terra. Tra i tanti esperimenti ancora in corso, quello del1974 con il messaggio radio di Arecibo composto da 1.679 zeri, suddivisi poi in insiemi atomici uguali a quelli del DNA. Con la matematica è stato ipotizzato per gli alieni anche un linguaggio binario, nel più vicino 2022.

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Microplastiche nelle bottiglie: uno studio rivela un rischio nascosto per il pancreas

Il pancreas di maiale è stato esposto a microplastiche PET per studiare i loro effetti sulla salute globale. Anche poche concentrazioni di questi microscopici inquinanti creano alterazioni nell’accumulo di grasso e tossicità nelle cellule. Ne viene compromessa la funzione metabolica complessiva e il singolo organo. Il modello suino è stato scelto per le somiglianze fisiologiche con il pancreas umano, anche a livello di assorbimento del glucosio e secrezione insulinica.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica BMC Genomics, gli animali sono stati trattati per quattro settimane con due livelli di esposizione di microplastiche di polietilene tereftalato. È il materiale che compone le bottiglie di plastica, le dosi basse utilizzate erano di 0,1 grammi al giorno. La soglia alta invece raggiungeva 1 grammo al giorno. Dopo quattro settimane, il pancreas degli animali presenta effetti preoccupanti. La tossicità cellulare è stata più marcata nei suini trattati con quantità di PET maggiore. Il tessuto pancreatico registra morte cellulare e alterazioni tali da compromettere le funzionalità dell’organo.

bottiglia di plastica su una spiaggia a Plomeur in Francia

Le malattie associate alle microplastiche presenti nel pancreas: accumulo di grasso a goccioline, diabete, obesità e l’insorgenza di disturbi metabolici cronici

Ecco alcune affermazioni del team di ricerca: “Le microplastiche PET hanno influenzato l’abbondanza di proteine in modo dose-dipendente. La dose bassa ha alterato l’abbondanza di sette proteine, mentre la dose alta di 17”. Le PET hanno creato un accumulo di grasso a forma di goccioline nel pancreas. È la conseguenza della ridotta secrezione insulinica, insieme all’alterazione del glucosio.

Le PET sono associate per questi due motivi al diabete e all’obesità correlati. La compromissione del pancreas produce conseguenze alla digestione, al cuore, alla bile. I ricercatori hanno anche rilevato segnali di infiammazione cronica cellulare, associate spesso ai tumori. Lo studio è riuscito a identificare un nuovo meccanismo con il quale le microplastiche contribuiscono allo sviluppo di disturbi metabolici.

Dalla sperimentazione animale bisogna passare all’analisi umana sulle conseguenze delle microplastiche sul pancreas. Lo studio sui suini fornisce già enormi informazioni utili per fare richieste di prevenzione e monitoraggio alle politiche nazionali, locali e ai ministeri di salute pubblica.

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Riscaldamento oceanico: il nuovo record che racconta un clima in trasformazione

Il surriscaldamento degli oceani è uno dei problemi più importanti legati al cambiamento climatico e all’inquinamento. Gli oceani nel loro insieme sono un serbatoio termico per il pianeta, le alte temperature dell’acqua causa problemi tanto nei fondali che sulle coste e atmosferici.Il 2025 si registra come anno di emergenza proprio per il picco di riscaldamento marino.

Le ultime analisi provengono dall’Accademia Cinese delle Scienze, dall’esperto Lijing Cheng. I primi 2.000 metri di profondità hanno assorbito un surplus di circa 23 zettajoule rispetto al 2024. Il valore equivale a 37 volte il consumo energetico globale annuale. È il nono anno consecutivo in cui viene registrato un nuovo record.

riscaldamento degli oceani nel 2025 rispetto alla media a lungo termine dal 1981 al 2010

Dagli anni ’50 si monitora il riscaldamento oceanico crescente, il 2025 raggiunge valori da record con alcune eccezioni. Lo studio affronta il passaggio di correnti epocali come la Niña e il Niño

Un record pericoloso visto che parliamo di un serbatoio fondamentale per il pianeta. Gli oceani assorbono più del 90% del calore in eccesso generato dall’effetto serra antropico. L’aumento delle temperature marine si unisce alla riduzione dell’ossigeno disciolto. Ne consegue l’aumento delle ondate di calore e, addirittura, significa che si dovranno monitorare meglio sia le coste a rischio di erosione che lo scioglimento dei grandi ghiacci. Le masse d’acqua diventano più stratificate, meno impermeabili, ostacolano lo scambio verticale di nutrienti e calore.

Tra il 1958 e il 1985, c’è stata una forte accelerazione di questi processi, a livello globale per gli oceani. Accumulavano mediamente 2,9 zettajoule di calore, gli anni successivi registrano un picco diverso: dal 2007 al 2025, 11,4 zettajoule di media l’anno. Il 2025 ha superato questa tendenza di più anni, diventando l’anno con un riscaldamento globale intenso.

I ricercatori cinesi aggiungono, che Oceano Antartico, Atlantico tropicale, meridionale, settentrionale dell’Oceano Indiano sono particolarmente colpiti dalle acque calde per la crisi climatica. Il Pacifico centrale vede La Niña passare sulle sue acque e questo genera un raffreddamento temporaneo fino ai fondali. Tuttavia, la situazione climatica globale presenta uno squilibrio termico da monitorare costantemente.

Riscaldamento oceanico: il nuovo record che racconta un clima in trasformazione è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Ricchi e clima: il nuovo studio mostra quanto velocemente consumano il budget di carbonio

In pochi giorni del 2026, quanto carbonio hanno consumato i super ricchi della Terra? E in che modi? Oxfam e alcuni esperti avvertono che l’1% più ricco della popolazione mondiale ha esaurito in 10 giorni il budget annuale di carbonio. Questo fenomeno prende il nome di Pollutocrat Day. Secondo le stime dell’ente umanitario, lo 0,01% della popolazione ricca ha superato i limiti del consumo nelle prime 72 ore. I prossimi obiettivi internazionali dovranno puntare alla riduzione drastica e necessaria delle emissioni per mantenere il riscaldamento climatico entro l’1,5 °C.

I super ricchi dovevano mantenere la propria riserva di carbonio entro il 10 gennaio, l’hanno consumata sette giorni prima, pur sapendo che da anni le emissioni devono essere ridotte del 97% entro il 2030. Sono le percentuali dell’accordo di Parigi, giuridicamente vincolante per gli obiettivi climatici. L’elenco di come è stato speso il budget di carbonio ha dell’incredibile perché collegato a consumi extra lusso. Jet privati e superyacht sono sotto accusa di inquinamento, quindi è lo stile di vita di poche persone nel pianeta a dover essere ridimensionato.

yacht

Tassare i ricchi per l’inquinamento che producono non è una punizione, Nafkote Dabi di Oxfam ricorda a politici, governi e industrie energetiche gli accordi di Parigi per il 2030

Ci sono altri dati: ogni miliardario detiene investimenti che generano 1,9 milioni di tonnellate di CO2 l’anno. Significa riscaldamento in crescita con danni economici sui paesi poveri e anche ambientali. Le perdite globali stimate conseguenti si stimano di 44 miliardi di dollari entro il 2025. Nafkote Dabi, responsabile delle politiche climatiche di Oxfam, afferma: “L’immenso potere e la ricchezza di individui e aziende super-ricchi hanno anche permesso loro di esercitare un’influenza ingiusta sul processo decisionale politico e di indebolire i negoziati sul clima”.

Oxfam propone, per arginare l’inquinamento da extra lusso, tasse patrimoniali sui redditi super-ricchi e una tassa aggiuntiva per chi inquina. La somma stimata è di 400 miliardi di dollari nel primo anno da chiedere a compagnie petrolifere, del gas e del carbone. Super tassa sui beni di lusso come superyacht e jet privati.

Sempre Dabi afferma, alla fine dell’analisi: “I governi hanno una strada molto chiara e semplice per ridurre drasticamente le emissioni di carbonio e contrastare la disuguaglianza, prendere di mira gli inquinatori ricchi, reprimere la sconsideratezza dei super-ricchi in materia di emissioni di carbonio”.

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Hubble segue una scia misteriosa: Betelgeuse nasconde una piccola stella compagna

Da tutti i lati del pianeta, tranne che da alcune aree dell’Antartide, guardando il cielo in inverno è possibile scoprire Betelgeuse. È una supergigante rossa, tra le più grandi e conosciute, presente nella costellazione di Orione. La stella dista 600-640 anni luce dalla Terra; sia a occhio nudo che con i telescopi amatoriali appare arancione brillante.

Gli astronomi della NASA l’hanno analizzata più volte con il telescopio spaziale Hubble e diversi osservatori terrestri. Arriva la novità: una giovane stella compagna mai vista prima, che sta influenzando l’atmosfera di Betelgeuse. La rilevazione è del Center for Astrophysics | Harvard & Smithsonian (CfA).

La nuova stella è stata chiamata Siwarha, emette flusso di gas che si intreccia con l’ambiente attorno a Betelgeuse. I suoi improvvisi picchi di luminosità sono ora spiegati da questa novità, I ricercatori ne hanno parlato al 247° incontro dell’American Astronomical Society a Phoenix, prima di pubblicare lo studio su The Astrophysical Journal.

rappresentazione artistica che mostra la stella supergigante rossa Betelgeuse e una stella compagna in orbita attorno ad essa

Il futuro di Betelgeuse e la prossima osservazione di Siwarha nel 2027, la stella si avvicinerà con la sua orbita verso la Terra, diventando visibile con Hubble e altri osservatori

Secondo gli scienziati, Siwarha aiuterà i ricercatori a comprendere l’evoluzione dei corpi celesti più grandi in presenza di altri luminosi e pieni di gas o energia. Betelgeuse è una stella con miliardi di anni alle spalle, grande 400 milioni di soli. Invecchiando potrebbe cambiare il suo stato, da semplice stella gigante a supernova oppure a corpo celeste senza più materia. Gli scienziati continueranno le osservazioni utilizzando Hubble ma anche altri osservatori come il Fred Lawrence Whipple, il Roque de Los Muchachos e altri.

Con la metafora dell’acqua, gli scienziati hanno raccontato i cambiamenti dei colori di luce sia della stella che della gigante rossa. “È un po’ come una barca che si muove nell’acqua. La stella compagna crea un effetto a catena nell’atmosfera di Betelgeuse che possiamo effettivamente osservare nei dati. Per la prima volta, stiamo osservando segni diretti di questa scia, o scia di gas, a conferma che Betelgeuse ha davvero una compagna nascosta che ne modella l’aspetto e il comportamento”, afferma Andrea Dupree, astronoma del CfA e autore principale dello studio. Le prossime osservazioni sono previste per il 2027, anno di maggiore visibilità di Siwarha vicina a Betelgeuse.

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Il vulcano dalle fiamme blu: un fenomeno raro spiegato dalla scienza

In un posto incredibile dell’Indonesia è possibile scoprire fiamme completamente blu elettrico. Questo colore lo vediamo nel fuoco di casa per effetto della combustione, insieme al giallo, rosso o arancione. Il vulcano Kawah Ijen, invece, regala uno spettacolo unico nel pianeta. Di notte, la lava fusa emana completamente un blu fluorescente che emerge nel buio serale.

Per questo fenomeno, il vulcano viene visitato ogni anno da centinaia di fotografi, viaggiatori e scienziati. Il cratere Kawah è da immaginare come un gigantesco fornello con gas solforici. Combustione e temperature altissime creano il blu suggestivo attorno alle rocce del vulcano che appaiono scure e grigie di sera. Gli scienziati non osservano questo processo come meraviglia ma ne studiano le potenziali pericolosità. La zona infatti è anche di estrazione mineraria, centinaia di famiglie o singoli lavoratori locali guadagnano estraendo zolfo nell’area del Kawah Ijen.

il vulcano indonesiano Kawah Ijen dalla lava blu

Non è lava quel che luccica ma “oro del diavolo”: i gas solforici illuminano un ambiente estremo e tossico, i minatori lavorano su pendii ripidi coprendo naso e bocca con stoffa inumidita

Gli scienziati spiegano bene che cos’è il colore blu, non è dovuto alla lava liquida che in realtà è rossastra. In lontananza, a occhio nudo e anche con la fotografia si vede un bagliore azzurro striato. Quel blu viene emanato dai gas, un buon obiettivo e le analisi da laboratorio lo confermano. Dal cratere insieme al magma escono vapori di zolfo ad una temperatura superiore ai 600 gradi centigradi. Questo zolfo entra in contatto con l’ossigeno, questa miscela crea il colore azzurro caratteristico.

Quali sono le conseguenze più rischiose per i minatori? La ricerca di zolfo in ambienti velenosi tra terreni, rocce o liquidi contaminati, aria irrespirabile o mini geyser. Le condizioni di lavoro non sono ottimali, tante ore di scavo e senza la protezione adeguata. Times of India parla di maschere di stoffa umide al posto di visori adatti a zone contaminate da veleni.

La raccolta dello zolfo avviene scalando i pendii delle montagne e con cesti di vimini pesanti. Il nome locale dello zolfo è “oro del diavolo” e ci porta qui a scrivere non solo di scienza ma di una realtà locale che vede anche lo sfruttamento umano per la sopravvivenza, senza la minima attenzione ai diritti umani.

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Il riscaldamento estremo nel Paleogene offre nuove risposte sulle precipitazioni del futuro

Studiando le ere geologiche del passato si possono comprendere dinamiche di clima del presente e del futuro. Uno studio dell’Università dello Utah e della Colorado School of Mines analizza le precipitazioni del Paleogene. È il primo dei tre periodi di un’era geologica più grande, definita Cenozoica. Durò circa 43 milioni di anni, da 66 a 23 milioni di anni fa. In questo lungo periodo, si estinsero i dinosauri e nacquero grandi mammiferi e una nuova quantità di piante.

I livelli di CO2 atmosferico erano quattro volte superiori rispetto a oggi. Le piogge furono una risposta al riscaldamento estremo e questo potrebbe avvenire di nuovo, ad esempio nei prossimi anni dove si prevede una crescita del riscaldamento globale. Che ricadute avrà sulla biosfera globale? La risposta ci porta ai dati proxy utilizzati in questa ricerca, si basano sulle informazioni provenienti da fossili vegetali e anche chimica dei suoli e dei depositi fluviali. Tutti elementi che registrano ieri come oggi segnali di forti cambiamenti del clima, dal caldo al freddo.

periodo Paleogene

Gli esperti del Paleogene imparano questa lezione: le piogge irregolari e la siccità hanno più cause e conseguenze da non sottovalutare. Ecco le parole di Thomas Reichler, ricercatore e docente

Thomas Reichler è un professore di scienze atmosferiche e coautore dello studio Utah e Mines, commenta questa fotografia geologica: le regioni già umide diventano piovose, quelle secche più aride. “Il nostro studio è stato un po’ sorprendente nel senso che anche le regioni delle medie latitudini tendevano a diventare più secche. Ha a che fare con la variabilità e la distribuzione delle precipitazioni nel tempo. Se ci sono periodi di siccità relativamente lunghi e poi, in mezzo, periodi molto umidi – come in un clima fortemente monsonico – le condizioni sono sfavorevoli per molti tipi di vegetazione”.

La variabilità temporale delle precipitazioni aumenta in condizioni di riscaldamento estremo, questo è il risultato delle ultime osservazioni. Le piogge diventano intermittenti, concentrate in eventi intensi e alternati a lunghi periodi di siccità. Questa condizione diventa sfavorevole per molti ecosistemi.

Durante il Paleogene, le regioni polari erano sia umide che monsoniche in alternanza. Le aree interne alle medie latitudini secche e regolari. Queste analisi del passato portano l’attenzione sul presente e sulle simulazioni climatiche di domani basate sui dati geologici raccolti con lo studio pubblicato. Mai sottostimare le piogge irregolari, la siccità, stagioni umide a brevi intervalli o che durano più del solito.

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Dieta e additivi: emergono nuove evidenze su possibili rischi legati ai conservanti

BMJ e Nature Communications hanno pubblicato due studi francesi dedicati alle conseguenze del consumo di comuni conservanti alimentari. Ce ne sono alcuni particolarmente rischiosi, possono portare allo sviluppo di tumore e diabete T2. Le ricerche si basano sul monitoraggio di 100.000 e più cittadini francesi. Hanno risposto volontariamente a quesiti su abitudini alimentari e stato di salute in un progetto di lungo periodo.

Il primo studio accusa diversi conservanti presenti negli alimenti ultra-processati di aumentare l’incidenza dei tumori al seno e alla prostata, tra i più diffusi sia in Europa che negli Stati Uniti. Gli alimenti ultra-processati sono molto acquistati nel vecchio continente, le sostanze più dannose che contengono sono nitriti e nitrati, presenti in salumi come prosciutto, pancetta e salsicce. Il nitrato di sodio è legato a un terzo delle cause del cancro alla prostata. Incidenza che aumenta con altri comportamenti a rischio, ad esempio il fumo.

Quanto scritto significa che dovremo rinunciare a molti prodotti tradizionali? La risposta arriva dall’epidemiologia francese Mathilde Touvier: “Consumare prodotti con conservanti non significa che si svilupperà immediatamente il cancro. Dobbiamo limitare la nostra esposizione a questi prodotti. Il messaggio per il grande pubblico è di scegliere gli alimenti meno lavorati quando si fa la spesa al supermercato”.

i conservanti sono comunemente utilizzati negli alimenti trasformati

Il secondo studio francese su conservanti e additivi rivela un elenco dettagliato delle sostanze più critiche e degli alimenti rischiosi, per alcuni etichette speciali e divieto di spot diurni

Il secondo studio accusa alcuni additivi di aumentare il rischio di diabete. Il sorbato di potassio è tra gli elementi più rischiosi, questa sostanza viene utilizzata per impedire la formazione di muffe in cibi e bevande. La soluzione? Acquistare i prodotti nella versione fresca piuttosto che a lunga conservazione, oppure prediligere la preparazione casalinga.

In realtà, dal Regno Unito e diversi esperti arriva una richiesta più specifica a supermercati e luoghi di produzione o distribuzione alimentare. Migliorare le etichette per creare consapevolezza nei consumatori degli additivi presenti e il loro rischio sulla salute. Il secondo studio associa agli additivi pericolosi e al diabete T2 alimenti come carne lavorata e alcol. L’articolo presente su Agence France-Presse racconta che nel Regno Unito la pubblicità diurna è vietata per alimenti ricchi di grassi, zuccheri e sale proprio perché mettono a rischio la salute pubblica.

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La California Academy of Sciences cataloga 72 nuove specie

Non conosciamo ancora tutte le specie viventi nei sei continenti. Oppure, si scoprono nuovi esemplari di animali o piante a rischio di estinzione. I ricercatori della CAS, California Academy of Sciences, hanno descritto 72 nuove specie trovate sia nelle profondità oceaniche che nei parchi nazionali. La notizia è stata raccontata su Mongabay, in un testo ricco di immagini che mescolano il vecchio e il nuovo. Fidel Castro accanto a due ricercatori che scoprono un nuovo pesce (anno 1997), giovani scienziati armati di smartphone per fotografare e analizzare piante o animali.

L’elenco di 72 nuove specie viventi comprende uccelli, piante, pesci, lumache di mare, insetti e rettili. Un nuovo genere di pianta è stato rinvenuto dentro un parco statunitense. Si tratta di un fiore selvatico chiamato diavolo lanoso in Texas. Nelle Galápagos, invece, l’airone lavico, l’analisi del DNA potrebbe rivelare se è una specie estinta.

airone lavico delle Galápagos

airone lavico delle Galápagos

Dai pesci colorati delle Maldive alle lumache di mare in pericolo, fino a insetti, rettili e piante rare: le specie sconosciute contengono dati importanti sullo stato di salute del pianeta

Con le spedizioni marine sono stati scoperti pesci colorati, il persico macchiato delle Maldive, ad esempio. Poi 11nuove lumache di mare, in pericolo per il consistente inquinamento da plastica negli ecosistemi da poco studiati. Il pesce cardinale è una scoperta del 1997, spedizione a cui partecipò Castro. Come esemplare fa parte della collezione CAS che ha dedicato più di dieci anni alla ricerca di nuove specie marine.

Le scoperte includono anche rettili, insetti e ragni. Nell’elenco degli animali, troviamo due vermi, due lucertole, una cicala, sei gechi, 15 coleotteri e due grilli selvatici. Nella collezione dell’anno scorso, anche due vespe, uno scinco e cinque bivalvi. Tra le specie elencate, alcune sono a rischio di estinzione. I botanici del CAS hanno nel loro elenco nuove piante da fiore rinvenute in Madagascar, a Panama, nel Campo Rupestre brasiliano. L’elenco si conclude anche con il muschio indiano.

Shannon Bennett del CAS ha spiegato in varie pubblicazioni l’importanza della vita ancora non documentata e protetta sui sei continenti. Un altro biologo conferma queste frasi parlando soprattutto delle specie marine in area crepuscolare: “Mancano ancora informazioni di base sulle specie presenti, su come interagiscono tra loro e sui ruoli ecologici chiave che svolgono. Ogni spedizione e immersione ci aiuta a ricostruire un quadro più completo e ad acquisire le conoscenze fondamentali essenziali per sviluppare strategie di conservazione efficaci per questi ecosistemi difficili da raggiungere”.

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Inquinamento nel Reno: una trappola galleggiante rivela numeri impressionanti

Nature e Scinexx ci raccontano l’attualità critica di un fiume europeo, il Reno. Ogni giorno trasporta fino a 53.000 rifiuti con le sue acque, un numero cresciuto fino a 250 volte rispetto alle precedenti stime. Rhine Octopus è la piattaforma galleggiante da cui sono stati raccolti i nuovi dati ma anche disegnati i nuovi scenari, reali e ipotetici. Il fiume sversa con le sue acque dalle 3.300 alle 4.700 tonnellate di rifiuti nel Mare del Nord. In queste acque, già ricche di microplastiche, la preoccupazione per la salute del mare cresce di anno in anno.

Si stima che ogni giorno vengano versate dal fiume al mare almeno dieci tonnellate di rifiuti. Sono scarti di legno, cartone, plastica, bottiglie e sacchetti. Tutti materiali appartenenti a realtà private, quindi persone, famiglie, piccoli gruppi di turisti o viaggiatori non attenti ai propri rifiuti. I consumi quotidiani così si dimostrano di grande impatto sulla salute degli ecosistemi, accanto a industrie, pesca, viaggi marittimi e altre attività inquinanti.

trappola galleggiante nel fiume Reno

Come si trasformano bottigliette, imballaggi, legnetti alimentari e tutti i piccoli rifiuti urbani che non buttiamo nei contenitori giusti?

La plastica si decompone in microplastiche che vengono ancor più assorbite dall’acqua, dai fondali, dagli animali e poi dall’uomo. I ricercatori hanno avviato un progetto di citizen science per raccogliere dati più precisi, l’iniziativa è durata 16 mesi. Sono stati classificati i rifiuti galleggianti vicino a Colonia fino a una profondità di tre o quattro metri. Leandra Hamann dell’Università di Bonn ha spiegato: “Per poter stimare la quantità con ragionevole certezza, di solito si effettuano conteggi visivi dei macro rifiuti. Tuttavia, questo è stato fatto solo sporadicamente nel Reno”.

Un’altra autrice, Katharina Höreth, ha dichiarato: “Abbiamo visto che i prodotti monouso rappresentano il 40% dei rifiuti raccolti, più della metà dei quali è plastica”. Il dato è allarmante, i privati risultano responsabili del 56,4% dei macro-rifiuti. Funzionano le leggi ambientali dedicate alle industrie, il dato registrato è del 5,9% di impatto rispetto ai privati. La plastica è il 70% dei pezzi raccolti ma contribuisce al peso complessivo dei materiali stimati solo per il 14,8%.

Il finale di questo studio potrebbe essere diverso, ma come? Quando viaggi in Europa, ma anche in qualsiasi parte del mondo, fai attenzione a bottiglie, imballaggi e tutto ciò che può inquinare fiumi e mari. Chiedi sempre dove e come si può smaltire ciò che rimane dei prodotti monouso, sarebbe un bell’inizio per far decrescere numeri e percentuali di inquinamento.

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Stanford rivoluziona la medicina del sonno: l’IA trova indizi nascosti su oltre 100 patologie

Lo studio del sonno dei pazienti può rilevare altre malattie, anche al loro sviluppo iniziale. Le analisi strumentali di come si dorme e quanto, sottoposte anche allo screening profondo con l’IA, si stanno dimostrando rivoluzionarie. Lo studio è stato pubblicato anche su ScienceDaily. I ricercatori della Stanford Medicine hanno sviluppato un sistema di intelligenza artificiale dal nome SleepFM.

Analizza i segnali fisiologici anche di una sola notte di sonno, stima il rischio futuro di più di 100 malattie tra cui tumori, demenza e cardiovascolari. Lo studio ha coinvolto 65.000 individui con oltre 600.000 ore di registrazioni polisonnografiche. Questo test può comprendere o essere accompagnato da analisi dell’attività cerebrale, del battito cardiaco, della respirazione e dei movimenti muscolari.

l'intelligenza artificiale è in grado di prevedere il rischio di gravi malattie utilizzando i dati di una singola notte di sonno

SleepFM legge otto ore di sonno e anticipa il rischio di Parkinson, demenza e tumori: riscrive il futuro della medicina predittiva

La pratica clinica tradizionale non pensava che la polisonnografia potesse contenere anche segnali precoci e di allarme per numerose condizioni mediche. Da qui, è nato il modello SleepFM, un’intelligenza artificiale addestrata e multimodale dedicata al monitoraggio profondo del sonno. Apprende da dati di segmenti di 5 secondi, simili alle parole di altri modelli linguistici, e li applica a compiti clinici diversi. Per ora, riesce a seguire flussi, raccogliendo dati, di segnali cerebrali, cardiaci e respiratori.

Dopo l’addestramento, SleepFM si è dimostrata superiore ai modelli di identificazione delle fasi del sonno e anche nella valutazione di apnea notturna. Questo ultimo sintomo è sotto inchiesta con altre ricerche per la sua correlazione a diverse patologie. SleepFM ha predetto le condizioni di salute future dei pazienti, confrontando le registrazioni del sonno con le cartelle cliniche di dieci anni di vita del paziente. Tra le patologie diagnosticate il morbo di Parkinson, la demenza, l’infarto e alcuni tumori con un indice di concordanza superiore a 0,8.

“Quando studiamo il sonno, registriamo un numero incredibile di segnali. Si tratta di una sorta di fisiologia generale che studiamo per otto ore in un soggetto completamente in cattività. È una ricchezza di dati incredibile”, ha spiegato Emmanual Mignot, MD, PhD, Professor Craig Reynolds in Medicina del Sonno a Nature Medicine.

Alle sue parole si aggiungono quelle di James Zou, coautore dello studio: “SleepFM è essenzialmente imparare il linguaggio del sonno. Uno dei progressi tecnici che abbiamo fatto in questo lavoro è stato capire come armonizzare tutte queste diverse modalità di dati in modo che possano unirsi per apprendere lo stesso linguaggio”.

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Sostenibilità in Kenya: l’UNCDF finanzia iniziative per ecosistemi marini più resilienti

Due entità internazionali e umanitarie importanti firmano due accordi di finanziamento per ridurre l’inquinamento dei mari, delle acque reflue e rendere la pesca più sostenibile. Parlando del Fondo di capitale per lo sviluppo delle Nazioni Unite (UNCDF) e del Fondo globale per la barriera corallina (GFCR). Gli accordi di finanziamento riguardano il Kenya e la possibilità di espandere le attività commerciali tutelando le barriere coralline. La firma dei due accordi è avvenuta a Nairobi; si sosterranno soluzioni di economia circolare e pratiche di pesca sostenibile. Allo stesso tempo, si ridurranno le pressioni sugli ecosistemi marini con l’intento di rafforzare anche le economie costiere.

Il finanziamento dedicato alla riduzione dell’inquinamento e alla protezione delle barriere coralline riguarda due aziende del luogo. Sanivation e Kumbatia sono impegnate da tempo sulle aree costiere contro rifiuti e danni ai coralli. La promozione della pesca sostenibile riduce danni, inquinamento e promuove un’economia sana locale. Il direttore del GFCR, Pierre Bardoux, investirà fino a 250.000 dollari per strumentazioni, sistemi di monitoraggio e formazione. Cresceranno così le catene del freddo, i meccanismi di tracciabilità e il monitoraggio delle imbarcazioni artigianali.

nuovi investimenti per le barriere coralline in Kenya

Acque reflue, pesca sostenibile e protezione corallina fino a 22 paesi, gli accordi firmati a Nairobi finanziano progetti responsabili, competenza e formazione locale

Sanivation invece è attiva nel campo delle acque reflue, le ripulirà da rifiuti convertibili in energia. L’investimento di GFCR–UNCDF è di 540.000 dollari per il Parco Marino Nazionale di Malindi, il più maltrattato gettando rifiuti tossici. Le bricchette di energia pulita ricavate saranno impiegate nelle industrie; questo è anche un esempio di economia circolare oltre che di riciclo.

Con la pesca sostenibile si nutrono numerose famiglie locali, soprattutto lungo le coste marine ma anche di laghi o fiumi. Il fondo delle due istituzioni sosterrà Kumbatia Seafood per la regione costiera di Kwale da Lamu. Il suo modello è utile per proteggere l’area ricca di coralli; l’azienda lavorerà per ridurre le pratiche di pesca distruttive, introducendo metodi più selettivi e sicuri.

L’azienda istituirà corsi di pesca sostenibile per i pescatori locali. I prodotti ittici dovranno provenire da fonti responsabili prima di finire sui mercati. Questo punto ci porta all’economia costiera africana, che risente a livello ecologico ed economico dei cambiamenti climatici. Il programma Miamba Yetu del GFCR è proprio dedicato alla protezione delle barriere coralline, alla resilienza climatica e al benessere delle comunità costiere. L’iniziativa stimolerà i capitali pubblici e privati per proteggere la barriera corallina di ben 22 paesi.

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Cani super intelligenti: uno studio rivela come apprendono nuovi nomi senza addestramento

Sono rari e importanti i cani dotati di forti capacità di apprendimento, tanto da riuscire a comprendere le parole. Grazie a loro la scienza può studiarne i processi cognitivi. Una ricerca pubblicata su Science è del dottor Shany Dror, esperto di apprendimento cognitivo presso l’Università Eötvös Loránd in Ungheria.

Alcuni cani sottoposti a test hanno dimostrato di saper imparare i nomi dei giocattoli ascoltando i loro proprietari. Questa modalità di apprendimento è simile a quella dei bambini di un anno e sei mesi, i neonati però apprendono sempre inconsapevolmente il linguaggio anche quando vengono coinvolti con giochi e esercizi mirati. Cosa che non avviene nei cani, l’apprendimento dei cani è sempre attento e strategico.

Sono stati messi alla prova per lo studio del border collie Chaser, che sono capaci di riconoscere più di mille giocattoli, una qualità unica rispetto all’intera popolazione canina. Quella ricettività mnemonica ha permesso di indagare anche le capacità linguistiche dei cani. Lo studio ha coinvolto 10 esemplari ritenuti abili nell’apprendere i nomi di oggetti. Ai proprietari è stato chiesto didiscutere su un nuovo giocattolo davanti al cane e senza nessuna interazione.

Bryn, un Border Collie maschio di 11 anni del Regno Unito, che conosce i nomi di circa 100 giocattoli

Bryn, un Border Collie maschio di 11 anni del Regno Unito, che conosce i nomi di circa 100 giocattoli

Cani e bambini di pochi mesi mostrano delle similitudini nell’apprendere le parole o acquisire capacità linguistiche, l’importanza dell’esposizione attiva e passiva

“Per testare la nostra teoria – raccontano i ricercatori – abbiamo chiesto ai proprietari di dieci cani dotati di intelligenza elevata di lasciare che il loro cane osservasse passivamente le loro discussioni con un’altra persona su un nuovo giocattolo. Il processo veniva ripetuto poi con un secondo oggetto. Abbiamo poi chiesto ai proprietari di ripetere il processo su un altro giocattolo”. Dopo quattro giorni di esposizione passiva al nome, sette border collie su dieci sono riusciti a recuperare i nuovi giocattoli da una pila mista con una precisione superiore alle precedenti esperienze, e rispetto ai cani non sottoposti all’ascolto passivo degli umani.

Gli esperimenti successivi hanno verificato la capacità dei cani di apprendere il nome di un oggetto non visibile durante la conversazione. Cinque cani su otto lo hanno riconosciuto correttamente dopo due settimane confermando una capacità di memoria elevata e agile.

I cani comuni, pur appartenendo al gruppo dei border collie, non hanno dimostrato gli stessi risultati. Questo studio non è solo utile a comprendere le abilità linguistiche anche negli animali e le capacità di apprenderle. Sono informazioni che miglioreranno anche la visione dei cani, metodi di educazione, addestramento e rapporti con i loro familiari umani.

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Il mistero di Leonardo da Vinci: individuato DNA compatibile su un’opera d’arte

Un lungo articolo pubblicato su Science e Hurriyet Daily News infittisce il numero di misteri che avvolgono la vita di Leonardo da Vinci. C’è un progetto curato da un team di ricercatori internazionali che si chiama LDVP, Leonardo da Vinci DNA Project. Da questo team arriva la scoperta di frammenti genetici dell’artista scoperti su un disegno rinascimentale e documenti storici di famiglia. La scoperta è stata diffusa con un preprint su bioRxiv. Un passo avanti per l’arteomica, una disciplina che studia le tracce biologiche lasciate nel passato su opere d’arte.

Segni del tempo che possono dare tantissime informazioni storiche, politiche e culturali. Tanti pittori ricevevano richieste di quadri dai personaggi più illustri e influenti della società dell’epoca. Insieme a visite di persone secondarie, che allargano non solo la ricerca, ma anche il gossip che su Leonardo Da Vinci, da sempre molto dinamico, partendo dal quadro della Gioconda.

la biologa forense Rhonda Roby preleva il DNA dal Sacro Bambino, uno schizzo a matita rossa del XVI secolo, forse creato da Leonardo da Vinci

Che informazioni danno le tracce di DNA sul Santo Bambino e una lettera scritta da un parente maschio di Leonardo da Vinci? Il racconto e la speranza di nuove scoperte e narrazioni

Non è questo quadro, questa volta, al centro dell’attenzione ma il Santo Bambino. Da lì, è stato prelevato il campione di DNA. Si tratta di un disegno a matita rossa della prima metà del Cinquecento. Gli scienziati stanno rispondendo al quesito se si tratta o meno di un quadro del pittore.

Gli scienziati hanno applicato tamponi non invasivi, simili a quelli utilizzati per il Covid. Così hanno potuto lavorare sulle fibre sensibilissime della carta per raccogliere tracce genetiche e microbiche umane. Anche le lettere del XV secolo sono state analizzate e passate a tampone. Furono scritte da un parente maschio della famiglia da Vinci, chi è veramente questo mittente? Sappiamo che ha il cromosoma Y, segno della discendenza paterna del pittore.

In più, su disegno e lettere è stato individuato l’aplogruppo E1b1b diffuso in Toscana e nella zona di origine di Leonardo da Vinci. Le tracce biologiche sui quadri e sugli scritti rendono più interessante la ricerca storica sui materiali d’epoca. Speriamo di poter scrivere e leggere altre storie entusiasmanti, obiettivo che si prefiggono gli stessi ricercatori.

Il mistero di Leonardo da Vinci: individuato DNA compatibile su un’opera d’arte è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Asteroide ultraveloce: la nuova scoperta mette in discussione i modelli attuali

Marte e Giove sono due pianeti molto osservati dalla Terra, visibili anche con telescopi amatoriali. Tra di loro gli astronomi hanno scoperto diversi asteroidi a rotazione che si muovono velocemente. La prima individuazione di questi insoliti corpi celesti è avvenuta nel 2025, periodo primaverile. 

L’Osservatorio C. Rubin del Cile ha contato ben 75 asteroidi con la sua fotocamera LSST. È l’obiettivo fotografico spaziale più grande e potente al mondo. Tra gli asteroidi registrati, MN45 grande 710 metri di diametro e con una rotazione completa di 1,9 minuti. L’asteroide descritto è di tipo ultraveloce, rarissimi all’interno del nostro Sistema Solare.

curva di luce dell'asteroide 2025 MN45 che rivela la sua velocità di rotazione

I record che riescono a superare gli asteroidi ultrarapidi scoperti tra Marte e Giove, rotazione di 13 minuti e orbita sotto le 2,2 ore. Non sono semplici detriti, i quesiti scientifici crescono

Il team di osservatori astronomici è guidato da Sarah Greenstreet, che ha studiato le variazioni di luminosità delle varie pietre spaziali per calcolare la loro curva di luce e anche il periodo di rotazione. 19 oggetti tra i 75 rilevati superano il limite di rotazione noto per gli asteroidi grandi dai 150 metri. Il tempo finora registrato è di 2,2 ore, qui abbiamo rotazioni superveloci di 13 minuti in almeno 5 asteroidi.

Un comportamento anomalo secondo gli scienziati. Gli asteroidi sono di fatto un insieme di detriti, uniti da una gravità debolissima rispetto a satelliti e pianeti. L’alta velocità sia rotatoria che di orbita porterebbe allo sgretolarsi dei singoli asteroidi, con il rischio di impatto tra di loro visto che sono anche ravvicinati.

Le osservazioni fotografiche hanno permesso di raccogliere dati strutturali su questi asteroidi ultraveloci, un po’ marziani e un po’ di Giove. Sicuramente hanno una struttura solida, coesa, forze centrifughe interne in grado di bilanciare le energie e pressioni esterne. Queste forze centrifughe superano anche i 12 kilopascal che permettono la rotazione ultrarapida. Queste caratteristiche sono state individuate soprattutto su due ammassi, Mk41 e MN45, entrambi tra i 900 e i 9000 kilopascal. Calcoli e osservazioni portano gli scienziati a nuove teorie sugli asteroidi, partendo da quest’ultimi scoperti. Non sempre sono semplici cumuli di detriti ma rocce compatte nel cielo, da dove provengono? Come si sono formate? E che cosa succede in caso di collisioni?

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Perdita di peso e iniezioni: ecco i dati che cambiano la percezione di questi farmaci

Le iniezioni per dimagrire sono state definite una strategia di successo per la perdita di peso corporeo. I risultati ottenuti da Wegovy e Mounjaro, ad esempio, registrano con successo una perdita in chili dal 15 al 20% nella media dei pazienti. Sono risultati importanti rispetto alla semplice strategia di diete ed esercizio fisico. Ci sono paesi come il Regno Unito dove le iniezioni dimagranti hanno molto successo. Una persona su 50 ha sperimentato il trattamento, il 90% di questi pazienti ha sostenuto un costo mensile fino a 250 sterline, il prezzo minimo per la cura è di 120.

La metà degli utenti, però, interrompe entro l’anno la cura, non per l’insuccesso clinico ma per ragioni economiche. Che cosa succede alla linea di questi pazienti? Purtroppo quello che raccontano i ricercatori dell’Università di Oxford ed è riportato da The Conversation in un articolo dedicato.

Quando si interrompono le iniezioni dimagranti, il peso si recupera velocemente, entro 18 mesi. La velocità di chili riacquisiti è quattro volte superiore alla strada di dimagrimento tradizionale: dieta più sport. Anche i benefici sulla salute, via via, scompaiono: pressione sanguigna, colesterolo e glicemia tornano ai valori di prima. Per mantenere i risultati raggiunti, i pazienti devono fare una cosa sola: riprendere le iniezioni, o a lungo termine o per tutta la vita. Alcuni fornitori privati offrono questo supporto che dà un incremento nella perdita di peso quasi fino ai 5 chili.

iniezioni dimagranti

L’NHS distribuisce i farmaci contro l’obesità grave ma vuole coprire tutte le situazioni di salute più difficile, il dilemma con Oxford sulle iniezioni dimagranti

I ricercatori di Oxford chiariscono che il peso viene riacquistato dopo l’interruzione delle iniezioni, ma non ci sono prove dirette sulla ripresa rapida dei chili. Quindi le cause vanno ricercate di paziente in paziente. I dati non interessano soltanto l’università, ma anche l’NHS, servizio sanitario nazionale inglese. È proprio l’ente pubblico a interessarsi dei costi-benefici delle iniezioni e dei loro risultati sull’obesità. Questa patologia cronica è diffusa soprattutto tra persone svantaggiate e non in grado di sostenere alti costi privati di cura.

L’NHS distribuisce farmaci solo a persone con obesità grave, con indice di massa corporea superiore a 40. In più, a pazienti con patologie correlate,i programmi tradizionali di perdita di peso si riscontrano più fattibili economicamente e più concreti nei risultati, sia per la più ampia fetta della popolazione sia per la salute pubblica.

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Battaglia invisibile nei boschi: un duello chimico decide il destino degli abeti rossi

L’abete rosso è un albero molto importante nelle Alpi, dentro la sua corteccia c’è una vera e propria battaglia chimica che ha interessato i ricercatori del Max Planck Institute for Chemical Ecology di Jena. I composti fenolici sono una difesa naturale degli alberi contro i funghi nocivi. Come si muovono queste difese chimiche attraverso la rete alimentare della foresta?

Esiste un microrganismo ghiotto di composti fenolici arborei, si chiama scolitide ed è un coleottero che mangia tessuti degli abeti. Gli scienziati hanno scoperto questo insetto sfruttare a proprio vantaggio le sostanze chimiche difensive degli alberi contro i funghi.  L’analisi da laboratorio ha richiesto la spettrometria di massa e la risonanza magnetica nucleare.

Gli scolitidi assorbono con i tessuti degli abeti rossi anche i composti difensivi come floema, glicosidi fenolici, stilbeni e flavonoli. A livello digestivo e biochimico, i coleotteri scompongono e convertono tutti questi elementi in agliconi senza molecole di zucchero. Gli agliconi così trasformati hanno effetti antimicrobici. 

scolitidi adulti nelle loro gallerie nella corteccia di un abete rosso

scolitidi adulti nelle loro gallerie nella corteccia di un abete rosso

Il fungo Beauveria Bassiana riesce a rispondere alla strategia difensiva degli scolitidi, la battaglia nascosta negli abeti rossi può essere sfruttata in agricoltura e strategie di conservazione

La guerra tra funghi e insetti esiste in altri alberi e coinvolge anche altri coleotteri o specie che si nutrono delle cortecce. La ricerca è utile per poter studiare sistemi biochimici sia difensivi che di resistenza, tanto per le specie arboree alpine che per altre piante o contesti agricoli.

Tra i funghi studiati dell’abete rosso c’è il Beauveria bassiana, ecco la spiegazione di Ruo Sun, del Dipartimento di Biochimica. “Sebbene in passato questo fungo non si sia rivelato efficace nel controllo degli scolitidi, abbiamo trovato ceppi che li avevano infettati e uccisi naturalmente. Abbiamo quindi voluto indagare più a fondo come fossero in grado di infettare con successo i coleotteri. Ora che sappiamo quali ceppi del fungo tollerano i composti fenolici antimicrobici dello scolitide, possiamo utilizzare questi ceppi per combattere gli scolitidi in modo più efficiente. Non ci aspettavamo che i coleotteri fossero in grado di convertire le difese dell’abete rosso in derivati più tossici in modo così mirato. Sebbene in passato questo fungo non si sia rivelato efficace nel controllo degli scolitidi, abbiamo trovato ceppi che li avevano infettati e uccisi naturalmente“.

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Nuovo ritmo nella divisione cellulare: rivelato un meccanismo che sfida il modello classico

Ogni forma di vita inizia con un processo fondamentale che si chiama divisione cellulare. Ci sono tesi, studi, analisi e sperimentazioni varie per comprendere questa importante fase biochimica. Un gruppo di studiosi ha voluto approfondire la divisione cellulare o lo sviluppo embrionale nelle specie che depongono uova. Le cellule si dividono ma rimangono molto grandi, il loro studio è stato pubblicato su Nature.

Il team di ricerca è del Brugués del Cluster of Excellence Physics of Life (PoL) della TUD Dresden University of Technology. Gli scienziati hanno identificato un meccanismo alternativo alla citochinesi basata su anello contrattile di actina. Un sistema noto come cricchetto meccanico, la divisione cellulare ha inizio anche senza questo anello.

scoperto un nuovo meccanismo di divisione cellulare

Il ruolo cruciale dei microtubuli e della banda di actina nella divisione cellulare ovipara, dove si superano limiti di spazio, geometria ed eventi esterni

Pesci zebra, rettili, uccelli e altri organismi ovipari hanno cellule embrionali che si sviluppano con l’anello di actina non del tutto chiuso. Gli scienziati hanno studiato soprattutto il pesce zebra per capire come procede la divisione cellulare. In laboratorio hanno utilizzato tagli laser sulla banda di actina. La banda continuava ad avanzare nonostante la mancata chiusura del cerchio. Il motivo nella conclusione del processo di divisione sta nell’esistenza di numerosi punti di ancoraggio nella sua lunghezza.

In più, esistono dei microtubuli del citoscheletro che si piegavano e si distendevano dopo i tagli, facendo emergere una struttura flessibile ma allo stesso tempo stabilizzante. Gli esperimenti dopo, infatti, hanno dimostrato che la banda collassa senza microtubuli. Il team ha utilizzato delle microsfere al posto dei laser. Il citoplasma mostra una rigidità che però cambia ciclicamente. Diventa più rigido nell’interfase che è il momento in cui si formano i microtubuli che stabilizzeranno la banda.

Da rigido, il citoplasma si trasforma in fluido mitotico, consente alla banda di progredire. L’alternarsi rigidità e fluidità si ripete in più cicli cellulari, ogni cellula divide il proprio citoplasma con avanzamenti diversi. Questo meccanismo osservato nei pesci zebra spiega perché le cellule embrionali negli animali ovipari siano molto grandi in limitazioni geometriche evidenti nei tuorli.

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Profilo metabolico in gravidanza: lo studio che apre scenari inattesi sul rischio neuroevolutivo

In questo anno da poco iniziato, viene pubblicato uno studio longitudinale dedicato al metaboloma dalla gravidanza fino alla prima infanzia. L’articolo si trova su Nature Communications e analizza le firme biochimiche in grado di prevedere il rischio di disturbi del neurosviluppo entro i primi anni. Il team di ricerca è composto da diversi studiosi, guidati da Wang, Jepsen e Vinding. Hanno utilizzato per l’analisi tecnologie avanzate di spettrometria di massa. In più, hanno utilizzato la risonanza magnetica nucleare per quantificare i metaboliti presenti nel sangue, nell’urina e anche nel liquido amniotico di madri e bambini.

Il metaboloma è l’insieme di tutti i metaboliti di un organismo biologico. Sono tutte le sostanze in grado di anticipare processi importanti, ovvero reazioni biochimiche, ormonali e molecolari. Gli esperti definiscono il metaboloma un elemento dinamico e sensibile a influenze genetiche, ambientali e fisiologiche. Il suo studio è utile per comprendere l’evoluzione neurobiologica.

gravidanza

Analisi del sangue e delle urine in gravidanza e prima infanzia rilevano tracce biochimiche sorprendenti e connessioni inattese: gli esiti scientifici e clinici della scoperta

La gravidanza è la fase cruciale di sviluppo del metaboloma legandosi alle variazioni metaboliche materne. Sono, a loro volta, influenzate da dieta, stato di salute, esposizioni ambientali e tutto ciò che ha impatto diretto e indiretto nello sviluppo fetale. Per lo studio sono stati raccolti i profili didiverse fasi gestazionali, dimostrando l’importanza dei percorsi metabolici nella formazione cerebrale.

Ci sono traiettorie metaboliche distintive nei bambini che più avanti hanno ricevuto diagnosi di ASD o ADHD. Le alterazioni sono state rilevate nel metabolismo di amminoacidi, nel profilo lipidico e nel metabolismo energetico. La ricerca ha carattere di approfondimento, anche per migliorare i percorsi terapeutici in corso, di prevenzione. Lo studio dei metaboliti nella gravidanza e nella prima infanzia consente di poter dare attenzione maggiore in queste due fasi delicate.

Gli studiosi sono riusciti ad analizzare meglio il percorso triptofano-chinurenina, coinvolto nella modulazione della neuro infiammazione e nella sintesi dei neurotrasmettitori. La strada è verso screening metabolici avanzati, precoci e, soprattutto, personalizzati. Lo studio proseguirà con la validazione dei dati raccolti su popolazioni diverse.

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Adolescenti e benessere emotivo: una semplice abitudine fa la differenza

Gli psicologi hanno pubblicato una ricerca sul Journal of Affective Disorders, che riguarda adolescenti e giovanissimi, dai 16 fino ai 24 anni. Il team di ricerca è di due università, dell’Oregon e di New Yorkche hanno dimostrato che dormire fino a tardi sabato e domenica ha effetti positivi sulla salute mentale degli adolescenti e dei giovani adulti. In questa fase, studio o prime esperienze professionali portano via molte energie. Spesso lo stress rovina anche il sonno notturno; la ricerca ha dimostrato che il weekend trascorso in riposo assoluto abbassa del 41% il rischio di depressione.

 

Questo dato si inserisce in una certezza acquisita da tempo: il sonno ha un ruolo centrale sul benessere emotivo, soprattutto degli adolescenti. La fascia dei giovanissimi è più associata all’insonnia settimanale con la depressione. Lo studio sulla coorte 16-24 anni statunitense è importante perché prima si avevano dati certi solo su Cina e Corea. Qui, gli studenti erano stati monitorati prima sul sonno sia settimanale che del weekend.

 

Ne emerge che, dalla Cina agli Stati Uniti, la settimana scolastica crea un vero e proprio debito di sonno. Non ci sono solo compiti e impegni accademici, ma anche vita sociale, sport, altre attività extracurriculari e lavori part-time a cui sono costretti molti studenti anche per formarsi professionalmente, in mancanza di stage e tirocini.

recuperare il sonno durante il fine settimana può aiutare a proteggere gli adolescenti dalla depressione

Melynda Casement e i dati raccolti dal 2021 al 2023 dimostrano quanto il sonno negli adolescenti faccia crescere, faccia bene anche alla salute pubblica

Melynda Casement, tra gli autori importanti dello studio, raccomanda da tempo, insieme ai medici, di monitorare il sonno degli adolescenti. Non deve scendere sotto le otto o dieci ore regolari, nei giorni festivi diventa ancora più importante concedere la sveglia posticipata per il recupero settimanale. Gli adolescenti hanno ritmi serali e diurni diversi dagli adulti, quindi il sonno diventa un bisogno biologico, per la crescita fisica ma anche psicofisica.

I dati raccolti sono del National Health and Nutrition Examination Survey 2021-23, basati su valutazioni e orari di sonno dichiarati. La depressione tra i 16 e i 24 anni è stata definita dall’istituto e dal team di ricerca invalidante. Lavorare sul sonno settimanale e nei weekend diminuisce molti fattori di rischio. Rappresenta anche un intervento importante di salute pubblica.

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Il Pentagono ha un nuovo cannone laser portatile per distruggere i droni

L’esercito statunitense continua a puntare sulle armi laser per potenziare le sue difese contro i droni, veri protagonisti del conflitto in Ucraina. Il Pentagono sta installando il Locust Laser Weapon System di seconda generazione di AeroVironment su alcuni dei suoi veicoli tattici, segnando l’evoluzione dei sistemi a energia diretta da ingombranti dimostrazioni di laboratorio a strumenti operativi modellati dall’uso sul campo.

Il primo veicolo a implementare il sistema è l’Oshkosh Joint Light Tactical Vehicle (JLTV), combinando affidabilità testata in combattimento con perfezionamenti derivati da oltre tre anni di impiego operativo all’estero. Precedentemente integrato sui veicoli General Motors Defense Infantry Squad, il passaggio alla piattaforma JLTV espande la manovrabilità del Locust in una gamma più ampia di ambienti operativi. Il sistema è platform-agnostic: insomma, è estremamente versatile e può essere installato su pressoché ogni veicolo.

Automazione e controllo manuale

Secondo AeroVironment, la versione aggiornata include un nuovo sistema per indirizzare il fascio di energia: dotato di apertura maggiore, ora dispone di una letalità più precisa.

,Locust opera con controlli automatizzati e manuali: le funzioni automatiche eseguono ricerca e tracciamento infrarossi multi-target, sovrappongono tracciamento ad altissima larghezza di banda su video ad alta definizione e si integrano apertamente con vari tipi di sensori.

Gli operatori possono guidare il sistema manualmente usando un controller da gaming standard, assistiti da funzioni avanzate come il tracking guidato, un telemetro laser e un sistema di acquisizione.

Il centro di comando del sistema Locust

Il centro di comando del sistema Locust

L’interfaccia riduce al minimo i requisiti di addestramento massimizzando l’efficacia in ambienti ad alta densità di minacce.

Il supporto di rete per il command-and-control permette all’esercito di schierare Locust in tempi rapidi e di coordinarne l’impiego in modo efficace durante le operazioni. I sistemi sono già stati utilizzati dagli operatori in contesti reali, raggiungendo elevati livelli di disponibilità operativa e prestazioni concrete, con un impatto diretto nella protezione di soldati, alleati e infrastrutture critiche dalle minacce aeree.

Il Pentagono ha un nuovo cannone laser portatile per distruggere i droni è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

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Speranze contro il cancro: un composto fungino è stato sintetizzato per la prima volta dopo 55 anni

La verticillina è un composto di origine fungina dalle proprietà antitumorali. Fu scoperto più di 50 anni fa e ancora oggi viene studiato come potenziale terapia clinica preventiva. Il problema è che si tratta di un fungo rarissimo in natura e difficile da ottenere in laboratorio. La verticillina A non è solo poca, ma anche microscopica: può essere osservata solo in laboratorio e su apposite piastrine. Questa minutezza estrema rende il composto anche difficile da estrarre. La sua struttura chimica presenta inoltre delle instabilità che ne rendono impossibile la sintesi artificiale: gli scienziati ci provano da decenni a produrla.

Ma è stato sfondato il portone principale dai ricercatori del MIT e della Harvard Medical School. Per la prima volta, la verticillina A è stata sintetizzata per la ricerca oncologica. Adesso gli scienziati potranno finalmente applicarne e studiarne le diverse proprietà biologiche. La strada è verso la produzione di varianti mirate per terapie specifiche su diversi tumori e malattie. Il team chimico che ha superato gli ostacoli principali è guidato da Mohammed Movassaghi.

composto fungino verticillina A

La verticillina A e la corsa dietro ai microscopi per sintetizzarla, mezzo secolo di tentativi e poi la pazienza di testare molecola dopo molecola

Prima sono state studiate le strategie di laboratorio del passato, poi ha iniziato a sintetizzare molecole simili alla verticillina A. Infine, ha applicato alcuni risultati positivi fino ad arrivare alla produzione sintetica finale del fungo. I ricercatori hanno scelto molecole che si differenziavano per pochi atomi. Il processo di sintesi, comunque, è stato difficile da ottenere, test dopo test.

“Abbiamo una comprensione molto più approfondita di come questi sottili cambiamenti strutturali possano aumentare significativamente la sfida della sintesi. Ora disponiamo della tecnologia che ci consente non solo di accedervi per la prima volta, più di 50 anni dopo il loro isolamento, ma anche di realizzare numerose varianti progettate, che possono consentire ulteriori studi approfonditi, queste le parole di Movassaghi.

La verticillina A si compone di molecole dimeriche, ovvero due metà identiche fuse insieme. La struttura è tridimensionale e richiede precisione per la sua ricostruzione in laboratorio. Adesso la corsa è per l’applicazione clinica, ad esempio con farmaci contro il DMG, un tumore cerebrale aggressivo, e per altre forme oncologiche rischiose.

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Paradosso climatico su Marte: una simulazione svela come l’acqua sia rimasta liquida

Continuano le ricerche sul passato di Marte, un tempo ricco di laghi, fiumi e un oceano. Ci sono tracce geologiche e mineralogiche che descrivono sempre più il pianeta rosso come potenziale per la vita microbiologica. Gli scienziati parlano di presenza di acqua liquida prolungata che, forse, potrebbe essere trovata scavando in profondità nei terreni.

Ma questa acqua se, da una parte, rappresenta una risorsa e una scoperta, dall’altra è anche un enigma scientifico. Basse temperature, atmosfera rarefatta e pianeta troppo piccolo creano condizioni difficili per il mantenimento nel lungo periodo di grandi superfici acquatiche o liquide. I rover non bastano a dare risposte, quindi si creano nuovi modelli.

L’ultimo si concentra su un antico lago che coincide con il cratere Gale, dove è Curiosity, uno dei più importanti rover della NASA per lo studio del terreno e dell’acqua passata. Il lago di Gale era profondo quattro metri verso i bordi, mentre al centro l’acqua sprofondava sotto i dieci metri. Il lago è esistito in un periodo compreso tra 1.000 e 10.000 anni.

i dati di misurazione e le immagini del rover Curiosity su Marte suggeriscono che un tempo nel cratere Gale c'era un lago

Modelli climatici su Marte e acqua liquida: il ruolo di uno strato di ghiaccio stagionale nella sopravvivenza dei laghi primordiali

Il clima marziano prima era più caldo e con escursioni termiche gelide che permettevano stati di vapore e formazione liquida. Questa teoria è ancora difficile da ricostruire con i modelli paleoclimatici. Su Marte è esistito, allora, del ghiaccio pluriennale? Qualcosa di simile ai nostri ghiacciai eterni? Gli scienziati potranno dare risposta affermativa se troveranno tracce stratigrafiche. La costruzione del nuovo modello è stata affidata al team della Rice University guidato da Eleanor Moreland e Kirsten Siebach.

Moreland, in particolare, afferma: “È difficile ricostruire un clima per Marte primordiale che fosse sufficientemente caldo da sostenere l’acqua liquida per lunghi periodi utilizzando modelli paleoclimatici. Alcuni studi suggeriscono che l’acqua liquida nel lago Gale sarebbe persistita più a lungo se il lago fosse stato ricoperto da ghiaccio pluriennale spesso dai tre ai dieci metri. Questa coltre di ghiaccio stagionale agisce come una coperta naturale per il lago. Perché se lo strato di ghiaccio di questi laghi fosse spesso solo da 0,5 a 2 metri e si sciogliesse e ricongelasse ogni anno, difficilmente si sarebbero formate tracce stratigrafiche evidenti”.

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Conservazione marina: i droni stanno rivoluzionando la salute dei delfini

La Flinders University ha pubblicato uno studio su Journal of Thermal Biology dedicato ai droni con telecamere termiche utili a monitorare i delfini. Sono tra gli animali più a rischio di stress fisiologico per i cambiamenti climatici e le attività umane invasive. Prima dei droni si utilizzavano tecniche invasive come sonde, catture temporanee e contenimenti che creano shock negli animali.

I ricercatori del Cetacean Ecology, Behaviour and Evolution Lab sono riusciti a catturare 40.000 immagini termiche. Le hanno analizzate per verificare l’accuratezza delle misurazioni della temperatura di superficie, insieme alla frequenza respiratoria dei delfini. La temperatura dell’acqua che varia può diventare fonte di stress fisiologico, anche perché ne risentirebbero altri animali e, magari, proprio quelli che fanno parte della catena alimentare dei delfini. La frequenza respiratoria è il secondo dato importante sullo stato di salute generale.

monitoraggio tramite droni per la salute dei delfini

I droni per studiare i delfini possono volare silenziosamente sopra gli animali senza spaventarli: la termografia a infrarossi raccoglie dati dalle pinne alla punta del muso

I ricercatori hanno dedicato lo studio a 14 delfini tursiopi, ospitati presso il Sea World del Queensland. I droni, da diverse altezze rispetto all’acqua, riescono a raccogliere numerosi dati termici. Piccoli, precisi ma anche poco rumorosi, possono avvicinarsi fino a 10-15 metri anche sopra i delfini che nuotano. Le misurazioni si sono dimostrate precise per le analisi e le conclusioni biologiche.

Utile anche la termografia a infrarossi che misura il calore proveniente dallo sfiatatoio, dalla superficie corporea e dalla pinna dorsale. Gli autori potranno utilizzare i droni per migliorare lo stato di salute delle riserve marine e della numerosa fauna selvatica che ci vive o le usa come passaggio per le migrazioni.

“Monitorare la salute dei delfini è importante per valutare l’impatto ambientale e sostenere la conservazione, ma poiché trascorrono la maggior parte della loro vita sott’acqua, i controlli sanitari tradizionali spesso richiedono la cattura, la contenzione o sonde invasive, che possono essere logisticamente impegnative e potenzialmente stressanti per gli animali. Nelle condizioni di volo ottimali (da 10 a 15 metri direttamente sopra un delfino), abbiamo confermato che le misurazioni del drone erano sufficientemente precise da rilevare cambiamenti biologicamente significativi nella temperatura superficiale e nella frequenza respiratoria, due importanti indicatori dello stato fisiologico e della salute”, sono le parole di un dottorando, Charlie White, impegnato nel CEBEL della Flinders University.

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YouTube Music invaso dalla spazzatura generata dall’AI: gli utenti minacciano di andarsene

La proliferazione di brani generati dall’intelligenza artificiale sta diventando un tema critico per le piattaforme di streaming musicale. Negli ultimi giorni, numerosi abbonati a YouTube Music hanno espresso su Reddit e altri forum un crescente malcontento per la massiccia presenza di quella che definiscono “AI slop” nelle loro raccomandazioni personalizzate. Gli utenti segnalano che i propri mix e le sessioni di riproduzione automatica vengono invasi da artisti fittizi con cataloghi sterminati di canzoni generiche, rendendo difficile la scoperta di musica prodotta da esseri umani.

Recentemente, anche la piattaforma video di YouTube è stata interessata dallo stesso problema, con la nascita di centinaia di canali dedicati interamente alla pubblicazione di spazzatura generata dall’AI. In alcuni casi, questi canali guadagnano milioni di euro. Un portavoce di YouTube ha anticipato che l’azienda non intende combattere questo fenomeno. Google è una delle aziende che ha investito più massicciamente nelle intelligenze artificiali generative.

L’inefficacia degli algoritmi

Tornando a YouTube Music: il problema principale risiede nella difficoltà di filtrare questo tipo di contenuti. Molti ascoltatori lamentano che i pulsanti “Non mi interessa” o il pollice verso non producono l’effetto sperato: sebbene il singolo brano venga rimosso, l’algoritmo tende a proporre quasi immediatamente tracce simili provenienti dallo stesso “artista” sintetico o da profili correlati.

Questa persistenza sta spingendo diversi utenti premium a considerare la cancellazione dell’abbonamento, percependo un calo drastico nella qualità del servizio e una mancanza di controllo sulla propria esperienza di ascolto.

Le risposte delle piattaforme

YouTube

Mentre YouTube Music fatica a contenere l’ondata di contenuti generati dalle macchine, altre piattaforme stanno adottando strategie più trasparenti. Deezer, ad esempio, ha implementato un sistema di tagging che identifica chiaramente i brani 100% AI, escludendoli dalle raccomandazioni algoritmiche per proteggere i proventi degli artisti reali.

Anche Spotify sta affrontando problemi molto simili, mentre Apple Music viene spesso citata dagli utenti come l’oasi più sicura per chi cerca esclusivamente musica prodotta da persone.  E’ evidente che YouTube dovrà presto fare qualcosa e adeguarsi alle richieste degli utenti: sono sempre di più le piattaforme (come Pinterest e TikTok) che hanno introdotto la possibilità di nascondere completamente i contenuti generati dall’AI.

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Gengive più sane: arriva il dentifricio che blocca il batterio responsabile della parodontite

I problemi gengivali e dentali non colpiscono soltanto l’uomo. Anche gli animali domestici possono soffrire di malattie che infiammano le gengive. Per noi comportano sedute anche costose dal dentista, per cani e gatti manipolazioni stressanti e sedute sotto anestesia perché il controllo dei canini è l’unico in cui i veterinari non possono proteggersi utilizzando museruole a paniere o a fascia. La prevenzione quotidiana parte da spazzolino e dentifricio per tutti, come racconta un articolo di Scinexx.

Un nuovo dentifricio rivoluziona la cura della parodontite, un’infiammazione batterica delle gengive che causa la perdita di denti. Tra i principali patogeni responsabili il Porphyromonas gingivalis (arancione). Il nuovo dentifricio ha un principio attivo di colore blu che inibisce selettivamente i batteri senza alterare la flora batterica orale. I batteri benefici così rimangono e si rallenta la proliferazione di quelli dannosi. La sostanza è stata sviluppata da un team del Fraunhofer Institute for Cell Therapy and Immunology IZI di Halle, capeggiato da Stephan Schilling.

coltura del batterio Porphyromonas gingivalis, uno dei principali agenti patogeni della parodontite

Come funziona il nuovo dentifricio contro i batteri della parodontite acuta? Il successo fin dai primi test, una startup dal 2018 crea altri prodotti gengivali di cura e prevenzione

Tra gli autori della ricerca, c’è anche Mirko Buchholz, fondatore dello spin-off del Fraunhofer. “Il prodotto aiuta a prevenire la parodontite. Come un normale dentifricio, contiene anche abrasivi e fluoro per prevenire la carie. Non abbiamo semplicemente sviluppato un buon dentifricio con una nuova sostanza, ma un prodotto per l’igiene dentale di alta qualità e di livello medico”, queste le sue parole.

Fin dai primi test, il nuovo dentifricio ha dimostrato la riduzione del 25% di depositi batterici sui denti. Il P. gingivalis non entra nei tessuti e questo limita l’infiammazione con le sue conseguenze sui denti. Adesso bisogna trasformare il principio attivo in un prodotto commerciale: nel 2018 è nato il progetto PerioTrap Pharmaceuticals, che potrà sviluppare e lanciare il dentifricio efficace, sicuro, non tossico e che non scolora i denti.

Lo stesso team ha lanciato collutori e paste abrasive con gli stessi principi. Prevenire la parodontite significa anche non sviluppare altre malattie collegate, infezioni che possono degenerare anche in tumori. Oppure, comparire in pazienti compromessi da malattie croniche, come succede negli anziani. E anche per gli animali arriverà il set di prodotti per mantenere le gengive sane. In commercio ne esistono già diversi, ma adesso si svilupperà qualcosa di specifico contro la parodontite.

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Burnout autistico: un fenomeno poco compreso che merita attenzione

Sam Arnold e Julianne Maree Higgins sono due docenti universitari di psicologia e neuropsichiatria, insieme raccontano gli effetti dello stress acustico e sensoriale nell’autismo. In condizioni neurodivergenti, suoni, luci, colori e odori forti tutti insieme possono scatenare il burnout. Il racconto è su The Conversation.

Molte persone autistiche affrontano tutti i giorni situazioni di costante sovraccarico sensoriale e sociale. Situazioni comuni come entrare in una stazione, in un bar, sedersi in una sala di attesa o in un’aula diventano complesse. La stimolazione continua diventa opprimente per chi ha una sensibilità sensoriale accentuata. Anche le interazioni sociali richiedono energie psicofisiche, si devono interpretare segnali verbali e non verbali, controllare le proprie reazioni emotive e mascherare i tratti autistici per adattarsi a contesti e aspettative sociali.

burnout autistico

Cosa significa davvero il burnout autistico: stanchezza profonda, mascheramento e sovraccarico sensoriale, con soluzioni per individui e comunità

Il burnout autistico è la profonda stanchezza causata da questo sforzo costante e silenzioso nel tempo. Non è un crollo nervoso, ma uno sfogo improvviso e intenso che segnala un sovraccarico sensoriale e produce malessere. Gli autori della ricerca lo descrivono come un momento che crea difficoltà nella comunicazione, nel memorizzare, produce confusione e senso di isolamento sociale. Vengono fuori tutti i tratti autistici nascosti o camuffati, si perde temporaneamente la capacità di lavorare, studiare e mantenere relazioni.

Il mascheramento sociale dell’autismo e di altre neurodivergenze è al centro di tanti studi, è un fattore di rischio importante. Il burnout autistico può durare settimane, mesi ma anche anni, si può arrivare anche al non recupero di una vita normale raggiunta con molti sforzi e progressi graduali. Lo stress, rivelano i due docenti, è creato proprio dal trattenere comportamenti, gesti e parole per tanti giorni.

Le domande sono molte su questo argomento, sicuramente migliorare il riposo, ridurre le richieste e gli ambienti poco stimolanti possono essere parte della soluzione del problema. In realtà, l’argomento coinvolge pazienti, terapeuti, famiglie ma anche la collettività, che dovrebbe includere, accettare e aiutare laddove ci sono limiti umani involontari. Caratterizzano tutti, non solo chi soffre di disturbo autistico.

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I nuovi monitor di MSI usano l’AI per aiutarti a barare nei videogiochi online

Al CES 2026 MSI ha deciso di spingere con decisione sull’integrazione dell’intelligenza artificiale nei monitor gaming, affiancando a questa visione un nuovo modello della linea MPG pensato per chi cerca qualità d’immagine pura. Dopo aver introdotto lo scorso anno funzioni di rilevamento della presenza umana, l’azienda amplia ora il concetto con un pacchetto di assistenza AI più aggressivo e, in parallelo, con un QD-OLED di nuova generazione orientato alle prestazioni visive.

L’AI ti aiuta a vincere

Il cuore della strategia è il Meg X, che MSI definisce il primo “vero” monitor AI. All’interno del pannello trova spazio una NPU dedicata, incaricata di analizzare in tempo reale i contenuti a schermo e intervenire automaticamente sulle impostazioni.

Con un solo comando è possibile attivare sei funzioni di assistenza, pensate soprattutto per gli sparatutto in prima persona. Il sistema può evidenziare i personaggi, simulare uno zoom per migliorare la mira, applicare una sorta di visione notturna e modulare la luminosità per facilitare il recupero dopo effetti accecanti come le flashbang.

L’AI è anche in grado di riconoscere il genere del gioco e cambiare profilo visivo, passando ad esempio a impostazioni dedicate quando rileva un racing game. A supporto c’è un secondo assistente che guida l’utente nei menu e si integra con il sensore AI Care 3.0, capace di ridurre luminosità e refresh quando il giocatore si allontana, con benefici anche sulla durata del pannello.

Una nuova proposta senza troppa AI

Per chi guarda con diffidenza alle funzioni intelligenti, MSI ha mostrato il MPG 341CQR QD-OLED X36. Si tratta di un ultrawide da circa 86 centimetri di diagonale, con refresh a 360Hz e risoluzione 3440×1440 in formato 21:9.

Il pannello QD-OLED di quinta generazione adotta un layout RGB Stripe dei sub-pixel, pensato per ridurre le aberrazioni cromatiche e migliorare la leggibilità dei testi grazie alla tecnologia tandem OLED. Il rivestimento DarkArmor Film limita le dominanti violacee dovute alla luce ambientale e incrementa i livelli di nero fino al 40%. Spicca anche la gestione avanzata dell’HDR, con 14 punti di regolazione della luminosità per evitare variazioni fastidiose tra finestre. La curvatura è di 1800R, la luminosità HDR raggiunge i 1.300 nit e la connettività include HDMI 2.1, DisplayPort 2.1a e USB-C con alimentazione fino a 98 watt. Prezzi e disponibilità non sono ufficiali, ma le prime valutazioni di TechPowerUp e PC Gamer indicano un posizionamento premium anche in Europa.

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Tsunami catturato dallo spazio: il satellite NASA rivela qualcosa di inatteso

Un satellite della NASA ha osservato per la prima volta uno tsunami gigante nel Pacifico. L’evento è stato registrato a fine luglio, a scatenare una serie di grandi onde anomale un terremoto potente vicino alla penisola russa della Kamchatka. I ricercatori hanno raccontato quanto visto su The Seismic Record. La sonda spaziale si chiama SWOT, ovvero Surface Water Ocean Topography. È la prima volta che si registra dallo spazio uno tsunami di grandi dimensioni grazie a una tecnologia ad alta risoluzione.

Dal satellite sono stati ricevuti dati che indicavano delle onde che si disperdevano nel bacino e a forza crescente. Gli scienziati sperano di poter ricostruire la nascita dello tsunami partendo dalle prime onde sismiche del terremoto di magnitudo 8. Si potrebbe costruire così un modello preventivo e predittivo per altri tsunami marini a seguito di grandi sismi. Il team di ricerca è guidato da Angel Ruiz Angulo, dell’Università d’Islanda.

tsunami

Quello che non sappiamo ancora sul sisma del 29 luglio, il sesto più potente del secolo: la ricerca sugli tsunami punta all’integrazione tra satelliti e strumenti in profondità

Il sisma del 29 luglio è stato registrato come il sesto terremoto mai registrato a livello mondiale dal 1900. Gli scienziati stanno combinando anche le misurazioni DART, Deep Ocean Assessment and Reporting of Tsunamis. Il futuro della ricerca sismologica in mare vede la combinazione di satelliti e sensori oceanici profondi da inviare con sonde.

“Considero i dati SWOT come un nuovo paio di occhiali. Prima, con i satelliti DART potevamo vedere lo tsunami solo in punti specifici nella vastità dell’oceano. In precedenza c’erano stati altri satelliti, ma nel migliore dei casi riuscivano a vedere solo una sottile linea che attraversava lo tsunami. Ora, con SWOT, possiamo catturare una fascia larga fino a circa 120 chilometri, con dati ad alta risoluzione senza precedenti della superficie marina”, queste le parole di Ruiz Angulo.

SWOT fu lanciato nel 2022 da NASA e ASI-CNES, l’agenzia spaziale francese. “I dati SWOT relativi a questo evento hanno messo in discussione l’idea che i grandi tsunami siano non dispersivi. L’impatto principale di questa osservazione per i modellisti di tsunami è che ci sfugge qualcosa nei modelli che abbiamo utilizzato. Questa variabilità ‘extra’ potrebbe indicare che l’onda principale potrebbe essere modulata dalle onde di coda mentre si avvicina a una costa. Dovremmo quantificare questo eccesso di energia dispersiva e valutare se abbia un impatto non considerato in precedenza”.

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Smog senza precedenti a Nuova Delhi: la qualità dell’aria scatena proteste

Cittadini arrabbiati per il troppo inquinamento atmosferico che entra persino nelle case. Le grandi città indiane da mesi sono nei giornali per via delle alte emissioni di smog. Nuova Delhi registra un nuovo picco di inquinamento atmosferico, il più alto degli ultimi dieci anni. I cittadini sono esasperati, scattano le proteste, critiche contro la politica soprattutto verso il primo ministro Narendra Modi.

Nei mesi invernali di novembre e dicembre lo smog raggiunge il suo apice. Sono i mesi dove si lavora di più, spostamenti in moto, auto e mezzi pubblici inquinano cielo e strade. AQI, l’indice di qualità dell’aria, ha superato quota 300 nell’88% dei giorni. Il dato è il più alto dal 2017, il livello accettabile di inquinamento è sotto quota 50, dai 50 e sopra i 300 le condizioni sono pericolose per la salute.

La capitale indiana non ha solo autoveicoli ma incendi agricoli degli stati confinanti, traffico congestionato, attività industriali, polveri da costruzioni e condizioni climatiche che intrappolano gli inquinanti. A Nuova Delhi vivono trenta milioni di persone, è considerata la città più irrespirabile al mondo. Bambini e anziani sono a rischio di gravi conseguenze sanitarie.

inquinamento a Nuova Delhi

Prime misure politiche contro l’inquinamento di Nuova Delhi ma sono insufficienti, già si possono prevedere scenari politici tra tanta sfiducia nei cittadini

I politici non parlano di inquinamento atmosferico, il costante silenzio del governo nell’affrontare la questione ha alimentato la rabbia, scrive un avvocato ambientalista, Ritwick Dutta. Al suo primo anno di governo nella capitale troviamo il BJP, Bharatiya Janata Party. Il tema dell’inquinamento non è stato prioritario nell’agenda del primo partito nonostante le promesse. Accuse anche contro l’Aam Aadmi Party, all’opposizione. Da una parte accusa il partito cittadino di ignorare l’inquinamento ma dall’altra c’è scarsa fiducia generale nella politica su come sta affrontando il problema da anni.

Inquinamento e proteste stanno spingendo verso altre mete il turismo, per lo meno così non si rischiano fenomeni di overtourism. Nel frattempo, ecco le prime iniziative politiche per affrontare l’emergenza in corso. Controlli anti inquinamento, sospensione temporanea dei lavori edilizi non essenziali, momentanee lezioni online per le scuole primarie, piogge artificiali per mitigare lo smog ma i risultati non sono sufficienti.

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Samsung Galaxy S27 Ultra: finalmente nuove fotocamere dopo anni di letargo

Dopo anni di aggiornamenti marginali, Samsung potrebbe finalmente rivoluzionare il comparto fotografico dei suoi flagship Ultra. Secondo il leaker Ice Universe, il Galaxy S27 Ultra vedrà la sostituzione di tre sensori: fotocamera principale, ultra-wide e frontale.

Un cambio di rotta significativo considerando che il sensore ISOCELL HP2 da 200MP è rimasto invariato dal Galaxy S23 Ultra e dovrebbe essere presente anche nell’imminente S26 Ultra. Le fotocamere teleobiettivo potrebbero rimanere invariate, con l’eccezione della periscopica che potrebbe ricevere un’apertura del diaframma più ampia.

La pressione della concorrenza cinese

I dettagli specifici sugli aggiornamenti hardware rimangono vaghi. In passato si era parlato di un sensore da 200MP di dimensioni maggiori, ipotesi poi accantonata per questioni di costi. Tuttavia, la mossa di Samsung appare quasi obbligata di fronte all’offensiva dei produttori cinesi. Vivo X300 Ultra e Oppo Find X9 Ultra dovrebbero debuttare con ben due sensori da 200MP ciascuno, mentre Xiaomi prepara il 17 Ultra Leica Edition, versione fotografica potenziata del già impressionante 17 Ultra destinato al mercato globale. Nessuno di questi modelli detronizzerà Samsung nell’immediato, ma potrebbero indurre molti utenti a riconsiderare la scelta di un Galaxy.

Il significato di “Ultra” da riscoprire

È prematuro entusiasmarsi per rumors relativi a un dispositivo atteso per il 2027, quando il Galaxy S26 non è ancora stato presentato (questione di pochissimo, tuttavia). Insomma, tutte queste indiscrezioni vanno prese con la massima cautela, perché nel frattempo potrebbero cambiare davvero molte cose.

Tuttavia, il cambiamento risulta necessario per Samsung, che negli ultimi anni sembra aver dimenticato il significato stesso di “Ultra”: offrire le massime prestazioni possibili in ogni aspetto. Per i flagship di fascia premium, le specifiche tecniche contano più che altrove, e gli utenti si aspettano il meglio assoluto dal segmento più costoso del mercato. E’ davvero arrivato il momento di darsi una svegliata e smettere di far finta che la concorrenza dei cinesi – con fotocamere sempre più moderne e batterie sempre più grandi – non esista.

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La fine dei gaming phone: Asus ferma ROG Phone e Zenfone, nicchia morta per sempre?

Asus ha deciso di mettere in pausa i nuovi lanci di ROG Phone e Zenfone per il 2026, una mossa che potrebbe segnare l’inizio della fine per l’intera categoria dei gaming phone. Questi dispositivi, nati come controcultura rumorosa e senza compromessi rispetto agli smartphone mainstream, stanno perdendo progressivamente appeal tra gli utenti. Batterie enormi, trigger fisici sulle spalle, sistemi di raffreddamento attivo, luci RGB e chipset spinti al limite: caratteristiche che un tempo giustificavano l’esistenza di una nicchia dedicata, ma che oggi non bastano più a competere con i flagship tradizionali.

Il gap prestazionale si è azzerato

I gaming phone come ROG Phone e RedMagic continuano a eccellere nelle prestazioni pure, offrendo sistemi di raffreddamento superiori e autonomia estesa. Tuttavia, nel 2026 la situazione è radicalmente cambiata. Dispositivi come Galaxy S25 Ultra, iPhone 17 Pro Max o OnePlus 15 riescono ora a gestire giochi AAA a frame rate elevati senza surriscaldarsi eccessivamente.

Il throttling termico esiste ancora, ma non è più catastrofico come in passato. Il divario tra un gaming phone e un flagship si è ridotto a tal punto da diventare irrilevante: i gaming phone hanno perso i loro vantaggi esclusivi, mentre i flagship tradizionali hanno mantenuto e migliorato i propri punti di forza, come fotocamere superiori, aggiornamenti software prolungati e design più raffinati.

Che senso ha un gaming phone nel 2026?

Asus ROG Phone (2)

Storicamente si presumeva che i gamer non fossero interessati a fotocamere di qualità o supporto software a lungo termine. Questa ipotesi si è rivelata errata. ROG Phone e RedMagic hanno fatto progressi su questi fronti, ma rimangono lontani dagli standard dei flagship mainstream.

Per dispositivi che costano oltre 1.000 dollari, i compromessi sono difficili da giustificare. Il Black Shark 5 Pro tentò di colmare il divario con un sistema fotografico valido e fu apprezzato, ma fu anche uno degli ultimi modelli del brand a ricevere attenzione prima che Xiaomi abbandonasse silenziosamente la spinta globale del marchio. Ironicamente, i gaming phone sono diventati vittime del proprio successo: caratteristiche come raffreddamento attivo, camere di vapore e batterie enormi sono ora integrate nei flagship tradizionali come OnePlus 15, che offre prestazioni da gaming phone in un formato convenzionale e ad un prezzo, tutto sommato, competitivo.

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Meta ha posticipato l’arrivo dei Ray-Ban Display in Italia

I nuovi occhiali intelligenti di Meta si faranno attendere più del previsto al di fuori degli Stati Uniti. Durante il CES 2026, l’azienda ha infatti annunciato che il lancio dei Ray-Ban Display in Italia, Francia, Regno Unito e Canada è stato ufficialmente posticipato. La decisione nasce da una domanda che ha superato ogni previsione interna, esaurendo rapidamente le scorte iniziali e costringendo l’azienda a rivedere i propri piani di espansione globale per dare priorità al mercato statunitense.

Meta vuole affinare la sua filiera produttiva prima di sbarcare anche in Europa. Il rischio, altrimenti, sarebbe quello di avere un lancio caratterizzato da lunghissime liste d’attesa.

Un successo oltre le aspettative

Il debutto americano, avvenuto lo scorso settembre al prezzo di 799 dollari, ha generato liste d’attesa che si estendono ormai per gran parte del 2026. Meta ha descritto i Ray-Ban Display come un prodotto unico nel suo genere, caratterizzato da un inventario estremamente limitato a causa della complessità dei componenti, come il display heads-up integrato e il controller Neural Band.

Per ora, l’unico modo per acquistarli negli USA rimane il sistema di prenotazione obbligatoria per una dimostrazione fisica in punti vendita selezionati, una misura necessaria per gestire il forte squilibrio tra offerta e richiesta.

Nuove funzioni software in attesa del lancio

Ray-Ban Meta Lab

Nonostante il rinvio della distribuzione, Meta ha approfittato del palco di Las Vegas per presentare aggiornamenti software che arricchiranno l’esperienza d’uso. Tra le novità spiccano la modalità “teleprompter“, che permette di leggere note e testi direttamente sulle lenti, e la scrittura virtuale EMG, che consente di comporre messaggi tracciando le lettere nell’aria con le dita.

Mentre gli utenti americani inizieranno a testare queste funzioni nei prossimi mesi, i consumatori europei e canadesi dovranno attendere nuove comunicazioni ufficiali, poiché Meta non ha ancora fissato una nuova finestra temporale per l’uscita internazionale.

Nel frattempo, anche OpenAI e Apple stanno lavorando ai loro rispettivi occhiali smart con intelligenza artificiale: potrebbero debuttare il prossimo anno.

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LEGO ha presentato la sua “più grande rivoluzione” dal 1978 ad oggi

Lego sta per rivoluzionare il suo prodotto più iconico: il classico mattoncino 2×4 diventa un computer funzionante. Dal 1° marzo l’azienda lancerà Smart Bricks, una piattaforma di computing embedded abbastanza piccola da inserirsi completamente all’interno di un tradizionale mattoncino Lego.

Presentato pubblicamente per la prima volta al CES 2026, il sistema si basa su un ASIC personalizzato più piccolo di un singolo bottoncino Lego e include elaborazione integrata, firmware aggiornabile via app smartphone e una rete di sensori. Gli Smart Bricks rilevano movimento, orientamento, gesti e tag NFC. Quando più mattoncini sono connessi, formano automaticamente una rete Bluetooth Mesh che consente loro di riconoscere le posizioni reciproche, coordinando effetti sonori, luminosi e di movimento attraverso l’intero set.

Tecnologia al servizio del gioco

I mattoncini si ricaricano via wireless tramite un sistema multipad che alimenta più pezzi simultaneamente, con batterie che mantengono le prestazioni anche dopo anni di inattività. Ogni unità contiene sensori di luce e inerziali e può produrre effetti sonori e luminosi dall’interno del modello.

Durante la demo con alcuni dei primi set Star Wars che supportano la tecnologia, le astronavi hanno emesso ronzii quando vengono inclinate in volo, le spade laser si sono illuminate durante i duelli e la Marcia Imperiale è partita automaticamente quando l’Imperatore Palpatine è stato posizionato sul trono della Morte Nera.

Include anche un microfono, ma non per registrazioni vocali: la portavoce Jessica Benson ha spiegato che rileva input sonori come il soffio su una torta di compleanno, reagendo in tempo reale. Lo Smart Brick non contiene fotocamere né componenti di intelligenza artificiale, distinguendosi da prodotti precedenti come Lego Mario che si basava su fotocamere per scansionare alcuni codici a barre.

Primi set e futuro della piattaforma

Lego Darth Vader

I primi Smart Play saranno tutti della linea Star Wars: Darth Vader’s TIE Fighter con uno Smart Brick, il Red Five X-Wing di Luke con cinque tag e due personaggi, e  la Stanza del trono con A-Wing con due Smart Bricks.

Lego definisce questa “l’evoluzione più significativa del sistema Lego dal lancio delle minifigure nel 1978”. Alcuni leak suggeriscono che la prossima linea a supportare la nuova tecnologia Smart Brick sarà quella dedicata ai Pokémon.

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Dal caos apparente alla coerenza quantistica: cosa rivelano i nuovi modelli di dipolo

Large Hadron Collider (LHC) sta studiando le collisioni ad alta energia tra protoni. Quelle che Mirage News definisce un caos di quark, gluoni e particelle virtuali brevissime. Solo all’inizio appaiono complesse, i dati sperimentali mostrano più stabilità e un ordine sottostante descrivibile con modelli sofisticati.

La ricerca vede l’impegno di importanti fisici nucleari, come il Prof. Krzysztof Kutak e il Dr. Sandor Lokos. Lavorano presso l’Istituto di Fisica Nucleare dell’Accademia Polacca delle Scienze. Insieme hanno confrontato l’entropia dei quark e dei gluoni nella fase iniziale con quella degli adroni prodotti e rilevati.

La ricerca puntava a comprendere il disordine nella fase dei partoni e la sua differenza rispetto alla fase adronica. Il team ha ricostruito dinamiche prima complesse e poi più stabili grazie ai modelli di dipolo. Ogni gluone è come un dipolo quark-antiquark legato da una carica di colore. Si è arrivati così a definire l’entropia dei sistemi densi di gluoni.

scoperto ordine nascosto nelle collisioni di protoni

Dieci anni di ricerche sulle dinamiche nucleari: dati da ALICE, ATLAS, CMS e LHCb confermano il modello generalizzato su energie da 0,2 a 13 TeV

Kutak e il Dr. Pawel Caputa sono riusciti anche ad aggiornare i modelli. Hanno introdotto energie di collisioni più basse, i loro effetti e le equazioni dei dipoli alla teoria della complessità. I dati sperimentali poi elaborati provengono da ALICE, ATLAS, CMS e LHCb. Gli studiosi hanno lavorato su un intervallo di energie da 0,2 a 13 TeV. Hanno così confermato che il modello generalizzato descrive meglio le collisioni rispetto alle versioni precedenti.

“Nella fisica delle alte energie, i cosiddetti modelli di dipolo sono stati utilizzati per un certo periodo per descrivere l’evoluzione dei sistemi densi di gluoni. Questi modelli presuppongono che ogni gluone possa essere rappresentato da una coppia quark-antiquark che forma un dipolo di due colori – qui non stiamo parlando di colori ordinari, ma della carica di colore che è una proprietà quantistica dei gluoni. I modelli di dipolo basati sul numero medio di adroni prodotti in una collisione ci permettono di stimare l’entropia dei partoni”, ha raccontato il professor Kutak di Cracovia, esperto di entropia e sistemi quark-gluoni. In questo settore a cui dedica ricerche e analisi da molti anni.

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Tracce dell’atmosfera terrestre sulla Luna: un indizio prezioso per futuri esploratori

Particelle microscopiche della Terra vengono trasportate sulla Luna da vento solare e campo magnetico. Avviene da miliardi di anni, praticamente dalla formazione del pianeta e dalla nascita della relazione magnetica con il satellite. Prima si pensava che lo scudo magnetico bloccasse le particelle, invece possono essere incanalate verso lo spazio fino a farle finire sul suolo lunare.

L’immagine della Terra fuori dalla sua atmosfera deve arricchirsi: piena di satelliti artificiali, basi spaziali, rifiuti tecnologici dimenticati e, adesso, micro particelle vaganti. Finiranno anche su altri pianeti? La domanda è al centro dello studio da poco pubblicato, perché consentirà anche di progettare e capire come viaggiare verso Marte, non solo con persone ma anche con oggetti, liquidi, rifornimenti, gas. Le missioni di Apollo rilevarono la presenza di gas nei campioni lunari. La Luna è il nostro archivio chimico, ha tracce di lungo termine dell’atmosfera terrestre.

i campioni lunari delle missioni Apollo rivelano un eccesso di azoto nella regolite lunare

Luna e Terra e le particelle di miliardi di anni, dalla scoperta di acqua e azoto con Apollo alle simulazioni dell’Università di Rochester

La scoperta delle particelle è stata studiata con simulazioni computerizzate all’Università di Rochester. Il team di ricercatori è composto da Shubhonkar Paramanick, Eric Blackman, John Tarduno e Jonathan Carroll-Nellenback. Partendo dall’inizio, le simulazioni hanno costruito come primo scenario la Terra primordiale senza campo magnetico. Poi la Terra moderna con campo magnetico consolidato, da qui è possibile studiare il trasferimento di particelle verso la Luna. Il vento solare stacca le particelle cariche dalla nostra atmosfera alta e segue le linee del campo magnetico fino all’orbita lunare.

I campioni di Apollo, allora, rilevarono elementi microscopici di acqua, anidride carbonica, elio, argon e azoto in quantità elevate. Proprio quest’ultimo materiale è segno di sostanze di origine terrestre. Studiando ciò che è arrivato sulla Luna potremmo ricostruire la storia della nostra formazione climatica, chimica e anche oceanica, quest’ultima fondamentale poi per la vita.

Vento solare e magnetismo possono essere sfruttati per spostare quantità di acqua e altri materiali volatili utili all’uomo? Oltre ai viaggi su Marte, si ipotizza da tempo anche l’occupazione del suolo lunare per attività umana, di ricerca, reperimento materie prime e turismo. Le prospettive spaziali così crescono, si allargano e trasformano l’inimmaginabile in progetti possibili.

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Dell ammette l’errore: “abbandonare i laptop XPS è stata una pessima idea”

Il panorama dei laptop premium ritrova un protagonista familiare. Durante l’edizione 2026 del CES, Dell ha annunciato ufficialmente il ripristino del marchio XPS, ammettendo che la strategia di rebranding dell’anno scorso non ha dato i frutti sperati. Il tentativo di emulare la nomenclatura di Apple, con termini come “Pro Max” o “Premium”, aveva infatti generato confusione tra i consumatori, spingendo il COO Jeff Clarke a dichiarare la necessità di un ritorno a una struttura di gamma più chiara e riconoscibile.

Ritorno alla praticità

I nuovi XPS 14 e XPS 16 segnano un’importante evoluzione nel design, correggendo alcune scelte recenti che erano risultate poco pratiche. La novità più rilevante è la scomparsa della barra delle funzioni a sfioramento, sostituita da tasti fisici tradizionali per garantire una migliore accessibilità. Pur mantenendo un’estetica ricercata con la tastiera “zero-lattice” e il trackpad invisibile, i nuovi modelli puntano sulla portabilità: la versione da 14 pollici ha uno spessore inferiore ai 15 millimetri e offre diverse opzioni di schermi OLED con risoluzione 2.8K.

Dell XPS 2026

Hardware avanzato

Sotto la scocca dei nuovi modelli batte un cuore potente: il processore Intel Core Ultra, con configurazioni che arrivano fino ai chip X7 e X9 per massimizzare le prestazioni grafiche. Nonostante il ritorno alla semplicità del brand, i costi di listino hanno subito un incremento dovuto alla situazione del mercato dei semiconduttori e delle memorie RAM.

L’XPS 14 viene proposto a un prezzo di partenza di 2.050 dollari, mentre il modello da 16 pollici parte da 2.200 dollari. Nel corso dell’anno la famiglia si allargherà ulteriormente con il debutto di un nuovo XPS 13. Prezzi e disponibilità per l’Europa non sono ancora stati annunciati.

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Samsung ha appena svelato il display senza pieghe dell’iPhone Fold?

Samsung Display ha presentato al CES 2026 un nuovo pannello OLED pieghevole che elimina la piega centrale, il principale limite estetico dei dispositivi attuali. Durante una dimostrazione tecnica, il prototipo è stato confrontato con un Galaxy Z Fold 7: il nuovo schermo non mostra alcun segno visibile o riflesso nel punto di snodo, offrendo una superficie perfettamente continua. Sebbene Samsung abbia rimosso il concept dallo stand poco dopo l’apertura, chi ha fatto in tempo a vederlo parla di un salto generazionale impressionante rispetto ai modelli attualmente in commercio.

Sarà il display dell’iPhone Fold?

Questo pannello è il candidato principale per il prossimo Galaxy Z Fold 8 (e per la sua variante XL, con form factor da mini tablet). Tuttavia, l’interesse maggiore riguarda Apple: Samsung è il fornitore storico dei display di Cupertino e la tecnologia mostrata risponde esattamente ai requisiti di qualità richiesti da Apple per il suo primo iPhone pieghevole, atteso per la fine del 2026. Insomma, sappiamo che Apple ha voluto a tutti i costi che il suo pieghevole non avesse una piega visibile e sappiamo pure che il pannello del Fold sarà fornito da Samsung. Con buone probabilità, il pannello mostrato al CES è molto simile (se non identico) a quello che troveremo sul primo e atteso iPhone Fold.

Come funziona lo schermo senza pieghe

Samsung Display, nuova tecnologia in mostra al CES

Il segreto di questo pannello risiede in una nuova piastra metallica lavorata al laser con micro-fori. Questa struttura permette di distribuire lo stress meccanico in modo uniforme durante la piegatura, impedendo la formazione di deformazioni permanenti nel substrato OLED.

Oltre all’estetica, la soluzione migliora la precisione del tocco e la fluidità nello scorrimento del testo. Nel prototipo brevemente mostrato al CES, Samsung è anche riuscita ad integrare un nuovo tipo di fotocamera sotto lo schermo, rendendo il display un’unica superficie ininterrotta, con un effetto estremamente pulito e futuristico.

Se il pannello supererà i test di durabilità su larga scala, la piega sul display potrebbe diventare un ricordo del passato per l’intera industria dei dispositivi mobili. Chissà, forse sarà proprio questa svolta a contribuire a rendere gli smartphone pieghevoli finalmente mainstream.

Samsung ha appena svelato il display senza pieghe dell’iPhone Fold? è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

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Caldo estremo in mare: il 2003 ha innescato un cambiamento che dura ancora oggi

Il cambiamento climatico che causa l’innalzamento delle temperature in mare viene studiato di anno in anno. Il 2003 è stato fatidico per il Nord Atlantico con le più intense ondate di calore marino mai registrate. Un’anomalia temporanea ma con trasformazioni ecologiche che continuano a produrre effetti visibili ancora oggi. Su Science Advances è stato pubblicato uno studio sugli effetti eccezionali di un’estate di 23 anni fa. Il caldo modificò le catene alimentari, spinse specie a emigrare dall’Atlantico e influenzò tanti ecosistemi marini.

L’ondata di calore fu causata dall’afflusso improvviso di acque subtropicali nel nord. Groenlandia, Stretto di Fram e Mare di Barents furono travolti da onde calde fino all’Oceano Artico. L’Europa ha vissuto altre ondate di calore o gelo improvviso, quest’ultima del 2003 ha sconvolto le alghe, lo zooplancton, pesci, mammiferi marini e grandi predatori oceanici. Vediamo alcune parole degli autori dello studio.

ondata di caldo estremo in mare

La perdita del capelin e dei pesci predatori: chi perde e chi vince nel nuovo clima marino. Buone notizie su balene e megattere, grandi animali acquatici da sempre a rischio

Karl-Michael Werner del Thünen Institute for Sea Fisheries di Bremerhaven, afferma: “I nostri risultati mostrano che eventi estremi inaspettati innescano cascate ecologiche imprevedibili. Queste aree hanno subito cambiamenti significativi alla base della rete alimentare marina dopo il 2003. Ogni area da noi studiata mostra una riorganizzazione degli organismi adattati al freddo e al ghiaccio, in favore di quelli che preferiscono acque più calde. Queste osservazioni suggeriscono che negli ecosistemi marini possono verificarsi punti di non ritorno”.

La ricerca sulle conseguenze del caldo 2003 comporta la descrizione delle nuove reti alimentari. Alcune specie si sono sostituite ad altre perché adatte al freddo. Pesci commerciali come il merluzzo si sono spostati verso nord creando o nuove risorse o perdite. Il capelin è un pesce foraggio importante nel Nord Atlantico. Uova e larve si ridussero drasticamente compromettendo il numero di pesci predatori.

Chi riesce a vincere le difficoltà del nuovo clima acquatico rientra nei vincitori. Abbiamo specie marine gigantesche e importanti come balene e megattere. Il 2003 è un case study importante sui cambiamenti climatici e le conseguenze a lungo termine dell’ecosistema. Raggiungeremo altre soglie critiche, nel Nord Atlantico o altre aree? Il lavoro di climatologi e esperti di oceani non si deve fermare per questa domanda sempre attuale.

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Lavoro ibrido e benessere: la verità su ciò che mantiene viva la cultura aziendale

Barbara Plester, docente senior di management e affari internazionali, parla di lavoro ibrido e cultura aziendale. La possibilità di poter rimanere alcuni giorni a casa e lavorare rientra da tempo nelle opzioni dei lavoratori. Una possibilità diventata mentalmente irrinunciabile per il risparmio e per le energie che consente di conservare senza compromettere il lavoro.

È anche vero che i luoghi di lavoro, le aziende, oggi sono cambiate nel modo di trattare i dipendenti e nei benefit che offrono: macchinette del caffè, spazi di socializzazione, relax, gioco e benessere. Il capo di oggi, “the boss, the manager, or the team leader”, non è più un despota severo e paternalistico, ma una persona che tratta i dipendenti anche smorzando la tensione con l’humor ed è attenta alle dinamiche relazionali e collaborative. L’ufficio è come casa: “home is the new office and the office is the new home”. In questo quadro si inserisce la riflessione della docente dell’Università di Auckland.

riunione su Zoom

Il lavoro ibrido come dimensione importante nel cambiamento della cultura e del vivere aziendale: imprenditori e dipendenti uniti nell’impegno anche se con possibilità non uguali

Barbara Plester su The Conversation descrive il lavoro ibrido come un fattore culturale. Non è più una modalità organizzativa, è una vera normalità acquisita da molti settori. I lavoratori che possono usufruire dello smart working costruiscono un rapporto migliore con l’azienda e i colleghi. Certo, le interazioni cambiano molto rispetto all’ufficio tradizionale, ma chat, meme ed emoji hanno creato un nuovo modo di comunicare, relazionarsi, collaborare sul lavoro e senza perdere serietà e profitto.

Divertimento e socialità non funzionano se imposti, queste le frasi forti della studiosa. Anzi, l’imposizione genera disagio e stress, tanti lavoratori sono introversi e pieni di sovraccarichi. La felicità sul lavoro nasce come possibilità di scelta, sugli strumenti digitali ci deve essere sia da parte della dirigenza che dei lavoratori consapevolezza e conoscenza. Se da una parte aiutano nel lavoro, dall’altra possono diventare anche invasivi e controproducenti.

Il lavoratore deve fare il suo dovere, sicuramente, essere responsabile, pronto e preparato. Ma la cultura aziendale, quindi chi dirige, deve creare l’ambiente flessibile, inclusivo e capace di adattarsi alle esigenze. Non si impongono divertimento e benessere ma se ne costruiscono le basi per tutti.

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Calcio nella dieta: ecco il frutto sorprendente che batte arance e banane

Un articolo di Tasting Table mette in luce un frutto esotico sorprendente, un elisir di calcio. Un argomento utile visto il periodo di feste e abbuffate natalizie. Il calcio è fondamentale per il benessere di ossa, denti, muscoli e unghie. Contribuisce a mantenere la comunicazione nervosa e previene alcune malattie. Il nostro corpo non produce calcio, quindi è essenziale assumerlo con l’alimentazione. Prima si pensava che arance, banane e altri frutti più comuni fossero le migliori fonti per questo minerale. Ma è il fico d’India il frutto più ricco di calcio.

Questo elisir di minerali e vitamine cresce oggi in molte parti del mondo. Messico e Stati Uniti sono tra i primi produttori. Il frutto apporta 83 milligrammi di calcio per tazza, arance e mandarini ne apportano solo 72. Le more superano le banane, 42 milligrammi di calcio contro 6 mg. I fichi d’India sono alimenti preziosi per una dieta sana perché contengono antiossidanti e fibre, fanno bene anche alla pelle, agli occhi, ai capelli e alla regolarità intestinale.

frutti di fico d'india che crescono su un cactus verde

Scopri come gustare i fichi d’India senza ferirsi: la buccia spinosa, famosa quanto il suo sapore dolce e versatile. Con la polpa potrai arricchire tante ricette senza rischi

Dieta sana significa varia, quindi acquista i fichi d’India insieme ad altra frutta. Acquista il frutto in supermercati internazionali o negozi specializzati per trovarlo fresco. Ricordati che ha una buccia spinosa di colore rosa e giallo, rimuovila prima del consumo.

Sperimenta i fichi d’India nelle macedonie, nelle insalate, su creme e formaggi, ma anche in succhi e bevande da arricchire con menta, basilico e ibisco. Nella cucina del sud-ovest ci sono ricette di salse, cocktail, margarite, piatti dolci e salati dove gustare questo frutto importante.

Ricorda di non esagerare nel consumo, anche se benefico. Inserisci la frutta in una giornata di pasti vari con carne, carboidrati, cereali, verdura e altra frutta. Il fico d’India può diventare l’alleato naturale per ossa, denti e muscoli, ma anche per uno stile di vita equilibrato e salutare. Sperimentalo alla fine di queste feste natalizie, per ritrovare il giusto equilibrio alimentare e qualche chilo in meno.

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ChatGPT sfida Alexa: OpenAI lavora a smart speaker e occhiali intelligenti

OpenAI intende lanciare un nuovo modello linguistico basato sull’audio nel primo trimestre del 2026. Secondo quanto riportato da The Information, questo sviluppo rappresenta il primo passo concreto verso la creazione di dispositivi hardware proprietari. L’azienda ha riorganizzato i propri team di ingegneria e ricerca per accelerare i progressi nelle tecnologie vocali, attualmente considerate meno precise e rapide rispetto ai modelli testuali.

Dal software all’hardware

L’obiettivo primario è modificare il comportamento degli utenti, che oggi preferiscono l’interfaccia scritta di ChatGPT rispetto a quella vocale. OpenAI mira a integrare l’intelligenza artificiale in una gamma di dispositivi fisici, come smart speaker o occhiali intelligenti, privilegiando l’interazione audio rispetto a quella visiva. Il primo di questi prodotti dovrebbe arrivare sul mercato tra circa un anno, con l’intento di estendere l’uso dell’AI anche in contesti di mobilità, come l’interno delle automobili.

Sarà tutto fuorché semplice

Sam Altman svela la roadmap ufficiale delle prossime versioni di ChatGPT

La competizione nel settore audio è serrata: Google, Meta e Amazon stanno già orientando i propri investimenti verso interfacce vocali avanzate. Rispetto alla precedente generazione di assistenti come Alexa o Siri, i nuovi modelli linguistici promettono interazioni più naturali e meno limitate.

Alcuni designer, tra cui Jony Ive, leggendario veterano di Apple ora passato ad OpenAI, sostengono inoltre che un’interfaccia puramente vocale possa ridurre la dipendenza tecnologica legata all’uso costante degli schermi, sebbene non vi siano ancora dati definitivi a supporto di questa tesi.

Le tempistiche rimangono comunque molto incerte. Se il prossimo modello ottimizzato per l’audio di OpenAI potrebbe arrivare a breve, dunque giungendo in anteprima sulle app mobile e desktop di ChatGPT, per vedere i primi device fisici dell’azienda potrebbe essere necessario aspettare ancora un bel po’. Le principali stime suggeriscono un’uscita a circa un anno da oggi e, dunque, ad inizio del 2027.

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Tesla crolla a picco: vendite giù del 16% nell’ultimo trimestre del 2025

Il 2025 si è chiuso con numeri impietosi per Tesla. L’azienda di Elon Musk ha pubblicato i dati finali di produzione e consegne, rivelando un crollo delle vendite del 16% nell’ultimo trimestre dell’anno: 77.343 veicoli elettrici in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Su base annuale, il declino si attesta all’8,6%, con 1.636.129 auto vendute, oltre 153.000 in meno rispetto all’anno precedente. Un risultato che solleva interrogativi sul futuro del marchio californiano.

Un modello di business fragile?

Le cause del tracollo sono molteplici e interconnesse. Tesla continua a dipendere in modo schiacciante dai Model 3 e Model Y, che nonostante un leggero restyling estetico appaiono datati rispetto ai competitor europei e asiatici. Il tanto decantato Cybertruck, promesso a meno di 40.000 dollari e atteso per il 2021, si è rivelato un disastro commerciale.

Il fallimento del pick-up futuristico ha trascinato con sé anche il progetto delle batterie interne: il fornitore sudcoreano L&F ha svalutato il contratto con Tesla da 2,9 miliardi di dollari a soli 7.386 dollari, una perdita del 99%. Nel frattempo, le posizioni politiche estreme di Musk hanno alienato una fetta consistente di acquirenti in California e in Europa, mercati dove i consumatori di veicoli elettrici tendono ad acquistare seguendo i propri principi etici.

Sicurezza e reputazione sotto attacco

Tesla, aperta indagine su FSD

Ancora più preoccupante è il deterioramento della reputazione in termini di sicurezza. Secondo un’inchiesta di Bloomberg, almeno 15 persone sono morte carbonizzate in Tesla a causa di portiere diventate inoperabili dopo incidenti, metà dei quali verificatisi dalla fine del 2024.

La NHTSA ha aperto un’indagine, mentre la Cina ha annunciato il divieto del design delle maniglie reso popolare da Tesla a partire da gennaio 2027. A ciò si aggiunge una sentenza da 329 milioni di dollari per morte ingiusta e i ripetuti incidenti del programma robotaxi ad Austin.

Mentre qualsiasi altra casa automobilistica reagirebbe con un cambio di strategia, Musk ha preferito concentrare il grosso delle risorse dell’azienda in progetti estremamente ambiziosi, ma le cui, a dir poco incerte, ricadute positive si vedranno solo tra diversi anni, se non addirittura decenni. Non è detto che gli azionisti saranno così pazienti.

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