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Uno studio di Yale scopre cambiamenti positivi negli adulti dai 65 anni in su

Che cosa c’è dietro un’importante affermazione dell’università di Yale sull’invecchiamento? Lo studio di un suo team di scienziati ribalta l’opinione che diventare anziani sia un male: l’avanzare dell’età offre possibilità di miglioramento, perché? Gli studiosi affermano che è proprio il pensiero degli anziani sull’invecchiare a influenzare un processo che fa i conti con la salute ma ha anche delle potenzialità. Quindi, sono mentalità e pregiudizi che possono incidere sulla qualità della vita dopo gli anta.

L’autrice dello studio, Becca R. Levy, docente di scienze sociali e comportamentali, ha analizzato i dati di uno studio decennale sugli anziani americani a livello nazionale. La scoperta all’interno del dipartimento di salute della Yale School è che la metà degli adulti di età pari o sopra i 65 anni ha mostrato un miglioramento cognitivo ma anche fisico nel tempo.

In tarda età, molte fatiche della vita come il lavorare, portare pesi e altro vengono limitate. Si tende a faticare meno o a disincentivare il lavoro più pesante. Mente e fisico sicuramente devono affrontare primi problemi di salute. Però, non è una costante e molti anziani, che hanno più tempo libero, possono usufruirne per migliorarsi e migliorare anche le condizioni fisiche.

molti anziani migliorano nel tempo

I dati riconsiderati dell’Health and Retirement Study: anziani dai 65 anni in su seguiti per 12 anni tra attività fisiche e vita quotidiana per scoprire la tendenza al miglioramento

L’analisi di Becca Levy non ha scoperto miglioramenti in piccoli gruppi eccezionali ma in soggetti collegati o accomunati da diversi fattori importanti. Tra questi, anche il non vedere l’invecchiamento per forza come un ostacolo o un decadimento. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Geriatrics e contengono diverse informazioni.

L’Health and Retirement Study è l’indagine longitudinale sugli anziani americani, finanziata a livello federale. Coinvolse 11.000 partecipanti ed è lo studio utilizzato per trarre i dati sulla nuova filosofia dell’invecchiamento. I cambiamenti cognitivi furono valutati considerando funzionalità fisiche come camminata veloce e altre attività. In un follow-up di 12 anni, il 45% dei partecipanti ha registrato miglioramenti in due ambiti di vita. Il 32% ha registrato miglioramenti cognitivi, il 28% miglioramenti fisici.

Queste percentuali non dicono che non ci siano deterioramenti fisici e cognitivi, come dice lo studio stesso: “Se si fa la media di tutti, si nota un declino. Ma quando si considerano le traiettorie individuali, si scopre una storia molto diversa. Una percentuale significativa dei partecipanti più anziani che abbiamo studiato è migliorata“.

Uno studio di Yale scopre cambiamenti positivi negli adulti dai 65 anni in su è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Epilessia, emergono nuove prove sui benefici della dieta chetogenica

Su The Lancet Neurology è stata pubblicata una revisione scientifica dedicata alle diete chetogeniche che riducono le crisi epilettiche. La revisione è stata scritta da autori di due diverse realtà, l’Università del Colorado Anschutz e UT Southwestern Medical Center. I dati elaborati provengono da scoperte di laboratorio su pazienti reali, risultati di effetti positivi sulle crisi convulsive delle diete chetogeniche. Ricche di grassi e povere di carboidrati presentano queste tre caratteristiche positive: rafforzano i sistemi energetici cerebrali, riducono l’infiammazione e proteggono i neuroni.

Anna Figueroa è dottoressa in farmacia e autrice dello studio, commenta così la revisione: “Per anni, i medici hanno osservato che le diete chetogeniche riducono le crisi epilettiche nei pazienti che non rispondono ai farmaci, ma le prove a supporto sono sparse in studi di piccole dimensioni. E mentre gli scienziati hanno fatto progressi nella comprensione dell’efficacia della dieta, da queste scoperte sono emerse poche nuove terapie o ampi studi clinici“.

dieta chetogenica su misura

Emerge un limite nelle ricerche sulla dieta chetogenica per l’epilessia e riguarda gli adulti: pochi studi randomizzati, anche su effetti del metabolismo e dei farmaci anticonvulsivanti

Figueroa con gli altri autori hanno esaminato i meccanismi sottostanti delle diete chetogeniche che determinano gli effetti. Hanno individuato così l’efficacia clinica, la riduzione dei carboidrati unita alla valorizzazione del grasso buono forniscono un’energia stabile ed efficiente attraverso i chetoni. I neuroni iperattivi vengono stabilizzati e questo riduce il rischio di convulsioni.

I ricercatori volevano comprendere meglio i meccanismi biologici delle diete chetogeniche per individuare nuove terapie oppure sviluppare farmaci. Gli autori della revisione hanno trovato una lacuna importante nella ricerca. La maggior parte degli studi che collegano dieta chetogenica ed epilessia riguarda soprattutto i bambini.

Negli adulti le prove scientifiche sono ancora limitate. Solo negli ultimi cinque anni, quelli considerati dalla revisione, è stato condotto uno studio clinico randomizzato su pazienti adulti con epilessia. Si considera questo aspetto: il metabolismo dei grassi con l’età cambia. In più, i pazienti adulti che usano per molto tempo farmaci anticonvulsivanti rischiano alterazioni epatiche che riducono l’efficacia o la tolleranza di una dieta chetogenica.

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Edilizia sostenibile in Africa: la sfida di costruire milioni di case con un impatto ambientale minimo

Jonathan Oladeji e Chioma Okora fanno ricerca e insegnano presso l’Università di Johannesburg, si occupano di edilizia, sostenibilità, finanza anche climatica e investimenti. Su The Conversation hanno raccontato le problematiche dell’odierna edilizia in Africa. Il continente viene spesso solo associato alla povertà o al sottosviluppo, in realtà è anche una delle aree di crescita urbana e demografica più rapida.

Entro il 2050, questi sono gli ultimi dati, la popolazione africana passerà da 1,5 miliardi a 2,4 miliardi di persone. La domanda di nuove abitazioni è in crescita già da oggi, dalle aree urbane arriva la richiesta complessiva di 50 milioni di case. La costruzione di nuovi alloggi è anche una sfida ambientale, l’industria edilizia è responsabile da sola del 39% delle emissioni globali di carbonio. Nell’intera filiera, soltanto la produzione di calcestruzzo produce l’8% dei gas serra mondiali.

Per l’Africa ci vogliono abitazioni ecologiche, progettate per consumare meno acqua ed energia e costruite con materiali naturali o riciclati. Il continente rappresenta un luogo ideale per questa sfida, accanto alla domanda di case c’è anche la richiesta di abitazioni sostenibili economicamente, dove è possibile consumare acqua ed energia ma senza bollette troppo elevate. In più anche la manutenzione ordinaria delle case deve essere favorevole.

crisi abitativa in Africa

Il Sudafrica è il case history da analizzare nei primi progetti ed esperimenti di edilizia green e città sostenibili: numeri, iniziative pubbliche e ONG che raccontano il divario ancora da colmare

I due autori hanno analizzato vent’anni di studi sul finanziamento dell’edilizia sostenibile. Dal 2003 al 2023, questo lungo periodo consente di confrontare il sostegno economico ai progetti di edilizia verde nel mondo. Dall’Europa all’Asia esistono numerosi progetti, strumenti finanziari e anche legislazioni dedicate alle città green. Tutte tengono conto di questi fattori: sviluppo, efficienza energetica e idrica, scelta dei materiali, costi iniziali e rischi legati ai cambiamenti climatici, oggi più che mai la vera incognita.

Le case ecologiche sono difficili da realizzare, in Africa le opportunità di finanziamento sono ancora limitate. A livello globale il divario è eccessivamente alto: 1,4 trilioni di dollari per l’edilizia abitativa accessibile. Il Sudafrica sta emergendo nel continente come paese dove ci si sta muovendo nella direzione delle abitazioni verdi. Alcune iniziative sono sostenute dalle istituzioni e anche da realtà non profit. L’International Finance Corporation è tra le realtà che studia e investe nell’edilizia green in Sudafrica.

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Allenamento cognitivo e multitasking: i risultati sorprendenti di una ricerca tedesca

Il termine multitasking intende la capacità di saper svolgere più attività contemporaneamente senza ridurre l’efficienza. Viene considerata un’abilità importante tanto sul lavoro quanto nella vita quotidiana. Il multitasking è soggetto a dibattiti e controversie, c’è chi lo ritiene possibile e chi inumano; sul lavoro alcuni lo accusano di favorire lo stress, superficiale o nascosto, altri invece lo ritengono frutto di tante soft skills apprese.

Alcune nuove ricerche si concentrano invece sui limiti del cervello umano nella capacità di gestire più compiti in uno stesso momento. La Martin Luther University di Halle-Wittenberg ha condotto uno studio sperimentale dedicato. La domanda di partenza è: “il multitasking può essere realmente allenato?”. Nella psicologia cognitiva si parla di Virtually Perfect Time Sharing, è la capacità di eseguire due compiti contemporaneamente senza errori o quasi. Punta alla perfezione oltre che all’efficienza, ed è un obiettivo importante nel lavoro quanto l’avere anche un piano B o più per le emergenze.

Nella psicologia del lavoro e cognitiva si era convinti, anche con prove, della capacità del cervello di poter elaborare più informazioni parallele. Queste sono le parole del ricercatore Torsten Schubert: “Questo fenomeno, noto come Virtually Perfect Time Sharing, è stato a lungo considerato un’indicazione di una reale elaborazione parallela nel cervello e la prova che il nostro cervello è capace di multitasking illimitato“.

quando il nostro cervello deve fare molte cose contemporaneamente, raggiunge rapidamente i limiti delle sue capacità

Il Virtually Perfect Time Sharing messo alla prova: un esperimento sul multitasking mostra l’importanza di soft skills più flessibili e profonde, attente a metodo, adattamento e problem solving

I ricercatori hanno voluto verificare con un nuovo esperimento la capacità multitasking del cervello. Nell’esperimento i partecipanti dovevano svolgere due attività coinvolgendo sensi diversi. Con la mano destra dovevano indicare rapidamente la dimensione di un cerchio mostrato sullo schermo, nello stesso istante ascoltavano un suono e dovevano dire se fosse alto, medio o basso. Questo esercizio è stato ripetuto per due settimane, gli studiosi misuravano la velocità di risposta e anche il numero di errori.

L’esperimento ha dimostrato soprattutto una cosa: la pratica migliora le prestazioni. I partecipanti, giorno dopo giorno, diventavano più veloci, precisi e anche coordinati. Gli scienziati hanno modificato leggermente sequenze e ritmo delle prove, aumentavano gli errori e peggioravano anche le prestazioni. Nel lavoro come nello sport o nello studio, gli imprevisti sono considerati anche all’ordine del giorno e viene allenata la capacità di problem solving. Il cervello non esegue veramente le attività in parallelo ma attiva dei processi che permettono di eseguire più azioni in uno stesso momento.

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Sabbie antiche come archivi del tempo: la tecnica che svela la storia del nostro pianeta

Minuscoli cristalli di zircone provenienti da antiche sabbie costiere possono aiutare un team di ricercatori universitari a ricostruire la storia di alcuni paesaggi terrestri. Lo studio è della Curtin University, il minerale è estremamente resistente e conserva al suo interno tracce di kripton. È un gas raro prodotto in un passato preistorico della Terra, quando la sua superficie agli albori fu colpita da raggi cosmici.

Questo gas intrappolato nei cristalli può essere utilizzato per determinare l’età di alcuni sedimenti del sottosuolo. La ricerca è stata guidata da un team internazionale, a cui hanno collaborato anche studiosi tedeschi di Gottinga e Colonia. Gli zirconi, oltre a essere un minerale molto antico, resistono agli agenti atmosferici e all’erosione.

Mentre altre pietre tendono con il tempo a svanire diventando polvere, lo zircone sopravvive sotto forma di cristalli molto longevi. Vengono trasportati dai fiumi, si ritrovano sia sulle coste quanto nei sedimenti. Tra spostamenti ed età effettiva conservano informazioni geologiche ma anche atmosferiche importanti.

sabbia

Che cosa racconta il kripton cosmogenico conservato nei minuscoli cristalli antichi sui fondali terrestri longevi, i paesaggi con segni di erosione millenaria e il clima in evoluzione?

Il kripton cosmogenico consente di stimare la durata dell’esposizione dei sedimenti in superficie. Significa che queste tracce del passato terrestre hanno avuto lunga vita fuori dal sottosuolo, eventi da ricostruire li hanno poi sepolti per secoli. Il nuovo metodo di analisi dei materiali consente di ricostruire i ritmi di erosione dei paesaggi, diverse altre evoluzioni in tempi geologici molto lunghi. “La storia del nostro pianeta dimostra che il clima e le forze tettoniche possono controllare il comportamento dei paesaggi su scale temporali molto lunghe“, ha dichiarato il ricercatore Maximilian Dröllner.

L’interno dei cristalli può far ricostruire anche la distribuzione delle risorse naturali, le evoluzioni tettoniche, i lunghi periodi di sedimentazione, anche di minerali sfruttabili dall’uomo. Ed entra anche il clima, ogni cambiamento ed evoluzione è conservato dall’aspetto chimico e fisico dei cristalli di zircone e delle sabbie dove erano conservate. Queste sono le parole del coautore Milo Barham: “Il clima non influenza solo gli ecosistemi e i modelli meteorologici, ma controlla anche dove finiscono le risorse minerarie e quanto diventano accessibili“.

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Il cuore può rigenerarsi dopo un infarto: individuato il freno ormonale che lo impedisce

Il cuore dopo un infarto può essere rigenerato grazie a un meccanismo ormonale. È la scoperta di un importante studio condotto anche da ricercatori italiani. L’Università di Bologna, l’IRCCS Policlinico Sant’Orsola e altre realtà scientifiche hanno scoperto una capacità naturale di autoriparazione cardiaca. Si può sfruttare per creare dei farmaci su misura che curano e ripristinano le funzionalità dopo una crisi. Lo studio coordinato è stato pubblicato sulla rivista Nature Cardiovascular Research e rappresenta un punto di arrivo importante nella medicina salvavita.

La ricerca nasce in un contesto multi-specializzazione, ovvero quando il cuore è sottoposto a difficoltà da altre patologie, ad esempio il cancro. Alcuni trattamenti rendono l’apparato cardiaco più vulnerabile e sensibile a infarto e miocardite. I cardiomiociti diventano più deboli: sono le cellule muscolari responsabili del pompaggio del cuore, quello che tutti sentiamo come battito.

cuore

La scoperta delle capacità rigenerative del cuore si deve ai neonati, nei mammiferi esistono i cardiomiociti, cellule speciali che agiscono con proteine, citochine e ormoni nella prima crescita

Quando queste cellule muscolari si perdono, l’organismo ha una capacità naturale di sostituirle con del tessuto fibrotico, non contrattile. La capacità di autorigenerarsi del cuore è presente nei mammiferi dopo la nascita. I neonati in sviluppo hanno cardiomiociti che rispondono a una piccola rivoluzione biochimica. Rispondono alle proteine che spingono la crescita, in particolare alle citochine che stimolano la proliferazione cellulare. Questa condizione scompare dopo la fase postnatale, quando le cellule cardiache diventano mature e stabili. Gli studiosi hanno analizzato questa condizione neonatale: non scompare del tutto e si può promuovere grazie a una sollecitazione ormonale.

glucocorticoidi sono ormoni steroidei che intervengono nella maturazione degli organi dopo la nascita. Bloccano i programmi rigenerativi del cuore, per questo scompaiono progressivamente nei neonati. Gabriele D’Uva, autore e responsabile della ricerca presso il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna, ha dichiarato: “Abbiamo scoperto che i glucocorticoidi limitano significativamente la capacità dei cardiomiociti di rispondere ai fattori di crescita rigenerativi. In pratica, agiscono come un freno ormonale che blocca i programmi rigenerativi del cuore“.

Della scoperta sul collegamento tra glucocorticoidi e capacità rigenerative cardiache scrive anche Silva Da Pra, ricercatrice post-dottorato: “Nei modelli preclinici, l’inibizione di questo recettore ripristina la risposta dei cardiomiociti ai fattori di crescita, stimolando la proliferazione delle cellule cardiache anche nelle fasi postnatali più avanzate e nell’età adulta“. La strategia scoperta dal team scientifico di Bologna verrà testata sugli esseri umani e potrebbe diventare un trattamento efficace contro l’insufficienza cardiaca.

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Stanchezza primaverile: i dati di un anno rivelano una realtà sorprendente

Dopo una ricerca australiana che punta alla cultura del sonno, ecco una ricerca delle Università di Berna e Basilea sull’astenia primaverile. È sia una sindrome biologica quanto un fenomeno sociale e culturale: non siamo abituati ad ascoltare il corpo con le stagioni che cambiano, le temperature che si alzano o si abbassano, le ore di luce che aumentano o diminuiscono. La nuova ricerca, raccontata da Scinexx, è stata condotta da due cronobiologila dottoressa Christine Blume e il dottor Albrecht Vorster. I testi non confermano l’effettivo affaticamento o calo di energia con l’arrivo della primavera, nonostante sia diffuso il proverbio “aprile dolce dormire”. La scienza richiede dati concreti, e così ecco i test durati un anno.

Lo studio ha coinvolto 418 partecipanti, che ogni giorno hanno fornito informazioni su sonno, stanchezza e livelli di energia percepiti. All’inizio, metà dei partecipanti ha riferito di soffrire di astenia primaverile. Le analisi però non hanno dato esiti di fluttuazioni stagionali o mensili significative. Eppure, con l’inizio della primavera, molti accusano esaurimentoaffaticamentoinsonnia o ipersonnia. È stato analizzato anche il cronotipo dei soggetti, ovvero la tendenza ad essere mattinieri o nottambuli: con l’inizio della primavera non ci sono stati dati diversi, eppure la stagione viene accusata di creare questi effetti.

molte persone si sentono stanche ed esauste in primavera

Per la prima volta si parla della stanchezza primaverile anche come percezione soggettiva, fenomeno culturale e di linguaggio che nasce da una suggestione spinta anche dall’informazione mediatica

Che cosa succede con la primavera? I ricercatori parlano di molte percezioni soggettive che non corrispondono a dati oggettivi. Il web è pieno di articoli dedicati al tema della stanchezza primaverile, che forse hanno influenzato cultura e linguaggio. Le persone, con l’arrivo della bella stagione, pongono l’attenzione ai livelli di energia e alle sensazioni di affaticamento, suggestionandosi e creando il collegamento mentale con la primavera.

Tuttavia, bisognerebbe considerare che questo periodo è preceduto da mesi impegnativi: pensiamo al Natale, a tutto gennaio e febbraio. Stanchezza, stress e picchi di influenza si fanno sentire, e forse la primavera potrebbe significare semplicemente bisogno di riposo o di distacco dagli stress quotidiani.

Questa è la condizione socio-culturale, ma i due autori dello studio, pubblicato sul Journal of Sleep Research, sono attenti ai sintomi e ai ritmi biologici stagionali. Un orologio interno esiste, influenzato anche dal tempo, e incide su metabolismoelaborazione sensoriale e psiche. Non è un caso che marzo in molti paesi sia anche il mese della salute psicologica.

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Formiche ricostruite in 3D grazie all’IA: sviluppato un metodo che riduce anni di lavoro a pochi giorni

Le formiche sono insetti sociali complessi e interessanti da studiare, sono presenti in tutto il mondo, hanno un sistema di comunicazione e interazioni come le api. Sono delle piccole macchine da guerra nella difesa del territorio, gli scienziati hanno deciso di catalogarle con un nuovo strumento tecnico.

Un database che combina intelligenza artificiale, robotica, modellistica 3D e tecniche di imaging a raggi X. I ricercatori dell’Università del Maryland e del Karlsruhe Institute of Technology in Germania hanno ricostruito digitalmente centinaia di specie di formiche di tutto il mondo con questo sistema. Il tempo impiegato è stato brevissimo, con metodi tradizionali il lavoro di un giorno dura settimane. Lo studio sulle formiche realizzate con AI/3D è stato pubblicato sulla rivista Nature Methods.

Evan Economo e Thomas Van de Kamp sono i due autori del nuovo database sulle formiche. Prima dell’IA utilizzavano una tecnologia, lo scanner micro-TC, utile a ricostruire e studiare la morfologia degli insetti. La formica si compone di numerosi nervi e nervetti, muscoli e strutture cellulari. La semplice scansione 3D di una formica richiedeva dieci ore di tempo.

i ricercatori hanno utilizzato AntScan per riprodurre nei minimi dettagli l'anatomia di quattro specie di formiche di Okinawa

Il nuovo sistema di imaging 3D con IA, robotica e acceleratore di particelle di sincrotrone permette di creare archivi digitali di formiche, ruotabili e osservabili in pochi secondi

L’insieme di tutte le nuove tecniche messe insieme ha permesso di creare un archivio di ricostruzioni digitali di 800 specie di formiche. Il team ha utilizzato un sistema ad alta produttività che integra anche un acceleratore di particelle di sincrotrone. Lo scanner TAC convenzionale utilizzato precedentemente all’AI applicata impiegava sei anni di lavoro continuo sulle 800 specie di formiche catalogate. Il nuovo kit invece riesce a scansionare in una sola settimana 2000 campioni.

Le formiche non sono gli unici insetti numerosi da studiare, la tecnica può essere impiegata per altre specie di insetti o animali. I ricercatori pensano a archivi digitali moderni e aggiornati per musei, università e altre istituzioni partner. Il metodo però interessa anche all’applicazione scientifica, per trarre dati e informazioni.

Il sistema di imaging che unisce 3D, robotica e IA consente di analizzare i campioni scansionati anche ruotandoli o sostituendoli in 30 secondi. Dal computer si possono fare osservazioni che prima si potevano eseguire solo sul campo o in laboratorio, magari con le formiche sotto microscopio o lente di ingrandimento. Al progetto hanno partecipato anche studenti di informatica.

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Virus pandemici, la nuova ricerca smentisce l’idea dell’adattamento preliminare

I virus che vengono trasmessi dagli animali all’uomo, come è successo con il Covid, possono provocare epidemie senza il bisogno di adattarsi prima all’organismo umano. Questo concetto lo ritroviamo in un nuovo studio pubblicato su Cell. La ricerca è stata condotta da un team dell’Università della California, guidato da Jennifer L. Havens. Gli scienziati si sono concentrati sul quadro filogenetico e sulla selezione naturale; in pratica hanno cercato il vero motivo per cui scoppiano improvvise epidemie o pandemie.

L’ipotesi è questa: i virus zoonotici non necessitano di un adattamento prima della zoonosi, che trasmette un patogeno da uomo a uomo (il contagio). I ricercatori hanno studiato diverse epidemie virali degli ultimi anni. Prima del Covid-19 ci sono state l’Influenza A (H1N1) del 2009, l’Ebola in Africa occidentale, dal 2013 al 2016. Infine, l’epidemia Virus Marburg in Angola del 2004/2005 e quella di Mpox, più recente, 2022-2023.

virus pandemici

Il SARS-CoV-2 non mostra segnali di evoluzione prima della pandemia, mentre le trasformazioni genetiche sono comparse dopo i primi contagi, lo studio californiano nei dettagli

Non sono state trovate prove di cambiamenti nell’evoluzione dei virus subito prima dell’epidemia umana. Il SARS-CoV-2 presenta segnali di selezione genetica immutati fino alla comparsa sotto forma di malattia nella popolazione umana. Proprio il SARS-CoV-2 ha fatto scattare lo studio: si ipotizzava in questo patogeno una modifica in laboratorio tra test e sperimentazioni. L’osservazione di fatto per il nuovo studio rivela invece nessuna modifica del virus Sars anche se manipolato in laboratorio.

I cambiamenti ci sono stati, tuttavia, ma non prima della pandemia o epidemia ma dopo. Selezioni genetiche, nuove caratteristiche e scissioni di virus e patogeni sono avvenute dopo lo scoppio dei contagi. Lo studio dell’Università della California è stato diffuso sotto forma di comunicato stampa.

Questo lavoro ha una rilevanza diretta per l’attuale controversia sulle origini del COVID-19“, sono le parole del ricercatore e autore Joel Wertheim. E aggiunge: “da una prospettiva evolutiva, non troviamo alcuna prova che il SARS-CoV-2 sia stato plasmato dalla selezione in laboratorio o da un’evoluzione prolungata in un ospite intermedio prima della sua comparsa. Questa assenza di prove è esattamente ciò che ci aspetteremmo da un evento zoonotico naturale“.

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Sonno e salute: ecco quando le ore in più diventano un problema

Uno studio australiano afferma che dormire troppo e non dormire a sufficienza hanno quasi gli stessi effetti negativi sulla salute. In entrambi i casi, si ammalano cuore, intestino, cervello e poi arrivano situazioni più specifiche. Ad esempio, dormire meno di sette ore a notte compromette la mente, il cuore, il sistema immunitario e la pelle. Nel breve tempo i sintomi sono stanchezza, irritabilità, aumento di stress, nebbia mentale. L’ipersonnia, ovvero dormire più di nove o dieci ore, porta al rischio di malattie cardiovascolari, ictus, diabete T2 e obesità. I sintomi immediati sono mal di testa, mal di schiena, depressione, nebbia cognitiva e sonnolenza diurna nonostante si sia dormito tanto.

I ricercatori della Sleep Health Foundation affermano che il sonno è il terzo pilastro della salute, accanto all’alimentazione e all’attività fisica. Con il sonno, i muscoli recuperano energie, memorie e emotività si rafforzano e si regolano. L’organizzazione australiana no-profit che ha finanziato lo studio raccomanda di dormire tra le sette e le nove ore a notte. Gli adolescenti hanno bisogno di più riposo, fino alle dieci ore, anche da recuperare durante la settimana. Non sono consigli ripetuti ma risultati di esperimenti e test su volontari.

sonno e salute

I numeri della ricerca sull’insonnia dal 2018 a oggi mostrano l’importanza di conoscere anche gli effetti del dormire troppo e della qualità del risveglio sulla salute

Gli studi recenti suggeriscono che l’ipersonnia aumenta i problemi di salute e la mortalità. 79 studi sono stati rianalizzati: chi dorme meno di sette ore a notte ha un rischio di morte maggiore del 14%, chi dorme invece più di nove ore eleva il rischio al 34%. Insonnia e ipersonnia hanno in comune fattori di rischio sulla salute. Nel 2018 è stata fatta un’analisi su precedenti studi: secondo la rilettura di 74 ricerche, il sonno eccessivo porta a disturbi metabolici, aumento di peso, dolore cronico e depressione.

Il legame tra dormire troppo e cattiva salute viene certificato e collegato scientificamente dai risultati di tutti gli studi rianalizzati. Non solo, insonnia e ipersonnia insieme vengono collegate a condizioni croniche patologiche o di malessere. Sonno e stili di vita diventano così importanti nel considerare fattori di rischio e scarsa salute. Insonnia e ipersonnia non sono sempre volontà delle persone o conseguenze comportamentali e psicologiche.

Il risveglio può dire molto sulla salute del sonno, su come sta funzionando veramente il corpo mentre si dorme. Svegliarsi bene è indice di buona qualità, invece alzarsi spesso stanchi e assonnati deve rappresentare un campanello d’allarme. Le ricerche e i dati nuovi della Sleep Health Foundation vanno diffusi e divulgati per coltivare una buona cultura e conoscenza del sonno, del dormire come fattore importante per la salute.

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Alzheimer, uno studio mostra criticità nelle comunità rurali americane

La Society for Risk Analysis ha condotto un’analisi su 422.000 pazienti e più del Maryland. I dati raccolti evidenziano disparità nella diagnosi e nell’assistenza dell’Alzheimer tra le aree urbane e rurali. Proprio queste ultime mancano di ospedali e specialisti per diagnosi e trattamento delle demenze. Un danno tanto per i pazienti anziani quanto per le loro famiglie o caregiver.

Curarsi significa doversi spostare di molti chilometri anche per una semplice diagnosi o prescrizione di farmaci, i controlli di routine diventano difficili se non impossibili. Non è un caso che si presentino alti tassi di mortalità per Alzheimer in alcune aree dove mancano strutture dedicate, i famosi giardini dedicati agli anziani che perdono la memoria. I dati di morte si combinano proprio con i bassi tassi di diagnosi e un numero ancora da raccogliere completamente di pazienti con demenza non identificata.

Alzheimer

Nel Maryland, l’Alzheimer e altre forme di demenza possono essere curate principalmente nelle grandi città, mentre nelle aree rurali si registrano alti tassi di mortalità e una sottodiagnosi

Per le grandi città è un altro discorso, le aree urbane accolgono il 90% dei grandi ospedali. Le strutture rurali vivono una vera e propria discriminazione di risorse e finanziamenti. Mancano medici, infermieri e specialisti, tutti assenti dalle zone non urbane. Gli anziani riescono anche a trovare medici ma non sono specializzati su Alzheimer e altre malattie che portano al deficit di memoria. Dopo gli ottant’anni, la possibilità di affrontare lunghi spostamenti diventa più difficile, anche per le famiglie.

L’articolo pubblicato su ScienceDaily parla di squilibrio geografico con conseguenze dirette. I dati non sono di oggi ma partono dal 2019. 422.735 pazienti presi in considerazione evidenziano una differenza nel Maryland tra regioni occidentali e orientali. La combinazione di alti tassi di mortalità coincide con bassi tassi di diagnosi. Significa che a incidere sulle morti c’è una sottodiagnosi diffusa. Lo studio sottolinea che la posizione geografica influisce direttamente sulla probabilità di ricevere diagnosi e trattamenti adeguati.

Lo studio sul Maryland appena descritto è importante non solo per i numeri tirati fuori sulla possibilità o meno di curare o diagnosticare le demenze ma per gli strumenti che ha utilizzato. La ricerca è stata insieme spaziale e demografica e ha utilizzato modelli statistici spaziali come Getis-Ord G* e GWR.

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IA in radiologia: una tecnica innovativa anticipa il rischio di malattie cardiache

L’intelligenza artificiale diventa un nuovo occhio nella medicina, utile a prevedere le malattie cardiache attraverso delle semplici mammografie. È lo studio in corso di alcuni ricercatori. Sottoponendo delle immagini all’intelligenza artificiale sono riusciti a individuare la calcificazione delle arterie e il collegato rischio per il cuore. Lo studio è stato pubblicato sull’European Heart Journal. L’articolo fa netta differenza tra malattie gravi e fatali rilevabili con l’IA.

La nuova tecnologia, da tempo entrata nei laboratori medici, valuta l’accumulo di depositi di calcio nelle arterie del seno. Lo screening annuale per il cancro al seno prevede scansioni mammografiche a raggi X. Scansionate dall’intelligenza artificiale possono diventare controllo vitale e salvavita anche per altre malattie. I ricercatori vogliono ottimizzare la tecnica e aiutare milioni di donne affette da malattie cardiovascolari non diagnosticate e non curate. Unendo lo screening oncologico e cardiaco si prevengono pazienti gravi e si aiuta anche il sistema sanitario ad ottimizzare cure, terapie e assistenza.

La scoperta sulle qualità preventive dell’intelligenza artificiale è avvenuta ad Atlanta, il team di ricercatori è guidato dal Dott. Hari Trivedi della Emory University. Lo studio è stato condotto su 123.762 donne, non avevano patologie cardiovascolari note ma avevano partecipato allo screening mammografico. I ricercatori hanno utilizzato l’IA per analizzare le quantità di depositi di calcio nelle arterie del tessuto mammario.

l'IA è in grado di prevedere le malattie cardiache attraverso delle semplici mammografie

Radiografie e calcificazioni arteriose: il 30% delle partecipanti mostra rischio grave di malattie cardiache e altre donne presentano segni di rischio significativo

La radiografia che esce fuori dallo screening è già utile per qualificare la malattia o il rischio cardiaco come grave, moderato, lieve o assente. Il 30% delle donne volontarie nella sperimentazione ha scoperto di essere a rischio di gravi malattie cardiovascolari. Nel 70% restante delle pazienti si è scoperto un rischio superiore con presenza certa di calcificazione nelle arterie.

Le malattie cardiache sono la principale causa di morte nelle donne in tutto il mondo, eppure le donne sono costantemente sottodiagnosticate e sottotrattate rispetto agli uomini. Le mammografie, a cui le donne si sottopongono già per lo screening del cancro al seno, possono anche rivelare depositi di calcio nelle arterie mammarie, collegati alle malattie cardiache. Volevamo verificare se l’intelligenza artificiale potesse utilizzare questa tecnologia per identificare le donne a rischio di malattie cardiovascolari senza costi aggiuntivi o disagi. Abbiamo scoperto che maggiore è il calcio visibile nelle arterie mammarie in una mammografia, maggiore è il rischio per una donna di un evento cardiaco grave come infarto, ictus o insufficienza cardiaca. Questo è vero anche per le donne più giovani sotto i 50 anni – un gruppo spesso considerato a basso rischio – e si è mantenuto anche dopo aver considerato altri fattori di rischio come diabete e fumo.

Dott. Hari Trivedi

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Età dell’Universo, un nuovo metodo mette in dubbio le misure dell’espansione

Scoprire l’età esatta dell’Universo è un’attività che occupa da sempre i calcoli e gli studi scientifici. La sua soluzione aiuterebbe a comprendere molte dinamiche cosmiche e galattiche. Proprio la Via Lattea aiuta gli astronomi a utilizzare un nuovo modo per conteggiare i miliardi di storia precisi dello spazio. Con le stelle più antiche della nostra galassia, è stata calcolata l’età minima del cosmo, 13,8 miliardi di anni, considerando distorti gli anni conteggiati con la costante di Hubble.

L’Universo ha avuto inizio con un’espansione continua e il suo punto di origine è il Big Bang. Questa velocità di espansione qualche volta viene ripresa anche dai telescopi spaziali o satellitari attraverso l’osservazione prolungata di corpi celesti. L’espansione è costante e prende il nome di costante di Hubble e ha diverse teorie e misurazioni.

Seguendo la radiazione cosmica di fondo a microonde, la costante di Hubble ha una misurazione di 67 chilometri al secondo per megaparsec. Osservando alcuni corpi celesti o punti dello spazio, si arriva a un altro valore: 73 chilometri al secondo per megaparsec. La misurazione si basa sui cambiamenti costanti di supernovae, lenti gravitazionali e stelle variabili.

la velocità con cui l'Universo si espande e il valore della costante di Hubble sono argomenti di dibattito

La Via Lattea ha stelle così antiche che possono raccontare molto sulla storia e sugli effettivi numeri di anni dell’intero cosmo. Il racconto e le ipotesi di Elena Tomasetti e Cristina Chiappini

Queste due misurazioni della costante di Hubble creano ipotesi e dibattiti, si arriva al nuovo e terzo metodo. Elena Tomasetti lavora presso l’Università di Bologna e da lì, con i colleghi, ha iniziato a studiare le stelle più antiche della Via Lattea. “L’età assoluta degli oggetti più antichi del cosmo attuale è cruciale per la cosmologia perché può fornirci un limite inferiore per l’età dell’Universo“. Gli astronomi hanno analizzato ben 200.000 stelle antiche, molte con dati raccolti e catalogati dal telescopio Gaia.

Le informazioni sono quelle più importanti per una stella: luminosità, distanza, composizione chimica. Tomasetti definisce la Via Lattea un laboratorio di cosmologia in campo vicino. Le sue parole sono accompagnate da un’altra studiosa e coautrice, Cristina Chiappini del Leibniz Institute for Astrophysics di Potsdam. Tremila stelle datate e analizzate hanno almeno 12,5 miliardi di anni, ci sono stelle ancora più antiche,13,6 miliardi di anni. Grazie a loro e con calcoli incrociati si può arrivare alla vera età dell’Universo e anche a dati più precisi dell’espansione cosmica in corso.

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ADHD in età adulta: i dati mostrano una variazione nelle prescrizioni

Una ricerca recente, pubblicata su CMAJ (Canadian Medical Association Journal), rivela che la richiesta di farmaci per curare l’ADHD è raddoppiata dall’inizio della pandemia Covid-19. Il dato interessa soprattutto i giovani adulti e si unisce agli studi che continuano a indagare dinamiche e conseguenze dei due/tre anni di emergenza della malattia.

Le diagnosi ADHD tra adulti sono in aumento: prima i farmaci per l’iperattività venivano prescritti ai bambini (situazioni pediatriche) e in collegamento ad altre patologie. Da vent’anni invece le diagnosi crescono dall’adolescenza in poi e la pandemia ha come parallelo l’accelerazione di questo fenomeno.

Lo studio del CMAJ intanto rileva questa situazione in Canada: i ricercatori stanno eseguendo delle analisi di tipo demografico considerando le prescrizioni e le richieste dei farmaci ADHD. Scrive la dottoressa Tara Gomes, “I nostri risultati potrebbero riflettere un miglioramento nel riconoscimento e nel trattamento dell’ADHD in età adulta; tuttavia, la velocità e l’entità di questa crescita sollevano anche importanti interrogativi su come vengono formulate le diagnosi e se questa prescrizione sia sempre appropriata“.

Gomes è direttrice del programma dell’Ontario Drug Policy Research Network presso lo St. Michael’s Hospital, Unity Health Toronto. Lo studio riguarda il periodo da gennaio 2016 fino a giugno 2024. 327.053 adulti in Ontario hanno ricevuto una prescrizione di stimolanti. Più della metà (55%) era di sesso femminile, l’età media era di 31 anni, la maggioranza (91%) viveva in aree urbane.

prescrizioni di farmaci per ADHD in età adulta

All’inizio della pandemia si registra prima un calo e poi un rapido aumento di diagnosi e prescrizioni per l’ADHD tra i giovani dai 18 ai 24 anni, dal Canada alla Finlandia si studia questo andamento

La pandemia ha creato molte situazioni di disagio ma il suo inizio, per l’ADHD, presenta questa caratteristica: un breve calo iniziale e poi un successivo rapido aumento di terapie e richieste di stimolanti. I destinatari erano fasce giovani, dai 18 ai 24 anni. Nessuna differenza nel numero tra uomini e donne all’inizio, poi le prescrizioni sono cresciute per le donne e in tutte le fasce di età.

A commentare questi risultati, un’altra esperta, la dottoressa Mina Tadrous, dell’Università di Toronto. “Il crescente impatto degli influencer dei social media sulla consapevolezza dell’ADHD nei giovani adulti, così come la rapida evoluzione dei servizi sanitari virtuali che supportano valutazioni e trattamenti online, potrebbero anche contribuire a diagnosi errate e potenziali danni“.

Insomma, siamo passati dalla non conoscenza di disturbi neurocognitivi come l’ADHD o il DSA a un’informazione diffusa importante, consapevole ma da monitorare. Gli studi sull’aumento di diagnosi e farmaci dall’era Covid-19 sono in corso anche negli Stati Uniti, in Australia, nel Regno Unito e in Finlandia.

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Asteroide 2024 YR4: i nuovi calcoli NASA cambiano completamente lo scenario

La NASA sta migliorando i sistemi di difesa dal rischio di impatti esterni. Tra nuovi modelli e calcoli, un asteroide considerato pericoloso per la Terra e la Luna adesso è escluso dai corpi celesti a rischio di impatto. L’asteroide in questione si chiama 2024 YR4. Secondo i calcoli precedenti, nel 2032 poteva impattare tanto sulla Luna che sulla Terra, con sorvolo ravvicinato. Le osservazioni sono state eseguite con il telescopio spaziale James Webb. Tra sei anni, però, i pericoli previsti adesso sono esclusi.

Le ricostruzioni di quello che poteva avvenire nel 2032 sono varie. Se colpisse soltanto la Luna, si avrebbero conseguenze sul clima, sull’orbita terrestre, sulla collocazione dei poli; arriverebbero da noi detriti e materiale lunare. Se colpisse anche la Terra, gli effetti sarebbero più catastrofici.

Anche il solo impatto sulla Luna causerebbe comunque la distruzione di intere città.2024 YR4 oltrepasserà il satellite a una distanza di 21.200 chilometri, una distanza importante che potrebbe avere delle conseguenze. Alcuni satelliti artificiali sentiranno la sua presenza oppure potrebbero non funzionare o essere colpiti, come racconta la NASA. Ma anche dalla Terra, la distanza sarà notevole, centinaia di migliaia di chilometri; per questo il rischio viene rimodulato fino allo zero.

la NASA ha perfezionato la traiettoria dell'asteroide 2024 YR4

L’operazione ATLAS e le osservazioni con il James Webb Space Telescope su 2024 YR4: l’asteroide è grande quanto la Torre di Pisa, nuove rilevazioni attese nel 2028 per confermare la traiettoria

YR4, scoperto nel 2024, l’anno seguente è diventato non osservabile sia dalla Terra che dai telescopi spaziali. Gli astronomi hanno utilizzato il James Webb Space Telescope per monitorare l’oggetto, anche se con riprese molto deboli. Nel 2024, l’asteroide fu scoperto con una rete nata proprio per questi corpi celesti pericolosi.

ATLAS significa Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System: al primo segnale, gli scienziati inviano l’allarme, raccolgono i dati e gestiscono il rischio. A prima vista, l’asteroide è stato descritto come una roccia grande quanto l’altezza della Torre di Pisa e con una traiettoria vicino alla Terra. La NASA monitorerà di nuovo YR4 nel 2028, quando sarà di nuovo visibile dalla Terra, per calcolare la distanza di sicurezza già conteggiata adesso e da confermare negli anni successivi. Intanto, sta collaborando con un importante centro di ricerca per migliorare il monitoraggio anche nello spazio.

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Piante, un meccanismo inaspettato rivoluziona ciò che sappiamo sull’ossigeno

Le piante hanno storie importanti e particolari come gli animali, sicuramente ti sarà capitato un luogo buio, poco areato o ossigenato dove è riuscito a spuntare del verde, anche qualche fogliolina o fiorellino. Come ha fatto? La risposta è molto semplice, le piante hanno un sistema interno di adattabilità o resilienza incredibile. Sopravvivono, fioriscono dove non potrebbero, resistono a stress e situazioni impossibili, soprattutto sotto il cambiamento climatico.

L’Università di Helsinki ha però scoperto il segreto di questa loro forza, all’interno dei loro steli, delle loro strutture biochimiche. I mitocondri sono i generatori di energia cellulare, i cloroplasti sono le strutture responsabili della fotosintesi. La ricerca ha scoperto che i primi possono sottrarre ossigeno ai secondi per drenarlo nelle cellule in un secondo momento. È quasi come il trattenere il respiro per un momento, ad esempio sott’acqua per noi, le piante lo fanno come risposta allo stress e ai cambiamenti e come adattamento. I ricercatori definiscono questo meccanismo finora sconosciuto metabolismo vegetale, la ricerca è stata guidata dal Dott. Alexey Shapiguzov (PhD, Docente) presso il Centro di Eccellenza in Biologia degli Alberi dell’Università di Viikki.

in condizioni di stress, i mitocondri possono ridurre i livelli di ossigeno all'interno dei cloroplasti consumandone di più

L’Arabidopsis thaliana ha contribuito alla scoperta scientifica utile anche ad altre piante contro il cambiamento climatico, ecco come è riuscita a sopravvivere in mezzo a dell’azoto gassoso

L’ossigeno nelle piante non è solo un alimentatore o attivatore di energie, viene utilizzato per crescere ma anche per guarire. Quando una pianta viene ferita utilizza le riserve di ossigeno per rigenerare i tessuti. Le cellule vegetali fanno respirare le piante non solo grazie ai cloroplasti ma anche a delle strutture definite organelli.

La pianta che ha reso possibile la scoperta di Helsinki è l’Arabidopsis thaliana, al suo interno i mitocondri funzionano un po’ diversamente, attivano enzimi respiratori. Con un’esposizione in laboratorio ad azoto gassoso si è ricreata una condizione con poco ossigeno. Subito si è notata l’attivazione degli elettroni per trasferire l’ossigeno negli organelli e rilasciarlo al momento propizio o gradualmente.

Il dottor Shapiguzov ha commentato la scoperta dichiarando: “A nostra conoscenza, questa è la prima prova che i mitocondri influenzano i cloroplasti attraverso lo scambio di ossigeno intracellulare“. Il meccanismo dei mitocondri potrebbe aiutare nella selezione di piante più forti nei contesti ambientali più difficili, ad esempio cicli giorno-notte sballati o inesistenti, inondazioni, luoghi al chiuso con poca luce solare o aria.

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Etichette sui contenuti IA: scoperto un paradosso difficile da ignorare

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista JCOM, le etichette usate per indicare contenuti generati dall’intelligenza artificiale potrebbero produrre effetti opposti a quelli previsti. Oggi la scrittura di testi scientifici con l’IA è un vero e proprio argomento di attualità. Questa tecnologia ha molte potenzialità ma va monitorata costantemente perché potrebbe commettere errori, imprecisioni eprodurre disinformazione.

L’obiettivo delle etichette editoriali è quello di aumentare la trasparenza e proteggere gli utenti, soprattutto nei social media. Questi spazi, ogni giorno, veicolano tantissimi testi scientifici anche prodotti da sistemi automatici. I ricercatori parlano di due effetti, il primo si chiama “crossover verità-falsità” e causa la scarsa fiducia nelle informazioni scientifiche anche corrette. Poi ci sono le allucinazioni, contenuti plausibili ma errati, un effetto dell’IA generativa autonoma.

Teng Lin è dottorando presso l’Università dell’Accademia cinese delle scienze sociali di Pechino. Insieme a Yiqing Zhang ha analizzato la capacità di coinvolgimento del pubblico dalle etichette che segnalano i contenuti generati con l’AI. Se mentre proteggono dalla disinformazione riescono anche a coinvolgere i lettori, a creare fiducia e ritorno sulla notizia.

intelligenza artificiale

Un esperimento con 433 volontari analizza la fiducia nei testi scientifici scritti con e senza intelligenza artificiale: ecco i risultati e le riflessioni emerse dal sondaggio

L’esperimento ha coinvolto 433 partecipanti reclutati online nel 2024 tra marzo e maggio con la piattaforma Credamo. “Ci siamo concentrati sulle informazioni scientifiche condivise sui social media“, ha spiegato Teng. I ricercatori hanno preparato quattro tipi di post: informazioni scientifiche corrette con o senza etichetta AI e contenuti di disinformazione con o senza la stessa etichetta. È stato utilizzato GPT-4 per la realizzazione dei testi, ai partecipanti è stato chiesto di valutare la credibilità dei contenuti da 1 a 5.

I ricercatori hanno osservato che le etichette che segnalano la presenza dell’IA non aiutano necessariamente gli utenti a distinguere tra informazioni vere e false. Ne deriva che per i contenuti scientifici legati all’intelligenza artificiale e dichiarati tali non si crea automaticamente una credibilità online certa. La presenza delle segnalazioni fa aumentare la fiducia generale nei contenuti correlati e allo stesso tempo confonde le acque.

Gli utenti sfiduciati su tutto finiscono nella disinformazione. L’esperimento ha mostrato diversi atteggiamenti personali verso l’IA che influenzano il giudizio degli utenti. Se si ha sfiducia e antipatia verso l’IA si ha sfiducia e antipatia anche nel suo testo creato corretto. Teng ha concluso lo studio con queste parole: “Diversi tipi di informazioni scientifiche comportano diversi livelli di rischio“.

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Riscaldamento globale: una nuova analisi rivela un cambiamento inatteso

Dal 2015 il riscaldamento climatico ha messo il turbo secondo diverse analisi e ipotesi sul suo sviluppo. Ci sono analisi recenti che però dicono di guardare anche ai decenni precedenti per capire la situazione di oggi. C’è un riscaldamento globale in accelerazione ma non è un fenomeno di oggi, i conti dovevamo iniziare a farli già nel passato. Uno studio è stato pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters, è stato condotto dal climatologo Stefan Rahmstorf e dallo statistico Grant Foster.

Sono loro a evidenziare il 2015 come anno di rottura sul clima, da lì è aumentata la velocità del riscaldamento. Negli ultimi 10 anni, il ritmo Celsius è salito a 0,35 gradi rispetto agli 0,2 degli anni Settanta. C’è anche questa informazione: la curva di aumento delle temperature non è più lineare ma mostra delle inclinazioni verso l’alto. Questo indica non solo un riscaldamento più veloce e continuativo, ma con picchi improvvisi.

I ricercatori hanno utilizzato cinque grandi dataset climatici internazionali per le loro analisi. Nell’elenco troviamo NASA, National Oceanic and Atmospheric Administration, il Copernicus Climate Change Service, che è europeo. Alcune fluttuazioni naturali sono state eliminate per comprendere meglio le tendenze globali del clima, togliendo quindi delle alterazioni temporali. El Niño, ad esempio, eruzioni vulcaniche e attività cicliche del Sole come tempeste radioattive e macchie. I due scienziati della ricerca hanno motivato queste esclusioni e fornito dichiarazioni sui risultati ottenuti.

fluttuazioni naturali causate da El Niño, dalle eruzioni vulcaniche e dal ciclo solare

Il gas serra è il vero problema del riscaldamento globale, più inquinanti finiscono nelle nuvole e più la radiazione solare impatta negativamente sulle temperature

Foster ad esempio parla di rumore statistico da distinguere dalla tendenza reale del riscaldamento: “Il punto cruciale è che sottraiamo queste fluttuazioni naturali note dai dati di misurazione, in modo che il ‘rumore’ casuale diminuisca e il segnale del riscaldamento a lungo termine diventi più chiaro“. Rahmstorf aggiunge: “Per la prima volta, possiamo dimostrare una forte e statisticamente significativa accelerazione del riscaldamento globale dopo il 2015“.

Le cause precise di questa accelerazione non sono ancora completamente chiarite. Si rileva però una diminuzione dell’inquinamento atmosferico, forse frutto delle campagne anti emissioni cittadine e comunque di una minima attenzione al problema della qualità dell’aria. A impattare sulla radiazione solare troviamo fuliggini inquinanti anidride solforosa, che finiscono nelle formazioni delle nubi. Il gas serra è quindi al centro delle osservazioni: se ci sono stati in questi anni anche minimi miglioramenti su questi, bisogna lavorare per renderli globali e incisivi.

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Cometa 3I/ATLAS: una missione è pronta a riscrivere la storia dell’esplorazione

A luglio del 2025, dal Cile con il telescopio spaziale Atlas (Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System) si scopre la cometa nota come 3I/ATLAS. Il corpo celeste avvistato dista 4,5 anni luce dal Sole. Ha una traiettoria iperbolica, con questa caratteristica è il terzo corpo interstellare ad essere scoperto, per questo ha come designazione il numero 3I. Ad ottobre 2025 si scopre un fenomeno: con il perielio si è riscaldato e ha attivato una chioma e una coda di gas e polvere.

Il perielio è il momento della traiettoria più vicina al Sole. Com’è fatta questa cometa così vicina alla Terra? Gli scienziati hanno scoperto acqua, anidride carbonica e cianuro. Questa consistenza arricchisce le prove della presenza di acqua su altri pianeti arrivando da impatti o dall’attraversamento di corpi celesti. 3I/ATLAS non sorprende gli scienziati, dicono infatti che ha tutti i tratti tipici di comete che attraversano il Sistema Solare, lo chiamano tutti un visitatore temporaneo.

immagine della cometa 3IATLAS

Velocità e altre caratteristiche di 3I/ATLAS e informazioni sulle missioni ipotizzate e in progettazione per il 2035, SpaceX è coinvolta nel nella costruzione del razzo di futuro lancio

Un tempo però di cui approfittare per accumulare conoscenze sulle comete ma soprattutto sul suo arrivo e ritorno verso lo spazio interstellare. 3I/ATLAS potrà essere seguita anche più lontano, visto che i telescopi di oggi consentono l’osservazione di pianeti e corpi celesti in altri sistemi stellari. La sua traiettoria viene seguita con interesse.

La velocità della cometa è forte, le misurazioni sono: oltre 60 km/s (216.000 km/h o 134.000 mph). Segue un percorso definito retrogrado perché nella direzione opposta all’orbita dei pianeti. Si parla di una missione rendez-vous per 3I/ATLAS con Rosetta. La sua velocità equivale alla cometa 67/P, nella sua orbita si entrò nel 2014.

Con le sonde si possono raggiungere da vicino le comete anche dove è impossibile. 3I/ATLAS, per questo, è una vera sfida. Tra velocità e direzione opposta, raggiungerla non sarà semplice, una difficoltà già annunciata quando ancora si trovava vicino a Giove, nella sua orbita. Gli scienziati comunque ci stanno lavorando; si prospetta un lancio di sonda lontanissimo verso il 2035 con un modello superiore di SpaceX Starship Block 3.

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Stanchezza al mattino: il sonno potrebbe essere il primo segnale di un problema nascosto

C’è una filosofia anche del lavoro e dello studio che è flessibile nei confronti della stanchezza di primo mattino, quella che fa avere sonno anche dopo la classica dormita di otto ore a notte. Si abbraccia la possibilità della diversità energetica, fisica, di resistenza, di fasce giornaliere dove si è produttivi e no.

Quella che stiamo per raccontarvi non è però una filosofia ma le parole di un cardiologo che ha monitorato il cuore per capire il senso di sonno mattutino. Sono i riflessi della bradicardia, la condizione naturale di frequenza molto bassa del cuore nel corso della notte. Quindi, anche il cuore abbassa le energie per il riposo mentre intanto lavorano con costanza ed energia cellule e altri organi.

svegliarsi stanchi

Il cardiologo Himanshi Gupta fa notare che un problema ritenuto comune è in realtà un vero sintomo nel sintomo da segnalare al proprio medico, leggiamo le sue parole e i dati del suo studio

Himanshi Gupta è specialista in cardiologia nel Manipal Hospital di Jaipur. È lui che ha studiato gli effetti della bradicardia sulle persone che si sentono stanche di giorno appena svegli. La diminuzione della frequenza cardiaca è una condizione normale, succede che in alcune persone il livello diventa troppo basso. Questo comporta un non adeguato flusso sanguigno verso gli organi vitali, incluso il cervello. Da qui nasce la sensazione di spossatezza dopo anche un’intera notte di sonno profondo.

Il cuore normalmente batte meno di 60 volte al minuto durante il sonno, una risposta fisiologica naturale quando il corpo è a riposo. Ma se la frequenza cardiaca scende troppo, gli organi e il cervello potrebbero non ricevere un flusso sanguigno adeguato. Questo può mettere il corpo sotto stress e portare a sintomi come affaticamento, vertigini o debolezza anche dopo aver dormito a sufficienza“. Una bradicardia esagerata ha dietro molti fattori: stress, cambiamenti cardiaci, tiroide, squilibri elettrolitici, apnea notturna.

La stanchezza mattutina è il primo sintomo della bradicardia esagerata e dei problemi elencati. Si può benissimo parlare di un sintomo nel sintomo: stanchezza causata da bradicardia, questa conseguenza (sintomo) dei problemi segnalati. La stanchezza mattutina dopo il riposo va segnalata al medico che potrebbe richiedere analisi più approfondite. Monitorate durante il giorno altri segnali come stanchezza che continua, confusione mentale, apatia e difficoltà a concentrarsi.

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Cancro, nuovi batteri ingegnerizzati aprono scenari sorprendenti

L’Università di Waterloo studia batteri che mangiano il cancro per attaccare tumori interni. Stati oncologici profondi che intaccano organi e funzioni vitali, diventando così anche difficili da trattare. Se non possono essere colpiti con chemio e radioterapie, arrivano nuove formulazioni farmacologiche graduali. I batteri in grado di mangiare il cancro sono al momento un trattamento sperimentale; per diventare clinico dovranno rispettare dei passaggi che prevedono test animali e poi umani, fino all’approvazione ufficiale.

Il nuovo approccio ha sfruttato i tumori solidi per sviluppare la nuova cura. Questi stati oncologici sono resistenti e presentano nuclei densi e con poco ossigeno, spesso completamente assente. Questa caratteristica li rende difficili da raggiungere con le cure tradizionali, compresi i trattamenti immunologici. Succede che alcuni pazienti possono trattare il tumore nella parte superficiale, invece le cellule più profonde sopravvivono creando continue recidive anche laddove è stato tolto.

cancro

La creazione del Clostridium sporogenes ingegnerizzato, l’evoluzione di semplici microbi che non amano l’ossigeno in qualcosa di più resistente per abbattere i tumori profondi interni

Le spore batteriche riescono a sopravvivere dove non c’è ossigeno, possono essere introdotte nell’organismo e dirette verso il nucleo del tumore. Lì troveranno nutrienti abbondanti e lo aggrediranno. Il team che ha generato questi batteri ingegnerizzati è composto da diversi specialisti.

Il dottor Marc Aucoin insegna ingegneria chimica e ha spiegato bene come si muovono i nuovi batteri. Sfruttano le condizioni interne del tumore, proliferano come i microbi alla ricerca di nutrienti, il tessuto tumorale viene gradualmente scomposto dall’interno. Il cancro con le comuni terapie viene attaccato dall’esterno, i batteri invece ribaltano la situazione, partono dal nucleo più forte e vanno verso la parte più debole.

I batteri riescono ad entrare dove ci sono cellule più resistenti anche per la mancanza di flusso sanguigno condizionato dall’ossigeno. Il batterio in questione si chiama Clostridium sporogenes, presente nel suolo vive dove non c’è ossigeno. Questa sua caratteristica è anche una sfida per gli scienziati, infatti anche dove trovano piccole quantità di ossigeno muoiono e la terapia si interrompe. Questo limite è stato superato modificando la loro genetica, per questo si parla di microbi ingegnerizzati. Presentano una minima tolleranza all’ossigeno e possono agire dall’interno fino all’esterno dei tumori profondi portando a termine la terapia.

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Australia, nei in forte calo nei bambini: ecco qual è l’effetto sul melanoma

Le campagne estive sulla protezione solare nei bambini stanno portando i loro effetti in Australia. Un articolo di due scienziati su The Conversation non parla solo di risultati scientifici, ma è anche uno spaccato storico sulla comunicazione medica e sociale. Per i bambini, nel 1981, fu utilizzato un cartone animato. Slip, Slop, Slap è il titolo, un gabbiano che fa surf è il personaggio principale.

Il dato confortante dello studio pubblicato, riguarda il numero di nei che hanno oggi i bambini rispetto ai coetanei del 1992. È dimezzato, e questo è importante perché significa potenzialmente meno pazienti affetti da melanoma. È il cancro della pelle più pericoloso, inizia con le alterazioni dei melanociti, le cellule della pigmentazione. I nei comuni, alcuni sono innocui (la maggior parte), altri indicatori di rischio.

Il team di ricerca del Brisbane Twin Nevus Study è guidato da David Duffy e Nick Martin del QIMR Berghofer Medical Research Institute. Insieme hanno condotto un lungo studio dal 1992 fino al 2016. Sono stati monitorati ben 4.000 bambini. In questo periodo, il numero medio di nei è sceso del 47%, una percentuale importante.

i bambini australiani hanno ora la metà dei nei rispetto ai bambini del 1992

Le scottature solari vanno evitate nei bambini: la prevenzione rimane fondamentale e uno studio nel Queensland valorizza l’abbigliamento protettivo anti raggi UV cresciuto negli anni

Il dato si collega al rischio di melanoma nel corso della vita. I bambini con meno nei hanno fino a quattro volte meno rischio rispetto ai coetanei degli anni Ottanta. La protezione solare con filtro contro i raggi UV ha contribuito e continua a contribuire a questo risultato. Non si tratta di semplici creme solari, ma di prodotti specifici per l’infanzia, con un fattore protettivo più alto.

Accanto alle creme solari, i fattori protettivi sono cresciuti anche con altri elementi. Vestiti, cappelli con visiera anti-UV, abiti e occhiali da sole e da vista. Su questi accessori sono stati monitorati 25 asili nido del Queensland. I bambini con abbigliamento protettivo hanno mostrato una riduzione dei rischi del 25% entro i cinque anni di età. Questo dato è importante, ma sottolinea anche che il melanoma rappresenta un rischio già nella prima infanzia, colpendo bambini molto piccoli. La prevenzione deve continuare, soprattutto per le scottature solari, che spesso sono accidentali e possono verificarsi anche dove i genitori sono molto attenti e precisi.

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Specie migratorie in declino: l’influenza aviaria emerge come minaccia crescente

L’influenza aviaria ogni tanto riemerge nei titoli di giornali, oggi lo ritroviamo su Down To Earth e a seguito di uno studio ONU sulla fauna selvatica migratoria. Il calo del 5% in due anni è dovuto proprio alla famosa malattia infettiva di ceppo A che colpisce soprattutto uccelli selvatici e domestici a causa dei virus H5 e H7. Il rapporto 2024 delle Nazioni Unite afferma che il 49% delle popolazioni globali di specie migratorie protette è in declino. Il dato più allarmante è che il 24% di questi animali rischia l’estinzione completa e la percentuale è aumentata del 2% rispetto allo scorso anno.

Secondo il trend demografico aggiornato periodicamente, sono 592 le specie con nascite in calo e morti elevate. L’influenza aviaria è definita anche influenza altamente patogena per il numero di morti e di contagi che crea. Sta mettendo a rischio specie come il pinguino africano (Spheniscus demersus), i pinguini di Humboldt (Spheniscus humboldti) e i pellicani peruviani. Possiamo elencare anche altri animali che vivono in tutti e cinque i continenti.

gazzella mongola

Perché l’influenza aviaria ad alta patogenicità mette a rischio le specie migratorie: dati ONU e discussioni globali al CMS COP15 evidenziano urgenza di conservazione e protezione

Si è certi che l’influenza aviaria sia la causa del calo demografico, ma essendoci anche altri fattori, si devono raccogliere dati ulteriori sulle cause e conseguenze dirette. Queste sono le parole dei ricercatori nel rapporto: “Sebbene gli impatti a lungo termine dell’influenza aviaria ad alta patogenicità siano incerti, queste epidemie hanno aggravato le pressioni già a cui sono sottoposte le specie migratorieL’emergere dell’influenza aviaria ad alta patogenicità è particolarmente preoccupante per le specie migratorie longeve, sensibili a qualsiasi aumento della mortalità“.

Questi dati non vengono solo scritti, ma creano dibattiti, discussioni e scambi all’interno delle conferenze mondiali. Ad esempio la 15ª riunione delle Parti della Convenzione sulla conservazione delle specie migratrici di animali selvatici (CMS COP15). Un trattato e momento vincolante delle Nazioni Unite, il prossimo incontro sarà dal 23 al 29 marzo a Campo Grande, Brasile.

L’evento dura una settimana ed è un incontro globale tra i più importanti dedicati alla conservazione della fauna selvatica. Ogni anno i dati che vengono raccolti e riportati sono tanti; molti richiamano sempre l’urgenza di gestire anche il cambiamento climatico, l’inquinamento, la caccia e minacce biologiche e sistemiche, come l’influenza aviaria.

Specie migratorie in declino: l’influenza aviaria emerge come minaccia crescente è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Un enigma di 85 milioni di anni: il Doratodon carcharidens ridisegna la mappa preistorica dell’Europa

I resti fossili di un coccodrillo fanno riemergere l’ipotesi di un ponte tra Europa e Africa nel periodo Cretaceo. Il ritrovamento di animali simili da una parte all’altra dei due continenti suggeriva questo collegamento. Il rettile trovato dai paleontologi era in Ungheria, ma le sue origini sono del Gondwana: come ci è arrivato? Gli studiosi hanno scoperto parentele e somiglianze strette fra due coccodrilli o rettili simili, infittendo il mistero degli animali presenti tra i due continenti.

In passato, l’Europa era un arcipelago tropicale, aveva anche un clima più caldo, umido e una vegetazione diversa. Molte regioni italiane, un tempo, erano fondali marini. Ad un certo punto, ben 200 milioni di anni fa, avviene una rottura tra la Pangea della Laurasia settentrionale e quella del Gondwana meridionale. Questa rottura ha creato nel tempo placche tettoniche, faglie e fratture ancora oggi visibili e studiate dai geologi.

Si svilupparono l’Europa e l’Africa con questa separazione, e questo secondo continente conserva ancora molti misteri sulla sua forma e evoluzione. Guardando le mappe geografiche, tutti notano le forme quasi coincidenti tra la costa africana e la costa sudamericana, il che aumenta le curiosità sul collegamento preistorico con l’Europa.

cranio fossile di Doratodon carcharidens, risalente a 85 milioni di anni fa, rinvenuto in Ungheria

cranio fossile di Doratodon carcharidens, risalente a 85 milioni di anni fa, rinvenuto in Ungheria

Conosciamo meglio il coccodrillo Doratodon carcharidens, da non confondere mai con un dinosauro anche se alcune caratteristiche erano simili. Lo studio e le affermazioni degli studiosi ungheresi

Il coccodrillo scoperto in Ungheria suggerisce un ennesimo animale migrato dall’Africa all’Europa: ha nuotato oppure ha trovato un collegamento terrestre? Queste sono le parole di Máté Szegszárdi dell’Università Eötvös Loránd: “Questo è difficile da conciliare con una netta separazione tra Laurasia e Gondwana“. Questo team appoggia ancora l’ipotesi di un pezzo di terra che ha consentito agli animali di spostarsi, uno scenario tettonico esistente solo nel Cretaceo ma poi scomparso.

Il coccodrillo che stimola nuovi interrogativi paleogeologici è stato chiamato Doratodon carcharidens, possedeva un cranio lungo, denti seghettati e taglienti, ricordava i dinosauri carnivori ma non lo era. I suoi fossili sono stati scoperti nel 2018. Queste caratteristiche erano state documentate prima nei coccodrilli africani e sudamericani, i due continenti dalle forme che combaciano.

Un enigma di 85 milioni di anni: il Doratodon carcharidens ridisegna la mappa preistorica dell’Europa è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Energia solare oltre ogni previsione: gli elettroni attraversano i materiali in un’unica esplosione

I ricercatori dell’Università di Cambridge hanno scoperto un nuovo comportamento degli elettroni. Possono essere spinti nei materiali solari e si ottengono degli effetti che potrebbero influenzare le tecnologie di cattura dell’energia del Sole. Gli elettroni attraversano gli strati a una velocità estrema, al limite massimo consentito dalle leggi della natura, e questo grazie alle vibrazioni delle molecole.

I fenomeni monitorati in laboratorio impiegano circa 18 femtosecondi, ovvero venti quadrilionesimi di secondo. È un intervallo incredibilmente minimo, velocissimo. I ricercatori hanno visto un elettrone riuscire ad attraversare un confine tra materiali in un solo singolo evento e alla velocità indicata.

Pratyush Ghosh è autore principale dello studio e ricercatore presso lo St John’s College di Cambridge, queste le sue affermazioni: “Abbiamo progettato deliberatamente un sistema che, secondo la teoria convenzionale, non avrebbe dovuto trasferire la carica così velocemente. Secondo le regole di progettazione convenzionali, questo sistema avrebbe dovuto essere lento ed è questo che rende il risultato così sorprendente. Invece di vagare in modo casuale, l’elettrone viene lanciato in un’unica esplosione coerente. La vibrazione agisce come una catapulta molecolare. Le vibrazioni non si limitano ad accompagnare il processo, ma lo guidano attivamente“.

energia solare

Dalle parole di Ghosh e Rao emerge un principio innovativo per l’energia solare: le vibrazioni molecolari agiscono come catapulta, trasformando il trasferimento di carica in uno strumento efficace

Nature Communications è la rivista scientifica che ha pubblicato questa ricerca. I risultati mettono in discussione la convinzione che il trasferimento di carica ultraveloce richiedesse grandi differenze di energia tra materiali e forti interazioni elettroniche. Presente nella scienza dell’energia solare, questa formulazione viene superata ma considerando anche alcune condizioni. Quelle che possono ridurre l’efficienza energetica aumentando le perdite di energia. La velocità di separazione delle cariche dipende dal modo in cui le molecole vibrano, quindi dalle caratteristiche della catapulta molecolare descritta dall’autore.

Il fisico Akshay Rao del Cavendish Laboratory parla di un nuovo principio di progettazione considerando l’applicazione pratica della scoperta: “Invece di cercare di sopprimere il movimento molecolare, ora possiamo progettare materiali che lo sfruttano, trasformando le vibrazioni da una limitazione a uno strumento“.

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Il miele tra benefici e limiti: la scienza chiarisce per cosa funziona davvero

Un cucchiaio di miele nel latte e si ha un dolcificante naturale, uno nel tè o nella camomilla e aiuta a lenire il mal di gola e a prendere sonno. In più ci sono numeri positivi come fattore di riduzione del rischio di diabete e disturbi cardiaci. Gli studi scientifici stanno scoprendo altri potenziali, ad esempio, l’acidità del miele contrasta i batteri: non possono crescere e vengono trattenuti dalla pressione osmotica.

Quello che molti non sanno è che al suo interno troviamo anche l’acqua (20%) accanto agli zuccheri semplici (80%). I monosaccaridi li digeriamo subito, poi troviamo fruttosio e glucosio. È vero che andrebbe comunque assunto con molta parsimonia in caso di indici glicemici alti. Tra le sue proprietà troviamo cinque vitamine (A, B1, B2, B6 e C), proteine ed enzimi, minerali come potassio, magnesio, ferro e zinco.

Un articolo su The Conversation allunga queste informazioni base con le revisioni di ricerca degli ultimi anni. Studi che contrastano le false informazioni o dati che dovevano essere aggiornati. Quello che trovi scritto sulle confezioni di miele, dal supermercato alla farmacia, è frutto di queste informazioni sempre in aggiornamento. Ad esempio, il miele può guarire le ferite?

miele

Tre ambiti dove l’aggiornamento scientifico raddrizza informazioni e uso del miele per curare ferite, infezioni, mal di gola o tosse, insonnia. Dal 2015 ad oggi, le informazioni migliorate

L’aggiornamento Cochrane del 2015 ha valutato il suo uso per ustioni, lacerazioni, ferite croniche. Le ustioni guariscono in circa cinque giorni rispetto alle medicazioni convenzionali, quindi ci sono prove di qualità su questo dato. Nel 2020 è stata valutata anche l’attività antimicrobica, in particolare del miele di Manuka. La capacità antinfettiva e antibiotica è stata confermata, lo studio però indica il miele sterilizzato di grado medico, quindi specifico per curare ferite e infezioni.

Insonnia, mal di gola e tosse, anche nei bambini. Il miele sul sonno ha effetti limitati, uno studio ha confrontato il suo uso su 68 adulti ricoverati in ospedale. A metà pazienti veniva somministrata una miscela di latte e miele (150 ml + 30 g) due volte al giorno. Questi partecipanti, rispetto agli altri che non assumevano il miele, hanno dormito meglio dopo il terzo giorno.

La bevanda comunque produce sensazione di benessere ma non effetto immediato sul sonno. Sono stati anche rivisti i risultati dell’uso del miele nei bambini. Il dolce unito al latte ma anche al cioccolato, ad esempio, crea un mix che piace, a colazione o a merenda. Alcune qualità di miele contengono tracce di serotonina che favorisce benessere, sonno ma anche ritmo cardiaco. Questi tre elementi hanno effetto tanto sui bambini quanto sugli anziani.

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Microbi in fuga da un pianeta all’altro: nuove prove da un batterio quasi invincibile

Raccontiamo un’incredibile teoria pubblicata su Scinexx e alla base anche dello studio della vita terrestre. I batteri potrebbero aver viaggiato e viaggiare ancora nello spazio, sono su meteoriti e altri corpi celesti, si muovono e si trasmettono anche con gli impatti. Tutti i pianeti o corpi celesti hanno delle caratteristiche o delle atmosfere che possono cambiare all’improvviso per l’arrivo di meteoriti o comete.

Questi grandi massi anche energetici o di ghiaccio dallo spazio contengono dei batteri molto resistenti. Arrivati su un pianeta, si muovono, si adattano e possono evolversi generando anche la vita. Gli scienziati sono arrivati a queste ricostruzioni con un esperimento. Un batterio molto resistente alle radiazioni e al vuoto è sopravvissuto a shock estremi. È quello che è capitato anche sulla Terra secondo diverse ricostruzioni, ed è quello che potrebbe essere realtà sui pianeti e satelliti.

L’Universo non è fatto solo di asteroidi interi ma anche di loro detriti che vengono espulsi con quello che contengono, microbi o batteri compresi. Da qui si arriva alla teoria che tutt’oggi nell’Universo esistono batteri che viaggiano e che possono ancora evolversi in vita anche microscopica.

batterio Deinococcus radiodurans

Il Deinococcus Radiodurans è il batterio più resistente al mondo utilizzato per studiare i microrganismi spaziali, abituati a forze e temperature estreme, da qualche parte generano anche la vita

L’inizio di un articolo di Scinexx parla di DNA, aminoacidi e biomolecole presenti su comete, asteroidi e polvere spaziale. Parliamo anche di residui di stelle oltre che di altri pianeti. I microrganismi possono sopravvivere anche a condizioni spaziali, quindi viaggiano, forse sono i primi alieni che ci dobbiamo immaginare. È l’ipotesi della panspermia, utilizzata per spiegare l’origine della vita sulla Terra ma anche su altri pianeti. A raccontarla, Lily Zhao, della Johns Hopkins University di Baltimora: “I meteoriti marziani rinvenuti sulla Terra dimostrano che il materiale espulso durante gli impatti può viaggiare da Marte alla Terra“.

Zhao è stata protagonista con i colleghi dell‘esperimento in laboratorio su un batterio resistente, il più indistruttibile tra quelli conosciuti. Si teorizza che su Marte possano esistere microrganismi come lui, caratterizzati anche da piastre metalliche. Il nome di questo microbo estremofilo è Deinococcus radiodurans, i suoi punti forti sono: sopravvivenza a radiazioni fortissime, al freddo estremo, al caldo, al secco ma anche al vuoto. In laboratorio lo definiscono Conan il Batterio. “Ci aspettavamo che i batteri venissero uccisi anche alla pressione più bassa, ma non è stato così. Con uno shock di 1,4 gigapascal, oltre il 95% delle cellule di Deinococcus è sopravvissuto“.

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