Modalità di lettura

La dottrina della paura: ICE, bambini feriti e detenzione di massa

La notte del 15 gennaio, a Minneapolis, una famiglia che stava semplicemente tornando a casa si è trovata al centro di un’operazione dell’ICE. Non una retata mirata, ma un’azione indiscriminata: granate stordenti e gas lacrimogeno lanciati dentro un’auto con sei minori a bordo. Tre bambini sono finiti in ospedale, tra cui un neonato di sei mesi che ha smesso di respirare ed è stato rianimato in strada dalla madre. Nessuna minaccia, nessuna resistenza, nessun aiuto immediato da parte degli agenti federali. Questo episodio non è un’eccezione, ma il simbolo di una strategia più ampia.

A Minneapolis, come in molte altre città statunitensi, l’ICE opera sempre più come una forza di occupazione interna, con agenti armati e mascherati dispiegati nei quartieri più vulnerabili. Le proteste esplose dopo l’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE e le successive minacce di Donald Trump di invocare la Legge di Insurrezione mostrano fino a che punto la risposta politica stia scivolando verso la militarizzazione. Sul piano nazionale, i numeri raccontano la stessa escalation.

Ad oggi circa 73.000 persone sono detenute dalle autorità migratorie statunitensi, un record storico e un aumento dell’84% rispetto al 2025. Meno della metà ha precedenti penali, ma l’amministrazione punta ad ampliare la capacità di detenzione fino a 100.000 posti, sostenuta da finanziamenti senza precedenti: centinaia di miliardi di dollari destinati a ICE e Border Patrol.

Intanto, le condizioni nei centri di detenzione allarmano le organizzazioni per i diritti umani. ACLU e Amnesty International parlano di trattamenti disumani, abusi e sovraffollamento. Il 2025 è stato l’anno più letale da decenni per chi era in custodia ICE, e il 2026 si è aperto con nuove morti. La vicenda della famiglia Jackson riassume tutto: quando lo Stato colpisce auto con neonati a bordo, la “sicurezza” diventa una dottrina della paura, e la vita umana un danno collaterale accettabile.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

 

 

  •  

Iran, Qalibaf: “Sconfitta l’aggressione militare e il terrorismo interno”

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che Stati Uniti e Israele hanno subito “un’altra sconfitta” dopo il fallimento dei recenti disordini e attacchi terroristici in Iran. Secondo Qalibaf, le violenze degli ultimi giorni rappresentano la prosecuzione di una strategia già fallita: l’aggressione militare congiunta lanciata nel giugno 2025, che mirava a colpire le capacità strategiche iraniane, in particolare nel settore aerospaziale. Parlando a Teheran durante un incontro con il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein,

Qalibaf ha accusato il governo israeliano di perseguire una politica di destabilizzazione sistematica dei Paesi musulmani, con l’obiettivo di dividerli e dominarli. Una linea, ha affermato, portata avanti da Benjamin Netanyahu con il sostegno politico e militare degli Stati Uniti e di alcune potenze europee. Secondo la leadership iraniana, l’ultima ondata di disordini avrebbe seguito uno schema preciso: colpire dall’interno attraverso il terrorismo, creare instabilità e poi aprire la strada a un’aggressione esterna.

Un piano che, sostiene Teheran, è stato sventato grazie all’intervento delle forze di sicurezza e alla tenuta del Paese. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha parlato di una responsabilità diretta di Washington e Tel Aviv nei tentativi di destabilizzazione. Da Baghdad, intanto, arriva un messaggio di convergenza: la sicurezza di Iran e Iraq, ha detto Fuad Hussein, è parte integrante della sicurezza dell’intera regione.

Un monito chiaro: arretrare oggi significa indebolire tutti domani.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

 

  •  

"Los quiero de vuelta": la campagna popolare per Maduro e Flores in tutto il Venezuela

A quindici giorni dal sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, perpetrato dalle forze statunitensi il 3 gennaio scorso con un vile assalto militare a Caracas, il Venezuela continua a riversarsi nelle piazze in una vasta ondata di mobilitazione popolare. Le manifestazioni, che denunciano un’aggressione militare denunciata come una violazione del diritto internazionale, hanno visto in questi giorni migliaia di persone marciare per le strade di Caracas e di altre città del paese, con un duplice obiettivo: reclamare la liberazione dei propri leader e riaffermare con forza la difesa della sovranità nazionale contro le "intenzioni interventiste" degli Stati Uniti.

L’attacco, iniziato con esecuzioni extragiudiziali e un blocco navale al largo del Venezuela, è culminato in bombardamenti su obiettivi civili e militari nella capitale e su altri obiettivi, causando la morte di soldati, civili venezuelani e soldati cubani che si occupavano della sicurezza di Maduro. Il popolo venezuelano, come ribadito nelle manifestazioni di settori come quello docente e quello contadino, rimane unito nel rendere omaggio a questi "eroi e martiri militari" e nel sostenere il governo della Presidente incaricata Delcy Rodríguez (vicepresidente di Maduro), vista come la legittima continuatrice dell’eredità del Comandante Hugo Chávez.

In questo clima di permanente mobilitazione, sabato scorso i movimenti sociali si sono riuniti davanti al Panteón Nacional di Caracas, impegnandosi con un giuramento nella difesa della pace e nella lotta per la liberazione della coppia presidenziale. A presiedere la cerimonia, il segretario dei Movimenti Sociali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Héctor Rodríguez, che ha lanciato un appello all’unità per stabilire una "rotta politica" e ha annunciato un’agenda intensa per i prossimi 60 giorni. Questo periodo di agitazione precede l’inizio del processo (illegale) a cui Maduro e la prima combattente saranno sottoposti in un tribunale federale di New York, dopo che hanno dichiarato di essere innocenti per tutti i capi d’accusa nella loro prima comparizione il 5 gennaio.

Intanto, la solidarietà verso i leader sequestrati assume forme commoventi e simboliche. In queste ore, le Plaza Bolívar di tutto il paese sono diventate il centro di una campagna denominata "Los quiero de vuelta". Cittadini di ogni età ed estrazione sociale affluiscono per depositare lettere piene di messaggi di affetto, speranza e sostegno. "Mostriamo al mondo l’amore infinito che sentiamo per la Ri voluzione Bolivariana", ha dichiarato il capo del governo del Distretto Capitale, Nahum Fernández, annunciando che la raccolta proseguirà per tutto il mese.

La volontà popolare è univoca e risuona forte dalle piazze di Caracas e di tutte le città del paese sudamericano. "La volontà del popolo è che il presidente Nicolás Maduro ritorni nel paese", ha affermato il sindaco di Caracas, Carmen Meléndez, sottolineando come il popolo sia determinato a restare in lotta permanente. "Ti vogliamo indietro, signor Presidente", è il grido che accomuna le migliaia di messaggi scritti, come quello della signora Yajaira Rubio dallo stato Trujillo, o della giovane Victoria Escachinga da Maturín, che assicura: "Qui c’è un popolo che continua ad amarvi".

Nonostante l’aggressione subita, il Venezuela ribadisce il suo spirito di pace e la sua indignazione per quello che viene denunciato come un assedio. La mobilitazione, nel solco dei principi della Rivoluzione Bolivariana, prosegue con la ferma intenzione di informare il mondo sulla "verità del Venezuela" e di continuare a costruire la patria, nell’attesa del ritorno del Presidente e della prima combattente in quella che viene definita, a gran voce, una terra libera e sovrana.

  •  

Giappone-Russia: messaggio di Takaichi a Putin

Il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha trasmesso un messaggio al Presidente russo Vladimir Putin tramite Muneo Suzuki, membro della Camera alta del Parlamento giapponese, che ha visitato Mosca a fine dicembre e incontrato diversi alti funzionari russi, ha riportato il quotidiano Toyo Keizai.

"Takaichi ha incaricato Suzuki di inviare un messaggio verbale al Presidente Putin, affermando che 1) anche il Giappone attribuisce grande importanza alle sue relazioni con la Russia e 2) il Giappone auspica un cessate il fuoco immediato tra Russia e Ucraina", ha scritto il quotidiano.

Secondo il quotidiano, Suzuki avrebbe trasmesso il messaggio durante un incontro con Konstantin Kosachev, vicepresidente della Camera Alta del Parlamento russo.

L'autore dell'articolo suggerisce che il messaggio di Takaichi sia stato immediatamente comunicato al capo di Stato russo, dato che Kosachev è uno stretto consigliere di Putin.

Inoltre, la pubblicazione sottolinea che, prima di recarsi in Russia, Suzuki ha incontrato Takaichi e il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi.

  •  

Bild: la Germania ritira le truppe dalla Groenlandia

La squadra di ricognizione della Bundeswehr tedesca di stanza in Groenlandia ha lasciato l'isola "in silenzio e in fretta", ha riportato il quotidiano tedesco Bild. Il giornale ha affermato di aver trovato inaspettatamente i 15 soldati e ufficiali, guidati dal contrammiraglio Stefan Pauly, all'aeroporto di Nuuk, la capitale groenlandese.

Il gruppo si è imbarcato su un volo Icelandair operato con un Boeing 737, senza alcun preavviso pubblico o spiegazione ufficiale per la loro partenza frettolosa.

Proprio ieri, è stato riferito che il personale militare tedesco sarebbe rimasto sull'isola più a lungo del previsto, ha osservato il quotidiano. L'ammiraglio Pauly ha dichiarato di aver discusso la possibilità di una maggiore cooperazione in loco con la Danimarca e altri paesi e di aver informato Berlino di queste discussioni, in attesa dell'approvazione per discutere i prossimi passi con i danesi.

"Il generale ha fatto l'annuncio ieri alle 15:30 ora locale (18:30 ora tedesca). Alle 8:30 di questa mattina (ora locale), i soldati erano già all'aeroporto con tutto il loro equipaggiamento".

Secondo Bild, "non è stata data alcuna spiegazione alle truppe sul posto, niente". "Semplicemente: tornate indietro! Tutti gli appuntamenti programmati hanno dovuto essere annullati con urgenza", ha affermato.

"Non è chiaro se la Germania stia ritirando le sue truppe in risposta ai dazi punitivi annunciati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro coloro che si oppongono alla sua politica aggressiva in Groenlandia, o se ci siano altre ragioni per il ritiro", ha osservato il quotidiano.

  •  

C’è un aggressore e un aggredito, si diceva una volta, no? Intervista a Carlo Rovelli

 

 

di Luca Busca

 

Viviamo in un contesto molto incerto, in cui ogni giorno un paese sovrano viene minacciato dall’Impero Americano di essere invaso al fine di appropriarsi delle sue risorse. Spesso l’impressione è quella di un’egemonia in declino, sull’orlo del baratro, che tenta gli ultimi colpi di coda per non cadere. In due settimane, dall’inizio del 2026, Trump ha attaccato il Venezuela, sequestrandone il legittimo rappresentante. Ha minacciato l’Iran e la Nigeria, dichiarandosi disponibile a uscire dalla NATO pur di avere la Groenlandia, che, ironia della sorte si troverebbe nella condizione di invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, portando l’Europa in guerra contro gli Stati Uniti. Casualmente tutti paesi ricchi di petrolio.

Abbiamo chiesto a Carlo Rovelli, fisico e divulgatore di fama mondiale reduce dalla pubblicazione del suo ultimo libro, “L’uguaglianza di tutte le cose”, cosa pensa di questo particolare momento storico.

 

L.B. Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e sequestrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, al fine di processarlo. Possiamo parlare di “processo” o siamo davanti a uno strumento politico travestito da giustizia?

C.R. Sono un po' stupito per come sia commentato l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela.  Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno attaccato diverse decine di paesi da cui non erano stati attaccati (“C’è un aggressore e un aggredito”, si diceva una volta, no?).  Gli Stati Uniti lo hanno fatto quasi sempre contro la legalità internazionale, contro le Nazioni Unite. Questa volta, con il Venezuela, le differenze mi sembrano due. Una è che invece delle usuali decine o centinaia di migliaia di morti, hanno ammazzato solo un’ottantina di persone. L'altra è che sono stati un po’ meno ipocriti del solito, e alle “giustificazioni” (ripetute ahimè dai politici europei come fossero babbei), questa volta non ci crede nessuno, neanche chi le ripete. Rispetto alla precedente politica americana, mi sembra che Trump faccia egualmente guerre, ma con meno ipocrisia e per ora con meno morti. 

 

L.B. Storicamente le grandi potenze ricorrono alla guerra quando entrano in crisi strutturale. Vedi un nesso fra la finanziarizzazione dell’economia statunitense, il declino industriale e questa aggressività geopolitica?

C.R. Non mi pare che gli Stati Uniti siano diventati più aggressivi. Non so se contare le decine di migliaia di morti ammazzati in altri paesi sia un criterio di aggressività, ma vale quanto un altro. L’amministrazione Trump, che io sappia, ha ammazzato gente in Venezuela, in Yemen, in Iran, in Siria, in Nigeria, e certo dimentico qualche paese, ma, direi, molti meno di quanto facessero di solito le amministrazioni precedenti. A noi gli Stati Uniti appaiono ora più aggressivi solo perché non si presentano più come nostri alleati, e quindi ora ci fanno paura. Prima erano aggressivi e noi ci appiattivamo sotto la loro ala, anzi, spesso li aiutavamo con qualche aereo e qualche bersagliere. 

 

L.B.  Se proprio la superpotenza che ha costruito il sistema di diritto internazionale lo viola apertamente, il sistema è riformabile o siamo entrati in una fase di dittatura imperiale?

C.R. Penso che sia possibile riformarlo, che sia possibile rendere più forte il diritto internazionale. Lo penso perché la maggior parte dei paesi e dei cittadini del mondo lo sta chiedendo. A voce sempre più forte. Non stiamo entrando in una fase di dittatura imperiale, ne stiamo uscendo. Gli Stati Uniti non hanno più la forza per imporre il loro impero e hanno perso la forza ideologica e la capacità di propaganda che hanno avuto. Non ci provano neppure più. Mi piacerebbe che l'Italia stesse dalla parte dei tanti che chiedono diritto internazionale, non dei pochi che ci si oppongono, come invece sta facendo adesso. 

 

  •  

Il petrolio venezuelano non è bottino di pirati né moneta di scambio per traditori


di Geraldina Colotti, Caracas

Nel suo ultimo libro intitolato The Petroleum Sector and the Transition to Democracy in Venezuela, l'ex procuratore del fittizio governo ad interim José Ignacio Hernández tenta di gettare le basi giuridiche per quello che non è altro che lo smantellamento finale della sovranità energetica del paese. Hernández non parla da una posizione accademica neutrale, ma dal conflitto di interessi di chi ha lavorato per multinazionali come Crystallex prima di facilitare, da una carica inesistente, l'iter legale per la svendita di Citgo.

La sua tesi centrale sostiene che l'attuale Legge Antiblocco e le riforme proposte dal governo bolivariano siano una sorta di privatizzazione di fatto o opaca, volta a eludere i controlli democratici. Tuttavia, ciò che questo operatore di Washington occulta è che il suo vero obiettivo è eliminare il controllo statale sulle risorse, affinché le grandi corporazioni tornino a gestire la cassa continua del paese come ai tempi della “apertura petrolifera” degli anni Novanta.

Di fronte alla tesi di Hernández, secondo cui lo Stato starebbe svendendo i propri attivi, i dati dell'Osservatorio Venezuelano Antiblocco offrono una lettura opposta, dove appare chiaro che non si tratta di privatizzazione ma di protezione sovrana. La Legge Antiblocco, nel suo primo articolo, definisce il suo obiettivo fondamentale come la mitigazione degli effetti nocivi delle misure coercitive unilaterali che hanno causato il saccheggio di oltre quaranta miliardi di dollari in attivi stranieri appartenenti al popolo venezuelano.

Per comprendere il pericolo reale di queste tesi, bisogna guardare al saccheggio criminale di Citgo, un'impresa strategica con tre raffinerie negli Stati Uniti e più di quattromila stazioni di servizio che rappresentano attivi per oltre tredici miliardi di dollari. Sotto la presunta gestione del “governo a interim” di Guaidó e la consulenza diretta di personaggi come Hernández, Citgo è stata scollegata dalla sua casa madre Pdvsa per essere consegnata a una vera e propria razzia giudiziaria nei tribunali del Delaware.

Le è stato impedito in modo criminale di rimpatriare i dividendi che erano destinati alla salute e all'alimentazione dei bambini e delle donne del Venezuela, consegnando il gioiello della corona a una liquidazione forzata per pagare debiti gonfiati in un atto di pirateria moderna. Questo è lo schema che la destra pretende di ripetere ora sul territorio nazionale attraverso una deregolamentazione totale che consegni i pozzi e le raffinerie al capitale transnazionale senza alcun tipo di controllo sociale.

Di fronte a questa narrativa del saccheggio, la Presidente incaricata Delcy Rodríguez ha eretto un muro di contenimento basato sull'economia di resistenza e sulla dignità nazionale. Nella congiuntura attuale, la battaglia per il Venezuela si gioca su due fronti che sono in realtà un'unica lotta per l'esistenza: la libertà degli ostaggi dell'impero, il Presidente Nicolás Maduro e la “prima combattente” Cilia Flores, e la difesa tecnica e politica della Cintura Petrolifera dell'Orinoco.

Mentre Donald Trump si comporta come un corsaro del ventunesimo secolo dichiarando che il greggio venezuelano gli appartiene per diritto di preda, la gestione amministrativa di Delcy Rodríguez, in continuità con quella di Maduro, dimostra che la sovranità non si negozia, né di fronte al ricatto né di fronte al sequestro dei leader fondamentali della rivoluzione. La proposta di riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi presentata all'Assemblea Nazionale in questo gennaio del duemilaventisei mira a blindare la sovranità mentre si recupera la produzione nazionale. La riforma cerca di includere figure come i Contratti di Produzione Condivisa per attrarre investimenti in giacimenti che non sono mai stati sfruttati o che mancano di infrastrutture a causa del blocco tecnologico.

Delcy Rodríguez è stata categorica nel sottolineare che questa apertura non implica la cessione della proprietà della risorsa. L'obiettivo centrale è incorporare flussi di investimento per neutralizzare l'inasprimento del blocco petrolifero imposto da Washington e avanzare verso un modello economico non dipendente e diversificato, basato sull'autosufficienza.

È uno strumento di dignità nazionale che viene presentato a testa alta, seguendo la premessa della Presidente incaricata quando afferma che, se un giorno dovesse andare a Washington, lo farà restando dritta, in piedi e non inginocchio (in contrasto con Maria Corina Machado, corsa a regalare il suo Nobel per la pace a Donald Trump).

A differenza di una privatizzazione neoliberista, dove l'eccedenza fugge verso il capitale transnazionale, la Legge Antiblocco obbliga per mandato costituzionale a destinare le risorse ottenute alla finalità sociale delle entrate. Ciò significa finanziare sistemi compensativi del salario e prestazioni sociali per la classe lavoratrice, così come il recupero di servizi pubblici essenziali come l'elettricità e l'acqua, gravemente colpiti dalla mancanza di pezzi di ricambio che gli Stati Uniti proibiscono di acquistare.

È fondamentale comprendere che la visione bolivariana del petrolio non è quella dell'estrattivismo cieco che distrugge il pianeta per alimentare il consumo del nord del mondo. Il quinto obiettivo storico del Piano della Patria, lasciato in eredità dal comandante Chávez e approfondito dal presidente Maduro, stabilisce l'impegno irrinunciabile per la preservazione della vita e la salvezza della specie umana.

Il Venezuela promuove un modello ecosocialista che utilizza la rendita petrolifera per finanziare la transizione verso una relazione armoniosa con la Madre Terra, intendendo che la difesa delle risorse è legata al diritto dei popoli di gestire i propri beni naturali senza la logica della crescita infinita del capitalismo globale. Mentre Hernández parla di opacità, il governo bolivariano risponde con l'eccezionalità strategica per sopravvivere all'assedio. Non si cambia la proprietà, che resta del popolo, si cambia l'operatività affinché il petrolio continui a finanziare la vita.

I risultati di questa strategia sono tangibili nonostante le ostilità, poiché, con il governo Maduro, il Venezuela ha ottenuto venti trimestri di ripresa economica sostenuta dal duemilaventuno. Le entrate petrolifere derivanti da questo schema stanno finanziando direttamente il Potere popolare attraverso la “Sfida Ammirevole duemilaventisei”, con circa duecentottanta milioni di dollari destinati a trentacinquemila progetti eseguiti direttamente dai consigli comunali nei loro territori.

A questo attacco dei tecnocrati dell'ultradestra, si aggiunge il coro di un certo ultra-sinistrismo europeo che dall'Italia e da altri paesi pretende di dare lezioni di chavismo dalla comodità della distanza. Criticare la Legge Antiblocco ignorando che il paese affronta un assedio che ha ridotto le entrate in modo drastico è un esercizio di cinismo intellettuale. Il chavismo è prassi rivoluzionaria e il legato di Chávez si difende garantendo la vita dei settori popolari.

Donald Trump crede che, tenendo sequestrati Nicolás e Cilia, potrà forzare una capitolazione, ma si sbaglia sottovalutando la fermezza bolivariana. Il petrolio venezuelano è il sostentamento di un paese che ha deciso di essere libero e che non si arrende ai pirati né rinuncia al suo impegno ideale e costituzionale verso la Madre Terra.

  •  

Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà


di Agata Iacono


Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del "piano di pace" di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge spesso quello che sta succedendo a casa nostra.

Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e all'asservimento totale dell'Italia ad Israele e agli USA (con qualche goffo tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell'Europa+UK).

Abbiamo assistito all'arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del genocidio.
Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito, oggettivamente, una fase di arresto.

Le distorsioni della narrazione hanno aggredito  e diffamato Francesca Albanese come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal movimento Donne Vita e Libertà....).

Quindi hanno attaccato direttamente i palestinesi in Italia, arrestando addirittura l'imam di Torino, Mohamed Shahi, colpevole di non aver condannato la resistenza, nonché il presidente dell'Associazione Palestinesi d'Italia, l'architetto Mohammad Hannoun, accusato di aver "finanziato", attraverso l'associazione benefica per mandare aiuti in Palestina, anche il terrorismo...

Ma ci sono altri palestinesi nelle carceri italiane, tutti accusati per conto e ordine di Israele, senza aver mai commesso reati in Italia.

È di oggi la scandalosa sentenza che condanna Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi.

Il processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, che ha osato difendere il suo popolo e la sua famiglia dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania (violenza assassina documentata anche da No Other Land, premio oscar del 2025).

Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa: ovvero, i tribunali italiani hanno chiamato responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo stesso genocidio, condannato dal tribunale internazionale e dall'ONU.
Durante gli anni di carcerazione, provenienti da tutta Italia, davanti al tribunale de L'Aquila sono stati sempre presenti presidi di solidarietà.
Anan Yaeesh è stato infatti trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi, per isolarlo, ha anche effettuato uno sciopero della fame.
Le sue condizioni fisiche risentono delle schegge che il ragazzo ha ancora in corpo, essendosi salvato miracolosamente dai tentativi di omicidio israeliani.
In una videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, ha recentemente detto:

“É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano.

Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?”

La requisitoria della pubblico ministero, che non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse, aveva richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per Alì, 7 per Mansour (gli ultimi due erano già a piede libero, il vero obiettivo era colpire Anan).

Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento dell'Italia ad Israele e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso.
Alla pronuncia della condanna in aula si è levato un grido unanime di protesta.

Quindi, davanti alla sede del tribunale, il legale Flavio Rossi Albertini ha ringraziato gli attivisti per la loro costante vicinanza, annunciando l'appello.


E non finisce qui.
È di ieri una circolare alle regioni e quindi alle scuole del Ministro Valditara che impone la schedatura dei bambini palestinesi che frequentano la scuola italiana.

Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938?

E nel frattempo il ministro Piantedosi, attraverso il decreto sicurezza, impedisce di fatto le espressioni di dissenso e solidarietà, addirittura imponendo controlli, perquisizioni, schedature e zone rosse.

In sintesi il concetto è: "Se aiuti il popolo palestinese aiuti Hamas e quindi sei un terrorista".
Fino a quando i palestinesi non accetteranno di essere percepiti quali vittime di una catastrofe naturale, senza alcun colpevole, e oseranno resistere, saranno tutti considerati terroristi, anche quelli nati ieri e morti di freddo.
Ne avevo parlato qui:
Il caso di Anan Yaeesh, "colpevole di Palestina" 

Non è l'Iran, non è il Venezuela.

È il regime Italia.

  •  

Quello che unisce Venezuela, Iran e Groenlandia nella strategia di Trump


di Domenico Moro

In un mio recente articolo definivo il sequestro di Maduro come un episodio della terza guerra mondiale a pezzi, come ebbe a definirla Papa Francesco, il cui obiettivo principale è restaurare il dominio imperiale degli Usa e contenere l’ascesa della Cina. Subito dopo il Venezuela, anche l’Iran e la Groenlandia sono entrate nel mirino di Trump, per la medesima ragione. Tuttavia, questi due nuovi paesi, su cui Trump si sta concentrando, rappresentano un salto di qualità importante.

Il sequestro di Maduro e l’attacco al Venezuela hanno rappresentato la volontà di ristabilire il controllo statunitense sull’Emisfero Occidentale (le Americhe), da sempre considerato il giardino di casa degli Usa. La Cina era presente in Venezuela, e i suoi investimenti erano tesi a svilupparne le infrastrutture petrolifere, ma l’importanza del Venezuela per la Cina è molto inferiore a quella dell’Iran, altro grande produttore di petrolio.

Infatti, l’Iran è un tassello molto più importante per la Cina, essendo un pilone fondamentale della sua strategia sia di rifornimento energetico sia di sviluppo di rotte commerciali internazionali (la nuova via della seta). La Cina è, tra le tre aree economiche principali a livello mondiale – Usa, Ue e Cina -, la maggiore importatrice di petrolio, che rimane, nonostante lo sviluppo di fonti energetiche alternative, la materia prima più importante.

Infatti, gli Usa sono energeticamente indipendenti, importando pochissimo petrolio, grazie al fatto che con la fratturazione idraulica sono diventati il principale produttore mondiale. La Ue, invece, povera di materie prime energetiche, importa una grande quantità di petrolio (circa 8 milioni di barili al giorno), ma la provenienza di questo petrolio è abbastanza distribuita. I maggiori fornitori sono l’Africa (2,2 milioni di barili al giorno), il Nord America (2,03 milioni), il Medio Oriente (1,44 milioni), l’Asia centrale (1,37 milioni), l’America Latina (0,9 milioni) e, all’ultimo posto dopo le sanzioni, la Russia (0,32 milioni).i

Diversa è la situazione della Cina. Pur essendo produttrice di petrolio, essa ne è la più forte importatrice mondiale. Su un fabbisogno di 16 milioni di barili al giorno, essa ne importa circa il 60-70%, pari a 11-12 milioni di barili. Il problema della Cina, però, è non soltanto la sua dipendenza dall’estero, ma la sua dipendenza da una sola area. Infatti, la metà delle sue importazioni di petrolio viene dal Medio Oriente (quasi 6 milioni di barili al giorno), seguito a distanza dalla Russia (2 milioni), dall’America latina (1,14 milioni), dall’Africa (1,09 milioni), e dal Nord America (0,23 milioni).ii

L’Iran è importante dal punto di vista petrolifero, perché la Cina importa da questo paese 1,2 milioni di barili al giorno, pari al 10% del totale. E la Cina è importante per l’Iran, visto che quest’ultimo dirige ben il 73,2% delle sue esportazioni di petrolio verso il paese estremo orientaleiii, che è la seconda destinazione delle esportazioni iraniane (20,7 miliardi di dollari), subito dopo l’Iraq (43,9 miliardi), e prima della Turchia (8,9 miliardi).iv Ma l’Iran è importante per la Cina soprattutto perché è un paese strategico per il controllo dell’intera area del Medio-Oriente, in cui ci sono le maggiori riserve mondiali di petrolio e da cui proviene la metà del greggio importato dalla Cina. Fra l’altro, l’Iran controlla lo stretto di Ormuz attraverso il quale transita una importante rotta marittima e una grande quantità del petrolio esportato dal Medio Oriente verso la Cina e l’Estremo Oriente.

È evidente, quindi, l’interesse statunitense a effettuare un colpo di stato in Iran, come accaduto già nel 1953, quando il premier iraniano, Mossadeq, fu rovesciato da Regno Unito e Usa, sempre con l’obiettivo del controllo del petrolio. A tutto questo va aggiunto che la presa statunitense sul Medio Oriente si sta indebolendo. L’Arabia Saudita, il secondo paese del mondo dal punto di vista delle riserve di petrolio, recentemente ha stabilito un accordo con il Pakistan, potenza nucleare, per la mutua assistenza in caso di aggressione militare. Fino ad ora l’Arabia Saudita si era basata solamente sulla protezione militare e sull’ombrello nucleare degli Usa, a cui in cambio aveva assicurato la vendita del petrolio in dollari, sostenendone così il ruolo di valuta mondiale. È, quindi, significativo che i sauditi abbiano deciso di trovare un protettore alternativo. Fra l’altro, a questa alleanza pare si aggiunga anche un terzo stato islamico, la Turchia.

Sempre a proposito di petrolio, è utile ricordare che la Prima guerra mondiale scoppiò per il contrasto tra l’imperialismo britannico in declino e l’imperialismo tedesco in ascesa, anche per il controllo del petrolio del Medio Oriente. La Gran Bretagna aveva deciso di opporsi alla costruzione della ferrovia di Bagdad, la cui costruzione sarebbe stata pagata dalla Turchia alla Germania con la concessione di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri sul percorso.

Dunque, l’eventuale caduta dell’attuale regime dell’Iran e la sua sostituzione con un regime controllato dagli Usa aiuterebbe questi ultimi a rinsaldare il loro controllo sul Medio Oriente e quindi sulla Cina (e sul resto dell’Asia Orientale). Per questa ragione la perdita dell’Iran avrebbe un impatto sulla Cina di gran lunga maggiore, sul piano strategico, della perdita del Venezuela.

Anche il proposito, espresso da Trump, di annettersi la Groenlandia rappresenta un salto di qualità nella strategia statunitense di dominio imperiale mondiale. Va premesso che la Groenlandia e il Mar Glaciale Artico su cui si affaccia hanno acquistato e acquisteranno sempre di più una importanza strategica a livello mondiale a causa del riscaldamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacci determinerà due importanti conseguenze. La prima è che le risorse minerarie della Groenlandia, che possiede 25 su 34 minerali considerati critici da Usa e Ue, saranno più facilmente e quindi più economicamente estraibili. La seconda è che sarà maggiormente percorribile dalla navigazione il Mar Glaciale Artico, che rappresenterà una valida alternativa ai canali di Panama e Suez per le comunicazioni tra i continenti e che, per questo, è vista con interesse dalla Russia, che si affaccia sull’Artico, e dalla Cina, anche in riferimento ai collegamenti tra le due nazioni alleate. A questo si aggiunge, come dichiarato da Trump, la necessità del controllo dell’isola per l’installazione del futuro sistema di difesa anti-missile statunitense.

Tuttavia, la Groenlandia, pur essendo collocata nell’Emisfero Occidentale, il giardino di casa degli Usa, è sotto il dominio europeo, essendo di fatto una colonia danese. La minaccia di Trump di acquistare o addirittura di impossessarsi militarmente della Groenlandia è qualcosa di inaudito, per lo meno dalla fine della Seconda guerra mondiale, in quanto rivolta verso un paese alleato e appartenente alla Nato e alla Ue. Una eventuale occupazione militare statunitense della Groenlandia implicherebbe la fine della Nato, come puntualizzato dal lituano Andrius Kubilius, Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Kubilius ha anche ricordato che l’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea obbliga gli Stati membri a prestare assistenza alla Danimarca qualora si trovasse ad affrontare un’aggressione militare. Intanto, alcuni alleati europei della Danimarca hanno annunciato che invieranno soldati in Groenlandia: la Svezia, la Gran Bretagna, la Norvegia, la Francia e la Germania.

Sebbene Trump abbia giustificato le sue mire sulla Groenlandia con la presenza attorno all’isola di mezzi navali russi e cinesi, la sua mossa è chiaramente un altro attacco alla Ue, dopo i dazi commerciali e la minaccia di lasciare la Nato, se gli alleati europei non avessero portato le spese militari al 5% del Pil. Senza parlare dei continui attacchi verbali contro la Ue di Trump e del suo vicepresidente J.D. Vance. Malgrado uno scontro militare tra Usa e Europa sia inverosimile, rimane il fatto che la questione della Groenlandia dimostra che le classiche contraddizioni inter-imperialistiche, nello specifico tra imperialismo statunitense e imperialismo europeo sono tutt’altro che superate e ci fanno capire che la presidenza Trump rappresenta un qualcosa di nuovo nel comportamento imperiale statunitense.

Il sequestro di Maduro e la volontà di ricondurre il Venezuela e il resto dell’America Latina sotto il completo controllo degli Usa si combina con le minacce di intervento militare in Iran e in Groenlandia in una strategia tendente a ristabilire l’egemonia imperiale statunitense a livello globale. Ciò contrasta con quanti, invece, fino a poco tempo fa parlavano dell’isolazionismo della politica internazionale trumpiana. Il controllo delle vie marittime e delle fonti di materie prime, a partire da quelle energetiche, ne è un passaggio importante, insieme alla reinternalizzazione negli Usa delle produzioni manifatturiere strategiche. L’implementazione di questa strategia è portata avanti con una rinnovata e potenziata minaccia dell’uso dello strumento militare, sostenuta dall’annunciato aumento del bilancio del Dipartimento della guerra statunitense da 1000 a 1500 miliardi di dollari. 

Tutto questo avviene a dispetto delle promesse elettorali in senso contrario di Trump, che aveva annunciato una riduzione delle spese militari e il non coinvolgimento degli Usa in nuove avventure militari. Il nodo di fondo, comunque, sta nella rottura dell’equilibrio di potenza, determinato dall’ascesa della Cina come prima potenza industriale del mondo. Del resto, come scriveva Lenin nel 1915: “In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle singole aziende né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra in politica.”v Anche se l’esistenza della deterrenza atomica rende più difficile lo scoppio di una guerra imperialista mondiale, come quelle verificatesi nel XX secolo, l’uso o la minaccia della forza rimane una opzione attuale, come la cronaca dell’ultimo periodo si è purtroppo incaricata di dimostrare.





i Opec, Annual Statistical Bulletin 2025.

ii Idem.

iii Idem.

iv Unctad, Country Profiles.

v Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, in Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma 1965, pag. 555.

  •  

"La forza del popolo e il femminismo bolivariano riporteranno in patria Cilia e Nicolás”. Intervista a Gladys Requena


di Geraldina Colotti

 In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull'organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030.

Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un'agenda di lotta?

È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l'analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l'agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un'opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l'imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l'imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo.

In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere?

Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l'imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull'intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l'autodeterminazione e contro l'ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l'anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del "tradimento", della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua.

C'è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l'imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com'è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale?

Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l'umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c'è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c'è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è "nostroamericano", si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione.

Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione?

Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L'aggressione continuerà perché non c'è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto.

Come si sta muovendo l'opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump?

L'opposizione che fa vita parlamentare nell'Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell'ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all'unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come "mancanza assoluta" nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall'Assemblea. Non c'è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l'opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione.

Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico?

L'asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l'Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell'Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale.

Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c'è stato un arretramento?

Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l'agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l'Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l'economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell'inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l'impero teme di più.

 

  •  

Khamenei: Trump è il principale "colpevole" degli omicidi e delle distruzioni durante le recenti rivolte in Iran

 

Il leader della rivoluzione islamica, l'ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha ribadito che l'Iran considera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump il principale colpevole delle uccisioni e delle distruzioni avvenute nelle recenti rivolte. 

L'ayatollah Khamenei si è rivolto a migliaia di persone in un discorso , in occasione del fausto anniversario dell'Eid al-Mab'ath, il giorno in cui il profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) ricevette la prima rivelazione e fu scelto come ultimo messaggero di Dio.

"Il presidente degli Stati Uniti è responsabile delle vittime, dei danni e delle false accuse rivolte alla nazione iraniana", ha affermato, definendolo un criminale a questo proposito.

L'ayatollah Khamenei ha inoltre illustrato la natura dei recenti disordini, gli strumenti utilizzati e le responsabilità dell'Iran nel contrastare tali complotti.

Quelle che erano iniziate come proteste pacifiche alla fine del mese scorso si sono gradualmente trasformate in violenza, con i rivoltosi che hanno devastato le città di tutto il Paese, uccidendo membri delle forze di sicurezza e civili e attaccando le infrastrutture pubbliche.

I funzionari iraniani hanno collegato le rivolte e gli atti terroristici al regime statunitense e israeliano.

Gli Stati Uniti e il Mossad israeliano hanno ammesso il loro coinvolgimento sul campo, con l'ex Segretario di Stato americano Mike Pompeo che ha twittato: "Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco".

In un post sui social media in lingua farsi, il Mossad ha incoraggiato i rivoltosi a "scendere insieme in piazza. È giunto il momento", aggiungendo che gli agenti del Mossad sono con i rivoltosi "non solo a distanza e verbalmente. Siamo con [loro] sul campo".

L'ayatollah Khamenei ha osservato che in passato, quando nel Paese si verificavano sedizioni di questo tipo, di solito erano i media americani e i politici di secondo piano negli Stati Uniti e in Europa a interferire.

Tuttavia, ha lamentato il leader persiano, "nella recente sedizione, la caratteristica distintiva è stata che lo stesso Presidente degli Stati Uniti è intervenuto, ha rilasciato dichiarazioni, ha incoraggiato i rivoltosi e ha persino parlato di fornire supporto militare".

"Questo ha chiaramente dimostrato che i recenti disordini sono stati una sedizione istigata dagli americani. Gli americani li hanno pianificati e, sulla base di 50 anni di esperienza, affermo con decisione ed esplicito che l'obiettivo dell'America è divorare l'Iran", ha ribadito.

Inoltre, ha sottolineato che fin dall'inizio della Rivoluzione islamica, "il dominio americano è stato smantellato sotto la guida dell'Imam Khomeini, ma fin dal primo giorno gli Stati Uniti hanno cercato di ripristinare la loro egemonia politica ed economica sull'Iran".

Ha aggiunto che queste azioni non sono limitate all'attuale amministrazione statunitense, ma riflettono la politica americana di lunga data.

"Gli Stati Uniti non possono tollerare un Paese con le caratteristiche, le capacità, la vastità e il progresso scientifico e tecnologico dell'Iran", ha osservato il Leader.

"Durante la recente sedizione, gli Stati Uniti hanno dipinto coloro che sono scesi in piazza per appiccare incendi, bruciare proprietà, causare danni, incitare disordini e compiere atti di distruzione come il popolo iraniano", ha denunciato, aggiungendo che questa è stata "una grave calunnia contro la nazione iraniana e tali azioni costituiscono un crimine".

Secondo Khamenei le ragioni da lui esposte sono ben documentate. Pertanto, sia gli Stati Uniti che il regime israeliano sono colpevoli.

Ha aggiunto che alcuni degli agenti dietro la sedizione erano individui identificati, addestrati e in gran parte reclutati da agenzie americane e israeliane.

"Erano stati istruiti su come diffondere paura, compiere atti di distruzione e sabotare l'ordine pubblico, e avevano anche ricevuto un consistente sostegno finanziario. Questi individui si erano presentati come leader."

Ha ricordato che le forze dell'ordine iraniane hanno svolto il loro ruolo in modo efficace e che un gran numero di questi elementi è stato arrestato.

"Non condurremo il Paese verso la guerra, ma non lasceremo impuniti i criminali nazionali e internazionali", ha sottolineato.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

ICE ferma cinque cittadini nativi a Minneapolis: quando l’“immigrazione” scambia i Primi Popoli per stranieri

 

Nelle ultime settimane Minneapolis e l’area Twin Cities sono diventate uno dei punti più tesi della nuova ondata di controlli federali: secondo Associated Press, il governo ha pianificato l’invio di circa 3.000 agenti e funzionari ICE in Minnesota, con segnalazioni di fermi e “traffic stops” in aumento attorno a St. Paul e Minneapolis.  

Dentro questo clima, è emerso un episodio che pesa come un simbolo – e che, per le comunità indigene, ha il sapore di un trauma antico che ritorna in forma moderna: almeno cinque persone indigene sarebbero state fermate o trattenute nonostante fossero cittadini statunitensi e/o legate a nazioni tribali. La ricostruzione più dettagliata è stata pubblicata da Indian Country Today (ICT) e rilanciata da emittenti locali.  

Perché questa storia è diversa dalle altre (e più grave)

Non è “solo” un caso di controlli eccessivi. Il punto è un cortocircuito che tocca la radice politica dell’America: un’agenzia di “immigrazione” che ferma persone indigene, cioè appartenenti – per storia e per diritto – alle nazioni originarie di quelle terre.

Ed è proprio qui che la frase “non sono immigrati” smette di essere uno slogan e torna ad essere una realtà giuridica e storica: dal 1924 il Congresso ha conferito la cittadinanza statunitense ai “non-citizen Indians” nati entro i confini degli Stati Uniti (Indian Citizenship Act).

Questo, però, non cancella (né dovrebbe cancellare) un’altra dimensione: la cittadinanza tribale e la sovranità delle nazioni indigene come ordinamenti distinti, su cui insiste anche la Native American Rights Fund.  

E allora la domanda che brucia è semplice: com’è possibile che, nel 2026, un cittadino nativo venga trattato come “sospetto straniero” fino a prova contraria?

Cosa sappiamo finora: i casi, uno per uno

1) Quattro membri Oglala Sioux trattenuti vicino a Little Earth

Secondo quanto riferito l’8 gennaio dal presidente tribale Frank Star Comes Out, quattro uomini – descritti come membri della Oglala Sioux Tribe – sarebbero stati detenuti a Minneapolis mentre vivevano senza fissa dimora sotto un ponte, nei pressi di Little Earth (East Phillips). Qui i dettagli contano: in base a quanto riportato, i loro nomi non erano immediatamente disponibili e la tribù ha attivato canali legali e istituzionali per capire dove fossero trattenuti.  Indian Country Today aggiunge un elemento ulteriore: almeno uno dei quattro sarebbe stato rilasciato dopo circa 12 ore, ma la comunità non riusciva ancora a ricostruirne con certezza gli spostamenti e la destinazione.  

Non è irrilevante che tutto avvenga nell’orbita di Little Earth, una realtà storica e simbolica: secondo il Minneapolis American Indian Center, Little Earth è un complesso abitativo HUD di 212 unità, fondato nel 1973, e viene presentato come l’unica comunità Section 8 con “Native preference” (preferenza per residenti American Indian/Native) negli Stati Uniti.

È un luogo dove l’identità non è ornamentale: è infrastruttura sociale, tutela culturale, rete di mutuo soccorso. Per questo, ogni presenza federale percepita come intimidatoria, lì attorno, ha un impatto amplificato.

2) Jose Roberto “Beto” Ramirez (20 anni): fermato l’8 gennaio al parcheggio di Hy-Vee, poi rilasciato

Il secondo caso è quello che più chiaramente mostra la dinamica “a colpo d’occhio”. Indian Country Today racconta che Jose Roberto “Beto” Ramirez, 20 anni, sarebbe stato fermato e trattenuto con forza in un parcheggio Hy-Vee dopo essere stato seguito da un SUV “blacked out”; Ramirez viene descritto come cittadino USA e discendente Red Lake Nation.   Secondo ICT, un video (ripreso dalla zia) mostrerebbe agenti che lo colpiscono e lo trascinano fuori dal veicolo. Ramirez racconta di aver provato più volte a dire di essere cittadino statunitense e discendente di una tribù riconosciuta, senza essere ascoltato.  

Nello stesso articolo, Ramirez afferma di essere stato portato al B.H. Whipple Federal Building a Minneapolis, di aver atteso ore al freddo, e di non aver avuto accesso adeguato a servizi basilari durante l’attesa. ICT riporta anche che, al momento della pubblicazione, non risultavano capi d’accusa per aggressione depositati contro di lui e che ICE non aveva risposto alle richieste di commento sul motivo della detenzione.  

Un dettaglio importante (e onesto) sul linguaggio: ICT specifica in nota redazionale di definire Ramirez “discendente Red Lake” perché i suoi bisnonni materni sarebbero stati entrambi membri iscritti (enrolled) della Red Lake Nation.  Questo distingue “discendenza” da “iscrizione tribale”, senza intaccare il punto centrale: anche in quel quadro, Ramirez è descritto come cittadino statunitense e non come “immigrato”.

3) Il tentativo di fermo a Rachel Dionne-Thunder e la “resistenza civile” di quartiere

La cronaca non finisce con quei cinque casi. Indian Country Today riporta che, la mattina di venerdì 9 gennaio, agenti ICE avrebbero fermato e interrogato (tentando un’azione di detenzione) Rachel Dionne-Thunder, descritta come Plains Cree e co-fondatrice dell’Indigenous Protectors Movement, vicino al Powwow Grounds coffee shop. Secondo il resoconto, Dionne-Thunder avrebbe scelto di restare in auto, richiamandosi a precedenti “Know Your Rights training”, e l’intervento di altre persone accorse dal locale avrebbe portato gli agenti ad andarsene.   

È un passaggio chiave perché mostra come questi eventi non si consumino solo “tra individuo e Stato”, ma dentro una geografia comunitaria: bar, strade, parcheggi, luoghi di ritrovo. Non è retorica: è la trama reale con cui una comunità urbana indigena prova a proteggersi.

Il contesto che pesa come una cappa: militarizzazione, proteste, paura

I casi dei cittadini nativi si innestano in un contesto più ampio di scontri, proteste e accuse istituzionali. AP descrive giorni di tensione e una reazione politica senza precedenti: Minnesota, Minneapolis e St. Paul hanno intentato causa contro il governo federale per fermare o limitare l’operazione, citando violazioni di diritti costituzionali e denunciando condotte aggressive.  Nello stesso pezzo, AP riporta che il DHS ha difeso l’operazione e ha dichiarato oltre 2.000 arresti “since December”, definendo la surge la più grande operazione di enforcement di ICE. In questo clima, anche la percezione quotidiana cambia: basta un’auto scura che segue, un lampeggiante, una domanda secca (“documenti”), e una persona può sentirsi – come dice Ramirez – “kidnapped”, rapita.  

Il nodo dei documenti: quando la cittadinanza diventa “condizionata”

Una parte decisiva del problema sta in ciò che viene riconosciuto come prova sufficiente, e in ciò che – secondo varie comunità – non viene più considerato valido.

L’11 gennaio la Oneida Nation (Wisconsin) ha pubblicato un Public Service Announcement in cui afferma di essere a conoscenza del fatto che agenti ICE non hanno accettato l’identificazione (ID) tribale come documento valido. Nello stesso testo, Oneida sottolinea di ritenere che le proprie tessere di membership dovrebbero essere accettabili e invita i cittadini a portare sempre con sé un’identificazione e a seguire linee guida pratiche “in auto” e “alla porta di casa”.  

Questo passaggio è più che tecnico: significa che, in strada, l’appartenenza tribale può essere trattata come un dato non immediatamente credibile – e quindi la persona viene spinta a produrre un surplus di prova, in una condizione spesso di stress, vulnerabilità o precarietà.

Ed è qui che la povertà diventa un accelerante: il caso dei quattro Oglala viene raccontato come legato a una situazione di senza dimora, dove la disponibilità immediata di documenti può essere intermittente.  

La risposta politica indigena: “non è un errore, è un attacco”

A livello istituzionale locale, la reazione è stata durissima. L’11 gennaio, membri del Native American Caucus del Parlamento del Minnesota hanno diffuso un comunicato che collega direttamente i fermi di cittadini indigeni a una logica di profilazione e a un’offesa alla sovranità e alle “garanzie del giusto processo”; il testo insiste sull’“ironia crudele” di popoli indigeni trattati come outsider nelle loro terre e chiede trasparenza e indagini.   

Qui va letta una cosa con chiarezza: la politica indigena non sta parlando solo di “abusi individuali”. Sta dicendo che, quando lo Stato ferma un cittadino nativo perché “sembra straniero”, si riattiva un dispositivo coloniale: l’idea che l’indigeno debba sempre rendere conto della propria presenza, come se fosse provvisoria.

Non è solo Minneapolis: segnali di un clima più largo

Questo capitolo si inserisce in un racconto nazionale che, da settimane, parla di fermi contestati, stop in strada, e accuse di profiling. A dicembre 2025, per esempio, The Guardian ha riportato la denuncia della congresswoman Ilhan Omar, somalo-americana, secondo cui suo figlio sarebbe stato fermato da agenti ICE e rilasciato dopo aver mostrato il passaporto, sullo sfondo di un’operazione federale in Minnesota descritta come mirata a specifiche comunità.  Non è la stessa storia dei cittadini nativi, ma contribuisce a definire la cornice: controlli estesi, percezione di arbitrarietà, e comunità che imparano a muoversi come in una zona d’allerta.

Cosa stanno consigliando le nazioni tribali

Senza trasformare un articolo in un manuale legale, c’è un dato giornalistico importante: alcune nazioni tribali stanno già distribuendo linee guida “da frigorifero e da auto”.

Dalla Oneida Nation:

  • portare sempre un documento di identificazione;
  • mantenere un comportamento calmo, senza “aumentare le tensioni”;
  • coinvolgere, se necessario, la polizia tribale per assicurare che l’interazione sia “lawful”.

La domanda finale, quella che resta in gola

Se un controllo si regge su presunzioni visive – su pelle, tratti, contesto sociale – allora non è più “sicurezza”. È un sistema che decide chi appartiene e chi deve dimostrarlo.

E quando a doverlo dimostrare sono i popoli originari, la ferita non è solo individuale. È storica. È politica. È spirituale.

Fonti (selezione essenziale)

  • Indian Country Today: ricostruzione dei cinque fermi e caso Ramirez, con dettagli, timeline e dichiarazioni.  
  • CBS Minnesota: conferma del caso dei quattro Oglala vicino a Little Earth e contatti istituzionali.  
  • Associated Press: invio di ~2.000 agenti; causa di Minnesota/Minneapolis/St. Paul; dati su arresti e definizione dell’operazione.  
  • Oneida Nation (comunicato ufficiale): “tribal ID non accettato”, linee guida ai cittadini.  
  • Minnesota House of Representatives (comunicato Native American Caucus).
  • National Archives / Visit the Capitol + NARF: Indian Citizenship Act e quadro “tribal citizens & U.S.”  
  • Minneapolis American Indian Center (scheda su Little Earth).  
  • AP News
  • Axios
  • The Guardian

 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Radio Gaza: “Ultimatum ad Hamas e carestia pianificata”

 

Uno dei concetti autoctoni più arditi che siano emersi in questi 5 mesi di messaggi vocali riportati da Gaza è quello che dà il titolo al documentario “Gaza ha vinto” che proietteremo mercoledì prossimo 21 febbraio a Napoli alle 18.30 presso il cinema Mater Dei, Calata Fontanelle 3.

Secondo le persone a Gaza, Gaza ha vinto per davvero. Perché dal genocidio e dalla possibile evacuazione forzata dell’intera popolazione si è passati al piano Trump che si colloca come un disperato tentativo di governance sulla Striscia. 

Tra i due scenari ci sono 2 milioni di Palestinesi di differenza, che sono ancora fisicamente  vivi all’interno della Striscia.

In quali condizioni lo abbiamo visto.

D’accordo. Ma dare la riviera di Gaza ormai come realtà è un esercizio di pigrizia, intellettuale e soprattuto morale. 

Mentre stiamo registrando questa puntata il mondo attende a ore l’annuncio di Trump sulla composizione del “Board of Peace”, il Comitato di Pace per la Striscia.

Girano già diverse indiscrezioni ma i più commentano che il ritardo dell’annuncio sia dovuto all’imminente attacco americano sull’Iran.

Ad ogni modo, Nikolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, sarebbe stato scelto come direttore generale di questo comitato.

Gli altri nomi sono al momento sconosciuti (l’annuncio, giunto nel frattempo, comprende i seguenti nomi: L'ex primo ministro britannico Tony Blair, il segretario di Stato americano Marco Rubio, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert Gabriel, iIl miliardario e amministratore delegato di Apollo Global Management Marc Rowan, il presidente della Banca mondiale Ajay Banga, il politico bulgaro ed ex inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente Nickolay Mladenov, che rappresenterà il consiglio sul campo).

Verrà anche nominato un comitato tecnico palestinese per la gestione della parte amministrativa della Striscia. 

Hamas e il gruppo rivale Fatah, avrebbero entrambi approvato l'elenco dei membri, secondo fonti egiziane e palestinesi.

Qualche dubbio in più rimane invece a proposito della composizione della Forza Internazionale di Stabilità. Alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, si sono detti pronti.

Abbiamo persino una dichiarazione a riguardo dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, Kaja Kallas, la quale ha dichiarato: "La situazione è estremamente grave. Hamas continua a rifiutarsi di disarmare e sta bloccando la fase successiva del piano di pace. Allo stesso tempo, Israele sta seriamente compromettendo l'accesso agli aiuti umanitari limitando le ONG internazionali”.

Una prece per il travaglio interiore vissuto dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea. Dover dar retta a due padroni diversi che hanno idee opposte non è facile.

Tuttavia sono i Paesi musulmani ad avere le maggiori riserve. La frase del piano di Trump che non è loro chiara è la seguente: “man mano che la forza stabilisce il controllo e la stabilità, le forze di difesa israeliane si ritireranno dalla Striscia di Gaza sulla base di standard, tappe fondamentali e tempistiche legati alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le parti specificate”.

E’ questo “man mano” a non essere chiaro. Israele al contrario è stato a più riprese esplicito sull’argomento: si ritirerà da Gaza solo dopo il disarmo di Hamas. Quindi, non è difficile capire che non appena queste forze entreranno a Gaza si troveranno esattamente a metà strada tra Israele e la Resistenza palestinese. Per altro nessuno di questi Paesi musulmani vuole incaricarsi del disarmo di Hamas, ma ancora meno finire sotto i colpi di Israele.

“Questo è un gioco di pazienza e ragione”, ha affermato Hakan Fidan, ministro degli esteri della Turchia, unico Paese sul quale Israele ha messo il veto. 

Pazienza e ragione. Intanto Israele ha informalmente lanciato un ultimatum ad Hamas: “o disarmate entro 2 mesi o le armi veniamo a prenderle noi”.

Difficile, non essendoci riusciti dopo 2 anni di bombe indiscriminate e dopo 70mila vittime civili.

Ma, del resto, tra 2 mesi chissà come sarà il mondo.

Il testo che segue è una corrispondenza da Gaza Città tratta dalla ventesima puntata di “Radio Gaza” disponibile a questo link: 

<<Netanyahu, di fronte alla Knesset, ha dichiarato con orgoglio di voler dare un avvertimento che scadrà tra 60 giorni, poi farà riprendere la guerra. In questi 60 giorni lui vuole che Hamas consegni le proprie armi. Vuole vedere i camion carichi di armi lasciare la striscia di Gaza dirette verso le forze internazionali che poi entreranno nella striscia per monitorare il cessate il fuoco e l'accordo di Trump composto da 20 punti. 

Questa faccenda, e queste dichiarazioni avranno un enorme impatto nei mercati della striscia di Gaza a partire da domani mattina. Noi speriamo che la guerra non ritorni, però la gente comincerà ad acquistare contanti, e chi non lo possiede non sarà in grado domani di mangiare, proprio perché i prezzi riprenderanno ad alzarsi. 

I commercianti sfrutteranno la paura della gente causata dalle dichiarazioni di Netanyahu, e riprenderanno ad alzare vertiginosamente i prezzi, e da qualche giorno pare che Israele abbia lanciato un segnale ai commercianti con cui cooperano. Hanno iniziato ad alzare i prezzi di alcuni beni essenziali come lo zucchero o la farina, come ai tempi della carestia. 

Oggi siamo di fronte a un enorme problema legato al mercato e alla disponibilità di cibo. La carestia non è finita, la morte per fame non si arresta, e noi stiamo entrando in una nuova fase in questa difficile ricerca dei beni essenziali, o nell'acquisto di un pasto. 

Aspetteremo domani e ti farò vedere il livello di prezzi, quali sono i prezzi che sono aumentati, e quali prezzi sono rimasti stabili, però nella giornata di oggi, 1 kg di zucchero costa molto di più di quanto costasse prima, ossia 5 Shekel, o meglio 2 euro, oggi costa 5 euro. I prezzi di alcuni beni hanno iniziato ad alzarsi già da stasera, vedremo cosa succederà ai restanti prezzi. 

Speriamo che i prezzi non si alzeranno un’altra volta, perché siamo impossibilitati ad acquistare cibo. Dopo averti mandato gli ultimi messaggi, il mio cellulare ha squillato. Era uno dei tizi che vivono qui vicino, chiedeva del pane, anche marcio, perché da qualche giorno non riesce a trovare cibo per i suoi figli. 

I poveri qui fanno la fame, e nessuno qui si occupa di loro, solo perché i valichi sono aperti e alcune merci riescono ad entrare, e il mondo crede che la carestia sia finita. No, la carestia continua, ed è un carestia pianificata. Di fronte al mondo ci sono valichi aperti, però non entra granché. Non entrano beni essenziali, solo beni secondari, cosi aumenta la povertà e la carestia continua, e cosi i poveri rimangono in attesa di ricevere pane marcio da dare ai propri figli>>.

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

FB: RadioGazaAD

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

L'economia Usa cola letteralmente a picco

 

di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

 

Donald Trump pur non disvelando il problema e la sua entità non ha mai nascosto che l'elemento cruciale della propria azione politica è il riequilibrio della bilancia commerciale con il resto del mondo e, di conseguenza, anche un graduale rientro dei conti nazionali comprensivi dei flussi finanziari in entrata e in uscita dagli USA. E' stato così fin dal suo primo mandato, del quale ricordiamo le violentissime polemiche (e minacce) rivolte all'Unione Europea, accusata (non a torto) delle peggiori nefandezze in materia di concorrenza sleale. In particolare, a ricevere gli strali di Trump fu la Germania della Merkel grande creditore americano e detentrice di enormi surplus finanziari.

Con l'avvento di Joseph Biden alla Casa Bianca, i toni verso l'Europa cambiarono notevolmente sul piano verbale e delle relazioni di facciata ma, nella sostanza, i rapporti tra le due sponde dell'Atlentico peggiorarono enormemente. Innanzitutto, la Casa Bianca fece deflagrare in guerra aperta la crisi del Donbass obbligando Kiev a trasferire grandi  contingenti dell'esercito verso le regioni ribelli per una spedizione punitiva e la loro riconquista. Fatto che spinse i russi ad entrare direttamente in campo per proteggere le due repubbliche di Donetsk e Lugansk.

Un conflitti che – come scrissi all'epoca su l'AntiDiplomatico – era da considerarsi come l'omicidio (quasi) perfetto dell'Unione Europea perpetrato dall'amministrazione Biden: infatti a causa di questa guerra i paesi europei furono costretti a comminare sanzioni rovinose contro la Russia che ben presto si rivelarono autodistruttive a causa delle perdita delle materie prima che Mosca forniva copiosamente a prezzo “politico” e alla perdita dell'accesso al mercato russo.  In definitiva le sanzioni si rivelarono l'ordigno che ha distrutto la competitività europea nei mercati mondiali e dunque anche nei confronti delle merci americane.

Come se non bastasse, l'amministrazione Biden introdusse nell'ordinamento giuridico americano una misura, l'Inflaction Reduction act che, sostanzialmente, aveva l'obbiettivo di favorire gli investimenti produttivi sul suolo americano delle imprese europee (ma anche del sud-est asiatico a partire da Taiwan).

Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato si è tornati, su questo tema, ai vecchi toni polemici del primo mandato, ma accompagnati da una potentissima guerra commerciale scatenata contro il resto del mondo.  Ricordiamo tutti i fortissimi dazi annunciati contro i paese che, a dire di Trump (non a torto), facevano concorrenza sleale alle imprese a stelle e strisce. Ovviamente in prima fila c'erano gli europei e naturalmente la Cina Popolare di Xi.

A questa furibonda guerra commerciale il Dipartimento di Stato affiancò un secondo binario, quello di trattative con i paesi ritenuti sleali. Ricordiamo tutti, la resa dell'Europa, rappresentata plasticamente dalla genuflessione della von der Layen a Trump nel suo campo da golf scozzese. Non solo, Trump, nella sua strategia intraprese un tour diplomatico nelle petromonarchie del Golfo Persico riuscendo a ottenere promesse di investimenti da migliaia di miliardi di dollari complessivi dall'Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati. Dunque, una strategia complessa tendente da un lato (quello europeo e magari dell'estremo oriente) a diminuire il gap commerciale americano ma dall'altro lato (quello del Golfo Persico) ad attrarre cospicui investimenti, così da non veder ridurre il fondamentale flusso di investimenti verso gli USA.

Una strategia, mi permetto di dire, intelligente, complessa e ben strutturata che in teoria avrebbe dovuto avere successo, sebbene ciò poteva avvenire nel medio e lungo periodo. Come si sa, riassestare i conti con l'estero è una impresa titanica e difficilissima anche se il paese in difficoltà sono gli Stati Uniti.

Infatti, nonostante gli sforzi titanici di Trump e di tutto il suo staff le cose stanno peggiorando a vista d'occhio. Con un report di ieri, la Bea (US Federal Boureau of Economics Analysis) ha annunciato che la posizione finanziaria netta (NIIP, Net International Investment Position) degli USA è crollata al suo peggior risultato di sempre a ben 27610 miliardi di dollari.




Si tratta di una cifra incommensurabile, anche per gli USA. Basti pensare, giusto per fare un esempio a noi vicino, che quando l'Italia fu commissariata da Mario Monti il passivo della posizione finanziaria netta  (NIIP) era di “appena” 300 miliardi di euro. Una cifra che ormai gli USA perdono in 15 giorni.

Ricordo, che in sostanza il NIIP è la differenza tra gli investimenti esteri in USA e gli investimenti americani nel resto del mondo. Un passivo di questa portata ci indica due cose: la prima è che l'economia USA è sostanzialmente dipendente dai capitali esteri e la seconda è che il sistema finanziario americano (a partire da Wall Street) è completamente esposto agli umori degli investitori internazionali; in altri termini,  un deflusso di capitali esteri (una “fuga di capitali” per usare una terminologia popolare) causerebbe probabilmente il crollo di Wall Street e la crisi del sistema bancario statunitense. Anche con l'intervento “provvidenziale della FED” che inonderebbe il mercato di liquidità. Le cifre necessaria potrebbero essere troppo alte anche per la banca centrale americana che potrebbe dover scegliere tra salvare il dollaro e salvare il sistema finanziario!

Come si uscirà da questa situazione? I modi sono due, o gli USA accettano un ridimensionamento sostanzialmente cedendo il proprio impero e ridimensionando la loro smisurata e costosissima macchina da guerra che ormai costa all'anno 1000 miliardi di dollari (oltre ai 500 miliardi all'anno di benefits per i veterani delle forze armate) oppure innescano un grande conflitto nel quale si brucino i libri contabili.

A sentire gli annunci di Trump che vuole continuare ad aumentare le spese militari e soprattutto vuole mettere le mani sulla Groenlandia (peraltro sfilandola ad un vassallo europeo, la Danimarca) viene il dubbio che a Washington le scelte fondamentali siano state fatte. Anche se l'estensore dell'articolo, ovviamente spera di sbagliarsi.

  •  

La Casa Bianca svela i nomi del consiglio esecutivo del "Board of Peace" di Gaza

 

Venerdì la Casa Bianca ha annunciato i nomi dei membri del "Board of Peace" della Striscia di Gaza, nonché il capo del Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza (NCAG), nell'ambito del presunto piano in 20 punti del presidente Donald Trump per porre fine alla guerra genocida di Israele sul territorio.

Il Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza (NCAG) sarà guidato dal dott. Ali Sha'ath, ex viceministro palestinese dell'Autorità Nazionale Palestinese, ha affermato la Casa Bianca in una nota.

La Casa Bianca ha descritto Sha'ath come "un leader tecnocratico ampiamente rispettato che supervisionerà il ripristino dei servizi pubblici, ricostruirà le istituzioni civili e stabilizzerà la vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per una governance a lungo termine".

Chi siede nel proposto Consiglio per la pace e nel Consiglio esecutivo di Gaza?

La dichiarazione ha anche annunciato un comitato esecutivo a supporto della governance e dei servizi, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan; l'inviato speciale di Trump Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner; l'ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair; il ministro di Stato per la cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti (EAU) Reem Al-Hashimy, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il capo dell'intelligence egiziana Hassan Rashad; il diplomatico bulgaro con sede negli Emirati Arabi Uniti ed ex inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov; l'imprenditore cipriota-israeliano Yakir Gabay e la politica olandese Sigrid Kaag.

Il Comitato Esecutivo che guiderà il Consiglio per la Pace sarà presieduto da Trump. Tra i membri figurano il Segretario di Stato Marco Rubio, Witkoff, Kushner, Blair, il miliardario Marc Rowan, il capo del Gruppo della Banca Mondiale Ajay Banga e il consigliere politico statunitense Robert Gabriel.

Mladenov ricoprirà il ruolo di Alto Rappresentante per Gaza, collegando il Board of Peace con il NCAG, mentre il Maggior Generale Jasper Jeffers comanderà la Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF).

Gli Stati Uniti hanno inoltre nominato Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum come consiglieri senior del Board of Peace, per supervisionare "la strategia e le operazioni quotidiane".

Ulteriori membri del Comitato esecutivo e del Comitato esecutivo di Gaza saranno annunciati nelle prossime settimane, si legge nella nota.

Ciò è avvenuto dopo che Witkoff ha annunciato mercoledì l'inizio della seconda fase del piano di cessate il fuoco per Gaza, affermando che l'attenzione si sposterà sulla smilitarizzazione, sulla governance tecnocratica e sulla ricostruzione.

Il cessate il fuoco è entrato in vigore a ottobre. La sua prima fase ha interrotto la guerra, ha consentito un ritiro parziale israeliano, ha facilitato lo scambio di ostaggi israeliani con centinaia di palestinesi detenuti in Israele e ha consentito l'ingresso di aiuti umanitari limitati a Gaza, sebbene l'accordo richiedesse il pieno accesso.

La seconda fase prevede il ritiro completo di Israele, il disarmo di Hamas, l'invio di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) e l'istituzione di un comitato "tecnocratico" palestinese per governare temporaneamente Gaza.

I palestinesi hanno affermato che Israele ha ripetutamente violato il cessate il fuoco, che ha fatto seguito alla guerra che ha causato la morte di oltre 71.000 persone, per lo più donne e bambini, e il ferimento di oltre 171.000 persone dall'ottobre 2023.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dalla tregua sono stati uccisi circa 450 palestinesi e più di 1.200 sono rimasti feriti.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

La forza bruta di Trump e Musk

 

di Michele Blanco

L’occidente nel corso degli ultimi 500 anni doveva convincere i popoli del mondo che era la parte “migliore” del mondo per leggi, economia e forza militare, anche quando costruiva imperi coloniali e di sfruttamento bestiale dei popoli che ha conquistato. Nel fare questo ha utilizzato i servizi della gleba europea, più spesso aveva schiavi esterni, sotto forme di dominio differente. Dal 1945 in avanti l’occidente ha puntato a rappresentare la forma più elevata di rapporto potere-popolo, la democrazia che doveva essere il modello per tutti, anche per popoli che non avevano mai conosciuto la democrazia rappresentativa. Anche le monarchie erdeditarie diventano democratiche, come quella inglese che possedeva territori immensi, dall’Australia all’India, al Canada. O quella della piccola Danimarca, nazione con meno abitanti della Lombardia che finora ha posseduto l’immensa isola di Groenlandia, fin dagli antichi insediamenti vichinghi.

Oggi questa iperbolica invenzione di gestione di due identità, popolo e territorio, sta completamente liquefandosi, come ci ha descritto Zygmunt Bauman. D’altra parte se la società, anche degli Stati democratici, il suo insieme di valori: Morali, economici, politici, sono liquidi lo diventa inevitabilmente anche la sua forma di governo. Oggi nel secondo mandato presidenziale dell’era Trump l’occidente, ex democratico, corre per una nuova forma di governo, che potremmo definire come la “Crazia”, dove non c’è più il popolo ma solo il potere, in cui il popolo passa da attore politico a spettatore, ovviamente pagante, come si paga tutto in questo mondo formatosi dopo l’avvento dell’ideologia del neoliberismo, oggi arrivata al suo ultimo terribile stadio.

Questa fusione di vocaboli (crasi) tra demos e crateos è una evoluzione del potere della comunicazione, anch’essa separata dall’informazione, che viene sostituita da piattaforme di contenuti assolutamente manipolati e preconfezionati. Il demos interessa solo in quanto utente, cliente pagante di una piattaforma o di un mezzo di comunicazione, come il caso di Starlink per il popolo iraniano.  Non in quanto partecipante attivo. Per iperbole era più democratico Goebbels, che rendeva partecipanti attivi, tramite la propaganda, la maggioranza dei tedeschi. Oggi le maggioranze non servono, gli artefici elettorali servono a questo, a rendere vincenti delle minuscole minoranze, con il mito della governance che sostituisce la rappresentanza politica nata alla base dei principi nati con la Rivoluzione Francese. Dal cogito ergo sum al sum quindi voto.

Oggi in Occidente, in tutti gli Stati democratici ormai solo formalmente, sempre meno aventi diritto vanno a votare, rendendo inutile lo stesso concetto di demos, sostituito dai focus e dai sondaggi. È la governance dei focus group, delle piccole nicchie elettorali, che costano complessivamente poco, rispetto agli interessi collettivi che vengono, ormai, completamente elusi. Questo lascia enormi margini di risorse per fare altro, per gestire interessi particolari. 

Facciamo un esempio, il dividendo che vuole Musk, esentasse possibilmente, dai suoi azionisti è di mille miliardi di dollari, praticamente quanto 40 finanziarie italiane da destinare ad una sola persona, cioè a lui. E questo nemmeno a fronte di enormi utili, ma solo per puro e semplice esercizio di potere. Il potere dell’immaginario collettivo, come una serie televisiva su Netflix da guardare, volete lo spazio ve lo do, anche se ancora non c’è, volete America First o il peggior bar di Caracas, ve lo concedo. Ci viene pure la Groenlandia, perché la vogliamo. Certo il Canada sarà più duro da comprare, e si romperebbe definitivamente il rapporto con una nazione militare da molti anni alleata, il Regno Unito. E sarebbe la fine della Nato. Ma oggi tutto è possibile. Su Netflix à la carte trovi che tutto è già stato scritto.

I popoli occidentali fanno da spettatori, ovviamente paganti, mentre gli Stati orientali e molti del sud del mondo continuano a cercare strade nuove, ideologicamente, quell’ideologia, la costruzione del pensiero critico e costruttivo, che noi cosiddetti occidentali abbiamo perso. L’abbiamo sostituita con un ircocervo folle, una vera e propria fusione di potere senza controllo democratico e la pura pazzia: La Crazia. Non è nemmeno una novità, abbiamo avuto già Nerone, il quale incendiò Roma. A breve qualcuno, nella sua folle vanità, inizierà ad appiccare il fuoco, che oggi potrebbe essere anche una guerra nucleare.

A tutti noi toccherà bruciare o provare a spegnere il fuoco prima possibile.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Sul "Né Trump, né Khamenei!"

 

di Leonardo Sinigaglia

 

"Né Trump, né Khamenei!" L'ennesima posizione vigliacca e complice della sinistra occidentale.

Filiazioni della CIA come il KKE, la minoranza del PCV o il trotskistume vario sono solite prendere posizioni "nénéiste", spacciandole per "rivoluzionarie". Si tratta in realtà di posizioni intellettualmente pigre e infami, che ti allineano di fatto all'imperialismo, l'unico imperialismo che esiste oggi nel mondo reale, ossia quello degli Stati Uniti.

La retorica degli "opposti imperialismi" non è altro che la cattiva digestione di scritti di Lenin vecchi di un secolo che descrivevano una situazione profondamente diversa da quella attuale. Chi la sostiene si diverte a fare il cosplayer del bolscevico del 1914, non capendo che in realtà appare solo come una prostituta degli USA del 2026. 

"Eh, ma i compagni del Tudeh dicono..."

Di quello che possono dire i "compagni del Tudeh" non me ne frega nulla. Se non sei in grado di vedere la realtà per come è, se continui a riproporre analisi e condotte completamente errate non saranno le falci e martello appiccicate sui simboli a darti credibilità. Io non faccio il tifo per i "comunisti", non è il colore rosso a darti ragione, né il nome del partito mi spinge ad essere indulgente: se stai dalla parte dell'imperialismo, anche in buona fede, sei un nemico. Non sei un "compagno che sbaglia", ma un meschino nemico dell'Umanità alla pari di qualsiasi miliziano dell'Azov o agente del Mossad.

"eh, ma la lotta di classe..."

La lotta per la costruzione di un mondo multipolare E' espressione della lotta di classe. Non è "scontro tra potenze", non è "spartizione del mondo", ma il faticoso emergere di una nuova architettura internazionale in cui le forze della borghesia imperialista NON SONO PIU' dominanti. E' l'estensione su scala globale di un regime di "nuova democrazia". A guidarla, infatti, ci sono in prima fila paesi socialisti e paesi in cui i partiti comunisti esercitano un ruolo chiave nello Stato, e a fare affidamento su di essa sono le masse popolari di tutto il mondo. Chi ha più chiari gli interessi dei lavoratori, il Partito Comunista Cinese, il Partito Comunista Cubano, quelli vietnamita e laotiano o qualche gruppuscolo di fricchettoni che a stento riesce ad eleggere un rappresentante d'istituto in un liceo di Roma? 

"Ma l'Iran non è socialista!"

E chi se ne frega. Non è l'usare o meno la falce e martello a rendere un paese "socialista", né il non essere socialista esclude a prescindere la possibilità di ricoprire un ruolo rivoluzionario e progressivo. La Rivoluzione del 1979 è stata sicuramente una rivoluzione nazional-borghese, guidata dalla piccola borghesia dei bazar e dal clero sciita, ma il regime che ne è nato ha sempre visto, proprio grazie ai canali offerti dalla peculiare struttura islamico-rivoluzionaria, ampi spazi di partecipazione per le masse popolari, soprattutto tramite organizzazioni politico-militari come il Basij e le Guardie Rivoluzionarie. 

A guidare il paese non è la classe lavoratrice, ma una figura "cesaristica" come Khamenei che media gli interessi della borghesia nazionale, della piccola borghesia e dei salariati, con una fortissima legittimazione popolare.

Parte della grande borghesia iraniana ha da decenni scelto di cercare di fare il "salto di qualità", barattando l'indipendenza del paese con le rendite garantite dall'imperialismo. Questa classe comprador, che manda i propri figli a studiare all'estero, che sostiene la "normalizzazione" con gli Stati Uniti e che è ostile al programma nucleare è raccolta attorno a diversi esponenti del mondo riformista, che, non ha caso, hanno sempre portato avanti politiche neoliberali.

Le recenti manifestazioni sono nate per motivi socio-economici, causati dall'embargo e dalle politiche perseguite dai riformisti, ed erano guidate da esponenti dei "conservatori". E' solo in una seconda fase, grazie all'intervento dei terroristi etno-separatisti e degli agenti occidentali, che queste sono degenerate in rivolte sanguinose. In quest'ultima fase a guidarle politicamente non erano né gli operai, né i commercianti dei bazar, ma la borghesia compradora attraverso gli agenti stranieri, i militanti monarchici e gli estremisti curdi. 

"Però il regime della Repubblica Islamica non va bene..."

Non spetta a noi dirlo, non spetta a noi giudicare. Ogni popolo ha diritto ad organizzarsi in maniera coerente con il proprio percorso storico, le proprie esigenze e la propria civiltà. Ciò che possiamo fare, ciò che dobbiamo fare, è sostenere le tendenze realmente progressive che si contrappongono materialmente alla reazione. Ossia, in questo caso, sostenere l'ala genuinamente anti-imperialista dello scenario politico iraniano contro chi vorrebbe vendere il paese agli USA.

"Eh, ma se fossi un comunista iraniano perseguitato non la penseresti così"

I comunisti sono stati perseguitati in Iran perché hanno agito come quinta colonna, collaborando con gli USA, con Israele e persino con l'Iraq di Saddam durante la guerra 1980-1988. E questo ancor prima di qualsiasi opposizione da parte della autorità religiose nei confronti dell'ateismo o di altre posizioni che i comunisti iraniani potrebbero aver espresso. 

Se io fossi un comunista iraniano non andrei in giro con bandiere rosse, non chiamerei alla rivoluzione contro Khamenei, ma lavorerei di concerto a ogni gruppo politico e sociale anti-imperialista per ridurre al minimo l'influenza dei comprador. 

La lotta di classe esiste in Iran come in ogni paese, gli operai iraniani sicuramente vengono sfruttati. La contraddizione principale che vivono non è però quella con i loro padrone, ma quella tra l'imperialismo e la sovranità nazionale. I loro interessi sono necessariamente opposti rispetto a quelli del regime egemonico statunitense.

La lotta tra le forze patriottiche iraniane e i capitolazionisti filo-americani è una manifestazione della lotta di classe. Essa potrà essere vinta solo se le classi popolari sapranno guidarla. E questo può essere fatto solo all'interno della cornice istituzionale della Repubblica Islamica.

Tutto il resto è chiacchiericcio da fiancheggiatore del Mossad.

  •  

Nobel a Trump, politici ed esperti norvegesi: "Gesto vergognoso e senza senso" di Machado

L’atto dell'estremista e golpista dell’opposizione venezuelana María Corina Machado (ci rifiutiamo di definirla leader visto lo scarso apprezzamento di cui gode in Venezuela come confermato dallo stesso Trump), che ha consegnato al presidente statunitense Donald Trump la medaglia del Premio Nobel per la Pace ricevuta solo lo scorso dicembre, ha provocato un’ondata di indignazione in Norvegia, paese custode di quello che veniva considerato nel passato un prestigioso riconoscimento. La scena, dove Trump ha l’onorificenza tra le mani, è stata definita "un colpo basso indegno" da Sigurd Falkenberg Mikkelsen, giornalista che si occupa degli esteri per l’emittente pubblica NRK, in un articolo dedicato alla vicenda.

Le reazioni nel mondo politico e intellettuale norvegese sono state immediate e durissime. Raymond Johansen, ex sindaco di Oslo, ha bollato il fatto sui social come "incredibilmente vergognoso e dannoso per uno dei premi più riconosciuti e importanti al mondo". Critiche condivise da numerosi esperti e commentatori, che hanno parlato di un gesto "vergognoso, patetico, inaudito, irrispettoso, assurdo e senza senso".

Janne Haaland Matlary, analista politica ed ex segretaria di Stato al Ministero degli Esteri norvegese, ha sottolineato come l’accaduto sia "totalmente inaudito" e dimostri "mancanza di rispetto verso il Comitato Nobel e il valore del premio". Ha inoltre aggiunto, in modo perentorio, che si tratta di "un atto senza senso, perché un premio non si può regalare". Trygve Slagsvold Vedum, leader del Partito di Centro, ha colto l’occasione per un giudizio sull’inquilino della Casa Bianca: "Il fatto che Trump accetti la medaglia dice molto di lui come persona: un classico spaccone che si adorna con i meriti e il lavoro altrui".

Secondo il professor Leiv Marsteintredet dell’Università di Bergen, la mossa di Machado aveva uno scopo puramente strumentale: ingraziarsi Trump nella speranza di un sostegno più solido dopo il fallito colpo di Stato del 3 gennaio contro il presidente legittimo del Venezuela, Nicolás Maduro. Un calcolo che sembra essere fallito, dato che lo stesso Trump, dopo il sequestro di Maduro, ha dichiarato che per l’oppositrice "sarebbe molto difficile" guidare il Venezuela per mancanza di supporto interno.

La polemica ha spinto persino il partito di sinistra Rødt a chiedere la rimozione dei membri del Comitato Nobel che assegnarono il premio alla Machado, sostenendo che la decisione abbia politicizzato e svilito l’onorificenza. "Ora il Premio Nobel per la Pace pende nell’ufficio di Donald Trump, una conseguenza prevedibile della scelta del Comitato", ha affermato il portavoce esteri Bjørnar Moxnes.

Sul piano formale, il Comitato Nobel norvegese ha precisato in una dichiarazione su X che, sebbene una medaglia fisica possa cambiare proprietario, il titolo di vincitore del Nobel non è trasferibile, revocabile o condivisibile. La decisione, hanno ribadito, "è definitiva e rimane per sempre". Una presa di distanza netta da uno spettacolo che ha offuscato, secondo l’opinione pubblica norvegese, la dignità di un simbolo mondiale della pace.

The #NobelPeacePrize medal.

It measures 6.6 cm in diameter, weighs 196 grams and is struck in gold. On its face, a portrait of Alfred Nobel and on its reverse, three naked men holding around each other’s shoulders as a sign of brotherhood. A design unchanged for 120 years.

Did… pic.twitter.com/Jdjgf3Ud2A

— Nobel Peace Center (@NobelPeaceOslo) January 15, 2026

  •  

Una intera “armata” NATO di 30 uomini a difesa della Groenlandia contro gli USA


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico



Non c'è niente da ridere. Lo hanno fatto davvero. Qualcuno ne dubitava; ma loro sono andati avanti, petto in fuori e sguardo marziale fisso in avanti. A sprezzo del ridicolo, in cinque o sei paesi NATO sono riusciti a mettere insieme ben trenta soldati: dicansi trenta; una forza militare “con cui fare i conti!” e l'hanno spedita in Groenlandia, per una gita di un paio di giorni, tre al massimo. Un “intero plotone” (!) che, proprio come ironizzava nei giorni scorsi Aleksandr Rostovtsev, è impegnato in una marcia trionfale in alta uniforme, sul ghiaccio e l'aurora boreale sullo sfondo: un figurone al telegiornale e indici di gradimento alle stelle per Macron e Merz. 

L'esiguità del numero di ufficiali e la toccata e fuga sul ghiaccio della Groenlandia viene giustificata col pretesto che l'operazione “Overlord” del XXI secolo, effettuata non con migliaia di bastimenti e mezzi da sbarco, ma col volo di un un singolo aereo da trasporto, serve non tanto a insediare forze NATO nella “Normandia” artica, quanto a studiare il terreno per le prossime esercitazioni militari “Arctic Fortitude” da svolgere sull'isola e mostrare così il “muso duro” europeista alle pretese trumpiane. Unico paese, al momento, a prendere la cosa un po' più sul serio, i Paesi Bassi, che parlano della necessità di schierare la marina, caccia F-35 e forze di terra. Ma, a oggi, sono solo parole.

Questo “pugno di ferro” europeista dovrebbe rappresentare la risposta ai risultati dei colloqui alla Casa Bianca tra i ministri degli esteri danese Lars Lokke Rasmussen e groenlandese Viviane Motzfeldt col vicepresidente USA Vance e il segretario di stato Rubio e da cui è risultato che Donald Trump non ha alcuna intenzione di abbandonare l'idea di "acquisire" l'isola.

Operativamente, pare che verrà creato un gruppo USA-Danimarca per «affrontare le preoccupazioni degli Stati Uniti in merito alle questioni di sicurezza della Groenlandia», che sarebbe messa in pericolo, ca va sans dire, da Russia e Cina. 

Il Ministero della difesa danese ha dichiarato che l'esercito è tenuto a difendere il territorio del regno, compresa la Groenlandia, in caso di attacco armato, indipendentemente da chi lo compia, foss'anche un alleato della NATO. Il problema, nota Maksim Plotnikov su Komsomol'skaja Pravda, è che fino a poco tempo fa, sull'isola erano di stanza non più di 150 soldati danesi, dal momento che l'intero concetto di difesa era concepito come supporto di forze NATO. Ma Trump è netto: «Ehi, voi della NATO, dite alla Danimarca di sgombrare subito dalla Groenlandia! Due slitte coi cani non bastano! Solo gli Stati Uniti sono in grado di  gestire la cosa!».

In breve, i leader europei, scrive Vladimir Kornilov su RT, stanno rilasciando baldanzose dichiarazioni sull'invio di ufficiali sull'isola, anche se non è del tutto chiaro da chi e come questo “potente contingente” intenda difendersi. Vien detto che “gli alleati” dovranno difendere la Groenlandia "dai russi e dai cinesi", nonostante che, d'altro lato, venga proclamato che le affermazioni di Trump sulle "navi russe e cinesi" che si aggirano intorno all'isola sono infondate. Di contro, politici ed esperti danesi strombazzano che le truppe europee difenderanno l'isola dagli americani e, scrive Politiken, «Se gli Stati Uniti decidessero di impadronirsi della Groenlandia con la forza, dovrebbero catturare truppe europee». Ben trenta (30) uomini!

Il segretario NATO Mark Rutte, dinanzi al parlamento europeo, alla domanda su cosa farebbe l'Alleanza se gli Stati Uniti invadessero la Groenlandia, ha bofonchiato qualcosa del tipo che «il mio ruolo è garantire che l'alleanza nel suo complesso faccia tutto il necessario per garantire la sicurezza dell'intera alleanza». Ci fai o ci sei, volevano chiedergli dagli spalti. In questo senso, dice Kornilov, fa ridere leggere sulla stampa danese che l'Europa invia "truppe NATO" in Groenlandia, nonostante la NATO, di fatto, non abbia nulla a che fare con questa operazione. 

Ben più diretto e concreto Donald Trump, che ha annunciato l'intenzione di schierare in Groenlandia il sistema missilistico “Golden Dome” e ripete ossessivamente di aver bisogno dell'isola per tenere lontani sottomarini e cacciatorpediniere russi e cinesi. In realtà, osserva abbastanza elementarmente Aleksandr Kots, il vero obiettivo di Trump è ottenere un ampio accesso alle risorse artiche.

Oggi è la Russia a contare sulla fetta più grande della “torta artica” - 47% del petrolio e 70% del gas - rivendicando la cosiddetta dorsale di Gakkel, un'ampia porzione della piattaforma artica sottomarina, che si estende per oltre un milione di chilometri quadrati ed è un'estensione della placca continentale su cui si erge la Russia. Di contro, la Danimarca, tramite la Groenlandia, interpreta la dorsale di Gakkel come un'estensione della dorsale medio-artica, riducendo così di molto l'area rivendicata dalla Russia. Ma la Danimarca, dice Kots, dispone di ben poco a sostegno delle sue rivendicazioni: la Russia detiene l'argomento chiave nella disputa sulle risorse artiche, che consiste nella flotta rompighiaccio più potente al mondo e una rete di basi militari polari.

Le discussioni sull'appartenenza della piattaforma artica durano da oltre 20 anni. Ora Trump ha deciso di risolvere la controversia e l'acquisizione della Groenlandia consentirebbe agli USA di chiudere il cerchio artico, dall'Alaska al Nord Atlantico, con un accesso diretto al nodo delle risorse artiche. In questo senso, a Trump torna conto difendere l'interpretazione danese della dorsale di Gakkel, oltre ad acquisire la capacità di esercitare pressione sulla rotta del Mare del Nord e limitare l'accesso all'Artico ai sottomarini nucleari russi. Questo in teoria. In pratica, gli Stati Uniti dispongono appena di due rompighiaccio diesel operativi, mentre la Russia ha decine di navi da ghiaccio, nove delle quali a propulsione nucleare. 

Ma non c'è solo Donald Trump. La NATO accresce l'attività militare alle latitudini settentrionali, coinvolgendo anche le forze armate di paesi molto lontani dall'Artico, come Francia, Germania, Gran Bretagna e alimentando le tensioni nella regione. La Danimarca, in qualità di presidente del Consiglio Artico, non si impegna a promuovere un cambiamento positivo, dichiara alle Izvestija Vladimir Barbin, ambasciatore russo a Copenaghen. Nel frattempo, aumenta la pressione USA sulla Danimarca: gli analisti prevedono che Washington otterrà diritti esclusivi sulle risorse della Groenlandia e sulla costruzione di nuove basi americane sull'isola. La NATO, dice Barbin, non è impegnata nel dialogo, ma nello scontro militare e nella rivalità con la Russia, anche nell'Artico.

Lo scorso anno, l'attività della NATO nella regione ha raggiunto forse il livello più alto: in Finlandia si è tenuta l'esercitazione “Arctic Forge”, con forze speciali di USA, Canada e Finlandia. In Alaska, si sono svolte le “Arctic Edge”, mentre USA e Gran Bretagna hanno organizzato esercitazioni sottomarine speciali. La nuova strategia norvegese per l'Estremo Nord prevede la creazione di un teatro operativo militare nell'Artico. Parigi insiste per la creazione di un'infrastruttura logistica mobile e l'utilizzo dei porti civili nordici per supportare operazioni ed esercitazioni.

Negli ultimi anni, l'Artico è tornato ad essere una regione chiave per la pianificazione militare, come durante la Guerra Fredda e questo vale non solo per gli stati artici, ma anche per altri stati non artici, con processi più attivi nella subregione euro-artica. I principali attori artici della NATO tra gli stati regionali sono USA, Canada, Norvegia, Danimarca e Finlandia, dice il ricercatore Nikita Lipunov; tra gli stati non regionali, è la Gran Bretagna a perseguire maggiore attività verso l'Estremo Nord. Il Consiglio Artico, che celebrerà il 30° anniversario nel 2026, potrebbe impedire la militarizzazione della regione, dice ancora l'ambasciatore Barbin; la Danimarca, che ne ha assunto la presidenza lo scorso anno, non si impegna però per cambiamenti positivi nella cooperazione internazionale sotto l'egida del Consiglio Artico: «la deludente situazione del Consiglio Artico è una scelta dei nostri vicini regionali, che si rifiutano di collaborare per le comuni sfide regionali comuni su ecologia, cambiamenti climatici, conservazione della biodiversità, sviluppo sostenibile del potenziale economico e dei trasporti».

È vero che esistono disaccordi tra paesi NATO: Washington e Ottawa continuano la disputa territoriale sulla delimitazione del confine marittimo nel Mare di Beaufort, dove si ritiene possano esserci grandi giacimenti di petrolio. Tuttavia, questo vecchio conflitto ha lasciato il posto a uno nuovo: le rivendicazioni americane sulla Groenlandia. Washington considera la Groenlandia un elemento chiave perla sicurezza nazionale e una sorta di avamposto artico nel contesto della crescente rivalità tra grandi potenze come Cina e Russia, dice l'osservatore Tigran Melojan. La costante pressione potrebbe alla fine costringere la Danimarca a fare concessioni, ad esempio concedendo l'accesso esclusivo ai giacimenti di terre rare, alle riserve di petrolio e gas, o estendendo i diritti USA per ulteriori basi militari sull'isola, oltre quella esistente di Pituffik, tra cui strutture missilistiche e di tracciamento sottomarino nel bacino del cosiddetto “GIUK gap”. 

La Groenlandia, dice ancora Vladimir Barbin, aspira all'indipendenza e dichiara di non voler rimanere parte del Regno di Danimarca, né diventare parte degli Stati Uniti, ma è interessata a relazioni il più strette possibile con gli USA, in particolare agli investimenti americani. In base alla Strategia di Sicurezza Nazionale USA, che ripristina sostanzialmente la “Dottrina Monroe”, la Groenlandia è considerata parte della sfera di influenza americana. Pertanto, «sarà difficile evitare conflitti tra le ambizioni USA, il desiderio di indipendenza della Groenlandia e la sovranità della Danimarca su quest'isola artica» conclude l'ambasciatore.

In definitiva, afferma l'osservatore Artëm Kosovic, le parole di Trump sull'acquisizione della Groenlandia non devono essere liquidate come chiacchiere vuote: Donald aveva minacciato il Venezuela e poi ha effettivamente attaccato Caracas. Tra l'altro, la Danimarca ha sostenuto quella operazione, come pure, quasi 18 anni fa, Copenaghen era stata una delle prime a riconoscere l'indipendenza del cosiddetto Kosovo; le autorità danesi hanno quindi perso da tempo ogni diritto morale a lamentarsi se la Groenlandia venisse loro sottratta.

 

https://www.kp.ru/daily/27749/5196689/

https://news-front.su/2026/01/15/teatr-absurda-vokrug-grenlandskogo-voprosa/

https://news-front.su/2026/01/15/tramp-hochet-prisvoit-russkuyu-arktiku/

https://news-front.su/2026/01/14/evropa-ne-mozhet-sbezhat-ot-posledstvij-svoego-soyuza-s-amerikoj/

https://iz.ru/2018408/kirill-fenin/kholodnyi-podschet-v-nato-gotoviatsia-k-voennomu-protivostoianiiu-s-rf-v-arktike

 

  •  

Cina: "Tutti i paesi e i popoli amanti della pace dovrebbero opporsi fermamente alla rinascita del militarismo giapponese"

In risposta all'accordo recentemente firmato tra Giappone e Filippine per migliorare l'assistenza reciproca logistica militare e all'affermazione del Giappone di fornire milioni di dollari USA in assistenza alla sicurezza a Manila con l'obiettivo di rafforzare le cosiddette relazioni di "quasi-alleanza", e alla domanda su come la Cina valuterà il suo possibile impatto sulla pace e la stabilità regionale se l'accordo entrerà in vigore, un portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha affermato che la Cina ritiene sempre che la cooperazione tra paesi non debba prendere di mira terze parti, minare gli interessi di terze parti o mettere a repentaglio la pace e la stabilità regionale.

Il portavoce Guo Jiakun ha osservato che durante la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone militarista invase le Filippine, perseguitò il popolo filippino e i suoi soldati alleati con la forza militare e la coercizione e uccise brutalmente funzionari diplomatici cinesi. "Questa storia deve essere ricordata, questi debiti di sangue devono essere ripagati e tali crimini devono essere resi noti", ha affermato Guo.

Il portavoce ha osservato che i paesi del Sud-est asiatico e la comunità internazionale hanno continuato a esprimere critiche sulle misure militari e di sicurezza adottate dal Giappone. Invece di riflettere sul proprio passato e di esercitare moderazione, la parte giapponese ha fatto ricorso a scuse per espandere i propri armamenti ed esportare armi letali. Questo ha messo a nudo il tentativo delle forze di destra giapponesi di promuovere la "rimilitarizzazione" e seguire la vecchia strada dell'espansione militare, ha affermato Guo.

"Tutti i paesi e i popoli amanti della pace dovrebbero opporsi fermamente alla rinascita del militarismo giapponese e alla sua 'rimilitarizzazione' e sostenere la pace e la stabilità regionale", ha aggiunto Guo.

  •  

Nicaragua: Murillo ribadisce il sostegno al Venezuela e chiede una riforma dell'ONU

La co-presidente del Nicaragua, Rosario Murillo, ha sottolineato il fermo sostegno del suo Paese al Venezuela di fronte alle aggressioni esterne, sollecitando al contempo la riforma delle Nazioni Unite (ONU) per garantire il rispetto del diritto internazionale.

In un forte messaggio, Murillo ha denunciato la mancanza di uguaglianza internazionale e ha sottolineato la costante lotta del Nicaragua per il rispetto, la convivenza dignitosa e il diritto a vivere in pace. "Il mondo è cambiato così tanto che necessita, esige, un'altra organizzazione, un'organizzazione che risponda ai bisogni dei nostri tempi, alle urgenze dei nostri tempi e alle richieste dei nostri tempi", ha affermato, sottolineando la necessità di un'ONU che rispetti l'uguaglianza giuridica di tutte le nazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni.

La co-presidente ha affermato che la campagna per promuovere la riforma delle Nazioni Unite è stata avviata dal Comandante Ortega ed è fondamentale affinché i piccoli Paesi possano avere voce e difendere i propri diritti. Come esempio dell'inefficacia del sistema attuale e della sua violazione del diritto internazionale, ha citato le votazioni annuali contro il blocco di Cuba, che, sebbene approvate a maggioranza, non hanno alcun effetto, così come la situazione catastrofica in cui versa il popolo palestinese.

Murillo ha anche sottolineato l'importanza dell'unità e della coesione interna, ribadendo che "chi sogna l'odio è sconfitto" e che la vera vittoria risiede nel superamento della povertà. Ha esortato la popolazione ad unirsi all'appello globale al rispetto, alla pace e al progresso per sconfiggere la miseria. Ha sottolineato i valori cristiani dell'amore e del rispetto reciproco, il rifiuto dell'odio e dell'oppressione, e infine che questi principi dovrebbero governare le relazioni tra tutti i Paesi.

La co-presidente ha anche reso omaggio a figure nicaraguensi come Darío, Sandino e Zeledón, che dimostrano come grandi spiriti possano emergere da un piccolo Paese e dalla povertà. 

 

#ENVIDEO | La co-presidenta de Nicaragua, Rosario Murillo, expresó su apoyo y preocupación tras el secuestro del presidente de Venezuela, Nicolás Maduro y la primera dama, Cilia Flores el pasado 3 de enero por EE.UU. pic.twitter.com/vxrmwP7j1M

— teleSUR TV (@teleSURtv) January 16, 2026

  •  

Cuba alza la voce: L'Avana in piazza per i 32 caduti in Venezuela

Una marea umana ha invaso questo venerdì la Tribuna Antiimperialista José Martí dell'Avana per un potente atto di solidarietà con il Venezuela, per commemorare i cubani cauduti e di condanna alle azioni degli Stati Uniti. Sotto lo sguardo della monumentale statua dell'eroe nazionale e patriota, più di mezzo milione di cubani, secondo le stime, hanno reso omaggio ai 32 militari caduti durante quella che L'Avana descrive come una "aggressione militare statunitense" contro Caracas, conclusasi con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

La scelta del luogo non è casuale. Questo palco è storicamente il punto da cui Cuba lancia i suoi messaggi di sfida e di unità continentale. La concentrazione di oggi è stata una riaffermazione dei principi rivoluzionari: il rifiuto dell'ingerenza straniera, la denuncia dell'ingiustizia e la proclamazione di una solidarietà incrollabile con la vicina Repubblica Bolivariana.

Tra la folla, le motivazioni personali si intrecciavano con la causa politica. "Vengo per mio nonno, che mi insegnò che la dignità non si negozia", ha detto Ana Laura, studentessa di medicina. Per Gilberto, 78 anni, veterano di molte battaglie, "essere qui oggi è dare ragione a chi è caduto, dimostrare che il loro sacrificio non è stato vano". La maestra Dayanis ha visto nella partecipazione un dovere pedagogico: "Marcio affinché i miei alunni capiscano che di fronte all'aggressione contro un popolo fratello non ci si può girare dall'altra parte".

Dallo stesso palco, il Presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha infiammato la piazza con un discorso di fuoco contro Washington. Rivolgendosi idealmente agli Stati Uniti, ha dichiarato con voce rotta dall'emozione: "Dovrebbero sequestrare milioni di persone o cancellarci dalla mappa, e anche così li perseguiterebbe per sempre il fantasma di questo piccolo arcipelago che avrebbero dovuto polverizzare perché non sono riusciti a sottometterlo". Un chiaro riferimento alle recenti minacce provenienti dall'amministrazione Trump.

"Non ci intimoriranno", ha tuonato il leader, definendo l'unità nazionale "l'arma più potente" della Rivoluzione, paragonandola ai fasci di canne strettamente legati che campeggiano sullo stemma del paese.

La giornata si è conclusa con le strade dell'Avana che hanno riecheggiato di slogan di fratellanza cubano-venezuelana, mentre la folla si disperdeva. L'immagine della statua di Martí che pare indicare la via e la mole di persone che l'hanno seguita hanno consegnato al mondo un messaggio preciso: di fronte alle pressioni, la risposta di Cuba è una sola, ed è quella dell'unione e della resistenza ad oltranza.

  •  

Putin esprime solidarietà a Pezeshkian ed elogia il sostegno popolare al governo iraniano

In un momento delicato per la Repubblica Islamica, la telefonata del Presidente russo Vladimir Putin al suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian ha rappresentato molto più di un gesto diplomatico di routine. È stata una dichiarazione di solidarietà politica ampia e articolata, che abbraccia la sfera interna, la partnership bilaterale e la visione strategica per la regione. Putin non si è limitato a esprimere vicinanza personale, ma ha costruito un solido muro di sostegno attorno alla leadership di Teheran, legittimandone l’autorità sia di fronte alle pressioni esterne sia di fronte al proprio popolo.

Il fulcro di questa solidarietà è la chiara e pubblica convalida del consenso interno al governo iraniano. Elogiando le "marce di milioni di iraniani", Putin ha volutamente messo in risalto una visione di unità nazionale e sostegno popolare, contrapponendola alle immagini di protesta e instabilità diffuse dai media occidentali. Questa manifestazione di sostegno vuole rafforzare la posizione di Pezeshkian, suggerendo che la sua leadership gode di un ampio mandato e che le turbolenze sono frutto di interferenze straniere piuttosto che di un malcontento genuino e diffuso come pretende di imporre la narrazione occidentale. In tal modo, Mosca offre a Teheran uno strumento di legittimazione nella battaglia delle percezioni, cruciale in periodi di tensione domestica.

 

Questa solidarietà si estende naturalmente alla lettura geopolitica degli eventi. Putin ha recepito e implicitamente avallato la tesi esposta da Pezeshkian, che attribuisce le recenti difficoltà al "ruolo evidente" di Stati Uniti e Israele. Accettando questa interpretazione, la Russia si schiera al fianco dell'Iran non solo come partner, ma come alleato nella comune resistenza a quelle che entrambi i paesi giudicano come manovre destabilizzanti guidate dall'Occidente. È una solidarietà che trasforma una crisia interna iraniana in un capitolo di una più ampia rivalità strategica, dove Mosca e Teheran si trovano a confrontare ondate di ingerenza esterna.

Massive pro-Iran, anti-terror protests held in the Iranian city of Arak.

Follow: https://t.co/7Dg3b41hTx pic.twitter.com/jhK9IYLOB5

— PressTV Extra (@PresstvExtra) January 12, 2026

Il sostegno, infine, ha una proiezione concreta e futura nel rafforzamento del partenariato strategico. La conferma dell'impegno a sviluppare progetti economici comuni e a intensificare la cooperazione invia un segnale preciso: la Russia non vede l'Iran attraverso la lente temporanea delle sue difficoltà attuali, ma come un pilastro stabile e duraturo nella sua architettura di alleanze in Medio Oriente. La solidarietà di Putin è quindi anche una scommessa sul lungo termine, un investimento politico per preservare e accrescere l'influenza congiunta in aree di interesse comune, dalla sicurezza alla energia.

In ultima analisi, per Mosca, la solidarietà con Teheran è un principio cardine della sua politica estera, applicato tanto nelle parole di sostegno quanto nella condivisione di una visione del mondo che vede le due potenze unite nel contrastare l'egemonia occidentale e nel promuovere un ordine multipolare.

 

  •  

Radio Gaza può anche morire. Ma nel frattempo parlerà inglese


di Michelangelo Severgnini

Il testo che segue è tratto dalla ventesima puntata di “Radio Gaza” disponibile a questo link: 

https://www.youtube.com/watch?v=VOJLpB93LSg

 

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

 

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.

 

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

FB: RadioGazaAD

 

——————————————————————————-

 

Care ascoltatrici e cari ascoltatori di Radio Gaza, prendete nota, perché in questa puntata dobbiamo comunicarvi tutta una serie di novità.

 

La prima di queste è che la puntata in corso sarà l’ultima ad essere prodotta in lingua italiana. Il nostro dispiacere è enorme, avevamo creduto che il nostro Paese fosse pronto per un’esperienza come quella di Radio Gaza, ma alla ventesima puntata, dopo 5 mesi di attività, la conclusione a cui siamo giunti è che così non sia.

 

Il carrozzone della contro-informazione in Italia ci ha del resto mandato un messaggio chiaro e tondo. Radio Gaza può anche morire.

 

Giusto per toglierci lo scrupolo e non lasciare nulla di intentato, qualche giorno fa abbiamo promosso un sondaggio privato semi-serio, inviando alcune righe ai principali canali della cosiddetta contro-informazione in Italia e ad alcuni dei suoi esponenti più rappresentativi, perlomeno quelli e coloro che in 5 mesi non avevano ancora scritto una riga, nemmeno per sbaglio, su quello che stiamo facendo.

 

Lo abbiamo fatto con toni gentili ed educati, chiedendo “un minuto di collaborazione”.

 

Nel messaggio abbiamo riportato i numeri della campagna: 140.000 euro raccolti e inviati a Gaza, 20 puntate di Radio Gaza prodotte, oltre 3 ore di video montati e tradotti girati all’interno della Striscia.

 

Abbiamo chiesto se fossero a conoscenza di questi numeri e se avessero intenzione di parlarne in futuro e, nel caso che no, quali ne fossero i motivi. Abbiamo promesso l’anonimato delle risposte.

 

Risultato. Di una trentina di messaggi privati inviati, abbiamo ricevuto 2 risposte. Quindi non chiedeteci a chi abbiamo mandato questi messaggi, perché la risposta è: praticamente a tutti.

 

Contatti per altro che fino al giugno scorso, quando questa campagna è cominciata, di solito regolarmente rispondevano e interagivano perlomeno con uno degli autori di questo programma.

 

Persino firme che scrivono, pubblicano, vanno in video su questo stesso canale dell’AntiDiplomatico, hanno pensato che una risposta, di qualsiasi genere, fosse di troppo.

 

Che giornali come Libero o La Verità non parlino di noi, lo consideriamo un vantaggio. Che non lo faccia Il Manifesto o Internazionale, ce lo aspettavamo come il sole che spunta all’aurora e comunque ora sono già occupati a difendere le sorti della rivoluzione colorata in Iran, 15 anni esatti dopo l’aggressione alla Libia.

 

Ma che ci fosse un plotone d’esecuzione compatto e schierato là dove ci dovrebbe essere al contrario una contro-informazione, è una scoperta che avremmo, da Italiani, preferito non fare.

 

Messaggio ricevuto, dunque. Radio Gaza e la campagna di raccolta fondi da domani cambiano lingua e passano all’Inglese, pur continuando a fornire, almeno attraverso il testo scritto, le traduzioni in Italiano.

 

Va da sé che la valuta per Gaza parla una sola lingua e quindi i soldi inviati alla campagna arriveranno a Gaza tali e quali, sia in Italiano che in Inglese.

 

Ma questo non è il solo motivo per cui abbiamo preso questa sofferta decisione. L’altro motivo è il desiderio di allargare il bacino di quanti conoscono e seguono il progetto e dunque dei potenziali donatori, perché crediamo che a 7 mesi dall’inizio della campagna “Apocalisse Gaza” (il 20 giugno 2025), possiamo dire che quello da noi utilizzato sia un metodo istantaneo, capillare ed efficace in grado di fare ogni giorno una piccola differenza. 

 

Ormai questo è un segreto soltanto per chi in questi mesi ci ha censurato, per chi ripropone strategie di sostegno obsolete, fallimentari già 20 anni fa, come le flottiglie, e riproposte oggi come panacea. 

 

E’ un segreto solo per coloro che hanno coltivato una tifoseria per mettercisi poi davanti e alla guida, piuttosto che scendere nei dettagli della realtà attuale nella Striscia, sempre in trasformazione, là dove ormai tutto il mondo ha capito che aiuti non entrano, ma merce a pagamento sì.

 

E quindi, se paghi, a Gaza trovi tutto.

 

E quindi più soldi si mandano con il peer-to-peer, “da pari a pari”, più persone si salvano. Semplice.

 

Ma così si arricchisce Israele che ne fa la cresta. Segnatela questa frase, la ripetiamo: così si arricchisce Israele che ne fa la cresta, come se gli altri canali poi fossero invece consegna express a domicilio, tenda a tenda.

 

Questa frase, ad ogni modo, non la dice nessuno, ma la pensano tutti i giornalisti della contro-informazione che non hanno risposto al nostro sondaggio privato semi-serio. 

 

Questa critica, però, è ridicola e strumentale.

 

Tant’è che per non doverla sostenere in un contraddittorio serio e pubblico, sono tutti spariti fischiettando.

 

Per fortuna molti nel resto del mondo hanno capito il meccanismo, lo hanno studiato e si sono organizzati di conseguenza per sfruttare ogni maglia del blocco, perché alla fine quel che conta è mantenere i Palestinesi in vita. Confrontare lo studio “Kings of famine”, “I re della carestia”, pubblicato dalla rivista egiziana Mada Masr e da noi citato più volte.

 

Ringraziamo dunque l’AntiDiplomatico che ci ha fin qui ospitati e che ci ha proposto di continuare a pubblicare su questo canale, nonostante i prossimi contenuti saranno in Inglese.

 

Così faremo perlomeno inizialmente, in attesa di consolidare il nuovo percorso.

 

I riferimenti per seguirci al momento rimangono dunque il gruppo Facebook di Radio Gaza e il gruppo Telegram “L’Urlo di Michelangelo Severgnini”, che resterà in Italiano, dove continueremo a pubblicare via via i contenuti quasi quotidiani che ci arrivano dalla Striscia.

  •  

Chi costruisce la narrazione sull’Iran?

“2.000 manifestanti uccisi, dicono gli attivisti.” È una formula ormai standard, ripetuta in coro daisoliti noti del circuito mainstream come BBC, CNN, Guardian, Reuters. La frase suona grave, definitiva, moralmente inappellabile. E proprio per questo meriterebbe una domanda preliminare: quali attivisti? Nel racconto mediatico occidentale sull’Iran, le fonti sono sorprendentemente ricorrenti. HRANA, CHRI, Tavaana, Boroumand Center. Organizzazioni presentate come indipendenti, non politiche, neutrali. Peccato che nessuna di queste operi in Iran. La maggior parte ha sede negli Stati Uniti, spesso in Virginia o New York, e riceve finanziamenti diretti o indiretti dal governo statunitense.

HRANA, la fonte più citata per arresti, morti e repressione, è finanziata dal National Endowment for Democracy, organismo creato - parole del suo stesso fondatore - per fare apertamente ciò che un tempo faceva la CIA in modo coperto. Eppure questo dettaglio sparisce sistematicamente dagli articoli che la citano come “ONG indipendente”. Lo stesso schema si ripete con il Center for Human Rights in Iran e con Tavaana, progetto nato con fondi del Dipartimento di Stato USA, specializzato in “educazione civica” e corsi online per aggirare le restrizioni digitali iraniane.

Milioni di dollari pubblici, poca trasparenza, enorme visibilità mediatica. Il quadro diventa ancora più politico osservando i dirigenti di queste strutture: attivisti che invocano apertamente bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, sostengono cambi di regime, giustificano interventi militari come “umanitari” e promuovono figure monarchiche cresciute negli Stati Uniti. Una militanza esplicita, difficilmente compatibile con l’idea di neutralità. Non si tratta di negare che in Iran esistano tensioni, repressioni o conflitti sociali (come in ogni paese del mondo d’altronde).

Il punto è un altro: quanto viene presentato come “monitoraggio dei diritti umani” appare sempre più come un ecosistema strutturato di regime change, finanziato da fondi pubblici occidentali e amplificato da media che rinunciano scientemente a ogni verifica autonoma. Il precedente dell’Iraq, della Libia, della Siria dovrebbe aver insegnato qualcosa. E invece la formula resta la stessa: numeri scioccanti, fonti opache, urgenza morale, silenzio sui finanziatori. Forse la vera notizia non è che questi dati vengano prodotti. Ma che, dopo decenni di “crociate umanitarie” finite in disastri, ci si aspetti ancora che il pubblico accetti tutto sulla base di un semplice: dicono gli attivisti.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Tra assedio e diplomazia: il Venezuela nella fase più dura

Il messaggio annuale della presidente incaricata Delcy Rodríguez all’Assemblea Nazionale venezuelana non è stato solo un atto istituzionale, ma una dichiarazione di fase storica. Un discorso breve, calibrato, aperto da un omaggio alle vittime dell’attacco del 3 gennaio e segnato da un richiamo esplicito al dialogo politico, alla fine dell’“antipolitica” e alla necessità di preservare la pace in un contesto di massima pressione internazionale. Rodríguez ha rivendicato la scelta della via diplomatica dopo il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, definendo l’atto una macchia grave nelle relazioni con gli Stati Uniti, ma ribadendo che il Venezuela non risponderà con l’escalation. È una linea che combina fermezza e autocontrollo: sovranità senza avventurismo.

Sul piano interno, il quadro presentato è quello di una stabilizzazione economica in corso. Diciannove trimestri consecutivi di crescita nonostante un asfissiante blocco economico-finanziario promosso dagli USA, un PIL in aumento dell’8,5%, produzione petrolifera a 1,2 milioni di barili al giorno senza importazioni di carburante, nuovi fondi sovrani per welfare e infrastrutture, investimenti popolari attraverso comuni e consigli comunali. A questo si aggiungono dati su sicurezza, servizi pubblici, occupazione e riduzione della mortalità materno-infantile. Il messaggio è chiaro: lo Stato è sotto attacco, ma governa. La dimensione internazionale è però il vero sfondo di tutto. Rodríguez ha rivendicato il diritto del Venezuela a relazioni multilaterali - con Cina, Russia, Iran, Cuba e anche con gli Stati Uniti - rifiutando ogni subordinazione. La sua frase sul possibile viaggio a Washington, “in piedi e non strisciando”, è diventata il simbolo di questa postura che contrasta con il servilismo della golpista Maria Corina Machado.

Qui si innesta il secondo livello di lettura: la crisi venezuelana come parte di un disordine globale più ampio. L’azione statunitense non rappresentae un’eccezione, ma il comportamento storico di un impero che divide, destabilizza, costruisce e abbatte governi. La novità non è la brutalità, ma la sua esposizione senza maschere o infigimenti di sorta. Bombardamenti, sequestri, minacce dirette: il “mondo senza regole” di cui parla persino la rivista Foreign Affairs, di tendenza conservatrice In questo contesto, il tentativo di dividere il chavismo - costruendo la narrazione fallace di una Delcy Rodríguez “traditrice” - appare come un classico strumento di guerra politica. Ma i fatti mostrano continuità: stesso governo, stesso progetto, stessa catena di comando. Come Maduro ha continuato a percorrere la strada tracciata da Chávez, Rodríguez continua sul sentiero di Maduro.

Il parallelo storico con Lenin e Brest-Litovsk, avanzato da Juan Carlos Monedero, non è retorico: quando la forza è sproporzionata, guadagnare tempo può essere l’atto più rivoluzionario. Evitare una guerra distruttiva non è resa, ma strategia. “Analisi concreta della situazione concreta”. Il Venezuela oggi sceglie di resistere governando, di difendere la propria sovranità senza sacrificare il proprio popolo. In un mondo che scivola verso la legge del più forte, questa scelta - dolorosa, imperfetta, ma razionale - segna una linea. E dice molto più sul futuro dell’ordine globale di quanto sembri a prima vista.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

La NATO contro se stessa in Groenlandia

La crisi groenlandese è entrata in una nuova fase il 16 gennaio, quando diversi Paesi europei - Germania, Francia, Svezia, Norvegia e Regno Unito - hanno iniziato a inviare o annunciato l’invio di contingenti militari sull’isola. Una risposta diretta al fallimento dei colloqui di Washington tra Danimarca, Groenlandia e l’amministrazione Trump, che continua a rivendicare la necessità strategica di “ottenere” l’isola. Formalmente si parla di sicurezza artica. Sostanzialmente, siamo davanti a un caso senza precedenti: un alleato NATO che minaccia apertamente l’integrità territoriale di un altro alleato. Trump sostiene che la Danimarca non sia in grado di garantire la sicurezza della Groenlandia, nonostante l’assenza, ammessa anche dai servizi danesi e statunitensi, di minacce imminenti da Russia o Cina.

Per Copenhagen, la risposta è stata misurata ma ferma. Il rafforzamento della presenza militare serve a dimostrare sovranità, non a provocare Washington. Come ha chiarito il comandante delle forze terrestri danesi, Peter Boysen, “per difendere la sovranità serve presenza”. È un messaggio rivolto tanto alla NATO quanto alla Casa Bianca. Secondo diversi analisti, la mossa di Trump resta soprattutto uno strumento di pressione: un’operazione di intimidazione negoziale, con l’obiettivo di strappare accordi commerciali, accesso privilegiato alle risorse e ulteriore libertà operativa militare. L’annessione diretta appare giuridicamente e politicamente complessa, ma il rischio è che la retorica finisca per diventare dottrina.

La frattura europea, però, è evidente. La Polonia ha annunciato che non invierà truppe, rivendicando il ruolo di “mediatore” e ribadendo che “non può esistere una NATO senza gli Stati Uniti”. Una posizione che privilegia l’unità dell’Alleanza anche a costo di accettare l’ambiguità strategica statunitense. Non a caso, Varsavia concentra le proprie priorità sul corridoio di Suwa?ki, vera ossessione dell’est europeo NATO. Il nodo politico è esplosivo: cosa accade se uno Stato NATO minaccia un altro? L’articolo 5 non contempla il caso. Eppure, un decreto reale danese del 1952 impone alle forze armate di reagire a qualsiasi invasione del territorio nazionale. La possibilità di uno scontro intra-alleanza resta remota, ma non più impensabile.

La Groenlandia diventa così il simbolo di un ordine occidentale che scricchiola: tra unilateralismo statunitense, sovranità europea inesistente e una NATO concepita per un mondo che non esiste più. In questo scenario, l’Artico non è solo una frontiera geografica, ma la cartina di tornasole di un’egemonia in crisi.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Le SDF accusano Damasco di "dichiarare guerra ai curdi"

 

Le Forze democratiche siriane (SDF) hanno accusato l'autoproclamato presidente siriano Ahmad al-Sharaa di "dichiarare guerra" ai curdi in Siria, in seguito alla significativa escalation delle tensioni tra Damasco e il gruppo curdo nelle ultime settimane. 

I recenti commenti di Sharaa equivalgono a “una dichiarazione di guerra contro i curdi”, ha affermato Ilham Ahmad, membro dell’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale (AANES), legata alle SDF.

"L'affermazione del governo secondo cui non abbiamo attuato l'accordo è errata e le parti internazionali lo sanno... Le SDF non vogliono entrare in guerra e il loro obiettivo è la pace e la garanzia dei diritti dei curdi", ha aggiunto il funzionario.

Ha inoltre confermato che "al momento non c'è alcuna comunicazione con il governo siriano".

I suoi commenti sono arrivati ??mentre l'esercito siriano si stava preparando a un nuovo assalto contro le SDF a Deir Hafer, nella campagna di Aleppo, dopo che Damasco aveva dichiarato l'area "zona militare chiusa".

Il governo siriano ha affermato che le SDF stavano impedendo ai civili di fuggire attraverso un "corridoio umanitario" annunciato di recente, sostenendo che il gruppo stava "costringendo le famiglie a ricorrere a percorsi alternativi non sicuri". Damasco aveva annunciato l'apertura del corridoio mercoledì.

Le SDF hanno negato tutto in una dichiarazione e hanno accusato Damasco di aver sfollato "forzatamente" i residenti tramite ordini di evacuazione.

VIDEO: ???????? I siriani fuggono dall'area controllata dai curdi vicino ad Aleppo prima della scadenza dell'esercito. Le persone fuggono da Deir Hafer, una città nella provincia di Aleppo, nel nord della Siria, dopo che l'esercito ha dato ai civili una scadenza per andarsene, nel timore di un'escalation degli scontri con le forze curde. Il governo è... pic.twitter.com/daaZdL039s

— AFP News Agency (@AFP) 16 gennaio 2026

In un'intervista di questa settimana, Sharaa ha accusato le SDF di ostacolare l'accordo raggiunto a marzo. Ha promesso che i curdi sarebbero stati protetti in quanto minoranza e "parte integrante" della società siriana, ma ha avvertito le SDF che non avrebbero potuto continuare a controllare ampie fasce di territorio nella Siria settentrionale e orientale.

Sharaa ha anche accusato le SDF di “dirottare” le risorse naturali siriane verso il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). 

Il governo siriano e le SDF hanno firmato un accordo a marzo volto a integrare il gruppo curdo nelle forze di Damasco. Tuttavia, entrambe le parti sono in disaccordo sull'attuazione dell'accordo, in particolare sulla volontà delle SDF di rimanere sotto il comando curdo e di entrare nell'esercito come blocco, piuttosto che sciogliersi e arruolarsi, come richiesto dalla Siria.

Il gruppo curdo ha anche insistito su un sistema decentralizzato che gli consentirebbe un certo grado di autonomia nella Siria settentrionale e orientale, come è avvenuto negli ultimi anni.

Di conseguenza, negli ultimi mesi sono scoppiati scontri intermittenti tra le forze governative e le SDF, con entrambe le parti che si accusano ripetutamente a vicenda di ostacolare l'accordo di marzo.

All'inizio di questo mese, l'esercito siriano ha lanciato un massiccio assalto contro i quartieri a maggioranza curda di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud ad Aleppo. Per giorni, sono infuriati scontri tra le forze governative e le forze di sicurezza di Asayish, legate alle SDF. 

Alla fine le SDF furono costrette a firmare un accordo che obbligava i combattenti curdi ad abbandonare i due quartieri di Aleppo. 

Durante l'assalto, le truppe governative hanno compiuto esecuzioni, massacri e detenzioni su larga scala. 

Dopo il crollo del governo dell'ex presidente siriano Bashar al-Assad alla fine del 2024, il Ministero della Difesa siriano guidato da Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha incorporato tra le sue fila numerose fazioni estremiste, tra cui quelle che un tempo costituivano l'esercito nazionale siriano (SNA) delegato della Turchia.

Di conseguenza, il nuovo esercito siriano è composto prevalentemente da fazioni legate all'ISIS e ad Al-Qaeda, con una lunga storia di persecuzioni nei confronti dei curdi e di altre minoranze.

Centinaia di civili drusi sono stati massacrati dalle truppe governative nel sud della Siria a luglio, mesi dopo la brutale uccisione di migliaia di alawiti sulla costa. 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Washington schiera una portaerei nell'Asia occidentale mentre le tensioni con l'Iran aumentano

 

Diversi resoconti di stampa hanno confermato che Washington ha dirottato la sua portaerei, la USS Abraham Lincoln, dal Mar Cinese Meridionale verso l'Asia occidentale, in concomitanza con le crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

Si prevede che il transito attraverso l'Oceano Indiano fino al Mar Arabico durerà circa una settimana e che la portaerei arriverà a destinazione entro la fine di gennaio.

Secondo Defense Security Asia,  la portaerei è accompagnata da tre cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke: USS Spruance, USS Michael Murphy e USS Frank E. Petersen Jr.

"Non si riposiziona un intero gruppo di portaerei dal Pacifico per un attacco simbolico di una notte. Il dispiegamento della Lincoln segnala che Washington si sta preparando per qualcosa di prolungato, non solo per un messaggio", avrebbe dichiarato un funzionario della Difesa ai media in un briefing. 

Questo ridispiegamento avviene in un momento in cui nessuna portaerei statunitense era precedentemente posizionata nell'Asia occidentale o in Europa, dopo che il gruppo di portaerei Gerald R. Ford era stato inviato nei Caraibi l'anno scorso come parte di una campagna di pressione contro il Venezuela, limitando le risorse di portaerei immediate vicino all'Iran.

Lo sviluppo è avvenuto poche ore dopo la notizia della chiusura temporanea dello spazio aereo iraniano e ha coinciso con le segnalazioni di una massiccia attività di caccia sul territorio iracheno, alimentando le speculazioni sull'imminente inizio di un attacco statunitense alla Repubblica islamica. 

Nelle ultime due settimane, l'Iran ha dovuto affrontare proteste diffuse, violente rivolte su larga scala e disordini. Oltre 100 membri delle forze di sicurezza e decine di civili sono stati uccisi dai rivoltosi, sostenuti dall'intelligence israeliana.

Dall'inizio dei disordini, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente minacciato di attaccare l'Iran, promettendo di "salvare" i manifestanti. 

Gruppi per i diritti umani con base in Occidente affermano che circa 2.000 manifestanti sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco dalle forze governative. Dopo essersi rivolto ai manifestanti iraniani e aver affermato che "i soccorsi sono in arrivo", Trump aveva annunciato mercoledì sera di essere stato informato dagli iraniani che "le uccisioni sono cessate" e che non ci sarebbero state "esecuzioni". Alcuni hanno interpretato i commenti come una marcia indietro. 

"Non c'è alcun piano per l'impiccagione", ha detto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi a Fox News. "L'impiccagione è fuori questione", ha aggiunto. Ha anche affermato che Teheran preferisce la diplomazia alla guerra.

Nelle ultime 24 ore, gli Stati Uniti hanno evacuato parte del personale dalle loro basi nella regione, tra cui la base di Al-Udeid in Qatar, attaccata dall'Iran nel giugno 2025. 

"Tutti i segnali indicano che un attacco statunitense è imminente, ma è anche così che si comporta questa amministrazione per tenere tutti sulle spine. L'imprevedibilità fa parte della strategia", ha detto un funzionario occidentale alla Reuters.

Un funzionario iraniano, citato nel rapporto, avrebbe affermato che Teheran avrebbe avvertito i suoi vicini che ospitano basi statunitensi che sarebbero stati presi di mira se Washington avesse attaccato l'Iran. "Teheran ha comunicato ai paesi della regione, dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti alla Turchia, che le basi statunitensi in quei paesi sarebbero state attaccate", ha affermato il funzionario.

Anche l'Iran ha pubblicamente promesso di rispondere duramente a qualsiasi attacco.

"Sia chiaro: in caso di attacco all'Iran, i territori occupati, così come tutte le basi e le navi statunitensi, saranno il nostro obiettivo legittimo", ha dichiarato nel fine settimana il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, mettendo in guardia contro qualsiasi "errore di calcolo".

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Hainan, consumi e commercio estero in forte crescita dopo l’avvio delle operazioni doganali indipendenti

 

di CGTN

Secondo i dati diffusi dall’Amministrazione Generale cinese delle Dogane, negli ultimi 20 giorni il numero di persone sottoposte a controlli doganali per acquisti duty-free in uscita dall'isola Hainan ha raggiunto la cifra di 585mila, per un valore commerciale complessivo di 3,89 miliardi di yuan, un aumento, rispettivamente, del 32,4% e del 49,6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In media, 24mila persone al giorno hanno effettuato acquisti duty-free a Hainan.

Durante le vacanze di Capodanno 2026, i consumi turistici sono cresciuti del 28,9% su base annua, mentre il tasso di occupazione degli alberghi nelle vicinanze di centri commerciali, come lo Hainan Tourism Investment Duty Free a Sanya e Haikou Duty Free Shop, è aumentato da 1,4 a 1,5 volte.

Questi cambiamenti derivano da una nuova politica: a partire dal 18 dicembre 2025, il Porto di libero scambio di Hainan ha ufficialmente avviato le operazioni doganali indipendenti su tutta l'isola. Sono state implementate contemporaneamente una serie di politiche di sdoganamento e documenti di supporto, tra cui il catalogo delle merci imponibili all'importazione, le politiche di tassazione della circolazione delle merci, gli elenchi delle merci proibite e soggette a restrizioni, le politiche di esenzione dai dazi sulle vendite interne a valore aggiunto e le misure di controllo doganale.

L'attrattiva dell'apertura si è notevolmente intensificata. Grazie all'incentivo derivante dalle operazioni di sdoganamento del Porto di libero scambio, sempre più imprese si stanno recando a Hainan per fare affari. Dall’entrata in vigore del Porto di libero scambio fino alla fine di gennaio, Hainan ha registrato 4709 nuove imprese di commercio estero, con un numero di nuove registrazioni in 24 giorni equivalente a quello di un intero trimestre del 2024, portando così il totale di imprese registrate a oltre 100mila. Nello stesso tempo, Hainan ha visto una rapida crescita del commercio estero: nello stesso periodo, l'import-export di merci dell'intera isola ha raggiunto i 21,42 miliardi di yuan, con un aumento del 19,6% rispetto all'anno precedente, dimostrando un forte slancio di sviluppo.

L’inizio delle operazioni del porto di libero scambio di Hainan rappresenta una nuova pietra miliare nel processo di riforma e apertura della Cina. Nell'ultimo mese, le politiche attuate nell’isola hanno dimostrato efficacia concreta, riflettendo l'impegno della Cina ad aprirsi ulteriormente al mondo. Si prevede che il continuo ampliamento del raggio di apertura del Porto di libero scambio e il perfezionamento del suo quadro politico e istituzionale, apporteranno benefici tangibili alle imprese, ai singoli individui e all'economia globale.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Prima gli italiani? La povertà di argomenti e alcune possibile risposte

 

di Federico Giusti

Occupatevi dell'Italia e degli Italiani, è quanto ci è stato detto nel corso di una manifestazione contro l'intervento Usa in Venezuela.

E, senza ricorrere ad argomentazioni logiche per confutare il luogo comune che vorrebbe assegnare agli autoctoni la primaria attenzione, ricordando che la solidarietà di classe va ben oltre etnie le appartenenze nazionali e locali, vogliamo accogliere l'invito sviluppando qualche ragionamento

Per esigenze pratiche suddivideremo il ragionamento in due punti

La sanità

L'Italia del Governo Meloni, ha disinvestito in sanità e salute, se confrontiamo la spesa nazionale nell'anno del suo insediamento con quella prevista per il 2028 , le risorse  diminuiranno di mezzo punto rispetto al PIL del paese. Ma come è possibile se la premier dichiara insistentemente di  avere aumentato la spesa sanitaria? Il finanziamento del SSN cresce nominalmente ogni anno –  ad esempio nella Legge di bilancio ultima sono stati stanziati 2,4 miliardi in più per il 2026 –, ma questi aumenti non compensano l’inflazione che poi si riflette sul Fondo nazionale sotto forma di svalutazione del denaro e di incremento del costo delle forniture sanitarie e degli appalti (aumentano i costi ma i salari della forza lavoro ristagnano).
 
Per quanto riguarda la forza-lavoro sanitaria il Governo ha risolto il problema dei costi prevedendo aumenti sotto il 6% a fronte di un’inflazione cumulata del 17%.Le liste di attesa sono al loro posto, le strutture chiuse con la spending review non sono state riaperte, i fondi destinati alla disabilità e ai caregiver inadeguati, rinviati di anno in anno  con regole che ne limiteranno fortemente la erogazione . E' la sanità, la salute pubblica il terreno sul quale si misura, con la scuola e i servizi al cittadino, l'attenzione di un Governo alle istanze sociali. Ebbene, se confrontiamo i dati di questi anni il Governo Meloni si è rimangiato buona parte degli impegni assunti, plateale è il dietro front sulla legge Fornero e sull'aumento della età pensionabile fino alla barzelletta sulle accise che dall'opposizione volevano abbattere e invece, saliti al Governo, hanno aumentato.
 
Chi strilla poi al tavolo dei potenti tace ed acconsente
 
Non ci sono alibi, se vuoi dare priorità agli italiani devi adottare politiche conseguenti, se per anni strilli contro la Troika e le regole di Bruxelles ma poi, vinte le elezioni, fai l'esatto contrario palesi solo una grande incoerenza.
Si naviga a vista, prova ne sia la opposizione all'accordo Ue con il Mercosur poi seguita dall'ennesimo voltafaccia, un accordo che fino a poche settimane fa era giudicato dannoso per gli agricoltori italiani ed europei salvo poi  cambiare idea a Bruxelles. Come accaduto per i lavoratori ai quali avevano promesso di cancellare la Fornero, anche gli agricoltori saranno oggetto  prima di lusinghe e  poi di repentini abbandoni?
 
Oro nero
 
Veniamo al petrolio, al plauso dell'Italia alla politica Trumpiana pensando che dal vassallaggio si possano trarre benefici per la Patria, per gli italiani.
L'acquisto di gas e petrolio dagli Usa costa alle casse statali 5 volte tanto di quello Russo, sarebbe sufficiente questo dato per riflettere sulle cause, e le conseguenze, della guerra Nato in Ucraina.
 
Oggi il 68% della produzione mondiale di petrolio è oggetto di interesse statunitense per controllare il commercio, i prezzi, le dinamiche estrattive.
 
Gli Stati Uniti non fanno mistero di voler dominare i mercati mondiali del petrolio e del gas, per farlo devono intanto cancellare ogni trattato internazionale a tutela dell'ambiente e controllare tutte le riserve di gas e petrolio del continente latino americano ricordando che proprio il Venezuela detiene il 20% delle riserve mondiali di petrolio greggio.
 Washington minaccia di ricorrere alla forza contro altri paesi ricchi di risorse, il caso Groenlandia è emblematico, frutto delle mire espansionistiche contenute nell' ultima Strategia di Sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump con la quale si ammette di volere espandere controllo e influenza economica e militare ovunque ci siano risorse da prendere.
 
E qui arriviamo ad un'ultima considerazione sulla priorità da assegnare agli italiani. La nuova dottrina Monroe prevede il diritto Usa di andarsi a prendere tutto ciò di cui necessita per governare il mondo, non esistono etica e morale, diritto internazionale e giustizia, quello che conta è l'interesse nazionale.
 
Ma se questo imperialismo non sta portando benefici agli statunitensi,  allo stesso tempo è foriero di scontri sociali interni sempre più cruenti, prova ne sia la militarizzazione del paese con il raddoppio degli effettivi dell'ICE che agiscono come una forza paramilitare nel tessuto urbano delle città arrestando migranti irregolari che magari lavorano, al nero, senza commettere reati di sorta, ben assorbiti nella filiera dello sfruttamento capitalistico.
 
Assecondare Trump vuol dire non recare un buon servizio agli italiani che oggi si scoprono più poveri e insicuri proprio a causa delle politiche statunitensi, infatti. più di due terzi del petrolio del mercato globale proviene da paesi sui quali l’amministrazione Trump comanda o che minaccia apertamente  con ogni forma di pressione. E l'aumento dei costi ha ripercussioni solo negative sulle imprese e sulle famiglie italiane.
 
La dipendenza dai combustibili fossili , la rinuncia alla transizione energetica, l'appiattimento sulle politiche trumpiane alimenta le difficoltà di interi paesi, incluso il nostro, tra repentini aumenti dei prezzi, processi finanziari speculativi, interruzioni delle forniture alimentando alla fine quella grande instabilità economica causata  proprio dai conflitti.
 
Non pensiamo a politiche diametralmente opposte a quelle del fossile ma da qui all'appiattimento sulle strategie Usa corre grande differenza.
 
Se si vuole tutelare prima di tutto gli italiani il Governo dovrebbe avere almeno la compiacenza di dimostrare la bontà delle sue politiche nazionali ed estere, al contrario strilla, gioca a nascondino e criminalizza ogni forma di critica. Prima gli Italiani? No grazie

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Mike Pompeo: i libri di storia "non scrivano delle vittime di Gaza"

 

L'ex direttore della CIA e segretario di Stato americano Mike Pompeo ha provocato numerose proteste dopo aver affermato che la narrazione della guerra di Israele contro Gaza deve essere modellata in modo che i futuri libri di storia "non scrivano delle vittime di Gaza".

Intervenendo a un evento pubblico online il 13 gennaio presso l'organizzazione filo-israeliana MirYam Institute, Pompeo ha sostenuto che il modo in cui la guerra verrà documentata determinerà il modo in cui verrà ricordata, sottolineando la necessità di "assicurarsi che la storia venga raccontata correttamente". 

Sul suo sito web, il MirYam Institute è descritto come "un forum per i principali esperti israeliani con prospettive diverse e variegate". Benjamin Anthony, ex veterano di guerra dell'esercito israeliano che ha preso parte a numerose operazioni militari nella Palestina occupata, è l'amministratore delegato e co-fondatore del MirYam Institute.

Le dichiarazioni di Pompeo sembrano aver minimizzato la centralità della sofferenza dei civili palestinesi, nonostante l'entità della distruzione e l'eccezionale bilancio delle vittime a Gaza. La guerra a Gaza è stata dichiarata un genocidio dalle Nazioni Unite e dagli studiosi del genocidio, con oltre 71.400 morti.

Le dichiarazioni di Pompeo giungono mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani, le agenzie delle Nazioni Unite e i giornalisti continuano a documentare le diffuse vittime civili, gli sfollamenti e il collasso umanitario nell'enclave assediata.

"Ci sono state vittime a Gaza, ci sono state vittime civili in ogni guerra che sia mai stata combattuta. Ma le vittime erano il popolo dello Stato-nazione di Israele. L'aggressore era il regime iraniano, per procura di Hamas", ha sostenuto Pompeo.

Le critiche sui social hanno ampiamente stigmatizzato che la sua affermazione riflette un più ampio sforzo da parte dei funzionari statunitensi e israeliani di controllare la narrazione storica a favore di Israele, mettendo da parte le esperienze palestinesi.

Le dichiarazioni hanno rapidamente fatto il giro dei social media, suscitando la condanna di attivisti e commentatori che hanno accusato Pompeo di sostenere apertamente la cancellazione delle vittime dalla memoria storica, anziché affrontare la questione delle responsabilità per il costo umano della guerra.

Il giornalista palestinese Motasem A Dalloul ha affermato: "Stanno persino lavorando per continuare il genocidio inflittoci dopo la loro morte!" in un post su X, riferendosi al genocidio in corso da parte di Israele a Gaza.

Non è la prima volta che l'ex Segretario di Stato finisce sui giornali per le sue dichiarazioni sulla Palestina. Pompeo aveva già dimostrato il suo aperto sostegno all'esercito israeliano in precedenza, come mostrato in un video del novembre 2024, che lo mostra mentre balla con i soldati israeliani. 

In un altro video pubblicato sui social media nel febbraio 2024, Pompeo e sua moglie vengono mostrati mentre visitano un "centro di ringiovanimento" israeliano, dove i soldati tornano da Gaza per rilassarsi e recuperare le energie. Rivolgendosi ai soldati, Pompeo ha affermato che "l'America è con voi".

Molti utenti dei social media hanno definito le ultime dichiarazioni di Pompeo una negazione del genocidio. 

Un utente dei social media ha affermato : "Non nascondono nemmeno il loro odio verso i palestinesi cristiani e musulmani".

La guerra a Gaza è iniziata dopo che Israele ha risposto all'attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 lanciando un feroce assalto all'enclave. Il 10 ottobre 2025, gli Stati Uniti hanno mediato un cessate il fuoco in base al quale le forze israeliane si sono ritirate fino alla "linea gialla", ottenendo così il controllo di oltre metà di Gaza, circa il 53% della Striscia. 

Israele ha ripetutamente violato il cessate il fuoco, uccidendo almeno 439 palestinesi in tre mesi in circa 1.200 violazioni, tra cui attacchi aerei, bombardamenti e demolizioni di case.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Turchia, Pakistan e Arabia Saudita verso un patto di difesa trilaterale

 

Dopo quasi un anno di colloqui riservati, tre grandi attori geopolitici regionali, Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, hanno elaborato una bozza di accordo di difesa trilaterale. Questa possibile alleanza, denominata dai media “Nato islamica”, se formalizzata,rappresenterebbe un riallineamento geopolitico significativo, creando un blocco capace di rispondere autonomamente alle sfide di sicurezza in Medio Oriente e Asia meridionale.

 

Il ministro pakistano per la Produzione della Difesa, Raza Hayat Harraj, ha confermato alla  stampa che una bozza di accordo è già esistente" e che i tre paesi "stanno deliberando" da circa dieci mesi. L'accordo si distingue dal patto bilaterale Arabia Saudita-Pakistan, annunciato lo scorso settembre nel contesto delle tensioni nel Golfo.

Secondo Nihat Ali Özcan, analista del think tank turco TEPAV, ciascun partner apporterebbe risorse complementari: l’Arabia Saudita la propria  forza finanziaria, il Pakistan la propria  capacità nucleare, missili balistici e manodopera e  la Turchia la sua esperienza militare e un’industria della difesa in rapida crescita.

"I dinamismi in evoluzione e le conseguenze dei conflitti regionali stanno spingendo i paesi a sviluppare nuovi meccanismi per identificare amici e nemici", ha osservato Özcan, suggerendo come lo spostamento delle priorità statunitensi verso Israele e gli interessi nazionali stia accelerando questo processo di autonomizzazione regionale.

L'iniziativa trilaterale emerge in un momento di particolare tensione: il cessate il fuoco di maggio tra India e Pakistan ha infatti posto fine a scontri che hanno causato oltre 70 vittime.

Persistono inoltre  tensioni tra Pakistan e Afghanistan, con Islamabad che accusa i talebani di dare rifugio a gruppi terroristici. Altro fattore accomunante, le

preoccupazioni comuni riguardo all'Iran di Turchia e Arabia , sebbene tutti e tre i paesi siano attualmente inclini al dialogo con Teheran piuttosto che ad un confronto.

Da ultimo, ma non per importanza, la comune necessità di costituire un blocco potenziale contrapposto alle mire espansionistiche di Israele, paese destabilizzante negli equilibri regionali e la diffidenza comunque montante verso lo storico alleato a stelle e strisce. La cooperazione militare tra questi attori è già avanzata: la Turchia costruisce corvette per la marina pakistana. Ankara ha potenziato i caccia F-16 del Pakistan.  Viene condivisa tecnologia di droni con Pakistan e Arabia Saudita. La Turchia inoltre  desidererebbe coinvolgere entrambi i paesi nel suo programma di caccia di quinta generazione(TAI TF-X Kaan).

Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, pur confermando i colloqui, ha precisato che "non è stato ancora firmato alcun accordo definitivo". Ha tuttavia delineato una visione strategica più ampia, attribuita al presidente  Erdo?an:

"Tutte le nazioni della regione devono unirsi per creare una piattaforma di cooperazione sulla questione della sicurezza", ha affermato Fidan, sottolineando come solo rafforzando la fiducia reciproca si possano prevenire "egemonie esterne" e l'instabilità alimentata dal terrorismo.

Un patto formale segnerebbe una nuova fase nelle relazioni tra Turchia e Arabia Saudita, un tempo rivali per la leadership del mondo sunnita. Dopo anni di tensioni, i due paesi stanno già approfondendo la cooperazione economica e di difesa, inclusa un'esercitazione navale ad Ankara questa settimana.

Sebbene i ministeri della Difesa di Turchia e Arabia Saudita si siano astenuti dal commentare dettagliatamente, l'esistenza di una bozza operativa suggerisce un avanzamento significativo dei negoziati. L'accordo nella loro prospettiva dunque, risponderebbe alla crescente domanda di architetture di sicurezza regionali autonome, in un momento di ridefinizione degli equilibri di potere mediorientali e di preoccupazioni per la stabilità dell'Asia meridionale.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

La farsa dell'accordo Trump ed il diritto alla lotta (anche armata) del popolo palestinese. Intervista a Luigi De Magistris

 

di Francesco Santoianni 

Napoli, lunedì 19 gennaio, al Teatro Bellini “Life for Gaza – Senza tregua: musica e parole per la Palestina”, una iniziativa di Life for Gaza e promossa da Luigi de Magistris, per due volte Sindaco di Napoli.

 

<<La farsa dell’”Accordo di Pace”, presentato da Trump a Sharm el-Sheikh nell’ottobre 2025, è servita spegnere l’indignazione generale sul genocidio a Gaza. Genocidio che oggi continua affidando, (oltre che a continui omicidi mirati) al freddo e alle malattie l’eliminazione del popolo di Gaza ridotto a vivere, dopo la distruzione degli edifici, in tende allagate. E tutto questo mentre si intensifica la pulizia etnica in Cisgiordania, si condanna come “antisemitismo” ogni critica al sionismo e si addita come “terroristi” un popolo come quello palestinese che, dopo aver inutilmente tentato tutte le strade pacifiche, si trova costretto ad imbracciare le armi contro chi vuole cacciarlo da una terra sua da millenni.>>


E tutto questo nell’ignavia dei governi occidentali.

<<Purtroppo, non solo di questi. Per costringere Israele a fermare il genocidio, il governo italiano poteva annullare la vendita di armamenti, l’Accordo di cooperazione militare, l’Accordo sulla ricerca scientifica, l’Accordo tra università…. e, soprattutto, così come ha fatto il governo spagnolo, imporre sanzioni. Invece, succube di Trump e di Netanyahu, non ha fatto nulla di tutto ciò, mentre l’opposizione parlamentare è stata anche ambigua, soprattutto nella prima fase del genocidio>>

Tornando alle accuse di “terrorismo” rivolte ai Palestinesi, tu, già nel dicembre 2023, quando era agli inizi la mattanza di Gaza, ti sei tirato dietro non poche critiche parlando del diritto del popolo palestinese a resistere anche con le armi.

<<Anche l’ONU riconosce la legittimità della lotta dei popoli sotto dominazione coloniale e straniera e sotto regimi razzisti a esercitare il loro diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza nazionale, inclusa la lotta armata. Questo diritto è, a fasi alterne, riconosciuto anche dall’Occidente (si pensi, ad esempio, ai “ribelli” del Kossovo o agli Ucraini) ma non per i Palestinesi che dal 1948 almeno subiscono massacri e una feroce pulizia etnica, silenziata da una potentissima lobby sionista che attraversa anche fortemente le democrazie occidentali.”.>>


A proposito di Ucraina e di altri conflitti in corso (si pensi al rapimento di Maduro o all’Iran), al momento, si direbbero irrilevanti i movimenti di protesta in Italia.

<<Purtroppo è così. Si è vista una grande mobilitazione per la Palestina, ma non ancora in maniera adeguata contro le guerre, per la pace e la giustizia sociale. Una situazione che lascia presagire un futuro devastato da guerre, e soppressione dei diritti; un mondo suddiviso soprattutto in tre (USA, Cina, Russia) granitici blocchi di influenza che potrebbero portare ad una nuova guerra mondiale.

Mai come oggi ci sarebbe bisogno di un grande movimento contro questa prospettiva. Io, nel mio piccolo, a partire da Napoli, cerco di costruirlo. Credo nella costruzione dal basso dell’alternativa, che si deve fondare fortemente sulla pace, la fratellanza, la giustizia. È vero che di fronte a questi blocchi di poteri forti a tutti i livelli potrebbe prevalere il senso dell’impotenza ma è proprio quello che vogliono, ridurci alla paura e alla rassegnazione. E noi dobbiamo lottare per i valori costituzionali senza cadere nel baratro delle valutazioni di opportunità e convenienza. I partigiani delle quattro giornate di Napoli sapevano della potenza delle forze armate naziste e dei fascisti, ma scelsero di lottare perché era giusto e doveroso e Napoli fu la prima città d’Europa a liberarsi del nazifascismo. E tornando ai tempi nostri, già nel 2011 liberammo Napoli dalla cappa nauseante dei poteri forti e corrotti, nuovamente ora ci tocca liberare Napoli da un sindaco garante dei poteri forti che mettono le mani sulla città.


ASCOLTA L'ULTIMA PUNTATA DI RADIO GAZA

  •  

Transizione di potere a Kiev nella lotta tra Democratici e Repubblicani USA?

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

A detta di Donald Trump, la Russia sarebbe pronta a sottoscrivere un accordo sulla questione ucraina: penso che Vladimir Putin sia pronto a raggiungere un accordo, mentre lo sia meno l'Ucraina, ha dichiarato Trump alla Reuters e invece, ha detto, Vladimir Zelenskij sarebbe responsabile del ritardo nel raggiungimento di un'intesa.

Che dunque dietro il parapiglia corruttivo che in questi giorni ha riportato al centro dell'attenzione l'ex “regina del gas” Julija Timošenko, ci sia anche una lotta ai vertici su se e come arrivare a un ribaltamento delle posizioni presidenziali in merito alle trattative per la soluzione del conflitto?

Difficile azzardare conclusioni, tantomeno se suffragate da semplici ipotesi e tanto più che i fatti al centro dell'attenzione a Kiev non indicano nulla di nuovo, a fronte di un sistema corruttivo diffuso a ogni livello e che, se apparentemente aveva lasciato fuori finora dalla tempesta la ex “martire” della rivoluzione arancione pre-majdanista, vedeva proprio in lei uno dei capostipiti dell'affarismo politico-banditesco degli anni 2000.

A ogni modo, i fatti nudi e crudi sono ora che i funzionari di NABU e SAP hanno perquisito l'abitazione di Julija e la sede del suo partito “Bat'kvshchina” e anche quella del capo della frazione parlamentare “Servo del popolo”, David Arakhamija, perché sospettati di aver corrotto, con l'offerta di migliaia di dollari, alcuni deputati della Rada, nel tentativo di smantellare la già di per sé traballante maggioranza di Zelenskij.

Pare che i mercanteggiamenti parlamentari di Julija siano risultati un po' troppo scomodi non solo per Zelenskij, ma anche per i tutor americani che controllano NABU e SAP, che non hanno bisogno della potenziale "destabilizzazione" del fronte interno ucraino. Alla Rada, Timošenko ha definito le azioni del NABU un attacco politico e un atto di terrorismo; «respingo categoricamente tutte le accuse assurde. Sembra che le elezioni siano molto più vicine di quanto pensassimo. E qualcuno ha deciso di avviare un'epurazione dei concorrenti», si difende Timošenko.

A parte il fatto che, come ricorda l'ex deputato della Rada Oleg Tsarëv, Julija detesta Zelenskij, che alle presidenziali le aveva  strappato la vittoria, la “bionda nonnetta” viene ora castigata per aver votato contro NABU, quando il suo voto sia stato decisivo per l'approvazione della legge che avrebbe privato NABU dei suoi poteri e poi, invece, non aveva votato quando era stato deciso il ripristino dei poteri dello stesso NABU.

Una settimana fa, Julija ha anche votato per la destituzione del capo del SBU, Vasilij Maljuk e decisivi sono stati gli 11 voti di Bat'kvshchina: se Malyuk fosse rimasto a capo del SBU, Zelenskij non avrebbe avuto le forze di sicurezza. Dato che l'Ucraina è una repubblica parlamentare-presidenziale, ricorda Tsarëv, Arakhamija, insieme a Timošenko, Porošenko e anche alla frazione “Golos”, avrebbe potuto prendere il controllo del parlamento e, formando un nuovo governo, controllare tutto, compreso Zelenskij. «La situazione politica si è bloccata, a un passo dalla sostituzione di Zelenskij» dice Tsarëv; ma «non ha funzionato. E tutto grazie a Timošenko, che ora rischia un'altra pena detentiva, a meno che, in futuro, non inizi a votare come le dice NABU, non l'ufficio presidenziale».

Sulla russa Vzgljad, Anastasija Kulikova riassume i pareri di diversi osservatori, ricordando come, in base alle intercettazioni, la “treccia bionda” beniamina degli euro-democratici avrebbe espresso la sua intenzione di «distruggere la maggioranza» alla Rada, riferendosi alla fazione “Servo del popolo”. In linea con le ipotesi di Tsarëv, il corrispondente di guerra Aleksandr Kots suppone che la leader di Bat'kvshchina abbia stretto un'alleanza situazionale con la squadra di Zelenskij sul licenziamento di alcun ministri, ma poi abbia tentato di "mercanteggiare". Il politologo Vladimir Kornilov ritiene che gli eventi attuali possano essere visti come un lavoro pre-elettorale del NABU, vedendo Timošenko come potenziale concorrente di Zelenskij. Ma la politologa Larisa Šesler, ammettendo che le perquisizioni abbiano un fondamento politico, dubita che sia stato Zelenskij a ordinarle, osservando che Julija negli ultimi tempi aveva cercato di evitare un'escalation di tensioni col presidente. Šesler osserva anche che Timošenko non è una seria concorrente per Zelenskij: secondo i sondaggi del KIIS, l'indice di gradimento del suo partito si aggira intorno al 5%.

Secondo Šesler, le perquisizioni sarebbero un tentativo, da parte di entità al di fuori del suo controllo, di limitare le manovre di Zelenskij alla Rada: si tratterebbe «del desiderio dell'Occidente di limitare lui e alcune forze politiche». Ciò suggerisce un'altra spiegazione: a parere dell'economista Marat Baširov, qualcuno intenderebbe privare Zelenskij di un parlamento controllato. La Rada è infatti un organo chiave per stabilire i termini della pace. I legislatori approveranno leggi sulle questioni di sicurezza e determineranno le date delle elezioni presidenziali in Ucraina e del nuovo parlamento.

Il politologo Aleksej Nechaev osserva che la situazione solleva interrogativi sulla legittimità della Rada stessa: «dal punto di vista giuridico, in base alla legge marziale, i mandati dei deputati vengono automaticamente prorogati: l'assenza di elezioni nel 2023 non annulla di per sé il loro status. Ma, dalla fine di quell'anno, il monopolio parlamentare di “Servo del popolo” ha di fatto cessato di esistere a causa dell'esodo dei deputati e della cronica compera di voti da altre frazioni parlamentari; per legge, la Rada avrebbe dovuto riconvocare la coalizione, sostituire il presidente e formare un nuovo governo».

Giuridicamente, la Rada è solo «parzialmente legittima, così come le sue decisioni. Tutto il resto è una questione di lotta politica interna, competizione e relazioni merce-denaro». Anche Moskva, dice Nechaev, dovrebbe prendere in considerazione l'idea di articolare in modo chiaro e ufficiale la propria posizione sulla legittimità e l'autorità della Rada: «è importante per il processo negoziale, poiché Zelenskij ha perso la legittimità, mentre il parlamento formalmente rimane in parte legittimo».

Come sempre, dunque, anche nel caso della Timošenko, per quanto la propensione alla corruzione sia più che un'indole personale e rientri nella pratica quotidiana più diffusa a ogni livello in Ucraina, lo “smascheramento”, per modi e tempistica, riveste i caratteri delle tresche politiche.

Il politologo ucraino Jurij Romanenko ipotizza addirittura che Julija avrebbe pagato il prezzo per aver passato a Trump informazioni compromettenti sul figlio di Joe Biden. Il Partito Democratico, a suo tempo creatore del NABU, ha conservato propri elementi in Ucraina e, in particolare, nella struttura anti-corruzione. Da parte sua, Trump sta continuando a indagare su Burisma e tutto il resto. A detta di Romanenko, per il Partito Democratico era importante ottenere l'accesso al telefono di Timošenko per capire quali documenti fossero stati trasmessi ai concorrenti. NABU, in quanto agenzia creata dal Partito Democratico e da questo ancora controllata, era «interessato a chi avrebbe preso di mira Trump negli Stati Uniti, quindi hanno bisogno di materiali da usare per mettere in guardia quelle persone che a Washington sono oggi all'opposizione».

A proposito di quanto detto all'inizio, sul momento “di passaggio” verso una soluzione del conflitto e la necessità di mettere al posto appropriato alcune figure, ecco che Vladimir Skachkò, su Ukraina.ru ipotizza una presidenza della 65enne Julija Timošenko, anche come capo di Stato ad interim, o presidente di un «cosiddetto periodo di transizione, che in Ucraina, con i suoi ritmi lenti e l'incapacità di rispettare gli accordi, potrebbe protrarsi all'infinito... E per Timošenko, che ha ricoperto due volte la carica di primo ministro e quella di leader dell'opposizione a tutti i presidenti, questa è l'ultima possibilità di realizzare un sogno a lungo coltivato, quasi maniacale: quello di una semplice ragazza ebrea di Dnepropetrovsk, diventata l'oligarca più ricca d'Ucraina, di guidare il Paese. Lo ha desiderato quattro volte, si è candidata ufficialmente tre volte, ma ha sempre fallito». Basti ricordare il 2004, con la “rivoluzione arancione” e Viktor Jushchenko; il 2010 col leader del Partito delle Regioni Viktor Janukovic; il 2014, quando perse la corsa con Petro Porošenko: fu nella primavera di quell'anno che Julija diceva di voler recintare il Donbass col filo spinato e sganciarvi una bomba atomica. Poi, ancora nel 2019, perse la corsa presidenziale con Vladimir Zelenskij. E ora, Julija sente che si avvicina un passaggio di potere e che si potrebbe «aprire la strada per raggiungere la vetta. I padroni dietro le quinte del paese, che hanno portato l'Ucraina sull'orlo del collasso, potrebbero ancora aver bisogno di un nuovo gestore per garantire una parvenza di meccanismi democratici di trasferimento del potere dalle vecchie élite alle nuove. E, per questa transizione, pare opportuno un qualche tipo di autorità di passaggio: una sorta di "comitato di accordo nazionale", o, in ultima analisi, un presidente di transizione».

Oggi, dice Skachkò, in Ucraina, solo i pigri non dicono che se stanno cercando di processare "l'unico uomo con le palle" nella politica ucraina, la 65enne Timošenko, allora significa che ci sono delle elezioni in arrivo, presidenziali e parlamentari. Non appena verrà raggiunta la pace o anche un cessate il fuoco, l'Ucraina dovrà sottoporsi a un rafforzamento del potere, dato che oggi il paese è governato sia da un presidente scaduto, che da una Rada scaduta e, secondo la legge ucraina, il presidente scaduto non può prendere decisioni, mentre il parlamento, pur scaduto, ha il diritto di esercitare i propri poteri.

Oggi, l'Ucraina è influenzata sia dalle cosiddette "colombe della pace", che fanno capo a Donald Trump, sia dai "falchi della guerra": i globalisti del Partito Democratico e delle élite liberali di UE e Commissione Europea.

Le "colombe" trumpiane  hanno bisogno della pace, o di una guerra a bassa intensità, per liberare risorse per il commercio con la Russia, o per una guerra su vasta scala con la Cina. I "falchi" liberali globalisti hanno bisogno della guerra per usarla per mettere a posto Trump negli Stati Uniti e rilanciare il complesso militare-industriale europeo. Ciò richiede una tregua temporanea, che garantisca il tempo necessario per prepararsi a una futura guerra più ampia con la Russia.

Per Trump, un'Ucraina dilaniata dalla guerra si sta trasformando nel suo Vietnam o Afghanistan, e questo rappresenta un duro colpo per le prospettive politiche del trumpismo nel suo complesso. Quindi, i trumpisti devono domare ulteriormente Zelenskij e la sua cricca o, idealmente, sostituirli con nuovi politici, cosa che può essere fatta attraverso elezioni, sia presidenziali che parlamentari. Ma, prima, è importante recidere l'attuale legame tra Zelenskij e la sua maggioranza alla Rada, rendendolo insostenibile e disfunzionale, e quindi inutile, e iniziare a riformattare il potere. Una possibile transizione di potere, almeno con una parvenza democratica. Ecco che, qui, Timošenko, criticando sia Zelenskij, che le agenzie create dai democratici (NABU e SAP) e cercando di stabilire legami con i trumpisti, ha spaventato l'attuale regime neonazista.

Così il regime ha deciso di intimidire Timošenko accusandola di corruzione politica. Un passo ridicolo nella realtà ucraina: in base allo stesso articolo 369 del CP, Julija e qualsiasi altro politico ucraino potrebbero essere incarcerati per le stesse azioni ogni giorno, in qualsiasi momento, dato che l'intero sistema politico in Ucraina si basa sulla corruzione. Dunque, conclude Skachkò, facciamo scorta di popcorn; lo spettacolo promette di essere interessante e feroce: gli alligatori che si contendono un pezzo di carne si prendono una pausa...

 

FONTE: 

https://politnavigator.news/timoshenko-gotovila-zagovor-protiv-zelenskogo.html

https://politnavigator.news/obyski-u-yulii-timoshenko-ejo-skoro-obyavyat-agentom-putina.html

https://news-front.su/2026/01/14/za-chto-na-samom-dele-nakazyvayut-timoshenko/

https://vz.ru/world/2026/1/14/1386934.html

https://politnavigator.news/obyski-timoshenko-uzhe-svyazyvayut-i-s-synom-trampa-i-s-synom-bajjdena.html

https://ukraina.ru/20260115/ugolovnyy-perekhodnik-timoshenko--chto-i-kak-posluzhit-tranzitu-vlasti-v-ukraine-1074314237.html

 

 

  •  

Alberto Bradanini - Lo Stato Canaglia non smette mai: ora è la volta dell’Iran

 

di Alberto Bradanini[i]

15 gennaio 2026

 

1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea - gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!

Si tratta di crimini etici, politici, giuridici e persino di senso comune, che prendono la forma di invasioni, colpi di stato, rivoluzioni colorate/teleguidate, assassini mirati, bombardamenti pedagogici, sanzioni, minacce di annessioni di paesi amici (Groenlandia, Panama, Canada …) o nemici (Cuba, Palestina/Gaza etc…), sequestri di presidenti (Maduro, 3 gennaio 2026) e tentativi di assassinarli (Putin, 28/29 dicembre 2025[1]). La storia retrocede di duecento anni, restaurando la gloriosa legge del gorilla. E l’Europa, e l’Italia, sia detto en passant, sono dignitosamente schiarate dalla parte del gorilla!

Nell’apprezzamento dell’oligarchia politico-affarista nordamericana, visibilmente uscita di senno, la Legge viene rispettata solo quando fa comodo. Chi osa resistere, se non dispone di adeguata deterrenza economica o militare, rischia la vita, come paese e come persona.

Una lunga schiera di analisti - valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[2] - ha documentato con inoppugnabile evidenza che in 80 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato (o tentato di) oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni di decine di paesi, bombardando popolazioni di una trentina di nazioni, la maggior parte povere e indifese; hanno provato ad assassinare politici di cinquanta stati, finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre venti paesi. La magnitudine di questi crimini viene spesso evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono più in alto o restano al loro posto, impuniti.

Il pianeta Terra non troverà pace fin quando non riuscirà a liberarsi da questo tumore metastatizzato che vuole dominare l’universo, aggredendo chiunque non si piega. Sanzioni, minacce, bombe, agenzie segrete, basi militari - 686 in 74 paesi[3] (in Italia 113[4] e 65/90 testate nucleari[5], in violazione del Trattato di Non Proliferazione), cui si aggiungono quelle segrete e quelle dei loro compagni britannici di merende – e via dicendo, nulla viene scartato, purché serva allo scopo.

Si tratta di cose note, eppure si continua a dipingere questo inquietante paese come l’ideale cui tutti aspireremmo, con qualche lacuna, certo, ma che volete? … la perfezione non è di questo mondo! e una delle ragioni alla base di tale distopia è costituita dalla colonizzazione delle menti[6] - tramite infiltrazione ideologica, manipolazioni, demonizzazione di altre nazioni, alterazioni percettive per sovvertire governi sovrani e altro ancora – che il governo degli Stati Uniti ha accentuato ancor più dalla fine della guerra fredda (1991). Si tratta di un vero e proprio lavaggio cerebrale, che impedisce ai popoli assonnati di avere un’idea meno approssimata degli accadimenti del mondo.

2. Venendo all’Iran, è noto che la plutocrazia (governo dei ricchi!) nordamericana è da sempre attenta alla tutela della vita umana degli altri popoli: basta gettare uno sguardo sul trattamento riservato nel giugno 2025 ai mille civili iraniani uccisi durante l’aggressione Usa-Israele, alla schiera interminabile di latino-americani, iracheni, libanesi, siriani, vietnamiti, somali, yemeniti, serbi etc. morti sotto le bombe umanitarie a stelle e strisce, alle violenze perpetrate - a dispetto del cosiddetto cessate il fuoco israeliano del 9 ottobre 2025 - contro il popolo palestinese, i cui massacri non sono mai cessati, con armi, soldi e (dietro le quinte) soldati Usa.

Oggi, questa nazione, per bocca del suo sublime rappresentante presidenziale, esprime turbamento per le sofferenze dei manifestanti iraniani scesi in piazza. Un’attenzione questa che qualche settimana fa era stata riservata anche ai cristiani della Nigeria, singolarmente la nazione più ricca di petrolio di tutta l’Africa, ma non ai cristiani di Siria, un paese ora guidato da un signor convertito alla democrazia, tale al-Jolani, di pregresso mestiere tagliagole, divenuto meritevole di abbraccio fraterno alla Casa Bianca e della mano sul cuore dei due capo-maggiordomi europei, von der Leyen e Antonio Costa. Quale esaltante esplosione di valori umani occidentali e di coerenza politica!

Se nei farfugliamenti del presidente i coraggiosi, empatici bombardamenti degli aviatori americani faranno migliaia di morti, che sarà mai! il popolo però potrà finalmente vivere in democrazia (quale genere di, possiamo immaginarlo gettando uno sguardo su Siria, Libia, Somalia etc.). Il compito di chiarire questo aspetto è comunque affidato alle incantevoli agenzie di intelligence, alle corporazioni di Wall Street e alle Sette Sorelle.

In verità, quel che accade in Iran in queste ore è un caso da manuale di regime change. La tecnica è collaudata: a) creare una crisi economica con sanzioni illegittime (in Iran durano da quasi cinquant'anni) rese più stringenti negli ultimi anni. La depressione economica genera infatti malcontento, che a sua volta spinge il popolo a protestare; b) vengono quindi reclutate schiere di infiltrati che per quattro soldi sparano su forze dell'ordine e manifestanti (modello Kiev/Maidan, 2014) creando caos, confondendo le responsabilità, inducendo a credere che il sistema stia crollando; c) a seguire – questa è la scommessa - i vertici dovremmo frantumarsi consentendo alle bombe umanitarie Usa di dare il colpo di grazia. Fine della storia. Questa volta, tuttavia, in Iran le cose sembrano andare altrimenti.

Vediamo. Che le inizialmente pacifiche manifestazioni contro il carovita e le critiche condizioni economiche siano state inquinate da teppisti al soldo del Mossad (e dunque della Cia e dell’Mi6) lo ha candidamente riconosciuto lo stesso servizio segreto israeliano[7], corroborato da Mike Pompeo (ex segretario di Stato e direttore della Cia con Trump 1.0) che ha complimentato i rivoltosi e i loro accompagnatori del Mossad[8] per il lavoro svolto sul campo. Dunque, non dovrebbero esserci dubbi, ma gli attenti osservatori di mainstream voltano pagina con indifferenza, perché verità o menzogna si confondono all’orizzonte. Solo pochi curiosi mantengono l’uso della ragione, la maggioranza fa fatica ad accettarne la deduzione.

Mentre restano aperte le piaghe inferte dall’impero all’Ucraina e al Venezuela, ecco dunque il turno dell’Iran. E la ragione è così banale che anche una foca esquimese riesce a capirla: il petrolio, croce e delizia delle nazioni indifese! Le riserve di petrolio e gas insieme fanno dell’Iran il primo paese al mondo, un boccone che più ghiotto non si può. Gli Stati Uniti vogliono imporre a tutti i paesi produttori l’uso del dollaro nelle transazioni energetiche, facendo in parallelo la guerra alle energie rinnovabili (di cui la Cina è dominus) che potrebbero prendere il posto dei combustibili fossili. Se il petrodollaro scomparisse, la valuta americana diverrebbe carta straccia, frantumando un’economia che si regge sulla stampa di moneta, pratica poco costosa che estrae da decenni lavoro e ricchezze dal resto del mondo. Non basteranno i dazi (tasse al consumo) imposti dall’instabile inquilino della Casa Bianca per reindustrializzare il paese, in assenza dei fondamentali. L’impero è in frantumi. Per tornare una nazione normale ci vorrà ancora tempo, ma il destino è segnato.


3. Insieme al petrolio l’altro obiettivo è indebolire lo sfidante principale, la Cina, la cui economia, nel semplicismo trumpiano, senza il petrolio iraniano verrebbe messa in ginocchio e comunque tornerebbe al petrodollaro, abbandonando il petroyuan. Ma la Cina ha tante frecce al suo arco e saprà reagire a dovere. Infine, Washington immagina che eventuali trasferimenti di armamenti russi a favore di Teheran intrappolata in una guerra prolungata indebolirebbe l’impegno di Mosca sul fronte ucraino, con presunti benefici per l’Occidente Collettivo esposto su quel fronte.

Per Israele, a sua volta, e in misura minore per Washington, la destabilizzazione dell’Iran porterebbe alla frantumazione del paese. L’Iran è in effetti composto da diverse etnie: azeri, curdi, arabi, baluchi, kazaki, Lori, Qasquai e altri, mentre i persiani veri e propri non superano il 55%. Tante piccole nazioni in guerra tra loro e facilmente soggiogabili, sul modello Libia o Siria, è anche il sogno di Israele. Ma l’Iran, che fino al 1935 si chiamava Persia, ha una lunga storia e una panoplia di articolate anime e configurazioni, che i deliranti propositi trumpiani non capiranno mai. È dunque consigliabile evitare previsioni e semplificazioni.

In uno scenario mediorientale di conflitto prolungato che coinvolga gli Usa, Israele potrebbe beninteso coronare il suo sogno, liberarsi una volta per tutte dei palestinesi sopravvissuti, cacciandoli in Egitto o chissà dove.

Una nuova aggressione Usa-Israele contro l’Iran aprirebbe d’altra parte scenari imprevedibili su altri fronti: a) con la Turchia, che resta inquieta davanti all’espansionismo israeliano in Siria; b) i curdi, indomiti e divisi su quattro paesi; c) il Pakistan, che dispone dell’arma nucleare e potrebbe non restare indifferente in un conflitto allargato; d) l’Iran infine, va rilevato, secondo l’Aiea dispone di oltre 400 kg accertati di uranio arricchito (che non sono stati distrutti nella messinscena del bombardamento di Fordow nel giugno ’25, e potrebbe averne persino di più), con i quali si può già fabbricare un ordigno nucleare. Secondo alcuni analisti, infatti, Teheran sarebbe già ora una potenza nucleare non dichiarata, che messa alle strette potrebbe utilizzare l’arma atomica, come del resto Israele in situazioni analoghe. Infine, se aggredita, Teheran potrebbe ricorrere all’arma atomica energetica, riempire di mine il Mar Rosso rendendolo impercorribile per anni e/o chiudere lo stretto di Hormuz, dove transita un terzo del petrolio mondiale via mare, il 20% del totale. Arma estrema certo, ma possibile, anche se ciò non piacerebbe alla Cina, che nel 2025 – infischiandosi delle sanzioni statunitensi – ha acquistato l'80-90% dell’export petrolifero iraniano[9], equivalente al 13,6% del totale importato. 

In buona sostanza, qualora davvero gli Stati Uniti, insieme a Israele, decidessero sconsideratamente di tornare ad aggredire l’Iran, il mondo intero, non solo la regione mediorientale, si troverebbe davanti a drammatici scenari. Non può non generare acuta depressione constatare il silenzio dei governi europei – e per quanto ci riguarda della patetica l’Italia, priva di un briciolo di coraggio in politica estera – davanti a questa locomotiva impazzita, che gioca con la vita dei popoli, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano, in caso di escalation nucleare.

Il pericolo qui non viene da autocrazie o dittature, comuniste o fasciste che siano, ma dalle degradate élite nordamericane, dai loro vassalli europei e dai media servili che imbrattano con le loro menzogne le menti del popolo.

4. Per finire, è bene evidenziare ancora una volta che l’aggressione militare contro una nazione sovrana (o meglio il secondo atto, dopo lo scorso giungo) costituisce un atto illegittimo sia per il diritto internazionale che per la Costituzione statunitense, poiché una guerra non dovuta a legittima difesa deve ottenere il via libera del Congresso. Ora, in assenza di un potere superiore, sulla scena anarchica internazionale, che disponga del monopolio dell'uso della forza e capace di imporre il rispetto della Legge, pesi e contrappesi interni alla cosiddetta democrazia americana dovrebbero supplire, al meno in parte, suggerendo moderazione e rispetto della sovranità altrui. Ma questo è proprio ciò che fa acqua da tutte le parti. Dunque, se in un solo anno l’esagitato inquilino della Casa Bianca ha messo a soqquadro il commercio del pianeta e aggredito impunemente sette paesi (Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen), solo Iddio sa cosa potrà combinare nei tre anni che lo separano dalla sua uscita. Senza la massima attenzione al principio di non interferenza negli affari altrui, il mondo diventa un inferno. Ogni nazione ha il diritto inalienabile di scegliere il proprio destino, anche sbagliando.

Non v’è dubbio che l’Iran sia una teocrazia (lo è del resto anche Israele), ma gli iraniani hanno diritto di scegliere il loro sistema come credono. D’altra parte, non dovrebbe sorprendere che un paese sotto assedio da anni, brutalmente aggredito, senza rappresentare un pericolo per nessuno (tantomeno per Israele o gli Stati Uniti), un governo che vede massacrare i propri vertici militari, insieme a suoi alleati, un paese che teme di essere destabilizzato a morte, reagisca fuori le righe. Una domanda sorge spontanea: cosa avrebbe fatto un governo europeo davanti a manifestanti armati che sparano alle forze dell’ordine e ai manifestanti? La domanda è aperta.

Lasciamo dunque in pace l’Iran, e pian piano anche quel paese troverà la strada verso una apertura politica, sociale e istituzionale. Per favorire questi sviluppi, semmai, andrebbero promossi commerci e investimenti, scambi scientifici, turismo e via dicendo, come prevedeva del resto, tra le righe, il Jcpoa[10] (l’accodo nucleare voluto da B. Obama nel 2015), che nel 2018 Trump decise di stracciare, sotto la pressione di Israele. È verosimile che dopo dieci anni, se l’accordo fosse rimasto in vigore, avremmo oggi a che fare con un paese diverso, più aperto e finanche influenzabile sui temi che ci stanno a cuore. In verità, l’Iran è un nemico costruito, che serve le agende di Israele e dell’espansionismo nordamericano. È la sua sovranità che deve essere frantumata. La storia non fa regali. Piegarsi senza fiatare agli appetiti imperialistici degli Stati Uniti toglie etica alla coscienza politica e persino significato alla nostra alleanza, e non fa certo gli interessi del popolo iraniano.

Le guerre, sarà bene ribadirlo in chiusura, uccidono sempre la povera gente. Donald Trump è invitato a passare qualche giorno a Gaza in una tenda battuta dal vento, o in una casa iraniana bombardata da quegli ordigni di cui tanto va fiero. Se sarà sopravvissuto, saremo curiosi di ascoltare il suo pensiero.

 

[1] https://mail.yahoo.com/d/folders/1/messages/AADEXJAf7tg5Og5Jjwh0IE0Y081?reason=invalid_cred

[2] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

 

[3] https://www.tpi.it/esteri/basi-militari-stati-uniti-2017082350311/

[4] http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm

[5] https://www.tpi.it/esteri/bombe-nucleari-usa-italia-dati-documenti-20190717372685/

[6] https://english.news.cn/20250907/52998b0f27704866af2a66f5df6577dd/c.html

[7] https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-881733

[8] https://www.wionews.com/world/pompeo-mossad-agents-iran-protests-controversy-1767420580748

[9]https://search.brave.com/search?q=how+much+iranian+oil+china+buys&source=desktop&summary=1&conversation=91ef36f1a60913c2960518

[10] Joint Comprehensive Plan of Action

[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

 

  •  

Venezuela: Delcy Rodríguez parla alla Nazione in un contesto senza precedenti

La presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha pronunciato il Messaggio Annuale alla Nazione in una situazione politica del tutto eccezionale, dovuta al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata, prima combattente, Cilia Flores da parte degli Stati Uniti, dopo l’invasione militare del 3 gennaio che ha causato oltre cento vittime.

In apertura del suo intervento davanti all’Assemblea Nazionale, Rodríguez ha chiesto un minuto di applausi per i giovani caduti combattendo contro l’aggressione straniera, trasformando il dolore collettivo in un appello alla resistenza e alla speranza. La liberazione di Maduro e Flores è stata indicata come priorità assoluta del suo mandato. La presidente incaricata ha spiegato che il rapporto di governo 2025 presentato al Parlamento è stato redatto dallo stesso Maduro e completato poche ore prima del suo sequestro.

Un documento che contiene il piano politico denominato “Reto Admirable”, ispirato alla Campagna Ammirabile di Simón Bolívar. Rodríguez ha denunciato il blocco navale imposto dagli Stati Uniti e il tentativo di soffocare il Venezuela come paese esportatore di energia, negandogli il diritto di commerciare liberamente le proprie risorse strategiche. Ha inoltre sottolineato la gravità senza precedenti dell’attacco di una potenza nucleare contro il paese sudamericano. Il Messaggio alla Nazione, previsto dalla Costituzione, assume quest’anno un carattere storico e straordinario.

Le istituzioni, ha ribadito Rodríguez, restano pienamente operative per garantire continuità amministrativa e sovranità nazionale, mentre imponenti mobilitazioni popolari chiedono la liberazione immediata del presidente e della prima combattente.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Putin: “Serve una nuova architettura di sicurezza per fermare il conflitto in Ucraina”

La pace in Ucraina deve essere raggiunta il prima possibile, ma per farlo è necessario tornare a discutere una nuova e più equa architettura di sicurezza internazionale. È il messaggio lanciato da Vladimir Putin il 15 gennaio durante la cerimonia di consegna delle credenziali ai nuovi ambasciatori stranieri al Cremlino. Secondo il presidente russo, la crisi ucraina è il risultato di anni dove gli interessi di sicurezza della Russia sono stati volutamente ignorati, in particolare attraverso l’espansione della NATO verso est.

Putin ha descritto un contesto globale sempre più degradato, in cui la diplomazia viene spesso sostituita da azioni unilaterali e pericolose. Mosca, ha ribadito, chiede con maggiore forza il rispetto del diritto internazionale e sostiene il rafforzamento del ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari mondiali. La sicurezza, ha sottolineato, deve essere “eguale e indivisibile” e non può essere garantita a scapito di altri Paesi.

Pur riconoscendo che i rapporti tra Russia ed Europa restano oggi difficili, Putin ha dichiarato che Mosca è pronta a ricostruirli, a condizione che vengano rispettati gli interessi reciproci, in particolare in materia di sicurezza.

Un’apertura che si inserisce nella visione russa di un ordine mondiale multipolare e più bilanciato.

 

LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Trump minaccia di invocare la Legge sull'Insurrezione per fermare le proteste contro l'ICE in Minnesota

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un duro avvertimento dichiarando di poter invocare la Legge sull’Insurrezione e dispiegare ulteriori truppe federali in Minnesota. La minaccia è diretta contro le autorità statali a guida democratica, accusate di non riuscire a porre fine alle proteste contro gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Per settimane, le operazioni di controllo migratorio dell’ICE hanno seminato terrore nei quartieri con retate e arresti, scatenando un’ondata di manifestazioni.

Attraverso la sua piattaforma Truth Social, Trump ha scritto in tono minaccioso che “se i politici corrotti del Minnesota non fanno rispettare la legge e non fermano gli agitatori professionisti che attaccano i patrioti dell’ICE, che stanno solo facendo il loro dovere, ricorrerò alla Legge sull’Insurrezione, qualcosa che diversi presidenti hanno fatto prima di me”. L’avvertimento giunge il giorno dopo che un agente federale ha sparato e ferito un uomo durante una manifestazione a Minneapolis, protesta scatenata dalle retate migratorie volute dall’Amministrazione Trump. L’incidente ha riacceso la paura e l’indignazione nella città, già scossa dall’uccisione di Renee Good, 37 anni, per mano di un agente dell’ICE.

Trump ha ripetutamente minacciato di invocare la Legge sull’Insurrezione per mobilitare l’esercito o la Guardia Nazionale, nonostante l’opposizione di diversi governatori. Storicamente, questa norma è stata utilizzata più di due dozzine di volte; l’ultima risale al 1992, quando il presidente George H. W. Bush, su richiesta delle autorità locali, intervenne per sedare i disordini a Los Angeles dopo il caso di brutalità poliziesca ai danni dell’automobilista afroamericano Rodney King.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha affermato che dall’inizio di dicembre sono stati registrati oltre 2.000 arresti in Minnesota e ha promesso di continuare le operazioni. Già questo mercoledì, agenti federali hanno disperso manifestanti a Minneapolis usando gas lacrimogeno, vicino al luogo dell’ultima sparatoria. Il capo della polizia, Brian O’Hara, ha definito la concentrazione “un’assemblea illegale” e ha chiesto ai presenti di disperdersi.

???????????? | Ciudadanos estadounidenses se manifiestan en contra de los asesinatos perpetrados por el #ICE. El rechazo al Gobierno de Donald Trump alcanza ya un 57%.

#HenryCamelo pic.twitter.com/tgkFGgPmJW

— teleSUR TV (@teleSURtv) January 14, 2026

Le proteste a Minneapolis sono diventate frequenti dall’omicidio di Good lo scorso 7 gennaio. Gli agenti sono intervenuti in strade e abitazioni, scontrandosi con cittadini che chiedono il ritiro delle forze federali. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha affermato che la città affronta “una situazione impossibile”. Ha inoltre denunciato che la forza federale, cinque volte superiore alla polizia locale che conta 600 agenti, ha “invaso” la città, generando paura e rabbia tra la popolazione. La tensione rimane altissima, mentre la minaccia di un’escalation militare-federale pende sulla comunità.

  •  

Più ore, meno diritti, zero futuro: il neoliberismo di Merz


di Fabrizio Verde

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito che la situazione economica del Paese è "molto critica" e che la Germania non è più sufficientemente competitiva, secondo il quotidiano teutonico Bild.

Durante il suo discorso a centinaia di imprenditori nella città di Halle, ha sostenuto che l'economia non può prosperare con una settimana lavorativa di quattro giorni o con l'attenzione all'equilibrio tra lavoro e vita privata. Ha citato gli elevati costi energetici, l'eccessiva burocrazia e, soprattutto, quello che ha descritto come un costo del lavoro eccessivamente elevato.

Merz ha chiarito di aspettarsi "maggiore produttività, maggiore impegno e orari di lavoro più lunghi" dalla forza lavoro. Ha affermato che la ricerca dell'equilibrio tra lavoro e vita privata, abbinata alla settimana lavorativa di quattro giorni, è "insostenibile" per l'economia tedesca e ha chiesto incentivi per incoraggiare le persone a lavorare più a lungo, sottolineando che non tutti i lavori sono fisicamente impegnativi.

Ha inoltre espresso la sua aspettativa di una crescita economica di almeno l'1% entro il 2026. Parte di questo aumento, ha indicato, sarà raggiunto perché diversi giorni festivi cadranno nei fine settimana, liberando più ore di lavoro. Come punto di riferimento, ha citato la Svizzera, dove, a suo dire, la popolazione lavora circa 200 ore in più all'anno rispetto alla Germania, aggiungendo di non vedere "ragioni genetiche" per cui i tedeschi non possano fare qualcosa di simile.

Neoliberismo in purezza: un’ideologia fallimentare

Quello proposto da Merz non è semplice pragmatismo economico: è neoliberismo in purezza, un’ideologia che, sotto la maschera della “libertà economica”, ha prodotto ovunque disuguaglianze, crisi democratiche e ovviamente economiche, oltre a un impoverimento generalizzato delle classi lavoratrici e popolari. È un modello che, lungi dall’essere neutrale o tecnico, impone scelte politiche precise: tagli ai diritti sociali, precarizzazione del lavoro, smantellamento dello Stato sociale, deregolamentazione selvaggia e subordinazione della democrazia agli interessi del capitale finanziario.

Come da varie analisi del fenomeno, il neoliberismo – nato verso la fine degli anni ’70 con Reagan e Thatcher - si presenta come ideologia che pone la libertà economica al centro di ogni altra libertà. Tuttavia, i dati storici e statistici dimostrano con chiarezza che non ha generato né crescita sostenibile né benessere diffuso. Anzi: dopo la crisi del 2008, è emerso con forza che i mercati non sono affatto “autoregolanti”. Non esiste la fantomatica mano invisibile capace di regolarli. Questi invece sono instabili, speculativi e inclini al collasso senza intervento pubblico.

In Occidente, il periodo neoliberista ha coinciso con un’impennata delle disuguaglianze. Negli Stati Uniti, l’indice di Gini - che misura la disuguaglianza dei redditi - è salito dal 34,7 del 1980 al 41,3 del 2022, il livello più alto tra i paesi occidentali. Anche in Europa, pur con minore intensità, la tendenza è stata la stessa: tagli alle tasse sui redditi alti e sul capitale, compressione salariale, riduzione della spesa pubblica e smantellamento del welfare hanno favorito i ricchi e privilegiati a scapito della larghe masse popolari.

La teoria del “trickle-down” - secondo cui i ricchi, se lasciati liberi di accumulare ricchezza, la “faranno gocciolare” verso il basso - è stata definitivamente smentita persino dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Al contrario, studi recenti mostrano che un aumento della quota di reddito detenuta dai più ricchi riduce la crescita economica, perché i ricchi risparmiano più di quanto consumino, e i loro capitali finiscono spesso in attività speculative anziché produttive.

Ma il danno più profondo è stato politico. L’aumento delle disuguaglianze ha alimentato sfiducia nelle istituzioni democratiche, astensionismo, rabbia sociale e la crescita di movimenti paseudo-populisti, spesso legati all’estrema destra. Le élite politiche, sempre più dipendenti dal potere finanziario, hanno perso contatto con le esigenze reali dei cittadini. Il risultato? Un vuoto di rappresentanza che ha aperto la strada a figure come Donald Trump o lo stesso Merz.

In Europa, la situazione è meno drammatica, ma non per merito del neoliberismo: anzi, è grazie al residuo welfare continentale, più robusto di quello anglosassone, che la disuguaglianza è rimasta leggermente più contenuta. Tuttavia, il quadro istituzionale europeo - con i suoi vincoli in materia fiscale e il Patto di Stabilità di matrice ordoliberale - impedisce riforme efficaci e l’implemetazione delle necessarie politiche economiche capaci di risollevare le economie e le condizioni di vita dei lavoratori. Qualsiasi governo intenzionato a intervenire su questo versante, si trova con le mani praticamente legate.

L’unica via d’uscita è un cambio radicale di paradigma: politiche espansive, investimenti massicci in innovazione e misure redistributive a favore delle classi medie e basse. 

La de-industrializzazione della Germania: frutto del neoliberismo e dell’ideologia anti-Russia

A questa cornice ideologica si è aggiunta, negli ultimi anni, una scelta strategica catastrofica: la rinuncia volontaria all’energia a basso costo fornita dalla Russia. Questa decisione, dettata più da logiche geopolitiche ideologiche che da una reale valutazione degli interessi nazionali, ha accelerato un processo già in atto: la de-industrializzazione della Germania.

L’industria tedesca, la cosiddetta locomotiva dell’economia europea, si basava su un accesso stabile, sicuro ed economico al gas russo. Con la fine di questo flusso - non sostituito in tempo né da alternative competitive né da una transizione pianificata - i costi energetici sono schizzati alle stelle, rendendo molte produzioni non più competitive a livello globale. Decine di impianti chimici, siderurgici, ceramici e meccanici hanno chiuso o delocalizzato, portando con sé posti di lavoro qualificati, know-how industriale e capacità produttiva strategica.

Questa scelta non è stata un incidente, ma la conseguenza diretta di un pensiero economico neoliberista che, da un lato, ha smantellato la pianificazione pubblica e la sovranità energetica, e dall’altro ha subordinato la politica economica a narrazioni morali semplificate. Il risultato è un paradosso: un Paese che un tempo guidava l’industria europea ora vede svuotarsi le sue fabbriche, mentre i suoi leader propongono di “lavorare di più” per compensare un declino strutturale causato da scelte politiche sbagliate.

La Germania non sta affrontando una semplice crisi congiunturale: sta vivendo il collasso della sua base industriale, erosa dal combinato disposto di trent’anni di deregulation, tagli agli investimenti pubblici e ora da una rottura geopolitica gestita con arroganza ideologica. Eppure, invece di riconsiderare il modello, Merz insiste nel chiedere sacrifici ai lavoratori, come se il problema fosse la loro pigrizia e non il fallimento di un’intera visione del mondo.

Il laboratorio cileno: il neoliberismo nato nel sangue

Se si vuole comprendere fino in fondo la natura violenta del neoliberismo, si deve volgere lo sguardo al passato, precisamente al Cile del 1973. Fu lì, con il golpe militare guidato da Augusto Pinochet - sostenuto dagli Stati Uniti - che il neoliberismo fu applicato per la prima volta su larga scala, non come scelta democratica, ma come esperimento imposto con la forza.

Salvador Allende, primo presidente marxista eletto democraticamente in America Latina, aveva avviato riforme sociali ambiziose: nazionalizzazione del rame, delle banche e delle telecomunicazioni, programmi di welfare e occupazione per i più poveri. La sua visione minacciava gli interessi delle multinazionali nordamericane come l’Anaconda Copper e l’ITT, e soprattutto contraddiceva la dottrina praticata dalla Casa Bianca durante la Guerra Fredda.

Così, con l’appoggio diretto della CIA e l’ordine esplicito di Nixon di “far gridare l’economia cilena”, Allende fu rovesciato. Il 11 settembre 1973, il palazzo presidenziale fu bombardato; Allende morì. Al suo posto, Pinochet instaurò una dittatura fascio-liberista brutale che durò diciassette anni.

Fu allora che entrarono in scena i cosiddetti “Chicago Boys”: un gruppo di economisti cileni formati all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman e influenzati da Friedrich Hayek. Appena insediati nei ministeri, imposero una “terapia d’urto”: privatizzazioni di massa, abolizione dei controlli sui prezzi, deregolamentazione finanziaria, tagli al welfare. L’inflazione calò, ma a caro prezzo: disoccupazione di massa, crollo del potere d’acquisto, disuguaglianze esplosive.

Nel 1982, il sistema crollò: il Cile fu travolto dalla crisi del debito latinoamericano con un crollo del PIL del 14%, il peggiore della regione. Solo allora, con misure pragmatiche - tra cui la nazionalizzazione di banche in fallimento, ironicamente simili a quelle di Allende - l’economia si riprese. Ma il danno sociale era irreversibile.

Intanto, il regime di Pinochet terrorizzava la popolazione: 30.000 persone torturate, 2.500 uccise, 1.300 “desaparecidos”, gettati dagli elicotteri in mare, migliaia costretti all’esilio. Il neoliberismo cileno non fu un “miracolo”, come lo definì Friedman, ma un progetto autoritario costruito sul terrore, dove la libertà di mercato andava di pari passo con la repressione politica.

Come ebbe a scrivere Naomi Klein, si trattò di una “dottrina dello shock”: approfittare del caos, della paura e della violenza per imporre riforme che nessuna società davvero libera avrebbe mai accettato.

Oltre il neoliberismo: la via cinese

Oggi, le parole di Friedrich Merz risuonano come un sinistro déjà vu. Chiedere più ore di lavoro, demonizzare il diritto al tempo libero, ignorare i costi umani della “competitività” sfrenata significa tornare a quella stessa ideologia che ha devastato interi continenti.

Il neoliberismo non è una soluzione: è il problema. Lo dimostra con chiarezza l’esperienza cinese, dove la crescita economica senza precedenti degli ultimi decenni è stata guidata non dal libero mercato selvaggio, ma da un sistema misto, socialista, con un forte ruolo dello Stato nell’indirizzo strategico dell’economia, nella pianificazione industriale e nel controllo dei settori chiave. Pechino non ha seguito le ricette del FMI o le bislancche teorie di Friedman, ma ha costruito un modello in cui il mercato è uno strumento - non un padrone quasi venerato - al servizio dello sviluppo nazionale e del benessere collettivo. Non a caso, i dirigenti cinesi hanno studiato con attenzione anche l’esperienza italiana della Prima Repubblica, con il suo intreccio tra imprese pubbliche, politica industriale e welfare diffuso: un modello che, pur con tutti i suoi limiti, aveva saputo coniugare crescita, occupazione e coesione sociale, prima che il vento neoliberista ne decretasse la fine.  

Respingere il neoliberismo non è nostalgia per il passato, ma necessità per il futuro. Serve un nuovo patto sociale, fondato sul ritorno della guida pubblica nell’economia, sulla solidarietà, sulla redistribuzione delle risorse, sulla democrazia economica.

  •  

"Perché la Cina non interviene militarmente?" - Prof. Fabio Massimo Parenti (VIDEO)


VIDEO EDITORIALE DI FABIO MASSIMO PARENTI

Ogni volta che scoppia una crisi internazionale, molti si chiedono: perché la Cina non interviene militarmente? In questo video editoriale per l'AntiDiplomatico, il Prof. Parenti ribalta la domanda e rivela il grande equivoco: guardare a Pechino con le stesse lenti di Washington è un errore.

La Cina non risponde all’egemonia USA con bombe o destabilizzazioni, ma con un modello di potere radicalmente diverso: cresce senza guerre, costruisce influenza senza occupazioni e diventa centrale nell’economia globale senza imporre modelli con la forza. Il problema per gli Stati Uniti non è una Cina aggressiva, ma una Cina che dimostra che si può essere una grande potenza senza dominare. La vera risposta cinese è l’indipendenza tecnologica e industriale: dal controllo delle rinnovabili e delle batterie elettriche alla leadership nella ricerca sull’intelligenza artificiale.

La Cina non entra in guerra perché sta vincendo altrove: nelle catene del valore globali e nella competizione sistemica. È questa “pazienza strategica” a mandare in crisi l’ordine occidentale e a suscitare le reazioni sempre più nervose che vediamo oggi.

Un’analisi chiara per capire le regole di un nuovo gioco globale.


BUONA VISIONE

  •  

Chris Hedges - Le flottiglie per Gaza sono la coscienza del mondo

 

di Chris Hedges*

Nell'aprile 2026 ci sarà una nuova flottiglia che tenterà di rompere il blocco israeliano di Gaza, in vigore da 18 anni. Si prevede che la missione sarà la più grande azione marittima per la Palestina fino ad oggi, con la partecipazione di oltre 3.000 attivisti provenienti da 100 paesi su 100 imbarcazioni, tra cui una flotta medica di 1.000 operatori sanitari, per consegnare 500 tonnellate di aiuti salvavita, attrezzature e forniture mediche a cui Israele ha impedito l'ingresso a Gaza.

Ancora una volta, attivisti da tutto il mondo salperanno verso Gaza nel tentativo di porre fine a una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta. Ancora una volta, il loro viaggio sarà minuziosamente tracciato sui social media. Ancora una volta, droni israeliani saranno inviati in acque internazionali per intercettare e attaccare le imbarcazioni. Ancora una volta, le imbarcazioni saranno abbordate da soldati israeliani mascherati e pesantemente armati. Ancora una volta, gli attivisti saranno arrestati. Ancora una volta, saranno inviati in prigioni di massima sicurezza. Ancora una volta, saranno maltrattati fisicamente, messi in isolamento, insultati, rimproverati, costretti a guardare video di propaganda israeliani sul 7 ottobre o violentati dalle guardie carcerarie israeliane. Ancora una volta, i palestinesi, molti dei quali aspettano sulla spiaggia nella speranza che l'ultima flottiglia riesca a passare, capiranno di non essere soli. E ancora una volta, il mondo distoglierà lo sguardo, ignorando il suo mandato legale di intervenire per porre fine al genocidio, ai sensi dell'Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio.

Eppure, nonostante l'esito quasi certo, le flottiglie stanno impercettibilmente indebolendo la morsa israeliana su Gaza. Stanno ricordando al mondo il suo dovere morale e legale di intervenire. Stanno umiliando non solo Israele, ma anche i governi occidentali la cui complicità alimenta il genocidio. Stanno dimostrando che non siamo impotenti. Possiamo agire.

"Cosa hai provato guardando la flottiglia?" Ho chiesto all'ambasciatrice palestinese in Italia, Mona Abuamara, quando ho partecipato allo sciopero dei lavoratori portuali italiani a Genova e alla manifestazione nazionale per la Palestina a Roma alla fine di novembre 2025.

"Come una bambina", rispose. "Sai come quando conosci la fine di un film ma vuoi comunque che sia diverso. Continuavo a pensare: 'Lascia perdere. Lascia perdere'. Come se potesse. Sapevamo che non sarebbe successo. È parte della bellezza di quelle persone su quelle barche. Sapevano che non gli sarebbe stato permesso di passare, ma si rifiutavano di accettare lo status quo."

Ho incontrato Thiago Ávila, attivista brasiliano, e l'attivista svedese Greta Thunberg la mattina presto al Museo MAAM di Roma, il cui labirinto di corridoi, sale e stanze è pieno di street art, tra cui un cartello che recita "Spoiler, MORIRAI". Circa 200 migranti provenienti da vari paesi vivono abusivamente nel mattatoio e museo abbandonato. Opere d'arte, tra cui enormi ed elaborati murales di alcuni dei migliori artisti italiani, ricoprono i muri di cemento dell'ex mattatoio. All'ingresso, in una satira della scritta Hollywood di Los Angeles, a caratteri cubitali, c'è la parola "FART" (scoreggia).

"Per tutti gli anni in cui sono stata un'attivista, ho perso ogni giorno sempre più speranza – se mai ne avessi – nelle istituzioni e nei nostri cosiddetti leader, aziende, funzionari eletti, banche, chiunque essi siano, di venire in nostro soccorso", ha detto Thunberg. "Sono loro che ci hanno messo in questa situazione. Il sistema non è imperfetto. È progettato per essere distruttivo. È progettato, a mio avviso, per avere strutture di potere diseguali. È progettato per mantenere alcune persone oppresse. È progettato per mantenere la natura come un'entità distante e separata che non fa parte di noi per sfruttarla. Per opprimere le persone, dobbiamo disumanizzarle. L'unica via d'uscita è rivendicare il potere, che è uno dei motivi principali per cui sono qui a sostenere i lavoratori in sciopero in Italia. Questo è un esempio chiaro e lampante di cosa significa quando le persone riprendono il potere e mostrano dove si trova il vero potere".

Ávila ha organizzato la Freedom Flotilla Coalition e la neonata Global Sumud Flotilla. Ha fatto parte dell'equipaggio della Madleen , un'imbarcazione partita nel giugno 2025 con a bordo, tra gli altri, Thunberg e Rima Hassan, parlamentare europea franco-palestinese picchiata durante la custodia dalle guardie carcerarie israeliane.

La Madleen fu intercettata dalla marina israeliana in acque internazionali e rimorchiata fino al porto israeliano di Ashdod. Ávila fu tenuto in isolamento nel carcere di Ayalon, dove intraprese uno sciopero della fame senza scrupoli fino alla sua espulsione.

"Ho partecipato a così tanti tentativi falliti che non riesco a contarli", mi ha detto Ávila. "Sono stato su imbarcazioni che purtroppo sono state bombardate. Sono stata su imbarcazioni che sono state sabotate. Imbarcazioni che sono state respinte burocraticamente da paesi sotto pressione di Israele. Abbiamo cercato per anni di rompere quell'orribile assedio. Diciotto anni. Gli ultimi due tentativi li ho fatti con Greta. Sono arrivata vicino a Gaza due volte."

Mentre era in prigione, ha raccontato, le guardie israeliane lo hanno preso a calci e gli hanno sbattuto la testa sull'asfalto. Lo hanno interrogato per ore nel tentativo di estorcergli dettagli sulle flottiglie, mentre una guardia gli puntava contro un fucile. Gli hanno mandato cani da guardia ringhianti nella cella. Lo hanno spostato continuamente da una cella all'altra. Lo hanno svegliato ripetutamente durante la notte.

"Quanti paesi siete riusciti a mobilitare?" chiesero gli interrogatori israeliani ad Ávila.

"Chi sono i rappresentanti nei paesi?" chiesero.

"Non vi darò alcuna informazione che possa mettere qualcuno in una posizione pericolosa", rispose Ávila. "Ma tutto ciò che è pubblico, potete verificarlo sul nostro sito web. Siamo molto trasparenti".

"Guarda cosa fai passare alla tua gente", sogghignarono gli interrogatori. "Guarda tutti i soldi che hai speso, che hai sprecato. Pensa a cosa avresti potuto fare con questi soldi?"

"Perché lo fate?" chiedevano invariabilmente gli interrogatori dell'esercito, gli agenti dei servizi segreti e i giudici israeliani.

"Perché per otto decenni avete commesso genocidio e pulizia etnica", rispondeva sempre Ávila. "Avete strutturato uno stato coloniale e di apartheid. State governando questa terra non con una religione, ma con un'ideologia razzista e suprematista, che è il sionismo".

"Qual è la loro reazione?" ho chiesto ad Ávila.

"Lo odiano", ha detto.

"L'ultima volta che siamo stati trattenuti, la maggior parte del governo israeliano voleva che uscissimo il prima possibile", ha detto Ávila. "È stata una situazione orribile dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Ma Itamar Ben-Gvir, il Ministro della Sicurezza Nazionale – che gestisce il sistema carcerario israeliano – non voleva lasciarci uscire. Voleva punirci. Voleva fare una dichiarazione politica. C'è stata una lotta interna. Alla fine hanno cercato di sbarazzarsi di alcune persone".

"La solidarietà internazionale ha la responsabilità di essere più utile alla causa palestinese", ha detto Ávila. "Dobbiamo avere un impatto maggiore. Questa volta ci siamo riusciti. Quando siamo partiti con la Madleen, ci avevamo provato per i cinque mesi precedenti. Abbiamo tentato altre tre missioni, che sono fallite. E a dire il vero, il mondo ne sapeva a malapena".

In una delle missioni fallite, poco dopo la mezzanotte del 1° maggio 2025, a 20 miglia dalla costa di Malta, una delle imbarcazioni della flottiglia – la Conscience, battente bandiera di Palau – fu colpita da missili lanciati da due droni. I missili sembravano colpire i generatori della nave. Gli attacchi causarono un incendio e una breccia nello scafo. Le comunicazioni con la nave andarono perse. La nave era carica di rifornimenti umanitari.

"L'Unione Europea non ha condannato l'attacco", dice Ávila a proposito dell'attacco. "È stata una dura sconfitta per noi. Ma sapevamo che dovevamo continuare a provarci. Non avevamo più grandi imbarcazioni. Avevamo solo una piccola imbarcazione per 12 persone. Poteva trasportare solo un carico simbolico di aiuti. Ma è stato allora che il mondo ci ha prestato attenzione. C'è stata una grande mobilitazione per sostenerci".

C'è sempre la possibilità che gli attacchi israeliani diventino mortali.

Nel maggio 2010, la Mavi Marmara, che trasportava attivisti e aiuti umanitari, fu attaccata da commando navali israeliani in acque internazionali mentre navigava verso Gaza. Nove persone – otto cittadini turchi e una con doppia cittadinanza turco-americana – furono uccise dagli israeliani, che sostenevano di essere state aggredite da attivisti armati di manganelli e coltelli. Altre 24 persone rimasero gravemente ferite da proiettili veri sparati dalle forze israeliane.

"Ho 39 anni e mi dedico alle lotte sociali come internazionalista da 21 anni", ha raccontato Ávila. "E la Palestina ne è sempre stata parte. Sono già stata in Palestina. La Palestina è la causa più importante della nostra generazione. Simboleggia tutto: la lotta contro lo sfruttamento, l'oppressione, la distruzione della natura. Lo stesso sistema che consente un genocidio in Palestina compie genocidi in Sudan e in Congo. È lo stesso sistema che compie un ecocidio in Brasile e contro i biomi di questo pianeta. Se possiamo sconfiggere l'imperialismo e il sionismo in Palestina, possiamo sconfiggerli ovunque".

Alle 21:00 della sera prima del nostro incontro, Ávila era nella sua stanza d'albergo quando sentì bussare alla porta.

"Pensavo fosse Greta a portarmi del cibo", ha aggiunto. "Era la polizia. Non erano violenti. Con me qui sono stati peggiori in passato. Sono entrati. Hanno perquisito la stanza, gli armadi, tutto. Hanno iniziato a chiedere dei miei piani. Non erano molto preoccupati per lo sciopero o la mobilitazione. Volevano sapere delle flottiglie. Volevano sapere delle barche. Ogni volta che sono in Italia, la polizia e i servizi di sicurezza, continuano a chiedere: 'Ci sono barche che arrivano qui? Ci sono barche che arrivano qui?'. Non abbiamo una missione in corso al momento. Immagino che lo abbiano capito. Siamo alla vigilia di una grande manifestazione in Italia, quindi è anche un modo per loro di cercare di intimidirci, di mostrare la loro presenza, perché, a dire il vero, sanno quanto siamo trasparenti. Rendiamo sempre pubbliche le nostre missioni. Se avessimo una missione, lo saprebbero. Non avevano bisogno di presentarsi nella mia stanza nel cuore della notte."

"Ogni volta che ci troviamo nel contesto di lotte anticoloniali e antimperialiste, la vittoria finale non è un clic", ha continuato Ávila. "È un processo. Non sappiamo mai quando il sistema crollerà. Quando accadrà, non saremo intercettati. Dobbiamo essere noi a continuare ad avanzare finché il sionismo non esisterà più, e allora saremo in grado di passare. O almeno quando sarà abbastanza debole da permetterci di passare. Allora capiremo che non c'è più. Dobbiamo continuare ad andare avanti fino al giorno in cui il costo politico per intercettarci sarà troppo alto per loro e dovranno starci alla larga".

Gli ho chiesto se ha degli eroi politici.

"Vengo da una formazione marxista", ha continuato Ávila. "Abbiamo molto da imparare dalla storia delle rivoluzioni. Sicuramente Che Guevara. Rosa Luxemburg. Marx. Engels. Siamo qui in Italia, quindi Antonio Gramsci. Abbiamo molte persone meravigliose impegnate nelle lotte anticoloniali. Thomas Sankara. Frantz Fanon. Nelson Mandela. Abbiamo persone che hanno guidato l'azione diretta nonviolenta – cose meravigliosamente ispiratrici. Mahatma Gandhi. Martin Luther King Jr. Rosa Parks. Questi sono molti riferimenti. Questi sono strumenti. Ci fanno risparmiare tempo. Non dobbiamo commettere i loro errori. Portavano uno stendardo e lo trasmettevano. Se non riceviamo questo stendardo, pieno di esperienze, è un errore completo. Non possiamo essere pigri. Dobbiamo studiare".

I lavoratori portuali in Italia hanno minacciato Israele di bloccare completamente il commercio se avessero danneggiato i 462 attivisti, parlamentari e avvocati a bordo delle 42 navi che tentavano di violare il blocco israeliano . Quando Thunberg ha saputo di questo gesto di solidarietà da parte dei lavoratori portuali mentre era sulla flottiglia, è scoppiata a piangere.

Israele intercettò tutte le imbarcazioni e arrestò ogni membro dell'equipaggio. La maggior parte degli attivisti fu trattenuta nella prigione di Ktzi'ot, nota anche come Ansar III , un centro di detenzione di massima sicurezza nel deserto del Negev utilizzato per detenere palestinesi, molti dei quali Israele accusa di coinvolgimento in attività militanti o terroristiche. Venivano stipati in celle spesso composte da una dozzina o più persone e dormivano su materassi sul pavimento.

Mi sono seduto a un tavolino con Thunberg nell'ex macello. Eravamo avvolti nei nostri giubbotti invernali.

Thunberg era un bersaglio privilegiato per le guardie carcerarie israeliane, che la picchiavano, la trascinavano per i capelli e la fotografavano avvolta in una bandiera israeliana nel tentativo di umiliarla. Veniva tenuta in una cella piena di cimici e le venivano negati cibo e acqua a sufficienza.

Le ho chiesto se non fosse giunto il momento – come ha affermato il co-fondatore di Extinction Rebellion, Roger Hallam – di accettare rischi maggiori, tra cui lunghe pene detentive. Hallam è stato condannato a cinque anni di carcere in un carcere britannico per il suo ruolo nell'organizzazione della chiusura dell'autostrada M25 intorno a Londra.

"I costi personali sono diversi per ognuno", ha detto Thunberg. "Per alcuni, uscire in strada con un cartello significa rischiare la vita. Io no. Sono costretta ad affrontare la repressione, venendo calunniata dai media e, nel peggiore dei casi, finendo in prigione, dove io, bianca e svedese, non affronto il peggio. Quindi, dobbiamo tutti tenere conto dei nostri rischi personali in termini di sacrifici personali, ma è diverso per ognuno. Credo fermamente che dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort, accettare i sacrifici e riconoscere tutte queste innumerevoli persone che hanno fatto sacrifici inestimabili fino ad oggi. Perché se non l'avessero fatto, la situazione sarebbe molto peggiore".

"Abbiamo visto solo un assaggio di ciò che gli ostaggi palestinesi stanno affrontando", ha aggiunto Thunberg, riferendosi al periodo trascorso in una prigione israeliana. "Ci sono migliaia di palestinesi – centinaia dei quali sono bambini – bloccati nelle prigioni israeliane, dove molto probabilmente vengono torturati. E vediamo sempre più testimoni che raccontano questa realtà. La maggior parte di noi aveva privilegi di passaporto. Avevamo l'estremo privilegio della copertura mediatica e dei rapporti diplomatici, che loro non hanno".

"La flottiglia non riguardava noi", ha detto Thunberg. "La flottiglia era una presa di posizione politica oltre che una missione umanitaria, ma principalmente una presa di posizione politica. Era l'ennesimo tentativo di rompere l'assedio".

Beatrice Lio è una capitana italiana che ha guidato uno sloop monoscafo di 41 piedi nella flottiglia. L'ho incontrata in Italia. Sta raccogliendo fondi per la prossima flottiglia.

La sua imbarcazione è stata intercettata a circa 120 miglia nautiche da Gaza, un'ora prima dell'alba. La luna piena era appena tramontata. Era circondata da imbarcazioni militari con luci lampeggianti. Una delle imbarcazioni israeliane ha speronato la sua imbarcazione. Soldati pesantemente armati, con il volto coperto, sono saliti a bordo e hanno preso il controllo dell'imbarcazione. Hanno urlato alle nove persone a bordo di sedersi sul ponte con le mani alzate. Hanno strappato la bandiera palestinese. Hanno saccheggiato il contenuto dell'imbarcazione e distrutto le apparecchiature di comunicazione. Gli attivisti a bordo sono stati trasferiti su un'imbarcazione militare e condotti al porto israeliano di Ashdod. L'imbarcazione, come tutte le imbarcazioni della flottiglia, è stata sequestrata.

"Siamo state costrette a inginocchiarci sul cemento e ad aspettare di essere chiamate", ha raccontato del suo arrivo in Israele. "Siamo state perquisite. Ci hanno confiscato tutti i beni. Hanno fotografato i nostri passaporti, le nostre impronte digitali e i nostri volti. Credo di essere stata davanti a un giudice. Non ne sono molto sicura".

Gli attivisti sono stati bendati e ammanettati. Sono stati trasportati al carcere di Ktz'iot a bordo di un camion, dove ogni persona è stata rinchiusa in una minuscola gabbia metallica individuale. Faceva freddo, soprattutto perché tutti erano in maglietta. Il viaggio è durato tre ore. Sono rimasti a Ktz'iot per due giorni prima di essere trasferiti al centro di detenzione di Hadarim, situato tra Tel Aviv e Gerusalemme. Sono rimasti lì per cinque giorni. Alcuni sono stati messi in celle di isolamento.

"Quelle erano le persone trattate peggio", ha detto Lio riferendosi a quelle messe in isolamento. "Io non ero una di loro. Quelle in isolamento venivano torturate. Venivano picchiate con i bastoni. Le guardie si sedevano sui loro volti finché i loro occhi non diventavano blu. Venivano ammanettate così strette che la loro pelle sanguinava. Negavano gli assorbenti alle donne con il ciclo e la pillola a quelle che assumevano farmaci".

"Ci hanno urlato che eravamo criminali", ha detto. "Non hanno ammesso di averci rapiti. Hanno detto: 'Volete venire in Israele e distruggere il mio Paese! Ve lo meritate!'. Parlavano continuamente del 7 ottobre. Ci hanno fatto guardare video di propaganda sul 7 ottobre".

Lei e altri attivisti detenuti sentivano spesso urla. Pensavano che si trattasse di palestinesi interrogati e torturati. Venivano svegliati ogni ora o ogni ora e mezza durante la notte.

"Bussavano alla porta", ha ricordato Lio. "Ascoltavano musica ad alto volume. Ti puntavano una luce in faccia. Ti costringevano ad alzarti e a dire il tuo nome. Io sono una taglia piccola. Mi hanno dato vestiti extra large, quindi non era facile per me camminare."

"Ci consideravano umani, criminali, ma umani", ha detto. "Ma quando parlavano dei palestinesi, non li consideravano esseri umani. Dicevano: 'Ne ho uccisi così tanti a Gaza!'. Lo dicevano con felicità e orgoglio. C'era un'enorme immagine nella prigione di Gaza distrutta. Accanto c'era scritto: 'La nuova Gaza'. Se ne vantavano, come se fosse la foto più bella, e invece era letteralmente terra e macerie".

Molti attivisti hanno iniziato uno sciopero della fame.

"La cosa più straziante è stata essere così vicino ai palestinesi e allo stesso tempo non essere in grado di fermare, nemmeno per un secondo, la violenza", ha detto Lio.

Nessuna nazione, ad eccezione dello Yemen, ha compiuto alcuno sforzo per fermare fisicamente il genocidio. Gli Stati Uniti e le nazioni europee hanno fornito a Israele miliardi di dollari in armi – solo gli Stati Uniti hanno fornito a Israele 21,7 miliardi di dollari dal 7 ottobre – per sostenere il massacro di massa. Queste nazioni hanno criminalizzato coloro che protestano contro il genocidio, come i membri di Palestine Action, molti dei quali versano in condizioni fisiche pericolose a causa di un prolungato sciopero della fame in prigione. Hanno soffocato la libertà di parola nei media e nei campus universitari. Sosterranno Israele fino al completamento della fase finale del genocidio – la deportazione di massa dei palestinesi da Gaza. Sta a noi agire. Se falliamo, non ci sarà più stato di diritto. Il genocidio diventerà un altro strumento nell'arsenale delle nazioni industrializzate e i palestinesi, ancora una volta, saranno traditi.

Le flottiglie non solo mantengono viva la resistenza, ma mantengono viva anche la speranza.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Zakharova: "Il rapimento di Maduro è un atto illegale"

Gli Stati Uniti hanno violato i loro obblighi giuridici internazionali con il sequestro e la detenzione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha affermato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

La portavoce ha osservato che, secondo "la norma universalmente riconosciuta del diritto internazionale", Maduro gode dell'immunità come capo di Stato "nella giurisdizione degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Paese, eccetto il Venezuela". "Pertanto, [...] il suo rapimento e la sua detenzione violano palesemente gli obblighi giuridici internazionali" degli Stati Uniti, ha affermato.

Zakharova ha condannato l'intervento nella nazione sudamericana, avvenuto il 3 gennaio, definendolo "illegale". "Altrettanto illegale sarà qualsiasi sentenza legale se il sistema giudiziario statunitense violasse il diritto internazionale" e non rilasciasse Maduro.

  •  

Scenari divergenti: la Cina avanza nell'economia, gli USA nelle crisi


di Alex Marsaglia

C’è un’immagine che evidenzia tutto il caos che regna nell’Occidente collettivo oggi: il dito medio di Trump alzato ad un operaio della Ford che gli dava del pedofilo in riferimento ai file Epstein. Quegli stabilimenti in decadenza, che Trump aveva promesso di rilanciare, potrebbero rappresentare la tomba del suo mandato che si sta avvitando nell’ennesima guerra nel bel mezzo della nuova rivolta interna in riferimento all’assassinio di Renee Nicole Good da parte dell’ICE.

Non solo il consenso di Trump sta scemando con l’avvicinarsi delle elezioni di Midterm, ma i dati economici dell’avversario cinese non sono per nulla incoraggianti. Infatti in questo 2026 appena iniziato i dati sulla crescita economica, produttiva e commerciale della Cina sono impressionanti: nel 2025 nonostante le tariffe imposte da Trump con la sua guerra commerciale al dragone cinese abbiano determinato un calo del 20% dell’export negli Stati Uniti, Pechino se ne è infischiata della domanda americana e ha registrato un surplus commerciale record di 1,19 trilioni di dollari. Già perché, appena voltato l’anno, mentre gli Stati Uniti erano impegnati a seguire la morale di Trump e a violare il diritto internazionale rapendo il Presidente legittimo del Venezuela Maduro, la Cina continuava incessantemente a curare i propri interessi commerciali e si lanciava in un tour dell’Africa guidato dal Ministro degli Esteri Wang Yi. Alla portavoce del Ministero veniva lasciata l’incombenza di formulare le risposte in punto di diritto internazionale agli Stati Uniti, mentre il Ministro degli Esteri cinese si preoccupava di approfondire le già consolidate relazioni africane. Questo atteggiamento, oltre ad essere rivelatore dal lato prettamente politico di calma, assertività e sicurezza tipiche di uno Stato egemonico è anche indicatore di una politica economica ben precisa: la Cina intende fare con l’Africa e il Sud Globale ciò che ha fatto a se stessa. Infatti, le relazioni economico commerciali con l’ASEAN e l’Africa sono state curate negli anni a partire dal primo decennio del nuovo millennio con un’attenta politica di investimenti al fine di incrementare spazi di mercato e spedizioni. I dati del 2019 (immagine 1) rivelavano già come durante la prima presidenza Trump la Cina avesse stabilito saldamente il controllo dell’altra area di mercato più popolosa del pianeta dopo l’Asia. Una breve infografica riassume poi gli investimenti infrastrutturali realizzati per la localizzazione industriale in questo primo ventennio degli anni 2000 (immagine 2).

Oggi il dislocamento di attività produttive, lo sviluppo commerciale e finanziario bilaterale stanno facendo  dell’Africa un vero e proprio mercato in rapida crescita. I dati del 2025 sono impressionanti e vedono le esportazioni della Cina verso il continente africano crescere del 5,5% su base annua, a 3,77 trilioni di dollari, con importazioni stabili a 2,58 trilioni di dollari. Le spedizioni ai Paesi ASEAN sono incrementate del 13,4% su base annua rendendo l’Africa il più grande blocco di partner commerciali della Cina. Il dato di crescita e sviluppo è ancora più evidente da un dato che agli occidentali piace molto: le esportazioni cinesi in Africa sono aumentate del 25,8% nel solo 2025. Solo nel recente viaggio diplomatico cinese dal 7 al 12 gennaio in Etiopia, Tanzania e Lesotho la Cina ha firmato importanti contratti e memorandum d’intesa per la costruzione di impianti fotovoltaici in Egitto e Ciad in grado di generare energia a basso costo favorendo la localizzazione industriale, oltre a siglare piani di sviluppo nazionale con la Liberia. Questo senza contare i piani che l’Africa sta già portando avanti con la Russia per l’espansione dell’energia nucleare come importante vettore di localizzazione industriale e rilancio produttivo. 

Il viaggio di Wang Yi si è poi concluso con una saldatura dell’asse dei BRICS definendo l’agenda 2026, l’anno di scambio popolare Cina-Africa, che prevede l’accelerazione della cooperazione pratica con l’attuazione del trattamento tariffa zero per gli scambi tra i popoli sino-africani. Tale asse prevede anche il sostegno politico cinese al Sudafrica nel ruolo di guida affidabile del continente sulla scena internazionale e la promozione del multilateralismo e della Difesa congiunta in opposizione all’egemonia statunitense. Non è nemmeno un caso che proprio in Sudafrica e proprio nel nuovo anno siano state avviate le più grandi esercitazioni delle marine militari dei BRICS a livello congiunto, con l’operazione “Volontà di Pace 2026”. L’obiettivo ufficiale di queste esercitazioni con  esponenti provenienti da tutti i BRICS+ è proprio quello di curare e difendere le rotte commerciali dagli atti di pirateria e di stabilizzazione delle rotte strategiche, mentre abbiamo visto che gli Stati Uniti intendevano esercitare un blocco navale davanti alle coste del Venezuela che evidentemente sull’onda dell’esaltazione della Dottrina Donroe consideravano la loro cinquantunesima colonia. Invece, nonostante gli atti di bullismo, i commerci sono andati avanti e non solo in America Latina come abbiamo visto. La Cina si è affermata come prima potenza navale mondiale a livello civile e militare per numero di navi e lavora all’interno delle sue alleanze per poter continuare ad operare in sicurezza. I più grandi studiosi di transizioni egemoniche hanno sempre individuato questo tratto caratteristico come elemento fondamentale, rilevando come «nel corso di queste battaglie (egemoniche) gli stati fiancheggiatori videro il loro potere aumentare e la nazione marittima con la maggior potenza navale e il vantaggio geostrategico di avere un accesso privilegiato alle risorse extraeuropee diventò la nuova potenza egemonica»1.
In tutto questo l’Africa si sta strutturando grazie alla spinta sino-russa come punta di diamante del Sud Globale e sta insomma lavorando con l’aiuto dei BRICS per tornare agli africani. L’obiettivo è mettere il continente nelle condizioni di accedere ad altre fonti di finanziamento energetiche e finanziarie che contrastino con le fonti tradizionali. In un mondo che ruota attorno agli assi dell’energia, della difesa strategica e della globalizzazione vuol dire fare dell’Africa un vettore di crescita. Certamente, con un Occidente sempre più chiuso su se stesso e gli Stati Uniti impegnati a bombardare anche l’Africa (si veda il recente attacco alla Nigeria), vedremo a vantaggio di chi.

1. G. Arrighi, B.J.Silver, Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari, Mondadori, Milano, 2003, p. 105

  •  

Russia-Cuba: Putin ribadisce sostegno di Mosca per sovranità e indipendenza

Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha espresso la piena solidarietà di Mosca a L'Avana, affermando: "Siamo solidali con Cuba nella sua determinazione a difendere la sua sovranità e indipendenza". Nel corso di una cerimonia al Cremlino per la presentazione delle lettere credenziali diplomatiche, il leader russo ha definito i legami bilaterali come "relazioni veramente solide e amichevoli", ricordando che "abbiamo sempre fornito e continuiamo a fornire assistenza ai nostri amici cubani". Putin ha fondato questa storica alleanza sulla "sincera empatia reciproca dei popoli di entrambi i paesi".

Il Presidente ha inoltre dettagliato la cooperazione economica, sottolineando: "Implementiamo congiuntamente progetti vitali per l'economia cubana nei settori dell'energia, della metallurgia, delle infrastrutture di trasporto e della medicina", mentre lavorano per ampliare gli scambi culturali e umanitari.

Queste dichiarazioni di sostegno arrivano in un momento di crescenti tensioni regionali, seguite all'aggressione militare statunitense in Venezuela. L'amministrazione del Presidente Donald Trump ha infatti inasprito le minacce contro Cuba, con lo stesso Trump che ha ventilato l'opzione di "entrare e distruggere" l'isola per forzare un cambiamento politico.

Il Presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha respinto con fermezza queste minacce, ribadendo che Cuba è "una nazione libera, indipendente e sovrana" e che "nessuno ci dice cosa fare", esprimendo la volontà di difendere la Patria fino all'ultima goccia di sangue. Ha confermato l'assenza di dialoghi con Washington, eccetto contatti tecnici in ambito migratorio, e ha chiesto che le relazioni si basino sul Diritto Internazionale e non sulla coercizione.

Le minacce statunitensi si collocano all'interno del blocco economico e commerciale mantenuto da Washington contro L'Avana da oltre sei decenni, un embargo rafforzato da numerose misure coercitive unilaterali e condannato quasi universalmente dalla comunità internazionale, inclusa ripetutamente dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Parallelamente, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha denunciato pubblicamente l'intensificazione delle aggressioni verbali e politiche statunitensi delle ultime settimane, miranti a minare la sovranità nazionale. In un incontro con il corpo diplomatico a L'Avana, Rodríguez ha messo in guardia sui continui tentativi di destabilizzazione da parte degli Stati Uniti, iniziati dopo il sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie, e considerati un rischio per la stabilità regionale.

Me reuní con representantes del Cuerpo Diplomático acreditado en La Habana, a quienes trasladé las posiciones de #Cuba ante la actual situación regional y global.

Denuncié las amenazas expresadas por el gobierno de EEUU contra nuestro país y sus peligros para la paz, la… pic.twitter.com/I5dEUd4grT

— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) January 14, 2026

Rodríguez ha respinto le dichiarazioni di Trump, il quale ha sostenuto che Cuba sembrava "pronta a cadere" e ha fatto riferimento alla possibilità di interrompere il flusso di petrolio e finanziamenti dal Venezuela. Queste azioni, ha affermato il Ministro, costituiscono una violazione dei diritti umani, ed ha esortato la comunità internazionale a condannare le misure coercitive che colpiscono la popolazione.

Il governo cubano ha annunciato che onorerà i 32 membri della sicurezza presidenziale venezuelana uccisi nell'aggressione militare, con una cerimonia funebre a L'Avana, in segno di solidarietà con il popolo venezuelano e di rifiuto delle incursioni militari. Il Cancelliere ha infine reiterato che Cuba difenderà la propria indipendenza e non accetterà pressioni esterne miranti ad alterare il suo ordine politico.

  •  

Il peggiore dei crimini possibili

 

 

Il mito dell'indipendenza delle banche centrali viene costruito negli anni 70 con la scusa di combattere l'inflazione.

 

In realtà le crisi inflazionistiche di quegli anni furono esogene poiché causate dall'aumento dei prezzi del petrolio dovuto a due conflitti (1973 Yom Kippur e 1979 rivoluzione iraniana).

 

L'indipendenza dall'interesse pubblico delle banche centrali serve a renderle strumenti della lotta di classe contro i lavoratori per intaccare la quota salari in favore dei profitti.

 

Lo fa limitando la spesa pubblica corrente e per investimenti e facendo crescere quella per interessi a favore della rendita da capitale.

 

 

Dal divorzio BdI/Tesoro a oggi, l'Italia ha pagato 3.153 miliardi di euro di interessi sul debito. Così facendo il debito pubblico è passato dai 145 miliardi di euro pre-divorzio ai 3.130 miliardi attuali (+2058%)¹.

 

Nel mentre la quota salari sul PIL è passata dal 64% del 1980 all’attuale 52,5% e la quota profitti è passata dal 36% al 47,5%². La rendita familiare media da capitale reale è aumentata del 1060% (dai 663 euro del 1980 ai 7.695 del 2022)³. Il reddito reale dell’1% più ricco degli italiani tra il 1981 e il 2024 è aumentato del 149,84%?.

 

Vale la pena ricordare che non esiste nessun legame tra inflazione e coordinamento della politica fiscale con quella monetaria.

 

Uno Stato non causa inflazione solo perché finanzia la spesa pubblica attraverso la sua Banca Centrale. Innanzitutto perché l'inflazione è un fenomeno prevalentemente legato a domanda e offerta, quindi all'andamento del mercato del lavoro, dei salari e alla produzione di beni e servizi.

 

Poi perché l'offerta di moneta è endogena (dipende cioè dal sistema creditizio, non dalla banca centrale che può solo garantirne il funzionamento). Lo ha spiegato in maniera chiara e inattaccabile Nicholas Kaldor ne “Il flagello del monetarismo”

 

«I monetaristi, in stretta analogia con Walras, sostengono che la sovrastruttura della moneta creditizia varia in modo strettamente proporzionale alla 'base monetaria', sia che essa venga pensata come oro nei forzieri della banca centrale, o semplicemente come ammontare di banconote emesse dalla banca centrale e poste in circolazione attraverso lo sconto di titoli di prim’ordine e/o mediante operazioni di mercato aperto. Se le cose stessero così, la banca centrale, regolando semplicemente l’emissione di banconote, determinerebbe evidentemente di mese in mese, o di settimana in settimana, la quantità di moneta che dovrebbe esistere in circolazione (definita sia come M1, M3 o come M7).

 

In tale situazione raggiungere gli 'obiettivi' monetari non sarebbe un problema: essi verrebbero automaticamente raggiunti determinando o 'razionando' il volume di monete emesse ogni giorno.

 

Ma, in realtà, la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati dalle Casse di sconto. Se lo facesse, stabilendo, su base giornaliera o settimanale, un tetto all’ammontare che è disposta a riscontare (allo stesso modo in cui la biglietteria di un teatro è disposta a vendere solo un numero fisso di biglietti per un certo spettacolo), la banca centrale verrebbe meno alle sue funzioni di 'mutuante di ultima istanza' nei confronti del sistema bancario, che è essenziale affinché le banche commerciali non diventino insolventi per carenza di liquidità.

 

Proprio in quanto le autorità monetarie non possono permettersi le disastrose conseguenze di un collasso del sistema bancario, e proprio perché le banche, a loro volta, non possono permettersi di trovarsi nella posizione di chi viene “messo al tappeto”, l’“offerta di moneta” in una economia a moneta creditizia è endogena, non esogena. Essa varia in risposta diretta nei confronti delle variazioni della “domanda” da parte del pubblico di contanti e depositi bancari, e non è indipendente da tale domanda».

 

Tornando all’indipendenza della banca centrale, è necessario quindi sottolineare come la capacità di emettere moneta è una delle prerogative fondamentali di uno Stato.

 

Prendendo in prestito le parole di Wynne Godley in "Maastricht and all that" «il potere di emettere la propria moneta, di fare movimenti tramite la propria Banca Centrale, è la cosa principale che definisce la sovranità nazionale. Se un Paese rinuncia a questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o di una colonia».

 

Come scriveva Plinio il vecchio nel suo Naturalis Historia, sottrarre il controllo della moneta al controllo pubblico mettendolo, direttamente o indirettamente, nelle mani di interessi privati è il peggiore dei crimini possibili (pessimum vitae scelus).

 

¹ https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-servizi-serie-storiche

² https://dashboard.tech.ec.europa.eu/qs_digit_dashboard_mt/public/sense/app/667e9fba-eea7-4d17-abf0-ef20f6994336/sheet/f38b3b42-402c-44a8-9264-9d422233add2/state/analysis/

³ https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/indagine-famiglie/bil-fam2022/index.html

? https://wid.world/data/#countrytimeseries/aptinc_p99p100_z/IT/1932/2024/eu/k/p/yearly/a

 

  •  

I fondatori del mortale GHF "plasmano" la nuova amministrazione per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti

 

Secondo quanto riportato dal Financial Times (FT), molte delle figure che emergono come attori chiave nella nuova amministrazione per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti erano centrali per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) di Washington.

Il GHF è stato un mortale programma di aiuti tra Stati Uniti e Israele, introdotto a maggio, che è stato responsabile della morte di centinaia di palestinesi affamati in cerca di aiuti. 

 

Secondo il rapporto del FT, il comitato esecutivo di Gaza, che sarà annunciato a breve e che opererà direttamente sotto la guida di un "Consiglio per la pace" guidato da Trump, è "modellato" da diverse persone vicine a Israele. 

Tra questi figurano il consigliere militare capo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Roman Gofman, e l'investitore israelo-americano Michael Eisenberg, che ha consigliato il premier israeliano fin dall'inizio del cessate il fuoco. 

Tra gli altri coinvolti ci sono il politico statunitense-israeliano Aryeh Lightstone e l'imprenditore israeliano della sicurezza informatica Liran Tancman, legato al Mossad.

Tutti e quattro questi uomini erano coinvolti nella fondazione del GHF. Il mortale programma di aiuti portò all'uccisione di circa 2.000 palestinesi nel giro di sei mesi.

Con il pretesto dell'assistenza umanitaria, i palestinesi sono stati stipati in spazi ristretti e hanno ricevuto quantità limitate di aiuti per mesi, mentre le truppe israeliane e i contractor statunitensi aprivano regolarmente il fuoco contro i richiedenti aiuti disarmati.

L'annuncio del "Board of Peace" di Trump avrebbe dovuto avvenire questa settimana, ma è stato posticipato. Secondo alcune indiscrezioni, il comitato esecutivo che opererà sotto il consiglio potrebbe essere annunciato già mercoledì.

"Diciotto funzionari palestinesi hanno ricevuto l'invito a unirsi al comitato che sostituirà Hamas", hanno riferito alcune fonti al New Arab

Ali Shaath, ex viceministro della pianificazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), è stato designato a presiedere il comitato, mentre il funzionario dell'intelligence in pensione Mohammed Nisman dovrebbe assumere il controllo della sicurezza.

Secondo le fonti, la riunione del comitato dovrebbe tenersi giovedì nella capitale egiziana.

Si prevede che il "Consiglio della Pace", che sarà annunciato in seguito, comprenderà 15 leader mondiali provenienti da paesi come Regno Unito, Francia, Germania, Arabia Saudita, Qatar ed Egitto.

Hamas ha ripetutamente dichiarato di essere pronta a cedere il potere a un organismo indipendente di tecnocrati palestinesi, come previsto dalla tregua.

Rifiuta il disarmo finché non sarà formato uno Stato palestinese indipendente, ma si è detta aperta a un'iniziativa che "congelerebbe" le sue armi per un certo periodo di tempo.

Il gruppo ha sottolineato che la seconda fase dell'accordo di cessate il fuoco non potrà avere inizio finché Israele non porrà fine a tutte le violazioni.

Israele ha ucciso almeno 442 palestinesi da quando è stato raggiunto il "cessate il fuoco" sostenuto dagli Stati Uniti nell'ottobre dello scorso anno, ha riferito il Ministero della Salute di Gaza. Oltre 1.200 persone sono rimaste ferite.

Tel Aviv continua a colpire indiscriminatamente i civili, giustificando gli attacchi con il pretesto di presunte "minacce alla sicurezza", mentre persiste nella persecuzione violenta dei leader della resistenza senza riguardo per i termini dell'accordo di cessate il fuoco. Anche il blocco di Gaza rimane in vigore, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria.

Alcune fonti hanno riferito al Times of Israel in un articolo pubblicato l'11 gennaio che l'esercito israeliano ha elaborato piani per un nuovo assalto nella Striscia di Gaza, mirato ad espandere le aree sotto il controllo di Tel Aviv, violando il cessate il fuoco.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Funzionari israeliani e arabi esortano Trump a "frenarsi" dall'attaccare l'Iran

 

Funzionari israeliani e arabi stanno esortando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a "astenersi" dall'attaccare l'Iran finché la Repubblica islamica non sarà ulteriormente indebolita dai disordini, hanno riferito alcune fonti alla NBC News il 13 gennaio. 

"Negli ultimi giorni, funzionari israeliani e arabi hanno dichiarato all'amministrazione Trump di credere che il regime iraniano potrebbe non essere ancora indebolito al punto che gli attacchi militari statunitensi rappresenterebbero il colpo decisivo per rovesciarlo", secondo le fonti.

Le fonti hanno aggiunto che i funzionari hanno suggerito a Trump di "astenersi per ora dagli attacchi su larga scala", preferendo che Washington "aspetti che il regime sia ancora più sotto pressione".

Una fonte araba ha precisato che c'è "una mancanza di entusiasmo da parte del vicinato" per gli attacchi degli Stati Uniti contro l'Iran, mentre un'altra ha affermato che ci sono preoccupazioni che "qualsiasi attacco o escalation da parte di Israele o degli Stati Uniti possa unire gli iraniani".

"I funzionari israeliani hanno detto all'amministrazione Trump che, pur sostenendo pienamente il cambio di regime in Iran e gli sforzi degli Stati Uniti per facilitarlo, sono preoccupati che un intervento militare esterno in questo momento potrebbe non portare a termine il lavoro iniziato dai manifestanti... gli israeliani hanno suggerito che altri tipi di azioni statunitensi volte a destabilizzare il regime e a sostenere i manifestanti potrebbero contribuire a indebolire ulteriormente il regime al punto che attacchi più ampi potrebbero quindi essere decisivi", hanno ribadito altre fonti. 

Tra queste possibili azioni rientrano nuove sanzioni, attacchi informatici, il blocco del blackout di Internet in Iran o attacchi mirati ai leader iraniani, hanno aggiunto le fonti.

Un altro articolo, pubblicato dal Wall Street Journal (WSJ), ha confermatoche gli stati arabi guidati dall'Arabia Saudita e dall'Oman stavano cercando di impedire un attacco all'Iran. 

"Arabia Saudita, Oman e Qatar stanno dicendo alla Casa Bianca che un tentativo di rovesciare il regime iraniano scuoterebbe i mercati petroliferi e, in ultima analisi, danneggerebbe l'economia statunitense. Soprattutto, temono le conseguenze in patria", hanno riferito alcune fonti al WSJ. "I funzionari sauditi hanno assicurato a Teheran che non si sarebbero coinvolti in un potenziale conflitto né avrebbero permesso agli Stati Uniti di usare il loro spazio aereo per attacchi aerei".

Gli Emirati Arabi Uniti "non hanno preso parte alle attività di lobbying".

Secondo quanto riportato dai media ebraici durante la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran, durata giugno, l'Arabia Saudita ha fornito supporto di intelligence a Israele e ha aperto il suo spazio aereo ai jet israeliani per attaccare la Repubblica islamica. 

All'epoca, anche alcuni organi di stampa israeliani affermarono che gli aerei da guerra di Tel Aviv avevano abbattuto droni iraniani nello spazio aereo saudita. 

Le nuove notizie giungono mentre Trump minaccia un attacco all'Iran. 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Gruppi curdi armati "inviati" dall'Iraq per unirsi alle rivolte in Iran

 

 

Secondo quanto riferito da alcune fonti alla Reuters il 14 gennaio, i miliziani appartenenti ai gruppi separatisti curdi hanno cercato di attraversare il confine con l'Iran dall'Iraq per unirsi alle violenze antigovernative che si stanno verificando in tutto il Paese.

"L'intelligence turca ha avvisato l'IRGC che i combattenti curdi stavano attraversando la frontiera negli ultimi giorni", hanno precisatole fonti.

Un funzionario iraniano, a condizione di anonimato avrebbe affermato che le autorità si sono scontrate con questi elementi, che cercano di "creare instabilità e trarre vantaggio dalle proteste".

"I combattenti erano stati inviati dall'Iraq e dalla Turchia... Teheran ha chiesto a quei paesi di interrompere qualsiasi trasferimento di combattenti o armi all'Iran", ha continuato la fonte. 

Per anni l'Iran ha dovuto affrontare attacchi transfrontalieri da parte dei separatisti curdi appartenenti al Partito Democratico del Kurdistan dell'Iran (KDPI). 

Durante le proteste e le rivolte del 2022 in Iran, le forze di sicurezza sono state ripetutamente sotto attacco da parte di elementi armati legati al KDPI e ad altre organizzazioni militanti curde. All'epoca, l'ex capo della sicurezza nazionale statunitense John Bolton ammise apertamente che armi provenienti dalla regione del Kurdistan iracheno venivano introdotte clandestinamente in Iran, dove i separatisti le usavano contro le truppe governative. 

La rivelazione della Reuters arriva mentre l'Iran sta affrontando proteste diffuse, violente rivolte su larga scala e disordini. Oltre 100 membri delle forze di sicurezza e decine di civili sono stati uccisi dai rivoltosi, sostenuti dall'intelligence israeliana. 

Dall'inizio dei disordini, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente minacciato di attaccare l'Iran.

"Gli aiuti sono in arrivo", ha detto martedì il presidente, rivolgendosi ai manifestanti antigovernativi e ai rivoltosi sostenuti dal Mossad.

L'Iran ha promesso una dura risposta a qualsiasi attacco, compresi gli attacchi alle basi statunitensi e a quelle di Israele.

"Sia chiaro: in caso di attacco all'Iran, i territori occupati, così come tutte le basi e le navi statunitensi, saranno il nostro obiettivo legittimo", ha dichiarato nel fine settimana il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, mettendo in guardia contro qualsiasi "errore di calcolo".

Durante la guerra tra Israele e Iran, durata 12 giorni a giugno, i missili balistici iraniani hanno colpito direttamente diversi siti militari israeliani, causando ingenti distruzioni in tutto il territorio israeliano. Teheran ha anche risposto all'attacco statunitense ai suoi impianti nucleari prendendo di mira la base di Al-Udeid in Qatar.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Com'è venuto fuori Reza Pahlavi quale "alternativa" alla Repubblica islamica dell'Iran?

 

Forse il popolo iraniano ha nostalgia del regime di Pahlavi?

Oppure il figlio dello Shah gode di un carisma irresistibile?

Veramente qualcuno può razionalmente ipotizzare che le donne iraniane vogliano barattare una minigonna con un regime monarchico colonia degli USA e di Israele?

Ma procediamo con ordine.

Chi ha creato, letteralmente, il "mito" del figlio dello Shah e riproposto, accanto alle bandiere di Israele, i vecchi stendardi con il leone?

Si tratta di un'operazione veramente da manuale e credo che sia utile raccontarla.

L'indagine è  stata pubblicata ad ottobre del 2025 dal giornale israeliano Haaretz.
L'inchiesta di TheMarker e Haaretz svela l'esistenza di campagne on line finanziate da Israele per promuovere Reza Pahlavi figlio.

Dagli inizi del 2025, ma probabilmente anche da prima, una rete coordinata di account sui social media, in lingua persiana, ha iniziato a promuovere Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah iraniano deposto e cacciato nel 1979.

La campagna digitale è stata gestita da un’azienda israeliana.
L’operazione si è intensificata in concomitanza con eventi chiave all’interno dell’Iran, come proteste popolari o attacchi mirati contro infrastrutture del regime.

La rete si è  rivelata composta da decine di profili falsi, principalmente su X, Instagram e Telegram.
Questi account:
- si presentavano come cittadini iraniani comuni;
- usavano foto profilo generate artificialmente (AI);
- interagivano tra loro per simulare consenso popolare.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e le azioni militari israeliane, con diffusione delle notizie prima che fossero confermate.

Molti profili risultavano creati nello stesso periodo e mostravano schemi di comportamento coordinato, tipici delle operazioni di disinformazione.

L’articolo di Haaretz sottolinea che la campagna ha fatto ampio uso di strumenti di intelligenza artificiale per generare immagini e video di rivolte in Iran e creare “notizie” false attribuite a media internazionali.

Alcuni contenuti simulavano, infatti, servizi della BBC Persian o dichiarazioni inesistenti di attivisti iraniani, rendendo difficile distinguere il falso dal reale.

Il messaggio centrale dell’operazione era la presentazione di Reza Pahlavi come leader naturale dell’opposizione iraniana.
I contenuti lo descrivevano come: figura unificatrice; garante di un Iran laico e democratico; erede legittimo di un passato pre-islamico idealizzato.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta è la scoperta di una sincronizzazione tra l’attività online e azioni militari israeliane.
In almeno un caso, account della rete hanno diffuso notizie su un attacco israeliano in Iran prima che fossero confermate pubblicamente, suggerendo la possibilità di accesso anticipato alle informazioni.

Questo elemento ha rafforzato il sospetto che la campagna fosse coordinata con apparati statali.

L’articolo cita il ruolo di Gila Gamliel, ex ministra israeliana dell’Intelligence.


Gamliel ha invitato Reza Pahlavi in Israele e lo ha presentato pubblicamente come un possibile attore di cambiamento per l’Iran.

Il Citizen Lab dell’Università di Toronto ha analizzato la campagna, identificando:
infrastrutture digitali comuni; pattern di pubblicazione coordinati; utilizzo sistematico di contenuti falsi.

I giornalisti autori dell'indagine,
Gur Megiddo Omer Benjakob, fanno anche presente che all'inizio del 2023, Reza Pahlavi ha fatto la sua prima visita ufficiale in Israele.
Plausibilmente il piano di manipolazione e di eversione era già stato concordato.

Può un governo accusato di genocidio e crimini contro l'umanità, che uccide donne e bambini a Gaza e in Cisgiordania, voler "salvare" i diritti umani delle donne iraniane?
E Trump, che reprime ferocemente a casa sua le enormi proteste contro le violenze delle squadracce dell'ICE, (che hanno assassinato una donna bianca e statunitense, madre di 3 figli, a sangue freddo), come può affermare che ricorrerà a qualsiasi mezzo per difendere i manifestanti in Iran?

Siamo molto oltre Orwell.

Troppo.
 
Ma vediamo di ricordare anche chi era Reza Pahlavi.
 
Chi era lo Scià, Mohammad Reza Pahlavi?

L’Iran Ebrat Museum, a Teheran, documenta i crimini e le torture contro i prigionieri politici nell’Iran dello Scià Pahlavi, rovesciato nel 1979 grazie alla Rivoluzione Islamica condotta dall’Imam Khomeini.

Nel corso degli anni ’70, migliaia di prigionieri politici sono stati detenuti in celle minuscole e torturati dal Comitato misto Anti Sabotaggio, un ramo della criminale Savak (National intelligence e Organizzazione per la sicurezza), creata dalla Cia nel 1957 e addestrata dal Mossad.

La Savak, nota in Iran per i suoi metodi brutali, nazisti, controllava tutti gli aspetti della vita politica e sociale iraniana. Ai giornalisti, agli insegnanti, agli artisti, a tutti gli scrittori e accademici veniva imposta una rigida vigilanza  e censura totale.
Le università, i sindacati e le varie organizzazioni erano tutte soggette all’intensa sorveglianza degli agenti della Savak e dei suoi informatori.

Questo era l’Iran dello Scià, colonia degli Stati Uniti, dove gli orrendi crimini commessi contro il popolo iraniano non urtavano, però, le "sensibilità" di un complice e colpevole Occidente "democratico". 

Non dobbiamo dimenticare la Storia, quella vera.
Non dobbiamo  smettere di cercare, di porci domande, di esercitare la capacità di analisi critica e informare.
Ma, soprattutto, non dimentichiamo chi sono i carnefici di ieri e di oggi.
 
Fonti:
 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Carla Filosa - I limiti di Trump

 

Nell’intervista che Trump ha rilasciato alcuni giorni fa al New York Time ha affermato che il suo potere di comandante in capo ha un unico “limite” determinato “nella sua morale personale” oppure “nella sua mente”, come “l’unica cosa che può fermarlo”. Non quindi nelle costrizioni esterne, quali – in primis - il diritto internazionale, di cui non sente alcun bisogno. Il rispetto per quest’ultimo poi, sarebbe relativo a come lo si definisce – telepatia con il “fino a un certo punto” di Tajani! - e non ha quindi valore universale, almeno non nei confronti degli Usa. “Non cerco di fare del male alle persone” – a suo dire inoltre - dovrà bastare al mondo intero per essere rassicurati, o capire invece che il concetto di morale del Presidente degli Stati Uniti non si rifà né all’universalismo kantiano, né alla duplicità di morale ed etica della filosofia hegeliana di cui forse non avrà mai avuto notizia, solo per riferirsi alle due concezioni sulla morale più rilevanti in quest’Occidente in frantumi. L’unica certezza che se ne rileva è che l’arbitrio e l’autoreferenzialità del potere dominano chiaramente alla Casa Bianca, quale difesa dall’attuale crisi egemonica, intollerante di una democrazia esaurita perché troppo a lungo “esportata” e ormai poco redditizia.

Al di là dell’ironia, Trump completa lo spostamento ideologico, già avviato sul terreno internazionale della lotta di classe, in concorrenza e lotta tra Stati e nazioni per ottenere, possibilmente ognuno al suo interno, il sostegno popolare ai disegni politici predatori del “guardiano del mondo”. Ecco dunque che la “morale” o la “mente” vorrebbero nascondere la necessità di una decisa autocrazia, nella fascinazione di nuovi “valori” da inserire nei panieri svuotati dei propri cittadini, da galvanizzare con imprese roboanti da vero uomo-forte, che però salvaguarda solo interessi oligarchici americani in antitesi con l’internazionalismo del sistema di capitale. Questa “morale da leader” del centro del mondo è dunque: licenza di attaccare apertamente qualunque Paese, secondo diktat intimidatori supportati dal predominio della forza, secondo schemi politici che la storia più arcaica aveva già stilato nella alternativa tra “legge” e “diritto del più forte” vigente in natura. Tali modelli in origine filosofici sono stati regressivamente attuati poi dalla storia politica ogni volta che sia servito.

 Questi valori cosiddetti appaiono allora il “successo” sbandierato a Sharm el Sheikh. Poco importa se l’autodeterminazione palestinese sia stata vanificata, perché la ricostruzione di Gaza e la sua governance è stata assegnata ad esecutivi guidati da stranieri, cioè al controllo americano. Altro “valore” è la “fermezza” con l’istituzione dell’ICE, la polizia agli ordini del solo presidente, quale intervento rapido per effettuare la guerra all’immigrazione e sopprimere il dissenso, e/o “contenere” i disordini civili “da usare come terreno di addestramento per l’esercito”, come dimostra l’eccidio a sangue freddo della donna bianca a Minneapolis. L’ultima esibizione valoriale, in ordine di tempo, è al momento la tempestiva azione venezuelana con tanto di sequestro di un Presidente e consorte di uno Stato straniero, nella piena ridefinizione di un diritto che codifica sempre i rapporti di forza esistenti, individuabili nella supremazia militare garante di quella del denaro, non più bisognoso della retorica dei diritti umani né dello stato di diritto. Le istituzioni cioè non veicolano più istanze sociali per trasformarle in leggi, come democrazia ancora richiederebbe, ma si impone una valutazione di tipo assolutistico dedita a mantenere i consensi necessari all’autoconservazione della propria posizione elitaria, conquistata con l’appoggio dei capitali delle Big Tech cui serve ora l’appropriazione anche della Groenlandia, se necessario con la forza.

Mentre i governanti europei sembrano costernati, indecisi se accodarsi all’amico amerikano di una volta e subirne le angherie anche oltre i dazi, oppure smarcarsi aspirando a un ruolo anch’esso dotato di forza militarizzata, in rapporto soprattutto al sostegno all’Ucraina e sposando quindi la Russia come nemico storicamente indelebile, la guerra serpeggiante in scenari sempre da aggiungere, viene coniata come “ibrida”, cioè con un termine privo di senso nella sua vuota genericità. Entriamo allora nel non nuovo linguaggio della propaganda, ma modernizzato, per capire tutti noi, cioè masse disorientate ed espropriate da ogni forma partecipata di governo della propria vita, con quali mezzi, parole e informazioni siamo indotti ad agire contro i propri interessi, fino al nostro preventivato e utile massacro dove e quando occorrerà.              

Tutti i canali di informazione, quotidiani, riviste, televisioni, social network, IA, ecc. offrono pluralità di notizie su cui orientarsi mentre altre vengono occultate deliberatamente, secondo chi finanzia le testate e riceve ordini da centrali di potere oscurato. Come non ha inventato lo sfruttamento, il capitale non ha neppure inventato la propaganda, però ne ha fatto la sua indispensabile forma dispotica di accompagno alla forza. Ha infatti ereditato e ben usato teorici che sostenevano il linguaggio come il potere di ammaliare gli uomini influenzandone le passioni, nel preponderante dominio dell’irrazionale. Questo è servito a obliterare la realtà, che, seppure fosse conoscibile non sarebbe poi comunicabile, in quanto l’uso della parola deve solo influenzare chi ascolta, nell’approdo conclusivo alla persuasione coatta e inconsapevole. La tecnologia attuale ha solo diffuso a livello mondiale questa impostazione, ben più raffinata e consistente di questo breve cenno, finalizzata al contrasto di ogni demistificazione o controinformazione, ancora presenti e difficili però da debellare.

La verità, per quel poco che si riesce a disvelare, emerge solo da una lettura storica, non schiacciata sul solo presente. Trump, si è rammentato prima, che sta completando un disegno da tempo in atto negli Usa. Solo per fare esempi recenti, un suo predecessore, Theodore Roosevelt nel 1904 aveva già espresso il diritto degli Usa a intervenire in paesi che non avevano governi giusti secondo Washington, deputata perciò al ripristino della giustizia a stelle e strisce. Dopo la guerra per dividere la Corea, nel 1950, senza l’approvazione dell’Onu, gli Stati Uniti hanno invaso il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq dietro le menzogne dell’“esportazione della democrazia” o delle “armi di distruzione di massa”, quando cioè vigeva ancora il tentativo di giustificarsi di fronte a un feticcio di diritto internazionale in qualche modo in vigore.

Le cosiddette dittature altre (Venezuela, Iran, ecc.) possono invece essere ora, in aperta e smaccata violazione di ogni normativa, invase o condizionate attraverso l’uso del “nemico interno” da cui sembra scaturire la sostituzione provvidenziale o l’insospettata ribellione, da tempo organizzata e pilotata. Russia, Libia, Siria, Ucraina, Georgia, Cecoslovacchia, Polonia (con Solidarnosc allora finanziata dal Vaticano) hanno mostrato tutti questi destini, caratterizzati in loco da redditi popolari mediamente bassi e dunque finanziati da fiumi di denaro dalle esterne centrali di ispiratori dei diritti umani, presentate come opportunità di democrazia, libertà e verità. Si tratta cioè di imbastire la narrazione di un Bene, (cioè Noi) - che si auto-differenzia dal Male dei dittatori, magari ex alleati o proprio appositamente insediati come propri vassalli (Pinochet, Saddam Hussein, ecc.) - che è così autorizzato a sostenere la violenza contro quelli che l’hanno preventivamente usata, e che vengono esecrati come sanguinari, unica causa di massacri indiscriminati.

La sacrosanta reazione popolare, visualizzabile ora anche con racconti e filmati che testimoniano della responsabilità del dittatore quale unico criminale (forse ora, a giorni, sembra il turno dell’Iran con 2000 o più morti, chi arriva a 6000 o 12.000 dichiarati), dovrà trovare appoggio e sostegno da chi, poi, dovrà guidare o far sostituire il governo del Paese. La guerra civile viene costruita o assecondata da consiglieri militari e intelligence, puntando alla sovversione dall’interno mediante la lotta psicologica diffusa che arma, anche con l’uso della non violenza, masse stremate per vincere regimi ostili o di intralcio alle politiche di Washington dominante, dunque credibile. Con la democrazia manipolatoria la storia è cancellata.

La nuova fase imperialista che Trump inaugura non ha più bisogno di giustificazioni istituzionali o giuridiche per esercitare l’arroganza dispotica Usa, che viene offerta al mondo come priva di alternative: Canada, Panama, Groenlandia sono avvertite sin dal suo insediamento come prossime prede, per ora il petrolio venezuelano, tutti obiettivi prima o poi da raggiungere. La sicurezza nazionale Usa esige per la Groenlandia che diventi non solo “un affitto o un trattato”, ma una “proprietà” necessaria per “il successo”. Il potere cioè si presenta nudo perché non ha più bisogno di abiti e belletto, ma di intimidire ed estorcere tutto ciò che gli occorre, detenendo la maggior forza militare del pianeta.

Se “nessuno è morto” nel blitz in Venezuela, secondo le dichiarazioni del Presidente, è perché il centinaio di morti venezuelani non contano per un’“America first” da veicolare in ogni senso anche ideologico. Seppure l’8 gennaio il senato abbia approvato una risoluzione per la limitazione dei poteri di Trump col voto di 5 repubblicani insieme ai democratici, Trump ha detto che non avrebbero più dovuto essere eletti, nella piena adesione all’antica antitesi tra leggi (convenzioni volute dai più deboli, anche nazioni, per tutelarsi), e stato di natura, “giusto”, secondo cui i più forti “governano, sottomettono, uccidono” senza doversi vergognare (Platone, Gorgia, V-IV sec. a.C.). Non a caso da noi, oggi, la propaganda si serve di governi sudditi per legittimare “chi vale di più e si prende ciò che gli spetta con la forza”, nell’ottica di mantenere nella subordinazione tutta la vita sociale, e attendere il difensivo completarsi di quest’ultima “rivoluzione regressiva” complici le nuove tecnologie, in attesa di tutte le risorse necessarie al loro costante sviluppo in apparenza vincente.

Infine, e forse riguarda l’aspetto più preoccupante, contro il presidente della banca centrale Usa, Jerome Powell, da tempo nel mirino della casa Bianca, è stata aperta un’indagine penale, in quanto accusato da Trump di “non essere molto bravo a costruire edifici”. L’ambito giudiziario su cui è riportato l’inedito scontro tra i due presidenti riguarderebbe una fissazione dei tassi d’interesse troppo alti rispetto alle richieste trumpiane, che Powell ritiene però essere solo un pretesto. Secondo alcuni, infatti, si sarebbe avviata una più ampia strategia per conquistare una vasta maggioranza all’interno della Fed per orientare le decisioni sui tassi, legandole in tal modo al variare politico al posto di valutazioni di politica monetaria. La crisi profonda che approderà alla Corte Suprema riguarda l’indebolimento del dollaro e l’enorme debito pubblico Usa asceso a 38.000 mld di $, che impone sia alla Fed sia alle 25 maggiori banche americane di comprarne le obbligazioni. Secondo l’analisi del Prof. Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa, se l’ostacolo Powell fosse rimosso, la Fed potrebbe diventare il braccio operativo del Tesoro americano, perdendo la sua indipendenza finora considerata sacra. In tal modo si avvierebbe una moneta politica all’interno di un capitale finanziario ipertrofico che potrebbe condurre a guerre ovunque si trovassero risorse da acquisire, secondo le necessità più impellenti per la tenuta capitalistica stessa. Il potere politico unito a quello della Banca Centrale richiederebbe così la fine di ogni mediazione, oltre quella economica, e l’esordio di un sistema autoritario all’indomani di una totale deregulation, in un salto di qualità della gestione iperpolitica. L’acquisizione del consenso di tutti i media per tenere l’informazione sotto controllo, la concentrazione della ricchezza riservata alle sole élites oligarchiche, il furto dei risparmi e la fine della democrazia determinerebbe necessariamente un rafforzamento dell’autocrazia per consentire la ristrutturazione di un capitalismo in netto declino.

Se l’intervento in Venezuela, la prossima acquisizione della Groenlandia e forse un futuro controllo dell’Iran potranno permettere agli Usa di determinare monopolisticamente il prezzo del petrolio mondiale al posto dell’Opec, tutto ciò potrebbe costare prezzi inimmaginabili non solo per l’equilibrio degli ecosistemi del pianeta per l’uso indiscriminato di idrocarburi, ma risposte politico-militari di altre potenze di cui non si tiene adeguatamente conto. Che il sistema di capitale sia nella sua fase discendente era già noto a Lenin che agli inizi del secolo scorso l’aveva definito “putrescente”. Se questa attuale dovesse costituire la sua fase di coma irreversibile non sappiamo. La lotta di classe assume continuamente nuove forme e muta le quantità umane in conflitto, restringendo incessantemente il numero dei signori della ricchezza armata, nel processo di concentrazione e centralizzazione del potere del denaro. I marxisti sanno già quello che i succubi agenti del capitale possono solo eseguire, pena essere espulsi dal loro ruolo se non ne attuano le leggi, e cioè che l’infinito sviluppo delle forze produttive del capitale è antitetico al fine “miserabile” dell’accumulazione privata, soggetta alle crisi strutturali di sovrapproduzione e alla distruzione di valore di questo modo di produzione.

Marx: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

14.01.2026

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Pepe Escobar - Ecco come i paesi BRICS potrebbero dare una scossa strutturale al sistema del dollaro statunitense

 

di Pepe Escobar Sputnik 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

L'oligarchia che effettivamente gestisce l'Impero del Caos ha premuto il pulsante di emergenza, poiché i contorni strutturali dell'Egemonia vacillano vistosamente.

Il petrodollaro è una delle caratteristiche chiave di questa Egemonia: una macchina di riciclaggio che canalizza l'acquisto incessante di titoli del Tesoro statunitensi, poi spesi per le Guerre Eterne. Qualsiasi giocatore che pensi anche solo di diversificare da questa macchina infernale si scontra con il congelamento dei beni, sanzioni – o peggio.

Allo stesso tempo, l'Impero del Caos non può dimostrare la sua potenza pura e bruta, dissanguandosi sul suolo nero della Novorossiya. Il dominio richiede risorse in continua espansione – risorse saccheggiate – fianco a fianco con quella stampa ininterrotta di dollari USA come valuta di riserva per pagare le bollette astronomiche. Inoltre, i prestiti dal mondo funzionano come contenimento finanziario imperiale dei rivali.

Ma ora una scelta diventa imperativa – un vincolo strutturale inevitabile. O mantenere una spesa astronomica per il predominio militare (entra in gioco il bilancio da 1,5 trilioni di dollari proposto da Trump per il Dipartimento della Guerra) Oppure continuare a governare il sistema finanziario internazionale.

L'Impero del Caos non può fare entrambe le cose.

Ed è per questo che, una volta fatti i calcoli, l'Ucraina è diventata sacrificabile. Almeno in teoria.

Contro la militarizzazione del sistema dei titoli del Tesoro statunitense – de facto un imperialismo monetario – i BRICS incarnano la scelta strategica del Sud Globale, coordinando una spinta verso sistemi di pagamento alternativi.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso eurasiatico è stato il congelamento – anzi il furto– dei beni russi dopo l'espulsione di una potenza nucleare/ipersonica, la Russia, da SWIFT. Ora è chiaro che le banche centrali di tutto il mondo stanno puntando sull'oro, sugli accordi bilaterali e sulla valutazione di sistemi di pagamento alternativi.

Essendo il primo grave shock strutturale al sistema dalla fine della seconda guerra mondiale, i BRICS non stanno apertamente cercando di ribaltare il sistema – ma di costruire un’alternativa praticabile, completa di finanziamenti infrastrutturali su larga scala che aggirino il dollaro statunitense.

Il Venezuela illustra ora un caso critico: può un importante produttore di petrolio sopravvivere al di fuori del sistema del dollaro statunitense – senza essere distrutto?

L'Impero del Caos ha decretato, “No”. Il Sud Globale deve dimostrare che si sbaglia. Il Venezuela non era così critico sulla scacchiera geopolitica poiché rappresentava solo il 4% delle importazioni di petrolio della Cina. L'Iran infatti è il caso cruciale, poiché il 95% del suo petrolio viene venduto alla Cina e regolato in yuan, non in dollari statunitensi.

L'Iran però non è il Venezuela. L'ultimo tentativo coordinato di operazioni di intelligence/attacchi terroristici/cambio di regime contro l'Iran – con tanto di patetico rifugiato mini-Shah nel Maryland – è miseramente fallito. La minaccia di guerra, però, rimane.

BRICS Pay, The Unit o CIPS?

Il dollaro statunitense rappresenta oggi meno del 40% delle riserve valutarie globali, la percentuale più bassa degli ultimi 20 anni. L’oro rappresenta ora più riserve valutarie globali rispetto all’euro, allo yen e alla sterlina messi insieme. Le banche centrali stanno accumulando oro in modo esponenziale, mentre i BRICS accelerano la sperimentazione di sistemi di pagamento alternativi in quello che in precedenza ho definito " il laboratorio BRICS".

Uno degli scenari proposti direttamente ai BRICS e concepito come alternativa all'ingombrante SWIFT, che effettua transazioni per almeno 1 trilione di dollari al giorno, prevede l'introduzione di un token commerciale non sovrano basato su blockchain.

Questa è The Unit.

The Unit, correttamente descritta come “moneta apolitica”, non è una valuta, bensì un'unità di conto utilizzata per il regolamento di scambi commerciali e finanziari tra i paesi partecipanti. Il token potrebbe essere ancorato a un paniere di materie prime o a un indice neutrale per impedire il dominio di un singolo paese. In questo caso funzionerebbe come i diritti speciali di prelievo (DSP) del FMI, ma nel quadro dei BRICS.

Poi c'è mBridge – che non fa parte del laboratorio “BRICS” – che presenta una valuta digitale multi-banca centrale (CBDC) condivisa tra le banche centrali e le banche commerciali partecipanti. mBridge comprende solo cinque membri, ma tra questi figurano attori potenti come il Digital Currency Institute della Banca Popolare Cinese e l'Autorità Monetaria di Hong Kong. Altri 30 paesi sono interessati ad aderire.

mBridge è stata però l'ispirazione alla base di BRICS Bridge, ancora in fase di sperimentazione, che mira ad accelerare una serie di meccanismi di pagamento internazionali: trasferimenti di denaro, elaborazione dei pagamenti, gestione dei conti.

Si tratta di un meccanismo molto semplice: invece di convertire le valute in dollari statunitensi per il commercio internazionale, i Paesi BRICS cambiano direttamente le loro valute.

La Nuova Banca di Sviluppo (NDB), o la banca BRICS, fondata a Shanghai nel 2015, dovrebbe essere il nodo di connettività chiave di BRICS Bridge.

Ma per il momento la cosa è sospesa – perché tutti gli statuti della NDB sono legati al dollaro statunitense, e questo deve essere rivalutato. Con la NDB integrata nella più ampia infrastruttura finanziaria delle nazioni membri dei BRICS, la banca dovrebbe essere in grado di gestire la conversione, la compensazione e il regolamento della valuta nell’ambito del BRICS Bridge. Ma siamo ancora molto lontani da questo.

BRICS Pay è un animale diverso: un'infrastruttura strategica per costruire un sistema finanziario autodefinito “decentralizzato, sostenibile e inclusivo” tra le nazioni e i partner BRICS+.

BRICS Pay è in modalità pilota fino al 2027. Entro quella data le nazioni membri dovrebbero iniziare a discutere un accordo per istituire un'unità di regolamento per il commercio intra-BRICS entro e non oltre il 2030.

Ancora una volta, non si tratterà di una valuta di riserva globale, bensì di un meccanismo che offrirà un'opzione “parallela e compatibile” a SWIFT all'interno dell'ecosistema BRICS.

Anche BRICS Pay, per il momento, è un sistema molto semplice: ad esempio, turisti e viaggiatori d'affari possono utilizzarlo senza aprire un conto bancario locale o cambiare valuta. Collegano semplicemente la loro Visa o Mastercard all'app BRICS Pay e la utilizzano per pagare tramite codice QR.

Ed è proprio questo il problema cruciale: come aggirare Visa e Mastercard, sotto la vigilanza del sistema finanziario statunitense, e incorporare carte dei membri BRICS come Union Pay (Cina) e Mir (Russia).

Nel complesso, per transazioni più grandi e complesse, persiste il problema di bypassare SWIFT. Tutti questi test “laboratorio BRICS” devono risolvere due problemi chiave: l'interoperabilità della messaggistica – tramite formati di dati sicuri e standardizzati; e l'elaborazione del regolamento effettivo, come nel modo in cui i fondi si muovono tramite i conti della Banca Centrale aggirando l'inevitabile minaccia di sanzioni.

Interiorizzazione dello yuan o nuova valuta di riserva?

L'inestimabile Prof. Michael Hudson è in prima linea a livello mondiale nello studio di soluzioni per ridurre al minimo l'egemonia del dollaro statunitense. È fermamente convinto che “la linea di minor resistenza sia seguire il sistema cinese già in vigore.” Ciò significa CIPS, il sistema di pagamento internazionale cinese, o sistema di pagamento interbancario transfrontaliero, basato sullo yuan e già estremamente popolare, utilizzato dai partecipanti in 124 nazioni della Maggioranza Globale.

Il Prof. Hudson insiste “è molto difficile creare un'alternativa. Il principio dell'Unità (enfasi sua), che si dice sia il 40% in oro e il resto nelle valute dei membri, va bene. Ma il modo migliore per farlo è attraverso una nuova banca centrale in stile Keynes, che definisca i debiti e le richieste di pagamento per risolvere gli squilibri tra i paesi membri, sulla falsariga del Bancor”.

Il Bancor fu proposto da Keynes a Bretton Woods nel 1944 – per prevenire gravi discrepanze nei saldi esteri, protezionismo, tariffe e la truffa delle nazioni costruite come paradisi fiscali. Non c'è da stupirsi che gli iper-egemonici Stati Uniti alla fine della seconda guerra mondiale abbiano posto il veto.

In un nuovo articolo sulla Militarizzazione del commercio del petrolio come fondamento dell'ordine mondiale degli Stati Uniti, pubblicato per la prima volta su democracycollaborative.org, il Prof. Hudson chiarisce come “la libertà russa e venezuelana di esportare petrolio abbia indebolito la capacità dei funzionari statunitensi di usare il petrolio come arma per mettere sotto pressione altre economie, minacciandole con lo stesso prelievo di energia che ha distrutto l'industria e i livelli dei prezzi tedeschi. Questa fornitura di petrolio non sotto il controllo degli Stati Uniti è stata quindi ritenuta una violazione dell'ordine basato sulle regole statunitensi.”

E questo ci porta a uno dei motivi principali della spinta dei BRICS verso sistemi di pagamento alternativi: “La politica estera degli Stati Uniti di creare punti di strozzatura per mantenere altri paesi dipendenti dal petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti, non dal petrolio fornito da Russia, Iran o Venezuela, è uno dei mezzi chiave dell’America per rendere insicuri altri paesi.”

Il Prof. Hudson delinea sinteticamente i cinque imperativi dell'Impero del Caos: “il controllo del commercio mondiale di petrolio deve rimanere un privilegio degli Stati Uniti”; “il commercio di petrolio deve essere valutato e pagato in dollari statunitensi”; il petrodollaro deve governare, poiché “i guadagni delle esportazioni internazionali di petrolio devono essere prestati o investiti negli Stati Uniti, preferibilmente sotto forma di titoli del Tesoro USA, obbligazioni societarie e depositi bancari”; “le alternative energetiche verdi al petrolio devono essere scoraggiate”; e “nessuna legge si applica o limita le norme o le politiche statunitensi”.

Paulo Nogueira Batista Jr, uno dei cofondatori della NDB e suo vicepresidente nel periodo 2015-2017, avanza parallelamente al Prof. Hudson, progettando un percorso praticabile verso una nuova valuta internazionale in un documento che sta attualmente finalizzando.

Considerando che il sistema del dollaro statunitense è “inefficiente, inaffidabile e persino pericoloso”, ed è diventato “uno strumento di ricatto e sanzioni”, Batista Jr. va dritto al punto seguendo le stesse linee del Prof. Hudson, sostenendo che “l'unico scenario che potrebbe presentare una certa fattibilità sarebbe l'internazionalizzazione su larga scala della valuta cinese (…) Ma c'è ancora molta strada da fare prima che possa sostituire il dollaro in modo significativo. E i cinesi sono riluttanti a provarci.”

Batista Jr propone quindi una soluzione simile a quella del Prof. Hudson: “Un gruppo di Paesi del Sud Globale, circa 15-20 Paesi, che includerebbero la maggior parte dei BRICS e di altre nazioni emergenti a medio reddito”, potrebbe essere in prima linea nella creazione di una nuova valuta.

Tuttavia “bisognerebbe quindi creare una nuova istituzione finanziaria internazionale – una banca emittente, la cui unica ed esclusiva funzione sarebbe quella di emettere e mettere in circolazione la nuova moneta".

Sembra molto simile a Bancor: “Questa banca emittente non sostituirebbe le banche centrali nazionali e la sua valuta circolerebbe parallelamente alle altre valute nazionali e regionali esistenti nel mondo. Sarebbe limitato alle transazioni internazionali, senza alcun ruolo nazionale.”

Batista Jr chiarisce che “la valuta si baserebbe su un paniere ponderato delle valute dei paesi partecipanti e quindi fluttuerebbe sulla base delle variazioni di queste valute. Poiché tutte le valute del paniere sarebbero fluttuanti o flessibili, anche la nuova valuta sarebbe una valuta fluttuante. I pesi nel paniere sarebbero dati dalla quota del PIL PPP di ciascun paese sul PIL totale.”

Inevitabilmente, “l'elevato peso della valuta cinese, emessa da un paese con un'economia solida, favorirebbe la fiducia nel sostegno e nella nuova valuta di riserva.”

Batista Jr è pienamente consapevole “del rischio che l'iniziativa provochi reazioni negative da parte dell'Occidente, che ricorrerebbe a minacce e sanzioni contro i Paesi coinvolti”.

Eppure il momento di agire è urgente: “Raccoglieremo sforzi economici, politici e intellettuali per uscire da questa trappola?"

I costi per mantenere l'Egemonia stanno diventando proibitivi. I BRICS, che raduneranno le forze per il vertice annuale che si terrà più avanti quest'anno in India, devono sfruttare il fatto che ci stiamo rapidamente avvicinando al momento del cambiamento strutturale, quando l'Impero del Caos perderà la capacità di far rispettare unilateralmente la propria volontà – se non attraverso una guerra totale.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Il sequestro del petrolio venezuelano

 

di Michael Hudson – The Democracy Collaborative e Sovereignista

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

Iran (1953), Iraq (2003), Libia (2011), Russia (2022), Siria (2024) e ora Venezuela (2026). Il denominatore comune alla base degli attacchi statunitensi e delle sanzioni economiche contro tutti questi Paesi è la militarizzazione del commercio mondiale di petrolio da parte degli Stati Uniti. Il controllo sul petrolio è uno dei suoi metodi chiave per ottenere un controllo unipolare sugli ampi accordi commerciali e finanziari dollarizzati del mondo. La prospettiva che i Paesi sopra menzionati utilizzino il loro petrolio a proprio vantaggio e per la propria diplomazia rappresenta la minaccia più grave alla capacità complessiva degli Stati Uniti di utilizzare il commercio petrolifero per perseguire gli obiettivi della propria diplomazia.

Tutte le economie moderne hanno bisogno del petrolio per alimentare le loro fabbriche, riscaldare e illuminare le loro case, produrre fertilizzanti (dal gas) e plastica (dal petrolio) e alimentare i loro trasporti. Il petrolio sotto il controllo degli Stati Uniti o dei suoi alleati (British Petroleum, Shell di Olanda e oggi OPEC) è da tempo un potenziale punto di strozzatura che i funzionari statunitensi possono usare come leva contro i Paesi le cui politiche ritengono contrarie ai progetti statunitensi: gli Stati Uniti possono far precipitare le economie di tali Paesi nel caos, impedendo loro di accedere al petrolio.

L’obiettivo principale dell’odierna diplomazia statunitense in quella che i suoi strateghi chiamano una guerra di civiltà contro Cina, Russia e i loro potenziali alleati dei BRICS è bloccare il ritiro dei Paesi dall’economia mondiale controllata dagli Stati Uniti e frustrare l’emergere di un gruppo economico centrato sull’Eurasia. Ma a differenza della posizione dell'America alla fine della Seconda guerra mondiale, quando era la potenza economica e monetaria dominante al mondo, oggi ha pochi incentivi positivi ad attrarre Paesi stranieri verso un'economia mondiale incentrata sugli Stati Uniti in cui, come ha affermato il presidente Trump, gli Stati Uniti devono essere i vincitori di qualsiasi accordo di commercio e investimento estero, mentre gli altri Paesi devono essere i perdenti.

È stato per isolare la Russia, e dietro di essa Cina e Iran, che il presidente Trump ha utilizzato le tariffe del Giorno della Liberazione del 2 aprile 2025 per fare pressione sui leader tedeschi e dell’UE affinché si astenessero volontariamente dall’importare ulteriore energia dalla Russia, nonostante il fatto che parti del gasdotto Nord Stream 2 erano ancora operative. La precedente accettazione da parte della Germania e dell'UE della distruzione dei gasdotti Nord Stream nel febbraio 2022 testimonia la capacità dei diplomatici statunitensi di costringere i Paesi ad aderire – a proprio danno – alle alleanze militari americane della Guerra Fredda e a seguire le politiche da esse stabilite. La deindustrializzazione e la perdita di competitività della Germania da quando il suo commercio di petrolio e gas con la Russia è stato bloccato sono stati il sacrificio richiesto a essa (e all’UE) dagli Stati Uniti nel loro tentativo di isolare e danneggiare le economie russa e cinese (e anche di generare ulteriori entrate dalle esportazioni di GNL per se stessa, certo).

Una caratteristica fondamentale della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il loro potere di impedire ad altri Paesi di proteggere e agire nel rispetto dei propri interessi economici e di sicurezza. Questa asimmetria è stata integrata nell’economia mondiale dalla fine della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti avevano un enorme sostegno economico da offrire alle economie europee devastate dalla guerra. Ma l'attuale potere di coercizione degli americani è sostenuto principalmente dalle minacce di causare danni e caos creando e sfruttando punti critici o, come ultima risorsa, bombardando i Paesi più deboli per costringerli a conformarsi. Questa leva distruttiva è l’unico strumento politico rimasto a un’economia statunitense che si è deindustrializzata ed è caduta in un debito estero di una portata che ora minaccia di porre fine al ruolo monetario dominante e redditizio del dollaro.

Il denaro alla fine della seconda guerra mondiale era il principale punto di strozzatura delle economie occidentali’. Gli Stati Uniti Il Tesoro era sulla buona strada per aumentare le sue riserve auree all'80% dell'oro monetario mondiale – da cui dipendeva l'espansione finanziaria estera secondo lo standard Dollaro/Oro per i pagamenti internazionali che durò fino al 1971. Poiché la maggior parte dei Paesi non disponeva di oro monetario e aveva bisogno di prestiti per finanziare il deficit del commercio estero e della bilancia dei pagamenti, i diplomatici statunitensi si servirono del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale per concedere prestiti a condizioni che imponevano politiche di privatizzazione pro-USA, una tassazione regressiva e un'apertura delle economie straniere agli investitori statunitensi. Tutto ciò è diventato parte del sistema dollarizzato del commercio internazionale e della politica monetaria che lo finanzia.

Oltre al denaro, il petrolio è diventato una delle principali necessità internazionali – e quindi un potenziale punto di strozzatura. È stato anche a lungo un pilastro della bilancia commerciale degli Stati Uniti (insieme alle esportazioni di grano) ed è stato il principale sostegno al ruolo dominante del dollaro nella finanza dal 1974, quando i Paesi dell’OPEC quadruplicarono i prezzi del petrolio e raggiunsero un accordo con i funzionari statunitensi per investire i proventi delle esportazioni acquistando Stati Uniti. Tesoro, titoli societari e depositi bancari – sentirsi dire che non farlo sarebbe considerato un atto di guerra contro gli Stati Uniti. Il risultato fu la creazione del mercato del petrodollaro, che divenne un pilastro della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e quindi della forza del dollaro.

Fin dal 1974, i funzionari statunitensi hanno cercato non solo di mantenere il prezzo del commercio mondiale di petrolio e altre materie prime in dollari, ma anche di prestare petrolio e altre eccedenze di esportazione (o investirle) negli Stati Uniti. Questo è il tipo di “restituzione” che Donald Trump ha trascorso l’ultimo anno negoziando con Paesi stranieri come condizione per consentire loro di mantenere l’accesso al mercato statunitense per i loro prodotti.

L’esempio più recente di questa insistenza è stato l’annuncio del Dipartimento dell’Energia del 6 gennaio secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe consentito al Venezuela di esportare da 30 a 50 milioni di barili di petrolio, per un valore fino a 2 miliardi di dollari, e che ciò continuasse “indefinitamente” su base selettiva, soggetto a una disposizione chiave: “I proventi si stabilizzeranno negli Stati Uniti. conti controllati presso ‘banche riconosciute a livello mondiale’ e poi erogati alle popolazioni statunitensi e venezuelane a discrezione’ dell'amministrazione Trump.”

Gli Stati Uniti chiedono privilegi prioritari per se stessi nel commercio mondiale di materie prime vitali

Nel settembre 1973, l'anno prima della rivoluzione dei prezzi dell'OPEC, gli Stati Uniti rovesciarono il presidente eletto del Cile Salvador Allende. Il problema non era la “cilenizzazione” della sua industria del rame. In realtà quel piano era stato proposto dalle aziende americane produttrici di rame Anaconda e Kennecott. Consideravano l'acquisizione negoziata di aziende statunitensi come un modo per aumentare il prezzo mondiale del rame. Ciò ha creato un ombrello di prezzi che ha consentito alle aziende di aumentare i profitti derivanti dalle proprie attività minerarie e di raffinazione negli Stati Uniti. Questo era lo stesso principio che portò le compagnie petrolifere ad accettare le nazionalizzazioni dell’OPEC del 1974 e l’aumento dei prezzi.

La condizione fondamentale dell'accordo cileno sul rame era che il rame venisse venduto alle aziende statunitensi come primo in linea, a qualunque prezzo cileno fosse stato stabilito. Le aziende statunitensi produttrici di rame avevano bisogno di questa garanzia per assicurare ai propri clienti il cablaggio elettrico, le armi e altre importanti applicazioni di fornitura continua. Questo diritto di prelazione era una concessione che non comportava un sacrificio economico da parte del Cile. Ma Allende ha insistito sul fatto che questa concessione violava la sovranità cilena. Si trattava di una richiesta inutile per quanto riguardava l'interesse nazionale del Cile, ma Allende rimase fermo – e fu rovesciato.

Nel caso del Venezuela, ciò che più turba i responsabili della sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il fatto che il Paese abbia soddisfatto il 5% del fabbisogno petrolifero della Cina. Forniva anche Iran e Cuba, anche se dal 2023 la Russia lo ha sempre più sostituito come fornitore di questi due Paesi. Questa libertà russa e venezuelana di esportare petrolio ha indebolito la capacità dei funzionari statunitensi di usare il petrolio come arma per comprimere altre economie minacciandole con lo stesso ritiro di energia che ha distrutto l’industria tedesca e i livelli dei prezzi. Questa fornitura di petrolio non sotto il controllo degli Stati Uniti è stata quindi ritenuta una violazione dell’ordine basato sulle regole statunitensi.

A peggiorare la situazione, nel 2017 il Venezuela annunciò che avrebbe iniziato a fissare i prezzi delle sue esportazioni di petrolio in valute diverse dal dollaro, minacciando la pratica del mercato del petrodollaro. E quando la Cina è diventata un investitore nell’industria petrolifera venezuelana, si è parlato del fatto che il presidente Maduro abbia iniziato a elencare il prezzo delle sue esportazioni di petrolio in yuan cinese (proprio come ha appena fatto lo Zambia con le sue esportazioni di rame). Maduro ha chiarito la sfida impegnativa che stava lanciando. Già nel 2017 aveva annunciato che il suo obiettivo era porre fine “al sistema imperialista statunitense”.

L'attuale economia mondiale è governata da un ordine non scritto basato sulle regole degli Stati Uniti, non dalla Carta delle Nazioni Unite

La diplomazia statunitense non si sente sicura se non riesce a rendere insicuri gli altri Paesi e vede minacciata la sua libertà d'azione se ad altri Paesi viene concessa la libertà di decidere con chi commerciare e cosa scegliere di fare dei propri risparmi. La politica estera degli Stati Uniti, volta a creare punti di strozzatua per mantenere sotto il controllo degli Stati Uniti altri Paesi dipendenti dal petrolio, non dal petrolio fornito da Russia, Iran o Venezuela, è uno dei mezzi principali utilizzati dagli Stati Uniti per rendere insicuri gli altri  Paesi. Ma questa politica non è stata finora scritta nei documenti pubblici. Fino alle dichiarazioni schiette rilasciate la scorsa settimana da Trump e dai suoi consiglieri, i diplomatici statunitensi sembravano imbarazzati nel dichiarare apertamente questo e altri principi fondamentali dell'ordine basato sulle regole americane.

La ragione di questa riluttanza è che questi principi sono antitetici al diritto internazionale (e anche ai principi del libero mercato, ai quali gli Stati Uniti hanno finora aderito, almeno nella loro retorica). L'attacco militare americano al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro ne sono l'esempio più recente. Sebbene la leadership americana consideri la sua aggressione un esercizio ammissibile dei suoi principi di ordine basati su regole, si tratta di una flagrante violazione – anzi ripudio – del diritto internazionale, in particolare dell'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite che afferma, in effetti, che “una nazione non può usare la forza sul territorio sovrano di un altro Paese senza il suo consenso, una logica di autodifesa, o l'autorizzazione delle il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

Per quanto sorprendente possa sembrare, gli Stati Uniti giustificano spesso la loro aggressione militare e le loro minacce sulla base dell’autodifesa. Ad esempio, il columnista del Financial Times Gideon Rachman riferisce che “gli Stati Uniti ritengono che la propria sicurezza nazionale sarebbe messa a repentaglio se l'industria taiwanese dei semiconduttori cadesse nelle mani della Cina – o se Pechino controllasse il trasporto marittimo che attraversa il Mar Cinese Meridionale”. L’America sembra essere il Paese più minacciato e vulnerabile del mondo, molto caduto dal suo precedente potere. Lo stesso Trump sembra vivere nella paura, arrivando persino a citare la posizione geografica della Groenlandia come una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: “Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale”, ha dichiarato ai giornalisti sull'Air Force One il 4 gennaio. “La Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi sparse ovunque. Ha promesso di trattare con la Groenlandia nei prossimi due mesi. E i vertici dell'UE sostengono Trump come il massimo protettore dell'Europa da tali minacce. Il presidente della Lettonia ha utilmente suggerito che le “legittime esigenze di sicurezza degli Stati Uniti” debbano essere affrontate in un “dialogo diretto” tra Stati Uniti e Danimarca.

La Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti”, ha affermato Stephen Miller, vice capo dello staff di Trump per le politiche e la sicurezza interna. “Il presidente è stato molto chiaro su questo punto: questa è la posizione formale del governo degli Stati Uniti.” Respingendo l'idea che la presa del potere in Groenlandia avrebbe comportato un'operazione militare, avvertì che “nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia.”

Men che meno i danesi, a quanto pare. L'aspetto più sinistro delle minacce di Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti all'inizio del 2026 è stata l'intenzione degli Stati Uniti —sostenuta dalla NATO – di bloccare l'accesso all'Artico dall'Atlantico settentrionale “su entrambi i lati del divario Groenlandia-Islanda-Regno Unito attraverso il quale le navi russe – o cinesi – devono passare per entrare nell'Atlantico settentrionale.” Un portavoce della NATO ha fatto riferimento ai commenti fatti dal segretario generale Mark Rutte il [6 gennaio], in cui ha affermato che "la NATO collettivamente … deve garantire la sicurezza dell’Artico”. Lo stesso Rutte ha dichiarato alla CNN che "noi [membri della NATO] concordiamo tutti sul fatto che russi e cinesi sono sempre più attivi in quella zona", lasciando intendere chiaramente che mantenere "sicuro" l'Oceano Artico significa "liberarlo" dalle navi cinesi e russe che entrambi i paesi stanno sviluppando per accorciare le rotte e i tempi di trasporto.

Un editoriale del Wall Street Journal sostiene l’affermazione secondo cui l’America deve difendersi dai Paesi che rimangono indipendenti dal controllo statunitense. Sottolineando che “gli Stati Uniti hanno anche rivendicato l'autodifesa come motivo per arrestare il dittatore panamense Manuel Noriega,” il giornale sostiene che il rovesciamento militare è “l'unica difesa contro i ladri globali”.

Più precisamente, avverte che sarebbe un’illusione idealistica ma anacronistica immaginare che il diritto internazionale governi effettivamente le azioni delle nazioni. “Come se Mosca e Pechino non calpestassero già il diritto internazionale quando questo si mette sulla loro strada,” sbuffa, liquidando l'importanza del diritto internazionale come se fosse diventato “il migliore amico di un tiranno”.

Naturalmente, il diritto effettivo delle nazioni è sempre stato in ultima analisi soggetto all'uso della forza e al principio "La forza fa il diritto". Il consigliere di Trump, Stephen Miller, ha esposto la sua filosofia in un'intervista alla CNN: “Viviamo in un mondo, nel mondo reale… governato dalla forza, governato dalla potenza, governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo fin dall'inizio dei tempi.”

I diplomatici americani potrebbero semplicemente alzare le spalle e chiedere quante truppe hanno le Nazioni Unite. Non ne ha e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sono in ogni caso soggette al veto degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti semplicemente ignorano le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, come il mondo ha appena visto con il rapimento del capo di Stato venezuelano. Sono le norme statunitensi a fungere da legge operativa a cui sono soggetti gli altri Paesi, almeno quelli nell'orbita commerciale, finanziaria e militare degli Stati Uniti.

Trump non si vergogna di riconoscere il principio operativo applicato alla sua ultima diplomazia internazionale: “Vogliamo il petrolio venezuelano.” Aveva già confiscato il petrolio in transito dalle petroliere in partenza dal Venezuela il mese scorso. E ha annunciato che se la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, non accetterà volontariamente di cedere il controllo del suo petrolio, l'esercito statunitense cederà le sue riserve petrolifere a società statunitensi e nominerà un nuovo cleptocrate o dittatore cliente che governerà il Paese per conto degli interessi degli Stati Uniti.

Quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1974 fece pressione sui  Paesi dell'OPEC affinché riciclassero i guadagni derivanti dalle esportazioni di petrolio in titoli in dollari statunitensi, i leader dell'OPEC erano disposti a farlo perché all'epoca gli Stati Uniti erano di gran lunga la principale economia finanziaria al mondo. Domina ancora il sistema finanziario basato sul dollaro, ma non ha più il suo precedente potere industriale e ha appena ridotto i suoi aiuti esteri e la sua adesione all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre agenzie umanitarie delle Nazioni Unite. Invece di sostenere la crescita di altre economie, la sua forza diplomatica si basa ora sulla sua capacità di interrompere la loro crescita commerciale ed economica. Ed è proprio il declino della sua potenza industriale a rendere così urgente l'azione degli Stati Uniti contro il Venezuela, con la sua aggressione militare e le continue minacce contro quel Paese che rientrano nel suo tentativo di dissuadere i  Paesi dal rompere con le regole non scritte del controllo unipolare statunitense sul commercio e sui pagamenti internazionali, dedollarando le loro relazioni commerciali e monetarie.

C'è anche una presa di risorse. Stephen Miller, il principale consigliere di Trump sopra menzionato, ha affermato senza mezzi termini che “i Paesi sovrani non ottengono la sovranità se gli Stati Uniti vogliono le loro risorse”. Le sue osservazioni hanno fatto seguito a una dichiarazione altrettanto schietta rilasciata dagli Stati Uniti durante una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ambasciatore Michael Waltz: “Non si può continuare ad avere le più grandi riserve energetiche del mondo sotto il controllo degli avversari degli Stati Uniti.”

Il principio giuridico statunitense è che “il possesso è nove decimi della legge”. E la legge in vigore nel caso di specie è quella degli Stati Uniti, non del Venezuela o delle Nazioni Unite. Sono all'opera numerosi altri principi, tra cui spicca il diritto all'autodifesa sopra menzionato, garantito dall'autorizzazione americana “Stand your ground” ["mantenere la propria posizione"] a difendersi. La storia di copertina dell'attacco di Trump al Venezuela (testato dai media da Fox News e sondaggi) è che il Venezuela minaccia gli Stati Uniti con cocaina e altre droghe. O almeno con farmaci che non sono coordinati dalla CIA e dall'esercito americano, come è stato documentato dal Vietnam all'Afghanistan e alla Colombia. L'atto d'accusa contro Maduro, tuttavia, non faceva alcun riferimento alle affermazioni di Trump su un “Cartello dei Soli” di cui sarebbe stato a capo, ma citava principalmente accuse non correlate sul suo porto di una mitragliatrice e accuse simili non applicabili a un capo di stato straniero.

Non c'è stata alcuna incriminazione di Maduro per i suoi reali reati agli occhi degli Stati Uniti: la minaccia alla capacità dell'America di controllare il petrolio del suo Paese e il suo marketing, e la sua intenzione di fissare il prezzo del petrolio venezuelano in yuan e altre valute diverse dal dollaro e di utilizzare i proventi delle esportazioni di petrolio per pagare la Cina per i suoi investimenti nel suo Paese. L'analogia appropriata per le accuse inventate di droga contro Maduro è la fasulla affermazione – usata per giustificare l'invasione americana dell'Iraq nel 2003 – secondo cui Saddam Hussein stava lavorando per ottenere armi di distruzione di massa. Ciò fu sufficiente a minare il rispetto per il Segretario di Stato Colin Powell dopo il suo discorso del 5 febbraio 2003 davanti alle Nazioni Unite. Ma secondo il principio americano “difendi la tua posizione”, gli Stati Uniti avevano motivo di essere minacciati dal tentativo del Venezuela di prendere il controllo del suo commercio di petrolio – e, di fatto, di commerciare con gli avversari designati dagli Stati Uniti, Cina, Russia e Iran. L'aggressione americana in risposta a tale minaccia è stata supportata dal relativo principio statunitense che consente ai proprietari di case o ai poliziotti di uccidere chiunque ritengano possa rappresentare una minaccia, per quanto soggettiva o una scusa a posteriori possa essere.

Sebbene giustificata da questi principi dell'ordine basato sulle regole americane, l'ultima militarizzazione del commercio di petrolio da parte di Trump ha comportato, come discusso in precedenza, il ripudio da parte degli Stati Uniti dei principi fondamentali del diritto internazionale, tra cui il diritto del mare. Prima del suo attacco militare a Caracas e del rapimento del presidente Maduro, il suo embargo contro le esportazioni di petrolio venezuelano (a qualsiasi acquirente tranne le compagnie petrolifere statunitensi) e il sequestro di petroliere che trasportavano il petrolio del Paese erano particolarmente eclatanti, per non parlare del suo bombardamento di pescherecci non identificati e altre navi al largo delle coste del Venezuela, uccidendo i loro equipaggi senza preavviso.

Un’altra vittima dell’enfasi posta dagli Stati Uniti sull’armamento del commercio mondiale di petrolio ed energia è l’ambiente. Nell'ambito del loro tentativo di rendere il resto del mondo dipendente dal petrolio e dal gas sotto il fermo controllo proprio e dei propri alleati, gli Stati Uniti stanno lottando per impedire ad altri Paesi di decarbonizzare le proprie economie, nel tentativo di scongiurare una crisi climatica e le sue condizioni meteorologiche estreme. Gli Stati Uniti si oppongono quindi all’accordo sul clima di Parigi che sostiene la politica “verde” volta a sostituire i combustibili a base di carbonio con l’energia eolica e solare.

Il problema per l'America è che l'energia eolica e quella solare rappresentano un'alternativa al petrolio, che gli Stati Uniti cercano di controllare. L’eliminazione graduale del petrolio rimuoverebbe non solo un sostegno alla bilancia commerciale degli Stati Uniti, ma priverebbe i suoi strateghi della capacità di spegnere le luci e il calore dei Paesi alle cui politiche si oppone. E a peggiorare le cose, la Cina ha assunto un ruolo guida nella tecnologia delle energie rinnovabili, compresa la produzione di pannelli di energia solare e pale di mulini a vento. Ciò è visto come una grave minaccia in quanto aumenta il rischio che altre economie diventino indipendenti dalla dipendenza dal petrolio. Nel frattempo, l'opposizione degli Stati Uniti ai combustibili diversi dal petrolio sotto il loro controllo ha causato danno da contraccolpo alla stessa economia statunitense, bloccando i propri investimenti nell'energia solare ed eolica.

L'amministrazione Trump è stata particolarmente aggressiva non solo nel bloccare le iniziative straniere volte a ridurre i combustibili fossili, ma anche le alternative statunitensi. “Il primo giorno del suo secondo mandato presidenziale, Trump ha emesso un ordine esecutivo che sospende ogni locazione di terreni e acque federali per nuovi parchi eolici. Da allora la sua amministrazione ha preso di mira i parchi eolici che avevano ricevuto i permessi dall’amministrazione Biden ed erano in costruzione o stavano per iniziare a funzionare, utilizzando spiegazioni mutevoli.” “Ha sospeso i contratti di locazione di tutti i progetti eolici offshore in un nuovo attacco al settore”, citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

Ciò che rende questa mossa contro le fonti energetiche alternative ancora più sorprendente è la prevista carenza di elettricità negli Stati Uniti, che si prevede sarà causata dalla crescente domanda da parte dei centri informatici di intelligenza artificiale, in circostanze in cui l'America nutre grandi speranze per l'intelligenza artificiale (IA). Oltre alle rendite derivanti dalle risorse petrolifere, gli strateghi statunitensi sperano di aumentare le rendite monopolistiche americane a scapito di altri Paesi attraverso la tecnologia informatica, le società di piattaforme Internet e (sperano) il predominio nell'intelligenza artificiale. Il problema è che l'IA richiede un'enorme energia per far funzionare i suoi computer. Tuttavia, negli ultimi dieci anni la tendenza degli Stati Uniti nella produzione di energia è rimasta stagnante e gli investimenti in nuovi impianti elettrici rappresentano un processo burocratico e dispendioso in termini di tempo (da qui la prevista carenza di energia sopra menzionata). Ciò è in netto contrasto con l'enorme aumento della produzione di elettricità da parte della Cina, dovuto in gran parte all'intensa produzione di pannelli solari e mulini a vento, in cui ha acquisito un ampio primato tecnologico – mentre la pratica statunitense ha evitato questa fonte di energia in quanto “non inventata qui” e, più fondamentalmente, perché potrebbe potenzialmente indebolire il suo tentativo di rendere il mondo dipendente dal petrolio che controlla.

Sintesi: Le richieste fondamentali dell'ordine basato sulle regole degli Stati Uniti in materia di petrolio sono:

  • Il controllo del commercio mondiale di petrolio rimarrà un privilegio degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti controlleranno il commercio mondiale di petrolio. Deve essere in grado di decidere quali Paesi sono autorizzati a fornire petrolio ai propri alleati e a quali Paesi i suoi esportatori di petrolio alleati sono autorizzati a vendere il loro petrolio. Ciò significa vietare agli alleati di importare petrolio da Paesi come Russia, Iran e Venezuela. Ciò comporta anche interferenze con i suoi avversari’ esportazioni di petrolio (come è appena accaduto con il blocco e il sequestro delle esportazioni di petrolio venezuelano, e si è verificato contro la flotta petrolifera russa) e aggressioni militari per impossessarsi del petrolio dei suoi avversari. Il petrolio iracheno e siriano è stato semplicemente rubato dagli occupanti statunitensi e viene fornito a Israele. Anche il petrolio libico è stato sequestrato nel 2011 ed è rimasto interrotto.

  • Il Commercio del Petrolio deve essere valutato e pagato in dollari statunitensi

Il prezzo del petrolio e delle altre esportazioni sarà fissato in dollari e commercializzato tramite le borse merci occidentali, mentre i pagamenti saranno effettuati tramite le banche occidentali utilizzando il sistema SWIFT, tutte sotto l'effettivo controllo diplomatico degli Stati Uniti.

  • La Regola del Petrodollaro

Inoltre, i guadagni derivanti dalle esportazioni internazionali di petrolio devono essere prestati o investiti negli Stati Uniti, preferibilmente sotto forma di Titoli del Tesoro, obbligazioni societarie e depositi bancari.

Le alternative energetiche “verdi” al petrolio devono essere scoraggiate e il fenomeno del riscaldamento globale e degli eventi meteorologici estremi negato.

Per promuovere il controllo continuo dei mercati energetici da parte degli Stati Uniti, è opportuno scoraggiare le alternative non legate al carbonio al petrolio e al gas – e le politiche di tutela ambientale verde a sostegno di tali alternative –, poiché le fonti energetiche alternative riducono il potere della diplomazia statunitense di imporre le regole sopra citate.

  • Nessuna legge si applica o limita le regole o le politiche degli Stati Uniti

Infine, gli Stati Uniti e i loro principali alleati devono essere immuni dai tentativi stranieri di bloccare le sue politiche, compresi i tentativi attraverso le Nazioni Unite e i tribunali internazionali. Deve mantenere la sua capacità di porre il veto alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ignorerà semplicemente le risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e gli ordini dei tribunali internazionali a cui si oppone. Questo principio porta gli Stati Uniti ad opporsi alla creazione di tribunali o organi giuridici alternativi e soprattutto a impedire a tali autorità di avere il potere militare di far rispettare le proprie decisioni.

Con ringraziamenti a The Democracy Collaborative

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

RADIO GAZA - puntata 20 - “Le nuove milizie non sono garanzia di pace. Solo Hamas dà sicurezza”

 

<<La linea gialla non è un rifugio sicuro ed è circondata da pericoli. Le persone rimangono nelle zone controllate da Hamas perché non trovano alternative sicure o infrastrutture per vivere in altre zone. 

La fiducia nei nuovi monopolisti o nelle milizie non locali non è forte perché non ci sono garanzie di pace o di una vita stabile. .

Quanto a nuove operazioni (israeliane). Rimane una preoccupazione per la popolazione a causa del perdurare delle tensioni e delle violazioni del cessate il fuoco. >>. 

La ventesima puntata di Radio Gaza è l’ultima in lingua italiana. Il progetto continua in lingua inglese a partire dalla prossima settimana. Rimane tale e quale la campagna di raccolta fondi “Apocalisse Gaza” che in questi giorni ha provveduto ad acquistare nuove tende, nuovi vestiti invernali, cibo e medicine grazie alle vostre generose donazioni. Lunghe immagini dalla Striscia raccontano una guerra ancora più crudele, quella contro l’indifferenza del mondo.

Nel frattempo si attende a ore l’annuncio di Trump sulla composizione del “Comitato di Pace”, così come del direttivo di esperti palestinesi che gestirà l’amministrazione della Striscia e, nei migliori auspici, anche la composizione della Forza Internazionale di Stabilità. Molte cose non tornano però, a cominciare dall’ultimatum lanciato da Israele ad Hamas. Mentre il mondo assiste con angoscia alla campagna americana di aggressione sull’Iran.

La ventesima puntata di “Radio Gaza” sarà disponibile da oggi alle 18 sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico a questo link: 

https://www.youtube.com/watch?v=VOJLpB93LSg

“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza” è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 210° giorno, avendo raccolto 140.998 euro da 1.678 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 140.126 euro.

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

FB: RadioGazaAD

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Democrazia statunitense e come dovrebbe essere

 

di Michele Blanco

Tutti, ormai,  dovremmo sapere che nella società statunitense è da sempre presente un tasso di violenza veramente eccessivo, con poco rispetto per i diritti degli stessi cittadini, soprattutto a quelli non appartenenti ai gruppi etnici discendenti dagli anglosassoni, tedeschi e similari. Le forze dell’ordine negli USA hanno spesso e volentieri avuto la mano pesante sulle persone indifese, soprattutto se questi erano afroamericani (come accaduto nel caso di George Floyd). Eppure quello che è successo a Renee Nicole Good, donna bianca, cristiana e madre di tre figli, è qualcosa che probabilmentenon era mai accaduto prima. La povera Renee è stata uccisa, senza motivo, a sangue freddo nella città di Minneapolis da una pattuglia dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement).
 
Questo episodio vergognoso fa veramente mettere in dubbio che gli USA siano effettivamente una democrazia. Non è  possibile che nel 2026 possa esistere legalmente una "polizia" statale  che abbia il potere, concessogli da uno Stato che si autodefinisce democratico, di esercitare atti di squadrismo nei confronti di persone “immigrate”, o presunte tali; ma, in questo  caso, è  sconcertante soprattutto perché,  si tratta di un omicidio intenzionale nei confronti di una signora, madre di famiglia,  disarmata, che si trovava seduta immobile nella propria auto. Infatti, per fortuna, nei giorni successivi anche molti repubblicani filo-Trump hanno commentato il tragico evento con parole di grande sdegno e assoluta preoccupazione. Giustamente ci sono stati oltre mille eventi e manifestazioni in tutti gli Stati Uniti che hanno visto grandi proteste al grido: “Ice, Out for Good” (Ice, fuori per sempre).
 
Ma purtroppo  a farci capire l'assoluta gravità dell’accaduto, della pericolità del sistema politico  statunitense, sono arrivati immediatamente i commenti, assurdi e triviali di esponenti del governo statunitense, come il vicepresidente J. D. Vance, il quale ha dichiarato che si è trattato di un “attacco alle forze dell’ordine”. In poche parole — secondo Vance — l’agente dell'agenzia federale dell’Ice avrebbe agito da criminale assassino a sangue freddo,  per legittima difesa, visto e considerato che, sue testuali parole, la signora Good è da considerarsi semplicemente “una vittima dell’ideologia di sinistra”.
 
In sostanza, la tesi assurda e  estremista del governo Trump-Vance-Rubio è questa: Renee se l’è cercata perché era un’attivista di sinistra. Penso che se fosse stata di destra sarebbe stata uccisa allo stessomodo ovviamente. Ma la gravità, assurdità di queste ignobili dichiarazioni ci deve far riflettere,  oltre a farci indignare. In primo luogo si tratta  di un  precedente politico e culturale che queste giustificazioni vergognose, farlocche e estremiste “di parte". L’escalation di violenza da guerra civile, dopo questo tragico fatto, non è più un’ipotesi politologica. È esattamente la realtà tremenda di oggi. Continuare a denunciare questa deriva assassina e barbara dello stato di diritto nelle cosiddette democrazie occidentali, è un compito politico, civile e spirituale trasversale, che dovrebbe essere percepito come tale da chiunque creda che sia arrivato il momento di mettere da parte ogni forma di assurda ideologia divisiva e inutilmente bellicista.
 
Certo che l’accettazione della violenza all'interno della società fa parte della storia degli Stati Uniti d’America fin dall’inizio. Ed è, purtroppo una loro caratteristica inconfutabile. Anche con i Democratici al governo abbiamo sempre assistito ininterrottamente a episodi razzisti da parte delle forze di polizia di una ferocia intollerabile. Quindi non si tratta di criminalizzare solo l’operato suprematista di Trump, che ovviamente é  assolutamente da condannare, per assolvere l’ipocrisia di Biden o della Harris.
 
Anzi, è tutto l’opposto. Per questo mi fa veramente irritare leggere che i MAGA sarebbero migliori perché almeno esplicitano la loro violenza colonialista apertamente e non sono dei falsi perbenisti come quei sepolcri imbiancati Democratici, solo di nome, difensori del diritto internazionale solo quando gli fa comodo a loro. È ridicolo sentire commenti, così superficiali, che se critichi la politica di Trump allora vuol dire che sei automaticamente a favore della cancel culture o di qualsiasi altra esagerazione del politicamente corretto. Come se dentro questo bipolarismo decadente una terza via da percorrere non sia possibile.
 
Questa assurda e inutile logica polarizzante, nonostante abbia una certa presa sull’opinione pubblica, esattamente come il tifo calcistico o televisivo, ad un’analisi ponderata e più seria resta comunque assurda e facilmente smontabile. La violenza, quella fatta da organi dello Stato è  sempre la peggiore, infatti, è violenza punto e basta. E chiunque eserciti questa prepotenza antidemocratica su qualsiasi altro, peggio ancora se lo fa in modo spudorato e disinvolto, è  assolutamente da condannare senza nessuna possibilità d'appello. Non esistono scusanti di fronte all’uso della violenza; e questo, soprattutto per chi si impegna nel costruire un mondo più pacifico e disarmato, dovrebbe essere il punto fondamentale da cui partire. 
 
Nel mondo contemporaneo, in particolare in questi ultimissimi anni, avvertiamo una continua e forte sensazione di accelerazione della storia con grandi e continui mutamenti che sembrano travolgerci già mentre li stiamo osservando senza riuscire nemmeno a capirli, nella loro velocità e grande complessità. Ma la cosa veramente triste è che questi cambiamenti sono peggiorativi della realtà, continue guerre sparse per l’intero pianeta e tantissime violazioni del diritto internazionale, fino ad arrivare al terribile Genocidio dei palestinesi; con moltissime e complesse crisi economiche, ambientali, epidemiche e finanziarie che ci hanno fatto capire di essere molto più vulnerabili di quanto pensavamo.
 
Con Trump ci tocca subire un’ondata di inaudita brutalità disumana, fino all’ incredibile rapimento di un capo di Stato eletto democraticamente dal suo popolo. Questa brutalità trumpiana sembra essere irrefrenabile: “Voglio la Groelandia, voglio il petrolio, voglio i minerali delle terre rare” e nessuno lo contraddice. Quindi assistiamo ad un’assenza spaventosa di visione politica democratica innovativa, nuova, inedita, coraggiosa e realmente pacifica, che abbia davvero l’ardire di mettere in discussione l’intero teatrino della politica bellica contemporanea. Se per eccesso di realismo cadiamo anche noi nella retorica che dice sostanzialmente che in politica esistono solo i “rapporti di forza” e nient’altro, allora possiamo dare le chiavi del nostro futuro in mano a tutti coloro che stanno già dimostrando d’essere i più cinici e i più spietati (vedi, per esempio, i nostri leader europei).
 
Allora invertiamo immediatamente questa rotta suicidaria, che ci mantiene costantemente nel “rischio di un imminente catastrofe”, come scriveva profeticamente il sociologo Ulrich Beck. La scelta che dobbiamo fare non è fra la maschera dell’orrore (Dem) e l’orrore in sé (Rep); altrimenti saremmo comunque spacciati. Esiste sempre una terza via quando la polarizzazione diventa così esasperante. Intanto non dobbiamo piegarci alla legge del più forte. Dobbiamo tornare a usare la ragione umana per provare a inaugurare un nuovo mondo democratico e inclusivo non violento che parta dalla partecipazione politica informata di tutti i cittadini del nostro pianeta. 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Prossima fermata: lo stato di Polizia?

 

di Federico Giusti

ochi giorni fa, il 14 Gennaio 2026, è stato presentato l'ennesimo Disegno di legge in materia di  "sicurezza urbana, immigrazione e protezione internazionale, nonchè di funzionalità delle forze dell'ordine e del Ministero dell'Interno"

Non è casuale che questo ennesimo tassello securitario arrivi dopo l'arresto di attivisti sociali e politici piemontesi a seguito delle manifestazioni autunnali a Torino e dintorni, arresti  e provvedimenti che hanno colpito anche numerosi studenti minorenni non prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna.

Non entreremo nel merito della folle gara intrapresa tra i partiti di Governo nel presentarsi agli occhi delle Forze dell'Ordine come il partito più attento alle loro istanze  e disponibile a intensificare le pene per alcuni reati, urge invece considerare la canea mediatica attorno all'arresto degli attivisti palestinesi accusati di finanziare Hamas (ergo il terrorismo internazionale) che "giustificherà" interventi  ristrettivi e del tutto immotivati proprio sulle materie oggetto di immigrazione.

E tra scioperi e manifestazioni di piazza non potevano mancare altri argomenti forti della campagna repressiva come il richiamo al degrado urbano o alla necessità di rafforzare le prerogative e il potere  del Ministero dell'Interno nella logica per altro di quel Codice Rocco di epoca fascista che ha già dato il là a tutte le legislazioni emergenziali.

A leggere il Disegno di Legge si capisce che l'obiettivo ancora una volta è la microcriminalità elevata a pericolo primario e assoluto (rileggendo le cronache sulla strage di Cras Montana ci chiediamo come sia stata possibile una strage del genere in Svizzera se non violando controlli, norme di legge, normative elementari di sicurezza e di anti incendio a cui unire condizioni di sfruttamento della forza lavoro, logiche del profitto, certezza della impunità). E al contempo è lecito domandarsi se il problema per l'ordine pubblico sia oggi rappresentato dalla borseggiatrice sugli autobus o da un sistema che permette cotante violazioni a beneficio di imprenditori ricchi e potenti.  Centinaia di ore di collegamenti web, siti appositamente creati per alimentare il pericolo sociale derivante dal borseggio, il problema esiste ovviamente e va preso in considerazione ma da qui a trasformarlo in una emergenza corre grande differenza.

Nella totale incapacità, ormai diffusa, di cogliere i reali problemi e gli orrendi crimini commessi contro la umanità o ai danni di lavoratori e cittadini privi di reali tutele, l'accanimento mediatico contro il furto commesso con destrezza non solo guadagna audience ma intere trasmissioni televisive, canali web, pagine social per poi consentire al legislatore di intervenire solennemente con la modifica del codice penale  e della Riforma Cartabia

E dall’attuale reclusione da quattro a sette anni alla reclusione da sei a otto anni, per il reato base, e dall’attuale reclusione da cinque a dieci anni alla reclusione da sei a dieci anni, per l’ipotesi aggravata 

Altro aspetto importante è la cosiddetta Prevenzione della violenza giovanile Ampliamento del catalogo dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del Questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni, questa norma riguarda direttamente un altro capitolo particolarmente gettonato dai nostri imbonitori mediatici ossia quello dei maranza elevati a pericolo numero uno nelle città metropolitane.

Anche in questo caso prevale una logica securitaria rispetto ad una semplice riflessione che imporrebbe azioni concrete: perchè in Italia esistono tanti giovani sotto i 25 anni che non studiano e non lavorano? E per quale ragione assistiamo all'aumento degli under 16 che abbandonano la scuola?

Occupandosi della delinquenza, o presunta tale, giovanile, dovremmo innanzitutto porci la domanda, forse rituale ma sempre valida, se abbiamo fatto abbastanza per prevenire il tutto.

La risposta è negativa, vuoi per inadempienza di vari ministeri ed enti locali, vuoi perchè i percorsi scolastici e formativi presentano lacune paurose e in tanti casi risultano inesistenti

A nostro avviso la preoccupazione del Governo, in questa fase storica, è ben altra ossia quella di lanciare un messaggio repressivo contro le giovani generazioni per prevenire la loro partecipazione attiva a manifestazioni di piazza, a ruota arrivano i provvedimenti securitari che coinvolgono anche i genitori e prevedono interventi e ammonimenti del Questore, sanzioni pecuniarie, sanzioni fino all'ennesima trovata ossia il divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza superiore a 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di 1frequente utilizzo, punito con la reclusione da 1 a 3 anni, (articolo 3, comma 1, lett. c) – nuovo art. 4-ter, comma 1, legge 18 aprile 1975, n. 110); 2) divieto di porto, se non per giustificato motivo, di altri coltelli e strumenti dotati di lama affilata o appuntita di lunghezza superiore a 8 centimetri, punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni (articolo 3, comma 1, lett. c) – nuovo art. 4-ter commi 2 e 3, legge 18 aprile 1975, n. 110)

Sorvoliamo sulle aggravanti specifiche con aumento di un terzo della pena se il reato è commesso previo travisamento o nelle vicinanze di stazioni ferroviari, scuole, parchi, giardini , metropolitane e perfino di Banche (equiparare gli istituti di credito agli autobus o alle scuole è una novità assoluta che rappresenta un precedente su cui aprire una riflessione)

E sorvoliamo anche sulla stretta imposta al permesso di soggiorno sapendo che le norme attuali in materia di cittadinanza risultano ben poco inclusive mentre i confini di classe nello Stato capitalista diventano sempre più marcati e tali da evitare qualsivoglia argomentazione sul presunto diritto (Lea Ypi Confini di Classe Feltrinelli)

Nel caso dei nuovi reati per i minorenni valgono le considerazioni precedentemente avanzate sull'abbandono scolastico, sul fin troppo comodo divieto di accesso ai centri urbani che andrà rafforzandosi impedendo la presenza  nei pressi di strutture e infrastrutture per chiunque abbia subito una condanna in appello per reati contro la persona e il patrimonio, pena l'arresto in flagranza. Questa norma in realtà non è rivolta solo alla piccola criminalità ma anche ai reati di piazza  divenuti, dopo l'autunno scorso, l' ulteriore ossessione per il Governo Meloni. E tanto è il timore della rivolta sociale che si arriva a ipotizzare la perquisizione, prevista dalla legge Reale, non come una necessità, e una urgenza, dettata da operazioni di polizia ma piuttosto come azione preventiva da intraprendere per una schedatura di massa e magari per  accertare l'eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione (e qui torna il solito e vecchio pericolo del terrorismo) 

Poi abbiamo la possibilità del fermo preventivo fino a 12 ore per garantire la sicurezza e la pubblica incolumità (gli anziani ricorderanno il fermo degli antifascisti ogni qual volta arrivava in città o paese il Gerarca del Regime)

E l'intervento non poteva tralasciare un argomento dibattuto oltre un anno fa con centinaia di ore televisive: quale reato configurare per chi non si ferma all'alt delle forze dell'ordine?

Per chi non si ferma all’alt delle Forze di polizia e si dà alla fuga Introduzione di un illecito penale punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni per chi non si ferma all’alt degli organi di polizia e si dà alla fuga con modalità pericolosa per la pubblica e privata incolumità, accompagnata dalle misure accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita. In tal caso, resta applicabile, in via cautelativa e provvisoria, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente (articolo 8).

E dopo le decine di manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, arriva puntuale l'intervento anti cortei.

In caso di mancate comunicazioni alla Questura per cortei e iniziative di piazza si va verso l'accelerazione del processo sanzionatorio e di inasprimento delle sanzioni pecuniarie irrogabili, le sanzioni amministrative pecuniarie  previste dal Governo vanno da un minimo di euro 3.500 a un massimo di euro 20.000, estese anche all’ipotesi di riunioni promosse tramite reti di comunicazione elettronica (articolo 9, comma 1, lett. a), numero 1). In caso di mancata osservanza delle prescrizioni dell’Autorità, le attuali pene fino ad un anno di reclusione e dell’ammenda fino a 413 euro sono sostituite con la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 5.000 a un massimo di 20.000 euro (articolo 9, comma 1, lett. a), numero 2). In caso di mancato rispetto delle limitazioni poste alla circolazione o dell’itinerario previsto, da cui possa derivare un pericolo alla sicurezza o all’incolumità pubblica ovvero in caso di ostacolo o intralcio al regolare funzionamento dei servizi di soccorso pubblico urgente, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 20.000 euro. Nelle ipotesi di turbamento del pacifico svolgimento di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico o del regolare espletamento del relativo servizio di ordine e sicurezza pubblica è prevista la sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 3.000 euro. Le sanzioni amministrative di cui al presente articolo sono irrogate dal Prefetto (articolo 9, comma 1, lett. a), numero 3). Viene altresì modificato il terzo comma dell’articolo 24, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, depenalizzando anche l’ipotesi di disobbedienza all’ordine di scioglimento della riunione o dell’assembramento, attualmente punita con l’arresto e l’ammenda fino a 413 euro, con l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 2.000 a 20.000 euro (articolo 9, comma 1, lett. b). Viene infine modificato l’articolo 654 c.p (Grida e manifestazioni sediziose), primo comma, già depenalizzato, con l’aumento della sanzione amministrativa pecuniaria da 400 a 2400 euro in luogo di quella attualmente prevista da 103 a 619 euro (articolo 9, comma 2). ? Divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti in luogo pubblico Introduzione del divieto di partecipare a pubbliche riunioni o di prendere parte a pubblici assembramenti, disposto dal giudice, con immediata esecutività, con la sentenza, anche non definitiva, di condanna per taluni delitti commessi con violenza alle persone o alle cose in occasione o a causa di riunioni o assembramenti pubblici. Tale misura potrà essere graduata dall’Autorità giudiziaria in base alla gravità del fatto e alla pericolosità del suo autore (articolo 10). 

Ma la Giustizia non parrebbe uguale per tutti vista la mancata iscrizione  nel registro delle notizie di reato quando appare che il fatto sia stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), disciplinando l’attività di indagine in presenza delle suddette scriminanti. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro (articolo 11). ? Tutela legale per il personale delle Forze di polizia, delle Forze armate e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco

Norme del genere non sono mai state previste negli anni della lotta armata, il fatto che siano costruite ai nostri giorni dovrebbe indurre a serie riflessioni quanti parlano ancora di Stato di diritto.

E ancora una volta a guidare il legislatore sono i fatti di cronaca non prima di averli deliberatamente esasperati attraverso orchestrate campagne mediatiche, in caso dell'occupazione della redazione di quotidiani e giornali, viene infatti prevista una aggravante comune per delitti non colposi commessi contro giornalisti o direttori di testate giornalistiche Viene introdotta una nuova circostanza aggravante comune, applicabile ai delitti non colposi contro la vita, l’incolumità individuale e la libertà morale, per il caso in cui il fatto sia commesso contro gli iscritti all’albo e nei registri dei giornalisti ovvero contro i direttori di testate giornalistiche non iscritti all’albo, durante lo svolgimento delle proprie funzioni o a causa di esse (articolo 13). 

E in questo delirio repressivo arrivano perfino agenti e servizi stranieri giusto a ricordare che siamo o non siamo una colonia statunitense?

disposizioni in materia di introduzione e porto sul territorio nazionale di armi in dotazione al personale di Forze di polizia straniere Riconoscimento, nell’ottica di una crescente esigenza di cooperazione tra Forze di polizia di diversi Paesi, al Ministro dell’interno - o, su sua delega, al Prefetto - della possibilità di autorizzare personale appartenente alle Forze di polizia di un altro Stato all’attraversamento del territorio nazionale con le armi in dotazione e il munizionamento di servizio, qualora la destinazione finale degli agenti di polizia stranieri sia il territorio di un altro Paese (articolo 14).

Alla luce di queste considerazioni, cosa altro dobbiamo attenderci dal securitarismo?

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Quando la piazza diventa un campo di battaglia geopolitico: l’Iran sotto attacco

Negli ultimi giorni l’Iran è stato attraversato da violenti disordini che, come denunciano con forza da Teheran, non sono il frutto di una protesta spontanea ma di un’operazione pianificata da servizi d’intelligence stranieri. Diverse persone arrestate avrebbero confessato di aver ricevuto fondi dall’estero e, in alcuni casi, anche addestramento in altri Paesi, con l’obiettivo di creare un pretesto per un’escalation militare contro la Repubblica Islamica.

Mentre le operazioni di sicurezza proseguono, mercoledì a Teheran si sono svolti imponenti funerali per circa 300 cittadini iraniani, tra civili e membri delle forze di sicurezza, uccisi durante i giorni di violenze. Il corteo, partito dall’Università di Teheran fino all’incrocio Valiasr, è stato il più grande mai registrato nella capitale, trasformandosi in una dimostrazione di unità nazionale e coesione interna.

Secondo il Ministero dell’Intelligence, le proteste inizialmente legate a rivendicazioni economiche sono poi state fatte deragliare in rivolte armate, con attacchi a moschee, infrastrutture pubbliche e forze di sicurezza. Le autorità denunciano azioni palesemente coordinate, con il coinvolgimento di gruppi terroristici collegati all’entità sionista israeliana e con il sostegno logistico e finanziario di Stati Uniti e Mossad. Finora sono stati arrestati centinaia di responsabili, sequestrate armi ed esplosivi e aperti numerosi fascicoli giudiziari.

Intanto arriva un ennesimo cambio di posizione da Washigton, l’ondivago presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che, secondo “fonti affidabili”, sarebbero cessate le uccisioni e non sarebbero quindi previste missioni militari per colpire in Iran. Teheran, da parte sua, ha smentito le cifre gonfiate diffuse da alcuni media occidentali, ribadendo la distinzione tra protesta legittima e tentativi di destabilizzazione pilotati dall’esterno.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Von der Leyen promette di trasformare l'UE in una “potenza militare”


L'UE sta lavorando per potenziare le proprie capacità di difesa al fine di diventare una “potenza militare”, ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, secondo quanto riportato da Euractiv, citando fonti attendibili.

Le dichiarazioni sarebbero state rese mercoledì durante una riunione a porte chiuse al Parlamento europeo, dove von der Leyen ha detto ai legislatori che il blocco deve elaborare una propria strategia di sicurezza e che la Commissione presenterà un documento in tal senso nel 2026.

“Sappiamo che dobbiamo essere forti... Non siamo una potenza militare, ma stiamo lavorando per diventarlo”, avrebbe affermato von der Leyen.

In tutta l'UE, i bilanci della difesa stanno aumentando, poiché Bruxelles ha spinto per il riarmo sotto la bandiera della sicurezza. Il piano “ReArm Europe” della Commissione europea, citato da von der Leyen come un passo per aumentare le capacità militari dell'Unione, mira a investire centinaia di miliardi nell'acquisto congiunto di armi e infrastrutture, mentre gli Stati membri hanno aumentato gli acquisti di armi di quasi il 40% in un solo anno.

Mosca ha respinto tali accuse come “assurde”, volte a instillare paura e giustificare maggiori spese militari, e ha condannato quella che definisce la “militarizzazione sconsiderata” dell'Occidente. I funzionari russi hanno sostenuto che l'espansione della NATO verso est rappresenta una minaccia esistenziale e rimane una delle cause principali del conflitto in Ucraina, accusando l'UE e i suoi alleati di prepararsi a un confronto su larga scala.

Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che i leader dell'UE stanno gonfiando il presunto pericolo per promuovere le proprie agende politiche e convogliare denaro nell'industria degli armamenti, e che Mosca non ha alcuna intenzione di affrontare militarmente il blocco.

  •  

Venezuela, Iran e Nigeria: le tappe di uno scontro con la Cina


di Alessandro Volpi*


Una chiave di lettura. Donald Trump, dopo aver compreso che una guerra commerciale, basata sui dazi, nei confronti della Cina sarebbe un suicidio, sembra aver scelto un'altra strada. Si tratta di "affamare" la Cina, sfruttando le sue principali debolezze. L'ex impero celeste, infatti, è dipendente dalle importazioni di petrolio e gas e da quelle di generi alimentari. La Cina importa circa il 75% del greggio che consuma e il 45% del gas, che costituiscono, insieme, la terza voce energetica della Cina, pari al 30% del totale. Il principale fornitore di gas e petrolio cinese è la Russia, insieme all'Arabia Saudita e all'Iran, che indirizza il 90% delle sua produzione in Cina, passando per la Malesia.

Per quanto riguarda i generi alimentari, la Cina registra una dipendenza fortissima dalla soia brasiliana - quasi il 70% del totale - che è indispensabile per i fondamentali allevamenti di bestiame e di pollame cinesi. La Cina ha poi una dipendenza strutturale da Malesia e Indonesia per la centralità dello Stretto di Malacca, un imbuto di 2,5 Km, da cui passano molte delle importazioni cinesi. La strategia trumpiana, alla luce di ciò, sembra essere quella di isolare il Brasile in America Latina, accerchiandolo e sottoponendo il continente alla pressione militare Usa e, al contempo, di tagliare i rifornimenti energetici, rompendo il legame tra Cina e Iran e convincendo la Russia ad alzare i prezzi del petrolio e del gas venduti alla Cina, riducendo le esportazioni.

Quanto a Malesia e Indonesia, lo sforzo Usa è quello di aumentare la pressione nei loro confronti con la presenza delle big tech, con i dazi e con la flotta militare. Venezuela, Iran, Nigeria, America Latina son così le tappe di uno scontro con la Cina, nella convinzione maturata da Trump che senza un radicale ridimensionamento del peso strategico cinese, la credibilità della pericolante economia Usa, del suo debito e del dollaro non può reggere. In questo senso Trump è un vero giocatore d'azzardo, pericolosissimo perché intenzionato a giocare solo con le sue regole, fidando sulla imbelle inerzia europea, votata ad una subordinazione pavloviana, sapientemente coltivata dalla finanza, e sulla possibilità di "spacchettare" i Brics; una scommessa drammatica perché praticamente impossibile, ma destinata a compiere disastri, ancora una volta in nome della libertà.


*Post Facebook del 14 gennaio 2026

  •  

Il procuratore generale del Venezuela chiede l'immediata liberazione di Maduro e Flores di fronte alla falsa “scusa” degli Stati Uniti

 

Il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha rilasciato dichiarazioni in esclusiva a RT dopo il bombardamento degli Stati Uniti che ha provocato il rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, oltre 100 morti e gravi danni alle infrastrutture strategiche del Paese.

“Nel mondo recente, anche se facciamo memoria, un fatto come questo non era mai accaduto: che un presidente eletto, in carica, e sua moglie, oltre che first lady della Repubblica, deputata con immunità nell'Assemblea Nazionale, fossero stati vili sequestrati, privati illegittimamente della loro libertà”, ha commentato Saab.

Secondo il titolare del Ministero Pubblico, nemmeno la legislazione nazionale degli Stati Uniti “consente [al presidente] di compiere un'azione simile a questa, indipendentemente dal fatto che abbia o meno il permesso del Congresso”.

In tal senso, ha precisato: “Se avesse il permesso del Congresso, ciò dovrebbe avere una narrazione reale, di fatti accaduti in sequenza, che esprimano e dicano che gli Stati Uniti sono in guerra contro tale nazione e, in base a ciò, vengono conferiti i poteri al presidente. Nulla di tutto ciò esiste, nemmeno lontanamente”.

Al di là dell'aggressione ordinata dall'amministrazione di Donald Trump, Saab ha sottolineato che l'assedio di Washington contro Caracas risale alla promulgazione del decreto firmato da Barack Obama nel 2015, che definiva il Venezuela una “minaccia insolita” per la sicurezza degli Stati Uniti.

“Pochi ne parlano”, ha insistito. “Poi hanno voluto fare marcia indietro, ma il decreto era già stato firmato”, ha affermato il procuratore, sottolineando l'importanza di chiarire il contesto politico che ha caratterizzato l'escalation delle aggressioni, “che era in programma da molti anni”.

Secondo Saab, quanto accaduto nel 2025 “è stato solo il preludio a quanto è successo il 3 gennaio 2026”, ovvero “una serie di minacce che si sono trasformate letteralmente in azioni di guerra”. Più in dettaglio, ha elencato fatti come l'accerchiamento di petroliere nel Mar dei Caraibi e il bombardamento di imbarcazioni al largo delle coste del Venezuela, con il pretesto di una presunta lotta contro il narcotraffico in un Paese che non produce droga né ha legalizzato sostanze illecite.

Per Saab, il Paese ha affrontato un evento “insolito” e ‘brutale’, che ha comportato l'attacco contro una nazione che non era in guerra e la cui popolazione stava dormendo, “appena entrata nel nuovo anno 2026”.

 

Liberazione di Maduro e Flores

Come aveva già fatto la mattina stessa di sabato 3 gennaio, quando è avvenuto il bombardamento, il titolare del Ministero Pubblico ha chiesto l'immediata liberazione di Maduro e Flores, non solo perché il sequestro ha comportato una violazione del diritto internazionale, ma anche perché l'intero processo giudiziario in corso negli Stati Uniti è irregolare.

“Chiedo al giudice che si occupa del caso, Alvin Hellerstein, di porre fine a questa situazione nell'udienza che si terrà a marzo, dato che loro stessi hanno affermato che il Cartello dei Soli non esiste (...) ma questa è stata la scusa nella narrazione per sequestrare il presidente della Repubblica e sua moglie, quindi cosa dovrebbe succedere? L'immediata liberazione”, ha detto il procuratore.

Per questo motivo, ha invocato il ritorno alla “normalità”, alla “diplomazia della pace” e al “tavolo del dialogo”, come proposto dall'attuale presidente incaricata del Paese, Delcy Rodríguez. “Anche l'oppositore più radicale che vive in Venezuela, che vive qui, è contrario a quanto è successo”, ha affermato Saab.

Allo stesso modo, ha ricordato che quanto accaduto dopo l'aggressione contro il Venezuela era già stato segnalato dalle autorità legittime di Caracas. “Questo non aveva nulla a che vedere né con la democrazia, né con la presunta - come dicono loro - ‘dittatura’ venezuelana, né con un cambio di regime. No, questo è già caduto. Lo dicono apertamente, ora dicono che era il petrolio”.

In questo contesto, ha considerato un'esagerazione che una potenza come gli Stati Uniti cerchi ora di sostenere che il petrolio e le risorse naturali di un paese sudamericano le appartengono. “Questo ci riporta indietro di oltre 200 anni, quando l'impero spagnolo saccheggiò le risorse dell'America, a costo della vita di milioni di indigeni”, ha riflettuto.

  •  

“Disaccordo fondamentale”: prime dichiarazioni dopo l'incontro chiave tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia

 

Le posizioni della Groenlandia e della Danimarca continuano a divergere dall'opinione degli Stati Uniti sull'autonomia danese, secondo quanto affermato dal ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen dopo i colloqui a Washington. “Le idee che non rispettano l'integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all'autodeterminazione del popolo groenlandese sono, ovviamente, del tutto inaccettabili. Pertanto, continuiamo ad avere un disaccordo fondamentale, ma siamo anche d'accordo sul fatto che non siamo d'accordo”, ha detto il ministro dei Esteri in una conferenza stampa.

Il ministro ha assicurato che, nonostante questo disaccordo fondamentale, i colloqui proseguiranno e sarà istituito un gruppo di lavoro per affrontare la questione. “I colloqui si sono concentrati su come garantire la sicurezza a lungo termine in Groenlandia, e devo dire che le nostre prospettive continuano ad essere diverse al riguardo. Il presidente [degli Stati Uniti, Donald Trump] ha chiarito la sua opinione, e noi abbiamo una posizione diversa”, ha commentato Rasmussen.

“È chiaro che il presidente desidera conquistare la Groenlandia. Abbiamo chiarito molto bene che ciò non è nell'interesse del Regno”, ha spiegato il ministro degli Esteri danese. Secondo Rasmussen, Copenaghen è disposta a collaborare con Washington per esplorare la possibilità di avvicinare le loro posizioni e ha descritto i negoziati come “franchi e costruttivi”. “Noi, il Regno di Danimarca, continuiamo a credere che la sicurezza a lungo termine della Groenlandia possa essere garantita anche nell'ambito del quadro attuale”, ha affermato.

Allo stesso tempo, Rasmussen ha affermato che Copenaghen condivide in una certa misura le preoccupazioni del presidente americano. “Senza dubbio, esiste una nuova situazione di sicurezza nell'Artico e nell'estremo nord”, ha ammesso. Tuttavia, ha escluso che vi sia una “minaccia immediata” proveniente dalla Russia e dalla Cina nella regione o una minaccia che non siano in grado di affrontare.

Da parte sua, la sua omologa groenlandese, Vivian Motzfeldt, intervenendo alla stessa conferenza stampa presso l'Ambasciata di Danimarca a Washington, ha indicato che il suo territorio è disposto ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti, ma non a scapito della propria sovranità. Ha quindi sottolineato l'importanza di trovare “una strada giusta”, ora che sono stati mostrati i “limiti”.

  •  

Putin parla con Lula del Venezuela


I presidenti di Russia e Brasile, Vladimir Putin e Luiz Inácio Lula da Silva, hanno affrontato mercoledì al telefono la situazione in Venezuela, teatro il 3 gennaio scorso di un intervento delle forze statunitensi e del sequestro del suo capo di Stato, Nicolás Maduro.

I due leader hanno concordato sull'importanza di garantire la sovranità e gli interessi nazionali del Paese sudamericano, secondo quanto riportato in un comunicato del Cremlino.

Hanno inoltre concordato di “continuare a coordinare gli sforzi” attraverso le Nazioni Unite e i BRICS con l'obiettivo di “allentare la tensione in America Latina e in altre regioni del mondo”.

Un memorandum segreto dell'amministrazione Trump ha fornito un sostegno legale all'aggressione degli Stati Uniti in Venezuela.

Lula aveva condannato l'aggressione statunitense, l'arresto di Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti per essere processato per traffico di droga, perché - ha denunciato - costituiscono una “flagrante violazione del diritto internazionale” che crea “un precedente estremamente pericoloso” per il mondo.

Da parte sua, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha definito mercoledì l'aggressione al Venezuela “illegale” e ha lanciato un appello alla sovranità e all'integrità territoriale del Paese sudamericano.

  •  

Ministro degli Esteri iraniano: “Trump dovrebbe sapere esattamente dove andare per fermare le uccisioni”


Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha accusato Israele di cercare di trascinare gli Stati Uniti in nuove guerre e di ammettere apertamente il proprio coinvolgimento nelle recenti violenze nella nazione persiana.

“Israele ha sempre cercato di trascinare gli Stati Uniti a combattere guerre per suo conto. Ma, sorprendentemente, questa volta stanno dicendo ad alta voce ciò che prima tacevano”, ha scritto sul suo account X. Allo stesso tempo, ha attribuito le “centinaia di morti” nelle violente proteste antigovernative che hanno sconvolto l'Iran dalla fine di dicembre al fatto che il Paese ebraico ha inviato armi ai manifestanti. “Con il sangue nelle nostre strade, Israele si compiace esplicitamente di aver ‘armato i manifestanti con armi da fuoco’”, ha denunciato.

“Il presidente [Donald] Trump dovrebbe ora sapere esattamente dove andare per fermare le uccisioni”, ha concluso il suo messaggio il ministro degli Esteri.

Araghchi rispondeva a un post di un corrispondente diplomatico israeliano in cui affermava che “attori stranieri stanno armando i manifestanti in Iran con armi da fuoco vere”. Martedì, Trump ha esortato i manifestanti iraniani a continuare a protestare e a prendere il controllo delle loro istituzioni, assicurando loro che “gli aiuti stanno arrivando”.

 

Israel has always sought to drag the U.S. into fighting wars on its behalf. But remarkably, this time they are saying the quiet part out loud.

With blood on our streets, Israel is explicitly gloating about having "armed protestors with live weapons" and "this is the reason for… pic.twitter.com/UomtRlSsR6

— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) January 14, 2026

  •  

La caduta della donna simbolo dell’Euromaidan


di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

La leader politica ucraina e imprenditrice di successo Yulia Tymoshenko è accusata dagli organismi nazionali per l’anticorruzione di compravendita di voti in parlamento. L’indagine condotta da NABU e SAP porta alla luce lo schema di consenso che consente al presidente Volodymyr Zelensky di mantenere il controllo la Verkhovna Rada. 

Yulia Tymoshenko era stata già arrestata nel 2001, con l’accusa di contrabbando di gas, e nel 2011 per  abuso di potere, condannata a sette anni per aver firmato nel 2009 dei contratti con Gazprom. Nonostante ciò, durante l’Euromaidan i media parlarono di lei come di una prigioniera politica del “regime di Yanukovich”. Per il suo rilascio vennero organizzate campagne mediatiche e in Italia si mosse persino Laura Boldrini, al tempo presidente della Camera. L’immagine della Timoshenko appena rilasciata dal carcere, mentre si rivolgeva alle folle da una sedia a rotelle, divenne il simbolo della cosiddetta Rivoluzione della Dignità del popolo ucraino.

Adesso NABU pubblica le sue immagini accanto a mazzette di dollari e l’ accusa di aver offerto “vantaggi illeciti a una serie di deputati appartenenti a fazioni non guidate da questa persona, in cambio di voti "a favore" o "contro" specifici progetti di legge”, si legge in una nota ufficiale di NABU, in cui viene specificata la violazione della parte 4 dell'articolo 369 del Codice penale ucraino. Il reato prevede il carcere da quattro a otto anni, con o senza confisca dei beni. 

In particolare Tymoshenko avrebbe offerto ai parlamentari contattati fino a 5000 dollari a voto, per due sessioni mensili. Secondo l’anticorruzione ucraina si tratta di un sistema consolidato per gestire le influenze in parlamento, non di una tantum. 

Durante la notte gli agenti anticorruzione hanno passato a setaccio la sede del suo partito Batkivshchyna (Patria). Tymoshenko ha ricevuto una sospensione e le sono stati sequestrati cellulare e dispositivi elettronici. 

Perquisita la sede del partito

A conclusione delle perquisizioni degli uffici del partito, è arrivata una dichiarazione dell’indagata, che ha “respinto categoricamente” le accuse. Ha definito le attività investigative “un’operazione di propaganda”, che non avrebbe “nulla a che vedere con il diritto né con la legge”. 

Come nel 2011, l’ex premier ucraina ha giocato la carta della persecuzione politica. In base a quanto riferisce in un post di Facebook le perquisizioni sarebbero state condotte da “almeno trenta uomini armati sino ai denti” che avrebbero “sequestrato l’edificio” e “preso in ostaggio gli impiegati” senza “mostrare alcun documento”. Secondo lei, questa mossa indicherebbe che le elezioni presidenziali si stanno avvicinando. 

“Respingo categoricamente tutte queste accuse assurde. A quanto pare le elezioni sono molto più vicine di quanto si pensasse. E qualcuno ha deciso di iniziare la “bonifica” dei concorrenti. Nessuno potrà spezzarmi né fermarmi. Anche questa volta dimostreremo la verità“.

I nastri Tymoshenko

I fatti riguardano dicembre 2025. Come emerge dalle registrazioni pubblicate dall’agenzia, Yulia Timoshenko ha avuto delle conversazioni con alcuni deputati riguardo “all'introduzione di un meccanismo sistematico per fornire vantaggi illeciti in cambio di un comportamento leale durante le votazioni”.

Secondo gli investigatori “non si trattava di accordi occasionali, ma di un meccanismo di collaborazione regolare, che prevedeva pagamenti anticipati e che era stato progettato per un lungo periodo”.

I deputati avrebbero dovuto ricevere istruzioni per il voto e, in alcuni casi, per astenersi o non partecipare al voto. In particolare, i messaggi riportati nei nastri riguardano tre parlamentari corrotti a cui Tymoshenko aveva promesso 10.000 dollari al mese per il voto in due sessioni parlamentari. 

"Una volta al mese, è un processo permanente per ogni persona. Un mese è considerato due sessioni. Cioè, paghiamo un anticipo di 10 per due sessioni. Se siamo d'accordo con te oggi, registreremo chi è con te e te lo darò in contanti. E tu ti occuperai di loro. Non sono 20 o 30 persone, siete solo in tre qui – è un gruppo molto piccolo, per così dire. Ma devo dirti per cosa votare. Poi posso semplicemente inviartelo sul telefono tramite Signal?", si legge in uno dei suoi messaggi rivelati da NABU. 

Uno dei casi riguarda il voto a favore delle dimissioni dell’ex capo dell’SBU Malyuk e altri, per influenzare la nuova compagine di governo e presidenziale dopo la rimozione dell’ex numero due di Zelensky, Andry Yermak. 

"Domani si discute solo di personale. Licenziamenti: Malyuk, Shmygal, Fedorov. Votiamo 'a favore' del licenziamento di tutti. Nomine: Ministero della Difesa, Ministero dell'Economia, Ministero della Giustizia, Fondo del Demanio. Non voteremo per nessuna nomina", ha dichiarato Tymoshenko.

Inoltre le indicazioni di voto riguardavano progetti di legge inseriti o cancellati dall’ordine del giorno. 

Tymoshenko ha dichiarato che il materiale pubblicato da NABU non ha nulla a che vedere con lei.

Le reazioni all’indagine

Se si guarda in prospettiva dello scontro di potere tra NABU e Bankova, l’arresto di Yulia Tymoshenko indebolisce il potere di controllo del parlamento da parte della presidenza. Le indagini sono direttamente collegato alla votazione di ieri per rimuovere Malyuk dalla carica di capo dell'SBU e per altre nomine ministeriali. Secondo la rivista ucraina indipendente Strana, Malyuk è stato costretto alle dimissioni dopo aver rifiutato a novembre di svolgere un’indagine sugli organismi anticorruzione e di arrestare Klimenko, come ordinato da Yermak dopo lo scandalo Mindich. 

Il voto di Batkivshchyna alla Verkhovna Rada è stato determinante per la rimozione di Malyuk. Pertanto l’inchiesta contro Tymoshenko sarebbe una rivalsa del cosiddetto partito anti-Zelensky, legato ai circoli democratici statunitensi, in cui NABU e SAP svolgono un ruolo chiave. 

Secondo il deputato Olexey Goncharenko, gli stessi parlamentari circuiti avrebbero registrato i tentativi di corruzione e consegnato il materiale al NABU.

Anche il blogger dissidente Anatoly Shari ritiene che si tratti di una mossa contro Bankova e conferma quanto affermato da Goncharenko: Il NABU per me è composto da veri eroi. In questo momento stanno indebolendo al massimo Zelensky ed Ermak, togliendo loro da sotto i piedi lo sgabello delle votazioni comprate alla Rada. Stanno riducendo l’influenza dell’Ufficio del Presidente sul Parlamento. Io so benissimo da chi andranno i prossimi: da quelli che salvano continuamente i “Servitori del Popolo”, votando a favore in cambio di soldi. Aspettate.

 

  •  

La Groenlandia e la 'Cupola d'Oro' di Trump

La Groenlandia, immensa isola di ghiaccio e roccia, è assurta al centro della contesa geopolitica globale. Le recenti dichiarazioni di un sempre più tracotante presidente degli Stati Uniti Donald Trump, diffuse sulla sua piattaforma Truth Social, non sono semplici provocazioni, ma rivelano una strategia precisa e sempre più esplicita: assicurarsi il controllo dell'Artico, a qualsiasi costo. Il pretesto è un ambizioso e controverso sistema di difesa antimissilistico battezzato "Cupola d'Oro" (Golden Dome), la cui realizzazione, a detta di Trump, renderebbe "vitale" il possesso statunitense del territorio groenlandese.

Trump dipinge un quadro apocalittico in cui la sicurezza nazionale degli USA è in bilico. "Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia", ha scritto, sostenendo che, senza l'isola, il suo progetto difensivo a più strati - ispirato all'israeliana Cupola di Ferro ma concepito per respingere missili balistici intercontinentali e ipersonici - sarebbe gravemente compromesso. La minaccia, secondo la sua visione, è duplice e imminente: se Washington esita, saranno Russia o Cina a fare della Groenlandia una base avanzata. Un esito, ha avvertito, che "non deve accadere".

In questa visione, anche la NATO viene riletta in funzione di un interesse unilaterale. Trump ha affermato senza mezzi termini che l'Alleanza Atlantica, senza il "vasto potere" degli Stati Uniti - da lui rivendicato come propria creazione e ampliamento - non sarebbe "una forza efficace né dissuasiva". Al contrario, la NATO diventerebbe "molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti". Una posizione che, di fatto, trasforma l'alleanza in uno strumento per legittimare una mossa annessionista, mettendo in secondo piano la sovranità della Danimarca, paese membro fondatore, e del suo governo autonomo groenlandese.

La reazione di Copenaghen non si è fatta attendere ed è stata di netta e ferma opposizione. La premier danese Mette Frederiksen ha bollato come "priva di senso" la stessa discussione sulla necessità di un'annessione statunitense, ribadendo che gli USA "non hanno diritto ad annettersi uno dei tre paesi della Comunità del Regno danese". Tuttavia, la postura di Washington appare intransigente e multivettore. Fonti giornalistiche indicano che l'amministrazione Trump non escluderebbe la "via militare" per prendere il controllo dell'isola, mentre valuterebbe parallelamente accordi di "libera associazione" simili a quelli stipulati con alcune nazioni del Pacifico, che garantirebbero agli USA diritti di accesso esclusivo in cambio di aiuti economici.

Lo scontro si sta quindi inasprendo su più fronti. Da un lato, la Danimarca ha avviato un rafforzamento della propria presenza militare in Groenlandia, preparando infrastrutture per un possibile dispiegamento più ampio di forze alleate. Dall'altro, si profilano ritorsioni economiche: l'Unione Europea avrebbe in preparazione piani per sanzionare grandi aziende tecnologiche statunitensi come Meta, Google, Microsoft e X (ex Twitter), in una escalation che travalica il solo ambito della difesa.

La questione della Groenlandia, al di là delle dichiarazioni roboanti, solleva interrogativi profondi sull'evoluzione della politica estera statunitense e sull'equilibrio nell'Artico, regione sempre più contesa per le sue rotte commerciali e le sue immense risorse. Trump, nel definire "inaccettabile" qualsiasi soluzione che non sia il controllo statunitense, non sta solo negoziando. Lancia un ultimatum che mette in discussione i principi di sovranità territoriale e di alleanza paritetica, spingendo gli Stati Uniti verso un nuovo, aggressivo capitolo di espansionismo strategico dove la forza bruta e la coercizione economica sembrano diventare le nuove, pericolose, dottrine.

In ultima analisi, gli Stati Uniti con Trump sono diventati più diretti e sinceri. Le loro politiche non sono cambiate, ma i metodi radicalmente.

  •  

Palestina, Venezuela e oltre


di Patrizia Cecconi

L’informazione  mainstream, medaglia d’oro alla fedeltà verso il Potere, ha ormai più o meno eliminato le già asfittiche notizie sui continui orrendi crimini israeliani, tentando  di spegnere la risposta dell’opinione pubblica al genocidio in atto in Palestina e, insieme, la consapevolezza  che le devastanti ingerenze del Mossad e le costanti aggressioni contro Stati sovrani  fanno dello Stato ebraico un’entità terrorista capace di sterminare vite e calpestare il diritto internazionale senza alcun impedimento, esattamente come il suo socio statunitense, divenendo un pericolo assoluto per l’intero mondo.

Dove il terrorismo sionista non arriva nella forma più diretta e cruenta , arriva comunque l’operato della sua intelligence (termine  elegante per definire le spie prezzolate che infestano l’intero pianeta). Un bell’esempio di questo operato, amplificato  dall’esercito mediatico a servizio di Israele, lo abbiamo avuto durante le feste natalizie, quando la tanto clamorosa quanto scandalosa operazione di polizia a comando dell’entità sionista ha messo in atto la macchina del fango per dividere e indebolire quell’opinione pubblica che stava prendendo coscienza e parola contro il macellaio di Tel Aviv, il bullo statunitense e, non ultimo, il governo italiano, penosamente prono verso entrambi  oltre che responsabile diretto nel concorso in genocidio per la mai cessata complicità con Israele . 

Il 27 dicembre scorso, infatti, l’azione poliziesca italiana, su commissione dello Stato ebraico, ha portato in galera nove attivisti palestinesi “colpevoli” di aver inviato denaro alla popolazione assediata da ben 19 anni e da più di due anni sottoposta a sterminio quotidiano, punta emergente, quest’ultimo,  del genocidio incrementale iniziato prima ancora che l’entità sionista si dichiarasse Stato e proseguito a diversa intensità col supporto diretto e indiretto di numerosi governi  europei e mondiali. 

Per giorni, operatori del mainstream e politicanti vari hanno brillato, alcuni per servilismo altri per codardia, altri ancora per opportunismo puro, nel gettare fango sugli arrestati e gli indagati e, in alcuni casi, nello sconfessare eventuali  conoscenze, definite precedentemente addirittura “amicizie”, divenute non più utili alla raccolta di consensi elettorali. 
Solo pochi coraggiosi opinion maker hanno messo l’accento sull’illiceità del processo persecutorio  per finanziamento al terrorismo in quanto non basato su prove giudiziarie, ma solo su materiale prodotto dai servizi di intelligence di un paese straniero e belligerante, non validate e pertanto  prive “delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto” come afferma il team di avvocati difensori degli arrestati “violando le garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza” stabilita dall’art. 27 della nostra Costituzione. 

Il fatto risulta a dir poco inquietante per molti motivi, ma per ragioni di spazio ne citerò solo un paio:  proprio lo Stato di Israele, che viola e calpesta ogni regola della legalità internazionale, pretende di far applicare in Italia, in totale arbitrio e senza prove giudiziarie, quella legalità che per se stesso rigetta, riducendo il nostro Paese e le sue Istituzioni a umili esecutori dei suoi desiderata. Altro motivo di inquietudine per le sorti già precarie della nostra democrazia consiste nel tentativo di criminalizzare il dissenso, tanto più se accompagnato dalla solidarietà verso chi è sotto una feroce e comprovata oppressione, definendo terrorismo ogni azione che fraternizza con chi sta subendo crudeltà documentate e definite, non solo moralmente ma anche giuridicamente, crimini di guerra e contro l’umanità rientranti in un progetto genocidario.   

Mentre la propaganda  filosionista raggiungeva le più elevate cime di nauseante servilismo e d’infamia contro l’architetto Mohamad Hannoun,  gli altri arrestati e la direttrice di InfoPal  Angela Lano tentando di screditarla nonostante la sua provata professionalità, ecco arrivare l’assalto al Venezuela, l’uccisione di circa cento venezuelani ai quali i nostri fantastici opinion maker non riconoscono neanche il diritto ad aver un’identità, e il rapimento del presidente Maduro e di sua moglie. I media trovano un nuovo osso da spolpare e l’attenzione si sposta sul “dittatore” Maduro.

Stavolta il bullo che siede alla Casa Bianca ha raggiunto e superato le precedenti vette di illegalità, dichiarando con fierezza  il suo essere al di sopra di ogni legge e di avere la forza sufficiente per cancellare ogni norma di Diritto internazionale a sua discrezione. 

E cosa fa davanti a tanto barbara dimostrazione la stragrande maggioranza dei nostri opinion maker? Dopo qualche tentennamento, perché il rischio di esagerare in prostrazione potrebbe trasformarsi in autogoal, supera gli indugi e si accuccia ai piedi del nostro impresentabile governo, già a sua volta accucciato ai piedi del gangster di Washington e dichiara “legittima”, con qualche ridicolo giro di parole, l’azione criminale contro il Venezuela, azione che, se legittimata, pone una pietra tombale sul diritto internazionale.   

Il lavoro di normalizzazione che l’esercito mediatico sta portando avanti farà sì che gli artigli del bullo psicopatico che ha deciso di appropriarsi di qualunque cosa possa interessargli – dal petrolio, al gas, alle terre rare, ai diamanti, al mare, al cielo, alla terra a tutto ciò che può arraffare – contando sull’acquiescenza dei suoi vassalli e valvassini e sull’associazione a delinquere ormai consolidata con il macellaio di Tel Aviv, vengano considerati mani benefiche anche quando tenterà di appropriarsi della Groenlandia o quando, forse proprio in queste ore, bombarderà  l’Iran, magari in tandem col suo socio in affari criminali, approfittando della dura repressione delle manifestazioni e dei disordini alimentati, come dichiarato esplicitamente da Tel Aviv, dagli stessi agenti del Mossad.

Già l’ineffabile ministro Tajani, quello per il quale il diritto internazionale “vale solo fino a un certo punto”, ha fornito il suo appoggio preventivo all’eventuale bombardamento statunitense dichiarando con grande sensibilità che “non possiamo accettare la violenza contro il popolo iraniano” esercitata dagli ayatollah. Una sensibilità a comando che non produce ilarità ma profondo disgusto visti i precedenti silenzi di fronte a due anni di sterminio genocidario e alla dichiarata amicizia con il mandante del genocidio. 

Se il tentativo di ipnosi collettiva tendente a far accettare la barbarie sionista-statunitense che sta investendo il mondo avrà successo, ne uscirà un’umanità malata che accetterà l’asservimento al potere o, forse, una terza guerra mondiale che cancellerà milioni e milioni di vite umane e secoli di conquiste civili per sostituirle con un nuovo impero coloniale guidato dall’arroganza del potere di pochi dopo aver cancellato la tutela del diritto per tutti. 

Unico possibile antidoto a questa malattia mortale è capire e respingere con decisione il progetto di dominio e di censura del dissenso che, capovolgendo la realtà, definisce strumentalmente terrorismo la legittima difesa  di diritti sanciti da quella Carta dell’Onu che ormai sembra solo un inutile orpello. 

  •  

Il 91% dei venezuelani sostiene la presidente ad interim Delcy Rodríguez

Un sostegno popolare molto forte è quello che emerge in Venezuela verso la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, e un fermo rifiuto delle recenti azioni militari e politiche degli Stati Uniti contro il paese bolivariano, secondo quanto rivela il recente studio Monitor País della società di sondaggi Hinterlaces. I dati, resi noti questo martedì, dipingono il quadro di una nazione che, nel mezzo di una profonda crisi internazionale, serra le fila attorno alla sua leadership istituzionale.

Secondo il sondaggio, il 91% dei venezuelani ritiene che il momento attuale esiga unità e sostegno alla presidente incaricata, Delcy Rodríguez, di fronte a qualsiasi forma di opposizione. Il presidente di Hinterlaces, Oscar Schemel, ha sottolineato che si tratta di una "maggioranza schiacciante" che opta per l'appoggio, una tendenza che si intensifica notevolmente all'interno del chavismo, dove il 92% esprime un'opinione favorevole su Rodríguez. Nell'insieme nazionale, il 79% degli intervistati ha una visione positiva dell'attuale presidnete ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da Hinterlaces (@hinterlacesnet)

Il sostegno istituzionale è accompagnato da un netto rigetto verso gli eventi che hanno portato Rodríguez alla presidenza ad interim. Lo studio evidenzia che il 94% della popolazione condanna il sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro e della prima combattente, Cilia Flores, avvenuto lo scorso 3 gennaio durante un'assalto militare statunitense a Caracas. Parimenti, il 95% dei venezuelani si oppone all'aggressione militare nordamericana, sottolineando un ampio consenso nazionale contro l'ingerenza straniera.

Delcy Rodríguez ha assunto l'incarico il 5 gennaio, per designazione del Tribunale Supremo di Giustizia, come prevede la Costituzione e con l'obiettivo dichiarato di garantire la continuità amministrativa dello Stato e la difesa integrale della nazione durante l'assenza forzata del presidente Maduro.

L'analista Oscar Schemel, in dichiarazioni all'emittente televisiva Venezolana de Televisión, ha interpretato questi risultati come il riflesso di una "solida coesione all'interno delle file rivoluzionarie" e un "sostegno schiacciante" alla leadership di Rodríguez. Lo studio conclude che esiste un ampio consenso nazionale attorno alla necessità di coesione istituzionale e difesa della sovranità, configurando un clima di unità di fronte a quella che viene percepita come una crisi politica internazionale imposta dall'esterno.

  •  

Lavrov: il Venezuela difende la sua sovranità

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ribadito l'impegno di Mosca nei confronti degli accordi strategici raggiunti con Caracas e ha sottolineato che il Venezuela sta difendendo fermamente la sua partecipazione alle relazioni internazionali "come Stato sovrano e indipendente" dopo la brutale aggressione militare statunitense contro la nazione sudamericana il 3 gennaio e il rapimento del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

Il massimo diplomatico russo ha osservato che, in questa fase, le autorità venezuelane stanno difendendo le proprie priorità nazionali, la sovranità e la necessità di partecipare in condizioni di parità al sistema internazionale.

Ha espresso la speranza che i paesi interessati a mantenere relazioni con il Venezuela, "compresi gli Stati Uniti, ricambino e rispettino questi principi, che, a mio avviso, dovrebbero essere universali".

"Condividiamo una lunga storia di solide relazioni strategiche con il Venezuela. Siamo impegnati a rispettare gli accordi raggiunti", ha dichiarato Lavrov in una conferenza stampa, sottolineando la forza dell'alleanza bilaterale.

Ha sottolineato che la condanna della Russia dell'uso della forza da parte degli Stati Uniti si basa sui principi del rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale di tutti gli Stati. Ha osservato che la posizione russa è sostenuta "dalla stragrande maggioranza dei Paesi del Sud e dell'Est del mondo".

Secondo Lavrov, è chiaro che l'aggressione contro il Venezuela ha costituito una gravissima violazione del diritto internazionale. "Solo gli europei occidentali e altri alleati di Washington cercano vergognosamente di evitare di valutare questi principi, sebbene sia evidente a tutti che ci troviamo di fronte a una flagrante violazione del diritto internazionale".

Ha affermato di non poter prevedere come si evolveranno gli eventi in Venezuela, ma ha ribadito che Mosca continuerà a sostenere la nazione caraibica nella difesa della sua sovranità.

En un encuentro diplomático este pasado viernes 9 de enero, el canciller de la República Bolivariana de Venezuela, Yván Gil, recibió al embajador de la Federación de Rusia, Sergey Mélik-Bagdasárovhttps://t.co/b3uNMVcHIg

— teleSUR TV (@teleSURtv) January 10, 2026

  •  

Caitlin Johnstone - Sai che stanno mentendo sull'Iran

 

di Caitlin Johnstone*

Tutto questo l'hai già visto. Ripetono sempre lo stesso copione. Conosci tutti i ritmi. La formula non cambia mai.

"Oh no, la gente della nazione presa di mira è oppressa! Hanno bisogno di libertà e democrazia!"

"Ehi, scommetto che potremmo usare il nostro potente esercito per aiutarli a ottenere libertà e democrazia! Non sarebbe fantastico?"

"Oh cielo, c'è gente che non pensa che dovremmo usare il nostro potente esercito per aiutare la popolazione della nazione presa di mira a ottenere libertà e democrazia! Devono nutrire una sinistra e sospetta lealtà verso il regime malvagio che governa la nazione presa di mira!"

"Guardate, capisco che a volte in passato abbiamo usato il nostro potente esercito in modi meschini e inutili, ma dovete capire che il Regime Malvagio è anche molto, molto cattivo. Due cose possono essere vere contemporaneamente, sapete!"

"Oh no, ora il Regime Malvagio sta commettendo atrocità! Sai che è vero perché è sui giornali, e ai giornali non è permesso mentire! Dobbiamo FARE qualcosa! Non possiamo semplicemente NON FARE NULLA!"

Non cascateci.

Non lasciarti ingannare dalla propaganda.

Non lasciatevi ingannare dalla preoccupazione imperialista che si fa beffe dei diritti umani.

Non lasciatevi ingannare dalle sottili regole di polizia e dalle posizioni ambigue degli agenti e degli utili idioti dell'impero.

Non lasciare che gli apologeti dell'impero ti zittiscano e ti mettano a tacere.

Mantieni la tua posizione. È esattamente così che sembra. Tu hai ragione, e loro hanno torto.

Non stanno facendo niente di nuovo. Usano la stessa vecchia sceneggiatura. Cavolo, usano persino molti degli stessi attori. È la solita stronzata di sempre.

Una volta visti abbastanza film di Hollywood, si acquisisce familiarità con la formula. Il ragazzo incontra la ragazza, ma lui ha qualche segreto o difetto caratteriale che verrà scoperto dalla ragazza a circa tre quarti del film. Sembrerà che tutto sia perduto, ma alla fine la riconquisterà. Anno dopo anno vengono sfornate varianti di questo film, seguendo ogni volta la stessa formula.

Ecco, è così. Ne hai viste abbastanza di queste cose per conoscere ormai la formula.

Fidati del tuo istinto. Abbi fiducia nella tua visione interiore. Ce la farai.

Probabilmente nei prossimi giorni verrà riversata nell'ecosistema dell'informazione una grande quantità di distorsioni narrative, ma non ti faranno passare per un credulone.

Ora vedi le cose fin troppo chiaramente.

_______________

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Caracas, la melodia della resistenza: José Alejandro Delgado e l'armonia della lealtà

 

Dal cuore di Ciudad Tiuna alla forza del canto: il musicista José Alejandro Delgado racconta in questa intervista esclusiva l'orrore del bombardamento che ha colpito la sua comunità e la reazione di un popolo che trasforma il trauma in resistenza. Mentre le narrazioni esterne cercano di imporre scenari di caos, dalle piazze di Caracas nasce la Caravana Soberana: la voce diretta di chi ha vissuto l'attacco e ha scelto di rispondere con l'arte e con quella che definisce l'armonia della lealtà.

Nella Plaza de los Museos, a Caracas, i bambini e le bambine disegnano aerei carichi di fiori e non di bombe, accanto ai volti di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores — il presidente venezuelano e la "prima combattente", sequestrati nella notte del 3 gennaio. Musica, poesia e canti si alternano alle riflessioni politiche di Blanca Eekhout, Erika Farías, Génesis Garvett e Hindu Anderi, dirigenti politiche e militanti per la Palestina (Hindu). Tra il pubblico, tra bandiere e striscioni, palestinesi e venezuellane, si scorgono volti noti dell'intellettualità, come quello dell'intellettuale marxista Judith Valencia. Sul palco, i versi di poeti come Joel Linares Moreno seguono le note della cantante Amaranta, presentati dalla promotrice culturale Margot Sivira, organizzatrice della Soberana Caravana: un'iniziativa del Fronte Francisco de Miranda che ha riunito artisti, cultores, poeti, attivisti, circensi, attori, cantanti e ballerini.

Questa è la prima di diverse edizioni che verranno replicate in varie zone di Caracas con l'obiettivo di elaborare insieme la ferita profonda inferta dall'attacco imperialista, e mostrare una risposta d'amore, condivisione e forza che sta sconfiggendo la violenza e la paura. Questo primo incontro è stato concluso da José Alejandro Delgado, musicista, compositore e cantautore venezuelano, che ha commosso il pubblico con le sue parole di incoraggiamento e impegno.

Nel suo repertorio, che si serve principalmente del cuatro e della chitarra, predomina la fusione di ritmi provenienti dalla musica popolare tradizionale venezuelana con generi come jazz, rock and roll, salsa e pop.

La sua ispirazione di fondo conduce alla trova venezuelana moderna. Ritmi che richiamano il più ampio movimento della Nueva Canción Latinoamericana, sviluppatosi tra gli anni '60 e '70. In Venezuela, questo movimento è stato influenzato sia dalla musica contadina (folklore) che dalle lotte studentesche e operaie dell'epoca.

Si distingue per l'uso di testi profondi, spesso metaforici, che denunciano le ingiustizie e celebrano l'identità del popolo. José Alejandro vive a Ciudad Tiuna, dove si sono scatenati i bombardamenti di Trump. Al termine dell'incontro, ci ha raccontato ciò che ha vissuto.

 

Qual è il significato e l'obiettivo di questa iniziativa?

Siamo qui in questa Caravana Soberana, in questa prima edizione nella Plaza de los Museos, cantando e alzando le nostre voci. Stiamo articolando i nostri cuori per sentirci uniti in questo nuovo momento che ci è piombato addosso e che ci pone davanti molte sfide. Come sempre, il popolo venezuelano affronta sfide perché ha deciso di emanciparsi da ogni tutela. L'imperialismo usa sempre molte forme per piegarci; alcune sono evidenti, altre silenziose ma efficaci. Opporre resistenza a tutto questo richiede enormi quantità di energia, e il canto e la poesia diventano allora il modo per proteggerci, per darci un giusto contenimento di fronte a tutta questa commozione che stiamo vivendo. Io ho vissuto il bombardamento nella mia comunità.

Lo hai vissuto direttamente?

Sì, vivo a Ciudad Tiuna.

Per spiegarlo a chi ci legge dall'estero, cos'è Ciudad Tiuna?

Ciudad Tiuna è l'urbanizzazione pilota creata dal Comandante Chávez all'interno di Forte Tiuna, il principale forte del paese. È stato il luogo colpito dal maggior numero di missili e bombe in questo orribile bombardamento. Ci vivono circa 25.000 famiglie in tutti i settori. È un progetto abitativo della Rivoluzione Bolivariana dove sono state consegnate soluzioni abitative a bassissimo credito per le famiglie lavoratrici. È un bastione di dignità, di forza e di rivoluzione. È popolata da molti bambini, parchi e molta vita brulicante. Quello che ci è successo il 3 gennaio è stato atroce, dovremo elaborarlo come comunità. È un ricordo orribile che ci segna, ma le vulnerabilità suggellano anche legami profondi.

E ci sono stati anche feriti, vero?

Feriti e morti. Nell'altro settore di alloggi, verso la zona dei "bielorussi", le esplosioni si sono sentite molto di più. Davvero, sto ancora cercando le parole per dare sfogo a questi sentimenti, perché vivere un'esperienza del genere è qualcosa di veramente scioccante. Stavamo dormendo e all'improvviso le esplosioni. Pensi che, mentre scendi le scale, la tua casa possa saltare in aria da un momento all'altro. La gente gridava nel panico. Tutto molto brutto. Ma la comunità si è riunita, ci siamo incontrati cercando di ricominciare il circuito quotidiano delle azioni. Diventeremo sempre più forti. Confido che sia così perché ci spetta; i nostri liberatori e le nostre liberatrici ci hanno chiamato a questo molti anni fa. Questo trascende me e la mia epoca. È un richiamo dei nostri antenati e noi non dobbiamo fare altro che eseguire quell'ordine.

All'estero, attraverso i social network, hanno detto che ci sono stati saccheggi e che l'opposizione sta festeggiando in strada. Tu cosa hai visto? Cosa sta succedendo davvero per le strade?

La strada è tranquilla, è in pace. Non ho visto alcun focolaio di violenza né applausi dell'opposizione. Credo che il nostro popolo sia comprensivo e leale. Anche se discutiamo animatamente, siamo capaci di portare un'arepa al vicino che la pensa diversamente, e che ne ha bisogno. Questo insegnamento è una lezione per tutti e tutte. Il nostro popolo, come sempre, si comporta all'altezza delle avversità. Mi commuovo molto e rafforzo ogni volta il mio impegno.

Quanti anni hai?

Ne ho 45, li ho compiuti il 28 dicembre.

Sembri giovanissimo. E quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato da piccolissimo a casa, con le "parrandas" della mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli.

E come definiresti il tuo stile?

Come definiresti il mio stile, amico?

Il chitarrista interviene: lo definirei uno stile "Sentido" (sentito). Perché se non lo sente, non lo canta. Questo è vero, è reale, ed è una cosa rara in questo momento.

Sei d'accordo?

Sì. La mia musica si nutre della trova venezuelana e latinoamericana, dei nostri trovatori ancestrali e delle nostre musiche tradizionali. Questo è il mio primo nutrimento.

C'è anche molto rap...

C'è un po' di tutto. Sperimento con molti suoni. Ho una predilezione per la musica tradizionale venezuelana, ma partendo da lì, con totale libertà, combino i suoni. Alcuni "bruciano" e si spengono tra le mani e altri vengono molto bene. È una musica molto mescolata con una ricerca poetica molto personale. Non si tratta solo di ripetere le cose, ma di creare con gli strumenti e con ciò che sento. Creo canzoni con il mio marchio, con il mio modo di risolvere i problemi.

A Ciudad Tiuna ci sono molti musicisti?

Moltissimi. C'è Lionel, Lilia, Amaranta, Tijoy... ce ne sono tantissimi.

Com'è nata questa Caravana Soberana e come avete reagito insieme nell'immediato?

Questa carovana nasce dalla convocazione del Fronte Francisco de Miranda con l'idea di portare l'arte al nostro popolo, di incontrarci per cantare e sentirci uniti. Credo che resterà qui ancora per qualche settimana, perché questo spazio di sentimento è molto importante. Dobbiamo attraversare due cose: da un lato la commozione e i racconti difficili da digerire, e dall'altro restare in piedi nella lotta per continuare a difendere la nostra rivoluzione.

Qual è la tua analisi di ciò che è accaduto? Che scenario possiamo immaginare ora?

Non avremmo mai immaginato questo scenario, nonostante gli avvertimenti. Il nostro popolo è in pace e la dirigenza delle nostre istituzioni sta facendo ciò che deve fare. Il nostro presidente, che è sequestrato, ci ha dato segni di dignità e di orgoglio, e così la compagna Cilia, nostra “prima combattente”. Sono orgogliosamente in piedi. Il nostro presidente non si è piegato. Noi accettiamo ciò che ci dicono e dobbiamo continuare nella disciplina, rafforzando quella che io chiamo l'armonia della lealtà che possiede questo popolo.

Come definiresti questa armonia della lealtà a livello poetico?

Come qualcosa che ci muove dal profondo e ci fa stare insieme nelle difficoltà. È la lealtà alla nostra storia, alla nostra memoria storica e ai nostri principi. Spesso non potrei spiegartelo a dovere, ma è qualcosa che ci mantiene disciplinati. Sebbene siamo un popolo molto ribelle ed è difficile che facciamo esattamente ciò che qualcun altro vuole, sappiamo unirci quando c'è una situazione seria. A volte possiamo non capire dove stiano andando le cose, ma non per questo ci disordiniamo. A un certo punto le cose si chiariranno e vedremo il cammino da prendere. Io non sono un militare con missili o bazooka, non ne so nulla, ma confido che il nostro governo abbia uomini e donne formati per questo. Sono sicuro che hanno agito nel modo in cui si doveva agire.

In che senso?

Mi sono messo a pensare che ci sia stato l'ordine di non opporre una resistenza maggiore. Perché se avessimo resistito di più, tutti i quartieri di Caracas sarebbero pieni di migliaia di morti. È stato così perché quei cani arrivavano con la bava alla bocca per ucciderci a milioni. Sono caduti fratelli e sorelle; siamo vicini alle loro famiglie, onoriamo la loro memoria e la loro lotta non sarà vana. Non sono riusciti a uccidere più persone, e anche questa è l'armonia della lealtà.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Gli iraniani danno l'addio ai martiri dei crimini commessi dagli elementi sionisti-americani

 

Migliaia di persone si sono radunate mercoledì davanti all'Università di Teheran per partecipare alla cerimonia funebre dei martiri, morti durante i recenti disordini in Iran.

I partecipanti hanno scandito slogan a sostegno delle forze di sicurezza e contro i terroristi.

Martedì, il Consiglio di coordinamento della propaganda islamica ha esteso un invito al grande popolo iraniano a partecipare mercoledì 14 gennaio alle 14:00 (ora locale) alla cerimonia funebre per i martiri e le vittime dei crimini degli elementi sionisti-americani.

Decine di membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi durante i disordini di giovedì e venerdì. Il governo iraniano ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale in onore dei martiri della "lotta di resistenza nazionale degli iraniani contro gli Stati Uniti e il regime sionista".

Dal 28 dicembre sono iniziate manifestazioni pacifiche a Teheran, la capitale, dove i commercianti hanno temporaneamente sospeso le loro attività in segno di malcontento per il forte deprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro statunitense.

Mentre le autorità hanno riconosciuto che le espressioni pacifiche di malcontento sono un diritto legittimo, diverse figure dell'"opposizione" all'estero e attori esterni ostili, in particolare Stati Uniti e Israele, stanno cogliendo l'occasione per promuovere i propri interessi e stanno cercando di inquadrare le proteste economiche pacifiche come un appello a un confronto più ampio.

Dal 28 dicembre sono iniziate manifestazioni pacifiche a Teheran, la capitale, dove i commercianti hanno temporaneamente sospeso le loro attività in segno di malcontento per il forte deprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro statunitense.

Lunedì milioni di persone sono scese in piazza in diverse città dell'Iran per esprimere il loro sostegno alle autorità e alle forze militari, condannando al contempo i recenti atti terroristici in diverse parti del Paese.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Forza aeronautica IRGC dichiara la "massima prontezza" dopo le minacce di USA e Israele

 

La Forza aerospaziale del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) dell'Iran ha raggiunto il massimo livello di preparazione difensiva, pronta a reprimere qualsiasi aggressione contro l'Iran, afferma il comandante della forza, il generale di brigata Majid Mousavi.

Mercoledì il generale Mousavi ha dichiarato che la produzione di hardware aerospaziale in vari settori è aumentata in modo significativo dopo la guerra tra Stati Uniti e Israele durata 12 giorni nel giugno 2025.  

Il comandante ha affermato che le vulnerabilità individuate durante la guerra sono state completamente affrontate e corretteù, precisando che "la Forza aerospaziale dell'IRGC è attualmente al culmine della sua prontezza". 

Il generale Mousavi ha affermato che l'industria della difesa nazionale ha accelerato la sua produzione per garantire la sicurezza della nazione.

Le dichiarazioni sono arrivate in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato i rivoltosi in Iran di assaltare le istituzioni statali, sostenendo che gli aiuti degli Stati Uniti erano "in arrivo". 

L'Iran ha minacciato di colpire gli interessi israelo-americani nell'Asia occidentale in caso di un'altra aggressione da parte di USA e Israele.

Durante la guerra durata 12 giorni, l'Iran ha lanciato salve di missili balistici contro le basi militari israeliane e anche contro la base aerea americana di al-Udeid in Qatar, in rappresaglia per i loro attacchi.

L'8 e il 9 gennaio l'Iran è stato teatro di attacchi terroristici e rivolte sostenuti dall'estero.

Tattiche di "violenza assoluta"

Il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale di divisione Seyyed Abdolrahim Mousavi, ha ricordato che gli eventi degli ultimi giorni sono una continuazione diretta della guerra durata 12 giorni.

Dopo aver fallito nella "guerra dura", ha spiegatoil comandante, gli avversari dell'Iran hanno modificato la loro strategia adottando un piano meticolosamente elaborato che prevedeva l'impiego di elementi terroristici addestrati sul terreno.

“Il nemico ha attuato un piano preciso, schierando forze terroristiche addestrate per compiere le azioni più violente in varie parti dell’Iran”.

Ha affermato che la portata della distruzione osservata negli ultimi giorni non ha precedenti nella storia del Paese.

Il generale ha ulteriormente denunciato le sinistre tattiche utilizzate da questi gruppi sostenuti dall'estero, evidenziando in particolare un progetto volto a provocare vittime nel tentativo di delegittimare il governo.

Secondo il generale, a questi agenti addestrati venne impartito l'ordine tassativo di ricorrere alla "violenza assoluta" e furono persino visti sparare direttamente ai cittadini comuni.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Le mire trumpiane sulla Groenlandia e i richiami euro-atlantisti per il “fianco settentrionale” della NATO


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Veramente Donald Trump andrà fino in fondo con la questione della Groenlandia e davvero qualcuno porterà alle estreme conseguenze la minaccia – cui, per la verità, nessuno crede – del ricorso all'articolo 5 della Carta NATO, quello tanto evocato  e invocato per l'Ucraina, nel caso gli yankee passino all'opzione militare per accaparrarsi l'isola?
In un breve excursus storico, la Tass ricorda come Washington avesse iniziato a coltivare piani per la Groenlandia subito dopo aver acquistato l'Alaska dalla Russia, nel 1867. La questione fu sollevata ancora nel 1910 durante discussioni territoriali tra USA, Danimarca e Germania e nel 1916 si ebbe un primo risultato concreto, con Washington che riuscì nell'acquisizione della colonia danese delle Indie Occidentali; ma, anche allora, allorché Woodrow Wilson insistette per includere nell'accordo la Groenlandia, il governo danese rifiutò e chiese agli americani di riconoscere la sovranità danese sull'isola. Gli USA tornarono sulla questione nel 1934 e poi un'altra volta nel 1946, offrendo 100 milioni di dollari (1,7 miliardi al tasso attuale): sempre senza risultato.

Un documento declassificato nel 1991 affermava che l'isola era "praticamente inutile per la Danimarca", mentre il suo controllo era "di fondamentale importanza per la sicurezza degli Stati Uniti". Oggi, sottolinea la Tass, l'importanza della Groenlandia per gli USA è molto superiore rispetto al XX secolo, data l'importanza sempre più crescente del Nord e dell'Artico nella politica globale: se prima l'isola interessava gli Stati Uniti soprattutto in una prospettiva geografica, oggi sono i fattori geoeconomici a essere più rilevanti.

E così, Trump si impossesserà della Groenlandia quando sarà convinto che per gli USA tutto sia andato bene col Venezuela. Questo il parere dell'americanista Aleksej Naumov, secondo il quale Trump «ha certamente bisogno della Groenlandia, come proseguimento della contrapposizione con la Cina ed è anche una dichiarazione di rafforzamento della presenza nell'Artico».

Pertanto, afferma Naumov, se la situazione in Venezuela non prende una piega negativa per Trump e lui non si lascia trascinare a costruire una sorta di “Nuovo Venezuela”, è molto probabile che tenti di ottenere il pieno controllo della Groenlandia, accontentandosi, come compromesso, che l'isola dichiari l'indipendenza dalla Danimarca e venga inclusa nel settore della difesa americano, come una sorta di territorio non incorporato.

Ma c'è una specie di “intoppo”. Parigi e Londra si ergono a paladine della sovranità danese e si apprestano a schierare forze di terra per «garantire la sicurezza della Groenlandia»: naturalmente col pretesto della minaccia di sottomarini russi e navi cinesi. Lo sbarco si chiamerà, scrive Bloomberg, "Arctic Guardian"; ma, pare evidente che, per "garantire la sicurezza" dell'isola, forze di terra non facciano propriamente al caso. Ci vogliono delle navi. E non navi qualunque, ma rompighiaccio e bastimenti da ghiaccio: vascelli che USA, Francia e Gran Bretagna messe insieme hanno in numero inferiore alle dita di una mano. Ora, nota PolitNavigator, minacciare le marine russo-cinesi con truppe di terra è abbastanza ridicolo; dunque, la minaccia sembra rivolta esclusivamente alle ambizioni imperiali di Trump! In vista di uno scontro serio? Yankee contro anglo-francesi? Detta così, fa abbastanza ridere. Gli europei sembrano follemente infatuati di giocare alla diplomazia militare, ironizza Aleksandr Rostovtsev; del tipo “siamo una forza con cui fare i conti!” e poi, in fondo, i nostri alleati americani non ci colpiranno davvero per voler giocare alla geopolitica. Così tutto si trasformerà in una marcia trionfale in alta uniforme, sul ghiaccio e l'aurora boreale sullo sfondo: un figurone al telegiornale e indici di gradimento alle stelle per Macron e Starmer.

Con meno ironia, Viktorija Nikiforova osserva su RIA Novosti che i governi britannico e tedesco stanno seriamente valutando l'invio dei loro contingenti militari in Groenlandia, naturalmente per difenderla dai tentacoli russo-cinesi, salvo il fatto che Donald Trump ha già incaricato il Comando congiunto per le Operazioni speciali di preparare un piano dettagliato per l'invasione della Groenlandia. 

Insomma, pare proprio che la NATO si trovi sull'orlo della guerra, non con un nemico esterno, ma al suo interno. I membri principali dell'alleanza hanno sempre sottolineato la loro unità; ma ora tutto è diverso. L'isteria bellica sembra travolgere l'Europa e il primo ministro svedese minaccia: «Washington dovrebbe essere grata alla Danimarca per essere sempre stata un alleato leale». A Washington tremano di paura. «Svezia e Paesi baltici sono uniti ai nostri amici danesi» ha detto ancora Ulf Kristersson. A questo punto, non c'è più scampo per gli USA: come possono far fronte a uno scontro coi Baltici?

Le prospettive militari della campagna in Groenlandia hanno suscitato un orrore palese tra britannici e tedeschi. Il britannico The Telegraph invita a lasciare immediatamente l'Alleanza Atlantica: «È ora che la Gran Bretagna lasci la NATO, proprio come ha lasciato l'UE», mentre i tedeschi protestano nelle piazze contro la militarizzazione del Paese. 
Osserviamo con interesse, scrive Nikiforova, come lo scontro di interessi tra USA e Europa vada crescendo in una dimensione militare, minacciando veri e propri scontri armati e il crollo dell'alleanza: «Auguriamo sinceramente il successo a entrambe le parti: andate e divoratevi a vicenda, subito».

Ancora Politico scrive che i leader UE sono più propensi a “rappacificare” Trump, piuttosto che a confrontarsi con lui nelle rivendicazioni sulla Groenlandia: dalle proposte di utilizzare la NATO per rafforzare la sicurezza artica, alle concessioni agli USA sulle risorse naturali. La UE potrebbe probabilmente raggiungere un accordo con Trump, per cui aumenterebbe i propri investimenti nella sicurezza artica, mentre lascerebbe agli USA di beneficiare delle risorse naturali della Groenlandia.

Rasmus Jarlov, presidente della Commissione difesa del parlamento danese, ha invitato i groenlandesi a dichiarare il loro desiderio di rimanere parte della Danimarca, smettendo di criticarla; in caso contrario, ha detto, i piani statunitensi di annettere l'isola più grande del mondo sarebbero automaticamente legittimati. 

Per parte sua, Trump ha dichiarato papale papale che il Primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, va incontro a un serio problema per le sue dichiarazioni sul mantenimento dell'isola alla Danimarca e la contrarietà a che Washington si impossessi dell'isola o la controlli. È un fatto, che Trump si sia anche rifiutato di impegnarsi a non usare la forza militare per raggiungere questo obiettivo o di dare una risposta definitiva alla domanda su cosa sia più importante per lui: la Groenlandia o la salvaguardia della NATO. Forse non lo ha ancora deciso.
Di contorno, alla TV austriaca, l'esperto di sicurezza e difesa Walter Feuchtinger nota che le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia stanno creando un pericoloso precedente per un conflitto tra i membri della NATO: «Tra cinque anni, la pressione sarà così forte che la Danimarca sarà disposta a negoziare. Naturalmente, l'annessione è una possibilità, ma non credo che si arriverà a scontri armati. Ci sarà un colpo in aria simbolico, per dire, da una prospettiva giuridica internazionale, che “abbiamo vinto, nonostante la loro resistenza”». Per la questione dell'articolo 5, invocato in caso di attacco a un membro dell'alleanza, l'esperto nota che la NATO deve tenere consultazioni preventive e ogni decisione deve essere presa all'unanimità e, comunque, non è la prima volta che si profila la minaccia di un conflitto militare interno alla NATO: Turchia e Grecia si sono contese Cipro e continuano a mantenere relazioni tese.   

Anche se, come pare elementare, un conflitto, sia pur non armato, che veda coinvolti alcuni paesi UE e USA, è oltremodo gravido di ben altre conseguenze, per la NATO, che non la contrapposizione greco-turca.

Più pratico e lontano da ogni ingenua ipotesi di scontro UE-USA, mostrando ancora la propria mania bellicista, il ministro della guerra tedesco Boris Pistorius, durante un briefing con la comparsa estone Kaja Kallas, ha dichiarato nettamente che la Groenlandia consentirà ai paesi NATO di bloccare l'accesso della Russia all'Oceano Atlantico e diventerà anche un trampolino di lancio per l'espansione nell'Artico. Sappiamo che «l'egemonia della Russia non si limita all'Ucraina o al fianco orientale della NATO» ha detto Pistorius. Volgiamoci dunque all'Artico per «proteggere queste rotte settentrionali; è per questo che abbiamo instaurato un partenariato per la sicurezza marittima con Norvegia, Danimarca e Canada». Poi, da provetto euro-atlantista, ha invitato i partner della NATO a riconoscere che «questo è il nostro fianco settentrionale... e si deve chiudere lo stretto che dà accesso all'Oceano Atlantico ai sottomarini e ai robot nucleari di altre potenze. Potrebbero contribuire alla separazione dell'America dall'Europa. Ecco perché la Groenlandia e l'Artico in generale sono importanti». 

Ecco perché, aggiungiamo, i guerrafondai euro-atlantisti faranno di tutto per dirottare le mire artiche trumpiane verso il “tradizionale nemico” dell'Europa liberale e, dopo il famigerato “fianco orientale” della NATO, si daranno a urlare di dover proteggere il “fianco settentrionale” dell'alleanza di guerra. 

 

 

https://tass.ru/mezhdunarodnaya-panorama/26128639

https://politnavigator.news/tramp-zakhvatit-grenlandiyu-kogda-ubeditsya-chto-s-venesuehlojj-vsjo-poluchilos-mezhdunarodnik.html

https://politnavigator.news/otsel-grozit-my-budem-trampu-francuzy-i-anglichane-vysazhivayutsya-v-grenlandii.html

https://ria.ru/20260114/nato-2067686121.html

https://ria.ru/20260114/tramp-2067740887.html

https://ria.ru/20260114/tramp-2067707670.html?in=t

https://politnavigator.news/v-nato-razdrajj-kak-primenyat-5-yu-statyu-v-sluchae-napadeniya-ssha-na-daniyu.html

https://politnavigator.news/my-otpravlyaemsya-v-arktiku-a-prolivy-perekroem-pistorius-obyavlyaet-vojjnu-rossii-na-krajjnem-severe.html

  •  

La sinistra in piazza per l'Iran? Il falso problema della destra catatonica


di Paolo Desogus*

Sembra che il problema dell'opposizione al regime iraniano sia la sinistra italiana che non scende in piazza. Pare infatti che Khamenei fosse sul punto di gettare la spugna e arrendersi per le dimostrazioni di Roma, Milano e Napoli. Bastava un tanto così. Resta però da chiedersi perché allora Bocchino, Pascale, Molinari e gli altri non organizzino loro una bella manifestazione. Non è così difficile, basta chiedere al proprio popolo di disdire gli appuntamenti per il botox e scendere dal suv non per fare shopping in centro, ma per andare in piazza e proporre uno straccio di idea politica. Possono anche coinvolgere i personal trainer, gli armocromisti e gli agenti finanziari. Così per fare numero.
Battute a parte, non mi pare proprio che associazioni e gruppi politici impegnati abbiano trascurato in questi anni l'Iran. Senza i riflettori e senza l'aiuto di Bocchino, Pascale e Molinari hanno portato avanti progetti e iniziative nei limiti delle risorse e delle possibilità.

La partita che si sta giocando ora è però diversa. Non è umanitaria. Il fatto stesso che venga paragonata a quanto accaduto a Gaza è una fesseria colossale. E del resto è un modo per sminuire il genocidio e il tentativo di distruzione di un intero popolo da parte di uno stato nostro alleato. Le manifestazioni dei mesi scorsi erano motivate proprio da questo, dalla necessità di sciogliere i legami con Israele. E la stessa flottiglia aveva come obiettivo non tanto quello di sfondare i confini, ma quello di mostrare ai paesi occidentali la tirannia israeliana sulle acque internazionali e palestinesi per favorire un loro intervento.

In Iran la faccenda è diversa. I nostri paesi stanno già intervenendo contro il regime degli Ayatollah. Hanno già varato sanzioni per le condizioni umanitarie, diversamente da quanto fatto contro Israele.

Ora in Iran stanno avendo luogo manifestazioni di grande rilevanza. Non è escluso che vi siano stati anche agenti esterni provocatori, ma sarebbe sciocco negare che il malessere di una parte significativa della popolazione iraniana sia concreto e dovuto alle pratiche repressive del regime. 

L'errore più grande sarebbe però ora quello di sostenere l'opposizione riducendone le istanze alle rappresentazioni occidentali, queste indubbiamente, sì, manipolate da un'informazione ridotta a dispensatrice di veline delle agenzie americane e israeliane. 

Sarebbe grave sia perché sotto le mentite spoglie del nostro altruismo verrebbe a riprodursi la nostra mentalità tipicamente colonialista che non sa vedere nell'altro da sé null'altro se non qualcosa da piegare alla nostra visione del mondo; ma sarebbe grave sia perché finirebbe per legittimare gli interventi esterni da parte di Usa e Israele. 
Che i due maggiori responsabili del genocidio a Gaza possano essere improvvisamente animati da sentimenti di democrazia e di amore verso l'Iran è lecito dubitare. A Trump in particolare non frega proprio nulla della libertà degli iraniani e dei loro diritti civili. Non gli interessa affatto se le donne iraniane sono emancipate o meno. Non per nulla fa tranquillamente affari con l'Arabia Saudita, non esattamente un paese libertario, e con lo stesso Israele, dove qualcuno dovrebbe prima o poi fare una descrizione dettagliata delle forme repressive tra i gruppi più fanatici e ortodossi. 

C'è poi un altro punto. Gli tentativi di liberazione esterni, soprattutto se americani e israeliani, rischiano di rilegittimare le componenti più repressive del regime islamico. Tutta quella parte di popolazione iraniana in questo momento incerta sul da farsi finirebbe per schierarsi con gli Ayatollah di fronte alla possibilità di una "liberazione" propiziata dalle forze nemiche che nel corso degli anni non hanno esitato a violare gli accordi siglati (vedi quelli sul nucleare stracciati da Trump) e persino il territorio nazionale con attentati e azioni militari. Non ci vuole molto a capire che la via dell'emancipazione non può che essere endogena. Ma capisco che i componenti della destra attuale siano ormai in fase catatonica, ideale per farsi manovrare dall'esterno come burattini.


*da Facebook

  •  

Caccia all'uomo negli USA: l'ICE, la polizia di Trump

In un clima di paura orchestrato e di retorica xenofoba, gli Stati Uniti stanno assistendo all’ascesa di una forza di polizia spietata, un'agenzia che opera nell'ombra, scardina le cosiddette garanzie civili che sarebbero garantite della patria della libertà e semina il terrore nelle comunità. Non stiamo parlando di un regime autoritario del passato, ma dell'operato odierno dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) sotto l'amministrazione Trump. I paralleli con i metodi della Gestapo non sono più un'iperbole retorica, ma una tragica realtà documentata.

Come la polizia segreta del Terzo Reich, l'ICE agisce spesso senza uniformi identificative, mascherando i propri agenti, irrompendo in case e luoghi di lavoro, e compiendo arresti arbitrari sulla base di sospetti vaghi o del semplice aspetto fisico. La retorica ufficiale che dipinge migranti, anche quelli con documenti in regola, come "terroristi domestici" o "invasori" fornisce la copertura ideologica per una caccia all'uomo sistematica.

L'omicidio di Renee Nicole Good, cittadina statunitense uccisa da un agente ICE durante un'operazione, è diventato il simbolo di questa deriva. Nonostante le immagini e le proteste nazionali, l'amministrazione Trump ha scelto di diffamare la vittima, ribaltando la realtà e accusandola di terrorismo. Questa è la stessa logica della propaganda che giustifica ogni atrocità. Un sondaggio di YouGov rivela che il 50% dei cittadini statunitensi vede quell'omicidio come "ingiustificato", ma l'agenzia non viene smantellata: viene potenziata. Una legge firmata da Trump ne aumenterà l'organico del 120%, trasformandola nella più grande forza di polizia federale, un mostro burocratico armato e senza controlli.

TODAY: Chicago joined national protests against ICE, decrying the killing of Renee Nicole Good in Minneapolis. pic.twitter.com/HTSA3drhUO

— BreakThrough News (@BTnewsroom) January 8, 2026

Le testimonianze da Los Angeles a Downey, in California, dipingono un quadro agghiacciante. Agenti in borghese irrompono in parcheggi, fermano lavoratori, ignorano documenti validi. A Highland Park, un venditore di cibo viene prelevato. A Silver Lake, viene arrestato Rafael, un uomo presente nel quartiere da 40 anni, colpevole solo di aver avuto paura e di essere scappato alla vista di agenti che inseguivano altri. A Downey, due giardinieri - uno con la green card, l'altro con un permesso di lavoro valido - vengono aggrediti e trattenuti finché la reazione della comunità non costringe gli agenti alla fuga. In quella stessa occasione, un agente ha puntato le armi contro cittadini che filmavano. Queste non sono operazioni di polizia: sono raid di intimidazione. Compiuti in quello stesso paese che accusa l’Iran e altre nazioni di non rispettare i diritti umani o il diritto alla manifestazione.

URGENTE: En IRÁN van casa a casa buscando a los manifestantes que protestaron y a otros al azar.

AH NO, SORRY! ???????? Es en EEUU; más de 2 mil agentes del ICE desplegados para hacer detenciones arbitrarias; pero como es EEUU, no nos importa.pic.twitter.com/U0pncSt1vQ

— El Necio (@ElNecio_Cuba) January 13, 2026

Il modello è chiaro: operazioni mirate senza preavviso alle autorità locali, assenza di trasparenza, uso di tattiche militari in contesti civili, criminalizzazione della solidarietà e del giornalismo alternativo. Il messaggio è: "Possiamo prendere chi vogliamo, quando vogliamo, e non dovete chiedere conto a nessuno". È l'essenza dello stato di polizia.

Il fatto che il 46% degli statunitensi sostenga ora l'abolizione dell'ICE - superando per la prima volta chi vi si oppone - è un grido di allarme che non può essere ignorato. L'ICE non è più un'agenzia per l'applicazione delle leggi sull'immigrazione; è diventato il braccio armato di un'ideologia suprematista e razzista, uno strumento di terrore politico e di pulizia etnica strisciante.

Chiamare l'ICE la "Gestapo statunitense" non è quindi un’esagerazione o un goffo tentivo di fare della propaganda anti-statunitense. È un preciso atto di denuncia contro un'agenzia che ne ha abbracciato i metodi: la brutalità, la de-umanizzazione del "nemico" interno e l'erosione calcolata di quelle libertà fondamentali di cui gli USA si ritengono la patria. 

Jan 9-11 poll of 1,129 U.S. adult citizens (+/-3.9 points): ICE
% who think the ICE agent was justified | not justified in the amount of force he used in shooting the woman in Minneapolis
U.S. adult citizens 28% | 53%
Democrats 4% | 88%
Republicans 61% | 15%
(Link in reply) pic.twitter.com/7KtaZqwRUX

— YouGov America (@YouGovAmerica) January 12, 2026

Evidentemente, a forza di volerle esportare all’estero, queste libertà, sono venute a mancare proprio negli Stati Uniti stessi.

  •  

Il ministro degli Esteri iraniano descrive le rivolte come "crimini in stile ISIS"

 

Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha descritto i recenti disordini in Iran come atrocità simili a quelle commesse dal gruppo terroristico ISIS-Daesh.

Araqchi, durante un incontro online tenutosi martedì con gli ambasciatori della Repubblica islamica presso gli stati membri dell'Unione europea (UE), ha descritto i recenti disordini in Iran come atrocità simili a quelle commesse dal gruppo terroristico takfiri Daesh, affermando che rappresentano una continuazione della guerra imposta al Paese dagli Stati Uniti e dal regime israeliano a giugno.

Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito la sua precedente condanna dell'ingerenza di Washington e del regime di Tel Aviv negli affari interni dell'Iran, riferendosi al modo in cui questi alleati hanno fornito armi, intelligence e supporto logistico a elementi destabilizzanti per deviare le proteste economiche nazionali in rivolte.

Ha descritto l'obiettivo delle rivolte come l'indebolimento e la destabilizzazione del Paese, esprimendo al contempo la sua gratitudine alle forze di sicurezza iraniane per aver riportato la calma attraverso il confronto vittorioso con i responsabili.

Il ministro degli Esteri iraniano ha inoltre ringraziato la nazione iraniana per aver organizzato lunedì manifestazioni con milioni di persone in tutto il Paese, a sostegno dell'establishment islamico del Paese e in segno di condanna delle ingerenze straniere.

Ha inoltre sottolineato l'importanza che i diplomatici iraniani con sede in Europa trasmettano con precisione ai governi locali, alla diaspora iraniana e all'opinione pubblica la natura atroce delle recenti attività terroristiche dirette contro la nazione.

Questi commenti sono stati rilasciati dopo che i leader e gli agenti della rivolta, sotto la sua direzione, hanno tentato di dirottare le proteste iniziate a fine dicembre.

Sempre lunedì, Araqchi ha confermato durante un incontro con i diplomatici a Teheran che le registrazioni avevano mostrato come questi elementi avessero cercato di causare quante più vittime possibile per spianare la strada a una nuova aggressione straniera contro il territorio iraniano, come recentemente minacciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

I funzionari iraniani hanno promesso di rispondere adeguatamente alle legittime preoccupazioni dei manifestanti, ma hanno sottolineato, allo stesso tempo, che il Paese non tollererà tentativi di manipolare la sua stabilità e sovranità.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

"Copione già fallito in passato": l'Iran risponde a Trump

 

Il governo iraniano ha denunciato all'ONU le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, accusandolo di incitare alla violenza all'interno del Paese persiano e di minacciare le sue autorità di intervento militare.

In una lettera indirizzata al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e all'attuale Presidente del Consiglio di sicurezza, Abukar Dahir Osman, la missione permanente dell'Iran presso le Nazioni Unite si concentra sulle dichiarazioni rilasciate da Trump martedì, in cui ha invitato i manifestanti iraniani a continuare a protestare, a prendere il controllo delle loro istituzioni e ha assicurato loro che "gli aiuti sono in arrivo".

"Questa dichiarazione sconsiderata incoraggia esplicitamente la destabilizzazione politica, incita e invita alla violenza e minaccia la sovranità, l'integrità territoriale e la sicurezza nazionale della Repubblica islamica dell'Iran", si legge  nella  missiva.

Lo descrive come una "flagrante violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare il divieto della minaccia o dell'uso della forza" e "del principio di non intervento negli affari interni degli Stati".

L'Iran sottolinea che questa "retorica interventista" fa parte di una tendenza continua e crescente, "mirata alla destabilizzazione politica", del presidente degli Stati Uniti e registrata nelle ultime settimane.

"Creare un pretesto per un intervento militare": Teheran accusa Washington e Tel Aviv

Allo stesso tempo, si sottolinea che le dichiarazioni di Trump dovrebbero essere considerate in un contesto più ampio , che include la "guerra fallita di 12 giorni" contro l'Iran dello scorso giugno e come parte integrante di una "politica più ampia volta al cambio di regime".

Questa politica, si precisa, viene applicata attraverso la cosiddetta campagna di " massima pressione ", l'intensificazione delle sanzioni unilaterali, la deliberata destabilizzazione sociale ed economica, la diffusione sistematica dell'insicurezza e l'incitamento dei giovani a confrontarsi con il governo iraniano.

Pertanto, Teheran ritiene Washington e il regime israeliano direttamente responsabili della perdita di vite civili innocenti, in particolare tra i giovani, avvenuta a seguito di tale politica.

Detto questo, l'Iran chiede al Segretario generale e al Consiglio di sicurezza di condannare "inequivocabilmente " l'incitamento alla violenza, le minacce di uso della forza e l'ingerenza negli affari interni dell'Iran da parte di Washington, e di sollecitare gli Stati Uniti e Israele a "porre immediatamente fine alle loro politiche e pratiche destabilizzanti".

In un commento a quella lettera, pubblicato su X, la missione iraniana sottolinea che la politica degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran si basa sull'obiettivo di rovesciare il suo governo, con "sanzioni, minacce, rivolte e caos orchestrato" come "modus operandi per fabbricare un pretesto per un intervento militare ".

"Questo copione ha già fallito in passato. Il popolo iraniano difenderà il proprio Paese e, senza dubbio, [questa tattica] fallirà di nuovo ", ha affermato.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Iran, l'intelligence continua le sue operazioni, arrestati i capi del terrorismo coinvolti nelle rivolte

 

Il Ministero dell'intelligence iraniano ha annunciato di aver continuato a identificare e arrestare i capi dei terroristi a Teheran con l'efficace collaborazione della popolazione.

Durante i recenti disordini, luoghi pubblici e religiosi, nonché le forze di sicurezza, sono stati presi di mira dai rivoltosi in sette importanti località di Teheran, ha affermato il ministero. I rivoltosi hanno anche incendiato due moschee, bloccato una delle principali arterie stradali di Teheran e ucciso due membri delle forze volontarie Basij.

Secondo il capo della polizia iraniana, 297 rivoltosi che avevano preso parte alla distruzione della proprietà comune sono stati identificati e arrestati dalle forze di polizia.

Due terroristi sono stati uccisi e altri 17 sono rimasti feriti durante le operazioni antiterrorismo condotte nei giorni scorsi.

La polizia ha anche sequestrato numerose armi calde e fredde, nonché materiale esplosivo, dai nascondigli di questi terroristi.

Sono stati aperti venti casi riguardanti i legami degli individui arrestati con gruppi terroristici affiliati al regime israeliano.   

Nel frattempo, la cerimonia funebre dei 100 martiri delle recenti rivolte sostenute dall'estero è prevista per mercoledì alle 14:00 ora locale a Teheran.

Il direttore della Fondazione dei martiri, Ahmad Mousavi, ha affermato che i martiri, tra cui civili e membri delle forze di sicurezza, sono stati uccisi con diversi tipi di armi, come fucili da combattimento e da caccia, coltelli, asce, ecc.

La scorsa settimana, le proteste pacifiche per le difficoltà economiche si sono trasformate in rivolte, alimentate dalle dichiarazioni dei leader statunitensi e israeliani, con gruppi armati che hanno danneggiato proprietà pubbliche e causato vittime tra i civili e le forze di sicurezza.

Decine di civili e membri del personale di sicurezza iraniani sono stati uccisi dai rivoltosi, che hanno ricevuto, secondo quanto confermato dall'intelligence della Repubblica islamica, supporto operativo, logistico e finanziario da Washington e dall'agenzia di spionaggio del regime israeliano, il Mossad.

Le autorità della Repubblica islamica hanno osservato che attraverso le rivolte, gli avversari dell'Iran hanno cercato di rimediare ai fallimenti commessi durante l'aggressione militare diretta contro il Paese.

Nel frattempo, i funzionari hanno sottolineato in ogni occasione che il Paese si impegna al massimo per affrontare le carenze economiche in vari settori, ma, allo stesso tempo, si oppone fermamente a qualsiasi tentativo di deviare le proteste verso disordini.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Ali Larijani: Trump "il principale killer degli iraniani"

 

Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC) dell'Iran, Ali Larijani, ha respinto le minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro la nazione, descrivendolo come uno dei principali assassini di iraniani.

Ali Larijani ha reagito a un post sui social media pubblicato martedì da Trump, che invitava i rivoltosi a "prendere il controllo delle vostre istituzioni" e che "gli aiuti sono in arrivo".

Trump ha anche chiesto ai rivoltosi di "salvare i nomi degli assassini e degli abusatori" e ha minacciato che "pagheranno un prezzo alto".

Ha ripetutamente espresso il suo sostegno alle rivolte e ha minacciato l'Iran di attacchi militari se quelli che lui definisce "manifestanti pacifici" venissero uccisi a colpi di arma da fuoco.

"Dichiariamo i nomi dei principali assassini del popolo iraniano: 1- Trump 2- Netanyahu", ha affermato Larijani in un post su X martedì.

Si riferiva all'aggressione statunitense-israeliana contro l'Iran, durata 12 giorni nel giugno 2025, che ha ucciso oltre mille iraniani in tutto il Paese e danneggiato le infrastrutture civili, militari e nucleari del Paese.

Negli ultimi giorni l'Iran è stato teatro di violenti scontri, scatenati dalle preoccupazioni legate all'aumento del costo della vita.

Le autorità hanno riconosciuto la legittimità delle lamentele economiche e si sono impegnate a risolverle, poiché sono direttamente collegate alle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti che colpiscono la banca centrale iraniana e le esportazioni di petrolio.

Ma hanno promesso di affrontare con decisione i rivoltosi sostenuti dagli Stati Uniti e da Israele che stanno seminando il caos in tutto il Paese.

Martedì, un alto funzionario della polizia ha riferito che almeno 297 delinquenti coinvolti in danneggiamenti di proprietà pubbliche e beni pubblici sono stati arrestati.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Dazi, Iran e Cina: verso una nuova fase di instabilità globale

La decisione di Donald Trump di introdurre dazi del 25% contro i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran apre un nuovo fronte di tensione nell’economia mondiale. La misura colpisce indirettamente alcuni attori chiave del commercio internazionale, a partire dalla Cina, principale partner economico di Teheran e grande importatore di petrolio iraniano. Pechino ha già definito l’iniziativa statunitense una forma di “pressione e coercizione” e lascia intendere una possibile risposta speculare.

Secondo diversi analisti, la Cina potrebbe reagire con contromisure tariffarie mirate, ricorsi presso l’Organizzazione mondiale del commercio o restrizioni su settori strategici, come l’export di terre rare e l’accesso delle aziende statunitensi ai comparti tecnologici più avanzati. Uno scenario che rischia di mettere in discussione il fragile armistizio commerciale raggiunto tra Washington e Pechino nell’autunno scorso, dopo anni di guerra dei dazi e di escalation reciproche.

Il contesto internazionale è già fortemente teso: nel 2025 l’interscambio commerciale tra Stati Uniti e Cina è diminuito di quasi il 20%, mentre l’Iran si trova al centro di una fase di destabilizzazione provocata da attori esterni come gli USA e Israele. Le proteste diffuse, l’incertezza politica e le ipotesi di nuove sanzioni o di un possibile intervento statunitense contribuiscono ad aumentare la percezione di rischio sui mercati globali, in particolare su quello energetico, sensibile a ogni segnale di crisi nel Golfo.

Per il momento, l’impatto diretto sui mercati finanziari resta contenuto, segno che l’economia globale si è in parte abituata a convivere con tensioni e sanzioni. Tuttavia, il messaggio è chiaro: la geopolitica è tornata a essere il principale fattore di rischio sistemico. In un mondo sempre più multipolare, le catene del commercio si riconfigurano, i blocchi si irrigidiscono e la volatilità diventa una componente strutturale del nuovo equilibrio globale.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

 

  •  

Il Venezuela ha neutralizzato più di 400 "narco-aerei" da quando ha espulso la DEA

Il governo venezuelano ha neutralizzato più di 400 velivoli legati al narcotraffico da quando l'allora presidente Hugo Chávez decise, nel 2005, di espellere la Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense dal Paese e di interrompere ogni legame con l'agenzia, denunciandola per collaborazione con organizzazioni criminali internazionali. Questa informazione è stata rivelata dal Ministro dell'Interno, della Giustizia e della Pace, Diosdado Cabello, in dichiarazioni trasmesse dall'emittente televisiva statale VTV.

"Il numero di velivoli neutralizzati supera i 400 da quando abbiamo rotto con la DEA, perché stiamo conducendo una vera e propria lotta contro il narcotraffico", ha affermato, aggiungendo che questa circostanza è confermata dalle cifre record riguardanti i sequestri. Cabello ha inoltre spiegato che solo nel 2025, il Venezuela ha sequestrato quasi 70 tonnellate di droga attraverso un lavoro di intelligence coordinato da diverse agenzie di sicurezza statali, che hanno raggiunto una maggiore efficienza nelle operazioni antidroga. Ha inoltre reso noto che le autorità venezuelane sono riuscite a distruggere la rotta logistica utilizzata dai narcotrafficanti in Venezuela, nello Stato di Zulia, nella parte occidentale del paese al confine con la Colombia, che consentiva loro di accedere ai Caraibi.

"Quella rotta logistica è stata distrutta", ha sottolineato Cabello, sottolineando che il suo Paese confina con uno dei maggiori produttori di droga al mondo, la Colombia, ed è vicino all'Ecuador, il Paese che distribuisce più droga. Ha ribadito che la propaganda secondo cui il Venezuela non sta combattendo il narcotraffico e la criminalità, come hanno fatto gli Stati Uniti per "giustificare" la loro aggressione militare contro il Paese e il rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e di sua moglie, Cilia Flores, è falsa. Cabello ha sottolineato che gli sforzi antidroga del Venezuela hanno già portato al sequestro di 7.148 chilogrammi di droga nei primi 13 giorni del 2026.

Questi dati dimostrano l'efficacia delle operazioni del Paese per contrastare le organizzazioni internazionali di narcotraffico che cercano di attraversare il territorio venezuelano per contrabbandare i loro narcotici nei Caraibi e in altri Paesi esteri.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

USA: in un anno le spese militari cresceranno del 50% raggiungendo la cifra astronomica di 1500 miliardi di dollari

 

di Federico Giusti

Proprio in questi giorni documentavamo gli straordinari profitti azionari delle imprese di armi e in particolare di quelle europee, oggi andiamo a toccare con mano quante risorse siano state assegnate, negli Stati Uniti, dal bilancio pubblico al settore militare in controtendenza rispetto alla contrazione delle spese previste per tutti i capitoli sociali, per interventi di natura ambientale oggetto di un feroce e draconiano ridimensionamento.

Trump chiede in sostanza la crescita esponenziale delle produzioni militari assicurando nei prossimi anni ordinazioni da parte degli Usa e un mercato in continua espansione con la corsa al riarmo. Per questo il presidentissimo strizza l’occhio alle multinazionali della guerra dicendo loro al contempo di attrezzarsi alle necessità assicurando sistemi militari sempre più efficienti e tecnologicamente avanti. Che il settore trainante della manifattura Usa sia quello militare lo si evince dai licenziamenti che tra il 2025 e il 2026 dovrebbero raggiungere la cifra di 2 milioni e duecentomila unità distribuite in tutti i settori produttivi. La pressione sul complesso industrial militare è evidente e foriera di guerra con un paese che solo pochi anni or sono, in tempi di covid, ha preso atto dell’errore commesso nella esternalizzazione di tante produzioni che, riportate in parte negli Usa, non hanno raggiunto i risultati sperati, risultati destinati ad arrivare dopo anni. Ma la elezione di Trump è stata possibile stringendo un occulto patto con settori del capitalismo Usa che dai processi di globalizzazione produttiva hanno tratto ingenti profitti e indubbi vantaggi.

 Non è detto che gli annunci di Trump si concretizzino sempre e comunque, molto dipenderà dal Congresso e dal vistoso calo dei consensi alla amministrazione repubblicana che dovrà affrontare anche i dissidi interni avendo promesso, e non mantenuto, un cambio di rotta rispetto alle guerre intraprese dai democratici. Il conflitto con Musk e la destra Maga potrà indebolire alla lunga la leadership di Trump. Se un Presidente si insedia promettendo la soluzione dei conflitti militari nel mondo nell’arco di poche settimane, a distanza di mesi, o anni, queste guerre sono ancora senza soluzione, se dichiari di voler abbandonare l'interventismo armato per dedicarti ai problemi dell'America ma poi scateni bombardamenti in ogni continente, prima o poi la realtà verrà a presentarti il conto. Intanto gli Usa spenderanno non solo per il riarmo ma anche per la sicurezza interna enormi risorse, come non avveniva dalla Seconda guerra mondiale e ad inizio anni Cinquanta con la guerra in Corea.

L'aumento del budget per la difesa può anche essere utilizzato come messaggio interno, crescono le proteste popolari e contemporaneamente la repressione nelle piazze, potremmo parlare di un nuovo blocco sociale costituito da militari e da forze dell'ordine di varia natura che beneficia in termini economici e sociali dei crescenti stanziamenti per la sicurezza. Ma questa politica securitaria diventerà anche un fattore di crisi interna, la tenuta sociale tra le varie “americhe” è tutt’altro che scontata per il ricorso sistematico alla brutale repressione o alla marginalizzazionecriminalizzazione del dissenso.

Trump intende aumentare la spesa militare in un anno di 600 miliardi, già oggi gli Usa spendono più di tutta la UE, hanno raggiunto quasi il 40 per cento a livello globale con ulteriori incrementi di spesa arriverebbero, nel 2027, al 50 per cento della spesa bellica complessiva. L’attuale economia statunitense è in grado di sostenere questo ritmo e a quali costi? La domanda non è banale.

Detto questo, ci dobbiamo chiedere quali saranno le coperture di questi rilevanti incrementi di spesa per le armi, riusciranno a garantire al Bilancio i soldi necessari attraverso i dazi e con la vendita dei titoli di stato, e poi come affronteranno l'elevato debito pubblico?  La prepotenza militare sarà sufficiente a costringere paesi esteri e fondi a investire nell’acquisto di titoli americani? Il ricorso strutturale alla guerra diventa vitale anche per salvaguardare gli scambi in dollari, la dedollarizzazione dei Brics e della Cina è una minaccia concreta alla supremazia Usa senza pensare che proprio dai Brics arrivi una alternativa di sistema.

Come avviene in Italia, con il tentativo di ingabbiare la Corte dei conti, anche negli Usa il neo-autoritarismo Trumpiano pensa a rimuovere ogni forma di controllo e di potenziale ostacolo all'azione presidenziale. Questo scontro interno alle istituzioni prima o poi presenterà il suo conto

Ammesso, ma non concesso, di trovare tutte le debite coperture finanziarie (e dovranno alzare i tassi per raggiungere le cifre necessarie),  considerati i conflitti interni ed esterni, le ripercussioni derivanti dagli eventi nazionali ed internazionali, gli scenari nell'immediato futuro si presentano tutt'altro che semplici e gli Usa dovranno fare i conti proprio con l'inadeguato approvvigionamento di greggio, metalli rari e componenti tecnologiche per la cui produzione il disegno autarchico è ancora indietro rispetto ai piani previsti.

 Le difficoltà della industria della difesa non possono essere sottovalutate, come anche i delicati rapporti con le grandi multinazionali che mal tollerano imposizioni statali, abituate a dettare le linee della politica economica e finanziaria. Le linee strategiche statunitensi, quella trentina di pagine licenziate a novembre 2025, sono brutali ma illuminanti, descrivono una Europa in decadenza, senza identità e prospettiva ed estendono la dottrina Monroe a mezzo globo prefigurando un futuro di riarmo e di guerre permanenti.  E la logica del doppio nemico, interno ed esterno, prevede anche logiche securitarie e repressive, nei primi giorni dell’anno 2026 la caccia alle streghe contro i migranti ha fornito un esempio di quali potrebbero essere gli scenari futuri. Il riarmo produce anche darwinismo sociale e il fronte interno diventa il primo banco di prova di certe politiche, è bene non dimenticarlo mai e questo vale non solo per gli Usa ma anche per i paesi europei dove gli esempi non mancano e di cui parleremo nei prossimi giorni.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

La salute è anche una questione di classe

 

di Federico Giusti

Qualche visita, possibilmente non da malati o degenti, negli ospedali andrebbe fatta giusto per capire lo stato in cui versa la sanità pubblica, un autentico viaggio di istruzione tra cliniche, ambulatori, Residenze per anziani. Avremmo molto da imparare, tanto dall’utenza quanto dalla forza lavoro impiegata, potremmo almeno farci una idea diretta senza pendere dalle labbra dei menzogneri commenti di parte politica. Perché, a scanso di equivoci, la soluzione non è data dal ritocco delle percentuali di spesa per la sanità che poi, in rapporto al Pil e alla tipologia della popolazione (età anagrafica, classi sociali di appartenenza, patologie pregresse e mai curate per mancanza di prevenzione e disponibilità economiche), resta ancora inferiore alla media europea.

La sanità non si è mai ripresa dai tagli della spending review, per usare una metafora potremmo dire che i vari interventi legislativi hanno tamponato le falle senza mai guardare a tutto lo scafo e quello scafo oggi presenta problemi strutturali.

Spazi di pronto soccorso angusti e del tutto inadeguati ad accogliere una utenza in costante crescita, poco personale e grande presenza di specializzandi, interinali e cooperative al posto di personale a gestione diretta, protocolli rigidi costruiti solo per abbattere le spese, lunghe liste di attesa per prestazioni erogate dal servizio pubblico, una trafila burocratica infinita tra impegnative, accettazioni e prenotazioni che rappresentano un problema quasi insormontabile per  anziani, migranti e le classi sociali più basse, ossia le componenti  della popolazione  meno attrezzate e senza competenze informatiche. Chi oggi va in Pronto soccorso, in taluni casi, prova ad accedere a cure e prestazioni che il servizio pubblico ha rinviato di mesi, si cerca di accedere alle cure entrando dalla porta di servizio ma nel frattempo sono stati adottati rigidi protocolli che limitano le prestazioni erogabili.

I medici di base sono pochi, hanno numeri elevati di pazienti da seguire, accrescendo i mutuati si riduce la qualità della prestazione erogata oltre a tutte le incombenze burocratiche imposte nel tempo.

Le disuguaglianze sociali ed economiche hanno effetti sulla stessa salute, lo si sa da sempre e il dato è ormai accertato anche a livello statistico, non esiste una predisposizione genetica a certe malattie, se in un quartiere popolare i casi di diabete ed obesità, di malattie cardio vascolari sono maggiori la causa va ricercata soprattutto nella disparità economica che a sua volta comporta diversificati accessi alle cure, alla prevenzione, a una alimentazione sana e a uno stile di vita funzionale alla tutela del benessere psico fisico.

Diversi anni or sono ci occupammo della alimentazione nei quartieri popolari, di dove le famiglie erano solite rifornirsi, quali cibi si trovavano sulle loro tavole, ebbene la parte del leone la facevano i discount, i prodotti acquistati erano per lo più surgelati, vino e liquori di bassa qualità , poco pesce, verdure fresche  quasi inesistenti, latticini freschi con il contagocce o ristretti al solo cartoccio di latte (quando non veniva acquistato il prodotto a lunga conservazione di solito meno caro).Nel quartiere popolare trovi un numero di fumatori decisamente elevato rispetto ad altri ambienti, lo stile di vita è sedentario con gli spostamenti tra casa e lavoro e famiglia ad occupare parti significative della giornata. Le ingiustizie sociali lasciano sui corpi e nella mente delle persone segni indelebili, le disuguaglianze sociali sono la causa principale di ferite profonde che alla lunga provocano malattie mortali. Ci siamo fatti aiutare da un libro di Luca Carra e Paolo Vineis (Il capitale biologico Codice edizioni 2022) per fraternizzare con concetti e parole oscure, sconosciute al mondo reale, concetti tuttavia imprescindibili per chiunque voglia conoscere l’impatto delle disuguaglianze sulla nostra salute.

Ad esempio, l’orologio epigenetico ossia quella tendenza all’invecchiamento precoce che si manifesta nelle parti meno ricche e per questo svantaggiate della società. E per farci una idea di quanto scritto basta osservare la realtà che ci circonda, ad esempio a proposito di carico allostatico ossia le tante forme di stress che attraversano le esistenze della popolazione meno ricca costretta a barcamenarsi tra lavori e lavoretti per arrivare a fine mese.

E ricordiamoci sempre che la esposizione a fattori dannosi per la salute psico fisica si manifesta fin dai primi anni di vita, certe patologie o disturbi dovrebbero essere diagnosticati e curati prima della loro degenerazione, con celerità da un servizio sanitario e sociale capace di interventi tempestivi per i quali servono strutture idonee e organici adeguati. E per approfondire il glossario delle disuguaglianze di cura potremmo anche menzionare la programmazione biologica o guardare ai contesti familiari e sociali nei quali lo sviluppo corporeo e mentale sono a rischio per alimentazioni inadeguate (ad esempio si fa incetta di cibi ultraprocessati) o mancati stimoli alla crescita dei bambini fin dall’età prescolare.

In tempi come i nostri sono tornati i pregiudizi eugenetici da considerare come il prodotto naturale di teorie razziste costruite a difesa delle disuguaglianze sociali ed economiche, queste teorie sono particolarmente forti negli Stati uniti e in ambienti tipicamente reazionari.

E nell’Inghilterra degli anni Trenta (non nella Germania Hitleriana per intenderci), a proposito del dibattuto sulle condizioni igieniche nelle famiglie dopo la introduzione delle reti fognarie e dell’acqua corrente, veniva scritto che queste innovazioni permettevano anche alle razze geneticamente meno prestanti di sopravvivere

Il pregiudizio eugenetico ha accompagnato le società liberali fino alla Seconda guerra mondiale, e forse dovremmo prendere in esame anche il fattore colonialismo che aggiunge altre considerazioni al concetto di disuguaglianza ulteriori considerazioni, fatto sta che solo nel secondo dopoguerra iniziamo a parlare di pratiche sociali e non di comportamenti individuali, se si valuta un rischio va inquadrato dentro la società e ricondotto alle condizioni materiali di vita.

La causa economica e sociale delle disuguaglianze, le forme con le quali la disuguaglianza stessa si manifesta diventano sempre più importanti, vanno indagate a fondo senza cedere a pericolose e fuorvianti semplificazioni che poi sono a loro volta il prodotto di ideologie costruite per difendere lo status quo. Nell’epoca dei social la divulgazione di fake, di pseudo conoscenze antiscientifiche diventa a sua volta determinante per l’accettazione delle disuguaglianze evitando che la conoscenza reale dei fatti induca a processi di sensibilizzazione e azioni conflittuali per il cambiamento.

Chiudiamo con una considerazione ulteriore che arriva dai tempi pandemici: nelle case popolari di Milano la diffusione del covid è stata rapida e con elevato numero di morti centinaia di anziani e no, in spazi ristretti non erano nelle condizioni di evitare i contagi, anche in questo caso la condizione sociale è stata determinante per favorire o penalizzare alcuni ceti sociali.  In quei terribili mesi nei quali la memoria collettiva ha operato una rapida rimozione la idea che tutti fossimo in pericolo era diffusa ma anche la consapevolezza che le possibilità di contrarre il covid risentivano delle condizioni abitative

In una casa piccola e sovraffollata il contagio avviene con maggiore facilità, in quella casa i figli hanno minori occasioni di miglioramento sociale, sono bambini e adolescenti con meno stimoli e opportunità sociali inferiori ai compagni di scuola della classe media. E in caso di ritardi scolastici, di difficoltà di apprendimento, di scarsa padronanza della lingua non resta che la certificazione per avere un insegnante di sostegno augurandosi che attraverso questa figura si possa colmare almeno parte dei ritardi e delle lacune accumulate.

Sanità e istruzione pubblica sono, come abbiamo provato a dimostrare, strettamente connesse, non è casuale che saranno proprio loro le vittime sacrificali dell’economia di guerra come vittima della logica del profitto è stata la medicina del lavoro che in tempi lontani venne vissuta come conquista dello stato sociale e affermazione dei diritti della forza lavoro.

A distanza di anni i medici del lavoro sono una rarità, è cambiata la stessa nozione di salute e sicurezza, ci vogliono apparentemente in salute per sfruttarci con maggiore intensità, per questo l’attenzione è rivolta anche ad aspetti apparentemente neutri come la organizzazione della vita in azienda, scambiare l’aumento dei ritmi e della produttività con bonus aziendali legati al secondo livello di contrattazione, adottare campagne contro l’uso di tabacco e alcol, prevedere stili di vita salutari.

Se si allunga l’età lavorativa diventa prioritario portare la forza lavoro ben oltre i 60 anni di età in condizioni di salute sufficientemente buone per stare in produzione e avere un basso tasso di assenteismo. E un eventuale interessamento padronale alla nostra salute striderebbe con gli stili di vita imposti dall’impoverimento crescente e dalla spoliazione dei tempi di vita a vantaggio di quelli lavorativi, da come si mangia (anche in base al potere di acquisto), da quanta attività fisica svolgiamo, dallo stress che a sua volta induce al consumo di alcoolici.

Se hai una esistenza precaria difficilmente potrai seguire uno stile di vita apprezzabile, la qualità della vita è il prodotto del potere di acquisto, del buon funzionamento del welfare, non dimentichiamolo mai soprattutto quando ci parleranno di misure alternative allo stato sociale, di sanità e previdenza integrativa.

 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Unicef: Le truppe israeliane uccidono 1-2 palestinesi al giorno. E lo chiamate ancora “cessate il fuoco”?

 

Oltre 100 bambini palestinesi a Gaza sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane dall'inizio del cosiddetto cessate il fuoco iniziato ad ottobre. Lo ha rivelato il 13 gennaio il portavoce dell'UNICEF James Elder. Secondo quest'ultimo il ritmo degli omicidi è “circa una bambina o un bambino uccisi ogni giorno. Durante un cessate il fuoco”.

Elder ha poi affermato che “la vita a Gaza rimane soffocante” e che “la sopravvivenza è ancora condizionata”, sottolineando che i raid aerei e le sparatorie sono diminuiti ma “non cessati”. Quella che ora viene definita ‘calma’, ha aggiunto, “in qualsiasi altro luogo sarebbe considerata una crisi”.

Secondo i dati dell'UNICEF, almeno 60 ragazzi e 40 ragazze sono stati uccisi dall'inizio del cessate il fuoco. Elder ha avvertito che questa cifra include solo i casi con documentazione sufficiente e che “il numero effettivo di bambini palestinesi uccisi dovrebbe essere più alto”, aggiungendo che centinaia di bambini sono rimasti feriti.

Mentre la cifra delle Nazioni Unite è inferiore, il Ministero della Salute di Gaza afferma che 165 bambini sono stati uccisi durante il cessate il fuoco, parte dei 442 omicidi registrati complessivamente, attribuiti alle continue violazioni del cessate il fuoco.

Elder ha affermato poii che gli attacchi in corso coincidono con severe restrizioni sui rifornimenti essenziali, compresi articoli medici, carburante, gas da cucina e componenti necessari per riparare i sistemi idrici e igienico-sanitari.

Anche il cibo rimane fortemente limitato, come ha affermato a dicembre la Classificazione integrata della sicurezza alimentare (IPC) sostenuta dall'ONU, secondo cui, sebbene la diffusione della carestia sia stata contenuta, la sicurezza alimentare “rimane critica”.

L'UNICEF ha ampliato i servizi di assistenza sanitaria di base e di immunizzazione, ha rimosso circa 1.000 tonnellate di rifiuti solidi ogni mese, ha distribuito quasi un milione di coperte termiche e ha effettuato riparazioni di emergenza alle reti idriche e fognarie “grazie all'ingegnosità palestinese più che all'introduzione di pezzi di ricambio”.

Nonostante queste misure, Elder ha affermato che i due anni di incessanti aggressioni, bombardamenti e genocidio hanno lasciato i bambini “vivere nella paura”, con profondi danni psicologici che rimangono senza cura.

“Un cessate il fuoco che rallenta le bombe è un progresso”, ha detto, “ma uno che continua a seppellire i bambini non è sufficiente”, chiedendo l'applicazione della legge, l'accesso umanitario, le evacuazioni mediche e la responsabilità.

FONTE: THE CRADLE - https://thecradle.co/articles/israeli-troops-kill-over-100-palestinian-children-in-gaza-during-ceasefire-unicef

  •  

Come Israele e gli Stati Uniti stanno sfruttando le proteste iraniane

 

di Hamid Dabashi* - 13 gennaio 2026 - MME*

 

Da quando alla fine dello scorso anno sono scoppiate le proteste in tutto l'Iran, più di 500 persone sono state uccise, secondo i dati dell'agenzia di stampa Human Rights Activists News Agency (HRANA) con sede negli Stati Uniti, citati dai principali media di tutto il mondo.

L'agenzia riferisce che la maggior parte dei morti erano manifestanti, insieme a più di 45 membri delle forze di sicurezza iraniane.

Sebbene HRANA e i media occidentali non siano fonti del tutto affidabili al riguardo, è comunque evidente che in Iran si sta sviluppando un significativo nuovo ciclo di proteste.

La BBC Persian, in particolare, sembra essere impegnata in una missione sponsorizzata dallo Stato britannico per esagerare la portata di queste proteste. Ignora sistematicamente una parte significativa della popolazione iraniana che, pur essendo in disaccordo con le politiche statali, rifiuta di seguire le indicazioni di Israele o del suo sfrenato tirapiedi, Reza Pahlavi.

Questo è l'ennesimo esempio del soft power britannico al servizio di Israele. L'ossessiva copertura delle proteste iraniane da parte della BBC Persian è profondamente intrecciata con la sua politica di ignorare patologicamente il genocidio di Israele in Palestina.

Sebbene la Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei abbia pubblicamente riconosciuto le proteste in corso, ha sottolineato che occorre distinguere tra coloro che hanno legittime rivendicazioni economiche nei confronti dello Stato e coloro che stanno approfittando del movimento per promuovere altri obiettivi nefandi, come il cambio di regime e la disintegrazione dell'Iran. Questo è il progetto israeliano.

A detta di tutti, questo nuovo ciclo di proteste è allo stesso tempo autentico e fortemente manipolato.

 

Crisi economica

Per quanto riguarda il primo punto, le proteste affondano le loro radici nella profonda crisi economica che l'Iran sta vivendo da decenni. Queste difficoltà economiche sono dovute a due fattori complementari: la corruzione e l'incompetenza interne allo Stato e le pesanti sanzioni esterne imposte dagli Stati Uniti e da altri paesi. Come ha sintetizzato recentemente un titolo del Financial Times: “La valuta iraniana ‘si trasforma in cenere’ mentre l'economia precipita”.

Allo stesso tempo, questa particolare crisi è per lo più (ma non interamente) una distrazione artificiale guidata da Israele e dagli Stati Uniti. Ancora una volta, stanno prendendo di mira uno Stato disfunzionale - come il Libano, la Siria, lo Yemen o il Venezuela - per mantenersi al potere e distogliere l'attenzione globale dal genocidio ancora in corso a Gaza.

Gli iraniani hanno tutto il diritto e tutte le ragioni per protestare contro le loro condizioni economiche e politiche dure e insostenibili. La classe media, impoverita e in via di estinzione, ha sopportato difficoltà estreme, mentre la classe operaia crolla sotto il peso di privazioni inimmaginabili. Ma l'attenzione di Israele sull'Iran oggi è determinata da molteplici fattori. Innanzitutto, si tratta di una tattica diversiva, volta a distogliere l'attenzione mondiale dal genocidio dei palestinesi in corso da parte di Israele e dal furto sistematico da parte dello Stato di ciò che resta della Cisgiordania occupata.

Tel Aviv pensa che più caos e confusione genera nella regione, più velocemente il mondo dimenticherà e passerà oltre il genocidio di Gaza.

Il secondo obiettivo, correlato al primo, è la disintegrazione dell'Iran in Stati etnici più piccoli, simile ai progetti di Israele per altri paesi della regione, come il Libano e la Siria. Tel Aviv vuole rifare l'intera regione a sua immagine e somiglianza, quella di uno Stato-guarnigione. Il suo malvagio riconoscimento del “Somaliland” è un modello per questo scenario.

La questione del programma nucleare iraniano è un diversivo. C'era un accordo nucleare tra l'Iran e il mondo esterno, elaborato sotto l'amministrazione Obama.

Israele si è opposto con coerenza a tale accordo, anche attraverso la sua quinta colonna all'interno degli Stati Uniti, l'Aipac. Agendo contro gli interessi sia degli Stati Uniti che dell'Iran, il presidente Donald Trump lo ha rapidamente smantellato dopo il suo insediamento. Israele è quindi il principale responsabile dell'assenza di un accordo nucleare tra l'Iran e il mondo esterno.

Sanzioni paralizzanti

Nel frattempo, gli Stati Uniti rimangono i principali responsabili dell'uso di sanzioni paralizzanti come arma contro l'élite al potere in Iran e le masse impoverite. Due ragioni sono alla base delle sanzioni: le preoccupazioni inventate sul programma nucleare iraniano e la pressione americana-europea su Teheran affinché assuma una posizione meno bellicosa e più filoisraeliana nella regione.

Il fatto che Israele, pur ponendosi come il nemico più accanito della Repubblica Islamica al potere in Iran, sia esso stesso una potenza nucleare impegnata in una battaglia su più fronti contro i suoi vicini - in particolare contro i palestinesi, intrappolati nella loro stessa patria - è ovviamente assente da questa lettura della regione.

Rispetto alle ondate di disordini del passato, le proteste attuali non hanno ancora raggiunto la portata, il significato o l'autenticità della rivolta delle donne, della vita e della libertà del 2022. Quell'evento fondamentale e iconico è ancora oggetto di discussioni accademiche, ma il fatto che sia stato un evento di enorme importanza, proprio perché guidato dalle donne, rimane indiscusso.

Le proteste attuali sono eccezionalmente violente e non sono certamente guidate da donne. La rivolta di Mahsa Amini è stata forse l'ultimo movimento di protesta genuino, autoctono e autentico nella storia moderna dell'Iran, con un significato globale.

Al contrario, le ultime proteste sono irrimediabilmente inquinate dagli agenti del Mossad, con moschee incendiate per suscitare rabbia e agitazione, fornendo un pretesto per commenti islamofobici da parte di personaggi come JK Rowling.

Le proteste sono anche rovinate dalle fake news, che Israele utilizza da tempo nel tentativo di smantellare il governo iraniano per i propri fini. Secondo le indagini condotte da Haaretz, TheMarker e Citizen Lab, l'hasbara israeliana è attivamente impegnata nel creare sostegno per Reza Pahlavi, il figlio demente dell'ultimo monarca Pahlavi.

Alti funzionari israeliani continuano a incoraggiare la rivolta contro lo Stato iraniano, anche se tali istigazioni screditano i disordini che ne derivano. Tuttavia, alcuni aspetti delle ultime manifestazioni sono reali e potenzialmente significativi.

Sopravvivenza dello Stato

Lo Stato iraniano è ora in modalità di sopravvivenza. Ma lottare con una crisi dopo l'altra è nel DNA della Repubblica Islamica, che ne gode.

All'indomani degli attacchi statunitensi e israeliani di giugno contro gli impianti nucleari iraniani e altri obiettivi civili, lo Stato reprimerà senza pietà queste proteste e non esiterà a portare la battaglia nelle basi regionali statunitensi e direttamente in Israele. Il primo scambio di missili in questo contesto cambierà improvvisamente e radicalmente lo scenario.

Nel frattempo, le proteste sembrano svolgersi in una rabbia cieca. Lo Stato ha arrestato o costretto all'esilio tutte le voci legittime e ragionevoli che avrebbero potuto guidare queste manifestazioni nel miglior interesse della nazione.

In assenza di opzioni pacifiche e legittime - figure come Mir Hossein Mousavi, Zahra Rahnavard, Mohammad Khatami, Mostafa Tajzadeh o Abolfazl Qadiani - lo spazio è aperto a monarchici illegittimi e opportunisti filo-Pahlavi e ai Mojahedin-e-Khalq, nessuno dei quali ha una base popolare significativa all'interno dell'Iran.

E mentre i media occidentali come la BBC e il Wall Street Journal continuano a fabbricare una base popolare per il fantoccio sionista Pahlavi, lo Stato iraniano si aspetta un attacco da parte degli Stati Uniti, come ha minacciato Trump, o di Israele, o di entrambi.

Sebbene le proteste siano iniziate almeno in parte dall'interno, l'ex segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che sono stati coinvolti agenti del Mossad. Non è chiaro se si tratti di una notizia vera o di una manovra psicologica volta a innervosire le autorità iraniane; in ogni caso, la situazione è confusa.

In sostanza, questo movimento non è una rivoluzione, ma un tentativo di colpo di stato disinformativo grossolanamente orchestrato dagli Stati Uniti e da Israele. Sul modello del colpo di stato della CIA e dell'MI6 del 1953 contro un primo ministro eletto, gli americani possono fornire la potenza militare, mentre gli inglesi, attraverso mezzi di comunicazione come la BBC Persian, possono fornire le fake news.

La rivolta è iniziata per ragioni reali e legittime, ma Israele sta cercando di appropriarsene. Proprio come ha rubato la Palestina per fare spazio al suo stato militare e ha rubato l'ebraismo per giustificare il sionismo, Israele sta ora tentando di rubare la rivolta sociale di un altro paese. Tutto ciò che ha ottenuto è stato screditare completamente proteste altrimenti legittime, fondate sul benessere economico e politico di un'intera nazione.


FONTE: https://www.middleeasteye.net/opinion/how-israel-and-us-are-exploiting-iranian-protests

 

*Hamid Dabashi è Hagop Kevorkian Professor of Iranian Studies and Comparative Literature alla Columbia University di New York, dove insegna letteratura comparata, cinema mondiale e teoria postcoloniale. Tra i suoi ultimi libri figurano The Future of Two Illusions: Islam after the West (2022); The Last Muslim Intellectual: The Life and Legacy of Jalal Al-e Ahmad (2021); Reversing the Colonial Gaze: Persian Travelers Abroad (2020) e The Emperor is Naked: On the Inevitable Demise of the Nation-State (2020). I suoi libri e saggi sono stati tradotti in molte lingue.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all'autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

  •  

L’eccezione permanente: dalla gestione penale del nemico al sequestro della sovranità



di Geraldina Colotti 


Il simbolo di Cilia Flores che vuole seguire il presidente e che, davanti al tribunale statunitense, rifiuta di piegarsi dichiarandosi "prigioniera di guerra" insieme al suo compagno, è l'immagine più potente della dignità rivoluzionaria. È la risposta di un intero popolo che dice al suprematismo bianco e patriarcale: non potete sequestrare un'idea, perché quell'idea cammina sulle gambe di milioni di donne che hanno deciso di non essere mai più invisibili.
Geraldina Colotti
Il sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores, operato dalle forze speciali statunitensi il 3 gennaio 2026, mediante l'impiego di mezzi militari e tecnologici senza precedenti, non rappresenta soltanto un atto di pirateria geopolitica, ma il culmine logico di una parabola giuridica iniziata nei laboratori della controrivoluzione europea degli anni Settanta. Ciò che un tempo veniva definito "Stato di emergenza" si è trasmutato in un dispositivo globale e permanente, una "legislazione penale del nemico" che ha smesso di distinguere tra il diritto di guerra e il diritto civile, sovrapponendoli in un unico esercizio di polizia planetaria.
Dal laboratorio italiano alla “governance globale”
Per comprendere la violenza dell’attuale fase imperialista, occorre risalire al cortocircuito securitario che ha ridefinito il concetto di "ordine pubblico". Il caso italiano è, in questo senso, paradigmatico. Nel lungo ciclo di lotta rivoluzionaria aperto dal 1968-69, lo Stato borghese — tutelato dagli Stati Uniti e sostenuto da una torbida alleanza con mafie e neofascisti — rispose a ogni avanzata operaia con la strategia della tensione: le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia furono i "massacri di Stato" necessari a frenare la spinta verso il cambiamento radicale.
Di fronte al riconoscimento della NATO da parte del PCI — il partito comunista più forte d’Europa, allora — e al progressivo riassorbimento delle istanze popolari nel quadro istituzionale, sorse la guerriglia marxista-leninista delle Brigate Rosse, che impegnò la borghesia in uno scontro durato quasi vent'anni. La risposta dell'apparato di potere fu l'instaurazione di un vero e proprio Stato di polizia: carceri speciali, pene aumentate di un terzo, esecuzioni sommarie, torture sistematiche nei primi anni '80 e una legislazione premiale — basata su pentitismo e dissociazione — volta a spezzare l'identità politica dei militanti.
Questa "emergenza" ha stravolto il tessuto democratico per sconfiggere quello che veniva etichettato come "terrorismo". Ma il dato politico centrale è che, anche dopo la sconfitta della lotta armata, questa logica non è cessata: è diventata filosofia di governo.
L’uso politico della magistratura e la nuova etica del pentitismo
L'emergenza è mutata in gestione ordinaria attraverso l'uso politico della magistratura. La giustizia è stata trasformata in uno strumento per risolvere i problemi sociali e, al contempo, in un terreno di scontro tra settori della borghesia (come visto nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica con il processo Andreotti e Tangentopoli). Questa dinamica ha imposto il "pentitismo" — concreto e ideologico — come una nuova etica pubblica, e la dietrologia ha soppiantato l'analisi della storia, come storia della lotta di classe e scontro di interessi contrapposti: un dispositivo, giuridico e simbolico, volto a stroncare la dignità dei nuovi soggetti in lotta, obbligandoli all'abiura come condizione per il diritto di parola. Si punisce l'individuo non per ciò che ha commesso, ma per ciò che rappresenta: una minaccia all'accumulazione capitalistica.
Questa logica si è oggi universalizzata. La vediamo all'opera in Perù, dove la legislazione ereditaria degli anni Novanta continua a essere utilizzata per neutralizzare ogni opposizione sociale, etichettando come "nemico interno" chiunque rivendichi la sovranità sulle risorse. La ritroviamo nell'operazione di criminalizzazione del centro sociale Askatasuna a Torino. Qui, lo Stato sperimenta sulle nuove generazioni la trasformazione del dissenso in fattispecie criminale, mirando a eradicare quelle postazioni della resistenza che ancora sfidano lo sfruttamento capitalistico.
Il feticcio della legalità e il sequestro di Cilia Flores
Il sistema globale opera attraverso un’ipocrisia strutturale: il feticcio della legalità. Da un lato, si esige l'obbedienza assoluta alle norme di mercato; dall'altro, l'imperialismo calpesta il diritto internazionale non appena diventa un ostacolo: dal conflitto nelle fabbriche, agli spazi pubblici, alle truffe elettorali, quando il risultato diverge dal volere coloniale. Il sequestro di un capo di Stato sovrano e di una deputata eletta svela la natura reale del "giardino" occidentale: un ordine basato sulla “dittatura della borghesia”, essenza delle democrazie formali.
È lo stesso meccanismo che permette il genocidio a Gaza, dove l'intero corpo sociale palestinese è trasformato in obiettivo militare, e nessuna norma internazionale sembra poter impedire il crimine coloniale. Benjamin Netanyahu e María Corina Machado condividono la stessa funzione: sono i custodi di una frontiera neocoloniale che criminalizza chi resiste all'espropriazione dei territori e delle coscienze.
In questo quadro, il sequestro di Cilia Flores assume un valore simbolico enorme. La narrativa suprematista statunitense tenta di ridurla a mera appendice del leader, ma la Rivoluzione Bolivariana l'ha consacrata come "Prima Combattente", sovvertendo il ruolo patriarcale della First Lady. Colpire lei significa tentare di ferire il cuore della militanza popolare, che sfida con orgoglio l'arroganza del potere.
Il simbolo di Cilia Flores che vuole seguire il presidente e che, davanti al tribunale statunitense, rifiuta di piegarsi e si dichiara "prigioniera di guerra" insieme al suo compagno, è l'immagine più potente della dignità rivoluzionaria. È la risposta di un intero popolo che dice al suprematismo bianco e patriarcale: non potete sequestrare un'idea, perché quell'idea cammina sulle gambe di milioni di donne che hanno deciso di non essere mai più invisibili.
L'Occidente si erge a difensore dei diritti delle donne solo quando può usarli come pretesto bellico, ma criminalizza ferocemente la donna che partecipa alla costruzione di una sovranità alternativa. Cilia Flores, avvocata dei settori popolari e protagonista della storia rivoluzionaria, rappresenta un femminismo di classe che non separa l'emancipazione di genere dalla lotta contro il capitale.
Il suo rifiuto di piegarsi davanti a un tribunale straniero, dichiarandosi "prigioniera di guerra", è la risposta più potente al patriarcato coloniale che vorrebbe le donne del Sud del mondo come vittime silenziose o comparse subalterne. Rendere onore alla resistenza di Cilia Flores significa, dunque, ribaltare la prospettiva del femminismo liberale. La sua figura ci ricorda che la lotta contro il patriarcato è inseparabile dall'antimperialismo: non esiste libertà per la donna del Sud globale se il suo paese è sotto “sanzioni” o bombardamenti.
Ci ricorda, anche, che la solidarietà di classe deve tornare a scavalcare i confini: perché le donne che oggi in Venezuela difendono le fabbriche e le comuni sono le sorelle delle donne palestinesi che resistono al genocidio e delle giovani militanti che in Europa si oppongono alla logica punitiva dello Stato.
Il volto donna del potere popolare: Delcy Rodríguez
Il tentativo di smantellare il processo bolivariano attraverso il sequestro dei suoi simboli si scontra con il fatto che in Venezuela il potere ha il volto delle donne. La guida del Paese assunta da Delcy Rodríguez come Presidente incaricata è la naturale conseguenza di un processo in cui oltre l'80% della direzione degli organismi popolari e delle Comuni è composta da donne, che sono anche ai vertici di ministeri e poteri pubblici. Sono loro le casematte viventi che resistono all'attacco asimmetrico e che dimostrano come il potere popolare sia intrinsecamente legato alla soggettività femminile liberata.
La presidenza “incaricata” di Delcy Rodríguez, che tante volte abbiamo visto sfidare apertamente i poteri forti nel suo ruolo di ministra degli Esteri, non è un'eccezione, ma la naturale conseguenza di un processo che, oltre ad aver riconosciuto nel lavoro domestico e di cura un valore sociale e politico, ha trasformato le donne da oggetti della storia a soggetti del cambiamento radicale. La lotta contro il capitalismo patriarcale in Venezuela è strutturale, e si lega alla liberazione da ogni forma di sfruttamento e tutela coloniale o neocoloniale.
Venezuela: l’ultima breccia
Difendere il Venezuela oggi significa difendere la possibilità stessa del cambiamento radicale contro un sistema che vorrebbe imporci il pentitismo ideologico come unica via. Il sequestro di Maduro e Flores è un monito a chiunque sfidi l'egemonia del dollaro. Rompere l'isolamento mediatico significa rifiutare il ruolo di "sudditi della sicurezza" per tornare a essere soggetti della storia.
In un mondo trasformato in prigione, il Venezuela resta il nome di una speranza che non si lascia sequestrare.

  •  

Tasnim: "Oltre i due terzi delle persone uccise in Iran sono classificate come martiri nelle recenti violenze"


The Cradle*

Secondo quanto riferito dall'Agenzia di notizie Tasnim, il capo della Fondazione per gli Affari dei Martiri e dei Veterani ha dichiarato che oltre i due terzi delle persone uccise sono classificate come martiri, descrivendo la violenza da parte di gruppi armati e terroristici come estrema. Ha affermato che civili e personale di sicurezza di varie provenienze sono stati uccisi utilizzando armi militari e da caccia, nonché coltelli, asce, lame e altri metodi brutali, alcuni troppo orribili da descrivere. 
 
Tasnim ha riferito che crimini come bruciare vive le vittime, decapitazioni e soffocamenti hanno complicato l'identificazione, richiedendo un lavoro forense dettagliato. Le autorità hanno iniziato a consegnare i corpi, tenere funerali e effettuare sepolture, con il processo che dovrebbe accelerare.
 
Secondo l'Agenzia di notizie Fars, negli ultimi giorni cellule terroristiche e di sommossa hanno compiuto violenze in stile ISIS, inclusi omicidi in stile esecuzione, tagli alla gola, mutilazioni, bruciare persone vive, attacchi con granate e l'incendio di moschee e proprietà pubbliche. Citando valutazioni dell'intelligence e quelle che ha descritto come ammissioni da parte del Mossad e di gruppi collegati a Pahlavi sostenuti dagli Stati Uniti, Fars ha affermato che gli eventi sono visti come una continuazione di una "guerra di 12 giorni" e una delle più grandi operazioni terroristiche contro i civili iraniani dalla Rivoluzione. 
 
Ha affermato che la "produzione di vittime" era una strategia centrale per intensificare i disordini, osservando che il numero più alto di morti si è verificato il giorno dopo che Donald Trump ha minacciato un intervento militare se l'Iran avesse ucciso civili.
 
Fars ha riferito che le vittime includevano personale di sicurezza (Basij e forze dell'ordine), molti dei quali erano presumibilmente disarmati fino a venerdì, oltre a civili. Ha affermato che un numero minore di rivoltosi armati che hanno attaccato siti militari sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, ma che la maggior parte delle vittime erano passanti ordinari, tra cui un bambino di 3 anni, un uomo di 70 anni, un autista di ride-hailing, uno studente con famiglia, un'infermiera che è stata bruciata e lavoratori e pedoni uccisi da blocchi di cemento lanciati dai tetti. A causa di ferite gravi, alcuni corpi rimangono non identificati in attesa di test forensi.
Fars ha affermato che circa 100 martiri identificati saranno sepolti mercoledì, con una processione dall'Università di Teheran al Mausoleo dei Martiri.
 
Tuttavia, gruppi per i diritti umani occidentali, piattaforme di opposizione e account affiliati affermano che ogni singola persona uccisa è stata uccisa dalle forze governative iraniane.

FONTE: THE CRADLE

  •  

I media occidentali minimizzano le violente rivolte in Iran, basandosi su ONG finanziate dagli Usa

 

di Max Bluementhal e Wyatt Redd* - The Gray Zone (12 gennaio 2025) 

 

Mentre rivolte violente infiammano le città iraniane, i media occidentali ignorano la scioccante ondata di violenza, affidandosi invece alle ONG finanziate dal governo statunitense per ottenere informazioni. Questa rappresentazione unilaterale ha contribuito a spingere Trump sull'orlo dell'autorizzazione a nuovi attacchi da parte degli Stati Uniti. I media occidentali hanno ignorato una crescente quantità di prove video che mostrano le tattiche terroristiche utilizzate in tutto l'Iran dai manifestanti descritti da Amnesty International e Human Rights Watch come “in gran parte pacifici”. Recenti video pubblicati sia dai media statali iraniani che dalle forze antigovernative rivelano linciaggi pubblici di guardie disarmate, incendi di moschee, attacchi incendiari a edifici municipali, mercati e caserme dei pompieri, e folle di uomini armati che aprono il fuoco nel cuore delle città iraniane.

I media occidentali si sono invece concentrati quasi esclusivamente sulla violenza attribuita al governo iraniano. Nel farlo, si sono basati in gran parte sul conteggio dei morti compilato dai gruppi della diaspora iraniana finanziati dal National Endowment for Democracy (NED), il braccio del governo statunitense dedicato al cambio di regime, il cui consiglio di amministrazione è composto da neoconservatori convinti.

Il NED si è attribuito il merito di aver promosso le proteste “Donna, Vita, Libertà” che hanno riempito le città iraniane per tutto il 2023 e che hanno anche comportato atti di violenza raccapriccianti ignorati dai media occidentali e dalle ONG per i diritti umani. Oggi, il NED è ben lungi dall'essere l'unico tra gli attori allineati con i servizi segreti che cercano di alimentare il caos all'interno dell'Iran.

L'agenzia israeliana di spionaggio e assassinio nota come Mossad ha pubblicato un messaggio dal suo account ufficiale in lingua farsi su Twitter/X esortando gli iraniani a intensificare le loro attività di cambio di regime, promettendo che li avrebbe sostenuti sul campo.

“Scendete tutti insieme in strada. È giunto il momento”, ha ordinato il Mossad agli iraniani. “Siamo con voi. Non solo a distanza e a parole. Siamo con voi sul campo”.

Rovesciare Teheran con il terrore

Le proteste sono iniziate in Iran all'inizio di gennaio 2026, quando i commercianti sono scesi in strada per manifestare contro l'aumento dei tassi di inflazione causato dalle sanzioni occidentali. Il governo iraniano ha risposto con comprensione alle proteste dei bazar, fornendo loro protezione da parte della polizia. Tuttavia, queste manifestazioni si sono rapidamente dissolte, poiché una massa amorfa di elementi antigovernativi ha colto l'occasione per lanciare una violenta insurrezione incoraggiata dai governi da Israele agli Stati Uniti e dall'autoproclamato “principe ereditario” Reza Pahlavi, che ha bollato come “obiettivi legittimi” i funzionari governativi e i media statali.

Il 9 gennaio, la città di Mashhad è stata teatro di alcune delle rivolte più intense, con le forze antigovernative che hanno incendiato le caserme dei vigili del fuoco, bruciando vivi i pompieri, mentre incendiavano autobus, attaccavano i lavoratori della città, vandalizzavano le stazioni della metropolitana e causavano danni per oltre 18 milioni di dollari, secondo le autorità municipali locali.

A Kermanshah, dove i rivoltosi antigovernativi hanno sparato e ucciso la piccola Melina Asadi di 3 anni, gruppi di militanti sono stati ripresi mentre sparavano con armi automatiche contro la polizia. In città da Hamedan a Lorestan, i rivoltosi si sono ripresi mentre picchiavano a morte a morte guardie di sicurezza disarmate che cercavano di impedire le loro violenze.

Sono emerse immagini dalla città dell'Iran centrale che mostrano i rivoltosi mentre attaccano un autobus pubblico e lo incendiano il 10 gennaio.

Kermanshah was infested with armed militants and rioters when 3 year old Melina was killed

The Israel-controlled Trump administration brands unarmed American protesters as terrorists and supports terrorists in Iran https://t.co/ukqXvhhWPc pic.twitter.com/TpCnl6xmTA

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 11, 2026


A Teheran, nel frattempo, folle di rivoltosi hanno attaccato la storica moschea Abazar, bruciandone l'interno, mentre altri hanno appiccato incendi dolosi e bruciato copie del Corano all'interno della Grande Moschea di Sarableh e del santuario di Muhammad ibn Musa al-Kadhim nel Kuzestan.

I rivoltosi hanno appiccato il fuoco a un grande edificio comunale nel cuore della città di Karaj, mentre hanno bruciato il mercato nel centro di Rasht. A Borujen, secondo quanto riferito, teppisti antigovernativi hanno dato fuoco a una biblioteca storica piena di testi antichi durante una notte di saccheggi e distruzione.

The footage shows damage being inflicted on ABUZAR #mosque.
In recent days, claims had circulated that mosques were being used as bases for repression or as detention sites. However, the images indicate that the mosque was closed at the time, with no signs of unusual activity or… pic.twitter.com/XXX3OuCH8f

— Hussein bin Saeed Ahvazi (@SayyidHussein) January 11, 2026

Rioters burned the marketplace in the Iranian city of Rasht to a crisp

Netanyahu, Trump and every leader of the collective West has endorsed this

Of course, they are a model of tolerance toward protesters in their own cities pic.twitter.com/fQ26XDSVnS

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 12, 2026


Nessuno di questi incidenti ha suscitato alcuna reazione da parte dei media o dei governi occidentali, anche dopo che il ministero degli Esteri iraniano ha obbligato gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia a visionare di persona le immagini delle violenze compiute dai rivoltosi.

Secondo il governo iraniano, durante i disordini sono stati uccisi oltre 100 poliziotti e agenti di sicurezza. Tuttavia, due ONG iraniane con sede a Washington e finanziate dal governo statunitense hanno stimato un numero di vittime molto più basso tra le forze governative. Questi gruppi sono diventati la fonte di riferimento per i media occidentali sulle proteste.


I lobbisti del cambio di regime stabiliscono l'agenda

Nel valutare il bilancio delle vittime in Iran, i media statunitensi ed europei si sono basati su due ONG con sede a Washington e finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) del governo statunitense: l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran e Human Rights Activists in Iran.

Un comunicato stampa del 2024 del NED descriveva esplicitamente l'Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran come “un partner del National Endowment for Democracy (NED)”. Inoltre, una dichiarazione del 2021 di Human Rights Activists in Iran afferma che il gruppo “ha ampliato la propria rete e ha deciso di iniziare a ricevere aiuti finanziari dal National Endowment for Democracy (NED), un'organizzazione non governativa e senza scopo di lucro con sede negli Stati Uniti” dopo essere stato accusato dal governo iraniano di avere legami con la CIA nel 2010.

Il NED è stato creato sotto la supervisione del direttore della CIA dell'amministrazione Reagan, William Casey, per consentire al governo di continuare a interferire all'estero nonostante la diffusa sfiducia nei servizi segreti statunitensi. Uno dei suoi fondatori, Allen Weinstein, ha ammesso pubblicamente che “molto di ciò che facciamo oggi è stato fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”.

Pur non riconoscendo il finanziamento della ONG da parte del NED, The Washington Post e ABC News hanno citato in modo prominente l'Abdorrahman Boroumand Center nella loro copertura delle proteste iraniane. Nel consiglio di amministrazione del Centro siede Francis Fukuyama, l'ideologo che ha firmato la lettera fondatrice del Project for a New American Century, forse il manifesto più importante del neoconservatorismo moderno.

I dati forniti dall'organizzazione dal nome suggestivo “Human Rights Activists in Iran” hanno avuto una diffusione ancora più ampia, con la recente stima di 544 vittime citata da decine di testate mainstream statunitensi e israeliane di tutto lo spettro politico, nonché da Dropsite. Anche la società di intelligence “ombra della CIA” Stratfor ha citato la ONG in un articolo intitolato “Le proteste in Iran aprono una finestra per l'intervento degli Stati Uniti e/o di Israele”.

Poiché il numero preciso delle vittime delle proteste è ancora difficile da accertare, un gruppo eterogeneo di influencer online ha colmato il vuoto informativo con affermazioni esagerate e di dubbia provenienza. Tra questi propagandisti c'è la nota suprematista ebrea Laura Loomer, confidente di Trump, che ha esultato dicendo che “il numero dei manifestanti iraniani uccisi dalle forze del regime islamico ha ormai superato i 6.000!”, citando una presunta “fonte della comunità dei servizi segreti”.

Anche il casinò digitale Polymarket ha gonfiato il numero delle vittime, affermando senza citare fonti che “oltre 10.000” persone sono state uccise dalle “forze iraniane [che hanno usato] fucili automatici contro i manifestanti” e dichiarando falsamente che l'Iran aveva “perso quasi tutto il controllo” di tre delle sue cinque città più grandi.

Polymarket spreads neocon disinformation to manufacture consent for bombing Iran

It is also paying influencers all across this site to popularize its brand

The "world's largest prediction market" relies on psychological warfare to manipulate betting markets https://t.co/wPfOtneENR

— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 12, 2026


Negli ultimi mesi, Polymarket è diventato famoso per aver permesso agli addetti ai lavori di abusare delle loro conoscenze avanzate sugli sviluppi politici – come il recente assalto militare statunitense a Caracas e il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro – per incassare centinaia di migliaia di dollari. Il sito, che si autodefinisce “il più grande mercato di previsioni al mondo”, è stato fondato con un importante investimento del magnate dell'intelligenza artificiale Peter Thiel e ora vanta Donald Trump Jr. come consulente.

Diffondendo cifre chiaramente gonfiate sul numero dei morti, gli attivisti per il cambio di regime e gli amici di Trump stanno apparentemente spingendo il presidente, notoriamente credulone, a lanciare un altro attacco militare contro Teheran.

In una valutazione delle proteste del 7 gennaio, Stratfor ha descritto il caos nelle strade iraniane come un'allettante opportunità per la guerra, scrivendo: “Sebbene sia improbabile che il regime crolli, i disordini in corso potrebbero aprire la porta a Israele o agli Stati Uniti per condurre attività segrete o palesi volte a destabilizzare ulteriormente il governo iraniano, sia indirettamente incoraggiando le proteste, sia direttamente attraverso azioni militari contro i leader iraniani”.

Tuttavia, l'appaltatore della CIA ha riconosciuto che “nuovi attacchi militari contro l'Iran potrebbero anche porre fine all'attuale movimento di protesta, portando invece a una più ampia manifestazione di nazionalismo e unità iraniani, un modello osservato dopo gli attacchi statunitensi e israeliani nel 2025”.


“Pronti a sparare”

L'ultima ondata di proteste antigovernative in Iran ha ricevuto, come prevedibile, il caloroso sostegno di numerosi leader occidentali, tra cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

“Se l'Iran sparerà [sic] e ucciderà violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso”, ha annunciato Trump. “Siamo pronti a sparare e pronti a partire”.

Qualche giorno dopo, Trump ha nuovamente minacciato l'Iran: “È meglio che non iniziate a sparare [ai manifestanti], perché anche noi inizieremo a sparare”. Poi, il 12 gennaio, Trump ha decretato che qualsiasi paese sorpreso a commerciare con l'Iran avrebbe dovuto pagare una tariffa del 25% sulle merci scambiate con gli Stati Uniti.

Ora, secondo quanto riferito, Trump starebbe valutando un attacco, prendendo in considerazione opzioni che vanno dalla guerra cibernetica ai raid aerei. Tuttavia, il ritmo delle proteste antigovernative sembra aver subito un rallentamento, con un ritorno alla relativa calma nelle principali città.

Mentre la situazione si calma, milioni di cittadini iraniani stanno riversandosi nelle strade delle città, da Teheran a Mashhad, per esprimere la loro indignazione per le rivolte, per denunciare gli elementi stranieri che hanno contribuito a fomentare la furia del cambiamento di regime e per proclamare il loro sostegno al governo. Ma nelle redazioni di tutto l'Occidente sembra vietato dare voce a queste masse di manifestanti iraniani.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*
Max Blumenthal - Caporedattore di The Grayzone, Max Blumenthal è un giornalista pluripremiato e autore di diversi libri, tra cui i best seller Republican Gomorrah, Goliath, The Fifty One Day War e The Management of Savagery. Ha scritto articoli per diverse testate, realizzato numerosi reportage video e diversi documentari, tra cui Killing Gaza. Blumenthal ha fondato The Grayzone nel 2015 per far luce, dal punto di vista giornalistico, sullo stato di guerra perpetua degli Stati Uniti e sulle sue pericolose ripercussioni interne.


Wyatt Reed -
Wyatt Reed è redattore di The Grayzone. In qualità di corrispondente internazionale, ha seguito storie in oltre una dozzina di paesi. Seguitelo su Twitter/X all'indirizzo @wyattreed13.


Fonte originale: https://thegrayzone.com/2026/01/12/western-media-riots-iran-govt-regime-change/


  •  

Capo militare UK ignora avvertimenti russi, fiducioso su schieramento in Ucraina

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa britannico ha dichiarato di essere "fiducioso" che le truppe del Regno Unito sarebbero al sicuro se dispiegate in Ucraina nell'ambito di un cessate il fuoco con la Russia, nonostante gli avvertimenti di Mosca secondo cui qualsiasi forza occidentale nel paese sarebbe considerata un "bersaglio legittimo". Intervenuto all'audizione della commissione difesa del parlamento, il Maresciallo Capo dell'Aria Richard Knighton ha sottolineato che il Regno Unito "non schiererà le nostre forze armate se non saremo sicuri che saranno al sicuro".

Rispondendo ai quesiti su equipaggiamento, addestramento e rotazioni, Knighton ha espresso fiducia sul fatto che le truppe sarebbero dispiegate in una maniera "tale da garantire la loro sicurezza". Allo stesso tempo, ha riconosciuto che "non esiste il rischio zero negli ambienti operativi". "Il compito della leadership militare... è valutare quel livello di rischio e assicurarsi che i benefici che otteniamo dalla missione superino i rischi potenziali", ha affermato Knighton, sostenendo che finanziamenti aggiuntivi ridurrebbero la minaccia.

I sostenitori europei del regime di Kiev, guidati da Regno Unito e Francia, da tempo valutano piani per dislocare truppe sul terreno in Ucraina dopo un potenziale cessate il fuoco con la Russia. Questo mese, i leader britannici, francesi e ucraini hanno firmato una 'Dichiarazione di Intenti' su un dispiegamento militare. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che il piano includerà "hub militari" e strutture protette per armi ed equipaggiamenti, mentre il Presidente francese Emmanuel Macron ha suggerito che la missione potrebbe coinvolgere "potenzialmente migliaia" di soldati schierati "molto dietro la linea di contatto". Tuttavia, secondo Le Monde, Macron ha incontrato una significativa opposizione parlamentare, che ha insistito affinché qualsiasi dispiegamento avvenga sotto mandato ONU.

La Russia ha escluso qualsiasi schieramento di truppe occidentali in Ucraina, avvertendo che le unità straniere sarebbero considerate "bersagli legittimi" e che i piani dei sostenitori di Kiev equivalgono a un'interferenza esterna. Mosca ha ripetutamente dichiarato che uno dei suoi obiettivi fondamentali nel conflitto è impedire che truppe e infrastrutture della NATO intervengano nel paese vicino.

D'altra parte, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che l'élite al potere nell'Unione Europea e in Gran Bretagna vede un accordo di pace sull'Ucraina come una minaccia per sé stessa e lo ostacola attivamente. La diplomatica russa, commentando un webinar del Global Fact-checking Network, ha dichiarato: "Il Regno Unito e l'UE stanno bloccando in modo intenzionale e sistematico le soluzioni politiche e diplomatiche alla crisi ucraina. Persino la possibilità della pace è vista dalle élite al potere di questi paesi e dalla burocrazia come una minaccia al loro sfiorito dominio globale".

Zakharova ha posto l'accento sul ruolo di Londra, ricordando che "nel 2022, l'allora Primo Ministro Boris Johnson istruì personalmente Zelensky a non firmare un accordo di pace che era già stato redatto. L'intera questione avrebbe potuto essere risolta lì e allora, a Istanbul, risparmiando innumerevoli vite e garantendo sicurezza per entrambe le nazioni e per gli anni a venire". Questa ricostruzione sottolinea la profonda divergenza di visioni, con Mosca che accusa l'Occidente di perpetuare il conflitto per interessi geopolitici, mentre le capitali europee preparano piani che, a loro dire, mirano a stabilizzare e proteggere l'Ucraina in uno scenario di tregua.

  •  

Escalation ucraina: raid di droni contro petroliere nel Mar Nero

Un attacco con droni è stato registrato al largo della costa di Novorossijsk, prendendo di mira petroliere in attesa di caricare petrolio dal Kazakistan attraverso il terminale del Consorzio dell'Oleodotto del Caspio (CPC). Come riporta Reuters, droni hanno colpito simultaneamente quattro navi greche nella zona di rada.

Le petroliere coinvolte sono Delta Harmony, Freud, Delta Supreme e Matilda. A bordo del Delta Harmony si è sviluppato un incendio in seguito all'attacco, ma l'unità non ha subito danni gravi e le fiamme sono state rapidamente domate. Le altre navi hanno riportato danni di varia entità, sebbene secondo le valutazioni preliminari non si siano verificate violazioni strutturali critiche e tutte abbiano mantenuto la galleggiabilità.

Bloomberg e RIA Novosti confermano l'attacco a due delle unità, il Delta Harmony e il Matilda, in attesa del proprio turno per il carico di greggio kazako nella zona di ancoraggio prossima al terminale. Secondo l'agenzia russa, i danni hanno interessato le attrezzature di carico a seguito dell'azione di droni ucraini. Le due petroliere sono state noleggiati dai consorzi Tengizchevroil (TCO) e Karachaganak Petroleum Operating (KPO).

La compagnia kazaka KazMunayGas ha confermato l'attacco al Matilda nelle vicinanze di un'installazione del CPC, precisando che il drone ha provocato un'esplosione senza un successivo incendio e che non si registrano feriti tra l'equipaggio. Una valutazione iniziale indica che la nave rimane pienamente navigabile e senza danni strutturali gravi. La sua operazione di carico presso il terminale era programmata per il 18 gennaio.

L'episodio si inserisce in una serie di azioni simili. Alla fine di novembre, le petroliere Kairos e Virat, battenti bandiera del Gambia e dirette verso il porto russo di Novorossijsk, furono attaccate con imbarcazioni marine senza equipaggio ucraine. Successivamente, nel medesimo porto, un attacco con mezzi simili compromise temporaneamente il dispositivo di ormeggio remoto VPU-2 del CPC, che serve aziende del settore energetico russe, kazake, statunitensi e di diversi paesi dell'Europa occidentale. All'inizio di dicembre, le autorità marittime turche hanno riferito di un altro attacco, questa volta contro una cisterna carica di olio di girasole partita dalla Russia verso la Georgia, avvenuto a poco più di 100 chilometri dalle coste turche.

La reazione di Mosca: minacce di rappresaglie

Il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito che se il regime di Kiev continuerà con tali attacchi, Mosca potrebbe adottare "misure di risposta" contro navi di paesi che assistono l'Ucraina, promettendo nel contempo che le Forze Armate russe intensificheranno gli attacchi contro i porti ucraini e le imbarcazioni che vi fanno ingresso. "Quello che stanno facendo ora le Forze Armate ucraine è pirateria. Quali misure di risposta si possono prendere? In primo luogo, amplieremo la gamma dei nostri attacchi contro porti, installazioni e contro le navi che entrano nei porti ucraini. Secondo, se questo continua, considereremo la possibilità, non dico che lo faremo, ma considereremo la possibilità di prendere misure di risposta contro le navi dei paesi che aiutano l'Ucraina a portare avanti queste operazioni di pirateria", ha affermato il leader russo.

  •  

La Russia definisce le minacce USA all'Iran "assolutamente inaccettabili"

"Le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari sul territorio della Repubblica Islamica sono assolutamente inaccettabili", ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, in una nota.

La Russia condanna fermamente qualsiasi interferenza esterna sovversiva nei processi politici interni dell'Iran, ha affermato la diplomatica.

"Le dinamiche della situazione politica interna del Paese, il calo delle proteste alimentate artificialmente registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica Islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall'esistenza di Stati sulla scena internazionale in grado di perseguire una politica estera indipendente e di scegliere autonomamente i propri alleati", conclude Zakharova.

Mosca è in contatto con le sue missioni diplomatiche in Iran, che stanno lavorando come di consueto e sono in contatto con i russi nel Paese, ha reso noto la diplomatica.

  •  

Khamenei e Pezeshkian: le piazze iraniane hanno neutralizzato i piani dei nemici

In un deciso messaggio alla nazione, il Leader della Rivoluzione Islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha esaltato le imponenti manifestazioni di sostegno alla Repubblica Islamica che si sono svolte in tutto il paese, definendole un evento storico che ha sventato i piani dei nemici volti a destabilizzare l’Iran attraverso i loro agenti interni. L’Ayatollah Khamenei ha sottolineato come questa massiccia partecipazione popolare abbia dimostrato la determinazione e l’identità della nazione ai suoi avversari, servendo al contempo come monito alle autorità statunitensi affinché pongano fine ai loro inganni e cessino di fare affidamento su mercenari sleali. Il Leader ha descritto il popolo iraniano come forte, potente e consapevole, sempre presente e vigente nei momenti di crisi.

Le manifestazioni, alle quali hanno preso parte cittadini di ogni estrazione sociale, sono iniziate in diverse ore del giorno in varie province e sono state definite dalle autorità una prova inconfutabile di unità e solidarietà di fronte ai complotti del nemico, che cerca di seminare caos e divisione servendosi di mercenari e terroristi. Le recenti proteste, nate inizialmente come pacifiche rivendicazioni economiche da parte di alcuni commercianti, sono state infatti deviate verso la violenza dopo dichiarazioni pubbliche di figure statunitensi e del regime sionista israeliano, amplificate da media persianofoni legati a Israele, che incitavano al vandalismo e al disordine. Le autorità iraniane, pur riconoscendo la legittimità delle preoccupazioni economiche della popolazione - aggravate dalle sanzioni unilaterali statunitensi che colpiscono la banca centrale e le esportazioni di petrolio - hanno condannato gli elementi interessati alla destabilizzazione per aver sfruttato queste sacrosante istanze. Gli apparati di sicurezza e giudiziari hanno annunciato di aver smantellato diverse cellule armate e arrestato operativi collegati a potenze straniere durante i disordini, inclusi agenti del Mossad israeliano.

In piena sintonia con il Leader, il Presidente Masoud Pezeshkian ha a sua volta reso omaggio alla partecipazione “magnifica ed epica” di milioni di iraniani nelle piazze, affermando che questa imponente mobilitazione ha neutralizzato i “disegni sinistri” dei nemici stranieri e dei loro mercenari. In un messaggio alla nazione, il Presidente ha espresso profonda gratitudine per la “fermezza e l’autorità” del popolo di fronte all’insurrezione e all’intervento straniero, inchinandosi davanti alla grandezza della sua potente volontà. Ha definito le manifestazioni un segno di vigilanza e responsabilità senza pari nella difesa degli ideali religiosi e nazionali contro “nemici oppressori e terroristi”. Nonostante i disagi interni, ha osservato, l’interesse nazionale e l’integrità territoriale sono rimasti la forza unificante dei manifestanti. Il Presidente Pezeshkian ha sottolineato che l’unità dimostrata in tutte le province costituisce una barriera contro i “percorsi criminali” degli Stati Uniti, dei loro alleati e del regime israeliano, e che questa prova di sostegno rende il governo ancor più determinato ad affrontare le sfide del paese dall’interno.

Invece, dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump continua a soffiare sul fuoco attraverso la sua piattaforma Truth Social. Trump ha esortato i manifestanti iraniani a continuare le proteste e a “impadronirsi delle istituzioni”, promettendo loro sostegno e annunciando di aver cancellato ogni incontro con funzionari iraniani “finché non cesserà l’insensata uccisione di manifestanti”. Trump ha concluso il suo appello con un nuovo slogan, mutando il noto “MAGA” in “MIGA”: “Make Iran Great Again”. Queste dichiarazioni esterne appaiono come il chiaro complemento della linea dura denunciata da Teheran, dove il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, il generale Abdolrahim Mousavi, ha accusato proprio Israele e Stati Uniti di infiltrare terroristi del cosiddetto Stato Islamico tra i manifestanti. Il quadro che emerge è dunque quello di una nazione che, pur affrontando sfide economiche reali, si è unita compattamente per respingere un attacco ibrido orchestrato dall’estero, mentre figure straniere continuano apertamente a soffiare sul fuoco della destabilizzazione.

  •  

Guerra alla Russia: esercito europeo o coalizione dei “volenterosi”?


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Sembrava che negli ultimi tempi fosse calato il silenzio sui piani di allestimento di un esercito europeo. Ora, col pretesto di fare la voce grossa nei confronti di Trump e delle sue ambizioni sulla Groenlandia, bofonchiando qualcosa sull'invio di truppe “europee” sull'isola, a difesa della sovranità danese, ecco che si riaffaccia l'idea di una forza armata comune della UE. Non che la Groenlandia c'entri davvero qualcosa, per carità; ma offre l'occasione di una sortita, di cui in verità nessuno sentiva questo gran bisogno, al Commissario europeo alla guerra Andrius Kubilius, per parlare di un esercito europeo permanente di 100.000 uomini, in sostituzione delle forze yankee in Europa, che ammontano oggi, per l'appunto, a circa 100.000 unità.

Perché, se si arrivasse a una contrapposizione, non certo davvero militare, tra Bruxelles e Washington, si dice, ciò condurrebbe a una disgregazione, o quantomeno a un indebolimento, della NATO.

Quindi, sin «dall'inizio del mio mandato», dice colui a cui si deve il vaticinio sulla Russia che «tra cinque anni, o forse anche prima, attaccherà un paese europeo, o forse più di uno», vado ripetendo che «ci troviamo di fronte a due problemi: la minaccia russa e il ritiro degli Stati Uniti dalla regione indo-pacifica. Oggi, il bilancio militare della Russia, in termini di parità di potere d'acquisto, rappresenta l'85% della spesa per la difesa di tutti i paesi UE. Non vi è alcun segno che Putin intenda raggiungere la pace. Anche se la pace venisse raggiunta, continuerà a perseguire un'economia militare». Ovvio: come farebbe altrimenti a mettere in atto il vaticinio di Merlino-Kubilius. Ora, dice il Commissario-veggente, la situazione è questa: «Gli Stati Uniti ci chiedono ufficialmente di essere pronti ad assumerci la piena responsabilità della difesa dell'Europa. E non possiamo che essere d'accordo con questa richiesta. Se gli americani lasciano l'Europa... come sostituiremo l'esercito americano, forte di 100.000 uomini, che è la spina dorsale delle forze armate in Europa? Chi diventerà la spina dorsale dell'esercito europeo? I tedeschi? Un insieme di 27 "eserciti di carta": eserciti che sembrano belli ma in realtà sono esigui, ridotti, tagliati? Oppure, come proposero Jean-Claude Juncker, Emmanuel Macron e Angela Merkel dieci anni fa... creeremo un potente "esercito europeo" permanente di 100.000 soldati?». Mettiamoci dunque all'opra, miei prodi, «Perché, come ha affermato di recente il Cancelliere Merz, i giorni della Pax Americana sono finiti. L'indipendenza nella difesa significa che dobbiamo essere pronti a difenderci nel quadro della NATO, ma con una presenza americana molto più ridotta in Europa. Il nostro problema è la mancanza di unità. Ecco perché, prima di tutto, dobbiamo rispondere a una domanda molto semplice: gli Stati Uniti sarebbero militarmente più forti se avessero 50 eserciti statali invece di un unico esercito federale, 50 strategie di difesa e bilanci per la difesa statali invece di un'unica strategia e bilancio di difesa federale? I nostri cittadini hanno una risposta molto chiara: una recente pubblicazione su Politico mostra che in Spagna, Belgio e Germania, circa il 70% dei cittadini preferisce che il proprio Paese sia difeso da un esercito europeo piuttosto che da un esercito nazionale (10%) o dalla NATO (12%)». Il primo passo, dice Andrius, è la creazione di un Consiglio di Sicurezza Europeo, con membri permanenti di alcuni paesi UE, un rappresentante della Gran Bretagna e rappresentanti di altri paesi europei a rotazione. 

Nella prospettiva di una disgregazione della NATO che, secondo l'odierna vulgata ufficiale, potrebbe venir provocata dalle mire territoriali trumpiane nei confronti di un membro europeo dell'Alleanza atlantica, la Danimarca, la ricetta è quindi quella di salvaguardare i profitti del complesso militare-industriale indirizzando le spese di guerra verso un nuovo soggetto.

Soggetto che, per la verità, solo teatralmente dovrebbe contrapporsi allo sbarco yankee sull'isola artica ma, molto più prosaicamente e in linea coi veri obiettivi europeisti, dovrebbe prepararsi allo scontro, autentico, con la Russia.

Ma, a parte le uscite kubiliusiane su «un'unica strategia e bilancio di difesa federale», sul modello USA, adattati al vecchio continente, nel mondo reale le truppe “europeiste” dovrebbero essere preparate allo scontro con la Russia e, più concretamente, nella situazione attuale, sul territorio ucraino.

Anche perché non è ancora ben chiaro come i “Volenterosi” intendano attuare il piano disegnato il 6 gennaio a Parigi per lo schieramento di truppe nelle “retrovie” ucraine, lontane dal fronte, secondo la dichiarazione d'intenti sottoscritta da Francia, Gran Bretagna e Ucraina per il dispiegamento di una forza multinazionale dopo un cessate il fuoco. Questo, ricordando anche solo di sfuggita che la proscrizione di dispiegamento di truppe occidentali in Ucraina è sempre stato uno dei punti chiave proclamati con l'Operazione speciale.

Ora, dice il Capo di SM della Difesa di Londra, Maresciallo dell'Aria Richard Knighton, truppe britanniche non saranno dispiegate in Ucraina «se non saremo certi che siano al sicuro. Ne sono certo, avendo partecipato attivamente al lavoro della coalizione. Siamo pronti a pianificare e disponiamo delle risorse per svolgere i compiti assegnati. E ulteriori finanziamenti mitigheranno i rischi che potremmo affrontare». Ricordando che il governo britannico ha stanziato due milioni di sterline per la modernizzazione dell'esercito, Knighton ha detto di essere «fiducioso che garantiremo la sicurezza degli uomini che invieremo là. Ma dovete capire che in combattimento non esiste il rischio zero. Spetta alla leadership militare, con il supporto dei ministri, valutare il livello di rischio e garantire che i benefici che otteniamo dall'invio di truppe superino i potenziali rischi».

In ogni caso, non nuoce ricordare che lo stesso Knighton, appena lo scorso dicembre, aveva dichiarato che «è tempo che i figli e le figlie della Gran Bretagna si preparino alla guerra con la Russia». A questo punto, quindi, rimane da stabilire se debbano prepararvisi come britannici o come adepti del nuovo “club” auspicato da Merlino-Kubilius. 
Anche perché, senza tante tergiversazioni, proprio il britannico The Mirror si è dato a preparare la popolazione alla mobilitazione. Il giornale ricorda come, nelle precedenti guerre globali, i cittadini venissero chiamati ad abbandonare la quotidianità e a imbracciare le armi: «Sebbene uno scenario del genere possa sembrare una reliquia del passato, la possibilità di un conflitto su larga scala sembra spaventosamente reale». Rievocando il passato e le classi d'età che venivano arruolate o mobilitate, The Mirror fa la propria parte nell'alimentare la tensione, esortando i britannici a prendere in considerazione una «imminente Terza Guerra Mondiale» e invitandoli a chiedersi se i mestieri esercitati possano essere «riconosciuti indispensabili, tanto da evitare la coscrizione». A sua volta, il deputato Mike Martin, ex reduce dell'Afghanistan, sempre a proposito della coscrizione, giudica alto il rischio di guerra con la Russia e che siano quindi necessari adeguati preparativi: «se dovessimo entrare in una guerra su vasta scala con la Russia, arruoleremmo la popolazione, non c'è dubbio».

Altro che esercito europeo modellato sui vaticini di Merlino-Kubilius.

Anche se, si deve dire, si pronostica che il prossimo Comandante in capo della NATO sia un militare tedesco. Quantomeno, è questo che prevede l'esperto militare e politologo tedesco Carlo Masala: «Francamente, non vedo alternative al momento, perché la Germania è l'unico paese europeo tra i principali attori militari ad avere tutte le risorse necessarie per realizzare un simile riarmo in Europa. Non parlo della Francia, praticamente sull'orlo della bancarotta. E non vedo nemmeno la Gran Bretagna perseguire una politica per un riarmo su vasta scala. Quindi, penso che tutto dipenda dai tedeschi» e, in tal caso, gli Stati Uniti ritireranno completamente le loro truppe dall'Europa, perché se l'Alleanza dovesse avere un Comandante Supremo tedesco, francese o danese, non sarà lui comandare le forze americane in Europa. Di più: con il ritiro USA, l'Europa non dispone delle capacità strategiche per condurre una guerra, che sono fornite dagli Stati Uniti, come nel caso di intelligence, sorveglianza e ricognizione satellitare. «Il 70% di queste capacità nella NATO è fornito dagli Stati Uniti. Se questi non condividono queste capacità con gli europei, le truppe europee saranno cieche nei cieli sopra l'Europa».
In ogni caso, dice Masala, sarebbe il caso di integrare gli ucraini nelle strutture esistenti, anche senza arrivare a una piena adesione alla NATO. «Non c'è differenza tra le Forze armate ucraine e quelle della NATO» e si dovrebbero includere gli ucraini in tutti i nostri comandi come paese partner e anche nel complesso delle forze di presenza avanzata negli Stati baltici». Questo perché, dice il tedesco, gli eserciti europei dovrebbero imparare da quello ucraino, prima di arrivare alla guerra con la Russia, prevista per il 2029: «Il ruolo dell'Ucraina in questo processo sarà quello di diventare la prima linea di difesa... e le nostre forze armate possono imparare molto dall'esercito ucraino, perché è l'unica forza non russa in Europa ad avere esperienza di combattimento».

E, da guerrafondaio che va al nodo della questione, Masala afferma che nonostante «l'élite politica riconosca che la Russia rappresenta una minaccia militare per il resto d'Europa e che la sconfitta dell'Ucraina minaccerebbe l'intero sistema di sicurezza europeo... questo non trova molta eco tra la gente». Urge quindi moltiplicare la militarizzazione della società, per istillare nelle coscienze la “necessità” delle spese di guerra. Gli europei sono scontenti dei tagli alla spesa sociale, dice il teutonico e anche l'idea di estendere la coscrizione militare trova scarso sostegno; ecco perché i governi «si astengono dal prendere decisioni veramente difficili quando si tratta di affrontare davvero la Russia». 

Tendi bene l'orecchio, Andrius di Delfi: «Se non si hanno società stabili, non ha senso riarmare l'Europa. Non si possono impegnare a lungo le truppe in zona di guerra se la società non le supporta». 

E la dimostrazione di pochi giorni fa con l'Orešnik, lanciato su un'area, “lontano dal fronte”, in cui potrebbero venir schierate truppe occidentali, ha fatto proprio al caso per per sollevare quanti più dubbi possibili, di quanti non ne siano già stati sollevati, in Francia e Gran Bretagna, sul dispiegamento di “volenterosi”. Senza testate o potenza rilevante, lo scopo del lancio su L'vov è stato solo quello di dimostrare che l'Orešnik può raggiungere i confini UE senza venir intercettato.

Ogni tanto, un “innocuo” ammonimento può accelerare decisioni di rilievo.

 

 

https://news-front.su/2026/01/13/zayavleniya-trampa-po-grenlandii-vozrodili-ideyu-o-evropejskoj-armii/

https://politnavigator.news/britaniya-soglasna-voevat-tolko-v-usloviyakh-polnojj-bezopasnosti-i-preimushhestva.html

https://politnavigator.news/britanskaya-pressa-priblizhaetsya-vojjna-s-rossiejj-mobilizaciya-neizbezhna.html

https://politnavigator.news/tretijj-raz-na-te-zhe-krovavye-grabli-germaniya-gotova-gnat-evropu-na-vojjnu-s-rossiejj.html

https://politnavigator.news/ukraina-uzhe-v-nato-prosto-pervaya-liniya-oborony-bez-prava-golosa-nemeckijj-ehkspert.html

https://politnavigator.news/dazhe-ne-pytajjtes-perevooruzhat-evropu-vas-snesut-nemeckijj-voennyjj-ehkspert-evro-ehlitam.html

  •  

Trump, Powell e il sovvertimento delle istituzioni


di Alessandro Volpi*

Trump sta alzando rapidamente il livello della tensione interna e internazionale. La Procura di Columbia ha incriminato il presidente della Fed, Jerome Powell, per aver reso false dichiarazioni in merito all’aumento dei costi per il rifacimento della sede della Banca centrale americana. Si tratta dell’ennesimo capitolo dello scontro con Trump come ha sottolineato lo stesso Powell sostenendo apertamente che l’inchiesta è solo un modo per farlo fuori. In effetti il presidente degli Stati Uniti è da tempo durissimo con Powell perché vorrebbe un robusto taglio dei tassi di interesse sperando così di favorire la ripresa USA e di alleviare il costo del debito per tantissimi americani.

Soprattutto Trump crede alle stime del suo entourage e di figure come Steve Miran per i quali ogni taglio di un punto dei tassi significa un risparmio nel bilancio federale di 360 miliardi di dollari. Dunque, proprio la necessità di evitare il default parziale del debito USA avrebbe indotto Trump ad accelerare la possibile decadenza di Powell per motivi penali. Il mandato del presidente della Fed scade a maggio ma è probabile che il taglio dei tassi serva subito proprio nella speranza di salvare il debito; una speranza che Powell ritiene folle perché con tassi più bassi il debito americano non troverebbe compratori e il dollaro crollerebbe.

Trump, tuttavia, proprio per la consapevolezza della gravità della crisi del capitalismo americano pare disposto a smontare parti intere degli assetti più consolidati, dalla cancellazione del diritto internazionale e dei suoi organismi, alla distruzione di ogni autonomia degli Stati membri della Conderazione in materia di ordine pubblico e sicurezza, ad ogni traccia di habeas corpus fino, appunto, alla rimozione dell’indipendenza della Fed che dovrebbe fondersi con il Tesoro e dipendere così dalla presidenza di Trump.

In altre parole, per fronteggiare la crisi epocale del capitalismo Trump è disposto a sovvertire le istituzioni con cui tale forma economica ha vissuto.

*da Facebook

  •  

Andrea Zhok - Sull'idea di Rivoluzione e sulle Rivoluzioni (degli altri)


di Andrea Zhok* 

A quanto pare, ciò che veniva presentato come l'incipiente, incontenibile rivoluzione nella "polveriera iraniana" ha già finito il gas. Presto le grandi testate del mestiere più antico del mondo ci condurranno silenziosamente oltre, al prossimo orizzonte di emancipazione a molla.

In attesa che ciò accada voglio fare una breve osservazione, in coda alla vicenda iraniana, ma con una valenza generale.

In molte menti occidentali, maleducate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la "rivoluzione" come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo.

"Rivoluzionario" è diventato nel '900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po' ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.

Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. SI tratta di un'operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c'è alternativa al lasciare - obtorto collo - ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l'apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.

Le rivoluzioni più "facili" sono quelle in cui la classe dirigente è già mentalmente conquistata da un nuovo modo di fare le cose, è già "rivoluzionata". Questo è forse il caso della Rivoluzione americana (1765-1783) che di fatto fu una guerra d'indipendenza da un re lontano, e in parte della Rivoluzione francese, per il ruolo indispensabile che la borghesia rivestiva già nello stato francese.

La rivoluzione produce per definizione una fase di caos in cui non esiste più legge, ed in cui regolarmente molti deboli ed innocenti vengono sacrificati.

Nessuna rivoluzione è mai in grado di ricostruire dal nulla un apparato di governo e un sistema di relazioni burocratiche, normative, economiche.

La scommessa massima su cui si può puntare, per parlare di una rivoluzione "riuscita" è sperare che la nuova forma di governo presenti almeno alcuni tratti distintivi, irriducibili alle istituzioni precedenti.

Ma che una rivoluzione, che un rovesciamento delle precedenti forme di governo, produca un nuovo Ordine, e addirittura un ordine funzionante e migliore è qualcosa di straordinariamente raro.

Nelle menti occidentali, nutrite da canoni economici, alberga spesso un'illusione dipendente da quella forma di "provvidenzialismo laico" che è l'idea di "mano invisibile" di Adam Smith. L'idea è che il caos sia naturalmente creativo, che il caos spontaneamente genererà un nuovo ordine, così fatalmente come dopo la tempesta apparirà il sereno (come i mercati ritroveranno l'equilibrio).

Solo che questa è una favola.

Una rivoluzione è un'iniezione di caos in un sistema complesso e perciò tende a generare due opzioni prevalenti: 1) un caos perdurante (nessun nuovo ordine condiviso è disponibile); 2) un accentramento draconiano del potere in forme dittatoriali (esito classico, dovuto alla necessità di uscire dal caos).

Che una rivoluzione generi al termine del necessario tunnel caotico e sanguinario, per cui deve passare, una condizione di libertà, eguaglianza e ordine è un'opzione rarissima, quasi un'opzione di scuola, di solito un esito fortuito, comunque assai differente dagli ideali rivoluzionari.

La RIVOLTA - che non è ancora rivoluzione - può giocare un ruolo politicamente significativo, ma può farlo solo se e quando ci sono ordinamenti politici esistenti capaci di farsi portavoce delle rivolte e mutarle in riforme. Questo è, per così dire, un caso estremo di contrattazione politica in una cornice istituzionale immutata (storicamente lo "sciopero generale" ne fu la forma addomesticata, che intendeva mostrare il potenziale della rivolta, senza la sua attuazione distruttiva.)

Qual è il punto di questa digressione? E' un punto abbastanza semplice - e spero che ci si astenga da applicarvi scatolette categoriali pronte, tipo "moderatismo", "riformismo", "conservatorismo", ecc.

Il punto è che una rivoluzione è un evento caotico, drammatico, sanguinoso, dagli esiti altamente incerti e tipicamente peggiorativi. Le rivoluzioni hanno ragioni d'essere quando NON sono colpi di Stato manovrati da stati terzi e quando la situazione interna di un paese è PROSSIMA AL COLLASSO (così, ad esempio, era la Russia nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre).

Quando c'è ben poco da perdere la rivoluzione ha ragion d'essere, come supremo atto vitale CONTRO IL CAOS, atto di protesta generica che vuole far esplodere un sistema che non garantisce più un ordine funzionante, un sistema dove le aspettative razionali sono sostituite dal caso o dall'arbitrio.

All'uscita dalla rivoluzione è praticamente certo che i margini di libertà individuale saranno ridotti, forse solo per lungo tempo, forse permanentemente. E dunque immaginare di fare una rivoluzione per accrescere la libertà è generalmente un grave fraintendimento.

Le rivoluzioni non sono atti di creazione intellettuale o artistica.

Le rivoluzioni si fanno quando non c'è più niente da perdere, e sono una roulette russa della storia.

Ecco, io credo che la strisciante brama psicologica di rivoluzione, di cambiamento radicale, in Occidente sia dovuta solo in parte ad una tradizione letteraria postilluminista, che fantastica di un caos creativo che abbatte la tradizione. Credo che essa sia invece soprattutto prodotta da una sensazione psicologica diffusa nell'Occidente moderno.

Si tratta della sensazione di vivere all'interno di un meccanismo anonimo, colossale ed oppressivo, mentre ti era stato promesso sin da bambino il regno della libertà e dell'autorealizzazione.

Su questa base cresce nel corso della vita media un muto senso di soffocamento, cui si vorrebbe reagire in modo violento e lacerante. Ma non si ha più alcuna capacità di identificare il volto del "sistema" e dunque chi attualizza le sue fantasticherie si riduce a qualche "giorno di ordinaria follia". Di conseguenza, mediamente, si rimane in una condizione di frustrazione perenne, in una prigione senza sbarre.

A partire da questo sentimento diffuso si è pronti a salutare con eccitazione ed entusiasmo anche eventi apparentemente drammatici (chi ricorda come nei primi giorni della pandemia circolasse, accanto all'ovvia preoccupazione, una strana inconfessabile eccitazione di fronte ad una grande Frattura, una Rottura della quotidianità?)

Ed è su questo sfondo che si è inclini a proiettare i propri desideri palingenetici in scenari esterni, esotici, purché ci venga dipinto in maniera plastica il Volto dell'oppressione (quel volto che noi non vediamo mai e la cui imperscrutabilità riduce le nostre ribellioni a fantasie private e sogni notturni.)


*da Facebook

  •  

Il Parlamento europeo vieta l'accesso ai diplomatici iraniani nei suoi locali

 

La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha annunciato lunedì che a tutto il personale diplomatico e ai rappresentanti dell'Iran è vietato accedere ai locali del Parlamento europeo, a causa delle proteste in corso in diverse parti del Paese.

"Non può continuare come se nulla fosse cambiato. Mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà, oggi ho preso la decisione di vietare a tutto il personale diplomatico e a qualsiasi altro rappresentante della Repubblica islamica dell'Iran di accedere a tutti i locali del Parlamento europeo", ha scritto Metsole sulla piattaforma social X.

"Questa Camera non contribuirà a legittimare questo regime che si è sostenuto attraverso la tortura, la repressione e gli omicidi", ha aggiunto.

Lunedì mattina, il portavoce della Commissione europea ha dichiarato che gli Stati membri stanno tenendo discussioni riservate sull'opportunità di designare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell'Iran come organizzazione terroristica.

"La discussione tra gli Stati membri è in corso secondo regole riservate, come da procedura stabilita, e non potrò entrare nei dettagli", ha dichiarato Anouar El Anouni ai giornalisti a Bruxelles, sottolineando che qualsiasi designazione del genere richiederebbe l'approvazione unanime di tutti i Paesi dell'UE.

Ha aggiunto che la Guardia Rivoluzionaria è già soggetta a sanzioni UE di vasta portata sotto molteplici regimi, tra cui quelle relative alle armi di distruzione di massa dell'Iran, alle violazioni dei diritti umani e al sostegno alla guerra della Russia in Ucraina.

"Siamo pronti a proporre nuove sanzioni più severe a seguito della violenta repressione dei manifestanti. Questa è una decisione che gli Stati membri dovranno prendere all'unanimità in sede di Consiglio", ha affermato.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

La Cina condanna la decisione "illegale" degli USA di imporre dazi contro gli Stati che interagiscono con l'Iran

 

Il governo cinese ha rilasciato una dichiarazione di condanna per la decisione di Washington di imporre dazi su tutti i paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Repubblica islamica dell'Iran.

La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato: "La posizione della Cina sulla questione dei dazi è molto chiara".

"Abbiamo sempre creduto che non ci siano vincitori in una guerra tariffaria. La Cina tutelerà con risolutezza i suoi legittimi diritti e interessi", ha aggiunto.

Sottolineando l'importanza della pace in Medio Oriente, Mao ha affermato che Pechino sostiene l'Iran nel "mantenere la stabilità nazionale" e "si oppone all'ingerenza negli affari interni del Paese e all'uso, o alla minaccia dell'uso, della forza negli affari internazionali".

Un portavoce dell'ambasciata cinese a Washington ha descritto la decisione degli Stati Uniti come "un superamento dei limiti previsti dalla normativa vigente".

Ore prima, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato che Washington avrebbe imposto una tariffa del 25 percento sui paesi che intrattengono rapporti commerciali con l'Iran.

"Con effetto immediato, qualsiasi Paese che intrattenga rapporti commerciali con la Repubblica Islamica dell'Iran pagherà una tariffa del 25% su tutte le transazioni commerciali con gli Stati Uniti d'America. Questo ordine è definitivo e conclusivo", aveva annunciato Trump.

All'inizio del 2025, gli Stati Uniti hanno imposto dazi doganali storicamente elevati alla Cina, innescando una tesa guerra commerciale che è stata infine interrotta da una tregua tattica di un anno raggiunta nell'ottobre 2025. Ciò ha ridotto i dazi più severi, ma ha lasciato in vigore un dazio di base significativo, pari a circa il 31%, fino al 2026.

La valuta iraniana è crollata ai minimi storici, perdendo tutto il suo valore a favore del dollaro. La crisi economica, dovuta principalmente ad anni di sanzioni statunitensi, ha scatenato una diffusa rabbia popolare.

L'annuncio di Trump arriva sulla scia delle violente rivolte sostenute dall'estero in tutto l'Iran, che hanno causato la morte di decine di persone, tra cui civili e decine di membri delle forze di sicurezza.

Milioni di persone sono scese in piazza per protestare contro le rivolte e contro l'intervento straniero.

Il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente minacciato di attaccare la Repubblica islamica da quando sono iniziati i disordini, più di due settimane fa, promettendo di "salvare" i manifestanti antigovernativi in ??Iran.

Anche il Mossad israeliano ha pubblicamente esortato gli iraniani a scendere in piazza.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato di recente gli Stati Uniti e ha discusso con Trump di possibili nuovi attacchi contro la Repubblica Islamica. Durante una conferenza stampa tenutasi in quell'occasione, il presidente statunitense ha dichiarato che avrebbe potenzialmente sostenuto un nuovo attacco israeliano.

"I funzionari dell'amministrazione Trump hanno avuto discussioni preliminari su come portare a termine un attacco contro l'Iran, se necessario per dare seguito alle minacce di Trump, compresi i siti che potrebbero essere presi di mira", hanno dichiarato funzionari statunitensi anonimi al Wall Street Journal (WSJ) il 10 gennaio.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

L’assassinio di Renee Nicole Good e l’indefinibile vergogna dei giornalacci nostrani

 

“E’ sempre una speranza che dà pietà: anche

il piccolo borghese più cieco ha ragione

di averla, di tremarne: c’è un istante

in cui anch’egli infine vive di passione

(da Pier Paolo Pasolini, “Non c’è più luce di Natale”)

 

Alle soglie del terzo millennio il Minotauro esige il tributo ormai scopertamente, senza più reticenza, senza vergogna. Un tributo di sangue ma soprattutto di giustizia e verità, oltre che pietà. Renee Nicole Mackline Good si definiva poeta, scrittrice, moglie e mamma e non aveva mai avuto a che fare con le forze dell’ordine tranne che per una multa per infrazione stradale. Trump e compagni di merende l’hanno descritta come una provocatrice che “se l’è cercata”, nonostante filmati e testimonianze li abbiano sbugiardati platealmente.

C’è voluto  l’assassinio a sangue freddo di questa donna di 37 anni, americana e bianca, madre di tre figli perché almeno una parte della nostra informazione avesse un guizzo di dignità. Giusto il minimo sindacale s’intende, perché pretendere che da un giorno all’altro si riscatti una pluridecennale condizione di servaggio atlantico sarebbe troppo. Ad ogni modo questa volta la differenza dei Giornaloni coi Giornalacci della destra si è manifestata in modo apprezzabile. Sia Corsera che Stampubblica hanno dato risalto alla notizia, così come sul fronte televisivo hanno fatto le trasmissioni di La7 e La9.

Il Giornale, Libero, La Verità, Il Tempo, ma anche il Messaggero (quotidiano romano con attuale, spiccata simpatia per gli underdog della Garbatella) sono rimasti invece allineati e coperti, accomunati da due giorni consecutivi di vergognoso silenzio su una vicenda che riporta gli Stati Uniti d’America sull’orlo della guerra civile. La notizia del barbaro omicidio è rimasta del tutto assente dalle prime pagine dei suddetti, confinata nelle pagine interne dove si dice in sostanza che sulla dinamica dell’accaduto sono in corso accertamenti.

Quindi c’è qualcosa che perturba l’orbita di quello che, secondo l’efficace metafora di Alessandro Orsini, è il moto rotatorio intorno alla Casa Bianca di uno stato satellite, così come dall’altra c’è chi allo status di satellite resta aggrappato con le unghie e coi denti, terrorizzato dal timore di essere retrocesso al rango di un insignificante meteorite. E questo vale tanto per la donna, madre e cristiana (del tutto indifferente all’omicidio di un’altra donna e madre) che per i media simpatizzanti che la seguono in orbita geostazionaria come gli anelli di Saturno.

Ma per lo meno c’è qualcuno che sembra ridestarsi da decenni di torpore, fino a sussurrare che Trump e i suoi invasati continuano a fare solo in modo più goffo, volgare e scoperto, quello che dall’ultimo dopoguerra in qua tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche hanno sempre fatto. Ovvero seminare guerre dove e come possono in ogni parte del mondo; per ingordigia predatoria senz’altro, ma anche per superare le sempre più marcate contraddizioni interne.

E guarda caso ciò si riflette anche nell’uso delle parole e i giudizi di fatto e di valore che da queste derivano: Nicolas Maduro non è più stato “arrestato”,” catturato”, “preso” ma sic et sempliciter rapito. E gli USA appaiono per quello che sono: il rogue state per eccellenza, la minaccia più consistente per l’ equilibrio ed un’accettabile convivenza nelle relazioni internazionali.

 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Ecco le compagnie petrolifere che vogliono spartirsi la torta del petrolio greggio venezuelano

 

Le compagnie petrolifere di tutto il mondo si stanno preparando a un'incursione in Venezuela, in seguito al rapimento del presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti e ai piani annunciati dal presidente Donald Trump di assumere il controllo dell'industria petrolifera del paese caraibico.

Trump ha affermato che la commercializzazione del greggio venezuelano sarà gestita da Washington , inizialmente coprendo tra i 30 e i 50 milioni di barili, e ha esortato le grandi aziende a investire fino a 100 miliardi di dollari nel paese sudamericano per controllarne l'industria.

Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo.

Chi è interessato ad entrare in Venezuela?

Venerdì scorso, Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca i massimi dirigenti delle principali compagnie petrolifere statunitensi e dei conglomerati di altre parti del mondo. Erano presenti rappresentanti delle società statunitensi ExxonMobil, ConocoPhillips e Chevron, della spagnola Repsol, dell'anglo-olandese  Shell, dell'italiana Eni, dell'olandese Vitol, della svizzera Trafigura, dell'indiana Reliance Industries e di altri colossi statunitensi come Halliburton, Valero e Marathon Petroleum.

Tuttavia, non tutti hanno mostrato lo stesso entusiasmo.

Chevron

Chevron è l'unica grande azienda statunitense attualmente operativa in Venezuela e si stima che ora abbia la capacità di aumentare significativamente la propria produzione lì.

È una delle più ferventi sostenitrici del controllo che Washington vuole esercitare sul Paese.

Repsol

L'azienda spagnola Repsol è stata tra i partecipanti più entusiasti all'incontro di venerdì scorso. Il suo CEO, Josu Jon Imaz, ha addirittura dichiarato che l'azienda era pronta a triplicare la sua produzione entro due o tre anni.

Eccolo lì, l'ex leader del Partito Nazionalista Basco (PNV), Josu Jon Imaz, ora CEO di Repsol, che si inchina a Trump e chiama il Golfo del Messico "Golfo d'America", proprio come il presidente del Partito Popolare (Naranjito). Il livello di indegnità e sottomissione è alle stelle. pic.twitter.com/GPHIdnWwNa

— Julián Macías Tovar (@JulianMaciasT) 10 gennaio 2026

Finora il governo venezuelano ha pagato la società con barili di petrolio per un debito in sospeso, che attualmente ammonta a oltre 2,4 miliardi di dollari.

ConocoPhillips

ConocoPhillips è una delle più grandi società di esplorazione e produzione petrolifera al mondo e la terza più grande compagnia petrolifera degli Stati Uniti. Attualmente, il suo obiettivo principale è riscuotere gli 8,7 miliardi di euro di risarcimento assegnati per l'espropriazione subita nel 2007.

Anche il suo CEO, Ryan Lance, ha espresso la volontà di partecipare alla distribuzione della torta, pur chiedendo che il settore bancario contribuisca alla ristrutturazione del debito venezuelano.

Marathon Petroleum

Questa compagnia energetica americana è specializzata nella raffinazione, commercializzazione e trasporto di petrolio e prodotti petroliferi negli Stati Uniti.

Ha già espresso l'intenzione di presentare un'offerta per il greggio venezuelano.

Halliburton

Si tratta di un'altra grande azienda americana, anche se la sua attività non è focalizzata sulla produzione di petrolio, bensì sui servizi tecnici per il settore energetico, ovvero sulla fornitura di tecnologie, attrezzature e personale.

Il suo CEO, Jeff Miller, ha dichiarato di essere molto interessato a riprendere le operazioni in Venezuela, dopo aver dovuto lasciare il Paese a seguito dell'imposizione di sanzioni nel 2019.

Citgo Petroleum

Anche Citgo Petroleum, con sede negli Stati Uniti, è interessata a partecipare a qualsiasi asta di greggio venezuelano. Negli ultimi anni, non le è stato permesso di esportare greggio venezuelano dopo aver interrotto i rapporti con la sua società madre, PDVSA, nel 2019.

Reliance Industries Limited (RIL)

Questo conglomerato indiano è uno dei più grandi gruppi imprenditoriali del paese asiatico e acquista greggio venezuelano per la raffinazione, sebbene abbia interrotto gli acquisti nel marzo dello scorso anno.

Ora sta valutando la possibilità di riprendere gli acquisti una volta che saranno chiarite le regole per gli acquirenti non statunitensi.

Shell

Anche Shell sembra pronta a reinvestire in Venezuela. L'azienda britannica, originaria dei Paesi Bassi, è uno dei maggiori produttori mondiali di combustibili fossili.

Eni

Secondo il Segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright, l'azienda italiana fa parte di un gruppo di importanti compagnie petrolifere, tra cui Chevron, Shell e Repsol, che "aumenteranno immediatamente" i loro investimenti in Venezuela dopo l'incontro di venerdì con Trump.

ExxonMobil, con un piede fuori dal mercato

ExxonMobil è una delle più grandi aziende energetiche al mondo, sia in termini di capitalizzazione di mercato, volume di produzione e riserve di idrocarburi, e si è dimostrata una delle più restie a sostenere l'obiettivo perseguito da Trump.

Ha una storia legale controversa con il Venezuela, da cui ha ottenuto un risarcimento di 1,6 miliardi di dollari nel 2014 per l'espropriazione effettuata dall'allora presidente venezuelano Hugo Chávez.

Il suo CEO, Darren Woods, ha espresso chiaramente i suoi dubbi durante la riunione di venerdì. "I nostri beni sono stati sequestrati lì due volte, quindi, come potete immaginare, tornare lì una terza volta richiederebbe cambiamenti piuttosto significativi rispetto a quanto abbiamo visto storicamente qui", ha affermato.

Woods ha espresso l'opinione che al momento sia impossibile investire in Venezuela, a causa delle attuali strutture legali e commerciali, soprattutto dopo che il presidente degli Stati Uniti ha chiarito di non essere interessato a recuperare il denaro dai debiti in sospeso e che l'idea è quella di ripartire da zero.

L'atteggiamento del rappresentante della Exxon fece infuriare Trump, che dichiarò subito di stare pensando di "tagliare fuori la Exxon ". "Stanno facendo i furbi", dichiarò all'epoca.

Pertanto, le prospettive per le grandi compagnie petrolifere sono divise tra il desiderio vorace di acquisire una quota delle più grandi riserve petrolifere del mondo e il timore di una nuova espropriazione, di non recuperare il denaro loro dovuto, mentre i mercati mondiali vengono inondati di greggio e il prezzo del petrolio scende.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Szijjarto: Un inverno insolitamente freddo ha messo in ginocchio l'Europa occidentale

 

Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha affermato che tutti i servizi nel suo Paese funzionano normalmente, nonostante l'inverno insolitamente freddo che, a suo dire, "ha messo in ginocchio gran parte dell'Europa occidentale".

Il ministro degli Esteri ungherese ha rilasciato queste dichiarazioni nel programma YouTube  "Time of Truth", dove ha paragonato la situazione dell'Ungheria a quella di diversi stati dell'Europa occidentale. Ha sottolineato che, sebbene queste condizioni meteorologiche siano ormai insolite, ritiene che sia "il momento e il luogo" per esprimere la sua gratitudine a tutti coloro che hanno avuto il compito e la responsabilità di mantenere l'Ungheria operativa in queste circostanze.

"Quindi l'Ungheria continua a funzionare nonostante questa insolita situazione meteorologica che ha messo in ginocchio gran parte dell'Europa occidentale . Qui non è stato necessario chiudere linee ferroviarie o aeroporti e il sistema sanitario e quello scolastico hanno continuato a funzionare", ha osservato.

In precedenza, il ministro degli Esteri  aveva paragonato la militarizzazione dell'Ucraina al videogioco di combattimento e sopravvivenza Fortnite. Ha avvertito che i piani di due potenze nucleari europee (Francia e Regno Unito) di inviare truppe in Ucraina una volta raggiunto un accordo di pace tra Kiev e Mosca sono particolarmente preoccupanti. "D'ora in poi, non si tratta più di Fortnite , ma del mondo reale", ha osservato.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

La Russia all'ONU: Mosca non attacca la popolazione civile, mentre l'Occidente ignora i crimini di Kiev

 

L'Occidente ignora gli attacchi deliberati di Kiev contro obiettivi civili e la popolazione civile, mentre accusa infondatamente Mosca di aver lanciato tali azioni, ha affermato lunedì  il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia.

Intervenendo durante una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul mantenimento della pace e della sicurezza in Ucraina, il diplomatico russo ha respinto le nuove accuse occidentali sui massicci attacchi lanciati dalla Russia  la scorsa settimana contro obiettivi militari e infrastrutture portuali, di trasporto ed energetiche al servizio dell'industria della difesa ucraina.

"I nostri colleghi occidentali ci informano delle vittime tra la popolazione civile, la maggior parte delle quali, come sanno anche gli ucraini, sono conseguenza delle azioni della difesa aerea ucraina", ha commentato Nebenzia.

Ha sottolineato che "nessuna di queste affermazioni sensazionalistiche, ma totalmente infondate , sugli attacchi russi mirati alle famiglie ucraine che dormono tranquillamente nelle loro case è supportata da alcun fatto o testimonianza".

"Le Forze Armate della Federazione Russa non bombardano i civili", ha ribadito il rappresentante.

"Reazione silenziosa della comunità internazionale"

In quest'ordine, ha richiamato l'attenzione sul fatto che nel solo dicembre 2025 il numero di civili colpiti dagli attacchi delle Forze armate ucraine ammontava ad almeno 367 persone , di cui 56 vittime.

"Continuiamo a essere sorpresi dalla reazione silenziosa della comunità internazionale, che è diventata la norma , in particolare quella del Segretario generale delle Nazioni Unite", ha sottolineato.

Nebenzia ha condannato il fatto che tali azioni "non siano chiaramente classificate come atti terroristici", ma siano invece liquidate come " incidenti non confermati ". Questa pratica, ha sostenuto, "rappresenta un rifiuto dei principi fondamentali del diritto internazionale umanitario, tra cui la protezione della popolazione civile e il divieto di attacchi deliberati contro le infrastrutture civili".

Il terrorismo contrassegnato da "speciale cinismo"

Il diplomatico ha menzionato l'attacco terroristico compiuto  la notte di Capodanno dalle forze ucraine nella città di Jorly (provincia russa di Kherson), in cui sono morti 29 civili , tra cui due bambini, e sono rimasti feriti più di 30.

Ha osservato che questo "attacco codardo è stato caratterizzato da un particolare cinismo", poiché la città attaccata dai droni, tra cui uno che trasportava una miscela infiammabile , si trova in una zona turistica, su una penisola delimitata dal Mar Nero su tre lati.

"Non ci sono installazioni militari lì e non ci sono mai state. Il vecchio porto ha perso la sua importanza molto tempo fa e la zona è stata trasformata esclusivamente in un'area ricreativa: campi per bambini, centri ricreativi, infrastrutture turistiche", ha affermato.

Zelensky e le sue "condizioni assurde"

Nebenzia ha ribadito il suo avvertimento: nessuna azione ostile da parte della "cricca neonazista radicata a Kiev" resterà senza risposta.

Il rappresentante russo ha ricordato che "il leader del regime ucraino, Volodymyr Zelensky, non sarà aiutato né dal fallito vertice francese della 'coalizione dei volontari', né dall'avanzata delle forze della NATO verso i confini dell'Ucraina".

Né gli appelli alla tregua, nella speranza di riprendersi dalla "schiacciante sconfitta" sul campo di battaglia, gli saranno di alcuna utilità, ha sostenuto. "Né gli serviranno le assurde condizioni di Zelensky , che ignorano la realtà, con cui ha perso il contatto da tempo e che presenta in risposta alle proposte statunitensi, di fatto annullandole", ha concluso.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Trump annuncia dazi del 25% su "qualsiasi paese che faccia affari" con l'Iran

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito lunedì tramite il suo account Truth Social che "qualsiasi paese che faccia affari con la Repubblica Islamica dell'Iran pagherà dazi del 25% su tutti gli affari" con gli Stati Uniti. L'ordinanza è definitiva ed efficace immediatamente, secondo Trump, mentre le proteste scuotono la nazione persiana.

Secondo la portavoce della Casa Bianca  Karoline Leavitt, il presidente non esclude di ordinare attacchi aerei contro l'Iran, affermando che si tratta di "una delle tante opzioni sul tavolo per il comandante in capo". Trump aveva minacciato di intervenire se i manifestanti fossero stati uccisi.

Nel frattempo, secondo il Wall Street Journal, diversi alti funzionari dell'amministrazione statunitense, guidati dal vicepresidente J.D. Vance, stanno spingendo affinché venga perseguito prima un approccio diplomatico.

Teheran ha accusato gli Stati Uniti e Israele di aver orchestrato i recenti disordini in diverse città iraniane, un'affermazione corroborata da numerosi documenti, secondo il Ministero degli Esteri. Nel frattempo, molti iraniani sono scesi in piazza a sostegno dell'attuale governo e contro quelli che percepivano come crimini sostenuti dall'estero.

I programmi nucleari o missilistici dell'Iran non vengono menzionati nel contesto delle ultime tensioni. I media indicano Reza Pahlavi, il figlio maggiore dell'ultimo Scià dell'Iran, residente in Occidente da decenni, come uno dei principali sostenitori dell'ultima ondata di proteste di piazza in Iran.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Shoigu: la Russia condanna l'ingerenza esterna negli affari interni dell'Iran

 

Sergei Shoigu, segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, ha condannato lunedì un altro tentativo da parte di forze esterne di interferire negli affari interni dell'Iran, secondo quanto riportato dai media locali e dall'agenzia cinese Xinhua.

Ha rilasciato queste dichiarazioni durante una conversazione telefonica con il segretario supremo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, durante la quale Shoigu ha espresso le sue condoglianze per le gravi perdite subite in Iran, ha riferito l'ufficio stampa.

Le due parti hanno concordato di mantenere stretti contatti e di coordinare le loro posizioni per garantire la sicurezza.

Shoigu ha inoltre ribadito la disponibilità di Mosca a sviluppare ulteriormente la cooperazione bilaterale sulla base dell'Accordo di partenariato strategico globale firmato da Russia e Iran nel 2025.

Verso la fine del mese scorso sono scoppiate proteste in tutto l'Iran a causa del forte deprezzamento del rial e delle radicali riforme dei sussidi, prima di degenerare in disordini a livello nazionale con segnalazioni di scontri tra polizia e dimostranti.

Il 2 gennaio, Larijani ha messo in guardia gli Stati Uniti dall'interferire negli affari interni dell'Iran, affermando che tali azioni avrebbero compromesso la stabilità regionale e danneggiato gli interessi degli Stati Uniti.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

La Groenlandia nel Grande gioco dell'Artico


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Parlare della Groenlandia significa parlare dell'Artico e dell'importanza che la regione va sempre più assumendo a livello globale, con attori di primo piano e “comparse” che però aspirano a ruoli meno marginali. La “comparse” mirano a ritagliarsi una parte, sia pur minore, nel gioco per aggiudicarsi almeno qualcosa delle enormi possibilità legate alla presenza nell'area. Riguardo agli attori principali, per dire, tra le vaste prospettive di cooperazione globale russo-cinese, quella sullo sviluppo dell'Artico non rientra certo tra le linee secondarie: dallo sfruttamento delle sue risorse, alle possibilità di rotte commerciali alternative, e anche ai pericoli militari che possono derivare dalla corsa americana per recuperare il forte ritardo accumulato in un'area che, per i rovinosi cambiamenti climatici innescati dalla bramosia di profitto, sta diventando sempre più strategica.

Anche i paesi UE sono dunque in allerta e accrescono i bilanci della difesa per consolidare l'influenza sulle infrastrutture energetiche nell'Artico. Ecco una delle ragioni per cui, nel momento in cui si fanno più insistenti gli “ammiccamenti” trumpiani a mettere le mani sulla Groenlandia, la Gran Bretagna discute con altri paesi europei l'invio di forze NATO sull'sola per cercare di dissuadere gli Stati Uniti, secondo il Telegraph, dalla sua annessione.

D'altra parte, l'interesse yankee per la Groenlandia è strategico, sia militarmente che economicamente e non solo per le risorse naturali dell'immensa isola. gli USA hanno da tempo aperto un consolato in Groenlandia e nominato un rappresentante del Dipartimento di Stato come Ambasciatore Generale per la regione artica; al Dipartimento della difesa hanno introdotto la carica di vice Assistente Segretario alla difesa per l'Artico e la stabilità globale.

In quello scacchiere, però, gli USA, pur nella loro veste di “attori globali”, sono abbastanza indietro rispetto, ad esempio, alla Russia, le cui coste costituiscono il 53% delle coste dell'Artico: il 10% del PIL russo e il 20% delle sue merci esportate passano per il Circolo Polare Artico. E, come corollario di particolare significato, gli USA dispongono appena di qualche unità di rompighiaccio, contro gli oltre 50 della Russia, tra nucleari e diesel-elettrici, senza contare che Moskva ha in programma la costruzione di altri 150 vascelli artici, di cui 46 di salvataggio e 12 rompighiaccio, oltre alle circa 600 navi civili della flotta artica. Si dice che entro il 2033 saranno costruiti tre rompighiaccio “Lider”, primi al mondo a consentire la navigazione tutto l'anno sul corridoio orientale della rotta del Nord, costeggiando la ?ukotka e attraverso lo stretto di Bering. In questo senso, non è quindi azzardato parlare di una rivoluzione del trasporto marittimo, in particolare per il mercato del GNL, in forte concorrenza alle rotte del canale di Suez, di Capo di Buona Speranza e ai corridoi terrestri dell'Eurasia.

Dunque, Downing Street è in allarme, scrive il Telegraph e discute con Parigi e Berlino il possibile invio di truppe in Groenlandia per difendere il Circolo polare artico e, di passaggio per proteggersi da Russia e Cina.

Da parte di Washington, lo scorso dicembre Donald Trump aveva annunciato la nomina del governatore della Louisiana Jeff Landry a inviato speciale per la Groenlandia e il governatore aveva confermato l'intenzione USA di rendere l'isola parte del proprio territorio. Immediata presa di posizione del ministro degli esteri danese Lars Lokke Rasmussen e richiesta di spiegazioni all'ambasciatore yankee a Copenaghen. Mercoledì scorso, il Segretario di stato Marco Rubio ha annunciato che intende incontrare le autorità danesi la prossima settimana per discutere della questione groenlandese.

Trump ha ripetutamente affermato che la Groenlandia dovrebbe diventare parte degli Stati Uniti, citando la sua importanza strategica per la sicurezza nazionale e, come catechistica appendice, anche per la difesa del "mondo libero".

Ora, ricorda qualcuno su facebook a proposito dell'importanza della regione artica e, come annesso, della Groenlandia, i corridoi baltico e artico non sono dettagli di secondo piano sulla scacchiera globale. Sono arterie strategiche che consentono alla Russia di garantire la propria deterrenza nucleare, in particolare attraverso la sua flotta di sottomarini armati di missili balistici. L'Artico consente a Moskva di dislocare sommergibili atomici in aree difficili da raggiungere, conservando così una piena capacità di risposta e le permette di proteggere le rotte critiche dall'accerchiamento NATO. La regione baltica, a sua volta, è diventata un corridoio ristretto militarizzato dove qualsiasi errore può portare a un'escalation conflittuale. Quando le grandi potenze iniziano a contendersi corridoi vitali – marittimi, energetici o militari – le possibilità di intervento diplomatico si riducono.

Su RIA Novosti, anche Elena Karaeva mette in evidenza le mosse di Bruxelles per contrastare la possibile "annessione americana" dell'enorme isola. Da un certo punto di vista e nonostante le proteste danesi e UE, la Groenlandia e gli Stati Uniti hanno in realtà più cose in comune di quanto immagini l'attuale establishment europeo. L'isola e gli Stati Uniti condividono una base comune, nota anche come placca tettonica nordamericana. L'unità geologica degli odierni Stati Uniti e Groenlandia ha circa tre miliardi di anni. Quando Trump, così detestato da Bruxelles, afferma che il suo Paese e l'isola hanno "molto in comune", ironizza Karaeva, non sta peccando contro la verità; sta semplicemente ricordando ai suoi detrattori la geografia.

Geografia che travasa in geopolitica e tocca gli equilibri mondiali, lo sviluppo strategico dei paesi e l'economia. Da questo punto di vista, l'accesso alle risorse si situa ai primi posti e, con esso, le rotte attraverso cui queste risorse, o i prodotti derivati, si spostano da un punto all'altro del pianeta: dall'area in cui quelle risorse giacciono a quella del loro sfruttamento.

E tanto le risorse, come i beni o i prodotti derivati, non vengono trasportati per via aerea, ma via mare. Non la consegna di prelibatezze a costosi ristoranti via aereo, prima che si deteriorino, costituisce il cuore dell'economia odierna, dice ancora sarcasticamente Karaeva; no, l'asse vitale è rappresentato dal trasporto di merci e prodotti tramite container, via mare.

«Quando sorgono problemi con il canale di Suez, con le vie d'acqua bloccate, il mondo europeo si blocca in un angolo, dato che l'Europa ha da tempo smesso di produrre ciò di cui ha bisogno quotidianamente. Chiunque controlli oggi il commercio marittimo sul pianeta controlla l'opinione pubblica, i prezzi delle azioni, la crescita economica (o il declino). E tutto il resto. Inutile dire che questo è uno degli obiettivi dell'establishment americano».

Ecco dunque l'importanza globale dell'Artico e, con esso, della Groenlandia e Trump ha ben presente la mappa che mostra come, acquisendo la Groenlandia, o per “compravendita” o per annessione, gli Stati Uniti potrebbero ottenere il controllo di una parte significativa della regione marittima artica.

Ma, come detto sopra, al momento gli USA possono vantare ben poca influenza nell'area: non dispongono di una flotta di rompighiaccio che sia davvero tale. Parlare di Artico senza disporre di vascelli adatti alla sua navigazione, personalmente fa venire in mente la battuta di quel buontempone che irrideva a chi va a giocare a tennis, ma lascia a casa la racchetta.

Mentre gli americani promuovevano "idee di progresso e democrazia" in tutto il mondo, dice di nuovo Karaeva, la Russia costruiva rompighiaccio: a propulsione nucleare, diesel-elettrica; costruiva anche rompighiaccio e traghetti atti alla navigazione in quelle acque. Così che oggi la Cina invia di buon grado in Europa i propri prodotti servendosi della rotta marittima settentrionale russa, con tempi di percorrenza quasi dimezzati rispetto al canale di Suez.

Oggi, tre potenze siedono a un vero tavolo negoziale e i contorni del futuro ordine economico e politico mondiale sono discussi a Mosca, Pechino e Washington; all'opinione di Bruxelles è riservato il cestino della carta straccia e anche la posizione di Parigi e Berlino non interessa più di tanto.

Hanno un bel dire, al Corriere della Sera, citando lo scrittore Javier Cercas, che «Trump e Putin sono dalla parte dell'autoritarismo», mentre l'Europa «è la sola speranza per la democrazia». Nell'attuale sistema globale di interessi geopolitici, di cosa parlano i liberal-lacrimevoli che cianciano a ogni passo di “autoritarismo” e “democrazia”, senza mai analizzarne i contenuti di classe, storici e sociali. Ha un bel piagnucolare, il signor Cercas, che «Trump e Putin non sono dalla parte della democrazia. Sono dalla stessa parte, quella dell’autoritarismo» e dunque «l’unica possibilità certa della vittoria della democrazia, che oggi è in pericolo, è che l’Europa si unisca. Perché l’Europa è il luogo in cui la democrazia è ancora viva, è più solida». Cosa intende per democrazia il signor Cercas? Quali sarebbero, a suo parere, i pericoli che la minacciano? Parlando di”democrazia” tout court, senza aggettivi, senza specificazioni sociali, senza mai specificare di “democrazia” per quale classe e ai danni di quale altra classe, intende forse quel sistema per cui si lasciano a casa lavoratori, si chiudono e si delocalizzano intere industrie? Quel sistema per cui miliardi vengono sottratti alle spese sociali, alla sanità, alle pensioni, per destinarli al riarmo e preparare così quella stessa Europa a una guerra totale con “l'autocrazia”? Buffoni lestofanti.

https://ria.ru/20260111/britaniya-2067188025.html?in=t

https://ria.ru/20260111/grenlandiya-2067133439.html

 

__________________________________________________
 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

L'Ucraina risulta in ritardo nel versamento di un rilevante importo al FMI (RIA NOVOSTI)

 

L'Ucraina risulta in ritardo nel versamento di un rilevante importo al Fondo Monetario Internazionale. Lo evidenzia l'analisi del piano di rimborsi del FMI condotta dall'agenzia RIA Novosti.

La scadenza per il pagamento è spirata alle 00:00 di lunedì, ora di Washington (le 08:00 di Mosca). Secondo i termini concordati, Kiev avrebbe dovuto rimborsare una tranche del debito per un ammontare di 125.737.500 Diritti Speciali di Prelievo (DSP), corrispondente al rimborso di fondi erogati tramite gli strumenti di finanziamento del Fondo, risorse provenienti dai paesi membri dell'istituzione.

In base al tasso di cambio ufficiale del 12 gennaio, che fissa il valore di un DSP a 1,3665 dollari, la somma dovuta corrisponde a circa 171,9 milioni di dollari. Nella mattinata di martedì, tuttavia, il calendario dei pagamenti del FMI non riportava conferma dell'avvenuta ricezione dei fondi.

Il calendario del Fondo indica che la prossima scadenza per l'Ucraina è fissata al 24 febbraio, per un importo di 62,5 milioni di DSP. Ulteriori e consistenti rate di rimborso del prestito sono previste per i mesi di febbraio e aprile.

La situazione finanziaria ucraina appare critica. Il bilancio nazionale per il 2026 è stato approvato con un deficit record. Dmytro Razumkov, deputato della Verkhovna Rada, ha avvertito che le risorse, incluse quelle destinate a stipendi militari e armamenti, potrebbero esaurirsi già nel prossimo mese di febbraio. Le autorità di Kiev continuano a contare sul supporto dei partner occidentali per colmare le lacune di bilancio, sebbene tali aiuti siano in progressiva riduzione.

Giovedì 2 gennaio, il Primo Ministro della Repubblica Ceca, Andrey Babish, ha dichiarato l'impossibilità per il suo paese di continuare a trasferire fondi all'Ucraina dal bilancio statale.

Il giorno successivo, il Primo Ministro ucraino Yulia Svyrydenko ha dichiarato che il paese necessita di 800 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per la ricostruzione e la crescita economica, fondi che Kiev spera di ottenere tramite sovvenzioni, prestiti e investimenti privati.

Una possibile soluzione alla crisi, come più volte sottolineato dalla Russia, potrebbe risiedere in un cessate il fuoco e una riduzione degli effettivi delle Forze Armate ucraine. L'Ucraina, al momento, continua a non rispondere agli appelli in tal senso

  •  

Prestito a Kiev e armi Usa: si apre una nuova faglia dentro l'UE

 

"Germania e Paesi Bassi si oppongono a Parigi che sta cercando di impedire a Kiev di utilizzare il prestito europeo da 90 miliardi di euro per l'acquisto di armamenti statunitensi". Lo scrive oggi POLITICO citando varie fonti a conoscenza della nuova crepa interna all'Unione Europea.

E' noto come i paesi dell'UE abbiano virato su questo nuovo sostegno finanziario a Kiev nell'impossibilità di trovare un accordo sugli asset russi, durante il vertice del Consiglio europeo di dicembre. I paesi membri stanno ora negoziando le condizioni formali del finanziamento, a seguito della proposta presentata mercoledì dalla Commissione europea. Secondo due diplomatici dell'UE al corrente delle discussioni citati da POLITICO, oltre due terzi dei finanziamenti della Commissione dovrebbero essere destinati a spese militari, anziché al normale sostegno al bilancio.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, intende garantire un trattamento preferenziale alle imprese militari dell'UE per rafforzare l'industria della difesa del blocco, anche se ciò significa che Kiev non potrà acquistare immediatamente quanto necessario per contenere le forze russe.

La maggior parte dei paesi, guidati dai governi di Berlino e dell'Aia, sostiene invece che Kiev debba avere maggiore autonomia su come spendere il pacchetto finanziario dell'UE destinato al sostegno della sua difesa, secondo documenti di posizione visionati da POLITICO.

Queste tensioni, prosegue POLITICO, raggiungono un punto critico dopo anni di dibattiti sull'opportunità di includere Washington nei programmi di acquisto della difesa dell'UE. Le divisioni si sono acuite da quando l'amministrazione del presidente statunitense, Donald Trump, ha minacciato un'occupazione militare della Groenlandia.

I critici affermano che la spinta francese per introdurre una rigorosa clausola di "acquisto europeo" legherebbe le mani a Kiev, limitando la sua capacità di difendersi dalla Russia. "L'Ucraina ha urgente bisogno anche di attrezzature prodotte da paesi terzi, in particolare sistemi di difesa aerea e intercettori di fabbricazione statunitense, munizioni e pezzi di ricambio per gli F-16, nonché capacità di attacco in profondità", ha scritto il governo olandese in una lettera agli altri paesi dell'UE, visionata da POLITICO.

Mentre la maggior parte dei paesi, Germania e Paesi Bassi inclusi, sostiene una clausola generale di "acquisto europeo", solo Grecia e Cipro – che attualmente mantengono una posizione neutrale in quanto presidenti di turno del Consiglio dell'UE – appoggiano la pressione francese per limitare il programma alle sole aziende europee, secondo diversi diplomatici a conoscenza dei negoziati. I Paesi Bassi, in particolare, hanno suggerito di stanziare almeno 15 miliardi di euro affinché l'Ucraina possa acquistare armi straniere non immediatamente disponibili in Europa. "L'industria della difesa dell'UE non è attualmente in grado di produrre sistemi equivalenti o di farlo nei tempi richiesti", ha scritto il governo olandese nella sua lettera.

  •  

Groenlandia, parlano i nativi locali e difensori del popolo Inuit

 

In riferimento alla questione USA Groenlandia posta da D. Trump, queste sono le posizioni del Partito locale Inuit Ataqatigiit (Comunità Inuit-IA), un partito politico groenlandese progressista e indipendentista fondato nel 1976, che raccoglie tra il 22 e 37% dei voti, a seconda delle scadenze elettorali, che si batte per una Groenlandia socialmente giusta, economicamente sostenibile e culturalmente avanzata. Impegnato a promuovere l'autodeterminazione e a sostenere le comunità locali attraverso una politica inclusiva vicina alle realtà popolari. Si batte per la tutela dell'ambiente, per uno sviluppo sostenibile che rispetti sia le tradizioni sia l'esigenza di innovazione moderna.

  “…Sulle questioni e dichiarazioni relative al nostro paese, sembra che la commissione per la politica estera del Parlamento danese voglia tenere una riunione straordinaria, senza di noi. Non possiamo accettarlo, ma questo  dimostra chiaramente come, la parte danese intende il concetto di cooperazione. Basta , non si può continuare così. Esortiamo il governo della Groenlandia a sollevare la questione con il governo danese il prima possibile e a elaborare piani d'azione chiari e concreti”, ha dichiarato Erica Pipaluk esponente di Inuit Ataqatigiit

“…Il potere si esercita attraverso la conoscenza e le potenze coloniali hanno sempre agito in questo modo. Quando si tratta del nostro Paese, veniamo emarginati e resi impotenti. Dovremmo mettere in discussione la nostra posizione all'interno dello Stato danese e valutare tutte le questioni che riguardano il nostro Paese con occhio critico.

Lo status quo non è un'opzione, si legge nell'accordo di coalizione. Il Primo Ministro ha dichiarato che il futuro della Groenlandia deve essere deciso in Groenlandia: perché questa informazione ci viene tenuta celata?

Nella situazione attuale, la cosa più importante è che il nostro Paese e il nostro Naalakkersuisut ( ndt: governo della Groenlandia) restino forti. La coalizione concorda sulla necessità di rivedere la legge sull'auto decisionalità, e pertanto è opportuno mettere in discussione la segretezza delle informazioni da parte del governo.

La decisionalità del nostro Paese deve essere rafforzata e quindi devono iniziare veri negoziati: non c'è altra via d'uscita. Se vogliamo che l'autorità e il potere decisionale siano nostri, dobbiamo iniziare ad agire.

Questa è una questione fondamentale a cui devono rispondere i cittadini del nostro Paese…”, ha detto Erica Pipaluk di IA .

Naalakkersuisut è il governo della Groenlandia, una "nazione costituente autonoma" del Regno di Danimarca. Il governo è parte di un sistema parlamentare di democrazia rappresentativa, in cui il Primo ministro della Groenlandia è il capo del governo in un sistema multipartitico. Il potere esecutivo viene esercitato dal governo, mentre quello legislativo viene esercitato sia dal governo che dal Parlamento "Inatsisartut". La Groenlandia gode di ampia autonomia su gran parte delle materie, ad eccezione delle politiche e delle decisioni che coinvolgono la regione, tra cui i negoziati con i parlamenti locali e il Parlamento danese (Folketing).

Mariane Paviasen Jensen  portavoce politico di Inuit Ataqatigiit:Possiamo avere un dibattito appropriato e necessario?”

“…Noi di Inuit Ataqatigiit crediamo che la partecipazione della popolazione sia fondamentale nel percorso della Groenlandia verso l'indipendenza.

Fondamentalmente, crediamo che la questione dell'indipendenza debba essere decisa dalla popolazione attraverso un referendum. In questo contesto, è fondamentale anche trovare un terreno comune: se il desiderio di indipendenza diventa solo uno slogan dei partiti, senza riguardo per la società, perde il suo valore. Un dibattito ampio e aperto con i cittadini è assolutamente necessario. Pertanto, IA ritiene che le parti debbano elaborare al più presto, insieme alla popolazione, un piano per il nostro percorso verso l'indipendenza. Non giova alla Groenlandia che le parti inviino individualmente segnali al mondo esterno su come dovrebbero procedere i negoziati con il Regno o con altri. Al contrario, crediamo che tutte le parti abbiano la responsabilità condivisa di garantire che la Groenlandia abbia una posizione negoziale solida e solida quando negozieremo.

Tra le domande importanti a cui rispondere sulla strada verso l'indipendenza ci sono: come possiamo ridurre le spese senza compromettere le attuali condizioni di vita della popolazione? Come dovremmo gestire l'ambito della difesa e della sicurezza nazionale? Come possiamo creare una struttura valida e sostenibile per il sistema giudiziario, la polizia, il sistema educativo, le scuole, la difesa, il sistema sanitario e tutti gli altri compiti sociali? Dobbiamo avere piani su come possiamo gestire le aree di autorità danesi in modo conveniente per noi. E non da ultimo: su quali basi economiche potremo contare in futuro? Dobbiamo pianificare con attenzione e con considerazioni a lungo termine.

Solo discutendo insieme e apertamente di queste questioni potremo compiere passi avanti concreti e mirati. Se evitiamo di puntare il dito contro gli altri e invece ci rafforziamo a vicenda, il dialogo e i prossimi passi porteranno a risultati concreti.

L'autodeterminazione può essere raggiunta solo contando sulle nostre forze e assumendoci le nostre responsabilità. Questo è ciò che gli Inuit Ataqatigiit vogliono: che ci assumiamo le nostre responsabilità uniti.

Dibattiamo seriamente, perché solo attraverso un confronto aperto e obiettivi comuni possiamo arrivare a questo. Se ci limitiamo a discutere e a criticarci reciprocamente, l'unico vincitore saranno gli altri Paesi che intendono esercitare il loro potere sul nostro.

A questo proposito, occorre  incoraggiare i leader del partito ad accelerare sulle importanti e pericolose questioni di questi ultimi mesi e settimane contro la nostra isola. Da soli non possiamo di certo assumerci questi compiti da soli; i leader del nostro partito deono assumersi la responsabilità di guidare e indirizzare il dibattito….”, ha concluso la Jensen.

                   

                        A cura di Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIVG, 11 gennaio 2026

__________________________________________________ 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Imperialismo USA e dominio mondiale nel nuovo libro di Pascale

 

Recensione a cura di Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli

Il recente libro scritto da Alessandro Pascale, intitolato Ascesa e declino dell'impero statunitense. Vol.  II La violenza occulta del totalitarismo americano, costituisce un’eccellente chiave di comprensione rispetto al lungo processo di sviluppo e decadenza dell'imperialismo statunitense, anche perché spesso esso focalizza la sua attenzione sulla costante priorità strategica selezionata da quest'ultimo negli ultimi otto decenni, consistente nella ricerca ossessiva e multilaterale dell'egemonia a stelle e strisce sull'intero pianeta.

A pagina 19 del suo libro Pascale ha evidenziato, in modo obiettivo e corretto, la genesi della stella polare e della costante geopolitica, strategica ed economica dell'imperialismo statunitense e della sua propensione a una guerra nucleare preventiva notando che, “ancora nel fatidico luglio del 1945, un consigliere sussurra all'orecchio di Truman" (divenuto da poco presidente americano) "il successo del primo esperimento atomico. L'escalation dei piani militari rimodula, stravolgendoli, i piani politici. Il 19 luglio il documento segreto JCS 1496 enuncia la politica del "primo colpo", precisata e adottata formalmente dai capi di Stato maggiore nel JCS 149/3:" nel passato, gli USA hanno potuto attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che possa infliggerci un danno significativo".

Potrebbe anche sembrare l'inizio della trama di una serie televisiva a sfondo spionistico e geopolitico, ma invece stiamo analizzando un concretissimo piano di dominio globale statunitense, che si riproduce e protrae anche ai nostri giorni.

Arrivando infatti all'inizio del terzo millennio, non risulta fantapolitica il sanguinoso bombardamento USA contro l'eroico Venezuela bolivariano e il rapimento del legittimo presidente del paese, Nicolas Maduro, assieme a sua moglie.

Non è inoltre in un film comico-horror che Donald Trump, sempre all'inizio del 2026, abbia ancora una volta dichiarato che lo stato da lui diretto occuperà e si prenderà il controllo della Groenlandia dalla Danimarca con le buone o con le "solite" cattive: ossia con rivoluzioni colorate, bombardamenti, invasioni, ecc.

Non è stata un'invenzione di Dan Brown il fatto indiscutibile che nel solo 2025 gli Stati Uniti abbiano bombardato la Somalia per ben 43 volte, e quindi quasi una volta alla settimana.

Non risulta purtroppo il frutto della fantasia di Stephen King neanche il concretissimo è durevole appoggio che l'imperialismo a stelle e strisce ha fornito all'atroce genocidio commesso dallo stato sionista a Gaza, a partire dal 2023.

L'imperialismo statunitense ha via via creato un "orrore senza fine" (Lenin) di super-riarmo atomico, di guerre e di sfruttamento su scala planetaria che deve essere finalmente fermato, innanzitutto e in via preliminare smettendo di credere anche a sinistra alle favolette raccontate senza sosta dai massmedia occidentali sul presunto "imperialismo cinese" e su quello russo, ricordandosi invece che:

- la Cina possiede una sola ed unica base militare all'estero, mentre gli USA hanno ben 642 insediamenti bellici in 70 nazioni, senza contare quelli NATO;

- è stato l'imperialismo statunitense, e non certo la Cina, a scatenare (e a perdere clamorosamente) due guerre dei dazi contro Pechino, nel 2018-2019 e nel 2025;

- secondo l'insospettabile istituto di ricerca SIPRI, nel 2024 gli USA hanno speso il 37% del totale mondiale delle somme erogate per le forze armate, più di tre volte rispetto a quelle cinesi;

- il solo bombardamento finora condotto contro impianti nucleari è stato compiuto in Iran dai soliti Stati Uniti, il 22 giugno del 2025;

- i sequestri pirateschi di denaro pubblico, impianti di raffinazioni statali e petroliere venezuelane sono state compiute da Washington, non certo da Pechino;

- Echelon costituisce l'unico sistema di controllo globale sulle più diverse comunicazioni, con siti collocati in Gran Bretagna, Australia, Giappone e nell'isola di Ascensione nell'Atlantico;

- sono principalmente di matrice statunitense i tentativi di destabilizzazione dei governi ritenuti ostili (contro Cuba, Iran, Nicaragua, Venezuela, Bielorussia, ecc.) compiuti in giro per il mondo, mai invece dovuti e imputabili all'azione anche indiretta della Cina Popolare;

- un discorso analogo vale anche per i boicottaggi economici, tecnologici e finanziari promossi dalle diverse reti dell'imperialismo statunitense contro Cuba, Venezuela, Iran e numerose altre nazioni.

Nell'ottimo e brillante scritto di Alessandro Pascale il lettore potrà trovare una miriade di dati di fatto, evidenti e indiscutibili, rispetto alle molteplici azioni compiute dopo il 1945 per il dominio mondiale dalla principale potenza imperialista, gli Stati Uniti.

 

"Il libro, di fatto autoprodotto, è acquistabile direttamente dall’Autore Alessandro Pascale a prezzo scontato (25 euro comprensivi di spese di spedizione) scrivendo alla mail info@intellettualecollettivo.it, oppure su tutte le piattaforme web (Amazon, IBS, Feltrinelli, Hoepli, Libraccio, Youcanprint, ecc.), o ordinandolo in libreria."

__________________________________________________ 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Venezuela, Padrino Lopez: "Unità nazionale e coscienza storica!"

Il Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha affermato che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) accoglieranno l'appello lanciato dalla Presidente ad interim Delcy Rodríguez a mantenere l'unità nazionale.

Lo ha dichiarato in un messaggio pubblicato sul suo account Instagram - lunedì 12 gennaio - in cui ha dichiarato che "con il dolore dei nostri caduti in combattimento, eroi ed eroine di questa nazione", le FANB si uniranno a questo appello "in questi momenti difficili e cruciali che la nostra Repubblica sta vivendo".

"L'intrigo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; il settarismo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; e la sterile polarizzazione non contribuisce in alcun modo alla pace. Questo è un momento di unità nazionale e coscienza storica!", ha sottolineato il capo militare e ministro bolivariano.

Di seguito il messaggio completo di Padrino López:

"Unità nazionale e coscienza storica! È trascorsa una settimana piena di complessità dall'aggressione militare perpetrata contro il cuore stesso della nostra sovranità, con il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della First Lady, la deputata Cilia Flores. Con il dolore di coloro che sono morti in combattimento, eroi ed eroine di questa nazione, noi delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane) ci impegniamo a sostenere e ad accogliere l'appello all'unità del Presidente ad interim, Dott.ssa @delcyrodriguezv, in questi momenti difficili e cruciali per la nostra Repubblica.

L'intrigo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; il settarismo non contribuisce in alcun modo alla pace oggi; e la sterile polarizzazione non contribuisce in alcun modo alla pace. Questo è un momento di unità nazionale e coscienza storica!

A livello personale, vi dico che nei momenti più difficili che abbiamo affrontato dalla scomparsa del nostro Comandante Chávez, impedire spargimenti di sangue tra i venezuelani ed evitare divisioni all'interno delle FANB ha guidato le mie azioni. Pertanto, ribadisco il mio appello all'unità e alla serenità. Lo stesso appello che ho lanciato in momenti critici come il 2014, il 2017 e il 2019, quando l'aggressione contro la nostra nazione si intensificò, lo ripeto oggi con più forza che mai. Sono un paladino della pace! Senza unità, non ci saranno libertà né indipendenza! Unità e Libertà!".

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da Vladimir Padrino López (@padrinovladimir)

  •  

Una nuova campagna di diffamazione e aggressione personale. A fianco dell’amico e compagno Luciano Vasapollo (Giorgio Cremaschi)



di Giorgio Cremaschi


Come già nell’autunno del 2024, il mio caro amico e compagno Luciano Vasapollo sta subendo una selvaggia aggressione di squadrismo mediatico da parte di giornalisti e politicanti della destra liberalfascista.

Questi squallidi cacciatori di streghe si sono di nuovo scatenati contro di lui dopo il rapimento terroristico di Nicolas Maduro, ordinato da Donald Trump, e accompagnano l’aggressione degli USA con le loro urla e le loro minacce. Lo avevano già fatto più di un anno fa, quando Luciano aveva denunciato, in un’assemblea all’Università di Roma, il genocidio israeliano a Gaza e le complicità con esso. Anche allora i nostrani trombettieri di Netanyahu e Ben Gvir si erano scatenati contro il professore, chiedendone il licenziamento dalla Sapienza di Roma.

Lo fa di nuovo oggi Francesco Giubilei, ridicolo e presuntuoso miracolato dal potere della destra, che ignora anche che Luciano non può essere licenziato perché è andato in meritata pensione. Non è certo la sola cosa di cui costui e i suoi siano assolutamente ignoranti.

Vasapollo è uno scienziato, i suoi studi economici sono conosciuti in tutto il mondo, ed è un grande insegnante, ho visto personalmente come i suoi studenti seguissero le sue lezioni, come fossero preparati, attenti, rigorosi. Certo che egli è un maestro, nel senso più vero e giusto della parola, cattivi e stupidi sono i suoi calunniatori. D’altra parte sappiamo che la destra reazionaria odia gli intellettuali, così come odia gli operai. “Quando sento parlare di intellettuali metto mano alla pistola” disse Goebbels.

Ma l’aggravante nei suoi confronti è che, oltre ad essere uno studioso, Luciano è anche un compagno e un militante coraggioso e generoso. Questo per i novelli maccartisti è imperdonabile.

Conosco da decenni Vasapollo, siamo stati e siamo assieme in tante lotte del lavoro, ove i suoi studi sono sempre stati uno strumento di conoscenza per sostenere la lotta contro sfruttamento e ingiustizie sociali. Allo stesso modo Luciano ha messo la sua cultura a servizio delle lotte di autodeterminazione dei popoli, contro il colonialismo delle multinazionali e dei loro servi.

Sono orgoglioso di essere stato con lui in Venezuela, a portare solidarietà ad un processo rivoluzionario pieno di difficoltà e contraddizioni, ma comunque deciso a rovesciare l’oppressione imperialista degli USA. Ricordo ancora una nostra comune presenza negli studi di Telesur.

Sono fiero di cio che abbiamo fatto assieme e di ciò che continueremo a fare. E nessuna intimidazione, nessuna vigliacca minaccia potrà mai fermare l’impegno e la lotta di Luciano.

A differenza di lo aggredisce, Luciano ha sempre scelto da che parte stare solo per ragioni di onestà intellettuale e rigore morale.
Io sto al suo fianco, vergognatevi e andate al diavolo, fascistelli!

Giorgio Cremaschi

  •  

Sovranità sotto le bombe: il Venezuela bolivariano non cede

Nel pieno di una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, il Venezuela mostra una compattezza politica e popolare che smentisce apertamente le narrazioni provenienti da Washington. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha ribadito con fermezza che il Paese non è governato da alcuna potenza straniera, ma da istituzioni legittime e da un popolo organizzato che resiste. Parole pronunciate da Catia La Mar, una delle località colpite dai bombardamenti statunitensi del 3 gennaio, divenuta simbolo della volontà venezuelana di difendere sovranità e indipendenza anche sotto le macerie.

L’aggressione militare degli Stati Uniti, costata la vita a circa cento civili e militari e accompagnata dal sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro e prima combattente Cilia Flores, non ha prodotto la frattura interna auspicata dagli strateghi di Washington. Al contrario, ha rafforzato l’unità del campo chavista e la saldatura tra Governo, forze armate e potere popolare. Rodríguez ha più volte sottolineato che “la grande vittoria del nemico sarebbe dividerci”, ma che tale obiettivo è fallito di fronte a una risposta collettiva fatta di fermezza, serenità e coscienza storica.

Mentre Donald Trump si auto-proclama sui social “presidente ad interim” del Venezuela e alti funzionari USA rivendicano un controllo unilaterale sull’industria petrolifera venezuelana, Caracas riafferma la propria linea: relazioni internazionali basate sul rispetto, sulla legalità e su accordi trasparenti, senza rinunce alla sovranità nazionale. Anche sul terreno energetico, il Governo bolivariano insiste su una cooperazione che porti benefici reciproci, respingendo l’idea di una gestione coloniale delle proprie risorse.

Di fronte alla propaganda della Casa Bianca, che parla di “piena cooperazione” e celebra l’aggressione come un successo geopolitico, il chavismo risponde con la mobilitazione popolare, il sostegno internazionale e la legittimità costituzionale. Le manifestazioni in Venezuela e in decine di Paesi per la liberazione di Maduro e Flores testimoniano che la pressione esterna non ha spezzato il tessuto politico del Paese, ma lo ha reso più consapevole e coeso.

La storia recente dimostra ancora una volta che la Rivoluzione Bolivariana, nata come progetto di emancipazione nazionale e giustizia sociale, trova nella difficoltà la propria forza. Di fronte alle manovre statunitensi, il Venezuela bolivariano non arretra: si compatta, resiste e rilancia la propria battaglia per un futuro sovrano, multipolare e libero da ingerenze imperiali.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

 

  •  

La Russia potrebbe sostituire il Venezuela nelle forniture di petrolio alla Cina

Il possibile blocco delle forniture di petrolio venezuelano verso la Cina sta già producendo effetti a catena sui mercati energetici globali. Secondo diversi analisti, la brusca interruzione delle esportazioni - aggravata dal sequestro di petroliere e dal sequestro del presidente Nicolás Maduro il 3 gennaio - potrebbe offrire alla Russia l’opportunità di rafforzare la propria presenza sul mercato cinese.

Le raffinerie indipendenti cinesi, storicamente acquirenti di greggio venezuelano pesante a prezzi scontati, rischiano di trovarsi in difficoltà già dalla primavera del 2026. In questo scenario, le compagnie russe potrebbero aumentare le forniture verso la Cina e, soprattutto, ridurre gli sconti praticati finora sul proprio petrolio. Per gli esperti, il sequestro di Maduro rappresenta un vero punto di svolta per l’industria petrolifera venezuelana e per il mercato globale dei greggi pesanti.

Anche se Pechino potrebbe tentare un accordo con Washington per ripristinare i flussi, i tempi non saranno brevi e i prezzi difficilmente torneranno quelli di prima. Con infrastrutture venezuelane logorate e investimenti rallentati, la partita energetica si sposta sempre più sull’asse Mosca - Pechino, ridisegnando equilibri e rapporti di forza in un mercato già profondamente segnato dalle tensioni geopolitiche.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Caracas, la melodia della resistenza: José Alejandro Delgado e l'armonia della lealtà

 

di Geraldina Colotti

Caracas, 12 gennaio 2026

 

Nella Plaza de los Museos, a Caracas, i bambini e le bambine disegnano aerei carichi di fiori e non di bombe, accanto ai volti di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores — il presidente venezuelano e la "primera combatiente", sequestrati nella notte del 3 gennaio. Musica, poesia e canti si alternano alle riflessioni politiche di Blanca Eekhout, Erika Farías, Génesis Garvett e Hindu Anderi. Tra il pubblico, tra bandiere e striscioni, si scorgono volti noti dell'intellettualità, come Judith Valencia. Sul palco, i versi di poeti come Joel Linares Moreno seguono le note della cantante Amaranta, presentati dalla promotrice culturale Margot Sivira, organizzatrice della Soberana Caravana: un'iniziativa del Fronte Francisco de Miranda che ha riunito artisti, cultores, poeti, attivisti, circensi, attori, cantanti e ballerini.

Questa è la prima di diverse edizioni che verranno replicate in varie zone di Caracas con l'obiettivo di elaborare insieme la ferita profonda inferta dall'attacco imperialista, e mostrare una risposta d'amore, condivisione e forza che sta sconfiggendo la violenza e la paura. Questo primo incontro è stato concluso da José Delgado, musicista, compositore e cantautore venezuelano, che ha commosso il pubblico con le sue parole di incoraggiamento e impegno. Nel suo repertorio predomina la fusione di ritmi provenienti dalla musica popolare tradizionale venezuelana con generi come jazz, rock and roll, salsa e pop. I suoi strumenti principali sono il cuatro e la chitarra. Vive a Ciudad Tiuna, dove si sono scatenati i bombardamenti di Trump. Al termine dell'incontro, ci ha raccontato ciò che ha vissuto.

Qual è il significato e l'obiettivo di questa iniziativa?

José Delgado: Siamo qui in questa Caravana Soberana, in questa prima edizione nella Plaza de los Museos, cantando e alzando le nostre voci. Stiamo articolando i nostri cuori per sentirci uniti in questo nuovo momento che ci è piombato addosso e che ci pone davanti molte sfide. Come sempre, il popolo venezuelano affronta sfide perché ha deciso di emanciparsi. L'imperialismo usa sempre molte forme per piegarci; alcune sono evidenti, altre silenziose ma efficaci. Opporre resistenza a tutto questo richiede enormi quantità di energia, e il canto e la poesia diventano il modo per proteggerci, per darci un limite di fronte a tutta questa commozione che stiamo vivendo. Ho vissuto il bombardamento nella mia comunità.

Lo hai vissuto direttamente?

Sì, vivo a Ciudad Tiuna.

Per spiegarlo a chi ci legge dall'estero, cos'è Ciudad Tiuna?

Ciudad Tiuna è l'urbanizzazione pilota creata dal Comandante Chávez all'interno di Forte Tiuna, il principale forte del paese. È stato il luogo colpito dal maggior numero di missili e bombe in questo orribile bombardamento. Ci vivono circa 25.000 famiglie in tutti i settori. È un progetto abitativo della Rivoluzione Bolivariana dove ci sono state consegnate soluzioni abitative a credito per le famiglie lavoratrici. È un bastione di dignità, di forza e di rivoluzione. È popolata da molti bambini, parchi e molta vita permanente. Sentire quello che ci è successo il 3 gennaio è stata una situazione atroce che dovremo elaborare come comunità. È un ricordo orribile che ci segna, ma le vulnerabilità suggellano anche legami profondi.

E ci sono stati anche feriti, vero?

Feriti e morti. Nell'altro settore di alloggi, verso la zona dei "bielorussi", le esplosioni si sono sentite molto di più. Davvero, sto ancora cercando le parole per dare sfogo a questi sentimenti, perché vivere un'esperienza del genere è qualcosa di veramente scioccante. Stavamo dormendo e all'improvviso le esplosioni. Pensi che, mentre scendi le scale, la tua casa possa saltare in aria da un momento all'altro. La gente gridava nel panico. Tutto molto brutto. Ma la comunità si è riunita, ci siamo incontrati cercando di ricominciare il circuito quotidiano delle azioni. Saremo sempre più forti. Confido che sia così perché ci spetta; i nostri liberatori e le nostre liberatrici ci hanno chiamato molti anni fa. Questo trascende me e la mia epoca. È un richiamo dei nostri antenati e noi non dobbiamo fare altro che eseguire quell'ordine.

All'estero, attraverso i social network, hanno detto che ci sono stati saccheggi e che l'opposizione sta festeggiando in strada. Tu cosa hai visto? Cosa sta succedendo davvero per le strade?

Beh, la strada è tranquilla, è in pace. Non ho visto alcun focolaio di violenza né applausi dell'opposizione. Credo che il nostro popolo sia comprensivo e leale. Anche se discutiamo animatamente, siamo capaci di portare un'arepa al vicino che la pensa diversamente, e che ne ha bisogno. Questo insegnamento è una lezione per tutti. Il nostro popolo, come sempre, si comporta all'altezza delle avversità. Mi commuovo molto e rafforzo ogni volta il mio impegno.

Quanti anni hai?

Ne ho 45, li ho compiuti il 28 dicembre.

Sembri un ragazzino. E quando hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato da piccolissimo a casa, con le "parrandas" della mia famiglia, con i miei genitori e i miei fratelli.

E come definiresti il tuo stile?

Come definiresti il mio stile, amico?

Il chitarrista interviene: "Sentido" (sentito). Perché se non lo sente, non lo canta. Questo è vero, è reale, ed è una cosa rara in questo momento.

Sei d'accordo?

Sì. La mia musica si nutre della trova venezuelana e latinoamericana, dei nostri trovatori più originari e delle nostre musiche tradizionali. Questo è il mio primo nutrimento.

C'è anche molto rap...

C'è un po' di tutto. Sperimento con molti suoni. Ho una predilezione per la musica tradizionale venezuelana, ma partendo da lì, con totale libertà, combino i suoni. Alcuni "bruciano" e si spengono tra le mani e altri vengono molto bene. È una musica molto mescolata con una ricerca poetica molto personale. Non si tratta solo di ripetere le cose, ma di creare con gli strumenti e con ciò che sento. Creo canzoni con il mio marchio, con il mio modo di risolvere i problemi.

A Ciudad Tiuna ci sono molti musicisti?

Moltissimi. C'è Lionel, Lilia, Amaranta, Tijoy... ce ne sono tantissimi.

Com'è nata questa Caravana Soberana e come avete reagito insieme nell'immediato?

Questa carovana nasce dalla convocazione del Fronte Francisco de Miranda con l'idea di portare l'arte al nostro popolo, di incontrarci per cantare e sentirci uniti. Credo che resterà qui ancora per qualche settimana, perché questo spazio di sentimento è molto importante. Dobbiamo attraversare due cose: da un lato la commozione e i racconti difficili da digerire, e dall'altro restare in piedi nella lotta per continuare a difendere la nostra rivoluzione.

Qual è la tua analisi di ciò che è accaduto? Che scenario possiamo immaginare ora?

Non avremmo mai immaginato questo scenario, nonostante gli avvertimenti. Il nostro popolo è in pace e la dirigenza delle nostre istituzioni sta facendo ciò che deve fare. Il nostro presidente, che è sequestrato, ci ha dato segni di dignità e di orgoglio, e così la compagna Cilia, nostra “prima combattente”. Sono in piedi. Il nostro presidente non si è piegato. Noi accettiamo ciò che ci dicono e dobbiamo continuare nella disciplina, rafforzando quella che io chiamo l'armonia della lealtà che possiede questo popolo.

Come definiresti questa armonia della lealtà a livello poetico?

Come qualcosa che ci muove dal profondo e ci fa stare insieme nelle difficoltà. È la lealtà alla nostra storia, alla nostra memoria storica e ai nostri principi. Spesso non potrei spiegartelo in profondità, ma è qualcosa che ci mantiene disciplinati. Sebbene siamo un popolo molto ribelle ed è difficile che facciamo esattamente ciò che qualcun altro vuole, sappiamo unirci quando c'è una situazione seria. A volte possiamo non capire dove stiano andando le cose, ma non per questo ci disordiniamo. A un certo punto le cose si chiariranno e vedremo il cammino da prendere. Io non sono un militare con missili o bazooka, non ne so nulla, ma confido che il nostro governo abbia uomini e donne formati per questo. Sono sicuro che hanno agito nel modo in cui si doveva agire.

In che senso?

Sono convinto che ci sia stato l'ordine di non opporre una resistenza maggiore. Perché se avessimo resistito di più, tutti i quartieri di Caracas sarebbero pieni di migliaia di morti. È stato così perché quei cani arrivavano con la bava alla bocca per ucciderci a milioni. Sono caduti fratelli e sorelle; siamo vicini alle loro famiglie, onoriamo la loro memoria e la loro lotta non sarà vana. Non sono riusciti a uccidere più persone, e anche questa è l'armonia della lealtà.

  •  

Venezuela. La presidente ad interim Rodriguez risponde così "all'autoproclamazione" di Trump

 

La Presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha affermato oggi che il Paese è sotto il pieno controllo delle sue autorità costituzionali, respingendo qualsiasi narrazione di un governo influenzato dall'estero. Le dichiarazioni sono state rilasciate nel corso di una visita ufficiale nella località di Catia La Mar, nello Stato di La Guaira.

L’intervento segue di un giorno la pubblicazione, da parte dell’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di un’immagine sui suoi social network in cui si autoproclamava “presidente ad interim” del Venezuela a partire da gennaio 2026.

Le dichiarazioni della Presidente incaricata
Nel suo discorso, incentrato sulla ripresa delle attività scolastiche, Rodríguez ha fatto diretto riferimento alle recenti controversie online. “Ho visto su Wikipedia delle caricature su chi comanda in Venezuela. Beh, qui c'è un governo che comanda in Venezuela, qui c'è una presidente incaricata e c'è un presidente ostaggio negli Stati Uniti”, ha dichiarato.

La località che ha ospitato l’evento è stata una delle aree colpite dall’operazione militare statunitense del 3 gennaio scorso. Rodríguez ha definito quell’azione un’“aggressione illecita e illegale” e ha sottolineato che da quel simbolo di resistenza, la sua amministrazione ribadisce “la sovranità e l'indipendenza del Venezuela”.

La leader ha aggiunto che il governo di Caracas opera “insieme al popolo organizzato, insieme al potere popolare” e che sta procedendo “nelle relazioni internazionali di rispetto, nel quadro della legalità internazionale, per rivendicare e proteggere i diritti” della nazione.

La contestazione delle affermazioni statunitensi
La replica di Rodríguez appare come una risposta diretta non solo al post di Trump, ma a una serie di dichiarazioni dell’amministrazione statunitense. Dopo l’intervento militare, Trump si era presentato come “una figura chiave” nel governo venezuelano, annunciando che alti funzionari come i segretari di Stato e della Guerra, Marco Rubio e Peter Hegseth, lo avrebbero assistito in tale ruolo.

La Presidente venezuelana aveva già respinto simili posizioni la settimana precedente, assicurando che il Venezuela non è governato da “alcun agente esterno” e che a comandare è esclusivamente “il suo governo costituzionale” e “il potere popolare consolidato”.

La questione degli idrocarburi e le trattative in corso
Un ulteriore punto di attrito riguarda il settore petrolifero. Trump e altri funzionari avevano affermato di aver assunto il controllo unilaterale dell’industria petrolifera venezuelana per un periodo “indefinito”, minacciando anche un nuovo uso della forza.

Tali dichiarazioni sono in netto contrasto con quanto comunicato dalla compagnia di Stato Petróleos de Venezuela (PDVSA), che ha riferito di essere impegnata in una trattativa con la Casa Bianca per la “vendita di volumi di greggio nel quadro delle relazioni commerciali esistenti tra i due paesi”. La società ha precisato che la trattativa si svolge nel rigoroso rispetto dei “criteri di legalità, trasparenza e vantaggio” per entrambe le parti.

Rodríguez ha confermato questa linea, dichiarando: “La nostra posizione è molto chiara: il Venezuela è aperto a relazioni energetiche che avvantaggino tutte le parti, in cui la cooperazione economica sia ben definita nei contratti commerciali”.

 

  •  

Iran, ministro esteri Araghchi: "Abbiamo le prove di coinvolgimento straniero nelle proteste"

Il ministro degli Affari Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, ha affermato oggi che la situazione nel suo Paese è "sotto controllo totale", dopo l'ondata di violenza legata alle proteste durante il fine settimana, denunciando al contempo l'ingerenza degli Stati Uniti.

Nel corso di un incontro con diplomatici stranieri, Araghchi ha sottolineato che le proteste a livello nazionale "sono diventate violente e sanguinose" per dare una "scusa" al presidente statunitense Donald Trump per intervenire, come riportato dalla rete televisiva Al Jazeera. Secondo il capo della diplomazia iraniana, l'avvertimento di Trump su una possibile azione militare contro Teheran qualora le proteste fossero degenerate ha incoraggiato "terroristi" ad attaccare sia manifestanti che forze di sicurezza con l'obiettivo di provocare un intervento straniero.

Araghchi ha denunciato che le manifestazioni sono state "istigate e alimentate" da elementi stranieri, assicurando che le forze di sicurezza "perseguiteranno" i responsabili. Il ministro ha aggiunto che l'Iran ha ottenuto prove del coinvolgimento di Stati Uniti e Israele in "attività terroristiche" interne, incluso materiale audiovisivo che mostra la distribuzione di armi ai manifestanti, e ha indicato che le autorità renderanno pubbliche a breve le confessioni di alcuni detenuti.

Riferendosi specificamente alle dichiarazioni dell'ex segretario di Stato USA, Mike Pompeo, Araghchi le ha definite "una chiara ammissione della partecipazione di agenti del Mossad". Ha inoltre rimarcato quella che ha definito l'ipocrisia di Washington di fronte agli atti di violenza che hanno già causato vittime, tra cui agenti di sicurezza, e ha contestato "le posizioni di alcuni paesi occidentali" che condannano le forze iraniane ma "hanno ignorato il genocidio a Gaza".

Per quanto riguarda l'interruzione nazionale di internet, protrattasi per diversi giorni, il ministro ha indicato che il governo sta coordinando con le autorità di sicurezza per garantire il ripristino del servizio a breve. Le proteste, scoppiate a fine dicembre scorso in seguito a una forte svalutazione del rial e a riforme dei sussidi, sono poi degenerate in disordini a livello nazionale con scontri tra polizia e manifestanti.

Le due settimane di disordini, che l'Iran attribuisce a Stati Uniti e Israele, hanno provocato la morte di almeno 111 membri delle forze di sicurezza iraniane secondo l'agenzia di stampa Tasnim. Di fronte alle dichiarazioni ostili, Teheran ha accusato Washington e Tel Aviv di strumentalizzare le proteste come parte di una "guerra soft", avvertendole severamente di non interferire negli affari interni della Repubblica Islamica. "Siamo preparati per la guerra, ma anche per il dialogo", ha concluso Araghchi.

  •  

La Russia annienta base per F-16 in Ucraina con il nuovo missile ipersonico Oreshnik

Il massiccio attacco di ritorsione contro infrastrutture critiche ucraine realizzato dalla Russia è culminato con la messa fuori combattimento della Fabbrica Statale di Riparazione di Aeromobili di Leopoli. Il colpo decisivo è stato inferto nella notte del 9 gennaio dal nuovissimo missile ipersonico balistico Oreshnik, un'arma presentata come inintercettabile dai sistemi di difesa attuali a disposizione dei paesi occidentali.

Secondo il comunicato ufficiale diffuso dal ministero della Difesa di Mosca, l'impianto di Leopoli rappresentava un bersaglio strategico di primaria importanza. La struttura non solo era preposta alla manutenzione e alla riparazione della flotta aerea ucraina, inclusi i moderni caccia F-16 e i MiG-29 forniti dai partner occidentali, ma ospitava anche linee di produzione per veicoli aerei senza pilota (UAV) d'attacco a medio e lungo raggio. Questi droni, secondo le accuse di Mosca, sono stati ripetutamente utilizzati per colpire obiettivi civili in profondità nel territorio russo. L'attacco avrebbe completamente distrutto le officine di produzione, i magazzini stipati di droni assemblati e le infrastrutture dell'aerodromo annesso alla fabbrica, cancellandone così la capacità operativa.

L'offensiva non si è limitata all'ovest del paese. Nel quadro della stessa azione coordinata, sistemi missilistici Iskander e missili da crociera Kalibr hanno colpito la capitale Kiev, prendendo di mira due aziende specializzate nell'assemblaggio di UAV d'attacco. A queste devastazioni si sono aggiunti i danni inflitti a installazioni dell'infrastruttura energetica che, secondo l'intelligence russa, alimentano il funzionamento del complesso militare-industriale ucraino. L'obiettivo dichiarato è quello di paralizzare la capacità di Kiev di produrre e mantenere in volo i suoi mezzi aerei, sia pilotati che no, e di logorare la rete energetica che li sostiene.

Il ministero ha chiarito che questa operazione su vasta scala costituisce la risposta diretta e promessa al tentativo compiuto di colpire con dei droni, lo scorso dicembre, una residenza del presidente russo Vladimir Putin nella regione di Novgorod. In quella circostanza, Mosca aveva avvertito che simili "azioni avventate" non sarebbero rimaste impunite.

L'utilizzo dell'Oreshnik in questa ritorsione non è solo una dimostrazione di forza, ma segnala una volontà di impiegare i sistemi d'arma più avanzati e letali per colpire obiettivi di alto valore, innalzando ulteriormente il livello tecnologico dello scontro. Le autorità russe definiscono l'azione come un atto necessario e proporzionato di autodifesa, volto a neutralizzare minacce dirette alla sicurezza nazionale originate da impianti che operano con il sostegno occidentale per colpire la Russia.

  •  

Fulvio Grimaldi - Trump e noi nel nostro piccolo. CON GLADIO AL POTERE E’ TEMPO DI ASKATASUNA

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

In altalena tra bello e brutto

La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.

Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.

  1. Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!

  1. Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero. E la Sheinbaum messicana e il Petro colombiano non hanno lanciato messaggi conciliatori a Trump? (teoria Eva Golinger, prestigiosa analista geopolitica e già amica di Chavez)

Tutto questo non è che brutale semplificazione e chi si schiera da una parte o dall’altra sia consapevole che, comunque, rischia la cantonata. Più probabile per quello della versione A, meno per il seguace della Golinger. Lo temo con immenso rammarico da uno che la rivoluzione bolivariana l’ha seguita, frequentata e sostenuta fin dal primo giorno. E che ha vomitato a sentire la saltimbanco nera della Garbatella stralogare, rispetto alle barbarie del rapimento, di “azione difensiva”  del camerata Trump.

Per cui io preferisco guardarmi intorno a casa mia, della quale, essendone cittadino, sono un tantino corresponsabile. Per quanto possa blaterare contro il farlocchissimo “mondo delle regole”, fuffa disintegrata dall’imperatore americano, sciogliermi in autentiche lacrime di rabbia e disperazione per quanto il dante causa israeliano va facendo in Palestina, fare dieci docce per liberarmi di quanto mi imbratta del regime nazista ucraino, è a casa mia che c’è lo sgabuzzino e sono mie, lì dentro, le scope e la varichina da mettere all’opera.

Stay Behind (Stare dietro). A chi?

 Francesco Cossiga

E negli anfratti di questa mia casa che qualcuno, di soppiatto, ha incistato un mostriciattolo, creature deforme partorita dalla CIA dopo aver subito una pioggia di uranio impoverito. Sistemato e allevato a Capo Marrargiu, rinominato con elegante etichetta inglese “Stay Behind”, si era fatto trapelare che doveva servire a contrastare, dietro le linee, l’invasione sovietica di cui tutti giuravano che ci sarebbe stata. L’Italia, senza Stay Behind, si sarebbe trasformata in un unico, immenso gulag.

Tutto questo a celare il vero scopo che era simile, in chiave moralmente opposta, a quello dei poveri cubani messi a guardia del presidente venezuelano. Solo che, nel caso nostrano, italiota, si trattava di far sapere a comunisti ed eversori vari che, se avessero osato alzare un dito, anche solo di rimprovero, a qualsiasi dei regimi prosecutori, in chiave 2.0, del sistema che, secondo Washington, dove perpetuarsi senza grande soluzione di continuità rispetto agli anni ‘20 e ’30, Gladio, Stay Behind, sarebbe intervenuta. E lo ha fatto, di strage in strage, di False Flag in False Flag, chissà quante volte. Questo il Trumpino di casa nostra, Francesco Cossiga, l’ha fatto intuire, ma non lo ha precisato. 

Io so io e voi nun siete…

E dai padri latini che ci viene sempre la dritta giusta. Come quando dicono, riferendosi alla propria magione, “parva sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me). E anche “si parva licet componere magnis” (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), che è proprio ciò che dovremmo fare per capire come, nel nostro piccolo, si perpetuino i comportamenti, le strategie e le tattiche dei grandi. Spesso quasi a copia e incolla. Ed è questo il nostro campo d’azione. Come nel caso dell’io so io e voi nun siete un cazzo che, nella dimensione grande, esprime il pensiero del marchese di Mar-a-Lago (quattro campi da golf) e, nella versione burina, quella della marchesina della Garbatella (un campo di bocce).

I paragoni tra parva e magna sono un po’ come quelli tra un nostro film con Bud Spencer e il Gladiatore con Russel Crowe, epperò sono istruttivi e ci danno anche l’idea di come si configurino dei sovranisti che servono un sovrano che sta al di là dell’Atlantico e del tutto ignora che, oltre a 90 basi USA-NATO e un premier che lui chiama “beautiful woman”, abbiamo anche qualche Caravaggio.

Si parva licet…

Piantedosi deve fare in piccolo – cioè bastonare chiunque osi avvicinarsi, nella propria città! a meno di 10 km da ciò che è definito obiettivo sensibile (Ponte sullo Stretto, o quotidiano di merda) - ciò che fa in grande Kristi Noem, equipollente USA, quando esime da incriminazione poliziotti che sparano in testa a signore sedute al volante. O quando spedisce le squadracce ICE a rastrellare e deportare immigrati.

Troppo facili le similitudini tra Crosetto e Pete Hegseth, entrambi al massimo della potenza vitale e dell’inquadratura video quando, davanti alle armate schierate, si trovano a concionare di patria, valore, coraggio, stringiamci a coorte - siate pronti alla morte, voi. Loro per questo e futuri spettacoli spendono 1.500 miliardi (50% più dell’anno prima). Noi 35 miliardi (dall’1,5% al 2% del PIL), ma abbiamo la Folgore. Che sta alla Delta Force, come il micio sotto casa sta a un ghepardo.

Scopiazzatura continua. Quelli rapiscono Maduro che cercava di utilizzare il petrolio venezuelano per far mangiare e curare i venezuelani, questi sequestrano Mohammed Hannoun e compagni e incriminano giornalisti come Angela Lano. Quegli altri, i succedanei, bandiscono 37 organizzazioni umanitarie, ONU e non, perché bombe in testa, raffiche sulle tende e acqua gelata sui materassi non completino l’opera. Noi, bravi quasi quanto loro, facciamo passare per terroristi impegnati a eliminare l’unica democrazia del Medioriente, coloro che provano a far arrivare qualche aspirina e un sacchetto di farina a chi non merita nemmeno quelli.

Mohammed Hannoun, Angela Lano

In carcere di massima sicurezza non ci stanno i peracottai di un regime complice del genocidio, scaturito dal ventennio, ricarmatosi con Gladio, pista nera di ogni strage, passato con la sua leader dall’orbace ad Armani, ma nove squattrinati esuli palestinesi che provavano a far arrivare qualche chicco di riso a coloro cui dal 7 ottobre 23, in base a una colossale bugia, quel chicco è negato. Una giornalista e docente universitaria perquisita, inquisita, privata degli strumenti di lavoro, intimidita, minacciata perché non avalla quella e altre colossali bugie finalizzate ad agevolare il genocidio. Ma da decenni racconta le cose come stanno e come, per quei grandi e i nostri scopiazzatori piccoli, non devono stare. Vi pare che noi piccoli non ci si sia ispirati alle retate di Chicago, nel Texas o nell’Oregon, nelle università Columbia e Harvard, con relativi tagli di finanziamenti statali e la Guardia Nazionale a trattare le tende dei reprobi nei campus, come vengono trattate a Khan Yunis?

E se quei grandi riempiono di F35 e carri armati Abraham l’esercito più morale del mondo perché spazzi via anche l’ultimo palestinese scovato sotto le macerie, vuoi che i piccoli non si diano da fare per fornirgli quegli esplosivi “dual use”, destinati a fertilizzare campi (che non ci sono più), ma anche a preparare botti che spezzettino bimbetti andati a ricuperare qualcosina da sotto i detriti.

E veniamo a una fattispecie che a me sta, per affinità sentimentale e parentela politica, particolarmente a cuore. Che ne sia stato consapevole o no, il nostro ministro di polizia ha fatto nel neanche tanto piccolo, in questo caso, ciò che la polizia australiana ha fatto dei centri di iniziativa studentesca in ben sette università australiane. Sgombero. Tutti fuori, tutto chiuso. Il dispositivo di assedio era degno della presa di Roma dei lanzichenecchi.

Gladio al governo,  Askatasuna la resistenza

 Askatasuna e Gladio in divisa

E siamo all’Askatasuna. Ci conosciamo con l’Askatasuna. Ho avuto il privilegio di intervistarne le intelligenze. Come ci conoscevamo col Leoncavallo, che poi non era più nemmeno lui, se non nella memoria che, come è noto, è nemica mortale del potere e va obliterata. Anche con la chiusura di un ricordo. Tra noi, a distanza, si era anche aperta una crepa. Quella che, tempo di Covid, in mezzo mondo ha diviso amici, famiglie, coppie, comunità. Non c’è voluto molto per chiuderla. L’Askatasuna era, è, una delle cose più belle e storicamente, socialmente, politicamente, culturalmente, significative, della nostra storia repubblicana, dei suoi ultimi nefasti trent’anni, quella delle stragi, di Gladio, lo strumento del disordine a fini di un Ordine con la maiuscola, mai morto e sepolto, pronto ove occorra. Il trentennio, inaugurato da Draghi sul Britannia, dei Berlusconi, Prodi, dei bombaroli D’Alema e Mattarella, dei Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Meloni (sì, anche di Conte, quello dei DPCM e dei lockdown), delle loro stragi Stato-mafia, un cataclisma, un’aberrazione, un tunnel, ma con dentro quella luce.  Trent’anni di resistenza.

Non solo Askatasuna. Cancellare quella realtà significa eliminare una geografia del pensiero altro, normalizzare il paese, arrotondare gli spigoli, tagliare la testa a una rete di centri sociali, di creatività, di resistenza, di antagonismo, a volte ingenuo, anche un po’ polveroso, spesso troppo insulare, ma deragliante rispetto ai binari obbligati di un potere tanto violento quanto ottuso.

E su tutti Askatasuna, protagonista della più strategica e decisiva battaglia in cui uno Stato predatore muoveva guerra al popolo, al territorio, alla verità, alla giustizia e ha trovato pane per i suoi denti, per tre decenni e non è finita. Val di Susa e No Tav, una battaglia per la vita e la sovranità popolare, un richiamo per i minacciati in tutto il mondo dal fascismo di ritorno e dallo sviluppo regressivo e spietato.

Con i compagni di Askatasuna, con Dana, con Nicoletta Dosio, con il più caro degli amici, Alberto Perino, abbiamo resistito, barricate, cantieri bloccati, presidi, territori liberati, un popolo tutto in piedi dietro alle sue avanguardie, come succede nelle rivoluzioni. E venivano a sostenere, a imparare, a contribuire, gli indiani d’America, gli africani dell’Apartheid, i palestinesi dei Fedajin, i tuareg, gli esquimesi, i Semterra del Mato Grosso, i chavisti della rivoluzione bolivariana…NO TAV e Valsusa e questa sua direzione politica, faro dell’Occidente in resistenza.

Ho provato a raccontare un po’ di tutto questo nei documentari

Anche un’Askatasuna è per sempre, alla faccia di Gladio. Cuore pulsante di un quartiere, di una città, di un paese, con il suo lavoro del riscatto per scuola, salute, spettacolo, musica, stare insieme, spina dorsale di una città, l’Askatasuna. Ragazzi, operai, universitari, docenti, pensanti, combattenti attrezzati, coscienti, teoria e azione, insegnamento ed esempio. All’Askatasuna guardavano le grandi resistenze di quegli anni, prima dell’uscita del verminaio da sotto i monumenti che si pensavano crollati una volta per tutte. No Tav, ma anche No Muos contro l’apparato di guerra globale a Niscemi, No TAP, contro l’oleodotto che avrebbe squarciato mare e Salento, No Poligoni, in una Sardegna sacrificata ai giochi di guerra della NATO e alle sperimentazioni delle industrie della morte, anche di Israele, e a un inquinamento sociocida

Essendo attempato un bel po’, venendo dagli anni post ’68, ho potuto riconoscere nella lotta No Tav e in Askatasuna la fioritura di semi sparsi allora. Quelli degli anni che, ancora  definiscono derogatoriamente “di piombo”, ne hanno una paura fottuta. Anni di piombo?

Perlopiù piombo di Stato, contro chi quello Stato, riemerso quasi intatto dai suoi precedenti nefasti, pensava di ricondurre al dettato della Costituzione e anche oltre: libertà, uguaglianza, una società orizzontale non verticale. E si democratizzarono i rapporti in fabbrica, scuola, università, si ottenne lo Statuto dei Lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale.

E si morì, da tutte le parti. Lo Stato ricorda i suoi. Nessuno ricorda i nostri. Basta un lampo di memoria: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Walter Rossi, Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Claudio Varalli, Mariano Lupo, Alceste Campanile, Saverio Saltarelli, tanti altri. Ecco il piombo di quegli anni.

Ora Piantedosi ha ripreso il filo. Nero. Ha sgomberato, chiuso, azzerato l’Aska. Ha tagliato un cordone ombelicale che univa quella realtà all’Italia della Resistenza. Che univa quell’Italia, quella valida, quella da amare, da custodire negli archivi, oggi abbandonati alla polvere, nei quali studiare il futuro. Italia da riconquistare.

Con l’ukase di Piantedosi all’Askatasuna, a Torino, la sfida è rivolta a tutto il paese. Al suo popolo. Alle sue classi che da sempre si cerca di mettere fuori gioco. Di non farle parlare, perché sanno dire le cose giuste. Quelle che cambiano il mondo. Ma se una Gladio provano a farla essere per sempre e, anzi, oggi sta al governo,  tutti noi che abbiamo marciato a fianco di quelli di Gaza sappiamo che per sempre è, inesorabilmente, un’Askatasuna.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Ex colonnello USA: "I leader che mettono la loro nazione al primo posto vengono sistematicamente rimossi"

Un copione criminale, che si ripete. Un colonnello USA in congedo accusa: "I leader che mettono la loro nazione al primo posto vengono sistematicamente rimossi dall'Occidente".

Come? Roxane Towner-Watkins non ha dubbi: "Lo fanno con queste reti Gladio e le agenzie di intelligence, e le impiegano".

La prova è nella storia. "L'abbiamo fatto in Congo con Lumumba, in Libia con Gheddafi e in Venezuela con Maduro".

Una guerra non dichiarata, combattuta nell'ombra. La sovranità di un popolo è la minaccia che non viene tollerata. 

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da l'AntiDiplomatico (@lantidiplomatico)

  •  

Baltasar Garzón: le accuse contro Maduro "non hanno alcun fondamento fattuale"

Il giurista spagnolo Baltasar Garzón ha affermato che le accuse mosse dagli Stati Uniti al presidente venezuelano Nicolás Maduro sono prive di qualsiasi fondamento fattuale e presentano inoltre contraddizioni e cambiamenti che ne dimostrano la natura strumentale.

Garzón ha sostenuto che, sebbene il procedimento legale avviato da Washington possa proseguire formalmente, questo non implica che le accuse abbiano una reale base giuridica. "La coerenza o l'incoerenza delle accuse è un'altra questione. L'incriminazione contro Nicolás Maduro non ha alcun fondamento fattuale", ha sottolineato.

L'ex giudice del Tribunale Nazionale spagnolo ha spiegato che la stessa amministrazione statunitense sta modificando la propria narrativa, in particolare per quanto riguarda la presunta esistenza del cosiddetto "Cartel de los Soles", di cui Maduro è stato identificato per anni come leader.

"Non è mai esistito. Non esiste, e ora lo hanno riconosciuto", ha affermato Garzón, riferendosi al recente cambiamento nel discorso ufficiale degli Stati Uniti su questo tema. Secondo il giurista, questo concetto è stato utilizzato dalla fine degli anni '90 come un termine generico per giustificare ogni tipo di accusa priva di prove a sostegno.

Garzón ha sottolineato che non esiste una sola prova coerente che dimostri l'esistenza del cosiddetto Cartel de los Soles. "I rapporti della DEA sono molto chiari riguardo al traffico di cocaina e al suo collegamento con il Venezuela", ha spiegato, respingendo l'idea che questi documenti supportino le accuse mosse al presidente venezuelano.

A tal proposito, ha descritto le accuse di traffico di droga e narcoterrorismo contro Maduro come un'"affermazione meramente strumentale", ritenendola priva di fondamento empirico e rispondente esclusivamente alla necessità di giustificare un'azione politica e giuridica palesemente illegale ai sensi del diritto internazionale.

  •  

Mentre il genocidio continua a Gaza, la Cisgiordania è spinta verso una nuova Nakba

 

di Penny Green - Middle East Eye

Il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele non è mai stato limitato alla sola Gaza.

In nessun luogo ciò è più evidente che nei campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, devastati, segnati dalle bombe e simili a fantasmi, distrutti e svuotati da Israele come duro monito ai palestinesi sulle conseguenze della resistenza all'occupazione e al genocidio.

Questo progetto coloniale decennale in Palestina ha molteplici piani di cancellazione. Mentre il mondo, seppur attraverso una lente distorta, si è concentrato sulla catastrofe che ha colpito Gaza, Israele ha fatto sì che i suoi piani per l'eliminazione dei palestinesi procedessero speditamente in Cisgiordania.

L'espansione degli insediamentigli attacchi dei coloni contro gli agricoltori sotto la protezione delle forze israeliane, i furti sistematici di bestiame, la distruzione delle scuole e delle case dei villaggi e lo sfollamento forzato dei palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a Gerusalemme Est sono tutti tentativi sistematici di distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese e il suo rapporto con la sua antica patria.

Durante una recente visita nella Cisgiordania settentrionale, ho assistito alla distruzione fisica dei campi profughi e sono rimasto colpito da quanto la vita dei palestinesi lì rispecchi la devastazione affrontata dai rifugiati a Gaza.

È stato un chiaro promemoria del fatto che questo genocidio colpisce tutti i palestinesi della Palestina storica.

Tra il 21 gennaio e il 9 febbraio 2025, Israele ha lanciato l'operazione Muro di Ferro, prendendo di mira presunti "elementi terroristici" in tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale.

Il capo del Comitato Pubblico di Nur Shams, Nihad Shawish, 52 anni, ci ha detto: "Proprio come a Gaza, cercano di affermare che il campo è un centro per il terrorismo. Ma in realtà, la resistenza è composta solo da poche persone in cerca di libertà". E, proprio come a Gaza, tutti i palestinesi sono concettualizzati da Israele come "terroristi" e obiettivi da eliminare.

Nel corso dell'operazione, durata 19 giorni, circa 40.000 rifugiati provenienti dai campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati allontanati con la forza dalle loro case dalle forze speciali israeliane pesantemente armate, utilizzando veicoli blindati, droni e bulldozer.

L'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha  descritto  l'offensiva israeliana come "la più lunga e vasta crisi di sfollamento dal 1967". Si stima che il 43% di Jenin, il 35% di Nur Shams e il 14% di Tulkarem siano stati distrutti o gravemente danneggiati.

Gli edifici su entrambi i lati delle corsie del campo di Nur Shams, che si estendevano dalla strada principale tra Nur Shams e Tulkarem fino alla sommità del campo, furono bombardati o rasi al suolo per allargare i vicoli larghi due metri in strade di 12 metri accessibili ai carri armati. Tutti gli abitanti furono espulsi.

Viaggi durante l'apartheid

Il viaggio stesso verso questi campi devastati mette a nudo, a ogni passo, la brutale realtà dell'apartheid israeliano.

Viaggiare attraverso la Cisgiordania è una sfida quotidiana di resistenza per i palestinesi. Un sistema stradale di apartheid significa che, mentre gli insediamenti israeliani illegali sono collegati da autostrade senza ostacoli a Gerusalemme e Tel Aviv, i palestinesi sono costretti a viaggiare su strade dissestate e tortuose e ad attraversare tunnel bloccati da infiniti posti di blocco e da imponenti barriere gialle.

Un viaggio che sulle strade dei coloni durerebbe 20 minuti, per i palestinesi dura tre ore o più.

Durante il tragitto da Ramallah a Tulkarem, ci siamo imbattuti in un nuovo spettacolo di supremazia israeliana: enormi bandiere israeliane sventolavano su entrambi i lati dell'autostrada ogni 10 metri. Per gli osservatori esterni, potrebbero riflettere la crescente insicurezza israeliana, ma per i palestinesi sono semplicemente un'ulteriore forma di intimidazione.

Abbiamo superato il bellissimo villaggio di Sinjal, ora circondato da strati di filo spinato alti 30 metri. Tutti gli ingressi, tranne due, sono stati sigillati definitivamente da Israele, mentre gli altri due potrebbero essere chiusi in qualsiasi momento a discrezione delle forze israeliane. Gli abitanti del villaggio non hanno alcuna spiegazione sul perché siano stati presi di mira in modo così feroce, se non quella di "un altro atto di occupazione".

Il progetto di insediamento si è ampliato notevolmente dalla mia ultima visita nel 2022.

Incoraggiato dall'impunità globale e da un governo di estrema destra in cui i coloni detengono ministeri chiave, Israele ha approvato la legalizzazione o la costruzione di 69 nuovi insediamenti.

"Stiamo promuovendo la sovranità di fatto", ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich,  annunciando i piani per oltre 3.400 case negli insediamenti nell'ambito del progetto E1, che collegherebbe vasti blocchi di insediamenti nella Gerusalemme Est occupata a Maale Adumim, isolando così fisicamente i palestinesi di Gerusalemme Est da quelli della Cisgiordania occupata.

Abbiamo superato il grande e crescente insediamento illegale di Eli, arroccato su una collina con le sue orribili case dai tetti rossi, esse stesse una dichiarazione di intenti genocidi, una minaccia al benessere degli abitanti palestinesi del villaggio che hanno visto i loro ulivi sradicati e hanno subito violenti attacchi.

Eli è nota anche per la sua accademia premilitare Bnei David , che addestra i coloni per ricoprire posizioni di ufficiale nelle unità di combattimento d'élite.

Abbiamo superato stazioni di servizio il cui utilizzo è vietato ai palestinesi e nuovi avamposti che deturpano antichi terrazzamenti e uliveti. Questi orribili avamposti illegali si espanderanno inevitabilmente in orribili insediamenti illegali.

Una strada vicina, visibile ma non percorribile, ci avrebbe portato a Tulkarem in meno della metà del tempo. Ma Israele ne ha impedito l'accesso a tutti i palestinesi.

Invece, abbiamo viaggiato su strade dissestate, fermandoci a posti di blocco imprevedibili, dove giovani soldati minacciosi decidevano se il nostro viaggio sarebbe continuato o sarebbe terminato. A un certo punto, abbiamo preso una strada alternativa per evitare un altro blocco.

Questi atti cumulativi di apartheid sono concepiti per rendere la vita dei palestinesi così insopportabile che le persone saranno costrette ad abbandonare la loro terra.

Gaza in Cisgiordania

Percorrendo una strada sterrata dissestata, abbiamo finalmente raggiunto Tulkarem. Le rovine del campo profughi di Nur Shams si ergevano alla nostra sinistra, la cui intera popolazione era stata espulsa con la forza a gennaio.

Il campo è ora una spettrale città fantasma, con circa un terzo dei suoi edifici completamente o in gran parte distrutti. Grandi distese deserte sono state scavate nel cuore di Nur Shams dalle ruspe israeliane. Centinaia e centinaia di case sono state demolite apparentemente per creare accessi per veicoli blindati e carri armati.

Una Stella di David blu era stata dipinta con la bomboletta spray su quella che un tempo era la casa di un rifugiato palestinese, ora utilizzata come base militare. Non rimane più nessuno. Mentre salivo su un tumulo per scattare una fotografia, due passanti mi intimarono con insistenza di scendere. "I cecchini sparano a chiunque e senza preavviso", gridarono.

I rifugiati hanno descritto come, non appena invasi i campi, le forze israeliane abbiano interrotto tutte le comunicazioni e i servizi pubblici. Internet, elettricità e acqua sono scomparsi all'istante. Questi rifugiati sfollati sono stati letteralmente sfrattati nel nulla. Alcuni hanno trovato parenti presso cui stare, mentre molti altri hanno cercato rifugio in moschee, scuole abbandonate, sale per matrimoni e altri spazi pubblici. Ora vivono ai margini della sopravvivenza.

"È stato proprio come la Nakba, soprattutto perché non sapevamo dove stavamo andando... nessuno sapeva dove eravamo costretti ad andare", ha detto Nihad.

I rifugiati che hanno trovato rifugio nella scuola incompiuta El Muowahad nel villaggio di Thenaba, tra Nur Shams e Tulkarem, hanno descritto il terrore delle incursioni pesantemente armate, degli elicotteri d'attacco Apache che li sorvolavano, dei droni suicidi che esplodevano e della fuga frenetica dalle loro case con solo i vestiti che indossavano.

"Hanno iniziato a far saltare in aria le nostre case il 26 gennaio e in sette giorni il campo era completamente svuotato", ha ricordato Khaled, 50 anni, seduto esausto su una sedia di plastica nel corridoio della scuola che condivide con 21 famiglie del campo di Tulkarm.

"Nessuno se lo aspettava", ha continuato. "Non ho ricevuto nemmeno una maglietta da casa mia. Ora è demolita". Le case rimaste in piedi sono state date alle fiamme. Gli sfratti sono stati brutali. "Anche quando la Mezzaluna Rossa ci ha dato le medicine di cui avevamo bisogno, i soldati ce le hanno strappate e gettate a terra", ci ha raccontato Hakem, aggiungendo che più di 1.800 case nel campo di Tulkarem sono state distrutte.

Per quasi 12 mesi, 122 rifugiati sfollati hanno vissuto nella scuola in costruzione, condividendo stanze anguste da 10 a 12 persone. "Le strutture sono minime o inesistenti", ha spiegato Khaled.

"Quando siamo arrivati, non c'era elettricità, quindi l'abbiamo collegata noi stessi." Al piano terra, quattro bagni sono condivisi da uomini, donne e bambini. C'è solo una doccia. "Come prigionieri, siamo tutti in fila", ha aggiunto. 

Una lavatrice serve tutte le famiglie. I panni sono appesi a ogni ringhiera, mentre le persone si aggrappano a piccoli pezzi di routine, mentre il loro accampamento giace in rovina a pochi metri di distanza.

"La vita nel campo era dura", mi ha raccontato Nadia, 38 anni, "ma non così dura come questa".

Paesaggio distopico

A Tulkarem e Nur Shams, le già disastrose condizioni dei rifugiati continuano a peggiorare. Inizialmente, l'Unrwa forniva cibo e servizi, ma questo è stato interrotto a causa del divieto israeliano di operare nei territori palestinesi occupati.

"Il mio frigorifero è vuoto", ci ha detto Hakem. "Lavoravamo tutti nelle città occupate, da Giaffa ad Haifa, da Gerusalemme a Tel Aviv. Ora viviamo sotto assedio senza possibilità di lavoro".

Per ordine militare è stato loro proibito anche di ricostruire le loro case distrutte. "Voglio solo tornare a vivere sulle macerie della mia casa", ha detto Hakem. "Cos'altro possiamo fare?"

Nadia mi ha mostrato un video girato da un vicino dopo che il campo era stato svuotato. Gli unici suoni in questo paesaggio distopico erano il rumore dei passi che scricchiolavano sui detriti e il suono inquietante del canto degli uccelli.

Hasan Khreisheh, un politico di Tulkarem che lavora con le famiglie sfollate, ha descritto quanto accaduto nei campi della Cisgiordania settentrionale come una conseguenza del progetto israeliano a Gaza, ma in una forma di "eliminazione silenziosa".

Per Ayhem, 17 anni, la cui istruzione è stata interrotta quando la sua casa è stata demolita e la sua famiglia è stata costretta ad andarsene: "È molto simile a quello che è successo a Gaza. Quando vedo Gaza in televisione, vedo esattamente quello che stiamo vivendo". Dorme con nove membri della famiglia in una piccola aula scolastica. "Non ho vita sociale. I miei amici sono stati tutti costretti a trasferirsi in zone diverse e il mio migliore amico è stato ucciso. Ho perso tutto".

Vicino alla scuola si trova ciò che resta dell'ufficio del Comitato Pubblico di Nur Shams. Nonostante il trauma subito, 10 volontari continuano a lavorare per sostenere le persone espulse dal campo. Dalla terrazza panoramica, abbiamo ammirato la devastazione di quelle che un tempo erano state le loro case.

"La mia casa è inabitabile", ha detto Fatma, 70 anni, "ma sono pronta ad andare a vivere sopra le macerie. La dignità dell'essere umano è nella casa. Vedo la mia casa da qui, ma non posso raggiungerla".

Nihad, il capo del Comitato, ha descritto la portata dell'assalto militare. La campagna israeliana all'interno dei sei quartieri di Nur Shams è iniziata il 9 gennaio. Centinaia di soldati, carri armati, veicoli militari e droni hanno preso d'assalto il campo, costringendo tutti i residenti ad andarsene.

"Chiunque si rifiutasse veniva colpito fuori casa per incoraggiare la gente ad andarsene", ha detto. "Le forze dell'ordine controllavano i percorsi che potevamo prendere. Eravamo costretti a metterci in fila e filmati dai droni. Chiunque uscisse dalla fila veniva colpito."

"L'occupazione israeliana ha deciso di smantellare i campi", ha continuato. "A Nur Shams, con una popolazione di 13.000 abitanti, avevamo 400 edifici. Ogni edificio aveva più piani e unità abitative. Anche se una casa non veniva demolita con bulldozer ed esplosioni, le forze armate la incendiavano per renderla inabitabile. Circa 2.300 famiglie sono state costrette ad andarsene e il 70% di loro vive in povertà".

"Non c'è acqua, non c'è elettricità all'interno dei campi. Non ci sono fognature, non ci sono strade. L'intera infrastruttura è stata distrutta", ha aggiunto Fatma.

Nihad lo disse senza mezzi termini: "Il campo è stato assassinato".

Hanno preso di mira e distrutto anche il centro giovanile, l'asilo, la sala per matrimoni e il centro per disabili.

'Ritorno alle macerie'

Fatma, una leader molto stimata della comunità di Nur Shams, ha descritto la sua esperienza la mattina dell'attacco: "Sono arrivati ??alle 7 del mattino del 9 febbraio. Erano già dentro il campo. Hanno demolito metà della mia casa, ma noi siamo rimasti. Hanno usato uno dei nostri vicini come scudo umano. Sono venuti con i cani per perquisirci. Poi hanno preso possesso della nostra casa e l'hanno usata come caserma militare. Alla fine della giornata, c'erano forse 100 soldati in casa mia".

Fatma ha il cancro. I soldati hanno strappato i suoi certificati medici e distrutto la sua cisterna d'acqua. "Il nostro piccolo televisore è stato colpito. Hanno distrutto la mia lavatrice e il mio frigorifero, che non avevo ancora finito di pagare."

Mentre distruggevano case, mezzi di sussistenza e spazi comunitari, i soldati israeliani hanno commesso anche una serie di altri crimini, tra cui saccheggi palesi.

"Davanti ai nostri occhi, ci hanno rubato le cose", ha detto Fatma. "Mi hanno preso la borsa e rubato i 2.650 shekel che mi erano stati dati da una fondazione di Hebron per riparare la mia casa, oltre a due anelli d'oro, una collana, un braccialetto e una medaglia".

Nonostante molti rifugiati affermino che "tornerebbero tra le macerie", la realtà è desolante. La distruzione dei campi, l'espulsione dei residenti e la più ampia spinta di Israele a espellere i palestinesi dalle loro terre rendono le loro possibilità di ritorno remote.

"'Tornare tra le macerie' è solo uno slogan", ha detto Khaled. "Come possiamo tornare? Le forze israeliane sceglieranno chi può tornare, e chiunque abbia legami con i combattenti non potrà mai farlo. Ogni giorno, c'è una nuova decisione che prende di mira le famiglie dei combattenti della resistenza. E ogni giorno vengono sottoposti a punizioni collettive".

Khreisheh ha osservato che Israele ha recentemente annunciato che ad alcuni rifugiati potrebbe essere consentito di tornare, ad eccezione "delle famiglie dei martirizzati, dei feriti, dei prigionieri o dei coinvolti in politica". Ciò, in pratica, escluderebbe quasi tutti.

Anche affittare altrove in Cisgiordania è diventato sempre più difficile per i palestinesi sfollati. "Non abbiamo soldi e non abbiamo un posto dove andare", ha detto Khaled. Ma la povertà è solo una parte del problema. I proprietari hanno paura di affittare ai rifugiati nei campi.

"Ogni volta che proviamo ad affittare una casa", ha spiegato, "prima ci contano, poi ci chiedono da dove veniamo. Quando diciamo 'Nur Shams' o 'campo di Tulkarem', rispondono invariabilmente: 'Non affitto la mia casa a nessuno dei campi'. In un certo senso, lo capisco. Se un parente è in prigione, è un combattente o è stato ucciso, i proprietari temono retate. Quindi non ci affittano casa".

Tutti sono rifugiati

Tutti gli abitanti dei campi sono rifugiati, il cui status deriva dalle espulsioni di massa della Nakba del 1948 e dalla guerra israeliana del 1967.

Lo status di rifugiato, che giustamente attraversa le generazioni, è inscindibile dal diritto al ritorno dei palestinesi. Attraverso il diritto internazionale e almeno cinque risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui l'articolo 11 della Risoluzione 194 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite , ai palestinesi è garantito il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati sfollati.

Un elemento fondamentale del progetto di Israele è sempre stato quello di impedire ai rifugiati del 1948 e ai loro discendenti di tornare alle loro case.

Eppure tutti i rifugiati con cui ho parlato consideravano il loro status come la garanzia ultima del ritorno.

Oltre sette milioni di rifugiati palestinesi vivono in esilio in tutto il mondo. Per Israele, la possibilità del loro ritorno è un incubo demografico e cerca di impedirlo a tutti i costi.

Khreisheh ha chiarito che la distruzione dei campi profughi in Cisgiordania fa parte di un più ampio progetto genocida volto a eliminare l'idea stessa di campo profughi e lo status politico che conferisce. Molti altri hanno ribadito la sua posizione.

"I rifugiati e i loro discendenti sono gli unici testimoni della Nakba del 1948", mi hanno detto in molti, "e ora Israele vuole eliminare i campi dei testimoni ed eliminare la questione palestinese".

"Tutti coloro che sono fuggiti raccontano una storia triste e dolorosa", ha detto un rifugiato. "Case e terre rubate. Hanno ripetuto quanto accaduto nel 1948. La scena si sta ripetendo."

"Stiamo passando da un dolore all'altro", ha aggiunto un altro. "Questa occupazione vuole sradicare la gente dalla terra. Vogliono sbarazzarsi di tutti i testimoni dei crimini commessi dal 1948."

La distruzione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem è un atto deliberato di genocidio. Distruggendo comunità, smantellando l'Unrwa ed espellendo i rifugiati, Israele cerca non solo di espropriare i palestinesi delle loro case, ma di cancellare la loro storia, i loro diritti e le loro future rivendicazioni di giustizia, incluso il diritto al ritorno.

Come ha detto Nihad: "Vogliono porre fine allo status di rifugiati eliminando il campo, distruggendo la possibilità del diritto al ritorno e, per estensione, ogni possibilità di autodeterminazione palestinese".

"A Nur Shams, il nostro obiettivo non è solo tornare al campo, ma tornare ai villaggi delle nostre famiglie. Questo è un nostro diritto storico. Non ci allontaneremo mai da questo diritto. Il campo è solo una tappa per noi. Speriamo tutti di tornare nelle nostre terre d'origine."

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Le lacrime dei prostrati che esorcizzano il dialogo con Putin


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Che sia una filosofa e nessuno l'aveva finora intuito? Affranta per le parole del dirigente PD Goffredo Bettini, secondo cui si dovrebbero chiarire «le posizioni di alcuni democratici convinti che con la Russia si possa dialogare solo con le armi», la signora Pina Picierno pare far proprie le “meditazioni” del caotico-filosofo Bernard-Henri Lévy, il quale esorta l'Occidente a cessare ogni tentativo di negoziare con la Russia, per concentrarsi invece sull'armamento dell'Ucraina.

Singhiozzando, la signora Picierno rende edotto il pubblico di essere stata in Lituania e di aver «visitato a Vilnius il museo dell’occupazione sovietica e del Kgb». E, misera, non ha retto e ha dato sfogo alle lacrime «di fronte a prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare e che è durata praticamente fino a ieri qui, fino al 1991. Qui i partigiani sono quelli che si sono battuti contro i criminali sovietici». Starnazza ancora qualcosa, la signora, sui soliti lamenti di “libertà”, “regimi” e via di liberalismo in liberal-europeismo, in combutta con compari di combriccola come Filippo Sensi o Giorgio Gori, esterrefatti per le parole dell'altro compare Bettini; ma non dice nulla, la signora, sul fatto che il museo di Vilnius, un tempo denominato Museo “delle vittime del genocidio”, da pochi anni sia stato ribattezzato, appunto, “Museo delle occupazioni e lotte per la libertà”: troppo da vicino la parola genocidio, che in Lituania sta a significare la “occupazione sovietica”, rischiava di ricordare come al genocidio nazista degli ebrei avessero preso parte migliaia di collaborazionisti lituani. Ora, con il nuovo nome, è più chiaro cosa si intenda: le occupazioni sono state solo quelle sovietiche e le lotte per la libertà sono quelle successive alla rivoluzione d'Ottobre e alla guerra antinazista e le “vittime”, quelle che la signora Picierno chiama “partigiani”, sono per l'appunto quelle della cosiddetta “guerra partigiana” banditesca e antisovietica successiva al 1945. 

Ora, per non farla tanto lunga con questo “preambolo”, vorremmo solo dire che, a parte il malefico accostamento tra “regime” sovietico e Russia attuale, per cui oggi il rifiuto di ogni dialogo con Mosca dovrebbe discendere dalle «prove di una atrocità che faccio fatica a raccontare», la filibustiera signora Picierno che parla di “partigiani” lituani e «criminali sovietici» dovrebbe essere stata messa al corrente, dalle sue guide lituane, che quei “partigiani”, attivi dalla fine della guerra fino a buona parte degli anni ’50, altro non erano che i famigerati “fratelli dei boschi”, composti per lo più di ex legionari baltici delle Waffen SS, responsabili dell’uccisione di alcune migliaia di civili sovietici.
Ma cosa pretendere da tali “filosofi-caotici”: per loro, a est del Dnepr ci sono solo “criminali”, capaci di «atrocità che faccio fatica a raccontare». Che proprio grazie a quella che viene definita «occupazione sovietica e del Kgb», fossero state debellate quelle formazioni che avevano massacrato migliaia di civili e soldati dell'Esercito Rosso, per quei signori non è che fonte di singhiozzi: i malvagi russi, sovietici o post-sovietici, non cambiano mai e «oltre il confine, a pochi km da dove scrivo, non è diverso: è peggio di come era allora». Una prece.

D'altronde, invoca il filosofo del caos par excellence Bernard-Henri, nei confronti di Putin «la posizione corretta è fermarlo. Non si tratta di dialogare, ma di fermarlo. Dobbiamo continuare a indebolirlo. Putin è stato indebolito dalla caduta di Assad in Siria. È stato indebolito dalla caduta di Maduro. È indebolito da ciò che sta accadendo oggi in Iran. Arriverà il momento in cui sarà così indebolito da chiedere il dialogo. Ma non credo che ciò debba essere fatto. Putin deve essere bloccato e l'esercito russo deve essere riportato al punto in cui si trovava quattro anni fa». Inteso, ingenuo signor Bettini? Ha regione la signora Picierno: nessun dialogo. Al contrario, la cosa migliore che gli europei, e in particolare il presidente Macron, debbano fare, sia prima di tutto parlare con Zelenskij, sostenerlo e armarlo. Ma non stanno facendo abbastanza. È qui che risiede l'urgenza oggi!». Pari pari le parole che avrebbe pronunciato la signora Picierno, se non fosse stata così addolorata per «una atrocità che faccio fatica a raccontare». Da filosofo a filosofa. Parlare di «terre rare, di un tunnel sotto l'Alaska o di forniture di gas, non è questo il tema» assicura Lévy; la questione oggi è «la minaccia esistenziale per l'Europa e l'Occidente, a cui dobbiamo finalmente decidere di rispondere!». Applausi a non finire da Santa Maria Capua Vetere.

Un autentico cenacolo di saggezza, insomma, quello di Bernard-Henri, la signora Pina, con Sensi, Gori e quant'altri europeisti, riunito in seduta spiritica a evocare le anime dei komplizen filo-nazisti dei ”fratelli dei boschi”, nella speranza di vederne le gesta rinnovate contro la Russia moderna. Speranza al dir poco flebile se, come nota Vladimir Kornilov su RIA Novosti, addirittura i più fanatici sostenitori dei piani di intervento dei “volenterosi”, in particolare tra i bellicisti britannici, cominciano a mostrarsi titubanti riguardo alle idee di dispiegamento di truppe sul territorio ucraino.

Sul The Times del 7 gennaio, il cremlinologo Edward Lucas titola "Parole vuote sull'Ucraina predicono il collasso della NATO" e, a proposito dell'invio di truppe britanniche, scrive che «Stiamo promettendo forze che non abbiamo, per far rispettare un cessate il fuoco che non esiste, nell'ambito di un piano che non è ancora stato elaborato, approvato da una superpotenza che non è più nostra alleata, per scoraggiare un avversario molto più determinato di noi».

E si chiede: «Cosa succede se un drone russo colpisce le nostre truppe? Quante persone deve uccidere o ferire prima che rispondiamo al fuoco?», una domanda sinora considerata tabù, nella sicurezza dell'intervento.

Sul Daily Mail, l'8 gennaio il generale a riposo ed ex vice comandante supremo alleato delle forze NATO in Europa, Richard Shirreff, titola "Truppe britanniche in Ucraina? La verità è che non abbiamo né gli uomini, né i soldi, né le attrezzature, né la volontà". Quindi, ma chi vorrebbe «ingannare Keir Starmer? Certamente non Vladimir Putin... Prevedo che queste promesse vuote torneranno a perseguitare il Primo ministro. Tutta questa impresa è completamente irrealistica".

Ancora sul Daily Mail, il 10 gennaio, il giornalista Andrew Neil descrive impietosamente lo stato generale della difesa britannica e scrive che Starmer «sta prendendo impegni militari che la Gran Bretagna non ha né uomini né risorse materiali per onorare. Questa settimana, ha concordato con il presidente Macron di inviare una forza di sicurezza anglo-francese in Ucraina... Il minimo indispensabile che la Gran Bretagna dovrebbe inviare per apparire credibile è una brigata corazzata di 5.000 uomini. L'esercito britannico regolare conta poco più di 71.000 soldati, ma solo circa 25.000 di loro sono in condizioni di efficienza bellica».

Significativo, nota Kornilov, che tutte queste voci vengano da esperti inequivocabilmente anti-russi che, fino a poco tempo fa, sostenevano l'idea di inviare truppe europee in Ucraina. Shirreff è autore di un libro su come la NATO nel 2017 avrebbe dovuto combattere la Russia; la scorsa primavera aveva dichiarato che «Starmer ha ragione, dobbiamo inviare truppe in Ucraina». Neil: «È giunto il momento di ignorare le minacce di Putin... e dare all'Ucraina tutto ciò di cui ha bisogno». Giusto giusto i prolegomeni odierni di Lévy-Picierno.

Lucas è praticamente uno degli ideatori del piano di una "coalizione dei volenterosi" e «il nucleo di questa alleanza potrebbe essere una Forza di Spedizione Congiunta (JEF), un'alleanza guidata da Gran Bretagna e composta da dieci paesi nordici e baltici, più i Paesi Bassi. Dovremmo trasformarla in JEF+, includendo anche Polonia, Repubblica Ceca e Romania».

E, all'improvviso, l'autore di questa idea la stronca, come se non ci avesse mai avuto niente a che fare! Cosa potrebbe esserci dietro? Non è un caso, ironizza Kornilov, che la pubblicazione dell'articolo di Lucas sul Times abbia coinciso con il suo annuncio pubblico di non essere più collaboratore del Center for European Policy Analysis (CEPA), il think tank finanziato da “enti benefici” come Rheinmetall, Lockheed Martin, General Atomics e altri. E proprio il giorno del suo articolo, la leader del Partito Conservatore all'opposizione, Kemi Badenoch, ha attaccato il primo ministro, chiedendo conto dell'avventuroso piano concordato con Macron e Zelenskij. 

Cosa è accaduto per suscitare tali “ripensamenti”? Per un anno, da quando Starmer annunciò per la prima volta la disponibilità a inviare truppe britanniche in Ucraina, le discussioni sulla questione erano state praticamente tabù a livelli ufficiali: nessuno aveva messo in discussione l'idea.

Nell'articolo sopracitato, Neil accenna direttamente al motivo per cui gli inglesi erano così “tranquilli” riguardo a questo progetto e scrive: «Sospetto che Starmer abbia accettato solo perché, nei suoi calcoli, i russi avevano già chiarito che non avrebbero mai accettato truppe NATO sul suolo ucraino... È un gesto puramente ostentato».
Pare che ora i conservatori britannici abbiano percepito la firma della Dichiarazione di Parigi del 6 gennaio come un segnale d'allarme: Starmer è passato da una spavalderia a vuoto, su impegni specifici che Londra non avrebbe potuto rimangiarsi, schierando truppe "nelle retrovie", cioè "lontano dalla linea di contatto"; ma, come ha dimostrato l'Orešnik a L'vov, non esistono “retrovie" e, per dirla con Kornilov, speriamo che questo dia credito agli ex pianificatori della "coalizione dei volenterosi", oggi diventati improvvisamente scettici. 

Un augurio forse un po' prematuro, a sentire le parole affidate al Corriere della Sera dalla signora von der Leyen, secondo cui per la UE è addirittura «fondamentare accelerare sul piano di pace in 20 punti discusso da Zelenskij con Trump a fine dicembre», per cui «la prima linea di difesa sarà, ed è, costituita dalle forze armate ucraine». Vale a dire: armare, armare e ancora armare i nazigolpisti di Kiev. La seconda linea è data invece dalla “Coalizione dei Volenterosi”, composta da 35 Paesi, la maggior parte dei quali appartenenti alla UE, oltre a Canada, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Turchia. Ora, bofonchia Gertrud von der, la palla è a Moskva: «Ora la Russia deve dimostrare di essere interessata alla pace», dice la tagliagole che non mostra remore proclamare, in faccia alle masse e ai lavoratori depredati di ogni spesa sociale, che il 2025 è stato definito «storico» quanto a spese di guerra: «in un solo anno sono stati stanziati più fondi per la difesa rispetto ai dieci anni precedenti. E ci siamo mossi con rapidità». Ma, vedete un po', è la Russia a dover «dimostrare di essere interessata alla pace»! Beh, lo ha detto anche, pensiamo, per asciugare così le lacrime dei signori Picierno, Sensi, Lévy, Gori, prostrati perché qualcuno ha appena ventilato di un dialogo con Putin. Farabutti bellicisti.

 

https://politnavigator.news/provokator-cvetnykh-revolyucijj-luchshee-chto-delala-evropa-ehto-vooruzhenie-ukrainy.html

https://ria.ru/20260112/koalitsiya-2067233365.html

  •  

La “dottrina Trump” è plasmata dalla “strategia della negazione” di Elbridge Colby

La grande strategia di Trump 2.0 è diventata molto più chiara nell'ultimo mese, da quando gli Stati Uniti hanno bombardato l'ISIS in Nigeria a Natale, hanno eseguito la loro "operazione militare speciale" di straordinario successo in Venezuela e ora minacciano nuovi attacchi contro l'Iran con il pretesto di sostenere i manifestanti antigovernativi. Quello che questi tre Stati hanno in comune è il loro ruolo importante nell'industria energetica globale, presente o potenziale (a causa delle limitazioni legate alle sanzioni), e nella Belt & Road Initiative (BRI) cinese.

Di conseguenza, costringere questi paesi a sottomettersi agli Stati Uniti (con dazi, forza, sovversione, ecc.) porterebbe il Trump 2.0 a ottenere influenza sulle loro esportazioni energetiche e sui loro legami commerciali, che potrebbero essere sfruttati per fare pressione sulla Cina. Ciò che gli Stati Uniti vogliono dalla Cina è che accetti un accordo commerciale sbilanciato che verrebbe poi replicato con l'UE e gli altri partner degli Stati Uniti per, come afferma la nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale, "riequilibrare l'economia cinese a favore dei consumi delle famiglie".

L'obiettivo implicito è quello di costringere la Cina a correggere la sua sovrapproduzione, responsabile delle sue esportazioni globali senza precedenti, che hanno soppiantato il ruolo guida dell'Occidente nel commercio mondiale e portato a un'enorme influenza sul Sud del mondo, ripristinando così la quota di mercato e l'influenza dell'Occidente a livello globale. Un cambiamento politico così radicale avrebbe importanti ripercussioni economiche e quindi politiche che potrebbero destabilizzare il Paese, per non parlare della fine della sua ascesa a superpotenza, quindi non sarebbe volontario.

L'influenza degli Stati Uniti sulle esportazioni energetiche del Venezuela e, forse, presto anche su quelle dell'Iran e della Nigeria, e sui legami commerciali con la Cina potrebbe essere sfruttata come arma attraverso minacce di riduzione o interruzione, parallelamente alla pressione sui suoi alleati del Golfo affinché facciano lo stesso per raggiungere questo obiettivo, ma questo potrebbe non essere sufficiente a garantire la resa della Cina. Ecco perché Trump 2.0 sta anche cercando una partnership strategica incentrata sulle risorse con la Russia, che potrebbe privare la Cina dell'accesso a quei suoi giacimenti in cui gli Stati Uniti investirebbero massicciamente in tale scenario.

Il quid pro quo per iniettare miliardi di dollari nell'economia russa, anche attraverso la potenziale restituzione di parte dei suoi 300 miliardi di dollari di asset congelati a questo scopo, è che la Russia ceda su alcuni dei suoi obiettivi di sicurezza in Ucraina. Questo è inaccettabile per Putin ed è il motivo per cui finora ha respinto la proposta di Trump. Ciononostante, anche senza il ruolo di fatto (seppur inconsapevole) della Russia nella sua grande strategia, gli Stati Uniti possono comunque esercitare maggiore pressione sulla Cina attraverso i tradizionali mezzi militari.

Come osserva Michael McNair nel suo articolo su "The Bridge at the Center of the Pentagon", la riaffermazione dell'influenza degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale "è un prerequisito per sostenere la proiezione di potenza nell'Indo-Pacifico" per lo scopo sopra menzionato, che è in linea con il quadro di Elbridge Colby. È il Sottosegretario alla Guerra per la Politica e sta attivamente implementando le idee che ha condiviso nel suo libro del 2021 intitolato "The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict".

McNair sostiene in modo convincente che la nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale reca l'impronta di Colby, il che ha senso data la sua posizione, e spiega come la grande strategia di Trump 2.0 sia plasmata dal suo lavoro. Come ha scritto, "L'affermazione fondamentale di Colby è che la strategia statunitense nel XXI secolo dovrebbe mirare a impedire alla Cina di raggiungere l'egemonia sull'Asia. Il resto del suo quadro discende da questo punto". Questo è esattamente ciò che la "Dottrina Trump", recentemente diventata molto più chiara, mira a raggiungere.

La riaffermazione dell'influenza degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale, la cui politica può essere descritta come "Fortezza America", fornirebbe agli Stati Uniti le risorse e i mercati necessari per aumentare il bilancio della difesa di oltre il 50%, da quasi 1.000 miliardi di dollari a 1.500 miliardi di dollari, come Trump ha appena dichiarato di voler fare. L'aumento drastico della produzione militare-industriale degli Stati Uniti finirebbe quindi per costringere militarmente la Cina a sottomettersi agli Stati Uniti attraverso i mezzi commerciali precedentemente menzionati.

La "Dottrina Trump" si basa quindi sul continuo predominio militare degli Stati Uniti nei confronti della Cina, oltre a mettere gli Stati Uniti in una posizione tale da poter negare in modo complementare alla Cina l'accesso all'energia e ai mercati di cui ha bisogno per mantenere la sua crescita e quindi la sua traiettoria da superpotenza. Il primo obiettivo sarà alimentato dai dazi e dai profitti della "Fortezza America", mentre gli altri saranno alimentati dalla subordinazione dell'UE, dalla pressione sul Golfo e dalla sottomissione dei partner strategici della BRI (Venezuela, Iran, Nigeria, ecc.).

Tutto ciò che Trump 2.0 ha fatto finora è in linea con questi imperativi e modi operandi, comprese politiche che non hanno avuto successo, come il tentativo degli Stati Uniti di subordinare l'India e gli sforzi per concludere una partnership strategica incentrata sulle risorse con la Russia a scapito dei suoi obiettivi di sicurezza in Ucraina. Persino l'odio di Trump per i BRICS ha senso se visto attraverso questo paradigma, poiché lui e il suo team li percepiscono come un fronte dominato dalla Cina per internazionalizzare lo yuan e indebolire il dollaro.

In sintesi, la grande strategia degli Stati Uniti, così come sintetizzata dalla "Dottrina Trump" influenzata da Colby, è quella di costringere la Cina alla subordinazione, obiettivo che mirano a raggiungere attraverso un rafforzamento militare in stile Reagan con i loro alleati AUKUS+, oltre a prendere posizioni per negarle l'accesso all'energia e ai mercati. L’obiettivo finale è quello di ripristinare l’egemonia unipolare degli Stati Uniti, prima sulle Americhe e poi sull’Occidente globale (UE, Golfo e alleati indo-pacifici), sul Sud del mondo e infine sulla Cina, con la Russia relegata a partner minore.

(Articolo pubblicato in inlgese sulla newsletter di Andrew Korybko)

  •  

Venezuela, Iran, Groenlandia: la nuova mappa del saccheggio imperialista


di Alex Marsaglia

«Più di ogni altra forma di produzione, la produzione capitalistica è una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e sangue ma anche di nervi e di cervelli. In realtà, è solo con lo spreco più mostruoso dello sviluppo individuale che si assicura e si realizza lo sviluppo dell’umanità nell’epoca storica che precede immediatamente la riorganizzazione cosciente della società umana»1

 

Dopo il rapimento del legittimo Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela da parte degli Stati Uniti, il Presidente Trump non si è certo moderato, nonostante la pressione nazionale della società civile e del Congresso ed internazionale da parte di Stati sovrani e ONU.

In questo momento nulla sembra riuscire a frenare le mire estrattiviste dell’imperialismo statunitense, attivo su tutto il “suo emisfero occidentale” e anche ben oltre, sino all’Iran.

Trump è poi alquanto consapevole del potere che riuscirebbe ad incrementare e a distribuire una volta impadronitosi delle risorse venezuelane e iraniane e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Negli ultimi giorni ha annunciato il ritiro da 66 programmi e organizzazioni internazionali. In seguito, ha esplicitamente rifiutato il diritto internazionale in favore di una concezione anomica delle relazioni internazionali basata sulla forza pura, rimarcando i limiti della sua azione in un perentorio “non ho bisogno del diritto internazionale. C’è una cosa, la mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. Tralascio per brevità tutta la serie di minacce in pieno stile mafioso a tutti gli altri Presidenti legittimi di Cuba, Colombia, Iran, Messico rilasciate negli ultimi giorni per arrivare alla conferenza del 9 Gennaio. Tutte le principali Compagnie petrolifere dell’Occidente sono state riunite attorno ad un tavolo a Washington per dividere la torta delle rendite che verranno rubate agli Stati legittimi indipendenti e alle popolazioni sovrane.

E, come pare abbiano capito bene anche gli europei e la NATO stessa, in merito al prossimo accaparramento della Groenlandia - si sente forte e chiaro il silenzio omertoso di Mark Rutte di solito intento a sproloquiare sulla Russia - sta avvenendo una ridefinizione dei confini dell’imperialismo americano che ha dominato l’Occidente da dopo il Secondo conflitto mondiale. Gli Stati e le popolazioni devono semplicemente accettare ciò che verrà deciso e al limite svendere le loro proprietà come ferro vecchio. Tutto viene rimesso in discussione ad uso e consumo dell’impero decadente che cerca di rigenerarsi, per cui anche le conquiste europee vengono riassorbite dal centro dell’impero a suon di sberleffi: “solo perché i danesi sono sbarcati lì (in Groenlandia) in barca 500 anni fa non significa che la terra appartenga a loro”. Ma al di là degli strafalcioni storici (Erik il Rosso sbarcò per primo in Groenlandia nel 982 d.c. ed era norvegese) resta la sfacciata necessità di appropriarsi di risorse facili per reggere la competizione globale in cui arrancano. In questo la periferia, in cui viviamo anche noi, viene sempre più concepita come mero scatolone di materie prime e punti geostrategici (noi lo siamo) da controllare con il dominio militare, la minaccia e Dio solo sa quale altra angheria. Le popolazioni che il vecchio washington consensus mirava a convincere non vengono neanche più concepite come interpellabili. Il Venezuela è solo l’ultimo esempio, il più evidente: una volta rapito manu militari il Presidente, all’impero non importa più come si siano riorganizzate le istituzioni o cosa dicano e facciano le popolazioni, semplicemente perché dopo la manifestazione di forza gli elementi umani e politici sono puri accessori potenzialmente eliminabili. La politica viene meno, anzi «ne risulta una sorta di animalizzazione dell’uomo attuata attraverso le più sofisticate tecniche politiche» per cui l’unica e ultima scelta viene ridotta alla «possibilità di proteggere la vita e di autorizzarne l’olocausto»2. Ciò che conta è invece l’economia, l’homo sapiens ridotto a homo oeconomicus concepisce la politica e agisce unicamente per alimentare il sistema di profitto in cui è inserito. Ed ecco che Gaza pacificata diventa un ottimo resort in riva al mare ed il Venezuela si riduce unicamente ad una stazione di rifornimento da cui pompare più petrolio di quanto viene fatto da quei poveri bolivariani che pensavano ancora di utilizzare i ricavi per finanziare progetti sociali per i più poveri. I venezuelani pensavano esistesse il “libero mercato” e di poter vendere le risorse del loro territorio, a cui la loro comunità lavora, agli agenti economici interessati. E invece no, perché il cartello delle big corporation petrolifere ha deciso chi è sovrano e che “la nuda vita” del popolo bolivariano è sacrificabile al volere dell’estrattivismo. Trump così come ha già sentenziato la colpevolezza di Maduro, ha già ordinato che “saranno gli USA a decidere quali compagnie lavoreranno in Venezuela”. E così, assieme alla “nuda vita”, anche “il potere sovrano” dei venezuelani viene annientato. Così come è stato per la Palestina, la Pax Americana avanza inarrestabile come un buco nero in cui la luce della vita viene assorbita dal buio del profitto. I guadagni derivanti dai proventi petroliferi in Venezuela non verranno più socializzati3 e «il capitalismo, come ordine mondiale, cessa di essere uno strumento di progresso e si trasforma invece nel principale ostacolo allo sviluppo di una società internazionale integrata in modo più razionale, più produttiva e più libera dalla miseria e dalle malattie»4. Esiste un altro mondo in cui progresso e sviluppo sociale possono marciare uniti, ma l’obiettivo dell’imperialismo è strappare il Venezuela, l’America Latina e l’intera periferia dell’impero a questo mondo, per farne un mero modello estrattivo. La Cina che commerciava con il Venezuela ha già provveduto ad aumentare gli ordini all’Iran, siccome non è una potenza estrattivista, ma commerciale, può districarsi facilmente nelle turbolenze di mercato. L’impero però ha bisogno di risorse, profitto e soprattutto potere e controllo, quindi ha immediatamente messo nel mirino anche l’altro grande Stato petrolifero rivoluzionario, cioè Iran. L’obiettivo è tornare ad estrarre direttamente petrolio e profitto, governando con i soliti vecchi Quisling, magari riportando anche le solite vecchie aziende: la British Petroleum tanto cara alla dinastia Pahlavi che con il suo principe sta scalpitando per tornare al governo.

Negli anni Settanta si parlava di “sviluppo del sottosviluppo” ed è precisamente quello a cui la dottrina Donroe mira nuovamente oggi, a meno non si pensi che un nuovo Scià in Iran possa promuovere lo sviluppo di quasi 90 milioni di cittadini, triplicati dal 1979 quando si sono ribellati alla più totale miseria in cui li faceva morire il regime dinastico dello Scià. Eppure, le forze conservatrici e reazionarie che vengono riattivate in questo cupo tramonto dell’impero sono queste: il vecchio ordine colonialista e monarchico spacciato come ideale di progresso e libertà.

1 K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. V, Editori Riuniti, Roma, 1954, p. 123

2 G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995, p. 5

4 P. A. Baran, Saggi marxisti, Einaudi, Torino, 1976, p. 71

  •  

Iran, il nuovo fronte dell'idiozia


di Paolo Desogus*

Il nuovo fronte dell’idiozia è guidato da chi si lamenta della scarsa reattività della “sinistra” verso i fatti dell’Iran e in favore degli oppositori al regime degli Ayatollah. Sarebbe interessante capire cosa si intende per sinistra. Ma vabbè. L’argomento più o meno esplicito impiegato dai vari Molinari e De Pascale (nomi illustri, come vedete) è che non ci sono le stesse mobilitazioni che si sono schierate contro l’esercito israeliano. Non ci sono le piazze piene, non c’è la flottiglia… come se fossero state tirate su dall’oggi al domani e non invece dopo quasi due anni di genocidio.

È chiaro che si tratta di una polemica finalizzata principalmente a screditare il movimento per la Palestina. Ma è evidente che dietro queste polemiche c’è anche il tentativo di far passare un messaggio del resto già molto radicato nel nostro paese, e cioè quello che intende ridurre l’impegno politico a una forma di tifo da preaperitivo serale. 

Il mondo esterno, sopratutto se non ci somiglia, se è portatore di istanze culturali e politiche diverse dalle nostre e soprattutto non riducibili alle nostre categorie, va giudicato secondo lo schema bello-non bello, indipendentemente dalle finalità, dalle idee, dalle aspirazioni dei soggetti con o contro i quali parteggiamo. 

Si tratta in altre parole della riduzione della politica a estetica, limitata ad uso interno. Ci si deve schierare non per prendere parte attiva su ciò che accade. Ma appunto per autoesporci nel nostro teatrino occidentale e così ribadire, i definitiva, non le istanze di libertà degli oppositori che sosteniamo (e di cui il più delle volte non sappiamo nulla, come nel caso dell’Iran), ma le nostre, assunte come migliori e necessariamente illuminate. 

Chi adotta questa prospettiva nelle manifestazioni contro gli Ayatollah non vede altro se non se stesso: “si oppongo al regime perché voglio somigliarci: è al nostro stile di vita occidentale che aspirano!”. Niente di più falso, soprattutto per un paese dalla storia millenaria come l’Iran. 

Diverso era il caso della Palestina. Essendo l’Italia e l’Europa alleata di Israele, scendere in piazza e opporsi al regime terrorista e colonialista israeliano aveva la finalità di intervenire sui nostri governi, quantomeno per rescindere qualche contratto commerciale, soprattutto in materia di armi, e per emettere delle sanzioni, che invece non abbiamo esitato a varare contro l’Iran, la Russia e tutti i paesi che Washington ci ha indicato come nostri nemici.

Ed è questo che il nostro regime non tollera: il movimento per la Palestina, certamente prepolitico, ingenuo, emotivo… tutto quello che volete, non è stato un movimento di pura estetica. È nato non per prendere parte, ma per intervenire concretamente sui piu gravi fatti del nostro tempo. 

Anche con l’Iran occorre un punto di vista concreto, finalizzato a capire cosa sta realmente accadendo e tenendo conto delle possibili infiltrazioni. Forse scopriremmo che il nostro sguardo europeo e la minaccia di esportare i nostri finti valori e il nostro stile di vita sono un forte sostegno proprio per gli Ayatollah, i quali possono sempre dire a chi si oppone che la caduta del regime trasformerebbe l’Iran in una colonia americana proprio come un’Italia o una Francia qualsiasi.

*da Facebook

  •  

AYATOLLAH BIRICHINI, BIRICHINI - Osservazioni sull’Iran e le proteste che squassano il Paese

di Paolo Di Mizio*

La prima cosa da dire è che non è assolutamente questione di essere pro imperialismo americano o anti imperialismo americano. Non è questione de “il nemico del mio nemico è mio amico”. È questione di essere intellettualmente onesti o no, e di vedere le cose lucidamente senza essere “filtrati” da una cortina di disinformazione e ipocrisia. 

Denunciare la politica predatoria degli Usa e dell’Occidente (l'Occidente è definibile come il corteo degli stati servili al seguito dell’impero americano), non significa appoggiare il regime degli ayatollah e tantomeno giustificare ogni sua azione. Io sono ateo, oltretutto, figuriamoci quanto possa essere favorevole per principio a un regime di impronta teocratica. 

Però la realtà che salta agli occhi, grande come una casa, è che:
(1) ci viene somministrata una dose da cavallo di menzogne.
(2) come al solito, si usano due pesi e due misure.
(3) si avallano crimini tra i più feroci in nome di presunti ideali “democratici” basati sul presupposto che i valori della nostra cultura siano “superiori” a quelli delle culture terze. In altre parole, è il solito trucco di "esportare democrazia e libertà" ai poveri popoli che ne sentono tanto il bisogno e che poi saranno felici (come in Iraq, in Libia, in Siria...).

Sul punto 1: tutto il racconto di giornali e tv, secondo cui le piazze si ribellano per mancanza di libertà e chiedono più diritti per le donne, è ciarpame allo stato puro. Nessuno dei manifestanti chiede questo (ho ascoltato diversi comizi insieme a un’amica persiana che me li ha tradotti: tutte le istanze sono di mera natura economica, non libertaria). 

Aggiungo per chi non lo sapesse che la donna in Iran gode di libertà inimmaginabili in molti altri paesi islamici e che l’obbligo poliziesco di indossare il velo è largamente favolistico, caricaturale (basta una passeggiata nel centro di Teheran per riscontrarlo). Sorvolo su altre menzogne come il numero delle vittime della repressione: numero non verificabile e quindi quasi certamente gonfiato a piacimento dai servizi occidentali.

Sul punto 2: perché le accuse di restrizione delle libertà della donna vengono mosse solo all’Iran, con conseguenti atti ostili, e non a Pakistan, Bangladesh, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Oman, Yemen, Sudan e altri paesi in mezza Africa, dove la condizione della donna è ben peggiore che in Iran? È impossibile non vedere, in questo doppio standard, un’arma di assedio geopolitico secondo un’agenda predatoria ed egemonica. 

Sul punto 3: non si può liquidare l’uso di feroci sanzioni economiche con un “succede anche ad altri, per esempio Cuba”. Le sanzioni non “succedono”, non sono una calamità naturale né uno strumento “neutro”, come fanno credere i nostri giornali: sono una forma di guerra asimmetrica, sono un’aggressione alle popolazioni civili, sono un reato di particolare atrocità e come tale trattato dalla giurisprudenza internazionale. Approfittando della propria forza economica, si mette alla fame un popolo intero perché alla fine si ribelli e destabilizzi un governo sgradito a noi potenze straniere. È una barbarie, una punizione collettiva, a mio parere uno dei reati più gravi sul piano internazionale, secondo solo a crimini come lo sterminio e il genocidio. 

Cuba da 70 anni - cioè da tre generazioni - non può accedere al benessere economico che le sue risorse le consentirebbero, perché le è impossibile commerciare con altri. Tre generazioni costrette a vivere nel sacrificio, nella fame e nel bisogno dalla volontà di uno stato imperiale, sfortunatamente vicino alle sue coste. 

Il Venezuela, ricco di petrolio e risorse naturali, è stato messo alla fame progressivamente a partire dal 2013 con le sanzioni, quando Chàvez aveva ridotto la povertà assoluta dal 52% al 34%, aveva quasi completamente sradicato l’analfabetismo, aveva istituito scuole e università gratuite per tutti, aveva creato il sistema sanitario nazionale gratuito per tutti.

Non ricordo quale leader statunitense qualche mese fa disse: “Visto? Cuba è alla fame. Il comunismo non funziona”. Sublime ipocrisia. L'adattamento attualizzato sarebbe: "Visto? l'Iran è alla fame. L'islam non funziona".

In conclusione: vediamo la pagliuzza nell’occhio del nemico – un regime un po’ autoritario in Iran, ayatollah birichini, birichini – e non vediamo la trave nel nostro occhio, di noi che come servi al seguito dell’Impero Americano applichiamo metodi abietti come le sanzioni economiche e ci facciamo pure belli declamando: “Democrazia! Democrazia!”.


* da Facebook

  •  

Caitlin Johnstone - La macchina omicida imperiale è in uno stato di iperattività

 

di Caitlin Johnstone*

Odio questa cosa.

Odio aspettare il prossimo atto di guerra imperiale.

Odio dover sapere che ora sorge in Iran per potermi rilassare sapendo che sono riusciti a superare un'altra notte senza attacchi aerei statunitensi.

Odio dovermi chiedere quale sarà la prossima popolazione presa di mira dall'impero.

La macchina assassina imperiale è stata così freneticamente attiva negli ultimi anni. Quando ho iniziato a scrivere dell'impero americano, era l'inizio del primo mandato di Trump, in uno stato di relativa calma. C'erano crescenti tensioni da guerra fredda con la Russia e le atrocità saudite sostenute dagli Stati Uniti in Yemen, una guerra sporca e incerta in Siria e un tentativo di colpo di stato a metà in Venezuela, ma queste frenetiche e incessanti operazioni di cambio di regime e queste sfacciate prese di potere non erano poi così diffuse all'epoca.

C'erano giorni interi in cui non c'era molto di cui scrivere in termini di guerrafondai negli Stati Uniti. Cerco di scrivere qualcosa ogni giorno, quindi spesso finivo per pubblicare poesie o articoli di filosofia e spiritualità, o semplicemente qualche osservazione sulla politica statunitense, perché la situazione semplicemente non era così tesa come lo è ora. È andata avanti così per anni.

Poi nel 2022 è esplosa tutta la politica del rischio calcolato con la Russia nella guerra per procura in Ucraina e, all'improvviso, il mio pubblico ha iniziato a crescere esponenzialmente, e da allora sono stata molto impegnata.

Nel 2023 ebbe inizio l'olocausto di Gaza e gli Stati Uniti e Israele riuscirono a trasformare l'enclave in un parcheggio di ghiaia con l'obiettivo, ancora in fase di sviluppo, di effettuare una pulizia etnica dell'intera popolazione.

La decapitazione di Hezbollah, l'assalto rapidamente accelerato alla Cisgiordania, la caduta di Assad e gli attacchi allo Yemen e all'Iran hanno portato avanti i programmi mediorientali che gli Stati Uniti e Israele perseguivano da anni.

Poi hanno iniziato a spostare la macchina bellica in America Latina e alla fine hanno rapito Maduro, per poi spostare immediatamente il mirino imperiale su Cuba.

E ora stanno facendo tutto il possibile per fomentare una guerra civile in Iran, con attacchi aerei da parte dell'amministrazione Trump che potrebbero essere possibili in qualsiasi momento.

È stato un assalto incessante. Non appena eliminano un governo o una popolazione disobbediente, passano subito al successivo.

Negli ambienti in cui mi muovo si sente spesso parlare di come l'impero statunitense stia svanendo e diventando sempre più debole, ma non lo so, amico. Di sicuro ha accumulato un sacco di vittorie ultimamente. Forse stanno solo cercando di accaparrarsi più potere globale possibile il più velocemente possibile prima che la situazione si scaldi con la Cina, ma qualunque sia la ragione, non si stanno certo comportando come se avessero perso la capacità di dominare gli affari mondiali in questo momento.

Che lo abbiano fatto o meno, il compito rimane lo stesso: sensibilizzare l'opinione pubblica sulla natura inaccettabile dell'impero e sulla verità che un mondo migliore è possibile.

Possiamo usare il potere dei nostri numeri per fermare questi bastardi e forzare l'emergere di un'umanità sana, e il primo passo è far uscire i nostri concittadini dal coma indotto dalla propaganda, in modo che aprano le loro menti alla possibilità di resistenza.

In definitiva, i gestori dell'impero hanno solo il potere che noi collettivamente concordiamo di concedere loro.

_______________

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

__________________________________________________

 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Chris Hedges - La macchina del terrore

 

di Chris Hedges*

Ho già visto i delinquenti mascherati che terrorizzano le nostre strade. Li ho visti durante la "Guerra Sporca" in Argentina, dove 30.000 uomini, donne e bambini furono "fatti sparire" dalla giunta militare. Le vittime furono tenute in prigioni segrete, torturate selvaggiamente e assassinate. Ancora oggi, molte famiglie ignorano la sorte dei loro cari.

Li ho visti in El Salvador, quando gli squadroni della morte uccidevano 800 persone al mese. Li ho visti in Guatemala sotto la dittatura di José Efraín Ríos Montt. Li ho visti nel Cile di Augusto Pinochet e nell'Iraq di Saddam Hussein. Li ho visti in Iran sotto il governo degli ayatollah, dove sono stato arrestato e incarcerato due volte e una volta deportato in manette. Li ho visti nella Siria di Hafez al-Assad. Li ho visti in Bosnia, dove i musulmani venivano ammassati nei campi di concentramento, giustiziati e sepolti in fosse comuni.

Conosco questi scagnozzi. Sono stato prigioniero nelle loro prigioni e ho passato ore nelle loro stanze per gli interrogatori. Sono stato picchiato da loro. Sono stato deportato e, in diversi casi, bandito dai loro paesi. So cosa mi aspetta.

Il terrore è il motore che alimenta le dittature. Elimina i dissidenti. Mette a tacere i critici. Smantella la legge. Crea una società di collaborazionisti timidi e spaventati, di coloro che distolgono lo sguardo quando qualcuno viene rapito per strada o ucciso a colpi d'arma da fuoco, di coloro che informano per salvarsi, di coloro che si rifugiano nelle loro piccole tane, abbassando le tapparelle, pregando disperatamente di essere lasciati in pace.

Il terrore funziona.

Le porte di ferro non si sono ancora chiuse. Ci sono ancora proteste . I media sono ancora in grado di documentare le atrocità dello Stato, tra cui l'omicidio di Renee Nicole Good, avvenuto il 7 gennaio a Minneapolis, da parte dell'agente dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) Jonathan Ross. Ma le porte si stanno chiudendo rapidamente. L'ICE ha deportato oltre 300.000 persone e ne ha arrestate quasi 69.000, oltre ad essere stato coinvolto in 16 sparatorie, tra cui quattro omicidi, da quando Trump ha iniziato la sua campagna contro gli immigrati.

Sta nascendo l'ICE, la nostra Gestapo americanizzata.

La resistenza deve essere collettiva. Dobbiamo affermare non solo i nostri diritti individuali, ma anche quelli economici, sociali e politici: senza di essi siamo impotenti. Resistenza significa organizzarsi per smantellare i meccanismi del commercio e del governo. Significa prevenire gli arresti pattugliando i quartieri per avvertire di imminenti incursioni dell'ICE. Significa protestare fuori dai centri di detenzione. Significa scioperi. Significa bloccare strade e autostrade e occupare edifici. Significa fornire prove fotografiche. Significa esercitare una pressione costante sui politici e sulla polizia locali affinché si rifiutino di collaborare con l'ICE. Significa fornire assistenza legale, cibo e assistenza finanziaria alle famiglie con membri detenuti. Significa la disponibilità ad essere arrestati. Significa una campagna nazionale per sfidare la disumanità dello Stato.

Se falliremo, la fiamma affievolita della nostra società aperta si spegnerà.

Gli stati autoritari vengono costruiti gradualmente. Nessuna dittatura pubblicizza il suo piano per estinguere le libertà civili. Si limita a rendere omaggio alla libertà e alla giustizia mentre smantella le istituzioni e le leggi che le rendono possibili. Gli oppositori del regime, compresi quelli all'interno dell'establishment, tentano sporadicamente di resistere. Creano blocchi temporanei, ma vengono presto eliminati.

Alexander Solzhenitsyn in “Arcipelago Gulag” osserva che il consolidamento della tirannia sovietica “si protrasse per molti anni perché era di primaria importanza che fosse furtivo e inosservato”. Definiva il processo “un grandioso gioco silenzioso di solitario, le cui regole erano totalmente incomprensibili ai suoi contemporanei e i cui contorni possiamo apprezzare solo ora”.

"Come sarebbero andate le cose se ogni agente della Sicurezza, quando usciva di notte per effettuare un arresto, non fosse stato sicuro di tornare vivo e avesse dovuto dire addio alla sua famiglia?", chiede Solzhenitsyn. "O se, durante i periodi di arresti di massa, come ad esempio a Leningrado, quando arrestarono un quarto dell'intera città, la gente non si fosse semplicemente seduta nelle proprie tane, impallidendo di terrore a ogni colpo alla porta del piano di sotto e a ogni passo sulle scale, ma avesse capito di non avere più nulla da perdere e avesse audacemente teso nell'atrio del piano di sotto un'imboscata di una mezza dozzina di persone con asce, martelli, attizzatoi o qualsiasi altra cosa fosse a portata di mano? Dopotutto, si sapeva in anticipo che quei berretti blu erano in giro di notte senza una buona ragione. E si poteva essere certi in anticipo che si sarebbe spaccato il cranio di un tagliagole. O che dire della Maria Nera parcheggiata lì fuori per strada con un solo autista solitario: cosa sarebbe successo se fosse stata portata via o le fossero state chiodate? Gli Organi avrebbero subito una carenza di ufficiali e mezzi di trasporto e, nonostante tutta la sete di Stalin, la maledetta macchina si sarebbe fermata!"

Czes?aw Mi?osz, in " The Captive Mind ", documenta anche l'avanzata della tirannia, il modo in cui avanza furtivamente, fino al punto che gli intellettuali non solo sono costretti a ripetere gli slogan auto-adulazione del regime ma, come hanno fatto le nostre principali università quando hanno ceduto alle false accuse di essere bastioni dell'antisemitismo, ad abbracciarne l'assurdità.

La paura artificiale genera insicurezza. Induce una popolazione – spesso inconsciamente – a conformarsi esteriormente e interiormente. Condiziona i cittadini a relazionarsi con chi li circonda con sospetto e sfiducia. Distrugge la solidarietà vitale per l'organizzazione, la comunità e il dissenso.

Lo storico Robert Gellately, nel suo libro “Backing Hitler: Consent and Coercion in Nazi Germany”, sostiene che il terrore di Stato nella Germania nazista fu efficace non a causa dell’onnipresente sorveglianza statale, ma perché favorì una “cultura della denuncia”.

Denuncia i tuoi vicini e colleghi e sopravvivi. Se vedi qualcosa, dillo.

Quanto più la situazione peggiora, tanto più le istituzioni consolidate, disperate per sopravvivere, mettono a tacere coloro che ci mettono in guardia.

"Prima che le società crollino, emerge proprio uno strato di persone sagge e pensanti, persone che sono questo e niente di più", scrive Solženicyn di coloro che prevedono ciò che sta per accadere. "E come venivano derisi! Come venivano derisi!"

Lo scrittore austriaco Joseph Roth, i cui primi avvertimenti sull'ascesa del fascismo furono ampiamente ignorati e che invitò i suoi colleghi intellettuali a smettere di appellarsi ingenuamente ai "resti di una coscienza europea", vide i suoi libri gettati tra i roghi nella primavera del 1933, durante i roghi nazisti. Finora, non abbiamo bruciato libri, ma abbiamo vietato quasi 23.000 titoli nelle scuole pubbliche dal 2021.

Lo stato autoritario cannibalizza le istituzioni che scioccamente favoriscono e favoriscono la caccia alle streghe. Le sostituisce con pseudo-istituzioni popolate da pseudo-legislatori, pseudo-tribunali, pseudo-giornalisti, pseudo-intellettuali e pseudo-cittadini. La Columbia University è un fulgido esempio di questa volontaria auto-immolazione. Nulla è come viene presentato.

Sono sempre più frequenti i rapimenti violenti da parte di agenti mascherati dell'ICE a bordo di auto senza contrassegni per le strade delle nostre città. Le persone vengono strappate dai loro veicoli e picchiate. Vengono arrestate fuori da scuole e asili nido. Vengono perquisite sul lavoro, gettate a terra, ammanettate, portate via a bordo di furgoni e spedite nei campi di concentramento in paesi come El Salvador. Vengono arrestate quando si presentano in tribunale per una richiesta di green card o un colloquio per finalizzare un visto.

Una volta arrestati, scompaiono nel labirinto di oltre 200 centri di detenzione , dove vengono trasferiti da una struttura all'altra per nasconderli da familiari, avvocati e tribunali. Il giusto processo, un tempo un diritto costituzionale garantito a tutti negli Stati Uniti, non esiste più.

“Le leggi che non sono uguali per tutti si trasformano in diritti e privilegi, cosa che contraddice la natura stessa degli Stati nazionali”, scrive Hannah Arendt in “Le origini del totalitarismo”. “Quanto più chiara è la prova della loro incapacità di trattare gli apolidi come persone giuridiche e quanto maggiore è l’estensione del governo arbitrario tramite decreti di polizia, tanto più difficile è per gli Stati resistere alla tentazione di privare tutti i cittadini dello status legale e di governarli con una polizia onnipotente”.

L'FBI, in un esempio di come la giustizia sia pervertita, si rifiuta di collaborare con le forze dell'ordine locali di Minneapolis, bloccando l'accesso a qualsiasi prova che consentirebbe loro di presentare accuse penali contro Jonathan Ross.

L'uccisione di cittadini disarmati da parte dello Stato avviene nell'impunità.

L'ICE ha più che raddoppiato le dimensioni della sua forza dall'inizio del 2025, arrivando a 22.000 agenti, assumendo 12.000 nuovi agenti in quattro mesi da un bacino di 220.000 candidati. Prevede di spendere 100 milioni di dollari in un anno per assumere ancora più reclute, parte dei 170 miliardi di dollari per il controllo delle frontiere e dell'interno, inclusi 75 miliardi di dollari per l'ICE, da spendere in quattro anni. Gli stipendi per queste nuove reclute, scarsamente addestrate e spesso sottoposte a controlli casuali , varieranno da 49.739 a 89.528 dollari all'anno, oltre a un bonus di 50.000 dollari alla firma, suddiviso in tre anni, e fino a 60.000 dollari per il rimborso dei prestiti studenteschi.

L'ICE sta costruendo nuovi centri di detenzione in 23 città in tutto il paese. Promette che, una volta pienamente operativi, saranno operativi porta a porta nell'ambito della più grande iniziativa di espulsione nella storia americana.

Gli agenti dell'ICE, inebriati dalla licenza di sfondare porte indossando giubbotti antiproiettile e sparando con armi automatiche a donne e bambini terrorizzati, non sono guerrieri come immaginano, ma delinquenti. Hanno poche competenze, a parte l'addestramento alle armi, la crudeltà e la brutalità. Intendono rimanere al servizio dello Stato. Lo Stato intende mantenerli al loro posto.

Niente di tutto ciò dovrebbe sorprenderci. Le tecniche repressive utilizzate dall'ICE e dalla nostra polizia militarizzata sono state perfezionate all'estero, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e Palestina occupata, e prima ancora in Vietnam. L'agente dell'ICE che ha assassinato Good era un mitragliere in Iraq. Un raid notturno a Chicago, con agenti che si calano da un elicottero per assaltare un complesso residenziale pieno di famiglie terrorizzate, non sembra molto diverso da un raid notturno a Fallujah.

Aimé Césaire, drammaturgo e politico martinicano, nel suo " Discorso sul colonialismo " scrive che gli strumenti selvaggi dell'imperialismo e del colonialismo finiscono per migrare di nuovo verso la madrepatria. È il cosiddetto boomerang imperiale.

Césaire scrive:

E poi un bel giorno la borghesia si risveglia con un terrificante effetto boomerang: le Gestapo sono indaffarate, le prigioni si riempiono, i torturatori in piedi intorno alle graticce inventano, perfezionano, discutono.

La gente si sorprende, si indigna. Dice: "Che strano! Ma non importa: è il nazismo, passerà!". E aspetta, e spera; e si nasconde la verità: che è barbarie, la barbarie suprema, la barbarie suprema che riassume tutte le barbarie quotidiane; che è nazismo, sì, ma che prima di esserne vittime, ne erano complici; che hanno tollerato quel nazismo prima che fosse loro inflitto, che lo hanno assolto, gli hanno chiuso gli occhi, lo hanno legittimato, perché fino ad allora era stato applicato solo ai popoli non europei; che hanno coltivato quel nazismo, che ne sono responsabili, e che prima di inghiottire l'intero edificio della civiltà occidentale cristiana nelle sue acque arrossate, esso trasuda, trasuda e gocciola da ogni fessura.

Durante l'interregno tra gli ultimi sussulti di una democrazia e l'emergere di una dittatura, la nazione viene manipolata. Le viene detto che lo stato di diritto è rispettato. Le viene detto che il governo democratico è inviolabile. Queste bugie placano coloro che vengono trascinati a forza verso la loro stessa schiavitù.

"La maggioranza se ne sta seduta in silenzio e osa sperare", scrive Solženicyn. "Dato che non sei colpevole, come possono arrestarti? È un errore!"

Forse, dicono i timorosi, Trump e i suoi tirapiedi stanno solo esagerando. Forse non lo pensano davvero. Forse sono incompetenti. Forse i tribunali ci salveranno. Forse le prossime elezioni porranno fine a questo incubo. Forse l'estremismo ha un limite. Forse il peggio è passato.

Queste autoillusioni ci impediscono di resistere mentre la forca viene costruita davanti a noi.

Gli stati autoritari iniziano prendendo di mira i più vulnerabili, quelli più facilmente demonizzati: gli immigrati clandestini, gli studenti universitari che protestano contro il genocidio, gli antifascisti, la cosiddetta "sinistra radicale", i musulmani, i poveri di colore, gli intellettuali e i progressisti. Colpiscono un gruppo dopo l'altro. Spengono, una a una, la lunga fila di candele finché non ci ritroviamo al buio, impotenti e soli.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

__________________________________________________

 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Quando il gioco si fa duro…

 

- di Nora Hoppe –  Al Mayadeen English

L'alba di questo nuovo anno è stata squarciata da una brutale lucidità. Il velo è stato sollevato dallo Stato Profondo dell'Impero Barbaro, rivelando non una cospirazione insondabile, ma qualcosa di molto più pericoloso: una realtà bassa e palese che non ha più bisogno di essere nascosta. Coloro che sono stati ingannati credendo che il furfante avrebbe “prosciugato la palude” ora devono affrontare la verità: egli l'ha semplicemente rivendicata come propria.

L'Imperatore è nudo, così come lo sono l'Impero e il suo programma. La finzione è stata abbandonata: gli “abiti” della costituzione, della diplomazia, della correttezza e della legge. Anche la patina di umanità è stata scartata. Questo è il crudo impulso predatorio all'appropriazione... il momento di lasciarsi andare e prendere tutto. Il colonialismo occidentale, nella sua fase terminale, accelera verso il suo culmine.

I Barbari dell'amministrazione hanno rinunciato alla sottigliezza. L'invasione del Venezuela e il rapimento del suo legittimo presidente, Nicolás Maduro, non sono che la prima puntata di una serie pianificata di depredazioni. L'elenco è stato redatto sfacciatamente: Cuba, Nicaragua, Bolivia, Messico, persino la Groenlandia – e questi sono solo gli “antipasti”. È un prospetto per il saccheggio.

Pur non rivelando nulla di nuovo, il commentatore conservatore Glenn Beck ha messo a nudo l'istinto primario imperiale quando ha salutato l'operazione venezuelana come “la cosa più ‘America First’ che abbia mai visto”. La sua ammissione è succinta e perfetta. Perché questa è la vera agenda: non solo la conquista di un emisfero, ma l'assicurazione della supremazia planetaria totale. La traiettoria è chiara: paralizzare l'Iran, contenere la Cina, frammentare la Russia e distruggere i BRICS come costellazione rivale. Il Venezuela non è un'anomalia, è il prototipo.

L'imperialismo occidentale e il suo braccio destro, il sionismo – anch'esso un progetto coloniale nato e armato dall'Occidente

Il possesso dell'emisfero occidentale non è che una fase iniziale. Anche l'Asia occidentale deve essere conquistata, e l'Iran è considerato il grande premio finale. L'Entità dei Gemelli Sionesi, implacabile nella sua ambizione di fomentare una “Bellum Judaica”, ha già ottenuto vittorie significative: assicurandosi la vuota normalizzazione degli Accordi di Abramo e alimentando la fantasia geopolitica del Somaliland – un paese delle fate che esiste solo per frammentare il Corno d'Africa.

Barbaria opera non solo oltre i confini, ma anche all'interno. Come confermato da recenti rivelazioni, la milizia interna dell'Imperatore, l'ICE, funziona come un'operazione sotto copertura dei Gemelli Sionesi. Sotto la supervisione dell'ADL, il suo mandato va oltre la migrazione per colpire specificamente gli attivisti anti-Israele all'interno della stessa Barbaria, con centinaia di soldati dell'IDF infiltrati come suoi agenti. L'apparato di sicurezza interna è stato arruolato in una campagna straniera.

La maschera è caduta perché doveva cadere. La Barbaria soffoca sotto un debito che cresce come una calamità cosmologica, un buco nero finanziario che minaccia di consumarne le fondamenta. Allo stesso tempo, si strozza all'innegabile ascesa sovrana di Cina e Russia e per lo spettacolo globale degli Stati che spezzano il giogo coloniale. Il 2026 vede quindi l'Impero in un momento critico, messo alle strette dal proprio declino e dal risveglio del mondo. Il calcolo, ora nudo e disperato, è binario: Tutto o Niente.

Il Grande Dilemma: contenere uno psicopatico scatenato

Di fronte a questo progetto di conquista globale imminente, una terribile domanda aleggia sul mondo: come organizzare una controffensiva geopolitica efficace senza scatenare un Armageddon nucleare? Questo è il dilemma preciso e paralizzante che ora intrappola le principali potenze dell'opposizione, Russia e Cina. Il costo dell'azione e il costo dell'inazione sono entrambi potenzialmente apocalittici.

All'interno di forum alternativi, la loro esitazione è oggetto di condanna. Dov'è la risposta immediata e decisiva alla sfacciataggine scatenata contro il Venezuela? Tuttavia, questa critica, per quanto comprensibile, trascura l'abisso. Una ritorsione convenzionale – un blocco navale contro un blocco, un diplomatico sequestrato contro un diplomatico sequestrato – non sarebbe proprio la scintilla che l'Impero, nella sua arroganza agonizzante, cerca per giustificare un'escalation finale? La strategia più saggia, anche se più dolorosa, è forse quella di lasciare che l'Impero moribondo e in agonia continui la sua frenetica corsa, esaurendosi fino all'implosione?

Gli statisti di Mosca e Pechino non sono semplici osservatori; sono funamboli sospesi sopra il vuoto, dove ogni movimento deve essere calcolato con precisione millimetrica contro un nemico che si diverte a scuotere il filo. Il loro necessario equilibrio ha raggiunto un estremo storico. Devono proiettare una deterrenza incrollabile offrendo al contempo vie per la de-escalation; devono rafforzare i muscoli del mondo multipolare – BRICS, SCO, partnership strategiche – senza fornire un pretesto per una guerra preventiva. È un grande e terribile gioco del pollo, giocato con le civiltà come posta in gioco.

"L'Asse della Resistenza": o Globale o Niente

In un'intervista del giugno 2022, il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha articolato il suo credo fondamentale: “Tutti noi che lottiamo per decolonizzare le nostre menti e i nostri popoli, facciamo parte dell'Asse della Resistenza che si oppone ai metodi degli imperialisti per imporre l'egemonia sul mondo.” Ha dichiarato che il XXI secolo sarà il secolo dei popoli liberati, della giustizia e della verità, insistendo sul fatto che "gli imperi sono in declino e i progetti dei popoli per il benessere, lo sviluppo e la grandezza sono appena iniziati."

Questa visione è stata confermata a Teheran, dove l'Ayatollah Khamenei ha identificato la resistenza come l'unica risposta alla guerra ibrida americana. Era il 2022. Da allora, la cooperazione tra gli Stati presi di mira si è approfondita e altre nazioni si sono liberate dal giogo coloniale. Il mondo ha assistito a un coraggio sbalorditivo e forgiatore di anime: tra le macerie di Gaza, nelle trincee del Donbass, sulle montagne dello Yemen e nei campi dell'Operazione Militare Speciale. Questa resistenza è fonte di ispirazione, ma il contrattacco decisivo e sistemico contro l'Impero rimane sospeso, bloccato in un terribile limbo.

Perché questa sospensione? Le Nazioni Unite si sono rivelate un teatro di impotenza. Non è ancora nata un'alternativa globale coesa. Il BRICS+, nonostante tutte le sue promesse, è lacerato da conflitti interni e da membri - come gli Emirati Arabi Uniti - la cui fedeltà va al capitale, non alla causa. In altre nazioni, popolazioni di ferrea determinazione sono tradite dalle élite compradore. E come è noto, le grandi potenze custodi della multipolarità, Russia e Cina, sono intrappolate in una situazione difficile in cui una mossa sbagliata potrebbe significare l'Apocalisse.

Le vie istituzionali sono bloccate. Le vie diplomatiche sono minate. Quindi cosa rimane?

La soluzione, a quanto pare, non sta negli statisti o nelle istituzioni. Sta nell'unica forza che l'Impero non può finalmente circondare o corrompere: il Popolo stesso. Il Popolo globale. Perché il vero nemico esistenziale dell'élite imperiale non è uno Stato rivale, ma la moltitudine risvegliata di cui sfrutta il lavoro e nega la sovranità. I leader sono o vincolati o complici. Il Popolo no.

È stata la Resistenza del Popolo a espellere l'impero dal Vietnam. È la Resistenza del Popolo che rimane indomita a Gaza, irriducibile nello Yemen e in ascesa in tutto il Sahel. Il loro potere non deriva da caccia stealth o sanzioni finanziarie. Le loro armi sono più profonde, più durevoli e, in definitiva, inestirpabili. E quali sono queste potenti armi?

L'ottimismo rivoluzionario di Ho Chi Minh non era né ingenuità né mero sentimentalismo. Era una forza disciplinata, forgiata da una profonda fede nel popolo, nell'unità nazionale e nella lotta anticoloniale globale. Considerava le difficoltà come temporanee, la vittoria come inevitabile grazie alla perseveranza, e traeva la sua forza da una profonda dedizione morale: la volontà di vivere in modo semplice e di sacrificarsi personalmente per un ideale collettivo. Questo ottimismo possedeva anche una dimensione spirituale: una fede unificante in qualcosa di più nobile della supremazia materiale e della gratificazione individuale, l'antitesi stessa del credo dell'aggressore.

Oggi la lotta si è intensificata su scala planetaria. La minaccia non è più solo la sottomissione coloniale, ma la potenziale annientamento. Come ha dichiarato il presidente colombiano Gustavo Petro, il momento richiede azioni piuttosto che parole, insistendo sul fatto che la logica genocida scatenata su Gaza e sui Caraibi prende di mira “tutta l'umanità che chiede libertà”. Non è più necessaria solo la liberazione nazionale – ma una rivolta globale, una difesa coordinata della Maggioranza Globale.

Questo ci pone la domanda fondamentale: come costruire un fronte internazionale di questo tipo? I leader devono emergere organicamente dal popolo. È necessario tessere reti – tra attivisti locali, movimenti antimperialisti, giornalisti indipendenti e media alternativi – superando i confini per formare una nuova geografia digitale e morale. Le armi sono a portata di mano: solidarietà, non cooperazione, scioperi generali e l' implacabile divulgazione della verità che distrugge le narrazioni imperiali.

Eppure, la grande incognita rimane. Fino a che punto si può spingere il mondo prima che la frammentazione ceda il passo alla fusione? Come possono i Popoli, isolati di proposito, intrecciare i loro fili separati di resistenza in un fronte collettivo indissolubile? L'Asse della Resistenza deve diventare globale, o cesserà di esistere. L'imperativo è chiaro. Il percorso per realizzarlo non è scritto qui, ma nel coraggio che deve ancora essere forgiato. L'ultima domanda rimane sospesa nell'aria, in attesa di una risposta nella storia: Quando il gioco si fa duro, chi finalmente – e insieme – reagirà?

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Teheran: oltre 100 membri delle forze di sicurezza e di polizia sono stati uccisi da rivoltosi armati

 

Secondo l'agenzia di stampa Tasnim, il numero degli agenti di sicurezza uccisi nelle proteste delle ultime settimane ammonta a 109. 

Tra questi ci sono otto membri delle unità delle forze speciali iraniane FARAJA. 

"I militari sono stati uccisi dopo che orde di violenti rivoltosi li hanno attaccati sparando proiettili e colpendo le forze dell'ordine con varie armi", ha affermato il comandante delle forze speciali, il generale Masoud Mosaddeq.

Nella sola Isfahan, durante le ultime rivolte sono stati uccisi 30 membri delle forze di sicurezza.

Qodratollah Mohammadi, capo dei vigili del fuoco di Teheran, ha dichiarato che "i rivoltosi armati hanno dato fuoco a 26 case e hanno lanciato attacchi incendiari contro 34 moschee, 40 banche, 15 centri commerciali, 13 edifici governativi e 50 veicoli, tra cui auto di servizio pubblico".

Testimonianze di cittadini iraniani, trasmesse dai media locali, hanno rivelato come i rivoltosi armati abbiano attaccato violentemente i civili. I manifestanti arrestati hanno anche testimoniato alle autorità di essere stati istruiti dai loro superiori a sparare alla testa per attribuire la colpa alle forze di sicurezza, ha riportato l'emittente statale IRIB.

Gruppi per i diritti umani con base in Occidente affermano che decine di manifestanti sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco dalle forze di sicurezza. HRANA, la divisione mediatica statunitense del gruppo Human Rights Activists in Iran (HRAI), finanziata dal National Endowment for Democracy (NED) statunitense, ha dichiarato che 116 manifestanti sono stati uccisi.

"Stiamo lavorando duramente per risolvere i problemi delle persone che protestano; stiamo collaborando con i sindacati e le autorità economiche per risolvere i loro problemi", ha affermato domenica il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. 

"Ma le proteste sono diverse dalle rivolte. Coloro che uccidono la gente con le armi, bruciano i bazar, bruciano vivi i poliziotti... non sono iraniani", ha proseguito, esortando i cittadini a impedire a questi elementi di infiltrarsi nelle proteste.

Il capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran, Ali Larijani, ha sollecitato "azioni decisive" contro tutti i rivoltosi. 

"La magistratura deve intervenire con decisione contro coloro che creano insicurezza, uccidono persone e vandalizzano proprietà pubbliche durante le rivolte che hanno travolto diverse città dell'Iran negli ultimi giorni. È necessario distinguere tra proteste e rivolte", ha dichiarato all'IRIB. 

Almeno 200 rivoltosi e leader delle rivolte sono stati arrestati negli ultimi giorni. Il governo iraniano ha inoltre imposto un blackout nazionale di internet, mentre i disordini si diffondono, interrompendo le comunicazioni in tutto il Paese e promettendo di affrontare i disordini con decisione.

Secondo fonti locali, sui telefoni di alcuni manifestanti sono stati trovati dei video, tra cui messaggi informativi provenienti da quella che sembrava essere un'intelligence straniera. I messaggi spiegano ai manifestanti come comportarsi in caso di cattura da parte delle forze di sicurezza, esortando al contempo i giovani manifestanti antigovernativi a usare le immagini della Guida Suprema Ali Khamenei come sfondo sui loro telefoni per camuffarsi da sostenitori della Repubblica Islamica.

Le proteste sono scoppiate alla fine di dicembre 2025 in seguito al brusco crollo della valuta iraniana, causato da anni di soffocanti sanzioni statunitensi e occidentali, aggravate da un'inflazione alle stelle, dalla cattiva gestione economica e dalla corruzione. Poco dopo il loro inizio, le proteste sono state strumentalizzate da elementi violenti, causando morti e distruzione diffusa, insieme a un'intensa campagna globale sui social media che chiedeva il ritorno del principe ereditario in esilio Reza Pahlavi, che aveva apertamente esortato la gente a sostenere il movimento.

Dall'inizio delle proteste, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente minacciato di attaccare la Repubblica islamica.

Anche il Mossad ha pubblicamente esortato gli iraniani a scendere in piazza, affermando: "Siamo con voi".

Netanyahu ha visitato di recente gli Stati Uniti e ha discusso con Trump di possibili nuovi attacchi contro la Repubblica Islamica. Durante una conferenza stampa, il presidente americano ha affermato che avrebbe potenzialmente sostenuto un nuovo attacco israeliano.

"I funzionari dell'amministrazione Trump hanno avuto discussioni preliminari su come portare a termine un attacco contro l'Iran, se necessario per dare seguito alle minacce di Trump, compresi i siti che potrebbero essere presi di mira", hanno dichiarato funzionari statunitensi anonimi al Wall Street Journal (WSJ) il 10 gennaio.

"Un'opzione in discussione è un attacco aereo su larga scala contro molteplici obiettivi militari iraniani. Non c'è stato un consenso su quale linea d'azione intraprendere e nessun equipaggiamento o personale militare è stato spostato in preparazione di un attacco", hanno aggiunto le fonti. 

L'Iran ha promesso una dura risposta a qualsiasi attacco e ha fatto sapere che potrebbe adottare misure preventive contro Israele.

__________________________________________________

 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Fulvio Grimaldi - Stai Con Le Proteste In Iran? Stai Con Trump E Netanyahu

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

“Buon anno a ogni iraniano nelle piazze. E anche a ogni agente del Mossad che gli cammina a fianco” (Mike Pompeo, Segretario di Stato e direttore della CIA nel primo mandato di Trump)

Da Segretario di Stato Pompeo dichiarò che lo scopo delle feroci sanzioni imposte all’Iran non era di spingere il governo iraniano a cambiare, ma a spingere la popolazione iraniana a cambiare il governo.

Ricordo una mia visita a Teheran a un ambulatorio di medici volontari che provavano ad assistere e salvare la vita a persone, perlopiù giovani, affetti da leucemia e a cui le sanzioni negavano i farmaci. Alla frontiera tra Iran e Afghanistan, dai soldati di Tehran lì stanziati contro le infiltrazioni degli eserciti NATO (compreso il nostro),venni a sapere che, però, qualcosa i sanzionatori non negavano al consumo degli iraniani: era l’eroina che gli occupanti USA dell’Afghanistan cercavano di contrabbandare in Iran (e Russia), dopo averne promosso la coltivazione, a suo tempo proibita dai Taliban. In Europa arrivava alla base USA di Bondsteel, nel “neoliberato” Kosovo, e da lì ripartiva in direzione di giovani generazioni, potenzialmente “ribelli”, da sedare.

Ribadendo il principio alla base di tutte le sanzioni, Pompeo ammetteva che le sanzioni che affamano e uccidono non sono dirette ai governi, bensì al popolo. Questo avrebbe dovuto essere ridotto in un tale stato di miseria e disperazione da affrontare una guerra civile contro il proprio governo, democraticamente eletto, visto come responsabile.

Oggi tutti citano le difficoltà economico-sociali come motivo delle proteste. Ma si tratta di difficoltà economico-sociali di un paese potenzialmente ricco e potente, inflitte da una potenza esterna al solo scopo di imporre il proprio dominio e controllo geostrategico.

Se ci si ritiene oppositore della macchina genocida degli USA, uguale sotto tutti i presidenti e relative forze mandanti, non esiste la minima scusa per affamare e privare di cure una società civile, neanche quella, sacra e fondamentale per i ricchi e bianchi del pianeta, della rimozione del velo (in una popolazione femminile che vanta una più alta quota di donne laureate e in posizioni di responsabilità di qualsiasi paese europeo).

Anarcoidi e sinistri allo spritz oscillano tra imbarazzati silenzi e un più o meno esplicito sostegno alla rivolta in atto in Iran. Per quanto sostenuta dai terroristi del MEK, gruppo allevato dalla CIA, o dai tanto amati (da certa sinistra strabica) curdi, infiltrati e armati dal Kurdistan iracheno (sotto l’occhio benevolo del Mossad e dei nostri Carabinieri, stanziati a Irbil per “addestrare”) e siriano.

Dovrebbero rendersi conto che ogni espressione di approvazione al cambio di governo a Tehran equivale a una standing ovation al regime sociocida più distruttivo e letale che sia mai apparso sulla Terra.

__________________________________________________
 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

IRAN: LA RIVOLTA COME AVANGUARDIA MORALE DELL’IMPERO 

 

di Pasquale Liguori

 

Il modo tipico del liberal-progressismo euroatlantico di guardare l’Iran è quello di ridurlo al “luogo delle rivolte”, al “laboratorio dei diritti”, al “teatro della libertà”: un palcoscenico su cui il pubblico occidentale proietta il proprio romanzo morale e islamofobo, l’eroe contro il teocrate tiranno, la vita contro la morte, la modernità contro l’arcaico. Una scrittura che si spaccia per solidarietà e che, nei fatti, opera come avanguardia morale dell’ordine imperiale.

Il problema non è che esistano proteste, rabbie, conflitti sociali: chiunque conosca un minimo la storia dell’Iran sa che la società iraniana è attraversata da fratture reali, non riducibili a un unico registro. Il problema è un altro: chi decide cosa quelle proteste “sono”. Chi le traduce in linguaggio legittimo, chi le monta e ne organizza la resa politica. Perché in un paese sotto assedio da oltre quarant’anni, ogni contraddizione interna è anche un fronte; ogni crisi economica è anche un effetto di guerra; ogni ciclo di mobilitazioni è anche un’occasione per la penetrazione esterna. Negarlo non è “equilibrio”: è analfabetismo politico. A ogni nuova fiammata, rivediamo la stessa coreografia: da un lato la retorica liberal-progressista che si traveste da complessità (“sì, ci sono interferenze, ma…”), dall’altro la macchina dell’impero che non ha bisogno di dire molto perché il lavoro più utile lo fa proprio quel linguaggio “responsabile”. Il risultato è costante: la protesta viene riconosciuta come “buona” solo quando punta a indebolire lo Stato.

Qui sta il punto che occorre rendere esplicito, senza alibi: l’Occidente riconosce come politica soltanto la protesta che consegna il paese al commissariamento. Tutto il resto - la protesta indigena, che costruisce continuità sociale, che difende l’autonomia nazionale mentre rivendica giustizia - viene ignorato o ridicolizzato. In tal senso, è come se la sovranità fosse sempre e comunque un peccato, e l’indipendenza un feticcio identitario. È la forma più raffinata di colonialismo, vale a dire non negare le lotte, ma scegliere quali lotte sono presentabili e quali no. Se si vuole comprendere un ciclo di mobilitazioni in un paese assediato, la domanda decisiva non è “che cosa chiedono?”, ma chi ne scrive il senso. Chi ne definisce il lessico, chi ne stabilisce l’immagine, chi ne governa il racconto internazionale.

La protesta è un fatto sociale, il suo significato pubblico è una produzione. Quella produzione, oggi, è una delle armi principali della guerra ibrida: sanzioni, sabotaggi, cyber-attacchi, intelligence, diaspora organizzata, media in lingua locale finanziati e posizionati come “voce del popolo”, influencer geopolitici travestiti da attivisti. Non serve “inventare” il malcontento: basta incanalarlo in una forma che indebolisca lo Stato, renda le istituzioni illegittime, il conflitto irreversibile e “salvabile” solo da fuori. Quando questo accade, il discorso liberal-progressista interviene come copertura culturale.

L’inganno non è sempre consapevole. È più profondo: riguarda l’incapacità occidentale di pensare la sovranità come condizione della politica. In Europa e negli Stati Uniti, lo Stato è spesso percepito come amministrazione della vita o apparato di controllo, ma in questi contesti lo Stato nazionale non è una diga contro l’aggressione esterna, esso è costitutivo dell’ordine imperiale. Proiettare ciò sull’Iran significa fraintendere la posta in gioco: in un paese strangolato economicamente e minacciato militarmente, lo Stato non è solo governo, è una linea di continuità senza la quale la società viene consegnata a poteri non eletti e predatori. Questo obbliga a distinguere. Non tutte le proteste sono uguali, e non perché alcune siano “pure” e altre “impure”, bensì perché alcune aumentano capacità collettiva e altre producono collasso. La differenza è materiale, non morale. 

L’operazione centrale del regime change è la separazione. Separare popolo e Stato come se fossero elementi e non un intreccio storico, sociale, istituzionale. Presentare lo Stato come “nemico assoluto” e il popolo come “vita innocente”. In quella divisione, tutto diventa semplice: la crisi non ha più cause strutturali e l’unica vera questione resta la legittimità. È una parola magica: legittimità. Non perché sia inutile, ma perché viene usata in modo performativo: delegittimare significa già predisporre la sostituzione. Questo meccanismo ha una particolarità: si presenta come difesa dell’autodeterminazione mentre fa il contrario. Infatti, la frase ricorrente è sempre questa: “liberarsi dalla Repubblica islamica e insieme dalle interferenze straniere”. Suona equilibrata ma in realtà malcela l’asimmetria di fondo. Perché la liberazione “dal regime” viene trattata come compito storico inevitabile, mentre la liberazione dalle interferenze resta una nota a margine. Nella pratica, però, le due cose non procedono affatto su piani paralleli: in un contesto di guerra ibrida, la prima viene sistematicamente convertita nello strumento della seconda. Le interferenze non avanzano più soltanto imponendo bandiere - benché la conquista territoriale resti, per sionisti e cowboys dello studio ovale, tutt’altro che un’abitudine dismessa - ma guidando il processo che rende un paese governabile dall’esterno. Ecco perché quel progressismo “colorato” che si commuove davanti alle piazze e insieme richiama la minaccia esterna come per dovere di coscienza, finisce quasi sempre per produrre lo stesso esito: la protesta come varco. È il paradosso: più si parla di autonomia, più si legittima la dinamica che la distrugge.

C’è un altro Iran che manda in crisi quella narrativa. Non è l’Iran estetizzato della rivolta permanente, ridotta a gesto, corpo. È l’Iran della produzione strategica e dell’organizzazione sociale. L’Iran in cui il conflitto prende forma sindacale, collettiva, capace di trasformare rabbia in piattaforma. Il punto più interessante - e più intollerabile per lo sguardo liberal - è che qui la lotta non si definisce contro lo Stato in astratto. Pretende trasformazioni dentro un quadro di sovranità, perché sa che il collasso non è emancipazione. Sa che lo spazio dopo la caduta non è un vuoto da riempire con “diritti”: è un mercato da saccheggiare, un’élite da installare. E soprattutto sa una cosa che in Occidente si finge di ignorare: le sanzioni non sono “punizione dei governanti”. Le sanzioni sono un’arma che ristruttura i rapporti di classe. Producono scarsità, alimentano rendite, indeboliscono il lavoro organizzato, gonfiano un ceto compradore. Il risultato è un paese più fragile e una società più facilmente esposta all’esterno. Quando una lotta operaia si muove consapevole di questo quadro, quando difende la propria autonomia tanto dai profittatori interni quanto dalla cattura esterna, accade qualcosa di raro: la classe diventa sovranità. Non nel senso nazionalista volgare, ma nel senso materiale: la difesa delle condizioni di vita coincide con la difesa dell’indipendenza. In un paese sotto assedio, la giustizia sociale non è mai “solo sociale”. È anche strategia politica di tenuta e consolidamento. Questo rovescia la morale liberal-progressista: la lotta “più avanzata” non è quella che brucia il quadro istituzionale lasciando il paese in macerie, ma è quella che riesce a strappare diritti senza consegnare il proprio terreno.

Il grande tabù europeo è che i “diritti umani” non sono soltanto un’etica: sono anche lingua di legittimazione, tecnologia politica. Non perché i diritti siano irrilevanti, ma perché vengono applicati selettivamente, con una coerenza che non è morale ma strategica. Viviamo un’epoca in cui la violenza genocidaria è stata normalizzata nel cuore del discorso occidentale, eppure la stessa sfera pubblica si scopre improvvisamente ipersensibile altrove. Questa è gerarchia delle vite. È la capacità di decidere dove la sofferenza conta come politica e dove conta come rumore. In questo quadro, invocare i diritti come chiave universale senza interrogare l’uso geopolitico di quella lingua significa fare da traduttori del potere.

La domanda giusta non è “i diritti sono importanti?” È: che cosa produce il tuo discorso, qui e ora? Rafforza l’autodeterminazione o prepara l’ingerenza? Rafforza la capacità sociale di organizzarsi o aumenta la vulnerabilità? Rende più difficile l’intervento esterno o ne prepara la legittimazione? Quando il discorso progressista condanna l’imperialismo sul piede di guerra come dettaglio e mette al centro la delegittimazione totale dello Stato, il risultato pratico è un assist. La denuncia della repressione si trasforma nel pretesto per “salvare”. La salvezza diventa controllo. Il controllo diventa ristrutturazione. La ristrutturazione diventa dipendenza. È un copione di cui il mondo ha già pagato abbastanza.

In ogni scenario di destabilizzazione c’è un pezzo che torna: la diaspora come “rappresentanza alternativa”, spesso senza rischio e senza responsabilità. Una sua buona porzione, quando si intreccia con finanziamenti, media, reti politiche e desideri restaurativi, diventa piattaforma di governo ombra: invoca escalation e si intesta la guida del “dopo”. È una forma di colonialità interna: l’estero come luogo di enunciazione legittima, l’interno come luogo del sacrificio. E intanto la fabbrica delle immagini lavora: video veri e falsi, materiali decontestualizzati, narrazioni pronte all’uso. La protesta diventa contenuto, quindi pressione e, infine, pretesto. In questo circuito, la domanda su “chi scrive” non è un dettaglio: è l’unico modo di sottrarsi alla cattura.

C’è un criterio semplice per capire se un discorso sull’Iran è emancipativo o imperiale: come si colloca rispetto alla Palestina. Non per imporre un test ideologico, ma perché Gaza ha rivelato la struttura reale dell’ordine mondiale. Ha mostrato chi può uccidere e devastare impunito, chi ha il monopolio dell’umanità e chi è condannato a chiedere di essere riconosciuto umano. In questo contesto, è grottesco che settori del “pro-Pal” occidentale, che si immagina “internazionalista”, si sentano autorizzati a sputare su chi, nella regione, ha sostenuto materialmente la resistenza e ha pagato un prezzo per l’insubordinazione. Si può criticare l’Iran ma se la critica diventa il veicolo per rendere desiderabile la sua vulnerabilizzazione, allora non è critica: è partecipazione complice.

E qui arriviamo al nodo più scomodo per il liberalismo progressista: l’anti-imperialismo non è una postura morale. È un criterio di realtà. È la capacità di nominare il nemico principale senza trasformarlo in nota a piè pagina e di comprendere che, in certe condizioni, la sovranità non è l’opposto della libertà: è ciò che rende la libertà praticabile. Un editoriale serio sull’Iran, oggi, deve dire senza tremare: la solidarietà non coincide con l’applauso alle rivolte e non coincide con l’indignazione selettiva. Significa assumere una responsabilità materiale, soprattutto per chi vive nel cuore dell’impero o nelle sue periferie europee. Vuol dire, prima di tutto, colpire le sanzioni come arma di guerra contro la società. Vuol dire rifiutare la retorica che separa popolo e Stato quando quella separazione è una tecnica di collasso. Vuol dire smascherare la falsa neutralità di chi dice “né Teheran né Washington” ma poi produce un discorso che spalanca la porta all’impero. Vuol dire riconoscere e sostenere le forme organizzate di lotta che non chiedono tutela, che non invocano salvatori, che costruiscono potere sociale senza vendere il terreno. E vuol dire anche una cosa che l’Occidente detesta: guardare in faccia la propria posizione. Perché l’internazionalismo comincia da qui: l’impero è a casa nostra. È nei nostri governi, nelle nostre alleanze, nelle nostre infrastrutture mediatiche, nella nostra economia di guerra, nella nostra industria culturale. Se non tocchi quello, tutto il resto è teatro.

Chi parla dell’Iran come “geopolitica della morte” e oppone “politica della vita” senza nominare l’architettura materiale che produce morte - sanzioni, sabotaggi, minacce, intelligence, colonizzazione della narrazione - non sta scegliendo la vita. Sta scegliendo una forma salottiera di irresponsabilità. 

L’Iran non è un palcoscenico per il riaccreditamento morale delle coscienze progressiste europee. È un nodo reale della lotta mondiale contro l’ordine imperiale. E la domanda che ci pone non è “da che parte stare nella disputa morale”, ma: siamo capaci di distinguere tra conflitto che libera e conflitto che apre la porta? Siamo capaci di riconoscere che la sovranità, in certe condizioni, è il prerequisito della politica e non il suo nemico? Siamo capaci di smettere di consumare rivolte come contenuti e di praticare, finalmente, una solidarietà che non coincide con i desideri del nostro blocco di potere? Se la risposta è no, toglietevi pure la kefiah: non siete “complici per distrazione”. Siete la funzione culturale dell’impero. Se la risposta è sì, allora cominciate da ciò che fa più male: sabotare la lingua con cui l’impero chiama “libertà” la sua prossima operazione.

  •  

Il duro avvertimento militare dell'Iran al “delirante” Trump

 

Il presidente del Parlamento iraniano ha replicato con fermezza alle minacce del presidente statunitense, in un'escalation di tensioni legate alle proteste interne fomentate in particolare da Stati Uniti e Israele. “Stia attento ai consigli che riceve”, ha ammonito Mohammad Baqer Qalibaf.

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha lanciato domenica un avvertimento diretto al “delirante” presidente degli Stati Uniti in seguito alle sue minacce di intraprendere azioni militari contro la nazione persiana nel caso in cui le forze di sicurezza iniziassero a sparare sui manifestanti nel corso delle proteste antigovernative.

“Fai attenzione ai consigli che ricevi su un attacco contro l'Iran. Assicurati che non siano dello stesso tipo di quelli che affermavano falsamente che Mashhad era caduta”, ha dichiarato, riferendosi a un recente post di Donald Trump in cui affermava falsamente che la città di Mashhad era caduta nelle mani dei rivoltosi.

“Per evitare errori di calcolo, comprenda che, se decide di attaccare l'Iran, sia i territori occupati che tutti i centri militari, le basi e le navi statunitensi nella regione saranno obiettivi legittimi”, ha ribadito Qalibaf.

“Opporsi ai terroristi armati”

Parlando delle proteste in corso dalla fine di dicembre, il leader parlamentare ha sottolineato che “la nazione iraniana ha deciso con fermezza di opporsi ai terroristi armati”, pur riconoscendo le proteste “legittime”.

Ha anche promesso “le misure più severe” contro coloro che “si autodefiniscono apertamente mercenari stranieri, tradendo la propria patria per compiacere il presidente degli Stati Uniti e trasformandosi in agenti dello Stato Islamico, dando inizio a una guerra terroristica”.

“Coloro che arresteremo saranno puniti, e quelli che sono armati dovranno affrontare una risposta dura e implacabile”, ha concluso, denunciando gli attacchi a proprietà pubbliche, banche, negozi e veicoli nel mezzo delle proteste che sono diventate violente.


Box – Approfondisci su l’AntiDiplomatico

  •  

“L'indipendenza non è negoziabile”. La risposta di Sheinbaum alle minacce di Trump

 

La sovranità e l'indipendenza del Messico non sono negoziabili, ha affermato domenica la presidente Claudia Sheinbaum in risposta alle minacce del suo omologo statunitense Donald Trump, che in precedenza aveva affermato che era giunto il momento di attaccare via terra i cartelli della droga del Paese.?

"Con gli Stati Uniti dobbiamo collaborare, dobbiamo coordinarci, siamo vicini. Ma c'è qualcosa che non è negoziabile ed è la sovranità, ovvero l'indipendenza della Patria“, ha affermato durante un comizio nello Stato di Michoacán. ”Dobbiamo continuare a lavorare insieme e i risultati non tarderanno ad arrivare“, ha proseguito.

In questo contesto, la presidente ha assicurato che ”grazie al lavoro svolto, la quantità di fentanil che passa dal Messico agli Stati Uniti si è dimezzata". Ha inoltre sottolineato che Washington deve anche lavorare “per ridurre il consumo, deve avvicinarsi ai propri giovani affinché non ci sia così tanta tossicodipendenza”.

“Ma che sia sempre chiaro, e così agirà la vostra presidente, non abbiate il minimo dubbio: con gli Stati Uniti ci coordiniamo, collaboriamo, ma non ci sottomettiamo mai e l'indipendenza non è negoziabile”, ha concluso.?

Minacce di Trump

Giovedì, Trump ha affermato che il suo Paese effettuerà attacchi terrestri contro i cartelli della droga, dopo gli attacchi marittimi nell'Oceano Pacifico orientale e nel Mar dei Caraibi.

“Inizieremo subito ad attaccare i cartelli via terra. I cartelli controllano il Messico. È molto triste vedere cosa è successo in quel Paese, ma i cartelli controllano e uccidono tra le 250.000 e le 300.000 persone ogni anno”, ha dichiarato in un'intervista al conduttore di Fox News, Sean Hannity. “Abbiamo eliminato il 97% delle droghe che arrivano via mare”, ha continuato, sottolineando che gli Stati Uniti hanno fatto “un ottimo lavoro”.

Poche ore dopo l'operazione militare statunitense contro il Venezuela, che si è conclusa con il sequestro del suo leader Nicolás Maduro, l'inquilino della Casa Bianca ha avvertito che il Messico, così come Cuba e la Colombia, potrebbero essere i prossimi obiettivi di Washington. Inoltre, ha dichiarato la sua disponibilità a “fare qualcosa con il Messico”, assicurando, senza presentare alcun tipo di prova, che i cartelli sono al potere nel Paese.

?


(Approfondisci su l'AntiDiplomatico)?

  •  

La minaccia di Trump all'Iran di "colpi che mai prima ha subito"


Il presidente Donald Trump ha avvertito Teheran di possibili “opzioni molto forti” in risposta a eventuali aggressioni contro le forze americane, in un contesto di crescenti tensioni legate alle proteste in Iran.

“Governano attraverso la violenza, ma lo stiamo analizzando molto seriamente; l’esercito lo sta analizzando. E stiamo valutando alcune opzioni molto forti”, ha dichiarato Trump ai giornalisti domenica.?

Ha inoltre risposto a una domanda dei giornalisti su cosa farà Washington se le sue basi saranno oggetto di un attacco di ritorsione da parte dell’Iran. “Se lo faranno, prenderemo in considerazione cose che non potrebbero credere. Se lo faranno, li colpiremo a livelli che non hanno mai subito prima”, ha affermato.

In precedenza, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha lanciato un avvertimento diretto al “delirante” leader statunitense, in risposta alle sue minacce di intraprendere azioni militari contro la nazione persiana.

“Per evitare errori di calcolo, capisca che, se decide di attaccare l’Iran, sia i territori occupati sia tutti i centri militari, le basi e le navi statunitensi nella regione saranno obiettivi legittimi”, ha avvertito.
?

Il contesto delle proteste

Le proteste in Iran, attive dalla fine di dicembre, sono scoppiate in un contesto di crisi economica e di forte svalutazione della moneta nazionale e si sono poi diffuse in tutto il Paese.

Il presidente americano ha minacciato di intervenire in Iran nel caso si registrassero vittime tra i manifestanti. Nel frattempo, il Jerusalem Post ha riferito lunedì che gli Stati Uniti stanno valutando un intervento a sostegno dei manifestanti in Iran, mentre Israele sta valutando se il recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro possa costituire un precedente applicabile al governo iraniano.?

Di fronte a queste dichiarazioni ostili, Teheran ha accusato Washington e Tel Aviv di strumentalizzare le proteste come parte di una “guerra soft”, avvertendole severamente di non interferire negli affari interni della Repubblica Islamica.


Approfondisci su l’AntiDiplomatico

  •  

Cuba risponde a Trump: “Difenderemo la Patria fino all’ultima goccia di sangue”

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto duramente alle nuove minacce di Donald Trump contro L’Avana, ricordando che Cuba è “aggredita dagli Stati Uniti da 66 anni” ed è sempre pronta a difendere la propria sovranità “fino all’ultima goccia di sangue”. In una serie di messaggi, il capo dello Stato ha ribadito che Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana, che non minaccia nessuno ma si prepara a difendersi.

Díaz-Canel ha accusato Washington di non avere “alcuna autorità morale” per giudicare Cuba, denunciando un sistema che “trasforma tutto in affari, persino le vite umane”. Le gravi difficoltà economiche dell’isola, ha sottolineato, non sono il frutto della Rivoluzione, ma delle misure di soffocamento economico imposte dagli Stati Uniti per oltre sei decenni e oggi minacciate di ulteriore inasprimento.

Le dichiarazioni arrivano dopo che Trump ha annunciato la volontà di tagliare completamente petrolio e risorse finanziarie a Cuba, evocando persino l’opzione di “entrare e distruggere” l’isola. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha replicato accusando Washington di comportarsi come un “egemone criminale e fuori controllo”, rivendicando il diritto di Cuba a commerciare liberamente e a importare energia senza coercizioni unilaterali.

Mentre il blocco statunitense continua a essere condannato quasi unanimemente dalla comunità internazionale e dall’ONU, L’Avana denuncia una nuova escalation di pressioni e ribadisce che diritto e giustizia non sono dalla parte dell’impero.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Disordini, terrorismo e intelligence: l’Iran denuncia la regia esterna delle violenze

Le autorità iraniane hanno annunciato lo smantellamento di una rete di spionaggio straniera legata al Mossad, con l’arresto di un cittadino straniero accusato di operare sotto copertura per l’intelligence israeliana. Secondo i Pasdaran, il sospetto raccoglieva informazioni sensibili e valutava le attività di cellule affiliate, mentre perquisizioni successive avrebbero fornito “prove definitive” del suo ruolo.

L’operazione si inserisce in un contesto di forte tensione interna, in cui proteste economiche inizialmente pacifiche sarebbero state, secondo Teheran, deliberatamente deviate verso violenze e sabotaggi da attori esterni. L’Iran parla apertamente di “guerra ibrida”: sanzioni, pressione economica, operazioni psicologiche e terrorismo coordinato. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha puntato il dito contro Stati Uniti e Israele, citando dichiarazioni dell’ex direttore della CIA, Mike Pompeo, come prova del coinvolgimento del Mossad nei disordini.

Anche il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito che Washington sbaglia a credere di poter replicare in Iran tattiche usate altrove. Sulla stessa linea il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, che ha distinto tra proteste legittime e “terrorismo armato”, avvertendo che chi attacca infrastrutture, civili e forze di sicurezza riceverà una risposta durissima.

Qalibaf ha inoltre lanciato un messaggio diretto a Donald Trump, avvertendo che qualsiasi attacco contro l’Iran renderebbe obiettivi legittimi basi e interessi statunitensi nella regione. Teheran insiste: le difficoltà economiche saranno affrontate per vie istituzionali, ma la sovranità nazionale e la sicurezza interna restano “linee rosse”. In gioco, come denuncia la leadership iraniana, non c’è solo l’ordine pubblico, ma la tenuta del Paese di fronte a una strategia di destabilizzazione guidata dall’esterno.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Sanzioni, petrolio e Machado: le tre grandi menzogne sul Venezuela che Trump ha involontariamente smascherato


di Fabrizio Verde

Nel profluvio di narrazioni distorte e notizie false sul Venezuela bolivariano, scatenate in seguito al criminale attacco militare statunitense culminato nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, alcune enormi bugie sono state clamorosamente smentite dallo stesso Donald Trump. Tra queste spicca la falsa rappresentazione secondo cui il Venezuela sarebbe un paese economicamente fallito per colpa di una presunta “dittatura” o di una cattiva gestione intrinseca al socialismo, quando in realtà è stato oggetto per anni di una campagna sistematica di strangolamento economico pianificata scientificamente da Washington. Le sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti - definite da esperti delle Nazioni Unite come misure coercitive illegali secondo il diritto internazionale - hanno avuto un impatto devastante sulla popolazione civile, bloccando l’accesso a medicine, cibo, pezzi di ricambio per infrastrutture essenziali e persino ai diluenti necessari per rendere commercializzabile il petrolio pesante venezuelano. Queste misure, applicate a partire dal 2015 e intensificate nel 2019 sotto la prima amministrazione Trump, non solo hanno paralizzato l’industria petrolifera nazionale, ma hanno anche impedito ad aziende straniere di operare legalmente nel paese, nonostante fossero disposte a farlo. Il risultato è stato un danno economico stimato in centinaia di miliardi di dollari e la morte prematura di decine di migliaia di persone a causa della carenza di farmaci e servizi sanitari, come documentato da organizzazioni indipendenti.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da Pedro Infante Aparicio (@pinfantea)

È proprio in questo contesto che va letta la dichiarazione fatta da un dirigente della Halliburton durante un incontro alla Casa Bianca: “Uscimmo a causa delle sanzioni… avevamo intenzione di restare”. Una dichiarazione che smonta definitivamente la narrativa secondo cui le imprese straniere avrebbero abbandonato il Venezuela per mancanza di opportunità o per instabilità politica. Al contrario, erano pronte a investire, ma furono costrette a ritirarsi per ordine diretto del governo statunitense. Questo fatto dimostra che gli ostacoli all’investimento non provengono da Caracas, bensì da Washington, che ha usato le sanzioni non come strumento di pressione diplomatica, ma come arma di guerra economica totale. Oggi, paradossalmente, lo stesso Trump - dopo aver ordinato un attacco militare contro il paese e averne rapito il capo di Stato - dichiara di voler “riportare” le compagnie petrolifere in Venezuela, ignorando che sono state proprio le sue politiche a renderlo impossibile. Le sanzioni, infatti, non solo hanno isolato finanziariamente il Venezuela dai mercati internazionali, impedendo alla compagnia petrolifera statale PDVSA di accedere al sistema bancario globale o di emettere titoli di debito, ma hanno anche creato un clima di incertezza giuridica che scoraggia qualsiasi investitore serio. Persino Chevron, l’unica compagnia statunitense autorizzata a operare con una licenza parziale, lo fa in condizioni estremamente limitate, mentre altre multinazionali europee continuano a chiedere invano al Tesoro statunitense il permesso di tornare.

Parallelamente, la narrazione occidentale sulla presunta popolarità dell’oppositrice Maria Corina Machado (golpista a cui è stato assegnato il premio Nobel per la Pace) si rivela altrettanto fasulla. Trump, in persona, ha dichiarato di non sapere nemmeno dove si trovi e ha affermato con chiarezza: “Per lei sarebbe molto difficile essere una leader. Non gode di rispettto in tutto il paese”. Questa dichiarazione demolisce la costruzione mediatica secondo cui Machado, inabilitata a candidarsi per gravi irregolarità, godrebbe di un ampio sostegno popolare, così come il suo candidato fittizio Edmundo González, che continua a proclamarsi vincitore delle ultime elezioni senza prove né legittimità democratica. La realtà è ben diversa: a una settimana dal bombardamento criminale e dal sequestro di Maduro e Flores, il popolo venezuelano è sceso massicciamente in piazza in oltre cento città del paese. Da Caracas a Sucre, da Bolívar a Zulia, passando per Guárico, Cojedes e Miranda, migliaia di cittadini hanno organizzato veglie permanenti, tribune anti-imperialiste e marce di resistenza, chiedendo con fermezza il ritorno immediato dei loro leader. Questa mobilitazione spontanea e radicata - coordinata dal Partito Socialista Unido del Venezuela (PSUV) ma sostenuta da movimenti sociali, comuni popolari e istituzioni locali - testimonia non solo la legittimità del governo bolivariano, ma anche il profondo radicamento del progetto politico inaugurato da Hugo Chávez e continuato da Maduro.

Il Venezuela bolivariano, infatti, rappresenta un caso di studio emblematico nel panorama politico contemporaneo, non solo per quanto riguarda la sua concezione di democrazia partecipativa e sostanziale, ma anche per il modo in cui sfida le fallaci ideologie dominanti dei regimi liberali occidentali. Questo modello, spesso criticato o frainteso dai media mainstream, si distingue nettamente dalle democrazie liberali formali che dominano in Europa e Nord America. Attraverso un’analisi dei recenti sviluppi politici e costituzionali, è possibile evidenziare come il paese stia cercando di costruire un sistema democratico che vada oltre la mera rappresentanza formale, puntando invece su una partecipazione diretta e sostanziale dei cittadini. La riforma promossa da Maduro ne è un esempio: non è un atto tecnocratico calato dall’alto, ma un processo inclusivo che coinvolge attivamente tutti i settori della società, compresi i gruppi storicamente marginalizzati come le comunità afrovenezuelane e indigene. Questo approccio può essere interpretato alla luce della teoria del populismo progressista di Ernesto Laclau, secondo cui diverse identità sociali si aggregano attorno a un progetto comune. Nel caso venezuelano, la Costituzione diventa il luogo simbolico e pratico di questa aggregazione, capace di riflettere le aspirazioni di una coalizione ampia e plurale.

La democrazia venezuelana si fonda su quella che la Costituzione bolivariana del 1999 – fortemente voluta da Hugo Chavez - definisce “democrazia partecipativa e protagonista”. Strumenti come i Consigli Comunali, i Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione (CLAP) e il Sistema Patria permettono ai cittadini di decidere direttamente sulle politiche pubbliche, sulla distribuzione delle risorse e sulla pianificazione locale. Questo modello contrasta nettamente con le “postdemocrazie” descritte dal politologo britannico Colin Crouch, dove il dibattito elettorale è ridotto a uno spettacolo controllato da élite economiche e professionali, mentre la massa dei cittadini rimane passiva e apatica. In Venezuela, al contrario, il potere non è monopolio di istituzioni centralizzate, ma viene decentrato e messo nelle mani delle comunità attraverso meccanismi di autogoverno popolare. Questa trasformazione dello Stato - dal burocratismo verticale al potere comunale - mira a realizzare quella “democrazia radicale” auspicata da Roberto Mangabeira Unger, in cui i cittadini non sono semplici elettori, ma protagonisti attivi della vita politica ed economica.

La visione bolivariana si inserisce inoltre in una più ampia prospettiva di liberazione latinoamericana. Maduro ha più volte richiamato la figura di Simón Bolívar e i “tre anelli di forza” per l’unificazione del continente, sottolineando come la sovranità nazionale, l’integrazione regionale e la resistenza all’imperialismo siano pilastri inscindibili del progetto rivoluzionario. In questo senso, il Venezuela non difende soltanto il proprio diritto a esistere come nazione libera e indipendente, ma rappresenta un baluardo contro il neocolonialismo globale. La teoria del pensiero decoloniale, elaborata da intellettuali come Aníbal Quijano e Immanuel Wallerstein, aiuta a comprendere questa lotta come un tentativo di rompere le catene della dipendenza economica e culturale imposte dal sistema-mondo capitalistico. Il modello venezuelano, con la sua enfasi sulla sovranità alimentare, energetica e tecnologica, è una risposta concreta a questa eredità coloniale.

Mentre Trump annuncia di voler gestire il Venezuela e minaccia nuovi attacchi per impadronirsi del “suo” petrolio e venderlo ai concorrenti degli USA come la Cina, il Venezuela ribadisce con i fatti che la vera ricchezza non sta solo nel sottosuolo, ma nella coscienza politica e nell’organizzazione del suo popolo. La democrazia bolivariana non è perfetta, né immune da contraddizioni, ma è viva, in movimento, capace di mobilitare milioni di persone non per difendere un regime, ma per proteggere un sogno: quello di un mondo più giusto, più egualitario e più libero. E in questo sogno, il petrolio, come la sovranità, appartiene al popolo, non agli interessi imperiali perfettamente incarnati dalla brutalità neocolonialista di Donald Trump.

 

  •  

(VIDEO) "Fuori l'imperialismo dall'America Latina": in migliaia a Città del Messico contro il rapimento di Maduro e l'intervento USA

Migliaia di persone si sono radunate a Città del Messico per una grande manifestazione di protesta contro il brutale intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela e per chiedere l'immediato rilascio del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.

L'Assemblea interuniversitaria e popolare per la Palestina è stata l'organizzazione che ha indetto la giornata di azione antimperialista contro l'intervento di Trump in Venezuela.

La marcia, svoltasi pacificamente, aveva come obiettivo principale quello di chiedere l'immediata liberazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, rapiti dalle forze militari statunitensi il 3 gennaio a Caracas, capitale del paese sudamericano, e condotti a New York, dove sono processati con l'accusa di presunto traffico di droga. Aveva inoltre l'obiettivo di esperimere l'urgenza per l'intera America Latina di difendere la propria sovranità di fronte alle azioni sempre più ostili dell'imperialismo statunitense che ormai agisce come una bestia feroce ferita, quindi è ancora più pericoloso in questa fase storica.

  •  

Dura replica di Mosca: l'auspicio di Londra di arrestare Putin è una "fantasia perversa"

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato le dichiarazioni del Segretario alla Difesa britannico John Healey sul suo desiderio di rapire il Presidente russo Vladimir Putin.

"Fantasie di britannici pervertiti", li ha definiti durante un'intervista con l'emittente russa TVC.

Le dichiarazioni di John Healey sono state rilasciate durante un'intervista con il quotidiano Kyiv Independent lo scorso venerdì. Il media ucraino gli ha chiesto quale leader mondiale avrebbe scelto se avesse potuto rapirne uno, al che il Segretario alla Difesa britannico ha risposto: "Prenderei Putin in custodia e lo fare pagare per crimini di guerra".

  •  

Iran, parla il presidente: "I terroristi legati a potenze straniere stanno uccidendo persone innocenti"

In un deciso intervento televisivo, il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha tracciato una netta linea di demarcazione tra il legittimo diritto di protesta del popolo e le azioni violente di quelli che ha definito "rivoltosi y terroristi" addestrati e guidati da potenze straniere. Rivolgendosi alla nazione, Pezeshkian ha sottolineato il dovere del governo di ascoltare e risolvere le preoccupazioni dei cittadini, ma ha avvertito con forza che non sarà permesso a gruppi di sovversivi di gettare il paese nell’insicurezza.

"Se la gente ha preoccupazioni, è nostro dovere risolverle, ma il dovere più alto è non permettere che un gruppo di facinorosi arrivi e sconvolga l'intera società", ha dichiarato il Presidente, evidenziando la duplice responsabilità della sua amministrazione: affrontare i problemi economici e sociali che alimentano il malcontento, e al contempo proteggere l'integrità nazionale da attacchi esterni. Il suo messaggio si è rivolto in particolare alle giovani generazioni e alle famiglie, esortandole a non farsi ingannare: "Queste persone sono addestrate. Famiglie, vi supplico, non permettete che i vostri giovani si mescolino con rivoltosi e terroristi che vengono a decapitare e uccidere gente".

Pezeshkian ha puntato il dito direttamente contro gli Stati Uniti e Israele, accusandoli di essere i mandanti e gli istruttori di una campagna di violenza volta a destabilizzare il paese. Secondo il Presidente, i nemici dell’Iran hanno infiltrato nel paese terroristi addestrati, con l'obiettivo specifico di distruggere proprietà pubbliche e private, attaccare luoghi di culto come le moschee e uccidere cittadini innocenti. "Gli Stati Uniti e Israele sono lì, incitandoli: 'Avanti, anche noi siamo qui'. Gli stessi che hanno attaccato questo paese e ucciso i nostri giovani e bambini, ora ordinano a queste persone di fare questo lavoro", ha affermato, in un chiaro riferimento all'aggressione militare subita dal paese nel mese di giugno. Ha ribadito con forza che l'uccisione di civili "non è per niente accettabile" e che Washington e Tel Aviv stanno fornendo addestramento e supporto ai rivoltosi.

Queste dichiarazioni si inseriscono in un contesto di proteste diffuse, attive dalla fine di dicembre, nate dal profondo malessere per la crisi economica, l’inflazione in rialzo, la svalutazione della moneta nazionale e il deterioramento delle condizioni di vita. Pezeshkian ha riconosciuto la natura di queste manifestazioni, distinguendole nettamente dalla violenza sovversiva: "Se qualcuno appartiene a questo paese, che protesti, e ascolteremo la sua protesta, la affronteremo e la risolveremo". Tuttavia, ha lanciato un duro monito alle potenze straniere, accusandole di sfruttare il disagio interno come parte di una "guerra morbida" per indebolire il paese.

La risposta iraniana arriva mentre da Washington e Gerusalemme giungono segnali minacciosi. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha apertamente minacciato di intervenire in Iran in caso di morti tra i manifestanti, mentre fonti giornalistiche israeliane riportano che gli USA starebbero valutando un intervento mirato a supportare i dimostranti. Ancora più grave, da Israele si studierebbe se il recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro possa costituire un esempio applicabile anche al governo iraniano.

Pezeshkian ha respinto con fermezza queste ipotesi, sostenendo che gli Stati Uniti commettono un grave errore nel credere che le tattiche applicate contro altri avversari possano funzionare con l’Iran. Il popolo iraniano, ha assicurato, "sosterrà il paese e il sistema con più forza di prima" di fronte a qualsiasi tentativo di destabilizzazione. In conclusione, il Presidente ha lanciato un appello all'unità e alla vigilanza, invitando la popolazione a radunarsi nei quartieri per prevenire disordini, mentre ha ribadito la disponibilità al dialogo per risolvere le legittime istanze sociali: "Sediamoci insieme, mano nella mano, e risolviamole". Una posizione che difende la sovranità nazionale mentre denuncia un palese tentativo di cambio di regime orchestrato dall'estero.

  •  

Dopo il sequestro di Maduro, Trump promette di azzerare il sostegno a Cuba

In una nuova escalation della sua retorrica neocolonialista e delle misure anticubane, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato sui social network che non ci sarà più petrolio né denaro dal Venezuela per Cuba, dimenticando il carattere sovrano di entrambe le nazioni latinoamericane. Trump ha affermato che Cuba non riceverà più petrolio o finanziamenti dal Venezuela, scrivendo sulla sua piattaforma Truth Social: "Niente più petrolio, niente più soldi per Cuba. Zero! Raccomando vivamente di raggiungere un accordo prima che sia troppo tardi".

Nel suo intervento, il presidente statunitense ha contestualizzato e giustificato la misura sostenendo che "Cuba è vissuta per molti anni grazie a grandi quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba forniva servizi di sicurezza agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora basta!". Ha aggiunto che "la maggior parte di quei cubani è morta nell'attacco degli Stati Uniti delle ultime settimane, e il Venezuela non ha più bisogno della protezione di bulli ed estorsori che l'hanno tenuta in ostaggio per tanti anni". Trump ha quindi proclamato: "Ora il Venezuela ha gli Stati Uniti, l'esercito più potente del mondo (e di gran lunga!) a proteggerlo, e noi lo proteggeremo".

 

Questa dichiarazione si inserisce in un contesto di crescente pressione da parte degli Stati Uniti, in seguito all'aggressione militare contro il Venezuela culminata con il barbaro sequestro del presidente Nicolás Maduro. Trump ha proferito parole minacciose volte ad aumentare la pressione su Cuba, suggerendo che "entrare e distruggere" potrebbe essere l'unica opzione rimasta per forzare un cambiamento. In tale quadro, il Segretario di Stato Marco Rubio, durante un incontro con dirigenti petroliferi, ha dichiarato che le autorità cubane hanno scelto di "avere il controllo politico sul popolo piuttosto che un'economia funzionante".

Di fronte a queste minacce, il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha ribadito che Cuba non è disposta a "vendere il paese né a cedere di fronte alle minacce e al ricatto" degli Stati Uniti. Rodríguez ha denunciato che "gli Stati Uniti intendono imporre la loro volontà sui diritti di stati sovrani", applicando da 67 anni "la forza e l'aggressione contro Cuba", e ha riaffermato l'impegno incrollabile della nazione a difendersi. Inoltre il diplomatico cubano sul proprio profilo X ha scritto: "A differenza degli Stati Uniti, non abbiamo un governo che si presta ad attività mercenarie, ricatti o coercizioni militari contro altri Stati". Rodríguez Parrilla ha poi spiegato che il suo Paese "ha il diritto assoluto" di importare carburante dai mercati "disposti a esportarlo", oltre a esercitare il diritto di sviluppare le proprie relazioni commerciali "senza interferenze o subordinazioni a misure coercitive unilaterali da parte degli Stati Uniti". "La legge e la giustizia sono dalla parte di Cuba", ha ribadito.

#Cuba no recibe ni ha recibido nunca compensación monetaria o material por los servicios de seguridad que haya prestado a algún país.

A diferencia de #EEUU, no tenemos un gobierno que se presta al mercenarismo, el chantaje o la coerción militar contra otros Estados.

Como todo… pic.twitter.com/BnifpEjyIg

— Bruno Rodríguez P (@BrunoRguezP) January 11, 2026

Allo stesso tempo, il ministro degli Esteri ha accusato Washington di comportarsi come un "egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo".

Lo scenario attuale affonda le sue radici in un criminale blocco economico in vigore da sei decadi. Nell'ottobre del 1960, in risposta alle espropriazioni di imprese statunitensi sull'isola, gli Stati Uniti istituirono l'embargo contro Cuba. Successivamente, nel 1962, il presidente John F. Kennedy inasprì drasticamente le misure, imponendo un blocco commerciale quasi totale che ha colpito profondamente l'economia cubana. Nato inizialmente come misura temporanea per ottenere compensazioni, l'embargo non solo è stato mantenuto per sei decenni sotto dodici diverse amministrazioni, ma è stato anche rafforzato con successive misure coercitive.

Dopo l'attacco militare statunitense in Venezuela e il sequestro di Maduro, Marco Rubio ha sostenuto che le autorità di Cuba "sono riuscite a farcela per oltre 60 anni perché avevano donatori: l'URSS e, recentemente, il Venezuela, ma ora è finita". Le dichiarazioni di Trump e dei suoi collaboratori segnalano dunque un ulteriore inasprimento della lunga politica di pressione e aggressione contro la sovranità cubana.

  •  

Iran, tra meme e numeri: così la guerra dell'informazione si combatte (anche) online


di Francesco Fustaneo

Due notizie, apparentemente scollegate, esplose nel giro di pochi giorni, offrono uno spaccato perfetto delle regole (sporche) della comunicazione nell'era delle crisi internazionali. Da una parte, una fotografia potentissima che fa il giro del mondo: una giovane e bella ragazza accende una sigaretta con la fiamma che brucia il ritratto della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei. Un'immagine di sfida assoluta, perfetta per i titoli e i social media. Dall'altra, numeri drammatici che diventano la metrica ufficiale della repressione:  numero di arresti, numero di  morti nelle proteste. Cifre riprese senza esitazione da gran parte della stampa internazionale.

C'è un problema, in entrambi i casi. Quasi nessuno, nella corsa alla viralità e al titolo a caldo, si è fermato a chiedere: Da dove viene questa informazione? Chi la produce? E perché?

La foto-simbolo (fuori contesto)

La ricostruzione dei fatti, come riportata da diversi autori testate è lampante: quella foto non è stata scattata in Iran e nemmeno di recente. È l'opera di un'attivista digitale conosciuta online come Morticia Addams (@melianouss su X), nota per contenuti ultra-provocatori e anti-Repubblica Islamica costruiti per essere meme. L'immagine è stata realizzata in un parcheggio a Richmond Hill, Ontario, Canada. Un gesto simbolico, una performance per i suoi follower. Tra le disamine più puntuali della  foto che pervengono alla ricostruzione sopra enunciata , va citata quella di  una testata indipendente indiana (https://thechenabtimes.com/2026/01/11/fact-check-viral-image-of-woman-lighting-cigarette-with-photo-of-irans-supreme-leader-did-not-originate-in-iran/?amp=1)

Nel  vortice della tensione mediale sugli scontri in Iran e sul rischio  imminente di un attacco militare esterno, l'immagine ha perso istantaneamente il suo contesto. È stata divorata dalla macchina della propaganda, diventando per molti la "prova" visiva della rivolta interna o, per altri versi, della necessità di un intervento. Un prodotto dell'attivismo da tastiera, disegnato per shockare, trasformato in un asset della guerra psicologica. I fact-checker italici, come ammesso con ironia da alcuni osservatori, "erano in ferie" rispetto alla velocità di propagazione.

I numeri-simbolo (opachi)

Lo stesso principio di opacità si applica alle cifre spesso presentate come definitive sulla repressione. Molti dei bollettini più diffusi sulle vittime delle proteste provengono dalla Human Rights Activists News Agency (HRANA), un'organizzazione registrata negli Stati Uniti e guidata da attivisti iraniani in esilio e non a caso accreditassima negli ambienti internazionali. La sua missione è documentare le violazioni dei diritti umani in Iran, ma la sua struttura finanziaria getta un'ombra di parzialità geopolitica. HRANA è tra i beneficiari di finanziamenti della National Endowment for Democracy (NED), ente pubblico americano creato per "promuovere la democrazia" all'estero e da tempo strumento di soft power e influenza della politica estera di Washington.

https://www.irb-cisr.gc.ca/fr/renseignements-pays/rdi/Pages/index.aspx?doc=459016&pls=1

La National Endowment for Democracy (NED), celebrata in Occidente come faro delle libertà, agisce al soldo del governo degli Stati Uniti. Da tempo si impegna a sovvertire il potere statale in altri Paesi, intromettendosi negli affari interni, fomentando divisioni e scontri, fuorviando l'opinione pubblica e conducendo infiltrazioni ideologiche e non solo , il tutto con il pretesto di promuovere la democrazia.

Ora,  anche  ammettendo che questo non invalidi automaticamente il lavoro sul campo di HRANA, che si basa su una rete di contatti interni, ne definisce il quadro di riferimento. Presentare i suoi dati come "il numero delle vittime" senza specificare la fonte, la sua natura e i suoi legami, è un atto di approssimazione giornalistica. Un giornalista serio dovrebbe quantomeno affiancare quelle cifre con un "secondo fonti vicine al governo iraniano, i morti sono X", o cercare conferme incrociate, ammesso che in un paese mediamente accessibile come l'Iran sia possibile.

Il parallelo tra le due notizie è istruttivo. Entrambe rispondono a un bisogno narrativo potente: mostrare la resistenza degli iraniani e quantificare la ferocia della repressione in un momento in cui Israele aiutato dagli USA vuole chiudere definitivamente la partita contro Teheran. Entrambe, viaggiano sulla sospensione del pensiero critico. La foto canadese vale perché sembra vera e si adatta al frame pre-esistente. I numeri di HRANA valgono perché soddisfano l'aspettativa di orrore e confermano il frame del regime sanguinario.

Nella  guerra ibrida del XXI secolo, la prima linea non è solo sul campo, ma nello schermo degli smartphone. E le armi più efficaci sono spesso un meme ben confezionato e una statistica non verificabile, spacciati per verità assoluta. Il dovere del giornalismo sarebbe smontarle, o quantomeno svelarne  i meccanismi. Troppo spesso, invece, ne diventa il megafono inconsapevole.

  •  

Russia: il missile Oreschnik paralizza la riserva strategica di gas ucraina

Nella notte tra giovedì e venerdì la Russia ha colpito e gravemente danneggiato il più grande deposito di gas d'Europa, situato nei pressi della città ucraina occidentale di Stryi, a sud di Leopoli. Come riporta il quotidiano tedesco Junge Welt, video amatoriali dalla regione mostrano una serie di esplosioni avvenute intorno alle 23:45. Per l'attacco è stato utilizzato uno dei nuovi missili ipersonici "Oreschnik", impiegato per la prima volta nel conflitto ucraino nel novembre 2024 contro un complesso industriale a Dnipro. La Russia ha confermato l'uso del missile, definendo l'attacco una rappresaglia per il tentativo del regime di Kiev di colpire una residenza del presidente Vladimir Putin poco prima del capodanno.

Il deposito di Stryi, costruito in epoca sovietica principalmente per le esigenze di esportazione, ha una capacità di circa 17 milioni di metri cubi. Secondo il portale di settore Upstream online, questa corrisponde a poco più della metà dell'intera capacità di stoccaggio del gas dell'Ucraina e al 60% del suo consumo annuo. La sua importanza è cresciuta dopo che la Russia ha distrutto, nell'estate e nell'autunno scorsi, le principali strutture di estrazione del gas nel paese, rendendo l'Ucraina più che mai dipendente dalle importazioni dall'UE. L'impianto non era apparentemente protetto da sistemi di difesa missilistica; già nel 2024 il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva richiesto la consegna di "almeno due" batterie di sistemi statunitensi "Patriot" per poterlo difendere.

Fonti riferiscono che gli Stati Uniti sarebbero stati avvertiti dalla Russia alcune ore prima del lancio dell'"Oreschnik", per evitare l'impressione di un possibile attacco nucleare. Washington avrebbe poi passato l'informazione alla parte ucraina, tanto che il presidente Zelensky, nel suo consueto videomessaggio serale, aveva preannunciato attacchi imminenti. Il missile - riferisce il quotidiano tedesco - è partito intorno alle 23:30 ora di Kiev, per colpire Stryi un quarto d'ora dopo. Questo breve tempo di volo ha impedito all'Ucraina di calcolarne la traiettoria o di intercettarlo. Si stima che l'"Oreschnik" possa raggiungere una velocità fino a 13.000 chilometri orari.

Il fulcro degli attacchi russi a obiettivi infrastrutturali in quella notte è stato comunque la capitale Kiev, colpita da diverse decine di missili balistici e da crociera, insieme a circa 240 droni. In seguito agli impatti su tre centrali elettriche, secondo il sindaco Vitali Klitschko, al mattino più della metà dei condomini di Kiev era senza elettricità e, di conseguenza, senza acqua. Il governo ucraino ha parlato di circa mezzo milione di famiglie interessate. Anche le importanti regioni industriali di Dnipro, Zaporizhzhia e Kryvyi Rih sarebbero rimaste senza elettricità e acqua a causa degli attacchi russi. Il presidente Zelensky ha definito il tutto un "colpo alla vita della gente comune", proprio nel momento in cui in Ucraina sono arrivate forti gelate, e ha chiesto una "forte reazione della comunità internazionale", in particolare degli Stati Uniti.

Parallelamente all'attacco russo alle infrastrutture energetiche di Kiev e altre città ucraine, l'Ucraina ha lanciato un'offensiva contro una centrale elettrica nella regione russa di frontiera di Belgorod. Anche lì, venerdì, circa 500.000 persone sono rimaste senza elettricità e acqua. Il governatore regionale ha ammesso che la situazione è "molto difficile".

  •  

"Isola prigione": Elon Musk attacca il Regno Unito

L'oligarca USA Elon Musk ha affermato che il Regno Unito sta diventando un'"isola prigione", in seguito alla pubblicazione su X di un rapporto sui paesi con il maggior numero di arresti per commenti online, con il Regno Unito in testa con un ampio margine.

Secondo il rapporto, nel 2023 le autorità britanniche hanno effettuato più di 12.000 arresti per post ritenuti offensivi sui social media e altre piattaforme digitali, il che equivale a più di 30 al giorno.

Prison Island https://t.co/z7ojMD7irV

— Elon Musk (@elonmusk) January 10, 2026

Questi arresti rientrano nel Safety of the Internet Act, che, tra le altre cose, criminalizza l'incitamento alla violenza attraverso contenuti online e prevede pene detentive per coloro che tentano di danneggiare altri attraverso i propri post.

Il commento di Musk è l'ultimo di una serie di critiche contro quelli che considera attacchi alla libertà di parola da parte dell'amministrazione del Primo Ministro britannico Keir Starmer, nonché contro le sue politiche sull'immigrazione.

Il giorno prima, Starmer aveva minacciato l'azienda di Musk, X, per la distribuzione di massa di deepfake espliciti generati dall'intelligenza artificiale Grok, che includono immagini sessualizzate di donne e bambini. Il leader britannico ha dichiarato che avrebbe sostenuto l'autorità di regolamentazione delle comunicazioni del Paese nell'"adozione di tutte le misure necessarie".

  •  

Gomorra: come la periferia di Napoli venne svenduta l’11 gennaio del 2013

 

L’11 gennaio è una data rimasta impressa nella memoria di molti di noi. In questa data infatti, nel 1999, ci lasciava Fabrizio De Andrè. Negli anni a seguire, nel giorno della ricorrenza della morte, sono sorte iniziative spontanee di commemorazione attraverso l’esecuzione delle sue canzoni, dai palchi alle piazze alle case private. 

A casa mia, per esempio, non è mai mancato il ricordo dell’11 gennaio, chitarre alla mano.

A pochi invece l’11 gennaio ricorderà cosa successe in quella stessa data a Napoli nel 2013.

Io però sono uno di quelli che se lo ricorda bene.

Il film “L’uomo con il megafono” (Figli del Bronx, 2012, ’60), di cui sono autore e regista era stato presentato al Festival del Cinema di Roma solo 2 mesi prima, novembre 2012.

Costato giusto i biglietti della metropolitana avanti e indietro da Piazza Dante (nei pressi di dove abitavo) alla fermata di Piscinola (a pochi passi dalle “Vele”), realizzato in solitudine con una buona macchina da presa e ottimi microfoni, semplicemente mettendo l’occhio lì dove le cose stavano accadendo.

A dire il vero, le riprese durarono dal gennaio 2011 al maggio dello stesso anno, ma poi ci volle un altro anno sano per chiudere il lavoro (i soliti mal di pancia che colpiscono ad un certo punto i produttori dei miei lavori).

Il film è la storia in presa diretta di Vittorio Passeggio e del Comitato degli inquilini delle Vele di Scampia, immortalati in quei 4 mesi del 2011 in concomitanza con la campagna elettorale che portò all’elezione del sindaco Luigi De Magistris. Senza filtri e senza censure. Come mio costume.

Il film venne selezionato al Festival del Cinema di Roma grazie all’insistenza del suo direttore, Marco Muller, che non ne volle sapere. Tutti si dovettero rassegnare all’uscita del film.

Venne in soccorso, tra i pochi, Enrico Ghezzi, con un articolo di cui ricordo queste preziose parole: “una regia che aggredisce dolcemente il quartiere Scampia”.

Cosa aspettarsi dunque da questo lavoro? Distribuzioni? Passaggi al cinema? Passaggi in televisione? Altri festival e premi in giro per l’Italia e il mondo?

 

Nel mentre che provavo a dare risposte a queste domande, decidemmo per prima cosa di organizzare una proiezione pubblica preso l’auditorium comunale di Scampia, per permettere al quartiere di assistere alla pellicola in anteprima.

Il giorno fissato per la proiezione fu proprio l’11 gennaio 2013.

La proiezione, pomeridiana, fu un successo: venne molta gente e qualche personaggio.

Ma successe un fatto.

Ad una settimana dalla proiezione però venne fissata per lo stesso giorno, nello stesso luogo (l’auditorium comunale di Scampia), da tenersi al termine del nostro evento, un'assemblea popolare di quartiere per discutere dello sbarco della produzione della serie “Gomorra” (fin a quel momento erano usciti solo il libro e l’omonimo film di Matteo Garrone, per altro largamente criticato dal quartiere).

La concomitanza non fu un fatto voluto. 

Per l’assemblea popolare il comune aveva libero solo quel giorno.

Si decise dunque di fare doppietta: prima “L’uomo con il megafono”, poi l’assemblea popolare.

Il produttore napoletano del mio film arrivò all’auditorium a braccetto con un produttore della serie “Gomorra” (entrambe le persone sono nel frattempo scomparse e anche per questo evito di fare nomi).

Pertanto, oltre alle motivazioni (molto edificanti) con le quali questo produttore di Gomorra aveva cercato di ammansire la platea durante l’assemblea, mi sono potuto ascoltare anche le motivazioni riservate, rivelate da questi al produttore napoletano del mio film dietro le quinte.

Le motivazioni reali, quelle sussurrate e che in pubblico non si potevano dire, erano dunque queste: “Abbiamo già venduto i diritti della serie a 26 Paesi. Abbiamo incassato già una valanga di soldi. Però abbiamo promesso che le riprese sarebbero avvenute a Scampia, nei luoghi reali. Non abbiamo altra scelta. Dobbiamo girare qui a Scampia, costi quel che costi, tu ci devi aiutare”.

E il produttore de “L’uomo con il megafono”, afferrato al volo il concetto, si mise a disposizione.

Il resto è storia, forse non raccontata fino in fondo, ma ormai storia.

La storia di questo mio film invece finisce quel giorno, a 2 mesi dalla sua presentazione al Festival del Cinema di Roma.

 

In questi giorni viene trasmessa su piattaforme a pagamento l’ennesima serie televisiva tratta dall’opera di Roberto Saviano, questa volta titolata “Gomorra - le origini”.

Ci ha catturato una frase attribuita ai due sceneggiatori, Fasoli e Ravagli, riportata dal settimanale Espresso: “Ci hanno accusato di infangare il Paese, o fare un favore alla camorra. Ma il punto è un altro: perché nessuno ha mai guardato prima questi territori?”.

Ho avuto un sommovimento al livello dello stomaco.

Poi mi è venuto in mente il murale di Jorit realizzato alcuni anni fa a Scampia.

Un caro amico di Napoli mi ha raccontato la storia dietro quest’opera, io in quegli anni ero all’estero.

L’artista napoletano venne invitato a riempire questo enorme spazio laterale di un palazzo posto proprio davanti all’uscita dalla stazione della metropolitana di Piscinola, a Scampia.

Pare che l’artista partì con l’idea di raffigurare, su questa parete alta diversi metri, il fermo-immagine utilizzato per la locandina de “L’uomo con il megafono”, che ritrae appunto Vittorio Passeggio mentre urla al megafono agli abitanti del quartiere di scendere in strada e lottare per i propri diritti.

Pare però che qualcuno si è opposto. Celebrare i vivi? Troppo scomodi. Meglio un bel murale con la faccia di Pasolini. Quello è morto, non lo conosce ormai nessuno ed è più innocuo.

Però Jorit, testardo, in basso a destra ha fatto un riquadro e ci ha messo quello che avrebbe voluto disegnare su tutta la parete: Vittorio che brandisce un megafono.

Ecco, non è che nessuno ha mai guardato prima questi territori.

E’ che a nessuno prima era venuta l’intuizione di svendere la storia di Scampia affinché un perfetto sconosciuto, annoiato dall’altra parte del mondo, ci si potesse grattare sopra i coglioni a pagamento, disteso sul divano. 

Raccontare e svendere restano due mestieri diversi. 

Per esempio, il primo si avvicina alla storia di un uomo che con il megafono gridava al quartiere di alzarsi dai propri divani e di scendere in piazza. Svendere significa riportare la gente su quei divani.

Non è una sorpresa che il primo dei due mestieri sia ormai in via d’estinzione.

__________________________________________________
 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

 

  •  

Trump ha tolto il petrolio ai BRICS, intervista a Manlio Dinucci

 

Introduzione di Alex Marsaglia

In questa interessante analisi il geografo Manlio Dinucci approfondisce la recente aggressione degli Stati Uniti di Trump al Venezuela, demistificando con un’attenta analisi storica, economica e geopolitica tutta la vergognosa narrazione del potere che sta attualmente dipingendo Maduro come un “dittatore narcotrafficante” intento a danneggiare gli interessi degli Stati Uniti.

Viceversa, dati alla mano, emerge come il Venezuela di Maduro sia in realtà al di fuori delle reti del narcotraffico e soprattutto sia invece un Paese in cui il popolo, in seguito alla Rivoluzione Bolivariana, ha ripreso il controllo delle materie prime della sua terra strappandole alle multinazionali americane. Tale decisione ha rimesso al centro i venezuelani come legittimi proprietari delle risorse, permettendogli di scegliere come utilizzare il petrolio e con chi commerciare. La Cina, a differenza degli Stati Uniti che in Sud America si sono sempre imposti con la forza, ha potuto penetrare commercialmente su invito dei popoli sovrani, riuscendo a porsi come il principale concorrente mondiale degli Stati Uniti nell’area sino a diventare un partner strategico fondamentale di tutta l’America Latina ed in particolare di Cuba (entrata recentemente nei BRICS+) e del Venezuela. Occorre ricordare che nelle ore dell’attacco americano era presente una delegazione cinese che aveva appena concluso una riunione diplomatica proprio col Presidente Maduro.

Ecco che la Dottrina Monroe ritorna, evocata direttamente da Trump, come la grande elaborazione teorica imperialista rivolta a scacciare i concorrenti dal “cortile di casa”: ieri le potenze coloniali europee in declino, oggi la potenza egemonica cinese in ascesa. Riuscirà la cieca violenza a scacciare l’egemonia cinese?
Questo punto di vista ci permette di leggere l’attacco al Venezuela, il rapimento di Maduro e tutte le minacce che in queste ore stanno sommergendo tutti gli altri legittimi Presidenti eletti dell’America Latina in una chiave storica di verità, fornendo un respiro ben più ampio alle vicende di queste ore. Oggi gli Stati Uniti decidono di provare a stroncare il Venezuela per segare le gambe al nuovo mondo che sta nascendo con i BRICS, utilizzando i metodi barbarici, se ci riusciranno resterà da vedere.

Buona visione.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Kallas accusa la Russia di aver attaccato 19 Paesi. Ma neanche l'UE sa elencarli

Il Servizio Diplomatico dell'Unione Europea non è stato in grado di indicare i 19 paesi che, secondo la responsabile, Kaja Kallas, la Russia avrebbe attaccato negli ultimi cento anni. Questo è quanto emerge dalla risposta fornita dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna alla richiesta di chiarimenti avanzata dall’eurodeputato lussemburghese Fernand Kartheiser, riguardante le dichiarazioni rilasciate dall’Alto Rappresentante alla fine di novembre.

"Nell’ultimo secolo, la Russia (e precedentemente l’URSS) ha partecipato ad atti di aggressione non provocati, incluse invasioni, annessioni e occupazioni, contro numerosi paesi in Europa e altrove. I riferimenti a questo fatto mirano a sottolineare la natura sistemica e continuativa di tali aggressioni", si legge nella risposta, che non cita alcun esempio specifico. Il documento è stato condiviso questo giovedì sulla piattaforma X dal parlamentare.

EU HOLDS RUSSIA RESPONSIBLE FOR ACTS COMMITTED BY ITS PREDECESSOR

I have received an answer to my letter addressed to Mrs. Kallas in which I've asked the HRVP to clarify her allegations about Russia's historic responsibility into diverse conflicts. pic.twitter.com/AaaLP4P9xP

— Fernand Kartheiser (@FernKartheiser) January 8, 2026

L’ufficio di Kallas ha precisato di essere consapevole che la Federazione Russa esiste come soggetto di diritto internazionale dal 12 giugno 1990. Ha spiegato che la responsabile della diplomazia europea si riferiva anche alle azioni dell’Unione Sovietica, di cui la Russia è il successore legale.

Lo scorso 26 novembre, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza aveva dimostrato una "profonda" conoscenza della storia mondiale affermando che la Russia, "negli ultimi 100 anni, ha attaccato più di 19 paesi, alcuni anche tre o quattro volte", aggiungendo che "nessuno di quei paesi aveva mai attaccato la Russia". La funzionaria però non disse nel dettaglio a quali nazioni si riferisse.

In risposta, la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zakharova, ha ironicamente esortato a "chiamare i paramedici" per Kallas, definendola una "bugiarda". "Forse questa bugiarda potrebbe dirci quante volte i paesi delle unioni occidentali hanno attaccato Stati sovrani? Almeno negli ultimi 100 anni? O non le basterebbe nemmeno un giorno intero per contarli?", ha chiesto.

Il ministero degli Esteri russo ha condiviso un elenco delle aggressioni compiute dai paesi dell’UE e della NATO contro altre nazioni e popoli negli ultimi cento anni. Tra gli Stati che hanno condotto il maggior numero di operazioni militari figurano la Germania, l’Italia, la Francia e la stessa Estonia, da cui proviene Kallas. Quest’ultima ha partecipato nel 2001 alla guerra in Afghanistan, sotto gli auspici di Washington e dell’Alleanza Atlantica, e nel 2003 alla guerra in Iraq, al fianco della coalizione guidata dagli Stati Uniti.

  •  

I “volenterosi” propongono a Trump la Groenlandia per l'Ucraina


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

L'interesse yankee per la Groenlandia non è una novità, per quanto le bravate di Donald Trump abbiano reso oggi la questione di stringente attualità. Più sotto riportiamo la traduzione di un dispaccio della TASS da Stoccolma, risalente al 2 ottobre 1934, in cui si dava notizia dell'intenzione USA di comprare la Groenlandia.

Per quanto riguarda il presente, la prossima settimana sono previsti colloqui tra il Dipartimento di Stato e le autorità danesi, con gli Stati Uniti che, verosimilmente, porranno una serie di condizioni per il trasferimento della Groenlandia agli USA, probabilmente su pagamento di una somma di denaro, anche se non viene esclusa l'opzione di impadronirsi dell'isola con la forza. Trump ha chiaramente affermato che l'opzione della cattura della Groenlandia è stata presa in considerazione, anche se ciò dovesse portare al collasso della NATO.

In questo scenario, pare che i soliti “volenterosi” (di guerra) si siano sentiti un po' persi, tremando al rischio di rimanere orfani del famoso “ombrello protettivo” e dandosi quindi alacremente da fare per scongiurare tale - per loro – triste eventualità. Precipitarsi, timorosi come poveri mezzadri indebitati, col cappello in mano e la testa china, allo scrittoio del signor fattore, è parsa dunque l'unica opzione percorribile, di fronte a un padrone-”fattore” yankee che se ne infischia dei bramosi europei e tira dritto seguendo il proprio istinto predatorio.

I “volenterosi” hanno dunque pensato bene di proporre a Trump una propria “strategia”, con cui vorrebbero legare in un unico “pacchetto” le questioni della Groenlandia e dell'Ucraina. In tale schema, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, c'è però un aspetto negativo per l'Ucraina, che rischia di diventare l'esca e il bersaglio di questo gioco, fatto di una guerra che può portare alla sua completa distruzione come stato, se la Russia dovesse andare fino in fondo nelle proprie pretese.

In generale, il quadro mostra che, perdurante il conflitto in territorio ucraino, l'Occidente, un tempo unito (Europa e USA, UE e NATO) nel sostegno a Kiev, è oggi diviso, con Trump che vuole ritirarsi dalla partecipazione diretta alla guerra, salvo arricchire il complesso militare industriale yankee con le commesse di armi dall'Europa. Questa, a sua volta, vuole continuare a usare la guerra per rafforzare la propria industria bellica, come rimedio alla pericolosa stagnazione. Ma l'Europa vuole anche che gli USA continuino a finanziare la NATO, rifornire armi, intelligence spaziale e supporto politico.

L'obiettivo è dunque quello di cercare di frenare lo sgretolamento dell'euro-atlantismo, provando a giocare sugli umori di Trump di "acquisire" Canada e Groenlandia. Ora, dato che la Groenlandia fa parte della Danimarca, la sua annessione da parte americana rischierebbe di portare a uno scontro diretto con la NATO o, quantomeno, con un suo membro. La premier danese Mette Frederiksen ha detto chiaro e tondo che un eventuale trasferimento forzato (o anche volontario) della Groenlandia agli Stati Uniti porterebbe al collasso della NATO e una tale eventualità, ha detto la premier, un tale sconvolgimento tettonico, dovrebbe spaventare anche gli Stati Uniti.

Ed eccoci al dunque: i “vogliosi” hanno pensato di offrire a Trump un'altra opzione per conservare l'unità occidentale: scambiare il suo accordo per la conquista della Groenlandia con il pieno sostegno americano all'Ucraina nella sua guerra contro la Russia.

Secondo Politico, che definisce tale disegno come "pacchetto sicurezza", l'Europa potrebbe accettare un ruolo “più ampio” degli Stati Uniti in Groenlandia, in cambio del fatto che Washington fornisca all'Ucraina garanzie di sicurezza rigorose e a lungo termine e la assista con tutti i mezzi e i metodi disponibili.

Ora, mentre il 6 e 7 gennaio i leader UE hanno affermato all'unanimità la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia, hanno poi adottato una linea completamente diversa dopo il fallimento, di fatto, della "coalizione dei volenterosi" a Parigi e la chiara riluttanza UE a inviare truppe in Ucraina, oltre quelle promesse da Parigi e Londra. Le cancellerie europee hanno iniziato a discutere della possibilità di barattare la sicurezza dell'Ucraina con concessioni strategiche agli Stati Uniti nell'Artico.

Secondo Politico, gli europei considerano questo scenario il "male minore" e concordano sul fatto che sia il "meno problematico", data la minaccia molto concreta di un brusco deterioramento delle relazioni con Trump, il quale, temono, potrebbe, se scontento, persino imporre sanzioni agli europei e impossessarsi comunque di questa parte della Danimarca.

Nel gergo dei “bramosi”, si tratterebbe quindi di un "pacchetto" basato sul principio della "sicurezza in cambio di sicurezza": la sicurezza USA, che, secondo Trump, hanno assolutamente bisogno della Groenlandia, per la sicurezza dell'Ucraina e dell'Europa, che hanno bisogno di tempo per riarmarsi e prepararsi alla guerra con la Russia sotto l'egida americana.

L'8 gennaio, Politico ha riferito che i paesi europei UE e NATO hanno avviato uno sviluppo graduale di scenari di risposta a possibili azioni statunitensi sulla Groenlandia. Oggi, afferma Skachkò, non è del tutto chiaro a che punto si trovi tale accordo e quanto di questi piani si basi su calcoli reali o su semplici illusioni, ma è in ogni caso evidente una «vera e propria contrattazione di interessi geopolitici. E un approccio piuttosto vile e cinico, mascherato da rosei discorsi sulla pace, sul destino della democrazia e sulla necessità di proteggere i valori universali, è perfettamente normale. A spese di qualcun altro, ovviamente e senza, naturalmente, consultare le opinioni dei danesi in Danimarca o dei groenlandesi in Groenlandia. Che sciocchezza tattica sono queste piccole persone quando si tratta di placare strategicamente un padrone terribilmente arrabbiato che potrebbe da un momento all'altro lasciare i suoi servi europei ad affrontare da soli "l'orso russo"».

A differenza degli anni '30, allorché i leader europei pensavano di placare un aggressore a spese di qualche paese e le "forze di pace" europee parlavano al mondo di pace, mentre si preparavano segretamente alla guerra, oggi, mentre si preparano a placare Trump con la Groenlandia, gli europei non parlano di pace: sono ansiosi di muovere guerra alla Russia e “bramano” che gli USA li aiutino in questo sporco affare.

D'altra parte, e a dispetto dei “giochi” liberal-bellicisti dei “volenterosi”, il colonnello del SBU ucraino Roman Cervinskij (passato al clan Porošenko, contro la banda di Zelenskij) la stessa nomina di Kirill Budanov a capo dell'ufficio presidenziale è legata al deterioramento della posizione negoziale di Kiev. E anche la situazione sul terreno non parla a favore dei nazigolpisti. I negoziati di pace e i termini dell'accordo di pace, dice Cernivskij, «non sono i migliori per noi. Credo che peggiorino ogni giorno, ogni mese, ogni anno». La situazione peggiora di giorno in giorno: «il nemico sta effettivamente facendo progressi quotidiani. E quindi, oggi, sarà molto difficile stabilizzarsi sulle attuali condizioni. Questo è possibile solo grazie alla pressione americana». Eccoci al dunque! La Groenlandia per l'Ucraina.

E il politologo ucraino Andrej Zolotarëv dice che Kiev ha oscillato a lungo tra opzioni diplomatica o militare, ma oggi «la situazione si sta spostando verso il binario negoziale. Rinunciando a Istanbul, avremmo dovuto renderci conto che dovevamo essere preparati a una guerra di logoramento, per la quale l'Ucraina era completamente impreparata, dato che si era affidata alle parole di Biden, secondo cui gli USA avrebbero fornito tutto ciò che era necessario». Ora gli Stati Uniti si sono "ritirati", gli europei non mostrano molto entusiasmo nell'acquistare armi da fornire a Kiev e ci sono ucraini all'estero che contano sulla continuazione della guerra per poter rimanere in asilo temporaneo e vivere di sussidi.

Che i “volenterosi” (di guerra) lavorino appassionatamente su Trump, sembrano chiedere pietosamente a Kiev. Che gli si dia dunque mano libera, o, quantomeno, si cerchi di blandirlo, nelle sue ambizioni artiche.

https://ukraina.ru/20260109/parizhskaya-petlya-dlya-trampa-kak-evropeytsy-soblaznyayut-vashington-grenlandiey-1074095449.html

https://politnavigator.news/polkovnik-sbu-situaciya-na-fronte-ukhudshaetsya-kazhdyjj-den-nadezhda-tolko-na-ssha.html

https://politnavigator.news/ukraincy-v-es-mechtayut-o-prodolzhenii-vojjny-chtoby-ne-lishitsya-posobijj.html



----

Gli USA vogliono comprare la Groenlandia - Stoccolma, 2 ottobre. (TASS). La danese “Handels Tidende” riporta voci secondo cui tra Danimarca e USA sono in corso colloqui sulla vendita della Groenlandia all'America. Il quotidiano scrive che gli americani si mostrano sempre più interessati alla Groenlandia e la scorsa estate l'inviato USA ha compiuto un lungo soggiorno a Copenaghen. Aerei da guerra americani sono assidui ospiti della Groenlandia e là sono stati attrezzati numerosi depositi, con tutte le necessarie attrezzature per le comunicazioni aeree.

Il quotidiano ha interpellato in merito il premier Stauning, che ha smentito quelle voci. Il giornale, tuttavia, rimane scettico riguardo alla smentita.

A questo riguardo, la norvegese “Norges Handels Tidende” ricorda la smentita, nel 1916, da parte dell'allora ministro delle finanze, delle notizie sulla vendita danese agli Stati Uniti di tre isole del gruppo delle Indie occidentali. Quando la vendita si rivelò essere un fatto compiuto, il ministro si giustificò dicendo che «la pubblicizzazione della vendita non era nell'interesse dello stato».

Salta agli occhi il crescente interesse, negli ultimi tempi, dell'America per la Groenlandia e dell'Inghilterra per l'Islanda. Entrambe le isole rivestono una grossa importanza strategica, in particolare per le comunicazioni aeree attraverso l'Atlantico.

https://colonelcassad.livejournal.com

  •  

L’Impero Americano colpisce ancora


di Luca Busca

 

Leggere i giornali e frequentare i social in questi giorni è deprimente. È pieno di articoli, dichiarazioni, video fake di Tik Tok, post di Facebook che si affannano a dimostrare la crudeltà del dittatore Maduro. Ogni biasimo rivolto alla palese violazione del Diritto Internazionale da parte degli Stati Uniti e del suo Presidente, è corredata da una secca condanna del regime socialista-bolivariano. In prima fila si è subito schierata la von der Layen che non ha neanche preso le distanze più di tanto dall’intervento militare: “Seguendo da vicino la situazione in Venezuela, siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica”.

A ruota la segue Giorgia Meloni che ha definito “legittimo l’intervento difensivo”. Il PD tramite la Schlein spende contro il “dittatore” Maduro più parole di quante utilizzi per condannare la violazione del Diritto Internazionale: “Come Partito Democratico abbiamo sempre condannato il regime brutale di Maduro e le sue azioni repressive. Nemmeno le sue ripetute violazioni di diritti umani in Venezuela possono però giustificare altre violazioni gravi del diritto internazionale come l’aggressione militare e la violazione della sovranità venezuelana.”

Per Matteo Renzi il “Venezuela senza Maduro è un Paese migliore, [sebbene] le modalità con cui Trump interpreta il ruolo degli Stati Uniti sono ovviamente molto criticabili o discutibili”.

Giuseppe Conte afferma: “Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto”. Persino il Manifesto, scagliandosi contro Trump afferma: “Il fatto che Nicolás Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini” di Trump. La tecnica è la stessa usata con Israele, da quando la pagliacciata del “diritto all’autodifesa” ha perso credibilità per eccesso di genocidio: si rimprovera l’autore del crimine dando per scontato, però, che la responsabilità è della controparte in quanto organizzazione terroristica.

Allo stesso modo si rimprovera Trump ma, allo stesso tempo, lo si giustifica con il fatto che Maduro è un dittatore. Quindi, povero ragazzo, ha sbagliato ma in fondo l’ha fatto a fin di bene, “il Venezuela senza Maduro è un paese migliore”. In entrambi i casi, sono stati gli altri a esagerare per primi. Con queste modalità si riesce a manipola la realtà, si dà un’immagine completamente distorta di quelle che sono le cause reali di certi eventi. Si instilla nell’opinione pubblica una verità che non è tale. Si rovescia completamente il fatto che il dittatore e/o il terrorista non è chi è stato democraticamente eletto ma chi cerca di destituirlo con la forza, a prescindere dallo strumento usato: golpe; raid militari; finanziamenti e militarizzazione del nemico; genocidio.

Infatti, Maduro ha vinto, anche se di stretta misura, le elezioni nel 2013, nel 2018 e nel 2024. Hamas ha vinto, con ampio margine, le ultime consentite da Israele nel 2006. Quindi, la questione non è il gradimento occidentale dei governi degli altri paesi ma l’autonomia dei popoli di questi nello scegliersi i propri rappresentanti. Venezuelani e Palestinesi hanno scelto Nicolás Maduro e Hamas e nessun “Pistolero” americano ha il diritto di imporre un’opzione diversa.

Un altro mezzo di distorsione della realtà è il continuo paragone che viene portato dagli adepti dell’Impero Americano a difesa delle nefandezze dell’Imperatore di turno. Nulla di tutto ciò è mai paragonabile con i torti dello Zar di Russia, il “dittatore” Vladimir Putin, reo di aver “invaso” la democratica Ucraina per le sue mire espansionistiche. Così, nel fantasy imperiale tutto ha inizio il 24 febbraio del 2022 e piccoli irrilevanti particolari vengono cancellati dallo storytelling propagandistico. L’attività americana di destabilizzazione dell’Ucraina in atto almeno dal 2010, anno di elezione del filorusso Viktor Yanukovych, scompare dalla narrazione così come le attività di addestramento delle milizie neonaziste ucraine.

Nel 2014 il golpe di Maiden diventa una rivoluzione colorata di arancione, il massacro di Odessa un incidente e lo sterminio di 15 mila filorussi in Donbass un’invenzione della propaganda russa. Scompare dai testi di storia anche la firma, nel 2015, dell’accordo di Minsk II, quello che Angela Merkel ha affermato di aver sottoscritto solo per ottenere il tempo necessario ad armare l’Ucraina. Accordo che garantiva l’autonomia delle due oblast' di Donetsk e Luhansk. Il fantasy imperiale adotta la stessa strategia di compromissione mnemonica anche per il Medioriente, cancellando settantacinque anni di crimini israelo-americani, iniziati con la Nakba, la pulizia etnica che, sempre sotto la supervisione del Nuovo Impero Americano, nel 1948 provocò almeno 15 mila morti e 750 mila profughi. Questo consente di far cominciare il genocidio del popolo palestinese dal 7 ottobre 2023 come risposta all’attacco di Hamas, il vero responsabile dell’attuale situazione.

Leggendo tutti i commenti al fallito golpe americano in Venezuela, viene spontaneo domandarsi come sia possibile che queste palesi fandonie facciano così presa sull’opinione pubblica. Tre Verità manipolate - Nicolás Maduro è un dittatore; Vladimir Putin è un criminale; Hamas è un’organizzazione terroristica – vengono date per scontate in Occidente mentre i due terzi rimanenti del pianeta Terra le ignora, considerando le tre entità semplicemente per quello che sono: legittimi rappresentanti di altrettanti Stati con cui intrattenere relazioni diplomatiche e commerciali.

Il fatto si spiega con la manipolazione semantica che l’Impero Americano ha sviluppato negli ultimi tre quarti di secolo per trasformare il suo bisogno di appropriarsi delle risorse naturali altrui in diffusione dei valori fondativi della civiltà occidentale: “Libertà, Democrazia e Diritti Umani”. In questo modo il neocolonialismo è diventato prima “contenimento dell’espansione del comunismo” e poi “rimozione di un dittatore”; le guerre sono state chiamate “missioni di pace”; l’invasione di un paese e stata trasformata in “intervento umanitario”; l’imposizione del proprio modello sociale da dittatura è diventata “esportazione di democrazia”; il genocidio di un popolo è stato definito “diritto all’autodifesa”.

In questo processo di manipolazione della realtà, con cui si è costruito l’attuale fantasy imperiale, si possono distinguere tre periodi. Il primo va dal 1948 al 1989 circa, cioè il periodo di compresenza dell’alter ego sovietico, la Guerra Fredda. L’URSS diventò il “Nemico” e quindi la scusa ideale per mascherare il saccheggio delle risorse di paesi sovrani dietro la necessità di “fermare l’avanzata del comunismo”. Così, tutti i governi non allineati alle politiche imperiali venivano attaccati, eliminati e sostituiti con dittatori compiacenti. Alla caduta dell’URSS venne a mancare il “Nemico” che potesse giustificare questo tipo di interventi. Ne fu creato uno nuovo: il terrorismo islamico, sfruttando tutti quei gruppi che erano stati formati e finanziati come forma di destabilizzazione dell’area Mediorientale o di opposizione al vecchio regime sovietico.

Questo, però, non era sufficiente in quanto, in alcuni casi, questi gruppi erano veri e propri Stati, come l’Iraq, finanziato per arginare la rivoluzione islamica iraniana. In altri ancora, si trattava di ridurre all’impotenza paesi che con l’Islam non avevano nulla a che fare, né politicamente né geograficamente. Fu quindi inventata anche l’esportazione di democrazia. Attraverso un apparato ben strutturato di finanziamento filantropico le cui punte di diamante erano e sono: OSF, Open Society Foundations; USAID, United States Agency for International Development; NED, National Endowment for Democracy; fu dato molto risalto a livello mondiale ai valori liberali dell’Occidente, di cui sopra, con particolare attenzione alla Democrazia. Così come diceva Gaber gli americani divennero “portatori sani di democrazia”, loro ne sono immuni ma la impongono a tutti i paesi ... ricchi di risorse naturali.

Quando anche i meno attenti si accorsero che l’imposizione di un sistema sociale, anche se democratico, in sostanza è una dittatura, si invertì il processo. Tutti i paesi non allineati ricchi di risorse divennero “dittature” e le elezioni in qualsiasi paese diventarono regolari solo a condizione che a vincere fosse il candidato gradito all’Impero americano. Grazie a questa manipolazione semantica gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere un discreto consenso interno. Con ingenti finanziamenti e con la propaganda ne hanno conquistato piccole fette anche nei paesi non allineati e, in questo modo, sono riusciti a destabilizzare intere regioni. Dove questa impostazione non ha avuto successo, l’Impero Americano è ricorso alla forza militare per creare e mantenere nuove colonie, come nel caso dell’Iraq.

Oggi i difensori di questo modello occidentale, di fronte all’eccessiva arroganza di Trump, tendono a personalizzare le responsabilità. I più agguerriti addirittura osano assimilare l’odierno Imperatore ai “dittatori” in corso di rimozione. In realtà alla guida dell’Impero dal dopo guerra si sono avvicendati quattordici presidenti per ventuno mandati. Di questi ultimi, dodici a cura dei Repubblicani e nove dei Democratici e la manipolazione semantica è rimasta sempre la stessa. Anche gli strumenti di ingerenza sono invariati, è cambiata solo la tecnologia che ne ha migliorato l’efficacia:

  1. Propaganda nera: creazione di media falsi per influenzare l’opinione pubblica e sostegno economico e logistico a quelli filoamericani preesistenti.

  2. Sostegno economico: finanziamento di partiti e gruppi politici favorevoli, associazioni nazionali e internazionali per fomentare rivolte.

  3. Attacchi informatici tesi a danneggiare infrastrutture e servizi, a condizionare l’opinione pubblica creando disagi e disservizi.

  4. Addestramento paramilitare: in paesi terzi o in segreto.

  5. Fornitura di armi: attraverso canali segreti o intermediari.

  6. Piani di assassinio: diretti, con droni e tramite intermediari armati.

  7. Sabotaggio economico: manipolazione dei mercati, embargo formali e informali, sanzioni economiche.

  8. Intervento militare come ultima ratio.

In sostanza dal dopoguerra a oggi l’Impero Americano, a prescindere dall’Imperatore, non ha conosciuto un attimo di pausa nel perseguire le proprie politiche neocoloniali, dimostrando al mondo intero la sua vera natura dittatoriale. Perché il dittatore è colui che rovescia la volontà popolare per imporre il proprio modello e non il legittimo rappresentante del modello scelto dal popolo. Quello che segue è l’elenco delle violazioni del Diritto Internazionale, dei crimini, degli “interventi” e delle ingerenze in paesi sovrani operati dagli Stati Uniti, dal 1948 a oggi, al fine di realizzare quel “regime change” che consente l’appropriazione delle loro risorse. I dati sono stati raccolti in base a un notevole sforzo mnemonico e a lunghe ricerche “on line”. È stata utilizzata anche l’intelligenza artificiale per avere più facile accesso alle seguenti fonti:

  • Documenti declassificati CIA (Family Jewels, ecc.)

  • Commissioni parlamentari (Church Committee 1975-76)

  • Archivi storici di paesi coinvolti

  • Testimonianze di ex agenti

  • Rapporti di organizzazioni internazionali (ONU, Amnesty International)

Nonostante questo lavoro, la lista è largamente incompleta per due ragioni specifiche: la prima è costituita dai limiti della mia memoria; la seconda dal fatto che molte nefandezze imperiali sono ancora segretate e quindi difficili da dimostrare. Per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno basta fare riferimento al libro “Covert Regime Change” di Lindsey O’Rourke, che prende in considerazione solo il periodo della guerra fredda, dal 1947 al 1989. Nella sua ricerca O’Rourke registra 64 operazioni sotto copertura finalizzate al cambio di regime, sei di queste divennero palesi con l’intervento militare. Furono interessati 54 diversi paesi e ben 20 di queste operazioni ebbero successo e portarono al cambio di regime. Gli strumenti utilizzati furono gli otto elencati sopra.

 

Riepilogando:

  1. Dal 1948 al 1950 gli Stati Uniti sostennero il regime di Syngman Rhee, autoritario e repressivo, negli attacchi della Corea del Sud a quella del Nord al fine di unificare il paese sotto la bandiera “democratica”. La Corea, infatti, era stata divisa dopo l’occupazione giapponese in due zone di influenza, russa e americana. Nel 1950 in una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approfittando dell’assenza del rappresentante russo, si fecero autorizzare l’intervento militare. La guerra durò dal 1950 al 1953 causando milioni di morti civili e, finì per coinvolgere anche la Cina, oltre alla Russia.

  2. Nel 1953 la CIA, in accordo con la MI6, organizzò un colpo di stato in Iran per prevenire il comunismo e proteggere il petrolio. Per raggiungere lo scopo destituì il primo ministro Mohammad Mossadeq, che voleva nazionalizzare l’oro nero, e conferì pieni poteri allo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi.

  3. Nel 1954, sempre con la scusa di fermare l’espansione comunista gli Stati Uniti promossero un Golpe in Guatemala per rovesciare Jacobo Árbenz, democraticamente eletto nel 1951. La motivazione reale fu il “Decreto 900” del 1952, con cui lo Stato del Guatemala espropriava le terre incolte per distribuirle ai contadini. Il provvedimento penalizzò la United Fruit Company (UFC), una multinazionale americana che controllava: la ferrovia nazionale; il principale porto del paese; il 42% delle terre guatemalteche coltivandone solo il 15% e pagando quasi zero tasse. Aveva anche dipendenti in posizioni governative USA, cosicché, con l’appoggio di Allen Dulles, Direttore della CIA, John Foster Dulles, Segretario di Stato, entrambi ex avvocati della UFC ed Ed Whitman, Capo pubbliche relazioni UFC, marito della segretaria di Eisenhower, fu lanciata l’Operazione della CIA denominata PBSUCCESS. Fu insediato al comando dello Stato il colonnello Carlos Castillo Armas, addestrato dalla stessa CIA. Quello in Guatemala fu il primo degli innumerevoli golpe organizzati dagli Stati Uniti in giro per il mondo e fece “scuola”.

Le conseguenze furono drammatiche: fine della democrazia guatemalteca; terre restituite alla United Fruit Company; migliaia di sostenitori di Árbenz arrestati, torturati, uccisi o esiliati; criminalizzazione di qualsiasi opposizione sociale. Dal 1960 al 1996 la guerra civile fece oltre 200.000 morti (83% maya indigeni); il 93% delle atrocità furono commesse da esercito e paramilitari. Dal 1981 al 1983, sotto il regime di Efraín Ríos Montt (appoggiato da Reagan) avvenne il Genocidio Maya: 626 villaggi vennero completamente distrutti con uccisioni di massa, stupri sistematici e bambini uccisi a colpi di mazza. Nel 1996 il 75% della popolazione, cioè circa 7,75 milioni di esseri umani sopravvivevano sotto la soglia di povertà assoluta, generando così quell’intenso fenomeno migratorio che, pur se generato dalle politiche degli Stati Uniti, venne e continua tutt’oggi ad essere combattuto mietendo altre vittime.

  1. Nel 1961, sempre per fermare il comunismo, la CIA, con il benestare del più democratico dei presidenti, John Fitzgerald Kennedy, organizzò la figuraccia della Baia dei Porci, invadendo uno Stato sovrano con l’intento di rovesciare il governo cubano.

  2. Sempre nel 1961, la CIA si adoperò sotto copertura per eliminare il Primo Ministro del Congo Patrice Lumunba. Le ragioni erano, ovviamente, le risorse naturali del paese (uranio, per le atomiche USA, cobalto, 60% di quello mondiale, rame e diamanti). La scusa, fittizia, fu la solita avanzata del comunismo. Dopo aver fallito con l’avvelenamento, organizzarono l’abituale golpe, insediarono Joseph-Désiré Mobutu, un feroce dittatore, considerato “affidabile”. Fecero arrestare Lumunba, che fu fucilato e squagliato nell’acido insieme a due collaboratori. Con l’appoggio americano, Mobutu governò per 32 anni, rubando svariati miliardi di dollari e devastando il proprio paese.

  3. Dal 1961 al 1965, sempre per fermare lo “spettro” del comunismo che si aggirava per l’America Latina, gli Stati Uniti si impadronirono della Repubblica Dominicana. Nel 1961 il compiacente dittatore Rafael Trujillo, che aveva governato per un trentennio, venne ucciso. Preoccupati per la perdita, gli USA esercitarono una forte influenza, nonostante la quale nel 1962 fu eletto democraticamente il riformista Juan Bosch. Vista la sua propensione alla riforma agraria, alla limitazione del potere militare e a promulgare una Costituzione progressista, dopo sette mesi fu rimosso da un golpe militare preconfezionato da emissari a stelle e strisce. Scoppiò la guerra civile che fu vinta, nel 1965, dai Marines americani sbarcati sull’Isola per evitare una seconda Cuba. Nel 1966 fu scelto, per guidare la repressione, un ex collaboratore di Trujillo. Il risultato furono 6/8 mila morti in prevalenza civili, a cui si devono aggiungere altre 4 mila vittime tra omicidi e sparizioni (desaparecidos) e un regime totalitario durato 12 anni.

  4. Nel 1964 i Cow Boy, sempre per fermare i comunisti mangiabambini, appoggiarono il golpe militare in Brasile con Operation Brother Sam: supporto logistico, rifornimenti, appoggio navale in caso di resistenza lealista. La dittatura durò fino al 1985 ed esiliò e perseguitò il presidente João Goulart (Jango), democraticamente eletto nel 1961, promotore della riforma agraria, di un maggiore controllo statale sull’economia, dell’ampliamento dei diritti sindacali e di una politica estera non allineata. Morì per cause non accertate in Argentina nel 1976 a 54 anni. Il bilancio è di “sole” 1500 vittime a cui vanno aggiunte, come andava di moda all’epoca, quasi 50 mila persone arrestate e in buona parte torturate, 10 mila esiliati.

  5. Per evitare l’espansione comunista in Asia, gli Stati Uniti intervennero nelle beghe vietnamite impedendo le elezioni che avrebbero riunificato il paese, diviso dagli accordi di Ginevra del 1954. Nel 1964 inventarono di sana pianta l’incidente del Tonchino per scatenare la sanguinosa guerra del Vietnam. Oltre a causare circa 3 milioni di morti vietnamiti, di cui la metà erano civili, i prodi Cow Boy americani non hanno saputo resistere alla tentazione di farne molti altri anche in Laos e Cambogia. Nel primo caso, per l’ospitalità data ai tunnel vietnamiti, i laotiani furono ripagati con 2 milioni di tonnellate di bombe tra il 1964 e il 1973, facendo diventare il Laos il paese più bombardato “pro capite” della storia.

Nel secondo caso prima bombardarono a tappeto la Cambogia, poi organizzarono un golpe sostituendo il Principe Sihanouk con il più malleabile Generale Lon Nol. Quest’ultimo, con l’appoggio americano, avviò la guerra civile contro i Khmer rossi alleatisi con il deposto Sihanouk e i nord-vietnamiti. Dopo un considerevole numero di morti (circa 6oo mila in Cambogia 150 mila in Laos), gli Stati Uniti furono sconfitti su tutta la linea, lasciando via libera alla rappresaglia dei Khmer nei confronti dei collaborazionisti (circa 2 milioni di morti).

  1. Nel 1967, per prevenire una vittoria della sinistra in Grecia, la CIA organizzò il golpe che portò al potere i “Colonnelli”. Questi terrorizzarono il paese fino al 1974 con arresti e torture, perseguitando ogni forma di dissenso, ivi inclusi i capelli lunghi per gli uomini, i filosofi moderni, la musica rock e le famigerate minigonne. Il motto era Patria, Religione (solo cristiana) e Famiglia che ricorda da vicino “Dio, Patria e Famiglia” rimarcato da “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”.

  2. Nel frattempo già dagli anni ’50 e fino al 1990 gli Stati Uniti approntarono la rete “stay-behind”, conosciuta come Operazione Gladio, per impedire la presa di potere da parte di partiti socialisti e comunisti. Da rete paramilitare segreta anticomunista, Gladio superò la sua missione originale per diventare uno strumento utilizzato nella “strategia della tensione”, e presumibilmente nelle stragi di Stato (1969 – 1980), al fine di manipolare il panorama politico italiano ed europeo durante la Guerra Fredda.

  3. Nel 1971 i Gringos se la presero con la Bolivia dove, nel 1970, era salito al potere il generale Juan José Torres, un nazionalista filocomunista che poteva contare sull’appoggio dei sindacati, dei movimenti studenteschi e dei settori popolari e indigeni, grazie ai quali nazionalizza settori strategici, convoca un’Assemblea Popolare “proto-soviet”, rompe con le élite economiche e con Washington. Dura poco! Con l’appoggio degli americani Torres fu rimosso e al suo posto venne messo il generale Hugo Banzer Suárez, che governò fino al 1978 con il classico pugno di ferro, fatto di arresti, torture ed esilio per gli oppositori.

  4. Nel 1973 per impedire l’espansione comunista nell’America Latina l’Impero organizzò l’operazione “Fubelt” per uccidere Salvador Allende e mettere al suo posto il generale Augusto Pinochet. Quasi 40 mila il bilancio delle vittime, circa 100 mila i torturati, oltre 3 mila desaparecidos, 200 mila gli esiliati. Il risultato fu un paese devastato dal terrore e dalle politiche turbo-liberiste per diciassette anni.

  5. Dal 1975 al 1984 fu attiva, in America Latina l’Operazione Condor, per mezzo della quale gli Stati Uniti, tramite la CIA, fornivano liste di nomi, intelligence, formazione e addestramento di torturatori all’associazione di dittatori sudamericani formata da: Argentina (Jorge Rafael Videla); Cile (Augusto Pinochet) - Quartier generale operativo; Uruguay (Juan María Bordaberry); Paraguay (Alfredo Stroessner); Bolivia (Hugo Banzer); Brasile (Ernesto Geisel). Scopo dell’iniziativa la soppressione di ogni forma di dissenso. Tra le forme di dissuasione più efficaci c’era quella del lancio di persone vive senza paracadute da aerei in quota.

  6. Dal 1975 al 2002 gli Stati Uniti supportarono, insieme al Sudafrica dell’apartheid, la guerra civile Angolana promossa da Jonas Savimbi con l’UNITA contro il MPLA, la forza di stampo marxista al governo dopo l’indipendenza, appoggiata da Cuba e Unione Sovietica. Nonostante l’Unione Sovietica e Cuba dovettero abbandonare l’Angola, unitamente al Sudafrica post apartheid, gli americani non fecero mancare il supporto a Savimbi con circa 1 miliardo di dollari investiti in 27 anni. Nonostante ciò il MPLA ha sempre resistito, anche se Kissinger, nel 1975, dichiarò: “Non possiamo permettere un’altra sconfitta dopo il Vietnam”. Nel 2002 Savimbi venne ucciso in combattimento, da allora l’Angola è in pace ed è governato dal MPLA, riconfermato nelle elezioni del 2022 con la maggioranza assoluta. Tra 500 mila e il milione la stima dei morti, circa 4 milioni i profughi. Paese devastato dalla povertà nonostante la ricchezza delle risorse naturali (terzo produttore di petrolio in Africa, sedicesimo al mondo).

  7. Dal 1979 al 1989 gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i Mujahidin afgani, e non solo, per contrastare l’avanzata del comunismo in Medioriente. L’Operazione Cyclone, così venne chiamata, fornì i fondi e il know how necessari alla costituzione di Al-Qaeda e poi dell’ISIS.

  8. Dal 1979 al 1992 gli Stati Uniti diedero appoggio alla dittatura militare in El Salvador. Nel 1979 sostennero il golpe militare che pose il Colonnello Adolfo Arnoldo Majano a capo della Giunta. Nel 1980 la repressione violenta raggiunse l’apice con l’uccisione della più autorevole voce critica del regime, l’arcivescovo cattolico Óscar Arnulfo Romero. Nel 1981 con l’avvento di Ronald Regan alla Presidenza degli USA, i finanziamenti, l’addestramento e l’armamento offerto alla dittatura aumentarono in maniera considerevole. Majano, in quanto contrario alla violenza della repressione, fu estromesso dalla giunta, arrestato ed esiliato e sostituito con il più “accomodante” José Napoleón Duarte che governò dal 1982 al 1989. Gli “squadroni della morte” ben addestrati e armati imperversarono mietendo vittime tra i ribelli e i civili dissidenti. La scusa ufficiale fu la solita: fermare l’avanzata comunista in America. Il bilancio fu di 75 mila morti, oltre il 90% per responsabilità della dittatura, 10 mila desaparecidos, un milione di profughi interni e 500 mila rifugiati all’estero. Il tutto su una popolazione di circa 5 milioni.

  9. Nel 1983 per passare il tempo su qualche spiaggia tropicale gli Stati Uniti invasero l’Isola di Grenada, totalmente priva di risorse. La scusa fu la paura che finisse sotto l’influenza cubana. Solo un’ottantina i morti.

  10. Dal 1981 al 1990 e anche oltre gli Stati Uniti, con la CIA e non solo, finanziarono, addestrarono e armarono i Contras per destabilizzare il legittimo governo sandinista in Nicaragua. Bilancio di oltre 40 mila vittime di cui quasi due terzi civili, al fine di frenare l’avanzata comunista.

  11. Tra il 1989 e il 1990 gli Stati Uniti invasero Panama con la scusa di fermare il dittatore Manuel Antonio Noriega Moreno e il narcotraffico, un po’ come con Maduro. Il problema reale, ovviamente, era il canale, fondamentale per i commerci e la marina militare statunitense. Noriega era nazionalista e non prestava idonee garanzie in merito, soprattutto in considerazione del passaggio definitivo del canale all’amministrazione panamense già previsto per il 1999. Dal 1994 Panama è governata in alternanza da partiti democratici che non creano problemi, il canale è stato ampliato e tutto fila liscio come l’olio.

  12. Nel 1990 finalmente gli Stati Uniti entrano in guerra su mandato ONU! Lo fanno per liberare il Kuwait invaso dalle milizie irachene e, a missione compiuta, se ne vanno. Difficile da crederlo, anche se qualche velenosa polemica fu alzata all’epoca in merito a motivazioni dell’intervento diverse dal diritto internazionale, come la protezione dell’accesso occidentale al petrolio del Golfo e la garanzia della stabilità del mercato petrolifero. Male lingue parlarono anche di un eccesso dell’uso della forza militare non proporzionato al nemico. Il bilancio fu di 200 mila morti.

  13. Nel 1992-93 gli americani, sempre dietro incarico dell’ONU, intervennero in Somalia con l’Operation Restore Hope. La missione nasceva con caratteristiche umanitarie per garantire la distribuzione degli aiuti umanitari, fermare la carestia provocata dal collasso dello Stato somalo e dai conflitti tra i “signori della guerra”. Ben presto, l’operazione dimostrò l’incapacità delle truppe americane di fare alcunché di umanitario. Gli USA trasformarono rapidamente una “missione di pace” in un’operazione militare coercitiva, senza un chiaro mandato politico di lungo periodo. Le forze statunitensi finirono per schierarsi contro alcune fazioni, in particolare quella di Mohamed Farrah Aidid, fatto che aumentò la violenza del conflitto. Si arrivò a bombardare alcuni villaggi, causando vittime civili. A Mogadiscio si svolse una vera e propria battaglia che causò la morte di 18 militari americani. Gli USA si arresero all’evidenza di non essere in grado di svolgere missioni realmente “pacifiche” e si ritirarono. Bilancio, secondo le stime di Human Rights Watch (HRW) e altre organizzazioni: circa 300.000 morti, molte delle quali causate dalla carestia, evitabili con la distribuzione imparziale di aiuti alimentari.

  14. Nel 1995 gli Stati Uniti con l’appoggio della Nato e un parziale mandato ONU intervengono in Bosnia-Erzegovina. Contenti dei risultati ottenuti con il primo grande intervento militare NATO offensivo della sua storia, gli Stati uniti replicano nel 1999. Il primo passo fu l’appoggio e il finanziamento di quella che gli stessi americani definivano “organizzazione terroristica”, l’UCK (Esercito di Liberazione del Kossovo). In questo modo legittimarono, dandone la responsabilità alla Serbia, gli attentati, gli omicidi di civili serbi e i traffici illegali di armi, droga ed esseri umani, compiuti dall’UCK. Gli Stati Uniti, preparato il terreno, attaccarono bombardando a tappeto Belgrado e tanto altro. L’intervento era privo di mandato ONU ma con ampia partecipazione dei paesi Nato, inclusa l’Italia del governo D’Alema. Il bilancio delle vittime è difficile da quantificare a causa dell’omertà delle forze NATO che danno per sovrastimate le 2500 uccisioni di civili dichiarate dalla Serbia. Nessun dato in merito alle vittime militari, il cui numero, sempre in sintonia con fonti della NATO, sarebbe superiore a quello dei civili. Belgrado fu rasa al suolo.

  15. Dal 2001 al 2021 gli Stati Uniti spalleggiati dalla NATO hanno cercato di avere la meglio sui propri ex alleati Mujahidin in Afghanistan. Questi, una volta scomparso il nemico sovietico, si erano trasformati in Al-Qaeda ed erano ascesi a nemico numero uno, con la qualifica di “terrorismo islamico”. Il pretesto per scatenare la guerra fu l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle e ai meno rilevanti Pentagono e Campidoglio o Casa Bianca. L’attacco fu attribuito ai seguaci di Osama Bin Laden, rampollo di buona famiglia saudita, che aveva studiato in Inghilterra e finanziato, insieme agli americani, i Mujahidin afghani. Nel 2011 Bin Laden fu ucciso nel corso di un raid in Pakistan, in violazione della sovranità di quel paese. Nonostante ciò, dopo vent’anni di guerra, la NATO si dovette arrendere, lasciando il paese in mano ai Talebani. Bilancio di circa 126 mila vittime militari, di cui solo 3621 delle forze NATO. Quelle civili sono stimate tra le 106 e le 170 mila, ovviamente considerate sovrastimate dalle forze NATO. Non ci sono dati sulle esecuzioni dei collaborazionisti da parte dei Talebani.

  16. Nel 2002 gli Stati Uniti scoprono che, oltre alle vittime civili e militari dei paesi invasi, ogni tanto muoiono anche militari americani. Per risolvere il problema inaugurano la prassi degli “omicidi mirati” a mezzo drone. Il primo caso documentato fu quello di un velivolo senza pilota lanciato su un veicolo in Yemen dove viaggiavano sospetti membri di al?Qaeda. Da allora le stime parlano di 4/500 operazioni di “targeted killing” che hanno causato tra le 3400 e le 3900 vittime. Impossibile avere dati certi in quanto molte di queste operazioni sono ancora segretate. Ancora oggi la scusa utilizzata per giustificare questi abusi è sempre quella del terrorismo internazionale.

  17. Nel 2002, già preoccupati per il successo del socialismo bolivariano, gli USA supportarono il golpe ufficialmente realizzato da una parte dell’esercito e settori dell’opposizione. Chavez venne deposto e deportato, Pedro Carmona Estanga fu proclamato presidente ad interim e sciolse il parlamento e altri poteri dello Stato. Il popolo insorse in massa e, in 48 ore ripristinò la legittima rappresentanza. Da questo momento scattò una vera e propria persecuzione del Venezuela da parte degli Stati Uniti, dovuta alla nazionalizzazione del petrolio. Demonizzazione personale del leader, delegittimazione sistematica del processo elettorale venezuelano, uso costante di categorie come autoritarismo, populismo, minaccia regionale sono stati veicolati da tutti i media mainstream occidentali, dai vari think tank, dalle solite ONG “di policy” e dalle dichiarazioni ufficiali dei governi. Sul piano interno vennero attivati tutti gli strumenti di induzione del “regime change”. Nonostante questo Chavez e il socialismo bolivariano hanno resistito, migliorando di molto le condizioni del paese: la povertà relativa passo dal 50 al 26%, quella assoluta dal 17 al 7%; l’analfabetismo fu debellato; da 20 medici per 100 mila abitanti si passò a 80; la mortalità infantile fu drasticamente ridotta; la disoccupazione si ridusse dal 14,5 al 7,8%; il PIL pro capite triplicò. Più miglioravano le cose più si inasprirono le sanzioni e l’embargo imposto dagli americani. A farne le spese fu l’erede bolivariano di Chavez, Maduro.

  18. Non contento del massacro afghano Bush Junior decise nel 2003 di radere al suolo l’Iran per andarsi a prendere il petrolio con la scusa delle inesistenti “armi di distruzione di massa”. L’epilogo è noto Saddam Hussein condannato a morte per non aver commesso il fatto, George Walker Bush Jr prosciolto per aver ucciso direttamente, con le bombe, e indirettamente, con carestia e mancanza di cure, tra i 500 mila e il milione di esseri umani. La guerra in Iraq ha portato alla ribalta il ritorno sulla scena della tortura, che la propaganda imperiale aveva insabbiato. Particolarmente attiva a Guantanamo con un quantitativo di vittime non ancora stabilito. Ad Abu Graib addirittura i militari si facevano i selfie con i prigionieri torturati. La pubblicazione di documenti inerenti queste aberrazioni, di altri crimini di guerra in Iraq e Afghanistan, delle uccisioni di civili e di pressioni illegali in ambito diplomatico, sono costate a Julian Assange 12 anni di persecuzione. Fatto che dimostra l’inesistenza della tanto sbandierata libertà di stampa imperiale. L’Impero ancora controlla il petrolio iracheno.

  19. Nel 2006, risolta la questione irachena, gli Stati Uniti spostarono l’attenzione sull’Iran. Il primo attacco fu informatico, l’operazione si chiamava “Olympic Games” e fu condotta, dalla CIA e dalla NSA, in collaborazione con l’immancabile Mossad, al fine di sabotare il programma nucleare iraniano. Poca importanza aveva se il programma fosse per uso civile o militare, come ampiamente dimostrato recentemente dall’attacco “Martello di Mezzanotte” condotto il 22 giugno 2025 dalla United States Airforce e dalla United States Navy contro tre impianti nucleari in Iran. L’aggressione informatica fu sferrata con una famiglia di malware, non un singolo virus: Stuxnet con il compito di alterare il ciclo di rotazione delle centrifughe di arricchimento dell’uranio; Duqu con quello di ricognizione; Flame per lo spionaggio. Il risultato fu la distruzione di un migliaio di centrifughe e tra uno e due anni di ritardo sul programma nucleare iraniano. Strano a dirsi ma non ci fu nessuna vittima umana. Olimpic Games ha avuto anche il merito di avviare la cyber?warfare attualmente in corso.

  20. Nel 2009 in Honduras gli Stati Uniti si limitarono a un “appoggio esterno”, basato sull’inazione, accordato ai Militari honduregni che arrestarono Zelaya e lo deportano in Costa Rica, insediando al suo posto Roberto Micheletti, presto sostituito da Porfirio Lobo. Quest’ultimo fu “eletto” mentre il governo golpista provvedeva a reprimere ogni forma di dissenso, uccidendo decine di attivisti, sindacalisti e giornalisti, arrestandone centinaia in un clima di repressione, censura e persecuzione dell’opposizione. Gli Stati Uniti del democraticissimo Obama affermarono che andava tutto bene e legittimarono golpe, voto e dittatura conseguente La militarizzazione dello Stato e il conseguente clima repressivo rimasero in vigore fino al 2022.

  21. Dal 2010 al 2012 il Mediterraneo si infiammò con le “Primavere Arabe”. Tunisia, Egitto, Libia e Siria vennero travolte da proteste spontanee e non coordinate, inizialmente pacifiche. L’ingerenza statunitense fu diversa per ogni singolo paese. In Tunisia gli americani non fecero praticamente nulla, probabilmente a causa dell’assenza di risorse particolarmente interessanti. In Egitto inizialmente appoggiarono l’alleato storico Mubarak, per poi lentamente abbandonarlo in funzione di una transizione più sicura: i militari. Forti dell’esperienza serba, gli Stati Uniti e l’Occidente intero evitarono interventi diretti, lasciando ai soliti noti (OSF, USAID e NED) il compito di diffondere i valori occidentali.

  22. Il 2011 fu l’anno della Libia. La Nato decise di liberarsi di Gheddafi, nonostante l’amicizia che lo aveva sempre legato all’Italia, prima con Andreotti, Craxi e l’ENI e poi con Berlusconi. La motivazione ufficiale fu la messa in sicurezza dei civili in quella che, partita come Primavera fu presto trasformata in Guerra Civile. Una volta ottenuto il permesso dall’Onu per adottare “tutte le misure necessarie a proteggere la popolazione civile e tutte le aree popolate sotto minaccia d’attacco”, la Nato intervenne a favore delle milizie ribelli per “far fuori” Gheddafi. Il bilancio dell’operazione è stato il caos più totale che si protrae ancora oggi con il paese diviso in due: a est spadroneggia Khalifa Haftar dietro la facciata del governo di Abdullah al-Thani con sede a Tobruch; a ovest con dimora a Tripoli si trova il governo “ufficiale” presieduto da Mohamed Younis Ahmed Al-Manfi. In realtà il paese è in mano a bande tribali armate fuori controllo. Ad esempio, il torturatore libico Osama al-Masri Nagim (quello liberato dal governo italiano a spese dei cittadini) era attivo contro le milizie di Tobruch ma è stato arrestato dalla procura di Tripoli. Oltre ai 14 anni di caos, circa 50 mila persone, oltre a Gheddafi, sono state uccise.

  23. Sempre nel 2011 iniziano le attività per destabilizzare la Siria. La Cia lancia l’operazione Timber Sycamore, un programma segreto, attivo fino al 2017, finalizzato a finanziare, armare e addestrare gruppi ribelli siriani impegnati nella guerra contro il regime di Bashar al-Assad. Quegli stessi gruppi che nel 2025 hanno deposto Assad e preso il potere in Siria.

  24. Pur non avendo date certe a causa della segretazione di queste operazioni, è all’inizio del secondo decennio del 2000 che inizia il finanziamento, l’addestramento e l’armamento delle truppe neonaziste ucraine. Contemporaneamente i soliti noti (OSF, USAID e NED) danno avvio all’ingente sovvenzione di Associazioni e ONG per la propagazione degli alti valori democratici occidentali. Nonostante questo, alle elezioni presidenziali del 2010, giudicate regolari da tutti gli osservatori internazionali, vinse il filorusso Viktor Yanukovych, che non aveva alcuna intenzione di associarsi all’Europa.

Così nel 2014 fu organizzata la seconda puntata della rivoluzione arancione. Il legittimo presidente deposto fu sostituito con il più “accomodante” Oleksandr Turchynov, filo occidentale. In risposta al golpe, la Russia incrementò il suo presidio in Crimea dove aveva e, ovviamente, ha oggi importanti strutture militari. Senza combattimenti, ma organizzando un referendum la Russia si annette l’oblast’. Le truppe neonaziste, che già avevano iniziato la loro avanzata con il Massacro di Odessa (48 e più persone arse vive nella Casa dei Lavoratori), inasprirono i combattimenti in Donbass, dove veniva rivendicata l’autonomia amministrativa.

Tra settembre 2014 e febbraio 2015 vengono firmati i due accordi di Minsk. Immediatamente disattesi dall’Ucraina, gli accordi prevedevano, oltre al cessate il fuoco in Donbass, anche lo Status speciale per Donetsk e Luhansk con l’autonomia locale rafforzata, ovvero l’autogoverno amministrativo, l’uso ufficiale della lingua russa, la polizia locale, la cooperazione transfrontaliera con la Russia. Le truppe neonaziste intensificarono i massacri in tutta la regione. Gli Usa elargirono, dal 2014 al 2021 circa 2,5 miliardi di dollari in addestramento e armamento militare. Bilancio: 15 mila morti e diversi crimini di guerra commessi dalle forze Ucraine. Chi come il giornalista italiano Andrea Rocchelli ha osato documentare questi orrori è stato ucciso dalle truppe neonaziste.

  1. Nel 2014 anche la situazione in Siria si complicò. L’Isis conquistò territori e proclamò il Califfato. Ufficialmente il mondo intero era contro il nuovo Stato Islamico, nessuno Stato lo finanziò, nessuno comprò il suo petrolio, nessuno gli vendette armi. Una vera e propria potenza nata dal nulla, un “Self Made State”! Qualche dubbio sorge spontaneo in virtù del fatto che l’Isis, nonostante la radicalizzazione islamica non ha mai agito contro Israele e l’Occidente invasore, solo contro gli Sciiti. La lotta tra Sciiti (Iran, Palestina) e Sunniti (Arabia Saudita) viene presentata in Occidente come la causa principale dell’instabilità mediorientale. In realtà le due confessioni islamiche hanno convissuto pacificamente per oltre un millennio sotto l’Impero Ottomano e lo fanno oggi in Yemen e nei BRICS dove Arabia Saudita e Iran coabitano pacificamente. Fatto sta che, secondo la versione più accreditata, nel 2015, mentre litigano in Donbass, Russia e USA, che nel frattempo continuava a brigare contro Assad, scesero in campo insieme contro l’Isis.

La Russia intervenne addirittura con l’aviazione supportando Assad, mentre gli Stati Uniti sostennero le SDF (Syrian Democratic Forces). Nel frattempo si creò un altro gruppo jihadista denominato HTS (Hay’at Tahrir al-Sham). Nel 2017 l’Isis venne sconfitto, ma il conflitto non si placò. L’HTS al comando di Ahmad ?usayn al?Shara, all’epoca noto come al-Jawl?n?, divenne sempre più forte, si radicò nel territorio e, grazie al supporto americano si costituì come la principale forza anti-Assad. Nonostante la Russia non abbia mai abbandonato le forze governative siriane, queste furono definitivamente sconfitte l’8 dicembre 2024. Il 29 gennaio 2025 al?Shara è stato proclamato Presidente della Siria. La deposizione forzata di Bashar al-Assad è costata alla Siria circa 670 mila morti, cui si devono aggiungere quasi 10 mila per le epurazioni del nuovo governo jihadista. Inoltre, la Siria contava nel 2011 circa 23 milioni di abitanti. 7 milioni si sono dovuti rifugiare all’estero e circa 7,5 risultano come rifugiati interni, complessivamente il 63% dell’intera popolazione.

  1. Nel 2020 assunse particolare rilevanza l’uccisione tramite drone di Qasem Soleimani. Il motivo per cui l’omicidio mirato ebbe risalto fu la doppia violazione della sovranità di due diversi Stati. Il generale iraniano con alti incarichi istituzionali era, infatti, in visita ufficiale a Bagdad, capitale dell’Iraq.

  2. Nel 2022 la Russia decise di intervenire direttamente nelle province autonome di Donetsk e Lugansk per porre fine alla guerra civile e realizzare quanto previsto dall’accordo Minsk II. Gli USA, per non perdere quanto realizzato in Ucraina sino a quel punto, ampliarono a dismisura, finanziamenti, addestramento, fornitura di armi, di logistica e di intelligence. Coinvolsero anche le colonie europee con la minaccia di un’immediata, quanto incomprensibile, invasione russa dell’intera Europa. In questo modo ottennero il risultato sperato: la fine dei rapporti commerciali tra Russia ed Europa che tanti problemi economici avevano creato all’America. Per questo sono stati distrutti i gasdotti Nord Stream e la Nuova Via della Seta. Nel 2024 Donal Trump ha deciso di seguire una via diversa: si è accaparrato le risorse dell’Ucraina dell’Ovest con l’accordo “delle Terre Rare”, lasciando alla Russia quelle delle province autonome dell’Est, nel frattempo annesse mediante referundum. Gli Stati Uniti hanno già “investito” ben 205 miliardi di dollari in Ucraina. La guerra prosegue ancora, sostenuta dai “Volenterosi” Europei. Il bilancio della guerra per procura è impossibile da stilare, in quanto la propaganda tende ad attribuire alla controparte il maggior numero di vittime per far finta di aver vinto la guerra. Di sicuro, trattandosi di una guerra di “trincea” le vittime civili sono nettamente inferiori a quelle militari, che si dovrebbero aggirare tra le 500 mila e il milione.

  3. Nel 2024 gli USA decidono di intervenire contro gli Houthi in Yemen. L’operazione scaturiva dall’esigenza di ripristinare la navigazione verso il Canale di Suez compromessa dai missili Houthi lanciati a sostegno della causa palestinese. La legittimità dell’intervento appare scontata. Un po’ meno se si considera il contesto regionale, oggetto di destabilizzazione continua dal dopoguerra.

  4. Dal 1948 a oggi gli Stati Uniti hanno finanziato, fornito armi, anche nucleari, tecnologia, intelligence e protezione politica a Israele, al fine di destabilizzare in maniera permanente la regione araba, per mezzo della violazione quotidiana del Diritto Internazionale. Lo scopo statunitense è stato perseguito con l’occupazione dei territori, la pulizia etnica iniziata con la Nakba, il genocidio del popolo palestinese, attacchi indiscriminati in Libano, Siria, Iran e Qatar. Il bilancio complessivo delle vittime in Palestina supera agilmente le 300 mila unità a cui vanno aggiunte quelle libanesi, siriane e iraniane. Il numero è destinato a salire a causa del protrarsi del genocidio.

  5. Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela uccidendo 80/100 persone e rapendo il Presidente Maduro e sua moglie.

Nota importante: Molte di queste operazioni “sotto copertura” sono state inizialmente negate e confermate solo decenni dopo attraverso documenti declassificati. Alcune rimangono oggetto di dibattito storiografico. La scala esatta del coinvolgimento USA varia da caso a caso, dal semplice sostegno politico all’organizzazione diretta del golpe.

  •  

Alberto Bradanini - Il futuro della Groenlandia e l'avvertimento di Kissinger



di Alberto Bradanini[i]

10 gennaio 2026

 

1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento - che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.

Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? "Vorrei fare un accordo - ha egli aggiunto - … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l'opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!

Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo. Insomma, si tratta di un argomento inoppugnabile, un po’ come quello (ci viene in mente questo a caso) che il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti e che il governo di Maduro (nemmeno il Venezuela!) avrebbe loro misteriosamente sottratto[1]. L‘inquilino-ballerino della Casa Bianca ribadisce che gli Stati Uniti "devono fare qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no agli altri, perché altrimenti saranno Russia o Cina a prenderne il controllo”. Secondo una sofisticata dottrina geopolitica, gli Stati Uniti non possono consentire che quest’isola - così strategica per la difesa del territorio nordamericano! - cada sotto il controllo di Russia o Cina, le quali, secondo un profondo conoscitore della storia come Trump, non solo vagheggiano da sempre di invaderla ma obliterano misteriosamente di mettere in conto che appartiene a un paese Nato, insensibili come sono alla marginale circostanza che questo scatenerebbe la terza guerra mondiale. Ma pace!

La Danimarca e l’85% degli abitanti della Groenlandia si oppongono fermamente, ça va sans dire, a tali insani propositi, ma l’aspirante Premio Nobel per la Pace non intende rinunciare a quello di cui ha bisogno, alla luce di acute riflessioni sulla strategia di difesa nazionale e dell’evolversi della geopolitica planetaria. Di tutta evidenza, quest’uomo non è normale: la Groenlandia è infatti un territorio danese autonomo più grande del Messico, ma semi-disabitato e gli Stati Uniti vi hanno già una presenza militare e nulla vieta di espanderla, a piacimento. Copenaghen non si opporrebbe.


2. Frederiksen, a capo del governo danese, ha avvertito che un’aggressione statunitense contro un paese Nato assesterebbe un colpo mortale al Blocco Atlantico, sebbene alla luce dell’avvilente spirito di vassallaggio dei maggiordomi europei tale esito non è affatto scontato.

Se Copenaghen ha battuto un colpo, almeno sul piano formale, gli altri europei hanno fatto invece ricorso, coraggiosamente, alla banalità del banale, ripetendo insieme a M. Lapalisse che "la Groenlandia appartiene ai groenlandesi/danesi”, lasciando in verità nel vago persino quest’ultimo aspetto.


3. Ora, alla luce di sviluppi la cui effervescenza, sino a un anno fa, solo i più fervidi scrittori di fantascienza avrebbero potuto immaginare, ai paesi europei si presenta l’occasione storica di un cambiamento epocale. Facciamo un’ipotesi così semplicistica che più semplicistica non si può: se gli Usa aggrediscono la Danimarca (Groenlandia), la Nato muore. Le nazioni europee tornano sovrane, da subito sul piano politico e militare, in attesa di affrontare il capitolo monetario/finanziario (specie quelle del Sud Europa). Le basi militari Nato/Usa in Europa vengono gradualmente smantellate. Quelle in Italia, per quanto ci riguarda, ancora più in fretta dal momento che nessuno minaccia le nostre coste o montagne (se i paesi del Nord-Est vogliono mantenerle, facciano pure, sul piano bilaterale, noi no!). In chiave cautelativa, il governo di Roma, per evitare che i suoi Ministri seguano il destino di Maduro, potrebbe stipulare un accordo per il mantenimento di (poche) basi militari Usa, su condizioni diverse (stracciando l’armistizio di Cassibile) e dietro adeguato compenso (vale a dire a spese loro). Tale scenario consentirebbe all’Italia di recuperare la sua perduta sovranità politico-militare e iniziare a ragionare su come arrestare il drammatico declino del Paese. Al termine di tale fruttuosa traiettoria di ripresa, l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. in una proiezione di pace, stabilità e prosperità.

La storia offre dunque un'occasione unica, che certo per essere colta avrebbe bisogno di una classe dirigente di qualità, di cui ahimè non disponiamo. Noi, tuttavia, perenni sognatori di un mondo migliore, non intendiamo capitolare. Continueremo dunque a lavorare per la costruzione di luoghi incorporei, forse utopici, ma che devono restare vivi nella nostra mente, se vogliamo che un giorno, vicino o lontano, possano diventare realtà.

 

[1] I membri neocon dell’entourage di Trump lasciano intendere che il petrolio sarebbe stato sottratto in passato alle corporazioni Usa con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana decretata negli anni ’70. La legge entrò in vigore il 1° gennaio 1976 (sotto il governo di Accion Democratica di Carlos Andrès Perez). Le compagnie petrolifere straniere - tra cui la Creole Petroleum Corporation (filiale della Standard Oil of New Jersey, ora ExxonMobil), la Royal Dutch Shell e la Gulf Oil Corporation - furono però regolarmente indennizzate con 1,1 miliardi di dollari, pagate in 20 anni con un tasso d’interesse del 6% (totale 2,2 miliardi di dollari), a conclusione di alcuni contenziosi raggiunti di comune accordo nel 1977.

 

 

  •  

Iran. Decolonizzate le menti

 

di Cristiano Sabino

La narrazione occidentale sulla situazione iraniana è costruita come sempre su uno schema coloniale elementare: un popolo che si ribella a una dittatura oscurantista e sullo sfondo la mano tesa dell'Occidente per estendere al mondo libertà e progresso.

Peccato che questo schema non descriva la realtà storica, sociale e politica dell’Iran.

Il regime dell’Ayatollah e dei Pasdaran non è un corpo estraneo imposto dall’alto, ma nasce da una rivoluzione di massa che nel 1979 rovesciò lo Shah di Persia, percepito a torto o a ragione come fantoccio degli Stati Uniti, simbolo di dipendenza, saccheggio e umiliazione nazionale e quindi avversato fortemente non solo dagli islamici ma, anche e soprattutto (almeno in una prima fondamentale fase), dalle forze progressiste, socialiste, sindacali e dai comunisti. 

Quel "regime", piaccia o no, ha una fortissima base sociale e si innesta su una identità persiana millenaria, strutturata da oltre 27 secoli di storia statuale, con una rivendicazione di sovranità che è anche — in parte — imperiale.


Una larga fetta del popolo iraniano sostiene l’Ayatollah non solo per motivi religiosi, ma soprattutto politici: perché lo considera farina del sacco della propria storia, una garanzia — per quanto contraddittoria e autoritaria — di indipendenza nazionale dall’imperialismo statunitense.

Poi esiste un’altra Persia.

Un Iran che non vuole l’Ayatollah, che viene da tradizioni progressiste, socialiste, laiche, e che oggi si concentra su diritti civili e istanze sociali.
Il problema è che una parte di questo fronte, pur di far cadere il regime, si è piegata a sostenere il ritorno della monarchia.
Il nome è Reza Pahlavi, figlio dello Shah.
Vive negli Stati Uniti, dispone di enormi risorse economiche, frequenta i salotti del potere americano, ha il pieno appoggio del regime genocida sionista e influenza l’opinione pubblica iraniana grazie all'uso massivo dei social. 

È, senza giri di parole, un prodotto geopolitico di Washington.
Ed è qui la tragedia storica: una parte del campo che si pensa progressista accetta l’idea di scambiare una teocrazia autoritaria con un altrettanto anacronistico figlio di un imperatore deposto, fra l'altro burattino dell’impero americano. 

Esiste però una terza posizione, silenziata e sistematicamente oscurata: chi rifiuta gli Ayatollah, ma rifiuta anche Reza Pahlavi.
Chi vuole una repubblica iraniana sovrana, non teocratica, pluralista sul piano religioso, socialmente avanzata, e soprattutto indipendente.
Questa parte sa benissimo che il figlio dello Shah, una volta al potere, svenderebbe l’Iran, i suoi beni, le sue risorse e la sua autonomia strategica, riconsegnando il Paese all’imperialismo americano.

Ed è per questo che, di fronte alla falsa alternativa Aiatollah o Pahlavi, molti iraniani — pur combattendo il regime — preferiscono ancora il primo: perché rappresenta, almeno, la continuità della sovranità nazionale.

Capire l’Iran significa uscire dalla propaganda, riconoscere che non tutte le rivolte “per la libertà” producono emancipazione, e che la sovranità dei popoli non è negoziabile, nemmeno in nome dei diritti civili branditi a intermittenza dall’Occidente.

Decolonizzare lo sguardo è il primo passo.

__________________________________________________
 

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

La risposta dei lavoratori e delle lavoratrici venezuelani all'attacco imperialista. Intervista al dirigente sindacale Carlos López

 

di Geraldina Colotti

Carlos López è il Coordinatore Generale della Centrale Bolivariana Socialista dei Lavoratori della Città, della Campagna e della Pesca (CBST), “l'unica centrale rivoluzionaria che esiste in Venezuela e la forza maggioritaria del paese”, ci dice. Lo incontriamo dopo la conferenza stampa che la Centrale ha organizzato per denunciare al mondo l'attacco imperialista del 3 gennaio. Aprendo l'incontro, il presidente della Centrale, Wills Rangel, accompagnato dai membri della sua Giunta Direttiva, coordinatori statali, presidenti di federazioni, sindacati e dirigenti di diversi settori lavorativi, ha dichiarato:

“In questo atto di appoggio e solidarietà al nostro presidente operaio Nicolás Maduro, alla nostra Prima Combattente Cilia Flores e alla nostra Patria, diciamo loro che, insieme alla Classe Lavoratrice del Venezuela, continueremo a stare nelle strade, mobilitandoci nei centri di lavoro e nelle istituzioni per la difesa e l'impulso della produzione, garantendo la crescita sostenuta dell'economia del Paese. Ecco la tua classe operaia, Presidente; ecco i figli e le figlie di Bolívar, di Chávez e dei nostri liberatori e liberatrici. La tua classe lavoratrice è più unita e forte che mai, nel ripudiare l'atto criminale perpetrato dal governo degli Stati Uniti e orchestrato da Trump contro la nostra patria, che ha violato la nostra sovranità e integrità territoriale, così come le leggi e i trattati internazionali. Esigiamo l'immediata liberazione del nostro Presidente costituzionale e di sua moglie Cilia, leader della nostra rivoluzione. Qui resteremo con il fucile in spalla, dispiegati e attenti finché non li riavremo con noi”.

Su questi temi abbiamo conversato con Carlos López.

Prima di essere sequestrato, di fronte all'escalation di minacce di Trump, il presidente Maduro aveva chiesto alla classe operaia che, in caso gli succedesse qualcosa, si organizzasse in armi per proteggere le fabbriche e per organizzare uno sciopero a oltranza. Com'è stata recepita questa indicazione?

La nostra centrale ratifica la linea che abbiamo sviluppato, e non da ora, ma da molti mesi. Ci stavamo preparando a questo perché sapevamo che c'era una minaccia reale da parte dell'impero. Oggi, ovviamente, esigiamo categoricamente la libertà di Nicolás Maduro e di sua moglie, la deputata Cilia Flores, che si trovano negli Usa in condizione di ostaggi. Sono prigionieri di guerra di un impero che ogni giorno crolla sempre più a causa della sua crisi economica. Nel suo sgretolamento, tenta disperatamente di mettere le mani sulle fonti energetiche dei paesi. La guerra non si fa per niente; non è solo una provocazione, è il capitalismo che sta cadendo. I popoli accelereranno la sua caduta con la ribellione, con la lotta e con la libertà. La nostra casa operaia è pronta a mantenere la produzione in qualsiasi circostanza: petrolio, petrochimica, elettricità e alimenti.

Come vedi il panorama internazionale e la possibilità di una risposta globale dei lavoratori e delle lavoratrici?

Siamo in un momento in cui si può e si deve costruire uno sciopero generale mondiale, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nel resto dei paesi capitalisti. Prima o poi quel momento arriverà. Vediamo già i primi segnali. Non è un caso che un compagno rivoluzionario, socialista e comunista sia il nuovo sindaco della metropoli del capitalismo, New York. Questi sono sintomi del fatto che i popoli si stanno risvegliando, incluso il popolo degli Stati Uniti; molta gente non tollera più guerre e non accetta che la propria economia sia utilizzata per martirizzare e attaccare i popoli. Le lotte che si stanno scatenando nelle città più popolose degli Stati Uniti, prima contro Trump e le sue misure economiche e ora per il Venezuela e per la libertà di Nicolás Maduro, sono segnali di una grande sollevazione mondiale. Vedremo quell'impero sgretolarsi progressivamente fino a quando non riusciremo a cancellare la sua egemonia dalla faccia della terra.

Per sequestrare il presidente e la Prima combattente, l'imperialismo ha scatenato un gigantesco attacco asimmetrico, impiegando mezzi di altissima tecnologia contro un paese piccolo e pacifico come il Venezuela. Tuttavia, quelli che non conoscono la realtà dicono che la difesa bolivariana è stata colta di sorpresa. La classe operaia si lascerà cogliere di sorpresa?

No, in nessun modo. Il punto è che la nostra classe operaia, la nostra Forza Armata Nazionale Bolivariana e i nostri miliziani hanno un potere che è imbattibile: la dignità e il fatto che siamo presenti in tutto il territorio. Una superiorità tecnologica come quella che ci hanno applicato lo scorso 3 gennaio è qualcosa di transitorio. Ciò che prevale fondamentalmente è il radicamento del nostro popolo, che si concentra nel suo territorio, nella sua fabbrica, nella sua impresa. I marines non possono occupare il Venezuela; e se ci provano, a nulla servirà la loro arma elettronica perché sarà un combattimento corpo a corpo, quartiere per quartiere. Che provino a entrare in un quartiere popolare: in quelle condizioni il nostro popolo è invincibile. Abbiamo molte montagne, come disse Chávez, molte colline, molte pianure e un popolo organizzato.

Sappiamo che nella classe operaia ci sono stati anche tentativi di infiltrazione da parte di settori della destra. Qual è l'umore attuale rispetto a questi settori, considerando che persino Trump non ha riconosciuto i suoi ex alleati locali come María Corina Machado?

Hanno cercato di infiltrarci negli ultimi vent'anni, o meglio, durante tutta la rivoluzione bolivariana, ma la base e la direzione della Centrale Bolivariana non sono mai cadute nella trappola di attribuire a Nicolás Maduro o a Chávez la responsabilità delle conseguenze del blocco economico. La classe operaia ha capito che il colpevole è l'impero con la sua politica di assedio e isolamento economico del Venezuela. Nonostante ciò, la nostra patria è andata avanti. Negli ultimi dieci anni di blocco (2015-2025), i lavoratori hanno "tenuto duro", come diciamo in Venezuela. Non siamo mai passati allo sciopero contro la Rivoluzione; siamo rimasti a difendere il posto di lavoro e la Costituzione. Oggi, dopo il bombardamento del 3 gennaio, l'appoggio alla pace e il rifiuto della guerra hanno raggiunto il 95% dei venezuelani, indipendentemente dalla classe sociale. Esigiamo che sia rispettata la nostra sovranità e che ci lascino gestire il nostro destino.

Come vi state organizzando per i prossimi passi e come si mobilita la classe operaia a livello internazionale, dato che la situazione rende difficili i viaggi e i congressi in presenza?

Abbiamo un piano che stiamo sviluppando da diversi mesi e che abbiamo accelerato nell'ultimo periodo del 2025 di fronte all'imminenza della minaccia. L'obiettivo è controllare pienamente la produzione attraverso i Consigli Produttivi dei Lavoratori (CPT) e i Corpi dei Combattenti. Questi ultimi hanno tre missioni: assicurare la produzione dell'impresa, assicurarne i servizi e assicurarne la difesa, articolandosi nel territorio con la Milizia Nazionale Bolivariana. Parliamo di oltre 22.000 centri produttivi controllati dalla nostra gente con delegati eletti. A livello internazionale, l'appello è alla solidarietà attiva e alle manifestazioni permanenti. Il Venezuela garantisce la sua resistenza interna, ma l'altra garanzia di vittoria è la pressione internazionale.

A livello informativo, qual è la posizione che la classe operaia vuole diffondere per affrontare l'offensiva cognitiva dell'imperialismo a livello internazionale?

Stiamo potenziando le nostre reti e le videoconferenze internazionali per rompere i paradigmi negativi. La verità è che Nicolás Maduro e Cilia Flores sono il Presidente e la Primera Combatiente del Venezuela; non si sono dimessi, non sono stati destituiti né sono deceduti. Di conseguenza, lui è il presidente della Repubblica fino al 2030, come deciso dal popolo. Nel frattempo, la Costituzione dice chiaramente che Delcy Rodríguez assume la presidenza da incaricata, in modo temporaneo. Questo è il principale messaggio mediatico che dobbiamo portare al mondo: la nostra direzione politica e militare è totalmente coesa dietro figure come Delcy Rodríguez, Jorge Rodríguez, Diosdado Cabello e Vladimir Padrino López. Applicheremo, se necessario, la logica di resistenza: se ne cade uno, si alza un altro e assume il controllo. Siamo la patria di Bolívar e non ci sconfiggeranno.

  •  

Il gesto di Ursula a Damasco che umilia e ridicolizza l'UE

 

Pensavamo, onestamente, di aver visto già il momento più basso di quel mostro noto come Unione Europea, sottovalutando però la straordinaria capacità della sua massima interprete di fargli esplorare nuove vette di degrado morale. 

A capo di un'organizzazione che ha come suo unico obiettivo di proseguire la guerra alla Russia "fino all'ultimo ucraino" e assistere impotente a tutti i crimini del suo padrone a stelle e strisce, Ursula Von der Leyen si trovava ieri a Damasco ad incontrare il capo del ramo siriano di Al Qaeda, Abu Mohammad al-Jolani.

Ursula Von Der Leyen, è noto, rappresenta il principale megafono in Europa di tutti i crimini (recenti e passati) della Nato. Impegnata in prima persona a fomentare e invocare cambi di regime, sanzioni, guerre ibride e calde contro tutti quei paesi che perseguono una via sovrana e indipendente dal famigerato "sistema delle regole" occidentali, si trovava ieri a Damasco per provare a partecipare allo stupro del paese in corso. Troppo tardi chiaramente. Con il paese occupato per ampi porzioni e raso al suolo a livello militare dal regime di Tel Aviv, i colonneli dell'UE si presentano nuovamente al cospetto della carcassa siriana, ma dopo Israele, Stati Uniti e Turchia. 

In che modo la Von Der Leyen avrà salutato il terrorista che controlla oggi una piccola porzione di Siria come feudo jihadista?

In questo modo.

In Damascus today with @eucopresident.

After decades of fear and silence, Syrians began a long journey toward hope and renewal.

Europe will do everything it can to support Syria’s recovery and reconstruction. pic.twitter.com/Bno3hAZzuM

— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) January 9, 2026



CON LA MANO SUL PETTO. 

La Fuhrer imperialista Von der Leyen, como jefa de la Unión Europea, visitó hoy el régimen terrorista de Al Qaeda/ISIS en Damasco, con la mano en el pecho, aseguró que era un honor tener de socio a al-Jolani.

A unas 4 horas en coche, en Alepo, los terroristas de al-Jolani… pic.twitter.com/cdKJyg8EVR

— Daniel Mayakovski (@DaniMayakovski) January 10, 2026


Con tutti gli onori. Un “partner”, lo ha addirittura definito con grande enfasi. L’ennesimo mostro elevato a interlocutore legittimo quando serve a difendere gli interessi energetici e militari di Bruxelles e Washington.

Mentre la presidente della Commissione europea posava con il terrorista responsabile di migliaia di morti in un solo anno (soprattutto alawiti e cristiani), a poche ore di distanza — ad Aleppo — le sue milizie (come potete vedere dal video sopra) bombardavano quartieri curdi e contadini siriani. Un massacro che non vale una riga nei giornali occidentali, perché il suo autore non disturba il mercato del petrolio. Anzi si lascia spolpare da buon soldatino dell'Impero che compie diligentemente il suo compitino. 

La mano sul petto per le briciole della carcassa. La sintesi perfetta dell'Unione Europea, un'organizzazione che grida ai “diritti umani” solo quando si tratta di paesi che cercano una via indipendente e sovrana dalle barbarie imperiali. Come il Venezuela che con la Rivoluzione bolivariana ha offerto al mondo un modello di riscatto, dignità e autodeterminazione. E proprio per questo si ritrova con il presidente legittimo rapito da Washington nella complice indifferenza di Ursula Von Der Leyen. 

(Vito Petrocelli)

  •  

L’arma che l’Occidente non può fermare: il segnale strategico di Mosca con “Oreshnik”

L’utilizzo per la prima volta in combattimento della nuova arma ipersonica russa “Oreshnik” segna un salto qualitativo nel conflitto ucraino e, soprattutto, nel confronto strategico tra Russia e Occidente. Il missile balistico ipersonico è stato impiegato in un attacco di rappresaglia contro infrastrutture critiche in Ucraina, in risposta al tentato attacco del regime di Kiev contro una residenza del presidente russo Vladimir Putin nella regione di Novgorod.

Secondo il Ministero della Difesa russo, l’operazione ha colpito obiettivi energetici e industriali legati al complesso militare-industriale ucraino, inclusi impianti per la produzione di droni. Tutti i bersagli sarebbero stati centrati. L’elemento politico-militare centrale è però l’uso di “Oreshnik”, un sistema ipersonico di medio raggio, mobile e dichiarato “impossibile da intercettare”, capace di superare Mach 10 e con una gittata fino a 5.000 chilometri. La stampa internazionale ha colto immediatamente la portata strategica dell’evento.

Bloomberg sottolinea che, per caratteristiche tecniche, il missile potrebbe raggiungere gran parte dell’Europa e persino la costa occidentale degli Stati Uniti. El País evidenzia come il colpo su Lvov, vicino ai confini UE e NATO, rappresenti un segnale diretto all’Alleanza Atlantica. France 24 riporta l’immediata reazione di Kiev, che ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, parlando di “minaccia alla sicurezza del continente europeo”. Sul terreno, le conseguenze sono pesanti, mentre anche la Russia denuncia attacchi ucraini contro infrastrutture civili nella regione di Belgorod, con oltre mezzo milione di persone rimaste senza servizi essenziali. Una spirale di colpi e contro-colpi che allontana ogni ipotesi di de-escalation.

“Oreshnik” non è solo un’arma, ma un messaggio politico. Mosca ribadisce il proprio diritto alla rappresaglia e alza l’asticella della deterrenza, rispondendo all’uso da parte ucraina - e occidentale - di missili a lungo raggio contro obiettivi in territorio russo. Il fatto che il sistema sia già stato schierato anche in Bielorussia rafforza l’idea di una postura strategica orientata a ridefinire gli equilibri regionali.

In controluce emerge il fallimento della strategia occidentale: l’escalation controllata promessa da Washington e Bruxelles si trasforma in un conflitto sempre più tecnologico e pericoloso, mentre l’Europa appare spettatrice vulnerabile. L’uso di “Oreshnik” mostra che la Russia non intende arretrare e che il mondo unipolare, fondato sulla superiorità militare occidentale, è messo in discussione.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •  

Sequestrare un presidente per controllare un Paese: la dottrina imperiale contro il Venezuela

La crisi venezuelana entra in una fase senza precedenti. Lunedì 5 gennaio Delcy Rodríguez è stata formalmente investita come presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dopo aver prestato giuramento davanti all’Assemblea Nazionale. Una scelta definita “necessaria e costituzionale” dalle istituzioni di Caracas, assunta in seguito al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combatente Cilia Flores da parte degli Stati Uniti durante l’operazione militare del 3 gennaio. La cerimonia, guidata dal presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, si è basata sull’interpretazione dell’articolo 335 della Costituzione e sulle decisioni della Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia, che ha riconosciuto l’esistenza di un’“assenza forzata” del capo dello Stato.

In questo quadro, Delcy Rodríguez ha assunto tutte le attribuzioni presidenziali per garantire la continuità dello Stato e dell’Esecutivo. Nel suo discorso, la presidente incaricata ha unito toni solenni e accenti drammatici, parlando di “aggressione militare illegittima” e di “due eroi tenuti in ostaggio negli Stati Uniti”. Ha giurato di difendere la sovranità nazionale, la pace sociale e il futuro delle nuove generazioni, richiamandosi esplicitamente all’eredità di Simón Bolívar e Hugo Chávez. Il giorno successivo, Rodríguez ha compiuto un gesto altamente simbolico recandosi al Cuartel de la Montaña 4F, mausoleo di Chávez, dove ha ribadito la lealtà al progetto bolivariano e alla memoria storica del Paese.

Un messaggio rivolto tanto all’interno quanto all’esterno: le istituzioni restano operative e unite. Sul piano internazionale, Pechino ha assunto una posizione netta. La Cina ha condannato l’intervento statunitense, chiesto la liberazione immediata di Maduro e Flores e riaffermato il proprio sostegno “incondizionato” alla sovranità venezuelana, inserendo la crisi nel più ampio confronto sul rispetto del diritto internazionale. Di segno opposto le dichiarazioni di Donald Trump, che ha annunciato il mantenimento del dispiegamento navale USA nei Caraibi, pur parlando di cooperazione con Caracas e di maxi-investimenti delle compagnie petrolifere statunitensi nel settore energetico venezuelano.

Un linguaggio che intreccia minaccia militare, pragmatismo economico e controllo delle risorse strategiche. La vicenda venezuelana si conferma così come uno dei nodi centrali del nuovo disordine globale: tra difesa della sovranità, pressione imperiale e ridefinizione dei rapporti di forza in un mondo sempre più multipolare.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

 

  •  

Gli Stati Uniti predicano sui diritti umani e sparano ai propri cittadini

L’uccisione di Renee Nicole Good a Minneapolis segna un punto di non ritorno nella deriva repressiva degli Stati Uniti sotto la nuova amministrazione Trump. Mercoledì, durante un’operazione dell’ICE contro migranti, un agente federale ha sparato a sangue freddo contro una cittadina statunitense di 37 anni, madre di tre figli, colpevole soltanto di svolgere il ruolo di osservatrice legale volontaria. Renee Good non era un’obiettivo dell’operazione. Tornava a casa dopo aver accompagnato il figlio più piccolo a scuola quando si è imbattuta in un gruppo di agenti.

I video diffusi sui social mostrano chiaramente che stava cercando di allontanarsi quando è stata colpita. Le urla dei testimoni - “Vergogna!”, “Dov’è la vostra coscienza?” - raccontano più di qualsiasi comunicato ufficiale. Da settimane Minneapolis vive sotto una sorta di occupazione federale: irruzioni nelle case, arresti indiscriminati, famiglie spezzate. Oltre mille persone sono state detenute, etichettate dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale come “criminali” e “terroristi”, in un’operazione che ha suscitato proteste diffuse. In questo contesto, i gruppi di osservatori legali come quello di cui faceva parte Good sono nati per documentare abusi e avvertire i residenti. Proprio per questo, l’ICE li considera un nemico. La reazione della Casa Bianca è stata immediata e inquietante. La segretaria del DHS, Kristi Noem, e lo stesso Trump hanno ribaltato la realtà, accusando la vittima di aver trasformato la sua auto in un’arma e parlando addirittura di “terrorismo interno”. Una narrazione smentita dai filmati, ma rilanciata con forza dall’apparato propagandistico governativo.

Colpevolizzare una donna uccisa per proteggere un agente federale è diventata la linea ufficiale. La risposta politica e sociale, però, è stata altrettanto forte. Autorità locali, dal sindaco al governatore del Minnesota, hanno preso le distanze dall’ICE, chiedendo un’indagine completa e giustizia. “ICE, vattene da Minneapolis”, ha dichiarato il sindaco Frey, ricordando come la città sia già segnata dalla memoria dell’omicidio di George Floyd. Sui social, il caso ha scatenato un’ondata di indignazione. Giuristi, accademici, politici e attivisti hanno denunciato l’uso illegittimo della forza letale, parlando apertamente di omicidio di Stato. C’è chi ha definito l’ICE “assenza di legge mascherata da ordine” e chi ha evocato una “israelizzazione” della sicurezza interna statunitense.

L’uccisione di Renee Nicole Good non è un incidente isolato, ma il sintomo di un sistema che normalizza la violenza, criminalizza il dissenso e militarizza la gestione sociale. Uno Stato che giustifica l’uccisione di una propria cittadina mentre predica diritti umani al mondo intero rivela, senza più maschere, il volto autoritario del suo potere.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

  •