“La cultura è il petrolio d’Italia”: inizia con queste precise parole il documento programmatico che ha indetto lo sciopero della cultura per il prossimo 12 giugno. Una mobilitazione che vede in prima linea, come promotrici, sia le sigle del sindacalismo di base sia la Cgil.
Dietro questa data c'è un percorso difficile e tortuoso durato un anno; dodici mesi di discussioni che, alla fine, hanno prodotto una piattaforma avanzata. È un peccato, però, che alcune realtà associative e sindacali che avevano sottoscritto il progetto iniziale siano poi svanite nel nulla al momento di proclamare lo sciopero.
Scioperare al fianco della Cgil non può e non deve essere un elemento divisivo. Al contrario, rifiutare la convergenza rischia solo di desertificare il mondo del sindacalismo di base, nel tentativo velleitario di rappresentare da soli istanze importanti che, in realtà, sono patrimonio comune di molteplici sigle e movimenti.
Quello del 12 giugno si preannuncia come uno sciopero complesso. È stato lanciato in settori storicamente difficili da mobilitare, dove l'astensione dal lavoro fatica a registrarsi e la sindacalizzazione è sporadica. In questi ambiti, purtroppo, la logica dell'appartenenza alle cooperative prevale ancora sulla pura rivendicazione salariale e contrattuale.
Tuttavia, lo sciopero resta un'arma formidabile, nonché l'occasione ideale per restituire dignità agli operatori culturali e dare visibilità alle loro storie umane e professionali. E parliamo non a caso di professionalità, dato che da anni assistiamo al ricorso sistematico ai volontari in sostituzione di personale regolarmente formato e contrattualizzato.
Oggi i luoghi della cultura sono diventati ambiti privilegiati per campagne politiche e pubblicitarie o per iniziative militariste. Ci si ricorda della forza lavoro invisibile dei beni culturali solo quando emergono le contraddizioni del sistema. È ormai acclarato che la giungla dei contratti e delle retribuzioni ha creato profonde disparità di trattamento, spingendo i salari verso il basso e generando dinamiche di sfruttamento e ricatto. A questi stipendi da fame, inevitabilmente, seguiranno in futuro assegni previdenziali miseri.
Da decenni si preferisce non investire in cultura, sanità, servizi sociali, istruzione e transizione energetica. L'accesso alla cultura, da fondamentale diritto di cittadinanza, si è trasformato in una sorta di privilegio. Eppure, recuperare i beni culturali dovrebbe avere la stessa priorità della messa in sicurezza idrogeologica dei territori: un obiettivo da perseguire a prescindere dal colore dei governi, condiviso erga omnes (nei confronti di tutti).
Di recente, i lavoratori dei beni culturali hanno preso una ferma posizione contro la decisione di ospitare il Padiglione Israele alla Biennale d'Arte di Venezia. Lo sciopero viene indetto assumendo anche questo punto di vista: un'aperta opposizione all'economia di guerra e alla militarizzazione dei territori, che si affianca alla denuncia della svalorizzazione del lavoro.
Siamo di fronte a un utilizzo strumentale dei beni culturali, a tagli continui e a una precarizzazione che ci allontana dal riconoscimento della dignità del lavoro culturale. Per invertire la rotta, è necessario partire dalla reinternalizzazione dei servizi e della forza lavoro, aumentando le assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle pubbliche amministrazioni per colmare una cronica carenza di organico. Superare il sistema degli appalti e delle concessioni, denunciare le "farlocche" Partite IVA e stabilizzare i precari: queste sono proposte ragionevoli per le quali vale davvero la pena incrociare le braccia.
Infine, vi è il tema del diritto di sciopero. I beni culturali rientrano infatti tra i settori che devono assicurare i servizi minimi essenziali; l'estensione della legge 146 a questo comparto rappresenta una ferita ancora aperta che limita fortemente le possibilità di protesta.
Chi volesse leggere la piattaforma integrale può trovarla facilmente sul sito dell'associazione "Mi Riconosci", la realtà che per prima ha creduto in questa mobilitazione. Il 12 giugno, chi non potrà scioperare perché appartenente ad altri comparti non esiti a esprimere solidarietà attiva a questi lavoratori: ne va del loro futuro, anzi, del futuro di tutti noi.
L'Unione Europea continua a essere preda di una russofobia irrazionale, così Bruxelles si prepara a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il ventunesimo dall'inizio dell'operazione militare speciale in Ucraina. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato la proposta, che sarà discussa dai ministri degli Esteri dell'Unione il quindici giugno. Tra le novità più rilevanti spicca l'idea di aggiungere trenta petroliere alla lista nera delle navi soggette a restrizioni. Si tratta di un'estensione significativa, perché porterebbe a seicentotrentadue il numero complessivo di imbarcazioni già colpite dalle misure Ue. Contestualmente, l'UE intende mantenere invariato il tetto massimo al prezzo del greggio russo, introdotto nei mesi scorsi per limitare le entrate energetiche di Mosca senza provocare bruschi rialzi sui mercati globali.
Non finisce qui. La Commissione propone anche di vietare la vendita di navi metaniere verso la Russia, un settore finora rimasto ai margini delle sanzioni. Inoltre, sarebbero colpiti direttamente alcuni porti, aeroporti e impianti di raffinazione coinvolti nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo. La responsabile della diplomazia europea, l'ineffabile Kaja Kallas, ha aggiunto su X che l'Unione punta a bloccare le transazioni relative a due porti e quattro aeroporti russi.
Una delle misure più politicamente rilevanti riguarda le persone. Von der Leyen ha spiegato che la Commissione propone di estendere il divieto di ingresso nell'Unione a tutti i partecipanti all'operazione militare speciale russa. Finora le restrizioni colpivano soprattutto figure di spicco dell'establishment, ma l'idea è ora di allargarle a una platea molto più ampia.
Sul fronte finanziario, le nuove sanzioni mirano a novanta istituzioni in tutto il mondo. Tra queste, come precisato dalla presidente della Commissione, ci sono trentuno banche russe e altre venti tra istituti di credito, piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi internazionali. Kaja Kallas ha aggiunto che i beni di novanta banche, sia russe che di Paesi terzi, sarebbero congelati. Inoltre, l'Unione europea bloccherebbe le transazioni su undici piattaforme di criptovalute.
Le restrizioni alle esportazioni si fanno più dure. Bruxelles vuole vietare la vendita alla Russia di metalli, leghe e componenti per droni. Parallelamente, continuerà il divieto di importare merci russe come metalli e parti di ricambio. Un punto interessante è che le limitazioni all'export colpiranno anche aziende con sede in Cina, Turchia, Kirghizistan, Emirati Arabi Uniti e India, considerate canali indiretti per aggirare le sanzioni. Tra i prodotti di cui si bloccherà l'uscita verso la Russia ci sono leghe ad alte prestazioni, nickel in polvere, minerali pregiati e sostanze chimiche.
Per la prima volta, infine, le sanzioni europee toccheranno il settore della pesca. In particolare, arriverà il divieto totale di esportare merluzzo verso l'Unione, una misura che colpirà un comparto finora rimasto relativamente protetto. La Commissione definisce questo pacchetto come il più ampio degli ultimi due anni, e le restrizioni all'export riguarderanno non solo la Russia ma anche la Bielorussia, segno che l'intenzione è stringere ulteriormente le maglie intorno ai due alleati.
Resta però una domanda di fondo, che a Bruxelles nessuno sembra volersi porre davvero. Ventuno pacchetti di sanzioni dopo, l'economia russa non è stata minimamente indebolita nella sua capacità di sostenere lo sforzo bellico. Anzi, Mosca ha reindirizzato le sue esportazioni verso altri mercati, ha trovato nuovi canali finanziari e continua a incassare dalle materie prime. Il vero prezzo, invece, lo stanno pagando le imprese europee, che hanno perso mercati storici e competitività, e i cittadini dell'Unione, costretti a sopportare bollette più care, inflazione alle stelle e una recessione strisciante. Eppure l'Europa continua a battere masochisticamente sullo stesso tasto, come se l'ennesimo giro di vite potesse stavolta funzionare.
Il Ministero della Difesa russo ha riferito che le sue forze armate hanno attaccato infrastrutture di trasporto ed energetiche utilizzate dalle truppe ucraine, respingendo raid aerei e infliggendo numerose perdite al nemico.
Ha inoltre affermato che le forze di difesa aerea russe hanno intercettato nove bombe guidate, due missili HIMARS di fabbricazione statunitense e 551 droni ucraini nelle ultime 24 ore.
Ha inoltre specificato che l'esercito ucraino ha perso più di 1.300 soldati su tutta la linea del frontenelle ultime 24 ore.
Il ministero ha ripetutamente sottolineato che gli attacchi delle forze russe sono una risposta agli atti terroristici del regime di Kiev contro le infrastrutture civili e la popolazione russa.
In seguito al sanguinoso e deliberato attacco con droni da parte di Kiev contro un dormitorio studentesco nella città russa di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha causato 21 morti, per lo più adolescenti, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato l'inizio di attacchi di rappresaglia "sistematici" contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino.
La Cina ha avviato la produzione e la distribuzione su larga scala di chip al nitruro di gallio pensati per le comunicazioni di nuova generazione. Secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post, sono già stati consegnati cinque milioni di questi semiconduttori destinati a dispositivi intelligenti che faranno parte di una rete 6G integrata tra lo spazio, l'aria e la superficie terrestre. Si tratta di un passaggio inedito: è la prima volta che chip di questo tipo vengono prodotti in massa e orientati verso applicazioni commerciali.
A sviluppare i componenti è stato l'Istituto di Ricerca numero 55 del China Electronics Technology Group Corporation, insieme alla sua filiale Nanjing Guobo Electronics. Vale la pena sottolineare che questa istituzione figura nella lista delle entità soggette a restrizioni del Dipartimento del Commercio statunitense, in ragione dei suoi legami con il comparto militare cinese.
La tecnologia in questione è concepita come un tassello fondamentale per il futuro delle comunicazioni 6G, ma anche per i programmi spaziali commerciali, i servizi di emergenza e la cosiddetta economia a bassa quota, ovvero quell'insieme di attività - come i droni commerciali e le consegne aeree - che si svolgono a quote relativamente basse. Ogni terminale integrerà un chip amplificatore di potenza, il cui compito è potenziare il segnale e trasmetterlo verso satelliti o stazioni terrestri anche a grande distanza.
Sul fronte dell'utilizzo civile, le prospettive sono però più sfumate. Cui Kai, analista di IDC, ha osservato che questi chip potrebbero trovare spazio nei telefoni di fascia alta o nei dispositivi di uso ufficiale, soprattutto per migliorare la connettività satellitare in aree prive di copertura mobile. Eppure la Cina dispone già di una rete cellulare capillare e ben sviluppata, il che riduce in parte la necessità immediata di queste soluzioni per l'utente comune.
La scelta del nitruro di gallio non è casuale e porta con sé una dimensione strategica precisa. A differenza dei tradizionali chip al silicio, quelli realizzati con questo materiale tollerano meglio le alte temperature, i voltaggi elevati e le frequenze necessarie per comunicazioni più rapide. Sono più compatti, più potenti e capaci di trasmettere informazioni su distanze maggiori. Il nitruro di gallio è già impiegato in radar, caricatori rapidi e sistemi di comunicazione avanzati, ma la produzione su scala commerciale rappresenta un salto qualitativo significativo.
A rendere la questione ancora più rilevante sul piano geopolitico è il fatto che la Cina è il principale produttore ed esportatore mondiale di gallio, il metallo alla base di questa tecnologia. Pechino esercita controlli severi sull'esportazione del gallio e dei suoi ossidi, un leva che si inserisce nel più ampio confronto tecnologico con l'Occidente. Per contenere i costi di produzione, i ricercatori hanno sviluppato una tecnica che consiste nel far crescere uno strato di nitruro di gallio su una base di silicio, combinando così le prestazioni superiori del primo materiale con un processo produttivo più economico e scalabile.
L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù (ONPE) continua ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno elettorale. Secondo il sito web dell'autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sánchez è in vantaggio sulla candidata di destra Keiko Fujimori con il 95,152% delle schede scrutinate.
Secondo i dati forniti dall'ONPE, al momento il candidato di Juntos por el Perú (Insieme per il Perù) ha il 50,119% dei voti (8.881.344) contro il 49,881% della figlia del dittatore Alberto Fujimori e rappresentante di Fuerza Popular (Forza Popolare) (8.839.043 voti).
Il distacco tra i due al momento dell'aggiornamento ufficiale era di 42.301 voti. Lo scrutinio rimane molto serrato, ma conferma l'andamento previsto: l'inclusione delle schede scrutinate nelle aree rurali favorirebbe Sánchez, che gode di maggiore sostegno nell'entroterra peruviano.
#PerúDecide Roberto Sánchez, dice que respetará la voluntad popular, pero está tranquilo y confiado porque tiene la data de sus personeros en todo el país.@teleSURtvpic.twitter.com/5ZovjAShKA
Sánchez ha ribadito il suo appello ad attendere e rispettare i risultati ufficiali del ballottaggio, che determinerà il prossimo presidente per il mandato 2026-2031.
"Siamo molto fiduciosi e ottimisti, ma il fatto concreto e reale è che dobbiamo attendere i risultati, al 100% (dall'ONPE)", ha dichiarato Sánchez Palomino dopo aver partecipato a una sessione del Congresso della Repubblica.
Ha inoltre rivolto un "appello categorico a tutti gli attori politici affinché rispettino il risultato, qualunque esso sia, perché il Perù ha bisogno di stabilità".
L'attività predatoria dell'entità sionista chiamata, impropriamente, Stato estende le sue mire altrove. Non è corretto legittimare la potenza occupante la terra appartenente ad altra popolazione, perchè ne mancano i tre presupposti costitutivi: territorio, popolazione, sovranità. Ed anche quelli democratici su cui fondare il riconoscimento ed il dialogo con Paesi e popoli. Il primo elemento su cui è stato edificato il sogno di coloro che tornavano ed erano in cerca di una patria non ha le caratteristiche della terra nullius come sostengono i fanatici messianici "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Conseguentemente, abusiva è la sovranità sulla popolazione, che solo in parte è di origine ebraica, ma maggiormente araba e "straniera", e vive secondo status differenti che, nel caso dei palestinesi, è un regime di apartheid.
Siccome la Knesset l'ha definito lo Stato-nazione del solo popolo ebraico difatto ha esplicitato la volontà discriminatoria verso chi tale non è. In quanto, viene in evidenza un elemento, la nazione, appunto, che è componente da ricomprendere all'interno del concetto più vasto di popolazione (includente anche gli stranieri per intenderci). In questo caso, vengono affidate competenze derivanti dalla cittadinanza, esercitate sulla base di elementi comuni (storia, religione, lingua), limitando o pregiudicando l'esercizio dei diritti da parte degli arabi. Il suprematismo bianco come presupposto per rivendicare ciò che non è loro.
Il colonialismo da insediamento ha esteso il potere su zone prima amministrate dai palestinesi. Cacciati, segregati, e destinatari di violenze e brutalità quotidiane. Un procedere "razionale" attraverso conquiste, annessioni, incendi, aggressioni ed uccisioni. Si chiama pulizia etnica.
Nel silenzio della comunità internazionale le operazioni militari ed i crimini proseguono. E così anche la guerra ad altri Stati, questi si, sovrani (il Libano, l'Iran).
Oltre a questo tipo di imperialismo ed alle impunità dei coloni c'è il coinvolgimento di attori privati e pubblici su porzioni di territori diversi, dal Sud America al Mediterraneo. Gli ebrei come gli americani: tutto gli appartiene e tutto gli è dovuto. Con accordi commerciali o con la forza. Un legame strettissimo tra israeliani e statunitensi, le cui vicende sono intrecciate e condizionano il decisionismo politico-economico (la pressione delle lobby e del settarismo religioso riguardo alle elezioni americane e alle scelte militari), ma diventano anche strumento di ricatto (il legame di Trump con Epstein, presunto agente del Mossad).
Sarebbe doverosa anche una riflessione, senza dar luogo a complottismi, sulla presenza stabile di figure israeliane nelle stanze del potere internazionale. Dai tanti politici e giornalisti di origine ebraica o vicini ad Israele al Parlamento Ebraico Europeo. Investimenti, compravendite e strategie economiche in piena violazione del diritto internazionale delineano un quadro di "colonialismo esterno", dove lo sfruttamento della ricchezza riguarda territori distanti. Trump vuole la Groenlandia e le terre rare ucraine, e si appropria del petrolio del Venezuela; Netanyahu firma gli accordi di Isacco con Milei per rinforzare la partnership in materia di sicurezza e la società Mekorot, già detentrice del monopolio sull'acqua nei territori palestinesi, firma accordi di gestione delle risorse idriche in Argentina.
Ci sono poi le attività estrattive dei giganti petroliferi mondiali (Chevron, Eni), che commercializzano risorse palestinesi in base a contratti illegali stipulati con Israele. E, ancora, la Striscia di Gaza da "riqualificare" come Resort per milionari. Piattaforme come Airbnb e Booking.com fanno turismo vendendo viaggi e appartamenti situati nelle colonie.
Dalle terre espropriate vengono immessi sul mercato prodotti agroalimentari e sfruttati i bacini idrici, che permettono ai coloni di costruire piscine, mentre il residuo (circa il 25%), spesso contaminato, viene destinato ai palestinesi. Il territorio occupato è diventato il laboratorio di sperimentazione delle tecnologie di Microsoft e Amazon, con software e algoritmi che tracciano e controllano la popolazione locale in cerca di bersagli (Palantir). Gli europei scambiano armamenti e sistemi di sicurezza, con l'Italia che già dal 2023 affida alle compagnie israeliane la cybersicurezza e, durante le scorse Olimpiadi invernali, collabora con gli agenti dei servizi americani ed ebrei. Mentre Cipro e Creta diventano zone di esercitazione militare per i soldati sionisti (Israele avamposto Nato nel Mediterraneo?), quando non si riposano (dopo aver trucidato i civili palestinesi) negli alberghi italiani.
I progetti immobiliaristi (coloniali) dei ricconi israeliani prevedono affari in Salento ed Albania, dove in seguito alla concessione in leasing dell'isola di Sazan al fondo legato a Kushner (genero di Trump e amico di Epstein) sono scoppiate violenti proteste. Gli interessi economici sono correlati al dominio coloniale. Il business è fondamentale per il genocidio della popolazione palestinese. Dalle multinazionali militari (Lockheed Martin, Leonardo) alle imprese impegnate nella ricostruzione (Caterpillar), ai fondi di investimento (Blackrock) e alle banche e alle compagnie assicurative (BNP, Paribas, Barclays, Allianz). Insomma, il colonialismo è sotto gli occhi di tutti. Gli affari sono affari, ma non possono passare sopra i diritti dei popoli e le esigenze dei territori.
L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha denunciato a Ginevra, in Svizzera, che le misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti contro Cuba stanno causando la morte di neonati per mancanza di forniture mediche di base.
L'impatto di questo assedio sui bambini è devastante. I dati ufficiali sulla salute pubblica mostrano che la mortalità infantile è raddoppiata, raggiungendo i 9,9 decessi ogni 1.000 nati vivi, mentre il tasso di sopravvivenza al cancro infantile è sceso dall'85 al 65%.
"L'inasprimento delle sanzioni statunitensi contro Cuba danneggia la popolazione e mette a rischio vite umane. È inaccettabile che i bambini muoiano per mancanza di forniture mediche essenziali. Queste sanzioni devono essere revocate immediatamente", ha dichiarato Türk sui suoi profili social.
La persecuzione finanziaria ha ridotto la fornitura di medicinali essenziali a un livello criticamente basso, pari al 30%, mentre l'avversione al rischio da parte delle aziende private ha paralizzato la distribuzione di 2.900 tonnellate di aiuti alimentari umanitari gestiti dalle Nazioni Unite e destinati alle popolazioni vulnerabili.
La carenza di carburante causata dall'embargo statunitense ha ridotto la produzione agricola interna del 60%, facendo lievitare i prezzi dei beni di prima necessità, mentre il timore di sanzioni da parte della Casa Bianca mantiene l'isola scollegata dai sistemi di pagamento internazionali.
"Cuba si trova ad affrontare un isolamento crescente. Le imprese se ne stanno andando. Sempre meno compagnie aeree volano verso il Paese. È praticamente tagliata fuori dai sistemi di pagamento internazionali. L'aumento delle temperature estive accresce il rischio di diffusione di malattie trasmesse da vettori e dall'acqua. La stagione degli uragani aumenta ulteriormente l'esposizione. Questo crea una tempesta perfetta per il deterioramento sociale ed economico e per la sofferenza del popolo cubano", ha dichiarato l'Alto Commissario delle Nazioni Unite.
Volker Türk ha inoltre ribadito che le aziende private devono rispettare i diritti umani a livello globale. A tal proposito, ha esortato il settore imprenditoriale ad evitare un'eccessiva adesione alle sanzioni statunitensi e l'interruzione indiscriminata dei rapporti commerciali, in conformità con le linee guida delle Nazioni Unite per le imprese.
Il diplomatico delle Nazioni Unite ha concluso che tali misure coercitive sono incompatibili con il diritto internazionale.
Ci sono domande che una società matura dovrebbe porsi regolarmente, eppure quasi mai emergono nel dibattito pubblico europeo. Una delle più urgenti è questa: chi sta realmente pagando il prezzo della guerra economica che l'Unione Europea sta conducendo contro la Cina? La risposta, se esaminata onestamente, è chiara: a pagare sono i cittadini europei. Pagano con prezzi più alti, opportunità di sviluppo perdute e un lento declino della competitività industriale, mentre le loro istituzioni dedicano enormi energie alla costruzione di muri protezionistici in nome di una sicurezza strategica che, in realtà, non appartiene loro.
Per decenni, l'Unione Europea ha costruito la propria identità economica su un principio difeso con fervore missionario: i mercati aperti. Bruxelles ha predicato al mondo le virtù della concorrenza internazionale. L'argomentazione era sempre la stessa: la concorrenza costringe le imprese a innovare, a migliorare la produttività, a offrire prodotti migliori a prezzi migliori, e il principale beneficiario è sempre il consumatore. Questo discorso è scomparso proprio nel momento in cui la Cina sta ottenendo successo nella competizione.
Il capitalismo impone la concorrenza come legge universale del mercato, e quella legge è tollerata finché vincono coloro che l’hanno sempre vinta. Quando la Cina – con il suo modello di intervento statale attivo, pianificazione strategica a lungo termine e ricerca deliberata della coesione sociale – dimostra di poter vincere anche in quel campo e con quelle regole, la ricetta cambia improvvisamente. La concorrenza cessa di essere un principio sacro e diventa un problema da gestire. Dazi sui veicoli elettrici cinesi che superano il 40%, inchieste antisovvenzioni con criteri che difficilmente sarebbero applicati agli stessi produttori europei, nuovi strumenti giuridici come il ‘Regolamento sui sussidi esteri’ che prendono di mira selettivamente le aziende cinesi. Tutto ciò fa parte di una strategia che, lungi dall’essere coerente, contraddice apertamente i principi su cui il capitalismo occidentale ha costruito la propria narrazione di legittimità: liberi mercati quando il vantaggio è dalla tua parte, protezione selettiva e regolamentazione quando il campo di gioco diventa troppo paritario.
L'aritmetica del protezionismo è brutale nella sua semplicità. Se un prodotto costa dieci euro e le istituzioni europee impongono dazi e oneri aggiuntivi, quel prodotto non costerà più dieci euro. Questa differenza non viene assorbita dall'esportatore cinese. Viene pagata dal lavoratore europeo che acquista quel prodotto. Viene pagata dalla famiglia che cerca un'auto elettrica a un prezzo accessibile. La guerra commerciale viene presentata come una difesa dell'Europa. Il conto arriva direttamente alle famiglie europee. In termini economici precisi, stiamo parlando di una tassa regressiva, non votata e gestita in modo opaco, che colpisce in modo sproporzionato chi ha meno risorse per scegliere alternative.
L'offensiva economica europea contro la Cina non è nata a Bruxelles, bensì a Washington. Il rapporto ha assunto sempre più le sembianze di quello tra un signore feudale e il suo vassallo: gli Stati Uniti identificano il nemico, l'Unione Europea lo adotta come proprio; gli Stati Uniti elaborano la strategia di contenimento, l'Unione Europea la attua. Nel frattempo, Washington protegge le proprie industrie con il programma di riduzione dell'inflazione e ingenti sussidi, e affronta il problema della competitività combinando dazi doganali e investimenti pubblici su larga scala. Bruxelles, vincolata dai propri dogmi del mercato unico, affronta il problema principalmente attraverso restrizioni. A pagare il prezzo di questa asimmetria sono, ancora una volta, i cittadini europei.
E, per di più, la strategia non sta funzionando. I dati lo dimostrano con una chiarezza che mette a disagio Washington. Il deficit commerciale statunitense ha chiuso il 2025 a 1.200 miliardi di dollari, praticamente identico all'anno precedente. Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo non è diminuito, bensì è aumentato, passando da 1.000 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari nello stesso periodo. Ciò è documentato dalla stessa Federal Reserve Bank di New York, la cui analisi mostra che la Cina ha reagito ai dazi riorientando le proprie catene di approvvigionamento attraverso il Sud-est asiatico: i componenti rimangono cinesi, l'assemblaggio finale si sposta in Vietnam o in Thailandia e il prodotto raggiunge comunque il mercato statunitense. La strategia di contenimento non ha contenuto nulla. Ha reso la vita più costosa per la classe lavoratrice, ha generato distorsioni che oscurano la realtà dei flussi commerciali e ha dato alla Cina il tempo e l'incentivo per diversificare la sua integrazione nell'economia globale in un modo che la rende meno vulnerabile, non di più.
È inoltre importante ricordare che la Cina non si è mai comportata come un avversario attivo dell'Europa. Per decenni ha onorato i suoi impegni contrattuali, investito nelle infrastrutture europee e mantenuto aperto il suo vasto mercato interno alle esportazioni europee. L'etichetta di "rivale sistemico" attribuita alla Cina, adottata dall'Unione Europea nel 2019, seguendo il quadro concettuale imposto da Washington, non descrive una realtà oggettiva di comportamento ostile cinese nei confronti dell'Europa. Descrive piuttosto una posizione europea di allineamento strategico con la visione geopolitica statunitense. E questo allineamento ha costi concreti: ogni escalation delle tensioni con Pechino comporta il rischio di ritorsioni contro le principali esportazioni europee. Le automobili tedesche, i beni di lusso francesi, i macchinari italiani e la carne di maiale e l'olio d'oliva spagnoli si vendono più in Cina che in qualsiasi altro mercato. Sacrificare questi rapporti in nome di un confronto la cui logica non è stata concepita in Europa significa, semplicemente, darsi la zappa sui piedi.
Le possibilità di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa sono tuttavia enormi. L'Europa ha urgente bisogno di batterie, pannelli solari e dell'intera catena tecnologica che renda possibile la decarbonizzazione della sua economia. La Cina è leader mondiale nella produzione di tutti questi componenti. Imporre dazi sui veicoli elettrici e sui pannelli solari cinesi rende la transizione energetica più costosa per gli stessi cittadini europei, in nome della protezione dei produttori locali che devono ancora dimostrare di poter produrre i volumi necessari a prezzi accessibili.
L'Europa non si rafforza impoverendo i suoi cittadini o intrappolandosi in una logica di confronto concepita dall'altra parte dell'Atlantico. Si rafforza impegnandosi nella reindustrializzazione fondata sull'iniziativa pubblica, sulla pianificazione strategica e sull'innovazione orientata al bene comune. E questa forza non richiede lo scontro con la Cina: richiede la cooperazione con essa nella transizione energetica, nella ricerca scientifica e nella connettività globale. Richiede inoltre di estendere questa logica di cooperazione ai popoli del Sud del mondo, costruendo relazioni di sviluppo reciproco laddove attualmente prevalgono l'estrazione e la dipendenza. Un'Europa concepita in questo modo avvantaggia i lavoratori sia qui che là. La domanda a cui le loro istituzioni non sono ancora riuscite a rispondere è se siano disposte a supportare quel progetto, o se continueranno a supportarne un altro.
*Ex europarlamentare, responsabile della solidarietà internazionale di Izquierda Unida
Il capo dell'FSB, Alexander Bortnikov, ha avvertito durante una recente riunione del Consiglio dei capi delle agenzie di sicurezza e dei servizi speciali della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) che "l'Occidente cerca di ostacolare i processi di integrazione e minare la stabilità nei paesi della CSI dall'interno, facendo dimenticare alle nazioni la loro storia comune e cercando di metterle l'una contro l'altra per prendere il controllo della situazione". Questo obiettivo viene perseguito in parte attraverso i nuovi "laboratori digitali" occidentali negli stati della CSI.
Nelle sue parole: "Secondo le informazioni in nostro possesso, la comunità dell'intelligence occidentale è dietro programmi volti a creare una rete di laboratori digitali in tutta la CSI, incaricati di raccogliere e analizzare, utilizzando tecnologie di intelligenza artificiale, profili comportamentali standard della popolazione, identificare aree di tensione sociale e modellare le risposte del pubblico a vari fattori esterni, comprese le azioni governative... Uno degli obiettivi è quello di implementare scenari adattabili di rivoluzioni colorate".
Questo era stato previsto nel 2017: "La Russia è accusata di 'sfruttare le tecniche di marketing per colpire gli individui in base alle loro attività, interessi, opinioni e valori' al fine di 'diffondere disinformazione e propaganda', ma nulla impedisce agli Stati Uniti di fare lo stesso, né di creare il Santo Graal della guerra ibrida 'integrando informazioni derivate da fonti personali e commerciali con la raccolta di informazioni e le capacità di analisi dei dati basate sull'intelligenza artificiale e sull'apprendimento automatico'".
Lo scopo sarebbe "massimizzare al massimo l'efficacia della sua strategia di comunicazione attraverso pacchetti di guerra informativa creati da algoritmi e personalizzati per ogni gruppo demografico di riferimento". Inoltre, "così come Russia e Cina sono accusate di 'usare la propaganda e altri mezzi per cercare di screditare la democrazia', allo stesso modo gli Stati Uniti potrebbero fare lo stesso contro i loro sistemi di governo 'sfruttando l'informazione, la libertà dei media democratici e le istituzioni internazionali'".
Questo potrebbe "minare la loro legittimità, promuovendo al contempo i propri valori, principi e l'ideologia di fatto dello Stato". Applicato alla CSI, come ha appena avvertito Bortnikov, questo "Santo Graal della guerra ibrida" verrà molto probabilmente utilizzato come arma per promuovere il panturchismo tra i membri della CSI dell'"Organizzazione degli Stati Turchi" (OTS), guidata dai turchi, che oltre all'Azerbaigian comprende anche Kazakistan e Kirghizistan, alleati della Russia nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). L'obiettivo immediato potrebbe essere quello di "far loro dimenticare la storia condivisa" con la Russia.
L'obiettivo secondario potrebbe quindi essere quello di indurre il Kazakistan a "disertare" dalla CSTO, incoraggiato com'è dal nuovo corridoio logistico militare della NATO verso la regione, le cui conseguenze strategiche anti-russe sono state qui messe in guardia, prima dell'obiettivo finale di riaccendere i processi di "balcanizzazione" all'interno della Russia. Questo scenario oscuro è stato elaborato qui e riguarda l'utilizzo come arma dell'autoproclamazione del Kazakistan come successore dell'Orda d'Oro per innescare insurrezioni musulmane laiche nelle regioni interessate.
È possibile che il progetto della Data Valley kazaka, in una delle sue regioni di confine con la Russia, che una volta completato sarà il più grande dell'Asia centrale, possa essere strumentalizzato dall'Occidente per promuovere questi tre obiettivi interconnessi, seguendo il modello inaugurato dal centro dati per l'intelligenza artificiale americano in Armenia. Come recentemente avvertito, il ritardo nell'attuazione della Dottrina Monroe russa verso sud "rischia di dare alla NATO il potere di ricattare la Russia, minacciandola di una guerra su vasta scala lungo tutta la sua periferia meridionale".
(Articolo pubblicato in inglese sulla newsletter di Andrew Korybko)
La missione iraniana presso l'AIEA ha respinto con fermezza la bozza di risoluzione presentata dalla troika europea e dagli Stati Uniti, definendola "inutile, politica e provocatoria".
La denuncia è arrivata martedì direttamente dalla delegazione della Repubblica Islamica dell'Iran, attraverso un documento informale distribuito ai membri del Consiglio dei governatori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), in vista del possibile voto sul testo contro Teheran.
Il contenuto della risoluzione e il voto imminente
Il documento in questione è stato depositato lunedì sera presso la segreteria del Consiglio dei governatori. Sostenuto da Regno Unito, Francia e Germania, il testo chiede che l'Iran fornisca chiarimenti formali all'agenzia sul destino dei siti nucleari bombardati e sull'uranio arricchito stoccato in quegli impianti. La bozza potrebbe essere messa ai voti già mercoledì, durante la riunione trimestrale del Consiglio.
La delegazione iraniana ha esortato gli Stati membri dell'AIEA alla massima cautela, avvertendo che la risoluzione è dettata da logiche puramente politiche e non tecniche. Secondo Teheran, la proposta ignora deliberatamente l'attuale contesto di sicurezza provocato dai recenti attacchi contro le infrastrutture nucleari del Paese, offrendo una visione del tutto distorta degli eventi.
L'affondo di Teheran: "Un precedente pericoloso per i Paesi in via di sviluppo"
Nel documento si legge che alcuni attori internazionali starebbero ostacolando la normalizzazione del dossier, impedendo che il programma nucleare pacifico iraniano venga valutato secondo criteri standard, tecnici e depoliticizzati. L'Iran ha avvertito che questa tendenza fa parte di una strategia più ampia, un precedente pericoloso che in futuro potrebbe colpire anche altri Paesi in via di sviluppo desiderosi di accedere in modo indipendente alle tecnologie nucleari per scopi pacifici.
Il nodo delle ispezioni e le accuse a Washington
Inoltre, la delegazione ha sottolineato come lo stesso rapporto del Direttore Generale dell'AIEA riconosca che le attuali criticità siano una conseguenza diretta delle azioni militari subite dall'Iran. A questo proposito, Teheran ha precisato che la sospensione di alcune attività di verifica non è stata una scelta unilaterale iraniana, bensì una misura di sicurezza eccezionale adottata dalla stessa AIEA, che per motivi di sicurezza aveva ritirato tutti i propri ispettori dal Paese fino alla fine di giugno 2025.
La bozza occidentale è stata quindi criticata per aver descritto la situazione come se le condizioni fossero di assoluta normalità, omettendo i raid subiti dagli impianti. L'Iran accusa direttamente il Paese promotore della risoluzione di essere il responsabile della crisi a causa dei suoi attacchi militari, e sostiene che Washington stia ora strumentalizzando le conseguenze di quei bombardamenti per lanciare nuove accuse in seno al Consiglio.
Il rifiuto delle condizioni occidentali
Al contrario, la delegazione iraniana evidenzia che il rapporto del Direttore Generale Rafael Grossi conferma la cooperazione in corso: grazie alla buona volontà di Teheran, le ispezioni sono riprese regolarmente in tutte le strutture non colpite dai raid. L'omissione di questi dettagli dimostrerebbe la natura selettiva e politica dell'iniziativa.
Infine, l'Iran respinge la narrativa del testo occidentale che, pur parlando di "soluzione diplomatica", attribuisce interamente le tensioni alle attività di Teheran, esigendo un ritorno ai negoziati "seri e senza precondizioni". La Repubblica Islamica ribalta l'accusa, indicando che l'escalation attuale è il risultato di due ondate di aggressioni senza precedenti da parte di Stati Uniti e Israele. Teheran, riaffermando di aver sempre negoziato in buona fede, ha concluso accusando gli Stati Uniti di usare il dialogo come un inganno per coprire successive azioni ostili, minando così la credibilità e l'indipendenza dell'intera AIEA.
Attenzione:Questo articolo contiene descrizioni di violenze sessuali e torture che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori.
Secondo un'inchiesta giornalistica di Al Jazeera, intitolata "Bodies of Evidence: Israel's Darkest Weapon", l'esercito israeliano avrebbe fatto un uso diffuso e sistematico dello stupro e della tortura sessuale contro i prigionieri palestinesi. Le conclusioni del reportage coincidono con quanto denunciato dai giudici della Corte Penale Internazionale (CPI), dalle Nazioni Unite, dalla relatrice speciale per i territori occupati Francesca Albanese e da organizzazioni per i diritti umani come il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e Euro-Med Human Rights Monitor.
Le testimonianze dei sopravvissuti
I giornalisti di Al Jazeera hanno raccolto le testimonianze dettagliate di diversi ex prigionieri. Tra questi c'è Muhammad al-Bakri, un funzionario pubblico di Gaza, che ricorda con precisione il 10 aprile 2024, giorno della festività di Eid al-Fitr. Arrestato un mese prima, al-Bakri era già stato sottoposto a percosse e privazioni. Quel giorno, insieme ad altri sette prigionieri, è stato spogliato, bendato, ammanettato e abusato dai soldati.
"Gridavamo: 'Oh Signore, oh Dio', ma loro ridevano e ci filmavano", ha raccontato al-Bakri, confermando inoltre che le guardie aizzavano i cani da guardia affinché attaccassero i prigionieri durante le violenze. "Non c'era pietà. È durato tutto per circa venti o trenta metri. Poi ci hanno ordinato di rivestirci e ci hanno riportati in cella".
Una sorte analoga è toccata a Job, un operaio di Gaza e padre di famiglia, arrestato e interrogato su presunti legami con l'attacco del 7 ottobre 2023, di cui non sapeva nulla. Job ha riferito ad Al Jazeera di essere stato immobilizzato a terra da alcune soldatesse che lo hanno abusato utilizzando oggetti artificiali, mentre gli altri militari presenti applaudivano e filmavano la scena. Durante le detenzioni, i prigionieri venivano privati della propria identità e contrassegnati solo da numeri.
Il contesto e l'escalation dopo il 7 ottobre
Sebbene le accuse di abusi nelle carceri israeliane abbiano radici decennali, il reportage evidenzia come le violenze abbiano subito un'impennata dopo l'inizio delle operazioni militari a Gaza nell'ottobre 2023. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a marzo 2025 ha evidenziato prove di violenze sessuali e di genere "sistematiche", portando all'inserimento di Israele nella "lista nera delle Nazioni Unite sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto".
L'intento di tali pratiche, come spiegato da Francesca Albanese ai microfoni di Al Jazeera, va oltre l'infliggere dolore fisico: punta a distruggere psicologicamente la vittima e la sua capacità di ricostruire la propria intimità. "La brutalità ha raggiunto livelli senza precedenti, trasformandosi in una pura dinamica di vendetta", ha affermato la relatrice ONU, descrivendo l'uso ricorrente di oggetti, barre di metallo e scariche elettriche.
La disumanizzazione e il clima di impunità
L'inchiesta analizza anche i fattori culturali e politici che alimentano questi abusi. Esperti come il sociologo Yehouda Shenhav-Shahrabani e organizzazioni come B'Tselem spiegano che ampi settori della società israeliana sono condizionati a considerare i palestinesi come individui non meritevoli di diritti umani. Dichiarazioni pubbliche di leader politici – tra cui l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant, che definì gli avversari "animali umani", o il presidente Isaac Herzog, che ha attribuito la responsabilità del 7 ottobre all'intera popolazione di Gaza – hanno contribuito a sdoganare la violenza collettiva.
Sul fronte giudiziario prevale l'impunità. Nonostante le indagini internazionali vengano ostacolate dalle autorità israeliane, nel luglio 2024 la diffusione di un video riguardante lo stupro di un detenuto nel campo di Sde Teiman aveva portato all'arresto di 10 agenti. Tuttavia, le proteste dell'estrema destra e il sostegno di alcuni parlamentari hanno spinto le autorità a far cadere ogni accusa. Al contrario, l'ufficiale donna sospettata di aver diffuso il filmato è stata arrestata, e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha definito la fuga di notizie come "il più grave danno di pubbliche relazioni" per il Paese dalla sua fondazione. Perfino alla Knesset, il deputato del Likud Hanoch Milwidsky ha difeso pubblicamente la legittimità delle violenze contro i detenuti ritenuti membri di Hamas.
Il quadro giuridico internazionale
Triestino Mariniello, professore alla Liverpool John Moores University e membro del team legale delle vittime di Gaza presso la Corte Penale Internazionale, ha chiarito ad Al Jazeera la rilevanza giuridica di queste prove:
"Se gli atti isolati costituiscono crimini di guerra, quando sono organizzati, diffusi e perpetrati all'interno di strutture statali senza che i responsabili vengano perseguiti, si configurano come crimini contro l'umanità, svelando l'esistenza di una precisa politica istituzionale".
Nonostante il cessate il fuoco formale imposto nell'ottobre 2025 dall'amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, gli osservatori internazionali rilevano che le violenze e le operazioni di sfollamento forzato continuano a colpire la Cisgiordania e Gaza. Come concluso da Francesca Albanese, l'impatto di una simile violenza sistematica equivale a un tentativo di "distruggere un popolo in quanto tale".
Mentre a Gaza, in Cisgiordania e in Libano si consumano violenze atroci, cento soldati israeliani sono arrivati con le loro famiglie in Sardegna per prendersi una vacanza e smaltire lo stress. Un fatto gravissimo che avviene nel silenzio delle istituzioni locali: la Regione Sardegna non è stata minimamente informata, non si sa chi abbia autorizzato questi soggiorni e per quale motivo il territorio italiano venga messo a disposizione di chi è accusato di violenze disumane.
Sulla vicenda è intervenuta duramente la parlamentare del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari, che ha chiesto immediata chiarezza sui fatti con una dichiarazione perentoria:
"Pretendiamo di sapere chi li ha invitati, con quali accordi e di chi è la responsabilità della loro presenza. Dare ospitalità, nel comfort e nel lusso, a chi ha commesso un genocidio è un fatto gravissimo e indegno per il nostro Paese. Basta complicità con i terroristi. L'Italia non è una colonia di Israele."
Washington è sempre più preoccupata che l'attuale leadership di Tbilisi – il partito Sogno Georgiano – stia "prendendo una china pericolosa, deviando verso un'orbita controllata dai principali avversari degli Stati Uniti", vale a dire Cina e Russia.
A questo proposito ieri la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il Countering China's Control of the Caucasus Act.
Il disegno di legge bipartisan era stato presentato mesi fa da reliquie della Guerra Fredda come Joe Wilson e Steve Cohen.
Wilson, intervistato da RFE/RL, ha descritto la legge come una misura necessaria per contrastare «l’influenza straordinaria e malvagia del Partito Comunista Cinese» e il suo «obiettivo di dominazione mondiale». Il deputato ha puntato il dito in particolare contro il consorzio cinese coinvolto nella costruzione del porto di Anaklia sul Mar Nero, definendolo una mossa strategica di Pechino per acquisire il controllo delle rotte di minerali e terre rare dall’Asia centrale.
La legislazione riflette una linea sempre più dura da parte di Washington, che vede nella cooperazione economica tra Georgia, Russia e Cina una minaccia strategica. Critici sostengono tuttavia che si tratti di un classico esempio di sinofobia e di un tentativo egemonico di limitare il diritto sovrano di Tbilisi di scegliere i propri partner di sviluppo. Secondo questa lettura, l’approccio americano – e in parallelo quello europeo – mira a impedire una normalizzazione delle relazioni tra Georgia e Russia, mantenendo il Caucaso meridionale in una condizione di tensione controllata per preservarlo come zona cuscinetto anti-russa. In questo contesto, alcuni analisti americani suggeriscono di utilizzare gli strumenti della finanza internazionale per contenere l’influenza cinese. Laura Linderman, direttrice dei programmi per il Caucaso presso il Central Asia-Caucasus Institute dell’American Foreign Policy Council, ha dichiarato a RFE/RL che Washington dovrebbe sfruttare il proprio peso nella Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo. «Ci sono molte opportunità per contenere il ruolo della Cina in Georgia», ha affermato, auspicando che le istituzioni multilaterali impongano condizioni stringenti ai progetti infrastrutturali per limitare i subappalti alle imprese cinesi.
Nella foto i codirettori di 'No Other Land' Basel Adra and Yuval Abraham
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
C'è una trappola che si ripete.
Si presenta ogni volta con un volto diverso: co-regia di un film premiato agli Oscar, un progetto artistico condiviso, un palco comune. E ogni volta produce la stessa immagine e la medesima illusione: un palestinese e un israeliano che collaborano insieme, che all'apparenza combattono lo stesso sistema, opponendosi alla stessa ingiustizia. Ogni volta la medesima illusione.
È un'immagine falsa. E conveniente.
Non perché le intenzioni siano del tutto disoneste. Ma perché l'immagine stessa mente sulla realtà. Inganna.
Il palestinese e l'israeliano non sono nella stessa posizione. C'è un'asimmetria politica e giuridica.
Uno è cittadino dello Stato che occupa, bombarda e uccide. L'altro è la vittima di quello Stato. Uno ha un passaporto, diritti, una casa. L'altro vive sotto occupazione, assedio, o è in esilio. Uno appartiene a una società che conduce un genocidio. L'altro ne subisce le conseguenze.
La collaborazione dunque non può e non riesce a eliminare questo divario abissale. Lo nasconde, in realtà. E nasconderlo è un problema gravissimo.
Perché quando palestinese e israeliano appaiono insieme come soggetti equivalenti in un progetto comune, come collaboratori e alleati, l'immagine che si produce è quella di uguaglianza e parità, un'intesa e un dialogo tra due parti che affrontano insieme lo stesso sistema e la stessa ingiustizia. Due coscienze contro un sistema razzista, violento e crudele. Due persone che hanno scelto l'umanità sopra la politica. È un'immagine potente. Ed è esattamente quella di cui il sistema ha bisogno per sopravvivere.
Finché esiste quell'immagine, la responsabilità scompare. L'accountability perde la sua forza.
Non si può chiedere che uno Stato venga isolato, sanzionato e trattato come un paria quando i suoi cittadini condividono il palco con le vittime presentando una visione comune di speranza. La collaborazione non sfida lo status quo. Lo rende presentabile. E non solo presentabile, lo rafforza.
Vale la pena domandarsi a chi giovano davvero queste iniziative che vedono palestinesi e israeliani insieme nel mezzo di un genocidio.
Per gli israeliani, il beneficio è evidente e chiaro. Il cittadino israeliano che partecipa ottiene un'esenzione personale dalla responsabilità collettiva. Non solo, aiuta anche la collettività a redimersi.
Non è più il cittadino di uno Stato occupante che pratica l'apartheid, e commette un genocidio e la pulizia etnica. Ma diventa un individuo che ha scelto la solidarietà, che si è posto al fianco delle vittime, che ha attraversato la linea. La sua presenza accanto al palestinese lo separa politicamente dallo Stato di cui è cittadino, ma solo all'apparenza, visto che continua a goderne tutti i privilegi. Gli consente di accedere a spazi culturali internazionali che altrimenti sarebbero chiusi, seguendo una logica di boicottaggio coerente. L'accesso a nuovi spazi non aiuta a combattere il sistema, ma lo mantiene e rafforza, inglobando ogni spazio.
Per i palestinesi, è un tranello. Un inganno come gli altri inganni.
La loro presenza nella co-produzione o co-regia non aiuta la narrazione palestinese né indebolisce il sistema. Lo legittima. I film possono raccontare storie vere, un'ingiustizia, un sopruso, un crimine reale. Il contenuto non è in discussione. Lo è l'effetto. Perché quando è un israeliano a portare quella storia al mondo, e accanto a un palestinese, il messaggio che arriva non è solo l'ingiustizia raccontata, ma l'impostura, che la società israeliana è salva, contiene al suo interno voci capaci di vedere, di denunciare, di stare dalla parte delle vittime. È che il dialogo, la collaborazione, la pace sono possibili. E il miraggio, che il cambiamento può venire dall'interno. Con la presenza palestinese, quella narrazione diventa credibile. È precisamente la partecipazione palestinese a trasformare il progetto in prova vivente che Israele non è uno Stato da isolare, ma una società con cui si può mediare, dialogare, esistere. Il palestinese fornisce e garantisce legittimità. L'israeliano ottiene l'esonero e il perdono. E il sistema continua. Errando. Fallendo.
La visibilità non è protezione e non è nemmeno garanzia di ascolto o azione. Un documentario può portare la distruzione di una comunità palestinese sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, vincere premi, commuovere il pubblico. La comunità viene rasa al suolo lo stesso. La storia circola. I bulldozer arrivano comunque. E il genocidio prosegue mentre il film viene celebrato.
Non è una coincidenza. È una funzione.
La storia non offre nessun esempio di un sistema di apartheid smantellato dall'interno e da chi lo applica e ne trae profitto, attraverso la persuasione morale o il dialogo e le collaborazioni culturali. Offre, invece, l'esempio del Sudafrica.
Il Sudafrica non cadde perché i bianchi si fecero un'autocritica e si convinsero della brutalità e dell'ingiustizia dell'apartheid. Cadde perché il sistema divenne insostenibile dall'esterno. Gli altri lo fecero cadere.
Il boicottaggio culturale arrivò per primo: l'espulsione dalle Olimpiadi nel 1964, il bando dalla FIFA nel 1976, e l'esclusione dal cricket internazionale. Seguirono l'embargo sulle armi e le sanzioni economiche. Il Presidente sudafricano De Klerk non liberò Nelson Mandela perché all'improvviso era diventato un uomo integro e giusto. Lo fece perché il sistema, combattuto dall'esterno con pressioni intense, non poteva più reggersi. Né sopravvivere.
Questo è il modello. Il modello da seguire e implementare. Non il dialogo, ma l'isolamento. Non la collaborazione, ma la distanza. Non la coresistenza, ma la resa dei conti. La accountability. Per un genocidio.
Il boicottaggio sudafricano funzionò perché fu categorico. Rifiutò l'immagine di normalità. Stabilì che non esisteva una partecipazione innocente o neutrale con le strutture culturali e sportive del regime di apartheid, indipendentemente dalle intenzioni individuali. Ogni eccezione, anche ben intenzionata, ripristinava l'immagine di uno Stato normale e riformabile. Fu proprio il rifiuto di quella logica a rendere il sistema insostenibile. Fino a crollare.
Anche in Sudafrica esistevano bianchi che si opponevano all'apartheid con sincerità e coraggio. La loro opposizione non rendeva accettabile la collaborazione con le istituzioni del regime. Il problema non era la mancanza di buona volontà individuale. Era la struttura. Le strutture non cambiano attraverso la buona volontà. Cambiano quando il costo del loro mantenimento diventa insostenibile.
Lo stesso vale oggi. Gli israeliani che si oppongono all'occupazione o che si dichiarano anti-sionisti hanno un lavoro da fare, ma non è quello di affiancare i palestinesi sui palchi dei festival. È quello di organizzarsi all'interno della propria società, costruire un costo politico reale per chi sostiene il sistema, rifiutare i privilegi che la cittadinanza di uno Stato di apartheid conferisce. Questo è il lavoro che potrebbe cambiare qualcosa. Non quello che produce premi internazionali e false immagini.
Uno Stato sotto accusa formale di genocidio non dovrebbe godere di accesso alle istituzioni culturali, sportive e accademiche internazionali. Dovrebbe affrontare le stesse conseguenze che il mondo impose al Sudafrica. Quando Israele non potrà più partecipare alle competizioni sportive internazionali, quando sarà escluso dalle istituzioni multilaterali, quando la sua presenza nelle strutture culturali e accademiche diventerà politicamente insostenibile, allora le condizioni per il cambiamento strutturale cominceranno a maturare. Non prima.
La Palestina non ha bisogno di altri progetti condivisi. Ha bisogno della stessa determinazione internazionale che rese l'apartheid sudafricano insostenibile. E ha bisogno che le proprie voci smettano di offrire al sistema la legittimità culturale di cui ha bisogno per sopravvivere.
L'atto di un israeliano che racconta la sofferenza palestinese al pubblico internazionale produce un effetto che serve il sistema indipendentemente dal contenuto. Dice: guardate, un israeliano vede, un israeliano si preoccupa, un israeliano combatte al fianco dei palestinesi. E quell'immagine, il buon israeliano, l'israeliano critico, l'israeliano che ha attraversato la linea, vale per il sistema più di qualsiasi propaganda ufficiale. Perché è credibile. Perché è avallata dalla presenza palestinese. Perché fa apparire Israele come una società capace di autocorrezione, anziché come uno Stato che deve essere isolato. Senza la voce palestinese, il progetto non regge. Con essa, diventa la prova che il dialogo è possibile, che la società israeliana contiene in sé i germi della giustizia. Ma non li contiene. Quello che serve è la responsabilità. Ed è da lì che si deve cominciare.
Quando la collaborazione sostituisce la responsabilità, non avvicina la giustizia. La rinvia. La sostituisce con l'impunità.
Per un secolo e mezzo l’America ha fatto una cosa straordinaria: ha trasformato una sconfitta militare, nata dentro una guerra coloniale, in una leggenda nazionale.
Ha preso George Armstrong Custer, ufficiale dell’esercito statunitense, protagonista dell’avanzata contro i Popoli delle Pianure, e lo ha consegnato all’immaginario collettivo come un eroe tragico: biondo, audace, circondato, sacrificato. L’uomo dell’“ultima resistenza”.
Ma la domanda vera, 150 anni dopo Little Bighorn, non è come sia morto Custer.
La domanda vera è: perché l’America ha avuto bisogno di farne un eroe?
Io credo che questa sia una delle domande più scomode della memoria americana, perché obbliga a guardare non soltanto una battaglia, ma il modo in cui un Paese costruisce i propri miti per non dover fare i conti con le proprie colpe.
Perché gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di mettere al centro l’uomo che guidava un reparto dell’esercito, e non i popoli che stavano difendendo la propria terra? Perché hanno pianto la caduta del 7° Cavalleria più di quanto abbiano riconosciuto la violazione dei trattati, l’invasione delle Black Hills, la distruzione sistematica del mondo lakota, cheyenne e arapaho?
Little Bighorn non è soltanto una battaglia del passato. È una ferita nella memoria americana. E come tutte le ferite profonde, continua a rivelare ciò che un Paese vorrebbe nascondere.
Non fu Custer a essere tradito dalla Storia.
Furono i trattati firmati con i Popoli Nativi a essere traditi dagli Stati Uniti.
Nel 1868, con il Trattato di Fort Laramie, il governo statunitense riconobbe le Black Hills come parte della Grande Riserva Sioux, destinate all’uso dei Sioux. Quelle colline non erano una terra qualsiasi: erano, e restano, un luogo sacro. Ma quando venne scoperto l’oro, la parola data perse improvvisamente valore. I cercatori bianchi arrivarono, la pressione coloniale aumentò, e ciò che era stato riconosciuto ai Lakota venne trasformato in ostacolo all’espansione americana.
È una delle costanti del colonialismo: i trattati valgono finché non intralciano l’economia dell’invasore. È qui che nasce il cuore osceno del mito.
Custer non venne trasformato in eroe perché la sua vicenda fosse esemplare. Venne trasformato in eroe perché serviva un martire bianco capace di coprire il crimine originario: l’invasione di terre già riconosciute ai Popoli Nativi.
Il mito di Custer non nasce per ricordare un uomo. Nasce per assolvere un impero.
A costruire quella leggenda contribuì anche Elizabeth “Libbie” Custer, vedova del generale, che per decenni difese e alimentò l’immagine del marito come eroe tragico della nazione. Ma il mito non sopravvive mai solo per amore privato: sopravvive quando serve a un Paese. E Custer serviva. Serviva a trasformare una sconfitta coloniale in martirio patriottico.
Se Custer diventa l’eroe caduto, allora Lakota, Cheyenne e Arapaho possono essere raccontati come “selvaggi”. Se l’attenzione si concentra sull’ultima resistenza del 7° Cavalleria, scompare la resistenza molto più lunga dei Popoli delle Pianure. Se il pubblico piange l’ufficiale sconfitto, non deve più interrogarsi sui trattati violati, sulle riserve imposte, sulla fame organizzata, sulla distruzione dei bisonti, sulla guerra culturale condotta contro intere nazioni.
Da anni studio e racconto i Popoli Nativi del Nord America, e ogni volta mi colpisce lo stesso meccanismo: il colonizzatore viene ricordato con nome, volto, biografia, destino; i popoli colpiti vengono trasformati in sfondo, massa indistinta, nota a margine. Little Bighorn è uno degli esempi più clamorosi di questa manipolazione della memoria.
Perché i protagonisti di quella storia non erano comparse attorno alla morte di Custer.
Erano Sitting Bull, Crazy Horse, Gall, Two Moons, Wooden Leg, Lame White Man. Erano i guerrieri lakota, cheyenne e arapaho. Erano le famiglie accampate lungo il Greasy Grass. Erano le donne, i bambini, gli anziani, i cavalli, le tende, le lingue, le cerimonie, il terrore e la determinazione di chi sapeva che non stava combattendo per una gloria astratta, ma per la sopravvivenza del proprio mondo.
La battaglia del 25 e 26 giugno 1876 fu complessa, come sempre lo è la storia reale. C’erano scout Crow e Arikara al fianco dell’esercito statunitense, e questo impedisce ogni semplificazione romantica. Le nazioni native non erano un blocco unico: avevano alleanze, rivalità, territori, memorie e interessi differenti.
Ma proprio questa complessità rende ancora più grave la menzogna successiva.
Perché la narrazione americana dominante non ha cercato la complessità. Ha cercato un santino. Ha costruito Custer come figura tragica, quasi cavalleresca, e ha relegato i Popoli Nativi nel ruolo previsto dal copione coloniale: ostacolo al progresso, minaccia alla civiltà, massa feroce da contenere o eliminare.
La parola “selvaggi” è servita a questo. La parola “ostili” è servita a questo.
La parola “Frontiera” è servita a questo. A rendere accettabile l’inaccettabile.
Perché la “Frontiera” non fu una linea poetica verso l’avventura. Fu un processo di occupazione. La “pacificazione” delle Pianure fu guerra. La “civilizzazione” fu cancellazione. Il “destino manifesto” fu ideologia coloniale.
Little Bighorn brucia ancora perché per una volta quel copione si inceppò.
Per una volta l’esercito degli Stati Uniti non vinse. Per una volta l’avanzata coloniale incontrò una resistenza capace di fermarla. Per una volta i Popoli Nativi non furono sconfitti sul campo. E allora la narrazione ufficiale dovette lavorare il doppio: se non poteva cancellare la vittoria indigena, poteva almeno cambiarne il significato.
Così una vittoria nativa divenne il massacro di Custer.
Una resistenza divenne barbarie. Un’aggressione militare divenne tragedia nazionale.
È uno dei più grandi rovesciamenti simbolici della storia americana.
Ancora oggi molti conoscono Custer più di Sitting Bull. Molti ricordano “Custer’s Last Stand” più del Greasy Grass. Molti immaginano le giubbe blu sulla collina, ma non sanno immaginare l’accampamento indigeno lungo il fiume. Non sanno che quel luogo, per i Popoli Nativi, non è un set cinematografico né un capitolo da manuale: è memoria viva.
E qui la questione diventa attuale.
Perché l’Occidente ama i Nativi quando sono sconfitti, lontani, spiritualizzati, ridotti a piume, tramonti e frasi edificanti. Ma fatica a sopportarli quando parlano di terra, trattati, sovranità, miniere, oleodotti, tribunali, restituzione, diritti.
Il Nativo morto può diventare poesia.
Il Nativo vivo diventa problema politico.
Per questo Little Bighorn non appartiene solo al 1876. Parla ancora oggi. Parla ogni volta che un popolo indigeno viene ascoltato solo se compatibile con l’immaginario romantico dell’uomo bianco. Parla ogni volta che la memoria nativa viene celebrata nei musei, ma ignorata quando rivendica giustizia. Parla ogni volta che un luogo sacro viene trattato come risorsa economica, ostacolo burocratico, terreno da sfruttare.
La questione delle Black Hills, infatti, non è chiusa. Nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe che ai Sioux spettava un risarcimento per la sottrazione di quelle terre. Ma per molte comunità Lakota il punto non è mai stato soltanto il denaro. La richiesta riguarda la terra, la memoria, la sovranità, il sacro. Un luogo sacro non diventa giusto perché qualcuno, un secolo dopo, ne calcola il prezzo.
La domanda, dunque, non è soltanto perché l’America abbia fatto di Custer un eroe.
La domanda è perché continuiamo, ancora oggi, a conoscere meglio il nome dei conquistatori che quello dei popoli conquistati.
Io non credo che Little Bighorn vada ricordata per celebrare una battaglia. Credo vada ricordata per smontare un mito. Perché una storia raccontata solo dal punto di vista dell’esercito non è storia: è rapporto militare. Una storia raccontata solo dal punto di vista dei vincitori politici non è memoria: è propaganda. Una storia senza la voce dei popoli colpiti è un’altra forma di occupazione.
Centocinquant’anni dopo, Little Bighorn ci chiede di cambiare posizione. Di scendere dalla collina di Custer e tornare verso il fiume. Verso il Greasy Grass. Verso le voci che la storia ufficiale ha cercato di coprire.
Non si tratta di odiare Custer. Sarebbe troppo facile, e persino riduttivo. Si tratta di capire perché sia stato necessario trasformarlo in leggenda. Perché ogni impero ha bisogno dei propri martiri, soprattutto quando deve nascondere le proprie vittime.
E forse è proprio questo che l’America non ha mai perdonato davvero a Little Bighorn: non la morte di Custer, ma il fatto che per due giorni la Storia non obbedì all’impero.
Di questo si parlerà il 26 giugno, nella conferenza “Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe”, a San Benedetto del Tronto. Scrivere a info@omnibusomnes per informazioni.
Non per celebrare una battaglia. Ma per restituire uno sguardo. E per ricordare che la memoria, quando torna nelle mani dei popoli a cui è stata sottratta, non è nostalgia: è giustizia.
Durante la promozione di un film girato in Israele, l'attore Elon Gold e l'influencer Lizzy Savetsky hanno riso facendo riferimento alle vecchie accuse secondo cui le forze israeliane avrebbero usato cani militari per violentare prigioniere palestinesi.
"È davvero un grande traguardo. E per un film girato in Israele, è una cosa davvero fantastica", ha detto Gold a Savetsky sul tappeto rosso, indicando con un gesto il terreno in riferimento a Israele mentre parlava di quanto fosse contento che il film The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) , di cui è protagonista, venisse proiettato al festival di New York.
"Sono stata violentata solo da due cani israeliani", ha detto Gold.
"Pensavo che violentassero solo i palestinesi", ha risposto Savetsky.
"No, ho anche un cane", ribatté Gold scherzando, e scoppiarono entrambi a ridere.
Organizzazioni per i diritti umani come B'Tselem e Euro-Mediterranean Human Rights Monitor hanno documentato casi di prigionieri palestinesi aggrediti da cani militari israeliani.
Ad aprile, Middle East Eye ha riportato la testimonianza di Amir, un palestinese di 35 anni detenuto nel centro di detenzione di Sde Teiman. Ha raccontato di come i soldati lo abbiano costretto a spogliarsi, prima che i loro cani gli urinassero addosso e lo violentassero.
Ha descritto come il cane "mi abbia penetrato l'ano in modo addestrato mentre venivo picchiato".
"Questo è andato avanti per diversi minuti. Mi sono sentito profondamente umiliato e violato", ha detto Amir.
Un'altra ex prigioniera, Wajdi, di 43 anni, ha raccontato di essere stata incatenata a un letto di metallo e ripetutamente violentata da soldati e da un cane addestrato.
A gennaio, B'Tselem ha pubblicato un rapporto intitolato "Inferno vivente" , che includeva testimonianze e prove dell'uso di cani per maltrattare i prigionieri palestinesi.
L'uso dei cani nella tortura dei palestinesi è diventato un argomento di discussione internazionale dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo di Nicholas Kristof in cui si faceva riferimento a tale pratica.
Il governo israeliano ha reagito furiosamente all'articolo, minacciando di querelare il New York Times. Finora non ci sono prove che lo abbia fatto o che intenda farlo.
In una dichiarazione, il Tribeca Festival ha condannato i commenti di Gold e Savetsky.
"Il Tribeca Festival è a conoscenza delle preoccupazioni sollevate in merito a una clip che circola sui social media e condanna senza riserve le osservazioni offensive e inaccettabili fatte da Elon Gold e Lizzy Savetsky alla première di The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) ", si legge nel comunicato.
"La violenza sessuale e la sofferenza umana non dovrebbero mai essere derise o minimizzate. I commenti non rispecchiano i valori del Tribeca Festival e ci rammarichiamo per il dolore e l'offesa che hanno causato. Non siamo riusciti a contattare i registi."
L'8 giugno, l'esercito israeliano ha chiuso tutti i corridoi di confine con la Striscia di Gaza e ha sospeso l'ingresso degli aiuti umanitari come forma di punizione collettiva per gli attacchi iraniani in risposta alle violazioni israeliane in Libano.
Il Coordinatore israeliano delle attività di occupazione nei territori palestinesi (COGAT) ha confermato che la chiusura rimarrà in vigore mentre le autorità israeliane valutano la situazione di sicurezza in corso.
Il COGAT ha affermato che la quantità di aiuti umanitari che giungono a Gaza supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione.
A seguito degli attacchi missilistici lanciati dall'Iran contro lo Stato di Israele, sono state implementate una serie di misure di sicurezza necessarie, tra cui la chiusura dei valichi di frontiera con la Striscia di Gaza, tra cui il valico di Kerem Shalom e il valico di Rafah, fino a nuovo avviso… pic.twitter.com/PptfY8LNcz
Da marzo, i funzionari palestinesi hanno riferito che Israele consente l'ingresso nel territorio solo del 10% circa del fabbisogno effettivo, con appena 640 camion di aiuti umanitari arrivati ??a fronte dei 6.000 necessari a soddisfare i bisogni nutrizionali minimi della popolazione.
La chiusura giunge dopo che l'Iran ha lanciato cinque ondate di attacchi missilistici e con droni contro il territorio israeliano in risposta agli attacchi israeliani contro Dahiye, sobborgo meridionale della capitale libanese, in diretta violazione del cosiddetto cessate il fuoco.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha annunciato di aver lanciato un attacco missilistico contro impianti industriali ad Haifa in risposta a un attacco israelo-americano contro un complesso petrolchimico iraniano.
In una dichiarazione, l'IRGC ha avvertito che Israele ha iniziato un "gioco pericoloso"... pic.twitter.com/gmi3cVTuGm
Secondo il Canale 12 israeliano, l'Iran ha finora lanciato tra i 22 e i 24 missili verso Israele, mentre Ansarallah ne ha lanciati due. Il canale ha anche riferito che gli Stati Uniti stanno partecipando a operazioni di intercettazione missilistica.
Il quartier generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC), Khatam al-Anbiya, ha dichiarato domenica in un comunicato che Israele ha oltrepassato "tutte le linee rosse" continuando a prendere di mira Beirut.
"Avevamo già avvertito che, se la criminalità nei sobborghi di Beirut si fosse diffusa, avremmo attaccato obiettivi nei territori occupati", si legge nella dichiarazione.
Israele ha chiuso tutti i valichi di frontiera di Gaza e sospeso l'ingresso di aiuti umanitari nell'enclave, nonostante un accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti. La decisione arriva in un contesto di continue restrizioni e attacchi, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria a Gaza. pic.twitter.com/aCF4bTmCgg
La chiusura dei corridoi umanitari avviene mentre le violazioni del cessate il fuoco e le aggressioni israeliane nella Striscia di Gaza continuano senza sosta.
Secondo gli ultimi rapporti del Ministero della Salute palestinese di Gaza, pubblicati lunedì, nove palestinesi sono stati uccisi e 43 feriti negli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.
Il ministero ha aggiunto che numerose vittime rimangono intrappolate sotto le macerie e nelle strade, e che le squadre di ambulanza e della protezione civile non riescono a raggiungerle.
Da quando il cosiddetto cessate il fuoco è entrato in vigore l'11 ottobre 2025, gli attacchi israeliani hanno ucciso 970 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.063.
Il 29 maggio, in occasione del Reagan National Economic Forum, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha rivelato che gli Stati Uniti hanno sequestrato circa 1 miliardo di dollari in criptovalute collegate all'Iran, nel quadro di una più ampia campagna di sanzioni e pressioni contro Teheran.
La replica non si è fatta attendere: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha pubblicato sul suo account X un video con le dichiarazioni del Segretario americano, accusandolo di vantarsi del "furto" di beni iraniani. Per farlo, Baqai ha citato un celebre frammento del Macbeth di William Shakespeare: «Sente che i suoi titoli ora gli pesano addosso come il mantello di un gigante su un ladro nano».
Questo scontro si inserisce in un contesto geopolitico delicatissimo. In seguito all'aggressione statunitense e israeliana contro l'Iran del 28 febbraio e al successivo cessate il fuoco mediato dal Pakistan, Teheran ha posto come condizione cruciale per qualsiasi accordo proprio il rilascio dei beni congelati da Washington.
L'appropriazione unilaterale di asset statali solleva profondi interrogativi di diritto internazionale, in particolare sulla sovranità degli Stati e sulla protezione della proprietà privata da misure coercitive extraterritoriali. Secondo la posizione iraniana, la confisca miliardaria non solo viola le norme internazionali configurandosi come un'azione ostile contro il proprio popolo, ma l'ostentazione stessa del sequestro mette a nudo la reale natura delle politiche di Washington.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che la strategia del Paese per porre fine all'attuale aggressione da parte di Stati Uniti e Israele consiste nel ricorrere simultaneamente alla guerra e alla diplomazia, al fine di difendere i diritti della nazione iraniana.
In un messaggio audio rivolto alla nazione iraniana e diffuso lunedì, Qalibaf ha indicato che l'Iran è pronto a riprendere immediatamente le operazioni militari in risposta alle violazioni del cessate il fuoco annunciato all'inizio di aprile da parte di Stati Uniti e Israele.
Le sue dichiarazioni sono giunte dopo che l'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro il regime israeliano in rappresaglia per le violazioni del cessate il fuoco, che includono anche la cessazione delle ostilità in Libano.
L'operazione è stata condotta nonostante i continui sforzi per mediare un accordo tra Iran e Stati Uniti che potesse porre fine in modo definitivo all'aggressione israelo-americana contro il Paese, iniziata alla fine di febbraio.
Qalibaf, che ha guidato i negoziati indiretti tra l'Iran e gli Stati Uniti, ha affermato che Teheran si è impegnata seriamente nella via diplomatica per porre fine all'aggressione. Tuttavia, ha insistito sul fatto che una risposta militare alle violazioni del cessate il fuoco nel Golfo Persico da parte degli Stati Uniti e agli attacchi israeliani in Libano è anche una parte cruciale della strategia iraniana per raggiungere i propri obiettivi nell'attuale confronto.
«Se consideriamo la diplomazia unicamente come negoziati a porte chiuse e sorrisi diplomatici, siamo condannati al fallimento fin dall'inizio. E se ci affidiamo esclusivamente alle operazioni militari e alla guerra, non saremo in grado di difendere pienamente i nostri diritti», ha affermato Qalibaf nel suo messaggio.
Ha osservato che la recente escalation dello scontro con gli Stati Uniti e il regime israeliano è dovuta al continuo blocco statunitense del commercio marittimo iraniano e agli attacchi israeliani in Libano.
"Il blocco navale statunitense contro la nazione iraniana e la mancata osservanza dell'accordo raggiunto sul Libano costituiscono chiare violazioni del cessate il fuoco", ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano.
"Era naturale per noi dare una risposta decisa in difesa dei diritti del popolo iraniano", ha aggiunto Qalibaf, lodando le forze armate del Paese per aver agito "con autorità".
Qalibaf ha osservato che la situazione in Libano è un esempio di come la diplomazia, combinata con l'azione militare, possa respingere un aggressore. "La diplomazia non ostacola le operazioni militari, né le operazioni militari ostacolano la diplomazia", ??ha affermato.
Ha spiegato che la sfera militare funge da "forza trainante nella costruzione del potere", dissuadendo il nemico persino dal considerare un atto di aggressione. La sfera diplomatica, ha aggiunto, deve trasformare quel potere in risultati tangibili, legali ed economici.
Il capo negoziatore ha chiarito che Teheran non si fida degli Stati Uniti nei negoziati diplomatici con Washington. "Il nostro obiettivo è porre fine alla guerra e stabilire una sicurezza duratura, non normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti", ha affermato.
"Non ci fidiamo dell'altra parte", ha sottolineato.
L’attacco israeliano contro la periferia sud di Beirut ha riacceso il confronto diretto tra Iran e Israele, aprendo una nuova fase di tensione regionale che rischia di coinvolgere ulteriormente il Medio Oriente. Il bombardamento, condotto da Israele pochi giorni dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco e nonostante le pressioni statunitensi per evitare operazioni sulla capitale libanese, ha provocato vittime e suscitato una dura reazione da parte di Teheran. In risposta all’attacco contro il Libano, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha lanciato una serie di missili balistici contro obiettivi israeliani, colpendo in particolare la base aerea di Ramat David. L’operazione come hanno evidenziato le autorità iraniane, rappresenta una rappresaglia diretta per quella che definiscono una violazione della tregua e un’aggressione contro il popolo libanese. L’escalation non si è fermata qui. Israele ha successivamente condotto raid contro diversi obiettivi militari in Iran, colpendo installazioni nelle aree di Teheran, Tabriz e Isfahan.
Secondo fonti israeliane, gli attacchi hanno preso di mira siti di lancio missilistici e sistemi di difesa aerea. Autorità iraniane hanno inoltre denunciato danni a una sezione dell’impianto petrolchimico Karoon, nella provincia del Khuzestan. La risposta iraniana è arrivata poche ore dopo. L’IRGC ha annunciato l’avvio dell’“Operazione Nasr”, diretta contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, considerate infrastrutture strategiche per le operazioni militari dello Stato ebraico. Contestualmente, sono stati segnalati attacchi contro un complesso petrolchimico israeliano. Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha espresso irritazione per l’escalation e ha invitato entrambe le parti a interrompere immediatamente gli attacchi reciproci.
Trump ha inoltre avvertito che un’ulteriore offensiva israeliana contro l’Iran rischierebbe di provocare nuove ritorsioni e un allargamento del conflitto. Da Teheran, il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Mohammad Baqer Zolqadr, ha lanciato un duro monito a Israele e agli Stati Uniti, affermando che l’“intera regione diventerà un inferno” se la “coalizione sionista-americana” dovesse commettere nuovi errori. Secondo il dirigente iraniano, gli eventi degli ultimi mesi avrebbero modificato profondamente gli equilibri della sicurezza regionale e internazionale. Analisti vicini alla posizione iraniana sottolineano che l’operazione contro le basi israeliane rappresenta un messaggio strategico preciso: qualsiasi futura aggressione contro il Libano verrebbe considerata una minaccia diretta agli interessi di Teheran e riceverebbe una risposta militare immediata. Dopo l’ultima ondata di attacchi, il comando centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato la sospensione delle operazioni militari iraniane, sostenendo che sia stata inflitta a Israele una “risposta dolorosa” in difesa del Libano. Nel frattempo, anche gli Houthi dello Yemen hanno dichiarato il divieto di transito nel Mar Rosso per le navi collegate a Israele, ampliando ulteriormente la dimensione regionale della crisi. Il rischio di una nuova spirale di confronto resta elevato, nonostante i tentativi diplomatici di evitare un conflitto più ampio.
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L’Unione Europea compie un nuovo passo nella strategia di pressione economica contro la Russia. Gli Stati membri hanno infatti autorizzato le navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. Ad annunciarlo è stata l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, secondo cui l’obiettivo della misura è ridurre le entrate con cui Mosca finanzia le proprie operazioni militari in Ucraina.
L’operazione IRINI era stata lanciata nel 2020 con il compito di monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia. Ora il mandato operativo viene ampliato: le unità navali europee potranno abbordare e controllare anche le navi sospettate di aggirare le sanzioni energetiche imposte alla Russia. Bruxelles ritiene che la cosiddetta “shadow fleet”, composta da petroliere registrate sotto diverse bandiere e spesso utilizzate per trasporti difficili da tracciare, rappresenti uno strumento fondamentale per consentire a Mosca di continuare a esportare petrolio nonostante le restrizioni occidentali. La decisione ha però suscitato forti critiche da parte russa. Konstantin Basyuk ha dichiarato che l’iniziativa aumenta il rischio di una pericolosa escalation nel Mediterraneo e dimostra come l’Europa continui a privilegiare la logica dello scontro anziché costruire un sistema di sicurezza condivisa.
Secondo il senatore russo, la misura non colpisce soltanto l’economia di Mosca, ma rischia soprattutto di compromettere le prospettive di una futura normalizzazione dei rapporti tra Russia e Unione Europea. Nel frattempo, Mosca si prepara a fronteggiare eventuali incidenti in mare. Già nei mesi scorsi il Consiglio Marittimo russo, guidato da Nikolay Patrushev, aveva predisposto nuove misure di protezione per le navi battenti bandiera russa o in partenza dai porti del Paese. Gli armatori sono stati invitati a richiedere assistenza alla Marina militare, mentre il monitoraggio delle rotte commerciali legate alla Russia è stato ulteriormente rafforzato.
Al di là degli aspetti operativi, la scelta dell'UE conferma la volontà di proseguire sulla strada della contrapposizione frontale con Mosca. Una linea che molti analisti considerano sempre più autolesionista: mentre la Russia continua ad adattarsi alle sanzioni e a rafforzare i legami con i principali attori del Sud globale, l'Europa affronta stagnazione economica, crisi industriale e perdita di peso geopolitico. Invece di costruire le basi per una futura sicurezza comune sul continente, Bruxelles punta sull'escalation permanente, con il rischio di essere proprio l'Europa a pagare il prezzo più alto di uno scontro destinato a protrarsi nel tempo.
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Di recente Vladimir Putin ha toccato la questione dei media occidentali che, secondo le sue parole, non sono altro che «mezzi di istupidimento di massa». Ora, è ovvio che parlare della pattumiera informativa occidentale sia chiaramente al di sotto della dignità del leader di una potenza mondiale, ma in questo caso si trattava di un messaggio: miserabili, noi vediamo tutto e non ci faremo fregare. Il fatto è che lo spazio informativo occidentale si è completamente trasformato da una debole parvenza di sfera giornalistica e analitica, in un'arena per una feroce guerra d'informazione contro la Russia, scrive Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, dove tutte le notizie, le storie, le narrazioni e le dichiarazioni sono subordinate a un unico obiettivo: convincere la Russia che la sua situazione è pessima e che sia meglio accettare la pace a qualsiasi condizione.
Tanto per rimanere all'oggi, ne è un esempio l'intervento del signor Stefano Stefanini su La Stampa del 8 giugno, che prende le mosse dal vertice della cosiddetta “mini coalizione dei volenterosi” tenutosi il 7 giugno a Londra, presenti Keir Starmer, Friedrich Merz, Emmanuel Macron e, non sembri strano, il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij. Un vertice tenutosi, guarda caso, dopo appena un paio di giorni di “decantazione” delle reazioni a quell'obbrobrio epistolare - volutamente pubblico e dunque lontano da qualsivoglia ipotesi di trattativa – vergato in “stile” banderista da Vladimir Zelenskij, ma su diretto incarico di quegli stessi “volenterosi”.
Il pattume informativo torinese, dunque, parla di un vertice londinese che avrebbe lanciato un «messaggio diretto a Putin: deve trattare, l'Europa non si sfila»; cioè: è l'Europa che sponsorizza Kiev e la foraggia di soldi e armi; è l'Europa che vuole che la guerra continui e dice a Zelenskij di scrivere a Putin in una maniera per cui il presidente russo esorti senz'altro le truppe a “continuare il lavoro”. Lo “stile” rozzo con cui il nazi-banderista confeziona il messaggio sembra davvero un “capolavoro” di astuzia, tanto che corre l'obbligo di riunirsi a Londra per discutere gli ulteriori passi. Come pure un “capolavoro” di analisi quello vergato dal signor Stefanini, quando scrive che Macron, Merz e Starmer mandano «un messaggio molto semplice al Cremlino: siamo pronti alla trattativa, ma se, causa il rifiuto russo di sedersi al tavolo, non ci sarà trattativa Mosca-Kiev, l’Ucraina continuerà ad avere tutto il nostro appoggio necessario a continuare a difendersi dall’aggressione». Che era quello, come si dice, che “volevasi dimostrare”: la guerra continua. La cosiddetta Europa avrebbe bisogno di una tregua per riorganizzare le proprie forze, in vista del nuovo termine fissato dallo stesso premier britannico Starmer per lo scontro diretto con la Russia, a seguito delle passate profezie di Andriu-Merlino-Kubilius, Mar Rutte e kaja-Fredegonda-Kallas. L'Europa avrebbe ora necessità di un po' di tempo; ma, in ogni caso, continuerà ugualmente a sponsorizzare la junta di Kiev: vorrà dire che ci sarà bisogno di fustigare ancora di più le masse popolari europee con nuovi giri di vite sulle necessità vitali, sociali, sanitarie, di lavoratori, pensionati e strati deboli della popolazione. «L’incontro londinese è al tempo stesso un’apertura negoziale e una risposta all’intransigenza di Mosca», contrabbanda il signor Stefanini nella sua disamina in cui, in perfetta sintonia con la narrazione europeista, “certifica” che la guerra, per Putin, «non sta andando particolarmente bene... Disastro per l’Ucraina, ma sempre di più anche per la Russia». Questo, a proposito di quella “pattumiera informativa” di cui parla Strel'nikov.
A Londra, dice ancora il signor Stefanini, «si parla di una guerra che da più di quattro anni... minaccia l’indipendenza di un Paese sovrano»; così sovrano e così indipendente che una buona parte degli edifici governativi a Kiev sono occupati da funzionari USA-UE, che dettano le direttive a quel «Alvaro Vitali che ce l'ha fatta» (rubiamo ancora da Maurizio Crozza) e lo istruiscono su come mandare all'aria trattative prima ancora che vi si ponga mano, imbrattando la carta proprio alla maniera dell'emissione di gas intestinali di Pierino-Vitali. Ma Vladimir Putin, assicura il signor Stefanini, «deve continuare una guerra che non può vincere»: lo garantiscono tutti maggiori media occidentali, asserendo che l'economia russa “sia allo sfascio”, che “manchino i soldati al fronte”, che Putin debba guardarsi da “malcontenti nella società” e anche da “intrighi di palazzo”. Guarda caso, tutti elementi che danno il quadro della situazione ucraina e che Vladimir Zelenskij ha riportato nella sua “lettera” a Vladimir Putin, tanto che l'interrogativo elementare è sul numero di mani che abbiano contribuito a comporla.
Perché, come elenca ancora Kirill Strel'nikov, la “pattumiera informativa” occidentale è piena zeppa di perle nello “stile” banderista: The Telegraph scrive che «La Russia sta valutando la possibilità di abbassare l'età lavorativa a 12 anni a causa della crisi occupazionale. Putin propone di riaprire i campi estivi di lavoro per bambini»; ecco Foreign Policy: «L'Ucraina ha una nuova strategia militare, e sta funzionando»; United Media: «L'economia russa rischia un collasso a lungo termine». Kyiv Post: «La crisi di mobilitazione di Putin si aggrava, la Russia pianifica una nuova mobilitazione». Sembra lo specchio della situazione ucraina e, sul piano economico, del futuro più che prossimo delle “potenze” europee.
A proposito della mancanza di uomini ucraini da mandare al macello, qualche giorno fa la tedesca Die junge Welt scriveva che i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare e l'americana Responsible Statecraft titola che "La crisi di mobilitazione ucraina si fa sempre più sanguinosa"; mentre la filo-ucraina The Insider scrive che "gli abusi di massa (tra omicidi, morte di coscritti, migliaia di denunce, tangenti e schemi di corruzione) stanno minando la fiducia nella mobilitazione e causando una crescente resistenza, compresi attacchi armati contro le pattuglie” dei reclutatori.
Per quanto riguarda la Russia, solo a maggio le entrate da petrolio e gas sono aumentate di un terzo su base annua e se anche lo Stretto di Hormuz dovesse essere completamente riaperto, i prezzi del petrolio non scenderebbero mai sotto i 95 dollari al barile.
In questo scenario, non si può che concordare con l'osservatore Aleksandr Nosovic, quando scrive su RIA Novosti che Vladimir Putin ha rifiutato un cessate il fuoco e i negoziati non a Zelenskij, ma ai sostenitori occidentali del regime di Kiev. Sono stati infatti loro a spingere Zelenskij a scrivere la lettera aperta al presidente russo e sono stati gli europei a parlare sempre più insistentemente, nell'ultimo mese, di negoziati diretti con Mosca: hanno «disperatamente bisogno di una tregua e di tempo per riorganizzarsi. Lo stesso regime di Zelenskij ha raggiunto un punto in cui non ha più bisogno di altro che di denaro e armi dai suoi sponsor europei».
Per quanto riguarda lo “stile” della missiva, in quattro anni Zelenskij ha sviluppato l'abitudine di comunicare in questo modo con i suoi “alleati”, che hanno puntato tutto sull'Ucraina e ora ne dipendono, costretti a tollerarlo. Gli europei possono ancora costringere il loro pupillo a presentare una petizione a Putin, dice Nosovic; ma non possono costringerlo a comportarsi in modo tale da impedire a Putin di “buttarlo giù per le scale”. Siamo di fronte non solo all'imbecille che suona il piano coi genitali; siamo arrivati alla classica storia del mostro prima creato e poi diventato incontrollabile. D'altronde, Zelenskij e la sua cerchia vivono "alla giornata", di tranche in tranche di aiuti occidentali; non hanno bisogno della fine della guerra, perché significherebbe la fine dei miliardi. Per gli europei, però, il pericolo è rappresentato dalla possibilità che, mentre i combattimenti continuano, il regime di Kiev vada definitivamente fuori controllo. Basti pensare a tutti droni ucraini finiti sulla Romania, al largo delle coste greche, sul mare d'Azov, dove hanno ucciso cinque marinai azeri; alle centinaia di droni nello spazio aereo degli Stati baltici; alle minacce di invasione dell'Ungheria. Pare quindi che più gli europei investono nell'armamento dell'Ucraina, maggiore sia la minaccia ucraina alla sicurezza europea.
La cessazione delle ostilità rappresenterebbero dunque per l'Europa un'opportunità per invertire questa tendenza, dice Nosovic; sarebbe così possibile preparare il regime di Kiev a una guerra continuativa, renderlo più gestibile e concentrare la sua aggressione esclusivamente sulla Russia. Ecco perché l'Europa parla sempre più spesso di negoziati e li chiede a Putin tramite Zelenskij. In questo modo, Putin salverebbe l'Europa da Zelenskij. E allora Putin, con la sua risposta, ha "mandato a quel paese" non Zelenskij, ma l'Europa.
Tra l'altro, a proposito dei demoni evocati dalle redazioni milanesi, romane, torinesi, perché provochino “rivolte di popolo e di palazzo” contro il Cremlino, in quel pattume maleodorante confezionato a Bruxelles-Kiev, “l'Alvaro Vitali” ukro-banderista accennava anche alla «evidente stanchezza» con cui guardano a Putin «i tuoi stessi funzionari, uomini d’affari e propagandisti», assicurando che il «mondo non si è stancato dell’Ucraina... cresce la stanchezza nei confronti della Russia... con il tempo, la stanchezza nei tuoi confronti non potrà che crescere.... È un fatto della storia russa che conosci bene: quando la Russia si stanca, il cambiamento arriva. Possiamo lavorare verso quella stanchezza».
Ora, scriveva anni fa lo storico Igor Šiškin, il popolo russo ha una peculiarità del tutto irrazionale: l'esigenza di essere sicuro della giustezza delle azioni del proprio paese. In questo è la fonte della forza della Russia. Ma questa peculiarità è anche il tallone d'Achille della Russia. Se si riesce a seminare nella coscienza del popolo il dubbio che “la nostra causa è giusta”, allora la Russia perde la capacità a resistere. In Occidente, scriveva Šiškin, compresero bene questa peculiarità della Russia e del popolo russo dopo la catastrofe del 1812. E anche oggi, a Kiev come a Bruxelles. Sembrano contare proprio su quel “tallone d'Achille”. Da lontano, non disponiamo di elementi così solidi per confermare o smentire la “stanchezza” evocata dal nazigolpista-capo e non ci affidiamo certo alle vomitevoli “fonti informative” - che vengano dall'Europa o dalla “sacra” dissidenza russa - care alle redazioni guerrafondaie italiche. Osserviamo solo che, anche a livello popolare, se i russi chiedono qualcosa al Cremlino, è quella di condurre con più decisione le operazioni militari. Le considerazioni diplomatiche, operative, strategiche di Moskva sono una cosa a parte.
Il peggio non sono l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i contractor privati, armati di mazze da baseball e manganelli, che alla fine del loro turno invadono il parcheggio e scatenano sui manifestanti fuori dai cancelli lo stesso sadismo inflitto ai detenuti di Delaney Hall.
La cosa peggiore non sono il gas lacrimogeno, i taser, lo spray al peperoncino o le decine di arresti.
La cosa peggiore non sono i pestaggi e gli scudi antisommossa, sollevati sopra le teste degli agenti della polizia statale del New Jersey e della polizia di Newark e abbattuti rapidamente sui corpi, provocando gravi lacerazioni.
La cosa peggiore è badare ai bambini.
Quelli che singhiozzano ininterrottamente mentre lasciano Delaney Hall, dicendo addio a madri, padri, sorelle o fratelli che li hanno accompagnati a scuola, che li hanno incoraggiati alle partite di calcio, che hanno detto loro che erano belli e talentuosi, che si sono svegliati prima dell'alba per svolgere lavori umili affinché potessero avere un futuro; che li amano in un mondo in cui l'amore è una merce in via di estinzione.
Sono seduto contro una recinzione metallica a un isolato da Delaney Hall, il più grande carcere dell'ICE del New Jersey, con un manifestante che si fa chiamare Basher. Ha 41 anni, una folta barba nera, le unghie sporche e le mani segnate dagli scontri con la polizia. Indossa una kefiah verde. L'aria è impregnata del fetore dell'enorme impianto di depurazione della Passaic Valley Sewerage Commission, proprio di fronte. Quando si tratta dei bambini, quelli strappati ai genitori da una nazione che sta istituzionalizzando la crudeltà, persino Basher deve trattenere il respiro e fermarsi. Le scene sono troppo strazianti da sopportare.
La brutalità di Delaney Hall è solo un riscaldamento. I teppisti, quelli che attaccano chi è demonizzato all'interno del carcere dell'ICE e chi è demonizzato per le strade fuori, si stanno allenando per il resto di noi. Delaney Hall, gestita da una società carceraria privata – il GEO Group – è il modello di un mondo in cui saremo privati dei nostri diritti; incarcerati e torturati di routine; privati di cure mediche adeguate; nutriti con cibo rancido, scaduto e ammuffito, infestato da vermi e larve; costretti a bere acqua contaminata, a respirare aria inquinata e a lavorare per salari da fame – nel caso di chi si trova all'interno di Delaney Hall, un dollaro al giorno.
Circa 300 delle circa 600 persone detenute a Delaney Hall, tra cui adolescenti, anziani e donne incinte, hanno iniziato uno sciopero della fame e del lavoro il 22 maggio.
Le guardie dell'ICE e del GEO Group hanno reagito come ci si poteva aspettare: hanno picchiato gli scioperanti, hanno sigillato le prese d'aria e lanciato gas lacrimogeni e spray al peperoncino nelle celle. Hanno ammanettato i presunti leader dello sciopero e li hanno costretti a uscire dalla struttura verso luoghi sconosciuti, oppure li hanno isolati in "unità punitive". Hanno manipolato gli impianti di riscaldamento e raffreddamento in modo che i prigionieri sopportassero temperature estreme, sia calde che fredde. Hanno interrotto l'accesso al telefono e a internet, sospeso i diritti di visita e molestato sessualmente le donne.
Il 31 maggio, 56 dei detenuti di Delaney Hall hanno pubblicato la loro quarta lettera pubblica. Era scritta a mano in spagnolo su carta a righe:
«Le condizioni in questa prigione non sono adatte a esseri umani per un periodo di tempo così lungo: negligenza medica, acqua non potabile, cibo scaduto e in cattive condizioni, bagni inutilizzabili e impianti di ventilazione mai sottoposti a manutenzione; per questo motivo siamo costantemente malati», si legge nell'ultima lettera. «Chiediamo la libertà, un processo equo e il rispetto dei nostri diritti. SOS».
Il 24 luglio dello scorso anno, intorno alle 6:45 del mattino, i veicoli dell'ICE hanno bloccato un furgone che trasportava 15 lavoratori guatemaltechi, a tre isolati da casa mia. Sono andato a trovare gli uomini nel centro di detenzione dell'ICE a Elizabeth, nel New Jersey, perché parlo spagnolo e perché le loro famiglie, terrorizzate all'idea di essere prese di mira, non potevano farlo. Gli uomini mi hanno detto che erano stati minacciati di lunghe pene detentive, seguite da una sicura deportazione, se non avessero firmato i documenti in cui acconsentivano alla loro immediata espulsione. Hanno firmato. Il mio compito era quello di informare le loro famiglie che non sarebbero tornati a casa.
Un'analisi del Guardian sui documenti governativi ha rivelato che durante i primi sette mesi del secondo mandato di Trump, i genitori di almeno 27.000 bambini, di cui 12.000 con cittadinanza statunitense, sono stati arrestati.
Questi uomini erano i miei vicini. I loro figli frequentano la stessa scuola superiore dei miei. Il rapimento dei genitori – spesso sul posto di lavoro, durante le udienze per l'immigrazione o gli appuntamenti con l'ICE – non solo traumatizza i figli di queste famiglie, ma l'intera comunità. Ogni ragazzo della scuola si chiede se un giorno anche i suoi genitori verranno rapiti facendo perdere le proprie tracce. Ogni ragazzo si chiede come sia possibile che una simile crudeltà venga inflitta ai propri amici. Ogni ragazzo si chiede in che tipo di paese viviamo.
Lo Stato e gli organi di informazione che ne fanno da cassa di risonanza stanno facendo del loro meglio per convincere l'opinione pubblica che coloro che sono rinchiusi a Delaney Hall siano "criminali", "i peggiori tra i peggiori".
Ma un'analisi dei dati dell'ICE condotta da Austin Kocher, professore associato di ricerca presso la Syracuse University ed esperto di dati e politiche sull'immigrazione, smaschera la menzogna. Kocher ha scoperto che l'88% degli immigrati detenuti a Delaney Hall non ha precedenti penali gravi e oltre il 70% non ne ha alcuno. Coloro che hanno precedenti hanno commesso quasi sempre reati di lieve entità.
Le forze paramilitari fuorilegge che ogni giorno escono dai cancelli di Delaney Hall non sono soggette ad alcuna responsabilità. Ignorano la legge. Sono il fondamento satanico del nostro nascente stato di polizia. Il terrore che infliggono a coloro che vivono in questa piccola zona di Newark si riverserà presto su tutti noi.
Il senatore del New Jersey Andy Kim, che è stato aggredito con spray al peperoncino fuori da Delaney Hall dagli agenti dell'ICE, e la governatrice Mikie Sherrill si sono visti negare l'accesso alla struttura. Kim, dopo aver presentato ricorso al direttore della Sicurezza Interna Markwayne Mullin, ha infine ottenuto una visita lampo, ma gli è stato proibito di parlare con i detenuti. Anche agli ispettori sanitari della città e dello stato è stato impedito l'accesso completo al carcere.
Il messaggio è chiaro: commetteremo qualsiasi abuso impunemente.
Sabato pomeriggio, dopo che una dozzina di manifestanti aveva bloccato l'uscita delle auto dalla struttura, gli agenti dell'ICE, indossando equipaggiamento da combattimento e maschere, hanno caricato i presenti con pistole a proiettili di pepe, spray al peperoncino e taser.
«Indietro! Indietro!» gridavano mentre spruzzavano nuvole di gas.
Le auto che uscivano dalla struttura hanno investito almeno un manifestante.
Intorno alle 22:00, un centinaio di persone aveva eretto una barricata con barili pieni di sabbia per bloccare le uscite e gli ingressi della struttura. Il blocco ha provocato un massiccio afflusso di agenti dell'ICE, guardie del GEO Group e agenti di polizia di Newark, che hanno respinto i manifestanti per diverse centinaia di metri lungo la strada.
La polizia ha annunciato il divieto per i manifestanti di indossare dispositivi di protezione, tra cui respiratori e occhiali, nonostante Delaney Hall si trovi in una zona industriale con un'estesa contaminazione dell'aria e dell'acqua nota come "Corridoio chimico".
La battaglia di Delaney Hall non è ancora finita. È una battaglia non solo per la giustizia, per i diritti dei nostri vicini, per un mondo in cui tutti siano trattati con dignità e rispetto, per i bambini che non dovrebbero mai essere separati dai loro padri e dalle loro madri, ma anche una battaglia per salvare il nostro Paese dall'avanzata inesorabile del fascismo.
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