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Tanti auguri di buone feste da ISTORECO Livorno

Si comunica che l’Istituto resterà chiuso al pubblico dal 23 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026.

Le attività e i servizi riprenderanno regolarmente da mercoledì 7 gennaio, secondo le consuete modalità.

Cogliamo l’occasione per augurare a tutte e tutti serene festività e un anno migliore per tutti.

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Nuovo Direttivo e prospettive per il 2026

 

Nuovo Direttivo e prospettive per il 2026

Il 12 dicembre 2025 si è svolta l’assemblea di ISTORECO Livorno, un momento centrale per la vita dell’Istituto e occasione di confronto sul presente e sul futuro. L’incontro ha sancito l’approvazione del nuovo Direttivo, composto da 17 rappresentanti di enti locali, associazioni antifasciste e realtà culturali e civiche del territorio. Claudio Massimo Seriacopi è stato confermato Presidente, mentre Lilia Benini ricoprirà il ruolo di Vicepresidente.

La data scelta ha richiamato simbolicamente l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sottolineando l’impegno dell’Istituto per la memoria, la democrazia e il dialogo internazionale.

Le novità principali

  • Ingresso nel Direttivo di ANED – Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi nazisti – e Arci Livorno.
  • Ammissione di nuovi soci, tra cui giovani ricercatori e figure attive nella vita culturale e civile della città e della provincia.
  • Nomina del nuovo Comitato Scientifico, ampliato e composto da docenti universitari, storici e personalità del territorio: Catia Sonetti, Enrico Mannari, Mario Tredici, Angelo Gaudio, Federico Creatini, Ilaria Pavan, Maurizio Bettini, Daniele Menozzi e Marco Manfredi. L’obiettivo di rafforzare la ricerca storica e la programmazione culturale.

Le sedi

ISTORECO ha annunciato due importanti aggiornamenti:

  • Prosegue l’allestimento della biblioteca di via Galilei, destinata a diventare un punto di riferimento per la consultazione e la ricerca storica nella provincia.
  • All’inizio del 2026 è prevista l’assegnazione definitiva della nuova sede presso la Torre dell’Orologio a Porta a Mare. In quell’occasione verranno presentate ulteriori novità sull’organigramma, tra cui il passaggio della direzione scientifica da Catia Sonetti a Giovanni Brunetti.

Ringraziamenti e auspici

L’Istituto ha espresso un sentito ringraziamento alle istituzioni, associazioni e realtà presenti – dai Comuni alla Cgil Livorno, da So.Crem Livorno ad Anpi Provinciale, Anppia Federazione Livorno e ai singoli soci – per il loro contributo al percorso condiviso sul calendario civile, sulla didattica della memoria e sulla ricerca storica.

Con l’augurio di buon lavoro a tutte e tutti, ISTORECO guarda al 2026 come a un anno di pace, collaborazione e rinnovato impegno civile

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Laura Diaz: politica e passione nell’Italia repubblicana

Laura Diaz
politica e passione nell’Italia repubblicana

Riprende il Ciclo di incontri “Gli archivi raccontano: storie di protagonisti del Novecento livornese” promosso da ISTORECO e Archivio di Stato Livorno

È con piacere che il nostro Istituto, insieme all’Archivio di Stato di Livorno, riprende le iniziative sui protagonisti della storia livornese del Novecento attraverso le carte disponibili nei rispettivi patrimoni archivistici, e con l’ausilio della memoria dei testimoni.

Ricominciamo con la figura di Laura Diaz, comunista, sorella del sindaco Furio, deputata alla Camera e molto presente nelle vicende della ricostruzione del secondo dopoguerra in città, in particolare nel settore dell’infanzia e dell’organizzazione dei cosiddetti “treni della felicità” insieme ad altre militanti di spicco di quegli anni: Primetta Cipolli, Bruna Gigli, Walchiria Gattavecchi, Edy Palla. Attiva negli organi dirigenti del Partito soprattutto sui temi dell’emancipazione delle donne, a livello nazionale si occupò a lungo delle tematiche della decolonizzazione.

Il suo percorso umano e politico sarà presentato con l’aiuto del prof. Enrico Mannari (Luiss School of Government), dell’ on. Anna Maria Biricotti e della direttrice di ISTORECO, Catia Sonetti.

L’iniziativa ha valore formativo per i docenti di ogni ordine e grado e verrà rilasciato a chi lo chiederà un attestato per 2 ore di formazione.

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Due interventi del nostro presidente, Claudio Massimo Seriacopi, per il seminario con Anna Foa e l’anniversario dell’8 settembre 1943

Condividiamo due interventi tenuti dal nostro presidente, Claudio Massimo Seriacopi, in occasione del seminario di presentazione del libro di Anna Foa “Il suicidio d’Israele”, e delle celebrazioni annuali dell’8 settembre 1943.

 

  • Introduzione di Claudio Massimo Seriacopi alla presentazione del libro di Anna Foa “Il suicidio di Israele’

Buon Pomeriggio ai presenti ed ai nostri ospiti, sono Claudio Seriacopi il Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea nella Provincia di Livorno. Istoreco e’ stato fondato nel 2008 per volontà della Provincia di Livorno e di tutti i comuni del nostro territorio oltre alle associazioni antifasciste Anpi, Anei e Anppia.

Istoreco si propone di favorire il reperimento e la salvaguardia delle fonti documentarie, nonché di promuovere la ricerca storica, l’attività didattica e quella culturale allo scopo di approfondire la conoscenza della società contemporanea, con particolare riguardo alle vicende legate all’opposizione al fascismo, alla lotta di Liberazione e all’età repubblicana.

Possono iscriversi a Istoreco tutti i cittadini che si riconoscono nei valori espressi dalla nostra Costituzione nata dalla lotta di liberazione contro l’occupazione tedesca e contro il fascismo.

Auspico, con la piena collaborazione del Comune di Livorno, appena saranno risulti i problemi burocratici ancora presenti, di potervi invitare all’inaugurazione nella nuova sede, presso la Torre dell’orologio all’ingresso dell’ex cantiere, con la possibilità di avere pieno accesso al nostro archivio e poter riaprire anche la biblioteca ormai chiusa da 2 anni.

Il 2025 sarà un anno importante e denso di iniziative ricorrendo l’ottantesimo anniversario della Liberazione dal Nazi-Fascismo.

Oggi abbiamo ospiti illustri per affrontare il delicato tema dei rapporti tra Israeliani e Palestinesi tenendo su piani separati e distinti le questioni della Shoah dalla guerra in corso.

Ringrazio per la loro disponibilità, il dottor Bruno Manfellotto, grande giornalista con prestigiosi incarichi, che voglio ricordare soprattutto come apprezzato direttore del Tirreno e la professoressa Anna Foa, in collegamento a causa di una improvvisa indisponibilità, autrice di molte opere sulla storia degli ebrei in Italia ed in Europa.

Il 14 maggio del 1948, in seguito alla Dichiarazione d’indipendenza israeliana, scoppiava la prima guerra arabo-israeliana, conclusasi con la vittoria e l’insediamento dello Stato d’Israele. Altre guerre hanno tormentato l’area acutizzando i problemi irrisolti. Dopo oltre 70 anni l’ennesimo riaccendersi del conflitto israelo-palestinese ha suscitato nuove tragedie e grandi preoccupazioni.

Questo conflitto ha origini remote, risalenti al periodo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando, in risposta al crescente antisemitismo contro gli ebrei in Europa, si affermò un “movimento sionista” che, sostenendo la necessità di creare uno Stato ebraico, favorì a tal fine l’immigrazione di ebrei europei in Palestina, avvenuta in diverse ondate, ma soprattutto durante e dopo la Seconda guerra mondiale e dopo l’Olocausto.

Inevitabilmente ciò portò a continui e crescenti attriti tra la comunità ebraica, sempre più numerosa, e l’autoctona comunità arabo-palestinese. Entrambe, dopo la caduta dell’Impero ottomano e il Mandato per l’amministrazione della Palestina al Regno Unito, aspiravano alla creazione di Stati nazionali. Tuttavia, avendo esse rifiutato alcune proposte di spartizione dei territori contesi (da ultimo il Piano di spartizione approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1947), il conflitto si cristallizzò estendendosi, dopo la nascita di Israele, anche agli Stati arabi vicini, periodicamente intervenuti a favore della comunità araba palestinese e con l’obiettivo di distruggere Israele.

Nel 1993 con gli accordi di Oslo e la storica stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra Rabin e Arafat, davanti a Clinton, si pensava e si sperava che si aprisse una fase nuova e pacifica.

Rabin aveva bisogno di un gesto importante per tentare di fermare le violenze esterne ed interne; Arafat invece faceva assumere all’OLP con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese la responsabilità del rispetto delle intese, veniva riconosciuto lui e la sua organizzazione come interlocutori.

Nell’accordo non si faceva riferimento alla nascita di uno stato palestinese, si parlava solo di un’area da gestire amministrativamente da parte dall’entità palestinese per 5 anni. Un accordo annacquato era sicuramente meglio di nessun accordo, e dava credito ad Israele nei confronti della comunità internazionale e verso i paesi arabi.

Grazie anche agli accordi di Oslo, Israele firma la pace con la Giordania.
La morte violenta di Rabin per mano di un estremista israeliano ed i successivi governi di destra, hanno bloccato il processo di pace e le intese raggiunte ad Oslo.

Arafat, leader di un popolo senza stato, composto da frammenti di tanti gruppi, ci aveva creduto in quell’accordo; era un politico capace, riconosciuto come tale dalla maggioranza dei palestinesi ma non da tutti. Credeva di poter creare qualcosa di positivo per il suo popolo, sapeva che “il nemico” si insediava anche al suo interno. Per raggiungere gli obiettivi previsti era riuscito a “controllare” e “ridimensionare” le fazioni di sinistra e quelle islamiche presenti all’interno della variegata galassia palestinese.

In ogni caso, non si può anche ricordare la responsabilità di Arafat, per la dilagante corruzione presente all’interno dell’OLP, continuata dopo la costituzione dell’ANP e proseguita indisturbata con Abu Mazen.

La situazione, in quella turbolenta area é andata continuamente peggiorando, poiché i governi di destra israeliani l’hanno aggravata autorizzando continui nuovi insediamenti di “coloni” in Cisgiordania, terra da sempre abitata dai palestinesi.

Ulteriore novità negativa fu la decisione de La Knesset del 18 luglio 2018 di approvare la legge che, per la prima volta nella storia di Israele, definisce ufficialmente lo stato come “la casa nazionale del popolo ebraico“, tagliando fuori gli arabi-israeliani. I membri del parlamento, pur divisi, approvarono il disegno di legge con 62 voti favorevoli, 55 contrari e due astenuti.

Dopo il brutale attacco terrorista di Hamas del 7 ottobre ad Israele, “l’Accordo di Abramo” che doveva culminare nella normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Arabia Saudita e Israele entra in crisi, congelato da una guerra dai confini ancora imprevedibili.

La questione attuale, anche per noi associazioni promotrici di questo incontro, va affrontata con equilibrio. Il rischio di essere strumentalizzati ed accusati di antisemitismo é sempre presente.

“2 popoli, 2 stati” era un progetto che avrebbe potuto portare ad una coabitazione pacifica, ora purtroppo sta diventando uno slogan vuoto per il proliferare continuo e illegale di nuovi insediamenti di “coloni” israeliani in Cisgiordania, siamo passati da una presenza di 250.000 coloni all’epoca degli accordi di Oslo ai circa 750.000 attuali.
Inoltre non potranno esserci mai 2 stati fino a quando non verrà riconosciuto anche ai palestinesi il diritto ad uno Stato libero, ancora troppi paesi mancano all’appello, tra cui il nostro.

Nessun dubbio che quello di Hamas sia un movimento terrorista che, non a caso, il 7 ottobre ha attaccato inermi popolazioni israeliane, proprio quelle politicamente più vicine alla causa palestinese, causando la morte di oltre 1200 civili e il rapimento di altri 250.

Hamas aveva messo in conto anche una dura reazione Israeliana, sperava però di aggregare alla causa Palestinese tutto il mondo arabo, ma i palestinesi ancora una volta sono rimasti soli.

La reazione israeliana all’attacco terrorista di Hamas è andata oltre ogni logica, con bombardamenti indiscriminati sulla striscia di Gaza, in Libano per colpire Hezbollah, attacchi aerei in Siria dopo la caduta di Assad e l’occupazione delle alture del Golan. In televisione e sulla rete si vedono immagini sconvolgenti con distruzione e morti.

Per colpire ed eliminare i capi di Hamas, Netanyahu ha di fatto autorizzato una strage, che ha prodotto oltre 41000 morti di cui ben 14000 bambini, tutto questo nell’indifferenza delle potenze mondiali e nell’incapacità degli organismi internazionali di promuovere un accordo, o perlomeno una tregua.

Non si può continuare a rimanere in silenzio. Non mi appassionano neanche le polemiche, se l’azione di Netanyahu, si possa configurare o meno come un genocidio. La senatrice Liliana Segre recentemente ha ricordato che non ricorrono le condizioni per definire, quanto sta succedendo, come tale. In ogni caso siamo di fronte a una strage, siamo di fronte a “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”.

Con decisione del 20 maggio 2024 il Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale ha ipotizzato l’esistenza di crimini di guerra da parte di Israele e di Hamas chiedendo al Tribunale l’emissione di mandati di cattura per il Premier Benjamin Netanyahu, per il Ministro della difesa Yoan Gallant e per il leader di Hamas Yhahya Sinwar (nel frattempo ucciso), e di altri 3 capi. (Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri), di questi sembra rimasto in vita solo Mohammed Deif).

Il Governo Netanyahu non si é limitato a far bombardare indiscriminatamente Gaza, ma ha anche bloccato gli aiuti per la popolazione palestinese e bloccato le forniture per gli ospedali, producendo distruzioni a tappeto, morte, fame ed epidemie.

Penso che la popolazione israeliana e quella palestinese abbiano gli stessi nemici: Netanyahu e Hamas.

Recentemente avevamo provato a presentare, con Gad Lerner, l’ultima sua opera “Gaza” “odio e amore per Israele”, purtroppo non ci siamo riusciti per indisponibilità della casa editrice, questa è l’ennesima dimostrazione del clima attuale.
“La frase più significativa del libro di Gad Lerner é, secondo me, : “Si può vivere in paradiso sapendo di avere l’inferno accanto?”

La Professoressa Anna Foa recentemente ha pubblicato il suo ultimo libro “Il suicidio di Israele”.
Invito tutti alla lettura purché é un testo molto utile per conoscere meglio quella realtà in tutta la sua complessità.

Mi avvio alla conclusione riportando alcune significative frasi tratte dalla seconda di copertina che fotografano bene la situazione attuale e le prospettive:

“Israele stava già attraversando un periodo di crisi drammatica prima del criminale attacco del 7 ottobre 2023. Grandi manifestazioni chiedevano a gran voce le dimissioni di Netanyahu e del suo governo e il paese era praticamente bloccato. La risposta al gesto terroristico di Hamas con la guerra di Gaza rischia però di essere un vero e proprio suicidio per Israele.
Qualunque sostegno ai diritti di Israele – esistenza, sicurezza – non può prescindere da quello dei diritti dei palestinesi. Senza una diversa politica verso i palestinesi Hamas non potrà essere sconfitto ma continuerà a risorgere dalle sue ceneri. Non saranno le armi a sconfiggere Hamas, ma la politica.”

Insieme alle altre associazioni antifasciste abbiamo un ottimo e consolidato rapporto con la Comunità Ebraica Livornese con cui abbiamo condiviso, in questi anni, non solo le celebrazioni del giorno della memoria ma altre importanti iniziative. Anche in questa occasione abbiamo cercato di coinvolgerla ma con nostro dispiacere ha declinato l’invito.

Ringrazio la Compagnia Lavoratori Portuali che, ancora una volta, ci ospita.

Coordina l’incontro Catia Sonetti direttrice di Istoreco.

Livorno 18 dicembre 2024

 

 

  • Orazione di Claudio Massimo Seriacopi per l’anniversario dell’8 settembre 1943

Quest’anno, come non mai, l’anniversario dell’8 settembre 1943 si colloca in un clima di guerra più ampio e drammatico del solito. Nella vecchia Europa un paese ha fatto seguire ad un’invasione ingiustificata e criminale, una guerra della quale non riusciamo a intravedere la fine, quella della Russia contro l’Ucraina.

Da un’altra parte, in medio oriente, in seguito all’attacco criminale del 7 ottobre perpetrato da Hamas, il governo israeliano con l’appoggio incondizionato degli Usa, sta portando avanti con la spinta della destra religiosa e più integralista, nonostante le folle oceaniche che cercano di dimostrare la propria opposizione, un disegno di annessione e di annientamento del territorio e del popolo palestinese.

Perché cominciare con queste riflessioni? Perché l’8 settembre del 1943 dischiuse la possibilità al nostro Paese di avviarsi ad un riscatto dopo il ventennio fascista tramite l’organizzazione dal basso e volontaria della Resistenza partigiana. Proviamo a sintetizzare quegli avvenimenti.

Il 1943 è l’anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell’Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado cominciata già alla fine del 1942. Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell’anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa. Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, iniziando così lo sfondamento della “fortezza Europa”.

In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta, nello stesso mese (25.7.1943), del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l’Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.

Venticinque luglio e otto settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d’Italia. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III.

Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo. Non è, tuttavia, la fine del fascismo tout court, che di lì a pochi giorni si riproporrà in una nuova veste alla guida della Repubblica Sociale Italiana, al cui vertice sarà lo stesso Benito Mussolini.

Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”:

Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmano un armistizio, noto come “armistizio breve”. Le clausole dell’armistizio breve – che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall’“armistizio lungo” – prevedono in realtà la resa incondizionata dell’Italia.

La sera dell’8 settembre 1943, tocca nuovamente al maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al paese l’armistizio tra Italia e Alleati. L’accordo viene reso noto solo dopo pesanti pressioni da parte anglo-americana: gli Alleati, infatti, pretendono che il governo italiano smetta di tergiversare e annunci la resa dell’Italia, e di conseguenza circa un’ora prima del proclama badogliano la notizia dell’armistizio è diffusa dalla radio alleata di Algeri.

Il proclama di Badoglio, volutamente ambiguo sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ex alleati tedeschi, è probabilmente uno dei testi più noti ed emblematici della storia nazionale.

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Nel tempo che intercorre, simbolicamente e materialmente, tra i due proclami di Badoglio, i tedeschi hanno modo di occupare quasi tutta l’Italia e di preparare i piani che permetteranno loro, dopo l’annuncio dell’armistizio – interpretato dal Reich, come “tradimento dell’alleanza” – di disarmare, deportare e uccidere, in alcuni casi, centinaia di migliaia di soldati italiani, colti completamente di sorpresa e abbandonati dalle istituzioni che avrebbero dovuto prepararli alla svolta. Le forze armate italiane terminano la guerra – o almeno questa prima fase di guerra – come l’hanno iniziata, nel segno dell’impreparazione e dell’inadeguatezza.

Comincia, tuttavia, una nuova guerra, che per una parte sarà quella tesa alla liberazione del paese, per un’altra quella della fedeltà alla barbarie del nazifascismo.

Nella memoria collettiva l’8 settembre è divenuto uno dei momenti più tragici della storia nazionale ma anche un momento fondamentale per una presa di coscienza democratica. Gli italiani, senza più ordini dall’alto, devono scegliere da che parte stare. Come ha scritto Claudio Pavone, quello è il momento della scelta e non come sostiene Galli Della Loggia, il momento della “morte della Patria”.

Fu la classe dirigente italiana, ad esclusione di alcune eccezioni, a mostrare la propria inettitudine e codardia. All’annuncio infatti seguì la precipitosa fuga notturna da Roma di re, governo e comando supremo. L’unica direttiva alle forze armate furono le oscure parole lette da Badoglio alla radio, con l’unica preoccupazione di non cadere in mani tedesche. Soltanto alle 0:50, in seguito a valanghe di richieste di istruzioni, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito Roatta fece trasmettere il fonogramma: “Ad atti di forza reagire con atti di forza”.

Ricordiamoci che Roatta come lo stesso Badoglio e Graziani dovevano essere giudicati per crimini contro l’umanità. Accusa poi lasciata decadere nell’immediato secondo dopoguerra.

Scatta su tutto il territorio italiano, in Francia, in Croazia, in Grecia e Jugoslavia il piano tedesco per il disarmo delle truppe italiane. Un esercito numericamente notevole ma male equipaggiato e con armamento inadeguato alle esigenze del momento e soprattutto senza indicazione di sorta sul “da farsi”.

La notizia dell’armistizio è pubblicata dai giornali italiani il 9 settembre 1943.

La famiglia reale e i generali, in fuga, raggiungono Pescara e si imbarcano per Brindisi; Roma è abbandonata, e nessuno ne ha organizzato la difesa. L’unico che si impegna in tal senso, è il generale Caviglia, storico rivale di Badoglio.
Nasce il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): gli antifascisti cercano di coprire il vuoto di potere. Iniziano ad organizzarsi le prime formazioni partigiane che daranno vita a forme di Resistenza armata e civile per i restanti venti mesi di guerra.

Nel nord Italia, a Salò sul Garda, si forma la Repubblica Sociale Italiana fortemente voluta dai nazisti per meglio operare sul territorio italiano.

Ha inizio la drammatica vicenda dei militari italiani, che non aderiscono alla Repubblica di Salo’,  fatti prigionieri e trasferiti, ad esclusione delle migliaia periti durante i trasferimenti a causa delle condizioni disumane con le quali furono tradotti nei campi di concentramento in Germania. Per loro verrà coniata la categoria di Imi i nostri soldati perdono il loro status di prigionieri di guerra e diventano “Internati Militari Italiani”, privi di ogni diritto e tutela, in balia dei nazisti che li considerano traditori.
In pochi giorni i tedeschi disarmano e catturano circa un milione di militari italiani su un totale dell’esercito di circa due milioni.

Ricordiamoci che prima dell’armistizio del 1943 altre centinaia di migliaia di soldati erano stati catturati dalle truppe americane, inglesi e francesi e trasportati in campi di prigionia sparsi in tutto il mondo: dall’Europa agli Stati Uniti, dall’India all’Australia.

Dunque ne deriva che nell’autunno del 1943 quasi l’intero esercito italiano è stato sgominato e fatto prigioniero. Del totale dei deportati, 650 mila finiscono nei lager tedeschi Il loro calvario si concluderà solo nel maggio 1945, con la caduta del Terzo Reich, 200 mila riescono a fuggire, andando a formare il grosso delle file partigiane.

Nel 1943 i lager venivano attivati dai nazisti, oggi invece in forme indubbiamente diverse l’occidente costruisce dispositivi simili per contrastare l’immigrazione di moltitudini di uomini e donne che fuggono da guerre e da crisi climatiche.

L’occidente, dove e’ nata la democrazia, dimostra  di essere impreparato a gestire un processo irreversibile, succube dei nazionalismi e delle lobby delle armi.

L’Europa, che potrebbe diventare un terzo polo tra Stati Uniti,  Cina e paesi emergenti, purtroppo sta dimostrando tutta la sua inconsistenza.

Per contrastare il  “rischio” Putin, su pressioni di Trump, aumenteranno al 5% del PIL le spese militari,  un riarmo nazionale assurdo che non  renderà  l’Europa più sicura, ma taglierà risorse fondamentali alla  sanità, all’ istruzione e allo stato sociale.

Nella guerra a Gaza ed in Cisgiordania dove, a seguito della rabbiosa reazione israeliana  all’attacco terroristico di Hamas,  il governo che si può definire fascista di Netanyahu, sta sterminando la  popolazione palestinese con bombardamenti indiscriminati,  privandola degli aiuti umanitari, causando morti per denutrizione sopratutto tra i bambini, proponendo e provocando  deportazioni di massa; l’Europa, per le sue divisioni, non riesce a  farsi sentire e  parlare con una sola voce. Dovrebbe, come primo atto,  chiedere con forza  il cessate il fuoco immediato ed il rilascio di tutto gli ostaggi, interrompere la  fornitura di armi ad Israele, far riconoscere a tutti i paesi membri dell’Unione lo Stato Palestinese, far riaprire la striscia di Gaza agli aiuti ed alle organizzazioni umanitarie, purtroppo non si va mai oltre generiche e inconcludenti dichiarazioni.

Ancora una volta la storia non ha insegnato nulla, solo la pace e la coesistenza possono portare un futuro positivo per tutti.

Livorno 8 settembre 2025

 

 

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UTOPIE DI PACE. Manifesti di un futuro possibile nel patrimonio archivistico di ISTORECO

Il futuro inizia ieri: manifesti per la pace

In occasione della XIII edizione della settimana “Archivi Aperti” dal titolo Il futuro inizia ieri, promossa dalla Rete Archivistica della provincia di Livorno, ISTORECO presenta una mostra dedicata ai manifesti politici e sociali inneggianti alla pace, con particolare attenzione al periodo che va dal secondo dopoguerra agli anni Novanta.

Attraverso le opere tratte dal fondo PCI e dal fondo Oriano Niccolai dell’Archivio dell’Istituto, la mostra racconta le mobilitazioni, le campagne e le aspirazioni collettive verso un mondo senza guerre. Un viaggio visivo e storico che testimonia il ruolo centrale della pace nel dibattito politico e sociale del Novecento.

Dalla guerra alla solidarietà internazionale

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la pace diventa un tema cruciale per la società e per tutti i partiti politici. Il PCI, inserito nel blocco dei paesi dell’Est, ha espresso il proprio internazionalismo attraverso mobilitazioni, manifestazioni e atti concreti di solidarietà: dalla cucitura delle bandiere arcobaleno alle donazioni di sangue per i vietcong, dall’accoglienza dei profughi alla protesta contro le industrie belliche.

A Livorno, queste iniziative hanno trovato terreno fertile, grazie anche al lavoro grafico e militante di Oriano Niccolai, che ha saputo tradurre in immagini potenti il desiderio di pace e giustizia sociale.

Informazioni pratiche
• Dove: Archivio di Stato di Livorno
• Quando: dal 24 al 28 novembre

Orari:
• Lunedì, mercoledì, venerdì: 8.30 – 13.30
• Martedì, giovedì: 8.30 – 17.00
• Ingresso: libero

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Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978). Alla Libreria Feltrinelli di Livorno ISTORECO presenta il volume di Enrico Miletto

Enrico Miletto, uno dei più importanti studiosi del tema dei profughi istriani con incursioni anche nella storia del movimento operaio, da molti anni ospite gradito di ISTORECO, ha pubblicato da poco un volume dal titolo Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978) (Ed. Morcelliana, Brescia, 2025) che presentiamo con molto piacere presso la Libreria Feltrinelli di Livorno Venerdì 14 novembre.

Il testo è il frutto di una ricerca accurata sulla vicenda dei comunisti, in particolare quelli della Volante rossa che, nell’immediato secondo dopoguerra, in seguito ad azioni di rappresaglia contro gerarchi fascisti e altri responsabili del passato regime, si videro trascinati in tribunale e condannati a pene molto severe collegate anche al clima di caccia alle streghe instaurato da Scelba e dal potere democristiano contro il Partito comunista e tutti quelli che in modo più o meno diretto si richiamavano ad esso. Una vicenda complessa e per niente lineare, che porterà molti di loro sulla strada per la Cecoslovacchia dove, con lo stesso aiuto del Pci, daranno il via alle esperienze di due radio, “Radio Praga” e “Radio Oggi in Italia”.

Anche un livornese, Sauro Camici figlio di Mario, antifascista riconosciuto e perseguitato dal regime, si trovò a far parte di questa piccola schiera. Negli anni Settanta un’amnistia concessa del presidente Pertini permise loro rientrare in Italia, ma non tutti lo fecero. Alcuni decisero di eleggere a seconda patria proprio il paese dell’Est che li aveva ospitati. Alla presentazione, che si svolgerà a partire dalle 17.00, prenderanno parte l’autore del libro Enrico Miletto e la Direttrice di ISTORECO Livorno Catia Sonetti.

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Un nuovo sito web per l’ISTORECO Livorno

Il progetto di graduale rinnovamento dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Livorno (ISTORECO) include la realizzazione di un portale web accessibile e ricco di contenuti, disponibile all’indirizzo https://istorecolivorno.it. Questo sito rappresenta un punto di svolta nella diffusione del patrimonio archivistico, bibliotecario ed emerotecario dell’Istituto, offrendo al pubblico un accesso diretto e semplificato alle risorse documentarie e alle iniziative culturali.

Il portale è stato concepito per rispondere alle esigenze di un pubblico ampio e diversificato, con particolare attenzione al mondo della scuola e alle organizzazioni della società civile. Attraverso una navigazione intuitiva, gli utenti possono esplorare le collezioni digitali, consultare pubblicazioni recenti e accedere a materiali audio come i podcast storici.

ISTORECO Livorno, costituito nel 2008 come associazione senza scopo di lucro e divenuto ormai Ente del Terzo Settore, ha tra i suoi obiettivi statutari la promozione della ricerca storica e dell’attività didattica, con particolare riferimento alla Resistenza, alla lotta di Liberazione e all’età repubblicana. Il nuovo sito web riflette questa missione, proponendosi come ambiente digitale di educazione alla cittadinanza, dove la memoria storica diventa risorsa per la formazione democratica e la partecipazione consapevole.

Attraverso il portale, l’Istituto intende rafforzare il dialogo con il territorio e con le nuove generazioni, offrendo contenuti aggiornati, iniziative culturali e strumenti didattici che favoriscano la conoscenza della storia locale e nazionale. In questo modo, la tecnologia si mette al servizio della memoria, contribuendo a costruire un futuro più informato e responsabile.

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Convegno – Il Pci in provincia di Livorno: storia e memoria dentro uno spazio digitale

Convegno a Livorno, Giovedì 14 dicembre 2023, Sala Congressi Palazzo del Portuale.

Il convegno nasce come atto conclusivo del progetto La memoria del Partito comunista Italiano in provincia di Livorno dentro uno spazio digitale, realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri –Struttura di Missione, Anniversari Nazionali ed Eventi Sportivi Nazionali e Internazionali.
Il pomeriggio sarà dedicato alla presentazione del portale, aprendo importanti spazi di riflessione sulla funzione della public history, sul rapporto tra storia e memoria e sulla possibilità di studiare il Pci tra globale e locale.
Ai saluti di Alessandra Nardini (Assessora regionale alle politiche della memoria) e delle autorità comunali e all’introduzione di Claudio Massimo Seriacopi (Presidente ISTORECO Livorno) seguiranno gli interventi di Catia Sonetti (Direttrice ISTORECO Livorno), Federico Creatini (ISTORECO Livorno e IMT Lucca), Michela Molitierno (Scuola Normale Superiore di Pisa), Michele Di Donato (Università di Roma Tre), Eloisa Betti (Università di Padova) e le considerazioni conclusive di Ugo Sposetti (Presidente Associazione Enrico Berlinguer).

Scarica la locandina con il programma dettgliato: Locandina Livorno PCI 222

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La prolusione del dott. Giovanni Brunetti per l’80° della Liberazione di Livorno

Per l’80° anniversario della Liberazione di Livorno, il dottor Giovanni Brunetti (Università di Verona – Istoreco Livorno) è stato invitato dal Comune di Livorno a tenere la prolusione. L’intervento ha chiuso una mattinata intensa ed importante, alla quale ha preso parte anche il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani.  A seguire, il testo integrale del discorso di Brunetti:

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Gentile Signor Sindaco, gentili autorità civili, militari e religiose, gentili cittadine e cittadini.

Desidero innanzitutto ringraziarLa per l’occasione che mi concede di parlare in un’occasione così importante per la storia di questa città.

80 anni fa, nella prima mattina, elementi partigiani e dell’esercito alleato entravano fianco a fianco a Livorno. Già da due giorni alcune pattuglie di soldati americani e partigiani avevano fatto delle brevi incursioni nei borghi di Ardenza e Antignano, ma le ultime artiglierie tedesche abbandonarono il capoluogo labronico solo la sera del 18, per posizionarsi poco oltre, sull’Arnostellung. Alla prudenza degli angloamericani che intendevano procedere solo dopo massicci cannoneggiamenti, i partigiani livornesi avevano proposto un patto: sarebbero andati avanti loro, così da evitare ulteriori perdite al già provato esercito alleato. Se pensiamo quanto tempo prima gli Alleati avevano varcato i confini della provincia, con la liberazione di Piombino del 25 giugno, è immediato comprendere quanto fosse stata dura la lotta. Sul fiume Cecina si era consumato il primo grande scontro per la difesa della linea che si stendeva poco più a nord, tra Rosignano Marittimo e Castellina, non a caso sarà rinominata dai soldati nippo-americani che vi combatterono, “Little Cassino”.

Ricordando il giorno della Liberazione di Livorno così si esprimeva Bruno Gennai, partigiano livornese: «Il 18 luglio il colonnello Kait della Divisione Buffalo chiese un gruppo di partigiani pratici della zona perché guidassero il grosso [dell’esercito] verso la Città. Io ero tra quelli. Ci dividemmo in tre colonne: una s’incamminò lungo mare sull’Aurelia, una scese dal Gabbro, l’altra passò dal Crocino per avvicinarsi a Livorno da Nugola e dal Cisternino. Io ero con questo terzo gruppo. Il 19 luglio, una bella giornata di sole, tedeschi in giro non se ne vedevano. Avanzammo passando da Parrana con davanti un carro armato su cui era stato montato una specie di rastrello per far scoppiare eventuali mine. Dietro alle guide — eravamo in sette, tra cui un giovane ufficiale di Marina – veniva tutto il grosso con gli americani. Soltanto quando giungemmo verso il Cisternone sentimmo degli spari, ma in lontananza […] Avanzammo verso il centro attraversando la Città distrutta. Vicino al Mercato trovammo una ventina di tedeschi. Erano tutti disarmati, tremavano come foglie e ci vennero incontro con le mani dietro la testa. Erano rimasti lì per salvare la pelle, per loro la guerra era finita».

A partire dalla provincia di Grosseto gli angloamericani avevano avvertito alcuni cambiamenti nella fisionomia della guerra in Italia. Oltre ad una maggiore tenacia dei tedeschi preoccupati dalla conclusione dei lavori di fortificazione per la Linea Gotica, notarono come l’organizzazione militare e politica degli italiani si facesse sempre più strutturata. Era un’assoluta novità per i soldati che combattevano sul fronte tirrenico. Da un lato c’erano i Comitati di liberazione nazionale, filiazione dei Comitati d’azione antifascista sorti all’indomani del 25 luglio 1943, che chiedevano di essere consultati dai liberatori per riorganizzare la vita civile e politica nei territori devastati dagli eserciti. Dall’altro le formazioni partigiane, convinte di essersi guadagnate il diritto di partecipare alla guerra per la liberazione del Paese dai nazifascisti aiutando l’avanzata verso nord. Il primo incontro tra questi mondi avvenne ai margini della provincia, a Suvereto, dove ai giudizi degli ufficiali della 5ª Armata che combattevano in prima linea e apprezzavano l’apporto dato dai partigiani per la conoscenza del territorio, si alternavano richieste di scioglimento delle bande e riconsegna delle armi. A questo trattamento, magistralmente ricordato da Mario Lenzi nel suo libro di memorie O miei compagni, riescono a sfuggire alcuni partigiani della 3ª Brigata Garibaldi che si era formata a cavallo delle province di Livorno, Pisa e Grosseto, proseguendo la guerra a fianco degli Alleati fino alla periferia di Firenze.

Il dibattito sulla fattiva esistenza di questa grande formazione partigiana durante i mesi della lotta clandestina ha trovato una sua soluzione nelle ricerche condotte da Stefano Gallo. La brigata, così come tante altre in Italia, fu creata a tavolino nei mesi dopo la liberazione della provincia, ma non certo dal niente. La conformazione geografica della provincia non permetteva una lotta partigiana come si può classicamente intendere, ma piuttosto un tipo di guerra per bande. Per tale ragione si formarono dieci distaccamenti, con natura e modalità d’impiego diverse tra loro legate alla natura dei loro responsabili. Per fare qualche esempio, il comandante del 1° distaccamento era il repubblicano Mario Chirici, valoroso ufficiale degli Arditi nella Grande guerra e autore della prima organizzazione della Resistenza nella parte meridionale della provincia. L’area di Bolgheri venne posta sotto il comando del maggiore dei carabinieri Italo Allegri, ex comandante provinciale dell’Arma, a Bibbona c’era il dott. Luigi Ricci, e a Rosignano il falegname comunista Sante Danesin. Già da questa prima sommaria fotografia emerge tutta l’eterogeneità del movimento partigiano livornese. Al fianco di militanti antifascisti della prima c’erano semplici impiegati, funzionari dello Stato, ex militari e varie tipologie di professionisti. Il discorso si fa più intrigante se proviamo a capire chi erano i partigiani livornesi nella loro interezza. Secondo i dati forniti dalle Commissioni per il riconoscimento dell’attività partigiana, organi sorti su base regionale per dare un ordine alla massa di richiedenti dei vari brevetti riconosciuti dalla nascente Repubblica italiana, i partigiani della 3° Brigata furono 557. Un numero inferiore alle stime fatte dal comandante del 10° distaccamento Bruno Bernini nelle sue memorie di 845, o ai 1.400 – 700 partigiani e 700 “sappisti” – dichiarati dall’azionista Luciano Montelatici, ma comprensibile se contestualizzato con lo sfollamento di massa dei civili, e la relativa dispersione di nuclei e famiglie, la geografia territoriale, «un fazzoletto di terra a ridosso di una città morta ed impraticabile», l’appartenenza di tanti livornesi a formazioni che operavano in altre province e il rifiuto di molti, a guerra finita, «di fare come facevano i fascisti», e cioè avere stemmi, divise e attestati come gli squadristi durante il ventennio. Scorporando questo dato emerge come i partigiani combattenti furono 150, i patrioti, cioè quanti avevano collaborato con le reti clandestine o erano morti per mano nazifascista, 375, e 32 coloro che non vennero riconosciuti.

Al di là del mero dato numerico, la questione che si pone è capire chi sono davvero i partigiani. Sono solamente coloro che rispondono ai criteri legislativi imposti dai decreti emanati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, oppure lo sguardo si deve allargare? La risposta pare scontata, ma è necessario porsela quando si riflette su tematiche come questa. Andrebbero considerati quei militari che preferirono la scelta della prigionia o del lavoro forzato nei campi di concentramento tedeschi, piuttosto dell’adesione alla Rsi, quanti, soprattutto donne, accolsero e confortarono giovani renitenti alla leva all’indomani della pubblicazione dei bandi d’arruolamento coatto, o i semplici cittadini, che fecero finta di non capire momenti e situazioni salvando così la vita di altri. Sono forme di quella che gli storici hanno definito “resistenza civile”, molte difficile da incasellare, ma importanti da considerare per comprendere le reali dimensioni di resistenza all’occupazione.

Un dettaglio che emerge dal racconto Anna Maria Gamerra, unica donna partigiana della formazione repubblicana “Mameli”, nonché vedova del maggiore Gian Paolo Gamerra morto contro i tedeschi a Stagno nel settembre del 1943 e medaglia d’oro al valore militare, sull’aiuto fornito da alcune “sorelle” delle Croce Rossa ad alcuni prigionieri fatti dai tedeschi negli ultimi giorni di guerra. «Gli ostaggi, circa 500, erano stati portati in Via Mameli, entro l’attuale Caserma dei Carabinieri. I poveretti si trovavano senza cibo e acqua, ed erano perfino stati percossi con i calci dei fucili. Non potendo aiutarli in alcun modo risolutivo ottenni però, in veste di crocerossina, assieme alla sorella Piera Zanotti, di portar loro, con un carretto, dei pentoloni pieni di minestrone di verdura. Offersi pure ai prigionieri di nascondere armi nel fondo dei pentoloni, ma essi rifiutarono per tema di rappresaglie sulle loro famiglie. Avevamo ottenuto cibo, legumi, dai contadini nelle vicinanze, ma non bastava. Ebbi allora la fortuna di trovare nella cosiddetta “zona nera” il pastificio Carloni abbandonato. Tra le sue macerie rinvenimmo alcuni sacchi di semolino. Li caricammo su di un carretto e traversando di corsa il Corso Umberto ci salvammo a malapena mentre i proiettili delle SS ci inseguivano fischiando sulle nostre teste. Era con noi anche la mia bambina di tre anni, Adriana, nascosta

tra i sacchi. Questo semolino sarebbe servito per i famosi minestroni ai prigionieri. Viste le tristi condizioni dei prigionieri, avevo chiesto ogni giorno, ma inutilmente, il permesso di far entrare un medico ed un prete nella Caserma. Ottenni finalmente il permesso. All’indomani mattina, era l’alba, Carmen, la donnina preziosa che ogni mattino alle quattro veniva a cucinare il minestrone, mi svegliò dicendomi che era inutile prepararlo quel mattino poiché — fu una beffa — tutti i prigionieri erano già stati portati via dalle SS le quali lasciavano Livorno nella notte del 17 luglio 1944». Al di là della vicenda degli ostaggi, la rete di cui si servì Gamerra in quella occasione, che si ripeté varie volte per aiutare in ogni modo il movimento resistenziale, esemplifica bene le dimensioni che potevano raggiungere forme di resistenza “civile”.

Un aspetto che emerge bene anche nell’attività del gruppo guidato dal don Roberto Angeli, anche lui partigiano combattente, assistente della Fuci diocesana e parroco di San Jacopo. In contatto con il Partito d’Azione fiorentino grazie alla presenza dell’archivista fiorentina Anna Maria Enriques Agnoletti, il gruppo dei cristiano-sociali di don Angeli fu in grado di aiutare gli ebrei, gli antifascisti e i prigionieri alleati di passaggio dalla zona, anche prima dell’8 settembre 1943. I contatti con la Resistenza romana permisero a questa rete di passare dalla sola assistenza al vero e proprio spionaggio militare, col padre di don Roberto, Emilio, tra i più attivi nel recuperare mappe, informazioni e piani strategici per la difesa tedesca. Furono loro a favorire lo sbarco di alcuni ufficiali monarchici provenienti da Bari e Brindisi, come il sottotenente del genio navale Dante Lenci, medaglia d’argento al valore militare alla memoria. L’arresto del padre di don Angeli a Roma nel maggio del 1944 mise fine alla rete. Nell’arco di pochi giorni vennero tutti arrestati, andando incontro a destini differenti: don Angeli venne deportato prima a Mauthausen e poi a Dachau, riuscendo a sopravvivere; suo padre fu seviziato a Via Tasso; Anna Enriques Agnoletti venne fucilata dai fascisti comandati da Mario Carità a Firenze.

La nascita di reti assistenziali livornesi durante l’occupazione nazifascista non deve comunque indurre a credere che non ci fu chi decise di collaborare con i nuovi occupanti. L’adesione della città al regime era stata ampia e variegata, non solo riferibile ad alcuni circoli della borghesia imprenditoriale spaventata dalla crisi sociale e politica del primo dopoguerra, venendo scalfita solo dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e il suo impatto sul territorio. L’epopea della famiglia Ciano esemplifica magnificamente la vischiosità di questo legame, con gli interessi politici, economici e culturali che legarono la città a «Ganascia», il consuocero del regime. Ma il fascismo di tanti livornesi sopravvisse anche alla caduta di Mussolini, per riemergere con maggiore violenza dopo la proclamazione dell’armistizio. Come è possibile leggere nelle carte d’archivio, il fenomeno del collaborazionismo fu molto vasto, legato ad ogni ambito del vivere quotidiano. Senza scendere nei particolari, vi basti ricordare che la maggioranza dei reati per collaborazionismo che vennero perseguiti nell’immediato secondo dopoguerra riguardavano la delazione, le requisizioni e razzie contro i civili, l’aver preso parte a rastrellamenti e arresti e l’aver fatto da interpreti ai tedeschi. Come la Resistenza, quello collaborazionista, o sarebbe meglio dire fascista-repubblicano, fu un fenomeno che conobbe una dimensione intergenerazionale, legata ad entrambi i generi e con differenti piani d’azione. Tra i tanti esempi che potrei portare cito quello relativo alla deportazione di «30 ebrei livornesi», così è indicato nelle carte d’archivio, nel dicembre 1943 dall’attuale caserma dei carabinieri di viale Fabbricotti, all’epoca sede della Guardia nazionale repubblicana, ad opera di un imprenditore livornese. La vicenda pone tutta una serie di quesiti che chiedono di essere sciolti: Chi erano questi ebrei? Perché si trovavano ancora a Livorno? Che fine fecero? Solo per fare alcuni esempi. Dimostrando implicitamente quanto lavoro abbia ancora di fronte a sé la ricerca storica, dopo oltre 80 anni dagli eventi.

Ovviamente nel nostro discorso non possiamo non prendere in considerazione l’esperienza antifascista livornese di lungo corso, iniziata a ridosso del Primo dopoguerra. La reazione alle violenze squadriste degli Arditi del Popolo, i fatti legati alla Marcia su Livorno dell’agosto 1922, gli oltre 2.000 schedati nel Casellario politico centrale, l’esperienza dell’esilio e del carcere di tanti di loro, i processi del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato contro l’organizzazione comunista livornese.

Una nota che merita di essere ricordata, anche per sottolineare come siano state date nel tempo letture piuttosto sommarie alla storia livornese. Dal 1932 al 1943 il presidente del tribunale attraverso il quale passò tutto l’antifascismo italiano, era un livornese: Antonino Tringali Casanuova. Nonostante svolgesse la sua attività politica a Roma, Tringali si tenne sempre aggiornato sulla vita labronica, influenzando la carriera di personalità e autorità locali.

Tornando al tema degli antifascisti, si possono citare i casi più noti, come quelli di Ilio Barontini, dei fratelli Mazzino e Oberdan Chiesa o Aramis Guelfi, tutti attivi sia nel movimento comunista clandestino nel corso degli anni Trenta che nel movimento resistenziale.

Ma oltre ai comunisti, è importante sottolineare come le anime dell’antifascismo livornese furono variegate. Accanto ai componenti di questa famiglia politica si affiancarono anche gli anarchici, che pagarono il prezzo più alto in termini di vite umane contro lo squadrismo; i socialisti, e i repubblicani, permettendo la sopravvivenza di diverse forme di antifascismo per oltre due decenni. L’esilio segnò la vita di alcuni dei loro esponenti, anche illustri, come l’onorevole Giuseppe Emanuele Modigliani, fratello del celebre artista. Costretto a rifugiarsi con la moglie Vera Funaro, autrice di un bellissimo libro di memorie intitolato non a caso Esilio, a Parigi dal 1926, dopo essere stato vittima di varie azioni squadriste, anche nella nativa Livorno.

Si deve alla vivacità dell’antifascismo livornese se, rispetto al modello dell’esarchia romana, nell’alleanza interpartitica che si formò dopo la caduta del fascismo confluirono anche gli anarchici e i cristiano-sociali, oltre a comunisti, repubblicani, socialisti, democristiani, liberali e azionisti. Su quest’ultimo gruppo di antifascisti, particolarmente rilevante per il peso che ebbe nel mondo intellettuale del dopoguerra italiano, merita essere ricordato come il segretario della federazione livornese fu l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, giovane ufficiale dell’esercito “alla macchia” dopo la proclamazione dell’armistizio.

L’esperienza di unità politica antifascista dei livornesi fu la più longeva di tutta Italia, iniziata nel 1944 e andata ben oltre la nascita della Repubblica italiana, conclusasi solamente nel 1951. Le ragioni di questa duratura alleanza, come ha dimostrato Gianluca Della Maggiore, sono da ricercare anche nello stato di distruzione in cui la città era stata lasciata dalla guerra. Dino Lugetti, segretario provinciale della Democrazia Cristiana tra il 1946 e il 1948, sostenne di essersi opposto più volte agli ordini della Segreteria nazionale che voleva imporre l’uscita dalla coalizione di giunta: «Avevamo bisogno di ricostruire la città e quindi era necessario stare nell’amministrazione unitaria perché pensavo e pensavamo (ad esempio con il prof. Merli che era assessore) che saremmo stati molto più utili dentro che fuori per la ricostruzione della città, non per spartirsi la torta degli assessorati».

Stando ai dati forniti dall’Ufficio Tecnico Comunale fu appurato che nel centro rimasero intatti solo 1’8,38% degli edifici, mentre il 33,38% vennero abbattuti e il 27,94% gravemente danneggiati. In tutto il comune solo il 43,14% degli edifici risultarono illesi o poco lesionati, il 15,78% irrimediabilmente distrutti, il 14,94% gravemente danneggiati, ed il 26,14% riparabili.

Anche la vicenda del patrimonio culturale livornese è paradigmatica in questo senso. Nei primi anni della guerra erano state rimosse solamente alcune delle opere più preziose, come le collezioni antiche della Labronica, considerando improbabili le azioni aeree sulla città. Dopo i pesanti bombardamenti del maggio e giugno 1943 fu deciso di mettere in salvo tutto ciò che si poteva rimuovere. Furono così trasportate a Calci e a Firenze tutte le statue e le collezioni artistiche, librarie e archivistiche presenti in città, come il patrimonio dell’appena nata Sezione dell’Archivio di Stato. Fu rimossa la statua di Fattori da Piazza della Repubblica, quella di S. Giovanni Nepomuceno all’inizio della Venezia, e il più simbolico per i livornesi e i turisti, l’intero complesso dei “Quattro Mori”. La vicenda di quest’ultima opera era abbastanza singolare. I bronzi dei mori erano stati trasportati al Cisternino di Pian di Rota, nel 1942, mentre la statua in marmo di Ferdinando I era rimasta a sorvegliare l’antico porto mediceo. Il timore di nuove incursioni sul porto convinse la Soprintendenza a rimuovere anche quello, perché, come disse il suo responsabile «se fosse andata distrutta, come più volte rischiò di andare, la statua di Ferdinando I con relativo basamento, come avremmo potuto ricollocare poi i Quattro Mori?». Se oggi possiamo ancora ammirare l’intero gruppo scultoreo si deve a quella decisione. Guardando le foto delle macerie dell’antica cattedrale, oppure ai resti ancora visibili in via della Madonna o nei giardini di Villa Fabbricotti della Chiesa degli Armeni è facile immaginare come la guerra avrebbe facilmente cancellato tutte le testimonianze della secolare storia livornese, spezzando il filo rosso che collega la “Città delle Nazioni” alla Storia europea e mondiale.

Come avrete capito le questioni che ho affrontato offrono solamente un inquadramento sommario di ciò che significò quel 19 luglio di 80 anni fa per la città e il suo territorio. Avrei potuto farvi altri esempi, soffermarmi su vicende diverse, scegliere altri casi specifici. Potevo parlarvi del Maggiore di porto Giuseppe Massimo, che a Portoferraio, dopo il bombardamento tedesco sui locali stabilimenti industriali del 16 settembre 1943, decise di unirsi al fronte clandestino venendo per questo ricercato, catturato e deportato a Mauthausen. Della squadra di poliziotti comandata dal tenente Vittorio Labate, che cercò di raggiungere i partigiani comandanti da Bernini sul finire di giugno, venendo trucidati dai tedeschi nei pressi di Nugola e lì torturati per poi essere passati per le armi. Oppure delle diverse strade che i fascisti livornesi percorsero dopo l’evacuazione dalla provincia, nel giugno del 1944, insanguinando diverse province dell’Italia settentrionale. Una vicenda è quella dell’eccidio di Villamarzana, con le sue oltre 40 vittime, tanto ignota ai livornesi quanto tristemente presente ai polesani. La storia dell’avvocato Ugo Bassano, ebreo e comunista, che cercò di mettere a posto i conti con il fascismo nell’intera provincia di Livorno, insieme all’avvocato repubblicano Giovanni Gelati e al prefetto cattolico Francesco Miraglia. Ma anche delle traiettorie che fecero i partigiani livornesi dopo la guerra, stretti tra la morsa della dilagante povertà, la scarsa considerazione dei governi centristi e le persecuzioni messe in atto dalla magistratura e dalle forze polizia.

Quelli che ho elencato sono solo alcune dei temi che l’Istituto storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea nella provincia di Livorno (Istoreco) sta approfondendo, cercando di portare avanti un discorso in grado di coniugare un’attenta ricerca storica – i tanti studiosi che hanno lasciato traccia nella bibliografia livornese nel corso degli anni ne sono la prova più importante – con la più inclusiva divulgazione scientifica. Il rafforzamento che recentemente è stato dato ai rapporti con alcune delle principali istituzioni culturali cittadine va in questo senso, con lo scopo di raggiungere, si potrebbe dire quasi scovare, un pubblico che appare sempre meno consapevole del passato e sempre più legato ad un eterno oblio “presentista”. Non si tratta certo di idolatrare passivamente memorie e vicende polverose, ormai distanti per cultura e formazione ai diversi componenti della società di oggi. Piuttosto, attraverso strumenti, volti e soluzione differenti, cercare di togliere la patina poco invitante che i decenni hanno sedimentato su quelle storie, in modo da far risaltare tutto il loro significato. Tutto questo affinché si diffonda una maggiore consapevolezza, non solo del passato, in ognuno di noi, e sia possibile contrastare l’abitudine al disimpegno, al disinteresse, alla passività prima che questi ci risucchino in un vortice senza via di uscita. Quella che sto indicando è un impegno molto complesso perchè Istoreco sia in grado di farsene carico in solitudine, ma sono convinto che con il concorso di Lei, Signor Sindaco, e di tutte le autorità qui presenti, possa essere affrontato con serenità e speranza per il futuro”.

Vi ringrazio per l’attenzione.

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La prolusione tenuta a Livorno dal Professor Daniele Menozzi per il 25 aprile

Riportiamo per intero la prolusione tenuta a Livorno dal Professor Daniele Menozzi per il 25 Aprile:

 

“Il 25 aprile 1953, Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano – il partito fondato nel 1946 da reduci della Repubblica sociale italiana ed ex-esponenti del regime fascista – pubblicava un lungo articolo sulla prima pagina de «Il secolo d’Italia», all’epoca quotidiano indipendente di destra. L’intervento collegava la ricorrenza con la prossima tornata elettorale del 7 giugno, quella che viene comunemente associata alla “legge truffa”, perché il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario rievocava la legge Acerbo del 1924. Almirante sollecitava gli italiani a eleggere un Parlamento «capace di cancellare il 25 aprile dal novero delle festività nazionali». Nonostante che l’esito delle elezioni non portasse alcun conforto a questa iniziativa, prendeva da quel momento inizio una lunga campagna diretta a promuovere l’abolizione di quella che nel 1955 la stampa neofascista definiva «la più stupida, assurda, drammatica e orribile data» nel calendario civile italiano.

Come sappiamo, senza nessun risultato. Anzi, settant’anni dopo, il 25 aprile 2023, la segretaria del partito erede del Movimento sociale italiano, che, per la prima volta dalla fine della guerra, vedeva un suo esponente svolgere la funzione di presidente del Consiglio dei ministri, indirizzava al «Corriere della sera» una lettera dedicata all’anniversario.  Ricordando che avrebbe partecipato assieme al Presidente della Repubblica, alla tradizionale celebrazione ufficiale dell’anniversario con la deposizione di una corona d’alloro al monumento al Milite ignoto, asseriva il permanente valore di quella commemorazione. Scriveva infatti «il 25 Aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana».

Si può così osservare che uno degli obiettivi di pedagogia politica che la festa intendeva svolgere è stato raggiunto: l’ordinamento costituzionale basato sul pluralismo dei partiti e l’alternanza di governo costituisce oggi il quadro di riferimento di tutte le forze rappresentate in Parlamento, anche di quelle la cui cultura politica discende dal movimento che contro quell’assetto ha per decenni lottato. Occorre dunque riconoscere la lungimiranza e l’efficacia dell’intuizione iniziale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Nel 1946 essa propose al governo di iscrivere nella memoria pubblica del paese non, come stava avvenendo in numerosi Stati europei, la data dell’8 maggio che aveva segnato la fine conflitto, ma il 25 aprile, giorno in cui il Comando di liberazione nazionale Alta Italia aveva lanciato l’appello alla insurrezione generale contro i nazifascisti.

Il risultato che oggi possiamo costatare non è però stato il frutto immediato di quella scelta iniziale, ma è maturato attraverso un lungo percorso in cui il significato dell’iscrizione della festa nella ritualità civile della Repubblica è stato via via approfondito in relazione al mutare del contesto politico-sociale. È proprio questo itinerario che mi propongo qui, in termini necessariamente molto sommari, di ripercorrere, in modo che alla sua conclusione possiamo chiederci se le risorse politiche, etiche e simboliche insite nella celebrazione del 25 aprile si esauriscano nella promozione dell’ormai unanime riconoscimento della pluralistica democrazia dell’alternanza o se il messaggio pedagogico della festa abbia oggi – ovviamente a partire da questa acquisizione – ulteriori implicazioni per la nostra vita collettiva.

Il punto di partenza della mia ricostruzione è la lettera con cui l’esponente del partito comunista Giorgio Amendola, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, recepiva il suggerimento dell’ANPI, prospettando al primo ministro Alcide De Gasperi l’opportunità di accettarlo. Il documento intendeva, con tutta evidenza, catturare il consenso del leader democristiano, sottolineando i risvolti di politica internazionale che ne sarebbero derivati. L’introduzione di una festa dedicata, come Amendola scriveva, alla «solenne commemorazione dei sacrifici e degli eroismi sostenuti dal popolo italiano» avrebbe formalmente palesato che l’Italia intendeva inserirsi nel concerto internazionale rivendicando il contributo dato, anche sul piano militare, alla sconfitta del nazifascismo. L’iscrizione nella memoria collettiva del ruolo dei partigiani nell’anticipare l’azione dell’esercito delle Nazioni unite, avrebbe consentito al governo di presentarsi all’imminente tavolo dei negoziati per il trattato di pace in rappresentanza di un paese alleato, anziché vinto.

Come sappiamo, alla conferenza di Parigi le cose andarono diversamente; ma la lettera di Amendola perseguiva anche un altro obiettivo, che ebbe miglior fortuna. Sia pure sottotraccia, la sua proposta mirava infatti a sancire la legittimazione politica di tutti i soggetti politici che avevano partecipato alla Resistenza. Il riconoscimento della festa del 25 aprile implicava che i partiti del CNL costituivano gli artefici e i garanti della costruzione del futuro ordinamento dello Stato affidato alle ormai prossime elezioni per l’assemblea costituente. L’asciutto decreto legislativo firmato da De Gasperi introduceva un ulteriore elemento. Il nuovo «giorno festivo» era infatti destinato a celebrare «la totale liberazione del territorio italiano». Pur senza disconoscere il ruolo dei partiti, che veniva lasciato sullo sfondo, in virtù della polisemia del termine “liberazione”, l’ufficiale istituzione della ricorrenza veniva così chiamata a commemorare la riconquista dell’indipendenza nazionale dall’occupazione tedesca.

Nel 1950 la rievocazione del 25 aprile – che una legge del maggio 1949 sul riordino delle feste nazionali aveva intanto inserito formalmente nel quadro delle ritualità civile della Repubblica italiana – assunse una più compiuta e articolata funzione di pedagogia politica. Non a caso si trattò della prima cerimonia unitaria dopo quella del 1946. Le commemorazioni del 1947, 1948 e 1949, per quanto caratterizzate da un medesimo schema di fondo – la funzione religiosa; la consegna di riconoscimenti alla memoria o ai combattenti da parte delle autorità civili; il corteo e il comizio; poi nel pomeriggio le variopinte forme della festa popolare – erano state occasioni di profonde divisioni. In ciascuno di quegli anni la ricorrenza cadeva in prossimità di vicende che laceravano i partiti in precedenza uniti nel CNL: nel ‘47 l’esclusione delle sinistre dal governo; nel ’48 le prime elezioni generali per i due rami del Parlamento repubblicano; nel ’49 l’adesione dell’Italia alla fondazione del Patto atlantico. Le celebrazioni assumevano quindi valenze assai diverse a seconda dell’appartenenza politica delle amministrazioni o dei comitati che le organizzavano nelle varie località della penisola.

Queste divergenze non mettevano però in questione un aspetto su cui la storiografia recente ha più volte richiamato l’attenzione. I vari attori coinvolti nei festeggiamenti convergevano infatti nell’espungere dal discorso pubblico ogni considerazione sul consenso espresso verso il fascismo, fino ai bombardamenti alleati, da ampi strati del popolo italiano. Si evitava così di affrontare la questione dell’effettivo radicamento popolare delle pratiche della cittadinanza democratica dopo una ventennale adesione ai riti collettivi di un regime prima autoritario e poi totalitario. Solo nel 1958 il ministro della pubblica istruzione, Aldo Moro, sembrava prendersi carico della questione, introducendo nelle scuole l’insegnamento di educazione civica. Il noto insuccesso dell’iniziativa costituisce una cartina di tornasole della difficoltà del paese a percorrere la strada di un consapevole ripensamento della propria storia.

Intanto, sulla condivisa elusione del nodo storico rappresentato dal consenso al regime, i protagonisti della festa costruivano valutazioni assai discordanti sul significato che essa doveva assumere in ordine all’assetto del paese. Di tale divaricazione era componente primaria l’antitetico schieramento in ordine alla scelta di campo in una politica internazionale che vedeva contrapporsi, nell’inquietante scenario della guerra fredda, il blocco atlantico a quello comunista. Ma discrepanze di fondo riguardavano anche il modello di consorzio civile cui inevitabilmente rinviava l’anniversario del 25 aprile. Celebrare la definitiva sconfitta del totalitarismo nazifascista poneva infatti la questione dell’ordinamento che a esso si doveva sostituire.

Per il partito democratico-cristiano la giornata richiamava all’edificazione di una società pacifica e ordinata perché i suoi valori fondamentali erano dettati dall’autorità ecclesiastica, cui si riservava non solo l’esclusiva interpretazione della legge naturale intesa come suprema regolatrice della convivenza umana, ma anche il compito di garantire la sua corretta applicazione da parte della nuova classe dirigente. Il partito d’azione e i suoi vari eredi attribuivano invece all’anniversario il compito di ricordare la necessità di rompere quella continuità tra le istituzioni dello Stato fascista e la Repubblica democratica che, dopo crollo del regime, si era manifestata non solo nell’autoperpetuazione di ceti dirigenti, ma anche nella persistenza di strutture legislative e amministrative.  Infine per il partito comunista il 25 aprile doveva celebrare quell’ingresso delle classi lavoratrici nel “paese legale”, in modo che le loro rivendicazioni di giustizia sociale potessero finalmente trovare pieno riconoscimento nel nuovo ordinamento come premessa alla costruzione di una società socialista.

Queste diverse prospettive non impedivano però che nel 1950 si giungesse a una cerimonia unitaria. Giocava in questa decisione la preoccupante ripresa della capacità di penetrazione della propaganda neofascista nell’opinione pubblica. Ma pesava soprattutto, in occasione del quinto anniversario della liberazione, la volontà di evitare quanto era accaduto nelle commemorazioni dei due anni precedenti. Gli incidenti, anche gravi, che si erano verificati in alcune località, manifestavano un’evidente contraddizione tra una festa diretta a ricordare la conquista delle libertà civili e le restrizioni poste dai prefetti, su precisa indicazione del ministero dell’interno, al suo libero svolgimento. Insistendo su un’ottica divisiva, si rischiava di sgretolare l’apporto della festa al consolidamento delle istituzioni repubblicane.

Senza dubbio la veste unitaria della celebrazione del 1950 non impedì alla spontanea creatività di gruppi e personalità locali di conferirle tratti multiformi. A questo esito contribuì pure la volontà dell’ANPI di concorrere all’organizzazione di ogni manifestazione unitaria, senza rinunciare per questo a promuovere parallele iniziative autonome. Ma il significato complessivo di quella ricorrenza emerge nitidamente dal messaggio indirizzato dal presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, al Comitato unitario per le celebrazioni. Vi erano presenti, oltre alle massime cariche dello Stato, i segretari di tutti i partiti che avevano contribuito alla Resistenza, i presidenti delle diverse associazioni partigiane e i rappresentati delle associazioni combattentistiche. Non a caso la manifestazione romana, che si svolse al teatro Adriano, venne aperta dalla lettura di quel messaggio affidata a un senatore comunista, Enrico Molé.

Il testo faceva perno sulla memoria del sacrificio di quanti avevano fatto «olocausto della vita» per la rinascita della patria. In questo senso Einaudi riprendeva il tema della Resistenza come secondo Risorgimento che fin dalla primavera del ’45 era diffuso tra tutte le componenti del CNL. Ma il Risorgimento non era qui interpretato solo come riconquista dell’indipendenza nazionale da un occupante straniero. La formazione di un autonomo Stato italiano veniva infatti legata alla conquista delle libertà civili e politiche. Einaudi scriveva chiaramente che l’unificazione aveva saldato la fine del «servaggio» dallo straniero con l’eliminazione della «tirannide» interna.

Tuttavia l’individuazione di questo nesso storico tra le guerre risorgimentali e la lotta partigiana non si risolveva nella proposta di una mera ripresa dell’ordinamento liberale cancellato dalla dittatura fascista. La Resistenza aveva aggiunto alla riconquista delle libertà un dato nuovo: le istituzioni democratiche che permettevano la partecipazione delle masse popolari alle scelte politiche fondamentali del paese. Va però sottolineato che il messaggio presidenziale non presentava questo aspetto come una costatazione, ma come un programma. Il presidente ricordava infatti che le future sorti della nazione dipendevano da un rafforzamento di una democrazia che rappresentava l’obiettivo assegnato alle forze che in quell’occasione avevano fatto prevalere le ragioni dell’unità su quelle della divisione.

Einaudi aveva comunque prospettato un comun denominatore a quanti celebravano il 25 aprile: il sacrificio dei caduti nella Resistenza costituiva il fondamento di un nuovo ordinamento – formalmente già delineato, ma da portare a concreto compimento – in cui l’identità nazionale italiana si sostanziava dei valori di libertà e di democrazia. Vorrei qui ricordare un episodio che vi è certamente noto, dal momento che ebbe come epicentro Livorno, ma che mi pare importante rievocare perché mostra come l’orientamento espresso dal presidente della Repubblica trovasse consenso anche in quelle correnti che, per dirla con il celebre saggio di Claudio Pavone, identificavano la moralità della Resistenza nella lotta di classe.

Mi riferisco alla lettera che Furio Diaz, sindaco comunista della città, indirizzò a Pietro Ingrao, direttore de «L’Unità», organo del suo partito, per precisare che, contrariamente a quanto scritto sul quotidiano, ricadevano sugli attivisti comunisti le responsabilità del mancato carattere unitario inizialmente previsto per la manifestazione livornese. Nella visione del futuro professore alla Normale non si trattava del rimpianto per la mancata realizzazione del carattere unitario che si era riusciti a conferire alla festa grazie a un paziente e faticoso dialogo intessuto con le diverse forze politiche. Era invece la denuncia della persistenza, anche all’interno di chi si richiamava alla Resistenza, di ambienti che ancora non ne riconoscevano nell’ordinamento democratico lo sbocco istituzionale entro il quale ciascuna corrente poteva e doveva far valere le proprie ragioni di parte.

Come è noto, la celebrazione unitaria del 1950 costituì un episodio effimero, dal momento che dall’anno successivo riprese un uso politico della festa in cui tutte le principali forze facevano ricorso al rituale commemorativo per legittimarsi attraverso la delegittimazione della controparte. Presentando l’altro non come un avversario con cui competere sul piano elettorale, ma come un nemico irriducibile e irrecuperabile, lo si privava della capacità di assumere quel ruolo politico che veniva esclusivamente riservato alla propria parte. Ma l’esperienza di una commemorazione unitaria non era passata invano. Ritornava infatti nel 1955, in occasione del decennale della Liberazione. Significativamente, si prendeva la responsabilità di organizzarne lo svolgimento un esecutivo guidato da Mario Scelba – il ministro dell’interno che più aveva limitato le libertà civili in precedenti celebrazioni. Appariva infatti ormai a tutti evidente il complessivo indebolimento delle istituzioni repubblicane derivante dalla rinuncia all’uso delle risorse simboliche di una festa diretta a iscriverne nella memoria pubblica le ragioni profonde di una democratica convivenza politica e civile.

La decisione governativa di ricorrere alla funzione pedagogica della ricorrenza è palesata dall’indirizzo dato sia alla radio – che in precedenza aveva riservato ben scarso rilievo all’anniversario – sia alla neonata televisione pubblica di trasmettere in diretta le manifestazioni ufficiali. Non si possono certo sottacere i limiti dell’iniziativa presa da un governo legato alle politiche del centrismo. Ad esempio venne vietato alle associazioni partigiane di prendere la parola nel corso delle celebrazioni ufficiali e l’opuscolo distribuito nelle scuole connotava la Resistenza come secondo Risorgimento, presentandola ancora come mera riconquista dell’indipendenza nazionale. Tuttavia non si può nemmeno ignorare che la cerimonia del 25 aprile 1955, proprio per il suo carattere unitario, cominciava a esplicitare più chiaramente il significato politico di quel sistema democratico che essa mirava a iscrivere nella memoria collettiva.

Certo era una visione della democrazia legata a quello che sarà chiamato il “bipartitismo imperfetto”: non tutte le forze politiche coinvolte nelle cerimonie venivano ritenute legittimate ad accedere al governo del paese per i vincoli posti dal quadro internazionale. Ma netta era ormai l’attribuzione alla festa di un preciso compito. Festeggiare il 25 aprile significava riconoscere che l’Italia repubblicana costituiva un regime democratico in quanto basato su un pluralismo politico in cui tutti i partiti del CNL godevano della piena capacità di liberamente competere per accedere, se non ancora al governo centrale, alla tutela dei rispettivi interessi all’interno delle sue istituzioni rappresentative.

I positivi effetti della scelta allora compiuta si videro negli anni seguenti. La mobilitazione del paese nel respingere l’ingresso del MSI nell’area di governo avviò la stagione politica del centro-sinistra. Non fu allora difficile procedere nuovamente a un’organizzazione unitaria della festa, di cui fu espressione significativa la commemorazione del 1965, in occasione del ventesimo anniversario. Guidata da un Comitato nazionale posto sotto il patrocinio del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, cominciò infatti a dare ulteriore esplicitazione alle potenzialità etico-politiche della celebrazione dell’anniversario.

Non solo perché si restituiva all’ANPI e alle altre associazioni partigiane la facoltà di esprimere le loro concezioni nelle manifestazioni ufficiali, né solo perché la RAI metteva in campo tutta la forza di una comunicazione televisiva che penetrava ormai in ogni famiglia, per diffondere nel paese una buona cultura storica sulle vicende della guerra e della Resistenza.  Ma soprattutto perché unanime era la presentazione della Costituzione della Repubblica come la concreta traduzione di quel nesso tra indipendenza nazionale, libertà civili e democrazia che in precedenza appariva come il generico contenuto politico cui rinviava la ricorrenza. Il dispositivo simbolico della festa usciva insomma da un significativo, ma indistinto, richiamo al passaggio dal fascismo alla democrazia, per caratterizzarlo con una connotazione precisa. Il mutamento di ordinamento trovava espressione in una specifica forma giuridico-politica positivamente determinata attraverso gli articoli della carta fondamentale della Repubblica.

Il significato di “patriottismo costituzionale”, assunto allora dalla commemorazione, resse alla prova delle difficili vicende attraversate dal paese nel successivo quindicennio. La ricorrenza è un termometro sensibile di quella difficile stagione. Al 25 aprile 1969 si può far risalire l’inizio della strategia della tensione, poi tradottasi nelle stragi messe in opera da ambienti neofascisti e apparati deviati dello Stato: in quel giorno fu infatti collocata alla Fiera di Milano una bomba che provocò diversi feriti. Al contempo la insufficiente risposta alle ragioni della contestazione studentesca – che già il 25 aprile 1968 aveva promosso in diverse città cortei alternativi a quelli organizzati dai partiti per esprimere la protesta verso la commemorazione ufficiale – ebbe esiti dirompenti sulla convivenza civile.

Si tradusse da un lato in un disimpegno giovanile, cui prontamene la televisione – allora ancora solo pubblica – si adeguò, cominciando a commemorare la ricorrenza, anziché con programmi di cultura storica, con trasmissioni di intrattenimento e di spettacolo. Dall’altro lato ebbe anche esito, pur minoritario, nella formazione di una sinistra extraparlamentare che mostrava l’inclinazione a dissolvere il nesso tra festa e Costituzione, per proclamare la necessità di riprendere una lotta di classe che i partigiani non avevano portata a compimento. Non si trattava solo dell’ideologica riproposizione del mito della Resistenza tradita: la sfilata nei cortei alternativi del 25 aprile di giovani in uniforme militare con il volto coperto da un fazzoletto rosso e l’ostentazione del pugno chiuso alludeva alla volontà di riprendere le armi.

Negli anni segnati da stragismo e violenza politica, la commemorazione del 25 aprile seppe mantenere il significato politico in precedenza maturato. Si manifestò però in termini difensivi della democrazia repubblicana. Ne derivò un mancato approfondimento delle vie con cui trarre dal dispositivo costituzionale concreti impulsi per una trasformazione della vita collettiva. Lo testimonia l’unitaria celebrazione del 25 aprile 1978, avvenuta nel corso del rapimento del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, ad opera delle Brigate rosse, che vide ovunque un’imponente partecipazione popolare. Emblema di quella ricorrenza fu discorso tenuto a Venezia dal segretario della CGIL, Luciano Lama.

Questi ribadiva che il sacrificio dei partigiani aveva come scopo la nascita di un assetto democratico che aveva trovato la sua concreta formulazione nella carta costituzionale. Nonostante la persistenza di squilibri e ingiustizie, occorreva difenderlo contro le tendenze che propugnavano «la violenza e il terrore». La Costituzione infatti aveva garantito e continuava a garantire la libertà di una lotta politica in grado di correggere le esistenti storture sociali. In particolare Lama aggiungeva che articolo fondamentale della carta era il superamento della visione formale della libertà in virtù di quell’articolo 3 che impegnava la Repubblica a rimuovere gli ostacoli materiali che ne impedissero il concreto esercizio. Tuttavia il suo discorso si limitava a parafrasare il dettato costituzionale: mancava ogni specificazione programmatica e propositiva per una effettiva traduzione di quella norma costituzionale nel coevo contesto politico e sociale del paese.

Gli studi storici hanno peraltro messo in rilievo che si trattò di un soprassalto etico-politico di breve durata. Cominciava negli anni Ottanta il declino della celebrazione del 25 aprile. Restava ancora un obiettivo polemico della destra, anche se, mentre il Movimento sociale e i suoi eredi ne chiedevano ora una ridenominazione, era la Lega a invocarne la soppressione. Ma, come notava nel 1993 Norberto Bobbio, il rituale delle celebrazioni era diventato «scialbo e stanco». Ne era certo ragione il fatto che, in quel frangente storico, la cerimonia evocava quel che da molti veniva considerato un male – il consociativismo dei partiti – responsabile del degrado partitocratico della vita pubblica. Ma il problema stava soprattutto nella difficoltà, in un momento in cui si moltiplicavano le voci, ma anche le iniziative, per modificare la Costituzione, di riproporre il nesso tra la carta e la festa del 25 aprile.

Non intendo entrare nella questione – ritornata di attualità politica – se intervenire sulla seconda parte della Costituzione, quella relativa all’organizzazione dei poteri dello Stato, che dai più parti si invoca per assicurare la necessaria efficienza all’azione di governo, finisca per toccare anche quei primi dodici articoli che vengono unanimemente considerati intangibili. Mi limito a questo proposito ad accennare che Giuseppe Dossetti, uno dei più autorevoli costituenti, nel ricordare alla metà degli anni Novanta che, se era opportuna una riforma del testo costituzionale per assicurare maggiore efficacia all’azione dello Stato, non mancavano certo meccanismi legislativi (come l’elezione parlamentare del Primo ministro e la sfiducia costruttiva) in grado di ottenere questo obiettivo senza intaccare la coerenza tra il suo secondo titolo e le parti precedenti. Ma mi preme piuttosto ricordare, a conclusione del mio intervento, una celebrazione del 25 aprile che, individuando lucidamente il suo significato nel patriottismo costituzionale, ne ha anche tratto una indicazione programmatica che mi sembra oggi più che mai attuale.

Mi riferisco alla commemorazione compiuta dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, a Cefalonia nel 2007. Quel suo intervento è noto per aver recepito nel discorso politico-istituzionale un tema che da tempo circolava negli studi storici: il riconoscimento che una motivazione ideale aveva spinto diversi giovani ad aderire alla Repubblica sociale rafforzava il rispetto dovuto a tutti i caduti, ma non portava ad una equiparazione tra le ragioni degli uni e degli altri, tra la lotta per libertà e quella per il totalitarismo. Ma è soprattutto noto per la valorizzazione dell’esercito italiano nel quadro di un allargamento dello spettro delle forze della Resistenza. Napolitano sottolineava infatti il ruolo in essa esercitato dai militari, accanto alle formazioni partigiane, ai renitenti alla leva, agli ebrei che cercavano di sottrarsi allo sterminio, agli internati nei campi di prigionia e di lavoro, e a settori della popolazione civile.

In questo contesto, nel riproporre il significato della festa come commemorazione della Costituzione repubblicana, il presidente procedeva ad una sua specifica attualizzazione. Ricordava infatti che, secondo l’articolo 11, alle forze armate toccava dare esecuzione all’impegno dell’Italia «per la pace e per la sicurezza internazionale sotto la guida delle Nazioni Unite». Si erano infatti moltiplicati i conflitti in quel generale disordine mondiale che aveva fatto seguito alla fine dell’illusione di una diffusione planetaria della democrazia dopo il crollo nel 1989 dell’ordine bipolare. In questo contesto il presidente collegava la festa alla partecipazione militare italiana a interventi di peace-keeping come via per la concreta attuazione dell’articolo costituzionale che impegnava l’Italia a concorrere con le organizzazioni internazionali per risolvere in via pacifica le contese fra i popoli.

Oggi, a distanza di quindici anni, in un contesto internazionale segnato dalla drammatica ripresa di nazionalismi bellicisti, ci possiamo chiedere se la cerimonia non rappresenti l’occasione per un passo ulteriore nell’attuazione dell’articolo 11. Come è noto, esso proclama anche che la Repubblica «consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Una celebrazione del 25 aprile imperniata sul tema che l’Italia intende rinunciare all’esercizio di tradizionali forme di sovranità dello Stato nazionale allo scopo di rendere gli organismi sovranazionali, a partire dall’Unione europea, soggetti politici effettivamente capaci di concorrere alla soluzione pacifica dei conflitti, non sarebbe la più coerente applicazione odierna della lunga storia di approfondimento del nesso che lega la festa alla Costituzione? Come hanno messo in rilievo diversi studi, per i resistenti l’obiettivo della pace era inscindibilmente legato al conseguimento di libertà e democrazia”.

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