Il #pensiero critico non è scomparso perché è stato proibito. È scomparso perché lo esercitano sempre in meno. È questa la provocazione con cui Fabio #Duranti apre la riflessione citando Oswald #Spengler: «Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace.»
Una frase che Giorgio #Bianchi raccoglie al volo e trasforma in analisi: il sistema non censura più le idee, le aggira. Lo fa puntando sulle debolezze umane — la pigrizia, il desiderio di arrivare senza fatica — e offrendo scorciatoie cognitive che sostituiscono il percorso con il risultato. Il punto di messa a fuoco viene spostato: non sul contenuto che conta, ma su qualcosa di più immediato, più piccante, più comodo da consumare.
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Si sta molto discutendo, con posizioni assai diversificate, dell'epifania catodica del prode generale Vannacci nel salotto politicamente corretto e fintamente pluralistico di Lilli Gruber su La7. L'opinione pubblica appare attualmente divisa tra coloro i quali celebrano la prestazione del generale e coloro i quali invece prendono le parti della giornalista Gruber e della sua spalla Lina Palmerini.
Per parte nostra vogliamo chiamarci fuori da questa demenziale tifoseria di bassa lega.
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E' andato in scena l'ennesimo scontro in tema di remigrazione senza l'ombra di incontro vero sul tema. E forse non era l'intenzione nella costruzione della puntata di PiazzaPulita andata in onda su La7 giovedì 4 giugno 2026 e interamente dedicata a questo: la teoria sostenuta da alcuni movimenti nazionalisti europei che propone il ritorno nei paesi d'origine di alcune categorie di immigrati.
Al centro della serata un'inchiesta firmata dall'inviata Emanuela Pala, frutto di oltre un anno di lavoro sotto copertura all'interno degli ambienti riconducibili a Martin Sellner — attivista austriaco, fondatore del Movimento Identitario e principale teorico della remigrazione in Europa. Nel servizio venivano documentate alcune affermazioni di stampo filo-nazista pronunciate da persone che gravitano nell'orbita del movimento, ed è su questa impostazione che si è innescato lo scontro con Francesco Borgonovo, vicedirettore de La Verità: non sul valore del lavoro giornalistico in sé, ma sul salto logico tra le dichiarazioni di alcuni militanti e la delegittimazione di chiunque sostenga posizioni critiche sull'immigrazione. Corrado Formigli ha difeso con forza il lavoro della sua inviata, arrivando a dire che non avrebbe tollerato accuse di propaganda al proprio giornalismo. Borgonovo non ha ceduto di un centimetro.
"Due persone al bar non rappresentano un movimento"
Lo scontro è esploso quando Borgonovo ha definito apertamente il servizio un atto di propaganda — non per quello che mostrava, ma per come era costruito. La sua accusa a Formigli è stata chirurgica: «Avete fatto il servizio per dimostrare che questi sono nazisti, avete invitato una sola persona che la pensava diversamente, non avete alcuna intenzione di discutere nel merito le cose». Formigli ha alzato la voce sostenendo di non tollerare insulti al lavoro giornalistico della sua inviata. Borgonovo ha alzato il tiro, spiegando che il problema non era la giornalista ma la cornice narrativa in cui il servizio era stato incastonato: «Se noi andiamo a cercare con il lanternino gente che dice cose assurde, la troviamo un po' dappertutto. Da lì ad attribuire a un leader di partito delle posizioni inaccettabili perché le dicono due persone al bar, mi sembra un salto logico un pochino forzato».
Reductio ad Hitlerum
Raccontando l'accaduto a Giorgio Bianchi, Borgonovo dà un nome preciso al meccanismo che si ripete ogni volta che si affrontano certi temi: «Questo è il giochino della reductio ad Hitlerum: devi dimostrare che tutti coloro che hanno una tesi differente sono nazisti, per cui vai a cercare quello che dice la cosa strana. Oppure ancora peggio: Hitler era vegetariano, tu sei vegetariano, dunque sei come Hitler».
Il risultato pratico è che qualsiasi discussione nel merito viene resa impossibile prima ancora di cominciare. Non vale solo per l'immigrazione: «Tu non puoi parlare del fatto che si può trattare un dialogo con la Russia senza che ti dicano che sei un servo di Putin che è il nuovo Hitler. Perché se vai nel merito delle cose magari trovi che hanno degli aspetti ragionevoli, e questo non è accettabile».
La richiesta di sottofondo è un mantra che sempre meno pretende di essere presente nei dibattiti televisivi: tornare a discutere.
Ma la carta stampata non è esente dal framing ossessivo. Sul Papa che parla di immigrazione e viene citato a metà sui giornali — «sui giornali di oggi cosa c'è? Il Papa dice che dobbiamo accogliere di più. No, non è vero, non dice così» — sui paesi di origine che non vengono mai responsabilizzati, sul limite che nessuno in studio sembra disposto a formulare. «Se uno non è d'accordo con la remigrazione, può essere, è suo diritto sacrosanto. Però parliamo del problema dell'immigrazione in generale: come la gestiamo? C'è un limite?»
È la domanda che a PiazzaPulita, alla fine, non c'è stata.
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