Il tema della remigrazione non è mai stato così attuale. Proprio il 12 giugno 2026 entra in vigore il nuovo Patto UE su migrazione e asilo, adottato nel maggio 2024: tutti e 27 gli Stati membri dovranno attenersi a un unico insieme di norme più strutturate che disciplinano controlli alle frontiere esterne, procedure di asilo, condizioni di accoglienza e un nuovo meccanismo di solidarietà per il ricollocamento dei richiedenti protezione internazionale. Una coincidenza significativa: il 1° giugno scorso la Commissione europea aveva già accolto con favore l'accordo politico tra Parlamento europeo e Consiglio sul regolamento che istituisce un nuovo sistema europeo comune per i rimpatri, segnale che il continente si sta muovendo — almeno formalmente — verso una gestione più strutturata dei flussi. Nel frattempo, per il 13 giugno il Comitato Remigrazione e Riconquista ha annunciato un corteo a Roma che partirà da Piazza della Libertà alle ore 15, mentre le associazioni antirazziste chiedono alle autorità di impedirlo. La parola remigrazione, insomma, è ovunque — nei palazzi europei, nelle piazze, negli studi televisivi. Ma quanti sanno davvero di cosa si sta parlando?
Giorgio Bianchi lo dice chiaro a Francesco Borgonovo durante Un Giorno Speciale: per lui la remigrazione resta «una scemenza», speculare e uguale e contraria all'«accogliamoli tutti». Borgonovo non ci sta, e smonta la posizione pezzo per pezzo.
"Prima di tutto dobbiamo capire di cosa stiamo parlando"
Il punto di partenza di Borgonovo è definitorio, e in questo senso è già una critica al dibattito pubblico: «La remigrazione di cui parla Vannacci, quella di cui parla la Lega, quella del Comitato Remigrazione e quella di cui parla Sellner sono tutte cose diverse. Chi pensa che significhi prendere le persone e rimandarle a casa sbaglia, si illude, non è possibile semplicemente.» La remigrazione di cui lui ha scritto la prefazione nel libro di Martin Sellner è altro: «Un banalissimo implemento di processi che esistono già», articolato in tre fasi — un cambio di prospettiva culturale, il rimpatrio di chi è irregolare o ha commesso crimini, e l'incentivazione volontaria al rientro per chi vuole tornare. «Già succede — ricorda Borgonovo — esistono uffici per la remigrazione in Austria, in Germania, in Italia sono circa mille euro a persona per tornare nel proprio paese e iniziare un'attività.»
La chiusura sul punto è netta: «Chi pensa che la remigrazione sia andiamo a prendere i marocchini con le birre sotto casa e li mandiamo via, no, non funziona così. È un'altra cosa».
"L'immigrazione di massa non è inevitabile, è indotta"
Ma prima ancora delle tre fasi operative, Borgonovo insiste su quello che considera il nodo culturale centrale: smettere di trattare l'immigrazione di massa come un fenomeno naturale e inarrestabile. «Bisogna cominciare a pensare che non sia una cosa buona e giusta, non sia inevitabile, ma una cosa indotta e cattiva.» Su questo Bianchi gli dà ragione senza esitazioni, e anzi rincara: racconta di aver studiato dall'interno il meccanismo con cui è stato costruito il clima favorevole all'immigrazionismo, finanziando documentari e campagne culturali in un'epoca in cui anche nella sinistra il consenso non era scontato. «Poi qualcosa è cambiato — dice Bianchi — hanno fatto il lavaggio del cervello alla gente e hanno reso accettabile ciò che è inaccettabile».
Sul tema dell'assimilazione i due trovano invece un disaccordo più profondo. Bianchi sostiene che l'unico modello che ha funzionato storicamente è quello americano, fondato sull'assimilazione forzata — «un processo estremamente violento, che cancella completamente la cultura di origine». Borgonovo lo corregge: «Non ha funzionato nemmeno lì. Gli Stati Uniti sono stati costruiti sullo sterminio dei nativi, sulla schiavitù, e guardate che tensioni razziali ci sono ancora oggi. È stato un modello di piccoli ghetti — il ghetto degli ebrei, degli italiani, dei neri — e da lì sono scaturite tutte le politiche identitarie che paghiamo ancora adesso».
L'unico caso in cui l'integrazione funziona, secondo Borgonovo, è quello di comunità piccole, numericamente contenute e culturalmente affini, che arrivano per ragioni precise e con una motivazione reale ad adattarsi. «Ma se Giorgio Bianchi che viene dal Lago di Iseo fa 40 minuti di autostrada ogni giorno pur di non vivere a Milano — ride — figuratevi uno che viene da Addis Abeba».
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A 3.200 metri di quota, nel cuore dell'#Antartide, sorge la stazione italo-francese #Concordia: un avamposto scientifico così estremo da essere definito "il Marte Bianco", più isolato persino della Stazione Spaziale Internazionale. Qui, tra buio totale, -80 gradi e isolamento di nove mesi, l'uomo non vive: sopravvive, e proprio per questo diventa un laboratorio vivente per le future missioni su Marte. A raccontarlo, ai microfoni di #Astrea - Il futuro che verrà, sono Thomas Gasparetto, astrofisico e ricercatore dell'#INAF di Roma, e Massimiliano Catricalà, tecnico elettronico del #CNR e due volte capo spedizione invernale a Concordia.
Astrea è ideato e condotto da Rosanna Piras
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La Commissione parlamentare d'inchiesta sul #Covid non riesce ad ascoltare Giuseppe #Conte. Non per impossibilità tecnica, ma per una scelta politica precisa: il presidente del Movimento 5 Stelle è membro della Commissione stessa, e in quanto tale non può essere audito. Una circostanza che il senatore Marco Lisei definisce risolvibile in pochi giorni - se solo ci fosse la volontà.
"La soluzione è semplicissima", spiega #Lisei. "Conte esce dalla Commissione, si fa udire e rientra. È una cosa che hanno già fatto altri senatori. I gruppi decidono chi siede in Commissione: il M5S manda una lettera, lo tolgono, lo auditano nella seduta successiva e lo rimettono dentro".
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Thomas Fazi torna con una tesi dirompente: la trasformazione culturale della sinistra occidentale negli ultimi settant'anni non è stata spontanea. È stata finanziata. Il volume è La guerra fredda culturale di Frances Stonor Saunders, analisi documentata di come la CIA, attraverso il Congress for Cultural Freedom, abbia costruito sistematicamente la propria egemonia culturale sull'Europa del dopoguerra.
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In questi giorni Ilaria #Salis ha preso la tessera del partito "Sinistra italiana" di Fratoianni e Bonelli. Un doveroso tributo a chi l'ha portata al Parlamento europeo, oltretutto salvandola dal processo che la vedeva imputata nell'Ungheria di Viktor Urban. La vestale della "sinistrash" liberal progressista ha dichiarato, senza perifrasi edulcoranti, che il partito Sinistra italiana rappresenta la vera alternativa alla Destra di Giorgia Meloni.
Alternativa alla destra, badate bene, non al sistema capitalistico. Seguita quindi il demenziale gioco dell'alternanza senza alternativa tra destra e sinistra, ugualmente organiche al turbocapitalismo e alla sua riproduzione sistemica. L'omogeneità bipolare su cui si regge la riproduzione capitalistica, fintamente pluralistica, consiste nel fatto che le masse manipolate si illudono circa l'esistenza di una reale alternativa, quando in realtà si dà soltanto l'alternanza tra due blocchi, Destra e Sinistra appunto, che sono ugualmente funzionali alla riproduzione del sistema turbocapitalistico.
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Oggi a Roma Futuro Nazionale tiene la propria assemblea costituente. I numeri del partito del generale Roberto Vannacci sono quelli di un movimento che in quattro mesi ha già cambiato gli equilibri del centrodestra: 94.000 iscritti, più della Lega ferma a 60.000, e consensi che nei sondaggi si attestano stabilmente tra il 4,6 e il 4,8%, a un soffio dal Carroccio. Tra gli ultimi arrivi, l'ex eurodeputato Antonio Maria Rinaldi, ufficializzato nella squadra di Vannacci la settimana scorsa a Viareggio.
Sono già tante le domande che si fa l'elettorato su quello che sarà il programma di Futuro Nazionale. Dagli spalti dei "delusi" dal governo, particolare curiosità c'è sui punti considerati non sufficientemente portati avanti dagli altri partiti del centrodestra. Uno di questi è il tema dell'obbligo vaccinale. Il generale non ha mai fatto mistero della propria posizione: lo ha definito un provvedimento sbagliato, ha detto di averlo "tollerato estremamente male" e ha chiesto che chi lo ha imposto "ne risponda". Una posizione che ha attirato verso il partito una quota consistente dell'elettorato più critico sulla gestione della pandemia, che però non trova ancora conferme su quella che sarà in merito la linea del nuovo partito. Rinaldi, intervistato da Fabio Duranti in diretta, ha anticipato i due assi programmatici che porterà in assemblea: la supremazia della Costituzione italiana sui trattati europei e la revisione sostanziale di Maastricht.
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Il #pensiero critico non è scomparso perché è stato proibito. È scomparso perché lo esercitano sempre in meno. È questa la provocazione con cui Fabio #Duranti apre la riflessione citando Oswald #Spengler: «Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace.»
Una frase che Giorgio #Bianchi raccoglie al volo e trasforma in analisi: il sistema non censura più le idee, le aggira. Lo fa puntando sulle debolezze umane — la pigrizia, il desiderio di arrivare senza fatica — e offrendo scorciatoie cognitive che sostituiscono il percorso con il risultato. Il punto di messa a fuoco viene spostato: non sul contenuto che conta, ma su qualcosa di più immediato, più piccante, più comodo da consumare.
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Si sta molto discutendo, con posizioni assai diversificate, dell'epifania catodica del prode generale Vannacci nel salotto politicamente corretto e fintamente pluralistico di Lilli Gruber su La7. L'opinione pubblica appare attualmente divisa tra coloro i quali celebrano la prestazione del generale e coloro i quali invece prendono le parti della giornalista Gruber e della sua spalla Lina Palmerini.
Per parte nostra vogliamo chiamarci fuori da questa demenziale tifoseria di bassa lega.
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E' andato in scena l'ennesimo scontro in tema di remigrazione senza l'ombra di incontro vero sul tema. E forse non era l'intenzione nella costruzione della puntata di PiazzaPulita andata in onda su La7 giovedì 4 giugno 2026 e interamente dedicata a questo: la teoria sostenuta da alcuni movimenti nazionalisti europei che propone il ritorno nei paesi d'origine di alcune categorie di immigrati.
Al centro della serata un'inchiesta firmata dall'inviata Emanuela Pala, frutto di oltre un anno di lavoro sotto copertura all'interno degli ambienti riconducibili a Martin Sellner — attivista austriaco, fondatore del Movimento Identitario e principale teorico della remigrazione in Europa. Nel servizio venivano documentate alcune affermazioni di stampo filo-nazista pronunciate da persone che gravitano nell'orbita del movimento, ed è su questa impostazione che si è innescato lo scontro con Francesco Borgonovo, vicedirettore de La Verità: non sul valore del lavoro giornalistico in sé, ma sul salto logico tra le dichiarazioni di alcuni militanti e la delegittimazione di chiunque sostenga posizioni critiche sull'immigrazione. Corrado Formigli ha difeso con forza il lavoro della sua inviata, arrivando a dire che non avrebbe tollerato accuse di propaganda al proprio giornalismo. Borgonovo non ha ceduto di un centimetro.
"Due persone al bar non rappresentano un movimento"
Lo scontro è esploso quando Borgonovo ha definito apertamente il servizio un atto di propaganda — non per quello che mostrava, ma per come era costruito. La sua accusa a Formigli è stata chirurgica: «Avete fatto il servizio per dimostrare che questi sono nazisti, avete invitato una sola persona che la pensava diversamente, non avete alcuna intenzione di discutere nel merito le cose». Formigli ha alzato la voce sostenendo di non tollerare insulti al lavoro giornalistico della sua inviata. Borgonovo ha alzato il tiro, spiegando che il problema non era la giornalista ma la cornice narrativa in cui il servizio era stato incastonato: «Se noi andiamo a cercare con il lanternino gente che dice cose assurde, la troviamo un po' dappertutto. Da lì ad attribuire a un leader di partito delle posizioni inaccettabili perché le dicono due persone al bar, mi sembra un salto logico un pochino forzato».
Reductio ad Hitlerum
Raccontando l'accaduto a Giorgio Bianchi, Borgonovo dà un nome preciso al meccanismo che si ripete ogni volta che si affrontano certi temi: «Questo è il giochino della reductio ad Hitlerum: devi dimostrare che tutti coloro che hanno una tesi differente sono nazisti, per cui vai a cercare quello che dice la cosa strana. Oppure ancora peggio: Hitler era vegetariano, tu sei vegetariano, dunque sei come Hitler».
Il risultato pratico è che qualsiasi discussione nel merito viene resa impossibile prima ancora di cominciare. Non vale solo per l'immigrazione: «Tu non puoi parlare del fatto che si può trattare un dialogo con la Russia senza che ti dicano che sei un servo di Putin che è il nuovo Hitler. Perché se vai nel merito delle cose magari trovi che hanno degli aspetti ragionevoli, e questo non è accettabile».
La richiesta di sottofondo è un mantra che sempre meno pretende di essere presente nei dibattiti televisivi: tornare a discutere.
Ma la carta stampata non è esente dal framing ossessivo. Sul Papa che parla di immigrazione e viene citato a metà sui giornali — «sui giornali di oggi cosa c'è? Il Papa dice che dobbiamo accogliere di più. No, non è vero, non dice così» — sui paesi di origine che non vengono mai responsabilizzati, sul limite che nessuno in studio sembra disposto a formulare. «Se uno non è d'accordo con la remigrazione, può essere, è suo diritto sacrosanto. Però parliamo del problema dell'immigrazione in generale: come la gestiamo? C'è un limite?»
È la domanda che a PiazzaPulita, alla fine, non c'è stata.
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