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Una testa ben fatta e l’umanizzazione dell’umano: l’eredità di Edgar Morin per educare nella complessità

edgar Morin lo abbiamo citato tutti almeno una volta, magari anche senza saperlo. «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena», ripeteva instancabilmente, recuperando Montaigne. Che cosa significa esattamente quella frase? Può davvero racchiudere il lascito di Morin, morto il 29 maggio a 104 anni? O ci stiamo perdendo dei pezzi?

Morin è stato uno dei giganti della cultura e del pensiero, a livello mondiale. Filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese, tra le sue opere più significative ci sono La sfida della complessità (1985), La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforme del pensiero (1999) e Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (2014). Il fulcro della sua epistemologia era il  “pensiero della complessità” e spronava scuola e educatori a mettersi nella prospettiva di una conoscenza che superasse la separazione dei saperi.

«Quella riflessione sulla riforma dell’educazione, l’Unesco a Morin la chiese all’inizio del nuovo secolo: sono passati 25 anni e in Università siamo ancora ad insegnare come dovrebbe cambiare l’educazione. Il rammarico è questo», commenta Anna Lazzarini, professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo e membro del CRiSiCo – Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi.

Partiamo da quella frase celebre: quali indicazioni concrete dà alla scuola e all’educazione affermare che “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”?

Ben fatta è quella testa in cui il sapere non è semplicemente accumulato, ma disposto secondo principi di selezione e di organizzazione che gli diano senso. L’organizzazione delle conoscenze comporta senza dubbio operazioni di separazione (selezione, esclusione, opposizione, differenziazione), ma anche di interconnessione (congiunzione, inclusione, implicazione). La conoscenza comporta nello stesso tempo, in un processo circolare, separazione e interconnessione, analisi e sintesi. Nella nostra civiltà, invece è prevalsa la “separazione”. Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi.

Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi

Una testa ben fatta va al di là del sapere parcellizzato, riconnettendo sapere umanistico e sapere scientifico, mettendo fine alla separazione fra le due culture e consentendo così di rispondere alle sfide poste dalla complessità dei problemi sociali, politici, economici, culturali, ambientali, tecnologici. Formare teste ben fatte allora significa stimolare e valorizzare costantemente la curiosità, l’amore per la scoperta e per l’investigazione, facoltà decisive per l’infanzia e l’adolescenza. La scuola deve orientare queste facoltà sui problemi fondamentali della nostra stessa condizione e del nostro tempo.

Anna Lazzarini, ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo

Morin ci ha lasciato tante espressioni di successo – il tema della complessità, i sette saperi necessari per l’educazione del futuro, la comunità di destino – che evidentemente hanno colto tratti del nostro tempo, tant’è che ci sono diventate molto familiari, anche solo per sentito dire. Volendo andare un po’ più in profondità, per chi non conosce davvero il pensiero di Morin ma ha solo queste “etichette”, qual è la sua più grande eredità?

Credo che la lezione più preziosa di Edgar Morin sia quella epistemologica, che riguarda proprio la necessità di problematizzare la conoscenza, ossia di mettere in discussione il nostro modo di conoscere. La “conoscenza della conoscenza”, diceva, dovrebbe essere studiata a scuola: dovremmo avere consapevolezza dei limiti e delle possibilità della nostra conoscenza, della inevitabilità degli errori e anche della loro funzione euristica all’interno dei processi conoscitivi e di apprendimento. Oggi si è creato un preoccupante divario fra i problemi che dobbiamo affrontare nella nuova condizione planetaria e lo stato attuale delle conoscenze, nonché le modalità di organizzazione di queste conoscenze. Il nostro modo di pensare è infatti legato al paradigma della “semplificazione”: abbiamo pensato di risolvere e dissolvere la complessità del mondo con la semplificazione, per mezzo della scomposizione della realtà in unità elementari, dell’isolamento dell’oggetto dal suo contesto, della linearità causa-effetto.

I modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare

Invece?

Invece i problemi globali sono multidimensionali, sistemici, trasversali, transnazionali. Se l’approccio conoscitivo prevalente consiste nel dividere, parcellizzare, isolare… più i problemi diventano multidimensionali e più è difficile affrontarli, per la difficoltà a comprenderli nella loro complessità, nella loro molteplicità di aspetti fra loro irriducibilmente intrecciati. Significa che i modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare. L’ostacolo maggiore alla comprensione delle tante crisi dei nostri giorni non sta solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra modalità di conoscenza.

Che si può fare?

La grande sfida culturale dei nostri giorni è cominciare a colmare questo divario drammatico, rendendo il sapere più adeguato al contesto in cui esso dovrebbe portare benefici. La sfida diviene quella di delineare un nuovo paradigma che sappia formulare i problemi da affrontare come problemi complessi, cioè costituiti da una molteplicità di dimensioni irriducibilmente intrecciate fra loro. L’invito di Edgar Morin è dunque radicale e consiste nel cambiare il nostro sguardo sul mondo, innanzitutto problematizzando il modo in cui lo abbiamo conosciuto attraverso la nostra formazione disciplinare. La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere, dunque, il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa. 

La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa. La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale

Che ruolo può avere la scuola in questo cambio di paradigma?

La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale: l’urgenza vitale dei nostri giorni è quella di “educare all’era planetaria”, perché ogni individuo e ogni comunità si possa fare carico della condizione di “cittadinanza terrestre”. Per Morin è cruciale una triplice riforma: una riforma del nostro modo di conoscere, una riforma del nostro modo di pensare, una riforma del nostro modo di insegnare. Sono tre riforme interdipendenti.

Qual è la critica più radicale che Morin ha mosso al sistema educativo? Quella più sfidante, che a parole si fa finta di plaudire ma poi non si prova nemmeno a mettere in pratica, perché mette in discussione troppo del nostro comodo “si è sempre fatto così”?

La tradizione di pensiero che ha fino ad oggi continuato a ispirare la scuola è basata sul metodo che riduce il complesso al semplice, che separa ciò che è legato, che elimina tutto ciò che apporta disordine e contraddizione al processo di comprensione. La scuola e l’università ci insegnano a separare (gli oggetti dal loro ambiente, le discipline le une dalle altre), ma non – o molto raramente – a collegare, a interconnettere i saperi e gli approcci. Si continuano a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. La separazione delle discipline ci rende incapaci di cogliere “ciò che è tessuto insieme”, vale a dire, secondo il significato originario del termine, il complesso. Ma oggi, dinanzi alla frammentazione dei saperi, allo sgretolamento delle stesse discipline in sotto-settori e micro-settori dagli orizzonti sempre più limitati, si moltiplicano gli ostacoli e gli impedimenti alla comunicazione fra cultori di discipline diverse, che impediscono a ciascuno di comprendere i problemi nella loro complessità. Gli oggetti di studio più complessi, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, non possono che essere affrontati attraverso l’intreccio delle discipline e dei molteplici punti di vista. Naturalmente la padronanza dei metodi e dei linguaggi delle singole discipline è fondamentale, perché ci permette di avere una rete di riferimenti culturali solidi grazie ai quali affrontare un mondo complesso e in constante cambiamento. Tuttavia, è altrettanto importante la conoscenza del carattere evolutivo e storicamente determinato dei metodi e dei linguaggi, che ci deve condurre a mettere in relazione i saperi fra loro, e i saperi con gli scenari storici, sociali e politici. L’incontro con altre discipline, la pratica dell’interdisciplinarità e soprattutto della transdisciplinarità sono la strada maestra per individuare i problemi fondamentali e per pensarli nella loro reale articolazione, al di fuori di schematismi e riduzionismi che finiscono per pregiudicare la nostra capacità di comprensione e quindi di azione.

Le riflessioni pedagogiche in Morin dialogano con la concretezza della vita relazionale, con i concetti di interdipendenza, di responsabilità, di responsabilità nell’incertezza e di comunità di destino… Un intreccio forte con la dimensione politica.

La possibilità di questo dialogo sta nell’ispirazione profondamente e autenticamente politica del pensiero di Morin. “Umanizzare l’umano”, singolare e plurale, nella sua co-appartenenza alla Terra e indissolubilmente legato al suo destino: questo mi sembra il programma di vita e di pensiero che questa figura straordinaria di studioso, maestro, intellettuale e scrittore ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra. Certo non qualunque politica, ma quella che Morin chiama “politica di civiltà” o “antropolitica”, per concepire e praticare la quale si rende necessaria la riforma del pensiero che, attraverso il “metodo” della complessità, provveda all’intreccio di conoscenze in grado di restituire l’immagine di un mondo costituito di interconnessioni e tessiture molteplici. Per Edgar Morin, solo una politica di civiltà si trova a rispondere del destino e del divenire dell’uomo nel mondo e del pianeta stesso nell’epoca globale.

“Umanizzare l’umano” mi sembra il programma di vita e di pensiero che questo straordinario maestro ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra

Qual è la via?

È proprio in La Voie, la via, che il suo programma di umanizzazione si fa radicale. Di fronte alla possibilità dell’annientamento, la politica dell’uomo impone l’imperativo: cambiare via. Qui Morin delinea un affresco di riforme politiche, nel senso più autentico del termine, poiché attengono alla possibilità stessa della convivenza umana sulla Terra: sbarazzandosi dell’idea di sviluppo (e di progresso), mito dell’occidente, troppo invischiata nella logica tecno-economica, che pretende di misurare la qualità con la quantità; promuovendo un’economia plurale; valorizzando la creatività insita nelle diversità; proteggendo la biosfera; ricercando soluzioni alle policrisi in cui siamo caduti. Nei suoi ultimi libri delinea un quadro che chiarissimo: siamo legati da una comunità di destino planetaria, segnata da pericoli comuni prodotti da un aumento di potenza tecnologica e di interdipendenza, che minacciano la vita sulla Terra nel suo insieme. Nell’orizzonte di un umanesimo rigenerato, volto a sviluppare l’unità della diversità umana e la responsabilità di tutti i cittadini nei confronti della Terra-Patria, è necessario affermare il dovere della fraternità, che «deve diventare il cammino, il nostro cammino, quello dell’avventura umana». Con la fiducia nella capacità di agire, anche nel senso di cambiare via, di cambiare strada, nella possibilità di ricostruire lo spazio dell’essere insieme, entro forme nuove di convivialità, e anche nell’improbabilità creativa della storia, Edgar Morin ancora una volta ha tracciato il cammino.

In apertura, Edgar Morin durante i festeggiamenti per i suoi 100 anni al quartier generale dell’UNESCO a Parigi il 2 luglio 2021 (AP Photo/Michel Euler)

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Senza Morin e Lanzinger siamo un po’ più soli ma ricchi del loro lascito

Oggi tremenda giornata. Di quelle che non vorresti mai vivere. Apprendo della morte, ieri, di Edgar Morin a 104 anni, un bel numero. Il Cavalier Marino Golinelli mi/ci lasciò a quasi 102.

Ma non ci si abitua mai alla idea di non poter più toccare con mano le persone che fino ad un attimo fa erano lì, una presenza materica e, in questi casi, totemica, a cui appigliarsi in cerca di conforto nei momenti più difficili, e con cui gioire nei momenti dì entusiasmo.

E comunque sono e saranno ancora con noi sempre. I totem culturali non abdicano, i loro messaggi vanno oltre la loro corporeità.

Fra Marino ed Edgar

Golinelli e Morin, il primo l’ho conosciuto e ci ho convissuto 13 ore al giorno per 13 anni, quasi tutti i giorni ad eccezione delle ferie; il secondo l’ho conosciuto perché – pur non avendolo mai incontrato (provammo ad invitarlo a Bologna ma gli spostamenti non gli erano più agili) – mi sono abbeverato con costanza e perizia al suo pensiero – sempre, anche nei periodi delle ferie – e l’ho messo sempre in pratica nel fornire il mio contributo alla declinazione pratica delle progettualità educative e formative che da anni portiamo avanti come Fondazione.

Garin all’Eliseo – foto di Yoan Valat, Pool Photo via AP/LaPresse

Li accosto tute e due dunque non solo per questioni di genetliaco. Educare per l’era planetaria, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Educare gli educatori, tre titoli che recupero alla mente facilmente, a titolo solo esemplificativo, piccole briciole di una produzione intellettuale sterminata. Ma che ci dicono una cosa: che si può arrivare ad una idea di Comunità di destino planetaria, da punti di vista lontani, da identità e storie culturali apparentemente distanti, ma che le grandi traiettorie umane dall’ “origine al destino”, sanno essere anche convergenti lungo gli asintoti della storia. E se Papa Bergoglio ed Edgar Morin hanno affinato questo comune convincimento pronunciandone la stessa definizione, a partire dai loro percorsi intellettuali, e alla ricerca di una ontologia della verità, non credo che abbiamo bisogno oggi di molte altre voci per convincerci che quella da loro indicata possa essere la strada valida e necessaria.

Il rumore di queste potenti voci del ‘900, in particolare di quella che oggi si spezza solo nel suo incarnato, diventano dunque ancora più potenti e assedianti per coloro i quali stanno belligerando, certamente non certo per motivi epistemologici, ma bensì per «capitalismo estetico le cui strategie di potere mirano ad installarsi nelle nostre carni della percezione».

Allora non dimentichiamoci: ipseità (non certamente solipsismo), intelligenza di esserci, solidarietà, reciprocità. Queste parole siano oggi in ostaggio alle nostre abluzioni votive, ai nostri incensi profumati accesi nei bracieri in onore di Edgar Morin.

Lanzinger, uno scienziato appassionato al racconto

Dal momento che, purtroppo, le disgrazie non vengono mai da sole, oggi – nelle stesse ore – siamo costretti anche ad essere testimoni della mancanza di Michele Lanzinger, scienziato, divulgatore, ricercatore: a lui si deve molto – e non solo – per il progetto del museo della scienza Muse di Trento.

Anche in questo caso unisco la sua figura al ricordo al Cavalier Golinelli.

E penso con affetto e nostalgia ad una fase che per Fondazione Golinelli è stata vissuta da protagonista assieme a tanti altri attori nazionali, dai primi anni 2000 al 2010 – 2012 circa: in Italia i grandi centri della scienza si adoperavano e si rincorrevano facendo a gara per i migliori progetti di diffusione della cultura scientifica. Il Museo della scienza e della tecnica di Milano, il Post di Perugia, il Muse – di cui ricordo ancora il giorno della inaugurazione a Trento – la Città della scienza  di Napoli, lo Science centre Immaginario Scientifico a Trieste, i grandi festival della Scienza di Genova e Bergamo, e la Scienza in Piazza di Fondazione Golinelli, per citare alcuni esempi. Una stagione di passione, di divulgazione della cultura in diversi formati portata avanti da appassionati, ricercatori, professori, studenti e tante famiglie che a milioni ancora frequentano questi luoghi, questi tempi, questi spazi.

Nella foto, da sinistra,: Michele Lanzinger, Maurizio Fugatti, Stefano Zecchi, Mikro Bisesti in occasione dei 10 anni del Muse di Trento – ifoto Alessandro Eccel/LaPresse

La storia recente della Fondazione Golinelli affonda le radici in quella passione, che poi si è evoluta e trasformata ulteriormente con Opificio Golinelli, dal 2015 ai giorni nostri, con lo sguardo al 2065 come Marino Golinelli ci ha indicato.

Un compagno di viaggio

Ma oggi un altro compagno di viaggio ci ha lasciati, e dobbiamo ricordarlo con stima ed affetto, e dobbiamo fermarci un secondo a riflettere. Ho visto Michele alcuni mesi fa a Lucca, sempre appassionato nel portare avanti una nuova avventura, con cui promuoveva lo scambio di conoscenze e pratiche tra i grandi musei e operatori culturali pubblici e privati italiani. Era sorridente sereno, ricco di entusiasmo, lo stesso di quando l’ho conosciuto oltre quindici anni fa.

Compagni di viaggio, compagni di vita, protagonisti della Cultura (italiana, europea e mondiale)  che oggi è un poco più sola, ma grazie al loro lascito, sicuramente più ricca.

In apertura Edgar Garin e Michele Lanzinger in un collage realizzato da foto LaPresse.

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Crans Montana, al Villaggio Fondazione Roma la memoria diventa speranza

una testimonianza di memoria e speranza per ricordare le vittime di Crans Montana, teatro a Capodanno di un devastante incendio costato la vita a 41 persone. Una vicenda che ha profondamente scosso il Paese.

Al Villaggio Fondazione Roma, la struttura di assistenza ai malati di Alzheimer e Parkinson, sei abitazioni sono state intitolate ai sei italiani morti nel rogo: Achille Barosi, Chiara Costanzo, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti, Sofia Prosperi e Giovanni Tamburi.

Questa iniziativa, precisa la fondazione, «nasce da una profonda riflessione sul valore del ricordo e assume una valenza simbolica ancora più forte, proprio per la natura stessa del luogo in cui prende forma».

Dal 2018 ad oggi, si spiega, «il Villaggio ha ospitato in modo del tutto gratuito più di 300 persone, realizzando un’esperienza unica nel panorama socio-assistenziale pensata specificamente per malati di Alzheimer e Parkinson di livello medio o moderato».

villaggio
Al Villaggio Fondazione Roma 6 case della struttura sono state intitolate ai giovani italiani morti nella tragedia di Crans Montana. Sullo sfondo, accanto al presidente Franco Parasassi, il murales dell’artista italo-filippino Jerico che ritrae i volti dei sei ragazzi

Oltre la tragedia

Proprio al Villaggio Fondazione Roma, in uno spazio dedicato a chi, per motivi patologici, perde progressivamente i propri ricordi, attraverso questa iniziativa, «la Fondazione Roma e le famiglie coinvolte, hanno scelto di guardare oltre la tragedia, costruendo un percorso condiviso».

L’obiettivo, chiarisce l’ente, è «creare un ponte tra la fragilità degli assistiti e la comunità del Villaggio, che nel quotidiano si farà custode della memoria dei sei ragazzi scomparsi, affinché resti sempre viva e non si affievolisca».

Un messaggio di speranza sul valore della vita

In questo contesto il murales dell’artista italo-filippino Jerico, che ritrae i sei giovani volti, «vuole essere un simbolo visivo capace di parlare ad ogni visitatore, residente ed operatore, trasformando il dolore in una testimonianza indelebile, con un messaggio di speranza che celebri il valore della vita».

Oltre al tributo alle vittime, si mette in evidenza, «l’intera iniziativa intende porsi come monito ed auspicio, affinché drammi simili non si ripetano, ribadendo l’impegno costante della Fondazione nel promuovere contesti ed iniziative a tutela della dignità integrale della persona».

Scopri i numeri della filantropia e i 100 profili di chi investe nel bene comune su VITA magazine di ottobre ‘‘Nella testa dei filantropi

La sfida della memoria

«Le nostre vite», fanno sapere le famiglie, «sono state segnate indelebilmente dalla tragedia che ci ha travolti e sarebbe stato semplice abbandonarsi allo sconforto ed al rancore. Invece no, abbiamo sfidato noi stessi decidendo di onorare la memoria dei nostri figli rendendo la luce dei loro sorrisi talmente fulgida da offuscare il buio della nostra disperazione».

In questi mesi, hanno sottolineato ancora, «ci siamo stretti l’uno all’altro e sostenuti tanto da percepirci come un’unica famiglia. La Fondazione Roma ha cementato questa nuova realtà, allargato questa famiglia regalandole un ulteriore valore: in un luogo nel quale i ricordi svaniscono, rimarrà indelebile, nel quotidiano, la presenza dei nostri angeli, nella speranza che i loro volti con le loro espressioni possano perpetuare la loro energia, spandendone la gioia di vivere e la fiducia nel futuro, che in nessuno di noi dovrebbe scemare. Un sincero ringraziamento va al Card. Giovanni Battista Re che ha officiato la cerimonia di intitolazione e per la sua preghiera piena di conforto e speranza».

In apertura il murales dell’artista italo-filippino Jerico che ritrae i volti dei sei ragazzi vittime del rogo di Crans Montana. Nel testo un’immagine dell’inaugurazione. Foto da ufficio stampa Fondazione Roma

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Caldo estremo e diseguale, dall’India ai bambini che devono nascere

Una scuola elementare è rimasta chiusa due giorni per il caldo, il 28 e 29 maggio, a Soustons, nel Sudovest della Francia. L’edificio, concepito negli anni Ottanta, ha un tetto in vetro che ha fatto salire le temperature oltre i 50°C e nelle classi sfiora i 40. L’ondata di calore, che colpisce anche l’Italia, sta facendo registrare record in molte città europee: l’anomalia più grande è a Londra, dove il termometro è schizzato 16°C sopra la media, Parigi +14°C, Berlino +11°C, Lisbona e Madrid +10°C. A Torino ci sono stati 15 black out in 72 ore. Simon Stiell, direttore della Convenzione quadro dell’Onu per il cambiamento climatico, ha detto: «Il calore estremo è un richiamo brutale sugli impatti della crisi climatica. La scienza afferma chiaramente che il riscaldamento di origine antropica è quel che rende le ondate di calore sempre più frequenti e intense».

Canicola anche in Asia

Altrove, in Pakistan e India, già da aprile milioni di persone soffrono per il caldo. Secondo quanto riporta The Guardian, nella provincia pachistana del Sindh e in diverse regioni indiane del nord e centro, di giorno le temperature hanno spesso raggiunto i 44 – 46°C, rendendo impossibile stare all’aperto e mettendo a rischio molti lavoratori e le comunità agricole. A fine maggio nel Sud dell’India sono morte di caldo oltre cento persone. «Le temperature estreme non sono più una minaccia futura. Sono una realtà che sta sconvolgendo le vite e le possibilità di sostentamento per molti in Asia del sud e sudest», si legge in un report appena pubblicato dalla ong statunitense People’s Courage International sulle città di Delhi, Dacca, Kathmandu, Giacarta e Manila. «Notti sempre più calde, associate alle isole di calore urbano, stanno portando allo stremo milioni di lavoratori informali ancor prima dell’inizio del giorno». Parliamo di rider, muratori, venditori ambulanti che vivono in condizioni precarie, in locali senza ventilazione né garanzia di elettricità, per cui anche solo riuscire a dormire è un’impresa.

Povertà da calore estremo

Dove le ondate di calore incrociano fragilità sociale, infrastrutturale e istituzionale, più alto è il rischio per la salute. Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature sustainability, firmato tra gli altri da Giacomo Falchetta ed Enrica De Cian dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e da Antonella Mazzone dell’Università di Bristol, dimostra che la povertà legata al caldo estremo è molto diffusa nel mondo e – ancora una volta – distribuita in modo diseguale. Interessa quasi 600 milioni di persone, su un totale analizzato di tre miliardi. Il fardello più pesante lo portano gli abitanti dell’Asia meridionale e dell’Africa sub sahariana. Nelle città, la vulnerabilità va di pari passo con la qualità delle infrastrutture e la disponibilità di servizi. La gran parte della popolazione mondiale non ha accesso all’aria condizionata, che tra l’altro richiede energia (spesso alimentata da fonti fossili) e denaro. Per gli autori della ricerca, la risposta a questo tipo di povertà deve venire dalla capacità di ridisegnare gli spazi urbani, comprese le scuole e i presidi medici, e offrire soluzioni abitative sostenibili, per proteggere le persone più fragili.

Nascite premature

Il caldo estremo colpisce anche i bambini che non sono ancora nati. Un gruppo di ricercatori che fanno capo all’Università di Valencia, partendo dal nesso tra l’esposizione a temperature elevate e parti prematuri, ha analizzato 36,6 milioni di nascite avvenute d’estate in 250 città, in tredici paesi: Australia, Brasile, Canada, Cile, Ecuador, Estonia, Israele, Italia, Giappone, Paraguay, Spagna, Svizzera e Stati Uniti, tra il 1979 e il 2019. Il rischio aumenta in modo lineare con la crescita delle temperature. Nelle giornate di calore moderato, sale del 2,8%. Con il caldo estremo arriva al 3,8%. Gli autori dell’articolo, pubblicato sulla rivista Environment international, stimano che le ondate di calore portino a 855 parti prematuri in più ogni milione di nati. Una quota paragonabile a quella dovuta ad altri fattori, come il fumo della madre in gravidanza nei paesi a basso e medio reddito, o la malaria. Oltre al fatto che il caldo è già uno dei maggiori rischi ambientali per la salute riproduttiva. L’impatto varia, anche in questo caso, in base alle variabili socioeconomiche: il Paraguay è dove si fa sentire di più, mentre in Svizzera l’influenza è molto bassa. La Spagna è in posizione intermedia. Sono dati allarmanti, specialmente se visti in prospettiva: le ondate di calore infatti, sono destinate ad aumentare nei prossimi decenni.

In apertura, foto di Luis Graterol su Unsplash

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Alessandra Piccioni, fundraiser dell’anno: «Credo nella silenziosa rivoluzione del fare»

La fundraiser dell’anno è Alessandra Piccioni. Ha origini abruzzesi ma vive nelle Marche, 52 anni di cui 25 nel non profit ed è la responsabile raccolta fondi Individui e Innovazione di Aism – Associazione italiana Sclerosi multipla. Alle spalle ha una lunga esperienza alla Lega del Filo d’Oro e prima ancora il volontariato, un impegno che dura ancora. «Qualcuno ha deciso di investire il proprio tempo per segnalarmi come candidata all’Italian Fundraising Award e già questo per me è un premio», aveva scritto qualche mese fa sul suo profilo Linkedin. Oggi quel premio l’ha vinto davvero (la cerimonia si svolgerà il 5 giugno al Festival del Fundraising) e si sente «emozionata e spaventata. Emozionata perché è il riconoscimento del lavoro e della fatica di una vita, spaventata perché sento l’onere di rappresentare tutti gli ostinati fundraiser d’Italia».

Chi sono gli ostinati fundraiser?

Un esercito invisibile di lavoratori che tutti i giorni, con cura e costanza, costruiscono grandi risultati. È la silenziosa rivoluzione del fare: chi aggiorna un database donatori, chi ringrazia al telefono, chi costruisce relazioni pezzo dopo pezzo. Un sottobosco fondamentale. Nel mio job title c’è una parola che è la chiave del mio mestiere: individui. Io chiedo pochi soldi a tante persone. Parlo con gli italiani: con la signora anziana che, pur avendo la pensione minima, dona 10 euro; con famiglie che, tra mutuo e spese quotidiane, aggiungono una rata in più al mese, anche soltanto di 15 euro, per sostenere una causa in cui credono. La cosa più bella del mio lavoro è proprio questa: vedere come piccole gocce formino il mare. Trasformare i 10 euro di ognuno in milioni capaci di cambiare la vita delle persone ha in sè qualcosa di profondamente magico.

Com’è arrivata fino a qui?

Ero una studentessa in Bocconi, frequentavo il corso di Economia dell’organizzazione non profit quando è entrato in aula Rossano Bartoli, il presidente della Lega del Filo d’Oro. Dopo tanta teoria, finalmente un caso pratico: eravamo alla fine degli anni ’90, ci raccontò le difficoltà nel reperire fondi per crescere. In quel momento ho capito cosa volevo fare: raccogliere fondi, proprio lì, per loro. Non so per quante posizioni mi sono candidata. Alla fine mi hanno chiamata ed è iniziata questa avventura. Ricordo ancora il colloquio con Rossano: mi chiese “Perché comunichiamo?”. Io iniziai a parlare di posizionamento e reputazione, ma lui mi fermò subito: “Noi comunichiamo per raccogliere fondi”. Quella frase è stata il mio imprinting professionale. Mi ha insegnato che ogni attività deve avere un obiettivo concreto e misurabile. Da allora non ho mai dimenticato che l’efficacia viene prima di tutto.


Alla Lega del Filo d’oro è rimasta per 19 anni. Poi, nel 2020, è arrivata in Aism.

Alla Lega del Filo d’Oro sono cresciuta, in Aism mi sono messa in gioco come professionista formata e ho scoperto lati di me che persino io sottovalutavo. Mi piace molto l’idea di poter insegnare qualcosa alle giovani leve: essere guida e mentore come altri prima lo sono stati per me.

L’Italian Fundraising Award premia chi nel corso della carriera si è distinto per eccellenza professionale, impatto sulla community e leadership. In quali aspetti sente di aver fatto la differenza?

L’eccellenza professionale è una cosa che tanti mi riconoscono perché, come dico sempre, sono una “capra abruzzese” e una “scimmia curiosa”. Di base sono una secchiona, mi è sempre piaciuto andare a fondo delle cose e capire davvero come funzionano i singoli strumenti. Prima faccio, poi negli anni ho imparato anche a mettere tutto a sistema, costruendo strategie e piani pluriennali. Però nasco dal basso, dalla pratica. Ho sviluppato competenze trasversali su tanti ambiti, e molte le ho costruite lavorando insieme agli altri. Sul digitale, per esempio, ho imparato tantissimo dai miei colleghi, soprattutto dai più giovani. Sono curiosa, mi piace capire, sperimentare, imparare continuamente. Credo molto nel mentoring e nel lavoro condiviso: sono convinta che da soli non si arrivi da nessuna parte. Ho visione e capacità di portare le cose a terra, sempre con il sorriso, ma so bene che nulla sarebbe possibile senza le persone con cui collaboro. Mi sento un po’ un direttore d’orchestra che ha la fortuna di lavorare con grandissimi musicisti.

Il risultato di cui va più fiera?

In Lega del Filo d’Oro ho contribuito a realizzare un cambiamento importante: il passaggio da una raccolta fondi basata solo sulle donazioni one-off a un modello centrato anche sulle donazioni regolari, per cercare di garantire all’associazione le risorse costanti di cui aveva bisogno per la trasformazione da realtà di provincia a organizzazione nazionale. Abbiamo investito nel face to face e poi nella televisione, in un periodo in cui le associazioni italiane non lo facevano o lo facevano molto poco. In Aism il lavoro è stato diverso ma altrettanto strategico, e il risultato più significativo è ancora una volta sulle donazioni regolari: abbiamo raddoppiato gli importi e triplicato i donatori. E poi c’è il 5 per mille: per anni Aism si è attestata intorno ai 5 milioni di euro, quest’anno abbiamo raggiunto gli 8,6 milioni, con una crescita costante e ulteriori ambizioni di sviluppo.


Tre caratteristiche che non possono mancare a un fundraiser nel 2026.

La visione, ma coniugata con la capacità di far accadere le cose: le strategie vanno messe a terra, altrimenti rimangono pezzi di carta. L’amore per il lavoro invisibile: è lì che nasce la fiducia e da lì nascono i risultati. E poi l’innovazione come pratica quotidiana.

Un episodio che per lei rappresenta l’essenza del suo mestiere.

L’essenza la ritrovo ogni volta che apro la porta, scendo dagli operatori, parlo con un genitore o con una persona con sclerosi multipla. Quando ritorno alla missione, tutti i problemi di lavoro si alleggeriscono. Il mio potrebbe essere un profilo da direttrice marketing in qualunque azienda, ma non credo che sarei altrettanto brava a vendere l’ultimo modello di lavatrice o di automobile. La differenza, nel nostro lavoro, è che possiamo davvero contribuire a rendere la vita delle persone un po’ migliore.

In apertura, Alessandra Piccioni (fotografia fornita dall’intervistata)

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La scuola chiude, il problema (pedagogico) rimane: la lunga estate dei bambini non può essere un vuoto

Si avvicinano le vacanze estive. E, come ogni anno, una domanda si affaccia nella testa dei genitori: a chi lasciare i bambini? In questi periodi, il dibattito si infiamma, tra chi vorrebbe che la scuola fosse aperta anche nei mesi più caldi e chi invece pensa che questo sia impossibile. Da qualche tempo c’è anche una petizione, lanciata da WeWorld insieme al duo di “Mammadimerda” per ripensare il calendario scolastico, in modo da renderlo più adeguato alle esigenze di famiglie e studenti. Dall’estate del Covid, il ministero ha il Piano Estate, con finanziamenti che permettono alle scuole di organizzare nei propri spazi delle attività extrascolastiche che siano gratuite per le famiglie. Alcuni territori stanno avviando delle sperimentazioni, come l’Emilia-Romagna, che quest’anno aprirà le porte delle scuole primarie il 31 agosto, su base volontaria. Altra cosa però è ripensare il calendario scolastico, avvicinandolo a quello degli altri Paesi europei, con più pause didattiche spalmate durante l’anno: una scelta che avrebbe motivazioni didattiche, non solo funzionali alla conciliazione famiglia-lavoro dei genitori. «Serve una risposta strutturale, che coinvolga il Terzo settore e la comunità educante» , dice Elena Muscarella, program officer per le scuole di WeWorld.

Da quali basi nasce la vostra proposta di revisione del calendario scolastico?

Il calendario scolastico italiano è ancora strutturato in base al modello di società di 100 anni fa, in cui il carico era prevalentemente sulle donne. E questo succede ancora: circa l’85% del lavoro non retribuito in Italia è legato alla cura, che è principalmente femminile. Il problema è che adesso la società è molto più complessa che a inizio ‘900: nella maggior parte delle famiglie entrambi i genitori lavorano. Spesso non ci sono più i nonni a tenere nipoti: si parla di generazione sandwich, quella con figli piccoli da badare e madri e padri anziani da accudire. Anche quando i nonni sono ancora giovani, di frequente abitano in altre città o addirittura in altri Paesi. Non tutti si possono permettere di fare tre mesi di ferie. Chi non può è lasciato a sé stesso, quando non ha la possibilità di pagare i centri estivi, che sono un costo rilevante per i bilanci familiari.


In Italia, però, il numero di giorni effettivi di scuola è maggiore rispetto ad altri Paesi. Adeguarsi al resto d’Europa, quindi, non significherebbe fare meno vacanze, ma distribuirle durante l’anno. Non sarebbe più difficile – soprattutto per il pubblico – organizzare alternative per periodi più brevi ma più diluiti, piuttosto che per tre mesi consecutivi?

Il punto è proprio questo. La soluzione non è fare più giorni di scuola, ma ripensare il calendario scolastico e il sistema educativo. Il nostro lavoro parte da un confronto e da una riflessione con le figure educative, coi docenti e i dirigenti. Quello che emerge è che un modello di scuola – parlo della primaria e della secondaria, perché per l’infanzia è diverso – in cui le lezioni sono interrotte da giugno a settembre con poche pause durante l’anno causa fatica agli studenti e non permette di sedimentare gli apprendimenti. Lo confermano anche gli studi. Noi non chiediamo che i bambini vadano a scuola durante l’estate per stare otto ore di fila sul banco, ma che ci sia una riprogettazione – insieme alla comunità educante – in modo che gli studenti possano usufruire di attività educative garantite dai servizi pubblici. Al momento, invece, il costo ricade sulle famiglie. C’è anche un tema di qualità.

In che senso?

Se me lo posso permettere iscrivo mio figlio a un centro estivo. Tendenzialmente ne cerco qualcuno che non sia a scuola, perché c’è anche un problema di infrastrutture non adeguate. Chi non si può permettere questa soluzione ha due scelte: o manda i bambini negli oratori, dove tendenzialmente vengono affidati ai pari e non ci sono proposte pedagogiche ed educative, oppure li lascia a se stessi, a casa, di fronte alla tv o allo smartphone, anche se avrebbero bisogno di socializzazione. Tengo moltissimo a sottolineare che fare questa richiesta per noi non significa che la scuola sia un parcheggio, ma vuol dire riconoscere che tre mesi senza attività significative hanno un impatto sugli apprendimenti.

Il punto rilevante, quindi, è chiedere allo Stato attività educative e ricreative, anche alternative alla scuola, per i bambini e i ragazzi nei periodi di sospensione della didattica, al di là di quando essi siano.

È anche un tema di responsabilità collettiva. C’è una questione che per noi è molto rilevante: non c’è mai abbastanza attenzione a bambini e ragazzi con bisogni educativi speciali, disabilità, neurodivergenze. Ci sono pochissimi centri estivi che hanno le competenze e le figure educative in grado di supportarli. Ogni persona vive in uno spettro di privilegi: da un lato c’è chi si può permettere di più, dall’altro chi è privato di alcuni diritti fondamentali. C’è un dibattito molto aperto con gli insegnanti e le famiglie rispetto a quale sarebbe la soluzione migliore. Forse questa soluzione migliore non c’è ancora, va costruita e progettata insieme. Ci sono Comuni che ci stanno lavorando, per esempio quello di Reggio-Emilia ha lanciato una mappatura e una ricerca sui bisogni educativi delle famiglie, per conoscerli e affrontarli. Stiamo vedendo una presa in carico di responsabilità di singoli attori comunali, per sopperire alle mancanze dello Stato, mettendo in campo modelli sperimentali e cercando di costruire proposte calate sulle specificità dei territori.

Da una parte ci viene chiesto di fare più figli, dall’altra c’è un sistema di welfare che non è solo assente, è stato depotenziato e privatizzato. Nel momento in cui per esercitare un mio diritto devo pagare, quello non è più un diritto, diventa un privilegio

Un altro tema che vi viene posto, infatti, è quello legato al clima e ai cambiamenti climatici, soprattutto nelle Regioni del Sud.

C’è un’intersezione di problematiche su cui bisogna riflettere e trovare risposte collettive, che in questo momento non ci sono. Quello che vediamo sui social, anche rispetto alla campagna che abbiamo fatto con il duo di “Mammadimerda”, è un sistema basato molto sul singolo: io riesco a organizzarmi, se tu non ce la fai è colpa tua. Invece, come dicevo, è proprio un tema di responsabilità collettiva. Da una parte ci viene chiesto di fare più figli, dall’altra c’è un sistema di welfare che non è solo assente, è stato depotenziato e privatizzato. Nel momento in cui per esercitare un mio diritto devo pagare, quello non è più un diritto, diventa un privilegio.

Al momento, come diceva, si stanno diffondendo varie sperimentazioni. Ha fatto notizia l’Emilia-Romagna, che aprirà le porte delle primarie, su base volontaria, dal 31 agosto. E in alcuni altri luoghi, come in un istituto comprensivo di Genova, stanno seguendo questo esempio. Sono però soluzioni singole. Non sarebbe importante che diventassero strutturali?

La sfida è proprio questa. Di fronte a un problema di tipo strutturale – perché non è una questione emergenziale il fatto che la società del 2026 sia diversa da quella dei primi del ‘900 – si danno delle risposte singole. Ci viene detto: «Ma c’è il Piano Estate del Ministero». Quel piano, però, mette sul piatto davvero poche risorse rispetto alla complessità dei nostri territori, senza considerare il fatto che non tutte le scuole, per esempio, hanno le competenze gestionali per lavorare con questi fondi. Nella nostra esperienza, quello che abbiamo visto è che gli istituti che riescono ad ottenere queste risorse sono quelli che hanno una segreteria che funziona e personale amministrativo che può gestire i progetti. In altre situazioni, per diverse motivazioni, non si riesce ad accedere ai finanziamenti. La nostra risposta è immaginare modelli di comunità educante strutturali, in cui sia coinvolto anche il Terzo settore.

Foto in apertura di WeWorld

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30 milioni di euro per orfani di femminicidio, dispersione scolastica e musica per l’inclusione

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile mette sul piatto 30 milioni di euro per sostenere gli orfani di femminicidio, contrastare la dispersione scolastica e promuovere la musica come strumento di inclusione sociale. È quanto deciso dal Comitato di indirizzo strategico del Fondo, che ha approvato tre nuovi bandi destinati ai bambini e agli adolescenti più vulnerabili, che saranno avviati nel corso del 2026. Il loro scopo è arrivare dove il disagio sociale rischia di essere più forte: nelle famiglie spezzate dalla violenza, nelle periferie prive di opportunità culturali e tra gli adolescenti che rischiano di abbandonare la scuola e i percorsi formativi.

I tre bandi

Tra le iniziative più significative c’è la seconda edizione di “A braccia aperte”, dedicato agli orfani di vittime di crimini domestici. Dopo un femminicidio, infatti, i figli rimasti affrontano non soltanto la perdita di un genitore, ma anche traumi con conseguenze psicologiche, educative e relazionali profonde. Il bando punta a costruire reti territoriali stabili capaci di accompagnare questi minori nel lungo periodo, attraverso interventi multidisciplinari di sostegno.

Il bando “Note di comunità, invece”, punta sulla forza educativa della musica: nelle zone più svantaggiate, in cui la coesione e la società è fragile e gli spazi culturali aggregativi sono poveri, orchestre, bandi e cori giovanili possono essere veri e propri presidi sociali. Il bando vuole sostenere proprio questi progetti musicali, capaci di coinvolgere bambini e adolescenti in esperienze formative e relazionali positive.

Il bando “Futuro per me. Percorsi di seconda opportunità”, invece, vuole essere una risorsa per i giovani tra i 14 e i 21 anni che hanno abbandonato gli studi o sono a rischio di esclusione formativa e lavorativa. L’obiettivo? Intercettare le situazioni più fragili e costruire percorsi flessibili e personalizzati, capaci di riattivare motivazione, competenze e fiducia nel futuro.

Cos’è il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è nato nel 2016 da un protocollo d’intesa tra le fondazioni di origine bancaria rappresentate dall’Associazione di fondazioni e casse di risparmio – Acri, il Governo e il Terzo settore, con lo scopo di sostenere interventi sperimentali rivolti ai minori che vivono condizioni di svantaggio economico, sociale e culturale.

A gestire i programmi del Fondo è l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro costituita a questo scopo nel giugno 2016 e interamente partecipata da Fondazione Con il Sud. In questi anni, attraverso bandi e iniziative territoriali, sono stati avviati oltre 800 progetti in tutta Italia, coinvolgendo circa 650mila bambini e ragazzi insieme alle loro famiglie. Le attività hanno messo in rete oltre 10mila organizzazioni tra Terzo settore, scuole ed enti pubblici e privati, con un investimento complessivo di circa 500 milioni di euro.

Le scelte di indirizzo strategico del Fondo sono definite da un apposito Comitato di indirizzo strategico nel quale sono pariteticamente rappresentate le Fondazioni di origine bancaria, il Governo, le organizzazioni del Terzo Settore e rappresentanti di Inapp e dell’Istituto Einaudi per l’economia e la finanza – Eief.

Foto in apertura da Pixabay

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L’attivista palestinese Amira Musallam agli israeliani: «Abbiamo bisogno di voi sul campo, uniamoci contro l’occupazione»

«Voglio dirlo chiaramente: voi, come israeliani, avete accesso e libertà di movimento in aree dove noi palestinesi non possiamo andare. Potete entrare nelle stazioni di polizia, muovervi liberamente in Cisgiordania e godete di protezioni legali che noi non abbiamo. Ed è proprio per questo che la vostra presenza è così importante. Abbiamo bisogno di voi sul campo, accanto alle famiglie, per accompagnare i bambini a scuola, sostenere le comunità. Immaginate cosa potrebbe accadere se arrivaste in migliaia, non come occupanti ma come ospiti, possibili futuri partner di una terra capace di abbracciare allo stesso modo palestinesi e israeliani». Ha esordito così, nel suo messaggio video, la nota attivista palestinese cristiana, Amira Musallam, durante il People’s Peace Summit che si è tenuto il 30 aprile scorso a Tel Aviv. Con una richiesta netta agli attivisti israeliani per creare una collaborazione più capillare in Cisgiordania e proteggere i residenti dalla violenza di coloni e forze armate. Aveva 12 anni, quando la sua casa a Betlemme fu parzialmente bombardata. La famiglia fuggì per quattro mesi, poi decise di tornare. Fu allora che un’organizzazione inglese, Women in Black, venne a vivere con loro per sei mesi per scoraggiare nuovi attacchi. Amira Musallam dirige l’organizzazione  UCPIP (Unarmed Civilian Protection in Palestine) che coordina e forma volontari internazionali e israeliani per la presenza protettiva non armata in Cisgiordania. Dal settembre 2024 le è stato imposto un divieto di accesso in Israele, legato alla sua attività di resistenza nonviolenta contro i coloni.

Musallam, quest’anno lei ha partecipato al Peoples’ Peace Summit. Un passo importante. 

L’anno scorso c’erano troppi concetti generici sulla pace ma questa volta è stato diverso perché è stato possibile parlare della co-resistenza. Abbiamo un problema con la realtà attuale che non ci permette di amarci a vicenda. Bisogna affrontare l’occupazione, le violenze dei coloni. E ci sono stati dei risultati concreti. Dopo il Summit, abbiamo visto arrivare da Israele centinaia di persone in Cisgiordania per mostrare solidarietà con il popolo palestinese.

L’ultima guerra a Gaza ha aumentato la consapevolezza?

Sì, non solo a livello locale, ma anche internazionale. Serve però più consapevolezza tra gli israeliani comuni, quelli che non fanno parte dei movimenti di pace. Molti non sanno quasi nulla di noi e ci immaginano in modo stereotipato. Dobbiamo rompere questi muri mentali.

Cosa mostra al mondo il trattamento riservato alla delegazione internazionale della Global Sumud Flotilla?

Prima di tutto bisogna capire che non è solo una questione dell’Idf – forze di difesa israeliane. Questo tipo di violenza è profondamente radicato nella società israeliana che viene educata a vedere il nostro popolo come una minaccia. I bambini crescono con l’idea che chiunque intorno a loro voglia ucciderli. Viene anche strumentalizzato il trauma dell’Olocausto per giustificare scelte politiche inaccettabili e violenza. In passato c’erano leader israeliani sionisti, certo, ma almeno parlavano di pace. Oggi si usano testi religiosi e concetti come la “terra promessa” in modo estremista. I gruppi più radicali, come i coloni più fanatici, portano avanti una visione che mira a cancellare la presenza palestinese.

Cosa succede ai cristiani in Palestina?

I cristiani sono stati colpiti come tutti gli altri. Nel 1948 molte famiglie cristiane furono espulse. Villaggi cristiani nel nord della Palestina furono distrutti. Non è mai stato vero che i cristiani siano stati protetti. A Betlemme, per esempio, la situazione è diventata insostenibile. Dopo gli accordi di Oslo, circa il 18-20% della nostra terra ci è stata sottratta, circondata da muri e insediamenti. Oggi i cristiani sono meno del 10% della popolazione della città. Tanti sono andati via. Non perché i musulmani li abbiano cacciati ma come conseguenza dell’occupazione e della mancanza di prospettive.

Le hanno vietato di entrare in Israele.

Sì. Ho anche la cittadinanza americana ma da settembre scorso ho un divieto imposto dalla polizia. Mi dicono che è un “problema tecnico”, ma nessuno lo risolve. Penso sia legato al mio lavoro sul campo, alla presenza protettiva. 

Può raccontarmi della vostra organizzazione Unarmed Civilian Protection in Palestine? 

La presenza protettiva non è una cosa nuova. Da bambina, quando la nostra casa fu bombardata, un’organizzazione londinese, Women in Black, venne a stare con noi per proteggerci. Più tardi ho lavorato con altri movimenti di pace. Due anni fa abbiamo fatto uno studio di fattibilità e abbiamo capito che in Palestina esistono già molte organizzazioni che fanno questo lavoro ma manca coordinamento e formazione. Così abbiamo creato un’iniziativa per fare rete, formare persone e mandarle sul campo. Inizialmente abbiamo lavorato con volontari internazionali esperti nella presenza protettiva ma poi anche con attivisti israeliani. Il loro ruolo è molto importante perché hanno più libertà di movimento e possono parlare ai loro stessi connazionali in modo più efficace. Facciamo training lunghi, sia online sia in presenza, e poi mandiamo le persone sul campo.

Quanti siete in totale?

Durante ogni ciclo ci sono circa 7-8 persone che operano per tre mesi. Lavoriamo nelle aree dove serve protezione, soprattutto nella Jordan Valley e in altri luoghi colpiti dalla violenza dei coloni.

Lei collabora con l’organizzazione israeliana B’Tselem.

Si, mi occupo di raccolte fondi per proposte, scrittura di proposte, sviluppo delle risorse. Quindi la maggior parte del mio lavoro è nel back office. Non faccio lavoro diretto come loro.

E con gli israeliani come funziona la collaborazione?

È fondamentale. Noi non abbiamo un problema con la convivenza in sé. Il problema è l’occupazione, l’ingiustizia, la mancanza di libertà di movimento e la violenza strutturale. Se il contesto fosse diverso, la convivenza sarebbe possibile. Ci sono già esempi di convivenza in città miste o in contesti condivisi, ma oggi la realtà non permette di vivere insieme.

 Quindi l’ipotesi dei due Stati non è più realistica?

Geograficamente e politicamente è ormai quasi impossibile. Ci sono troppi insediamenti. La soluzione dovrebbe essere qualcosa come una federazione o una confederazione, dove ciascuno possa vivere liberamente senza muri, checkpoint o apartheid.

Pensa sia corretto parlare di coesistenza? 

Non possiamo parlare di convivenza finché ci saranno sono checkpoint, muri, violenza, restrizioni e nessuna libertà di movimento. La convivenza esisteva già in passato e può esistere ancora ma solo se c’è giustizia. Se vogliamo un futuro diverso dobbiamo lavorare tutti alla co-resistenza ed è esattamente quello che facciamo attraverso la presenza protettiva. Resistiamo insieme. Non con le armi, ovviamente, ma difendendo la verità ed esponendoci insieme contro la violenza dei coloni sostenuta dallo Stato, mano nella mano. Gli israeliani hanno privilegi che noi non abbiamo: possono muoversi più facilmente, possono parlare la loro lingua, possono accedere a spazi dove noi palestinesi non possiamo entrare. Quando un israeliano denuncia quello che fa il suo governo, il suo messaggio ha un impatto molto forte. Per questo è così importante coinvolgerli.

Il People ‘s peace Summit con le sue migliaia di attivisti presenti è stato utile?

Sicuramente. Ho visto sincerità, più chiarezza rispetto all’edizione passata. C’erano anche iniziative simboliche forti, come l’esposizione con i nomi dei bambini uccisi a Gaza. Nel centro di Tel Aviv. Quel gesto ha avuto un significato enorme perché ha riconosciuto il nostro dolore. Ora voglio portare maggiore attenzione sulla presenza protettiva e sull’importanza del coinvolgimento degli israeliani. Molti di loro, quando mi sentono parlare, mi dicono: “Amira, sai che abbiamo paura. E io rispondo: no, non dovete avere paura. Dovete tutti fare qualcosa per il nostro futuro condiviso”. Perciò voglio attirare maggiore attenzione sulla presenza protettiva e chiedere alle persone di andare più sul campo. Ne parlerò anche alla Conferenza internazionale sulla pace di Parigi il 12 dove sono stata invitata. 

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L’unicorno delle bici elettriche ha un nuovo socio

Costruire nuovi modelli di biciclette elettriche, microcar e motorini elettrici. Sono quelli che la startup Unicorn mobility, specializzata nella mobilità elettrica leggera, intende realizzare grazie ai nuovi fondi messi a disposizione da Most, il centro nazionale per la Mobilità sostenibile, che ha annunciato un investimento nella società. Attiva dal 2022, Umt promuove la mobilità sostenibile in collaborazione con Pirelli. Offrendo servizi di mobilità elettrica leggera a hotel, aziende, comuni, complessi residenziali e campus universitari tramite un’applicazione interattiva scaricabile su smartphone.

Bici alla spina

Unicorn mobility, spiegano le organizzazioni, utilizzerà i fondi, di cui non è stata dichiarata l’entità, «per favorire la decarbonizzazione delle aziende, attraverso ricerca e sviluppo che porteranno. In particolare, all’ampliamento del catalogo dei veicoli alimentati a energia elettrica, con nuovi modelli di ebike, motorini e microcar».

Sviluppo ecoindustriale

Così Gianmarco Montanari, direttore generale di Most: «Crediamo che il valore di startup come Unicorn mobility risieda nella capacità di trasformare ricerca, tecnologia e innovazione in soluzioni applicabili al tessuto produttivo e urbano. Supportare progetti di questo tipo significa contribuire allo sviluppo di un ecosistema industriale competitivo. Favorendo al tempo stesso la diffusione di modelli di mobilità a basse emissioni e ad alto contenuto tecnologico».

Sì, decarbonizzare

Dal canto suo, Gianluca Iorio, co-founder di Unicorn mobility, ha commentato: «Questo round di finanziamento non rappresenta solo un traguardo finanziario, ma un riconoscimento del nostro modello di business. Che punta a favorire la decarbonizzazione delle imprese partendo da un concreto assist agli spostamenti dei dipendenti e dello staff aziendale. Con queste risorse, potenzieremo le nostre capacità di ricerca e sviluppo per lanciare nuove funzionalità all’avanguardia e modelli di business».

La flotta si vede

Fondata nel 2022 da Ludovico Tessari, Gianluca Iorio e Guy delle Piane, Unicorn mobility propone soluzioni integrate tra veicoli elettrici, infrastrutture di ricarica e altre tecnologie per l’efficientamento energetico. Umt vanta una rete di 250 partner in Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, oltre ad Emirati arabi uniti e Arabia saudita. La sua flotta conta oltre 2mila veicoli elettrici. A inizio 2025 ha acquisito un ramo d’azienda di Pirelli per rilanciare il progetto di corporate ebike sharing lanciato proprio da Pirelli nel 2021.

Foto in apertura dell’ufficio stampa Umt.

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Dove va la filantropia ambientale in Europa, la mappatura di Philea

In cima alle priorità della filantropia ambientale europea, in linea con la tendenza degli ultimi anni, ci sono i progetti dedicati al cambiamento climatico, a cui va circa il 27% delle risorse. Ma, anche se ricevono meno fondi, è significativa la recente crescita delle iniziative ambientali con una componente di giustizia sociale. È aumentato inoltre il sostegno ai progetti di advocacy, volti a rafforzare la capacità delle organizzazioni della società civile di partecipare attivamente all’elaborazione delle politiche pubbliche. «Due ambiti che mostrano come la filantropia agisca in modo sempre più strategico verso il cambiamento. Allo stesso tempo, ritroviamo gli approcci più consolidati di conservazione della natura, supporto alla ricerca, educazione ambientale, solo per citarne alcuni», commenta Giulia Lombardi, curatrice del settimo rapporto di Philanthropy Europe Association – Philea sui finanziamenti destinati all’ambiente delle fondazioni europee, incluso il Regno Unito. Sotto la lente ci sono 2,2 miliardi di euro di donazioni erogate nel 2024 da 169 enti filantropici. È la più accurata mappatura disponibile, anche se non esaustiva, e permette di anticipare alcune tendenze future.

Giulia Lombardi, curatrice del report di Philea

La quota verde della filantropia

Il primo dato che emerge è l’incremento generale delle donazioni per clima e ambiente, rispetto a quando Philea ha iniziato la ricerca, una decina di anni fa. «Nel primo report eravamo riusciti a identificare solo 27 fondazioni, per circa 180 milioni di euro», precisa Lombardi. «La prossima frontiera sarà tenere conto anche delle dotazioni patrimoniali, per cui si parla di cifre molto più elevate ed entra in gioco la questione di come fare investimenti in modo sostenibile per l’ambiente». I 2,2 miliardi di donazioni del 2024 sono un importo di tutto rispetto, ma stimiamo che sia ancora una piccolissima parte, intorno al 3%, di quanto erogato dalla filantropia nei vari settori. La percentuale è in linea con quella globale: meno del 2% dell’ammontare complessivo, secondo il calcolo della fondazione statunitense Climate Works, che monitora le donazioni filantropiche globali per i progetti legati al cambiamenti climatico. Nel Regno Unito, dove la filantropia ambientale è particolarmente sviluppata, la percentuale sale a circa il 4%.

Un settore che impatta sugli altri

«Non c’è filantropia in un pianeta morto: lo abbiamo ripetuto più volte durante il nostro forum annuale, che si è appena tenuto a Copenhagen dal 18 al 21 maggio», racconta Lombardi. Già nel 2022, quando è nata Philea, clima e ambiente sono stati indicati chiaramente come tematiche prioritarie per l’organizzazione, assieme a democrazia e uguaglianza. «Cambiamento climatico e degrado degli ecosistemi impattano su tutti i settori in cui la filantropia lavora e che supporta. A sottolineare questo concetto, il titolo del forum appena concluso era Philantropy for People and Planet. Le fondazioni, tutte, anche quelle che non si occupano nello specifico di ambiente e di clima, hanno accolto la sfida e hanno partecipato numerose».

Una geografia diseguale

A livello geografico, la distribuzione delle donazioni è molto diseguale. In totale, 139 paesi hanno beneficiato almeno di un finanziamento da 25mila euro in su, ma è evidente la concentrazione in alcune aree, specialmente nel centro e nord Europa, mentre rimangono ancora limitate le risorse nei paesi dell’Europa orientale. Considerando solo i primi venti Stati, in testa c’è il Regno Unito, con quasi 285 milioni di euro, più del doppio della Spagna, al secondo posto con circa 106 milioni. L’Italia risulta tra i primi dieci, con 20.964.160 euro. Le fondazioni con sede nel nostro Paese presenti nel report sono: Capellino, Cariplo, Cassa di risparmio di Bolzano, Cassa di risparmio di Cuneo, Fondazione con il Sud e Monte dei Paschi di Siena. «In Italia ci sono molte realtà importanti nella filantropia ambientale, con cui siamo in contatto. Speriamo di poterle includere in futuro, per dare un quadro ancora più preciso dell’andamento nel nostro paese», dice Lombardi.

Parte dei fondi è destinata al sostegno di iniziative in luoghi diversi da quello in cui hanno sede le fondazioni, in particolare India, Stati uniti, Brasile, Kenya, Sudafrica, Indonesia, Zimbabwe, Tanzania e Ucraina. Guardando all’ammontare pro capite, la Danimarca è prima in classifica con 548 euro per cento abitanti. Seguono il Regno Unito, con 410 euro, e i Paesi Bassi, con 340. L’Italia è al dodicesimo posto, con 35 euro ogni cento abitanti. Fanno peggio di tutti, con meno di 10 euro ogni cento residenti, Cipro, Ungheria, Austria, Romania, Lituania, Portogallo, Lettonia, Lussemburgo.

Le spinte al cambiamento

Tra le novità più significative del report di Philea, è emerso un aumento sensibile dei grant all’intersezione tra giustizia ed ecologia, per la riduzione delle disuguaglianze dovute a fattori ambientali, che rappresentano l’8%. «È un punto chiave, se si vogliono coinvolgere anche le fondazioni che non lavorano in modo specifico sull’ambiente. I progetti possono riguardare, per esempio, il miglioramento della qualità dell’aria per gli abitanti di quartieri più vulnerabili, o il supporto alla riqualificazione dei lavoratori di settori più penalizzati dalla transizione ecologica», spiega Lombardi.

Foto di Markus Spiske su Unsplash

E, ancora, pesano sempre più le donazioni destinate all’advocacy. «Anche questo è un passaggio cruciale, in un momento in cui le sfide ambientali e climatiche globali si accentuano e lo spazio d’azione per le organizzazioni della società civile europea si restringe», chiarisce Lombardi. «Si fa più fatica, ora, a parlare di clima e ambiente: sono diventati argomenti polarizzanti. In questo contesto, la filantropia ha un ruolo specifico nel supportare iniziative che mirano a cambiare la situazione attuale, nel sostenere progetti di informazione e sensibilizzazione dei decisori politici. Le fondazioni che scelgono questa linea danno la possibilità alle organizzazioni della società civile di continuare il loro lavoro nonostante la complessità della situazione attuale». E lo fanno nella massima trasparenza, vista la condivisione dei dati sulle donazioni fatte nel report di Philea: «un esercizio collettivo della filantropia ambientale europea, o perlomeno delle fondazioni che siamo riusciti a raggiungere a oggi, dando una panoramica del proprio operato».

Fondi Life in bilico

A proposito di advocacy, proprio in questi mesi se ne discute in Ue, mentre è in lavorazione il Multiannual Financial Framekork, il quadro finanziario pluriennale 2028 – 2034. In ballo c’è il destino del programma Life, la principale fonte di finanziamento per i progetti europei in ambito ambientale, dall’adattamento climatico al ripristino della biodiversità alla lotta all’inquinamento. A fine aprile, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che assegna tre miliardi di euro al programma. Ma resta la preoccupazione, per le organizzazioni della società civile, che lo stanziamento escluda i progetti che hanno al centro l’advocacy. Su VITA abbiamo raccontato come questa specifica linea di finanziamento del Life, perfettamente lecita e utilizzata anche dall’industria, sia stata oggetto di una montatura mediatica senza fondamento. Un finto scandalo che, ora, potrebbe limitare le possibilità della società civile di chiedere politiche pubbliche in favore dell’ambiente.

Filantropia strategica

«Intervenire a questo livello, se il risultato è l’introduzione di misure precise, potenzialmente può essere molto più efficace delle campagne di sensibilizzazione al consumatore, per quanto anche queste contribuiscano in maniera importante al cambiamento. Un esempio è la proposta di legge francese che prevede il divieto di pubblicità per i marchi ultra – fast fashion», conclude Lombardi. «Anche per questo, un numero crescente di fondazioni sceglie di sostenere i propri beneficiari sulle iniziative di advocacy, nella consapevolezza che far fronte alle grandi sfide poste da clima e ambiente ha costi elevatissimi. La filantropia può aiutare a coprirli solo in minima parte».

In apertura, foto di Mika Baumeister su Unsplash

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BallAbile Reiv, il rave che ancora non c’era

AA Melegnano, alle porte di Milano, l’inclusione sociale ha trovato una nuova e rivoluzionaria frequenza acustica. La cooperativa sociale Eureka! ha investito trent’anni di risparmi per trasformare una cascina del Cinquecento, Cascina Cappuccina, in un polo socioeducativo all’avanguardia e in un’officina di autonomia. Questo spazio innovativo abbatte le barriere sensoriali e architettoniche, dimostrando che il divertimento e la socialità sono diritti di ogni essere umano.

Il cuore pulsante di questa trasformazione si manifesta in due anime strettamente connesse: da un lato, l’abbattimento dei limiti fisici attraverso la “Cattedrale” del suono, un salone dotato di un sound system immersivo e pannelli fonoassorbenti pensato specificamente per tutelare le persone con neurodivergenze dalle “trappole sensoriali” dei locali commerciali; dall’altro, il superamento dell’assistenzialismo.

Qui, infatti, i ragazzi con neurodivergenze non sono semplici ospiti dei servizi diurni, ma abitanti e cittadini protagonisti: imparano l’indipendenza quotidiana nei Servizi di Formazione all’Autonomia – Sfa, lavorano nei 60mila metri quadrati di orti e serre della cooperativa Eureka Verde e arrivano alla consolle come dj tecnici e trascinanti durante il BallAbile Reiv. Un ecosistema di un welfare a chilometro zero e a energia pulita, capace di unire l’housing sociale per fasce vulnerabili con l’outdoor education, ridefinendo l’idea stessa di divertimento notturno e integrazione nel territorio milanese e lodigiano.

La cattedrale del suono

Uno dei paradossi del divertimento moderno è che spesso, per chi soffre di neurodivergenze, i luoghi della socialità si trasformano in trappole sensoriali. I volumi esasperati e le distorsioni acustiche dei normali locali commerciali possono infatti innescare crisi o profondi malesseri psicofisici. Per disinnescare questo rischio, Eureka! ha messo in campo un investimento di ben 80mila euro per il trattamento acustico della “Cattedrale”, il grande salone della cascina destinato agli eventi.

«Abbiamo installato pannelli fonoassorbenti su tutte le pareti per eliminare le riflessioni sonore contro i muri, quelle distorsioni che costringono ad alzare il volume a livelli dannosi», spiega Guglielmo Prati, musicista, dj e presidente del Circolo Culturale Cascina Cappuccina. Il risultato è un sound system immersivo di nuova concezione che, anche a volumi contenuti, permette alla musica di propagarsi con una qualità purissima e di arrivare dritta al corpo attraverso le vibrazioni fisiche. 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Un’innovazione tecnologica ed etica che “fa respirare” il cervello. Nicolò è un ragazzo con una grave ipoacusia che durante il BallAbile Reiv ha “riempito” la pista: non potendo sentire pienamente con le orecchie, percepiva perfettamente la spazialità della musica attraverso il corpo. «La dimensione della festa è fondamentale per l’essere umano, è il luogo in cui esprimersi con creatività senza la paura del giudizio o del diverso», ricorda la presidente e fondatrice di Eureka!, Eleonora Bortolotti

Dai laboratori alla console: i ragazzi non sono ospiti, sono abitanti

A Cascina Cappuccina l’inclusione rifiuta lo schema della delega e dell’assistenzialismo. I giovani con disabilità intellettiva che frequentano lo Sfa e il Centro diurno non sono semplici utenti passivi, ma cittadini protagonisti. Frequentano la cascina dalle 9 alle 16 per percorsi pluriennali volti a conquistare quei piccoli, enormi pezzi di indipendenza quotidiana: dal sapersi fare la colazione all’imparare a prendere l’autobus da soli, fino al delicato lavoro di distacco emotivo dalle famiglie d’origine. 

Questo percorso passa anche dalla consolle. Molti dei ragazzi ospiti della Casa di Robi – la struttura residenziale dedicata al “Dopo di noi” – hanno infatti seguito un laboratorio esperienziale per dj utilizzando lo stesso impianto professionale destinato agli artisti internazionali. Il risultato? Durante il BallAbile Reiv, a far ballare la folla c’erano proprio loro, talmente tecnici e trascinanti che il Circolo Culturale sta ora pensando di produrli musicalmente. 

L’esperienza di Melegnano: terra, musica e diritti

Il polo di Melegnano dimostra come la cooperazione sociale possa generare un welfare a chilometro zero, capace di tenere insieme la tutela dei minori e il pronto soccorso sociale con la transizione ecologica (la cascina viaggia interamente a energia solare e rinnovabile certificata). I 60mila metri quadrati di frutteti, orti e grandi serre ospitano l’AgriSfa e la cooperativa di inserimento lavorativo Eureka Verde, dove persone con neurodivergenze trovano contratti di qualità nella manutenzione del verde e nella cura degli animali (cavalli, asini e oche), sperimentando il valore terapeutico dell’outdoor education in tutte le stagioni. 

Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è

Eleonora Bortolotti, presidente Eureka!

Allo stesso tempo, gli spazi della cascina diventano un rifugio temporaneo di housing sociale per donne in fuga dalla violenza con i loro figli o per padri separati. Realtà umane diverse, che la sera si mescolano agli abitanti del vicino quartiere popolare Montorfano e ai giovani della movida milanese e lodigiana durante i festival musicali del Circolo. «Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è», conclude la presidente Bortolotti. 

Foto inviate da Eureka!

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Oltre il Pnrr: istituzioni, imprese e Terzo settore a confronto sulla sostenibilità come leva strategica

«Il tema della sostenibilità e della transizione ecologica è strategico e l’abbiamo affrontato e attuato nel Pnrr: si parla di circa 72 miliardi di euro di risorse investite in tutte le missioni del Piano, di cui 57 miliardi nella sola missione 2. Oggi dobbiamo ragionare per macro-progetti che possano dare una svolta di innovazione rispetto a un assetto del vecchio mondo industriale come lo abbiamo concepito fino ad ora. Siamo al cosiddetto ultimo miglio ed è qui che si decide la partita. Sul territorio di Bergamo e di tutta la Lombardia, i risultati del Pnrr sono stati eccellenti. La Regione aveva circa 113mila progetti finanziati e, a oggi, circa 100mila risultano conclusi» ha affermato l’on. Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il Pnrr questa mattina presso l’Auditorium di Confindustria Bergamo, all’evento pubblico “Oltre il Pnrr. La sostenibilità come leva strategica per imprese, territori ed enti non profit”, promosso da Cesvi e Confindustria Bergamo.

L’iniziativa dell’organizzazione umanitaria e dell’associazione degli industriali bergamaschi è stata l’occasione per un confronto tra istituzioni, imprese, mondo accademico, finanza e Terzo settore sul futuro dello sviluppo sostenibile. Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi, ha sottolineato come «la sostenibilità non è più un capitolo del bilancio, né un esercizio di compliance: è una scelta strategica sul tipo di crescita che vogliamo costruire e sul contributo che imprese, istituzioni e Terzo settore possono lasciare ai territori». In una fase segnata da instabilità geopolitica, crisi climatiche, tensioni sociali e nuove fragilità economiche, il convegno ha posto al centro una domanda cruciale per il sistema Paese: come rendere la sostenibilità una leva concreta di crescita, innovazione e coesione, oltre la stagione straordinaria del Pnrr e oltre una lettura puramente normativa o reputazionale.

Al centro dell’incontro, moderato da Debora Rosciani, giornalista di Radio 24 – Il Sole 24 Ore, una riflessione sul passaggio dalla stagione delle risorse straordinarie del Pnrr a una visione di lungo periodo, in cui la sostenibilità non sia letta soltanto come adempimento normativo o rendicontazione, ma come leva strategica per la competitività delle imprese, la crescita dei territori e la costruzione di modelli di sviluppo più inclusivi. L’evento si è aperto con i saluti istituzionali di Giovanna Ricuperati, presidente di Confindustria Bergamo, Raffaele Cattaneo, sottosegretario con delega alle relazioni internazionali ed europee di Regione Lombardia, Elena Carnevali, Sindaca di Bergamo, e Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi.

Nel suo intervento, Giovanna Ricuperati ha richiamato la complessità del contesto economico e internazionale attuale, sottolineando come imprese, istituzioni e Terzo Settore siano oggi parte di uno stesso ecosistema territoriale. «Ci sembra particolarmente rilevante questa riflessione comune sulla sostenibilità come leva strategica per le imprese, che avviene in occasione di un anniversario molto significativo, i quarant’anni di attività di Cesvi, con cui anche nel recente passato abbiamo collaborato nell’ambito di iniziative umanitarie. Oggi le imprese, pur fra mille criticità, sono sempre più consapevoli dell’importanza di agire in modo virtuoso nelle reti sociali, istituzionali, educative. Allo stesso tempo i territori crescono e affrontano meglio il cambiamento quando esiste un tessuto imprenditoriale dinamico, capace di creare valore, attrarre competenze, guardare al futuro. Confindustria Bergamo con le sue imprese vuole essere in questo senso un laboratorio di sperimentazione, un esempio di sviluppo innovativo, nella consapevolezza che il valore più duraturo si costruisce sempre all’interno di una comunità» ha affermato Ricuperati. 

Raffaele Cattaneo ha dichiarato «Il modello Pnrr ha un grave limite, che la Commissione europea replica nella proposta del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (il bilancio europeo 2028-2034): impone ai territori dall’alto le priorità decise a Bruxelles, tuttalpiù in accordo con i governi nazionali, ma senza un reale ascolto e coinvolgimento delle regioni e delle comunità locali. È un approccio che non condividiamo. Le Regioni chiedono alla UE politiche che rispettino il principio di sussidiarietà sancito dai Trattati: le priorità devono nascere dai territori, non essere imposte dall’alto perché il vero sviluppo si costruisce dal basso. Questo vale in particolare quando si parla di sostenibilità e anche di cooperazione internazionale. La sostenibilità, per essere autentica, deve integrare la dimensione ambientale con quella economica e sociale. È tempo di lasciare dietro le spalle l’approccio ideologico che la UE troppe volte ha mostrato nella applicazione del Green Deal. Allo stesso modo la cooperazione internazionale si snaturerebbe se perdesse la propria natura sussidiaria: da sempre ciò che la contraddistingue è il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile, del Terzo settore, delle imprese, delle istituzioni locali e dei territori come protagonisti di uno sviluppo realmente sostenibile e capace di generare insieme crescita e coesione sociale».

A chiudere la cornice istituzionale l’intervento di Stefano Piziali, direttore Generale di Cesvi, che ha richiamato la necessità di superare una visione della sostenibilità limitata a bilanci, rating, compliance e reputazione. «Oggi la sostenibilità non è più soltanto una scelta etica: è una richiesta del mercato, degli investitori, delle banche, dei consumatori e dei giovani che scelgono dove lavorare», ha dichiarato Piziali. «Le aziende vengono valutate non solo per ciò che producono, ma per il modo in cui producono, per l’impatto che generano e per il ruolo che scelgono di avere nella società».

La mattinata è proseguita con il keynote speech di Mario Calderini, Professore Ordinario di Management for Sustainability and Impact alla School of Management del Politecnico di Milano e Direttore del Centro di ricerca Tiresia. Calderini ha proposto una lettura critica dell’evoluzione del paradigma della sostenibilità, evidenziando come negli ultimi anni molte strategie aziendali siano rimaste su un piano prevalentemente segnaletico, poco trasformativo e non sempre integrato con i processi di innovazione. La sostenibilità, secondo questa prospettiva, può invece diventare realmente strategica quando produce innovazione, crea valore misurabile e permette di superare il trade-off tra profitto e impatto sociale o ambientale.

Esperienze e approcci diversi dal mondo delle imprese, della finanza, dello sport e della consulenza Esg sono stati invece i temi al centro della tavola rotonda “La sostenibilità che genera valore: da obbligo a opportunità strategica”, moderata da Rossella Sobrero, Presidente di Koinètica. Sono intervenutiAndrea Rocco, Chief Sustainability & Risk Officer Brembo, Andrea Forghieri, Executive Director Intesa Sanpaolo per il sociale, Paolo Angeletti, Consigliere Delegato di S.A.L.F. S.p.A., Andrea Fabris, Direttore Generale Corporate di Atalanta B.C., e Francesca D’Angelo, Founder di Sostenibilità Consulting e advisor di strategia, governance e organizzazione.

Dal confronto è emerso come la sostenibilità sia sempre meno un tema laterale rispetto al business e sempre più una dimensione che incide sulla capacità delle organizzazioni di innovare, attrarre competenze, rafforzare la reputazione, costruire relazioni solide con gli stakeholder e generare valore nel tempo. Tra gli interventi quello di Andrea Forghieri, che ha sottolineato «Per Intesa Sanpaolo la sostenibilità è una scelta chiara e necessaria per promuovere uno sviluppo inclusivo e duraturo. Come prima banca italiana, sentiamo la responsabilità di essere vicini ai territori e alle comunità non solo come attore economico, ma anche come soggetto attivo nel favorire inclusione e coesione sociale. Per questo il nostro impegno va oltre il sostegno finanziario a famiglie e imprese: investire nell’azione sociale significa valorizzare il capitale umano, rafforzare la resilienza delle comunità e contribuire a ridurre disuguaglianze e fragilità. Tutto questo rappresenta non solo una scelta etica, ma una visione strategica: far crescere insieme economia e equità sociale significa creare valore duraturo per tutti. E farlo con importanti Enti del Terzo settore come il Cesvi, in un’ottica di coprogettazione, sottolinea ancora una volta la nostra attenzione all’economia sociale».

Le esperienze presentate hanno mostrato come le partnership sociali, se costruite con obiettivi chiari e logiche di impatto misurabile, possano diventare strumenti concreti per collegare competitività aziendale, responsabilità territoriale e risposta ai bisogni delle comunità. Un passaggio centrale è stato dedicato al ruolo del Terzo settore, non solo come destinatario di iniziative filantropiche, ma come soggetto competente, capace di leggere i bisogni sociali, attivare reti, progettare interventi ad alto impatto e accompagnare le imprese in percorsi di sostenibilità più credibili, radicati e trasformativi. In questo quadro, la collaborazione tra profit, non profit e istituzioni è stata indicata come una delle condizioni essenziali per rendere strutturale la sostenibilità oltre la fase degli incentivi e delle risorse straordinarie.

L’ultima parte dell’evento ha ospitato il dialogo istituzionale tra Maurizio Carrara, fondatore e presidente ad honorem di Cesvi, e l’on. Tommaso Foti, Ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il Pnrr, dedicato al tema “Oltre il Pnrr: un primo bilancio e le altre leve per una competitività sostenibile”. 

Nel corso dell’incontro, Carrara ha portato la sua esperienza concreta evidenziando come il Pnrr abbia acceso una nuova consapevolezza sul valore della sostenibilità non solo come principio etico, ma come reale motore di sviluppo per il sistema Paese. Richiamando l’esperienza del Progetto Rinascimento, ha sottolineato l’importanza delle reti territoriali e della collaborazione tra imprese, istituzioni e Terzo Settore, capaci di generare risposte rapide ed efficaci nei momenti di maggiore trasformazione economica e sociale.

Il Ministro Foti ha invece delineato il quadro strategico delle politiche di coesione e delle prospettive oltre il Pnrr, ribadendo il ruolo centrale della sostenibilità e della competitività per la crescita dei territori. Ha inoltre evidenziato come il rafforzamento delle sinergie tra pubblico, privato e Terzo Settore rappresenti una leva fondamentale per creare valore economico e sociale duraturo, con particolare attenzione alle aree interne e allo sviluppo di progettualità capaci di produrre impatti concreti e diffusi sul territorio nazionale. 

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Servizio sanitario e liste d’attesa, qualcosa si muove. Ma lentamente

Il Servizio sanitario nazionale presenta ancora tante criticità sui tempi di attesa, in aumento rispetto al 2024 e diffuse su tutto il territorio: è quanto emerge dal Rapporto Pit Salute 2026, che Cittadinanzattiva presenterà ufficialmente il prossimo 11 giugno, a cui interverrà anche il Ministro della Salute Schillaci.

In particolare, in quasi due casi su tre i cittadini parlano di tempi lunghi e non rispettosi dei codici di priorità e in più di un terzo di agende chiuse o bloccate.  

Per gli esami diagnostici nel 2025, oltre la metà segnala il mancato rispetto del codice di priorità, e il 40% delle visite specialistiche urgenti non veniva erogata entro i tre giorni stabiliti dalla legge.

«Alla luce di quanto ci raccontano i cittadini, il miglioramento dei tempi di attesa fra primo quadrimestre 2025 e stesso periodo del 2026, reso noto oggi da Agenas nell’ambito della presentazione dell’aggiornamento della piattaforma nazionale sulle liste di attesa, ci sembra un buon segnale, in termini di trasparenza dei dati, e soprattutto di approccio condiviso alla responsabilità sul tema da parte del Governo centrale e delle singole Regio, afferma Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.

«Sono evidenti tuttavia anche alcune delle questioni essenziali sulle quali è necessario lavorare, affinché la stessa piattaforma risulti davvero uno strumento utile per i cittadini, nonché uno strumento efficace per il superamento delle disuguaglianze territoriali segnalate anche dal direttore dell’Agenzia, Angelo Tanese», osserva Mandorino.

«Innanzitutto, mancano i dati riferiti alle singole Asl, così come sarebbe necessario entrare nel dettaglio –  sia a livello territoriale, che di motivazioni – delle mancate accettazioni del cittadino del primo appuntamento offerto dal CUP».

Ancora, «non ci sono dati sufficienti sui percorsi di garanzia attivati e gestiti, ossia quelli che consentono al cittadino di avere la prestazione nei tempi utili laddove non ci sia posto nel canale pubblico, così come andrebbe integrato il monitoraggio delle visite di controllo, in particolare per i pazienti cronici e fragili».

Fondamentale anche «analizzare il fenomeno delle prescrizioni non prenotate, per comprendere in che misura sia legato a problemi di inaccessibilità dei CUP o al passaggio a canali privati. Tutti indicatori che crediamo sia utile integrare, man mano, nell’aggiornamento periodico della stessa Piattaforma. Diamo in tal senso la nostra disponibilità a lavorare in tale direzione, anche alla luce di quanto i cittadini ci segnalano sul tema»; conclude Mandorino. 

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Terremoto di Amatrice, lo sciopero della fame di un padre: «Lo Stato non dovrebbe dimenticare i familiari delle vittime»

Il prossimo primo giugno Mario Sanna comincerà l’ennesimo sciopero della fame. Mario Sanna è un uomo di cultura, un artista, ma è anche un padre, il padre di Filippo, una delle vittime del terremoto di Amatrice. A dieci anni da quel sisma Mario Sanna continua una battaglia civile, finora inascoltata dai vari governi che si sono succeduti, e racconta come dal dolore sia nata un’associazione che trasforma la memoria in impegno culturale e sociale.

Il terremoto che ha colpito Amatrice e il Centro Italia il 24 agosto 2016 alle 3:36 del mattino ha devastato interi paesi, provocando 299 vittime, oltre 400 feriti e decine di migliaia di sfollati. Amatrice è stata quasi completamente distrutta: l’80% del centro storico è crollato o diventato inagibile. I danni complessivi stimati superano i 23 miliardi di euro, rendendo quel terremoto uno dei più gravi disastri sismici della storia recente italiana.  

Sanna, ci racconti di questa sua decisione. 

La mia è una decisione non nuova, oramai sono nove anni che porto avanti questa protesta. È il quarto sciopero della fame che faccio per rivendicare quello che credo sia un diritto negato, ovvero l’istituzione di un fondo in favore delle vittime e dei familiari delle vittime del terremoto del 2016 nel Centro Italia. Perché lo Stato ha pensato a tutti, tranne che a coloro che hanno subito il danno più grande, e cioè la perdita di un proprio caro. E questo in barba alla Costituzione, che parla di condivisione, di aiuto ai più deboli, che parla di diritti dell’uomo e anche in barba ai diritti delle persone e soprattutto al diritto alla vita. Perché quello che è capitato a noi non è la semplice perdita, chiamiamola semplice, perdita di un proprio caro: a noi è morto un figlio di ventidue anni. È lo sconvolgimento di una vita, è un azzerare una vita precedente e ricominciarne una nuova. E in questo lo Stato non ci ha aiutato in nessun modo. E in tutte le risoluzioni che ha adottato in favore dei terremotati, i familiari delle vittime non ci sono, non esistono, come se fossero una parte di popolazione che ha subito il terremoto che non deve essere considerata.

In occasione della cerimonia di premiazione del concorso dedicato alla memoria di Filippo – il concorso letterario Filippo Sanna, giunto alla sua ottava edizione – lei ha raccontato quanti leader politici, quanti commissari alla ricostruzione ha incontrato, quanti appelli e quante lettere ha inviato, regalando ai giovani intervenuti un momento di vita vera, di denuncia e democrazia.

Nel corso di questi anni, io e Stefania, mia moglie, abbiamo incontrato tutti i cinque commissari che si sono succeduti, sia di sinistra, sia di destra. Abbiamo incontrato il presidente Conte, abbiamo incontrato il presidente Draghi. Molte promesse, molto impegno verbale, ma poi nei fatti non è accaduto nulla, per una soluzione che io ritengo semplice, che loro hanno prospettato, invece, come difficile. Perché nel momento in cui si stanziano 13 miliardi per la ricostruzione del terremoto, io credo che non ci siano grandi difficoltà ad accantonarne 100 milioni per fare un fondo. Non mi sembra una cosa così incredibile. Però le risposte che noi abbiamo ricevuto sono veramente esilaranti. Per esempio, ci è stato detto che lo Stato non è responsabile della morte dei terremotati perché sono morti in case private. Ma io mi chiedo: chi ha autorizzato a costruire quelle case in quel modo? Sono nate abusivamente? E se sono nate abusivamente è ancora peggio, perché le amministrazioni non solo non hanno dato le autorizzazioni, ma non hanno neanche controllato. Ci è stato detto che siccome i morti sono stati tanti, diventa troppo oneroso per lo Stato farsene carico. Quindi in una calamità, se muoiono poche persone lo Stato interviene perché non deve spendere molto, ma se muoiono tante persone lo Stato se ne lava le mani. Questa è la cosa che fa più rabbia, perché noi siamo cittadini di questo Stato e abbiamo subito un danno gravissimo.

Sono passati dieci anni da quel terremoto e le ultime commemorazioni hanno visto un’assenza particolare che lei aveva denunciato nel corso della manifestazione.

Il 24 agosto vedremo cosa succederà: magari per il decennale qualcuno in più si farà vedere. Ma in questi quattro anni di governo della presidente Meloni noi non abbiamo avuto il piacere di incontrarla: non si è mai degnata di venire alla messa di commemorazione per le morti del terremoto. Anche questa è una mancanza grave, perché la presidente del Consiglio rappresenta tutti gli italiani. Non sono gli italiani che devono rappresentare i governi: sono i governi che devono rappresentare gli italiani ed essere al loro servizio. La Presidente ha pensato bene di disertare per tutti questi anni la commemorazione. Vedremo se il 24 agosto ce la farà, e se ce la farà vedremo se acconsentirà a parlare con me e mia moglie per spiegare il perché della nostra protesta.

Lei ha spiegato più di una volta che la richiesta di questo fondo non è una questione economica: è una questione di principio, una questione morale, di sostegno a famiglie che sono state distrutte e hanno dovuto ricominciare da zero.

Certo. Qualcuno ha insinuato che noi facessimo questa cosa per soldi. Ma voi mi dite quanti soldi ci dovrebbe dare lo Stato per la perdita di un figlio di 22 anni? Io credo che non ci siano soldi sufficienti per recuperare un valore così grande. Già di per sé è un’affermazione che non ha senso. Noi non facciamo questa battaglia per denaro: la facciamo perché è una questione di civiltà. Uno Stato non può abbandonare le persone che più hanno sofferto in una calamità naturale, soprattutto in un Paese come l’Italia dove le calamità sono ricorrenti. Lo Stato dovrebbe pensare alla prevenzione prima del soccorso. Faccio un esempio: in Italia il 70%, forse l’80% delle scuole non è a norma antisismica. E nessuno si preoccupa di colmare questo gap. Questo la dice lunga sulle responsabilità della politica, di destra, sinistra e centro. Ci è stato anche detto: “Perché pensare a questo terremoto? Facciamo un fondo per le prossime calamità”. È un continuo rimandare. Ma noi abbiamo avuto i morti in questo terremoto e i morti non si possono dimenticare.

Uno dei concetti che spesso ripete è che il terremoto, in realtà, è un evento con responsabilità umana.

Sì, assolutamente. È un luogo comune dire che la calamità non si può governare o prevedere. Non si può prevedere il giorno, ma si può prevedere la probabilità. C’è una mappatura del territorio, c’è uno storico. Lo Stato non può pensare di prendere provvedimenti il giorno prima: deve fare prevenzione, per ridurre i danni e soprattutto le perdite umane. Questo luogo comune dell’evento imprevedibile non è giustificabile. Il Giappone ha una frequenza e una magnitudo di terremoti molto più alta della nostra, eppure i grattacieli non crollano e i morti non ci sono. Perché? Perché hanno fatto prevenzione. Le case vengono riammodernate o abbattute e ricostruite ogni 50-60 anni. Questo è il livello di civiltà. E le tecnologie che usano, indovina da dove vengono? Dall’Italia. Oltre al danno, la beffa.

Lei e sua moglie avete fatto del vostro dolore un atto culturale, oltre che civile e politico, in memoria di Filippo. 

Sì. Nella grande disperazione abbiamo deciso di non affondare completamente e di mantenere vivo il ricordo di Filippo attraverso le nostre azioni. Abbiamo fondato l’associazione Il Sorriso di Filippo, con la quale abbiamo fatto molte cose: borse di studio per ragazzi come lui, che si dedicavano anche alla musica, tornei sportivi, una rassegna libri annuale dedicata a temi sociali e di denuncia. E poi c’è il premio letterario nazionale, il nostro fiore all’occhiello, che vede partecipare ragazzi da tutta Italia dai 14 ai 18 anni. Ogni anno si cimentano su un tema diverso: amicizia, coraggio, responsabilità, bellezza, viaggi, musica, amore. Quest’anno il tema era la speranza. Perché nonostante tutto la speranza deve darci la spinta per migliorare questa società, che sembra andare verso il baratro ma che può ritrovare una strada, nella condivisione e nell’aiuto ai più deboli. L’associazione è diventata anche una famiglia. Si sono create reti di amicizia e solidarietà. 

In questo nuovo sciopero della fame avrà qualcuno al suo fianco?

Avrò sicuramente dei sostenitori, la rete che abbiamo costruito in questi anni e che è diventata una famiglia allargata. Mi auguro che anche i mezzi di comunicazione mettano in evidenza questa battaglia, perché riguarda tutti. Sono convinto che se fosse capitato a un parlamentare, si sarebbero mossi eccome.

Vuole fare un appello?

Qualcuno mi esorta a non iniziare questo ennesimo sciopero della fame, ma io mi conosco molto bene. L’unica arma che ho per interloquire con chi finora ha innalzato un muro di gomma è questa. Noi cittadini non abbiamo molti mezzi per entrare nel palazzo e parlare con chi, una volta entrato, forse si scorda della sua vita passata. Io faccio questo sciopero perché voglio parlare con queste persone e indurle a decidere qualcosa che serve a noi, ma serve anche a loro. Quando capita un evento così drammatico, riguarda tutti, non solo a chi ha perso qualcuno.

Credit foto Cecilia Fabiano/LaPresse 


















 

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Aiuti umanitari, l’Europa gioca in difesa: tanta prudenza, nessun fondo extra

Tanta prudenza e poca audacia. Con una comunicazione congiunta a Consiglio e Parlamento, la Commissione europea e l’Alto rappresentante per gli Affari esteri hanno disegnato la nuova strategia di aiuti umanitari dell’Unione. Sarà fondata su tre “P”: “protect“, affinché l’intervento umanitario sia fornito in modo sicuro e senza impedimenti, “perform“, per efficientare la gestione delle risorse disponibili, e “partner“, per una migliore collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali, il settore privato o la filantropia. L’obiettivo dell’Ue è difendere i propri valori, ma conciliandoli con i propri interessi. Una sintesi, almeno in questo caso, difficile, e infatti dietro al linguaggio burocratico di Bruxelles si nasconde una certezza: l’Ue non ha intenzione di promettere altri fondi per far fronte ai tagli operati dagli Stati Uniti. Per Sandro De Luca, presidente della rete di ong Link 2007, si tratta di una strategia «più difensiva che ambiziosa».

Come riporta la Commissione, i bisogni umanitari oggi sono ai massimi storici, con 239 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza. Tuttavia, il sistema degli aiuti umanitari globali riesce a raggiungere meno della metà di queste persone. Soprattutto, il quadro potrebbe aggravarsi facilmente, da un lato per la mancata risoluzione di crisi come quelle in corso a Gaza, in Ucraina o in Sudan, e dall’altro per i tagli ai finanziamenti dell’ultimo periodo, che potrebbero continuare. In questo scenario, l’Ue e i suoi Stati membri assorbono la quota maggiore di finanziamenti umanitari globali (il 34% nel 2025). Nell’ultimo anno, la sola Commissione ha stanziato quasi 2 miliardi di euro, ma la possibilità che l’impegno finanziario europeo aumenti è tutt’altro che scontata, anzi. «Probabilmente non era questa la sede per fare riferimenti espliciti a un aumento dei finanziamenti», commenta De Luca, «ma da questo documento si evince che l’Ue non è disposta e non ha l’ambizione a farsi garante del sistema degli aiuti a fronte del disimpegno Usa».

Il punto di caduta dichiarato dall’Ue è, infatti, «ridurre la dipendenza dagli aiuti umanitari». Per farlo, intensificherà le attività diplomatiche e riformerà la catena degli approvvigionamenti, puntando soprattuto sugli aiuti in denaro (meno impegnativo a livello politico degli aiuti in beni), sui finanziamenti pluriennali e sul coordinamento con altre fonti di finanziamento. Una logica conservativa, improntata all’efficienza, non espansiva. A confermarlo è la stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. «Con questo pacchetto, garantiamo che gli aiuti salvavita siano consegnati in modo più efficiente, anche negli ambienti più difficili. Allo stesso tempo, stiamo sviluppando la resilienza per ridurre la dipendenza dagli aiuti», ha detto von der Leyen. L’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue, Kaja Kallas, ha fatto copia e incolla: «Con il nostro nuovo approccio alla diplomazia umanitaria, faremo un uso migliore di ogni strumento a nostra disposizione per salvaguardare l’erogazione degli aiuti, garantire l’accesso umanitario, proteggere i civili e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario».

Sono due, secondo De Luca, i fattori che determinano la prudenza di questo approccio. Il primo è interno e riguarda la difficile conciliazione tra i valori dell’Unione, i suoi interessi e quelli dei suoi Stati. Nel documento c’è un riferimento esplicito all’aumentare gli sforzi della diplomazia umanitaria tramite una valorizzazione di Team Europa (l’iniziativa che riunisce l’Ue, gli Stati membri incluse le rispettive agenzie esecutive e banche pubbliche di sviluppo, la Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo). «Questo significa addentrarsi nel campo della politica estera dell’Ue, che non è chiara», nota il presidente di Link 2007. «In più, i Paesi membri non sempre hanno gli stessi interessi, basti pensare alla recente crisi nel Sahara Occidentale». Una frammentazione che rischierebbe di portare alla paralisi, motivo per cui allocare troppe risorse potrebbe rivelarsi inutile: preferibile, dunque, usare meglio quello che già c’è.

Il secondo fattore, invece, è esterno e riguarda l’intero sistema degli aiuti umanitari. Il problema principale, sottolinea De Luca, non è tanto la contrazione dei finanziamenti, quanto «l’imprevedibilità» che ne consegue. Se non si sa quante risorse saranno disponibili, avviare una programmazione capillare sarà difficile. Di fronte a questa instabilità, la scelta dell’Ue è quella di riconoscere l’importanza del sistema e di provare a tenerlo in piedi: «Questo è apprezzabile», conclude il presidente di Link 2007, «ma farlo senza prevedere nuove risorse significa che l’Ue non punta a diventare il pilastro del sistema». A Bruxelles, cautela e burocrazia rimangono di casa.

In apertura: Ursula von Der Leyen, presidente della Commissione europea, /AP Photo/Mindaugas Kulbis/Associated Press/LaPresse)

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Dietro le quinte della cura: le storie di chi ci crede ancora

Portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. È da questo input che è nato il numero Social worker, senza di loro perdiamo tutti, un’istantanea su dieci professioni di cura che sembrano perdere terreno e appeal. Poco pagate e poco considerate, eppure essenziali. Abbiamo ascoltato un centinaio di voci per raccontare come ci si sente dietro le quinte della cura. Abbiamo chiesto ai beneficiari di dirci quanto un educatore, un’insegnante o un’infermiera ha cambiato le loro biografie. Abbiamo interpellato gestori dei servizi, ricercatori ed esperti per affrontare il tema da più punti di vista. E infine, nel Manifesto del lavoro sociale abbiamo tradotto in cinque punti le istanze e i valori in cui si riconosce chi ogni giorno costruisce coesione, cura e futuro.

Mancava ancora un tassello. La capacità di queste voci di innescare un dibattito, per attivare un ragionamento sul futuro. È accaduto anche questo: nella casella di posta di VITA sono arrivate storie e riflessioni, esperienze e nuove adesioni al Manifesto che aggiungono sostanza al nostro racconto. Le riportiamo qui, perché il primo passo per risolvere un problema è nella capacità di vederlo nella sua interezza.

Da oss a osa: «Il mio lavoro è molto motivante»

Vanessa Bosco è originaria della provincia di Caserta ma si è trasferita a Bolzano per lavoro. La sua esperienza è la prova che, quando una professionalità viene riconosciuta (e la motivazione accompagnata da percorsi di crescita), il modello regge a beneficio di tutti. Partita da una qualifica da operatrice socio sanitaria (oss), ha frequentato su iniziativa della rsa per cui lavora la scuola per diventare operatrice socio assistenziale (osa).

L’operatore socio sanitario visto con gli occhi dell’illustratrice Ludovica Fantetti.

«Oggi la mia professione ha un gran valore, oltre che maggiori responsabilità», racconta. «Facciamo un turno specifico di 12 ore, ci occupiamo non soltanto di assistenza di base, ma anche di mansioni aggiuntive come la gestione di stomie e pazienti insulinodipendenti, la preparazione di terapie e la somministrazione di farmaci. Da pochi mesi sono anche diventata vice responsabile di reparto, diventando un punto di riferimento per il team, infermieri compresi. È un lavoro motivante, si imparano molte cose e ti dà anche tantissime soddisfazioni, professionali ed economiche. Non so se il mio destino è rimanere qui in Alto Adige, ma spero che questo sistema possa essere adottato in tutta Italia. Possiamo dare davvero tanto se ci danno la possibilità di crescere».

Asacom, ma senza diploma: «Verremo licenziati»

Aldo (nome di fantasia) ha 50 anni e lavora nel Bresciano come assistente per l’autonomia e la comunicazione agli alunni e alunne con disabilità. Si trova nel mezzo di un cambio di normativa che rischia di fargli perdere non soltanto un posto di lavoro ma anche occupabilità. La sua è una figura professionale che finora era stata gestita con modelli diversi da enti locali e regioni, a cui ora il Parlamento sta provando a dare omogeneità. In seguito a una dgr della Regione Lombardia, è stato convocato dalla sua cooperativa insieme a più di 20 colleghe e colleghi che come lui non hanno il diploma: verranno licenziati per mancanza di requisiti. Aveva frequentato il corso finanziato dalla regione per diventare operatore addetto all’inclusione scolastica di soggetti con disabilità nel 2024. «Questa è la nostra situazione attuale. Siamo disperati», scrive.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Accompagnare qualcuno a rivedere il mare

«Ci sono momenti apparentemente semplici che racchiudono significati enormi: la prima volta che qualcuno rivede il mare dopo anni, una persona che torna a festeggiare il proprio compleanno, un uomo adulto che si emoziona perché può finalmente avere una stanza e chiudere una porta dietro di sé sentendo di avere ancora una vita tra le mani». È in queste immagini che Marina Fancello, educatrice professionale in una comunità che accompagna persone detenute ed ex detenute in percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, trova il senso profondo del suo mestiere. «Quando il lavoro sociale manca», scrive, «il vuoto arriva subito nelle vite delle persone più fragili. E quel vuoto pesa sulle famiglie, sulle comunità, sulla società intera».

Massimo D’Amico, presidente del Consorzio sociale Abele Lavoro, da più di 30 anni fa questo mestiere: «A volte mi chiedo chi me lo fa fare, a volte tentenno e la voglia di mollare mi attraversa, a volte mi sento come l’enorme nero del Miglio Verde, che prova ad alleviare con i suoi strumenti il dolore del mondo, ma che nel farlo lo ingoia e lo trasforma, almeno ci prova. Ma farlo continuamente, provoca dolore allo stomaco, ti affatica. Poi ti guardi intorno, vedi che ci sono altre storie, altre esperienze, ragazzi giovani che vogliono intraprendere questa strada, e allora prendi i tuoi attrezzi e ti rimetti in cammino».

Luoghi (e versi) in cui rileggere ciò che accade

C’è chi non ha mai mollato, come Elena Raffaele, educatrice da 16 anni: «Rispondo sempre a chi me lo chiede che non lo faccio per soldi altrimenti farei altro. Amo questo lavoro e tutto quello che comporta nonostante stipendio ridicolo, assenza di benefit e tutele».

C’è chi, a 64 anni, sta per chiudere il suo percorso lavorativo. È Ferruccio Castelli, educatore che negli anni ha attraversato mondi diversi: comunità di accoglienza, casa, strade, carcere. «Lasciarci provocare dalla sofferenza, dal rischio, dall’autolesionismo, dalla morte e dai loro contrari, permettendo loro di scuoterci dentro e toccare le corde profonde della nostra umanità, può essere pericoloso se fatto in solitudine, senza un’équipe, la supervisione, un supporto psicologico in caso di necessità», riflette. «Ma porta con sé la possibilità di aprire scenari inediti di interpretazione, comprensione e comunicazione di ciò che stiamo vivendo».

Da un po’ di tempo Castelli scrive poesie, con l’obiettivo di «bypassare la parte razionale, arrivando direttamente all’anima, destando emozioni e sentimenti che il lavoro sociale tende a lasciare alla porta perché faticosi da gestire o fallaci. Come dice Gianluigi Gherzi, la poesia è una lenta e talvolta faticosa rielaborazione delle nostre esperienze. E questo scrivere apre nella testa uno spazio senza il quale si rimane dentro i soliti pensieri, i soliti giri. È come se ci fosse in ognuno una parte disattivata del cervello che aspetta di essere interrogata. Forse allora, coltivare uno sguardo poetico verso le vite che incontriamo e verso il lavoro che possiamo fare con loro, è un modo bello e disincantato per interrogarla».

Professione assistente sociale.

E poi c’è chi ha lasciato, come Livia Alberti, più di 10 anni come operatrice nei centri di accoglienza per persone migranti e rifugiate. «Il carico più faticoso non era solo legato alle situazioni delle persone accolte, ma circolava tra colleghi e colleghe», racconta. «Viviamo in un contesto in cui l’investimento sul welfare è insufficiente e questo ha conseguenze dirette su chi lavora nei servizi. Ma credo che questo rifletta anche qualcosa di più profondo: una cultura che tende a dare per scontata la capacità relazionale, come se il saper costruire fiducia, gestire conflitti e stare nei ruoli fosse affidato al buon senso individuale o all’esperienza sul campo tout court». Quello che più le è mancato? «Spazi di confronto e di cura per gli staff, luoghi in cui fermarsi, rileggere ciò che accade, essere accompagnati non solo a “tenere” le situazioni ma a evolvere dentro di esse». Forse è anche da qui che si può ripartire: «Non solo chiedendo di più al sistema, ma iniziando a trasformare il modo in cui stiamo insieme al suo interno».

Il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio

Mattea Caccamo lavora come educatrice professionale dal 2008 nell’ambito minori, famiglie e territorio, in connessione costante con i contesti scolastici e i servizi. La domanda che porta è cruciale: «In che modo possiamo raccontare il valore del lavoro di cura senza passare necessariamente dalla mancanza o dal rischio della sua assenza? Come possiamo rendere visibile ciò che questo lavoro costruisce non solo quando viene meno ma mentre accade? Ogni percorso educativo che si costruisce, ogni relazione che si riattiva, ogni spazio di autonomia che si apre, non riguarda solo la persona coinvolta, ma contribuisce a rendere più sostenibile e abitabile il contesto sociale nel suo insieme. Per questo, più che fermarsi alla richiesta di riconoscimento – pur necessaria – sento che è importante fare un passo ulteriore. Rendere visibile il lavoro educativo per quello che è già oggi».

A Parma, le comunità educative per minori dell’Azienda di servizi alla persona hanno provato a rompere l’acquario, quello spazio chiuso tra le mura di una struttura scandito da turni e riunioni d’équipe. L’hanno fatto con una cena solidale. «Doveva essere la nostra risposta», racconta Alessandro Lupo, educatore professionale. «Un momento in cui la cittadinanza poteva vivere la nostra quotidianità e accorgersi che esistiamo. Volevamo mostrare quali sono le reali opportunità di questo lavoro: il benessere del minore, la spinta generativa per le famiglie d’origine, la prevenzione della marginalità e della devianza. E i nostri ragazzi, che vengono da culture lontane, avevano ricette da condividere, sapori da raccontare, un modo di stare intorno al focolare domestico che meritava di essere visto».

Nessuno può lasciare il segno sui ragazzi come un insegnante.

Il progetto non solo è riuscito, ma ha anche funzionato: «Mentirei se dicessi che non ho ingoiato qualche rospo lungo la strada, ma guardando le persone sedute ai tavoli ho capito che avevamo vinto noi. Quei ragazzi di 13 e 14 anni hanno preso per mano la città e l’hanno portata dentro il loro mondo. Se c’è una cosa che questa fatica lunga e bella mi lascia addosso, è la certezza che restare invisibili non ci salverà. Come scriveva un poeta contemporaneo che amo, il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio. Quel giorno, i nostri ragazzi se lo sono fatto il coraggio. E noi educatori con loro».

La chiusura la affidiamo a Salvatore Di Massa, educatore professionale originario di Ischia che oggi vive e lavora a Livorno: «Vedere un ragazzo straniero, in povertà educativa o con disabilità prendersi il proprio futuro nelle mani è la paga più importante che possiamo avere finché non cambierà davvero qualcosa e verrà dato il giusto valore a quello che facciamo ogni giorno».

Le illustrazioni sono di Ludovica Fantetti

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Quando il racconto diventa strumento di emancipazione femminile

Nel mondo circa 840 milioni di donne (quasi una su tre) hanno subito almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale da parte di partner o non partner: è quanto emerge dal rapporto congiunto tra Unicef, Oms, UN Women, Unfpa, Hrp, Unodc e Undesa diffuso a novembre 2025. Un fenomeno che continua ad avere conseguenze profonde sul benessere psicologico, sull’autonomia economica e sulla partecipazione sociale femminile.

Per supportare percorsi di sostegno, empowerment e inclusione sociale, c’è un nuovo strumento digitale, sviluppato tra Italia, Romania e Macedonia del Nord. È il toolkit di COSAm – Competence Self-Assessment Map: Applying Narrative Approach to re-skill vulnerable Women, un progetto europeo guidato da Fondazione Libellula e sostenuto dall’Agenzia nazionale Erasmus+ Indire. Una raccolta operativa di metodologie, attività e dispositivi digitali per chi opera in ambito educativo e sociale e nell’accompagnamento di donne in condizione di vulnerabilità.

Raccontarsi per rafforzare l’autonomia

In 16 mesi di lavoro, COSAm ha sviluppato una metodologia basata sulla pedagogia narrativa e sull’utilizzo di strumenti digitali accessibili per trasformare il racconto autobiografico in una leva concreta di consapevolezza, orientamento e valorizzazione delle competenze personali e professionali. Cofinanziato dal programma Erasmus+ e realizzato da Fondazione Libellula nel ruolo di capofila insieme a Tiber Umbria Comett Education Programme (Italia), Alternative Sociale Asociatia (Romania) e Macedonian Association for Applied Psychology (Macedonia del Nord), ha generato una vera e propria cassetta degli attrezzi. Si rivolge a personale educativo e sociale, operatori e operatrici dei centri antiviolenza e realtà del Terzo settore, con strumenti pratici di narrazione autobiografica, storytelling digitale e percorsi di autoriflessione accessibili anche a persone con bassa alfabetizzazione tecnologica.

Abbiamo lavorato per costruire strumenti accessibili e culturalmente sensibili, partendo da un’analisi dei bisogni delle donne. Il toolkit nasce da questo approccio: fornire a chi opera nel settore educativo e sociale metodologie pratiche per accompagnare percorsi di ricostruzione personale

Maria Francesca D’Alia, social development coordinator di Fondazione Libellula

«Il confronto tra Italia, Romania e Macedonia del Nord ci ha mostrato quanto le condizioni di vulnerabilità possano assumere forme diverse e al tempo stesso evidenziare bisogni comuni», spiega Maria Francesca D’Alia, social development coordinator di Fondazione Libellula. «Molte delle donne coinvolte nel progetto affrontano contemporaneamente fragilità economiche, responsabilità di cura, isolamento sociale e conseguenze legate a esperienze di violenza o discriminazione. La presenza di figli a carico, ad esempio, incide fortemente nei percorsi di autonomia e reinserimento. Attraverso COSAm abbiamo lavorato per costruire strumenti accessibili e culturalmente sensibili, partendo da un’analisi dei bisogni. Il toolkit nasce da questo approccio: fornire a chi opera nel settore educativo e sociale metodologie pratiche per accompagnare percorsi di ricostruzione personale».

Il toolkit è scaricabile qui.

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Il “manager no profit”? Non è un ossimoro, ma un’opportunità

Dopo dieci anni di riforma possiamo dire che il Terzo settore è diventato più forte, più riconoscibile e più strategico. Ma il suo futuro dipenderà dalla capacità di costruire alleanze nuove tra istituzioni imprese e cittadini. Il Terzo settore non chiede solo risorse. E se il volontariato resta un’infrastruttura democratica, il profit porta competenze e innovazione. Sono tantissimi i messaggi lanciati dall’associazione ManagerNoProfit che ha festeggiato i primi dieci anni di età con un convegno organizzato con Altis Università Cattolica.

Orizzonte sociale

Come sono tante le voci di chi è intervenuto a riflettere sul futuro. Tra loro, Luigi Bobba, presidente fondazione Terzjus; Luca Pesenti, direttore scientifico del master in Terzo settore e impresa sociale di Altis e sostenuto dall’associazione; il presidente di VITA Giuseppe Ambrosio, con uno speech sul comunicare il valore delle organizzazioni guidate dalla mission. E c’era, ca va sans dire, anche il presidente Luigi Tomassini. Con lui abbiamo approfondito il significato di un’esperienza che oggi conta 150 soci manager volontari presso otto sezioni, da Torino a Verona, a Trento.

Che cosa porta a casa dall’incontro per i vostri dieci anni?

Prima di tutto il valore dell’incontro in presenza. Noi lavoriamo molto online e ci sentiamo quasi settimanalmente, ma le occasioni per vederci davvero sono poche. Poi mi porto a casa le testimonianze. Abbiamo ascoltato esperienze dal Veneto, da Torino, da Trento ciascuna con un profilo specifico.

L’intervento di Luigi Bobba, presidente fondazione Terjus al convengo di ManagerNoProfit in Cattolica

Operare localmente ci aiuta a monitorare gli enti, a capire le loro necessità e a intercettare bisogni che cambiano da territorio a territorio.

Non è un ossimoro parlare di “manager no profit”?

No, non lo è. Capisco che possa sembrare una contraddizione, perché la parola manager richiama subito l’impresa, mentre il no profit richiama altri mondi, altri linguaggi. Però dietro qualsiasi organizzazione ha bisogno di capacità gestionali, indipendentemente dalla finalità. Quello che oggi chiamiamo capacity building. Saper organizzare, amministrare, gestire persone, volontari, dipendenti, risorse.

Quali sono le sfide più diffuse?

Molti enti vivono situazioni complesse: alcuni hanno il 60% di volontari e il 40% di dipendenti, altri il contrario. Gestire questi equilibri non è semplice.

Luigi Tomassini (a destra), presidente ManagerNoProfit al convegnoper il decennale

Per questo le competenze manageriali possono essere molto utili, purché portate nel modo giusto, con spirito di servizio, dimenticando che in passato si era stati magari un “c level”.

Chi è, oggi, un manager no profit?

Secondo me è prima di tutto una persona che impara a conoscere chi ha davanti. Non basta arrivare con il proprio bagaglio professionale e pensare di applicarlo così com’è. Ci sono linguaggi, modalità e sensibilità diverse da conoscere. Bisogna allenarsi ad ascoltare, capire e porsi alla pari.

Ai colleghi dico sempre che bisogna volare bassi. Il nostro manager non arriva per insegnare dall’alto, ma per mettersi accanto all’ente e accompagnarlo.

Come è nato il suo coinvolgimento personale?

Per me è stata come una vocazione. Arrivavo dal settore delle costruzioni, un mondo pesante: avevo lavorato anche per Expo, seguendo sei padiglioni. A un certo punto ho sentito il bisogno di cambiare. Mi sono chiesto: di quello che so fare, di tutta l’esperienza che ho maturato, che cosa posso farne?

Perciò ha iniziato a guardarsi intorno nel Terzo settore.

Sì, ma non trovavo il contesto giusto. Mi proponevano attività utili, certo, ma lontane dalle mie competenze. Io desideravo altro. Cercando online ho trovato ManagerNoProfit: sei anni fa non sapevo nemmeno bene cosa fosse il volontariato di competenza. Poi alcuni soci sono venuti a trovarmi Trento e mi hanno proposto di mettere insieme cinque o sei persone per aprire una sezione. Così è iniziato tutto.

Torniamo ai bisogni degli enti che intercettate, quali sono?

Molto spesso organizzativi. Gli enti chiedono aiuto su amministrazione, gestione dei volontari, programmazione, raccolta fondi, controllo dei costi, organizzazione interna.

A volte il problema è molto concreto: una verifica fiscale, un assetto amministrativo da sistemare, un processo da rendere più chiaro. Altre volte il tema è più ampio, riguarda come crescere e strutturarsi, o come gestire il rapporto tra volontari e dipendenti. In generale, molti enti hanno competenze fortissime sulla propria missione, ma meno strumenti gestionali. Ed è lì che possiamo essere utili.

Quindi è una consulenza?

Non proprio, è più un accompagnamento. Mi piace dire che è come avere accanto un fratello saggio, qualcuno che ti aiuta a leggere i problemi e a costruire soluzioni insieme. Partiamo con un check up iniziale, poi c’è una valutazione interna, per capire se abbiamo le competenze giuste e scegliere le persone più adatte. Di solito lavoriamo almeno in due: un capoprogetto e un collaboratore.

Con chi collaborate per intercettare i bisogni degli enti?

C’è una convenzione nazionale con il Csv – Centri di servizio per il volontariato che ci segnala progetti o bisogni specifici, e viceversa. Ma il passaparola tra gli enti resta fondamentale.

Lavorate solo con manager in pensione?

Per chi va in pensione, può essere una grande opportunità continuare a usare le proprie competenze in un modo diverso, con un “cliente” diverso da quello aziendale. Può essere anche una forma di invecchiamento attivo, che mantiene viva la testa e gratifica chi la attua. Però il nostro orizzonte comprende anche giovani, professionisti attivi, persone che lavorano e che possono dare un contributo modulabile. Proprio perché lavoriamo in squadra, possiamo organizzare presenze e tempi diversi.

Il vostro campo di gioco è il volontariato di competenze?

Direi che è centrale. Per noi il volontariato d’impresa e il volontariato di competenza sono ambiti decisivi. Bisogna però creare la giusta sinergia tra l’ente del Terzo settore e l’impresa: l’imprenditore deve capire il valore di mettere a disposizione competenze, e l’ente deve essere pronto ad accoglierle. Non è automatico. Ma quando funziona, può generare un impatto molto forte. Noi abbiamo già avviato esperienze in questa direzione e ne svilupperemo delle altre.

Foto in apertura di Vitaly Gariev su Unsplash.

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Stipendi stellari dei ceo ma Elon Musk stavolta non c’entra

Due persone lavorano nella stessa organizzazione. Hanno compiti e responsabilità differenti, ma sono pur sempre al servizio di una causa comune. Tuttavia, una voragine retributiva le separa: la prima può guadagnare anche 300, 400, mille volte in più della seconda. Si tratta della forbice, in alcuni casi con ampiezze oggettivamente fuori scala, che descrive la diseguaglianza tra i compensi degli amministratori delegati e gli stipendi dei propri dipendenti. C’è da dire che valori così alti si ritrovano solo nelle grandi multinazionali, molto spesso americane. Nonostante lo scarto sia mediamente più basso al confronto con gli Stati Uniti, il tema è rilevante anche in Italia. Nel nostro Paese, però, fatto di piccole imprese e frenato da poca innovazione, bassa crescita e stipendi reali fermi ai primi anni ’90, il dibattito sembra meno presente.

Venti che separano

Secondo una recente analisi della Confederazione sindacale internazionale e dell’Oxfam, nel 2025 i compensi degli amministratori delegati delle più grandi società del mondo sono cresciuti dell’11%, mentre il salario reale del lavoratore medio globale è aumentato appena dello 0,5%. In altri termini, la retribuzione dei ceo è aumentata oltre venti volte più velocemente rispetto agli incrementi salariali dei dipendenti. La questione è calda soprattutto negli Usa, dove i compensi di chi sta al vertice delle grandi organizzazioni possono raggiungere valori realmente esagerati, tra paga base, bonus legati agli obiettivi e stock option. Si calcola che nel 2025 i dieci ceo più pagati del mondo hanno guadagnato complessivamente oltre un miliardo di dollari. Lo scorso anno il colosso finanziario Blackstone, la multinazionale tech Broadcom, la banca d’investimento Goldman Sachs e Microsoft hanno pagato i propri ceo oltre cento milioni ciascuno.

Giù la… Musk

Se è poco sensato citare Elon Musk, tra le altre cose cofondatore e amministratore delegato di Tesla, del quale si parla spesso per ipotetici compensi da centinaia di miliardi di euro (legati però a obiettivi estremamente ambiziosi), si può guardare alle grandi aziende tecnologiche. Sundar Pichai, ceo di Google e amministratore della holding Alphabet, potrebbe percepire fino a 692 milioni di dollari nei prossimi tre anni: non tanto con la paga base, pari a circa due milioni di dollari, ma in gran parte grazie ai risultati finanziari e alla capacità di raggiungere obiettivi. Il ceo di Apple, Tim Cook, che a breve lascerà il posto per passare alla carica di presidente esecutivo, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di tre milioni di dollari, più altri 70 milioni tra azioni e bonus.

il ceo di Google, Sundar Pichai, foto di Jose Luis Magana per AP Photo/LaPresse

Il vero fallimento

«A ben vedere gli stipendi dei grandi manager non sono salari: si tratta in realtà di rendite autodefinite. Non esistono ragioni vere, né di mercato, né di efficienza, per pagare un amministratore delegato 10 o 50 milioni di euro. Spesso non sono neanche compensi legati alle performance», ragiona Luigino Bruni, economista e presidente della Scuola di Economia civile.

«Quando si raggiungono cifre del genere siamo di fronte a un fallimento del mercato e dell’etica. Senza contare che quelle somme esagerate rappresentano naturalmente una decurtazione dei profitti dell’azienda, una diminuzione dei compensi dei lavoratori o un costo aggiuntivo scaricato sui consumatori». Negli anni ’50 alla Olivetti lo stipendio più alto non poteva superare di circa dieci volte quello più basso. «Al tempo il problema si poneva per tenere unità una comunità. C’è una soglia oltre la quale la diseguaglianza diventa insopportabile e ci fa dubitare che esista qualcosa che ci tiene insieme: vale per la società in generale e anche per le imprese».

Italia meno

In Italia siamo molto lontani dai livelli americani, anche prendendo come esempio emblematico il compenso dell’ex amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares. Per il 2023 il manager portoghese della holding nata dalla fusione di Fca e Groupe Psa era arrivato a percepire quasi 36,5 milioni di euro (tra paga base, bonus e buonuscita), mentre l’attuale ceo, l’italiano Antonio Filosa, nel 2025 ha avuto un compenso di circa 5,4 milioni. Guardando invece ai vertici delle partecipate pubbliche, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di 1,6 milioni di euro, a cui bisogna aggiungere la parte variabile e il controvalore delle azioni gratuite, per un totale percepito di quasi 8,9 milioni di euro. Di recente si è parlato per lui di un aumento che porterebbe il compenso potenziale fino a 15,4 milioni, criticato dal proxy advisor Iss. Nel caso dell’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, il compenso fisso nel 2025 è stato di 1,5 milioni, arrivato però a 10,2 milioni sommando bonus variabili, azioni e benefit.

Manca la ratio

Per comprendere davvero l’entità di cifre così alte, più che il dato secco può aiutare mettere i compensi in rapporto agli stipendi dei lavoratori ordinari, attraverso il cosiddetto ceo pay ratio. Si definisce così il rapporto tra il compenso complessivo annuo del ceo e la retribuzione mediana, ossia il valore che divide in due metà numericamente identiche i dipendenti (calcolata escludendo la remunerazione del ceo). Se per esempio quel rapporto è di 5 a 1, significa che per ogni euro guadagnato dal lavoratore con retribuzione mediana al ceo spetta un compenso cinque volte superiore.

Secondo l’Economic policy institute, think tank non profit che analizza da anni le diseguaglianze salariali negli Stati uniti, nel 1965 gli amministratori delegati delle prime 350 aziende americane venivano pagati circa 21 volte in più rispetto al lavoratore tipico. Quel rapporto è cresciuto a 31 a 1 nel 1978 e a 60 a 1 nel 1989, prima di esplodere negli anni ’90 e soprattutto nei primi anni duemila, raggiungendo quota 380 a 1. La crisi finanziaria del 2008 ha alleggerito il fenomeno, che è poi tornato prepotentemente raggiungendo il massimo storico nel 2020, con un rapporto di oltre 400 a 1, prima di scendere ancora: nel 2024 è stato di circa 281 a 1. Anche in questo caso in Italia i rapporti sono molto più bassi. Nel 2025 il pay ratio in Enel è stato di 186 a 1, in Eni di 138 a 1 e in Stellantis di 82 a 1 (ma di 248 a 1, se si considera la media degli ultimi cinque anni).

Bastano quattro giorni

Dal 2017 negli Stati Uniti la Sec, l’equivalente americana della Consob, ha imposto alle società quotate l’obbligo di divulgare il rapporto tra la remunerazione del ceo e la retribuzione mediana all’interno dell’azienda. Qualcosa di simile è stato introdotto nel 2019 nel Regno Unito, per le società quotate con più di 250 dipendenti. Quell’anno si era molto parlato del “fat cat friday“, la giornata di venerdì 4 gennaio. Si era calcolato che entro quella data, cioè ad appena quattro giorni dall’inizio dell’anno, il ceo medio a capo delle prime cento società quotate al London stock exchange aveva già intascato l’equivalente della paga media annua di un lavoratore britannico a tempo pieno. Alla base di queste politiche c’è la convinzione che una maggiore trasparenza sulle disuguaglianze interne alle aziende possa ridurre le disparità retributive e prevenire reazioni negative nell’opinione pubblica. Il ragionamento è intuitivo: mettere nero su bianco la retribuzione di un ceo può influenzare direttamente il morale dei lavoratori, il loro coinvolgimento e la percezione di equità all’interno dell’azienda. Inoltre, non sono da sottovalutare le ricadute dirette anche sugli azionisti e in generale sulla percezione dell’organizzazione all’esterno.

Effetto trasparenza

Uno studio di due economisti italiani per l’istituto di ricerca internazionale Iza ha analizzato proprio l’effetto della trasparenza sulle retribuzioni dei vertici aziendali (in gran parte degli amministratori delegati) a capo delle società italiane quotate in borsa a partire dal 1998, anno dal quale è stato introdotto l’obbligo di renderle pubbliche e così i compensi sono diventati osservabili e sistematicamente divulgati. L’operazione trasparenza ha prodotto qualche effetto nelle aziende guidate da ceo con compensi elevati, ma solo per pochi: a beneficiarne è stato soprattutto chi aveva già un alto stipendio, mentre chi guadagnava poco non ha visto differenze significative in busta paga. «Abbiamo osservato che la conoscenza dell’ammontare esatto dei guadagni dell’amministratore delegato può essere una leva per i top manager, che in questo modo hanno la possibilità di negoziare compensi migliori. Ma nel caso del lavoratore mediano quella possibilità di negoziare di fatto non c’è», dice Vincenzo Pezone, professore associato di finanza presso il dipartimento di economia e management dell’università Luiss e autore dello studio con Agata Maida, dell’Università statale di Milano.

Sapere non basta

La trasparenza aiuta, quindi, ma forse meno del previsto. «Studi americani hanno dimostrato che la disponibilità su internet dei guadagni dei ceo, ossia la loro divulgazione pubblica e il dibattito innescato dai media, hanno effettivamente portato a una diminuzione dei compensi dei vertici aziendali. La trasparenza può quindi essere un fattore per ridurre la diseguaglianza, ma da sola non basta, soprattutto in Italia», aggiunge Pezone. «Una grossa differenza tra gli Usa e il nostro Paese è che negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti una crescita dei salari c’è stata, mentre in Italia sono rimasti fermi.

È difficile parlare di ridistribuzione della ricchezza quando la ricchezza di fatto non si crea». Se negli Stati Uniti o in Inghilterra l’opinione pubblica si è indignata, sull’onda di una crescita che ha arricchito pochi e lasciato indietro tanti, in Italia il contesto è molto diverso. Secondo Pezone, «forse di questo tema in Italia se ne parla un po’ meno perché il dibattito è superato dalla bassa crescita. Inoltre, siamo anche un’anomalia, perché nel nostro Paese la figura del manager professionale, a parte nel caso delle banche, è poco presente. Molte imprese sono familiari e di conseguenza è più difficile creare scandalo e indignarsi per grossi stipendi percepiti da persone che molto spesso hanno fondato le società che dirigono».

Azionisti… in azione

La sostenibilità, in tutte le sue forme, è uno dei grandi temi del nostro tempo ed è entrata di prepotenza anche in relazione ai compensi milionari dei ceo. Da anni i guadagni degli amministratori delegati delle grandi aziende non sono legati soltanto a fattori finanziari e alla massimizzazione del valore per gli azionisti. Nel 2018 soltanto il 25% delle aziende considerava la performance Esg come fattore nella retribuzione variabile dei propri ceo, mentre già nel 2022 erano diventate circa il 90%. Ma secondo uno studio della Banca d’Italia, che ha analizzato le principali società quotate in Italia, Francia, Germania e Spagna tra il 2018 e il 2022, collegare cospicui bonus per gli amministratori delegati al raggiungimento di migliori valutazioni Esg non è sempre efficiente. Nell’analisi l’Italia è risultata tra i paesi con i ceo più efficaci a raggiungere obiettivi Esg: traguardi tuttavia spesso vaghi, poco impegnativi e a basso impatto sul modello di business, con un alto rischio di greenwashing. «Siamo immersi in questa grande retorica delle capitalismo dal volto umano e delle leadership condivise e inclusive», spiega ancora Bruni, «ma quando poi guardi agli stipendi e vedi uno scarto di mille volte diventa tutto fumo negli occhi. È un problema di qualità morale dell’intero capitalismo». Una possibile soluzione? «Nel nostro piccolo potremmo iniziare a non acquistare i prodotti delle grandi aziende che strapagano i top manager. Ma prima ancora dei consumatori, a indignarsi dovrebbero essere gli azionisti».

Nella foto di apertura, di Mauro Scrobogna per LaPresse, Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Enel, durante l’edizione 2025 di Atreju, il Festival di Fratelli d’Italia: guadagna 1,52 milioni annui che diventano 10,2 annui (lordi), sommando bonus e componenti variabili.

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Adolescenti, al via il supporto psicologico online. Ma fuori dallo schermo chi li ascolta?

Entra in funzione AscoltaMi, la nuova piattaforma digitale di supporto psicologico per studenti dai 13 ai 15 anni, gestita e finanziata dal ministero dell’Istruzione e del Merito in collaborazione con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi. Annunciata a inizio anno, rappresenta un segnale che da più parti è stato definito importante: lo Stato riconosce che il benessere psicologico è parte integrante del diritto allo studio. Ma ha già generato un ampio dibattito.

Come funziona

Sul sito del Ministero sono riportate tutte le informazioni utili. Innanzitutto, a chi si rivolge: studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado e del primo biennio della secondaria di II grado. Si entra nell’applicativo attraverso la piattaforma Unica del Mim, in videoconferenza e in maniera individuale e volontaria, mediante la fruizione (per una sola volta nel corso dell’anno scolastico) di un voucher che garantisce cinque incontri con psicologi della durata di 60 minuti ciascuno, a eccezione del primo incontro, pensato di 70 minuti per consentire al singolo studente di concordare con il professionista le modalità e i tempi di erogazione del servizio.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

I genitori degli studenti interessati dovranno presentare la richiesta del voucher tramite la piattaforma Unica. Entro 30 giorni dall’assegnazione del beneficio, procederanno alla scelta del professionista a cui affidare il ciclo di incontri. Una volta scelto lo psicologo, gli studenti potranno incontrarlo in videoconferenza tramite l’applicazione AscoltaMI sulla stessa piattaforma. Dall’altra parte dello schermo, troveranno psicologi con specifici requisiti: iscritti all’albo da almeno tre anni e con esperienza in ambito scolastico e in progetti per l’età evolutiva almeno triennale.

Siamo sicuri che possa bastare?

Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, è il fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis che a Milano offre psicoterapia, sostegno psicologico ed educativo per adolescenti, bambini, adulti e famiglie in difficoltà. «18 milioni sono una cifra significativa (è lo stanziamento messo in campo dal Governo, nda)», dice, «siamo tutti felici se vengono destinate risorse per l’adolescenza e per i ragazzi. Dopodiché, però, bisogna dire con chiarezza che serve molta attenzione». Si riferisce all’approccio con cui oggi guardiamo all’adolescenza: «Si tende spesso a leggere il disagio in termini di psicopatologia, diagnosi e clinica, e si rischia di dimenticare l’orizzonte educativo e pedagogico, che è spesso quello più immediato e utile per famiglie e scuola. La richiesta alla professione psicologica è sempre più quella di intercettare precocemente i problemi prima che esplodano ma la prevenzione non può ridursi a una lettura solo clinica o a strumenti di screening: molti dei segnali di disagio sono anche espressione di difficoltà relazionali, educative e contestuali, che richiedono interventi non necessariamente diagnostici».

Attività educative rivolte ad adolescenti. (Fotografia cooperativa sociale Stripes)

Dafne Guida, presidente e direttrice generale della cooperativa sociale Stripes, si chiede se cinque colloqui possano bastare «di fronte alle occhiaie di chi non dorme, le scuse di chi evita la mensa, il silenzio di chi non alza più la mano». Attenzione, sottolinea, «accogliamo con favore questa misura, che costituisce un passo rilevante: è la prima volta che si investe per intercettare precocemente i segnali di disagio adolescenziale e per garantire un sostegno sul piano della salute mentale a tutti i ragazzi italiani tra i 13 e i 15 anni contemporaneamente. Ma non è sufficiente». Perché? «Innanzitutto perché cinque colloqui sono pochi: consentono appena di inquadrare un problema. Il primo dura 70 minuti per favorire la conoscenza, gli altri 60, ma il tempo dedicato a ogni ragazzo resta limitato».

Se il sostegno psicologico arriva in uno schermo

In più c’è il fatto che gli incontri avvengano attraverso uno schermo: «Spesso accusiamo gli schermi di essere il luogo del ritiro e dell’isolamento, ma allo stesso tempo pretendiamo che diventino il luogo sicuro in cui un adolescente può raccontarsi allo psicologo», riflette Guida. «Il cellulare sul letto o la videochiamata dalla scrivania non ricreano quello “spazio isomorfico”, fisicamente e simbolicamente altro, in cui poter elaborare emozioni in libertà».

Dalai porta l’esperienza di Nivalis a Milano in iniziative di orientamento psicologico: «Abbiamo osservato che una conoscenza personale e in presenza, non mediata dal virtuale, sembra favorire una maggiore adesione ai percorsi. In particolare, quando la presa in carico avviene attraverso cooperative sociali o realtà del Terzo settore presenti stabilmente nella scuola, con educatori e figure riconoscibili dai ragazzi, la tenuta della consultazione psicologica breve appare più solida rispetto a canali più anonimi come numeri verdi o servizi meno radicati sul territorio». Il passaggio attraverso lo schermo, aggiunge, non garantisce automaticamente un migliore aggancio: «Non è detto che faciliti in modo significativo l’accesso o la continuità, soprattutto nei percorsi più strutturati come la psicoterapia». Da qui l’invito «a interrogarsi con cautela sull’idea che il digitale da solo possa facilitare le richieste d’aiuto dei ragazzi: spesso sono le relazioni dirette, la continuità territoriale e la riconoscibilità delle figure adulte a sostenere davvero l’ingaggio nei percorsi di supporto».

Un ponte con il contesto reale

Sarebbe diverso se quegli stessi minuti si potessero vivere in presenza? «Uno sportello “in carne e ossa” crea uno spazio della cura e del trattamento, una dimensione dell’accoglienza vis-à-vis, in un luogo e in un tempo dedicati, che è essa stessa educativa», sostiene Guida, che evidenzia un altro rischio. «È quello della delega totale allo psicologo, come se la risposta automatica al disagio adolescenziale dovesse essere unicamente questa. Se un ragazzo sta male, non è mai soltanto un problema individuale: è qualcosa che interpella una comunità educativa intera». Per la pedagogista va costruito «un ponte vero tra quei cinque colloqui e ciò che accade concretamente nella quotidianità del ragazzo. Non può esserci soltanto un pezzo “clinico” separato dal resto. Occorre raccordare quel percorso con la scuola, con la classe, con le relazioni che quel ragazzo vive».

C’è un punto che, secondo Dalai, che va tenuto fermo: «Quello che spesso chiamiamo “disagio” è anche inquietudine adolescenziale, una condizione esistenziale che andrebbe attraversata e accompagnata in altri luoghi, non necessariamente in terapia. Vivere l’ansia prima di una scelta scolastica o nel picco delle verifiche di maggio non è automaticamente una psicopatologia: è una forma di sofferenza legittima, che rischiamo però di medicalizzare troppo. Altro discorso vale per le sofferenze profonde, a cui non possiamo voltare le spalle. Ma dopo cinque sedute che cosa succede? Il rischio è che i servizi si ingolfino, che le richieste confluiscano nei soliti percorsi già saturi, tra liste d’attesa del pubblico e ricorso al privato. La domanda che pongo è: come usiamo davvero questi strumenti? Potremmo pensare, ad esempio, non solo a nuovi dispositivi, ma al potenziamento di quelli esistenti, mettendoli più in connessione con i territori e rendendo più accessibile ciò che già è gratuito e presente nel sistema».

Numeri e immagini dal disagio

Ogni dato parla, ma alcuni raccontano più di altri. Per Guida il più sorprendente è «il 50% di studenti che lamenta una stanchezza cronica, che non è quella sana di chi ha corso e giocato ma quella opaca di chi non trova senso ai suoi giorni. Oggi, nella scuola, il corpo è diventato essenzialmente “l’ora di educazione fisica”, tutto passa attraverso le parole e attraverso lo schermo. E invece, soprattutto in un contesto psicopedagogico, il corpo comunica continuamente: da come un ragazzo muove le mani o le gambe, da come suda, da come guarda, da come respira emergono segnali fondamentali. Per questo va attivato un sistema che vada oltre i cinque colloqui. Perché se non alziamo lo sguardo e non vediamo cosa c’è intorno, rischiamo di farli cadere nel vuoto. Se dissodi un terreno ma non sei in grado di risistemarlo piantandoci dentro qualcosa, non resterà che un campo di patate».

Un dialogo non solo richiesto, ma ascoltato davvero

Quale soluzione adottare allora? Per Guida servirebbe «un educatore di plesso oppure un lavoro più strutturato dei pedagogisti per creare una connessione reale con il territorio e con la scuola. La vera strada è l’integrazione: non esiste lo “psico” senza il pedagogico. Stiamo parlando di soggetti in formazione, di ragazzi che hanno bisogno non solo di un supporto clinico, ma anche di un accompagnamento nei processi di crescita, apprendimento e relazione».

Dalai cita progetti come l’educatore di corridoio e laboratori trasformativi. «Va fatto un ragionamento di comunità. Continuiamo a non vedere la dimensione generativa della sofferenza e dell’inquietudine dei ragazzi e nemmeno le enormi risorse che possono mettere in campo. Servono figure non solo “problem oriented”, ma “generative oriented”: non centrate esclusivamente sulla gestione del disagio, ma capaci di produrre contesti di crescita. Nella scuola questo significa sviluppare iniziative non scollegate dalla didattica, ma integrate nella vita della classe, in grado di intercettare fragilità e ragazzi in difficoltà prima che diventino emergenza. Uno spazio relazionale in cui si costruiscono identità, si sperimentano ruoli, si elaborano conflitti, dove il dialogo non solo sia richiesto, ma ascoltato davvero».

La fotografia in apertura è di Tim Mossholder su Unsplash

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Azzardo e divorzio: la dipendenza che consuma anche le relazioni

Se leggiamo la notizia di una famiglia distrutta perché uno dei due coniugi fa uso di droga, beh, quasi non è nemmeno una notizia. Ovvio che sia così. Se poi scopriamo che i vicini di casa hanno divorziato perché uno dei due è alcolista, ci dispiace, ma non ci stupisce più di tanto. Quante volte invece abbiamo saputo di separazioni causate dall’azzardo?

Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Matrimonialisti Italiani – Ami, con casi simili ci ha a che fare spesso. «Le stime ci dicono che circa il 10% delle coppie si separa per motivi legati all’azzardo». Se si considera che in Italia si separano mediamente circa 87mila coppie l’anno – solo quelle eterosessuali, che rappresentano la quasi totalità delle pratiche seguite dai matrimonialisti -, stiamo parlando di circa 8.700 famiglie ogni anno distrutte dall’azzardo. Si tratta però di una stima: non è mai stata condotta in Italia un’indagine epidemiologica sistematica che incroci i dati su chi gioca in modo problematico o patologico con lo stato civile e le variabili familiari.

I numeri che abbiamo

La correlazione tra gioco d’azzardo patologico e rottura del matrimonio è tra le più solide della letteratura psichiatrica sul gambling. I dati più citati vengono infatti dal Gambling Impact and Behavior Study condotto nel 1999 dal National Opinion Research Center (Norc) per la National Gambling Impact Study Commission statunitense: il tasso di divorzio nel corso della vita è del 18,2% nella popolazione generale, sale al 39,5% tra i giocatori problematici e raggiunge il 53,5% tra i giocatori patologici, quasi tre volte la media. Numeri che erano sostanzialmente validi anche nel 2012.

In Europa uno studio più recente su Bmc Psychiatry (2023), basato sull’intero registro clinico norvegese, ha confermato una prevalenza di separazione e divorzio superiore di circa 5 punti percentuali rispetto ai controlli abbinati per età e genere. Questo non perché i giocatori d’azzardo siano cattivi partner. Piuttosto, perché la dipendenza dal gioco crea sistematicamente condizioni che distruggono le relazioni: inganni finanziari, promesse non mantenute, indisponibilità emotiva, erosione della fiducia. E in oltre la metà delle famiglie colpite, sfocia nella violenza domestica.

A pagare il conto non è solo il coniuge. La letteratura scientifica infatti ha sviluppato il concetto di Affected Others (AOs): ogni giocatore problematico coinvolge negativamente in media dalle 7 alle 8 persone. Tra queste, il partner è la figura più colpita. Inoltre, una studio del 2025 pubblicato su Addiction (Tipping, Wardle, Pryce, Università di Glasgow) ha rilevato un’associazione significativa tra i punteggi di gambling problematico del coniuge e il deterioramento del benessere emotivo e della salute mentale del partner. Uno studio italiano su Frontiers in Psychology (2022, Università di Firenze) ha analizzato i familiari durante il lockdown: il 77% degli Affected Others erano donne, con livelli di paura, stress e ansia superiori persino a quelli dei giocatori stessi.

La livella di Totò

Quello che l’avvocato Gassani rileva con certezza dal proprio osservatorio è che il profilo tipico del giocatore e della giocatrice è quello del ceto medio e medio-basso, e che è trasversale per età, provenienza geografica e orientamento politico. «C’è una livella alla Totò, pazzesca, quando si parla di azzardo. Nord, Sud, Centro, giovani, meno giovani, non c’è alcuna differenza. E la dipendenza non si nutre di casinò e di grandi puntate: si alimenta di gratta e vinci, schedine, giocate da cinque euro al tabaccaio. Quei giochi che apparentemente sembrano più innocenti sono quelli più pericolosi».

Il meccanismo è insidioso anche dal punto di vista della tracciabilità. «Il denaro viene prelevato al bancomat e usato in contanti, invisibile nei rendiconti bancari. Per quattro, sei mesi vai avanti, ti arrangi, poi esce il bubbone». Il partner si accorge quasi sempre del problema quando il danno è già grave: il mutuo non si paga, la retta scolastica nemmeno, il frigo è vuoto. È quasi sempre l’aspetto economico a portare in tribunale: dopo le bugie e la perdita di fiducia, è l’impossibilità di immaginare un futuro insieme a diventare un ostacolo insuperabile. «Puoi perdonare un tradimento, ma quando non ci sono più soldi, soprattutto se ci sono figli, non c’è psicoterapia che tenga».

Sul fronte del genere, «gli uomini sviluppano dipendenza con maggiore frequenza, ma il trend tra le donne è in crescita». E c’è un’asimmetria nella risposta del partner: «Sono le donne a essere particolarmente intolleranti nei confronti del coniuge dipendente». C’è poi un rischio molto frequente che aggrava ulteriormente la situazione. «Per salvare il salvabile si chiedono soldi in prestito. Gli usurai ci marciano, richiedono interessi a strozzo e si crea un meccanismo criminale da cui è molto difficile uscire». Il problema familiare diventa così anche un problema penale: chi gioca alimenta il mercato dell’usura, che è un reato.

Da doppia spirale

Non solo l’azzardo distrugge i matrimoni, ma il divorzio stesso aumenta il rischio di sviluppare un disturbo da gioco. Lo stesso studio longitudinale norvegese su BMC Psychiatry (2023) ha dimostrato che chi ha vissuto un divorzio ha 2,83 probabilità volte in più, rispetto alla popolazione generale, di sviluppare successivamente un disturbo da gioco. Specularmente, il matrimonio funziona come fattore protettivo: chi è sposato ha probabilità inferiori del 43% di sviluppare una dipendenza da azzardo.

Il legame affettivo stabile, in altre parole, funziona come ancora di prevenzione. Mentre la sua perdita è una vulnerabilità. Si identifica così un meccanismo circolare: l’azzardo distrugge il matrimonio e la rottura del matrimonio può alimentare ulteriormente l’azzardo.

Il profilo legale: quando il giudice addebita il gioco

Sul piano legale, la giurisprudenza italiana ha riconosciuto che il disturbo da gioco d’azzardo, quando compromette i doveri coniugali di assistenza morale e materiale e provoca un danno grave al coniuge o ai figli, in particolare attraverso la dilapidazione del patrimonio comune, può giustificare l’addebito della separazione al coniuge giocatore, purché sia fornita prova del nesso causale. Le conseguenze sono significative: la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e, in caso di divorzio, la perdita dei diritti successori.

L’addebito tuttavia non è automatico: il giudice valuta caso per caso, e anche in caso di addebito, se il coniuge dipendente si trova in stato di bisogno ha diritto al sostentamento minimo, non al mantenimento completo. Il problema pratico, segnalato dagli avvocati matrimonialisti, è che il coniuge giocatore è quasi sempre diventato un nullatenente, rendendo difficile l’esecuzione dei suoi obblighi.

Gassani avanza una proposta concreta: una tessera personale del giocatore, con un tetto massimo di spesa, esaurito il quale non si può più giocare. Una soglia oltre la quale il sistema si blocca automaticamente. «L’azzardo patologico è un problema sociale e a volte, per proteggerlo, bisogna violare principi di libertà individuale». Perché il conto dell’azzardo, alla fine, non lo paga solo chi gioca.

In apertura, fotografia di Samuel Yongbo su Unsplash

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Riduzione delle emissioni, quelle 60 aziende italiane che sfidano l’Europa

È una classifica che ha l’obiettivo di mettere in evidenza quali sono le aziende europee che hanno fatto più progressi nella riduzione delle emissioni di gas serra.

Si chiama Europe’s climate leaders 2026 ed è un elenco che concentra la sua attenzione su quelle aziende che hanno ottenuto la maggiore riduzione delle proprie emissioni principali tra il 2019 e il 2024: le cosiddette Scope 1 e 2, emissioni che derivano dalle attività operative dell’azienda e dall’energia che ha utilizzato.

A stilarla, per il sesto anno consecutivo, il Financial Times sulle informazioni raccolte dal provider di dati Statista: 600 le imprese virtuose.

L’azienda con il punteggio più alto è Fortum, società finlandese attiva nei settori dell’energia e dei servizi di pubblica utilità. Al secondo posto si posiziona la società di servizi professionali Accenture, mentre la società francese di software Dassault systèmes si piazza al terzo posto.

E le italiane? Sono 60 e tra loro figurano anche Enel, Safilo, Intesa Sanpaolo, A2A, Pirelli, Campari, Cassa depositi e prestiti, Ferrari, Poste Italiane, Generali e Banca Generali (QUI l’elenco completo).

Il Piano di Generali

Il riconoscimento, fa sapere in particolare il Gruppo Generali, «conferma l’efficacia dell’approccio alla sostenibilità e del Piano di transizione climatica: una direzione integrata nella strategia del gruppo, che definisce impegni, leve, risorse e meccanismi di governance attraverso cui Generali promuove una transizione giusta verso un’economia a zero emissioni nette, nelle attività assicurative, di investimento e operative, entro il 2050»

Ambizioni, si specifica, «che sono supportate da obiettivi intermedi al 2030 e che mirano a favorire un modello economico e sociale più sostenibile».

Specifiche leve di decarbonizzazione

In particolare, sull’inclusione di Banca Generali nella classifica, per il gruppo si tratta di «un riconoscimento che riflette il percorso strutturato e avviato da tempo dalla banca, concretizzatosi nell’adozione del Piano di transizione climatica all’inizio del 2025»

Il piano, si chiarisce, «definisce obiettivi di decarbonizzazione sia per le attività operative sia per il portafoglio investimenti, con target intermedi al 2030 e l’obiettivo di lungo periodo di emissioni Net-zero al 2040, supportati da specifiche leve di decarbonizzazione».

Lucia Silva, group chief sustainability officer di Generali, e Carmelo Reale, general counsel & group sustainability di Banca Generali

Piano strategico che dimostra efficacia

L’inclusione tra gli «Europe’s climate leaders», sottolinea Lucia Silva, group chief sustainability officer di Generali, «rappresenta un riconoscimento importante dei progressi compiuti da Generali nel contrasto al cambiamento climatico delineati nel Piano di transizione approvato dal Consiglio di amministrazione del gruppo».

I risultati raggiunti, spiega, «dimostrano l’efficacia del nostro piano strategico e la nostra capacità di integrare la sostenibilità nel core business, contribuendo concretamente a una transizione verde e giusta».

Fattori di sostenibilità e business integrati

Per Carmelo Reale, general counsel & group sustainability di Banca Generali, «l’inclusione tra gli Europe’s climate leaders conferma il percorso intrapreso da Banca Generali e il costante impegno nell’ambito Esg, volto all’integrazione dei fattori di sostenibilità nel modello di business e al rafforzamento di un framework orientato alla promozione di investimenti responsabili e alla creazione di valore nel lungo termine».

In questo percorso, dice ancora, «si inserisce il Piano di transizione cimatica approvato dal nostro Consiglio di Amministrazione, che definisce obiettivi chiari di decarbonizzazione e guida l’evoluzione della Banca verso un modello sempre più sostenibile».

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura foto da Andrey K per Unsplash. Nel testo foto da ufficio stampa Banca Generali

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Fondazione Giordano Dell’Amore: un motore per l’ecosistema dell’impatto sociale made in Italy

La Fondazione Social Venture Giordano dell’Amore – Fsvgda è impegnata dal 2017, anno della sua nascita, nella promozione e nello sviluppo dell’ecosistema italiano dell’impact investing – sui versanti della domanda e dell’offerta di capitale – attraverso un’attività integrata di capacity building, investimento e advisory.

Tra i risultati che emergono dall’Impact Report 2025 consultabile sul sito www.fsvgda.it si possono ricordare gli 11,7 milioni di euro investiti in 60 soggetti, 192 percorsi di incubazione/accelerazione e mentorship offerti a startup a impatto sociale, oltre 2 milioni di euro erogati in servizi di incubazione/accelerazione e servizi di accompagnamento alle iniziative imprenditoriali

Attività di capacity building

L’offerta di competenze sul mercato rappresenta uno strumento centrale nel modello di intervento promosso da Fsvgda. Le iniziative di capacity building – orientate allo sviluppo di una domanda di capitali più solida e strutturata – costituiscono una condizione necessaria a rendere l’attività di impact investing sostenibile e attrattiva per gli investitori. Sulla base di tale consapevolezza, la Fondazione, grazie alle risorse filantropiche di Fondazione Cariplo, ha concluso nel 2025 la quarta edizione di Get it!, realizzata in partnership con Cariplo Factory.

Ad oggi, Fsvgda ha promosso 13 programmi di capacity building (4 edizioni della Call for Impact di Get it!, 3 edizioni di Get it! 4 Partners e 6 programmi esterni in qualità di partner) che hanno raccolto complessivamente 1.960 candidature, consentendo alla Fondazione di finanziare 192 percorsi di incubazione/accelerazione e mentorship e di investire 1,5 milioni di euro  in 25 startup a impatto. Nell’ambito di Get it!, inoltre, Fsvgda ha erogato oltre 2 milioni di euro in servizi di accompagnamento imprenditoriale, coinvolgendo nei percorsi di empowerment oltre 50 mentors e supportando attraverso il suo Evaluation Lab oltre 80 imprese nello sviluppo di modelli di valutazione dell’impatto delle loro attività.

Attività di investimento

Al 31 dicembre 2025, la Fondazione ha investito complessivamente 11,7 milioni di euro in 60 soggetti: 2,5 milioni di euro in 4 veicoli e 9,2 milioni di euro in 56 imprese.

Il portafoglio di investimenti – diretti e indiretti – della Fondazione è il frutto della volontà di allocare risorse finanziarie per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali capaci di offrire soluzioni innovative e sostenibili a bisogni prioritari e per contribuire alla nascita e al rafforzamento dei veicoli attivi nel campo dell’impact investing.

Prosegue il programma Gda Invest

Con l’obiettivo di rilanciare e rafforzare l’offerta di capitali, nel novembre 2024, Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore e Fondazione Cariplo hanno avviato ufficialmente Gda Invest, un programma di investimenti a impatto di oltre 60 milioni di euro: al 31 dicembre scorso il programma ha investito 8,5 milioni in 25 iniziative, di cui 22 startup, un Ets (investimento a lungo termine) e 2 veicoli finanziari.

Nel complesso, il portafoglio dei 56 investimenti diretti risulta eterogeneo per natura giuridica – 32 S.r.l., di cui 7 imprese sociali, 20 Cooperative Sociali e 4 S.p.A., di cui un’impresa sociale – e per settore: il 40,6% è afferente all’area sociale, il 44,9% all’area arte e cultura, il 13,2% all’area ambientale e l’1,3% all’area della ricerca scientifica.

L’analisi del portafoglio, inoltre, evidenzia alcuni dati significativi rispetto all’andamento e alle caratteristiche dei dipendenti impiegati dalle 56 partecipazioni dirette: sempre al 31 dicembre scorso sono infatti 1.140 i dipendenti complessivi, di cui 595 donne (52%) e 373 soggetti ascrivibili alle fasce deboli (33%).

In apertura foto by Mattia Poli on Unsplash

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Pietro Segata, nuovo presidente di “Agci imprese sociali”: «Il benessere dei nostri lavoratori è una priorità»

“Scenario attuale ed evoluzioni in corso: il ruolo della cooperazione sociale”, questo il titolo del congresso del settore sociale di Agci– Associazione Generale Cooperative Italiane che si è tenuto a Roma, presso Palazzo Merulana e ha visto l’elezione del bolognese Pietro Segata, presidente di Società Dolce al vertice di Agci imprese sociali. Segata raccoglie il testimone da Giuseppina Colosimo. Oltre a Segata la presidenza è così costituita: Marco Olivieri (vicepresidente vicario), Massimo Ramerino (vicepresidente), Antonella Cappadona, Pierandrea Costa, Giuseppe D’Anna, Emanuele Monaci, Federico Pericoli e Rocco Rota. 

Il settore imprese sociali di Agci nasce nel 1998 e oggi raggruppa 1.112 cooperative del settore sociale, per un totale di circa 212.777 soci,  53.633 occupati e un fatturato pari a 1.459.016.025 euro.


Quali gli obiettivi di mandato del neo presidente? Segata a colloquio con VITA ne individua quattro. Il primo è dare «piena cittadinanza alle imprese sociali». Già oggi le imprese sociali costituite in forma non cooperativa possono aderire al network senza però effettivo diritto di voto (se non in forma consultiva): «Proporrò al presidente nazionale Massimo Mota una modifica al nostro statuto affinché si avvii un processo in base al quale anche le imprese sociali a partecipazione cooperativa (ovvero possedute per almeno dal 51% da coop sociali) o che inseriscano nella governance il coinvolgimento dei dipendenti nella gestione e negli utili dell’azienda (sul modello tedesco in base alla riforma proposta dalla Cisl) possano godere del pieno diritto di voto».

Secondo punto: «L’estensione del contratto nazionale delle cooperative sociali come riferimento base per tutte le imprese sociali, anche non cooperative».

Terzo obiettivo: favorire la nascita di cooperative o consorzi di cooperative sociali a indirizzo plurimo, ovvero soggetti che gestiscono contemporaneamente i servizi socio-sanitari/educativi (tipo A) e le attività produttive finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (tipo B). «Un orizzonte», ragiona Segata, «che contribuirà a rafforzare la sostenibilità e la capacità innovativa delle nostre imprese».

Infine il capitolo sul lavoro di cura. Su questo Segata ha un’idea ben definita: «Rendere Agci imprese sociali, non solo un organo di rappresentanza delle imprese, ma anche dei lavoratori. Dagli educatori agli assistenti sociali, dobbiamo lavorare a fondo per rendere attrattive queste professioni». Come in concreto? «Stiamo discutendo del rinnovo del contratto nazionale, che, in linea con le indicazioni del Governo, in prima battuta recupererà tutta l’inflazione, dopo di che dobbiamo mettere in campo altri strumenti, lavorando sul welfare aziendale, sulla previdenza integrativa e sulle prestazioni mutualistiche di assistenza sanitaria. Non dobbiamo nasconderci dietro un dito: oggi troppe nostre persone sono già o rischiano di finire nel perimetro dei lavoratori poveri. Invertire la rotta è una priorità». 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Segata è una delle voci che parlano nel numero di VITA magazine in distribuzione “Social worker, senza di loro perdiamo tutti”, all’interno del quale trovate il “Manifesto del lavoro sociale” che presenteremo il 4 giugno a Torino. 

Tornando a Roma, all’evento, moderato dalla giornalista Rai Simona Rolandi, ha inviato un videomessaggio Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità. Mentre hanno partecipato dal vivo Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale della Regione Lazio; Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro del Comune di Roma; Cristina Almici, deputata di Fdi; Silvio Lai, deputato del Pd; Maria Chiara Gadda, deputata di Italia Viva; Marco Lombardo, deputato di Azione; Gabriele Sepio, avvocato esperto di Terzo settore ed economia sociale; il direttore di VITA Stefano Arduini; il professor Stefano Zamagni; il presidente di Confcooperative Federsolidarietà Stefano Granata e Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali. A concludere  i lavori è stato il presidente di Agci nazionale Massimo Mota

La viceministro al Lavoro con delega al Terzo settore, Maria Teresa Bellucci con il presidente nazionale di Agci Massimo Moro

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Libano, Israele avanza ancora e bombarda su chi scappa

Abbattere dieci edifici a Beirut per ogni drone che ferisce un soldato israeliano. È la richiesta che Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze di Tel Aviv, ha rivolto al capo del governo Benjamin Netanyahu come risposta alla morte, per mano di Hezbollah, della sergente Rotem Yanai. «È semplice», ha scritto su X. «Signor primo ministro, lascia che l’Idf vinca e protegga i nostri soldati».

Ma il Libano non ha bisogno di attendere la rappresaglia invocata da Smotrich. Dalla sera di martedì 26 maggio è in corso una vasta offensiva israeliana nel Sud del Paese, che nelle ultime ore sta coinvolgendo soprattutto Tiro, 200mila abitanti, uno dei centri maggiori dopo la capitale, e Sidone (circa 60mila). A ordinarla è stato lo stesso Netanyahu dopo gli attacchi con droni condotti da Hezbollah contro le truppe che occupano parte del Libano meridionale e contro i civili nel nord di Israele. L’attacco è stato preceduto da un ordine di evacuazione arrivato due ore prima dell’inizio dei bombardamenti, che sono quindi iniziati con le persone ancora in fuga. Online, sono diversi i video che mostrano gruppi di cittadini coperti di polvere radunati sotto gli edifici crollati. I morti – alla mattina di giovedì 28 maggio – sono almeno 12, che vanno ad aggiungersi ai 30 dei due giorni precedenti.

Inizialmente, l’ordine di evacuare sopra al fiume Zahrani, circa 40 chilometri a nord del confine con Israele, è stato rivolto ai cittadini di Tiro e a quelli dei villaggi limitrofi. In serata, però, l’esercito israeliano ha dichiarato delimitato come “zona di combattimento” tutta l’area che si trova tra la Linea Blu (il confine con Israele) e questa nuova linea di demarcazione interna: si tratta di circa il 18% del territorio libanese. Al momento, le truppe di terra non sono ancora arrivate in quest’area, ma un canale tv libanese ha affermato che un carro armato israeliano sarebbe stato visto circa 5 chilometri a nord del fiume Litani – quindi nell’area tra questo corso d’acqua e il fiume Zahrani -: se confermato, sarebbe il più a nord mai raggiunto da un veicolo di Tel Aviv dai tempi della prima guerra con il Libano, nel 1982. Il fiume Litani delimita a nord la zona cuscinetto stabilita da una risoluzione Onu in cui l’unica presenza militare consentita è quella libanese e quella dell’Unifil. Sebbene la risoluzione sia di fatto carta straccia vista la presenza sia di Hezbollah che dell’Idf, superare addirittura questa linea sarebbe un salto di livello all’interno del conflitto.

Sebbene Israele affermi di mirare alle postazioni di Hezbollah, sono diversi i civili coinvolti. Secondo l’agenzia di stampa statale libanese Nna, una famiglia di sei persone è stata centrata da un drone mentre percorreva l’autostrada di Adlun, nella zona di Nabi Sari all’interno del distretto di Zaharani, proprio per evacuare. Nell’area sarebbe morto anche un soldato dell’esercito libanese. A Sidone, invece, un missile ha colpito un palazzo nella zona di Qiaa: i soccorritori hanno recuperato tre corpi, mentre i feriti sono cinque. A Tiro, infine, un drone ha colpito una motocicletta, causando due morti.

Dall’inizio della settimana, sono almeno 550 (135 nelle ultime 24 ore) gli obiettivi di Hezbollah che Israele ha dichiarato di aver colpito, nonostante la proroga del cessate il fuoco firmata il 15 maggio. Dall’inizio di marzo, quando Israele ha lanciato l’offensiva contro Hezbollah in seguito all’attacco condotto assieme agli Stati Uniti contro l’Iran, i morti in Libano sono 3.269, con 9.840 feriti. Gli sfollati, invece, sono circa un milione, più o meno un quinto della popolazione.

In apertura: una donna controlla il suo appartamento a Sidone, giovedì 28 maggio. (AP Photo/Mohammed Zaatari/Lapresse)

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Minori stranieri non accompagnati, la denuncia da Crotone: «Così il sistema li riduce a posti letto»

Centootto ragazzi in nove mesi, ventidue posti letto, un centro di accoglienza straordinaria a Crotone. Arrivavano dall’Afghanistan, dal Bangladesh, dall’Egitto, dalla Costa d’Avorio – quasi tutti con alle spalle detenzioni in Libia o in Turchia, violenze, traversate del deserto. Nel progetto “Da Cas a Casa”, gestito dall’impresa sociale Sabir, frequentavano la scuola, facevano tirocini in aziende locali, seguivano percorsi psicologici. Alcuni erano stati dati in affido a famiglie del posto: un fatto quasi senza precedenti nel sistema italiano dei Cas per minori stranieri non accompagnati.

Ora Sabir ha annunciato che non rinnoverà il contratto con la Prefettura. Ritardi nei pagamenti protratti per mesi, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, nessuna programmazione, contestazioni ritenute sproporzionate. La presidente Manuelita Scigliano non usa giri di parole: il sistema «tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire». Firmare un nuovo contratto, in queste condizioni, avrebbe significato «trasformare un’esperienza educativa in una lenta agonia amministrativa».

Non è una resa, sostiene Scigliano. È una denuncia pubblica. E vuole che il caso di Crotone apra un dibattito nazionale. «Abbiamo sostenuto quasi da soli, a livello locale, questa battaglia estenuante. Oggi la questione va portata a un livello politico e di principio. Chiediamo che il nostro appello venga raccolto da chi crede che la difesa dei diritti dei più fragili non possa più essere lasciata alla solitudine di pochi».

Qual è la situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria? Quanti sono e come vivono?

La situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria è diventata particolarmente critica a partire dal 2023, quando il territorio crotonese è stato investito da un’esplosione degli arrivi via mare. In quell’anno in Italia si è arrivati a oltre 20mila minori stranieri non accompagnati, a fronte di una disponibilità di posti in accoglienza dedicata di circa 3mila posti. Questo squilibrio enorme ha prodotto conseguenze davvero gravi: molti ragazzi sono rimasti per giorni o settimane in condizioni improprie, spesso trattenuti in centri per adulti o in strutture emergenziali come il Cara di Sant’Anna di Crotone. Una situazione che abbiamo denunciato anche attraverso un’interrogazione parlamentare presentata a Bruxelles. È in quel contesto che Sabir ha iniziato a operare con i Msna, offrendo inizialmente supporto educativo e ricreativo ai ragazzi presenti nel Cara di Sant’Anna e partecipando ai tavoli istituzionali della Prefettura di Crotone. Dal settembre 2024 abbiamo poi gestito un Cas dedicato ai minori, con 22 posti letto, all’interno del quale sono transitati 108 ragazzi provenienti da Afghanistan, Bangladesh, Iran, Egitto, Tunisia, Costa d’Avorio, Gambia e Pakistan. Questi ragazzi arrivano quasi sempre dopo percorsi segnati da guerra, torture, violenze o detenzione in Libia e Turchia. Per questo il tema non può essere solo “dove dormono”, ma come vivono. Nel nostro progetto abbiamo cercato di trasformare il Cas in una vera “casa”: scuola, corsi di italiano, supporto psicologico, sport, laboratori artistici, tirocini lavorativi, mediazione culturale e costruzione di relazioni con la comunità locale. L’obiettivo era evitare che restassero sospesi in un sistema emergenziale e restituire loro continuità educativa, dignità e prospettive di autonomia.

La decisione di non rinnovare il contratto è stata definita “sofferta”. Quali sono stati i momenti o gli episodi specifici che hanno reso impossibile continuare, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi accolti?

La decisione di non rinnovare il contratto è stata sofferta perché, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi, negli ultimi mesi è diventato sempre più difficile garantire un’accoglienza realmente educativa e sostenibile. Le criticità non riguardavano un singolo episodio, ma un insieme di problemi strutturali: ritardi amministrativi e nei pagamenti protratti per mesi, difficoltà continue nel confronto con l’Amministrazione, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, mancanza di programmazione e contestazioni che spesso abbiamo ritenuto sproporzionate o incoerenti rispetto al lavoro svolto. A questo si aggiungeva una gestione sempre più burocratica del sistema, in cui il rischio era quello di ridurre i minori a semplici “posti letto”, senza considerare i percorsi individuali costruiti nel tempo. Eppure parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, spesso arrivati dopo traumi, violenze o situazioni familiari molto difficili, che necessitano di continuità educativa, psicologica e relazionale. In alcuni casi il Tribunale per i Minorenni aveva persino disposto il prosieguo amministrativo proprio per consentire il completamento dei percorsi di integrazione avviati all’interno della struttura. Nel nostro centro i ragazzi erano inseriti a scuola, in tirocini lavorativi, in percorsi psicologici e di integrazione sociale. Alcuni avevano iniziato finalmente a trovare stabilità dopo anni di spostamenti continui tra strutture diverse. Interrompere tutto questo senza garanzie sulla continuità dei percorsi avrebbe significato tradire il senso stesso del progetto “Da Cas a Casa”. Per questo abbiamo ritenuto che firmare un nuovo contratto, nelle condizioni date, avrebbe rischiato di trasformare un’esperienza educativa costruita con fatica in una gestione puramente amministrativa, non più compatibile con il superiore interesse dei minori.

Il modello “Da Cas a Casa” ha prodotto risultati rari come l’affido familiare e culturale. Come si è costruito concretamente quel rapporto di fiducia con la comunità locale di Crotone, un territorio già segnato da spopolamento e difficoltà? 

Il rapporto di fiducia con la comunità locale si è costruito lentamente, attraverso la presenza quotidiana e la partecipazione concreta dei ragazzi alla vita del territorio. Non abbiamo mai pensato al Cas come a un luogo chiuso o separato dalla città, ma come a uno spazio aperto, capace di creare relazioni reali tra i minori e la comunità crotonese. Questo è stato possibile anche perché Sabir non è un semplice ente gestore arrivato dall’esterno per amministrare un servizio, ma una realtà sociale radicata da anni nel territorio crotonese, impegnata quotidianamente in attività di inclusione sociale, contrasto alla povertà, supporto ai migranti e tutela delle persone vulnerabili. Lo Sportello Migranti, i servizi sociali, sanitari e psicologici, le collaborazioni con scuole, associazioni e aziende locali hanno permesso di costruire una rete di fiducia già esistente nella comunità. Per questo abbiamo investito moltissimo nelle attività culturali, artistiche e sportive. I ragazzi hanno partecipato a laboratori di musica e composizione digitale, ad attività di arrampicata, calcetto e flag football, ma anche a momenti di socialità con associazioni, scout e volontari del territorio. Uno dei momenti più significativi è stata la rappresentazione teatrale “Sogna Ragazzo Sogna”, costruita insieme al maestro Mario Nunziante sulle note della canzone di Roberto Vecchioni. Attraverso il teatro e la musica, i ragazzi hanno raccontato pubblicamente il loro viaggio, le paure, i traumi e le speranze legate all’arrivo in Italia. Quella performance è stata portata anche sul palco del Premio Letterario Caccuri ed è diventata un momento molto forte di incontro tra la cittadinanza e questi giovani, non più percepiti come “migranti” astratti ma come ragazzi con storie, talenti ed emozioni. Abbiamo inoltre promosso attività nell’orto sociale, percorsi scolastici e tirocini nelle aziende del territorio. È proprio grazie a questa rete di relazioni quotidiane che sono nati anche percorsi rarissimi nel sistema dei Cas, come gli affidi familiari e culturali. In un territorio segnato dallo spopolamento e dalla fragilità sociale, si è creato un modello basato non sull’assistenza, ma sulla corresponsabilità e sul riconoscimento reciproco.

Nella lettera si denuncia una logica amministrativa che tratta i minori “come numeri da spostare”. Cosa succederà in concreto ai ragazzi già inseriti nei percorsi scolastici, lavorativi e psicologici dopo la chiusura del progetto?

Il punto più grave è proprio questo: oggi non esistono garanzie sufficienti sulla continuità dei percorsi educativi, scolastici, lavorativi e psicologici già costruiti con questi ragazzi. Il rischio concreto è che minori che finalmente avevano trovato una stabilità vengano nuovamente trasferiti da una struttura all’altra, interrompendo relazioni, percorsi terapeutici, inserimenti scolastici e tirocini avviati nel territorio. Parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, molti dei quali arrivati in Italia dopo esperienze traumatiche, violenze familiari, detenzione, guerra o sfruttamento. In diversi casi il lavoro educativo aveva richiesto mesi per costruire fiducia, equilibrio emotivo e adesione ai percorsi di integrazione. Alcuni ragazzi avevano iniziato finalmente ad aprirsi, a partecipare alle attività, a frequentare la scuola o ad avviare esperienze lavorative. In alcuni casi, inoltre, il Tribunale per i Minorenni aveva riconosciuto formalmente l’importanza della continuità educativa all’interno della struttura, disponendo il prosieguo amministrativo proprio per consentire ai ragazzi di completare il loro percorso di integrazione e autonomia. Il problema è che il sistema continua spesso a ragionare in termini di disponibilità di posti e gestione emergenziale, mentre per questi ragazzi la continuità relazionale ed educativa è fondamentale. Spostarli significa spesso ricominciare tutto da capo, con il rischio concreto di dispersione scolastica, marginalizzazione o ulteriore fragilità psicologica. Per questo Sabir ha dichiarato che continuerà a monitorare quanto accadrà ai minori coinvolti, ai loro percorsi scolastici, lavorativi e psicologici, affinché nessuna scelta amministrativa produca ulteriori danni nel silenzio generale. 

L’appello finale è rivolto al Governo e alle istituzioni per avviare una co-programmazione nazionale. Cosa significa in pratica superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza, e quali resistenze istituzionali avete incontrato nel proporre questo cambiamento? 

Superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza significa cambiare completamente il modo in cui vengono considerati i minori stranieri non accompagnati. Oggi il sistema è ancora troppo frammentato: nella prima accoglienza spesso prevale la logica emergenziale, trovare rapidamente un posto letto, mentre i percorsi educativi, psicologici, scolastici e di integrazione arrivano dopo, quando arrivano. Ma un minore non può aspettare mesi per iniziare un percorso di tutela reale. Noi sosteniamo invece che la presa in carico debba essere globale fin dal primo giorno: scuola, supporto psicologico, mediazione culturale, tutela legale, salute, formazione e costruzione di relazioni con il territorio devono partire immediatamente, senza separare artificialmente le fasi dell’accoglienza. È questo il senso del modello “Da Cas a Casa”: trasformare un centro emergenziale in una comunità educante radicata nel territorio. Le principali resistenze incontrate sono state culturali e amministrative. Da una parte continua a prevalere una logica numerica e burocratica, centrata sulla gestione dei posti disponibili più che sui bisogni dei ragazzi; dall’altra manca spesso una vera co-programmazione tra Prefetture, enti locali e Terzo Settore. In questi mesi abbiamo sperimentato difficoltà continue nel dialogo istituzionale, ritardi amministrativi, mancanza di risposte e assenza di una programmazione stabile che consentisse di pianificare percorsi educativi duraturi. Eppure investire in percorsi strutturati non rappresenta solo una scelta etica o sociale, ma anche una scelta razionale per lo Stato. Garantire continuità educativa e integrazione fin dall’inizio significa ridurre dispersione, marginalizzazione, trasferimenti continui tra strutture, contenziosi amministrativi, emergenze sociali e costi legati a interventi successivi molto più onerosi. Un sistema stabile e integrato consente di ottimizzare risorse, tempi e investimenti pubblici, evitando di spendere continuamente nell’emergenza senza costruire percorsi reali di autonomia. Per questo chiediamo una programmazione nazionale stabile, fondata sul superiore interesse del minore e sulla collaborazione reale tra istituzioni e realtà territoriali che lavorano ogni giorno sul campo. Noi vorremmo davvero che il caso di Crotone diventasse la scintilla per aprire finalmente un dibattito nazionale serio sull’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Non soltanto come denuncia di ciò che non funziona, ma come proposta concreta di un’alternativa possibile. In questi anni abbiamo dimostrato che un modello diverso può esistere: un’accoglienza radicata nel territorio, costruita sulla relazione educativa, sulla comunità e sulla continuità dei percorsi. Un modello che non è straordinario o irrealizzabile, ma che potrebbe essere replicato facilmente in molti altri territori italiani se sostenuto da una reale volontà politica e istituzionale.

Foto: Antonino Durso/LaPresse

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Spazzamondo, l’onda arancione che si prende cura dei beni comuni

Un’onda arancione che si prende cura degli spazi comuni. È l’immagine più efficace per raccontare Spazzamondo, un’iniziativa che da cinque anni spinge a riflettere su ambiente, riciclo, cura dei contesti urbani e senso di comunità. Leve che, sommate l’una all’altra, diventano il motore potente e silenzioso che muove 22mila persone in 176 comuni, più di 100 scuole e 28 aziende a dedicare una giornata alla raccolta dei rifiuti che campeggiano nei nostri itinerari quotidiani.

Succede in provincia di Cuneo e non è un caso: a coordinare e promuovere un progetto che coinvolge ogni anno comuni, scuole, famiglie e imprese in un lungo percorso di avvicinamento, è la Fondazione Crc: «Spazzamondo appartiene davvero a tutti», dice il presidente Mauro Gola. «Anche quest’anno abbiamo visto comunità capaci di attivarsi autonomamente, amministrazioni locali che hanno coinvolto cittadini e associazioni, scuole e famiglie che hanno scelto di partecipare insieme. È un progetto che nel tempo è riuscito a trasformare un gesto semplice e concreto in un’esperienza condivisa, rafforzando il senso di responsabilità verso l’ambiente e promuovendo la presa in carico dei luoghi in cui viviamo».

215 tonnellate di CO2 risparmiata

L’edizione 2026 ha permesso di raccogliere quasi 9.800 sacchi di rifiuti, per un totale di circa 38 tonnellate che equivalgono a 44 tonnellate di CO2 risparmiata. Numeri che testimoniano la dimensione diffusa e spontanea della partecipazione: dal 2021 a oggi l’iniziativa ha coinvolto complessivamente oltre 110mila partecipanti, con più di 190 comuni aderenti nelle sei edizioni, permettendo di raccogliere in totale più di 170 tonnellate di rifiuti, equivalenti a un risparmio ambientale stimato di 215 tonnellate di CO2.

Volontari al lavoro ad Alba.

L’edizione di quest’anno ha rafforzato ulteriormente il percorso costruito nei mesi precedenti alla giornata del 23 maggio, allargando il progetto ben oltre il momento della raccolta rifiuti. Il bando “Spazzamondo – Sport per il Pianeta” ha coinvolto 29 realtà sportive in camminate ecologiche, plogging (l’attività sportiva nata in Svezia che unisce la corsa alla raccolta dei rifiuti abbandonati), pedalate e momenti di animazione collettiva organizzati al termine della raccolta, rafforzando il legame tra sostenibilità, benessere e partecipazione.

Un impegno civile, sociale e ambientale

Un’importante adesione ha caratterizzato anche il calendario “Aspettando Spazzamondo”, che si è rivolto soprattutto ai più piccoli con lo spettacolo interattivo Benvenuti nel MagiRegno, ispirato alla serie Lampadino e Caramella nel MagiRegno degli Zampa. Tra le principali novità del 2026, i nuovi kit didattici realizzati insieme alla cooperativa Erica e distribuiti nelle scuole della provincia per affrontare i temi del littering (l’abbandono dei rifiuti e dell’imbrattamento), del cambiamento climatico e della responsabilità ambientale attraverso attività e materiali differenziati per età.

Il presidente di Fondazione Crc Mauro Gola.

«Siamo convinti che un appuntamento come questo possa rappresentare un momento efficace per trasferire ai partecipanti informazioni utili a nutrire l’impegno civico, sociale e ambientale», spiega Roberto Cavallo di cooperativa Erica, partner tecnico dell’evento. Qualche esempio? «I rifiuti abbandonati vengono trasportati dagli eventi meteorologici fino al mare: il 75% dei materiali che formano le isole oceaniche proviene dall’entroterra ed entra nella catena alimentare. Molti animali, soprattutto mammiferi marini e uccelli, muoiono per ingestione o soffocamento, ma anche per fame: stomaco e gozzo pieni di rifiuti impediscono loro di nutrirsi».

Anche quest’anno Spazzamondo premierà i comuni, le scuole e le aziende che avranno saputo coinvolgere il maggior numero di partecipanti nelle rispettive categorie, confermando una formula partecipata resa possibile dalla collaborazione di Fondazione Crc con cooperativa Erica, Coordinamento provinciale della Protezione civile, Anci Piemonte, Uncem Piemonte, Anpci, Coldiretti, Confcommercio, Confartigianato, Confindustria e dal supporto dei consorzi Acem, Cec, Coabser e Csea.

Una chiamata all’azione collettiva

A cosa si deve un’adesione così alta? «Le iniziative ambientali funzionano perché le persone sentono il bisogno di esprimere il proprio legame con il territorio attraverso azioni concrete. Fare le cose insieme, essere chiamati all’azione in modo collettivo, fa sentire parte di un movimento comune», riflette Cavallo. «Attraverso i comuni, Fondazione Crc rilancia il progetto e ciascuno si prende cura di un pezzo del proprio territorio. È questo che rende unica Spazzamondo».

Roberto Cavallo impegnato ad Alba durante la giornata di Spazzamondo.

L’ondata arancione continua il suo viaggio anche grazie al coinvolgimento delle scuole e delle nuove generazioni. «Per i più giovani prendersi cura dell’ambiente diventa qualcosa di naturale: un’esperienza che resta», conclude Cavallo. «Da bambini abbiamo una predisposizione spontanea alla cura. Forse siamo noi adulti a doverla riscoprire».

In apertura, alcuni dei volontari che hanno partecipato alla giornata ad Alba. Le fotografie sono state fornite da Ufficio stampa Fondazione Crc

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Oltre la ricerca: ecco come cambiare la vita con la sclerosi multipla

Superare le profonde disuguaglianze territoriali nell’accesso a cure, riabilitazione, sostegni e percorsi di presa in carico, investendo in modo strutturale su ricerca, servizi, continuità assistenziale, integrazione tra ospedale e territorio e piena applicazione della riforma della disabilità, affinché ogni persona con sclerosi multipla possa partecipare pienamente alla vita sociale, lavorativa e relazionale.

È questo il quadro di priorità che saranno al centro dell’incontro istituzionale alla Camera dei Deputati di oggi in occasione Settimana Nazionale della Sclerosi Multipla e della Giornata Mondiale della sclerosi multipla del 30 maggio. Durante l’incontro l’Associazione italiana sclerosi multipla Aism e la sua Fondazione Fism presenteranno alle istituzioni la nuova Agenda della SM 2030, documento strategico con cui Aism insieme agli stakeholder definisce la propria visione e le priorità di cambiamento per i prossimi cinque anni, e i dati emersi dal Barometro 2026.

«Il punto non è solo potenziare i servizi dove ancora mancano, ma far funzionare in modo coerente e accessibile ciò che oggi è già possibile. Oggi il Terzo Settore non si limita a rappresentare i bisogni: partecipa alla costruzione delle politiche pubbliche e dei modelli di cambiamento» dichiara Francesco Vacca, presidente nazionale Aism, che «porta nei luoghi decisionali sessant’anni di esperienza, i dati del Barometro della SM e le priorità dell’Agenda, contribuendo ogni giorno a trasformare conoscenza e bisogni reali in cambiamenti concreti e agibili. La sfida oggi è passare da un sistema a cui le persone devono adattarsi a un sistema capace di adattarsi alle persone».

L’Agenda 2030

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha fatto passi da gigante. Diagnosi sempre più precoci, efficaci e personalizzate, strumenti avanzati di monitoraggio e l’accesso ai percorsi di cura consentono oggi di rallentare la progressione della malattia posticipando di decenni il raggiungimento di una disabilità grave. Quello che ancora manca è un sistema di servizi integrato perfettamente funzionante e una società realmente inclusiva. L’Agenda SM 2030 definisce priorità e direzioni di cambiamento per migliorare qualità della vita, diritti, partecipazione e presa in carico delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate nei prossimi cinque anni, mettendo al centro gli impatti reali sulla vita delle persone.

«L’Agenda 2025 era organizzata con quattro linee di missione che erano le priorità strategiche» spiega Paolo Bandiera, direttore affari generali e relazioni istituzionali. Le quattro linee, erano, infatti: presa in carico e diritti; inclusione e partecipazione; ricerca; comunicazione e competenze della rete Aism. Tutto ciò non sparisce, ma viene ricombinato sotto una nuova ottica ecosistemica. «Nell’Agenda 2030 si vuole superare tale struttura, chiara sul piano teorico ma meno immediata da trasformare in azione concreta per migliorare la qualità di vita delle persone. Si è pensato quindi di andare oltre questa separazione funzionale» e adottare una logica più sistemica. L’Agenda 2030 evidenzia gli impatti, quindi quale futuro si vuole costruire per le persone con SM; poi i cambiamenti, quindi, cosa deve cambiare nei sistemi sanitari, sociali, lavorativi, culturali, e le leve trasformative che li rendono possibili. L’Agenda, poi, è frutto della consultazione e partecipazione allargata a tutti gli stakeholder: per la sua stesura, racconta Bandiera, «abbiamo incontrato i territori, una consultazione che è durata dei mesi durante i quali abbiamo attraversato in lungo e in largo l’Italia». Una partecipazione permanente, in linea con il modello di governance condivisa che Aism promuove e richiede da tempo.

L’Agenda della SM e patologie correlate 2030 si inserisce, inoltre, nel percorso di attuazione della riforma della disabilità e del nuovo modello di Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, rispetto al quale Aism è impegnata nei tavoli istituzionali nazionali e nei processi di sperimentazione territoriale.

Il Barometro 2026

Il divario ancora profondo tra ciò che oggi la ricerca rende possibile e ciò che le persone riescono realmente a vivere ogni giorno emerge anche dai dati del Barometro della SM e patologie correlate 2026, consueto rapporto annuale di analisi e monitoraggio della situazione, mostrano un Emerge così che è ferma al 35,4%, la quota di Centri SM che lavora con percorsi diagnostico terapeutici Pdta strutturati, che assicurano continuità e interdisciplinarità dei percorsi. Significa, per le persone e le famiglie quando mancano, doversi organizzare le cure in modo autonomo e quindi trovarsi e prenotare le prestazioni da sé. II 31,6% si è dovuto rivolgere al privato pagando da sé per avere riabilitazione, che è una componente essenziale della cura, il 41,1% lo ha fatto per vedere altri specialisti, il 61,2% per ricevere supporto e terapia psicologica. Il quadro dei servizi sociali e socio sanitari è ancora più problematico: oltre il 57% delle persone con bisogno di assistenza domiciliare dichiara di non riceverla. Per molte persone la gestione quotidiana della malattia continua a tradursi in opportunità sottratte al lavoro, alle relazioni e al proprio progetto di vita. Il costo sociale della SM raggiunge oggi 6,9 miliardi di euro l’anno e la perdita di produttività e autonomia di persone e caregiver rimane uno degli impatti più pesanti per la comunità.

Non solo. Oltre il 60% delle persone con SM riferisce di subire discriminazioni nella vita quotidiana e il 65,8% incontra ostacoli e barriere in almeno un luogo della propria vita, con conseguenti limitazioni all’autonomia, alla partecipazione sociale e alla qualità della vita.

Un terzo delle persone con SM sente di non potersi realizzare nella vita, e il dato supera il 50% tra quelle con disabilità moderata e raggiunge il 60% per chi la ha in forma grave. Il livello di disabilità impatta in modo drammatico sia sulla possibilità di trovare e mantenere un lavoro adatto, non ci riesce il 57,7% di chi ha disabilità moderata e il 69,5% di chi l’ha grave, che di vivere liberamente il proprio tempo libero: non può farlo il 59% di chi ha disabilità moderata e il 71,2% di chi l’ha grave.

Foto di Aism

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Inclusione al “Quadrato”: Centimetro Zero fa il bis e conquista Ascoli

Un nuovo ristorante che unirà inclusione sociale, sostenibilità economica e ambientale in una location unica, Palazzo Saladini Pilastri ad Ascoli Piceno. È l’ultima sfida di Locanda Centimetro Zero di Pagliare del Tronto , il ristorante sociale di Pagliare del Tronto (frazione di Spinetoli, AP) aperto nel 2015. Il nuovo ristorante richiamerà, nel nome, il primo – Centimetro Zero al Quadrato – e aprirà le cucine entro la fine dell’anno.

Nato per iniziativa di Emidio Mandozzi e Roberta D’Emidio, nel corso di questi 11 anni il progetto ha diversificato le proprie attività. Al ristorante sociale e all’orto biologico si è aggiunta, nel 2020, la produzione di vino in collaborazione con il produttore Roberto Cipresso. Nel 2022, poi, l’apertura della cioccolateria “Cioccole” sotto la direzione della maîtres chocolatiers Giorgia Ciarrocchi. Ora, dunque, un nuovo ristorante, in un luogo storico del capoluogo.

In tutto, la Locanda, occupa stabilmente circa venti ragazzi con disabilità intellettiva, che a rotazione prestano servizio tra cucina e sala, in un contesto dove la disabilità diventa inclusione e coinvolgimento sociale con una clientela fidelizzata e sempre crescente.

«Abbiamo cercato di dare una risposta ad un bisogno che, per questi ragazzi, era duplice: offrire loro un’occasione di mettersi in gioco attraverso un lavoro che li facesse sentire autonomi, e dall’altro lato sentirsi liberi ed accettati dalla società», sottolinea Mandozzi. Gli fa eco D’Emidio: «Il nostro è un progetto che, oltre a offrire opportunità a tanti ragazzi, ai quali ci siamo talmente affezionati da diventare la nostra grande famiglia allargata è anche un sostegno per le famiglie che, attraverso una rete di supporto condiviso, riduce il carico di cura quotidiana». Lo conferma Martino Acquaroli, un “veterano” dei ragazzi che lavorano alla Locanda: «Noi esistiamo, perché ci siete voi».

Le foto sono di Locanda Centimetro Zero

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