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La bellezza non è un lusso, ma il richiamo di ciò che siamo

Nel suo ultimo libro, Dire la bellezza. Unintroduzione al problema del bello da Platone alla teoria della pittura dicona, Marco Ferrari mette a frutto la sua pluriennale esperienza di studioso e docente nei licei, nonché di instancabile animatore dell’iniziativa delle Romanae Disputationes, evento filosofico che ogni anno coinvolge centinaia di alunni e alunne liceali in Italia. Pubblicato da Bonomo Editore nella collana AmoreperilSapere, il volume si presenta fin dalle prime pagine come uno strumento pensato soprattutto per studenti e insegnanti, a cui, nell’intenzione dell’autore, farà seguito un secondo tomo che proseguirà l’analisi del tema, estendendo la ricerca ad autori moderni e contemporanei.

In questo primo volume infatti Marco Ferrari traccia un percorso che attraversa la storia della filosofia antica e medievale, da Platone ad Aristotele, da Plotino ad Agostino, fino a Tommaso d’Aquino e alla teoria dell’icona bizantina. L’intento è interrogare la bellezza come esperienza che tocca l’uomo nel suo intimo, che “accade” e trasforma, che apre alla conoscenza della verità. Come scrive l’autore, «la bellezza è la manifestazione di un’alterità che ferisce il nostro modo quotidiano di vivere ed eccede la dimensione orizzontale dell’esistenza».

Marco Ferrari

Nell’ampia prefazione, Ferrari esplicita l’origine insieme didattica e personale della sua ricerca. Le domande sulla bellezza – che cos’è, perché ci attrae, quale rapporto ha con il corpo e con la verità – emergono dall’esperienza concreta del dialogo con gli studenti e dalla constatazione dell’insufficienza di una risposta puramente soggettivistica. Da qui prende avvio un itinerario filosofico che mira a trovare «un punto di incontro tra la soggettività assoluta e la realtà delle esperienze di bellezza che condividiamo».

Nei capitoli centrali l’autore mostra con chiarezza come la concezione della bellezza di ogni autore sia inseparabile dalla sua visione metafisica, e in un certo senso ne sia lo sviluppo conseguente. In Platone la bellezza è via di accesso all’Idea e potenza erotica che spinge l’anima oltre il sensibile; in Aristotele è armonia, compiutezza e piacere connesso alla conoscenza; in Plotino diventa esperienza di risalita all’Uno, “scala” che conduce dall’apparenza alla sovra-bellezza. Con Agostino la ricerca della bellezza si intreccia con la ricerca della felicità e della verità in Dio, mentre in Tommaso d’Aquino essa si inscrive nella triade verum, bonum, pulchrum, rivelando il legame profondo tra essere e splendore della forma.

Particolarmente originale e preziosa è l’ultima parte del volume, dedicata alla teoria dell’icona. In essa la bellezza non è semplice ornamento o fonte di piacere estetico, ma “immagine dell’invisibile”, luogo di incontro tra corporeità e trascendenza. L’icona, scrive Ferrari, è un vero e proprio “chiasmo”, uno spazio simbolico in cui la materia diventa trasparente a un oltre che non si lascia possedere. In questa prospettiva, l’esperienza estetica assume una valenza conoscitiva e spirituale.

La copertina del libro

Il volume si presta a molteplici utilizzi didattici. Per i docenti di filosofia rappresenta un ottimo strumento di sintesi, capace di connettere la lettura dei testi classici con le domande vive e attuali dei giovani. Per gli studenti liceali offre un’efficace opportunità di approfondimento. Anche gli appassionati di estetica, arte e teologia troveranno nel libro un compagno di lettura stimolante, in grado di tenere insieme riflessione teorica e attenzione all’esperienza.

Il messaggio che attraversa tutto il testo è chiaro: la bellezza non è un lusso, né un fatto puramente soggettivo, ma una dimensione essenziale dell’umano. Essa «riapre la domanda sul destino di ciò che vediamo e di ciò che siamo», illumina anche il dolore e la fragilità, e si offre come promessa di senso. In un tempo segnato dal disincanto e dalla frammentazione, Dire la bellezza invita a recuperare uno sguardo capace di riconoscere, abitare e pensare ciò che ci attrae e ci salva. Una proposta filosofica esigente, ma profondamente necessaria.

Maria Teresa Tosetto è docente di Filosofia e Storia nei licei. In apertura, foto di Greg Rakozy su Unsplash

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Il progetto di vita? Né obbligo né pretesa, ma motore di coesione sociale

I servizi diurni restano un modello valido – anche alla luce della riforma in atto – per rispondere a crescenti desideri e necessità di autodeterminazione delle persone con disabilità? Come si può lavorare di più e meglio a un cambiamento di prospettiva capace di riconoscere, a tutti i livelli, il diritto delle persone con disabilità, anche complesse, a vivere un ruolo adulto, generativo e attivo nella comunità? Sono questi i focus di una ricerca nazionale che ha impegnato nel 2024 e nel 2025 il gruppo di lavoro Sociabili di Legacoopsociali in una ricognizione che ha coinvolto 43 cooperative e circa 180 servizi diurni per persone con disabilità. Sono stati interessati nel complesso oltre 23mila operatori, in 11 regioni, prevalentemente del Nord e del Centro Italia.

Guido Bodda, psicologo ed educatore, presidente della cooperativa piemontese Il Sogno di una Cosa, ha coordinato la ricerca insieme a Luca Pazzaglia della cooperativa marchigiana Labirinto e oggi ne traccia per VITA i risultati. Ciò che emerge, in primo luogo, è che i centri diurni, nelle loro varie tipologie e forme, restano un modello valido, ma oggi che l’intreccio tra servizi e territorio rappresenta la chiave di volta dei modelli più innovativi in tema di disabilità e autonomia ed è la strada da percorrere per il futuro.

Non basta più garantire servizi. È indispensabile riconoscere una cittadinanza piena delle persone con disabilità, il loro ruolo sociale, capace di generare un cambiamento nel modo in cui si pensa alla stessa inclusione

Guido Bodda, presidente cooperativa Il Sogno di una Cosa

«L’indagine ci conferma che non basta più garantire servizi» sottolinea Bodda. «È indispensabile riconoscere una cittadinanza piena delle persone con disabilità, il loro ruolo sociale, capace di generare un cambiamento nel modo in cui si pensa alla stessa inclusione e, soprattutto, al progetto di vita. Non ci deve essere né un “per favore fammi entrare” ma nemmeno un “pretendo questo progetto di vita per mio figlio”, che è una stortura che si può generare dall’errata interpretazione della riforma. Inoltre, domandiamoci come arrivare anche a coloro che non “bussano” ai servizi. Nel lavoro compiuto, guardiamo alla possibilità di servizi diurni universalistici, sostenibili ed efficaci, tre aspetti chiave per l’effettiva e duratura attuazione di un progetto di vita».

Guido Bodda, psicologo ed educatore
Guido Bodda, psicologo ed educatore

Con questo fine, Bodda rimarca la necessità di superare l’idea del progetto di vita come un obbligo da perseguire. Chiama in causa, invece, un vero e proprio percorso evolutivo, che può esistere solo se sostenuto da una filiera di servizi capace di accompagnare la persona nel tempo: «Dico sempre che dobbiamo portare la comunità nei servizi ma anche i servizi nella comunità. Lo so, è difficile, ma è anche possibile e necessario», afferma l’educatore.

L’indagine e le buone pratiche

L’indagine, che nel 2026 sarà oggetto di una pubblicazione, ha inteso analizzare lo stato attuale ma anche offrire spunti e riflessioni sulle trasformazioni in atto, nella volontà di condividere i risultati con le istituzioni competenti, in particolare il ministero per le Disabilità e l’Osservatorio Nazionale, al fine di far emergere l’impatto sociale e innovativo dei servizi e delineare linee guida utili per il loro sviluppo futuro. I risultati sono anche occasione per favorire la diffusione delle buone pratiche registrate.

Aprire i centri diurni al territorio significa permettere alla comunità di riconoscere la persona con disabilità come risorsa, non come soggetto da assistere e costruire contesti in cui la partecipazione non è un’attività riempitiva, ma un ruolo sociale riconosciuto

Sebbene non sia ancora una modalità diffusa in maniera estesa, nei servizi diurni il lavoro per filiere territoriali sta diventando sempre più centrale. «Aprire i centri diurni al territorio significa permettere alla comunità di riconoscere la persona con disabilità come risorsa, non come soggetto da assistere e costruire contesti in cui la partecipazione non è un’attività riempitiva, ma un ruolo sociale riconosciuto» evidenzia Bodda. Tre sono i punti che l’indagine condotta mette in luce come fondamentali per il futuro. Il primo riguarda la natura stessa dei servizi diurni, che non possono essere una risposta onnicomprensiva: devono invece articolarsi in forme flessibili, capaci di adattarsi ai bisogni e ai desideri delle persone, e soprattutto essere fortemente connessi con il territorio. Il secondo punto riguarda l’autodeterminazione: i servizi diurni devono favorirla non solo all’interno delle loro strutture, ma anche fuori, sostenendo scelte e possibilità di sperimentazione. Il terzo punto è forse il più radicale: l’inclusione non coincide con il “fare qualcosa”, ma un’attività ha senso solo se orientata a un ruolo sociale riconosciuto, se permette alla persona di essere parte di una trama di relazioni e significati condivisi.

Attività in biblioteca con gli utenti di un centro diurno

Tra le cooperative coinvolte nell’indagine si rileva un grande sforzo in tal senso, con attività che prevedono il coinvolgimento e la collaborazione di associazioni, mondo profit, realtà culturali. Spesso si propongono con iniziative e progetti di “impegno civico” nel territorio di appartenenza. Gestione e pulizia di giardini pubblici, collaborazione per l’apertura di biblioteche e distribuzione di cibo, per l’organizzazione di eventi sportivi, progetti culturali e di sensibilizzazione con le scuole: sono alcune delle attività proposte dalle cooperative interpellate, che guardano concretamente alle persone con disabilità e ai servizi stessi come risorsa per il territorio.

L’obiettivo è sempre lo stesso: dare visibilità alle persone e al gruppo, superare la logica del centro diurno chiuso e creare contesti che amplificano i ruoli sociali delle persone con disabilità

«Una modalità che realizza un progetto di vita più autentico e crea anche coesione sociale», insiste Bodda. «Diversi servizi diurni scelgono di uscire dalle proprie sedi per entrare nelle scuole del territorio, con laboratori espressivi e attività condivise. L’obiettivo è sempre lo stesso: dare visibilità alle persone e al gruppo, superare la logica del centro diurno chiuso e creare contesti che amplificano i ruoli sociali delle persone con disabilità. Un laboratorio svolto in una scuola non è solo un’attività: diventa un’occasione di incontro, riconoscimento reciproco, costruzione di legami generativi».

Attività nelle scuole

La ricerca offre anche dati sul quadro attuale servizi diurni. Prevalgono quelli con utenza mista, subito dopo ci sono quelli per persone con disabilità grave e gravissima, che risultano essere anche i servizi con la percentuale di posti occupati più alta, pari all’85%. In circa la metà dei servizi diurni, di tutte le tipologie, è presente una lista di attesa. Nella maggioranza dei servizi la riunione di équipe viene realizzata a cadenza settimanale, ma resta un 16% in cui è mensile. Le cooperative interpellate contano un totale di 16.079 soci, che rappresentano il 68% del personale complessivo impegnato nelle attività.

Le criticità

Accanto agli elementi di innovazione, la ricerca mette in luce anche le criticità. Tra le più rilevanti c’è il bisogno urgente di riconoscimento degli stessi operatori. «È un tema spesso sottovalutato ma che emerge con forza», conclude lo psicologo, attivo sin dalla sua nascita anche all’interno della Rete Immaginabili Risorse, un network nazionale per la creazione di valore sociale per le persone con disabilità. «Gli operatori trovano senso e motivazione nel loro lavoro soprattutto quando possono agire all’interno di una filiera, quando non sono isolati e stretti nel loro ambiente, ma si sentono parte di un progetto più ampio. La rete territoriale, in questo caso, non è solo uno strumento di realizzazione per le persone con disabilità, ma anche motivazione per il benessere e la professionalità di chi lavora nei centri diurni».

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Anziani, il bicchiere della riforma è per due terzi vuoto

Negli ultimi anni le politiche per le persone anziane sono state attraversate da una stagione riformatrice senza precedenti: il Pnrr, la legge delega sui servizi per la popolazione anziana e sulla non autosufficienza con i suoi decreti attuativi, alcuni nuovi Lep e strumenti di programmazione. Nel volume Le politiche in favore delle persone anziane (Maggioli Editore) Virginio Brivio, Giovanni Di Bari, Raffaele Mozzanica e Amedeo Prevete ricostruiscono questo percorso e ne mettono in luce risultati, limiti e prospettive.

Virginio Brivio, vicepresidente di Uneba Lombardia, questo libro nasce per fare ordine in un quadro normativo oggettivamente nuovo e molto complesso. Che scenario emerge?

Il libro si rivolge agli amministratori locali, agli operatori dei servizi, a chi lavora ogni giorno con e per le persone anziane. L’obiettivo è quello di aiutare tutti a fare un passo indietro e guardare il quadro d’insieme. Spesso in questo momento gli amministratori locali e gli operatori – pubblici, privati, del privato sociale – conoscono bene il proprio “pezzo”, ma faticano a vedere il sistema nel suo complesso. Ma affrontare il tema dell’assistenza agli anziani non autosufficienti– per essere veramente una riforma – significa esattamente questo: assumere uno sguardo unitario. Ricordo tra l’altro che non era affatto scontato che la riforma della non autosufficienza entrasse nel Pnrr, benché fossimo all’indomani di una pandemia che aveva colpito duramente proprio gli anziani e le persone con disabilità. Nella prima versione del Pnrr inviata dall’Italia a Bruxelles c’erano la riforma della Pa, la riforma della giustizia, la riforma del codice degli appalti… ma non questa. È stato un lavoro “dal basso”, promosso dal Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza – che all’epoca ancora non si era formalmente costituto e non si chiamava ancora così – a portare la riforma della non autosufficienza dentro l’agenda della politica. L’avvio è stato un po’ faticoso, si ricorderà forse che inizialmente ci lavorarono due gruppi distinti, uno presso il ministero della Salute e uno presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ma poi si è compreso che – pur essendoci singole azioni specifiche assegnate a singoli ministeri – la regia di questa riforma deve essere di un Comitato interministeriale: è vero che non basta di per sé a realizzare quell’approccio unitario che è necessario, però è un dato comunque nuovo ed importante, significa riconoscere che le politiche per gli anziani sono per loro natura trasversali.

Questo ha avuto effetti concreti sui territori?

Qualcosa si è mosso. Conosco bene la Lombardia, ma so che non è successo solo qui: un effetto del nuovo approccio è che in parallelo ai nuovi Piani di zona 2025-2027 le aziende socio sanitarie territoriali hanno coerentemente approvato anche dei Piani di assistenza sanitaria territoriale, con la stessa durata temporale e lo stesso perimetro territoriale. Non dico che l’integrazione stia avvenendo senza difficoltà, ma almeno esistono luoghi e strumenti di ricomposizione. Anche questo è un frutto della riforma.

Un altro punto chiave riguarda, sulla carta, la valutazione delle persone anziane. Qualcosa è cambiato?

Per la prima volta si è affermato che la valutazione degli anziani deve essere unitaria e multidisciplinare: non sono più le singole prestazioni a “far scattare” le valutazioni, che quindi prima si moltiplicavano. Ora c’è una valutazione unica della persona, aggiornata solo in caso di cambiamenti significativi. Questo evita di sottoporre gli anziani a continui momenti valutativi, frammentati, ogni volta che veniva richiesta l’attivazione di un servizio: è tutt’altro che un dettaglio tecnico. L’altro tema importante è la centralità di servizi di cura nei confronti degli anziani, con un accesso tramite un “Punto unico”, vale a dire dei luoghi a disposizione dei cittadini affinché l’orientamento sulle misure e sui servizi sia meno dispersivo, meno disorientante.

Nel decreto attuativo c’è anche il tema dell’invecchiamento attivo. Perché questo è un punto rilevante?

Perché accanto al Piano per la non autosufficienza, per la prima volta, viene previsto un Piano per l’invecchiamento attivo a livello nazionale, regionale e territoriale (VITA ne ha scritto qui, con un’intervista a Laura Formenti). Non si tratta di essere “innamorati dei piani”, ma di riconoscere che prevenzione e contrasto del decadimento non possono più essere affidati a iniziative episodiche e sporadiche, estemporanee. Attività sociali, culturali, motorie devono entrare in percorsi intenzionali, collegati anche ai servizi sanitari, alle unità di valutazione, ai geriatri che possono favorire l’individuazione di una popolazione target maggiormente bisognosa. Non si tratta solo di “riempire il tempo libero delle persone anziane” o di cercare in qualche modo di proporre attività per contrastare la solitudine degli anziani (cosa pure necessaria, perché spesso il decadimento è un po’ l’altra faccia della solitudine relazionale): deve diventare parte di un percorso di benessere e, in senso lato, terapeutico. È una visione che richiama la logica della “prescrizione sociale”, anche se la legge non usa questo termine.

A che punto siamo, però, nel percorso di attuazione della riforma?

Se devo usare la classica immagine del bicchiere, direi che il bicchiere è per un terzo pieno e per due terzi vuoto. Un terzo che manca, manca per le risorse: la legge è in gran parte a finanziamento invariato, è una legge di principio. Le uniche vere risorse aggiuntive sono state quelle per la prestazione universale (l’assegno da 850 euro che il Governo Meloni ha introdotto in via sperimentale accanto all’assegno di accompagnamento per dare modo agli anziani più in difficoltà di pagare un assistente, ndr) che però puntava ad una platea molto modesta e ha raggiunto nei fatti ancora meno anziani di quelli che il Governo si aspettava, circa 2mila. Un altro terzo manca perché l’approccio integrato non è ancora pienamente assunto da tutti i livelli istituzionali: spesso qui non è un tema di risorse, basterebbe usare meglio e in modo più sinergico risorse già esistenti. Il terzo pieno, invece, senza dubbio è l’impostazione culturale della riforma: l’unificazione delle valutazioni, l’obbligo di collaborazione tra sociale e sanitario, l’idea di un sistema costruito attorno alla persona anziana e alla comunità.


Quali sono le criticità più urgenti da affrontare?

Il potenziamento della rete dei servizi, a partire dalle cure domiciliari, che grazie al Pnrr hanno fatto un salto importante – dal 3-4% al 10% della popolazione anziana – ma che dovranno essere finanziate anche una volta finito il 2026 e finite le risorse del Pnrr: evidentemente non è possibile tornare indietro. Poi la revisione degli standard delle Rsa, chiamate a diventare sempre più centri multiservizio e lo sviluppo di soluzioni abitative alternative sia al domicilio sia alla struttura, come il co-housing intergenerazionale, ancora in attesa entrambi dei decreti attuativi. Anche senza decreti, tante regioni stanno già sostenendo queste esperienze sia sul versante del cohousing sia su quello della “flessibilità delle Rsa”, in Lombardia si chiamano Rsa aperte, in altre regioni in altri modi, però la sostanza che anche alcune funzioni specialistiche vadano verso il domicilio. Infine, c’è la grandissima carenza di competenze professionali e di operatori, quindi sia sul versante qualitativo sia su quello quantitativo: serve ripensare la medicina geriatrica, che non può più essere solo una branca specialistica ospedaliera, ma deve essere diffusa sul territorio, serve immaginare una figura che affianca – se non addirittura in certi casi, mi permetto di dire, sostituisca – il medico di medicina generale, sullo stesso modello di quel che avviene per l’infanzia con il pediatra. E poi occorre ridare dignità al lavoro di cura, senza pensare che caregiver e assistenti familiari possano sostituire un’infrastruttura solida.

Il volume Le politiche in favore delle persone anziane (Maggioli Editore) verrà presentato il 21 gennaio alle ore 15:00 a cura di Uneba Lombardia in collaborazione con Uneba Monza Brianza e Uneba Lecco presso la Fondazione Casa San Giuseppe Onlus, via Generale Antonio Cantore, 17 – Vimercate (MB). Per tutti i partecipanti sarà disponibile una copia omaggio del volume. Partecipazione gratuita con iscrizione obbligatoria
al link: https://forms.gle/fRRLskJZC2b7w8nG6.

In copertina, foto di Artyom Kabajev su Unsplash

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Il futuro delle adozioni? Passa dalla capacità di rispondere agli special needs (che ormai sono 7 su 10)

Nel 2025 le adozioni internazionali hanno tenuto, ed è una buona notizia. Vincenzo Starita, vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali, nel corso del convegno organizzato dal Coordinamento CARE – dal titolo “Tenere la rotta, cambiare le vele. Nuove idee per l’adozione oggi” (si può rivedere qui) – ha reso noti i dati relativi alle procedure adottive concluse nel 2025. «Il numero delle adozioni è leggermente diminuito, ma solo di nove unità: si tratta di 527 adozioni concluse nel 2025 rispetto alle 536 dell’anno precedente. Leggermente ridotto anche il numero dei bambini entrati in Italia tramite adozione internazionale, 664 nel 2025 rispetto ai 691 del 2024, cosa legata fondamentalmente al fatto che c’è stata una leggera riduzione del numero delle fratrie», ha detto.

La sostanziale «tenuta del sistema» in un momento storico come questo «secondo me ha un valore simbolico significativo», anche perché «noi siamo l’unico Paese che tiene, mentre la maggior parte dei paesi di accoglienza in base ai dati del primo semestre del 2025 prevedeva una forte riduzione del numero degli adottati». Questo dato positivo emerge nonostante il calo nelle adozioni di minorenni provenienti dalla Colombia, storicamente uno dei Paesi più significativi per le adozioni internazionali in Italia. Tra i trend più rilevanti dell’anno, va rimarcata la crescita costante di adozioni da Bulgaria, Burundi, Perù ed Ungheria e la ripresa significativa delle adozioni dalla Burkina e Ghana. Cifa, Asa e Gvs i tre enti che hanno concluso più adozioni: 51 per Cifa e 44 ciascuna per Asa e Gvs.

I numeri del 2025

Si è leggermente ridotto il periodo di attesa tra il conferimento dell’incarico e l’autorizzazione ex articolo 32 (in pratica il “via libera ufficiale” della Cai per poter avviare concretamente l’adozione internazionale, ndr): nel 2024 passavano 32 mesi, mentre nel 2025 il lasso temporale si è ridotto a 28,9. «Ci sono paesi come ad esempio l’Ungheria, che è il paese in cui in questo momento riusciamo a concludere più adozioni (sono state 112 le procedure concluse nel 2025, ndr), in cui si riesce ad adottare in poco più di un anno e anche in alcuni paesi africani stiamo riducendo sensibilmente i tempi di attesa», ha sottolineato Starita.

Un’altra novità del 2025 è la riduzione dell’età media dei minori che sono entrati in Italia: da 6,9 anni delle adozioni concluse nel 2024 siamo passati nel 2025 a 6,3 anni. «Questa è la dimostrazione tangibile che lo sforzo che stiamo facendo per essere credibili induce sempre di più i paesi di origine con cui abbiamo relazioni ad aprirsi a forme di adozione anche per i bambini più piccoli», ha detto Starita.

Sette bambini sui 10 con special needs

Il dato però più significativo – «ed è opportuno che venga rimarcato da me», ha concluso Starita – è il dato dei minori con special needs, che è ulteriormente in aumento. Siamo passati dal 67% del 2024 al 70% del 2025. «Intorno all’adozione degli special needs, l’ho detto e lo lo ripeto, si gioca il futuro delle adozioni internazionali, almeno per questo periodo immediato, che però credo durerà ancora a lungo. Se adottare significa rispondere ai bisogni dei bambini reali, allora è facile intuire che essendo noi dobbiamo essere in grado di dare una risposta chiara ai bisogni di questi bambini con special needs».

Ai minori con special needs è dedicato uno dei tavoli di lavoro promossi dalla Cai, in vista della Assemblea Generale degli Enti Autorizzati della prossima primavera: il tavolo ha coinvolto tutte le figure professionali e i soggetti istituzionali che potevano dare un apporto significativo di riflessione, nell’ottica di elaborare delle strategie innovative. «Un aspetto importante che è stato messo in risalto dal dal tavolo tematico che riguarda gli special needs è proprio il fatto che molti bambini non entrano in Italia da special needs, ma la loro specialità si manifesta un po’ di tempo dopo l’ingresso, con le difficoltà che sono connesse alla fase dell’accoglienza, dell’integrazione, sia in ambito familiare che in ambito scolastico. Molto spesso la loro specialità diventa di più difficile gestione nella fase dell’adolescenza. E allora l’idea è stata quella di elaborare delle linee operative che costituiscono un po’ il seguito alle linee operative già elaborate in materia di formazione, che presenteremo venerdì prossimo in un convegno che terremo a Roma insieme all’Aimmf. Delle linee guida che possano rappresentare una “bussola” intorno a cui poi tutte le équipe adozioni sul territorio nazionale potranno muoversi per sostenere le famiglie, perché i bambini special needs necessitano di un sostegno che sia il più effettivo, il più efficace ma anche il più prolungato possibile».

Le linee guida a cui fa riferimento Starita sono due: quelle destinate agli enti autorizzati, per realizzare in maniera più omogenea il percorso formativo post mandato per le coppie che aspirano all’adozione internazionale (sono in vigore dal 1° maggio 2024, si leggono qui e VITA ne ha parlato qui) e le “Linee operative per i percorsi di formazione pre-mandato degli aspiranti genitori adottivi”, che verranno presentate venerdì a Roma, in un convegno dal titolo L’adozione internazionale: il percorso per un’accoglienza consapevole insieme al documento di Aimmf “Alla ricerca di buone prassi nell’ascolto degli aspiranti genitori adottivi in Tribunale”. Pochi giorni fa invece i ministri Antonio Tajani e Eugenia Roccella hanno presentato alla Farnesina la nuova Guida alle Adozioni Internazionali, che riepiloga in modo semplice ed efficace i passaggi tecnici e burocratici dell’adozione, ad uso delle famiglie italiane ma anche di enti e operatori della nostra rete diplomatico-consolare (si parla per esempio di obblighi degli enti nei paesi esteri, documenti di viaggio dei minori, permanenza nei vari paesi, compiti delle ambasciate e dei consolati…).

Il lavoro con i pediatri

Rispetto al fatto che i bambini che entrano già nel nostro paese con delle diagnosi specifiche e quindi che siano special needs per ragioni di carattere sanitario, debbano poter accedere con immediatezza gli approfondimenti sanitari necessari, il vicepresidente Starita ha detto che «stiamo lavorando con l’Associazione Nazionale Pediatri per individuare i centri sanitari, pubblici, di eccellenza, dove le famiglie potranno recarsi e per le famiglie che vivono in regioni più lontane rispetto a questi centri, abbiamo immaginato di poter intervenire con dei sostegni di carattere economico per aiutare le famiglie in questa prima fase fortemente delicate».

Voglio ringraziare pubblicamente, attraverso il coordinamento Care, tutto l’associazionismo familiare per il lavoro che abbiamo fatto insieme nel corso di questi ormai più di 5 anni. L’associazionismo familiare ha rappresentato per me un una bussola importante di orientamento

Vincenzo Starita, vicepresidente Cai

Il grazie all’associazionismo familiare

Il vicepresidente, che terminerà il proprio mandato – il secondo – tra pochi mesi, ha aperto il suo intervento «ringraziando pubblicamente attraverso il coordinamento Care tutto l’associazionismo familiare per il lavoro che abbiamo fatto insieme nel corso di questi ormai più di 5 anni. È stato un lavoro intenso ma proficuo. Non è mancato il dialogo, non è mancato il confronto, non sono mancate anche le critiche e le sollecitazioni da parte del mondo dell’associazionismo familiare, che ha rappresentato per me un una bussola importante di orientamento perché ascoltare attraverso l’associazionismo le famiglie significa ascoltare quella fetta importante del mondo dell’adozione che è protagonista con il bambino dell’adozione stessa. Abbiamo scritto delle pagine importanti insieme, una su tutte, la riforma delle linee guida sull’accoglienza del minore adottato a scuola».

«Care famiglie, non siete sole»

In conclusione, Starita ha ribadito che «è importante che le famiglie sappiano che le istituzioni e la Commissione adozioni internazionali – sono certo che sarà così anche per chi verrà dopo di me – sono vicine alle famiglie. Questo è il messaggio importante che io mi auguro di poter lanciare per il futuro. I bambini che adotterete, i vostri figli, sono un patrimonio inestimabile per tutti noi».

Foto di Mouaadh Tobok su Unsplash

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Caregiver familiare: lo Stato non deleghi la cura, in cambio di un sussidio

Ventisette anni: questo è l’arco di tempo per cui Marco Espa è stato caregiver. Lo è stato giorno e notte, per sua figlia Chiara. È presidente nazionale dell’Associazione Bambini Cerebrolesi – ABC Italia) e insieme a Francesca Palmas ha scritto il libro Progetto di Vita (Erickson). Dal gennaio 2024, ha fatto parte del Tavolo interministeriale tecnico per la legge nazionale sui caregiver familiari costituito della ministra Alessandra Locatelli e della viceministra del Lavoro Maria Teresa Bellucci: a partire da quei lavori – durati un anno intero – gli uffici ministeriali hanno poi predisposto il ddl appena approvato dal Consiglio dei Ministri. 

Che ne pensa del ddl presentato dalla ministra Locatelli?

È un passo importante, perché finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato e che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto, spesso 24 ore su 24, e che rinunciano al lavoro e alla propria vita per evitare l’istituzionalizzazione dei loro cari. La scelta fatta dalla ministra Locatelli – partire dai caregiver conviventi, in un quadro di risorse limitate – è sicuramente una scelta difficile, ma è strategicamente importante e noi come ABC la sosteniamo. Tuttavia, questo criterio viene di fatto mortificato dall’introduzione di un limite Isee troppo basso, a 15mila euro: così facendo si escludono decine di migliaia di caregiver che vivono la stessa identica condizione di cura. È una contraddizione evidente: si individua correttamente la priorità, ma poi la si svuota con un criterio economico che non ha nulla a che vedere con la non autosufficienza. Il ddl ora inizierà il suo iter in Parlamento e dovremo lavoreremo insieme alle istituzioni e a tutti i vari stakeholder per migliorarlo. 

Finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato, che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto

Marco Espa, presidente ABC

Intende dire che lo Stato dovrebbe dare un sostegno ai caregiver indipendentemente dalla soglia Isee?

La non autosufficienza non è una condizione di povertà, è una condizione di vita. Legare il riconoscimento del caregiver al reddito significa trasformare una politica di inclusione in una misura assistenziale selettiva. Questo approccio taglia fuori decine di migliaia di caregiver conviventi che continuano a sostenere da soli un carico enorme, senza alcuna tutela. Lo Stato a parole sta dicendo ai caregiver conviventi “vi riconosco, partiamo da voi” e poi però introducendo un Isee così basso, di fatto fa un’altra cosa. Ma chi ha esperienza nel settore, come noi, sa come rendere inclusiva una politica pubblica, anche con lo strumento dell’Isee graduato a seconda del reddito, senza però tagliare fuori nessuno. Non avendo mai ricevuto il testo, però, non siamo potuti intervenire a correzione. 

Marco Espa con la figlia Chiara

C’è chi sostiene che tutti i caregiver dovrebbero avere lo stesso trattamento, a prescindere dall’essere conviventi o meno. In questo modo, infatti, si tagliano fuori – per esempio – i figli di anziani non autosufficienti, che sono caregiver ma tipicamente non convivono con i propri genitori. È una strada praticabile?

Ci sono situazioni che vanno sostenute, come quelle di chi si prende cura per un grande numero di ore quotidiane pur non essendo convivente. Non solo figli e genitori ma anche reti amicali di vicinanza. L’importante è farsi carico. Certo non possiamo pensare equivalente questa situazione a chi decide per tanti motivi di istituzionalizzare una persona 200 km di distanza. Al Tavolo ho sentito ragionamenti contorti e di fantasia di chi sosteneva che il carico di chi istituzionalizzava i propri familiari era ben superiore a quello di coloro che ci convivevano. E poi, bisogna essere onesti: se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. Questa è una cifra impossibile per qualsiasi Governo e, aggiungo, nemmeno giusta. Le politiche pubbliche devono partire da chi sostiene il carico più alto. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali.

Se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali

Marco Espa, presidente ABC

Si parla spesso di dare uno “stipendio” per i caregiver. Perché siete contrari?

Perché sarebbe un errore strutturale. Dare uno stipendio ai caregiver significherebbe consentire allo Stato di lavarsene le mani, scaricando interamente sulle famiglie la responsabilità della cura. Nel contesto italiano questa scelta avrebbe un effetto devastante sulle donne, non possiamo nascondercelo: vorrebbe dire costringerle “agli arresti domiciliari”, senza aver commesso alcun reato. L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. Noi non vogliamo sussidi che rinchiudano le persone in casa, vogliamo diritti che permettano di vivere, lavorare e partecipare alla società.

Di che cosa hanno bisogno, allora, i caregiver?

La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione. Migliaia di caregiver hanno abbandonato il lavoro per anni, spesso per una vita intera e quindi rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela previdenziale. Questo è inaccettabile. I contributi figurativi non sono assistenza: sono una misura strutturale che riconosce il valore pubblico del lavoro di cura. Sia chiaro, capiamo e non siamo contrari a contributi come quelli previsti in bozza di legge, in attesa che partano i progetti di vita, ma devono essere provvisori: l’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Ovviamente accanto al riconoscimento dei contributi figurativi.

L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione

Marco Espa, presidente ABC

Che cosa c’entra con i caregiver il progetto di vita?

Ricordiamolo: questa è una legge che deve sostenere i caregiver, non delegare loro ulteriori compiti di cura in cambio di soldi. Prendersi cura di chi si prende cura, significa intervenire concretamente attraverso misure di sostegno adeguate alle persone con disabilità, per esempio attraverso i progetti di vita personalizzati, co-progettati, deistituzionalizzanti. Questo non solo permette realmente di alleggerire il naturale carico di assistenza richiesto a un familiare, ma al tempo stesso permettere alle persone di scegliere dove e come e con chi vivere. L’esperienza ci ha dimostrato che se le persone con disabilità sono realmente sostenuti, con progetti personalizzati e co-progettati, i caregivers sono addirittura in grado di riprendere le attività lavorative e in generale di migliorare la loro qualità di vita. Dunque, il reale riconoscimento della figura del caregiver non si deve limitare ad una misura risarcitoria, ma che ne valorizzi il ruolo. E va letta in combinato disposto con i progetti di vita dei loro cari con disabilità. Su questo punto, però, c’è una cosa che lo Stato e i suoi funzionari devono capire: non si fanno le riforme a costo zero o quasi. 

Sta parlando della riforma della disabilità?

Penso a chi ritiene che tutto sommato il progetto di vita sia la sommatoria di ciò che esiste già nei territori. Non è così. A mio giudizio le prestazioni “atipiche” – cioè quelle che ad oggi non rientrano nelle unità di offerta del territorio di riferimento – saranno probabilmente il 90% di ogni singolo progetto e non, come dicono invece molti osservatori, una quota residuale che riguarderà solo alcune situazioni particolari. La risposta a necessità “atipiche” nel progetto di vita non è un’evenienza eccezionale, ma dovrà essere la prassi ordinaria; è l’essenza stessa del nuovo modello. La legge prevede un fondo da 25 milioni l’anno per garantire queste “prestazioni atipiche”, ma aver previsto risorse così limitate equivale a trattare la personalizzazione come un elemento marginale, un’eccezione da concedere con il contagocce, anziché come il pilastro della legge. È un paradosso difficilmente sanabile: si crea uno strumento per l’innovazione, ma lo si dota di risorse che, di fatto, ne circoscrivono l’applicazione a un ruolo quasi simbolico, tradendo l’ispirazione originaria della norma. È per questa ragione che ci vogliono miliardi di euro per non far fallire la riforma della disabilità. 

L’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Per questo servono miliardi: per i caregiver e per i progetti di vita

Marco Espa, presidente ABC

Ancora una volta, la questione delle risorse resta centrale. 

Sì, la questione delle risorse è determinante. IIl punto è che se le istituzioni non affrontano oggi il tema della non autosufficienza, tutto ricadrà sui conti dello Stato tra pochi anni, in altri modi, ma certamente con un impatto molto più pesante. Se ci fosse una classe politica lungimirante, si potrebbe costruire un sistema misto di finanziamento di tutto questo: una parte attraverso un fondo tipo l’Home Care, una parte con un contributo che viene dai redditi altissimi, una parte sugli extra-profitti delle banche, una parte con la fiscalità generale e una parte attraverso il Parlamento. Va detto chiaramente: qui a giocare un ruolo centrale è il Parlamento, non il Governo. Il Governo, di qualunque colore sia, difficilmente farà questo passo: serve invece una responsabilità parlamentare. Se si individuino due o tre temi che maggioranza e opposizione ritengono unitari, che diventano bipartisan nell’agenda parlamentare, argomenti di tutti… si può fare. Ma bisogna dirlo con chiarezza: servono miliardi, non milioni. I miliardi per i caregiver e i miliardi per il progetto di vita. Tecnicamente si può fare, ma come sempre serve la volontà politica.

VITA ha dedicato un magazine ai caregiver familiari, titolato La solitudine dei caregiver: se hai un abbonamento puoi scaricare subito qui la versione digitale oppure abbonati qui.

Qual è il modello di inclusione che ABC propone?

Io sostengo che l’inclusione sociale non sia un sussidio, ma un’infrastruttura pubblica. Serve un approccio centrato sulla persona, che coinvolga chi ha esperienza vissuta della disabilità e della cura. La co-progettazione e la partecipazione non sono slogan: sono strumenti indispensabili per evitare errori, intercettare i bisogni reali e costruire fiducia. Troppo spesso le politiche pubbliche vengono progettate senza ascoltare le persone che dovrebbero beneficiarne, ma così si finiscono per ignorare proprio le voci dei più vulnerabili.

Questo richiede anche un rafforzamento dei servizi sociali?

Certamente. Non basta scrivere buone leggi, se non si investe nel personale dei servizi sociali. Una strategia ambiziosa ma che poi non sia accompagnata dal rafforzamento dell’infrastruttura umana e operativa dei servizi di assistenza, inclusione e supporto… è destinata a fallire. Servono investimenti mirati nei servizi sociali, nella professionalizzazione, in condizioni di lavoro di qualità e nell’integrazione con sanità, istruzione e politiche del lavoro. In assenza di tutto questo, qualsiasi riforma rischia di restare pura retorica.

In sintesi, cosa serve oggi ai caregiver italiani?

Servono riconoscimento, contributi figurativi, diritto alla pensione e politiche strutturali sulla non autosufficienza. Non stipendi che permettano allo Stato di lavarsene le mani, non sussidi che rinchiudano le persone in casa. Ma un investimento pubblico serio, bipartisan, fondato su diritti, servizi e infrastrutture sociali. Perché l’inclusione non è un costo: oltre ad essere una responsabilità collettiva e una scelta di civiltà, è un investimento, riduce i costi assistenziali, come dimostrato dalle migliori esperienze pubbliche di deistituzionalizzazione in Italia, fa crescere l’occupazione e aumenta il gettito della fiscalità generale.

Nelle foto, alcune delle famiglie aderenti ad ABC, che nel 2024 ha avuto in gestione un bene confiscato alla mafia a San Teodoro (Olbia). Qui ha aperto la “Casa dell’indipendenza – Villa della legalità”. VITA lo ha raccontato qui.

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L’azzardo dei Gacha games: entri gratis, ma poi devi spendere sempre più

Avete presente il suono tipico di quelle macchinette in cui, dopo aver inserito una moneta e tirata una leva, cade una sfera di plastica con dentro un giochino? Quel suono che potete associare al capriccio di un bambino fuori da un minimarket in una località di mare? Quel suono che sa tanto di sorpresa, ma senza l’uovo?

Ecco, in Giappone è tipico dei gachapon, più o meno le macchinette di cui sopra, che sono nate proprio nel Paese del Sol Levante e che lì sono molto diffuse. Gacha infatti significa capsula, quella che contiene l’agognato premio.

Dal Giappone al mondo entrando negli smartphone

I gachapon esistono dagli anni Sessanta, anche se questo modello ludico viene emancipato dai primi anni Novanta, per poi diffondersi a macchia d’olio e ben oltre i confini giapponesi nei primi anni 2010, quando vengono tradotti in digitale per gli smartphone. A questo punto si chiamano gacha games.

Tutti avvincenti e con design immersivi. Il meccanismo del gacha, infatti è inserito in videogiochi che usano spesso anime o elementi fantasy e che il più delle volte sono di ruolo. Potenziando quindi coinvolgimento e interazione che presto si trasformano in competizione, soprattutto per un pubblico giovane.

Quello dei gacha games è un enorme mercato in continua espansione che, secondo il Mobile Gacha Market Report, ha prodotto nel 2025 ricavi globali per 35 miliardi di dollari con l’Italia a 150 milioni di euro

Eppure sono poco conosciuti da chi non ha pratica con il mondo dei videogiochi. Allora perché dovrebbero interessare il pubblico generalista? Per il loro stretto legame con l’azzardo.

Il meccanismo della casualità

La meccanica di gioco si basa sulla casualità del premio che si ottiene pagando. Questo meccanismo è già presente nel gioco fisico, ma, adattato al digitale, viene progettato per aumentare il numero dei giocatori e il loro ingaggio, traducibile in tempo e denaro spesi. Nei gacha games infatti i giocatori tirano o girano per ottenere una ricompensa casuale come personaggi, armi, oggetti per esempio gemme… dipende dall’ambientazione del gioco.
Per farlo devono usare valuta di gioco, sia fisica che virtuale. Insomma, devono pagare. Queste ricompense consentono di progredire nel gioco più velocemente. Il modello di monetizzazione è il Free to Play: cominci gratis, ma per avanzare nel gioco servono microtransazioni, ossia acquisti in app, opportunamente sollecitati durante la sezione di gaminig.

Per capire come funzionano i gacha games, serve guardarli da vicino. Uno dei più famosi è Genshin Impact che è diventato il caso di studio per eccellenza del modello gacha: nel 2025 ha ottenuto 2,5 miliardi di ricavi e più di 60 milioni di utenti mensili. A prima vista può sembrare un classico videogioco di avventura con un grande mondo da esplorare, missioni e combattimenti da portare a termine.

Il cuore economico una valuta da comprare

Tuttavia, il cuore economico del gioco non sta nell’esplorazione, ma nel sistema di estrazione dei personaggi e delle armi. Nel gioco infatti esistono dei banner, cioè finestre temporanee in cui è possibile “tentare la fortuna” per ottenere personaggi particolarmente forti o molto desiderati. Per farlo, il giocatore deve usare una valuta speciale, che può essere guadagnata lentamente giocando oppure acquistata con denaro reale. Ogni tentativo è casuale: non si compra un personaggio, ma la possibilità di ottenerlo.

Il punto chiave è che questi personaggi non sono solo decorativi. Influenzano il modo in cui si combatte, le strategie possibili e la capacità di affrontare livelli più difficili. Inoltre, i banner sono a tempo limitato, il che crea urgenza: se non si ottiene quel personaggio entro la scadenza, potrebbe non tornare per mesi. È questa combinazione di casualità, moneta virtuale e tempo limitato a rendere videogiochi come Genshin Impact un gacha game, anche se si presenta come un grande gioco di esplorazione.

Un altro esempio è Honkai: Star Rail che nel 2025 ha fruttato 1,2 miliardi con 50 milioni di download. Un gioco di ruolo a turni, con una forte attenzione alla narrazione e ai personaggi. La storia è più lineare rispetto a Genshin Impact e il combattimento è meno frenetico. Tuttavia il meccanismo centrale resta lo stesso: anche qui, i personaggi più importanti si ottengono tramite estrazioni casuali. La progressione, la varietà strategica e l’attaccamento ai personaggi passano attraverso un sistema di estrazione legato alla spesa.

È il gioco che spinge all’acquisto

Se si ha un adolescente in casa, un altro titolo da avere in mente è Raid: Shadow Legends che ruota quasi interamente attorno alla collezione di eroi fantasy. Più di 100 milioni di download nel 2025 e campagne adv costate più di 100 milioni annui. Ogni eroe ha abilità diverse, rarità differenti e un valore strategico specifico. Quindi per costruire una squadra efficace, è necessario ottenerne molti, e possibilmente quelli più rari. In che modo? Non scegliendoli, ma aprendo scrigni che funzionano come vere e proprie slot machine. Anche in questo caso, è possibile giocare gratuitamente, ma il ritmo è molto lento.

Quindi il gioco spinge costantemente verso l’acquisto di valuta virtuale o pacchetti promozionali per aumentare il numero di tentativi. Raid è noto anche per una pubblicità estremamente aggressiva che enfatizza la facilità di ottenere grandi ricompense e minimizza il numero dei tentativi falliti. Qui il gacha non è nascosto dentro un’altra esperienza di gioco: è il motore ludico principale che determina la progressione e il successo del videogame.

Al centro sta la moneta virtuale

Non si possono capire i gacha games fino in fondo, se non si conosce il meccanismo della moneta virtuale che di fittizio ha ben poco.
Si tratta di: gemme, cristalli, gettoni o punti che si acquistano con denaro reale. Questo passaggio, apparentemente innocuo, ha in realtà un forte impatto sul modo in cui le persone percepiscono la spesa.

Nei gacha games, infatti, quasi mai viene chiesto di pagare direttamente in euro per ottenere un contenuto. Non compare, ad esempio, un messaggio che dice: “Vuoi fare un’estrazione? Costa 2 euro”. Al contrario, il gioco spinge prima a comprare un pacchetto di valuta virtuale che trasforma gli euro in un certo numero di gemme, per esempio, spesso accompagnate da piccoli bonus che rendono l’offerta più allettante. Da quel momento in poi, il riferimento ai soldi reali scompare. Il giocatore non spende più denaro, ma gemme, punti…

Smaterializzare il denaro è la via per perderlo

È come entrare nel casinò e cambiare le monete in fiches. A quel punto abbiamo smaterializzato il denaro che così potrà correre via indisturbato dalle nostre mani. Spendere denaro reale attiva una soglia di attenzione e di controllo molto più alta rispetto a qualcosa che appare come un semplice “punteggio” o una risorsa di gioco. E così la spesa sembra più leggera, meno impegnativa, quasi astratta.

Quindi: prima si cambiano gli euro in valuta virtuale e poi la valuta virtuale viene suddivisa in tanti piccoli costi. In questo modo si perde facilmente il senso del totale.
Questo tipo di meccanismo è particolarmente efficace nei momenti di coinvolgimento emotivo, quando si è stanchi, stressati o molto presi dal gioco.

Azzardo sì, ma non proprio loot box

A prima vista i gacha games potrebbero sembrare loot boxes. Quelle casse o forzieri che si acquistano all’interno di alcuni videogiochi e che forniscono ai giocatori ricompense casuali, utili per esempio ad avanzare di livello. La somiglianza con i gacha sta nel meccanismo della casualità e nel modello di monetizzaione.

C’è però una differenza sostanziale tra le loot boxes e i gacha games: le prime sono un meccanismo dentro un gioco, mentre i gacha sono un ecosistema più complesso che sfrutta le loot box come meccanismo centrale. Quindi tutti i giochi gacha contengono loot boxes, ma non tutte le loot boxes sono parte di un gioco gacha.

Indurre la dipendenza in 4 semplici mosse

I gacha game utilizzano principi psicologici molto potenti per spingere chi gioca a continuare a farlo, possibilmente spendendo denaro. Sono gli stessi meccanismi dell’azzardo.
Anzitutto le ricompense casuali: quando “esce” un premio raro, si prova un forte piacere che spinge a riprovare. Poi le quasi vincite: a volte il gioco mostra animazioni o segnali che fanno pensare di essere “andati vicino” al premio migliore. Questo rafforza l’illusione che il prossimo tentativo possa essere quello vincente. Inoltre, dopo aver già speso tempo o denaro, molte persone continuano a spendere per non “accettare la perdita”, pensando: «Ormai ho investito troppo per fermarmi adesso». Questo è il meccanismo dei costi sommersi. Infine, pagare piccole cifre sembra innocuo, ma ripetuto nel tempo può portare a spese molto elevate, spesso senza che la persona se ne renda conto. È il fenomeno della normalizzazione della spesa.

Nei gacha games non esiste un tetto massimo di spesa. Ecco perché alcuni utenti spendono poco o nulla, ma altri — chiamati nel settore whales (balene) — possono arrivare a spendere centinaia o migliaia di euro in pochissimo tempo. Il modello economico di questi giochi si regge infatti su una minoranza di giocatori che spendono tanto. Questo squilibrio è uno dei motivi per cui il modello è così redditizio: proprio come il mercato dell’azzardo che è tenuto in piedi per l’80% dai giocatori problematici e patologici.

Nel 2025 è stato stimano che lo 0.2% dei giocatori ha generato il 48% ricavi. In Italia Agimeg ci dice che l’anno scorso su circa 500mila giocatori attivi il 10-15% è problematico.

Progettati per agganciare i più giovani

La Federal Trade Commission statunitense ha aperto un’indagine su Genshin Impact per: violazione del Children’s Online Privacy Protection Rule (Coppa), ossia raccolta di dati personali di utenti sotto i 13 anni senza consenso genitoriale e mancanza di trasparenza sulle meccaniche pay-to-play. L’indagine è stata chiusa a gennaio 2025 con una multa da 20 milioni di dollari all’azienda produttrice del gioco per violazioni di privacy e microtransazioni aggressive.

Basta questo fatto di cronaca a confermare che i gacha games hanno una base utenti significativa di minori che le autorità stanno iniziando a riconoscere come vulnerabile. D’altronde sono progettai per agganciare anzitutto i più giovani. Usano spesso personaggi in stile anime con grafiche colorate che danno espressività e carisma ai personaggi, così da favorire l’identificazione.
Anche le ambientazioni sono attraenti: avventurose ed esplorabili con una grafica di alta qualità che crea immersione. È inoltre possibile il più delle volte giocare con gli amici, partecipando a community dove condividere le estrazioni. Questo genera l’incentivo a parlarne sui social. Infine, l’accessibilità da mobile rende tutto sempre a portata di mano, tanto più che si comincia gratis.

Un fenomeno che chiede interventi urgenti

Quello dei gacha games è un fenomeno complesso per il quale non abbiamo ancora una regolamentazione efficace in quasi tutto il mondo, Italia inclusa, ma che genera enormi profitti che vengono letteralmente estratti da una minoranza vulnerabile di giocatori, mentre sempre più evidenze scientifiche dimostrano collegamenti con l’azzardo problematico e il rischio di dipendenza.

In apertura photo by Amanz on Unsplash

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Cipidillo, il Grillo parlante che allena sguardi e coscienza alla disabilità

Cipidillo non nasce come mascotte. Nasce come coscienza.
All’inizio si chiamava il Grillo della Cpd, un riferimento esplicito e voluto al Grillo Parlante di Pinocchio: non il personaggio simpatico, ma quella voce che disturba, richiama alla responsabilità e dice la verità anche quando non conviene.

È una scelta voluta dal presidente storico Paolo Osiride Ferrero, con un’idea molto chiara: la Consulta per le persone in difficoltà Cpd doveva fare sulla disabilità ciò che spesso nessuno ha il coraggio di fare: dire le cose come stanno, senza zucchero, senza pietismo, senza bugie consolatorie. Con amministratori, cittadini, imprenditori. Con tutti.

Da grillo parlante a Cipidillo

Con il tempo, però, il nome “Grillo” ha iniziato a creare un equivoco non voluto, legato alla nascita di un movimento politico. Per evitare sovrapposizioni e fraintendimenti, il nome cambia. La funzione resta identica.

Nasce così Cipidillo. Un nome che gioca ma non è leggero: “dillo alla Cpd”, “lo dice la Cpd”. Perché Cipidillo serve anche a questo: dire quello che spesso si evita, comprese le denunce di diritti negati, di barriere ignorate, di inclusioni raccontate bene e praticate male.

Perché Cipidillo serve anche a questo: dire quello che spesso si evita, comprese le denunce di diritti negati, di barriere ignorate, di inclusioni raccontate bene e praticate male. Oggi Cipidillo si definisce per ciò che fa: è un personal trainer emotivo per superare l’imbarazzo sulla disabilità. Non allena i muscoli. Allena lo sguardo, il linguaggio, le reazioni automatiche.
Smonta due narrazioni tossiche che dominano da anni il racconto della disabilità: il pietismo e l’eroismo. Due facce della stessa bugia.

Normalizzare la disabilità, non il disabile

Cipidillo non prova a “normalizzare il disabile”.
Fa qualcosa di più onesto e più scomodo: normalizza la disabilità come fatto umano, parte della nostra storia personale e collettiva. Che lo vogliamo oppure no. E riguarda tutti. Anche solo per una cosa che facciamo finta di dimenticare: la vecchiaia.

L’empatia strumento che piace ai bambini

L’ironia è il suo strumento principale.
Il pupazzo crea empatia immediata, abbassa le difese, apre una porta.
Con i bambini serve a preservare ciò che hanno già: la mancanza di pregiudizi.
Con adolescenti e adulti cambia registro: ogni tanto arriva una manata finta, uno schiaffo ironico ma preciso sul perbenismo, sull’inclusione di facciata, sulle parole giuste usate per non cambiare nulla.

Cipidillo è diventato anche teatro. Lo spettacolo teatrale è stato realizzato dalla Fondazione Casa Teatro Ragazzi di Torino, con la regia di Silvano Antonelli, ed ha esordito durante il DisFestival 2025. L’obiettivo è farlo girare nei teatri d’Italia.

Prima ancora di essere una mascotte, Cipidillo è diventato un peluche.
Si può adottare tramite una donazione alla Cpd, sostenendo concretamente i progetti dell’associazione.

Cipidillo sui social: linguaggi diretti, ironia e contenuti virali. Cipidillo è presente sulle principali piattaforme social, con linguaggi e formati pensati soprattutto per adolescenti e giovani adulti: Instagram; TikTok; YouTube.

Qui Cipidillo non fa divulgazione rassicurante. Usa video brevi, ironici e immediati per allenare lo sguardo e togliere imbarazzo.

Cipidillo sui social

Tra i contenuti che hanno raggiunto il maggior numero di visualizzazioni ce ne sono alcuni diventati emblematici.

In uno dei video più visti, Cipidillo ricorda che la disabilità non riguarda “gli altri”. Basta poco: un incidente in auto o in moto, una caduta, la vecchiaia. In questo racconto la carrozzina smette di essere un oggetto lontano o temuto e diventa un’opportunità per continuare a vivere, in modo diverso ma possibile. Non il problema, ma parte della soluzione.

Un altro video molto condiviso prende di mira il pietismo che ancora domina molte narrazioni sulla disabilità. Con tono ironico e diretto, Cipidillo smonta il linguaggio zuccheroso che sembra empatia ma in realtà crea distanza e superiorità morale.

Più irriverente, ma altrettanto preciso, è il format delle recensioni scherzose: tra queste, quella sulla candela Ferragni, raccontata attraverso finte recensioni “firmate” da diverse tipologie di disabilità. Un modo ironico e pungente per mettere in discussione il marketing dell’inclusione e l’uso superficiale della diversità come elemento decorativo o di tendenza.

Questo è il Cipidillo digitale: scherzoso ma mai innocuo, ironico ma sempre sul pezzo.

Cipidillo entra anche nelle scuole con la Città dell’Agenda della Disabilità ed è testimonial in eventi pubblici e aziendali.

Il futuro di Cipidillo è farlo conoscere sempre di più in Italia e sviluppare una linea di prodotti per sostenere i progetti della Cpd. Perché sulla disabilità non serve sentirsi migliori.
Serve diventare più onesti.

In apertura un’immagine di Cipidillo con alcuni bambini – tutte le fotografie da ufficio stampa

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Biodiversità, ne siamo tutti custodi

A chi mi chiede di raccontare la storia del National Biodiversity Future Center – Nbfc, il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità finanziato dal Pnnr– Next Generation Eu, rrispondo che in qualità di presidente non posso che esserne orgoglioso. Molto orgoglioso.

In questi tre anni, abbiamo costruito un ecosistema vibrante di conoscenza, innovazione e partecipazione, che ha coinvolto importanti centri di ricerca, a partire dal Consiglio nazionale delle ricerche – Cnr, 46 università di tutta la penisola, oltre 2mila scienziati, di cui 800 giovani, tutti ricercatori e ricercatrici accomunati da passione e curiosità.

Le sfide strategiche come il restauro ecologico
della biodiversità urbana

Abbiamo affrontato sfide strategiche: dal restauro ecologico alla biodiversità urbana, passando per la salute e la tutela degli ecosistemi. Ma le scienziate e gli scienziati  non sono rimasti chiusi in laboratorio: fin dall’inizio, abbiamo cercato di coinvolgere la società civile, cittadini e imprese, nella nostra missione. Avevamo come obiettivo monitorare, conservare e valorizzare la biodiversità del nostro Paese, insieme.

Il volume Custodi. Viaggio tra natura e innovazione nelle aree protette italiane, appena uscito, documenta proprio questo impegno (lo si può scaricare qui).

Racconta le storie dei progetti realizzati nelle aree protette italiane, grazie ai bandi Nbfc. Le aree protette sono diventate luoghi di ricerca, sperimentazione e partecipazione. I territori hanno offerto stimoli concreti, e la ricerca ha restituito conoscenze innovative per gestire la biodiversità in modo più consapevole.

La copertina del volume che raccoglie la ricerca

Questa reciprocità ha consolidato un modello di collaborazione che valorizza le esperienze locali e genera un impatto nazionale. È un impegno collettivo: la ricerca si apre ai territori, e le comunità partecipano attivamente. La citizen science è un esempio perfetto di questo approccio: scambio continuo tra ricerca e società, consapevolezza e senso di appartenenza in crescita.

Un obiettivo primario del nostro impegno è stato anche quello di far comprendere l’importanza della biodiversità come possibile soluzione alla crisi climatica.

Le alleanze internazionali nate

Un altro segno positivo nel bilancio di questa esperienza sono le molteplici alleanze strette a livello internazionale, in Cina, in Giappone, in Canada, per citarne solo alcune. Paesi con cui sono state avviate vere e proprie azioni di diplomazia scientifica, promuovendo progetti e scambi, che contribuiscono a creare buone relazioni. La scienza si fa così strumento per una convivenza pacifica fra i popoli.

Custodi. Viaggio tra natura e innovazione nelle aree protette italiane
a cura di Claudia Gorga, Costanza Majone, Norma Rosso e Giorgio Scarnecchia. Prefazioni di Luigi Fiorentino, presidente Nbfc, Andrea Lenzi, presidente Cnr, Riccardo Coratella, direttore generale Nbfc.

Nella foto di apertura, di Giulia Santalmasi per Wwf Italia, l’Oasi di Dynamo camp a Limestre (Pistoia).

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Gaza, la pace di carta: scatta la “Fase 2”, ma nella Striscia si continua a morire

Nonostante l’avvio della cosiddetta “fase 2” del piano di pace promosso da Donald Trump a ottobre e validato dalle Nazioni Unite a novembre, nella Striscia di Gaza si continua a morire. A causa dei combattimenti e dei bombardamenti che non si sono mai realmente interrotti sebbene sia stato firmato un cessate il fuoco, ma anche a causa di un nemico più silenzioso delle bombe, che si infila sotto le tende e dentro ai rifugi di fortuna dove vive la quasi totalità della popolazione gazawa: il freddo. «Da un punto di vista logistico, la protezione della popolazione continua a essere in una situazione drammatica. Le condizioni meteorologiche avverse, con vento e forti piogge, continuano da almeno due mesi e dato che le persone vivono in tende fragili oppure sotto teli tirati tra le macerie e siccome non c’è più un sistema fognario, quando piove si allaga tutto e poi si rimane addosso coi vestiti bagnati, spiega a VITA Roberto Scaini, responsabile medico delle operazioni di Medici senza frontiere, che in questo momento si trova a Gaza City, dove l’ong continua a operare in attesa del rinnovo della licenza di permanenza nella Striscia da parte del governo israeliano.

La popolazione palestinese – e con essa gli operatori umanitari – deve fare i conti non solo con le macerie causate da due anni di bombardamenti a tappeto (secondo un rapporto Onu di ottobre, oltre l’80% degli edifici della Striscia era danneggiato o distrutto), ma anche con quelle “nuove”, accumulatesi dopo il cessate il fuoco. Secondo un’inchiesta del New York Times (realizzata grazie alle immagini satellitari di Planet Labs), da ottobre l’esercito israeliano ha distrutto almeno 2.500 strutture ancora in piedi. La motivazione addotta dall’Idf è che si tratta di tunnel o dei loro accessi e di case-trappola minate e pronte a saltare. In ogni caso, tra questo e il prosieguo dei combattimenti – in corso anche mentre Scaini è al telefono con il nostro giornale – i civili sono costretti a continuare a vivere in campi profughi.

Nuovi bisogni medici

«Va detto che da quando c’è stato il cessate il fuoco, si è registrato un aumento del volume di aiuti che entrano, ma siccome si è consentito che i bisogni rimanessero scoperto così a lungo, la risposta umanitaria rimane largamente insufficiente», sottolinea Scaini. Nonostante la continua distribuzione di tende e coperte, l’Onu stima che circa un milioni di persone (praticamente la metà della popolazione della Striscia) è in una condizione di emergenza per quanto riguarda la possibilità di avere un riparo sicuro. Le conseguenze si fanno sentire: in seguito ai violenti temporali degli scorsi giorni, tra l’8 e il 12 gennaio l’Ufficio per gli Affari umanitari delle Nazioni Uniti ha contato almeno sei morti per ipotermia o per il crollo di una struttura.

«In questa nuova fase, i bisogni medici della popolazione sono cambiati», spiega l’operatore di Medici senza frontiere. Se prima facevamo soprattutto interventi chirurgici di urgenza per i feriti, ora i problemi sono quelli di una popolazione che patisce il freddo e che vive in scarse condizioni igieniche: aumentano le malattie respiratorie, così come malattie della pelle come la parassitosi o la scabbia», racconta Scaini. «Al tempo stesso, il problema della malnutrizione sta lentamente migliorando, anche se ci sono ancora tanti bambini che nascono sottopeso, magari da parti precoci. E se non ce la fanno, non sono anche loro vittime della guerra?».

Un’infermiera di Medici senza frontiere misura la circonferenza del braccio di un bambino affetto da malnutrizione fin dalla nascita (Nour Alsaqqa/Medici senza frontiere)

È in questo contesto che si inserisce l’avvio della “fase 2” del piano di pace approntato dagli Stati Uniti con il benestare della comunità internazionale. Il Comitato tecnico palestinese si è riunito per la prima volta il 16 gennaio al Cairo. «La cosa più importante ora è istituire un fondo a livello mondiale, una Banca per la ricostruzione e gli aiuti alla Striscia di Gaza», ha detto intervistato da Cairo News il capo del Comitato, Ali Shaath. «I Paesi donatori hanno fornito sostegno finanziario al Comitato e hanno stabilito un bilancio per due anni, ma dopo due anni di guerra, i cittadini di Gaza hanno bisogno di più aiuti». Per questo, ha rivolto un appello alla comunità internazionale «affinché il popolo palestinese sia supportato e superi la difficile situazione in cui vive».

Troppo stanchi per l’entusiasmo

Dal canto suo, la popolazione, testimonia Scaini, ha accolto con molta cautela la notizia di questo nuovo passaggio politico-diplomatico. «Non ho notato alcun entusiasmo, le persone aspettano di vedere dei risultati concreti. Per esempio, è da diverse settimane che si parla dell’apertura del valico di Rafah [nel sud della Striscia, al confine con l’Egitto, ndr] e del fatto che sarà un momento di svolta, ma finora i cancelli sono rimasti sempre chiusi». Lentamente, però, i gazawi stanno cercando ci costruire una nuova normalità. «Rispetto a quando sono arrivato qui due mesi fa, vedo più ottimismo. C’è molto movimento di persone che erano sfollate al Sud e ora tornano verso Nord e poi sorgono delle nuove piccole attività economiche e di commercio. Non è niente di pazzesco, sono semplici tende con beni alimentari o di prima necessità, ma è una piccola transizione dalla sopravvivenza alla vita vera e propria, per quanto precaria a causa della situazione internazionale», rileva Scaini.

Proprio sulla precarietà della situazione pesano non solo i dubbi sulla volontà di Hamas di rispettare gli accordi – in questo senso, il 16 gennaio il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha dichiarato al quotidiano qatariota Al-Arabi Al-Jadeed che «Hamas è pienamente pronta a trasferire la gestione della Striscia di Gaza a un comitato tecnocratico indipendente» – ma anche la minaccia, svelata dal Wall Street Journal, di una nuova offensiva israeliana. Secondo quanto raccolto dal quotidiano newyorkese e poi confermato dal Times of Israel, l’esercito di Tel Aviv avrebbe preparato un piano per attaccare Hamas a marzo soprattutto nella zona di Gaza City, con l’obiettivo di spostare la linea gialla – che oggi separa la zona controllata da Israele dove è in vigore il cessate il fuoco e quella controllata da Hamas – verso Ovest, cioè verso la costa, mettendo più alle strette il gruppo terroristico. «Sarebbe drammatico un ritorno alle ostilità, si perderebbe tutto quel poco che si è guadagnato finora e soprattutto sarebbe un enorme danno psicologico per una popolazione che solo ora sta iniziando ad affrontare quelli causati da due anni di guerra», commenta Scaini.

In apertura: Un campo profughi vicino a Zawaida, nel centro della Striscia di Gaza, martedì 13 gennaio. (AP Photo/Abdel Kareem Hana/LaPresse)

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I giovani se ne vanno, ma senza di loro l’Italia non cresce

«I nostri giovani vanno via perché li trattiamo male, così come trattiamo male chi viene da fuori. Lo diciamo da tempo, ma è la prima volta che sento un’analisi di questo tipo da chi gestisce i numeri della macroeconomia». Così Emiliano Manfredonia, presidente nazionale di Acli, commenta le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. In quell’occasione Panetta ha ricordato che «circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero».

I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici

Fabio Panetta, governatore Banca d’Italia

Un vero e proprio esodo, dovuto anche a fattori economici: «Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano». Ma, ha precisato Panetta, «le differenze retributive non sono l’unica determinante della scelta di lasciare l’Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici».

Emiliano Manfredonia


In fuga da un destino povero (anche di opportunità)

I numeri, in effetti, sono impressionanti. Come ricorda Manfredonia, «nel 2024 abbiamo raggiunto un record, con oltre 155mila laureati andati via. Un dato inquietante, che ha certamente una dimensione economica: chi ha la fortuna di avere un salario stabile in Italia versa il 33% dello stipendio all’ente previdenziale per ottenere una pensione che sarà di poco superiore al 60% dell’ultima retribuzione. La destinazione finale, soprattutto per chi ha salari bassi – giovani, donne e stranieri – è la povertà».

Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi

Emiliano Manfredonia, presidente nazionale Acli

Ma il problema non è solo economico. «È anche culturale e riguarda la mancanza di opportunità, come ha riconosciuto lo stesso Panetta. In Italia i giovani non trovano la possibilità di essere valutati per il proprio merito né di intraprendere carriere che offrano una prospettiva di futuro. Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi».

Una condizione che ha effetti diretti anche sulla natalità: «Se i giovani sono precari nel lavoro, lo sono anche nella vita. Facciamo esattamente il contrario di ciò che avrebbe senso fare: dovremmo pagare di più le persone quando sono giovani e di meno quando sono anziane e hanno già sostenuto i costi maggiori».

Il “sistema Paese” investa sui giovani

Come invertire questa tendenza? Da dove partire per fermare la fuga dei giovani o almeno favorire il loro ritorno, valorizzando in Italia le competenze acquisite all’estero? «Di certo non saranno bonus e fiscalizzazioni a risolvere il problema. Serve una riforma strutturale, costruita dal sistema Paese. Il limite della politica degli ultimi vent’anni è stato l’incapacità di immaginare il futuro e di lavorare sulle strutture», osserva Manfredonia.

Una riforma strutturale è necessaria anche sul tema della casa, una delle principali emergenze per i giovani e una delle cause della loro precarietà. «Gli affitti brevi hanno creato un mostro: nel nostro Paese la rendita è tassata meno del lavoro faticato, ed è un paradosso. Servono norme e politiche che garantiscano l’accesso alla casa a tutti, a partire dai giovani».


C’è poi il nodo dell’istruzione, anche professionale. «Abbiamo circa 30mila studenti che frequentano le scuole di formazione professionale dell’Ente nazionale Acli Istruzione professionale (Enaip). Registriamo un forte mismatch tra le richieste delle aziende e la preparazione dei ragazzi: è un problema che va affrontato».

Infine, il ruolo del Terzo settore, che può fare molto e in parte lo sta già facendo. «Dobbiamo soprattutto favorire la partecipazione, perché un giovane che si sente scartato rischia non solo di non votare, ma di non prendere parte alla vita attiva. Dalla ricerca che abbiamo realizzato con l’Iref, Né dentro né contro, emerge che i giovani sono interessati alle questioni sociali, ma non sentono il bisogno di impegnarsi in un’organizzazione. Per questo, come Acli, abbiamo dato vita a un Patto per la partecipazione: per ritrovare gioia, coraggio e forza nel mettersi in gioco, offrire la propria visione del mondo e provare a cambiarlo».

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Sindaci tra solitudine e disincanto: «La lotta alla povertà non è una vetrina»

La povertà non “tira”? A una prima e superficiale analisi, sembrerebbe questo il motivo della scarsa adesione al premio per il “Miglior sindaco del mondo“, istituito nel 2004 dalla City Mayors Foundation (associazione filantropica con sede a Londra) e che, per la prima volta nella sua storia più che ventennale, non sarà assegnato per mancanza di candidature. anno Appena 14 i sindaci che hanno presentato la propria candidatura da Europa, America e Africa (l’Asia non partecipa). Di questi, due erano italiani: il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Oliveri (città metropolitana di Messina), Francesco Iarrera. Una grande città e una piccola realtà (Oliveri conta circa 2.150 abitanti). Entrambe del Sud.

Il tema del premio istituito per il 2025 era, appunto, il contrasto alla povertà. Un argomento scivoloso, sotto il profilo politico? Oppure un riconoscimento che ha scarso appeal e di cui i sindaci – magari attivissimi sul tema – semplicemente ignoravano il bando? Difficile trovare una sola spiegazione, considerata la vastità della platea potenziale e delle aree geografiche coinvolte (soltanto in Italia, si contano quasi 8mila Comuni). Di sicuro, 14 candidature a livello internazionale erano decisamente troppo poche per legittimare l’assegnazione del World Mayor Prize, anche se è probabile che altre candidature non siano state accolte per vizi di forma. L’imbarazzo degli organizzatori è riassunto eloquentemente dalle parole pronunciate da Tann vom Hove, co-fondatore della Fondazione: «Il pubblico non ha risposto, le candidature sono state poche e, – dettaglio ancora più amaro – con poche eccezioni, nessuno ha sviluppato un modello davvero convincente per combattere la povertà nella propria comunità».

Il premio World Mayor Prize

In oltre 20 anni, prima con cadenza annuale e poi biennale, il World Mayor Prize ha messo in risalto le buone pratiche di sindaci di città con milioni di abitanti ma anche centri di periferia: da Tirana ad Atene, da Melbourne a Cape Town, toccando poi Messico City, Bilbao, Calgary, Mechelen, Ancona (unico Comune italiano sinora premiato), Rotterdam, Grigny e Graz. Con Soprattutto negli ultimi tempi, era stato individuato ad ogni edizione un tema conduttore che consentisse di valutare l’operato dei sindaci.

Alleanza contro la povertà

«Fa riflettere che a livello internazionale ci sia stata un’adesione così bassa per il riconoscimento del 2025, ma non traiamo da questa notizia delle conclusioni affrettate», commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia. «Sono uno che dice sempre quello che pensa, ma non è possibile prendersela con i sindaci o gli enti locali se il contrasto alla povertà risulta poco efficace. Dirò di più: dinanzi a questa mancanza di candidature, io avrei premiato simbolicamente tutti i sindaci d’Italia, e con loro le amministrazioni comunali che sono i luoghi di prossimità in cui, come in un imbuto, finiscono tutti i problemi non risolti da altri livelli dello Stato. La mia è una provocazione, so benissimo che parliamo di un riconoscimento internazionale. Ma guardate che la situazione è la stessa nel resto dell’Europa e in tutto il mondo».

Io invece di sospendere il premio per il 2025, avrei simbolicamente premiato tutti i sindaci dItalia: sulla povertà sono lasciati soli dallo Stato

Antonio Russo, portavoce Alleanza contro la povertà

Restando in casa nostra, prosegue Russo, «se la lotta contro la povertà non si fa in maniera strutturale e in parallelo, invece strutturalmente si taglia il fondo per il sostegno all’inclusione attiva (nell’ultima Legge di Bilancio hanno decurtato 267 milioni di euro per il 2026) è chiaro che le istituzioni più prossime ai cittadini diventano i luoghi a cui si rivolge chi non ce la fa. E per fortuna che in Italia c’è una rete di organizzazioni caritatevoli che consentono di ammortizzare il problema. Se non ci fossero le mense, come faremmo? Sbagliamo bersaglio se ce la prendiamo con i sindaci, perché sono le istituzioni nazionali a non mettere i sindaci nelle condizioni di operare. In Italia abbiamo sei milioni di poveri assoluti, cioè 2,2 milioni di famiglie. La povertà colpisce tutto il Paese ed è intergenerazionale. Non solo: oggi colpisce anche chi lavora, persone che sino a pochi anni fa conducevano una vita dignitosa. In questo momento, anche negli Usa la situazione è diventata drammatica. E pure in altri Paesi del nostro continente. È giunto il momento che l’Ue pensi ad uno strumento europeo: probabilmente, con quello, molte persone si sentirebbero davvero cittadini europei. E non si lascerebbero troppo soli i sindaci e, soprattutto, i poveri».

Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà

Francesco Iarrera, il sindaco di Oliveri: «Dobbiamo essere sindaci-operai»

Francesco Iarrera è uno dei due sindaci italiani che erano in lizza per il Premio («ma non ho proposto io la mia candidatura, né sono riuscito a sapere dagli organizzatori chi l’abbia avanzata per me», svela lui). «Si tratta di un riconoscimento e come tale va preso. Certo è anche un modo per parlare di un problema che va affrontato in maniera strutturale a livello centrale. I Comuni non hanno molti fondi: li possono richiedere, certo, ma è una delle pochissime cose che possono fare su questo fronte. Quando parliamo di povertà, parliamo anche di altri ambiti a essa connessi. Per esempio, di accoglienza degli immigrati. Nel nostro piccolo, cerchiamo di intercettare dei fondi per accogliere i minori stranieri non accompagnati, un tema un po’ scottante e talvolta divisivo, per questo i Comuni più piccoli a volte non hanno il coraggio di procedere in questa direzione. Poi ci sono altre forme di fragilità, come la povertà legata alla disoccupazione, e questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Ci scontriamo quotidianamente con questo tipo di difficoltà, siamo l’interfaccia tra lo Stato e i cittadini, e cerchiamo di farlo nel migliore dei modi. A volte siamo costretti ad adottare provvedimenti tampone».

Francesco Iarrera, sindaco di Oliveri (Messina)

«Sento dire spesso che bisogna aiutare di più i piccoli Comuni, nei quali risiede il 70% della popolazione italiana, ma io questi aiuti non li vedo. I tagli ai trasferimenti sì, invece. È chiaro che, nel momento in cui non siamo competitivi in materia di servizi e di prospettive, i giovani vanno altrove. La povertà non è soltanto economica: è sociale, culturale, educativa, digitale. È molto ampia. E la maggior parte di queste persone resta ai margini. Noi viviamo in una condizione di continua emergenza: al mattino mettiamo l’elmetto e partiamo, consapevoli di dover gestire una situazione che lievita di giorno in giorno. Può darsi che molti colleghi non abbiano avuto nemmeno il tempo di candidarsi al World Mayor Prize, io per primo. Molti cittadini vedono i politici e le istituzioni distanti dai problemi. Irraggiungibili. Dobbiamo essere sindaci operai, se vogliamo essere parte integrante del territorio».

Paolo Pezzana, l’ex sindaco esperto di povertà

«È difficile dare un commento univoco a questa vicenda», premette Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori (Città metropolitana di Genova), che è stato Presidente Nazionale di fio.PSD (l’associazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless in Italia) e ha ricoperto vari ruoli anche all’interno dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani – Anci. Oggi è consulente di Fondazione Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, istituito dall’Anci nel 2006. Pezzana si occupa soprattutto di progetti di accompagnamento riguardanti accoglienza, welfare e servizi sociali. «Di amministratori in gamba in giro ce ne sono tanti, soprattutto nelle realtà un po’ più nascoste, dove ci sono meno risorse e occorre più fantasia. Il Premio non è poi così noto, ma è vero che negli anni passati c’è stata una maggiore partecipazione. Soprattutto io credo che i sindaci siano molto assorbiti dal loro lavoro. Vedendoli all’opera oggi, mi rendo conto che c’è parecchio disincanto: si sentono un po’ abbandonati, avvertono moltissime responsabilità sulle loro spalle, molta gente li denuncia per ogni minima cosa con la speranza di raggranellare qualche soldo. Tutto questo a fronte di indennità molto basse, soprattutto nei piccoli e medi Comuni. Quando l’ho fatto io, percepivo 1.400 euro al mese per dodici mensilità, di cui una se ne andava per pagare l’assicurazione. Lavoravo anche venti ore al giorno e ho ancora pendenze, a quasi dieci anni dalla fine del mandato: per fortuna sono uscito bene da tutte».

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

«Forse si guarda con meno entusiasmo, rispetto al passato a questo tipo di riconoscimenti», prosegue Pezzana. «Sembra crescere lo scollamento tra i singoli amministratori e ciò che crea una cultura dell’amministrazione: lo stare insieme, riconoscersi, valorizzare le cose che si fanno. I sindaci sono molto attenzionati sulla quotidianità e sulle cose che propongono, ma non trovano un supporto altrettanto strutturato. Iniziative come il World Mayor Prize hanno il significato di restituire valore o comunque di rendere visibile il valore che viene prodotto: se ci sono state pochissime candidature a livello mondiale, qualcosa dovrà pure significare».

C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

Pezzana fa un’altra riflessione, importante: «C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità, che è fatta anche di azioni che hanno a che fare con il sociale, la cultura, l’inclusione, dunque non è possibile ridurle a un solo tema, per esempio la lotta alla povertà. È un gioco di equilibrio. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità. Quando il ragioniere capo del mio Comune mi illustrò i margini di manovra sul bilancio comunale, mi venne da ridere perché i fondi erano tutti vincolati. Restavano fuori 20mila euro l’anno. Una mia giovanissima assessora mi fece notare che eravamo stati eletti per amministrare il valore che la nostra comunità produceva, e quindi mettere le associazioni, i commercianti e le imprese del territorio nelle condizioni di poter lavorare meglio. Il vero elemento distintivo del sindaco è di far sentire coinvolta tutta la comunità in tutto quello che l’amministrazione fa. Occorre connettere, stimolare la partecipazione in senso concreto per generare bene comune. Mi sono laureato in giurisprudenza, e il diritto amministrativo mi ha certamente aiutato, ma per me è stato ancor più importante e utile l’aver fatto l’educatore».

Credits: foto fornite dagli intervistati; in apertuta, la foto del municipio di Oliveri (foto sito Comune)

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Costruire consapevolezza, il primo passo per fermare la violenza contro le donne

Per scardinare la violenza maschile non bastano interventi episodici: è necessario investire in formazione, consapevolezza e responsabilità collettiva. È il pensiero cardine da cui è nato “Sguardi che sostengono”, un nuovo percorso formativo gratuito promosso da Fondazione Arché e realizzato dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca con la supervisione scientifica della professoressa Claudia Pecorella, ordinaria di Diritto penale.

Finanziato da Regione Lombardia, prenderà il via il 5 febbraio a CasArché, in via Cardinal Martini, 12 a Novate Milanese nell’unico incontro previsto in presenza. Il ciclo di appuntamenti è pensato come uno spazio di approfondimento, riflessione e acquisizione di competenze rivolto a operatori e operatrici sociali, educatori ed educatrici, professionisti del terzo settore, ma anche cittadini attivi che desiderano comprendere in modo più consapevole il fenomeno della violenza di genere e contribuire attivamente alla sua prevenzione nei contesti educativi, culturali e territoriali. Attraverso il contributo di docenti universitari ed esperti del settore, il percorso mira anche a stimolare uno sguardo critico capace di interrogare stereotipi, linguaggi e pratiche quotidiane che possono, anche inconsapevolmente, alimentare disuguaglianze e violenza.

Un fenomeno che interpella la comunità

La proposta formativa si articola in due moduli online progettati per fornire strumenti teorici e pratici utili a leggere la complessità del fenomeno, riconoscerne le diverse forme e intervenire in modo competente e rispettoso delle persone coinvolte. Il primo prevede sette incontri da due ore l’uno a cadenza quindicinale e affronta temi centrali come le radici culturali della violenza, la violenza domestica, il femminicidio, le molestie e la violenza sessuale, la tratta e lo sfruttamento, fino agli interventi di tutela e al rischio della vittimizzazione secondaria.

«Questo è un momento particolarmente importante per operatori sociali, educatori e cittadini attivi», spiega padre Giuseppe Bettoni, presidente di Fondazione Arché. «La violenza contro le donne non è un fatto isolato, ma un fenomeno che interpella l’intera comunità e richiede risposte competenti e condivise. Chi si forma oggi potrà a sua volta promuovere attività culturali, educative e formative nei propri contesti, contribuendo a costruire una cultura del rispetto, della prevenzione e della cura delle relazioni. È da qui che può nascere un cambiamento reale e duraturo».

Informazioni utili

Il percorso si inserisce nel più ampio impegno di Fondazione Arché nella promozione di una cultura dei diritti, dell’inclusione e della prevenzione della violenza, affiancando alle attività di accoglienza e supporto alle persone più vulnerabili un forte investimento educativo e culturale rivolto alla società nel suo insieme. La partecipazione è gratuita previa iscrizione a questo form. Tutti i dettagli sul programma e sulle modalità di adesione sono disponibili sul sito di Fondazione Arché o allo 02 603603.

In apertura, un incontro formativo in Arché. (Fotografia di Fondazione Arché)

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Minori, “Call of duty” furbetto? L’Antitrust indaga i videogame di Microsoft su acquisti e dati

“Diablo Immortal” e “Call of Duty Mobile” sono due videogame di Activision Blizzard, società di videogame (nota per aver sviluppato giochi noti agli appassionati come “Call of Duty”, “Skylanders”, “World of Warcraft”, “Candy Crush” e “Doom”) acquisita da Microsoft tra il 2022 e il 2023. Sono free to play, possono cioè essere scaricati gratuitamente e, questo è il passaggio chiave, hanno la possibilità di acquisti in game: consentono acquisti di beni virtuali (skin, valute, potenziamenti) tramite microtransazioni. Proprio quest’ultimo passaggio è alla base della decisione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato di avviare due istruttorie nei confronti della compagnia acquisita per 68,7 miliardi di dollari dalla multinazionale di Redmond. 

Sotto osservazione in particolare il design delle interfacce, sospettato di essere manipolativo, i settaggi del parental control preimpostati, che poco tutelerebbero i minori, e le modalità di acquisizione dei consensi al trattamento dei dati personali.

Per i consumatori del Codacons quella degli acquisti “in-game” è una pratica «particolarmente insidiosa, perché inserita nei videogiochi destinati ai minori allo scopo di indurre i bambini ad effettuare acquisti o a richiedere ai genitori di farlo, spesso attraverso grafiche accattivanti e messaggi aggressivi mirati proprio a modificare il comportamento dei più piccoli, che hanno meno strumenti di tutela».

Il design manipolativo delle interfacce

Le istruttorie dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato riguardano, in primo luogo, il possibile utilizzo di design manipolativo delle interfacce, per indurre il consumatore a giocare con assiduità, a prolungare le sessioni di gioco e a farlo aderire alle offerte promosse. Ne sono un esempio le ripetute esortazioni, durante e fuori le sessioni di gioco, a non perdere contenuti premiali (anche tramite messaggi in-app e notifiche push) e ad acquistare contenuti a durata limitata, prima che diventino indisponibili. Queste condotte, insieme alle strategie per rendere poco comprensibile il valore reale delle monete virtuali usate nel videogioco e alla vendita di valuta di gioco in quantità predeterminata, possono condizionare i giocatori-consumatori, inclusi i minorenni, inducendoli a spendere cifre significative di importi anche maggiori di quelli necessari a procedere nel gioco e senza esserne pienamente consapevoli.

Da rivedere il parental control preimpostato

Per l’Antitrust, inoltre, le funzioni di parental control che vengono preimpostate dalla società sembrano aggressive, perché il meccanismo preseleziona in automatico opzioni che tutelano meno il minore (facoltà di effettuare acquisti in-game, tempi di gioco illimitati e interazione con altri giocatori), in assenza, peraltro, di un comportamento attivo e di supervisione da parte del genitore – tutore. 

Dati personali e acquisizione del consenso

L’Autorità, si legge nel documento che annuncia l’avvio del procedimento, vuole anche verificare le modalità di acquisizione dei consensi al trattamento dei dati personali in fase di registrazione dell’account. Il consumatore, anche minorenne, verrebbe infatti indotto a selezionare tutti i consensi, inclusa la profilazione a fini commerciali, credendo di trovarsi di fronte a una scelta obbligata. 

Resta informato su ProdurreBene.

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Genitorialità, è anche una questione di welfare aziendale

Informare le dipendenti sulla prevenzione nell’ambito della fertilità. Aiutarle nel loro progetto di maternità e genitorialità, anche offrendo i servizi per la preservazione della fertilità. È questo l’obiettivo del progetto supportato da Otb foundation, fondazione non profit del gruppo moda Otb, in partnership con il gruppo Genera, realtà italiana nell’ambito della procreazione medicalmente assistita, che include anche le tecniche di crioconservazione degli ovociti della donna.

Genitorialità informata

L’iniziativa è stata spiegata da Arianna Alessi vicepresidente di Otb foundation, nell’ambito di una serie di altre attività promosse dalla fondazione «per favorire l’uguaglianza di genere anche sui luoghi di lavoro delle aziende del Gruppo, al fine di supportare le donne nei loro obiettivi personali e professionali per garantire che le decisioni riguardanti la maternità siano sempre più libere e individuali. Attualmente vi sono molteplici servizi a disposizione di coloro che decidono di intraprendere un progetto di genitorialità: dall’asilo interno alla flessibilità lavorativa, dai servizi per neogenitori fino a programmi di formazione e sensibilizzazione».

La fondazione finanzia il percorso

«In Italia la sanità pubblica copre il social freezing solo per specifiche patologie mediche, o con tempi di attesa lunghissimi, rendendo la pratica un privilegio per pochi che si vedono costretti a ricorrere a strutture private con costi elevati», ha aggiunto Alessi, «pertanto, la fondazione intende attivare questa ulteriore iniziativa impegnandosi a finanziare i percorsi per le colleghe del gruppo che aderiranno, al fine di promuovere la libertà di scelta sulla propria vita riproduttiva, contrastare l’infertilità legata all’età e offrire soluzioni a un’evoluzione sociale e lavorativa che spesso posticipa il desiderio di maternità».

Dati e contesto

Per approfondire la questione, non priva di risvolti etici, il progetto è stato presentato in un evento dal taglio scientifico rivolto ai dipendenti del gruppo Otb, dedicato ai temi della prevenzione, del tempo biologico e del futuro riproduttivo.

Al centro, Arianna Alessi, vicepresidente Otb foundation, con i relatori dell’incontro sul social freezing

Il punto di partenza è stato un dato: in un contesto in cui l’età media alla prima maternità continua a crescere, in Italia le donne diventano madri per la prima volta in media a 33,8 anni e il numero medio di figli per donna è pari a 1,18. Sempre più donne posticipano le scelte di genitorialità.

Al tempo non si comanda

«Il tempo è la variabile biologica centrale della fertilità e, a differenza di altri fattori, non può essere recuperato», ha affermato Filippo Maria Ubaldi, professore ordinario di ostetricia e ginecologia presso l’università della Calabria e direttore medico del gruppo Genera, intervenuto sul ruolo del tempo come principale variabile biologica non modificabile della fertilità.«Oggi, il problema non è la mancanza di possibilità, ma il ritardo nell’informazione. Quando la consapevolezza arriva tardi, le opzioni si riducono. Informare in modo tempestivo è una forma concreta di prevenzione, con un impatto diretto anche sul quadro demografico del Paese», ha proseguito.

L’opzione social freezing

«La preservazione della fertilità va letta nel rapporto tra età biologica, qualità ovocitaria e possibilità offerte oggi dalla scienza. In questo quadro, anche il social freezing può essere considerato, per alcune persone, una delle opzioni possibili in un contesto di vita e di lavoro in evoluzione, senza mai prescindere dal ruolo centrale del tempo biologico», ha spiegato Laura Rienzi, professoressa associata presso il dipartimento di scienze molecolari dell’università di Urbino e direttore scientifico del gruppo Genera.

Foto in apertura di Vardan Papikyan su Unsplash.

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