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Caldo estremo e diseguale, dall’India ai bambini che devono nascere

Una scuola elementare è rimasta chiusa due giorni per il caldo, il 28 e 29 maggio, a Soustons, nel Sudovest della Francia. L’edificio, concepito negli anni Ottanta, ha un tetto in vetro che ha fatto salire le temperature oltre i 50°C e nelle classi sfiora i 40. L’ondata di calore, che colpisce anche l’Italia, sta facendo registrare record in molte città europee: l’anomalia più grande è a Londra, dove il termometro è schizzato 16°C sopra la media, Parigi +14°C, Berlino +11°C, Lisbona e Madrid +10°C. A Torino ci sono stati 15 black out in 72 ore. Simon Stiell, direttore della Convenzione quadro dell’Onu per il cambiamento climatico, ha detto: «Il calore estremo è un richiamo brutale sugli impatti della crisi climatica. La scienza afferma chiaramente che il riscaldamento di origine antropica è quel che rende le ondate di calore sempre più frequenti e intense».

Canicola anche in Asia

Altrove, in Pakistan e India, già da aprile milioni di persone soffrono per il caldo. Secondo quanto riporta The Guardian, nella provincia pachistana del Sindh e in diverse regioni indiane del nord e centro, di giorno le temperature hanno spesso raggiunto i 44 – 46°C, rendendo impossibile stare all’aperto e mettendo a rischio molti lavoratori e le comunità agricole. A fine maggio nel Sud dell’India sono morte di caldo oltre cento persone. «Le temperature estreme non sono più una minaccia futura. Sono una realtà che sta sconvolgendo le vite e le possibilità di sostentamento per molti in Asia del sud e sudest», si legge in un report appena pubblicato dalla ong statunitense People’s Courage International sulle città di Delhi, Dacca, Kathmandu, Giacarta e Manila. «Notti sempre più calde, associate alle isole di calore urbano, stanno portando allo stremo milioni di lavoratori informali ancor prima dell’inizio del giorno». Parliamo di rider, muratori, venditori ambulanti che vivono in condizioni precarie, in locali senza ventilazione né garanzia di elettricità, per cui anche solo riuscire a dormire è un’impresa.

Povertà da calore estremo

Dove le ondate di calore incrociano fragilità sociale, infrastrutturale e istituzionale, più alto è il rischio per la salute. Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature sustainability, firmato tra gli altri da Giacomo Falchetta ed Enrica De Cian dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e da Antonella Mazzone dell’Università di Bristol, dimostra che la povertà legata al caldo estremo è molto diffusa nel mondo e – ancora una volta – distribuita in modo diseguale. Interessa quasi 600 milioni di persone, su un totale analizzato di tre miliardi. Il fardello più pesante lo portano gli abitanti dell’Asia meridionale e dell’Africa sub sahariana. Nelle città, la vulnerabilità va di pari passo con la qualità delle infrastrutture e la disponibilità di servizi. La gran parte della popolazione mondiale non ha accesso all’aria condizionata, che tra l’altro richiede energia (spesso alimentata da fonti fossili) e denaro. Per gli autori della ricerca, la risposta a questo tipo di povertà deve venire dalla capacità di ridisegnare gli spazi urbani, comprese le scuole e i presidi medici, e offrire soluzioni abitative sostenibili, per proteggere le persone più fragili.

Nascite premature

Il caldo estremo colpisce anche i bambini che non sono ancora nati. Un gruppo di ricercatori che fanno capo all’Università di Valencia, partendo dal nesso tra l’esposizione a temperature elevate e parti prematuri, ha analizzato 36,6 milioni di nascite avvenute d’estate in 250 città, in tredici paesi: Australia, Brasile, Canada, Cile, Ecuador, Estonia, Israele, Italia, Giappone, Paraguay, Spagna, Svizzera e Stati Uniti, tra il 1979 e il 2019. Il rischio aumenta in modo lineare con la crescita delle temperature. Nelle giornate di calore moderato, sale del 2,8%. Con il caldo estremo arriva al 3,8%. Gli autori dell’articolo, pubblicato sulla rivista Environment international, stimano che le ondate di calore portino a 855 parti prematuri in più ogni milione di nati. Una quota paragonabile a quella dovuta ad altri fattori, come il fumo della madre in gravidanza nei paesi a basso e medio reddito, o la malaria. Oltre al fatto che il caldo è già uno dei maggiori rischi ambientali per la salute riproduttiva. L’impatto varia, anche in questo caso, in base alle variabili socioeconomiche: il Paraguay è dove si fa sentire di più, mentre in Svizzera l’influenza è molto bassa. La Spagna è in posizione intermedia. Sono dati allarmanti, specialmente se visti in prospettiva: le ondate di calore infatti, sono destinate ad aumentare nei prossimi decenni.

In apertura, foto di Luis Graterol su Unsplash

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Dove va la filantropia ambientale in Europa, la mappatura di Philea

In cima alle priorità della filantropia ambientale europea, in linea con la tendenza degli ultimi anni, ci sono i progetti dedicati al cambiamento climatico, a cui va circa il 27% delle risorse. Ma, anche se ricevono meno fondi, è significativa la recente crescita delle iniziative ambientali con una componente di giustizia sociale. È aumentato inoltre il sostegno ai progetti di advocacy, volti a rafforzare la capacità delle organizzazioni della società civile di partecipare attivamente all’elaborazione delle politiche pubbliche. «Due ambiti che mostrano come la filantropia agisca in modo sempre più strategico verso il cambiamento. Allo stesso tempo, ritroviamo gli approcci più consolidati di conservazione della natura, supporto alla ricerca, educazione ambientale, solo per citarne alcuni», commenta Giulia Lombardi, curatrice del settimo rapporto di Philanthropy Europe Association – Philea sui finanziamenti destinati all’ambiente delle fondazioni europee, incluso il Regno Unito. Sotto la lente ci sono 2,2 miliardi di euro di donazioni erogate nel 2024 da 169 enti filantropici. È la più accurata mappatura disponibile, anche se non esaustiva, e permette di anticipare alcune tendenze future.

Giulia Lombardi, curatrice del report di Philea

La quota verde della filantropia

Il primo dato che emerge è l’incremento generale delle donazioni per clima e ambiente, rispetto a quando Philea ha iniziato la ricerca, una decina di anni fa. «Nel primo report eravamo riusciti a identificare solo 27 fondazioni, per circa 180 milioni di euro», precisa Lombardi. «La prossima frontiera sarà tenere conto anche delle dotazioni patrimoniali, per cui si parla di cifre molto più elevate ed entra in gioco la questione di come fare investimenti in modo sostenibile per l’ambiente». I 2,2 miliardi di donazioni del 2024 sono un importo di tutto rispetto, ma stimiamo che sia ancora una piccolissima parte, intorno al 3%, di quanto erogato dalla filantropia nei vari settori. La percentuale è in linea con quella globale: meno del 2% dell’ammontare complessivo, secondo il calcolo della fondazione statunitense Climate Works, che monitora le donazioni filantropiche globali per i progetti legati al cambiamenti climatico. Nel Regno Unito, dove la filantropia ambientale è particolarmente sviluppata, la percentuale sale a circa il 4%.

Un settore che impatta sugli altri

«Non c’è filantropia in un pianeta morto: lo abbiamo ripetuto più volte durante il nostro forum annuale, che si è appena tenuto a Copenhagen dal 18 al 21 maggio», racconta Lombardi. Già nel 2022, quando è nata Philea, clima e ambiente sono stati indicati chiaramente come tematiche prioritarie per l’organizzazione, assieme a democrazia e uguaglianza. «Cambiamento climatico e degrado degli ecosistemi impattano su tutti i settori in cui la filantropia lavora e che supporta. A sottolineare questo concetto, il titolo del forum appena concluso era Philantropy for People and Planet. Le fondazioni, tutte, anche quelle che non si occupano nello specifico di ambiente e di clima, hanno accolto la sfida e hanno partecipato numerose».

Una geografia diseguale

A livello geografico, la distribuzione delle donazioni è molto diseguale. In totale, 139 paesi hanno beneficiato almeno di un finanziamento da 25mila euro in su, ma è evidente la concentrazione in alcune aree, specialmente nel centro e nord Europa, mentre rimangono ancora limitate le risorse nei paesi dell’Europa orientale. Considerando solo i primi venti Stati, in testa c’è il Regno Unito, con quasi 285 milioni di euro, più del doppio della Spagna, al secondo posto con circa 106 milioni. L’Italia risulta tra i primi dieci, con 20.964.160 euro. Le fondazioni con sede nel nostro Paese presenti nel report sono: Capellino, Cariplo, Cassa di risparmio di Bolzano, Cassa di risparmio di Cuneo, Fondazione con il Sud e Monte dei Paschi di Siena. «In Italia ci sono molte realtà importanti nella filantropia ambientale, con cui siamo in contatto. Speriamo di poterle includere in futuro, per dare un quadro ancora più preciso dell’andamento nel nostro paese», dice Lombardi.

Parte dei fondi è destinata al sostegno di iniziative in luoghi diversi da quello in cui hanno sede le fondazioni, in particolare India, Stati uniti, Brasile, Kenya, Sudafrica, Indonesia, Zimbabwe, Tanzania e Ucraina. Guardando all’ammontare pro capite, la Danimarca è prima in classifica con 548 euro per cento abitanti. Seguono il Regno Unito, con 410 euro, e i Paesi Bassi, con 340. L’Italia è al dodicesimo posto, con 35 euro ogni cento abitanti. Fanno peggio di tutti, con meno di 10 euro ogni cento residenti, Cipro, Ungheria, Austria, Romania, Lituania, Portogallo, Lettonia, Lussemburgo.

Le spinte al cambiamento

Tra le novità più significative del report di Philea, è emerso un aumento sensibile dei grant all’intersezione tra giustizia ed ecologia, per la riduzione delle disuguaglianze dovute a fattori ambientali, che rappresentano l’8%. «È un punto chiave, se si vogliono coinvolgere anche le fondazioni che non lavorano in modo specifico sull’ambiente. I progetti possono riguardare, per esempio, il miglioramento della qualità dell’aria per gli abitanti di quartieri più vulnerabili, o il supporto alla riqualificazione dei lavoratori di settori più penalizzati dalla transizione ecologica», spiega Lombardi.

Foto di Markus Spiske su Unsplash

E, ancora, pesano sempre più le donazioni destinate all’advocacy. «Anche questo è un passaggio cruciale, in un momento in cui le sfide ambientali e climatiche globali si accentuano e lo spazio d’azione per le organizzazioni della società civile europea si restringe», chiarisce Lombardi. «Si fa più fatica, ora, a parlare di clima e ambiente: sono diventati argomenti polarizzanti. In questo contesto, la filantropia ha un ruolo specifico nel supportare iniziative che mirano a cambiare la situazione attuale, nel sostenere progetti di informazione e sensibilizzazione dei decisori politici. Le fondazioni che scelgono questa linea danno la possibilità alle organizzazioni della società civile di continuare il loro lavoro nonostante la complessità della situazione attuale». E lo fanno nella massima trasparenza, vista la condivisione dei dati sulle donazioni fatte nel report di Philea: «un esercizio collettivo della filantropia ambientale europea, o perlomeno delle fondazioni che siamo riusciti a raggiungere a oggi, dando una panoramica del proprio operato».

Fondi Life in bilico

A proposito di advocacy, proprio in questi mesi se ne discute in Ue, mentre è in lavorazione il Multiannual Financial Framekork, il quadro finanziario pluriennale 2028 – 2034. In ballo c’è il destino del programma Life, la principale fonte di finanziamento per i progetti europei in ambito ambientale, dall’adattamento climatico al ripristino della biodiversità alla lotta all’inquinamento. A fine aprile, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che assegna tre miliardi di euro al programma. Ma resta la preoccupazione, per le organizzazioni della società civile, che lo stanziamento escluda i progetti che hanno al centro l’advocacy. Su VITA abbiamo raccontato come questa specifica linea di finanziamento del Life, perfettamente lecita e utilizzata anche dall’industria, sia stata oggetto di una montatura mediatica senza fondamento. Un finto scandalo che, ora, potrebbe limitare le possibilità della società civile di chiedere politiche pubbliche in favore dell’ambiente.

Filantropia strategica

«Intervenire a questo livello, se il risultato è l’introduzione di misure precise, potenzialmente può essere molto più efficace delle campagne di sensibilizzazione al consumatore, per quanto anche queste contribuiscano in maniera importante al cambiamento. Un esempio è la proposta di legge francese che prevede il divieto di pubblicità per i marchi ultra – fast fashion», conclude Lombardi. «Anche per questo, un numero crescente di fondazioni sceglie di sostenere i propri beneficiari sulle iniziative di advocacy, nella consapevolezza che far fronte alle grandi sfide poste da clima e ambiente ha costi elevatissimi. La filantropia può aiutare a coprirli solo in minima parte».

In apertura, foto di Mika Baumeister su Unsplash

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