Si terrà a Forlì dal 12 al 14 novembre la prima edizione del Festival dell’Economia Sociale promossa dalla Fondazione Economia Sociale costituita da (Confcooperative, E-Ius e Terzjus). Il primo appuntamento nazionale dedicato all’economia sociale: cooperazione, enti del Terzo settore, enti sportivi dilettantistici ed enti religiosi, insieme al credito cooperativo, alle fondazioni di origine bancaria e alla filantropia. «Un Piano che genera valore. Dalla complessità al sistema» è il pay off della tre giorni di dibattito tra istituzioni, politica mondo della ricerca, della rappresentanza e delle imprese.
L’economia sociale è innanzitutto economia
«L’economia sociale, prima ancora che sociale, è economia. Non è un settore che compensa o che affianca il mercato: è una componente stabile del sistema economico del Paese, che completa le possibilità di sviluppo e di benessere di una nazione», dichiarano MaurizioGardini, presidente di Confcooperative; il direttore scientifico del festival GabrieleSepio di E-Ius e LuigiBobba, presidente di Terzjus. La sfida è passare dal riconoscimento culturale alla costruzione di un sistema di politiche pubbliche capace di accogliere la complessità e le peculiarità di questi organismi, valorizzandone le differenze.
L’iniziativa nasce dal Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, con cui l’Italia ha dato seguito alle linee tracciate in questi anni dall’Unione europea. Il Festival si propone come sede di confronto tra istituzioni nazionali ed europee, organismi di rappresentanza, mondo accademico e della ricerca, imprese e cittadini.
Il suo peso in Europa
In Europa l’economia sociale rappresenta l’8% del Pil conta 3 milioni di imprese e 13,8 milioni di lavoratori, di cui 4,7 milioni occupati nelle cooperative. In Italia le 60mila cooperative danno lavoro a 1,3 milioni di persone e da sole rappresentano l’8% del Pil. Si tratta di un’infrastruttura portante dell’economia italiana, perché non delocalizza: vive e opera sui territori. Nell’economia sociale rientrano tutte quelle imprese che mettono al centro le persone e il territorio, non il profitto da distribuire: cooperative, imprese sociali, società di mutuo soccorso, mutue assicuratrici, fondazioni, associazioni e realtà del privato sociale. Hanno forme diverse e un tratto comune: producono valore economico e lo reinvestono in funzione dell’interesse collettivo e della mutualità. È un ecosistema che l’Unione europea ha incluso tra i 14 ecosistemi imprenditoriali e industriali strategici per l’Europa.
Dopo oltre 50 anni e più di cento proposte mai approvate, l’Italia è ancora priva di una normativa sul lobbying. Ciò avviene nonostante le sollecitazioni delle principali istituzioni internazionali e l’esempio della maggior parte dei Paesi europei, che hanno già regolamentato i rapporti tra decisori pubblici e portatori di interessi. Nel mentre le attività di rappresentanza degli interessi si sono intensificate anno dopo anno. Imprese, associazioni di categoria, enti del Terzo settore, think tank intessono costanti relazioni con ministri, parlamentari e amministratori locali.
Il diritto di sapere dei cittadini
Questo confronto non è di per sé patologico, ma costituisce la naturale dialettica tra chi possiede competenze specifiche e chi deve scegliere nell’interesse pubblico. Trattandosi di interazioni in grado di indirizzare scelte collettive, esse dovrebbero essere di dominio pubblico: i cittadini hanno il diritto di sapere se, ad esempio, il ministro dell’Ambiente interagisce esclusivamente con i colossi del fossile.
Una legge efficace deve perciò garantire piena trasparenza e promuovere la partecipazione al processo decisionale. Informare, cioè, su chi svolge attività di rappresentanza di interessi (ad esempio attraverso l’iscrizione obbligatoria a un apposito registro dei lobbisti) ma anche aggiornare sugli incontri svolti da rappresentanti politici e alti funzionari pubblici. D’altra parte, però, la legge dovrebbe anche contribuire a superare quelle disuguaglianze nell’accesso ai colloqui con i decisori che oggi spesso garantiscono ai gruppi di interesse più consolidati una corsia preferenziale.
Una proposta depotenziata
Come la coalizione Lobbying4Change, coordinata da The Good Lobby, ha più volte denunciato, il testo ora in discussione al Senato viene meno a questi obiettivi. La proposta – già in partenza poco coraggiosa – è stata progressivamente depotenziata dal pressing di associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio, ecc.) e sindacati per ottenere un salvacondotto. A questo si è aggiunta la battaglia del Terzo settore per non essere equiparato ai lobbisti: una posizione a cui The Good Lobby, pur rientrando nella categoria, si oppone fermamente. D’altra parte, ciò che chiediamo non è altro che l’applicazione degli standard internazionali dell’Ocse, cui si ispira anche il quadro regolatorio dell’Unione europea e il cui Registro per la trasparenza è considerato un benchmark internazionale in materia di regolamentazione della rappresentanza di interessi.
La trasparenza che servirebbe
L’obiettivo di una norma rigorosa deve essere proprio la trasparenza di tutte le interazioni che contribuiscono a formare una legge o un atto amministrativo, sia a livello nazionale che regionale e locale, dato che il testo avrà ricadute anche su Regioni e Comuni capoluogo. Che ad agire siano lobbisti professionisti o presidenti di cooperative, che si rappresentino interessi privati o diffusi: chi può stabilire quali interessi siano più legittimi di altri?
Siamo convinti che portare al voto un testo poco ambizioso, depotenziato e a rischio di essere ulteriormente indebolito non sia quello di cui il nostro Paese ha bisogno (né quello per cui ci battiamo da un decennio). Evitiamo che l’Italia si doti di una norma puramente cosmetica, che non garantisce maggiore trasparenza e partecipazione e che non offre reciprocità tra portatori di interessi e decisori pubblici.
Il 5 per mille è un voto. Ma lo Stato rispetta solo entro certi limiti: quelli fissati dal famoso “tetto”. Un tetto che puntualmente viene superato, per non dire sfondato. Per questo, VITAha promosso, insieme a 67 organizzazioni del Terzo settore, la campagna «5 per mille, ma per davvero», chiedendo l’eliminazione del tetto l’innalzamento del tetto. Il primo, seppur parziale risultato è l’innalzamento del tetto da 525 a 610 milioni. L’obiettivo, però, resta l’eliminazione.
Se ne è tornato a parlare oggi, grazie all’iniziativa promossa da Assif dal suo Osservatorio presso la sala Berlinguer della Camera. “Il voto fiscale degli italiani” è il titolo scelto per questo appuntamento, proprio a sottolineare l’importanza di questo strumento nell’esercizio del diritto alla partecipazione democratica dei cittadini. A vent’anni dall’introduzione del 5 per mille, quindi, l’Associazione italiana fundraiser presenta dati, allarga l’analisi all’Europa e soprattutto condivide proposte concrete, chiedendo alla politica di riconoscere fino in fondo il valore di quella firma.
«Il 5 per mille ha rappresentato una vera rivoluzione per le organizzazioni non profit e per i fundraiser. Non solo come strumento di sostenibilità ma anche come momento in cui i cittadini possono esprimere la loro visione del mondo e della società. Perciò diciamo che si tratta di un “voto fiscale“, e perciò Assif dal 2017 dedica a questo strumento e agli altri “per mille” analisi, approfondimento, interpretazione», ha detto in apertura la presidente di Assif, Michela Gaffo.
Tanti i numeri e le percentuali messi a disposizione da Assif, grazie anche alla nuova piattaforma open data dell’Osservatorio. Per citare solo quelli che meglio descrivono il significato e l’impatto del tetto, nel 2025 hanno firmato 18,5 milioni di contribuenti, il 43% del totale: mai così tanti. Le loro scelte valgono complessivamente 633,3 milioni di euro, ma ne saranno erogati 610. I restanti 23,3 milioni rimarranno allo Stato. «Dal 2006, le somme destinate dai cittadini e mai erogate ammontano a circa 600 milioni di euro: un’intera annualità di 5 per mille», ha detto Nicola Bedogni, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Assif.
Il 5 per mille è un voto di fiducia
E questo è un problema, perché non rispetta la volontà espressa dai cittadini. «Il contribuente, quando compila la dichiarazione dei redditi, esprime un voto, una volta l’anno. Sceglie a chi dare il 5 per mille e con questa scelta certifica la qualità dell’ente», ha detto ancora Bedogni, scondo cui le tre forme di destinazione delle imposte aiutano a comprendere il Paese: «L’8 per mille è una bussola spirituale, il 5 per mille dà il senso di comunità, il 2 per mille riguarda la rappresentanza».
Il 5 per mille, nello specifico, permette di destinare lo 0,5% della propria Irpef a organizzazioni del Terzo settore, ricerca scientifica e sanitaria, sport dilettantistico, tutela dei beni culturali e paesaggistici, aree protette o attività sociali del Comune di residenza. Secondo l’Osservatorio, è oggi lo strumento di partecipazione fiscale più diffuso: lo sceglie il 43% dei contribuenti, contro circa il 40% dell’8 per mille. Gli enti beneficiari iscritti sono oltre 105mila. Crescono inoltre le firme rivolte a un ente preciso, aumentate del 2,5% nell’ultima annualità, mentre diminuiscono dello 0,3% quelle generiche, senza l’indicazione di un beneficiario.
Il numero del magazine di luglio/agosto lancia una campagna di mobilitazione promossa dalla nostra testata e da oltre 60 importanti organizzazioni della società civile per chiedere a Governo e Parlamento di cancellare il tetto al 5 per mille. 5 PER MILLE MA PER DAVVERO
Il tetto riduce il 5 per mille: quanto perdono gli enti
In otto degli ultimi nove anni, gli importi destinati hanno superato il tetto di spesa e sono stati ridotti. Lo scorso anno, l’aumento del limite da 525 a 610 milioni ha attenuato il problema, senza però risolverlo: già nell’ultima annualità le scelte lo hanno superato di 23,3 milioni. Il valore effettivo della firma è così sceso dal 5 al 4,8 per mille. Nell’annualità precedente, con il tetto a 525 milioni, era stato pari al 4,35 per mille. «Gli enti quest’anno ricevono circa il 4% in meno rispetto a quanto destinato dai contribuenti», evidenzia Bedogni.
L’Osservatorio ha confrontato il sistema italiano con quelli di altri sette Paesi: Spagna, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo, Lituania e Romania. Meccanismi diversi, accomunati dalla possibilità di destinare una percentuale delle proprie imposte a organizzazioni scelte dal contribuente. «L’Italia è l’unica ad avere un tetto», sottolinea Bedogni. Non solo: negli altri Paesi analizzati le quote sono aumentate. In Polonia dal 10 al 15 per mille, in Portogallo dal 5 al 10, in Spagna dal 5 al 7. In Italia sono rimaste ferme.
Il confronto riguarda anche la relazione con chi firma: «In almeno tre Paesi il contribuente può dare il consenso all’invio dei propri dati all’ente». Sono Polonia, Slovacchia e Ungheria. Una possibilità che Assif propone di introdurre anche qui, per permettere alle organizzazioni di raccontare direttamente a chi le sostiene come vengono utilizzate le risorse.
Nel video Bedogni ci spiega la situazione, in Italia e in Europa.
Le due istanze di Assif: eliminare il tetto e conoscere chi firma
La prima richiesta di Assif è «l’abolizione del tetto, attraverso una previsione di spesa attendibile e una norma che assicuri la copertura dell’eventuale extratetto», spiega Giulia Barbieri, vicepresidente Assif.
La seconda proposta riguarda la possibilità di conoscere chi firma, esclusivamente quando il contribuente lo desidera. «Chiediamo che gli enti possano ricevere il nominativo e l’indirizzo dei contribuenti, su loro libera scelta, attraverso una spunta e una firma», spiega Barbieri.
Qui Barbieri illustra le due istanze:
Open data: rendere le informazioni accessibili a tutti
La trasparenza passa anche dalla possibilità di leggere e interrogare i dati. A questo proposito Alberto Almagioni, consigliere Assif, ha presentato la nuova piattaforma open data dell’Osservatorio, costruita anche con il supporto dell’intelligenza artificiale. «Rendere disponibili i dati serve se si permette di leggerli. Abbiamo usato l’intelligenza artificiale per costruire la piattaforma e abbiamo scelto gli open data perché tutti potessero verificare e contribuire», racconta. Alla consultazione si affianca uno strumento che permette di formulare domande: «Abbiamo deciso di affiancare anche uno strumento che consenta di interrogare il dato in linguaggio naturale. È una possibilità preziosa. L’obiettivo è rendere il dato e la possibilità di leggerlo alla portata di tutti».
La conoscenza degli strumenti è al centro anche dell’indagine «Italiani Solidali» di Ipsos Doxa, illustrata da Valeria Reda, Senior Research Manager, Public Affairs. Attraverso circa 2mila interviste ogni anno, la ricerca approfondisce notorietà, comprensione e utilizzo del 5 e del 2 per mille, il profilo di chi firma e il ruolo di Caf e commercialisti.
L’impegno dei politici: «Il destinato deve arrivare intero»
Le proposte di Assif sono state quindi rivolte direttamente e affidate ai due senatori presenti, Michele Fina (Pd) e Adriano Paroli (Forza Italia). «La Ragioneria dello Stato direbbe che togliere il tetto significa appesantire il bilancio, ma tema che ponete è corretto: il destinato deve arrivare intero», ha detto Fina, che ha invitato Assif a individuare i parlamentari vicini all’associazione e competenti sul tema, per costruire un percorso di lavoro che porti alla realizzazione dell’obiettivo posto.
Adriano Paroli ha innanzitutto sottolineato come il non profit, a cui il 5 per mille è destinato, sia «parte integrante della risposta al cittadino, inserito nei servizi che lo Stato offre al territorio attraverso le sue articolazioni». La crescita delle firme è quindi «un bel segnale dell’aumento di questa che mi piace chiamare sussidiarietà fiscale». E proprio per questo, sostiene, la scelta deve essere riconosciuta fino in fondo: «Non rispettare la volontà del cittadino fa risparmiare poco allo Stato, con un grande danno per il cittadino. Bisogna porre rimedio, perché quella volontà sia completamente rispettata».
Ora i dati ci sono e le proposte anche: «Non resta che compiere una scelta politica», ha concluso Giulia Barbieri.
Oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti. È uno dei dati emersi nel corso del primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, alla presenza di Istituzioni, Imprese e Terzo settore. Tra gli obiettivi dell’incontro di martedì 13 ottobre a Roma, fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare e proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà. Nel corso del forum inoltre è stata condivisa una proposta strategica finalizzata ad ampliare la capacità di risposta dell’intero sistema di aiuto alimentare.
Dal sistema aiuti un pasto al 44% degli indigenti
Dalla ricerca promossa dalla fondazione e svolta dal Food Sustainability Lab della Polimi School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.
da sx Luciano Ghelfi giornlaista, Marco Piuri presidente fondazione, Paola Garrone professoressa di Business and Industrial Economics e Responsabile Scientifico del Food Sustainability Lab, viceministro Maria Teresa Bellucci
Dall’analisi svolta dalla Polimi School of Management è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentare (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta dedicata a Te – Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema del Fondo sociale europeo plus (ovvero il Fse+/Fn) pari al 8% (159 milioni di pasti-anno).
La filiera delle donazioni da ampliare
La filiera donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, permettendo al costo unitario per un pasto di essere pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto che avrebbe nel mercato finale (2,35 €-pasto) – e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn.
Rafforzare la filiera delle donazioni può contribuire in modo particolarmente efficace ad ampliare l’accesso al cibo, liberando risorse da reinvestire nel sistema di aiuto alimentare. Dato l’impatto relativamente contenuto della donazione sui conti pubblici, c’è infatti spazio per introdurre ulteriori misure per rendere la donazione, in particolare di prodotti standard, ancora più conveniente.
I prodotti standard
L’introduzione della donazione di prodotti standard non intende sostituirsi alle misure esistenti, ma integrarsi in una visione d’insieme. Restano infatti centrali gli strumenti di sostegno diretto (come la Carta Dat) e, soprattutto, i finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+) e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati.
Volontari in un magazzino del Banco Alimentare
Colmare il divario residuo richiede dunque di irrobustire e ottimizzare tutte le filiere, sostenendo anche la capacità logistica e organizzativa del Terzo Settore per gestire volumi maggiori di aiuti alimentari.
L’identikit della povertà alimentare
Inoltre, dall’indagine condotta da PrismaStat – presso le organizzazioni partner territoriali (mense per i poveri, case-famiglia, comunità per i minori, centri d’ascolto, unità di strada, etc) convenzionate con Banco Alimentare, emerge un identikit della povertà alimentare oggi in Italia: sempre più famiglie con figli e lavoratori che, pur avendo un’occupazione, non riescono a far fronte alle spese quotidiane. Le famiglie con minori sono tra i beneficiari più presenti per il 77% delle organizzazioni, seguite dai lavoratori a basso reddito (56%), dalle persone straniere(51%) e dagli anziani soli (36%).
Gli alimenti più richiesti
La ricerca fotografa anche la classifica degli alimenti più richiesti e di quelli che il sistema degli aiuti fatica a garantire. Tra questi l’olio d’oliva, caffè, formaggi stagionati, carne fresca, latticini e uova. Un dato significativo è che, se il 67% delle organizzazioni giudica positivamente la qualità degli alimenti ricevuti, appena il 39% è soddisfatto della varietà dei prodotti disponibili.
C’è poi un aspetto economico interessante: il 62% delle organizzazioni deve ricorrere anche ad altre fonti di approvvigionamento e, tra queste, il 66% acquista direttamente parte degli alimenti necessari, sostenendo costi che potrebbero altrimenti essere destinati ad altre attività di sostegno.
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Da qui una delle indicazioni più importanti della ricerca per il mondo delle imprese: affiancare al recupero delle eccedenze, anche donazioni programmate dei prodotti maggiormente necessari per rendere gli aiuti più efficaci e alleggerire i costi della rete territoriale.
Potenziare la legge 166/2016
Per superare queste criticità e consolidare l’intero sistema di aiuto alimentare, Fondazione Banco Alimentare ha presentato oggi una proposta che individua alcune leve strategiche fondamentali come il potenziamento della Legge 166/2016 per adeguarla ai nuovi scenari, il rafforzamento della leva fiscale a sostegno delle imprese donatrici e alcune misure di supporto alla logistica e ai trasporti per sostenere l’operatività quotidiana degli enti del Terzo Settore.
«Auspichiamo che, in vista della prossima legislatura, ciascun partito possa individuare un parlamentare o un tecnico per formare un tavolo di lavoro stabile che contribuisca ad individuare in tempi brevi misure a sostegno della donazione di prodotti standard e un potenziamento della Legge 166/2016, riconosciuta da tutti come un modello di “buona politica”, nato da un percorso condiviso e approvato all’unanimità dal Parlamento», ha affermato Marco Piuri, presidente della fondazione.
È giunto alla settima edizione il premio Humanizing health awards, l’iniziativa con cui Teva Italia sostiene ogni anno progetti di associazioni no-profit che contribuiscono a migliorare i percorsi di cura e la qualità dell’assistenza sanitaria nel Paese. La cerimonia di premiazione, ospitata ieri al Circolo filologico milanese, ha valorizzato iniziative provenienti da diverse regioni italiane, dedicate ai caregiver, alla riabilitazione neurologica, dall’oncologia pediatrica, alla cura degli anziani fragili e alle donne in terapia oncologica.
Attenzione ai bisogni
Un impegno, quello al fianco dei pazienti e delle comunità, che si inserisce nel percorso più ampio di Teva Italia, che da 30 anni contribuisce a sostenere l’accesso alle cure nel Paese. In questi tre decenni, l’impegno di Teva si è articolato su più fronti: dalla garanzia di accesso e continuità terapeutica per milioni di pazienti attraverso farmaci sostenibili e di alta qualità, alla ricerca e innovazione in aree ad alto bisogno clinico, come neuroscienze e immunologia, fino al sostegno alle realtà del Terzo settore attraverso iniziative di impegno sociale, tra cui gli Humanizing health awards, che da sette anni contribuiscono a rendere i percorsi di cura più attenti anche ai bisogni umani, sociali e relazionali delle persone.
Il valore dell’esperienza
«Gli Humanizing Health Awards nascono per dare voce e sostegno a chi, ogni giorno, lavora per rendere i percorsi di cura più umani», ha detto Umberto Comberiati amministratore delegato di Teva Italia. «Trent’anni di presenza di Teva in Italia ci hanno permesso di osservare e comprendere meglio l’evoluzione dei bisogni di cura dei pazienti e sappiamo che spesso il loro percorso assistenziale richiede risposte che vanno oltre il farmaco. Per questo, edizione dopo edizione, continuiamo a mettere in luce le realtà del Terzo settore capaci di trasformare queste sfide in interventi concreti. Anche in questa settima edizione i progetti selezionati confermano quanto sia prezioso e fondamentale questo lavoro silenzioso, fatto di attenzione, competenza e umanità».
I vincitori
Cinque progetti, espressione di esperienze e realtà diverse del Paese, accomunati dall’obiettivo di rendere la cura più attenta ai bisogni delle persone. A Ravenna, Venti di Sollievo, navigare oltre la cura di Marinando Ravenna Odv offre a circa 40 caregiver familiari momenti di sollievo e supporto psicologico attraverso uscite in barca a vela. Una zampa per Nemo di Fondazione Serena integra a Bresciapet therapy e riabilitazione nel percorso di circa 160 pazienti l’anno con patologie neuromuscolari e neurodegenerative presso il Centro clinico Nemo. Sogni in movimento di Aseop Odv propone invece a Modena un percorso di terapia neuropsicomotoria rivolto a circa 35 bambini l’anno in cura per patologie oncoematologiche. Presso il Centro Girola di Milano, Riappropriarsi degli spazi all’aperto, il giardino come cura di Fondazione Don Carlo Gnocchi trasforma il giardino in uno spazio terapeutico per 126 ospiti del nucleo Alzheimer e della RSA. Infine, il progetto Bellezza che cura di Fondazione Radioterapia Oncologica – Fro, realizzato insieme all’Aou Careggi di Firenze sostiene la dignità personale e il benessere emotivo di 71 donne in terapia oncologica.
Circolo filologico milanese, un momento dell’evento di premiazione degli Humanizing Health Awards 2026
Gli interventi
Tra gli ospiti alla cerimonia anche rappresentanti delle istituzioni, della medicina e della farmacia. Emanuele Monti, presidente della commissione sostenibilità sociale, casa e famiglia del consiglio regionale Lombardiaha commentato: «Umanizzare la sanità significa mettere al centro la persona, non solo la prestazione. Il supporto ai caregiver, l’attenzione alla salute mentale e l’alleanza con il no profit devono diventare parte integrante e sostenibile dei percorsi di cura attraverso una collaborazione strutturata tra istituzioni, sistema sanitario e imprese». «Il Terzo settore è prezioso per rendere le cure più vicine alle persone», hadichiarato Annarosa Racca, presidente di Federfarma Lombardia. «Le farmacie condividono questa missione: grazie alla loro capillare presenza sul territorio sono ogni giorno un presidio di ascolto e orientamento, per pazienti e caregiver. I progetti premiati oggi vanno nella stessa direzione: mettere la persona al centro».
In ascolto
«I progetti premiati toccano da vicino la medicina di famiglia: sostegno ai caregiver, presa in carico degli anziani fragili, attenzione ai pazienti oncologici», ha osservato Anna Carla Pozzi, segretario Fimmg Lombardia. «L’umanizzazione delle cure parte dal territorio, dall’ascolto e dalla relazione di fiducia. e anche tecnologia e intelligenza artificiale possono essere alleate preziose, se usate per liberare tempo medico da dedicare alla relazione umana». Il valore dell’ascolto e della presa in carico globale è stato richiamato anche da Grazia Sances, neurologa senior consultant e referenteCentro regionale diagnosi e cura cefaleedella Fondazione Mondino Irccs di Pavia: «Umanizzare le cure significa riconoscere la persona prima della malattia, ascoltarne bisogni e costruire un percorso condiviso, capace di coinvolgere anche la famiglia. In neurologia e, in particolare, nell’emicrania, la terapia è fondamentale ma non basta: ascolto, servizi e supporto alla quotidianità aiutano a restituire continuità e qualità alla vita dei pazienti».
La giuria
La selezione dei progetti finalisti è stata affidata a quattro comitati interni Teva, mentre la votazione finale, aperta a tutti i dipendenti di Teva Italia e anche a medici e farmacisti iscritti alla piattaforma Teva lab, ha visto la partecipazione di oltre il 70% dei dipendenti, e più che triplicare il numero di operatori sanitari che quest’anno hanno espresso la propria preferenza. Ai cinque progetti premiati andrà un contributo di 10mila euro a sostegno delle rispettive attività.
In apertura, il momento della premiazione, foto dell’ufficio stampa Teva Italia.Da sinistra, Elena Belardi, Fondazione Radioterapia; Erio Bagni, presidene Aseop; Simona Iallonardo, Fondazione Don Gnocchi, Marco Rasconi e Chiara Colombi di Fondazione Serena; Bruno Ballardini, Marinando. Con loro, Giordana Cortinovis e Umberto Comberiati, rispettivamente direttrice Dipartimento Marketing e comunicazione e presidente-amministratore delegato di Teva Italia.
C’è una fotografia all’origine di “Nella palude del padre”, il nuovo libro di Eraldo Affinati (Gramma Feltrinelli). Gliela manda per mail una signora sconosciuta: anni Venti, tre donne in piedi, due bambini seduti sull’erba. Il maschietto in camicetta bianca, la mano destra stretta sul polso sinistro in un gesto di autoprotezione, è suo padre, Fortunato. Figlio illegittimo, mai riconosciuto. Quella mano che si afferra da sola è l’immagine attorno a cui ruotano cinquanta capitoli, ed è anche la domanda che il libro pone a chi legge: cosa accade quando l’adulto che dovrebbe esserci, semplicemente, non c’è.
Affinati ricostruisce una vicenda minima e novecentesca. Elisa Affinati, sarta arrivata a Roma da Nettuno, ha due figli da Umberto Salvati, il figlio del padrone di casa. Lui non li riconosce. Nel 1919 sposa un’altra donna e al primogenito legittimo dà lo stesso nome del bambino che ha lasciato fuori: Fortunato. «Mio padre si sentiva cancellato, come una frase sbagliata», annota l’autore. Elisa muore nel 1930, a 36 anni. Il ragazzo, 15 anni, finisce in strada: strillone, pensioncine, tubercolosi, poi un negozio all’Esquilino chiamato Affo, acronimo del proprio nome, che è il modo più semplice che ha trovato per esistere su un’insegna.
Qui sta il punto che rende questo libro qualcosa di più di un memoir familiare. Affinati non scrive che la paternità è un sentimento, scrive che è un’invenzione sociale, un patto di civiltà. L’amore materno, sostiene, è viscerale; quello paterno assegna i ruoli, definisce i limiti, dice dove si va. Si impara, e quindi si può non imparare. Il padre adulto che accompagna il figlio ad attraversare piazza Vittorio tenendolo per mano compie un gesto che nessuno ha compiuto per lui: la carezza c’è, ma dentro si sente la fatica che è costata. È una pagina che vale più di molti saggi sulla crisi della figura paterna, perché mostra il meccanismo invece di lamentarlo.
E mostra anche come si trasmette. Quel vuoto non resta fermo in una generazione. Diventa diffidenza verso il mondo, «nessuno ti dà niente per niente», case chiuse a chiave, due fratelli che si vogliono bene senza riuscire a dirselo. Dall’altro ramo familiare, la madre Maddalena, figlia di un partigiano fucilato per rappresaglia a Forlì nel 1944, scampata al treno della deportazione, sceglie anche lei di non raccontare. Due orfani che si incontrano producono una rimozione doppia, che ricade sui figli come una zavorra: siamo sopravvissuti e vi abbiamo messo al mondo, non chiedeteci altro.
La risposta di Affinati alla responsabilità mancata non è il risentimento, è la supplenza. Ed è la parte che interessa più da vicino chi lavora nel sociale e nell’educazione. La Penny Wirton, la scuola di italiano per migranti fondata con la moglie Anna Luce Lenzi, uno a uno, senza classi, senza voti, senza registri e senza soldi, nasce esattamente lì. Gli studenti dell’istituto professionale, i minori stranieri non accompagnati, i ragazzi con disabilità attraversano il libro con i loro nomi: Ibrahim che al telefono si sente dire dal padre che prima deve restituire i soldi del viaggio, Davide che copre il foglio con la mano perché sta scrivendo la storia di suo padre in carcere, Mascia a Poltava che resta seduta in fondo all’aula mentre gli altri ballano. In ciascuno di loro l’autore riconosce lo stesso sguardo della fotografia.
Si può obiettare che la tesi venga riaffermata troppe volte, e che qualche episodio sia già noto a chi ha letto i libri precedenti. Ma è un’obiezione che scivola via davanti al finale, in un villaggio del Gambia dove gli anziani decidono di dare il nome dell’ospite più anziano a un neonato, e l’imam fa firmare la pergamena: Alì Babucar Eraldo Affinati. Un nome restituito, là dove un nome era stato tolto.
Resta una domanda, per nulla privata. Se la paternità è un mestiere che si apprende, chi lo insegna oggi, e a chi tocca farlo quando il padre non c’è.
Ci sono libri che nascono da una tesi e libri che nascono per riempire un vuoto. Quello di Enrico Quarello prende forma dopo le dimissioni da Coop, quando a mancargli non è il lavoro ma «il senso profondo, pieno e “rotondo”» dello stare nella cooperazione insieme agli altri. Non è uno sfogo, ma un atto di restituzione: vent’anni nella cooperazione di consumatori, da Coop Adriatica alla direzione delle politiche sociali e della comunicazione di Coop Alleanza 3.0, diventano la diagnosi franca di un modello che rischia di arrivare al suo «punto di rottura».
La copertina del libro di Enrico Quarello, “Stand Up Coop! Il punto di rottura del modello cooperativo, visto dall’interno”, prefazione di Luciano Sita, Luca Sossella editore, 2026
Il timore è che il socio diventi un semplice “abbonato”. Stand Up Coop! è così una riflessione sulla crisi dei corpi intermedi, tentati di dare priorità alla gestione di una società che invece erano nati per trasformare. Il libro propone dieci tesi: la partecipazione dei soci, la governance, la socialità, il rapporto tra Coop e il capitale, l’innovazione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la demografia, il rapporto con il Sud, il coinvolgimento dei lavoratori, la cultura, il rapporto con il cibo e le sue dimensioni, l’immigrazione e la solidarietà internazionale. Ogni capitolo si apre con un’introduzione narrativa che prende spunto da un’esperienza di impegno collettivo vissuta dall’autore: il Chiapas zapatista, il campo profughi di Tirana, una fabbrica ecuadoriana sepolta dalla cenere di un vulcano, una notte a discutere con Goffredo Fofi di cultura e impegno civico.
Partecipare per esistere
Il filo rosso è chiaro: la cooperativa o è sostanzialmente democratica o non è. Con Sartre, Quarello scrive che «è proprio partecipando che si esiste davvero», purché la partecipazione sia «libera, viva e vera». I soci «contano in modo uguale, ma il loro potere non è uguale»: senza strumenti reali si scade in una «recita democratica», e ogni riforma si riduce a «ginnastica statutaria». Per questo l’autore rifiuta il modello duale e chiede di «poter votare su quel che viene fatto, ma anche poter fare quel che viene votato». La democrazia, scrive, «può essere difesa solo nella misura in cui viene messa in pratica». E l’autonomia conquistata dalla cooperazione rispetto ai partiti oggi rischia di arretrare sul terreno della finanza.
Spendersi per una causa che non ci riguarda
Nel capitolo sui giovani c’è forse la definizione più bella di impegno civile del libro: esercitare la cittadinanza significa «spendersi per almeno una causa che non ci riguardi direttamente». Prospettiva in cui oggi, evidentemente, molti dirigenti cooperativi faticano ad esercitare. Da qui la proposta di una fase «costituente» aperta ai giovani, in cui il diritto a decidere sia «funzione diretta dell’impegno profuso», perché la cooperativa è un’impresa «di-persone-per-le-persone, comprese quelle che ancora non ci sono». Lo stesso vale per la cultura, che in una cooperativa significa «dare la parola». Il Sud ne è la controprova: lì la cooperazione di consumatori «ha fallito» perché calata dall’alto, senza base sociale. Prima viene la comunità, poi la forma.
Lo specchio infranto
Citando De André, Quarello descrive una cooperativa che parla ai soci di ieri, con tre tessere in tasca (Coop, partito, sindacato), e non ai sette milioni di oggi, più laici e plurali, da riconquistare ogni volta. Immaginare una base sociale indifferente è comodo per chi governa, perché lo esenta dal coinvolgerla: «ogni epurazione è spesso preceduta da una svalutazione che le prepara il terreno». Eppure «non c’è un punto in cui il socio finisce e inizia il cittadino». Se la partecipazione resta «inerte ratifica», il coinvolgimento dei soci diventerà «il Godot della cooperativa»: sempre annunciato, mai arrivato. L’Ubuntu africano lo dice in tre parole: «io sono perché noi siamo». E in latino curare vale per la salute come per la cosa pubblica. Prendersi cura dei soci è un atto politico: trattarli, come scrive Hilary Cottam, non come «pazienti da sistemare, ma cittadini con cui progettare».
Dal diritto alla concessione
Il cuore politico del libro è la denuncia della cooperazione sociale trattata come «mera beneficiaria» della grande cooperativa di consumatori: una visione «conservatrice e verticale, dove c’è chi si occupa di creare ricchezza e chi, sovente nel tempo libero, di problemi sociali». Allargando lo sguardo, il modo di costruire la partecipazione e di guardare al welfare è una scelta di identità politica ed economica, che riguarda probabilmente l’intero Terzo settore italiano. La cooperazione è nata come economia diversa dentro un sistema di mercato che ha trasformato le comunità in silos di individualismo.
Quando il sociale diventa un regalo, i diritti tornano concessioni. Si torna indietro, a quando la persona fragile era destinataria di carità e non titolare di diritti. La Costituzione ha rovesciato quello schema: l’articolo 3 non chiede alla Repubblica di essere generosa, ma di «rimuovere gli ostacoli». Per questo Quarello ricorda che la giustizia dev’essere metodo e non solo esito: è ciò che distingue «una vendetta da una sentenza».
Una domanda aperta
Quarello ha lasciato la Coop, ma non la cooperazione. Il suo libro non chiede nostalgia né rifondazioni, ma coerenza: ai dirigenti, di non confondere la riforma con la ginnastica statutaria; ai soci, di smettere di sentirsi clienti. L’autore cita, giustamente, La libertà di Gaber: la libertà come impegno condiviso. A me è tornata in mente Get Up, Stand Up di Bob Marley. Non è solo un’assonanza: lo Stand Up del titolo è lo stesso della canzone, e il senso è identico. I diritti si rivendicano, non si aspettano. Gaber ci ricorda perché partecipare, Marley ci dice di farlo adesso. Alzarsi in piedi, appunto. Perché un’organizzazione che non sa più dire perché esiste ha già cominciato a non esistere.
L’inclusione delle persone con disabilità passa attraverso l’offerta di percorsi di autonomia, che siano opportunità lavorative o legate allo sport. Due mondi che si incontrano e si integrano, diventando modelli di vita per chi, la propria fragilità, la mette in campo per disegnare nuovi percorsi di vita. Mondi che hanno bisogno di avere gli strumenti necessari per operare, per esempio confrontandosi con la politica.
È questo che è successo nei giorni scorsi a Palermo, in occasione della visita della ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli: due giorni trascorsi a incontrare diverse realtà nelle loro sedi operative, ma anche per raccontare alla città come si possono mettere al centro le persone, i loro diritti, le loro capacità e il loro protagonismo nella società. Rispondendo anche a chi chiede di valorizzare maggiormente la dimensione della partecipazione.
«Il diritto di tutti alla piena partecipazione è la sfida anche dal punto di vista della disabilità, se non vogliamo categorizzare e differenziare. Io ho sempre parlato di tutte le persone con disabilità», ha detto la ministra Locatelli. «Per esempio nel documento finale della dichiarazione del G7 su inclusione e disabilità, il primo e al momento l’unico al mondo, che si è svolto proprio grazie all’Italia, noi ministri abbiamo affermato che dobbiamo portare avanti il diritto di tutti alla vita civile, sociale, politica, culturale, sportiva, relazionale, affettiva dei nostri Paesi».
Due giorni, quelli palermitani, durante i quali a parlare sono stati i diretti interessati, raccontando le loro fatiche, ma anche quei progressi spesso impercettibili che generano la gioia di chi sa bene quanto sia arduo conquistarli.
Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile. DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
Si legge “SporT21”, ma non è solo attività sportiva
Sbaglia profondamente chi pensa che SporT21 Sicilia sia un’associazione che pone al centro dei percorsi di autonomia solo l’attività sportiva: lo sport è centrale, come si evince fin dal nome, ma proprio questa è una di quelle realtà convinte che l’inclusione si faccia a 360 gradi. Nata come associazione sportiva, oggi SporT21 Sicilia rivolge la sua attenzione alle persone con disabilità, impegnandosi in tutte le attività che coinvolgono la loro vita, per un’indipendenza che sia veramente totale.
«Siamo nati nel 2017 per portare i ragazzi a fare sport», afferma il presidente di SporT21 Sicilia, Giampiero Gliubizzi. «Abbiamo cominciato la nostra attività affiliandoci a diverse federazioni, prima quelle del Coni, poi quelle paralimpiche del Cip – Comitato Italiano Paralimpico. Nel 2019 abbiamo avviato anche dei percorsi sociali per tutti i nostri ragazzi, che sono in maggioranza persone con sindrome di Down. Non è, infatti, un caso che il nostro nome rimandi alla Trisomia 21. Lo sport ci aiuta a superare le barriere, ad andare oltre i nostri limiti. Attualmente l’associazione opera sia nel settore sportivo con due federazioni paralimpiche, la Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali e la Federazione Italiana Paralimpica Calciobalilla. Proprio l’anno scorso abbiamo avviato quest’ultima affiliazione, dando modo ai ragazzi con disabilità intellettiva relazionale di praticare anche questa attività. Con la Fisdir, invece, facciamo judo e nuoto, attività competitive agonistiche a tutti gli effetti che portano i ragazzi a gareggiare ad alti livelli, anche se sempre commisurati alle loro attitudini. Ogni piccolo passo in più per noi è un punto in più che i ragazzi acquisiscono».
Nella birra la possibilità di inserimenti lavorativi e di inclusione
«Abbiamo poi avviato un percorso di inclusione attraverso la birra T21», aggiunge Gliubizzi, «un prodotto nato grazie a un bando vinto nel 2020 con l’assessorato regionale alla Famiglia e alle Politiche sociali. Il progetto prevedeva la conoscenza e trasformazione di prodotti siciliani e noi abbiamo scelto la birra. Abbiamo fatto un anno di percorso di tirocinio con cinque birrifici in tutta la Sicilia e alla fine del quale quello con il quale abbiamo proseguito un rapporto di lavoro è il birrificio Bruno Ribadi di Terrasini, in provincia di Palermo, che ci ha consentito di ampliare la conoscenza di questo mondo. Produciamo una birra senza glutine, quindi adatta anche ai celiaci».
Non solo la qualità delle birre è molto alta, ma anche il lavoro che c’è dietro è sicuramente di qualità e premia tutta l’associazione
Giampiero Gliubizzi, presidente di SporT21 Sicilia
Da lì, è nato un altro progetto, “Beer-Up – Da Mastri a Maestri”, «che ci ha consentito di trasferire le competenze dei nostri ragazzi ad altre analoghe associazioni del territorio siciliano, con un nuovo indirizzo sociale collegato anche all’inserimento lavorativo nella ristorazione. Non è stato e non è facile perché, per fare inclusione, ci vuole tutto un contesto. L’azienda disponibile, la disponibilità delle famiglie, quella degli operatori. Sinergie che non sempre si incrociano. Oggi siamo orgogliosi perché da circa 4-5 anni proprio la ministra Locatelli ci invita spesso alle grandi manifestazioni promosse dal ministero, ritenendo che il nostro progetto abbia una valenza sociale molto forte.In effetti, non solo la qualità delle birre è molto alta, ma anche il lavoro che sta dietro è sicuramente di qualità e premia tutta l’associazione. I ragazzi, poi, lavorano anche per etichettare le bottiglie e inscatolarle: attività che devono essere necessariamente poco pericolose, ma che danno grandi soddisfazioni. Ce lo rimandano ogni giorni i sorrisi di Francesco, Simona, Giorgia e Giulio, solo alcuni dei 15 ragazzi impegnati nell’attività. La loro gioia ci riempie i cuori. Puntiamo, però, sempre più in alto. Il nostro prossimo obiettivo è aprire un pub, trasferendo queste nostre capacità all’interno di una cooperativa, di un ente perché non possiamo farlo da soli. Sarebbe il naturale completamento di un percorso».
Il nostro prossimo obiettivo è aprire un pub, trasferendo le nostre capacità all’interno di una cooperativa. Sarebbe il naturale completamento di un percorso
Giampiero Gliubizzi, presidente di SporT21 Sicilia
Le famiglie sole davanti al dopo di noi
Gliubizzi è padre di un uomo con sindrome di Down, di 35 anni. «Il primo figlio, nessun problema durante tutta la gravidanza, all’ecografia non si era mai notato niente. Non ci sono dubbi che la nascita di un ragazzo con la sindrome di Down sconvolga tutta la famiglia. Inoltre, 35 anni fa le conoscenze sula trisomia 21 erano diverse: ci dicevano che nostro figlio non sarebbe vissuto a lungo o che comunque non avrebbe avuto alcun tipo di autonomia. Una tristezza enorme. Inevitabilmente ti dai da fare, come fanno tutti i genitori che hanno figli con disabilità. Lavoriamo e cerchiamo di trovare la strada per garantire autonomia ai nostri ragazzi. A volte ci riusciamo, altre volte non ci riusciamo. Molto dipende dal contesto in cui viviamo e senza dubbio al Nord la realtà è ben diversa dalla nostra. Qui in Sicilia i progetti che riguardano il “dopo di noi” sono ancora molto indietro. Creare il vestito che possa adattarsi a ogni singolo ragazzo comporta molte difficoltà, che ogni famiglia spesso si ritrova ad affrontare da sola».
Lo sport che cambia la vita
Simbolo del capoluogo siciliano per celebrare la fedeltà della città alla Repubblica Romana, l’aquila si moltiplica e diventa forza comune per raccontare il percorso de “Le Aquile di Palermo“, società sportiva fondata da genitori e ragazzi con distrofia muscolare. L’hockey in carrozzina elettrica è diventato per loro un importante strumento di integrazione sociale.
«Quando scendiamo in campo dimentichiamo tutto», dice Marina Lionetti, il capitano della squadra, in carrozzina per un’artrite reaumatoide non curata. «Non vediamo l’ora di ritrovarci insieme sulle nostre carrozzine a dimostrare quanto lo sport possa dare un altro colore alla vita. Corrisponde al vero quando si dice che “il viaggio è più importante della meta” perché per noi i momenti più belli sono quelli in cui viaggiamo insieme sul pulmino o quando ci ritroviamo negli spogliatoi a scherzare e dirci di tutto». Tecnicamente, lei, è «multitasking»: «Sono il capitano, ma all’occorrenza faccio anche il portiere, l’attaccante, il difensore. Nessuno sta mai ferma nel ruolo. Essere squadra è differente da fare squadra».
Le Aquile di Palermo porta avanti anche battaglie per la tutela dei diritti civili delle persone disabili. Il suo presidente, Salvatore Di Giglia, è anche coordinatore dell’Ente Tutela Disabilità (in passato Ufficio Nazionale del Garante della Persona Disabile, c’è stato un cambio di nome quando nel 2024 è stata istituita la figura del Garante Nazionale per i diritti delle Persone con disabilità, ndr) un ente di Terzo settore che punta proprio sui diritti: «I nostri ragazzi hanno una forza che difficilmente trovi in altre persone. Le loro sono vittorie sulla vita, anche se poi certamente portano a casa coppe e medaglie».
«Io ho 60 anni e non mi sono mai fermata». aggiunge il capitano della squadra. «Sono per natura una sportiva, ho sempre fatto nuoto, scherma, judo, dimostrando, anche quando il mio principale mezzo di locomozione è diventata la carrozzina, che non ci sono barriere, se lo vuoi. Certo, non tutti riescono ad avere un atteggiamento positivo e propositivo, ma da noi si fa di tutto per non dare spazio a quella voglia di rinchiudersi in casa e non avere più rapporti col mondo che ogni tanto fa capolino. Quando arriviamo sul campo, così, le nostre vittorie hanno un sapore unico».
Partecipazione, non inclusione: le parole che aiutano a capire meglio
«Non dico che la parola inclusione non mi piaccia o non vada usata, ma nel mio percorso preferisco parlare di come i ragazzi possano superare le difficoltà attraverso il senso di partecipazione». Nicoletta Mazzola, pedagogista specializzata in psicopatologia dei disturbi specifici dell’apprendimento, è presidente del Centro didattico “Il Giardino dei Talenti“: anche un doposcuola può essere strumento per offrire ai ragazzi l’opportunità di scoprire i propri talenti. In questa realtà non si fanno solo i compiti e l’assistenza allo studio: ci sono anche attività specialistiche di logopedia e neuromotricità, il tutto sempre e comunque in alleanza con le famiglie che seguono i loro figli, senza delegare agli operatori.
Nicoletta Mazzola con il figlio Vincenzo
Non a caso il ministro Locatelli ha voluto conoscere quanta forza ed energia c’è nel progetto “Officine Blu, progetto di vita”, un percorso nato per accompagnare adolescenti e giovani adulti verso una maggiore autonomia, attraverso esperienze concrete, relazioni, partecipazione e valorizzazione delle proprie capacità. Vincenzo, in arte Vicio DJ, si è esibito davanti ad Alessandra Locatelli, nel corso di una serata piena di contenuti, ma anche di tanta leggerezza, come quella che sanno dare ragazzi come lui quando sono amati profondamente. «Tutto questo ci fa guardare al futuro dei nostri figli, parlando di opportunità e dell’importanza di costruire percorsi che mettono al centro la persona, i suoi desideri, i suoi talenti e le sue aspirazioni. Mio figlio Vincenzo ne è la dimostrazione. Il suo percorso di autonomia ha lavorato molto sulle sue abilità, tirando fuori il meglio di lui, per esempio la musica, ma anche la cucina, un’abilità che aveva sviluppato ma che ancora non aveva consolidato. Ora riesce a fare anche da solo. Ha sempre saputo cosa vuole fare nella vita ed è il mio orgoglio. La sua storia è stimolante anche per gli altri ragazzi».
«Amo lavorare alla consolle e proporre la musica che mi piace», esordisce Vincenzo. «Mi piace stare anche ai fornelli, per esempio so fare molto bene la pasta col tonno e credo che piaccia. Quello che vorrei veramente? Una ragazza. La vorrei “coccolosa”. E vorrei andare a vivere insieme a lei».
Che cosa significa essere sostenibili oggi? Come tradurre un principio condiviso in scelte e azioni capaci di generare un impatto positivo e duraturo su economia, società e ambiente? Dove e a chi guardare per maturare nuova consapevolezza sulla complessità e l’importanza di sfide epocali – disuguaglianze, crisi climatica, lati oscuri della digitalizzazione, instabilità internazionale e fragilità esistenziale – senza cedere alla rassegnazione?
Ai Giardini
A queste domande è dedicato il numero speciale di Pandora Rivista, realizzato in collaborazione con Impronta Etica in occasione dei suoi 25 anni di attività. Un numero che sarà presentato il 15 ottobre 2026, alle ore 18.30, a Serra Madre, presso i Giardini Margherita, a Bologna nell’ambito del Festival del Presente. La serata vedrà la partecipazione di alcuni tra i protagonisti che hanno scritto o sono stati intervistati sulla rivista. A cominciare da Luca Mercalli, meteorologo, climatologo e divulgatore scientifico, che aprirà i lavori con la lectio “Correggere la traiettoria dello sviluppo”, dando il là alla discussione successiva con Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna, Francesco Bicciato, executive director del Forum per la finanza sostenibile e Alice Molta, coordinatrice di Impronta Etica.
Dall’inizio
«Vogliamo vivere il traguardo dei 25 anni di Impronta Etica non soltanto come un anniversario, ma come un’occasione per fermarci a guardare il percorso fatto, riconoscere l’impatto generato e, soprattutto, interrogarci su quello che vogliamo ancora lasciare», spiega proprio Alice Molta ripercorrendo la storia dell’associazione e del suo impegno su un tema che all’inizio del secolo era ancora considerato di frontiera: «Nel 2000, alcune imprese del territorio emiliano-romagnolo partirono per Bruxelles per partecipare al primo convegno europeo dedicato a quella che allora veniva definita responsabilità sociale d’impresa. Fu un momento di confronto che fece emergere l’esigenza di portare anche nel nostro territorio queste importanti tematiche».
L’evoluzione
Ed è così che, il 13 settembre 2001 nasce Impronta Etica, un’organizzazione non profit focalizzata all’obiettivo di promuovere la sostenibilità, supportando e facilitando il confronto e la costruzione di sinergie tra imprese, istituzioni e società civile. Venticinque anni fa, prosegue ancora Molta, parlare di sostenibilità significava spesso «cercare di costruire spazi di dialogo e confronto su tematiche nuove e ancora inesplorate, soprattutto per le organizzazioni. Oggi la sostenibilità è diventata una dimensione imprescindibile del modo di fare impresa responsabile e lungimirante».
Verso il futuro
In questi 25 anni, Impronta Etica ha attraversato questo cambiamento non come semplice adempimento, ma come scelta di responsabilità e leva di trasformazione: «Lo ha fatto con la convinzione che il cambiamento non possa essere il risultato dell’azione di pochi, ma debba nascere dalla capacità di costruire insieme nuove visioni e nuovi modi di agire». A partire da questa vocazione alla costruzione collettiva è derivata la scelta di celebrare questo importante traguardo con il numero monografico dedicato alla sostenibilità di Pandora Rivista.
Gli interventi
Scorrerne le pagine significa avventurarsi in un viaggio tra idee, esperienze e prospettive che invitano a guardare alla sostenibilità non come a un obbligo da rispettare, ma come a un’occasione per ripensare il nostro modello di sviluppo. Le voci sono numerose e autorevoli, suddivise in tre sessioni: la prima dedicata agli esperti, la seconda dedicata alla storia di Impronta Etica e la terza alle esperienze di alcuni soci. Nella prima, Robert Edward Freeman, padre della teoria degli stakeholder, ci ricorda che il valore di un’impresa nasce dalle relazioni con tutti i soggetti coinvolti, non soltanto dai risultati economici, mentre Enrico Giovannini riflette sulle difficoltà e sulle opportunità dell’Agenda 2030.
I presidenti
Un numero, dunque, che nasce dalla volontà di tenere insieme memoria e futuro. Per provare a fare il punto sul significato attuale della sostenibilità attraverso le voci degli esperti, raccontando, al contempo, la storia e le radici dell’Associazione attraverso le persone che quella storia l’hanno costruita, da quella del primo presidente, Luciano Sita, al presidente attuale, Andrea Mascherini: «Le voci dei fondatori e dei Presidenti che si sono succeduti alla guida di Impronta Etica, insieme a quella dell’attuale Presidenza, restituiscono non soltanto 25 anni di attività, ma anche l’evoluzione di un’idea: quella nata da poche imprese lungimiranti e arrivata oggi a una comunità di 42 imprese associate».
I soci
Il numero raccoglie infine le esperienze di alcune imprese socie di Impronta Etica, mostrando come la sostenibilità possa tradursi concretamente in scelte, strategie e percorsi di innovazione. Un’indicazione concreta sui prossimi 25 anni dell’Associazione: «Guardare indietro ci permette di comprendere quanta strada è stata fatta. Guardare avanti ci ricorda quanta ne resta ancora da percorrere. In un tempo segnato da trasformazioni profonde e da sfide sempre più complesse, sentiamo ancora più forte la responsabilità di continuare a costruire spazi di confronto, conoscenza e azione. Con la consapevolezza che il cambiamento non è qualcosa che semplicemente accade: è qualcosa che, insieme, possiamo scegliere di orientare». Appuntamento ai Giardini Margherita giovedì 15 ottobre.
Si chiama Fabula ed è una fattoria sociale a Catanzaro che si propone di offrire percorsi di formazione e inserimento lavorativo nel settore agricolo a 20 persone in condizioni di fragilità. Un progetto di quattro anni che promuove una maggiore autonomia e un miglioramento della qualità della vita anche per le loro famiglie. Un’azione che allo stesso tempo premia il raggiungimento di risultati tangibili. L’iniziativa è promossa da Fondazione Cdp in collaborazione con il Comune di Catanzaro e Lab cooperativa sociale.
Fattoria sociale
L’ente non profit di Cassa depositi e prestiti mette a disposizione 200mila euro per sostenere la cooperativa sociale incaricata della gestione operativa del progetto, che prevede l’attivazione di una comunità di apprendimento sotto forma di un centro diurno sperimentale all’interno di una fattoria sociale.
Francesca Sofia, dg di Fondazione Cdp
«Fondazione Cdp», spiega il direttore generale Francesca Sofia, «avvia un modello che non solo lega il sostegno economico offerto a un progetto al conseguimento di risultati concreti, ma apre la strada a una nuova concezione della finanza sociale nel Paese».
L’iniziativa si basa sul Social outcome contract, una tipologia contrattuale promossa dalla Commissione europea, applicata per la prima volta in Italia con il coinvolgimento della Pubblica amministrazione nel ruolo di outcome payer, cioè finanziatore a risultato (il Comune di Catanzaro), un soggetto attuatore (un Ets che realizza un progetto) e un soggetto finanziatore (qui Fondazione Cdp), che si assume il rischio dell’operazione. Un modo di operare, chiarisce Sofia, che mette l’impatto al centro, e alimenta un circolo virtuoso: «Il nostro impegno è promuovere soluzioni che rafforzino il tessuto sociale ed economico dei territori».
Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi. DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
La fattoria sociale, attiva da luglio, offre un centro con servizi terapeutici «innovativi, ricreativi e riabilitativi per le persone disabili, integrati da percorsi di terapia occupazionale, formazione e orientamento professionale finalizzati all’inserimento nell’impresa agricola», precisa la Fondazione.
Nell’immagine in apertura una panoramica della fattoria sociale di Catanzaro – Foto da ufficio stampa
Giovedì 15 ottobre a Bruxelles, nella sede del Comitato economico e sociale europeo, la Cooperativa Sole di Bolzano rappresenterà l’Italia tra le sei finaliste dei Cooperatives Europe Anniversary Awards, il premio con cui Cooperatives Europe celebra i suoi vent’anni. Cooperativa Sole è stata selezionata nella categoria “People and community impact”, dedicata alle esperienze di cooperative capaci di generare un cambiamento concreto nella vita delle persone e delle comunità. A presentare il progetto sarà l’economista sociale Letizia Zuliani, responsabile dell’area Innovazione della Cooperativa Sole.
Cooperatives Europe è la rappresentanza regionale per l’Europa dell’Alleanza cooperativa internazionale. Nata nel 2006, ha dato per la prima volta alle cooperative una rappresentanza unica e intersettoriale a livello europeo. Per il suo ventesimo anniversario ha organizzato due giornate al Cese di Bruxelles: il 15 ottobre ripercorrerà la storia della rete e culminerà con i #CoopAnniversaryAwards: sei cooperative da tutta Europa presentano dal vivo il proprio progetto, e il pubblico vota. Il 16 ottobre si terrà una plenaria sulla democrazia economica, con interventi e due panel su energia, agroalimentare ed economia sociale. Un comitato indipendente ha scelto tre finaliste per ciascuna delle due categorie del premio.
Un laboratorio promosso dalla Cooperativa Sole
«Siamo molto orgogliosi di far parte di questo gruppo: esperienze diverse per settore e dimensione, unite però dalla stessa idea di impresa democratica al servizio delle persone», spiega Roberta Massi, dinamica presidente della Cooperativa Sole. «Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere. Per questo siamo orgogliosissimi di presentare la nostra esperienza al fianco di queste straordinarie realtà».
Nella stessa categoria della realtà di Bolzano, si misureranno Genç İşi Kooperatif (Turchia, fondata da giovani a Smirne, accompagna giovani, donne e rifugiati verso un lavoro dignitoso: oltre 2.600 persone formate e 66 progetti realizzati) e Humana Nova (Croazia, cooperativa sociale che unisce economia circolare e inclusione: ha sottratto alla discarica oltre cinquemila tonnellate di tessili, e 38 dei suoi 62 dipendenti sono persone con disabilità, mentre 21 vengono da situazioni di vulnerabilità).
Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere
Roberta Massi, presidente della Cooperativa Sole
Nella categoria “Cooperative stewardship”, dedicata alle cooperative cresciute restando fedeli ai principi cooperativi, sono in gara Ecopower (Belgio, è la più grande cooperativa energetica di cittadini del Paese), Orcab (Francia, federazione di 40 cooperative d’acquisto che servono 9.600 imprese artigiane dell’edilizia) e OurCoop (Regno Unito, è la maggiore cooperativa di consumo indipendente britannica, di proprietà di oltre un milione di soci).
«Il tema scelto per l’anniversario, il prossimo capitolo per la democrazia economica, ci è vicino: un’economia in cui le persone partecipano alle decisioni è anche un’economia più capace di cura e di futuro», sottolinea la presidente Massi. «È quello che proviamo a fare ogni giorno, e che porteremo a Bruxelles: il benessere di una persona non si costruisce da solo, ma dentro relazioni di fiducia, reciprocità e prossimità. Racconteremo il valore sociale che abbiamo contribuito a generare e la nostra esperienza nel dare vita a un ecosistema solidale e attivo. Essere tra i finalisti nella categoria “People and community impact” ci conferma che questa impostazione è il modo per rendere visibile il valore che le comunità generano quando sono messe nelle condizioni di prendersi cura di sé».
Credits: foto di Enrico Solfrini e Bianca Atzori per Cooperativa Sole
Formule, numeri e simboli non hanno bisogno di essere ascoltati. A prima vista, la matematica sembrerebbe una delle materie più accessibili agli studenti sordi: ha un linguaggio fortemente visivo, rigoroso e formalizzato. Le difficoltà possono cominciare però quando, salendo di livello, aumenta l’astrazione e per comprendere un concetto non basta più guardare una formula: bisogna passare attraverso il linguaggio che la spiega.
È da questa apparente contraddizione che nasce «Matematica Accessibile», progetto pilota del Politecnico di Milano realizzato dal Dipartimento di matematica, dal Metid learning innovation e dal Servizio Pari Opportunità Multichance Poli Team, in collaborazione con l’Istituto dei Sordi di Torino. L’idea è di Giuseppina Guatteri, docente del Dipartimento di Matematica del Politecnico di Milano: creare videolezioni di matematica ad alta accessibilità per gli studenti sordi delle scuole superiori, accompagnate da materiali ed esercizi.
«È un progetto nato nell’ambito dei Cantieri della sostenibilità creati al Politecnico di Milano sei anni fa, parlando con gli insegnanti e anche osservando l’esperienza di mio figlio», racconta Guatteri, al lavoro insieme al collega Matteo Gregoratti al progetto. La sperimentazione è già partita: «Abbiamo una rete di scuole superiori in tutta Italia che ha adottato la prima parte, dedicata alla statistica. Stiamo aspettando i loro feedback, ma ci hanno già chiesto l’argomento dei prossimi video». La richiesta è di partire dai prerequisiti del primo anno delle superiori, quindi algebra e numeri.
Il problema, infatti, non è semplicemente tradurre in lingua dei segni una normale lezione. Bisogna ripensare come la matematica viene comunicata. «Il nostro lavoro è stato di massima semplificazione e di ricorso a linguaggi diversi: c’è la lingua dei segni italiana, ci sono il linguaggio visivo delle immagini e delle formule e i sottotitoli. E tutto deve essere sincronizzato, con le pause giuste», spiega Guatteri. C’è una ragione molto concreta: «Spesso si dimentica che uno studente sordo che sta guardando una formula non può contemporaneamente guardare chi segna o leggere i sottotitoli».
Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile. DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
È una questione di attenzione, ma anche di linguaggio. Preparando le videolezioni, il gruppo ha analizzato i libri di testo delle superiori e si è scontrato con la complessità delle spiegazioni. «Bisogna prima di tutto essere sicuri che i ragazzi capiscano le basi, senza per questo semplificare la matematica. Abbiamo cercato quindi di rendere molto semplice il linguaggio». Anche un’espressione quotidiana apparentemente innocua può creare un ostacolo per i sordi che hanno un problema con il linguaggio figurato e con le astrazioni: meglio dire «cominciamo», per esempio, anziché il figurato «partiamo». Al progetto hanno lavorato anche esperti di didattica della matematica dell’Università di Torino e l’Istituto dei Sordi di Torino.
Ridurre la fatica accessoria
Il punto critico emerge soprattutto alle superiori, quando la matematica diventa progressivamente più astratta. «Molto spesso i ragazzi sordi raccontano: “Ho iniziato lo scientifico perché ero forte in matematica, poi mi sono perso quando sono arrivati concetti più astratti, come il limite di una funzione. Faticavo a leggere il labiale”». L’obiettivo delle videolezioni, dice Guatteri, è allora ridurre la fatica accessoria, quella necessaria per decifrare la comunicazione, «per lasciare i ragazzi più liberi di concentrarsi sui concetti».
Molto spesso i ragazzi sordi raccontano: “Ho iniziato lo scientifico perché ero forte in matematica, poi mi sono perso quando sono arrivati concetti più astratti, come il limite di una funzione. Faticavo a leggere il labiale”
Giuseppina Guatteri, Politecnico di Milano
C’è poi un problema ancora più sottile: come si dice la matematica con le mani? Non sempre basta prendere il segno corrispondente a una parola del linguaggio comune. Si pensi a «variabile». Nel parlare quotidiano indica qualcosa che cambia. In matematica, una variabile è qualcosa di molto preciso: è un elemento generico di un insieme di valori possibili, è qualcosa che può assumere valori diversi all’interno di una relazione che continua a essere definita. Il segno deve riuscire quindi a esprimere il concetto matematico, non semplicemente a tradurre la parola italiana. Tale riflessione sistematica sulla scelta dei segni matematici, avviata dal progetto, è ancora da sviluppare. È un tema sul quale si sta lavorando anche negli Stati Uniti alla Gallaudet University di Washington, ateneo progettato specificamente per studenti sordi e ipoudenti, dove l’American Sign Language e l’inglese sono le lingue principali. Un gruppo di lavoro sta affrontando proprio il lessico scientifico e matematico nelle lingue dei segni, mettendo insieme matematici, scienziati sordi, linguisti ed educatori. «Il lavoro fatto sull’Asl può essere utile anche per noi», osserva Guatteri, «perché i segni sono legati al significato più che al significante»: proprio per questo il confronto internazionale può aiutare a trovare modi efficaci di rappresentare concetti matematici complessi, pur nella diversità delle lingue dei segni.
Contro l’analfabetismo matematico
L’accessibilità, del resto, non riguarda soltanto chi non sente. Testo scritto, immagini, formule e lingua dei segni utilizzati contemporaneamente costruiscono una lezione che sfrutta più canali per trasmettere lo stesso concetto. E il progetto nasce in un Paese in cui le difficoltà con la matematica riguardano una quota molto ampia degli studenti, uno su due alla fine delle superiori. «Io vedo una sorta di analfabetismo matematico persino a Ingegneria, dove molti studenti arrivano con conoscenze lacunose della matematica di base», osserva Guatteri. E se i primi destinatari sono gli studenti sordi delle scuole superiori, la platea potenziale è più ampia. Materiali di questo tipo possono essere utili anche agli adulti sordi che vogliono recuperare o rafforzare competenze matematiche e, sottolinea Guatteri, alle persone immigrate arrivate in Italia in età adulta che nei Paesi d’origine non hanno avuto accesso a un impianto cocleare. È uno dei motivi per cui il progetto punta sulla compresenza di canali diversi: testo scritto, immagini, formule e lingua dei segni.
Per gli studenti sordi, però, c’è anche un’altra dimensione: quella psicologica. Avere a disposizione materiali pensati fin dall’origine anche per chi non sente significa non dover continuamente adattare una lezione costruita per altri. Significa sentirsi alla pari con i compagni di classe.
L’esenzione dall’Irap riconosciuta dalle singole regioni agli enti del Terzo settore può rientrare nel regime degli aiuti “de minimis”? È un quesito tecnico ma di impatto, che sta suscitando grande preoccupazione. La questione riguarda molte regioni, ma in Lombardia ci si sta iniziando a muovere in modo da risolvere una volta per tutte la questione: se si trova una strada, potrebbe essere poi un modello per tutti.
Il motivo è un passaggio contenuto nella Manovra di Bilancio 2026-2028 con cui la Regione ha confermato l’esenzione dall’imposta per le organizzazioni di volontariato, le ex Onlus e le cooperative sociali. «Si tratta di una misura che in Lombardia esiste da oltre 20 anni», spiega Massimo Ramerino, vicepresidente Associazione generale cooperative italiane – Agci Imprese sociali e responsabile operativo regionale, «e che ha consentito la stabilizzazione di prezzi più bassi. Per questo, oggi la preoccupazione c’è. Se venisse confermata l’ipotesi di un onere per l’Irap, potremmo avere due conseguenze: prezzi bassi e insostenibili nell’erogazione di servizi in appalto non modificabili alla luce dell’attuale Codice e innalzamento delle rette per i cittadini nei servizi in accreditamento o concessione». Per la cooperazione sociale, aggiunge Marta Battioni, responsabile Dipartimento Welfare di Legacoop Lombardia e vice presidente vicaria Legacoopsociali, «si tratta di una difficoltà ulteriore per la sostenibilità delle nostre imprese, in una fase in cui già si registrano importanti aggravi economici».
Un nodo normativo che rischia di costare caro
Facciamo un passo indietro, anzi due. Irap è l’acronimo di Imposta regionale sulle attività produttive: è un tributo locale istituito nel 1997, il cui gettito viene destinato alle Regioni essenzialmente per finanziare la spesa sanitaria. Tutte le attività produttive pagano l’Irap, che siano imprese, enti o professionisti, ma con una base imponibile che viene calcolata in modo diverso a seconda della natura del soggetto. Diverse regioni (non tutte e con modalità differenti) hanno previsto da anni una esenzione o una agevolazione riconosciuta a chi produce e vende sì bene e servizi, ma lo fa per scopi sociali. In Lombardia, per esempio, l’esenzione dall’Irap nasce con la legge regionale 10 del 2003 e ha esentato le Onlus. All’epoca le cooperative sociali ne beneficiavano in quanto Onlus di diritto. Ma con l’entrata a regime della riforma del Terzo settore e la definitiva scomparsa della qualifica di Onlus, dal 1° gennaio 2026 è venuto meno il presupposto giuridico sul quale quella disciplina era costruita: una questione di nomi e definizioni, perché quelle realtà hanno continuato a fare quello che facevano prima.
Il tema riguarda quegli enti che svolgono attività commerciale: organizzazioni iscritte al Runts, i cui ricavi derivanti da attività commerciali (tariffe, servizi a pagamento, vendite) superano le entrate di natura non commerciale (donazioni, quote associative, contributi pubblici) nel corso dello stesso anno fiscale. Un rsa gestita da una fondazione, per esempio, o un’associazione teatrale che vende i biglietti per i suoi spettacoli. La qualifica non dipende da cosa fa l’ente, ma da come si finanzia, cioè se il suo motore economico principale per coprire i propri scopi sociali è o non è la vendita di beni o servizi sul mercato.
La Regione Lombardia così è intervenuta per mantenere le regole esistenti, prima con la legge regionale 2 del 2023 e poi con la legge regionale 20 del 2025: con quest’ultima ha confermato l’esenzione per cooperative sociali, organizzazioni di volontariato ed ex Onlus, ma solo in via transitoria e sperimentale per il 2026 e il 2027. Una norma salutata con favore dal Terzo settore, pur nella consapevolezza dei suoi limiti e del fatto che occorre fare un ulteriore salto, per garantire a tutti gli Enti di Terzo settore l’esenzione dall’Irap, in tutte le Regioni d’Italia e per togliere il limite dei de minimis a tale esenzione. Un nodo di cui anche il Governo è perfettamente consapevole.
«Il problema ha due livelli», spiega Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia. «Il primo è la scadenza. Chiediamo che la misura diventi strutturale, perché le cooperative sociali sono imprese ad altissima intensità di lavoro e l’Irap pesa direttamente sul costo dei servizi. Se l’esenzione venisse meno, quel costo finirebbe nelle tariffe pagate dalla pubblica amministrazione, nelle rette pagate dalle famiglie, oppure andrebbe a discapito dei margini già minimi delle cooperative. In pratica la Regione recupererebbe come imposta quello che poi pagherebbe come maggior costo dei servizi che essa stessa finanzia».
Il secondo livello è più tecnico. La nuova norma dice esplicitamente che l’esenzione opera “nei limiti del de minimis”. Si tratta della norma dell’Unione Europea che consente agli Stati membri di concedere alle imprese aiuti pubblici di modesta entità senza dover prima richiedere l’autorizzazione alla Commissione europea. Il tetto massimo di contributi ricevibili da una singola impresa per non essere considerati aiuto di Stato si calcola su una finestra mobile di tre anni. Il superamento della soglia comporta la revoca o il recupero delle somme eccedenti con l’aggiunta di sanzioni e interessi.
«Nella legge “storica” del 2003 questa clausola non c’era», continua Campese. «Il riferimento viene dal Codice del Terzo settore. L’articolo 82 consente alle Regioni di ridurre o esentare l’Irap per gli enti del Terzo settore, comprese le cooperative sociali. L’articolo 88 riconduce queste agevolazioni ai regolamenti europei sugli aiuti di Stato in regime di de minimis per cui l’Irap non pagata va conteggiata nel plafond triennale di ogni cooperativa, insieme a contributi e altre agevolazioni. È un cambio di natura importante: per due decenni la stessa esenzione non è mai stata trattata come aiuto».
Cosa chiedono le centrali cooperatove
Le centrali lombarde dell’Alleanza delle Cooperative sostengono che l’esenzione Irap non dovrebbe ricadere nel de minimis. «Secondo il diritto europeo non ogni trattamento fiscale differenziato costituisce un aiuto di Stato», dice Campese. «Perché lo sia, serve tra le altre cose un vantaggio selettivo, cioè un beneficio dato a qualcuno rispetto ad altri soggetti che si trovano in una situazione comparabile. Con la Comfort letter del 7 marzo 2025, la Commissione europea ha riconosciuto che i regimi fiscali di enti del Terzo settore e imprese sociali non sono selettivi. La ragione è che questi soggetti si trovano in una situazione giuridica di fatto diversa da quella delle imprese lucrative: gli utili sono vincolati all’interesse generale, il patrimonio è indivisibile e va devoluto, il capitale non può essere remunerato liberamente. La Commissione richiama la sentenza Paint Graphos della Corte di giustizia, che riguardava proprio il regime fiscale delle cooperative. Le cooperative sociali hanno tutte queste caratteristiche, in forma anche più rigorosa. Siamo consapevoli che la Comfort letter riguarda nello specifico le imposte sui redditi, ma chiediamo un approfondimento tecnico e istituzionale che valuti la possibilità di applicare all’Irap la stessa logica, leggendo l’esenzione come un trattamento coerente con la natura soggettiva degli enti e non come un aiuto. Del resto, nei documenti di bilancio la stessa Regione Lombardia dichiara di avere in corso un approfondimento sulle agevolazioni alla luce dei riscontri della Commissione europea».
Siamo consapevoli che la Comfort letter riguarda nello specifico le imposte sui redditi, ma chiediamo un approfondimento tecnico e istituzionale che valuti la possibilità di applicare all’Irap la stessa logica, leggendo l’esenzione come un trattamento coerente con la natura soggettiva degli enti e non come un aiuto
Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia
In subordine, se si dovesse confermare che la misura resta nel campo degli aiuti di Stato, le centrali chiedono che si possa applicare almeno il regime previsto per i servizi di interesse economico generale (Sieg), facendo quindi riferimento al tetto di 750mila euro nel triennio invece di 300milao ancor meglio alla decisione europea 2025/2630 del 16 dicembre 2025 sui servizi di interesse economico generale. «Per i servizi sociali, non prevede tetti di importo e alleggerisce i controlli proprio per gli enti obbligati per legge a reinvestire gli utili», conclude Campese.
Non c’è una “restituzione di massa” in arrivo
«Non c’è una “restituzione di massa” in arrivo», chiarisce Campese. «L’esenzione al momento è confermata e il nuovo regime vale per il 2026 e il 2027. Il primo momento in cui il problema diventa concreto sarà quindi la dichiarazione Irap relativa al 2026, che si presenta nel 2027. Il rischio vero è un altro, ed è più subdolo. Per una cooperativa di medie dimensioni l’Irap esentata può valere decine di migliaia di euro l’anno. Se occupa gran parte del plafond, la cooperativa rischia di non poter più accedere ad altri aiuti: contributi regionali, bandi, sgravi. Inoltre, se un nuovo aiuto porta a superare il tetto, la regola europea esclude dalla copertura l’intero nuovo aiuto, non solo la parte che eccede. Per questo in via prudenziale consigliamo di considerare il tetto da 300mila euro e di monitorare la posizione cooperativa per cooperativa».
Confcooperative Federsolidarietà Lombardia ha avviato una rilevazione in tutta la regione, attraverso le federazioni territoriali e le società di servizi. «Per ogni cooperativa stiamo ricostruendo tre cose: il valore dell’Irap teoricamente dovuta, cioè il beneficio effettivamente ricevuto; gli altri aiuti “de minimis” già ottenuti negli ultimi tre anni; l’eventuale appartenenza a una “impresa unica”, cioè a un gruppo di imprese collegate, perché in quel caso il plafond si calcola sul gruppo e non sulla singola cooperativa. Solo così potremo dire con serietà quante cooperative sono esposte e per quali importi».
Marta Battioni (Legacoop Lombardia) riflette: «I dati parziali per ora in nostro possesso ci inducono prima di tutto a chiedere quanto meno di poter accedere al limite massimo, più alto, riferito al de minimis». Anche Agci non ha al momento un numero certo per quantificare il rischio per le sue aderenti, «ma le cooperative con una certa dimensione di ricavi, direi oltre i 10 milioni di fatturato annuo, superano quasi certamente la soglia», spiega Ramerino, «quindi i servizi dove si potrebbero avere conseguenze sono presumibilmente molti, dato che sono centinaia i milioni di ricavi in Lombardia per servizi alla persona erogati da cooperative sociali che hanno dimensioni medio grandi».
La Lombardia diventi un modello per tutto il Paese
Il “caso Lombardia” sui de minimis in realtà è una questione che riguarda tutta Italia. «L’Irap è un tributo regionale, ma il vincolo del de minimis nasce dal Codice del Terzo settore, quindi il tema ha rilevanza nazionale. Con la fine della qualifica di Onlus ogni Regione ha dovuto ripensare le proprie agevolazioni, e ciascuna lo ha fatto in base al proprio contesto. La Lombardia ha scelto la continuità: ha confermato l’esenzione piena per tutte le cooperative sociali, riconoscendo il valore dei servizi che garantiscono sul territorio. È una base solida da cui partire», conclude Campese. «Il carattere transitorio e sperimentale del biennio 2026-2027 può diventare un’opportunità: abbiamo due anni per costruire insieme un modello stabile, che possa fare da riferimento anche per le altre regioni. La Lombardia ha già avviato un approfondimento sulle agevolazioni alla luce dei riscontri della Commissione europea, e può contare su un sistema di cooperazione sociale tra i più ampi e strutturati del Paese. Anche il contesto europeo va in questa direzione: sia la Comfort letter sulle imposte sui redditi sia la nuova decisione sui servizi di interesse economico generale valorizzano il vincolo legale di reinvestire gli utili. Chiediamo di verificare se la stessa logica possa valere per l’Irap. La nostra proposta è che la Lombardia si faccia promotrice di questo percorso. Prima di tutto per dare certezza alle proprie cooperative, ma anche perché una soluzione costruita qui, solida sul piano europeo, potrebbe essere portata in Conferenza delle Regioni come modello per tutti».
Nel 1999 Intersos, riflettendo sulle guerre degli anni precedenti, denunciava che «l’accesso alle vittime è usato ormai come arma da guerra». Impedire l’arrivo dei soccorsi significava privare le popolazioni dell’assistenza necessaria, ma anche allontanare testimoni scomodi. Era una constatazione grave, che metteva in discussione uno dei presupposti dell’azione umanitaria: anche nelle guerre più violente esistono limiti da rispettare e persone che devono poter essere soccorse.
A quasi trent’anni di distanza, quella denuncia appare ancora più attuale. Non soltanto perché l’accesso alle popolazioni continua spesso a essere impedito, ma perché si sono moltiplicati gli ostacoli che rendono difficile, talvolta impossibile, prestare soccorso. Alle armi si aggiungono restrizioni politiche, impedimenti amministrativi, normative antiterrorismo, sanzioni, diffidenza verso le organizzazioni internazionali, riduzioni e improvvise interruzioni dei finanziamenti.
Ma ciò che maggiormente interroga è il progressivo indebolimento della protezione dei civili e di quanti cercano di assisterli. La sofferenza delle popolazioni sembra sempre più spesso subordinata agli obiettivi militari, alle convenienze politiche e agli interessi geopolitici. Il dovere del soccorso, pur riconosciuto dalle regole internazionali, incontra ostacoli crescenti proprio quando dovrebbe prevalere su ogni altra considerazione.
Non è soltanto lo spazio umanitario a restringersi. È messa alla prova la volontà della comunità internazionale di riconoscere limiti alla violenza e responsabilità comuni.
Soccorrere non significa schierarsi
L’accesso umanitario non è soltanto far passare un convoglio o ottenere un’autorizzazione. Richiede una progressiva conoscenza delle realtà locali, la costruzione di rapporti di fiducia, l’interlocuzione con chi esercita il potere sul territorio e garanzie di sicurezza per le persone colpite e per gli operatori umanitari.
Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, nel 2025 circa 204 milioni di persone vivevano in aree controllate o contese da gruppi armati. Raggiungerle significa spesso dover dialogare con soggetti che la comunità internazionale considera ostili o illegittimi. Intersos lo aveva chiarito già nel 2006: interloquire non significa identificarsi con le parti.Significa comprendere le condizioni delle popolazioni e cercare di proteggerle. Una distinzione essenziale, che oggi rischia di essere oscurata dalla logica delle contrapposizioni.
Anche le normative antiterrorismo e i regimi sanzionatori possono ostacolare operazioni umanitarie legittime. Banche, fornitori e intermediari rinunciano talvolta a operare per timore di conseguenze legali. Si produce così un paradosso: nel tentativo di isolare politicamente un gruppo armato si finisce per isolare anche la popolazione sotto il suo controllo, estranea alle sue azioni. Le esenzioni umanitarie introdotte dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea rappresentano un correttivo importante, ma devono poter funzionare concretamente.
Quando anche chi soccorre diventa una vittima
In Sudan la guerra ha provocato milioni di sfollati, distrutto servizi essenziali e reso sempre più difficile raggiungere le popolazioni. Nel vicino Sud Sudan, nei primi sette mesi del 2026, sono stati uccisi 36 operatori e collaboratori umanitari. In Ucraina, nello stesso periodo, sono stati registrati 168 incidenti relativi all’accesso umanitario, con sette operatori uccisi e diciannove feriti. Tra le vittime vi è stato anche Volodymyr Shpek, operatore di Intersos, morto dopo essere stato colpito da un drone. A Gaza, dove la devastazione delle infrastrutture civili e sanitarie ha assunto dimensioni eccezionali, alla fine di aprile 2026 le Nazioni Unite registravano almeno 593 operatori umanitari uccisi dall’ottobre 2023. Nel mondo, oltre mille operatori uccisi in tre anni, quasi il triplo del triennio precedente.
Questi dati pongono interrogativi che vanno oltre la sicurezza degli operatori umanitari. Riguardano la protezione dei civili, del personale sanitario, dei giornalisti, di quanti non partecipano alle ostilità. E soprattutto l’effettiva capacità del diritto internazionale umanitario di limitare la violenza della guerra.
Quel diritto impone obblighi precisi a tutte le parti, senza eccezioni: le violazioni commesse da una parte non possono giustificare quelle dell’altra né attenuarne le responsabilità. Eppure, assistiamo non soltanto a ripetute violazioni delle regole, ma anche alla contestazione delle istituzioni chiamate ad accertarle. Le sanzioni statunitensi contro giudici e funzionari della Corte penale internazionale sono un segnale particolarmente grave.
Che cosa rimane di un ordine internazionale fondato su regole comuni se gli Stati ne riconoscono l’autorità soltanto quando le decisioni coincidono con i propri interessi?
La neutralità umanitaria non significa indifferenza verso le violazioni del diritto. Resta però, per le organizzazioni umanitarie, il difficile equilibrio tra testimoniare e denunciare e mantenere l’accesso alle popolazioni.
Sovranità, legittimità e ruolo degli attori locali
La crisi dello spazio umanitario assume forme diverse. In alcuni Paesi del Sahel, come Burkina Faso, Mali e Niger, crescono le rivendicazioni di sovranità e la diffidenza verso parte della presenza internazionale. Le organizzazioni umanitarie possono essere percepite come espressione degli interessi dei governi che le finanziano.
Questi interrogativi non possono essere liquidati come semplice propaganda. Riguardano anche la storia delle relazioni internazionali, la distribuzione del potere e la partecipazione delle società locali. Ma il rispetto della sovranità non può trasformarsi nella subordinazione dell’assistenza umanitaria alle convenienze politiche.
Occorre costruire legittimità attraverso l’indipendenza dell’azione umanitaria, il rapporto di fiducia con le comunità e il rafforzamento delle organizzazioni locali. Affidare loro maggiori responsabilità senza risorse adeguate e reale potere decisionale significa rischiare di esporle a pericoli che non sono messe in condizione di affrontare.
La scelta politica di ridurre gli aiuti
Un’altra trasformazione riguarda le risorse. La drastica contrazione dell’assistenza internazionale statunitense avviata nel 2025 ha provocato interruzioni di programmi, licenziamenti e riduzioni della capacità operativa in molti Paesi.
La questione non riguarda soltanto la disponibilità di denaro. Le decisioni di pochi governi possono compromettere in poche settimane un sistema umanitario costruito in decenni, lasciando senza assistenza persone già estremamente vulnerabili. È necessario renderlo più efficiente, ridurre duplicazioni e ampliare la base dei finanziatori. Ma non si può confondere il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza del sistema umanitario con il suo ridimensionamento imposto dalla diminuzione delle risorse stanziate. Le conseguenze sono particolarmente gravi nella sanità: nelle crisi prolungate non basta curare i feriti, occorre anche preservare ospedali, vaccinazioni e servizi essenziali per garantire la continuità delle cure.
Anche fuori dai conflitti armati, come mostra Cuba, sanzioni e restrizioni economiche possono aggravare le condizioni della popolazione e ostacolare l’assistenza. La finalità politica di una misura non dovrebbe mai dispensare dal valutarne e limitarne le conseguenze umanitarie.
Uno spazio da difendere, responsabilità da ricostruire
Le crisi non sono sovrapponibili. Differiscono per cause, responsabilità e condizioni operative. Mostrano però come la possibilità di raggiungere le popolazioni, la protezione dei civili e la legittimità dell’azione umanitaria siano diventate dimensioni strettamente intrecciate di una crisi più generale.
È questo lo scenario nel quale si svolgerà, il 15 ottobre all’Ara Pacis di Roma, la quinta edizione delRome Humanitarian Congressdi INTERSOS, appuntamento annuale di approfondimento, confronto e ricerca di proposte per affrontare le sfide dell’azione umanitaria.
Gli interrogativi sono impegnativi. Come mantenere aperto l’accesso e dialogare con tutte le parti senza diventarne strumenti né identificarsi con esse? Come impedire che l’isolamento politico e finanziario di un gruppo armato diventi isolamento umanitario delle popolazioni? Come rafforzare gli attori locali trasferendo effettivo potere decisionale e risorse, senza scaricare su di loro soltanto rischi? Come evitare che sanzioni dirette contro un governo aggravino le condizioni della popolazione? Come rispondere all’emergenza senza lasciare sistemi sanitari ancora più fragili? Come rendere più efficace l’azione umanitaria senza trasformare la scarsità delle risorse nell’accettazione della rinuncia? Come proteggere i civili quando le norme che dovrebbero proteggerli vengono ripetutamente violate?
Non esistono risposte semplici, né possono darle da sole le organizzazioni umanitarie. Servono scelte operative e soprattutto responsabilità degli Stati, dei donatori e delle istituzioni internazionali. Molti dei principi e degli strumenti necessari esistono già. Il problema è renderli effettivi in un mondo più frammentato, nel quale la sofferenza delle persone rischia di contare sempre meno nelle decisioni che ne determinano la vita.
La questione, in definitiva, va oltre il futuro dell’aiuto umanitario. Riguarda la direzione nella quale si stanno muovendo le relazioni internazionali: verso un mondo in cui il rispetto delle regole e il soccorso a chi soffre continuano a rappresentare responsabilità comuni, oppure verso un mondo nel quale anche questi obblighi diventano subordinati ai rapporti di forza e alle convenienze del momento.
«questo libro nasce proprio da un’idea di fondo che da tempo abbiamo sviluppato con la collega Paola Cella e cioè le questioni fiscali sicuramente non sono le priorità degli enti, senza scopo di lucro, degli Ets, delle vecchie onlus. Tuttavia abbiamo sperimentato e toccato con mano come il tema fiscale sia pervasivo, cioè riguardi qualunque operazione, qualunque attività degli enti stessi. E quindi abbiamo cercato di fornire loro una guida semplice, chiara, accessibile, che sia fruibile».
Al Salone della Csr e dell’Innovazione sociale chiusosi giovedì scorso a Milano, abbiamo intervistato Stefania Boffano, avvocata e professoressa aggiunta di Diritto tributario in Bocconi, che ha dato alle stampe appunto con Paola Cella, commercialista e revisore dei conti, il libro Enti non profit al bivio – Linee guida per orientarsi nella Riforma fiscale del Terzo settore, edito da Egea.
Un manuale per le organizzazioni che sono in procinto di costituirsi o anche per quelle, come le ex-onlus, che si erano trovate a dover scegliere un profilo nuovo dopo la cessazione di quello storico delle “organizzazioni non lucrative di utilità sociale”.
Boffano e Cella hanno anche fondato un’associazione: hanno cioè deciso di Andare Oltre, come il titolo del Salone della Csr esortava a fare: «Dopo il libro», ha spiegato proprio Boffano, «abbiamo pensato di fare qualcosa di ancora più concreto e costituito un’associazione iscritta a Runt, quindi a tutti gli effetti un ente di Terzo settore. Avrà come scopo proprio quello di fornire, di porsi al fianco degli enti del Terzo settore, per fornire una consulenza, una assistenza mirata. Perché quella riteniamo essere oggi l’esigenza della maggior parte degli enti», ha concluso la professoressa Boffano, «è proprio quella non di partire dalle regole ma dai casi concreti, dalle problematiche che tutti i giorni queste realtà incontrano, per trovare delle soluzioni che siano le più efficienti possibili – quindi sicuramente sotto il periodo fiscale ma non solo – in modo che la loro configurazione sia la più corretta, la più idonea ai fini della loro operatività e poi della loro ricaduta e dell’impatto». Si chiama Fiscalità ed Economia sociale – Fises.
Ascolta il podcast.
La foto di Stefania Boffano, in apertura, proviene dal suo profilo LinkedIn.
Promuovere il benessere scolastico e la partecipazione attiva come strumenti per prevenire la dispersione scolastica: è questo l’obiettivo della collaborazione tra Save the children e UniCredit, con il Fondo carta etica, dal 2024 sostiene Fuoriclasse in movimento, programma nazionale sviluppato dall”organizzazione, che in più di 10 anni ha coinvolto 250 scuole in tutta Italia, 39.526 studenti e studentesse, 2.699 docenti, 990 classi.
Al centro del progetto ci sono i consigli fuoriclasse, organismi di partecipazione che coinvolgono rappresentanti di studenti e studentesse, docenti e dirigenti scolastici. Attraverso assemblee, consultazioni nelle classi, elezioni e incontri con la dirigenza, bambini e ragazzi possono individuare bisogni e criticità e contribuire alla definizione di soluzioni concrete per migliorare la propria scuola. Le proposte possono riguardare la didattica, gli spazi scolastici, le relazioni di classe e il rapporto tra scuola e territorio.
Nell’anno scolastico 2025-2026, il sostegno di UniCredit ha raggiunto 130 scuole distribuite in 16 regioni, coinvolgendo 19.981 studenti e studentesse, 1.428 docenti, 530 classi e 130 consigli fuoriclasse, in territori difficili nelle periferie delle grandi città come nelle aree interne.
Tra le scuole in cui è attivo il progetto c’è l’Istituto comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma. Le votazioni dei consigli e la presentazione delle iniziative degli studenti per una scuola migliore sono state l’occasione per fare il punto sull’iniziativa: un confronto cui hanno preso parte gli esponenti dell’organizzazione e dell’azienda, i docenti e il dirigente scolastico.
Fuoriclasse in movimento è il programma nazionale di Save the Children attivo da oltre dieci anni per promuovere il protagonismo di studenti e studentesse e contrastare la dispersione scolastica. UniCredit, con il Fondo Carta Etica, dal 2024 sostiene l’iniziativa. Le voci dei protagonisti, in un giorno speciale all’Istituto Comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma
Parte attiva della propria comunità scolastica
«Contrastare la dispersione scolastica», spiega Stefano Gallo, head of territorial development di UniCredit , «significa intervenire prima che l’abbandono si manifesti, creando le condizioni perché ragazze e ragazzi possano sentirsi ascoltati, coinvolti e parte attiva della propria comunità scolastica. È questo il valore di Fuoriclasse in movimento e della collaborazione con Save the children: un progetto che, grazie al Fondo carta etica di Unicredit, ci permette di essere concretamente presenti nei territori e di contribuire a costruire contesti educativi più inclusivi e partecipativi».
I risultati raggiunti, aggiunge Gallo, «ci confermano quanto sia importante investire non solo nell’accesso all’istruzione, ma anche nella qualità dell’esperienza scolastica, dando ai più giovani strumenti e spazi per esprimersi, partecipare e contribuire al cambiamento».
Comunità scolastiche più inclusive, accoglienti ed estese
Al punto sull’iniziativa, per Save the children, era presente Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand dell’organizzazione. «Da oltre dieci anni, con Fuoriclasse in movimento», precisa, «lavoriamo per prevenire la dispersione scolastica e promuovere il benessere e la partecipazione di bambine, bambini e adolescenti, offrendo loro spazi concreti in cui esprimere idee, bisogni e proposte per migliorare la scuola che vivono ogni giorno».
Per Pancione il «progetto dimostra quanto ascoltare gli studenti e coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano possa contribuire a costruire comunità scolastiche più inclusive, accoglienti e capaci di rispondere alle loro esigenze. Il sostegno di UniCredit», sottolinea ancora, «ci consente di rafforzare e ampliare questo percorso, portando l’esperienza di Fuoriclasse in movimento a un numero sempre maggiore di bambine, bambini e adolescenti, e riconoscendo i più giovani come protagonisti attivi del proprio presente e del futuro della scuola».
Da sinistra Stefano Gallo, head of territorial development di Unicredit, Paolo Lozzi, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Morricone, Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand Save the children
I consigli? Sì, danno più voce agli studenti
A termine dell’anno scolastico 2025-2026 l’iniziativa è stata oggetto di un motoraggio. Risulta che 2.200 tra studenti e studentesse il 91,6% considera i consigli fuoriclasse utili per dare maggiore voce agli studenti, l’86,5% percepisce una maggiore attenzione degli adulti verso le loro opinioni e l’84,3% ritiene che la scuola tenga maggiormente conto dei bisogni degli alunni.
Sul fronte del benessere, l’89,7% dichiara di aver vissuto più emozioni positive, l’87,5% di aver aumentato la capacità di collaborare, l’86,2% di avere migliori relazioni con compagni e insegnanti e l’83,5% di sentirsi meglio a scuola; l’84,1% segnala inoltre un maggiore coinvolgimento nella vita scolastica e l’86,7% una maggiore capacità di promuovere e difendere i propri diritti.
Tra i rappresentanti dei consigli fuoriclasse, l’85,2% percepisce che la propria voce venga realmente ascoltata, oltre venti punti percentuali in più rispetto agli studenti che non ricoprono incarichi di rappresentanza.
Che ne pensano i docenti
Coinvolti nel monitoraggio anche 644 docenti, che hanno confermato il valore dell’iniziativa: il 94,5% considera i consigli fuoriclasse uno strumento efficace per dare ascolto agli studenti, il 91,8% ritiene che il progetto abbia migliorato il benessere scolastico e il 95% osserva un aumento delle emozioni positive tra gli alunni.
I docenti segnalano inoltre maggiore partecipazione alla vita scolastica (91,5%), miglioramento delle capacità collaborative (88,8%), rafforzamento dell’autostima e delle risorse personali (87,2%) e miglioramento delle relazioni (85,6%).
Il cambiamento riguarda anche gli adulti: l’86,8% dichiara di aver rafforzato le proprie competenze sulle metodologie partecipative e l’84,5% afferma di utilizzare maggiormente approcci educativi centrati sull’ascolto e sul coinvolgimento degli studenti.
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I dati sulla dispersione scolastica
Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente il sistema di istruzione e formazione è scesa all’8,2%, rispetto al 9,8% del 2024, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Il fenomeno resta più diffuso tra i ragazzi (10,1%) rispetto alle ragazze (6,2%) e tra i giovani con cittadinanza non italiana (26,2%, contro il 6,7% degli italiani).
Sul fronte della dispersione implicita, quella che riguarda gli studenti che completano il percorso scolastico senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, i dati Invalsi 2026 registrano una riduzione al 6,3%, dall’8,7% del 2025.
La dispersione, come hanno anche sottolineato a VITA Stefano Gallo e Giancarla Pancione, viene rilevata quando l’abbandono si è già verificato, ma il processo può iniziare molto prima, con perdita di motivazione, difficoltà relazionali, scarso senso di appartenenza e mancato coinvolgimento nella vita scolastica.
Per questo il progetto interviene già nel primo ciclo di istruzione, lavorando su benessere, relazioni positive, fiducia in sé stessi e partecipazione, fattori che possono rafforzare il legame degli studenti con la scuola.
Partecipazione e scuola
Per rafforzare nel tempo la partecipazione di tutta la comunità scolastica, nel 2025 Save the children ha anche avviato, in collaborazione con Ashoka Italia, una sperimentazione triennale che coinvolge 18 istituti comprensivi della rete Fuoriclasse in movimento, con l’obiettivo di rendere più strutturale il ruolo dei consigli Fuoriclasse all’interno della scuola. Dopo il primo anno, il 68,8% delle scuole ha avviato o completato la fase di formalizzazione e il 75% ha inserito i consigli nei documenti ufficiali della scuola.
«Si recupera tutto, anche la carta straccia, immagina se non recuperiamo un bambino»: lo dicevano (e soprattutto lo praticavano) Silvio Barbieri e sua moglie Albertina Negri, che fra il 1961 e il 1986 a Olginate, in provincia di Lecco, hanno accolto nella loro casa 121 minori. Un’esperienza profetica, in anni in cui il destino “naturale” per orfani, figli illegittimi e ragazzini con disturbi del comportamento era l’orfanotrofio: nel 1960, solo un anno prima dell’apertura di Casa Alber, i minori ricoverati in brefotrofi e orfanotrofi, in Italia, erano ben 310mila.
Nei 25 anni di vita di Casa Alber, Silvio e Albertina ci hanno insegnato la “speranza educativa”. Una postura educativa non scontata, soprattutto in un momento storico in cui all’accoglienza dei minori si guarda quasi con sospetto e in cui la società sembra spingere più nella direzione securitaria che in quella educativa.
Dare corpo a questa “speranza educativa”, attualizzando il messaggio che Casa Alber ha lasciato al territorio, non è quindi cosa da poco. Ecco le otto parole con cui ha provato a farlo il convegno Tra dono e speranza. Dall’esperienza di Casa Alber all’evoluzione dell’accoglienza dei minori,che si è svolto venerdì 2 ottobre al Centro di Spiritualità S. Girolamo Emiliani di Somasca di Vercurago, in provincia di Lecco. A promuovere l’evento, l’Ordine dei Padri Somaschi (a cui Silvio e Albertina erano spiritualmente aggregati), l’impresa sociale Girasole e l’Ambito territoriale di Lecco, in una proposta che a partire dal passato ha rilanciato verso il futuro.
Maurizio Volpi presenta il libro Casa Alber. Un’esperienza profetica
Osare. Il coraggio educativo
Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia, ha richiamato l’eredità educativa di san Girolamo Emiliani, capace cinquecento anni fa di dedicare la propria vita agli orfani e ai ragazzi abbandonati. Accogliere oggi i bisogni di minori e famiglie fragili è quindi una profezia che si rinnova. «Restare fedeli alla profezia non significa ripetere gesti identici a quelli di ieri, ma restare capaci di leggere, con la stessa onestà con cui abbiamo sempre provato a fare, i bisogni di oggi», ha detto nel suo intervento. Oggi oltre alle difficoltà economiche i bisogni hanno a che fare con i conflitti familiari, la povertà educativa, la solitudine, l’assenza di figure adulte stabili. Anche i genitori, spesso più sopraffatti che negligenti – vorrebbero fare meglio ma non hanno gli strumenti, a volte nemmeno le parole per chiedere aiuto – hanno bisogno di sostegno e accompagnamento, ha sottolineato Persico, evidenziando l’importanza di costruire una rete tra comunità, famiglie, scuole e servizi sociali.
«Se il bisogno cambia forma, anche l’accoglienza deve saper cambiare forma, pur restando fedele alla sua sostanza. Questa è la lezione che ogni giorno si presenta agli occhi dell’educatore: i metodi vanno rivisti in continuazione, ma che c’è un nucleo, l’accoglienza, che non si tocca mai». Il cuore dell’accoglienza, quindi, qual è? «Accogliere oggi un minore in difficoltà non significa soltanto offrirgli un letto e un pasto. Significa costruire attorno a lui una relazione stabile e affidabile, spesso la prima che sperimenta in modo continuativo. Significa avere adulti – educatori, operatori, volontari – capaci di esserci non per un turno di lavoro, ma per una presenza vera, che il ragazzo possa imparare a riconoscere e, col tempo, a fidarsi. In tutti questi anni ho visto che il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto».
Il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi
Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia
E poi altri tre passaggi cruciali. Accogliere significa lavorare non solo sul minore isolato, ma sul sistema di relazioni che lo circonda: la famiglia d’origine, la scuola, i servizi sociali, il territorio, perché «nessuna comunità può bastare da sola: la vera accoglienza oggi è una accoglienza in rete». Accogliere significa anche accompagnare le famiglie fragili non con un atteggiamento di giudizio, ma di alleanza: «Il nostro compito, quando possibile, non è sostituirsi ai genitori, ma sostenerli, rimetterli nelle condizioni di poter essere, per quanto possibile, i genitori che desiderano essere». E infine, accogliere oggi significa «avere il coraggio di guardare oltre l’emergenza. È giusto rispondere al bisogno immediato, ma la vera sfida è costruire percorsi che durino, che diano ai ragazzi strumenti per il futuro, per stare nel mondo senza più bisogno della comunità che li ha accolti. Ho imparato a gioire delle “perdite” più che a temerle: il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi».
Desiderio. Dalla prestazione alla relazione
Mario Mozzanica, pedagogista, già docente all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano e di Brescia e ex giudice minorile a Milano. «Chiamate un uomo di 85 anni a parlare di come rispondere ai bisogni dei bambini e degli adolescenti di oggi?», si è schermito all’inizio. E poi è partito in una lectio meravigliosa.
Da sinistra, Fabio Muscionico, padre Walter Persico, Sara De Carli, Mario Mozzanica e Mario Zevola
«Non è cambiata, in sé, la condizione minorile, adolescenziale e giovanile. È radicalmente mutato lo scenario socioculturale, che genera vissuti nuovi e condizioni altre per il crescere del minore. Analizzando gli indicatori del postmoderno, del transumano e del postumano, si possono individuare i percorsi attraverso i quali si sta sdoganando il riduzionismo della persona (ridotta a individuo) della famiglia contatto (ridotta a contratto) della comunità (munus e moenia) ridotta a società (si danno società invivibili a fronte di comunità ormai invisibili)», ha detto Mozzanica.
Ha parlato di un tempo segnato da pluralità di appartenenze e di appartenenze con riserva. Di una bulimia del presente e di una anoressia del futuro. Dell’enfasi della soggettività, solitaria e individualistica (con la sfida a uscire dalla “cruna dell’ego” per dirla con Pierangelo Sequeri). Di una enfasi del come, una disfasia del dove, e una afasia del perché.
Il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto
Mario Mozzanica, pedagogista
Di come nell’educazione e nei servizi siamo abituati a cercare i bisogni dei bambini e a fare del nostro meglio per rispondervi, dimenticando però il desiderio, che invece è la qualità antropologica dei bisogni e il cuore stesso della pedagogia.
Ecco allora la transizione che ha tracciato: dal bisogno come pretesa al desiderio come attesa e sorpresa; dal bisogno come richiesta esigente di prestazione al desiderio come offerta incondizionata di relazione; dal bisogno come sguardo dal passato al desiderio come volto del futuro; dal bisogno dell’interpretazione per un futuro anteriore al desiderio del discernimento per un futuro interiore.
«La relazione è la dimensione istitutiva dell’umano. Per il bambino è l’essere dentro l’altro; per l’adulto è far vivere l’altro dentro di sé», ha ribadito. «Potremmo ricordare quello che ha scritto Kierkegaard. La condizione infantile è stare, esistere, vivere, solo con l’aiuto di qualcuno. La condizione adulta è stare, esistere, vivere solo, con l’aiuto di qualcuno. La differenza la fa una virgola».
Disponibilità. Insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio
La parola chiave scelta da Mario Zevola, già presidente del Tribunale per i minorenni di Milano e oggi presidente del CAM – Centro Ausiliario per i minori, è disponibilità: quella delle famiglie che scelgono di accogliere un minore e quella di una comunità chiamata a sostenerle concretamente.
Gli istituti, ha ricordato, spesso garantivano soltanto l’assistenza materiale: «Queste strutture offrivano sostanzialmente solo vitto e alloggio, non soddisfacevano le esigenze affettive e di crescita individuale». Casa Alber propose un modello diverso, fondato sulle relazioni familiari, sull’attenzione alla persona e sulla collaborazione con i servizi sociali e il Tribunale. Un’esperienza capace di anticipare importanti cambiamenti legislativi, mettendo al centro il diritto di ogni bambino a crescere in un ambiente familiare.
Oggi, però, la disponibilità all’affido è sempre più difficile da trovare e chi sceglie di accogliere deve spesso affrontare ostacoli organizzativi e carenze nei servizi: «Ciò di cui oggi si avverte la mancanza, rispetto al passato, è il senso di solidarietà», ha sottolineato Zevola, richiamando la diffusa diffidenza verso gli interventi di tutela dei minori. «Rilevo poi che le famiglie o anche le singole persone disponibili all’affido sono sempre meno e quando se ne trovano la loro disponibilità è frequente che si scontri con difficoltà operative». Il suo appello è innanzitutto a ricostruire una responsabilità collettiva, capace di accompagnare le famiglie affidatarie e sostenere quelle d’origine. «Debbo concludere osservando come sembra vada affievolendosi, ma vorrei essere smentito, quella volontà, tempo addietro sostenuta invece da Silvio Barbieri, “di sorreggere la famiglia di origine, rianimando genitori e figli in difficoltà relazionali e psicologiche ed affettive anche per mezzo del temporaneo utilizzo dell’affido familiare”».
Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte
Mario Zevola, presidente CAM
Per Zevola occorre ritrovare lo spirito solidale e il coraggio di investire nell’accoglienza, senza arrendersi alle difficoltà: «Come scriveva lo stesso Barbieri, “Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte”. Dobbiamo invece insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio, se ci diamo da fare».
Creatività.L’accoglienza come responsabilità dell’intera comunità
Le parole chiave dell’intervento di Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza, sono due in realtà: rete e creatività. O forse una, se intendiamo creatività come la capacità di costruire risposte nuove e integrate ai bisogni dei minori e delle famiglie fragili, superando la frammentazione degli interventi.
«Oggi non possiamo più ragionare sull’accoglienza considerandola un intervento a sé stante», ha sottolineato Muscionico. La tutela dei minori, infatti, deve inserirsi in un percorso più ampio, che parte dall’intercettazione precoce delle difficoltà e dal sostegno alla genitorialità, fino agli interventi di protezione quando necessari.
L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale
Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza
In questa direzione si muovono i Centri per la Famiglia, il Piano Disagio Minori e progetti territoriali come lo sportello “#dieciquattordici”, sviluppato nel lecchese in collaborazione con il Consultorio Giovani. Esperienze che puntano a intercettare tempestivamente il disagio e a mettere in rete servizi sociali, scuole, consultori, servizi sanitari e Terzo Settore. Fondamentale anche il programma Pippi, che promuove il sostegno alle capacità genitoriali e alle risorse familiari. «Il compito dei servizi non è semplicemente valutare il rischio, ma sostenere concretamente le capacità genitoriali e le risorse delle famiglie», ha spiegato Muscionico, ricordando che «l’allontanamento del minore non può mai essere considerato la prima risposta».
Da sinistra: Chiara Isacchi, Michela Maggi, Sara De Carli, Carmen Baldi e Angela Palleschi
Quando l’accoglienza diventa necessaria, affido familiare e comunità educative devono essere parte di un unico sistema di protezione. «Non basta infatti trovare famiglie disponibili. Occorre costruire comunità affidatarie, reti capaci di sostenere le famiglie che accolgono, accompagnarle e valorizzarne il ruolo. L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale».
La sfida, dunque, è creare un’infrastruttura sociale ed educativa in cui istituzioni, servizi e cittadini condividano responsabilità e obiettivi. Perché, come ha concluso Muscionico, «la tutela dei minori non è il compito di un singolo soggetto, ma il risultato della capacità di un territorio di costruire alleanze stabili a favore dei bambini e delle loro famiglie. Ed è proprio nella capacità di un territorio di costruire relazioni, alleanze e comunità accoglienti che si misura la qualità del suo sistema di protezione dell’infanzia».
Da alleanza a generatività, le parole chiave del territorio
Il confronto è proseguito dando voce agli attori del territorio. Michela Maggi, coordinatrice dell’Ufficio di Piano dell’Ambito di Lecco, ha scelto la parola “accompagnare”; Chiara Isacchi, del Servizio Tutela dei Minori e Legami Familiari dello stesso Ambito, ha richiamato il valore di un “incontro che cura”. Angela Palleschi, coordinatrice del Servizio Affido provinciale, ha sottolineato che la relazione di aiuto non si esaurisce nell’intervento professionale e tecnico, ma si costruisce soprattutto nella dimensione relazionale: per dare concretezza alla speranza educativa, la sua parola chiave è stata “alleanza”. Infine, Carmen Baldi, responsabile del Coordinamento Attività Consultoriale di Asst Lecco, ha richiamato il lavoro culturale che si sta facendo su tutto il territorio provinciale e ha proposto il termine “generatività”.
Sabina Panzeri e Filippo Boscagli
Il sindaco di Lecco, Filippo Boscagli (a sua volta padre affidatario) ha portato il proprio saluto, mentre a tracciare le prospettive di lavoro futuro è stata Sabina Panzeri, sindaca di Costa Masnaga e presidente dell’Ambito Territoriale di Lecco. Un percorso che rilancia l’importanza di fare rete e condividere responsabilità, affinché la speranza educativa possa tradursi in relazioni, sostegno concreto e nuove opportunità per i minori e le famiglie.
Tra i sette cantieri in cui è organizzato il Lucca Beni Culturali – LuBeC, manifestazione giunta alla sua XXII edizione (dal 14 al 15 ottobre al Real Collegio) vi è per la prima volta “Welfare culturale in azione” la rassegna esperienziale delle pratiche di welfare culturale che i partecipanti potranno vivere in prima persona. Un’occasione per sperimentare attività ed esperienze già in corso in Italia e valutarne l’impatto e la possibile efficacia sul benessere delle persone.
Per comprendere le ragioni che hanno portato i promotori di LuBeC a ideare questa rassegna tra i sette cantieri della due giorni intitolata “Ri-generazioni culturali” abbiamo parlato con Francesca Velani, curatrice della rassegna nonché vicepresidente e direttrice Cultura e sviluppo sostenibile di Promo Pa Fondazione, la realtà che promuove la manifestazione con la collaborazione e il sostegno del ministero della Cultura.
Francesca Velani – foto Elena Pardini per LuBeC
La premessa per Velani è ricordare che «LuBeC è un evento ma anche un luogo in cui da oltre vent’anni lavoriamo per mettere la cultura al centro delle politiche di sviluppo del Paese. Nasce in un momento in cui gli enti locali stavano affrontando la riforma del Titolo V della Costituzione e si apriva il dialogo con il privato nella gestione del patrimonio culturale».
Per la vicepresidente di Promo Pa Fondazione del resto l’obiettivo è «da una parte promuovere la nascita di politiche culturali che siano fortemente attuali, contemporanee, in linea con l’Europa e dall’altra fornire gli strumenti perché le stesse arrivino alle persone».
La cultura diventi agente trasformativo
Fare della cultura un “agente trasformativo”, ma allo stesso tempo «rigenerare il settore culturale perché c’è il tema di un cambiamento, di una trasformazione in termini di competenze. Perché se è vero che la produzione culturale impatta e determina – dal punto di vista economico, sociale e produttivo – su tanti settori, è vero che la cultura oggi ha bisogno di imparare a fare questo in maniera sempre più professionale e dialogando con gli altri sistemi imprenditoriali, profit e non profit e farlo all’interno di una di un intergenerazionalità collaborativa», sottolinea Velani ricordando come i cantieri aperti a LuBeC tocchino i grandi temi che vanno dall’accessibilità alla partecipazione culturale, dal digitale all’Ai, dalla sostenibilità all’impatto, dalla rigenerazione allo stesso welfare culturale.
Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche. LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.
Puntando l’obiettivo sulla rassegna “Welfare culturale in azione” Francesca Velani ricorda che si tratta di un tema seguito da anni e su cui si sta lavorando con diversi soggetti tra cui le regioni e il Cultural Welfare Center «che ci accompagna in questo cantiere, insieme a tanti enti e organizzazioni del Terzo settore. Due anni fa abbiamo creato con la collaborazione di oltre 600 soggetti, un manifesto per il welfare culturale che focalizza quattro aree di intervento che sono la normativa, la formazione, le reti e la valutazione di impatto. Linee di intervento che affronteremo anche nel convegno del 15 ottobre sul link worker (il facilitatore della prescrizione sociale, ndr.)».
Da progetto a servizio esigibile
Centrale anche una riflessione per comprendere come «il welfare culturale come ambito possa produrre servizi e non solo progetti. In pratica come i progetti piano piano diventano servizi esigibili. E questo vuol dire in sintesi dare sicurezza a tutta la filiera» precisa Velani e sottolinea: «La rassegna di buone pratiche di welfare culturale è un passo in più sul come possiamo aiutare gli operatori culturali sociali e sanitari a capire in concreto cosa significa una pratica di welfare culturale accreditata? Perché quella pratica è durata di più? Perché è diventata un servizio? Oggi è prescrizione sociale, perché c’è stato un processo, ci sono stati gli investimenti, c’è stata una capacità di mettere insieme professionalità diverse ma anche di evolvere quella pratica sui bisogni reali del territorio».
Future Moves, una delle pratiche in rassegna
Le sette esperienze selezionate non sono state pensate per «offrire la spettacolarità dell’esperienza, anche se sarà uno spettacolo partecipare a queste cose e sarà molto bello» quello che interessa è, sottolinea la curatrice della rassegna, «la solidità del metodo e quindi capire facendo. Noi sappiamo che queste pratiche sono destinate agli adolescenti e agli over 65, alle persone con demenza e ai loro caregiver, ai bambini disabili e a chi è in carcere, ma naturalmente chi partecipa alle pratiche durante LuBeC sono gli operatori e gli amministratori».
A Lucca si punterà a promuovere reti e a innestare all’interno del sistema dei servizi pubblici e privati il link worker, «una figura determinante, formata nella conoscenza delle pratiche che ci sono a disposizione, pratiche che però io posso prescrivere e per farlo devono essere certe», accessibili, perché «l’accessibilità è la madre del welfare culturale».
Nell’immagine in apertura Esercizi di ben-essere learning by doing – Foto da ufficio stampa
Se c’è un’alternativa, perché scegliere la salita? Con la fatica abbiamo un rapporto sempre più complicato. Possibilmente va evitata, aggirata, risparmiata. Se poi di mezzo ci sono bambini e adolescenti, sottrarli alle difficoltà può perfino sembrare una forma di cura. Eppure, imparare a faticare, anche fisicamente, è uno degli allenamenti più semplici che abbiamo a disposizione per prepararci alla vita: uscire dalla zona di comfort per esporsi allo sforzo non rende fragili, ma più capaci di sostenerlo. Un po’ come accade alle ossa, che hanno bisogno di essere sottoposte al carico e alle sollecitazioni per rafforzarsi, così anche la capacità di reggere la fatica si costruisce esercitandola.
Alberto Pellai lo dice senza troppi giri di parole nel suo libro Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni (in uscita il 13 ottobre per Mondadori): la fatica è «buona» perché, nel kit di attrezzi dell’educatore, è «un ingrediente necessario e inevitabile nell’allenamento alla vita». Un’affermazione che suona quasi controcorrente in un tempo nel quale, osserva Pellai, la parola che ricorre più spesso quando si parla di giovani è «fragilità».
Il punto, però, non è rimpiangere un passato nel quale i ragazzi avrebbero sopportato tutto senza lamentarsi. Ma chiedersi: che cosa succede se dalla crescita eliminiamo sistematicamente l’attrito? Se davanti a un ostacolo la prima soluzione diventa toglierlo, davanti alla fatica evitarla, davanti alla possibilità di fallire rinunciare a provarci? Insistere sulla necessità di proteggere i ragazzi da un mondo ostile può finire, secondo Pellai, per convincerli che non valga la pena rischiare e faticare. Meglio starne fuori, restare in camera. Eppure «per “correre” su terreni sempre più impervi, non bisogna mai smettere di uscire di casa e incamminarsi nel mondo». Così facendo può succedere, ad esempio, di scoprire di farcela.
Pellai parte da una storia di scuola e di sport, che da il titolo al libro. A un gruppo di studenti viene proposto di partecipare a una corsa campestre di dodici chilometri. Non si offre nessuno. Il dirigente scolastico decide allora di estrarre a sorte dieci partecipanti. Molti ragazzi cercano immediatamente una via d’uscita e chiedono ai genitori una giustificazione; diverse famiglie li assecondano. Non quella di Leonardo, che alla corsa dovrà andarci. Leonardo comincia quindi ad allenarsi. Corre, fa fatica, si prepara. E il giorno della gara, arrivato alla ripida salita finale di cui gli aveva parlato il professore, mentre alcuni compagni non riescono a proseguire nell’affanno, lui scopre qualcosa che fino a quel momento non sapeva di sé: ce la fa. Anzi, se la cava benissimo. Arriva tra i primi dieci della provincia e si qualifica per le regionali. Quella che aveva vissuto come una sfortuna diventa la scoperta delle proprie capacità.
«Se vuoi allenare i muscoli, la resistenza, la capacità di “fare fiato”, devi andare in salita. E allenando questa abilità svilupperai al contempo la percezione di te come capace di affrontare anche future salite, quando magari non ci sarà a disposizione nessuna scorciatoia o nessun percorso in discesa», scrive Pellai. Lo sport, da questo punto di vista, è una formidabile scuola di realtà. Il risultato non arriva immediatamente. Tra il desiderio e la sua soddisfazione si infilano allenamenti, ripetizioni, errori, sconfitte, giornate in cui non si ha voglia. Il corpo, soprattutto, non si lascia convincere dalle buone intenzioni: per correre più a lungo bisogna correre, per diventare più forti bisogna allenarsi, per arrivare in cima bisogna affrontare la salita.
Tutto questo stride con l’ambiente nel quale trascorriamo ormai una parte crescente delle nostre giornate. Anna Lembke, psichiatra alla Stanford University School of Medicine e autrice di L’era della dopamina (ROI Edizioni), osserva come «abbiamo trasformato il mondo, che era caratterizzato dalla scarsità, in un luogo contraddistinto da una traboccante abbondanza». In questo ecosistema, scrive la studiosa, «lo smartphone è una sorta di “ago ipodermico” della contemporaneità che somministra “dopamina digitale”, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a una generazione sempre connessa». Il mondo digitale e i social media moltiplicano le occasioni di ricompensa e rendono particolarmente facile ripetere comportamenti capaci di darci piacere immediato. Citando un’efficace metafora riportata nel suo saggio, Lembke ci ricorda che «siamo dei cactus nella foresta pluviale. E come cactus adattati al clima arido, stiamo annegando nella dopamina».
La fatica funziona secondo una logica temporale diversa. Chiede di sopportare un disagio presente in vista di qualcosa che non c’è ancora. Ed è proprio questo intervallo a renderla educativa, perché permette di fare esperienza del rapporto tra impegno e risultato. Correre in salita significa anche scoprire che il disagio non coincide con il pericolo e che sentirsi incapaci non significa esserlo davvero. Di fronte alla difficoltà è normale «dubitare della propria capacità di riuscire ad affrontarla», scrive Pellai. Il compito dell’adulto non è eliminare quella difficoltà, ma sostenere il ragazzo mentre prova ad attraversarla.
Qui entra in gioco quella che in psicologia viene chiamata autoefficacia percepita, cioè la percezione di essere capaci di affrontare una situazione e produrre un risultato attraverso le proprie azioni. A volte serve anche un adulto che dica, come l’allenatore di Leonardo: «Non mollare. Ti sei allenato bene. Fidati. Vedrai che ce la farai». All’estremo opposto c’è l’«impotenza appresa», concetto sviluppato dallo psicologo Martin Seligman: quando si consolida la convinzione di non avere alcun controllo sugli eventi, si può finire per non provarci più anche nelle situazioni nelle quali l’impegno potrebbe invece fare la differenza. «Quando compare un senso di impotenza appresa», scrive Pellai, «il soggetto perde la dimensione dell’autoefficacia e generalizza tale vissuto a molti altri contesti, smettendo di provarci e di tentare, anche in situazioni nuove in cui l’impegno verrebbe premiato e le sue abilità sarebbero oggettivamente in grado di reggere lo sforzo che viene richiesto».
Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite». ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO
Per affrontare esperienze nuove servono infatti problem solving, gestione delle emozioni e dello stress, capacità di affrontare i conflitti: quelle competenze trasversali che Pellai richiama parlando di life skills. E lo sport offre un terreno particolarmente concreto sul quale esercitarle. Si perde. Si arriva ultimi. Si scopre che qualcuno è più forte. Si deve ricominciare. A volte, invece, dopo aver pensato per settimane «non ce la farò mai», si arriva in cima. Oppure no, ma non sarebbe comunque una catastrofe.
Per questo, secondo Pellai, servono adulti capaci di indicare e presidiare il percorso: abbastanza presenti da sostenere, abbastanza fermi da non rimuovere immediatamente ogni ostacolo. Famiglia e scuola hanno anche il compito di non abbassare continuamente l’asticella nel tentativo di rendere qualsiasi percorso più facile. Perché evitare sistematicamente fatica, limiti e frustrazioni non significa imparare a gestirli. Significa, semmai, rinunciare alle occasioni in cui tensioni ed energie possono trovare un terreno sul quale essere messe alla prova, regolate e incanalate.
Forse per questo la domanda più interessante nella storia raccontata da Pellai non riguarda il preside che obbliga alcuni studenti a partecipare alla campestre. È un’altra: perché, davanti alla possibilità di correre dodici chilometri, non si era offerto nessuno? Pellai mette insieme diverse ragioni. C’è l’ansia performativa dell’«E se poi arrivo ultimo, che figura ci faccio?», un senso più debole di appartenenza alla comunità scolastica — «Perché dovrei andarci io, con tutti quelli che ci sono in questa scuola?» — e anche una più prosaica pigrizia: «Sai che sbatti doversi preparare per partecipare a una gara così impegnativa. Chi me lo fa fare?». Una pigrizia che, se tollerata, osserva Pellai, spingerà sempre più a usare il tempo libero per fare cose «facili, divertenti e fonte di gratificazione istantanea».
Gratificazioni che l’ambiente mette a disposizione con pochissimo sforzo, alimentando un’incessante fuga dal disagio. «Il motivo per cui siamo tutti così infelici potrebbe dipendere dal fatto che stiamo lavorando tanto alacremente per evitare di essere infelici», scrive la psichiatra Lembke. C’è quasi un rovesciamento temporale tra le due logiche. La gratificazione immediata offre il piacere subito e presenta il conto dopo; la fatica chiede di sostenere il costo prima, in vista di una gratificazione che arriverà più tardi. «La scienza ci insegna che ogni piacere esige un prezzo», scrive Lembke. La necessità educativa indicata da Pellai è allora anche quella di imparare che alcune delle esperienze più importanti e gratificanti richiedono tempo, costanza, frustrazione e perfino un po’ di noia. La fatica fisica dello sport ha un vantaggio: rende tutto questo visibile e tangibile. Il fiato corto, le gambe pesanti, la voglia di fermarsi sono reali. Ma reale è anche quello che accade qualche settimana dopo: la stessa salita sembra meno ripida. Non è cambiata la montagna. È cambiato chi la sta salendo.
Foto di Dolomiti Extreme Trail (bambine e bambini al via della corsa in montagna Mini DXT)
Al via “C’entro. La Rete Nazionale degli Youth Advisory Board per la partecipazione attiva”, il progetto finanziato dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nell’ambito del Programma Nazionale Inclusione e Lotta alla Povertà 2021-2027, con il contributo dell’Unione Europea attraverso il Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+). Obiettivo del progetto è rafforzare la partecipazione di ragazze e ragazzi ai processi decisionali che riguardano la loro vita e le loro comunità, dando loro strumenti e opportunità per contribuire concretamente alla definizione di politiche, servizi e iniziative a loro dedicate. Il programma, presentato a Roma, nel corso di un evento da venerdì 9 a oggi 12 ottobre, ha visto protagonisti i membri dello Youth Advisory Board Nazionale (Yab), insieme ai rappresentanti delle istituzioni e dell’Unicef.
L’iniziativa segna una nuova fase del percorso avviato nel dicembre 2021 con la costituzione dello Yab, un gruppo di circa 20 ragazze e ragazzi tra i 14 e i 21 anni, nato per promuovere la partecipazione di adolescenti e giovani nell’ambito della Garanzia europea per l’Infanzia. Con l’avvio di C’entro, questo percorso entra in una nuova fase: il rafforzamento dello YAB Nazionale e lo sviluppo di una rete di Youth Advisory Board locali, connessi tra loro e con le istituzioni a livello locale, regionale e nazionale.
In linea con la Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, e in particolare con l’articolo 12 sul diritto all’ascolto e alla partecipazione, il programma intende promuovere modelli di partecipazione inclusivi e di qualità, con particolare attenzione alle ragazze e ai ragazzi che vivono situazioni di maggiore vulnerabilità. Attraverso percorsi di partecipazione, formazione ed empowerment, ragazze e ragazzi potranno sviluppare competenze, valorizzare talenti e capacità e contribuire alle sfide del territorio attraverso azioni dirette ma anche nel confronto con le istituzioni e la società civile. L’obiettivo è costruire un sistema stabile di dialogo tra adolescenti e istituzioni, affinché il loro punto di vista possa incidere concretamente sulle decisioni e favorire la realizzazione di politiche e servizi più rispondenti ai loro bisogni.
Youth Advisory Board, ieri e oggi
L’evento di lancio è stato anche un’occasione per ripercorrere la storia dello Youth Advisory Board, presentare i nuovi membri nazionali e le coordinatrici e i coordinatori locali di Brescia, Catania, Milano, Palermo, Rieti e Roma, e avviare un confronto sul ruolo delle ragazze e dei ragazzi nella trasformazione del futuro e nella crescita del Paese. Il programma è stato caratterizzato da diversi momenti di confronto su tematiche care ai giovani, attività di gruppo, progettazione condivisa di strumenti che guideranno i lavori dei prossimi mesi.
«La partecipazione è davvero tale solo se include tutti. “C’entro” nasce per dare voce anche a chi oggi fatica a farsi ascoltare: ragazze e ragazzi che vivono in contesti difficili o che hanno meno opportunità rispetto ai loro coetanei e le loro coetanee e che proprio per questo hanno uno sguardo prezioso su ciò che funziona e ciò che va cambiato. Le loro idee e le loro proposte sono fondamentali per rendere le scelte che li riguardano più efficaci e di maggiore impatto», dichiara Nicola Dell’Arciprete, coordinatore Unicef in Italia.
Nei prossimi anni, C’entro contribuirà a rafforzare la partecipazione giovanile ai processi decisionali, promuovere modelli inclusivi e sviluppare un modello di partecipazione documentato e replicabile, in grado di contribuire agli obiettivi della Garanzia infanzia e del Programma nazionale inclusione e lotta alla povertà.
C’è qualcosa, nelle iniziative di welfare aziendale e sociale di Acqua Sant’Anna, che richiama l’Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi conosce un po’ la storia industriale del nostro Paese sa quanto le idee di Adriano Olivetti fossero all’avanguardia e quanto quel modello di attenzione e cura per le persone resti, ancora oggi, un riferimento raro in un capitalismo spesso orientato al solo profitto. Molto di quello spirito sembra perduto, oppure ridotto a pratiche di moral washing. Proprio per questo vale la pena raccontare le realtà che continuano a investire sul sociale in modo concreto, e senza troppo clamore. Acqua Sant’Anna, l’azienda di acque minerali con sede a Vinadio, in provincia di Cuneo, è una di queste. Ne abbiamo parlato con Cristiana Genta, responsabile della comunicazione dell’azienda e promotrice, in più di un’occasione, di iniziative pensate per migliorare la vita dei dipendenti e sostenere progetti di interesse collettivo.
Che cosa farà Acqua Sant’Anna questo ottobre?
Ottobre è tradizionalmente il mese dedicato alla prevenzione dei tumori femminili. Abbiamo scelto di tradurre questa attenzione in un’iniziativa molto concreta rivolta alle nostre dipendenti: offriremo gratuitamente, direttamente in azienda, visite ginecologiche e Pap test, così da rendere la prevenzione più semplice e accessibile.
L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio, che abbiamo avviato già a settembre sostenendo come partner la serata di raccolta fondi organizzata al Ranch delle Donne di Nichelino da Acto Piemonte, l’Alleanza contro il tumore ovarico e i tumori ginecologici.
Sono iniziative che proseguono da qualche anno. Quante persone avete coinvolto da quando avete cominciato?
Nel corso degli anni abbiamo coinvolto centinaia di persone, con iniziative rivolte alle nostre collaboratrici e ai nostri collaboratori, alle loro famiglie e, più in generale, al territorio.
Penso per esempio al progetto “Mammografia ed Ecografia Gratuita”, realizzato insieme a WelfareCare, che ha portato una clinica mobile (foto di apertura) negli stabilimenti di Vinadio e Orbassano e ha permesso alle nostre collaboratrici di fare gratuitamente esami di prevenzione. Oppure a “Un Baffo per la Ricerca”, promosso con la Fondazione Ricerca Molinette, grazie al quale abbiamo offerto ai collaboratori uomini visite di prevenzione per la salute della prostata e dei testicoli.
A queste iniziative si aggiungono i servizi di supporto psicologico, nutrizionale e finanziario messi a disposizione dei dipendenti e il sostegno a realtà del territorio come il Ranch delle Donne e Acto Piemonte.
Più del numero in sé, però, per noi conta la continuità di questo impegno: la prevenzione non dovrebbe essere un appuntamento occasionale, ma diventare un’abitudine.
Perché un’azienda commerciale dovrebbe occuparsi del bene comune?
Perché un’azienda non vive separata dal contesto in cui opera: è fatta di persone, famiglie, comunità e territorio. Per questo riteniamo che occuparsi del benessere delle persone e del territorio significhi anche costruire le condizioni per una crescita solida e duratura dell’impresa.
Naturalmente un’azienda deve produrre valore economico, ma oggi questo non può essere l’unico parametro con cui misurare il proprio impatto. C’è anche una responsabilità verso le persone e le comunità con cui si entra ogni giorno in relazione.
Cristiana Genta (foto di Silvano Pupella)
Per Sant’Anna, quindi, la responsabilità sociale non è un’attività separata dal modo di fare impresa: è qualcosa che cerchiamo di tradurre in iniziative concrete, continuative e coerenti con i nostri valori.
Il bene comune, qui, ha un aspetto molto concreto, perché è localizzato e si rivolge ogni volta a un segmento preciso della cittadinanza…
Sì, ed è proprio l’aspetto a cui teniamo di più. Preferiamo intervenire su bisogni concreti, individuando di volta in volta le persone che possiamo aiutare e il modo più efficace per farlo.
Essere legati a un territorio significa anche conoscerne le esigenze. Per questo cerchiamo di costruire iniziative che abbiano una ricaduta reale sulle persone che lavorano con noi, sulle loro famiglie e sulle comunità che ci sono vicine.
Il filo rosso che lega le tante attività di questi anni è la prevenzione. Perché proprio la prevenzione? C’entra il modo in cui l’azienda vuole che sia percepito il marchio?
La prevenzione è prima di tutto una scelta di responsabilità. Intervenire prima significa aiutare le persone a prendersi cura della propria salute e, in molti casi, aumentare le possibilità di individuare per tempo eventuali problemi.
Per un’azienda come Sant’Anna, che da sempre parla di idratazione e di benessere quotidiano, è naturale avere una sensibilità particolare verso questi temi. Ma non vorremmo che queste iniziative fossero lette come un’estensione della comunicazione di prodotto.
La nostra ambizione è piuttosto trasformare valori come l’attenzione alla persona e il benessere in comportamenti concreti, mettendoli a disposizione di chi lavora con noi e delle comunità in cui siamo presenti.
Torniamo al moral washing. Per molte aziende l’impegno a ridurre l’impatto ambientale e a favorire l’inclusione è serio, non di facciata. Ma non è vero che ormai le persone guardano a queste iniziative con sospetto, come a semplici operazioni di marketing?
Sì, questo rischio esiste, e credo sia anche comprensibile. Negli ultimi anni abbiamo visto moltissima comunicazione legata alla sostenibilità, all’inclusione e alla responsabilità sociale, e inevitabilmente le persone sono diventate più attente a distinguere le dichiarazioni dai comportamenti.
Per questo credo che la risposta migliore stia sempre nei fatti: continuità, concretezza e capacità di misurare ciò che si fa. Una singola campagna può attirare l’attenzione, ma è la coerenza delle scelte nel tempo a costruire credibilità.
Nel nostro caso significa lavorare su più fronti contemporaneamente: dall’innovazione dei materiali e della logistica alle iniziative di welfare, dalla prevenzione sanitaria al sostegno alle realtà del territorio.
Non pensiamo che un’azienda debba raccontarsi perfetta. Pensiamo piuttosto che debba dimostrare, con le scelte di ogni giorno, di prendere sul serio le responsabilità che si assume.
Da dove, o da chi, nasce la volontà di impegnare il marchio Sant’Anna in attività non profit, rivolte al bene comune?
Nasce dalla cultura imprenditoriale costruita da Alberto Bertone, fondatore di Acqua Sant’Anna, scomparso prematuramente nel novembre 2025. Aveva una concezione dell’impresa molto legata alle persone e al territorio e guardava con particolare attenzione a un modello di ispirazione olivettiana, in cui l’azienda non fosse soltanto un luogo di produzione, ma anche una comunità.
Questa sensibilità è rimasta parte della cultura di Sant’Anna. Significa cercare di coniugare la crescita dell’impresa con la responsabilità verso chi ci lavora e verso il territorio in cui operiamo.
È un’eredità che sentiamo molto forte e che cerchiamo di mantenere viva non con dichiarazioni di principio, ma con iniziative concrete: dal welfare aziendale alla prevenzione, fino al sostegno alle realtà che ogni giorno lavorano per rispondere ai bisogni della comunità.
Scendo dal tram della linea T2, che dalla stazione Firenze Santa Maria Novella in dieci minuti mi ha portato davanti al centro commerciale San Donato, nel quartiere Novoli. Superato il cortile, con la scala mobile salgo al primo piano. Mancano pochi minuti alle 14, il centro per adolescenti e giovani apre a quell’ora. Due ragazzi aspettano che si apra la porta a vetri dell’ingresso color acqua marina. «Noi, dopo la scuola, veniamo tutti i giorni qui», mi dicono. Continua il viaggio di VITA dentro “DesTEENazione – Desideri in Azione”, un’iniziativa promossa dal mnistero del Lavoro e delle Politiche sociali che finanzia spazi multifunzionali in tutta Italia. Quello di Novoli è uno dei 100 luoghi aggregativi di nuova generazione (per ora, quelli attivi sono 55) dedicati ad adolescenti e ragazzi dagli 11 ai 21 anni. Il centro di Firenze è stato il primo ad aprire, il 22 ottobre 2025,. Ed è l’unico che si trova dentro un centro commerciale.
Ad accogliermi, in un grande salone “abitato” da gigantesche installazioni artistiche, c’è Marco Sabadini, coordinatore strategico e programmatico di DesTEENazione Firenze. «In Toscana, oltre a questo centro, ce ne sono altri quattro: Prato, Empoli, Arezzo, San Giovanni Valdarno. Sta per aprire il sesto della regione, a Livorno. A un anno di distanza dall’apertura noi siamo molto contenti perché nel primo semestre ci sono stati una media di 74 ingressi giornalieri. Il quartiere 5 (Rifredi) è quello con il più alto numero di ragazzi della città». Lo spazio è aperto dal lunedì al venerdì dalle ore 14 alle 19 e il sabato dalle ore 10 alle 13 e dalle 14 alle 19. «I ragazzi e le ragazze iscritte sono circa 600, di cui 230 sono arrivati solo nell’ultimo trimestre».
«Il progetto è aperto a tutti. Abbiamo ragazzi che si iscrivono liberamente nel momento in cui gli arriva la proposta, altri che hanno storie difficili e che prima di iscriversi hanno bisogno di capire se si possono fidare. Nel rispetto della loro situazione e in qualità di educatori ed educatrici abbiamo deciso di dare loro il giusto tempo per sentirsi parte di questo posto. Noi li conosciamo, sappiamo il nome e cognome, le prime volte permettiamo loro di frequentare il centro senza iscrizione formale: vogliamo dare anche a loro la possibilità di usufruire di tutte le opportunità che qui trovano», continua Sabadini. «Ci sono cose che per noi sono scontate, ma per alcune storie di vita non lo sono affatto. L’importanza del progetto DesTEENazione è anche accogliere chi ha bisogno di trovare una strada, ma allo stesso tempo è spaventato da questa stradaperché nessunolo ha accompagnato adeguatamente nel percorso di crescita».
Il cortile del centro commerciale San Donato, al primo piano c’è DesTEENazione di Firenze
La programmazione? Condivisa con il comitato di consultazione dei beneficiari
Se all’inizio le attività erano decise dai vari gruppi di lavoro del centro, «ora solo una minima parte di essa è organizzata dagli educatori, per il resto condividiamo la nostra programmazione trimestrale con il Comitato di consultazione dei beneficiari, per promuovere il protagonismo. Riceviamo anche molte proposte dal territorio, ad esempio la Polizia municipale ci ha chiesto di fare dei laboratori di educazione stradale proprio all’interno di DesTEENazione», prosegue Sabadini. Ogni proposta è condivisa col Comitato di consultazione e insieme si decide se e quando svolgere l’attività. Quotidianamente c’è un’offerta standard, «che va dai giochi da tavola ai laboratori, ad esempio di fumetto. Poi c’è l’affiancamento allo studio, la sala registrazione e quella videogiochi. Sta funzionando tantissimo il gamer, l’educazione all’uso consapevole dei videogiochi, è un’attività che all’inizio facevamo una volta a settimana ma che ora c’è tutti i lunedì, mercoledì e venerdì. È molto partecipata».
Relax nella Sala Chill, progettata dai ragazzi
Nella Sala Chill si svolgono attività di rilassamento e di condivisione: «È un prodotto della linea “Get up”, che prevede progetti con le scuole. I ragazzi del liceo scientifico Leonardo da Vinci di Firenze hanno costruito questa stanza, decidendo di dedicarsi a questa progettualità dopo un sondaggio fatto tra i loro coetanei su cosa avrebbero voluto trovare all’interno di questo spazio. Tutti hanno chiesto una stanza dove potersi rilassare. Hanno scelto il nome della sala, hanno deciso l’arredamento e l’hanno costruita con bancali che sono stati trattati e dei grandi cuscini». In un angolo c’è una libreria «con dei libri donati da un negozio presente nel centro commerciale. Il lavoro di rete è sempre fondamentale».
Le voci di chi vive lo spazio
Nella Sala Chill incontro Patrick, Paolo e Piero. Sono amici. «Vengo qui da un anno, gioco a ping pong e a giochi da tavolo con i miei amici, insieme ad un educatore», dice Patrick, 14 anni. Perché gli piace frequentare il centro? «Perché non c’è mia madre e perché mi diverto. Vado in una scuola qui vicino, vengo tre volte a settimana». «Fare nuove amicizie, stare con i miei amici, giocare a ping pong sono le cose che amo di più di DesTEENazione. In questi mesi ho seguito i laboratori di uncinetto e di ceramica emotiva», aggiunge Paolo, 14 anni, al primo anno della scuola secondaria di secondo grado. «Riesco a gestirmi il tempo dello studio. Spesso vengo un po’ qui a svagarmi, poi vado a casa a studiare». «In questo centro mi piace stare con gli amici. Non riesco a studiare perché conosco tutti e non mi concentrerei», dice Piero, 12 anni, che fa parte della Consulta. «Ci incontriamo ogni 15 giorni, facciamo brainstorming e discutiamo delle idee e delle proposte da realizzare nello spazio. Voglio essere coinvolto in questo luogo, che sento un po’ mio».
Patrick, Paolo e Piero nella sala chill
Nel salone, seduto davanti al suo computer, c’è Mohammed. Anche lui fa parte della Consulta. Ha 16 anni, frequenta il terzo anno dell’Istituto superiore Meucci, studia Informatica e Telecomunicazioni. «Vengo qui dall’apertura. Questo posto, dai primi mesi che lo frequento, l’ho sempre sentito come parte della mia vita. Ci passo ore, ogni giorno. Già prima di far parte della Consulta dicevo cosa, secondo me, si poteva migliorare di questo luogo. Di DesTEENazione mi piace che noi giovani ci possiamo aggregare, c’è un “ecosistema” di ragazzi.Entri qui, ti senti a tuo agio e capisci, se parli con qualcuno, che puoi veramente esprimerti. Nelle scuole non c’è questa gran possibilità di esprimere la tua opinione. Non è colpa delle scuole, che hanno tanti studenti e che seguono un loro “codice”, ma questo posto è diverso: è aperto, non ci sono compiti, puoi anche sederti e non fare nulla. Ho trovato nuovi amici, mi trovo bene anche con le persone che ci lavorano», continua Mohammed. «Ho fatto tanti laboratori, quello che mi è piaciuto di più è stato un incontro dedicato alla partecipazione attiva, durante il quale abbiamo compilato un questionario con domande relative a cosa ci piace e non piace di DesTEENazione, cosa vorremmo migliorare del quartiere. Ho proposto di abbellire il palco, che è spoglio, e di continuare a rifornire la sala videogiochi, uno dei “fiori all’occhiello” di questo posto, con tanti pc per giocare, anche insieme».
Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite». ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO
Esaudire i bisogni dei ragazzi, ma a volte anche dei genitori
In un anno sono tante le attività organizzate. «Dalla giornata dello sport indoor al laboratorio di scacchi, in collaborazione con l’Accademia scacchistica Fiorentina e organizzato insieme alla Società della Salute, per coinvolgere anche i ragazzi e le ragazze con disabilità, è stato un modo per avvicinarli allo spazio», racconta Sabadini. «In contemporanea, i genitori si ritrovavano nella stanza accanto con gli psicologi. Hanno creato un gruppo di “parola”, che ha portato ad un incontro fisso: ogni volta che c’era il laboratorio dei figli, le famiglie si incontravano. Stiamo cercando di riproporlo. Noicerchiamo di esaudire quelli che da progetto vengono chiamati “desideri in azione”, che alle volte sono dei bisogni adolescenziali che devono trovare uno sfogo, un ascolto».
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In mezzo alle installazioni artistiche
Prima di DesTEENazione, questo luogo di quasi 1.300 metri quadrati, cosa era? «Lo spazio, di proprietà del Comune di Firenze,veniva utilizzato per mostre d’arte», prosegue Sabadini. Infatti, ci sono delle bellissime installazioni nel salone del centro. Questo non è uno spazio solo per il divertimento. «La sala accanto è dedicata al sostegno allo studio, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì e anche il sabato mattina».
Qui Sara sta studiando insieme ad un’operatrice. La scorsa estate il centro non ha mai chiuso, «nel pomeriggio venivano i ragazzi più grandi, la mattina quelli delle medie che venivano a studiare e a fare il laboratorio di fumetto». Sabadini racconta: «Un sabato abbiamo raggiunto 170 presenze: sono uscito dalla stanza e il salone era pieno di gruppi di ragazzi. È stato bello vedere così tanti ragazzi, abbiamo deciso di gestire questi numeri dando vita a più laboratori, che ci permettessero di gestire al meglio il rapporto educatori-utenti, senza correre il rischio di implodere».
L’importanza della location
Il fatto di essere in un centro commerciale «aiuta, prima di tutto, perché è un luogo frequentato e visibile», prosegue Sabadini. «Un altro aspetto positivo è che molte persone che lavorano qui sono comodi a lasciare i figli e poi venire a riprenderli. Inoltre, ci sono molte scuole intorno, quando i ragazzi escono è spontaneo ritrovarsi qui».
Non uno spot, un servizio psico-pedagogico vero e proprio
Nel centro lavorano 27 persone. «In questo anno abbiamo cercato di dare forma al servizio, in modo che la cittadinanza riconosca DesTEENazione non come uno spot, ma come un servizio psico-pedagogico vero e proprio». Tra i servizi offerti, «abbiamo dato vita a dei laboratori per le famiglie il sabato mattina con gli psicologi della linea 4 del progetto, che si occupa del sostegno genitoriale. Sono stati molto partecipati, con circa 30 presenze. Ci sono stati utili per creare uno sportello al quale i genitori, singolarmente o in coppia, si sono potuti rivolgere per chiedere suggerimenti, rispetto alla gestione della relazione con il figlio adolescente».
«Quest’anno è stato faticoso, siamo molto stanchi, ma anche molto contenti. La soddisfazione viene dalla frequenza dei ragazzi, molti vengono tutti i giorni: se si trovassero male qui, non tornerebbero», sottolinea Lotar Sanchez, coordinatore tecnico di DesTEENazione Firenze. «In questo quartiere vivono molti ragazzi con background migratorio, c’è un numero elevato di centri di accoglienza per minori stranieri non accompagnati, tanti vengono qui». Sanchez sottolinea come nel centro arrivino ragazzi con tanti tipi di bisogni e di vissuti: «C’è il giovane che ha avuto problemi con la giustizia e che timidamente si affaccia per vedere di cosa si tratta e c’è la ragazza che ha un podcast pronto (ad esempio, a tema intelligenza artificiale) e vuole registrarlo». Nel centro si possono fare delle registrazioni, che vengono caricate sulla pagina Spotify di DesTEENazione Firenze. C’è una sala apposita, in questo momento c’è ai microfoni Omar, 17 anni.
Un ragazzo ha un’idea? La nostra risposta è sempre “sì”
«Dobbiamo tutti i giorni trovare strategie diversificate, con le risorse umane di cui disponiamo. E dobbiamo anche trovare, tra le varie linee del progetto, le collaborazioni che siano funzionali al ragazzo o alla ragazza, se qualcuno ha problemi di sostegno allo studio, di marginalità, di uno spazio per dare sfogo alla propria creatività», prosegue Sanchez. È capitato più volte che un ragazzo o una ragazza ci portassero un’idea che non sapeva come realizzare. La nostra prima risposta è sempre “sì”: poi vediamo come fare. Ci attrezziamo a 360 gradi per poter rispondere a tutti gli input che arrivano da loro: finora è stata una sfida lunga un anno, tante ce ne aspettano».
Ilaria Dioguardi mentre intervista Marco Sabadini, all’ingresso del centro DesTEENazione di Firenze
Orientamento scolastico e tirocini
«Mi occupo dell’avvicinamento dei ragazzi a tirocini di inclusione lavorativa, li supporto nella scelta e nell’avvio a questa attività», dice Federico Bleynat, orientatore professionale e scolastico, che fa parte della Linea 6 del progetto, dedicata ai tirocini formativi e di inclusione sociale retribuiti. «Preparo i ragazzi e le ragazze per quanto riguarda l’aspetto psicoemotivo e anche per quelli tecnico e legale. In quasi un anno ho fatto colloqui a più di una trentina di giovani. Mi occupo anche di orientamento scolastico, alcuni ragazzi sono passati da me per consigli o valutazioni di quello che stavano facendo o di quello che volevano fare, non erano strettamente colloqui legati all’obiettivo del tirocinio».
«Ciascun percorso è differente. Ognuno ha i propri bisogni, le proprie capacità e le proprie difficoltà. Quando i ragazzi arrivano da me, innanzitutto li ascolto: tramite un ascolto attivo si può capire meglio come lavorare con loro. Sono loro stessi che riescono a riconoscere i propri punti di forza e di debolezza. Soprattutto per la parte dei tirocini, mi avvalgo delle competenze dei colleghi psicologi con cui possiamo affrontare un momento di ansia, magari nel giorno prima del tirocinio, piuttosto che valorizzare un avvenimento particolarmente positivo e bello», continua Bleynat. Per quanto riguarda il percorso scolastico, c’è la linea del progetto dedicata, «e la collaborazione è veramente a tutto tondo nell’interesse dei beneficiari».
Il grande coinvolgimento del Terzo settore
Il progetto DesTEENazione Firenze è realizzato dalla Società della Salute di Firenze, con la collaborazione e il supporto del Comune il coinvolgimento, per la co-progettazione e la gestione delle attività, dei seguenti enti del Terzo settore costituiti in associazione temporanea di scopo (Ats): il consorzio Co&So (capofila dell’Ats), con la cooperativa sociale consorziata Il Girasole; il Consorzio Metropoli, con le cooperative sociali consorziate Cat e Cepiss; l’associazione Piazza San Donato e l’associazione AltVibe.
La viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci, all’inaugurazione del centro il 22 ottobre 2025
«Il centro si trova in un luogo sensibile della città, che ha tutte le caratteristiche, le potenzialità per dare modo al programma DesTEENazione di evolvere e di consolidare il suo ruolo e la sua funzione all’interno di Firenze», dice Nicola Paulesu, assessore al Welfare, Accoglienza, Integrazione e Casa del comune di Firenze. «È stato scelto un quartiere tra i più popolati della nostra città, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. È stato sin da subito molto frequentato, ciò per noi ha un grande valore, nell’ambito di un piano di interventi per i giovani che vivono, in questa fase storica, una forte difficoltà nell’avere occasioni di socialità e luoghi che facilitano la ricostruzione di una comunità educativa. Il centro è una risposta non solo per i giovani, ma per tutta la popolazione, nel momento in cui costruisce un welfare di comunità basato sulla rete di servizi che la nostra città può esprimere e che lì trovano un collettore, una facilitazione di espressione».
Il progetto è triennale. E poi?
Il progetto nazionale prevede un investimento triennale. «Il nostro obiettivo è quello di sostenerlo. C’è tutta l’intenzione di dare continuità ai servizi e alle attività che si realizzano in quello spazio. Bisognerà cercare di capire come costruirlo, come mantenerlo, come sostenerlo anche da un punto di vista economico. Ma la “cifra” del nostro contesto territoriale ci mette nelle condizioni di dire che quella rete che si sta costruendo intorno al centro DesTEENazione sarà la stessa rete associativa che, una volta terminata la sperimentazione e, quindi, la triennalità del progetto finanziato, dovrà continuare a lavorare per mantenere in vita il centro con le stesse caratteristiche attuali. Speriamo che ci saranno altre linee di finanziamento che ci aiuteranno a portare avanti le attività», prosegue Paulesu.
«C’è tutto l’interesse della nostra città a continuare a investire nelle politiche giovanili che sono strategicamente uno dei segmenti del sistema dei servizi sociosanitari territoriali, che ci mettono nelle condizioni di lavorare anche in prevenzione e promozione della salute. Metteremo a frutto tutto quello che è stato fatto e che si farà in questi anni, anche in termini di capacità e competenze organizzative, e andremo avanti».
Tutti i nomi dei ragazzi sono di fantasia. Le foto sono di Ilaria Dioguardi, tranne la foto di apertura (da DesTEENazione Firenze) e l’ultima dell’inaugurazione con la viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci (da ufficio stampa assessore Nicola Paulesu)
La chiamano “scelta responsabile” o “sconfinamento”. Qualcuno la definisce “leva strategica” e altri osservano senza sentirsi ancora pronti. Il social procurement o approvvigionamento sociale è l’approccio messo in atto da un’organizzazione pubblica o privata quando decide di utilizzare il proprio potere d’acquisto non soltanto per ottenere beni e servizi, ma anche per generare un impatto sociale. Si può tradurre in più azioni: nella scelta dei fornitori (quando l’azienda acquista prodotti e servizi da imprese o cooperative sociali, realtà del Terzo settore o aziende che favoriscano l’inclusione lavorativa o abbiano una missione di impatto sociale) ma anche nella stesura di un bando (quando un ente inserisce clausole sociali nei processi di selezione delle forniture). Attenzione: il principio economico del miglior rapporto qualità-prezzo resta sempre valido, ma si integra anche il criterio della capacità di produrre un valore aggiunto per la collettività.
In Piemonte esiste già una casa comune del social procurement. È nata a giugno 2024 in seno a Torino Social Impact, la rete che coinvolge oltre 450 partner per promuovere l’economia sociale, e ha preso la forma di un portale sperimentale per favorire il potenziale di collaborazione ancora inespresso tra imprese profit e organizzazioni non profit. Oggi quel progetto è maturo per compiere un passo di consapevolezza in più. O meglio, due.
Una sperimentazione sul campo
«A maggio e giugno scorso, abbiamo avviato due percorsi, rivolti rispettivamente al settore pubblico e a quello privato, che ci consentono di sviluppare una sperimentazione sul campo», spiega RaffaellaScalisi, advisor di Torino Social Impact. «Dopo due anni di divulgazione e formazione, abbiamo capito quanto sia fondamentale per le imprese sociali dialogare direttamente con le aziende ed entrare nelle logiche del procurement, una funzione cruciale caratterizzata da processi, procedure e strumenti gestionali molto strutturati. Pensare che basti invitare le aziende ad avvicinarsi al social procurement sarebbe ingenuo: bisogna comprenderne i meccanismi e conoscere il linguaggio».
Si parla spesso della difficoltà delle imprese sociali nel dialogare con il mercato profit, ma non è solo questo il punto: «Non basta preparare le imprese sociali, occorre anche costruire un confronto con le aziende, intercettarne le esigenze e le modalità operative. Per questo siamo molto contenti che Unione Industriali abbia scelto di accompagnarci in questo percorso di collaborazione, sostenuto dalla Camera di commercio e dalla Fondazione Compagnia di San Paolo».
Social procurement pubblico
Il percorso nasce nell’ambito del Piano per l’Economia sociale Torino 2030 come laboratorio territoriale, in collaborazione con il progetto europeo Proseco, di cui Torino Social Impact e la Città di Torino sono partner. «La sperimentazione è rivolta a tutte le stazioni appaltanti, pubbliche amministrazioni, enti strumentali, società partecipate, università e centrali uniche di committenza interessate a integrare appalti sociali, clausole sociali e criteri premiali di impatto sociale nelle proprie procedure di acquisto», prosegue Scalisi. «È un tema complesso, applicabile a diverse tipologie di procedure. Richiede la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le opportunità offerte dal mercato e i requisiti richiesti, perché vincoli eccessivi rischiano di ridurre il numero degli operatori disponibili e di rallentare l’attività della pubblica amministrazione. È un aspetto importante, su cui ci concentreremo, tenendo conto anche della revisione del quadro normativo sugli appalti, avviato dalla Commissione europea per valorizzare maggiormente la sostenibilità sociale nelle procedure pubbliche».
Il nostro Codice mette già a disposizione diversi strumenti: «L’obiettivo è approfondirne la conoscenza per utilizzarli al meglio, con il supporto di giuristi ed esperti di impatto sociale, affinché il social procurement diventi una pratica ordinaria e non un esperimento isolato. Dall’altro lato, puntiamo a promuovere il confronto tra i soggetti responsabili delle procedure, creando occasioni di collaborazione per individuare insieme le modalità più efficaci di applicazione della normativa».
L’iniziativa si articola in tre fasi, suddivise in quattro incontri tra la fine del 2026 e il primo semestre del 2027. Tra un incontro e il successivo è previsto un accompagnamento individuale da parte del team di progetto, che coinvolge diversi esperti: Sergio Foà, docente di Diritto pubblico all’Università di Torino, la ricercatrice Valentina Galliano e Tommaso Tropeano, research fellow del Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact.
E privato
«Per il social procurement privato, entreremo direttamente nelle aziende», spiega Scalisi. «Dopo un primo confronto più ampio, tre aziende (Xori Group, Comau e Italgas, nda) hanno scelto di proseguire in tutte le fasi del percorso. Si tratta di un gruppo ristretto, selezionato da Unione Industriali sulla base di una sensibilità già maturata sul tema, una propensione a svilupparlo e una significativa capacità industriale e di acquisto. In queste settimane si svolgeranno i primi incontri di initial development: tre ore dedicate a ciascuna azienda, a partire da una valutazione iniziale. Per ogni fase è prevista una checklist di domande elaborata a partire dalla letteratura scientifica sulle partnership tra profit e non profit, nell’ambito di una ricerca condotta dal Politecnico di Torino e con il contributo di una dottoranda per monitorare e verificare sia gli aspetti esecutivi sia quelli relazionali, valutandone l’impatto».
Uno dei focus group realizzati a maggio nell’ambito delle attività di Torino Social Impact sul social procurement.
L’obiettivo in questo caso è quello di sviluppare e testare modelli di collaborazione tra imprese profit e imprese sociali capaci di generare valore economico, organizzativo e sociale in modo concreto. «Non si tratta soltanto di divulgazione o formazione, ma di una vera e propria analisi della supply chain per l’individuazione di ambiti di fornitura adatti al social procurement e della conseguente modellizzazione dello strumento all’interno delle procedure aziendali. Le imprese partecipanti saranno accompagnate da un gruppo di esperti attraverso un percorso personalizzato.
Per Luca Rollino, ceo di Xori Group, si tratta di «un’opportunità di valore strategico. Crediamo che la competitività passi dall’innovazione della supply chain e dalla capacità di generare un impatto reale sul territorio. Grazie a questa collaborazione, rafforziamo il nostro percorso Esg integrando le imprese sociali nei processi di acquisto per trasformarli in una leva di valore condiviso». Gli esperti coinvolti in questo caso sono sei: Alessandra Quarta, docente di Diritto privato all’Università di Torino, Tommaso Tropeano, research fellow al Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact, Francesca Montagna, docente in Ingegneria gestionale e della produzione del Politecnico di Torino e tre tre membri dell’associazione Manager non profit (Giulio Prandi, Maurizio Natta e Giacomo Vessia).
In apertura, uno dei due focus group che realizzati da Torino Social Impact nell’ambito delle attività sul social procurement. Le fotografie sono state fornite da Torino Social Impact
Su VITA ne scriviamo da anni, e ogni volta che torniamo sulla non autosufficienza il punto di partenza è lo stesso: di come assistere un genitore anziano che perde autonomia si parla di continuo in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, mentre nel confronto sulle priorità del Paese la questione occupa uno spazio marginale, del tutto sproporzionato rispetto al peso che ha nella vita delle persone.
I numeri, del resto, lasciano pochi margini di interpretazione. Secondo l’Istat gli anziani non autosufficienti in Italia sono circa quattro milioni; se a loro si aggiungono i familiari che li assistono e chi lavora nella cura, le persone coinvolte arrivano a circa dieci milioni. Nei prossimi dieci anni gli ultraottantacinquenni, cioè la fascia d’età in cui la perdita di autonomia è più frequente, cresceranno del 30%. È difficile trovare un’altra questione sociale che tocchi così tante persone e che chieda alle famiglie, spesso per anni, un impegno altrettanto intenso.
In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine. LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER
Dietro queste cifre c’è un’esperienza che chiunque l’abbia attraversata riconosce. Quando un genitore perde autonomia, poco alla volta oppure all’improvviso dopo una caduta o una malattia, l’assistenza diventa un lavoro di regia che ricade quasi per intero sulla famiglia: bisogna capire a chi rivolgersi, trovare un’assistente familiare, tenere insieme visite, prestazioni sanitarie e aiuto quotidiano. Un figlio cambia i propri orari di lavoro, un altro che vive lontano prova a organizzare tutto al telefono, e quando gli aiuti pubblici non bastano la cura non scompare, ma si scarica sul tempo, sul lavoro e sui risparmi di chi resta.
È proprio questa regia, oggi improvvisata e solitaria, il nodo da sciogliere. Per accedere a servizi e sostegni un anziano affronta in media cinque o sei valutazioni diverse, perché Inps, servizi sanitari e Comuni procedono ciascuno per conto proprio. Chi ha ricevuto assistenza sanitaria a domicilio nel 2023 ne ha avute in media 14 ore nell’intero anno, poco più di un’ora al mese. E quando restare a casa non è più possibile si scopre che, secondo una stima di Franco Pesaresi, a fronte di circa 266mila posti letto per anziani non autosufficienti ci sono circa 243mila persone in lista d’attesa.
Quattro misure e un miliardo: cosa chiede il Patto
Il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza è nato nel 2021 dalla scelta di organizzazioni che fino ad allora avevano lavorato separatamente di unire le forze, e oggi ne riunisce 61: associazioni di anziani, familiari e pensionati, realtà del Terzo settore, professionisti, soggetti che gestiscono servizi. In vista della legge di bilancio 2027 ha messo nero su bianco quattro proposte, ciascuna legata a un momento preciso del percorso che le famiglie conoscono bene.
Ottenere gli aiuti senza ricominciare da capo. Collegare le procedure di Inps, servizi sanitari e Comuni, così che, una volta conosciuta la situazione dell’anziano, siano i servizi a condividere le informazioni e a coordinare gli interventi, invece di chiedere alla famiglia di raccontare ogni volta la stessa storia a uno sportello diverso.
Un’assistenza a casa pensata per la non autosufficienza. Un servizio pubblico domiciliare che tenga insieme interventi sanitari, sociosanitari e sociali, che parta dalla condizione complessiva della persona anziché da singole prestazioni cliniche, che si adatti nel tempo al cambiare dei bisogni e che sostenga con consulenza e formazione i familiari e le assistenti familiari.
Più posti in struttura e una qualità all’altezza. Aumentare progressivamente i posti pubblici o convenzionati e aggiornare gli standard di assistenza, intervenendo sul numero e sulle competenze degli operatori, sull’organizzazione delle attività e sugli ambienti di vita, in strutture chiamate sempre più spesso a rispondere ai bisogni legati alla demenza.
Un’indennità di accompagnamento modulata. Il principale sostegno economico dello Stato alle persone non autosufficienti ha oggi lo stesso importo per tutti, che nel 2026 è di 551,53 euro al mese per 12 mensilità, come stabilito dall’Inps. La stessa cifra arriva così a chi ha bisogno di qualche ora di aiuto e a chi richiede assistenza giorno e notte, una somma che in questo secondo caso copre solo una piccola parte del costo di un’assistente familiare. Il Patto propone di graduarla per dare di più a chi ha maggiori necessità di assistenza e per premiare chi assume regolarmente un’assistente familiare.
Per avviare queste misure servono circa un miliardo di euro aggiuntivi nel 2027. Non è una cifra trascurabile, e va pesata insieme alle altre priorità della manovra, ma va letta alla luce del ritardo storico che lo Stato italiano ha accumulato nell’assistenza agli anziani e del fatto che il costo dell’assenza del pubblico viene già pagato ogni giorno dalle famiglie, in ore di lavoro e in risparmi. Non si tratta, inoltre, di idee improvvisate: le proposte raccolgono anni di confronto tra chi rappresenta anziani e familiari, chi lavora nei servizi e chi studia il tema, tanto che le cose da fare sono in larga parte note. La sfida è realizzarle.
Una riforma e un Piano, ma senza risorse aggiuntive
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Nel 2023 il Parlamento ha approvato la prima riforma organica dell’assistenza agli anziani non autosufficienti e all’inizio di ottobre il Governo ha varato il primo Piano nazionale sulla fragilità e la non autosufficienza della popolazione anziana, che indica come priorità l’assistenza a domicilio, la semplificazione dell’accesso ai servizi e il rafforzamento del personale sociosanitario. Avere finalmente un riferimento nazionale comune è un fatto da riconoscere. Il Piano, però, nella sostanza conferma gli interventi esistenti, senza nuove misure né risorse aggiuntive: indica una direzione, ma non mette nulla nel serbatoio.
È qui che la distanza della politica da questo tema smette di essere una semplice disattenzione e diventa una responsabilità. Una riforma e un piano privi di finanziamenti rischiano di restare dichiarazioni di intenti, mentre nelle case la regia della cura continua a essere affidata a figli e figlie che riorganizzano la propria vita intorno a un genitore fragile. Nel dibattito che accompagna ogni manovra si parla di molto altro, e la non autosufficienza resta sullo sfondo come se riguardasse qualcun altro, quando invece chi oggi non vive questa situazione sa che potrebbe trovarcisi domani. Non esiste un tema più trasversale, e nemmeno uno più prevedibile, dal momento che la crescita degli ultraottantacinquenni è già scritta nella demografia del Paese.
La prova della legge di bilancio
La legge di bilancio 2027 è la prima occasione per capire se la riforma del 2023 e il Piano di ottobre erano l’inizio di un percorso o il suo punto d’arrivo. Recepire le proposte del Patto significherebbe cominciare a restituire al pubblico quella regia che oggi pesa interamente sulle famiglie, e farlo con strumenti già discussi, condivisi da 61 organizzazioni e con un costo definito. Non farlo vorrebbe dire scegliere, ancora una volta, che a prendersi cura di quattro milioni di anziani siano soprattutto i loro figli e le assistenti familiari, da soli. La politica può continuare a tenersi lontana da questo tema; le famiglie non hanno questa possibilità.
Foto di apertura: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’evento per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, Bari, Venerdì 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)