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Così l’Italia rafforza il suo ruolo nel cuore dell’Asia orientale

La missione asiatica di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud si inserisce in una traiettoria strategica chiara. L’Italia sceglie di collocarsi in modo stabile nel nuovo baricentro globale dell’Indo-Pacifico, rafforzando la propria proiezione internazionale in sintonia con Washington e con i partner del G7. In questo percorso, la tappa coreana assume un ruolo centrale perché condensa alcune delle principali dinamiche del sistema internazionale contemporaneo. Il rapporto con la Cina, il de-risking tecnologico europeo e la riorganizzazione della sicurezza in Asia nord-orientale trovano qui un punto di convergenza strategica.

Tokyo, il partenariato “speciale” e una visione condivisa

A Tokyo, nel corso della sua terza visita in Giappone da quando è alla guida del governo, la Presidente Meloni incontra per la prima volta in un vertice bilaterale la premier giapponese Sanae Takaichi, diventando il primo leader europeo a visitare il Paese dopo il suo insediamento. La visita si colloca nel contesto del centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, un passaggio simbolico scelto per elevare il rapporto bilaterale a partenariato strategico speciale e per dare impulso al Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, definito in occasione del G7 di Hiroshima.

Il linguaggio adottato dai due governi riflette una visione condivisa. Al centro vi sono l’idea di un Indo-Pacifico libero e aperto, il rispetto dello stato di diritto, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e una crescente interoperabilità in ambito difensivo. In questo quadro, Italia e Giappone sviluppa una convergenza anche su Africa e Mediterraneo allargato. Tokyo riconosce in Roma un ponte verso l’Europa e il Nord Africa, mentre Roma individua nel Giappone un partner capace di rafforzare le proprie capacità industriali e tecnologiche in settori chiave come spazio, cyber e difesa.

Seul, un equilibrio diverso e il peso della Cina

A Seoul il contesto assume caratteristiche differenti. Per Meloni questa è la prima visita a Seoul, mentre per il presidente Lee Jae-myung rappresenta una delle prime visite ufficiali di un leader straniero dall’avvio del ritorno della presidenza alla Blue House, una scelta simbolica volta a marcare una discontinuità politica rispetto al predecessore Yoon Suk-yeol. Lee esprime una leadership progressista, caratterizzata da una diplomazia pragmatica e orientata all’equilibrio. Il recente dialogo di Seul con Pechino segnala una volontà di riaffermare un ruolo centrale della presidenza nella definizione della politica estera e di gestire con maggiore flessibilità le dinamiche regionali, con la consapevlozze di cercare spazi di maggiore autonomia.

Sul piano strategico, la Corea del Sud valorizza un equilibrio calibrato. L’alleanza militare con gli Stati Uniti resta un pilastro, anche nel quadro della deterrenza verso Pyongyang, mentre il mantenimento di un canale politico con la Cina contribuisce alla stabilità regionale, e completa a livello diplomatico la gestione del dossier nordcoreano.

L’attenzione di Seul verso la Cina si inserisce in una strategia volta a favorire la stabilità nella penisola coreana e a mantenere margini negoziali ampi. Con una Corea del Sud più cauta rispetto agli orientamenti normativi del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), l’Italia considera il fattore cinese come una variabile da gestire con pragmatismo. In questo contesto, il lessico adottato privilegia il riferimento alla cooperazione regionale e a un approccio graduale, capace di tenere insieme sicurezza e stabilità economica.

Economia reale, tecnologie critiche, difesa

La cooperazione economica tra Italia e Corea del Sud poggia su basi solide. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto circa 11,4 miliardi di euro, all’interno del quadro regolatorio dell’Accordo di Libero Scambio UE-Corea in vigore dal 2011. Seul rappresenta oggi il primo partner asiatico dell’Italia in termini pro capite, con catene del valore particolarmente integrate nei settori dell’automotive, della meccanica di precisione, della chimica fine, della moda e dell’agroalimentare di alta gamma.

La visita è accompagnata dalla definizione di una dichiarazione congiunta su commercio, investimenti e partenariati industriali, affiancata da intese operative su protezione civile e tutela del patrimonio culturale. Questi ambiti rafforzano la dimensione bilaterale e contribuiscono a proiettare l’immagine dell’Italia come partner tecnologicamente affidabile e culturalmente attrattivo, capace di coniugare competenze industriali e soft power.

Semiconduttori e de-risking, perché Seul conta

Tuttavia, il baricentro politico del vertice riguarda principalmente la cooperazione tecnologica avanzata, in particolare nel settore dei semiconduttori. L’Italia guarda con interesse alla Corea del Sud come attore di primo piano nella produzione di chip di memoria e negli impianti di nuova generazione. In un contesto europeo orientato al de-risking, Roma individua in Seoul un partner affidabile per diversificare fornitori e rafforzare la resilienza delle filiere industriali strategiche.

Questa cooperazione si inserisce in modo coerente nel perimetro euro-atlantico e risulta compatibile con le dinamiche della Chip 4 Alliance, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Per Seoul, un rafforzamento strutturato dei rapporti con l’Italia favorisce l’accesso ai mercati europei e accresce il peso politico a Bruxelles. Per Roma, la partnership contribuisce a consolidare la competitività industriale e la sicurezza tecnologica in settori strategici.

Difesa, GCAP e nuove sinergie industriali

Accanto alla dimensione tecnologica civile, la cooperazione in ambito difesa si afferma come un vettore strutturale di convergenza tra Italia e Asia orientale. L’esperienza maturata dall’Italia nel Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato insieme a Giappone e Regno Unito, ha rafforzato in modo significativo il posizionamento nazionale nel segmento più avanzato dell’industria aerospaziale e militare. Il GCAP è un programma congiunto per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, centrato su una piattaforma di sesta generazione integrata con droni, sensori avanzati, intelligenza artificiale, capacità di comando e controllo multi-dominio e architetture digitali aperte. Si tratta di un ecosistema tecnologico che connette difesa, spazio, cyber e manifattura avanzata.

La partecipazione italiana al GCAP ha accresciuto la credibilità del Paese come partner tecnologico di lungo periodo. Questo posizionamento ha suscitato un interesse crescente anche in Asia, dove il modello di cooperazione trilaterale viene osservato come riferimento per nuove forme di partenariato industriale e tecnologico.

In questo contesto si inserisce il dialogo con la Corea del Sud, che dispone di un’industria della difesa dinamica e fortemente orientata all’export, con competenze consolidate nei settori aerospaziale, navale e dei sistemi avanzati. Con Seul si esplorano possibili collaborazioni industriali in ambito aerospaziale e navale, con particolare attenzione ai sistemi anti-drone, ai sensori di nuova generazione, alle piattaforme a duplice uso e all’integrazione tra componenti hardware e software ad alta intensità digitale. La complementarità tra le capacità italiane nei sistemi, nell’elettronica avanzata e nella cantieristica navale, le tecnologie europee in ambito missilistico e di comando e controllo, e le competenze coreane nella produzione, nell’automazione e nella scalabilità industriale apre spazi concreti per iniziative congiunte.

Una partnership che funziona perché pragmatica

Questa sinergia offre prospettive operative non limitate al perimetro bilaterale. La possibilità di sviluppare soluzioni integrate e competitive consente di guardare a mercati terzi in modo strutturato, valorizzando una presenza industriale congiunta.

Tutto mentre “Mediterraneo globale”, per usare un’espressione di Meloni, Africa e Indo-Pacifico emergono come aree coerenti con la proiezione marittima e industriale di lungo periodo dell’Italia, dove la domanda di sicurezza, sorveglianza, protezione delle infrastrutture critiche e controllo degli spazi marittimi è in costante crescita.

Pertanto, la cooperazione in ambito difesa assume una valenza che va oltre la dimensione industriale. Essa contribuisce a rafforzare l’autonomia strategica dell’Italia all’interno del quadro euro-atlantico, consolida relazioni di fiducia con partner tecnologicamente avanzati e proietta il sistema industriale nazionale in una rete indo-pacifica sempre più centrale negli equilibri globali di sicurezza.

La relazione italo-coreana si fonda quindi su interessi convergenti e risultati tangibili. Commercio, investimenti, tecnologie critiche, difesa e resilienza delle catene di approvvigionamento costituiscono un terreno comune solido.

Proprio questa dimensione pragmatica rafforza la credibilità della partnership. Per l’Italia rappresenta uno strumento efficace di ancoraggio all’Indo-Pacifico e di rafforzamento dell’autonomia strategica all’interno del quadro euro-atlantico. Per la Corea del Sud costituisce una leva per ampliare la propria presenza in Europa, diversificare le relazioni economiche e accrescere il peso nei grandi dossier globali di sicurezza economica e tecnologica.

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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

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Diplomazia italiana e rotte indo‑mediterranee si incrociano a Mascate

Mentre la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, arrivava a Mascate per una visita ufficiale, la capitale omanita accoglieva con una cerimonia solenne anche l’INSV Kaundinya, al termine di uno storico viaggio di 18 giorni dal Gujarat all’Oman. Due arrivi paralleli, due traiettorie diverse — una politica, l’altra marittima — che si sono incrociate nello stesso luogo e nello stesso momento, proiettando sull’Oceano Indiano una narrazione che unisce passato e futuro, memoria e strategia.

L’India guarda all’Indo-Mediterraneo e a rotte come il Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa non soltanto attraverso infrastrutture moderne e corsie di navigazione contemporanee. Esiste anche una dimensione culturale e simbolica che affonda le radici nella storia antica e contribuisce a dare profondità strategica alle scelte del presente. L’INSV Kaundinya si colloca esattamente in questo spazio: non una semplice unità navale, ma una ricostruzione vivente della tradizione marinara indiana.

Ispirata alle navi a fasciame cucito raffigurate nei murali del V secolo delle grotte di Ajanta, l’imbarcazione è stata concepita come un ponte tra l’India contemporanea e il suo passato oceanico, ben precedente all’era dei motori e degli scafi in acciaio. A promuovere il progetto è stato Sanjeev Sanyal, economista e storico, oggi membro del Consiglio Economico Consultivo del Primo Ministro, con l’obiettivo dichiarato di restituire visibilità a una civiltà marittima spesso sottovalutata nella narrazione globale.

A differenza delle navi moderne, l’INSV Kaundinya è stata costruita senza l’impiego di chiodi o componenti metallici. Le tavole di legno sono state cucite a mano con corde di fibra naturale di cocco e sigillate con resine organiche, seguendo tecniche tradizionali tramandate nei secoli e ancora vive in alcune aree costiere dell’India, in particolare nel Kerala. Un sapere artigianale antico, integrato con competenze ingegneristiche moderne, che restituisce un’idea di continuità più che di nostalgia.

Il progetto è nato da una collaborazione tripartita tra il Ministero della Cultura indiano, la Marina e il cantiere navale di Goa Hodi Innovations (OPC) Pvt Ltd. La posa della chiglia nel settembre 2023 ha dato avvio a quasi due anni di lavoro, resi ancora più complessi dall’assenza di progetti tecnici originali. Il team ha dovuto affidarsi a fonti iconografiche, testi storici e test idrodinamici condotti presso l’IIT di Madras per garantire la navigabilità oceanica dell’imbarcazione.

Dopo il varo nel febbraio 2025, la nave è stata ufficialmente incorporata nella Marina indiana il 21 maggio 2025 presso la base di Karwar, nel Karnataka. Il nome Kaundinya richiama l’antico navigatore che, secondo la tradizione, avrebbe raggiunto il Sud-Est asiatico creando legami culturali duraturi: un riferimento che rafforza il messaggio di lungo periodo insito nell’intera iniziativa.

Il primo viaggio internazionale ha preso il via il 29 dicembre 2025 da Porbandar, in Gujarat, con destinazione Mascate. Una rotta che ricalca gli antichi itinerari commerciali tra il subcontinente indiano e la Penisola Arabica, molto prima che la navigazione coloniale ridefinisse i flussi globali. Porbandar è anche la città natale di Mohandas Karamchand Gandhi, ulteriore elemento simbolico in un percorso che intreccia storia, identità e diplomazia.

Durante la traversata del Mar Arabico, Sanyal ha condiviso aggiornamenti regolari sui social, raccontando i ritmi lenti della navigazione a vela, l’influenza dei venti e le sfide quotidiane di una traversata che riecheggia le esperienze dei marinai di oltre duemila anni fa. In uno dei passaggi più evocativi, ha descritto l’avvistamento lontano di una moderna portaerei: un contrasto che rende visibile, nello stesso orizzonte, la stratificazione del potere marittimo nel tempo.

L’approdo a Mascate, inaugurato ufficialmente alla presenza delle autorità locali e diplomatiche, ha assunto così un valore che va oltre la celebrazione storica. L’Oman è da secoli un nodo centrale delle reti dell’Oceano Indiano e oggi si conferma spazio di incontro tra diplomazia, commercio e sicurezza marittima. In questo contesto, la concomitante visita di Giorgia Meloni ha aggiunto una dimensione ulteriore.

Se la Kaundinya rappresenta la storia millenaria dell’India come civiltà marittima, Meloni incarna il futuro dell’Italia: prima donna a guidare il Paese come Presidente del Consiglio, ha riportato Roma a rivendicare un ruolo più assertivo in Europa e nel Mediterraneo allargato, con uno sguardo crescente verso l’Indo-Pacifico. In Oman, India e Italia si sono ritrovate simbolicamente riunite come due pilastri complementari dell’Indo-Mediterraneo, uno spazio che non è più soltanto geografico, ma strategico.

Questa convergenza non è frutto di una coreografia studiata, ma di una serendipità significativa. In un momento di forte instabilità globale, il viaggio della Kaundinya ricorda che i mari — un tempo ponti di scambio e connessione — continuano a modellare le relazioni internazionali. Tra memoria storica e proiezione strategica, l’Indo-Mediterraneo torna così a raccontare una storia antica, ma sorprendentemente attuale.

 

(Foto: X, @sanjeevsanal)

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Il Patronage di Odessa come snodo della strategia italiana in Ucraina

Come nel resto del mondo anche l’Italia è stata colta di sorpresa dall’invasione russa del febbraio 2022, ma rispetto ad altri paesi ha seguito un percorso più lungo per elaborare una strategia sull’Ucraina, anche perché sei mesi dopo lo scoppio del conflitto, ci sono state le elezioni politiche con il passaggio di governo da Mario Draghi a Giorgia Meloni.

Definire la strategia italiana in Ucraina

La definizione di una strategia nazionale italiana per l’Ucraina è stata complessa anche per ragioni storiche. Francia e Germania erano state coinvolte direttamente fin dal 2014 nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, a seguito dell’occupazione militare russa della Crimea e del Donbas,attraverso il “Normandy Format”, cioè un tavolo a 4 con i due contendenti. Questo significa che sia a Parigi che a Berlino(come naturalmente a Washington) c’era già un “dossier Ucraina” sul tavolo con risorse diplomatiche dedicate. Altri paesi come il Regno Unito, i Paesi scandinavi e quelli Baltici hanno adottato subito una posizione di sostegno aperto all’Ucraina, perché storicamente più sensibili e preoccupatidall’aggressività militare russa fin dalla nascita dell’Unione Sovietica.

A differenza di oggi, l’Ucraina non era una priorità per la politica estera italiana. Kiev è sempre stata per i diplomatici italiani una destinazione meno prestigiosa e con meno risorse rispetto a Mosca, che era molto importante anche per l’export delle aziende italiane. Questo ha creato un dissidio interioremolto rilevante per la politica estera italiana, perché la scelta di sostenere attivamente l’indipendenza dell’Ucraina ha comportato il deterioramento della lunga relazione amichevole con la Russia.

Come spesso succede, ci sono dei fattori esterni che fungono da catalizzatori del cambiamento. E questi furono uno stranoinciampo diplomatico a Lugano e un attacco drammatico aOdessa.

Lo schiaffo diplomatico di Lugano

Agli inizi di luglio 2022, pochi giorni prima delle dimissioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si tenne la conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’illusione che la guerra sarebbe finita presto. A questo incontro il Primo Ministro ucraino Denis Shmigal presentò al pubblico di esperti internazionali una grande mappa con le regioni e le grandi città dell’Ucraina contrassegnate da bandierine dei paesi che avrebbero dovuto prendersi la responsabilità dei progetti nei vari territori. Praticamente, era una proposta di lottizzazione della ricostruzione in base agli interessi nazionali.

La cosa che lasciò gli addetti ai lavori italiani a bocca aperta fu l’assegnazione all’Italia di Rivne, una piccola città vicino al confine con la Bielorussia, e di Donetsk, nel Donbas. Se non era chiaro quale potesse essere l’interesse dell’Italia per Rivne, per Donetsk si trattava di un’ipotesi del tutto irreale, data l’occupazione russa dal 2014. Sulle città più importanticome Kiev, Odessa, Dnipro, Leopoli, Zaporizhzja e Karkhiv, sventolavano altre bandiere nazionali. Curiosamente, su Odessa, città nota per il legame con l’Italia, c’erano labandierina svizzera e quella francese.

Questa concessione all’Italia delle ultime caselle vuote e, in particolare, di una città non disponibile, era il segno di una scarsa considerazione del ruolo economico e diplomatico dell’Italia, e della priorità data agli altri Paesi (USA, UK, Germania, Francia, Svizzera, Canada, Polonia e Turchia). La poco esperta diplomazia ucraina aveva elaborato uno strumento di indirizzo non privo di stimoli intellettuali, ma senza un vero approfondimento preliminare con tutti i paesicoinvolti.

Ma la mancata attribuzione di Odessa all’Italia, era piuttostoimbarazzante, se si tiene conto non solo del legame storico-culturale, ma anche delle eccellenze italiane in settori come la cantieristica, la logistica marittima e le infrastrutture portuali, che non erano state considerate dal piano ucraino.

Per sanare questo schiaffo diplomatico si mosse l’ambasciatore a Kiev Pierfrancesco Zazo, che si era guadagnato l’ammirazione degli ucraini per essere stato l’ultimo capo diplomatico europeo ad abbandonare una Kiev semicircondata dai Russi. Inoltre, nell’aprile 2022, fu uno dei primi a riaprire un’ambasciata nella capitale ucraina. Fu lui a sensibilizzare il Governo ucraino sulle grandi opportunità che offriva una partnership italo-ucraina con perno sulla città di Odessa. Nel 2023, a sottolineare questo legame tra il porto del Mar Nero e l’Italia, fu inaugurata la sede del nuovo Console onorario italiano. Era dalla Seconda Guerra Mondiale che mancava un consolato dell’Italia a Odessa.

L’attacco alla cattedrale ortodossa di Odessa

Il secondo fatto catalizzatore avvenne il 23 luglio del 2023: l’attacco missilistico notturno alla Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, che distrusse il tetto e gli internidell’edificio. A poche ore dall’evento che traumatizzò tutta la città, sia il Presidente del Consiglio Meloni che il Ministro degli Esteri Tajani dichiararono che l’Italia si sarebbe occupata del restauro della chiesa. Curiosamente proprio quel giorno era in visita a Odessa una delegazione di Deputati italiani della Commissione Esteri della Camera, che furonotestimoni oculari delle macerie fumanti dopo l’attacco.

Da quella decisione del Governo italiano, nata da un moto di solidarietà, è partito un percorso che ha portato alla definizione di una strategia più strutturata sull’Ucraina. Nel settembre del 2023 ci fu a Odessa la prima visita dell’inviato speciale per l’Ucraina Davide La Cecilia, già ambasciatore a Kiev fino al 2020, insieme alla responsabile dell’UNESCO a Kiev Chiara Dezzi Bardeschi, e due esponenti della cultura italiana: il presidente del Museo MAXXI di Roma Alessandro Giuli (oggi Ministro italiano della Cultura) e il presidente del Museo La Triennale di Milano arch. Stefano Boeri.

Dal quel primo incontro partì il processo di definizione del piano che approdò l’11 giugno 2024 a Berlino alla firma del Memorandum sul Patronage italiano per la ricostruzione di Odessa e della sua regione tra il Ministro degli esteri Antonio Tajani e il Ministro ucraino per lo Sviluppo delle Infrastrutture Vasyl Shkurakov, alla presenza del sindaco diOdessa, Gennadiy Trukhanov. Qualche mese prima di quella firma era stato aperto l’ufficio a Kiev dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), per coordinare gli aiuti umanitari in Ucraina e controllarne l’efficacia.

Il MoU delineava la nuova strategia italiana in Ucraina, che oltre agli aiuti militari, comprendeva un programma articolato di progetti umanitari, culturali e di sviluppo economicofocalizzati su Odessa e la sua regione. La finalità complessiva di questo piano era la creazione di un ecosistema favorevole agli investimenti italiani e alle partnership industriali per la ricostruzione nel dopoguerra.

L’Ucraina riscopre l’Italia

Parallelamente a questo sviluppo della politica estera italiana, cresceva la relazione Italia-Ucraina, come testimoniato dalle crescenti visite a Roma di Zelensky per incontrare Giorgia Meloni, Sergio Mattarella e i due Papi Francesco e Leone XIV. Inoltre, se l’ex Ministro degli Esteri ucraino Kuleba aveva vissuto per anni in Italia, tuttora nell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina alcuni responsabili sono stati nell’ambasciata a Roma e sono esperti nelle relazioni diplomatiche con l’Italia.

L’Italia è divenuta per l’Ucraina un paese di riferimento stabile, in confronto alle continue crisi di governo in Francia, Germania e Regno Unito. Inoltre, le relazioni molto amichevoli tra il governo Meloni e la nuova amministrazione Trump offre all’Italia un ruolo di moderatore nelle difficili relazioni ucraino-americane. Inoltre, è importante notare che gli ambasciatori dei Paesi del G7 a Kiev svolgono un ruolo rilevante nel processo di riforme per modernizzare e stabilizzare l’Ucraina. Infatti hanno incontri regolari con i ministri ucraini e monitorano i provvedimenti legislativi con il diritto di parola. Un caso unico al mondo di influenza del G7, e quindi anche dell’Italia, in una crisi internazionale.

Dopo il mandato di Pierfrancesco Zazo, a luglio 2024 l’Italia ha nominato nel luglio 2024 a Kiev l’ambasciatore Carlo Formosa, un diplomatico con esperienza di servizio in paesi difficili come l’Iran e l’Afghanistan, e in passatovicepresidente del gruppo Leonardo, il cluster italiano della difesa. Una competenza utile per la partnership militare italiana con l’Ucraina.

Perché Odessa?

La scelta di Odessa è stata ispirata da un riferimento storico-culturale. La città fu fondata nel 1794 dal comandante napoletano Josè de Ribas al servizio di Caterina La Grande, e gli immigrati italiani del Regno delle Due Sicilie furono la prima classe dirigente della città. Le maggiori realizzazioni architettoniche della città portano la firma di architetti italiani.

Ma la scelta della capitale marittima dell’Ucraina è spinta anche dagli interessi nazionali italiani. L’importanza di Odessa, obiettivo prioritario della strategia militare russa, è data da molte ragioni:

Economia. I 7 porti della regione di Odessa sono il cancello del 90% dell’export ucraino. Chi controlla Odessa ha il controllo dell’economia ucraina. L’Italia è un importatore di materiali ferrosi e candidata a diventare la prima porta d’ingresso per l’export dell’acciaio “verde” ucraino. Inoltre ci sono diversi settori italiani che dipendono dalle importazioni di derrate alimentari ucraine. Durante il blocco navale russo dei porti ucraini nel 2022, il settore dell’allevamento (zootecnia) fu colpito duramente dalla mancanza di mais ucraino usato nell’alimentazione degli animali, come l’arresto delle importazioni di grano dall’Ucraina penalizzò i produttoridi pasta italiana.

Cultura. Odessa è la città ucraina più famosa al mondo grazie al cinema, alla letteratura, alla musica e all’arte contemporanea. La parola “Odessa” è un potente brand usato nel design e nel marketing industriale. Tra tutte le città ucraine Odessa è un palcoscenico di grande visibilità internazionale.

Politica. Dalla sua fondazione Odessa è la città della tolleranza culturale e linguistica. Rappresenta il modello multiculturale di sviluppo dell’Ucraina, contrapposto al modello nazionalistico mono-linguistico. Il luogo ideale del dialogo per la ricostruzione non solo fisica, ma anche morale del Paese.

Sicurezza. La proiezione militare ucraina sul mare per proteggere il traffico maritimo ha reso Odessa il guardiano del Mar Nero, obliterando il ruolo Sebastopoli, che è stata abbandonata dalla flotta russa. La città è oggi il laboratorio più avanzato al mondo di nuove tecnologie militari navali.

Carriera marittima e arte militare: grazie a Odessa l’Ucraina impara a navigare e a combattere. Le sue accademie navali formano la più alta percentuale al mondo di ufficiali di marina mercantile di etnia europea. Inoltre, alla scuola militare di Odessa si sono diplomati in generali Zaluzhny e Budanov.

La Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina (URC2025)

L’Italia ha scelto di occuparsi di alcuni dei simboli dei luoghi che compongono il mosaico identitario della Nazione ucraina: quel luogo è Odessa”. Così disse Giorgia Meloni all’apertura della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Per l’Italia la diplomazia culturale e della cooperazione non profit svolge un ruolo importante per aprire la strada alle imprese nazionali. In effetti, alcuni campioni industriali nazionali presero parte al gioco.

Durante la URC2025 a Roma la Fincantieri, il più grande gruppo europeo di cantieristica navale, annunciò un progetto pilota per la difesa del porto di Odessa con tecnologie innovative, sia di superficie che subacquee. Un progetto in linea con l’importanza della città nella sicurezza del Mar Neroe con le ambizioni industriali navali dell’Italia. È utile menzionare che proprio nel gennaio del 2025, Fincantieri aveva acquisito dal gruppo Leonardo la società UAS Underwater Business per la protezione di infrastrutture portuali da sottomarini, droni navali e siluri.

Il più grande costruttore italiano Webuild, firmò tre accordi: 1) 2 miliardi con Automagistral, azienda di Odessa specializzata nella costruzione di strade; 2) 600 milioni con l’azienda Ukrhydroenergo per produzione di energia; 3)cooperazione con l’Agenzia ucraina per la ricostruzione e le infrastrutture.

Gli interessi stranieri a Odessa

Ma l’Italia arriva in una piazza già in parte occupata da altri investimenti esteri, che si concentrano in prossimità dei suoi maggiori porti (Odessa, Chornomorsk e Yuzhny). Ecco i paesi protagonisti:

Germania. Il più grande investimento infrastrutturale tedescoin Ucraina è il CTO-Container Terminal Odessa, del gruppo HHLA, il principale operatore portuale tedesco, la cui azionista di maggioranza è il Comune di Amburgo. HHLA ha anche un terminal nei porti di Tallinn e Trieste.

Dubai. Il campione della logistica portuale degli Emirati Arabi Uniti (Dubai) DP World controlla TIS Group, il maggiore operatore privato del primo porto dell’Ucraina, Yuzhny (a nord di Odessa).

Usa. Il maggiore investimento logistico statunitense (150 milioni di dollari) è il Neptune Grain Terminal del gruppoCargill di Minneapolis, completato nel 2018 dentro il porto di Yuzhny.

Cina. Uno dei primi partner commerciali dell’Ucraina. Primoimportatore di mais e orzo ucraino (20% dell’esportazione totale nel 2021) e il secondo di olio di girasole (15%), dopo l’India (30%). È anche il principale esportatore in Ucraina di prodotti di largo consumo (USD 8,25 miliardi nel 2020).

Svizzera. La Confederazione elvetica vanta in Odessa la presenza di due grandi aziende: Risoil S.A., holding agroindustriale e principale operatore del porto di Chornomorsk; e la Mediterranean Shipping Company (MSCS.A.), la più grande compagnia di shipping al mondo. Le due società hanno sede legale a Ginevra (anche se in entrambe i capitali non sono svizzeri).

Italia: il maggiore investimento italiano diretto è l’azienda di comunicazione unificata Wildix, anche se la sopra menzionata MSC appartiene alla famiglia napoletana Aponte.

Singapore. Il principale investimento diretto della città-stato asiatica è Delta Wilmar Group, una società ucraina parte della multinazionale agroindustriale Wilmar International. Il gruppo comprende due stabilimenti nella regione di Odessa per la lavorazione di semi oleosi e oli tropicali.

Paesi Bassi. La Louis Dreyfus Company (LDC) possiede un grande terminal nel porto storico di Odessa. L’antica holding mercantile francese, che si occupa di agricoltura, finanza,trasformazione alimentare e spedizioni internazionali, ha sede ad Amsterdam e un ufficio operativo a Rotterdam. Inoltre, la Dutch Entrepreneurial Development Bank (controllata al 51% dallo Stato olandese) ha una quota nella Alseeds Black Sea, uno dei più grandi esportatori privati di olio di girasole in Ucraina, che gestisce un nuovissimo terminal di carico di olio vegetale nel porto Yuzhny.

Il luogo ideale per gli investimenti italiani

La strategia elaborata dall’Italia sull’Ucraina mostra un cambiamento rispetto alle consuetudini della sua politica estera. Innanzitutto, non ha paura di esplicitare gli interessi nazionali, mobilitando grandi aziende. Questo nuovo stile della diplomazia italiana è coerente con il nuovo “Piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue” varato a maggio 2025. L’Ucraina rientra in questa categoria.

In secondo luogo, la scelta di un territorio come la città/regione di Odessa, rappresenta qualcosa di nuovo, dai tempi lontani in cui le potenze europee prendevano in concessione città in altri paesi (come Tientsin in Cina per l’Italia). L’aspetto interessante è che Odessa, per la sua posizione geografica e il suo ambiente economico-sociale, offre alla diplomazia dei progetti culturali e degli aiuti umanitari, combinata con gli interessi nazionali, le condizioni ideali per gli obiettivi strategici dell’Italia.

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Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

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Dal Trattato del 1920 alla Nato, l’evoluzione della presenza italiana nell’Artico. Scrive Caffio

“L’Italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. Questo il punto centrale del messaggio inviato dalla premier Giorgia Meloni alla conferenza di presentazione del documento dedicato alla Politica Artica Italiana in cui si indicano le linee strategiche che il nostro Paese intende seguire, come osservatore nel Consiglio Artico, sostenitore del diritto internazionale del mare e membro della Ue e della Nato.

La posizione italiana ha radici antiche che risalgono alle missioni di esplorazione scientifica del secolo scorso ed all’adesione al Trattato delle Svalbard. L’accordo del 1920 contiene infatti clausole che, nel riconoscere la sovranità della Norvegia, stabiliscono il suo impegno a preservare l’ambiente naturale, non installare basi navali e fortificazioni, favorire la ricerca scientifica, consentire la presenza delle Parti contraenti.

Il regime di smilitarizzazione delle Svalbard è ritornato di attualità ora che la Russia ne pretende il rispetto. Esso va però inteso nella sua giusta accezione: non rinuncia ad esercitare difesa e deterrenza nell’Arcipelago da parte della Norvegia (e della Nato) ma impegno a non farne un uso offensivo. Questa è proprio la chiave per comprendere il senso della politica italiana che considera l’Artico “regione strategica, dove si intrecciano economia, ambiente, ricerca, energia e – oggi più che mai – sicurezza e difesa”. Ma l’aderenza della visione del nostro Paese alla realtà del Grande Nord è confermato da altri elementi.

Mentre per il territorio antartico esiste uno specifico trattato che ne stabilisce l’uso per fini pacifici proibendo appropriazioni di aree, installazioni e manovre militari, l’Artico non è governato da alcuno specifico accordo. Ad esso, si applica infatti l’ordinario diritto del mare come specifica la Dichiarazione di Ilulissat (Groenlandia) del 2008: il testo esprime la visione dei Paesi fondatori del Consiglio Artico, Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti (da notare che la Cina strumentalmente si definisce “Near-Arctic State”).

Nell’Oceano Artico gli Stati costieri sono quindi titolari di diritti nelle aree di piattaforma continentale e Zee come accade in altri regioni marine; sotto i ghiacci del Polo ci sono invece spazi di mare libero. I Paesi artici e quelli come l’Italia che hanno lo status di “osservatori” nel Consiglio si sono tuttavia impegnati a cooperare tra loro per la protezione del fragile ecosistema marino.

Ecco quindi che considerare l’Artico una zona di pace è un’esigenza connessa alla tutela degli habitat, ad evitare i rischi di inquinamento della navigazione commerciale e dello sfruttamento incontrollato delle risorse. Questo, in linea con la Convenzione del diritto del mare del 1982 che stabilisce l’uso pacifico dei mari come bene comune.

Non a caso l’Italia vede nella Norvegia il suo partner ideale per realizzare la sua strategia (come dichiarato anche da Eni): Oslo interpreta infatti al meglio i principi di cooperazione pacifica nel campo ambientale, scientifico ed economico che dovrebbero garantire la tutela degli spazi artici.

Ma che dire della Russia che sin dal tempo degli Zar considera l’Artico uno spazio che le appartiene sino al Polo come prolungamento delle terre emerse? E come non temere la sua massiccia militarizzazione delle coste e dei mari adiacenti o il controllo navale della Rotta a Nord Est (ora Northern Sea Route) che attraversa la sua Zee? Naturale quindi che Il sostegno italiano alla presenza della Nato nell’Artico vada visto come misura per “prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori”.

La minaccia militare russa nell’Artico è una realtà incontestabile, non foss’altro perché Mosca deve difendere nel Circolo Polare Artico un enorme sviluppo costiero di circa 25.000 km. con risorse naturali ricchissime. È bene ricordare che nel momento in cui l’ex Urss si stava dissolvendo, Gorbashev lanciò nel 1987, con la Murmansk Initiative, una serie di proposte per fare dell’Artico una zona denuclearizzata e demilitarizzata. Non si trattava però di un piano di pace. A Mosca interessava soltanto allontanare dalle regioni polari le Forze occidentali sì da farne un proprio mare chiuso.

Con lo scioglimento dei ghiacci le zone polari si stanno ora aprendo alla navigazione internazionale ed alla competizione energetica: tra non molto sarà inevitabile per l’Occidente confrontarsi con la Russia per l’uso pacifico e condiviso dell’Artico.

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Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

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Groenlandia, responsabilità tra Usa e Ue per evitare di favorire Russia e Cina

“Ho sentito il presidente americano Donald Trump ed ho espresso le mie perplessità”, dice questa mattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un momento di particolare tensione nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa attorno al dossier “Groenlandia”. Il messaggio, che arriva dalla Corea del Sud, chiede di evitare l’escalation abbassando i toni. Un lavora che l’Italia sta cercando di spingere anche in sede Ue.

La convocazione di una riunione straordinaria degli ambasciatori dell’Unione Europea nel tardo pomeriggio di oggi, domenica 18 gennaio, per valutare una risposta coordinata all’annuncio statunitense di nuove tariffe contro alcuni Paesi membri, segna l’ingresso della crisi sulla Groenlandia in una nuova fase. Non più soltanto uno scontro retorico o una disputa diplomatica, ma un dossier che incrocia commercio, sicurezza economico (e non solo) e coesione transatlantica, costringendo Bruxelles a una risposta “intelligente, coordinata e possibilmente non ulteriormente incendiaria” a Washington, dice una fonte dai corridoio europei.

Il detonatore è stato l’annuncio di Trump, che sabato ha fatto sapere che nuovi dazi colpiranno una serie di Paesi alleati – tra cui Francia, Germania, Danimarca e Regno Unito – accusati di aver rafforzato la propria presenza militare in Groenlandia come forma di deterrenza contro gli Stati Uniti. Una misura che riapre una frattura commerciale che l’Europa riteneva superata dopo la tornata di dazi di inizio presidenza, e che collega esplicitamente il terreno economico a quello strategico, nel momento in cui l’Artico torna a essere uno spazio di competizione crescente e la Groenlandia gioca un ruolo per l’asse transatlantico e per il Western Hemisphere che Trump intende proteggere come missione identitaria della “sua” National Security Strategy.

Da Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha parlato della necessità di una risposta comune, ribadendo che l’Unione europea difenderà il diritto internazionale e l’integrità territoriale dei suoi Stati membri – nel caso la Danimarca, che p sovrana sulla Groenlandia. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha avvertito che una spirale tariffaria rischia di danneggiare la prosperità condivisa e di indebolire il fronte occidentale, messaggio arrivato anche della Hr/Vp Kaja Kallas, che ha citato esplicitamente Cina e Russia come i favoriti dalle divisioni transatlantiche. Diversi leader europei hanno sottolineato come la sicurezza della Groenlandia possa e debba essere affrontata all’interno dei meccanismi Nato, che racchiude sia gli Usa che diversi Paesi europei.

Il dato politico, tuttavia, va oltre la contingenza. La riunione degli ambasciatori segnala che la questione groenlandese non è più un tema periferico, ma un banco di prova per la capacità dell’Occidente di gestire divergenze strategiche senza trasformarle in crisi sistemiche. È su questo crinale – tra deterrenza, dialogo e interessi divergenti – che si gioca ora la partita più delicata.

La Groenlandia non è un dossier complesso, ma…

Sul piano analitico, la narrativa che giustifica un cambio di status dell’isola regge poco. Come ha osservato Richard Fontaine, Ceo del Anas, la Groenlandia non è un dossier intrinsecamente complesso: lo diventa solo se lo si carica di obiettivi che esulano dalla realtà dei fatti. Gli Stati Uniti dispongono già, grazie agli accordi con la Danimarca, di ampi margini operativi in termini di basi, tra radar e presenza militare di ogni possibile genere. La difesa dell’Artico e il monitoraggio delle attività di Cina e Russia possono essere rafforzati senza bisogno di “possedere” il territorio, spiega l‘esperto americano. L’idea che la sicurezza richieda l’annessione statunitense, o che la deterrenza passi dall’invio simbolico di piccoli contingenti multinazionali come quelli europei, finisce per produrre l’effetto opposto: politicizzare e radicalizzare un dossier che potrebbe essere gestito in modo pragmatico.

Anche l’argomento secondo cui la Groenlandia rischierebbe di “cadere” sotto l’influenza di potenze rivali appare debole se non accompagnato da scelte coerenti. Secondo Fontaine, se davvero Mosca e Pechino rappresentassero una minaccia imminente, la risposta più lineare sarebbe rafforzare i dispositivi esistenti e il coordinamento Nato, non aprire un contenzioso politico con Copenaghen e con gli alleati europei. Le alleanze, ragiona, si fondano proprio sulla difesa reciproca di territori che non si possiedono: è questa la logica che ha retto l’ordine post-1945 e che continua a garantire stabilità.

Un’ulteriore chiave di lettura arriva dall’intervista pubblicata sabato dal Corriere della Sera con protagonista l’ex ambasciatrice statunitense in Danimarca Carla Sands. Sands, forte della sua esperienza diretta sul dossier groenlandese e attualmente nel team dell’America First Policy Institute, ha ricordato come l’interesse americano sia legato soprattutto alla sicurezza e alle risorse strategiche, non a una conquista formale. Le sue parole aiutano a distinguere tra l’obiettivo sostanziale – evitare che l’isola finisca sotto un’influenza ostile di Cina o Russia – e la retorica che rischia di irrigidire le posizioni. In questo senso, l’accento posto sul possibile percorso di lungo periodo verso una maggiore autonomia groenlandese suggerisce che il nodo non sia “a chi appartiene” il territorio, ma come garantirne stabilità e sviluppo senza forzature.

Alla ricerca della responsabilità

È in questo spazio che si inserisce la posizione italiana, improntata a responsabilità e controllo, con le perplessità espresse da Meloni. Durante la presentazione del Documento strategico sull’Artico, il 16 gennaio 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha messo in guardia contro approcci frammentati e simbolici, osservando che l’idea di piccoli contingenti europei dispiegati sull’isola non somiglia a una strategia credibile. Il punto, ha sottolineato, è tenere unito il mondo occidentale e preservare il quadro di cooperazione. A posteriori, quelle parole suonano quasi profetiche: il giorno dopo, l’annuncio dei dazi americani contro quei contingenti ha mostrato quanto rapidamente una gestione muscolare possa produrre contraccolpi politici ed economici.

Il paradosso è che entrambe le strade estreme – l’idea di “conquistare” la Groenlandia e quella di usarla come palcoscenico per segnali di deterrenza – finiscono per alimentarsi a vicenda. Il rischio è che l’una legittimi l’altra, in una dinamica che favorisce solo gli attori interessati a dividere l’Occidente. Fonti diplomatiche spiegano che la via d’uscita è più sottile, ma anche più realistica: un dialogo strutturato che consenta a Washington di rivendicare un rafforzamento della sicurezza artica, e a Trump di ottenere “qualcosa che possa essere raccontato come una vittoria”, e all’Europa di mantenere lo status quo, garantendo al tempo stesso che l’isola resti saldamente ancorata allo spazio euro-atlantico.

In quest’ottica, il compromesso non è una resa, ma uno strumento politico. Permette a Trump di presentare un risultato tangibile al proprio elettorato – maggiore attenzione all’Artico, più investimenti in sicurezza, tagliare fuori i rivali dell’emisfero occidentale – e agli europei di evitare una deriva che metterebbe in discussione sovranità e alleanze cruciali come quella con gli Usa. La Groenlandia è strategica, e proprio per questo va sottratta alla logica della provocazione. Meno benzina sul fuoco, più diplomazia: è l’unico modo per spegnere una scintilla prima che diventi crisi.

Il rischio del confronto è anche racchiuso nel messaggio che emerge da alcuni recenti sondaggi, come quello di Ecfr. Gli scontri – verbali, postulali, pratici – legati alle posizioni complicate prese da Trump rischiano di allontanare le opinioni pubbliche europee dagli Stati Uniti, con un riflesso ancora più problematico: creare spazi dove la narrazione e la disinformazione cinese si nuove per piegare gli europei e altri alleati statunitense verso Pechino.

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Sulla Groenlandia si possono abbassare i toni. Fontaine spiega perché

La politica estera è spesso complessa, stratificata, ambigua. La Groenlandia, no. È da questa premessa che parte Richard Fontaine, Ceo del Center for New American Security di Washington, analizzando punto per punto le argomentazioni circolate a Washington e Bruxelles sull’idea che gli Stati Uniti debbano prendere il controllo dell’isola artica. Non per minimizzare la sua importanza strategica, ma proprio per ricondurla a una dimensione realistica, la lettura di Fontaine è lucida e soprattutto aggiornata con le discussioni sia a DC che tra i corridoio Ue.

Il primo nodo riguarda la difesa americana. Secondo Fontaine, è innegabile che la Groenlandia sia rilevante per la sicurezza degli Stati Uniti: radar, basi, sistemi di allerta precoce e, oggi, anche l’architettura di difesa missilistica rientrano pienamente nell’equazione. Ma da qui a sostenere che Washington debba possedere il territorio, il salto logico è enorme. Gli Stati Uniti, ricorda, possono già fare praticamente tutto ciò che desiderano sul piano militare senza esercitare alcuna sovranità diretta. L’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951 – e aggiornato nel 2004 – consente presenza militare, infrastrutture e operazioni. La sicurezza, dunque, non richiede annessione.

La seconda argomentazione che Fontaine contesta è quella dell’urgenza geopolitica: la Groenlandia sarebbe sul punto di cadere sotto l’influenza di Russia o Cina, e gli Stati Uniti dovrebbero intervenire prima che sia troppo tardi. Qui l’analisi diventa quasi banale nella sua semplicità. Se davvero esistesse una minaccia imminente – ipotesi che Fontaine giudica infondata – la risposta più logica sarebbe rafforzare la presenza americana. Un tempo, sull’isola stazionavano fino a 10.000 soldati statunitensi; oggi sono circa 200. Se la preoccupazione è reale, perché non partire da lì?

Il terzo punto riguarda la dimensione marittima. Se navi russe e cinesi stessero realmente “brulicando” intorno alla Groenlandia, osserva Fontaine, la Marina statunitense avrebbe piena capacità di pattugliare l’area in modo massiccio e immediato. Non lo sta facendo. Anche questo dato suggerisce che la narrativa dell’assedio non corrisponde ai fatti operativi.

Segue poi uno degli argomenti più evocativi, ma anche più fragili: “Non si difendono i territori che si affittano”. L’idea è che, anche concedendo pieno accesso militare, esisterebbe una differenza qualitativa tra possesso e uso. Fontaine liquida questa impostazione come una versione caricaturale delle relazioni internazionali – la teoria secondo cui “nessuno lava un’auto a noleggio”. Nella realtà, spiega, gli Stati Uniti difendono costantemente territori che non possiedono. È il senso stesso delle alleanze. Washington ha appena difeso Israele; difende Paesi Nato; nessuno di questi è territorio americano.

Il quinto passaggio è forse il più delicato sul piano politico: l’idea che la Danimarca sia un cattivo alleato e che, per questo, dovrebbe cedere la Groenlandia. Fontaine ribalta completamente la prospettiva. La Danimarca, ricorda, è stata un alleato esemplare. In Afghanistan, in proporzione alla popolazione, ha subito perdite superiori a quelle di molti altri partner. In altre parole, i danesi hanno combattuto per la sicurezza americana, pur non possedendo alcun territorio degli Stati Uniti.

C’è poi la dimensione ideologica, quella che richiama un nuovo “destino manifesto”. L’idea di un’America naturalmente espansiva, destinata ad allargarsi incorporando nuovi territori. Qui Fontaine richiama un principio cardine dell’ordine internazionale post-1945: il divieto di acquisizione territoriale tramite coercizione. L’Iraq non può prendersi il Kuwait, la Russia non può avere l’Ucraina, il Canada non diventa il 51° Stato. E, allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono costringere la Groenlandia a entrare nella propria orbita sovrana. Il mondo in cui la conquista è la norma, avverte, è il mondo della legge della giungla.

Infine, l’ultima ipotesi: tutto questo non sarebbe reale, ma semplice trolling politico nei confronti di alleati europei eccessivamente nervosi. Anche questa lettura viene respinta. Anche se fosse solo provocazione, resta una distrazione significativa dai dossier che dovrebbero occupare il centro dell’agenda transatlantica: Russia, Ucraina, Iran, Cina. E soprattutto mina un bene strategico fondamentale: la fiducia degli alleati nella parola e nelle intenzioni americane.

Fontaine torna così al punto di partenza. Molte questioni di politica estera sono difficili. La Groenlandia non lo è. È diventata tale solo perché è stata trasformata artificialmente in una crisi. E, conclude, prima questa crisi costruita svanisce, meglio è per tutti.

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La riforma della giustizia e le ragioni democratiche del sì. Il commento di Ippolito

Il referendum costituzionale della primavera 2026 segna un passaggio fondamentale nell’evoluzione dell’architettura costituzionale italiana. La riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, fulcro della consultazione, non è una mera modifica tecnica, ma rappresenta un bivio ineludibile per la cultura della giurisdizione in Italia. L’obiettivo è realizzare una “democrazia compiuta”, chiudendo una lunga stagione di conflitto istituzionale e rispondendo a patologie sistemiche che hanno eroso la fiducia dei cittadini. Questa non è solo una riforma benefica, ma un intervento essenziale per invertire un declino dimostrabile nell’efficacia e nella credibilità del sistema, rendendo il voto del 2026 un punto di non ritorno.

La tesi centrale di questa analisi è che votare “Sì” significa scegliere un sistema giudiziario più equilibrato, imparziale ed efficiente, in piena coerenza con i principi del giusto processo e con una volontà popolare già espressa ma rimasta inascoltata. La riforma è l’esito di un dibattito decennale che giunge oggi a maturazione, offrendo al Paese un’opportunità irripetibile di modernizzare una delle sue funzioni sovrane più delicate e decisive.

Il principio cardine della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Questa non è una semplice riorganizzazione, ma l’attuazione più completa del principio del “giusto processo” (art. 111 Cost.), che esige un giudice terzo e imparziale di fronte a parti che si confrontano su un piano di parità. Sul piano dei principi costituzionali, la riforma sana un’anomalia del nostro ordinamento: un modello di carriera unitaria che tiene insieme, sotto lo stesso tetto, due funzioni — quella requirente e quella giudicante — che per un sano equilibrio istituzionale, ispirato alla separazione dei poteri, devono essere nettamente demarcate.

Separare le carriere non significa solo distinguere i ruoli, ma plasmare una diversa e specifica forma mentis per chi è chiamato a giudicare e per chi è chiamato ad accusare. La scelta quasi irreversibile della funzione, operata a inizio carriera, modella progressivamente una cultura professionale coerente con il proprio ruolo. Per comprendere la portata del cambiamento, è essenziale distinguere tra il sistema attuale, basato sulla distinzione delle funzioni, e quello proposto, incentrato sulla separazione delle carriere.

Questa impostazione è sostenuta da un’ampia parte del mondo giuridico e istituzionale. Come si legge nella relazione della Commissione europea, “il ministro della Giustizia ritiene che la separazione delle carriere rafforzi il ruolo dei magistrati e attui il principio generale secondo cui la giurisdizione è esercitata tramite un equo processo in cui le parti sono su un piano di parità dinanzi a un giudice imparziale”. Posizioni analoghe sono state espresse dal Consiglio Nazionale Forense e dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che hanno definito la riforma “essenziale per garantire l’imparzialità dei giudici”.

La necessità di assicurare un’imparzialità non solo formale, ma anche sostanziale e percepita, si lega direttamente alle carenze strutturali che affliggono il sistema, le quali richiedono un intervento deciso e non più procrastinabile.

La riforma costituzionale non è un’esercitazione teorica, ma una risposta necessaria a disfunzioni strutturali, ampiamente documentate, che minano l’efficienza della giustizia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La Relazione sullo Stato di diritto 2025 della Commissione Europea offre un quadro impietoso delle patologie che il sistema italiano deve affrontare.

La lentezza della giustizia “costituisce tuttora un grave problema”. In particolare, i tempi per risolvere i contenziosi civili e commerciali sono “i più lunghi nell’UE”, richiedendo in media circa sei anni per una conclusione nei tre gradi di giudizio.

La percezione della corruzione nel settore pubblico “continua ad essere relativamente elevata”. I dati dell’Eurobarometro indicano che l’82% degli italiani la ritiene un fenomeno diffuso, una cifra allarmante se confrontata con la media UE del 69%.

Il sistema soffre di “lacune persistenti” nel personale. Si registra un tasso di carenza del 17% per i magistrati ordinari e del 37% per il personale amministrativo, una situazione che paralizza gli uffici giudiziari.

Questi dati non sono solo numeri, ma la negazione quotidiana del diritto a una giustizia rapida ed efficace. Una magistratura gravata da carenze di organico del 17% e da processi che durano anni non può permettersi l’inefficienza derivante da una carriera indifferenziata. La specializzazione imposta dalla separazione è una leva diretta per ottimizzare risorse scarse e aggredire le lungaggini alla radice, introducendo una logica di efficienza e chiarezza di ruoli oggi assente. Un sistema così inefficiente genera sfiducia e allontana i cittadini dallo Stato, rendendo la riforma non solo opportuna, ma strategica.

Questa urgenza di cambiamento non è avvertita solo a livello istituzionale, ma trova un forte riscontro nella volontà popolare, come dimostrato da recenti consultazioni.

Il dibattito sulla separazione delle carriere non è un’imposizione improvvisa, ma una questione che anima la discussione pubblica da decenni. Proposte di riforma sono state avanzate da commissioni parlamentari, come la “Commissione D’Alema”, e da iniziative di legge popolari, segnalando un’esigenza di cambiamento profonda e trasversale. Questo lungo percorso ha trovato la sua più chiara espressione nella volontà manifestata dai cittadini in occasione dei referendum abrogativi del 2022.

In quella consultazione, il terzo quesito proponeva di abrogare le norme che consentono il passaggio dei magistrati dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. Il risultato, tra coloro che si recarono alle urne, fu inequivocabile.

Nel referendum del 2022, il 73,26% dei votanti si è espresso a favore della separazione delle funzioni.

Sebbene il quorum non sia stato raggiunto, impedendo l’abrogazione delle norme, il significato politico di quel voto è innegabile. Esso ha rivelato una volontà schiacciante tra i cittadini partecipanti, un orientamento netto verso un sistema in cui i ruoli di giudice e pubblico ministero siano nettamente distinti. Ignorare questa indicazione significherebbe ignorare la voce di milioni di italiani.

Il referendum costituzionale del 2026 offre finalmente l’opportunità di dare attuazione a questa chiara indicazione popolare. Votare “Sì” non significa quindi avallare una riforma imposta dall’alto, ma portare a compimento un percorso democratico che parte dal basso. È la risposta a un’esigenza di chiarezza e terzietà che i cittadini hanno già manifestato. Questa spinta riflette anche il desiderio di superare le tensioni istituzionali che hanno troppo a lungo caratterizzato la giustizia italiana.

La scelta che gli italiani saranno chiamati a compiere nella primavera del 2026 è un verdetto sul futuro del nostro sistema democratico. Votare “Sì” alla riforma costituzionale significa garantire un processo equo, con un giudice veramente terzo e separato dalla parte che accusa, in piena attuazione dell’articolo 111 della Costituzione, rispondere alle disfunzioni del sistema, promuovendo la specializzazione e la chiarezza dei ruoli come leve per aggredire le intollerabili lungaggini processuali, dare seguito all’indicazione inequivocabile emersa dal referendum del 2022, onorando un’istanza democratica già espressa, chiudere una lunga stagione di conflitti e ripristinare quel clima di “rispetto reciproco fra le varie istituzioni dello Stato” che, come ricordato dalla Prima Presidente della Corte di Cassazione, è condizione indispensabile per alimentare la fiducia dei cittadini.

È importante sottolineare che la separazione delle carriere non è una misura “punitiva” nei confronti della magistratura, ma un passo evolutivo per l’intero sistema-Paese. Si inserisce in una visione organica dello Stato, in cui ogni potere esercita la propria funzione in modo autonomo ma equilibrato, con l’unico fine di tutelare i diritti dei cittadini. La riforma rafforza la magistratura stessa, consolidandone il ruolo a garanzia della legalità e della giustizia.

Per queste ragioni, il voto del prossimo referendum è molto più di una scelta tecnica: è un voto di fiducia nel futuro. Un “Sì” rappresenta un passo coraggioso verso una democrazia più forte, più giusta e un servizio giustizia finalmente più efficiente e vicino alle esigenze reali dei cittadini.

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Usa-Cina, vertice sul futuro del mondo. Gli scenari di Francesco Sisci

La Cina è economicamente e geopoliticamente debole, ma le sue capacità di pianificazione restano robuste. Gli Stati Uniti sono finanziariamente e geopoliticamente più forti, ma rapporti tesi con gli alleati e la mancanza di piani a lungo termine creano spazi di intervento. Pechino potrebbe essere nel mezzo di correzioni politiche.

L’economia cinese può essere descritta con una serie di stime approssimative. C’è quasi il 50% di disoccupazione giovanile. Circa 200 milioni di persone sono nell’economia dei lavoretti (gig economy), cioè circa il 40% dei lavoratori urbani è sottoccupato. Probabilmente ci sono 100 milioni di appartamenti invenduti. C’è sovrapproduzione di tutto. La gente risparmia su tutto perché non esiste uno stato sociale e teme eventi improvvisi e imprevedibili come le epidemie di Covid del 2020-2023, quando il Paese è stato in lockdown per quasi quattro anni. Gli impiegati hanno solo il 40% di reddito disponibile rispetto all’80% dei Paesi sviluppati. Per questo il consumo interno non riparte abbastanza in fretta. Tutti i tipi di sussidio, inclusi quelli di governo centrale, amministrazioni locali e imprese statali (Soe), potrebbe costituire il 15% del debito del bilancio statale. La crescita economica lo scorso anno è stata di circa il 5%; perciò, nel 2025, il rapporto debito/Pil potrebbe essere aumentato del 10% annuo. A questo ritmo, in 4-5 anni il debito totale della Cina potrebbe superare il Pil globale. Per annullarlo, la Cina avrebbe bisogno di crescita e inflazione, ma l’inflazione renderebbe i poveri ancora più poveri, aumentando la volatilità sociale e la propensione alle proteste.

Eppure, il Paese registra un avanzo commerciale annuo di mille miliardi di dollari, insostenibile per il commercio mondiale. È l’unica fonte di soldi/crescita reali. Dopo le recenti epurazioni, quando decine di alti ufficiali sono stati messi sotto indagine, non è chiaro se l’Esercito Popolare di Liberazione sia affidabile o capace di svolgere i suoi compiti. Ma dispone scorte di armi sufficienti a dimostrare una capacità di deterrenza. Le manovre recenti, che hanno mobilitato 1.200 e 2.000 grandi imbarcazioni da pesca in una linea di 500 km davanti al Giappone, hanno dimostrato che una flotta civile può essere mobilitata per obiettivi militari. I vascelli, talvolta grandi quanto fregate, potrebbero proteggere la propria marina militare confondendo attacchi con siluri o missili o speronando navi nemiche. In questo quadro, la guerra russa in Ucraina può essere necessaria per tenere gli Stati Uniti in guardia. Tutto ciò aumenta l’instabilità potenziale.

Esplosioni?

I dati potrebbero far sembrare che la Cina sia sul punto di esplodere. Ma Pechino mantiene un controllo saldo. Esistono massicci controlli della popolazione. L’apparato di partito sa che senza il leader supremo verrebbe delegittimato, quindi lo sostiene, pur temendolo. E lui li tiene sotto stretta sorveglianza. Molti cittadini stanno abbastanza bene, anche se non hanno più la speranza di arricchirsi come decenni fa. C’è sicurezza pubblica, e pochissima criminalità. La maggior parte ha una posizione di riserva in campagna, con una casa e un piccolo podere, e senza tasse per la prima volta in migliaia di anni.

La Cina detiene un quasi-monopolio sugli elementi delle terre rare (Ree). Su molti prodotti ha un vantaggio prezzo-qualità che gli Usa difficilmente potrebbero recuperare senza costi elevati. Centinaia o migliaia di produzioni sono in questa nicchia. La Cina è indispensabile per gli altri ma non ha una vera dipendenza dall’esterno. Potrebbe chiudersi in uno stile semi Corea del Nord, come fece la dinastia Qing prima della Prima Guerra dell’Oppio del 1840.

La Cina non ha bisogno di una vittoria a breve termine; ha bisogno di resistere. Gli Usa hanno bisogno di una strategia a lungo termine per riconquistare il mondo e vincere. Pertanto, data la struttura delle due società, aperta negli Usa e chiusa in Cina, se la Cina interrompesse le esportazioni verso gli Usa, gli Stati Uniti soffrirebbero, si lamenterebbero e protesterebbero. Se lo facessero gli Usa con la Cina, la Cina potrebbe soffrire anche di più, ma non urlerebbe né protesterebbe. La Cina può quindi chiudersi lentamente in stile “Corea del Nord”.

Tuttavia, la chiusura può durare solo per un certo tempo. Se la Cina dovesse andare in modalità “Corea del Nord” per più di un decennio, il presidente Xi Jinping, allora sopra gli 80 anni, potrebbe avere difficoltà a mantenere il Paese unito, e tutto potrebbe disgregarsi dopo la sua scomparsa. Deve trovare una soluzione relativamente presto. Il suo orizzonte, in ogni caso, non è di mesi; è di anni. Può permettersi, e potrebbe essere comodo, di aspettare di vedere come si muoveranno realmente gli Usa dopo il mandato di Donald Trump.

Pertanto, gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia a lungo termine per affrontare la Cina. Senza di essa, gli errori di valutazione sarebbero più probabili e il pericolo crescerebbe in modo esponenziale. La Cina ha destabilizzato l’ordine che gli Usa e i loro alleati avevano stabilito nel 1945 in una parte del mondo, estendendolo poi globalmente dopo la fine della Guerra Fredda nel 1989. Ora è una corsa a chi per primo svilupperà nuove regole per il gioco globale. Il vincitore deve essere complessivamente più forte ma anche offrire regole migliori per includere tutti in un ordine differente.

Ritocchi o ristrutturazione totale

Gli Usa devono reindustrializzarsi e mettere in ordine la propria società e i conti. Non è impossibile; non è nemmeno difficile. Richiede volontà politica a lungo termine e determinazione. Gli Usa stanno meglio perché dovrebbero solo ritoccare l’ordine esistente per tornare in cima. Ma ora sono nel mezzo di una crisi esistenziale; perciò potrebbero non esserne capaci. Pechino non sa come governare il mondo. Attualmente il suo modello sembra essere una ristrutturazione totale e quindi difficoltoso. Sa solo come governare la Repubblica Popolare Cinese (Prc) con il sistema presente, che teme di cambiare. Gli Usa hanno Venezuela, Iran e in parte la Russia dalla loro parte. Sono riusciti a cambiare la leadership in Venezuela, stanno scuotendo l’albero iraniano e hanno messo la Russia alle corde.

Queste sono minacce geopolitiche che potrebbero tradursi in punti di pressione per materie prime ed esportazioni di petrolio. La Cina possiede tutti i vantaggi essenziali nella sua industria d’esportazione. Pertanto, il vertice Trump-Xi di aprile potrebbe essere una pausa: geopolitica contro commercio. Ma alla fine, la Cina può fare a meno della sua geopolitica — pur potendo spingersi alla follia — mentre l’America potrebbe soffrire di più rinunciando alla catena di approvvigionamento cinese.

La Cina ha un piano a breve termine ma obiettivi a lungo termine vaghi. Gli Usa hanno il vantaggio ma mancano di un piano a breve termine, e l’uscita a lungo termine è poco chiara. Gli Usa devono rafforzare la loro economia. Ma se lo fanno a costo di lacerare alleanze e relazioni internazionali, offrono enormi vantaggi che la Cina può sfruttare. I recenti accordi cinesi con Canada ed Ue ne sono un’indicazione. Si sono sentiti sotto pressione e hanno trovato il modo di rivitalizzare il commercio con la Cina, mentre gli Usa si erano fatti più avversari.

Il Financial Times ha sostenuto che le mosse Usa rendono la Cina un modello. I dati sulle esportazioni cinesi del 2025 rappresentano chiaramente questo. Il suo avanzo commerciale ha raggiunto un record di 1,2 trilioni di dollari, nonostante una riduzione del 20% del surplus con gli Usa. Cioè, lo squilibrio commerciale globale con la Cina è peggiorato nonostante i miglioramenti statunitensi. Questo degrada la posizione complessiva degli Usa nel mondo e migliora quella della Cina.

Un’eredità di 50 anni

Negli ultimi 50 anni la Cina ha avuto una crescita e uno sviluppo senza precedenti. Il popolo cinese ha lavorato duramente, il governo ha contribuito, ma il motore principale sono stati gli Stati Uniti. Dagli anni ’70 e poi dagli anni ’80, questi hanno concesso basse tariffe alle esportazioni cinesi verso gli Usa, massicci trasferimenti tecnologici e indirizzo economico tramite consigli della Banca Mondiale. Dopo la repressione di Piazza Tiananmen nel 1989 e poi di nuovo, un decennio dopo, nonostante amare controversie sulla proprietà intellettuale, l’America rifiutò di voltare le spalle alla Cina, accelerando la diffusione della ricchezza e la creazione per la prima volta di una grande classe media cinese. Questo ha cambiato il contesto di ogni rivalità cinese.

Cinesi più ricchi e meno numerosi (a causa del drastico calo delle nascite) sono meno inclini a fare guerra. Sono diventati diversi dai vicini nordcoreani, che hanno mandato volentieri circa 50.000 volontari a morire per la Russia in Ucraina. La contrapposizione della Cina con gli Usa e i vicini cresce, ma una guerra totale sembra per ora improbabile, anche grazie al benessere accumulato negli ultimi 50 anni. In questa pausa, gli Usa avrebbero tempo per rimodellare l’ordine mondiale con piccoli aggiustamenti.

La ristrutturazione globale cinese richiederebbe uno sforzo molto maggiore. Potrebbe riuscirci o fallire, in contrasto inverso con il successo o il fallimento degli Usa. Intanto, fra un decennio circa, cinesi più poveri e più numerosi, liberati dalla politica del figlio unico e con un Paese più potente, potrebbero sentirsi diversamente riguardo alla guerra. Sarebbe il periodo in cui Xi, sugli 80 anni, potrebbe perdere presa sul potere. Il mix potrebbe diventare altamente infiammabile.

Lo stallo politico in Cina

I problemi economici cinesi hanno radici politiche. Ma è difficile affrontarli nella situazione attuale. Potrebbe esserci uno stallo tra Xi e la struttura del partito. Xi ha più potere di qualsiasi leader del partito nella Prc prima di lui. Tuttavia, il suo potere non è assoluto; dipende dalla struttura del partito, e il potere della struttura dipende dal leader supremo. C’è quindi un equilibrio di distruzione reciproca assicurata. Qui, nessuno può permettersi di apparire debole verso l’America, perché l’altra parte attaccherebbe immediatamente, accusando i deboli di tradimento. Attualmente, Xi non avrebbe potere senza la struttura, e viceversa.

Tuttavia, l’equilibrio di potere non è assoluto. Anche in teoria, la struttura non può fare a meno di un leader supremo; quindi, la loro unica via d’uscita sarebbe sostituire Xi con qualcun altro, ma non è facile. In teoria, Xi potrebbe, in parallelo, fare a meno della struttura presente e raggiungere il potere assoluto, come teorizzato da Hanfeizi (filosofo del III secolo a.C.). Non sarebbe facile, ma meno difficile in pratica che sostituire Xi.

Tuttavia, il “potere assoluto” di Hanfeizi va di pari passo con il wu wei, la non-azione — il non-intervento dell’imperatore, che stabilisce la direzione principale dell’impero ma lascia la gestione ai ministri. Hanfeizi fornì infatti il primo commento al Tao Te Ching (Dao De Jing) di Laozi, che teorizzò per primo il wu wei politico.

Ora è impossibile replicare lo schema antico di Hanfeizi, ma la riforma politica e una democrazia moderna potrebbero spezzare l’impasse politico. La struttura del partito dovrebbe essere ulteriormente destrutturata e perdere ancora più potere. Venti o trent’anni fa, quando la Cina era meno importante a livello globale e godeva di simpatia internazionale, Pechino avrebbe potuto promuovere questo tipo di riforme da sola.

Ora che il Paese è diventato più critico in un clima di sfiducia e tensioni globali, possibili cambiamenti interni cinesi impattano l’ordine mondiale e, se condotti da soli, potrebbero spaventare metà del mondo più delle riforme di fatto di Trump negli Usa. Pertanto, Pechino dovrebbe discutere il contenuto delle sue riforme con gli Usa e altri Paesi interessati. Ma al momento non c’è alcuna mossa in questa direzione a Pechino, e il punto morto persiste in mezzo a crescenti tensioni interne.

(Articolo pubblicato su Appia Institute)

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Storia e senso del Premio Letterario del Corpo Diplomatico della Santa Sede

Nel 2027, nel mese di novembre, compirà 100 anni il premio letterario Bagutta che, nato in una trattoria milanese, è il più antico d’Italia. Dal 1927 ad oggi, hanno preso vita molti altri premi, altrettanto prestigiosi, così come nel corso degli anni più volte nel dibattito pubblico si è discusso, pure con vivacità, sulla loro utilità e sulla relativa funzione. Tra questi si distingue, oltre che per il valore soprattutto per la sua origine, le proprie caratteristiche e i suoi fini, il Premio Letterario delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori presso la Santa Sede.

Anche la VII edizione di questa iniziativa, il cui bando fissa al 28 febbraio 2026 il termine ultimo per la presentazione delle candidature, si rivolge ad “autori di libri pubblicati in italiano e destinati al grande pubblico su temi relativi alla cultura e ai valori cristiani, alle relazioni tra Chiese cristiane e Stati, alla storia delle Chiese e al dialogo interreligioso”.

In proposito, eloquente è la lettera con cui, nel 2019, i promotori, presentando l’idea di premiare libri, mettevano in evidenza il privilegio di essere attori di eventi e dibattiti su questioni di base del Cristianesimo e dell’esistenza umana. Tale primo gruppo animatore (una quindicina) di ambasciatori aggiungeva poi che gli impegni ufficiali, “inseparabili dalla dimensione spirituale della Santa Sede, (l)i stimola(va)no a promuovere il Cristianesimo e a rispondere ad un bisogno generale di spiritualità attraverso l’arte della letteratura cristiana”. Parimenti, degna di nota è l’avvertenza iniziale che non sarebbe stato in competizione con premi già esistenti semmai si sarebbe focalizzato, come avvenuto, “sulla complementarità nel promuovere conoscenza nei rispettivi ambiti del sapere”.  Questo progetto di ispirazione culturale è ulteriormente apprezzabile nella scelta di non ammettere traduzioni anche da parte di autori non italiani quale atto di omaggio al nostro Paese che ospita attualmente 93 Missioni diplomatiche. Non meno rilevante è la composizione della giuria, co-presieduta dagli Ambasciatori d’Italia e dell’Unione Europea presso la Santa Sede, rispettivamente Francesco Di Nitto e Martin Selmayr, a cui partecipano tra gli altri numerosi Capi Missione.

In particolare, preme qui sottolineare come uno degli elementi distintivi sia rappresentato dal coinvolgimento (una presenza storicamente legata all’Urbe) del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, la cui esistenza “non comporta legami di ordine temporale né da parte della Santa Sede verso gli Stati, né da parte degli Stati verso la Santa Sede; non ne risultano oneri o vantaggi materiali, sia d’ordine economico, o commerciale, o militare. Si tratta essenzialmente di un dialogo, di un incontro permanente e qualificato” (Paolo VI, 1971).

Da altra angolatura, sempre nel mettere in luce la singolarità dell’iniziativa, e dunque le ragioni per seguire e raccontare il suo “cammino”, può essere interessante richiamare un passaggio dell’intervista al Decano, l’Ambasciatore (di Cipro) George Poulides, realizzata due anni fa da ACI Stampa: “Noi Ambasciatori (…) siamo consapevoli e rispettosi verso la missione pacifica della Santa Sede. Il Corpo Diplomatico che ho l’onore di rappresentare (…) dal 2018, è una grande famiglia unita che coltiva il dialogo e il rispetto reciproco (…) non siamo in competizione tra di noi (…) e cerchiamo in tutti i modi di seguire il grande desiderio del Santo Padre per la pace e la fratellanza umana”.

Ebbene, nei nostri giorni in cui il linguaggio, “nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari” (Leone XVI, 2026), questo premio è davvero speciale, nel suo essere occasione di tempo e luogo opportuno di incontro, perché ci ricorda che “per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano” (Leone XVI, 2026).

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Gaza e Nilo. Cosa significa lettera di Trump ad al-Sisi

La lettera inviata da Donald Trump al presidente egiziano Abdel Fattah al‑Sisi il 16 gennaio 2026 va letta come qualcosa di più di un ringraziamento formale per la mediazione sul cessate il fuoco a Gaza. Il testo rivela una precisa intenzione strategica: inserire il ruolo dell’Egitto nella crisi israelo‑palestinese dentro una più ampia architettura regionale, che oggi ruota attorno a tre dossier intrecciati — la tenuta della tregua a Gaza, la stabilizzazione del Mar Rosso e la crisi in corso nel Corno d’Africa. Dal Cairo, e dal contatto statunitese, passa anche il messagging strategico che Washington sta mandando all’Arabia Saudita, impegnata in un attivo riposizionamento geopolitico orientato alla costruzione di un’architettura di sicurezza regionale che coinvolge Turchia e Pakistan, ma pensa anche all’Egitto.

L’Egitto come perno della “fase due” a Gaza

Nel messaggio, Trump riconosce esplicitamente la leadership egiziana nella mediazione tra Israele e Hamas dopo il sanguinoso attacco terroristisco palestinese del 7 ottobre 2023, che ha aperto la stagione di guerra e la risposta brutale israeliana. Trump collegando correttamente la guerra israeliana a Gaza alla stabilità dell’intera regione. Questo passaggio assume particolare rilievo nel momento in cui Washington ha deciso di lanciare la “fase due” del cessate il fuoco, prevista dal cosiddetto “Trump Plan”. Ora l’obiettivo è passare dalla tregua e auspicata demilitarizzazione, alla governance tecnocratica e all’avvio della ricostruzione.

In questo schema, l’Egitto ha il ruolo cruciale del facilitatore diplomatico, perché è un attore strutturale: controlla uno dei principali accessi alla Striscia, il valico di Rafah, mantiene canali aperti con le diverse fazioni palestinesi (anche per interessi nazionali diretti al mantenimento dell’equilibrio) ed è in grado di offrire una cornice regionale alla fragile transizione post‑bellica. Il sostegno politico americano a Il Cairo risponde quindi a un’esigenza di continuità: senza l’Egitto, la “fase due” rischia di restare un esercizio di ingegneria istituzionale privo di ancoraggio sul terreno.

Dal ringraziamento su Gaza al dossier Nilo

Da qui, si apre a una contropartita. Il passaggio più significativo della lettera è infatti quello in cui Trump si dice pronto a riavviare la mediazione statunitense tra Egitto ed Etiopia sulla condivisione delle acque del Nilo e sulla diga Gerd. La questione è esistenziale: le acque del Nilo sono storicamente, da secoli, considerate fonte di vita dall’Egitto, e pensare a un taglio dell’aliquota portata dal fiume identitario – per un’infrastruttura che beneficerà la prosperità etiope – è da sempre una red-line per Il Cairo. Il riferimento al rischio di un conflitto militare esplicita come Washington percepisca questo dossier non come una disputa tecnica, ma come una minaccia potenziale alla stabilità africana e medio‑orientale.

Gaza fornisce all’Egitto capitale politico e centralità diplomatica; il Nilo rappresenta invece il cuore della sicurezza nazionale egiziana. Mettere i due piani nello stesso documento significa, da parte americana, riconoscere e rafforzare il ruolo regionale del Cairo, ma anche vincolarlo a una cornice multilaterale e negoziale, evitando soluzioni unilaterali. Ossia, mandare un segnale chiaro: Washington solo può avere modo di mediare, gli altri player rischiano destabilizzazione ulteriore.

Le parole di Trump

“Il mio team e io comprendiamo il profondo significato del fiume Nilo per l’Egitto e per il suo popolo, e desidero aiutarvi a raggiungere un esito che garantisca i fabbisogni idrici dell’Egitto, della Repubblica del Sudan e dell’Etiopia nel lungo periodo”, dice Trump, sottolineando che gli Stati Uniti affermano che “nessuno Stato della regione dovrebbe controllare unilateralmente le preziose risorse del Nilo, penalizzando nel processo i Paesi vicini”.

Ancor: “Ritengo che, con il giusto apporto di competenze tecniche, negoziati equi e trasparenti e un ruolo forte degli Stati Uniti nel monitoraggio e nel coordinamento tra le parti, sia possibile raggiungere un accordo duraturo per tutti i Paesi del bacino del Nilo”. Di più: “Un approccio di successo garantirebbe rilasci idrici prevedibili durante i periodi di siccità e negli anni di prolungata scarsità per l’Egitto e il Sudan, consentendo al contempo all’Etiopia di produrre quantità molto rilevanti di energia elettrica, parte della quale potrebbe essere ceduta o venduta all’Egitto e/o al Sudan”.

Il fattore saudita e la costruzione di una coalizione regionale

La lettera va letta anche alla luce di quel tentativo saudita di promuovere una nuova architettura di sicurezza in Medio Oriente, anche attraverso un rafforzamento dei legami con Egitto e Somalia. L’iniziativa di Riyadh risponde a una duplice esigenza: contenere l’instabilità lungo le rotte marittime strategiche e riequilibrare il peso degli Emirati Arabi Uniti in Yemen e Corno d’Africa. Vedere Sudan: Nel conflitto in Sudan, la tradizionale alleanza tra Riyadh e Abu Dhabi si è trasformata in una linea di frattura geopolitica, con l’Arabia Saudita che sostiene le Forze Armate Sudanesi e spinge per un approccio più statale alla stabilizzazione, mentre gli Emirati sono stati associati a un più marcato appoggio alle Rapid Support Forces tramite reti paramilitari e finanziarie, accentuando così le divergenze tra i due Paesi su visioni e strumenti di influenza regionale.

In questo contesto, l’Egitto diventa un partner naturale per l’Arabia Saudita: per prossimità geografica, per capacità militari e per il ruolo storico nel mondo arabo. Il sostegno saudita all’integrità territoriale somala e la crescente cooperazione con Il Cairo indicano la volontà di costruire una coalizione selettiva, meno ideologica e più funzionale, centrata su sicurezza marittima, intelligence e deterrenza regionale. Allo stesso tempo, l’Egitto mantiene solidi canali politici, economici e di sicurezza anche con Abu Dhabi, collocandosi in una posizione di cerniera strategica tra due fronti solo apparentemente contrapposti: una frattura reale sul piano operativo, ma potenzialmente ricomponibile in qualsiasi momento, data l’elevata fluidità degli attuali equilibri regionali.

La posizione di Trump: convergenza, ma con cautela

Trump non appare in disaccordo con questo orientamento. Al contrario, la presenza in copia nella lettera di leader sauditi ed emiratini segnala che Washington segue e, in parte, cerca di controllare il processo. Il tono del messaggio suggerisce un limite chiaro: gli Stati Uniti non intendono avallare un assetto regionale che possa produrre nuove fratture o escalation incontrollate.

Il richiamo al principio secondo cui nessuno Stato dovrebbe controllare unilateralmente risorse strategiche come il Nilo è indicativo di questa impostazione. Trump sembra accettare l’idea di una coalizione regionale guidata da attori arabi, ma vuole mantenerla compatibile con l’equilibrio complessivo, evitando che si trasformi in un blocco rigido o in un fattore di destabilizzazione, soprattutto in Africa orientale.

Un’unica scacchiera strategica

Gaza, il Mar Rosso e il Corno d’Africa non sono più dossier separati. La lettera a al‑Sisi mostra come l’amministrazione Trump stia cercando di gestirli come parti di un’unica scacchiera, in cui l’Egitto funge da snodo tra Medio Oriente e Africa, e l’Arabia Saudita da architetto di una nuova cooperazione regionale.

In questo quadro, la mediazione su Gaza diventa il banco di prova di un disegno più ampio: se la “fase due” reggerà, rafforzerà non solo la tregua nella Striscia, ma anche la credibilità di un assetto regionale in cui Washington resta arbitro esterno, pronto a sostenere le iniziative dei partner, ma attento a impedirne le derive.

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Catene più corte, così Meloni e Takaichi uniscono Mediterraneo e Indopacifico. Parla Checchia

Il lungo viaggio di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud è un tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia globale a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del sistema Paese. Lo dice a Formiche.net Gabriele Checchia, esperto diplomatico, già ambasciatore in Libano, presso la Nato, vicedirettore dell’Unità Russia e Paesi dell’area ex-sovietica alla Direzione Generale Affari Politici e Consigliere Diplomatico di vari ministri, che identifica un preciso filo conduttore dell’azione della premier tra Muscat, Tokyo e Seul: ovvero voler diversificare le partnership e rafforzare il ruolo italiano come principale collegamento tra Europa, Golfo e Asia. Roma mostra la volontà di tenere insieme i singoli teatri perché le catene si sono accorciate: Indopacifico, Mediterraneo e Italia sono contigue.

Politica, geopolitica e relazioni commerciali: tra Oman, Giappone e Corea del Sud quale il bilancio della missione di Giorgia Meloni?

Direi che è un bilancio positivo per una serie di motivi. Il primo è che si tratta di una missione che si è collocata nell’ambito di una riflessione geopolitica da parte della presidente del Consiglio, del nostro governo e del ministro degli Esteri. Cioè non una missione di cosmetica o di puro cerimoniale, ma una missione che riflette un mondo in rapida evoluzione, nel quale l’instabilità e l’ interconnessione tra i mercati e le aree geografiche è diventata centrale. Per esempio, la tappa in Oman è una testimonianza del fatto che l’instabilità del Medio Oriente (e l’Oman è un partner affidabile in quella regione del mondo) ha implicazioni dirette per il transito navale per i flussi di energia.

Lo stesso dicasi per la tappa in Giappone e Corea?

Sì, poiché sappiamo quanto conta l’Indopacifico per l’approvvigionamento europeo ma anche per le tensioni intorno a Taiwan. Non è un caso che la presidente Meloni e il primo ministro giapponese ne abbiano posto l’accento ripetutamente anche nel loro editoriale sul Corriere della Sera e sul quotidiano giapponese Nikkei: ovvero la necessità di un Indopacifico aperto e libero nonché direi sulla connessione tra l’Indopacifico e il Mediterraneo allargato. Mi sembrano tutti segnali della consapevolezza di una crescente interdipendenza tra le varie aree geografiche e del fatto che Italia e Giappone sono due paesi legati all’Occidente, ma sempre con una politica estera responsabile e attenta agli equilibri complessivi. Questo consentirebbe anche di rafforzare la sicurezza economica di entrambi.

Perché il fronte asiatico e dell’Indopacifico è così strategico per l’Italia?

Cito un virgolettato nella parte finale di quell’editoriale a firma congiunta che lo spiega. Un elemento distintivo di questa visione comune tra Italia e Giappone è la volontà di impegnarsi attraverso il Mediterraneo allargato e l’Indopacifico, spazi geografici centrali negli equilibri globali. In questa visione condivisa, la sicurezza economica assume importanza sempre maggiore e ovviamente quando si parla di sicurezza economica si parla di sicurezza delle catene di valore, della certezza che non verranno messe a rischio e della necessità di fare tutto quanto possibile perché queste catene di valore siano regolari e prevedibili. Direi che questa è una dimensione molto importante del viaggio.

La dimensione geopolitica globale, dunque, oltre a quella bilaterale?

Esatto, quella che ci offre l’icona di una Italia sempre più globale. Il rapporto tra Italia e Giappone è antico, non è un caso che la missione della presidente Meloni sia stata anche celebrativa del 160º anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra due Paesi, lontani geograficamente ma come rilevato da Meloni molto vicini sotto tanti profili a cominciare dall’essere ambedue eredi di una grande cultura.

Tale ragionamento di visione condivisa e globale porta anche all’Africa?

Lì la strategia italiana del Piano Mattei e l’esperienza giapponese condividono molti punti in comune ovviamente con riferimento all’Africa. Penso alla cooperazione paritaria e vantaggiosa per tutti, fondata su soluzioni condivise e investimenti capaci di generare prosperità sul lungo periodo. La terza dimensione della missione, quella legata alla volontà del nostro Presidente del Consiglio, punta sulla crescita del flusso di investimenti nelle due direzioni. Se noi pensiamo al numero impressionante di imprese giapponesi attive sul mercato italiano e di imprese italiane attive sul mercato giapponese, con 8000 dipendenti, un fatturato da almeno 3 miliardi di euro, ci rendiamo conto di quale sia la posta in gioco.

In comune tra Meloni e Takaichi c’è anche (o soprattutto) una impostazione valoriale di chiara matrice occidentale. Come potrà riflettersi sui dossier maggiormente delicati?

La visione geopolitica condivisa è quella al servizio di interessi nazionali, come è giusto che sia, ma anche di una visione comune dell’Occidente confrontato a sfide importanti come quella russa e quella cinese. Non è un caso che la difesa della libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, a fronte dei tentativi di Pechino di ostacolare traffici regolari con le sue ripetute manovre minacciose intorno a Taiwan, sia stata al centro dei colloqui. Quindi il viaggio è stato all’insegna della visione geopolitica, ma anche del pragmatismo, quello che ha posto in essere Giorgia Meloni come fattore di equilibrio nello scacchiere mediorientale, tra l’altro vicino a un nodo commerciale decisivo e delicatissimo come lo Stretto di Hormuz, oltre che vicino a importanti giacimenti energetici. In questo senso i colloqui molto buoni che ha avuto la presidente Meloni col sultano dell’Oman confortano la sua scelta di rivolgere questa attenzione speciale all’area del Golfo.

Si tende così a ridurre la vulnerabilità del sistema Italia a fronte degli scossoni diretti all’ economia mondiale sottoposta a varie crisi?

Diversificare le partnership e rafforzare il ruolo dell’Italia globale come principale collegamento tra l’Europa, il Golfo e l’Asia è il centro dell’azione del governo e di viaggi come questo, che mi pare il più rilevante in assoluto dall’inizio dell’esperienza di governo. Meloni ha compiuto tale missione stabilendo anche un rapporto personale con la sua omologa giapponese e per questo ha avuto un forte riscontro di apprezzamento a livello di opinione pubblica in Giappone. Aggiungerei l’aspetto delle alte tecnologie, su cui Corea del Sud e Giappone sono in prima fascia per quanto riguarda la produzione di semiconduttori di alto livello dopo Taiwan. Quindi anche sotto questo profilo sono sicuro che i colloqui avranno portato risultati importanti nella prospettiva di collaborazioni industriali. Si tratta quindi di tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del nostro sistema Paese ma c’è stata anche, mi sembra, una dimensione valoriale perché nell’editoriale a firma congiunta si fa riferimento alla comune preoccupazione per un calo della natalità in Europa e in Giappone e alla volontà comune di aiutare le famiglie.

Altro elemento in evidenza, quello della diversificazione dei mercati in un momento in cui i dazi impattano sul libero commercio. Quali i vantaggi?

Credo che questa missione rifletta anche la volontà del governo italiano, proprio in questo particolare momento, di aprirsi nuovi mercati. Basti pensare a quello che abbiamo fatto dando l’approvazione al varo del Mercosur, ma anche il Piano Mattei per l’Africa rientra in questa volontà di aprirsi a nuovi mercati. Quindi direi una missione sfaccettata, con tanti tasselli operativi che sono degni di apprezzamento. E c’è un ruolo decisivo dell’Italian Japan Business Group, del gruppo di lavoro di Business Italia Giappone che già esiste da anni ma che certamente conoscerà un rilancio. Ma sul versante squisitamente giapponese c’è poi l’aspetto difesa. Italia e Giappone collaborano in questo aereo di ultima generazione, il Global Compact Air Program, insieme con il Regno Unito e sono tutti settori strategici. Questa bella combinazione di tradizione e innovazione mi sembra essere la cifra della missione che si sta ancora svolgendo, questa volta in un altro partner fondamentale per l’Italia che è la Corea del Sud.

Da sempre l’Italia ha fatto dell’export il principale strumento di politica estera. Che cosa sta cambiando adesso rispetto al recente passato?

Sta cambiando soprattutto questa instabilità nel mondo, che sta diventando sistemica. L’export prima era sempre fondamentale per la nostra economia, essendo la nostra economia di trasformazione, ma lo è ancor più adesso quando non ci sono più certezze sui mercati. Quindi una instabilità che da eccezione diventa regola impone la necessità di aprirsi a nuove formule di cooperazione economica e ad aree del mondo come quelle che ho citato, che magari in passato sono state date per acquisite o sono state anche abbastanza trascurate. Ecco perché ho citato il Mercosur, perché l’apertura al mercato latinoamericano per le nostre merci mi sembra un’ulteriore dimostrazione di questa necessità di essere più innovativi nel creare sbocchi.

Proprio ieri il governo ha presentato il piano per l’Artico: quali i possibili benefici e quali gli intrecci con i partner internazionali?

L’impegno italiano in Artico è basato su un mix strutturato di ricerca scientifica, sicurezza e alte tecnologie. Anche lì l’Italia è portatrice, per esempio in campo energetico, di avanguardia che la centralità crescente che sta acquisendo la regione artica potrebbe mettere nuovamente in evidenza, con reali possibilità di accrescere l’export verso Paesi i nostri partner, penso alla Danimarca, ma anche agli stessi Stati Uniti in aree di altissimo livello tecnologico fino ad ora trascurate proprio perché la situazione era stabile, diciamo congelata. In questo caso nell’Artico si stanno scongelando non solo i ghiacci, ma anche possibilità importanti per il nostro sistema imprenditoriale di prima fascia. In questo senso va valorizzato anche l’impegno del ministro degli esteri Antonio Tajani sui grandi temi della nostra politica estera.

Nella sede dell’ambasciata d’Italia a Tokyo la premier ha incontrato i vertici delle principali aziende giapponesi: 17 gruppi con un fatturato di oltre mille miliardi di euro. Che prospettive si aprono?

Quelle di una crescente credibilità dell’Italia sullo scenario internazionale, che sicuramente ci aiuterà sotto tanti profili, a cominciare da quello della sicurezza. Aggiungo il nostro ruolo apprezzato di stabilizzazione in regioni del mondo, ecco perché è stata registrata con attenzione da parte giapponese anche la disponibilità italiana ad inviare unità della nostra Marina per esercitazioni nell’area dell’Indopacifico. Tutto questo mi sembra positivo, soprattutto se legato alla volontà di tenere insieme i singoli teatri. Ormai non esiste più lo spazio come elemento discriminante tra i teatri e le aree di crisi, perché le catene si sono accorciate: penso all’Indo pacifico, al Mediterraneo dove l’Italia svolge un ruolo da sempre di primo piano, sono due aree che ormai potremmo definire contigue. Ecco perché si parla di Mediterraneo allargato che, a questo punto, arriva a lambire l’Indopacifico. Le sinergie tra esigenze delle nostre imprese, del nostro sistema Paese, esigenze securitarie ed esigenze di proiezione geopolitica ormai sono sempre crescenti in un momento in cui quello che conta è essere competitivi nelle alte tecnologie, avere accesso alle materie critiche necessarie per realizzare queste altre tecnologie e stabilizzare le aree dove i commerci possono essere disturbati per esempio nel Mar Rosso, dove abbiamo subito le azioni di disturbo degli Houthi, a partire dallo Yemen.

Dunque tutto questo come si tiene assieme?

Tramite un filo rosso che riflette una visione, a mio avviso, del nostro governo, della presidente Meloni, del ministro degli Esteri, e anche con la componente difesa egregiamente guidata dal ministro Crosetto e il ministero delle Imprese del ministro Urso per fare sistema. Ma con una visione non provinciale bensì aperta alle nuove sfide che la realtà internazionale, così frammentata, ci consegna. E a cui il governo sta rispondendo con pluralità.

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Cipro, doppia morte sospetta. Il caso Panov e l’ombra dello spionaggio russo

La morte del 47enne Anton Panov, un impiegato dell’ambasciata russa a Nicosia, si sta trasformando in un thriller internazionale, sia perché l’uomo secondo la stampa locale e internazionale non era un semplice addetto diplomatico, sia perché Cipro assieme a Grecia e Israele ha da poco deciso di cambiare il proprio profilo militare e geopolitico, attirando varie attenzioni. Panov non è morto da solo, nelle stesse ore sull’isola è stato trovato senza vita l’oligarca del potassio Vladislav Baumgartner.

SOLO UN CRITTOGRAFO?

I fatti riportano che il corpo dell’uomo è stato rinvenuto lo scorso 12 gennaio, ufficialmente per suicidio. Su blog e siti però circolano varie ipotesi circa il destino dell’uomo che, sempre secondo alcune ricostruzioni, sarebbe un crittografo. Potrebbe essere stato vittima di una frode immobiliare oppure di un’azione di spionaggio? Le indagini proseguono in tutte le direzioni, anche perché il curriculum dell’uomo lo impone. Secondo quanto pubblicato da The Insider, Panov aveva prestato servizio nell’FSB e dell’SVR dopo aver studiato presso il dipartimento di Tecnologie dell’Informazione e Sistemi di Comunicazione Speciali presso la filiale dell’Accademia FSO nella città di Voronezh (al confine con l’Ucraina). Dopo la laurea e la specializzazione in crittografia, passò all’impiego presso il Centro di Controllo Nazionale dell’FSB “Atlas” e in seguito la promozione al ministero degli Esteri. Secondo fonti citate dal ministero russo, Panov sarebbe stato assunto al ministero degli Esteri in seguito alle azioni di Ilya Sosnovsky, assistente del leader del partito LDPR, Leonid Slutsky, noto per i suoi legami con i servizi segreti.

L’OLIGARCA DEL POTASSIO

Si tratta della seconda morte sospetta in pochi giorni a Cipro: trovato senza vita anche l’oligarca russo di 56 anni Vladislav Baumgartner. Si tratta dell’ex Ceo di Uralkali, diventato famoso nel 2013, quando fu arrestato a Minsk per ordine del leader bielorusso Alexander Lukashenko durante la cosiddetta “guerra del potassio”. Era scomparso l’8 gennaio quando, in una zona marittima di Cipro, aveva praticato un’arrampicata su roccia nonostante forti venti. Ma il giorno della scomparsa di Baumgartner coincide anche con la morte Panov, che secondo gli investigatori, era collegato ai servizi di sicurezza.

C’è anche un terzo indizio: lo stesso giorno a Cipro è scoppiato uno scandalo di corruzione dopo la diffusione di un audio carpito in occasione di una riunione di alti funzionari che discutevano di piani di corruzione, tra cui l’aiuto ai russi per aggirare le sanzioni europee. Ciò ha causato le dimissioni del capo dell’amministrazione presidenziale di Cipro, Charalampos Charalambous.

IL RUOLO DI CIPRO

La presenza russa Cipro non è una novità degli ultimi anni, ma una consuetudine sia alla luce della peculiare posizione geografica dell’isola (più vicina all’Anatolia che all’Europa), sia per via del volume di affari prodotto in loco tramite una serie di società, come emerso in occasione della crisi bancaria del 2013, causata dall’eccessiva esposizione delle banche cipriote ai titoli di stato greci e dall’afflusso di depositi esteri soprattutto russi. Ma dall’avvio della guerra in Ucraina, complice il rafforzamento delle relazioni tra Nicosia e Bruxelles, il sistema di alleanze cipriota ha mutato orizzonti, posizionandosi in linea con Israele e Grecia essenzialmente a causa del dossier energetico. Se i giacimenti presenti a Cipro fossero sfruttati si accelererebbe il processo di indipendenza energetica europea dall’energia russa. Un eventuale gasdotto verso l’Ue assieme al Tap già in funzione renderebbe l’Ue molto più stabile per l’approvvigionamento di gas.

Cosa c’entra l’energia con questa morte? In linea retta nulla, ma il tema della geopolitica è strettamente connesso alla presenza sull’isola di una intensa attività di intelligence da parte di potenze straniere. Nicosia infatti è player attivo su vari fronti: il gas, alla luce dei nuovi mega giacimenti scoperti; la difesa dal momento che stanno per iniziare i lavori della nuova base per sommergibili; la politica, per il 2026 è presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, un ruolo chiave.

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Perche l’accordo sui semiconduttori Usa-Taipei non è solo commercio

Gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver accettato di ridurre al 15% i dazi doganali sui beni provenienti da Taiwan, in cambio di centinaia di miliardi di dollari di investimenti volti a incrementare la produzione nazionale di semiconduttori. Il dipartimento del Commercio ha fatto sapere giovedì che le aziende di semiconduttori e tecnologia dell’isola si sono impegnate in “nuovi investimenti diretti” per un valore monstre di almeno 250 miliardi di dollari, accompagnati da altri 250 miliardi in garanzie di credito. L’accordo prevede anche esenzioni dai dazi doganali per le aziende di semiconduttori taiwanesi che investono negli Stati Uniti.

L’incremento della produzione statunitense di chip semiconduttori, presenti in dispositivi che vanno dalle automobili agli smartphone, è una priorità per gli Stati Uniti, poiché le carenze durante la pandemia di Covid-19 hanno esposto i rischi della catena di approvvigionamento.

Il deal commerciale raggiunto questa settimana offre una fotografia nitida delle priorità strategiche di Washington nel 2026: l’economia prima della geopolitica, la sicurezza industriale come linguaggio indiretto della deterrenza. Il quadro include la creazione di poli industriali negli Stati Uniti, nuove regole tariffarie — con un tetto del 15% su componenti auto, legname e derivati del legno taiwanesi — e l’azzeramento dei dazi reciproci su una selezione di beni strategici, dai farmaci ai componenti aeronautici.

Il cuore dell’accordo riguarda i semiconduttori, con Taiwan Semiconductor Manufacturing Company — l’azienda leader globale dei chip — che diventa sempre uno dei nodi cruciali dell’economia globale, come dimostra il recente innalzamento del 5% del target price annunciato ds Morgan Stanley. Le future tariffe statunitensi premieranno le aziende taiwanesi che costruiranno capacità produttiva sul suolo americano, consentendo importazioni duty-free direttamente collegate a nuovi impianti negli Stati Uniti. Durante la fase di costruzione, le imprese potranno importare fino a 2,5 volte la capacità pianificata senza pagare dazi; una volta completati i progetti, resterà possibile importare fino a 1,5 volte la nuova produzione domestica senza tariffe. Una cornice che consolida e amplia investimenti già avviati, come quelli di Tsmc in Arizona, e che punta esplicitamente a invertire un trend storico: la quota americana della produzione globale di chip è scesa dal 37% nel 1990 a meno del 10% nel 2024.

Economia come stabilizzatore (e come messaggio)

Sul piano politico, l’intesa riflette fedelmente l’impostazione dell’amministrazione di Donald Trump nel 2026. Washington è concentrata sul riequilibrio commerciale e sulla sicurezza delle supply chain critiche, considerate ormai una componente della sicurezza nazionale. La visita di Stato di Trump a Pechino prevista per aprile e l’enfasi su accordi “America First” suggeriscono una strategia di de-escalation selettiva: evitare frizioni inutili su Taiwan che possano compromettere i negoziati economici con la Cina, senza però rinunciare a rafforzare — in modo meno visibile — i legami strutturali con Taipei.

In questo senso, il deal sui semiconduttori funziona come strumento di ambiguità strategica aggiornata. Non modifica formalmente la politica americana su Taiwan, ma consolida un’interdipendenza industriale che rafforza il valore strategico dell’isola per gli Stati Uniti e, allo stesso tempo, riduce la vulnerabilità americana a shock esterni.

La lettura di Pechino

Per Pechino, Taiwan resta un “core interest”. La pressione militare — incursioni nell’ADIZ, attività navali e grandi esercitazioni — è destinata a proseguire finché il costo internazionale resterà contenuto. Le manovre “Justice Mission 2025” di fine dicembre, con la simulazione di un blocco dei principali porti taiwanesi, hanno mostrato una capacità crescente di controllo dello spazio marittimo e aereo attorno all’isola. In parallelo, la leadership cinese continua a lavorare sul piano politico e narrativo, normalizzando l’idea di una riunificazione inevitabile e cercando impegni più espliciti — o quantomeno silenzi — da parte degli Stati Uniti e degli alleati regionali.

Da questa prospettiva, l’accordo commerciale non è visto come una provocazione diretta, ma parte di un approccio incrementale americano: rafforzare Taiwan senza trasformarla nel fulcro di uno scontro aperto che potrebbe ricompattare l’opposizione internazionale contro la Cina.

Il doppio binario americano

La cautela politica non equivale a disimpegno. Sul piano militare, Washington continua a rafforzare le capacità difensive taiwanesi. A dicembre, gli Stati Uniti hanno annunciato un nuovo pacchetto di vendite militari da 11 miliardi di dollari, portando il totale sotto l’amministrazione Trump a quasi 34 miliardi. Il Pentagono, nel suo ultimo rapporto sulla Cina, sottolinea che l’Esercito Popolare di Liberazione — il People’s Liberation Army — sta avanzando verso gli obiettivi fissati dal Partito per il 2027, inclusa la capacità di ottenere una “vittoria decisiva” su Taiwan e di controbilanciare gli Stati Uniti nei domini strategici. Attenzione: non significa che è partito il contro alla rovescia per il momento in cui Xi Jinping ordinerà un’invasione, ma il 2027 è la data in cui il leader cinese vuole aver raggiunto la prontezza operativa (implicito riconoscimento di non averla attualmente).

Qui emerge il paradosso: meno retorica politica, più sostanza strutturale. L’amministrazione Trump evita dichiarazioni che possano essere lette come un endorsement dell’indipendenza taiwanese, ma continua a investire nella deterrenza e nell’integrazione economica.

Il nodo Taipei

Per Taiwan, il messaggio è ambivalente. L’accordo commerciale rafforza indubbiamente l’indispensabile legame con Washington e amplia lo spazio di cooperazione in settori chiave — semiconduttori, AI, difesa, telecomunicazioni, biotecnologie — ma conferma anche che Taipei non può basarsi esclusivamente sulle priorità americane, soprattutto quando queste sono dominate dal commercio.

Da qui la pressione crescente perché l’isola rafforzi il consenso interno su spesa per la difesa, capacità asimmetriche, riserve e resilienza civile. Un’agenda che trova sostegno a Washington (e a Tokyo), ma che richiede leadership politica per superare divisioni interne ancora marcate.

In sintesi

L’intesa sui semiconduttori diventa quindi un  segnale con un messaggio strategico calibrato: gli Stati Uniti scelgono di competere con la Cina sul terreno economico-industriale, riducendo la dipendenza critica e rafforzando Taiwan senza alzare il livello dello scontro politico. Per Pechino, è un promemoria che la pressione militare non ferma l’integrazione strutturale tra Washington e Taipei. Per Taiwan, è un’opportunità — e un avvertimento — su quanto conti, oggi più che mai, la capacità di reggersi anche sulle proprie forze.

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Sul referendum costituzionale serve coerenza. Polillo spiega perché

Tra i tanti motivi che spingono a votare SI al prossimo referendum sulla riforma della magistratura, ve n’è uno che taglia la testa al toro. L’esistenza di un principio costituzionale, come quello contenuto nell’articolo 111 della nostra Carta, che non ammette deroghe. Ne deriva che se prevalessero i NO, sarebbe poi necessario procedere ad una sua modifica, non essendo concepibile che in un settore così delicato, come quello dell’amministrazione della giustizia, possa verificarsi una contraddizione così netta tra i principi costituzionali e l’ordinamento giuridico vigente.

In altre parole sarebbe allora necessario abolire ogni riferimento al “giusto processo” per sostituire il modello “accusatorio”, sancito dal suddetto articolo, per tornare a quello “inquisitorio” che fu caratteristica prevalente del vecchio codice Rocco. Il sistema vigente al tempo del fascismo e non superato dalla Costituzione del 1948. Infatti il “nuovo” articolo 111 fu approvato dal Parlamento italiano solo nel novembre del 1999 con la legge costituzionale n. 2. Si tratterebbe, pertanto, di un salto indietro di quasi 100 anni. Motivato solo dall’esigenza di soddisfare le chiusure corporative di una parte della magistratura e del livore antigovernativo di alcuni gruppi della sinistra italiana.

Chi se ne assumerà la responsabilità? La domanda è pertinente. L’attuale discrasia, eventualmente rafforzata dalla vittoria del NO al referendum costituzionale, renderebbe insostenibile la situazione. Si creerebbe, infatti, una zona grigia completamente sottratta all’eventuale giurisdizione della Corte Costituzionale, impossibilitata, per ragioni oggettive, ad intervenire sulle regole effettive che sono alla base dell’attuale processo. Come sarebbe, infatti, possibile dimostrare che, in un determinato momento, il giudice non sia stato “terzo ed imparziale”? Anche nell’eventualità di una revisione dei processi più famosi – si pensi al caso Tortora – non fu possibile ricondurre l’errore giudiziario originario ad una violazione della norma costituzionale.

Non è il solo paradosso. Caratteristica della sinistra italiana è stata sempre quella di aver invocato la necessità di riformare l’ordinamento giuridico esistente per uniformarlo ai principi di carattere costituzionale. Nel caso considerato, invece, avverrebbe il contrario. Si dovrebbero rimodulare i principi d’ordine costituzionale per renderli uniformi con lo stato della legislazione esistente. Sebbene quest’ultima, dal caso Palamara in poi, abbia mostrato contraddizioni così evidenti, da risultare insostenibile.

Basterebbero queste semplici considerazioni per far emergere l’incoerenza delle posizioni assunte da settori così rilevanti della sinistra. Che ignorano o fingono di ignorare chi furono i principali artefici della legge costituzionale n. 2 del 1999. I quali non fecero altro che muoversi lungo la linea tracciata da Giuliano Vassalli. Uomo della Resistenza, quest’ultimo, era riuscito a far evadere dal carcere Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, destinati al plotone d’esecuzione. Socialista da sempre era stato candidato, insieme a Sandro Pertini ed Antonio Giolitti, alla carica di Presidente della Repubblica. Dopo essere stato membro del Parlamento, ministro di Grazia e Giustizia e presidente di commissioni parlamentari. Ed, infine, membro della Corte Costituzionale, fino a divenirne il presidente.

Giurista insigne, oltre che avvocato, i suoi primi studi sul “giusto processo” risalivano al 1986, quando in un convegno a Siracusa, si misurò con le caratteristiche del modello anglosassone, interrogandosi fino a che punto i relativi vantaggi (un processo alla Perry Mason) potessero essere inseriti nell’ordinamento italiano. Intanto contribuiva in modo determinante alla riforma del codice di procedura penale, espungendo dal vecchio ordinamento giuridico i fardelli più pesanti legati alla tradizione del codice Rocco.

La svolta si ebbe nel corso della XIII legislatura: anni caratterizzati dal tentativo di un accordo bipartisan tra maggioranza ed opposizione, purtroppo, non andato a buon fine. In quei cinque anni (dal 1996 al 2001) il dominio della sinistra fu, comunque, assoluto. Prima il governo Prodi (1996/1998), quindi il D’Alema 1 e 2 (1998/2000) ed infine, nell’ultima parte, il Governo Amato. Nel biennio 97/98 fu la bicamerale (Commissione parlamentare per le riforme costituzionali) presieduta, da Massimo D’Alema, a tenere banco. Alla fine se ne fece niente, salvo quel piccolo grande risultato che fu appunto la riforma dell’articolo 111 della Costituzione.

La nuova normativa era, infatti, già contenuta nell’articolo 130 della bozza di riforma, in cui si stabiliva, tra l’altro, che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità e davanti ad un giudice terzo”. A seguito della mancata approvazione di tutto l’impianto di revisione costituzionale (il fallimento della bicamerale) queste disposizioni furono stralciate e riprese in numerose proposte di legge, per essere poi sottoposte al vaglio del Parlamento. Dopo intense discussioni, sui vari disegni di legge, si giunse, quindi, ad un testo unificato, che fu approvato “in seconda votazione e con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna assemblea” per essere, infine, promulgato il 23 novembre 1999.

È interessante vedere le firme che ne accompagnarono la promulgazione: Carlo Azeglio Ciampi, che da qualche mese era diventato Presidente della Repubblica; Massimo D’Alema, presidente del Consiglio dei ministri ed Oliviero Diliberto, guardasigilli. Dagli “azionisti” rappresentati dall’ex governatore della Banca d’Italia, ai due principali esponenti della sinistra comunista. Il primo allora Presidente dei Ds (Democratici di sinistra), il secondo Segretario nazionale del Partito dei comunisti italiani: la formazione nata dalla scissione dal Pci capeggiata da Armando Cossutta.

Se poi si guarda alle caratteristiche del governo che fece da sponda a quell’iniziativa parlamentare, basti ricordare che Sergio Mattarella ne era il vicepresidente. Ma quello che fa più impressione fu la presenza di Pier Luigi Bersani che allora era ministro delle attività produttive, con delega al turismo. Non proprio l’ultima ruota del carro. Poteva, quindi, dissentire in vari modi e far sentire la sua voce, durante il complesso iter parlamentare, invece di scoprirsi feroce oppositore dopo ventisei anni dalla sua approvazione. Episodio che merita una piccola chiosa. Nessuna crocefissione per chi cambia idea, fino a rinnegare il proprio passato. Ma anche in questo ci vuole stile. Che è un po’ come il coraggio di Don Abbondio. Visto che non tutti ce l’hanno.

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Chi potrebbe vincere le elezioni in Portogallo

Il primo appuntamento elettorale di questo 2026 è in Portogallo. Domenica 18 i cittadini sono convocati alle urne per scegliere il successore dell’attuale capo di Stato, Marcelo Rebelo de Sousa, in quelle che sono state definite le più contese elezioni del Portogallo dell’ultima decade. Il pareggio tecnico tra i candidati favoriti è quasi certo, per cui molto probabilmente si andrà al ballottaggio l’8 febbraio.

Sebbene in Portogallo il presidente non abbia funzioni esecutive, il suo ruolo di arbitro è molto importante. E, in questa occasione, il candidato di estrema destra, André Ventura, ha avvertito che in caso di vittoria sarà molto più attivo e interventista di quanto tradizionalmente lo è il presidente portoghese. Ha addirittura dichiarato che non si risparmierà nel prendere posizioni di opposizione al primo ministro, se così lo considera necessario.

Le probabilità che Ventura diventi capo dello Stato portoghese sono alte. Secondo gli ultimi sondaggi, di agenzie diverse, tra tutti gli undici candidati alla presidenza, Ventura è il favorito, anche se non è certo che vinca nel secondo turno.

Ma chi sono i candidati con più possibilità di trionfo? C’è, appunto, Ventura, leader del partito di estrema destra Chega. È giornalista, scrittore e opinionista sportivo. È stato persino in un seminario. La sua carriera politica è iniziata da poco, nel 2017, quando entrò nella lista locale del conservatore Partito Social Democrata a Loures, nella periferia di Lisbona. La sua campagna è stata segnata da un linguaggio xenofobo e provocatore contro gli zingari della zona.

In una biografia intitolata “Na cabeça de Ventura”, scritta da Vítor Matos, si legge che il neo-politico è riuscito a convincere gli astensionisti che erano stanchi del sistema e hanno visto in un uomo che ha il coraggio di dire quello che gli altri non dicono. Secondo l’autore, Ventura è un “opportunista”, con una carriera professionale indirizzata dal successo, la fama e il potere.

Come candidato c’è anche António José Seguro, ex segretario del Partito Socialista, considerato la speranza della sinistra. È professore di Teoria dello Stato e Pensiero Politico e Sociale all’Università Autonoma di Lisbona e quella sua vocazione da insegnante l’ha aiutato ad avvicinarsi molto agli elettori, specialmente quelli più giovani. Gli ultimi anni ha dedicato il suo tempo all’accademia e alla politica. È laureato in Relazioni Internazionali ed è entrato al Partito Socialista negli anni ‘90. È stato anche eurodeputato. Molti ricordano la sua opposizione alla legge di bilancio del 2012, durante gli anni della troika, per bloccare il taglio ad alcuni pagamenti extra di Natale e ferie per tutti i dipendenti.

Altri candidati sono l’ex ministro e opinionista politico conservatore Luís Marques Mendes, Henrique Gouveia e Melo e l’eurodeputato João Cotrim Figueiredo. L’unica donna candidata alla presidenza è l’eurodeputata Catarina Martins del Bloco de Esquerda. Ci sono anche il sindacalista André Pestana, il fondatore del partito dei ersi Livre Jorge Pinto; il leader comunista António Filipe; il pittore Humberto Correia e il musicista Manuel João Vieira, questi ultimi con molto meno consenso.

La campagna elettorale in Portogallo è stata segnata da due argomenti dell’agenda internazionale. Il primo, l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e l’arresto del leader del regime, Nicolas Maduro. Nel Paese sudamericano, infatti, vive una grande comunità di portoghesi immigrati dopo la Seconda guerra mondiale e quello che accade in Venezuela tocca da vicino l’opinione pubblica. Molti considerano un eccesso l’azione americana, un attacco contro il diritto internazionale, ma è di un parere diverso il candidato Ventura.

L’altro argomento centrale del dibattito elettorale sono le condizioni del sistema sanitario pubblico. La morte di un uomo di 78 anni, nella zona metropolitana di Lisbona, che ha aspettato per più di tre ore l’arrivo di un’ambulanza, ha accesso la discussione sul deterioramento dell’assistenza medica.

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Omaggio a Valeria Fedeli, donna di valore. Il ricordo di Girelli

La scomparsa di Valeria Fedeli ha suscitato profondo cordoglio anche nel mondo dell’Alta formazione artistico musicale coreutica (Afam) ai cui problemi il ministro, ovvero “la ministra”, come amava essere chiamata, ha dedicato particolare attenzione. Ne ho avuto diretta testimonianza  in due occasioni. La prima con la sua presenza da ministra dell’Istruzione alla inaugurazione dell’anno accademico, nel 2017, del Conservatorio Rossini. L’evento peraltro si  inseriva nella serie  di iniziative per il “Triennio Rossiniano” (dedicato al 150° della morte del compositore). Ascoltò con attenzione la mia relazione, della quale poi mi chiese il testo e nella quale non potevo omettere di elencare un nutrito cahiers de doléances per le tante esigenze di cui il mondo musicale soffriva. Rispose puntualmente, senza sottrarsi ad alcun tema. Docenti, studenti ed autorità presenti all’incontro espressero soddisfazione sia per i risultati della Sua azione ministeriale e sia per la convincente programmazione degli adempimenti da Lei assicurati.

L’altra circostanza riguardò l’ipotesi della istituzione dei cosiddetti Politecnici delle Arti, entità che avrebbero dovuto aggregare le varie Istituzioni Afam e che secondo il progetto di legge del senatore Claudio Martini si sarebbe tradotta in una operazione “razionalizzatrice” con notevoli risparmi di spesa. Quasi che mettere insieme istituzioni artistiche (conservatori, accademie, ISIA) tanto diverse fosse come unire le filiali di una banca. Chi conosce il comparto Afam sa che purtroppo questa prospettiva è ben lontana dalla realtà (solo gli stipendi del personale, in ogni caso ineliminabili, assorbivano il 95% della spesa). Insieme all’onorevole Londei, allora presidente della Accademia di Urbino, facemmo intensa opera di chiarimento presso diversi parlamentari per evitare la perdita di autonomia e di identità di accademie, conservatori ed ISIA, con conseguente mortificazione dei territori, delle loro prerogative artistico-culturali. Ma decisiva fu la solidarietà di Ilvo Diamanti, alla cui opinione era molto sensibile Luigi Zanda, allora capogruppo dei senatori Pd.

Diamanti intervenne pubblicamente rilevando, tra l’altro, che “vanificare l’autonomia di questi istituti, nel mio caso, dell’ISIA di Urbino, significa impedire loro di operare come è avvenuto fino ad oggi. Significa spingere al declino esperienze che attirano centinaia di studenti da tutta Italia. E da altri Paesi”. “Non capisco i motivi che spingono a imporre — e al tempo stesso a negare — confini a esperienze didattiche e formative che proprio nell’autonomia e nel rapporto con il territorio hanno la loro ragione di vita. E di successo”. Tutto ciò “solleva dissenso. E non mancherò – concludeva Diamanti – di esprimerlo ancora. Come dicevano gli studenti francesi — e non solo — nel ‘68: “ce n’est qu’un début…”. Ma il solo “début” fu sufficiente a bloccare la deriva.

Fedeli, dopo un primo momento di attenzione per il progetto Martini, si rese conto della impraticabilità  di tale proposito. E nel corso di un incontro culturale a Roma, presso l’Enciclopedia Treccani, a me che tornavo sull’argomento disse: “Tranquillo. Tutto a posto. Non se ne fa nulla”. Da parte mia assicurai che “per quanto sarà possibile, il Conservatorio si adopererà per concorrere alla valorizzazione della cultura come fattore di educazione e di promozione umana”. In ciò riconoscendosi collegato ai valori che con la sua testimonianza sociale ed istituzionale la ministra ha perseguito. Vita familiare serena (“mi sveglio molto presto al mattino, e mio marito mi porta il caffè a letto”, raccontò in una intervista), i contatti con lei non si estinsero: e così ebbi modo di manifestarle la mia vicinanza quando fu colpita dal covid, o di compiacermi per una sua brillante intervista su Emanuele Macaluso, e così via anche quando, concluso il mandato parlamentare, la incontravo in Senato che ancora talvolta frequentava.

Il non allineamento su taluni principi di fondo della Chiesa Cattolica non ha impedito a Suor Anna Monia Alfieri di affermare che “L’Italia ha perso una vera donna delle istituzioni, responsabile, seria, leale e, personalmente, amica”. La religiosa la ricorda come “sindacalista appassionata nella sua attenzione verso gli ultimi perché potessero esercitare i loro diritti in tutti i campi del vivere civile: la cosa bella è che i risultati sono stati raggiunti senza spaccature ma grazie alla sua abilità nel tessere rapporti costruttivi”.

E quando un preside rimosse da una scuola a Palermo statue di Cristo e della Madonna oltre a foto dei papi, la ministra Valeria Fedeli lo rimproverò pubblicamente durante il Festival della dottrina sociale della Chiesa, dove ebbe modo di conversare amabilmente con il presidente dei vescovi italiani, mons. Gualtiero Bassetti.

Ai microfoni di TV2000 non esitò a dichiarare: “Al papa riconosco la sua capacità di vedere nella scuola un punto fondamentale di accoglienza, inclusione e non discriminazione. Il messaggio di Francesco è la pratica che stiamo cercando di mettere in atto nella scuola italiana. Con lui c’è una profonda convergenza di obiettivi ma anche di metodi”.

Mentre ai genitori di allievi che le ponevano i problemi delle scuole paritarie fece notare che “il problema l’abbiamo sempre presente, al punto che nella legge di bilancio 2017 abbiamo equiparato la scuola paritaria a quella pubblica; tant’è che sui finanziamenti Pon (Programma Operativo Nazionale Inclusione), appena sono arrivata al ministero, ho tenuto da parte i soldi per le scuole paritarie”.

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Minerali, energia, corridoio. La missione della viceministra Gava a Riad

La missione a Riad della viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava conferma la traiettoria seguita dall’Italia sui dossier aperti con il Golfo. A margine del Future Minerals Forum, Gava ha incontrato i parigrado sauditi dell’Energia, Mohammed Alibrahim e Nasser Al-Qahtani, rafforzando un dialogo centrato su sicurezza delle forniture, diversificazione e sviluppo di nuovi corridoi energetici.

Il confronto ha toccato dossier concreti: elettrodotti, idrogeno, ammoniaca e, soprattutto, il ruolo dei corridoi come architrave della cooperazione bilaterale. In questo quadro rientrano sia l’Imec sia il porto di Trieste, indicati da Gava alle controparti saudite come possibile punto di approdo europeo delle nuove direttrici energetiche e logistiche. Un’impostazione che riflette la lettura italiana della trasformazione geoeconomica in atto: una questione di resilienza strategica prima ancora che di sostenibilità.

La visita di Gava si inserisce in una relazione Italia–Arabia Saudita ormai strutturata. Il passaggio a Riad del ministro degli Esteri Antonio Tajani, due mesi fa, e l’intesa politica promossa sotto la guida della presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo scorso anno, hanno consolidato un partenariato che guarda a esattamente a quei temi: energia, infrastrutture e industria, insieme a sicurezza di un areale geostrategico condiviso, come elementi di una stessa strategia. Per Roma, Riad rappresenta un nodo centrale nei collegamenti tra Europa, Medio Oriente e Asia, in una fase di riorganizzazione delle catene globali del valore. E viceversa. Una relazione fondamentale in un momento in cui l’Ue cerca di strutturare il dialogo con la Regione del Golfo.

Il contesto del Future Minerals Forum (FMF) rafforza questa lettura. Inaugurata dal ministro saudita dell’Industria e delle Risorse minerarie, Bandar bin Ibrahim Al-Khorayef, la quinta edizione del Forum ha segnato un ulteriore salto di qualità: da piattaforma di confronto a spazio orientato alla definizione di politiche, investimenti e strumenti operativi lungo l’intera catena del valore dei minerali. Il tema scelto, “Dawn of a Global Cause”, si lega direttamente alla volontà di fare del settore minerario uno dei pilastri della Vision 2030. La struttura del FMF 2026 — tavole rotonde ministeriali, workshop operativi, il lancio del Future Minerals Framework e del Future Minerals Barometer — rispecchia un approccio pragmatico, focalizzato sull’esecuzione. È lo stesso approccio che emerge dai colloqui condotti da Gava: corridoi, infrastrutture e tecnologie diventano strumenti per tradurre la transizione energetica in capacità industriale e sicurezza strategica.

Un ulteriore punto di convergenza italo-saudita emerso durante il forum riguarda l’Africa. Nel corso degli incontri, pubblici o riservati, è stato ribadito il ruolo centrale del continente nella transizione energetica globale, sia in termini di risorse minerarie sia di sviluppo delle filiere. La partecipazione di numerosi Paesi africani, dalla Nigeria alla Repubblica Democratica del Congo fino al Sudafrica, riflette questa priorità saudita. Per l’Italia, significa che la visione del regno può dialogare direttamente con il Piano Mattei, che punta a costruire anche partenariati energetici e industriali più equilibrati e di lungo periodo con l’Africa.

È in questo incrocio che la missione di Gava trova la sua coerenza strategica definitiva. I progetti energetici con l’Arabia Saudita, la centralità dei corridoi (su tutti Imec), l’attenzione ai minerali critici e il focus sull’Africa convergono in una stessa direzione: rafforzare il ruolo di Roma come piattaforma di connessione tra Europa, Medio Oriente e Sud del Mondo. Il passaggio a Riad conferma quindi una linea già tracciata, che mira a legare transizione energetica, politica industriale e proiezione geopolitica in un’unica architettura operativa.

(Foto: Future Minerals Forum 2026)

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L’Iran tra collasso regionale e rivolta domestica. L’analisi di Ags

Le proteste scoppiate in Iran a partire dal 28 dicembre rappresentano, per dimensione e intensità, il più grave episodio di contestazione interna nei confronti della Repubblica Islamica dalla Rivoluzione del 1979. Una realtà che viene resa evidente da alcuni dei (pochi) dati disponibili, che delineano una crisi profonda nata da fattori prettamente economici ma rapidamente trasformatasi in una sfida politica diretta alla sopravvivenza del regime. Tali dati sono stati interpretati da Anthony Ruggiero, Sean Calabria e Rob Pierce, analisti e vicepresidenti della boutique di consulenza American Global Strategies, che sulla loro base hanno fornito una lettura della dinamica attualmente in corso nel Paese turanico.

L’innesco è stato il crollo del rial iraniano, accompagnato da una forte impennata dell’inflazione e dall’aumento dei prezzi di beni essenziali come cibo e carburante. In poche settimane, tuttavia, le rivendicazioni economiche hanno lasciato spazio a slogan e richieste esplicitamente politiche, tra cui la fine del sistema di governo clericale e la caduta della Guida Suprema Ali Khamenei. Sul piano territoriale, la mobilitazione ha raggiunto un’estensione senza precedenti. Le proteste hanno interessato tutte e 31 le province iraniane, coinvolgendo centinaia di città e centri minori. Le forme di protesta sono state molteplici: scioperi, manifestazioni di piazza, assalti a edifici governativi e atti simbolici come la distruzione e l’incendio di simboli del regime. Un livello di partecipazione che ha spinto le autorità a interpretare le manifestazioni come una minaccia esistenziale.

La risposta dello Stato si riflette in numeri altrettanto significativi. A partire dall’8 gennaio, il regime ha imposto un blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni, con l’obiettivo di interrompere il coordinamento tra i manifestanti e limitare la diffusione di informazioni sulla repressione. Le forze di sicurezza, inclusi i Pasdaran, hanno fatto ricorso sistematico alla forza letale. Le stime più caute parlano di almeno 2.500 morti, mentre altre valutazioni indicano un numero di vittime che potrebbe superare le 12.000 persone. L’assenza di accesso indipendente al Paese e la censura rendono impossibile stabilire un bilancio definitivo.

Parallelamente, Teheran ha segnalato l’intenzione di avviare processi accelerati e di ricorrere alle esecuzioni nei confronti dei manifestanti arrestati, rafforzando il clima di deterrenza interna. Secondo le informazioni disponibili, la violenza della repressione ha avuto effetti tangibili sull’andamento delle proteste: per due notti consecutive non sono stati identificati nuovi focolai di manifestazione, un dato che appare strettamente legato al blackout informativo e alla difficoltà di organizzazione sul territorio.

Il quadro interno si intreccia con la pressione internazionale, in particolare quella degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha minacciato conseguenze dirette in caso di ulteriori uccisioni di manifestanti e ha avviato misure di protezione delle proprie forze nella regione. Sul piano economico, il 12 gennaio il presidente ha annunciato l’intenzione di imporre una tariffa del 25% a qualsiasi Paese che continui a fare affari con l’Iran, mentre il 15 gennaio il Dipartimento del Tesoro statunitense ha colpito i responsabili della repressione e le reti finanziarie ombra dell’élite iraniana.

Dal punto di vista strategico,  evidenziano gli analisti di Ags, le proteste arrivano in una fase di particolare vulnerabilità per Teheran, già indebolita dal collasso di Hezbollah, dalla caduta del regime di Assad in Siria, dalla rimozione di Maduro in Venezuela e dalla guerra di 12 giorni con Israele, che ha compromesso difese aeree, scorte missilistiche e infrastrutture chiave, oltre ai successivi attacchi statunitensi contro siti nucleari iraniani.

I dati suggeriscono che il destino del regime dipenda ora da una variabile centrale: la tenuta delle forze di sicurezza e la loro disponibilità a continuare a usare la forza letale contro una popolazione disarmata. Se le proteste resteranno soffocate e prive di coordinamento, il regime potrebbe guadagnare tempo. Al contrario, un intervento esterno o un improvviso venir meno della lealtà interna potrebbe riattivare la mobilitazione e rendere la sopravvivenza della Repubblica Islamica sempre più incerta. Difficile però prevedere se ci sarà, e di quale tipo, un intervento da parte delle potenze estere. Stati Uniti in primis.

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Dal Giappone alla Corea, tutti i tasselli della strategia italiana nel Pacifico. L’analisi di Tartaglione

Con la conclusione della breve tappa in Oman, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prosegue il proprio viaggio verso l’Asia, dove ha già incontrato il primo ministro giapponese Sanae Takaichi e incontrerà nei prossimi giorni il Presidente della Repubblica di Corea Lee Jae-myung. Il viaggio, seppur rilevante per l’Italia, si inserisce in un quadro complesso, segnato dai negoziati tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, nonché dalle tensioni generate da Washington sulla Groenlandia. Anche per questo motivo, la missione asiatica si è concentrata su Giappone e Corea del Sud, Paesi con cui Roma intrattiene rilevanti interessi in materia di sicurezza economica e di sviluppo delle relazioni diplomatiche e strategiche.

Protagonista di questo viaggio appare il Giappone. I festeggiamenti per il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra il Kantei e Palazzo Chigi rappresentano un’occasione per Meloni per consolidare i rapporti con Takaichi, alla luce delle loro affinità politiche e del fatto di essere entrambe le prime donne a capo dei rispettivi governi. Ma non solo. In tale ottica, si punta al rafforzamento dei settori coinvolti all’interno del Programma d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, firmato insieme al precedente governo Kishida, che vede i due Paesi collaborare in diversi ambiti, tra cui quelli diplomatico, securitario ed economico, sui quali è probabile Meloni concentri il suo impegno.

Riguardo la diplomazia, Roma e Tokyo intendono rafforzare i rapporti bilaterali a livello di “partenariato strategico speciale”, adottando meccanismi di consultazione attraverso la creazione di strumenti dedicati e interni ai propri ministeri degli Esteri.

Di particolare interesse risulta inoltre una possibile sinergia tra il Ticad (Tokyo International Conference on African Development) e il Piano Mattei nello sviluppo del settore dei metalli critici nei Paesi africani coinvolti, al fine di diversificare le forniture e le catene di approvvigionamento. Non a caso, la sicurezza economica — illustrata da programmi quali l’MSP (Minerals Security Partnership) e il RISE (Resilient and Inclusive Supply-chain Enhancement), sostenuti dai due Paesi — e il consolidamento dell’interscambio tra Roma e Tokyo sono divenuti sempre più centrali, tanto che nel 2025 quest’ultimo ha raggiunto i 10,4 miliardi di euro, soprattutto nell’ambito del lusso, della moda e dei beni di alta gamma. Il viaggio ha infatti l’obiettivo di rafforzare la presenza italiana in Giappone, in particolare attraverso la promozione dell’IJBG (Italy-Japan Business Group) e di joint venture nei campi dell’alta tecnologia e dell’industria ad elevato valore aggiunto, nonché di attrarre investimenti nipponici in Italia mediante la collaborazione tra Jetro (Japan External Trade Organization) e ITA (Italian Trade Agency). Meloni, a tale riguardo, ha in programma un incontro presso l’ambasciata italiana a Tokyo con alcune importanti aziende e banche giapponesi, al fine di incentivare un incremento degli investimenti verso il nostro Paese.

A ciò si aggiungono, infine, gli accordi nella sfera della difesa. Oltre al Global Combat Air Programme (Gcap) per lo sviluppo di velivoli stealth di sesta generazione, il Piano d’Azione 2024-2027 prevede altresì esercitazioni militari congiunte tra le Forze di Autodifesa giapponesi e l’Esercito italiano, nonché corsi di addestramento tra le forze aeree tramite l’International Flight Training School di Leonardo. Contatti che, con l’inaugurazione del EU-Japan Defence Industry Dialogue nel giugno 2025, potrebbero posizionare Roma in un contesto di primo piano nella partnership tra Bruxelles Tokyo in materia di sicurezza e difesa.

Incoraggiare nuovi accordi e intese sarà verosimilmente l’obiettivo di Meloni anche in Corea del Sud, dove è previsto il suo arrivo il 18 gennaio. L’Italia è il terzo esportatore verso la Corea del Sud, dopo Germania e Francia, mentre Seul rappresenta il terzo mercato di sbocco per i prodotti italiani dopo Cina e Giappone, con oltre 120 imprese attive nella moda, nella manifattura, nei trasporti e nella logistica. Con il presidente Lee, Meloni ha in programma, oltre a vari colloqui, la firma di atti di cooperazione nel mercato dei semiconduttori e di partenariati nell’economia tecnologica, nonché alcuni memorandum relativi a interscambi culturali e a iniziative per la difesa ambientale.

Il viaggio di Giorgia Meloni in Giappone e Corea del Sud si configura dunque come un tassello significativo della strategia italiana nel Pacifico. Attraverso il rafforzamento di alleanze strategiche, la diversificazione delle catene di approvvigionamento, la cooperazione tecnologica e gli accordi in ambito difensivo, Palazzo Chigi mira a consolidare il proprio ruolo di attore affidabile nello scacchiere indo-pacifico al fianco di Washington, riducendo progressivamente i rapporti con Pechino nei settori più sensibili. La missione asiatica non rappresenta quindi solo un’opportunità economica, ma anche una scelta che segnala la volontà di Roma di assumere un profilo attivo nelle dinamiche di sicurezza, sviluppo e collaborazione regionale.

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L’ingorgo di sfide che costringe Trump ad abbandonare il massacro degli iraniani

Militarmente sbilanciato sull’America latina, Donald Trump continua ad assistere, senza potere intervenire efficacemente, alla macelleria iraniana di decine di migliaia di studenti e di cittadini che protestano contro il regime degli ayatollah. Una tragedia infinita che ha trasformato l’Iran in un immenso campo di sterminio a cielo aperto. Ed è l’immagine riflessa del colossale ingorgo di iniziative planetarie del tycoon: i dazi, Gaza, Ucraina, Venezuela, Groenlandia, Iran, Nigeria, attacchi fratricidi ad Europa, Nato e Canada, licenziamento su due piedi di procuratori e alti funzionari statali, Guardia Nazionale nelle metropoli americane, caccia ai clandestini, contro attacco ai democratici e posizione equivoca nel caso del pedofilo Epstein e da penultima la delirante messa in stato d’accusa del presidente della Federal Reserve Jerome Powell, sono soltanto alcune delle quotidiane mattane scatenate da Trump.

Un risiko di sfide e di interventi contraddittori, interni ed internazionali, che sta destabilizzando il ruolo cardine degli Stati Uniti fra i paesi occidentali e spingendo al limite del collasso l’economia americana. In particolare una convulsa nebulosa di crisi militari impossibili da risolvere contemporaneamente, perché, come si sta constatando sulla pelle del popolo iraniano, neanche la superpotenza militare Usa può fronteggiare simultaneamente tante emergenze critiche. A meno di non rischiare un disastro come quello del fallito tentativo nel 1980 da parte del presidente Jimmy Carter di liberare i diplomatici americani tenuti in ostaggio a Teheran. Un fallimento, con 8 soldati americani morti nel deserto iraniano, che costò a Carter la rielezione.

Sul delicato scacchiere dell’economia mondiale l’imprevedibile tsunami del secondo mandato del 47° Presidente degli Stati Uniti sta provocando quello che il Financial Times sintetizza con il titolo: “Trump sta facendo innamorare il mondo della Cina”. Dazi, frizzi e lazzi del tycoon, evidenzia il quotidiano economico britannico, spingono i leader e le economie occidentali alla corte di Xi Jinping, di gran lunga il più saggio e astuto per biografia e esperienza politica, fra i vertici della cosiddetta trinità delle superpotenze.

Dopo il presidente francese Macron, la presidente della Commissione Europea von der Leyen, il Premier inglese Starmer, il Cancelliere tedesco Merz e perfino l’ex arcinemico cinese, il presidente della Corea del Sud Lee Jae Myung, si è recato a Pechino anche il Premier canadese Mark Carney.
“I rapporti con la Cina sono più prevedibili di quelli con gli Usa” ha affermato il Primo ministro canadese, reduce dagli scontri verbali con Trump, annunciando l’import fino a 49.000 veicoli elettrici cinesi a tariffe doganali agevolate del 6,1%. Un’exploit che abolisce il bando imposto dagli Usa sull’import dell’automotive cinese.

E non é tutto: nei quattro giorni di visita in Cina, Carney ha sottolineato che nell’ambito di un accordo che promette molto di più per il Canada, l’obiettivo é quello di far tornare le relazioni bilaterali ai livelli pre-frizioni commerciali avute negli ultimi anni. “I Paesi che un tempo consideravano il successo americano come proprio”, commenta il Financial Times, “ora vedono gli Stati Uniti come un avversario e Pechino come un modello”. Economicamente, per la Casa Bianca l’accordo, definito storico, fra Canada e Cina per eliminare le barriere commerciali e ridurre i dazi, rappresenta un duro colpo, ma non l’unico. “Il mondo”, conclude il Financial Times, “non é rimasto per niente impressionato dalla furia tariffaria di Trump. Ciò che ha colpito la gente é stato il successo della Cina nel reagire. L’America ha dimostrato una potenza militare sbalorditiva in Venezuela, ma era anche prevedibile. Ciò che la gente ha notato é il fallimento militare della Russia in Ucraina.”

Tutto il contrario della politica di Trump, che continua inspiegabilmente a corteggiare Putin e a maramaldeggiare con i dittatori di paesi corrotti del livello di Maduro, ma tergiversa di fronte all’irriducibile fanatismo dei pasdaran, fidandosi, quel che é peggio, dell’assicurazione di Khamanei di non impiccare più i manifestanti in rivolta. “Tanto non sopravviveranno alle torture”, é il retropensiero che si legge nel ghigno del sanguinario ayatollah.

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La Cia punta Pechino e apre al crowdsourcing dentro la grande muraglia digitale

La Central Intelligence Agency ha diffuso un video pubblico rivolto ai cittadini cinesi, invitandoli a mettersi in contatto con l’agenzia attraverso canali digitali sicuri e anonimi per “dire la verità sulla Cina”.

Il video, costruito come una guida operativa, mostra passo dopo passo come comunicare con Langley senza essere individuati. Uso del browser Tor, Vpn per nascondere l’indirizzo IP, app di messaggistica cifrata, dispositivi personali, eliminazione delle tracce digitali. Meno contatti sul terreno, più portali protetti, crittografia e dark web, il tutto accompagnato da un messaggio fondamentale, che rimane lo stesso nonostante i tempi che cambiano: “le informazioni che possiedi potrebbero essere più preziose di quanto pensi”.

Non è un debutto assoluto. Solo negli ultimi dodici mesi la Cia aveva già sperimentato modalità simili rivolgendosi a cittadini russi e iraniani. Ma il caso cinese ha un peso diverso per scala e sensibilità. Ed è qui che emerge la continuità con quanto già visto a Londra.

Stesso principio, terreno diverso

La campagna americana arriva mesi dopo Silent Courier, il canale nascosto lanciato dal servizio segreto britannico per attrarre nuove fonti nei Paesi ostili. Cambiano le modalità ma non la logica: superare la sorveglianza totale, aggirare il riconoscimento facciale e i controlli capillari, offrendo una “porta digitale” accessibile dal dark web a chi vuole parlare senza dover affrontare i pericoli dell’esporsi fisicamente. In poche parole, l’intelligence come metodo mutevole, capace di adattarsi, facendo degli strumenti digitali un canale di reclutamento e crowdsourcing globale, mediato da portali protetti invece che da incontri clandestini. La Cia si muove ora nello stesso solco, adattandolo alla competizione strategica con Pechino.

Propaganda e reclutamento

Esporre pubblicamente procedure, strumenti e finalità significa accettare un rischio operativo, strategico e politico, ma anche invitare il target ad una reazione. La Cia parla esplicitamente di “verità sulla Cina”, rivolgendosi a funzionari, tecnici, militari, insider che vivono dentro un sistema ipercontrollato. È lo stesso pubblico che Londra aveva provato a intercettare con Silent Courier. Cambia il tono, più diretto e meno istituzionale, ma non il fine: creare canali invisibili per canalizzare il dissenso in uno strumento di informazione utilizzabile.

Lo spionaggio nell’era digitale

Riconoscimento facciale, telecamere onnipresenti, tracciamento costante e stato di sorveglianza rendono sempre più impraticabili i metodi classici dello spionaggio sul campo. Da qui la migrazione verso il dark web e le infrastrutture digitali protette come necessità operativa. La mossa della Cia, letta insieme a Silent Courier, racconta la stessa storia. Quella dell’intelligence occidentale come arte antica e squisitamente umana che oggi si adatta alle evoluzioni del mondo, alle guerre ibride e alla competizione sistemica. Il grande gioco rimane lo stesso, così come gli uomini e le donne che lo abitano. L’arte dello spionaggio resta antica, gli strumenti cambiano e l’obiettivo rimane: restare un passo avanti al nemico, controllandolo da vicino per tenerlo lontano.

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Un accordo storico sui chip tra Usa e Taiwan fa infuriare la Cina

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Ecco cosa dice il piano sanitario di Trump sul modello Usa

Il Great healthcare plan presentato da Donald Trump nasce prima di tutto come un atto politico. Non tanto (o non solo) come un disegno normativo compiuto, quanto come un messaggio diretto all’elettorato su un tema che negli Stati Uniti resta strutturalmente sensibile: il costo della salute. La Casa Bianca lo presenta come un piano capace di “tagliare i prezzi dei farmaci, ridurre i premi assicurativi e massimizzare la trasparenza”. Ma la sua architettura, leggera sui dettagli e pesante sul linguaggio, segnala che l’obiettivo immediato è dimostrare che l’amministrazione sta “facendo qualcosa” sull’accessibilità, in una fase politica segnata dall’avvicinarsi delle elezioni di mid-term.

Il fil rouge: stop agli intermediari

Il cuore simbolico della proposta è lo spostamento dei flussi, volendo segnare una transizione da un modello basato su sussidi che passano da assicurazioni e intermediari, a uno che punta a vedere il denaro trasferito direttamente ai cittadini. Trump lo rivendica con toni netti: “Il governo pagherà i soldi direttamente a voi. Vanno a voi, e poi siete voi a comprare la vostra assistenza sanitaria… le grandi compagnie assicurative perdono e il popolo americano vince”. È una narrazione coerente con l’impostazione trumpiana, ossia anti-intermediazione, anti-burocrazia, anti-special interests; e politicamente efficace, perché traduce una materia complessa in una promessa semplice, più controllo individuale e più soldi in tasca.

Il ritorno della most favored nation

Il piano rilancia un altro cavallo di battaglia: l’ancoraggio dei prezzi dei farmaci statunitensi ai livelli più bassi praticati nei Paesi comparabili. “Invece di pagare i prezzi più alti al mondo, pagheremo il prezzo più basso praticato da qualsiasi altra nazione”, afferma Trump. Annunciato per la prima volta con l’ordine esecutivo dello scorso maggio, questo è un messaggio potente per i consumatori e, allo stesso tempo, uno strumento di pressione negoziale verso l’industria. Ma con il nuovo piano, arriva la richiesta esplicita di codificare per legge il principio della most favoured nation (Mfn), richiedendo un consenso congressuale che non appare scontato al momento.

Il nodo dei sussidi e le incognite tecniche

Dove il piano diventa più controverso è nella sostituzione dei sussidi dell’Affordable care act con pagamenti diretti. Gli esperti citati dalla stampa statunitense segnalano rischi evidenti: importi insufficienti, incentivi distorti, uscita dal mercato dei soggetti più giovani e sani, con conseguente aumento dei premi per chi resta. Non è un dettaglio tecnico, ma il punto su cui si misura la distanza tra promessa politica e sostenibilità del sistema. Non a caso, anche tra i repubblicani al Congresso prevale al momento la cautela e Trump su questo – probabilmente volutamente – lancia la palla alle Camere.

Innovazione: un messaggio per l’Europa

C’è però un livello di lettura meno immediato e più rilevante per l’Europa. Il piano di Trump non ignora il costo dell’innovazione, anzi lo sfida politicamente, senza mai metterne in discussione esplicitamente il valore strategico. La pressione sui prezzi viene usata come leva negoziale. Ovvero non vuol essere una rinuncia al modello americano, ma il suo rilancio – dimostrato dagli annunci di investimenti e i long-term committment delle farmaceutiche in Usa. Questo equilibrio spiega anche perché molti, anche all’interno del Congresso, possano accettare la most favored nation come strumento, ma non la sua cristallizzazione legislativa – i cui effetti a lungo termine sull’innovazione sono tutt’altro che scontati. L’industria stessa in risposta all’ordine esecutivo di maggio, aveva volutamente sottolineato le criticità legate ai Pbm e al programma 340B, piuttosto che concentrarsi sulle dinamiche della Mfn. Per l’Europa, la lezione non è copiare il modello, ma leggerne la logica. Gli Stati Uniti stanno cercando di tenere insieme tre piani: consenso elettorale, sostenibilità dei costi e primato dell’innovazione. Anche quando il messaggio è iper-politico, l’innovazione non viene mai trattata come una variabile sacrificabile. Al contrario, resta un presupposto implicito per il sistema. È un punto che il dibattito europeo spesso elude, non riuscendo a giungere a una vera sintesi, come dimostrato, fra le altre cose, dalla risposta dell’industria al recente Pharma package.

Politica oggi, sistema domani

Il Great healthcare plan sembra servire a posizionare il presidente come interprete dell’ansia economica degli elettori, a segnare il terreno del dibattito e a ricordare che, negli Stati Uniti, anche la salute è una questione di potere industriale e dunque politico. Per l’Europa, guardare oltre le semplificazioni e cogliere questa stratificazione è forse l’esercizio più utile.

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Così Trump continua a combattere la flotta ombra russa nel Venezuela post-Maduro

Il raid culminato con la cattura del (ormai ex) presidente venezuelano Nicolas Maduro non ha posto fine alle tensioni legate al Paese del Sud America. Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno sequestrato una sesta petroliera collegata al Venezuela nel Mar dei Caraibi, nel quadro di una più ampia operazione volta a controllare e limitare le esportazioni di greggio venezuelano. Secondo quanto dichiarato dal Comando Sud delle forze armate statunitensi, la petroliera stava violando la “quarantena delle navi sanzionate” imposta dal presidente Donald Trump. “L’unico petrolio che lascerà il Venezuela sarà quello coordinato in modo corretto e legale”, ha affermato lo Us Southern Command, che ha diffuso anche un video dell’operazione, mostrando marines e marinai salire a bordo della nave.

Il sequestro arriva in un momento di profonda riorganizzazione del settore energetico venezuelano, dopo le recenti operazioni militari statunitensi nel Paese e la cattura di Maduro. Trump ha dichiarato l’intenzione di sfruttare le vaste riserve petrolifere del Venezuela e, secondo quanto riferito da un funzionario americano, gli Stati Uniti hanno completato la loro prima vendita di petrolio venezuelano, per un valore stimato di 500 milioni di dollari. Parallelamente, il blocco navale ha avuto un impatto significativo sulle esportazioni venezuelane. Secondo Matt Smith, responsabile dell’analisi statunitense presso la società Kpler, i carichi di greggio sono diminuiti più o meno della metà nel corso del mese, scendendo a circa 400.000 barili al giorno. Al momento, solo le navi legate a Chevron e dirette verso gli Stati Uniti continuano a operare regolarmente.

La Veronica è una petroliera di piccole dimensioni battente bandiera guyanese che, secondo i registri dell’Organizzazione Marittima Internazionale, in passato era stata registrata in Russia con altri nomi. La nave farebbe parte di un gruppo di circa 17 petroliere che avrebbero tentato di violare il blocco navale all’inizio del mese. Resta poco chiaro perché le unità della “flotta ombra” continuino a esporsi al rischio di sequestro, ma un fattore determinante sarebbe rappresentato dai costi economici dei ritardi: ogni giorno di inattività comporta perdite finanziarie significative. Il blocco imposto dagli Stati Uniti ha inoltre creato un collo di bottiglia nelle forniture, impedendo al petrolio venezuelano di raggiungere i mercati di destinazione, in particolare quello cinese. Allo stesso tempo, emergono segnali di adattamento, con alcune petroliere ora dirette verso le Bahamas per operazioni di stoccaggio.

Il sequestro della Veronica è avvenuto poche ore prima di un incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e la leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado. Trump l’ha in passato definita una “combattente per la libertà”, ma ha escluso la possibilità di affidarle la guida del Paese dopo la rimozione di Maduro, sostenendo che non goda di un sostegno interno sufficiente. Il presidente statunitense ha invece appoggiato Delcy Rodríguez, ex-vicepresidente di Maduro, come presidente ad interim, definendola un’“alleata” e lodandone la cooperazione con Washington. Secondo la Casa Bianca, Rodríguez avrebbe svolto un ruolo chiave nell’accordo energetico da 500 milioni di dollari e avrebbe confermato l’impegno del governo ad interim a rilasciare prigionieri politici. La portavoce Karoline Leavitt ha inoltre ricordato che cinque cittadini statunitensi sono stati liberati recentemente. “Il presidente apprezza ciò che sta vedendo e si aspetta che questa cooperazione continui”, ha dichiarato la portavoce.

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Dall’Ucraina all’Iran, storia di un amore ambiguo (ancora vivo) tra Lega e 5 Stelle. La versione di Quartapelle

Ucraina e Iran diventano lo specchio di un Parlamento attraversato da ambiguità e fratture che vanno oltre gli schieramenti. Nelle stesse giornate in cui passa la risoluzione sul sostegno a Kiev, due parlamentari della Lega votano contro l’invio di aiuti militari, mentre sull’Iran salta una solidarietà che avrebbe potuto essere trasversale: il Movimento 5 Stelle sceglie l’astensione sul documento a sostegno dei manifestanti contro il regime di Teheran. Votazioni che raccontano un’Italia sospesa tra responsabilità internazionali, calcoli elettorali e difficoltà a collocarsi con chiarezza nel nuovo disordine globale. Formiche.net ne ha parlato con Lia Quartapelle, deputata del Partito democratico.

Partiamo dall’Ucraina. Le votazioni in Parlamento segnano un cambio di fase e un ritorno di fiamma tra Movimento 5 Stelle e Carroccio?

Purtroppo non siamo più allo stesso stadio del 2019. Ci sono amori che non finiscono mai e una parte della Lega e del Movimento 5 Stelle non ha mai davvero reciso il legame con una certa ambiguità verso la Russia. Ma oggi il problema principale è un altro: c’è una grande ambiguità della presidente del Consiglio, che dovrebbe tutelare l’interesse nazionale. Lei stessa ha spiegato più volte che l’interesse nazionale coincide con un’Europa che funziona meglio ed è più chiara nei propri obiettivi. E invece non sta accadendo.

Si riferisce alla posizione di Giorgia Meloni nello scacchiere europeo?

Sì. Meloni fa campagna elettorale per Viktor Orbán, che è un sabotatore dell’Europa. E partecipa a iniziative elettorali insieme ad AfD, una forza che in Germania è considerata neo-nazista, apertamente antieuropeista, con legami inquietanti con regimi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare le democrazie occidentali, a partire da quella tedesca.

Come legge questa ambivalenza?

C’è una rincorsa evidente, da parte della Lega e di pezzi di Fratelli d’Italia, verso posizioni sempre più estremiste. È un modo per non alienarsi Trump e parte dell’universo Maga e per non essere scoperti a destra. Ma questa corsa ci sta lasciando ai margini dell’Europa, proprio nel momento in cui stare al centro dei processi decisionali sarebbe vitale.

Nel governo però c’è chi prova a tenere una linea più istituzionale, basti pensare al discorso pronunciato in Aula ieri dal ministro Crosetto.

Va dato atto al ministro Crosetto di cercare di tenere la barra dritta in una maggioranza sempre più inquieta. Il documento approvato lo chiarisce bene, ma anche qui emerge un problema serio: nella mozione della destra approvata ieri non si dice più esplicitamente che l’Italia presta aiuti militari all’Ucraina. C’è un passaggio lessicale, una sorta di occultamento.

Perché è così grave, secondo lei?

Perché siamo in una fase molto complessa sul fronte della sicurezza. Se in questa situazione si decide di nascondere ai cittadini la realtà dei fatti, non si rende un servizio né alla democrazia né alla sicurezza. Cambiare le parole dà l’idea di un governo in difficoltà, che non ha il coraggio di dire la verità.

Passiamo all’Iran. Qui il Parlamento ha mostrato un’altra frattura, a sinistra con l’astensione del Movimento 5 Stelle. 

Era importante che il Parlamento esprimesse solidarietà ai manifestanti iraniani in modo trasversale, sia al Senato sia alla Camera. Invece il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Conte ha provato ad argomentare questa scelta in modo maldestro, subordinando la solidarietà ai manifestanti all’approvazione di una risoluzione che condannasse l’attacco americano.

Una posizione che lei non condivide.

Gli interventi esterni spesso hanno provocato instabilità nei Paesi in cui sono avvenuti, è vero. Ma è sbagliato subordinare la solidarietà a chi lotta per i propri diritti a una condanna preventiva. Non ho condiviso l’atto dei 5 Stelle.

E oggi Conte scende in piazza per l’Iran. Non le sembra quanto meno incoerente?

Oggi va alla manifestazione dopo che ieri non ha sostenuto i manifestanti in Parlamento. Sì, una posizione quantomeno incoerente.

Che messaggio politico emerge da queste votazioni incrociate su dossier così delicati dal suo punto di vista?

Io penso che l’unica strada che abbiamo sia rafforzare l’Unione Europea. Le istituzioni di Bruxelles sono nate per favorire l’integrazione tra Stati nazionali, ma non è detto che, così come sono oggi, siano la soluzione più efficace per affrontare le nuove sfide. Serve uno sguardo lungo, e soprattutto il coraggio di scegliere. E, da questo punto di vista, una buona base di partenza potrebbe essere il gruppo dei “volenterosi”. 

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Leonardo punta sui radar meteorologici per consolidarsi nel mercato Usa

Leonardo avvia l’acquisizione di Enterprise electronics corporation (Eec), società statunitense specializzata in radar meteorologici e sistemi di ricezione satellitare. L’accordo, firmato attraverso la controllata Leonardo US Corporation, dovrebbe chiudersi nel primo trimestre del 2026 e rafforza la presenza del gruppo italiano nel settore del telerilevamento ambientale e meteorologico, sia in ambito civile sia militare.

L’operazione riguarda una realtà con sede negli Stati Uniti che opera da oltre cinquant’anni nello sviluppo, produzione e manutenzione di sistemi radar per meteorologia, idrologia, aviazione e ricerca scientifica. Eec continuerà a operare con il proprio nome e la propria identità, mantenendo la struttura organizzativa esistente, mentre l’integrazione riguarderà il posizionamento commerciale e tecnologico congiunto.

Dal punto di vista industriale, l’acquisizione si inserisce nella strategia di Leonardo di consolidamento nel dominio delle soluzioni ambientali basate su tecnologie radar, lidar e satellitari, un settore in cui il gruppo è già attivo tramite Leonardo Germany GmbH. L’obiettivo dichiarato è rafforzare un portafoglio di sensori in grado di coprire diverse esigenze operative e geografiche, facendo leva sulla complementarità delle competenze e delle reti di vendita.

“I radar meteorologici, i lidar eolici o i sistemi di rilevamento delle turbolenze sono dispositivi di misurazione ad alta precisione che costituiscono la spina dorsale per qualsiasi servizio meteorologico e di allerta meteo”, ha affermato Andrea Gaggelli, amministratore delegato di Leonardo Germany GmbH, sottolineando come la disponibilità di informazioni meteorologiche avanzate stia assumendo un valore strategico crescente per i Paesi e per gli operatori istituzionali.

Secondo Leonardo, l’operazione rappresenta anche un segnale di rafforzamento dell’impegno industriale negli Stati Uniti. L’integrazione delle competenze di Eec nel campo dei radar con le capacità produttive e tecnologiche del gruppo italiano dovrebbe consentire di ampliare l’offerta di soluzioni integrate, in particolare nei mercati ad alto potenziale e in contesti dove l’affidabilità dei sistemi di monitoraggio ambientale è un fattore critico.

Dal lato di Eec, l’acquisizione viene letta come un’opportunità di accelerazione della crescita, soprattutto nel mercato nordamericano. “I nostri sistemi radar incorporano tecnologie all’avanguardia, tra cui ricetrasmettitori completamente a stato solido e design ultracompatti ed economici”, ha dichiarato Kurt Kleess, vicepresidente vendite di Eec, evidenziando come l’integrazione con il portafoglio di Leonardo possa rafforzare ulteriormente le capacità di supporto a livello globale.

Con oltre 1.500 sistemi installati in più di 120 Paesi, Leonardo ed Eec condividono una lunga esperienza nel settore della meteorologia radar. L’operazione si colloca in un contesto in cui il monitoraggio ambientale, la gestione dei dati meteorologici e la resilienza delle infrastrutture stanno assumendo un peso crescente nelle politiche industriali e di sicurezza, rendendo il telerilevamento un segmento sempre più strategico anche in chiave geopolitica.

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Difesa, rotte, alleanze. Cosa c’è scritto nel piano-Artico del governo italiano

Non solo nuove rotte commerciali nate dal progressivo scioglimento dei ghiacci. L’Artico è tanto altro e il governo Meloni da tempo lo ha messo nel mirino come obiettivo programmatico per una serie di ragioni. In primis la collaborazione in loco con le agenzie internazionali e l’Ue, in secondo luogo per tracciare una nuova linea che da quel quadrante giunga nel Mare Nostrum e infine per ribadire che nei tavoli internazionali che contano Roma è presente. Materie prime, scambi, relazioni fra nuovi e vecchi alleati sono gli elementi prismatici che in quel fazzoletto di ghiaccio si confronteranno.

I principi del piano

Rafforzare lo status dell’Italia nell’Artico, consolidare il diritto internazionale, preservare l’ambiente unico dell’area e le attività umane presenti, garantire il coinvolgimento dell’Unione Europea in loco nella consapevolezza che l’Artico è anche un territorio europeo e che il cosiddetto asse Nord-Sud che va dall’Artico al Mediterraneo è una sorta di polizza assicurativa per l’unità del vecchio continente. Il piano la “Politica Artica Italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione”, documento programmatico presentato oggi dal governo, è una vera e propria cartina di tornasole per analizzare lo status quo dell’Artico, immaginare proiezioni lungimiranti e definire un percorso progettuale che possa portare ad una serie di risultati grazie al rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Durante la cerimonia di presentazione a Palazzo Madama è stato dato ampio risalto alla fase progettuale comune fra tre ministeri, Esteri, Difesa e Università con il comun denominatore rappresentato dal ruolo dell’Italia, ovvero “un attore influente e dinamico nella ricerca scientifica artica internazionale”.

Come procederà il lavoro

Nell’Artico la parola d’ordine sarà gioco di squadra, dal momento che il lavoro degli scienziati italiani sarà intrecciato al canovaccio internazionale collaborando con le istituzioni di altri Paesi operanti nella regione. Per cui sul piano scientifico i soggetti attivi e operativi sono l’International Arctic Science Committee (IASC), l’European Polar Board (EPB), il Sustaining Arctic Observation Network (SAON) e l’Arctic Science Funders Forum (ASFF). Accanto all’azione pratica ci sarà la traccia di natura economica, sui cui il piano dell’Italia riconosce fattivamente “l’importanza dell’inclusione delle popolazioni indigene, promuovendo uno sviluppo rispettoso di un ambiente delicato”. Roma ritiene l’Artico “una delle aree di maggiore interesse per una concreta applicazione tecnologica dei principi dello sviluppo sostenibile”. Per questa ragione nel documento si ribadisce che “l’integrazione del continente europeo riguarderà anche il rafforzamento dell’asse nord-sud dall’Artico al Mediterraneo” e che “i valori della cooperazione internazionale in Artico rimangono centrali per affrontare sfide complesse attraverso il dialogo tra gli Stati ed un multilateralismo attivo”.

Le parole dei ministri

“Siamo disponibili, come abbiamo fatto finora, a impegnarci come difesa perché l’asse della difesa è fondamentale per il supporto su cui fare ricerca, diplomazia ed è il basamento su cui il Paese si presenta e ci consente di far parte di consessi internazionali – ha spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto – In quella zona che è la terra di nessuno occorre che ci sia qualcuno che costruisca delle regole”. E ha aggiunto un elemento di prospettiva: “La difesa avrà nei prossimi anni, per gli impegni internazionali che ci siamo assunti, la necessità di avere un aumento del suo budget, un incremento. Considero l’incremento del Budget della difesa un incremento del budget a disposizione del Paese: quindi della ricerca, della diplomazia, della capacità nostra di proiezione all’estero del Paese, non soltanto della parte militare. E l’Artico sarà uno dei luoghi insieme allo spazio, insieme ai fondali marini, insieme all’Africa dove noi dovremmo fare sinergia e concentrarci, perché da questi settori da questi nuovi orizzonti dipenderà gran parte del futuro non più nostro ma dei nostri figli”.

Secondo il ministro degli esteri Antonio Tajani l’Artico è una regione sempre più strategica per gli interessi politici, economici e scientifici italiani. “Con questa Strategia, l’Italia si dota di una visione di sistema e di lungo periodo. Vogliamo approfondire le relazioni con i Paesi artici, contribuire alla sicurezza euro-atlantica, rafforzare i programmi di ricerca e promuovere nuove opportunità economiche per le nostre imprese. Ho quindi deciso – ha proseguito – di istituire un tavolo imprenditoriale dedicato all’Artico con le aziende italiane in settori chiave come difesa, energia, ambiente, spazio, anche in vista di una prossima missione di sistema nella regione”.

Rispetto all’Artico non siamo all’anno zero, ha precisato la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini, “ma continuiamo un lavoro iniziato 50 anni fa da protagonisti nel mondo Artico, Antartico e Terzo polo stimolando connessioni e sinergie capaci di esplorare la nascita del nostro futuro. Per cui ecco che la ricerca anche nell’Artico avrà un ruolo primario: “Si fa con navi di ricerca oceanografiche civili e militari ma anche dall’alto tramite satelliti e droni, anche militari” che guardano anche a “sicurezza, difesa e commercio. Ciò che succede nell’Artico non riguarda solo l’Artico ma il mondo”.

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Scanner cinesi in Italia e sicurezza nazionale. Il caso Nuctech e i timori Usa

La notizia arriva da Bloomberg e ha un peso politico ben più pesante degli appalti e dei contratti in questione. Secondo quanto riferito dall’agenzia, gli Stati Uniti avrebbero esercitato pressioni dirette sull’Italia per ottenere la cancellazione di appalti pubblici assegnati a Nuctech, azienda cinese specializzata in scanner per merci, bagagli e persone, ritenuta da Washington un rischio per la sicurezza nazionale.

Nel corso del 2025, diplomatici americani avrebbero presentato formali proteste a Roma per tentare di annullare l’esito di gare pubbliche, per un valore stimato intorno ai 20 milioni di euro, relative alla fornitura di macchinari di scansione destinati all’Agenzia delle Dogane. Il dossier, sempre secondo Bloomberg, sarebbe stato portato direttamente all’attenzione dell’ufficio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La preoccupazione statunitense riguarda esigenze di sicurezza nazionale ed atlantica volte a limitare la presenza cinese nelle infrastrutture critiche occidentali. L’eventualità che immagini e dati raccolti nei porti e nei punti di controllo doganali possano essere accessibili alle autorità cinesi rappresenterebbe infatti un possibile fattore di rischio sull’integrità della sicurezza italiana e per quella degli alleati Nato.

Nonostante l’impossibilità di cancellare bandi già aggiudicati, il governo ha introdotto restrizioni nelle norme sugli appalti pubblici, prevedendo una preferenza per aziende con sede in Italia, nei Paesi Nato o alleati. Una soluzione che evita strappi retroattivi e riduce, de facto, lo spazio per operatori extraoccidentali in settori considerati sensibili.

Il precedente

Il parallelo più immediato al caso Nuctech è quello con i fornitori cinesi nel settore delle telecomunicazioni, Huawei e Zte in primis, e con il lungo dibattito sul 5G. In quel frangente, il governo aveva proceduto rafforzando il Golden Power e creando il Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica per mitigare i rischi legati all’adozione di tecnologie ritenute critiche.

Sugli scanner doganali, invece, la Pubblica amministrazione ha continuato a muoversi secondo criteri prevalentemente economici, favorendo offerte più competitive sul piano dei costi e dei tempi di consegna. Un approccio che ha finito per avvantaggiare, come spesso accade su scala globale – oltre che dai bandi vinti da Nuctech nell’autunno scorso – operatori cinesi.

Europa, Usa, Italia

Anche la Commissione Ue ha avviato un’indagine su Nuctech per presunti benefici derivanti da sussidi statali distorsivi della concorrenza, mentre la Corte di giustizia dell’Unione europea ha respinto il ricorso dell’azienda contro le ispezioni di Bruxelles. Alcuni Stati membri, come Lituania e Belgio, hanno già imposto restrizioni o divieti alle sue tecnologie.

L’Italia resta profondamente integrata nei flussi commerciali con la Cina, in un contesto in cui, dopo l’uscita italiana dalla Belt and Road Initiative nel 2023, è ormai chiara l’impossibilità di pensare differentemente economia e sicurezza nazionale.

Il caso Nuctech, come quello Pirelli-Sinochem o le precedenti controversie sul 5G, evidenziano un concetto non trascurabile: appalti pubblici e forniture tecnologiche non sono un terreno neutro, non possono essere valutati con criteri prettamente economici e rientrano pienamente nel perimetro della sicurezza nazionale.

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Il mattone servirà ancora alla Cina. Ecco perché

Una scommessa a perdere. Di quelle pericolose. La Cina è nel pieno di una transizione industriale, dove i vecchi comparti, mattone in primis, stanno via via lasciando il posto a quelli di nuova generazione: tecnologia quantistica, robotica, Intelligenza Artificiale, semiconduttori. E con tanto di sussidi. Il fiume di denaro pubblico che ha permesso a settori come l’auto di stravolgere in tutta sicurezza gli equilibri del mercato, è stato un passo alla volta deviato verso le nuove frontiere della competitività. Lo prova l’improvviso, lo scorso ottobre, stop ai finanziamenti all’industria automobilistica, decisa dal governo. O il sostanziale abbandono al suo destino del mattone, per storia e tradizione il cuore pulsante dell’economia del Dragone. Ora è tempo di andare oltre per Pechino. Ma la sensazione che sia un azzardo è forte.

Un gioco pericoloso

Il punto di caduta è più o meno questo: nonostante la spinta della mano statale in arrivo, investire sulla tecnologia e solo su essa non permetterà alla Cina di raggiungere i livelli di crescita auspicati dal governo. Vale a dire il sempre più mitologico target del 5% del Pil. Tanto che, come ha fatto notare l’agenzia americana Bloomberg, per il Dragone sarebbe già tempo di farsi un esame di coscienza e capire se davvero il gioco vale la candela. Ovvero se accantonare le vecchie sicurezze in favore di nuove sfide potrà garantire i medesimi livelli di crescita.

E qui interviene anche un’analisi del Rhodium, uno dei più autorevoli centri studi focalizzati sulla Cina. “Gli impatti a valle delle nuove industrie cinesi sono semplicemente inferiori a quelli delle industrie tradizionali. Un esempio è l’auto. Negli ultimi cinque anni, i veicoli a nuova generazione (elettrici, ndr) hanno rapidamente sostituito i veicoli a combustione interna, raggiungendo circa il 55% di tutte le vendite di auto nuove in Cina lo scorso anno. La crescita del settore dei veicoli a nuova generazione. Tuttavia, la contrazione associata della produzione di veicoli a combustione interna è stata di poco inferiore alla metà dell’espansione, attestandosi a 357 miliardi di yuan”.

Di qui una prima conclusione. “La strategia di sviluppo economico scelta dalla Cina non produrrà i tassi di crescita economica previsti da Pechino per i prossimi cinque anni. Una crescita del Pil reale del 5%, il livello obiettivo di Pechino negli ultimi anni e probabilmente il suo obiettivo per il 2026, richiederebbe almeno 2 punti percentuali di crescita da nuovi investimenti fissi ogni anno, che è più o meno quanto la Cina ha dichiarato ufficialmente negli ultimi anni”.

Tra presente, futuro e passato

Non è finita. “La Cina continuerà a dipendere ancora di più dalle esportazioni in futuro, rendendo l’economia vulnerabile a nuove restrizioni commerciali. La strategia di sviluppo e gli obiettivi di crescita economica della Cina continueranno dunque dipendere dagli investimenti e dalle esportazioni, ma non vi sono chiare prospettive che gli investimenti interni in tecnologia producano la domanda necessaria per raggiungere i tassi di crescita previsti, anche nei settori più recenti. Ciò significa che Pechino diventerà ancora più dipendente dall’acquisizione di quote di mercato nei mercati di esportazione, sia nei settori nuovi ma anche in quelli tradizionali”. Insomma, non sarà tanto facile per il Dragone gettare a mare tutti quei settori che finora l’hanno sostenuta. La sensazione è che il Dragone si sia incartato.

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Perché Vinitaly sceglie l’India. Rebughini racconta la diplomazia del vino tra Roma e New Delhi

New Delhi – Il Vinitaly India Roadshow 2026 prende il via da New Delhi dentro una cornice ampia: il vino e la sua filiera come fattore strutturale di soft power per un Paese storicamente vitivinicolo come l’Italia, primo produttore mondiale, che trova nel settore agrifood uno degli elementi di proiezione e riconoscibilità internazionale. È in questo quadro che si inserisce l’attenzione crescente verso l’India, mercato ancora giovane ma sempre più rilevante, sia per il numero dei consumatori coinvolti, sia nel contesto più specifico del rafforzamento dei rapporti tra Roma e New Delhi osservato negli ultimi tre anni.

I numeri aiutano a inquadrare la dimensione del fenomeno: nel 2023 il valore dell’import di vino in India è stato pari a 30,5 milioni di dollari, secondo l’Osservatorio Uiv–Vinitaly, una quota limitata nel commercio mondiale, ma accompagnata da un tasso di crescita medio annuo del 12% (al netto della parentesi Covid). In questo scenario l’Italia cresce al 14%, sopra la media del mercato.

È su questo scarto – tra dimensione ridotta e potenziale – che si innesta il Roadshow organizzato da Veronafiere con l’Italian Trade Agency e la collaborazione dell’ambasciata italiana in India, guidata da Antonio Bartoli. Alla tappa indiana – parte di un percorso di internazionalizzazione intrapreso da Vinitaly – partecipano oltre 30 aziende: 8 nella collettiva ITA, 9 del Consorzio Tutela Vini Valpolicella e 13 in forma diretta. L’obiettivo operativo è incontrare più di 200 importatori, distributori e operatori Horeca, ma anche selezionare buyer da invitare alla prossima edizione di Vinitaly (a Verona, dal 12 al 15 aprile 2026).

La cornice, però, è più ampia del business immediato. “Il vino non è soltanto un elemento commerciale, ma certamente un vettore di relazioni culturali, dunque internazionali, e possiamo tranquillamente parlare di diplomazia del vino”, spiega Adolfo Rebughini, direttore generale di Veronafiere. “Negli ultimi anni Vinitaly si è evoluto da marketplace di domanda e offerta in una piattaforma che unisce produttori, territori, filiere commerciali e istituzioni nazionali: da qui lo spirito di spingerci oltre, verso una dimensione sempre più internazionale”.

È una trasformazione che riflette un cambiamento di contesto. “Abbiamo sempre più caratterizzato Vinitaly come uno spazio in cui il mondo del vino dialoga con le istituzioni”, osserva Rebughini, richiamando l’esperienza dell’ultimo Vinitaly a Verona, con la partecipazione di due commissari europei impegnati su temi che vanno oltre l’acquisto del prodotto: salute, agricoltura, economia circolare, indotto. “Il vino diventa una chiave per leggere relazioni economiche più complesse”. E in un momento in cui economia e geopolitica sono sempre più interconnesse, anche il vino finisce all’interno di questo schema.

L’India rientra in questa logica come mercato giovane, ma geopoliticamente centrale. “Questa è la nostra quarta missione nel Paese”, racconta Rebughini: “Abbiamo preceduto le tappe di Delhi e Goa con una serie di preview per preparare il mercato e accompagnare un avvicinamento più strutturato”. Un processo che, secondo il direttore generale, si inserisce nel quadro dei negoziati per l’accordo di libero scambio Ue–India. “L’FTA è un fattore di fluidificazione”, afferma Rebughini: “Ridurre barriere tariffarie e fiscali è decisivo, e la firma del 27 gennaio sull’accordo sarà fondamentale per i nostri e molti altri prodotti”.

Ma c’è di più della dimensione economica-commerciale. “Noi siamo qui anche e soprattutto per fare cultura del vino. Rappresentare l’eccellenza del Made in Italy significa raccontare i territori, la diversità produttiva, la più ampia al mondo, e creare un collegamento stabile tra produzione e territorio”. Da qui l’investimento su formazione e masterclass calibrate su un mercato “ad alto potenziale, ma non ancora sofisticato”, e sullo sviluppo dell’enoturismo attraverso Vinitaly Tourism.

I numeri globali spiegano il razionale di lungo periodo. Secondo IWSR, il valore del vino al consumo in India supera oggi i 415 milioni di dollari e dovrebbe oltrepassare i 520 milioni entro il 2028. L’Italia è oggi il quarto fornitore, dietro Australia, Francia e Singapore, ma con dinamiche di crescita tra le più elevate.

Il Roadshow di New Delhi è entrato nel vivo oggi, 16 gennaio al Taj Palace, con incontri B2B, degustazioni e due masterclass: una dedicata allo spettro produttivo italiano – dal Prosecco alle varietà autoctone – e una ai grandi territori del rosso. A guidarle è Sonal C. Holland, prima e unica Master of Wine indiana. La tappa si chiude con una cena all’Ambasciata d’Italia. Il 18 gennaio il format si sposta a Goa, prima di proseguire il calendario estero 2026 in Norvegia, Polonia e Cina.

Sul fondo resta una considerazione chiave: in India il vino non è ancora un mercato di volumi, ma è già uno strumento di posizionamento. Una leva leggera, ma coerente, che accompagna la più ampia strategia italiana di presenza economica, culturale e diplomatica nel subcontinente. Una presenza che proiettata sul versante indiano segna l’asse dell’Indo-Mediterraneo, marcato da progetti futuristici come Imec così come da iniziative di ricostruzione storica come il viaggio della INSV Kaundinya, riproduzione delle antiche navi indiane del V Secolo, arrivata in Oman, appena visitato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni come prima tappa del tour asiatico che la sta portando in Giappone e Corea del Sud.

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Gli europei temono Trump e guardano alla Cina. Sondaggio Ecfr

L’Europa appare più distante dagli Stati Uniti, meno fiduciosa nel futuro e sempre più consapevole di trovarsi in un mondo che non è più a guida occidentale. La leadership americana è percepita come meno affidabile, l’ascesa della Cina come inevitabile e l’Unione europea come strategicamente fragile, chiamata a farsi carico in prima persona della propria sicurezza. È questo il quadro che emerge dall’ultimo grande sondaggio di opinione pubblica globale dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), che fotografa un’Europa più pessimista ma anche più orientata al riarmo e all’autonomia strategica.

I risultati sono contenuti nel report “How Trump is making China great again—and what it means for Europe”, basato su un’indagine condotta nel novembre 2025, a un anno dalla rielezione di Donald Trump. Il sondaggio ha coinvolto 25.949 intervistati in 21 Paesi, tra cui Stati Uniti, Cina, Russia, India, Turchia, Brasile, Sudafrica, Corea del Sud e 13 Stati membri dell’Unione europea, ed è stato realizzato in collaborazione con l’iniziativa Europe in a Changing World dell’Università di Oxford.

In Italia, l’indagine è stata condotta su 1.501 intervistati tra il 5 e il 19 novembre 2025, nell’ambito del campione europeo.

Perché è rilevante

In tutta l’Unione europea — inclusi Paesi come l’Italia — l’opinione pubblica si sta adattando a una realtà in cui la leadership americana è percepita come meno affidabile, l’ascesa della Cina appare inevitabile e l’Europa è costretta a confrontarsi con la propria fragilità strategica. Queste percezioni influenzano direttamente i dibattiti interni su spesa per la difesa, autonomia strategica e ruolo globale dell’Europa.

L’ascesa della Cina appare inevitabile — e in gran parte non minacciosa

Nelle principali potenze medie, gli intervistati prevedono che l’influenza globale della Cina, già significativa, continuerà a crescere nel prossimo decennio. Questa convinzione è particolarmente diffusa in Sudafrica (83%), Brasile (72%) e Turchia (63%).

All’interno dell’Ue, la maggioranza ritiene che nei prossimi dieci anni la Cina diventerà leader mondiale nella produzione di veicoli elettrici e nelle tecnologie per le energie rinnovabili, una percezione che si è rafforzata rispetto a due anni fa.

In diversi Paesi, Pechino è ampiamente vista come un partner necessario o un alleato: Sudafrica (85%), Russia (86%) e Brasile (73%). Pur riconoscendo il crescente peso geopolitico della Cina e la sua leadership nei settori più innovativi, pochi sembrano temere questa traiettoria.

Solo in Ucraina (55%) e in Corea del Sud (51%) la maggioranza degli intervistati considera la Cina un rivale o un avversario. Altrove, le aspettative indicano un rafforzamento delle relazioni con Pechino, in particolare in Sudafrica (71%), Brasile (52%), Russia (46%) e Turchia (46%).

Gli Stati Uniti restano influenti — ma il loro appeal è in calo

La maggior parte degli intervistati non si aspetta che gli Stati Uniti scompaiano come potenza globale. Washington è ancora ampiamente considerata influente e destinata a mantenere un ruolo rilevante.

Tuttavia, in Cina (34%), nell’Ue (37%), in Ucraina (32%) e persino negli Stati Uniti stessi (43%), non esiste una maggioranza che preveda un’ulteriore crescita dell’influenza americana nel prossimo decennio.

Circa un intervistato su quattro in Cina, Russia, Ucraina e Stati Uniti prevede un declino dell’influenza globale americana. Nell’Ue, il cambiamento è particolarmente netto: solo il 16% dei cittadini europei considera oggi gli Stati Uniti un alleato, mentre il 20% li vede come un rivale o un nemico.

Altrove, la percezione dell’America non crolla improvvisamente, ma si deteriora in modo costante. Con il miglioramento delle opinioni sulla Cina, gli Stati Uniti hanno perso terreno come alleato preferito in quasi tutti i Paesi analizzati. L’India rappresenta un’eccezione parziale, con quote simili di intervistati che considerano alleati sia gli Stati Uniti (54%) sia la Russia (46%).

La rielezione di Trump ispira meno fiducia rispetto al passato

Nella maggior parte dei Paesi, le aspettative nei confronti di Trump si sono ridimensionate. Rispetto a un anno fa, sono meno numerose le persone che ritengono la sua rielezione positiva per i cittadini americani, per i propri Paesi o per la pace globale.

In India, ad esempio, la percentuale di intervistati che considerava la vittoria di Trump positiva per il proprio Paese è scesa bruscamente dall’84% alla fine del 2024 al 53%. In diversi contesti nazionali, il sentimento è passato da un consenso ampio a una critica marcata.

Allo stesso tempo, minoranze significative in India (63%), Turchia (50%), Cina (46%) e Ucraina (43%) concordano sul fatto che Trump abbia comunque difeso con successo gli interessi americani sulla scena internazionale.

L’Europa è sempre più vista come antagonista — o come ancora

Con il mutare degli equilibri di potere globali, anche la percezione dell’Europa sta cambiando, talvolta in modo netto. Il cambiamento più radicale si registra in Russia, dove la maggioranza degli intervistati considera ora l’Europa un avversario (51%), in aumento rispetto al 42% dell’anno precedente.

Parallelamente, la percezione russa degli Stati Uniti si è ammorbidita, mentre l’amministrazione Trump ha cercato di ristabilire relazioni più distese con Vladimir Putin. Solo il 37% dei russi considera oggi gli Stati Uniti un avversario, in calo rispetto al 48% dello scorso anno e al 64% di due anni fa.

La dinamica opposta è visibile in Ucraina. Gli ucraini che un tempo vedevano Washington come principale alleato guardano ora soprattutto all’Europa. Quasi due terzi (62%) si aspettano un rafforzamento delle relazioni con l’Ue, contro il 37% che dice lo stesso degli Stati Uniti. Mentre il 39% considera l’Ue un alleato, solo il 18% attribuisce questa qualifica agli Usa.

La percezione di Washington come alleato è diminuita sensibilmente nell’ultimo anno, mentre quella dell’Ue è rimasta relativamente stabile.

La Cina vede ora l’Europa come un polo distinto

Anche in Cina la percezione dell’Europa è in evoluzione. Alla domanda se le politiche dell’Ue verso Pechino siano simili a quelle degli Stati Uniti, la maggioranza degli intervistati cinesi (55%) risponde oggi che sono diverse, mentre negli anni precedenti prevaleva l’opinione opposta.

Questa distinzione è rilevante: mentre il 61% dei cinesi considera gli Stati Uniti una minaccia, solo il 19% dice lo stesso dell’Ue. Ciò non indica disinteresse verso l’Europa. Al contrario, la Cina è uno dei pochi Paesi in cui la maggioranza (59%) considera l’Ue una grande potenza.

L’Europa è sempre più vista come un partner (46%), mentre gli Stati Uniti sono percepiti principalmente come un rivale (45%). Nella percezione pubblica cinese, l’Europa emerge come un polo autonomo in un mondo realmente multipolare, non più dominato dall’America.

La percezione americana dell’Europa resta sostanzialmente stabile

Nonostante la retorica di Trump, l’opinione pubblica americana sull’Europa non ha subito cambiamenti radicali. La visione prevalente negli Stati Uniti (40%) continua a considerare l’UE un alleato.

Quasi la metà degli americani (49%) concorda con l’affermazione secondo cui “la sicurezza europea è anche sicurezza americana”, mentre solo il 29% è in disaccordo. Più della metà (54%) considera la guerra della Russia contro l’Ucraina una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti.

Europei pessimisti — e sempre più attenti alla sicurezza

Gli europei si distinguono a livello globale per il loro pessimismo sul futuro. Quasi la metà dubita che gli anni a venire porteranno benefici ai propri Paesi (49%) o al mondo nel suo complesso (51%).

Una pluralità di cittadini dell’Ue (46%) non ritiene che l’Unione sia sufficientemente forte da negoziare alla pari con Stati Uniti o Cina, una quota in aumento rispetto al 42% del 2024. La retorica ostile verso l’Europa da parte di Trump e Putin può aver contribuito a questa percezione, soprattutto quando viene ripresa da partiti populisti e nazionalisti nel continente.

Allo stesso tempo, gli europei esprimono forti preoccupazioni sul piano della sicurezza: il timore di un’aggressione russa (40%), di una grande guerra europea (55%) e dell’uso di armi nucleari (57%). Queste ansie si riflettono nelle preferenze politiche, con un ampio sostegno all’aumento della spesa per la difesa (52%), alla reintroduzione della coscrizione obbligatoria (45%) e persino allo sviluppo di una deterrenza nucleare europea (47%).

Cosa dicono gli autori

Per Ivan Krastev, presidente del Centre for Liberal Strategies, “la divisione dell’Occidente si avverte in modo più acuto in Europa e in ciò che gli altri pensano dell’Europa. Per i decisori politici europei, la sfida ora è come vivere in un mondo veramente multipolare, che molti europei hanno a lungo immaginato, ma che ora cominciano a temere”.

Secondo Mark Leonard, direttore di Ecfr, “questo sondaggio mostra come il mondo pensi che l’Occidente sia morto. Gli europei non vedono più l’America come un alleato”. “Gli ucraini – continua – ora guardano a Bruxelles piuttosto che a Washington per ottenere sostegno e i russi vedono l’Europa, e non l’America, come il loro più grande nemico”. E in definitiva: “La campagna di Trump per mettere l’America al primo posto l’ha resa meno popolare tra gli alleati e ha contribuito a mettere la Cina in pole position”.

Timothy Garton Ash, storico, spiega che “gli europei stanno finalmente aprendo gli occhi sulla dura realtà di un mondo post-occidentale. Rendendosi conto di non poter più contare sugli Stati Uniti per la loro sicurezza, sulla Cina per la loro prosperità o sulla Russia per le loro forniture energetiche, si chiedono — e dubitano — se possano contare su se stessi”.

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Sicurezza nazionale. Via libera del governo alla riorganizzazione del Dis

Il governo interviene sull’architettura dell’intelligence. Con un Dpcm dell’8 gennaio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, è stato adottato il nuovo regolamento che definisce l’ordinamento e l’organizzazione del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis). Il provvedimento entrerà in vigore quindici giorni dopo la pubblicazione e, dalla stessa data, abroga il Dpcm del 21 gennaio 2022, varato durante il governo Draghi,

Il decreto attua quanto previsto dalla legge 124 del 2007 e ridefinisce il funzionamento del Dipartimento incardinato presso la Presidenza del Consiglio, snodo centrale del sistema informativo nazionale e punto di raccordo tra Aise, Aisi e vertice politico.

Mettere mano al regolamento del Dis significa toccare il cuore della catena di comando della sicurezza nazionale, riaffermando i ruoli del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dell’autorità delegata, Alfredo Mantovano, come autorità di indirizzo e coordinamento del comparto.

La scelta di abrogare esplicitamente il regolamento del 2022 chiude una fase segnata dall’emergenza cyber e dalla riorganizzazione del sistema, con lo scorporo della cybersicurezza e la nascita di un’agenzia dedicata. Un modello che rispondeva ad esigenze particolari dettate da un contesto specifico.

La riorganizzazione del 2026 non smonterà l’impianto, ma ne ricalibra i meccanismi, adattandoli a uno scenario in cui le minacce sono strutturali e permanenti. Guerra ibrida, competizione strategica, sicurezza delle infrastrutture critiche e intelligence economica. In questo quadro, il Dis resterà lo snodo centrale, ma con un’organizzazione aggiornata alle nuove priorità operative e politiche.

La mossa di Palazzo Chigi, più che amministrativa, è un segnale di controllo e indirizzo. La sicurezza, infatti, resta materia altamente politica, e il coordinamento informativo è uno degli strumenti attraverso cui l’esecutivo esercita la propria funzione strategica e lo Stato svolge il più fondamentale tra i suoi compiti: proteggere i suoi cittadini.

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Quante intese (non solo sullo spazio) tra Meloni e Takaichi

Fare oltre il proprio meglio, in giapponese, si ritrova nella parola “ganbaru”. Così come con “meraki”, concetto greco relativo allo sforzo e all’impegno, anche in Giappone Giorgia Meloni pesca nella tradizione locale per raccontare come due nazioni e due leader trovano un terreno comune fatto essenzialmente di voglia di mettere in pratica politiche utili.

Da un lato Meloni punta verso il rafforzamento del concetto di “Italia globale” che investe evidentemente su un quadrante altamente strategico come l’Idopacifico. Dall’altro l’empatia di sorrisi, intese e strette di mano fra Giorgia Meloni e Sanae Takaichi, che molto hanno in comune. Il vertice di Tokyio dice essenzialmente due cose: che la presenza di Roma a quelle latitudini è vista non più come elemento sporadico, ma strutturata e dalle costanti interlocuzioni (politica + imprese); e che lo speciale partenariato in piedi tra i due Paesi può registrare una ulteriore accelerazione grazie alle affinità delle due leader. Lo si evince sia dalla dichiarazione congiunta che da alcuni concetti manifestati in occasione del vertice.

GANBARU TRA MELONI E TAKAICHI

“Siamo le prime due donne a guidare i loro popoli, un grande onore e soprattutto una grande responsabilità. Responsabilità che penso possiamo onorare facendo leva su quell’approccio che nella cultura giapponese si riassume con una parola che io considero molto affascinante che è ganbaru. Non vuol dire solamente fare del proprio meglio, significa fare più del proprio meglio, cioè ambire a superare sempre i propri limiti, non accontentarsi mai di dove si è arrivati”. Questo il concetto cerchiato in rosso da Meloni incontrando la premier giapponese. Lo scenario resta instabile, per questa ragione la cooperazione va rafforzata. Parte da questo assunto Meloni quando mette l’accento sul perché un così denso fil rouge tra Roma e Tokyo non può che essere destinato al potenziamento. Quando tocca temi come la rivoluzione digitale, la transizione energetica, la frammentazione geo-economica, l’instabilità che da eccezione sta diventando sistema, intende distendere una cornice valoriale che racconta le potenzialità tra i due Paesi, e il 160esimo anniversario delle relazioni diplomatiche rappresenta un’occasione per “celebrare quello che abbiamo fatto in questi 160 anni, ma interrogarci su cosa ancora di meglio possiamo fare nei prossimi 160″.

I PUNTI IN COMUNE

I punti in comune sono numerosi: intanto sono le prime donne a guidare i governi delle rispettive nazioni, hanno una base valoriale conservatrice con un punto di riferimento come Margareth Thatcher (la cui fondazione lo scorso dicembre ha premiato Meloni nel corso di un gala a Roma), vantano una ampia gamma di cooperazione già impostata tramite il Piano d’azione bilaterale 2024-2027 tramite cui le relazioni tra Giappone e Italia sono definite un “Partenariato Strategico Speciale”. Il primo banco di prova è, fisiologicamente l’area dell’Indo-Pacifico incastonata all’interno del concetto di FOIP, ovvero Indo-Pacifico Libero e Aperto basato sullo stato di diritto. Per questa ragione hanno espresso il loro obiettivo di promuovere un’ulteriore collaborazione tra FOIP e Mediterraneo Globale.

LA COOPERAZIONE

La cooperazione in materia di difesa vede già un dialogo costante tra i vertici militari, con un addestramento congiunto ed esercitazioni militari all’interno dell’Accordo di Acquisizione e Interservizio (ACSA), entrato in vigore nel settembre scorso. Sul Gcap (il Programma Global Combat Air per sviluppare congiuntamente con il Regno Unito i velivoli da combattimento di nuova generazione) è stato rammentato l’obiettivo di consegnare il primo velivolo nel 2035, ma non finisce qui perché Meloni e Takaichi hanno spiegato di voler andare anche oltre, tramite nuovi equipaggiamenti e tecnologie per la difesa. Ciò è intimamente connesso ad altri due temi: il cosiddetto ordine economico libero ed equo, dove le garanzie di sicurezza sono architrave imprescindibile e riguardano le singole catene di approvvigionamento; e le politiche che danneggiano l’economia, come pratiche non di mercato, restrizioni all’esportazione, rischi per le componenti essenziali, distorsioni del mercato, sovraccapacità, concorrenza sleale.

Questa la ragione per cui Italia e Giappone sono già assieme per la cooperazione scientifica e tecnologica bilaterale in settori avanzati come la robotica AI, i semiconduttori e la biofabbricazione, partenariati industriali, investimenti diretti e flussi commerciali in entrambe le direzioni, soprattutto nei settori ad alta tecnologia. Le aziende e start-up giapponesi e italiane dialogheranno intensamente. Sugli scudi l’ItalyJapan Business Group che provvederà all’ulteriore approfondimento delle relazioni economiche tra Giappone e Italia. Anche lo spazio al centro delle intese, come le collaborazioni già consolidate come quella tra l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la Japan Aerospace Exploration che sono la base programmatica per future intese come nuove partnership commerciali, industriali, di sicurezza e scientifiche, nonché per coordinare nei pertinenti forum multilaterali la promozione dell’uso pacifico, responsabile e sostenibile dello spazio extra-atmosferico.

Non poteva mancare il tema del Mar Cinese dove spicca il no al tentativo unilaterale di modificare lo status quo con la forza. Prima Meloni e poi Takaichi hanno rinnovato la loro determinazione a continuare a lavorare insieme per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina, poi hanno ribadito il carattere universale e unitario della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare definito nella dichiarazione congiunta “il quadro giuridico che regola tutte le attività negli oceani e nei mari”.

(Foto: Governo.it)

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La Nato potenzia il fronte artico tra Russia, Cina e tensioni interne. Ecco come

In un momento di difficoltà e di crisi internal al blocco occidentale, Russia e Cina rimangono una minaccia costante nell’Artico. Tanto da spingere la Nato a rafforzare in modo sempre più visibile la propria presenza nella regione. È in questo contesto infatti che si inserisce la decisione di diversi Paesi europei di inviare personale militare sull’isola, segnando una risposta diretta alle dinamiche di competizione geopolitica che attraversano il Grande Nord.

Secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, Mosca e Pechino stanno “utilizzando sempre più l’Artico per scopi militari”, mettendo in discussione la libertà delle rotte di trasporto, di comunicazione e di commercio. Un’evoluzione che, nelle parole del ministro, non può essere accettata dall’Alleanza Atlantica, determinata a difendere un ordine internazionale basato su regole condivise. La Germania guiderà una missione di ricognizione in Groenlandia sotto leadership danese, affiancata da contingenti di Francia, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Paesi Bassi ed Estonia. L’iniziativa precede l’esercitazione “Arctic Endurance”, destinata a diventare un appuntamento permanente nel calendario Nato. Si tratta di una mossa che rafforza il segnale politico e militare di coesione europea in un’area sempre più percepita come vulnerabile alla competizione tra grandi potenze, in cui la presenza russa e cinese viene letta dagli alleati come una sfida diretta alla sicurezza collettiva, soprattutto per quanto riguarda il controllo delle linee di comunicazione e dei flussi commerciali. L’importanza del tema è stata sottolineate anche dalle parole del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui l’Europa si trova in un mondo in cui “poteri destabilizzanti si sono risvegliati” e in cui certezze consolidate per decenni vengono rimesse in discussione. Una riflessione che va oltre la sola minaccia russa o cinese e che tocca anche la solidità delle alleanze tradizionali.

Il dossier groenlandese, infatti, si colloca all’incrocio tra competizione con Mosca e Pechino e tensioni interne al campo occidentale. Le rivendicazioni statunitensi sull’isola, motivate dal presidente Donald Trump con esigenze di sicurezza nazionale, hanno aperto una frattura diplomatica con la Danimarca e alimentato il timore che la questione possa minare la coesione della Nato. La crisi si è progressivamente intensificata nelle ultime settimane, culminando in un incontro ad alto livello alla Casa Bianca tra rappresentanti statunitensi, danesi e groenlandesi che non è riuscito a colmare le profonde divergenze politiche sul futuro dell’isola, e con le dichiarazioni del presidente Donald Trump sull’acquisizione della Groenlandia come priorità di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti. Secondo Mike Sfraga, già ambasciatore statunitense per gli affari artici, un’eventuale annessione o acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti rischierebbe di “fare a pezzi l’alleanza”, proprio mentre l’unità sarebbe più necessaria per affrontare le pressioni di Russia e Cina.

In questo contesto, l’iniziativa europea assume un duplice significato. Da un lato, rafforza la deterrenza nei confronti di attori esterni che stanno ampliando il loro raggio d’azione nell’Artico. Dall’altro, rappresenta un tentativo di riaffermare il ruolo della Nato come architrave della sicurezza regionale, nonostante le tensioni politiche interne e le divergenze strategiche tra alleati. La scelta di condurre la missione sotto guida danese e all’interno di un quadro multilaterale è indicativa della volontà europea di evitare escalation unilaterali, mantenendo l’Artico all’interno di una logica di cooperazione difensiva. Ma dietro all’iniziativa c’è anche la chiara intenzione di inviare a Mosca e Pechino un messaggio sul fatto che l’Alleanza Atlantica consideri la regione artica un fronte strategico, e che non intenda cedere spazio a iniziative che possano alterarne l’equilibrio.

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Amazon mette le mani sul rame. Perché è importante l’ultimo accordo in Arizona

Che ci sia un problema di energia legato allo sviluppo dell’intelligenza artificiale è storia nota. I più energivori sono i data center, allo stesso tempo essenziali per garantire il progresso. Amazon prova a trovare una soluzione. Lo fa partendo dall’ultima miniera di rame rivitalizzata lo scorso anno, l’unica in grado di dare agli Stati Uniti un apporto di rame da oltre un decennio. Il sito si trova in Arizona, nei pressi di Tucson, e appartiene alla società di estrazione mineraria Rio Tinto. Che, come scrive in esclusiva il Wall Street Journal, insieme ad Amazon Web Service – che fornirà servivi di cloud computing – ha sottoscritto un accordo di fornitura biennale per estrarre giacimenti di rame di bassa qualità. La tecnica è innovativa. Si usano batteri e acido per tirare fuori il rame dai minerali che vengono considerati troppo poveri o troppo costosi per essere trattati. A guidare l’estrazione sarà la tecnologia Nuton, che può essere vista come un prototipo, un tentativo per capire la fattibilità di questo nuovo metodo di estrazione.

La vicenda mette in luce tutti i nodi che potrebbero presentarsi negli anni a venire. La necessità di metalli, soprattutto di rame, è fondamentale per alimentare i data center. Chi tra le Big Tech ci mette le mani per prima, avrà un bel vantaggio sulla concorrenza. Ecco perché tutte hanno fretta di chiudere accordi. Con ovvie conseguenze sui prezzi del metallo. Il rame viene venduto a Londra e New York a prezzi record, con scambi che superano i 6 dollari a libbra e con i future del 2025 che hanno registrato un forte rialzo (+41%). Ad aumentarne ancor di più il valore sono poi i dazi di Donald Trump, che starebbe pensando di imporre nuove tariffe su alcuni prodotti realizzati in rame.

Anche se la politica della Casa Bianca va in direzione opposta, preferendo tornare alle trivellazioni piuttosto che abbracciare la trasformazione green, tutta questa necessità di rame farà inevitabilmente diminuire l’offerta, incapace di star dietro alla domanda. Secondo S&P Global, si stima che la richiesta di rame aumenterà del 50% entro il 2040, segnando un gap con la produzione del 25%.

C’è anche un ostacolo tempistico. Da quando una miniera viene aperta a che diventare operativa, richiede più di vent’anni di pazienza. Tanto, troppo tempo che le aziende non possono permettersi di aspettare. Per questo Rio Tinto ha deciso di affidarsi a Neuton. Andando a recuperare quello che gli altri hanno sempre scartato. Secondo le previsioni dell’azienda, il 70% delle riserve globali di rame è contenuto in questi minerali considerati poco vantaggiosi per il trasporto, la fusione e la raffinazione.

L’enorme consumo di energia avrà anche delle ripercussioni sulla popolazione civile. Anzi, le sta già avendo. Molti americani si sono ritrovati bollette onerose, molto più del passato. È la tassa dell’intelligenza artificiale, un’imposta necessaria per garantire agli Usa il predominio tecnologico. Spiegarlo agli elettori però non è semplice. Anche su questo sembra esserci consapevolezza. Non a caso, Microsoft ha annunciato di voler coprire una parte dei costi e di fornire aiuto e collaborazione alle aziende locali. “Soprattutto quando le aziende tecnologiche sono così redditizie, è ingiusto e politicamente irrealistico per il nostro settore chiedere al pubblico di farsi carico dei costi aggiuntivi dell’elettricità per l’intelligenza artificiale”, ha spiegato il vicepresidente e presidente Brad Smith. Trump ringrazia e promette che tanti altri seguiranno l’esempio dell’azienda di Redmond: “I data center sono fondamentali (per il boom dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti), ma le grandi aziende tecnologiche che li costruiscono devono ‘pagarsi di tasca propria’. Congratulazioni a Microsoft. Presto ne arriveranno altri”, ha scritto il presidente sui suoi social.

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Senza il Venezuela la Cina rimane a secco di petrolio. Busserà alla Russia?

I nodi, prima o poi, vengono al pettine. La Cina rischia di rimanere a secco di petrolio per colpa del Venezuela, dopo che a seguito della rimozione di Nicolas Maduro, sulle esportazioni di Caracas è scattato l’embargo. Come noto, Pechino è tra i principali acquirenti di greggio venezuelano, con una quota vicina al 60% delle proprie importazioni. Il resto dell’oro nero, lo compra dalla Russia. Per questo al Dragone sarebbe persino conveniente che le grandi compagnie americane rimettessero in modo i giganteschi pozzi e giacimenti venezuelani, che oggi generano vendite all’estero irrisorie se confrontate alle immense riserve nel sottosuolo.

Nelle more che tutto questo accada, però, si prevede che le importazioni di petrolio della Cina dal Venezuela crolleranno a partire da febbraio. Questo perché, secondo trader e analisti, sono diminuite le petroliere in partenza per il principale acquirente di greggio di Caracas dopo che gli Stati Uniti hanno rivendicato il controllo del Paese. Il numero di petroliere in partenza dal Venezuela per la Cina, infatti, è diminuito drasticamente dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto a dicembre un blocco alle navi.

Ciò ha spinto gli armatori a invertire la rotta delle loro navi o a rientrare nelle acque territoriali del Paese. Tradotto, la maggior parte delle petroliere è rientrata nel Paese, mentre solo tre hanno proseguito la navigazione verso l’Asia e dovrebbero arrivare in Cina verso la fine di febbraio. Per il Dragone il problema è serio. I cinque milioni di barili che dovrebbero arrivare in Cina, infatti, equivalgono a circa 166.000 barili al giorno, in calo rispetto alla media di 642.000 barili al giorno esportati in Cina nel 2025, pari al 75% della media totale delle esportazioni di 847.000 barili al giorno dell’anno scorso.

A questo punto la Cina potrebbe essere costretta a fare quello che da tempo non aveva più voglia di fare (da quando gli Stati hanno attaccato frontalmente le due principali compagnie petrolifere russe, Lukoil e Rosneft, il Dragone ha cominciato a ridurre gli acquisti fino a mezzo milione di barili al giorno): comprare petrolio dalla Russia, ma non a prezzi scontati e in misura ridotta come finora. La nuova posizione di debolezza di Pechino, infatti, orfana del greggio venezuelano, potrebbe mettere Mosca nelle condizioni di fare essa il prezzo. E decidere la quantità.

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Crew-11, rientro senza anomalie dopo l’emergenza medica

Si è concluso con l’ammaraggio al largo della California il rientro sulla Terra dell’equipaggio della missione Crew-11, già deciso nei giorni scorsi dalla Nasa per consentire l’evacuazione medica di un astronauta dalla Stazione spaziale internazionale. La capsula Dragon, sviluppata da SpaceX, ha riportato a Terra quattro astronauti, portando a termine una procedura senza precedenti nella storia delle operazioni con equipaggio in orbita.

La decisione già annunciata per motivi sanitari

La Nasa aveva reso noto nei giorni scorsi che Crew-11 sarebbe rientrata anticipatamente a causa di un problema di salute riscontrato in uno dei membri dell’equipaggio. Le valutazioni mediche, condotte in coordinamento tra i team a terra e quelli in orbita, avevano portato alla scelta di procedere con il rientro dell’intero equipaggio, configurando la prima evacuazione medica dalla Stazione spaziale internazionale. L’agenzia ha precisato che la decisione non era legata a malfunzionamenti della stazione né della capsula, ma esclusivamente alla necessità di garantire cure adeguate all’astronauta coinvolto.

Le fasi operative del rientro e l’ammaraggio

Dopo il distacco dalla Stazione spaziale internazionale, la capsula Dragon ha completato la fase di deorbitazione e il rientro atmosferico senza anomalie. L’ammaraggio è avvenuto nell’oceano Pacifico, al largo delle coste californiane, dove le squadre di recupero hanno preso in carico il veicolo e l’equipaggio. Secondo quanto comunicato dalla Nasa, tutte le operazioni si sono svolte nel rispetto delle procedure pianificate per le missioni con equipaggio, inclusi i controlli medici immediatamente successivi al rientro.

Il quadro del programma Commercial crew

Crew-11 rientra nel programma Commercial crew, attraverso il quale la Nasa affida a partner industriali il trasporto degli astronauti verso e dalla Stazione spaziale internazionale. La capsula Dragon ha consentito di attuare il rientro anticipato deciso dall’agenzia, confermando la flessibilità operativa prevista per questo tipo di missioni. La collaborazione con SpaceX resta parte integrante della strategia statunitense per l’accesso umano all’orbita bassa terrestre.

La situazione a bordo dell’Iss

Dopo il rientro di Crew-11, le attività sulla Stazione spaziale internazionale sono proseguite con l’equipaggio rimasto in orbita. La Nasa ha indicato che la continuità delle operazioni e degli esperimenti scientifici è stata garantita, nonostante la conclusione anticipata della missione. Il completamento del rientro di Crew-11 chiude così una fase operativa già definita nei giorni precedenti, inserendosi nel quadro delle procedure di sicurezza previste per la presenza umana nello spazio.

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Meloni rafforza l’export con l’Oman. Gli accordi e la prospettiva

C’è un passaggio della Dichiarazione congiunta in occasione della visita ufficiale della presidente del Consiglio nel Sultanato dell’Oman che, più di altri, accentua la speciale relazione che esiste fra Italia e Oman: la prospettiva, che poi è il tratto somatico del concetto di Italia globale. Ovvero rapporti attuali che le parti intendono rafforzare pragmaticamente per il futuro e non solo sulla carta attraverso progetti, iniziative, scambi, politiche ad hoc con l’obiettivo della profondità. Giorgia Meloni e Sua Maestà il Sultano Haitham bin Tarik lo hanno messo nero su bianco in occasione della visita ufficiale nel Sultanato dell’Oman. Non solo le parti in occasione dei colloqui hanno analizzato come migliorare le relazioni bilaterali, ma hanno espresso la volontà di espandere gli ambiti di cooperazione in maniera da favorire corposamente gli interessi reciproci. La cornice di tale sforzo è da ritrovare nel loro impegno a sviluppare ulteriormente il partenariato strategico tra le due Nazioni.

GLI ACCORDI

Entrando nel merito degli accordi, in primis va sottolineata la cooperazione nei settori del commercio, degli investimenti e dell’industria, incoraggiando i partenariati tra il settore pubblico e quello privato, e attivando al contempo il ruolo delle commissioni miste per potenziare gli scambi commerciali bilaterali. A questo proposito un ruolo primario verrà rivestito dal Piano di Azione 2026-2030 che di fatto sarà il braccio operativo delle intenzioni politiche che dovrà dare concretezza all’attuazione dei memorandum d’intesa e degli accordi sottoscritti e promuovere la cooperazione bilaterale in molteplici settori. Ad oggi Oman e Italia vantano già un paniere di accordi in vari ambiti strategici, come cultura, patrimonio, università e ricerca scientifica, ma l’obiettivo per il prossimo futuro è quello di estendere ancora di più tali intese potenziando gli scambi tra i due Stati in tali settori.

IL MEMORANDUM SACE-KHAZANAH MODERN OMAN

Un capitolo a parte lo merita il memorandum siglato tra Sace, Export Credit Agency italiana e Khazanah Modern Oman, player omanita attivo in diversi settori nevralgici per l’export italiano come infrastrutture, manifatturiero, food & beverage, energie rinnovabili e hospitality. Le firme sono state poste da Michele Pignotti, amministratore Delegato di Sace, e Azzan Al Wahaibi, managing director di Khazanah Modern Oman. Il memorandum, che riconosce il potenziale del know-how industriale e delle tecnologie italiane, costruisce un quadro di cooperazione per supportare progetti strategici in Oman, facilitando il coinvolgimento di imprese, appaltatori e fornitori di tecnologia italiani nei settori d’intervento di Khazanah. Sace così si impegna a fornire soluzioni finanziarie per migliorare la competitività dei progetti e delle relative catene di fornitura, a seguito di un’adeguata due diligence e in linea con il proprio mandato istituzionale. In occasione della missione nel Paese, inoltre, l’amministratore delegato di Sace ha incontrato i principali attori istituzionali e industriali locali, tra cui la società energetica omanita OQ, la società di investimento Ominvest, il principale fornitore di servizi logistici integrati dell’Oman Asyad Group al fine di identificare progetti nei quali coinvolgere le filiere italiane di riferimento.

LA GEOPOLITICA

Dal punto di vista geopolitico, poi, i due leader hanno affrontato tutte le tematiche di più stretta attualità, come le questioni di carattere regionale e internazionale di interesse comune, e “hanno ribadito il loro impegno a sostenere gli sforzi volti a raggiungere la sicurezza e la stabilità e a risolvere i conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi del diritto internazionale”. In questo senso l’apprezzamento di Meloni al ruolo del Sultanato dell’Oman è sincero nel sostenere il dialogo e la pace regionale, mentre Haitham bin Tarik ha evidenziato il prezioso apporto di Roma nella promozione del dialogo, delle soluzioni pacifiche, e dell’impegno costruttivo.

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Investimenti e sviluppo, la (giusta) strategia Usa per la Groenlandia. Report Csis

Da una parte gli Stati Uniti, dall’altra l’Europa. Il nodo della Groenlandia è al centro del dibattito geopolitico di questi giorni. Puntare su questa isola potrebbe anche essere un buon affare. Ma a precise condizioni. Una tra tutte: che Washington, oltre a garantirsi quel suo spazio economico che vitale reclamato dal presidente Donald Trump, porti nella terra dei ghiacci investimenti, crescita e una buona dose di benessere e sicurezza. Di questo sembrano essere convinti gli esperti del Centre for strategic international studies (Csis).

Orizzonte Groenlandia

“Lo scorso 5 gennaio, il presidente Trump ha affermato di aver bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. Alti collaboratori della Casa Bianca hanno subito ribadito l’affermazione secondo cui gli Stati Uniti avrebbero potuto impadronirsi del territorio danese per sostenere gli interessi nazionali. Questi recenti commenti segnano un ritorno alla retorica che aveva fatto notizia nei primi giorni del 2025, quando il neo-rieletto presidente Trump aveva dichiarato che gli Usa avrebbero potuto acquistare il territorio autonomo danese. La rinnovata attenzione alla Groenlandia sottolinea l’approccio dell’amministrazione Trump alla sicurezza delle risorse come sicurezza nazionale”, premette il Csis.

Cercasi terre rare

“La Groenlandia è ricca di risorse naturali, tra cui minerali di ferro, grafite, tungsteno, palladio, vanadio, zinco, oro, uranio, rame e petrolio. Ma le materie che attirano maggiormente l’attenzione nella regione sono le terre rare. Le vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento statunitensi di terre rare per esigenze di difesa e commerciali sono state recentemente al centro delle questioni politiche a Washington”, scrive il Csis. Per il quale “in particolare, il 2025 è stato caratterizzato da molteplici round di negoziati ad alto rischio a seguito dei controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare pesanti”.

“Le interruzioni delle forniture di questi materiali hanno esposto le catene di approvvigionamento del settore automobilistico occidentale a carenze, ritardi e interruzioni della produzione. Il Presidente Trump ha agito in modo significativo per affrontare queste preoccupazioni lungimiranti sulla catena di approvvigionamento sia attraverso partnership pubblico-private, sia attraverso accordi bilaterali con partner come Arabia Saudita, Giappone e Australia per promuovere lo sviluppo di capacità nel settore delle terre rare al di fuori della Cina. E la Groenlandia ospita due giacimenti di terre rare tra i più grandi al mondo: Kvanefjeld e Tanbreez”.

Artico, nuova frontiera della sicurezza

L’analisi si sposta poi sull’Artico nel suo insieme. “Con lo scioglimento delle calotte polari, le nuove rotte marittime emergenti attraverso la regione stanno creando nuove opportunità economiche e geostrategiche per le potenze globali. Il Passaggio a Nord-Ovest attraversa l’arcipelago artico canadese e collega l’oceano Pacifico all’oceano Atlantico. Attualmente, ed è navigabile solo per brevi periodi all’anno a causa delle difficili condizioni e dello spostamento dei ghiacci marini. Ma gli scienziati prevedono che, con l’accelerazione del riscaldamento globale e i progressi tecnologici, il passaggio potrebbe presto essere aperto al transito ogni estate, collegando l’Asia orientale all’Europa occidentale con una rotta di 7.000 km più breve dell’attuale percorso attraverso il Canale di Panama”.

Ora, “il controllo di queste acque artiche sarà fondamentale per sfruttare i vantaggi economici e di sicurezza del passaggio globale emergente, e la posizione vantaggiosa della Groenlandia lungo questa rotta le conferisce un’importanza strategica per gli Stati Uniti, la Cina e qualsiasi altra potenza che desideri accedere al Passaggio a Nord-Ovest e proiettare il proprio potere a livello globale”.

Le ragioni degli Stati Uniti

Insomma, “la Groenlandia è una regione artica chiave, strategica per gli interessi di sicurezza nazionale americani. Pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero mantenere una presenza attiva e aumentare i propri investimenti strategici sull’isola per rafforzare le partnership, promuovere infrastrutture e opportunità economiche e scoraggiare gli attori cinesi e russi. Ma anche approfondire la collaborazione con l’Unione Europea allineando gli strumenti di prelievo, finanziamento e politiche per rafforzare congiuntamente la resilienza della catena di approvvigionamento e diversificare l’offerta globale di grafite”.

Conclusione? Più che usare la forza militare, bisognerebbe usare quella economica. “Gli Stati Uniti hanno una significativa opportunità di approfondire i legami strategici con la Groenlandia, ma non attraverso acquisti diretti o interventi militari, ma attraverso investimenti coordinati. La citata miniera di Tanbreez rappresenta un potenziale percorso per migliorare l’accesso alle terre rare statunitensi, ma realizzare questo potenziale richiede più di un semplice finanziamento: richiede un impegno a lungo termine per le infrastrutture, un autentico coinvolgimento della comunità locali e un coordinamento diplomatico. Allora sì che, mentre il futuro minerario della Groenlandia si trova ad affrontare notevoli sfide logistiche e politiche, una strategia statunitense mirata e rispettosa potrebbe contribuire a garantire che la stessa Groenlandia diventi non solo un fornitore di minerali, ma un partner artico affidabile”.

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Iran e Venezuela, vi spiego il perché del silenzio delle piazze. Scrive Merlo

Le piazze in Italia tacciono. O meglio, si mobilitano più per decreto che non per convinzione. Certo, è difficile restare muti e immobili di fronte a ciò che capita in un Paese governato da uno dei regimi più spietati e più feroci del pianeta. E, di conseguenza, si è aperto anche un timido – anzi, un timidissimo – dibattito sulle ragioni politico e culturali che alimentano, comunque sia, questo perdurante silenzio.

Eppure, dopo la cattura da parte americana del dittatore dispotico e sanguinario del Venezuela Maduro e, soprattuto, davanti alle violenze atroci compiute dal regime violento, omicida e teocratico dell’Iran, ci sarebbero moltissime ragioni e spunti per scendere in piazza. Subito, però. Appena si sentono e si vedono quelle terribili immagini – poche per la verità, perché il regime iraniano le vieta – che arrivano da quel Paese. Ma il silenzio prevale, rotto solo da ragioni puramente protocollari se non addirittura burocratiche. Salvo piccolissimi gruppi che, meritoriamente, manifesteranno nei prossimi giorni a difesa del dissenso iraniano. Però, per non essere ipocriti e per evitare di essere anche intellettualmente disonesti, è bene subito ricordare che coloro che storicamente governano e mobilitano le piazze nel nostro Paese – cioè, la sinistra nelle sue multiformi e variegate espressioni – sono collocati prevalentemente, se non quasi esclusivamente, sul versante cosiddetto “progressista”. Era così nella prima repubblica, cioè per lunghi 50 anni, ed è rimasto così anche nella seconda repubblica. Senza alcun cambiamento significativo.

Ora, è di tutta evidenza che quando si scende – o non si scende – in piazza ci sono delle ragioni politiche, e culturali, che spingono in quella direzione. E quindi, per fermarsi a ciò che è capitato negli ultimi mesi, si protesta prontamente a difesa di Gaza e del popolo palestinese contro Israele, contro gli Stati Uniti D’America e contro il governo Meloni perché filo occidentali e ritenuti, secondo questa versione, responsabili di ciò che è capitato in Medio Oriente. Mentre, e specularmente, non si protesta affatto né a difesa del popolo venezuelano vessato da anni da un regime sanguinario e né, tantomeno e soprattutto, a difesa del drammatico dissenso iraniano perché sono Paesi ritenuti anti occidentali e quindi, bene o male, c’è qualche elemento di convergenza. Ed è anche inutile insistere perché i più sofisticati ti spiegano, nei vari talk televisivi compiacenti, anche le ragioni per cui è inutile protestare a favore del dissenso iraniano, ritenuto un Paese troppo lontano e che non centra nulla con le eventuali responsabilità politiche italiane. Una tesi un po’ bizzarra perché, se fosse vera, andrebbe riscritta la storia politica italiana dagli anni ‘60 agli anni ‘90 quando la sinistra scendeva massicciamente in piazza per la difesa di Paesi, di sistemi ideologici e di presunti miti – meglio dire di regimi dittatoriali e dispotici – che non avevano nulla a che fare con i concreti interessi del nostro Paese. Ma in un’epoca dove la memoria storica è evaporata tutto diventa lecito e ammissibile.

Insomma, è inutile dedicare intere paginate di riflessioni al riguardo. La ragione, come emerge in tutta la sua limpidezza, a prescindere dalle singole e del tutto legittime opinioni politiche, è molto più semplice di quel che appare. E cioè, ci sono tematiche che stuzzicano d’incanto la mobilitazione politica della sinistra italiana mentre ci sono argomenti che, pur gravissimi, devastanti e terribili, non scuotono affatto le coscienze. Soprattutto di quei settori che hanno, come ovvio, maggiore dimestichezza con la piazza. E, piaccia o non piaccia, occorre pur dire che le motivazioni che spingevano la sinistra italiana a scendere in piazza negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 – soprattutto le frange più massimaliste, radicali ed estremiste – restano le stesse anche oggi, seppure in un contesto profondamente diverso come quello contemporaneo. E cioè, l’anti americanismo, il persistente anti occidentalismo e la diffidenza verso tutto ciò che è riconducibile a quella cultura, a quella tradizione, a quei valori e a quella civiltà. Spiace dirlo, ma la verità, purtroppo, è solo questa. Il resto è propaganda.

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Dal digitale al fronte. Fedorov prende le redini della Difesa di Kyiv

L’Ucraina ha un nuovo ministro della Difesa. La Verkhovna Rada ha infatti nominato come detentore della carica il trentaquattrenne Mykhailo Fedorov, figura di primo piano dell’innovazione tecnologica ucraina e fino a oggi vice primo ministro e ministro della Trasformazione digitale. Fedorov prende il posto di Denys Shmyhal, spostato al dicastero dell’Energia dopo che uno scandalo di corruzione aveva portato alla rimozione del precedente ministro nel novembre scorso.

Un cambio ai vertici che segnala come l’innovazione in ambito militare assumerà un’importanza ancora maggiore di quella già avuta fino ad ora nell’apparato della difesa di Kyiv. “È impossibile combattere con nuove tecnologie affidandosi a una vecchia struttura organizzativa”, ha affermato lo stesso Fedorov nel giorno della nomina, annunciando un programma di riforme profonde dell’apparato militare. L’obiettivo dichiarato è una trasformazione sistemica che includa la riforma militare, il miglioramento delle infrastrutture al fronte, l’eradicamento della corruzione, la lotta alla disinformazione e la promozione di una nuova cultura della leadership fondata su fiducia e risultati.

Fedorov non è completamente estraneo al mondo della difesa. Già prima della nomina, il neo-ministro della Difesa era fortemente coinvolto nel settore, contribuendo al lancio del progetto “Army of Drones” e del cluster tecnologico Brave-1, pensato per sostenere l’industria ucraina della difesa attraverso finanziamenti statali alle aziende produttrici di armamenti. Il suo lavoro è stato determinante anche nello sviluppo delle capacità unmanned e counter-unmanned.

Secondo quanto riferito da Fedorov, tra i compiti assegnatigli dal presidente Zelensky figurano il rafforzamento della difesa aerea (definita come la priorità dal leader ucraino), il blocco delle avanzate terrestri russe, la gestione delle problematiche logistiche, l’intensificazione degli attacchi asimmetrici e cibernetici contro il nemico e la sua economia, nonché l’aumento del costo complessivo della guerra per Mosca “per fermare il nemico con la forza”.

La nomina di Fedorov si inserisce in un più ampio rimpasto di governo e delle forze dell’ordine annunciato all’inizio del mese da Zelensky, con l’obiettivo di rafforzare il Paese mentre il conflitto si protrae. “Il nostro Paese ha due strade”, ha dichiarato il presidente. “La prima è pacifica e diplomatica, ed è oggi la nostra priorità. Vogliamo porre fine alla guerra. Ma se la Russia la bloccherà e i partner non la costringeranno a fermarsi, ci sarà un’altra strada: difenderci. E allora serviranno forze nuove”.

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Strade Sicure e il perdurante deficit di cultura della difesa in Italia

Il ministro della Difesa ha chiarito che anche quest’anno non calerà il numero di militari dell’Esercito impegnati nell’operazione Strade Sicure. Anche se l’operazione è già finanziata nella sua attuale configurazione fino al 2027, la decisione ha comunque sollevato un dibattito perché negli scorsi mesi il ministro si era dichiarato più volte deciso a ridurre la componente dell’Esercito schierata nell’operazione.

In realtà la decisione non stupisce affatto. Da quando è iniziata, nel luglio del 2008, tutti i governi italiani, sia di sinistra che di destra, l’hanno confermata e spesso prorogata. Gli unici che hanno effettivamente tentato di ridurre il contingente sono stati il ministro Pinotti e il ministro Guerini. Pinotti aveva tentato una graduale riduzione a dicembre 2014, ma a seguito degli attacchi terroristici in Francia aveva prima dovuto fare marcia indietro e poi aumentare decisamente il contingente. Guerini aveva tentato una riduzione già nel 2019, ma i suoi piani erano deragliati a causa della pandemia. Nel dicembre 2021 il ministro era riuscito effettivamente a ridurre il contingente da 7.800 a 5.000, ma dopo le elezioni il governo Meloni è tornato ad aumentare gli organici.

Come spiego nel mio libro (Military Policing in Advanced Democracies: Italy in Comparative Perspective, Routledge) , le ragioni per cui questo particolare impiego dell’Esercito è così difficile da interrompere sono tre: due sono contingenti, mentre una è strutturale. Il primo dei motivi contingenti è che questo impiego è estremamente popolare. Tutti i sondaggi condotti dal 1992 – cioè da quando è iniziata questa pratica – dimostrano che agli italiani piacciono (e tanto) le divise verdi per la strada. L’Esercito aumenta la percezione di sicurezza, e in Italia la sicurezza è sempre al primo posto tra le preoccupazioni dei cittadini. Tagliare Strade Sicure è quindi una scelta estremamente impopolare. Per poter ridurre il numero di militari dell’Esercito bisognerebbe sostituirli con altrettante forze dell’ordine, così nessuno potrebbe lamentare una riduzione della sicurezza. E qui veniamo al secondo motivo contingente per cui l’operazione non finisce: sostituire l’Esercito con forze dell’ordine costa molto, perché richiede l’assunzione di personale aggiuntivo nella Polizia e/o nei Carabinieri. E la difficile congiuntura economica in cui è entrata l’Italia nel 1992 ha reso molto difficile trovare risorse sufficienti per queste assunzioni. Anzi, la scelta di molti governi è stata quella di tagliare il numero di forze dell’ordine e di compensare questi tagli con l’Esercito. È stata dunque proprio la combinazione di una diffusa percezione di insicurezza e di una grave penuria di risorse che ha dato il via all’operazione.

A questi due motivi occorre in realtà aggiungerne un terzo, meno importante ma comunque significativo. Come accaduto in altri Paesi, come in Francia, per anni i vertici dell’Esercito si sono espressi a favore di queste operazioni. La ragione per cui lo hanno fatto era legata a questioni di natura finanziaria. Queste operazioni, infatti, consentono all’Esercito di ottenere qualche fondo in più per la manutenzione delle infrastrutture e dei materiali e l’acquisizione di equipaggiamenti aggiuntivi. I nostri vertici agivano in buona fede: essi erano consapevoli dei problemi che questo impiego avrebbe creato all’Esercito, ma sapevano anche la situazione finanziaria dell’Esercito era al limite del sostenibile. Questo approccio, particolarmente pragmatico, ha prevalso negli anni ’90 e per i primi anni di Strade Sicure. A partire dal 2014/2015 però l’approccio è gradualmente cambiato. Oggi, come si nota spesso ascoltando i discorsi del Generale Masiello, i nostri vertici dichiarano pubblicamente di auspicare una riduzione del contingente.

Il motivo strutturale consiste nella grave carenza di una cultura della difesa. Intendo con questo termine una diffusa carenza di sapere, soprattutto nella classe politica, nei media e nell’università, riguardo la natura, i compiti e le necessità delle Forze armate. A causa della pesante eredità storica che ci portiamo dalla fine della guerra, la società italiana sconta una grave ignoranza di tutto ciò che riguarda gli affari militari. È per questo che così poche persone sono effettivamente in grado di comprendere i danni che questa operazione genera nelle Forze armate. Alla più parte dei cittadini sfugge il fatto che, sin da quando esiste l’Esercito, in tempo di pace il mestiere dei militari è quello di addestrarsi; che ogni ora passata a far la guardia a una metro o a un’ambasciata corrisponde a numerose ore di addestramento perso; che ogni ora di addestramento perso comporta un calo della capacità operativa dell’Esercito; e che un Esercito che non ha capacità operativa non è in grado di assolvere alla missione affidatagli dallo Stato. A che servono allora le decine di miliardi che il parlamento sta giustamente spendendo per acquisire mezzi e materiali all’avanguardia, se il nostro Esercito comunque non è in grado di assolvere alla propria missione? A cosa serve parlare di aumento degli organici, se poi i militari che arruoliamo non possono essere addestrati?

La popolarità di Strade Sicure è l’esempio più visibile del perdurante deficit di cultura della difesa che affligge il nostro Paese. Un deficit grave, riconosciuto pubblicamente sia dal ministro della Difesa che dai nostri vertici militari, che inibisce la capacità operativa delle Forze armate. La soluzione a questo problema, così come al problema di Strade Sicure, risiede nella dimensione dell’educazione. Per mettere fine a Strade Sicure bisogna spiegare alla società, alla politica, ai media e anche all’università che cosa sono le Forze armate, a cosa servono, e quali necessità hanno. In questa prospettiva, è fondamentale che le istituzioni assumano un ruolo attivo nel sostenere e finanziare programmi di formazione, corsi universitari, master specialistici e iniziative di ricerca dedicate ai temi della difesa e della sicurezza. Solo attraverso un investimento sistematico nella dimensione educativa è possibile rafforzare la cultura strategica del Paese, favorire un dibattito pubblico più informato e, in ultima analisi, creare le condizioni politiche e sociali per superare soluzioni emergenziali come Strade Sicure e restituire alle Forze armate un impiego coerente con la loro missione primaria.

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Sabotaggio, finanza e zone grigie. Come Mosca opera nello spazio europeo

In Europa il sabotaggio è al centro delle dinamiche concettuali e operative di sicurezza. Roghi, graffiti, infrastrutture terresti e subacquee, agenti usa e getta e ora anche nuovi testi su dispositivi acustici Lrad.

Secondo il Rusi, dal 2022 gli Stati Nato hanno visto crescere le operazioni ibride attribuite all’intelligence russa, con un deciso balzo nel 2024, anno nel quale anche il Center for Strategic and International Studies (Csis) conta 34 incidenti di incendio o sabotaggio, contro i 12 nel 2023 ed i 2 nel 2022.

La gig economy del sabotaggio

Il salto di qualità, spiega il Royal United Services Institute, sta nel modello organizzativo: meno “professionisti”, più incarichi spezzettati, assegnati a civili reclutati online via Telegram e altre piattaforme, con pagamenti spesso in criptovalute. Azioni piccole, negabili e replicabili: incendi, ricognizioni, vandalismi simbolici. Ma anche attività di preparazione, come fotografare infrastrutture, mappare rotte, fare da corriere per contanti e materiali. Non il boato, ma la catena, il processo di costruzione.

In Ue non c’è una definizione legale unica e comprensiva di “sabotaggio”, così l’attribuzione può restare impantanata tra prudenza giuridica e opportunità politica. E se l’evento viene letto come microcriminalità isolata, si perdono strumenti di analisi, visione complessiva e deterrenza.

Il denaro è il collante

Fondamentale è la dimensione finanziaria dell’ecosistema ibrido. La valuta e i pagamenti cripto sono la sua infrastruttura funzionale perché consentono transazioni piccole, veloci, transfrontaliere, spesso senza tecniche avanzate di offuscamento; e l’anonimato deriva più dalla filiera informale che dalla tecnologia. Eppure, esattamente come nelle indagini riguardanti le associazioni mafiose o di criminalità organizzata, seguire il denaro si rivela, ancor una volta, uno strumento di grande utilità. L’incentivo economico rimane infatti uno dei principali driver. Come ricorda il Rusi, le cui stime suggeriscono come il movente finanziario sia prevalente nella stragrande maggioranza dei casi, con “tariffe” che vanno da pochi dollari per graffiti a migliaia per compiti più gravi.

Seguendo il denaro, si arriva all’incasso del pagamento, anch’esso punto vulnerabile per l’efficacia delle strategie di contrasto. È un mercato Otc (over the counter, fuori borsa), strutturato tramite sportelli informali e piattaforme no-Kyc, ovvero dove l’anonimato prevale sulla conoscenza dei soggetti che eseguono la transazione. Qui, la dimensione cripto delle transazioni, che garantisce velocità e anonimato, rappresenta un ulteriore ostacolo, configurando un gap tra la velocità d’esecuzione permessa da queste modalità e le tempistiche di indagine e intervento, che arrancano, rimanendo sempre alcuni passi indietro.

Il promemoria balcanico

Questo schema va oltre gli esecutori “a chiamata” o le microoperazioni disseminate nello spazio europeo. Il sabotaggio finanziato è la faccia bassa e diffusa di una guerra ibrida che poggia anche su relazioni più strutturate tra apparati di sicurezza.

In questo scenario si inseriscono anche i segnali che arrivano dai Balcani. I documenti visionati da Politico sulla collaborazione tra apparati serbi e Fsb nei test sui dispositivi acustici Lrad, successivi alle proteste di Belgrado del marzo 2025, indicando come, accanto al sabotaggio finanziato con cripto e intermediari informali, persista una linea di cooperazione operativa e sicurezza, nella quale Mosca si muove attraverso ogni zona grigia possibile, operativa e politica, nello spazio europeo e internazionale.

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