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Tregua o illusione? Cosa dicono i media sulla tregua Usa-Iran

Da infame a capestro, da debole a limitato, fino alla chicca della definizione di “accordo che non risolve il disaccordo”. I media internazionali, a cominciare dai principali quotidiani degli Stati Uniti, opinionisti ed esperti di strategie politico militari sono concordi nelle valutazioni che variano dalla forte critica, all’attesa della verifica dell’intesa raggiunta fra Stati Uniti e Iran e che verrà firmata a Ginevra il 19 giugno.

“Che il petrolio scorra” è l’ironico titolo del londinese Times, mentre per il New York Times: “L’accordo pone fine ai combattimenti per 60 giorni, riapre lo Stretto di Hormuz e revoca il blocco navale statunitense, ma le questioni nucleari più spinose sono state rimandate a un secondo momento. Il destino del programma nucleare iraniano è incerto”. Pessimismo al quale, nell’intervista rilasciata allo stesso autorevole quotidiano di New York, risponde il presidente Donald Trump: “Senza accordo sul nucleare riprendiamo attacchi all’Iran”. Nell’intervista il tycoon garantisce che lo Stretto di Hormuz sarà “permanentemente esente da pedaggi”, ma in realtà, lo smentiscono i media americani, il memorandum d’intesa sospende i pedaggi nello stretto solo per 60 giorni e promette solo un futuro dialogo regionale.

Per il Washington Post: “L’accordo sembra lasciare irrisolte importanti aree di disaccordo, soggette a ulteriori negoziati, in particolare il programma nucleare iraniano e l’ampia gamma di sanzioni statunitensi imposte a Teheran”.

Il Financial Times sottolinea che Trump si accontenta di una tregua di convenienza con l’Iran. “Si tratta di un accordo molto debole per gli Stati Uniti, considerando quali erano gli obiettivi dichiarati all’inizio” afferma sul FT l’ex ambasciatore Usa a Gerusalemme Daniel Benjamin Shapiro, secondo il quale inoltre “l’obiettivo principale è riaprire lo stretto, che era diventato senza dubbio il punto più importante. Ma questo dimostra quanta influenza avesse l’Iran per convincere Trump che fosse meglio porre fine a questa guerra, anche a condizioni deboli, piuttosto che continuarla”.

The Guardian contestualizza l’annuncio dell’accordo nell’ambito dei festeggiamenti per l’80esimo compleanno di Trump. Un birthday tutto sangue, sudore e sponsor miliardari, culminato con l’esibizione di lottatori in una bestiale gabbia allestita nel giardino della Casa Bianca. Il quotidiano britannico mette in evidenza in prima pagina: “La preoccupazione per il giudizio e il comportamento dell’uomo più potente del mondo, e i conseguenti rischi per il pianeta. Preoccupazione che non potrà che aumentare. Perché il tycoon mostra i segni dell’età già da tempo”. E in proposito The Guardian intervista Tara Setmayer, ex direttrice della comunicazione repubblicana a Capitol Hill che sostiene come sia evidente come Trump “quasi quotidianamente fatichi a rimanere sveglio durante gli incontri ufficiali, sia più irritabile e si lasci andare a scatti d’ira e capricci quando le cose non vanno come vuole lui. Questi non sono i segni di un adulto equilibrato che si avvicina agli 80 anni”.

I giornali israeliani e quelli iraniani sono paradossalmente convergenti nei giudizi più duri e sprezzanti sull’accordo con Teheran, trionfalmente annunciato da Trump. “Un pessimo accordo” sintetizza in due parole il titolo a tutta pagina di Yediot Aharonot, il popolare quotidiano ebraico che riassume il sentimento prevalente in Israele.

Mentre a Teheran i media rilanciano la dichiarazione del Capo di Stato maggiore delle forze armate: “L’Iran ha imposto la sua volontà divina e ferrea sui suoi umiliati nemici americani e sionisti. Il nemico non ha altra scelta che accettare la sconfitta e arrendersi”. Affermazioni che la dicono lunga sulle intenzioni del regime degli ayatollah, che per primo definisce, in sostanza, infame l’accordo con Trump.

Ottimismo a tutto spiano, invece, sul piano europeo. Un ottimismo euforico per l’immediato calo del prezzo del petrolio a circa 80 dollari al barile.

In una dichiarazione congiunta i leader di Regno Unito, Francia, Germania e Italia, accolgono con favore il memorandum d’intesa congratulandosi con Washington, Teheran e tutti i mediatori, tra cui Pakistan e Qatar, per quella che viene definita una svolta diplomatica.

“È un’opportunità per ristabilire la stabilità regionale e contribuire alla stabilizzazione dell’economia globale”, si legge nella nota, in cui i quattro Paesi chiedono di concludere rapidamente i negoziati di dettaglio e di attuare l’accordo in modo completo. Mai come in questi giorni “pecunia non olet” infatti per gli europei che temevano di fare la fila davanti ai distributori di benzina.

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Tre capitali, un solo obiettivo: sabotare l’accordo tra Iran e Usa

«Quasi», «forse», «serve tempo», «non basta»: da settimane a Teheran fra i vertici del regime rimbalzano termini dilatori che mimetizzano l’opposizione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche a qualsiasi accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma la svolta dei negoziati ha nemici palesi e occulti anche a Gerusalemme e Washington.

Una sorta di triumvirato della guerra, con finalità diverse ma oggettivamente convergenti, del quale il Wall Street Journal indica come terminale iraniano il 67enne generale Ahmad Vahidi, comandante in capo dei Pasdaran.

Nel corso della guerra, fino all’abbattimento dell’elicottero Usa e all’ultimo lancio di missili balistici contro Israele, Vahidi ha sistematicamente scavalcato il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, e tuttora comanda le forze iraniane che controllano lo Stretto di Hormuz, la carta vincente del regime nei negoziati.

«Il 18 aprile, quando Araghchi dichiarò che lo Stretto di Hormuz era aperto — scrive il Wall Street Journal — le Guardie Rivoluzionarie dissero il contrario e respinsero le dichiarazioni del ministro degli Esteri, definendole imprecise o incomplete, proseguendo gli attacchi nello Stretto».

Già ministro dell’Interno e della Difesa, sanzionato dagli Stati Uniti per la spietata repressione delle proteste per i diritti delle donne nel 2022 e ricercato dall’Interpol per la strage con 85 vittime provocata da un attentato antisemita in Argentina, il comandante dei Pasdaran è considerato un ostacolo insormontabile alla firma del memorandum di pace.

«È stato proprio Vahidi — sottolinea il Wsj — a collegare i combattimenti in Libano alla guerra in Iran, subordinando l’accordo con gli Stati Uniti alla fine del conflitto tra Israele e Hezbollah».

Allo scenario libanese è strettamente connesso il terminale israeliano del triumvirato della guerra, impersonato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Mentre il primo a parole sostiene l’epilogo della fine delle ostilità con l’Iran, ma ordina il proseguimento dell’avanzata dell’IDF in Libano e dei bombardamenti contro Hezbollah, Ben Gvir si attiva ufficialmente per sabotare la ratifica del negoziato.

A differenza dell’evidente interesse personale di Netanyahu e Ben Gvir di proseguire il conflitto per continuare a mantenere il potere e governare il paese, paradossalmente negli Stati Uniti c’è l’imbarazzo della scelta per individuare chi rema contro le condizioni e le modalità previste dall’accordo di pace, tuttora effimero, con l’Iran.

In prima fila vi sono, più o meno palesemente, il Pentagono e le agenzie di intelligence, oltre ai vertici della sicurezza nazionale durante la precedente amministrazione Trump, come l’ex direttore della CIA e segretario di Stato Mike Pompeo, e l’ex direttore della CIA e segretario di Stato dell’amministrazione Obama Leon Panetta, che all’unisono denunciano gli enormi rischi dovuti alla totale malafede e inaffidabilità dell’Iran, aggravata dal micidiale controllo dello Stretto di Hormuz da parte dei Pasdaran.

Pentagono e intelligence hanno più volte fatto presente al presidente Trump che una guerra interrupta comporta le stesse conseguenze di una guerra persa. E che per scongiurare l’inesorabile vendetta atomica degli ayatollah sarebbe essenziale «finire il lavoro appena iniziato» — ovvero sradicare totalmente il programma nucleare iraniano, distruggere le tonnellate di uranio arricchito occultate dai Pasdaran e rovesciare il regime islamico.

Analisi incontrovertibili, vanificate dall’ottusa inconcludenza di un vanaglorioso presidente, in piena sindrome da happy birthday, incapace di avvantaggiarsi del suo secondo e ultimo — si spera — mandato.

Con la conseguenza che la storia potrebbe maledire Trump tanto per la responsabilità dell’attuale situazione di grave rischio, quanto per quella ancora più pesante di non aver fatto nulla per scongiurarla.

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