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Il mostro di Frankenstein. La guerra cognitiva russa e la narrativa che cuce ideologie morte

C’è una scena ricorrente nei romanzi gotici dell’Ottocento: il dottore folle che di notte fruga nei cimiteri, strappa arti da cadaveri diversi e li cuce insieme sperando di ridar vita a qualcosa che non ha mai avuto una vita unitaria. È la metafora più precisa per descrivere l’architettura della guerra cognitiva russa nel conflitto ucraino: una narrativa “Frankenstein” che assembla frammenti di ideologie morte — anticapitalismo, antimperialismo, nostalgia sovietica, neopaganesimo slavo, suprematismo bianco, retorica pacifista — e li cuce in un mostro coerente solo nell’odio per l’Occidente liberaldemocratico.

Il paradosso al cuore dell’operazione è tanto evidente quanto sistematicamente ignorato: la Russia di Putin giustifica la propria invasione dell’Ucraina come una “missione di denazificazione”, mentre le sue unità d’élite sul campo ostentano apertamente la simbologia del Terzo Reich. Il Gruppo Rusich, guidato da Alexei Milchakov, neonazista dichiarato, sfoggia rune Waffen-SS e il Kolovrat, variante slava della svastica. La brigata “Española” era identificata dal codice 88 — abbreviazione cifrata di “Heil Hitler” — operativa fino alla fine del 2025. Dmitry Utkin, fondatore operativo del Gruppo Wagner, portava tatuati sulle clavicole i simboli delle SS, e il nome stesso “Wagner” fu scelto come omaggio al compositore prediletto di Hitler. Denazificare l’Ucraina usando neonazisti: la contraddizione non è un errore logico, è un metodo.

Quel metodo si chiama guerra cognitiva. Non è propaganda nel senso tradizionale del termine — la diffusione di un messaggio univoco verso un pubblico passivo. È qualcosa di più sofisticato e più destabilizzante: la produzione industriale di contraddizioni, l’inquinamento sistematico del campo semantico, la trasformazione del dubbio in arma. L’obiettivo non è convincere che la Russia ha ragione, ma convincere che non esiste una ragione verificabile, che tutto è relativo, che “anche dall’altra parte ci sono nazisti”, che la verità è irraggiungibile. In questo spazio di nebbia cognitiva il mostro di Frankenstein prospera, perché nessuno ha più gli strumenti per identificarne le suture.

La specificità italiana di questa operazione merita attenzione particolare. L’Italia si è rivelata il laboratorio più fertile per testare la saldatura tra opposti estremismi. Il meccanismo è stato elaborato attraverso la cosiddetta “Quarta Teoria Politica” di Alexander Dugin — importata e adattata al contesto italiano da figure come Orazio Maria Gnerre — che propone un asse trasversale tra estrema destra e sinistra antagonista unificato dall’avversione all’atlantismo e al liberalismo. Il risultato è una narrativa in cui il pugno chiuso copre il saluto romano, e la lotta al “fascismo ucraino” diventa l’involucro ideologico che nasconde la più grande forza mercenaria neonazista e reazionaria del XXI secolo.

Il volto umano di questo inganno ha un nome: Edy Ongaro, militante veneto della sinistra radicale morto nel 2022 combattendo con il Battaglione Prizrak nel Donbass. La sua figura è stata trasformata da Mosca in un’icona propagandistica: il “nuovo partigiano internazionalista” che dà una parvenza di antifascismo a un’invasione condotta da unità dichiaratamente neonaziste. Il cortocircuito è deliberato: se anche un militante di sinistra combatte per il Donbass, allora forse lì davvero c’è qualcosa che vale la pena difendere. La logica del testimone oculare ideologicamente orientato, trasformato in strumento di influenza post-mortem.

Questa “disinformazione a cascata” — che non mira a formare una convinzione ma a saturare l’ambiente informativo di rumore — trova in Italia una rete di amplificatori che va dai canali Telegram privi di fact-checking agli ospiti fissi dei talk show di prima serata. L’Italia è l’unico Paese del G7 che ospita regolarmente propagandisti del Cremlino nei propri spazi mediatici mainstream. La soglia di riconoscimento del mostro di Frankenstein si abbassa ogni volta che il mostro viene invitato a sedersi al tavolo come interlocutore legittimo.

La sfida che il conflitto ucraino pone alle democrazie europee non è quindi soltanto militare né soltanto economica: è cognitiva. Richiede la capacità di riconoscere le suture del mostro di Frankenstein — di distinguere l’anticapitalismo genuino dalla sua versione teleguidata da Mosca, il pacifismo autentico dalla sua variante funzionale al disarmo dell’aggredito, il giornalismo di inchiesta dal “dubbio metodico” che si trasforma in rendita di posizione. Richiede, in ultima analisi, quella che potremmo chiamare immunità narrativa: la capacità collettiva di non essere reclutati come parti del corpo del mostro, ignari che le nostre braccia siano già cucite al torso di qualcun altro.

Il dottor Frankenstein, nel romanzo di Mary Shelley, alla fine è divorato dalla propria creatura. La domanda aperta, per l’Europa, è se saremo capaci di riconoscere il mostro prima che bussi alla porta.

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Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

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Ciao Peter, colonna degli anni più belli al Centro Studi Americani. Il ricordo di Mazzoletti

Ci sono persone che attraversano le istituzioni lasciando un segno profondo, ma silenzioso. Non cercano i riflettori, non inseguono il protagonismo. Eppure, quando non ci sono più, ci si accorge che una parte importante della storia che abbiamo vissuto insieme se ne è andata con loro. Per me, Peter Alegi era una di queste persone. Ho conosciuto Peter ormai quasi quarant’anni fa.

Era un brillante avvocato italo-americano, formatosi alla Yale Law School, con una clientela composta da grandi aziende internazionali e una reputazione costruita sulla competenza e sull’autorevolezza. Era arrivato in Italia quasi per caso. Aveva incontrato una ragazza romana, se ne era innamorato e aveva deciso di fermarsi.

Da allora Roma è diventata la sua città e l’Italia la sua casa. Nonostante decenni trascorsi nel nostro Paese, conservava un marcato accento americano che lo rendeva immediatamente riconoscibile. Era una caratteristica che raccontava bene la sua identità: profondamente legato agli Stati Uniti, ma al tempo stesso pienamente inserito nella realtà italiana.

Un ponte naturale tra due mondi che ha contribuito a far dialogare per tutta la vita. La nostra amicizia nacque grazie al Centro Studi Americani. Fu l’ambasciata degli Stati Uniti a coinvolgerci in una fase non semplice della sua storia. Erano anni in cui il Centro attraversava difficoltà finanziarie e organizzative.

Ricordo il lavoro svolto sotto la guida di Cipriana Scelba e, successivamente, quello portato avanti con Giuliano Amato, che per undici anni ne è stato presidente. Amato amava ripetere una frase che è rimasta nella memoria di molti: il Centro Studi Americani è diventato “sexy”. Dietro quella battuta c’era una verità.

Il CSA stava cambiando pelle, diventando un luogo attrattivo, autorevole, frequentato da studiosi, diplomatici, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Peter fu uno degli artefici di quella trasformazione. Abbiamo lavorato insieme a lungo. La svolta arrivò con la presidenza di Gianni De Gennaro, che intuì le enormi potenzialità dell’istituzione e ne sostenne con convinzione lo sviluppo.

Allo stesso modo, ebbe grande lungimiranza nell’individuare in Roberto Sgalla la figura giusta per guidarne la direzione operativa. Oggi il Centro Studi Americani è una realtà solida, riconosciuta e florida anche grazie a quel lavoro collettivo di cui Peter è stato protagonista. Ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto per il suo impegno professionale.

La nostra amicizia è andata ben oltre le riunioni e i consigli di amministrazione. Ci siamo frequentati con le nostre famiglie, abbiamo condiviso momenti privati e occasioni conviviali. Conservo un ricordo particolarmente caro delle giornate trascorse nella sua tenuta di Todi, un luogo che amava profondamente e dove, per il suo ottantesimo compleanno, gli amici organizzarono una festa bellissima.

Peter era anche un cattolico osservante, uomo di fede autentica e mai ostentata. Guardava alla politica americana con l’attenzione di chi aveva continuato a sentirsi parte della propria comunità nazionale. Militante e rappresentante del Partito Democratico americano, apparteneva a una tradizione politica moderata, riformista e profondamente atlantica.

Una cultura che incarnava con equilibrio e misura. Oggi, mentre ripenso a tanti anni di lavoro e amicizia condivisi, mi accorgo che il vuoto lasciato da Peter non riguarda soltanto chi gli ha voluto bene. Riguarda anche una stagione di relazioni tra Italia e Stati Uniti costruite sulla conoscenza reciproca, sul dialogo e sul rispetto delle istituzioni. Era da tempo che non mi confrontavo con Peter, ma sono certo che il presidente Trump non gli sarebbe andato a genio.

Ormai sono rimasto l’unico decano del Consiglio di amministrazione del Centro Studi Americani. È una consapevolezza che induce inevitabilmente alla riflessione. Le persone passano, le istituzioni restano. Ma sono le persone giuste a renderle più forti. Per questo, al di là dei ruoli e dei titoli, sento soprattutto il bisogno di salutare un amico.

Ciao Peter. Buon viaggio.

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