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Phisikk du role – Vi racconto tutte le vite di Francesco Cossiga

Il 17 agosto di sedici anni fa scomparve Francesco Cossiga, uomo politico democristiano di sensibilità liberale e ottavo Presidente della Repubblica italiana. Secondo alcuni osservatori con lui si seppelliva una parte importante di storia della Repubblica non raccontata, a partire dalla complessa stagione della “guerra fredda” e ai frutti avvelenati che seppe produrre nella sua discesa verso il dissolvimento, terrorismo compreso, con il tragico episodio del rapimento e dell’uccisione di Moro, fino ai grandi enigmi italiani che tra gli anni ’70 e i ’90 restarono senza soluzione, tra cui la strage di Ustica.

Non sapremo mai se questa onniscenza cossighiana sui fatti oscuri fosse soltanto leggenda, peraltro da lui sapientemente alimentata attraverso l’ostentata predilezione per le tecnologie della cyber security, la sua predilezione per gli spiazzamenti dell’interlocutore e la sua proverbiale anglofilia, ivi comprese lMI5 (sicurezza interna e controspionaggio), lMI6 o Secret Intelligence Service (spionaggio all’estero, reso celebre da James Bond) e il Gchq (sicurezza informatica e intercettazione delle comunicazioni). Di certo quell’aura da grande sciamano delle tecnologie moderne della sicurezza l’ha accompagnato dai tempi della sua esperienza al ministero degli Interni e resterà sempre una chiave condivisa per ricordarlo.

Ma Cossiga fu molto più della sua passione per la cyber security: fu un politico colto, intellettualmente assai curioso, capace di un’espressività intrisa di sarcasmo, cosa alquanto rara per la politica italiana di ieri e di oggi, che lo allineerà a Giulio Andreotti, altro fuoriclasse democristiano che usò ironie e sarcasmi come efficacissime armi improprie. Cossiga maneggiava quelle armi come un corpo contundente che non faceva prigionieri: come dimenticare quella diretta televisiva su Sky, conduttrice Maria Latella (2008), in cui l’allora ex Presidente ebbe a distruggere il nuovo capo dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara, sostenendo che i nomi delle persone derivano dalle persone stesse e dunque avendo il magistrato una ” faccia da tonno”, il suo nome evocava giustamente la marca di un ottimo pesce commestibile.

In realtà il graffio urticante del sarcasmo fu una modalità espressiva dell’ultima parte della vita pubblica di Francesco Cossiga, diciamo all’ingrosso la terza. Ma ce ne fu una prima, che lo vide assumere il ruolo di capo dell’importante dicastero che fu di Scelba, e poi di presidente del Senato e per poco più di un anno primo ministro, ma solo dopo la lunga progressione di sei legislature (dal 1958) in cui svolse i suoi ruoli istituzionali con piglio tutt’altro che rumoroso. Non mise piede nei piani alti della politica democristiana, né aggiunse al suo curriculum i numerosi stendardi ministeriali che ornavano i petti dei suoi colleghi. Ma restò un riferimento autorevole della politica italiana, stimato e apprezzato trasversalmente.

Una svolta la si ebbe durante il suo mandato presidenziale, che gli fu dato a soli 56 anni, nel 1985, con la regia di Ciriaco De Mita e con la spinta emotiva degli eventi di qualche anno prima che lo videro dimissionario da ministro che non era riuscito a salvare Aldo Moro. Troppo poco si ricorda del suo mandato presidenziale, citato soprattutto per le sue “picconate”, esternazioni forti dal punto di vista della comunicazione istituzionale, rivolte alla politica affinché prendesse atto dell’urgenza delle riforme costituzionali necessarie a far fronte al nuovo tempo. Aveva perfettamente capito, infatti, fin dallo scoccare del 1990, che la caduta del Muro di Berlino avrebbe travolto tutta la vecchia politica e che si imponeva un nuovo modo, anche dal punto di vista delle istituzioni, di far fronte al cambiamento.

La terza vita di Cossiga fu dal 1992 al 2010: era uscito dal Quirinale a 64 anni, troppo giovane per fare il pensionato. E infatti fu tutt’altro che spettatore: fondò partiti, organizzò strategie, commentò e, in qualche misura, orientò la politica con quella lucidità che talvolta apparve luciferina. Un ricordo. Erano i primi anni ’90, quelli delle picconate. Ero un giovane deputato alla prima legislatura e piuttosto preoccupato dal conflitto che la Dc aveva aperto con il Presidente della Repubblica. Feci una dichiarazione che una grande testata nazionale volle raccogliere e titolare, forse perché un’apertura così schietta a Cossiga sembrò strana per un deputato il cui partito era in rotta col Presidente. Mi arriva una telefonata sul cellulare che all’epoca era un arnese che pesava più di un chilo, diceva di essere Cossiga ma io lo scambiai per uno scherzo e richiusi. Mi chiamò il centralino del Quirinale: era davvero il Presidente. Balbettando qualche scusa accettai l’invito a recarmi da lui l’indomani mattina alle 8 e mezzo. Precisò: “Solo per cinque minuti”. Puntuale mi presentai e fui da lui trattenuto per 35 minuti. Io non dissi una parola, ma il Presidente mi parlò delle dinamiche sociologiche ed economiche della mafia siciliana, e poi mi salutò. Me ne andai senza aver capito il perché di quella lezione alle otto e mezzo del mattino.

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L’offensiva dei droni di Kyiv porta la guerra nel cuore della Russia

Gli attacchi tra Russia e Ucraina proseguono con una nuova ondata di raid dopo la notte tra sabato e domenica, quando Kyiv ha lanciato una delle più imponenti campagne di droni contro il territorio russo dall’inizio della guerra. Le nuove offensive mostrano come la spirale di attacchi aerei continui ad alimentarsi su entrambi i fronti, con obiettivi sempre più lontani dalla linea del fronte e un numero crescente di infrastrutture civili e industriali coinvolte. Secondo le autorità russe, nelle ultime 24 ore gli attacchi ucraini hanno provocato almeno nove morti e 23 feriti, tra cui un bambino. Otto persone sono state uccise nella regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina, mentre una donna è morta nella regione di Astrakhan, nel sud della Russia.

Gli episodi arrivano poche ore dopo quella che Mosca ha definito la più grande offensiva ucraina con droni del 2026. L’attacco della notte tra sabato e domenica aveva infatti portato l’Ucraina a lanciare circa 822 droni contro obiettivi russi, secondo le autorità di Mosca. Di questi, circa 600 sarebbero stati diretti verso la capitale. Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha parlato di una delle più massicce incursioni mai subite dalla città negli ultimi anni. Il bilancio di quella notte è stato particolarmente pesante. Cinque persone erano morte nella regione di Rostov, mentre un uomo di 83 anni era stato ucciso da un drone precipitato su una casa nella regione di Mosca, e una donna era rimasta vittima in un attacco contro un autobus civile nella regione di Belgorod. I raid avevano provocato incendi e danni anche a un magazzino di Wildberries, il principale operatore russo dell’e-commerce diventato uno degli obiettivi della campagna ucraina in profondità. Kyiv sostiene che i centri di distribuzione dell’azienda non siano soltanto infrastrutture commerciali, ma possano essere utilizzati per trasferire equipaggiamenti e componenti destinati alle forze armate russe. Secondo il ministero della Difesa ucraino, sette dei dieci principali centri logistici di Wildberries sarebbero stati messi fuori uso dagli attacchi condotti dal mese di luglio.

A difendere la strategia ucraina è stato anche il generale Vadym Skibitski, vicecapo dell’intelligence militare di Kyiv, secondo cui le operazioni contro le infrastrutture logistiche russe sono destinate a proseguire. Skibitski ha sostenuto che la rete di distribuzione civile possa essere integrata nel sistema logistico utilizzato dalla Russia per sostenere lo sforzo bellico. Allo stesso tempo, ha negato che l’Ucraina prenda deliberatamente di mira i civili, sostenendo che parte delle vittime russe sia provocata dai sistemi di difesa aerea durante il tentativo di intercettare droni e missili.

Mentre Kyiv intensifica le operazioni contro la Russia, Mosca continua a colpire sistematicamente le infrastrutture ucraine. Nelle ultime ore due persone sono state uccise da attacchi russi nelle regioni di Donetsk e Sumy. A Sloviansk, nel Donetsk, gli attacchi hanno provocato un incendio che ha coinvolto 54 padiglioni di un mercato locale. A Kramatorsk è stata registrata un’altra vittima. Anche Odesa è stata colpita durante la notte da un attacco con droni che ha danneggiato una nave civile nel porto e provocato il ferimento di quattro persone. Il porto sul Mar Nero rappresenta uno degli snodi strategici dell’economia ucraina e da mesi è sottoposto a una crescente pressione da parte delle forze russe, nel tentativo di ostacolare le esportazioni e aumentare i costi delle attività commerciali internazionali legate all’Ucraina.

Con i droni continuano a dominare lo scontro tra Russia e Ucraina, anche Washington si prepara alla guerra unmanned. Pochi giorni fa il Central Command statunitense ha annunciato la creazione della Task Force Falcon Strike, una nuova unità multinazionale dedicata ai droni d’attacco multidominio. La struttura dovrebbe integrare sistemi senza pilota aerei, navali e subacquei e coinvolgere, oltre agli Stati Uniti, partner regionali del Medio Oriente. Il progetto nasce sulla scia della Task Force Scorpion Strike, istituita nel 2025, e punta a creare una capacità d’attacco con droni condivisa tra più Paesi.

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L’allarme di Washington su Weichai getta una nuova luce sul problema Ferretti per l’Italia

Il senatore repubblicano Jim Banks chiede al segretario alla Difesa Pete Hegseth di inserire Weichai Holding Group nella Section 1260H list del Pentagono, l’elenco delle società cinesi considerate legate all’apparato militare della Repubblica Popolare. Una richiesta motivata dalla proprietà statale del gruppo, dai suoi rapporti con l’industria della difesa e dai collegamenti con la strategia cinese di fusione militare-civile.

Nel dossier presentato da Banks c’è un elemento particolarmente sensibile. I motori Weichai vengono utilizzati dalla China North Industries Corporation, meglio conosciuta come Norinco, in un sistema lanciarazzi multiplo fornito all’Esercito popolare di liberazione. Il senatore richiama inoltre la struttura proprietaria di Weichai, controllata dalla Shandong Heavy Industry Group, impresa statale riconducibile al governo provinciale dello Shandong, e la presenza all’interno del gruppo di un comitato del Partito comunista cinese.

La lettera cita anche i rapporti di Weichai con aziende straniere e cinesi collegate al settore della difesa, tra cui la bielorussa MAZ, la russa Kamaz e Hubei Sanjiang Space Wanshan Special Vehicle, controllata dalla China Aerospace Science and Industry Corporation, società già inserita nelle blacklist statunitensi.

La questione interessa direttamente anche l’Italia. Mentre a Washington si discute se Weichai debba essere formalmente ricondotta al perimetro militare-industriale cinese, lo stesso gruppo sta infatti consolidando il proprio controllo su Ferretti Group, uno dei più conosciuti produttori italiani di yacht, dotato però anche di capacità industriali nel settore navale e di tecnologie potenzialmente dual use.

Weichai è entrata nel capitale di Ferretti nel 2012 e oggi ne possiede il 39,5%. La sua influenza sulla società, tuttavia, è ormai molto più ampia della partecipazione azionaria. Dopo un voto particolarmente combattuto degli azionisti a maggio, che secondo quanto riportato è stato vinto da Weichai con il 52% dei voti, i candidati sostenuti dall’azionista cinese hanno ottenuto otto dei nove posti nel consiglio di amministrazione.

Il risultato consegna a Weichai il controllo effettivo di uno dei marchi italiani più conosciuti nella nautica di lusso pur senza possedere la maggioranza del capitale. Un’eventuale ulteriore crescita della partecipazione, che in prospettiva potrebbe condurre anche alla piena proprietà del gruppo, renderebbe la questione ancora più sensibile.

Ferretti, del resto, non è soltanto un produttore di yacht di lusso. Le sue capacità industriali comprendono scafi ad alte prestazioni, sensori e sistemi di navigazione. La società produce inoltre unità da pattugliamento, un elemento che attribuisce ad almeno una parte delle sue tecnologie e del suo know-how industriale potenziali applicazioni che vanno oltre il mercato civile.

In passato, media cinesi hanno riferito del trasferimento di tecnologie avanzate di Ferretti verso un polo industriale nautico sviluppato da Weichai a Qingdao. La città ospita anche importanti infrastrutture della Flotta del Nord cinese. Questo, da solo, non dimostra che tecnologie Ferretti siano state trasferite alla Marina dell’Esercito popolare di liberazione. Ma un controllo cinese più esteso sull’azienda italiana aumenta il rischio potenziale che competenze navali con applicazioni dual use possano, in futuro, muoversi in quella direzione.

Al dossier industriale si aggiunge poi una questione diversa: quella dei dati. I sistemi digitali installati sugli yacht più sofisticati possono raccogliere informazioni sulla posizione delle imbarcazioni, sulle rotte percorse e sul loro utilizzo. La clientela di Ferretti comprende alcune delle persone più ricche e influenti del mondo occidentale. La possibilità che informazioni di questo tipo possano diventare accessibili attraverso una società controllata, in ultima istanza, da un gruppo statale cinese introduce quindi un’ulteriore dimensione di sicurezza.

Il caso emerge inoltre in un momento nel quale Washington sta attribuendo nuovo peso strategico alla capacità cantieristica. L’amministrazione Trump sta cercando di recuperare il terreno perduto nella costruzione navale e di rafforzare la base industriale che sostiene la potenza marittima americana. Non esiste un collegamento diretto tra questa politica e Ferretti, ma il contesto è significativo: mentre gli Stati Uniti considerano sempre più la capacità industriale marittima come un asset strategico, aumenta anche l’attenzione verso i collegamenti tra l’industria civile cinese e l’apparato della difesa di Pechino.

Per Roma, di conseguenza, diventa più difficile considerare l’identità del soggetto che sta acquisendo il controllo effettivo di Ferretti come una semplice questione di corporate governance.

Il dossier è già arrivato anche sul terreno giudiziario. KKCG Maritime, secondo maggiore azionista di Ferretti, ha contestato davanti al Tribunale di Bologna il voto di maggio, sostenendo che Weichai non avrebbe effettuato tutte le comunicazioni previste dalla normativa italiana sul Golden Power.

Il Golden Power consente al governo di imporre condizioni o intervenire sulle operazioni straniere che coinvolgono asset ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale. La controversia, quindi, va oltre la composizione del consiglio di amministrazione di Ferretti. Pone al governo italiano una questione più sostanziale: stabilire se un’azienda associata soprattutto alla nautica di lusso debba essere considerata e protetta anche come asset industriale e tecnologico per le capacità navali, il know-how e i dati che detiene.

La tempistica rende la domanda ancora più difficile da ignorare. Un eventuale inserimento di Weichai nella Section 1260H list non comporterebbe automaticamente sanzioni contro il gruppo né impedirebbe alle aziende americane di fare affari con esso. Impedirebbe però al Pentagono di assegnargli contratti e potrebbe aumentare la possibilità di ulteriori misure da parte del Tesoro statunitense, con potenziali conseguenze anche per gli investimenti americani nella quotata Weichai Power.

Roma non deve necessariamente condividere la valutazione di Banks su Weichai per prendere sul serio la sua iniziativa. Il punto per l’Italia è che l’atteggiamento di Washington verso il gruppo cinese potrebbe diventare sensibilmente più duro proprio mentre Weichai controlla ormai quasi interamente il consiglio di amministrazione di Ferretti e potrebbe cercare di aumentare ulteriormente la propria partecipazione.

I rischi relativi a un futuro trasferimento di know-how navale sensibile o all’accesso ai dati privati degli yacht restano potenziali, non accertati. Ma è precisamente in questa fase che il Golden Power acquista rilevanza: come strumento pensato per tutelare gli interessi di sicurezza nazionale prima che cambiamenti societari e industriali diventino difficili da invertire.

La questione per Roma è quindi capire se utilizzare lo spazio di intervento che ancora possiede, prima che eventuali decisioni prese a Washington contribuiscano a restringerlo.

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La grande partita di Renzi nel campo largo. E se alla fine si candidasse alle primarie?

C’è un momento, nel corso delle trattative politiche, in cui la moltiplicazione dei nomi comincia a raccontare esattamente il contrario di ciò che dovrebbe raccontare. Quando un candidato non c’è, se ne mettono sul tavolo una dozzina. Quando nessuno convince davvero, si apre contemporaneamente a più ipotesi. E quando il campo è largo ma la strada resta stretta, può persino accadere che il nome più ingombrante torni improvvisamente al centro della scena.

È il caso di Matteo Renzi.

Da giorni il centrosinistra sta giocando al risiko delle primarie. Nell’area che fa capo al senatore di Rignano si moltiplicano i nomi: Silvia Salis, Giorgio Gori, Gaetano Manfredi, Ernesto Ruffini. Poi altri nomi che circolano per il ruolo di possibile federatore, le suggestioni, i “papa stranieri”, le autocandidature più o meno esplicite. Nel frattempo, Elly Schlein e Giuseppe Conte restano i due poli intorno ai quali dovrebbe organizzarsi la competizione. Un quadro ancora largamente indefinito, nel quale la domanda più semplice – chi sfiderà chi? – non ha ancora una risposta convincente.

Ed è proprio dentro questa confusione che torna a circolare un’indiscrezione destinata a far discutere: e se, alla fine, fosse proprio Renzi a scendere in campo?

Non è una candidatura annunciata. Non è una decisione presa. E sarebbe sbagliato trasformare un retroscena in una certezza. Ma l’ipotesi non sembra più soltanto una provocazione estiva. Qualche giorno fa, Il Foglio l’ha messa nero su bianco, parlando della possibilità che l’ex premier possa misurarsi direttamente alle primarie contro Schlein e Conte. Del resto, dentro Italia Viva nessuno conferma e nessuno smentisce, mentre c’è chi considera tutt’altro che casuale la circolazione della suggestione.

E forse è proprio questo il punto.

Renzi, fin qui, si è “limitato” a interpretare il ruolo del regista. Ha indicato Salis come “nome forte” per le primarie, spiegando che la sindaca di Genova potrebbe sommare il voto organizzato di Italia Viva alla propria forza personale. Ha insistito sulla necessità di costruire un’area riformista capace di stare dentro la coalizione senza farsi assorbire da Pd, Movimento 5 Stelle e Avs. Ha ripetuto che senza il centro riformista il campo largo, semplicemente, non vince.

Ma il regista, a un certo punto, potrebbe anche decidere di entrare in scena.

La logica della mossa sarebbe tutt’altro che incomprensibile. Se Renzi ritiene che il problema del centrosinistra non sia soltanto trovare un candidato, ma decidere quale idea di centrosinistra proporre agli italiani, allora candidare un altro significa delegare ad altri la battaglia che considera decisiva: quella per il profilo politico della coalizione.

E qui torna il paradosso di queste settimane. Si cercano figure capaci di unire ciò che oggi appare diviso, ma ogni nome rischia di essere “bruciato” prima ancora di essere candidato. Salis viene tirata continuamente dentro e poi, un attimo dopo, fuori. Gori e Manfredi entrano nel borsino. Ruffini viene evocato. Altri nomi vengono fatti circolare. Persino l’ipotesi di un federatore esterno viene discussa. E più aumenta il numero delle possibilità, più diventa evidente che manca ancora un punto di equilibrio.

In questo scenario, Matteo Renzi avrebbe almeno un vantaggio: non avrebbe bisogno di presentarsi agli elettori delle primarie come una sorpresa. La sua posizione è già definita, la sua rete politica è conosciuta, la sua identità riformista è riconoscibile. E soprattutto potrebbe trasformare la primaria da semplice conta tra Schlein e Conte in una vera competizione sulla direzione strategica del centrosinistra.

Sarebbe una scommessa enorme, naturalmente.

Renzi conosce bene il prezzo delle primarie. Conosce altrettanto bene il vantaggio che possono offrire a chi riesce a trasformarle in una battaglia politica comprensibile. E sa che correre significherebbe esporsi personalmente, mettendo sul tavolo non soltanto la leadership della coalizione, ma anche il futuro del suo progetto centrista e riformista.

Proprio per questo, però, la candidatura avrebbe una sua razionalità.

Perché, se il campo largo deve davvero scegliere il proprio leader attraverso le primarie, prima o poi dovrà smettere di nascondersi dietro la lista dei possibili candidati e affrontare la questione politica vera: quale maggioranza vuole costruire? Con quale programma? Con quale collocazione internazionale? Con quale rapporto con il centro? E, soprattutto, con quale idea di governo?

Renzi potrebbe essere tentato di rispondere a queste domande direttamente, senza affidare la propria battaglia a un candidato terzo.

Non sarebbe nemmeno la prima volta che l’ex premier sorprende il tavolo quando tutti stanno ancora apparecchiando. La sua storia politica è fatta di mosse che, prima di diventare realtà, sono passate attraverso il territorio più ambiguo della politica: quello delle ipotesi, delle indiscrezioni, dei sondaggi informali, dei “mai dire mai”.

Per ora, dunque, resta un retroscena. Una voce che rimbalza nelle ultime ore e che non trova ancora una conferma ufficiale. Ma forse vale la pena non liquidarla troppo rapidamente.

Perché, dopo aver messo in fila tutti i nomi possibili, dopo aver cercato il sindaco, il civico, il riformista, il federatore e persino il “papa straniero”, il campo largo d’opposizione potrebbe riscoprire una soluzione molto più semplice: che a provarci, alla fine, sia proprio Matteo Renzi.

Anche perché, diciamocelo chiaramente, con la sua Italia Viva inchiodata nei sondaggi stabilmente sotto il 3 per cento, Renzi avrebbe ben poco da perdere. Probabilmente, solo da guadagnare.

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Cossiga, l’Intelligence e una lezione di democrazia. Scrive Caligiuri

Francesco Cossiga è stato un uomo politico che ha profondamente creduto nell’Intelligence come strumento della democrazia. L’anniversario della sua scomparsa coincide con una serie di aspetti che mettono in luce l’importanza fondamentale della sicurezza nazionale.

Come avviene da quattro anni, anche ultimamente nella guerra tra Russia e Ucraina viene sistematicamente citata nei resoconti giornalistici la parola “Intelligence”. Qualche settimana fa il settimanale francese L’Express ha dedicato ampi spazi ai Servizi europei, compilando anche una classifica che ha aperto un vivace dibattito. In Germania, è stata avviata una riforma dell’Intelligence che affronta le dinamiche più significative, a cominciare dalla disinformazione. In Italia è stato recentemente approvato un disegno di legge per il rafforzamento e l’adeguamento della difesa. Il 13 agosto a Colleferro è esploso un impianto di munizioni le cui cause non sono state ancora definitivamente accertate. Sono solo alcuni degli esempi che nelle ultime settimane stanno ponendo in rilievo l’importanza dell’intelligence.

Conclusa la sua esperienza politica, Cossiga si dedicò alle sue memorie e alla promozione della cultura dell’intelligence in Italia, per farla diventare una materia di studio nelle scuole e nelle università, allargando gli spazi del dibattito culturale nel nostro Paese.

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India a 80 anni. Modi e Murmu tracciano la strada verso Viksit Bharat

Mentre l’India celebra il suo 80° Giorno dell’Indipendenza, i due principali discorsi alla nazione hanno trasmesso un messaggio largamente convergente. La presidente Droupadi Murmu, intervenuta alla vigilia dell’Indipendenza, e il primo ministro Narendra Modi, rivolgendosi al Paese sabato mattina dal Forte Rosso, hanno posto l’autosufficienza, la sicurezza, la tecnologia e lo sviluppo inclusivo al centro delle ambizioni indiane per i prossimi due decenni.

Per Modi, tuttavia, l’anniversario è stato anche l’occasione per chiedere all’India di alzare il livello delle proprie ambizioni. Parlando dopo aver issato il Tricolore al Forte Rosso, ha sostenuto che le grandi nazioni si costruiscono quando una società è capace di pensare in grande. “L’India deve sognare in grande e andare avanti” è stato uno dei messaggi centrali di un discorso fortemente concentrato sul percorso verso un’India sviluppata entro il 2047.

Il primo ministro è tornato più volte sul concetto di Atmanirbhar Bharat, presentando l’autosufficienza non semplicemente come un programma economico, ma sempre più come uno strumento di sovranità strategica. Negli ultimi dodici anni, ha ricordato, l’India ha ampliato la produzione nazionale nella difesa, nell’elettronica, nella telefonia mobile, nel settore ferroviario e in numerosi altri comparti. Nella visione delineata da Modi, la fase successiva richiederà di rafforzare ulteriormente le capacità nazionali nelle tecnologie critiche e ridurre le vulnerabilità create dalla dipendenza dall’estero.

La tecnologia e la giovane popolazione indiana hanno occupato un posto particolarmente importante nel discorso. Modi ha annunciato un’iniziativa per fornire competenze nell’intelligenza artificiale a un crore, dieci milioni, di giovani indiani nell’arco di un anno. Ha inoltre affrontato le preoccupazioni relative agli esami competitivi e al sistema del coaching, promettendo misure che comprendono corsi online gratuiti per i giovani che si preparano agli esami. Il punto sottostante è che il vantaggio demografico dell’India potrà tradursi in un vantaggio economico soltanto se i giovani saranno preparati ad affrontare un’economia in rapida trasformazione.

Semiconduttori, tecnologia digitale e innovazione nazionale costituiscono un altro elemento dello stesso ragionamento. Modi ha sottolineato i progressi dell’India nelle transazioni digitali, nei brevetti, nella diffusione di Internet e nella manifattura, indicando lo sviluppo di una capacità nazionale nel settore dei semiconduttori come parte del prossimo salto tecnologico del Paese. Dal Forte Rosso è emersa così una lettura sempre più integrata di crescita economica, autonomia tecnologica e sicurezza nazionale.

Lo stesso principio è emerso nell’enfasi posta sulla difesa e sull’autonomia strategica. Modi ha reso omaggio alle Forze Armate indiane e inserito lo sviluppo delle capacità militari nazionali nel più ampio progetto di Atmanirbhar Bharat. In una fase di forte instabilità internazionale, la linea indicata dal primo ministro è che l’India debba disporre della capacità economica, tecnologica e militare necessaria per proteggere i propri interessi riducendo le dipendenze considerate strategicamente più vulnerabili.

La presidente Murmu aveva posto molte delle basi concettuali di questo messaggio già la sera precedente.

“Il vero significato della libertà consiste nel garantire che tutti i cittadini possano utilizzare le opportunità disponibili per realizzare le proprie aspirazioni”, ha dichiarato, collegando l’indipendenza non soltanto alla sovranità nazionale, ma anche alla possibilità per ogni indiano di partecipare al progresso del Paese. L’obiettivo è altrettanto esplicito: “Stiamo avanzando verso la costruzione di Viksit Bharat entro il centenario della nostra Indipendenza nel 2047”.

Il discorso di Murmu ha posto un’enfasi molto maggiore sull’inclusione. Richiamando il principio dell’Antyodaya, la presidente ha affermato che i benefici dello sviluppo devono raggiungere ogni individuo. Citando i risultati ottenuti negli ultimi anni, ha ricordato che oltre 25 crore di persone, 250 milioni, sono uscite dalla povertà, che sono stati aperti quasi 59 crore di conti Jan Dhan e che oltre 80 crore di persone beneficiano del sostegno alimentare. Ha inoltre richiamato l’espansione della copertura sanitaria attraverso Ayushman Bharat.

Murmu ha sottolineato anche il crescente ruolo economico delle donne, ricordando il raggiungimento dell’obiettivo di tre crore di Lakhpati Didi, donne capaci di raggiungere un reddito annuo di almeno un lakh di rupie, e la nuova ambizione di crearne altri tre crore.

La presidente ha poi richiamato una delle trasformazioni più significative dell’India contemporanea: la rapida espansione della sua economia digitale. Oltre la metà delle transazioni digitali in tempo reale del mondo, ha affermato, avviene oggi in India. Infrastrutture digitali, sistemi di welfare e nuove infrastrutture fisiche hanno contribuito, secondo la lettura presentata da Murmu, ad ampliare le opportunità economiche e la fiducia degli investitori. Nonostante guerre e instabilità internazionale, ha aggiunto, l’India rimane la grande economia con la crescita più rapida al mondo, con un tasso previsto superiore a più del doppio della media globale.

Alcuni dei passaggi politicamente più significativi del discorso della presidente hanno però riguardato la sicurezza nazionale.

Murmu ha citato l’Operazione Sindoor come dimostrazione, nella lettura del governo indiano, della capacità del Paese di colpire con precisione le reti terroristiche. L’operazione, ha dichiarato, ha inviato un “messaggio chiaro e fermo” ai terroristi e a chi li sostiene: ovunque si nascondano, “dovranno affrontare le conseguenze delle loro azioni”. Ha inoltre definito la sospensione del Trattato delle Acque dell’Indo con il Pakistan una misura adottata nell’interesse nazionale dell’India, collegandola in particolare alla tutela degli agricoltori indiani.

La presidente ha descritto anche i progressi verso l’obiettivo dichiarato di un’India libera dal Naxalismo, contrapponendo decenni di insurrezione allo sviluppo e alla crescente attività culturale e sportiva in aree un tempo gravemente colpite, come il Bastar. Anche in questo caso, il tema della sicurezza è stato inserito in una più ampia narrazione di sviluppo e integrazione delle aree periferiche.

In politica estera, Murmu ha offerto una definizione sintetica della posizione indiana in un ordine internazionale sempre più frammentato. “L’interesse nazionale è il fondamento della nostra politica estera”, ha affermato, indicando allo stesso tempo pace, cooperazione, dialogo e Vasudhaiva Kutumbakam come suoi pilastri. L’India, ha aggiunto, sostiene un ordine internazionale basato sulle regole, chiede una maggiore rappresentanza per il Sud Globale e continua a promuovere la riforma delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni multilaterali.

La presidente ha dedicato particolare attenzione anche ai giovani. Con il 65 per cento della popolazione sotto i 35 anni, ha definito la gioventù “la risorsa più preziosa” dell’India. Ha elogiato l’ecosistema delle start-up e i giovani innovatori del Paese, affrontando però anche le polemiche relative agli esami pubblici. Secondo Murmu, il sistema degli esami deve diventare più trasparente, sicuro e affidabile e ogni pratica scorretta deve essere eliminata.

Considerati insieme, i due discorsi mostrano come la leadership indiana intenda impostare politicamente i prossimi ventuno anni.

Il vocabolario dello sviluppo indiano si è progressivamente ampliato. La riduzione della povertà e il welfare rimangono centrali, ma sono ormai affiancati da semiconduttori, intelligenza artificiale, produzione nazionale nel settore della difesa, infrastrutture digitali, sicurezza energetica e autonomia strategica. Atmanirbhar Bharat viene quindi presentato dalla leadership indiana non come isolamento dal resto del mondo, ma come il rafforzamento della base interna dalla quale il Paese può rapportarsi all’economia e alla competizione internazionale con maggiore autonomia.

Murmu ha espresso questo obiettivo in termini sociali: “Una nazione non è soltanto il suo territorio, una nazione è tutto il suo popolo”. Modi ha tradotto un’ambizione simile in un appello alla grandezza delle aspirazioni, alla fiducia e alla capacità nazionale.

A ottant’anni dall’Indipendenza, i due discorsi hanno quindi utilizzato la commemorazione del 1947 soprattutto per proiettare il Paese verso il 2047. Viksit Bharat costituisce la cornice politica entro cui la leadership indiana cerca di tenere insieme crescita e inclusione, ambizione tecnologica e autosufficienza, apertura internazionale e capacità di difendere autonomamente gli interessi nazionali. Resta naturalmente da vedere quanto queste diverse ambizioni potranno essere tradotte in risultati nell’arco dei prossimi due decenni. Ma i discorsi di Modi e Murmu indicano con una certa chiarezza il modello di sviluppo e di potenza attraverso cui Nuova Delhi intende definire il proprio percorso verso il centenario dell’Indipendenza.

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Usa o Cina, Washington vuole scelte nette sull’AI. Messaggio anche per Roma

Gli Stati Uniti si preparano a dire a decine di Paesi partner che la competizione sull’intelligenza artificiale con la Cina potrebbe lasciare sempre meno spazio a chi cerca di tenere un piede in entrambi i campi.

Secondo una bozza interna del dipartimento di Stato visionata da Reuters, Washington intende avvertire i Paesi allineati alle sue iniziative sull’AI che la partecipazione a framework concorrenti guidati dalla Cina potrebbe comportarne l’esclusione dalla coalizione americana. Il documento è indirizzato ai 35 firmatari del Joint Statement on AI Opportunity, gruppo che comprende membri di Pax Silica e altri Paesi che hanno espresso l’intenzione di allineare la cooperazione sull’intelligenza artificiale con Washington. Tra questi c’è anche l’Italia.

“Essere parte di tutto significa non essere parte di nulla”, si legge nella bozza. L’adesione alla dichiarazione di Pax Silica, aggiunge il documento, “non è semplicemente un’iscrizione, ma un impegno”.

Il testo potrebbe ancora essere modificato e Reuters non è stata in grado di stabilire quando verrà inviato. La direzione politica, tuttavia, appare difficile da ignorare. Washington sembra passare dalla costruzione di un ecosistema tecnologico concorrente a quello cinese alla definizione delle condizioni necessarie per farne parte.

Al centro della questione c’è il Kazakhstan. Washington aveva accolto con favore il suo ingresso in Pax Silica a giugno, anche per le significative riserve di minerali critici del Paese. Astana ha però successivamente aderito anche alla World Artificial Intelligence Cooperation Organization lanciata a luglio dal presidente cinese Xi Jinping.

Il Kazakhstan è finora l’unico Paese noto ad aver aderito a entrambe le iniziative. Per Washington sembra così essere diventato il primo test di una questione molto più ampia: un Paese può essere considerato un partner affidabile all’interno di un ecosistema tecnologico e, contemporaneamente, partecipare a un’iniziativa concepita per promuoverne uno concorrente? La risposta che emerge dal dipartimento di Stato è sempre più vicina a un “no”.

Il punto conta perché Pax Silica va ben oltre i modelli di intelligenza artificiale. Lanciata da Washington lo scorso anno, l’iniziativa lega semiconduttori, minerali critici, AI, investimenti e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Alla base c’è l’idea che la sovranità tecnologica non richieda a ogni Paese di replicare sul proprio territorio l’intero stack dell’intelligenza artificiale. I partner considerati affidabili possono invece contribuire con capacità complementari a un’architettura comune.

La Cina sta sviluppando una proposta alternativa. Alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, a luglio, Pechino ha lanciato la World AI Cooperation Organization, sostenuta da 29 Paesi, insieme a un’offerta costruita attorno a tecnologie open-weight, capacity-building, standard tecnici e accesso per le economie in via di sviluppo.

La competizione, quindi, si sta spostando oltre la corsa a chi produce il modello più avanzato. Riguarda sempre più chi riuscirà a definire le reti attraverso cui circolano capacità di calcolo, minerali, semiconduttori, standard, investimenti e sistemi di intelligenza artificiale.

E queste reti si fondano sulla fiducia. Le implicazioni erano già visibili prima che emergesse l’ultima bozza americana. Interpellata da Decode39 sul progressivo restringimento dello spazio per l’ambiguità nella governance dell’AI, Zineb Riboua, Research Fellow dell’Hudson Institute, aveva sostenuto che il margine che i governi ritenevano di conservare tra gli ecosistemi americano e cinese fosse in larga misura illusorio. “Lo spazio che i governi credono di avere è un’illusione sostenuta dall’intervallo tra l’acquisto e le sue conseguenze, e quell’intervallo si sta chiudendo”, aveva spiegato.

Il suo ragionamento era che decisioni apparentemente commerciali o tecniche finiscano per condizionare le scelte strategiche quando le tecnologie vengono integrate nelle infrastrutture, nelle regole per gli appalti e nelle istituzioni. I framework di governance possono rivelarsi persino più duraturi di un vantaggio temporaneo nella capacità di calcolo, perché stabiliscono come i sistemi interagiscono, come vengono valutati i modelli e secondo quali criteri le amministrazioni pubbliche acquistano e utilizzano tecnologie.

La bozza riportata da Reuters suggerisce che Washington possa ora prepararsi a trasformare questa logica strategica in un requisito diplomatico più esplicito.

Per l’Italia, la distinzione conta. Roma non deve più decidere a quale architettura aderire. Il 30 luglio l’Italia è entrata formalmente in Pax Silica, dopo aver già firmato il Joint Statement on AI Opportunity. La decisione si affianca alla partecipazione italiana alla Call to Action for 6G Leadership and Security guidata dagli Stati Uniti, all’impegno con Washington sui minerali critici e al dialogo bilaterale sulle Trusted Technologies.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha descritto l’adesione a Pax Silica come la conferma della “volontà politica di lavorare con gli Stati Uniti e con gli altri partner” sullo sviluppo delle tecnologie produttive, rafforzando al tempo stesso la sicurezza e “l’unità dell’Occidente”.

La direzione strategica è dunque relativamente chiara. Più complessa è la questione dell’implementazione. Il tema era già emerso dopo la presenza dell’Agenzia per l’Italia Digitale, AgID, alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, poco dopo l’adesione di Roma al Joint Statement on AI Opportunity promosso dagli Stati Uniti. L’episodio non ha impedito il successivo ingresso dell’Italia in Pax Silica. Il messaggio che arriva ora da Washington suggerisce però che ambiguità simili potrebbero diventare più difficili da sostenere con il consolidarsi delle due architetture dell’AI.

La distinzione resta importante. Partecipare alla conferenza di Shanghai non equivale ad aderire alla nuova organizzazione cinese e l’Italia non si trova nella posizione del Kazakhstan. Ma la direzione della politica americana conta proprio perché potrebbe progressivamente aumentare il peso politico di interazioni che i governi hanno finora considerato tecniche, commerciali o parte della normale attività istituzionale.

Martijn Rasser, vicepresident for Tech Leadership dello Special Competitive Studies Project, aveva già indicato nell’implementazione la prossima sfida al momento dell’ingresso dell’Italia in Pax Silica. “Il test sarà capire se i suoi membri riusciranno a tradurre l’allineamento politico in un’azione coordinata”, aveva spiegato a Decode39, sostenendo che l’Italia si stesse muovendo nella direzione giusta ma dovesse ancora fare di più per individuare le dipendenze inaccettabili, proteggere tecnologie critiche e diversificare le catene di approvvigionamento.

La rivelazione di Reuters aggiunge una nuova dimensione a quel test. L’Italia ha scelto da che parte stare nell’architettura emergente dell’intelligenza artificiale. Se Washington darà seguito all’impostazione contenuta nella bozza, per Roma la questione sarà sempre più assicurarsi che quella scelta trovi un riflesso coerente nelle diverse articolazioni dello Stato.

L’era dell’hedging sull’AI potrebbe non essere ancora finita. Ma Washington sta rendendo sempre più chiaro che, per chi fa parte della sua coalizione tecnologica, lo spazio per praticarlo si sta chiudendo.

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Elezioni in Brasile, è iniziata la corsa presidenziale

Per i brasiliani quella di ieri è stata una domenica importante. È ufficialmente partita la campagna elettorale per le elezioni presidenziali previste per il 4 ottobre. In caso di pareggio, il secondo turno ci sarà pochi giorni dopo, il 25 ottobre.

Il candidato della sinistra, attuale presidente Luiz Inácio Lula Da Silva, cerca il suo quarto mandato nonostante abbia 80 anni. Il suo comizio di inaugurazione della campagna è stato nello Stadio Municipale Primero de Mayo, a São Bernardo do Campo, poco distante dalla città di São Paulo, dove si è formato come personaggio politico, leader dei sindacati e giovane oppositore della dittatura militare degli anni ’60, ’70 e ’80. Il capo del Partito dei Lavoratori ha centrato l’inizio della campagna elettorale sull’importante di combattere la criminalità e garantire la sicurezza dei brasiliani.

Stella linea per il progetto politico di Flávio Bolsonaro, primo figlio dell’ex presidente di estrema destra, Jair Bolsonaro, che ha scelto però lo scenario delle spiagge di Copacabana a Rio de Janeiro per iniziare la sua campagna.

“Finché sarò vivo, non mi lascerò governare, non permetterò che la destra governi di nuovo”, ha detto Lula da Silva secondo il resoconto del comizio dell’agenzia Efe. Il socialista ha promesso una vera e propria battaglia contro i femminicidi in Brasile e lo smantellamento delle organizzazioni criminali e le loro finanze. Il Brasile è diventato il bastione di due delle principali organizzazioni criminali del Sudamericana: Primeiro Comando da Capital (PCC) e Comando Vermelho (CV).

Per Lula è anche importante frenare l’ingerenza degli Stati Uniti nei processi elettorali e bloccare qualsiasi tentativo di sfruttamento delle risorse naturali del Paese. Non ha mai nominato il rivale Bolsonaro (né padre, né figlio).

Flávio Bolsonaro, invece, ha scelto di attaccare durante tutto il discorso Lula. Ha anche parlato della violenza di genere e del crimine organizzato e delle reti di narcotraffico che regnano in Brasile. Il candidato del Partito Liberal ha anche promesso programmi sociali a favore dei più svantaggiati, la castrazione chimica per i pedofili e le condanne di “minimo otto anni” per chi ruba un cellulare. Come l’alleato americano Donald Trump, vuole considerare “terroristi” i narcotrafficanti. Secondo il primogenito di Bolsonaro, è lui l’unico capace di sedersi a negoziare accordi commerciali sia con la Cina, sia con gli Usa.

E cosa dicono i sondaggi? Ad oggi, tutti i sondaggi indicano che la corsa finale sarà tra Lula e Flávio Bolsonaro con uno stretto margine di differenza. L’ultimo report pubblicato venerdì da Quaest, sostiene che ci sarà un pareggio tecnico in un eventuale ballottaggio, ma che Lula gode del 43 % e Flávio il 40 %. Circa 4 % di brasiliani è ancora indeciso su chi votare.

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Il debito Usa e la lezione ignorata dalla politica italiana. L’analisi di Polillo

Il prossimo 31 agosto si vedrà se il debito pubblico degli Stati Uniti, secondo le previsioni del Joint Economic Committee, avrà raggiunto la fantastica cifra di 40.000 miliardi di dollari. Un record mai visto prima. In termini di Pil quella livella ha già superato il 120%. Calma e gesso: direbbe un analista italiano, considerando la dinamica del debito nostrano: 3.200 miliardi lo scorso giugno. Oltre il 137 per cento all fine dello scorso anno ed ancora in crescita. Ma gli Stati Uniti non sono l’Italia. Un loro semplice raffreddore può alimentare una polmonite planetaria.

Preoccupazioni giustificate, quindi. Anche perché il trend ascensionale del debito pubblico americano è un fenomeno relativamente recente. Era rimasto pari al 60% del Pil, fino al 2008, per poi salire gradualmente fino a raggiungere il 100% alla fine del 2019. Infine la grande epidemia di Covid aveva rotto gli argini. Un balzo di quasi 20 punti e il tracciamento di un nuovo trend. Da allora variazioni marginali lungo quella linea di tendenza. Grande attenzione quindi al deficit di bilancio che è uno degli elementi chiave della crescita del debito. Contrastato o supportato dalla dinamica del Pil nominale, che agisce in senso contrario, e da quella degli interessi sullo stock che opera per allungarne la corsa.

In questi ultimi mesi il deficit mensile è progressivamente aumentato. A luglio è balzato all’impressionante cifra di 432,3 miliardi di dollari, segnando un drammatico incremento del 48% rispetto all’analogo mese del 2025 e riportando il disavanzo ai livelli massimi dal marzo 2021, epoca in cui l’economia americana era ancora profondamente segnata dagli straordinari stimoli fiscali legati all’emergenza pandemica. Nei primi dieci mesi dell’anno fiscale (iniziato tradizionalmente il primo ottobre) il deficit ha sfiorato i 1.800 miliardi di dollari superando ampiamente il dato del corrispondente periodo dell’anno precedente.

Il maggior tiraggio si deve ai costi di Medicare, il programma federale di assicurazione sanitaria destinato prevalentemente agli over 65 e alle categorie più fragili, le cui spese a luglio hanno toccato il record di 174 miliardi di dollari, in nettissimo rialzo rispetto ai 103 miliardi di giugno, portando il totale oltre la soglia di 955 miliardi. Questo esborso ha reso Medicare la singola voce di spesa più consistente del mese, capace di oscurare persino i 141 miliardi destinati alla previdenza sociale e i 104 miliardi assorbiti dagli interessi netti sul debito pubblico.

In una situazione già particolarmente stressata sono intervenuti due fattori contingenti che hanno alzato il livello di allarme. Per effetto del calendario, si è avuto un aggravio tecnico di spesa per 99 miliardi di dollari, dovuto alle anticipazioni concesse per vari sussidi, inclusi quelli per la Supplemental Security. Il rimborso dei dazi è costato, invece, altri 33 miliardi al netto dei possibili rimborsi che l’Amministrazione dovrà erogare sui prelievi precedenti, dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema.

Gli ultimi dati, come detto in precedenza, indicano un deficit annuo pari a 1.799 miliardi di dollari. Rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente l’incremento è del 10,46%. Ciò significa che il 28,62% delle spese nell’anno fiscale 2026 non è stato coperto dalle entrate e che per ogni dollaro di entrate incassato dal governo federale, ne sono stati spesi 1,40. Le più recenti proiezioni di bilancio decennali del CBO prevedono che il deficit totale sarà di 1.853 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2026, 1.887 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2027 e 2.080 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2028.

Altro elemento preoccupante è la forte crescita della spesa per gli interessi sul debito pubblico. Negli ultimi 12 mesi le relative uscite sono state pari a più di 1.000 miliardi, con un aumento rispetto al periodo precedente del 14,5%. Un importo che è superiore a quello delle spese militari che è risultato pari a poco più di 948 miliardi di dollari. In larga misura per rispettare gli impegni NATO. La maggior spesa per interessi dimostra che il sistema finanziario americano è destinato ad essere sempre di più un mercato dei compratori. Saranno quindi questi ultimi, con la loro domanda di titoli, a dettare le condizioni per il mantenimento di un debito che per una percentuale intorno al 25% è in mano ad investitori esteri.

I dati appena illustrati forniscono una spiegazione logica di alcuni comportamenti illogici di Donald Trump. Che l’economia, ma sarebbe meglio dire la società, americana non sia più quella di una decina di anni fa è del tutto evidente. I costi della sua egemonia sul piano internazionali sono enormemente cresciuti. Ma gli alleati occidentali hanno fatto finta di niente. Eppure le richieste di aiuto, si pensi solo all’aumento del contributo per le spese Nato, erano state più volte avanzate dai Presidenti pro-tempore: da Barack Obama, allo stesso Trump nel suo primo mandato, per giungere fino a Joe Biden. Risultato? Un niente di fatto.

Anzi, oggi, specie a sinistra si assiste ad una vera e propria levata di scudi, all’insegna dello slogan: “Neppure un cent di aumento per le spese militari”. La zuppa rancida che propone soprattutto Giuseppe Conte, che non esita a taroccare le cifre dell’intervento: 500 miliardi da qui al 2035, quando la cifra reale, da spalmare in 10 anni, sarebbe, alla fine, di poco superiore agli 80 miliardi di euro. Cifra ovviamente ragguardevole. Ma quanto vale la libertà di una Nazione? Quanto la difesa di un patrimonio politico-culturale irripetibile? Una domanda alla quale dovrebbe rispondere soprattutto Elly Schlein uscendo dalla modalità “sfinge”.

E invece nel silenzio degli ignavi prosperano le tesi più stravaganti. Come quelle raccolte da Il Fatto quotidiano secondo il quale gli Stati Uniti d’America sarebbero solo imperialismo. Ovviamente lo sarebbero stati anche nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, quando traversarono l’Atlantico per contribuire a sconfiggere in Europa quella deriva illiberale, ch’era stata il parto delle contraddizioni del Vecchio continente. Altro che imperialismo! Ma che la relativa accusa possa avere l’onore – si fa per dire – delle pagine di un quotidiano nazionale, la dice lunga sul grado di confusione che alberga nel cuore della sinistra italiana.

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Il Pentagono sceglie D-Orbit per “ripulire” l’orbita bassa. Contratto da 24 milioni di dollari

D-Orbit Space, la filiale statunitense della comasca D-Orbit, è stata selezionata per un contratto da 24 milioni di dollari assegnato da due enti governativi americani, la Defense innovation unit (Diu) e la Space development agency (Sda), per realizzare una dimostrazione del servizio di deorbitazione dei satelliti in orbita bassa. L’annuncio è arrivato nell’ambito del programma Deorbit-as-a-Service (DaaS), pensato per dare a Washington un accesso flessibile e su richiesta alla logistica orbitale evitando i costi e i tempi legati al possesso e alla gestione diretta di un veicolo spaziale per questo tipo di attività. 

La commessa

Il contratto individua D-Orbit Space come contraente principale, affiancata da due partner statunitensi: TransAstra, specializzata in soluzioni per il trasporto spaziale e la cattura orbitale, e Falcon Exodynamics, che sviluppa veicoli e sistemi spaziali reattivi. Il team dovrà realizzare un prototipo capace di dimostrare le manovre chiave della missione, rendez-vous e attracco su tutte. La base tecnologica è quella già collaudata da D-Orbit con i veicoli di trasferimento orbitale Ion, impiegati finora per il rilascio di carichi utili in posizione, il riposizionamento orbitale e i servizi di hosting in abbonamento.

Il modello DaaS

Dietro la sigla DaaS c’è un cambio di approccio che il Pentagono sta portando avanti da tempo nel settore. La Diu, braccio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dedicato ad accelerare l’adozione di tecnologie commerciali e dual use, lavora su questo dossier in tandem con la Sda, divisione della Space Force incaricata di velocizzare la fornitura delle capacità spaziali necessarie ai Guardiani e alle altre Forze armate. Insieme, le due agenzie stanno “comprando” un servizio, ripetibile e attivabile su richiesta, per smaltire in modo controllato i satelliti militari giunti a fine vita in orbita bassa, senza dover possedere e gestire direttamente la flotta necessaria a farlo. Se la dimostrazione avrà successo, potrebbe essere l’inizio di una collaborazione ancora più strutturata. La stessa piattaforma potrebbe infatti essere proposta al governo statunitense per missioni ulteriori logistiche, dal rifornimento di carburante alla riparazione, dall’ispezione al riposizionamento dei satelliti in orbita.

“Essere stati selezionati dalla Defense Innovation Unit per DaaS è una forte conferma della nostra convinzione che la logistica spaziale debba essere fornita come un servizio, non solo come hardware”, ha dichiarato Mike Cassidy, amministratore delegato di D-Orbit Space. Il manager ha sottolineato come il team intenda dimostrare “un modo più rapido, flessibile ed economico per spostare e supportare i carichi utili in orbita”.

Gli altri player in campo

Il contratto va letto anche alla luce di un contesto più ampio. Lo stesso pacchetto Deorbit-as-a-Service ha coinvolto anche Firefly Aerospace, chiamata a sviluppare una revisione progettuale del proprio veicolo Elytra, e Katalyst Space Technologies, già impegnata in una missione di servicing per la Nasa su un osservatorio in orbita. Nessuna delle tre aziende aveva partecipato ai precedenti bandi della Space Development Agency sul tema. È un segnale che il Pentagono sta allargando la platea dei fornitori rispetto al primo giro di gara, quando a gennaio 2026 era stata la statunitense Starfish Space ad aggiudicarsi un contratto da 52,5 milioni di dollari per il proprio veicolo Otter, con lancio atteso nel 2027. Al termine delle attività di progettazione e riduzione del rischio, l’Sda e la Diu selezioneranno una sola delle tre aziende in gara per una dimostrazione operativa completa in orbita.

Perché conta

La ragione di fondo che spinge il Pentagono a investire in questo tipo di servizi ha a che fare con la crescente congestione dell’orbita bassa, che oggi è popolata da circa 16-18mila satelliti. Di questi, 450 appartengono alla Proliferated Warfighter Space Architecture della Sda, che continuerà a crescere nei prossimi anni e che richiederà verosimilmente di sviluppare sempre più capacità per il mantenimento dell’infrastruttura. Il vecchio approccio, che affidava lo smaltimento dei veicoli dismessi al lento decadimento orbitale naturale, non è più sufficiente in uno scenario dove le costellazioni, militari e commerciali, si contano ormai a decine di migliaia. Un satellite inattivo può restare in orbita per decenni prima di rientrare in atmosfera, aumentando nel frattempo il rischio di collisioni ad alta velocità con altri oggetti o sistemi orbitanti.

Lo scenario per l’Italia

Per D-Orbit, l’ingresso nella filiera della difesa statunitense rappresenterebbe un salto di qualità rispetto al percorso seguito finora, costruito soprattutto sui contratti dell’Agenzia Spaziale Europea, dalla missione Rise per l’estensione della vita dei satelliti geostazionari al programma Iride per l’osservazione della Terra e sul dimostratore nazionale di in-orbit servicing finanziato con i fondi del Pnrr. Questo contratto colloca per la prima volta un’azienda di origine italiana, seppur attraverso la propria filiale americana, dentro l’ecosistema degli appalti della difesa spaziale Usa. Si tratta di un mercato storicamente presidiato dai fornitori nazionali e oggi in piena espansione per effetto della competizione con Cina, Russia e India e, se la dimostrazione tecnica confermerà le attese, la vicenda potrebbe diventare un nuovo caso di studio interessante.

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La maturità sorride, Invalsi molto meno. Le contraddizioni della scuola italiana secondo Zecchini

La pubblicazione dei risultati degli ultimi esami di maturità ripropone molti interrogativi tanto sul significato da dare a questi esami, quanto sulle lezioni da trarre alla luce degli inadeguati apprendimenti risultanti da altri test più introspettivi condotti da Invalsi e dall’Ocse. In via di principio, questi esami dovrebbero servire a verificare il livello di conoscenza delle discipline di base per poter affrontare il mondo del lavoro, o le attività artistiche, oppure gli studi universitari e quelli più avanzati, quali la ricerca scientifica. In realtà, per il modo in cui sono condotti, per i loro contenuti e per le valutazioni individuali che risultano dicono poco sugli apprendimenti effettivi degli studenti e contrastano con gli esiti di altri esami.

La premessa è data dalla riduzione del tasso di dispersione scolastica esplicita al 7,3% stimato da Invalsi per il 2026 rispetto al 13,5% del 2019, l’anno pre-pandemia. Va sottolineato che questa quota di studenti che abbandonano anzitempo il percorso scolastico diminuisce più dell’obiettivo stabilito nel Pnrr, un risultato che potrebbe spiegarsi col maggior impegno profuso dal Paese per non disperdere il suo capitale umano dietro il pungolo dell’aiuto ricevuto dall’Ue. Allo stesso impegno potrebbe attribuirsi anche la riduzione al minimo dal 2019 del tasso di dispersione implicita (6,3%), che misura la quota di studenti che hanno concluso il secondo ciclo di istruzione secondaria senza aver acquisito le competenze minime.

Gli esiti degli esami di maturità di quest’anno presentano un quadro apparentemente in miglioramento. La quota degli ammessi agli esami ha raggiunto il 96,8%, con poco più della metà (51,9%) proveniente dal percorso liceale e il 32% dagli istituti tecnici. La quasi totalità degli ammessi ha conseguito il diploma (99,8%), un dato che farebbe apparire la selezione all’ammissione come un indicatore già attendibile di chi è in grado di superare la prova. Questa impressione è rafforzata dalle valutazioni numeriche agli esami e dal confronto con quelle dello scorso anno. In particolare, aumenta di poco la quota degli studenti che hanno ottenuto il massimo punteggio di 100+ (2,9%) e si riducono le quote di quanti hanno ricevuto solo 100 punti e di coloro che hanno raggiunto la sufficienza o poco più (30,1%). Si ingrossano, invece, le quote dei punteggi intermedi tra 70 e 90/100, che raggiungono quasi la metà (49,8%).

In breve, la fascia di valutazione di punta rimane stabile ed esigua, mentre gran parte dei punteggi si è spostata sui giudizi intermedi. Questo quadro è coerente con la conclusione delle prove Invalsi, secondo cui rispetto al 2019 si è ampliata la popolazione scolastica che arriva al diploma di maturità o qualifica professionale (92,7%). Ma con queste percentuali così elevate di ammessi e promossi si potrebbe sostenere la tesi opposta, ovvero che la scuola secondaria non svolge né una funzione di verifica degli apprendimenti effettivi, né di selezione sulla base di questa verifica degli studenti che hanno raggiunto i diversi gradi del sapere. Non si tratta di propugnare un sistema finalizzato a coltivare soprattutto le eccellenze, quanto a preparare bene i discenti secondo le loro capacità o ad affrontare gli studi più avanzati, quali quelli universitari, oppure a intraprendere altri percorsi in linea con i loro talenti e potenziale.

Il risultato di una riforma in tal senso sarebbe fare della certificazione di maturità non un titolo avente valore legale per rivendicare posizioni nel sistema lavoro, ma solo un lasciapassare verso percorsi di specializzazione propedeutici all’inserimento nel mondo del lavoro. Compito dei docenti sarebbe altresì impegnarsi anno dopo anno sia a innalzare i livelli di apprendimento, sia ad ampliare a un numero sempre più grande la platea degli studenti preparati. Su questa base andrebbe valutata la performance di ciascun insegnante e di riflesso la sua ricompensa, superando in tal modo l’attuale appiattimento delle retribuzioni, che non poca parte ha sulla demotivazione di molti docenti.

Indubbiamente questa valutazione deve tener conto di alcuni limiti non imputabili alla classe docente. Primo, la popolazione degli studenti è divenuta molto più eterogenea con l’ingresso di quelli di provenienza estera per lingua e cultura. Questi ultimi non sono sufficientemente padroni della lingua e cultura italiana e in parte provengono dagli strati sociali meno istruiti. Secondo, i programmi scolastici risentono troppo di un modello culturale antico, che mal si adatta a mettere i giovani in grado di affrontare l’evoluzione in corso della società. Terzo, i rappresentanti della classe docente con diverse motivazioni si son espressi in maggioranza contro la differenziazione delle remunerazioni sulla base della performance.

Nondimeno, l’esperienza degli ultimi sette anni mostra che il sistema italiano non riesce a colmare il distacco dai valori pre-pandemia, né a raggiungere i livelli dei paesi europei avanzati o di quelli dell’Ocse. La distribuzione di frequenza dei punteggi della maturità 2026, analogamente agli esiti dei test Invalsi e di quelli dell’Ocse, confermano diversi interrogativi sulla validità del sistema d’istruzione italiano. Nelle regioni del Sud e in Sicilia abbondano i punteggi da 81 a 100+ a confronto con quelle settentrionali, superando le rispettive medie nazionali, e scarseggiano quelli più bassi, ovvero da 60 a 80 su 100. In questi raffronti non si nota nulla di nuovo rispetto agli anni precedenti: nel 2025 le proporzioni erano sostanzialmente le stesse. A spiegarne le cause possono formularsi ipotesi alternative: a) effettivamente al Sud vi è una concentrazione relativamente maggiore di cervelli; b) difformità territoriali nei parametri di valutazione degli esaminatori; c) difformità nelle modalità di conduzione delle prove; d) prevalenza numerica degli studenti nei licei rispetto agli istituti tecnici e ai professionali; e) nell’ambito dei licei, alti punteggi più frequenti nei licei classici seguiti da quelli artistici, linguistici, internazionali, e di indirizzo europeo; e f) diversità di composizione degli esaminati per sesso, retroterra socio-culturale, o paese di origine.

Le prove Invalsi e quelle dei programmi Pisa contribuiscono a gettare luce sulle possibili cause. Dagli ultimi test Invalsi risulta che i risultati eccellenti sono concentrati per il 56% nelle aree settentrionali, pur se la grande distanza esistente tra queste e quelle centro-meridionali, incluse le isole, si è accorciata. In queste ultime continua ad addensarsi la dispersione scolastica implicita malgrado i miglioramenti rispetto al 2019. Scendendo nei particolari delle prove, sia in italiano che in matematica i livelli di apprendimento restano sotto quelli del 2019, ma lievitano lentamente con un’accelerazione nell’anno in corso. Soltanto poco più della metà degli studenti (rispettivamente 54,1% e 52,1%) ha acquisito le conoscenze richieste nelle due materie, con differenziazioni persistenti a seconda del territorio. Al Nord le percentuali raggiunte sono comparativamente più alte, mentre declinano man mano che si scende lungo la Penisola. Ovviamente, soltanto nei licei scientifici la buona conoscenza della matematica si riscontra nell’85% degli studenti, contro meno della metà negli altri indirizzi. Nella conoscenza dell’inglese i progressi sono stati più rapidi fino a superare tanto le quote del 2019 in tutte le macroaree, quanto la metà degli studenti, con l’eccezione della prova di ascolto al Centro-Sud. Molto positivo, invece, il livello di competenze digitali, con divari ridotti tra territori, genere e indirizzi di studio.

Complessivamente, il Paese deve prendere atto che poco meno della metà degli esaminati non ha ancora acquisito conoscenze adeguate, realtà che smentisce il quadro ottimistico dei punteggi assegnati alla maturità di quest’anno. Le differenze di performance su base territoriale sono importanti e al tempo stesso conseguenza e causa del ritardo socio-economico. Su questi territori gli interventi migliorativi devono intensificarsi. I deficit nell’apprendimento della matematica sono estesi, ad eccezione degli studenti nell’indirizzo scientifico, e anche al Centro-Nord le percentuali di apprendimento adeguato variano appena sopra la metà, tra il 52% e il 65%. Le differenze di genere si riflettono sulle performance a seconda degli indirizzi, con prevalenza dei ragazzi in matematica e dell’altro genere in italiano ed inglese. Nella digitalizzazione queste differenze cambiano a seconda del tipo di attività e sono molto contenute. In generale, le carenze di apprendimento interessano soprattutto le aree meridionali e toccano tutti gli indirizzi. Le disparità territoriali non sono immutabili nel tempo e di fatto ultimamente mostrano di contrarsi gradualmente. L’azione di contrasto, tuttavia, non è semplice perché chiama in causa misure su più lati del problema.

L’esame dettagliato dei risultati permette di compararli con quelli dei paesi Ocse, benché il confronto non sia del tutto omogeneo, perché gli esaminati nelle prove dell’Ocse-Pisa sono soltanto i quindicenni che frequentano la scuola secondaria di secondo grado, ma non l’ultima classe. Per la coerenza temporale, si potrà fare un confronto aggiornato soltanto il mese prossimo, quando si conosceranno i risultati dei test effettuati nel 2025. Guardando, invece, al periodo dal 2009 al 2022, le quote di studenti italiani con un livello di conoscenza inadeguato in matematica e scienze sono aumentate, mentre è rimasta stabile quella relativa alla lingua madre. Non consola, tuttavia, che in media la loro performance in matematica non differisce statisticamente da quella media dell’area Ocse e in specie di Germania, Francia e Usa, in quanto risulta inferiore a quelle di Austria, Svizzera, Est-Ue, Uk, Olanda e paesi scandinavi, oltre a quelli asiatici. Performance migliore nella conoscenza della lingua, ovvero appena sopra la media Ocse, ma risultati sotto la media nel campo delle scienze.

Le carenze di apprendimento in età scolare non dovrebbero essere sottovalutate dalla società a causa delle ripercussioni che hanno nel lungo periodo e delle difficoltà che i giovani incontrano nel colmarle negli anni di lavoro. Il riscontro di questo fenomeno si può trovare in un’altra indagine dell’Ocse, il Piaac, che nel 2023 ha esaminato le competenze degli adulti dai 16 ai 65 anni di età. I parametri di valutazione sono incentrati sulla comprensione di testi, la conoscenza e l’utilizzo di informazioni numeriche e matematiche, e la capacità di risolvere problemi in un contesto in evoluzione in cui si richiede flessibilità mentale. Gli italiani si collocano tra le ultime posizioni della graduatoria internazionale secondo tutti e tre i parametri. Si ripresentano, inoltre, le medesime disparità sul territorio, di genere e di contesto socio-economico rilevate nei test Pisa. Peraltro, si osserva il paradosso che i giovani ottengono risultati migliori di quelli delle classi successive di età. In conclusione, il Paese ha un grande bisogno di impegnarsi massicciamente nell’elevazione degli apprendimenti, piuttosto che ritenere che basti spendere di più per risolvere il problema.

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Ecco perché la nuova mossa di Trump sulla cantieristica interessa anche l’Italia

Con la firma di un nuovo memo sulla sicurezza nazionale, la Casa Bianca sembra voler aprire un nuovo capitolo e far cadere uno degli storici tabù della Difesa Usa: costruire le proprie navi militari all’estero. Il documento, firmato da Donald Trump e indirizzato al Pentagono, tocca diversi aspetti della cantieristica militare a stelle e strisce, dalla configurazione delle future portaerei della classe Ford fino alla governance interna della Marina. Ma è, appunto, la parte dedicata all’estensione del cosiddetto “modello finlandese” a rappresentare il cambio di passo più significativo, perché per la prima volta mette sul tavolo l’ipotesi di costruire unità della US Navy fuori dal territorio americano. Una svolta che apre a scenari finora inediti e che vedrebbe tra gli attori potenzialmente coinvolti anche l’Italia.

Una filiera in crisi

Il memo nasce da un problema che l’amministrazione Trump prova ad affrontare fin dal suo insediamento: la crisi profonda della base industriale navale americana. Decenni di progetti travagliati, la carenza cronica di manodopera specializzata e la difficoltà di reperire fornitori qualificati hanno prodotto ritardi sistemici e costi fuori controllo su quasi tutti i maggiori programmi della Marina Usa. Il caso più emblematico resta quello dei cacciatorpediniere della classe Zumwalt. Pensati per sostituire in massa gli Arleigh Burke, gli ordini sono crollati da 32 unità a sole tre, mentre il costo per nave, secondo le ultime stime del Government Accountability Office, ha superato i 10 miliardi di dollari, più di sette volte la previsione iniziale. Il programma ha lasciato in eredità anche il paradosso dei cannoni Advanced Gun System mai armati, dopo che il costo dei proiettili guidati sviluppati appositamente per loro aveva raggiunto quasi un milione di dollari a colpo. Una parabola che si è ripetuta, in scala minore ma con la stessa dinamica, anche di recente con le fregate della classe Constellation, il cui contratto originario da venti unità, affidato a Fincantieri Marinette Marine, è stato ridimensionato lo scorso inverno a due sole navi dopo anni di slittamenti e un progetto modificato più volte rispetto alle specifiche iniziali Anche i programmi delle portaerei Ford hanno accumulato anni di ritardo e miliardi di sforamento di budget, mentre anche la manutenzione della flotta resta un problema strutturale, tanto da aver contribuito al ritiro anticipato di diverse unità. Per rispondere a questo scenario, l’amministrazione ha già messo in campo diversi strumenti, dal nuovo modello di “Vessel Construction Manager” pensato per accelerare i tempi di consegna fino all’apertura, sempre più esplicita, agli investimenti di partner stranieri nei cantieri statunitensi. Ma la strada è ancora tutta in salita.

Addio alle catapulte elettromagnetiche

Il documento firmato la scorsa settimana interviene su più fronti. Il più discusso sul piano tecnico riguarda le future portaerei della classe Ford, che nell’arco dei prossimi anni rimpiazzeranno totalmente le classe Nimitz. Le Ford (di cui oggi è in servizio un unico esemplare, la Gerald R. Ford, con la John F. Kennedy ancora impegnata nei test in mare e la Enterprise in costruzione) erano state inizialmente concepite per equipaggiare sistemi di lancio elettromagnetici Emals in luogo delle tradizionali catapulte a vapore. Adesso, con questa nuova direttiva, le future navi della classe Ford (a partire dalla quarta, la Doris Miller) dovranno tornare a equipaggiare i vecchi sistemi, giudicati più affidabili. La decisione d’altronde era nell’aria da tempo, visto che Trump non ha mai nascosto di considerare la tecnologia elettromagnetica eccessivamente complessa. Certo, si potrebbe opinare che una delle cause dell’attuale crisi della cantieristica a stelle e strisce sia proprio questa abitudine a modificare radicalmente i progetti a costruzione già in corso, comportando un inevitabile aumento dei costi e uno slittamento dei tempi di consegna. Nel frattempo General Atomics, produttore dell’Emals, ha fatto sapere che la decisione meriterà una “attenta riconsiderazione” vista la fase avanzata di produzione dei sistemi. È solo nella parte finale, però, che il documento tenta di fare la rivoluzione per la storia navale americana. Per accelerare i tempi di consegna e indurre i partner a investire maggiormente negli States, la Casa Bianca punta adesso ad autorizzare la costruzione di vascelli militari all’estero, optando per un’estensione del cosiddetto modello finlandese.

Il “modello finlandese”

Il riferimento è al meccanismo già sperimentato dalla Guardia Costiera statunitense per la costruzione di due classi di navi rompighiaccio, in base a un’intesa siglata con Helsinki a ottobre 2025 e che ha visto il cantiere canadese Davie (proprietario dell’Helsinki Shipyard) rilevare lo stabilimento texano di Gulf Copper dopo la costruzione delle prime unità in Finlandia. Il memo dispone ora l’estensione di questo schema fino a tre classi di navi della US Navy: unità di superficie con capacità di guerra antisommergibile, di superficie e di scorta ai convogli (tradotto: fregate), oltre a navi da carico roll-on/roll-off e petroliere per il rifornimento in mare. Il meccanismo consentirebbe agli operatori stranieri di costruire le prime due unità di ciascuna classe nei propri stabilimenti d’origine, a condizione però che il partner realizzi contestualmente un nuovo cantiere sul suolo americano, oppure acquisisca la proprietà o una quota di maggioranza in uno stabilimento già esistente, assuma e formi manodopera statunitense, trasferisca le tecnologie e le tecniche produttive del cantiere d’origine e si appoggi a una filiera di fornitura interamente americana per la costruzione e la manutenzione. Dopo la consegna delle prime due unità, tutte le navi successive dovranno essere realizzate negli Stati Uniti. È una clausola tutt’altro che scontata sul piano legale, dal momento che una legge federale prevede che le navi da guerra americane debbano essere costruite in patria per preservare l’autonomia strategica degli Stati Uniti e che solo una non meglio specificata “deroga presidenziale” possa aggirare questo divieto.

Italia e Corea già in pole position

Fincantieri, attraverso la controllata Fincantieri Marine Group con il cantiere di Marinette Marine nel Wisconsin e circa 3mila addetti, ha alle spalle un rapporto industriale con la Marina americana che risale a decenni fa e che negli ultimi anni si è tradotto in investimenti diretti per circa un miliardo di dollari nella modernizzazione degli impianti. Dopo il ridimensionamento del programma Constellation, il gruppo ha ottenuto un primo contratto da 30 milioni di dollari per l’avvio dei lavori sulle nuove Landing Ship Medium, un programma che la Marina intende estendere fino a 35 unità complessive. Accanto al gruppo nostrano, l’altro protagonista degli investimenti stranieri nella cantieristica americana è la sudcoreana Hanwha Ocean, che nel 2024 ha rilevato per cento milioni di dollari il Philly Shipyard di Filadelfia e ha annunciato un piano di investimenti da cinque miliardi di dollari per portarne la capacità produttiva da una a venti navi l’anno. Non solo, con questa mossa Hanwha si è anche inserita nella delicatissima filiera della produzione dei nuovi sottomarini a propulsione nucleare della Marina Usa che, al netto dei proclami sulle corazzate della Golden Fleet, rimangono la vera punta di diamante delle capacità navali Usa. L’operazione rientra a sua volta nella più ampia cornice dell’iniziativa Masga (Make american shipbuilding great again), sottoscritta da Washington e Seul a maggio, che prevede fino a 150 miliardi di dollari di investimenti coreani nella cantieristica statunitense su un pacchetto complessivo da 350 miliardi.

Le barricate al Congresso

Il progetto, va detto, non ha ancora la strada spianata. Il Congresso (che, ricordiamolo, tiene i cordellini della borsa) si sta muovendo in direzione opposta, con la Commissione Forze armate del Senato che ha proposto di eliminare dal Titolo 10 del Codice degli Stati Uniti proprio la deroga presidenziale che rende possibile l’acquisto di navi da guerra costruite all’estero, mentre alla Camera un emendamento del deputato democratico Jared Golden punta a impedire che i fondi stanziati per la cantieristica nazionale finiscano a finanziare l’attività di operatori stranieri. Anche l’associazione di categoria Shipbuilders Council of America ha preso posizione contro l’ipotesi, sostenendo che ogni vascello costruito all’estero sottrarrebbe domanda, occupazione e capacità industriale proprio a quell’industria nazionale che l’amministrazione dice di voler rilanciare. Tuttavia, resta il fatto che la direzione impressa dalla Casa Bianca in questi mesi è chiara e che tra i partner stranieri meglio posizionati per intercettarla, accanto ai cantieri sudcoreani e a quelli giapponesi già coinvolti in uno studio da 1,85 miliardi di dollari inserito nel bilancio 2027, c’è anche Fincantieri, che parte obiettivamente da una base industriale negli Stati Uniti che pochi altri possono vantare.

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Trump riduce le esercitazioni con Seul. Guardando a Pyongyang?

Nelle ultime ore è emersa la decisione del presidente statunitense Donald Trump di chiedere al Pentagono una riduzione “sostanziale” della scala delle esercitazioni militari con la Corea del Sud, una decisione che tocca uno dei dossier più delicati del sistema di alleanze americana in Asia e introduce nuove incognite nella strategia statunitense verso la penisola coreana. L’ordine è arrivato alla vigilia dell’avvio delle annuali esercitazioni Ulchi Freedom Shield, che coinvolgono circa 18mila militari sudcoreani e che, nonostante le dichiarazioni di Trump, sono iniziate regolarmente lunedì e dovrebbero proseguire fino al 27 agosto.

Trump ha motivato la scelta con il costo delle esercitazioni e con il comportamento di Seul, accusata dal presidente americano di non aver voluto partecipare alle operazioni statunitensi contro l’Iran. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump ha definito queste esercitazioni “costose”, sostenendo al contempo che esse trasmettano alla Corea del Nord un segnale “inappropriato e ostile”. Parole che gli analisti hanno interpretato come uno strumento per creare le condizioni per una nuova apertura diplomatica. Dal canto suo Seul ha reagito con cautela, facendo sapere di essere al lavoro sulla questione e di auspicare che il rapporto tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un possa portare a un dialogo significativo, con l’obiettivo di favorire pace e stabilità nella penisola. Allo stesso tempo, il governo sudcoreano ha ribadito che i due alleati continueranno a coordinare la propria postura di difesa e le attività militari congiunte.

La mossa di Trump si inserisce in una relazione da tempo caratterizzata da oscillazioni. Già durante il suo primo mandato il presidente americano aveva manifestato l’intenzione di ridurre o cancellare le esercitazioni congiunte, mentre Washington e Seul si erano scontrate sulla ripartizione dei costi per il mantenimento delle circa 28.500 truppe americane presenti in Corea del Sud. Il problema è che qualsiasi riduzione delle esercitazioni arriva in un momento particolarmente delicato sul piano della sicurezza. Pyongyang continua a considerare le attività militari americane e sudcoreane come una preparazione a un’invasione e, nelle ultime settimane, ha effettuato nuovi lanci di missili balistici. Secondo Reuters, la Corea del Nord ha lanciato due missili dall’inizio di agosto, mentre un alto ufficiale del Northern Command americano ha recentemente avvertito che Pyongyang ha testato missili balistici intercontinentali capaci di trasportare una testata nucleare fino a qualsiasi punto del Nord America. Allo stesso tempo, i due Paesi hanno accelerato al cooperazione in temi sensibili, come ad esempio quello dei sottomarini nucleari (uno sviluppo che, volendo, si può inquadrare nella stessa lente di spending review usata da Trump).

Ma dietro la decisione americana potrebbe esserci anche un calcolo più ampio. Secondo Victor Cha del Center for Strategic and International Studies, Trump potrebbe voler aumentare la propria capacità di influenza su Kim anche alla luce del crescente rapporto tra Corea del Nord e Russia. Pyongyang ha infatti fornito sostegno militare a Mosca nella guerra contro l’Ucraina, mentre militari nordcoreani hanno acquisito esperienza sul campo combattendo al fianco delle forze russe. In quest’ottica il tentativo di riaprire un canale con Kim potrebbe avere la doppia finalità di rilanciare la diplomazia sulla questione nucleare e di cercare di limitare l’avvicinamento strategico tra Mosca e Pyongyang. È una scommessa che richiama la politica del primo mandato di Trump, quando i due leader arrivarono a incontrarsi in tre vertici senza però ottenere risultati concreti sul programma nucleare e missilistico nordcoreano.

La decisione sulle esercitazioni, dunque, non sembra essere soltanto una questione militare, e non è solo limitata ai rapporti tra Washington e Seul, ma pare riferirsi invece agli equilibri strategici nell’intera penisola coreana e oltre. Guardando anche alla concezione di grand strategy seguita da The Donald.

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Cossiga avrebbe apprezzato Meloni senza amare Trump. Il ricordo di Rotondi

Gli amici di Formiche.net mi chiedono un ricordo diverso di Francesco Cossiga, allineato all’oggi, con l’ausilio della immaginazione e dei ricordi personali. Qualche strumento ce l’ho per immaginare Cossiga nel tempo della guerra a pezzi e della destra italiana di governo. Non ho avuto con lui l’intimità di Pippo Marra o Paolo Naccarato, per citare i suoi ultimi amici viventi; tuttavia il Presidente mi ha onorato di una costante conversazione culturale, culminata nella compilazione della prefazione di tutti i miei libri.

Mi manca? È più corretto dire: ci manca. Ma vale per Cossiga ciò che il suo amico De Mita diceva di sé: “Continuerò a parlare anche dopo morto”.

E cosa dice Cossiga all’Italia di oggi? Basta interrogare i ricordi. Partiamo dagli scenari mondiali. Per alcuni il mondo è cambiato al punto da dover rivedere definizione e confini dell’Occidente: non sarebbe più l’America la mater et magistra. Cossiga non sarebbe d’accordo. Lui non si offese mai della Kappa con cui gli anarchici scrivevano il suo cognome, spesso raddoppiando la consonante denigratoria: Kossiga l’amerikano. Il Presidente non smentì né si vergognò mai di essere la voce più ascoltata oltreoceano. Non rinnegò Gladio, semmai la spiegò: nel dopoguerra il rischio comunista non era uno slogan dei democristiani, ma una minaccia concreta contro cui gli alleati americani disponevano protezioni vere. E se qualcuno oggi si scandalizzasse, Cossiga gli ricorderebbe che anche la liberazione dal fascismo ci è arrivata “sulla punta delle baionette degli americani”, per dirla con l’espressione del comune maestro, mio e di Cossiga: il primo leader della “Base”, Fiorentino Sullo.

Trump piacerebbe a Cossiga? Manco un po’, immagino. Aveva per i ricchi la diffidenza tipica dei politici antichi, orgogliosamente consapevoli di essere un potere che non doveva mai allinearsi alla ricchezza. Il solo ricco che Cossiga tollerava in politica – ma fino ad un certo punto – era il suo amico Silvio Berlusconi, a cui però rimproverava di non possedere la dote della cattiveria, necessaria a un uomo di Stato (e a Silvio questa critica piaceva moltissimo).

Diciamo che a Cossiga Trump non piacerebbe, ma suggerirebbe di conviverci al minor costo possibile, perché non si cambia fronte quando non ci piace chi lo governa. I capi di Stato passano, il destino degli Stati è scritto nella storia e nella civiltà. E il nostro destino rimane comune con quello americano.

E di Giorgia Meloni cosa direbbe? Aveva simpatia per lei quando era la mascotte del nostro governo, a maggior ragione ne avrebbe oggi, vedendola al cospetto dei grandi del mondo. Né Cossiga avrebbe pruderie verso la destra di governo, che tenne a battesimo da Capo dello Stato, nel suo primo abbozzo di Alleanza Nazionale.

Moroteo oltre Moro, Cossiga consumò la “strategia dell’attenzione” in ogni direzione, non a senso unico, come fa la pelosa storiografia della sinistra, impadronitasi di Moro facendone un santino se non un precursore del Pd. Il vero Moro era quello che raccontava Cossiga: il teorico di una democrazia compiuta in cui pure i comunisti potessero governare, e fu quello il motivo per cui Cossiga sostenne il governo D’Alema.

Non è azzardato pensare che oggi Cossiga vedrebbe nel governo Meloni il definitivo completamento, sulla sponda opposta, del sogno moroteo di una democrazia normale.

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Da Colleferro a Varsavia. Una linea rossa presto sulla politica italiana

Con il passare delle ore si addensano sempre più sospetti di un attentato di matrice russa per l’esplosione alla fabbrica di munizioni di Colleferro. Questo imporrà presto il tracciare una chiara linea nella sabbia alla politica italiana, che finora ha cincischiato con tentazioni filorusse, e porterà inevitabilmente a scelte decise e precise per chi sta al governo o all’opposizione a Roma.

Colleferro si inserisce in una lunga catena di eventi sospetti in tutta Europa. Nell’arco di una sola settimana, i Paesi della Nato sono stati teatro di una serie di incidenti sospetti.

POLONIA

Il 7 agosto, i servizi polacchi hanno arrestato un cittadino russo con il compito di uccidere a Varsavia un cittadino americano e ucraino. Secondo il primo ministro Donald Tusk è la prima volta che qualcuno, su ordine russo, ha tentato di uccidere un cittadino americano sul territorio di un Paese Nato.

GERMANIA

Il 6 agosto, un drone carico di esplosivo è stato rinvenuto nei pressi di una pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle accanto a un aereo cargo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Due giorni dopo, due droni sono stati avvistati sopra la base della Bundeswehr a Mechernich.

ITALIA

Un incendio scoppiato il 13 agosto nel reparto di compressione delle polveri presso lo stabilimento KNDS Ammo Italy a Colleferro, a sud-est di Roma, è stato seguito da una massiccia esplosione. Lo stabilimento produce munizioni da artiglieria da 155 mm, fornite all’Ucraina.

PAESI BASSI

Nel giro di poche ore, sempre il 13, a Rotterdam il più grande porto d’Europa, sono avvenuti un incendio a un trasformatore, un grave blackout elettrico, uno spegnimento d’emergenza presso la raffineria ExxonMobil di Botlek e un’esplosione presso la raffineria e il terminal della Gunvor Energy, che ha causato la morte di un lavoratore e il ferimento di altri sei.

Oltre a ciò nelle ultime settimane le difese Nato hanno subito incursioni di droni lungo l’intero perimetro dell’alleanza. Il rischio è che qualche paese potrebbe cedere alla pressione russa e scivolare fuori dai ranghi. Cosa farebbe allora la Nato? La guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi, in alcune nazioni, in una guerra civile?

L’Italia, patria durante la Guerra Fredda del più grande partito comunista dell’Europa occidentale ha già sperimentato la cosa.

Oggi a Roma certamente molti vogliono nascondere la testa sotto la sabbia perché si tratta di prendere scelte chiare: l’Italia è con la Russia che le fa esplodere le fabbriche o contro? Molti potrebbero pensare a tipiche contorsioni italiche, tipo il Lodo Moro. Allora il governo fece un patto con i palestinesi per lasciare usare il suo territorio come base logistica a patto che non ci fossero attentati palestinesi in Italia. Ma le condizioni oggi sono molto diverse da allora e oggi sappiamo che il Lodo non funzionò.

Quindi l’Italia deve scegliere. Luigi Zanda ricordava che alle spalle della Guerra Fredda c’era stato un patto stretto alla fine della Seconda guerra mondiale tra i leader della Dc e del Pci, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Il Pci poteva rimanere legale e partecipare alle elezioni ma in cambio non faceva la rivoluzione e non andava al governo.

Può esserci un patto simile oggi tra “forze dell’ordine” e la folla confusa di filorussi dentro governo e opposizione? In realtà mancano due pezzi fondamentali del gioco, De Gasperi e Togliatti.
Il patto Dc-Pci evitò la deriva greca, dove nel 1947 ci fu un bagno di sangue contro il partito comunista che stava per prendere il potere ad Atene.

Oggi, quanto a lungo Ue e Usa possono tollerare i balletti italiani? Warren Buffet nei suoi investimenti dice di guardare ai fondamentali. Se i fondamentali ci sono le cose accadranno. Nessuno però può dire con precisione quando. Questa sembra la situazione attuale del Paese. Se i fondamentali non cambiano, qualcosa accadrà presto, anche se nessuno può dire con certezza quando sarà il ‘presto’.

Diversamente da ottant’anni fa sono pochi i duri e puri, ed è possibile che, davanti a rischio di un disastro, molti filo russi di oggi cambino completamente casacca. È una caratteristica storica dell’Italia. Naturalmente in questo i primi nella fuga verso l’ordine saranno preferiti. Cioè però, chi forse pensa che tutto questo sia solo una drammatizzazione italica dove si usano parole fortissime per azioni minime.

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Il killer di Bra e il cittadino di Varsavia. Vi racconto cent’anni di “misure attive” russe all’estero

Il 13 agosto 2026 Donald Tusk ha annunciato di aver sventato, a Varsavia, un piano per uccidere un cittadino con doppia nazionalità statunitense e ucraina, definendolo il primo tentativo attribuito a Mosca di colpire un cittadino americano sul suolo di un altro Paese Nato. È tentante leggere l’episodio come una novità assoluta, l’ennesima escalation di un conflitto che sembra non conoscere più argini. È una lettura incompleta. Quello di Varsavia è l’ultimo anello di una catena che attraversa un secolo di storia dei servizi segreti sovietici e russi, con una logica operativa sorprendentemente stabile: l’eliminazione fisica del nemico all’estero come strumento di politica di Stato, purché resti negabile.

Il paradigma nasce nel gergo stesso dei servizi sovietici, che chiamavano questa attività mokrye dela, “affari bagnati”. Il primo caso compiutamente documentato porta la firma di Pavel Sudoplatov, che diventerà l’architetto dell’intera dottrina. Nel maggio 1938, a Rotterdam, Sudoplatov consegna di persona a Yevhen Konovalets, leader del nazionalismo ucraino, una scatola di cioccolatini con un ordigno a orologeria: Konovalets muore dilaniato pochi minuti dopo. Due anni dopo lo stesso Sudoplatov organizza da Mosca l’eliminazione di Lev Trotsky: nell’agosto 1940, a Coyoacán, l’agente Nkvd Ramón Mercader, infiltratosi nella cerchia del fondatore dell’Armata Rossa, gli conficca una piccozza da alpinista nel cranio. Mercader sconterà vent’anni di carcere senza mai confessare per chi lavorasse, e riceverà comunque, in absentia, l’onorificenza di Eroe dell’Unione Sovietica. È il primo elemento costante: l’esecutore isolato e sacrificabile, protetto dal silenzio più che dalla fuga — e una regia accentrata capace di colpire, in due anni e su due continenti, i due nemici più ingombranti dello stalinismo in esilio.

Il secondo elemento costante — un apparato tecnico capace di simulare la morte naturale — matura negli anni Cinquanta con il Dipartimento 13 del Kgb, erede della struttura di Sudoplatov. È qui che si forma Bogdan Stašinski, che nel 1957 uccide a Monaco l’intellettuale ucraino Lev Rebet e nel 1959 il leader nazionalista Stepan Bandera, entrambi con una pistola spray al cianuro capace di simulare un arresto cardiaco. Quando nel 1961 Stašinski diserta consegnandosi ai tedeschi occidentali, la catena di comando svelata fino al presidente del Kgb Šelepin costringe Chruščёv a dichiarare formalmente sospesi gli omicidi mirati individuali — sospensione più diplomatica che reale, ma che segna una svolta dottrinale: da allora Mosca preferirà, quando possibile, appaltare l’esecuzione a servizi alleati o intermediari non direttamente riconducibili al Cremlino. Ai margini estremi della dottrina resta un caso che rompe la logica della negabilità invece di perfezionarla: nel dicembre 1979, nell’Operazione Storm-333, le forze speciali del Kgb assaltano il palazzo presidenziale di Kabul e uccidono il presidente afghano Hafizullah Amin, sostituendolo in poche ore con un leader gradito a Mosca — non un omicidio coperto, ma una decapitazione politica a viso aperto, funzionale a un cambio di regime.

È il modello dell’appalto a servizi alleati a spiegare il caso più noto della Guerra Fredda tarda: l’omicidio di Georgi Markov, il dissidente bulgaro della Bbc, ucciso a Londra l’11 settembre 1978 con un proiettile di ricina iniettato nella gamba dalla punta di un ombrello sul Waterloo Bridge. L’operazione fu condotta dai servizi segreti bulgari con assistenza tecnica del Kgb: tecnologia sovietica, esecuzione bulgara, negabilità totale per Mosca. Il sospettato principale, identificato solo nel 2005 grazie agli archivi desecretati di Sofia, è un cittadino italiano: Francesco Gullino, nato a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1945, reclutato dai bulgari nel 1971 e attivo per anni con copertura di antiquario e passaporto danese, nome in codice “Piccadilly”. Interrogato nel 1993 a Copenaghen, ammise la propria attività di agente ma negò ogni coinvolgimento nell’omicidio; non fu mai incriminato, poiché i fatti erano avvenuti fuori dalla giurisdizione danese e i termini per lo spionaggio erano scaduti. È morto da solo, in Austria, nel 2021, senza aver mai confessato — il monumento più compiuto alla capacità del sistema di proteggere fino alla morte naturale anche l’esecutore materiale, non solo il mandante.

Con la fine dell’Urss ci si attendeva un declino di questa prassi; è accaduto l’opposto. Il primo caso post-sovietico compiuto è quello di Zelimkhan Yandarbiyev, ex presidente ceceno in esilio, ucciso a Doha nel febbraio 2004 da un’autobomba fatta detonare da due operativi del Gru: l’unico caso dell’intera sequenza in cui gli esecutori furono arrestati, processati e condannati — da un tribunale qatariota — prima di essere rimpatriati sotto pressione diplomatica di Mosca. Il caso Litvinenko, a Londra nel 2006, rompe invece con la tradizione della negabilità tecnica: l’ex ufficiale Fsb Aleksandr Litvinenko viene avvelenato con polonio-210, isotopo rarissimo che lascia una scia radioattiva tracciabile ovunque gli esecutori siano passati. L’inchiesta pubblica britannica del 2016 ha attribuito l’operazione ad Andrei Lugovoi e Dmitrij Kovtun, giudicando “probabile” l’approvazione dello stesso Putin: un’arma così impossibile da negare da far ipotizzare che qui il messaggio politico contasse più della copertura. Lo stesso schema, tecnicamente più sofisticato, si ripete nel 2018 a Salisbury contro l’ex agente del Gru Sergei Skripal e la figlia, avvelenati con il nervino Novichok da due operativi dell’unità 29155, in un’operazione che ucciderà per esposizione accidentale anche la cittadina britannica Dawn Sturgess.

Tra Skripal e la sequenza polacca si colloca il caso di Maksim Kuzminov, il pilota russo che nell’agosto 2023 aveva disertato consegnando alle forze ucraine il proprio elicottero Mi-8. Rifugiatosi in Spagna sotto falso nome, viene trovato morto il 13 febbraio 2024 in un garage di Villajoyosa, ucciso da diversi colpi d’arma da fuoco. L’intelligence spagnola ha indicato la pista di sicari inviati da Mosca — un’ipotesi che l’Alto rappresentante Ue Borrell ha definito potenzialmente “molto preoccupante” — ma senza mai raggiungere una certezza giudiziaria: parte della stampa spagnola ha inizialmente valorizzato anche l’ipotesi di un regolamento di conti privato. Rispetto al polonio o al Novichok, l’uso di armi comuni in uno scenario che poteva passare per criminalità ordinaria disegna una terza variante di negabilità: non l’assenza di tracce di Markov, né il segnale politico dichiarato dei casi britannici, ma un’ambiguità costruita ad arte.

È in questo intreccio di registri — negabilità totale, recupero diplomatico, segnale politico dichiarato, ambiguità costruita — che si colloca la sequenza polacca degli ultimi due anni, un’ulteriore mutazione del modello, non più limitata ai soli dissidenti e disertori. Nello stesso 2024 l’intelligence statunitense scopre e comunica a Berlino un piano russo, il più avanzato di una serie più ampia contro dirigenti dell’industria della difesa europea, per uccidere Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, il principale produttore tedesco di munizioni e mezzi corazzati per l’Ucraina — episodio riportato da fonti anonime citate dalla Cnn e mai confermato da atti giudiziari, ma non smentito da Berlino: il livello di attribuzione più debole dell’intera sequenza recente, eppure coerente con il resto del quadro. Il bersaglio, in questo caso, non è più un oppositore politico ma un manager, colpito in quanto nodo industriale della catena di rifornimento bellico occidentale. Il sabotaggio ferroviario di novembre 2025 sulla linea Varsavia-Lublino, l’omicidio del dissidente Robert Kuzovkov (Semyon Skrepetsky) nel giugno 2026 e il tentativo sventato contro il cittadino statunitense-ucraino di agosto condividono un tratto che li distingue da Mercader, Stašinski, Markov e Litvinenko: gli esecutori non sono più “illegali” addestrati per anni, ma soggetti reclutati per singole missioni via messaggistica cifrata, pagati in criptovaluta, spesso ignari del piano complessivo. È il modello che Eurojust ha documentato nell’inchiesta sui pacchi incendiari spediti nel 2024 dagli hub DHL di Lipsia e Birmingham, riconducendola al GRU dopo aver identificato ventidue sospetti definiti “persone in condizioni socio-economiche vulnerabili” — lo stesso identikit del ventinovenne arrestato a Varsavia il 7 agosto.

Questa esternalizzazione non nasce da un ripensamento dottrinale, ma da un vincolo strutturale: il numero di operazioni che Mosca deve condurre simultaneamente in Europa — contro dissidenti, industriali della difesa e infrastrutture logistiche, oggi anche contro cittadini americani — è troppo alto perché la rete storica degli “illegali”, costosa e lenta da formare, possa reggerne il ritmo. Il reclutamento per procura consente volume, ma a un prezzo: i proxy improvvisati commettono errori, lasciano tracce digitali e sono più facilmente processabili, come dimostra la rapidità con cui l’Abw ha neutralizzato il piano di agosto. La negabilità politica resta intatta — nessun documento collega mai il Cremlino all’esecutore — ma quella operativa, che per decenni ha protetto anche gli esecutori fino alla morte naturale come accadde a Gullino, si è visibilmente erosa.

Resta invece del tutto immutata la funzione politica di queste operazioni, identica da Rotterdam a Varsavia: colpire un bersaglio scomodo restando sotto la soglia che costringerebbe la Nato a una risposta collettiva, comunicando a ogni dissidente o disertore che nessuna distanza costituisce una protezione reale. Cambia lo strumento — una scatola di cioccolatini, una piccozza, il cianuro, un ombrello, un’autobomba, il polonio, il Novichok, una pistola comune, oggi un sicario pagato in bitcoin — ma non la convinzione, che attraversa un secolo di storia sovietica e russa, che l’eliminazione del nemico all’estero sia una prerogativa legittima dello Stato, purché nessuno possa mai provarlo fino in fondo. Non stupisce, in questa luce, che il sospetto esecutore materiale dell’omicidio Markov fosse un cittadino italiano mai realmente indagato dall’Italia: un promemoria di quanto sia stata a lungo permeabile — e lo resti, su scala oggi molto più ampia — la capacità del controspionaggio occidentale, italiano compreso, di intercettare per tempo il reclutamento dei propri cittadini da parte di servizi ostili operanti sotto copertura commerciale. È lo stesso interrogativo, aggiornato alla scala del reclutamento digitale di massa, che oggi impone alle magistrature e ai servizi di Polonia, Germania, Lituania e Italia una cooperazione multilaterale sempre più stretta, coordinata da Eurojust, per intercettare in tempo reale una rete di proxy che nessun singolo Paese può più sorvegliare da solo.

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Colleferro. Perché ora non si può escludere la pista del sabotaggio (russo)

Non sappiamo ancora che cosa abbia provocato l’esplosione che giovedì scorso ha pesantemente danneggiato lo stabilimento di munizioni di Colleferro, una trentina di chilometri a sud-est di Roma. Saranno le indagini a stabilire se si sia trattato di un incidente industriale o se dietro l’incendio e la successiva deflagrazione vi sia altro. Sappiamo però un’altra cosa con certezza: nelle ore successive all’esplosione, la galassia online filorussa ha rapidamente trasformato quanto accaduto in materiale propagandistico.

D’altronde, un impianto europeo che produce munizioni, inserito nella catena industriale della difesa italiana – occidentale, Nato – e legato allo sforzo europeo a sostegno dell’Ucraina, andato in fiamme è un’occasione ghiotta per la propaganda (automatica o semi-automatica) e la disinformazione.

La distinzione è essenziale. Celebrare o sfruttare propagandisticamente un’esplosione non significa averla provocata. Ma la velocità con cui episodi di questo tipo vengono assorbiti dall’ecosistema informativo favorevole al Cremlino racconta qualcosa di più ampio sul modo in cui Mosca e le reti che ne amplificano le narrative guardano oggi alla vulnerabilità europea.

Cosa è successo

L’esplosione è avvenuta nello stabilimento dell’ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, nell’area industriale tra Colleferro e Artena. L’impianto produce munizionamento di medio e grosso calibro per sistemi terrestri e navali e propellenti solidi destinati anche al settore aerospaziale. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’incendio sarebbe partito dal reparto di pressatura delle polveri prima della violenta esplosione, avvertita a chilometri di distanza. Non ci sono state vittime: i lavoratori presenti hanno raggiunto le aree di sicurezza e le autorità hanno aperto un’indagine sulle cause.

Non si tratta, tuttavia, di uno stabilimento qualsiasi. Colleferro è parte di una filiera europea delle munizioni che negli ultimi anni ha assunto un’importanza strategica crescente. KNDS ha aumentato la capacità produttiva europea di munizionamento d’artiglieria, e nello stabilimento italiano vengono prodotte anche cariche modulari per proiettili da 155 millimetri: esattamente il tipo di capacità industriale che la guerra in Ucraina ha trasformato da questione prevalentemente commerciale a elemento della sicurezza europea.

Perché è importante

Come dovrebbe essere interpretato un incidente che colpisce un nodo della produzione militare europea in un continente nel quale sabotaggio, ricognizione clandestina, cyberattacchi, manipolazione informativa e operazioni ibride condotte attraverso intermediari sono ormai parte del panorama della sicurezza?

Colleferro, infatti, non arriva nel vuoto. Solo tre giorni prima, il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni aveva colpito un impianto di stoccaggio e lavorazione di munizioni e materiali esplosivi della società bulgara EMCO a Belitsa, provocando l’evacuazione di circa 300 persone. Le autorità bulgare hanno indicato come origine dell’incendio un veicolo che aveva preso fuoco durante una consegna di carburante, con le fiamme poi propagate verso un deposito di munizioni. Anche in questo caso non risultano vittime.

La coincidenza temporale, da sola, non dimostra nulla. Ma il nome EMCO rende il caso inevitabilmente sensibile: l’azienda appartiene all’imprenditore bulgaro Emilian Gebrev, vittima nel 2015 di un tentativo di avvelenamento che le autorità e le indagini europee hanno collegato ad agenti dell’intelligence militare russa.

Ancora più significativo è quanto accaduto pochi giorni prima in Germania. All’aeroporto di Lipsia/Halle — un importante hub logistico utilizzato anche dagli Antonov ucraini e inserito nelle capacità di trasporto strategico della Nato — è stato trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore. La procura federale tedesca sta indagando sul caso come possibile attacco alla sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha inserito esplicitamente nello scenario delle minacce ibride; secondo informazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla stampa internazionale, esiste inoltre il sospetto di un coinvolgimento russo, che Berlino non ha finora formalmente attribuito.

Yes but… Tre episodi non fanno automaticamente una campagna. E sarebbe metodologicamente sbagliato tracciare una linea retta tra Lipsia, Belitsa e Colleferro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato osservare ciascuno di questi episodi come se avvenisse in un ambiente strategico sterile.

La zona grigia

Da anni i servizi europei avvertono che il confronto con Mosca non si esaurisce sul campo di battaglia ucraino. La cosiddetta guerra ibrida prospera precisamente nell’ambiguità: combina strumenti militari e non militari, azioni manifeste e clandestine, cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, coercizione economica e operazioni attraverso proxy, mantenendo quando possibile il livello dello scontro al di sotto della soglia che imporrebbe una risposta militare convenzionale. È quella zona grigia tra pace e guerra nella quale stabilire non soltanto chi abbia agito, ma persino se vi sia stato un attacco, può richiedere settimane o mesi.

L’Italia non è estranea a questo problema. Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità si è concentrata non soltanto sulla protezione (anche cyber) delle infrastrutture critiche, ma sull’intersezione tra intelligence, sabotaggio, influenza e guerra cognitiva. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha già avviato il percorso per la creazione di una struttura civile-militare di circa 5.000 persone specificamente dedicata al contrasto delle minacce ibride, indicando energia, aeroporti, infrastrutture critiche, disinformazione e cognitive warfare tra i fronti sui quali rafforzare le capacità dello Stato. Il tema è stato discusso anche nell’ultimo Consiglio Supremo di Difesa, che ha definito la minaccia ibrida proveniente dalla Russia e da altri attori ostili una sfida alla sicurezza dell’Italia e dell’Europa e all’integrità dei processi democratici. L’Italia sta formulando una modifica del comparti Difesa e Sicurezza che avrà nella gestione delle minacce ibride uno dei fulcri operativi.

Il problema, però, precede l’eventuale sabotaggio

Una parte particolarmente delicata riguarda la raccolta di informazioni su infrastrutture militari e dual-use attraverso fonti aperte. Negli anni tra il 2024 e il 2025 il movimento italiano “No Nato“ ha per esempio elaborato e diffuso un dossier intitolato “Mettere nel mirino i presidi bellici”, contenente una mappatura di installazioni, aziende, università e infrastrutture considerate collegate alla Nato o alla filiera della difesa in Emilia-Romagna.

Il documento è pubblico, e proprio per questo il caso è interessante. Gli stessi ambienti che lo hanno promosso hanno presentato la mappatura come uno strumento attraverso il quale identificare la presenza militare sul territorio e organizzare una ”risposta concreta e strutturata”. Altri materiali collegati hanno incoraggiato la ricostruzione attraverso fonti aperte di infrastrutture sensibili, compreso il tracciato dell’oleodotto Nato NIPS (North Italian Pipeline System) nel Nord Italia, descrivendo le tecniche utilizzate come relativamente semplici e replicabili.

Nulla di questo dimostra una catena di comando verso Mosca. Né l’attivismo anti-Nato può essere automaticamente assimilato a intelligence. Ma non sarebbe nemmeno corretto escludere che attività di osservazione su infrastrutture sensibili possano essere sfruttate da servizi stranieri. In Europa esistono precedenti giudiziari. In Polonia, membri di reti legate all’intelligence russa sono stati condannati per aver monitorato basi, porti, stazioni, aeroporti e linee ferroviarie usate per i trasferimenti verso l’Ucraina, anche con telecamere installate sulle infrastrutture. L’Italia ha un caso diverso ma significativo: Walter Biot, ufficiale di Marina condannato per aver trasmesso documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa.

Nella guerra ibrida la distinzione tra propaganda, open source, ricognizione e attività operativa è sempre meno netta, e una catena di comando tradizionale non è sempre necessaria perché gli interessi di uno Stato vengano favoriti. Mosca combina agenti, intermediari e ambienti ideologicamente affini. Questi ultimi non devono ricevere ordini per produrre informazioni, individuare vulnerabilità o amplificare narrative utili al Cremlino. La compresenza di attività dirette, proxy e convergenze spontanee — e la difficoltà di distinguerle dall’esterno — rende l’attribuzione e la deterrenza uno dei nodi centrali della guerra nella zona grigia.

Colleferro offre un esempio quasi perfetto dell’altro lato dello stesso meccanismo. Qualunque sia stata la causa dell’esplosione, il risultato può essere immediatamente utilizzato nello spazio informativo. Un incidente industriale può diventare una dimostrazione della vulnerabilità occidentale. Un incendio può essere trasformato in una vittoria simbolica. L’incertezza stessa diventa materia prima: insinuazioni, celebrazioni, teorie concorrenti e sospetti possono circolare molto più rapidamente di quanto un’indagine tecnica possa stabilire che cosa sia realmente accaduto. È una caratteristica della guerra nella zona grigia.

Cambio della dottrina sulla sicurezza?

È anche per questo che Roma non è sola nel ripensare il proprio apparato di sicurezza. La Germania ha appena approvato un progetto che rafforza i poteri di Bnd e BfV, per far fronte a minacce cyber e ibride. Il tutto mentre Berlino indaga sul caso del drone di Lipsia e su altri episodi sospetti vicino a infrastrutture sensibili.

Il cambiamento è più profondo del semplice rafforzamento della sicurezza attorno alle fabbriche di armi. Negli ultimi decenni, l’Europa ha tenuto separati ambiti che oggi tendono a sovrapporsi: terrorismo, criminalità, controspionaggio, cyber e difesa militare. La guerra ibrida lavora proprio su queste zone grigie.

Un drone su un aeroporto è un caso di polizia, finché non diventa intelligence. Un profilo social è espressione individuale, finché non entra in una campagna coordinata di influenza. Una foto di un sito militare è informazione pubblica, finché non diventa parte di una ricognizione sistematica. Un’esplosione in una fabbrica di munizioni è un incidente, finché non emergono elementi contrari.

La difficoltà per le democrazie è non ribaltare questo principio: il contesto deve alzare l’attenzione, non abbassare la soglia della prova. Il punto non è che ogni incendio sia automaticamente un sabotaggio. È che l’Italia e l’Europa non possono più permettersi di escluderlo a priori.

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Spionaggio in Corea del Sud, due ex militari cinesi arrestati vicino alle installazioni Usa

Due cittadini cinesi, entrambi con un passato nelle forze armate del loro Paese, sono stati arrestati in Corea del Sud con l’accusa di avere raccolto illegalmente informazioni riguardanti le attività militari sudcoreane e statunitensi. Un’indagine che tocca direttamente uno dei dispositivi di sicurezza più importanti dell’Indo-Pacifico, ma sulla quale restano ancora da chiarire alcuni passaggi decisivi: soprattutto se il materiale raccolto sia stato trasmesso alle autorità cinesi e se dietro l’attività dei due uomini vi fosse un committente.

A riferire gli arresti è Associated Press, citando la polizia sudcoreana. I due casi, almeno sulla base delle informazioni rese pubbliche finora, sono distinti. Li accomunano però il precedente servizio militare dei sospettati in Cina e la natura degli obiettivi: infrastrutture, comunicazioni e personale collegati alla presenza militare americana nella penisola coreana.

Le comunicazioni intercettate vicino alla base

Il primo sospettato è un cittadino cinese di circa sessant’anni. Secondo gli investigatori avrebbe installato in un albergo vicino a una base aerea utilizzata congiuntamente dalle forze sudcoreane e statunitensi un sistema composto da un ricevitore software-defined radio, un’antenna e un computer portatile.

L’apparato sarebbe stato utilizzato in diverse occasioni, a partire dal 2024, per intercettare le comunicazioni tra i caccia pilotati da militari sudcoreani e americani e i controllori del traffico aereo della base. L’uomo è stato arrestato il 10 agosto con l’accusa di avere violato, tra le altre, le norme sudcoreane sulla protezione delle comunicazioni.

Agli investigatori avrebbe spiegato di essere un appassionato di comunicazioni aeronautiche: dopo avere ascoltato quelle tra velivoli civili e torri di controllo, avrebbe voluto fare altrettanto con gli aerei militari. Una versione che la polizia sta verificando. Il computer sequestrato è sottoposto ad analisi forense proprio per stabilire se le informazioni intercettate siano rimaste nella disponibilità dell’uomo oppure siano state trasmesse ad altri soggetti, comprese eventuali autorità cinesi. Al momento, su questo punto, non è stata resa pubblica alcuna prova di un trasferimento a Pechino.

Informazioni sul comando americano

Il secondo arresto riguarda un cittadino cinese sulla quarantina, anch’egli già appartenente alle forze armate cinesi. Gestisce un negozio di forniture militari nei pressi del quartier generale statunitense nell’area di Seoul.

Secondo la ricostruzione della polizia, l’uomo avrebbe raccolto materiale sulle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, fotografie relative ai movimenti di armamenti e informazioni sugli avvicendamenti ai vertici militari americani. Una parte di questi dati sarebbe arrivata da una cittadina sudcoreana impiegata presso il comando Usa, alla quale il sospettato avrebbe consegnato denaro. Gli investigatori ritengono inoltre che tra i due vi fosse una relazione personale.

Anche in questo caso la spiegazione fornita dall’indagato è di natura privata: avrebbe cercato quelle informazioni perché le riteneva utili alla propria attività commerciale. La polizia contesta questa ricostruzione e procede per violazioni delle norme riguardanti, tra l’altro, la protezione delle installazioni militari.

L’ambasciata cinese a Seoul, contattata da Associated Press dopo l’annuncio degli arresti, non aveva risposto alle richieste di commento al momento della pubblicazione della notizia.

Il momento scelto da Seoul

Il calendario aggiunge inevitabilmente un elemento al quadro, senza per questo dimostrare un collegamento tra gli arresti e le manovre militari. Dal 17 al 27 agosto, Stati Uniti e Corea del Sud terranno infatti l’edizione 2026 di Ulchi Freedom Shield, la grande esercitazione annuale dedicata alla preparazione delle forze alleate sulla penisola. Circa 18 mila militari sudcoreani prenderanno parte alle attività, che quest’anno comprenderanno anche scenari legati a droni, interferenze Gps e attacchi informatici.

La Corea del Sud rimane uno dei pilastri della postura militare americana in Asia orientale. Washington mantiene nel Paese circa 28.500 uomini, formalmente destinati in primo luogo alla deterrenza nei confronti della Corea del Nord. La loro presenza, tuttavia, si inserisce ormai in un dispositivo regionale più ampio, nel quale la penisola coreana è anche uno dei punti di contatto tra la strategia statunitense e la crescente competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico.

È precisamente per questo che informazioni apparentemente circoscritte – frequenze radio, procedure operative, movimenti di mezzi, calendari delle esercitazioni, avvicendamenti del personale – assumono un valore diverso se raccolte sistematicamente. Il lavoro d’intelligence non passa necessariamente dalla sottrazione di un singolo documento classificato: può procedere anche attraverso l’accumulazione di dati separati che, messi insieme, consentono di ricostruire abitudini operative e vulnerabilità.

Una legge sullo spionaggio che sta cambiando

Il caso cade inoltre in una fase particolare per il sistema di controspionaggio sudcoreano. Per decenni l’architettura legislativa di Seoul è stata costruita principalmente attorno alla minaccia proveniente dalla Corea del Nord. L’articolo 98 del codice penale limitava infatti il tradizionale reato di spionaggio alle attività svolte nell’interesse di un “Paese nemico”, con conseguenti difficoltà nell’applicarlo a operazioni condotte per conto di altri Stati.

Il Parlamento ha modificato la norma il 26 febbraio 2026. Dal prossimo 13 settembre, il campo di applicazione verrà esteso alle attività svolte a beneficio di qualsiasi Paese straniero o organizzazione equivalente. È una revisione maturata dopo anni di discussione proprio sulla necessità di adeguare gli strumenti giuridici a una competizione che non riguarda soltanto il confronto militare con Pyongyang, ma anche tecnologia, industria e intelligence.

Gli arresti dei due ex militari cinesi precedono quindi l’entrata in vigore della nuova disciplina e saranno valutati sulla base delle norme attualmente applicabili. Ma mostrano quale sia il problema che Seoul intende affrontare: proteggere una presenza militare americana capillare e un apparato tecnologico avanzato da operazioni che possono muoversi in una zona molto più sfumata rispetto allo spionaggio tradizionale.

Per ora, ciò che è accertato è più limitato: due uomini sono stati arrestati, la polizia sostiene che abbiano raccolto informazioni di interesse militare e gli investigatori stanno cercando di capire quale uso ne sia stato fatto. L’eventuale regia di Pechino resta invece da provare. Ed è proprio questa distinzione, in una vicenda destinata a essere osservata da Washington oltre che da Seoul, a separare i fatti già emersi dalle conclusioni che l’indagine deve ancora raggiungere.

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Falsi colloqui e siti-clone, così l’intelligence cinese cerca esperti occidentali

Per mesi alla Horizzen, una piccola società di consulenza australiana con sede a Brisbane, sono arrivate richieste piuttosto strane. Curriculum di esperti di difesa, telefonate, candidature per presunti posti di lavoro negli Stati Uniti. Il problema era semplice: Horizzen non stava assumendo nessuno.

La spiegazione è arrivata molto più tardi. Qualcuno aveva copiato online il nome della società, l’indirizzo, il numero di telefono e parte dei contenuti del suo sito per dare credibilità a una falsa società di consulenza che cercava esperti di difesa, politica e commercio.

Il sito è finito nell’inchiesta dell’Fbi sulle operazioni di reclutamento che le autorità americane attribuiscono a soggetti collegati all’intelligence cinese.

La vicenda è stata ricostruita nelle ultime ore dal Guardian Australia, che ha collegato il sito-clone della società di Brisbane a una delle tredici piattaforme sequestrate dal dipartimento di Giustizia americano lo scorso giugno. Il particolare australiano è nuovo. Il metodo, invece, è diventato abbastanza frequente da spingere i servizi occidentali a parlarne pubblicamente.

Una società vera per costruirne una falsa

Secondo il Guardian, Horizzen aveva iniziato a ricevere le prime comunicazioni anomale dalla metà del 2025. Solo un anno più tardi l’azienda ha scoperto che il dominio che ne imitava l’identità era stato sequestrato dalle autorità federali statunitensi nell’ambito di un’indagine di controspionaggio.

Il valore della copertura era precisamente nella sua banalità. Invece di inventare da zero un’impresa dai contorni inevitabilmente vaghi, chi aveva costruito la piattaforma aveva preso in prestito i dettagli di una società realmente esistente.

Il dipartimento di Giustizia americano sostiene che le tredici piattaforme sequestrate facessero parte di uno schema costruito per avvicinare cittadini statunitensi, compresi funzionari ed ex funzionari in possesso di autorizzazioni di sicurezza e quindi potenzialmente esposti a informazioni classificate.

I posti di lavoro pubblicizzati avevano titoli assolutamente ordinari: analista senior, consulente per gli affari internazionali, esperto di geopolitica. Gli annunci apparivano su piattaforme per professionisti e freelance e le materie richieste coincidevano, secondo gli atti giudiziari americani, con temi di interesse per il governo cinese.

Prima una ricerca, poi le informazioni riservate

Il meccanismo ricostruito dall’Fbi non prevedeva di chiedere immediatamente un documento classificato.

Il primo incarico poteva consistere nella produzione di un rapporto di ricerca, accompagnato da una remunerazione relativamente elevata. Una volta costruito il rapporto personale, al candidato potevano essere chieste informazioni sempre più difficili da reperire pubblicamente, fino alla richiesta di materiale proveniente da fonti interne.

Per rendere credibili le società venivano utilizzati contratti e accordi di riservatezza. Le comunicazioni potevano poi spostarsi su Telegram o altre applicazioni cifrate, mentre i pagamenti venivano effettuati attraverso conti intestati a identità fittizie o criptovalute.

Secondo il dipartimento di Giustizia, i siti utilizzavano alias, identità rubate e fotografie generate con l’intelligenza artificiale. Gli investigatori sostengono che lo schema fosse operativo almeno dal novembre 2023. Le persone dietro l’operazione hanno negato qualsiasi rapporto con un governo straniero.

Il mestiere più vecchio, con strumenti nuovi

L’elemento interessante non è tanto l’uso dell’intelligenza artificiale in sé. Una falsa fotografia o un sito generato rapidamente non sostituiscono le tecniche tradizionali dello spionaggio. Le rendono però più economiche e scalabili.

Costruire una copertura commerciale credibile richiedeva un tempo personale, documenti e infrastrutture. Oggi parte di quel lavoro può essere automatizzata: testi professionali, immagini di dipendenti inesistenti, profili social e interi siti possono essere prodotti rapidamente e modificati quando vengono scoperti.

È un moltiplicatore, non un nuovo mestiere. Lo ha spiegato indirettamente anche l’Fbi quando, annunciando il sequestro dei tredici domini, ha indicato proprio la combinazione tra contenuti generati dall’IA, piattaforme professionali e sistemi di pagamento online come una delle caratteristiche del metodo attribuito ai servizi cinesi.

La vulnerabilità sono le persone

Nessuno dei bersagli deve necessariamente considerarsi una spia. Un ex militare può ritenere di essere pagato per la propria esperienza. Un diplomatico in pensione può pensare di scrivere un’analisi. Un funzionario può convincersi che un’informazione sia innocua perché non formalmente classificata, pssaggio graduale che rende efficace il reclutamento. Il bersaglio può rendersi conto molto tardi che la domanda successiva non riguarda più ciò che sa per competenza professionale, ma ciò che conosce perché ha avuto un determinato incarico. Il rapporto pubblicato questa settimana dall’intelligence neozelandese descrive uno schema quasi identico: falsi consulenti o reclutatori che cercano funzionari ed ex funzionari tramite piattaforme professionali, commissionano inizialmente studi e analisi e successivamente chiedono informazioni privilegiate.

È difficile considerare la coincidenza irrilevante. Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e gli altri partner Five Eyes stanno cercando di portare una parte del controspionaggio fuori dagli uffici dei servizi e dentro le normali abitudini professionali di chi ha lavorato nelle istituzioni. Il caso Horizzen racconta bene il perché. Una società può essere coinvolta in un’operazione d’intelligence senza saperne nulla. Un candidato può finire nel radar di un servizio straniero pensando semplicemente di avere trovato un lavoro ben pagato.

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