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Bye bye Hormuz: così Cina e Russia giocano di sponda nella Via della Seta Artica

I russi la chiamano Northen Sea Route, abbreviata in Nsr. Per i cinesi questa rotta marittima ricoperta di ghiaccio per la quasi totalità dell’anno é invece parte integrante della Nuova Via della Seta di ghiaccio, o Via della Artica, una delle tante ramificazioni della Belt and Road Initiative. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ma ancor più da quando è esplosa la crisi in Medio Oriente, il transito internazionale lungo l’arteria che di fatto costeggia la Russia é stato dominato da Pechino. Altro che competizione per accaparrarsi un percorso alternativo allo Stretto di Hormuz: Pechino e Mosca stanno collaborando sull’ennesimo dossier ciascuno seguendo i propri interessi.

Il Dragone vuole accorciare i tempi di spedizione delle merci ed evitare di attraversare zone cariche di tensioni. Il Cremlino, invece, sta perfezionando la Nsr per inviare le proprie risorse energetiche ai sempre più numerosi acquirenti asiatici. É così che prende forma l’ennesima cooperazione tra Vladimir Putin e Xi Jinping. Una cooperazione che consente alla Cina di rafforzare la sicurezza energetica nazionale e alla Russia di rianimare la propria economia vessata dal conflitto ucraino.

La Via della Seta sbarca nell’Artico (con la Russia)

La Via della Seta di ghiaccio assume una rilevanza sempre maggiore, soprattutto considerando che il Medio Oriente è scosso da una guerra che ha interrotto il traffico di petroliere e gas e contribuito a rallentare il commercio globale. In questo contesto, Cina e Russia si stanno preparando a potenziare ulteriormente questa rotta di navigazione alternativa, in una regione in cui, nei prossimi decenni, lo scioglimento dei ghiacci potrebbe allungare le stagioni navigabili e rendere accessibili nuove rotte. Ma che cosa rende così conveniente la Northern Sea Route controllata da Mosca? Un transito completo richiede appena una o due settimane e può consentire di risparmiare circa una settimana, o anche più, rispetto ai tempi di navigazione tra Asia ed Europa attraverso il Canale di Suez. Da tempo Putin immagina che questa rotta, lunga circa 3.500 miglia e sviluppata lungo la frastagliata costa artica della Russia, possa trasformarsi in un’importante arteria commerciale e in un motore per gli investimenti nei porti russi e nei grandi giacimenti di petrolio e gas della regione.

Negli ultimi mesi, il leader russo ha sostenuto che le interruzioni del commercio provocate dai combattimenti nel Mar Rosso e intorno allo Stretto di Hormuz dimostrino come la rotta artica stagionale possa essere considerata “la più sicura, affidabile ed efficiente”. Anche Xi guarda da anni con interesse alla prospettiva di una “Via della Seta polare” attraverso l’Artico. Nei giorni scorsi, tra l’altro, una compagnia di navigazione fondata a Singapore e gestita dalla Cina ha inaugurato il primo servizio stagionale di linea per container tra Cina ed Europa. La società pubblicizza un tempo di transito di circa 20 giorni, vale a dire quasi la metà rispetto a una rotta standard attraverso Suez, sostenendo inoltre di poter ridurre l’esposizione ai rischi di interruzioni geopolitiche. Un’altra società cinese, New New Shipping, ha lanciato il mese scorso una nuova linea che collega Tianjin, in Cina, con Murmansk, il principale porto artico della Russia. Il nuovo servizio si aggiunge alle rotte già operative della compagnia, che trasportano beni industriali cinesi in una direzione e materie prime russe nell’altra.

Nel complesso, almeno sei compagnie di navigazione cinesi dovrebbero effettuare più di 50 viaggi lungo la rotta durante questa stagione, utilizzando navi portacontainer, portarinfuse e navi multiuso. Come ha spiegato la Cnn, almeno per il momento il volume commerciale lungo la rotta rimane ancora estremamente ridotto rispetto alle principali arterie marittime mondiali, come il Canale di Suez. Il traffico è inoltre fortemente dominato dal petrolio e dal gas russi, che, insieme alle forniture destinate ad alcuni altri acquirenti asiatici di Gnl, confluiscono principalmente verso la Cina.

Sviluppi futuri e preoccupazioni occidentali

La cooperazione sino-russa nell’Artico procede di pari passo con l’espansione delle operazioni di navigazione cinese nell’area e con le crescenti preoccupazioni dell’Occidente. Il presidente statunitense Donald Trump ha evocato lo spettro di navi russe e cinesi impegnate a pattugliare le acque del Nord Atlantico, nei pressi della Groenlandia, per giustificare la minaccia di un’eventuale presa con la forza del territorio danese (una posizione, questa, che ha aperto una frattura senza precedenti con gli alleati europei della Nato). Washington ha inoltre siglato un accordo per la costruzione di nuove navi con la Finlandia, con l’obiettivo di ampliare la propria flotta di rompighiaccio, proprio mentre Pechino continua a rafforzare la propria presenza navale nell’Artico.

In Occidente cresce anche il timore che le missioni di ricerca cinesi possano avere una valenza strategica e militare. Le spedizioni condotte dalla crescente flotta polare cinese, come l’attuale missione di quattro mesi nella regione, potrebbero infatti consentire a Pechino di raccogliere dati potenzialmente utili alle proprie forze armate. Dal canto suo Pechino ha ripetutamente respinto queste accuse, sostenendo che siano parte di un tentativo di alimentare la percezione della “minaccia cinese” e di creare divisioni nella regione. La Cina difende le proprie attività nell’Artico come iniziative “volte a promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile”, nel rispetto del diritto internazionale. Pechino ha inoltre difeso a lungo i propri rapporti commerciali con la Russia, suo stretto partner, respingendo le sanzioni unilaterali.

Mosca, in ogni caso, è ancora cauta rispetto a un maggiore coinvolgimento della Cina nelle questioni di sicurezza dell’Artico. La Russia sembra preferire che il Dragone continui a svolgere un ruolo prevalentemente economico, acquistando energia russa e contribuendo allo sviluppo della Nsr, con l’obiettivo di trasformarla in una redditizia arteria commerciale. Eppure, quasi un decennio fa, la Cina ha iniziato a elaborare i propri piani per la navigazione polare dopo essersi definita uno “Stato vicino all’Artico”, ponendo le basi per una presenza sempre più strutturata nella regione. Il gigante asiatico potrebbe avere insomma altri piani.

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“Bogey” e “Fox”, storia del gergo che ha segnato la storia dei combattimenti dell’aria

Bogeys”. Un pilota da caccia americano aveva individuato due jet che si stavano avvicinando rapidamente. Dopo l’identificazione del modello e delle insegne, pochi istanti più tardi, attraverso la radio arrivarono altre parole in codice, parole destinate a entrare nelle cronache di quel combattimento: “Mi hanno voltato le spalle per la quinta volta… Fox Two!”. Due missili aria-aria puntarono dritti verso i loro bersagli, abbattendoli entrambi.

Era il 4 gennaio del 1989, quando due caccia F-14 Tomcat della Marina statunitense intercettarono una coppia di MiG-23 Flogger libici sopra il Mediterraneo. L’intercettazione degenerò in un duello aereo a causa delle “ripetute manovre che lasciavano presagire intenzioni ostili” da parte dei MiG, e le voci dei piloti statunitensi impegnati nello scontro aereo, registrate dal Dipartimento della Difesa e successivamente diffuse dalle emittenti televisive, incuriosirono quanti non conoscevano l’esatto significato di quella parola in codice. Per chiunque avesse dimestichezza con gli aerei da combattimento e la loro storia, quell’espressione curiosa, “FOX TWO”, aveva un significato preciso, dimostrato dagli eventi riportati dalla cronaca: il pilota del caccia aveva portato il suo attacco lanciando un missile aria-aria a guida infrarossa.

Fox One, Fox Two, Fox Three sono tre formule che appartengono al linguaggio universale del combattimento aereo che interessa gli aerei della NATO, i “brevity codes”, parole convenzionali utilizzate per condensare informazioni essenziali nel minor tempo possibile, che, attraverso appena sei sillabe, raccontano buona parte dell’evoluzione del combattimento aereo che ha trasformato i duelli nei cieli dalla Guerra Fredda ai nostri giorni.

Fox One” è il messaggio in codice che indica il lancio di un missile a guida radar semi-attiva come il celebre AIM-7 Sparrow, diventato uno dei protagonisti dei combattimenti aerei della Guerra del Vietnam, quando gli aerei da caccia, dopo gliultimi scontri aerei alla vecchia maniera nei cieli della Corea, iniziarono ad affidarsi quasi esclusivamente ai missili. Nel caso dei missili a guida radar semi-attiva il principio di funzionamento impone una limitazione decisiva: il missile possiede un ricevitore radar, ma non un trasmettitore capace di cercare autonomamente il bersaglio. È quindi il radar dell’aereo che lo ha lanciato a dover “illuminare” l’obiettivo, mentre lo Sparrow segue l’energia riflessa fino all’intercettazione. Ne consegue che il caccia deve continuare a supportare l’ingaggio durante il volo del missile. Rompere l’aggancio per effettuare determinate manovre difensive può compromettere l’intercettazione. Per alcuni secondi l’aereo che ingaggia il suo avversario, il “cacciatore”, rimane quindi, in una certa misura, legato alla sua preda, il suo obiettivo. Anche se si tratta di pochi secondi, in un combattimento aereo nel quale più velivoli possono avvicinarsi reciprocamente a velocità elevatissime, quei secondi possono diventare un’eternità. Per tale ragione, la scelta di questo tipo di missile riguarda scontri aerei ravvicinati condotti in determinate condizioni.

Nel caso del messaggio in codice “Fox Two”, il pilota segnala invece il lancio di un missile a guida infrarossa, il classico heat-seeker. È il caso del celebre AIM-9 Sidewinder che, a differenza dello Sparrow, non necessita che il radar del caccia continui a illuminare il bersaglio: il suo sensore ricerca la radiazione infrarossa emessa dall’aereo avversario e, una volta acquisito l’obiettivo, lo insegue autonomamente. Le prime generazioni di missili a guida infrarossa, tra i preferiti dai piloti, erano particolarmente efficaci quando l’attacco era portato dalla posizione “in coda” all’avversario, dal momento che la firma termica dei motori risultava più evidente al missile in cerca di calore. Negli anni i missili infrarossi sono stati migliorati, per essere capaci di ingaggi da molteplici angolazioni, rilevando non soltanto le sorgenti termiche più intense ma anche altre componenti della firma infrarossa del velivolo. Sistemi di puntamento montati sul casco permettono inoltre al pilota di indirizzare il sensore semplicemente guardando verso il bersaglio, consentendo lanci ad elevato angolo fuori asse. Decisivi nel combattimento ravvicinato, vengono impiegati durante i dogfight che, come nel primo caso, avvengono a una “distanza visiva”, mentre appartengono al combattimento aereo “oltre l’orizzonte” i missili lanciati quando viene segnalato un “Fox Three”, il lancio di un missile a guida radar attiva come l’AIM-120 AMRAAM.

Questo tipo di missile aria-aria rappresenta il vero salto tecnologico nel combattimento aereo che ha profondamente modificato il combattimento, ponendo il pilota nella condizione di ingaggiare e combattere un avversario Beyond Visual Range (BVR), ossia oltre il raggio visivo. Ciò gli consente di attaccare un aereo a grandi distanze con un missile a lungo raggio che dispone di un proprio radar e raggiunge un obiettivo che il pilota non vede a occhio nudo. Dopo il lancio, il missile procede verso l’area prevista d’intercettazione sfruttando la navigazione inerziale e gli eventuali aggiornamenti trasmessi attraverso data link; nella fase terminale attiva il proprio sensore radar e cerca autonomamente il bersaglio. Quando questo avviene, un’altra parola può attraversare la radio: “Pitbull”. Significa che il missile è diventato autonomo nella fase terminale dell’ingaggio. Il caccia che lo ha lanciato non è più vincolato come avveniva con le precedenti armi e può quindi “sganciarsi” e assumere una posizione difensiva o rivolgere l’attenzione verso un’altra minaccia.

Prima dello sviluppo dei missili a guida radar attiva, attraverso il codice “Fox Three” si annunciava l’uso del cannoncino di cui ogni aereo da combattimento è dotato; oggi l’impiego in combattimento di un cannoncino M61 Vulcan/GAU-12 o, nel caso dei nostri Eurofighter, del Mauser BK-27 è segnalato con la chiamata “Guns, guns, guns”.

I missili aria-aria sono entrati in servizio negli anni Cinquanta, quando Stati Uniti e Unione Sovietica hanno sviluppato diversi tipi di queste armi, fornendole ai loro alleati. Il primo impiego confermato di questo tipo di arma in combattimento risale al 17 giugno 1965, quando due caccia F-4 Phantom statunitensi ottennero due abbattimenti confermati contro MiG-17 nordvietnamiti utilizzando missili aria-aria. Dal Vietnam alle guerre arabo-israeliane, dalla guerra Iran-Iraq ai conflitti contemporanei, sensori, propulsione e sistemi di guida non hanno mai smesso di evolversi. E la portata dei missili che possono colpire un obiettivo BVR ci è stata resa chiara durante il recente combattimento aereo tra Pakistan e India, in cui un caccia pachistano di fabbricazione cinese J-15 ha abbattuto “oltre il suo raggio visivo” un caccia indiano di fabbricazione francese Dassault Rafale.

È giusto ricordare come, oltre alle manovre diversive o destinate a degradare l’energia del missile avversario per ridurne le possibilità di intercettazione, possano essere impiegati flare contro i missili infrarossi, chaff e guerra elettronica contro quelli radar.

Uno studio condotto dall’US Air Force, basato su oltre 1.450 combattimenti aria-aria dal 1965 ai nostri giorni, ha evidenziato come armi e sensori a lungo raggio abbiano drasticamente ridotto gli scontri ravvicinati. Sebbene il dogfight non sia del tutto scomparso, e nessun pilota possa permettersi di ignorare l’importanza del duro addestramento per affrontarlo, esso rappresenta sempre più frequentemente l’ultima fase di una battaglia che è cominciata molto prima che i due avversari potessero vedersi. Come dimostra il recente abbattimento del caccia di ultima generazione Su-57 russo caduto nella “trappola” tesagli da un F-16 ucraino che ha lanciato un missile a guida radar contro un bersaglio oltre il raggio visivo, sfruttando le informazioni fornitegli da un aereo comando e controllo Saab 340 AEW&C.

Come la caccia alla volpe

Ma veniamo infine alla codificazione del nemico, quel famoso “Bogey” che venne annunciato dal pilota prima di identificare la minaccia e lanciare i suoi missili contro il suo avversario. Nell’aviazione militare, anche l’identificazione delle minacce possiede un proprio vocabolario. “Bogey” indica un velivolo o una traccia radar di identità sconosciuta: potrebbe trattarsi di un aereo amico, neutrale o nemico e deve quindi essere identificato. Il termine, diffusosi nel linguaggio della Royal Air Force durante la Seconda guerra mondiale, deriverebbe da parole folkloristiche più antiche come bugge o bogle, utilizzate per indicare fantasmi, spettri o figure inquietanti e sconosciute. Come non ricordare, con l’occasione, l’attaccamento dei piloti a un certo tipo di storielle e folklore che hanno dato vita, attraverso la penna del pilota da combattimento e celebre scrittore Roald Dahl, alla leggenda dei “Gremlins”, i folletti che manomettevano i motori. Sempre gli inglesi, quando erano prossimi all’ingaggio dei nemici intercettati, erano soliti gridare “Tally-ho!”, come nella caccia alla volpe.

Una volta stabilita l’identità, cambiano anche le parole utilizzate: “Friendly” identifica con certezza un velivolo amico; “Bandit” uno identificato come nemico, senza che ciò costituisca automaticamente un’autorizzazione ad aprire il fuoco; “Hostile” indica invece una minaccia contro la quale l’ingaggio è autorizzato o consentito per legittima difesa. “Vampire”, infine, segnala un missile ostile rilevato visivamente o dai sensori. In ultimo, un dato fondamentale: contrariamente a quanto suggerisce quella conversazione radio, identificare un “Bandit” non equivale, di per sé, a ricevere l’ordine di abbatterlo. Esistono delle regole d’ingaggio. Ma questa è un’altra storia.

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Il caso Greenstein: così un tweet può costare 14 anni di carcere nel Regno Unito

Nella giornata di domani, nel Regno Unito, riprende il processo nei confronti di Tony Greenstein, nome che forse in Italia dirà poco ai più ma che è al centro di una vicenda giudiziaria che rischia di fare giurisprudenza. Ma chi è Greenstein? Uno scorbutico nonno di 72 anni, socialista ebreo di Brighton, figlio di un rabbino ortodosso, nonché noto attivista contro l’occupazione israeliana dei territori occupati e cofondatore della Palestine Solidarity Campaign. L’accusa è pesantissima: «terrorismo». La pena è altrettanto severa: 14 anni di carcere. Ma cosa ha fatto di tanto grave l’attivista britannico? Rispondendo sui social a un account anonimo che lo accusava, tra le righe, di essere un antisemita, Greenstein affermò provocatoriamente di sostenere Hamas contro l’esercito israeliano.

Il processo all’attivista

Passarono cinque settimane, fino a quando gli agenti della Counter Terrorism Policing perquisirono la sua casa a Brighton, sequestrando computer, hard disk e telefoni. Greenstein fu trattenuto per nove ore e gli furono imposte misure cautelari che gli vietavano di scrivere online sulla guerra a Gaza. Fu successivamente incriminato ai sensi della Section 12(1) del Terrorism Act 2000, che vieta di supportare gruppi dichiarati illegali dal governo del Regno Unito perché «coinvolti in terrorismo» come appunto Hamas. Alla polizia che lo arrestava, Greenstein disse: «Tutto questo è orwelliano».

If you disagree with the UK govt regarding Palestine, you get 14 years, says Tony Greenstein —not for planting a bomb, just for disagreeing https://t.co/Cmy0gprBfa

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) June 25, 2026

Il processo doveva iniziare il 5 gennaio scorso, ma è stato sospeso. La difesa – guidata dall’avvocato Lawrence McNulty – ha fatto ricorso in appello chiedendo di archiviare le accuse. McNulty ha inoltre denunciato un conflitto di interessi ai vertici dell’accusa del governo Starmer. In particolare, la Difesa di Greenstein ha accusato Sarah Sackman (al tempo solicitor general, ovvero principale consulente legale del governo): quest’ultima, infatti, era stata dirigente del Jewish Labour Movement e, prima di entrare in carica, aveva spinto per espellere Greenstein dal Labour. La giudice Plaschkes ha accettato il rinvio. Il processo riparte il domani, martedì, 18 agosto, a Kingston.

Nei guai per un commento sui social

Non è la prima volta che l’attivista pro-pal è finito nei guai per dei commenti online. Nel 2018, infatti, Greenstein fu espulso dal Partito Laburista a seguito di un lungo procedimento disciplinare, perdendo una causa per diffamazione contro la Campaign Against Antisemitism, che lo aveva definito «noto antisemita». La causa dell’espulsione del suo partito – non oggetto di indagine penale – è da ricercarsi per l’appunto in una serie di commenti pubblicati online, tutt’altro che edificanti.

Il punto, però, è un altro. E riguarda il clima di «caccia alla streghe» in cui è piombato il Regno Unito dopo il 7 ottobre 2023, che ha visto – di fatto – un processo di criminalizzazione del dissenso e del sostegno alla causa palestinese. I numeri sono inquietanti, per una democrazia occidentale: secondo quanto riferito dalla campagna Justice for Tony Greenstein, sono più di 2.700 le persone arrestate nel Regno Unito per aver espresso sostegno a Palestine Action dopo la messa al bando di quest’ultima nel 2025. Senza contare che diversi attivisti e giornalisti che si occupano di Israele e Gaza sono stati indagati o si sono visti perquisire le abitazioni , spesso senza alcuna incriminazione o accusa formale. L’obiettivo: intimidre e portare giornalisti e attivisti all’autocensura.

Fonti:

Thomas Karat, “The Two Terrorists: Britain Jails Tweets While the West Crowns al-Qaeda’s Man in Damascus,” Antiwar.com, 14 agosto 2026, https://original.antiwar.com/thomas_karat/2026/08/13/the-two-terrorists-britain-jails-tweets-while-the-west-crowns-al-qaedas-man-in-damascus/.

Jane Prinsley, “‘Notorious antisemite’ Tony Greenstein joins the Green Party,” The Jewish Chronicle, March 27, 2026, https://www.thejc.com/news/politics/notorious-antisemite-tony-greenstein-joins-the-green-party-i5gjdv1x.

Solidarity Is Not a Crime,” Justice for Tony Greenstein, https://justicefortonygreenstein.org/.

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Guerra e intelligence economica: informazioni e competizioni, la riflessione di Giuseppe Gagliano

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Il volume di Giuseppe Gagliano, la cui firma i lettori di InsideOver ben conoscono, Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot, pubblicato da VA Éditions nel 2026, offre una ricostruzione articolata della riflessione sviluppata da Christian Harbulot sulla natura conflittuale dei rapporti economici internazionali. Il libro non si limita a presentare il percorso di uno dei fondatori dell’intelligence economica francese, ma utilizza il suo pensiero per affrontare una questione più ampia: l’incapacità delle classi dirigenti occidentali di riconoscere che l’economia contemporanea è diventata uno dei principali campi di applicazione della potenza.

Il punto di partenza è la critica alla rappresentazione liberale secondo la quale l’estensione degli scambi e l’interdipendenza avrebbero progressivamente neutralizzato le rivalità tra gli Stati. Questa convinzione ha dominato a lungo il discorso politico europeo, soprattutto dopo la fine della guerra fredda. Il mercato globale veniva presentato come uno spazio regolato da norme condivise, nel quale le imprese avrebbero gareggiato sulla base dell’efficienza, dell’innovazione e della qualità dei prodotti. Harbulot ha contestato precocemente questa interpretazione. La mondializzazione non ha cancellato la conflittualità: ne ha modificato gli strumenti, i protagonisti e i territori. Gli Stati continuano a perseguire interessi di potenza, ma possono farlo attraverso il credito, la tecnologia, il diritto, l’informazione, le infrastrutture e il controllo delle risorse. La guerra economica non rappresenta dunque una deviazione occasionale dal funzionamento normale del mercato. Essa costituisce una dimensione permanente della competizione internazionale.

Gagliano ricostruisce questa tesi inserendola all’interno dell’evoluzione intellettuale e istituzionale dell’intelligence economica francese. In tal modo evita di ridurre il pensiero di Harbulot a una successione di formule. I concetti acquistano significato attraverso il contesto storico nel quale sono maturati: il declino relativo dell’industria francese, l’ascesa del Giappone e delle economie asiatiche, la superiorità informativa degli Stati Uniti, l’emergere della Cina e la difficoltà europea di formulare una strategia autonoma.

Uno dei temi fondamentali riguarda la specificità delle culture nazionali della competizione. Le economie non agiscono tutte nello stesso modo perché non sono organizzate secondo un modello universale. Ciascuna potenza costruisce un rapporto particolare tra Stato, imprese, banche, ricerca scientifica e apparati informativi. Dietro la concorrenza tra singole aziende si svolge frequentemente una competizione tra sistemi capaci di coordinare risorse pubbliche e private. Il caso giapponese ha avuto, nella formazione del pensiero di Harbulot, una funzione rivelatrice. L’avanzata industriale del Giappone mostrò che imitazione, acquisizione delle conoscenze, pianificazione di lungo periodo e collaborazione tra istituzioni potevano produrre una capacità offensiva difficilmente comprensibile attraverso la sola teoria della libera concorrenza. L’Occidente tendeva a interpretare il successo giapponese come il risultato dell’efficienza aziendale, trascurando il coordinamento strategico che lo rendeva possibile.

Analoga importanza assume il modello statunitense. Gli Stati Uniti hanno saputo collegare superiorità scientifica, capacità finanziaria, produzione normativa, influenza culturale e apparati di sicurezza. La centralità del dollaro e l’estensione extraterritoriale del diritto consentono a Washington di incidere sulle scelte di imprese e governi stranieri. Le sanzioni, le limitazioni all’esportazione delle tecnologie e l’accesso condizionato al mercato americano possono produrre effetti strategici senza richiedere un intervento militare.

Lo Stato e l’economia

Il problema, pertanto, non è stabilire se uno Stato interferisca nell’economia. La vera questione riguarda la qualità, la coerenza e gli obiettivi di tale intervento. Alcune potenze lo fanno apertamente, altre attraverso strutture meno visibili. L’errore europeo consiste nell’avere spesso scambiato la propria rinuncia alla strategia per una regola universale, senza accorgersi che i concorrenti continuavano a proteggere e sostenere i propri interessi.

Il libro attribuisce un ruolo importante al rapporto Martre del 1994, passaggio decisivo nella formalizzazione francese dell’intelligence economica. Quel documento cercò di elaborare una risposta alla frammentazione delle conoscenze e alla debole cooperazione tra amministrazioni, imprese e mondo della ricerca. L’informazione utile alla competitività non poteva rimanere dispersa tra istituzioni incapaci di comunicare. Doveva diventare una risorsa collettiva, organizzata in funzione degli interessi strategici del Paese.

L’originalità di questa impostazione risiedeva nella ricerca di una via francese, distinta tanto dal modello americano quanto da quello giapponese. Non si trattava di copiarne meccanicamente le strutture, ma di costruire un sistema coerente con la storia politica e amministrativa nazionale. La creazione dell’École de guerre économique nel 1997 si colloca in questa prospettiva: formare dirigenti capaci di riconoscere la conflittualità, analizzare le strategie avversarie e trasformare l’informazione in capacità di azione.

Gagliano mette in evidenza come l’intelligence economica non coincida con lo spionaggio industriale. Essa comprende la raccolta legale delle informazioni, la loro interpretazione, la protezione del patrimonio immateriale e l’influenza sull’ambiente decisionale. Il suo scopo non è semplicemente sapere, ma ridurre l’incertezza, anticipare le minacce e creare condizioni favorevoli al conseguimento di un obiettivo.

La protezione delle informazioni costituisce soltanto una parte del problema. Un’organizzazione può difendere efficacemente i propri dati e rimanere vulnerabile se non comprende le trasformazioni del contesto. La sicurezza passiva deve essere accompagnata da una capacità offensiva, intesa come possibilità di orientare una norma, contrastare una campagna ostile, difendere una reputazione o modificare il calcolo di un concorrente.

Da qui deriva l’importanza attribuita alla guerra dell’informazione e alla guerra cognitiva. La prima riguarda l’impiego dell’informazione per influenzare comportamenti e decisioni. La seconda agisce a un livello ancora più profondo, perché mira a condizionare le categorie attraverso le quali una società interpreta la realtà. Non è necessario nascondere un fatto quando è possibile determinarne preventivamente il significato.

Una campagna informativa può trasformare un’impresa in un simbolo negativo, isolare un governo o rendere politicamente impraticabile una decisione economicamente razionale. Organizzazioni non governative, fondazioni, gruppi di pressione, centri di ricerca e mezzi di comunicazione possono partecipare a queste dinamiche anche senza ricevere istruzioni dirette da uno Stato. La complessità deriva precisamente dalla sovrapposizione tra iniziative spontanee, interessi economici e strategie di potenza.

Il capitale informativo diventa così una risorsa difensiva e offensiva. Il suo valore non dipende dalla semplice accumulazione di dati, ma dalla possibilità di inserirli in una visione strategica. Senza un obiettivo politico, l’informazione rimane frammentaria. Senza una struttura capace di utilizzarla, anche la conoscenza più accurata perde efficacia.

L’Occidente: tante informazioni, poche decisioni

Questo passaggio permette di comprendere una delle critiche più incisive rivolte all’Occidente. Le società occidentali dispongono di università, imprese tecnologiche, servizi di informazione e centri di ricerca di altissimo livello, ma spesso non riescono a integrarli in una strategia comune. L’abbondanza delle informazioni convive con la debolezza della decisione. Si conoscono le dipendenze, si producono rapporti sulle vulnerabilità e si denunciano i rischi, ma le correzioni arrivano soltanto dopo la crisi.

Il caso del Venezuela, esaminato nel volume come applicazione concreta della guerra economica, consente di osservare la combinazione di strumenti finanziari, commerciali, energetici, giuridici e informativi. Al di là di qualsiasi giudizio sul suo sistema politico, il Paese rappresenta un laboratorio nel quale la pressione economica viene impiegata per ridurre le risorse disponibili, restringere i margini di azione del governo e incidere sugli equilibri interni.

Questo esempio mostra perché sia insufficiente analizzare separatamente sanzioni, diplomazia, comunicazione e mercati energetici. Gli strumenti acquistano efficacia quando vengono coordinati. Una restrizione finanziaria può indebolire l’industria petrolifera; la riduzione delle entrate può aggravare la crisi sociale; la crisi alimenta una narrazione internazionale di fallimento; tale narrazione legittima ulteriori pressioni. La guerra economica si presenta quindi come un processo cumulativo, nel quale ciascuna misura rafforza le altre.

L’approccio di Gagliano risulta particolarmente rilevante per l’Italia. Il nostro Paese possiede imprese competitive, conoscenze scientifiche, capacità manifatturiere e una posizione geografica strategica. Tuttavia, la frammentazione delle responsabilità e l’insufficiente cultura della sicurezza economica rendono difficile proteggere questi vantaggi. La difesa di un’azienda viene spesso affrontata soltanto quando un’acquisizione è già in corso, mentre manca una valutazione preventiva delle filiere, delle tecnologie e delle dipendenze.

Il libro induce anche a riflettere sulle ambizioni dell’Unione europea. La sovranità economica europea non può essere ridotta alla produzione di regolamenti. Il potere normativo è efficace soltanto quando poggia su una base industriale, tecnologica, finanziaria ed energetica adeguata. Un continente dipendente da piattaforme digitali, fornitori esterni e protezione militare altrui rischia di confondere l’autonomia formale con la capacità effettiva di agire.

La sovranità, nell’impostazione ricostruita da Gagliano, non significa autarchia. Significa conoscere le proprie dipendenze, selezionarle e impedire che possano essere trasformate in strumenti di ricatto. Ogni economia moderna dipende da risorse e tecnologie esterne; la vulnerabilità nasce quando tali dipendenze sono concentrate, insostituibili oppure controllate da un attore potenzialmente ostile.

Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot è dunque più di un’esposizione del pensiero di uno studioso. È una riflessione sulla necessità di ricostruire una cultura della potenza adeguata alle forme contemporanee del conflitto. Il suo valore risiede nella capacità di collegare storia delle idee, analisi economica, informazione e geopolitica, mostrando che questi ambiti non possono più essere studiati separatamente.

Il volume lascia infine emergere una conclusione tanto semplice quanto scomoda: chi rifiuta di riconoscere la guerra economica non contribuisce a eliminarla, ma rinuncia a difendersi. Nell’ordine internazionale attuale, la neutralità del mercato è spesso una rappresentazione costruita dalle potenze che possiedono gli strumenti necessari per orientarlo. Comprendere questa realtà non significa auspicare un conflitto permanente; significa creare le condizioni per non subirlo passivamente. È precisamente in questa capacità di rendere visibili i rapporti di forza nascosti dietro il linguaggio degli scambi che si trova il maggiore interesse del libro di Giuseppe Gagliano.

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Marco Tarchi: dove va l’Occidente?

Scene di ordinario servilismo. L’esperienza ci ha insegnato che dai vertici dei “grandi della Terra” non c’è da attendersi che frasi di circostanza, convenevoli da photo opportunity, dichiarazioni tanto altisonanti quanto scontate. Oltre a qualche promessa destinata ad essere disattesa. Se poi l’incontro è uno di quelli in formato G7 – cioè limitato a quelle che dovrebbero essere “le sette nazioni economicamente più avanzate del pianeta”, formula che l’esclusione della Cina rende quanto mai ridicola –, il risultato è ancor più scontato: lodi reciproche, ossequi all’unico vero “grande” presente, assicurazioni di eterna fedeltà al club occidentale, qualche frecciata ai rivali, Brics in testa, e poco più.

Neanche la presenza di un personaggio scomodo e imprevedibile come Donald Trump ha modificato il copione della più recente rappresentazione di questa commedia, tenutasi ad Evian a metà giugno. Gongolante per la firma del memorandum d’intesa (provvisoria) con l’Iran, che spera gli consenta di far passare una sconfitta per vittoria agli occhi dei suoi fedeli, the Donald si è accontentato di farsi riverire dagli alleati-vassalli, ne ha accettato i doni – il record della piaggeria questa volta è stato appannaggio di Merz, con la sua maglietta della nazionale tedesca; evidentemente Mark Rutte riteneva di avere già dato in abbondanza nelle occasioni precedenti – e i complimenti, si è mostrato magnanimo con gli europei che non lo avevano pubblicamente approvato nelle ultime avventure belliche (Macron è diventato un suo “grande amico” e per espiare lo ha invitato a cena nel palazzo di Versailles). E si è astenuto dal rievocare il programma di disimpegno militare dal Vecchio Continente che tanto aveva inquietato i commensali. Ci ha pensato comunque poche ore dopo il suo ministro della guerra Hegseth a ricordare a costoro che il ridimensionamento ci sarà e, soprattutto, che gli States non consentiranno più ai paesi membri della Nato di vietar loro, per qualsiasi motivo, l’uso discrezionale delle basi installate sui loro territori: o obbedienti o fuori!

Al termine dei lavori – se è lecito chiamarli così – Giorgia Meloni, la sovranista afflitta poche settimane prima dal preannuncio della possibile evacuazione di cinquemila GI’s dal suolo italiano, ha tenuto a proclamare che dalla riunione era uscito un messaggio chiaro: “Un Occidente unito è più forte e credibile”, e a vantare come un successo l’aver contribuito a strappare al presidente statunitense un “non scontato” impegno a sostenere militarmente l’Ucraina. Aggiungendo, in chiusura di conferenza stampa, un’esortazione rivolta ad Israele, invitandolo a non sabotare il processo di pacificazione in Medio Oriente.

Il rituale delle esortazioni

Esortazione. Invito. Questo è quanto “l’Occidente” ha fatto nei confronti di uno Stato che, per rappresaglia dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 (1.200 vittime), ha ucciso oltre 71.000 palestinesi a Gaza, di cui ha posto sotto controllo militare oltre il 50% della superficie e, nel frattempo, ha occupato ampie porzioni di territorio in Siria e in Libano, distruggendo villaggi, costringendone gli abitanti all’evacuazione, insediando proprie basi militari e dichiarando ufficialmente di non avere alcuna intenzione di abbandonare i territori conquistati.

E stiamo parlando del Paese i cui “coloni”, aizzati dai partiti di estrema destra ben insediati al governo e protetti da polizia e forze armate, in Cisgiordania stanno sistematicamente attaccando i residenti palestinesi con il ben noto sistema della “terra bruciata” – demolizione di case, sradicamento e distruzione delle colture, taglio delle condutture idriche, uccisioni e furti di animali – e negli ultimi tre anni hanno provocato 1.244 morti, più dei 1.046 dei diciassette anni precedenti, in migliaia di attacchi armati (più di 540 fra il gennaio e il marzo del 2026). Di quell’Israele il cui ministro della difesa Gallant ha definito i palestinesi “animali umani”, quello delle finanze Smotrich ha istigato ad“aprire le porte dell’inferno” in Libano e quello della sicurezza nazionale Ben Gvir, sullo stesso tema ha dichiarato che”tutto il Libano deve bruciare» e che «per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere”.

Di fronte a questo scenario, “l’Occidente” – preceduto dall’Unione Europea, che non era riuscita a trovare l’unanimità dei suoi membri per esprimere una condanna formale nei confronti di Ben Gvir per il trattamento inumano riservato agli attivisti della Flotilla e che verso i coloni assassini ha adottato sanzioni puramente simboliche – ha dimostrato ancora una volta la sua congenita ipocrisia. I suoi sbandierati valori, chiamati in causa incessantemente quando si tratta di accusare le “autocrazie” iscritte nel suo libro nero, sono stati per l’ennesima volta messi fra parentesi (ma sarebbe meglio dire cancellati) nel momento in cui Israele proseguiva i micidiali bombardamenti sul territorio libanese, che già sono costati al popolo preso di mira almeno 3.912 morti e 11.873 feriti, facendosi beffe delle promesse contenute nel memorandum di accordo fra Iran e Stati Uniti.

Netanyahu Mamdani

Quando l’Occidente è complice

Il caso israeliano è senza dubbio quello che meglio mette in evidenza il cinismo e la doppiezza di quel conglomerato sotto tutela, guida e sovranità statunitense a cui è stato assegnato da almeno ottant’anni – e in spregio della realtà geografica – il nome di Occidente. Sebbene ami presentarsi come l’intransigente tutore della legalità internazionale e il paradiso dei diritti umani, di fronte alle infrazioni della legge (le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non rispettate dal governo di Tel Aviv sono ben più di un centinaio) e ai veri e propri crimini dello Stato ebraico, il “blocco” occidentale è rimasto sistematicamente in silenzio. Anzi: si è fatto complice attivo. Come ha dichiarato il 17 giugno il vicepresidente Usa Vance, i due terzi delle dotazioni militari con cui Israele ha condotto le sue azioni belliche contro il Libano e l’Iran, e prima contro la popolazione di Gaza, «sono state pagate dal contribuente americano».

Grazie al combinato disposto dell’eterno senso di colpa per il genocidio subito dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale (quella che un ebreo coraggioso, il politologo Norman Finkelstein, ha definito in un suo libro famoso e osteggiato La fabbrica dell’Olocausto) e della potenza della lobby filoisraeliana di oltreoceano, i sedicenti difensori della democrazia e della libertà tollerano da decenni la strategia di pulizia etnica e di violenza sistematica – poco importa che la si definisca o meno genocidio: strage o massacro ne rendono altrettanto efficacemente la sostanza – che lo Stato ebraico attua nei confronti dei palestinesi. Ne avallano i pretesti per giustificare le violazioni della sovranità di altri Stati, la retorica delle «minacce esistenziali», l’attribuzione della qualifica di terroristi a chiunque li combatta con le armi (in una situazione di squilibrio di forze che non lascia altra via a chi si oppone alla loro sopraffazione se non il ricorso ai mezzi della lotta partigiana e della guerriglia). Ne minimizzano le responsabilità collettive scaricandole sul solo governo del “cattivo” Netanyahu, nel momento in cui il capo dell’opposizione Yael Lapid rimprovera al primo ministro di non aver convinto gli Stati Uniti a bombardare gli impianti energetici iraniani e a proseguire nei bombardamenti.

E a volte si schierano al loro fianco – Usa in testa, ma talvolta con il sussidio di ausiliari inglesi o francesi – nelle aggressioni “preventive” ai nemici, come è accaduto per due volte negli ultimi sei mesi nel caso dell’Iran. Ricorrendo, quando lo reputano opportuno, a crimini di guerra, come il bombardamento della scuola femminile di Minab costato la vita a 168 bambine, sul totale di 4.765 vittime causate dagli attacchi israelo-americani.

Le guerre prossime venture

Questa è la via verso il futuro tracciata da quell’Occidente che Meloni, Merz e i loro compagni di summit, colloqui e colazioni ritengono «credibile» e vorrebbero «più forte e unito», guidato da un paese i cui successivi governi si sono resi responsabili – in nome della pace – della massima parte delle guerre che hanno insanguinato il pianeta negli ultimi cinquant’anni. E che si sta prestando, in piena incoscienza della componente europea, a predisporre le conflagrazioni belliche future che gli Stati Uniti condurranno per l’affermazione dei propri interessi economici e geopolitici, prendendo di mira la Cina e i suoi effettivi o potenziali alleati nello scacchiere indo-pacifico.

Anche in questo senso, il G7 di Evian ha inviato un pessimo messaggio, ribadendo l’accanimento di von der Leyen, Rutte, Macron, Merz e comprimari nel sostenere l’Ucraina nell’apparentemente interminabile conflitto con la Russia. L’avallo concesso da Trump (ovviamente per quello che vale, data la volubilità del personaggio e il suo profilo psichico palesemente instabile) alla reiterata agenda bellicista dell’Unione europea rischia di rendere più arduo, invece di favorirlo, il percorso diplomatico verso una cessazione almeno provvisoria delle ostilità su quel fronte. Come abbiamo sostenuto su queste colonne fin dall’immediato indomani della sciagurata “operazione speciale”, Putin è caduto nella trappola che da quasi un decennio Usa e Nato gli avevano teso, e nella vicenda ha perso, in credibilità, più di quanto non abbia guadagnato sotto il profilo del controllo dei territori contesi. Essendoci rimasto invischiato, non può accettare di uscirne subendo compromessi e condizioni che suonerebbero umilianti, soprattutto in un momento in cui, grazie agli armamenti e al sostegno economico, il regime di Kiev pare aver migliorato la sua situazione sul fronte. Sarebbe il momento ideale per proporre uno scambio fra tregua e ritiro delle sanzioni. Che invece si è deciso di inasprire ulteriormente.

Insomma: l’Occidente ha deciso di scegliersi gli amici (Israele) e i nemici (Russia) sbagliati. Si è seduto al tavolo di una partita di poker pensando di avere in mano le carte migliori ed esulta molto prima di aver verificato quelle di cui dispone l’avversario. Così, il rischio del bluff cresce. E alla fine della serata il piatto potrebbe piangere. In questo caso, amaramente. La conclusione del “braccio di ferro” con l’Iran è un segnale da non trascurare.

Tratto dal numero 392 della rivista Diorama Letterario. Per abbonarsi (10 numeri in un anno) versare 35 euro sul conto corrente postale 14898506 intestato a Diorama Letterario, Codice Postale 1292, 50121 Firenze oppure effettuare un bonifico sul ccb IBAN IT72Y0760102800000014898506 intestato a Marco Tarchi. Inviare quindi una mail a mtdiorama@gmail.com per comunicare l’indirizzo al quale si vorrà ricevere la rivista

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Perché la Cina ha scelto il Marocco come hub nel Mediterraneo

Il Marocco è diventato uno dei principali hub strategici, economici e commerciali della Cina dell’intera Africa. Poco importa che Rabat abbia stretto una solida alleanza con Israele e Stati Uniti, e che forse abbia in qualche modo favorito la crisi dei migranti di Ceuta per danneggiare gli interessi della Spagna, la porta cinese per accedere ai mercati europei. Poco importa, insomma, delle preferenze marocchine in politica estera, perché il pragmatismo adottato da Pechino nelle relazioni internazionali consente al Dragone di coltivare rapporti con tutti in nome del proprio interesse nazionale. Da questo punto di vista il Marocco é un perno ideale per consentire al gigante asiatico sia di penetrare nel continente africano che si implementare la presenza nel Mediterraneo.

Negli ultimi cinque anni i due Paesi hanno stretto accordi per importanti progetti infrastrutturali e siglato diversi patti commerciali. Nel settore manifatturiero, per esempio, decine di aziende cinesi hanno effettuato investimenti multimiliardari per stabilire fabbriche (per componenti di veicoli elettrici, batterie e materiali strategici ) in territorio marocchino. Per quale motivo? Bisogna considerare molteplici fattori che riguardano Rabat: la stabilità politica, accordi di libero scambio con l’Unione europea e gli Stati Uniti, abbondanti riserve di fosfato – cruciali per la produzione di batterie – e una posizione privilegiata, a soli 14 chilometri dall’Europa.

Gli affari della Cina in Marocco

Dal punto di vista di Pechino, ha ricordato il quotidiano spagnolo El Mundo, il Marocco può svolgere un ruolo simile a quello che il Vietnam ha assunto in Asia: essere cioè una piattaforma industriale attraverso la quale rifornire i mercati occidentali di beni cinesi, aggirando alcune delle crescenti barriere commerciali che interessano le esportazioni che provengono direttamente da oltre Muraglia. Attenzione, inoltre, al dossier delle infrastrutture. Le aziende statali cinesi partecipano infatti a progetti ferroviari, energetici e portuali. Un esempio? Il porto di Tanger Med – il più grande del Mediterraneo e uno dei principali centri di traffico container del mondo – si è affermato come un nodo logistico di enorme valore per le catene di approvvigionamento cinesi. Da qui le merci possono essere distribuite rapidamente in Europa e in Africa occidentale, rafforzando il ruolo del Marocco come piattaforma logistica con portata continentale.

E consentendo alla Cina di realizzare profitti considerevoli. Nel frattempo Yu Jinsong, ambasciatore cinese a Rabat, ha dichiarato che le relazioni bilaterali stanno attraversando un momento favorevole e che nei prossimi cinque anni ci sarà una stretta collaborazione sino-marocchina incentrata sulla costruzione di un quadro economico comune. Questo sforzo dovrebbe concentrarsi sull’eliminazione delle tariffe, sul trasferimento di tecnologia dalla Cina e sulla firma di accordi per l’energia sostenibile. Il rafforzamento delle relazioni bilaterali è decollato con la visita del re Mohamed VI a Pechino nel maggio 2016, dove sono stati firmati accordi che stabiliscono il partenariato strategico tra Cina e Marocco. Da allora, il commercio tra i due Paesi è cresciuto in modo significativo, guidato da collaborazioni su progetti per lo sviluppo del Global South e della Belt and Road Initiative.

Il Dragone a Rabat

La Cina è attualmente il terzo maggiore partner commerciale internazionale del Marocco e il secondo per investimenti nel settore dell’energia sostenibile nel Paese. Nel 2025, il commercio bilaterale tra i due Paesi ha raggiunto i 10,96 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 9,04 miliardi del 2024. Nello stesso anno, le esportazioni cinesi verso il Marocco hanno raggiunto i 9,88 miliardi di dollari, mentre le importazioni dal Marocco si sono attestate a 1,08 miliardi. Si prevede che gli investimenti cinesi nel Paese supereranno i 10 miliardi di dollari nel prossimo futuro. Le relazioni economiche tra i due Paesi si concentrano principalmente su due ambiti: il trasferimento di tecnologia e gli investimenti nell’idrogeno verde e nelle energie rinnovabili. Il Marocco esporta soprattutto materie prime, tra cui semiconduttori e derivati del fosfato, mentre la Cina fornisce componenti per veicoli elettrici, prodotti di telefonia e altri beni a maggior valore aggiunto.

Nel settore energetico, la Cina mira a inserirsi nel processo di transizione del Marocco, contribuendo al raggiungimento dell’obiettivo nazionale di coprire il 52% del consumo energetico da fonti rinnovabili entro il 2030. In questo contesto, il Marocco rappresenta un partner strategico anche per la sua straordinaria disponibilità di risorse naturali: il Paese possiede infatti quasi il 70% delle riserve mondiali di fosfato, una materia prima fondamentale per l’agricoltura. La rilevanza di questa risorsa è ulteriormente accresciuta dall’importanza della sicurezza alimentare a livello globale, in particolare per la Cina, il secondo Paese più popoloso al mondo, con circa 1,4 miliardi di abitanti. Un esempio concreto della crescente cooperazione industriale è rappresentato da BTR New Material Group, produttore cinese di materiali per batterie al litio, che sta realizzando nel Paese progetti dedicati alla produzione di materiali per catodi e anodi e che dovrebbe creare oltre 1.100 posti di lavoro qualificati. Il Marocco, principale esportatore mondiale di fosfato e dotato di significative risorse di cobalto e litio, sta così sfruttando la propria base mineraria per sviluppare una nuova filiera industriale nel settore energetico, capace di collegare le risorse marocchine, la capacità di lavorazione cinese e i mercati europei.

Negli ultimi due anni, ha sottolineato il New York Times, gli investimenti a Rabat e dintorni da parte di produttori cinesi di energia, veicoli elettrici e batterie sono aumentati in maniera vertiginosa, sfiorando quasi i 10 miliardi di dollari. Ci sono decine di aziende d’oltre Muraglia che stanno aprendo, o hanno già aperto, sedi in loco, a conferma della crescente importanza che Pechino assegna al Marocco.

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La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l’ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini

La storia sembra uscita da uno degli infinti film di 007: una bella donna riesce ad approcciare un ufficiale passato al nemico e poi a ucciderlo mettendo una bomba in un cestino della carta straccia. E pare che sia andata proprio così con il maggiore Robert Shageev, 49 anni, fino al 2014 comandante dello “Zaporizhzhia”, l’unico sommergibile della flotta ucraina. Poi arrivarono i russi, si presero la Crimea e Shageev passò alla marina russa, fino a diventare vice-comandante della quarta brigata dei sottomarini della Flotta russa del Mar Nero. Ovviamente gli ucraini l’avevano messo sulla lista nera, accusandolo di alto tradimento. Nei giorni scorsi la fine della storia, con la bomba piazzata da Margarita Reut, 32 anni, forse una escort o forse no, di nazionalità russa e sentimenti filo-ucraini già manifestati in passato e che le erano costati un breve arresto per “discredito delle forze armate russe”, per conto dei servizi segreti ucraini. Dopo l’attentato la Reut è stata scoperta e arrestata, e ora attende un processo che le potrebbe anche costare l’ergastolo.

Pur essendo a suo modo drammatica, questa non è una storia troppo originale. Originale è il modo in cui i nostri media cercano di raccontarla. Troppo ghiotta per essere taciuta, viene però correlata di postille per dire che questo è ciò che raccontano i russi, chissà se è vero, di versioni indipendenti non ce n’è quindi potrebbe essere tutta propaganda del Cremlino. Certo che potrebbe (d’altra parte, erano stati i russi a far saltare il gasdotto Nord Stream, no?), come può esserlo qualunque dichiarazione dei protagonisti di una guerra. Il fatto è che la versione sintetizzata sopra è troppo verosimile per essere falsa.

Come abbiamo visto, i servizi segreti ucraini si sono mostrati molto abili nel condurre attentati sul suolo russo (sì, la Crimea è Ucraina occupata, lo sappiamo, ma facciamo a capirci): e quasi sempre si sono serviti di tirapiedi assoldati sul campo, quasi mai mandando allo sbaraglio i propri agenti. A saperlo fare, la cosa riesce piuttosto facile: in Russia vivono più di 3,5 milioni di ucraini e mezzi ucraini. Un buon bacino di arruolamento dopo l’invasione del 2022, a cui contribuiscono anche i simpatizzati per l’Ucraina e un certo numero di disperati in cerca di denaro facile facilmente rinvenibile tra i circa 11 milioni di immigrati, in gran parte originari delle Repubbliche dell’Asia Centrale. Erano tagiki, per esempio, quasi tutti i membri del commando che fece 150 morti, il 22 marzo del 2024, nella sala da concerti Crocus City Hall di Mosca.

Immigrati o no, resta il fatto che il caso della Reut non è certo isolato. Il generale russo Igor Kirillov, ucciso insieme con il suo attendente da una bomba piazzata su un monopattino nel cortile del suo condominio il 17 dicembre del 2024, capo delle Truppe di difesa chimica, biologica e nucleare, fu così eliminato da un uzbeko di 29 anni, Akhmad Kurbanov, al quale i servizi segreti ucraini avevano promesso 100 mila dollari e un passaporto. Servizi che. peraltro, rivendicarono prontamente l’atto terroristico. Meno di un anno prima, nell’aprile del 2023, in un attentato simile era morto Maxim Fomin, meglio noto come Vladen Tatarskij, un blogger (ex militare, ex rapinatore) nazionalista, bellicista e fanaticamente anti-ucraino, ucciso da un bomba piazzata in una statuetta all’interno di un caffè di San Pietroburgo, tra l’altro di proprietà di Evgenyj Prigozhin, fondatore e capo del Gruppo Wagner. A piazzare la statuetta nel bar era stata Darya Trepova, cittadina russa di opposti sentimenti.

Altro esempio: il generale Fanil Sarvarov, responsabile dell’addestramento nello stato maggiore delle forze russe. ucciso da una bomba piazzata nella sua auto il 22 dicembre del 2025. A sistemare l’ordigno era stato un altro immigrato uzbeko.

Potremmo fare altri esempi ma il modus operandi dei servizi segreti ucraini è piuttosto chiaro, ci sia o non ci sia un ‘altra versione “indipendente” sulla vicenda della Reut e del maggiore Shageev. La considerazione da fare, a questo punto, è un’altra. Questa: essere stata arrestata dai russi è forse la cosa migliore che poteva capitare alla bella e micidiale attentatrice. Nel 2022, quando fu assassinata con una bomba Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksander Dugin, furono identificati due responsabili. Uno era russo, un certo Bogdan Civanyenko, che aveva “marcato” l’auto del padre e della figlia per indirizzare l’attentato. L’altra era un’ucraina, Natalja Vovk, che fu identificata ma riuscì a fuggire in Estonia, dove però fu trovata morta pochi giorni dopo. Stessa storia per l’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev nel giugno scorso a Montecarlo: le telecamere riprendono e fanno riconoscere Anastasia Berezovska, che piazza la bomba e scappa. Riesce a tornare a Kiev, dove viene trovata ammazzata a colpi di pistola il giorno dopo. Insomma, se metti una bomba per conto dei servizi ucraini è meglio non farsi riconoscere.

A proposito: per l’attentato contro Ermolaev sono stati arrestati un funzionario della polizia ucraina e uno dei servizi segreti. Le autorità di Kiev hanno detto che avevano agito per ragioni personali (quali non si sa), senza informare i superiori. È stata l’unica versione disponibile ma nessuno ha fatto obiezioni.

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Cinesi che cambiano il mondo – Liang Wenfeng, il cervellone che ha reso l’IA cinese mainstream

Profilo bassissimo, interviste concesse con il contagocce, apparizioni internazionali limitate se non nulle. Liang Wenfeng è un fantasma. Tutti hanno imparato a conoscere il suo nome, pochi sono però quelli che saprebbero individuare se fosse seduto al loro stesso tavolo. Eppure questo anonimo 40enne cinese con la faccia un po’ da nerd e dai modi schivi è l’uomo che ha sdoganato la potenza del suo Paese sul fronte dell’intelligenza artificiale a livello globale.

Prima di lui, infatti, si faceva un gran parlare dei progressi hi-tech di Pechino, senza però approfondire nel dettaglio cosa diavolo significasse né cosa stesse facendo concretamente il Dragone. È servito DeepSeek, il modello di IA sviluppato dalla startup cinese fondata proprio da Liang, a squarciare il velo di mistero. In sostanza, la Cina ha dimostrato di essere in grado di creare campioni nazionali dell’intelligenza artificiale validi quanto i ricchi concorrenti statunitensi, ma a costi nettamente inferiori. E la “balenottera blu” di Wenfeng è presto diventata l’emblema di questa rivoluzione silenziosa.

Creata nel maggio 2023 come startup, DeepSeek è stata fin da subito concepita come un’organizzazione focalizzata sulla ricerca, e non come un’impresa commerciale orientata al profitto. “Il nostro principio non è quello di perdere denaro, né di realizzare enormi profitti. Il nostro punto di partenza non è quello di sfruttare l’opportunità per arricchirci, ma di essere all’avanguardia della tecnologia e promuovere lo sviluppo dell’intero ecosistema”, ha dichiarato Liang in una rara intervista rilasciata nel 2024 ai media cinesi.

Il cervellone cinese dell’intelligenza artificiale

Cosa sappiamo di Wenfeng? È cresciuto nella provincia meridionale del Guangdong raccontando di essere stato circondato da persone che all’epoca, tra gli anni Ottanta e Novanta, davano più importanza all’avvio di un’attività imprenditoriale che allo studio. Lui, invece, era molto più portato all’analisi accademica. E infatti, ancora giovanissimo, si è iscritto alla prestigiosa Università di Zhejiang specializzandosi in Ingegneria Elettronica e delle Comunicazioni, prima di conseguire un master in Ingegneria dell’Informazione e delle Comunicazioni.

Nel 2015 Mr. Liang ha co-fondato un hedge fund, High-Flyer Capital, che utilizzava complessi algoritmi matematici per effettuare operazioni di trading. Accumulata una discreta fortuna, nel 2023 il giovane ha scelto di concentrare parte integrante delle risorse nell’esplorazione dell’essenza dell’intelligenza artificiale generale (Agi).

DeepSeek è nata proprio in quel periodo. Nel 2025 avrebbe suscitato scalpore in tutto il mondo per “colpa” di uno dei suoi successi: un modello di intelligenza artificiale estremamente potente creato con un budget di gran lunga inferiore a quanto molti esperti di IA ritenessero necessario. “Come ha fatto una start-up cinese poco conosciuta a far tremare i mercati e i giganti tecnologici statunitensi?”, si chiedeva il New York Times in quei giorni concitati.

L’ascesa di Liang Wenfeng

L’obiettivo dichiarato da DeepSeek è quello di sviluppare tecnologie di intelligenza artificiale simili al chatbot ChatGPT di OpenAI o a Gemini di Google. In Cina, questa startup è nota per reclutare giovani e talentuosi ricercatori di Ia provenienti dalle migliori università del Paese, promettendo loro stipendi elevati e l’opportunità di lavorare su progetti di ricerca all’avanguardia. Negli ultimi anni ha rilasciato diversi modelli linguistici di grandi dimensioni.

Lo scorso 10 gennaio ha invece lanciato la sua prima app chatbot gratuita basata su un nuovo modello chiamato DeepSeek-V3: apriti cielo. Gli ingegneri di Liang hanno dimostrato un metodo più efficiente per analizzare i dati utilizzando i chip mettendo in imbarazzo l’intero settore statunitense.

Secondo il Bloomberg Billionaires Index, il patrimonio netto di Wenfeng si aggirerebbe intorno ai 38 miliardi di dollari, una fortuna derivante principalmente dalla partecipazione di controllo in DeepSeek e dal suo impero di hedge fund. “La nostra sfida più grande non è mai stata il denaro, bensì l’embargo sui chip di fascia alta”, ha affermato Liang, ben consapevole che la strada da fare per rendere la Cina una potenza dell’IA è ancora lunghissima.

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Russia e Ucraina, più si avvicina il negoziato più la guerra si fa feroce

russia e ucraina

A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022, il conflitto ucraino è ormai entrato nella sua terza trasformazione operativa. Dopo la fase iniziale caratterizzata dall’offensiva russa su più direttrici e dal tentativo di conquistare rapidamente Kiev per imporre un cambio di governo, è seguita la stagione delle controffensive ucraine, culminata con il recupero di importanti territori tra il 2022 e il 2023. Oggi prevale invece una lunga fase di logoramento, nella quale nessuno dei due contendenti appare in grado di conseguire una vittoria decisiva sul campo in maniera rapida.

La domanda cruciale non è tanto se la guerra continuerà, quanto quale funzione abbiano oggi le operazioni militari. Le forze ucraine cercano realmente di rompere lo stallo attraverso una serie di successi capaci di modificare radicalmente gli equilibri strategici? Oppure le offensive e gli attacchi in profondità costituiscono soprattutto strumenti per migliorare la propria posizione in vista di un futuro negoziato?

Le due ipotesi non si escludono. Nella storia delle guerre moderne, combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari. Clausewitz ricordava che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; altrettanto vero è che la politica continua durante la guerra. I canali diplomatici raramente si interrompono completamente, anche nei conflitti più duri. Cambiano intensità, interlocutori e obiettivi, ma continuano a esistere.

Paradossalmente, quanto più si avvicina la prospettiva di un negoziato, tanto più la guerra tende a intensificarsi. Le parti cercano di strappare gli ultimi vantaggi militari utili a rafforzare la propria posizione negoziale, nella consapevolezza che il rapporto di forza sul campo condizionerà inevitabilmente il compromesso diplomatico. È spesso alla vigilia della pace che la guerra mostra il suo volto più feroce.

Gli effetti del conflitto oltre il fronte

L’errore più frequente consiste nell’osservare la guerra esclusivamente attraverso il confronto tra Mosca e Kiev. In realtà il teatro ucraino è inserito in una rete di rapporti molto più ampia, nella quale ogni attore combatte anche per obiettivi differenti da quelli immediatamente militari. Gli interessi di Washington, delle principali capitali europee, della Turchia, della Cina, dell’Iran e delle monarchie del Golfo contribuiscono a definire il quadro strategico almeno quanto le decisioni prese al Cremlino o a Bankova.

Da questo punto di vista, la guerra ha rappresentato per gli Stati Uniti uno strumento utile per provare parzialmente a riaffermare la centralità della NATO e consolidare la propria leadership sugli alleati europei dopo anni di crescenti divergenze. All’interno di alcune interpretazioni geopolitiche, inoltre, il conflitto viene letto anche come un fattore che ha accelerato il distacco energetico tra Germania e Russia, riducendo una forma di interdipendenza considerata potenzialmente problematica per la coesione del blocco occidentale. Si tratta di una lettura discussa, ma che evidenzia come il conflitto abbia prodotto effetti ben oltre il fronte militare.

Ciò non significa che Washington persegua necessariamente una sconfitta totale della Federazione Russa. Al contrario, la linea seguita prima dall’amministrazione Biden e poi, pur con una retorica differente, dall’amministrazione Trump sembra mantenere una costante: sostenere l’Ucraina senza provocare un collasso dello Stato russo. Una destabilizzazione incontrollata della principale potenza nucleare del pianeta rappresenterebbe infatti un rischio difficilmente gestibile.

Allo stesso tempo, una Russia percepita come una minaccia continua a svolgere una funzione politica nei confronti dell’Europa orientale, contribuendo a mantenere la centralità della presenza americana sul continente e, più in generale, la leadership statunitense all’interno della NATO, anche nei confronti della Germania.

In questa chiave di lettura utile ricordare anche il tentativo di rivolta guidato da Evgenij Prigožin nel giugno 2023. In quei giorni Washington invitò gli alleati a non sfruttare la crisi interna russa e a evitare qualsiasi iniziativa che potesse essere interpretata come un coinvolgimento diretto negli eventi, segnalando come l’obiettivo non fosse favorire un collasso del potere statale russo.

Del resto, pur essendo stati rivali per gran parte dell’ultimo secolo, Stati Uniti e Russia hanno sempre evitato uno scontro militare diretto tra le rispettive forze armate. Anche durante le fasi di massima tensione della Guerra fredda, entrambe le potenze hanno privilegiato il confronto indiretto, nella consapevolezza che era utile per entrambe tenere la Germania divisa.

Che cosa serve per un compromesso

La Russia, inoltre, continua a non costituire da sola il principale competitore sistemico degli Stati Uniti. I limiti economici della Federazione ne riducono la capacità di sostenere una competizione globale di lungo periodo. Il vero confronto strutturale di Washington rimane quello con la Cina. Anche per questo motivo appare eccessivo interpretare l’attuale convergenza russo-cinese come un’alleanza priva di contraddizioni. La crescente penetrazione economica di Pechino nello spazio centroasiatico interessa infatti aree che Mosca considera tradizionalmente parte della propria sfera d’influenza, aprendo inevitabili elementi di competizione.

La prosecuzione della guerra dipenderà quindi anche dal modo in cui gli Stati Uniti ridefiniranno il proprio calcolo strategico. Se il conflitto continuerà a produrre benefici geopolitici superiori ai costi, Washington manterrà probabilmente il sostegno a Kiev. Se invece tali costi dovessero aumentare oppure l’attenzione americana dovesse concentrarsi prioritariamente sull’Indo-Pacifico, potrebbero rafforzarsi le pressioni per una soluzione negoziale.

Una simile soluzione, tuttavia, non dipenderebbe esclusivamente dalla volontà americana. Sarebbe necessario il formarsi di un equilibrio internazionale sufficientemente ampio da indurre tanto Mosca quanto Kiev ad accettare un compromesso. In altre parole, occorrerebbe una convergenza tra le principali potenze interessate affinché nessuna delle parti percepisca maggiori vantaggi nella prosecuzione della guerra.

Anche gli episodi apparentemente periferici confermano la natura sistemica del conflitto. I recenti segnali di riavvicinamento diplomatico tra Kiev e Teheran mostrano come persino due Paesi collocati su fronti opposti possano mantenere margini di dialogo quando ciò risponde ai rispettivi interessi. L’Iran occupa una posizione geografica decisiva: controlla uno spazio che collega il Golfo Persico al Mar Caspio, proiettandosi verso il Caucaso, l’Asia centrale, l’Afghanistan e il Pakistan. Si tratta di uno dei principali snodi energetici e geopolitici dell’Eurasia. Anche per questo motivo nessun attore internazionale può permettersi di ignorarne la stabilità.

La coesione interna

La stessa guerra evidenzia inoltre come nessuna società impegnata in un conflitto di lunga durata rimanga perfettamente coesa. L’Ucraina continua a mostrare un elevato grado di mobilitazione nazionale, ma le tensioni legate alla leva, alla gestione dei coscritti e alla distribuzione dei sacrifici stanno assumendo un peso crescente nel dibattito interno. Le recenti modifiche ai vertici politici e militari riflettono anche queste difficoltà. Fenomeni analoghi interessano la Russia, dove le modalità di reclutamento mettono in luce profonde differenze territoriali e sociali. In entrambi i casi, tuttavia, tali contraddizioni non sembrano ancora mettere in discussione la prosecuzione dello sforzo bellico.

Anche l’evoluzione delle operazioni militari appare coerente con questa logica. Gli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche, impianti industriali e nodi logistici della Federazione Russa non puntano soltanto a ridurre le capacità materiali dell’avversario. Essi cercano anche di aumentare il costo economico della guerra, coinvolgendo segmenti della società russa finora relativamente protetti dagli effetti diretti del conflitto. Colpire interessi economici, filiere produttive e gruppi imprenditoriali significa introdurre nuove variabili nella formazione del consenso interno, esercitando pressioni differenti rispetto a quelle derivanti dalle perdite sul campo.

Da parte russa permane invece l’obiettivo di logorare progressivamente la capacità militare, economica e demografica dell’Ucraina, mantenendo l’iniziativa strategica senza assumere rischi tali da compromettere la stabilità interna della Federazione.

La guerra resta dunque sospesa tra due logiche. Da un lato il tentativo di modificare gli equilibri sul terreno; dall’altro la costruzione delle condizioni politiche per una futura trattativa. È probabile che nessuna delle due dimensioni prevalga completamente sull’altra. Ogni offensiva, ogni attacco in profondità, ogni negoziato riservato rappresentano tasselli di un medesimo processo.

La Russia, inoltre, non sembra intenzionata a concentrare tutte le proprie risorse militari sul fronte ucraino. Mosca deve infatti tenere conto della possibilità, per quanto non ritenuta imminente, che possano aprirsi nuove aree di crisi o ulteriori fronti di confronto. Per questa ragione è costretta a preservare una quota significativa delle proprie capacità militari come riserva strategica, evitando di impegnare integralmente uomini e mezzi nel teatro ucraino. La gestione del conflitto, dunque, risponde non solo alle esigenze operative del fronte, ma anche alla necessità di mantenere margini di flessibilità rispetto a possibili sviluppi del quadro internazionale.

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L’Iran presenta il conto della guerra: un drone Reaper su quattro perso, arsenali Usa al collasso

La crisi iraniana sta costando moltissimo agli Stati Uniti, molto più di quanto Donald Trump potesse immaginare prima del conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio e oggi giunto in una fase «stagnante»: secondo le stime ufficiali del Pentagono, il costo diretto del conflitto tra Stati Uniti e Iran ammonta a circa 37,5 miliardi di dollari. Altre fonti indipendenti, invece, stimano che l’onere economico complessivo – comprensivo delle spese militari attive e dell’impennata dei prezzi del carburante per i consumatori – superi i 113 miliardi di dollari.

Secondo tre funzionari americani menzionati dal Washington Post, l’esercito Usa avrebbe inoltre perso almeno 45 droni MQ-9 Reaper dall’inizio delle ostilità, circa un quarto dell’intera flotta americana. Un vero e proprio salasso, tenendo conto che il costo unitario è compreso tra i 30 e i 50 milioni di dollari a seconda della configurazione di sensori e armamenti.

Droni lenti, bersagli facili

Il drone Reaper, impiegato dagli Stati Uniti in Iran per missioni di sorveglianza e attacchi “mirati“, ha operato perlopiù nell’area dello Stretto di Hormuz, la rotta marittima strategica diventata uno dei principali elementi di tensione tra Teheran e Washington. Per via della sua natura di velivolo lento e capace di volare a bassa quota, il Repeaer è diventato un facile bersaglio per le difese iraniane e per le milizie proxy sciite presenti in Yemen e Iraq.

Un quarto funzionario menzionato dal Post ha precisato che non tutti gli apparecchi abbattuti sono stati colpiti direttamente dagli iraniani: in molti casi i droni sarebbero precipitati per via di un’interruzione delle comunicazioni con gli operatori a terra.

Non solo droni: si svuotano anche i depositi di missili

Non solo droni. La lista dei sistemi d’arma logorati dall’impegno bellico statunitense riguarda tutto l’arsenale: solamente nel primo mese della guerra contro Teheran, le forze Usa hanno lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk e più di mille missili da difesa Patriot e THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), il che ha evidentemente eroso, in maniera pesante, le scorte dei missili a lungo raggio e dei sistemi antiaerei più richiesti.

Carenze che hanno, di conseguenza, condizionato pesantemente le opzioni sul tavolo del presidente Donald Trump: come riportato dalla nostra testata il 3 agosto scorso, infatti, Trump ha dovuto sospendere gli attacchi pianificati contro l’Iran, dopo che i vertici del Pentagono lo hanno avvertito che una nuova escalation avrebbe potuto prosciugare in modo pericoloso le già ridotte scorte di missili intercettori Patriot necessari a difendere le basi americane in Medio Oriente.

E il Pentagono? Naturalmente ha sempre respinto le notizie relative all’esaurimento delle scorte belliche. Allo stesso tempo, però, Washington ha fornito un indizio non da poco, quando l’amministrazione Usa ha richiesto al Congresso decine di miliardi di dollari per coprire i costi della guerra contro Teheran e riempire gli arsenali. Un rapporto pubblicato in questi giorni dal think tank conservatore American Enterprise Institute ha peraltro gettato pesanti ombre sulla capacità industriale americana di tenere il passo con i ritmi della guerra contro l’Iran. Lo studio ha individuato «dipendenze critiche» nei piani del Pentagono, a cominciare dalla necessità di un’espansione significativa della capacità produttiva dell’industria della difesa, nonostante i (troppi?) milioni spesi.

Fonti:

Tara Copp e Noah Robertson, “U.S. Military Has Lost Roughly 25% of Its Reaper Drones as Iran War Depletes Arsenal,” Washington Post, 13 agosto 2026, https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/13/us-military-has-lost-roughly-25-its-reaper-drones-iran-war-depletes-arsenal/.

“Iran War Cost Tracker — Final Total: $113.3 Billion,” Iran Cost Ticker, consultato il 14 agosto 2026, https://iran-cost-ticker.com/.


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Anchorage un anno dopo: Ucraina, Russia ed Europa nel pantano della guerra

Anchorage

Ricorre l’anniversario del summit tra Donald Trump e Vladimir Putin a Anchorage (Alaska) e i media che da quattro anni e mezzo promettono la rapida sconfitta della Russia oggi si affannano a spiegare che quel giorno il presidente russo prese una gran trombata: tante promesse da Trump, concessioni territoriali importanti, baci e abbracci per ritrovarsi adesso impantanato in una guerra senza fine. Mah… è la solita narrazione che i russi sono sì feroci ma anche molto molto stupidi. Davvero qualcuno crede che Putin non ricordasse che Trump (quello che, ci dicevano all’epoca del primo mandato, era stato eletto solo grazie ai maneggi russi) aveva poi tempestato la Russia di sanzioni? Che al Cremlino non avessero capito quale sia la personalità, e l’affidabilità, del presidente americano? E che in questo anno non abbiano seguito i suoi capricci, i suoi cambi repentini di strategia e, soprattutto, le azioni più o meno diretta contro l’influenza, politica ed economica, della Russia, dalla spedizione contro il Venezuela alle minacce a Cuba, dai diversi tentativi (di cui la guerra contro l’Iran è solo il più clamoroso) per danneggiare l’export energetico della Russia? Non è stato Trump, ormai molti mesi fa, a cercare di farsi promettere dall’India che non avrebbe più comprato petrolio russo? Gi è andata male, a giugno il petrolio russo ha fatto più del 50% delle importazioni indiane, ma Trump ci ha provato.

Nel maggio scorso Putin ha fatto l’ennesimo viaggio in Cina per incontrare Xi Jinping. E ciò avveniva poco dopo che lo stesso Trump era stato a Pechino. Uno dei giornalisti al seguito chiese a Yurij Ushakov, consigliere politico di Putin ed ex ambasciatore a Washington, che cosa restava dello “spirito di Anchorage”. Ushakov rispose piatto piatto: “Non so cosa sia lo spirito di Anchorage. Perché non parliamo dello spirito di Pechino”. A dire quali siano gli orizzonti fondamentali della politica russa. Nessuno sa con esattezza che cosa si siano detti Trump e Putin in Alaska. È probabile che Trump abbia proposto (Marco Rubio, il segretario di Stato Usa, ha più volte detto che si trattava di “una proposta e non di un accordo”) a Putin, in cambio del cessate il fuoco, concessioni territoriali sulla Crimea e sul Donbass. Perché Putin avrebbe dovuto dire “no, grazie”? Sapendo benissimo che, comunque, bisognava sempre fare i conti con la resistenza feroce dell’Ucraina e l’interesse politico dell’Europa a supportare tale resistenza?

La vera verità, al di là di qualunque retorica, è che in questa guerra assurda siamo impantanati tutti. La Russia, che si è data obiettivi precisi (la conquista dell’intero Donbass e il mantenimento del controllo sulla Crimea) e deve fare grandi sacrifici per continuare a perseguirli. L’Ucraina, inchiodata dall’avanzata russa alla condizione di dover combattere a tutti i costi, spopolata, ridotta a vivere dell’appoggio finanziario europeo e forte ormai solo dell’industria degli armamenti, anche questa strettamente connessa alle esigenze europee di riarmo. E ovviamente l’Europa stessa, che ha rinunciato a un modello di sviluppo (energia a buon prezzo dalla Russia, trasformazione ed esportazione) e ora non riesce a produrne uno nuovo, avendo nel frattempo tagliato i ponti con mercati importanti come quello russo e quello cinese. L’Europa che ha finora elargito all’Ucraina, in aiuti militari, umanitari e finanziari, più di 200 miliardi di euro: se avessimo investito in sforzi di pace metà di quella somma nel 2022, al momento dei primi negoziati tra russi e ucraini, la guerra sarebbe forse finita da tempo. Impantanata è pure la Nato, che si allarga, fa la faccia feroce, abbatte droni qua e là, fornisce intelligence e supporto all’Ucraina ma non ha ancora dimostrato quanto solida sia la sua promessa statutaria: se il Cremlino, per dire, invadesse la Lituania, tedeschi, francesi e italiani correrebbero a combattere? L’unico che si era tolto dai pasticci, alla maniera sua, era stato Donald Trump, che aveva bloccato gli aiuti all’Ucraina facendoseli invece pagare dall’Europa, la gallina dalle uova d’oro degli Usa. Ma poi ha trovato modo di impantanarsi da solo in Iran, il genio.

Oggi, data anniversaria di Anchorage, la Russia si avvia a un’elezione parlamentare-farsa. Un voto da cui è stato escluso, per il palese timore che ottenesse un buon risultato, il partito Yabloko che fu di Grigorij Yavlinskij, l’unica formazione a essere apertamente contraria alla guerra. E le autorità ucraine consigliano alla popolazione, in vista dell’inverno, di lasciare le città e trasferirsi in campagna. Quelle stesse che, secondo tanti dei nostri media, stanno brillantemente vincendo la guerra. Impantanati, dicevamo. Ma tra essere intrappolati in quella condizione e crogiolarsi nel pantano c’è ancora una differenza. Cerchiamo di non dimenticarlo.

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L’eclisse e il referendum sull’Ue: l’estate che può cambiare il destino dell’Islanda

eclisse

REYKJAVÍK – Per due minuti il tempo è sembrato fermarsi. Poco prima delle 17.00, il Sole è scomparso dietro il disco della Luna e sull’Islanda è calato un crepuscolo improvviso, quasi irreale. Le voci si sono abbassate, gli sguardi si sono alzati al cielo e migliaia di persone, arrivate da ogni parte del mondo, hanno assistito a uno degli eventi astronomici più attesi del secolo: l’eclisse totale di Sole del 12 agosto 2026, la prima visibile dall’Europa continentale dal 1999. Se in molti Paesi europei il fenomeno è apparso soltanto in forma parziale, l’Islanda è stata una delle grandi protagoniste della giornata. L’ombra della Luna ha attraversato soprattutto le regioni occidentali e meridionali dell’isola, regalando uno spettacolo straordinario tra vulcani, campi di lava, coste battute dal vento e ghiacciai. Reykjavík, la penisola di Reykjanes, la regione di Snæfellsnes e i remoti Fiordi Occidentali si sono trasformati nei luoghi simbolo dell’evento.

Ma l’eclissi non è stata soltanto un fenomeno astronomico. È stata anche un fenomeno turistico senza precedenti. Da settimane gli operatori turistici islandesi parlavano di numeri record, e le previsioni si sono confermate. Secondo i dati riportati da AirDNA, la domanda di alloggi nelle località islandesi interessate dal percorso della totalità è aumentata del 56,9% rispetto all’anno precedente, contro una crescita del 19,2% nel resto del Paese. A trainare la corsa alle prenotazioni sono state soprattutto Kópavogur, con un incremento del 48%, e Reykjavík, con il 44% in più di richieste rispetto allo scorso anno. Ancora più impressionante il dato relativo alle ricerche online di strutture ricettive: la capitale islandese ha registrato un balzo del 250%, uno dei più alti in Europa legati all’evento.

La città si è riempita di astronomi, fotografi, curiosi e semplici viaggiatori desiderosi di vivere un’esperienza irripetibile (tra i quali si trova anche chi scrive). In molti hanno scelto di osservare il fenomeno dalle coste della capitale, altri si sono spinti verso aree meno urbanizzate per approfittare di panorami ancora più spettacolari. D’altronde, la particolarità di un’eclissi totale è che può essere osservata completamente soltanto all’interno di una fascia geografica relativamente stretta, il cosiddetto “percorso della totalità”. Proprio questa caratteristica ha generato una concentrazione eccezionale di visitatori in poche destinazioni selezionate. Secondo gli analisti del settore, l’evento rappresenta uno dei casi più evidenti di crescita dell’astroturismo, una forma di viaggio che unisce la scoperta del territorio all’osservazione dei fenomeni celesti. Ora che l’eclissi è passata, restano le immagini: il cielo che si oscura in pieno giorno, la corona solare che appare attorno a un disco nero perfetto, il silenzio improvviso della folla e la sensazione condivisa di assistere a qualcosa di straordinario. Ma l’eclissi che ieri ha oscurato il cielo islandese è arrivata in un momento in cui l’isola nordatlantica si trova a sua volta a un bivio storico.

Arriva il referendum sull’Europa

Mentre migliaia di visitatori affollavano Reykjavík e le coste occidentali per assistere alla totalità, il Paese si trovava già immerso nel dibattito sul referendum che il 29 agosto deciderà se riaprire i negoziati di adesione all’Unione europea. A rilanciare la discussione europea non sono state semplicemente nuove difficoltà economiche o cambiamenti ideologici, bensì le ripetute dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia. Le ambizioni statunitensi sull’isola artica, vicina strategicamente all’Islanda, hanno infatti alimentato a Reykjavík una nuova percezione di vulnerabilità e sicurezza regionale. Basti ricordare che lo scorso gennaio, Billy Long, nominato ambasciatore in Islanda proprio dal presidente americano, aveva scherzato pubblicamente sul fatto che l’Islanda sarebbe dovuta diventare il 52esimo stato americano e che lui avrebbe ricoperto il ruolo di governatore.

Una battuta forse, ma che a Reykjavik avrebbero decisamente preso sul serio. Non è passata inosservata nemmeno la gaffe di Donald Trump, che a gennaio di quest’anno, durante il World Economic Forum di Davos, aveva confuso ripetutamente Groenlandia e Islanda mentre parlava delle ambizioni strategiche americane nell’Artico. La Casa Bianca ha poi tentato di correggere il tiro sostenendo che il presidente si riferisse alla Groenlandia come a una “terra di ghiaccio” (“a piece of ice”), ma il lapsus ha scatenato ironie e meme in tutto il mondo. Per gli islandesi, abituati a vivere all’ombra mediatica della ben più grande vicina groenlandese, è stata probabilmente la prima volta in cui il loro Paese è finito al centro di una disputa geopolitica semplicemente per uno scambio di nomi (!). La stessa premier Kristrún Frostadóttir aveva riconosciuto che la “crisi della Groenlandia” avesse toccato un nervo scoperto nell’opinione pubblica islandese.

Per un Paese di appena 400 mila abitanti, tradizionalmente orgoglioso della propria autonomia, si tratta d’altronde di un cambiamento notevole. L’Islanda è membro della NATO dal 1949 ma è l’unico Paese dell’Alleanza a non possedere un esercito permanente. Per decenni la sua sicurezza si è basata sul rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Oggi però le incertezze legate alla politica estera americana e le tensioni nell’Artico hanno spinto una parte crescente della società a guardare a Bruxelles come a un ulteriore ancoraggio strategico. Anche l’Unione europea osserva con attenzione il processo. A marzo 2026 Bruxelles e Reykjavík hanno firmato un accordo di partenariato sulla sicurezza e la difesa, segnale di una cooperazione sempre più stretta. Non a caso, per l’Europa l’Islanda rappresenta un tassello fondamentale nello scacchiere del Nord Atlantico e dell’Artico, una regione destinata ad assumere un peso crescente nelle competizioni energetiche, commerciali e militari tra le grandi potenze.

Il problema (non solo economico) della pesca

Resta però un nodo storico che continua a dividere gli islandesi: la pesca. Il settore vale circa il 12% del PIL nazionale e impiega il 5% della popolazione, numeri che spiegano perché il controllo delle acque territoriali e delle quote ittiche venga percepito come una questione identitaria prima ancora che economica. Proprio le divergenze sulla Politica Comune della Pesca contribuirono a bloccare il precedente processo di adesione nel 2013, e ancora oggi rappresentano uno dei principali argomenti dei contrari all’ingresso nell’Unione. I sondaggi fotografano infatti un Paese profondamente diviso, con il referendum di fine agosto che si preannuncia come uno degli appuntamenti politici più importanti dell’estate europea.

Come, però, ha sottolineato la stessa premier Frostadóttir, si tratta di un voto per “completare il dialogo”, non per entrare immediatamente nell’Ue. In caso di vittoria del “Sì”, il governo otterrebbe infatti il mandato per riaprire formalmente il dossier europeo. A quel punto sarebbero gli Stati membri dell’Unione a dover concordare la ripresa del negoziato, partendo dal fatto che l’Islanda non ha mai ritirato formalmente la sua candidatura presentata nel 2009, la quale per Bruxelles rimane giuridicamente valida, seppure congelata. Il percorso potrebbe quindi rivelarsi più rapido rispetto a quello di altri Paesi candidati perché quando i colloqui furono sospesi erano già stati aperti 28 capitoli negoziali e 11 erano stati chiusi provvisoriamente. Inoltre, grazie all’appartenenza allo Spazio Economico Europeo, l’Islanda applica già una parte significativa della normativa comunitaria, circostanza che potrebbe agevolare un eventuale ritorno al tavolo delle trattative. Prima dell’adesione vera e propria, tuttavia, sarebbe comunque necessario un secondo referendum, chiamato a ratificare l’eventuale accordo finale con Bruxelles.
Il cielo in Islanda è quindi tornato a illuminarsi dopo la storica eclissi solare del 12 agosto: resta da capire se, nelle prossime settimane, anche la rotta europea dell’isola diventerà più chiara

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La Ue tratta in segreto con Israele lo scambio di dati sensibili: “Rischi per i palestinesi”

Altro che sanzioni economiche contro Israele. Bruxelles non pensa minimamente a sanzionare Tel Aviv per il genocidio a Gaza. Anzi. Secondo un’inchiesta di Statewatch, Ong indipendente britannica che monitora i diritti civili in Europa, ripresa dal sito olandese The Rights Forum, la Commissione europea sta portando avanti negoziati segreti con Israele per concedere alla polizia israeliana l’accesso ai dati dell’agenzia di polizia europea Europol. Accordo che secondo gli esperti di diritti umani metterebbe a rischio la vita dei palestinesi e potrebbe violare il diritto internazionale.

Dati sensibili e biometrici in cambio di cooperazione

Secondo la bozza dell’intesa siglata nel 2022, lo scambio prevederebbe di una vasta gamma di dati personali: nomi, numeri di identificazione, localizzazioni, informazioni genetiche e biometriche, e molto altro, tra cui dettagli sulle opinioni politiche personali, sulla salute delle persone, sulle relazioni e persino sull’orientamento sessuale. Secondo Eitan Diamond, giurista menzionato da Novara Media, «i dati trasferiti potrebbero essere usati come intelligence per supportare decisioni mirate ad attaccare e uccidere palestinesi».

Peraltro, già nel 2022 il Servizio giuridico del Consiglio dell’Unione Europea aveva bocciato la bozza, definendola «giuridicamente insostenibile» e rilevando che alcune sue disposizioni erano in «contrasto con il diritto europeo e internazionale». Il motivo? Sebbene fosse stata inserita una clausola che vietava l’uso dei dati relativi ai territori occupati da Israele (come le Alture del Golan e la Cisgiordania), le due eccezioni inserite nella bozza – per «pericolo imminente di vita» e per «prevenzione o perseguimento di reati» – erano considerate troppo vaghe, tali da rendere di fatto inapplicabile il divieto. In buona sostanza, secondo i giuristi il timore è che, con questo accordo, si sarebbe di fatto legittimato l’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est, della Striscia di Gaza e delle alture del Golan.

Incontri segreti a Bruxelles

E oggi, con un genocidio in corso a Gaza e con la violenza dei coloni che aumenta, le obiezioni sollevate allora appaiono oggi ancora più gravi. Nonostante ciò, la Commissione ha proseguito i negoziati con Tel Aviv in gran segreto. Documenti ottenuti da Statewatch rivelano che tra il gennaio 2023 e il gennaio 2026 si sono tenuti almeno sette incontri tra funzionari della Commissione e diplomatici israeliani.

Nel frattempo, 29 europarlamentari hanno presentato interrogazioni per chiedere chiarimenti sullo status dei negoziati con Tel Aviv. Mounir Satouri, uno dei firmatari, ha parlato di un «doppio scandalo»: «La Commissione – ha affermato – ha negoziato un accordo di cooperazione di polizia con Israele mentre numerosi esperti e un rapporto del suo stesso Servizio europeo per l’azione esterna documentavano gravi violazioni del diritto internazionale umanitario a Gaza. E lo ha fatto nella massima segretezza, sottraendosi al controllo del Parlamento. I negoziati devono essere sospesi immediatamente». Il tutto accade nel silenzio tombale della grande stampa europea: chissà cosa sarebbe accaduto se Bruxelles avesse negoziato segretamente con Mosca?

Fonti:

“Europese politiedienst Europol wil data delen met Israël,” The Rights Forum, 14 agosto 2026, https://rightsforum.org/europese-politiedienst-europol-wil-data-delen-met-israel/.

Giacomo Zandonini, “Exclusive: EU Commission still seeking controversial police agreement with Israel, despite warnings,” Statewatch, July 30, 2026, https://statewatch.org/news/2026/july/exclusive-eu-commission-still-seeking-controversial-police-agreement-with-israel-despite-warnings/.

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L’era dei droni cambia anche l’armata russa: il generale Lyamin all’incrocio tra esercito e industria

La decisione di Vladimir Putin di affidare al generale Denis Lyamin il comando delle nuove Forze russe per i sistemi senza pilota non rappresenta un semplice avvicendamento ai vertici militari. Segnala piuttosto la definitiva trasformazione della guerra in Ucraina in un laboratorio permanente della guerra tecnologica, nel quale la quantità, la velocità di produzione e la capacità di adattamento contano ormai quanto i carri armati, l’artiglieria e l’aviazione tradizionale.

Mosca prende atto che i velivoli senza pilota non sono più strumenti ausiliari, ma costituiscono un’arma autonoma, dotata di proprie catene di comando, strutture logistiche, centri di addestramento e apparati industriali. La scelta di Lyamin, proveniente dalle forze terrestri e già capo di stato maggiore del raggruppamento Centro, conferma inoltre che il nuovo comando dovrà essere strettamente integrato con le operazioni sul fronte del Donbass.

Il riferimento di Putin alla conquista dell’intera regione di Donetsk chiarisce la priorità operativa. I velivoli senza pilota dovranno sostenere l’avanzata russa individuando le posizioni ucraine, correggendo il tiro dell’artiglieria, colpendo veicoli e depositi e interrompendo le linee di rifornimento. La Russia intende trasformare una moltitudine di iniziative spesso nate dal basso in una forza centralizzata, capace di coordinare ricognizione, attacco, guerra elettronica e produzione industriale.

Una guerra combattuta sopra e dietro il fronte

Il campo di battaglia ucraino ha cancellato la distinzione tradizionale tra prima linea e retrovia. Velivoli economici possono distruggere mezzi dal valore di milioni, mentre apparecchi a lungo raggio raggiungono raffinerie, depositi, industrie militari e nodi ferroviari a centinaia di chilometri dal fronte. Anche Kiev ha creato un comando dedicato agli attacchi in profondità. Le due parti stanno dunque costruendo strutture quasi speculari. La guerra non è più soltanto una contesa territoriale: è una competizione tra sistemi industriali, reti informative e capacità di sostituire rapidamente uomini e materiali.

Sul piano militare, la centralizzazione russa può migliorare l’impiego coordinato dei mezzi senza pilota, ma presenta anche rischi. Una struttura più rigida potrebbe rallentare l’innovazione nata dalle unità operative, spesso capaci di modificare rapidamente apparecchi, frequenze e tecniche di attacco. Mosca dovrà conciliare il controllo dello Stato maggiore con la creatività dei reparti e dei produttori privati.

L’industria militare diventa un fronte interno

Gli attentati contro dirigenti e progettisti del settore mostrano che la guerra tecnologica si combatte anche lontano dalle trincee. L’esplosione dell’automobile di Vladimir Tkachuk, responsabile dell’azienda Uraldronzavod, e il ferimento del progettista Andrei Cherezov indicano la vulnerabilità dell’apparato produttivo russo.

Colpire un progettista o un imprenditore può avere effetti superiori alla distruzione di un singolo stabilimento. Significa eliminare competenze, interrompere reti di finanziamento, rallentare forniture e diffondere insicurezza tra tecnici e dirigenti. L’obiettivo strategico di simili operazioni, indipendentemente da chi ne sia responsabile, è trasferire il costo della guerra dalla periferia ucraina al cuore economico e industriale della Russia.

L’attentato nel centro di Mosca aggiunge un elemento ancora più destabilizzante. Sebbene non vi siano prove pubbliche sul mandante, l’episodio alimenta nella società russa la percezione che il conflitto possa penetrare nella vita quotidiana delle grandi città. Per il Cremlino diventa quindi necessario proteggere non soltanto generali e funzionari, ma anche scienziati, produttori, finanziatori e propagandisti collegati allo sforzo bellico.

Il costo economico della supremazia tecnologica

La creazione di una forza autonoma richiederà investimenti considerevoli. Serviranno stabilimenti, componenti elettronici, sistemi di comunicazione, motori, ottiche, apparati di disturbo e grandi quantità di personale specializzato. La Russia dispone di un’ampia base industriale, ma resta esposta alle restrizioni sulle tecnologie avanzate e alla dipendenza da componenti provenienti dall’Asia.

La guerra dei velivoli senza pilota favorisce tuttavia Mosca sotto un altro profilo: consente di compensare almeno parzialmente le perdite umane e di mezzi corazzati mediante strumenti relativamente economici. Il problema non è più soltanto costruire l’apparecchio, ma garantirne l’impiego in massa, la resistenza alle contromisure elettroniche e la sostituzione continua. Si consolida così un’economia di guerra fondata sulla produzione seriale e sul consumo accelerato. I sistemi vengono modificati nel giro di settimane, talvolta di giorni. Il vantaggio appartiene a chi riesce a raccogliere più rapidamente le informazioni dal fronte e a trasferirle alle fabbriche.

Una svolta destinata a superare il conflitto ucraino

La nuova forza russa non nasce soltanto per l’Ucraina. Mosca sta costruendo uno strumento destinato a entrare stabilmente nella propria dottrina militare. L’esperienza maturata potrà essere impiegata lungo i confini della NATO, nel Caucaso, in Asia centrale e nelle aree in cui la Russia mantiene basi o interessi strategici. La nomina di Lyamin indica quindi una trasformazione più profonda: il conflitto ucraino sta producendo una nuova organizzazione delle forze armate russe. I velivoli senza pilota diventano il punto di incontro tra industria, informazione, logistica e combattimento.

La Russia cerca di trasformare l’esperienza accumulata in superiorità strutturale. L’Ucraina, sostenuta dalle tecnologie occidentali, tenta di impedirlo colpendo anche la profondità economica e industriale dell’avversario. La guerra entra così in una fase nella quale non sarà sufficiente occupare terreno: vincerà chi saprà produrre, innovare, proteggere i propri tecnici e disorganizzare più velocemente il sistema nemico.

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Cuba, 7mila container bloccati: l’assedio di Trump colpisce acqua e medicine

Cuba Trump

Il vero obiettivo delle sanzioni economiche, soprattutto in un contesto di «massima pressione» come quello imposto dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba, è quello di stremare la popolazione fino a provocare il collasso del regime. Sanzioni che colpiscono direttamente la popolazione, dunque, e spesso in maniera brutale. Secondo quanto reso noto nei giorni scorsi dal governo di Miguel Díaz-Canel, più di 7mila container carichi di generi alimentari, risorse energetiche, materiale idrico e farmaci sono rimasti fermi in diversi porti dell’area caraibica a causa delle sanzioni statunitensi nei confronti dell’isola (LEGGI IL NOSTRO REPORTAGE).

A riportare questi numeri drammatici per Cuba è il vice primo ministro e ministro del Commercio estero e degli Investimenti stranieri, Oscar Pérez-Oliva Fraga, il quale è intervenuto dinanzi all’Assemblea nazionale del Potere popolare. Le merci bloccate, ha affermato il ministro, sono state acquistate in maniera legale da Cuba nel rispetto delle norme del commercio internazionale: non si tratta dunque di forniture irregolari, ma di scambi commerciali legittimi paralizzati per l’appunto dalle sanzioni di Washington.

“Assedio energetico contro Cuba”

Secondo quanto affermato da Pérez-Oliva, si tratta di un verto e proprio «assedio energetico» ai danni dell’Isola e di una «punizione collettiva» contro la popolazione. Lo stesso Pérez-Oliva ha dichiarato che dall’inizio dell’anno le misure di pressione da parte dell’amministrazione Trump si sono intensificate notevolmente e hanno colpito settori sensibili, che toccano da vicino la vita quotidiana dei cubani.

The Trump regime has blocked 7,000 containers from reaching Cuba. More than 7,000 containers carrying food, energy, hydraulic resources, and medicines remain held at various Caribbean ports because of the U.S. blockade on the islandhttps://t.co/0hj1ZGaD3Q pic.twitter.com/WKtQp17RSM

— tim anderson (@timand2037) August 13, 2026

Le sanzioni dell’amministrazione Usa colpiscono direttamente l’approvvigionamento idrico di Cuba: tra i container fermi ai porti vi sono quelli contenenti materiali destinati al programma nazionale per l’acqua potabile, settore già in grave crisi da tempo. Più di tre milioni di cubani, secondo i dati citati dal governo, si svegliano ogni giorno con difficoltà di accesso a questa risorsa primaria.

Grave la situazione anche sul fronte sanitario. Nei giorni scorsi, l’azienda statale Medicuba ha denunciato il blocco di due container di farmaci antiepilettici nel porto di Cartagena de Indias, in Colombia. A bloccarne la consegna sarebbe stata la compagnia di navigazione tedesca Hapag-Lloyd, che ha giustificato la scelta sottolineando la necessità di rispettare le sanzioni statunitensi. Precedentemente era stata la francese CMA CGM a bloccare decine di container diretti a Cuba, tra cui uno contenente materiale medico-sanitario.

Le “motivazioni” di Rubio

Per il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani, la lotta contro il governo dell’isola è una questione esistenziale. Lo si intuisce dalla retorica incendiaria con cui descrive il regime cubano: «Il regime comunista cubano – ha dichiarato giorni fa – è uno Stato sponsor del terrorismo che spia l’America, arma violenti radicali di sinistra, diffonde una velenosa ideologia marxista e funge da base operativa per Russia, Cina e Iran, a soli 90 miglia dalle nostre coste».

Hegseth claims that Cuba has been threatening the US for a long time, as Washington continues to build the case for war. Expect deafening silence from the European leaders, despite their endless rhetoric about "values." pic.twitter.com/K18Kjh9l8D

— Glenn Diesen (@Glenn_Diesen) August 14, 2026

«Come ha affermato il presidente Trump – ha aggiunto – gli Stati Uniti non tollereranno uno stato canaglia che ospiti operazioni militari, di intelligence e terroristiche ostili alle nostre porte». Peccato che ciò che afferma Rubio per supportare politicamente la strategia di «massima pressione» contro il regime cubano non sia vero. Come riportato sulla nostra testata, infatti, il 29 gennaio scorso, il tycoon ha firmato un ordine esecutivo che minacciava dazi doganali su qualsiasi Paese avesse rifornito di carburante Cuba. Il documento dichiarava che Cuba rappresenta una «emergenza nazionale» e una «minaccia insolita e straordinaria» per gli Stati Uniti, accusando l’isola di ospitare «la più grande struttura di intelligence segnaletica russa all’estero», che cerca di rubare informazioni sensibili sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Peccato che la base russa, nota come Lourdes – di cui ha parlato anche il New York Times – semplicemente non esista. Come ha documentato in esclusiva la testata Drop Site News, in collaborazione con Belly of the Beast, l’area indicata dal Times come sede della base spia russa – Lourdes, alla periferia dell’Avana – è oggi l’Università di Scienze Informatiche (UCI) di Cuba. La squadra di Belly of the Beast ha trascorso due giorni interi a percorrere il campus, parlare con studenti, docenti e personale, senza trovare alcuna traccia di una base russa attiva o delle attrezzature citate dal Times o dall’amministrazione Trump.

È chiaro, dunque, che si tratta di un espediente per giustificare una mossa politica e una strategia più ampia, quella della mai sopita Dottrina Monroe che presuppone l’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale e dunque anche su Cuba. Quella che un tempo poteva apparire come una «strategia difensiva» contro le ingerenze degli europei oggi è una strategia aggressiva e imperialista vecchio stampo basata sull’hard power e sulle sanzioni economiche.

Fonti:

“U.S. Blockade Leaves 7,000+ Cuba-Bound Containers Stranded in Caribbean Ports,” Cuba Solidarity Campaign, accessed August 14, 2026, https://cuba-solidarity.org.uk/news/article/4731/us-blockade-leaves-7000-cuba-bound-containers-stranded-in-caribbean-ports.

Al Jazeera Staff and Reuters, “US Diplomat Rubio Targets Cuban Military Officials, Companies in Sanctions,” Al Jazeera, August 6, 2026, https://www.aljazeera.com/news/2026/8/6/us-diplomat-rubio-targets-cuban-military-officials-companies-in-sanctions.

“‘To play God’: Cuba’s healthcare system collapses under US pressure,” Al Jazeera, July 30, 2026, https://www.aljazeera.com/news/longform/2026/7/30/to-play-god-cubas-healthcare-system-collapses-under-us-pressure



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